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-The Project Gutenberg eBook of Il Conte di Monte-Cristo, by Alexandre Dumas
-
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-using this eBook.
-
-Title: Il Conte di Monte-Cristo
-
-Author: Alexandre Dumas
-
-Release Date: May 20, 2021 [eBook #65391]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
- http://www.pgdp.net (This file was produced from images made
- available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CONTE DI MONTE-CRISTO ***
-
- IL CONTE
-
- DI
-
- MONTE-CRISTO
-
-
- DI
-
- Alessandro Dumas
-
-
- Volume Unico
-
-
-
- NAPOLI
- PER FRANCESCO ROSSI
- Trinità Maggiore, num. 6
- —
- 1850
-
-
-
-
-IL CONTE DI MONTE-CRISTO
-
-
-DI
-
-ALESSANDRO DUMAS
-
-
-
-
-I. — MARSIGLIA — L’ARRIVO.
-
-
-Il 28 Febbraio 1815 la vedetta della Madonna della guardia dette il
-segnale della nave a tre alberi il _Faraone_ che veniva da Smirne,
-Trieste e Napoli. Come è d’uso, un pilota costiere si partì tosto dal
-porto, e passando vicino al castello d’If, recossi a bordo del naviglio
-fra il capo di Morgiou, e l’isola di Rion. Quindi, come parimente è
-uso, la piattaforma del forte San Giovanni si ricoprì di curiosi;
-poichè è sempre un avvenimento di grande importanza a Marsiglia
-l’arrivo di un bastimento, soprattutto poi quando questo sia stato
-come il _Faraone_, costrutto, attrezzato, stivato nei cantieri della
-vecchia _Phocée_, ed appartenga ad un armatore della città. Frattanto
-il naviglio avanzava; aveva felicemente superato lo stretto formatosi
-da qualche scossa vulcanica fra l’isola di Calasareigne e quella di
-Jaros; ed oltrepassato Pomègue, procedeva col suo gran corpo sotto
-le tre gabbie in relinga, ma tanto lentamente, e con andamento sì
-tristo, che i curiosi, con quell’istinto che presagisce le disgrazie,
-l’un l’altro si domandavano quale infortunio fosse accaduto a bordo.
-Ciò non pertanto gli esperti alla navigazione riconoscevano che se un
-qualche accidente era avvenuto, questo non sarebbe stato al materiale
-del bastimento, poichè se procedeva lentamente lo faceva peraltro
-con tutte le condizioni di un naviglio eccellentemente governato. La
-sua ancora era gettata, i pennoni di bompresso abbassati, e vicino al
-pilota che si prestava a dirigere il _Faraone_ nella stretta entrata
-del porto di Marsiglia, stava un giovinotto di rapido gestire, che
-con occhio vivo invigilava ciascun movimento del naviglio, e ripeteva
-ogni ordine del pilota. La vaga inquietezza che commoveva la folla
-aveva particolarmente turbato uno degli accorsi alla spianata di San
-Giovanni, di modo che egli senza attendere l’entrata del bastimento nel
-porto, saltò in una barchetta, ordinando di vogare avanti al _Faraone_,
-cui raggiunse rimpetto all’ansa di riserva. Il giovine marinaio vedendo
-giungere quest’uomo, lasciò il suo posto a lato del pilota, e venne
-col cappello in mano, ad appoggiarsi al parapetto del bastimento.
-Era costui un giovine di vent’anni circa, alto, snello, con occhi
-neri, e capelli color dell’ebano. Vi si scorgeva in tutta la persona
-quell’aspetto di calma e di risoluzione degli uomini avvezzi fin dalla
-loro infanzia a lottare coi perigli.
-
-— Ah! siete voi, Dantès? gridò l’uomo dalla barca; che è mai accaduto,
-e perchè quest’aria di tristezza sparsa su tutto il bordo?
-
-— Una gran disgrazia, signor Morrel, rispose il giovinotto, una gran
-disgrazia particolarmente per me. All’altezza di Civitavecchia abbiamo
-perduto il bravo Capitano Leclerc.
-
-— Ed il carico? domandò vivamente l’armatore.
-
-— È giunto a buon porto, sig. Morrel, e sono persuaso che sotto questo
-riguardo voi sarete contento. Ma il povero Capitano Leclerc....
-
-— Che gli è dunque accaduto? domandò l’armatore con un aspetto
-notabilmente rallegrato.
-
-— È morto.
-
-— Caduto in mare?
-
-— No, signore, morto di una febbre cerebrale in mezzo ad orribili
-patimenti. — Poi volgendosi verso l’equipaggio.
-
-— Olà eh! disse egli, ciascuno al suo posto per l’ancoraggio.
-L’equipaggio ubbidì. Nel medesimo momento gli otto o dieci marinari
-che lo componevano si slanciarono chi sulle scotte, chi sui bracci,
-e chi infine agl’imbrogli del trinchetto e delle altre vele. Il
-giovine marinaio gettò uno sguardo non curante al cominciamento della
-manovra, e vedendo che si eseguivano i suoi ordini, ritornò al suo
-interlocutore.
-
-— E come accadde adunque questa disgrazia? continuò l’armatore
-riprendendo la conversazione al punto in cui il giovine marinaio
-l’aveva interrotta.
-
-— Ahimè! nel modo più imprevisto. Dopo un lungo colloquio col
-comandante del porto, il Capitano Leclerc abbandonò Napoli molto
-turbato: in capo a ventiquattro ore fu colto dalla febbre, e tre
-giorni dopo era morto. Noi gli abbiamo resi gli ordinarii funerali,
-ed ora riposa decentemente avviluppato in una branda con una palla da
-36 ai piedi ed una alla testa all’altezza dell’Isola del Giglio; ne
-riportiamo alla vedova la croce d’onore e la spada. Ov’era il fastidio,
-continuava il giovinotto con un sorriso malinconico, di fare per dieci
-anni la guerra agl’Inglesi per arrivare poi a morire come tutti gli
-uomini nel suo letto!
-
-— Peccato! che volete, Edmondo? riprese l’armatore che sembrava
-consolarsi sempre più, siamo tutti mortali, e bisogna pure che i
-vecchi cedano il posto ai giovani; senza di ciò non vi sarebbe più
-avanzamento, ed al momento che voi mi assicurate che il carico...
-
-— È in buono stato sig. Morrel, ve ne assicuro. Ecco un viaggio che
-io vi consiglio di non iscontare per 25mila franchi di guadagno. — Poi
-come era passata la Torre Rotonda:
-
-— Lesti a caricare le vele dei pennoni, il flocco e la bregantina,
-— comandò il giovine marinaio. L’ordine venne eseguito quasi colla
-stessa celerità che sur un bastimento da guerra. — Ammaina, e carica
-in ogni luogo! — All’ultimo comando tutte le vele si abbassarono, ed
-il naviglio si avanzò in un modo quasi insensibile, non camminando più
-che per l’impulso ricevuto. — Ora se voi volete salire, sig. Morrel,
-disse Dantès, vedendo l’impazienza dell’armatore, ecco qui il vostro
-scrivano Danglars che esce dal suo camerino, e che vi darà tutte
-le notizie che potete desiderare; quanto a me bisogna che invigili
-l’ancoraggio e che metta la nave a lutto. — L’armatore non se lo fe’
-ripetere due volte, afferrò una gomena che gli gettò Dantès, e con una
-sveltezza che avrebbe fatto onore ad un uomo di mare, salì gli scalini
-inchiodati sporgenti sul fianco del bastimento, mentre che l’altro,
-ritornando al suo posto di secondo, cedeva la conversazione a colui
-che aveva annunziato sotto il nome di Danglars, il quale uscendo dal
-suo gabinetto si avanzava in fatto verso l’armatore. Il sopraggiunto
-era un uomo di 25 a 26 anni di figura molto cupa, ossequioso verso i
-suoi superiori, insolente coi sottoposti, cosicchè oltre il suo ufficio
-di computista, che è di per se stesso un motivo di avversione pei
-marinari, egli era tanto malveduto dall’equipaggio, quanto al contrario
-Dantès n’era amato.
-
-— Ebbene? sig. Morrel, disse Danglars, voi sapete già la disgrazia, n’è
-vero?
-
-— Sì, sì povero capitano Leclerc! era un bravo ed onest’uomo.
-
-— E soprattutto un eccellente uomo di mare, invecchiato fra il cielo
-e l’acqua, come si conviene ad un uomo incaricato degli affari di una
-casa così importante, come la casa Morrel e Figlio.
-
-— Ma, disse l’armatore tenendo gli occhi rivolti a Dantès che cercava
-il punto del suo ancoraggio, ma mi sembra che non faccia d’uopo essere
-tanto vecchio marinaio quanto voi dite, Danglars, per conoscere ben
-bene il suo mestiere. Ecco il nostro amico Edmondo che fa il suo, e mi
-sembra in vero che non ha bisogno di chiedere consigli ad alcuno.
-
-— Sì, disse Danglars gettando su Dantès uno sguardo obliquo in cui
-balenò un lampo d’odio, sì, questi è giovane, e perciò non teme
-di nulla. Appena morto il capitano, egli assunse il comando senza
-consultare alcuno, e ci ha fatto perdere un giorno e mezzo all’Isola
-d’Elba invece di ripiegare direttamente a Marsiglia.
-
-— Quanto al prendere il comando del naviglio, disse l’armatore, era
-suo dovere come secondo; quanto al perdere un giorno e mezzo all’Isola
-d’Elba, egli ha fatto male, a meno che il naviglio non avesse avuto
-qualche avaria da riparare.
-
-— Il naviglio stava bene come sto io, e come desidero che voi stiate
-sempre, signor Morrel, e questa giornata e mezzo fu perduta per un
-capriccio, pel solo piacere di andare a terra.
-
-— Dantès, disse l’armatore volgendosi verso il giovinotto, venite qui.
-
-— Perdono, signore, disse Dantès; io sarò da voi fra un momento. — Poi
-indirizzandosi all’equipaggio: — Date fondo! diss’egli. L’ancora cadde,
-e la catena scorse con rumore.
-
-Dantès restò al suo posto, malgrado la presenza del pilota, fino a
-che fu compita questa manovra, dopo di che: — Abbassate la fiamma a
-mezz’albero, disse; la bandiera in derno, incrociate le antenne!
-
-— Voi vedete, disse Danglars, egli si crede, sulla mia parola, di già
-Capitano.
-
-— E lo è difatto, disse l’armatore.
-
-— Sì, sig. Morrel, salva la vostra sottoscrizione e quella del vostro
-socio.
-
-— Diamine! perchè non lo lascerem noi a tal posto? disse l’armatore,
-egli è giovine, lo so bene, ma mi sembra atto alla bisogna, e molto
-esperimentato nel suo mestiere.
-
-Una nube passò sulla fronte di Danglars.
-
-— Perdono, sig. Morrel, disse Dantès avvicinandosi, ora che il
-bastimento è ancorato, eccomi ai vostri ordini. Voi mi avete, cred’io,
-chiamato?
-
-Danglars fece un passo indietro.
-
-— Io voleva domandarvi il perchè vi siete fermato all’Isola d’Elba.
-
-— Lo ignoro io stesso: fu per eseguire un ultimo comando del Capitano
-Leclerc, che morendo mi aveva confidato un plico pel gran Maresciallo
-Bertrand.
-
-— Avete voi dunque veduto il gran maresciallo, Edmondo?
-
-— Sì. — Morrel si guardò attorno e tirò da un canto Dantès.
-
-— E come sta l’Imperatore, domandò egli vivamente.
-
-— Bene, per quanto ne ho potuto giudicare coi miei propri occhi.
-
-— Avete veduto adunque anche l’Imperatore?
-
-— Egli entrò dal Maresciallo mentre vi era io.
-
-— E gli avete parlato?
-
-— Cioè, fu egli che parlò a me, disse Dantès sorridendo. Mi fece delle
-interrogazioni sul bastimento, sul tempo della partenza da Marsiglia,
-sul viaggio che avea fatto, e sul carico che portava. Io credo che se
-questo fosse stato vuoto, e che io ne fossi stato il padrone, la sua
-intenzione sarebbe stata quella di farne acquisto. Ma io gli dissi che
-non era che un semplice secondo, e che il bastimento apparteneva alla
-casa Morrel e figlio. «Ah! diss’egli, io la conosco. I Morrel sono
-armatori di padre in figlio ed ho conosciuto un Morrel, che serviva con
-me nello stesso reggimento quando era di guarnigione a Valenza».
-
-— È vero! gridò l’armatore tutto contento. Era Policar Morrel, mio
-zio, che divenne capitano. Dantès, direte a mio zio che l’Imperatore
-si è risovvenuto di lui, e vedrete piangere il vecchio brontolone.
-Andiamo, andiamo, continuò l’antico armatore battendo amichevolmente
-la mano sulla spalla del giovinotto; voi avete fatto bene ad
-eseguire le istruzioni del capitano Leclerc, e di fermarvi all’Isola
-d’Elba quantunque se si sapesse che voi avete consegnato un plico
-al Maresciallo e parlato coll’imperatore, ciò potrebbe mettervi in
-rischio.
-
-— Come volete voi che ciò avvenga? disse Dantès: io non so neppure
-ciò che ho portato, e l’Imperatore non mi ha fatto che quelle
-interrogazioni che avrebbe dirette a chiunque. Ma perdono! riprese
-Dantès, ecco la Sanità e la Dogana che giungono: Voi permettete, n’è
-vero?
-
-— Fate fate, mio caro Dantès.
-
-Il giovinotto si allontanò, ed a misura ch’egli si allontanava,
-Danglars si accostava. — Sembra, diss’egli che abbia addotto buone
-ragioni sulla sua sosta a Porto Ferrajo?
-
-— Eccellenti, mio caro Danglars.
-
-— Ah! tanto meglio rispose questi, poichè è sempre cosa dispiacevole di
-vedere un camerata che non fa il proprio dovere.
-
-— Dantès ha fatto il suo, rispose l’armatore, e non v’è nulla che dire.
-Fu il capitano Leclerc, che gli ordinò questa sosta.
-
-— A proposito del capitano Leclerc, vi ha egli rimessa una sua lettera?
-
-— A me? no. Ne aveva egli dunque?
-
-— Io mi credeva che oltre il piego, il capitano Leclerc gli avesse
-confidata questa lettera.
-
-— Di qual piego intendete voi parlare?
-
-— Di quello che Dantès ha depositato nel passar da Porto Ferrajo.
-
-— E come lo sapete?
-
-Danglars arrossì. — Io passava davanti la porta del capitano che era
-socchiusa e vidi rimettere a Dantès il piego e la lettera.
-
-— Egli non me ne ha parlato, disse l’armatore, ma se ha questa lettera
-me la consegnerà.
-
-Danglars riflettè un istante: — Allora, sig. Morrel, vi prego, di non
-parlare di ciò a Dantès; mi sarò ingannato.
-
-In questo momento il giovinotto fece ritorno. Danglars si allontanò. —
-Ebbene? mio caro Dantès siete libero? domandò l’armatore.
-
-— Sì, o signore, ho dato alla Dogana la lista delle vostre mercanzie, e
-quanto alla consegna, essa avea inviato col pilota costiere un uomo al
-quale ho rimesso le mie carte.
-
-— Voi dunque non avete più nulla a far qui?
-
-Dantès gettò uno sguardo rapido intorno a sè. — No, qui tutto è in
-ordine.
-
-— Potete dunque venire a pranzo con noi.
-
-— Scusatemi, signor Morrel, ve ne prego, ma la prima mia visita la
-debbo a mio padre. Non sono però meno riconoscente all’onore che mi
-fate.
-
-— È giusto, Dantès, so che siete un buon figlio.
-
-— E...., domandò Dantès con una certa esitazione, sta bene mio padre,
-per quel che voi ne sappiate?
-
-— Io credo di sì, quantunque non l’abbia veduto.
-
-— Sì, egli si tiene ritirato nella sua cameretta.
-
-— Ciò prova per lo meno, che non ha avuto bisogno di nulla durante la
-vostra assenza.
-
-Dantès sorrise. — Mio padre è altiero, o signore, e quand’anche egli
-fosse stato sprovveduto di tutto, non si sarebbe rivolto a chiedere
-cosa alcuna a chicchessia, eccetto che a Dio.
-
-— Ebbene! dopo questa prima visita, noi calcoliamo su voi.
-
-— Scusatemi di nuovo, sig. Morrel, ma dopo questa prima visita, io ne
-ho un’altra che non mi sta meno a cuore.
-
-— Ah! è vero, Dantès, dimenticava che vi è ai Catalani qualcuno che
-deve aspettarvi con non minore impazienza di vostro padre. È la bella
-Mercedès. (Dantès arrossì). Ah! ah! disse l’armatore, non sorprende
-più ch’ella sia venuta tre volte a domandare le notizie del _Faraone_.
-Perbacco! Edmondo voi non siete da compiangere, avete una graziosa
-amica.
-
-— Ella non è mia amica, è mia fidanzata.
-
-— Qualche volta è tutt’uno, disse ridendo l’armatore.
-
-— Ma non per noi, rispose Dantès.
-
-— Andiamo, andiamo! non voglio trattenervi di più. Voi avete fatto
-sufficientemente bene i miei affari, e debbo lasciarvi l’agio di fare i
-vostri. Avete voi bisogno di danaro?
-
-— No, signore, io ho tutti i miei stipendi del viaggio, cioè quasi tre
-mesi di paga.
-
-— Voi siete un giovinotto regolato, Edmondo!
-
-— Aggiungete che ho un padre povero, sig. Morrel.
-
-— Sì, sì, so che siete un buon figliuolo! andate dunque a vedere vostro
-padre. Io pure ho un figlio, e non saprei perdonarla a colui che dopo
-tre mesi di viaggio lo trattenesse lontano da me.
-
-— Dunque voi permettete? disse il giovinotto salutandolo.
-
-— Sì, non avete altro a dirmi?... Il Capitano Leclerc non vi ha dato
-morendo alcuna lettera per me?
-
-— Gli sarebbe stato impossibile di scrivere; ma ciò mi ricorda che io
-avrei un congedo di qualche giorno a domandarvi.
-
-— Per prender moglie?
-
-— Per primo... poi per andare a Parigi.
-
-— Bene! bene! voi prenderete il tempo che vorrete, Dantès. Non si
-occuperanno meno di sei settimane per iscaricare il bastimento, e non
-rimetteremo in mare prima di tre mesi. Sarà però d’uopo che vi troviate
-qui fra tre mesi. Il _Faraone_, continuò l’armatore battendo sulla
-spalla del giovine marinaio, non potrebbe mettere alla vela senza il
-suo Capitano.
-
-— Senza il suo Capitano! esclamò Dantès cogli occhi sfavillanti
-di gioia. Ponete ben mente a ciò che mi dite, poichè voi vi fate
-mallevadore delle più segrete speranze del mio cuore; avreste voi
-intenzione di nominarmi Capitano del _Faraone_?
-
-— Se io fossi solo, vi stenderei la mano, mio caro Dantès, e vi direi:
-è fatto, ma io ho un socio, e voi sapete l’antico proverbio Italiano:
-_che ha un padrone chi ha un compagno_; la metà della faccenda però
-è fatta, per lo meno, poichè sopra due voti, voi ne avete di già uno.
-Fidatevi di me per aver l’altro, ed io farò quanto potrò di meglio.
-
-— Oh! Sig. Morrel, esclamò il giovine _marinaio_ stringendo colle
-lagrime agli occhi le mani dell’armatore; vi ringrazio in nome di mio
-padre e di Mercedès.
-
-— Va bene! va bene, Edmondo, vi ha un Dio in cielo per la brava gente;
-andate a vedere vostro padre e Mercedès; poi ritornate da me.
-
-— Non volete voi che vi riconduca a terra?
-
-— No, grazie, rimango a regolare i miei conti con Danglars. Siete voi
-rimasto contento di lui durante il viaggio?
-
-— Secondo il senso che voi date a questa interrogazione; se si tratta
-come buon camerata, no, perchè io credo ch’egli non m’ami: dal giorno
-in cui ebbi la debolezza, in conseguenza di una contesa che avemmo
-assieme, di proporgli che ci fermassimo dieci minuti all’Isola di
-Monte-Cristo per terminarla, proposizione che io ebbi torto di fargli e
-che egli ebbe ragione di rifiutare; se poi è come scrivano che mi fate
-questa domanda, credo che non vi sia nulla a dire, e sarete contento
-del modo con cui ha fatto il suo dovere.
-
-— Ma, domandò l’armatore, se voi foste Capitano del _Faraone_,
-conservereste Danglars con piacere?
-
-— Capitano, o secondo, rispose Dantès, avrò sempre i più grandi
-riguardi per coloro che possederanno la confidenza dei miei armatori.
-
-— Andiamo, andiamo, Dantès, vedo bene che siete un bravo giovinotto su
-tutti i riguardi. Non voglio più a lungo trattenervi; andate, poichè
-siete sulle spine.
-
-— A rivederci, sig. Morrel, e mille ringraziamenti.
-
-Il giovine marinaio balzò nella lancia, andò a sedersi a poppa e
-ordinò di approdare alla Cannebière. Due marinai si piegarono tosto
-sui loro remi e la barca fuggì con quella rapidità che è possibile in
-mezzo alle mille barche, le quali ingombrano quella specie di angusta
-strada che conduce fra due file di navigli, dall’entrata del porto
-allo scalo d’Orléans. L’armatore sorridendo lo seguì cogli occhi fino
-alla spiaggia, lo vide saltare sui gradini dello scalo e perdersi
-tosto in mezzo alla folla variopinta, che dalle cinque del mattino
-alle nove della sera ingombra questa famosa strada della Cannebière,
-i cui Phocéens moderni sono tanto orgogliosi, che dicono con la più
-gran serietà del mondo e con quell’accento che imprime tanto carattere
-a ciò che dicono «Se Parigi avesse la Cannebière, sarebbe una piccola
-Marsiglia.» Rivolgendosi, l’armatore vide Danglars, che in apparenza
-sembrava attendere i suoi ordini, ma che in fatto seguiva come lui il
-giovine marinaio collo sguardo. V’era però grandissima diversità nella
-espressione di questo doppio sguardo diretto sul medesimo individuo.
-
-
-
-
-II. — IL PADRE ED IL FIGLIO.
-
-
-Lasciamo Danglars, alle prese col genio dell’odio, cercare di gettare
-contro il suo camerata qualche maligna supposizione all’orecchio
-dell’armatore, e seguiamo Dantès, che dopo aver percorsa la Cannebière
-in tutta la sua lunghezza, prende la contrada Nouaille, entra in una
-piccola casa sita alla sinistra dei viali di Meillan, sale i quattro
-piani di una scala oscura e attenendosi con una mano al mantegno,
-comprime coll’altra i battiti del cuore, e si arresta davanti una
-porta socchiusa, che lascia vedere fino al fondo una piccola camera:
-in essa stava il padre di Dantès. La notizia dell’arrivo del _Faraone_
-non era ancor giunta al vecchio che salito sur una cassa, era occupato
-a piantare delle cannucce sopra cui adattava con mano tremante alcuni
-nasturzi misti a clematidi che si arrampicavano lungo la pergola della
-finestra. Ad un tratto si sentì circondare il corpo da due braccia,
-ed una voce ben conosciuta gridare dietro a sè: — Mio padre! mio buon
-padre. Il vecchio gettò un grido e si volse; poi vedendo suo figlio, si
-lasciò cadere tra le braccia di lui tremante e pallido.
-
-— Che avete dunque o padre? sareste voi ammalato?
-
-— No, mio caro Edmondo, mio figlio, mio caro figlio, no: ma io non ti
-aspettava, e la gioia, la sorpresa di rivederti così all’improvviso...
-Dio, Dio... mi sembra di morire...
-
-— Coraggio! rimettetevi, o padre. Sono io, io stesso. Si dice sempre
-che la gioia non nuoce; ed è perciò che sono entrato così senza farvi
-preparare; guardatemi, sorridetemi in vece di osservarmi con occhi
-spaventati. Io ritorno e noi saremo felici.
-
-— Ah! tanto meglio, o figlio, riprese il vecchio. Ma in qual modo
-possiamo noi essere felici? tu adunque non mi abbandoni più? Vediamo,
-raccontami le tue fortune.
-
-— Che il signore mi perdoni, disse il giovinotto, di allegrarmi di una
-fortuna che faccio col lutto di una famiglia: ma il cielo m’è testimone
-che io non l’ho desiderato! Essa mi giunge, ed io non ho forza di
-affliggermene. Il bravo Capitano Leclerc è morto, ed è probabile che
-colla protezione del Sig. Morrel, io vada al suo posto... Capitano a
-venti anni! con cento luigi di stipendio ed una parte nello interesse!
-non è ciò più di quel che poteva sperare un povero marinaio come sono
-io!
-
-— Sì, figlio mio, sì, infatto questa è una felicità.
-
-— E perciò io voglio che col primo denaro che avrò voi abbiate una
-casetta con un giardino per piantare le vostre clematidi, i nasturzi ed
-il caprifoglio. Ma che avete padre? si direbbe che state male!
-
-— Pazienza, pazienza, non sarà nulla.
-
-E le forze mancando al vecchio, cadde rovescioni in addietro.
-
-— Via, via, disse il giovinotto, un bicchiere di vino, vi rianimerà.
-Dove conservate il vino?
-
-— No grazie, non lo cercare, io non ne ho bisogno, disse il vecchio
-cercando di trattenere il figlio.
-
-— Lasciate fare, lasciate fare, o padre, indicatemi il luogo.
-
-Ed aprì due o tre armadi.
-
-— È inutile... disse il vecchio, non vi è più vino....
-
-— Come non vi è vino, disse Dantès impallidendo a sua volta, e
-guardando alternativamente le guance smunte ed increspate del vecchio,
-e gli armadi vuoti. Come! non vi è più vino! sareste voi restato privo
-di denaro, o padre?
-
-— Io non son rimasto privo di nulla, dappoichè tu sei qui.
-
-— Frattanto, balbettò Dantès, asciugandosi il sudore che freddo gli
-colava dalla fronte, io vi aveva però lasciato 200 fr. son tre mesi
-partendo.
-
-— Sì, sì Edmondo, è vero. Ma tu avevi dimenticato nel partire un
-piccolo debito col vicino Caderousse, egli me lo ha ricordato,
-dicendomi che se io non pagava per te, egli andava a farsi pagare
-dal Sig. Morrel. Allora tu comprendi, per tema che ciò non ti facesse
-torto... ho pagato io per te.
-
-— Ma, esclamò Dantès, il mio debito con Caderousse era di 140 fr.; e
-voi li avete pagati sui 200 fr. che vi ho lasciati.
-
-Il vecchio fece un segno affermativo colla testa.
-
-— Dimodochè voi avete vivuto, per tre mesi con soli 60 fr.
-
-— Tu sai quanto poco mi abbisogni e mi basti.
-
-— Oh! mio Dio! padre mio perdonatemi, gridò Edmondo gettandosi ai piedi
-del buon vecchio.
-
-— Che fai tu mo?
-
-— Ah voi mi avete squarciato il cuore! — Nulla! tu sei qui, disse il
-vecchio sorridendo, ora tutto è dimenticato, se stai bene.
-
-— Sì io son qui; eccomi con un bell’avvenire e con qualche poco di
-danaro. Prendete o padre, diss’egli, prendete e inviate subito qualcuno
-a cercare qualche cosa. — E vuotò sulla tavola la borsa che conteneva
-una dozzina di monete d’oro, cinque o sei scudi da cinque fr. e qualche
-poco di moneta minuta. Il viso del vecchio si annuvolò. — Di chi è quel
-danaro?
-
-— Mio, tuo, di entrambi, prendi, compra delle provvisioni, sii felice,
-domani ve ne sarà dell’altro.
-
-— Adagio, adagio, disse il vecchio sorridendo, colla tua permissione
-io farò uso della tua borsa, ma con moderazione, mentre le persone che
-mi vedessero fare grandi provviste direbbero che io era obbligato ad
-aspettare il tuo ritorno per farle.
-
-— Fate come vi aggrada, ma prima d’ogni altro provvedetevi di una
-persona di servizio. Non voglio più che usciate solo. Io ho del caffè
-e dell’eccellente tabacco di contrabbando in una cassetta in fondo alla
-stiva; voi l’avrete domani. Ma... zitto; sento arrivare qualcuno.
-
-— Sarà Caderousse che avendo saputo il tuo arrivo viene a darti il ben
-venuto.
-
-— Bene, ecco altre labbra che dicono diversamente da ciò che pensa il
-cuore; ma non serve, mormorò Edmondo; egli è un vicino che ci ha altra
-volta reso un servigio; che sia il ben venuto. — Di fatto al momento in
-cui Edmondo terminava la frase a voce bassa, si vide comparire la testa
-nera barbuta di Caderousse sul limitare della porta.
-
-Era costui un uomo di 25 a 26 anni, aveva fra le mani un po’ di panno
-che nella sua qualità di sartore si accingeva a tramutare nei paramani
-di un abito.
-
-— Ah! eccoti dunque di ritorno, Edmondo! disse con l’accento
-marsigliese più pronunciato, e con un largo sorriso che gli scopriva
-dei bellissimi denti, bianchi come l’avorio.
-
-— Come vedete, vicino Caderousse, e pronto a servirvi in qualunque
-cosa, rispose Dantès, mal dissimulando la sua freddezza, nel fare
-questa offerta.
-
-— Grazie, grazie, fortunatamente non ho bisogno di nulla, anzi gli
-altri hanno qualche volta bisogno di me (Dantès fece un movimento
-d’impazienza); non dico ciò per te o giovinetto; ti prestai del denaro,
-tu me lo hai reso, ciò si pratica fra buoni vicini e noi siamo pari.
-
-— Non si è mai pari con quei che ci han favorito, disse Dantès, mentre,
-allorquando non si deve loro più danaro, loro si deve la riconoscenza.
-
-— E a che parlare di ciò? Ciò che è passato, è passato; parliamo del
-tuo felice ritorno o giovinotto. Io era andato sul porto per ritrovare
-da accompagnare del panno color marrone, allora quando ho incontrato
-l’amico Danglars. «— Tu a Marsiglia? — Sì, io stesso, rispose egli.
-— Io ti credeva a Smirne? — Io potrei ancora esservi mentre vengo di
-là — E Edmondo ov’è egli, il bravo giovinotto? — Certamente presso
-suo padre» mi rispose Danglars ed allora io sono venuto per avere il
-piacere di stringere la mano ad un amico.
-
-— Questo buon Caderousse, disse il vecchio, ci ama molto.
-
-— Certamente vi amo e vi stimo ancora, molto più che gli uomini onesti
-sono tanto rari... ma sembra che tu ritorni ricco, continuò il sartore,
-volgendo uno sguardo bieco sull’oro e sull’argento che Dantès aveva
-posato sulla tavola.
-
-Al giovine marinaro non sfuggì il lampo di cupidigia che rischiarò gli
-occhi neri del suo vicino. — Eh! mio Dio, disse con non curanza, questo
-danaro non è mio, aveva manifestato a mio padre il timore che nella mia
-assenza gli fosse mancato qualche cosa ed egli per rassicurarmene ha
-vuotata la sua borsa sulla tavola. Andiamo padre, rimettete il vostro
-danaro nel tiratoio, a meno che il vicino Caderousse non ne abbia a sua
-volta bisogno, nel qual caso è sempre a sua disposizione.
-
-— No, giovinotto, disse Caderousse, io non ho bisogno di niente, e
-grazie a Dio il proprio stato mantiene l’uomo; conserva il tuo danaro,
-che non se ne ha mai di troppo; ciò non toglie che io ti sia obbligato
-della tua offerta come se ne avessi approfittato.
-
-— Era di buon cuore, disse Dantès.
-
-— Non ne dubito. Ebbene, eccoti dunque di bene in meglio col signor
-Morrel, furbo che sei.
-
-— Il sig. Morrel ha sempre avuto molta bontà per me.
-
-— In questo caso tu hai avuto torto a ricusare il suo pranzo.
-
-— Come! ricusare il suo pranzo? riprese il vecchio; egli dunque ti
-aveva invitato a pranzo?
-
-— Sì, padre mio, rispose Edmondo sorridendo della meraviglia che
-cagionava a suo padre l’eccessivo onore di cui si credeva il soggetto.
-
-— E perchè dunque? dimandò il vecchio.
-
-— Per ritornare più presto vicino a voi, mio padre, rispose il
-giovinotto, aveva gran fretta di vedervi.
-
-— Ciò però avrà dispiaciuto a quel buon uomo del signor Morrel,
-soggiunse Caderousse; e quando uno aspira a divenir capitano, ha torto
-di non far la corte al suo armatore.
-
-— Io gli ho spiegata la causa del mio rifiuto, rispose Dantès, e sono
-certo che egli l’ha intesa.
-
-— Ah! per diventar capitano bisogna accarezzare un poco più i suoi
-padroni.
-
-— Io spero di divenire capitano anche senza di ciò.
-
-— Tanto meglio, ciò farà piacere ai tuoi vecchi amici. Io so che vi
-è qualcuno laggiù dietro alla cittadella S. Nicola che ne sarà molto
-contento.
-
-— Mercedès? disse il vecchio.
-
-— Sì, padre mio, rispose Dantès, e colla vostra permissione, ora che
-vi ho veduto, ora che so che voi state bene, che avete tutto ciò che vi
-abbisogna, vi chiederei il consenso di fare una visita ai Catalani.
-
-— Va figlio mio! va! disse il vecchio Dantès, e Dio benedica te nella
-tua donna, come benedisse me nel figlio!
-
-— Sua donna! disse Caderousse, voi andate tropp’oltre, papà Dantès:
-ella non lo è ancora, io credo.
-
-— No, ma, secondo ogni probabilità, rispose Edmondo, ella non tarderà
-molto a divenirlo.
-
-— N’importa, disse Caderousse, hai fatto bene a sbrigarti.
-
-— E perchè ciò?
-
-— Perchè la Mercedès è una bella giovinetta, e le belle giovinette non
-mancano d’innamorati, quella particolarmente, la seguivano a dozzine.
-
-— Davvero! disse Edmondo con un sorriso sotto il quale traspariva
-un’ombra d’inquietudine.
-
-— Oh sì! riprese Caderousse, e anche belle proposte capisci tu? diventi
-capitano, e si guarderà bene da rifiutarti.
-
-— Ciò equivale al dire, disse Dantès con sorriso che mal dissimulava la
-sua inquietudine, che se io non diventassi capitano...
-
-— Eh! eh! fece Caderousse.
-
-— Via, via, disse il giovinotto, io ho migliore opinione che voi delle
-donne in generale, e di Mercedès in particolare, e sono convinto che
-diventi o no capitano, ella mi resterà egualmente fedele.
-
-— Tanto meglio! disse Caderousse, egli è sempre una buona cosa che
-i giovinotti, quando si maritano, siano forniti di buona fede, ma
-non serve, credimi Dantès, corri ad annunziarle il tuo arrivo, ed a
-metterla a parte delle tue speranze.
-
-— Vi vado, disse Edmondo, che abbracciò suo padre, salutò con un cenno
-di testa Caderousse, e partì.
-
-Caderousse restò un altro momento, poi prendendo congedo dal vecchio
-Dantès, discese a sua volta, e andò a raggiunger Danglars che lo
-aspettava all’angolo della strada _Senac_.
-
-— Ebbene! disse Danglars, l’hai tu veduto?
-
-— L’ho lasciato ora.
-
-— Ti ha egli parlato della sua speranza di divenir capitano?
-
-— Egli ne parla come se lo fosse digià.
-
-— Pazienza! mi sembra che si solleciti un po’ troppo.
-
-— Diavolo! sembra che il posto gli sia stato promesso dallo stesso sig.
-Morrel.
-
-— Dimodochè egli sarà molto contento?
-
-— Cioè, egli è molto insolente; mi ha di già offerti i suoi servigi
-come se fosse un personaggio d’importanza; e del denaro in prestito
-come se fosse un banchiere.
-
-— E tu avrai ricusato?
-
-— Certamente, quantunque io avessi potuto accettare, atteso che sono
-stato io che gli ho messo fra le mani le prime monete bianche ch’egli
-ha toccato: ma ora Dantès non avrà più bisogno d’alcuno divenendo
-capitano.
-
-— Baie! disse Danglars, egli non lo è ancora; ed in fede mia sarebbe
-una bella cosa se nol fosse più, Caderousse; altrimenti non vi sarebbe
-modo di potergli parlare.
-
-— Se noi lo vogliamo veramente, disse Danglars, egli resterà ciò che è,
-e forse diventerà ancor meno di quel che è.
-
-— Che dici tu?
-
-— Niente, parlo a me stesso. È egli sempre innamorato della Catalana?
-
-— Innamorato pazzo; ora è andato da lei. Ma o mi sbaglio, o avrà dei
-dispiaceri da quella parte.
-
-— Spiegati! ciò è più importante di quel che credi. Tu non ami
-certamente Dantès?
-
-— Io non amo gli arroganti.
-
-— Ebbene dimmi allora ciò che sai relativamente alla Catalana.
-
-— Io non so niente di positivo, ho veduto soltanto cose che mi fanno
-credere, come ti diceva, che il futuro capitano avrà dei dispiaceri nei
-dintorni della via delle _Vieilles-Infirmeries_.
-
-— Che hai tu veduto? Via, dimmi.
-
-— Ebbene, ho veduto che tutte le volte che Mercedès entra in città, è
-sempre accompagnata da robusto e minaccioso Catalano dagli occhi neri,
-la pelle rossa, molto scuro, ardentissimo, e ch’ella chiama mio cugino.
-
-— Ah! davvero, e credi tu che costui le faccia la corte?
-
-— Lo suppongo; che diavol’altro vuoi che faccia un giovinotto di
-ventun’anno ad una bella ragazza di diciassette?
-
-— E tu dici che Dantès è andato ai Catalani?
-
-— Egli è uscito di casa sua poco prima di me.
-
-— Se noi andiamo dalla medesima parte, ci fermeremo all’osteria della
-_Réserve_ dal papà _Panfilo_ e mentre staremo bevendo un bicchier di
-vino di _Lamalgue_, attenderemo notizie.
-
-— E chi ce le porterà?
-
-— Noi saremo sulla strada, e vedremo bene sul viso di Dantès ciò che
-sarà avvenuto.
-
-— Andiamo, disse Caderousse; ma sei tu che paghi?
-
-— Certamente, rispose Danglars. E tutti e due s’incamminarono con
-passo rapido verso il luogo indicato. Giunti colà si fecero portare
-una bottiglia e due bicchieri. Il papà Panfilo aveva veduto passare
-Dantès, che non erano dieci minuti. Certi che Dantès era ai Catalani,
-si assisero sui banchi di verdura nascente ai piedi delle piante di
-sicomori sui rami delle quali gli uccelli salutavano i primi giorni
-della primavera.
-
-
-
-
-III. — I CATALANI.
-
-
-A cento passi dal luogo ove i due amici, collo sguardo all’orizzonte e
-l’orecchio all’erta, vuotavano lo spumoso vino di Lamalgue s’innalzava
-dietro il monticello nudo ed arido pel sole e pel maestrale, il piccolo
-villaggio dei Catalani.
-
-In un bel giorno, una colonia misteriosa partì dalla Spagna, e venne
-ad approdare alla lingua di terra che abita oggidì: giungeva non si sa
-da dove, e parlava una lingua sconosciuta. Uno dei capi, che capiva il
-provenzale, domandò alla Comune di Marsiglia quel promontorio ignudo
-ed arido, sul quale essi avevano, come gli antichi marinari, ritirati
-i loro navigli. La domanda fu accordata, e tre mesi dopo si elevava
-un piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che erano
-stati tirati a terra da questi _Zingari_. Il villaggio costrutto in un
-modo bizzarro e pittoresco, di stile metà moresco, metà spagnuolo, è
-quello che in oggi si vede abitato dai discendenti di quegli uomini,
-che parlano la lingua dei loro padri. Dopo tre o quattro secoli essi
-sono ancora rimasti fedeli a questo piccolo promontorio, sul quale
-caddero a guisa di uno stormo di uccelli di mare, senza immischiarsi
-in niente alla popolazione marsigliese, maritandosi fra di loro, e
-conservando gli usi e costumi della loro madre patria, come ne hanno
-conservata la favella. Fa d’uopo che i nostri lettori ci seguano a
-traverso l’unica strada di questo villaggio ed entrino con noi in
-una di queste case, alle quali per di fuori il sole ha dato il bel
-colore di foglia secca, particolare ai monumenti del paese, e al di
-dentro uno strato di tinta gialla che forma l’unico ornamento della
-_Posadas_ spagnuola. Una bella giovinetta coi capelli neri come il
-lustrino, cogli occhi vellutati come quelli della gazzella stava
-ritta ed appoggiata ad un assito, sfrondando tra le sue dita profilate
-con un disegno antico una innocente erica di cui strappava i fiori,
-e gli avanzi della quale erano già sparsi sul terreno; inoltre le
-sue braccine, nude fino al gomito, modellate su quelle della Venere
-d’Arles, fremevano con una specie d’impazienza febbrile, ed ella
-batteva la terra col piede agile, e curvato in modo da fare apparire la
-forma pura e superba della gamba serrata da una calza di cotone rosso
-ad angoli grigi e azzurri. A tre passi da lei assiso sur una cassa
-cui dondolava con un movimento rozzo, appoggiando il suo gomito ad un
-vecchio mobile tarlato, stava un robusto giovinotto di 20 a 22 anni
-che la guardava con un’aria da cui si scorgeva l’interno combattimento
-tra l’inquietudine ed il dispetto. I suoi occhi interrogavano; ma lo
-sguardo fermo e fisso della giovinetta, dominava il suo interlocutore.
-— Vediamo, Mercedès, diceva il giovine; fra poco sarà Pasqua; ecco
-un’epoca propizia ad un matrimonio.
-
-— Io vi ho risposto le cento volte, Fernando, e bisogna per verità che
-siate nemico di voi stesso, per rinnovarmi questa interrogazione.
-
-— Ebbene! ripetetelo ancora, ve ne supplico, affinchè io giunga a
-crederlo, ditemi per la centesima volta che voi ricusate il mio amore
-che aveva l’approvazione di vostra madre; fate ben comprendere che vi
-prendete giuoco della mia felicità, e che la mia vita e la mia morte
-sono un nulla per voi. Ah! mio Dio! mio Dio! aver sognato per dieci
-anni di essere vostro sposo, Mercedès, e perdere questa speranza, unica
-meta della mia vita!
-
-— Non sono però stata io, che abbia giammai incoraggiata questa
-speranza, Fernando, rispose Mercedès; voi non avete una sola lusinga
-a rimproverarmi, che io abbia usata a vostro riguardo; vi ho sempre
-detto: «Io vi amo come un fratello; ma non esigete giammai da me altra
-cosa che quest’amicizia fraterna, poichè il mio cuore è dato ad altri.»
-
-— Sì, lo so bene, Mercedès, rispose il giovine, voi vi siete gloriata a
-mio riguardo del merito crudele della franchezza. Ma dimenticate però
-che esiste fra i Catalani una sacra legge che ordina di maritarsi fra
-loro.
-
-— Voi v’ingannate Fernando, non è una legge, è un’abitudine, ecco
-tutto; e credetemi non vi giova invocare questa abitudine in vostro
-favore. Voi siete entrato nella coscrizione, la libertà che vi si
-lascia non è che una semplice tolleranza. Da un momento all’altro
-potete essere richiamato al servizio militare, ed una volta soldato,
-che farete voi di me, di me povera orfanella, trista, senza beni,
-che in tutto possiede una capanna quasi in rovina, alla quale sono
-attaccate alcune reti usate, miserabile eredità lasciata da mio padre
-a mia madre, e da mia madre a me? Da un anno ch’ella è morta, pensate
-o Fernando che io vivo quasi di pubblica carità. Qualche volta voi
-fingete che io vi sia utile, e ciò per avere il diritto di dividere la
-vostra pesca meco; io accetto perchè voi siete il figlio del fratello
-di mio padre, perchè noi siamo stati allevati insieme, e più ancora
-sopra tutto perchè vi cagionerei troppo dispiacere s’io ricusassi. Ma
-io ben capisco che questo pesce che vado a vendere e dal quale ritraggo
-il danaro per comprare la canape che filo è un’elemosina.
-
-— E che importa! Mercedès? Così povera e sola come siete, mi convenite
-assai più che la figlia del più superbo armatore o del più ricco
-banchiere di Marsiglia. A noi che abbisogna? una donna onesta ed atta
-alle faccende domestiche. Ove potrei io ritrovar meglio di voi sotto
-questi rapporti?
-
-— Fernando, rispose Mercedès scuotendo la testa, si diviene abili alle
-faccende domestiche; ma non si può guarentire di restare oneste allora
-quando si ama un altro uomo che non è suo marito. Contentatevi della
-mia amicizia; poichè ve lo ripeto, ciò è quanto posso promettervi, ed
-io non prometto, che quel che sono sicura di mantenere.
-
-— Sì, lo comprendo, voi sopportate pazientemente la vostra miseria,
-ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedès, amato da voi, io tenterò
-la fortuna, voi mi porterete felicità, ed io diverrò ricco. Io posso
-estendere il mio stato di pescatore, posso entrare come commesso in un
-banco, io stesso posso diventar negoziante.
-
-— Voi non potete tentare niente di tutto ciò, Fernando, voi siete
-soldato, e se restate ancora ai Catalani, gli è perchè non v’è guerra;
-restate adunque pescatore, non fate dei sogni che vi farebbero riuscire
-ancora più terribile la realtà, e contentatevi della mia amicizia,
-dacchè non posso darvi altro.
-
-— Ebbene, voi avete ragione Mercedès, io sarò marinaro; avrò in
-vece del costume dei padri nostri, che voi disprezzate, un cappello
-inverniciato, una camicia a righe ed una veste blu colle ancore sui
-bottoni; non è egli così che bisogna essere vestito per piacervi?
-
-— Che intendete di dire? domandò Mercedès, vibrandogli uno sguardo
-imperioso; io non vi capisco.
-
-— Voglio dire Mercedès, che voi non siete così inflessibile e crudele
-con me, se non perchè attendete qualcuno che va così vestito; ma quello
-che voi aspettate è forse incostante, e se pur non lo è, il mare lo è
-per lui.
-
-— Fernando, gridò Mercedès, io vi credeva buono; mi sono ingannata;
-voi avete un cuore cattivo invocando ad aiuto della vostra gelosia la
-collera di Dio. Ebbene! sì, non vi nascondo nulla, io aspetto, io amo
-quello che voi dite, e s’egli non ritorna, in vece di accusare questa
-incostanza che voi invocate, io dirò che egli è morto amandomi.
-
-Il giovine Catalano fece un gesto di rabbia.
-
-— Io vi capisco Fernando; voi vi rivarreste con lui perchè io non
-vi amo; voi incrocereste il vostro coltello catalano contro del
-suo pugnale. Ma ciò, a che servirebbe? a perdere la mia amicizia se
-rimaneste vinto, a vederla cambiata in odio se vincitore. Credetemi, il
-muovere contesa con un uomo, è un cattivo mezzo per piacere alla donna
-che lo ama. No, Fernando, voi non vi lascerete trasportare da così
-perversi pensieri; se non mi potete avere a moglie, vi contenterete di
-avermi ad amica ed a sorella. D’altronde, soggiunse ella cogli occhi
-commossi e bagnati di lagrime, aspettate Fernando; voi lo avete detto
-or ora: il mare è perfido e sono già quattro mesi che egli è partito:
-ed in quattro mesi ho contato molte burrasche!
-
-Fernando restò impassibile. Egli non cercò di asciugare le lagrime che
-scorrevano sulle guance di Mercedès, e ciò non pertanto avrebbe dato
-una libbra del suo sangue per ciascuna di quelle lagrime che colavano
-per un altro; si alzò, fece un giro nella capanna, ritornò, si fermò
-davanti a Mercedès, coll’occhio cupo, e coi pugni fortemente serrati.
-— Vediamo, Mercedès, diss’egli, anche una volta rispondete... avete voi
-ben risoluto?
-
-— Io amo Edmondo Dantès, disse freddamente la giovinetta, e niun altro
-fuorchè Edmondo sarà il mio sposo! e l’amerò finchè avrò vita.
-
-Fernando chinò la testa scorato, e cacciò fuori un sospiro che sembrò
-un gemito; poscia ad un tratto alzando la fronte, coi denti serrati e
-le narici socchiuse:
-
-— Ma s’egli è morto! diss’egli.
-
-— S’egli è morto, io morrò.
-
-— Ma se egli vi obblia?
-
-— Mercedès, gridò una voce esultante al di fuori della capanna.
-
-— Ah! sclamò la giovinetta arrossendo di gioia, esultante d’amore,
-tu vedi bene ch’egli non mi ha dimenticato; poichè eccolo qua... E si
-slanciò verso la porta che aprì gridando:
-
-— A me, a me, Edmondo, eccomi qui! — Fernando pallido e fremente
-dette addietro come fa un viaggiatore alla vista di un serpente, ed
-urtando nella sua cassa vi ricadde a sedere. Edmondo e Mercedès erano
-vicini l’uno all’altro. Il sole ardente di Marsiglia che penetrava per
-l’apertura della porta, gli inondava di un torrente di luce. Sulle
-prime essi non videro nulla di ciò che li circondava, una felicitò
-immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle
-parole interrotte che sono lo slancio della più viva gioia, e sembrano
-accostarsi all’espressione del dolore. Ad un tratto Edmondo si accorse
-della figura cupa di Fernando che si designava nell’ombra, pallida e
-minacciosa; per un movimento di cui egli stesso non si sarebbe forse
-dato ragione, il Catalano teneva la mano sul coltello posto alla
-cintura. — Perdono, disse Dantès inarcando a sua volta le sopracciglia,
-non aveva osservato che eravamo in tre. Poi rivolgendosi a Mercedès
-domandò: — Chi è questo signore?
-
-— Egli sarà il vostro migliore amico, mentre è egualmente il mio, è mio
-cugino, è mio germano, egli è Fernando, è finalmente l’uomo che dopo
-voi, Edmondo, amo di più in questa terra.
-
-Edmondo, senza abbandonare Mercedès stese, con un movimento di
-cordialità, la mano al Catalano. Ma Fernando lungi dal corrispondere
-a questo gesto amichevole, restò muto ed immobile come una statua.
-Allora Edmondo portò il suo sguardo scrutatore, da Mercedès commossa
-e tremante a Fernando cupo e minaccioso. Questo solo sguardo gli fece
-tutto comprendere. La collera gli salì alla fronte. — Io non avrei
-saputo venire con tanta fretta da voi, Mercedès, per ritrovarvi un
-nemico.
-
-— Un nemico! esclamò Mercedès, con uno sguardo corrucciato rivolto
-al suo cugino: un nemico presso di me, dici tu, o Edmondo? Se io
-credessi ciò, ti prenderei sotto il braccio e me ne andrei a Marsiglia
-abbandonando questa casa per non riporvi mai più il piede. (L’occhio
-di Fernando lanciò un baleno). Se ti accadesse disgrazia, mio Edmondo,
-continuò ella col medesimo implacabile sangue freddo il quale provava
-a Fernando che la giovinetta aveva saputo leggere fino al più profondo
-de’ suoi sinistri pensieri, se ti accadesse qualche disgrazia, io
-salirei sul capo di Morgiou e mi getterei sugli scogli colla testa in
-avanti. (Fernando divenne spaventosamente pallido). Ma tu t’inganni,
-Edmondo, continuò ella, tu qui non hai nemici: qui non vi è che
-Fernando mio fratello, che ti stringerà la mano come ad un amico di
-cuore. A queste parole la giovinetta fissò il suo sguardo imperioso sul
-Catalano, il quale come se fosse stato affascinato da questo sguardo,
-si accostò lentamente a Edmondo, e gli stese la mano. Il suo odio
-pari ad un flutto impotente quantunque furioso, veniva ad infrangersi
-contro l’ascendente che questa donna esercitava su lui. Ma appena
-toccata la mano di Edmondo, sentì di aver fatto tutto ciò che poteva,
-e slanciandosi fuori della capanna, correndo come un insensato, ed
-intrecciandosi le mani nei capelli gridava: — Oh chi mi libererà da
-quest’uomo: me infelice! me infelice!
-
-— Eh! Catalano! ehi Fernando, ove corri tu? disse una voce. — Il
-giovinotto si arresta ad un tratto, guarda a sè d’intorno e riconosce
-Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un pergolato di foglie.
-— Eh! disse Caderousse, perchè non vieni tu qui? hai tu dunque tanta
-fretta da non avere il tempo di dire buon giorno agli amici?
-
-— Particolarmente quando essi hanno ancora una bottiglia quasi piena
-davanti, soggiunse Danglars. Fernando guardò quei due uomini con occhi
-da ebete e nulla rispose.
-
-— Sembra affatto stordito, disse Danglars urtando col suo nel ginocchio
-di Caderousse, sarebbe egli possibile che ci fossimo sbagliati, e che
-Dantès trionfasse in opposizione a quanto abbiam preveduto?
-
-— Diavolo bisogna vedere, disse Caderousse, e volgendosi verso il
-Catalano. — Ebbene, non ti risolvi tu? — Fernando asciugò il sudore che
-gli colava dalla fronte, entrò lentamente sotto il pergolato, la cui
-ombra sembrava rendere un po’ di calma ai suoi sensi, e la freschezza
-un po’ di sollievo al suo corpo spossato.
-
-— Buon giorno, diss’egli, voi mi avete chiamato, n’è vero? E fu
-piuttosto un cadere che un assidersi sur una delle panche che
-circondavano la tavola.
-
-— Io ti ho chiamato perchè tu correvi come un pazzo, e perchè ho avuto
-paura che ti buttassi in mare, disse ridendo Caderousse. Che diavolo!
-quando uno ha degli amici, non è solo per offrir loro un bicchiere di
-vino, ma ancora per impedir loro di bere tre o quattro pinte di acqua.
-
-Fernando mandò un gemito simile ad un singulto, e lasciò cadere la
-testa su i suoi due pugni incrociati sulla tavola.
-
-— Ebbene! vuoi tu che te lo dica Fernando? rispose Caderousse,
-intavolando la conversazione con quella villana brutalità della gente
-del popolo, cui la curiosità fa dimenticare ogni specie di diplomazia;
-tu mi hai l’aria di un amante sconfitto. Ed accompagnò questo scherzo
-con una forte risata.
-
-— Baie! rispose Danglars, un giovinotto come costui, non è fatto per
-essere disgraziato in amore; tu ti burli di lui, Caderousse.
-
-— Niente affatto, non senti come sospira? Coraggio, coraggio, Fernando,
-disse Caderousse, alza in alto il naso e rispondici. Non è civiltà il
-non rispondere agli amici che vi domandano come va la salute.
-
-— La mia salute va bene; disse Fernando serrando le pugna, ma senza
-alzar la testa.
-
-— Ah! vedi tu Danglars, disse Caderousse occhiando l’amico, ecco qua
-come sta l’affare: Fernando che vedi qui, buono e bravo Catalano, uno
-dei migliori pescatori di Marsiglia, è innamorato di una bella ragazza
-che si chiama Mercedès: ma disgraziatamente sembra che la bella ragazza
-dal canto suo sia innamorata del secondo del _Faraone_, e siccome il
-_Faraone_ è entrato oggi stesso nel porto, tu capisci?...
-
-— No, io non capisco niente, disse Danglars.
-
-— Il povero Fernando, avrà ricevuto il suo congedo.
-
-— Ebbene! e poi? disse Fernando alzando la testa e guardando Caderousse
-come chi cerchi qualcuno con cui sfogare la sua collera. Mercedès non
-dipende da alcuno, n’è vero? Ella dunque è ben libera di amare chi
-vuole.
-
-— Ah! se tu la prendi così, disse Caderousse, è un altro affare; io ti
-credeva un Catalano, e mi era stato detto che i Catalani non eran tali
-da lasciarsi impunemente metter da banda da un rivale, aggiungendo che
-particolarmente Fernando era un uomo terribile nella sua vendetta.
-
-Fernando sorrise di pietà.
-
-— Un innamorato non è mai terribile, diss’egli.
-
-— Povero giovinotto, riprese Danglars fingendo di compiangerlo col più
-profondo sentimento dell’anima, che vuoi? non si aspettava di vedere
-ritornare Dantès così presto; forse lo credeva morto, forse infedele, e
-che so io? Queste cose sono tanto più sensibili quanto più ci accadono
-all’impensata.
-
-— In fede mia! disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il vino
-di Lamalgue cominciava a fare il suo effetto; in ogni modo Fernando non
-è il solo che viene afflitto dal felice arrivo di Dantès: non è vero,
-Danglars?
-
-— Sì, ed oserei quasi dire che ciò gli porta disgrazia.
-
-— Ma non importa, soggiunse Caderousse versando un bicchiere di vino a
-Fernando, e riempiendo il proprio per la ottava o decima volta, mentre
-che Danglars aveva appena assaggiato il suo; non importa, frattanto
-egli sposa Mercedès, la bella Mercedès; almeno egli ritorna per ciò.
-
-In questo mentre Danglars fissava uno sguardo scrutatore per iscoprire
-il cuore del giovinotto sul quale le parole di Caderousse cadevano come
-piombo liquefatto. — E quando si faranno le nozze? dimandò.
-
-— Oh! non sono ancor fatte, mormorò Fernando.
-
-— No, ma esse si faranno, disse Caderousse, tanto è vero quanto che
-Dantès sarà capitano del _Faraone_, n’è certo Danglars?
-
-Danglars abbrividì a questo colpo inatteso, e si volse a Caderousse
-di cui studiò i lineamenti per scorgervi, se questo colpo era stato
-premeditato; ma egli non lesse che l’invidia su quel viso fattosi di
-già quasi stupido dall’ubbriachezza. — Ebbene! disse egli riempiendo
-i bicchieri, beviamo dunque alla salute del capitano Edmondo Dantès,
-marito della Catalana! Caderousse portò il bicchiere alla bocca, e con
-una mano appesantita lo tracannò d’un fiato. Fernando prese il suo e lo
-stritolò al suolo.
-
-— Eh! eh! eh! disse Caderousse, che vedo là, sull’alto del promontorio,
-nella direzione dei Catalani? Guarda tu Fernando che hai miglior vista
-della mia; io credo di cominciare a vedere doppio, e tu sai che il vino
-è traditore... non sono i due amanti che passeggiano tenendosi vicini
-vicini?... Il Cielo mi perdoni! essi non si credono da noi veduti,
-eccoli!
-
-Danglars non perdeva di vista alcuna delle angosce che soffriva
-Fernando, il cui viso si scomponeva visibilmente.
-
-— Gli conoscete voi Fernando? diss’egli.
-
-— Sì, rispose questi con sorda voce, sono Edmondo e Mercedès.
-
-— Ah! vedete, disse Caderousse, io gli aveva riconosciuti! Ohe! Ohe! la
-bella ragazza! venite un po’ per di qua; e diteci quando si faranno le
-nozze, poichè Fernando si è ostinato a non volercelo dire.
-
-— Vuoi tacere! disse Danglars, simulando di ritenere Caderousse,
-che colla tenacità dell’ubbriaco si sforzava di piegarsi fuori del
-pergolato. Cerca di tenerti dritto, e lascia gl’innamorati amarsi
-tranquillamente. Guarda Fernando, e prendi esempio da lui, ch’è uomo
-ragionevole.
-
-Forse Fernando, ridotto agli estremi, e, punto da Danglars come il
-toro dai giostratori, stava per islanciarsi, perchè si era già alzato
-e sembrava raccogliersi in sè stesso per iscagliarsi innanzi al suo
-rivale; ma Mercedès, ridente e accorta, alzò la bella testa e fece
-brillare il suo limpido sguardo. Allora Fernando si ricordò la minaccia
-ch’ella aveva fatta di morire se Edmondo morisse, e ricadde scorato sul
-suo sedile.
-
-Danglars guardò successivamente quei due uomini l’uno stupito
-dall’ubbriachezza, l’altro dominato dall’amore. — Io non trarrò niente
-da questi imbecilli, mormorò: ed ho gran paura di essere qui fra
-un ebbro ed un poltrone. Ecco un invidioso che si ubbriaca di vino
-mentre dovrebbe farlo di fiele; ecco un amante imbecille al quale vien
-tolta l’innamorata di sotto al naso, e che si contenta di piangere e
-lamentarsi come un fanciullo, e ciò nonostante ha gli occhi fulminanti
-come gli Spagnuoli, i Siciliani e i Calabresi, i quali sanno vendicarsi
-così bene: egli ha i pugni che infrangerebbero la testa ad un bove non
-diversamente dalla mazza del macellaio! Senza più dubbio il destino
-di Edmondo la vince; egli sposerà la giovinetta, sarà fatto capitano
-e si riderà di noi, ammenochè... Un sinistro sorriso, si spiegò sulle
-labbra di Danglars. Ammenochè io non vi prenda parte. — Olà! continuava
-a gridare Caderousse per metà alzato e coi pugni sulla tavola, olà!
-Edmondo, tu non vedi adunque gli amici, o sei diventato già tanto
-superbo da non poter parlar loro? — No, mio caro Caderousse, rispose
-Dantès, io non sono superbo, io sono felice, e la felicità accieca,
-cred’io, assai più della superbia. — Oh! ecco una bella spiegazione,
-disse Caderousse. Ehi! buon giorno, madama Dantès.
-
-Mercedès salutò con gravità.
-
-— Questo non è ancora il mio nome, diss’ella, e nel mio paese è di
-cattivo augurio chiamare le ragazze col nome del loro fidanzato prima
-che sien maritate. Vi prego adunque di chiamarmi Mercedès.
-
-— Bisogna perdonare al buon vicino, disse Dantès, egli si sbaglia
-di poco. — Dunque le nozze si faranno quanto prima, Dantès? disse
-Danglars salutando i due giovani. — Il più presto possibile, signor
-Danglars: oggi si parlerà del tutto con mio padre, e domani o dopo
-domani al più tardi il pranzo degli sponsali, qui alla _Réserve_; io
-spero che gli amici vi saranno, e ciò vuol dire che voi siete invitato,
-sig. Danglars, e che tu o Caderousse non mancherai. — Fernando, disse
-Caderousse ridendo, Fernando, sarà invitato anch’egli? — Il fratello
-della mia sposa è pure mio fratello, disse Edmondo, e sì Mercedès
-come io saremmo molto dispiacenti che si allontanasse da noi in questa
-occasione.
-
-Fernando aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si estinse in
-gola, e non potè articolar parola.
-
-— Oggi gli accordi, domani o dopo domani gli sponsali!... che diavolo!
-capitano, avete molta fretta.
-
-— Danglars, rispose Edmondo sorridendo, vi dirò ciò che Mercedès diceva
-or ora a Caderousse, non mi date un titolo che non mi appartiene, anche
-ciò mi sarebbe di cattivo augurio.
-
-— Scusate, rispose Danglars, io dunque diceva semplicemente che avete
-molta fretta. Che diavolo! Noi abbiamo tempo, il _Faraone_ non metterà
-alla vela che fra tre mesi.
-
-— Si ha sempre fretta di esser felici, poichè quando uno ha sofferto
-lungamente, si ha pena a credere alla felicità. Ma non è il solo
-egoismo che mi fa operare in tal modo; fa d’uopo che io vada a Parigi.
-
-— Ah davvero! a Parigi, è la prima volta che vi andate, Dantès? — Sì. —
-Vi avete affari? — Non per conto mio, un’ultima commissione del nostro
-capitano Leclerc da adempire; capirete, Danglars, che è cosa sacra.
-D’altra parte, state tranquillo io non prenderò che il tempo necessario
-per la gita e pel ritorno. — Sì, sì, capisco, disse ad alta voce
-Danglars, poi soggiunse abbassando la voce, fra sè: — A Parigi, senza
-dubbio, per rimettere al suo indirizzo la lettera che gli consegnò
-il capitano. Ah! perbacco! questa lettera mi fa nascere un’idea,
-un’eccellente idea, perbacco! ah! sig. Dantès, amico mio, tu non hai
-ancora dormito a bordo del _Faraone_ nella cella n. 1. Poi volgendosi
-a Edmondo che già si allontanava. — Buon viaggio, gli gridò dietro.
-— Grazie, rispose Edmondo voltando la testa, ed accompagnando questo
-movimento con un gesto amichevole.
-
-Dopo di che i due amanti continuarono la loro strada lieti e tranquilli
-come due eletti che salgono al cielo.
-
-
-
-
-IV. — Il COMPLOTTO.
-
-
-Danglars seguì Edmondo e Mercedès collo sguardo finchè i due
-amanti furono spariti da uno degli angoli del porto San Nicola; poi
-rivolgendosi, s’avvide che Fernando era ricaduto sulla sua panca
-pallido e fremente, nel mentre che Caderousse balbettava le parole
-di una canzone da osteria. — Ecco qua, disse Danglars a Fernando,
-un matrimonio, che sembra non formi la felicità di tutto il mondo. —
-Anzi, che fa la mia disperazione. — Voi dunque amate Mercedès? — Da che
-la conobbi l’amai; l’ho sempre amata! — E voi state là a strapparvi
-i capelli in luogo di cercare un rimedio alla cosa? che diavolo! io
-non credeva che fosse questo il modo in cui operano quei della vostra
-nazione. — Che volete che io faccia? domandò Fernando. — E che so io?
-è forse cosa che mi riguarda? non sono io l’innamorato di Mercedès,
-ma voi. — Io voleva pugnalar l’_uomo_, ma la donna mi ha detto che se
-avveniva disgrazia al suo fidanzato, ella si sarebbe uccisa. — Baie!
-queste son cose che si dicono sempre, e non si fanno mai. — Signore,
-voi non conoscete Mercedès; quando ella ha minacciato, esegue.
-
-— Imbecille! mormorò Danglars; che ella si uccida o no a me poco
-importa, purchè Dantès non diventi capitano. — E prima che Mercedès
-muora, soggiunse Fernando coll’accento di una ferma risoluzione,
-morirei io stesso. — Questo si chiama amore! disse Caderousse con
-una voce sempre più avvinata: o questo è vero amore, o io non lo so
-più conoscere. — Vediamo, disse Danglars, voi mi sembrate un gentil
-giovinotto, e io vorrei, che il diavolo mi porti! togliervi d’impaccio;
-ma...
-
-— Sì, sì, disse Caderousse, vediamo il modo. — Mio caro, soggiunse
-Danglars, tu sei per tre quarti ubbriaco, termina la bottiglia e
-lo sarai del tutto. Bevi e non mischiarti di ciò che noi facciamo,
-perchè a noi abbisogna di aver libera la testa. — Io ubbriaco? disse
-Caderousse, eh via, io delle tue bottiglie ne beverei altre quattro,
-se sono più grandi di una boccetta da acqua di Colonia!.. Papà Panfilo,
-vino!... E per aggiungere la prova alla proposizione, Caderousse battè
-col suo bicchiere la tavola.
-
-— Voi dunque dicevate?... riprese Fernando aspettando con impazienza
-il seguito della frase interrotta. — Che diceva io? non me ne sovvengo.
-Questo ubbriacone di Caderousse mi ha fatto perdere il filo delle idee.
-— Ubbriaco quanto tu vorrai. Tanto peggio per quelli che hanno paura
-del vino! ciò è perchè hanno qualche cattivo pensiero e temono che il
-vino glielo tolga dal cuore. E Caderousse si mise a cantare gli ultimi
-versi di una canzone molto in voga a quei tempi: _Bevon acqua soltanto
-i malvagi. — Il diluvio la prova ne fu._
-
-— Voi dicevate, signore, riprendeva Fernando, che mi vorreste levar di
-pena; ma aggiungeste...
-
-— Sì, aggiungeva che per levarvi di pena, basta che Dantès non sposi
-quella che voi amate, ed il matrimonio può benissimo non effettuarsi
-anche senza che Dantès muora.
-
-— La morte sola può separarli, disse Fernando.
-
-— Voi ragionate come un ragazzo, amico mio, disse Caderousse, e siccome
-Danglars è un furbo, un maligno, un greco, vi mostrerà in qual modo voi
-avete torto. Provalo Danglars, io ho garantito per te; digli che non
-vi è bisogno che Dantès muora; d’altra parte mi dispiacerebbe ch’ei
-morisse, Dantès è un buon giovinotto; io l’amo... io ti amo, Dantès;
-alla tua salute, Dantès!
-
-Fernando si alzò con la massima impazienza. — Lasciatelo dire, riprese
-Danglars trattenendo il Catalano; e poi sebbene ubbriaco non dice un
-grande sproposito: l’assenza separa due individui tanto bene, quanto
-la morte: supponete per esempio che vi fosse fra Edmondo e Mercedès la
-muraglia di una prigione, essi non sarebbero divisi nè più nè meno che
-se vi fosse la lapide di una tomba. — Sì, ma di prigione si esce, disse
-Caderousse, che con gli ultimi avanzi della sua intelligenza si andava
-frammischiando alla conversazione, e quando si esce di prigione, e si
-porta il nome di Edmondo Dantès, uno si vendica. — Che importa! mormorò
-Fernando. — E poi, riprese Caderousse, perchè si metterebbe in prigione
-Dantès, egli non ha nè rubato, nè ammazzato, nè assassinato. — Taci
-una volta! disse Danglars. — Sì non voglio tacere, disse Caderousse,
-io pretendo che mi si dica perchè si vuol far mettere in prigione
-Dantès; io amo Dantès; alla tua salute, Dantès. E vuotò di un fiato
-un altro bicchier di vino. Danglars seguì con lo sguardo i progressi
-dell’ubbriachezza del suo compagno, e volgendosi a Fernando: — Ebbene!
-comprendete voi che non vi è bisogno di ucciderlo? — No certo, se come
-voi dicevate poco fa si potesse ritrovare il modo di farlo catturare.
-E questo modo lo sapreste voi? — Cercando bene, disse Danglars, si
-potrebbe ritrovarlo... ma di che diavolo vado io ad immischiarmi?
-è forse cosa che mi riguarda? — Io non so se ciò vi riguardi, disse
-Fernando afferrandogli un braccio; ma ciò che so io, si è che voi avete
-qualche motivo particolare di odio contro Dantès: colui che odia sè
-stesso, non s’inganna sui sentimenti altrui. — Io! dei motivi di odio
-con Dantès? nessuno, sulla mia parola! Io vi ho veduto infelice e la
-vostra infelicità mi ha commosso, perciò ho preso interessamento per
-voi, ecco tutto. Ma dal momento, che voi credete che io operi per conto
-mio, addio amico caro; levatevi d’impaccio come potete. E Danglars fece
-le viste a sua volta d’alzarsi. — No, disse Fernando trattenendolo,
-restate, in fin dei conti poco mi importa che odiate o no Dantès:
-io l’odio e lo confesso altamente, trovate il mezzo ed io l’eseguo,
-purchè non vi sia la morte dell’uomo, mentre Mercedès si ucciderebbe se
-venisse ucciso Dantès.
-
-Caderousse che aveva lasciata cadere la testa sulla tavola rialzò
-la fronte, e guardando Fernando e Danglars, con occhi appesantiti e
-stupidi. — Uccidere Dantès... diss’egli. Chi parla qui di uccidere
-Dantès? io non voglio che sia ucciso, io!... egli è mio amico... egli
-mi ha offerto questa mattina di divider meco il suo danaro, come io
-ho diviso il mio con lui... io non voglio che si uccida Dantès! — E
-chi ti parla di ucciderlo, imbecille? riprese Danglars, si tratta di
-un semplice scherzo. Bevi alla sua salute, soggiunse riempiendogli il
-bicchiere, e lasciaci tranquilli. — Sì, sì, alla salute di Dantès,
-disse Caderousse votando il suo bicchiere, alla sua salute... a...
-lla.... — Ma il mezzo?... il mezzo? disse con impazienza Fernando. Non
-lo avete ancora ritrovato? — No; voi ne avete assunto l’incarico.
-
-— È vero, riprese Danglars, i Francesi hanno questa superiorità sopra
-gli Spagnuoli, gli Spagnuoli ruminano, ed i Francesi inventano.
-— Inventate dunque, inventate, disse Fernando con impazienza. —
-Cameriere! disse Danglars, carta, penna e calamaio. — Carta, penna
-e calamaio? mormorò Fernando. — Sì, io sono scrivano computista, la
-penna, l’inchiostro e la carta sono i miei istrumenti, e senza di
-questi non saprei fare cosa alcuna. — Carta, penna e calamaio, gridò
-ad alta voce Fernando. — Ecco tutto, disse il cameriere portando
-gli oggetti richiesti. — Quando si pensa, disse Caderousse lasciando
-cadere la sua mano sulla carta, che qui vi è il modo di ammazzare un
-uomo più al sicuro di quello che se si attendesse all’angolo di un
-bosco per assassinarlo! Io ho sempre avuto più paura di una bottiglia
-d’inchiostro, di una penna e di un calamaio, che di una spada o di
-una pistola. — Il buffone non è ancora ubbriaco quanto sembra, disse
-Danglars. Versategli dunque da bere, o Fernando. Fernando riempiè
-il bicchiere di Caderousse, e questi da quel bravo bevitore che era,
-levò la mano dalla carta e la portò al bicchiere. Il Catalano seguì
-i movimenti fino a che Caderousse, quasi sopraffatto da questo nuovo
-assalto, rimise, o meglio lasciò cadere il suo bicchiere sul desco.
-
-— Ebbene!... riprese il Catalano vedendo che il rimanente della ragione
-che restava a Caderousse cominciava a sparire a quest’ultimo bicchier
-di vino. — Ebbene! io diceva adunque, per esempio, riprese Danglars,
-che se dopo un viaggio come quello che ha fatto Dantès, e nel quale ha
-toccato Napoli e l’isola d’Elba, qualcuno lo denunciasse al procuratore
-del re, come messo bonapartista...
-
-— Lo denunzierò io, disse con vivacità il giovine. — Sì, ma allora vi
-si fa sottoscrivere la vostra dichiarazione, e sarete confrontato con
-quello che avete denunziato. Io vi somministro di che sostenere la
-vostra accusa, lo so bene; ma Dantès non può restare eternamente in
-prigione; un giorno o l’altro ne uscirà, e il giorno in cui egli esce
-sarà terribile per quello che ve lo ha fatto entrare. — Oh! io non
-desidero che una cosa, disse Fernando, ed è ch’egli venga a muovermi
-contesa. — Sì, e Mercedès? Mercedès che vi prenderà in odio se voi
-avrete soltanto la disgrazia di scalfire l’epidermide al suo diletto
-Edmondo! — È giusto, disse Fernando. — No, no, riprese Danglars,
-se si risolve una cosa di simil genere, vedete bene, val meglio
-prendere bonariamente così, come faccio io, questa penna, bagnarla
-nell’inchiostro e scrivere colla mano sinistra, affinchè il carattere
-non sia conosciuto, la piccola seguente denunzia. E Danglars, unendo
-l’esempio all’insegnamento, scrisse colla mano sinistra e con un
-carattere rovesciato, che non aveva alcuna analogia col suo carattere
-ordinario, le righe seguenti che passò a Fernando, e che questi lesse
-a mezza voce. «Il procuratore del re è avvisato, da un amico del
-trono e della religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel
-bastimento il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver
-toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una
-lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore di una lettera pel Comitato
-Bonapartista di Parigi. Si avrà la pruova del suo delitto arrestandolo,
-poichè si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o presso suo
-padre, o nel suo gabinetto a bordo del _Faraone_».
-
-— Alla buon’ora, continuò Danglars; in tal modo la vostra vendetta
-avrebbe senso comune, e siete sicuro ch’essa non ricadrebbe su voi, e
-la cosa andrebbe da sè sola; e perciò non resta più che a piegare la
-lettera, come faccio io, e di scrivere sopra: _Al procuratore del re_:
-e tutto sarebbe fatto. E Danglars fece la soprascritta come se avesse
-scherzato.
-
-— Sì, tutto sarebbe fatto, gridò Caderousse, che con un ultimo sforzo
-d’intelligenza aveva seguito la lettura e che comprendeva per istinto
-tutto il male che avrebbe potuto apportare una simile denunzia; sì
-tutto sarebbe fatto, soltanto questa sarebbe un’infamia. Ed allungò il
-braccio per prendere la lettera.
-
-— Per tal modo, disse Danglars allontanando la lettera, tutto ciò che
-ho detto e fatto, non è che uno scherzo; ed io sarei il primo ad essere
-afflitto se accadesse qualche disgrazia a Dantès. A questo buon Dantès!
-così, guarda... Prese la lettera, la maltrattò fra le mani, e la gettò
-in un angolo del pergolato.
-
-— Alla buon’ora disse Caderousse, Dantès è mio amico, e non voglio che
-gli si faccia del male.
-
-— E chi diavolo pensa a fargli del male? Certamente nè io nè Fernando,
-disse Danglars alzandosi, e squadrando il giovinotto che era rimasto
-seduto e che non perdeva d’occhio il foglio denunciatore gettato
-nell’angolo.
-
-— In questo caso, riprese Caderousse, che ci portino del vino, voglio
-bere alla salute di Edmondo e della bella Mercedès.
-
-— Tu hai anche troppo bevuto, ubbriacone, disse Danglars, e se continui
-sarai obbligato di dormir qui, che non potrai più tenerti in piedi.
-
-— Io! disse Caderousse levandosi colla fatuità dell’uomo ubbriaco,
-non potrò tenermi in piedi? scommetto di salir sul campanile degli
-_Accoules_ ed anche senza contrappeso!
-
-— Sia! disse Danglars, scommetto ma per domani, oggi è ora di ritornare
-a casa; dammi il braccio e andiamo.
-
-— Andiamo, disse Caderousse, ma non ho bisogno del tuo braccio. Vieni
-anche tu Fernando, rientri con noi a Marsiglia?
-
-— No, disse Fernando, io ritorno ai Catalani.
-
-— Tu fai male, vieni con noi a Marsiglia, vieni.
-
-— Non ho che fare a Marsiglia e non voglio andarci.
-
-— Come hai tu detto ciò? nol vuoi? ebbene a tuo bell’agio, libertà per
-tutti; vieni Danglars, lasciamo rientrare il giovinotto ai Catalani,
-poichè vuole così.
-
-Danglars profittò del momento di buona volontà di Caderousse per
-trascinarlo alla volta di Marsiglia; e per lasciare la strada più
-corta e più facile a Fernando, invece di ritornare per la riviera
-della _Rive-Neuve_, ritornò per la porta _S. Victor_. Caderousse lo
-seguì barcollando, stretto al suo braccio. Quando fu ad una ventina di
-passi, Danglars si voltò, e vide Fernando precipitarsi sul foglio che
-mise tosto in tasca, poi subito balzò fuori del pergolato e voltò dalla
-parte del _Pillon_.
-
-— Ebbene, che fa dunque? disse Caderousse, egli ha mentito: ci ha detto
-che andava ai Catalani ed ha voltato dalla parte della città. Olà!
-Fernando, tu ti sbagli, mio giovinotto.
-
-— Sei tu che vedi male, disse Danglars, egli segue direttamente la
-strada della _Vieilles-Infirmeries_.
-
-— In verità? disse Caderousse. Eppure avrei giurato che ha voltato a
-destra!... il vino è un traditore.
-
-— Andiamo, andiamo, mormorò Danglars: credo che l’affare sia ora bene
-incamminato e che altro non vi resta che lasciarlo progredire da sè.
-
-
-
-
-V. — IL PRANZO DEGLI SPONSALI.
-
-
-Il dì seguente fu un bel giorno. Il sole si alzò puro e rilucente, e
-i suoi primi raggi di un rosso purpureo screziavano di un bel color
-rubino le spumose cime delle onde. Il pranzo era stato preparato al
-primo piano di quella stessa _Réserve_ col pergolato della quale abbiam
-di già fatto conoscenza. Era una gran sala illuminata da cinque o
-sei finestre al di sopra di ciascuna delle quali, (non si sa perchè)
-stava scritto il nome di una delle grandi città della Francia; una
-balaustrata di legno passava avanti e univa queste finestre. Quantunque
-il pranzo non fosse fissato che pel mezzogiorno, fin dall’undici
-del mattino questa balaustrata era sopraccaricata di persone che
-vi passeggiavano con impazienza. Erano i marinai privilegiati del
-_Faraone_ e qualche soldato amico di Dantès. Tutti per fare onore
-al fidanzato erano vestiti dei loro migliori abiti. Correva voce fra
-i convitati che gli armatori del _Faraone_ avrebbero onorato di lor
-presenza gli sponsali del loro secondo. Ma questo, a loro pensare,
-era un onore sì grande accordato a Dantès che nessuno osava crederci.
-Ciò non ostante Danglars che giungeva in compagnia di Caderousse,
-confermò a sua volta la notizia. La mattina aveva veduto lo stesso
-sig. Morrel, e questi lo aveva assicurato che sarebbe venuto a pranzo
-alla _Rèserve_. Difatti pochi momenti dopo, il sig. Morrel fece il
-suo ingresso nella sala e fu salutato dai marinai del _Faraone_ con
-un _hourrah_ di unanimi applausi. La presenza dell’armatore era per
-essi una conferma della voce che già correva, che Dantès sarebbe
-nominato capitano; e siccome Dantès era molto amato dalla ciurma,
-così questa brava gente ringraziava in tal modo l’armatore, che, per
-caso, l’elezione del capo era una volta in armonia coi desideri dei
-subordinati. Appena entrato il signor Morrel, unanimamente furono
-incaricati Danglars e Caderousse di andare incontro ai fidanzati,
-prevenirli dell’arrivo del personaggio importante, la cui venuta aveva
-prodotto sì forte impressione, e dir loro che si sollecitassero.
-Danglars e Caderousse partirono a tutta corsa; ma non ebbero fatto
-cento passi che all’altezza del magazzino a polvere scorsero la
-piccola compagnia che veniva alla loro volta: essa componevasi
-di quattro giovinette amiche di Mercedès, catalane come essa, che
-accompagnavano la fidanzata cui Edmondo dava braccio. Vicino alla
-futura sposa camminava il vecchio Dantès, e dietro loro veniva con
-sinistro sogghigno Fernando; i poveri giovinotti erano così felici,
-che non vedevano che sè soli ed il bel cielo che li benediva. Danglars
-e Caderousse disimpegnarono la loro missione di ambasciatori: quindi
-dopo avere cambiata con Edmondo una stretta di mano ben vigorosa ed
-amichevole, Danglars prese posto vicino a Fernando, Caderousse si
-mise in fila accanto del padre di Dantès, centro dell’attenzione
-generale. Il vecchio era vestito del suo bell’abito di taffettà
-mischio, guernito di larghi bottoni di acciaio tagliati a faccette.
-Le sue gambe sottili, ma nerborute, erano ricoperte da un magnifico
-paio di calze di cotone frastagliato, puzzanti un poco di contrabbando
-inglese. Dal suo cappello a tre pizzi pendeva una fettuccia bianca
-e turchina: finalmente egli si appoggiava sur un bastone di legno
-tornito e ricurvo in alto come il _pedum_ degli antichi. Si sarebbe
-detto uno di quei zerbinotti che facevano nel 1796 la loro parata,
-nei giardini nuovamente riaperti del Lussemburgo, e delle Tuglierie.
-Vicino a lui, come si è detto, si era introdotto Caderousse che la
-speranza di un buon pranzo aveva riconciliato con Dantès, Caderousse
-al quale restava nella mente una vaga memoria di ciò che era accaduto
-nel giorno innanzi, come quando allo svegliarsi il mattino si trova nel
-proprio spirito l’ombra del sonno che si è fatto la notte. Danglars
-nell’avvicinarsi a Fernando aveva gettato sull’amante spregiato uno
-sguardo profondo. Fernando camminava dietro ai fidanzati, completamente
-dimenticato da Mercedès la quale con quell’egoismo giovanile e caro
-dell’amore, non aveva occhi per altri che per Edmondo; Fernando era
-pallido, poi rosso a tratti istantanei, che scomparivano per dar posto
-ciascuna volta ad un pallore sempre più crescente. A quando a quando
-volgeva uno sguardo verso Marsiglia, ed allora un tremito nervoso
-ed involontario gli scorreva per tutte le membra. Fernando sembrava
-attendere o per lo meno prevedere un qualche grande avvenimento. Dantès
-era vestito con semplicità, appartenendo alla marina mercantile, aveva
-un abito che teneva il mezzo fra l’uniforme militare ed il costume
-borghese, e sotto questo abito il suo portamento che veniva riscaldato
-ancora dalla gioia e dalla bellezza della sua fidanzata era superbo.
-Mercedès era bella come una di quelle greche di Cipro o di Cèos dagli
-occhi d’ebano e dalle labbra di corallo. Essa camminava col passo
-franco e libero delle Andaluse. Una cittadina avrebbe forse cercato
-di nascondere la sua gioia sotto un velo o almeno sotto il velluto
-delle sue palpebre; ma Mercedès sorrideva e guardava tutto ciò che la
-circondava, e il suo sorriso ed il suo sguardo dicevano francamente
-quanto avrebbero potuto dire le sue parole: «Se voi siete amici
-rallegratevi meco, poichè in verità io sono molto felice». Dal momento
-che i fidanzati e coloro che gli accompagnavano furono alle viste
-della _Rèserve_, Morrel discese, e s’avanzò anch’egli verso di loro,
-seguito dai marinari e dai soldati coi quali era rimasto ed a cui aveva
-rinnovato la promessa, già fatta a Dantès, ch’egli sarebbe succeduto
-al Capitano Leclerc. Edmondo vedendolo venire lasciò il braccio della
-sua fidanzata e lo passò sotto a quello di Morrel. L’armatore e la
-giovinetta dettero allora l’esempio e salirono pei primi la scala di
-legno che metteva alla camera ove era preparato il pranzo, che cigolò
-per cinque minuti sotto i pesanti passi dei convitati. — Padre mio,
-disse Mercedès, fermandosi alla metà della tavola, voi starete alla
-mia destra, alla sinistra vi porrò quello che fin qui mi ha fatto da
-fratello, e lo disse con dolcezza tale, che penetrò nel più profondo
-del cuore di Fernando a guisa di un colpo di pugnale.
-
-Le sue labbra s’incresparono e sotto la tinta livida del suo viso
-maschile, si potè ancora vedere una volta il sangue ritirarsi a poco a
-poco, per affluire al cuore. Durante questo tempo Dantès aveva eseguita
-la stessa manovra; alla sua destra avea posto Morrel, alla sua sinistra
-Danglars; quindi aveva fatto segno colla mano che ciascuno prendesse
-posto a suo piacere. Di già circolavano intorno alla tavola i salami di
-Arles colle carni brune e affumicate, le raguste ricoperte della loro
-rosea corazza, i ricci di mare che sembravano castagne circondate dalla
-loro scorza spinosa, le cappe, che hanno l’orgoglio di rimpiazzare
-con superiorità, presso i ghiottoni del mezzo giorno, le ostriche del
-nord; finalmente tutti quei crostacei, che i flutti gettano sulla riva
-sabbiosa e che i pescatori riconoscenti designano col nome generico di
-frutti di mare.
-
-— Bel silenzio! disse il vecchio assaggiando un bicchiere di vino
-giallo come il topazio, che il papà Panfilo in persona aveva portato
-avanti a Mercedès; si direbbe che qui vi sono trenta persone che non
-desiderano altro che di ridere?
-
-— Eh! un marito non è sempre allegro, disse Caderousse.
-
-— Il fatto si è, disse Dantès, che io sono troppo felice in questo
-momento. Se egli è così che voi lo intendete, o vicino, voi avete
-ragione: la gioia qualche volta fa un effetto strano; essa opprime come
-il dolore.
-
-Danglars osservò Fernando la cui natura sensitiva riceveva ed espandeva
-ciascuna emozione. — Andiamo adunque, diss’egli, avreste forse paura
-di qualche cosa? mi sembra al contrario che vada tutto a seconda dei
-vostri desideri.
-
-— Ed è precisamente questo che mi spaventa, disse Dantès; mi sembra che
-l’uomo non sia fatto per essere così facilmente felice. La felicità
-è come quei palazzi dell’isole incantate, le porte dei quali sono
-guardate dai Draghi; bisogna combattere per acquistarli, ed io per dir
-la verità non so con qual merito mi abbia la felicità di essere marito
-a Mercedès.
-
-— Il marito! il marito! disse Caderousse ridendo, non ancora caro
-capitano; provati un poco di fare da marito e tu vedrai come sarai
-ricevuto. Mercedès arrossì. Fernando si agitava sulla sua sedia,
-rabbrividiva al più piccolo rumore e di tempo in tempo asciugava
-delle grosse gocce di sudore che gli colavano dalla fronte come le
-prime gocce della pioggia di un oragano. — In fede mia, disse Dantès,
-vicino Caderousse, non val la pena di darmi una mentita per così poco.
-Mercedès non è ancora mia moglie, è vero, cavando l’orologio, ma fra
-un’ora e mezzo ella lo sarà. Ciascuno fece un grido di sorpresa eccetto
-il padre di Dantès, il cui largo riso mostrava dei denti sempre belli.
-Mercedès sorrise e non arrossì più. Fernando afferrò convulsamente
-il manico del coltello. — Fra un’ora disse Danglars, impallidendo
-anch’egli, e come ciò? — Sì, amici miei, rispose Dantès, grazie al
-credito del Sig. Morrel, l’uomo al quale dopo mio padre io debbo il
-più a questo mondo, tutte le difficoltà furono appianate; noi abbiamo
-pagate le pubblicazioni; e a due ore e mezzo il _Maire_ di Marsiglia ci
-aspetta al palazzo di città. Ora essendo un’ora e un quarto, credo di
-non essermi sbagliato di molto dicendo che tra un’ora e trenta minuti
-Mercedès si chiamerà Madama Dantès.
-
-Fernando chiuse gli occhi; una nube di fuoco gli bruciò le palpebre,
-si appoggiò alla tavola per non cadere in deliquio, e ad onta di
-tutti gli sforzi non potè ritenere un sordo gemito che si perdè fra il
-rumore delle risa e delle felicitazioni dell’assemblea. — È un bel fare
-eh! disse il padre di Dantès, vi sembra che questo si chiami perder
-tempo? arrivato ieri mattina, maritato oggi a tre ore; parlatemi di
-marinari per andar dritti alla meta. — Ma le altre formalità? osservò
-timidamente Danglars, il contratto, la scritta? — Il contratto! disse
-Dantès ridendo, il contratto è fatto; Mercedès non ha niente ed io del
-pari, noi ci maritiamo sotto il regime della comunione, e ciò non è
-lungo a scrivere e non sarà costoso a pagare. Questa facezia eccitò una
-nuova esplosione di gioia e di evviva.
-
-— Per tal modo quel che noi crediamo un pranzo di sponsali, disse
-Danglars, è un pranzo di nozze? — No, disse Dantès, state tranquilli;
-non vi perderete niente. Domani mattina parto per Parigi; cinque
-giorni per andare, cinque per tornare, un giorno per eseguire
-coscienziosamente la commissione di cui sono incaricato, e il 12 marzo
-sono di ritorno. Pel 12 marzo adunque vi aspetto al vero pranzo di
-nozze!
-
-La prospettiva di un nuovo festino, raddoppiò l’ilarità al punto che
-Dantès padre, che al principio del pranzo si lamentava del silenzio,
-faceva ora in mezzo della conversazione generale vani sforzi per fare
-sentire il suo voto di prosperità in favore dei promessi sposi. Dantès
-indovinò i pensieri del padre e vi rispose con un sorriso pieno di
-amore. Mercedès cominciò a guardare l’ora sul pendolo della sala e
-fece un piccolo segno ad Edmondo. Regnava intorno alla tavola quella
-gioia fragorosa, quella libertà individuale, propria della fine dei
-pranzi della bassa classe. Quegli che erano malcontenti del loro posto
-si erano alzati di tavola, ed erano andati a cercare altri vicini.
-Tutti cominciavano a parlare in una volta e nessuno si occupava di
-rispondere a ciò che il suo interlocutore gli diceva, ma soltanto alle
-proprie idee. Il pallore di Fernando era quasi passato sulle guance
-di Danglars; Fernando stesso più non viveva; sembrava un dannato in
-un lago di fuoco; si era alzato dei primi e passeggiava in lungo e in
-largo nella sala, cercando d’isolare il suo orecchio dal rumore delle
-canzoni e dal toccarsi dei bicchieri. Caderousse si avvicinò a lui nel
-momento in cui Danglars, che egli sembrava fuggire, lo raggiungeva in
-un angolo della sala. — In verità, disse Caderousse, a cui le buone
-maniere di Dantès, e più ancora il vino di papà Panfilo, avevan tolto i
-resti di quell’odio di cui l’inattesa fortuna di Dantès aveva gettato i
-germi nel suo animo; in verità Dantès è un gentil giovinotto, e quando
-lo vedo seduto presso la sua fidanzata, dico a me stesso che sarebbe
-stato veramente male di fargli quella cattiva burla che gli tramavate
-ieri.
-
-— Tu hai veduto, disse Danglars, che la cosa non ha avuto alcuna
-conseguenza; questo povero Fernando era così sconvolto che mi aveva
-sulle prime fatto pena; ma dal momento che egli ha preso la sua
-risoluzione al punto di farsi il primo testimonio delle nozze del suo
-rivale, non v’è più nulla a dire. — Caderousse guardò Fernando, egli
-era livido.
-
-— Il sacrificio è tanto più grande, continuava Danglars, in quanto che
-la giovinetta è molto bella. Che furbo felice è il mio futuro Capitano!
-vorrei chiamarmi Dantès, per dodici ore soltanto.
-
-— Partiamo? domandò la dolce voce di Mercedès; suonano le due, e siamo
-aspettati a due ore e un quarto.
-
-— Sì, sì, partiamo, disse vivamente Dantès.
-
-— Partiamo, ripeterono in coro, tutti i convitati.
-
-Nel medesimo istante Danglars che non perdeva di vista Fernando assiso
-sul parapetto della finestra, lo vide aprire due occhi spaventati,
-alzarsi come per un movimento convulsivo e ricadere assiso al suo
-posto. Quasi nel medesimo momento un sordo rumore ritronò nelle scale,
-un fragor di passi ed un mormorio di voci, confuso all’urtarsi di
-armi, coprì le esclamazioni dei convitati per fragorose che fossero,
-ed attirò l’attenzione generale, che si manifestò ad un tratto con
-un silenzio. Il rumore si avvicinò, tre colpi percossero la porta;
-ciascuno guardò il suo vicino con sorpresa.
-
-— In nome della legge! gridò una voce, cui nessuno rispose. Tosto
-la porta si aprì, ed un commissario, cinto della sua sciarpa, entrò
-nella sala seguito da quattro soldati armati, condotti da un caporale.
-L’inquietudine diede luogo al terrore. — Che c’è? domandò l’armatore
-facendosi avanti al commissario cui conosceva; qui v’è sbaglio
-certamente?
-
-— Se vi è sbaglio, sig. Morrel, rispose il commissario, state sicuro
-che sarà tosto riparato. Frattanto io sono portatore di un mandato di
-arresto, e quantunque, esegua la mia commissione con dispiacere, pur
-non ostante m’è forza l’eseguirla. Chi di voi, è Edmondo Dantès? —
-Tutti gli sguardi si diressero verso il giovinotto, che, commosso ma
-conservando la sua dignità, fece un passo in avanti e disse: — Son io
-signore.
-
-— Edmondo Dantès, riprese il commissario, in nome della legge, io vi
-arresto.
-
-— Voi mi arrestate! disse Edmondo con un leggiero pallore; e perchè?
-
-— L’ignoro, ma voi lo conoscerete certamente nel vostro primo
-interrogatorio. Morrel capì che non vi era nulla a farsi contro la
-riflessione; un commissario cinto di sciarpa non è più un uomo, egli è
-la statua della legge fredda, sorda, muta. Il vecchio al contrario si
-precipitò verso l’uffiziale; vi sono cose che il cuore di un padre o di
-una madre non capiranno mai. Egli pregò e supplicò, lagrime e preghiere
-non ebbero alcun potere: e frattanto la sua disperazione era sì grande
-che il commissario ne fu commosso. — Signore, diss’egli, calmatevi,
-forse vostro figlio avrà trascurato qualche formalità di dogana o di
-sanità, e secondo tutte le probabilità, allorchè si saranno ricevuti da
-lui gli schiarimenti che si desiderano, sarà messo in libertà.
-
-— Che significa tutto ciò? domandò Caderousse aggrottando le
-sopracciglia, a Danglars che fingeva sorpresa.
-
-— Lo so io forse? disse Danglars; io sono come te, guardo ciò che
-accade, mi confondo, e non ci capisco niente: Caderousse cercò con gli
-occhi Fernando, egli era disparso.
-
-Tutta la scena del giorno avanti si presentò allora a Caderousse con
-una spaventevole chiarezza. Si sarebbe detto che la catastrofe alzava
-il velo che l’ubriachezza del giorno innanzi aveva posto fra lui e la
-sua memoria.
-
-— Oh! oh! diss’egli con voce rauca, sarebbe questa la conseguenza dello
-scherzo di cui parlavate ieri, Danglars? In questo caso guai a chi
-l’avesse fatto, perchè è ben triste!
-
-— Niente affatto, rispose Danglars, tu sai bene che al contrario io ho
-lacerato il foglio.
-
-— Tu non l’hai lacerato, gridò Caderousse, l’hai maltrattato e gettato
-in un angolo, ecco tutto.
-
-— Taci, tu non hai veduto nulla, eri ubbriaco.
-
-— Ov’è Fernando? domandò Caderousse.
-
-— E che so io! rispose Danglars, sarà pei fatti suoi probabilmente.
-Ma invece di occuparci di ciò, andiamo piuttosto a portare qualche
-consolazione a questi poveri afflitti.
-
-Infatti, durante questa conversazione Dantès, aveva stretta la mano
-sorridendo ai suoi amici, e si era costituito prigioniero dicendo: —
-Siate tranquilli, ben presto si spiegherà l’errore, e probabilmente non
-andrò neppur fino alla prigione.
-
-— Oh! sì certamente, io ne risponderei, disse Danglars che in questo
-momento si avvicinava, come abbiam detto, al gruppo principale.
-
-Dantès discese la scala preceduto dal commissario di polizia, e
-circondato dai soldati. Una carrozza il cui sportello era aperto
-aspettava alla porta: egli vi salì, due soldati ed il commissario di
-polizia salirono dopo di lui. Lo sportello si chiuse, e la carrozza
-riprese la strada di Marsiglia.
-
-— Addio Dantès! addio Edmondo, gridava Mercedès spingendosi fuori della
-ringhiera. Il prigioniero intese quest’ultimo grido uscito come un
-singhiozzo dal cuore lacerato della fidanzata, cacciò la testa dalla
-portiera gridando: a rivederci Mercedès! e disparve dietro uno degli
-angoli del forte S. Nicola.
-
-— Aspettatemi qui, disse l’armatore; prendo la prima carrozza che
-incontro, corro a Marsiglia, e vi riporterò sue notizie.
-
-— Andate, gridarono tutte le voci: andate e tornate presto. Dopo questa
-duplice partenza vi fu un momento di stupore terribile, che invase
-tutti coloro che erano rimasti, il vecchio e Mercedès restarono qualche
-tempo appartati, ciascuno nel proprio dolore. Ma finalmente i loro
-occhi s’incontrarono, essi si riconobbero come due vittime d’uno stesso
-colpo, e di un subito si gettarono nelle braccia l’uno dell’altra. In
-questo mentre Fernando rientrò, versò un bicchier d’acqua che bevve
-e andò ad assidersi ad una sedia. Il caso volle che Mercedès uscendo
-dalle braccia del vecchio venisse a cadere in una sedia vicina.
-Fernando rabbrividì e con un movimento affatto istintivo dette addietro
-con la sua.
-
-— È lui, disse Caderousse a Danglars che non aveva perduto di vista
-un momento il Catalano. — Nol credo, rispose Danglars, egli è troppo
-stupido. In ogni caso, il colpo ricada sulla testa di chi lo vibrò! —
-Tu non parli di colui che lo ha consigliato, disse Caderousse. — Affè,
-disse Danglars, se si dovesse mallevar tutto quello che si manda in
-aria. — Sì, allorchè ciò che si manda in aria, ricade per la punta.
-
-Durante questo tempo gli altri convitati riunitisi in gruppi
-commentavano l’arresto ciascuno secondo la sua opinione.
-
-— E voi Danglars, disse una voce, che pensate di questo accaduto? —
-Io disse Danglars, credo che abbia portato qualche balla di merce
-proibita. — In questo caso, voi avreste dovuto saperlo; siete lo
-scrivano. — Sì è vero, ma lo scrivano non conosce che le balle che gli
-vengono dichiarate. Io so che noi abbiamo un carico di cotone, ed ecco
-tutto; che abbiamo preso il carico in Alessandria dal sig. Pastret, e a
-Smyrne dal sig. Paschal; non mi domandate altro.
-
-— Oh! mi ricordo or bene, mormorò il povero padre, egli mi ha detto
-ieri che aveva per me una cassa di caffè ed una di tabacco. — Vedete
-dunque! disse Danglars è questo; nella nostra assenza la dogana
-avrà fatta una visita a bordo del _Faraone_, e vi avrà scoperto il
-contrabbando. — Mercedès non credeva niente di tutto ciò: per il
-che compresso il dolore fino a quel momento, scoppiò di repente in
-singulti.
-
-— Coraggio, coraggio, speriamo! disse il padre di Dantès senza troppo
-sapere ciò che si diceva. — Speriamo! ripetè Danglars. — Speriamo,
-tentò di mormorare Fernando: ma questa parola lo soffocava, le sue
-labbra si agitarono, e non ne uscì alcun suono. — Amici, gridò uno
-dei convitati che era rimasto in vedetta sulla ringhiera, amici, una
-carrozza... Ah! è il signor Morrel! coraggio! senza dubbio egli ci
-porta qualche buona notizia.
-
-Mercedès ed il vecchio padre corsero verso l’armatore, che incontrarono
-sulla porta: il sig. Morrel era pallidissimo. — Ebbene!... gridarono
-tutti ad una voce... — Ebbene, amici miei, rispose l’armatore scuotendo
-la testa, l’affare è più grave di quello che noi non possiamo pensare.
-— Oh! Signore, gridò Mercedès, egli è innocente. — Lo credo, rispose
-Morrel; ma è accusato. — Di che dunque? Domandò il vecchio Dantès.
-
-— Di essere un messo bonapartista.
-
-Quegli dei miei lettori che han vivuto ai tempi di cui tratta questa
-storia si ricorderanno qual terribile accusa era allora quella che
-fu indicata da Morrel. Mercedès gettò un grido; il vecchio si lasciò
-cadere sulla sedia.
-
-— Ah! mormorò Caderousse, voi mi avete ingannato, Danglars, quello
-che voi chiamate scherzo, fu fatto. Ma io non voglio lasciar morire
-di dolore questo vecchio e questa giovinetta, vado a spiegar loro
-ogni cosa. — Taci, disgraziato! gridò Danglars afferrando la mano di
-Caderousse, o io non rispondo della tua vita. Chi ti dice che Dantès
-non sia veramente colpevole? il bastimento si è fermato all’isola
-d’Elba, egli è disceso; è rimasto un giorno intero a Porto Ferrajo.
-Se si è ritrovata qualche lettera che lo metta in rischio, verrebbero
-dichiarati suoi complici coloro che volessero proteggerlo.
-
-Caderousse aveva l’istinto rapido dell’egoismo, e capì tutta la
-solidità di questo ragionamento. Egli guardò Danglars con occhi fatti
-ebeti dal timore e dal dolore e per un passo che aveva fatto in avanti,
-ne fece due in dietro; ed: — Aspettiamo allora, mormorò — Aspettiamo,
-disse Danglars: se è innocente sarà messo in libertà, se è reo è
-inutile mettersi a rischio, per un cospiratore. — Allora partiamo,
-io non posso più lungamente restar qui. — Sì, vieni, disse Danglars,
-contento di trovare un compagno nella ritirata: vieni, e lasciamoli
-tirarsi d’impaccio come potranno. — Essi partirono. Fernando divenuto
-il sostegno della giovinetta, prese Mercedès per mano, e la ricondusse
-ai Catalani. Dalla loro parte gli amici di Dantès ricondussero il
-vecchio quasi svenuto ai viali di _Meillan_. Ben presto il rumore
-che Dantès era stato arrestato come un messo bonapartista, si sparse
-per tutta la città. — Avreste voi creduto ciò, caro Danglars? disse
-Morrel raggiungendo il suo computista e Caderousse; poichè egli stesso
-rientrava con tutta fretta in città per avere qualche notizia diretta
-di Edmondo dal sostituto del procuratore del Re, il sig. Villefort,
-che conosceva un poco. Avreste mai creduto ciò? — Diamine, signore,
-rispose Danglars, io vi aveva detto che Dantès non si sarebbe fermato
-senza un motivo all’isola d’Elba, e tal sosta, voi lo sapete, mi era
-paruta sospetta. — Ma avete voi fatto parte ad alcuno, fuori che a
-me di questo vostro sospetto? — Me ne sarei ben guardato, soggiunse a
-bassa voce Danglars; sapete bene che a cagione di vostro zio il signor
-Policar Morrel, che ha servito sotto _l’altro_ e che non nasconde il
-suo pensiero, voi siete sospetti di amare Napoleone, e avrei avuto
-paura di far torto ad Edmondo non meno che a voi. Vi sono delle cose,
-che è un dovere del subordinato di dire al suo armatore, e di tenere
-severamente celate agli altri. — Bene! Danglars, bene! disse Morrel,
-voi siete un bravo uomo, così io aveva pensato a voi nel caso in cui
-questo povero Dantès fosse divenuto capitano del _Faraone_. — Come
-signore? — Sì, io aveva già domandato a Dantès ciò che pensava di
-voi; e se egli avesse avuto repugnanza a conservarvi il vostro posto;
-mentre non so perchè mi era sembrato scorgere qualche ripugnanza fra
-voi due. — E che vi ha egli risposto? — Che credeva infatto avere
-avuto, in una congiuntura che non mi ha detto, qualche torto con voi,
-ma che chiunque avesse avuta la confidenza dell’armatore, avrebbe pur
-anche avuta la sua. — L’ipocrita, mormorò Danglars. — Povero ragazzo,
-disse Caderousse; è un fatto che egli era un eccellente giovinotto.
-— Sì, ma frattanto, disse Morrel, ecco il _Faraone_ senza capitano.
-— Oh! bisogna sperare, poichè noi non possiamo ripartire che fra tre
-mesi, che di qui allora Dantès sia messo in libertà. — Senza dubbio;
-ma fino allora! — Ebbene fino allora eccomi qua, sig. Morrel, disse
-Danglars. Sapete che io conosco il modo di menare un bastimento quanto
-un capitano venuto da un lungo viaggio. Ciò vi offre nello stesso tempo
-un vantaggio di servirvi di me; mentre allora quando Edmondo uscirà
-di prigione voi non avrete a licenziare alcuno, egli riprenderà il suo
-posto, ed io il mio.
-
-— Grazie, Danglars, disse l’armatore: ecco infatto il modo di conciliar
-tutto. Prendete dunque il comando, io ve ne do facoltà e vigilate
-lo sbarco; non bisogna mai che per la disgrazia di un individuo ne
-soffrano le faccende.
-
-— Siate tranquillo, o signore... si potrà poi almeno vederlo il buon
-Edmondo? — Vi risponderò in breve. Vado a cercare di parlare col
-sig. de Villefort ed intercederne il favore a pro del prigioniere. Io
-so bene che egli è di parte regia, ma che diavolo, quantunque regio
-e Procuratore del Re, è ciò non pertanto un uomo e io non lo credo
-cattivo. — No, disse Danglars, ma ho inteso dire che è ambizioso; e
-malvagio ed ambizioso si assomigliano molto.
-
-— Infine poi, disse Morrel con un sospiro, staremo a vedere; andate a
-bordo, vi raggiungo in breve; ed abbandonò i due amici per prendere la
-strada del palazzo di Giustizia.
-
-— Vedi, disse Danglars a Caderousse, il giro che prende la cosa: hai
-ancora l’intenzione di andare a difendere Dantès? — No certamente;
-ciò nonostante è assai terribile che uno scherzo abbia conseguenze sì
-triste. — Diamine! e chi lo ha fatto? non siamo stati nè tu nè io,
-non è vero? fu Fernando. Tu sai bene che in quanto a me ho gettato
-il foglio in un canto: ed anzi credevo di averlo lacerato. — No, no,
-disse Caderousse! in quanto a ciò ne sono sicuro, io lo vedo ancora là
-nell’angolo del pergolato tutto maltrattato, tutto avvolto, e vorrei
-anzi che fosse ancora là ove mi sembra di vederlo. — E che vuoi farci?
-Fernando lo avrà raccolto, Fernando lo avrà copiato o fatto copiare,
-o forse non avrà avuto neppur questo fastidio. Or che ci penso, mio
-Dio! egli avrà forse mandata la mia propria lettera. Fortunatamente che
-io aveva cambiato il mio carattere. — Ma tu sapevi dunque che Dantès
-cospirava? — Io non sapevo niente affatto. Come ti dissi, ho creduto
-di fare uno scherzo e niente altro. Sembra che scherzando, come fa
-Arlecchino, io abbia detta la verità. — Tant’è, soggiunse Caderousse,
-io pagherei qualche cosa di bello perchè la burla non fosse accaduta,
-o almeno per non essermene mischiato: tu vedrai che quest’affare ci
-cagionerà qualche disgrazia.
-
-— Se deve portar disgrazia a qualcuno, sarà al vero colpevole, che è
-Fernando e non noi. Qual disgrazia vuoi tu che accada? noi non abbiamo
-che a starci cheti, e a non dire una parola su quanto è avvenuto, e il
-temporale passerà senza che cada il fulmine. — _Amen!_ disse Caderousse
-facendo un saluto di addio a Danglars e dirigendosi verso i viali di
-_Meillan_ scuotendo la testa e brontolando seco stesso, come è solito
-di fare chi è molto preoccupato.
-
-— Buono! disse Danglars, le cose prendono quell’avviamento che io
-aveva preveduto; eccomi Capitano provvisorio, e se questo imbecille di
-Caderousse può tacere, ben presto capitano effettivo. Non vi sarebbe
-dunque altro caso che la giustizia rilasciasse Dantès... Oh! ma,
-aggiunse con un sorriso, la giustizia è giustizia ed io mi rimetto ad
-essa. Ciò dicendo saltò in una barca dando ordine al battelliere di
-portarlo a bordo del _Faraone_ ove l’armatore gli aveva dato posta.
-
-
-
-
-VI. — IL SOSTITUTO DEL PROCURATORE DEL RE.
-
-
-In via gran Corso, rimpetto alla fontana delle Meduse, in una di
-quelle vecchie case che hanno l’architettura aristocratica fabbricate
-da Puget, si celebrava pure nello stesso giorno e nella stessa ora un
-pranzo di sponsali. Solamente, gli attori invece d’essere gente del
-popolo, marinai, e soldati, appartenevano alla più alta società di
-Marsiglia. Erano antichi Magistrati che avevano chiesto la dimissione
-dai loro ufficii sotto l’usurpatore; vecchi ufficiali disertati
-dalle file francesi per passare in quelle dell’esercito di Condè;
-giovinotti educati dalle loro famiglie ancor mal sicuri della propria
-esistenza, ad onta dei quattro o cinque cambi che avevano pagati in
-odio di quell’uomo. Erano a tavola e la conversazione ferveva per
-tutte le passioni del tempo, passioni tanto più terribili, vive ed
-accanite nel mezzodì. L’imperatore, re dell’isola d’Elba dopo essere
-stato sovrano d’una parte del mondo, regnava sopra una popolazione di
-25 mila anime, e dopo avere inteso gridare; _Viva Napoleone!_ da 120
-milioni di sudditi, e in dieci lingue diverse, era là, trattato come
-un uomo perduto per sempre per la Francia e pel trono; i Magistrati
-riaccendevano le loro contese politiche, i militari parlavano di Mosca
-e di Lipsia; le donne, del divorzio con Giuseppina. A tutta questa
-gente allegra e trionfante sembrava, non dalla caduta dell’uomo ma
-dall’annientamento del principe, che la vita ricominciasse per loro
-e che uscissero da un sogno penoso. Un vecchio decorato della croce
-di S. Luigi si alzò e propose ai convitati di bere alla salute di
-Luigi XVIII. Era questi il marchese di S. Méran. A questo brindisi
-che ricordava ad un tempo e l’esiliato di Hartwell e il pacificatore
-della Francia, il rumore fu grande, i bicchieri si alzarono all’uso
-inglese, le donne staccarono i loro mazzolini di fiori e gli unirono
-sui nastri; fu un entusiasmo quasi poetico. — Ne converrebbero se
-fossero qua, disse la marchesa di S. Méran, donna dall’occhio secco,
-dalle labbra sottili, dal contegno aristocratico ed ancora elegante,
-ad onta dei suoi cinquant’anni; ne converrebbero s’ei fosser qua,
-tutti quei rivoluzionari che li scacciarono e che noi lasciamo a
-nostra volta tranquillamente cospirare nei nostri vecchi castelli,
-da loro acquistati per un tozzo di pane, sotto il regime del terrore;
-converrebbero che il vero entusiasmo era dalla nostra parte, mentre noi
-ci stringevamo alla monarchia che crollava, ed invece essi salutavano
-il sole nascente che faceva la loro fortuna perdendo la nostra;
-converrebbero che il nostro Re era per noi il vero Luigi prediletto,
-mentre che il loro usurpatore non è stato per essi giammai che il
-Napoleone maledetto, n’è egli vero Villefort?
-
-— Che dite signora marchesa?... rispose il giovine al quale era rivolta
-questa domanda. Perdonatemi, io non era attento alla conversazione.
-
-— Eh! lasciate questi ragazzi, marchesa, riprese il vecchio che aveva
-proposto il brindisi; essi stan per sposarsi in breve, e naturalmente
-han tutt’altro da parlar che di politica.
-
-— Vi chiedo perdono, madre mia, disse una bella giovinetta dai
-capelli biondi. Vi rendo Villefort, che avevo usurpato per un istante.
-Villefort, mia madre vi parla.
-
-— Ed io son pronto a rispondere alla signora, se vuole avere la bontà
-di rinnovarmi la interrogazione che non ho intesa.
-
-— Vi perdoniamo, Renata, disse la marchesa con un sorriso di tenerezza
-che era meraviglia veder su quel volto secco, ma il cuore della donna
-è così fatto che per quanto arido divenga al soffio dei pregiudizi
-ed alle esigenze dell’_etichetta_, ha sempre un angolo fertile e
-ridente, ed è quello che Dio ha consacrato all’amore materno. Vi
-perdoniamo... Diceva adunque, Villefort che i bonapartisti non avevano
-nè l’entusiasmo, nè l’abnegazione nostra.
-
-— Oh! signora, essi hanno almeno qualche cosa che compensa tutto ciò;
-egli è il Maometto dell’occidente; egli è per questi uomini, volgari ma
-di somma ambizione, non solo un legislatore ed un padrone, ma ancora un
-tipo....
-
-— Dell’eguaglianza! gridò la marchesa. Napoleone! il tipo
-dell’eguaglianza! e che direte voi dunque di Robespierre? mi sembra
-che gli togliate il posto per darlo al Corso: e questo pare a me
-sufficiente usurpazione.
-
-— No, signora, io lascio ciascuno sul proprio piedestallo; Robespierre,
-nella piazza di Luigi XV, sul suo patibolo; Napoleone nella piazza
-Vendôme su la sua colonna. Ciò però non vuol dire, aggiunse Villefort
-sorridendo, che tutti e due non siano due infami rivoluzionari, e
-che il 9 termidoro e il 4 aprile 1814 non sieno due giorni felici
-per la Francia, e degni di essere egualmente festeggiati dagli amici
-dell’ordine e della monarchia; ma ciò spiega egualmente come Napoleone
-caduto per non rialzarsi più mai, io spero, abbia pur sempre conservati
-i suoi satelliti. Che volete, marchesa! Cromvel che non era neppure la
-metà di tutto ciò che è stato Napoleone, aveva anch’egli i suoi!
-
-— Sapete voi che ciò che dite, Villefort, puzza di rivoluzione da una
-lega lontano. Ma vi perdono: egli è impossibile di essere figlio di un
-_Girondino_, e non conservare qualche gusto per il terrore. — Un vivo
-rossore passò sulla fronte di Villefort. — Mio padre era girondino,
-disse egli, è vero; ma non ha dato il suo voto per la morte del Re: mio
-padre è stato proscritto da quello stesso terrore che proscriveva voi
-pure, poco ha mancato che non portasse la testa sullo stesso patibolo
-ove cadde quella di vostro padre.
-
-— Sì, disse la marchesa, senza che questo sanguinoso pensiero portasse
-la menoma alterazione sulla sua fisonomia; solamente era per principi
-diametralmente opposti che vi sarebbero saliti tutti e due; e n’è prova
-che tutta la mia famiglia è rimasta affezionata ai principi esiliati,
-nel mentre che vostro padre si è affrettato di accomodarsi col nuovo
-governo, e che dopo che il cittadino Noirtier fu girondino, il conte di
-Noirtier divenne senatore.
-
-— Madre mia, madre mia! disse Renata, voi sapete che fu convenuto che
-non si sarebbe giammai parlato di queste tristi rimembranze.
-
-— Signora, rispose Villefort, io mi unisco a madamigella di S. Méran
-per domandarvi umilmente l’obblio del passato. Con qual vantaggio
-ritornare su cose su cui la stessa volontà di Dio è impossente?
-L’io può cambiare l’avvenire; non può modificare il passato. Ciò che
-possiamo noi mortali, si è, se non di rinnegarlo, almeno di gettarvi
-sopra un velo. Ebbene io non solo mi sono diviso dalle opinioni
-di mio padre, ma ancora dal suo nome. Mio padre è stato, e forse è
-ancora bonapartista, e si chiama Noirtier; io sono regio, e mi chiamo
-Villefort. Lasciate morire nel vecchio tronco un avanzo rivoluzionario,
-e non pensate, signora, al ramo che si diparte da questo tronco senza
-potere, e dirò quasi, senza volere staccarsene del tutto.
-
-— Bravo Villefort, disse il marchese, bravo! bella risposta. Io ho
-sempre predicato alla marchesa la dimenticanza del passato senza averla
-mai potuto ottenere; spero che voi sarete più fortunato di me.
-
-— Sì, sta bene, disse la marchesa, dimentichiamo il passato, io
-non dimando meglio, ciò è convenuto; ma che almeno Villefort sia
-inflessibile per l’avvenire. Non dimenticate, Villefort, che noi vi
-abbiamo garantito in faccia a Sua Maestà, che Sua Maestà stessa ha
-voluto dimenticare tutto, dietro le nostre raccomandazioni, come io
-dimentico tutto alla vostra preghiera. — Così dicendo gli stendeva la
-mano. — Soltanto se vi cade fra i piedi qualche cospiratore, pensate
-che si hanno gli occhi aperti su voi, tanto più che si sa che siete di
-una famiglia che può essere in relazione coi cospiratori.
-
-— Pur troppo! signora, disse Villefort, la mia professione, e
-soprattutto il tempo in cui viviamo mi ordinano di essere severo. Io
-tale sarò. Ho di già avuta qualche accusa politica da sostenere, e
-sotto questo riguardo ho dato le mie prove. Disgraziatamente però, noi
-non siamo ancora al fine.
-
-— Credete? disse la marchesa. — Il temo. Napoleone all’Elba è troppo
-vicino alla Francia, la sua presenza quasi in vista alle nostre
-coste risveglia la speranza nei suoi partigiani. Marsiglia è piena
-di ufficiali a mezza paga che tutti i giorni sotto qualche frivolo
-pretesto cercano contesa coi regii. Di qui i duelli fra le persone
-elevate, di qui gli assassini nella classe del popolo.
-
-— A proposito, disse il conte di Servieux vecchio amico di S. Méran
-ciambellano del conte Artois, voi sapete che la Santa alleanza lo
-toglie di là.
-
-— Sì, si è tenuto discorso su questo argomento quando siamo entrati in
-Parigi, disse S. Méran. Ma dove lo invieranno?
-
-— A S. Elena. — A S. Elena? e che è? disse la marchesa.
-
-— Un’isola a duemila leghe di qua, oltre l’Equatore.
-
-— Alla buon’ora! come disse Villefort, è una gran follia aver lasciato
-un simile uomo fra la Corsica ov’è nato, fra Napoli ove regna ancora
-suo cognato, e in faccia a quella Italia, di cui voleva fare un regno a
-suo figlio.
-
-— Disgraziatamente, disse Villefort, abbiamo i trattati del 1814, e non
-si può toccare Napoleone senza infrangerli.
-
-— Ebbene! s’infrangeranno, disse de Servieux. Vi ha egli guardato
-tanto pel minuto quando si trattò di far moschettare l’infelice duca
-d’Enghien?
-
-— Sì, disse la marchesa; è stabilito, la santa Alleanza libererà
-l’Europa da Napoleone, e Villefort libererà Marsiglia da tutti i
-partigiani di lui. Il Re regna o non regna: se egli regna, il suo
-governo dev’essere forte e i suoi magistrati inflessibili: questo è il
-solo mezzo per prevenire il male.
-
-— Disgraziatamente signora, disse sorridendo Villefort, un sostituto
-del Procuratore del Re giunge sempre quando il male è fatto. — Allora
-sta a lui a ripararlo.
-
-— Potrei aggiungere ancora, che noi non ripariamo il male ma lo
-vendichiamo.
-
-— Oh! signor de Villefort, disse una bella giovinetta, figlia del conte
-de Servieux e amica di Renata, sollecitatevi adunque di avere una bella
-causa fin che saremo a Marsiglia; io non ho mai veduto una tornata al
-Tribunale, e mi si dice che sia una cosa molto curiosa.
-
-— Curiosissima, davvero madamigella, disse il sostituto, perchè invece
-di una finta tragedia si rappresenta un dramma vero; in vece di dolori
-rappresentati sono dolori sentiti. Quell’uomo che là si vede, invece
-di ritornare a casa sua dopo calato il sipario, e di andare a cena,
-rientra in prigione ove ritrova il più delle volte il carnefice.
-Vedete bene che per le persone nervose, che cercano le emozioni, non
-vi è spettacolo che possa paragonarsi a questo; state tranquilla,
-madamigella, se l’agio si presenterà, vi proverò la verità del mio
-asserto.
-
-— Ci fa rabbrividire... ed egli ride! disse Renata impallidendo.
-
-— Che volete!... riprese Villefort; questo è un duello... io
-ho ottenuto cinque o sei volte la pena di morte contro accusati
-politici... ebbene! chi sa quanti pugnali a quest’ora si arruotolano
-nelle tenebre o sono già diretti contro di me?
-
-— Oh! mio Dio, disse Renata impallidendo sempre più, parlate voi
-seriamente Villefort?
-
-— Non si può parlare più seriamente, rispose il giovine magistrato con
-un sorriso sulle labbra. E con questi bei processi che madamigella
-desidera appagare la sua curiosità, ed io la mia ambizione, la
-condizione delle cose non farà che peggiorare. Tutti questi soldati di
-Napoleone abituati ad andar come ciechi incontro alle palle nemiche,
-rifletton forse a bruciare una cartuccia, o a marciare a passo di
-carica colla baionetta abbassata? ebbene! penseranno ad uccidere un
-uomo che credono loro nemico personale più che ad uccidere un Russo, un
-Tedesco o un Ungherese che non hanno mai veduto? d’altra parte bisogna
-ammettere ciò, altrimenti non vi sarebbe punto di difesa, io stesso
-quando vedo luccicare nell’occhio dell’accusato il lampo luminoso della
-rabbia mi esalto tutto e m’incoraggio: non è più un processo, ma un
-combattimento; io lotto contro di lui, egli risponde, io raddoppio,
-il combattimento finisce come tutti gli altri, con una vittoria o con
-una sconfitta. Ecco ciò che si chiama discussione! è il pericolo che
-fa l’eloquenza. Un accusato che sorride dopo una mia replica mi fa
-conoscere che ho parlato male, e ciò che ho detto è snervato, senza
-vigore, insufficiente; immaginate dunque quale dev’essere la sensazione
-d’orgoglio di un procuratore del re convinto della reità dell’accusato,
-allora quando vede avvilirsi ed annientarsi il reo sotto il peso delle
-prove e sotto i fulmini della eloquenza! quella testa si abbassa,
-dunque cadrà. — Renata gettò un leggiero grido. — Ecco ciò che si
-chiama saper parlare, disse uno de’ convitati.
-
-— Ecco l’uomo che ci abbisogna in tempi come i nostri!
-
-— Così, disse un terzo, nel vostro ultimo affare, sarete rimasto
-superbo, mio caro Villefort. Lo sapete quell’uomo che aveva ucciso suo
-padre, ebbene senza metafora voi lo avete ucciso prima che il carnefice
-lo toccasse.
-
-— Oh per i parricidi, disse Renata, poco importa, non vi sono supplizi
-abbastanza grandi per tal fatta di gente, ma per gl’infelici accusati
-politici!...
-
-— Gli accusati politici! gridò la marchesa, è ancor peggio, perchè il
-Re è padre della nazione, e volere rovesciare od uccidere il Re è lo
-stesso che volere uccidere il padre di 32 milioni di uomini.
-
-— Oh! è lo stesso, Villefort, disse Renata, voi mi promettete di avere
-indulgenza per quelli che vi raccomanderò?
-
-— State tranquilla, disse Villefort con un sorriso affettuoso, noi
-faremo insieme le nostre requisitorie.
-
-— Cara mia, disse la marchesa, occupatevi di ricami, di aghi, di
-nastri, e lasciate il vostro futuro sposo disimpegnare il suo ufficio.
-Oggi giorno le armi sono in riposo, e la toga è in credito; vi ha su
-questo proposito un motto latino...
-
-— _Cedant arma togae_, interruppe inchinandosi Villefort.
-
-— Io credo che avrei desiderato meglio che voi foste stato un medico,
-rispose Renata; l’angelo sterminatore per quanto sia un angelo, fa
-sempre paura.
-
-— Buona Renata! mormorò Villefort accarezzando la giovanetta con uno
-sguardo di amore.
-
-— Figlia mia, disse il marchese, Villefort sarà il medico morale e
-politico di questa provincia; ha una bella parte da rappresentare,
-credetemi.
-
-— E sarà un mezzo di fare dimenticare la parte che ha rappresentata suo
-padre, soggiunse l’incorreggibile marchesa.
-
-— Signora, riprese Villefort con un mesto sorriso, io ho di già avuto
-l’onore di dirvi che mio padre aveva, spero almeno abiurati gli errori
-del tempo passato: che era divenuto un amico zelante della religione
-e dell’ordine, miglior regio forse di me stesso, poichè egli lo è con
-pentimento e io non lo sono che con passione. — E dopo questa frase
-rotonda, Villefort per giudicare dell’effetto della sua facondia, girò
-intorno lo sguardo sui convitati, come dopo una frase equivalente,
-avrebbe guardato l’uditorio dal suo seggio in tribunale.
-
-— Ebbene, mio caro Villefort, riprese il conte di Servieux, è appunto
-ciò che io risposi l’altro giorno alle Tuglierie al ministro della
-casa del Re che mi domandava conto di questa singolare alleanza fra
-il figlio di un girondino, e la figlia di un ufficiale dell’esercito
-di Condè, e il ministro l’ha intesa molto bene. Questo sistema di
-fusione è pur quello di Luigi XVIII. Così il Re, che senza che noi
-ce n’accorgessimo, ascoltava la nostra conversazione, c’interruppe,
-dicendo «Villefort (notate bene che il Re non ha pronunziato il nome
-di Noirtier, anzi al contrario ha appoggiato su quello di Villefort),
-Villefort ha dunque detto il Re, farà una bella carriera, è un giovane
-di già sennato e di mio genio. Ho visto con piacere che il marchese
-e la marchesa di S. Méran lo prendono per genero, ed io stesso avrei
-loro consigliata questa alleanza, se non fossero venuti pei primi a
-chiedermi la permissione di contrattarla».
-
-— Il Re ha detto questo! gridò entusiasmato Villefort.
-
-— Io vi ho riferite le sue stesse parole, e se il marchese vuole essere
-sincero vi confesserà che ciò che io ho riferito in questo momento
-coincide perfettamente con quanto il Re disse a lui stesso, son circa
-sei mesi, quando gli parlò di una proposta di matrimonio fra sua figlia
-e voi.
-
-— Sì, è vero, disse il marchese.
-
-— Ah! dunque io dovrò tutto a quest’ottimo principe! Perciò che non
-farei io per servirlo bene?
-
-— Alla buon’ora, disse la marchesa, ecco come io vi desidero; venga ora
-un cospiratore, e sarà il ben venuto.
-
-— Ed io, madre mia, disse Renata, prego il cielo che non vi ascolti;
-che egli non invii a Villefort che dei ladroncelli, dei piccoli
-fallimenti, dei timidi scrocconi; in questo modo soltanto potrò dormire
-tranquilla.
-
-— Egli sarebbe come se, disse ridendo Villefort, voi desideraste
-ad un medico che avesse a curare soltanto delle emicranie, delle
-flussioncelle, delle punzicature di api, tutte cose che non sono di
-menomo rischio. Ma se volete vedermi procuratore del Re, auguratemi
-al contrario che io abbia a curare di quelle malattie che fanno onore
-al medico. — In questo momento, come se il destino avesse aspettato il
-voto di Villefort per esaudirlo, un cameriere entrò e gli disse qualche
-parola all’orecchio; Villefort lasciò la tavola scusandosi, e ritornò
-dopo brevi momenti col viso aperto e le labbra sorridenti. Renata
-lo guardò con amore; perchè veduto così, cogli occhi azzurri, col
-colorito maschio e le nere barbette che gli contornavano il viso era
-veramente un bello ed elegante giovinotto. Per tal modo tutta l’anima
-della giovinetta sembrava dipendere dalle sue labbra, aspettando che
-spiegasse la causa della sua momentanea assenza.
-
-— Ebbene, disse Villefort, voi desideravate madamigella non ha guari
-di avere un medico per marito. Io ho per lo meno coi medici questo
-di simile che non son mai padrone del mio tempo, e che son disturbato
-anche vicino a voi, anche al pranzo di nozze.
-
-— E per qual causa venite dunque disturbato? domandò la bella
-giovinetta con una leggiera inquietudine.
-
-— Ahimè, per un malato che, a quanto sembra, se debbo credere a quello
-che mi è stato detto, trovasi agli estremi; questa volta è un caso
-grave, e la malattia confina molto col patibolo. — Oh! mio Dio, gridò
-Renata impallidendo.
-
-— Davvero? disse ad una voce tutta l’assemblea.
-
-— Sembra che siasi scoperto niente meno che un complotto bonapartista.
-— Sarebbe possibile! gridò la marchesa.
-
-— Ecco la lettera di denunzia, e Villefort, lesse ad alta voce. — «Il
-signor procuratore del Re, è avvisato da un amico del Trono e della
-Religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento
-il _Faraone_ giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver toccato
-Napoli e Porto-ferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera
-per l’usurpatore e dall’usurpatore di una lettera per il comitato
-bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo
-poichè si troverà questa lettera o nelle sue tasche o presso del padre,
-o nel suo gabinetto a bordo del _Faraone_».
-
-— Ma disse Renata, questa non è che una lettera anonima, e diretta al
-Procuratore del Re, e non a voi.
-
-— Sì, ma il Procuratore del Re è assente; in sua assenza la lettera è
-stata portata al suo segretario, che è facoltato ad aprire le lettere.
-Egli dunque ha aperta questa, mi ha fatto cercare, e non avendomi
-ritrovato, ha dato gli ordini necessari per l’arresto.
-
-— Il colpevole dunque è già arrestato, disse la marchesa.
-
-— Cioè l’accusato, soggiunse Renata.
-
-— Sì, o signora, disse Villefort, e come aveva l’onore di dire or ora a
-madamigella, se la lettera si ritrova, il malato è malato gravemente.
-
-— E dov’è quest’infelice? domandò Renata.
-
-— A casa mia che mi aspetta.
-
-— Adunque, amico mio, disse il marchese, non mancate al vostro dovere
-per trattenervi con noi, andate che il servizio del Re lo impone.
-
-— Ah! signor Villefort siate indulgente, disse Renata giungendo
-le mani, ricordatevi che questo è il giorno dei vostri sponsali.
-— Villefort fece un giro intorno alla tavola, e avvicinandosi alla
-sedia della giovinetta, sulla spalliera della quale si appoggiò: — Per
-risparmiarvi un’inquietudine, diss’egli, farò quanto potrò, mia cara
-Renata; ma se gl’indizi sono sicuri, e l’accusa è vera, bisognerà bene
-tagliare questa cattiva erba bonapartista.
-
-Renata rabbrividì a questa parola _tagliare_ poichè l’erba che si dovea
-tagliare era la testa di un uomo.
-
-— Bah! Bah! disse la marchesa, non date ascolto a questa giovinetta,
-Villefort; ella ci si avvezzerà. — E la marchesa stese a Villefort una
-mano secca che egli baciò, sempre guardando Renata e dicendole cogli
-occhi: — È la vostra mano che intendo baciare in questo momento o
-almeno desidererei che fosse.
-
-— Questi sono tristi auspici, mormorò Renata.
-
-— In verità, madamigella, disse la marchesa, voi siete di una puerilità
-disperante. Vi domando un poco ciò che può aver che fare il destino
-dello stato con le vostre fantasie sentimentali, e colle vostre
-sensibilità di cuore?
-
-— Oh! madre mia, mormorò Renata.
-
-— Grazia per la cattiva regia, marchesa, disse Villefort. Io vi
-prometto di fare il mio dovere di sostituto del Procuratore del Re
-coscienziosamente, vale a dire di essere severo. — Ma nel medesimo
-tempo che il magistrato indirizzava queste parole alla marchesa,
-il fidanzato gettava di nascosto uno sguardo, che diceva: — State
-tranquilla, Renata, per amor vostro sarò indulgente. — Renata
-corrispose a questo sguardo col più dolce sorriso, e Villefort uscì col
-paradiso nel cuore.
-
-
-
-
-VII. — L’INTERROGATORIO.
-
-
-Non appena Villefort fu fuori della sala da pranzo che lasciò la
-maschera allegra per prendere l’aria grave di un uomo chiamato al
-supremo ufficio di pronunciare sulla vita del suo simile. Ora, ad
-onta della mobilità della sua fisonomia, mobilità che il sostituto
-aveva studiata, come deve fare ogni abile attore, più di una volta
-innanzi lo specchio, allora per altro durò molta fatica ad aggrottare
-le sopracciglia e a rendere severi i suoi lineamenti. Di fatto,
-prescindendo dalle memorie di quella linea politica seguita da suo
-padre e che poteva se egli non se ne allontanava compiutamente,
-inceppare il suo avvenire, Gherardo de Villefort era in quel momento
-tanto felice, quanto è concesso ad un uomo di esserlo. Di già ricco
-per sè stesso, egli a ventisette anni occupava un posto elevato nella
-magistratura, sposava una giovinetta bella di persona cui amava; di
-più, oltre la sua bellezza che era notevole, madamigella di S. Méran
-sua sposa apparteneva ad una delle famiglie più favorite dalla corte
-d’allora; finalmente l’influenza dei genitori di lei, non avendo
-figli maschi, poteva essere consacrata tutta intera al loro genero;
-ella portava ancora al marito una dote di 50mila scudi, che grazie
-alle speranze, parola atroce inventata dai sensali di matrimonio,
-poteva un giorno aumentarsi con una eredità di un mezzo milione. Tutti
-questi elementi riuniti componevano dunque per Villefort un totale
-di felicità abbagliante a segno, che gli sembrava di vedere delle
-macchie nel sole quando aveva lungamente guardata la sua vita interna
-colla vista dell’anima. Alla porta trovò il commissario di polizia
-che lo aspettava... La vista dell’uomo nero lo fece tosto ricadere
-dall’altezza del terzo cielo sulla terra materiale ove noi camminiamo;
-ricompose il viso nel modo che abbiamo indicato, e avvicinandosi
-all’ufficiale di giustizia: — Eccomi, signore, diss’egli; ho letta
-la lettera, e voi avete fatto benissimo in arrestare quest’uomo, ora
-datemi sopra di lui e sulla cospirazione tutti i particolari da voi
-raccolti.
-
-— Signore, della cospirazione non si sa ancor nulla, rispose il
-Commissario; ma tutte le carte che sono state ritrovate presso
-quest’uomo, sono tutte poste in un plico e sigillate sul vostro
-scrittoio. Quanto al prevenuto, voi lo avrete veduto dalla lettera
-stessa che lo denunzia, egli si chiama Edmondo Dantès, secondo a
-bordo del bastimento a tre alberi, il _Faraone_, che fa commercio di
-cotone con Alessandria e Smyrne, e appartiene alla casa Morrel e F. di
-Marsiglia.
-
-— Prima di servire nella marina mercantile ha egli servito nella
-marina militare? domandò Villefort. — Oh! no, signore, egli è giovine
-del tutto. — Qual è la sua età? — Diciannove o vent’anni al più. —
-In questo e siccome Villefort, seguendo la strada grande era giunto
-all’angolo della via dei Consoli, un uomo che sembrava aspettarlo al
-suo passaggio, lo fermò: era Morrel. — Ah! signor de Villefort, esclamò
-il bravo uomo riconoscendo il sostituto, immaginatevi che si commette
-lo sbaglio più strano, e più inaudito; è stato arrestato il secondo del
-mio bastimento, Edmondo Dantès.
-
-— Lo so, disse Villefort, ed io mi riduco in casa per interrogarlo.
-
-— Ah! continuò Morrel, spinto dalla sua amicizia per il giovinotto,
-voi non conoscete quello che viene accusato, io, io lo conosco.
-Immaginatevi l’uomo più dolce, più probo ed oserei quasi dire l’uomo
-che conosce il suo mestiere meglio di tutta la marina mercantile.
-Oh! signor de Villefort, io ve lo raccomando caldamente e con tutto
-il cuore. — Villefort, come si è potuto vedere, apparteneva al
-partito nobile della città e Morrel al partito plebeo; il primo era
-ultra regio, il secondo sospetto di bonapartista. Villefort guardò
-sdegnosamente Morrel e gli rispose con freddezza: — Voi sapete che si
-può essere dolci nella vita privata, probi nelle relazioni commerciali,
-sapienti nel proprio stato, e ciò nonostante essere grandi colpevoli
-politicamente parlando, voi il sapete? — e il magistrato appoggiò sopra
-queste ultime parole come se avesse voluto fare l’applicazione allo
-stesso armatore; mentre che col suo sguardo scrutatore si sforzava di
-penetrare fino al fondo del cuore di quest’uomo ardito abbastanza da
-intercedere per un altro, quando doveva sapere che aveva bisogno egli
-stesso d’indulgenza. Morrel arrossì poichè non si sentiva la coscienza
-netta in riguardo alle sue opinioni politiche; e d’altra parte la
-confidenza che gli avea fatto Dantès del colloquio tenuto col gran
-Maresciallo e delle poche parole che gli aveva dirette l’Imperatore
-gli turbava qualche poco lo spirito. Tuttavolta egli aggiunse con
-l’accento del più profondo interessamento: — Io ve ne supplico,
-sig. de Villefort, siate giusto come dovete esserlo, buono come lo
-siete sempre, e _rendete a noi_ ben presto questo povero Dantès.
-— Il _rendete a noi_, risuonò rivoluzionariamente all’orecchio del
-sostituto al Procuratore del Re. — Eh! eh! disse a sè stesso, _rendete
-a noi_. Questo Dantès sarebbe egli forse affiliato a qualche setta di
-carbonari perchè il suo protettore impieghi così, senza pensarci, la
-formola collettiva? È stato arrestato in un’osteria, mi disse, cred’io
-il Commissario, in numerosa compagnia, mi soggiunse; forse sarà stata
-qualche _vendita_. Poi alzando la voce, rispose: — Signore, potete
-stare perfettamente tranquillo, e non vi sarete appellato inutilmente
-alla mia giustizia, se il prevenuto è innocente; ma se al contrario
-egli è reo, viviamo in tempi così difficili che la impunità sarebbe
-di un esempio tremendo; ed io sarei obbligato di fare il mio dovere.
-— E siccome era arrivato alla porta della casa attigua al palazzo di
-giustizia, entrò maestosamente dopo aver salutato con una gentilezza di
-ghiaccio l’infelice armatore che rimase come pietrificato al luogo ove
-lo lasciò Villefort.
-
-L’anticamera era piena di gendarmi e di uffiziali di polizia. In mezzo
-ad essi, guardato a vista, circondato da sguardi fulminanti d’odio si
-stava tranquillo, immobile e ritto in piedi il prigioniero. Villefort
-traversò l’anticamera, dette uno sguardo obliquo a Dantès dopo aver
-preso un piego che gli venne da un uffiziale, dicendo: — Mi si conduca
-il prigioniero.
-
-Per quanto fu rapido lo sguardo, pure bastò a Villefort per farsi
-un’idea dell’uomo che stava per interrogare. Egli aveva riconosciuto
-l’intelligenza in quella fronte larga ed aperta, il coraggio
-nell’occhio fisso e nel sopracciglio corrugato, e la franchezza nelle
-labbra grosse e semi-aperte, che lasciavano vedere due fila di denti
-bianchi come l’avorio; la prima impressione era stata dunque favorevole
-per Dantès, ma Villefort aveva inteso dir così spesso, come parola di
-profonda politica, che bisogna diffidare del primo movimento attesochè
-questo è il buono; che egli applicò la massima all’impressione, senza
-tener conto della differenza che passa fra queste due parole: soffocò
-in conseguenza i buoni istinti che volevano invadergli il cuore per
-liberare lo spirito dall’assalto, accomodò davanti lo specchio il
-contegno come nei giorni di grandi formalità, e si assise cupo e
-minaccioso avanti allo scrittoio. Un istante dopo di lui entrò Dantès.
-Il giovinotto era sempre pallido, ma tranquillo e sorridente: salutò
-il suo giudice con una pulitezza non affettata, cercò cogli occhi
-una sedia, come se si fosse ritrovato nella camera del signor Morrel.
-Fu allora soltanto che egli scontrò lo sguardo di Villefort, sguardo
-particolare agli uomini del foro che non vogliono che vi si legga il
-loro interno pensiero, e fanno del loro occhio un cristallo appannato.
-Questo sguardo gli fece conoscere che egli era davanti alla giustizia,
-aspetto di sinistre maniere.
-
-— Chi siete voi, e come vi chiamate? domandò Villefort, sfogliando
-quelle note che l’uffiziale gli aveva rimesso entrando, e che da un’ora
-erano divenute voluminose, tanto la corruzione dello spionaggio si
-attacca presto al corpo disgraziato di colui che si noma prevenuto.
-
-— Signore, io mi chiamo Edmondo Dantès, rispose il giovinotto con voce
-ferma e sonora: sono secondo a bordo del bastimento il _Faraone_, che
-appartiene ai Sigg. Morrel e F.
-
-— La vostra età? continuò Villefort. — Diciannove anni, rispose Dantès.
-— Che facevate voi, al momento che siete stato arrestato? — Assisteva
-al pranzo dei miei sponsali, disse Dantès, con una voce leggermente
-commossa, tanto questo contrasto era doloroso, dai momenti di gioia
-colla lugubre cerimonia che si compiva, tanto il viso cupo di Villefort
-faceva brillare di tutta la sua luce il volto raggiante di Mercedès.
-
-— Voi assistevate al pranzo dei vostri sponsali? disse il sostituto
-rabbrividendo suo malgrado.
-
-— Sì, o signore, io sono sul punto di sposare una donna che amo da tre
-anni! — Villefort sebbene d’ordinario impassibile fu ciò nonostante
-colpito da questa coincidenza; e la voce commossa di Dantès sorpreso in
-mezzo alla sua felicità andò a svegliare una fibra simpatica nel fondo
-della sua anima. Egli pure si maritava, egli pure era felice, e si
-veniva a disturbare la sua felicità, perchè contribuisse a distruggere
-la gioia di un uomo, che come lui, toccava di già alla felicità!
-questo ravvicinamento filosofico, pensò egli, farà grande effetto al
-mio ritorno nel salone del marchese di S. Méran, ed egli accomodava di
-già nel suo spirito, e mentre Dantès attendeva nuove interrogazioni,
-le parole di antitesi, coll’aiuto delle quali gli oratori costruiscono
-quelle frasi ambiziose di applausi che qualche volta fanno credere in
-essi una vera eloquenza. Allorchè il suo piccolo _speech_ interno fu
-accomodato, Villefort sorrise al suo effetto, e ritornando a Dantès:
-
-— Continuate, diss’egli. — Che volete che io continui a fare?
-
-— Ad illuminare la giustizia. — Che la giustizia mi dica su qual punto
-vuol essere rischiarata, ed io le dirò tutto ciò che so. Soltanto,
-aggiunse egli, con un sorriso, la prevengo che so ben poche cose.
-— Avete voi servito l’Imperatore? — Egli cadde appunto quando stavo
-per essere incorporato nella marina militare. — Si dice che le vostre
-opinioni politiche siano esagerate, disse Villefort al quale nessuno
-aveva detto una parola di ciò, ma non si trovava malcontento di porre
-una domanda come si pone un’accusa.
-
-— Le mie opinioni politiche? le mie, signore! è quasi vergognoso
-il dirlo, ma io non ho mai avuto ciò che si chiama un’opinione: ho
-diciannove anni appena, come ebbi l’onore di dirvi; io non so niente,
-non sono destinato a rappresentare alcuna parte, il poco che sono e
-che sarò, se mi vien accordato il posto che ambisco, lo dovrò solo al
-signor Morrel. Per tal modo tutte le mie opinioni, non dirò politiche,
-ma private, si limitano a questi tre sentimenti: amo mio padre,
-rispetto il sig. Morrel, e adoro Mercedès. Ecco, o signore, tutto ciò
-che posso dire alla giustizia: vedete che questo può importarle ben
-poco.
-
-A seconda che Dantès parlava, Villefort ne contemplava il viso dolce
-ad un tempo ed aperto, e sentiva ritornare alla memoria le parole
-di Renata, che senza conoscere il prevenuto, gli aveva domandata
-indulgenza per lui. Coll’abitudine che aveva digià il sostituto a
-trattare i delitti e i delittuosi, egli vedeva sorgere ad ogni parola
-di Dantès le prove dell’innocenza di lui. Di fatto questo giovine, che
-si sarebbe potuto chiamare anche ragazzo, semplice, ingenuo, eloquente,
-di quella eloquenza del cuore che non si trova mai quando si cerca
-per affettarla, pieno d’affezione per tutti perchè era felice, chè la
-felicità rende buoni anche gli stessi perversi, versava fino sul suo
-giudice la dolce affabilità che si espandeva dal suo cuore. Edmondo non
-aveva nello sguardo, nella voce, nel gesto, per quanto rozzo e severo
-fosse stato con lui Villefort, che affabilità e bontà per colui che lo
-interrogava.
-
-— Perbacco! disse tra sè Villefort, ecco un grazioso giovinotto e non
-penerò molto, lo spero, a farmi un merito con Renata compiacendo la
-sua prima raccomandazione. Ciò mi frutterà una buona stretta di mano in
-presenza di tutti, ed un bacio ineffabile di nascosto in un canto.
-
-A questa doppia speranza la figura di Villefort si abbellì, dimodochè
-quando rivolse gli sguardi dai suoi pensieri sopra Dantès, Dantès
-che aveva seguito tutti i movimenti della fisonomia del suo giudice,
-sorrideva quasi al suo pensiero.
-
-— Sapete voi di aver qualche nemico? disse Villefort.
-
-— Io dei nemici? rispose Dantès, ho la fortuna di essere ancora ben
-poca cosa, perchè la mia posizione me ne faccia. Quanto alla mia
-indole, forse un poco troppo vivace, ho sempre cercato di addolcirla
-verso i miei subordinati. Ho dieci o dodici marinai sotto i miei
-ordini; che vengano pure interrogati, o signore, ed essi vi diranno che
-mi amano e mi rispettano, non come un padre perchè sono troppo giovine,
-ma come un fratello maggiore.
-
-— Bene, continuò Villefort, vediamo ora, se invece di nemici poteste
-avere qualche invidioso, o qualche geloso. Voi siete per essere
-nominato capitano a diciannove anni, il che è un raro bene in tutti
-gli stati; queste due preferenze avrebbero potuto generarvi qualche
-invidioso.
-
-— Sì, avete ragione: voi dovete conoscere gli uomini meglio di me; ciò
-è possibile; ma se questi invidiosi dovessero essere tra i miei amici,
-vi confesso che amo meglio di non conoscerli, per non esser costretto
-ad odiarli.
-
-— Avete torto, bisogna sempre per quanto è possibile, tener gli
-occhi aperti intorno a sè, e in verità voi mi sembrate un così bravo
-giovine, che per voi son per allontanarmi dalle regole ordinarie della
-giustizia e per illuminarvi, comunicandovi la denunzia che vi conduce
-a me dinanzi. Ecco il foglio accusatore, conoscete voi il carattere?
-— E Villefort cavò di tasca la lettera e la presentò a Dantès. Questi
-osservò e lesse. Una nube gli oscurò la fronte, poi disse: — Non
-conosco questo carattere, che quantunque alterato, pure è scritto
-con molta franchezza. In ogni caso è una mano molto abile che lo ha
-vergato. Sono ben fortunato, soggiunse guardando con riconoscenza
-Villefort, di avere a trattare con un uomo, quale voi siete, poichè
-in fatto il mio invidioso è un vero nemico. — Al baleno che folgorò
-sugli occhi del giovinetto pronunciando queste parole, Villefort potè
-conoscere quanta violenta energia stava nascosta sotto quella prima
-dolcezza.
-
-— Ora osserviamo, disse Villefort, rispondetemi francamente, non come
-farebbe un prevenuto al suo giudice, ma come un uomo che si trova in
-una falsa posizione risponde ad un altro che prende interessamento per
-lui: che vi è di vero in questa anonima accusa? — E Villefort gettò con
-disprezzo sullo scrittoio la lettera che Dantès gli aveva restituita.
-
-— Eccovi la pura verità, sul mio onore di marinaio, sul mio amore per
-Mercedès, sulla vita di mio padre.
-
-— Parlate, signore, disse ad alta voce Villefort. Poi fra sè soggiunse.
-— Se Renata potesse vedermi, spero, sarebbe contenta di me e non mi
-chiamerebbe più tagliatore di teste.
-
-— Ebbene! lasciando Napoli il Capitano Leclerc cadde malato di
-febbre cerebrale; siccome non avevamo medico a bordo, ed egli non
-volle fermarsi in alcun punto della costa, sollecitato come era di
-portarsi all’isola d’Elba, la malattia peggiorò in modo che verso la
-fine del terzo giorno sentendosi vicino a morire mi chiamò a sè: «—
-Mio caro Dantès, mi disse: giuratemi sul vostro onore di far tutto
-ciò che vi dirò trattandosi di affari della più alta importanza.»
-«— Ve lo giuro capitano, risposi io.» «— Ebbene, siccome dopo la mia
-morte spetta a voi il comando del bastimento nella vostra qualità di
-secondo, assumerete questo comando, e metterete capo all’isola d’Elba,
-sbarcherete a Porto Ferrajo, cercherete del gran Maresciallo e gli
-rimetterete questa lettera; forse egli allora vi consegnerà un’altra
-lettera, e v’incaricherà di qualche missione. Questa missione che era
-riservata a me, voi l’eseguirete, Dantès, in mia vece, e tutto l’onore
-sarà vostro.» «— Io lo farò, Capitano; ma forse non potrò giugnere fino
-al Gran Maresciallo tanto facilmente quanto credete.»
-
-«— Eccovi un anello che vi farà giungere facilmente a lui, disse il
-Capitano, e che toglierà tutte le difficoltà». — A queste parole mi
-rimise l’anello, e fu appena in tempo; perchè poco dopo lo prese il
-delirio e il domani era morto.
-
-— E che faceste allora?
-
-— Ciò che io doveva fare, o signore, e che ciascun altro avrebbe fatto
-al mio posto. In ogni tempo le preghiere dei moribondi sono sacre,
-ma presso i marinai le preghiere di un superiore sono ordini che si
-debbono eseguire. Io feci dunque vela verso l’isola d’Elba ove giunsi
-il domani; consegnai a bordo tutto l’equipaggio, ed io solo discesi a
-terra. Come aveva preveduto, mi fecero sulle prime delle difficoltà per
-introdurmi dal Gran Maresciallo, ma io gli inviai l’anello che doveva
-servirmi di segnale a farmi riconoscere, e tutte le porte si aprirono
-avanti a me. Egli mi ricevette, m’interrogò sugli ultimi particolari
-della morte del disgraziato Leclerc; e come questi lo aveva preveduto,
-mi venne consegnata una lettera coll’incarico di portarla in persona
-a Parigi. Io glielo promisi, poichè questo era un compiere l’estrema
-volontà del mio Capitano. Ritornai a bordo, feci vela per Marsiglia
-ove giunsi ieri, accomodai rapidamente tutti gli affari colla Dogana
-e la Sanità, corsi ad abbracciare mio padre, volai a vedere la mia
-fidanzata, che trovai più bella e più innamorata che mai. Col favore
-del signor Morrel furono superate tutte le difficoltà ecclesiastiche;
-e finalmente, o signore, io assisteva, come vi ho detto, al pranzo
-dei miei sponsali; fra un’ora doveva esser maritato, e contavo partir
-domani per Parigi allora quando per questa accusa che sembra voi pure
-disprezziate quanto me, io fui arrestato.
-
-— Sì, sì, mormorò Villefort, tutto ciò mi sembra essere la verità, e se
-voi siete colpevole, lo siete soltanto d’imprudenza; ed anche questa
-imprudenza potrebbe essere legittimata dagli ordini che riceveste dal
-vostro capitano. Rendetemi questa lettera che vi è stata consegnata
-all’isola d’Elba, datemi la vostra parola d’onore di ricomparire alla
-prima requisitoria, ed andate a raggiungere i vostri amici. — Per tal
-modo io sono libero, signore? gridò Dantès al colmo della gioia.
-
-— Sì, soltanto datemi questa lettera. — Essa dev’essere innanzi a voi
-poichè mi fu tolta con tutte le altre mie carte, ed io ne riconosco
-qualcuna in quel fascio. — Aspettate, disse il sostituto a Dantès, che
-prendeva i guanti ed il cappello; a chi era essa diretta?
-
-— _Al sig. Noirtier, strada Coq-Héron a Parigi_.
-
-La folgore se caduta fosse su Villefort, non lo avrebbe percosso con un
-colpo più rapido e più inatteso; egli si lasciò cadere sulla seggiola
-dalla quale si era per metà alzato per prendere il piego delle carte
-confiscate su Dantès, lo sfogliò precipitosamente, e ne cavò la lettera
-fatale, sulla quale gettò uno sguardo ov’era impresso il più indicibile
-terrore: — sig. Noirtier strada _Coq-Héron_ N. 13, mormorò impallidendo
-sempre più.
-
-— Sì, o signore, rispose Dantès maravigliato; lo conoscete voi? — No,
-rispose Villefort, un servo fedele del Re non conosce i cospiratori. —
-Si tratta dunque di una cospirazione? domandò Dantès che cominciava,
-dopo essersi creduto libero, a riprendere un terrore più grande del
-primo; in ogni modo, signore, io ve l’ho detto, ignorava completamente
-il contenuto del dispaccio di cui era il portatore. — Sì, riprese
-Villefort, con sorda voce, ma voi sapete il nome di quello a cui era
-diretto. — Bisogna bene che io lo sapessi se dovevo consegnarlo nelle
-sue proprie mani. — E voi non avete mostrata questa lettera ad alcuno?
-disse Villefort che sempre più impallidiva a seconda che leggeva la
-lettera. — Ad alcuno sul mio onore. — Tutti dunque ignoravano che voi
-eravate portatore di una lettera che veniva dall’isola d’Elba, ed era
-diretta al sig. Noirtier?
-
-— Tutti lo ignorano meno quegli che me l’ha consegnata.
-
-— Questo è troppo è ancora troppo, mormorò Villefort.
-
-La fronte di Villefort si oscurava sempre più quanto si accostava al
-fine: le sue labbra bianche, le mani tremanti, gli occhi ardenti di lui
-facevano passare nello spirito di Dantès le più dolorose apprensioni.
-Dopo la lettura di questa lettera, Villefort lasciò cadere il capo fra
-le mani, e rimase oppresso.
-
-— Oh! mio Dio che c’è dunque? chiese timidamente Dantès.
-
-Villefort non rispose, ma dopo qualche momento rialzò la testa pallida
-e scomposta, e rilesse una seconda volta la lettera. — E voi dite che
-non sapete nulla di ciò che contiene questa lettera? rispose Villefort.
-
-— Sul mio onore, vi ripeto, io non so nulla. Ma che avete voi stesso?
-Mio Dio! voi state male? volete che suoni il campanello? volete che
-chiami qualcuno? — No, disse Villefort alzandosi prontamente; no, non
-fate rumore, non dite una parola, sta a me il dare degli ordini qui e
-non a voi. — Signore, disse Dantès, mortificato, facea per venire in
-vostro soccorso, scusatemi, ve ne prego in riguardo alla intenzione.
-— Non ho bisogno di niente; uno sconcerto passeggiero, ecco tutto;
-occupatevi di voi e non di me: rispondete.
-
-Dantès aspettava l’interrogazione che veniva annunziata da quest’ultima
-parola, ma inutilmente; Villefort ricadde sul suo seggio, passò la mano
-gelida sulla fronte che grondava sudore e per la terza volta si mise a
-rileggere la lettera. — Oh! se egli sa il contenuto di questa lettera,
-mormorò egli, se conoscerà un giorno che Noirtier è il padre di
-Villefort, io son perduto per sempre... — E a quando a quando guardava
-Edmondo come se col suo sguardo avesse potuto infrangere quella
-barriera invisibile che racchiude nel cuore i segreti che dalla bocca
-non vengono palesati. — Oh! non esitiamo più, sclamò egli di repente,
-non vi è che questo mezzo.
-
-— Ma, in nome del Cielo, signore riprese il disgraziato se dubitate di
-me, se avete dei sospetti, interrogatemi, io sono pronto a rispondervi.
-
-Villefort fece un violento sforzo su sè stesso, e con un tuono di voce
-che voleva rendere sicuro:
-
-— Signore, diss’egli, dal vostro interrogatorio risultano a vostro
-danno i sospetti più forti: io non sono dunque padrone come aveva poco
-fa sperato, di mettervi in libertà in questo medesimo punto, debbo
-prima prendere questa misura, consultare il giudice d’istruzione.
-Frattanto voi avete veduto come vi ho trattato. — Oh! sì, signore;
-gridò Dantès, vi ringrazio poichè siete stato per me più che un
-giudice, un amico. — Ebbene vi tratterò ancora per qualche tempo
-prigioniero il men che mi sarà possibile; la principale accusa contro
-di voi è questa lettera, e... vedete... — Villefort si avvicinò al
-caminetto, gettò la lettera nel fuoco e restò immobile fino a che fu
-ridotta in cenere. — E vedete, continuò egli, io l’ho annientata.
-
-— Oh! gridò Dantès, signore, voi siete più che la giustizia, voi
-siete la stessa bontà. — Ma ascoltatemi, continuava Villefort, dopo
-quest’atto, voi comprendete bene che potete avere tutta la confidenza
-in me, n’è vero? — Ah! signore, ordinate, ed io eseguirò i vostri
-ordini. — No, disse Villefort avvicinandosi al giovinotto, non sono
-ordini che io voglio darvi, voi capirete, sono consigli. — Dite, io mi
-conformerò come fossero ordini. — Vi farò trattenere fino a questa sera
-al palazzo di giustizia: forse tutt’altri che io, verrà ad esaminarvi.
-Dite tutto ciò che avete detto a me, ma non dite una parola su quella
-lettera. — Io ve lo prometto, o signore.
-
-Era Villefort che sembrava supplicare, era l’accusato che attutava il
-giudice.
-
-— Voi capirete, diss’egli gettando uno sguardo sulle ceneri che
-conservavano ancora la forma della carta, e che venivano alzate in aria
-ed agitate dalla fiamma, ora che questa lettera è annientata, voi ed io
-sappiamo soltanto che vi sia stata, essa non vi sarà più ripresentata,
-negatela arditamente, e con questo mezzo soltanto siete salvo. — Io
-negherò, signore, siate tranquillo, disse Dantès. — Bene, bene, rispose
-Villefort portando la mano al cordone del campanello. Poi fermandosi
-al momento che stava per suonare: — Questa era la sola lettera che voi
-aveste? diss’egli. — La sola. — Giuratelo. — Dantès stese la mano:
-— Lo giuro. — Il campanello suonò, il commissario di Polizia entrò.
-Villefort si avvicinò al pubblico ufficiale e gli disse qualche parola
-all’orecchio. Il Commissario rispose con un semplice segno di testa.
-— Seguitelo, signore, disse Villefort a Dantès. — Dantès s’inchinò,
-gettò un ultimo sguardo di riconoscenza a Villefort ed uscì. Non appena
-la porta fu chiusa dietro lui, che le forze mancarono a Villefort, e
-cadde quasi svenuto sul suo seggio. Poi dopo un momento: — Oh! mio Dio,
-da che dipende la vita e la fortuna? se il procuratore del Re fosse
-stato a Marsiglia, se il giudice d’istruzione fosse stato chiamato in
-mia vece, ora sarei perduto. Questo foglio, questo maledetto foglio
-mi precipitava nell’abisso. Ah! padre mio, padre mio, sarete voi
-dunque sempre un ostacolo alla mia felicità in questo mondo? e dovrò
-io lottare eternamente col vostro passato? — Poi di repente una luce
-inattesa parve passare innanzi al suo spirito, e gli rischiarò il
-viso; un sorriso gli balenò sulle labbra ancora corrugate, gli occhi
-stravolti divennero fissi, e parvero fermarsi sopra un pensiero. — Sì,
-diss’egli, sì, questa lettera che doveva perdermi, farà forse la mia
-fortuna. Andiamo, Villefort, all’opera! — E dopo essersi assicurato che
-l’accusato non era più nell’anticamera, il Sostituto al procuratore del
-Re uscì a sua volta, e s’incamminò prestamente verso la casa della sua
-fidanzata.
-
-
-
-
-VIII. — IL CASTELLO D’IF.
-
-
-Attraversando l’anticamera, il commissario di polizia fece un segno
-a due gendarmi, i quali si posero uno a dritta e l’altro a sinistra
-di Dantès; fu aperta una porta che comunicava dal quartiere del
-procuratore del Re al palazzo di giustizia, e continuarono per qualche
-tempo in uno di quei lunghi corridoi che fanno tremare quelli che
-vi passano, anche quando non hanno alcun motivo di tremare. Nello
-stesso modo che l’appartamento di Villefort comunicava col palazzo di
-giustizia, il palazzo di giustizia comunicava colla prigione, tetro
-monumento addossato al palazzo e che guarda in modo strano da tutte
-le sue aperture guarnite di sbarre il campanile degli _Accoules_
-che sorge avanti ad esso. Dopo una quantità di voltate nel corridoio
-che percorreva, Dantès si vide innanzi una porta col catenaccio di
-ferro: il commissario di polizia battè col martello tre colpi che si
-ripercossero per Dantès come se gli fossero stati battuti sul cuore.
-La porta si aprì, i due gendarmi spinsero leggermente il prigioniero
-che esitava; Dantès oltrepassò il limitare terribile, e la porta tosto
-si rinchiuse con fracasso dietro a lui. Egli respirava un’altr’aria,
-un’aria mefitica e pesante; era l’aria della prigione.
-
-Venne condotto in una camera abbastanza pulita ma con l’inferriata
-a catenaccio. Ne resultò che l’aspetto della sua nuova dimora non
-gli cagionò gran timore. D’altra parte le parole del Sostituto al
-procuratore del Re, pronunciate con una voce che era sembrata a Dantès
-così soave, risuonavano al suo orecchio come una dolce promessa di
-speranza. Erano già quattr’ore da che Dantès era stato introdotto
-in quella camera. Eravamo come abbiamo detto al primo di marzo, ed
-il giorno declinando presto, il prigioniero si trovò di un subito
-nella notte. Allora il senso dell’udito si aumentò in lui, a misura
-che quello della vista andava a spegnersi. Al più piccolo rumore che
-perveniva fino a lui, convinto che sarebbe stato messo in libertà,
-si alzava velocemente e faceva un passo verso la porta. Ben presto
-il rumore andava a perdersi in un’altra direzione, e Dantès ricadeva
-sullo sgabello. Finalmente, verso le dieci della sera al momento in cui
-Dantès cominciava a perdere la speranza, un nuovo rumore si fece udire
-e questa volta gli sembrava diretto verso la sua camera. Infatti dei
-passi rimbombarono nel corridoio e si fermarono avanti la sua porta.
-Una chiave girò due volte nella serratura, i catenacci cigolarono,
-la massiccia barriera di quercia si aprì lasciando penetrare ad un
-tratto nella oscura camera l’abbagliante luce di due ceri. A questa
-luce Dantès vide brillare le sciabole ed i moschetti di quattro
-gendarmi. Egli aveva fatto due passi in avanti; rimase immobile al
-suo posto vedendo quest’aumento di forza. — Venite voi a cercar me?
-domandò Dantès. — Sì, rispose uno dei gendarmi. — Per parte del signor
-Sostituto al procuratore del Re? — Ma... così credo....
-
-— Bene, disse Dantès, sono pronto a seguirvi.
-
-La convinzione che si veniva a cercarlo per parte di Villefort,
-toglieva ogni timore all’infelice giovinotto. Egli si avanzò dunque
-con ispirito tranquillo, con andamento libero, e si pose da sè stesso
-nel mezzo della scorta. Una carrozza aspettava alla porta di strada, il
-cocchiere era al suo posto, un _esente_ era assiso presso il cocchiere.
-— È dunque per me questa carrozza? domandò Dantès. — È per voi, rispose
-uno dei gendarmi, e salite. — Dantès volle fare qualche osservazione,
-ma lo sportello si aprì, sentì che era spinto. Egli non aveva nè la
-possibilità nè la sola intenzione di far resistenza. Si trovò in un
-momento assiso nel fondo della carrozza fra due gendarmi; gli altri
-due sederono nel posto davanti, e la pesante macchina si mise in moto
-con un sinistro rumore. Il prigioniero volse gli occhi sulle aperture,
-esse erano chiuse coi graticci; ei non aveva fatto che cambiar di
-prigione, soltanto questa scorreva, e lo trasportava verso una meta non
-conosciuta. Attraverso le sbarre, chiuse in modo da lasciarvi appena
-passare la mano, Dantès riconobbe ciò non pertanto che si passava per
-la strada _Caisserie_ e che dalle strade _S. Laurent_, e _Tamaris_ si
-discendeva verso lo scalo. Ben tosto vide attraverso le sue sbarre,
-e quelle del monumento presso il quale si ritrovava, brillare i
-lumi della _Consigne_. La carrozza si fermò; l’_esente_ discese e si
-avvicinò al corpo di guardia; una dozzina di soldati uscirono e si
-disposero in due file in modo da formare un viale. Dantès vedeva al
-chiarore dei riverberi dello scalo rilucere i loro moschetti. Sarebbe
-egli per me, si domandava, che si spiega una simil forza militare?
-L’_esente_, aprendo lo sportello della carrozza che era stato chiuso a
-chiave, quantunque non pronunziasse una parola, dette la risposta alla
-domanda che si era fatta Dantès, perchè vide fra le due file di soldati
-il sentiero che era stato preparato per lui dalla carrozza al porto. I
-due gendarmi, seduti nel posto davanti, furono i primi a discendere,
-poscia fu fatto discender lui, e finalmente quelli che prima gli
-stavano ai fianchi; si diressero verso una barchetta, che un marinaio
-di dogana teneva. I soldati osservavano Dantès passare con una stupida
-curiosità. In un momento egli fu messo a posto alla poppa del battello,
-sempre fra i quattro gendarmi, nel mentre che l’_esente_ si teneva
-a prua. Una scossa violenta staccò il battello dalla riva e quattro
-vigorosi rematori vogarono verso il _Pilon_. Ad un grido partitosi
-dalla barca la catena che chiude il porto si abbassò, e Dantès si
-trovò nel luogo detto _Frioul_, vale a dire fuori del porto. Il primo
-movimento del prigioniero ritrovandosi all’aria aperta era stato un
-movimento di gioia. L’aria è quasi la libertà! Egli respirò adunque a
-pieni polmoni quella brezza vivace che porta sulle sue ali tutti gli
-olezzi sconosciuti della notte e del mare. Indi a poco mandò fuori
-un sospiro: passava avanti l’osteria della _Réserve_ ove era stato sì
-felice la stessa mattina nell’ora che aveva preceduta quella del suo
-arresto, e attraverso la chiara apertura di due finestre, giunse fino
-a lui il lieto rumore di un ballo. Dantès incrociò le mani, levò gli
-occhi al cielo e pregò. La barca continuava il suo cammino, aveva già
-oltrepassata la _Testa di Moro_: era in faccia all’ansa del Faro, ed
-andava a bordeggiare di fianco alla batteria: questa era una manovra
-incomprensibile per Dantès. — Ma dove mi conducete voi? domandò egli.
-— Lo saprete ben presto. — Ma pure... — Ci è proibito di darvi alcuna
-spiegazione.
-
-Dantès era per metà soldato; fare delle domande a subordinati ai quali
-era proibito di rispondere, gli parve una cosa assurda e si tacque.
-Allora i pensieri più strani gli passarono per la mente, come non si
-poteva fare una lunga navigazione con una simile barchetta, come non vi
-era alcun bastimento all’ancora nella parte verso cui si dirigevano,
-egli pensò che sarebbe stato depositato sur un punto lontano della
-costa per dirgli che era libero: egli non era incatenato, non era
-stato fatto alcun tentativo per mettergli le manette, e ciò gli era
-sembrato di buon augurio. D’altronde il Sostituto così eccellente per
-lui non gli aveva detto che qualora non pronunziasse una parola sulla
-lettera diretta a Noirtier, egli non aveva nulla a temere? Villefort,
-non aveva in sua presenza annientata la pericolosa lettera unica
-prova contro di lui? egli aspettava adunque, muto e pensieroso, e
-cercava di fendere coll’occhio da marinaio esercitato alle tenebre,
-e assuefatto allo spazio, la oscurità della notte. Lasciata a destra
-l’isola _Ratonneau_ su cui riluceva il Faro, e sempre costeggiando
-erano arrivati all’altezza del seno dei Catalani. Là, gli sguardi del
-prigioniero raddoppiarono di energia: era là che stava Mercedès e gli
-sembrava ad ogni momento vedere delinearsi sulla riva oscura la forma
-vaga ed indecisa di una donna. Come mai un presentimento non diceva
-allora a Mercedès che il suo amante passava in quel momento a trecento
-passi lontano da lei? Un sol lume brillava ai Catalani. Studiando
-la posizione di questo lume, Dantès riconobbe che esso rischiarava
-la camera della sua fidanzata. Mercedès era la sola che vegliava
-in tutta la piccola colonia. Alzando un grido poteva il giovinotto
-essere inteso dalla sua fidanzata: una falsa vergogna lo trattenne;
-che direbbero coloro che lo custodivano sentendolo gridare come un
-insensato? egli restò dunque muto cogli occhi fissi su quel lume.
-Frattanto la barca continuava il suo cammino; ma il prigioniero non
-pensava punto alla barca, egli pensava a Mercedès. Una situazione del
-terreno fece scomparire il lume. Dantès si voltò e vide allora che la
-barca prendeva il largo. Nel mentre che egli guardava il lume, assorto
-nei propri pensieri, non si era avveduto che ai remi erano state
-sostituite le vele, e che la barca camminava spinta dal vento. Ad onta
-della repugnanza che provava Dantès a fare delle nuove interrogazioni
-al gendarme, egli si appressò a lui e stringendogli la mano gli disse
-— Gendarme, in nome della vostra coscienza, e per la vostra qualità di
-soldato, io vi scongiuro ad aver pietà di me e di rispondermi. Io sono
-il capitano Dantès, leale e buon francese, quantunque accusato di non
-so qual tradimento, ove mi conducete? ditelo, e sulla fede di marinaio
-io mi adatterò al mio dovere, e mi rassegnerò al mio destino.
-
-Il gendarme si grattò l’orecchio, e guardò il suo camerata. Questi fece
-un movimento, quasi avesse voluto dire: «mi sembra che al punto in cui
-siamo non vi sia a temere alcun inconveniente». Il gendarme allora si
-rivoltò verso Dantès e gli disse: — Voi siete Marsigliese e marinaio
-e domandate a me dove andiamo? — Sì, poichè sul mio onore non lo so.
-— Non ne avete alcun sospetto? — Alcuno. — È impossibile! — Io ve
-lo giuro per quanto vi è di più sacro al mondo. Rispondetemi adunque
-di grazia! — Ma la consegna? — La consegna non vi proibisce di dirmi
-ciò che saprò fra dieci minuti, fra una mezz’ora, forse fra un’ora;
-soltanto voi mi risparmierete di qui a là dei secoli d’incertezza. Io
-ve lo domando come se voi foste un mio amico. Osservate, io non voglio
-nè rivoltarmi nè fuggire; d’altra parte non lo posso. Su via, ove
-andiamo noi? — Ammenochè non abbiate la benda agli occhi o non siate
-mai uscito dal porto di Marsiglia, dovete ora indovinare ove andiamo. —
-Eppure...
-
-— Allora guardate attorno a voi. — Dantès si alzò, tese naturalmente
-lo sguardo verso il punto a cui sembrava dirigersi il battello, e vide
-cento tese lontano innalzarsi la nera e scoscesa roccia sulla quale è
-posta come una superfetazione di silce il nero castello d’If. Questa
-forma strana, questa prigione ove regna un sì profondo terrore, questa
-fortezza che fa vivere da trecent’anni Marsiglia nelle sue lugubri
-tradizioni, compariva ad un tratto innanzi a Dantès che non pensava
-punto ad essa, e gli fece l’effetto che fa ad un condannato a morte la
-vista del patibolo. — Ah! mio Dio! gridò egli, il castello d’If! e che
-andiamo noi a far là?
-
-Il gendarme sorrise. — Ma non sarò già condotto là per esservi
-imprigionato? continuò Dantès. Il castello d’If è una prigione di
-stato soltanto pei grandi colpevoli politici. Io non ho commesso
-alcun delitto. Vi sono forse dei giudici d’istruzione, dei magistrati
-qualunque al castello d’If? — Non vi sarà io suppongo, disse il
-gendarme, che un governatore, dei carcerieri, una guarnigione e delle
-ottime mura. Andiamo, andiamo, amico, non mi fate tanto il sorpreso,
-poichè in verità mi farete credere che voleste ricompensare la mia
-compiacenza col burlarvi di me.
-
-Dantès strinse la mano del gendarme sì forte che pareva volesse
-infrangergliela. — Voi pretendete adunque che mi si conduca al castello
-d’If per esservi imprigionato? — Probabilmente, disse il gendarme; ma
-in ogni modo camerata, è inutile stringermi la mano così fortemente. —
-Senz’altre informazioni, senz’altra formalità? disse il giovinotto. —
-Le formalità sono compite, l’informazione è fatta. — Così ad onta della
-promessa del sig. de Villefort...
-
-— Io non so se Villefort vi ha fatta una promessa, disse il gendarme,
-quello che so, si è che noi andiamo al castello d’If. Ebbene! che fate
-adesso? Olà camerati, a me!
-
-Con un movimento pari al baleno, ma che però era stato preveduto
-dall’occhio esercitato del gendarme, Dantès aveva voluto slanciarsi in
-mare, ma quattro mani vigorose lo trattennero al momento in cui i suoi
-piedi lasciavano il piantito del battello. Egli ricadde nel fondo della
-barca urlando di rabbia.
-
-— Bravo! gridò il gendarme, mettendogli un ginocchio sul petto,
-ecco come voi mantenete la vostra parola da marinaio! fidatevi delle
-persone melliflue! Ebbene, ora, mio caro, se fate un movimento, un sol
-movimento, io vi mando una palla nella testa, ho tradita la prima mia
-consegna, ma vi assicuro che non mancherò alla seconda. — E di fatto
-abbassò la sua carabina verso Dantès, che sentì appoggiarsi come un
-anello di gelo l’estremità della canna sulla tempia.
-
-Un momento egli ebbe l’idea di eseguire il proibito movimento e di
-finirla così violentemente coll’inatteso infortunio che si era gettato
-sopra di lui coi suoi artigli d’avvoltoio; ma giusto perchè questa
-infelicità era inattesa, Dantès pensò che non poteva durare; gli
-tornarono al pensiero le promesse di Villefort; e poi bisogna anche
-dirlo, questa morte così nel fondo di un battello, dalle mani di un
-gendarme gli parve lurida e nuda. Egli ricadde adunque sul piantito
-della barca mandando un urlo di rabbia e rodendosi con furore le mani.
-Quasi nel medesimo momento un urto violento ripercosse il battello,
-uno dei battellieri saltò sulla roccia che era stata toccata dalla
-piccola barca, una corda si svolse dall’interno di una puleggia, Dantès
-s’accorse che erano arrivati, e che si ammarrava lo schifo. Infatti
-i suoi guardiani che lo tenevano ad un tempo e per le braccia, e pel
-colletto dell’abito, lo sforzarono di rialzarsi, lo costrinsero a
-discendere a terra, e lo trasportarono verso gli scalini che mettevano
-alla porta della cittadella, mentre che l’_esente_ armato di moschetto
-colla baionetta li seguiva di dietro. Dantès del resto non fece più
-alcuna inutile resistenza; la sua lentezza proveniva più da inerzia
-che da opposizione. Egli era stordito e barcollava come un ubbriaco.
-Vide di nuovo i soldati che si schieravano sulla rapida china, sentì
-dei scalini che lo forzarono ad alzare i piedi, si accorse che passava
-sotto una porta, e che questa porta si chiudeva dietro di lui ma tutto
-ciò macchinalmente come attraverso di una densa nebbia senza distinguer
-nulla di positivo. Egli non vedeva neppur più il mare, questo immenso
-dolore dei prigionieri che guardano lo spazio col terribile sentimento
-che sono impotenti a superarlo. Vi fu una sosta di un momento durante
-la quale egli cercò di raccogliere i suoi spiriti. Egli guardò intorno
-a sè; era in un cortile quadrato formato da quattro grandi muraglie; si
-sentivano i passi lenti e regolari delle sentinelle ed ogni volta che
-esse passavano davanti al riflesso che veniva proiettato sulle muraglie
-dalla luce di due o tre lumi che ardevano nell’interno del castello, si
-vedeva scintillare la canna dei loro moschetti. Si attese dieci minuti
-circa. Certi che Dantès non poteva più fuggire lo avevano lasciato;
-sembrava che si aspettassero degli ordini, e questi ordini giunsero. —
-Ov’è il prigioniero? domandò una voce. — Eccolo, risposero i gendarmi.
-— Che mi segua; io lo condurrò al suo alloggio. — Andate! dissero i
-gendarmi dando una spinta a Dantès. Il prigioniero seguì la sua guida,
-che lo condusse difatti in una sala quasi sotterranea, le cui muraglie
-nude ed umide sembravano impregnate da un vapore di lagrime. Una specie
-di lampione, posato sopra uno sgabello ed il cui lucignolo nuotava in
-un grasso fetido illuminava le pareti di questo spaventoso soggiorno,
-e mostrava a Dantès il suo conduttore, che era una specie di carceriere
-subalterno, mal vestito e pur di lurido aspetto.
-
-— Ecco la vostra camera per questa notte, diss’egli. È tardi ed il
-sig. Governatore è andato a letto; domani quando si sarà alzato, ed
-avrà conosciuti gli ordini che vi concernono, forse vi cambierà di
-domicilio. Frattanto eccovi del pane. Vi è dell’acqua in questa brocca,
-della paglia laggiù in quel cantone; insomma vi è tutto quello che un
-prigioniero può desiderare. Buona sera. — E prima che Dantès avesse
-pensato ad aprir la bocca per rispondergli, prima che avesse veduto
-ove il carceriere avesse posto il pane, prima che si fosse renduto
-conto della direzione ove stava la brocca, prima che avesse voltati
-gli occhi verso l’angolo ove lo aspettava quella paglia destinata a
-servirgli di letto, il carceriere aveva preso il lampione e chiudendo
-la porta aveva tolto al prigioniero quella luce incerta che gli
-aveva mostrato come al chiarore di un lampo le umide muraglie della
-sua prigione. Allora egli trovossi solo nelle tenebre e nel silenzio
-così muto e così tetro quanto le volte di cui egli sentiva il freddo
-agghiacciante abbassarsi sulla sua fronte che bruciava. Quando i primi
-raggi del giorno ebbero ricondotto un poco di luce in quest’antro,
-il carceriere ritornò coll’ordine di lasciare il prigioniero ove era.
-Dantès non aveva cambiato di luogo, una mano di ferro sembrava averlo
-inchiodato nello stesso posto in cui si era fermato entrando; soltanto
-il suo occhio profondo si nascondeva sotto una gran gonfiezza cagionata
-dall’umido vapore delle sue lagrime; egli era immobile e guardava il
-terreno. Aveva passata così tutta la notte, in piedi, senza dormire
-un solo istante; il carceriere si avvicinò a lui; gli girò attorno, ma
-Dantès non pareva vederlo, gli battè sulla spalla e Dantès rabbrividì
-scuotendo la testa. — Non avete dormito? domandò il carceriere.
-
-— Non lo so, rispose Dantès.
-
-Il carceriere lo guardò con meraviglia. — Non avete fame? continuò
-egli. — Non lo so, rispose ancora Dantès. — Volete voi qualche cosa? —
-Vorrei vedere il Governatore.
-
-Il carceriere alzò le spalle ed uscì. Dantès lo seguì cogli occhi,
-stese le mani verso la porta socchiusa; ma questa venne chiusa a
-sbarre. Allora il suo petto sembrò squarciarsi in un lungo singulto. Le
-lagrime che gli gonfiavano le palpebre scorsero come due ruscelli, egli
-si precipitò colla fronte per terra e pregò lungo tempo, esaminando
-collo spirito tutta la sua vita passata, e chiedendo a sè stesso qual
-delitto aveva commesso in questa vita ancor sì giovanile, che potesse
-meritargli una tal crudele punizione. La giornata scorse così; fu
-molto se egli mangiò qualche boccone di pane, bevette qualche goccia
-d’acqua. Ora egli restava assiso assorto nei suoi pensieri, ora girava
-intorno alla sua prigione come fa una bestia feroce chiusa in una
-gabbia di ferro. Un solo pensiero lo faceva soprattutto trasecolare;
-ed era che, durante questa traversata in cui, ignorando il luogo ove
-era condotto, egli era rimasto sì queto, sì tranquillo, avrebbe potuto
-ben dieci volte gettarsi in mare, ed una volta nell’acqua, mercè la
-sua abilità nel nuotare, mercè l’abitudine, che faceva di lui uno dei
-più abili nuotatori di Marsiglia, sparire sotto all’acqua, fuggire ai
-suoi guardiani, guadagnare la costa, salvarsi, nascondersi in qualche
-luogo deserto, attendere un bastimento genovese o catalano, raggiungere
-l’Italia o la Spagna, e di là scrivere a Mercedès che venisse a lui;
-quanto alla sua vita in nessuna contrada poteva esserne inquieto,
-in ogni luogo i buoni marinai sono rari; parlava l’italiano come un
-toscano; parlava lo spagnuolo come un figlio della vecchia Castiglia.
-Egli avrebbe vivuto libero, felice con Mercedès, con suo padre, perchè
-suo padre sarebbe venuto a raggiungerlo; mentrechè era ora prigioniero,
-chiuso nel castello d’If, in così sicura prigione, non sapendo che cosa
-accadeva a suo padre, che a Mercedès, e tutto ciò perchè egli aveva
-creduto alla parola di Villefort. Era un divenire pazzo. Così Dantès
-si rotolava furioso sulla paglia fresca che il carceriere gli aveva
-portato. L’indomani alla stess’ora il carceriere rientrò.
-
-— Ebbene, gli domandò, oggi siete più ragionevole di ieri?
-
-Dantès non rispose parola. — Fatevi dunque, disse l’altro, un poco
-di coraggio... desiderate qualche cosa che sia in mio potere? dite.
-— Io desidero parlare al Governatore. — Eh? disse il carceriere
-con impazienza, vi ho di già detto che è impossibile... — Perchè è
-impossibile? — Perchè nei regolamenti della prigione vi è, che a nessun
-prigioniero sia permesso domandarlo.
-
-— E quali sono i permessi che qui si possono avere?
-
-— Un miglior vitto pagandolo, la passeggiata, e qualche volta dei libri.
-
-— Non ho bisogno di libri, non mi curo di fare passeggiate, trovo buono
-il mio vitto; per tal modo non ho bisogno che di una cosa, quella cioè
-di parlare al Governatore...
-
-— Se mi annoiate ancora un’altra volta con questa domanda, non vi porto
-più da mangiare.
-
-— Ebbene, disse Dantès, se non mi porti più da mangiare, morirò di
-fame, ecco tutto. — L’accento col quale Dantès pronunciò queste parole,
-provò al carceriere che il suo prigioniero si sarebbe stimato felice
-a morire. Così siccome ogni prigioniero fatti i conti, fruttava al
-carceriere circa dieci soldi al giorno, quello di Dantès fece il
-calcolo della perdita che risulterebbe per lui dalla sua morte; quindi
-riprese con tuono più addolcito: — Ascoltatemi, ciò che desiderate è
-impossibile; non lo domandate più perchè non vi ha esempio che per la
-domanda di un prigioniero il Governatore sia venuto nella sua carcere
-a ritrovarlo; soltanto coll’essere savio vi si potrà permettere la
-passeggiata, ed allora sarà possibile che un giorno o l’altro, durante
-questa possa passare a voi vicino il Governatore; nel qual caso, voi lo
-potrete interrogare, ed egli, se vuole, vi risponderà.
-
-— Ma, quanto tempo potrò aspettare prima che questo caso si presenti?
-— Diamine! disse il carceriere, un mese, tre mesi, sei mesi, e forse
-anche un anno.
-
-— È troppo, disse Dantès, voglio vederlo subito. — Ah! disse il
-carceriere, non vi lasciate infatuare così da un desiderio solo ed
-impossibile, o prima di quindici giorni diventerete pazzo.
-
-— Ah! tu lo credi? disse Dantès.
-
-— Sì pazzo, è sempre così che comincia la pazzia, noi qui ne abbiamo
-avuti e ne abbiam tuttora degli esempi. Lo scienziato che abitava
-questa camera prima di voi, dette volta al cervello per essersi fitto
-in mente di voler esser messo in libertà mediante un milione che
-incessantemente offriva al Governatore.
-
-— E quanto tempo è che ha lasciato questa camera? — Due anni. — E fu
-messo in libertà? — No, fu messo in segrete. — Ascolta, disse Dantès,
-io non sono uno scienziato, nè sono un pazzo; forse lo diventerò;
-ma disgraziatamente in questo momento ho ragione; voglio farti una
-proposizione. — E quale? — Io non ti offrirò un milione perchè non
-potrei dartelo; ma ti offrirò cento scudi, se tu vuoi la prima volta
-che andrai a Marsiglia, giungere fino ai Catalani e portare una lettera
-ad una giovinetta che si chiama Mercedès, ma neanche una lettera,
-appena due righe.
-
-— Se io portassi due righe, e fossi scoperto, perderei il mio posto
-che è di mille lire l’anno senza contare gl’incerti. Vedete dunque che
-sarei un grande imbecille se volessi arrischiare di perder mille lire
-per guadagnarne trecento.
-
-— Ebbene, disse Dantès, ascolta e ritieni bene a mente quel che ti
-dico; se ricusi di avvertire il Governatore, che io desidero parlargli,
-se ricusi di portare due righe a Mercedès o di prevenirla almeno che io
-sono qui, un giorno o l’altro, io ti aspetto nascosto dietro la porta,
-e nel momento che entri ti spacco la testa collo sgabello.
-
-— Delle minacce! gridò il carceriere, facendo un passo addietro
-e mettendosi sulla difesa. Infallibilmente la testa vi gira, lo
-scienziato ha cominciato come voi, e fra tre giorni sarete pazzo come
-lui. Fortunatamente che nel castello d’If vi sono delle segrete. —
-Dantès prese lo sgabello, e se lo fece velocemente girare intorno alla
-testa.
-
-— Sta bene, sta bene, disse il carceriere, dappoichè voi lo volete
-assolutamente, andrò ad avvertire il Governatore.
-
-— Alla buon’ora! disse Dantès, posando lo sgabello e sedendovi sopra,
-colla testa bassa e gli occhi stravolti, come se veramente diventasse
-pazzo. — Il carceriere uscì e dopo pochi minuti rientrò con quattro
-soldati ed un caporale. — Per ordine del Governatore, diss’egli, fate
-discendere il prigioniero nel piano sottoposto.
-
-— Nelle segrete adunque? disse il caporale.
-
-— Nelle segrete. Bisogna mettere i pazzi coi pazzi.
-
-I quattro soldati s’impadronirono di Dantès, che cadendo in una specie
-di atonia, li seguì senza resistenza, gli furono fatti discendere
-quindici scalini, dopo i quali fu aperta una segreta in cui entrò
-mormorando: — Egli ha ragione, bisogna mettere i pazzi coi pazzi! — La
-porta fu chiusa e Dantès camminò con le mani stese innanzi a sè fino a
-che urtò nel muro, allora si assise in un angolo e restò immobile, nel
-mentre che i suoi occhi, abituandosi un poco per volta all’oscurità
-cominciarono a distinguere gli oggetti. Il carceriere aveva ragione,
-mancava ben poco a Dantès per divenire pazzo.
-
-
-
-
-IX. — LA SERA DEGLI SPONSALI.
-
-
-Villefort, come abbiam detto, aveva ripreso la strada del Gran Corso
-e rientrando in casa del marchese di S. Méran, trovò i convitati che
-avevano lasciata la tavola ed erano passati nella sala di conversazione
-a prendere il caffè. Renata lo attendeva con una impazienza divisa
-da tutto il resto della società. Fu egli perciò accolto da una
-esclamazione generale.
-
-— Ebbene! taglia teste, sostegno dello Stato, Bruto regio, gridò uno,
-che abbiamo di nuovo? sentiamo. — Siamo noi minacciati nuovamente dal
-regime del terrore? diss’un altro — Il lupo della Corsica è uscito
-dalla sua caverna? chiese un terzo.
-
-— Signora marchesa, disse Villefort accostandosi alla sua futura
-suocera, vi prego volermi perdonare se sono costretto di lasciarvi
-così... Signor marchese, potrò io avere l’onore di dirvi una parola in
-disparte?
-
-— Ah! dunque si tratta di un affare grave? domandò la marchesa, vedendo
-oscurarsi la fronte di Villefort.
-
-— Tanto grave, che son costretto a prendere un congedo di qualche
-giorno da voi. Così, continuò egli volgendosi a Renata, vedete bene se
-bisogna che sia veramente un affare serio!
-
-— Voi partite? gridò Renata, incapace di nascondere l’emozione che le
-cagionava questa inattesa novella.
-
-— Ahimè! sì, rispose Villefort, è indispensabile.
-
-— E dove andate voi dunque? domandò la marchesa.
-
-— Questo è il segreto della giustizia, signora. Ciò nonostante se
-qualcuno di questi signori ha delle commissioni per Parigi, io ho un
-amico che parte questa sera e che se ne incaricherà volentieri. (Tutti
-lo guardarono con sorpresa). — Voi mi avete domandato un colloquio
-particolare? disse il marchese.
-
-— Sì, passiamo nel vostro gabinetto, se permettete. — Il marchese prese
-il braccio di Villefort, ed uscì con lui.
-
-— Ebbene! domandò questi, entrando nel suo gabinetto; che è avvenuto?
-parlate!
-
-— Cose che io credo della più alta importanza, e che richiedono che io
-parta al momento per Parigi. Frattanto marchese scusate l’indiscretezza
-della mia domanda; avete voi rendite sullo Stato?
-
-— Tutta la mia fortuna è in cartelle dello Stato, 6. a 700. mila fr.
-circa.
-
-— Ebbene! vendete, marchese; vendete o siete rovinato! Avete un
-banchiere? — Sì. — Datemi una lettera per lui, e che egli venda senza
-perdere un minuto, senza perdere un secondo! forse ancora io non
-arriverò che troppo tardi!
-
-— Diavolo! disse il marchese, non perdiamo dunque tempo.
-
-E si mise a tavolino, scrisse una lettera al suo agente di cambio,
-al quale gli ordinava di vendere ad ogni patto. — Ora che possedo
-questa lettera, disse Villefort, chiudendola con ogni cura nel suo
-portafoglio, me ne abbisogna un’altra. — Per chi? — Pel Re. — Pel Re? —
-Sì. — Ma non oso prendermi l’ardire di scrivere a Sua Maestà.
-
-— Perciò non è a voi che io la domando, ma v’incarico di chiederla
-al signor de Servieux. Bisogna che egli mi dia una lettera per mezzo
-della quale io possa giungere fino a Sua Maestà senza essere sottomesso
-a tutte le formalità della domanda di una udienza, che possono farmi
-perdere un tempo prezioso.
-
-— Ma, non avete voi il guarda-sigilli, che ha facile l’entrata alle
-Tuglierie, e per mezzo del quale potete giungere al Re di giorno e di
-notte?
-
-— Sì, senza dubbio; ma è inutile che io divida con un altro il merito
-della notizia che porto, capite? Il guarda-sigilli mi porrebbe
-naturalmente al secondo rango e mi toglierebbe il benefizio del
-mio viaggio. Io vi dico una cosa sola, marchese, la mia carriera è
-assicurata se pel primo giungo alle Tuglierie, perchè renderò al Re un
-servigio che non potrà dimenticare.
-
-— In questo caso, mio caro, andate a fare la vostra valigia, io
-chiamo Servieux, e gli faccio scrivere la lettera che deve servirvi di
-lasciapassare. — Bene, non perdete tempo, perchè fra un quarto d’ora
-bisogna che io sia in sedia di posta. — Fate fermare la vostra carrozza
-avanti la porta della mia casa.
-
-— Senza dubbio; farete le mie scuse alla marchesa, ed a madamigella di
-S. Méran che io lascio in un simil giorno col più profondo dispiacere.
-— Voi le troverete entrambe nel mio gabinetto, e potrete far loro
-i vostri addii. — Mille grazie, occupatevi della mia lettera. — Il
-marchese suonò, un servo comparve. — Dite al conte di Servieux che io
-lo aspetto, disse il marchese. Ora andate, continuò egli, dirigendosi a
-Villefort, siete libero.
-
-— Sta bene, io non faccio che andare e tornare.
-
-Villefort uscì correndo; ma giunto alla porta pensò che un sostituto
-del procuratore del Re se fosse stato veduto a camminare con passo
-precipitato, correva rischio di turbare il riposo di tutta la città;
-riprese adunque il suo moto ordinario di andare, che in tutto era da
-magistrato. Alla sua porta scoperse nell’oscurità un che come un bianco
-fantasma che lo aspettasse ritto ed immobile. Era la bella catalana che
-non avendo avuto notizie di Edmondo era fuggita dal Faro sul cominciar
-della notte per venire a sapere da sè stessa la causa dell’arresto
-del suo amante. All’avvicinarsi di Villefort, ella si staccò dal muro
-contro cui era appoggiata, e venne a sbarrargli il cammino. Dantès avea
-parlato della sua fidanzata al sostituto; e Mercedès non ebbe bisogno
-di nominarsi, per essere riconosciuta da Villefort; fu sorpreso della
-bellezza di questa donna, ed allorchè ella gli domandò che era avvenuto
-del suo amante, gli sembrò d’esser egli l’accusato, ed ella il giudice.
-
-— L’uomo di cui mi parlate, disse bruscamente Villefort, è un gran
-colpevole, io non posso far niente per lui. — Mercedès lasciossi
-sfuggire un singulto, e siccome Villefort cercava di passare oltre,
-ella lo fermò una seconda volta. — Ma almeno dov’è — domandò ella, che
-io possa informarmi se è vivo o morto.
-
-— Io non lo so, non mi appartiene più, rispose Villefort. E, impacciato
-da quello sguardo fisso, da quella attitudine supplichevole respinse
-Mercedès, ed entrò chiudendo fortemente la porta, come per lasciar
-di fuori questo dolore che gli veniva cagionato. Ma il dolore non si
-lascia respingere in tal modo; come la freccia mortale di cui parla
-Virgilio, l’uomo ferito la trasporta seco. Villefort rientrò, chiuse
-la porta; ma giunto nella sala le gambe gli venner meno, mandò un
-sospiro, che sembrò un singulto, e si lasciò cadere sopra un divano.
-Allora nel fondo di questo cuore malato nacque il primo germe di
-un’ulcera mortale; quest’uomo ch’egli sacrificava alla sua ambizione,
-questo innocente che scontava la pena di suo padre colpevole, gli
-apparve pallido e minaccioso dando la mano alla sua fidanzata, pallida
-anch’essa come lui, trascinando dietro loro i rimorsi, non quelli che
-fanno vacillare il malato come i furiosi dell’antica fatalità, ma quel
-tintinnìo sordo e doloroso che, in certi momenti, colpisce diritto
-al cuore e lo lacera col ricordo di un’azione passata: laceramento
-i cui vivi dolori corrodono un male che si approfondisce sempre più
-fino al giorno della morte. Allora vi fu nell’anima di quest’uomo un
-momento ancora di esitanza. Già parecchie volte lo aveva provato, e ciò
-senz’altra emozione che quella della lotta tra il giudice e l’accusato,
-la pena di morte contro i prevenuti, e la memoria di questi prevenuti
-giustiziati mercè la sua fulminante eloquenza che aveva abbagliati o
-i giudici, o i _giurati_, e non aveva neppur lasciato una nube sulla
-sua fronte, perchè i prevenuti erano rei, o tali almeno li credea
-Villefort. Ma questa volta era ben’altra cosa, la pena del carcere
-perpetuo era stata inflitta ad un innocente che era sul punto di essere
-felice e del quale egli non solo struggeva la libertà, ma ancora la
-felicità. Questa volta egli non era più un giudice, era un carnefice!
-Pensando a ciò, si sentì quel battito sordo che abbiamo descritto,
-e che gli era sconosciuto fino allora, ripercuotersi nel fondo del
-cuore, e riempiergli il petto di vaghe apprensioni; egli è così che
-per un violento soffrire instintivo, il ferito è avvertito di non
-avvicinare giammai, senza tremare, il dito alla sua ferita aperta e
-grondante sangue, prima che questa non sia cicatrizzata. Ma la ferita
-che aveva ricevuta Villefort era di quelle che non si chiudono mai,
-o se si chiudono, è solo per riaprirsi più sanguinose e più dolorose
-di prima. Se in questo momento la dolce voce di Renata gli fosse
-risuonata all’orecchio per domandargli grazia, se la bella Mercedès
-fosse entrata e gli avesse detto: «in nome di quel Dio che ci guarda e
-che sarà nostro giudice, rendetemi il mio fidanzato», sì, questa fronte
-per metà piegata sotto la necessità, si sarebbe spiegata del tutto, e
-colle sue mani ghiacciate avrebbe senza dubbio, anche col rischio di
-tutto ciò che poteva avvenirgli, segnato l’ordine che fosse messo in
-libertà Dantès. Ma nessuna voce mormorò nel silenzio, e la porta non si
-aprì che per dare adito ad un cameriere di Villefort, il quale veniva
-ad annunziare, essere i cavalli di posta attaccati alla carrozza da
-viaggio. Villefort si alzò o piuttosto balzò come un uomo che trionfa
-d’un’interna lotta; corse al suo scrigno, versò nelle sue saccocce
-tutto l’oro che vi si ritrovava, girò un istante smarrito per la camera
-colla mano sulla fronte e articolando parole interrotte; poi finalmente
-sentendo che il cameriere gli aveva posato sulle spalle il mantello,
-uscì, si slanciò nella carrozza, e ordinò con voce tronca di passare
-per la strada Gran Corso, e di fermarsi avanti la porta del marchese di
-S. Méran. Come lo aveva promesso S. Méran, Villefort trovò la marchesa
-e la figlia nel gabinetto. Vedendo Renata il Sostituto rabbrividì,
-perchè ebbe timore che la giovinetta gli domandasse un’altra volta la
-libertà di Dantès. Ma pur troppo! bisogna dirlo, la giovinetta non era
-preoccupata che da una cosa, dalla partenza di Villefort. Ella amava
-Villefort; questi partiva nel momento che diveniva suo marito; nè
-poteva dire quando sarebbe ritornato, e Renata in vece di perorare per
-Dantès, malediceva l’uomo che pel suo delitto la separava dall’amante.
-
-Che doveva dunque dire Mercedès! la povera Mercedès aveva ritrovato
-Fernando all’angolo della strada _La Loge_ che l’aveva seguita; ella
-era rientrata ai Catalani, e pel dolore moribonda e disperata si era
-gettata sul letto. Davanti a questo Fernando si era messo in ginocchio
-a stringendo la gelida mano di Mercedès che non pensava a ritirarla, la
-copriva di ardenti baci che Mercedès non sentiva. Ella passò la notte
-così; la lampada si spense quando non vi fu più olio, ella non vide
-l’oscurità, come non aveva veduto la luce, e il giorno ritornò senza
-che ella se ne accorgesse. Il dolore avevale posto innanzi gli occhi
-una benda che non le lasciava vedere che Edmondo.
-
-— Ah! voi siete qui, disse finalmente volgendosi alla parte di Fernando.
-
-— Da ieri sera non vi ho più lasciata, rispose Fernando con un doloroso
-sospiro.
-
-In quanto a Morrel non si era dato per vinto. Egli aveva saputo che
-Dantès dopo il primo interrogatorio era stato tradotto in prigione;
-allora corse da tutti i suoi amici. Si era presentato a tutte quelle
-persone di Marsiglia che potevano avere qualche influenza! ma di già
-correva voce che il giovinotto era stato arrestato sotto la presunzione
-di essere un messo bonapartista; e siccome allora anche i più
-arrischiosi credevano un sogno insensato ogni tentativo di Napoleone
-per ritornare sul trono; così Morrel aveva ritrovato freddezza,
-timore, rifiuto, ed era tornato a casa disperato, ma convenendo ciò non
-pertanto che la posizione era grave, e che nessuno poteva farci niente.
-Caderousse da sua parte era molto inquieto e tormentato. In vece di
-uscire come aveva fatto Morrel, in vece di tentare qualche cosa in
-favore di Dantès, pel quale d’altra parte non poteva far niente, si era
-rinchiuso nella camera con due bottiglie di vino di _cassis_ ed avea
-cercato di annegare la sua inquietudine nell’ubbriachezza. Ma nello
-stato di spirito in cui trovavasi, due bottiglie erano troppo poca cosa
-per assopire la ragione. Era troppo ubbriaco per poter andare a cercare
-altro vino, era poco ubbriaco perchè l’ubbriachezza gli avesse potuto
-estinguer la memoria. Appoggiato sui gomiti ad una tavola di legno in
-faccia a queste bottiglie vuote, vedeva danzare al riflesso della sua
-candela al lungo lucignolo tutti quei spettri che Hoffman ha sparsi
-sui suoi manoscritti inumiditi dal _punche_ come una polvere nera e
-fantastica. Danglars solo non era nè tormentato nè inquieto; era anzi
-allegro, poichè si era vendicato di un nemico, ed aveva assicurata
-a bordo del _Faraone_ la carica che temeva di perdere. Danglars era
-uno di quegli uomini di calcolo che nascono con una penna dietro
-l’orecchio e un calamaio nel posto del cuore: per lui a questo mondo
-tutto era sottrazione o moltiplicazione, e una cifra gli sembrava molto
-più preziosa di un uomo, quando essa poteva aumentare il totale che
-quest’uomo poteva diminuire. Danglars era dunque andato a letto come di
-ordinario, e dormiva tranquillamente. Villefort dopo di avere ricevuto
-dal sig. de Servieux una lettera diretta al conte de Blacas, baciò la
-mano alla marchesa di S. Méran, strinse quella del marchese e correva
-la posta sulla strada d’Aix. Il padre di Dantès si moriva dal dolore e
-dall’inquietudine. Di Edmondo noi abbiamo veduto ciò che accadde.
-
-
-
-
-X. — IL PICCOLO GABINETTO DELLE TUGLIERIE.
-
-
-Lasciamo Villefort sulla strada di Parigi, ove mercè il triplicar
-delle mance divorava la strada, e penetriamo attraverso i due o tre
-saloni che lo precedono nel piccolo gabinetto delle Tuglierie tanto
-ben conosciuto per essere stato il gabinetto favorito di Napoleone e di
-Luigi XVIII, e per essere oggi giorno quello del Re Luigi Filippo. Là,
-assiso davanti ad una tavola di nocciuolo, che era stata trasportata da
-Hartwell; e per uno di quei capricci familiari ai gran personaggi egli
-vi portava una particolare affezione, il Re Luigi XVIII ascoltava con
-poca attenzione un uomo dai 50 a 52 anni, coi capelli grigi, di viso
-nobile e severo, facendo delle postille sul margine di un volume di
-Orazio, di edizione del _Gryphius_, molto scorretta quantunque stimata,
-e che ben si adattava alle sagaci osservazioni filosofiche di sua
-Maestà. — Voi dicevate adunque signore? disse il re... — Che io sono
-talmente inquieto da non potersi più, sire. — Davvero! avete veduto in
-sogno sette vacche grasse, e sette magre? — No Sire, perchè ciò non ci
-annunzierebbe che sette anni di fertilità e sette anni di carestia, e
-con un re previdente come vostra Maestà la carestia non sarebbe stata a
-temersi. — Di qual altro flagello si tratta adunque, mio caro Blacas?
-— Sire, io temo qualche tentativo disperato. — E per parte di chi? —
-Di Bonaparte; o almeno dei suoi parteggiani. — Mio caro Blacas, disse
-il Re, coi vostri terrori m’impedite di lavorare. — Vostra Maestà mi
-ordina forse di non più insistere su questo argomento?
-
-— No, caro conte. Ma allungate la mano, laggiù, a sinistra vi troverete
-il rapporto del ministro di polizia in data di ieri... Ma eccolo,
-egli stesso... N’è vero annunziate il ministro di polizia? interruppe
-Luigi XVIII volgendosi all’usciere. Entrate, barone, e raccontate al
-conte ciò che sapete, e di più recente, sul conto di Bonaparte. Non
-ci dissimulate niente della situazione per quanto essa sia grave.
-Sentiamo, l’isola d’Elba è forse un vulcano, e siamo noi per vederne
-uscire la guerra tutta fiammeggiante, _bella, horrida bella_?
-
-— Vostra Maestà, disse il ministro, avrà consultato il rapporto di ieri.
-
-— Sì, sì, ma dite al conte, che non ha potuto trovarlo, ciò che
-contiene questo rapporto; ditegli in minuti particolari ciò che fa
-l’usurpatore nella sua isola.
-
-— Signore, disse il barone al conte, tutti i buoni servitori di
-Sua Maestà non hanno che a rallegrarsi delle recenti notizie che
-ci giungono dall’isola d’Elba. Bonaparte si annoia mortalmente;
-passa delle intere giornate a veder lavorare alle miniere di
-Portolongone. Vi è di più: noi siamo quasi sicuri che fra poco tempo
-l’Usurpatore diventerà pazzo. — Pazzo? — Pazzo da legare. La sua
-testa s’indebolisce. Ora egli piange a calde lagrime, ora ride a gola
-aperta; altre volte passa delle ore intere sulla riva a gettar sassi
-nell’acqua e quando il sasso ha fatto cinque o sei sbalzi, sembra
-così contento come se avesse guadagnato un altro Marengo o un nuovo
-Austerliz. Ne converrete, credo, esser questi segni di pazzia. — O di
-saggezza, signor barone, o di saggezza, disse ridendo Luigi XVIII.
-I grandi capitani dell’antichità si divertivano anch’essi a gettare
-dei sassi in mare; vedete Plutarco alla _Vita di Scipione Affricano_.
-Ebbene! Blacas che ne pensate voi? disse il Re sospendendo un istante
-di consultare il voluminoso libro scolastico che teneva aperto innanzi
-a sè. — Io dico, Sire, che o il ministro di polizia, o io ci sbagliamo.
-Ma siccome è impossibile che sia il ministro di polizia, poichè ha in
-guardia l’onore e la salute di V. M., è probabile che faccia errore io.
-Ciò nonostante, Sire, al posto di V. M. vorrei interrogar la persona
-cui ordinai d’invigilare il mezzogiorno, e che giunge per la posta
-per dirmi: «Un gran pericolo minaccia il re». Ecco perchè bramerei
-che Vostra Maestà gli facesse quest’onore. — Volentieri, conte; sotto
-i vostri auspici io riceverò chi vorrete; ma voglio riceverlo colle
-armi alla mano. Signor ministro, avete voi un rapporto più recente
-di questo? perchè questo è dato dal 20 febbraio, e noi siamo ai 4 di
-marzo. — No, Sire, ma io ne attendo uno da un’ora all’altra. Sono
-uscito da questa mattina e nella mia assenza può esser giunto...
-— Andate alla prefettura, se ve n’è uno portatelo; e se non c’è...
-Ebbene! ebbene... continuò ridendo Luigi XVIII, se non c’è, fatene
-uno. Non è così che si pratica forse? — Oh! Sire, disse il ministro,
-grazie a Dio sotto questo rapporto non c’è bisogno d’inventar niente;
-ogni giorno i nostri uffici sono ingombrati da una quantità di denunzie
-particolareggiate che provengono da una folla di poveri diavoli che
-sperano un poco di riconoscenza per i servigi che non rendono, ma
-che vorrebbero rendere. Essi giuocano alla ventura, e sperano che
-un giorno un qualche inatteso avvenimento venga a dare una specie di
-verità alle loro predizioni. — Va bene; andate, signore, disse Luigi
-XVIII, e pensate che vi aspetto. — Io non faccio che andare e tornare,
-Sire, e fra dieci minuti sono ai vostri comandi. — Ed io, Sire, disse
-Blacas, vado a cercare il mio messaggiero che ha fatto dugento venti
-leghe, e ciò appena in tre giorni. — Egli è bene un prendersi della
-fatica e dell’incomodo, mio caro conte, quando abbiamo i telegrafi
-che c’impiegano tre o quattro ore, e ciò senza che il proprio fiato
-ne soffra menomamente. — Ah! Sire, voi ricompensate molto male questo
-povero giovinotto che giunge così di lontano e con tanto ardore per
-recare un utile avviso a vostra Maestà! Non fosse che per il conte
-di Servieux che me lo raccomanda, io vi supplico di riceverlo bene.
-— De Servieux, il ciambellano di mio fratello? — Egli stesso. —
-Infatto ora trovasi a Marsiglia. — Ed è di là che mi scrive. — Vi
-parla egli pure di questa cospirazione? — No, ma egli mi raccomanda il
-sig. de Villefort e mi incarica di introdurlo presso vostra Maestà.
-— De Villefort! gridò il Re; e perchè non me lo avete detto subito?
-soggiunse lasciando scorgere sul viso un principio d’inquietudine. —
-Sire, io credeva che questo nome fosse sconosciuto a V. M.
-
-— No, no, davvero, mio caro Blacas, egli è uno spirito serio, elevato,
-e soprattutto ambizioso; eh! per bacco! voi conoscerete di nome suo
-padre, Noirtier. — Noirtier, il girondino? Noirtier il senatore? —
-Precisamente. — E Vostra Maestà ha impiegato il figlio di un tal uomo?
-— Mio caro conte, vi ho di già detto che Villefort è ambizioso; e per
-inalzarsi, Villefort sacrificherà tutto, anche suo padre. — Allora,
-Sire debbo farlo entrare? — Sul momento, conte. Ov’è egli?
-
-— Mi aspetta a basso nella mia carrozza.
-
-Il conte uscì colla vivacità di un giovinotto, l’ardore sincero per la
-causa regia gli dava la sveltezza di vent’anni.
-
-Luigi XVIII restò solo, riportando gli occhi sul suo Orazio
-mezz’aperto, mormorò: _Justum et tenacem propositi virum_.
-
-Blacas risalì colla stessa velocità con cui era disceso; ma
-nell’anticamera fu costretto ad invocare l’autorità del Re; l’abito
-polveroso di Villefort, il suo costume niente conforme alla tenuta
-di corte, aveva eccitato gli scrupoli del maestro di cerimonie, che
-fu maravigliato di trovare in questo giovinotto la pretensione di
-presentarsi al Re vestito in quel modo; ma il conte tolse tutte le
-difficoltà colle semplici parole: Ordine di Sua Maestà; e ad onta delle
-osservazioni che continuò a fare il maestro di cerimonie per l’onore
-del principe, Villefort fu introdotto. Il Re era assiso nello stesso
-posto in cui lo aveva lasciato il conte. Aprendo la porta Villefort si
-trovò precisamente in faccia di lui; il primo movimento del giovine
-magistrato fu di sostare. — Entrate, sig. de Villefort, disse il Re,
-entrate. — Villefort salutò, fece qualche passo innanzi e aspettava
-che il Re lo interrogasse. — Signor de Villefort, continuò Luigi XVIII,
-ecco il conte di Blacas, che pretende abbiate qualche cosa d’importante
-da dirci. — Sire, il signor conte ha ragione, e spero che Vostra Maestà
-lo riconoscerà essa stessa. — Prima d’ogni altra cosa, il male è egli
-così grande, a vostro avviso, quanto mi si vuol far credere? — Sire,
-io lo credo urgente; ma mercè la diligenza che ho fatto, spero che non
-sia irreparabile. — Parlate quanto lungamente volete, disse il Re che
-cominciava a lasciarsi prendere dall’emozione che aveva alterato il
-viso del signor de Blacas e che alterava la voce di Villefort. Parlate
-e soprattutto cominciate dal principio; io amo l’ordine in tutte le
-cose.
-
-— Sire, disse Villefort, farò a V. M. un rapporto fedele, ma io la
-prego frattanto di volermi scusare, se per la confusione in cui mi
-trovo dovessi mettere qualche oscurità nelle parole. — Un’occhiata
-gettata dal Re dopo questo esordio insinuante rassicurò Villefort
-della benevolenza del suo augusto uditore, e continuò: — Sire, io
-sono giunto il più rapidamente possibile a Parigi per annunziare a
-Vostra Maestà che ho scoperto coi mezzi delle mie funzioni non già
-uno di quei complotti volgari e senza conseguenza, come se ne tramano
-ogni giorno nel popolo e nell’esercito, ma una vera cospirazione, una
-tempesta che non minaccia niente meno che il Trono di Vostra Maestà;
-Sire, l’usurpatore arma tre vascelli, egli medita qualche disegno,
-forse insensato, ma fors’anche terribile per quanto sia insensato. A
-quest’ora egli dev’essere partito dall’isola d’Elba per andare ove,
-io non lo so, ma a colpo sicuro per tentare una discesa a Napoli
-o sulle coste della Toscana, od anche della stessa Francia. Vostra
-Maestà non ignora che il sovrano dell’isola d’Elba ha conservato delle
-corrispondenze con l’Italia e con la Francia. — Sì, signore io lo so,
-disse il Re, molto turbato; e ultimamente ancora si ebbero degli avvisi
-che si tenevano delle riunioni bonapartiste nella strada S. Jacques. Ma
-continuate, vi prego: come avete avuto questi particolari?
-
-— Sire, essi risultano dall’interrogatorio che ho fatto subire
-ad un uomo di Marsiglia che da molto tempo io faceva invigilare e
-che ho fatto arrestare il giorno della mia partenza, Quest’uomo,
-marinaro turbolento e d’un bonapartismo che mi era sospetto, è stato
-segretamente all’isola d’Elba. Egli ha veduto il gran Maresciallo, che
-gli ha dati ordini verbali per un bonapartista di cui non mi è riuscito
-fargli dire il nome; ma questa missione era di preparare gli spiriti
-ad un ritorno, noti Vostra Maestà che è l’interrogatorio che parla, ad
-un ritorno che non può mancare di essere vicino. — E dov’è quest’uomo?
-disse Luigi XVIII. — In prigione, Sire. — E la cosa vi è sembrata
-grave? — Tanto grave, Sire, che questo avvenimento avendomi sorpreso
-in mezzo ad una festa di famiglia, il giorno stesso de’ miei sponsali,
-io ho lasciato, fidanzata e amici, tutto differito ad altro tempo, per
-venire a depositare ai piedi di Vostra Maestà e i timori da cui ero
-compreso e le assicurazioni della mia devozione. — È vero, disse Luigi
-XVIII, non v’era trattato di matrimonio tra voi e madamigella di S.
-Méran? — La figlia di uno dei più fedeli servitori di Vostra Maestà.
-— Sì, sì, ma torniamo al complotto. — Sire, io ho timore che non sia
-più un complotto, ma una cospirazione. — Una cospirazione di questi
-tempi, disse Luigi XVIII sorridendo, è cosa facile a meditarsi, ma ben
-difficile a condursi a termine; perciocchè, ristabilito da ieri sul
-trono dei nostri antenati, noi abbiamo gli occhi aperti ad un tempo sul
-passato, sul presente e sull’avvenire. Da dieci mesi i miei ministri
-raddoppiano di vigilanza perchè il littorale del Mediterraneo sia ben
-guardato; se Bonaparte discende a Napoli, la coalizione tutta intera
-sarà in piedi prima solo che egli giunga a Piombino; se egli discende
-in Toscana, metterà il piede in un paese nemico, se discende in Francia
-lo farà con un pugno d’uomini, e noi ne verremo più facilmente a
-termine, esecrato come egli è dalla popolazione. Rassicuratevi adunque,
-o signore, ma non contate meno sulla nostra reale riconoscenza. — Ah!
-ecco qui il ministro di polizia, gridò il conte di Blacas. In questo
-momento infatti il ministro di polizia apparve sulla soglia della porta
-pallido, tremante, e coll’occhio vacillante come se fosse stato colpito
-da vivissima luce. Villefort fece un passo per ritirarsi, ma de Blacas
-lo trattenne per la mano.
-
-
-
-
-XI. — IL LUPO DI CORSICA.
-
-
-Luigi XVIII al veder quel viso scomposto spinse violentemente innanzi a
-sè la tavola avanti a cui trovavasi. — Che avete dunque signor barone?
-gridò egli, voi mi sembrate tutto commosso; queste esitazioni hanno
-rapporto a ciò che diceva de Blacas? ed a ciò che mi vien confermato da
-Villefort?
-
-De Blacas si accostava vivamente al barone, ma il terrore del
-cortigiano impediva di trionfare dell’orgoglio dell’uomo di Stato;
-infatto in simile congiuntura gli era ben meglio di essere umiliato dal
-Prefetto di polizia che di umiliarlo su questo argomento. — Sire...
-balbettò il barone. — Ebbene! sentiamo, disse Luigi XVIII. — O Sire,
-quale spaventosa disgrazia! sono io abbastanza da compiangere! io
-non me ne consolerò mai... — Signore, disse Luigi XVIII, vi ordino
-di parlare. — Ebbene! Sire, l’usurpatore ha lasciato l’isola d’Elba
-il 26 Febbraio ed è sbarcato il primo Marzo. — E dove? in Italia?
-domandò impazientemente il Re. — In Francia, Sire, in un piccolo porto
-presso d’Antibes, nel golfo di Juan. — L’usurpatore è sbarcato in
-Francia vicino ad Antibes, nel golfo Juan, a 250 leghe da Parigi, il
-primo Marzo, e voi sapete questa notizia soltanto oggi, 4 marzo!...
-Eh! signore, ciò che voi dite è impossibile vi sarà stato fatto un
-falso rapporto. — Ahimè! Sire, ciò che vi annunzio non è che pur
-troppo vero. — Luigi XVIII fece un gesto indicibile di collera e di
-spavento, si rizzò in piedi, come se un colpo impreveduto lo avesse
-percosso nello stesso tempo nel cuore e nel viso. — In Francia! gridò
-egli, l’usurpatore in Francia! non era dunque vigilato quest’uomo?
-Ovvero, chi sa? si era d’accordo con lui? — Oh! Sire, gridò il conte
-di Blacas, non è un uomo come il ministro di polizia quello che può
-essere accusato di tradimento. Sire, noi eravamo tutti ciechi ed il
-barone era a parte dell’acciecamento generale, ecco tutto. — Ma,...
-disse Villefort. Poi arrestandosi di un tratto. — Ah! perdono, perdono
-Sire, disse inchinandosi, il mio zelo mi trasportava, che Vostra Maestà
-si degni scusarmi. — Parlate, signore, parlate con ardire, disse Luigi
-XVIII, voi solo ci avete prevenuti del male, aiutateci a porvi rimedio.
-— Sire, disse Villefort, l’usurpatore è detestato dalla parte di
-mezzogiorno; e mi sembra che se egli si avventura nel mezzogiorno, si
-può facilmente sollevare contro di lui la Provenza, e la Linguadocca.
-— Sì, senza dubbio, disse il ministro, ma egli s’avanza dalla parte
-di _Gap_ e _Sisteron_. — Egli s’avanza? disse Luigi XVIII, egli vien
-dunque a Parigi? — Il ministro di polizia tacque, ed il suo silenzio fu
-equivalente ad una confermativa. — E il Delfinato signore, domandò il
-Re, credete voi che possa essere sollevato da noi come la Provenza?
-
-— Sire, io sono dolente di dover dire a Vostra Maestà una verità
-crudele; ma lo spirito del Delfinato è ben lungi dall’accostarsi a
-quello della Provenza e della Linguadocca. Sire, tutti i montanari sono
-bonapartisti. — Ecco, mormorò Luigi XVIII, egli era bene informato.
-E quanti uomini ha seco? — Sire, io non lo so, disse il ministro di
-polizia. — Come! voi non lo sapete! vi siete dimenticato d’informarvi
-di questa particolarità. È vero, essa è di poca importanza,
-soggiunse il Re con un sorriso opprimente. — Sire, il dispaccio
-porta semplicemente l’annunzio dello sbarco e la strada che ha preso
-l’usurpatore. — E come dunque vi è giunto questo dispaccio? domandò il
-Re. — Il ministro abbassò la testa; e un vivo rossore gli si sparse
-sulla fronte; dal telegrafo, Sire. — Luigi XVIII fece un passo in
-avanti, ed incrociò le braccia sul petto nel modo che avrebbe fatto
-Napoleone.
-
-— E così, diss’egli impallidendo di collera, sette eserciti coalizzati
-avranno rovesciato quest’uomo; un miracolo del cielo mi avrà rimesso
-sul trono dei padri miei dopo 25 anni di esilio; io avrò per questi 25
-anni studiato, esplorato, analizzato gli uomini e le cose di questa
-Francia che mi era stata promessa, perchè giunto poi alla meta di
-tutti i miei voti una forza che io teneva stretta fra le mie mani,
-scoppi ad un tratto e mi stritoli! — Sire, è una fatalità, mormorò
-il ministro accorgendosi che un simil peso, leggiero pel destino, era
-sufficiente a schiacciare un uomo. — Cadere! continuò Luigi XVIII, che
-al primo colpo d’occhio aveva esplorato il precipizio sull’orlo del
-quale stava la monarchia; cadere, ed essere avvisati dal telegrafo
-della propria caduta! Oh! quanto amerei meglio salire sul patibolo
-di mio fratello Luigi XVI, che discendere le scale delle Tuglierie
-scacciato dal ridicolo. Il ridicolo, voi non sapete che cos’è in
-Francia. — Sire! Sire! mormorò il ministro, per pietà! — Avvicinatevi,
-Villefort, continuò il Re, volgendosi al giovine che, ritto, immobile
-ed in addietro, considerava l’andamento di questa conversazione, ove
-si agitavano i perduti destini di un regno; avvicinatevi, e dite al
-ministro, che si poteva sapere tanto tempo prima, tutto ciò che egli
-non ha saputo. — Sire, era materialmente impossibile d’indovinare
-i disegni di quest’uomo nascosti a tutti, balbettò il ministro.
-— Materialmente impossibile! ecco là, o signore, una gran parola;
-disgraziatamente vi sono dei grand’uomini come vi son delle grandi
-parole, io l’ho misurati. Materialmente impossibile! ad un ministro
-che ha un dicastero, degli uffici, dei messi ed un milione e mezzo di
-franchi pei fondi delle spese segrete, di sapere ciò che succede a 60
-leghe dalle coste di Francia! Ebbene! ecco qui questo signore che non
-aveva alcuna di queste risorse a sua disposizione, semplice magistrato,
-che ne sapeva più di voi con tutta la vostra polizia e che mi avrebbe
-salvata la corona, se avesse avuto, come voi, il diritto di fare agire
-un telegrafo. — Lo sguardo del ministro di polizia si voltò con una
-espressione di profondo rispetto su Villefort, che abbassò la testa
-colla modestia del trionfo.
-
-— Io non dico ciò per voi, mio caro Blacas, continuò il Re; poichè
-se non avete scoperto niente, avete avuto almeno il buon senso di
-mantenervi nel vostro sospetto. Un altro forse avrebbe considerata la
-rivelazione di Villefort come insignificante o ben anche suggerita da
-un’ambizione venale, e avrebbe atteso che i segni del telegrafo!...
-— Queste parole facevano allusione a ciò che il ministro di polizia
-aveva pronunciato con tanta sicurezza un’ora prima. Villefort capì
-l’artifizio del Re. Un altro forse si sarebbe lasciato trasportare
-dall’ebrietà delle lodi; ma egli temeva farsi un nemico mortale nel
-ministro di polizia, quantunque vedesse che questi era irrevocabilmente
-perduto. Infatti il ministro che nella pienezza del suo potere
-non aveva saputo indovinare il segreto di Napoleone, poteva nelle
-convulsioni della sua agonia penetrare quello di Villefort. Per far ciò
-non gli sarebbe abbisognato altro che interrogare Dantès. Egli adunque
-venne in soccorso del ministro invece di opprimerlo.
-
-— Sire, disse Villefort, la rapidità dell’evento deve provare alla
-Maestà Vostra che il Cielo solo poteva impedirlo, suscitando una
-burrasca. Ciò che Vostra Maestà crede in me l’effetto di una profonda
-perspicacia è dovuto ad un puro e semplice caso, di cui ho approfittato
-come un servo fedele e devoto, ed ecco tutto. Non mi attribuite più
-di quel che merito, per non aver mai a pentirvi della prima idea che
-aveste concepito di me. — Il ministro di polizia ringraziò il giovine
-con uno sguardo eloquente, e Villefort capì di essere riuscito nel
-disegno, vale a dire che senza perder niente della riconoscenza del
-Re, si era fatto un amico sul quale poteva contare all’occasione. — Sta
-bene, disse il Re, e frattanto, o signori, voltandosi verso Blacas ed
-il ministro, non ho più bisogno di voi; ciò che resta a farsi, spetta
-al ministro della guerra. — Fortunatamente, Sire, disse de Blacas,
-possiamo contare sull’esercito; V. M. sa come tutti i rapporti ce
-lo dipingono devoto al vostro governo. — Non mi parlate di rapporti,
-conte, ora so la fiducia che si può avere in essi. Eh! a proposito di
-rapporti, signor barone, che avete voi saputo di nuovo sulla strada di
-S. Jacques? — Sull’affare della strada di S. Jacques? gridò Villefort,
-senza poter trattenere l’esclamazione: ma fermandosi ad un tratto:
-
-— Perdono, Sire, diss’egli, la mia devozione a V. M. mi fa
-incessantemente dimenticare, non il rispetto che ho per essa, perchè
-questo è troppo profondamente scolpito nel mio cuore, ma le regole
-dell’etichetta. — Dite e fate, signore, soggiunse Luigi XVIII: voi
-oggi avete acquistato il diritto d’interrogare. — Sire, rispose il
-ministro di polizia, oggi veniva precisamente per dire a Vostra Maestà
-le ultime notizie che sono state raccolte su questo avvenimento,
-allorchè l’attenzione di Vostra Maestà si è rivolta alla terribile
-catastrofe del golfo Juan. Ora queste informazioni non avranno forse
-alcun’importanza pel Re. — Al contrario, disse Luigi XVIII: questo
-affare mi sembra avere un rapporto diretto con ciò che ci occupa, e
-la morte del generale Épinay ci metterà forse sulla strada di un gran
-complotto interno. (Al nome del generale Épinay, Villefort rabbrividì.)
-
-— Sire, rispose il ministro di polizia, ciò indurrebbe a credere
-che questa morte non fosse il resultato di un suicidio come si era
-creduto dapprima, bensì di un assassinio. Il generale Épinay usciva a
-quanto sembra da una riunione bonapartista quando disparve. Un uomo
-sconosciuto era stato nella stessa mattina a cercarlo in casa, e
-gli aveva assegnato convegno nella strada S. Jacques. Per disgrazia
-il cameriere del generale che lo seguiva al momento in cui questo
-sconosciuto era stato introdotto nel gabinetto, ha bene inteso nominare
-la strada di S. Jacques, ma non si è ricordato poi del numero. — A
-seconda che il ministro di polizia dava al Re queste informazioni,
-Villefort che sembrava pendere dalle sue labbra, arrossiva e
-impallidiva. Il Re si volse a lui: — Non pensate voi al pari di me,
-signor Villefort, che il generale Épinay, che si faceva credere della
-fazione dell’usurpatore, ma che in vero era tutto a me devoto, sia
-perito vittima di un’insidia bonapartista? — È probabile, Sire, rispose
-Villefort; ma non se ne sa altro? — Si sta sulle tracce dell’uomo
-che venne a dare il ritrovo. — Davvero? ripetè Villefort. — Sì, il
-cameriere ne ha dati i connotati; è un uomo dai 50 ai 52 anni, bruno,
-cogli occhi neri coperti da folte sopracciglia, e con le barbette;
-è vestito con un soprabito blu abbottonato, e porta sulla bottoniera
-la fettuccia di ufficiale della Legion d’onore. Jeri fu seguitato un
-individuo di cui i connotati corrispondono perfettamente a quelli che
-ho detto, ma è stato perduto alla voltata delle strade _Jussiène_, e
-_Coq-Héron_. — Villefort si era appoggiato alla spalliera di una sedia,
-poichè, a seconda che il ministro di polizia parlava, sentiva le gambe
-venirgli meno; ma allorquando seppe che lo sconosciuto era sfuggito
-alla vigilanza di colui che lo seguiva, respirò.
-
-— Voi farete far tutte le ricerche possibili di quest’uomo, disse il Re
-al ministro di polizia perchè, se come tutto fa credere, il generale
-Épinay, che in questo momento ci sarebbe stato tanto utile, è caduto
-vittima di un assassinio, sia bonapartista o no, io voglio che i suoi
-assassini siano severamente puniti. — Villefort ebbe bisogno di tutta
-la sua calma per non tradire il terrore che gli veniva inspirato da
-questa raccomandazione del Re. — Cosa strana! continuò il Re, con
-buon umore, la polizia crede di avere detto tutto quando ha detto:
-«è stata commessa un’uccisione;» e tutto fatto quando soggiunge: «si
-sta sulle tracce dei colpevoli.» — Sire, spero che su questo punto
-almeno V. M. sarà soddisfatta. — Va bene, vedremo. Io non vi trattengo
-dippiù, barone. Signor de Villefort, voi dovete essere stanco di
-questo lungo viaggio, andate a riposarvi. Sarete senza dubbio stato
-da vostro padre. — Un lampo passò innanzi agli occhi di Villefort.
-— No, Sire, diss’egli, sono disceso all’albergo di Madrid, strada
-Tournon. — Ma avete veduto il signor Noirtier? — Mi sono fatto condurre
-immediatamente presso il conte di Blacas. — Lo vedrete? almeno... —
-Non lo penso, Sire. — Ah! è giusto, disse Luigi XVIII sorridendo, in
-modo da provare che tutte queste reiterate interrogazioni non erano
-state fatte senza un perchè. Dimenticava che voi siete freddo con il
-signor Noirtier, che questo è un nuovo sacrificio che fate alla causa
-reale, e di cui fa d’uopo che io vi compensi. — Sire, la bontà che mi
-dimostra la M. V. è una ricompensa che sorpassa tanto le mie ambizioni
-che non mi resta più nulla a domandare al Re. — Non importa, signore,
-noi non vi dimenticheremo, state tranquillo. — E in questo mentre, il
-Re staccò la croce della legion d’onore che portava d’ordinario sul suo
-abito vicino a quella di S. Luigi, e la dette a Villefort; — Frattanto,
-diss’egli, portate sempre questa croce. — Sire, disse Villefort, V. M.
-s’inganna, questa croce è quella d’ufficiale.
-
-— In fede mia, signore, disse il Re, prendetela tal quale è, io non ho
-il tempo di farne domandare un’altra. Blacas, voi vigilerete affinchè
-sia tosto spedito il brevetto a Villefort. — Gli occhi di Villefort si
-bagnarono di una lagrima di orgogliosa gioia; egli prese la croce e la
-baciò. — Ora quali sono gli ordini che mi fa l’onore darmi la M. V.?
-
-— Prendete il riposo che vi è necessario, e pensate che, senza forza
-per potermi servire a Parigi, potete essermi di grandissima utilità
-a Marsiglia. — Sire, rispose Villefort inchinandosi, fra un’ora
-io sarò partito da Parigi. — Andate, disse il Re, e se un giorno
-vi dimenticassi, non abbiate alcun riguardo a richiamarvi al mio
-pensiero... Signor barone, date ordine perchè si vada a cercare il
-ministro della guerra. Blacas restate. — Ah! signore, disse il ministro
-di polizia a Villefort, uscendo dalle Tuglierie, voi entrate per la
-buona porta, la vostra fortuna è fatta! — Durerà ella lungamente?
-mormorò Villefort salutando il ministro la cui carriera era finita, e
-cercando cogli occhi una carrozza per ritornare all’albergo.
-
-Una vettura passava sulla strada, Villefort vi si gettò nel fondo,
-lasciandosi trasportare dai suoi sogni di ambizione. Dieci minuti
-dopo, Villefort era rientrato all’albergo; ordinò che fra due ore i
-cavalli da posta fossero in ordine e che frattanto gli si servisse la
-colazione. Stava per mettersi a tavola quando il suono del campanello
-vibrò agitato da una mano franca e ferma. Il cameriere aprì e Villefort
-intese una voce che pronunziava il suo nome.
-
-— E chi può già sapere che io sono qui? si domandava il giovinotto. In
-questo mentre entrava il cameriere. — Ebbene! disse Villefort, che c’è?
-chi ha suonato? chi mi domanda? — Uno straniero che non ha voluto dire
-il suo nome.
-
-— E quali apparenze ha? — È... è un uomo di una cinquantina di anni.
-— Grande? piccolo? — Della vostra statura, o signore, presso a poco,
-bruno, molto bruno, capelli neri, occhi neri, sopracciglia nere e
-barbette nere. — Come è vestito? domandò agitato Villefort.
-
-— Con un gran soprabito blu bottonato fino a basso, e fregiato della
-decorazione della Legion d’Onore.
-
-— È lui! mormorò Villefort impallidendo.
-
-— Eh! per bacco! disse comparendo sulla porta l’uomo di cui abbiamo
-dati i connotati, ci vogliono ben molte cerimonie! c’è forse il costume
-a Marsiglia che i figli facciano fare anticamera al padre?
-
-— Mio padre! gridò Villefort; non mi era dunque sbagliato, io
-sospettava che foste voi.
-
-— Allora se tu sospettavi che fossi io, riprese il nuovo arrivato
-deponendo la canna in un cantone ed il cappello su d’una sedia,
-permettimi di dirti, mio caro Gherardo, che non è una bella cosa il
-farmi aspettare in tal modo.
-
-— Lasciateci, Germano, disse Villefort.
-
-Il cameriere uscì dando segni visibili di meraviglia.
-
-
-
-
-XII. — IL PADRE ED IL FIGLIO.
-
-
-Noirtier, poichè in fatto era egli stesso il sopraggiunto, seguì cogli
-occhi il domestico fino a che fu chiusa la porta; poi temendo senza
-dubbio che egli stasse ad ascoltare nell’anticamera, andò a riaprirla
-ed a guardare; la cautela non era stata inutile, e la rapidità colla
-quale Germano si ritirò provava che egli non era esente dal peccato che
-perdette i nostri primi padri. Noirtier allora volle andare egli stesso
-a chiudere la porta dell’anticamera, richiuse quella in cui erano, e
-stese la mano a Villefort che aveva seguito tutti questi movimenti con
-una sorpresa da cui non si era peranco rimesso.
-
-— A noi! sai tu mio caro Gherardo, disse egli al giovinotto,
-guardandolo con un sorriso di cui era difficile definire l’espressione,
-che tu non mi sembri molto contento di rivedermi?
-
-— Al contrario, mio padre, io ne sono incantato; era soltanto così
-lontano, ve lo confesso, di attendere una vostra visita, che essa mi ha
-in qualche modo stordito.
-
-— Ma, mio caro amico, rispose Noirtier sedendosi, mi sembra che io
-potrei dirvi altrettanto. Come! voi mi annunziate i vostri sponsali a
-Marsiglia per il giorno 28 Febbraio, e il 4 Marzo siete a Parigi?
-
-— Se io vi sono, padre mio, disse Gherardo avvicinandosi a Noirtier,
-non ve ne lamentate; perchè è per voi che io sono qui venuto, e il mio
-viaggio forse vi salverà.
-
-— Ah! davvero! disse Noirtier allungandosi con noncuranza sulla
-seggia su cui si era assiso; davvero! contatemi dunque com’è, signor
-magistrato, ciò dev’esser curioso.
-
-— Padre mio, voi dovete certamente avere inteso parlare di un complotto
-bonapartista che tiene le sue riunioni nella strada S. Jacques?
-
-— N. 35, sì; io ne sono il vice-presidente.
-
-— Padre mio! la vostra pacatezza mi fa fremere.
-
-— Che vuoi tu, mio caro, quand’uno è stato proscritto dai montanari,
-quando uno è uscito da Parigi in una carretta di fieno, quando uno è
-stato attorniato nelle lande di Bordeaux dagli sgherri di Robespierre,
-ha per sè buone ragioni di guerra. Ma continuate adunque. Ebbene? che è
-accaduto in questa riunione della strada S. Jacques?
-
-— È accaduto che vi si fece venire il generale d’Épinay, e che il
-generale Épinay uscito a nove ore di sera da casa sua, fu ritrovato il
-domani nella Senna.
-
-— E chi vi ha raccontata questa bella storia?
-
-— Il Re stesso, signore!
-
-— Ebbene! in compenso della vostra storia vi darò una notizia.
-
-— Padre mio, io credo di saper già ciò che volete dirmi!
-
-— Ah! voi sapete lo sbarco di Sua Maestà l’Imperatore.
-
-— Silenzio, padre mio, ve ne prego, prima per voi e poi per me; sì, io
-sapeva questa notizia, e la sapeva ancora prima di voi, poichè è da tre
-giorni che io volo su la strada da Marsiglia a Parigi, colla rabbia di
-non poter lanciare, a duecento leghe innanzi a me il pensiero che mi
-bruciava il cervello.
-
-— Sono tre giorni! ma siete pazzo? tre giorni fa l’Imperatore non era
-ancora sbarcato.
-
-— Non importa, io sapeva il suo disegno.
-
-— E come?
-
-— Per mezzo di una lettera che vi era stata indirizzata dall’isola
-d’Elba, e che io ho sorpresa nel portafoglio di un messaggiero. Se
-questa lettera fosse andata nelle mani di un altro, a quest’ora, padre
-mio, voi forse sareste moschettato.
-
-Il padre di Villefort si mise a ridere.
-
-— Andiamo, andiamo, diss’egli, sembra che la restaurazione abbia
-imparato dall’Impero il modo di spedire gli affari... moschettato!
-caro mio, e come potete crederlo? e questa lettera dov’è? Io vi conosco
-troppo per pensare che voi l’abbiate lasciata andare.
-
-— L’ho bruciata per timore che ne rimanesse un sol frammento; perchè
-questa lettera era la vostra condanna.
-
-— E la perdita del vostro avvenire, rispose freddamente Noirtier.
-Sì, lo capisco; ma ora io non ho più nulla a temere, poichè voi
-mi proteggete. — Io faccio anche più di questo. Vi salvo. — Oh
-diavolo! ciò diventa più drammatico: spiegatevi. — Signore, ritorno
-sull’argomento delle riunioni di strada S. Jacques. — Sembra che
-queste riunioni stiano molto a cuore alla polizia; perchè non le hanno
-cercate meglio? le avrebbero ritrovate. — Non le hanno ritrovate,
-ma ne sono sulla traccia. — Questa è la parola d’uso, lo so bene:
-quando la polizia non sa niente, dice che ella ne è sulle tracce,
-ed il Governo aspetta tranquillamente il giorno in cui essa venga a
-dire colle orecchie basse, che queste tracce son perdute. — Sì, ma
-fu ritrovato un cadavere; il generale è stato ammazzato, e in tutti
-i paesi del mondo questo si chiama un assassinio. — Un assassinio,
-dite voi? Andiamo via, niente prova che il generale è stato vittima
-di un assassinio; tutti i giorni si ritrova gente nella Senna che vi
-si getta per disperazione, o che vi si annega non sapendo nuotare. —
-Padre mio, voi sapete benissimo che il generale non si è annegato per
-disperazione, e che non si va a prendere un bagno nella Senna al mese
-di Gennaio. No! no! non vi illudete, questa morte è stata qualificata
-per un assassinio. — E chi l’ha qualificata in tal modo? — Il re
-stesso. — Il re! Volete voi sapere come sono andate le cose? Ebbene!
-ve lo dirò. Si credeva di poter contare sul generale Épinay, ci era
-stato raccomandato di laggiù: uno dei nostri va da lui, lo invita ad
-intervenire ad un’assemblea di amici nella contrada S. Jacques. Egli
-viene e là gli si spiega tutto il disegno: la partenza dall’isola
-d’Elba, lo sbarco meditato. Poi quando egli ha udito tutto, che non gli
-resta più niente a sapere, risponde che è realista. Allora ciascuno si
-mette in guardia, gli si fa dare giuramento; egli lo dà ma di cattiva
-grazia. Ebbene! ad onta di tutto ciò il generale uscì perfettamente
-libero. Egli non è ritornato a casa sua; che volete? mio caro, egli si
-allontanò da noi, avrà sbagliata la strada, ecco tutto. Un assassinio!
-In verità voi mi sorprendete, Villefort, voi Sostituto Procuratore del
-Re piantare un’accusa su prove così meschine! Ho io forse mai pensato
-a dire a voi, quando esercitavate il vostro mestiere di realista,
-e facevate tagliar la testa a uno dei miei: «figlio mio voi avete
-commesso un assassinio!» No, io ho detto: «benissimo! signore voi
-avete oggi combattuto vittoriosamente; a dimani la rivincita.» — Ma,
-padre mio, state in guardia, perchè questa rivincita sarà terribile
-quando la prenderemo noi. — Io non vi comprendo. — Voi contate sul
-ritorno dell’Usurpatore? — Lo confesso. — V’ingannate, padre mio,
-egli non farà dieci leghe nell’interno della Francia senza essere
-perseguitato, circondato, e preso come una bestia feroce. — Mio caro
-amico, l’Imperatore in questo momento è sulla strada di Grenoble. Il
-10 o il 12 sarà a Lione, e il 20 o il 25 a Parigi. — Le popolazioni si
-solleveranno... — Per andare ad incontrarlo. — Egli non può aver seco
-che pochi uomini, e gli verranno inviati contro degli eserciti... —
-Che gli serviranno di scorta per entrare nella capitale. In verità mio
-caro Gherardo voi non siete ancora che un ragazzo. Voi vi credete bene
-informato perchè un telegrafo vi ha detto tre o quattro giorni dopo lo
-sbarco: «l’usurpatore è sbarcato a Cannes con pochi uomini: lo si sta
-perseguitando.» Ma dov’è, che fa? Voi non lo sapete. Si perseguita,
-ecco tutto ciò che sapete; ebbene! egli sarà in tal guisa perseguitato
-fino a Parigi senza bruciare una cartuccia. — Grenoble e Lione sono
-due città fedeli che gli opporranno una barriera insuperabile. —
-Grenoble gli aprirà le sue porte con entusiasmo, e la popolazione
-di Lione tutta intera uscirà per incontrarlo. Credetemi noi siamo
-tanto bene informati quanto voi, e la nostra polizia val molto più
-della vostra. Ne volete una prova? eccola: voi volevate nascondermi
-il vostro viaggio e io ho saputo il vostro arrivo mezz’ora dopo che
-avevate passata la barriera. Voi non avete dato il vostro indirizzo
-ad alcun altro che al vostro postiglione, ebbene! io ho conosciuto il
-vostro indirizzo e la prova è che giungo appunto al momento in cui vi
-mettete a tavola. Suonate adunque ed ordinate che portino un’altra
-posata, pranzeremo insieme. — Infatto, rispose Villefort, guardando
-suo padre con stupore; voi mi sembrate molto bene istruito. — Eh! mio
-Dio! la cosa è semplicissima: voi che siete in possesso del potere non
-avete che quei mezzi che può fornire il danaro; noi che lo aspettiamo,
-abbiamo quelli che somministra la devozione e l’attaccamento. — La
-devozione? disse Villefort ridendo. — Sì, la devozione; egli è in tal
-modo che con termini onesti viene chiamata un’ambizione che spera. —
-Il padre di Villefort stese da sè la mano sul cordone del campanello,
-per chiamare il domestico, Villefort gli trattenne il braccio. —
-Aspettate, padre mio, disse il giovine; una parola ancora... — Dite...
-— Per quanto sia mal regolata la polizia realista, ella però sa una
-cosa terribile. — Quale? — I connotati dell’uomo che, la mattina del
-giorno in cui disparve il generale Épinay, si era presentato in casa
-sua. — Ah! sa ciò questa buona polizia? e questi connotati quali sono?
-— Colorito bruno, capelli, barbette ed occhi neri; soprabito blu,
-abbottonato fino al mento; fettuccia d’uffiziale della Legion d’onore
-attaccata alla bottoniera, e canna d’India. — Ah! ah! ella sa ciò,
-disse Noirtier; e perchè dunque non ha messo la mano su questo uomo?
-— Perchè ieri o ieri l’altro lo ha perduto di vista presso l’angolo
-della strada _Coq-Héron_. — Diceva bene io quando diceva che la vostra
-polizia è stupida! — Io non ne dissento: ma da un momento all’altro può
-ritrovarlo. — Sì, disse Noirtier, gettando uno sguardo di noncuranza
-intorno a lui; sì, se quest’uomo non fosse stato avvertito; ma egli lo
-è, e, continuò ridendo, cambierà di viso e di costume.
-
-A queste parole, egli si alza, si leva il soprabito e la cravatta, va
-verso la tavola sulla quale erano preparate tutte le cose necessarie
-alla toletta di suo figlio, prende un rasoio, s’insapona il viso e con
-un polso perfettamente fermo fa cadere le barbette che lo mettevano a
-rischio, dando alla polizia un documento così prezioso. Villefort lo
-guardava con un terrore che non era esente da ammirazione. Tagliate
-quelle, Noirtier dà un’altra piega ai suoi capelli, prende, in vece
-della sua cravatta nera, la prima cravatta di colore che trova nel
-baule aperto di suo figlio, indossa, in vece del suo soprabito blu e
-abbottonato, un abito di suo figlio, color marrone e di taglio aperto;
-si prova avanti allo specchio il cappello ad ale ristrette del giovine,
-e pare soddisfatto del modo come gli sta, lascia la canna d’India nel
-canto del caminetto ove l’avea deposta, e fa sibilare nella sua mano
-nervosa una mazza di sambuco colla quale l’elegante sostituto dava al
-suo modo di camminare la disinvoltura che era una delle principali sue
-qualità. — Ebbene! diss’egli, volgendosi verso suo figlio stupefatto,
-subitochè questo cambiamento quasi a vista fu compito; ebbene, credi
-tu che la tua polizia potrà ora riconoscermi? — No padre mio, balbettò
-Villefort, o almeno lo spero. — Ora, mio caro Gherardo, continuò
-Noirtier, rimetto alla tua prudenza il far disparire tutti gli oggetti
-che lascio alla tua custodia. — Oh! siate tranquillo, padre mio, disse
-Villefort. — Sì, sì, ora io credo che tu abbia ragione, e che tu possa
-dire di avermi effettivamente salvata la vita. Ma sta tranquillo, io ti
-renderò questo servizio quanto prima.
-
-Villefort scosse la testa. — Non ne sei tu convinto? — Spero almeno
-che v’inganniate. — Rivedrai tu il re? — Forse. — Vuoi tu passare ai
-suoi occhi per un profeta? — I profeti delle disgrazie sono sempre
-malveduti alla corte. — Sì, ma un giorno o l’altro gli vien resa
-giustizia: supponi una seconda restaurazione, allora passerai per un
-uomo ben più grande di Talleyrand del quale noi leggiamo tutte le
-lettere, e che non scrive che lettere. — Infine che dovrei io dire
-al Re? — Digli questo; «Sire, voi siete ingannato sulle disposizioni
-della Francia, sull’opinione delle città, sullo spirito dell’esercito.
-Quello che voi chiamate a Parigi il lupo della Corsica, che si chiama
-ancora l’usurpatore a Nevers, si chiama già Bonaparte a Lione e
-l’Imperatore a Grenoble. Voi lo credete circondato, perseguitato, in
-fuga; egli cammina rapido come l’aquila che porta; i suoi soldati, che
-voi credete morti di fame, stanchi dalla fatica e vicini a disertare,
-si aumentano come gli atomi di neve intorno al globo che si precipita.
-Sire, partite, abbandonate la Francia al suo vero padrone, a quello
-che l’ha conquistata; partite, Sire, non che voi corriate alcun
-pericolo: il vostro rivale è abbastanza forte per farvi grazia, ma
-perchè è umiliante per un nipote di S. Luigi il dovere la vita all’Eroe
-d’Arcole, di Marengo e d’Austerlitz.» Digli tutto ciò Gherardo o
-piuttosto, va, non dirgli niente, dissimula il tuo viaggio, non ti
-vantare di ciò che sei venuto a fare a Parigi; riprendi la posta; se
-tu hai volato su la strada per venire, divora lo spazio per ritornare;
-rientra a Marsiglia di notte, penetra in casa tua dalla porta di dietro
-e là resta ben tranquillo, ben umile, ben segreto, e soprattutto bene
-inoffensivo; perchè questa volta, te lo giuro, noi opereremo da persone
-rigorose e che conoscono i loro nemici; andate figlio mio, andate caro
-Gherardo, e mediante questa obbedienza agli ordini paterni, ovvero, se
-credete meglio, questa deferenza per i consigli di un amico, noi vi
-lasceremo nel vostro posto. Ciò sarà, soggiunse Noirtier sorridendo,
-un mezzo per voi di potermi salvare una seconda volta, se la bilancia
-politica un giorno rimetterà voi in alto, e me in basso. Addio mio
-caro Gherardo, al vostro prossimo ritorno discendete a casa mia. —
-E Noirtier uscì colla tranquillità che non lo aveva abbandonato un
-momento durante questa difficile conversazione. — Villefort, pallido
-e agitato, corse alla finestra, ne alzò la tenda, e lo vide passare in
-calma ed impassibile nel mezzo di due o tre uomini di cattivo aspetto
-imboscati agli angoli delle strade, che erano forse là per arrestare
-l’uomo dalle barbette nere, dal soprabito blu e dal cappello a larghe
-falde. Villefort restò così in piedi ed anelante fino a che suo padre
-disparve al crocivio di Bussy. Allora egli si slanciò sugli oggetti
-da lui lasciati; mise nel fondo del suo baule la cravatta nera, e il
-soprabito blu, contorse il cappello che cacciò sotto un armadio, ruppe
-la canna d’India in tre parti che gettò sul fuoco, si mise una berretta
-da viaggio, chiamò il suo cameriere, con uno sguardo gli proibì le
-mille interrogazioni che avrebbe avuto volontà di fargli, saltò nella
-carrozza che l’aspettava, seppe a Lione che Bonaparte era entrato a
-Grenoble; e in mezzo all’agitazione che regnava lungo l’intera strada
-giunse a Marsiglia, in preda a tutti i terrori che entrano nel cuore
-dell’uomo coll’ambizione e coi primi onori.
-
-
-
-
-XIII. — I CENTO GIORNI.
-
-
-Noirtier era un buon profeta, e le cose successero presto come egli
-aveva detto. Ciascuno conosce il ritorno dall’isola d’Elba, ritorno
-strano, miracoloso, che è senza esempio nel passato e resterà
-probabilmente senza imitazione nell’avvenire. Luigi XVIII non tentò
-che debolmente di riparare un colpo sì forte; la sua poca confidenza
-negli uomini gli toglieva quella degli avvenimenti. Il regno, o
-piuttosto la monarchia ricostituita da lui tremò sulla sua base ancora
-incerta. Villefort non ebbe dunque dal suo Re che una riconoscenza
-non solo inutile pel momento ma ben anche pericolosa, oltre quella
-croce di ufficiale della legione d’onore che egli ebbe la prudenza
-di non mostrare, quantunque de Blacas, come gli aveva raccomandato
-il Re, ne avesse fatto spedire sollecitamente il brevetto. Napoleone
-certamente avrebbe destituito Villefort senza la protezione di
-Noirtier divenuto onnipossente alla corte dei Cento giorni, sì pe’
-perigli che aveva affrontati, come pei servigi che aveva renduti.
-Così, come gli era stato promesso, il Girondino del ’93 e il Senatore
-del 1806 protesse colui che lo aveva salvato il giorno prima. Tutta
-la potenza di Villefort si limitò adunque durante questa corta
-evocazione dell’impero, di cui fu facile prevedere la seconda caduta,
-a nascondere il segreto che Dantès era stato sul punto di divulgare.
-Il solo procuratore del re fu destituito essendo sospetto di freddezza
-in bonapartismo. Appena il potere imperiale fu stabilito, cioè appena
-l’Imperatore abitò le Tuglierie che abbandonava Luigi XVIII, ed ebbe
-spedito ordini senza numero da quel piccolo gabinetto ove noi abbiamo
-introdotti i nostri lettori con Villefort, e sul tavolino di nocciuolo
-sul quale ritrovò ancora aperta ed a metà piena la tabacchiera di Luigi
-XVIII; che Marsiglia, ad onta dell’attitudine dei suoi magistrati,
-cominciò a sentir fermentare nel suo seno i germi della guerra
-civile sempre male spenti nel mezzogiorno. Poco mancò allora che le
-rappresaglie non andassero al di là di qualche chiasso di cui furono
-assediati i regii, chiusi nelle loro case, o di pubblici affronti da
-cui furono perseguitati coloro che si avventurarono ad uscire. Per una
-naturale voltata di bordo, il degno armatore che noi abbiamo designato
-come appartenente alla fazione popolare, si trovò a sua volta, non
-dirò onnipossente, perchè Morrel era un uomo prudente e leggermente
-timido, come tutti quelli che hanno fatto una faticosa e lenta fortuna
-commerciale, ma in istato, quantunque fosse trattato di moderato
-dai zelanti bonapartisti, di alzare la voce per fare sentire i suoi
-reclami. Questi reclami, come s’indovinerà facilmente, erano in favore
-di Dantès. Villefort era rimasto in piedi ad onta della caduta del suo
-superiore, e il suo matrimonio, quantunque rimanesse stabilito, pure
-venne protratto a tempi più felici. Se l’Imperatore si conservava in
-trono, era un’altra alleanza che bisognava a Gherardo, e suo padre
-sarebbe stato incaricato di ritrovarla. Se una seconda restaurazione
-riconduceva Luigi XVIII in Francia l’influenza di S. Méran raddoppiava
-unitamente alla sua, e la meditata unione ritornava più convenevole. Il
-sostituto del procuratore del re era dunque momentaneamente il primo
-magistrato di Marsiglia, allorchè una mattina la sua porta s’aprì, e
-gli venne annunziato il Sig. Morrel. Un altro si sarebbe sollecitato
-di andare incontro all’armatore, e con questa sollecitudine avrebbe
-indicata la sua debolezza. Ma Villefort era un uomo superiore che
-aveva, se non la pratica, almeno l’istinto di tutte le cose. Egli
-fece fare adunque anticamera a Morrel, come se fosse stato sotto la
-restaurazione. Questi si aspettava di trovare Villefort abbattuto, ma
-lo ritrovò come lo aveva veduto sei settimane prima, cioè tranquillo,
-fermo e pieno di quella fredda gentilezza, la più insormontabile di
-tutte le barriere che separa l’uomo elevato dall’uomo volgare. Egli
-era penetrato nel gabinetto di Villefort convinto che il magistrato
-avrebbe tremato alla sua vista, ed egli invece si trovò tutto tremante
-e commosso innanzi a questo personaggio interrogatore che lo aspettava
-col gomito poggiato su lo scrittoio e il mento sulla mano. Egli si
-soffermò sulla soglia. Villefort lo guardò come se avesse avuto qualche
-difficoltà a riconoscerlo. Finalmente dopo qualche secondo di esame e
-di silenzio, durante il quale il degno armatore girava e rigirava il
-cappello fra le mani: — Il sig. Morrel, credo? disse Villefort. — Sì,
-signore, io stesso, disse l’armatore. — Avvicinatevi adunque, continuò
-il magistrato, facendo colla mano un segno di protezione, e ditemi
-a che debbo io l’onore di una vostra visita. — Non ve lo figurate,
-signore? domandò Morrel. — No, non saprei affatto; ciò però non
-impedisce che sia disposto ad esservi favorevole se la cosa è in mio
-potere. — La cosa dipende interamente da voi, disse Morrel. — Allora
-spiegatevi. — Signore, continuò l’armatore riprendendo la sua sicurezza
-a seconda che parlava, e incoraggito d’altronde dalla giustizia della
-sua causa e dalla chiarezza della sua posizione; vi ricordate voi che
-qualche giorno prima che si sapesse lo sbarco di S. M. l’imperatore,
-io era venuto a reclamare la vostra indulgenza per un disgraziato
-giovinotto, un marinaio, secondo a bordo del mio _brick_. Egli fu
-accusato, se vi ricordate, di relazioni coll’isola d’Elba; queste
-relazioni che erano delitto in quell’epoca, oggi sono titoli di favore.
-Voi servivate Luigi XVIII allora, e non gli usaste nessun riguardo,
-ed era vostro dovere; oggi voi servite Napoleone e dovete proteggerlo,
-questo pure è vostro dovere. Io vengo dunque a domandarvi che avvenne
-di lui.
-
-Villefort fece uno sforzo violento su sè stesso. — E il nome di
-quest’uomo? domandò egli. — Edmondo Dantès.
-
-Evidentemente Villefort sarebbe stato più contento di cimentare la
-palla di un suo avversario in un duello, che di sentir pronunziare
-questo nome a così poca distanza; ciò nonostante egli non mosse tratto
-del suo viso. Di tal maniera, si diceva a se stesso, non potrò essere
-accusato nell’arresto di questo uomo di un affare personale. — Dantès,
-ripetè egli, Edmondo Dantès diceste. — Sì, signore. — Villefort aprì
-allora un grosso registro posto in un vicino cassetto e ricorse ad
-un indice, dall’indice alla pagina indicata, quindi rivolgendosi
-all’armatore: — siete voi ben sicuro di non sbagliarvi, signore? gli
-disse nel modo più naturale. — Se Morrel fosse stato un uomo più furbo
-o meglio illuminato su questo affare, avrebbe ritrovato bizzarro che il
-sostituto del procuratore del re si fosse degnato rispondergli di tal
-maniera sopra materie estranee al suo ufficio, e si sarebbe domandato
-perchè Villefort non lo mandava piuttosto ai registri dei detenuti,
-ai governatori delle prigioni, al prefetto del dipartimento. Ma Morrel
-cercando invano del timore in Villefort non vi osservò più, dal momento
-che ogni timore sembrava mancasse, che molta condiscendenza. Villefort
-aveva colpito al segno.
-
-— No, signore, disse Morrel, io non m’inganno; d’altra parte conosco il
-povero giovinotto da dieci anni, ed è impiegato da quattro anni sotto
-di me. Io venni, vel rammentate? saranno circa sei settimane a pregarvi
-di essere clemente con lui, come ora vengo a pregarvi di essere
-giusto; voi anzi mi riceveste molto male e mi rispondeste come uomo
-mal contento. Ah! allora i regii erano ben severi coi bonapartisti! —
-Signore, disse Villefort colla sua presenza e la sua calma ordinaria,
-io era regio allora perchè credeva i Borboni non solamente gli eredi
-legittimi del trono, ma eziandio gli eletti della nazione. Ma il
-ritorno miracoloso di cui siamo stati testimonii mi ha provato il
-mio inganno: il genio di Napoleone ha vinto. — Alla buon’ora, gridò
-Morrel colla sua buona e rozza franchezza, mi fa piacere sentirvi
-parlare in tal modo, e ne auguro bene per la sorte di Edmondo. —
-Aspettate adunque, riprese Villefort sfogliando un altro registro, l’ho
-trovato..... Un marinaro, non è così, che sposava una Catalana? Sì,
-sì, ora me ne ricordo: la cosa era molto grave. — Come? — Voi sapete
-che uscendo dal mio appartamento egli venne condotto alle prigioni del
-palazzo di giustizia? — Sì, ebbene? — Ebbene, io feci il mio rapporto
-a Parigi, mandai le carte ritrovate presso di lui, questo era il
-mio dovere, che volete... ed otto giorni dopo il suo arresto egli fu
-portato via. — Portato via! gridò Morrel: ma che cosa avranno potuto
-fare di questo giovanotto? — Oh! state tranquillo, egli sarà stato
-trasportato a Fenestrelles, a Pignerol, o alle isole S. Marguerite,
-ciò che si chiama sfrattato in termine di ufficio, e una bella mattina
-voi lo vedrete ritornare a prendere il comando del suo bastimento. —
-Che venga quando vuole, il suo posto gli sarà sempre conservato. Ma
-come mai non è ancora ritornato? Mi sembra che la prima cura della
-giustizia Imperiale dovrebbe essere quella di mettere in libertà coloro
-che erano stati incarcerati dalla giustizia regia. — Non accusate
-temerariamente, mio caro Morrel, rispose Villefort; in tutte le cose
-bisogna procedere legalmente. L’ordine di arresto era venuto dall’alto,
-bisogna che dall’alto venga pur quello della libertà. Ora Napoleone è
-rientrato, non sono appena quindici giorni, ed egualmente le lettere di
-abolizione appena possono essere state spedite. — Ma, domandò Morrel,
-non vi sarebbe modo di passar sopra a tutte le formalità? ora che
-noi trionfiamo, io godo di qualche influenza, e posso ottenere di far
-annullare il decreto. — Non ha avuto luogo alcun decreto. — Dell’ordine
-d’arresto, allora. — In materia politica non vi è registro d’arresto.
-Qualche volta i Governi han premura di fare sparire un uomo senza
-ch’egli lasci traccia del suo passaggio; le annotazioni sui registri
-degli arrestati lascerebbero campo a ricerche. — Ciò sarà stato un
-tempo forse, ma ora... — È sempre lo stesso in tutti i tempi, mio
-caro Morrel: i Governi si succedono, e si rassomigliano. La macchina
-penitenziaria montata sotto Luigi XIV continua pure oggi giorno,
-eccetto la Bastiglia che per un accidente fu spianata. L’Imperatore è
-sempre stato più rigoroso pel regolamento delle sue prigioni, di quello
-che non lo è stato lo stesso gran Re, e il numero dei carcerati di cui
-non si conserva alcuna traccia sui registri è incalcolabile.
-
-Tanta benevolenza avrebbe messo fuor di dubbio delle certezze, e Morrel
-non aveva neppure dei sospetti.
-
-— Ma finalmente, Sig. Villefort, diss’egli, qual consiglio potreste voi
-darmi per sollecitare il ritorno di Dantès?
-
-— Un solo, fate una petizione al ministro della giustizia. — Oh!
-noi sappiamo ciò che sono le petizioni; il ministro ne riceve 200 al
-giorno, e non ne legge neppur quattro.
-
-— Sì, rispose Villefort, ma egli leggerà una petizione inviatagli
-da me, postillata da me, indirizzata direttamente da me. — E voi
-v’incaricherete di far giungere questa petizione! — Col più gran
-piacere; Dantès poteva essere allora colpevole, ma oggi egli è
-innocente, ed è mio dovere il rendere la libertà a colui che fu mio
-dovere di far mettere in prigione. — Villefort preveniva in tal modo
-il pericolo di una ricerca poco probabile, ma possibile, che lo avrebbe
-perduto senza risorse. — Ma come scrivere al ministro? — Mettetevi là,
-signor Morrel, disse Villefort cedendo il suo posto all’armatore, io
-ve la detterò; non perdiamo tempo, ne abbiamo già perduto abbastanza. —
-Sì, signore, pensiamo che il povero giovanotto aspetta, soffre, e forse
-si dispera. — Villefort rabbrividì all’idea che questo prigioniero lo
-maledicesse nell’oscurità e nel silenzio; ma egli era troppo messo a
-rischio per potere ritornare addietro: Dantès doveva essere infranto
-fra gli scogli della sua ambizione. Villefort dettò una domanda in
-cui, con uno scopo eccellente, tanto da non esservi dubbio alcuno, egli
-esagerava il patriottismo di Dantès, e i servigi da lui resi alla causa
-Bonapartista. In questa petizione, Dantès compariva uno dei più attivi
-pel ritorno di Napoleone. Era evidente che vedendo una tal supplica,
-il Ministro dovea fare giustizia sul momento, se la giustizia non era
-ancora stata fatta. Finita la petizione, Villefort la rilesse ad alta
-voce. — È fatto, diss’egli; ora riposate tranquillamente su me. — E la
-petizione partirà presto, Signore? — Oggi stesso. — E la postillerete?
-— La postilla ch’io posso mettervi è quella di certificare per vero,
-tutto ciò che voi dite nella petizione. — Villefort a sua volta si
-assise, e sopra un lato della petizione, scrisse il suo certificato. —
-Ora che resta a fare, o Signore? domandò Morrel. — Aspettate, rispose
-Villefort. Io rispondo di tutto.
-
-Questa assicurazione rese la speranza a Morrel; egli lasciò il
-sostituto-procuratore del Re incantato di lui, e corse ad annunciare
-al vecchio padre di Dantès che non tarderebbe molto a rivedere suo
-figlio. Quanto a Villefort, in vece d’inviarla a Parigi, egli conservò
-preziosamente nelle sue mani questa petizione, la quale salvando
-Dantès per allora, lo metteva sì orribilmente a rischio per l’avvenire,
-supponendo ciò che l’aspetto di Europa, e la piega degli avvenimenti
-permettevano già di supporre, cioè una seconda restaurazione. Dantès
-rimase adunque prigioniero: perduto nel profondo della sua segreta, non
-intese il rumore formidabile della caduta del trono di Luigi XVIII, nè
-quella più spaventevole ancora dello scrollo dell’Impero. Ma Villefort,
-aveva tutto seguito con un occhio vigilante, e tutto ascoltato
-con occhio attento. Due volte durante questa breve apparizione
-imperiale che fu chiamata _cento giorni_, Morrel era ritornato da
-Villefort, insistendo sempre per la libertà di Dantès, e tutte e due
-volte Villefort lo aveva pacato con promesse e con speranze. Giunse
-finalmente la battaglia di Waterloo, Morrel non ricomparve più da
-Villefort. L’armatore aveva fatto pel suo giovine amico tuttociò che
-era stato umanamente possibile. Provare nuovi tentativi sotto questa
-seconda restaurazione era un cimentarsi inutilmente.
-
-Luigi XVIII risalì sul trono; Villefort, per cui Marsiglia era piena
-di tristi rimembranze, divenute rimorsi, domandò ed ottenne il posto
-vacante di procuratore del Re a Tolosa. Quindici giorni dopo la sua
-istallazione nella nuova residenza sposò madamigella Renata di S.
-Méran il cui padre era favorito in corte più che mai. Ecco come Dantès
-durante i cento giorni, e dopo la battaglia di Waterloo, restò sotto
-chiavi, dimenticato dagli uomini, ma non da Dio. Danglars capì tutta
-la forza del colpo con cui aveva percosso Dantès, vedendo ritornare
-Napoleone in Francia. La sua denunzia avea colpito nel segno, e, come
-tutti gli uomini di una certa attitudine al delitto, e di una mezzana
-intelligenza per la vita ordinaria chiamò questa bizzarra coincidenza,
-un _decreto della Provvidenza._ Ma quando Napoleone ritornò a Parigi,
-e che la sua voce rintronò nuovamente imperiosa e potente, Danglars
-ebbe paura. Ad ogni momento si aspettava veder comparire Dantès,
-Dantès informato di tutto, Dantès minaccioso e terribile nelle sue
-vendette. Allora egli manifestò a Morrel, un desiderio di lasciare
-il servizio di mare, e si fe’ da lui raccomandare ad un negoziante
-spagnuolo, presso del quale entrò da commesso d’ordine, alla fine di
-Marzo, vale a dire 10 o 12 giorni dopo la ricomparsa di Napoleone alle
-Tuglierie. Egli partì adunque per Madrid, e non s’intese più parlare di
-lui. Fernando non capì niente. Dantès era rimasto assente, e ciò era
-quanto gli importava. Che n’era accaduto? egli non cercò di saperlo.
-Soltanto, durante tutto il tempo che gli venne accordato da questa
-assenza, s’ingegnò ora ad ingannare Mercedès, sui motivi dell’assenza,
-ora a meditare dei disegni d’emigrazione e di ratto. Di tempo in tempo
-ancora, soprattutto nelle ore tetre di sua vita, s’assideva sulla
-punta del capo Pharo, da questo luogo donde si distingueva ad un tempo
-Marsiglia, ed il villaggio dei Catalani, guardando, tristo ed immobile
-come un uccello da preda, se avesse veduto per una di queste due strade
-il giovinotto dal libero andare, dalla testa alta, che per lui pure era
-diventato il messaggiero di una cruda vendetta. Allora il disegno di
-Fernando era arrestato; egli spaccava la testa di Dantès con un colpo
-di fucile, e dopo si uccideva, ciò dicendo a sè stesso per colorire
-il suo assassinio. Ma Fernando s’ingannava; egli non si sarebbe mai
-ucciso, poichè sperava sempre.
-
-Frattanto ed in mezzo a tanto ondeggiamento doloroso, l’impero
-chiamò un ultimo bando di soldati, quanti uomini v’erano in istato
-di poter portare le armi si slanciarono fuori della Francia alla voce
-formidabile dell’imperatore. Fernando partì come gli altri lasciando la
-sua capanna e Mercedès corrodendosi col terribile pensiero che dietro
-a lui forse sarebbe ritornato il rivale a sposar quella ch’egli amava.
-In quanto alla giovinetta, la pietà ch’egli sembrava prendere alla
-infelicità di lei, la cura di antivenirne anche i più piccoli desideri,
-aveva prodotto l’effetto che sogliono fare su i cuori generosi le
-apparenze di devozione. Mercedès aveva sempre amato Fernando con
-amicizia; alla sua amicizia si aggiunse un nuovo sentimento, quello
-della riconoscenza.
-
-— Fratello mio! disse ella nell’adattare il sacco da coscritto sulle
-spalle del Catalano, fratello mio! mio solo amico! non vi fate
-uccidere, non mi lasciate in questo mondo ove io piango, e dove
-sarò sola quando voi non ci sarete più! — Queste parole, dette al
-momento della partenza, resero qualche speranza a Fernando. Se Dantès
-non ritornava più, Mercedès potrebbe dunque un giorno esser sua.
-Mercedès restò sola su questa nuda terra, che non le era sembrata
-mai così arida, e col mare immenso per orizzonte. Tutta bagnata di
-lagrime come quella pazza di cui si racconta la dolorosa storia,
-si vedeva incessantemente vagare intorno al piccolo villaggio dei
-Catalani, ora fermandosi sotto il sole ardente del mezzogiorno, ritta,
-immobile, muta come una statua e guardando Marsiglia; ora assisa
-sulla spiaggia, ascoltando il mormorio del mare, eterno come il suo
-dolore, e domandando incessantemente a sè stessa se fosse meglio
-gettarsi in avanti, lasciarsi cadere come corpo morto, aprire l’abisso
-e inghiottirvisi; piuttosto che soffrire in tal modo tutte queste
-vicissitudini di un’aspettativa senza speranze. Non il coraggio mancò
-a Mercedès per compiere il suo disegno, ma la religione le venne in
-aiuto, e la salvò dal suicidio.
-
-Caderousse come Fernando, venne pure chiamato nella coscrizione; e
-siccome egli aveva otto anni più del Catalano, ed era ammogliato, così
-fece parte del terzo bando e fu inviato sulle coste. Il vecchio Dantès,
-che non era più sostenuto dalla speranza, la perdè interamente alla
-caduta dell’imperatore. Cinque mesi dopo, nello stesso giorno in cui
-era stato separato dal figlio, e quasi nell’istessa ora in cui venne
-arrestato, rendette l’ultimo sospiro fra le braccia di Mercedès. Morrel
-provvide a tutte le spese della sepoltura, e pagò i piccoli debiti che
-il vecchio aveva fatti durante la sua malattia. Operando così non era
-solo beneficenza ma anche coraggio. Le province di mezzogiorno erano
-in fuoco, ed il soccorrere, anche al letto di morte, il padre di un
-bonapartista così pericoloso come Dantès, era un delitto.
-
-
-
-
-XIV. — IL PRIGIONIERO FURIOSO ED IL PRIGIONIERO PAZZO.
-
-
-Circa un anno dopo il ritorno di Luigi XVIII, vi fu una visita
-dell’ispettore generale delle prigioni. Costui chiamavasi de Boville.
-Dantès sentì girare e stridere dal fondo della sua segreta tutti quei
-preparativi, che in alto facevano molto fracasso, ma in basso sarebbero
-stati rumori impercettibili per tutt’altre orecchie che per quelle di
-un prigioniero avvezzo a discernere nel silenzio della notte il ragno
-che tesse la sua tela, e la caduta periodica della goccia d’acqua,
-che impiega un’ora a formarsi sotto la volta della segreta. Indovinò
-che fra i vivi accadeva qualche cosa di straordinario. Egli che da
-sì lungo tempo abitava una tomba, poteva bene considerarsi come un
-morto. In fatto l’ispettore visitava, una dopo l’altra, le camere,
-le celle, le segrete; molti prigionieri furono interrogati, ed eran
-quelli che per la loro stupidità si raccomandavano alla benevolenza
-dell’amministrazione; l’ispettore lor domandava come erano nutriti
-e quali reclami avessero a fare. Essi risposero unanimamente che il
-nutrimento ora orribile e che reclamavano la loro libertà. L’ispettore
-dimandò se aveano altro a chiedere. Essi scossero la testa; qual altro
-bene oltre la libertà può reclamare un prigioniero?
-
-De Boville, si volse sorridendo, e disse al governatore: — Io non so
-perchè ci facciano fare questi inutili giri; chi vede una prigione
-ne vede cento, chi ascolta un prigioniere ne ascolta mille. È sempre
-la stessa cosa: mal nutriti ed innocenti. Ve ne sono altri? — Sì, noi
-abbiamo i prigionieri pericolosi o pazzi che son ritenuti in segreta.
-
-— Vediamo, disse l’ispettore, con un’aria di profonda stanchezza,
-compiamo il nostro ufficio, discendiamo nelle segrete.
-
-— Aspettate, disse il governatore, che si mandino almeno a prendere
-due uomini. I prigionieri commettono qualche volta, non fosse che
-per disgusto della vita e per farsi condannare a morte, degli atti
-d’inutile disperazione; voi potreste cader vittima di uno di questi
-eccessi. — Prendete adunque le vostre cautele, soggiunse l’ispettore.
-
-In fatto si mandarono a chiamare due soldati, e si cominciò a
-discendere per una scala umida, infetta, ed ammuffita.
-
-— Oh! fece l’ispettore fermandosi a metà della scala. E chi diavolo può
-alloggiare qui?
-
-— Un cospiratore dei più pericolosi, ci è stato raccomandato
-particolarmente come uomo capace di tutto.
-
-— È egli solo? — Certamente. — Da quanto tempo?
-
-— Da circa un anno.
-
-— E fu messo qui fino dal suo entrare?
-
-— No, Signore, ma soltanto dopo aver tentato di uccidere il custode
-incaricato di portargli il nutrimento; quello stesso che ci fa lume.
-N’è vero, Antonio? — Sì, rispose il custode — Ah! è dunque pazzo
-quest’uomo. — È forse peggio, disse il custode; è un demonio. — Volete
-voi che se ne faccia una querela? domandò l’ispettore al governatore. —
-È inutile, signore. Egli è abbastanza punito così; d’altra parte tocca
-ormai quasi alla follia, e secondo l’esperienza che ci danno le nostre
-osservazioni, prima che compia un altr’anno, egli sarà compiutamente
-pazzo. — In fede mia, tanto meglio per lui, disse l’ispettore, una
-volta pazzo del tutto, egli soffrirà meno.
-
-Come si vede bene, l’ispettore era un uomo pieno d’umanità, e ben degno
-delle funzioni filantropiche che esercitava.
-
-— Avete ragione, signore, disse il governatore, e la vostra riflessione
-prova che avete profondamente studiata la materia. Parimente abbiamo,
-in una segreta non lontana da questa più d’una trentina di passi, e
-nella quale si discende per un’altra scala, un vecchio scienziato,
-antico capo di fazione in Italia, che è qui fin dal 1811, e di cui il
-cervello ha dato volta verso la fine del 1814, per cui da quell’epoca,
-non è più fisicamente riconoscibile, piange, ride, dimagrisce,
-ingrassa. Volete voi veder quello piuttosto che questo? La sua pazzia
-vi divertirà e non vi attristerà punto.
-
-— Li vedrò entrambi, rispose l’ispettore; bisogna disimpegnare il
-proprio ufficio coscienziosamente. — L’ispettore faceva allora il suo
-primo giro e voleva lasciare una buona idea della propria autorità.
-— Entriamo dunque prima qui, soggiunse. — Volentieri, rispose il
-governatore.
-
-Allo stridere delle massicce serrature, al cigolare dei catenacci
-arrugginiti, Dantès, aggruppato in un angolo della segreta, ove
-riceveva con un contento indicibile il tenuissimo raggio di luce che
-filtrava attraverso gli stretti spiragli della sua inferriata, rialzò
-la testa. Alla vista di un uomo sconosciuto, illuminato dalle torce
-che portavano i due custodi, accompagnato da due soldati, e al quale
-il governatore parlava col cappello in mano, Dantès indovinò di che si
-trattava, e vedendo finalmente presentarsi un’occasione per implorare
-un’autorità superiore, balzò in avanti colle mani giunte. I soldati
-abbassarono subito la baionetta perchè credettero che il prigioniero si
-lanciasse verso l’ispettore con cattiva intenzione, e de Boville stesso
-fece un passo in dietro. Dantès s’accorse che era stato designato come
-un uomo da temersi. Riunì dunque nel suo sguardo tutto ciò che il cuore
-dell’uomo può contenere di mansuetudine e di umiltà, ed esprimendosi
-con una specie di eloquenza pietosa che meravigliò gli astanti cercò
-di toccare l’anima del suo visitatore. L’ispettore ascoltò il discorso
-di Dantès sino alla fine; poi volgendosi verso il governatore: — Egli
-piegherà alla devozione, diss’egli a mezza voce, è già disposto a
-sentimenti più dolci. Vedete... la paura fa il suo effetto su lui;
-ha indietreggiato in faccia alle baionette, ora un pazzo non rincula
-innanzi ad alcuna cosa; su questo proposito ho fatto delle curiose
-osservazioni a _Charenton_: — poscia volgendosi verso il prigioniero. —
-In brevi termini che domandate voi?
-
-— Io domando qual delitto ho commesso! domando che mi si diano dei
-giudici! domando che sia istruito il processo! domando da ultimo di
-essere fucilato se sono reo! ma del pari di essere messo in libertà se
-sono innocente!
-
-— Siete voi ben nutrito? domandò l’ispettore.
-
-— Sì, credo... non ne so niente... ma ciò poco m’importa! Quello che
-deve importare non solo a me disgraziato prigioniere, ma ancora a tutti
-i funzionari che amministrano la giustizia, ed al Re che ci governa, si
-è che un innocente non sia vittima di un’infame denunzia, e non muoia
-sotto chiavi maledicendo i suoi carnefici....
-
-— Voi siete molto umile oggi, disse il governatore; però non siete
-sempre stato così. Parlavate bene altrimenti, mio caro amico, il giorno
-che volevate uccidere il vostro custode.
-
-— È vero, signore, disse Dantès, e ne domando umilmente perdono a
-quest’uomo, che è sempre stato buono con me; ma che volete! io era
-pazzo... io era furioso...
-
-— E voi non lo siete più? — No, signore, perchè la prigionia mi ha
-piegato, umiliato, annichilito, è sì lungo tempo che io sono qui... —
-Sì lungo tempo? E da qual’epoca foste arrestato? disse l’ispettore.
-— Il 28 Febbraio 1815, a due ore dopo mezzo giorno. — L’ispettore
-calcolò. — Siamo ai 30 Luglio 1816. Che dite dunque? Non sono che 17
-mesi da che siete prigioniere.
-
-— Come 17 mesi! riprese Dantès. Ah! signore, voi non sapete che sono
-17 mesi di prigionia! 17 anni, 17 secoli! soprattutto per un uomo, che
-come me, era vicino a toccare la sua felicità, per un uomo che, come
-me, era sul punto di sposare una donna amata; per un uomo che vedeva
-aprirsi a sè dinnanzi una carriera onorevole e al quale tutto è venuto
-meno in un sol punto; che, dal mezzo del giorno più bello cade nella
-notte più profonda; che vede la sua carriera distrutta, che ignora se
-colei ch’egli ama, lo ami tuttora; che ignora se il suo vecchio padre
-è morto o vivo! 17 mesi di prigione per un uomo abituato all’aria
-marina, all’indipendenza del marinaro, allo spazio, all’immensità,
-all’infinito, signore, 17 mesi di prigione sono più che non meritano
-tutti i delitti designati dalla lingua umana co’ più odiosi nomi!
-Abbiate dunque pietà di me, e domandate per me non l’indulgenza ma
-il rigore, non una grazia ma una sentenza! Dei giudici, signore non
-domando che giudici. Non si possono negare i giudici ad un accusato.
-
-— Va bene, disse l’ispettore, si vedrà. — Poi volgendosi verso il
-governatore disse: — In verità questo povero diavolo mi fa pena.
-Ritornando sopra, mi farete vedere il registro degli arresti.
-
-— Sì, certo, disse il governatore; ma credo che ritroverete annotazioni
-terribili sul conto suo.
-
-— Signore, continuò Dantès, so bene che voi non potete farmi uscir di
-qui colla vostra autorità; ma potete trasmettere la mia domanda agli
-uffici competenti, potete causare una requisitoria, potete finalmente
-farmi sottomettere ad un giudizio. Un processo, è tutto ciò che io
-domando; che io sappia qual delitto ho commesso, ed a qual pena sono
-condannato; poichè, assicuratevi, l’incertezza è il peggiore di tutti i
-supplizi.
-
-— Istruitemi, disse l’ispettore.
-
-— Signore, gridò Dantès, comprendo dal suono della vostra voce che voi
-siete commosso; ditemi almeno che io speri.
-
-— Non posso dirvelo, rispose l’ispettore; posso soltanto promettervi di
-esaminare il vostro registro, e ciò che vi sta a carico.
-
-— Oh! allora, signore, son libero! Son salvo!
-
-— Chi vi fece arrestare? dimandò l’ispettore.
-
-— Il sig. de Villefort; vedetelo, e intendetevela con lui.
-
-— È già un anno ch’egli non è più in Marsiglia, ma a Nimes.
-
-— Ah! ciò non mi sorprende più, il mio solo protettore si è
-allontanato. — Il sig. de Villefort aveva egli qualche motivo di odio
-contro di voi? domandò l’ispettore. — Nessuno, signore, anzi era molto
-benevolo meco. — Io potrò dunque fidare alle note che egli ha lasciato
-sul conto vostro, o che potrà trasmettermi? — Intieramente, signore.
-
-— Sta bene, aspettate. — Dantès cadde in ginocchio, levando le mani
-verso il Cielo e mormorando una preghiera nella quale egli raccomandava
-a Dio questo uomo che era disceso nella sua prigione come il Salvatore
-che liberava le anime dall’inferno. La porta si richiuse, ma la
-speranza discesa con Boville, era rimasta nella segreta di Dantès.
-
-— Volete voi vedere il registro di consegna subito, domandò il
-Governatore, o passare alla segreta dello scienziato?
-
-— Finiamola prima colle segrete, rispose l’ispettore; se io ritornassi
-ove fa giorno, forse non avrei più il coraggio di discendere di bel
-nuovo qui per compiere la mia trista missione.
-
-— Oh! quest’altro non è un prigioniero come quello che abbiamo
-lasciato, e la sua pazzia rattrista meno che la ragionevolezza del suo
-vicino. — E quale è la sua pazzia?
-
-— Oh! una pazzia strana, egli si crede possessore di un immenso
-tesoro. Il primo anno della sua prigionia ha fatto offrire al Governo
-un milione, se volesse metterlo in libertà; il secondo anno due
-milioni, il terzo tre milioni, e così progressivamente. Egli è ora al
-suo quinto anno di prigionia, e chiederà di parlarvi in segreto, per
-offrirvene cinque. — Ah! ah! è curiosa in fatto, disse l’ispettore; e
-come si chiama questo milionario? — Faria. — N. 27? domandò l’ispettore
-leggendo questa cifra sopra una porta.
-
-— Precisamente qui. Antonio, aprite.
-
-Il custode ubbidì, e de Boville entrò nella segreta dello _scienziato
-pazzo_: per tal modo veniva generalmente chiamato il prigioniere. In
-mezzo della camera in un circolo tracciato sul pavimento con un poco
-d’intonaco, staccato dal muro, era sdraiato un uomo quasi nudo, tanto
-le sue vesti erano andate in pezzi. Egli disegnava in questo cerchio
-delle linee geometriche molto dritte e parallele, e pareva in tal modo
-occupato a risolvere il suo problema a guisa di Archimede nel momento
-che fu ucciso da un soldato di Marcello. Egualmente egli non si mosse
-al rumore che fece la porta della prigione nell’aprirsi, e non sembrò
-risvegliarsi che allorquando la luce delle torce illuminò con chiarore
-straordinario l’umido suolo su cui lavorava. Allora si volse e vide con
-sorpresa la numerosa compagnia che era discesa nel suo carcere. Si alzò
-prestamente, prese una coperta gettata sul miserabile suo letto, e si
-coperse precipitosamente per comparire in uno stato più decente agli
-occhi degli stranieri.
-
-— Domandate voi nulla? disse l’ispettore senza variare la sua formola.
-— Io, signore, disse Faria con sorpresa, nulla domando. — Voi non
-capite, disse l’ispettore, io sono un messo del governo, ed ho la
-commissione di scendere in tutte le prigioni, per ascoltare i reclami
-de’ prigionieri.
-
-— Oh! allora, signore, è tutt’altro, gridò vivacemente Faria, e spero
-che ce la intenderemo. — Vedete, disse a bassa voce il governatore, non
-comincia egli come vi avevo detto?
-
-— Signore, continuò il prigioniero, io sono Faria nato in Roma nel
-1768; sono stato venti anni segretario del conte Spada, l’ultimo dei
-Principi di questo nome, sono stato arrestato, e non so perchè, verso
-il principio dell’anno 1808; dopo questo tempo ho sempre reclamato
-la mia libertà dalle Autorità Italiane, e Francesi. — Perchè dalle
-Autorità Francesi? domandò il governatore. — Perchè io sono stato
-arrestato a Piombino e presumo che, come Firenze, Piombino sia divenuto
-capo luogo di un qualche dipartimento Francese.
-
-L’ispettore ed il governatore si guardarono ridendo.
-
-— Diavolo, mio caro, disse l’ispettore, le vostre notizie sull’Italia
-non sono di fresca data.
-
-— Esse portano la data del giorno in cui sono stato trasportato
-da Fenestrelle qui, signore, disse Faria; era nel 1811, e S. M.
-l’Imperatore avendo dato il nome di re di Roma al figlio che il cielo
-gli aveva concesso, io presumeva che continuando il corso delle sue
-conquiste egli vagheggiasse il sogno di Macchiavello e di Cesare
-Borgia. — Signore, disse l’ispettore, la Provvidenza ha fortunatamente
-arrecato tali cambiamenti nella Penisola, che quel sogno rimarrà tale.
-
-— Sarà; ma quante cose non sono possibili sulla terra? rispose Faria.
-— Sì, ma non già i sogni, riprese l’ispettore; nè sono venuto qui per
-intavolare con voi un corso di politica oltramontana, ma soltanto per
-domandarvi, come ho già fatto, se avete qualche reclamo da indirizzarmi
-sul modo col quale siete nutrito ed alloggiato. — Il nutrimento è
-quello di tutte le prigioni, rispose Faria, vale a dire cattivissimo.
-Quanto all’alloggio, come vedete è umido e malsano, ma ciò nonostante è
-conveniente abbastanza per una segreta. Ora non è di ciò che si tratta,
-ma bensì di una rivelazione della più alta importanza che ho a fare al
-governo.
-
-— Eccoci, disse a bassa voce il Governatore a de Boville.
-
-— Ecco perchè io sono fortunato di vedervi, continuò Faria, quantunque
-voi mi abbiate distratto da un calcolo molto importante, che se riesce,
-cangerà forse del tutto il sistema planetario di Newton. Potete voi
-accordarmi il favore di un colloquio particolare?
-
-— Eh! che diceva io? fece il governatore all’ispettore.
-
-— Voi conoscete bene la persona, rispose questi sorridendo. Poi
-rivolgendosi a Faria: Signore, diss’egli: — Ciò che chiedete è
-impossibile. — Ciò nonostante, riprese Faria, si tratterebbe di
-fare guadagnare al governo una somma enorme, una somma, per esempio,
-di cinque milioni! — In fede mia, disse l’ispettore, volgendosi al
-governatore, voi avete predetto perfino la cifra. — Vediamo, riprese
-Faria, accorgendosi che l’ispettore faceva un movimento per ritirarsi,
-non è poi assolutamente necessario che noi siamo soli: il sig.
-governatore potrà assistere al nostro colloquio.
-
-— Disgraziatamente mio caro signore, disse il governatore, noi sappiamo
-già a memoria quello che voi volete dirci. Si tratta dei vostri tesori,
-n’è vero?
-
-Faria guardò quest’uomo pungente, con certi occhi su cui un osservatore
-disinteressato avrebbe certamente veduto splendere il lampo della
-ragione e della verità.
-
-— Senza dubbio, diss’egli, di che volete che io vi parli, se non di ciò?
-
-— Sig. ispettore, continuò il governatore, vi posso raccontare questa
-storia tanto bene quanto Faria, essendo già quattro o cinque anni che
-me la sento risuonare alle orecchie. — Ciò prova, sig. governatore,
-disse Faria che voi siete di quella gente di cui parla la Scrittura,
-i quali hanno gli occhi e non vedono, hanno le orecchie e non sentono.
-— Mio caro signore, disse l’ispettore, il governo è ricco, e grazie a
-Dio, non ha bisogno dei vostri milioni; conservateli adunque pel giorno
-in cui uscirete di prigione.
-
-L’occhio di Faria si dilatò; egli afferrò la mano dell’ispettore e
-soggiunse: — Ma se io non esco di prigione, se contro ogni giustizia mi
-si ritiene in questa segreta, se vi debbo morire senza aver lasciato
-il mio segreto ad alcuno, questo tesoro andrà dunque perduto? Non è
-meglio che il Governo ne profitti con me? Io andrò fino a sei milioni,
-signore! Sì, io lascerò sei milioni, e mi contenterò del resto, se mi
-si vorrà rendere la libertà.
-
-— Sulla mia parola, disse l’ispettore a mezza voce, se non si sapesse
-che quest’uomo è pazzo, egli parla con un accento di tanta convinzione,
-da credere che dicesse la verità.
-
-— Io non sono un pazzo, signore, e dico precisamente la verità,
-riprese Faria, che, con quella finezza di udito che è particolare ai
-prigionieri, non aveva perduto una sola delle parole dell’ispettore. Il
-tesoro di cui vi parlo esiste veramente, ed io sono pronto a firmare un
-trattato, in virtù del quale voi mi condurrete al luogo che verrà da me
-deputato: si scaverà la terra sotto i nostri occhi, e se io mentisco,
-se nulla vien ritrovato, se io son pazzo come voi dite, ebbene! voi
-mi condurrete in questa medesima carcere ove io resterò eternamente, e
-dove morrò senza più nulla domandar nè a voi, nè ad alcuno.
-
-Il governatore si mise a ridere. — È lontano questo vostro tesoro?
-domandò egli. — A cento leghe di qui circa. — La cosa non è male
-immaginata, disse il governatore; se tutti i prigionieri volessero
-divertirsi a fare una passeggiata coi loro gendarmi per cento leghe,
-o se i guardiani acconsentissero a fare una simile passeggiata questo
-sarebbe un eccellente pretesto, che i prigionieri si procurerebbero
-per prendere la via dei campi alla prima occasione opportuna, e
-durante un simile viaggio l’occasione si presenterebbe certamente.
-Disgraziatamente però questo è un pretesto troppo conosciuto, ed il
-sig. Faria non ha neppure il merito dell’invenzione. — Poi volgendosi
-allo scienziato: — Vi ho domandato se siete bene nutrito? — Signore
-rispose Faria, giuratemi sul vostro onore di liberarmi se io dico la
-verità, e v’indicherò il luogo preciso ove è nascosto il tesoro.
-
-— Siete contento del nutrimento?, ripetè l’ispettore.
-
-— Signore, voi così non correte alcun rischio, e vedete bene che non è
-per procurarmi un’eventualità di fuga, mentre io resterò prigione fino
-a che abbiate fatto il viaggio.
-
-— Voi non rispondete alla mia interrogazione, disse con impazienza
-l’ispettore.
-
-— Nè voi alla mia, gridò Faria. Siate adunque maledetto come tutti gli
-altri insensati che non han voluto credermi. Voi non volete il mio oro,
-io lo custodirò; voi mi ricusate la libertà, Dio me la manderà. Andate,
-non ho più nulla a dirvi. — E Faria gettando la coperta, raccolse
-l’intonaco, ed andò ad assidersi di nuovo in mezzo al circolo ove
-continuò le sue linee ed i suoi numeri.
-
-— Che fa egli là? disse l’ispettore ritirandosi.
-
-— Conta i suoi tesori, rispose il governatore.
-
-Faria rispose a questo sarcasmo con un’occhiata su cui era impresso
-il più gran disprezzo. Essi uscirono. Il carceriere chiuse la porta
-dietro loro. — Egli avrà forse davvero posseduto qualche tesoro, disse
-l’ispettore risalendo la scala. — O avrà sognato di possederlo, rispose
-il governatore, e il giorno dopo si sarà risvegliato pazzo. — Così
-terminò l’avventura per lo scienziato Faria. Egli rimase prigioniere, e
-dopo questa visita la sua riputazione di pazzo glorioso aumentò sempre
-più. In quanto a Dantès, l’ispettore gli mantenne la parola. Risalendo
-nell’ufficio del governatore si fe’ mostrare il registro di consegna.
-Una nota era scritta dirimpetto al suo nome.
-
- | Bonapartista arrabbiato;
- | ha preso parte attiva
- | al ritorno dall’Isola
- Edmondo Dantès | d’Elba; da tenersi
- | nella più gran segreta,
- | e sotto la più stretta
- | sorveglianza.
-
-Questa nota era di un altro carattere, e di un inchiostro diverso dal
-rimanente del registro, ciò che provava essere stata aggiunta dopo
-l’incarcerazione di Dantès. L’accusa era troppo positiva per tentare di
-combatterla. L’ispettore adunque scrisse al margine: «vista la nota di
-fronte, nulla si può fare.»
-
-Questa visita aveva per così dire ravvivato Dantès; dacchè era entrato
-in prigione, aveva obbliato di contare i giorni; ma l’ispettore lo
-aveva fornito di una nuova data, ed egli non l’aveva dimenticata.
-Dietro a lui, scrisse sul muro con un po’ di gesso staccato dalla
-volta: 30 luglio 1816; e da quel momento faceva ogni giorno un segno
-affinchè la misura del tempo non gli sfuggisse più.
-
-I giorni passarono, poi le settimane, quindi i mesi. Dantès aspettava
-sempre. Egli aveva cominciato dal fissare la sua liberazione a quindici
-giorni. Impiegando soltanto la metà della premura che aveva sembrato
-provare l’ispettore dovevano essere sufficienti 15 giorni. Passati
-questi 15 giorni, egli disse che era un’assurdità il credere che
-l’ispettore sarebbesi occupato di lui prima del suo ritorno a Parigi;
-or questo ritorno a Parigi non poteva aver luogo che allor quando
-avrebbe finito il giro, il quale poteva durare un mese o due. Egli
-fissò adunque tre mesi invece di 15 giorni; compiti i tre mesi un
-altro ragionamento venne in suo aiuto, ed egli si concesse sei mesi:
-finiti ancora questi sei mesi, mettendo i giorni uno in capo all’altro
-ritrovò di avere aspettato dieci mesi e mezzo. Durante questi dieci
-mesi e mezzo, niente fu cambiato nel regime della sua prigione; non
-vi era giunta alcuna notizia consolante, interrogato il carceriere,
-questi era muto secondo il solito. Dantès cominciò a dubitare dei suoi
-sensi, a credere che ciò che prendeva per un ricordo della sua memoria,
-non fosse altro che una allucinazione del suo cervello, e che questo
-angelo consolatore, apparso nella sua prigione, non vi fosse disceso
-se non che sulle ali di un sogno. In capo d’un anno il governatore fu
-cambiato. Egli aveva ottenuto la direzione del forte di Ham; condusse
-seco molti de’ suoi subordinati e fra gli altri il carceriere di
-Dantès. Un nuovo governatore giunse; sarebbe stato troppo lungo per
-lui l’imparare a memoria il nome di tutti i prigionieri, si fe’ perciò
-rappresentare soltanto i loro numeri. Questa orribile casa ammobiliata
-si componeva di cinquanta camere. I loro abitanti erano distinti col
-numero della camera che abitavano, ed il disgraziato giovinotto cessò
-di essere chiamato ancora col suo nome Edmondo o col suo cognome
-Dantès: e si chiamò il numero 34.
-
-
-
-
-XV. — IL NUMERO XXXIV ED IL NUMERO XXVII.
-
-
-Dantès passò per tutti i gradi d’infelicità che soffrono i prigionieri
-dimenticati in una prigione. Cominciò dall’orgoglio che è una
-conseguenza della speranza ed una conoscenza dell’innocenza; poi
-passò al dubbio della sua innocenza, ciò che non giustificava male le
-idee del governatore sulla sua alienazione mentale; finalmente cadde
-dall’alto del suo orgoglio, pregò non Dio ancora, ma gli uomini.
-Dio è l’ultima risorsa: il disgraziato che dovrebbe cominciare dal
-Signore talvolta non giunge a sperare in lui che dopo avere esaurite
-tutte le altre speranze. Dantès dunque pregò perchè il togliessero
-dal suo carcere, per metterlo in un altro, fosse anche stato più nero
-e più profondo; un cambiamento, quantunque peggiore, era sempre un
-cambiamento, e gli procurerebbe una distrazione di qualche giorno.
-Egli pregò che gli venisse accordata la passeggiata, dell’aria, dei
-libri, degl’istrumenti. Niente di tutto ciò gli venne accordato, ma non
-importa; domandava sempre.
-
-Si era assuefatto a parlare col nuovo carceriere, quantunque questi
-fosse, se si può dire, più muto del primo; ma parlare ad un uomo,
-per quanto muto, era ancora un piacere. Dantès parlava per sentire
-la sua propria voce: si era provato di parlare quando era solo, ma
-allora aveva paura. Spesso prima di esser fatto prigioniere, Dantès si
-era fatto uno spauracchio di queste camere di prigionieri, composte
-di vagabondi, di banditi, e di assassini, fra i quali un’ignobile
-gioia mette in comune delle orgie inintelligibili e delle amicizie
-spaventose. Egli giunse a desiderare di esser messo in uno di questi
-bagni, per poter vedere qualche altro viso oltre quello del carceriere
-impassibile che non voleva parlare. Egli desiderava il bagno, col suo
-costume infamante, colla catena al piede, col marchio sulla spalla. I
-forzati almeno godevano la società dei loro simili, respiravano l’aria,
-vedevano il cielo: i forzati per Dantès erano esseri fortunati. Egli
-supplicò un giorno il carceriere di domandare per lui un compagno
-qualunque, fosse pur anche stato lo scienziato pazzo di cui avea
-inteso parlare. Sotto la scorza di carceriere, per quanto sia rozza,
-resta sempre qualche cosa di uomo. Questi, quantunque il suo viso
-nol dimostrasse, aveva spesso nel fondo del cuore compianto questo
-disgraziato giovine, il cui carcere era sì duro; passò dunque la
-domanda del numero 34 al governatore; ma questi, prudente come se
-fosse stato un uomo politico, s’immaginò che Dantès volesse ammutinare
-i prigionieri, tramare qualche complotto, aiutarsi con qualche amico,
-per tentare una evasione, e si ricusò. Dantès aveva esaurito il cerchio
-delle risorse umane. Come dicemmo che ciò doveva accadere, egli si
-rivolse allora a Dio. Tutte le idee pietose sparse nel mondo, e che
-vengono raccolte dagl’infelici che sono curvati sotto il peso della
-sventura, vennero allora a presentarsi al suo spirito; si rammentò
-delle preghiere insegnategli da sua madre, e ritrovò in quelle dei
-sensi fino allora ignoti; perchè all’uomo che s’appaga di terrene
-felicità, la preghiera rimane spesso un assieme monotono e vuoto di
-senso fino a che il giorno del dolore viene a spiegare all’infelice
-questo linguaggio sublime per mezzo del quale egli parla a Dio. Pregò
-dunque con fervore; e pregando ad alta voce non si spaventava più
-delle sue parole. Allora cadeva in una specie di estasi; vedeva Dio
-risplendente a ciascuna parola che pronunziava; tutte le azioni della
-sua vita umile e perduta le rapportava alla volontà di questo Dio
-onnipossente facendosene delle lezioni, e proponendosi degli obblighi
-ad adempiere.
-
-Ad onta di queste preghiere ferventi, Dantès rimase prigioniero. Allora
-lo spirito si fece tetro, una nube s’addensò innanzi ai suoi occhi.
-Dantès era uomo semplice e senza educazione; il passato era rimasto
-per lui coperto da quel denso velo, che la sola scienza solleva. Egli
-non poteva nella solitudine della sua secreta o nel deserto del suo
-pensiero rianimare i popoli estinti, rifabbricare le antiche città che
-l’immaginazione e la poesia ingrandiscono, e che passano davanti agli
-occhi giganteschi ed illuminati dal fuoco del Cielo, come i quadri
-babilonesi di Martin; egli non aveva che il suo passato così breve,
-il suo presente così tristo, il suo avvenire così incerto: 19 anni di
-luce da meditarsi forse in una eterna notte! Nessuna distrazione poteva
-venirgli in aiuto: il suo spirito energico che forse non avrebbe amato
-meglio che prendere il suo volo a traverso le età, era forzato a restar
-prigioniero come un’aquila nella sua gabbia.
-
-Si aggrappava allora ad una sola idea, a quella della sua felicità,
-distrutta senza una causa apparente e per una fatalità inaudita, si
-atteneva a quest’idea, la girava, la rigirava sotto tutti i rapporti,
-divorandola per così dire a denti aguzzi, come nell’inferno di Dante
-l’implacabile Ugolino divora il cranio dell’arcivescovo Ruggiero.
-Dantès non aveva avuto che una fede passeggiera; egli la perdette come
-altri la perdono nei felici eventi, solamente non ne avea profittato.
-La rabbia successe all’ateismo. Edmondo emetteva delle bestemmie che
-facevano dare addietro per l’orrore il carceriere, infrangeva il corpo
-contro le muraglie della prigione, inferociva contro tutto ciò che lo
-circondava, e sopra tutto contro sè stesso; alla minima contrarietà
-che gli faceva provare un granellino di sabbia, una festuca di paglia,
-un soffio d’aria; allora quella lettera denunziatrice ch’egli aveva
-veduta, che avevagli mostrata Villefort, che da sè stesso aveva
-toccata, gli ritornava al pensiero; ciascuna linea fiammeggiava nel
-muro come il Mane, Thècel, Pharès, di Baldassarre; egli diceva a sè
-stesso che l’odio degli uomini e non la giustizia di Dio lo aveva
-immerso nell’abisso in cui si trovava; invocava a questi uomini
-sconosciuti tutti i supplizi di cui la sua ardente immaginazione poteva
-farsi un’idea; e trovava che i più terribili erano ancora troppo deboli
-e troppo brevi per essi.
-
-A forza di dire a sè stesso, in proposito dei suoi nemici, che quegli
-che vuole punirli crudelmente deve servirsi di tutt’altro mezzo che
-della morte, cadde nell’immobilità della trista idea del suicidio;
-disgraziato colui che sul declivio dell’infelicità, si ferma a questa
-trista idea! È uno di quei mari morti che si estendono come l’azzurro
-delle onde pure, ma nelle quali il nuotatore sente di più in più
-legarsi i piedi in una creta bituminosa che lo attrae a sè, lo assorbe,
-lo inghiottisce. Una volta preso in tal modo, se il soccorso divino
-non lo aiuta tutto è finito, e qualunque sforzo che egli tenti, lo
-approfondisce sempre più nella morte. Ciò nonostante questo stato di
-morale agonia è meno terribile dei patimenti che lo hanno preceduto e
-del gastigo che lo seguirà; è una specie di consolazione vertiginosa
-che ci mostra il precipizio.
-
-Talvolta diceva a sè stesso, quando nelle mie lontane corse, allorchè
-era ancora uomo, e quando quest’uomo libero e possente gettava ad altri
-uomini dei comandi, che erano eseguiti, ho veduto il cielo coprirsi,
-il mare fremere e mormorare, l’uragano nascere da un angolo del cielo,
-e come un’aquila gigantesca battere colle sue ali i due orizzonti;
-allora io sentiva che il mio vascello non era più che un rifugio
-impotente, poichè leggero come una piuma nella mano del gigante tremava
-e rabbrividiva anch’esso. Tosto al rumore del vento che fischiava,
-delle montagne d’acqua che mi si rovesciavano sul capo; il rumore
-spaventevole delle onde, l’aspetto degli scogli, mi annunziavano la
-morte, e la morte mi spaventava, ed io faceva tutti i miei sforzi per
-sfuggirla, e riuniva tutte le forze dell’uomo e tutta l’intelligenza
-del marinaio per lottare contro il cielo ed il mare!... ciò accadeva
-perchè allora io era felice, perchè il ritornare alla vita, era un
-ritornare alla felicità; ciò avveniva perchè non aveva invocata la
-morte, non l’aveva scelta; ciò avveniva perchè il sonno mi sembrava
-duro sopra questo letto di alghe e di sassi; ciò avveniva finalmente
-perchè io, che mi credeva una creatura fatta ad immagine di Dio, mi
-sdegnava di dover servire dopo la mia morte di pasto alle foche ed agli
-avvoltoi. Ma oggi è tutt’altro: ho perduto tutto ciò che poteva farmi
-amare la vita, oggi la morte mi sorride come una nutrice al bambino
-che va cullando; oggi io muoio a modo mio, e mi addormento stanco ed
-infranto, come mi addormenterei dopo una di queste sere di disperazione
-e di rabbia nelle quali ho contato tremila giri intorno alla mia camera
-cioè trentamila passi, vale a dire circa dieci leghe.
-
-Dacchè questo pensiero ebbe germogliato nello spirito del giovinotto
-egli si fe più dolce, più ilare; si adattò meglio al suo letto, al suo
-pane nero, mangiò meno, non dormì più e trovò quasi sopportabile questo
-avanzo di esistenza che era certo di poter lasciare quando avesse
-voluto, come si lascia un vestito logoro. Aveva due mezzi per morire:
-uno era semplice; bastava di legare il fazzoletto alla sbarra della
-finestra e di appiccarvisi; l’altro consisteva a fingere di mangiare
-ed a lasciarsi morire di fame. Il primo ripugnava molto a Dantès. Egli
-era stato allevato coll’orrore ai pirati i quali vengono appesi ai
-pennoni dei bastimenti. L’impiccarsi adunque era per lui una specie di
-supplizio infamante che non voleva applicarsi da sè stesso, adottò il
-secondo, e ne cominciò l’esecuzione nel seguente giorno.
-
-Circa quattr’anni erano passati nelle alternative che raccontiamo.
-Alla fine del secondo, Dantès aveva cessato di contare i giorni, ed era
-ricaduto nell’ignoranza completa del tempo, dalla quale era stato una
-volta liberato dall’ispettore. Dantès aveva detto: io voglio morire,
-ed aveva scelto il suo genere di morte, lo aveva bene esaminato, e per
-timore di retrocedere dalla sua risoluzione, aveva fatto giuramento
-a sè stesso di morire così. Quando mi verrà portato il nutrimento
-della mattina e quello della sera, aveva esso pensato, io getterò gli
-alimenti dalla finestra, e fingerò di averli mangiato.
-
-Eseguì quanto avea promesso a sè stesso di fare. Due volte al giorno,
-per la piccola apertura sprangata che non gli lasciava scorgere
-che il cielo, gettava il cibo; sul principio con allegria, poi con
-riflessione, finalmente con dispiacere; ebbe bisogno di ricordarsi il
-giuramento fatto, per attinger la forza di continuare il suo terribile
-disegno. Questi alimenti che altra volta gli ripugnavano, la fame,
-dai denti aguzzi, glieli faceva comparire appetitosi allo sguardo e
-squisiti all’odorato; qualche giorno teneva per più di un’ora il piatto
-degli alimenti, contemplava con occhio fisso quel po’ di carne putrida
-o quel pesce infetto, e quel pane nero e guasto. Quegli erano gli
-ultimi istinti della vita che lottavano ancora in lui e che di tempo
-in tempo abbattevano la sua risoluzione. Allora il carcere non gli
-sembrava più tanto tetro, il suo stato gli sembrava meno disperato;
-era ancora giovine, poteva avere venticinque o ventisei anni, gli
-restavano forse ancor cinquant’anni di vita, cioè due volte quanto
-avea vissuto. Durante questo tempo immenso quanti avvenimenti potevano
-atterrare le porte, rovesciare le mura del castello d’If, e rendergli
-la libertà! allora egli avvicinava i denti al cibo, che, Tantalo
-volontario, allontanava da sè stesso dalla bocca; ma la memoria del
-fatto giuramento gli tornava allo spirito, e la sua natura gelosa aveva
-timore di avvilire sè stessa per mancare al fatto giuramento. Consumò
-adunque, rigoroso ed implacabile, il poco d’esistenza che gli restava,
-e venne il giorno che non ebbe più la forza di alzarsi per gettare dal
-finestrello della prigione la colazione che gli era stata portata. La
-dimane non ci vedeva più, sentiva appena; il carceriere credeva ad
-una grave malattia. Dantès sperava in una morte vicina. La giornata
-passò così. Edmondo sentiva un vago stordimento che non era privo di un
-certo ben essere, il guadagnare a poco a poco; lo stiramento nervoso
-del suo stomaco si era assopito, gli ardori della sua sete si erano
-calmati; allorchè chiudeva gli occhi, vedeva brillarsi intorno una
-quantità di fiammelle simili a quei fuochi fatui che corrono la notte
-sui terreni paludosi: era il crepuscolo di quel paese sconosciuto che
-si chiama morte. Di repente una sera, verso le nove, egli intese un
-sordo rumore alla parete del muro contro la quale era steso. Tanti
-animali immondi erano venuti a fare i loro rumori in quella prigione,
-che un poco alla volta Edmondo aveva assuefatto il suo sonno a non
-turbarsi per così poco; ma questa volta, sia che i sensi si fossero
-esaltati dall’astinenza, sia che davvero il rumore fosse più forte che
-d’ordinario, sia che in quest’ultimo e supremo momento tutto acquisti
-importanza, Edmondo si agitò pel rumore e sollevò la testa per meglio
-ascoltarlo. Era un grattamento che sembrava fatto o da una unghia
-enorme o da un dente possente o finalmente dall’uso di un istrumento
-qualunque su delle pietre.
-
-Benchè indebolito, il cervello del giovinotto fu colpito da quella vaga
-idea costantemente fissa nello spirito del prigioniero, la libertà.
-Questo rumore giungeva appunto nel momento in cui ogni altro rumore
-andava a cessare per lui: gli sembrò che Iddio si mostrasse alla
-fine placato delle sue sofferenze, e gl’inviasse questo rumore per
-avvertirlo di fermarsi sull’orlo della tomba, su cui già vacillava il
-suo piede. Chi poteva sapere che uno dei suoi amici, uno di quegli
-esseri prediletti ai quali aveva pensato sì spesso, che ne aveva
-consunto il pensiero, non si occupasse di lui in questo momento e non
-cercasse ad accorciare la distanza che li separava? ma no, Edmondo
-senza dubbio si sbagliava e non era che un’abberrazione fluttuante
-alla porta della morte. Però Edmondo sentiva sempre questo rumore:
-durò circa tre ore, dopo di che egli intese una specie di crollo; ed il
-rumore cessò.
-
-Qualche ora dopo lo senti più forte e più vicino. Edmondo già prendeva
-interessamento a questo lavoro che gli faceva compagnia; quando il
-carceriere entrò. Da otto giorni che aveva fatta la risoluzione
-di morire, da quattro giorni che aveva cominciata a metterla in
-esecuzione, Edmondo non aveva indirizzata la parola a quest’uomo, non
-rispondendogli nemmeno, quando questi gli parlava per domandargli di
-qual malattia si credeva affetto, e si voltava dalla parte del muro
-quando credeva di essere osservato troppo attentamente. Ma oggi il
-carceriere poteva sentire il sordo rumore, allarmarsene, mettervi fine
-e disturbare così forse quella non so quale speranza, la cui sola idea
-lusingava gli ultimi momenti di Dantès.
-
-Il carceriere portava la colazione. Dantès si sollevò dal letto ed
-alzando quanto più poteva la voce si mise a parlare su tutti gli
-argomenti possibili, sulla cattiva qualità dei viveri che gli erano
-portati, sul freddo che si soffriva in quella segreta, mormorando e
-brontolando per avere il diritto di gridar più forte, e stancando la
-pazienza del carceriere che precisamente in quel giorno aveva ottenuto
-per il prigioniero malato un brodo più sano e un pane più fresco, e
-che appunto allora glieli portava. Fortunatamente credette che Dantès
-delirasse; depose i viveri sulla cattiva tavola ov’era abituato a
-lasciarli e si ritirò. Edmondo libero allora, si rimise ad ascoltare
-con gioia. Il rumore diveniva così distinto che ora il giovinotto lo
-udiva senza sforzo. Non più dubbii, diss’egli a sè stesso, dappoichè
-questo rumore continua anche il giorno, giova credere esser qualche
-prigioniero che lavora per la sua liberazione. Oh! se io fossi vicino
-a lui; come lo aiuterei! ma di repente una tetra nube passò sopra
-questa aurora di speranza in quel cervello abituato all’infortunio, e
-che con somma difficoltà pareva prender parte alle gioie umane, perchè
-gli sorgeva l’idea che il rumore poteva essere causato dal lavoro
-di qualche operaio che il governo impiegava alle riparazioni di una
-prigione vicina.
-
-Era facile l’assicurarsene; ma come arrischiare una domanda? certamente
-era cosa semplicissima aspettare l’arrivo del carceriere, fargli
-ascoltare questo rumore, e vedere quale aspetto prendeva; ma con una
-simile soddisfazione veniva egli a tradire interessi molto preziosi per
-una curiosità molto breve: disgraziatamente la testa d’Edmondo, campana
-vuota, era assordita dal ronzìo di un’idea, egli era così debole che il
-suo spirito fluttuava come un vapore, e non poteva condensarsi attorno
-ad un pensiero. Edmondo non vide che un mezzo di rendere la chiarezza
-alla sua riflessione e la lucidezza al suo giudizio; egli volse lo
-sguardo sul brodo ancor fumante che il carceriere aveva deposto sulla
-tavola, si alzò, andò barcollando fino a quella, prese la tazza,
-l’accostò alle labbra, e ne inghiottì il contenuto con una sensazione
-indicibile di benessere. Allora ebbe il coraggio di fermarsi là; aveva
-inteso dire che alcuni naufraghi disgraziati, raccolti, estenuati dalla
-fame, erano morti per avere ghiottamente divorato un nutrimento troppo
-sostanzioso. Edmondo depose sulla tavola il pane che teneva già vicino
-alla bocca, e andò a rimettersi sul letto. Non voleva più morire.
-
-Ben presto sentì che la vita gli rientrava nel cervello, tutte le
-idee vaghe ed incerte riprendevano il loro posto in questa macchina
-meravigliosa. Potè pensare e fortificare il pensiero col ragionamento.
-Allora si disse:
-
-— Bisogna tentare la prova, ma senza mettere in rischio alcuno. Se
-il lavoratore è un operaio ordinario io non dovrò che battere contro
-il mio muro; allora egli cesserà tosto dal lavorare, per cercare
-di indovinare chi è che batte e con quale scopo. Ma siccome il suo
-lavoro sarà non solamente lecito ma comandato, egli lo riprenderà ben
-presto. Se, al contrario, è un prigioniero, il rumore che io farò, lo
-spaventerà; temerà di essere stato scoperto; cesserà dal suo lavorio, e
-non lo riprenderà che questa sera quando crederà che ognuno sia a letto
-e addormentato.
-
-Alzatosi di nuovo questa volta, le gambe non vacillavano più, gli occhi
-non erano più abbagliati. Andò verso un angolo della prigione, staccò
-un ciottolino isolato dall’umidità, e percosse tre colpi contro il muro
-nella stessa direzione in cui l’interno rumore era più sensibile.
-
-Dopo il primo colpo il rumore era cessato come per incanto. Edmondo
-ascoltò con tutta l’anima. Passò un’ora, ne passarono due, e nessun
-nuovo rumore si fece sentire; egli aveva fatto nascere dall’altra parte
-della muraglia un assoluto silenzio. Edmondo pieno di speranza mangiò
-qualche boccone di pane, bevette un poco di acqua e mercè la forte
-struttura di cui era stato dotato, si ritrovò presso a poco come per lo
-innanzi. Passò la giornata, il silenzio durava sempre. Venne la notte
-senza che ricominciasse il rumore.
-
-— È un prigioniero! disse Edmondo con una gioia indicibile.
-
-Da quel momento la testa s’infuocò, la vita gli ritornò violenta a
-forza d’essere operosa. La notte passò senza che il minimo rumore si
-facesse udire: Edmondo non chiuse occhio.
-
-Ritornò il giorno, il carceriere rientrò portando gli alimenti. Edmondo
-aveva già divorati quelli del giorno innanzi, divorò pur quelli che
-gli furono portati, ascoltando senza posa quel rumore che non si
-riproduceva, tremando che fosse cessato per sempre, facendo dieci o
-dodici leghe nella sua segreta, scuotendo per ore intere le sbarre di
-ferro del suo spiraglio, rendendo l’elasticità ed il vigore alle sue
-membra con un esercizio dimenticato da lungo tempo, e disponendosi
-a lottare corpo a corpo col suo futuro destino, come fa stendendo le
-braccia e spargendo il corpo d’olio il gladiatore che sta per entrare
-nell’arena.
-
-Negli intervalli poi di questa febbrile operosità, ascoltava se
-il rumore si rinnovava, s’impazientava della previdenza di questo
-prigioniero che non indovinava essere stato distratto dalla sua opera
-di libertà da un altro prigioniero che aveva per lo meno al pari di lui
-la stessa fretta di essere liberato. Tre giorni passarono, settantadue
-ore mortali, contando minuto per minuto!
-
-Finalmente una sera, dopochè il carceriere aveva fatta la sua visita,
-e dopo che per la centesima volta Dantès aveva applicato l’orecchio
-al muro, gli sembrò che uno scroscio impercettibile si ripercuotesse
-sordamente nella sua testa, messa a contrasto colle pietre silenziose.
-Dantès indietreggiò per ben raccogliere il suo cervello agitato; fece
-qualche passo nella camera, e rimise l’orecchio nella stessa direzione.
-
-Non v’era più dubbio; si lavorava qualche cosa dall’altra parte; il
-prigioniero aveva riconosciuto il pericolo del suo stratagemma e ne
-aveva adottato certamente un altro, e per continuare la sua opera
-con maggior sicurezza, aveva sostituito la leva allo scalpello.
-Fatto ardito per questa scoperta, Edmondo risolvè di venire in aiuto
-all’infaticabile operatore. Cominciò dallo spostare il suo letto,
-dietro il quale gli sembrò che l’opera di liberazione si compisse
-e cercò cogli occhi un oggetto col quale avesse potuto intaccare la
-muraglia, far cadere il cemento umido e spostare finalmente una pietra;
-nulla gli si presentava allo sguardo, egli non aveva nè coltello, nè
-strumento tagliente. Di ferro non v’eran che le sue sbarre, ma ei si
-era troppo bene e spesso assicurato che queste erano ferme e non valeva
-neppur più il fastidio di provare a spostarle.
-
-Per suppellettili della sua prigione non aveva che un letto, una sedia,
-una tavola, un secchio ed una brocca. Il letto aveva le traverse
-di ferro, ma queste erano incastrate nel legno e fermate con viti.
-Sarebbe abbisognato un cacciavite per levare queste viti e prendere
-le traverse. Alla tavola ed alla sedia niente. Il secchio altra volta
-aveva il manico; ma questo era stato tolto. Non restava più a Dantès
-che un mezzo, quello cioè di rompere la sua brocca, e coi pezzi di
-coccio ad angolo mettersi al lavoro. Egli lasciò cadere la brocca
-sul pavimento, e questa andò in pezzi. Dantès ne scelse due o tre più
-acuti, li nascose nel suo pagliereccio, e lasciò gli altri sparsi per
-terra. La rottura di una brocca era troppo naturale perchè potesse
-ridestare sospetti. Edmondo aveva tutta la notte per lavorare, ma nella
-oscurità l’affare andava male poichè bisognava lavorare a tastoni,
-e sentì ben presto che egli smussava l’informe istrumento contro una
-materia più dura di quello; risospinse adunque il letto, e aspettò il
-giorno. Colla speranza gli era ritornata la pazienza. Tutta la notte
-egli ascoltò, e intese che lo sconosciuto minatore continuava la sua
-opera sotterranea.
-
-Venne il giorno, entrò il carceriere. Dantès disse che il giorno
-innanzi nel bere gli era sfuggita dalle mani la brocca, e che si era
-rotta cadendo. Il carceriere andò brontolando a cercare una brocca
-nuova, senza neppure prendersi l’incomodo di portar via i rottami
-della vecchia. Ritornò dopo un momento, raccomandò maggior cautela al
-prigioniero, ed uscì. Quest’ultimo ascoltò con una gioia indicibile lo
-stridere della chiave, che per lo innanzi ogni volta che si chiudeva
-gli serrava il cuore. Ascoltò l’allontanarsi del rumore dei passi;
-poi, quando questo rumore svanì, balzò dalla sua cuccia che spostò,
-e al debole raggio del giorno che penetrava nel carcere, potè vedere
-gl’inutili tentativi fatti nella notte precedente contro il corpo di
-una pietra invece di lavorare sul cemento che la circondava. L’umidità
-aveva fatto il cemento friabile. Dantès vide con un battito di cuore
-contento, che questo cemento si staccava a pezzetti i quali per altro
-erano quasi atomi, ma ciò nonostante in capo ad una mezz’ora Dantès ne
-aveva staccato un bel pugno. Un matematico avrebbe potuto calcolare
-che con due anni circa di questo lavoro, supposto che non si fosse
-incontrato alcun macigno, si poteva scavare un passaggio di due piedi
-quadrati e di ventisette piedi di profondità.
-
-Il prigioniero si rimproverò allora di non avere impiegato in
-quest’opera le lunghe ore di già successivamente trascorse, sempre più
-lente, e che egli aveva perdute nella speranza, nella preghiera e nella
-disperazione. Dopo sei anni circa, dacchè era chiuso in quel carcere,
-qual lavoro, per quanto lento non avrebbe potuto egli compiere? questa
-idea gl’infuse un nuovo ardore.
-
-In tre giorni giunse, in mezzo ad inaudite cautele, a togliere tutto
-il cemento, ed a mettere allo scoperto il macigno; il muro era formato
-di frantumi di pietra in mezzo ai quali per aumentare la solidità
-era di tratto in tratto posto un macigno. Uno di questi macigni era
-stato da lui scoperto in tutto il suo contorno, ed ora si trattava di
-toglierlo dal suo sito. Dantès dapprima provò colle unghie, ma esse
-erano insufficienti all’uopo. I frantumi della brocca introdotti nelle
-connessure, si rompevano allorchè Dantès voleva servirsene a guisa di
-leva. Dopo un’ora d’inutili tentativi, Dantès si rialzò col sudore
-dell’angoscia sulla fronte. Stava egli forse per fermarsi in sul
-principio, ovvero gli abbisognava aspettare inerte ed inutile il suo
-vicino, che forse si sarebbe anche egli stancato, pria di avere compito
-l’opera?
-
-Allora un’idea gli venne in pensiero, egli rimase in piedi sorridendo;
-la fronte umida pel sudore abbandonata si asciugò.
-
-Il carceriere portava tutti i giorni la minestra di Dantès in una
-casseruola di latta, contenente la sua zuppa e quella di un altro
-prigioniero, poichè Dantès aveva notato che questa casseruola era
-sempre o interamente piena, o piena a metà, secondo che il carceriere
-incominciava la distribuzione dei viveri o da lui o dal suo compagno.
-La casseruola aveva un manico di ferro; era questo che Dantès anelava,
-e che avrebbe pagato in contraccambio, se gli fosse stato chiesto,
-dieci anni della sua vita. Il carceriere versava il contenuto della
-casseruola nel piatto di Dantès. Dopo aver mangiata la minestra con un
-cucchiaio di legno, Dantès lavava questo piatto, che serviva così ogni
-giorno. La sera Dantès pose il piatto per terra a mezza strada fra la
-porta e la tavola; il carceriere entrando vi mise il piede sopra, e lo
-ruppe in mille pezzi.
-
-Questa volta non vi era nulla da dire contro Dantès: egli aveva fatto
-male di lasciare il piatto per terra, è vero, ma il carceriere aveva
-avuto torto di non guardare ove metteva i piedi. Il carceriere si
-contentò adunque di brontolare, poi guardò intorno a lui dove poteva
-mettere la minestra, il servizio da tavola di Dantès si limitava a quel
-solo piatto, quindi non v’era luogo a scegliere.
-
-— Lasciate la casseruola, disse Dantès; la riprenderete domani quando
-mi portate la colazione.
-
-Questo consiglio andava d’accordo con la pigrizia del carceriere, che
-per tal modo non aveva bisogno di risalire, scender di bel nuovo, e
-tornare a risalire poi. Egli lasciò la casseruola.
-
-Dantès fremè per la gioia; questa volta mangiò sollecitamente la
-minestra e la carne che, secondo l’uso delle prigioni, vien messa in
-mezzo alla minestra. Poi dopo avere aspettato un’ora per esser certo
-che il carceriere non si sarebbe pentito, allontanò il letto, prese
-la casseruola, introdusse l’estremità del manico nel cemento, fra il
-macigno e i rottami di pietra vicini, e cominciò a farlo fare da leva.
-Una leggiera oscillazione assicurò Dantès che il lavoro prendeva buona
-piega. In fatto in capo a un’ora la pietra era tolta dal muro ove
-lasciava una buca di un diametro maggiore di un piede e mezzo. Dantès
-raccolse con molta cura il calcinaccio, e lo portò negli angoli della
-prigione, grattò la terra grigiastra con un frammento della sua brocca,
-e ricoperse il calcinaccio di terra. Poi volendo mettere a profitto
-questa notte in cui la combinazione, o meglio lo stratagemma che aveva
-immaginato, ponevagli fra le mani un utensile così prezioso continuò
-a scavare con tutta operosità. All’alba del seguente giorno ripose la
-pietra nel foro, respinse il letto contro il muro e vi si coricò. La
-colazione consisteva in un po’ di pane; il carceriere entrò, e lo posò
-sulla tavola.
-
-— Ebbene! non mi portate un altro piatto?
-
-— No, disse il carceriere; voi siete un rompitutto, avete rotta la
-vostra brocca, e siete stato causa che io abbia infranto il vostro
-piatto; se tutti i prigionieri facessero tanti guasti quanti ne fate
-voi, il governo non potrebbe durarla. Vi si lascia la casseruola
-dentro cui d’ora in poi si verserà la vostra minestra, ed in tal modo
-forse non romperete più i vostri utensili. — Dantès levò gli occhi
-al cielo, giunse le mani al di sotto della coperta. Questo ferro,
-di cui egli restava padrone, fe’ nascere nel suo cuore il più vivo
-slancio di riconoscenza verso il cielo, che non gli era stato mai
-inspirato nel tempo della sua passata vita dai grandi beni che aveva
-ottenuti. Soltanto egli aveva osservato, che dal momento in cui aveva
-cominciato a lavorare, l’altro prigioniero non lavorava più. Non
-importa; questa non era una ragione per desistere dall’impresa; se
-il suo vicino non progrediva verso di lui, egli andrebbe incontro al
-suo vicino. In tutta la giornata Dantès lavorò senza riposo; la sera
-aveva, mercè il suo nuovo istrumento, levato dal muro più di dieci
-pugni di calcinaccio, rottami e cemento. Quando giunse l’ora della
-visita, raddrizzò alla meglio il manico della casseruola che aveva
-storto, e rimise il recipiente al posto consueto. Il carceriere vi
-versò l’ordinaria razione di minestra e carne, o piuttosto di minestra
-e pesce perchè quello era un giorno di magro, e tre volte per settimana
-facevano mangiar di magro i prigionieri. Questo avrebbe potuto essere
-ancora un mezzo per misurare il tempo, se Dantès non avesse da molto
-tempo abbandonato tale calcolo. Versata la minestra il carceriere
-si ritirò. Dantès volle allora assicurarsi se il suo vicino aveva
-cessato effettivamente di lavorare: e si mise in ascolto. Tutto era
-silenzioso come in quei tre giorni nei quali fu interrotto il lavoro.
-Dantès sospirò: evidentemente il suo vicino non si fidava di lui. Ciò
-nonostante non si perdette di coraggio e continuò a lavorare tutta la
-notte. Ma dopo due tre ore di lavoro, egli incontrò un ostacolo: il
-ferro non intaccava più, e scorreva sopra una superficie piana. Dantès
-toccò l’ostacolo colla mano, e riconobbe che egli aveva raggiunto un
-trave. Questo trave traversava o piuttosto sbarrava del tutto il foro
-incominciato da Dantès: gli bisognava scavare dal sotto in su. Il
-disgraziato giovine non aveva pensato ad un simile ostacolo. — Oh! mio
-Dio! gridò egli, io aveva pregato tanto, che sperava mi aveste inteso:
-dopo aver perduta la libertà della vita, dopo avere smarrita la calma
-della notte, dopo avermi richiamato all’esistenza, abbiate pietà di me,
-non mi lasciate morir disperato.
-
-— Chi parla di Dio e di disperazione nello stesso tempo? articolò una
-voce che sembrava venire di sotto terra, e che, attenuata dall’opacità,
-giungeva a Edmondo con un accento sepolcrale.
-
-Edmondo sentì drizzarsi i capelli sulla testa, e dette addietro cadendo
-in ginocchio. — Ah! mormorò egli, finalmente sento parlare un uomo!
-— Erano già quattro o cinque anni che non aveva sentito parlare altri
-che il suo carceriere, ed il carceriere non è considerato un uomo dal
-prigioniero: egli è una porta viva aggiunta a quella di quercia, è una
-sbarra di carne e d’ossa aggiunta a quelle di ferro.
-
-— In nome del cielo! gridò Dantès, voi che avete parlato, continuate a
-parlare quantunque la vostra voce mi abbia spaventato; chi siete?
-
-— Chi siete voi piuttosto? domandò la voce.
-
-— Un disgraziato prigioniero, rispose Dantès che non aveva alcuna
-difficoltà a farsi conoscere.
-
-— Di qual paese? — Francese. — Il vostro nome?
-
-— Edmondo Dantès. — La vostra professione? — Marinaio.
-
-— Da quanto tempo siete qui? — Dal 1 Marzo 1815.
-
-— Il vostro delitto?
-
-— Sono innocente. — Ma di qual delitto siete accusato?
-
-— Di avere cospirato pel ritorno dell’imperatore.
-
-— Come! pel ritorno dell’imperatore! l’imperatore non è dunque più in
-trono?
-
-— Egli ha abdicato a Fontainebleau nel 1814 ed è stato relegato
-all’isola d’Elba. Ma voi che ignorate tutto questo, da quanto tempo
-siete qui?
-
-— Dal 1811. — Dantès rabbrividì; quest’uomo aveva quattr’anni di
-prigionia più di lui. — Sta bene, non scavate più, disse la voce,
-parlando prestamente; soltanto ditemi a quale altezza si trova lo scavo
-che fate.
-
-— Rasente terra. — Da che è nascosto? — Dal mio letto.
-
-— Hanno smosso mai il vostro letto da che siete in prigione? — Giammai.
-— Dove mette la vostra camera? — Ad un corridore. — Ed il corridore? —
-Mette capo ad un cortile.
-
-— Ahimè! mormorò la voce.
-
-— Oh! mio Dio, che avete? gridò Dantès.
-
-— Mi sono sbagliato, l’imperfezione dei miei disegni mi ha ingannato,
-la mancanza di un compasso mi ha perduto, una linea di sbaglio sul mio
-disegno ha equivalso a quindici piedi di realtà, ed ho preso il muro
-che voi scavate per quello della cittadella. — Ma allora voi sareste
-riuscito sul mare. — Era ciò che voleva! — Ma se foste riuscito?
-
-— Mi gettava a nuoto, guadagnava una delle isole che circondano il
-castello d’If, sia l’isola di Daume, sia quella di Tiboulen, o ancora
-la spiaggia, ed allora sarei stato salvo.
-
-— Ed avreste potuto nuotare fin là? — Dio me ne avrebbe data la forza;
-ed ora tutto è perduto! — Tutto? — Sì, richiudete il vostro foro con
-cautela, non lavorate più, non vi occupate di niente, ed aspettate le
-mie notizie. — Ma almeno ditemi chi siete... — Io sono... sono il N.
-27.
-
-— Voi dunque non vi fidate di me? domandò Dantès.
-
-Edmondo credette sentire un amaro riso penetrare per la volta e
-giungere fino a lui.
-
-— Oh! io sono un buon cristiano, gridò egli, indovinando per istinto,
-che quell’uomo pensava ad abbandonarlo, io vi giuro per quanto vi ha di
-più sacro, che mi farò piuttosto uccidere che far travedere ai vostri
-carnefici ed ai miei l’ombra della verità; ma in nome del cielo, non mi
-private della vostra voce, o, io ve lo giuro, perchè sono all’estremo
-della mia forza, m’infrangerò la testa contro le muraglie, e voi avrete
-a rimproverarvi la mia morte.
-
-— Quant’anni avete? riprese l’incognito interlocutore: la vostra voce
-mi sembra quella di un giovine.
-
-— Io non so quant’anni m’abbia, perchè non ho misurato il tempo da che
-son qui. Ciò che so si è che, il 1 Marzo 1815, quando fui arrestato,
-aveva circa 19 anni.
-
-— Non ancora 26 anni! mormorò la voce. Andiamo, a quest’età non si può
-essere ancora un traditore.
-
-— Oh! no! no! ve lo giuro, ripetè Dantès. Ve l’ho di già detto, e ve lo
-ridico, mi farei piuttosto tagliare a pezzi che tradirvi.
-
-— Avete fatto bene a parlarmi, ed a pregarmi, riprese la voce, poichè
-formar voleva un altro disegno, e mi allontanava da voi. Ma la vostra
-età mi tranquillizza, vi raggiungerò, aspettatemi. — E quando? —
-Bisogna che io calcoli i nostri pericoli, lasciatemi dare il segnale.
-
-— Ma non mi abbandonerete, non mi lascerete solo, verrete da me, o
-permetterete ch’io venga da voi; fuggiremo assieme, e, se non potremo
-fuggire, almeno parleremo, voi delle persone che amate, io di quelle
-che amo. Amate qualcuno?
-
-— Sono solo al mondo.
-
-— Allora amerete me... se voi siete giovine, sarò vostro camerata,
-se siete vecchio sarò vostro figlio... Io ho un padre che deve avere
-settant’anni se vive ancora; io non amava che lui, ed una giovinetta
-che si chiamava Mercedès. Mio padre non mi avrà certo dimenticato, ne
-sono sicuro, ma ella, chi sa, se pensa ancora a me... io vi amerò come
-amava mio padre.
-
-— Sta bene, disse il prigioniero; addio a domani.
-
-Queste poche parole furono dette con un accento che convinse Dantès;
-egli non chiese di più, si rialzò, prese le solite cautele per i
-rottami tolti dal muro, e rimise il letto al suo posto. Da quel momento
-Dantès si abbandonò del tutto alla felicità, pensando, che non sarebbe
-stato certamente più solo, fors’anche libero; al peggio andare, se egli
-restava prigioniero, avrebbe avuto un compagno; e la prigionia divisa
-non è che la metà del gastigo. I lamenti che si mettono in comune,
-sono quasi preghiere, e le preghiere che si fanno in due sono atti di
-ringraziamento. Per tutta la giornata Dantès passeggiò nella prigione,
-il cuore balzavagli di gioia. Di tempo in tempo questa gioia lo
-soffocava. Egli si sedeva sul letto premendosi con una mano il petto.
-Al più piccolo rumore che sentiva nel corridoio, balzava alla porta.
-Più d’una volta gli si affacciò alla mente il timore che lo avessero
-separato da quell’uomo che non conosceva, e che di già amava come un
-amico. Allora egli avea risoluto, al momento che il carceriere avrebbe
-scostato il letto, ed abbassata la testa per esaminare l’apertura,
-gli fracasserebbe il capo su quello stesso pavimento ove aveva rotta
-la brocca. Sarebbe stato condannato a morte, lo sapeva; ma non stava
-forse per morire di noia e di disperazione al momento in cui questo
-rumore miracoloso lo aveva reso alla vita? La sera venne il carceriere;
-Dantès era sul letto; gli pareva che, stando su quello, avrebbe meglio
-fatto la guardia alla incominciata apertura. Bisognava senza dubbio
-che guardasse il suo visitatore importuno con uno sguardo stravagante,
-perchè questi gli disse:
-
-— Oh! siete per ridivenir pazzo?
-
-Dantès non rispose, perchè temè che l’emozione della voce lo tradisse.
-Il carceriere si ritirò scuotendo la testa. Giunta la notte, Dantès
-credè che il suo vicino profitterebbe del silenzio e della oscurità
-per riannodare la conversazione con lui, ma s’ingannò. La notte passò
-senza che alcun rumore rispondesse alla sua febbrile aspettativa. Ma la
-dimane dopo la visita del mattino, e mentre aveva allontanato il letto
-dal muro intese battere tre colpi distinti da intervalli uguali; egli
-si precipitò in ginocchio.
-
-— Siete voi? disse, eccomi.
-
-— Il carceriere se nè andato? domandò la voce.
-
-— Sì, rispose Dantès, non ritornerà che questa sera... abbiam dunque
-dodici ore di libertà!
-
-— Posso operare? disse la voce.
-
-— Sì! senza indugio, sul momento ve ne supplico!
-
-Tosto la porzione di terra sulla quale Dantès, per metà addentrato
-nell’apertura appoggiava le mani, sembrò cadergli sotto: egli si gettò
-in addietro nel mentre che un ammasso di terra e di rottami precipitò
-in un foro che veniva ad aprirsi al di sotto dello scavo da lui fatto.
-Allora dal fondo di questo foro oscuro, e di cui non poteva misurare
-la profondità, vide comparire una testa, poi due spalle e finalmente un
-uomo tutto intero che con molta agilità uscì dallo scavamento fatto.
-
-
-
-
-XVI. — LO SCIENZIATO.
-
-
-Dantès ricevè fra le braccia il nuovo amico aspettato da sì lungo
-tempo e con tanta impazienza, e lo attirò verso la finestra, affinchè
-quel poco di giorno che penetrava nel carcere potesse illuminarlo per
-intero. Questi era un personaggio basso della persona, coi capelli
-incanutiti piuttosto dai pensieri che dall’età, coll’occhio penetrante,
-nascosto sotto folte sopracciglia grige, colla barba ancor nera che
-gli scendeva fino a metà del petto: la magrezza del viso solcato da
-profonde rughe, le forti linee della sua caratteristica fisonomia,
-svelavano un uomo più atto ad esercitare le facoltà morali, che le
-forze fisiche. La fronte del sopraggiunto era coperta di sudore. Quanto
-alle vesti era impossibile distinguerne la forma primitiva, poichè
-cadevano in cenci: sembrava avere 65 anni almeno, quantunque una certa
-vigoria nei suoi movimenti annunciasse aver egli una età minore di
-quello che faceva vedere la lunga prigionia. Accolse con molto piacere
-le proteste entusiaste del giovine. La sua anima di ghiaccio sembrò
-un momento riscaldarsi e dilatarsi al contatto di quest’anima ardente.
-Egli lo ringraziò della sua cordialità con un certo calore, quantunque
-fosse stato grande il disinganno di ritrovare un’altra segreta là
-dove credeva trovar la libertà. — Prima di tutto, diss’egli, vediamo
-se c’è mezzo di far disparire agli occhi dei carcerieri le tracce del
-mio passaggio. Tutta la nostra tranquillità futura dipende dalla loro
-ignoranza di ciò che noi abbiamo fatto. — Allora egli s’inchinò verso
-l’apertura, sollevò facilmente la pietra ad onta del peso, e la mise al
-foro. — Questa pietra è stata spostata con molta negligenza, diss’egli,
-scuotendo la testa; voi dunque non avete utensili?
-
-— E voi? domandò Dantès con sorpresa.
-
-— Ne ho fabbricato qualcuno. Ecco una lima, io ho tutto ciò che mi
-bisogna: scalpello, coltello e leva.
-
-— Oh! sarei ben curioso di vedere questi prodotti della vostra pazienza
-e della vostra industria, disse Dantès.
-
-— Ecco lo scalpello; — e gli presentò una lama forte ed aguzza,
-adattata ad un legno di forma rotonda.
-
-— E con che l’avete fatto? disse Dantès.
-
-— Con una delle traverse del mio letto; con questo istrumento ho
-scavato tutto il sentiero che mi ha portato fin qui: circa 50 piedi.
-
-— 50 piedi? gridò Dantès con una specie di terrore.
-
-— Parlate a bassa voce, o giovine, parlate più piano, disse lo
-sconosciuto guardandosi intorno, spesso accade che alle porte delle
-prigioni si sta in ascolto.
-
-— Ma si sa che io son solo. — Non importa!
-
-— Ed avete scavato 50 piedi per giunger qui?
-
-— Sì, questa è circa la distanza che separa la mia camera dalla vostra,
-soltanto ho mal calcolato la curva, per mancanza di strumenti di
-geometria, per poter fare una scala di proporzioni: in vece di 40 piedi
-di ellissi, ne ho incontrati 50; io credeva, come vi dissi ieri, di
-giungere fino all’esterno, traforare questo muro, e gettarmi in mare.
-Ho seguito la lunghezza del corridore che mette nella vostra camera,
-invece di passarvi al di sotto. Tutto il mio lavoro però è perduto,
-dappoichè questo corridore mette capo in un cortile pieno di guardie.
-
-— È vero, disse Dantès, ma esso non fiancheggia che un lato della mia
-camera, e questa ne ha quattro.
-
-— Sì, senza dubbio; ma eccone uno il cui muro è formato dallo scoglio:
-vi abbisognerebbero dieci anni di lavoro, e minatori forniti di tutti
-gli utensili per traforare la roccia. Quest’altro deve essere addosso
-ai fondamenti dell’appartamento del governatore: noi riusciremmo nelle
-cantine che certamente sono chiuse a chiave, e saremmo presi. L’altro
-lato dà... aspettate... e dove mette quest’altro lato?
-
-Questo lato era quello in cui stava scavata la feritoia, attraverso la
-quale penetrava la luce: feritoia, che andava sempre ristringendosi
-fino al punto in cui dava passaggio al giorno, e per la quale un
-fanciullo, per quanto piccolo, non avrebbe certamente potuto passare;
-e per soprappiù guernita da tre ranghi di sbarre di ferro che potevano
-rassicurare il carceriere più sospettoso sul timore di una evasione per
-questa parte. Ciò nonostante il nuovo arrivato facendo questa domanda,
-trascinò la tavola al di sotto della finestra.
-
-— Salite su questa tavola, disse a Dantès. Dantès obbedì, salì sulla
-tavola e, indovinando la mente del compagno, appoggiò il dorso al muro
-e gli presentò le due mani incrociate. Il suo compagno salì allora, più
-lestamente di quello che avrebbe potuto far credere la sua età, e con
-un’abilità da gatto, balzò sulla tavola, poi dalla tavola sulle mani di
-Dantès, quindi dalle mani sulle spalle. Così curvato in due, perchè la
-volta del carcere gl’impediva di raddrizzarsi, introdusse la testa tra
-il primo rango delle sbarre e potè allora fissare lo sguardo dall’alto
-in basso. Un momento dopo ritirò pesantemente la testa. — Oh! oh!
-diss’egli, io ne dubitava. — E si lasciò andare strisciando lungo il
-corpo di Dantès sulla tavola, e dalla tavola balzò in terra.
-
-— E di che cosa dubitavate? domandò Edmondo saltando anch’egli dalla
-tavola dopo di lui.
-
-Il vecchio prigioniero meditava. — Sì, diss’egli, è così; il quarto
-lato del vostro carcere mette sopra una galleria esterna, che è una
-specie di strada di perlustrazione, per la quale passano le pattuglie
-ed ove sono poste le sentinelle.
-
-— Ne siete ben sicuro? — Ho veduto il cappello del soldato e la punta
-della sua baionetta, e pel timore di essere veduto da lui mi son così
-presto ritirato. — E così? disse Dantès.
-
-— E così, vedete bene, che è affatto impossibile di fuggire dal vostro
-carcere.
-
-— Allora?... continuò il giovinotto con un mesto accento interrogatore.
-— Allora, disse il vecchio prigioniero, sia fatta la volontà di Dio;
-— ed un’aria di profonda rassegnazione comparve sopra i lineamenti
-del vecchio. Dantès guardò quest’uomo, che rinunciava in tal modo e
-con tanta filosofia ad una speranza nudrita da sì lungo tempo con una
-sorpresa mista ad ammirazione.
-
-— Ora volete voi dirmi chi siete? domandò Dantès.
-
-— Oh! mio Dio! sì, se ciò può importarvi.
-
-— Potete esser buono a consolarmi e sostenermi, poichè mi sembrate
-forte in mezzo ai forti.
-
-Lo scienziato sorrise tristamente.
-
-— Io sono Faria, diss’egli, prigioniero fino dal 1811, come voi sapete,
-in questo castello d’If; ma erano già tre anni ch’era tenuto racchiuso
-nella fortezza di Fenestrelles. Nel 1811 fui trasportato dal Piemonte
-in Francia. Allora seppi che il destino in quell’epoca sorridente
-a Napoleone gli aveva concesso un figlio al quale era stato dato il
-titolo di Re di Roma: ero ben lungi dal dubitare allora ciò che mi
-avete detto ieri: cioè che quattr’anni dopo questo gran colosso sarebbe
-stato rovesciato. E chi regna adesso in Francia? Forse Napoleone II?
-
-— No, Luigi XVIII.
-
-— Luigi XVIII! il fratello di Luigi XVI? i decreti del cielo son ben
-reconditi e misteriosi! qual è dunque la mente della provvidenza,
-quando abbassa l’uomo che aveva esaltato, ed esalta quello che aveva
-abbassato?
-
-Dantès seguiva collo sguardo quest’uomo che dimenticava un momento il
-proprio destino, per preoccuparsi così di quelli del mondo.
-
-— Sì, sì, continuò egli, è come in Inghilterra; dopo Carlo I,
-Cromwell; dopo Cromwell Carlo II, e forse dopo Giacomo II, un principe
-d’Orange... I segreti di Dio sono imperscrutabili, e la serie delle
-umane vicende imprevedibile, voi siete ancor giovine, e potrete
-vedere....
-
-— Sì, purchè io esca di qui.
-
-— Ah! è giusto, disse Faria, noi siamo prigionieri; qualche volta lo
-dimentico, perchè i miei occhi penetrano al di fuori di queste muraglie
-che ci racchiudono, e mi credo in libertà.
-
-— Ma perchè siete prigione?
-
-— Perchè ho sognato nel 1807 il disegno che Napoleone ha tentato di
-porre ad effetto nel 1811.
-
-E il vecchio abbassò la testa. Dantès non capiva come un uomo poteva
-arrischiare la vita per simili faccende, è vero però che, se egli
-conosceva Napoleone per avergli parlato una volta, non sapeva quali ne
-fossero stati i disegni.
-
-— Non siete voi... infermo? domandò Dantès che cominciava a partecipare
-dell’opinione generale che si aveva di lui nel castello d’If.
-
-— Infermo? vorrete dir pazzo perchè come tale son tenuto in questo
-luogo.
-
-— Io non osava dirlo, rispose Dantès sorridendo.
-
-— Sì, sì, continuò Faria con amaro sorriso, sì, sono io che passo
-per pazzo; sono io che diverto da lungo tempo gli ospiti di questa
-prigione, e rallegrerei i fanciulletti, se vi fossero fanciulletti nel
-soggiorno del dolore senza speranza.
-
-Dantès rimase un momento immobile e muto.
-
-— Così voi ora rinunciate alla fuga? gli disse.
-
-— Io credo la fuga impossibile; è un rivoltarsi contro Dio il tentare
-ciò che Dio non vuole che si compia.
-
-— Perchè scorarvi? sarebbe troppo domandare alla Provvidenza di
-riuscire al primo tentativo! Non potete voi ricominciare da un’altra
-parte ciò che avete fatto da questa?
-
-— Ma voi non sapete ciò che ho fatto, per parlare in tal modo di
-ricominciare? non sapete che mi sono abbisognati quattro anni per
-fabbricare gli utensili che posseggo, che da due anni gratto, e foro
-una terra dura come il granito? non sapete che mi è bisognato sminuzzar
-delle pietre tali, che avrei creduto non aver la forza di smuovere?
-che delle giornate intere sono passate in questo lavoro gigantesco, e
-qualche sera mi reputava felice solo per aver potuto levare un pollice
-quadrato di vecchio cemento divenuto duro quanto la pietra stessa?
-non sapete che per riporre tutta questa terra, tutti questi rottami, e
-queste pietre che spostava, fui costretto di fare un’apertura sotto la
-volta di una scala, nel vuoto della quale ho nascosto quanto scavava
-dal foro, ed ora questo vuoto è ripieno e non saprei più ove mettere
-un pugno di polvere? non sapete finalmente che mi credeva di toccare la
-fine del mio lavoro cui mi sentiva appena la forza di compiere, ed ecco
-che Dio non solo mi ha allontanato la meta, ma l’ha trasportata non so
-dove? ah! io ve l’ho detto, e ve lo ripeto, d’ora innanzi non farò più
-niente per tentare di riacquistare la mia libertà, poichè vedo che la
-volontà di Dio è, ch’ella sia perduta per sempre.
-
-Edmondo abbassò la testa per non confessare a quest’uomo che, la gioia
-di avere un compagno, gl’impediva di prendere quella parte, che avrebbe
-dovuto, al dolore provato dal prigioniero per non essersi potuto
-salvare. Faria si lasciò andare sul letto di Edmondo il quale restò
-ritto in piedi. Il giovine non aveva mai pensato alla fuga. Vi sono
-di quelle cose che sembrano talmente impossibili che non si ha neppur
-l’idea di tentarle e che si evitano come per istinto. Scavare 50 piedi
-sotto terra, consacrare a questa operazione un lavoro di due anni, per
-giungere, se riesce, sopra un precipizio che mette a picco sul mare;
-precipitarsi da 50, 60, e forse 100 piedi d’altezza, infrangersi la
-testa sur uno scoglio nella caduta, se la palla di una sentinella non
-vi ha colto prima, essere obbligato, se si giunge a superare tutti
-questi pericoli, di fare una lega nuotando, tutto ciò era troppo, per
-non rassegnarvisi, e noi abbiamo veduto che Dantès aveva già spinta
-questa rassegnazione fino alla morte.
-
-Ma ora che il giovine aveva veduto un vecchio attaccarsi alla vita con
-tanta energia e dargli l’esempio delle risoluzioni disperate, egli si
-mise a riflettere e a misurare il suo coraggio. Un altro aveva tentato
-ciò ch’egli non aveva avuto neppur l’idea di pensare; un altro meno
-forte, meno destro di lui, si era procurato a forza di criterio e di
-pazienza tutti gl’istrumenti di cui abbisognava per questa incredibile
-operazione, che era andata a vuoto solo per una misura mal presa; un
-altro aveva fatto tutto ciò: nulla dunque doveva essere impossibile a
-Dantès. Faria aveva traforato 50 piedi, egli ne traforerebbe 100. Faria
-a 50 anni aveva impiegato due anni al lavoro, egli che aveva la metà
-degli anni di Faria ne impiegherebbe quattro. Faria scienziato, uomo di
-studi, non aveva avuto timore di rischiare la traversata dal castello
-d’If all’isola di Daume, di Ratonneau e di Lemaire; egli, Edmondo
-marinaro, egli, Dantès, l’ardito nuotatore che era stato tante volte a
-cercare un ramo di corallo nel fondo del mare, esiterebbe dunque a fare
-una lega nuotando? quanto tempo abbisogna per fare una lega nuotando?
-un’ora. Ebbene! non era stato tante volte delle ore intere in mare
-senza por piede sulla riva? No, no, Dantès non aveva bisogno che di
-essere incoraggiato dall’esempio. Dantès farà tutto ciò che un altro ha
-fatto, o avrebbe potuto fare. E Edmondo riflettè un momento.
-
-— Io ho trovato ciò che cercate, diss’egli al vecchio.
-
-Faria rabbrividì. — Voi? disse, rialzando la testa in un modo che
-faceva conoscere che, se Dantès diceva la verità, lo scoramento del suo
-compagno non sarebbe stato di lunga durata. — Voi? vediamo dunque il
-vostro ritrovato?
-
-— Il corridore che avete fiancheggiato per venire dalla vostra prigione
-fin qui, si estende nella stessa direzione della galleria esterna, n’è
-vero? — Sì. — Non deve dunque esserne lontano che circa 15 passi? — A
-dir molto.
-
-— Ebbene! verso la metà del corridore noi foriamo un cammino che
-lo attraversa a guisa di croce; questa volta voi prendete meglio le
-vostre misure; noi mettiamo capo sulla galleria esterna, uccidiamo la
-sentinella, ed evadiamo. Perchè questo disegno riesca non vi bisogna
-che coraggio, e voi ne avete; che vigore, ed io non ne manco; di
-pazienza non parlo, voi avete dato le vostre prove, io darò le mie.
-
-— Un momento, rispose Faria, voi non avete saputo mio caro compagno di
-qual genere è il mio coraggio e qual uso io conti di fare della mia
-forza; circa la pazienza, credo di essere stato abbastanza paziente
-ricominciando ogni notte il lavoro del giorno. Ma allora, ascoltatemi
-bene o giovine, era perchè mi sembrava che io avrei servito Dio
-liberando una delle sue creature, che essendo innocente, non aveva
-potuto essere condannata.
-
-— Ebbene? domandò Dantès, la cosa è allo stesso punto nè più nè meno,
-vi siete conosciuto forse colpevole da che mi avete incontrato, ditelo?
-
-— No, ma io non voglio divenirlo; fin qui io credeva di non aver che
-fare che con le cose, ora proponete di aver che fare con uomini. Io
-ho potuto benissimo traforare un muro e distruggere una scala, ma non
-potrei traforare un petto, nè distruggere un’esistenza.
-
-Dantès fece un leggiero movimento di sorpresa.
-
-— Come, diss’egli, potendo diventar libero, ve ne asterreste per un
-simile scrupolo?
-
-— Ma e voi, disse Faria, perchè non avete una sera accoppato il
-carceriere con un piede del vostro tavolino, e rivestito dei suoi abiti
-tentato di fuggire?
-
-— Perchè non me n’è venuta l’idea, disse Dantès.
-
-— Egli è perchè voi sentite per un simil delitto un tale orrore
-instintivo, che non ci avete nemmen pensato, rispose il vecchio; perchè
-nelle cose semplici e permesse i nostri naturali appetiti ci avvertono
-di non uscir dalla linea del dovere. La tigre che versa il sangue
-per natura, non ha bisogno che di una cosa, ed è che il suo odorato
-l’avverta che vi è preda alla sua portata; tosto si slancia verso
-questa preda; vi piomba sopra, e la sbrana; questo è il suo istinto,
-ella vi obbedisce; ma l’uomo al contrario ripugna al sangue, non sono
-le leggi sociali che proscrivono l’omicidio, sono le leggi naturali
-che lo rigettano. — Dantès rimase confuso: ciò spiegava perfettamente
-quanto era passato nella sua anima ad insaputa di lui.
-
-— E poi, continuò Faria, da 12 anni circa che sono in prigione, ho
-ripassato col mio spirito tutte le più celebri evasioni; non ho veduto
-riuscire le violenti, che molto raramente. L’evasioni fortunate,
-l’evasioni coronate da un pieno successo, sono quelle meditate con
-giudizio, preparate con lentezza; così il duca de Beaufort fuggì dal
-castello di Vincennes, Dubuquoi dal forte l’Evèque, e Latude dalla
-Bastiglia. Vi sono ancor quelle che possono essere offerte dal caso;
-queste sono le migliori; aspettiamo un’occasione, credetemi, e se si
-presenta, approfittiamone.
-
-— Voi avete potuto aspettare, disse Dantès sospirando; questo lavoro
-vi teneva sempre occupato, e quando non avevate lavoro per distrarvi,
-avevate le vostre speranze per consolarvi. — È vero disse Faria
-sorridendo, e poi avevo un’altra occupazione. — Che facevate dunque?
-
-— Studiava e scriveva. — Vi davano dunque carta, penne ed inchiostro? —
-No, ma io me ne faceva.
-
-— Vi facevate della carta, delle penne e dell’inchiostro? gridò Dantès.
-— Sì.
-
-Dantès guardò quest’uomo con ammirazione; ma però stentava a credere
-ciò ch’egli diceva; Faria si accorse di questo dubbio:
-
-— Quando verrete a trovarmi, gli disse, vi mostrerò una opera intera,
-risultato dei pensieri, delle ricerche e delle riflessioni di tutta la
-mia vita, opera che io avevo meditata all’ombra del Colosseo in Roma,
-ai piedi della colonna di S. Marco a Venezia, sulle rive dell’Arno a
-Firenze, e non avrei mai pensato che i miei carcerieri mi avrebbero un
-giorno lasciato il comodo di eseguirla fra le quattro mura del castello
-d’If. È un’opera eminentemente filosofica che formerà un grosso volume
-in 4º.
-
-— E voi l’avete scritta?
-
-— Sopra due camice: ho inventato una preparazione che rende la tela
-liscia come la pergamena. — Siete dunque chimico? — Un poco. Ho
-conosciuto Lavoisier, e sono stato amico di Cabanis. — Ma per una
-simile opera avrete dovuto consultare molti autori; avevate dunque dei
-libri?
-
-— A Roma aveva quasi cinque mila volumi nella mia biblioteca ed a furia
-di leggere e di rileggere, ho scoperto che con 150 opere bene scelte si
-ha, se non il riassunto completo delle umane cognizioni, almeno tutto
-ciò che è utile all’uomo a sapersi: ho consacrato tre anni della mia
-vita a leggere e rileggere questi 150 volumi, di modo che li sapeva
-a memoria quando fui arrestato. Per tal modo con un leggero sforzo di
-mente li ho richiamati tutti al pensiero, ed io potrei quasi recitarvi
-alla lettera Senofonte, Plutarco, Tito Livio, Tacito, Strada, Dante,
-Montaigne, Shakespeare, Spinoza, Macchiavelli e Bossuet: non vi cito
-che i più importanti.
-
-— Voi dunque conoscete diverse lingue?
-
-— Parlo cinque lingue viventi, il tedesco, il francese, l’italiano,
-l’inglese e lo spagnuolo; coll’aiuto del greco antico intendo bene il
-greco moderno; solo lo parlo un poco male, ma lo studio adesso.
-
-— Lo studiate? disse Dantès.
-
-— Sì, ho fatto un dizionario delle parole che sapevo; le ho
-distribuite, combinate, girate e rigirate in modo che esse possono
-bastare per esprimere il mio pensiero. Conosco circa mille parole;
-a tutto rigore sono bastanti, quantunque ve ne siano cento mila,
-cred’io, nel dizionario. Non sarei eloquente, ma mi farei intendere a
-meraviglia, e ciò mi basta.
-
-Edmondo sempre più meravigliato cominciava quasi a ritrovare
-soprannaturali le facoltà di quest’uomo straordinario. Egli volle
-prenderlo in fallo sopra un punto qualunque, e continuò: — Ma se non vi
-hanno dato delle penne, diss’egli, come avete potuto scrivere un’opera
-così voluminosa?
-
-— Ne ho fatte dell’eccellenti, che sarebbero preferite alle penne
-ordinarie quando fosse conosciuta la materia, colle cartilagini delle
-teste di quei grossi merluzzi che qualche volta ci danno nei giorni
-di magro. Per tal modo vedeva giungere il mercoledì, il venerdì ed il
-sabato con grandissimo piacere, perchè avea la speranza d’aumentare la
-mia provvisione di penne, e i miei lavori filosofici, ve lo confesso,
-sono la mia più cara occupazione. Pensando all’ideale, dimentico il
-presente, e camminando libero nella filosofia, dimentico di esser
-prigioniero.
-
-— Ma l’inchiostro? disse Dantès, con che lo facevate?
-
-— Nella mia segreta vi era altra volta un caminetto, poco prima del
-mio arrivo in prigione fu murato, e per molti anni vi devono aver fatto
-fuoco tutto l’inverno, è dunque tutto tappezzato di fuligine. Io faccio
-sciogliere questa fuligine in una porzione di quel vino che ci danno la
-domenica, e ciò mi somministra dell’eccellente inchiostro per tutta la
-settimana. Per le note particolari che hanno bisogno di essere distinte
-e scorte subito, foro le mie dita e scrivo col sangue.
-
-— E quando potrò vedere tutto ciò? domandò Dantès.
-
-— Quando vorrete, rispose Faria. — Oh! subito! subito! gridò il
-giovinotto. — Seguitemi dunque, disse Faria. Ei s’introdusse nel
-corridore sotterraneo entro al quale disparve; Dantès lo seguì.
-
-
-
-
-XVII. — LA CAMERA DELLO SCIENZIATO.
-
-
-Dopo essere passato curvandosi, ma pure con bastante facilità, pel
-passaggio sotterraneo, Dantès giunse all’estremità opposta del
-corridore che metteva nella camera di Faria. Là il passaggio si
-ristringeva, e presentava appena lo spazio sufficiente perchè un uomo
-potesse strisciarvisi aggrappandosi. La camera del nuovo amico aveva il
-pavimento formato di pietre quadrate, e sollevando una di queste pietre
-nell’angolo più oscuro della camera, si vedeva il luogo ove Faria aveva
-incominciata la sua laboriosa fatica, e di cui Dantès aveva veduto
-la fine. Rimessa la pietra al suo posto, Faria vi stendeva sopra una
-vecchia stuoia, e questa cautela bastava per nasconderla agli occhi
-dei carcerieri. Appena entrato ed in piedi il giovine esaminò questa
-camera misteriosa colla più grande attenzione. Al primo aspetto questa
-stanza non presentava niente di particolare. — Bene, disse Faria, non
-è che mezzo giorno e un quarto, abbiamo ancora qualche ora per noi.
-— Dantès guardò intorno, cercando a quale orologio Faria aveva potuto
-legger l’ora in un modo così preciso. — Vedete questo raggio di luce
-che viene dalla mia finestra? disse Faria, guardate sul muro le linee
-che vi ho tracciate. Mercè di esse combinate col doppio movimento della
-terra e l’elittica che questa descrive intorno al sole, io so l’ora più
-esattamente di quello che se avessi un orologio, poichè un orologio può
-guastarsi, mentre che la terra ed il sole non si guastan mai.
-
-Dantès non arrivava a comprendere questa spiegazione; vedendo il
-sole ognora alzarsi dietro le montagne e tuffarsi nel Mediterraneo
-aveva sempre creduto che fosse quello che camminasse e non la terra.
-Questo doppio movimento del globo da lui abitato, e di cui non si
-accorgeva, gli sembrava quasi impossibile; in ciascuna parola del
-suo interlocutore, vedeva misteri di scienza così ammirabili ad
-approfondirsi, quanto quelle miniere d’oro e di diamanti che aveva
-visitate in un viaggio, fatto mentre era ancor fanciullo, a Guzarate e
-a Golconda.
-
-— Vediamo, disse a Faria, ho smania di esaminare i vostri tesori. —
-Faria andò verso il caminetto, e collo scalpello che teneva sempre
-in mano, spostò la pietra che altra volta formava il focolare e che
-nascondeva una cavità abbastanza profonda; in questa cavità stavano
-racchiusi tutti gli oggetti di cui aveva parlato a Dantès.
-
-— Che volete voi vedere per primo? gli domandò.
-
-— Mostratemi la vostra grand’opera filosofica.
-
-Faria cavò dal grazioso armadio tre o quattro rotoli di tela ravvolti
-su sè stessi come fogli di papiro; erano strisce larghe circa quattro
-pollici e lunghe circa diciotto. Queste strisce, numerate, erano
-coperte da una scrittura che Dantès potè leggere perchè essa era
-scritta nella lingua materna di Faria, vale a dire in italiano, idioma
-che Dantès comprendeva perfettamente nella sua qualità di provenzale.
-
-— Vedete, gli disse, tutto è qui; sono circa tre giorni che ho scritto
-la parola fine nella 68ª striscia. Due delle mie camice e tutti i miei
-fazzoletti vi sono impiegati; se un giorno ritorno libero e posso
-ritrovare in Italia uno stampatore che ardisca stamparla, la mia
-riputazione è fatta.
-
-— Sì, rispose Dantès, lo vedo bene. Ora mostratemi ve ne prego, le
-penne con le quali è stata scritta quest’opera.
-
-— Eccole, disse Faria: e mostrò al giovinotto un bastoncello lungo sei
-pollici, grosso quanto un manico di un pennello, attorno ad una delle
-estremità del quale stava legata con un filo una di quelle cartilagini,
-ancora marchiata dall’inchiostro di cui Faria aveva parlato a Dantès.
-Essa era tagliata a becco, ed era spaccata come una penna ordinaria.
-
-Dantès l’esaminò, cercando con lo sguardo lo strumento col quale era
-stata tagliata in un modo così preciso.
-
-— Ah! sì, disse Faria, il temperino n’è vero? è il mio capolavoro,
-io l’ho fatto nello stesso modo di questo coltello, con un vecchio
-candeliere di ferro. — Il temperino tagliava come un rasoio. Quanto al
-coltello aveva il doppio vantaggio di servire ad un tempo da coltello e
-da pugnale.
-
-Dantès esaminò questi differenti oggetti colla stessa attenzione
-che avrebbe usata in una bottega di chincagliere di Marsiglia:
-aveva esaminato altra volta eguali strumenti eseguiti da selvaggi e
-portati dal mare del Sud dai capitani di lungo viaggio. — In quanto
-all’inchiostro, disse Faria, voi sapete qual processo impiego, e lo
-faccio quando ne ho bisogno.
-
-— Ciò di cui mi maraviglio si è, disse Dantès, che vi siano bastati i
-giorni per questi lavori.
-
-— Ma io aveva ancora le notti, rispose Faria. — Le notti! siete voi
-dunque dalla natura dei gatti e ci vedete chiaro anche la notte? —
-No, ma Iddio ha dato all’uomo l’intelligenza per venire in aiuto alla
-povertà dei sensi: io mi son procurato la luce. — E come? — Dalla carne
-che ci portano separai il grasso, lo feci fondere, e ne cavai una
-specie di olio compatto. Guardate, ecco qua la mia bugìa. — E Faria
-mostrò a Dantès una specie di lampione come quelli che si adoperano
-nelle pubbliche illuminazioni. — Ma il fuoco?
-
-— Ecco delle pietruzze e della tela bruciata. — Ma i solfanelli? — Ho
-fatto mostra di avere una malattia cutanea, ed ho domandato dello zolfo
-che mi è stato accordato.
-
-Dantès depose sulla tavola gli oggetti che teneva in mano, e abbassò la
-testa, avvilito per la perseveranza e per la forza di quello spirito.
-
-— Questo non è tutto, continuò Faria, poichè non bisogna mettere tutti
-i tesori in un solo nascondiglio; chiudiamo ora questi. — Riposta
-la pietra al suo posto, Faria vi sparse sopra un poco di terra, vi
-strisciò il piede per far scomparire ogni mancanza di continuità, si
-avanzò verso il letto e lo spostò. Dietro al capezzale, nascosto con
-una pietra che lo chiudeva quasi ermeticamente, era un foro, ed in
-questo foro una scala a corda lunga da 25 a 30 piedi. Dantès l’esaminò,
-essa era di una solidità a tutta prova.
-
-— Chi vi ha fornito la corda necessaria a quest’opera meravigliosa?
-domandò Dantès.
-
-— Dapprima qualche camicia che io aveva, poi qualche lenzuolo del
-mio letto che aveva sfilato nei tre anni di prigionia a Fenestrelles.
-Quando sono stato trasportato al castello d’If ho trovato il mezzo di
-portar meco queste fila; qui ho continuato il mio lavoro.
-
-— Ma non si accorgevano che i lenzuoli erano senz’orlo?
-
-— Io li ricuciva. — Con che? — Con quest’ago.
-
-E Faria alzando una falda del suo abito, mostrò una spina lunga acuta e
-ancora affilata che vi portava attaccata.
-
-— Sì, continuò Faria, dapprima io aveva pensato a smurare queste
-sbarre, ed a fuggire dalla finestra che è un poco più larga della
-vostra, come vedete, e che avrei ancora slargata di più al momento
-dell’evasione; ma mi accorsi che questa finestra dava in un cortile
-interno, e rinunziai a questo disegno essendo troppo incerto. Ciò
-nonostante conservai la scala per una di quelle occasioni imprevedute,
-per una di quelle evasioni di cui vi ho parlato e che il solo caso
-qualche volta procura.
-
-Dantès mentre esaminava la scala, pensava a tutt’altro; un’idea gli
-si era affacciata alla mente. Quest’uomo così intelligente, così
-ingegnoso, così profondo avrebbe potuto forse rischiarare la causa
-della propria infelicità, nella quale egli non aveva mai potuto
-scorgere nulla.
-
-— A che pensate voi? domandò Faria ridendo, e prendendo l’astrazione di
-Dantès per un atto di ammirazione portata al più alto grado.
-
-— Io pensava primieramente ad una cosa, ed è la quantità enorme
-d’intelletto che voi avete dovuto impiegare per giungere al punto a cui
-siete arrivato; che avreste voi dunque fatto se foste stato libero?
-
-— Forse niente: il mio cervello è troppo pieno, e forse si sarebbe
-svaporizzato in cose futili: necessita la disgrazia per scavare certe
-miniere misteriose nascoste nell’umano intelletto: vi bisogna la
-pressione per far scoppiare la polvere; la prigionia ha riunito in un
-sol punto tutte le mie facoltà vaganti da un lato e dall’altro; esse
-si urtarono in un angusto spazio; e voi lo sapete, dallo scontro delle
-nuvole risulta l’elettricità, dall’elettricità il lampo, dal lampo la
-luce.
-
-— No, io non so niente, disse Dantès avvilito dalla sua ignoranza; una
-quantità delle vostre parole per me sono vuote di senso; voi siete ben
-felice di essere in tal modo istruito!
-
-Faria sorrise. — Voi pensavate a due cose, mi diceste poco fa? ma
-non mi avete fatto conoscere che la prima, qual è la seconda? — La
-seconda è, che voi mi avete raccontata la vostra vita, ed io non vi ho
-raccontata la mia.
-
-— La vostra vita, o giovine, è tanto corta che non può racchiudere
-avvenimenti di grand’importanza.
-
-— Racchiude un immenso infortunio, un infortunio che non ho meritato;
-e vorrei potermela prendere con gli uomini per la mia infelicità. —
-Allora voi vi credete innocente del fatto che vi viene imputato? —
-Innocente del tutto, lo giuro sulla testa di mio padre e di Mercedès.
-
-— Bene, disse Faria, chiudendo il nascondiglio e rispingendo il letto
-al suo posto, raccontatemi la vostra storia.
-
-Dantès allora raccontò ciò che egli chiamava sua storia, e che si
-limitava ad un viaggio nell’India, e a due o tre viaggi in Levante;
-finalmente arrivò all’ultima sua traversata, alla morte del capitano
-Leclerc, al plico deputato pel gran Maresciallo, al colloquio avuto
-col medesimo, alla lettera da lui rimessagli per il sig. Noirtier,
-finalmente al suo arrivo a Marsiglia, alla sua visita al padre, ai
-suoi amori con Mercedès, al pranzo dello sposalizio, all’arresto,
-all’interrogatorio, alla prigionia provvisoria nel palazzo di
-giustizia, e finalmente alla prigionia definitiva al castello d’If.
-Giunto a questo punto, Dantès non sapeva più nulla, neppure il tempo da
-che era prigioniero.
-
-Terminato il racconto Faria riflettè profondamente.
-
-— Havvi, diss’egli dopo un momento, un assioma in diritto di gran
-profondità e che coincide a ciò che vi diceva non è molto, che almeno
-il cattivo pensiero non nasce con una falsa organizzazione, la natura
-umana repugna al delitto. Ciò non ostante la civilizzazione ci ha dato
-de’ vizi, dei bisogni, e degli appetiti fittizi, che qualche volta
-hanno l’influenza di soffocare i nostri buoni istinti e di condurci
-al male. Quindi ne nasce questa massima: «se voi volete scoprire il
-colpevole, cercate dapprima colui al quale può essere utile il commesso
-delitto.» La vostra sparizione a chi poteva essere utile?
-
-— A nessuno, mio Dio! io era tanto poca cosa.
-
-— Non rispondete così, perchè la risposta manca ad un tempo di logica
-e di filosofia; tutto è relativo, mio caro amico; dal re che incomoda
-il suo successore, fino all’ultimo impiegato che incomoda l’alunno,
-ciascuno incomoda colui che gli vien dopo o che gli cammina a lato; se
-il re muore il suo successore eredita una corona, se l’impiegato muore
-l’alunno ne eredita l’impiego e lo stipendio di 200 lire. Queste 200
-lire di stipendio sono per lui la sua lista civile e gli sono tanto
-necessarie per vivere, quanto i milioni ad un re. Ciascuno individuo,
-dal più basso al più alto grado della scala sociale, riunisce intorno
-a sè un piccolo mondo d’interessi, avendo i suoi turbini ed i suoi
-atomi gialli come i mondi di Descartes. Soltanto questi mondi vanno
-sempre più allargandosi a misura che si sale. È una scala a chiocciola
-rovesciata, che si tien ritta alla punta per forza d’equilibrio.
-Ritorniamo dunque al vostro mondo. Voi eravate sul punto di essere
-nominato capitano a bordo del _Faraone_? — Sì.
-
-— Eravate sul punto di sposare una bella giovinetta? Esisteva
-forse qualcuno che avesse premura perchè non diveniste capitano
-del _Faraone_? qualcuno cui importasse che non sposaste Mercedès?
-rispondetemi intanto alla prima interrogazione, l’ordine è la chiave
-di tutti i problemi. Io ripeto adunque, v’era qualcuno a cui potesse
-importare che non foste nominato capitano del _Faraone_?
-
-— No, io era molto amato a bordo. Se i marinari avessero potuto
-eleggere un capo, son certo che sarei stato io l’eletto. Un sol uomo
-vi era che poteva in qualche modo esser meco inquieto, perchè tre mesi
-prima avevo avuto con lui una contesa, e gli aveva proposto un duello
-che egli ricusò.
-
-— Avanti adunque!... come si chiama quest’uomo?
-
-— Danglars. — Che cosa era a bordo?
-
-— Scrivano computista.
-
-— Se voi foste divenuto capitano l’avreste conservato al suo posto?
-— No, se la cosa fosse dipesa da me, perchè aveva creduto scorgere
-qualche infedeltà nei suoi conti. — Bene. Ora, chi ha assistito al
-vostro ultimo colloquio col capitano Leclerc?
-
-— Nessuno; noi eravamo soli.
-
-— Ma qualcuno poteva sentire la vostra conversazione?
-
-— Sì perchè la porta era socchiusa, e anzi... aspettate... sì, sì,
-Danglars è passato precisamente nel momento in cui il capitano Leclerc
-mi consegnava il plico del gran Maresciallo.
-
-— Bene, noi siamo sulla strada. Avete condotto con voi alcuno quando
-siete disceso a terra all’isola d’Elba?
-
-— Nessuno. — Vi fu rimessa una lettera? — Sì, dal gran Maresciallo.
-
-— Che ne avete fatto? — L’ho riposta nel mio portafogli. — Voi avevate
-dunque indosso un portafogli. Come mai un portafogli che doveva
-contenere una lettera ufficiale poteva egli stare nella tasca di un
-marinaio?
-
-— Avete ragione, il mio portafogli era a bordo.
-
-— Fu dunque a bordo che voi chiudeste la lettera nel portafogli? — Sì.
-— Da Portoferraio al bordo dove riponeste la lettera? — L’ho tenuta in
-mano.
-
-— Dunque quando siete risalito a bordo del _Faraone_ tutti hanno
-potuto vedere che avevate una lettera, Danglars e tutti gli altri? ora
-ascoltate bene, riunite tutta la vostra memoria: vi ricordate in quali
-termini era redatta la denunzia?
-
-— Oh! sì, l’ho riletta tre volte, e mi è rimasta nella mente parola per
-parola.
-
-— Ripetetemela adunque. — Dantès si raccolse un momento. — Eccola,
-diss’egli, alla lettera:
-
-«Il Sig. Procuratore del Re è avvisato da un amico del trono e della
-religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento
-il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne dopo aver toccato
-Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per
-l’Usurpatore, e dall’Usurpatore d’una lettera pel Comitato Bonapartista
-di Parigi. Si avrà la prova del delitto arrestandolo, poichè si troverà
-questa lettera, o nelle sue tasche, o presso di suo padre, o nel suo
-gabinetto a bordo del _Faraone_.»
-
-Faria alzò le spalle. — Ciò è chiaro come la luce del giorno,
-diss’egli, e bisogna ben dire che voi abbiate avuto il cuore molto
-buono e molto ingenuo, per non indovinare la cosa al primo aspetto.
-
-— Voi lo credete! gridò Dantès; Ah! questa sarebbe un’infamia.
-
-— Com’era il carattere ordinario di Danglars?
-
-— Un bel corsivo. — Qual era quello della lettera anonima? — Un
-carattere rovesciato. — Faria sorrise.
-
-— Contraffatto, n’è vero?
-
-— Ma molto franco per essere contraffatto.
-
-— Aspettate! diss’egli. E presa la penna, o meglio ciò che così
-chiamava, la bagnò nell’inchiostro e scrisse colla mano sinistra, sopra
-un po’ di tela preparata a tal uopo, le prime due o tre righe della
-denunzia.
-
-Dantès dette addietro e guardò Faria quasi con terrore.
-
-— Oh! è meraviglioso, è sorprendente, gridò egli, come questa scrittura
-rassomiglia a quella.
-
-— Ciò è perchè la denunzia fu scritta colla mano sinistra; ed io ho
-osservato una cosa, che tutti i caratteri fatti colla mano diritta
-sono diversi, ma che quelli che sono fatti colla mano sinistra si
-rassomigliano.
-
-— Voi avete dunque veduto tutto, osservato tutto?
-
-— Continuiamo... passiamo alla seconda interrogazione. V’era qualcuno a
-cui potesse importare che non sposaste Mercedès?
-
-— Sì, un giovine che l’amava...
-
-— Il suo nome? — Fernando. — Questo è un nome spagnuolo. — Egli era
-catalano. — Credete voi che questi sia stato capace di scrivere la
-lettera? — No, questi era piuttosto capace di piantarmi un coltello nel
-cuore.
-
-— Bene, questo è nella natura spagnuola: un assassinio, sì; una viltà,
-no. — D’altra parte, continuò Dantès, egli ignorava tutti i particolari
-riportati nella denunzia. — Voi non li avevate raccontati ad alcuno?
-
-— A nessuno. — Neppure alla vostra amica?
-
-— Neppure alla mia fidanzata. — Fu Danglars!
-
-— Oh! adesso ne son sicuro. — Ma aspettate... Danglars conosceva
-Fernando? — No... sì, cioè... ora mi ricordo... — Che cosa? — La
-vigilia dei miei sponsali li ho veduti insieme ad una tavola, sotto
-il pergolato di Papà Panfilo. Danglars era amichevole e scherzoso,
-Fernando era pallido e sconvolto.
-
-— Eran soli? — No, vi era con loro un terzo mio compagno, che senza
-dubbio era stato quello che avevali fatto fare conoscenza tra loro, un
-sartore chiamato Caderousse; ma questi era già ubbriaco. Aspettate...
-
-— Che cosa?
-
-— Come mai non me ne sono ricordato prima? sulla tavola ove essi
-bevevano stava un calamaio, della carta, e delle penne! Dantès
-battendosi colla mano la fronte esclamò: Oh! è così, fu là che si
-scrisse quella lettera. Oh! infami! oh infami!
-
-— Volete voi ancora sapere qualche altra cosa? disse sorridendo Faria.
-
-— Sì, sì, poichè voi approfondite tutto, poichè voi vedete chiaro in
-ogni cosa: vorrei sapere perchè non sono stato interrogato che una sola
-volta, perchè non ho avuto giudici e in qual modo sono stato condannato
-senza una sentenza.
-
-— Oh! questo poi, disse Faria, è un affare un poco più grave; la
-giustizia qualche volta ha delle procedure che sembrano cupe e
-misteriose. Ciò che noi abbiamo fatto fin qui pei vostri nemici è uno
-scherzo da ragazzi, ora abbisognano maggiori schiarimenti per questo
-argomento.
-
-— Vediamo, interrogatemi, perchè in verità voi vedete nella mia vita
-più chiaro di me.
-
-— Chi vi ha interrogato? fu il procuratore del Re, il sostituto, o il
-giudice d’istruzione?
-
-— Fu il sostituto. — Giovine o vecchio? — Giovine: tra i 27 ai 28 anni.
-— Bene, non ancora corrotto, ma ambizioso. Quali furono i modi che usò
-con voi?
-
-— Amichevoli piuttosto che severi. — Gli avete voi raccontato tutto? —
-Tutto. — E i suoi modi si cambiarono mai durante l’interrogatorio? — Un
-momento si sono alterati allorquando lesse la lettera che mi metteva a
-rischio. Egli sembrò oppresso dalla mia disgrazia.
-
-— Dalla vostra disgrazia? — Sì. — Siete ben sicuro che era per la
-vostra disgrazia che si affliggeva? — Egli per lo meno mi ha dato la
-più gran prova di simpatia.
-
-— E quale? — Ha bruciato quel solo documento che poteva recarmi danno.
-— Qual fu questo documento? la denunzia?
-
-— No, la lettera. — Ne siete ben sicuro? — Lo fece sotto i miei
-occhi. — Ora è un altro affare; quest’uomo potrebbe ancora essere uno
-scellerato maggiore di quel che avevo creduto prima. — Voi mi fate
-fremere, sul mio onore! disse Dantès. Il mondo dunque è popolato di
-tigri e di coccodrilli? — Sì, con questa differenza, che le tigri ed i
-coccodrilli a due gambe sono più pericolosi degli altri. Egli dunque,
-mi dicevate, ha bruciato quella lettera?
-
-— Sì, dicendomi: «voi vedete, non esiste che questa prova contro di
-voi, ed io l’anniento.» — Questa condotta è troppo sublime per essere
-naturale. — Voi lo credete? — Ne sono sicuro. A chi era diretta quella
-lettera?
-
-— _Al Sig. Noirtier, strada Coq-Héron, N. 13, Parigi._
-
-— Potete voi presumere che il vostro sostituto avesse qualche premura a
-far sparire quel foglio?
-
-— Forse, perchè mi ha fatto promettere due o tre volte, egli mi diceva
-per mio pro, di non parlare ad alcuno di quella lettera; anzi mi ha
-fatto giurare di non pronunciar mai a chicchessia il nome che stava
-scritto sull’indirizzo.
-
-— Noirtier! disse Faria, Noirtier! io ho conosciuto un Noirtier alla
-corte dell’antica regina d’Etruria, un Noirtier che nella rivoluzione
-era stato girondino. Come si chiamava il sostituto?
-
-— De Villefort. — Faria scoppiò in una risata. Dantès lo guardò con
-stupore: — Che avete? domandò egli.
-
-— Vedete questo raggio di sole? chiese Faria. — Sì.
-
-— Or bene! tutto adesso per me è più chiaro di questo raggio
-trasparente e luminoso. Povero ragazzo! povero giovinotto! e questo
-magistrato era buono con voi? egli ha bruciata, annientata la lettera?
-egli vi ha fatto giurare di non pronunziar mai il nome di Noirtier?
-
-— Sì. — Noirtier, povero cieco che siete, sapete chi era questo
-Noirtier?... questo Noirtier era suo padre!
-
-Un fulmine caduto ai piedi di Dantès, che gli avesse spalancato un
-abisso nel fondo del quale si fosse aperto l’inferno, non avrebbe
-prodotto un effetto così pronto, così elettrico, così opprimente
-quanto queste inattese parole; si alzò, afferrandosi la testa fra le
-mani quasi avesse voluto impedire che scoppiasse: Suo padre!... suo
-padre!... gridò egli.
-
-— Sì, suo padre... si chiama Noirtier de Villefort, soggiunse Faria.
-Allora una luce folgorante passò per la mente del prigioniero; tutto
-ciò che gli era rimasto oscuro venne in quel punto illuminato da
-una chiarezza risplendente. Le tergiversazioni di Villefort durante
-l’interrogatorio, la lettera distrutta, il giuramento richiesto, la
-voce quasi supplicante del magistrato, che in vece di minacciare
-sembrava implorare, tutto gli ritornò al pensiero. Egli gittò un
-grido, traballò come un ubbriaco, poi slanciandosi all’apertura che
-dalla cella di Faria conduceva alla sua: — Oh! diss’egli mi necessita
-esser solo, per poter pensare a tutto ciò. — E arrivando nella sua
-segreta cadde sul letto, ove il carceriere lo ritrovò la sera, assiso
-cogli occhi fissi, i lineamenti contratti, immobile e muto come una
-statua. Nelle ore di meditazione che per lui erano passate come minuti
-secondi, aveva presa una terribile risoluzione e fatto un formidabile
-giuramento! Per mantenere questo giuramento e mandare ad effetto questa
-risoluzione bisognava supporre che un giorno sarebbe libero! Una voce
-venne a togliere Dantès da questa estasi, era quella di Faria, che
-dopo la visita del carceriere, veniva ad invitare Dantès a cenare con
-lui. La sua riconosciuta qualità di pazzo e particolarmente di pazzo
-delirante, procurava al vecchio prigioniero qualche privilegio come
-sarebbe quello di avere il pane un poco più bianco, ed una piccola
-bottiglia di vino la domenica. Or per caso era quello un giorno di
-domenica, e Faria veniva ad invitare il giovine compagno a far parte
-del suo vino e del suo pane: Dantès lo seguì: tutte le linee del viso
-si erano ricomposte, ed avevano ripreso la loro consueta abitudine, ma
-con una durezza e fermezza tale (se si può dire) che manifestavano una
-risoluzione già presa.
-
-Faria lo guardò fissamente:
-
-— Sono mortificato di avervi aiutato nelle vostre ricerche e di avervi
-detto ciò che vi ho detto. — Perchè? domandò Dantès. — Perchè vi ho
-infiltrato nel cuore un sentimento che prima non vi era; la vendetta. —
-Dantès sorrise.
-
-— Parliamo d’altro; diss’egli.
-
-Faria lo guardò ancora un momento e tentennò tristamente la testa;
-quindi come lo aveva pregato Dantès, parlò di altro. Il vecchio
-prigioniero era uno di quegli uomini la cui conversazione, come quella
-di coloro che hanno molto sofferto, contiene molti insegnamenti,
-e racchiude un interessamento continuo; ma egli non era egoista, e
-questo infelice non parlava mai delle sue disgrazie. Dantès ascoltava
-ciascuna delle sue parole con ammirazione: alcune corrispondevano alle
-idee che già aveva, ed a sua conoscenza per lo stato di marinaro; le
-altre appartenevano a cose a lui sconosciute, ed a guisa di quelle
-aurore boreali che rischiarano i navigatori nelle latitudini australi,
-mostravano al giovine dei paesi sconosciuti e dei nuovi orizzonti,
-illuminati da chiarore fantastico. Dantès concepì la felicità di cui
-doveva godere un’organizzazione intelligente a seguire questo spirito
-elevato sulle eminenze morali, filosofiche, e sociali sulle quali
-d’abitudine posavasi. — Voi dovreste insegnarmi un poco di quanto
-sapete, disse Dantès, non fosse altro che per non annoiarvi meco.
-Mi sembra che dobbiate preferire la solitudine ad un compagno senza
-educazione e senza cognizioni come sono io. Se vi acconsentite vi
-prometto di non parlarvi più di fuga.
-
-Faria sorrise. — Ahimè! figlio mio, diss’egli, la scienza umana è molto
-limitata, e dopo avervi imparato le matematiche, la fisica, la storia,
-e le tre o quattro lingue vive che io parlo, voi sapreste quello che so
-io; ora tutta questa scienza potrei farla passare dal mio spirito nel
-vostro in due anni.
-
-— Due anni! disse Dantès, credete che io possa imparare tutte queste
-cose in due anni?
-
-— Nella loro applicazione no, nei loro principi sì; l’imparare non è
-lo stesso che sapere, vi sono gli eruditi e gli scienziati, la memoria
-forma i primi, la filosofia i secondi.
-
-— Ma la filosofia non si può imparare?
-
-— La filosofia non s’impara, la filosofia è la riunione delle scienze
-imparate al genio che le applica.
-
-— Vediamo, disse Dantès, che cosa m’insegnerete per primo? ho smania di
-cominciare, ho sete di scienza.
-
-— Tutto! disse Faria. — Infatto fin da quella sera i due prigionieri
-stabilirono un disegno di educazione che cominciò ad essere messo
-in esecuzione il giorno dopo. Dantès aveva una memoria prodigiosa,
-una estrema facilità di concetto; la disposizione matematica del suo
-spirito lo rendeva atto a comprender tutto per mezzo del calcolo, nel
-mentre che la poesia del marinaro correggeva quanto poteva esservi di
-troppo materiale nella dimostrazione ridotta all’aridità delle cifre e
-alla precisione delle linee. D’altra parte sapeva già l’italiano e un
-poco l’arabo che aveva imparato viaggiando in Oriente. Con queste due
-lingue, imparò ben presto il meccanismo di tutte le altre, ed in capo
-a sei mesi principiò a parlare l’inglese ed il tedesco. Come lo aveva
-detto a Faria, sia che la distrazione procuratagli dallo studio gli
-tenesse luogo di libertà, sia ch’egli fosse, come abbiamo già veduto,
-rigido osservatore della sua parola, Dantès non parlava più di fuggire;
-e le giornate per lui passavano rapide ed istruttive. In capo a un anno
-era già un altro uomo. Quanto a Faria, Edmondo osservava che, ad onta
-della distrazione arrecata con la presenza di lui alla sua prigionia,
-diventava ogni giorno più tetro; un pensiero incessante ed eterno
-sembrava occuparne lo spirito; era preso da profonde distrazioni,
-si alzava ad un tratto, incrocicchiava le braccia e passeggiava
-meditabondo intorno al carcere. Un giorno si fermò ad un tratto nel
-mezzo di uno dei cerchi le cento volte ripetuti e descritti intorno
-alla sua camera, e gridò: — Ah! se non vi fosse la sentinella.
-
-— Non vi sarà sentinella quando voi non la vorrete, disse Dantès, che
-aveva seguito il suo pensiero attraverso la teca del suo cervello, come
-attraverso una bottiglia di cristallo.
-
-— Ah! ve l’ho detto: mi ripugna l’idea d’un omicidio. — E frattanto
-quest’omicidio, se venisse commesso, lo sarebbe per istinto della
-nostra conservazione, per un sentimento di difesa personale. — Non
-importa... io non saprei... — Ciò nonostante voi ci pensate? — Senza
-posa, senza posa, mormorò Faria. — Ed avete ritrovato un mezzo,
-n’è vero? domandò vivamente Dantès. — Sì, se potesse accadere che
-mettessero di guardia una sentinella sorda e cieca.
-
-— Ella sarà cieca, ella sarà sorda, rispose il giovine con un accento
-di risoluzione che spaventò Faria.
-
-— No, no, gridò egli, è impossibile.
-
-Dantès volle trattenerlo sopra questo argomento, ma Faria scosse la
-testa, e si ricusò di continuare a rispondere, e dopo ciò passarono
-ancora altri tre mesi.
-
-— Siete voi forte? domandò un giorno Faria a Dantès. Questi senza
-rispondere prese lo scalpello, lo piegò a ferro di cavallo, e lo
-raddrizzò. — V’impegnereste voi a non uccidere la sentinella che in un
-caso di estrema necessità?
-
-— Sì, sul mio onore. — Allora, disse Faria, potremo eseguire il nostro
-disegno. — E quanto tempo ci vorrà per eseguirlo? — Almeno un anno.
-— Potremo dunque metterci al lavoro? — Subito. — Oh! vedete dunque
-abbiamo già perduto un anno. — Credete voi che quest’anno sia stato
-perduto? — Oh! perdono, gridò Edmondo arrossendo. — Zitto! disse
-Faria. L’uomo è sempre uomo, e voi siete uno dei migliori che m’abbia
-conosciuti. Ecco il mio disegno.
-
-Faria mostrò allora a Dantès un disegno da lui tracciato: era la
-pianta della sua camera, di quella di Dantès e del corridoio che le
-univa una all’altra. Nel mezzo di questo corridoio egli stabiliva un
-condotto simile a quello che si pratica nelle miniere, questo condotto
-avrebbe portato i due prigionieri sotto la galleria ove passeggiava
-la sentinella. Una volta giunti là, essi praticherebbero un largo
-scavamento, smurerebbero una delle pietre quadrate che formano il
-piancito della galleria, la pietra in un dato momento sprofonderebbe
-sotto il peso del soldato, che scomparirebbe inghiottito dallo
-scavamento. Dantès, si sarebbe precipitato sopra di lui nel momento
-in cui, ancor stordito per la caduta, non avrebbe potuto difendersi,
-lo avrebbe legato, gli avrebbe turata la bocca, ed allora tutti e due
-passando da una finestra di quella galleria, sarebbero discesi lungo
-la muraglia esterna coll’aiuto della scala di corde, e si sarebbero
-salvati. Dantès battè le mani, e i suoi occhi sfavillarono di gioia;
-questo disegno era così semplice, che era impossibile non riuscisse.
-Nel medesimo giorno i due minatori si misero all’opera e con un ardore
-tanto più grande, in quanto che questo lavoro che cominciava dopo un
-lungo riposo, non faceva, secondo tutte le probabilità, che secondare
-il pensiero intimo e secreto d’entrambi. Niente l’interrompeva, se
-non che l’ora nella quale ciascuno d’essi era obbligato di rientrare
-nella sua stanza per ricevere la visita del carceriere. D’altra parte
-avevano presa l’abitudine di distinguere così facilmente il rumore
-impercettibile dei passi, al momento in cui quest’uomo discendeva, che
-giammai nè l’uno e nè l’altro fu colto all’imprevista. La terra da
-essi estratta dalla nuova galleria, e che sarebbe stata sufficiente
-per riempire l’antico corridoio, veniva gettata a poco a poco, e con
-inaudite cautele dall’una o dall’altra delle finestre del carcere di
-Dantès, o del carcere di Faria, dopo polverizzata con ogni cura, e
-il vento della notte la trasportava lungi, senza lasciarne traccia.
-Più d’un anno fu passato in questo lavoro che venne eseguito con uno
-scalpello, un coltello ed una leva di legno per soli strumenti. Durante
-quest’anno e mentre lavoravano, Faria continuò ad istruire Dantès
-parlandogli ora in una lingua, ora in un’altra; insegnandogli la storia
-delle nazioni, e di quei grand’uomini che di tempo in tempo lasciano
-dietro a sè una di quelle luminose tracce, che si chiama gloria.
-Faria uomo di mondo, e di gran mondo, aveva inoltre nelle sue maniere
-una specie di maestà malinconica, di cui Dantès, mercè lo spirito
-d’imitazione che gli aveva fornito la natura, seppe trar profitto, e
-riunire quell’elegante tratto di cui mancava a quei modi aristocratici
-che generalmente non si acquistano che coll’abitudine di avvicinare le
-classi elevate o colla conversazione degli uomini superiori.
-
-In capo a 15 mesi il foro era finito, lo scavamento sotto la galleria
-era fatto, si sentiva passare e ripassare la sentinella, e i due
-operai, che erano obbligati ad aspettare una notte oscura e senza luna
-per rendere più sicura la loro evasione, non avevano più che un timore,
-ed era, che la botola sprofondasse da sè sotto i piedi del soldato.
-Venne ovviato a questo inconveniente col mettere per puntello una
-specie di travicello che avevano scavato nei fondamenti.
-
-Dantès era occupato a metterlo al posto quando intese ad un tratto
-Faria, rimasto nel carcere da lui occupato a formare una cavicchia
-destinata a mantenere la scala di corda, che lo chiamava con un accento
-di disperazione. Rientrò sollecitamente, e vide Faria ritto in mezzo
-alla camera, pallido, col sudore alla fronte e le mani intirizzite.
-
-— Oh! mio Dio! gridò Dantès, che c’è, che cosa avete?
-
-— Presto! presto! disse Faria, ascoltatemi.
-
-Dantès guardò il viso livido di Faria, gli occhi circondati da un
-cerchio azzurrognolo, le labbra bianche, i capelli irti, e per lo
-spavento lasciò cadersi a terra lo scalpello che teneva in mano.
-
-— Che c’è egli dunque? gridò Edmondo.
-
-— Son perduto, disse Faria, ascoltatemi, un male terribile, forse
-mortale mi assale in questo momento. L’accesso è incominciato, lo
-sento. Ne fui già colpito l’anno prima della mia carcerazione. A
-questo male non vi è che un rimedio; ve lo dirò; correte presto nel
-mio carcere, togliete un piede al mio letto, questo piede è scavato:
-vi troverete dentro una piccola boccetta di cristallo piena per metà
-di un liquore rosso; portatemela, o piuttosto... no, no... io potrei
-esser sorpreso qui... aiutatemi a rientrare nella mia camera fino a che
-mi resta ancora qualche forza. Chi sa ciò che può accadere, e quanto
-tempo durerà l’accesso? — Dantès senza molto agitarsi, quantunque la
-disgrazia che lo colpiva fosse immensa, discese nel corridoio, trascinò
-dietro a sè l’infelice compagno, e conducendolo con infiniti stenti
-fino all’estremità opposta, giunse nel carcere di Faria, e lo depose
-nel letto.
-
-— Grazie, disse Faria, tremando con tutte le membra, come se uscisse
-dall’acqua diacciata; ecco il male che s’inoltra, sto per cadere in
-catalessi. Forse non farò un movimento, forse non manderò un gemito,
-ma forse ancora mi contorcerò, griderò, sputerò bava. Fate in modo che
-non siano intese le mie grida, questo è ciò che soprattutto importa,
-perchè allora potrei essere cambiato di camera, e noi saremmo divisi
-per sempre. Quando voi mi vedrete immobile, freddo, e per così dire
-morto, allora soltanto schiudetemi i denti col coltello, fatemi colare
-in bocca otto o dieci gocce di quel liquore, e forse rinverrò.
-
-— Forse? gridò dolorosamente Dantès.
-
-— A me! a me! gridò Faria io mi... mi...
-
-L’accesso fu sì rapido e violento, che il disgraziato prigioniero non
-potè compiere neppure l’incominciata parola; una nube gli passò sulla
-fronte, sollecita e tetra come la tempesta del mare. La crisi gli
-dilatò gli occhi, gli contorse la bocca, gl’imporporò le guance; si
-agitò, ruggì; ma come lo aveva raccomandato egli stesso, Dantès soffocò
-queste grida sotto la coperta. Tutto durò due ore; allora più inerte
-che un masso, più pallido e più freddo di un marmo, più infranto di
-una cosa calpestata sotto i piedi, cadde, s’intirizzì in un’ultima
-convulsione, e divenne livido. Edmondo aspettò che questa morte
-apparente avesse investito tutto il corpo, e ghiacciato fino al cuore;
-allora prese il coltello, introdusse la lama fra i denti, disserrò a
-gran fatica le intirizzite mascelle, e contò una dopo l’altra le dieci
-gocce del rosso liquore, e aspettò. Passò un’ora senza che il vecchio
-facesse il più piccolo movimento; Dantès temeva di avere aspettato
-troppo, e lo guardava con le mani cacciate nei capelli; finalmente un
-leggiero colorito apparve sulle sue guance; gli occhi costantemente
-rimasti aperti e attoniti, ripresero il consueto sguardo, un debol
-sospiro gli sfuggì di bocca; fece un piccolo movimento.
-
-— Egli è salvo! egli è salvo! gridò Dantès.
-
-Il malato non poteva ancora parlare, ma stese con ansia visibile la
-mano verso la porta. Dantès ascoltò e intese i passi del carceriere.
-Erano quasi le sette ore, e Dantès non aveva avuto il pensiero di
-misurare il tempo. Il giovine si slanciò all’apertura, vi si precipitò,
-rimise la pietra al di sopra della testa, e rientrò nella stanza.
-Un momento dopo la porta si aprì, ed il carceriere ritrovò, secondo
-il solito, il prigioniero assiso sul letto. Appena ebb’egli voltato
-le spalle, appena il rumore dei suoi passi si perdè nel corridoio,
-Dantès, divorato dall’inquietudine, senza pensare a mangiare, riprese
-il cammino sotterraneo, e sollevando la pietra al di sopra della testa,
-rientrò nella camera di Faria. Questi aveva ripreso conoscenza, ma era
-sempre steso sul letto, inerte e senza forze.
-
-— Io non contava più di rivedervi, diss’egli a Dantès.
-
-— E perchè questo? domandò Edmondo, contavate dunque di morire? — No,
-ma tutto è all’ordine per la vostra fuga, ed io credeva che sareste
-fuggito. — Il rossore dell’indignazione colorò le guance di Dantès —
-Senza di voi! gridò egli, mi avete veramente creduto capace di ciò?
-
-— Adesso m’accorgo che mi sono ingannato, disse il malato; ah! sono
-molto debole, molto abbattuto.
-
-— Coraggio, le forze ritorneranno, disse Dantès, sedendosi vicino al
-letto di Faria e prendendogli le mani.
-
-Faria tentennò la testa. — L’ultima volta, diss’egli, l’accesso non
-durò che una mezz’ora, dopo la quale io ebbi fame e mi rialzai solo.
-Oggi non posso muovere nè la gamba, nè il braccio destro, la testa è
-oppressa, e ciò prova che è accaduto un versamento nel cervello; al
-terzo accesso resterò interamente paralizzato, o morirò sul colpo.
-
-— No, no, tranquillatevi, voi non morrete. Se questo terzo accesso deve
-colpirvi vi troverà libero; io vi salverò come questa volta, e meglio
-ancora, perchè avremo tutti i necessarii soccorsi.
-
-— Amico mio, disse il vecchio, non vi lusingate, la crisi che è passata
-mi ha condannato ad un carcere perpetuo; per fuggire bisogna poter
-camminare.
-
-— Ebbene, noi aspetteremo otto giorni, un mese, due mesi se bisogna;
-in quest’intervallo le vostre forze ritorneranno, tutto è pronto per
-la fuga, ed abbiamo la libertà di poter scegliere a nostro piacere
-l’ora ed il momento. Il giorno in cui vi sentirete abbastanza forte per
-nuotare, noi metteremo ad esecuzione il nostro disegno.
-
-— Io non nuoterò più, disse Faria, questo braccio è paralizzato,
-non per un giorno, ma per sempre; sollevatelo voi stesso, e sentite
-quanto è pesante. — Il giovine sollevò il braccio che ricadde morto ed
-insensibile. Dantès mandò un profondo sospiro.
-
-— Ora sarete convinto voi stesso, n’è vero Edmondo? disse Faria;
-credetemi, io so quello che dico. Dopo il primo accesso che ebbi di
-questo male, non ho mai cessato di studiarvi e di riflettervi sopra;
-io lo aspettava perchè è un’eredità di famiglia. Mio padre è morto al
-terzo assalto, mio nonno egualmente. Il medico che mi compose questo
-liquore, il celebre Cabanis, mi predisse la stessa sorte.
-
-— Il medico si sbaglia, gridò Dantès; in quanto alla vostra paralisi,
-essa non mi sgomenta, io vi prenderò sulle spalle, e nuoterò
-sostenendovi.
-
-— Mio amico, disse Faria, voi siete marinaro, e buon nuotatore,
-e dovete per conseguenza sapere che un uomo caricato di un simile
-fardello non potrebbe fare cinquanta braccia nel mare. Cessate dal
-lasciarvi illudere dalle chimere che ingannano l’ottimo vostro cuore.
-Io resterò qui fino a che suoni l’ora della mia liberazione, che adesso
-non può più esser che quella della morte. In quanto a voi partite,
-fuggite; voi siete giovine, destro e forte, non vi occupate di me, io
-vi rendo la vostra parola. — Sta bene, disse Dantès.
-
-— Ebbene! allora? — Io pure resterò. — Poi levandosi e stendendo una
-mano sul vecchio:
-
-— Per quanto vi ha di più sacro, io giuro di non lasciarvi che alla
-vostra morte. — Faria considerò questo giovine sì nobile, sì semplice
-e sì elevato, e lesse sui tratti animati dall’espressione di devozione
-la più pura, la sincerità della sua affezione, e la lealtà del suo
-giuramento.
-
-— Andiamo, disse il malato, io accetto e vi ringrazio. — Poi
-stendendogli la mano:
-
-— Voi forse sarete un giorno ricompensato di questa disinteressata
-divozione, gli disse; ma dappoichè io non posso e voi non volete
-partire, è necessario di ricolmare il sotterraneo sotto la galleria;
-il soldato camminando può scuoprire la sonorità nella direzione
-dello scavo, richiamare l’attenzione di un ispettore, e allora noi
-saremmo scoperti e separati. Andate a fare questa faccenda nella
-quale disgraziatamente non posso aiutarvi, impiegatevi tutta la notte
-se bisogna, e non ritornate da me che domattina dopo la visita del
-carceriere; avrò qualche cosa di somma importanza da comunicarvi. —
-Dantès, prese la mano di Faria che lo assicurò con un sorriso, ed uscì
-con quell’obbedienza e quel rispetto che aveva dedicato al suo vecchio
-amico.
-
-
-
-
-XVIII. — IL TESORO.
-
-
-Allorchè Dantès la dimane rientrò nella camera del suo compagno di
-prigionia, trovò Faria assiso, col viso sereno sotto il raggio che
-penetrava attraverso la stretta finestra della sua cella. Egli teneva
-aperto nella mano sinistra, la sola di cui gli era rimasto l’uso, un
-po’ di carta che per l’abitudine di restare avvolta sempre nello stesso
-modo aveva preso la forma di un cilindro ribelle a stendersi, e ch’ei
-mostrò a Dantès senza dire una parola.
-
-— Che è ciò? domandò questi.
-
-— Guardate bene, disse Faria sorridendo.
-
-— Io lo sto osservando attentamente, disse Dantès, ma non vedo altro
-che un po’ di carta mezzo bruciata e sulla quale sono tracciati dei
-caratteri gotici con un inchiostro particolare.
-
-— Questa carta, amico mio, disse Faria, è, ora ve lo posso confessare
-perchè vi ho sperimentato, questa carta è il mio tesoro, di cui da
-questo momento la metà è vostra!
-
-Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. Fino a quel giorno, e
-per uno spazio sì lungo di tempo, egli aveva sempre evitato di parlare
-a Faria di questo tesoro, origine dell’accusa di pazzia che gravava sul
-povero amico. Colla sua istintiva delicatezza, Edmondo aveva preferito
-di non toccare questa corda dolorosa; e Faria per sua parte si era
-taciuto; egli aveva preso il silenzio del vecchio per un ritorno alla
-ragione. Or quelle poche parole sfuggite a Faria, dopo una crisi così
-penosa, sembravano annunziare una grave ricaduta d’alienazione mentale.
-
-— Vostro tesoro, balbettò Dantès. — (Faria sorrise).
-
-— Sì, diss’egli; in ogni occasione voi siete un nobil cuore, Edmondo, e
-dal vostro pallore e dal vostro fremito comprendo ciò che passa per la
-vostra mente in questo punto. No, siate tranquillo, io non sono pazzo,
-questo tesoro c’è, Dantès, e se non mi è stato concesso di possederlo,
-voi lo possederete in mia vece. Nessuno ha voluto darmi ascolto, nè
-aggiustarmi fede perchè fui giudicato pazzo; ma voi dovete sapere che
-tal non sono, ascoltatemi, e dopo credetemi se vi piace.
-
-— Ahimè! mormorò Edmondo fra sè stesso, il malato ricade; mi mancava
-questa disgrazia. Indi alzando la voce:
-
-— Amico mio, diss’egli a Faria, il vostro accesso forse vi ha stancato,
-non vorreste un po’ di riposo? domani se voi così desiderate, sentirò
-la vostra istoria; ma oggi pensate alla vostra salute; d’altra parte
-continuò egli sorridendo, un tesoro non deve ora importarci gran fatto.
-
-— Deve importarci moltissimo, Edmondo, rispose il vecchio, chi sa
-che domani o doman l’altro non giunga il terzo accesso; allora tutto
-sarebbe finito... Sì, è vero, io qualche volta ho pensato con un amaro
-piacere a queste ricchezze che farebbero la fortuna di dieci famiglie;
-perdute per coloro che mi perseguitano: quest’idea mi serviva di
-vendetta ed io l’assaporava lentamente nella oscurità della mia segreta
-e nella disperazione della mia prigionia: ma ora che vi vedo giovine
-e pieno di speranza, ora che penso a tutto quel che può resultarne
-di felicità a voi in conseguenza della mia rivelazione, io fremo pel
-ritardo, e tremo di non potere assicurare un proprietario tanto degno
-quanto voi il siete a queste immense ricchezze nascoste.
-
-(Edmondo volse altrove la testa sospirando).
-
-— Voi persistete nella vostra incredulità, Edmondo, continuò Faria;
-la mia voce non vi ha convinto. Vedo che vi abbisognano delle prove.
-Ebbene leggete questo foglio che non ho fatto mai vedere ad alcuno.
-
-— Domani, amico mio, disse Edmondo, bramando schivarsi a secondare la
-follia del vecchio. Io credeva che fosse già stabilito fra noi di non
-parlarne che domani?
-
-— Ebbene, ne parleremo domani, ma oggi leggete questo foglio.
-
-— Non l’irritiamo di più, pensò Edmondo. E prendendo la carta di
-cui mancava la metà, che sembrava essere stata consunta da qualche
-accidente, egli lesse...
-
-— Ebbene? disse Faria, quando il giovine ebbe finita la lettura.
-
-— Ma, rispose Dantès, non leggo che righe troncate, che parole senza
-senso; i caratteri sono interrotti dall’azione del fuoco e restano
-inintelligibili.
-
-— Per voi, amico mio, che li leggete per la prima volta, ma non per me
-che vi ho impallidito sopra per ben molte notti, e che ho ricostruita
-ogni frase, e compiuto ogni pensiero.
-
-— E credete aver ritrovato questo senso troncato?
-
-— Ne son sicuro; ne giudicherete da voi stesso; ma dapprima ascoltate
-la storia di questa carta.
-
-— Silenzio! gridò Dantès; dei passi!... qualcuno si avvicina... io
-parto... addio! e Dantès, fortunato di poter fuggire alla storia ed
-alla spiegazione che non gli avrebbero che maggiormente confermato la
-infelicità del suo amico, fuggì per lo stretto andito, nel mentre che
-Faria acquistando una specie di attività dal terrore, spinse col piede
-la pietra che ricuoprì colla stoia, a fine di nascondere allo sguardo
-la mancanza di continuità che non era stato in tempo di fare sparire.
-
-Era il governatore che, essendo stato avvisato dal carceriere
-dell’accidente di Faria, veniva ad assicurarsi da sè stesso della sua
-gravità. Faria lo ricevette assiso, evitò qualunque gesto che potesse
-metterlo a rischio, e riuscì a nascondere al governatore che egli era
-stato colpito da una paralisi, che aveva fatta morta una metà della
-sua persona. Il suo timore si era che il governatore mosso a pietà di
-lui, non volesse farlo trasportare in una prigione più sana e non lo
-separasse in tal modo dal suo giovine compagno: ma fortunatamente non
-fu così: il governatore si ritirò convinto che il povero pazzo pel
-quale sentiva nel fondo del cuore un po’ di affezione, non era affetto
-che da una leggiera indisposizione.
-
-In questo tempo, Edmondo, assiso sul letto e colla testa fra le
-mani, cercava di riordinare le sue idee; dacchè conosceva Faria avea
-sempre scorto in lui tanta ragione, e tanta logica, che non poteva
-comprendere come questa suprema saggezza su tutti i punti, potesse
-poi collegarsi coll’alienazione di mente sopra un sol punto: era Faria
-che s’ingannava sul suo tesoro? o erano gli uomini che s’ingannavano
-sul conto di Faria? Dantès restò nella sua cella tutto il giorno, non
-osando ritornare a visitare il suo amico. Egli cercava di allontanare
-così il momento in cui avrebbe acquistata la certezza che il compagno
-era pazzo; questa convinzione doveva essere spaventosa per lui. Ma
-verso sera, dopo l’ora dell’ordinaria visita, Faria, non vedendo più
-ritornare il giovine, tentò di superare lo spazio che lo divideva da
-lui. Edmondo rabbrividì sentendo gli sforzi dolorosi che faceva il
-vecchio per trascinarsi: la gamba era inerte: egli non poteva aiutarsi
-che con un sol braccio: fu perciò obbligato di tirarlo a sè, poichè
-certamente non sarebbe riuscito ad uscire solo per la stretta apertura
-che metteva nella camera di Dantès. — Eccomi implacabilmente risoluto a
-perseguitarvi, disse con un sorriso raggiante di benevolenza; voi avete
-creduto potere sfuggire alla mia munificenza, ma ciò non vi ha servito
-a niente. Ascoltatemi adunque. — Edmondo vedendo che non poteva più
-evitarlo, fece sedere il vecchio sul letto, e si pose vicino a lui sul
-suo sgabello. — Voi sapete, disse Faria, che io era il segretario, il
-famigliare, l’amico del conte Spada, l’ultimo dei principi di questo
-nome. Io devo a questo degno personaggio tutto ciò che ho provato di
-felicità in questa vita. Egli non era ricco, benchè le ricchezze di sua
-famiglia fossero proverbiali, e che abbia spesse volte inteso dire:
-_ricco come uno Spada_. Ma egli, come la pubblica voce, viveva sotto
-questa riputazione di opulenza; il suo palazzo fu il mio Eden. Educai i
-suoi nipoti che morirono, e allora io dedicandomi con devozione a tutte
-le sue volontà, cercai rendergli quel che aveva fatto per me da dieci
-anni. La casa del conte non ebbe più segreti per me, io aveva soventi
-volte visto lo Spada scartabellare dei libri antichi, e sfogliare
-avidamente dei manoscritti antichi di famiglia tutti ricoperti di
-polvere. Un giorno che io gli rimproverava queste inutili veglie, e
-la specie di abbattimento che le seguiva, egli mi guardò sorridendo
-amaramente, e mi aprì un libro che era la storia d’Italia. Al capitolo
-XX della medesima stava scritto:
-
-«Cesare Borgia prese d’assalto Sinigaglia, che apparteneva a Francesco
-Maria della Rovere; il giorno stesso della vittoria, chiamò a pranzo
-tutti i condottieri del suo esercito, ed a seconda che entravano nella
-sala del convito, non avendo più bisogno di loro e temendo qualche
-lega che potesse inceppargli la vittoria nella Romagna, fece a tutti
-l’un dopo l’altro tagliar la testa sul limitare della porta. Così morì
-Vitellozzo Vitelli signore di Città di Castello, Oliverotto signore
-di Fermo, Paolo Orsini Duca di Gravina, Francesco di Todi, Guido Spada
-ecc.»
-
-«Dopo questa lettura, egli mi favellò così:
-
-«Guido Spada non aveva potuto disimpegnarsi dal collegare le sue
-bande con quelle di Cesare Borgia, quando si portò ad invadere la
-Romagna, temendo che un rifiuto non solo gli potesse costar la vita,
-ma la perdita di quegl’immensi beni di cui era ritenuto possessore,
-e che, conservava colla più grande importanza per trasmetterli ad un
-nipote che amava qual figlio. Quando Guido Spada, dopo la vittoria di
-Sinigaglia, ricevette l’invito al pranzo di Borgia egli sospettò il
-tradimento che veniva ordito, ed accorgendosi omai che ancorchè non
-fosse andato al convito la sua vita era sempre in balia del Borgia
-trovandosi in mezzo alle sue genti, si limitò a spedire un messaggio
-al nipote in Roma per avvertirlo del luogo ove egli teneva il suo
-testamento. Il messaggiero, la cui partenza era stata spiata, fu ucciso
-in cammino, ma non gli fu ritrovato altro foglio se non che uno scritto
-dello Spada in cui diceva: «Lascio al mio nipote amatissimo le mie
-stoviglie ed i miei libri, fra i quali la mia Bibbia ad angoli d’oro
-desiderando ch’egli la conservi quale ricordo del suo affezionatissimo
-zio.»
-
-«Gli eredi cercarono in ogni luogo, ammirarono la Bibbia, fecero man
-bassa sui mobili, e si meravigliarono che Spada, l’uomo ricco, non
-fosse in effetti che il più miserabile degli zii; nessun tesoro fu
-rinvenuto, se pure non vogliansi chiamare tesori le scienze racchiuse
-nella biblioteca e nel laboratorio chimico.
-
-«Il messaggiero che era stato assassinato in viaggio, ebbe tempo prima
-di morire, di dire ad un sacerdote, che prestavagli gli ultimi uffici
-di religione innanzi la chiesetta presso la quale fu aggredito, che
-facesse sapere al nipote di Guido Spada in tutta secretezza, che vi
-avrebbe certamente trovato il testamento. Il sacerdote eseguì questo
-estremo desiderio del trafitto: e fu dopo questo annunzio che si
-raddoppiarono più attivamente ancora le ricerche: ma tutto fu invano.
-Non restarono al nipote che due palazzi, ed una villa dietro al
-Palatino, ed un migliaio circa di scudi in argenteria, ed altrettanto
-in moneta contante. La famiglia Spada non riprese più il lustro di
-prima e rimase dubbia la loro fortuna; un mistero eterno pesò sopra
-questa faccenda, e la pubblica fama fe’ credere, che Cesare Borgia
-avesse ritrovato i tesori della famiglia Spada nella tenda di Guido
-sotto le mura di Sinigaglia.»
-
-— Fin qui, interruppe Faria, sorridendo, non vi sembrerà che questo
-racconto sia privo di senno?
-
-— Oh! amico mio, disse Dantès, mi sembra, al contrario, di leggere una
-cronaca importantissima, continuate.
-
-— La famiglia si accostumò a questa oscurità, gli anni si successero.
-Fra i discendenti, alcuni furono soldati, altri diplomatici; alcuni
-furono ecclesiastici, altri banchieri; alcuni si arricchirono, altri
-finirono di rovinarsi. Ma veniamo all’ultimo della famiglia, a quello
-di cui io fui segretario, al conte Spada. Io lo aveva spesso sentito
-lamentarsi della sproporzione del suo grado colla sua fortuna, per cui
-lo aveva consigliato di porre i pochi beni che gli restavano in rendita
-vitalizia; ascoltò il mio consiglio, e per tal modo raddoppiò le sue
-rendite. La famosa Bibbia ad angoli d’oro era rimasta in famiglia, ed
-il conte Spada la possedeva: fu conservata di padre in figlio, perchè
-la clausola bizzarra del solo testamento che si conobbe, ne aveva
-formata una vera reliquia custodita con una superstiziosa venerazione
-in famiglia. Era quel libro illustrato da magnifiche miniature gotiche
-e così pesante per l’oro, che vi voleva un leggio per poterne far uso.
-Alla vista delle carte di ogni specie, titoli, contratti, pergamene,
-che venivano custodite negli archivii della famiglia e che derivavano
-da Guido Spada, io mi misi a mia volta al par di venti servitori,
-di venti intendenti e venti segretarii che mi avevano preceduto, ad
-esaminare queste filze formidabili. Ad onta dell’attività e della
-precisione delle mie ricerche, io non ritrovai assolutamente niente.
-Frattanto aveva letta ed anche scritta una storia esatta delle
-effemeridi della famiglia Borgia, nel solo scopo di assicurarmi se
-fosse stata aggiunta alla famiglia di questi Principi qualche gran
-fortuna dopo la morte di Guido Spada, e mai non potei osservare altro
-se non l’addizione dei beni degli altri condottieri con lui decollati,
-che furono ben presto esauriti nelle guerre della Romagna.
-
-«Ero dunque quasi sicuro che nè Cesare Borgia, nè la sua famiglia si
-erano impadroniti delle immense fortune di cui si credevano possessori
-gli Spada, ma che queste, se pur vi erano, rimasero senza padrone,
-come quei tesori delle favole arabe che dormono nel seno della terra,
-sotto la custodia di un genio. Io sfogliai, contai, calcolai le mille
-e mille volte le rendite e le spese della famiglia da trecento anni
-in poi, e tutto fu inutile. Confrontai questi calcoli colle spese e le
-rendite prima dell’avvenimento di Guido, e vi trovai una incalcolabile
-differenza; ciò nonostante tutto riuscì inutile, io restai nella mia
-ignoranza ed il conte Spada nella sua miseria.
-
-«Il mio padrone morì. Dal suo contratto vitalizio egli non aveva
-eccettuate che le sue carte di famiglia, la biblioteca composta di
-cinque mila volumi e la famosa Bibbia; mi lasciò legatario di tutto
-questo, unitamente ad un migliaio di scudi romani che possedeva
-in denaro contante colla condizione di fargli dire delle messe
-nell’anniversario della sua morte, di formare un albero genealogico
-della sua famiglia e di scrivere una storia della medesima, il che ho
-fatto esattamente...
-
-«Tranquillizzatevi, Edmondo, ci accostiamo alla fine.
-
-«Nel 1807, un mese prima del mio arresto, e quindici giorni dopo la
-morte del conte Spada, era il 25 di dicembre, (vedrete in breve in
-qual modo questa data memorabile mi sia rimasta in mente) io rileggeva
-per la centesima volta queste carte che metteva in ordine, perchè
-appartenendo oramai il palazzo ad uno straniero, io stavo per lasciare
-Roma e stabilirmi a Firenze portando meco una certa quantità di
-libri, la mia biblioteca e la famosa Bibbia, allorchè stanco da questo
-continuo studio, e indisposto per un pranzo indigesto, lasciava cadere
-la testa sopra le mani e mi addormiva. Erano tre ore dopo mezzogiorno:
-mi svegliai; la pendola batteva le sei: alzai la testa e mi trovai
-nella più profonda oscurità. Suonai perchè mi si portasse il lume, non
-venne alcuno. Risolvetti allora di servirmi da me; quest’era d’altra
-parte un’abitudine da filosofo che mi abbisognava di adottare. Presi
-con una mano la bugìa che era sul tavolo, coll’altra non ritrovando
-solfanelli cercai un po’ di carta che mi avvisava di accendere ad
-un resto di fuoco rimasto nel caminetto; ma nell’oscurità temendo
-di prendere una carta preziosa invece di un foglio inutile, esitai;
-allora mi risovvenni di aver veduto nella famosa Bibbia che era sulla
-tavola, vicino a me, un vecchio foglio tutto ingiallito che sembrava
-aver servito di segno al luogo ove si cessava la lettura, e che aveva
-traversato i secoli, mantenuto al suo posto dalla venerazione degli
-eredi. Io cercai a tastoni quest’inutil foglio, lo trovai, lo contorsi,
-lo presentai alla fiamma moribonda e lo accesi; ma sotto le dita,
-come per magìa, a seconda che il fuoco saliva io vidi dei caratteri
-giallastri uscir dalla carta e comparire sul foglio. Allora fui preso
-da terrore; serrai fra le mani il foglio, spensi il fuoco, accesi la
-bugìa alla bracia; riaprii con indicibile emozione il foglio ripiegato,
-e riconobbi che un inchiostro misterioso e simpatico aveva tracciato
-quelle lettere apparse soltanto al contatto del vivo calore; poco più
-di un terzo del foglio era stato consumato dalla fiamma. Egli è quel
-foglio che voi avete letto questa mattina. Rileggetelo Dantès; poi
-quando lo avrete riletto io vi compierò le frasi interrotte e il senso
-incompiuto; — e Faria, trionfante, aprì il foglio a Dantès che questa
-volta lesse avidamente le parole seguenti, tracciate con un inchiostro
-color di ruggine;
-
- «Essendo costretto per lo mio me
- di seguire in un con le
- gia nella guerra di Romagna, e
- parato a qualunque tradimento p
- cipe, dichiaro a mio nipote
- erede universale che ho
- per aver visitato con me
- isola di Monte-Cristo, tutto quanto
- preziose, diamanti, argenterie
- per il valore circa di due
- troverà passando la ventesima
- dell’Est in linea retta. Due aper
- in queste grotte il tesoro sta nell’angolo
- qual tesoro lascio a lui e cedo
- solo erede.»
-
- «28 _Marzo_ 1492.
-
- «Guid
-
-— Ora, riprese Faria, leggete quest’altra carta. — E presentò a Dantès
-un altro foglio, con altri frammenti di righe.
-
-— Adesso, diss’egli, veduto Dantès che aveva letto fino all’ultima
-linea, ravvicinate i due frammenti, e giudicate.
-
-Dantès obbedì, ravvicinati i due frammenti, davano il seguente assieme.
-
- «Essendo costretto per lo mio me_glio_
- di seguire in un con le _mie genti Cesare Bor
- gia_ nella guerra di Romagna, e _dovendo essere pre_
- parato a qualunque tradimento p_er parte di questo prin_
- cipe, dichiaro a mio nipote _Giulio Spada, mio_
- erede universale, che ho _nascosto in una direzione che egli conosce,_
- per aver visitato con me, _cioè nell’_
- isola di Monte-Cristo, tutto quanto _io possedo in pietre_
- preziose, diamanti, argenterie, _che solo io conosco questo tesoro_
- per il valore circa di due _milioni di scudi romani, e che egli_
- troverà passando la ventesima _pietra della roccia a partirsi dal seno_
- dell’Est in linea retta. Due aper_ture sono state praticate_
- in queste grotte; il tesoro sta nell’angolo
- _più lontano della seconda, il_
- qual tesoro lascio a lui e cedo _in tutto come mio_
- solo erede.»
-
- 28 _Marzo_ 1492.
-
- «Guido _Spada_.
-
-— Ebbene! capite finalmente? disse Faria.
-
-— È la dichiarazione di Guido Spada, è il testamento che fu cercato per
-sì gran tempo, disse Edmondo ancora incredulo.
-
-— Sì, mille volte sì.
-
-— E chi l’ha ricostruito in tal modo?
-
-— Io che coll’aiuto del frammento restato, ho indovinato il resto
-misurando la lunghezza delle linee con quella della carta e penetrando
-nel senso nascosto col mezzo visibile, come uno si guida in un
-sotterraneo con un residuo di luce che gli venga dall’alto.
-
-— E che faceste quando avete creduto di acquistare questa cognizione?
-
-— Voleva partir subito, ed anzi sono partito sul momento, portando meco
-il principio della mia grand’opera filosofica, ma la polizia imperiale
-che conosceva i miei principi teneva gli occhi aperti sopra di me. La
-mia partenza precipitata, della quale non poteva conoscere la causa,
-svegliò dei sospetti, e al momento in cui io stava per imbarcarmi a
-Piombino, venni arrestato... Ora, continuò Faria, guardando Dantès con
-un’espressione quasi paterna, ora, amico mio, voi ne sapete quanto me.
-Se noi ci salviamo insieme la metà del mio tesoro è vostra; se io muoio
-qui, e che voi vi salviate solo, vi appartiene in totalità.
-
-— Ma, domandò Dantès con esitazione, questo tesoro non ha egli nel
-mondo possessori più legittimi di noi?
-
-— No, no, rassicuratevi; la vera famiglia Spada è estinta
-compiutamente. D’altra parte l’ultimo dei conti Spada mi ha dichiarato
-suo erede, e nel lasciarmi per legato questa Bibbia simbolica mi ha
-pur lasciato tutto ciò che conteneva. No, no, tranquillizzatevi, se noi
-un giorno potremo metter le mani sopra questa fortuna, potremo goderne
-senza rimorsi.
-
-— E dite voi che questo tesoro racchiude...
-
-— Due milioni di scudi romani, circa 13 milioni di franchi.
-
-— Impossibile! disse Dantès, spaventato dall’enormità della somma.
-
-— Impossibile e perchè? rispose il vecchio. La famiglia Spada era una
-delle più antiche e delle più possenti famiglie del secolo XV. D’altra
-parte in quei tempi, in cui era sospesa ogni speculazione ed ogni
-industria, non erano rari questi ammassi di oro e di pietre; anche
-oggi giorno in Roma vi sono delle famiglie che muoiono di fame, e che
-hanno quasi un milione in diamanti e pietre preziose trasmesse per
-maggiorasco, che non possono essere alienate.
-
-(Edmondo che credeva sognare, ondeggiava fra l’incredulità e la gioia).
-— Io non ho custodito per sì lungo tempo tal segreto con voi, continuò
-Faria, se non perchè prima volessi mettervi alla pruova e poi farvi una
-sorpresa. Se noi fossimo evasi prima del mio accesso di catalessi, vi
-avrei condotto a Monte-Cristo; ora, aggiunse egli con un sospiro, siete
-voi che mi condurrete.... Ebbene! Dantès, non mi ringraziate?
-
-— Questo tesoro è vostro, amico mio, disse Dantès; egli appartiene
-a un solo, ed io non vi ho alcun diritto; io non sono neppure vostro
-parente.
-
-— Voi siete mio figlio, Dantès! gridò il vecchio, voi siete il figlio
-della mia prigionia. Dedito interamente agli studi, mi era condannato
-al celibato; Dio vi ha inviato a me per consolare l’uomo che non è
-stato padre, e il prigioniero che non poteva esser libero. — E Faria
-tese il braccio che gli restava, al giovine, che gli si gettò al collo
-piangendo.
-
-
-
-
-XIX. — IL TERZO ACCESSO.
-
-
-Ora che questo tesoro, stato per sì lungo tempo lo scopo delle
-meditazioni di Faria, poteva assicurare la felicità di colui che egli
-veramente amava come suo figlio, questo tesoro aveva raddoppiato
-di valore a’ suoi occhi: tutti i giorni si divertiva nel farne le
-quote, spiegando a Dantès tutto ciò che poteva fare di bene ai suoi
-amici quell’uomo che ai nostri giorni possedesse una fortuna di 13
-a 14 milioni; e allora il viso di Dantès si faceva tetro, perchè il
-giuramento di vendetta che aveva fatto si presentava al suo pensiero, e
-rifletteva quanto male poteva fare a’ suoi nemici un uomo che ai nostri
-giorni possedeva 13 a 14 milioni.
-
-Faria non conosceva l’isola di Monte-Cristo, ma Dantès la conosceva,
-vi era spesse volte passato davanti ed una volta vi avea preso ancora
-terra. Quest’isola era, è stata sempre, ed è ancora compiutamente
-deserta; è una roccia di forma quasi conica che sembra essere stata
-sospinta da qualche cataclismo vulcanico dal fondo dell’abisso alla
-superficie del mare[1].
-
-Dantès faceva il piano dell’Isola a Faria, e questo davagli dei
-consigli sui modi da impiegarsi per ritrovare il tesoro.
-
-Ma Dantès era ben lungi dall’essere così entusiasta e così confidente
-quanto lo era il vecchio; era al certo ben sicuro che Faria non era
-pazzo ed il modo con cui era giunto alla scoperta che aveva fatto
-credere alla sua follia, raddoppiava ancora la sua ammirazione per lui;
-ma non poteva egualmente credere che questo deposito, supposto che un
-giorno vi fosse stato, vi fosse tuttavia, e quando non guardava questo
-tesoro come una chimera, lo guardava come molto lontano. Frattanto,
-come se il destino avesse voluto togliere ai prigionieri l’ultima
-speranza, e far loro credere che erano condannati ad un perpetuo
-carcere, una nuova disgrazia venne a colpirli. La galleria che dava
-sul mare, minacciando ruina da lungo tempo, era stata ricostruita;
-furono sostituiti ai pianciti e ai travi degli enormi dadi di roccia
-sul foro di già per metà interrato da Dantès; senza questa cautela, che
-fu suggerita dal vecchio al giovine, il loro infortunio sarebbe stato
-ancora maggiore, perchè si sarebbe scoperto il tentativo di evasione e
-sarebbero stati indubitatamente divisi.
-
-Una nuova porta più forte e più inesorabile delle altre si era chiusa
-ancora una volta sur essi.
-
-— Voi vedete bene, diceva Dantès, con una dolce tristezza a Faria, che
-Dio vuol togliermi fino il merito di ciò che chiamate mia devozione per
-voi: vi ho promesso di restare eternamente con voi, ed ora non son più
-libero di non poter mantener la mia parola; non avrò più il tesoro e
-non usciremo di qui nè l’uno nè l’altro. Del resto il mio vero tesoro
-siete voi, amico mio, quello che mi attendeva sotto le tetre volte di
-questa prigione siete voi, è la vostra presenza, il nostro convivere
-cinque o sei ore del giorno insieme ad onta della vigilanza dei nostri
-carcerieri. Sono questi raggi d’intelligenza che voi avete versato
-nel mio intelletto, queste lingue che voi avete trapiantate nella mia
-memoria, ove vegetano con tutte le loro ramificazioni filologiche.
-Queste scienze diverse che voi mi avete rese sì facili colla profondità
-della conoscenza che me ne avete data, e colla chiarezza dei principi a
-cui le riduceste. Ecco il mio tesoro, amico; ecco in che modo mi avete
-fatto ricco e felice. Credetemi e consolatevi; ciò per me val molto più
-delle verghe d’oro e delle casse di diamanti, quand’anche non fossero
-così problematiche, come le nubi che si vedono la mattina fluttuare
-sul mare, che si prendono per terra ferma e che svaporano, svaniscono a
-seconda che uno si avvicina. Vedervi vicino a me per il più lungo tempo
-possibile, ascoltare la vostra voce eloquente, ornare il mio spirito,
-rattemprare l’anima mia, rendere tutta la mia organizzazione capace di
-grandi e terribili cose, se mai un giorno sarò libero, riempirle così
-bene che la disperazione alla quale ero sul punto di abbandonarmi,
-quando vi conobbi, non vi ritrovi più posto; ecco tutta la mia fortuna:
-questa non è chimerica, io la debbo a voi, e tutti i sovrani della
-terra, fossero essi ancora tanti Cesare Borgia, non riuscirebbero a
-togliermela.
-
-Così i giorni che scorsero in seguito, se non furono giorni felici
-pei due prigionieri, passarono però molto prestamente. Faria che aveva
-custodito il segreto del suo tesoro per sì lungo tempo, ora ne parlava
-ad ogni occasione. Come lo aveva preveduto, egli restò paralizzato dal
-lato destro ed egli stesso aveva perduto ogni speranza di potersene
-servire; ma pensava sempre pel suo compagno ad una liberazione o ad
-una evasione, e ne godeva per lui. Per timore che la lettera potesse
-un giorno perdersi o cancellarsi aveva obbligato Dantès ad impararla
-a memoria, di tal che questi la sapeva dalla prima all’ultima parola;
-allora distrusse la seconda parte, certo che poteva essere ritrovata la
-prima parte, senza che ne fosse indovinato il vero senso. Qualche volta
-passava delle ore intere nel dare delle istruzioni a Dantès, istruzioni
-che dovevano servirgli nei giorni della sua libertà. Una volta libero,
-dal giorno, dall’ora, dal momento in cui sarebbe stato libero, allora
-egli non doveva più avere che un solo ed unico pensiero, quello di
-guadagnare Monte-Cristo in qualunque siasi modo, restarvi solo con
-un pretesto che non desse sospetto; ed una volta là, una volta solo,
-cercare di ritrovare le grotte maravigliose e scavare nell’interno
-della seconda grotta.
-
-Aspettando in tal modo, le ore passavano, se non rapide almeno
-sopportabili: Faria, come dicemmo, senza avere ricuperato l’uso
-della mano e del piede, aveva ricuperata tutta la chiarezza della sua
-intelligenza e aveva insegnato al suo giovine compagno un poco alla
-volta oltre le cognizioni morali, di cui si disse in particolare,
-quell’arte paziente e sublime del prigioniero che dal niente sa trarre
-qualche cosa. Faria pel timore di vedersi invecchiare, Dantès pel
-timore di ricordarsi il suo passato quasi estinto, e che non presente
-più nel fondo della sua memoria lontana, che come perduto nella notte;
-tutto camminava come in quelle esistenze ove l’infelicità non ha nulla
-scomposto, e che passano macchinalmente e con calma sotto l’occhio
-della Provvidenza. Ma sotto questa calma superficiale esistevano nel
-cuore del giovine, e fors’anche del vecchio, molti slanci trattenuti,
-molti sospiri soffocati, che Faria faceva quando era solo, Edmondo
-quando rientrava nel suo carcere.
-
-Una notte Edmondo si risvegliò come scosso, credendo di essere
-stato chiamato; aprì gli occhi e tentò di squarciare la spessezza
-dell’oscurità. Il suo nome, o piuttosto una voce di lamento che tentava
-di articolare il suo nome, giunse fino a lui. Si alzò sul letto, il
-sudore dell’angoscia gli bagnava la fronte, ed ascoltò. Non v’era più
-alcun dubbio: il lamento veniva dal carcere del suo compagno.
-
-— Gran Dio! esclamò Dantès; sarebbe forse..., e spostò il letto,
-levò la pietra, si slanciò nella via sotterranea, giunse all’opposta
-estremità, la pietra era alzata. Alla luce incerta e vacillante di
-quella lampada di cui abbiamo altre volte parlato, Edmondo vide il
-vecchio pallido, ancor ritto che si aggrappava al legno del letto. I
-suoi lineamenti erano sconvolti da quegli orribili sintomi che egli già
-conosceva, e che tanto lo spaventarono quando apparvero per la prima
-volta.
-
-— Ebbene! amico mio, disse Faria rassegnato.... non ho più bisogno
-d’insegnarvi altro. — Edmondo gettò un grido doloroso, e del tutto
-smarrito si slanciò verso la porta gridando: — Soccorso! soccorso!
-— Faria ebbe ancora la forza di fermarlo per un braccio. — Silenzio,
-diss’egli, o siete perduto. Non pensiamo più che a voi, caro amico, a
-rendere la vostra prigionia sopportabile o la vostra fuga possibile.
-Vi bisognerebbero molti anni per rifare da solo tutto ciò che io ho
-fatto qui, e che sarebbe distrutto sul momento se i nostri sorveglianti
-sapessero la nostra intelligenza. D’altra parte siate tranquillo,
-amico mio, il carcere che abbandono non resterà lungamente vuoto: un
-altro disgraziato verrà a prendere il mio posto. A quest’altro voi
-comparirete come un angiolo salvatore. Quest’altro sarà forse giovine,
-forte, paziente come voi. Quest’altro potrà aiutarvi nella vostra fuga,
-mentre che io non era ormai in istato che d’impedirla. Non avrete più
-un mezzo cadavere unito a voi per ostare ai vostri movimenti. Dio fa
-finalmente qualche cosa per vostro bene: egli vi dà più di ciò che vi
-toglie, ed è ben ora che io muoia.
-
-Edmondo non potè far altro che unire le mani e gridare.
-
-— Oh! amico mio, amico mio, tacete. — Quindi riprendendo la sua forza,
-un momento perduta dal colpo imprevisto, e il coraggio piegato dalle
-parole del vecchio:
-
-— Oh! diss’egli, io vi ho già salvato una volta, vi salverò la seconda.
-— E sollevando il piede del letto ne cavò la boccettina in cui v’era
-ancora un terzo del liquore rosso.
-
-— Ecco diss’egli, di questa bibita salutare ne resta ancora. Presto,
-presto, ditemi ciò che devo fare. Questa volta vi sono nuove istruzioni
-da aggiungere? parlate, amico mio, vi ascolto.
-
-— Non v’è alcuna speranza; rispose Faria, scuotendo la testa; ma non
-importa, Dio vuole che l’uomo da Lui creato, nel cuor del quale ha
-profondamente scolpito l’amor della vita, faccia tutto ciò che può per
-conservare questa esistenza, spesse volte penosa, ma sempre cara.
-
-— Oh! sì, rispose Dantès, vi salverò; ve lo dico io.
-
-— Ebbene! dunque tentate, il freddo mi prende, sento il sangue affluire
-al cervello; quest’orribile tremito mi fa sbattere i denti, e sembra
-disgiungere le mie ossa, comincia ad invadere il mio corpo; tra cinque
-minuti la crisi scoppierà, fra un quarto d’ora non vi sarà di me che un
-cadavere.
-
-— Ah! gridò Dantès, col cuore lacerato dal dolore.
-
-— Voi farete come l’altra volta, soltanto non aspetterete sì lungo
-tempo. A quest’ora tutte le molle della mia vita sono consunte, e la
-Morte non avrà più (mostrando il braccio e la gamba paralizzata) non
-avrà più che la metà del lavoro da fare. Se dopo avermi versato dodici
-gocce in bocca, invece di dieci, vedete che io non rinvengo, versate il
-rimanente. Frattanto portatemi sul letto perchè non posso più tenermi
-in piedi. — Edmondo prese il vecchio nelle braccia e lo stese sul
-letto. — Ora, amico, disse Faria, sola consolazione della mia misera
-vita, voi, che il cielo mi dette un po’ tardi, ma pure mi dette qual
-dono inapprezzabile di cui lo ringrazio, nel momento in cui sono per
-separarmi per sempre da voi, vi auguro tutti i beni, tutte le felicità
-che meritate. Figlio mio, io vi benedico!
-
-Dantès si gittò in ginocchio appoggiando la testa sul letto del
-vecchio. — Ma prima di ogni altro ascoltate bene ciò che vi dico in
-questo momento supremo; il tesoro di Spada c’è, Dio permette che non
-vi sia più per me nè distanza nè ostacolo. Io lo vedo nel fondo della
-seconda grotta, i miei occhi penetrano la profondità della terra e
-restano abbagliati da tante ricchezze... se voi giungete a fuggire,
-ricordatevi che il povero Faria da tutti creduto pazzo, non lo era.
-Correte a Monte-Cristo, approfittatevi della fortuna, voi che avete
-sofferto abbastanza...
-
-Una scossa violenta interruppe il vecchio, Dantès rialzò la testa, e
-vide che gli occhi si iniettavano di rosso, sarebbesi detto che un’onda
-di sangue saliva dal petto alla fronte.
-
-— Addio! addio! mormorò il vecchio stringendo convulsivamente la mano
-al giovine, addio.
-
-— Oh! non ancora, non ancora, gridò questi. Non mi abbandonate, oh! mio
-Dio! soccorretelo... aiuto... aiuto!...
-
-— Silenzio! silenzio! silenzio! mormorò il moribondo, che non ci
-separino se volete salvarvi.
-
-— Avete ragione. Oh! sì sì, siate tranquillo, vi salverò. D’altra
-parte quantunque soffriate molto, sembra che soffriate meno della prima
-volta.
-
-— Oh! disingannatevi, soffro meno perchè ho minor forza di soffrire.
-Nella vostra età si ha fede nella vita, è il privilegio della gioventù
-di credere e di sperare; ma la vecchiaia vede più chiaramente la morte.
-Oh! eccola... ella viene... tutto è finito... la vista si perde...
-la ragione svanisce... la vostra mano Dantès... addio!..., e riunendo
-tutte le sue forze e le sue facoltà fece un ultimo sforzo per rialzarsi
-dicendo: — Monte-Cristo... non dimenticate Monte-Cristo!
-
-E ricadde sul letto.
-
-La crisi fu terribile; membra contorte, pupille gonfiate, schiuma
-sanguinolenta, un corpo senza movimento, ecco ciò che restò su quel
-letto di dolore, nel posto ove un momento prima era stato disteso un
-essere intelligente. Dantès prese la lampada, la posò al capezzale
-del letto sopra una pietra sporgente, da dove la sua luce tremante
-rischiarava con uno strano e fantastico riflesso questo viso
-scomposto e questo corpo inerte e rigido. Là cogli occhi fissi aspettò
-intrepidamente il momento di ministrare il salutare rimedio. Quando
-credè fosse giunto, prese il coltello, disserrò i denti, che offrivano
-meno resistenza della prima volta, contò una dopo l’altra le dodici
-gocce, e aspettò; la boccettina conteneva ancora il doppio circa di ciò
-che avea versato. Aspettò dieci minuti, un quarto d’ora, una mezz’ora,
-niente si mosse. Tremante, coi capelli irti, la fronte ghiacciata dal
-sudore, contava i secondi coi battiti del cuore. Allora egli pensò che
-era tempo di tentare l’ultima prova: avvicinò la boccettina alle labbra
-paonazze di Faria, e senza aver bisogno scostare le mascelle rimaste
-aperte, versò il rimanente del liquore che conteneva. Il rimedio
-produsse un effetto galvanico, un violento tremore scosse le membra del
-vecchio, gli occhi si riaprirono spaventosi a vedersi, gettò un sospiro
-che sembrava un grido, quindi tutto questo corpo tremante rientrò a
-poco a poco nella sua immobilità; i soli occhi rimasero aperti.
-
-Una mezz’ora, un’ora, un’ora e mezzo passarono.
-
-Durante quest’ora e mezzo d’angoscia Edmondo curvato sul suo amico,
-con la mano applicata sul cuore sentì successivamente questo corpo
-raffreddarsi, e questo cuore spegnere il suo battito sempre più sordo
-e profondo. Finalmente nulla sopraggiunse, l’ultimo fremito del cuore
-cessò, la faccia divenne livida, gli occhi rimasero aperti; ma lo
-sguardo si fece vitreo.
-
-Erano le sei del mattino, il giorno cominciava a sorgere, il suo
-raggio malinconico entrava nel carcere e faceva impallidire la luce
-della lampada vicina a spegnersi. Riflessi strani di luce passavano
-sul viso del cadavere dandogli di tempo in tempo delle apparenze di
-vita. Fino a che durò questa lotta tra il giorno e la notte, Dantès
-potè ancora dubitare, ma da che il giorno la vinse, fu fatto certo
-che era in compagnia di un cadavere. Allora un terrore profondo ed
-invincibile s’impadronì di lui; egli non osò più stringere quella mano
-che pendeva fuori del letto, non osò più fissare gli occhi su quelli
-immobili e bianchi, che tentò inutilmente più volte di chiudere,
-e che sempre si riaprivano: spense la lampada, la nascose con ogni
-cura, fuggì rimettendo alla meglio la pietra al disopra della testa:
-n’era già tempo, chè il carceriere poteva star poco a venire. Questa
-volta il carceriere cominciò la visita da Dantès; uscendo da questo
-carcere, passava in quello di Faria al quale portava la colazione e la
-biancheria. Nulla faceva conoscere in quest’uomo che fosse al giorno
-dell’accidente accaduto. Egli uscì.
-
-Dantès fu preso allora da un’indicibile impazienza di saper ciò
-che sarebbe accaduto nel carcere del suo disgraziato amico: rientrò
-dunque nel passaggio sotterraneo, e giunse in tempo per sentire le
-esclamazioni del carceriere che chiamava soccorso. Ben presto entrarono
-gli altri carcerieri, dipoi s’intese quel passo pesante e regolare,
-comune ai soldati anche quando sono fuori servizio. Dietro i soldati
-giunse il Governatore. Edmondo intese il rumore del letto sul quale
-veniva agitato il cadavere, e la voce del governatore che ordinava
-di gettargli dell’acqua sul viso, e che vedendo quest’aspersione non
-atta a far rivivere il prigioniero, mandava a chiamare il medico. Il
-governatore uscì, e giunsero fino alle orecchie di Dantès alcune parole
-di compassione miste alla risa ed alle facezie dei carcerieri.
-
-— Andiamo, andiamo, diceva uno di questi, il pazzo è andato a
-raggiungere i suoi tesori; buon viaggio.
-
-— Ei non avrà, con tutti i suoi milioni, di che pagare la coperta da
-morto, diceva l’altro. — Oh! rispondeva un terzo, le coperte dei morti
-del castello d’If non costano molto. Può essere che essendo una persona
-di distinzione nella scienza, gli vorranno usare qualche riguardo. —
-Allora avrà l’onore del sacco.
-
-Edmondo ascoltava, non perdeva una parola, ma non capiva il significato
-dei loro detti. Ben presto le voci cessarono, e gli sembrò che i
-carcerieri lasciassero la camera.
-
-Ciò nonostante non osò entrarvi, potevano avervi lasciato qualcheduno
-a guardia del morto. A capo di un’ora circa il silenzio si animò
-debolmente, quindi andò crescendo: era il governatore che ritornava
-seguito da un medico e da diversi ufficiali. Si rinnovò un momento di
-silenzio; era evidente che il medico si accostava al letto ed esaminava
-il cadavere. Ben presto il dialogo ricominciò: il medicò analizzò
-il male del quale era stato vittima il prigioniero; e dichiarò che
-egli era morto. Domande e risposte si facevano con una noncuranza che
-indignò Dantès. Gli sembrava che tutti avrebbero dovuto risentire pel
-povero Faria una parte dell’affetto che ei gli portava.
-
-— Sono dispiacente di ciò che voi mi annunziate, disse il governatore
-rispondendo alla certezza manifestata dal medico, che il vecchio fosse
-in effetti morto; era un prigioniero docile, inoffensivo, ricreante
-colla sua follia e soprattutto facile a sorvegliarsi.
-
-— Oh! riprese il carceriere, si sarebbe potuto far di meno di
-qualunque sorveglianza. Garantisco ch’egli avrebbe potuto restar
-qui cinquant’anni, senza provar di fare il più piccolo tentativo di
-evasione.
-
-— Frattanto, riprese il governatore, non che io dubiti della vostra
-scienza, ma è necessario di assicurarci se il prigioniere sia in
-effetti morto. — Si formò un nuovo silenzio, e Dantès sempre in ascolto
-suppose che il medico esaminasse e palpasse una seconda volta il
-cadavere.
-
-— Voi potete restare tranquillo, disse allora il medico: è morto, e me
-ne rendo io garante.
-
-— Sapete, signore, riprese il governatore insistendo, che noi non ci
-contentiamo, in casi simili, di un semplice esame; perciò ad onta di
-tutte le apparenze vi prego di adempiere alle formalità prescritte
-dalla legge.
-
-— Che si faccia arroventare un ferro, disse il medico, ma in verità,
-questa è una cautela inutile. — Quest’ordine fece fremere Dantès.
-S’intesero dei passi frettolosi, il cigolio della porta, l’andare e
-venire interno, e di lì a poco un carceriere rientrò dicendo: — Ecco il
-braciere con un ferro.
-
-Si rinnovò il silenzio per un momento, poi s’intese il frizzio delle
-carni che bruciavano e di cui l’odore nauseabondo penetrò per fino
-dietro il nascondiglio di Dantès che lo sentì con orrore. A quest’odore
-di carne carbonizzata, il sudore scaturì dalla fronte del giovine che
-per un momento credette di svenire.
-
-— Voi vedete, disse il medico, che egli è veramente morto; questa
-bruciatura al tallone è decisiva, il povero pazzo è guarito dalla
-follia e liberato dalla prigionia.
-
-— Non si chiamava Faria? domandò uno degli ufficiali che accompagnavano
-il governatore.
-
-— Sì, rispose questi: egli pretendeva che questo fosse un nome antico,
-era però molto dotto e molto ragionevole su tutti i punti che non
-avevano relazione col suo tesoro; ma su questo, bisogna convenire, egli
-era intrattabile.
-
-— È l’affezione che noi chiamiamo monomania, disse il medico.
-
-— Voi non avete mai avuto nulla da lamentarvi di lui? domandò il
-governatore al carceriere.
-
-— Mai, sig. governatore, rispose questi, altre volte anzi mi divertiva
-molto raccontandomi delle storie; e un giorno perfino che mia moglie
-era malata, mi scrisse una ricetta che la guarì.
-
-— Ah! ah, fece il medico, ignorava di aver che fare con un collega;
-spero, signor governatore, aggiunse ridendo, che per tal riguardo lo
-tratterete con considerazione.
-
-— Sì, sì, siate tranquillo egli sarà decentemente sepolto nel sacco più
-nuovo che si potrà ritrovare; siete contento?
-
-— Dobbiamo noi adempiere quest’ultima formalità alla vostra presenza,
-sig. governatore? domandò un carceriere.
-
-— Senza dubbio; ma sbrigatevi; non posso restare in questa camera tutta
-la giornata.
-
-Si fece sentire un nuovo andare e venire: un momento dopo il rumore
-dello stendere di una tela giunse alle orecchie di Dantès, il letto
-s’incurvò sulle traverse, un andar grave come di chi porta un peso,
-gravitò sulla pietra sotto di cui stava Dantès, quindi il letto tornò a
-piegarsi sotto il peso che gli si rendeva.
-
-— A questa sera, disse il governatore.
-
-— La messa vi sarà? domandò un ufficiale.
-
-— Impossibile, disse il governatore. Il cappellano del castello
-venne ieri a chiedermi un permesso di otto giorni per fare un piccolo
-viaggio a Thiers. Io gli ho garantito i miei prigionieri durante la sua
-assenza; il povero Faria non doveva avere tanta fretta, se voleva il
-suo _requiem_.
-
-Intanto si compieva l’operazione per la sepoltura.
-
-— A questa sera, disse il governatore, quando fu finita.
-
-— A che ora? domandò il carceriere — Fra le dieci e le undici. — Si
-deve vegliare il morto? — E perchè fare? si chiuda la prigione come se
-fosse vivo e nient’altro.
-
-Allora i passi si allontanarono, le voci gradatamente cessarono, si
-fece sentire il cigolio dei cardini della porta che si chiudeva e
-lo stridere della serratura. Un silenzio più tetro di quello della
-solitudine, il silenzio della morte, si sparse per tutto, perfino
-nell’anima agghiacciata del giovine. Allora egli sollevò lentamente
-la pietra colla testa, e gettò uno sguardo investigatore nella camera:
-questa era vuota. Dantès allora uscì dal suo nascondiglio.
-
-
-
-
-XX. — IL CIMITERO DEL CASTELLO D’IF.
-
-
-Sul letto, steso nel senso della sua lunghezza e debolmente rischiarato
-da un giorno nebbioso che penetrava attraverso la finestra, si vedeva
-un sacco di tela grossissima sotto le larghe pieghe del quale si
-distingueva confusamente una forma lunga ed irrigidita: questo era
-l’involto funebre di Faria, quell’involto che costava sì poco al
-dire degli stessi carcerieri. Così tutto era finito: una materiale
-separazione esisteva di già fra Dantès ed il vecchio suo amico; egli
-non poteva vederne più gli occhi rimasti aperti per guardare al di
-là della morte, non poteva più stringere quella mano industriosa
-che aveva sollevato il velo che per lui copriva tante cose nascoste.
-Faria, l’utile, il buon compagno al quale si era avvezzato con tanto
-interessamento non esisteva più che nella sua memoria! Allora si assise
-ai piedi di questo letto terribile, e s’immerse in una cupa ed amara
-melanconia. Solo! era ritornato solo! era ricaduto nel silenzio, si
-trovava in faccia al niente! solo, non più la voce dell’unico essere
-umano che ancora lo teneva attaccato alla terra! non era meglio morire
-anche col rischio di passare per la lugubre porta dei patimenti? L’idea
-di un suicidio, scacciata dal suo amico, allontanata dalla presenza di
-lui, ritornava allora a drizzarsi come un fantasma vicino al letto di
-Faria.
-
-— Se io potessi morire, diss’egli, andrei ove è andato egli. Ma come si
-fa a morire? è ben facile, riprese ridendo. Io resto qui, mi getto sul
-primo che entra, lo strangolo e sarò ghigliottinato. Ma siccome accade
-che tanto nei grandi dolori, quanto nelle grandi tempeste l’abisso
-si trova fra le due sommità dei flutti, così Dantès rinculò all’idea
-di questa morte infamante, e precipitosamente discese da questa
-disperazione ad una sete ardente di vita e di libertà.
-
-— Morire! oh! no! gridò egli, a che varrebbe di aver vissuto tanto,
-di aver tanto sofferto per morire così? Morire era bene, quando avevo
-presa la risoluzione l’altra volta, sono diversi anni; ma ora ciò
-sarebbe veramente un aggiunger troppo alla mia miserabile situazione.
-No, io voglio vivere; no, voglio lottare fino all’ultimo momento, no,
-voglio riconquistare quella felicità che mi fu tolta. Prima di morire,
-dimenticava che io ho i miei carnefici da punire, e forse anche qualche
-amico da ricompensare; ma ora sarò dimenticato qui, e non uscirò dal
-mio carcere che nello stesso modo di Faria. — A questa parola Edmondo
-restò immobile, cogli occhi fissi, come colui che viene colpito da una
-repentina idea, ma però da un’idea che spaventa.
-
-Ad un tratto si alzò, portò la mano alla fronte come se avesse le
-vertigini, fece due o tre giri intorno alla camera, e ritornò a
-fermarsi davanti al letto. — Oh! oh! chi m’invia questo pensiero?
-sei tu, o mio Dio? dappoichè i soli morti escono liberamente di qui,
-prendiamo il posto dei morti... e senza aspettare il tempo di pentirsi
-di questa risoluzione, e senza pensarvi più oltre per timore di
-distruggerla, si chinò sullo schifoso sacco, l’aprì col coltello fatto
-da Faria, ne tolse il cadavere, il trascinò nel proprio carcere, lo
-depose sul suo letto, gli mise in testa quella tela di cui egli stesso
-soleva coprirsi, baciò un’ultima volta quella fronte agghiacciata,
-tentò nuovamente di chiuderne gli occhi ribelli, che continuarono a
-rimanere aperti, ne volse la testa dalla parte del muro, affinchè il
-carceriere, quando gli portava il cibo della sera, avesse creduto che
-dormisse (il che non di rado accadeva) rientrò nel sotterraneo, tirò
-a sè il letto contro la muraglia, giunse nell’altra camera, prese dal
-nascondiglio l’ago e il filo, si tolse i cenci affinchè sotto la tela
-si sentissero le carni nude, si adattò dentro il sacco, si pose nella
-stessa situazione in cui era il cadavere, e richiuse il sacco con
-una cucitura per di dentro. Si sarebbe potuto sentire il battito del
-cuore, se per disgrazia in quel momento fosse entrato qualcuno. Dantès
-avrebbe potuto aspettare la visita della sera: ma egli temeva che il
-governatore cambiasse di risoluzione, e che si trasportasse il cadavere
-qualche tempo prima. Allora la sua ultima speranza sarebbe stata
-perduta. In ogni evento il suo disegno era stabilito, ecco ciò ch’egli
-contava di fare.
-
-Se durante il tragitto i becchini riconoscevano che portavano un vivo
-invece di un morto, Dantès non lasciava loro il tempo di verificarlo;
-con un vigoroso colpo di coltello apriva il sacco di alto in basso,
-approfittava del loro terrore e fuggiva; se avessero voluto fermarlo
-si sarebbe servito del coltello. Se lo conducevano fino al cimitero e
-lo depositavano in una fossa, vi si lasciava coprir di terra; quindi,
-venuta la notte, appena i becchini avessero voltato le spalle, si
-apriva un passaggio attraverso la terra molle, e fuggiva. Sperava
-che il peso della terra non sarebbe stato tanto grande da non poterla
-sollevare. Se poi s’ingannava, se al contrario questo peso era tanto
-forte da morirne soffocato, tanto meglio: tutto era finito! Dantès non
-aveva mangiato dal giorno innanzi: nel mattino non avea pensato alla
-fame, e non vi pensava neppure allora. La sua posizione era troppo
-precaria per lasciargli l’agio di fermare il pensiero sopra altre idee.
-Il primo pericolo che correva Dantès, era che il carceriere quando
-gli portava il vitto alle sette si fosse accorto della sostituzione
-fatta. Fortunatamente, più di venti volte, tanto per misantropia che
-per stanchezza, Dantès aveva ricevuto il carceriere, addormentato, e
-in questi casi, d’ordinario, quest’uomo deponeva il pane e la minestra
-sulla tavola, e partiva senza dir parola. Ma questa volta il carceriere
-poteva derogare dalle sue abitudini di mutismo, interrogare Dantès, e
-vedendo che non gli rispondeva, accostarsi al letto e scoprir tutto.
-
-Allorchè si avvicinarono le sette, cominciarono le angosce di Dantès.
-Si sforzava di comprimere colla mano il petto per moderare i palpiti
-del cuore, mentre che, con l’altra si asciugava il sudore della
-fronte che scorreva lungo le tempie, dei brividi ne agitavano tutto il
-corpo, e a quando a quando gli stringevano il cuore come fra una morsa
-ghiacciata. Allora egli si credeva sul punto di morire.
-
-Le ore passarono senza alcun movimento nel castello, e Dantès si
-persuase di aver sfuggito il primo pericolo, il che eragli di buon
-augurio. Finalmente verso l’ora stabilita dal governatore cominciarono
-a sentirsi dei passi su per la scala, Edmondo capì che era giunto
-il momento. Si armò di tutto il suo coraggio, trattenne il respiro,
-e sarebbe stato pienamente contento se avesse potuto trattenere
-egualmente le pulsazioni precipitate delle arterie.
-
-Fu fatto alto alla porta; il passo era doppio, Dantès dubitò che
-fossero i due becchini che venivano a prenderlo. Questo sospetto si
-cambiò in certezza, quando intese il rumore che fecero nel deporre il
-cataletto. La porta s’aprì, una luce velata giunse fino agli occhi
-di Dantès; attraverso la tela che lo copriva, vide due ombre che
-s’avvicinavano al letto. Una terza restava alla porta tenendo in mano
-un lanternone. I due uomini che si erano accostati al letto afferrarono
-il sacco dalle due estremità.
-
-— Per bacco! per essere un vecchio magro, è ben pesante! disse quegli
-che lo sollevava dalla testa.
-
-— Si dice, che ogni anno lo ossa diventino più pesanti mezza libbra,
-disse l’altro che lo prendeva pei piedi.
-
-— Hai tu fatto bene il nodo? domandò il primo.
-
-— Sarebbe da bestia il caricarci di un peso inutile, rispose il
-secondo, lo farò quando siamo giù.
-
-— Hai ragione, andiamo dunque.
-
-— Perchè questo nodo? domando Dantès a sè stesso.
-
-Il preteso morto fu trasportato dal letto alla bara. Edmondo
-s’intirizziva per meglio rappresentare la parte di defunto. Fu posto
-sul cataletto, ed il corteggio, rischiarato dall’uomo che portava
-il lanternone, e che camminava avanti, salì la scala. D’un subito fu
-circondato dall’aria fresca ed aperta della notte. Dantès riconobbe
-il maestrale. Questa sensazione così momentanea fu per lui ripiena di
-delizia ad un tempo e d’angoscia. I portatori fecero una ventina di
-passi, poi si fermarono e deposero al suolo la bara. Uno di essi si
-allontanò, e Dantès sentì che gli stivali ripercuotevano sulle pietre.
-
-— Dove sono adesso? chiese Dantès a sè stesso.
-
-— Sai tu che non è leggiero niente affatto? disse quello che era vicino
-a Dantès sedendosi sull’orlo del cataletto.
-
-Il primo sentimento di Edmondo fu quello di allontanarsi da lui;
-fortunatamente si trattenne. — Fammi luce, animale, disse quello dei
-due portatori che si era allontanato, non troverò ciò che cerco. —
-L’uomo dal lanternone obbedì, quantunque l’ingiunzione fosse stata
-fatta come vedemmo poco convenientemente. — E che cosa cerca? si
-domandò nuovamente Dantès; una pala senza dubbio.
-
-Una esclamazione di soddisfazione indicò che il becchino aveva trovato
-ciò che cercava. — Finalmente, disse l’altro, ce n’ha voluto. — Sì,
-rispose il primo, ma non avrà perduto niente ad aspettare. — A queste
-parole si ravvicinò ad Edmondo che intese depositare vicino a sè un
-corpo pesante e sonoro: nel medesimo punto una corda gli circondò i
-piedi con una viva o dolorosa compressione. — Ebbene! è fatto il nodo?
-domandò quel becchino che era rimasto inoperoso.
-
-— Ed è fatto bene, disse l’altro, me ne rendo garante.
-
-— In questo caso, avanti. — E sollevato il cataletto si rimisero in
-cammino. Fecero una cinquantina di passi circa, poi si fermarono per
-aprire una porta, quindi ripresero il moto: il rumore delle onde che
-s’infrangevano contro la roccia sulla quale era fabbricato il castello
-giungeva sempre più distintamente all’orecchio di Dantès a seconda che
-si avanzavano. — Cattivo tempo! disse uno dei becchini, non è una bella
-cosa trovarsi in mare con questa nottata.
-
-— Sì, disse l’altro, il sapiente corre gran pericolo di bagnarsi. — Ed
-entrambi scoppiarono in una risata.
-
-Dantès non capì bene la forza dello scherzo, ciò nonostante non gli si
-drizzaron meno i capelli sulla testa.
-
-— Va bene! eccoci arrivati, riprese il primo. — Più avanti, più avanti,
-disse l’altro; tu sai bene che l’ultimo rimase per via infranto sur uno
-scoglio, e che il governatore ci disse la dimane, che non eravamo buoni
-a nulla. — Fecero ancora altri quattro o cinque passi sempre salendo,
-quindi Dantès si sentì preso per la testa e per i piedi; e tutto il
-corpo venne barcollato. — Una! dissero i becchini; due e tre!...
-
-E nello stesso tempo Dantès si sentì lanciato in un enorme vuoto,
-traversando lo spazio come un uccello ferito, e cadendo sempre con uno
-spavento che gli agghiacciava il cuore. Quantunque tirato in basso da
-qualche cosa di pesante che precipitava ancor più il rapido volo, gli
-sembrò che questa caduta durasse un secolo. Finalmente, con un rumore
-spaventoso, entrò come dardo in un’acqua ghiacciata, che gli fece
-gettare un grido che nel medesimo punto fu soffocato dalla immersione.
-
-Dantès era stato lanciato in mare e veniva tratto al fondo da una palla
-da 36 legatagli ai piedi....
-
-.... Il mare è il cimitero del castello d’If.
-
-
-
-
-XXI. — L’ISOLA DI TIBOULEN.
-
-
-Dantès, stordito, quasi soffocato, ebbe però la sicurezza d’animo
-di trattenere il respiro, e siccome aveva la mano dritta armata di
-coltello, pronta a qualunque evento, come si disse, così sventrò
-rapidamente il sacco, cavò il braccio, poi la testa; ma allora ad onta
-di tutti gli sforzi per sollevare la palla continuò a sentirsi trarre
-in basso; si curvò, cercò la corda che gli legava le gambe, e con uno
-sforzo supremo la troncò appunto nel momento in cui stava per affogare.
-Allora, dando un vigoroso colpo di piede, risalì libero alla superficie
-dell’acqua, mentre che la palla trascinava nel più profondo del mare
-quel grossolano tessuto che per poco non era divenuto il suo involto
-sepolcrale.
-
-Non prese che il tempo di respirare, e s’immerse una seconda volta,
-perchè la prima cautela che doveva prendere, era quella di evitare
-l’attenzione delle guardie.
-
-Quando ricomparve una seconda volta, era già lontano una cinquantina di
-passi dal luogo della sua caduta: vide al di sopra della testa un cielo
-nero e tempestoso, alla superficie del quale il vento faceva scorrere
-rapidamente le nubi, scoprendo ad intervalli qualche piccolo punto
-azzurro illuminato da una stella: a sè d’innanzi si presentava la tetra
-e muggente pianura delle onde, che cominciavano ad accavallarsi, come
-segno di vicina tempesta, mentre che al di dietro, più nero del mare,
-e del cielo, s’inalzava, come un fantasma minaccioso, il gigante di
-granito di cui la tetra punta sembrava un braccio steso per riafferrar
-la sua preda.
-
-Sullo scoglio più alto vide un lanternone che rischiarava due ombre.
-Gli sembrava che queste fossero inchinate sul mare con inquietezza.
-Infatto questi due strani becchini dovevano avere inteso il grido
-ch’egli aveva emesso nel traversare lo spazio. Dantès s’immerse
-di nuovo, e fece un lungo tragitto sott’acqua. Questa manovra gli
-era stata altra volta familiare, e nel seno del Faro gli attirava
-d’ordinario molti ammiratori che lo avevano soventi volte proclamato il
-più abile nuotatore di Marsiglia.
-
-Allora ritornò alla superficie del mare, il lanternone era disparso.
-Gli abbisognava orizzontarsi. Fra le isole che circondano il castello
-d’If le più vicine sono Ratonneau, e Pomègue; ma esse sono abitate, al
-pari della piccola isola di Daume. La più sicura era dunque quella di
-Tiboulen o di Lemaire, distanti una lega dal castello d’If.
-
-Non per questo Dantès si astenne da risolversi a voler raggiungere
-una di queste due. Ma come ritrovarle in mezzo ad una notte, che
-s’imbruniva sempre più a sè d’attorno? In questo momento vide brillare
-come una stella il faro di Planier. Dirigendosi in linea retta ad esso
-lasciava l’isola di Tiboulen un po’ a sinistra; tenendosi dunque verso
-quella parte doveva incontrare cammino facendo questa isola. Ma come
-abbiam già detto, vi era una lega almeno dal castello d’If all’isola.
-
-Faria, nella prigione, aveva spesse volte ripetuto al giovine,
-vedendolo afflitto ed ozioso: «Dantès, non vi lasciate andare a questa
-mollezza, voi vi annegherete, se tenterete di fuggire poiché le vostre
-forze non saranno state in esercizio.» Sotto l’onda pesante ed amara,
-queste parole erano venute a risuonare alle orecchie di Dantès; egli
-si era sollecitato allora di risalir e di fendere le onde per vedere,
-se avesse davvero perdute le forze; e si accorse con gioia che la sua
-obbligata inazione nulla gli aveva tolto del suo vigore e della sua
-agilità, convincendosi che era ancor padrone di quell’elemento di cui
-si era fatto giuoco fin dall’infanzia. D’altra parte la paura, questa
-rapida persecutrice, raddoppiava il vigore di Dantès. Egli ascoltava,
-sospeso sulla cima dei flutti, se qualche rumore gli giungesse
-all’orecchio. Ogni volta che s’innalzava all’apice di un’onda il suo
-sguardo rapido percorreva il visibile orizzonte, e tentava di fendere
-la spessezza dell’oscurità. Ogni onda più alta delle altre gli pareva
-una barca che lo perseguitasse; e allora raddoppiava di sforzi, che
-sebben lo allontanavano, ripetuti più e più volte dovevano ben presto
-estenuarne le forze.
-
-Egli ciò nonostante nuotava, e già il terribile castello si perdeva nel
-vapore notturno. Non lo distingueva più, ma lo sentiva. Passò un’ora
-nella quale Dantès esaltato dal sentimento di libertà che lo dominava,
-continuò a fendere i flutti nella direzione che aveva stabilito.
-
-— Vediamo, diceva tra sè, ecco ben presto un’ora che nuoto; ma siccome
-il vento mi è contrario, così ho dovuto perdere un quarto della mia
-rapidità. Frattanto, ammenocchè non abbia sbagliata la linea, ora non
-devo esser molto lungi da Tiboulen... ma se mi fossi sbagliato! — Un
-fremito invase il corpo del nuotatore. Egli tentò di fare per un poco
-il morto, affine di riposarsi; ma il mare diveniva sempre più forte,
-e così ben presto anche questo mezzo di sollievo, sul quale egli aveva
-fidato, gli addiveniva impossibile.
-
-— Ebbene! diss’egli, sia; nuoterò sino alla fine, fin che le braccia si
-stanchino, fin che le gambe s’irrigidiscano, finchè i granchi invadano
-il mio corpo, ed allora calerò a fondo.
-
-Si rimise a nuotare colla forza e l’impulsione del disperato.
-D’improvviso gli sembrò che il cielo, di già tetro, si oscurasse ancor
-più, che una nube fitta, pesante, compatta, si abbassasse verso di lui;
-nel medesimo punto sentì un forte dolore al ginocchio. L’immaginazione,
-colla sua incalcolabile prestezza gli disse allora, che quello era
-l’urto di una palla, e che immediatamente avrebbe sentito l’esplosione
-del colpo di fucile, ma questa non rintronò. Dantès allungò la mano,
-e sentì una resistenza. Ritirò l’altra gamba a sè, e toccò la terra:
-vide allora che cosa era l’oggetto che creduto aveva una nube. A venti
-passi da lui s’inalzava un mucchio di scogli a forme bizzarre che si
-sarebbero presi per immenso spazio di fiamme pietrificate al momento
-della loro più ardente combustione. Era l’isola di Tiboulen.
-
-Dantès si rialzò, fece qualche passo innanzi, e si stese, ringraziando
-Dio, su quelle punte di granito che gli sembrarono in quell’ora
-più morbide del più soffice letto. Quindi ad onta del vento, della
-tempesta, e della pioggia che cominciava a cadere, stanco e affaticato
-com’era, si addormentò di quel delizioso sonno dell’uomo, il capo del
-quale diventa inerte, ma di cui l’anima veglia nella conoscenza di una
-felicità inattesa. Di là ad un’ora, Edmondo si risvegliò all’immenso
-fragore di un tuono; la tempesta si era scatenata nello spazio, e
-batteva l’aere col suo volo romoreggiante. A quando a quando un lampo
-discendeva dal cielo, come un serpente di fuoco, ed illuminava i flutti
-che si accavalcavano gli uni sugli altri come i vortici di un immenso
-caos.
-
-Dantès, coll’occhio di esperto marinaio, non si era ingannato: aveva
-approdato alla prima delle due isole, quella di Tiboulen; la sapeva
-nuda, scoperta e senza offerire il più piccolo asilo. Ma quando la
-tempesta sarebbe cessata, egli si rimetterebbe in mare per raggiungere
-nuotando l’isola di Lemaire, egualmente arida, ma più larga e per
-conseguenza più ospitaliera. Una roccia che si trovava alquanto
-sporgente, offrì un momentaneo asilo a Dantès; egli vi si rifugiò, e
-quasi nel medesimo punto la tempesta scoppiò con tutto il suo furore.
-Edmondo sentiva tremare la roccia sotto la quale si era messo al
-coperto, e i flutti che s’infrangevano contro la base della gigantesca
-piramide giungevano a spruzzarlo. Per quanto fosse al sicuro, era in
-mezzo a questo profondo fracasso, ed a questi folgoranti bagliori,
-preso da una specie di vertigine. Gli sembrava che l’isola tremasse
-sotto di lui, e da un momento all’altro andasse, come un immenso
-vascello all’ancora, a spezzare il suo fondo, o ad essere inghiottito
-nell’immensa voragine. Si ricordò allora che non aveva mangiato da
-ventiquattr’ore: aveva fame e sete! Stese le mani e la testa, e bevè
-l’acqua della tempesta che colava a rivi dallo scoglio.
-
-Quando si rialzò, un baleno che sembrava squarciasse il cielo fino al
-trono abbagliante di Dio, illuminò lo spazio. Alla luce di questo,
-Dantès, fra l’isola di Lemaire e il capo Crosoille, a un quarto di
-lega, vide a guisa di uno spettro scivolare dall’alto di un flutto
-al fondo di un abisso, una barca pescareccia trasportata ad un
-tempo dall’uragano, e da l’onda. Dopo un minuto secondo comparve il
-fantasma sulla cima di un altro flutto avvicinandosi con una celerità
-spaventevole. Dantès volle gridare, cercò qualche straccio di tela per
-agitarlo nell’aria e fare loro conoscere che essi stavano per perdersi:
-ma lo vedevano da sè stessi. Al chiarore di un altro lampo il giovine
-vide quattro uomini aggrappati all’albero ed alle funi; un quinto si
-teneva attaccato al manolaio del timone già rotto. Questi uomini che
-egli vedeva, il videro del pari poichè grida disperate, e trasportate
-dalla fischiante bufera gli giunsero all’orecchio. Al di sopra
-dell’albero troncato come un ramoscello, si agitavano a colpi ripetuti
-e frequenti gli avanzi di una vela in pezzi. D’improvviso le funi
-che ancora la trattenevano si ruppero, e disparve trasportata sotto
-la cupa profondità del cielo a guisa di quei grandi uccelli bianchi
-che compariscono sotto le nere nubi. Nello stesso tempo uno scroscio
-orribile s’intese, e le grida di agonia giunsero fino a Dantès.
-Aggrappato allo scoglio di dove guardava l’abisso, un nuovo lampo gli
-mostrò il piccolo bastimento in pezzi e fra gli avanzi delle teste
-col viso disperato, delle braccia stese verso il cielo. Quindi tutto
-ritornò nella notte.
-
-Il terribile spettacolo durò quanto un lampo.
-
-Dantès si precipitò sul pendio sdrucciolevole delle rocce col pericolo
-di rotolar nel mare. Guardò, ascoltò, ma non intese, nè vide più nulla.
-Non più grida, non più sforzi umani, la sola tempesta, questo grande
-spettacolo della natura, continuava a ruggire coi venti, a spumeggiare
-coi flutti. Un poco per volta il vento si acquetò, il cielo spinse
-verso occidente i grossi nuvoloni grigi, per così dire, slacciati
-dall’uragano; ricomparvero le stelle più brillanti che mai, ben presto
-verso l’est, una lunga striscia rossastra disegnò sull’orizzonte delle
-ondulazioni di un azzurro nero, queste si commossero, una subita luce
-corse sulle loro cime, e ne cangiò le vette spumeggianti in criniere
-dorate. Era giorno.
-
-Dantès restò immobile e muto davanti a così grande spettacolo, come se
-fosse la prima volta che lo vedeva; difatto egli lo aveva dimenticato
-pel lungo tempo trascorso nel castello d’If. Si rivolse alla fortezza,
-interrogando, con un lungo sguardo circolare, la terra ad un tempo ed
-il mare. Il tetro fabbricato usciva dal seno delle onde con quella
-imponente maestà propria delle cose immobili che sembrano comandare
-insieme e vigilare. Potevano essere le cinque del mattino; il mare
-continuava a calmarsi. Fra due o tre ore, rifletteva Edmondo, il
-carceriere rientrerà nella mia camera, troverà il cadavere del povero
-mio amico, lo riconoscerà, mi cercherà invano, griderà all’arme; allora
-scopriranno il foro ed il passaggio sotterraneo; verranno interrogati
-quegli che mi slanciarono in mare, che devono avere inteso il grido che
-gettai. Subito tutte le barche riempite di soldati armati, correranno
-dietro il disgraziato fuggitivo che sapran bene non potere esser
-lontano, il cannone avvertirà tutta la costa esser proibito di dare
-asilo ad un uomo che verrà incontrato errante, nudo, affamato. Le spie
-e i birri di Marsiglia saranno avvertiti, e percorreranno la costa, nel
-mentre che il governatore del castello d’If farà percorrere il mare.
-Allora perseguitato nell’acqua, circondato sulla terra che accadrà di
-me? ho fame, ho freddo, ho perfino abbandonato il coltello salvatore
-che mi era d’impaccio per poter nuotare: sono all’arbitrio del primo
-che vorrà guadagnare 20 fr. per consegnarmi; non ho più nè forza, nè
-idee, nè risoluzione. Oh! mio Dio! mio Dio! voi sapete se ho sofferto,
-e se voi potete far più per me di quello che non ho potuto far io
-stesso!
-
-Nel momento in cui Edmondo, in una specie di delirio causato dallo
-spossamento delle forze, e dal vuoto del cervello, ansiosamente rivolto
-verso il castello d’If pronunciava quest’ardente preghiera, vide
-comparir sulla punta dell’isola di Pomègue, spiegando la vela latina
-un piccolo bastimento, che soltanto l’occhio di un marinaro poteva
-discernere essere una tartana genovese, sulla linea ancora mezz’oscura
-del mare. Essa veniva dal porto di Marsiglia e guadagnava il largo
-cacciando innanzi all’acuta prua una scintillante schiuma che apriva
-una strada più facile ai suoi arrotonditi fianchi.
-
-— Oh! gridò Edmondo, dire che in mezz’ora potrei raggiungere quel
-naviglio se non temessi di essere interrogato, riconosciuto per un
-fuggitivo e ricondotto a Marsiglia! che fare? che dire? qual favola
-inventare da cui eglino potessero rimanere ingannati? quei marinai
-là sono tutti contrabbandieri, sono semi-pirati, che colla scusa di
-fare il cabotaggio corseggiano le coste; essi preferiranno vendermi
-piuttosto che fare una sterile e buona azione. Aspettiamo... ma
-l’aspettare è impossibile, morrò di fame fra qualche ora, la poca
-forza che mi rimane sarà svanita, d’altra parte l’ora della visita
-si avvicina, l’allarme non è ancor sparso, forse non dubiteranno,
-posso farmi credere uno dei marinari di questo piccolo legno, che si è
-infranto la scorsa notte; questa favola non manca di verisimiglianza, e
-niuno tornerà a contraddirmi perchè son tutti annegati; andiamo.
-
-Dicendo queste parole, Dantès volse lo sguardo nella direzione ove si
-era rotto il naviglio, e rabbrividì. Sulla cresta di uno scoglio era
-rimasto attaccato il frigio berretto di uno dei naufragati, e vicino a
-quello fluttuavano gli avanzi della carena, frantumi inerti che il mare
-batteva e ribatteva contro la base dell’isola cui ripercotevano come
-impotenti arieti. In un punto la risoluzione di Dantès fu presa; si
-rimise in mare, nuotò verso il berretto, afferrò un avanzo di trave, e
-si diresse per tagliar la linea che doveva percorrere il bastimento.
-
-— Ora son salvo, mormorò egli.
-
-Questa convinzione gli rese le forze. Ben presto s’accorse che la
-tartana, avendo il vento quasi per diritto, correva di bordo fra il
-castello d’If e la torre di Planier. Dantès temè per poco che invece
-di costeggiare, il piccolo bastimento non guadagnasse il largo,
-come avrebbe dovuto fare, se la sua destinazione fosse stata per la
-Corsica o per la Sardegna, ma secondo il modo con cui manovrava, il
-nuotatore riconobbe ben presto che il naviglio come è d’uso di chi fa
-vela per l’Italia, cercava passare fra l’isola di Jaros, e quella di
-Calaseraigne. Frattanto il naviglio ed il nuotatore si avvicinavano
-insensibilmente l’uno all’altro; anzi in una bordata il piccolo
-bastimento venne ad un quarto di lega circa verso Dantès. Egli si
-sollevò allora sulle onde agitando il berretto in segno di disgrazia,
-ma nessuno del bastimento lo vide, che anzi questo girò di bordo, e
-ricominciò una nuova bordata.
-
-Dantès pensò di chiamare; ma misurando coll’occhio la distanza, capì
-che la voce non poteva giungere al naviglio, trasportata e coperta come
-era non solo dalla brezza del mare, ma anche dal rumore dell’onde.
-Allora si consolò della cautela di aver preso quel trave. Indebolito
-come era forse non avrebbe potuto sostenersi sul mare fino a raggiunger
-la tartana, e sicuramente, come era possibile, se la tartana passava
-senza vederlo, non avrebbe potuto riguadagnare la costa. Dantès
-quantunque fosse quasi certo della direzione che seguiva il bastimento,
-lo accompagnava con lo sguardo ansioso fino al momento in cui gli parve
-che ritornasse a lui. Allora si avanzò ad incontrarlo; ma prima che
-si fossero raggiunti, il bastimento ritornò a girar di bordo. Tosto
-Dantès, con un estremo sforzo, si alzò quasi in piedi sull’acqua,
-agitando il berretto, e mandando uno di quei gridi lamentevoli che si
-emettono dai marinai negli estremi momenti, e che sembrano il lamento
-di qualche genio marittimo.
-
-Questa volta fu veduto ed inteso. La tartana interruppe la manovra, e
-volse capo alla sua parte; nel medesimo tempo vide che si preparava a
-mettere una scialuppa in mare: un momento dopo la scialuppa con due
-uomini, si dirigeva alla sua volta battendo il mare a quattro remi.
-Dantès allora lasciò sfuggirsi il trave di cui credeva non aver più
-bisogno, e nuotò vigorosamente per risparmiare la metà di cammino a
-coloro che venivano a lui. Il nuotatore però aveva calcolato su forze
-che non aveva; capì allora di quanta utilità gli sarebbe ancora stato
-quell’avanzo di legno che già galleggiava a cento passi da lui lontano.
-Le braccia incominciavano ad irrigidirsi, le gambe avevano perduto la
-loro flessibilità, i movimenti divenivano forzati e lenti, il petto
-era anelante. Gettò un secondo grido, i due rematori raddoppiarono
-d’energia e l’un di essi gli gridò in italiano: «coraggio!» La parola
-gli giunse al momento in cui un’onda, che non aveva avuto la forza di
-sormontare, passava al di sopra della testa e lo copriva di schiuma.
-Egli comparve battendo il mare coi movimenti ineguali e disperati
-di un uomo che sta per annegare, mandò un terzo grido, e si sentì
-approfondire nel mare, come se avesse avuto ancora ai piedi la palla
-mortale. L’acqua passò al di sopra della testa e attraverso di quella
-vide il cielo livido con delle macchie nere. Uno sforzo violento lo
-ricondusse a galla. Gli sembrò allora di esser preso per i capelli, più
-non vide cosa alcuna, non intese più nulla, era svenuto.
-
-Allorchè riaprì gli occhi, Dantès si ritrovò sul ponte della tartana
-che continuava il suo cammino; il primo sguardo fu di vedere qual
-direzione teneva: essa continuava ad allontanarsi dal castello d’If.
-
-Dantès era talmente spossato, che fu preso per un sospiro di dolore
-l’esclamazione di gioia che fece. Come si disse, egli era steso sul
-ponte: un marinaro fregavagli le membra con una coperta di lana,
-un altro che riconobbe per quello che avevagli già detto coraggio,
-gl’introduceva in bocca l’orifizio di una zucca marina che faceva le
-veci di fiasco; un terzo, vecchio marinaro che era ad un tempo pilota
-e padrone, lo guardava con un sentimento di pietà egoista, che provano
-in generale gli uomini per una disgrazia che essi hanno sfuggita, e che
-può la dimane minacciarli di nuovo!
-
-Qualche goccia di rum che conteneva la zucca, rianimarono il cuore
-indebolito del giovine, mentre che le frizioni che il marinaro
-continuava a fare con la lana, riconducevano l’elasticità alle membra
-di lui.
-
-— Chi siete voi? domandò in cattivo francese il padrone.
-
-— Sono, rispose Dantès, in cattivo italiano, un marinaro Maltese; noi
-venivamo da Siracusa carichi di vino e di tele. La tempesta di questa
-notte ci ha sorpresi al capo Morgiou, e siamo andati ad infrangerci
-contro quelle rocce che vedete laggiù. — Di dove venite? — Da quelle
-rocce, dove ho avuto la fortuna di aggrapparmi, mentre che il nostro
-povero capitano vi batteva la testa. I nostri tre altri compagni si
-sono annegati: credo di essere il solo rimasto vivo, ho scoperto
-il vostro naviglio, e temendo di dovere aspettare lungamente su
-quell’isola deserta, mi sono arrischiato sur un frammento del nostro
-bastimento per tentare di raggiungervi. Vi ringrazio, continuò Dantès,
-voi mi avete salvata la vita; io era perduto quando uno dei vostri
-marinari mi ha afferrato pei capelli.
-
-— Sono io, disse un marinaro con una figura franca ed aperta, ed un
-viso circondato da lunghe barbette nere, n’era ben tempo, chè voi
-calavate a fondo. — Sì, disse Dantès, stendendogli la mano, sì, amico
-mio, vi ringrazio una seconda volta. — In fede mia! disse il marinaro,
-ho quasi esitato; con quella barba lunga sei pollici, e quei capelli
-lunghi un piede, avevate piuttosto l’aspetto di un brigante che di un
-galantuomo. — Dantès si ricordò allora che dal momento che era entrato
-nel castello d’If, non si era più tagliali i capelli, e non si era
-fatta più la barba. — Sì, diss’egli, è un voto che aveva fatto alla
-Madonna di Piedigrotta, in un momento di pericolo, di stare cioè dieci
-anni senza tagliarmi nè barba, nè capelli. Oggi si compie l’espiazione
-del mio voto, e poco ha mancato che non mi anneghi nell’anniversario.
-
-— Ma ora che faremo di voi? domandò il padrone.
-
-— Ahimè! rispose Dantès, ciò che vorrete. La nostra filuga si è
-perduta, il capitano è morto. Come vedete, sono sfuggito alla medesima
-sorte, ma assolutamente nudo: fortunatamente sono abbastanza buon
-marinaro. Gettatemi nel primo porto in cui prenderete terra: ed io
-ritroverò sempre impiego su qualche bastimento mercantile. — Conoscete
-voi il Mediterraneo? — Vi navigo fino dalla mia infanzia.
-
-— Sapete voi ove sono i buoni ancoraggi? — Vi sono pochi porti, anche
-dei più difficili, dai quali io non possa entrare ed uscire ad occhi
-bendati. — Ebbene! dite adunque padrone, domandò il marinaro che aveva
-gridato coraggio a Dantès, se il camerata dice il vero, chi impedisce
-che resti con noi? — Sì, se egli dice il vero, rispose il padrone con
-aria incredula, ma nello stato in cui si trova questo povero diavolo ci
-promette molto, e ci mantiene poco.
-
-— Io manterrò più di quel che ho promesso, disse Dantès.
-
-— Oh! oh! fece il padrone ridendo, vedremo.
-
-— Quando vorrete, riprese Dantès, alzandosi; dove andate?
-
-— A Livorno. — Ebbene! allora, invece di correre bordate che vi fanno
-perdere un tempo prezioso, perchè non serrate semplicemente il vento da
-più presso?
-
-— Perchè allora andremmo a dar dritto sull’isola di Riou.
-
-— Vi passerete a più di venti braccia di distanza.
-
-— Prendete adunque il timone, disse il padrone, e giudicheremo del
-vostro sapere.
-
-Il giovine andò a sedersi al timone, si assicurò con una leggiera
-pressione che il bastimento era obbediente, e vedendo che, senza
-essere di prima finezza, non si rifiutava, gridò: — Alle braccia e
-alle boline. — I quattro marinari che formavano l’equipaggio corsero
-al loro posto, nel mentre che il padrone li guardava fare. — Tirate,
-continuò Dantès. — I marinari obbedirono con molta precisione. — Ora
-annodate, bene. — Quest’ordine fu eseguito come i due primi, e il
-piccolo bastimento, invece di continuare a correre bordate, cominciò
-a dirigersi verso l’isola di Riou, presso la quale passò, come aveva
-predetto Dantès, lasciandola a dritta per una ventina di braccia.
-
-— Bravo! disse il padrone.
-
-— Bravo! ripeterono i marinari.
-
-E tutti guardarono meravigliati quest’uomo il cui sguardo aveva
-ripresa un’intelligenza e il corpo un vigore, che erano ben lontani dal
-supporre in lui.
-
-— Vedete, disse Dantès lasciando il timone, che potrò esservi di
-qualche utilità, almeno durante la traversata; se giunti a Livorno non
-mi volete più, mi lascerete, e su i primi mesi di soldo vi rimborserò
-il mio nutrimento fin là, e gli abiti che vi piacerà prestarmi.
-
-— Sta bene! sta bene! disse il padrone, potremo accomodarci, se sarete
-ragionevole. — Un uomo vale un altr’uomo, disse Dantès; ciò che date
-ai camerati, lo darete a me pure, e tutto è stabilito. — Non è giusto,
-disse il marinaro che aveva salvato Dantès, perchè voi ne sapete più di
-noi.
-
-— Ciò non riguarda te, Jacopo, disse il padrone; ciascuno è libero
-d’impegnarsi per quella somma che più gli conviene.
-
-— È giusto disse Jacopo; io non faceva che una semplice osservazione.
-
-— Ebbene! tu farai molto meglio ancora prestando a questo bravo
-giovinotto un paio di pantaloni ed una giacca, se pure ne hai di più.
-— No, disse Jacopo; ma ho un pantalone ed una camicia. — Ciò è quanto
-mi abbisogna, disse Dantès; grazie, amico mio. — Jacopo se ne scese giù
-dal boccaporto, e risalì un momento dopo cogli abiti che Dantès indossò
-con una gioia indicibile. — Ora vi occorre altro? chiese il padrone. —
-Un tozzo di pane ed un altro sorso di questo eccellente rum che ho di
-già assaggiato, essendo gran tempo che non ho mangiato. — Infatto erano
-circa quarant’ore che non aveva toccato cibo. Fu portato a Dantès un
-po’ di pane, e Jacopo gli presentò la zucca.
-
-— Timone a basso-bordo, gridò il capitano volgendosi verso il
-timoniere. Dantès volse lo sguardo alla stessa parte portandosi la
-zucca alla bocca, ma la zucca rimase a mezz’aria.
-
-— Osserva, domandò il padrone; che cosa accade nel castello d’If?
-
-Di fatto, una piccola nube bianca, la quale aveva fermata l’attenzione
-di Dantès, sembrava coronare il ciglione del baluardo al sud del
-castello d’If. Dopo un secondo, il rumore di una lontana esplosione
-venne ad estinguersi a bordo della tartana. I marinari alzarono la
-testa guardandosi l’un l’altro.
-
-— Ma che vuol dir ciò? domandò il padrone.
-
-— Questa notte sarà evaso qualche prigioniero dal castello, disse
-Dantès, ed ora tirano il cannone per dare l’allarme.
-
-Il padrone fissò lo sguardo sul giovinotto, che dicendo queste parole
-si era portata la zucca alla bocca; ma lo vide assaporare il liquore
-con tanta calma e soddisfazione, che se pure ebbe un qualche sospetto,
-questo non fece che attraversargli lo spirito, e tosto svanì.
-
-— Ecco un rum che è diabolicamente forte, disse Dantès, asciugandosi
-con la manica della camicia la fronte che grondava sudore.
-
-— In ogni caso, mormorò il padrone guardandolo, tanto meglio, perchè
-così avrò fatto acquisto di un brav’uomo. — Sotto pretesto d’essere
-stanco, Dantès chiese allora di assidersi al timone. Il timoniere ben
-contento di essere sollevato dalle sue funzioni, consultò coll’occhio
-il padrone, che gli fe’ segno colla testa che poteva rimettere nelle
-mani del nuovo compagno la sbarra. Dantès così situato potè restare
-cogli occhi fissamente rivolti alla parte di Marsiglia.
-
-— Oggi quanti ne abbiamo del mese? domandò Dantès a Jacopo che era
-venuto a sedersi vicino a lui dopo aver perduto di vista il castello
-d’If. — 28 febbraio: rispose questi.
-
-— Di qual anno? domandò ancora Dantès.
-
-— Come! di qual anno?... voi domandate di qual anno?
-
-— Sì, rispose il giovine, vi domando di qual anno.
-
-— Avete dimenticato in che anno siamo?
-
-— Che volete? È stata sì grande la paura di questa notte, disse ridendo
-Dantès, (per cui poco ha mancato non perdessi la vita) che la mia
-memoria n’è rimasta interamente sconvolta: vi domando dunque di qual
-anno siamo noi ai 28 febbraio?
-
-— Dell’anno 1829, disse Jacopo.
-
-Erano giusto 14 anni che Dantès era stato arrestato. Egli era entrato
-nel castello d’If di 19 anni, e ne usciva di 33. Un doloroso sorriso
-passò sulle sue labbra; domandavasi che fosse avvenuto di Mercedès
-durante questo tempo, in cui ella lo aveva dovuto credere morto. Quindi
-un lampo d’ira s’accese ne’ suoi occhi pensando a quei tre uomini
-ai quali doveva una sì lunga e penosa carcerazione, e rinnovò contro
-Danglars, Fernando e Villefort quel giuramento d’implacabile vendetta
-che aveva già pronunciato in prigione; giuramento che non era più
-una vana minaccia, poichè a quell’ora, il più abile veleggiatore del
-Mediterraneo non avrebbe certo potuto raggiungere la piccola tartana
-che navigava a gonfie vele alla volta di Livorno.
-
-
-
-
-XXII. — I CONTRABBANDIERI.
-
-
-Dantès non aveva ancora passato un giorno intero a bordo, che
-già sapeva con chi aveva che fare. Senza essere stato alla scuola
-del vecchio Faria, il degno padrone della _Giovane Amelia_ (era
-il nome della tartana genovese) sapeva presso a poco tutte le
-lingue che si parlano intorno a questo gran lago, chiamato il
-Mediterraneo, dall’araba fino alla provenzale; perciò senza aver
-bisogno d’interpreti, persone talvolta noiose, tal altra indiscrete;
-questa conoscenza delle lingue gli offeriva grandi facilitazioni
-per conferire, sia coi bastimenti che incontrava in mare, sia colle
-piccole barche che rilevava lungo le coste, sia finalmente con quella
-gente senza nome, senza patria, senza stato apparente, che è sempre in
-gran numero sulle spiagge vicine ai porti di mare, e che vive di quei
-misteriosi e celati mezzi, che bisogna credere le vengano dall’alto,
-poichè non hanno alcun mezzo di esistenza visibile ad occhio nudo.
-
-S’indovinerà facilmente che Dantès era a bordo di un bastimento di
-contrabbandieri. Per questo il padrone, sulle prime, lo aveva ricevuto
-a bordo con una specie di diffidenza, egli era molto conosciuto da
-tutti i doganieri della costa, e siccome v’era fra lui e questi signori
-un perfetto accordo di furberie più destre le une delle altre, così
-aveva per un momento pensato che Dantès non fosse che un emissario
-della signora gabella, la quale impiegasse questo ingegnoso mezzo per
-scoprire qualcuno dei segreti del mestiere; ma il modo brillante con
-cui Dantès si era tratto d’impaccio nella prova di dirigere il cammino
-più rettamente, l’aveva del tutto convinto; in seguito poi quando aveva
-veduto quella nube bianca che ondeggiava qual pennacchio sul bastione
-del castello d’If, ed aveva inteso la lontana esplosione, ebbe per
-un momento l’idea d’aver ricevuto a bordo colui al quale, come per
-l’entrata dei re in una città, viene accordato l’onore dello sparo del
-cannone.
-
-Bisogna però dirlo, ciò lo avrebbe inquietato meno, di quel che se il
-sopraggiunto fosse appartenuto alla dogana; ma anche questa seconda
-supposizione era tosto svanita, come la prima, alla vista della
-perfetta tranquillità della sua recluta.
-
-Edmondo aveva dunque il vantaggio di conoscere ciò che era il suo
-padrone, mentre questi non sapeva chi egli fosse.
-
-Da qualunque lato veniva preso dal padrone, o dai camerati, egli tenne
-fermo, e non fece alcuna confessione dando moltissimi particolari su
-Napoli e su Malta, che conosceva al pari di Marsiglia, e sostenendo
-sempre con precisione la narrazione in modo da fare onore alla memoria.
-I Genovesi adunque per quanto siano accorti, si lasciarono gabbare
-da Edmondo, in favor del quale parlavano la sua affabilità, la sua
-esperienza nautica, e soprattutto la saggia sua simulazione. Forse
-ancora quei Genovesi eran come quelle persone di mondo che non sanno
-se non quel che devono sapere, e non credono mai che quello che loro
-importa di credere.
-
-In questa reciproca situazione giunsero a Livorno. Edmondo doveva
-tentare ivi una prima prova, ed era di sapere s’egli riconoscerebbe
-sè stesso dopo 14 anni che non si era veduto: aveva conservata
-un’idea abbastanza precisa di ciò che era da giovinotto, voleva
-vedere ciò che era divenuto da uomo. Agli occhi dei suoi camerati,
-il suo voto era terminato; aveva già preso terra più di venti volte
-a Livorno. Conosceva un barbiere nella via Ferdinanda, entrò da
-quello per farsi tagliare la barba ed i capelli. Il barbiere guardò
-con meraviglia quest’uomo dalla barba folta e nera e dai lunghi
-capelli, che rassomigliava ad una delle belle teste del Tiziano. A
-quest’epoca non era ancora venuta la moda della barba e dei capelli
-così lunghi, oggi un barbiere si maraviglierebbe soltanto, se qualcuno
-dotato di sì grandi vantaggi naturali acconsentisse volontariamente
-a privarsene. Il barbiere livornese però si mise all’opera senza
-fare osservazioni. Allorchè l’operazione fu compita, quando Edmondo
-sentì il mento perfettamente raso, quando i capelli furon ridotti
-alla ordinaria lunghezza, domandò uno specchio e si guardò. Come
-si disse, egli avea allora 33 anni, ed i suoi quattordici anni di
-prigionia avevano apportato, per dir così, un gran cambiamento morale
-nella sua fisonomia. Dantès era entrato nel castello d’If con quel
-viso rotondo, ridente, aperto, che è proprio del giovine felice, al
-quale i primi anni della vita sono stati avventurosi, e che calcola
-sull’avvenire come sopra una naturale deduzione del passato. Tutto
-ciò era molto cangiato. L’ovale del volto si era di molto allungato;
-la bocca ridente aveva assunte quelle linee serrate che indicano la
-risoluzione, le sopracciglia si erano inarcate sotto una ruga unica e
-pensante, gli occhi si erano abituati ad una profonda tristezza, dal
-fondo della quale trasparivano a quando a quando i cupi baleni della
-misantropia e dell’odio; la carnagione priva da sì lungo tempo della
-luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color pallido
-che fa, quando il viso è circondato da capelli e barbette nere, la
-bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La scienza profonda,
-che aveva acquistata, ripercuotendo per tutto il viso, lo aveva ornato
-di un’aureola d’intelligente sicurezza. Inoltre, quantunque molto alto,
-aveva acquistato quel vigore membruto di un corpo avvezzo sempre a
-concentrare le forze su sè stesso. All’eleganza delle forme nervose e
-gracili, era succeduta la solidità delle forme arrotondite e muscolari.
-Quanto alla voce, le preghiere, i singhiozzi, e le imprecazioni,
-l’avevano cambiata in modo tale, che ora si presentava di un suono di
-strana dolcezza, ed ora di un accento rozzo e quasi rauco. Inoltre
-gli occhi mantenuti costantemente o nella oscurità, o in una debole
-luce, avevano acquistato la facoltà di distinguere nella notte gli
-oggetti a guisa della iena e del lupo. Edmondo sorrise nel vedersi, era
-impossibile che il suo miglior amico, se pure gliene rimaneva uno, lo
-avesse riconosciuto; perchè non si conosceva da sè stesso.
-
-Il padrone della _Giovane Amelia_, che aveva molta premura a mantenere
-fra’ suoi un uomo del merito di Edmondo, gli aveva proposto qualche
-anticipazione sulla parte dei futuri benefici, ch’egli, Dantès, aveva
-accettata. Sua prima cura, uscendo dal barbiere che aveva operata in
-lui questa metamorfosi, fu di entrare in un magazzino, e di comprarsi
-un vestito completo da marinaio: vale a dire un calzone bianco, una
-camicia a righe, ed un berretto rosso. Così vestito, e riportando a
-Jacopo la camicia ed i calzoni, egli si presentò nuovamente al padrone
-della _Giovane Amelia_ al quale fu obbligato di ripetere la sua
-storia. Il padrone non voleva riconoscere in questo marinaio zerbino
-ed elegante, l’uomo dalla folta barba, dai capelli misti all’alga, e
-dal corpo bagnato d’acqua di mare, che aveva raccolto nudo e semivivo
-sul ponte del suo naviglio. Spinto dalle sue buone sembianze, rinnovò
-adunque a Dantès le proposizioni d’ingaggio; ma Dantès che aveva le sue
-mire non voleva accettarle che per tre mesi.
-
-Del resto l’equipaggio della _Giovane Amelia_ era molto attivo, perchè
-sottoposto agli ordini di un capitano che aveva presa l’abitudine di
-non perdere il suo tempo. Non era da otto giorni giunto a Livorno, che
-già gli sporgenti fianchi del naviglio erano riempiti di mussoline
-colorate, di cotoni proibiti, di polvere inglese e di tabacco, su
-i quali oggetti la dogana aveva dimenticato di porre il bollo. Si
-trattava di far uscire ciò da Livorno, porto franco, per sbarcarlo
-sulle rive della Corsica, di dove alcuni speculatori s’incaricavano di
-passare il carico in Francia.
-
-Si partì. Edmondo solcò questo mare azzurro, primo orizzonte della sua
-gioventù, che aveva riveduto tanto spesso nei sogni della sua prigione.
-Lasciò a destra la Gorgona, a sinistra la Pianosa, e si avanzò verso
-la patria di Paoli e di Napoleone. La dimane salendo sul ponte, il
-che faceva sempre di buon’ora, il padrone ritrovò Dantès appoggiato al
-parapetto del bastimento con istrana espressione guardando un ammasso
-di scogli di granito, che il sole nascente coloriva di rosea tinta: era
-l’isola di Monte-Cristo. La _Giovane Amelia_ la lasciò a tre quarti di
-miglio sulla sinistra, e continuò il suo viaggio verso la Corsica.
-
-Dantès pensava nel passare lungo questa isola (che per lui aveva un
-nome tanto sonoro) non aver che a balzare in mare, e in mezz’ora
-sarebbe su quella terra promessa. Ma giunto là, che farebbe egli
-senza gli utensili necessari per iscoprire il tesoro; senza armi per
-difenderlo? D’altra parte che direbbero i marinari? che penserebbe il
-padrone? Era d’uopo aspettare. Egli aveva aspettata la libertà per 14
-anni, poteva bene aspettare or che era libero, sei mesi ed anche un
-anno le ricchezze. Non avrebbe accettata la libertà senza le ricchezze,
-se gli fosse stata proposta? del resto questa ricchezza non era ancor
-del tutto chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non
-era fors’anche morta con lui? È vero che quella lettera di Guido Spada
-era stranamente precisa, e Dantès la ripeteva da un capo all’altro non
-avendone dimenticata una parola. Giunse la sera, Edmondo vide l’isola
-passare per tutte quelle tinte e gradazioni di colori che il crepuscolo
-porta seco, e perdersi del tutto nelle tenebre: ma non per lui che
-aveva lo sguardo abituato all’oscurità del carcere; egli senza dubbio
-continuò a scorgerla, perchè fu l’ultimo a discendere dal ponte.
-
-La dimane si svegliarono all’altezza d’Aleria: bordeggiarono tutta la
-giornata; la sera si videro dei fuochi sulla costa. Alla disposizione
-di questi fuochi fu riconosciuto che senza dubbio si sarebbe sbarcato,
-perchè un fanale salì nel posto della bandiera al corno del piccolo
-bastimento, che si accostò a tiro di fucile alla riva.
-
-Dantès si accorse che il padrone della _Giovane Amelia_ aveva portato
-sopra ponte, nell’eseguire la manovra per accostarsi a terra, alcune
-colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza fare gran rumore
-potevano cacciare alla distanza di un miglio una palla da 4 a 12
-once. Questa cautela però fu inutile; per quella sera si compì tutta
-la operazione pulitamente e tranquillamente. Quattro scialuppe si
-accostarono con poco rumore al piccolo bastimento, che, certamente per
-far loro onore, mise in mare la propria; e queste cinque scialuppe
-si portarono tanto bene, che a punta di giorno tutto il carico dal
-bordo della tartana genovese era passato in terra ferma. Il padrone
-della _Giovane Amelia_ era uomo di tanto ordine nelle sue cose, che la
-stessa notte si fe’ il reparto dei guadagni del primo scarico; ciascun
-marinaro ebbe cento lire toscane di sua parte.
-
-Ma la spedizione non era finita: si volse la prua verso la Sardegna; si
-trattava di ritornare a caricare il bastimento che era stato scaricato.
-La seconda operazione si fece tanto felicemente quanto la prima; la
-_Giovane Amelia_ era secondata dalla fortuna. Il nuovo carico fu pel
-ducato di Lucca.
-
-Questo si componeva quasi esclusivamente di sigari dell’Avana e di vino
-di Xeres e di Malaga. Là però ebbero a battersi colla dogana, l’eterna
-nemica del padrone della _Giovane Amelia_. Un doganiere rimase sul
-terreno, e due marinari furono feriti, Dantès era uno dei due: una
-palla gli aveva trapassata la spalla sinistra.
-
-Dantès era felice per questa scaramuccia, e quasi contento della sua
-ferita: questa esperienza gli aveva con fermezza fatto conoscere di
-qual occhio sapesse guardare il pericolo, e con qual cuore tollerarne
-i patimenti. Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo
-aveva detto come il greco filosofo. «Dolore, tu non sei un male.»
-Inoltre, guardando il doganiere ferito e morto, fosse calore del
-sangue nell’azione, o freddezza di umani sentimenti, non aveva provato
-che una leggerissima impressione. Dantès era sulla strada che voleva
-percorrere, e che tendeva alla meta cui voleva giungere: cioè sulla
-via di petrificarsi il cuore in petto. Del resto, Jacopo che vedendolo
-cadere lo aveva creduto morto, si era precipitato su di lui, e gli
-aveva prodigato tutte quelle cure proprie di un buon camerata.
-
-Questa gente non era adunque così buona come avrebbe voluto il dottore
-Pangloss; ma non era così cattiva come avrebbe creduto Dantès: poichè
-quest’uomo, che null’altro poteva aspettarsi dal suo compagno che di
-ereditare la sua parte di guadagno, provava una viva afflizione di
-vederlo ucciso, fortunatamente però, come si disse, Dantès non era che
-ferito. Mercè alcune erbe, raccolte in certe congiunture, e vendute ai
-contrabbandieri da certe vecchie Sarde, la ferita si cicatrizzò ben
-presto; Edmondo allora volle tentare Jacopo, offrendogli in compenso
-delle sue cure, una porzione della sua presa; ma Jacopo la ricusò con
-indignazione. Questo era il risultato di una specie di devozione, che
-Jacopo aveva consacrata ad Edmondo fin dal primo momento che lo aveva
-veduto, e di una certa affezione che Edmondo portava a Jacopo. Ma
-quest’ultimo non voleva di più, egli aveva indovinato istintivamente in
-Edmondo quella superiorità alla sua posizione, che Dantès era giunto a
-nascondere agli altri: ed il bravo marinaro era contento di quel poco
-di affezione che gli veniva concessa.
-
-Così nelle lunghe giornate che passavano a bordo, quando il naviglio
-scorreva con sicurezza su l’azzurro mare, e che non aveva bisogno, pel
-vento che spirava, che del solo timoniere per dirigerlo, Edmondo si
-faceva istruttore di Jacopo con una carta alla mano, come Faria aveva
-fatto con lui. Gli mostrava la sporgenza delle coste, le variazioni
-della bussola, gl’insegnava a leggere in quel gran libro aperto al di
-sopra delle nostre teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritta la
-sua onnipotenza sull’azzurra volta con lettere di brillanti.
-
-E quando Jacopo gli domandava. «A che serve imparare tutte queste
-cose ad un povero marinaro come sono io?» Edmondo rispondeva «chi lo
-sa? forse un giorno potresti essere capitano di bastimento; il tuo
-compatriotta Bonaparte non divenne imperatore?»
-
-Dimenticammo di dire che Jacopo era Corso.
-
-Due mesi e mezzo erano già passati in queste gite successive. Edmondo
-era divenuto così bravo contrabbandiere, come altra volta era stato
-ardito marinaro: aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri
-della costa: aveva imparati quei segni massonici, per mezzo dei quali
-questi semi-pirati si riconoscono fra di loro. Era passato e ripassato
-venti volte innanzi l’isola di Monte-Cristo, ma non aveva mai trovato
-l’occasione di potervi sbarcare: aveva per ciò presa una risoluzione,
-ed era, (terminato il suo impegno col padrone della _Giovane Amelia_)
-noleggiare una piccola barca per proprio conto, avendo già economizzato
-un centinaio di piastre nelle sue corse, e con un pretesto qualunque
-recarsi all’isola di Monte-Cristo. Là farebbe le sue ricerche in tutta
-libertà... ma non interamente, che le sue azioni sarebbero state spiate
-da chi conduceva seco... in questo mondo qualche cosa bisogna pure
-arrischiare.
-
-La prigione aveva reso Edmondo prudente, ed avrebbe voluto non
-essere obbligato ad arrischiar nulla: aveva un bel cercare; nella sua
-immaginazione, per quanto fervida, non poteva ritrovare altro mezzo di
-giungere all’isola di Monte-Cristo, che facendovisi trasportare. Dantès
-ondeggiava in questa esitazione, allorchè il padrone che aveva in lui
-posta molta confidenza, e che aveva gran volontà di conservarselo da
-presso, lo prese una sera pel braccio, e lo condusse in una osteria in
-via dell’Olio, nella quale erano abituati di radunarsi quanto vi ha
-di meglio in contrabbandieri a Livorno. Là d’ordinario si trattavano
-gli affari della costa. Dantès era già entrato altre due o tre volte
-in questa borsa marittima, e vedendo questi arditi corsari forniti da
-tutto un littorale due mila leghe circa di circonferenza, domandava a
-sè stesso di qual forza potrebbe disporre quell’uomo, che giungesse
-a dare l’impulso della sua volontà a tutte quelle fila riunite o
-divergenti. Questa volta trattavasi di un affare di grande importanza;
-di un bastimento carico di drappi turchi, stoffe di levante, e di
-casimiro; bisognava ritrovare un terreno neutro ove operare il cambio,
-poi tentare di gettare questi oggetti sulle coste di Francia. Il premio
-era enorme se vi fossero riusciti, circa 50, o 60 piastre per ciascuno.
-
-Il padrone della _Giovane Amelia_ propose l’isola di Monte-Cristo per
-luogo di sbarco, perchè essendo completamente deserta, e non avendo nè
-soldati, nè doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fino dai tempi
-dell’Olimpo dei pagani, da Mercurio, questo dio dei commercianti e dei
-ladri, classi da noi separate, se non distinte, ma che l’antichità, a
-ciò che sembra, metteva nella stessa categoria.
-
-Al nome di Monte-Cristo, Dantès fremè di gioia, si alzò per nascondere
-la sua emozione, fe’ un giro in quella affumicata taverna, ove tutti
-gl’idiomi conosciuti di questo mondo venivano a fondersi nella lingua
-francese. Quando ritornò ad avvicinarsi ai due interlocutori, era già
-stabilito di prender terra all’isola di Monte-Cristo, e di partir
-per questa spedizione la notte seguente. Consultato Edmondo, egli
-fu d’avviso che l’isola offriva tutte le sicurezze possibili, e che
-le grandi imprese per riuscir bene, abbisognavano di essere mandate
-presto ad effetto. Non fu dunque cambiata cosa alcuna allo stabilito
-programma. Rimase convenuto che si sarebbero fatti i necessari
-apparecchi per la dimane a sera, e che si procurerebbe, se il mare
-era buono ed il vento favorevole, di essere la sera dopo nelle acque
-dell’isola neutra.
-
-
-
-
-XXIII. — L’ISOLA DI MONTE-CRISTO.
-
-
-Finalmente Dantès, per una di quelle inattese fortune, che qualche
-volta sopravvengono a coloro che il destino è stanco di perseguitare,
-stava per giungere alla meta con un mezzo semplice e naturale, e
-mettere piede in quell’isola senza ispirare verun sospetto ad alcuno.
-Una notte lo separava ancora dalla partenza, per sì lungo tempo
-desiderata ed attesa. Questa fu una delle notti più febbrili per
-Dantès: se gli presentarono alla mente tutte le possibilità buone
-e cattive: se chiudeva gli occhi vedeva la lettera di Guido Spada
-scritta in caratteri sfolgoranti sul muro: se dormiva, i sogni più
-strani venivano a tumultuare nel cervello, discendeva in grotte che
-avevano il pavimento di smeraldi, le pareti di rubini, le stalattiti
-di diamanti; le perle cadevano come le gocce di acqua, che d’ordinario
-filtrano nei sotterranei. Edmondo rapito, meravigliato, si riempiva le
-saccocce di pietre preziose; poi veniva in pieno giorno, e queste gioie
-si convertivano in semplici sassolini. Allora tentava di rientrare
-in queste grotte meravigliose che travedeva soltanto, ma il cammino
-si contorceva in infiniti spirali; l’ingresso ridiveniva invisibile;
-e cercava inutilmente di richiamarsi alla stanca memoria quelle
-misteriose e magiche parole che in altri tempi aprivano all’arabo
-pescatore le splendide caverne di Alì-Babà. Tutto era inutile: lo
-svanito tesoro era ritornato in proprietà dei geni della terra, ai
-quali egli aveva avuto per un momento la speranza di poterlo togliere.
-
-Successe il giorno quasi colla stessa febbre della notte, ma la logica
-venne in aiuto all’immaginazione di Dantès, e potè stabilire un disegno
-meno incerto e dubbioso. Venne la sera, e con essa i preparativi della
-partenza: questi erano per Edmondo un mezzo di nascondere la propria
-agitazione. Un poco alla volta aveva presa l’abitudine di comandare
-ai compagni, come se fosse stato il padron del bastimento; e siccome
-i suoi ordini erano sempre chiari, precisi, e facili ad eseguirsi, i
-compagni non solo l’obbedivano con prontezza, ma anche con piacere. Il
-vecchio padrone lo lasciava fare, avendo riconosciuta la superiorità
-di Dantès non solo sui compagni, ma anche su sè stesso; vedeva nel
-giovinotto il suo successore naturale, ed era dolente di non avere una
-figlia per stringere questa bella alleanza.
-
-Alle sette di sera tutto fu in ordine, a sette ore e dieci minuti si
-voltava intorno al faro, al momento che questo veniva acceso. Il mare
-era placido, con fresco venticello di sud-est. Navigavasi sotto un
-cielo chiaro, in cui Dio pure faceva risplendere successivamente i
-suoi fari, ciascuno dei quali è un mondo. Dantès dichiarò, che tutti
-potevano andare a dormire, e ch’ei s’incaricava del timone. Quando il
-maltese, che così veniva chiamato Dantès a bordo, faceva una simile
-dichiarazione, bastava; e ciascuno andava a riposare tranquillamente.
-Ciò era accaduto qualche altra volta. Dantès rigettato dalla solitudine
-nel mondo, provava di tempo in tempo un imperioso bisogno di restar
-solo. Ora qual solitudine più immensa ad un tempo e più poetica, di
-quella di un bastimento che nella oscurità della notte ondeggia isolato
-sul mare nel silenzio della immensità, e sotto lo sguardo del Signore?
-In quella notte però la solitudine fu popolata dai suoi pensieri, la
-notte illuminata dalle sue illusioni, il silenzio animato dalle sue
-promesse.
-
-Quando il padrone si svegliò, la navicella correva a vele gonfie: non
-esisteva un lembo di tela che non fosse gonfiato dal vento: facevano
-più di due leghe e mezzo l’ora. L’isola di Monte-Cristo s’ingrandiva
-sull’orizzonte. Edmondo rese il timone al padrone, e andò a sua volta
-a stendersi sulla branda: ma ad onta della notte vegliata, non potè
-chiudere occhio. Due ore dopo risalì sul ponte; il bastimento era sul
-punto di sorpassare l’isola d’Elba; si trovava all’altezza di Marciana,
-e al di sotto dell’isola piana e verde della Pianosa. Si vedeva
-luccicare fra l’azzurro del cielo la sommità raggiante dell’isola di
-Monte-Cristo. Dantès ordinò al timoniere di volgere a sinistra per
-lasciare la Pianosa a destra; egli aveva calcolato che questa manovra
-doveva abbreviare la strada di due o tre nodi. Alle cinque di sera
-ebbero la vista completa dell’isola, mercè quella limpida atmosfera
-che è particolare alla luce che mandano gli ultimi raggi del sole al
-tramonto.
-
-Edmondo divorò con gli occhi questa massa di scogli che sembravano
-tinti di tutti i colori del crepuscolo dal roseo vivo fino al blu
-scuro; a quando a quando gli salivano al volto ardenti vampe: la fronte
-diveniva di porpora, una nube rossastra gli passava davanti agli occhi.
-Giammai giuocatore, la cui fortuna è tutta riposta sur una carta,
-provò tanta angoscia, quanta ne sentiva Edmondo nei suoi parosismi di
-speranza. Ritornò la notte. Alle dieci di sera si approdò. La _Giovane
-Amelia_ era la prima al convegno. Dantès ad onta del suo impero su
-sè stesso non potè contenersi; egli pel primo saltò sulla riva. Se
-lo avesse osato, avrebbe come Bruto baciata la terra. Era oscura la
-notte; ma alle undici la luna sorse di mezzo al mare, e ne inargentò
-le crespe: quindi i raggi cominciarono a screziarsi di bianche cascate
-di luce sugli scogli ammassati di quest’altro Pelione. L’isola era
-conosciuta dall’equipaggio della _Giovane Amelia_; era una delle sue
-ordinarie stazioni. Quanto a Dantès, l’aveva veduta in ciascuno dei
-suoi viaggi in Levante, ma non vi era mai disceso. Egli interrogò
-Jacopo. — Dove passiamo la notte? — A bordo della tartana, rispose
-Jacopo.
-
-— Non staremmo meglio nelle grotte?
-
-— E in quali grotte?
-
-— Nelle grotte dell’isola.
-
-— Io non vi conosco grotte, disse Jacopo.
-
-Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. — Non vi sono grotte a
-Monte-Cristo? domandò egli. — No.
-
-Dantès rimase per un momento stordito, poi pensò che queste grotte
-potevano essersi ricoperte per un qualche accidente, od essere state
-chiuse per maggior cautela dallo stesso Spada. In questo caso tutto
-stava nel ritrovare la perduta apertura. Era inutile cercarla nella
-notte; Dantès rimise dunque le sue ricerche alla dimane: d’altra parte
-un segnale inalberato a mezza lega in mare, ed al quale rispondeva
-con uno simile la _Giovane Amelia_, indicò ch’era giunto il momento
-di accingersi all’operazione. Il bastimento che aveva ritardato,
-rassicurato dal segnale che doveva far conoscere all’ultimo giunto
-tutta la sicurezza per potersi abboccare, apparve ben presto bianco
-e silenzioso come un fantasma, e venne a gettare l’ancora presso la
-riva. Il trasporto delle merci cominciò in quel punto. Dantès, mentre
-lavorava, pensava all’_hourra_ di gioia, che con una sola parola
-poteva provocare in tutti quegli uomini, se diceva ad alta voce
-l’incessante pensiero che gli rumoreggiava all’orecchio, e lo turbava:
-ma lungi dal rivelare il suo magnifico segreto, temeva già di aver
-detto troppo, e di avere risvegliati dei sospetti col suo andare e
-venire, e colle ripetute domande, colle minuziose osservazioni, e la
-sua preoccupazione: fortunatamente però che in lui, per questa volta
-almeno, il doloroso passato riflettevagli sul viso una indelebile
-tristezza, e che gli slanci d’ilarità intraveduti sotto questa nube non
-erano che lampi. Nessuno adunque dubitava di cosa alcuna: ed allorchè
-la dimane prendendo il fucile, i pallini e la polvere, Dantès manifestò
-il desiderio di andare a tirare qualcuna di quelle numerose capre
-selvagge che si vedevano saltare di roccia in roccia, non si attribuì
-questa sua escursione che all’amore per la caccia, ed al desiderio
-della solitudine! non vi fu che Jacopo che insistè per seguirlo.
-Dantès non volle opporvisi temendo d’inspirar sospetti, se spingeva
-tropp’oltre la sua ripugnanza ad essere accompagnato. Ma appena ebbe
-fatto un quarto di lega, presentatasi l’occasione di tirare ed uccidere
-un capriuolo, inviò Jacopo a portarlo ai compagni, invitandoli a
-cuocerlo, e a dargli il segnale quando sarebbe cotto per mangiarlo, col
-trarre un colpo di fucile. Qualche frutto secco, ed un fiasco di vino
-di Montepulciano dovevano compiere il pranzo.
-
-Dantès continuò il cammino voltandosi di tempo in tempo. Giunto alla
-sommità di una roccia, vide mille piedi al di sotto di lui i compagni,
-che raggiunti da Jacopo, già si occupavano attivamente dei preparativi
-del pranzo, aumentato, mercè la bravura d’Edmondo d’un piatto
-principale.
-
-Edmondo li guardò un momento con quel tristo e dolce sorriso proprio
-delle persone superiori. «Fra due ore coloro partiranno ricchi di
-50 piastre, per andare a cercar di guadagnarne altre 50 col rischio
-della loro vita: poi ritorneranno ricchi di lire 600, per andare a
-dilapidarle in una città qualsisia coll’orgoglio dei sultani, e la
-confidenza dei nababi. Oggi la speranza fa che io disprezzi la loro
-ricchezza, che mi appare profonda miseria: domani forse il disinganno
-mi obbligherà guardare questa profonda miseria come la maggiore
-delle fortune... Oh! no, gridò Edmondo: questo non sarà. Il sapiente,
-l’infallibile Faria non può essersi ingannato su questo solo punto.
-D’altra parte meglio morire che continuare a condurre questa vita
-miserabile e vile.»
-
-Così Dantès, che tre mesi prima non desiderava che la libertà, non
-era più contento di questa, ma voleva eziandio le ricchezze. Il
-difetto non era di Dantès, ma della nostra natura che ci crea desideri
-infiniti. Frattanto per una strada che si perdeva fra due muraglie
-di scogli, lungo il cammino che percorreva il torrente, e che secondo
-ogni probabilità non era stata mai calcata da piede umano, Dantès si
-era avvicinato alla direzione in cui supponeva dover essere le grotte.
-Seguendo la spiaggia del mare, ed esaminando i più piccoli oggetti con
-una seria attenzione, credè notare sur alcune rocce degli scavi operati
-della mano dell’uomo.
-
-Il tempo che cuopre tutte le cose fisiche col manto dell’obblio,
-sembrava avere rispettati questi segni, tracciati con una certa
-regolarità, e nello scopo probabilmente di servir di guida, segni
-che poi sparivano sotto i cespugli di mirto che si univano in grossi
-mazzi carichi di fiori, o sotto i licheni parassiti. Bisognava allora
-che Dantès allontanasse i mazzi di fiori o sollevasse il musco per
-ritrovare i segni che lo guidavano per questo laberinto, segni, che per
-altro avevan dato buona speranza ad Edmondo. Perchè non potevano essere
-stati tracciati dallo Spada per poter servire, in caso di catastrofe
-ch’egli non aveva preveduto così completa, di guida al nipote? Questo
-luogo solitario era ben quello che conveniva ad un uomo che voleva
-seppellire un tesoro. Soltanto questi segni visibili avrebbero potuto
-attirare lo sguardo di qualche altro oltre quelli per cui erano fatti:
-e l’isola dalle tetre muraglie aveva ella conservato fedelmente il
-segreto?
-
-Frattanto a cinquanta passi dal porto sembrò ad Edmondo, sempre celato
-agli sguardi de’ compagni per la ineguaglianza del suolo, che i segni
-cessassero, senza però metter capo ad alcuna grotta. Una grossa roccia
-rotonda, posta sopra una solida base era la sola meta a cui sembravano
-guidare. Edmondo pensò allora che invece d’essere giunto al termine,
-poteva benissimo non essere arrivato che a scoprire il principio: per
-conseguenza fe’ un giro in contrario, e ritornò in dietro calcando la
-stessa via. In questo mentre i suoi compagni preparavano il pranzo,
-attingevano l’acqua alla sorgente, trasportavano il pane e le frutta
-a terra, e facevano cuocere il capriuolo: e nel punto in cui lo
-toglievano dallo improvvisato spiedo scorsero Edmondo, che leggero
-e ardito come uno scoiattolo, saltava di roccia in roccia: tirarono
-allora il colpo per avvertirlo. Il cacciatore cambiò subito direzione,
-e ritornò a loro correndo. Ma nel momento che tutti lo seguivano collo
-sguardo nella specie di voli che faceva, tacciando di temerità la
-sua sveltezza; come per dar ragione ai loro timori, gli venne meno un
-piede, fu visto oscillare sulla vetta di uno scoglio, gettare un grido,
-e sparire.
-
-Tutti balzarono di un solo slancio, perchè tutti amavano Edmondo ad
-onta della sua superiorità; Jacopo però fu il primo a raggiungerlo.
-Egli trovò Dantès steso, insanguinato, e quasi privo di sensi: era
-rotolato da un’altezza di 10 a 12 piedi. Gli fu introdotto in bocca
-qualche sorso di rum, e questo rimedio, che altra volta gli era stato
-di tanta efficacia, produsse il medesimo effetto. Edmondo riaprì gli
-occhi, e si lagnò di un vivo dolore al ginocchio, d’un gran peso alla
-testa, e d’un forte spasimo ai reni. Lo volevano trasportare fino alla
-riva; ma quando fu toccato, quantunque Jacopo dirigesse l’operazione,
-dichiarò lamentandosi, che non si sentiva la forza di sopportare il
-trasporto.
-
-S’intende, che di pranzo per Edmondo non si parlò neppure, ma volle
-che i suoi camerati, non avendo le sue stesse ragioni per fare
-digiuno, ritornassero al loro posto. Quanto a lui, pretendeva di non
-aver bisogno di altro che di un poco di riposo, e che al loro ritorno
-essi lo troverebbero assai meglio. I marinari non si fecero molto
-pregare; avevano fame, l’odore del capriuolo giungeva fino a loro, e
-fra lupi di mare non vi sono molte cerimonie. Ritornarono un’ora dopo.
-Tuttociò che Edmondo aveva potuto fare era stato di trascinarsi per
-una dozzina di passi per appoggiarsi sur un sasso coperto di musco. Ma
-lungi dal calmarsi, i dolori di Dantès sembrava che fossero aumentati
-d’intensità.
-
-Il vecchio padrone che era costretto a partire nella mattinata, per
-depositare il carico sulle frontiere del Piemonte e della Francia, fra
-Nizza e Fréjus, insistè perchè si sforzasse ad alzarsi. Dantès fece
-sforzi sovrumani per arrendersi a questo invito: ma a ciascuno di essi
-ricadde lamentandosi ed impallidendo.
-
-— Ha rotti i reni, disse a bassa voce il padrone; non importa, è un
-buon compagno, non bisogna abbandonarlo; cerchiamo di trasportarlo fino
-alla tartana. — Dantès dichiarò che preferiva morire ove si trovava,
-piuttosto che sopportare i dolori che gli causava qualunque movimento
-per quanto piccolo si fosse. — Ebbene! disse il padrone; avvenga ciò
-che vuole; non sarà mai detto che noi lasciamo un bravo compagno senza
-aiuto. Non partiremo che questa sera. — Questa proposizione fe’ molta
-meraviglia ai marinai, quantunque non vi fosse pur uno che facesse
-obbiezione. Il padrone era un uomo molto rigoroso, ed era la prima
-volta che lo si vedesse rinunciare ad una impresa, od anche soltanto
-ritardarla. Dantès del pari non volle sopportare che si facesse in
-suo favore una infrazione alle regole di disciplina stabilite a bordo.
-— No, diss’egli, io fui mal cauto, ed io debbo portare la pena della
-mia poca destrezza: lasciatemi una piccola provvigione di biscotto, un
-fucile, della polvere e delle palle per ammazzare dei capretti ed anche
-per difendermi, ed una zappa per costruirmi una specie di casetta, nel
-caso che voi tardaste molto a ritornare a prendermi.
-
-— Ma tu morrai di fame, disse il padrone.
-
-— Amo piuttosto questo, rispose Edmondo, che di soffrire gli inauditi
-dolori, che mi fa provare il più piccolo movimento.
-
-Il padrone si volse al bastimento che ondeggiava con un principio di
-preparativo nel piccolo porto, pronto a riprendere il mare quando gli
-apparecchi fossero del tutto compiti.
-
-— Che vuoi tu dunque, o maltese, che facciamo! diss’egli, non possiamo
-abbandonarti così, e neppure aspettare lungamente.
-
-— Partite! partite! gridò Dantès.
-
-— Staremo assenti almeno otto giorni, e bisognerà eziandio deviare
-dalla nostra via per venirti a prendere.
-
-— Ascoltate, disse Dantès; se incontrate qualche barca peschereccia
-che fra due o tre giorni venga in questi paraggi, raccomandatemi al
-padrone, io pagherò 25 piastre pel mio ritorno a Livorno; e se non ne
-ritroverete, ritornate.
-
-— Ascoltate, padron Baldi, vi è un mezzo per conciliar tutto, disse
-Jacopo, partite; io resterò alla cura del ferito.
-
-— E rinuncierai alla tua parte di divisione, disse Edmondo, per restar
-meco? — Sì, e senza dispiacere, rispose Jacopo. — Tu sei un brav’uomo,
-disse Edmondo, e Dio ti compenserà della tua buona volontà. Ma io non
-ho bisogno d’alcuno, grazie: un giorno o due di riposo mi rimetteranno,
-e spero ritrovare fra questi scogli alcune erbe eccellenti per le
-contusioni.
-
-Uno strano sorriso passò sulle labbra di Dantès; strinse la mano a
-Jacopo con effusione, ma rimase irremovibile nella sua risoluzione di
-rimanere, e di rimaner solo. I contrabbandieri lasciarono ad Edmondo
-ciò che aveva domandato, e lo abbandonarono, non senza voltarsi molte
-volte facendogli tutti i segni di un cordiale addio, ai quali Edmondo
-rispondeva con una sola mano, come se non potesse muovere il restante
-del corpo. Poi, quando furono disparsi: — È strano, mormorò Dantès
-ridendo, che in mezzo ad uomini di tal fatta si trovino prove di
-amicizia e di devozione. — Allora trascinossi con cautela fino alla
-sommità di una roccia, che gli nascondeva la vista del mare, e di là
-vide la tartana compiere i preparativi, levar l’ancora, librarsi come
-una lodola che sta per spiccare il volo, e partire. In capo ad un ora
-ella era disparsa del tutto, o almeno era impossibile di più vederla
-dal luogo ove era rimasto il ferito. Dantès si alzò più lesto e più
-leggiero di un capriuolo fra i mirti e le lentische, su quelle rocce
-selvagge, prese il fucile con una mano, coll’altra la zappa, e corse a
-quella roccia presso la quale finivano i segni che aveva notati sulle
-altre.
-
-— Ed ora, gridò egli ricordandosi la storia dell’arabo pescatore
-raccontatagli da Faria, ora, apriti o Sesamo!
-
-
-
-
-XXIV. — L’ABBAGLIAMENTO.
-
-
-Il sole era pervenuto a circa un terzo del suo corso, i raggi di
-maggio cadevano caldi e vivificanti su queste rocce che sembravano
-anch’esse sensibili a questo calore. Migliaia di cicale invisibili
-fra i cespugli, facevano sentire il loro mormorio monotono e continuo.
-Le foglie dei mirti e degli ulivi si agitavano tremanti, e mandavano
-un rumore quasi metallico. A ciascun passo che faceva Edmondo sul
-riscaldato granito fuggivano dei mosconi che sembravano smeraldi. Si
-vedevano da lungi balzare, sul pendio inclinato dell’isola, le capre
-selvagge che vi attirano qualche volta i cacciatori; in una parola
-l’isola era abitata, vivente, animata, e ciò non pertanto Edmondo
-si sentiva solo, sotto la mano di Dio. Egli provava una non so quale
-emozione, molto somigliante alla paura. Era quella diffidenza del pieno
-giorno, che fa supporre, anche nel deserto, che vi possano essere degli
-occhi inquisitori aperti ad osservarci. Questo sentimento fu sì forte,
-che al momento di cominciare il lavoro, Edmondo si fermò, depose la
-zappa, riprese il fucile, salì un’ultima volta su la roccia più elevata
-dell’isola, e di là girò lo sguardo attentamente su tutto ciò che
-lo circondava. Ma, dobbiamo dirlo, ciò che attirò la sua attenzione,
-non fu la poetica Corsica di cui egli poteva perfino distinguere le
-case, non la Sardegna, a lui quasi sconosciuta, che le fa seguito,
-non l’isola d’Elba dai giganteschi ricordi, e finalmente non quella
-linea impercettibile che si estende sull’orizzonte, e che, all’occhio
-esercitato del marinaro, rivela la situazione della superba Genova,
-e della commerciante Livorno; no, ma fu il brigantino ch’era partito
-a punto di giorno e la tartana partita da poco. Il primo, stava per
-sparire nello stretto di S. Bonifazio; l’altra seguendo la strada
-opposta costeggiava la Corsica per oltrepassarla.
-
-Questa vista rassicurò Edmondo: ricondusse allora lo sguardo
-sugli oggetti che lo circondavano più da vicino: si vide sul punto
-più elevato della conica isola, piccola statua di questo immenso
-piedistallo: intorno a lui non v’era un uomo, non una barca: niente
-altro che l’azzurro mare che veniva a percuotere la base dell’isola,
-ornandola di una eterna frangia d’argento. Allora discese con passo
-rapido, ma prudente; temeva troppo in un simile momento un accidente
-simile a quello che aveva tanto abilmente e felicemente simulato.
-
-Dantès come abbiamo detto, aveva ripercorso il cammino, guidato dai
-solchi scavati sulle rocce, ed aveva veduto che questa linea conduceva
-ad un piccolo seno nascosto come un bagno di antica ninfa. Questo seno
-era abbastanza profondo nel centro, perchè un piccolo bastimento del
-genere delle Speronare potesse entrarvi, e rimanervi nascosto. Allora,
-seguendo il filo delle induzioni, quel filo che fra le mani di Faria
-aveva veduto guidare in una maniera così ingegnosa fra il dedalo delle
-probabilità, pensò che Guido Spada, nello scopo di non farsi vedere,
-fosse approdato a questo seno, quivi nascosto il piccolo naviglio,
-avesse seguita la linea indicata dalle intaccature, e nella estremità
-di essa sepolto il tesoro. Questa supposizione ricondusse Dantès presso
-la roccia circolare. Una cosa soltanto lo inquietava, e sconvolgeva
-tutte le sue idee in dinamica: come erasi potuto, senza impiegare forze
-considerevoli, innalzare questa roccia, che pesava forse cinque o sei
-migliaia, sulla specie di base su cui era posta?
-
-D’improvviso fu colpito da un’idea. Invece di farla salire, disse tra
-sè, l’avranno fatta discendere. Ed egli stesso si slanciò al di sopra
-della roccia, per cercare il posto della sua primitiva base. Infatto
-vide ben presto, ch’era stata praticata una leggera inclinazione,
-la roccia aveva strisciato sulla base, ed era venuta a fermarsi
-nella direzione in cui un’altra roccia, grossa come una pietra da
-taglio ordinaria gli aveva servito di base. Erano stati impiegati dei
-sassolini e delle pietre per far sparire ogni traccia di mancanza di
-continuità, questo piccolo lavoro da muratore era stato ricoperto di
-terra vegetabile, vi era nata l’erba, ed il musco vi si era esteso,
-qualche seme di mirto e di lentischia vi si erano fermati, e l’antico
-avanzo di roccia sembrava attaccato al suolo. Dantès sollevò con
-cautela la terra, e riconobbe, o credè riconoscere tutto questo
-ingegnoso artificio. Allora si accinse a distruggere colla zappa questo
-muro intermediario, cementato dal tempo; dopo un lavoro di dieci minuti
-il muro cedè, e rimase aperto un foro pel quale potevasi introdurre un
-braccio. Dantès andò a troncare l’olivo più grosso in cui si abbattè,
-lo spogliò dei rami, l’introdusse nel foro, e ne fece una leva; ma la
-roccia era ad un tempo troppo pesante, e incastrata troppo solidamente
-sull’inferiore, che forza umana non era bastante a smuoverla, fosse
-stata pur quella d’Ercole.
-
-Dantès riflettè allora esser necessario assaltar la roccia stessa, ma
-con qual mezzo? Girò lo sguardo intorno a sè come fanno gli uomini
-impacciati, e questo cadde sul corno di bufalo pieno di polvere che
-avevagli lasciato Jacopo; egli sorrise: l’invenzione infernale avrebbe
-compita l’opera.
-
-Coll’aiuto della zappa, Dantès scavò fra la roccia superiore e
-quella sopra cui era posta, un condotto di mina simile a quello
-che fanno i guastatori, quando vogliono risparmiare alle braccia
-dell’uomo una troppo lunga fatica. Quindi lo riempì di polvere ben
-compressa e sfilando il fazzoletto, e immergendolo nella polvere,
-ne fe’ una miccia, e messovi fuoco si allontanò. L’esplosione non
-si fece attendere; la roccia superiore per un momento fu sollevata
-dall’incalcolabile forza, quella inferiore andò in pezzi. Dalla piccola
-apertura, che sul principio aveva praticata Dantès, uscì buon numero
-d’insetti frementi ed un enorme serpente, guardiano di questo cammino
-misterioso, il quale strisciando su sè stesso disparve.
-
-Dantès si avvicinò. La roccia superiore, rimasta ormai senza appoggio
-pendeva sull’abisso. L’intrepido cercatore vi girò attorno, scelse il
-punto più vacillante, appoggiò la sua leva fra gl’intacchi, e a guisa
-di Sisifo s’incurvò con tutta la forza contro la roccia, la quale di
-già spostata dall’esplosione traballò. Dantès raddoppiò di sforzi. Si
-sarebbe detto ch’egli era un nuovo Titano che sradicava le montagne per
-far la guerra al padre degli Dei. Finalmente la roccia cedè, rotolò,
-balzò, si precipitò, e disparve immergendosi nel mare. Essa lasciò
-scoperto un vano circolare che metteva in vista un anello di ferro
-impiombato nel mezzo di una pietra quadrata.
-
-Dantès gettò un grido di gioia e di stupore. Giammai più magnifico
-risultato aveva coronato un primo tentativo. Volle continuare, ma le
-gambe gli tremavano così fortemente, il cuore gli batteva con tanta
-violenza, una nube gli passava tanto ardente davanti agli occhi, che fu
-costretto di fermarsi. Questo momento di esitazione però durò quanto
-un lampo. Edmondo passò la leva nell’anello, l’alzò vigorosamente, e
-la pietra spostata si aprì, scoprendo il rapido pendìo di una specie di
-scala infossantesi nell’ombra di una grotta di più in più oscura.
-
-Un altro vi si sarebbe precipitato, avrebbe gettato grida di esultanza
-e di gioia: Dantès si fermò, impallidì, dubitò.
-
-— Vediamo, diss’egli, siamo uomini. Avvezzi all’avversità, non ci
-lasciamo abbattere da un disinganno, o senza questo avrei io tanto
-sofferto? Il cuore si rompe allorchè, dopo essere stato dilatato oltre
-misura dalla speranza, ritorna su sè stesso e si ricompone nella fredda
-realtà. Faria non fe’ che un sogno; Guido Spada nulla ha seppellito in
-questa grotta; forse anche non vi è mai venuto, o se vi venne, Cesare
-Borgia, l’intrepido avventuriere, l’infaticabile capo ladrone vi sarà
-approdato dopo di lui, avrà seguiti i medesimi segni che ho seguiti io,
-avrà come me sollevata questa pietra, e, disceso prima di me, nulla
-avrà lasciato da prendere a chi veniva dopo lui. — Dantès restò un
-momento immobile, pensieroso, cogli occhi fissi sopra quest’apertura
-tenebrosa e continua.
-
-— Sì, sì, questa è un’avventura da trovar posto nella vita, mista di
-oscurità e di luce, di questo reale bandito. In quel tessuto di strani
-casi che compose la trama diaspra della sua esistenza, questo favoloso
-avvenimento ha dovuto incatenarsi invincibilmente ad altri fatti.
-Sì, Borgia è venuto una notte qui, tenendo in una mano una fiaccola,
-nell’altra una spada, nel mentre che a venti passi da lui distante,
-forse a piedi di quello scoglio, stavano cupi e minacciosi due sgherri
-spiando la terra, l’aria ed il mare, mentre che il padrone entrava,
-come sto per fare io, in quest’antro scuotendo le tenebre col suo
-formidabile e fiammeggiante braccio. Sì, ma di quei sgherri ai quali
-avrà dovuto comunicare il segreto, che ne avrà fatto Borgia? si domandò
-Dantès. Ciò che fecero, rispose egli stesso sorridendo, dei becchini
-d’Alarico, che vennero sotterrati col seppellito. Ora che io non
-calcolo più su nulla, ora che sarebbe pazza cosa il conservar qualche
-speranza, questa avventura non è più per me che una mera curiosità.
-
-E restò ancora per poco tempo immobile e meditabondo.
-
-— Però se vi fosse venuto, riprese Dantès, se avesse ritrovato e
-portato il tesoro, Borgia, l’uomo che paragonava l’Italia ad un
-carciofo, e che la mangiava foglia per foglia, Borgia sapeva troppo
-bene impiegare il tempo per non perderne a rimettere questa roccia
-sulla base... discendiamo.
-
-Allora discese, il sorriso del dubbio sfiorava sulle sue labbra che
-mormoravano quest’ultima parola dell’umana saggezza: — Può darsi!...
-
-Ma in vece delle tenebre che si aspettava di ritrovare, in vece
-di un’atmosfera opaca e trista, Dantès non vide che una gran luce
-decomposta in un chiarore azzurrognolo; l’aria e la luce filtravano non
-solo dall’apertura da lui praticata, ma ancora per delle screpolature
-invisibili fra le rocce dalla parte esterna, e attraverso le quali si
-vedeva il colore turchino del cielo, e ove si congiungevano i rami
-tremolanti dei verdi cespugli e i ligamenti spinosi e parassiti dei
-rovi. Dopo qualche secondo di dimora in questa grotta, la cui atmosfera
-piuttosto odorosa che fetida, stava alla temperatura dell’isola come
-l’ombra al sole, lo sguardo di Dantès, abituato come si disse, alle
-tenebre, potè esplorare gli angoli più reconditi della caverna; essa
-era di granito di cui le faccette sparse di pagliuole risplendevano
-come diamanti.
-
-— Ahimè! esclamò Dantès sorridendo, ecco senza fallo i tesori che
-avrà lasciato lo Spada, e il buon Faria vedendo in sogno questi muri
-risplendenti, si sarà fermato in queste ricche speranze!... — Si
-ricordò poi le precise parole del testamento che sapeva a memoria.
-«Nell’angolo più lontano della seconda apertura». Or Dantès non era
-penetrato che nella prima grotta, gli abbisognava dunque cercare
-l’entrata della seconda.
-
-Si orizzontò allora. Questa seconda grotta doveva naturalmente
-internarsi verso il centro dell’isola. Esaminò gli strati delle pietre,
-e andò a battere sur una delle pareti che gli parve quella ove doveva
-essere l’apertura, nascosta senza dubbio per maggior cautela. Con la
-zappa ripercosse le pareti ad intervalli, tramandando la roccia un
-rumore sì sordo e debole che faceva scorrere il sudore sulla fronte di
-Dantès. Finalmente sembrò al perseverante minatore che una parte del
-muro di granito risuonasse, e rispondesse con un eco più sordo e più
-profondo all’appello che gli veniva fatto. Avvicinò lo sguardo ardente
-al muro, e ritrovò, col tatto da prigioniero, ciò che niun altro
-avrebbe forse riconosciuto: cioè che là doveva essere un’apertura.
-Però, onde non fare un lavoro inutile, Dantès, che, a guisa di Cesare
-Borgia, aveva studiato il valore del tempo, esplorò le altre pareti
-colla zappa, percosse il suolo col calcio del fucile, smosse la sabbia
-nei luoghi sospetti, e non avendo ritrovato nè riconosciuto nulla,
-ritornò alla parte di muro che rendeva quel suono consolatore. Egli la
-percosse di nuovo e con maggior forza.
-
-Allora vide una cosa singolare; sotto i colpi dell’istrumento, una
-specie d’intonaco come quello che si applica sui muri per dipingervi
-a fresco, si sollevava e cadeva in croste, scoprendo una pietra
-biancastra e granellosa, come quelle da taglio. L’apertura della roccia
-era stata chiusa con pietre di altra natura, quindi vi avevano steso
-l’intonaco, era stata imitata la tinta e la cristallizzazione del
-granito. Dantès percosse allora colla parte tagliente della zappa,
-questa penetrò per un pollice nella porta a muro.
-
-Era là che bisognava lavorare.
-
-Per uno strano mistero dell’umana organizzazione, più si avveravano, e
-si accumulavano le prove che Faria non doveva essersi ingannato, e più
-il cuore di Dantès indebolito e stanco si lasciava andare in preda al
-dubbio, e quasi allo scoramento. Questa nuova esperienza, che avrebbe
-dovuto infondergli forza novella, gli tolse al contrario quella che
-rimanevagli; la zappa discendendo sfuggivagli quasi dalle mani, la
-depose al suolo, si asciugò la fronte, e risalì la scala, sul pretesto
-di vedere se qualcuno lo spiava, ma in realtà perchè aveva bisogno
-d’aria, perchè si sentiva sul punto di svenire.
-
-L’isola era deserta, e il sole nel suo zenit sembrava coprirla col
-suo occhio di fuoco; in lontano alcune piccole barche pescherecce
-spiegavano le vele su di un mare azzurro come il zaffiro.
-
-Dantès non aveva ancora mangiato nulla: ma in questo momento era
-ben lontano dall’aver voglia di mangiare; trangugiò un po’ di rum, e
-rientrò nella grotta col cuore serrato. La zappa che gli era sembrata
-così pesante era ridivenuta leggiera; egli la sollevò come avrebbe
-fatto di una piuma, e si mise vigorosamente al lavoro. Dopo qualche
-colpo, si accorse che le pietre non erano cementate, ma soltanto le
-une poste sulle altre, e ricoperte da quell’intonaco di cui abbiamo
-parlato; introdusse in una fessura la punta dell’istrumento, gravitò
-col corpo sul manico, e vide con gioia la pietra girare, come su i
-cardini, e cadere ai suoi piedi.
-
-Da quel momento Dantès non ebbe più che a tirare a sè col ferro della
-zappa ciascuna pietra, che a sua volta rotolò vicino alla prima.
-
-Egli avrebbe potuto entrare fin dalla prima apertura, ma ritardando
-di qualche minuto aveva prolungato la certezza aggrappandosi alla
-speranza. Finalmente dopo una nuova esitazione di un minuto, Dantès
-passò dalla prima nella seconda grotta; questa era più bassa, più
-oscura, e di un aspetto più spaventoso della prima. L’aria, che non vi
-era penetrata che dall’apertura testè fatta, conservava quello odore
-mefitico, che Dantès si era meravigliato di non ritrovare nella prima:
-aspettò allora che l’aria esterna ravvivasse questa morta atmosfera,
-quindi entrò a sinistra dell’apertura. Eravi un angolo profondo e
-oscuro; ma, per l’occhio di Dantès non v’erano tenebre. Scandagliò la
-seconda grotta: era vuota come la prima. Il tesoro, se v’era, stava
-seppellito in quest’angolo oscuro.
-
-L’ora dell’angoscia era giunta; due piedi di terra da scavarsi era
-tutto ciò che restava a Dantès fra il sommo della gioia e il sommo
-della disperazione. Egli si avanzò verso l’angolo, e, come preso
-da una momentanea risoluzione, si diè al lavoro. Al quinto o sesto
-colpo di zappa il ferro risuonò sopra un altro ferro. Giammai tocco
-funebre di campana a stormo produsse un simile effetto su colui che
-l’intese. Dantès non avrebbe ritrovato altra cosa che lo avesse potuto
-far diventar più pallido. Egli osservò ai lati del luogo da lui già
-esplorato, ritrovò lo stesso suono.
-
-— È un baule di legno cerchiato di ferro, diss’egli.
-
-Passò in quel punto un’ombra rapida intercettando la luce: Dantès
-lasciò cadere la zappa, afferrò il fucile, ripassò per l’apertura, e
-si slanciò all’aperto. Era una capra selvaggia che aveva saltato la
-prima entrata della grotta, e mangiava a qualche passo di distanza.
-Sarebbe stata una bella occasione per assicurarsi il pranzo; ma Dantès
-ebbe timore che lo sparo del fucile richiamasse qualcuno. Riflettè un
-momento, tagliò dei rami di un albero resinoso, e andò ad accenderli al
-fuoco ancor fumante, ove i contrabbandieri avevano cotto il pranzo, e
-ritornò con questa torcia: non voleva perdere alcuna particolarità di
-ciò che stava per vedere.
-
-Avvicinò la torcia alla buca informe e non compita, e riconobbe che
-non si era ingannato; i colpi avevano alternativamente colpito sul
-ferro e sul legno. Piantò la torcia in terra, e si rimise all’opera.
-In un momento fu scavata una fossa di tre piedi di lunghezza e due di
-larghezza, e potè allora riconoscere un baule di legno di quercia con
-cerchi di ferro cesellato. Nel mezzo del coperchio risplendeva, sopra
-una placca d’argento che la terra non aveva potuto arrugginire, l’arme
-della famiglia Spada, cioè una spada messa di piatto sopra uno scudo
-ovale, come sono gli scudi italiani. Dantès la riconobbe facilmente,
-perchè Faria l’aveva più volte a lui disegnata. Da quel momento non vi
-era più dubbio, il tesoro v’era in effetti; non avrebbero prese tante
-cautele per rimettere in quel posto un baule vuoto.
-
-In un momento tutti i lati del baule o forziere furono messi allo
-scoperto, ed ei vide poco alla volta, comparire la serratura nel mezzo,
-posta fra due cinte di ferro, e le maniglie alle pareti laterali;
-tutto era cesellato, come si usava in quell’epoca in cui l’arte
-rendeva preziosi anche i più vili metalli. Dantès prese il baule per
-le maniglie, e si provò a sollevarlo, era impossibile. Allora tentò di
-aprirlo: la serratura e le cinte lo tenevano ben chiuso: questi fedeli
-custodi sembravano non voler rendere il tesoro: Dantès introdusse
-la parte tagliente della zappa tra il fondo ed il coperchio, gravitò
-con tutto il corpo sul manico di quella, ed il coperchio, dopo aver
-prodotto un forte rumore, andò in pezzi. Una larga apertura dell’asse
-rendeva i ferramenti inutili, caddero anch’essi, stringendo tuttavia
-con le loro unghie tenaci gli avanzi del coperchio caduto con essi,
-ed il baule fu aperto. Una febbre vertiginosa s’impadronì di Dantès;
-egli prese il fucile, lo caricò, e se lo pose vicino. Dapprima chiuse
-gli occhi come fanno i fanciulli, per scorgere nella notte sfavillante
-della loro immaginazione più stelle che non possono contarsi in un
-cielo ancora illuminato, quindi li riaprì, e rimase abbagliato.
-
-Tre divisioni compartivano il baule; nella prima brillavano dei fulgidi
-scudi d’oro dai gialli riflessi; nella seconda delle verghe d’oro non
-brunite, ma disposte in buon ordine, esse però non avevano dell’oro che
-il peso ed il valore; nella terza finalmente, piena a metà, Edmondo
-rimosse ed alzò a manate i diamanti, le perle e i rubini che qual
-cascata sfavillante facevano nel ricadere gli uni sugli altri il rumore
-della grandine sui vetri. Dopo aver toccato, palpato, immerso le mani
-tremanti nell’oro e nelle pietre, Edmondo si rialzò e si diè a correre
-attraverso la caverna colla fremente esaltazione di un uomo che sta
-per diventar pazzo. Saltò sopra una roccia da cui poteva scoprire il
-mare, e non vide nulla; egli era solo, solissimo con queste ricchezze
-incalcolabili, inaudite, favolose, che gli appartenevano. Ma sognava o
-era sveglio?
-
-Aveva bisogno di rivedere il suo oro, e nello stesso tempo sentiva non
-aver la forza di sostenerne la vista; per un momento si compresse le
-mani sulla testa come per impedire che la ragione andasse via, poi si
-slanciò attraversò l’isola senza seguire, non dirò un sentiero, perchè
-nell’isola di Monte-Cristo non ve ne sono, ma tampoco una direzione
-stabilita; faceva fuggire le capre selvagge, e spaventava gli uccelli
-marini colle sue grida e col suo gesticolare. Indi, per un altro giro
-ritornò, dubitando ancora, e precipitandosi dalla prima grotta nella
-seconda, e trovandosi al cospetto di questa cava d’oro e di diamanti,
-cadde in ginocchio, comprimendosi con ambe le mani i moti convulsivi
-del cuore che balzava, e mormorando una preghiera intelligibile a Dio
-soltanto. Poco dopo si sentì più tranquillo, e pertanto più felice;
-poichè in quell’ora soltanto cominciava a credere alla sua felicità.
-Si mise a contare la sua fortuna; vi erano circa mille verghe d’oro che
-pesavano ciascuna da due a tre libbre; quindi ammonticchiò venticinque
-mila scudi d’oro che potevano avere il valore ciascuno di ottanta
-franchi, moneta di Francia, tutti coll’effigie di Papa Alessandro VI
-e dei suoi predecessori, e si accorse che il compartimento non era
-vuotato che a metà; finalmente misurò dieci volte la capacità delle
-sue due mani in perle, pietre, e diamanti, molti dei quali, legati
-dai migliori gioiellieri di quell’epoca, presentavano per questo un
-valore considerevole, oltre quello intrinseco. Dantès vide il giorno
-abbassarsi ed estinguersi a poco a poco. Temè di esser sorpreso
-se restava nella grotta, e ne uscì col fucile alla mano. Un po’ di
-biscotto e qualche goccia di vino furono la sua cena. Quindi rimise la
-pietra, vi si sdraiò sopra, e dormì appena qualche ora, coprendo col
-corpo l’ingresso della grotta. Questa notte fu una di quelle terribili
-ad un tempo e deliziose, come quest’uomo dalle grandi emozioni ne aveva
-già passate due o tre nella sua vita.
-
-
-
-
-XXV. — LO SCONOSCIUTO.
-
-
-Fecesi giorno: Dantès l’aspettava da lungo tempo ad occhi aperti.
-Ai primi albori si alzò; salì, come la sera, sulla roccia elevata
-dell’isola, per esplorarne i dintorni: ma tutto era deserto. Edmondo
-rimosse la pietra, discese, si riempì le saccocce di pietre preziose,
-rimise il meglio che potè l’asse ed i ferramenti al coperchio del
-baule, lo ricoprì di terra, vi gettò sopra della sabbia per rendere
-il luogo smosso di fresco come il resto del suolo, uscì dalla grotta,
-rimise la pietra, ammassò su questa dei sassi di differente grossezza,
-ne riempì gl’intervalli con della terra, vi piantò dei mirti e
-dell’eriche, innaffiò queste piante novelle, affinchè sembrassero
-vecchie, cancellò le impronte dei suoi passi ripetuti intorno a questo
-luogo, e attese con impazienza il ritorno dei compagni. Difatto or
-non si trattava più di passare il tempo a guardare quest’oro e questi
-diamanti, e di restare a Monte-Cristo come un drago a sorvegliare il
-tesoro: bisognava ritornare alla vita, fra gli uomini, e prendere nella
-società il rango, l’influenza ed il potere che in questo mondo danno
-le ricchezze, prima e più grande delle forze di cui possa disporre la
-creatura umana.
-
-I contrabbandieri ritornarono il sesto giorno. Dantès riconobbe da
-lontano l’andamento ed il moto della _Giovane Amelia_; si trascinò
-fino al porto come il Filotete ferito, ed allorquando i compagni
-approdarono, annunciò loro, lagnandosi ancora, di avere ottenuto un
-sensibile miglioramento; indi a sua volta ascoltò il racconto degli
-avventurieri. Essi erano riusciti, è vero; ma appena avevano deposto
-il carico, erano stati avvertiti che un _brick_ di sorveglianza a
-Tolone, usciva dal porto e si dirigeva alla lor volta; allora erano
-fuggiti a tratto di freccia lagnandosi che Dantès, il quale sapeva dare
-una velocità maggiore al bastimento, non fosse stato là a dirigerlo.
-Infatto eransi avveduti ben presto del bastimento cacciatore che li
-inseguiva; ma coll’aiuto della notte, e passando la punta del capo
-Corso erano giunti a fuggire. In sostanza questo viaggio non era stato
-cattivo, e tutti, particolarmente Jacopo, erano dispiaciuti che Dantès
-non fosse stato con loro per ottenere la propria parte di utile da lor
-riportata, e che ammontava a 50 piastre.
-
-Edmondo rimase impenetrabile, e non sorrise nemmeno alla enumerazione
-dei vantaggi di cui avrebbe potuto aver parte se avesse abbandonata
-l’isola; siccome la _Giovane Amelia_ non era venuta a Monte-Cristo che
-per prenderlo, s’imbarcò subito la stessa sera, e seguì il suo padrone
-a Livorno; dove appena giunto, andò da un ebreo e vendè per 25 mila
-franchi ciascuno quattro dei suoi più piccoli diamanti. L’ebreo avrebbe
-potuto informarsi come un pescatore trovavasi possessore di simili
-oggetti, ma se ne guardò bene, perchè vi guadagnava mille franchi
-sopra ciascuno. La dimane Dantès comprò una barca nuova che regalò
-a Jacopo, aggiungendo a questo dono cento piastre per provvedersi
-dell’equipaggio; e ciò a condizione che Jacopo andrebbe a Marsiglia
-a chieder notizie di un vecchio chiamato Luigi Dantès, che abitava
-nei viali di Meillan, e di una giovinetta dimorante nel villaggio dei
-Catalani, che si chiamava Mercedès.
-
-Jacopo credè di sognare. Ma Edmondo gli raccontò che erasi fatto
-marinaro per una bizzarria, e perchè la sua famiglia non gli voleva
-passare il danaro necessario per le spese minute, ma giungendo a
-Livorno era entrato in possesso della eredità di uno zio che lo aveva
-istituito erede universale. L’educazione elevata di Dantès dava a
-questa storia tale un’impronta di verità, che Jacopo non dubitò nemmen
-per poco che il suo antico compagno non gli dicesse il vero. D’altra
-parte, essendo terminato l’impegno di Edmondo col padrone della
-_Giovane Amelia_ prese congedo dal vecchio marinaro, che dapprima
-tentò di ritenerlo, ma che intesa come Jacopo la storia dell’eredità,
-rinunciò perfino alla speranza di vincere la risoluzione del suo antico
-compagno. La dimane Jacopo mise alla vela per Marsiglia; egli doveva
-ritrovare Edmondo a Monte-Cristo. Lo stesso giorno Dantès partì senza
-dire ove andava, prendendo congedo dall’equipaggio della _Giovane
-Amelia_ col dare una splendida gratificazione, e dal padrone col
-promettergli di fargli avere un giorno o l’altro sue notizie: e si recò
-a Genova.
-
-Nel momento in cui arrivava veniva provato un piccolo _yacht_ ordinato
-da un inglese, che, avendo inteso dire essere i Genovesi i migliori
-costruttori del Mediterraneo, aveva ordinato un _yacht_ a Genova.
-L’inglese aveva convenuto il prezzo per 40 mila franchi, Dantès
-ne offrì 60 mila a condizione che il bastimento gli sarebbe stato
-consegnato lo stesso giorno.
-
-L’inglese era andato a fare un giro in Isvizzera aspettando che il
-bastimento fosse terminato; non doveva ritornare che fra tre settimane
-od un mese, e il costruttore pensò che avrebbe avuto il tempo di
-rimetterne un altro sul cantiere. Dantès condusse il costruttore da un
-ebreo, passò con lui nello stanzino dietro la bottega, e l’ebreo contò
-60 mila franchi al costruttore che offerse a Dantès i suoi servigi per
-comporgli un equipaggio, ma questi lo ringraziò dicendogli che aveva
-l’abitudine di navigar solo, e che l’unica cosa che desiderava si era,
-che nel suo gabinetto a capo del letto vi fosse un armadio a segreti
-con tre divisioni pure a segreti: dette la misura dei compartimenti,
-che furono eseguiti la dimane.
-
-Due ore dopo Dantès uscì dal porto di Genova, scortato dagli sguardi
-di una folla di curiosi che volevano vedere lo Spagnuolo che aveva
-l’abitudine di navigar solo. Dantès se ne cavò a meraviglia: coll’aiuto
-del solo timone, senza aver bisogno di lasciarlo, fece fare al
-bastimento tutte le evoluzioni necessarie; si sarebbe detto un essere
-intelligente pronto ad obbedire al più piccolo impulso, ed egli
-convenne seco stesso che i Genovesi meritavano la loro riputazione
-di primi costruttori navali del mondo. I curiosi seguirono con lo
-sguardo il piccolo bastimento, fino a che l’ebbero perduto di vista, ed
-allora cominciarono le discussioni per sapere ove era diretto: alcuni
-opinarono per la Corsica, altri per l’isola d’Elba; questi proposero
-scommesse che andava in Ispagna, altri sostennero che andava in
-Affrica, nessuno pensò a nominare l’isola di Monte-Cristo.
-
-Dantès non pertanto colà si recava: e vi giunse sul finir del secondo
-giorno. Il naviglio era molto veliero, e avea percorsa la distanza in
-35 ore. Dantès aveva perfettamente riconosciuto la situazione della
-costa, invece di approdare al consueto porto gettò l’ancora nel piccolo
-seno. L’isola era deserta; non appariva esservi approdato alcuno dopo
-la sua partenza, andò al tesoro; tutto era nello stesso stato in cui lo
-avea lasciato.
-
-La domani sera, l’immensa sua fortuna era stata trasportata a bordo
-del _yacht_, e racchiusa nell’armadio a compartimenti e segreti.
-Dantès aspettò ancora otto giorni: durante i quali fe’ manovrare il suo
-_yacht_ attorno l’isola, provandolo come uno scudiero prova un cavallo:
-e ne conobbe tutte le qualità ed i difetti; si promise di aumentare
-le une e di rimediare agli altri. L’ottavo giorno vide un piccolo
-bastimento che veniva alla sua volta a vele gonfie e riconobbe la barca
-di Jacopo: fe’ un segnale a cui Jacopo rispose, e due ore dopo la barca
-era vicina al _yacht_. Egli aveva una trista risposta a ciascuna delle
-due domande fatte da Edmondo: il vecchio Dantès era morto; Mercedès era
-disparsa.
-
-Edmondo ascoltò queste due notizie con viso tranquillo; ma discese
-subito a terra proibendo che alcuno lo seguisse. Due ore dopo ritornò;
-due uomini della barca di Jacopo passarono sul suo _yacht_ per aiutarlo
-a manovrare e ordinò di metter capo su Marsiglia. Egli prevedeva la
-morte di suo padre; ma di Mercedès che n’era avvenuto?
-
-Senza divulgare il suo segreto, Edmondo non poteva dare istruzioni
-sufficienti ad un messo; d’altra parte ei voleva prendere altre
-informazioni, per le quali non poteva fidarsi che di sè stesso. Il suo
-specchio lo aveva rassicurato a Livorno che non correva alcun pericolo
-di essere riconosciuto, tanto più che ora aveva a sua disposizione
-tutti i mezzi per contraffarsi. Una mattina adunque, il _yacht_
-seguito dalla piccola barca, entrò bravamente nel porto di Marsiglia,
-e si fermò appunto dirimpetto al luogo di fatale rimembranza, ove
-venne imbarcato Dantès quella sera che lo trasportarono nel castello
-d’If. Non fu certamente senza una specie di fremito che vide nella
-lancia della Sanità venire alla sua volta un gendarme. Ma Dantès con
-quella perfetta sicurezza di sè che aveva acquistata, gli presentò un
-passaporto inglese di cui si era provveduto a Livorno, e mediante il
-lascia-passare straniero, molto più rispettato in Francia di quello
-dei nazionali, discese senza difficoltà a terra. La prima cosa che
-scoperse mettendo il piede sulla Cannebière, fu uno degli antichi
-marinari del _Faraone_. Quest’uomo avea servito sotto i suoi ordini,
-e si trovava là come un mezzo per assicurare Dantès sui cambiamenti
-che si erano operati in lui. Andò difilato da quest’uomo, e gli fe’
-molte interrogazioni alle quali questi rispondeva senza neppure lasciar
-supporre, nè dalle parole, nè dalla fisonomia, ricordarsi di aver mai
-veduto quello che gl’indirizzava la parola. Dantès gli fe’ dono d’una
-moneta per ringraziarlo delle sue informazioni, un momento dopo sentì
-il brav’uomo che gli correva dietro, ei si volse.
-
-— Perdono, signore, disse il marinaro, vi siete certamente sbagliato,
-avete creduto di darmi una moneta da 40 soldi, e mi avete dato un
-napoleone doppio.
-
-— Infatto, amico mio, disse Dantès, io mi era sbagliato, ma siccome
-la vostra onestà merita una ricompensa, così eccovene un altro che
-vi prego di accettare per bere alla mia salute coi vostri compagni.
-— Questo fu talmente stordito dal regalo, che non pensò nemmeno a
-ringraziare colui che glielo faceva, lo guardò e si allontanò dicendo:
-
-— Questi è un qualche nababbo che viene dalle Indie.
-
-Dantès continuò la sua strada; ciascun passo che faceva gli opprimeva
-il cuore con una nuova emozione; tutti i suoi ricordi d’infanzia,
-ricordi indelebili, eternamente presenti al suo pensiero erano là che
-sorgevano su ciascuna piazza, su ciascun angolo di strada, su ciascun
-crocicchio di via. Giungendo all’estremità della strada di Noailles,
-nel vedere i viali di Meillan sentì le ginocchia piegarglisi, e poco
-mancò non cadesse sotto le ruote di una carrozza, finalmente giunse
-alla casa già abitata da suo padre. I nasturzi e le clematidi erano
-disparse dalla pergola, ove altra volta la mano tremante del vecchio
-le trapiantava con cura. Dantès si appoggiò contro un albero, e
-per qualche tempo restò pensieroso riguardando gli ultimi piani di
-quell’umile e povera casa; finalmente si avanzò verso la porta, ne
-superò il limitare, e domandò se vi fosse un alloggio vuoto, e tanto
-insistè per visitare il quinto piano, che quantunque questo fosse
-occupato, il portinaro salì e domandò per parte di uno straniero alle
-persone che lo abitavano il permesso di vedere le due camere di cui si
-componeva.
-
-Occupavano questo piccolo appartamento un giovine ed una giovane
-maritati da otto giorni soltanto. Vedendo questi giovani sposi Dantès
-mandò un profondo sospiro. Del rimanente però nulla più v’era che
-gli richiamasse alla memoria l’appartamento di suo padre: non v’era
-più la stessa carta sulle pareti, non più quei vecchi mobili, quegli
-amici dell’infanzia d’Edmondo, vivi al suo pensiero nei loro più
-piccoli particolari, tutto era cambiato. Non v’erano che le muraglie
-che fossero le stesse. Dantès si volse dalla parte del letto, che era
-nello stesso posto in cui lo teneva l’antico pigionale; suo malgrado
-gli occhi gli si bagnarono di lagrime: in questo posto il vecchio
-doveva aver reso l’ultimo sospiro nominando suo figlio. I due giovani
-guardavano con meraviglia quest’uomo dalla fronte severa, sulle guance
-del quale scorrevano due grosse lagrime senza che il viso si movesse.
-Ma come ogni dolore porta seco la sua religione, i giovani non fecero
-alcuna domanda allo sconosciuto; solo si ritirarono addietro per
-lasciarlo piangere a tutt’agio, e quando uscì, lo accompagnarono,
-dicendogli che poteva ritornare quando voleva, e che la loro povera
-casa gli sarebbe sempre stata ospitaliera.
-
-Passando dal piano di sotto, Edmondo si fermò avanti un’altra porta,
-e domandò se abitava sempre lì un sartore chiamato Caderousse, ma il
-portinaro gli rispose che l’uomo di cui parlava avendo fatti cattivi
-affari, era andato ad abitare sulla strada da Bellegarde a Beaucaire,
-ove conduceva l’albergo del Ponte di Gard.
-
-Dantès discese, domandò l’indirizzo del proprietario della casa sui
-viali di Meillan, andò da lui, fecesi annunziare sotto il nome di lord
-Wilmor (nome e titolo che stavano scritti sul passaporto) e comprò
-quella piccola casa per la somma di 25mila fr. il che era almeno 10mila
-fr. più di quel che valeva, ma Dantès, se gli avessero chiesto mezzo
-milione, lo avrebbe pagato. Lo stesso giorno i giovani che abitavano
-il quinto piano furono prevenuti dal notaro che aveva stipulato il
-contratto, che il nuovo proprietario concedeva loro la scelta di un
-altro appartamento in tutta la casa, senza aumentare in verun modo
-di pigione, a condizione che cedessero le due camere che occupavano.
-Questo strano avvenimento fu materia di discorsi per più di otto
-giorni a quanti erano soliti di frequentare i viali di Meillan, e
-fece fare mille congetture, di cui neppur una fu esatta. Ma ciò che
-più di tutto imbrogliò i cervelli, e turbò tutti gli spiriti, fu di
-vedere nella stessa sera quel medesimo uomo, che la mattina era stato
-veduto entrare nella casa dei viali di Meillan, passeggiare nel piccolo
-villaggio dei Catalani, ed entrare in una povera casa di pescatori,
-ove restò più di due ore a domandar notizie d’individui parte morti,
-parte da più anni disparsi. La dimane le persone, presso le quali egli
-era entrato per fare tutte queste domande, ricevettero in dono una
-nuovissima barca catalana, guernita di due scorticarie e di altre reti
-da pescare; questa brava gente avrebbe voluto ringraziare il generoso
-interrogatore, ma avevano veduto, che dopo avere egli dato alcuni
-ordini ad un marinaio, era montato a cavallo ed uscito da Marsiglia per
-la porta di Aix.
-
-
-
-
-XXVI. — L’ALBERGO DEL PONTE DI GARD.
-
-
-Coloro che hanno percorso a piedi il mezzogiorno della Francia avranno
-potuto notare fra Bellegarde e Beaucaire, circa a mezza strada dal
-villaggio alla città, ma pure un po’ più presso a Beaucaire che a
-Bellegarde, un piccolo albergo, fuori del quale sta appesa una tavola
-che stride al più piccolo vento, e su cui è grottescamente dipinto
-il Ponte di Gard. Questo piccolo albergo, prendendo per direzione
-il corso del Rodano, è situato dalla parte sinistra della strada,
-voltando le spalle al fiume; vi è unito ciò che nella Linguadoca vien
-chiamato giardino, vale a dire che il lato opposto a quello che tiene
-aperta la porta ai viaggiatori, porge sopra un recinto chiuso su cui
-vegetano alcuni ulivi, qualche fico selvaggio, colle foglie inargentate
-dalla polvere della strada; fra i loro intervalli nascono, invece di
-legumi, il pepe d’India, le cipolline, e lo zafferano; finalmente in
-uno degli angoli, come una sentinella dimenticata, cresce un gran
-girasole, lanciando in alto il suo fusto malinconico e flessibile,
-ed aprendo a ventaglio la cima. Tutti questi alberi grandi e piccoli
-sono tutti piegati nella direzione del maestrale, uno dei tre flagelli
-della Provenza. Qua e là sulla circostante pianura, che rassomiglia ad
-un gran lago di polvere, vegetano alcune spighe di frumento che gli
-ortolani del paese coltivano senza dubbio per curiosità, e ciascuna
-delle quali serve di ricovero ad una cicala che perseguita col suo
-canto aspro e monotono il viaggiatore perdutosi in questa Tebaide. Da
-sette o otto anni circa questo piccolo albergo era condotto da un uomo
-ed una donna che avevano per soli domestici una cameriera chiamata
-Trinetta ed uno stalliere che rispondeva al nome di Pacaud, doppia
-cooperazione, che del resto era più che sufficiente ai bisogni del
-servizio, dappoichè un canale scavato fra Beaucaire e Aigues-mortes
-aveva fatto sostituire vittoriosamente i battelli ai barrocci, e le
-barche alle _diligenze_. Questo canale, come per rendere più vivi i
-dispiaceri dei disgraziati albergatori che rovinava, passava fra il
-Rodano che lo alimenta, e la strada che lo dissecca, a cento passi
-circa dall’albergo di cui abbiamo dato una breve ma fedele descrizione.
-Non dimentichiamo un cane, vecchio guardiano per la notte e che
-abbaiava ciò nonostante contro i passeggieri così nel giorno come fra
-le tenebre, tanto aveva perduto poco alla volta l’abitudine di vedere
-viaggiatori.
-
-Il conduttore di questo piccolo albergo era un uomo dai 40 ai 42 anni,
-grande, secco e nerboruto, vero tipo meridionale, cogli occhi infossati
-e vivaci, col naso a becco d’aquila e i denti bianchi come quelli
-di un animale carnivoro. I capelli che sembravano, ad onta dei primi
-soffi dell’età, non potersi risolvere a diventar bianchi, erano come la
-barba, che portava lunga e ad uso di collare, fitti, crespi e appena
-sparsi di qualche pelo grigio: il colorito naturalmente scuro era
-ricoperto ancora da una nuova patina nerastra, presa dall’abitudine che
-aveva il povero diavolo, di starsi dalla mattina alla sera sul limitare
-della porta, per vedere se o a piedi, o in carrozza giungeva qualche
-avventore, aspettativa, che quasi sempre andava perduta, e durante
-la quale egli non opponeva alcun preservativo all’azione dei raggi
-divoratori del sole sul suo viso, fuorchè un fazzoletto rosso annodato
-sulla testa secondo il costume dei mulattieri spagnuoli. Quest’uomo
-è un’antica nostra conoscenza, è Gaspero Caderousse. Sua moglie al
-contrario, che nubile si chiamava Maddalena Radelle, era una donna
-pallida, magra e malaticcia. Nata nei contorni d’Arles aveva veduto,
-conservando tutte le tracce primitive della bellezza tradizionale delle
-sue compatriotte, il suo viso scomporsi lentamente negli accessi quasi
-continui di una di quelle febbri sorde, tanto comuni alle popolazioni
-vicine agli stagni di _Aigues-mortes_ ed alle paludi della _Camargue_.
-Ella stava adunque quasi sempre seduta e tremante nel fondo della
-sua camera situata al primo piano, o stesa sur un sofà, o appoggiata
-contro il letto, mentre che suo marito faceva la guardia consueta alla
-porta della casa, fazione che egli prolungava tanto più volentieri, in
-quanto che ogni volta che si accostava alla sua aspra metà, questa lo
-perseguitava con eterne lagnanze contro la sorte, alle quali suo marito
-non rispondeva d’ordinario che con queste filosofiche parole:
-
-— Taci là, Carconta! Dio vuole così!
-
-Questo soprannome era dato a Maddalena Radelle, perchè era nata nel
-piccolo villaggio della Carconta, posto fra Salon e Lambèse. Or secondo
-un costume del paese, le persone vengono quasi sempre chiamate con
-un soprannome, e suo marito aveva sostituito questo vocabolo alla
-parola Maddalena troppo dolce, e forse poco sonora pel suo rozzo
-linguaggio. Però ad onta di questa pretesa rassegnazione ai decreti
-della Provvidenza, non si creda che il nostro albergatore non sentisse
-profondamente lo stato deplorabile in cui lo aveva ridotto quel
-miserabile canale di Beaucaire, e che egli fosse invulnerabile alle
-incessanti lamentazioni con cui lo perseguitava sua moglie. Era, come
-tutti i meridionali, un uomo moderato e senza grandi bisogni, ma pieno
-di vanità per tutte le cose esteriori. Per tal modo nei tempi della
-sua prosperità, non lasciava mai passare nè una festa di villaggio, nè
-una processione senza farvisi vedere con la sua Carconta; l’uno col
-suo costume pittoresco degli uomini del mezzogiorno, e che partecipa
-ad un tempo del catalano e dell’andaluso, l’altra col grazioso abito
-delle donne d’Arles, che sembra preso dalla Grecia e dall’Arabia. Ma
-un poco per volta, catene da orologio, collane, cinture a mille colori,
-giubbe gallonate, vesti di velluto, calze ricamate, ghette variopinte,
-scarpe con fibbie d’argento erano sparite; e Gaspero Caderousse, non
-potendo più farsi vedere nell’altezza del suo passato splendore, aveva
-rinunciato per sè e per sua moglie a tutte queste pompe mondane, di cui
-sentiva, rodendosi sordamente il cuore, i festevoli rumori fino sulla
-soglia del suo povero albergo, che continuava a conservare ancora più
-come un ricovero che come una speculazione. Caderousse, secondo la
-sua abitudine, erasi fermato una gran parte della mattina avanti la
-porta, girando lo sguardo malinconico da una piccola zolla intorno a
-cui erano alcune galline, alle due estremità della strada deserta che
-si perdevano una al mezzogiorno e l’altra al nord; quando d’improvviso
-la voce aspra di sua moglie lo costrinse ad abbandonare il posto.
-Egli rientrò brontolando e salì al primo piano, lasciando però sempre
-aperta e spalancata la porta, come per invitare i viaggiatori a non
-dimenticarlo passando.
-
-Nel momento che Caderousse entrava, la grande strada di cui abbiamo
-parlato, e che veniva percorsa dal suo sguardo, era nuda, e solitaria
-quanto il deserto, dalla parte di mezzogiorno: si estendeva bianca ed
-infinita fra due file d’alberi sottili, e si comprenderà facilmente
-che nessun viaggiatore libero di scegliere un’altra ora del giorno si
-sarebbe avventurato in questo spaventevole Sahara. Ciò non ostante,
-contro tutte le probabilità, se Caderousse fosse rimasto al suo posto
-avrebbe potuto scorgere dalla parte di Bellegarde, un cavaliere ed un
-cavallo camminare con quell’andamento cortese ed amichevole che indica
-le migliori relazioni fra l’uomo e l’animale; il cavallo era di razza
-ungherese, e andava comodamente al trotto; il cavaliere era un prete
-vestito di nero col cappello a tre angoli. Ad onta dell’eccessivo
-calore d’un sole ardente nell’ora del mezzogiorno, essi non andavano
-che di un trotto molto regolato. Questo gruppo, giunto dinanzi alla
-porta, si fermò.
-
-Sarebbe stato difficile il risolvere se l’uomo fermò il cavallo, o
-il cavallo fermò l’uomo; in ogni modo il cavaliere mise il piede a
-terra, e tirando l’animale per le redini, lo legò ad un arpione di
-uno sportello rovinato, che non reggeva più se non sopra un cardine;
-quindi avanzandosi verso la porta, e asciugandosi la fronte grondante
-sudore con un fazzoletto di cotone rosso, l’abate battè tre colpi sul
-limitare, col puntale di ferro del bastone che aveva in mano.
-
-Tosto il gran cane nero si alzò, fece qualche passo, abbaiando e
-mostrando i denti bianchi ed acuti, doppia dimostrazione ostile, che
-provava la poca abitudine che aveva della società. Subito dopo, un
-passo grave rumoreggiò sulla scala di legno che si arrampicava lungo
-il muro, e per la quale discendeva, curvandosi all’indietro, l’oste del
-povero albergo, sulla soglia del quale stava il prete.
-
-— Eccomi! diceva Caderousse tutto maravigliato; eccomi! vuoi tu
-tacerti, Margotin! non abbiate paura, signore, egli abbaia, ma non
-morde. Voi desiderate del vino, n’è vero? perchè fa un sole tremendo...
-Ah! perdono, interruppe Caderousse, vedendo con quale specie di
-passeggiere parlava; perdono, io non sapeva chi avevo l’onore di
-ricevere. Che desiderate, sig. abate? sono ai vostri ordini.
-
-Il prete guardò quest’uomo per due o tre secondi con una attenzione
-straordinaria, e sembrò cercasse ancora di attirare sopra di sè
-l’attenzione dell’albergatore; ma vedendo che i lineamenti di costui
-non esprimevano altro sentimento che la sorpresa di non avere una
-risposta, giudicò fosse tempo di finirla e disse con un accento
-italiano ben pronunziato: — Non siete voi il sig. Caderousse?
-
-— Sì signore, disse l’oste, forse meravigliato ancora più della domanda
-che del silenzio; sono effettivamente Gaspero Caderousse per servirvi.
-
-— Gaspero Caderousse?... Sì,... credo bene che sia questo il nome e
-cognome. Voi dimoravate in altro tempo sui viali di Meillan, n’è vero,
-al quarto piano? — Precisamente.
-
-— Ed esercitavate la professione di sartore?
-
-— Sì, ma la mia professione andò male, fa tanto caldo in Marsiglia, che
-credo, finirà che nessuno si vestirà più. Ma a proposito di calore, non
-volete voi prender qualche cosa per rinfrescarvi, signor abate?
-
-— Sia pure. Datemi una bottiglia del miglior vino che abbiate, e poi
-riprenderemo la conversazione, se non vi dispiace, al punto in cui la
-lasciamo.
-
-— Come vi farà più piacere, sig. abate, — disse Caderousse, e per non
-perdere l’occasione di esitare una delle ultime bottiglie di vino di
-Cahors che gli restavano, Caderousse si affrettò ad alzare una botola
-che copriva un’apertura fatta nel pavimento della camera a pian terreno
-che serviva ad un tempo di sala e di cucina. Allorchè in capo a cinque
-minuti ricomparve, ritrovò l’abate assiso sur uno sgabello col gomito
-appoggiato su di una lunga tavola; mentre che Margotin, sembrando aver
-fatto pace con lui, aspettava, che contro il solito questo singolare
-viaggiatore prendesse qualche cosa, allungava su la coscia il suo collo
-scarno, e l’occhio languente.
-
-— Siete solo? domandò l’abate all’oste, mentre che questi gli metteva
-davanti la bottiglia, ed il bicchiere.
-
-— Oh! mio Dio, sì solo o circa, poichè io ho una moglie che non mi può
-aiutare in cosa alcuna, attesochè la povera Carconta è quasi sempre
-malata.
-
-— Ah! siete ammogliato, disse l’abate con una specie d’interessamento,
-girando intorno a sè uno sguardo, che sembrava stimare il tenue valore
-del meschino mobilio della camera.
-
-— Vi accorgete che non sono ricco, n’è vero? disse sospirando
-Caderousse, ma per essere fortunato in questo mondo non basta sempre
-l’essere onesto uomo.
-
-L’abate fissò uno sguardo indagatore su di lui.
-
-— Sì, un onesto uomo; di ciò posso vantarmi, disse l’oste sostenendo
-lo sguardo dell’abate, con una mano sul petto e alzando la testa di
-basso in alto, e, ai giorni nostri non tutti possono dire altrettanto.
-— Tanto meglio, se è vero ciò, di cui vi vantate; poichè io ho la ferma
-convinzione che presto o tardi l’uomo onesto viene ricompensato, ed il
-perverso punito.
-
-— Il vostro stato vi fa dir così, sig. abate, il vostro stato vi fa
-dir così, ripetè Caderousse con un’amara espressione. Il fatto però ci
-mostra che noi siamo liberi di poter credere il contrario di ciò che
-dite. — Avete torto di parlar così, disse l’abate, perché forse fra
-momenti sarò per voi una prova di ciò che asserisco. — Che volete dire?
-domandò Caderousse con meraviglia. — Voglio dire, che prima di tutto
-bisogna che mi assicuri se voi siete realmente quello col quale devo
-aver che fare. — Quali prove volete che io vi dia?
-
-— Avete voi conosciuto nel 1814, o 1815, un marinaio che si chiamava
-Dantès?
-
-— Dantès! se io ho conosciuto il povero Edmondo? Lo credo bene! era
-anzi uno dei miei migliori amici! gridò Caderousse il cui volto erasi
-fatto color di porpora, mentre che l’occhio chiaro e sicuro dell’abate
-sembrava dilatarsi per coprire interamente colui che interrogava. —
-Sì, io credo che infatto si chiamasse Edmondo. — Se egli si chiamava
-Edmondo? il giovinotto! lo credo bene! tanto è vero, quanto io mi
-chiamo Gaspero Caderousse. E che n’è divenuto, signore, di questo
-povero Edmondo? continuò l’albergatore, l’avreste voi conosciuto? ov’è
-al presente? è libero? è felice?
-
-— È morto prigioniero, più disperato e più miserabile dei forzati che
-trascinano la catena al bagno di Tolone.
-
-Un pallore mortale successe al rossore che si era sparso sulle prime
-sul viso di Caderousse. Egli si alzò, e l’abate lo vide asciugarsi
-una lagrima con un canto del fazzoletto che gli serviva di berretto.
-— Povero giovinotto, mormorò Caderousse. Ebbene ecco ancora un’altra
-prova di ciò che io vi diceva, che il destino in questa vita non
-è favorevole che ai malvagi... Ah! continuò Caderousse con quel
-linguaggio animato delle genti del mezzogiorno, questo mondo va di male
-in peggio. Che piova dunque una volta dal cielo per due giorni polvere
-da cannone, e poi subito dopo, un’ora di fuoco! così sarà tutto finito.
-
-— Sembra che voi amaste molto di cuore questo giovine? domandò
-l’abate. — Sì, io lo amava molto, disse Caderousse, quantunque debba
-rimproverarmi di averne per un momento invidiata la felicità. Ma
-dopo, ve lo giuro, parola di Caderousse, ne ho pianto molto la sorte
-infelice.
-
-Fecesi un momento di silenzio, durante il quale lo sguardo fisso
-dell’abate non cessò di studiare la fisonomia mobile dell’albergatore.
-
-— E voi lo avete conosciuto, il povero giovine? continuò Caderousse. —
-Io fui chiamato al suo letto di morte per prestargli gli ultimi uffici,
-rispose l’abate.
-
-— E di che male è morto? domandò Caderousse con voce soffocata. — E
-di qual male si muore in prigione all’età di trent’anni, se non è la
-prigione stessa che uccide?
-
-Caderousse asciugò il sudore che gli cadeva dalla fronte.
-
-— Ciò che vi ha di strano in tutto questo, riprese l’abate, si è che
-Dantès, al letto di morte, mi ha giurato di non sapere, la vera causa
-della sua prigionia.
-
-— È vero, è vero, mormorò Caderousse, egli non poteva saperla; no, il
-povero giovine non mentiva.
-
-— Ed è appunto perciò che mi ha incaricato di porre in chiaro ciò che
-non aveva mai potuto rischiarare da sè stesso; e di riabilitare la sua
-memoria, se questa avesse ricevuta qualche macchia.
-
-E lo sguardo dell’abate divenendo sempre più fisso, divorò
-l’espressione quasi tetra che apparve sul viso di Caderousse.
-
-— Un ricco inglese, continuò l’abate, che fu suo compagno di prigione,
-e che venne liberato alla seconda restaurazione, era possessore di un
-diamante di gran valore. Uscendo di prigione, siccome Dantès lo aveva
-assistito come un fratello in una lunga malattia che aveva sofferto,
-volle lasciargli una testimonianza della sua riconoscenza, e gli regalò
-questo diamante. Dantès invece di servirsene per sedurre i carcerieri,
-che d’altra parte potevano prenderlo, e poi tradirlo, lo custodì sempre
-gelosamente pel caso che uscisse di prigione; poichè se fosse uscito la
-sua fortuna era assicurata colla vendita di quel solo diamante.
-
-— Era dunque, domandò Caderousse con occhi ardenti, un diamante di
-sommo valore?
-
-— Tutto è relativo, rispose l’abate; era di gran valore per Edmondo; è
-stato stimato 50 mila franchi.
-
-— 50 mila franchi! esclamò Caderousse; sarà stato grosso come una noce?
-— No, disse l’abate, ma ne potrete giudicare da voi stesso avendolo
-io in dosso. — Caderousse sembrò cercare con gli occhi sotto le vesti
-dell’abate il deposito di cui parlava. L’abate cavò di saccoccia una
-scatolina di marrocchino nero, l’aprì, e fece brillare innanzi agli
-occhi abbagliati di Caderousse la sfavillante meraviglia, legata sopra
-un anello di lavoro ammirabile.
-
-— E questo vale 50 mila franchi? domandò avidamente Caderousse. —
-Senza la legatura, che ancor essa è di un certo valore; — indi chiuse
-la scatoletta, e rimise in saccoccia il diamante che continuava a
-sfavillare nel fondo della immaginazione di Caderousse. — Ma come vi
-trovate possessore di questo diamante? domandò Caderousse; Edmondo vi
-ha dunque costituito suo erede?
-
-— No, ma suo esecutore testamentario. Io aveva tre buoni amici ed una
-fidanzata, mi diss’egli; tutti e quattro, ne son certo, mi compiangono
-amaramente; uno di questi miei buoni amici si chiama Caderousse.
-(Caderousse fremè).
-
-— L’altro, continuò l’abate senza mostrare di essersi accorto
-dell’emozione di Caderousse, si chiamava Danglars; il terzo, soggiunse,
-benchè mio rivale, mi amava egualmente.
-
-Un sorriso diabolico illuminò la fisonomia di Caderousse, che fece un
-movimento per interrompere l’abate.
-
-— Aspettate, disse l’abate, lasciatemi finire, e se avrete qualche
-osservazione a farmi, la farete in breve. «L’altro, sebbene mio
-rivale, mi amava egualmente, e si chiamava Fernando; in quanto alla
-mia fidanzata, il suo nome era....» Io non mi ricordo più il nome della
-fidanzata, disse l’abate.
-
-— Mercedès, soggiunse Caderousse.
-
-— Ah sì, è vero, riprese l’abate con sorriso soffocato, Mercedès...
-— Ebbene? dimandò Caderousse. — Datemi una bottiglia d’acqua, disse
-l’abate. — Caderousse si sollecitò ad obbedire. L’abate empì il
-bicchiere, e bevette qualche sorso. — A che n’eravamo noi? domandò
-di poi posando il bicchiere sulla tavola. La fidanzata si chiamava
-Mercedès; sì, è questo. «Voi andrete da Mercedès... (è Dantès che
-parla, capite bene?). E venderete questo diamante, ne farete cinque
-parti, e le dividerete fra questi miei buoni amici, i soli esseri che
-mi hanno amato su questa terra!»
-
-— In che modo cinque parti? disse Caderousse; non avete nominate che
-quattro persone.
-
-— Perchè la quinta è morta, da quanto mi è stato detto... era essa il
-padre di Dantès.
-
-— Pur troppo, è vero! disse Caderousse commosso dalle passioni che si
-urtavano nel suo cuore; pur troppo! sì, il pover’uomo è morto!
-
-— Ho saputo quest’avvenimento a Marsiglia, rispose l’abate sforzandosi
-di comparire indifferente; ma è tanto tempo che è avvenuta questa
-morte, che non ho potuto raccogliere nessun particolare.... sapreste
-voi dirmi qualche cosa di quel vecchio?
-
-— Eh! disse Caderousse, chi lo può sapere meglio di me? Io abitava
-porta a porta col buon uomo... Oh mio Dio! sì, un anno appena dopo la
-sparizione di suo figlio, morì il povero vecchio!
-
-— Ma di che morì?
-
-— I medici nominarono la sua malattia; è morto di una gastro-enterite,
-credo: quelli che lo conoscevano dicevano che era morto di dolore... e
-io, che l’ho quasi veduto morire, dico che è morto... — Caderousse si
-fermò.
-
-— Morto di che? riprese con ansietà l’abate.
-
-— Morto di fame.
-
-— Di fame! gridò l’abate scuotendosi sullo sgabello... di fame!... il
-più vile degli animali non muore di fame; i cani che vanno errando per
-le contrade trovano una mano compassionevole che loro getta un tozzo di
-pane! e un uomo, un cristiano è morto di fame in mezzo ad altri uomini,
-che si dicono cristiani come lui! impossibile! oh! ciò è impossibile!
-
-— Dissi ciò che dissi, riprese Caderousse.
-
-— Tu hai torto, disse una voce dalle scale; di che ti mischi? — I
-due uomini si voltarono e videro tra le sbarre della scala la testa
-malaticcia della Carconta. Essa erasi trascinata fin là, ed ascoltava
-la conversazione, assisa sull’ultimo scalino colla testa appoggiata
-sulle ginocchia.
-
-— Di che vieni tu a mischiarti, o moglie? disse Caderousse. Questo
-signore domanda delle informazioni, la cortesia vuole che gli si diano.
-
-— Ma prudenza vuole che ti taccia. Chi ti dice con quali intenzioni ti
-si vuol far parlare, imbecille!
-
-— Con una intenzione eccellente, ve ne rispondo io, disse l’abate.
-Vostro marito adunque non ha nulla a temere, purchè mi risponda
-francamente.
-
-— Nulla a temere... Sì, si comincia con delle belle promesse, poi uno
-si contenta di dire che non vi ha nulla a temere, quindi se ne va senza
-custodir una parola di ciò che è stato detto, e un bel mattino cade la
-disgrazia sopra una povera famiglia senza che si sappia da che parte
-viene.
-
-— State tranquilla, buona donna, rispose l’abate, la disgrazia non vi
-verrà da parte mia, ve lo garantisco.
-
-La Carconta brontolò qualche parola che non si potè capire, lasciò
-ricadere sulle ginocchia la testa che per un momento aveva sollevata,
-e continuò a tremare per la febbre, lasciando suo marito libero di
-continuare la conversazione, ma situandosi in modo da non perderne una
-parola.
-
-Frattanto l’abate aveva bevuto qualche sorso d’acqua e si era rimesso.
-— Ma, riprese egli, questo disgraziato vecchio era adunque talmente
-abbandonato da tutti che dovè perire di una tal morte?
-
-— Oh! signore, riprese Caderousse, Mercedès la catalana ed il sig.
-Morrel non lo avevano abbandonato; ma il povero vecchio aveva presa una
-profonda antipatia per Fernando, quello stesso, continuò Caderousse con
-sorriso ironico, che Dantès vi disse essere uno dei suoi amici.
-
-— Ma dunque non lo era? domandò l’abate.
-
-— Gaspero, Gaspero, mormorò la donna dall’alto della scala; fa bene
-attenzione a ciò che stai per dire. — Caderousse fece un movimento
-d’impazienza e senza dare veruna risposta a quella che lo interrompeva:
-— Si può egli mai essere l’amico di quello a cui si vuol portar via la
-fidanzata? rispose egli all’abate. Dantès, che aveva il cuore d’oro,
-chiamava tutti coloro suoi amici... povero Edmondo... eppure è meglio
-che non abbia saputo nulla, avrebbe durata troppo fatica a perdonar in
-punto di morte... quantunque, che che se ne dica, continuò Caderousse
-col suo linguaggio che non mancava di una specie di rozza poesia, ho
-più paura della maledizione dei morti che dell’odio dei vivi.
-
-— Imbecille, gli disse la Carconta.
-
-— Sapete voi dunque, continuò l’abate, ciò che questo Fernando ha fatto
-contro Dantès?
-
-— Se lo so? lo credo bene!
-
-— Parlate allora.
-
-— Gaspero, fa ciò che vuoi, sei il padrone, disse la moglie, ma se mi
-dai retta, non dirai nulla.
-
-— Questa volta, moglie mia, credo che tu abbia ragione.
-
-— Così voi non volete dir nulla, riprese l’abate.
-
-— E a che serve? disse Caderousse. Se Edmondo fosse vivo, e che una
-volta per tutte venisse da me per conoscere tutti i suoi amici e
-nemici, io parlerei; ma egli ora è sotterra, per quanto mi avete detto,
-non può più avere odii, non può più vendicarsi, dimentichiamo tutto.
-
-— Volete allora, disse l’abate, che io dia a questi individui, che
-voi mi qualificate per indegni e falsi amici, una ricompensa destinata
-alla fedeltà? — È vero, avete ragione, disse Caderousse. D’altra parte
-ora a che servirebbe loro, il legato del povero Edmondo, sarebbe una
-goccia d’acqua caduta in mare. — Senza calcolare che quella gente può
-schiacciarti con un gesto, disse la moglie.
-
-— Ed in qual modo? coloro adunque sono divenuti ricchi e potenti? — Voi
-dunque non sapete la loro storia?
-
-— No, raccontatemela.
-
-Caderousse parve riflettere un momento.
-
-— No, in verità, diss’egli, sarebbe troppo lunga.
-
-— Siete libero di tacervi, amico mio, disse l’abate con l’accento della
-più grande indifferenza, ed io rispetto i vostri scrupoli, d’altra
-parte il vostro modo di condurvi è veramente da uomo dabbene; non ne
-parliamo adunque più. Di che cosa era io incaricato? di una semplice
-formalità: venderò adunque questo diamante. — E lo cavò di saccoccia
-facendolo brillare una seconda volta innanzi agli occhi di Caderousse.
-— Vieni adunque a vedere, moglie mia, disse questi con voce rauca.
-— Un diamante! disse la Carconta levandosi e discendendo, con passo
-abbastanza fermo, la scala. E che cosa è dunque questo diamante?
-
-— Ah! tu non hai inteso? disse Caderousse; è un diamante che il giovine
-ci ha lasciato in legato; prima a suo padre, poi ai suoi tre amici
-Fernando, Danglars ed io, e a Mercedès sua fidanzata; questo diamante
-costa 50mila fr.
-
-— Oh! il bel gioiello! diss’ella. — Il quinto allora di questa somma
-appartiene a noi? disse Caderousse.
-
-— Sì, rispose l’abate, e più la parte del padre che mi credo
-autorizzato a ripartire su voi quattro.
-
-— E perchè su noi quattro? domandò la Carconta.
-
-— Perchè voi siete i quattro amici d’Edmondo.
-
-— Non sono amici coloro che tradiscono, mormorò sottovoce a sua volta
-la donna. — Sì, sì, disse Caderousse, e ciò diceva anch’io. È quasi
-una profanazione, quasi un sacrilegio, il dare una ricompensa al
-tradimento e fors’anche al delitto. — Siete voi che lo volete, rispose
-tranquillamente l’abate, rimettendo il diamante nella tasca della
-sottana; ora datemi l’indirizzo degli amici di Edmondo affinchè io
-possa eseguire le sue ultime volontà.
-
-Il sudore colava a grosse gocce dalla fronte di Caderousse; egli vide
-l’abate alzarsi, e dirigersi verso la porta, come per dare un’occhiata
-d’avviso al cavallo e ritornare. Caderousse e sua moglie si guardavano
-con una espressione indicibile. — Il diamante sarebbe tutto nostro...
-per intero! disse Caderousse. — Lo credi tu, rispose la donna. — Un
-uomo del suo sacro carattere non vorrà ingannarci. — Fa come vuoi,
-disse la donna: in quanto a me, non me ne mischio. — E tutta tremante,
-riprese la via delle scale, i denti le battevano, ad onta che facesse
-un caldo ardente. Sull’ultimo scalino si fermò un momento:
-
-— Rifletteteci bene, Gaspero, diss’ella.
-
-— Io sono risoluto, rispose Caderousse. — La Carconta rientrò
-sospirando nella sua camera: il piancito si sentì stridere sotto i suoi
-passi fino a che ebbe raggiunto il sofà sul quale cadde assisa come un
-corpo morto.
-
-— A che siete voi risoluto? domandò l’abate.
-
-— A dirvi tutto, rispose Caderousse.
-
-— In verità, credo che sia ciò che vi ha di meglio a farsi; non che io
-abbia alcuna importanza a saper cose che voi vorreste nascondere, ma
-finalmente, se potreste condurmi a distribuire i legati secondo i voti
-del testatore, ciò sarebbe molto meglio.
-
-— Lo spero, rispose Caderousse con le guance infiammate dal rossore
-della speranza e della cupidigia.
-
-— Io vi ascolto, disse l’abate.
-
-— Aspettate, riprese Caderousse, potremmo essere interrotti nel punto
-più importante, e sarebbe disgradevole; d’altra parte è inutile che si
-sappia, che voi siete venuto qui. — Andò alla porta dell’albergo che
-chiuse, e per maggior cautela vi mise la sbarra della notte. In questo
-intervallo l’abate scelse il posto per ascoltare a suo bell’agio; si
-assise in un angolo in modo da rimanere nell’ombra, mentre che la luce
-sarebbe caduta pienamente sul viso del suo interlocutore. In quanto
-a lui colla testa inclinata, le mani giunte o piuttosto serrate, si
-preparava ad ascoltare attentamente.
-
-Caderousse avvicinò uno sgabello, e si assise in faccia all’abate.
-
-— Sovvienti che io non ti ho spinto a nulla, disse la voce tremolante
-della Carconta, come se, attraverso al pavimento, avesse potuto vedere
-la scena che si stava preparando.
-
-— Sta bene, sta bene, disse Caderousse; non ne parliamo più; prendo
-tutto su di me. — E incominciò così.
-
-
-
-
-XXVII. — IL RACCONTO.
-
-
-— Prima di tutto, disse Caderousse, debbo pregarvi di promettermi una
-cosa.
-
-— E quale? domandò l’abate.
-
-— Che non si saprà mai che io vi ho dato questi particolari, in caso
-che aveste bisogno di farne qualche uso; perchè quelli di cui sto per
-parlarvi sono ricchi e potenti, e se avessero a toccarmi ancora colla
-sola punta di un dito mi stritolerebbero come vetro.
-
-— State tranquillo, mio buon amico, vi assicuro sul mio carattere che
-le vostre parole moriranno nel mio seno. Ricordatevi che non abbiamo
-altro scopo che di eseguire degnamente le ultime volontà del nostro
-amico. Parlate adunque senza riguardi e senza prevenzione di odio; dite
-la verità tutta intera. Io non conosco, e forse non conoscerò mai le
-persone di cui siete per parlarmi; d’altra parte sono italiano e non
-francese, e dopo compite l’ultime volontà di un moribondo ritorno in
-patria.
-
-Questa sicura promessa parve assicurare del tutto Caderousse.
-
-— Ebbene! in questo caso, disse Caderousse, io voglio dirvi anche più,
-io devo disingannarvi sulle amicizie che il povero Edmondo credeva
-sincere e affettuose. — Cominciamo da suo padre, se vi piace. Edmondo
-mi ha parlato molto di questo vecchio pel quale nutriva un grandissimo
-amore.
-
-— L’istoria è trista, disse Caderousse, tentennando la testa. Voi
-probabilmente ne conoscerete il principio.
-
-— Sì, Edmondo mi ha raccontato le cose fino al momento in cui fu
-arrestato, in una piccola osteria vicino Marsiglia.
-
-— Alla _Réserve_. Oh! mio Dio, sì io vedo ancora la cosa come se
-accadesse ora. — Non fu al pranzo dei suoi sponsali? — Sì, a quel
-pranzo che ebbe un allegro principio e un tristo fine. Un commissario
-di polizia seguito da quattro fucilieri entrò, e Dantès fu arrestato.
-
-— Ecco fin dove giunge quello che so io, disse l’abate. Dantès stesso
-non sapeva che ciò che gli era puramente personale; poichè non ha più
-riveduto nessuna delle cinque persone che ho nominato, nè ha più inteso
-parlare di loro.
-
-— Dopochè Dantès fu arrestato il sig. Morrel corse per prendere delle
-informazioni; esse furono tristissime. Il vecchio Dantès ritornò
-solo in casa sua, piegò gli abiti di nozze piangendo, passò tutta la
-giornata in andare e venire per la sua camera, e la sera non dormì;
-io che abitava sotto di lui, lo sentii in moto tutta la notte; io
-stesso, debbo dirlo, parimente non dormii: il dolore di questo povero
-padre mi faceva molto male, e ciascuno dei suoi passi ripercuotevami
-nel cuore, come se mi avesse in effetto posto il piede sul petto.
-La dimane Mercedès venne a Marsiglia per implorare la protezione del
-sig. de Villefort; ma nulla ottenne; dopo andò subito a far visita al
-vecchio. Quando lo vide così tristo ed abbattuto, che aveva passata
-tutta la notte senza riposare, e non aveva mangiato nel giorno innanzi,
-volle condurlo seco per prenderne cura; ma il vecchio non ha mai voluto
-acconsentirvi. No, diceva egli, non lascerò mai questa casa perchè
-son certo che il mio povero figlio mi ama sopra ogni altra cosa, e se
-esce di prigione, correrà a visitare me pel primo. Che direbbe se non
-fossi là ad aspettarlo? Io ascoltava tutto dal pianerottolo, perchè
-avrei desiderato che Mercedès avesse persuaso il vecchio a seguirla;
-quei passi ripetuti e giorno e notte sulla mia testa, non mi lasciavano
-avere un momento di riposo.
-
-— E voi non salivate mai a consolarlo?
-
-— Ah! sig. abate, non si giunge mai a consolare che coloro che vogliono
-esser consolati, ed egli non voleva esserlo. D’altra parte, non so
-perchè, sembrava che avesse repugnanza a vedermi. Una notte però, che
-intesi i suoi singhiozzi, non potei più resistere, e salii: ma quando
-giunsi alla porta, non singhiozzava più; pregava. Egli ritrovava parole
-eloquentissime, suppliche pietose che ora non saprei ripetere: era più
-che pietà, era più che dolore, ed io che non sono bigotto, diceva a me
-stesso «son ben felice d’esser solo e di non aver figli, perchè se io
-fossi padre e soffrissi un dolore come quello di questo povero vecchio,
-non potendo ritrovare nella mia memoria, nè nel mio cuore tutto ciò che
-egli dice al buon Dio, me ne andrei dritto dritto a precipitarmi nel
-mare per non soffrire più lungamente.»
-
-— Povero padre! mormorò l’abate.
-
-— Di giorno in giorno egli viveva più solo e più isolato; spesso
-il sig. Morrel o Mercedès venivano per vederlo, ma la sua porta
-era chiusa; e, quantunque fossero ben sicuri che era in casa, non
-rispondeva ad alcuno. Un giorno che contro il solito ricevè Mercedès,
-e che la povera ragazza, quantunque essa pure disperata, cercava
-confortarlo; «Credimi, figlia mia, egli disse, Edmondo è morto, e
-invece di aspettar lui, egli aspetta noi... Io sono ben fortunato,
-perchè essendo più vecchio, sarò il primo a rivederlo.»
-
-— Per quanto uno sia buono, si stanca ben presto di vedere le persone
-che vi attristano: il vecchio Dantès finì per rimanere affatto solo.
-Io non vedeva più salire da lui alcuno, se non a quando a quando certi
-sconosciuti che discendevano poi con degli involti mal nascosti:
-conobbi in seguito che cosa erano quegl’involti, egli vendeva a
-poco a poco tutto ciò che aveva, per vivere. Finalmente il buon uomo
-terminò i suoi poveri arredi... era debitore di tre rate di pigione;
-fu minacciato di esser cacciato; domandò una dilazione di otto giorni,
-che gli venne accordata. Io so questi particolari perchè l’esattore
-entrò da me, uscendo da lui. Nei primi tre giorni lo intesi camminare
-come d’ordinario; ma nel quarto non sentii più nulla. Mi arrischiai a
-salire, la porta era chiusa; guardai traverso la serratura, e lo vidi
-tanto pallido ed estenuato, che credendolo malato ne feci prevenire
-il sig. Morrel e corsi da Mercedès. Tutti e due si sollecitarono
-a venire. Morrel condusse seco un medico, che osservando in lui
-una gastro-enterite ordinò la dieta. Io era presente, signore, non
-dimenticherò mai il sorriso del vecchio a questa condizione. Da quel
-momento egli aprì la porta; aveva una scusa per non mangiar più: «il
-medico aveva ordinata la dieta.»
-
-L’abate mandò una specie di gemito.
-
-— Questa istoria desta in voi dell’interessamento? disse Caderousse.
-
-— Sì, rispose l’abate; essa è commovente.
-
-— Mercedès ritornò: ella lo trovò così cambiato che come la prima
-volta, lo voleva far trasportare nella sua capanna. Questo era pure il
-parere di Morrel; ma il vecchio gridò tanto, che essi ebbero paura.
-Mercedès restò al capezzale del letto, Morrel si allontanò facendo
-segno alla catalana ch’ei lasciava una borsa sul caminetto. Ma, forte
-dell’ordinazione del medico, il vecchio non volle prender nulla.
-Finalmente, dopo nove giorni di disperazione e di astinenza, il vecchio
-spirò, maledicendo quelli che erano stati causa della sua disgrazia, e
-dicendo a Mercedès: «Se un giorno vedrete il mio Edmondo, ditegli che
-io muoio benedicendolo.»
-
-L’abate si alzò, fe’ due giri intorno alla camera portando la mano
-fremente all’arida gola. — E voi credete che egli sia morto...?
-
-— Di fame... signore, disse Caderousse, ne rispondo io, quanto è vero
-che siamo qui.
-
-L’abate prese con mano convulsa il bicchiere d’acqua ancora a metà, lo
-vuotò di un fiato, e si rimise a sedere con gli occhi rossi e le guance
-pallide.
-
-— Confessate che fu una gran disgrazia, diss’egli con voce rauca.
-— E tanto più grande, perchè causata da finta amicizia. — Passiamo
-adunque a questi uomini, disse l’abate; ma pensatevi bene, continuò
-egli con un tuono quasi minaccioso, vi siete impegnato a dirmi tutto;
-sentiamo dunque, chi son quelli che hanno fatto morire il figlio di
-disperazione, ed il padre di fame? — Fernando e Danglars, due uomini
-gelosi di Edmondo, uno per amore, l’altro per ambizione. — Ed in qual
-modo si manifestò questa loro gelosia? — Essi denunziarono Edmondo
-come messo bonapartista. — Ma chi dei due lo denunciò? chi dei due fu
-il vero colpevole? — Tutti e due, l’uno scrisse la lettera, l’altro la
-mise alla posta. — Questa lettera dove fu scritta?
-
-— All’osteria stessa della _Réserve_ il giorno prima degli sponsali. —
-Sta bene, sta bene, mormorò l’abate. Oh! Faria! Faria! come conoscevi
-bene gli uomini e le cose!
-
-— Che dite, signore? domandò Caderousse. — Niente! continuate. —
-Danglars scrisse la denunzia con la mano sinistra, perchè non fosse
-riconosciuto il carattere, e Fernando l’inviò. — Ma, gridò d’improvviso
-l’abate, voi eravate là! — Io? disse Caderousse meravigliato, e chi
-vi ha detto che v’era? — L’abate s’accorse che erasi lasciato troppo
-trasportare. — Nessuno, disse egli, ma per essere così bene informato
-di tutti questi particolari, bisogna essere stato presente. — È vero,
-disse Caderousse con voce soffocata: io vi era. — E non vi siete
-opposto a quest’infamia? disse l’abate; voi dunque siete loro complice.
-
-— Signore, essi mi avevano fatto tanto bere che quasi avevo perduto
-la ragione: non vedeva più che attraverso una nebbia. Dissi quanto
-poteva dire un uomo in quello stato, ma essi mi risposero, essere stato
-uno scherzo che avevano voluto fare, e che non avrebbe avuto alcuna
-conseguenza.
-
-— Va bene, disse l’abate, voi avete parlato con franchezza; e
-l’accusarsi in tal modo è un meritare il perdono.
-
-— Disgraziatamente Edmondo è morto, e non mi ha perdonato. — Egli
-ignorava tutto ciò.
-
-— Ma ora forse lo saprà. Si dice che i morti sappian tutto.
-
-Fecesi un momento di silenzio: l’abate si era alzato e passeggiava
-pensieroso, ritornò al suo posto e si assise di bel nuovo. — Voi mi
-avete nominato due o tre volte un certo sig. Morrel, diss’egli. Chi era
-quest’uomo? — Era l’armatore del _Faraone_, il padrone e protettore di
-Dantès.
-
-— E qual parte ha sostenuto in tutta questa trista faccenda?
-
-— La parte dell’uomo onesto, coraggioso e affezionato. Venti volte fu
-ad intercedere per Edmondo; quando ritornò l’Imperatore scrisse, pregò,
-minacciò, e tanto che, nella seconda restaurazione fu grandemente
-perseguitato come bonapartista. Dieci volte, come vi ho detto, è venuto
-dal padre di Dantès per ritrovarlo in casa sua, e il giorno prima della
-sua morte aveva lasciato sul caminetto una borsa colla quale furono
-pagati i debiti del buon uomo e le spese dei funerali; dimodochè il
-povero vecchio, potè almeno morire come aveva vissuto senza far danno
-ad alcuno. Sono io ancora possessore di quella borsa, una borsa di
-cordonetto rosso.
-
-— E questo sig. Morrel vive ancora?
-
-— Sì, disse Caderousse. — In questo caso dev’essere un uomo benedetto
-dal cielo, dev’esser ricco... felice? — Caderousse sorrise amaramente.
-— Sì, felice come lo sono io, diss’egli.
-
-— Come! Morrel sarebbe disgraziato! gridò l’abate.
-
-— Egli è vicino alla miseria, e peggio ancora, è vicino al disonore.
-— E come? — Sì, rispose Caderousse; dopo vent’anni di fatiche, dopo
-essersi acquistato il posto più onorevole nel commercio di Marsiglia,
-Morrel è rovinato da cima a fondo. In due anni ha perduto cinque
-bastimenti, sofferto tre fallimenti terribili ed ora non ha più altre
-speranze che in quello stesso _Faraone_, che era comandato dal povero
-Dantès, e che deve ritornare dalle Indie con un carico di cocciniglia e
-d’indaco. Se questo bastimento si perde come gli altri, è rovinato del
-tutto.
-
-— E il disgraziato ha moglie, figli?
-
-— Sì, ha una moglie che in tutte queste avversità si è condotta come
-una santa; ha una figlia che stava per isposare l’uomo da lei amato, e
-la famiglia del quale si è opposta ad un matrimonio colla figlia di un
-rovinato; finalmente ha un figlio sotto-tenente nell’esercito. Ma voi
-lo capirete bene, tutto ciò invece di sollevarlo non fa che raddoppiare
-il dolore del pover’uomo; se fosse stato solo si sarebbe bruciate le
-cervella, e tutto sarebbe finito.
-
-— Ciò è spaventevole! mormorò l’abate.
-
-— Ecco come in questa vita viene ricompensata la virtù, disse
-Caderousse. Osservate, io che non ho mai fatto una cattiva azione a
-nessuno, meno quella che vi ho raccontato, sono nella miseria; dopo
-che avrò veduto morire la povera mia moglie di febbre senza poter fare
-nulla per lei, morirò di fame come è morto il padre di Dantès, mentre
-che Fernando e Danglars nuotano nell’oro.
-
-— E come avviene ciò? — Perchè ad essi tutto gira in bene, nel mentre
-che ai galantuomini gira in male. — Che è divenuto di questo Danglars,
-il più colpevole, n’è vero, l’instigatore? — Che n’è divenuto? egli
-abbandonò Marsiglia con una raccomandazione di Morrel, che ignorava
-il suo delitto, e potè entrare commesso d’ordine presso un banchiere
-spagnuolo. All’epoca della guerra di Spagna, s’incaricò di una parte
-delle forniture dell’esercito francese, e fece fortuna: allora con
-questo primo danaro, speculò sui fondi pubblici, ed ha triplicato, e
-quadruplicato i suoi capitali, e, vedovo egli pure della figlia del
-suo banchiere, sposò una vedova, la sig.ª di Nargonne, figlia di de
-Servieux ciambellano del Re attuale, e che gode dei più grandi favori
-in corte. Divenuto milionario lo hanno creato conte, dimodochè ora è
-il conte Danglars che ha un palazzo nella strada di Mont-Blanc, dieci
-cavalli nelle scuderie, sei lacchè in anticamera, e non so quanti
-milioni in casa.
-
-— Ah! fece l’abate con un’espressione singolare; ed egli è felice.
-— Ah! felice, chi può dir questo? la felicità e l’infelicità sono
-il segreto delle mura, le mura hanno orecchie, ma non lingua, se uno
-è felice con una grande fortuna, Danglars è felice. — E Fernando? —
-Fernando? è tutt’altra cosa. — Ma come mai un povero pescatore catalano
-senza risorse e senza educazione ha potuto fare una fortuna? ciò mi
-sorprende, ve lo confesso. — E ciò pure sorprende tutti; bisogna che
-nella sua vita siavi qualche strano segreto che nessuno sa.
-
-— Ma finalmente per quali gradini visibili ha potuto salire a
-quest’alta fortuna od a quest’alta posizione? — Ad entrambe, signore,
-ad entrambe: egli ha fortuna insieme e posizione. — Ma è una favola che
-mi raccontate?
-
-— Ne ha tutte le sembianze, ma è una cosa reale, ascoltate e
-risolvete voi stesso. Pochi giorni prima che ritornasse Dantès,
-Fernando era caduto in coscrizione. I Borboni lo lasciarono stare
-tranquillo ai Catalani, ma al ritorno di Napoleone fu ordinata
-una leva straordinaria, e Fernando fu costretto a partire. Io pure
-partii; ma essendo più vecchio di Fernando, ed avendo da poco sposata
-la mia povera moglie, fui inviato soltanto sulle coste. Fernando,
-incorporato nelle schiere attive, venne mandato col suo reggimento
-alla frontiera, ed assistè alla battaglia; egli era di piantone alla
-porta di un generale che aveva segrete relazioni con l’inimico, e
-che quella notte stessa doveva riunirsi agl’inglesi, il quale gli
-propose di accompagnarlo; Fernando accettò, abbandonò il posto e seguì
-il generale. Ciò che avrebbe fatto passare un consiglio di guerra
-a Fernando, gli servì di raccomandazione. Rientrò in Francia con la
-spallina di sotto-tenente; e siccome non gli mancava la protezione del
-suo generale, che in allora godeva molto favore, divenne capitano nel
-1823, alla epoca della prima guerra di Spagna, vale a dire al tempo
-in cui Danglars arrischiava le sue speculazioni. Siccome Fernando si
-poteva considerare quasi spagnuolo, fu inviato a Madrid per esplorarvi
-lo spirito dei suoi compatriotti: là ritrovò Danglars, si abboccarono
-insieme, promise al suo generale l’appoggio dei regii della capitale
-e delle province, e ricevè delle promesse, assunse sul suo conto
-degl’impegni, guidò il reggimento per sentieri a lui solo noti, fra
-le gole guardate dai regii, e finalmente in questa breve campagna rese
-servigi tali, che dopo la presa di Trocadero venne nominato colonnello,
-e ricevette la croce di ufficiale della Legion d’Onore unitamente al
-titolo di Barone.
-
-— Destino! destino! mormorò l’abate.
-
-— Sì, ma ascoltate, che non è ancor tutto. Finita la guerra di Spagna,
-la carriera di Fernando si trovava messa a rischio dalla lunga pace
-che doveva regnare in Europa; la Grecia soltanto era sollevata contro
-la Turchia, e cominciava la guerra della sua indipendenza; tutti gli
-occhi erano sopra Atene; era di moda il compiangere e sostenere i
-Greci. Fernando domandò ed ottenne il permesso di andare al servizio
-della Grecia, continuando però a comparire inscritto sui registri
-dell’esercito. Qualche tempo dopo si seppe che il Barone di Morcerf,
-che tale era il nome che portava, era entrato al servizio d’Alì-Pascià
-col grado di generale istruttore. Alì-Pascià fu ucciso come sapete; ma
-prima di morire ricompensò i servigi di Fernando lasciandogli una somma
-considerevole, colla quale tornò in Francia ove gli venne confermato il
-grado di Tenente-Generale.
-
-— Dimodochè in oggi..., domandò l’abate.
-
-— Dimodochè in oggi, proseguì Caderousse, egli è conte, e deputato,
-possiede un palazzo magnifico a Parigi strada di Helder N. 27.
-
-L’abate aprì la bocca, ma rimase un momento come un uomo che esita,
-quindi facendo uno sforzo su sè stesso:
-
-— E Mercedès? diss’egli, venni assicurato che ella disparve.
-
-— Disparve, disse Caderousse, come sparisce il sole per rialzarsi la
-dimane più risplendente. — Ella pure ha fatto fortuna? domandò l’abate
-con un sorriso ironico. — Mercedès a quest’ora si ritrova d’essere
-una delle più grandi dame di Parigi, riprese Caderousse. — Continuate,
-disse l’abate; mi sembra di ascoltare il racconto di un sogno. Ma io
-stesso ho veduto cose sì straordinarie che mi sorprendono poco quelle
-che voi mi dite.
-
-— Mercedès dapprima fu disperata pel colpo che le tolse il suo
-Edmondo. Vi ho detto le sue istanze presso il sig. de Villefort e la
-sua devozione pel padre di Dantès. In mezzo alla sua disperazione un
-altro dolore venne a colpirla, e questo fu la partenza di Fernando
-di cui ella ignorava il delitto, e che considerava come un fratello.
-Fernando partì e Mercedès rimase sola. Tre mesi passarono in lagrime;
-nessuna notizia di Fernando; null’altro avanti gli occhi che un vecchio
-moribondo per la disperazione. Una sera, dopo essere rimasta tutto il
-giorno assisa, come era sua abitudine, presso l’angolo delle due strade
-che dai Catalani conducono a Marsiglia, ritornò nella capanna, trista
-più del consueto; nè l’amante, nè l’amico ritornavano da una di quelle
-due strade e non riceveva notizie nè dell’uno nè dell’altro.
-
-«D’improvviso le sembrò udire un passo conosciuto, si volse con
-ansietà, la porta s’aprì, e vide comparire Fernando coll’uniforme di
-sotto-tenente. Non era la metà di ciò che piangeva, ma era una parte
-della sua vita passata che ritornava a lei. Mercedès strinse le mani
-di Fernando con trasporto tale, che questi credè fosse amore per lui,
-mentre non era che la gioia di non esser più sola al mondo, e di vedere
-un amico dopo sì lunghe ore di trista solitudine; e poi bisogna pur
-dirlo, Fernando non era mai stato odiato, egli non era amato, ecco
-tutto; un altro occupava interamente il cuore di Mercedès; quest’altro
-era assente... era disparso... forse morto... A quest’ultima idea
-Mercedès scoppiò in singhiozzi, e si contorse le braccia pel dolore;
-ma quest’idea, ch’ella respingeva altre volte, quando le veniva da un
-altro suggerita, ora le veniva spontaneamente da sè sola allo spirito;
-d’altra parte il vecchio Dantès non cessava di dirle «il nostro Edmondo
-è morto, se non fosse morto ritornerebbe.»
-
-«Il vecchio morì, come vi dissi, se fosse vissuto, Mercedès forse non
-diveniva mai la moglie di un altro, perchè il buon vecchio sarebbe
-sempre rimasto là a rimproverarle ognora la sua infedeltà. Fernando lo
-capì e non ritornò che quando seppe la morte del vecchio. Questa volta
-era tenente. Nel primo viaggio non aveva detto una parola d’amore a
-Mercedès; nel secondo le ricordò che l’amava sempre. Mercedès domandò
-sei mesi ancora per aspettare e piangere Edmondo».
-
-— Gran cosa! disse l’abate con un sorriso amaro, non erano che diciotto
-mesi in tutto. Che può domandare di più l’amante più adorato? poi
-mormorò queste parole del poeta inglese. — _Frailty, thy name is
-woman!_ = _Fragilità, sei femmina!_ — Sei mesi dopo, riprese Caderousse
-si effettuò il matrimonio nella chiesa degli _Accoules_.
-
-— Era la medesima chiesa ove doveva sposare Edmondo, mormorò l’abate;
-il marito solo era cambiato, ecco tutto.
-
-— Mercedès adunque si maritò, continuò Caderousse; e quantunque
-agli occhi di tutti sembrasse tranquilla, ella però svenne passando
-davanti la _Réserve_, ove diciotto mesi prima erano stati celebrati
-gli sponsali con colui che avrebbe veduto di amare tuttora, se avesse
-osato di guardare nel fondo del cuore. Fernando più felice, ma non più
-tranquillo, poichè io l’ho allora veduto, e temeva sempre il ritorno
-di Edmondo, Fernando si occupò subito di spatriare con sua moglie e di
-esiliarsi insiem con lei; vi erano troppi pericoli a temere, e nello
-stesso tempo troppi ricordi da combattere restando ai Catalani. Otto
-giorni dopo le nozze partirono.
-
-— Rivedeste più Mercedès? domandò l’abate.
-
-— Sì, nel momento della guerra di Spagna a Perpignano, ove Fernando
-l’aveva lasciata; ella si occupava dell’educazione di suo figlio.
-
-L’abate rabbrividì. — Di suo figlio? diss’egli.
-
-— Sì, rispose Caderousse, del piccolo Alberto.
-
-— Ma per istruire questo figlio, continuò l’abate, avrà ricevuto
-anch’essa un’educazione? Mi sembra di avere inteso dire da Edmondo che
-era figlia di un semplice pescatore, bella, ma non istruita.
-
-— Oh! disse Caderousse, conosceva egli dunque così male la propria
-fidanzata? Mercedès avrebbe potuto divenir regina, se la corona dovesse
-posare soltanto sulle teste più belle, e più intelligenti. La sua
-fortuna ingrandiva da sè, ed ella diveniva grande con la sua fortuna.
-Ella imparava il disegno, la musica; tutto. D’altra parte io credo,
-sia detto fra noi, che non facesse tuttociò che per distrarsi, per
-dimenticare, e che non mettesse tante cose in testa che per combattere
-quelle che avea in cuore. Ma ora che tutto deve dirsi, continuò
-Caderousse; la fortuna, e gli onori l’hanno senza dubbio consolata.
-Ella è ricca, è contessa, e ciò non pertanto... — Caderousse si fermò.
-
-— Ciò non pertanto, che? domandò l’abate.
-
-— Ciò non pertanto son sicuro che non è felice.
-
-— E che cosa ve lo fa credere?
-
-— Ebbene; quando io stesso mi sono ritrovato troppo disgraziato, ho
-pensato che i miei antichi amici mi avrebbero aiutato in qualche cosa.
-Mi sono presentato a Danglars, che non mi ha voluto neppure ricevere.
-Sono stato da Fernando, e mi ha fatto passare cento franchi per le mani
-del cameriere.
-
-— Così non li vedeste, nè l’uno nè l’altro.
-
-— No, ma videmi bene la signora de Morcerf.
-
-— E come? — Quando sono uscito, una borsa cadde ai miei piedi; essa
-conteneva 25 luigi. Alzai la testa e vidi Mercedès che chiudeva il
-balcone. — E de Villefort? domandò l’abate.
-
-— Oh! egli non era mio amico, non lo conoscevo, non avevo nulla a
-domandargli. — Ma non sapete ciò che sia accaduto di lui, e qual parte
-abbia preso alla disgrazia di Edmondo? — No; so soltanto che qualche
-tempo dopo averlo fatto arrestare, sposò madamigella di S. Méran, e ben
-presto lasciò Marsiglia. Senza dubbio la fortuna gli avrà sorriso come
-agli altri, senza dubbio egli sarà ricco come Danglars, considerato
-come Fernando; io solo, lo vedete, io solo sono rimasto povero,
-miserabile, e dimenticato da tutti.
-
-— V’ingannate, amico mio, disse l’abate: qualche volta può sembrare
-che Dio dimentichi qualcuno; ma viene il giorno della giustizia, viene
-il giorno in cui si ricorda, ed eccovene una prova. — A queste parole
-l’abate cavò il diamante dalla saccoccia, e presentandolo a Caderousse:
-— Prendete, gli disse, prendete questo diamante, poichè è vostro.
-
-— Come? a me solo? gridò Caderousse; ah! signore, non vi burlate di me?
-
-— Questo diamante doveva essere diviso fra gli amici di Edmondo:
-Edmondo non aveva che un solo amico, la divisione diventa dunque
-inutile. Prendete questo diamante, e vendetelo; vale 50mila fr., ve lo
-ripeto, e spero che questa somma basterà per togliervi dalla miseria.
-
-— Oh! signore, disse Caderousse avanzando timidamente una mano, mentre
-con l’altra si asciugava il sudore che gli stillava dalla fronte; oh!
-non vi fate uno scherzo della felicità, o della disperazione di un
-uomo!
-
-— Io so ciò che è la felicità, e ciò che è la disperazione, e non mi
-prenderei mai giuoco di questi sentimenti, rispose l’abate. Prendete
-adunque, ma in cambio...
-
-Caderousse, che già toccava il diamante, ritirò la mano.
-
-L’abate sorrise. — In cambio, continuò egli, regalatemi quella borsa
-di seta rossa che il sig. Morrel avea lasciata sul caminetto del
-vecchio Dantès, e che mi avete detto essere ancora nelle vostre mani.
-— Caderousse sempre maravigliato, aprì un grand’armadio di quercia,
-e dette all’abate una lunga borsa di seta di un rosso scolorato, e
-intorno alla quale scorrevano due anelli, stati in altro tempo dorati.
-L’abate la prese, ed in sua vece dette il diamante a Caderousse. — Oh!
-voi siete un uomo di Dio, gridò Caderousse; perchè in verità nessuno
-sapeva che Edmondo vi avesse dato questo diamante, ed avreste potuto
-conservarlo per voi.
-
-— Bene, disse l’abate a sè stesso, tu l’avresti fatto, a ciò che
-sembra. Indi si alzò, prese il cappello, ed i guanti.
-
-— Soprattutto, quanto mi avete detto è del tutto vero, posso credervi
-su tutti i punti? — Vi giuro sul mio onore, e per quanto vi è di più
-sacro che non vi ho detto una parola che non sia vera. — Basta così,
-disse l’abate convinto, sta bene; che questo danaro possa esservi di
-profitto. Addio, io ritorno lontano dagli uomini che fanno tanto male
-ai loro simili.
-
-E l’abate, liberandosi a gran fatica dall’entusiastiche dimostrazioni
-di Caderousse, levò da sè stesso la sbarra della porta, uscì, risalì
-a cavallo, salutò un’ultima volta l’albergatore che si confondeva in
-addii clamorosi, e partì, seguendo la stessa direzione che aveva tenuta
-nel venire.
-
-Quando Caderousse si volse, vide dietro a sè la Carconta più pallida,
-e più tremante che mai: — Ed è ben vero ciò che ho inteso? diss’ella.
-— Che cosa? che egli ci ha dato il diamante per noi soli? disse
-Caderousse quasi pazzo dalla gioia. — Sì. — Non vi è nulla di più vero,
-poichè eccolo qua. — La donna lo guardò un momento, poi riprese con
-voce rauca: — E se fosse falso?
-
-Caderousse impallidì, e traballò: — Falso, mormorò egli, falso... e
-perchè quest’uomo avrebbe dovuto regalarmi un diamante falso? — Per
-avere il tuo segreto senza pagarlo.
-
-Caderousse rimase un momento stordito sotto il peso di questa
-supposizione.
-
-— Oh! diss’egli, dopo breve silenzio, e prendendo il cappello che mise
-sul fazzoletto che teneva annodato intorno alla testa, lo sapremo ben
-presto. — Ed in qual modo? — Oggi è la fiera a Beaucaire; vi sono dei
-gioiellieri di Parigi; vado a farlo vedere. Tu guarda la casa; fra due
-ore sarò di ritorno.
-
-E Caderousse si slanciò fuori di casa prendendo a tutta corsa la strada
-opposta a quella tenuta dallo sconosciuto.
-
-— 50 mila franchi! mormorò la Carconta rimasta sola; è danaro... ma non
-è una fortuna.
-
-
-
-
-XXVIII. — I REGISTRI DELLE PRIGIONI.
-
-
-La dimane del giorno in cui accadde la scena che abbiam descritta,
-un uomo di 30 a 32 anni vestito con un soprabito blu, coi pantaloni
-di nankin, e il giubbetto bianco, avendo ad un tempo l’andamento e
-l’accento britannico, si presentò al Sindaco di Marsiglia. — Signore,
-gli disse, io sono il primo commesso della Casa Thomson e French
-di Roma; noi siamo da dieci anni in relazione colla casa Morrel e
-Figlio di Marsiglia, abbiamo speso circa cento mila franchi in questa
-relazione, e non siamo senza inquietudini, attesochè ci vien fatto
-credere che questa casa minacci rovina: vengo dunque espressamente da
-Roma per domandarvi le informazioni di questa casa.
-
-— Signore, rispose il Sindaco, io so effettivamente che da quattro a
-cinque anni la disgrazia sembra perseguitare il sig. Morrel: egli ha
-successivamente perduto quattro o cinque bastimenti, sofferti tre o
-quattro fallimenti; ma non mi appartiene quantunque io stesso sia suo
-creditore per una dozzina di migliaia di franchi, di dare informazioni
-sul suo stato, e sulla sua fortuna. Domandatemi come Sindaco ciò
-che penso del sig. Morrel, ed io vi risponderò che egli è un uomo
-rigorosamente probo, e che sino al presente ha sempre adempito i suoi
-impegni con la più perfetta esattezza. Ecco tutto ciò che posso dirvi,
-se volete saperne di più, indirizzatevi al signor de Boville, ispettore
-delle prigioni, strada di Nouailles N. 15; credo che egli abbia 200
-mila franchi posti sulla casa Morrel, e se vi è realmente qualche cosa
-a temersi lo ritroverete molto più informato di me, atteso che la sua
-somma è molto più considerevole della mia.
-
-L’inglese parve apprezzare questa grande delicatezza, salutò, uscì,
-e s’incamminò con quel passo proprio dei figli della Gran Brettagna
-verso la strada indicata. Il signor de Boville era nel suo gabinetto.
-L’inglese vedendolo, fece un movimento di sorpresa che sembrava
-indicare non esser quella la prima volta ch’egli si ritrovava al
-cospetto di colui al quale faceva una visita. In quanto a de Boville,
-la sua disperazione lasciava facilmente scorgere, che tutte le facoltà
-dello spirito, assorte nel pensiero che l’occupava in quel momento, non
-lasciavano nè alla sua memoria, nè alla sua immaginazione il piacere
-di divagarsi nel passato. L’inglese, colla flemma propria della sua
-nazione, gli presentò la questione, circa nei medesimi termini che
-aveva usati col Sindaco di Marsiglia.
-
-— Oh! signore, gridò de Boville, i vostri timori disgraziatamente non
-possono essere più fondati, e voi avete innanzi agli occhi un uomo
-disperato. Avevo posto 200 mila fr. sulla casa Morrel: essi erano la
-dote di mia figlia che contava maritare fra 15 giorni; dovevano essere
-rimborsati centomila il 15 di questo mese, e centomila il 15 del
-venturo. Aveva dato avviso a Morrel del desiderio di essere rimborsato
-esattamente, ed ecco, non è mezz’ora, è venuto da me Morrel per dirmi,
-che se il suo bastimento il _Faraone_ non rientrava in porto prima del
-15, egli si trovava nell’impossibilità di fare il pagamento.
-
-— Ma questa, disse l’inglese, è una specie di dilazione.
-
-— Dite piuttosto, o signore, che questo rassomiglia ad un fallimento!
-gridò de Boville disperato. — L’inglese parve riflettere un momento,
-poi disse: — Per tal modo questo credito v’inspira dei timori? — Vale a
-dire, lo riguardo come perduto. — E bene! io lo compro.
-
-— Voi? — Sì, io. — Ma con un enorme ribasso, senza dubbio?
-
-— No, mediante 200 mila fr.; la nostra casa, soggiunse l’inglese
-ridendo, non fa simili affari. — E voi pagate?...
-
-— Danaro contante. — E l’inglese cavò di saccoccia un involto di
-biglietti di banca che potevano formare il doppio della somma che il
-sig. de Boville temeva di perdere.
-
-Un lampo di gioia passò sul viso di de Boville; ciò nonostante fece uno
-sforzo per contenersi.
-
-— Signore, debbo prevenirvi, che secondo tutte le probabilità, voi non
-ricaverete il sei per cento di questa somma.
-
-— Ciò non mi riguarda, rispose l’inglese; riguarda la casa Thomson
-e French, in nome della quale io opero. Forse ella può avere qualche
-interesse a sollecitare la rovina di una casa rivale. Ma ciò che io
-so, si è che sono pronto a contarvi questa somma, contro la gira che mi
-farete dietro le cambiali; soltanto chiederò un diritto di senseria.
-
-— Come! signore; è giustissimo, gridò de Boville. La commissione è
-ordinariamente il mezzo per cento; volete voi il due? il cinque? ancor
-più, non avete che a parlare.
-
-— Signore! soggiunse ridendo l’inglese, io sono come la mia casa, non
-faccio di questa specie di affari; no; la mia senseria è d’un’altra
-natura.
-
-— Parlate adunque, vi ascolto. — Voi siete ispettore delle prigioni? —
-Da 14 anni e più. — Voi terrete registro di entrata ed uscita? — Senza
-dubbio. — A questi registri devono essere unite delle note relative ai
-prigionieri?
-
-— Ciascun prigioniero ha la sua filza. — Ebbene! signore, io sono stato
-allevato in Roma da un tale che disparve d’improvviso. Seppi dipoi
-che egli era stato detenuto nel castello d’If, e vorrei avere qualche
-particolare sulla sua morte. — Come lo chiamavate? — Lo scienziato
-Faria.
-
-— Oh! me ne ricordo perfettamente, esclamò de Boville, egli era pazzo.
-— Si diceva. — Oh! lo era certamente.
-
-— È possibile! e quale era il suo genere di pazzia? — Pretendeva di
-sapere dove stava nascosto un immenso tesoro, ed offriva delle somme
-considerevoli al governo se avesse voluto metterlo in libertà. — Povero
-diavolo! ed è morto?
-
-— Sì, sono cinque, o sei mesi al più, in febbraio scorso.
-
-— Voi avete una felice memoria, per ricordarvi così le date.
-
-— Io mi ricordo questa, perchè la morte del povero diavolo fu
-accompagnata da un singolare accidente.
-
-— Si potrebbe conoscere questo accidente? domandò l’inglese con
-una espressione di curiosità, che un freddo osservatore si sarebbe
-maravigliato di ritrovare sul suo viso flemmatico.
-
-— Oh! senza difficoltà: la prigione di Faria era lontana da 45 a 50
-piedi circa da quella di un certo bonapartista, uno di quelli che
-avevano più di tutti contribuito al ritorno dell’usurpatore nel 1815,
-uomo molto risoluto, e molto pericoloso.
-
-— Veramente! disse l’inglese.
-
-— Sì, rispose de Boville, ho avuto occasione di vedere quest’uomo nel
-1816 o 1817, non si discendeva nel suo carcere senza essere scortati
-da un picchetto di soldati; quest’uomo mi ha fatto una profonda
-impressione, e non dimenticherò mai il suo viso.
-
-L’inglese fece un impercettibile sorriso.
-
-— Voi dicevate adunque che le due carceri...
-
-— Erano separate da una distanza di 50 piedi, continuò de Boville; ma
-sembra che questo Edmondo Dantès...
-
-— Quest’uomo pericoloso si chiamava...?
-
-— Edmondo Dantès, sì signore; sembra che questo Edmondo Dantès si
-fosse procurato degli utensili, o ne avesse costruiti, fatto si è
-che fu ritrovato un corridore sotterraneo per mezzo del quale i due
-prigionieri comunicavano insieme.
-
-— Questo corridore sarà stato fatto senza dubbio collo scopo di una
-evasione. — Certamente, ma per disgrazia dei prigionieri, Faria fu
-colpito da una catalessia, e morì.
-
-— Capisco che ciò dovette sospendere il disegno di evasione.
-
-— Pel morto, sì, rispose de Boville, ma non pel vivo; questo Dantès al
-contrario vi ritrovò un mezzo per sollecitare la sua fuga; egli senza
-dubbio pensava che i morti del castello d’If fossero seppelliti in un
-ordinario cimitero; trasportò il defunto nella sua camera, prese posto
-nel sacco entro cui era stato cucito, ed aspettò il momento che lo
-avrebbero seppellito.
-
-— Era un espediente rischioso e che esigeva non poco coraggio, riprese
-l’inglese.
-
-— Oh! vi ho detto che costui era un uomo molto pericoloso;
-fortunatamente però che egli stesso ha liberato il governo dai timori
-che aveva su questo soggetto.
-
-— Ed in qual modo? — Come! non lo immaginate?
-
-— No. — Il castello d’If non ha cimitero; ed i morti si gettano
-semplicemente in mare dopo avere attaccata ai loro piedi una palla
-da 36. — Ebbene? disse l’inglese come se avesse difficoltà a capire.
-— Ebbene! gli fu attaccata una palla da 36 ai piedi, e fu gettato in
-mare. — Davvero! gridò l’inglese. — Sì signore, continuò l’ispettore.
-Capirete quale sarà stata la meraviglia del fuggitivo allorchè si sentì
-precipitare dall’alto al basso del castello. Avrei voluto vedere la sua
-figura in quel momento. — Sarebbe stato difficile. — Non importa, disse
-Boville, che la certezza di rimborsare i suoi 200 mila fr. metteva
-di buon umore; me la figuro. — E dette uno scoppio di risa. — Ed io
-pure, disse l’inglese: e si mise a ridere anche egli, ma come fanno
-gl’Inglesi, vale a dire sulla punta dei denti. — In tal modo, continuò
-l’inglese, in tal modo il fuggitivo fu annegato?
-
-— Bello, e bene. — Di maniera che il governatore del castello fu
-liberato ad un tempo da un furioso, e da un pazzo. — Precisamente. — Ma
-sarà stato compilato una specie di atto su questo avvenimento? domandò
-l’inglese.
-
-— Sì, sì, l’atto mortuario. Voi capirete bene, i parenti di questo
-Dantès, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interessamento per
-assicurarsi se è vivo, o morto.
-
-— Di modo che, essi possono essere tranquilli se hanno ereditato da
-lui. Egli è morto, e morto davvero.
-
-— Oh! mio Dio, sì, e ne verrà rilasciato il certificato ogni qual volta
-lo vorranno. — Così sia, disse l’inglese. Ma ritorniamo ai registri.
-— È vero. Questa storia ci aveva divagati; perdono. — Perdono di che?
-della storia? al contrario; essa mi è sembrata molto curiosa. — E lo
-è di fatto. Così voi desideravate vedere tutto ciò che è relativo al
-vostro povero precettore, che era la stessa dolcezza? — Ciò mi farà un
-vero piacere. — Passiamo nel mio gabinetto, e vi mostrerò le relative
-carte.
-
-Ed entrambi passarono nel gabinetto di studio del sig. de Boville.
-
-Tutto era effettivamente nell’ordine più perfetto: ciascun registro era
-al suo numero, ciascuna filza nella sua casella.
-
-L’ispettore fe’ sedere l’inglese in una poltrona, e depose davanti a
-lui il registro, e le filze relative al castello d’If, dandogli tutto
-il comodo di sfogliarle, nel mentre che, egli stesso seduto in un
-angolo mettevasi a leggere un giornale.
-
-L’inglese trovò finalmente la filza relativa al suo istruttore Faria,
-ma sembrò che la storia raccontatagli da de Boville avesse in lui
-destato grande interessamento; chè dopo aver preso conoscenza di
-queste prime carte, continuò a sfogliare fino a che ritrovò quella
-che riguardava Edmondo Dantès. Là ritrovò ogni cosa al suo posto,
-denunzia, interrogatorio, petizione di Morrel, postille di Villefort.
-Egli piegò chetamente la denunzia, e se la pose in saccoccia, lesse
-l’interrogatorio, e vide che non era stato segnato il nome di Noirtier,
-percorse la domanda in data del 10 aprile 1815, nella quale Morrel,
-dietro il consiglio del sostituto, esagerava con eccellente intenzione
-(poichè allora regnava Napoleone) i servigi che Dantès aveva resi
-alla causa imperiale, servigi che il certificato di Villefort rendeva
-incontrastabili. Allora capì tutto. Questa domanda a Napoleone
-trattenuta da Villefort, era diventata sotto la seconda restaurazione
-un’arma terribile nelle mani del procuratore del Re. Egli non si
-maravigliò dunque più, sfogliando il registro, di ritrovare in nota al
-suo nome quanto segue:
-
- | Bonapartista arrabbiato;
- | ha preso parte attiva
- | al ritorno dall’Isola
- Edmondo Dantès | d’Elba; da tenersi
- | nella più gran segreta
- | e sotto la più stretta
- | sorveglianza.
-
-Al disotto di queste linee stava scritto di altro carattere.
-
-«Vista la nota qui sopra, _nulla a farsi_.» Soltanto paragonando il
-carattere del registro con quello del certificato posto ai piedi della
-domanda di Morrel, egli acquistò la certezza che la nota del registro
-era dello stesso carattere del certificato, cioè scritta dalla mano di
-Villefort.
-
-In quanto alla nota che l’accompagnava, l’inglese capì che doveva
-essere stata scritta da qualche ispettore che avea preso interessamento
-momentaneamente alla situazione di Dantès, ma che i recapiti citati
-avevano messo nell’impossibilità di darvi corso.
-
-Come si disse l’ispettore, per discrezione, e per non incomodare nelle
-sue ricerche l’allievo di Faria, si era allontanato, e leggeva _le
-Drapeau blanc_. Egli adunque non vide l’inglese piegare e mettersi
-in saccoccia la denunzia scritta da Danglars sotto il pergolato
-della _Réserve_, e che portava il bollo della posta di Marsiglia, 28
-febbraio. Ma bisogna dirlo, se lo avesse veduto, annetteva sì poca
-importanza a questa carta, e tanta ai suoi 200 mila franchi per opporsi
-a ciò che faceva l’inglese, per quanto fosse irregolare.
-
-— Grazie, disse questi chiudendo con romore il registro. Ho veduto
-quanto mi abbisognava: ora sta a me a mantenere la mia promessa:
-fatemi una semplice girata del vostro credilo; confessate in essa di
-avere ricevuto il contante, ed io vi pago subito questa somma. — Cedè
-il posto al sig. de Boville, che vi si assise senza complimenti, e si
-affrettò di fare la chiesta _girata_, nel mentre che l’inglese contava
-i biglietti di banca all’angolo della tavola.
-
-
-
-
-XXIX. — LA CASA MORREL.
-
-
-Colui che avesse lasciato Marsiglia qualche anno prima, conoscendo
-l’interno della casa di Morrel, e che vi fosse rientrato all’epoca
-in cui siamo arrivati, vi avrebbe scorto un grandissimo cambiamento.
-Invece di quell’aura di vita, di comodo e di felicità, che per così
-dire esala da una casa che sia in corso di prospera fortuna: invece
-di quelle allegre figure che si fanno vedere dietro le portiere delle
-finestre, di quei commessi affaccendati che attraversano i corridori
-con una penna cacciata dietro l’orecchio, invece di quel cortile
-ingombro di balle, rimbombante di grida e di risa dei facchini, avrebbe
-trovato fin dal primo sguardo, un non so che di tristezza e di morte in
-questi corridori deserti e in questo vuoto cortile. Dei tanti impiegati
-che in altri tempi popolavano gli scrittoi, appena due ne rimanevano;
-uno era Emmanuele Raymond, giovine di 23 anni, l’innamorato della
-figlia di Morrel, ed era tuttavia rimasto nel banco, quantunque i suoi
-parenti avessero fatto di tutto per togliervelo; l’altro era un vecchio
-cassiere, losco, chiamato Coclite, soprannome che eragli stato dato dai
-giovani che in altro tempo popolavano questo alveare fragoroso, in oggi
-quasi disabitato, e che aveva così bene e così perfettamente sostituito
-il suo vero nome, che secondo ogni probabilità, non si sarebbe neppur
-voltato, se oggi non lo avessero chiamato con questo soprannome.
-
-Egli era rimasto al servizio di Morrel, e nella situazione di questo
-bravo uomo si era operato uno strano cambiamento, mentre era salito
-al grado di cassiere, era contemporaneamente disceso al rango di
-domestico. Ciò non gl’impediva di essere lo stesso Coclite, buono,
-paziente, affezionato, ma inflessibile sui punti di aritmetica, solo
-argomento sul quale avrebbe resistito contro il mondo intero, compreso
-il sig. Morrel, non conoscendo che la sua tavola pittagorica, che
-sapeva sulle punte delle dita, qualunque fosse il modo con cui gliela
-presentavano, qualunque fosse l’errore nel quale avessero tentato di
-farlo cadere. In mezzo alla tristezza generale che aveva invaso la casa
-Morrel, Coclite però era il solo che fosse rimasto impassibile. Ora,
-che nessuno s’inganni, questa impassibilità non proveniva da mancanza
-di affezione, ma al contrario da una inalterabile convinzione. Come
-i topi che, si dice, abbandonino poco a poco un bastimento che da
-qualche tempo è condannato dal destino a perire in mare, dimodocchè
-questi ospiti egoisti lo hanno completamente abbandonato al momento che
-si leva l’ancora; così tutta quella folla di commessi e d’impiegati
-che traevano la loro sussistenza dalla casa dell’armatore avevano un
-poco per volta resi deserti gli scrittoi ed i magazzini; Coclite li
-aveva veduti allontanare senza neppur pensare a rendersi conto della
-causa della loro partenza: tutto, come lo abbiam detto, si riduceva
-per Coclite ad una quistione di cifre, e da venti anni che era in casa
-Morrel aveva sempre veduto effettuarsi i pagamenti a cassa aperta con
-tale una regolarità da non fargli credere che questa avesse potuto
-variare, ed i pagamenti sospendersi, più di quanto un mugnaio che
-possiede un mulino messo in moto da un canale abbondante di acqua,
-può credere che un giorno o l’altro quest’acqua possa venir meno.
-Infatto fin allora, nulla era ancor sopraggiunto a portare ostacolo
-alla convinzione di Coclite. Gli ultimi giorni dello scorso mese erano
-passati con una rigorosa puntualità. Coclite aveva notato un errore di
-settanta centesimi commesso da Morrel in suo pregiudizio, e lo stesso
-giorno aveva riportato i quattordici soldi di eccedenza a Morrel,
-che con un sorriso malinconico li aveva presi e lasciati cadere in un
-cassetto quasi vuoto, dicendo: — Bravo, Coclite, voi siete la perla dei
-cassieri.
-
-E Coclite si era ritirato soddisfatto in modo, che non si sarebbe
-potuto esserlo di più, perchè un elogio di Morrel, di questa perla
-degli uomini onesti di Marsiglia, lusingava Coclite molto più che
-una gratificazione di 50 scudi. Ma dopo la fine di quel mese così
-vittoriosamente compito, Morrel aveva passato ore crudeli; per farvi
-fronte aveva riunite tutte le sue risorse e temendo egli stesso
-che il rumore delle sue ristrettezze non si spandesse in Marsiglia
-vedendolo ricorrere a simili estremi, era andato a fare un viaggio
-alla fiera di Beaucaire per vendere qualche gioiello che apparteneva
-a sua moglie ed a sua figlia, non che una parte della sua argenteria:
-con tal sacrificio tutto era ancora passato per una volta ad onore
-della casa Morrel. Ma la cassa era rimasta completamente vuota. Il
-credito, spaventato dal rumore che correva, si era allontanato col suo
-ordinario egoismo, e per far fronte ai 100 mila fr. da pagarsi il dì
-15 di quel mese al signor de Boville, e agli altri 100 mila fr: che
-scadevano il 15 del successivo mese, Morrel non aveva realtà o altra
-speranza che nel ritorno del _Faraone_ di cui un bastimento che aveva
-levata l’ancora di conserva con lui e che era arrivato in porto, aveva
-annunziata la partenza. Ma questo legno che veniva da Calcutta come il
-_Faraone_, era già arrivato da 15 giorni, mentrechè del _Faraone_ non
-si aveva alcuna notizia.
-
-In questo stato di cose la dimane del giorno in cui aveva concluso
-l’affare con de Boville, da noi raccontato, l’incaricato della casa
-Thomson e French di Roma si presentò al sig. Morrel. Lo ricevette
-Emmanuele. Il giovine che si spaventava ad ogni nuova figura, perchè
-ella annunziava un nuovo creditore che nella sua inquietudine veniva
-ad interrogare il capo della casa, volle risparmiare al padrone la noia
-di questa visita: interrogò il nuovo arrivato il quale dichiarò che non
-aveva cosa alcuna da dire: ma che voleva parlare a Morrel in persona.
-
-Emmanuele sospirando chiamò Coclite; questi comparve e ricevette
-l’ordine di condurre lo straniero dal sig. Morrel: Coclite camminò
-avanti e lo straniero lo seguì. Sulla scala incontrarono una bella
-giovinetta di 17 anni che guardò lo straniero con inquietudine; Coclite
-non osservò questa espressione del viso di lei, che però non isfuggì al
-forestiero.
-
-— Il sig. Morrel è nel suo gabinetto, n’è vero, madamigella Giulia?
-domandò il cassiere.
-
-— Sì, almeno credo di sì, disse la giovinetta con esitazione; guardate
-dapprima, Coclite, e se mio padre vi è, annunziate il signore. — È
-inutile l’annunziarmi, madamigella, rispose l’inglese, il Sig. Morrel
-non conosce il mio nome. Questo brav’uomo ha da dirgli soltanto
-che io sono il primo commesso della casa Thomson e French di Roma,
-colla quale la Casa di vostro padre è in relazione. — La giovinetta
-impallidì e continuò a discendere, mentre che Coclite e lo straniero
-continuavano a salire. Ella entrò nel luogo ove era lo scrittoio
-d’Emmanuele; e Coclite, col mezzo di una chiave di cui era possessore,
-e che annunciava la sua familiarità col principale, aprì una porta
-del secondo piano, introdusse lo straniero in un’anticamera, aprì una
-seconda porta che richiuse dietro a sè, e dopo aver lasciato solo per
-un momento l’inviato della casa Thomson e French, ricomparve facendogli
-segno di poter entrare.
-
-L’inglese entrando trovò il sig. Morrel assiso avanti al suo scrittoio
-impallidendo all’aspetto delle colonne spaventose dei registri su cui
-stava scritto il suo passivo. Vedendo lo straniero, Morrel chiuse i
-registri, si alzò, prese una sedia, e quando lo vide seduto, egli pure
-si assise.
-
-Quattordici anni avevano cambiato assai la fisonomia del negoziante,
-il quale, di 36 anni al principio di questa storia stava per compiere
-i 50. I capelli erano incanutiti, la fronte si era solcata di due
-profonde rughe, e lo sguardo, in altri tempi così fermo e sicuro,
-era divenuto vago ed irresoluto, e sembrava dovesse sempre temere di
-fissarsi sopra un uomo o sopra un’idea. L’inglese lo guardò con un
-sentimento di curiosità misto ad interessamento. — Signore, disse
-Morrel a cui questo esame sembrava raddoppiare il mal essere, voi
-desideravate parlarmi?
-
-— Sì, signore. Voi sapete da qual parte io vengo, è vero?
-
-— A quanto mi ha detto il cassiere, da parte della casa Thomson e
-French. — Vi ha detto la verità. La casa Thomson e French ha tre in
-400 mila franchi da pagare in Francia, parte nel mese corrente e parte
-nel vicino mese, e conoscendo la vostra rigorosa esattezza ha riunito
-tutte le cambiali che ha potuto ritrovare con la vostra firma, e mi ha
-incaricato, a seconda che queste scadono, di ritirare i fondi da voi,
-e di impiegarli. — Morrel mandò un profondo sospiro, e passò la mano
-sulla fronte coperta di sudore. — Voi dunque, signore, domandò Morrel,
-avete delle cambiali firmate da me?
-
-— Sì, signore, e per una somma abbastanza considerevole.
-
-— Per qual somma? domandò Morrel, con voce che invano cercava di render
-sicura.
-
-— Ma, ecco qui, disse l’inglese levandosi di saccoccia un plico,
-primieramente due gire di 200 mila fr. del sig. de Boville,
-dell’Ispettore delle prigioni. Convenite voi di dovergli questa somma?
-
-— Sì, signore, è un investimento che egli ha fatto nel mio banco al 4
-e mezzo per cento, saranno ben presto cinque anni. — E che voi dovete
-rimborsare?...
-
-— Metà ai 15 di questo mese, l’altra metà ai 15 del prossimo venturo.
-— Per questi è detto; ora ecco 82,500 fr. per la fine del corrente;
-queste sono cambiali firmate da voi e passate al nostro ordine da
-terzi giratari. — Le riconosco, disse Morrel, al quale saliva al viso
-il rossore della vergogna, pensando che per la prima volta in sua
-vita non avrebbe potuto fare onore alla sua firma. — Sta tutto qui?
-— No, signore, io ho ancora per la fine del mese venturo queste altre
-cambiali che sono passate dalla casa Pascale alla casa Wild e Turner di
-Marsiglia, 55 mila fr. circa, in tutto sono 287,500 fr.
-
-Ciò che soffriva lo sfortunato Morrel in questa enumerazione
-è impossibile poterlo descrivere: — 287,500 fr., ripetè egli
-macchinalmente. — Sì, rispose l’inglese, il quale continuò dopo un
-momento di silenzio, non vi nasconderò, signor Morrel, che mentre tutti
-fanno gli elogi della vostra probità senza macchia fino al presente,
-corre una sorda voce per Marsiglia, che voi non siate in istato di
-far fronte ai vostri affari. — A questa introduzione, quasi brutale,
-Morrel impallidì spaventevolmente. — Signore, diss’egli, fino a questo
-momento, e sono più di 24 anni che ho ricevuto la casa dalle mani di
-mio padre, e che egli aveva diretta per 35 anni, fino a questo momento
-una cambiale sottoscritta da Morrel e F. non fu presentata alla cassa
-senza essere pagata.
-
-— Sì, lo so, rispose l’inglese, ma da uomo d’onore, parlate
-francamente, pagherete tal somma con la stessa esattezza?
-
-Morrel rabbrividì e guardò colui che gli parlava in tal modo con una
-maggior sicurezza di quello che non aveva ancor fatto. — Ad una domanda
-fatta con tanta franchezza, diss’egli, bisogna dare una risposta
-egualmente franca. Sì, signore, io pagherò, se, come spero, il mio
-bastimento giunge a buon porto, poichè il suo arrivo mi renderà quel
-credito che mi fu tolto dagli accidenti successivi di cui sono stato la
-vittima. Ma se per disgrazia il _Faraone_, ultima risorsa sulla quale
-io conto, mi mancasse...
-
-Le lagrime sgorgarono dagli occhi del povero armatore.
-
-— Ebbene? domandò l’interlocutore, se quest’ultima risorsa vi
-mancasse? — Ebbene, se quest’ultima risorsa mi mancasse, continuò
-Morrel, quantunque sia cosa crudele a dire... ma abituato ormai alla
-sventura bisogna che mi abitui all’onta... Ebbene! allora credo che
-sarei obbligato a sospendere i pagamenti. — E non avete amici che
-possano aiutarvi in tal congiuntura? — Morrel sorrise tristamente. — In
-commercio, signore, diss’egli, non si hanno che corrispondenti.
-
-— È vero, mormorò l’inglese. Per tal modo non avete più che una sola
-speranza? — Una sola, ed ultima.
-
-— Dimodochè se questa fallisce... — Sono perduto, signore,
-compiutamente perduto! — Quando sono venuto da voi, un bastimento
-entrava nel porto. — Lo so, signore. Un giovine che è rimasto fedele
-alla mia cattiva fortuna passa una parte del suo tempo in un belvedere
-situato sulla cima della mia casa, nella speranza di venire pel primo
-ad annunziarmi una buona notizia. Da lui ho saputo l’entrata in porto
-di questo bastimento — E non è il vostro? — No; è un naviglio bordolese
-_la Gironda_, esso pure viene dalle Indie, ma non è quello che aspetto.
-— Forse avrà notizie del _Faraone_.
-
-— Fa egli d’uopo che ve lo dica? io temo quasi tanto di chiedere
-notizie del mio bastimento, quanto di restare nella incertezza, la
-quale è pure una speranza.
-
-Quindi Morrel aggiunse con voce commossa: — Questo ritardo non è
-naturale: il _Faraone_ è partito da Calcutta il 5 febbraio, e dovrebbe
-essere in porto già da un mese.
-
-— Ma che è questo, disse l’inglese tendendo l’orecchio; che vuol dire
-questo rumore? — Oh! mio Dio! mio Dio! gridò Morrel impallidendo, che
-vi è ancora di nuovo.
-
-Infatto un gran rumore si fe’ sentire sulle scale, un andare e venire,
-e s’intese perfino un grido di dolore. Morrel si alzò per andare ad
-aprire la porta, ma le forze gli vennero meno, e ricadde sulla sedia.
-
-I due uomini rimasero in faccia l’un dell’altro, Morrel non aveva
-membro che non tremasse, lo straniero guardavalo con una espressione di
-profonda pietà. Il rumore era cessato, ciò nonostante sarebbesi detto
-che Morrel aspettava qualche cosa; questo rumore aveva dovuto avere un
-principio, e doveva avere un fine. Sembrò allo straniero che qualcuno
-salisse pian piano la scala, e molte persone si fossero fermate sul
-pianerottolo. Una chiave venne introdotta nella serratura della prima
-porta, e questa cigolò sui cardini.
-
-— Non vi son che due persone che han la chiave di questa porta,
-mormorò Morrel; Coclite e Giulia. Nello stesso tempo la seconda porta
-si aprì, e comparve la giovinetta, pallida e colle guance bagnate di
-lagrime. Morrel si alzò tutto tremante, e si appoggiò ai bracciuoli del
-seggiolone, perchè non avrebbe avuto la forza di sostenersi in piedi.
-La sua voce voleva interrogare, ma voce più non aveva.
-
-— Oh! padre mio! disse la giovinetta giungendo le mani, perdonatemi di
-essere messaggera di una trista notizia.
-
-Morrel si ricoprì di un pallore mortale; Giulia venne a gettarsi fra
-le sue braccia. — Oh! padre mio! diss’ella, coraggio! — E così, il
-_Faraone_ è perduto? domandò Morrel con voce soffocata. — La giovinetta
-non rispose, ma fece un segno affermativo con la testa che teneva
-appoggiata al petto del padre. — E l’equipaggio? domandò Morrel.
-
-— Salvato, disse la giovinetta, salvato da quello della _Gironda_
-entrato or ora nel porto. — Morrel alzò le mani al cielo con una
-espressione di sublime rassegnazione e riconoscenza. — Grazie, grazie,
-mio Dio! disse Morrel; almeno voi non colpite che me solo. — Per quanto
-flemmatico fosse l’inglese, una lagrima gli bagnò le palpebre.
-
-— Entrate, disse Morrel, entrate perchè suppongo che voi sarete tutti
-alla porta.
-
-Infatto aveva appena pronunciate queste parole, che la signora Morrel
-entrò singhiozzando, Emmanuele la seguiva; nel fondo dell’anticamera si
-vedevano le rozze figure di sette o otto marinari seminudi. Alla vista
-di quegli uomini l’inglese rabbrividì: fe’ un passo per andar loro
-incontro, ma si contenne, ed invece si nascose nell’angolo più oscuro
-ed appartato del gabinetto. La signora Morrel andò ad assidersi presso
-il marito, prese fra le sue le mani di lui, mentre che Giulia restava
-in piedi appoggiata al petto del padre. Emmanuele era rimasto a metà
-della stanza e sembrava servir di legame fra il gruppo della famiglia
-Morrel, e i marinari che stavano fermi sulla porta.
-
-— E come avvenne questo infortunio? domandò Morrel.
-
-— Avvicinatevi Penelon, disse il giovine, e raccontate il caso. —
-Un vecchio marinaro, abbronzito dal sole dell’equatore, si avanzò
-ravvolgendo fra le mani gli avanzi di un cappello.
-
-— Buon giorno, Sig. Morrel, diss’egli come se avesse lasciato Marsiglia
-dal giorno precedente o giungesse da Tolone, o da Aix. — Buon giorno,
-amico mio, disse l’armatore non potendo fare a meno di sorridere in
-mezzo alle lagrime; ma dov’è il capitano? — Il capitano è rimasto
-malato a Palma; ma se piace a Dio, è cosa da nulla, e voi lo vedrete
-giungere fra qualche giorno, tanto bene in salute quanto voi ed io.
-
-— Sta bene... ora parlate Penelon, disse Morrel.
-
-Penelon fece passare da una parte all’altra della bocca il tabacco che
-masticava, quindi ponendo la mano davanti, lanciò nell’anticamera un
-getto di saliva nerastra, avanzò il piede e si equilibrò sulle anche:
-
-«Noi eravamo circa qualche cosa più o meno fra il capo-Blanc e il
-capo-Boyador camminando con una buona brezza di sud-sud-ovest dopo
-essere stati senza muoverci otto giorni per la calma, quando il
-capitano Gaumard mi si avvicina; bisogna che sappiate, che allora io
-era al timone, e mi dice:
-
-«Papà Penelon, che pensate voi di quelle nubi che s’innalzano laggiù
-sull’orizzonte?» — Io le guardava precisamente in quel momento. «Che
-ne penso io capitano? Io ne penso che s’innalzano un poco più presto
-di quello che ne abbiano diritto, e che sono più nere di quello che
-si convenga a nuvoli che non abbiano cattive intenzioni.» «Questo è
-pure il mio avviso, disse il capitano, e vado subito a prendere le
-necessarie cautele. Noi abbiamo le vele troppo spiegate pel vento che
-farà in breve... Olà, eh! preparatevi a serrare le vele, ed a mandare
-a basso quella di trinchetto.» Era tempo; non fu appena eseguito
-l’ordine, che il vento infuriava su noi e il bastimento dava di banda.
-«Bene! disse il capitano, abbiamo ancora troppa tela, accomoda, o
-serra la gran vela.» Cinque minuti dopo la gran vela era chiusa, e noi
-camminavamo colla mezzana, colla vela di gabbia e i parrocchetti.
-
-«Ebbene! Papà Penelon, dissemi il Capitano, che avete, scuotete la
-testa?» — «Gli è perchè nel vostro posto, vedete, non resterei in così
-bel cammino.» — «Credo che tu abbia ragione, vecchio, diss’egli, noi
-avremo in breve un colpo di vento.»
-
-«Ah! capitano, gli rispondo io, chi volesse riscattare con un colpo
-di vento ciò che si prepara laggiù, guadagnerebbe assai; questa è
-una buona e bella tempesta dove io non mi rinvengo.» Vale a dire
-che si vedeva venire il vento come si vede la polvere a Montredon;
-fortunatamente che aveva che fare con un uomo che lo conosceva.
-«Attenti a prendere tre terzaroli nelle gabbie, gridò il capitano,
-allarga le boline, braccio al vento, abbasso i pennoni!»
-
-— Ciò non era abbastanza in quei paraggi, disse l’inglese, io avrei
-preso quattro terzaroli, e mi sarei spacciato della mezzana. — Questa
-voce ferma, sonora ed inattesa fece scuotere tutti. Penelon mise la
-mano sugli occhi e guardò colui che rivedeva con tanta aggiustatezza la
-manovra del suo capitano.
-
-— Noi facemmo ancor meglio, signore, disse il vecchio con un certo
-rispetto, perchè caricammo a orza la brigantina, e mettemmo le barre
-al vento per correre avanti la tempesta. Dieci minuti dopo caricammo
-le gabbie e ce ne andammo senza vele. — L’inglese scosse la testa: — Il
-bastimento era troppo vecchio per arrischiar questo, diss’egli.
-
-— È vero! è detto giustamente! questo fu quello che ci perdè. In capo
-a 12 ore che eravamo trabalzati come se il diavolo avesse preso l’armi,
-si dichiarò una via d’acqua.
-
-«— Penelon, mi disse il capitano, credo che coliamo a fondo; dammi la
-sbarra del timone, e discendi alla stiva.»
-
-«Gli do la sbarra, e discendo; vi erano già tre piedi di acqua.
-
-«Risalgo gridando — «Alle pompe! alle pompe!» Ebbene! sì! egli era
-troppo tardi. Tutti ci mettemmo all’opera e io credo che quanta più ne
-cavavamo più ne entrava. — «Ah! in fede mia, diss’io dopo quattro ore
-di lavoro, giacchè noi coliamo, lasciamoci colare; già non si muore che
-una volta.»
-
-«— È così che tu dai l’esempio, maestro Penelon? disse il capitano;
-ebbene! aspetta! aspetta!» egli andò nel gabinetto a prendere un paio
-di pistole. «Il primo che lascia la pompa, disse egli, gli brucio le
-cervella!»
-
-— Bravo! disse l’inglese.
-
-— Non c’è nulla che infonda tanto coraggio quanto le buone ragioni,
-continuò il marinaro, tanto più che in questo mentre il tempo si era
-rischiarato, e il vento cominciava a indebolire; non è però men vero
-che l’acqua saliva sempre; non molto, ma circa due pollici l’ora,
-vedete, sembra che non sia niente, ma in 12 ore non sono men di 24
-pollici, che fan due piedi; e tre che ne avevamo già, formano cinque;
-ciò vuol dire che quando un bastimento ha cinque piedi d’acqua nel
-ventre, può già passare per un idropico. «Andiamo, disse il capitano,
-basta così, ed il sig. Morrel non avrà nulla a rimproverarci: abbiamo
-fatto tutto ciò che si è potuto fare per salvare il bastimento; bisogna
-ora cercare di salvare gli uomini. Alla scialuppa, giovinotti, e più
-presto che si può.»
-
-— Ascoltate, sig. Morrel, continuò Penelon, noi amavamo molto il
-_Faraone_; ma per grande che sia l’amore che i marinari portano al
-loro bastimento, essi però amano sempre di più la loro pelle. Così noi
-non ce lo facemmo ripetere due volte; con ciò però, che il bastimento
-aprendosi sembrava dirci: «andatevene dunque! ma andatevene dunque!»
-
-«E non mentiva il povero _Faraone_; noi lo sentivamo abbassarsi sotto i
-nostri piedi. Tanto fu, con un giro di mano la scialuppa era in mare,
-e in un batter d’occhio gli otto marinari erano dentro. Il capitano
-fu l’ultimo a discendere, o piuttosto no, egli non discese; non voleva
-abbandonare il naviglio, fui io che lo presi abbracciandogli il corpo
-e lo gettai ai camerati, dopo di che saltai io pure a mia volta.
-Ed era tempo. Appena ebbi fatto il salto, il ponte si spaccò con un
-rumore tale, che si sarebbe detta una bordata di un vascello da 48.
-Dieci minuti dopo affondò in avanti, poi in dietro, quindi si mise a
-girare su sè stesso, come un cane che corre dietro la propria coda;
-finalmente, buona sera alla compagnia, brrrrru! tutto fu finito, il
-_Faraone_ non v’era più!
-
-«In quanto a noi, siamo stati tre giorni senza bere e senza mangiare,
-ed era tale la nostra fame che già si cominciava a parlare di fare
-alla sorte per sapere chi alimenterebbe gli altri, quando scoprimmo la
-_Gironda_, le facemmo dei segnali, ella ci vide, volse capo verso di
-noi, ci spedì la sua scialuppa e ci raccolse. Ecco come è andata, sig.
-Morrel, parola d’onore! sulla fede di marinaro! n’è vero compagni?»
-
-Un mormorio generale d’approvazione indicò che il narratore aveva
-riunito tutti i suffragi per la verità del racconto ed il pittoresco
-dei particolari dati.
-
-— Bene, amici miei, disse Morrel, voi siete brava gente; io già sapeva
-che nella disgrazia che mi sarebbe toccata, niuno avrebbe avuto colpa
-fuorchè il mio destino: questa è la volontà di Dio, e non la colpa
-degli uomini. Adoriamo la volontà di Dio. Ora ditemi quanto vi debbo
-per il vostro soldo!
-
-— Oh! bah! non parliamo di questo, signor Morrel.
-
-— Al contrario, parliamone, disse l’armatore con un tristo sorriso. —
-Ebbene! dobbiamo avere tre mesi di soldo; disse Penelon.
-
-— Coclite pagate 200 fr. a ciascuno di questi bravi uomini. In altri
-tempi, amici miei, avrei detto: date loro cento fr. a ciascuno di
-gratificazione, ma i tempi sono disgraziati, cari amici, e il poco di
-danaro che mi resta non è più mio; scusatemi adunque, e non per questo
-non cessate dall’amarmi.
-
-Penelon fece una mossaccia di tenerezza, si volse ai compagni, cambiò
-con loro qualche parola e replicò:
-
-— Per quello che riguarda a ciò, sig. Morrel, diss’egli masticando
-tabacco, e lanciando nell’anticamera un secondo getto di saliva che
-andò a tener compagnia al primo, per quello che riguarda a ciò... — A
-che? — Al danaro. — Ebbene? — Ebbene! sig. Morrel, i camerati dicono
-che pel momento son loro sufficienti 50 fr. per ciascuno, e che pel
-resto aspetteranno. — Grazie, amici miei, grazie! gridò Morrel commosso
-fino al cuore; siete tutti brava gente; ma prendete! prendete! e se
-trovate un buon servizio, entratevi pure; siete liberi.
-
-Quest’ultima parte della frase produsse un effetto prodigioso sui degni
-marinari; essi guardaronsi gli uni e gli altri con aspetto scomposto.
-Penelon, a cui mancava il fiato, poco mancò non inghiottisse la boccata
-di tabacco; fortunatamente portò a tempo la mano alla gola: — Come!
-sig. Morrel, diss’egli con voce soffocata, come! voi ci licenziate,
-siete dunque malcontento di noi? — No, figli miei, disse l’armatore;
-no, non sono malcontento di voi, tutto il contrario; no, io non vi
-licenzio. Ma che volete farci, non ho più bisogno di marinari.
-
-— Come? non avete più bastimenti? disse Penelon, ebbene! ne farete
-costruire degli altri; aspetteremo. Grazie a Dio noi sappiamo ciò
-che vuol dire... — Io non ho più danari per far costruire bastimenti,
-disse l’armatore con un tristo sorriso. Quindi non posso accettare la
-vostra offerta, per quanto ella sia cortese. — Ebbene! se non avete
-più danari, allora non dovete pagarci; faremo come ha fatto il povero
-_Faraone_, correremo in secco, ecco tutto.
-
-— Basta, basta, amici miei, disse Morrel soffocato dall’emozione; basta
-ve ne prego; ci rivedremo in tempi migliori. Emmanuele, accompagnateli
-e invigilate affinchè siano compiti i miei desideri. — Almeno a
-rivederci, n’è vero sig. Morrel? disse Penelon. — Sì, amici miei,
-almeno lo spero. Andate. — E fece un segno a Coclite che camminò
-avanti; i marinari seguirono il cassiere. Emmanuele lor tenne dietro.
-
-— Ora, disse l’armatore a sua moglie, ed a sua figlia, lasciatemi solo
-un momento, poichè debbo parlare con questo signore. — E indicò con
-gli occhi il mandatario della casa Thomson e French che era rimasto
-in piedi ed immobile in un angolo durante tutta questa scena, alla
-quale egli non aveva presa altra parte che quella delle poche parole
-che abbiamo riportate. Le due donne alzarono gli occhi sullo straniero
-che avevano compiutamente obbliato, e si ritirarono; ma nel ritirarsi
-la giovinetta lanciò a quest’uomo uno sguardo di sublime preghiera
-al quale egli corrispose con un sorriso, che un freddo osservatore si
-sarebbe maravigliato di vedere spuntare su questo viso di ghiaccio.
-
-I due uomini rimasero nuovamente soli.
-
-— Ebbene! signore, disse Morrel lasciandosi ricadere sul suo seggio,
-avete tutto veduto ed inteso, non ho più altro da aggiungere.
-
-— Io ho veduto, disse l’inglese, che vi è sopraggiunta una nuova
-disgrazia, immeritata come le altre, e ciò mi ha confermato nel
-desiderio di esservi aggradevole. — Oh signore! disse Morrel. —
-Vediamo, continuò lo straniero, sono uno dei vostri principali
-creditori, n’è vero? — Voi siete almeno quello che possiede le cambiali
-a più corta scadenza.
-
-— Desiderate voi una dilazione per pagarmi? — Una dilazione potrebbe
-salvarmi l’onore, disse Morrel, e per conseguenza la vita. — Quanto
-tempo desiderate?
-
-Morrel esitò:
-
-— Due mesi, diss’egli. — Bene, fece lo straniero, ve ne darò tre. —
-Ma, credete che la casa Thomson e French... — State tranquillo, prendo
-tutto sopra di me. Oggi siamo ai 5 giugno?
-
-— Sì. — Ebbene, rinnovatemi tutti questi biglietti al 5 settembre, e
-il 5 settembre ad ore 11 del mattino mi presenterò da voi. — La pendola
-in quel momento segnava appunto le 11 precise. — Vi aspetterò, signore,
-disse Morrel, e sarete pagato, o io sarò morto.
-
-Queste ultime parole furono pronunciate a sì bassa voce che lo
-straniero non potè intenderle. Le cambiali furono rinnovate; vennero
-stracciate le antiche, ed il povero armatore si trovò almeno ad
-avere innanzi a sè tre mesi per potere riunire le sue ultime risorse.
-L’inglese ricevette i suoi ringraziamenti colla flemma particolare
-alla sua nazione, e prese congedo da Morrel, che lo ricondusse
-benedicendolo, fino alla porta. Sulla scala incontrò Giulia; la
-giovinetta faceva sembiante di discendere, ma in realtà lo aspettava.
-
-— Oh! Signore! disse ella giungendo le mani. — Madamigella, disse lo
-straniero, voi un giorno riceverete una lettera firmata... SINDBAD IL
-MARINARO... fate appuntino ciò che vi dirà questa lettera, per quanto
-strana vi possa sembrare la raccomandazione. — Sì, signore, rispose
-Giulia. — Mi promettete voi di farlo? — Ve lo giuro. — Basta così!
-addio madamigella; siate sempre buona e savia fanciulla come siete, ed
-ho fiducia che Iddio vi ricompenserà, dandovi per marito Emmanuele. —
-Giulia mandò un piccolo grido, divenne rossa come una ciliegia, e si
-attenne al passamano per non cadere. Lo straniero continuò il cammino
-facendole un gesto di addio. Nel cortile egli incontrò Penelon che
-teneva un rotolo di cento fr. in ciascuna mano, e che sembrava non
-potersi risolvere a portarli via.
-
-— Venite, amico mio; gli diss’egli, ho bisogno di parlarvi.
-
-
-
-
-XXX. — IL 5 SETTEMBRE.
-
-
-Questa dilazione accordata dal mandatario della casa Thomson e
-French, al momento in cui Morrel meno se lo aspettava, parve al povero
-armatore uno di quei ritorni di ben essere che annunziano all’uomo la
-sorte essersi alla fine stancata di perseguitarlo. Lo stesso giorno
-raccontò a sua figlia, e ad Emmanuele ciò che eragli accaduto; e un
-poco di speranza, se non di tranquillità, rientrò nella famiglia.
-Disgraziatamente però Morrel non aveva affari soltanto con la casa
-Thomson e French che si era mostrata tanto facile ad un accomodamento;
-com’egli lo aveva detto, nel commercio si hanno corrispondenti, e non
-amici.
-
-Allorchè vi pensava profondamente, non comprendeva neppur questa
-condotta generosa della casa Thomson e French verso di lui, e non si
-spiegava ciò, che con questa riflessione superlativamente egoista, che
-questa casa doveva aver detto: val meglio sostenere quest’uomo che ci
-deve quasi 300 mila fr., e avere questa somma in capo a tre mesi, di
-quello che sollecitarne la rovina, e avere il sei o l’otto per cento
-del capitale. Disgraziatamente, fosse odio, fosse acciecamento, tutti
-i corrispondenti di Morrel non fecero la stessa riflessione, anzi
-qualcuno fece la riflessione in contrario. Le cambiali sottoscritte da
-Morrel furono presentate alla cassa con uno scrupoloso rigore, e, mercè
-la dilazione accordata dall’inglese furono pagate a cassa aperta da
-Coclite il quale continuò a rimanersi nella sua tranquillità fatidica.
-Il solo Morrel vide con terrore, che se avesse dovuto rimborsare al 15
-i 100 mila fr. di de Boville, e al 30 i 32,500 fr. di cambiali, per le
-quali, come per quelle dell’Ispettore delle prigioni aveva ottenuta una
-dilazione, sarebbe stato fin da quel mese un uomo perduto.
-
-L’opinione di tutti i negozianti di Marsiglia era, che Morrel non
-avrebbe potuto sostenere tutti i rovesci successivi che l’opprimevano.
-Fu dunque grande la meraviglia allorchè vidersi compiere i pagamenti
-della fine del mese coll’ordinaria esattezza. Ciò non pertanto nemmen
-per questo ritornò fiducia negli animi, e fu giudicato a voce unanime,
-che alla fine del venturo mese sarebbe stato depositato il bilancio
-del disgraziato armatore. Tutto il mese passò dunque in isforzi
-inauditi per parte di Morrel, onde riunire tutte le sue risorse. In
-altri tempi le sue cedole, a qualunque data esse fossero, erano prese
-con confidenza, ed anzi domandate. Morrel tentò di negoziare delle
-cedole colla scadenza di 90 giorni, e trovò tutti i banchi chiusi.
-Fortunatamente aveva egli pure qualche incasso, sul quale poteva
-contare e questo fu fatto; così si trovò ancora in istato di far
-fronte ai suoi obblighi quando giunse la fine di luglio. D’altra parte
-il mandatario della casa Thomson e French non era più stato veduto a
-Marsiglia. La dimane della sua visita a Morrel era sparito: or siccome
-in Marsiglia non aveva avuto a trattare che col Sindaco, coll’Ispettore
-delle prigioni, e con Morrel, così il suo passaggio non aveva lasciato
-altra traccia che i ricordi diversi che ne conservavano queste tre
-persone. In quanto ai marinari del _Faraone_ sembrava che avessero
-ritrovato da impiegarsi, poichè essi pure erano spariti.
-
-Il capitano Gaumard rimessosi dalla malattia che lo aveva trattenuto
-a Palma ritornò egli pure: esitò a presentarsi al sig. Morrel; ma
-questi, saputo il suo arrivo, andò di persona a ritrovarlo. Il degno
-armatore sapeva di già pel racconto di Penelon la coraggiosa condotta
-che aveva tenuta il capitano durante tutta questa avaria, e si sforzò
-di consolarlo. Gli portò l’ammontare del suo soldo, che il capitano
-Gaumard non avrebbe certamente osato di andare a riscuotere. Quando
-Morrel discese la scala incontrò Penelon che saliva: questi aveva,
-a quanto sembrava, fatto un buon uso del danaro, poichè era vestito
-tutto di nuovo. Riconoscendo il suo armatore il degno timoniero parve
-molto impacciato; si ritirò nell’angolo più lontano del pianerottolo,
-masticando il tabacco a diritta e a sinistra, e girando due grossi
-occhi spaventati, non rispose che con una timida pressione alla stretta
-di mano che gli offerse Morrel colla sua ordinaria cordialità. Morrel
-attribuì l’impaccio di Penelon all’eleganza del vestito; era evidente
-che non era entrato di proprio conto in tanto lusso; e chiaramente
-appariva trovarsi di già impegnato a bordo di un qualche altro
-bastimento, e la sua vergogna venivagli da ciò che non aveva, se è
-lecito esprimersi così, portato per un tempo maggiore il lutto del
-_Faraone_. Forse ancora recavasi dal capitano Gaumard per metterlo a
-parte della sua fortuna, e per fargli delle esibizioni per parte del
-nuovo padrone.
-
-— Brava gente! disse Morrel allontanandosi, possa il vostro nuovo
-padrone amarvi come vi amava io, ed essere più felice di quel che io
-non sono!...
-
-Passò il mese d’agosto in tentativi, senza posa rinnovati da Morrel,
-per rialzare il suo credito, o per aprirsene un nuovo. Il 20 agosto
-seppesi a Marsiglia che aveva preso un posto nella _Malle-Poste_, e
-allora tutti opinarono che alla fine del mese verrebbe depositato il
-bilancio, e che Morrel era partito prima per non assistere a quest’atto
-crudele, delegando senza dubbio il suo primo commesso Emmanuele, e
-il cassiere Coclite. Ma contro ogni previsione allorchè giunse il 31
-agosto, la cassa si aprì secondo il solito. Coclite apparve dietro la
-inferriata, tranquillo come il giusto di Orazio, esaminò colla stessa
-attenzione le cedole che gli vennero presentate, e pagò le tratte dalla
-prima all’ultima colla stessa esattezza. Vennero parimente presentati
-due rimborsi che erano stati preveduti da Morrel, e Coclite li pagò con
-la medesima puntualità propria dell’armatore. Nessuno ne capiva niente,
-ed i profeti delle cattive notizie con una particolare ostinazione
-rimettevano il fallimento alla fine del settembre.
-
-Morrel giunse il primo del mese. Era atteso da tutta la famiglia colla
-più grande ansietà: mentre contavano sull’esito del suo viaggio a
-Parigi come sull’ultima via di salute.
-
-Morrel aveva pensato a Danglars, in oggi milionario, ed un giorno
-suo sottoposto, poichè fu la raccomandazione di Morrel che fece
-entrare Danglars al servizio del banchiere spagnuolo presso il quale
-aveva cominciata la sua immensa fortuna. Si diceva che Danglars era
-possessore di sei ad otto milioni, e che godeva un credito illimitato.
-Danglars senza levarsi uno scudo di saccoccia poteva salvare Morrel:
-non aveva che a garantire un imprestito, e Morrel era salvato. Morrel
-da lungo tempo aveva pensato a Danglars; ma vi sono alcune istintive
-ripulsioni di cui non sappiam farci padroni; egli aveva aspettato fino
-a che gli era stato possibile, prima di ricorrere a quest’ultimo mezzo.
-E ne aveva avuto ragione, poichè ritornava oppresso dall’umiliazione,
-e dal rifiuto. Al ritorno non manifestò alcun lamento, non proferì
-alcuna recriminazione; aveva stesa la mano amichevolmente ad Emmanuele,
-si era chiuso nel gabinetto del secondo piano, e aveva chiesto di
-Coclite. Dissero le due donne ad Emmanuele, noi siamo perdute. Quindi,
-in un breve conciliabolo tenuto fra di loro, convennero che Giulia
-avrebbe scritto al fratello, che era in guarnigione a Nimes, di venire
-sul momento. Le povere donne sentivano di avere bisogno di tutte le
-loro forze per sostenere il colpo che le minacciava; d’altra parte
-Massimiliano Morrel, quantunque nell’età di 22 anni, aveva già una
-grande influenza sopra suo padre. Egli era un giovine fermo, e destro.
-Al momento in cui si era trattato di abbracciare una carriera, suo
-padre non aveva voluto imporgli uno stato, ma aveva consultato il genio
-del giovine Massimiliano. Questi allora dichiarò di voler seguire la
-carriera militare; aveva per conseguenza fatti degli eccellenti studii,
-era entrato per concorso nella scuola Politecnica, e n’era uscito
-sottotenente al 53º di linea. Dopo un anno che occupava questo posto,
-aveva di già la promessa che alla prima occasione verrebbe nominato
-tenente. Nel reggimento, Massimiliano Morrel era citato come il più
-rigido osservatore, non solo di tutti gli obblighi imposti al soldato,
-ma ancora di tutti i doveri propri all’uomo, e non veniva chiamato
-con altro nome, che con quello di stoico. Non fa mestieri dire che la
-maggior parte di coloro che lo chiamavano con un tal soprannome lo
-ripetevano per averlo inteso dire, ma non sapevano che cosa volesse
-significare.
-
-La madre e la sorella il chiamavano in loro soccorso per sostenerle
-nella grave congiuntura che sentivano bene di esser prossime ad
-incontrare. Esse non si erano ingannate sulla gravità di questa
-congiuntura, perchè un momento dopo che Morrel era entrato nel suo
-gabinetto con Coclite, Giulia vide uscire quest’ultimo pallido,
-tremante, e col viso tutto sconvolto. Ella volle interrogarlo quando le
-passò vicino; ma il bravo uomo continuò a discendere la scala con una
-precipitazione che non eragli solita, e si contentò di gridare alzando
-le braccia al cielo: — Oh! madamigella, madamigella! quale orribile
-disgrazia, e chi avrebbe mai creduto questo!
-
-Poco dopo, Giulia il vide risalire portando due, o tre grossi
-registri, e un sacchetto di monete. Morrel consultò i registri, aprì
-il portafogli, contò le monete. Tutte le sue risorse ascendevano a sei
-o ottomila fr. I suoi crediti realizzabili fino al giorno 5, a quattro
-o cinque mila; ciò che formava in contante, a dir molto, un attivo di
-14 mila fr. per far fronte ad una cambiale di 287,500 fr. Non vi era
-neppur mezzo di offrire una simil somma a conto. Però quando Morrel
-discese per pranzare, sembrava assai tranquillo: il che spaventò le due
-donne assai più che non avrebbe potuto fare il più grande abbattimento.
-Dopo pranzo Morrel aveva l’abitudine di uscire; egli andava a prendere
-il caffè al circolo dei Phocèens, o a leggere il _Sémaphore_: quel
-giorno non uscì, risalì nel suo gabinetto. Quanto a Coclite, sembrava
-completamente ebete. Durante una parte del giorno erasi trattenuto in
-cortile, assiso sur una pietra, la testa nuda, esposto ad un sole di 30
-gradi.
-
-Emmanuele cercava di tranquillare le donne, ma non aveva sufficiente
-eloquenza. Il giovine era troppo al corrente degli affari per non
-conoscere che una grande catastrofe era imminente sulla famiglia
-Morrel. Venne la notte; le due donne vegliarono nella speranza che
-Morrel discendendo dal gabinetto sarebbe passato da loro; ma lo
-intesero passare dalla loro porta, camminando sulla punta dei piedi,
-per timore forse di essere chiamato: tesero le orecchie, e udirono che
-entrò in camera sua, e si chiuse a molla per di dentro.
-
-La sig.ª Morrel mandò sua figlia a dormire; quindi, mezz’ora dopo
-che Giulia si era ritirata, si alzò, si tolse le scarpe, entrò nel
-corridoio affine di vedere dalla serratura ciò che faceva suo marito;
-s’accorse allora d’un’ombra che si ritirava. Era Giulia che, inquieta
-anch’essa, aveva preceduto sua madre. La giovinetta le andò incontro
-dicendole: — Egli scrive. — Le due donne avevano avuto lo stesso
-pensiero senza esserselo comunicato. La sig.ª Morrel si abbassò al
-buco della serratura. Infatto Morrel scriveva: ma ciò che non vide la
-figlia, lo notò la madre; Morrel scriveva sopra carta bollata. Le venne
-tosto la terribile idea che facesse il suo testamento; rabbrividì e non
-ebbe forza di dire una parola.
-
-La dimane Morrel sembrava perfettamente tranquillo; si fermò allo
-scrittoio come d’ordinario, discese a far colazione, solo, dopo pranzo,
-fe’ sedere sua figlia a sè vicino, strinse la testa della giovinetta
-col suo braccio, e la tenne lungamente contro il petto. La sera, Giulia
-disse a sua madre che per quanto in apparenza sembrasse tranquillo,
-ella aveva notato che il cuore di suo padre batteva violentemente.
-Nello stesso modo passarono gli altri due giorni. Il 4 settembre verso
-sera, Morrel chiese a sua figlia la chiave del suo gabinetto. Giulia
-rabbrividì a questa domanda che gli sembrò di cattivo augurio. Perchè
-dunque suo padre domandavagli questa chiave che ella aveva sempre
-avuto, e che non erale mai stata tolta, meno nell’infanzia in quei
-giorni in cui volevasi castigare? La giovinetta guardò Morrel: — E che
-ho fatto io di male, padre mio, diss’ella, perchè mi riprendiate questa
-chiave?
-
-— Niente, figlia mia, rispose lo sventurato Morrel a cui questa
-semplice domanda fece sgorgare le lagrime dagli occhi, nulla; solo ne
-ho bisogno. — Giulia finse di cercare la chiave. — L’avrò lasciata in
-camera mia, diss’ella. — Uscì, ma invece di andare nella sua camera
-discese a consigliarsi con Emmanuele. — Non restituite la chiave
-a vostro padre, disse questi, e domattina, se è possibile, non lo
-lasciate solo un momento. — Ella cercò invano di interrogare Emmanuele,
-ma questi non sapeva altro, o non volle dire di più.
-
-Durante tutta la notte del 4 al 5 settembre la sig.ª Morrel restò
-coll’orecchio contro la bussola, fino a tre ore del mattino, intese
-suo marito camminare con agitazione nella camera; solo dopo le tre si
-gettò sul letto. Le due donne passarono insieme il resto della notte.
-Fino dalla sera antecedente aspettavano Massimiliano. Alle otto Morrel
-entrò nella loro camera: egli era tranquillo, ma gli si leggeva sul
-viso pallido e smunto l’agitazione della notte. Le donne non osarono
-di chiedergli se aveva riposato bene. Morrel fu più affabile con sua
-moglie, più tenero con sua figlia di quel che nol fosse mai stato, egli
-non si stancava di guardare ad abbracciare la povera ragazza. Giulia si
-ricordò la raccomandazione di Emmanuele, e volle accompagnare il padre
-quando uscì, ma questi la respinse con dolcezza, dicendole:
-
-— Resta con tua madre; — Giulia volle insistere. — Io lo voglio, disse
-Morrel — Era la prima volta che Morrel diceva a sua figlia: «io lo
-voglio!!!» Ma egli lo disse con tale accento di paterna dolcezza, che
-Giulia non osò di fare un passo più avanti. Ella rimase allo stesso
-posto, ritta, muta ed immobile. Pochi momenti dopo la porta si aprì, ed
-ella sentì due braccia che la circondavano ed un bacio che le veniva
-impresso sulla fronte. Alzò gli occhi, e mandò un’esclamazione di
-gioia. — Massimiliano! fratello mio! gridò ella.
-
-A queste grida la sig.ª Morrel accorse, e si gettò fra le braccia del
-figlio. — Madre mia! disse il giovine guardando alternativamente la
-madre e la sorella; che avvenne? La vostra lettera mi ha spaventato
-e io accorro! — Giulia, disse la sig.ª Morrel, facendo un segno
-al figlio, va a dire a tuo padre che è giunto Massimiliano. — La
-giovinetta si slanciò fuori dell’appartamento; ma sul primo gradino
-della scala incontrò un uomo che teneva una lettera in mano. — Non
-siete voi madamigella Giulia Morrel? disse quest’uomo con un accento
-italiano il più puro. — Sì, rispose Giulia balbettando; ma che volete?
-non vi conosco. — Leggete questa lettera, disse l’uomo, presentandole
-il biglietto. — Giulia esitava. — Ne va della salute di vostro padre!
-disse il messaggero. — La giovinetta gli tolse il biglietto dalle mani,
-poi l’aprì e lesse con ansietà.
-
- «Portatevi in questo medesimo punto ai viali di Meillan, entrate
- nella casa N. 15; domandate al portinaro la chiave della camera
- del quinto piano; entratevi; prendete sull’angolo del caminetto
- una borsa di cordonetto di seta, rossa, recatela subito a vostro
- padre. È indispensabile che l’abbia prima delle undici. Voi
- mi avete promesso di obbedirmi ciecamente; invoco la vostra
- promessa.»
-
- «SINDBAD IL MARINARO»
-
-La giovinetta gettò un grido di gioia, volle interrogare l’uomo che le
-aveva rimesso il biglietto, ma questi era già disparso. Ella riportò
-allora gli occhi sul biglietto per leggerlo una seconda volta, si
-accorse che vi era un post scriptum; e lo lesse.
-
- «È importante che adempiate questa missione in persona, e sola;
- se verrete in compagnia o che altri si presenti in vece vostra,
- il portinaro vi risponderà che non sa ciò che volete dire.»
-
-Questo _post-scriptum_ fu una forte repressione alla gioia della
-giovinetta. Aveva ella a temer qualche cosa? Poteva esser questo un
-laccio che le si tendeva? la sua innocenza non le permetteva di sapere
-quali erano i pericoli che poteva correre una giovinetta della sua età.
-Ma non v’è bisogno di conoscere i pericoli per temerli; anzi vi è una
-cosa notevole ed è che si temono precisamente di più i pericoli che non
-si conoscono.
-
-Giulia esitò; risolvè di domandar consiglio, ma per uno strano
-sentimento non lo chiese nè a sua madre nè a suo fratello, ricorse ad
-Emmanuele. Ella discese, gli raccontò l’accaduto nel giorno in cui il
-mandatario della casa Thomson e French venne da suo padre; dissegli la
-scena della scala, gli ripetè la promessa che aveva fatto, e gli mostrò
-la lettera.
-
-— Bisogna andarvi, madamigella, disse Emmanuele.
-
-— Andarvi? mormorò Giulia. — Sì, vi accompagnerò.
-
-— Ma non avete letto che debbo andarvi sola? — Voi sarete egualmente
-sola; io vi aspetterò all’angolo della strada Musée, e se tardate in
-modo da farmi nascere qualche inquietudine, verrò a raggiungervi, e ve
-ne rispondo; disgraziati coloro di cui avrete a lamentarvi! — In tal
-modo, Emmanuele, riprese esitando la giovinetta, il vostro consiglio
-è che io mi porti a questo invito? — Sì, il messaggero non vi ha detto
-che si tratta della salute di vostro padre?
-
-— Ma, finalmente che pericolo corre mio padre? domandò la giovinetta.
-— Emmanuele esitò un momento, ma il desiderio che la giovinetta si
-risolvesse sul momento e senza ritardo la vinse. — Ascoltate diss’egli,
-non è oggi il 5 settembre? — Sì. — Oggi alle undici vostro padre deve
-pagare circa 300mila fr. — Sì, lo sappiamo. — Ebbene! disse Emmanuele,
-egli non ne ha neppur 15mila in cassa.
-
-— E allora, che avverrà?
-
-— Avverrà che se oggi prima delle undici non ritrova qualcuno che gli
-venga in aiuto, vostro padre sarà obbligato, a mezzodì, di dichiararsi
-fallito. — Ah! venite, gridò la giovinetta trascinando seco Emmanuele.
-
-In questo mentre la sig.ª Morrel aveva detto tutto a suo figlio. Il
-giovine sapeva bene che in conseguenza delle successive disgrazie
-sovraggiunte a suo padre, erano state introdotte molte modificazioni
-nelle spese di casa; ma non sapeva che le cose fossero giunte a
-tal segno. Rimase annichilito; quindi d’un subito si slanciò fuori
-dell’appartamento, salì rapidamente le scale credendo di ritrovare
-il padre nel gabinetto; ma battè invano. Mentre era alla porta sentì
-che quella dell’appartamento si apriva, si volse e vide suo padre.
-Invece di risalire direttamente al suo gabinetto, Morrel era rientrato
-nella sua camera, e ne usciva allora soltanto; egli mandò un grido di
-sorpresa scorgendo Massimiliano, poichè ne ignorava l’arrivo. Rimase
-immobile al suo posto, strinse col braccio sinistro un oggetto che
-teneva nascosto sotto l’abito. Massimiliano discese sollecitamente
-la scala e si gettò al collo di suo padre; ma d’improvviso egli dette
-addietro, lasciando soltanto la destra appoggiata al petto di Morrel.
-— Padre mio, diss’egli diventando pallido come la morte, e perchè avete
-un paio di pistole sotto l’abito?
-
-— Oh! ecco ciò che io temeva, disse Morrel.
-
-— Padre mio... padre mio! in nome del cielo, gridò il giovine, che
-volete far di queste armi?
-
-— Massimiliano, rispose Morrel tenendo lo sguardo fisso sul figlio, tu
-sei un uomo ed un uomo d’onore; vieni, te lo dirò. — E Morrel salì con
-passo sicuro fino al suo gabinetto, mentre che Massimiliano lo seguiva
-barcollando: aprì di poi la porta, e la richiuse dopo che fu passato il
-figlio, quindi traversò l’anticamera, s’avvicinò allo scrittoio, depose
-le pistole sull’angolo della tavola, e mostrò a suo figlio colla punta
-del dito un registro aperto; sur esso era fedelmente trasportato lo
-stato esatto della sua situazione; Morrel doveva pagare fra mezz’ora
-287,500 fr. ed in tutto ne possedeva 15,257.
-
-— Leggi! disse Morrel. — Il giovine lesse e rimase un momento
-annientato. Morrel non diceva una parola: che avrebbe egli potuto
-dire o aggiungere all’inesorabile decreto delle cifre? — E voi, padre
-mio, avete fatto tutto il possibile per prevenire questa disgrazia?
-disse dopo breve silenzio il giovine. — Sì, rispose Morrel. — Non
-contate sopra alcun rimborso? — No. — Avete esauste tutte le risorse? —
-Tutte. — E fra mezz’ora... aggiunse egli con voce cupa, il nostro nome
-sarà disonorato? — Il sangue lava il disonore, disse Morrel. — Avete
-ragione, padre mio, ora vi comprendo. — Quindi stese la mano verso le
-pistole.
-
-— Ve n’è una per voi ed un’altra per me, diss’egli: grazie!
-
-Morrel gli fermò la mano. — E tua madre... e tua sorella... chi le
-nutrirà? — Un fremito corse per tutte le membra del giovine. — Padre
-mio, diss’egli, pensate che con ciò che mi dite io possa vivere? —
-Sì, te lo dico, riprese Morrel, perchè questo è il tuo dovere; tu
-hai lo spirito tranquillo e forte, Massimiliano... tu non sei uno dei
-soliti uomini; nulla ti comando, nulla io ti ordino, e sol ti dico:
-«esamina la situazione come se tu vi fossi straniero, e giudicala da te
-stesso.» — Il giovine riflettè un momento, quindi l’espressione della
-più sublime rassegnazione passò nei suoi occhi; solo si tolse con un
-movimento tristo e lento la spallina e la mozzetta, distintivi del
-suo grado. — Sta bene, disse egli tendendo la mano a Morrel, morite in
-pace, padre mio, io vivrò. — Morrel fece un movimento per gettarsi alle
-ginocchia del figlio. Massimiliano lo raccolse fra le braccia, e per un
-momento questi due nobili cuori batterono l’un contro l’altro.
-
-— Tu sai che non è per mia colpa? disse Morrel.
-
-Massimiliano sorrise. — So, padre mio, che siete l’uomo più onesto
-che m’abbia mai conosciuto. — Sta bene, è detto tutto: ora ritorna da
-tua madre e da tua sorella. — Padre mio, disse il giovine piegando un
-ginocchio, beneditemi!
-
-Morrel prese la testa di suo figlio fra le mani, l’avvicinò a sè, e
-v’impresse molti baci dicendo: — Oh! sì, sì, ti benedico nel mio nome,
-e nel nome di tre generazioni di uomini irreprensibili. Ascolta adunque
-ciò che essi ti dicono colla mia voce: l’edifizio che la sventura ha
-distrutto, può essere riedificato dalla divina Provvidenza. Sapendomi
-morto in questo modo, i più inesorabili avranno pietà di me; a te forse
-sarà accordata una dilazione che a me sarebbe stata negata; allora
-cerca che la parola infame non sia pronunziata; mettiti all’opera,
-lavora, giovine! lotta ardentemente e con coraggio; vivi tu, tua madre,
-e tua sorella del puro necessario, affinchè giorno per giorno i beni di
-coloro ai quali io devo, si aumentino e fruttifichino fra le tue mani.
-Pensa che sarà un bel giorno, un gran giorno, un giorno solenne quello
-della riabilitazione, il giorno in cui, da questo stesso scrittoio, tu
-potrai dire: «mio padre è morto perchè non poteva fare ciò che ho fatto
-io, ma egli è morto tranquillo, perchè morendo sapeva che io lo avrei
-fatto.»
-
-— Oh! padre mio, padre mio, gridò il giovine, se pure poteste vivere.
-
-— Se io vivo tutto è perduto: se io vivo, la premura si cambia in
-dubbio, la pietà in accanimento; se io vivo, non sono più che un uomo
-che ha mancato alla sua parola, che ha fallito i suoi impegni, non ho
-più in fine che una bancarotta. Se muoio, al contrario, pensateci bene
-Massimiliano, il mio cadavere non è più che quello di un onest’uomo
-disgraziato. Vivo, i miei migliori amici evitano la mia casa: morto,
-Marsiglia intera mi seguirà piangendo fino all’ultima mia dimora. Vivo,
-tu avresti onta del mio nome; morto, puoi alzare la testa e dire ad
-alta voce: «sono il figlio di colui che si è ucciso, perchè è stato
-costretto di dover per la prima volta mancare alla sua parola.»
-
-Il giovine mandò un gemito, ma parve rassegnato. Era la seconda volta
-che la convinzione rientrava nel suo cuore, ma non nel suo spirito. —
-Ora, disse Morrel, lasciami solo, e cerca di allontanare le donne. —
-Non volete rivedere mia sorella? domandò Massimiliano. — Un’ultima e
-sorda speranza era nascosta pel giovine in questo incontro, ecco perchè
-lo proponeva. Morrel scosse la testa. — L’ho veduta questa mattina,
-diss’egli, e le ho detto addio.
-
-— Non avete voi alcuna raccomandazione particolare da farmi, padre mio?
-domandò Massimiliano con voce alterata.
-
-— Sì figlio mio, una raccomandazione sacra.
-
-— Dite, padre mio.
-
-— La casa Thomson e French è la sola che per umanità, o forse per
-egoismo (ma non sta a me il leggere nel cuore degli uomini) è la
-sola che abbia avuto pietà di me. Il suo mandatario, quello che fra
-dieci minuti si presenterà per riscuotere una tratta di 287,500 fr.,
-egli, non dirò mi abbia accordato, ma mi ha offerta una dilazione di
-tre mesi; questa casa sia rimborsata per la prima, figlio mio, che
-quest’uomo ti sia sacro.
-
-— Sì, padre mio, disse Massimiliano.
-
-— Ed ora, anche una volta, addio: disse Morrel; va, va; ho bisogno di
-restar solo; troverai il mio testamento nello scrigno della camera da
-letto. — Il giovine rimase in piedi ed inerte, senza avere che la forza
-della volontà, ma non quella dell’esecuzione. — Ascolta, Massimiliano,
-disse suo padre, supponi che io sia un soldato come te, che abbia
-ricevuto l’ordine di dar la scalata ad un bastione, e che tu sapessi
-che vado incontro ad una certa morte nell’assalirlo, non mi diresti
-tu come mi dicevi poco fa: «andate padre mio perchè vi disonorereste
-restando, e val meglio la morte che l’onta»?
-
-— Sì sì, disse il giovine, sì; e stringendo convulsivamente tra le
-braccia il padre: — Coraggio, padre mio, diss’egli.
-
-E si slanciò verso il gabinetto.
-
-Quando il figlio fu uscito Morrel rimase un momento in piedi cogli
-occhi fissi sulla porta, quindi tese la mano, tirò la corda del
-campanello e suonò. Di lì a poco, comparve Coclite. Non era più l’uomo
-di prima, questi tre giorni di convinzione lo avevano atterrato. Il
-pensiero che la casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava al suolo
-più che non avrebbero fatto altri vent’anni accumulati sul suo capo. —
-Mio buon Coclite, disse Morrel con un accento di cui sarebbe difficile
-dire l’espressione, tu resterai nell’anticamera. Quando verrà quel
-signore che venne già or son tre mesi, lo conosci? il mandatario della
-casa Thomson e French, verrai ad annunziarmelo. — Coclite non rispose;
-fe’ un segno affermativo colla testa, andò a sedersi nell’anticamera
-ed aspettò. Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso
-l’orologio: gli rimanevano ancora sette minuti in tutto; la lancetta
-camminava con una rapidità incredibile, gli sembrava vederla andare.
-Ciò che in quel momento passò nello spirito di quest’uomo, che,
-giovine ancora, in conseguenza di un ragionamento falso in sè stesso,
-quantunque tal non sembrasse in apparenza, stava per prepararsi
-a dividersi da tutto ciò che di più caro aveva al mondo, e per
-abbandonare una vita piena per lui di tutte le dolcezze della famiglia,
-è impossibile poterlo spiegare; sarebbe stato mestieri esservi presente
-per averne un’idea, la fronte era ricoperta di sudore, e ciò nonostante
-rassegnata, gli occhi bagnati di lagrime, ma pur rivolti al cielo.
-
-La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allungò la
-mano, ne prese una e mormorò il nome di sua figlia; depose l’arma
-mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di
-non avere ancora detto abbastanza addio a questa figlia prediletta;
-ritornò a guardar l’orologio; egli non contava più i minuti, ma i
-secondi. Riprese l’arma colla bocca semi-aperta e gli occhi fissi alla
-pendola; poi rabbrividì al rumore che egli stesso faceva nel caricar
-l’acciarino. In questo momento un sudore più freddo gli passò sulla
-fronte, un’ansia più mortale gli strinse il cuore; intese la porta
-delle scale cigolare sui gangheri, aprirsi quella del suo gabinetto;
-l’orologio stava per battere le undici. Morrel non si volse, aspettava
-che Coclite pronunciasse le fatali parole: «Il mandatario della casa
-Thomson e French»; avvicinò l’arme alla bocca... d’improvviso invece
-della voce di Coclite intese un grido... era la voce di sua figlia...
-si volse allora e riconobbe Giulia; la pistola gli sfuggì di mano.
-— Padre mio! gridò la giovinetta ansante, e quasi morente di gioia,
-salvato! voi siete salvato! e gli si gettò fra le braccia, alzando in
-alto colla mano la borsa di cordonetto di seta rossa.
-
-— Salvato! figlia mia, che vuoi tu dire?
-
-— Sì, salvato! guardate, guardate, disse la giovinetta.
-
-Morrel prese la borsa e rabbrividì, perchè una lontana rimembranza gli
-ricordava che quell’oggetto eragli in altro tempo appartenuto. Da una
-parte era la cambiale dei 287,500 fr., già _quietanzata_, dall’altra vi
-era un diamante della grossezza di una nocciuola con queste tre parole
-scritte sopra un po’ di pergamena: «dote di Giulia.»
-
-Morrel si passò la mano sulla fronte: credeva sognare.
-
-Nel medesimo punto l’orologio battè le 11. Il martello battè per lui
-come se ciascun colpo avesse ripercosso sul cuore. — Raccontami, figlia
-mia, diss’egli, spiegati. Ove ritrovasti tu questa borsa? — Nella casa
-N. 15 dei viali di Meillan, sull’angolo di un caminetto di una meschina
-cameretta del quinto piano.
-
-— Ma, gridò Morrel: questa borsa non è tua.
-
-Giulia presentò allora a suo padre la lettera che aveva ricevuta la
-mattina. — E sei andata sola in quella casa? disse Morrel dopo averla
-letta.
-
-— Emmanuele mi accompagnava, egli doveva aspettarmi all’angolo della
-strada _Museé_; ma cosa strana, al mio ritorno non v’era più.
-
-— Sig. Morrel? gridò una voce dalle scale, sig. Morrel!
-
-— Questa è la sua voce, disse Giulia. Nel medesimo tempo entrò
-Emmanuele col viso sconvolto dalla gioia e dalla emozione. — Il
-_Faraone!_ gridò egli; il _Faraone!_
-
-— Ebbene che, il _Faraone_! siete pazzo, Emmanuele? sapete bene che
-colò a fondo.
-
-— Il _Faraone_,! signore, il fanale ha dato il segnale del _Faraone_!
-il _Faraone_ entra in questo momento nel porto.
-
-Morrel ricadde sulla sedia; le forze gli mancarono; la sua intelligenza
-non era capace ad ordinare questa serie di avvenimenti incredibili,
-inauditi e favolosi. Suo figlio entrò a sua volta. — Padre mio, gridò
-Massimiliano, che dicevate dunque che il _Faraone_ era perduto? il
-fanale lo ha segnalato, ed entra in porto in questo momento. — Amici
-miei, disse Morrel, se ciò fosse, bisognerebbe credere ad un miracolo!
-Ma è impossibile! impossibile!
-
-Tuttociò, quantunque sembrasse incredibile, era pur vero, la borsa che
-teneva in mano, la cambiale _quietanzata_, ed il magnifico diamante.
-
-— Ah! signore, disse Coclite a sua volta, e che vuol dir questo? il
-_Faraone_! — Andiamo, figli miei, disse Morrel alzandosi, andiamo
-a vedere, che il cielo abbia pietà di noi se questa fosse una falsa
-nuova. — Essi discesero; a metà delle scale aspettava la sig.ª Morrel;
-la poveretta non aveva avuto il coraggio di salire. In un momento
-furono alla Cannebière. Una gran folla era sul porto. Tutta questa
-folla si divise per lasciar libero il passaggio alla famiglia Morrel.
-
-— Il _Faraone_! il _Faraone_! dicevasi da ogni lato, da ogni bocca.
-
-Infatto cosa maravigliosa, inaudita, dirimpetto alla torre S. Giovanni
-un bastimento portava sulla poppa queste parole scritte a grandi
-lettere bianche «_Faraone: Morrel e figlio di Marsiglia_» Questo
-bastimento era assolutamente della stessa portata e della stessa
-forma dell’altro _Faraone_, ed era carico egualmente d’indaco e di
-cocciniglia, gettò l’ancora, ammainò le vele; sul ponte il capitano
-Gaumard dava i suoi ordini, e Penelon faceva segnali a Morrel. Non
-v’era più da dubitarne, eravi la testimonianza dei sensi, e quella di
-diecimila e più persone. Mentre Morrel e suo figlio si abbracciavano
-fra gli applausi di tutta la città, testimone di questo prodigio,
-un uomo, il cui viso era per metà coperto da una barba nera, e che,
-nascosto dietro il casotto di una sentinella, contemplava questa scena
-di tenerezza, mormorava queste parole: — Nobil cuore, sii felice; sii
-benedetto per tutto ciò che ancora farai, e la mia riconoscenza resti
-nell’oscurità come il tuo benefizio.
-
-E con un sorriso che rivelava la gioia e la felicità, abbandonò il
-luogo dove si era nascosto, e senza essere osservato da alcuno, tanto
-tutti erano occupati dell’avvenimento della giornata, discese una
-di quelle piccole gradinate che servono di scalo, e chiamò — Jacopo!
-Jacopo! Jacopo!
-
-Allora un battello venne a lui, lo ricevette a bordo, e lo trasportò
-ad un _yacht_ riccamente guarnito, sul ponte del quale ei balzò colla
-leggerezza d’un marinaro; di là, guardò ancora una volta Morrel, che
-piangendo di gioia distribuiva amichevoli strette di mano a tutta
-quella folla, ringraziando con uno sguardo singolare l’invisibile
-benefattore che gli sembrava dover cercare in cielo. — Ora, disse
-l’uomo sconosciuto, addio bontà, addio umanità, addio riconoscenza...
-addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il cuore!...
-
-A queste parole fe’ un segnale, e, come se non avesse atteso che ciò
-per partire, il _yacht_ prese tosto il mare.
-
-
-
-
-XXXI. — ITALIA — SINDBAD IL MARINARO.
-
-
-Verso il principio del 1838 si trovavano a Firenze due giovani che
-appartenevano alla società più elegante di Parigi: uno era il visconte
-Alberto de Morcerf, l’altro il barone Franz d’Épinay. Avevano stabilito
-fra loro che sarebbero andati a passar quel carnevale a Roma, ove
-Franz, che abitava l’Italia da più di quattro anni, avrebbe fatto
-da cicerone ad Alberto. Or, siccome non è piccola cosa l’andare il
-carnevale a Roma, particolarmente quando non si vuole andare a dormire
-sulla piazza del Popolo, o al Foro Romano, essi scrissero a Pastrini
-proprietario dell’albergo di Londra sulla Piazza di Spagna per pregarlo
-di serbar loro un comodo appartamento. Pastrini rispose che non aveva
-più che due camere e un gabinetto al secondo piano, che loro offriva
-mediante la modica retribuzione di un luigi al giorno. I due giovani
-accettarono; quindi Alberto volendo mettere a profitto il tempo che gli
-rimaneva, partì per Napoli. Franz rimase a Firenze. Dopo aver goduto
-qualche tempo dei piaceri che procura la Città dei Medici, dopo aver
-lungamente passeggiato in quell’Eden che viene chiamato le cascine,
-dopo essere stato ricevuto da quegli ospiti magnifici che si chiamano
-Corsini, Montfort, Poniatowski, gli prese fantasia, essendo già stato
-a visitare la Corsica, culla di Bonaparte, di andare a vedere l’isola
-d’Elba, questo luogo della gran fermata di Napoleone. Una sera dunque
-staccò una barchetta dall’anello di ferro che la fermava al porto di
-Livorno, vi si sdraiò in fondo, avvolto nel suo mantello, dicendo ai
-marinari queste sole parole: — All’isola d’Elba!
-
-La barca lasciò il porto, come un uccello lascia il nido, e la dimane
-Franz era a Portoferraio: ei traversò l’isola imperiale seguendo
-tutte quelle tracce che vi hanno lasciato i passi del gigante, e
-andò ad imbarcarsi a Marciana. Due ore dopo aver lasciata la terra la
-riguadagnò di nuovo per isbarcare alla Pianosa, ove veniva assicurato
-che avrebbe trovata una quantità di pernici rosse. La caccia fu
-cattiva; Franz ammazzò a gran stento poche pernici magre, e, come fanno
-tutti i cacciatori che si sono stancati senza alcun pro, risalì nella
-barca di assai cattivo umore.
-
-— Se V. E. volesse, gli disse il padrone della barca, potrebbe fare una
-bella caccia. — E dove? — Vedete voi quell’isola? continuò il marinaro
-stendendo il dito verso mezzogiorno, indicando una massa conica che
-usciva dal mezzo del mare tinta di un bellissimo color d’indaco.
-
-— Ebbene! che cosa è quell’isola? domandò Franz.
-
-— È l’isola di Monte-Cristo, rispose il Livornese.
-
-— Ma io non ho licenza di andare a caccia in quell’isola.
-
-— V. E. non ne ha bisogno; l’isola è deserta. — Oh! per bacco! un’isola
-deserta in mezzo al Mediterraneo, è una cosa curiosa. — È naturale,
-eccellenza. Questa isola è un ammasso di scogli, e in tutta la sua
-estensione non vi è forse un palmo di terreno coltivabile.
-
-— E a chi appartiene? — Alla Toscana. — E qual selvaggiume vi si trova?
-— Migliaia di capre selvagge. — Che vivono leccando delle pietre? disse
-Franz con un sorriso d’incredulità. — No, ma sfrondando le macchie, i
-mirti, e gli altri pruni che nascono tra i massi. — Ma dove dormirò io?
-
-— O a terra, o nelle grotte, o a bordo avvolto nel vostro mantello.
-D’altra parte se V. E. lo desidera, potremo partir subito dopo la
-caccia; ella sa che noi navighiamo tanto di giorno quanto di notte, e
-che quando non lavorano le vele, lavoriamo coi remi.
-
-Rimanendogli ancora del tempo prima di raggiungere il compagno, e
-non avendo più inquietudini per l’alloggio in Roma, Franz accettò la
-proposizione di ricompensarsi della sua prima caccia. Alla risposta
-affermativa, i marinari si cambiarono alcune parole a voce bassa.
-— Ebbene! che abbiamo di nuovo? domandò egli; sarebbe sopraggiunta
-qualche difficoltà?
-
-— No, rispose il padrone; ma dobbiamo prevenire V. E. che l’isola
-di Monte-Cristo è in contumacia. — E che significa questo? — Vuol
-dire che siccome Monte-Cristo è inabitato, e qualche volta serve di
-fermata a contrabbandieri, e pirati che vengono dalla Sardegna, dalla
-Corsica, dall’Affrica, se un qualche segno denunzia il nostro soggiorno
-nell’isola, saremo costretti, al nostro ritorno in Livorno, di fare una
-quarantena di sei giorni.
-
-— Diavolo! ecco, ciò cambia specie; sei giorni! sarebbe troppo. — Ma
-chi dirà che V. E. è stato a Monte-Cristo?
-
-— Oh! questo non importa. — Oh! ma non sarò io certamente, gridò
-Gaetano. — E neppur noi, dissero i marinari.
-
-— In questo caso, andiamo a Monte-Cristo.
-
-Il padrone comandò la manovra; si volse capo sull’isola, e la barca
-cominciò ad essere diretta a quella parte. Franz lasciò compiere
-l’operazione, e quando fu preso il nuovo cammino, quando la vela fu
-gonfiata dalla brezza, e i quattro marinari ebbero preso il loro posto,
-tre davanti, ed uno al timone, riannodò la conversazione.
-
-— Mio caro Gaetano, disse al padrone, voi mi diceste, credo, l’isola di
-Monte-Cristo servire di rifugio a contrabbandieri, e a pirati, e ciò mi
-pare bene altro selvaggiume che le capre selvatiche.
-
-— Sì, eccellenza, e questa è la verità.
-
-— Conosceva bene esservi dei contrabbandieri, ma credeva che dopo
-la presa di Algeri, e la distruzione della reggenza, i pirati non
-esistessero più che nei romanzi di Cooper e del capitano Marryat.
-
-— Ebbene V. E. si sbaglia; accade dei pirati come degli assassini,
-che quantunque sieno creduti esterminati, pure aggrediscono tutti i
-giorni i viaggiatori fin sotto le porte delle città, siccome accadde
-presso Velletri, saranno appena sei mesi. Se V. E. abitasse Livorno,
-come facciam noi, sentirebbe dire di tempo in tempo che un piccolo
-bastimento carico di mercanzie, o che un bel _yacht_ inglese che era
-aspettato a Bastia, a Portoferraio, o a Civita-vecchia, non è più
-arrivato, e non si sa che ne sia avvenuto, e che senza dubbio si sarà
-rotto contro qualche scoglio. Ora, lo scoglio che ha incontrato è una
-barca bassa e stretta, montata da sei, od otto uomini che lo hanno
-sorpreso, e saccheggiato in una notte oscura e tempestosa, nei dintorni
-di un qualche isolotto selvaggio ed inabitato, non diversamente dagli
-assassini che arrestano e spogliano una carrozza di posta all’angolo di
-un bosco.
-
-— Ma finalmente, riprese Franz sempre steso nella barca, e perchè
-quelli ai quali accadono simili disgrazie non fanno le loro denunzie?
-perchè non richiamano essi su questi pirati la vendetta del governo
-francese, sardo, o toscano?
-
-— Perchè? disse ridendo Gaetano. — Sì perchè?
-
-— Perchè prima si trasporta dal bastimento o dal _yacht_ sulla barca,
-tutto ciò che vi è di meglio da prendersi; quindi si legano mani e
-piedi a tutto l’equipaggio, e si attacca al collo di ciascuno una palla
-da 24, poi si fa un bel foro, come quello di un barile, nella chiglia
-del bastimento catturato, si risale sul ponte, si chiude il boccaporto,
-e si passa sulla barca. In capo a dieci minuti il bastimento comincia
-a lamentarsi, e gemere. Un poco alla volta affonda. Dapprima cala una
-delle sue parti, poi cala l’altra, poi la rialza, quindi s’immerge di
-nuovo affondandosi sempre più. D’improvviso scoppia un rumore simile
-a quello di una cannonata: è l’acqua che infrange il ponte. Allora il
-bastimento si agita, come si dibatte chi sta per annegarsi, divenendo
-sempre più pesante. Ben presto l’acqua troppo compressa nelle cavità
-si slancia da tutte le aperture, simile alle colonne liquide che
-gettano dalle narici le gigantesche balene. Finalmente manda un ultimo
-strepito, fa un giro su sè stesso, ed affonda scavando nell’abisso una
-vasta tromba che per un momento si aggira, si ricolma a poco a poco,
-e finisce per cancellarsi del tutto, tanto bene che in capo a cinque
-minuti non v’è che l’occhio di Dio che possa andare a discernere nel
-fondo del mare il bastimento disparso. Comprenderete ora in qual modo
-il bastimento non ritorna in porto, e perchè l’equipaggio non fa le sue
-querele?
-
-Se Gaetano avesse raccontata la cosa prima di proporre la spedizione, è
-probabile che Franz vi avrebbe pensato due volte prima d’imprenderla;
-ma la barca vogava nella direzione dell’isola, e gli sembrò che
-sarebbe stata una viltà ritornare addietro. Franz era uno di quegli
-uomini che non corrono mai incontro al pericolo, ma che se il pericolo
-viene innanzi a loro, conservano una prontezza d’animo inalterabile
-per combatterlo: era uno di quegli uomini di volontà pacifica che
-guardano un pericolo della vita come un avversario in un duello, che ne
-calcolano i movimenti, che ne studiano la forza, che rinculano spesso
-per prender fiato, e per non comparir vili, finalmente che, conoscendo
-con un solo sguardo tutti i loro vantaggi, ammazzano con un sol colpo.
-
-— Bah! riprese egli, io ho traversata la Sicilia, e la Calabria, ho
-navigato due mesi nell’Arcipelago, e non ho giammai veduto l’ombra di
-un bandito o di un pirata.
-
-— Non ho detto ciò a V. E., disse Gaetano, per farle rinunciare al suo
-disegno; ella mi ha interrogato, ed io le ho risposto.
-
-— Sì, mio caro Gaetano la vostra conversazione è attraente; e
-siccome voglio goderne il più lungamente possibile, così andiamo
-a Monte-Cristo. — Frattanto si accostavano rapidamente al termine
-del loro viaggio, il vento era favorevole, e la barca faceva sei
-miglia l’ora. A seconda che si accostavano, l’isola sembrava sorgere
-gigantesca dal seno del mare, e traverso l’atmosfera limpida degli
-ultimi raggi del giorno, si distinguevano, come le palle ammonticchiate
-in un arsenale, gli scogli messi a piramide l’un sopra l’altro, e negli
-interstizi dei quali si vedevano rosseggiare le macchie, e verdeggiare
-gli alberi. In quanto ai marinari, quantunque sembrassero perfettamente
-tranquilli, era però evidente che la loro vigilanza stava all’erta, e
-che i loro sguardi investigavano il vasto specchio su cui scorrevano,
-e l’orizzonte del quale era soltanto popolato da qualche barca
-pescareccia le cui vele bianche si libravano, come allodole, sulla cima
-dei flutti. Essi ormai erano distanti soltanto una quindicina di miglia
-da Monte-Cristo quando il sole declinava dietro la Corsica, di cui le
-montagne comparivano a destra delineando sul cielo il loro irregolare
-profilo, e mostrando ancora illuminata l’estremità di quella massa di
-pietre, che pari al gigante Adamastor, s’innalzavano davanti la barca.
-Poco per volta l’ombra salì dal mare, e sembrò scacciare dinanzi a
-sè gli ultimi riflessi del giorno che stava per finire; poi il raggio
-luminoso fu spinto fino alla cima del cono, ove si fermò un momento,
-come il pennacchio infiammato di un vulcano; finalmente l’ombra sempre
-crescente invase progressivamente la sommità come aveva invaso la base,
-e l’isola non apparve più che una montagna grigia che andava sempre più
-oscurandosi: mezz’ora dopo era notte perfetta.
-
-Fortunatamente che i marinari erano nei loro abitual paraggi, e che
-conoscevano fin l’ultimo degli scogli dell’arcipelago toscano; poichè
-in mezzo all’oscurità profonda nella quale era involta la barca,
-Franz non sarebbe stato del tutto senza inquietudine. La Corsica
-era intieramente disparsa, e l’isola di Monte-Cristo era anch’essa
-divenuta invisibile; ma i marinari sembravano avere a guisa di lince
-la facoltà di veder fra le tenebre, e il pilota che regolava il timone
-non mostrava il più piccolo dubbio. Era passata circa un’ora dopo il
-tramonto del sole quando Franz credè scorgere ad un quarto di miglio
-a sinistra una massa nera, ma era tanto impossibile di distinguere
-ciò che fosse, che temendo di promuovere la giovialità dei marinari
-equivocando una nube con la terra ferma, si rimase zitto. D’improvviso
-apparve una gran luce; la terra poteva bene assomigliarsi ad una nube,
-ma quel fuoco non poteva credersi una meteora.
-
-— Che cosa è quella luce? domandò Franz.
-
-— Zitto! disse Gaetano, è un fuoco.
-
-— Ma voi diceste che l’isola è disabitata?
-
-— Dissi che non aveva una popolazione fissa, ma dissi pure che questo
-luogo era una fermata dei contrabbandieri.
-
-— E dei pirati?
-
-— E dei pirati, continuò Gaetano ripetendo le parole di Franz; ed è
-perciò che ho dato ordine di passare avanti, poichè, come vedete, ora
-il fuoco è dietro a noi.
-
-— Ma questo fuoco, continuò Franz, mi sembra piuttosto un motivo di
-sicurezza che d’inquietudine: gente che temesse di essere veduta non
-accenderebbe il fuoco.
-
-— Oh! questo non vuol dir niente, rispose Gaetano, se voi in mezzo a
-questa oscurità poteste giudicare della posizione dell’isola, vedreste
-che questo fuoco acceso nel punto ove è, non può essere scorto, nè
-dalla Corsica, nè dalla Pianosa, ma soltanto in alto mare.
-
-— Credete che ci annunzi cattiva compagnia?
-
-— Questo è quello di che bisognerà assicurarci, rispose Gaetano il
-quale teneva sempre gli occhi fissi sull’isola.
-
-— E come volete assicurarvene? — State a vedere.
-
-A queste parole Gaetano tenne un breve consiglio coi compagni, e dopo
-cinque minuti venne eseguita nel più gran silenzio una manovra mercè la
-quale in un memento fu virato di bordo; allora si riprese il cammino
-già fatto, e qualche secondo dopo questo cambiamento di direzione il
-fuoco disparve nascosto dietro a un sollevamento del terreno. Allora
-il pilota dette al piccolo bastimento, con una girata di timone,
-una nuova direzione, e si avvicinarono visibilmente all’isola che
-più non era distante che 50 passi. Gaetano tolse la vela, e la barca
-rimase stazionaria. Tutto ciò fu fatto nel più gran silenzio; dopo il
-cambiamento di direzione non era stata pronunciata una parola a bordo.
-Gaetano, che aveva proposta la spedizione, ne aveva presa sopra di sè
-tutta la responsabilità. Gli altri tre marinari mentre preparavano i
-remi, e stavano pronti a fuggire remando, non toglievano lo sguardo
-da lui per eseguire quella qualunque manovra che lor venisse ordinata
-da un gesto, e che mercè l’oscurità si sarebbe potuta eseguire molto
-facilmente. Franz visitava le armi colla prontezza d’animo che abbiamo
-in lui riconosciuta; aveva due fucili a due canne, ed una carabina; li
-caricò, si assicurò degli acciarini, e aspettò.
-
-Durante questo tempo Gaetano si era tolto il cappotto e la camicia,
-aveva assicurati i calzoni intorno ai fianchi, e siccome avea i piedi
-nudi, si risparmiò la pena di levarsi le calze e le scarpe. Una volta
-così abbigliato, si mise l’indice della mano davanti alle labbra
-per ordinare il più profondo silenzio, e si lasciò immergere nel
-mare; nuotò verso l’isola con tal cautela che riesciva impossibile
-il discernere il più piccolo rumore. Potevasi soltanto seguire collo
-sguardo la traccia del suo tragitto dal solco fosforescente che
-eccitavano i suoi movimenti. Questo solco ben presto disparve: era
-segno evidente che Gaetano aveva preso terra. Sul piccolo bastimento
-rimasero tutti immobili per una mezz’ora, scorsa la quale videsi
-ricomparire dalla riva alla barca il solco luminoso. In pochi momenti
-Gaetano aveva raggiunta la barca.
-
-— Ebbene? fecero ad un tempo Franz e i tre marinari.
-
-— Ebbene! diss’egli, sono contrabbandieri spagnuoli; essi hanno
-soltanto con loro due banditi corsi. — E che fanno questi coi
-contrabbandieri spagnuoli? — Eh! mio Dio! eccellenza, rispose Gaetano
-con un accento di vivo amore del prossimo, bisogna bene aiutarsi
-gli uni con gli altri. Spesse volte i banditi vengono un poco troppo
-pressati su la terra dai gendarmi e dai carabinieri; ebbene! allora
-ritrovano una barca, ed in essa dei buoni diavoli come noi; vengono
-a domandarci l’ospitalità nella nostra casa galleggiante. Si può fare
-a meno di prestare soccorso ad un povero diavolo perseguitato? noi li
-riceviamo a bordo, e per maggior sicurezza prendiamo il largo. Ciò non
-costa nulla, e salva la libertà, o per lo meno la vita, a qualcuno
-dei nostri simili, il quale, all’occasione, sa essere riconoscente
-al servigio reso, indicandoci un buon luogo ove sbarcare le nostre
-mercanzie senza essere incomodati dai curiosi.
-
-— Va bene, disse Franz, anche voi, mio caro Gaetano, siete dunque un
-po’ contrabbandiere? — Eh! che volete, disse con un sorriso impossibile
-a descriversi, si fa un po’ di tutto; bisogna pur vivere: — Allora
-voi siete con persone di conoscenza quando vi trovate cogli abitanti
-che a quest’ora sono a Monte-Cristo. — Circa; noi marinari abbiamo
-alcuni segni per riconoscerci. — E credete che non avrem nulla a temere
-sbarcando anche noi? — Assolutamente nulla! i contrabbandieri non sono
-ladri! — Ma questi due banditi corsi... riprese Franz, calcolando prima
-tutte le eventualità del pericolo. — Eh! mio Dio, disse Gaetano, non
-è colpa loro se sono banditi, ma colpa altrui. — In che modo? — Senza
-dubbio! essi sono perseguitati non per altro, che per aver fatta la
-pelle a qualcuno, mossi da spirito di vendetta, (del che non li lodo
-già io), ma pure accade così.
-
-— Che intendete voi col fare la pelle? avere assassinato un uomo? disse
-Franz, continuando le sue investigazioni. — Intendo avere ucciso un
-nemico! rispose il pilota, il che è molto diverso. — Ebbene, disse il
-giovine, andiamo dunque a domandare ospitalità ai contrabbandieri, ed
-ai banditi. Credete voi che ci verrà accordata?
-
-— Senza alcun dubbio.
-
-— Quanti sono?
-
-— Tre contrabbandieri, e due banditi.
-
-— Va bene! è appunto la nostra cifra; noi siamo in forza eguale
-nel caso che questi signori mostrassero cattive intenzioni, e per
-conseguenza in istato di potere contenerli. Per l’ultima volta adunque
-andiamo a Monte-Cristo.
-
-— Sì, eccellenza; ma voi ci permettete ancora di prendere qualche
-cautela. — Ed in qual modo, mio caro; siate saggio come Nestore, e
-prudente come Ulisse; fo ancora più di permettervelo, ve ne prego.
-
-— Ebbene! silenzio allora! disse Gaetano.
-
-Tutti tacquero. Per un uomo come Franz che osservava tutte le cose nel
-loro vero punto di vista, la situazione, senz’essere pericolosa, non
-era però priva di una certa gravità. Egli si trovava nella più profonda
-oscurità, isolato in mezzo al mare con marinari che non conosceva, e
-che non avevano alcuna ragione di essergli affezionati, che sapevano
-ch’egli aveva nella ventriera qualche migliaio di franchi, e che per
-più volte, se non invidiate almeno esaminate con molta curiosità le
-sue armi, che erano bellissime. Da altra parte egli approdava con
-questa sorta di uomini in una isola la quale sebbene portasse un nome
-molto religioso, non sembrava, mercè i tre contrabbandieri e i due
-banditi, promettere un’ospitalità molto caritatevole; poi la storia dei
-bastimenti mandati a fondo, che nel giorno gli era sembrata esagerata,
-la notte gli apparve verosimile. Per tal modo posto fra questi due
-pericoli, forse immaginari, ma fors’anche reali, non abbandonava i
-suoi uomini con gli occhi, nè il fucile con la mano. In questo mentre
-i marinari avevano nuovamente spiegata la vela, ed avevano ripreso
-il solco già calcolato coll’andare e rivenire. Attraverso l’oscurità,
-Franz, un poco abituato alle tenebre, distingueva il gigante di granito
-che la barca andava costeggiando; poi finalmente, oltrepassando di
-nuovo l’angolo di una roccia, scoperse il fuoco che brillava più
-vivamente che mai, e intorno al quale erano assise quattro, o cinque
-persone. Il riverbero del fuoco si estendeva a un centinaio di passi
-nel mare.
-
-Gaetano costeggiò la luce, mantenendo sempre la barca nella parte meno
-illuminata; quindi quando essa fu tutta dirimpetto al fuoco, volse capo
-su di quello, ed entrò bravamente nel circolo luminoso, intuonando una
-canzone da pescatori di cui cantava le strofe egli solo, ed i compagni
-ripetevano in coro il ritornello. Alla prima parola della canzone, gli
-uomini assisi intorno al fuoco si erano alzati, ed eransi avvicinati
-allo scalo, cogli occhi fissi sulla barca, sforzandosi visibilmente di
-giudicarne la forza, e d’indovinarne le intenzioni. Ben presto parve
-che avessero fatto un esame sufficiente, e ad eccezione di uno che
-rimase in piedi a fare la sentinella, gli altri andarono a sedersi
-intorno al fuoco davanti al quale veniva arrostito un capretto tutto
-intero. Quando il battello fu giunto a 20 passi dalla terra, l’uomo
-che stava in sentinella sulla spiaggia fece macchinalmente colla
-carabina un atto simile a quello di un soldato in fazione quando
-aspetta la pattuglia; e gridò chi vive? in dialetto sardo. Franz
-caricò freddamente i due fucili. Gaetano cambiò con quest’uomo alcune
-parole che il viaggiatore non capì, ma che dovevano necessariamente
-riguardarlo, perchè Gaetano volgendosi gli chiese.
-
-— V. E. vuol dire il suo nome o conservare l’incognito?
-
-— Il mio nome deve essere del tutto sconosciuto a questi signori,
-rispose Franz; dunque dite loro soltanto che io sono un francese che
-viaggia per diletto.
-
-Allorchè Gaetano ebbe trasmessa questa risposta, la sentinella dette
-un ordine ad uno degli uomini assisi intorno al fuoco che subito si
-alzò, e disparve fra le rocce. Successe un silenzio di qualche minuto.
-Ciascuno sembrava preoccupato dei proprii affari: Franz dello sbarco, i
-marinari delle vele, i contrabbandieri del loro capretto; ma in mezzo a
-questa apparente noncuranza tutti si osservarono attentamente.
-
-L’uomo che erasi allontanato ricomparve ben tosto dal lato opposto a
-quello da cui era disparso; fece un segno colla testa alla sentinella
-che voltandosi alla barca si limitò di dire, _s’accomodi_.
-
-Il _s’accomodi_ degl’italiani non è traducibile in altra lingua:
-significa ad un tempo, «Venite, entrate, siate il ben venuto, fate
-come se foste in casa vostra, voi siete il padrone;» il _s’accomodi_,
-è quella frase turca di Molière che meravigliava tanto il gentiluomo
-borghese per la quantità di significati che conteneva. I marinari non
-se lo fecero dir due volte; in due colpi di remi, la barca toccò terra:
-Gaetano saltò a prua, cambiò ancora qualche parola a voce bassa con la
-sentinella, i compagni discesero l’un dopo l’altro, quindi finalmente
-toccò a Franz.
-
-Egli aveva uno dei fucili a bandoliera: Gaetano l’altro: uno dei
-marinari teneva la carabina. Il vestito era un misto del costume di
-un artista e di un elegante, non ispirò perciò alcun sospetto ai suoi
-ospiti e per conseguenza nessuna inquietudine. Fermata la barca alla
-spiaggia, si avviarono per cercare un comodo sito al bivacco; ma la
-direzione che presero non piaceva al contrabbandiere che faceva le
-funzioni di vigilatore, perchè gridò a Gaetano: — Non andate da quella
-parte!
-
-Gaetano balbettò una scusa, e senza aggiungere parola si avanzò dalla
-parte opposta, mentre che due marinari accesero dei tronchi d’albero al
-fuoco per illuminare il sentiero.
-
-Fecero circa trenta passi e si fermarono sopra una piccola spianata,
-tutta circondata di rocce nelle quali erano stati scolpiti alcuni
-sedili, incavati in modo che vi si poteva stare seduti al coperto.
-Intorno intorno verdeggiavano alcune querce selvagge e dei cespugli
-di mirto. Franz prese uno dei tronchi accesi che servivano di torcia,
-e fu il primo a riconoscere dalla comodità del luogo, che questa
-doveva essere una delle stazioni abituali dei visitatori dell’isola di
-Monte-Cristo.
-
-In quanto alla sua aspettativa di avvenimenti, essa era cessata, una
-volta messo piede a terra, una volta veduta la disposizione se non
-amichevole, almeno indifferente dei suoi ospiti, ogni preoccupazione
-era disparsa, e all’odore del capretto che arrostivasi nel vicino
-bivacco, la preoccupazione erasi cambiata in appetito. Egli disse due
-parole a Gaetano su questo nuovo incidente, e questi rispose che nulla
-era più facile quanto l’allestire una cena in pochi minuti, avendo essi
-nella barca del pane, del vino, le sei pernici prese alla caccia, e un
-buon fuoco per farle arrostire.
-
-— D’altra parte, aggiunse egli, se V. E. si trova tentato dall’odore
-del capretto, posso andare dai nostri vicini con due dei vostri uccelli
-ed offrirli in cambio di un pezzo del loro quadrupede.
-
-— Fate, disse Franz, fate pure Gaetano; voi siete nato veramente col
-genio di negoziare.
-
-In questo tempo i marinari avevano svelte delle macchie, e fatti dei
-fasci di mirto e di querce verdi, ai quali avevano messo il fuoco, il
-che presentava un focolare molto rispettabile. Franz aspettò adunque
-con impazienza (annasando sempre l’odore di capretto) il ritorno del
-pilota, ed allorchè questi ricomparve, si presentò a lui con un aspetto
-molto preoccupato.
-
-— Ebbene! domandò egli, che abbiamo di nuovo? è stata rifiutata la
-nostra offerta?
-
-— Al contrario, disse Gaetano; il capo, a cui è stato detto che voi
-siete un gentiluomo francese, v’invita a cena con lui.
-
-— Va bene, disse Franz, è un uomo molto incivilito questo capo, ed io
-non vedo il perchè dovrei ricusare, tanto più che porto meco la mia
-parte di cena.
-
-— Oh! non è questo, egli ha di che cenare e al di là del bisogno; ma
-mette una singolare condizione alla vostra presentazione in casa sua.
-
-— In casa sua? riprese il giovine; egli ha dunque fatto costruire una
-casa? — No, ma non per questo cessa dall’avere un appartamento molto
-comodo, almeno a quanto si assicura. — Voi dunque conoscete questo
-capo? — Ne ho soltanto inteso parlare. — In bene od in male? — In tutti
-e due i modi. — Che diavolo! e qual è la condizione che m’impone? — Che
-vi lasciate bendar gli occhi, e che non tentiate di togliervi la benda
-che allorquando ve lo dirà egli stesso.
-
-Franz esplorò per quanto gli fu possibile lo sguardo di Gaetano per
-sapere ciò che nascondeva questa proposizione.
-
-— Oh! diavolo, riprese questi, rispondendo al pensiero di Franz, lo so
-bene, la cosa merita molta riflessione.
-
-— Che fareste voi al caso mio? disse il giovine.
-
-— Io, che non ho niente da perdere, accetterei.
-
-— Accettereste? — Non foss’altro che per curiosità.
-
-— Vi è dunque qualche cosa di curioso da vedere presso questo capo?
-— Ascoltate, disse Gaetano abbassando la voce, io non so se tutto ciò
-che si dice è vero. — Si fermò guardando attorno se alcun estraneo lo
-ascoltava. — E che si dice?
-
-— Si dice che questo capo abiti un palazzo sotterraneo in paragone del
-quale il palazzo Pitti è poca cosa. — Questo è un sogno! disse Franz. —
-Oh! non è un sogno, è una realtà. Cama, il pilota del _S. Ferdinando_,
-vi entrò un giorno, e ne uscì tutto meravigliato, dicendo che simili
-tesori non si ritrovano che nei racconti delle fate. — Ma sapete
-voi, disse Franz, che con simili parole mi fareste credere di dover
-discendere nella caverna d’Alì-Babà?
-
-— Vi dico ciò che mi è stato detto, eccellenza.
-
-— Allora voi mi consigliate di accettare?
-
-— Oh! non dico questo; V. E. faccia ciò che meglio crede: non vorrei
-darle un consiglio in una simile congiuntura.
-
-Franz riflettè per qualche momento: e comprese che quest’uomo così
-ricco non poteva aver preso di mira lui che non portava altro che
-qualche migliaio di franchi; e siccome in tutto questo non intravedeva
-che un’eccellente cena, accettò.
-
-Gaetano andò a portare la risposta. Noi abbiam detto che Franz era
-prudente; e per questo volle raccogliere quanti più particolari gli fu
-possibile sopra un ospite così strano e misterioso. Si volse adunque ad
-un marinaro, che durante questo tempo aveva spennato le pernici colla
-gravità di un uomo superbo delle sue funzioni, e gli chiese con che
-questi uomini avevano potuto approdare, mentre non vedeva nè barche, nè
-speronare, nè tartane.
-
-— Oh! non è questo che mi dà pensiero, disse il marinaro, perchè
-conosco il bastimento sul quale montano.
-
-— È un bel bastimento? — Io ne desidero a V. E. uno simile per fare il
-giro del mondo — E di qual forza è?
-
-— Di circa cento tonnellate. Del resto è un bastimento di fantasia, un
-_yacht_, come dicono gl’Inglesi, ma costruito in modo da potersi tenere
-in mare per un lungo viaggio.
-
-— E dove è stato costruito? — Non so; ma credo a Genova.
-
-— E come mai un capo di contrabbandieri, continuò Franz, osa di far
-costruire un _yacht_ deputato al suo clandestino commercio, nel porto
-di Genova?
-
-— Non ho detto che il proprietario di questo _yacht_ fosse un capo di
-contrabbandieri.
-
-— No, ma mi sembra che lo abbia detto Gaetano.
-
-— Gaetano aveva veduto gli uomini dell’equipaggio da lontano, e quando
-lo disse non aveva ancora parlato ad alcuno. — Ma se quest’uomo non
-è un capo di contrabbandieri, chi è dunque? — È un ricco signore che
-viaggia per diletto. — Andiamo avanti, pensò Franz, il personaggio
-diventa sempre più misterioso, poichè i racconti sono diversi.
-
-— E come si chiama? — Quando gli si domanda, risponde che si chiama
-Sindbad il marinaro ma dubito che questo non sia il suo vero nome.
-
-— Sindbad il marinaro? — Sì.
-
-— E dove abita questo signore? — Sul mare.
-
-— Di qual paese è?
-
-— Non lo so.
-
-— L’avete voi mai veduto? — Qualche volta.
-
-— Che uomo è? — V. E. ne giudicherà da sè stessa.
-
-— E dove mi riceverà? — Senza dubbio nel palazzo sotterraneo di cui vi
-ha parlato Gaetano.
-
-— E non avete mai avuto la curiosità, quando siete venuto a fermarvi
-qui ed avete trovata l’isola deserta, di cercare a penetrare in questo
-palazzo incantato?
-
-— Oh! davvero, eccellenza, e più d’una volta ancora, ma le nostre
-ricerche sono sempre riuscite inutili. Noi abbiamo cercata la grotta
-in tutte le parti, e non abbiamo ritrovato il più piccolo passaggio.
-Si dice però che la porta non si apra con una chiave ma con una parola
-magica.
-
-— Andiamo pur innanzi, mormorò Franz, eccomi capitato in uno dei
-racconti delle _Mille e una Notte_.
-
-— S. E. vi aspetta, disse una voce dietro a lui, che egli riconobbe per
-quella della sentinella.
-
-Il nuovo arrivato era accompagnato da due altri uomini dell’equipaggio
-del _yacht_. Per tutta risposta Franz si cavò di tasca il fazzoletto e
-lo presentò a colui che aveva parlato. Senza dire una parola furongli
-bendati gli occhi con tanta cautela che indicava il timore che
-commettesse qualche indiscretezza; dopo di ciò gli fu fatto giurare
-che non avrebbe tentato in nessun modo di togliersi la benda prima che
-fosse invitato a farlo. Egli giurò. Allora i due uomini lo presero
-ciascuno per un braccio e camminò guidato da essi e preceduto dalla
-sentinella. Dopo una trentina di passi sentì dal calore della brace
-e dall’odore sempre più appetitoso del capretto che egli ripassava
-davanti al bivacco, quindi vennegli fatta continuare la strada per
-un altri 50 passi, inoltrandosi evidentemente verso la parte ove la
-sentinella non aveva permesso a Gaetano di penetrare, proibizione che
-ora veniva spiegata. Ben presto un cangiamento di atmosfera avvertì
-Franz che entrava in un sotterraneo. Dopo alcuni secondi di cammino
-intese aprirsi una porta, e gli sembrò che l’atmosfera cangiasse di
-natura, diventasse tiepida e profumata, e s’accorse allora che i piedi
-posavano sopra un tappeto fitto e morbido; in quel momento le guide
-lo abbandonarono. Fecesi un breve silenzio, ed una voce disse in buon
-francese, quantunque con un accento straniero:
-
-— Signore, voi siete il benvenuto in mia casa, e potete togliervi
-la benda. — Come si crederà facilmente, Franz non si fece ripetere
-l’invito due volte, si levò il fazzoletto, e si ritrovò dirimpetto ad
-un uomo dai 38 ai 40 anni che portava il costume tunisino, vale a dire
-una callotta rossa con una lunga nappa di seta turchina, una veste di
-panno nero tutta ricamata d’oro, pantaloni color sangue di bue larghi
-e gonfi, le ghette dello stesso colore orlate d’oro come la veste, e le
-pianelle gialle, una magnifica sciarpa di cachemir, cingevagli la vita
-al di sopra dei fianchi, e un piccolo cangiarro acuto e ricurvo passava
-dentro alla cintura. Quantunque di un pallore quasi livido quest’uomo
-aveva una fisonomia mollo bella, gli occhi erano vivi e penetranti,
-il naso dritto e quasi a livello della fronte indicava il tipo greco
-in tutta la sua purezza, e i denti bianchi come perle spiccavano
-mirabilmente sotto i baffi neri che li circondavano. Soltanto questo
-pallore era strano, sarebbesi detto un uomo rinchiuso da lungo tempo
-in una tomba e che non avesse potuto riprendere l’incarnato dei vivi.
-Senz’essere di grande persona, egli del resto era ben fatto, e come
-gli uomini del mezzogiorno, aveva le mani e i piedi piccoli, ma ciò
-che meravigliò Franz, che aveva trattato di visionario Gaetano, fu la
-sontuosità degli arredi.
-
-Tutta la camera era parata di stoffa turca di color cremisi tessuta
-a fiori d’oro. In un voto eravi una specie di divano sormontato da
-un trofeo di armi arabe coi foderi di argento dorato e tempestate di
-pietre risplendenti; dal soffitto pendeva una lampada di cristallo di
-Venezia e di un color grazioso e i piedi posavano sopra un tappeto
-turco; erano magnifiche le portiere poste alla porta per la quale
-entrò Franz, e davanti un’altra che metteva in una seconda camera
-che sembrava splendidamente illuminata. L’ospite lasciò Franz per
-alcuni momenti in balia della sua sorpresa, e questi furono da lui
-impiegati a rendere esame per esame, non avendo lasciato un momento
-dall’investigarlo da capo a piedi. — Signore, diss’egli finalmente, vi
-chiedo perdono delle cautele che sono costretto a prendere con quelli
-che vengono qui introdotti; ma siccome la maggior parte dell’anno
-quest’isola è deserta, se il segreto di questa dimora fosse conosciuto,
-al mio ritorno senza dubbio troverei questo mio recinto in cattivo
-stato, cosa che mi dispiacerebbe immensamente, non per la perdita
-che ciò mi causerebbe, ma perchè non avrei più la certezza di potermi
-separare dal resto della terra quando me ne vien la volontà. Frattanto
-cercherò di farvi dimenticare questo piccolo disturbo coll’offrirvi ciò
-che voi non avreste certamente creduto di ritrovar mai in quest’isola,
-una cena passabile ed un letto abbastanza buono.
-
-— In fede mia, mio caro ospite, rispose Franz, non vedo il perchè
-dobbiate fare scuse: ho sempre veduto che si bendano gli occhi
-alle persone che entrano nei palazzi incantati; vedete Raoul negli
-_Ugonotti_, e veramente non posso lamentarmi perchè ciò che mi mostrate
-fa seguito alle meraviglie delle _Mille e una Notte_.
-
-— Ah! io potrei dirvi come Lucullo, se avessi saputo di avere l’onore
-di una vostra visita, mi vi sarei preparato. Ma infine metto a vostra
-disposizione il mio eremitaggio tale quale si è; e vi offro la mia
-cena, per quanto sia poca cosa. Alì, è all’ordine?
-
-Nel medesimo punto la portiera si sollevò, e un moro della Nubia, nero
-come l’ebano, e vestito di una semplice tonaca bianca, fece segno al
-padrone che poteva passare nella camera da pranzo.
-
-— Ora, disse lo sconosciuto a Franz, io non so se siate del mio avviso,
-ma trovo che non vi è niente di più incomodo quanto di restare due o
-tre ore in due, senza sapere con qual nome o con qual titolo chiamarsi.
-Io rispetto troppo, notate bene, le leggi della ospitalità per non
-domandarvi nè il nome nè il titolo; vi prego soltanto di indicarmi
-una frase con la quale possa indirizzarvi la parola. In quanto a me,
-per levarvi ogni incomodo, vi dirò che hanno l’abitudine di chiamarmi
-Sindbad il marinaro.
-
-— Ed io, rispose Franz, vi dirò, che siccome non mi manca altro, per
-essere nella situazione di Aladino, che la famosa lampada meravigliosa,
-così non trovo alcuna difficoltà che pel momento mi chiamiate Aladino.
-Per questo non andremo fuori d’Oriente, ove son tentato di credere di
-essere stato trasportato dalla potenza di qualche buon genio.
-
-— Ebbene! signor Aladino, disse lo strano Anfitrione, avete inteso che
-tutto è all’ordine? abbiate dunque il disturbo di passare nella camera
-da pranzo, il vostro umilissimo servitore andrà innanzi per indicarvi
-il cammino. — A queste parole venne sollevata la portiera, e Sindbad
-passò effettivamente avanti a Franz.
-
-Franz passava da incanto in incanto: la tavola era splendidamente
-apparecchiata. Una volta convinto di questo punto importante girò
-lo sguardo intorno a sè. La sala da pranzo non era meno splendida
-dell’altra, essa era tutta in marmo con bassorilievi antichi del
-maggior prezzo, e ai quattro angoli di questa sala alquanto bislunga
-stavano quattro statue con in capo dei cestelli contenenti delle
-piramidi di frutta magnifiche; vi erano degli ananassi di Sicilia,
-delle mele granate di Malaga, dei portogalli dell’isole Baleari, delle
-pesche di Francia e dei datteri di Tunisi. La cena poi si componeva di
-un fagiano arrostito circondato di merli di Corsica, di un cosciotto
-di cinghiale colla gelatina, di un quarto di capretto alla tartara, e
-di una gigantesca ragusta; gl’intervalli tra i piatti erano riempiti da
-piattini che contenevano principi di tavola. I piatti erano d’argento,
-i piattini di porcellana del Giappone. Franz si strofinò gli occhi
-per assicurarsi bene che non travedeva. Alì solo era impiegato a fare
-il servizio e se ne disimpegnava molto bene. Il convitato ne fece
-complimento al suo ospite.
-
-— Sì, rispose questi facendo gli onori della cena con molta
-disinvoltura, sì, questo povero diavolo mi è molto affezionato, e fa il
-meglio che può. Egli si ricorda che gli ho salvata la vita, e siccome
-amava molto la vita, a quanto pare, mi professa della riconoscenza per
-avergliela conservata. — Alì, quantunque non intendesse una parola di
-francese, accorgendosi dagli sguardi di Sindbad che parlavasi di lui,
-si avvicinò alla tavola prese la mano del padrone, e la baciò.
-
-— Sarei troppo indiscreto, signor Sindbad, se vi chiedessi in quale
-combinazione faceste un così bell’atto?
-
-— Oh! mio Dio! è una cosa ben semplice. Sembra che il furbo avesse
-ronzato vicino al serraglio del Bey di Tunisi, più di quel che fosse
-conveniente ad uno del suo colore, dimodochè venne condannato dal
-Bey ad avere la lingua, la mano, e la testa tagliate; la lingua il
-primo giorno, la mano il secondo e la testa il terzo. Io aveva sempre
-desiderato di avere un muto al mio servizio; aspettai che gli fosse
-tagliata la lingua, e andai a proporre al Bey di darmelo in cambio di
-un magnifico fucile a due canne che il giorno prima erami sembrato
-avesse ridestato i desideri di S. A. Egli stette per un momento in
-forse, tanto gli premeva di finirla con questo povero diavolo. Ma io
-aggiunsi subito al fucile un coltello da caccia inglese col quale avevo
-rotto l’Yatagan di S. A. dimodochè il Bey risolvette a fargli grazia
-della mano e della testa; alla condizione però che non avrebbe mai
-più messo il piede a Tunisi. La raccomandazione era inutile. Quando il
-miscredente vede le coste d’Affrica, per quanto siano lontane, corre a
-salvarsi nel fondo del bastimento, e non si può farlo uscire di là che
-quando si è fuori delle viste della terza parte del mondo.
-
-Franz restò un poco muto e pensieroso cercando ciò che doveva pensare
-della crudele bonarietà colla quale il suo ospite gli aveva fatto
-questo racconto.
-
-— E voi passate la vostra vita, diss’egli cercando di cambiare la
-conversazione, viaggiando come il degno marinaro di cui avete preso il
-nome?
-
-— Sì, è un voto che feci in tempi nei quali non credeva di poterlo
-compiere, disse lo sconosciuto sorridendo; ne ho fatti pure alcuni
-altri in questo modo, e spero ben presto poterli compiere.
-
-Quantunque Sindbad avesse pronunziate queste parole colla più grande
-pacatezza, pure i suoi occhi avevano lanciato uno sguardo di selvaggia
-ferocia.
-
-— Voi avete molto sofferto, signore? diss’egli.
-
-Sindbad fremè e lo guardò fissamente.
-
-— Da che lo arguite? diss’egli.
-
-— Da tutto, riprese Franz: dalla vostra voce, dal vostro sguardo e
-dalla vita stessa che conducete.
-
-— Io! conduco la vita più felice che si conosca, una vera vita da
-Pascià: mi piace un luogo, vi resto; me ne annoio, parto, sono libero
-come l’uccello, ho le ali come quello. Le genti che mi circondano mi
-obbediscono; a quando a quando mi diverto ad inceppare la giustizia
-umana o togliendole un bandito che cerca, o un reo che perseguita.
-Poi ho la mia giustizia tutta propria, giustizia alta e bassa senza
-dilazione e senza appello, che condanna, o assolve ed alla quale
-nessuno ha niente da rivedere. Ah! se aveste gustata la mia vita, non
-ne vorreste altra, e non rientrereste giammai nel mondo ammenochè non
-vi aveste da compiere un qualche gran disegno.
-
-— Una vendetta per esempio, disse Franz.
-
-Lo sconosciuto fissò sul giovine uno di quei sguardi che penetrano nel
-più profondo del cuore e del pensiero:
-
-— E perchè una vendetta? domandò egli.
-
-— Perchè, soggiunse Franz, voi avete l’aspetto di un uomo che,
-perseguitato dalla società, ha qualche terribile conto da mettere in
-regola con essa.
-
-— Ebbene! fece Sindbad ridendo con quello strano riso che mostrava
-i denti bianchi ed acuti, voi non l’avete indovinato; tal quale voi
-mi vedete, io sono una specie di filantropo e forse un giorno anderò
-a Parigi per far concorrenza col signor Appert l’uomo dal piccolo
-mantello blu.
-
-— E sarà questa la prima volta che farete questo viaggio.
-
-— Oh! mio Dio sì, ho l’aspetto di essere ben poco curioso, n’è egli
-vero? ma vi assicuro che non fu colpa mia se ho ritardato tanto; ciò
-accadrà da un giorno all’altro.
-
-— E pensate voi di farlo presto questo viaggio?
-
-— Non lo so ancora; dipende da congiunture sottoposte ad incerte
-combinazioni.
-
-— Io vorrei esservi al tempo in cui vi verrete, cercherei di rendervi,
-per quanto mi fosse possibile, l’ospitalità che sì largamente mi
-prodigate a Monte-Cristo.
-
-— Accetterei la vostra offerta con gran piacere, rispose l’ospite; ma
-disgraziatamente, se vi vado, ciò sarà forse incognito. — Frattanto la
-cena si avanzava e sembrava essere stata preparata soltanto per Franz,
-perchè era molto se lo sconosciuto avea toccato colle estremità dei
-denti uno o due piatti dello splendido festino che aveva offerto e al
-quale il suo inatteso convitato aveva fatto così largamente onore.
-
-Finalmente Alì portò le frutta, o piuttosto prese i cestelli sul capo
-delle statue e li posò sulla tavola. Fra i quattro cestelli pose una
-tazza d’argento dorato, chiusa da un coperchio dello stesso metallo. Il
-rispetto col quale Alì aveva portata questa tazza punse la curiosità
-di Franz. Egli alzò il coperchio e vide una specie di pasta verdastra
-che rassomigliava alle confetture d’Angelica, ma che eragli del tutto
-sconosciuta. Rimise il coperchio senza aver saputo che cosa conteneva
-la tazza, e volgendo gli occhi sul suo ospite lo vide che sorrideva del
-suo impaccio. — Voi non potete indovinare, disse questi, quale specie
-di commestibile contenga questo piccolo vaso, e ciò vi dà da pensare,
-n’è vero?
-
-— Lo confesso.
-
-— Ebbene! questa specie di confettura verde è nientemeno l’ambrosia che
-Ebe serviva alla tavola di Giove.
-
-— Ma questa ambrosia, disse Franz, passando per le mani degli uomini,
-avrà certamente perduto il nome celeste per prenderne uno umano? in
-lingua volgare come si chiama questo ingrediente dal quale non sento
-però di avere grande simpatia?
-
-— Ah! ecco precisamente, gridò Sindbad; spesse volte noi passiamo
-molto vicini ad una fortuna senza vederla, senza guardarla, senza
-riconoscerla. Siete voi un uomo positivo, e l’oro è il vostro Dio?
-gustate di questa, e le miniere del Perù, di Guzarate, e della Golconda
-vi saranno aperte. Siete voi un uomo d’immaginazione? siete voi poeta?
-gustate di questa, e le barriere del possibile dispariranno; vi si
-apriranno i campi dell’infinito, e passeggerete libero di cuore,
-di spirito nei dominii senza confine dell’ideale. Siete ambizioso?
-correte dietro le grandezze della terra? gustate di questa, e dopo
-un’ora sarete Re, non Re di un piccolo regno nascosto in un angolo
-d’Europa, come la Francia, la Spagna, o l’Inghilterra, ma sarete il Re
-del mondo, il Re dell’universo. Il vostro trono sarà eretto sopra la
-montagna di Satanasso, e senza aver bisogno di fargli omaggio, senza
-essere costretto di baciarne gli artigli, sarete il sovrano padrone
-di tutti i regni della terra. Non vi tenta ciò che vi offro, dite? non
-vi sembra cosa facile? osservate! — A queste parole scoprì la piccola
-tazza d’argento dorato che conteneva la sostanza tanto lodata, prese un
-cucchiarino da caffè di questa confettura magica, la portò alla bocca,
-e l’assaporò lentamente cogli occhi semichiusi, e la testa rovesciata
-in addietro. Franz gli lasciò tutto il tempo di sorbire il suo cibo
-favorito; poi quando vide che ritornava un poco in sè:
-
-— Ma finalmente che cosa è questa vivanda preziosa?
-
-— Avete voi mai inteso parlare del Vecchio della montagna, quello
-stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto? — Senza dubbio.
-— Ebbene! voi sapete che egli regnava in una ricca vallata dominata
-dalla montagna da cui aveva preso il suo nome pittoresco. In questa
-vallata erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e in
-questi giardini dei padiglioni isolati: in questi faceva entrare i suoi
-eletti, e là faceva loro mangiare, disse Marco Polo, una certa erba che
-li trasportava nell’Eden, in mezzo a piante sempre fiorite, a frutti
-sempre maturi, e a donne le più seducenti. Ora ciò che questi giovani
-felici prendevano per una realtà non era che un sogno, ma sì dolce,
-sì inebriante, sì voluttuoso sogno, che si vendevano interamente a
-colui che loro lo impartiva, e l’obbedivano ciecamente. Essi andavano a
-colpire in capo al mondo la vittima designata, morivano fra i tormenti
-della tortura senza lamentarsi, nella sola idea che quella morte che
-soffrivano non era che un passaggio a quella vita di delizie di cui
-l’erba misteriosa, ora avanti a voi, avevagli dato un saggio.
-
-— Allora, gridò Franz, questa è l’hatchis. Sì, io la conosco almeno di
-nome.
-
-— Precisamente, voi avete detto il suo vero nome signor Aladino,
-questo è l’hatchis, tutto ciò si fa di meglio e di più puro in hatchis
-ad Alessandria, l’hatchis d’Abou-Gor, il gran confetturiere, l’uomo
-unico, l’uomo al quale si dovrebbe fabbricare un palazzo con questa
-iscrizione: _Al mercante della felicità: il mondo riconoscente._
-
-— Sapete voi, disse Franz, che mi viene la volontà di giudicare da me
-stesso quanto vi ha di vero nell’esagerazione dei vostri elogi?
-
-— Giudicatene da voi stesso; ma non chiamatevi soddisfatto di un
-primo esperimento. Come in tutte le altre cose bisogna abituare i
-sensi ad una nuova impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste
-o gioconda. Vi è una lotta della natura contro questa portentosa
-sostanza, della natura che non è fatta per la gioia, e che si
-avviticchia al dolore. Bisogna che la natura vinta soccomba nel
-conflitto; bisogna che la realtà succeda al sogno, e allora il sogno
-regna come padrone, allora è il sogno che addiventa la vita, e la vita
-diviene il sogno; ma qual differenza in questa trasfigurazione! vale
-a dire che paragonando i dolori dell’esistenza reale ai godimenti
-della fittizia, non vorrete più vivere, ma vorrete sempre sognare.
-Quando lascerete il vostro mondo per passare nel mondo degli altri,
-vi sembrerà di passare ad una primavera napoletana, ad un inverno
-della Lapponia. Vi sembrerà lasciare l’Eden per la terra, il cielo
-per l’inferno. Gustate dell’hatchis, mio caro, gustatene! — Per tutta
-risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta maravigliosa misurato
-sulla quantità che ne aveva presa il suo Anfitrione, e lo portò alla
-bocca.
-
-— Diavolo, diss’egli dopo avere inghiottita questa pasta divina, io non
-so se il resultato sarà aggradevole quanto voi dite, ma la sostanza non
-mi sembra tanto saporosa quanto l’affermavate.
-
-— Perchè le papille del vostro palato non sono ancora adatte alla
-sublimità della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che
-gustaste le ostriche, il thè, il porter, i tartufi, le assaporaste
-voi con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguilo? comprendereste
-voi il piacere che provavano i Romani nel condire i fagiani coll’assa
-fetida, ed i chinesi che mangiano i nidi delle rondinelle? eh! mio Dio,
-no. Ebbene! accade lo stesso dell’hatchis: mangiatene soltanto otto
-giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo vi sembrerà della
-squisitezza di questo che in oggi vi sembra forse fetido, e nauseante.
-Ma ora passiamo nella camera vicina, e Alì ci servirà il caffè, e ci
-darà la pipa.
-
-Tutti e due si alzarono, e mentre che quello cui si è dato il nome di
-Sindbad, e da noi così chiamato per avere una denominazione qualunque
-onde distinguerlo dal suo convitato, dava alcuni ordini al suo
-domestico, Franz entrò nella camera attigua. Questa era arredata più
-semplicemente quantunque non meno riccamente; di forma rotonda, ed
-un gran divano le girava intorno. Ma il divano, i muri, il soffitto,
-e il pavimento erano tutti ricoperti di magnifiche pelli lisce e
-morbide come il più morbido tappeto, erano pelli di leoni d’Atlas dalle
-possenti criniere, pelli di tigri del Bengal dalle calde righe, pelli
-di pantere del Capo, macchiate scherzosamente come quella che apparve
-a Dante; finalmente pelli d’orsi della Siberia, e di volpi della
-Norvegia, e tutte gettate in profusione le une sulle altre dimodochè si
-sarebbe creduto di camminare su i prati più fioriti, e di riposare su i
-letti più soffici. Tutti e due si stesero sopra i divani, una quantità
-di pipe colle canne di gelsomino e le imboccature d’ambra erano alla
-portata della mano, e già preparate affinchè non si avesse la noia
-di fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno. Alì le
-accese, ed uscì per andare a prendere il caffè.
-
-Fuvvi un poco di silenzio, durante il quale Sindbad si lasciò
-trasportare dai pensieri che sembrava l’occupassero senza posa anche
-in mezzo alla sua conversazione, e Franz si abbandonò a quella muta
-esaltazione nella quale cadesi quasi sempre fumando eccellente tabacco,
-che sembra portar via colla fumata tutte le pene dello spirito, e
-rendere al fumatore in loro vece tutti i sogni dell’anima. Alì portò
-il caffè. — Come lo prendete? disse l’incognito; alla francese o alla
-turca, forte o leggiero, col zucchero o senza, filtrato o bollito?
-scegliete; ve n’è del preparato in tutti i modi.
-
-— Lo prenderò alla turca, disse Franz.
-
-— E avete ragione: ciò prova che avete delle disposizioni per la vita
-orientale. Ah! gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In
-quanto a me, soggiunse egli, con un di quei sorrisi singolari che non
-sfuggono ad un giovine, quando avrò finiti i miei affari a Parigi,
-andrò a morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisognerà che mi
-cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan.
-
-— In fede mia, disse Franz, questa sarà la cosa più facile del mondo,
-perchè sembrami che mi spuntino le ali d’aquila, e con queste farei il
-giro del mondo in 24 ore.
-
-— Ah! Ah! è l’hatchis che opera; ebbene! aprite le ali, e volatevene
-nelle regioni sovrumane; non temete, vegliasi su voi, e se, come
-quelle d’Icaro, le vostre ali si liquefanno al sole, noi siamo qui
-per ricevervi. — Di poi disse qualche parola araba ad Alì, che fece
-un segno d’obbedienza, e si ritirò, ma senza allontanarsi. In quanto
-a Franz, una strana trasformazione si operava in lui: tutta la fatica
-fisica della giornata, tutta la preoccupazione di spirito che avevano
-fatta nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come in un primo
-momento di riposo in cui si vive abbastanza per sentire che il sonno
-viene. Sembrava che il corpo acquistasse una leggerezza fuori del
-materiale, lo spirito s’illuminasse in un modo inaudito, i suoi sensi
-sembravano raddoppiare le loro facoltà. L’orizzonte si allargava, ma
-non più questo orizzonte cupo sul quale si spiega un vago terrore,
-e che aveva osservato prima del suo sonno, ma un orizzonte azzurro,
-trasparente, vasto, con tutto ciò che il mare ha di bello, che il sole
-ha di raggi, che la brezza ha di profumo; quindi in mezzo al canto dei
-suoi marinari, canto sì limpido, e sì chiaro che se ne sarebbe fatto
-un’armonia celeste se si fosse potuto notare, egli vedeva comparire
-l’isola di Monte-Cristo, non più come uno scoglio minaccioso sui
-flutti, ma come un’oasi perduta nel deserto; poi a seconda che la
-barca s’avvicinava, i canti divenivano più numerosi, poichè un’armonia
-incantatrice e misteriosa saliva da quest’isola al cielo, come se
-qualche fata come Lorelay, o qualche mago come Amfione avesse voluto
-attirarvi qualche spirito, o fabbricarvi una città. Finalmente la
-barca toccò la riva, ma senza scossa, nella stessa guisa che le labbra
-toccano le labbra, e sembrò a Franz di entrare nella grotta senza
-che cessasse questa incantevole musica; discese, o meglio gli sembrò
-discendere qualche scalino respirando un’aria fresca ed imbalsamata
-come quella che deve circondare l’isola di Circe, composta di tanti
-profumi da far andar in estasi, di ardori tali, che fanno bruciare i
-sensi, e rivide tutto ciò che aveva veduto prima del sogno, cominciando
-dall’ospite fantastico Sindbad fino ad Alì il muto servitore; poi gli
-sembrò che tutto si cancellasse, e si confondesse sotto i suoi occhi
-come le ultime ombre di una lanterna magica che si spenga, e si ritrovò
-nella camera delle statue, illuminata soltanto da una di quelle lampade
-antiche e pallide che ardono nel mezzo della notte sul sonno della
-voluttà.
-
-Erano bene le stesse statue belle per le forme, e per la poesia,
-cogli occhi magnetici, coi capelli abbondanti; erano Frine, Cleopatra,
-Messalina, le tre donne più celebri per la loro dissolutezza; poi nel
-mezzo di queste s’introduceva una di quelle ombre calme, una di quelle
-visioni dolci che sembrano coprir di un velo i propri occhi verginali
-rimpetto a queste impurità del marmo. Allora gli sembrò che queste
-tre statue avessero riuniti i loro amori per un sol uomo e che questi
-fosse lui; che si avvicinassero ove egli faceva un secondo sogno, coi
-piedi coperti dalle loro lunghe, e bianche tonache, coi capelli cadenti
-ad onde, con una di quelle attitudini irresistibili, con uno di quei
-sguardi inflessibili e ardenti pari a quello che vibra il serpente
-all’uccello, e che egli si abbandonasse a quei sguardi, dolorosi come
-un laccio, voluttuosi come un bacio. Sembrò a Franz di chiudere gli
-occhi, e attraverso l’ultimo sguardo che aveva girato intorno a sè
-travedere la statua pudica che si velava interamente; quindi, i suoi
-occhi chiusi alle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni
-impossibili. Allora, per Franz che subiva la prima volta l’impero
-dell’hatchis, fu una voluttà, un amore come quello che prometteva il
-Vecchio della Montagna ai suoi seguaci.
-
-
-
-
-XXXII. — RISVEGLIAMENTO.
-
-
-Allorchè Franz ritornò in sè, gli oggetti esteriori sembrarongli una
-seconda parte del suo sogno; si credè in un sepolcro ove a stento
-penetrava appena un raggio di sole, a guisa di uno sguardo di pietà;
-stese la mano, e sentì del marmo; si mise a sedere, e si trovò avvolto
-nel mantello sopra un letto di zolle secche molto molli ed odorifere.
-Tutta la visione era sparita; e, come se le statue non fossero state
-che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano disparse
-al suo svegliarsi. Fece qualche passo verso il punto di dove veniva
-la luce; e da tutta l’agitazione del sonno succedeva la calma della
-realtà. Videsi in una grotta, si avanzò dalla parte dell’apertura,
-ed attraverso la porta centinata, scoprì un bel cielo blu, ed un mare
-azzurro. L’aria e l’acqua rispondevano ai raggi del sole mattutino; i
-marinari erano assisi sulla riva, discorrendo, e ridendo; alla distanza
-di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall’ancora.
-Allora egli gustò per qualche tempo quella fresca brezza che passavagli
-sulla fronte; ascoltò il debole rumore dell’onda che moriva sulla
-spiaggia lasciando sulle rocce un contorno di schiuma bianca come
-l’argento; si lasciò andare senza riflettere, senza pensare, a
-quell’incanto celeste che hanno le cose della natura particolarmente
-quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla volta la vita
-esterna così pacifica, così grande, gli ricordò la inverisimiglianza
-del suo sogno, ed i trascorsi fatti cominciarono a rientrare nella
-sua memoria. Si sovvenne dell’arrivo nell’isola, del modo con cui fu
-presentato al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno
-di splendore, dell’eccellente cena, e del cucchiaio di hatchis. Solo,
-in faccia a questa realtà, e in pieno giorno, gli sembrò che fosse
-almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva
-fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo
-spirito. Per tal modo a quando a quando la sua immaginazione faceva
-apparire in mezzo ai marinari, o traversare uno scoglio, o librarsi
-sulla barca, una di quelle ombre che avevano ricolma la sua notte di
-sguardi e di baci. Del rimanente egli aveva la testa del tutto libera,
-e il corpo perfettamente riposato; non alcuna pesantezza nel cervello;
-che anzi al contrario risentiva un certo benessere generale, ed
-attraenza maggiore a godere dell’aria e del sole. Si avvicinò adunque
-con ilarità ai marinari. Come lo videro essi si alzarono, ed il padrone
-si avvicinò a lui. — Il sig. Sindbad, gli disse, ci ha incaricati dei
-suoi complimenti per V. E., e ci ha detto di esprimervi il dispiacere
-che ha di non potere prendere congedo di persona, ma spera che lo
-scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha chiamato a
-Malaga.
-
-— È dunque vero, mio caro Gaetano, disse Franz, tutto ciò che mi è
-accaduto? esiste in realtà un uomo che mi ha offerta un’ospitalità
-regale, e che è partito durante il mio sonno?
-
-— È tanto vero, che potete vedere là il suo piccolo _yacht_ che si
-allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale potrete
-scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo equipaggio.
-— Dicendo queste parole Gaetano stendeva il braccio nella direzione
-di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta meridionale
-della Corsica. Franz prese un piccolo cannocchiale, lo mise al punto
-della sua vista, e lo diresse verso il luogo indicato. Gaetano non
-s’ingannava; sulla poppa del bastimento vedeva il misterioso suo
-ospite, che ritto, e voltato dalla sua parte teneva egli pure il
-cannocchiale puntato verso di lui. Egli era vestito collo stesso
-costume con cui era apparso la sera innanzi al suo convitato, e come
-s’accorse di essere guardato agitò il fazzoletto in segno di addio.
-Franz resegli il saluto, e cavando egli pure il fazzoletto lo agitava
-del pari. Dopo un minuto una piccola nube di fumo sorse a poppa del
-bastimento, si staccò graziosamente dal di dietro, e salì lentamente in
-alto, quindi una debole esplosione giunse fino a Franz.
-
-— Sentite, sentite? disse Gaetano; eccolo là che vi dice addio. — Il
-giovine prese la carabina, e la scaricò in aria, ma senza speranza che
-il rumore potesse superare la distanza che separava il _yacht_ dalla
-costa.
-
-— Che comanda V. E.? disse Gaetano.
-
-— Che procuriate di accender subito una torcia.
-
-— Ah! sì, capisco, disse Gaetano, per cercare l’entrata
-dell’appartamento nascosto. Con molto piacere, eccellenza, se la cosa
-vi diverte, e vi darò subito la torcia che chiedete. Ma io pure ebbi la
-vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancata la mia fantasia, ed
-ho finito per dovere rinunciarvi: Giovanni, soggiunse egli, accendi una
-torcia.
-
-Giovanni obbedì, Franz prese la torcia, ed entrò nel sotterraneo
-seguito da Gaetano. Egli riconobbe il posto ove erasi svegliato, dal
-letto di zolle ancora tutto scomposto; ma non gli valse girare la
-torcia sopra tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto
-qualche traccia di fumo che manifestava che altri pure avevano tentata
-inutilmente la stessa investigazione. Ciò nonostante non lasciò un
-piede di quel muro di granito, impenetrabile come l’avvenire, senza
-esaminarlo. Egli non vide una screpolatura senza che v’introducesse la
-lama del coltello da caccia; non osservò alcun punto sporgere senza
-comprimerlo nella speranza che cedesse; ma tutto inutile, e senza
-alcun resultato perdè due ore in questa ricerca. Alfine rinunciò
-ad ogni ulteriore indagine. Gaetano trionfava. Quando Franz ritornò
-sulla spiaggia, il _yacht_ non compariva più che come un punto bianco
-sull’orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con questo istrumento
-nulla distinse. Gaetano gli ricordò che era venuto per cacciare le
-capre, il che sembrava avesse dimenticato: prese il fucile, si mise
-a percorrere l’isola in quel modo che fa un uomo che compie un dovere
-invece di prendersi un diletto, e in capo ad un quarto d’ora aveva già
-ucciso una capra, e due capretti. Ma queste capre quantunque selvagge
-e fuggiasche come i camosci, avevano troppa rassomiglianza colle nostre
-capre domestiche, per cui Franz non le considerava come selvaggiume.
-
-Dipoi idee ben molto più possenti ne occupavano lo spirito. Fin dalla
-scorsa sera egli tenevasi per il vero eroe di un racconto favoloso
-delle _Mille e una Notte_, e sentivasi ricondotto verso la grotta da
-una forza invincibile. Allora, ad onta della inutilità della sua prima
-perquisizione, ne cominciò una seconda, dopo di aver detto a Gaetano
-di fare arrostire uno dei capretti. Questa seconda visita durò molto
-tempo, poichè quando ritornò il capretto era arrostito, e la colazione
-preparata. Franz si assise nel luogo in cui la sera innanzi avea
-ricevuto l’invito della cena per parte del suo ospite misterioso, e
-scoperse ancora come una punta bianca il piccolo _yacht_ che continuava
-ad inoltrarsi verso la Corsica. — Ma, diss’egli a Gaetano, non mi avete
-annunziato che Sindbad faceva vela per Malaga, mentre mi sembra che
-vada direttamente verso Porto-Vecchio.
-
-— Non vi ricordate più, rispose il marinaro, che fra la gente che
-componeva il suo equipaggio si trovavano per il momento due banditi
-corsi?
-
-— È vero! andrà a depositarli sulla costa.
-
-— Precisamente. Ah! questo è un individuo, gridò Gaetano, che non teme
-cosa alcuna, per quanto mi vien detto, e che per fare un servizio ad un
-povero uomo devierebbe il suo viaggio di 50 leghe.
-
-— Ma questo genere di servizio potrebbe metterlo a cimento col
-magistrato del paese ove esercita questo genere di filantropia, disse
-Franz.
-
-— Ebbene! soggiunse Gaetano ridendo, che cosa fanno a lui i magistrati?
-egli se la ride! Non hanno che a tentare di perseguitarlo. Dapprima
-il suo _yacht_ non è un naviglio, ma un uccello, e darebbe tre nodi
-sopra 12 ad una fregata; e poi non ha che a gettarsi egli stesso sulla
-costa e in ogni luogo troverebbe amici. — Ciò che vi era di più chiaro
-in tutta questa faccenda si era, che Sindbad, l’ospite di Franz, aveva
-l’onore di essere in relazione con tutti i contrabbandieri ed i banditi
-di tutte le coste del Mediterraneo, la qual cosa però non lasciava di
-tenerlo in una strana posizione. Franz non aveva più cos’alcuna che lo
-ritenesse a Monte-Cristo; aveva perduto ogni speranza di ritrovare il
-segreto della grotta; si sollecitò dunque a far colazione, ordinando
-ai suoi uomini di tener pronta la barca pel momento che avrebbe finito;
-mezz’ora dopo egli era a bordo. Gettò un ultimo sguardo sul _yacht_ che
-stava per disparire nel golfo di Porto-Vecchio. Dette il segnale della
-partenza. Nello stesso momento in cui la barca si metteva in movimento
-il _yacht_ spariva, e con lui si cancellava l’ultima realtà della notte
-precedente: per tal modo la cena, Sindbad, l’hatchis, e le statue,
-tutto cominciava per Franz a confondersi nello stesso sogno.
-
-La barca camminò tutto il giorno e tutta la notte: e la dimane quando
-il sole si alzava, l’isola di Monte-Cristo era a sua volta disparsa.
-Messo piede a terra, Franz dimenticò momentaneamente almeno, gli
-avvenimenti che erano passati, per non occuparsi più che dei suoi
-affari di piacere, o di obbligo in Firenze, e di raggiungere il
-compagno che lo aspettava a Roma: partì adunque col corriere e il
-sabato sera si ritrovava sulla piazza della Dogana. L’appartamento,
-come si disse, era già stato fissato da qualche tempo; non restava
-adunque che di recarsi all’albergo di Pastrini; il che non era molto
-facile mentre la folla ingombrava le strade, e Roma era già in preda
-a quel rumore sordo e febbrile che precede i grandi avvenimenti.
-Ora, a Roma, non vi son che quattro grandi avvenimenti in un anno,
-il carnevale, la settimana santa, il Corpusdomini, e la festa di S.
-Pietro. Tutto il restante dell’anno la città ricade nella sua solita
-apatia, stato intermediario fra la vita e la morte, che la rende simile
-ad una specie di stazione fra questo mondo e l’altro; stazione sublime,
-alta, piena di poesia e di carattere, che Franz aveva già fatta
-cinque o sei volte, e che aveva sempre ritrovata più meravigliosa,
-e più fantastica. Finalmente traversò quella folla che sempre più
-s’ingrossava, e giunse all’albergo. Alla prima domanda gli fu risposto
-con quella impertinenza propria dei cocchieri delle carrozze da rimessa
-o dei grandi locandieri, che non vi era posto per lui all’albergo di
-Londra. Allora inviò il suo biglietto a Pastrini, e fecesi reclamare
-da Alberto de Morcerf. Il mezzo riuscì, e Pastrini accorse egli stesso
-scusandosi di avere fatto aspettare S. E., rimproverando i servi,
-prendendo il lume dalla mano del servitore di piazza che erasi già
-impadronito del viaggiatore, e si disponeva a condurlo nelle camere
-di Alberto, quando questi gli venne incontro. L’appartamento fissato
-componevasi di due piccole stanze, ed un gabinetto. Le due camere
-davano sulla strada, particolarità che Pastrini fece valere come se vi
-aggiungesse un merito inapprezzabile. Il rimanente del piano era dato
-in fitto ad un ricco personaggio, creduto, o Maltese o Siciliano; ma
-che l’albergatore non potè dire precisamente a quale delle due nazioni
-appartenesse.
-
-— Tutto va bene, signor Pastrini, disse Franz, ma ci vorrebbe subito
-una cena qual si sia per questa sera, ed una carrozza per domani e pei
-giorni successivi.
-
-— In quanto alla cena sarete subito serviti; ma in quanto alla
-carrozza... — Come in quanto alla carrozza! gridò Alberto; un momento,
-un momento, non scherziamo, Pastrini, ci abbisogna una carrozza. —
-Eccellenza, disse l’albergatore, si farà tutto quello che si potrà per
-averne una; ecco ciò che posso dirvi.
-
-— E quando avremo la risposta? domandò Franz.
-
-— Domani mattina, rispose l’albergatore. — Che diavolo! disse Alberto,
-si pagherà più cara, ecco tutto... si sa come accade: da Drake e da
-Aaron si paga 20 fr. nei giorni ordinarii, e 30 o 35 fr. in occasione
-di feste, mettete 5 fr. di giunta che farà 40, e non ne parliamo più.
-— Ho ben paura, che questi signori, quand’anche offrano il doppio, non
-possano ritrovarla.
-
-— Allora che si facciano attaccare i cavalli alla mia... essa è un poco
-scrostata pel viaggio, ma non importa.
-
-— Non si troveranno cavalli.
-
-Alberto guardò Franz come un uomo cui venga data una risposta che
-sembri incomprensibile.
-
-— Capite Franz, non vi saranno cavalli? Ma si potranno avere cavalli di
-posta?
-
-— Sono tutti impegnati da 15 giorni, e non restano ora assolutamente
-che quelli destinati al necessario servizio.
-
-— Che ne dite? domandò Franz. — Io dico che allorquando una cosa è al
-di sopra della mia intelligenza, ho l’abitudine di non fermarmici, e di
-passare avanti. La cena è pronta? — Sì, eccellenza. — Ebbene! per ora
-ceniamo.
-
-— Ma la carrozza, e i cavalli? disse Franz. — State tranquillo, amico
-caro, essi verranno da sè; non si tratterà che di fissare il prezzo.
-— E Morcerf con quella ammirabile filosofia dell’uomo che nulla crede
-impossibile, fino a che la borsa è gaia, e il portafogli guarnito,
-cenò, andò a riposare, e sognò essere al Corso in una carrozza a sei
-cavalli.
-
-
-
-
-XXXIII. — I BRIGANTI.
-
-
-La dimane Franz si svegliò pel primo e appena desto suonò. Il tintinnio
-del campanello risuonava ancora quando Pastrini entrò in persona. —
-Ebbene! disse l’albergatore trionfante, e senza aspettare che Franz
-lo interrogasse, faceva bene io ieri sera a non prometter niente; voi
-avete aspettato troppo tardi a risolvervi, e adesso non v’è neppur una
-carrozza da nolo in Roma, pei tre ultimi giorni, s’intende.
-
-— Sì, rispose Franz, vale a dire per quelli in cui essa è assolutamente
-necessaria. — Che c’è? domandò Alberto entrando: non si trovano
-carrozze? — Precisamente, mio caro amico, rispose Franz, e voi avete
-indovinato al primo colpo. — Ebbene! è una gran bella città, questa
-vostra città eterna!
-
-— Cioè, eccellenza, riprese Pastrini, che desiderava mantenere
-la capitale del mondo cristiano in un certo decoro in faccia ai
-viaggiatori, non vi sono più carrozze da domenica mattina a martedì
-sera; ma da oggi a Domenica ne troverete cinquanta, se le volete.
-
-— Non è poco, disse Alberto; oggi siamo a giovedì; chi sa di qui a
-domenica quello che può accadere.
-
-— Accadrà l’arrivo di dieci, o dodici mila forestieri, rispose Franz, i
-quali renderanno la difficoltà sempre più grande.
-
-— Amico mio, disse Morcerf, godiamo del presente, e non ci prendiamo
-cura per l’avvenire.
-
-— Almeno, domandò Franz, potremo avere una finestra?
-
-— Su che strada? — Sul Corso, per bacco.
-
-— Ah sì! una finestra, esclamò Pastrini, impossibilissimo; ne restava
-una al quinto piano del Palazzo Doria, ed è stata appigionata ad un
-Principe russo per venti zecchini il giorno.
-
-I due giovani si guardarono con aria stupefatta.
-
-— Ebbene, mio caro, disse Franz ad Alberto, sapete ciò che torna meglio
-di fare? di andare a finire il carnevale a Venezia; almeno là, se
-non troviamo carrozze, ritroveremo gondole. — Oh! in fede mia, gridò
-Alberto, ho risoluto di vedere il carnevale di Roma, e lo vedrò, fosse
-ancora sopra una panchetta. — Bravo, gridò Franz, è un’idea magnifica,
-particolarmente per ispegnere i moccolotti; ci maschereremo da
-pulcinelli, e faremo un effetto meraviglioso.
-
-— Le loro eccellenze desiderano sempre la carrozza fino a domenica? —
-Per bacco, disse Alberto, credete che noi siamo persone da correre le
-strade di Roma a piedi come i portieri, e i cursori?
-
-— Vado ad eseguire gli ordini delle loro eccellenze, disse Pastrini; le
-prevengo soltanto che la carrozza costerà sei scudi il giorno.
-
-— Ed io, mio caro Pastrini disse Franz, che non sono il milionario
-nostro vicino, vi prevengo per parte mia che essendo la quarta volta
-che vengo a Roma, conosco il prezzo delle carrozze per i giorni
-ordinari, le domeniche, e le feste; vi daremo dodici piastre per
-oggi, domani, e dopo domani, e voi ci troverete ancora un non piccolo
-guadagno.
-
-— Ma Eccellenza... disse Pastrini tentando di ribellarsi.
-
-— Andate, andate mio caro, disse Franz, o vado da me stesso a fare il
-prezzo dal padrone delle rimesse, che conosco bene; è un mio vecchio
-amico che mi ha già rubato non poco danaro, e che nella speranza di
-rubarmene dell’altro accetterà anche per un prezzo minore di quel che
-io v’offro; perdereste la differenza, e questa sarebbe colpa vostra.
-
-— Non vi prendete questo incomodo, eccellenza, disse Pastrini col
-sorriso dello speculatore di locanda che si confessa vinto, farò il
-meglio che potrò, e voi sarete contento.
-
-— A meraviglia, ecco ciò che si chiama parlare.
-
-— Quando volete la carrozza? — Fra un’ora.
-
-— Fra un’ora sarà alla porta. — Un’ora dopo effettivamente la carrozza
-aspettava i due giovani; era un modesto calesse, che attesa la
-solennità della congiuntura era salito al grado di carrozza da rimessa.
-Ma qualunque fosse la mediocre apparenza, i due giovani sarebbero stati
-ben contenti di avere un eguale veicolo per gli ultimi tre giorni del
-carnevale.
-
-— Eccellenza, gridò il servitore di piazza vedendo Franz mettere il
-naso alla finestra, vuole che faccia avvicinare la carrozza al palazzo?
-
-Per quanto Franz fosse abituato all’enfasi italiana, il suo primo
-movimento fu di guardarsi attorno; ma a lui stesso venivano dirette
-quelle parole. Franz era l’eccellenza, il calesse era la carrozza, il
-palazzo era l’albergo di Londra.
-
-Tutto il genio di lode della nazione era in queste sole frasi.
-
-Franz, ed Alberto discesero, la carrozza si avvicinò al palazzo, le
-loro eccellenze allungarono le gambe sui posti davanti, e il cicerone
-saltò nel sedile di dietro.
-
-— Dove vogliono andare le loro Eccellenze?
-
-— Prima a S. Pietro, e poi al Colosseo, disse Alberto da vero parigino.
-— Ma egli non sapeva una cosa, cioè che vi vuole un giorno per veder
-S. Pietro, e un mese per istudiarlo. La giornata fu tutta impiegata nel
-veder S. Pietro.
-
-D’improvviso i due amici si accorsero che il giorno declinava. Franz
-cavò l’orologio, erano le quattro e mezzo.
-
-Ritornarono all’albergo; giunti alla porta, Franz dette ordine al
-cocchiere di tenersi pronto per le otto, voleva egli far vedere ad
-Alberto il Colosseo al chiaro di luna, come avevagli fatto vedere S.
-Pietro in pieno giorno. Allorchè si fa vedere ad un amico una Città che
-si è già veduta ci si mette quella civetteria che usasi quando s’indica
-una donna della quale si è stato l’amante. In conseguenza Franz indicò
-al cocchiere il suo itinerario; doveva uscire dalla porta del popolo,
-andare intorno le mura esterne della Città, e rientrare dalla porta
-S. Giovanni. In tal modo il Colosseo comparisce d’improvviso, e senza
-che il Campidoglio, il Foro, l’Arco di Settimio Severo, il tempio di
-Antonino e Faustina, e la Via-Sacra abbiano servito di gradazione
-posta sulla strada per rammemorarlo. Si misero a pranzo: Pastrini
-aveva promesso a’ suoi ospiti un eccellente desinare, gliene dette uno
-passabile, non v’era nulla a dirvi. Alla fine del pranzo entrò egli
-stesso; Franz sulle prime credè che fosse venuto per ricevere i loro
-complimenti, e si apparecchiava a farglieli, allorchè alle prime parole
-egli lo interruppe. — Eccellenza, diss’egli, sono lusingato della
-vostra approvazione, ma non fu questo il motivo che mi fe’ salire da
-voi.
-
-— È forse per venirci a dire che avete ritrovato la carrozza? domandò
-Alberto accendendo il sigaro.
-
-— Anche meno, ed anzi V. E. farà bene a non pensarci più. In Roma le
-cose, o si possono o non si possono. Quando vi si è detto che non si
-possono, tutto è finito.
-
-— A Parigi, è molto più comodo; quando una cosa non si può avere, la si
-paga il doppio, e si ha sul momento ciò che si domanda.
-
-— Sento sempre dire la stessa cosa da tutti i francesi, disse Pastrini
-punto alcun poco, e non so comprendere come con tante meraviglie che
-sono a Parigi, i parigini viaggino.
-
-— Ma è così, disse Alberto mandando flemmaticamente una fumata al
-soffitto e rovesciando il capo addietro sopra una poltrona; non vi sono
-che i pazzi, e gli oziosi come noi che viaggino; la gente di buon senso
-non lascia la casa della strada di Helder, il baluardo di Gand, e il
-caffè di Parigi.
-
-Non fa mestieri di dire che egli abitava nella strada suddetta, che
-tutti i giorni faceva la sua passeggiata in tutta eleganza sul baluardo
-suddetto, e che pranzava tutti i giorni nel solo caffè in cui si
-può pranzare, e quando ancora si è in buona relazione coi camerieri.
-Pastrini restò un momento silenzioso; era evidente che meditava sulla
-risposta che avevagli data Alberto, risposta che senza dubbio non gli
-pareva molto chiara.
-
-— Ma in fine, disse Franz a sua volta, interrompendo le riflessioni
-geografiche del suo albergatore, voi eravate venuto con un qualche
-scopo: volete esporci l’oggetto della vostra visita?
-
-— Oh! è vero; eccolo: avete ordinato la carrozza per le otto. —
-Sicuramente. — Avete l’intenzione di visitare il Coliseo! — Cioè il
-Colosseo. — È la stessa cosa. — Sia.
-
-— Avete detto al vostro cocchiere di uscir dalla porta del Popolo, e
-fare il giro delle mura per rientrare dalla porta S. Giovanni! — Queste
-sono le mie precise parole.
-
-— Ebbene! questo itinerario è impossibile, od almeno molto pericoloso.
-— Pericoloso! perchè?
-
-— A cagione del famoso Luigi Vampa. — Primieramente, mio caro Pastrini,
-chi è questo famoso Luigi Vampa? domandò Alberto. Egli può essere
-famosissimo a Roma, ma vi assicuro che è perfettamente sconosciuto a
-Parigi.
-
-— Come! voi non lo conoscete! — Non ho quest’onore.
-
-— Ebbene! quest’è un bandito, vicino al quale i Decesari, e i Gasperoni
-sono una specie di chierichetti. — Attenti! Alberto, gridò Franz, ecco
-dunque finalmente un brigante! — Vi prevengo, mio caro Pastrini, che io
-non crederò una parola di tutto ciò che siete per dirci; perciò parlate
-quanto volete, che io vi ascolto.
-
-— V’era una volta... — Ebbene! avanti adunque.
-
-Pastrini si volse dalla parte di Franz sembrandogli il più ragionevole
-dei due giovani. Bisogna rendere giustizia al brav’uomo: egli aveva
-alloggiati molti francesi, ma non aveva mai ben capite alcune parti di
-ciò che essi chiamano il loro spirito.
-
-— Eccellenza, diss’egli con gravità, indirizzandosi come si disse a
-Franz, se mi credete un racconta-storie è inutile che vi dica ciò che
-volevo dirvi: posso però assicurarvi che lo facevo per la premura che
-ho per le loro eccellenze.
-
-— Alberto non vi ha detto che voi siate un racconta-storie, mio caro
-Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi crederà. Ma io vi crederò,
-state tranquillo: parlate dunque.
-
-— Però convenite, eccellenza, che se si mette in dubbio la sincerità
-delle mie parole...
-
-— Mio caro, voi siete più suscettibile di Cassandra, che pure era una
-indovina, e alla quale nessuno credeva; mentre che voi siete sicuro di
-essere creduto almeno dalla metà del vostro uditorio. Sedetevi, diteci
-chi è questo sig. Vampa.
-
-— Ve lo dissi, eccellenza, è uno di quei banditi di cui non abbiamo mai
-avuto l’uguale dall’epoca di Mastrilli.
-
-— Ebbene! che rapporto ha questo bandito coll’ordine che ho dato al
-cocchiere di partire da porta del Popolo, e di rientrare per porta S.
-Giovanni?
-
-— V’è, rispose Pastrini, che potreste uscir dall’una, ma dubiterei che
-potreste entrare dall’altra.
-
-— E perchè? domandò Franz.
-
-— Perchè quando è venuta la notte, non si è sempre in sicurezza in
-queste vicinanze.
-
-— Parola d’onore? gridò Alberto.
-
-Pastrini sempre punto nel fondo dell’anima pei dubbi emessi da Alberto
-sulla sua veracità, rispose: — Sig. conte, ciò che dico non è per voi,
-è pel vostro compagno di viaggio che conosce Roma, e sa benissimo che
-su questi argomenti non si scherza.
-
-— Mio caro, disse Alberto volgendosi a Franz, ecco ritrovata
-un’ammirabile avventura: empiamo il nostro calesse di pistole, di
-tromboni, e di fucili a due canne, Luigi Vampa viene per arrestarci, e
-noi invece arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio
-al senato Romano: se il senatore domanda che può fare per dimostrarci
-la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una carrozza
-e due cavalli delle scuderie del senatore: e gli ultimi tre giorni
-godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il popolo romano
-riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e proclamarci, come
-Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della patria.
-
-Non è possibile poter descrivere i diversi atteggiamenti del viso di
-Pastrini, durante questo discorso.
-
-— In primo luogo, domandò Franz ad Alberto, dove prenderete queste
-pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali volete
-riempire la vostra carrozza?
-
-— Il fatto sta, che certamente non potrei prenderli nel mio arsenale,
-diss’egli, perchè a Terracina mi è stato tolto perfino il mio coltello
-a pugnale; e a voi? — Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente. —
-Così, mio caro Pastrini, disse Alberto accendendo un secondo sigaro
-al residuo del primo, sapete che questa è una misura comodissima per
-i banditi? — S. E. sa che non c’è l’uso di difendersi quando si viene
-aggrediti dai banditi, rispose Pastrini che non voleva mettersi a
-cimento con osservazioni sulle leggi che vi sono ai confini. — Come!
-gridò Alberto, il cui coraggio si rivoltava all’idea di lasciarsi
-svaligiare senza dir niente; come! non c’è l’uso? — No, perchè
-qualunque difesa sarebbe inutile; che volete fare contro una dozzina di
-assassini che escono da un fosso, da un antro o da un acquedotto, e vi
-mettono nello stesso tempo le armi alla faccia!
-
-— Ah! per bacco! voglio farmi ammazzare! gridò Alberto. — L’albergatore
-si volse verso Franz con una espressione che voleva dire: davvero
-eccellenza, il vostro camerata è pazzo.
-
-— Mio caro Alberto, soggiunse Franz, la vostra risposta è sublime, e
-merita il _dovea morir!_ del vecchio Cornelio; soltanto, quando Orazio
-rispondeva questo, si trattava della salute di Roma, e la cosa era
-abbastanza importante; ma in quanto a noi non si tratterebbe che di
-un capriccio, e sarebbe ridicolo l’arrischiare la propria vita per
-soddisfare un tal capriccio.
-
-— Ah! per bacco! gridò Pastrini, alla buon’ora, questo si chiama
-parlare! — Alberto si versò un bicchiere di lacrima-christi, che
-bevve a sorsate, frammettendovi un brontolio di parole confuse che
-nessuno potè intendere. — Ebbene Pastrini, riprese Franz, ora che il
-mio compagno si è calmato, e che voi avete potuto apprezzare le mie
-disposizioni pacifiche, sentiamo: chi è questo sig. Luigi Vampa? è
-giovine o vecchio? è contadino o patrizio? descrivetecelo affinchè
-se lo avessimo per caso da incontrare nelle società, come _Giovanni
-Sbogar_, o _Lara_, lo possiamo almeno riconoscere.
-
-— Non vi potevate rivolgere meglio che a me per averne esatti
-particolari poichè ho conosciuto Luigi Vampa da ragazzo, e un giorno
-anzi che caddi nelle sue mani, andando da Ferentino ad Alatri, si
-sovvenne, fortunatamente per me, della nostra antica conoscenza; e non
-solo mi lasciò andare liberamente senza esigere da me verun riscatto,
-ma eziandio volle farmi il regalo di un bell’orologio, e raccontarmi
-tutta la sua storia.
-
-— Vediamo l’orologio, disse Alberto.
-
-Pastrini cavò dal taschino un magnifico orologio a cilindro di Breguet,
-col nome dell’autore, il bollo di Parigi e una corona da conte. —
-Eccolo qui, diss’egli.
-
-— Poffare! fece Alberto; ve ne faccio i miei complimenti. Io ne ho
-uno presso a poco come questo, che costa tremila fr.: Eccolo, e cavò
-l’orologio dal taschino del giubbetto.
-
-— Sentiamo ora la storia, disse Franz tirando una sedia avanti, e
-facendo segno a Pastrini di sedersi.
-
-— Le loro eccellenze mi permettono...? disse l’albergatore.
-
-— Per bacco! disse Alberto, non siete già un predicatore, mio caro, per
-parlare sempre in piedi.
-
-L’albergatore si assise dopo aver fatto un saluto rispettoso a ciascuno
-dei suoi due futuri uditori, come per indicare ch’egli era pronto a dar
-loro quei particolari di Vampa ch’essi avessero domandato.
-
-— A noi! disse Franz arrestando Pastrini al momento che stava per
-aprire la bocca: voi dicevate d’aver conosciuto Luigi Vampa quando era
-ragazzo; è dunque molto giovine ancora?
-
-— Lo credo bene! ha appena 22 anni! è un galeotto che andrà molto
-avanti, state pur sicuri.
-
-— Che ne dite Alberto? è una bella cosa a 22 anni essersi già formata
-una riputazione, disse Franz.
-
-— Sì certamente, alla sua età! Alessandro, Cesare e Napoleone non erano
-tanto avanti, e sì che questi hanno fatto dipoi qualche rumore nel
-mondo.
-
-— E così, riprese Franz volgendosi all’albergatore, l’eroe di cui ora
-sentiremo la storia, non ha che 22 anni?
-
-— Appena, come ebbi l’onore di dirvi.
-
-— È grande o piccolo?
-
-— Di mezzana persona, presso a poco come lei; disse l’albergatore
-designando Alberto.
-
-— Grazie del paragone, disse quegli inchinandosi.
-
-— Avanti, Pastrini, riprese Franz, sorridendo della suscettibilità del
-suo amico. E a qual classe della società appartiene?
-
-— Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte S. Felice
-situata fra Palestrina e il lago di Gabri: nacque a Pampinara e fino
-dall’età di 5 anni entrò al servizio del conte. Suo padre, pastore
-anch’esso in Anagni, possedeva una piccola mandra e viveva della lana
-dei montoni e del prodotto delle pecore che veniva a vendere a Roma.
-Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva un’indole strana. Un giorno,
-all’età di 7 anni, andò a ritrovare il curato di Palestrina, e lo
-pregò d’insegnargli a leggere. Era una cosa assai difficile, perchè
-il pastorello non poteva lasciare le pecore. Ma il buon curato andava
-tutti i giorni a dire la messa in un piccolo borgo, troppo povero e
-troppo poco considerevole per poter mantenervi un prete, e che, non
-avendo neppure un nome, era conosciuto sotto quello di Borgo. Egli
-offrì a Luigi di trovarsi sulla strada che percorreva nell’ora del
-ritorno, e di dargli così la lezione, prevenendolo che questa sarebbe
-stata corta, e che per conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto
-da sè per renderla profittevole. Il fanciullo accettò con gioia.
-Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada
-da Palestrina al Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: il
-prete ed il fanciullo si sedevano sulla riva di un fosso, e il giovine
-pastorello prendeva la lezione sul breviario del curato. Il prete fece
-fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari di alfabeto,
-uno grande, uno mezzano e l’altro piccolo, e gli fece vedere, che
-imitando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, coll’aiuto
-di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere: la sera stessa,
-quando ebbe rinchiuso il gregge nell’ovile, il piccolo Vampa corse dal
-fabbro ferraio di Palestrina, prese un grosso chiodo, lo arroventò, lo
-martellò, lo arrotondì, e ne formò una specie di stiletto antico: la
-dimane unì una quantità di pezzi di lavagna, e si mise all’opera. Dopo
-tre mesi egli sapeva scrivere.
-
-«Il curato, meravigliato di questa profonda intelligenza, e ammirando
-tutta questa attitudine, gli fece regalo di parecchi quaderni di
-carta, di alcune penne, e di un temperino. Allora ebbe a fare un altro
-studio; ma uno studio ch’era ben poca cosa dopo il primo. Otto giorni
-dopo maneggiava la penna come prima lo stiletto. Il curato raccontò
-quest’aneddoto al conte di San-Felice, che volle vedere il pastorello,
-lo fece leggere e scrivere innanzi a sè, ordinò al suo intendente di
-farlo mangiare coi domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con
-questo danaro Luigi comprò dei libri e delle matite. Di fatto egli
-applicava a tutti gli oggetti il suo spirito d’imitazione, e, a guisa
-di Giotto fanciullo, copiava sulle lavagne le pecore, gli alberi, le
-case. Poi colla punta del temperino cominciò a tagliare dei pezzi di
-legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Pinelli pure, l’artista
-popolare, aveva cominciato così.
-
-«Una ragazzina di sei in sette anni, cioè un poco più giovane di
-Vampa, era pur essa alla custodia delle pecore in una vicina tenuta,
-presso Palestrina: questa bambina era orfana, nata a Valmontone, e si
-chiamava Teresa. I due fanciulli s’incontravano, sedevano l’un presso
-all’altra, lasciavano le loro mandre mischiarsi e pascere insieme,
-discorrevano, ridevano, scherzavano; poi la sera separavano il gregge
-del conte San-Felice da quello del Barone Cervetri, e si lasciavano,
-promettendosi di ritrovarsi la dimane.
-
-«La dimane infatto mantenevano la parola, e crescevano in età da
-una parte e dall’altra. Vampa compì i 12 anni, e Teresa gli undici.
-Frattanto i loro istinti naturali si sviluppavano. A lato del gusto
-per le arti, che Luigi aveva spinto tant’oltre quanto è permesso di
-poterlo fare nella solitudine, egli era ad intervalli triste, ardente
-a scosse, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei giovani
-di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone aveva potuto non solo
-prendere alcuna influenza su di lui, nè tampoco divenire suo compagno.
-Il suo temperamento assoluto e l’essere sempre disposto ad esigere,
-e non mai a lasciarsi piegare ad alcuna concessione, gli allontanava
-ogni movimento amichevole, ed ogni dimostrazione di simpatia. Teresa
-sola comandava con una parola, con un gesto, con uno sguardo a questa
-indole, che piegava sotto la mano di una donna, ma che sotto quella di
-un uomo si sarebbe irritata fino all’eccesso. Teresa al contrario era
-vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente civetta; i due scudi che Luigi
-riceveva dall’intendente di San-Felice, il ricavato di tutti i piccoli
-lavori in intaglio che vendeva ai mercanti di giuocarelli in Roma, si
-tramutavano in pendenti di perle, in collane di cristallo, in spilli
-d’oro per la mercè di questa prodigalità del giovine amico. Teresa era
-la più bella e la più elegante di tutte le contadine delle vicinanze
-di Roma. I due giovani continuavano a crescere, passando le giornate
-insieme, e si abbandonavano senza opposizione a tutti gl’istinti
-primitivi della loro natura; così, nelle loro conversazioni, nei loro
-desideri, nei loro castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano
-di vascello, o generale, o governatore di una provincia: Teresa si
-vedeva ricca, vestita delle più belle stoffe, seguita da servitori
-in livrea; quindi quando essi avevano passata un’intera giornata a
-circondare il loro avvenire di questi folli e brillanti arabeschi,
-si separavano per ricondurre ciascuno la loro mandra alla stalla,
-ricadendo dall’altezza dei loro sogni alla umiliante realtà della loro
-condizione.
-
-«Il giovine pastore disse un giorno all’intendente del conte, che aveva
-veduto un lupo uscir dalle montagne della Sabina e ronzare attorno al
-gregge. L’intendente gli dette un fucile; era ciò che ambiva Vampa.
-Questo fucile trovavasi ad avere per caso una eccellente canna di
-Brescia che mandava la palla come quella di una carabina inglese;
-l’incassatura soltanto era stata in qualche modo guastata dal conte
-mentre dava la caccia alla volpe, e per questo messo fra gli scarti.
-Ciò però non era di nessuna difficoltà per un intagliatore come Vampa.
-Egli esaminò la forma primitiva, calcolò ciò che bisognava cambiare
-per metterla in un migliore aspetto, fece un’altra incassatura zeppa
-di ornamenti così meravigliosi, che certamente avrebbe ritrovato a
-guadagnarvi una ventina di scudi, del solo incasso, se fosse venuto a
-venderlo in città. Ma si era astenuto dall’operar così; un fucile era
-stato da gran tempo il sogno del giovine. In tutti i paesi il primo
-bisogno che prova ogni cuor forte, ogni struttura possente, è quello
-di un’arma, che assicuri nello stesso tempo l’assalto e la difesa, e
-facendo terribile chi la porta, spesso lo fa pur anche divenir temuto.
-Da quel punto Vampa impiegò nell’esercizio del fucile tutti i momenti
-che gli rimanevano liberi: comprò della polvere e delle palle, e tutto
-gli serviva di bersaglio: il tronco di un olivo, triste, pallido, e
-cenerino, che vegeta sul declive delle montagne della Sabina; la volpe
-che nella sera usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna;
-l’aquila che s’innalzava per l’aria. Ben presto diventò così valente,
-che Teresa, superato quel primo ribrezzo che le produceva sul principio
-la detonazione, si divertiva nel vedere il giovine compagno situare la
-palla ove aveva indicato, così giustamente, come se ve l’avesse gettata
-colla mano.
-
-«Una sera, un lupo uscì effettivamente da un bosco vicino al quale
-i due giovani avevano l’abitudine di starsi; il lupo non aveva fatti
-dieci passi sulla pianura che già era morto; Vampa, altero di questo
-bel colpo, sel caricò sulle spalle e lo portò alla fattoria. Tutti
-questi particolari davano a Luigi una certa riputazione nei dintorni
-della fattoria: l’uomo superiore, in qualunque luogo si trovi si forma
-una clientela d’ammiratori. Nei luoghi circonvicini si parlava di
-questo giovine pastore come del più destro, del più forte, e del più
-bravo contadino che fosse a dieci leghe di circonferenza; e quantunque
-Teresa, in un circolo più esteso ancora, passasse per la più bella
-delle giovinette della Sabina, pure nessuno si arrischiava dirle una
-parola d’amore, perchè si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due
-giovani non si erano mai detto che si amavano. Essi avevano vegetato
-l’uno accanto all’altro, come due alberi che uniscono le loro radici
-nel suolo, che intrecciano i loro rami nell’aria, il loro profumo
-nel cielo; soltanto era in loro lo stesso desiderio di vedersi;
-questo desiderio divenne bisogno, ed era per loro assai più facile il
-comprendere che cosa sia la morte, di quello che una separazione anche
-di un sol giorno. Teresa aveva allora 16 anni e Vampa 17.
-
-«In quel tempo cominciavasi a parlar molto di una banda di briganti,
-che si ordinava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per quante
-efficacissime misure siansi prese, non è stato mai affatto distrutto
-nelle nostre vicinanze. Qualche volta manca un capo, ma quando se ne
-presenta uno è difficile che manchi di una banda. Il celebre Cucumetto,
-circondato negli Abbruzzi, cacciato dal regno di Napoli ove sostenne
-una vera guerra, aveva traversato il Garigliano come Manfredi, ed era
-venuto fra Sonnino e Giuperno, a rifugiarsi sulle rive dell’Amasina,
-egli si occupava a riordinare una banda che avrebbe camminato sulle
-orme di Gasparone e di Decesaris, cui sperava ben presto di sorpassare.
-Molti giovanotti di Palestrina, di Frascati, e di Pampinara disparvero.
-Sulle prime si stette in pena sul loro conto, ma ben presto si seppe
-ch’erano andati a raggiungere la banda di Cucumetto. In capo a poco
-tempo Cucumetto diventò l’oggetto dell’attenzione generale. Venivano
-ovunque citati dei tratti di questo capo bandito di una estrema
-audacia, e di rivoltante brutalità.
-
-«Le storie di ogni genere che si raccontavano di questo capo bandito,
-formavano spesso l’oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La
-giovinetta tremava molto a questi racconti; ma Vampa la tranquillava
-battendo in terra il suo bel fucile che mandava così dritta la palla:
-poi, quando non era del tutto tranquilla, le faceva vedere un qualche
-corvo posato sopra una frasca secca di un albero, metteva il fucile
-alla guancia, premeva sul grilletto, e l’animale colpito cadeva ai
-piedi dell’albero. Frattanto il tempo passava, i due giovinetti avevano
-stabilito sposarsi quando Vampa avesse avuto 20 anni, Teresa 19. Erano
-orfani entrambi; entrambi non avevano altri permessi a chiedere che
-quello dei loro disegni sull’avvenire. S’intesero due o tre colpi di
-fucile, quindi un uomo uscì dal bosco presso al quale i due giovani
-erano soliti far pascolare i loro armenti, e corse verso di loro.
-Giunto alla portata della voce, gridò tutto ansante.
-
-— Io sono inseguito, potete voi nascondermi?
-
-«I due giovani riconobbero ben presto che il fuggitivo doveva essere un
-bandito: ma fra i banditi ed i paesani romani vi è una innata simpatia,
-che fa sì, che il secondo è sempre disposto a rendere servigio al
-primo. Vampa, senza dire una parola, corse ad una pietra che chiudeva
-l’ingresso di una grotta, scoprì quest’entrata tirando a sè la pietra,
-fece segno al fuggitivo di entrare in questo asilo sconosciuto a tutti,
-rimise la pietra tosto che fu entrato, e ritornò a sedersi vicino a
-Teresa. Quasi subito dopo, quattro carabinieri a cavallo comparvero sul
-confine del bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo,
-il quarto trascinava pel collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono
-il luogo con un colpo d’occhio, s’accorsero dei due giovani, accorsero
-di galoppo alla loro volta, e l’interrogarono; ma questi risposero che
-nulla avevano veduto.
-
-«— È dispiacevole, disse il brigadiere, perchè quello che cerchiamo
-è il capo. — Cucumetto? non poterono fare a meno di gridare insieme
-Luigi e Teresa. — Sì, rispose il brigadiere, e siccome la sua testa
-porta la taglia di mille scudi romani, così voi ne avreste guadagnati
-500 se ci aveste aiutati a prenderlo. — I due giovani si guardarono
-reciprocamente. Il brigadiere ebbe un raggio di speranza. 500 scudi
-romani fanno circa 3 mila fr.; e 3 mila fr. sono una fortuna per due
-poveri orfanelli che sono sul punto di maritarsi.
-
-«— Sì, è dispiacevole, disse Vampa, ma non abbiamo veduto nessuno.
-— Allora i carabinieri percorsero il luogo in tutte le sue diverse
-direzioni, ma inutilmente: quindi successivamente disparvero.
-Allora Vampa andò a togliere la pietra, e Cucumetto uscì. Egli aveva
-veduto attraverso una fessura della porta di macigno i due giovani
-discorrere coi carabinieri; non aveva alcun dubbio sull’argomento
-della conversazione; aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi
-l’inalterabile risoluzione di non consegnarlo; cavò di saccoccia una
-borsa d’oro per fargliene dono. Ma Vampa rialzò la testa con fierezza;
-quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto ciò che ella
-potrebbe comprare di ricchi gioielli, e belli abiti con quella borsa
-d’oro.
-
-«Cucumetto era un satana molto abile, solo aveva preso la forma di
-bandito invece di serpente: egli s’accorse di questo sguardo, riconobbe
-in Teresa una degna figlia d’Eva, e rientrò nella foresta rivolgendosi
-più volte, col pretesto di salutare i suoi liberatori. Il tempo del
-carnevale si avvicinava, il conte di Sanfelice annunziò un gran ballo
-mascherato al quale fu invitato quanto Roma aveva di più elegante.
-Teresa aveva gran volontà di vedere questo ballo.
-
-«Luigi domandò al suo protettore, l’intendente, il permesso di
-assistervi per lui e per lei, nascosti in mezzo alla servitù della
-casa; permesso che venne loro accordato.
-
-«Il ballo veniva dato dal conte particolarmente per fare cosa grata a
-sua figlia Carmela ch’egli adorava. Carmela era precisamente dell’età
-e della persona di Teresa, la quale era per lo meno tanto bella quanto
-Carmela. La sera del ballo Teresa si mise quanto aveva di più bello, i
-suoi spilli di maggior valore, i gioielli di cristallo più rilucenti.
-Ella aveva il costume delle donne di Frascati; Luigi aveva l’abito
-tanto pittoresco del paesano romano in giorno di festa. Entrambi si
-mischiarono, come avevano promesso, fra i servitori ed i paesani.
-
-«Il festino era magnifico. Non solo la villa era tutta illuminata, ma
-migliaia di lampioni a colori erano appesi ai rami degli alberi nel
-giardino: così ben presto l’onda degli accorsi straripò dal palazzo
-sulle terrazze, e dalle terrazze nei viali. Ad ogni crociera vi era
-una orchestra, trattamenti, e rinfreschi; coloro che passeggiavano si
-fermavano, formavano delle quadriglie, e ognuno ballava ove più gli
-piaceva. Carmela portava il costume delle donne di Sonnino: aveva la
-pettinatura intrecciata di perle, gli spilli dei capelli erano d’oro,
-e di diamanti, il busto era di seta turca a gran fiori di broccato,
-la giubba e le gonnelle di cachemire: il senale di mussolino delle
-Indie, i bottoni della giubba altrettante pietre preziose; altre due
-delle sue compagne portavano il costume delle donne della Riccia.
-Quattro giovani dei più ricchi e delle famiglie più nobili di Roma
-l’accompagnavano, essi erano vestiti da paesani d’Albano, di Velletri,
-di Civita-Castellana, e di Sora. Non fa mestieri dire che questi
-costumi da paesani, come quelli da paesana, erano risplendenti d’oro
-e di pietre. Venne a Carmela l’idea di fare una quadriglia uniforme;
-mancava però una donna. Carmela guardò intorno a sè, e fra le invitate
-non trovò alcuna che portasse un costume analogo al suo ed a quello
-delle sue compagne. Il conte di San-Felice le mostrò fra le contadine
-Teresa, che stava appoggiata al braccio di Luigi.
-
-«— Me lo permettete, padre mio? disse Carmela.
-
-«— Senza dubbio, rispose il conte; non siamo in carnevale?
-
-«Carmela si accostò ad un giovine che l’accompagnava, e gli disse
-alcune parole a bassa voce, indicandogli col dito la giovinetta. Il
-giovine si volse, seguì cogli occhi la direzione della bella mano
-che gli serviva da indicatore, fece un gesto di obbedienza, e andò
-ad invitare Teresa perchè venisse a figurare nella quadriglia diretta
-dalla figlia del conte. Teresa sentì come una fiamma salirle al viso.
-Interrogò d’uno sguardo Luigi: non v’era mezzo di rifiutare: Luigi
-lasciò lentamente sdrucciolare il braccio di Teresa che teneva sotto al
-suo, e Teresa si allontanò condotta dal suo elegante cavaliere, e tutta
-tremante venne a prendere il posto nella quadriglia aristocratica.
-Certamente per un’artista l’esatto e severo costume di Teresa,
-avrebbe avuto tutt’altro carattere che quello di Carmela e delle sue
-compagne, ma Teresa era una giovanetta frivola, e civetta, i ricami
-del mussolino, le palme della cintura, lo splendore del cachemire
-l’abbagliavano, il riflesso dei zaffiri, e dei diamanti la rendevano
-pazza. Dall’altra parte, Luigi sentiva nascere in sè un sentimento
-sconosciuto; era come un dolore sordo lo mordesse sulle prime il cuore,
-e di là corresse fremendo nelle sue vene, e s’impadronisse di tutto il
-corpo.
-
-«Egli non perdeva un momento d’occhio i piccoli movimenti di Teresa,
-e del suo cavaliere; allorchè le loro mani si toccavano provava delle
-vertigini, le arterie gli battevano con violenza, e sarebbesi detto che
-il suono di una campana ripercuotesse le sue vibrazioni all’orecchio
-di lui. Allorchè parlavan fra di loro, quantunque Teresa ascoltasse
-timidamente e con gli occhi bassi i discorsi del cavaliere, siccome
-Luigi leggeva negli occhi ardenti del bel giovine che questi discorsi
-erano elogi, gli sembrava che la terra girasse sotto di lui, e che
-tutte le voci dell’inferno gli soffiassero idee di uccisioni, e di
-assassinio. Allora, temendo lasciarsi trasportare a qualche pazzia si
-aggrappava con una mano all’albero contro il quale era appoggiato, e
-coll’altra stringeva con un movimento convulsivo il pugnale dal manico
-intagliato che era passato nella sua cinta, e che senza accorgersene
-qualche volta cavava dal fodero quasi interamente.
-
-«Luigi era geloso, egli capiva che Teresa poteva sfuggirgli,
-trasportata dalla sua natura orgogliosa e ambiziosa, e frattanto la
-forosetta che sulle prime era timida, e quasi spaventata, erasi ben
-presto rimessa. Si disse che Teresa era bella. Questo però non era
-tutto, Teresa era graziosa, di quella grazia selvaggia molto più
-possente che la nostra grazia studiata, ed affettata. Ella ebbe quasi
-gli onori della quadriglia, e se fu invidiosa della figlia del Conte di
-S. Felice, non oseremo dire che Carmela non fosse di lei gelosa. Così
-a forza di complimenti il suo bel cavaliere la ricondusse al posto ove
-l’aveva presa, ed ove l’aspettava Luigi.
-
-«Due, o tre volte nel tempo del ballo la giovinetta aveva volto lo
-sguardo su lui, e ciascuna volta lo aveva veduto più pallido, e con
-i lineamenti più alterati. Una volta ancora i suoi occhi rimasero
-abbagliati come da un lampo di sinistro augurio nel vedere la lama del
-coltello cavata per metà dal fodero; quasi tremando riprese il braccio
-dell’amante. La quadriglia ebbe i suoi felici successi, e sembrava
-evidente che si sarebbe discorso di ripeterla una seconda volta.
-Carmela sola vi si opponeva, ma il Conte di S. Felice pregò tanto
-teneramente la figlia, che finalmente v’acconsentì.
-
-«Tosto uno dei cavalieri si slanciò per invitare Teresa senza la quale
-era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la giovinetta era
-di già sparita. Infatto Luigi non avrebbe avuta la forza di sopportare
-un secondo esperimento, e parte per persuasione, e parte per forza,
-aveva trascinato Teresa da un’altra parte del giardino. Teresa aveva
-ceduto suo malgrado; ma aveva veduto la figura scomposta del giovine,
-e capiva dal suo silenzio, interrotto da un fremito nervoso, che in lui
-passava qualche cosa di strano. Essa pure non era esente da un’interna
-agitazione; e quantunque non avesse fatto niente di male, comprendeva
-che Luigi avrebbe avuto ragione di farle dei rimproveri; su che? non lo
-sapeva; ma si accorgeva ciò nonostante che questi sarebbero stati ben
-meritati. Pur nulla meno, con gran sorpresa di Teresa, Luigi si stette
-muto, e durante il rimanente della sera le sue labbra non dissero più
-una parola. Solo, allorchè il freddo della notte avea costretti tutti
-gl’invitati a lasciare i giardini, e che le porte della villa furono
-chiuse per dar luogo alla festa interna, ricondusse alla sua casa
-Teresa, poi quand’ella fu entrata, le disse:
-
-«— Teresa, che pensavi tu quando ballavi dirimpetto alla contessina di
-S. Felice?
-
-«— Pensava, rispose la giovinetta con tutta la franchezza dell’animo
-suo, che io darei la metà della mia vita per essere abbigliata come
-lei.
-
-«— E che ti diceva il tuo cavaliere?
-
-«— Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e che non dovevo dire che
-una parola per ottener questo.
-
-«— Egli aveva ragione, rispose Luigi. Lo desideri tu così ardentemente
-come tu dici?
-
-«— Sì.» — Ebbene! tu l’avrai.
-
-«La giovinetta maravigliata, alzò la testa per interrogarlo, ma il suo
-viso era così tetro e così terribile, che la parola le si agghiacciò
-sulle labbra. D’altra parte dicendo queste parole Luigi si era
-allontanato. Teresa lo seguì con gli sguardi fra le tenebre fino a che
-ella potè scorgerlo. Poi quando fu sparito rientrò sospirando nella sua
-cameretta.
-
-«Questa medesima notte accadde un grande avvenimento che fu giudicato
-il prodotto, senza alcun dubbio, della imprudenza di qualche servitore,
-che aveva usata negligenza nello spegnere i lumi: la villa S. Felice
-prese fuoco, precisamente dalla parte dell’appartamento della bella
-Carmela. Svegliata nel mezzo del sonno dalla luce delle fiamme,
-era saltata dal letto, si era inviluppata nella veste da camera,
-ed aveva tentato di fuggire dalla porta; ma il corridore pel quale
-abbisognava che passasse ere già tutto in preda all’incendio. Allora
-rientrò nella sua camera, chiamando ad alte grida soccorso, quando
-la sua finestra, posta a venti piedi dal suolo si aperse, un giovine
-contadino si slanciò nell’appartamento, la prese fra le braccia, e
-con una forza e destrezza sovrumana la trasportò sull’erba del prato
-ove rimase svenuta. Allorchè riprese l’uso dei sensi, il padre le
-era vicino, tutti i servitori la circondavano portando soccorsi. Un
-lato intero della villa fu bruciato; ma non premeva, poichè Carmela
-era sana e salva. Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi
-non ricomparve più; fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva
-veduto.
-
-«Quanto a Carmela ella era così turbata che non lo aveva riconosciuto.
-Del rimanente, siccome il conte era immensamente ricco, se si eccettui
-il pericolo corso da Carmela, e che gli sembrò dal modo miracoloso con
-cui era stata salvata, piuttosto un novello favore della provvidenza
-che una disgrazia reale, fu ben poca cosa per lui la perdita di ciò che
-avevan consumato le fiamme.
-
-«La dimane nell’ora consueta i due giovani si ritrovarono sul confine
-della foresta. Luigi era arrivato pel primo. Egli venne incontro
-alla giovinetta con molta allegria, e sembrava avere completamente
-dimenticata la scena della sera innanzi. Teresa era manifestamente
-pensierosa, ma vedendo la disposizione di animo di Luigi, simulò
-un’allegra non curanza che era la base della sua indole, quando
-qualche passione non veniva a disturbarla. Luigi prese sotto il braccio
-Teresa, e la condusse fino all’apertura della grotta; là si fermò. La
-giovinetta conoscendo che doveva esservi qualche cosa di straordinario
-lo guardò fissamente.
-
-«— Teresa, disse Luigi, ieri sera tu mi dicesti che avresti dato metà
-della tua vita per avere un costume uguale a quello della figlia del
-conte.
-
-«— Certamente, disse Teresa con meraviglia, ma era ben pazza quando
-esternava un simil desiderio.
-
-«— Ed io ti ho risposto: sta bene, tu l’avrai.
-
-«— Sì, soggiunse la giovinetta, la cui meraviglia si aumentava od ogni
-parola di Luigi; ma tu certamente hai risposto così, solo per farmi
-piacere.
-
-«— Non ti ho mai promesso cosa che non ti abbia data, Teresa, disse con
-orgoglio Luigi: entra nella grotta, e vestiti.
-
-«A queste parole allontanò la pietra, e fece vedere a Teresa la
-grotta illuminata da due candele, che ardevano ai lati di un magnifico
-specchio. Sopra una tavola rustica fatta da Luigi, erano distesi gli
-spilli di diamanti, e la collana di perle; sopra una panca vicina
-era depositato il rimanente del vestiario. Teresa mandò un grido di
-gioia, e senza informarsi donde veniva questo vestito, senza prendere
-il tempo di ringraziare Luigi, si slanciò nella grotta trasformata in
-gabinetto da toletta. Luigi respinse la pietra dietro ad essa, poichè
-s’accorse che sulla cresta di una piccola collina, che impediva di
-vedere Palestrina dal posto in cui stava, un viaggiatore a cavallo si
-era fermato un momento, incerto sulla strada da tenere, e che compariva
-sull’azzurro del cielo con quella nettezza di contorno particolare alle
-vedute in lontananza dei paesi meridionali.
-
-«Lo straniero vedendo Luigi, mise il cavallo al galoppo, e venne alla
-sua volta. Luigi non si era ingannato; il viaggiatore che andava da
-Palestrina a Tivoli era incerto sul cammino da prendere. Il giovine
-glielo indicò; ma siccome ad un quarto di miglio la strada si divideva
-in tre, e il viaggiatore giunto a questo luogo poteva nuovamente
-sbagliare, pregò Luigi di servirgli di guida: questi depose a terra il
-mantello, si pose sulla spalla la carabina, e liberato così dal pesante
-vestito camminò davanti al viaggiatore con quel passo rapido del
-montanaro, che un cavallo a stento può seguire.
-
-«In dieci minuti, Luigi ed il viaggiatore si trovarono al crocivio
-indicato dal giovine pastore. Giunto là, con un gesto maestoso a guisa
-di un imperatore, stese la mano, e indicò al viaggiatore quella delle
-tre vie che doveva seguire. — Ecco la vostra strada, eccellenza, voi
-ora non potete più sbagliare. — E tu prendi la tua ricompensa, disse
-il viaggiatore offrendo al pastore alcune piccole monete. — Grazie,
-disse Luigi ritirando la mano, io rendo un servizio, non lo vendo.
-— Ma, disse il viaggiatore, che del resto sembrava abituato a quella
-differenza che passa tra la servilità dell’uomo di città, e l’orgoglio
-del campagnuolo, se tu rifiuti una mercede, accetterai un regalo?
-
-«— Ah! sì, questa è un’altra cosa. — Ebbene, disse il viaggiatore,
-prendi questi due zecchini di Venezia, e dalli alla tua fidanzata per
-acquistarsi un paio di pendenti.
-
-«— E voi allora prendete questo pugnale, disse il pastore, non ne
-ritroverete uno la cui impugnatura sia meglio intagliata, da Albano a
-Civita-Castellana. — Lo accetto disse il viaggiatore, ma allora sono
-io che ti resto obbligato, perchè il pugnale vale molto più di due
-zecchini.
-
-«— Per un mercante può essere, ma non per me che l’ho intagliato io
-stesso, e mi costa appena uno scudo.
-
-«— Come ti chiami tu? domandò il viaggiatore.
-
-«— Luigi Vampa, rispose il pastore collo stesso tuono come se avesse
-risposto: Alessandro re di Macedonia; e voi?
-
-«— Io, disse il viaggiatore, mi chiamo Sindbad il marinaro.»
-
-Franz d’Épinay mise un grido di sorpresa.
-
-— Sindbad il marinaro! diss’egli.
-
-— Sì, rispose il narratore, è il nome che il viaggiatore disse a Vampa
-essere il suo.
-
-— Ebbene! che avete voi da dire in contrario a questo nome? interruppe
-Alberto; questo è un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava
-mi hanno divertito assaissimo nella mia prima gioventù. — Franz non
-insistè. Il nome di Sindbad il marinaro, come si capirà bene, aveva
-risvegliato in lui una quantità di ricordi, non diversamente da quello
-che aveva fatto la sera innanzi il nome di conte di Monte-Cristo: —
-Continuate, disse all’albergatore.
-
-«Vampa mise sdegnosamente i due zecchini in saccoccia e riprese
-lentamente il cammino pel quale era venuto. Giunto a due o trecento
-passi della grotta gli parve di sentire un grido. Si fermò ascoltando
-da qual parte venisse questo grido. Dopo un secondo, intese pronunziare
-distintamente il suo nome; la voce veniva dalla parte della grotta.
-
-«Balzò come un camoscio, e mentre correva, caricava il fucile, e in
-meno di un minuto era sulla sommità della piccola collina opposta a
-quella ove aveva scoperto il viaggiatore. Là si fecero più distinte
-le grida «aiuto, soccorso!» Girò gli occhi sullo spazio che dominava;
-un uomo rapiva Teresa come il centauro Nesso Deianira. Quest’uomo, che
-si dirigeva verso il bosco, aveva già percorso tre quarti del cammino
-dalla grotta alla foresta. Vampa misurò l’intervallo; quest’uomo aveva
-già duecento passi di vantaggio su lui, non vi era possibilità di
-raggiungerlo prima che entrasse nel bosco. Il giovine si ferma come se
-i suoi piedi avessero messo radice: appoggia l’incasso del fucile alla
-spalla, leva lentamente la canna nella direzione del rapitore, lo segue
-un secondo nella corsa, e fa fuoco. Il rapitore si fermò sul punto;
-le ginocchia gli si piegarono, e cadde trascinando nella sua caduta
-Teresa la quale si alzò subito, ed il fuggito restò steso dibattendosi
-nelle ultime convulsioni dell’agonia. Vampa si slanciò verso Teresa,
-che era a dieci passi dal moribondo, ed alla quale erano a sua volta
-venute meno le gambe cadendo in ginocchio. Allora al giovine venne
-il terribile sospetto che la palla che aveva colpito l’avversario
-avesse puranco ferita la fidanzata. Fortunatamente però non fu; il
-solo terrore aveva paralizzate le forze di Teresa. Allorquando Luigi
-fu ben sicuro che era sana e salva, si volse verso il ferito; era di
-già morto, colle pugna serrate, la bocca contratta dal dolore, e i
-capelli ritti dal sudore dell’agonia; gli occhi erano rimasti aperti e
-minacciosi.
-
-«Vampa si avvicinò al cadavere e riconobbe Cucumetto. Dal giorno in
-cui il bandito fu salvato dai due giovani, erasi innamorato di Teresa,
-ed aveva giurato che la giovine sarebbe stata sua. Da quel giorno,
-l’aveva spiata con assiduità; e, profittando del momento in cui il
-suo amante l’aveva lasciata sola per andare ad indicare la strada al
-viaggiatore, l’aveva involata e già la credeva sua, quando la palla
-di Vampa, diretta dal colpo d’occhio infallibile del giovine pastore
-gli aveva traversato il cuore. Vampa lo guardò un momento senza che
-la minima emozione si presentasse sul suo viso, nel mentre che Teresa
-al contrario, tutta tremante ancora, non osava avvicinarsi al morto
-bandito che a piccoli passi, e gettava esitando uno sguardo sul
-cadavere al di sotto della spalla del suo amante. Dopo un momento Vampa
-si rivolse verso la sua innamorata.
-
-«— Ah! ah! diss’egli, sta bene, tu sei di già vestita. Or tocca a me a
-fare la mia toletta.
-
-«Infatto Teresa era vestita da capo a piedi col costume della figlia
-del conte S. Felice. Vampa prese il corpo di Cucumetto fra le braccia,
-e lo trasportò nella grotta, mentre che Teresa l’aspettava di fuori.
-Se fosse passato allora un altro viaggiatore, avrebbe veduto una cosa
-strana; cioè una pastorella guardare il gregge, vestita di cachemire
-coi pendenti alle orecchie, una collana di perle, degli spilli di
-diamanti, e dei bottoni di zaffiri, di smeraldi e di rubini. Senza
-dubbio sarebbesi creduto di ritornare ai tempi di Florian: e di ritorno
-a Parigi, avrebbe assicurato di avere incontrata la pastorella delle
-Alpi ai piedi dei monti Sabini. A capo di un quarto d’ora, Vampa uscì
-dalla grotta. Il suo costume non era meno elegante, nel suo genere,
-di quello di Teresa. Aveva una veste di velluto granato coi bottoni
-d’oro cesellati, un giubbetto di seta tutto ricoperto di galloni, una
-sciarpa annodata intorno al collo, un porta cartucce tutto in oro ed
-in seta rossa e verde, i pantaloni di velluto celeste attaccati al di
-sotto del ginocchio colle fibbie di diamanti, le ghette di pelle di
-daino ricamate con mille arabeschi, ed un cappello su cui sventolavano
-dei nastri di ogni colore; due catene da orologio pendevano dalla sua
-cintura ed un magnifico pugnale era attaccato al porta cartucce.
-
-«Teresa gettò un grido di ammirazione; Vampa sotto questo abito
-rassomigliava ad una pittura di Léopold Robert o di Schnetz. Egli
-aveva vestito il costume completo di Cucumetto. Il giovine s’accorse
-dell’effetto che produceva nella sua fidanzata, ed un sorriso di
-orgoglio gli sfiorò le labbra. — Or dimmi Teresa, sei pronta a dividere
-la mia sorte qualunque essa possa essere?
-
-«— Oh! sì, gridò la giovinetta con entusiasmo.
-
-«— A seguirmi ovunque andrò? — Anche in capo al mondo!
-
-«— Allora prendi il mio braccio, e partiamo, poichè non abbiam tempo da
-perdere.
-
-«La giovinetta intrecciò il suo al braccio dell’innamorato, senza
-neppur domandargli ove la conduceva; perchè in questo momento le
-sembrava bello, superbo e potente come il Nume della guerra. E tutti e
-due s’incamminarono verso la foresta di cui in breve tempo sorpassarono
-il confine.
-
-«Non fa bisogno di dire che Vampa conosceva tutti i sentieri della
-montagna; egli s’inoltrò dunque nella foresta senza esitare neppur per
-poco, e quantunque non vi fosse praticata alcuna strada, riconosceva
-la direzione che doveva seguire dal solo guardare gli alberi ed i
-cespugli; essi camminarono in tal guisa per circa un’ora e un quarto.
-
-«Dopo questo tempo giunsero nel punto più fitto del bosco. Un torrente
-il cui letto era secco, conduceva in una gola profonda. Vampa prese
-questo strano sentiero, che incassato fra le due rive, e ottenebrato
-dall’ombra degli alberi sembrava il sentiero d’Averno di cui parla
-Virgilio. Teresa ritornata timorosa all’aspetto di questo luogo
-selvaggio e deserto si stringeva contro la guida senza dir parola; ma
-siccome lo vedeva camminare con un passo sempre uguale, siccome una
-calma sempre profonda irradiava il suo viso, ella stessa aveva la forza
-di dissimulare la sua emozione.
-
-«D’un subito, dieci passi lontano da loro, un uomo sembrò staccarsi da
-un albero dietro cui era nascosto, e prendendo col suo fucile di mira
-Vampa, gridò:
-
-«— Non fare un passo di più o sei morto.
-
-«— Andiamo, via! disse Vampa facendo con la mano un gesto di disprezzo,
-nel mentre che Teresa non dissimulando il suo terrore, si stringeva
-sempre più contro di lui; e che i lupi forse si sbranano fra di loro?
-
-«— Chi sei tu? dimandò la sentinella. — Io sono Luigi Vampa, il pastore
-della fattoria di S. Felice. — Che vuoi tu?
-
-«— Voglio parlare ai tuoi compagni che sono su lo spianato di
-Rocca-Bianca.
-
-«— Allora seguimi, disse la sentinella, o piuttosto, giacchè sai la
-strada, cammina avanti.
-
-«Vampa sorrise con aria di disprezzo alla cautela di questo bandito,
-passò avanti con Teresa, e continuò il suo cammino collo stesso passo
-fermo e tranquillo che lo aveva condotto fin là. Dopo cinque minuti,
-il bandito fece loro il segno di fermarsi. Essi obbedirono. Il bandito
-imitò tre volte il grido del corvo, un altro grido eguale rispose a
-questo triplice appello. — Ora tu puoi continuare la strada, disse
-il bandito. — Luigi e Teresa si rimisero in cammino: ma, a seconda
-che s’inoltravano, Teresa tremante si serrava sempre più contro il
-suo amante; infatto attraverso gli alberi si vedevano comparire degli
-uomini e scintillare delle canne di fucile. Lo spianato di Rocca-Bianca
-era sulla sommità di una piccola montagna, che altre volte doveva
-certamente essere stata un piccolo vulcano, vulcano estinto prima che
-Romolo e Remo disertassero da Alba per andare a fabbricar Roma. Teresa
-e Luigi giunsero alla sommità e nello stesso tempo si ritrovarono
-circondati da una ventina di banditi.
-
-«— Ecco un giovine che vi cerca, e che desidera parlarvi, disse la
-sentinella. — Che vuole egli da noi? chiese colui che in assenza del
-capo faceva le provvisorie funzioni di capitano.
-
-«— Voglio dirvi che mi sono annoiato di fare il mestiere del pastore,
-disse Vampa.
-
-«— Ah! capisco, disse il luogotenente, e tu vieni a domandarci di
-entrare nelle nostre file? — Che sia il benvenuto, gridarono molti
-banditi di Ferrusino, di Pampinara, e d’Anagni i quali avevano
-riconosciuto Luigi Vampa.
-
-«— Sì, ma io vengo ancora a chiedervi un’altra cosa, oltre di esser
-vostro compagno. — E che vieni tu a chiederci? dissero con meraviglia
-i banditi. — Io vengo a domandarvi di esser fatto vostro capitano,
-disse il giovine. — I banditi dettero in una gran risata. — E che hai
-tu fatto per aspirare a questo onore? domandò il luogotenente. — Io
-ho ammazzato il vostro capo Cucumetto, di cui porto le spoglie, disse
-Luigi, ed ho messo il fuoco alla villa di S. Felice per dare il corredo
-di nozze alla mia fidanzata. — Un’ora dopo, Luigi Vampa era stato
-eletto capitano nel posto di Cucumetto.»
-
-— Ebbene mio caro Alberto, disse Franz volgendosi all’amico, che
-pensate ora di questo cittadino Luigi Vampa?
-
-— Io dico che questo è un _Mythe_, rispose Alberto, e che non ha mai
-esistito. — E che significa questo _Mythe_, domandò Pastrini. — Sarebbe
-troppo lungo a spiegarsi, mio caro Pastrini, rispose Franz. E voi dite
-adunque che maestro Vampa esercita in questo momento la sua professione
-in queste vicinanze?
-
-— E con un tale ardire che nessun bandito ne ha mai dato esempio uguale.
-
-— E la polizia non cerca d’impadronirsene?
-
-— Che volete? egli è d’accordo ad un tempo coi pastori della pianura,
-coi pescatori del Tevere e i contrabbandieri della costa. Se si cerca
-nelle montagne è sul fiume; se si perseguita sul fiume, prende l’alto
-mare; poi d’improvviso quando si crede che sia rifugiato nell’isola del
-Giglio, di Gianuti, o di Monte-Cristo, si vede ricomparire in Albano, a
-Tivoli o alla Riccia.
-
-— E qual è il suo modo di operare verso i viaggiatori?
-
-— Eh! mio Dio! è semplicissimo; a seconda della distanza che si è dalla
-città, egli accorda loro otto ore, dodici ore, un giorno per pagare
-il loro riscatto; quando è passato il tempo accorda ancora un’ora di
-grazia. Al sessantesimo minuto di quest’ora se non ha il riscatto, fa
-saltare le cervella del prigioniero con un colpo di pistola, o gli
-pianta un pugnale nel cuore, e tutto è finito. — Ebbene! Alberto,
-domandò Franz al suo compagno, siete ancora disposto ad andare al
-Colosseo per la strada fuori delle mura?
-
-— Certamente, disse Alberto, se la strada è più pittoresca.
-
-In questo momento batterono le nove, la porta s’aprì, e il cocchiere
-comparve. — Eccellenza, diss’egli, la carrozza è alla porta. — Ebbene!
-disse Franz, andiamo al Colosseo.
-
-— Per la porta del Popolo, eccellenza, o per le strade interne? — Per
-le strade interne, per bacco! per le strade interne, gridò Franz. — Ah!
-mio caro, disse Alberto, alzandosi ed accendendo il suo terzo sigaro,
-in verità io vi credeva più coraggioso.
-
-Dopo queste parole i due giovani discesero le scale e salirono in
-carrozza.
-
-
-
-
-XXXIV. — LE APPARIZIONI.
-
-
-Franz aveva ritrovata una via di mezzo, perchè Alberto potesse giungere
-al Colosseo senza passare davanti ad alcuna rovina antica, e per
-conseguenza senza che alcuna preparazione graduata togliesse neppure
-un cubito alle gigantesche proporzioni del Colosseo. Questa fu di
-passare per la via Sabina, voltare ad angolo retto davanti a S. Maria
-Maggiore e giungere per la via Urbana e S. Pietro in Vincoli alla via
-del Colosseo. D’altra parte questo itinerario offriva ancora un altro
-vantaggio, quello di non distrarre con altre impressioni Franz da
-quella prodotta in lui dalla storia raccontata dal Pastrini, e nella
-quale vi si trovava mischiato il suo anfitrione di Monte-Cristo. Perciò
-erasi appoggiato col gomito nell’angolo, ed era ricaduto in quelle
-mille interrogazioni che infinite volte aveva di già fatte a sè stesso,
-e nelle quali mai era riuscito a darsi una risposta soddisfacente.
-Un’altra cosa avevagli ancora fatto risovvenire il suo amico Sindbad il
-marinaro, e questa era la relazione tra i banditi ed i marinari. Ciò
-che aveva detto Pastrini sul rifugio che Vampa ritrovava nelle barche
-dei pescatori e dei contrabbandieri, ricordava a Franz quei due banditi
-corsi ch’egli aveva ritrovato cenare insieme all’equipaggio del piccolo
-_yacht_, che deviando a bella posta dal suo cammino aveva approdato a
-Porto-Vecchio col solo scopo di metterli a terra. Il nome che il suo
-ospite davasi di conte di Monte-Cristo, pronunciato dall’albergatore
-della locanda di Londra, gli provava che colui sosteneva la stessa
-parte filantropica sulle coste di Piombino, di Civitavecchia, d’Ostia
-e di Gaeta, come su quelle di Corsica, di Toscana, di Spagna, non
-meno che su quelle di Tunisi e di Palermo. Era una prova che egli
-abbracciava un circolo di relazioni molto esteso.
-
-Ma per quanto queste riflessioni fossero presenti sullo spirito del
-giovine, esse svanirono quando cominciò a farsi scorgere davanti a sè
-il tetro e gigantesco spettro del Colosseo fra le aperture del quale
-la luna faceva passare quei lunghi e pallidi raggi, che sembra cadano
-dagli occhi dei fantasmi. La carrozza si fermò a qualche passo dalla
-Fontana denominata Meta Sudans. Il cocchiere aprì la portiera, i due
-giovani saltarono a terra, e si trovarono in faccia ad un cicerone
-che sembrava uscito di sotto terra. Quello dell’albergo pure li aveva
-seguiti, e così ne ebbero due. Del resto però è impossibile di potere
-evitare a Roma questo lusso di guide; oltre il cicerone generale che
-s’impadronisce di voi dal momento che mettete il piede sulla porta
-di un albergo o di una locanda, e che non vi abbandona che il giorno
-in cui mettete piede fuor della città, vi è pure un cicerone addetto
-a ciascun monumento; si giudichi dunque se si può restar privi di
-cicerone al Colosseo, vale a dire al monumento per eccellenza, che
-faceva dire a Marziale: «Che Memfi cessi di vantare i barbari miracoli
-delle sue piramidi, che cessino di essere vantate le meraviglie
-di Babilonia; tutto deve annichilirsi davanti l’opera immensa
-dell’anfiteatro dei Cesari, e tutte le voci della celebrità devono
-riunirsi per lodare questo monumento.»
-
-Franz ed Alberto non tentarono nemmeno di sottrarsi alla tirannide
-ciceroniana, molto più poi sarebbe stato difficile al Colosseo, perchè
-ivi le sole guide hanno il diritto di percorrere i diversi punti
-praticabili del monumento, colle torcie accese. Non fecero dunque
-alcuna resistenza, e si abbandonarono anima e corpo ai loro conduttori.
-Franz conosceva di già questa passeggiata per averla fatta dieci altre
-volte; ma siccome il suo compagno, più novizio, metteva per la prima
-volta il piede nell’anfiteatro di Flavio Vespasiano, debbo confessarlo
-a sua lode, non ostante il cicaleggiare ignorante delle guide, egli
-era commosso da vive impressioni. In fatto non è possibile, senza
-vederlo, formarsi un’idea della maestà di una simile rovina, le cui
-proporzioni sono eziandio tutte raddoppiate dalla misteriosa chiarezza
-di quella luna meridionale, i raggi della quale sembrano i crepuscoli
-d’occidente.
-
-Il pensatore Franz, appena fatti cento passi sotto i portici interni,
-lasciò Alberto alle guide, che non volevano rinunciare ai diritti loro
-particolari, la fossa dei Leoni, le stanze dei Gladiatori, il Palco dei
-Cesari, e salì per una scala mezzo rovinata, facendo loro continuare
-il metodico giro, si assise all’ombra di una colonna, dirimpetto ad
-una curva che gli permetteva di potere abbracciare collo sguardo il
-gigante di marmo in tutta la sua estensione. Franz era là da circa un
-quarto d’ora, nascosto dall’ombra della colonna, ed occupato a guardare
-Alberto che, accompagnato da coloro che gli portavano le torce,
-usciva in quel momento da un romitorio, posto all’altra estremità del
-Colosseo, simili ad ombre che seguano un fuoco fatuo; discendevano
-di scalino in scalino verso il luogo che era riservato alle vestali,
-allorchè gli sembrò udire il rumore di una pietra, che si staccasse e
-cadesse dalla scala ch’egli pure aveva ascesa per portarsi al luogo
-che occupava. Certo che non è cosa rara il sentir cadere una pietra
-che sotto i piedi del tempio si stacca e va a rotolare nell’abisso:
-ma questa volta gli sembrò fosse il piede di un uomo sotto il quale
-si staccava, e che il rumore dei passi giungesse fino a lui, sebbene
-chi li causava facesse tutto per renderli impercettibili. Di fatto,
-dopo un momento, comparve un uomo, uscendo gradatamente dall’ombra a
-seconda che saliva la scala, la cui apertura, posta dirimpetto a Franz
-era illuminata dalla luna, ma i gradini si perdevano nell’oscurità a
-seconda che si discendeva.
-
-Questi poteva essere un viaggiatore come lui, che preferiva una
-meditazione solitaria al ciarlare insignificante delle guide, e
-per conseguenza la sua comparsa nulla aveva di sorprendente: ma
-all’esitazione colla quale salì gli ultimi scalini, al modo con cui,
-giunto sul piano, si fermò e parve mettersi in ascolto, era evidente,
-essere egli venuto là con qualcuno. Per un movimento istintivo Franz
-si nascose quanto più potè dietro la colonna. A dieci passi dal luogo
-ove si trovavano entrambi, la volta era diroccata, e, da una apertura
-rotonda come quella di un pozzo, lasciava vedere il cielo tutto
-brillante di stelle. Attorno a questa che forse da qualche secolo
-dava passaggio ai raggi della luna, vegetavano dei cespugli il cui
-verde spiccava con vigore sul pallido azzurro del firmamento, mentre
-che grandi frasche, e mazzi di ellera pendevano da questa terrazza
-superiore, e ondulavano sotto la volta a guisa di corde fluttuanti.
-Il personaggio che aveva attirata l’attenzione di Franz era posto
-in una mezza ombra che non gli permetteva di distinguerne i tratti,
-ma che però non era abbastanza oscura per impedirgli di conoscerne i
-particolari del vestito. Egli era avvolto in un gran mantello scuro, un
-lembo del quale, gettato sulla spalla sinistra, gli copriva la parte
-inferiore del viso, mentre che un cappello a larghe tese copriva la
-parte superiore. L’estremità sola del vestito era illuminata dai raggi
-obbliqui della luna che passavano dall’apertura, e che permettevano di
-distinguere i calzoni neri, che elegantemente finivano sur un paio di
-stivali di pelle lucida. Quest’uomo apparteneva evidentemente se non
-alla aristocratica, almeno alla buona società.
-
-Erano già trascorsi alcuni minuti da che egli trovavasi là, e già
-cominciava a dare qualche segno d’impazienza, allorchè fecesi sentire
-un piccolo rumore nella terra soprapposta. Nel medesimo punto un’ombra
-intercettò la luce; un uomo apparve all’orlo dell’apertura, gettò uno
-sguardo penetrante nelle tenebre, e scoperse l’uomo dal mantello: tosto
-sorreggendosi ad un pugno di quelle frasche e di quei rami d’ellera
-ondulante, si lasciò scivolare, e, giunto a tre o quattro piedi dal
-suolo, saltò leggermente a terra. Questi era interamente vestito da
-Trasteverino. — Scusatemi eccellenza, se vi ho fatto aspettare, disse
-in dialetto romano; però non sono in ritardo che di pochi minuti; le
-dieci sono sonate or ora a S. Giovanni in Laterano.
-
-— Sono stato io che sono venuto prima, e non voi che avete ritardato,
-rispose lo straniero nel più puro toscano; non facciamo cerimonie,
-perchè quand’anche mi aveste fatto aspettare, sarei ben certo che non
-sarebbe stato per qualche motivo dipendente dalla vostra volontà.
-
-— Ed avete ragione, eccellenza, vengo da castel S. Angelo, ed ho
-avuto tutte le difficoltà possibili per poter parlare a Beppe. — Chi e
-questo Beppe? — Beppe è un impiegato delle prigioni al quale io passo
-una piccola rendita mensile per sapere ciò che succede in castello. —
-Ah! ah! vedo bene che siete un uomo pieno di cautele, mio caro. — Che
-volete, eccellenza, non si sa ciò che può accadere: forse io pure sarò
-un giorno o l’altro preso nella rete, come quel povero Peppino, ed
-avrò io pure bisogno di un sorcio per rodere qualche maglia della mia
-prigione.
-
-— Alle corte, che avete saputo?
-
-— Che martedì vi saranno due esecuzioni, a due ore, siccome è solito
-qui in certe ricorrenze particolari. Uno dei condannati sarà impiccato;
-è un miserabile che ha ucciso quella stessa persona che lo aveva
-allevato, e questi non merita alcun interessamento; l’altro sarà
-decapitato, e questi è il povero Peppino.
-
-— Che volete, mio caro, voi ispirate un terrore così grande non solo al
-governo pontificio, ma eziandio agli stati vicini, che assolutamente si
-vuol dare un esempio.
-
-— Ma Peppino non faceva neppur parte della mia banda; era un povero
-pastore che non ha commesso altro delitto, che quello di fornirci di
-viveri.
-
-— E ciò lo costituisce vostro complice in piena regola. Anzi vedete che
-gli si usano dei riguardi. Invece di appiccarlo come faranno a voi se
-mai vi metteranno le mani addosso, si contentano di ghigliottinarlo. E
-vedete bene che daranno due spettacoli differenti.
-
-— Senza contar quello che gli preparo io, e che non si aspettano,
-soggiunse il Trasteverino.
-
-— Mio caro, permettetemi di dirvi che mi sembrate del tutto disposto a
-fare qualche sciocchezza.
-
-— Sono disposto a far di tutto per impedire l’esecuzione di quel povero
-diavolo, che si trova nell’impaccio per avermi servito. Io mi terrei
-per un vile, se non facessi qualche cosa per questo bravo giovane.
-
-— E che farete?
-
-— Metterò una ventina di uomini intorno al patibolo, e quando vi verrà
-condotto, ad un segnale che darò io, ci slanceremo col pugnale alla
-mano sulla scorta, e lo porteremo via.
-
-— Questa è una cosa troppo eventuale, ed io ritengo che il mio disegno
-sia migliore del vostro.
-
-— E quale è il disegno di V. E.?
-
-— Io farei in modo di parlare ad uno che conosco pregandolo ad ottenere
-che la esecuzione si differisse a quest’altro anno: quindi nel corso
-dell’anno, tornerò a parlare con commovente eloquenza ad un altro tale
-che pure conosco, e lo farei evadere di prigione.
-
-— Siete voi sicuro della riuscita?
-
-— _Parbleu!_ disse in francese l’uomo dal mantello.
-
-— Che vuol dire? domandò il Trasteverino.
-
-— Vuol dire che io da solo farò più colle mie insinuanti espressioni
-che voi con tutta la vostra gente coi loro pugnali, le loro pistole, le
-loro carabine ed i loro tromboni. Lasciatemi dunque fare.
-
-— A meraviglia! ma ricordatevi bene che, se non ci riuscite, ci terremo
-sempre preparati.
-
-— Tenetevi sempre preparati, se così vi piace, ma siate certi che avrò
-la sua grazia.
-
-— Ricordatevi che martedì è dopo domani. Voi non avete più che il solo
-domani.
-
-— Sta bene, ma un giorno si compone di 24 ore, ciascun’ora di 60
-minuti, ciascun minuto di 60 secondi, e in 86m, 400 secondi si fanno
-moltissime cose.
-
-— Come sapremo se V. E. è riuscita?
-
-— È semplicissimo: ho preso in fitto le tre ultime finestre del caffè
-Ruspoli, se ho ottenuta la grazia, le due finestre ai lati avranno un
-tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo ne avrà uno di damasco
-bianco con una croce rossa.
-
-— Sta benissimo; e da chi farete presentar la grazia?
-
-— Inviatemi uno dei vostri uomini travestito da confratello, e la
-consegnerò a lui. Mediante questo travestimento, egli potrà giungere
-fino ai piedi del patibolo, e rimetterà il foglio al capo della
-confraternita che lo passerà al carnefice. Frattanto, fate sapere
-questa notizia a Peppino che egli non abbia a morire di paura o non
-abbia a divenir pazzo, che sarebbe lo stesso che farci fare un’opera
-buona inutilmente.
-
-— Ascoltate, eccellenza, disse il Trasteverino, io vi sono affezionato,
-ve ne siete convinto? — Lo spero almeno.
-
-— Ebbene, se voi salvate Peppino, la mia non sarà più affezione, ma per
-l’avvenire sarà cieca obbedienza.
-
-— Ebbene, fa attenzione a ciò che tu dici, mio caro, forse un giorno
-avrò a ricordarti questo discorso, forse un giorno io pure avrò bisogno
-di te...
-
-— Allora, eccellenza, mi troverete nel momento del bisogno, come io
-avrò trovato voi; allora, foste ancora all’altra estremità del mondo,
-non avreste che a scrivermi: «fate questo» ed io lo farei sulla fede
-di...
-
-— Zitto, disse lo sconosciuto, sento del romore.
-
-— Sono viaggiatori che visitano il Colosseo.
-
-— È inutile che ci trovino insieme. Queste spie di guide potrebbero
-riconoscervi, e per quanto sia onorevole la vostra relazione, pur
-nonostante se si sapesse che siamo uniti in amicizia, questo legame
-mi farebbe perdere non poco il mio credito. — E così, se voi avrete la
-grazia?...
-
-— La finestra del mezzo avrà il tappeto bianco con una croce rossa. —
-Se non la ottenete....? — Tutte e tre le finestre saranno addobbate
-coi tappeti gialli. — E allora?... — Allora, menate il pugnale a
-vostro piacere, vi prometto di essere là per vedervi fare. — Addio,
-eccellenza; io conto sopra di voi, e voi contate sopra di me. — A
-queste parole il Trasteverino disparve per la scala, mentre che lo
-sconosciuto, coprendosi più che mai il viso col mantello, passò a
-due passi da Franz, e discese nell’arena per la gradinata esterna.
-Un minuto dopo, Franz intese il suo nome ripetersi sotto le volte:
-era Alberto che lo chiamava; egli aspettò per rispondere, che i due
-interlocutori si fossero allontanati, non avendo gran volontà che si
-sapesse da loro esservi stato un testimonio, il quale, se non aveva
-veduto i loro volti, non aveva però perduto una parola della loro
-conversazione; dieci minuti dopo, Franz percorreva la strada per andare
-alla piazza di Spagna ascoltando con una distrazione molto impertinente
-la dotta dissertazione che Alberto faceva, dietro la testimonianza
-di Plinio e Calpurnio, sulle reti guarnite di punte di ferro che
-impedivano agli animali feroci di slanciarsi sugli spettatori. Egli lo
-lasciò discorrere senza contradirlo; aveva troppa fretta di trovarsi
-solo, per pensare senza distrazione a quanto era avvenuto vicino a lui.
-
-Di questi due uomini l’uno certamente era straniero, ed era la prima
-volta che lo vedeva e lo sentiva; ma non era così dell’altro, e
-quantunque Franz non ne avesse distinte le forme del viso, sempre
-nascoste nell’ombra o nel mantello, l’accento di questa voce lo aveva
-troppo colpito la prima volta che avevala intesa, perchè potesse mai
-più risuonare a lui vicino senza riconoscerla. Vi era particolarmente
-nelle intonazioni ironiche qualche cosa di stridulo e di metallico
-che lo aveva fatto rabbrividire fra le rovine del Colosseo, non meno
-che nella grotta di Monte-Cristo; per tal modo egli era ben convinto
-che questi non era se non che Sindbad il marinaro. In tutt’altra
-congiuntura, la curiosità che gli veniva inspirata da quest’uomo
-sarebbe stata sì grande, che egli sarebbesi fatto riconoscere; ma in
-questa occasione, la conversazione che aveva intesa era troppo intima
-per non essere trattenuto dal timore che una sua comparsa non sarebbe
-stata troppo gradita; egli avevalo adunque lasciato allontanare, come
-si è veduto, ma ripromettevasi, se lo avesse incontrato un’altra volta,
-di non lasciarsi sfuggire una seconda occasione come aveva fatto per la
-prima.
-
-Franz era troppo preoccupato per potere dormire bene. La notte fu
-da lui impiegata a passare e ripassare nello spirito tutte le più
-minute particolarità che avevano relazione all’uomo della grotta, e
-allo sconosciuto del Colosseo, e che tendevano a formare uno stesso
-individuo di questi due personaggi; e più Franz ci pensava, più si
-convinceva della sua opinione. Egli si addormì sul far del giorno,
-per il che svegliossi molto tardi. Alberto, da vero parigino, aveva
-già prese le sue mire per la serata. Egli aveva mandato a cercare un
-palco al teatro Argentina. Franz aveva molte lettere da scrivere in
-Francia, e abbandonò la carrozza ad Alberto per tutta la giornata. Alle
-cinque questi ritornò; aveva già portate le lettere di raccomandazione,
-ricevuto inviti per tutte le conversazioni serali, e veduto Roma.
-
-Un giorno era bastato ad Alberto per far tutto questo, ed aveva ancora
-avuto il tempo d’informarsi dell’opera che si cantava, e degli attori
-che la eseguivano. L’opera portava per titolo la _Parisina_; gli attori
-erano Coselli, Moriani, e la Spech. I nostri due giovani non erano
-disgraziati, come si vede: essi avrebbero intesa la musica di una delle
-migliori opere dell’Autore della _Lucia di Lammermoor_, cantata da tre
-artisti più rinomati d’Italia. Alberto non avea mai potuto abituarsi ai
-teatri oltramontani, nell’orchestra dei quali non è permesso d’andare
-e che non hanno nè palchi, nè logge scoperte; ciò era penoso per un
-uomo che avea il suo posto agl’_Italiani_, e nella loggia infernale
-all’Opera.
-
-Ciò però non gl’impediva di vestirsi con acconciature tutte le volte
-che andava al teatro con Franz, tolette perdute, perchè, bisogna
-confessarlo a vergogna di uno dei rappresentanti più degni del nostro
-bonton, in quattro mesi che viaggiava l’Italia in tutti i sensi, non
-aveva avuta ancora alcuna avventura. Alberto qualche volta cercava di
-scherzare su questo argomento; ma nel fondo del cuore era grandemente
-mortificato, egli, Alberto Morcerf, uno dei giovani più scapati non
-aveva ancora fatta alcuna conquista. La cosa era ancor tanto più
-penosa, che, secondo l’abitudine modesta dei nostri cari compatriotti,
-Alberto era partito da Parigi con la ferina convinzione di avere in
-Italia il più felice successo, e di ritornare a formar la delizia del
-Baluardo di Gand col racconto delle sue buone avventure. Ahimè! non
-ne aveva avuta alcuna: le graziose contesse Genovesi, Fiorentine, e
-Napoletane si erano conservate pei loro mariti, pei loro amanti, ed
-Alberto aveva acquistata la crudele convinzione, che le Italiane sanno
-essere almeno fedeli: non voglio però dire che in Italia, come in ogni
-altro luogo, non vi sieno le loro eccezioni. Eppure Alberto non era
-solo un cavaliere molto elegante, ma aveva ancor dello spirito; più,
-era visconte, visconte di nobiltà recente, ciò è vero; ma oggi che non
-si fanno più le prove, che importa, che la propria nobiltà porti la
-data del 1399, o del 1815? Oltre a tutto ciò egli avea 50 mila lire
-di rendita; e questo è molto più di quanto bisogna, come si vede, per
-essere un giovine alla moda in Parigi. Era dunque un poco umiliante il
-non essere stato ancora seriamente osservato da alcuna signora nelle
-città in cui aveva soggiornato.
-
-Ma egli avea stabilito di rivendicarsi nel carnevale, essendo questo
-un tempo di libertà in tutti i paesi della terra in cui è introdotta
-questa istituzione, e nella quale anche i più stoici cadono in qualche
-follia.
-
-Ora, siccome il carnevale si apriva la dimane, era necessario che
-Alberto facesse conoscere il suo programma prima di quest’apertura.
-
-Alberto adunque, con questa idea, aveva preso in fitto uno dei
-palchi più esposti al teatro, e prima di portarvisi fece una toletta
-irreprensibile. Era al primo ordine, che tien luogo della galleria in
-Francia, del resto però le tre prime file di palchi sono egualmente
-ed indistintamente aristocratiche, e per questo si chiamano gli
-ordini nobili. Questo palco nel quale si poteva stare in dodici senza
-pigiarsi, era costato molto meno che non sarebbero costati quattro
-posti in una loggia all’Ambigu. Alberto aveva ancora un’altra speranza,
-ed era, che se giungeva a prendere un posto nel cuore di qualche bella
-romana, ciò lo avrebbe naturalmente condotto puranche a conquistare un
-posto nella carrozza, e per conseguenza a vedere il corso dall’alto di
-una carrozza aristocratica, e da una finestra principesca.
-
-Tutte queste considerazioni lo rendevano dunque di una estrema
-mobilità. Egli volgeva le spalle agli attori, sporgeva per metà fuori
-del palco, guardando tutte le più belle donne con un cannocchiale lungo
-sei pollici, cosa che non invitava alcuna signora a ricompensare di
-un solo sguardo, anche di semplice curiosità, tutti i movimenti che
-si dava Alberto. Di fatto ciascuna parlava dei suoi affari, dei suoi
-piaceri, del carnevale che cominciava la dimane, senza fare attenzione
-nè agli attori, nè alla musica, ad eccezione dei migliori motivi, chè
-allora ciascuno si volgeva verso il palco scenico, sia per sentire
-un recitativo di Coselli, sia per applaudire a qualche bella nota
-del Moriani, sia per gridare bravo alla Spech. Indi le particolari
-conversazioni riprendevano il loro corso abituale. Verso la fine del
-secondo atto si aprì la porta di un palco rimasto vuoto fino allora,
-e Franz vide entrarvi una persona alla quale egli aveva avuto l’onore
-di essere stato presentato a Parigi e che credeva ancora in Francia.
-Alberto vide il movimento che fece il suo amico a questa comparsa, e
-volgendosi a lui:
-
-— Conoscete forse quella signora? diss’egli.
-
-— Sì, che ve ne pare? — Graziosa, mio caro, e bionda. Oh! che capelli
-adorabili! È una francese? Come si chiama? — La Contessa G***.
-
-— Oh! io la conosco di nome, esclamò Alberto; dicono che sia tanto
-spiritosa quanto è bella. Per bacco! avrei potuto farmi presentare a
-lei a Parigi all’ultimo ballo della de Villefort, ov’era, e non la ho
-curata, sono un gran stupido!
-
-— Volete che io ripari a questo torto? domandò Franz.
-
-— Come! voi la conoscete con abbastanza intimità per presentarmi nel
-suo palco? — Io non ho avuto l’onore che di parlarle tre o quattro
-volte in mia vita, ma a tutto rigore ciò basta per non commettere una
-inconvenienza.
-
-In questo momento la contessa riconobbe Franz, e colla mano gli fece
-un saluto grazioso, al quale egli rispose con un rispettoso inchino di
-testa. — Ma mi sembra che siate molto nelle sue grazie? disse Alberto.
-
-— Ebbene! ecco ciò che v’inganna, e che a noi francesi farà fare sempre
-mille sciocchezze all’estero; ed è di sottomettere tutto ai nostri
-punti di vista parigini. Nella Spagna, e soprattutto in Italia, non
-giudicate mai della intimità delle persone sulla libertà dei rapporti.
-Noi ci siamo trovati simpatici colla contessa, ed ecco tutto.
-
-— Simpatici di cuore? domandò ridendo Alberto.
-
-— No, di spirito; rispose seriamente Franz.
-
-— Ed in quale occasione? — Nell’occasione di una passeggiata al
-Colosseo, come quella che abbiamo fatto insieme.
-
-— Al chiaro di luna? — Sì. — Soli? — Quasi.
-
-— Ed avete parlato... — Di morti.
-
-— Ah! doveva essere una cosa assai piacevole. Ebbene vi prometto che
-se avrò la fortuna d’essere il cavaliere della bella contessa in una
-simile passeggiata, non le parlerò che di vivi.
-
-— E forse farete male.
-
-— Frattanto, presentatemi alla contessa come mi avete promesso. —
-Subito che sarà calato il sipario.
-
-— Quanto è lungo questo diavolo di primo atto!
-
-— Ascoltate il finale, è bellissimo, e Coselli lo canta mirabilmente. —
-Sì, ma che portamento!
-
-— Non si può però essere più drammatici della Spech.
-
-— Quando si è intesa la Sontag e la Malibran...
-
-— Non trovate eccellente il metodo di Moriani?
-
-— A me non piacciono i bruni che cantano biondo.
-
-— Ah! mio caro, disse Franz volgendosi, mentre Alberto continuava
-a puntare col suo cannocchiale, in verità siete molto difficile a
-contentarvi.
-
-Finalmente calò il sipario con grande soddisfazione del visconte
-di Morcerf, che prese il cappello, dette colla mano un’assestata
-ai capelli, alla cravatta, ai manichetti, e fe’ osservare a Franz
-ch’egli aspettava. E siccome la contessa, che Franz interrogava con lo
-sguardo, avevagli fatto un segno impercettibile cogli occhi, per fargli
-conoscere che sarebbe stato il ben venuto, così non tardò a soddisfare
-la premura di Alberto, e mentre faceva il giro del corridoio, il
-compagno che lo seguiva approfittava di questi momenti per accomodare
-le false pieghe, che i movimenti del collo avevano potuto produrre
-sul colletto della camicia, e sui rovesci dell’abito; in questo
-batterono alla porta del N. 4 che era il palco occupato dalla contessa.
-Prestamente il giovine che sedeva a lato della contessa sul davanti
-del palco, si alzò cedendo il posto, giusta il costume italiano, al
-nuovo arrivato, che deve poi cederlo a sua volta quando entra un’altra
-visita.
-
-Franz presentò Alberto alla contessa come uno dei giovani parigini più
-distinti per la sua posizione sociale, e pel suo spirito, cosa d’altra
-parte vera, perchè a Parigi e nel circolo in cui viveva Alberto era
-ritenuto per un cavaliere irreprensibile. Egli aggiunse che afflitto
-di non aver potuto approfittare del soggiorno della contessa a Parigi
-per farsi presentare a lei, lo aveva incaricato di riparare a questo
-errore, missione della quale si disimpegnava pregando la contessa,
-presso la quale aveva bisogno egli stesso di un introduttore, di
-perdonare la sua indiscretezza. La contessa rispose facendo un grazioso
-saluto ad Alberto e stendendo la mano a Franz. Invitato da lei, Alberto
-prese il posto rimasto vuoto sul davanti, e Franz si assise nella
-seconda fila presso la contessa.
-
-Alberto aveva ritrovato un eccellente argomento di conversazione,
-era Parigi; parlava alla contessa delle loro comuni conoscenze. Franz
-capì ch’egli era sul terreno che gli conveniva, lasciollo andare, e
-chiestogli il gigantesco cannocchiale, si mise anch’egli ad esplorare
-il teatro. Sola, sul davanti di un palco al terz’ordine, in faccia ad
-essi, era una donna quanto può dirsi bella, con un costume alla greca,
-portato con tanta disinvoltura, che compariva evidente essere quello il
-suo costume ordinario. Dietro ad essa, nell’ombra delineavasi la forma
-di un uomo di cui era impossibile distinguere il viso. Franz interruppe
-la conversazione di Alberto colla contessa per chiedere a quest’ultima
-se conosceva la bella Albanese che tanto era degna di attirare
-l’attenzione non solo degli uomini, ma ben anche delle donne. — No,
-diss’ella, tutto ciò che io so, si è che trovasi a Roma dal principio
-della stagione: perchè all’apertura del teatro l’ho veduta ove è ora,
-e da un mese non è mancata ad una rappresentazione, ora accompagnata
-dall’uomo che è con lei in questo momento, ora semplicemente seguita da
-un domestico moro.
-
-— Come la trovate contessa? — Estremamente bella. Medora doveva
-rassomigliare a questa donna.
-
-Franz e la contessa si contraccambiarono un sorriso; poi questa riprese
-il dialogo con Alberto, e Franz, seguitò a fissare la bella Albanese.
-Il sipario si alzò per la rappresentazione del ballo. Era uno dei buoni
-balli italiani, messo in iscena dal famoso Henry, che come coreografo,
-si è fatta in Italia una riputazione colossale, che poi il disgraziato
-perdè al Teatro Nautico, uno di quei balli ove dal primo personaggio
-fino all’ultima comparsa tutti prendono una parte così attiva
-all’azione, che 150 persone fanno nello stesso tempo lo stesso gesto,
-ed alzano insieme o il medesimo braccio, o la medesima gamba. Questo
-ballo era intitolato Dorliska.
-
-Franz era troppo preoccupato della sua bella greca per potersi
-occupare del ballo. Quanto a lei, prendeva un manifesto piacere a
-questo spettacolo, piacere che formava una singolare opposizione
-colla non curanza di quello che l’accompagnava, e che durante tutta
-la rappresentazione coreografica non fece un movimento, sembrando che
-in mezzo al rumore infernale che facevano le trombe, i cembali, e i
-cappelli chinesi in orchestra, egli si godesse le celestiali dolcezze
-di un sonno pacifico.
-
-Finalmente il ballo terminò, ed il sipario calò in mezzo agli applausi
-frenetici di una platea entusiasta. Mercè quest’abitudine di separare
-col ballo i due atti dell’opera, gli intermezzi fra un atto e l’altro
-sono cortissimi in Italia: i cantanti hanno tutto il tempo di riposarsi
-e di fare i loro travestimenti mentre che i ballerini eseguiscono le
-loro danze. L’introduzione del second’atto cominciò. Franz vide che,
-ai primi colpi d’archetto, il dormiente andava alzandosi lentamente, e
-si avvicinava alla greca, che si volse per dirigerli qualche parola,
-quindi tornò ad appoggiarsi al davanti del palco. La figura però
-dell’interlocutore si teneva sempre fra l’ombra, e Franz non poteva
-distinguerne i tratti del volto.
-
-Rialzato il sipario, gli attori attirarono necessariamente l’attenzione
-di Franz: gli occhi lasciarono per un momento il palco della bella
-greca per dirigersi alla scena. Il secondo atto, come ognuno sa,
-comincia col duetto del sogno: Parisina, dormendo, lasciasi sfuggire,
-davanti ad Azzo, il segreto del suo amore per Ugo. Lo sposo tradito
-passa per tutti i furori della gelosia, fino a che, convinto che la
-moglie è infedele, la sveglia per annunziarle la sua vicina vendetta.
-Questo duetto è uno dei più belli, dei più espressivi, dei più
-terribili usciti dalla penna di Donizetti. Franz lo sentiva per la
-terza volta, e quantunque non passasse per un melomaniaco arrabbiato,
-produsse su lui un effetto profondo. Egli per conseguenza stava per
-congiungere i suoi applausi a quelli del pubblico, allorchè le sue
-mani, atteggiate a percuotersi, restarono allontanate; ed i bravi che
-gli sfuggivano di bocca, si estinsero sulle labbra. L’uomo del palco
-si era alzato in piedi e la sua testa veniva rischiarata dalla luce:
-Franz riconosceva in lui il misterioso abitante di Monte-Cristo, quello
-che la sera innanzi gli era sembrato di aver riconosciuto fra le rovine
-del Colosseo alla voce ed alla persona. Non v’era più dubbio, lo strano
-viaggiatore abitava in Roma. Senza fallo la fisonomia di Franz era in
-armonia al turbamento che gettava nel suo spirito quest’apparizione,
-poichè la contessa lo guardò, scoppiò in una risata, e gli chiese ciò
-che avesse. — Signora contessa, rispose Franz, poco fa vi ho domandato
-se conoscevate quella donna albanese; ora vi domanderò se conoscete suo
-marito.
-
-— Niente più di lei, rispose la contessa.
-
-— L’avete mai osservato? — Ecco una domanda alla francese! Sapete bene
-che per noi italiane non vi ha alcun altro uomo al mondo se non che
-quello che amiamo!
-
-— È giusto, rispose Franz. — In ogni modo, diss’ella applicando ai suoi
-occhi il cannocchiale di Alberto, e dirigendolo verso il palco, egli
-dev’essere un qualche disotterrato, qualche morto uscito dalla tomba
-col permesso dei becchini, poichè mi sembra spaventosamente pallido.
-
-— Egli è sempre così, rispose Franz. — Voi dunque lo conoscete? domandò
-la contessa; allora sono io che vi domando chi è. — Credo di averlo
-veduto altre volte, e mi sembra di riconoscerlo. — Infatto, diss’ella,
-facendo un movimento colle sue belle spalle, come se un brivido le
-percorresse le vene, capisco che quando un tal uomo si è veduto una
-volta non si dimentica più.
-
-L’effetto che Franz aveva provato non era dunque un’impressione
-particolare, perchè un altro l’aveva risentita al pari di lui. —
-Ebbene! domandò allora alla contessa dopo che l’ebbe guardato una
-seconda volta, che pensate di quell’uomo? — A me sembra che sia lord
-Ruthwen in carne ed ossa. — Infatto questo nuovo ricordo di Lord Byron
-colpì Franz: se qualcuno poteva fargli credere l’esistenza dei Vampiri,
-era quest’uomo.
-
-— Bisogna che io sappia chi è, disse Franz alzandosi.
-
-— Oh! no, gridò la contessa; no, non mi lasciate, ho calcolato su voi
-per accompagnarmi a casa, ed or vi trattengo.
-
-— Come! veramente, gli disse Franz, accostandosele all’orecchio, avete
-paura.
-
-— Ascoltate, gli diss’ella, Byron mi ha giurato che credeva ai Vampiri,
-mi ha assicurato di averne veduti, e me ne ha descritto i loro visi;
-ebbene! assomigliano perfettamente a quell’uomo là, con i capelli neri,
-grandi occhi brillanti di una strana fiamma, quel pallone mortale;
-poi aggiungete che non è con una donna come tutte le altre; è con una
-straniera... una greca... una scismatica... senza dubbio con una maga
-al par di lui... ve ne prego, non partite. Domani vi metterete sulle
-ricerche, se così vi aggrada, ma questa sera io vi dichiaro che vi
-ritengo impegnato. — Franz insistè.
-
-— Ascoltate, diss’ella, alzandosi, io me ne vado; non posso fermarmi
-sino alla fine dello spettacolo, perchè ho gente in casa che mi
-aspetta; sareste così poco galante da negarmi la vostra compagnia? —
-Franz non aveva altra risposta a dare che prendere il cappello, aprire
-la porta, e presentare il braccio alla contessa. E questo fece. La
-contessa era veramente molto commossa: lo stesso Franz non poteva
-sfuggire ad un certo terrore superstizioso, tanto più naturale in
-quanto che nella contessa era il prodotto di una sensazione distinta,
-ed in lui il resultato di strani ricordi.
-
-Nel salire in carrozza sentì che la contessa tremava. Egli la
-ricondusse fino a casa: non era vero che era attesa; gliene fece perciò
-dei rimproveri.
-
-— In verità, diss’ella, io non mi sento bene ed ho bisogno di esser
-sola, la vista di quell’uomo mi ha tutta sconvolta.
-
-Franz fece atto di ridere. — Non ridete, gli diss’ella, da altra
-parte voi non ne avete la volontà. Promettetemi una cosa. — E quale?
-— Promettetemela. — Tutto quel che vorrete, eccetto di rinunziare
-a scoprire chi è quell’uomo. Ho dei motivi che non posso dirvi per
-desiderare di sapere chi sia, donde venga, e dove vada. — Donde venga,
-nol so, ma dove vada, vel posso dire a colpo sicuro; va all’inferno.
-
-— Ritorniamo alla promessa che volevate esigere da me. — Ah! trattasi
-di tornare direttamente all’albergo e procurare di non veder questa
-sera quell’uomo. Vi è una certa affinità fra le persone che si lasciano
-e quelle che si raggiungono; non vogliate servire di conduttore fra
-quest’uomo e me. Domani corretegli dietro come più vi aggrada, ma non
-me lo presentate mai, se non volete vedermi morire di paura. Dopo ciò
-buona sera, cercate di dormir bene, quanto a me sento che non dormirò
-— A queste parole la contessa si allontanò da Franz, lasciandolo
-irresoluto per sapere se erasi divertita alle sue spalle, o se aveva
-veramente risentita la paura espressa.
-
-Ritornando all’albergo, Franz ritrovò Alberto in veste da camera, con
-larghi calzoni, e voluttuosamente disteso sopra una poltrona fumando un
-sigaro.
-
-— Ah! siete voi! diss’egli; in fede mia non vi aspettavo che domattina.
-— Mio caro Alberto, rispose Franz, son ben persuaso di trovar
-l’occasione di dirvi una volta per sempre che avete la più falsa idea
-delle donne italiane; sembrami pertanto che le vostre sconfitte amorose
-avrebbero dovuto farvela perdere.
-
-— Che volete, non c’è niente da capire con queste diavole di donne;
-esse vi danno la mano, ve la stringono, vi parlano a bassa voce
-all’orecchio, si fanno riaccompagnare a casa: con un quarto di questo
-modo di fare una parigina perderebbe la sua riputazione.
-
-— Eh! questo accade precisamente perchè esse nulla hanno a nascondere,
-perchè vivono in pieno giorno, che le donne usano tanto pochi riguardi
-nel bel paese là ove il _sì_ suona come dice Dante. D’altra parte
-vedeste bene che la contessa ha avuto veramente paura.
-
-— Paura! di che? di quell’onest’uomo che era in faccia a noi con quella
-bella greca? Ma io ho voluto vederci chiaro quando sono usciti, e sono
-loro andato incontro nel corridoio. Non so dove diavolo avete prese
-tutte le vostre idee dell’altro mondo! è un bellissimo giovine messo
-molto elegantemente, e gli abiti hanno l’aspetto d’esser fatti in
-Francia da Blin o da Humann. È un poco pallido, è vero, ma voi sapete
-che il pallore è un marchio di distinzione.
-
-Franz sorrise, perchè Alberto aveva molta pretensione di esser pallido.
-
-— Io pure, disse Franz, sono convinto che le idee della contessa su
-quest’uomo non hanno senso comune. Ha egli parlato vicino a voi ed
-avete intesa qualcuna delle sue parole?
-
-— Egli ha parlato, ma in dialetto; ho riconosciuto l’idioma a qualche
-parola greca sfigurata. Bisogna che sappiate, mio caro, che in collegio
-io era molto valente nel greco.
-
-— Parlava adunque un dialetto greco?
-
-— È probabile. — Non vi ha dubbio, mormorò Franz, è lui. — Che dite?...
-— Niente... ma che facevate voi là?
-
-— Io vi preparava una sorpresa. — Quale? — Sapete che è impossibile
-di ritrovare una carrozza? — Perbacco! dopochè abbiamo tentato tutto
-ciò che era umanamente possibile di fare. — Ebbene! io ho un’idea
-meravigliosa.
-
-Franz guardò Alberto, come un uomo che non avesse gran fiducia nella
-sua immaginazione. — Mio caro, disse Alberto, voi mi onorate di uno
-sguardo tale, che meriterebbe che vi domandassi una soddisfazione. — Io
-sono disposto a darvela, amico mio, se la vostra idea è tanto ingegnosa
-quanto dite. — Ascoltate. — Ascolto. — Non v’è mezzo di procurarsi una
-carrozza?
-
-— No. — Neppur cavalli?
-
-— No, egualmente. — Ma sarà facile procurarsi un carretto? — Forse. — E
-un paio di bovi? — È probabile.
-
-— Ebbene! mio caro, ecco ciò che ci conviene. Io faccio ornare il
-carretto, ci mascheriamo da mietitori napoletani, e rappresentiamo al
-naturale il magnifico quadro di Leopoldo Robert. Se per una maggiore
-rassomiglianza la contessa volesse vestirsi alla foggia delle donne di
-Pozzuoli o di Sorrento, compirebbe la mascherata, ed ella è tanto bella
-che verrebbe presa per l’originale del quadro.
-
-— Perbacco! gridò Franz, questa volta avete ragione, ecco un’idea
-veramente felice.
-
-— E tutta nazionale, rinnovata dai re dei poltroni, mio caro. Ah!
-signori romani voi credete che si voglia andare a piedi come lazzaroni,
-e ciò perchè avete penuria di carrozze e di cavalli, ebbene! ne
-inventeremo.
-
-— E avete voi già partecipato a qualcuno questa trionfante invenzione?
-— Al nostro albergatore. Quando sono ritornato, l’ho fatto salire,
-e gli ho esposti i miei desideri; egli mi ha assicurato che non vi è
-nulla di più facile. Io voleva far dorare le corna dei bovi, ma egli mi
-ha detto che ciò richiederebbe almeno tre giorni: bisognerà dunque che
-passiamo sopra a questa superfluità. — E dove è egli? — Chi?
-
-— Il nostro albergatore.
-
-— In cerca del necessario, domani forse sarebbe tardi.
-
-— Di maniera che ci darà la risposta questa stessa sera?
-
-— Io l’aspetto. — A queste parole la porta si aprì, e Pastrini avanzò
-la testa: — È permesso? diss’egli.
-
-— Certamente, gridò Franz. — Ebbene! disse Alberto, avete rinvenuto il
-carretto ricercato ed i bovi domandati?
-
-— Ho ritrovato anche meglio di ciò, rispose egli con un’aria indicante
-essere perfettamente soddisfatto di sè stesso.
-
-— Ah! mio caro Pastrini, guardatevi, disse Alberto; il meglio è nemico
-del bene.
-
-— Le V. E. si fidino di me, disse Pastrini col tuono di persona sicura
-di sè.
-
-— Ma finalmente che c’è? domandò Franz a sua volta.
-
-— Sapete, disse l’albergatore, che il conte di Monte-Cristo abita su
-questo medesimo piano.
-
-— Credo bene, che lo sappiamo, disse Alberto, poichè è per
-lui che noi siamo alloggiati come due studenti della strada
-Saint-Nicolas-du-Chardonnet.
-
-— Ebbene! egli sa il vostro impaccio, e vi offre col mio mezzo due
-posti nella sua carrozza, e due posti alle sue finestre del palazzo
-Ruspoli.
-
-Alberto e Franz si guardarono.
-
-— Ma, domandò Alberto, dobbiamo accettare l’offerta di questo
-straniero? di un uomo che non conosciamo?
-
-— Che uomo è questo conte di Monte-Cristo? domandò Franz
-all’albergatore.
-
-— Un ricchissimo signore siciliano o maltese, non lo so precisamente,
-ma nobile come un Borghesi, e ricco come una miniera d’oro.
-
-— Mi sembra, disse Franz, che se questo signore avesse avuto le maniere
-che decanta il nostro albergatore, avrebbe dovuto farci giungere il suo
-invito in altro modo, o con un biglietto, o...
-
-In questo momento fu battuto alla porta.
-
-— Entrate, disse Franz.
-
-Un domestico in elegante livrea comparve sulla soglia della camera: —
-Vengo per parte del conte di Monte-Cristo a recare questo biglietto pel
-sig. Franz di Épinay e pel sig. visconte Alberto di Morcerf, diss’egli.
-
-E consegnò all’albergatore il biglietto che questi passò ai giovani.
-— Il sig. conte di Monte-Cristo, continuò il domestico, domanda a
-questi signori il permesso di potersi presentare a loro, come vicino,
-domattina; egli avrà l’onore d’informarsi in che ora saranno visibili.
-
-— In fede mia, disse Alberto a Franz, non vi è niente a ridire; qui c’è
-tutto.
-
-— Dite al conte, rispose Franz, che sarà nostro l’onore di fargli la
-visita. — Il domestico si ritirò. — Ecco ciò che si chiama fare un
-assalto di eleganza, disse Alberto, andiamo avanti! davvero avete
-ragione, Pastrini, il vostro conte di Monte-Cristo è un uomo che
-conosce perfettamente le convenienze.
-
-— Allora voi accettate la sua offerta, disse Pastrini.
-
-— In fede mia, sì, rispose Alberto. Pure ve lo confesso, mi dispiace
-pel nostro carretto da mietitori; e se non vi fosse stata la finestra
-del palazzo Ruspoli per compensare ciò che perdiamo, credo che
-ritornerei al mio primo disegno: che ne dite Franz?
-
-— Dico che sono precisamente le finestre del palazzo Ruspoli che mi
-hanno fatto risolvere ad accettare, rispose Franz.
-
-Infatto quest’offerta dei due posti ad una finestra del palazzo
-Ruspoli aveva ricordato a Franz la conversazione intesa alle rovine
-del Colosseo, fra lo sconosciuto ed il Trasteverino, conversazione
-nella quale l’uomo dal mantello scuro si era impegnato di ottenere la
-grazia del condannato. Or se questi era, come tutto lo faceva credere
-a Franz, il medesimo che gli era apparso al teatro Argentina, egli lo
-riconoscerebbe senza dubbio, ed allora non avrebbe più alcun ostacolo a
-soddisfare la sua curiosità sul conto di lui.
-
-Franz passò buona parte della notte nel pensare alle due apparizioni, e
-nel desiderare la dimane. Infatto, la dimane tutto doveva schiarirsi,
-e a meno che il suo ospite di Monte-Cristo non possedesse l’anello di
-Gyges, e mercè questo la facoltà di rendersi invisibile, era evidente
-che questa volta non gli sfuggirebbe. Si svegliò prima delle otto.
-
-In quanto ad Alberto, siccome non aveva gli stessi motivi di Franz per
-essere mattinante, dormiva ancora tranquillamente. Franz fece chiamare
-l’albergatore, che si presentò coi soliti ossequi. — Pastrini, gli
-disse egli, non vi deve essere oggi una esecuzione?
-
-— Sì: eccellenza; ma se lo domandate per avere una finestra è troppo
-tardi.
-
-— No, rispose Franz, d’altra parte se volessi assolutamente vedere
-questo spettacolo, credo che ritroverei un posto sul monte Pincio.
-
-— Oh! io presumeva che V. E. non volesse mettersi con tutta quella
-canaglia di cui il Pincio è in qualche modo l’anfiteatro naturale.
-
-— È probabile che non vi andrò, disse Franz; ma desidererei qualche
-particolarità. — Quale?
-
-— Vorrei sapere il numero dei condannati, i loro nomi, e il genere del
-loro supplizio.
-
-— Non poteva cadere più in acconcio, eccellenza; precisamente in questo
-momento mi hanno portato le tavolette.
-
-— Che cosa sono queste tavolette?
-
-— Le tavolette sono quadretti di legno che vengono attaccati agli
-angoli delle contrade il dì prima dell’esecuzione e sulle quali sono
-inscritti i nomi dei condannati, la causa della loro condanna ed il
-genere di supplizio. Questo avviso ha per iscopo d’invitare i fedeli a
-pregar Dio di concedere ai colpevoli un sincero pentimento.
-
-— E ve le portano perchè uniate le vostre preghiere a quelle dei
-fedeli? domandò Franz.
-
-— No, eccellenza, io me la sono intesa con quello che le attacca, e
-me ne porta una copia, come un altro mi porterebbe un avviso dello
-spettacolo, affinchè se qualcuno dei miei forestieri desidera assistere
-all’esecuzione, sia prevenuto.
-
-— Ma questa è proprio un’attenzione delicata!
-
-— Oh! disse Pastrini, non faccio per vantarmi, ma cerco di fare tutto
-il possibile per soddisfare i nobili avventori che mi onorano della
-loro confidenza.
-
-— Me ne avveggo, e lo ripeterò a chi vorrà intenderlo, siatene pur
-sicuro. Frattanto desidererei una di queste tavolette. — È presto
-fatto, disse l’albergatore, aprendo la porta, ne ho fatto mettere una
-qui sul pianerottolo.
-
-Uscì, staccò la tavoletta e la presentò a Franz. Ecco le parole
-dell’affisso patibolario.
-
-«Si rende noto a tutti che martedì 22 febbraio, primo giorno di
-carnevale, saranno per decreto del Tribunale della Rota, giustiziati
-sulla piazza del popolo i nominati Andrea Rondolo, reo di assassinio
-sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma; ed il nominato
-Peppino detto _Rocca Priori_, convinto di complicità col detestabile
-bandito Luigi Vampa, e gli uomini della sua banda. Il primo sarà
-impiccato, ed il secondo decapitato. Le anime caritatevoli sono pregate
-di domandare a Dio un sincero pentimento per questi due infelici
-condannati.»
-
-Questo era ciò che Franz aveva inteso fra le rovine del Colosseo, e
-non era stata cambiata alcuna cosa al programma: i nomi dei condannati,
-la causa del supplizio e il genere di esecuzione erano esattamente gli
-stessi. Così, secondo ogni probabilità, il Trasteverino non era altro
-che il bandito Luigi Vampa, e l’uomo dal mantello scuro Sindbad il
-marinaro, che a Roma come a Portovecchio e a Tunisi proseguiva il corso
-delle sue filantropiche spedizioni.
-
-Frattanto il tempo passava, erano le nove, e Franz si disponeva di
-andare a svegliare Alberto, allorquando con sua grande sorpresa lo vide
-uscir di camera vestito di tutto punto.
-
-— Ebbene! disse Franz all’albergatore, ora che siamo all’ordine tutti e
-due, credete che potremmo presentarci al conte di Monte-Cristo?
-
-— Certamente; egli ha l’abitudine di alzarsi di buon mattino, e sono
-sicuro che è alzato da più di due ore.
-
-— E credete che non sarà un’indiscretezza il fargli visita a quest’ora?
-— No, certamente.
-
-— In questo caso, Alberto se siete pronto...
-
-— Perfettamente pronto. — Andiamo a ringraziare il nostro vicino della
-sua cortesia. — Andiamo.
-
-Franz e Alberto non avevano che il pianerottolo da attraversare.
-L’albergatore li precedeva, e suonò in loro vece; un domestico venne ad
-aprire.
-
-— I signori Francesi, disse l’albergatore.
-
-Il domestico s’inchinò e fece loro segno di entrare. Essi traversarono
-due camere ammobigliate con un lusso che non credevano ritrovare
-nell’albergo di Pastrini, e furono introdotti in un salotto di una
-perfetta eleganza. Un tappeto di Turchia era steso sul pavimento, e i
-mobili più comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e presentavano gli
-schienali inclinati in addietro. Magnifici quadri di pennello maestro,
-frammezzati da trofei di splendidissime armi, erano appesi alle pareti,
-e ricche portiere di trapunto pendevano davanti a tutte le aperture.
-
-— Se le loro eccellenze vogliono sedersi, disse il domestico, io vado
-ad avvisare il signor conte.
-
-E disparve da una porta.
-
-Al momento in cui questa si aprì, il suono di una _guzla_ giunse
-fino ai due amici, ma si estinse subito; la porta, richiusa quasi
-nello stesso momento che fu aperta, non aveva lasciato passare nel
-salone che, per così dire, una buffata d’armonia. Franz ed Alberto
-si cambiarono uno sguardo, e tornarono a volgere la loro attenzione
-sui mobili, sui quadri e sulle armi. A questa seconda ispezione tutto
-sembrò loro ancor più magnifico che alla prima.
-
-— Ebbene! domandò Franz al suo amico, che ne dite?
-
-— In fede mia, mio caro, dico che bisogna che il nostro vicino sia
-un qualche agente di cambio che ha giuocato sui ribassi dei fondi
-spagnuoli, o qualche principe che viaggia in incognito. — Zitto, gli
-disse Franz, questo è ciò che sapremo in breve, poichè eccolo.
-
-Infatto il rumore di una porta che girava sui cardini si fe’ sentire ai
-visitatori, e quasi subito fu alzata una portiera che lasciò passare il
-proprietario di tutte queste ricchezze.
-
-Alberto gli andò incontro, ma Franz rimase al suo posto.
-
-Quegli che entrava era infatto l’uomo dal mantello scuro del Colosseo,
-lo sconosciuto del palco, l’ospite misterioso di Monte-Cristo.
-
-
-
-
-XXXV. — IL PATIBOLO.
-
-
-— Signori, disse entrando il Conte di Monte-Cristo, abbiate le
-mie scuse per essermi lasciato prevenire; ma avrei avuto timore di
-essere indiscreto venendo più presto da voi. D’altra parte mi avevate
-fatto dire che sareste venuti, ed io mi sono trattenuto a vostra
-disposizione.
-
-— Franz ed io dobbiamo farvi mille ringraziamenti, sig. conte, disse
-Alberto; voi ci avete tolti da un grande impaccio, e noi stavamo per
-inventare un qualche veicolo fantastico al momento che ci mandaste il
-vostro grazioso invito.
-
-— Eh! mio Dio! signori, rispose il conte facendo segno cogli occhi a’
-due giovani di sedersi sopra un divano, la colpa è di questo imbecille
-di Pastrini che non mi ha detto prima il vostro impaccio, e vi ha
-lasciati per così lungo tempo nell’incertezza; solo e isolato come sono
-qui, non cercava che un’occasione di far conoscenza coi miei vicini.
-Cosicchè tosto che seppi poter esservi utile a qualche cosa, avete
-veduto con qual fretta ho afferrata l’occasione di prestarvi i miei
-servigi.
-
-I due giovani s’inchinarono. Franz non aveva ancora trovata una sola
-parola da dire, egli non aveva ancora presa alcuna risoluzione, e
-poichè il conte sembrava non avesse volontà di riconoscerlo, o alcun
-desiderio di essere riconosciuto da lui, non sapeva se doveva fare
-allusione al passato con qualche parola qualunque, o lasciare il tempo
-all’avvenire per portargli nuove pruove. Del resto essendo sicuro
-che era lo stesso di quello della sera innanzi nel palco, non poteva
-egualmente assicurare che fosse quello che era al Colosseo due sere
-prima: risolvè adunque di lasciar camminare le cose senza fare alcuna
-osservazione diretta al conte. D’altra parte egli aveva una superiorità
-su lui, era padrone del suo secreto, mentre che al contrario il
-conte non poteva avere alcun ascendente su Franz, che nulla aveva a
-nascondere. Frattanto mentre aspettava avvenimenti naturali, risolvè di
-far cadere la conversazione sopra un punto che potesse sempre condurre
-degli schiarimenti su di alcuni dubbi.
-
-— Signor conte, gli disse, voi ci avete offerto due posti nella vostra
-carrozza, ed altri due nelle vostre finestre del palazzo Ruspoli;
-potreste ora indicarci come potremmo fare per procurarci un posto,
-qualunque siasi, sulla piazza del popolo?
-
-— Ah! sì, è vero, disse il conte in modo distratto, ma guardando
-Morcerf con sostenuta attenzione, vi deve essere, se non sbaglio nella
-Piazza del popolo qualche cosa di simile ad una esecuzione?
-
-— Sì, rispose Franz vedendo che egli veniva da sè stesso dove voleva
-condurlo. — Aspettate, aspettate, credo di aver detto ieri al mio
-intendente di occuparsi di questo, e forse potrò rendervi ancora questo
-piccolo servigio. — Allungò una mano, e tirò il cordone del campanello.
-Sul momento videsi entrare un individuo dai 45 ai 50 anni che
-rassomigliava come due gocce d’acqua a quel contrabbandiere che aveva
-introdotto Franz nella grotta, ma che non fece menomamente sembiante di
-riconoscerlo. Si accorse allora che la parola era passata. — Bertuccio,
-disse il conte, vi siete incaricato come vi ordinai ieri, di ritrovarmi
-una finestra sulla Piazza del Popolo?
-
-— Sì, eccellenza, rispose l’intendente, ma era troppo tardi.
-
-— Come, disse il conte, increspando il sopracciglio, vi aveva pure
-ordinato di ritrovarne una?
-
-— E V. E. l’avrà; è una finestra che era stata data in fitto al
-principe Lobagneff; ma sono stato costretto di pagarla cento...
-
-— Sta bene, sta bene, Bertuccio; risparmiate a questi signori dei
-particolari inutili; voi avete la finestra e questo è l’importante.
-Date l’indirizzo della casa al cocchiere, e trattenetevi sulla scala
-per condurci. Basta così: andate.
-
-L’intendente salutò, e fece un passo per ritirarsi.
-
-— Aspettate! riprese il conte, fatemi il piacere di domandare a
-Pastrini se ha ricevuta la tavoletta, e se vuole inviarmi il programma
-della esecuzione.
-
-— È inutile, rispose Franz cavando il portafogli di saccoccia, ho avuto
-queste tavolette sotto gli occhi, e le ho copiate, eccole.
-
-— Sta bene; allora Bertuccio potete ritirarvi, non ho più bisogno di
-voi. Che ci avvisino soltanto quando sarà pronta la colazione. Questi
-signori, continuò egli volgendo ai due amici, mi faranno l’onore di far
-colazione meco?
-
-— In vero, sig. conte, disse Alberto, sarebbe un abusare...
-
-— No, al contrario, voi mi fate un vero piacere; mi renderete tuttociò
-a Parigi, l’uno o l’altro, e forse anche tutti e due. Bertuccio,
-ordinate che preparino per tre.
-
-E prese il foglio dalle mani di Franz.
-
-— Noi dicevamo adunque, continuò col tuono con cui avrebbe letto un
-tutt’altro avviso «che saranno giustiziati oggi 22 febbraio i nominati
-Andrea Rondolo, reo d’assassinio sulla persona di un rispettabilissimo
-cittadino di Roma, e il nominato Peppino detto _Rocca Priori_ convinto
-di complicità col detestabile bandito Luigi Vampa, e gli uomini della
-sua banda.» Hum! «il primo sarà impiccato, e il secondo decapitato.»
-Sì, infatto precisamente così doveva andare la faccenda, ma io credo
-che da ieri sia sopraggiunto qualche cambiamento nell’ordine della
-cerimonia.
-
-— Ah! disse Franz.
-
-— Sì, ieri dal cardinale R..., presso il quale ho passata la serata era
-questione di qualche cosa come di una dilazione accordata ad uno dei
-due condannati.
-
-— Ad Andrea Rondolo? domandò Franz.
-
-— No... rispose negligentemente il conte, all’altro... e guardando il
-foglio come per ricordarsi il nome, a Peppino detto _Rocca Priori_.
-Questo vi priverà di vedere l’azione della ghigliottina, ma vi resta a
-vedere l’altra esecuzione, che è un supplizio molto imponente, quando
-si vede per la prima volta, ed anche per la seconda, nel mentre che
-l’altro, che voi certo dovete conoscere, è troppo semplice, troppo
-spedito, e nulla vi è d’inaspettato. La mannaia non isbaglia, non
-trema, non colpisce in falso, non si ripente trenta volte come il
-soldato che tagliava la testa al conte di Chalais, ed al quale forse
-era stato raccomandato il paziente da Richelieu. Ah! aggiunse il
-conte con un tuono disprezzante, non mi parlate degli Europei per le
-esecuzioni capitali, essi non se ne intendono affatto, e sono nella
-vera infanzia, o piuttosto nella decrepitezza in rapporto a quelle.
-
-— In verità, sig. conte, rispose Franz, direbbesi che voi avete fatto
-uno studio comparato dei supplizi nei diversi popoli del mondo.
-
-— Ve ne sono pochi almeno che io non abbia veduti.
-
-— Ed avete ritrovato piacere ad assistere a questi spettacoli?
-
-— Il mio primo sentimento fu la ripugnanza, il secondo l’indifferenza,
-il terzo la curiosità.
-
-— La curiosità? la parola è veramente terribile, sapete?
-
-— Perchè? non vi ha nella vita una preoccupazione più grave di quella
-della morte; ebbene! non è curioso lo studiare in quanti differenti
-modi l’anima può uscir dal corpo, e come, secondo i naturali, i
-temperamenti, ed anche i costumi dei paesi, gl’individui sopportino
-questo supremo passaggio.
-
-— Non vi capisco bene, disse Franz; spiegatevi perchè non potete
-credere quanto punga la mia curiosità, ciò che mi dite.
-
-— Ascoltate dunque, disse il conte, ed il suo viso s’infiltrò di fiele
-nello stesso modo che il viso di un altro si colora col sangue. Se un
-uomo avesse fatto morire fra torture inaudite, in mezzo a tormenti
-senza fine, vostro padre, vostra madre, la vostra amica, uno di
-quegli esseri in fine che quando vengono sradicati dal nostro cuore
-vi lasciano un vuoto eterno ed una piaga sempre sanguinosa, credete
-che fosse sufficiente la riparazione che vi accorda la società, perchè
-il ferro della ghigliottina è passato fra la base dell’occipite, e i
-muscoli trapezzi dell’uccisore, e perchè colui che vi ha fatto soffrire
-degli anni di morali sofferenze, ha provato qualche secondo di fisico
-dolore?
-
-— Sì, lo so, risposo Franz, la giustizia umana è insufficiente, come
-consolatrice delle angosce sofferte; essa può versar sangue, per
-sangue, e niente più; non bisogna però chiederle più di quello che può
-dare.
-
-— Io ora vi propongo un altro caso materiale, riprese il conte, quello
-in cui la società, attaccata dalla morte di un individuo nella base
-sulla quale riposa, punisce la morte colla morte. Ma non vi sono
-dei milioni di dolori dai quali possono essere straziati i visceri
-dell’uomo, senza che la società se ne occupi menomamente, senza ch’ella
-gli offra il mezzo insufficiente di castigo di cui parlavamo or ora?
-Non vi sono dei delitti pei quali il palo dei turchi, i truogoli dei
-persiani, i nervi attorcigliati degl’indiani sarebbero supplizi troppo
-gentili, e che non pertanto la società indifferente lascia senza
-punizione?... rispondetemi, non vi sono questi delitti?
-
-— Sì, ed il duello è appena appena tollerato in alcuni paesi per
-punirli.
-
-— Ah! il duello, gridò il conte, graziosa maniera di giungere alla
-meta, quando questa è la vendetta! Un uomo vi rapisce l’amica, seduce
-vostra moglie, disonora vostra figlia: di una vita intera, che aveva il
-diritto di aspettare da Dio la parte di felicità che egli ha promesso
-ad ogni uomo nel crearlo, ha formato un’esistenza di dolore, di
-miseria, o di infamia, e voi vi credete vendicato perchè a quest’uomo,
-che vi ha messo il delirio nell’anima e la disperazione nel cuore,
-avete passato il petto con la spada, o traversata la testa con una
-palla? E poi! senza calcolare che spesso è il reo che riporta il
-vantaggio nel duello, e viene così scolpato agli occhi del mondo. No,
-no, continuò il conte, se avessi mai a vendicarmi, non mi vendicherei
-così.
-
-— Voi disapprovate dunque il duello? dunque non vi battereste in
-duello? domandò a sua volta Alberto meravigliato nel sentire emettere
-una tale teoria.
-
-— No certamente, non mi batterei, disse il conte.
-
-— Ma, disse Franz al conte, con questa teoria che vi costituisse
-giudice ed esecutore nella vostra propria causa, sarebbe difficile
-contenervi nei limiti per fuggire gli estremi, che sono sempre
-pericolosi; e converrete meco senza difficoltà, che l’odio è cieco, la
-collera sorda, e colui che si mesce la vendetta, corre pericolo di bere
-una bevanda amara.
-
-— Anche questo può esser vero, e qualche volta abbiamo veduto avverato
-ciò che ora affermate; ma, d’altra parte il peggio che potrebbe
-accadere ad un tale che avesse violato la legge, sarebbe d’incorrere
-in quest’ultimo servizio di cui parlavamo or ora, quello cioè che la
-filantropica rivoluzione francese ha sostituito allo squarto ed alla
-ruota. Ebbene! che cosa è questo supplizio, se egli si è vendicato? In
-verità sono quasi dispiacente che, secondo tutte le probabilità, questo
-miserabile Q Peppino non venga decapitato come si dice, vedreste il
-tempo che vi s’impiega, e se merita neppur la pena di parlarne. Ma sul
-mio onore noi facciamo una conversazione singolare per essere il primo
-giorno di carnevale. Come diavolo è avvenuto? Ah! mi ricordo: voi mi
-avete domandato un posto alla mia finestra; ebbene! sia, voi l’avrete;
-ma frattanto andiamo a tavola, poichè ecco che vengono ad annunciare
-che tutto è in ordine.
-
-Infatto un domestico aprì una delle quattro porte del salotto e fece
-intendere la consueta frase:
-
-— È servito in tavola!
-
-I due giovani si alzarono e passarono nella sala da pranzo. Durante
-la colazione, che riuscì eccellente, e fu servita con estrema
-ricercatezza, Franz cercò cogli occhi lo sguardo d’Alberto, per
-leggervi l’impressione che dovevano necessariamente avergli fatte le
-parole del loro ospite; ma sia che nella sua abituale non curanza,
-non vi avesse prestata grande attenzione, sia che la massima dal
-conte di Monte-Cristo esternata rapporto al duello lo avesse con
-lui riconciliato, sia finalmente che gli antecedenti raccontati,
-conosciuti particolarmente da Franz, avessero raddoppiato per lui
-solo l’effetto delle teorie del conte, non si accorse che il compagno
-fosse menomamente preoccupato; ed anzi Alberto faceva onore alla
-colazione come un uomo condannato da quattro o cinque mesi ad una
-cucina ben differente dalla sua; quanto al conte era in preda ad
-una preoccupazione troppo viva, che pareva inspirata dalla persona
-di Alberto, assaggiò appena ciascun piatto; sarebbesi detto nel
-mettersi a tavola con i suoi convitati adempisse ad un semplice dovere
-di gentilezza, e che aspettava la loro partenza per farsi portare
-qualche cibo strano e particolare. Ciò ricordava suo malgrado a
-Franz, il terrore che il conte aveva inspirato alla contessa G... e la
-convinzione in cui l’aveva lasciata che il conte, l’uomo che le aveva
-mostrato nel palco in faccia a lui, era un Vampiro. Alla fine della
-colazione, Franz cavò l’orologio. — Ebbene! dissegli il conte, che fate
-dunque?
-
-— Ci scuserete, signor conte, rispose Franz, ma noi abbiamo ancora
-mille cose da fare. — E quali?
-
-— Noi non abbiamo abiti da maschera, ed oggi il mascherarsi è di rigore.
-
-— Non vi occupate di questo. A quanto sembra abbiamo sulla piazza
-del Popolo una camera particolare; vi farò portare gli abiti che
-m’indicherete e ci maschereremo là.
-
-— Dopo l’esecuzione? gridò Franz.
-
-— Senza dubbio, dopo, nel tempo, o prima, come vorrete.
-
-— In faccia al patibolo?
-
-— Che discorso è questo? Noi che saremo presenti alla festa, staremo
-però nella nostra camera particolare.
-
-— Sentite, signor conte, vi ho riflettuto bene, disse Franz, io vi
-ringrazio della vostra gentilezza. Mi contenterò di accettare un posto
-nella vostra carrozza, ed uno alla finestra del palazzo Ruspoli; vi
-lascio in libertà di disporre del mio posto alla finestra della piazza
-del Popolo.
-
-— Ma voi perdete, ve ne prevengo, una cosa molto curiosa, rispose il
-conte.
-
-— Me la racconterete, rispose Franz, e sono convinto che dalla vostra
-bocca il racconto mi farà quasi tanta impressione, quanta ne potrei
-ricevere nel vedere il fatto. D’altra parte più di una volta ho già
-fatta la risoluzione di assistere ad una esecuzione, e non mi vi sono
-mai potuto risolvere; e voi, Alberto?
-
-— Io, rispose il visconte, ho veduto giustiziare Castaing; ma credo di
-essere stato un poco ubbriaco quel giorno, perchè era il primo dì che
-uscivo di collegio.
-
-— Ma, soggiunse il conte, non è una ragione, perchè se non avete fatta
-una cosa a Parigi non la dobbiate neppur fare all’estero: quando si
-viaggia è per istruirsi: quando si cambia luogo, è per vedere. Pensate
-adunque quale meschina figura fareste, quando vi si facessero delle
-dimande relativamente a queste esecuzioni che debbono oggi farsi in
-Roma, e voi non sapeste rispondere altro che non le vidi. E poi, dicesi
-che il condannato sia un infame malandrino, un birbante che ha ucciso
-a colpi di alare un buon canonico che avevalo allevato come figlio. Se
-viaggiaste in Ispagna, non andreste voi a vedere i combattimenti dei
-tori? ebbene! figuratevi che sia un combattimento quello che andiamo a
-vedere; risovvenitevi degli antichi romani al Circo, delle caccie ove
-venivano uccisi trecento leoni e un centinaio di uomini; risovvenitevi
-di quegli ottantamila spettatori che battevano le mani, di quelle
-sagge matrone che vi conducevano le loro figlie per maritarle, e di
-quelle graziose vestali dalle mani bianche che col pollice facevano un
-graziosissimo e piccolo segno che voleva dire: «via, non siate pigri,
-finite di ammazzarmi quell’uomo che è mezzo morto.»
-
-— Vi andate voi Alberto? domandò Franz.
-
-— In fede mia sì, io esitava come voi, ma l’eloquenza del conte mi ha
-determinato.
-
-— Andiamoci dunque, poichè lo volete, disse Franz, ma nel recarmi alla
-piazza dei Popolo desidererei passare per il Corso; è possibile, signor
-conte?
-
-— A piedi sì, in carrozza non è permesso.
-
-— Ebbene! vi andrò a piedi.
-
-— Ma avete tanta necessità di passare per il Corso?
-
-— Sì, ho qualche cosa a vedere. — Ebbene! passiamo tutti pel Corso,
-manderemo la carrozza per la strada del Babbuino ad aspettarci sulla
-piazza del Popolo. Del resto anch’io ho piacere di passare per il Corso
-onde vedere se sono stati eseguiti alcuni ordini che ho dati.
-
-— Eccellenza, disse un domestico aprendo la porta, un uomo vestito da
-confratello della buona morte chiede parlarvi.
-
-— Ah! sì, disse il conte, so che cos’è. Signori, volete avere la
-compiacenza di rientrare nel salotto? Ritroverete sulla tavola di mezzo
-degli eccellenti sigari dell’Avana; vi raggiungerò fra poco.
-
-I due giovani si alzarono ed uscirono da una porta, mentre che il
-conte, dopo aver rinnovato loro le sue scuse, uscì dall’altra. —
-Alberto che era un gran dilettante di sigari, e che non contava come
-piccolo sacrificio quello di esser privo dei sigari del caffè di
-Parigi, da che era in Italia, si avvicinò alla tavola, e mandò un
-grido di gioia, nel riconoscere dei veri _puros_. — Ebbene! gli domandò
-Franz, che pensate voi del conte di Monte-Cristo?
-
-— Che ne penso? disse Alberto grandemente meravigliato che il suo
-compagno gli facesse una simile interrogazione; penso che è un uomo
-carissimo, che fa a maraviglia gli onori di casa sua, che ha molto
-studiato, che ha riflettuto assai, che è come Bruto della scuola
-stoica, e, aggiunse mandando una voluttuosa fumata che salì a spirale
-verso il soffitto, e che oltre tutto ciò possiede eccellenti sigari.
-
-Questa era l’opinione d’Alberto sul conte; ora siccome era noto a Franz
-che Alberto aveva la pretensione di non farsi mai un’opinione degli
-uomini e delle cose che dopo mature riflessioni, così Franz non tentò
-di cambiar niente alla sua.
-
-— Ma, diss’egli, avete voi notato una cosa singolare?
-
-— E quale? — L’attenzione con cui vi guardava.
-
-Alberto riflettè alcun poco.
-
-— Ah! diss’egli con un sospiro, nulla di meraviglioso in questo: sono
-assente da Parigi da quasi un anno, e debbo avere degli abiti di un
-taglio dell’altro mondo. Il conte mi avrà preso per un provinciale;
-disingannatelo, caro amico, e ditegli, ve ne prego, alla prima
-occasione, che non è vero. — Franz sorrise, un momento dopo rientrò il
-conte:
-
-— Eccomi signori, diss’egli, e tutto per voi; ho già dati gli ordini.
-La carrozza andrà alla piazza del Popolo per la sua strada, e noi vi
-andremo per la nostra, se lo desiderate ancora, cioè per la strada
-del Corso. Su via, prendete dunque qualcuno di questi sigari, signor
-Morcerf, aggiunse, strisciando in un modo singolare le sillabe di
-questo nome che pronunziava per la prima volta.
-
-— In fede mia, con gran piacere, disse Alberto, perchè i vostri sigari
-italiani sono ancora peggiori di quelli della privativa regia; quando
-verrete a Parigi vi renderò tutto questo.
-
-— Ed io non rifiuto, conto di andarvi per qualche giorno, e poichè voi
-lo permettete, verrò a battere alla vostra porta. Andiamo, signori,
-andiamo, non abbiamo tempo da perdere; è mezzogiorno e mezzo, partiamo.
-
-Tutti e tre discesero. Allora il cocchiere prese gli ordini dal
-padrone, seguì la via del Babbuino, mentre che i pedoni risalivano per
-la piazza di Spagna, e per la via Frattina che conduceva direttamente
-fra il palazzo Fiano e il palazzo Ruspoli. Gli sguardi di Franz furono
-diretti alle finestre di quest’ultimo palazzo; non aveva dimenticato
-il segnale convenuto al Colosseo, fra l’uomo del mantello scuro ed il
-Trasteverino: — Quali sono le vostre finestre? domandò egli al conte
-col tuono più naturale che potesse prendere.
-
-— Le tre ultime, rispos’egli, con una negligenza non affettata,
-perchè non poteva indovinare con quale scopo gli veniva fatta questa
-interrogazione.
-
-Gli sguardi di Franz si portarono rapidamente sulle tre finestre.
-Quelle laterali erano parate con un tappeto di damasco giallo, e
-quella di mezzo con un tappeto di damasco bianco che portava una croce
-rossa. L’uomo dal mantello scuro aveva dunque mantenuta la parola al
-Trasteverino, e non v’era più dubbio, era precisamente il conte. Le tre
-finestre erano ancora vuote. Da tutte parti si facevano preparativi;
-si mettevano al posto le sedie, si ergevano palchi, si paravano le
-finestre. Le maschere non potevano comparire, le carrozze non potevano
-entrare che dopo il suono della campana del Campidoglio; ma si
-sentivano le maschere dietro a tutte le finestre e le carrozze dietro a
-tutte le porte.
-
-Franz, Alberto ed il conte continuarono a discendere lungo il Corso; a
-seconda che si avvicinavano alla piazza del Popolo, la folla diveniva
-più fitta, e al di sopra delle teste di questa folla, si vedevano
-due cose, l’obelisco sormontato da una croce, che indica il centro
-della piazza, e al davanti dell’obelisco, precisamente al punto di
-corrispondenza visuale delle tre strade del Babbuino, del Corso, e
-di Ripetta, i due travi supremi del patibolo, fra i quali brillava
-l’acciaio forbito della falce. All’angolo della strada era l’intendente
-del conte che aspettava il padrone. La finestra presa in fitto, a
-quel prezzo senza dubbio esorbitante che il conte non aveva voluto far
-conoscere ai convitati, apparteneva al secondo piano del gran palazzo
-situato fra la strada del Babbuino e il monte Pincio, era una specie
-di gabinetto che comunicava con una camera da dormire; ma chiudendo la
-porta di questa, quelli che avevano preso in fitto il gabinetto stavano
-come in casa loro: sulle sedie erano disposti i vestiti di maschera da
-pagliaccio di seta bianca e celeste della più grande eleganza.
-
-— Avendomi voi lasciata la scelta dei costumi, disse il conte ai due
-amici, ho fatto preparare questi. Primieramente saranno ciò che di
-meglio verrà indossato in quest’anno, poi sono ciò che vi ha di più
-comodo pei confetti, attesochè la farina non vi si scorge.
-
-Franz non intese che imperfettamente le parole del conte, e forse non
-apprezzò col suo giusto valore questa nuova gentilezza, poichè tutta
-la sua attenzione era rivolta allo spettacolo che presentava la piazza
-del Popolo ed all’istrumento terribile che ne formava in quell’ora
-il principale ornamento. Era la prima volta che Franz vedeva una
-ghigliottina. Noi diciamo ghigliottina, perchè la falce romana è presso
-a poco della stessa forma del nostro istrumento di morte. La falce che
-ha la forma di una mezza luna che taglia dalla parte convessa, cade da
-minore altezza, ecco tutta la diversità!
-
-Due uomini, seduti sulla tavola ad altalena, ove viene steso il
-condannato, mentre aspettavano, mangiavano a quanto sembrò a Franz,
-del pane e della salciccia; l’un d’essi sollevò l’asse e ne estrasse
-un fiasco di vino, ne bevè e passò il fiasco al suo camerata; essi
-erano gli aiutanti del carnefice! — A questo solo aspetto, Franz aveva
-inteso venirgli il sudore fin dalla radice dei capelli. — I condannati
-erano stati trasportati fin dalla sera innanzi, dalle carceri nuove
-alla chiesa di S. Maria del popolo, ed avevano passata tutta la notte
-assistiti ciascuno da due preti in una cappella di conforteria chiusa
-da un cancello, davanti al quale passeggiavano le sentinelle cambiate
-d’ora in ora. Una doppia fila di carabinieri posti da ciascun lato
-della chiesa si estendeva fino al patibolo, intorno al quale formava
-un circolo di dieci piedi di spazio, che serviva di strada fra la
-ghigliottina ed il popolo. Tutto il resto della piazza sembrava un
-selciato di teste d’uomini e di donne delle quali molte avevano i loro
-bambini sulle spalle, e questi erano i meglio situati perchè venivano
-ad aver la testa al di sopra delle altre.
-
-Il monte Pincio sembrava un vasto anfiteatro i cui gradini fossero
-stati caricati di spettatori; le finestre delle due chiese che
-formano l’angolo delle strade del Babbuino e di Ripetta col Corso,
-rigurgitavano di curiosi privilegiati; gli scalini dei peristili
-sembravano un’onda moventesi e variopinta che una marea incessante
-spingesse verso il portico, ciascuna sporgenza o rilievo di muro che
-potesse dare appoggio ad un uomo aveva la sua statua vivente. Ciò che
-diceva il conte era dunque vero: ciò che vi ha di più curioso nella
-vita è lo spettacolo della morte. E frattanto in vece del silenzio, che
-sembrava dovere essere comandato nella solennità di un tale spettacolo,
-un gran rumore usciva da quella folla; rumore composto di risa, di
-urli, di gridi giocosi; era ancora evidente, come lo aveva detto il
-conte, che a questa esecuzione interverrebbe una gran moltitudine di
-popolo pel fatto non già, ma perchè andava per caso a coincidere col
-principio del carnevale.
-
-D’improvviso questo rumore cessò come per incanto; la porta della
-chiesa era stata aperta. La confraternita detta di S. Giovanni
-decollato comparve, ciascun membro era vestito di un sacco grigio
-aperto soltanto agli occhi, e teneva in mano una torcia accesa, il capo
-di questa confraternita apriva la strada. Dietro ai confratelli veniva
-un uomo di alta persona, nudo, ad eccezione dei calzoni di tela, ad un
-lato de’ quali stava attaccato un gran coltello nascosto nel fodero;
-e portava sulla spalla destra una quantità di corda affatto nuova;
-costui era il carnefice; aveva inoltre i sandali attaccati al basso
-della gamba per mezzo di funicelle. Dietro al carnefice camminavano,
-nell’ordine in cui dovevano esser giustiziati, prima Peppino e poi
-Andrea; ciascuno accompagnato da due preti. Nè l’uno nè l’altro avevano
-gli occhi bendati. Peppino camminava con passo molto sicuro; senza
-dubbio egli era stato avvisato di ciò che gli si preparava. Andrea era
-sostenuto sotto le braccia da un prete. Entrambi baciavano di tempo
-in tempo il simbolo della Redenzione che veniva lor presentato dal
-confessore.
-
-Franz sentì che solo questa vista gli faceva venir meno le gambe,
-guardò Alberto. Egli era pallido come la sua camicia e per un movimento
-meccanico gettò lungi da sè il sigaro, quantunque non lo avesse fumato
-che a metà. Il conte solo pareva impassibile. Anzi eravi di più, una
-leggiera tinta rosea sembrava volere irrompere dal pallore livido delle
-sue guance. Il naso si dilatava come quello di un animale selvaggio che
-odora il sangue, e le labbra lasciavano vedere i denti piccoli bianchi
-ed acuti, come quelli di un lupo dorato d’Affrica. E ciò non ostante
-il viso aveva una espressione di dolcezza sorridente, che Franz non
-avevagli mai veduta; gli occhi soprattutto erano ammirabili per la
-mansuetudine.
-
-Frattanto i due condannati continuavano a camminare verso il patibolo,
-ed a seconda che avanzavano si potevano distinguere i tratti del
-loro viso. Peppino era un bel giovine dai 24 a 26 anni di colorito
-scuro pel sole, con lo sguardo libero e selvaggio; portava la testa
-alta, e sembrava odorare il vento per conoscere da che parte gli
-sarebbe arrivato il liberatore. Andrea era grasso e corto: il viso,
-trivialmente crudele, non indicava la sua età, ciò non ostante poteva
-avere circa trent’anni. Nella prigione erasi lasciata crescere la
-barba. La testa pendolava sopra una delle spalle, le gambe gli si
-piegavano sotto; tutto il suo essere sembrava obbedire ad un movimento
-materiale, nel quale la sua volontà non prendeva parte alcuna.
-
-— Sembrami, disse Franz, al conte, avermi voi annunziato non esservi
-che una sola esecuzione.
-
-— Vi ho detto la verità, rispose egli freddamente.
-
-— Frattanto ecco due condannati.
-
-— Sì, ma di questi due l’uno è sul punto di morire, l’altro vivrà
-ancora lunghi anni.
-
-— Ma se deve venire la grazia non vi è tempo da perdere.
-
-— Ed appunto eccola che viene; guardate, disse il conte.
-
-Difatto nel medesimo punto in cui Peppino giungeva ai piedi del
-patibolo, un penitente che sembrava essere venuto tardi, passò la fila
-senza che i soldati facessero ostacolo al suo passaggio, e venendo
-avanti presentò al capo della confraternita un foglio piegato in
-quattro parti. Lo sguardo ardente di Peppino non aveva perduto alcuno
-di questi particolari; il capo della confraternita spiegò la carta, la
-lesse ed alzò la mano:
-
-— Il Signore sia benedetto e sua Santità sia lodata, diss’egli ad
-alta ed intelligibile voce, vi è la grazia della vita di uno dei due
-condannati.
-
-— Grazia! gridò il popolo con un sol grido, vi è la grazia? — A questa
-parola di grazia, Andrea si scosse e alzò la testa: — Grazia, per chi?
-gridò egli.
-
-Peppino restò immobile, muto ed anelante.
-
-— Vi è la grazia dalla pena di morte per Peppino detto _Rocca Priori_,
-disse il capo della confraternita. — E passò il foglio nelle mani del
-comandante dei carabinieri che dopo averlo letto tornò a renderlo.
-
-— Grazia per Peppino! gridò Andrea interamente tolto dallo stato di
-torpore in cui sembrava fosse immerso. Perchè grazia per lui e non per
-me? Noi dovevamo morire insieme, erami stato promesso che sarebbe morto
-prima di me, e non vi è diritto di farmi morir solo; non voglio morir
-solo, non lo voglio.
-
-E si attaccò alle braccia dei due preti torcendosi, urlando, ruggendo
-e facendo sforzi insensati per resistere al carnefice che voleva, a
-quell’impeto imprevisto, legargli nuovamente le mani. Il carnefice fece
-un segno ai suoi aiutanti i quali saltarono abbasso del patibolo, e
-vennero ad impadronirsi del condannato.
-
-— Che accade dunque? domandò Franz al conte, perchè la distanza non gli
-permetteva di bene intendere le parole.
-
-— Che accade? disse il conte, non lo indovinate? Accade che quella
-creatura umana che va alla morte, è divenuta furiosa perchè il suo
-simile non muore con essa, e che, se si lasciasse fare, lo sbranerebbe
-colle unghie e coi denti piuttosto che lasciarlo godere della vita di
-cui sarà in breve privato. Oh! uomini! uomini! razza di coccodrilli,
-come disse Karl Moor, gridò il conte stendendo i due pugni verso tutta
-quella folla, come vi riconosco bene, e in ogni tempo siete sempre
-degni di voi stessi.
-
-Infatto Andrea, e i due aiutanti del carnefice si rotolavano nella
-polvere, ed il condannato gridava sempre «egli deve morire, io voglio
-che muoia, non hanno il diritto di farmi morire solo.»
-
-— Guardate; guardate, disse il conte afferrando ciascuno dei due
-giovani per la mano; guardate, perchè sull’anima mia è una cosa
-curiosa: ecco un uomo che era rassegnato alla sua sorte, che camminava
-al patibolo, che andava a morire come un vile, è vero, ma pure andava
-a morire senza resistenza e senza recriminazione. Sapete ciò che gli
-dava qualche forza? sapete ciò che lo consolava? sapete ciò che gli
-faceva prendere il supplizio con pazienza? era un altro che divideva
-le angosce, un altro che moriva come lui, un altro che moriva prima di
-lui. Conducete due montoni alla beccheria, o due bovi all’ammazzatoio,
-e fate intendere, se vi riesce, ad uno di questi che il suo compagno
-non morrà, il montone, cred’io, belerà di gioia, il bove muggirà di
-piacere; ma l’uomo a cui Iddio ha imposto per prima, per unica, per
-suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Iddio ha dato la
-parola per esprimere il pensiero, ora vedetelo qui con i vostri propri
-occhi, che dà nelle furie perchè va a morir solo, perchè sa che il
-compagno è salvo. In verità, non me lo sarei mai aspettato! ecco là non
-più terrore, non più rassegnazione; oh! disgraziata creatura! quanto
-lagrimevole è la tua sorte! — E il conte rise, ma di un riso terribile
-che faceva comprendere ch’egli aveva orribilmente sofferto per poter
-giungere a ridere in tal modo.
-
-Frattanto la lotta continuava, ed era spettacolo orribile a vedersi. I
-due aiutanti portavano Andrea sul patibolo; tutto il popolo aveva preso
-partito contro di lui, e ventimila voci mandavano un sol grido: «alla
-morte! alla morte!»
-
-Franz lasciavasi andare in addietro; ma il conte riprese il braccio, e
-lo trattenne sul davanti della finestra.
-
-— E che fate! diss’egli, avete pietà? in fede mia ella è ben situata!
-se sentiste gridare, al cane arrabbiato, prendereste il vostro fucile,
-vi appostereste sulla strada, e tirereste senza misericordia a piccola
-distanza sulla povera bestia, che in fin del conto non sarebbe rea
-che di essere stata morsa da un altro cane, rendendo ciò che gli fu
-fatto; ed ecco qua che avete pietà di un uomo che non fu morso da alcun
-altro, e che ciò non ostante ha ucciso il suo benefattore, e che ora
-non potendo più uccidere, perchè ha le mani legate, vuole a tutta forza
-veder morire il compagno d’infortunio? no, no, guardate, guardate.
-
-Ogni raccomandazione sarebbesi resa inutile, Franz era come affascinato
-dall’orribile spettacolo. I due aiutanti avevano portato a gran stento
-il paziente fino a piè della scala fatale. Allora sì che incominciò
-una lotta terribile. Il misero si dibatteva, si contorceva, e puntava
-i piedi gittandosi con tutta la persona all’indietro. Uno di que’ due
-tentò d’acquistare sopra di lui qualche vantaggio col salire alcuni
-scalini dalla sua parte, e tirarlo a sè mentre l’altro lo avrebbe
-sospinto all’insù. In quel frattempo il carnefice lo afferrò per la
-vita, e lo sollevò da terra. Trovatosi il misero senza punto d’appoggio
-e tirato e sospinto, in un attimo fu sotto al laccio. — A tal vista
-Franz non potè trattenersi più lungamente, si ritirò in addietro, e
-andò a cadere sur una sedia, mezzo svenuto.
-
-Alberto, cogli occhi chiusi, restava in piedi, ma aggrappato al telaio
-della finestra, senza l’aiuto del quale sarebbe certamente caduto.
-
-Il conte solo era in piedi, e trionfante come l’angelo del male.
-
-
-
-
-XXXVI. — IL CARNEVALE DI ROMA.
-
-
-Quando Franz ritornò in sè, vide Alberto che beveva un bicchier
-d’acqua, e la sua pallidezza indicava che ne aveva avuto gran bisogno;
-il conte cominciava già ad indossare il vestito da pagliaccio.
-Dette macchinalmente un’occhiata sulla piazza, tutto era disparso,
-patibolo, carnefice, vittime; non restava più che il popolo affollato,
-rumoreggiante, allegro. La campana del Campidoglio suonava l’apertura
-del carnevale.
-
-— Ebbene, domandò egli al conte, che è dunque accaduto?
-
-— Niente, assolutamente niente, diss’egli, solo il carnevale è
-cominciato, mascheriamoci presto.
-
-— In fatto, rispose Franz, non resta più di tutta questa scena che la
-traccia di un sogno.
-
-— E non fu che un sogno, non fu che un incubo, quello che aveste. — Sì,
-ma il condannato?
-
-— È un sogno anch’esso, solo egli è rimasto addormentato, e voi vi
-siete risvegliato; e chi può dire quale di voi due sia il privilegiato?
-
-— Ma Peppino, domandò Franz, che ne avvenne?
-
-— Peppino è un giovine di senso che non ha il più piccolo amor
-proprio, e che contro l’abitudine degli uomini che sono furiosi allor
-quando nessuno si occupa di loro, è rimasto soddisfatto di vedere
-che l’attenzione generale si portava tutta sul suo camerata; per
-conseguenza ha profittato di questa distrazione per schizzar fra la
-folla, e sparire, senza nemmeno ringraziare quei degni preti che lo
-avevano accompagnato. In fede mia l’uomo è un animale molto ingrato,
-ed egoista... Ma vestitevi; osservate il sig. de Morcerf, ve ne dà
-l’esempio.
-
-Infatto Alberto passava macchinalmente i calzoni di seta bianca al di
-sopra dei suoi di panno nero, e degli stivali inverniciati. — Ebbene?
-Alberto, domandò Franz, siete in istato di far follie? su rispondete
-francamente.
-
-— No, diss’egli, ma in verità sono contento di aver veduto una cosa
-simile, e comprendo ciò che diceva il signor conte: cioè che allora
-quando uno ha potuto una volta abituarsi ad un simile spettacolo,
-questo sia il solo che dà ancora qualche emozione.
-
-— Senza contare che in quel momento soltanto si possono fare studi
-sulle indoli, disse il conte; sul primo scalino del patibolo la morte
-strappa la maschera che si è portata in tutta la vita, ed il vero
-viso comparisce. Bisogna convenirne, quello di Andrea non era bello a
-vedersi, era un infame ributtante!... vestiamoci, ho bisogno di vedere
-delle maschere di cera, e di stucco per consolarmi delle maschere
-di carne. — Sarebbe stato ridicolo per Franz di fare la signorina, e
-non seguire l’esempio che gli veniva dato dai due compagni. Si mise
-adunque il suo vestiario, si collocò sul viso la maschera che non
-era certamente più pallida del suo volto. Compiuto il travestimento
-discesero. La carrozza aspettava alla porta, piena di confetti, e di
-mazzetti di fiori: essa si mise in fila.
-
-È difficile il formarsi un’idea di un’opposizione così compiuta quanto
-quella che erasi operata. In vece dello spettacolo di morte, tetro e
-silenzioso, la piazza del Popolo presentava l’aspetto di una folta
-e rumorosa orgia. Una quantità di maschere facevansi veder da ogni
-parte, uscendo dalle porte, dalle finestre: le carrozze che sboccavano
-da tutti gli angoli delle strade, piene di pagliacci, d’arlecchini,
-di dominò, di marchesi, di trasteverini, di grotteschi, di cavalieri,
-di contadini, tutto ciò gridando, gesticolando, lanciando uova piene
-di farina, confetti, e mazzetti; aggredendo colle parole, e coi
-proiettili, amici e stranieri, conoscenti e non conoscenti, senza che
-alcuno abbia il diritto di lamentarsene, senza che alcuno faccia altro
-che ridere. Franz e Alberto erano a guisa di due uomini che per essere
-distratti da un violento dispiacere venissero condotti in un’orgia, e
-che a seconda che bevono, e s’inebriano, sentono inspessirsi un velo
-fra il passato, ed il presente. Essi vedevano sempre, o per meglio
-dire continuavano a sentire in loro gli effetti di ciò che avevano
-veduto. Ma poco a poco l’ubriachezza generale li guadagnava; sembrò
-che la vacillante ragione stesse per abbandonarli; conoscevano uno
-strano bisogno di prender parte a quel rumore, a quel movimento, a
-quella vertigine. Un pugno di confetti che gettato da una carrozza
-vicina colse Morcerf, e che, coprendolo di polvere unitamente ai due
-compagni gli punse il collo, e tutte le parti del viso che non erano
-garantite dalla maschera, come se gli avessero gettato un pugno di
-spilli, terminò di spingerlo alla lotta generale, alla quale erano
-già impegnate tutte le maschere che incontravano. Si alzò a sua volta
-nella carrozza; raccolse a piene mani confetti nei sacchi, e con tutto
-il vigore e la destrezza di cui era capace, lanciò uova e confetti
-ai vicini. Da quel momento il combattimento era impegnato. La memoria
-di ciò che avevano veduto mezz’ora prima si cancellava affatto dallo
-spirito di questi giovani, tanto lo spettacolo mobile, insensato,
-e variopinto che avevano sotto gli occhi, era venuto a far loro
-diversione. In quanto al conte non era mai stato, come si disse, per un
-sol momento commosso.
-
-Di fatto, che alcuno s’immagini quella grande e bella strada del
-Corso ornata da un’estremità all’altra di palazzi a quattro o cinque
-piani con tutte le loro ringhiere addobbate, con tutte le finestre
-coi tappeti. A queste ringhiere e a queste finestre, trecento mila
-spettatori, patriotti, italiani, stranieri, venuti da tutte e quattro
-le parti del mondo; tutte le aristocrazie riunite; aristocrazie
-di nascita, di danaro, di genio; donne graziose esse stesse sotto
-l’influenza di questo spettacolo, che si curvano sulle ringhiere,
-sporgono fuori dalle finestre, fanno piovere sulle carrozze che passano
-una grandine di confetti che lor viene contraccambiata in mazzetti;
-l’atmosfera è tutta ingombra di confetti che discendono, e di fiori che
-volano; poi sul selciato della strada una folla allegra, incessante,
-pazza, con costumi insensati, cavoli giganteschi che passeggiano, teste
-di bufalo che muggiscono sopra il corpo dell’uomo, cani che sembrano
-comminare sui piedi di dietro, e si avrà una debole idea di ciò che
-è il Carnevale di Roma. Al secondo giro, il conte fece fermare la
-carrozza, e domandò ai compagni il permesso di allontanarsi lasciando a
-loro disposizione la carrozza. Franz alzò gli occhi: erano dirimpetto
-al palazzo Ruspoli, e alla finestra di mezzo, a quella che aveva il
-tappeto di damasco bianco con una croce rossa, era un dominò blu, sotto
-il quale l’immaginazione di Franz si figurò senz’altro la bella greca
-del teatro Argentina.
-
-— Signori, disse il conte saltando a terra, quando sarete stanchi di
-essere attori, e che vorrete ritornare spettatori, sapete che avete
-i posti alle mie finestre; frattanto disponete del cocchiere, della
-carrozza e dei domestici.
-
-Abbiamo dimenticato di dire che il cocchiere del conte era vestito
-con gravità di una pelle d’orso nero, esattamente simile a quella
-d’Odry nell’_Orso ed il Pascià_, e che i due servitori che stavano
-in piedi dietro la carrozza avevano il costume delle scimmie verdi,
-perfettamente adattato alla loro corporatura, con maschere a molla
-colle quali essi facevano delle boccacce a coloro che passavano. Franz
-ringraziò il conte della gentile offerta. In quanto ad Alberto era in
-via di scherzi con una carrozza piena di contadine romane, fermata come
-quella del conte da uno di quei riposi tanto comuni nelle file, cui
-egli tempestava di mazzetti. Disgraziatamente per lui la fila riprese
-il movimento, e mentre discendeva la piazza del Popolo, la carrozza che
-aveva attirata la sua attenzione risaliva verso la piazza di Venezia:
-— Ah! mio caro, disse egli a Franz, non avete veduto quel calesse pieno
-di contadine romane?
-
-— No.
-
-— Ebbene! sono sicuro che sono delle graziose signore...
-
-— Quale disgrazia che voi siate mascherato, mio caro Alberto! disse
-Franz, questo sarebbe stato il momento di rifarvi di tutti i vostri
-sconcerti amorosi.
-
-— Oh! rispose egli, metà ridendo, metà convinto, spero bene che il
-carnevale non trascorrerà senza apportarmi qualche buona avventura. —
-Ad onta di questa speranza d’Alberto tutto il giorno passò senz’altra
-avventura che l’incontro due o tre volte rinnovato del calesse che
-portava le contadinelle romane: in uno di questi, fosse caso, oppure
-studio, la maschera cadde dal volto d’Alberto, ed egli approfittò di
-questa congiuntura per prendere quanti mazzetti potè, e gettarli nel
-calesse. Senza dubbio una delle graziose signore che Alberto indovinava
-sotto il costume di contadine fu colpita da questa galanteria, e
-quando le due carrozze ritornarono ad incontrarsi, gettò un mazzetto di
-violette nella carrozza dei due amici. Alberto vi si precipitò sopra, e
-siccome Franz non aveva alcun motivo di credere che fosse stato a lui
-diretto, lo lasciò impadronirsene. Alberto lo mise vittoriosamente in
-petto, e la carrozza continuò il corso trionfante.
-
-— Ebbene, gli disse Franz, ecco il principio di un’avventura.
-
-— Ridete, quanto volete, rispose egli, ma credo veramente di sì; perciò
-non lascio più questo mazzetto.
-
-— Per bacco! lo credo bene, rispose Franz ridendo, è un segnate di
-riconoscimento. — Lo scherzo, del rimanente, prese ben presto l’indole
-della realtà, mentre allorquando, sempre condotti dalla fila, Franz
-ed Alberto incontrarono di nuovo la carrozza delle contadine, quella
-che aveva gettato il mazzetto ad Alberto, battè le mani vedendo che lo
-aveva messo in petto. — Bravo! mio caro, bravo, gli disse Franz, ecco
-che la cosa si prepara a meraviglia, volete che vi lasci? avete più
-piacere di restare solo?
-
-— No, diss’egli, no, non imbrogliamo niente: non vo’ lasciarmi
-accalappiare come uno stupido alla prima dimostrazione, ad un convegno
-sotto l’orologio, come diciamo al ballo dell’_Opera_. Se la bella
-contadina ha volontà di spingere la cosa più innanzi la ritroveremo
-domani, o piuttosto ella troverà noi; allora mi darà segno di
-esistenza, ed io vedrò ciò che mi converrà di fare.
-
-— In vero, mio caro Alberto, disse Franz, voi siete saggio come Nestore
-e prudente come Ulisse, e se la vostra Circe giunge a trasformarvi
-in una bestia qualunque, bisognerà che sia molto destra e possente. —
-Alberto aveva ragione: la bella incognita aveva risoluto senza dubbio
-di non spingere le cose più in là in quel giorno, perchè quantunque
-facessero ancora diversi giri, non rividero più la carrozza che
-cercavano con attenzione, e che sicuramente era sparita per una delle
-vie traverse. Allora ritornarono al palazzo Ruspoli; ma il conte pure
-era sparito col dominò blu, le due finestre parate col damasco giallo
-continuarono però ad essere occupate da persone senza dubbio da lui
-invitate.
-
-In questo momento la medesima campana che aveva suonato l’apertura
-della mascherata, suonò il ritiro, la fila del Corso si ruppe al
-momento, e in un punto tutte le carrozze disparvero per le strade
-traverse. Franz ed Alberto erano in quel momento dirimpetto alla via
-delle Muratte; il cocchiere sfilò senza dir niente, giunto alla piazza
-di Spagna si fermò davanti all’albergo. La prima cura di Franz fu
-d’informarsi del conte per esprimergli il dispiacere di non essere
-andato in tempo a riprenderlo; ma Pastrini lo tranquillò dicendogli
-che il conte di Monte-Cristo aveva ordinata un’altra carrozza per
-lui, e che questa era andata a prenderlo alle quattro sul palazzo
-Ruspoli. Era inoltre incaricato da parte sua di offrire ai due amici
-la chiave del suo palco al teatro Argentina. Franz interrogò Alberto
-sulle disposizioni; ma questi aveva grandi disegni da mettere in
-esecuzione prima di pensare ad andare al teatro: in conseguenza, invece
-di rispondergli, s’informò se Pastrini avesse potuto procurargli un
-sartore.
-
-— Un sartore! e perchè farne? domandò l’albergatore.
-
-— Per farci da oggi a domani degli abiti da contadini romani più
-eleganti che sia possibile.
-
-Pastrini scosse la testa: — Farvi da oggi a domani due abiti? gridò
-egli, questa è, domando perdono a V. E., una vera domanda alla
-francese. Due abiti quando da oggi a otto giorni non trovereste
-certamente un sartore che volesse attaccarvi sei bottoni ad un gilè,
-quand’anche li pagaste uno scudo l’uno.
-
-— Bisogna dunque rinunciare a procurarsi gli abiti che io desideravo?
-— No, perchè li ritroveremo belli e fatti. Lasciatene a me la cura,
-e domani quando vi svegliate, troverete una collezione di cappelli,
-di vestiti e di calzoni di cui rimarrete soddisfatto. — Mio caro,
-disse Franz ad Alberto, rimettiamoci al nostro albergatore; egli ci
-ha di già provato che è un uomo pieno di risorse, pranziamo dunque
-tranquillamente e dopo il pranzo andiamo a vedere l’_Italiana in
-Algeri_.
-
-— Sì; ma pensate Pastrini che il signore ed io annettiamo la più alta
-importanza ad avere gli abiti che vi abbiamo dimandati.
-
-Pastrini assicurò un’ultima volta i suoi ospiti che non avevano ad
-inquietarsi di niente, e che sarebbero stati serviti a seconda dei loro
-desideri. Alberto e Franz dopo ciò risalirono per torsi gli abiti da
-pagliacci. Alberto nello spogliarsi, custodì con la più gran cura il
-mazzetto di viole; questo era il segno di riconoscimento per la dimane.
-
-I due amici si misero a tavola; ma pranzando, Alberto non potè far a
-meno di osservare la notabile differenza fra i meriti rispettivi del
-cuoco di Pastrini, e quello del conte di Monte-Cristo. Ora la verità
-costrinse Franz a confessare, ad onta delle prevenzioni che sembrava
-avere contro il conte, che il parallelo non era vantaggioso pel cuoco
-di Pastrini. Alle frutta un domestico venne ad informarsi a quale
-ora desideravano la carrozza. Alberto e Franz guardaronsi, temendo
-realmente di essere indiscreti.
-
-Il domestico li capì:
-
-— S. E. il conte di Monte-Cristo fa saper loro, avere egli dato ordini
-positivi, perchè la carrozza restasse sempre agli ordini delle loro
-signorie; potran perciò disporne liberamente senza essere indiscreti.
-
-I giovani risolvettero di approfittare fino alla fine della cortesia
-del conte, ed ordinarono di mettere in ordine mentre che si cambiavano
-gli abiti portanti i segni dei numerosi combattimenti a cui avevano
-preso parte nella giornata. Dopo questa cautela, passarono al teatro
-Argentina, ove presero posto nel palco del conte.
-
-Durante il primo atto la contessa G*** entrò nel suo palco. Il primo
-sguardo si diresse, dalla parte ove la sera innanzi aveva veduto il
-singolare sconosciuto, dimodochè vide subito Franz ed Alberto nel palco
-di colui sul conto del quale aveva espresso a Franz, non erano 24 ore,
-una strana opinione. Diresse il suo occhialino su di lui con tanta
-assiduità, che Franz capì bene sarebbe stata una crudeltà a ritardare
-per maggior tempo il soddisfar la curiosità di lei. Così profittando
-del privilegio accordato agli spettatori dei teatri italiani, che
-consiste nel convertire il teatro in una sala di ricevimento, i due
-amici lasciarono il palco per presentare i loro omaggi alla contessa.
-Appena entrati nel palco ella fece un segno a Franz di mettersi al
-posto d’onore, ed Alberto questa volta si pose vicino a lei.
-
-— Ebbene, diss’ella, accordando appena a Franz il tempo di sedersi,
-sembra che non abbiate avuto niente di più urgente, quanto di fare la
-conoscenza col nuovo Lord Ruthwen, ed eccovi ora i migliori amici del
-mondo!
-
-— Senza essere inoltrati, quanto dite, in una reciproca amicizia,
-rispose Franz, non posso negare, di aver noi abusato tutto il giorno
-della sua gentilezza.
-
-— Come tutto il giorno?
-
-— In fede mia questa è la vera parola che conviene. Questa mattina
-abbiamo accettata da lui una colazione; durante tutto il tempo delle
-maschere abbiamo girato il Corso nella sua carrozza; e finalmente
-questa sera veniamo allo spettacolo nel suo palco.
-
-— Voi dunque lo conoscete? — Sì, e no.
-
-— E come ciò? — Questa è una lunga storia.
-
-— Che voi mi racconterete? — Essa vi farà paura.
-
-— Ragione di più.
-
-— Aspettate almeno che abbia uno sviluppo.
-
-— Sia così: amo le storie compiute; frattanto com’è che vi siete
-trovati a contatto? Chi vi ha presentati a lui?
-
-— Nessuno; al contrario egli si è fatto presentare a noi ieri sera dopo
-che vi ho lasciata. — Per mezzo di chi?
-
-— Oh! mio Dio, con un mezzo molto triviale, con quello del nostro
-albergatore.
-
-— È dunque alloggiato all’Albergo di Londra con voi?
-
-— Non solo nel medesimo albergo, ma nello stesso piano.
-
-— E come si chiama? dovete al certo conoscerne il nome.
-
-— Perfettamente: il conte di Monte-Cristo.
-
-— Non è un nome di famiglia antica.
-
-— No, è il nome dell’isola che ha comprato.
-
-— Ed egli è conte? — Conte toscano.
-
-— Finalmente ci adatteremo a questo come agli altri, riprese la
-contessa che era di una delle più grandi ed antiche famiglie delle
-vicinanze di Venezia. E che uomo è?
-
-— Domandatene al visconte de Morcerf.
-
-— Voi sentite, signore, vengo rimessa al vostro giudizio.
-
-— Noi saremmo incontentabili, se non lo trovassimo grazioso, rispose
-Alberto; un amico da dieci anni non avrebbe fatto più di quello che
-egli ha fatto, e ciò con tanta grazia, delicatezza e cortesia, che
-fanno conoscere in lui un vero uomo di mondo.
-
-— Badiamo, disse la contessa ridendo, vedrete che il mio Vampiro non
-sarà che un qualche nuovo arricchito che vuol farsi perdonare i suoi
-milioni. Ed essa l’avete veduta?
-
-— Chi, essa? domandò Franz ridendo. — La bella greca di ieri sera.
-— No. Credo bene aver inteso il suono della sua _Guzla_, ma ella è
-rimasta perfettamente invisibile.
-
-— Vale a dire, quando voi dite invisibile, mio caro Franz, disse
-Alberto, è soltanto per fare il misterioso. Per chi avete dunque preso
-quel dominò blu che era alla finestra parata di damasco bianco del
-palazzo Ruspoli?
-
-— Il conte adunque aveva tre finestre al palazzo Ruspoli?
-
-— Sì, siete voi passata pel Corso?
-
-— Sì, e chi non è passato pel Corso in quest’oggi?
-
-— Ebbene! avete osservate due finestre parate di damasco giallo, ed una
-di damasco bianco con una croce rossa? Queste tre finestre erano del
-conte.
-
-— Davvero! questi dunque è un nababbo? sapete quanto costano tre
-finestre come quelle per gli otto giorni del carnevale? ed aggiungete
-nel palazzo Ruspoli che è nella più bella situazione del Corso?
-
-— Due o trecento scudi romani.
-
-— Dite piuttosto due o tremila.
-
-— Oh! diavolo. — È forse dalla sua isola che ritrae queste rendite? —
-La sua isola non gli frutta un baiocco.
-
-— Perchè dunque l’ha comprata? — Per fantasia.
-
-— Dunque egli è un originale?
-
-— Il fatto si è, disse Alberto, che mi è sembrato molto eccentrico. Se
-abitasse Parigi, se frequentasse i nostri teatri vi direi o che è un
-tristo celiatore che fa da modello, o che è un povero diavolo che si
-è perduto nella moderna letteratura. In verità questa mattina è venuto
-fuori con due o tre scappate degne di Didier o d’Antony.
-
-In questo momento entrò una visita, e secondo l’uso, Alberto dovette
-cedere il posto all’ultimo arrivato; questa congiuntura ebbe per
-resultato non solo il cambiamento del luogo, ma ancora quello
-dell’argomento della conversazione.
-
-Un’ora dopo i due amici ritornavano all’albergo.
-
-Pastrini erasi di già occupato dei loro abiti da maschera per
-la dimane, e promise loro che rimarrebbero soddisfatti della sua
-intelligente alacrità.
-
-La dimane infatto alle nove entrò nella camera di Franz con un sartore
-carico di otto o dieci costumi da contadini romani. I due amici
-ne scelsero due simili, e che andavano bene alla loro corporatura,
-incaricarono l’albergatore di far cucire del nastro a ciascuno dei
-cappelli, e di procurar loro due di quelle belle sciarpe di seta a
-righe traverse con colori vivi, di cui gli uomini del popolo sono
-soliti cingersi la vita nei giorni di festa.
-
-Alberto aveva fretta di vedere qual figura avrebbe fatto col nuovo
-abito che componevasi di una giacca e un pantalone di velluto blu,
-di calze ad angoli ricamati, di scarpe colle fibbie e di un gilè di
-seta. Il giovine, del resto, non poteva che guadagnarci con questo
-abito pittoresco, e quando la sciarpa ebbe cinto gli eleganti fianchi,
-quando il cappello, leggermente piegato sopra una orecchia lasciò
-cadere un gran mazzo di nastri, Franz fu costretto di confessare
-che i costumi hanno sovente una gran parte nella superiorità fisica
-che si accorda ad alcuni popoli. I Turchi nei tempi addietro, tanto
-pittoreschi colle loro zimarre lunghe, di colori vivi, non sono ora
-ributtanti coi soprabiti blu abbottonati, e la calotta greca che lor dà
-l’aspetto di una bottiglia di vino col turacciolo rosso? Franz fece i
-suoi rallegramenti ad Alberto, che rimasto in piedi avanti lo specchio
-sorrideva a sè stesso con un’aria di soddisfazione che nulla aveva di
-equivoco.
-
-In questo mentre entrò il conte di Monte-Cristo:
-
-— Signori, disse loro, per quanto sia gradevole un compagno di piacere,
-la libertà è ancora più aggradevole. Vengo ad annunziarvi che per oggi
-ed i giorni successivi lascio a vostra disposizione la carrozza di cui
-vi siete serviti ieri. Il nostro albergatore vi avrà detto che ne ho
-prese in fitto tre o quattro; voi dunque non me ne private: usatene
-liberamente sia per andare ai divertimenti, sia pei vostri affari.
-Il nostro luogo di convegno, se avremo qualche cosa a dirci, sarà il
-palazzo Ruspoli.
-
-I due giovani volevano fare qualche osservazione, ma essi non avevano
-realmente alcuna buona ragione per rifiutare un’offerta che d’altra
-parte aggradivano assai, e terminarono coll’accettare.
-
-Il conte di Monte-Cristo restò circa un quarto d’ora con loro parlando
-di tutto con molta facilità. Egli era, come si è potuto osservare,
-molto al corrente della letteratura di tutti i paesi. Un colpo d’occhio
-ai muri delle sue camere provava a Franz e ad Alberto che egli era
-amante di quadri. Qualche parola senza pretensione, lasciata cadere
-di passaggio, provò loro che non era estraneo alle scienze e sembrava
-soprattutto che si fosse particolarmente occupato di chimica.
-
-I due amici non avevano la pretensione di restituire al conte la
-colazione che loro aveva data; sarebbe stata una cattiva burla,
-offrirgli in cambio della sua eccellente tavola, l’ordinario molto
-mediocre di Pastrini. Essi lo dissero francamente, ed egli ricevette le
-loro scuse come uomo che apprezzava la loro delicatezza.
-
-Alberto era tanto rapito dalle maniere del conte, che, se non fosse
-stato così fornito di scienza, lo avrebbe creduto un vero gentiluomo.
-La libertà di disporre interamente della carrozza lo ricolmava di
-gioia, aveva le sue mire sulle graziose contadinelle e siccome erano
-apparse il giorno innanzi in una elegantissima carrozza, era ben
-contento di continuare a comparire su questo punto in uno stato di
-eguaglianza con esse.
-
-A un’ora e mezzo i due giovani discesero; il cocchiere ed i servitori
-avevano avuto l’idea di soprapporre alle loro pelli di bestia le
-livree, cosa che dava loro un aspetto anche più grottesco del giorno
-innanzi, e che procurò loro i rallegramenti di Franz e di Alberto il
-quale aveva attaccato sentimentalmente all’occhiello della giacca il
-mazzetto di viole appassite.
-
-Al primo suono della campana partirono, e si precipitarono nella grande
-strada del Corso per la via Vittoria. Al secondo giro un mazzetto di
-viole fresche partì da un calesse carico di pagliaccine, e venne a
-cadere in quello del conte; e ciò indicò ad Alberto ed al suo amico,
-che le contadinelle del giorno innanzi avevano cambiato costume; e
-fosse caso, o un sentimento uguale a quello che aveva fatto operare
-i due amici, mentre che con tutta galanteria avevano preso il loro
-costume, esse dalla loro parte avevano preso quello dei due compagni.
-Alberto adattò il mazzetto di viole fresche nel posto dell’altro; ma
-conservò il mazzetto appassito in mano, e quando incontrò di nuovo
-il calesse, egli lo portò amorosamente alle labbra, atto che destò
-l’allegria non solo di quella che lo aveva gettato, ma ancora di
-tutte le sue pazze compagne. La giornata non fu meno animata della
-precedente. Anzi è probabile che un profondo osservatore vi avrebbe
-potuto riconoscere un aumento di rumore e di allegria. In un momento,
-videro il conte alla finestra, ma quando la carrozza ripassò era già
-disparso.
-
-È inutile il dire che il cambio delle civetterie tra Alberto e la
-pagliaccina dei mazzetti di viole durò tutta la giornata. La sera
-quando rientrarono, Franz ritrovò una lettera dell’ambasciata;
-venivagli annunziato che la dimane avrebbe avuto l’onore di essere
-ricevuto da sua Santità. In tutti i suoi viaggi precedenti che aveva
-fatto a Roma aveva chiesto ed ottenuto lo stesso favore; e tanto per
-religione che per riconoscenza non aveva voluto mettere il piede nella
-capitale del mondo cristiano senza umiliare il suo rispettoso omaggio
-ai piè di uno dei successori di S. Pietro che ha dato il raro esempio
-di tutte le virtù: egli non poteva adunque in quel giorno pensare al
-carnevale; poichè, ad onta della bontà di cui egli circonda la sua
-grandezza, è sempre con un rispetto pieno di profonda emozione che uno
-si appresta ad inchinarsi davanti a questo nobile e santo vecchio.
-
-Uscendo dal Vaticano, Franz ritornò direttamente all’albergo, evitando
-ancora di passare per la strada del Corso. Egli portava seco un tesoro
-di pietosi pensieri ai quali sarebbe stata una profanazione il contatto
-delle folli allegrezze delle maschere. Alle cinque e dieci minuti
-Alberto rientrò; era al colmo della gioia; la pagliaccina aveva ripreso
-il costume da contadinella, e nell’incontrare la carrozza d’Alberto
-erasi levata per un momento la maschera. Ella era graziosissima. Franz
-fece i suoi complimenti ad Alberto che li ricevè come da persona che
-riconosca essergli dovuti. Aveva osservato, diceva esso, da alcuni
-segni d’eleganza inimitabile, che la sua bella sconosciuta doveva
-appartenere alla più alta aristocrazia. Quindi risolvette scriverle la
-dimane. Franz, mentre riceveva questa confidenza, osservò che Alberto
-aveva qualche cosa a chiedergli, e ciò nonostante esitava a domandare.
-Egli insistè dichiarandogli esser pronto a fare per la sua felicità
-tutti i sacrifici che fossero in suo potere. Alberto si fece pregare,
-precisamente tanto tempo quanto ne esige un’amichevole cortesia;
-quindi finalmente confessò a Franz che renderebbegli un sommo servigio
-abbandonando per la dimane la carrozza a lui solo.
-
-Alberto attribuiva all’assenza del suo amico l’estrema bontà che
-aveva avuto la bella contadina nell’alzare la maschera. Si capirà
-che Franz non era tanto egoista per trattenere Alberto nel bel mezzo
-di un’avventura che prometteva di riuscire ad un tempo gradita alla
-sua curiosità, e lusinghiera per il suo amor proprio. Egli conosceva
-abbastanza la poca secretezza del suo degno amico per esser sicuro che
-lo avrebbe tenuto al corrente di tutti i più piccoli particolari della
-sua buona fortuna; e siccome, da tre o quattro anni che percorreva
-l’Italia in tutti i sensi, non aveva avuta mai la combinazione di
-cominciare neppure un simile intrigo per conto suo, Franz non era
-dispiacente d’imparare come vanno le cose in simili affari. Promise
-dunque ad Alberto che per la dimane si contenterebbe di guardare lo
-spettacolo dalle finestre del palazzo Ruspoli.
-
-Infatto il giorno dopo vide passare e ripassare Alberto. Egli aveva un
-enorme mazzo di fiori senza dubbio incaricato di essere il portatore
-del biglietto amoroso. Questa probabilità si cambiò in certezza
-quando Franz rivide il medesimo mazzo, notevole per un giro di camelie
-bianche, fra le mani della graziosa pagliaccina vestita di seta color
-di rosa.
-
-Così la sera non era più gioia ma delirio. Alberto non dubitava che la
-bella incognita non gli avesse risposto collo stesso mazzetto. Franz ne
-prevenne i desideri dicendogli che tutto quel rumore lo stancava, e che
-era risoluto ad impiegare la giornata seguente a rivedere il suo album,
-e a prendere annotazioni. Del resto, Alberto non erasi ingannato nelle
-sue previsioni; il giorno dopo Franz lo vide entrare di slancio nella
-camera scuotendo con trionfo un involtino di carta che teneva per uno
-degli angoli:
-
-— Ebbene! mi sono sbagliato?
-
-— Ha dunque risposto? gridò Franz.
-
-— Leggete.
-
-Questa parola fu pronunziata con una intonazione di voce impossibile a
-descriversi.
-
-Franz prese il biglietto, e lesse:
-
- «Martedì sera, alle sette, discendete dalla carrozza dirimpetto
- alla via dei Pontefici, e seguite la contadina romana che vi
- strapperà il vostro moccoletto, quando arriverete al primo
- gradino della chiesa di S. Gaetano. Abbiate cura, perchè ella
- possa riconoscervi, di mettere un nastro color di rosa sulla
- spalla del vostro costume da pagliaccio.
-
- «Da oggi in là voi non mi rivedrete più.
-
- «Costanza e discrezione.»
-
-— Ebbene! diss’egli a Franz, quando ebbe finita questa lettura, che ne
-pensate, mio caro?
-
-— Penso, rispose Franz, che la cosa prende l’indole di un’avventura
-molto piacevole.
-
-— Questo è pure il mio parere, ed ho gran timore che andrete solo al
-ballo del principe T...
-
-Franz ed Alberto avevano ricevuto in quella stessa mattina il biglietto
-d’invito del celebre banchiere romano.
-
-— State in guardia, disse Franz, tutta l’aristocrazia sarà dal
-principe, e se la vostra bella sconosciuta appartiene realmente alla
-nobiltà, non potrà fare a meno d’intervenirvi.
-
-— Che v’intervenga o no, io conservo l’opinione che ho di lei, continuò
-Alberto. Voi avete il biglietto; sapete la meschina educazione che
-ricevono in Italia le donne del mezzo ceto[2]; ebbene! rileggete il
-biglietto, osservate il carattere, e trovatemi uno sbaglio di lingua,
-o di ortografia. — Infatto il carattere era elegante, l’ortografia
-irreprensibile.
-
-— Voi siete dei predestinati, disse Franz, nel rendere ad Alberto per
-la seconda volta il biglietto.
-
-— Ridete quanto vi piace, scherzate a vostro bell’agio, riprese
-Alberto; io sono innamorato.
-
-— Oh! mio Dio, voi mi spaventate, gridò Franz, vedo bene che non
-solamente andrò solo al ballo del principe, ma ancora che ritornerò
-solo a Firenze.
-
-— Il fatto è che, se la mia sconosciuta è amabile quanto è bella,
-vi dichiaro che mi stabilisco a Roma per sei settimane almeno. Io
-adoro Roma, e poi ho sempre avuto un trasporto straordinario per
-l’archeologia.
-
-— Ancora un altro o due di questi incontri, e non dispero di vedervi
-membro dell’accademia di belle lettere.
-
-Senza dubbio Alberto si accingeva a discutere seriamente sui diritti
-che poteva avere ad un seggio nell’accademia, ma vennero in quel
-momento ad annunziare che il pranzo era all’ordine; l’amore in Alberto
-non era contrario all’appetito, si affrettò, dunque col suo amico
-a mettersi a tavola, risoluto di riprendere la discussione dopo il
-pranzo.
-
-Dopo il pranzo fu annunziato il conte di Monte-Cristo. Da due giorni
-i due amici non lo avevano veduto. Un affare lo aveva chiamato a
-Civitavecchia, almeno per quanto disse Pastrini. Egli era partito nella
-sera del giorno innanzi, e già si ritrovava di ritorno da un’ora.
-Il conte fu grazioso. Sia che stesse all’erta, sia che l’occasione
-non isvegliasse in lui le fibre acrimoniose, che certi particolari
-avevano di già fatto risuonare due o tre volte nelle sue parole, egli
-mantennesi presso a poco come tutt’altro uomo. Egli era per Franz un
-vero enigma. Il conte non poteva dubitare che il giovine viaggiatore
-non lo avesse riconosciuto, e ciò non pertanto, non avea detto una sola
-parola dopo il loro nuovo incontro che potesse indicare averlo egli
-veduto altrove. Per la sua parte Franz, qualunque fosse la volontà che
-avesse di fare allusione al loro primo incontro, il timore di far cosa
-disaggradevole ad un uomo che aveva ricolmato sì lui come il suo amico
-di gentilezze, lo trattenne; continuò dunque a mantenersi riservato
-come il conte.
-
-Il conte aveva saputo che i due amici avevano voluto far prendere
-un palco al teatro Argentina, e che erasi lor risposto non esservene
-alcuno. Per conseguenza portava loro la chiave del suo; almeno questo
-era l’apparente motivo della sua visita. Franz ed Alberto fecero
-qualche difficoltà, allegando il timore di privarne lui; ma il conte
-rispose che andando quella sera al teatro Valle, il suo palco al teatro
-Argentina sarebbe rimasto vuoto. Questa assicurazione risolvette i
-due amici ad accettare. Franz erasi un poco per volta abituato a quel
-pallore del conte, che avevalo tanto colpito la prima volta che lo
-aveva veduto. Egli non poteva fare a meno di render giustizia alla
-bellezza della sua testa severa, della quale questo pallore era il solo
-difetto o forse la principal bellezza. Vero eroe di Byron, Franz non
-poteva non solo vederlo, ma neppur pensare a lui, senza immaginarsi
-quel viso tetro sulle spalle di Manfredi o sotto la cotta d’armi di
-Lara. Egli aveva sulla fronte quella piega che indica la presenza
-incessante di un amaro pensiero, aveva quegli occhi ardenti che leggono
-nel più profondo delle anime, quel labbro superbo e disprezzante che dà
-alle parole quella particolare indole che fa sì che esse s’imprimano
-profondamente nella memoria di chi le ascolta. Il conte non era più
-giovane, aveva 40 anni almeno, ma ciò nonostante ben si capiva che
-era fatto per vincerla sui giovani coi quali sarebbesi trovato. In
-realtà, e ciò per un’ultima rassomiglianza cogli eroi fantastici del
-poeta inglese, il conte sembrava avere il dono dell’affascinazione.
-Alberto era incantato della fortuna che aveva avuto insieme con Franz
-d’incontrare un uomo simile. Franz era meno entusiasta; ciò nonostante
-sotto l’influenza che esercita un uomo superiore su gli spiriti di
-coloro che lo circondano. Egli pensava al disegno, che il conte aveva
-di già manifestato due o tre volte, di andare a Parigi, e non dubitava
-che col suo naturale eccentrico, col viso caratteristico e colla
-fortuna colossale, ottenuto non avesse grandissimo effetto. Però non
-desiderava di trovarsi a Parigi quando quegli vi fosse.
-
-La serata fu passata come si passano ordinariamente al teatro in
-Italia, non ad ascoltare i cantanti, ma a fare delle visite ed a
-discorrere. La contessa G*** voleva ricondurre la conversazione sul
-conte, ma Franz le annunziò che aveva qualche cosa di più nuovo da
-narrarle, e ad onta delle dimostrazioni di falsa modestia, alle quali
-si lasciò andare Alberto, raccontò alla contessa il grande avvenimento
-che da tre giorni formava l’oggetto della preoccupazione dei due amici.
-Siccome questi intrighi non son rari nè in Italia, nè altrove, almeno
-se devesi credere ai viaggiatori, la contessa non fece menomamente
-la incredula, e felicitò Alberto sul principio di un’avventura che
-prometteva di terminare in un modo assai soddisfacente. Si lasciarono,
-promettendosi di ritrovarsi al ballo del principe T... al quale era
-stata invitata tutta Roma.
-
-La dama del mazzetto mantenne la parola: nè il giorno dopo nè l’altro
-ella dette segno ad Alberto di esistere.
-
-Finalmente giunse il martedì, l’ultimo ed il più rumoroso giorno del
-carnevale. Il martedì, i teatri si aprono alle dieci del mattino,
-perchè dopo le otto della sera entrasi in quaresima. Il martedì, tutti
-quelli che per mancanza di tempo, di entusiasmo o di danaro non hanno
-preso parte alle precedenti feste si mischiano all’ultimo baccanale, si
-lasciano trascinare dall’orgia, e tributano la loro parte di rumore e
-di movimento al rumore ed al movimento generale.
-
-Dalle due fino alle cinque, Franz ed Alberto, stettero nella fila
-del Corso battagliando a pugni di confetti colle carrozze della fila
-opposta, colle finestre, e coi pedoni che circolano fra i piedi dei
-cavalli, fra le ruote delle carrozze, senza che accada mai in mezzo a
-questa spaventosa mischia un solo accidente, una sola disputa, una sola
-rissa. Sotto questo rapporto gl’Italiani sono il popolo per eccellenza.
-Le feste per essi sono vere feste. L’autore di questa storia, che ha
-abitato l’Italia cinque o sei anni non si ricorda mai di avere veduta
-una sola solennità turbata da uno di quegli avvenimenti che servono di
-corollario alle nostre.
-
-Alberto trionfava col suo costume da pagliaccio. Egli aveva sopra una
-spalla un nastro color di rosa, le cui estremità gli cadevano fino
-al garetto, per non produrre alcuna confusione fra lui e Franz, che
-d’altra parte aveva conservato il vestito da contadino romano. Più
-il giorno si avanzava, e più il tumulto diveniva grande; non eravi su
-tutto quel selciato, in tutte quelle carrozze, a tutte quelle finestre,
-una bocca muta, un braccio ozioso; era un vero uragano umano, composto
-di un tuono di grida, e di una tempesta di confetti, di mazzetti,
-d’aranci e di fiori. Alle tre la esplosione dei mortaletti tirati ad un
-tempo sulla piazza del Popolo e su quella di Venezia, rompendo a grande
-stento quest’orribile tumulto, annunciò che stavano per cominciare
-le corse. Le corse ed i moccoli sono gli episodi particolari degli
-ultimi giorni di Carnevale. Allo sparo dei mortaletti le carrozze
-rompono nello stesso punto le file e voltano ciascuna nella strada
-traversa più vicina al luogo ove si ritrovano. Tutte queste evoluzioni
-si fanno con una meravigliosa rapidità, e ciò senza che la polizia
-si occupi menomamente di assegnare a ciascuno il suo posto, o di
-tracciare a ciascuna la sua strada. I pedoni si ritirano contro il muro
-dei palazzi, quindi si sente un rumore di cavalli e uno sguainar di
-sciabole.
-
-Un plotone di Carabinieri, che ne presenta 15 di fronte, percorre al
-galoppo in tutta la lunghezza il Corso, che fa sgombrare per dar posto
-alla corsa dei barberi. Quando il plotone arriva al palazzo di Venezia,
-il rumore di un’altra batteria di mortaletti avvisa che la strada
-è libera. Quasi subito, in mezzo ad un clamore immenso, universale,
-inaudito, si videro passare come ombre sette o otto cavalli eccitati
-dalle grida di 300mila persone e dalle castagnette di ferro appuntato
-che loro balzano sul dorso, poi il cannone di castel S. Angiolo tirò
-tre colpi, e ciò per annunziare che il numero 3 aveva vinto. Subito
-senz’altro segnale che quello, le carrozze si rimisero in movimento,
-rifluendo verso il Corso, uscendo da tutte le strade come torrenti
-contenuti per un momento, che gettatisi tutti insieme nel letto del
-fiume cui alimentano, e l’onda immensa riprese più rapida che mai il
-suo corso fra le due rive di granito.
-
-Soltanto un nuovo elemento di rumore e di movimento erasi ancora
-mischiato a questa folla; entrarono in iscena i mercanti di moccoli.
-
-I moccoli, o moccoletti sono ceri che variano dalla grossezza del cero
-pasquale fino a quella della coda di un sorcio, e risvegliano negli
-attori della grande scena, con cui termina il carnevale romano, due
-opposte preoccupazioni:
-
-1.º Quella di conservare acceso il suo moccoletto.
-
-2.º Quella di spegnere il moccoletto degli altri.
-
-Avviene del moccoletto ciò che accade della vita degli uomini. Essi
-per quanto è in poter loro, si adoprano a conservarla, e sebbene
-certi che presto o tardi aver debba il suo fine, pur nonostante hanno
-indagato e scoperto mille modi per reciderla e toglierla innanzi
-tempo; è vero che per questa suprema operazione il diavolo non ha
-mancato di venirgli in aiuto. Il moccoletto si accende avvicinandolo
-ad un lume qualunque. Ma chi potrà descrivere i mille mezzi inventati
-per ispegnere il moccoletto, i soffietti giganteschi, gli spegnitoi
-_mostri_, i ventagli sovrumani. Ciascuno si sollecitò a comprare i
-moccoletti, e Franz ed Alberto fecero come tutti gli altri. La notte si
-avvicinava rapidamente, e già al grido: _Moccoli!_ ripetuto dalle voci
-stridule degl’industriosi, due o tre stelle cominciarono a brillare
-al di sopra della folla. Fu come un segnale. In dieci minuti, 50
-mila lumi scintillarono discendenti dalla piazza di Venezia a quella
-del Popolo, e risalenti da quella del Popolo a quella di Venezia.
-Si sarebbe detta la festa dei fuochi fatui. Chi non ha veduto questa
-festa, è impossibile che se ne possa formare un’idea. Supponete tutte
-le stelle che si stacchino dal cielo, e vengano a formare sulla terra
-una danza insensata; il tutto accompagnato da grida che orecchio umano
-non ha mai potuto sentire sul rimanente della superficie del globo.
-È particolarmente in questo momento che non evvi più distinzione
-sociale. Il facchino attacca il Principe, questi il Trasteverino, il
-Trasteverino il borghese, ciascuno soffiando, spegnendo, riaccendendo.
-
-Se il vecchio Eolo comparisse in quel momento sarebbe proclamato re dei
-moccoletti, ed Aquilone l’erede presuntivo alla corona.
-
-Questa corsa folle e fiammeggiante, durò circa due ore; la strada
-del Corso era rischiarata come in pieno giorno, si distinguevano i
-lineamenti degli spettatori fino al terzo, o quarto piano. Di cinque
-minuti in cinque minuti Alberto guardava l’orologio; finalmente esso
-segnò le sette. I due amici si ritrovavano a poca distanza dalla via
-dei Pontefici; Alberto saltò fuori dalla carrozza col suo moccoletto in
-mano.
-
-Due, o tre maschere vollero avvicinarsi per ispegnerlo, o per
-toglierlo; ma da bravo _boxeur_, Alberto li rinviò gli uni dopo gli
-altri dieci passi distanti da lui, continuando la sua corsa verso
-la chiesa di S. Giacomo. I gradini, erano carichi di curiosi, e di
-maschere che lottavano per istrapparsi il moccoletto dalle mani. Franz
-seguiva con gli occhi Alberto, e lo vide mettere il piè sul primo
-scalino, poi quasi subito una maschera che portava il ben conosciuto
-costume della contadina dal mazzetto, allungò il braccio, e gli tolse
-il moccoletto senza ch’egli facesse la più piccola resistenza.
-
-Franz era troppo lontano per sentire le parole che si scambiarono,
-ma senza dubbio non furono ostili, poichè vide allontanarsi Alberto
-tenendo sotto il braccio la contadinella. Per qualche tempo li seguì in
-mezzo alla folla, ma alla via del Macello li perdè di vista.
-
-D’improvviso il suono della campana che dà il segnale della chiusa
-del Carnevale si fe’ sentire, e nel medesimo punto tutti i moccoli si
-spensero come per incanto. Sarebbesi detto che un solo ed immenso colpo
-di vento li aveva tutti annientati. Franz si trovò nell’oscurità più
-profonda.
-
-Allora tutte le grida cessarono come se il soffio possente che aveva
-spento i lumi, avesse portato via nel medesimo tempo il rumore.
-Non s’intese più che il rotolar delle carrozze che riconducevano le
-maschere alle loro case; non si videro più che pochi lumi brillare
-dietro le finestre.
-
-... Il Carnevale era finito.
-
-
-
-
-XXXVII. — LE CATACOMBE DI S. SEBASTIANO.
-
-
-Forse Franz non aveva mai provato in vita sua una impressione così
-rapida, un passaggio così improvviso dall’allegria alla tristezza,
-quanto in questo momento; sarebbesi detto che per opera del soffio
-di qualche demone della notte, Roma era stata cambiata in una vasta
-sepoltura. Per una combinazione che aumentava ancora l’intensità delle
-tenebre, la luna essendo mancante, non sorgeva che dopo le undici; e le
-strade per le quali passava il giovine erano immerse nella più profonda
-oscurità. Del rimanente però il tragitto era corto, e in capo a dieci
-minuti la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era davanti
-all’albergo di Londra.
-
-Il pranzo era all’ordine: ma siccome Alberto aveva dato avviso che non
-contava di tornare presto, così Franz si mise a tavola senza di lui.
-Pastrini, che era accostumato a vederli pranzare insieme, s’informò
-della ragione dell’assenza di lui: ma Franz si limitò a rispondergli
-che Alberto aveva dovuto recarsi ad un invito ricevuto il giorno
-innanzi. Il subitaneo spegnersi dei moccoletti, l’oscurità che era
-succeduta alla luce, il silenzio che aveva sostituito l’immenso rumore,
-avevano impresso nello spirito di Franz una certa melanconia che non
-era esente da inquietudine. Pranzò taciturno, ad onta delle officiose
-premure dell’albergatore, che entrò due o tre volte per sentire se gli
-bisognasse cosa alcuna.
-
-Franz aveva stabilito di aspettare Alberto il più tardi possibile.
-Ordinò dunque la carrozza per le undici, pregando Pastrini di mandarlo
-ad avvisare tosto che fosse tornato Alberto all’albergo, qualunque ne
-potesse essere il motivo.
-
-Alle undici Alberto non era ancora ritornato. Franz si vestì, e
-partendo avvisò l’albergatore che avrebbe passata la notte dal principe
-Torlonia.
-
-La casa del principe Torlonia è una delle più belle case di Roma; sua
-moglie è una delle discendenti della famiglia Colonna, e disimpegna
-gli onori di famiglia in modo perfetto: ne risulta quindi che le feste
-del principe banchiere hanno una celebrità europea. Franz ed Alberto
-erano giunti in Roma con lettere di raccomandazione per lui, perciò la
-prima interrogazione che il principe gli fece, fu di chiedere che fosse
-avvenuto del compagno di viaggio.
-
-Franz rispose che lo aveva lasciato pochi momenti prima che si
-spegnessero i moccoletti, e che lo aveva perduto di vista nella via del
-Macello.
-
-— Dunque non è ritornato a casa? domandò il principe.
-
-— L’ho aspettato fino adesso: rispose Franz.
-
-— E sapete dove sia andato?
-
-— Precisamente no: ciò non ostante credo che si tratti di qualche cosa
-di simile ad un convegno.
-
-— Diavolo! disse il principe: è un brutto giorno, o per meglio dire una
-cattiva sera per far tardi, n’è vero, contessa?
-
-Queste ultime parole erano dirette alla contessa G***, che giungeva
-allora, e che passeggiava al braccio del fratello del principe, il Duca
-di Bracciano.
-
-— Io trovo al contrario che questa è una bellissima notte, e quelli
-che sono qui non avranno a lamentarsi d’altro se non che passi troppo
-presto.
-
-— Ma io, riprese sorridendo il principe, non parlo di quelli che sono
-qui, essi non corrono altro pericolo che, gli uomini d’innamorarsi di
-voi, e le donne ammalarsi di gelosia vedendovi così bella: parlo di
-coloro che scorrono le strade di Roma.
-
-— Eh! mio Dio! e chi volete che scorra le strade di Roma a quest’ora,
-se non quei che vengono al ballo?
-
-— Il nostro amico Alberto de Morcerf, signora contessa, che io ho
-lasciato mentre seguiva la sua bella incognita verso le sette di sera,
-rispose Franz, e che dopo non ho più riveduto.
-
-— Come! non sapete dove sia?
-
-— Niente affatto.
-
-— Ha seco le armi? — È vestito da pagliaccio...
-
-— Non avreste dovuto lasciarlo andare, disse il principe a Franz, voi
-che conoscete Roma meglio di lui.
-
-— Sì davvero! sarebbe stato lo stesso che aver voluto fermare il numero
-tre dei barberi che oggi ha vinto il premio della corsa, rispose Franz,
-e poi che volete che gli accada?
-
-— Chi lo sa? la notte è oscura, ed il Tevere è molto vicino alla via
-Macello!...
-
-Franz sentì un fremito scorrergli per le vene, sentendo le idee del
-principe e della contessa essere così bene d’accordo co’ suoi timori
-personali.
-
-— Per questo ho avvisato l’albergatore, che avevo l’onore di passare
-qui la notte, disse Franz; e debbono venire ad avvertirmi qui, appena
-ritorna.
-
-— Osservate, disse il principe a Franz, ecco appunto un mio domestico,
-che credo cerchi di voi.
-
-Il principe non s’ingannava: subito che il domestico ebbe scoperto
-Franz si avvicinò a lui, e gli disse:
-
-— Eccellenza, l’albergatore di Londra vi fa avvisato, che alla locanda
-vi è un uomo che vi aspetta con una lettera del conte di Morcerf.
-
-— Con una lettera del conte! gridò Franz. — Sì.
-
-— E chi è quest’uomo? — Non lo so.
-
-— E perchè non è venuto a portarmela qui?
-
-— Il messaggiero non mi ha data alcuna spiegazione.
-
-— E dov’è il messaggiero? — È partito subito che mi ha veduto entrare
-nella sala per cercarvi.
-
-— Oh! mio Dio, disse la contessa a Franz, andate presto: povero
-giovine! forse gli è accaduta qualche disgrazia.
-
-— Corro subito, disse Franz.
-
-— Vi rivedremo per sapere le notizie? chiese la contessa
-
-— Sì, se la cosa non è grave: altrimenti non posso prevedere ciò che
-farò io stesso.
-
-— In ogni evento siate prudente, disse la contessa.
-
-— Oh! state tranquilla. — Franz prese il cappello, e partì in tutta
-fretta. Egli aveva licenziata la carrozza, ordinandola per le due.
-Ma per fortuna la casa del principe, che corrisponde da una parte sul
-Corso, e dall’altra sulla piazza dei SS. Apostoli, è a dieci minuti di
-cammino dall’albergo di Londra. Avvicinandosi all’albergo Franz vide un
-uomo ritto in mezzo alla strada avvolto in un gran mantello; non dubitò
-che questi fosse il messaggiero d’Alberto; rimase però meravigliato che
-questi fosse il primo ad indirigergli la parola:
-
-— Che volete, Eccellenza? diss’egli, facendo un passo indietro come uno
-che voglia tenersi in guardia.
-
-— Non siete voi, chiese Franz, che mi avete portato una lettera del
-conte di Morcerf?
-
-— V. E. abita all’albergo di Pastrini? — Sì.
-
-— V. E. è il compagno di viaggio del conte? — Sì.
-
-— Come si chiama? — Il barone Franz d’Épinay.
-
-— È precisamente V. E. quegli cui è diretta questa lettera.
-
-— Vi abbisogna risposta? domandò Franz nel prendere la lettera dalle
-sue mani. — Sì, o almeno il vostro amico lo spera. — Allora salite da
-me che ve la darò.
-
-— Sarà meglio che l’aspetti qui, disse ridendo il messaggiero.
-
-— E perchè? — V. E. lo capirà meglio quando avrà letta la lettera. —
-Allora vi tornerò a ritrovare qui?
-
-— Senza dubbio.
-
-Franz entrò e per le scale s’imbattè in Pastrini.
-
-— Ebbene? gli domandò questi.
-
-— Ebbene! che? rispose Franz.
-
-— Avete veduto l’uomo che desiderava parlarvi per parte del vostro
-amico? — Sì, l’ho veduto, rispose Franz, e mi ha consegnata questa
-lettera. Vi prego di fare accendere un lume nella mia camera. —
-L’albergatore dette ordine ad un domestico di precedere Franz col lume.
-Il giovine aveva osservata un’aria spaventata sul viso di Pastrini,
-il che non aveva fatto che raddoppiargli la curiosità di leggere la
-lettera d’Alberto: si accostò al candeliere, tosto che fu accesa la
-candela, e spiegò il foglio. La lettera era scritta e firmata dalla
-mano d’Alberto. Franz la lesse due volte, tanto era lontano dal
-figurarsi il contenuto. Eccola riportata letteralmente.
-
- «Mio caro amico, subito che avrete ricevuta la presente abbiate
- la compiacenza di prendere nel mio portafogli, che troverete nel
- cassettino del mio scrigno, la credenziale: uniteci la vostra,
- se non basta. Correte da Torlonia, e ritirate da lui sul momento
- quattro mila scudi, che consegnerete al latore della presente.
- Preme grandemente che questa somma mi giunga senza alcun ritardo.
- Non insisto di più, contando su voi come voi potreste contare su
- di me.
-
- «Vostro amico.
-
- ALBERTO DE MORCERF.
-
- «P. S. _I believe now to Italian banditi_[3].
-
-Sotto a queste righe erano scritte da mano sconosciuta le seguenti
-parole:
-
- «Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie
- mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere.
-
- LUIGI VAMPA.
-
-Questa seconda sottoscrizione spiegò ogni cosa a Franz, che capì
-l’avversione mostrata dal messaggiero a salire in camera; la strada gli
-sembrava più sicura.
-
-Alberto era caduto nelle mani di quel famoso capo di banditi, alla cui
-esistenza non voleva credere. Non v’era tempo a perdere, corse allo
-scrigno, l’aprì, e nel cassettino indicato ritrovò il portafogli, ed
-in esso la credenziale di seimila scudi in tutto, ma Alberto ne aveva
-di già presi tremila. Franz non aveva alcuna credenziale; essendo
-stabilito a Firenze, ed essendo venuto a Roma per passarvi gli otto
-giorni del carnevale non aveva preso che un centinaio di luigi, e non
-gliene rimanevano che appena 50. Gli mancavano dunque sette o ottocento
-scudi per poter riunire, fra lui ed Alberto, la somma richiesta. È vero
-che in simile congiuntura Franz poteva calcolare sulla gentilezza di
-Torlonia. Egli si disponeva dunque di ritornare al palazzo del principe
-senza perdere un momento, quando d’improvviso gli venne alla mente
-una felice idea. Pensò al conte di Monte-Cristo. Egli stava per far
-chiamare Pastrini, quando questi si presentò alla porta.
-
-— Mio caro Pastrini, credete che il conte sia in casa?
-
-— Sì, eccellenza, è entrato or ora. — Avrà avuto tempo d’andare a
-letto? — Non credo. — Allora suonate alla sua porta, ve ne prego,
-e domandate in mio nome il permesso di potermi presentare a lui. —
-Pastrini si affrettò ad eseguire la commissione; cinque minuti dopo
-rientrò:
-
-— Il conte aspetta V. E., diss’egli. — Franz traversò il pianerottolo;
-un domestico lo introdusse dal conte. Egli era in un piccolo gabinetto
-che Franz non aveva per anche veduto, tutto circondato da un divano:
-il conte gli venne incontro: — Oh! qual buon vento vi conduce da me
-in quest’ora? gli disse; venite forse a chiedermi da cena? Per bacco!
-sarebbe davvero una bella gentilezza per parte vostra.
-
-— No, vengo a parlarvi di un affare di gran momento.
-
-— Di un affare! disse il conte, fissandolo con quello sguardo
-scrutatore che gli era proprio; e di quale affare?
-
-— Siamo soli? — Il conte andò alla porta, poi ritornò.
-
-— Assolutamente soli, diss’egli.
-
-Franz gli presentò la lettera d’Alberto: — Leggete, gli disse.
-
-Il conte lesse la lettera. — Ah! ah! fece egli.
-
-— Avete veduto il _post-scriptum?_ — Sì, lo vedo bene.
-
- «Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie
- mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere.
-
- LUIGI VAMPA.
-
-— Che ne dite? domandò Franz.
-
-— Avete la somma che viene richiesta?
-
-— Sì, meno ottocento scudi. — Il conte si accostò allo scrigno e ne
-trasse un cassettino pieno d’oro: — Io spero, diss’egli a Franz, che
-non vorrete farmi l’ingiuria di dirigervi a tutt’altri fuorchè a me.
-
-— Vedete che all’opposto, sono venuto direttamente da voi, disse Franz.
-
-— Ed io ve ne ringrazio: prendete. — E fece segno a Franz di prendere
-nel cassettino.
-
-— Ma è poi assolutamente necessario di mandare questa somma a Luigi
-Vampa? chiese il giovine fissando a sua volta lo sguardo sul conte.
-
-— Diavolo! giudicatene da voi stesso: il post-scriptum è preciso.
-
-— Mi sembra che se voleste prendervi l’incomodo di pensarvi, forse
-ritrovereste un mezzo per semplificare di molto la faccenda, disse
-Franz.
-
-— E quale? chiese il conte meravigliato.
-
-— Per esempio, se andassimo insieme a ritrovar Luigi Vampa, son sicuro
-che non vi negherebbe la libertà di Alberto.
-
-— A me? quale influenza volete che abbia su questo bandito? — Non gli
-avete testè reso uno di quei servigi che non si dimenticano più? — E
-quale?
-
-— Non avete salvato la vita a Peppino?
-
-— Ah! ah! fece il conte; e chi ve lo ha detto?
-
-— Che importa a voi questo? io lo so.
-
-Il conte rimase per un momento muto col sopracciglio aggrottato. — E
-se io andassi a ritrovar Vampa, mi accompagnereste voi? — Quando la mia
-compagnia non vi fosse disaggradevole. — Ebbene! sia: la notte è bella;
-una passeggiata nella campagna romana non può farci che bene.
-
-— Bisognerà prendere armi? — Per far che cosa?
-
-— Danaro? — È inutile. Dove si trova l’uomo che ha portato questo
-biglietto? — Nella strada. — Aspetta la risposta?
-
-— Sì. — Bisogna sapere dove andremo: ora lo chiamerò.
-
-— È inutile, egli non ha voluto salire.
-
-— Da voi forse, ma da me non farà nessuna difficoltà.
-
-Il conte aprì la finestra del gabinetto che corrispondeva sulla strada,
-e fischiò in un modo particolare. L’uomo dal mantello si staccò dal
-muro cui era appoggiato e si avanzò fino al mezzo della strada.
-
-— Salite, disse il conte, con quel tuono con cui si darebbe un ordine
-al servitore.
-
-Il messaggiero obbedì senza indugio, senza esitazione anzi
-con sollecitudine. Saliti i quattro scalini dell’andito, entrò
-nell’albergo, ed in cinque secondi era già alla porta del gabinetto. —
-Ah! sei tu, Peppino disse il conte.
-
-Ma Peppino, invece di rispondergli, gli si gettò alle ginocchia,
-prese le mani del conte, e v’impresse a più riprese le labbra. — Ah!
-ah! disse il conte: tu non hai ancora dimenticato che ti ho salvata
-la vita? è singolare! eppure sono già scorsi otto giorni. — No,
-eccellenza, non lo dimenticherò mai, rispose Peppino coll’accento della
-più viva riconoscenza. — Mai? è troppo lungo; però è ancora molto che
-tu lo creda. Alzati e rispondimi.
-
-Peppino gettò uno sguardo inquieto su Franz.
-
-— Oh! Oh! tu puoi parlare davanti a S. E., disse il conte, poichè è un
-mio amico. Voi permettete che vi dia questo titolo? disse in francese
-volgendosi a Franz, ciò è necessario per ridestare la confidenza in
-costui.
-
-— Potete parlare in mia presenza, essendo io un amico del conte. — Alla
-buon’ora, disse Peppino volgendosi al conte, V. E. m’interroghi, ed io
-risponderò.
-
-— In che modo il conte Alberto è caduto nelle mani di Luigi? —
-Eccellenza! la carrozza del francese ha incrociata più di una volta
-quella di Teresa. — L’amica del capo? — Sì, il francese le ha fatto
-gli occhi dolci. Teresa si è divertita a rispondergli; il francese
-le ha gettato dei mazzetti, ella glie ne ha ricambiati, e tutto ciò,
-s’intende bene, col consenso del capo che era nella stessa carrozza.
-
-— Come! gridò Franz, Luigi Vampa era nella carrozza delle contadine
-romane? — Era quegli che guidava, mascherato da cocchiere, rispose
-Peppino. — E poi? chiese il conte. — Ebbene? in seguito il francese
-si levò la maschera; Teresa, sempre col permesso del capo, fece
-altrettanto; il francese domandò un convegno, Teresa l’accordò;
-soltanto fu Beppe che si trovò sugli scalini della chiesa di S.
-Giacomo. — Come! interruppe nuovamente Franz, quella persona che gli
-strappò il moccoletto?...
-
-— Era un giovine di 15 anni, rispose Peppino: ma il vostro amico non
-deve vergognarsi d’essere stato ingannato da lui, egli ne ha ingannati
-molti altri.
-
-— E Beppe lo ha condotto fuori le mura? domandò il conte.
-
-— Precisamente. Una carrozza li aspettava alla fine della strada
-Macello, Beppe vi salì, invitando il francese a seguirlo, egli non
-se lo fece dire due volte. Offerse con tutta galanteria la destra
-a Beppe, e gli si assise vicino; questi gli annunziò allora che lo
-avrebbe condotto in una villa a tre miglia da Roma; il francese lo
-assicurò di essere pronto a seguirlo in capo al mondo. Il cocchiere
-si avviò subito per la strada di Ripetta, giunse alla porta S. Paolo,
-e a dugento passi nella campagna, siccome il francese diventava un
-poco troppo imprudente, in fede mia, Beppe gli appuntò un paio di
-pistole alla gola, il cocchiere fermò subito i cavalli, e rivolgendosi
-sul sedile, fece altrettanto. Nello stesso tempo quattro dei nostri
-che erano nascosti dietro le rive dell’Almo si sono slanciati agli
-sportelli. Il francese aveva buona volontà di difendersi, e per poco
-non ha strangolato Beppe, a quanto ho inteso dire; ma non v’era da far
-nulla contro cinque uomini armati, ed è stato costretto ad arrendersi:
-allora fu fatto scendere di carrozza, e seguendo l’argine della
-piccola riviera, fu condotto da Teresa e Luigi che lo aspettavano nelle
-catacombe di S. Sebastiano.
-
-— Va bene! disse il conte volgendosi a Franz; mi pare che questa storia
-ne valga bene un’altra; che ne dite voi che ve ne intendete? — Io
-dico che la troverei ridicola, se fosse avvenuta a tutt’altri che al
-mio amico. — Fatto è, disse il conte, che se non mi aveste ritrovato
-in casa, questa era un’avventura che sarebbe costata un poco cara al
-vostro amico: ma tranquillatevi, egli ne sarà riscattato solo con un
-poco di paura.
-
-— E noi andiamo a trovarlo? domandò Franz.
-
-— Per bacco! tanto più perchè si trova in una località molto
-pittoresca. Conoscete le catacombe di S. Sebastiano?
-
-— No, non vi sono mai disceso; aveva però stabilito che un qualche
-giorno vi sarei andato.
-
-— Ebbene, ecco trovata l’occasione, e sarà difficile ritrovarne una
-migliore. Avete all’ordine la vostra carrozza?
-
-— No.
-
-— N’importa: io ho l’uso di farne stare una sempre pronta notte e
-giorno. — In ordine!
-
-— Sì, io sono molto capriccioso: vi confesso che qualche volta,
-alzandomi alla fine del pranzo, o nel mezzo della notte, mi prende
-la volontà di portarmi in un punto qualunque del mondo, e parto.
-— Il conte dette un tocco al campanello, il cameriere comparve. —
-Fate uscire la carrozza dalla rimessa, diss’egli, levate le pistole
-che stanno nelle saccocce; è inutile di svegliare il cocchiere, Alì
-guiderà.
-
-Dopo un momento s’intese il rumore della carrozza, che si fermò davanti
-alla porta. Il conte guardò l’orologio.
-
-— Mezz’ora dopo mezza notte, diss’egli, noi avremmo potuto partire tra
-cinque ore, e giungere ancora in tempo; ma questo ritardo forse avrebbe
-fatta passare una cattiva notte al vostro compagno; val dunque meglio
-andare di corsa a toglierlo dalle mani degl’infedeli. Siete sempre
-risoluto di accompagnarmi.
-
-— Più che mai.
-
-— Ebbene! andiamo adunque.
-
-Franz ed il conte uscirono seguiti da Peppino. Alla porta trovarono
-la carrozza. Alì era in _serpa_; Franz riconobbe lo schiavo muto della
-grotta di Monte-Cristo.
-
-Salirono in carrozza aperta; Peppino si pose vicino ad Alì e partirono
-al galoppo. Alì aveva già ricevuti gli ordini; poichè prese la strada
-del Corso, e traversò Campo Vaccino, percorse quella di S. Gregorio,
-e giunse alla porta di S. Sebastiano; ivi il portinaro volle fare
-qualche difficoltà, ma il conte di Monte-Cristo presentò un permesso
-del governatore di Roma di potere entrare ed uscire dalla città in
-qualunque ora del giorno e della notte; fu dunque aperta la porta; ed
-il portinaro ricevette un luigi pel suo incomodo, e passarono.
-
-La strada che percorreva la carrozza era l’antica via Appia, tutta
-costeggiata da antichi sepolcri. A quando a quando, al chiarore della
-luna che sorgeva, sembrava a Franz di vedere una specie di sentinella
-staccarsi da un rudero: ma ad un segnale di Peppino questa spariva
-immediatamente fra le ombre. Poco prima del circo di Caracalla la
-carrozza si fermò, Peppino venne ad aprire lo sportello, e Franz ed il
-conte discesero.
-
-— Fra dieci minuti, disse il conte al compagno, saremo arrivati. — Indi
-prese Peppino a parte, gli dette un ordine a bassa voce, e questi partì
-dopo essersi munito di una torcia presa nella cassetta della carrozza.
-Scorsero ancora cinque minuti, nei quali Franz vide il pastore
-inoltrarsi fra gli andirivieni del terreno che forma il suolo ineguale
-della campagna romana, e perdersi fra l’alta erba rossastra che sembra
-l’irta criniera di qualche gigantesco Leone.
-
-— Ora, disse il conte, seguiamolo.
-
-Entrambi s’inoltrarono nello stesso sentiero, che dopo cento passi li
-condusse per un piano inclinato in una piccola vallata. Ben presto
-videro due uomini parlarsi fra le ombre. — Dobbiam continuare ad
-inoltrarci? domandò Franz al conte, o aspettare?
-
-— Avanti, Peppino deve avere avvisata la sentinella del nostro arrivo.
-— In fatto uno di quei due uomini era Peppino, l’altro un bandito posto
-alle vedette.
-
-Franz ed il conte si avvicinarono, il bandito li salutò.
-
-— Eccellenza, disse Peppino volgendosi al conte, se vuole seguirmi,
-l’ingresso alle catacombe è qui a due passi.
-
-— Sta bene, disse il conte, cammina avanti.
-
-In fatto dietro ad un folto cespuglio, ed in mezzo a diverse rocce,
-si presentava un’apertura per la quale un uomo poteva appena passare.
-Peppino fu il primo a scivolare entro questa fenditura: ma appena ebbe
-fatto qualche passo il passaggio si allargò. Allora si fermò, accese la
-torcia, e si volse a vedere se era seguito.
-
-Il conte erasi introdotto pel primo per questa specie di spiraglio, e
-Franz venne dopo di lui. Il terreno si abbassava con una inclinazione
-dolce, e si allargava a seconda che s’internavano; ciò non ostante però
-Franz ed il conte erano obbligati a camminare ricurvi, ed avrebbero
-durato fatica a passare tutti e due di fronte. In tal modo fecero circa
-cinquanta passi, quindi si fermarono al grido di _chi vive?_; nello
-stesso tempo videro brillare la canna di un fucile al chiarore della
-loro stessa torcia.
-
-— _Amici!_ rispose Peppino: e si avanzò solo, disse alcune parole a
-bassa voce a questa seconda sentinella, che, come la prima li salutò
-facendo segno ai notturni visitatori che potevano passare. Dietro la
-sentinella v’era una scala di circa venti gradini. Franz ed il conte
-li discesero e si ritrovarono in una specie di crocivio mortuario.
-Da questo punto divergevano cinque vie come i raggi di una stella,
-e le pareti delle mura scavate a guisa di nicchie soprapponentisi
-che avevano la forma di sepolture, indicavano che finalmente erano
-penetrati nelle catacombe. In una di queste cavità, di cui era
-impossibile calcolare l’estensione, si vedevano screziare alcuni
-riflessi di luce.
-
-Il conte mise la mano sulla spalla di Franz:
-
-— Volete vedere un accampamento di banditi immersi nel sonno?
-
-— Sì, davvero, rispose Franz.
-
-— Ebbene, venite con me... Peppino, smorza la torcia.
-
-Peppino obbedì, e Franz ed il conte si trovarono nella più profonda
-oscurità, soltanto a circa 50 passi davanti a loro, si vedevano lungo i
-muri alcuni raggi rossastri di luce, divenuti ancora più visibili dopo
-che Peppino ebbe spenta la torcia. Essi avanzarono silenziosamente;
-il conte guidava Franz come se avesse avuta la singolare facoltà di
-vederci fra le tenebre. Del rimanente anche lo stesso Franz acquistava
-maggior pratica del luogo a seconda che s’inoltravano verso quel
-chiarore di luce che lor serviva di guida.
-
-Tre arcate, delle quali quella di mezzo serviva di porta, dettero
-loro passaggio. Esse da una parte mettevano nel corridore ove erano
-Franz ed il conte, e dall’altra in una sala quadrata, tutta circondata
-da nicchie come quelle di cui abbiamo parlato. In mezzo di questa
-s’ergevano quattro pietre che altra volta avevano servito d’altare,
-come lo indicava la croce che eravi ancor sovrapposta. Una sola
-lampada, posta sopra un fusto di colonna, illuminava con una luce
-pallida e vacillante la strana scena, che si presentava agli occhi dei
-due notturni visitatori nascosti nelle ombre.
-
-Un uomo era seduto, col gomito appoggiato a questa colonna, e leggeva,
-voltando le spalle alle arcate, per l’apertura delle quali era
-osservato dai nuovi arrivati. Questi era il capo della banda, Luigi
-Vampa. Intorno a lui, atteggiati secondo il proprio capriccio, stavano
-stesi, e avvolti nei loro mantelli, o addossati ad una specie di
-banco di pietra che circondava questo Colombario, una ventina circa
-di briganti; ciascuno teneva la carabina a portata della mano. Nel
-fondo, silenziosa, e appena visibile si scorgeva una sentinella, che
-a guisa di un’ombra passeggiava in su e in giù davanti ad una specie
-di apertura, che non da altro si distingueva, se non dal comparire più
-fitte le tenebre in quella direzione.
-
-Allorchè il conte credè che Franz avesse ricreati abbastanza gli
-sguardi con questo quadro pittoresco, portò l’indice alle labbra per
-raccomandare il silenzio, e salendo i tre scalini che dal corridore
-mettevano nel Colombario, entrò nella sala dall’arcata di mezzo, e si
-avanzò verso Vampa, tanto profondamente immerso nella lettura, che non
-intese il rumore dei passi.
-
-— Chi è là? gridò la sentinella meno preoccupata di lui, e che vide
-al chiarore della lampada due specie d’ombre ingrandirsi dietro al suo
-capo.
-
-A questo grido, Vampa si alzò prestamente, togliendo nello stesso tempo
-dalla cintura le pistole. In un momento i banditi furono in piedi, e
-venti canne di carabine erano dirette sopra il conte.
-
-— Ebbene! disse tranquillamente questi, con una voce del tutto placida,
-e senza che un solo dei muscoli del suo viso si contraesse; ebbene!
-mio caro Vampa, mi sembra di vedere molti preparativi per ricevere un
-amico.
-
-— Abbasso le armi! gridò il capo facendo un segno imperativo con una
-mano, mentre che con l’altra si levava rispettosamente il cappello.
-Quindi volgendosi verso il singolare personaggio che dominava tutta
-questa scena:
-
-— Perdono, sig. conte, gli disse, ma io era così lontano
-dall’aspettarmi l’onore di una vostra visita, che non vi aveva
-riconosciuto.
-
-— Sembra che voi abbiate poca memoria su tutte le cose, Vampa, disse
-il conte, e che non solo vi scordiate della fisonomia delle persone, ma
-ancora delle condizioni fatte con esse.
-
-— E quali condizioni ho io mai potuto dimenticare, sig. conte? domandò
-il bandito come farebbe un uomo, che se ha commesso un fallo non
-desidera che di ripararlo.
-
-— Non è stato fra noi convenuto, disse il conte, che vi sarebbe stata
-sacra non solo la mia persona, ma ben anche quella di tutti i miei
-amici?
-
-— E in che ho mancato al trattato, eccellenza?
-
-— Questa sera avete rapito e trasportato qui il visconte Alberto
-de Morcerf: ebbene, continuò il conte con un accento che fece
-rabbrividire Franz, questo giovine è uno de’ miei amici, egli abita
-nello stesso albergo ove sto io, per otto giorni è stato al Corso nella
-mia carrozza, e frattanto, ve lo ripeto, lo avete rapito, lo avete
-trasportato qui, e, aggiunse il conte cavando di saccoccia la lettera,
-gli avete imposto un riscatto come fosse stato un primo arrivato.
-
-— E perchè voi altri non mi avete avvisato di tutto questo? disse il
-capo volgendosi ai suoi uomini, che indietreggiavan tutti ad un suo
-sguardo; perchè mi avete esposto in tal guisa a mancare alla mia parola
-con un uomo come il signor conte che tiene tutte le nostre vite nelle
-sue mani? Per...! Se potessi credere che uno di voi sapeva che il
-giovine era amico di S. E., gli brucerei le cervella colle mie proprie
-mani.
-
-— Ebbene! disse il conte volgendosi a Franz, non vi aveva detto che qui
-sotto doveva esservi un qualche equivoco?
-
-— Come! non siete solo? domandò Vampa con inquietezza.
-
-— Sono con colui cui era diretta questa lettera, ed al quale ho voluto
-provare, che Luigi Vampa era un uomo di parola. Avanzatevi, eccellenza,
-disse egli a Franz, ecco qui il signor Luigi Vampa, che vi dirà esser
-dolente dello sbaglio commesso.
-
-Franz si avanzò, ed il capo dei banditi gli andò incontro di qualche
-passo: — Siate il ben venuto in mezzo a noi, eccellenza, gli diss’egli;
-voi avete inteso ciò che ha detto il signor conte, e ciò che gli ho
-risposto; aggiungerò che non vorrei, per i quattro mila scudi che aveva
-fissato di riscatto, che ciò fosse accaduto.
-
-— Ma, disse Franz guardando con inquietudine a sè d’intorno, e dov’è il
-prigioniero? non lo vedo...
-
-— Spero bene che non gli sarà accaduto cosa alcuna? domandò il conte
-aggrottando il sopracciglio.
-
-— Il prigioniero è là, disse Vampa mostrando colla mano il luogo oscuro
-avanti al quale passeggiava il bandito in fazione, e vado io stesso ad
-annunziargli esser libero.
-
-Il capo si avanzò verso il luogo, da lui indicato come prigione
-d’Alberto; il conte e Franz lo seguirono.
-
-— Che fa il prigioniero? domandò Vampa alla sentinella.
-
-— Sulla mia parola, rispose questi, l’ignoro: da più di un’ora non l’ho
-inteso muovere.
-
-— Venite, eccellenza, disse Vampa.
-
-Il conte e Franz salirono sette o otto scalini sempre preceduti dal
-capo, che tirò un catenaccio e spinse avanti una porta. Allora, al
-chiarore di una lampada simile a quella che illuminava il Colombario,
-si potè vedere Alberto, avvolto in un mantello che gli aveva prestato
-un bandito, steso in un angolo, dormire del sonno più profondo.
-
-— Andiamo, disse il conte con quel sorriso che gli era particolare: non
-c’è male per un uomo che doveva essere fucilato domattina alle sette.
-
-Vampa guardò con una certa ammirazione Alberto che dormiva, e
-scorgevasi in lui non essere insensibile a questa prova di coraggio.
-
-— Avete ragione, signor conte, diss’egli, quest’uomo dev’essere uno dei
-vostri amici.
-
-Indi accostandosi ad Alberto e toccandogli la spalla:
-
-— Eccellenza, diss’egli, si svegli, se le fa piacere.
-
-Alberto stese le braccia, si strofinò le palpebre, e si svegliò: —
-Ah! ah! diss’egli, siete voi capitano? Per bacco! avreste ben potuto
-lasciarmi dormire: io faceva un grazioso sogno: sognava di ballare una
-galoppa da Torlonia colla contessa G***. — Guardò all’orologio che si
-era riserbato per poter giudicare da sè stesso del tempo trascorso:
-— Un’ora e mezzo dopo mezza notte; e perchè diavolo mi svegliate a
-quest’ora?
-
-— Per dirvi che siete libero, Eccellenza.
-
-— Caro mio, soggiunse Alberto con una perfetta prontezza d’animo,
-ricordatevi bene in avvenire di questa massima di Napoleone il
-grande: «non mi svegliate che per le cattive notizie.» Se mi aveste
-lasciato dormire, avrei terminata la mia galoppa, e ve ne sarei stato
-riconoscente per tutta la mia vita... Il mio riscatto è dunque stato
-pagato?
-
-— No, Eccellenza.
-
-— Ebbene! in qual modo dunque son libero?
-
-— Qualcuno, a cui non posso nulla negare, è venuto a reclamarvi. — Fin
-qui? — Fin qui.
-
-— Oh per bacco! questo qualcuno è una persona molto amabile. — Alberto
-guardò intorno a sè, e s’avvide di Franz.
-
-— Come? diss’egli, siete voi, mio caro Franz, che spingete tant’oltre
-la vostra amicizia?
-
-— Non sono io, rispose Franz, ma il nostro conte di Monte-Cristo.
-
-— Ah! per bacco! il sig. conte! disse Alberto accomodandosi la cravatta
-ed i manichini: siete un uomo veramente prezioso, e spero che vorrete
-considerarmi come a voi riconoscente per tutta la vita, primieramente
-per l’affare della carrozza, e poi per questo. — E in così dire stese
-la mano al conte, che fremette al momento di dargli la sua, che
-però gli diede. Il bandito osservava tutta questa scena con volto
-stupefatto: era evidentemente avvezzo a vedere i suoi prigionieri
-tremare davanti a lui, ed ora ne aveva innanzi a sè uno, la cui
-burlevole indole non aveva sofferta alcuna alterazione; in quanto a
-Franz, era contentissimo che Alberto, anche in faccia ad un bandito,
-avesse saputo sostenere l’onore nazionale.
-
-— Mio caro Alberto, gli disse, se volete sollecitarvi, avremo ancora il
-tempo di andare a finire la notte da Torlonia. Riprenderete la vostra
-galoppa al punto in cui l’avete interrotta, di modo che non serberete
-alcun rancore col sig. Luigi Vampa, che in tutto quest’affare si è
-condotto da vero galantuomo.
-
-— Ah! sì da vero, diss’egli; avete ragione, e noi potremmo giungervi a
-due ore... Sig. Luigi, continuò Alberto, vi è alcun’altra formalità da
-compiersi prima di prendere commiato da V. E.?
-
-— Nessuna, signore, rispose il bandito, e voi siete libero come l’aria.
-
-— In questo caso, buona ed allegra vita. Venite, signori, venite. — Ed
-Alberto, seguito da Franz e dal conte, discese la scala, e traversò la
-sala quadrata.
-
-Tutti i banditi erano in piedi col cappello in mano.
-
-— Peppino, disse il capo, dammi la torcia.
-
-— Ebbene! che volete fare? domandò il conte.
-
-— Vi accompagno, questo è il più piccolo onore che possa tributare a
-V. E. — E togliendo la torcia accesa dalle mani del pastore, camminò
-avanti ai suoi ospiti, non come un cameriere che compie un atto di
-servitù, ma come un re che preceda degli ambasciatori; giunto alla
-porta, s’inchinò: — Ora, signor conte, diss’egli, vi rinnovo le mie
-scuse, e spero che non conserverete alcun risentimento sull’accaduto.
-
-— No, mio caro Vampa, disse il conte, d’altra parte emendate i vostri
-errori in un modo così compito, che si è quasi costretti esservi
-obbligati per averli commessi.
-
-— Signori, riprese il capo volgendosi ai due giovani, forse l’invito
-non vi sembrerà molto attraente, ma se mai vi venisse la volontà di
-farmi una seconda visita, qui ed in qualunque altro luogo ove potessi
-essere, voi sarete sempre i ben venuti.
-
-Franz ed Alberto lo salutarono. Il conte uscì pel primo, Alberto lo
-seguì, Franz restava l’ultimo.
-
-— V. E. ha forse qualche cosa a chiedermi? disse Vampa.
-
-— Sì, lo confesso, rispose Franz; sarei curioso di sapere qual era
-l’opera che leggevate con tanta attenzione quando noi siamo arrivati.
-
-— I Commentarii di Giulio Cesare, sono il mio libro prediletto. —
-Ebbene! non venite? domandò Alberto.
-
-— Subito, rispose Franz, eccomi. — Ed uscì a sua volta dallo spiraglio;
-fatto qualche passo nella pianura:
-
-— Ah! perdonatemi, disse Alberto, tornando indietro, volete permettermi
-capitano? — Ed accese il sigaro alla torcia di Vampa.
-
-— Ora, signor conte, disse Alberto, ho grandissima premura di finire la
-notte dal principe Torlonia.
-
-La carrozza fu ritrovata al luogo ove era stata lasciata. Il conte
-disse una sola parola araba ad Alì, ed i cavalli partirono pancia a
-terra. Erano le due precise all’orologio d’Alberto, quando i due amici
-entrarono nella sala da ballo. Il loro ritorno fu un avvenimento, ma
-siccome rientrarono insieme, così tutti i timori che si erano concepiti
-sul conto d’Alberto cessarono sul momento.
-
-— Signora, disse il visconte de Morcerf, avanzandosi verso la contessa,
-ieri voi aveste la bontà di promettermi una galoppa, vengo un po’ tardi
-a reclamare questa graziosa promessa, ma il mio amico, che voi sapete
-quanto è sincero, potrà farvi fede che non fu colpa mia. — E siccome
-in quel momento l’orchestra dava il segnale di un valtz, Alberto passò
-il braccio attorno alla vita della contessa e disparve con essa fra il
-nembo dei ballerini. In questo tempo Franz andava pensando al singolare
-fremito percorso su tutte le membra del conte di Monte-Cristo nel
-momento in cui era stato, in certo qual modo costretto, a stringere la
-mano ad Alberto.
-
-
-
-
-XXXVIII. — IL CONVEGNO.
-
-
-La dimane nel levarsi, la prima parola di Alberto fu di proporre a
-Franz di fare una visita al conte. Egli lo aveva di già ringraziato
-la sera innanzi, ma capiva benissimo che un servigio come quello
-resogli dal conte, meritava bene due ringraziamenti. Franz che provava
-un’attrattiva, mista a terrore, che lo spingeva verso il conte di
-Monte-Cristo, non volle lasciarlo andar solo da quest’uomo, e lo
-accompagnò. Entrambi furono introdotti: cinque minuti dopo comparve il
-conte. — Signor conte, disse Alberto andandogli incontro, permettetemi
-di ripetervi questa mattina ciò che malamente vi ho detto la scorsa
-notte; che non dimenticherò mai in qual congiuntura mi siate venuto in
-aiuto; e mi ricorderò sempre che vi devo la vita o poco meno.
-
-— Mio caro vicino, rispose il conte ridendo, voi esagerate le vostre
-obbligazioni verso di me; non mi dovete che una piccola economia di una
-ventina di migliaia di fr. sul vostro preventivo del viaggio, ed ecco
-tutto: vedete bene che non bisogna parlarne. Per vostra parte, aggiunse
-egli, ricevete i miei rallegramenti; avete dimostrato un’ammirabile
-prontezza d’animo, e gran disinvoltura.
-
-— Che serve conte? disse Alberto: mi sono immaginato di avere avuta una
-cattiva contesa, ed esser corsa una sfida; volli far comprendere una
-cosa a questi banditi, ed è che in tutti i paesi del mondo gli uomini
-si battono, ma che non vi sono che i francesi che si battono ridendo.
-Ciò non ostante, non essendo per questo men grande l’obbligazione
-che vi professo, vengo a chiedervi, se per mezzo dei miei amici o per
-mezzo delle mie riconoscenze potessi esservi utile in qualche cosa.
-Mio padre, il conte di Morcerf d’origine spagnuola, gode di un’alta
-posizione in Francia ed in Ispagna, vengo a mettere me e tutte le
-persone che mi amano a vostra disposizione.
-
-— Ebbene! disse il conte; vi confesso sig. de Morcerf, che mi aspettava
-da voi una simile esibizione, e che l’accetto con tutto il cuore.
-Io aveva già fissati i miei pensieri su di voi per chiedervi un gran
-favore. — Quale?
-
-— Non sono mai stato a Parigi, e non conosco Parigi.
-
-— Da vero! gridò Alberto, voi avete potuto vivere fino adesso senza
-veder Parigi? pare incredibile.
-
-— Eppure è così. Ma io sento con voi che una più lunga ignoranza della
-capitale del mondo intelligente è impossibile. Vi è di più: forse
-avrei fatto da lungo tempo questo viaggio indispensabile, se avessi
-conosciuto qualcuno che mi avesse potuto introdurre in quel mondo ove
-io non ho alcuna relazione.
-
-— Oh! un uomo come voi! gridò Alberto.
-
-— Siete molto buono. Ma siccome non riconosco in me stesso altro merito
-che quello di poter fare concorso, come milionario, ai vostri più
-ricchi banchieri, e che non vado a Parigi per speculare sulla borsa,
-questa piccola particolarità mi ha trattenuto. Ora la vostra offerta mi
-vi risolve. Vediamo: v’impegnate mio caro de Morcerf (il conte strisciò
-questa parola con un singolare sorriso) allorquando sarò in Francia
-d’aprirmi le porte di quel mondo, ove sarò uno straniero al pari di un
-Huron, o di un Cinese?
-
-— In quanto a ciò, mio caro conte, a meraviglia e con tutto il cuore,
-rispose Alberto, e tanto più volentieri (mio caro Franz non vi burlate
-tanto di me), che sono richiamato a Parigi da una lettera che ricevo
-questa mane stessa, ed in cui si parla di una trattativa con una
-casa molto rispettabile e che ha le migliori relazioni col bel mondo
-Parigino.
-
-— Trattativa di matrimonio? disse ridendo Franz.
-
-— Qual meraviglia? sì, perciò quando ritornerete a Parigi mi troverete
-uomo posato, e forse padre di famiglia. Ciò starà bene colla mia
-gravità naturale, n’è vero? In ogni modo, conte, ve lo ripeto, io ed i
-miei siamo tutti in corpo ed anima a vostra disposizione.
-
-— Ed io accetto, disse il conte; perchè vi assicuro che non mi mancava
-che questa occasione per effettuare un disegno che rumino da lungo
-tempo.
-
-Franz non dubitò un momento che non fosse quello di cui erasi lasciato
-sfuggire qualche parola nella grotta di Monte-Cristo, e guardò il
-conte mentre diceva queste parole, per tentare di sorprendere sulla sua
-fisonomia qualche rivelazione dei disegni che conducevano a Parigi: ma
-era molto difficile penetrar nell’animo di quest’uomo, particolarmente
-quand’egli lo velava con un sorriso. — Ma osserviamo, conte, soggiunse
-Alberto contento di poter presentare un uomo come il conte di
-Monte-Cristo; non sarà già questo un qualche disegno in aria, come se
-ne fanno mille in viaggio, e che, fabbricati sulla sabbia, vengono poi
-distrutti al primo soffio di vento?
-
-— No, sul mio onore, disse il conte, voglio andare a Parigi, ho bisogno
-d’andarvi. — E quando sarà? — Quando vi sarete voi stesso? — Io? disse
-Alberto, oh! mio Dio! fra 15 giorni, o al più fra tre settimane; il
-tempo necessario per il ritorno, e null’altro. — Ebbene! vi accordo tre
-mesi, vedete che vi do una larga misura.
-
-— E fra tre mesi, gridò Alberto con gioia, verrete a battere alla mia
-porta. — Volete un convegno anche pel preciso giorno e per l’ora, disse
-il conte, vi prevengo però che sono di una esattezza da far disperare.
-— Il giorno e l’ora precisa! disse Alberto, ciò andrà a meraviglia.
-
-— Ebbene! sia così. — Egli stese la mano verso un calendario attaccato
-presso lo specchio. — Oggi siamo ai 21 febbraio; cavò l’orologio, e
-sono le 10 e mezzo del mattino, volete aspettarmi il 21 maggio prossimo
-alle 10 e mezzo del mattino?
-
-— A meraviglia! disse Alberto; la colazione sarà preparata.
-
-— Ove abitate? — Strada di _Helder_ n. 27. — Voi vi trattate in casa
-vostra da scapolo, ed io non vi sarò d’incomodo?
-
-— Io abito in casa di mio padre, ma in un padiglione nel fondo del
-cortile interamente separato.
-
-— Va bene; — il conte aprì il taccuino e scrisse: Strada di Helder, n.
-27, 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino.
-
-— Ed ora, disse il conte, rimettendosi il taccuino in saccoccia, siate
-tranquillo, la sfera della vostra pendola non sarà più esatta di me.
-
-— Vi rivedrò prima della vostra partenza? domandò Alberto. — Secondo
-quando partirete?
-
-— Parto domani sera alle cinque. — In questo caso vi do il mio addio.
-Ho alcuni affari a Napoli, e non sarò di ritorno qui che sabato sera
-o domenica mattina. E voi, soggiunse volgendosi a Franz, partite voi
-pure, sig. conte?
-
-— Sì. — Per la Francia?
-
-— No, per Venezia. Resto ancora un anno o due in Italia.
-
-— Noi dunque non ci rivedremo a Parigi?
-
-— Temo di non avere quest’onore.
-
-— Animo dunque, signori, buon viaggio, disse il conte ai due amici
-stendendo ad essi la mano.
-
-Era la prima volta che Franz toccava la mano di quest’uomo; egli
-rabbrividì, perchè essa era ghiaccio come quella di un morto. — Per
-l’ultima volta, disse Alberto, resta bene stabilito sulla parola
-d’onore, è vero? strada di Helder n. 27, li 21 Maggio alle 10 e mezzo
-del mattino?
-
-— Li 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino strada di Helder n. 27,
-ripetè il conte.
-
-— Che avete? disse Alberto a Franz nel rientrare nelle loro stanze, mi
-sembrate molto afflitto.
-
-— Sì, disse Franz, ve lo confesso, il conte è un uomo singolare, e
-vedo con inquietudine questo convegno che vi ha dato a Parigi. — Questo
-convegno... con inquietudine? E perchè? ma siete pazzo, mio caro Franz!
-gridò Alberto.
-
-— Che volete? pazzo o no, la cosa va così.
-
-— Ascoltate, ripetè Alberto; sono ben contento che mi si presenti
-un’occasione di dirvi, che vi ho sempre ritrovato di una gran freddezza
-col conte, mentr’egli per sua parte è sempre stato ben diverso con noi.
-Avete qualche cosa in particolare contro di lui?
-
-— Può darsi. — Ma l’avevate veduto in qualche altro luogo prima
-d’incontrarlo qui? — Precisamente.
-
-— E dove? — Mi promettete di non dir mai una parola di quanto sono per
-raccontarvi? — Ve lo prometto.
-
-— Sta bene: ascoltatemi dunque.
-
-Allora Franz raccontò ad Alberto la sua escursione all’isola di
-Monte-Cristo, in qual modo vi aveva ritrovato un equipaggio di
-contrabbandieri, e fra questo due banditi corsi. Egli calcò su tutti i
-particolari dell’ospitalità fattucchiera che il conte gli aveva data
-nella sua grotta delle _mille e una notte_, gli descrisse la cena,
-l’_hatchis_, le statue, la realtà, il sogno e come al suo svegliarsi
-altro non restava più, come prova e ricordo di tanti avvenimenti che il
-piccolo _yacht_ che faceva vela sull’orizzonte per Porto-Vecchio. Indi
-passò a Roma, alla notte del Colosseo, al dialogo che aveva inteso fra
-lui e Vampa, conversazione relativa a Peppino, e nella quale il conte
-aveva promesso di ottenere la grazia del bandito, promessa che aveva
-mantenuta, come ne avranno potuto giudicare i nostri lettori.
-
-Finalmente giunse all’avventura della notte precedente, all’impaccio in
-cui si era ritrovato vedendosi mancare 7, o 800 scudi per completare la
-somma; in fino all’idea che gli era venuta di ricorrere al conte, idea
-che ebbe un resultato tanto soddisfacente ad un tempo e pittoresco.
-
-Alberto ascoltava Franz con tutta l’attenzione.
-
-— Ebbene! diss’egli, quando questi ebbe finito, e che v’è di
-riprovevole in tutto questo? il conte è viaggiatore, ha un bastimento
-proprio perchè è uomo ricco. Andate a Portsmouth o a Southampton e
-ritroverete questi porti ingombri di _yacht_ appartenenti a ricchi
-inglesi che hanno la stessa fantasia. Per sapere ove fermarsi nelle sue
-escursioni, per non cibarsi di questa terribile cucina che avvelena me
-da mesi, e voi da 4 anni, per non giacere su questi letti abbominevoli
-nei quali non si può dormire, si è fatto ammobiliare un piccolo pian
-terreno a Monte-Cristo; e temendo che il governo toscano non gli desse
-congedo, e che tutti i suoi mobili andassero perduti, ha comprato
-l’isola, e ne ha assunto il nome. Mio caro, frugate nella vostra
-memoria, e ditemi quante persone di nostra conoscenza prendono il nome
-di proprietà che non hanno mai avute?
-
-— Ma, disse Franz, e questi banditi corsi che erano fra il suo
-equipaggio?...
-
-— Ebbene! che v’è di meraviglioso? Capite meglio di qualunque altro
-che i banditi corsi non sono ladri, ma fuggitivi, perché una qualche
-_vendetta_ li ha esiliati dalle loro città o dai villaggi; si possono
-dunque vedere senza mettersi a rischio. In quanto a me dichiaro, che se
-un giorno dovessi andare in Corsica, prima di farmi presentare, a modo
-di dire, al governatore od al Prefetto, mi farei presentare ai banditi
-di Colomba: sempre che vi si possa mettere la mano sopra, io li ritrovo
-gentili.
-
-— Ma Vampa e la sua banda, soggiunse Franz, sono banditi che fermano
-per rubare, non lo negherete, spero? che dite adunque dell’influenza
-che il conte ha su tal razza di gente?
-
-— Dirò, che dovendo la vita, secondo tutte le apparenze, a questa
-influenza, non spetta a me il criticarla troppo da vicino. Così invece
-di fargliene, come voi, un delitto capitale, troverete giusto che io lo
-scusi, se non di avermi salvata la vita, il che sarebbe un poco troppo
-esagerato, almeno di avermi fatto risparmiare 4mila scudi, che fanno
-24mila lire della nostra moneta, somma per la quale non mi avrebbero
-tanto stimato in Francia.
-
-— Ebbene! ecco precisamente: di che paese è il conte, che lingua
-parla? quali sono i suoi mezzi di sussistenza? da dove gli viene la
-sua immensa fortuna? Quale è stata questa prima parte della sua vita
-misteriosa ed incognita, che ha sparso sulla seconda una tinta oscura e
-misantropica? Ecco ciò che nel vostro posto vorrei sapere.
-
-— Mio caro Franz, quando leggendo la mia lettera vi siete accorto
-che avevamo bisogno dell’influenza del conte, siete andato a dirgli:
-«Alberto conte de Morcerf corre un pericolo, aiutatemi a toglierlo
-d’impiccio», n’è vero?
-
-— Sì. — Allora vi ha egli domandato: «e chi è questo signor Alberto de
-Morcerf? Donde gli viene il suo nome? Donde gli viene la sua fortuna?
-Quali sono i suoi mezzi di sussistenza? qual è il suo paese? dove è
-nato?» vi ha egli fatte tutte queste interrogazioni? dite? — No, lo
-confesso.
-
-— Egli è venuto, ecco tutto; mi ha tolto dalle mani del sig. Vampa,
-ove ad onta di tutte le mie apparenze piene di disinvoltura, come voi
-diceste, io vi faceva una tristissima figura, lo confesso: ebbene! mio
-caro; quando in cambio di simile servigio egli mi domanda di far per
-lui ciò che si fa tutti i giorni pel primo principe russo o italiano
-che passa per Parigi, vale a dire di presentarlo nelle società, volete
-che gli neghi questo? Via dunque, Franz, siete pazzo!
-
-Bisogna convenire, che contro il solito, questa volta tutte le buone
-ragioni eran dalla parte d’Alberto.
-
-— Finalmente, rispose Franz con un sospiro, fate come volete, mio caro
-visconte, perchè tutto quel che mi dite è persuasivo, lo confesso, ma è
-altrettanto vero che il conte di Monte-Cristo è un uomo strano.
-
-— Il conte di Monte-Cristo è un uomo filantropo: egli non vi ha detto
-con quale scopo viene a Parigi: ebbene! viene per concorrere al premio
-di Monthyon, e se ad ottenerlo non gli manca che il mio voto, glielo
-darò. Dopo ciò non parliamo più di questo: mettiamoci a tavola, e dopo
-andiamo a fare un’ultima visita a S. Pietro.
-
-Fu fatto come aveva detto Alberto, e il giorno dopo alle 5 p. m. i due
-giovani si lasciarono, Alberto de Morcerf per ritornare a Parigi, e
-Franz d’Épinay per passare una quindicina di giorni a Venezia.
-
-Ma Alberto, prima di salire in carrozza, consegnò al cameriere
-dell’albergo, tanto aveva paura che il convitato mancasse al convegno,
-un biglietto da visita pel conte di Monte-Cristo, sul quale al di sotto
-delle parole «Visconte Alberto de Morcerf» aveva scritto colla matita:
-— _21 Maggio, alle 10 e mezzo a. m. Strada Helder. N. 27_.
-
-
-
-
-XXXIX. — LA COLAZIONE.
-
-
-Nella casa strada Helder in cui Alberto de Morcerf aveva dato in Roma
-convegno al conte di Monte-Cristo, tutto veniva preparato nel mattino
-del 21 maggio, per fare onore alla parola data dal giovine. Alberto
-abitava un padiglione posto sull’angolo di un gran cortile rimpetto
-ad un altro stabile deputato ai comuni. Due sole finestre di questo
-padiglione guardavano sulla strada, delle altre tre davano sul cortile,
-e due sul giardino. Fra questo cortile ed il giardino, s’ergeva sebbene
-fabbricata con cattivo gusto d’architettura imperiale, l’abitazione
-elegante e vasta del conte e della contessa de Morcerf. Su tutta la
-larghezza del fabbricato girava un muro, che metteva sulla strada, ad
-intervalli guernito da sovrapposti vasi di fiori, e diviso nel mezzo
-da un gran cancello a lance dorate, che serviva per le entrate di
-parata: una piccola porta, addossata all’abitazione del portinaro dava
-passaggio ai padroni e servitori quando entravano o uscivano a piedi.
-Nella scelta del padiglione destinato per abitazione d’Alberto si
-scorgeva la delicata previdenza di una madre, che non volendo dividersi
-dal figlio, aveva però capito che un giovine dell’età d’Alberto aveva
-bisogno di tutta la sua libertà. Dall’altra parte dobbiamo convenirne,
-si scorgeva pure l’intelligente egoismo del giovine, perduto in questa
-vita libera ed oziosa, propria dei figli di famiglia, al quale veniva,
-come all’uccello, dorata la sua gabbia. Da queste due finestre che
-guardavano sulla strada, Alberto poteva fare le sue esplorazioni
-all’esterno: vista tanto necessaria ai giovani che vogliono vedere
-passare innanzi ai loro occhi il proprio orizzonte, fosse pur quello
-della strada; fatta la sua esplorazione, se gli sembrava meritare un
-esame più profondo, Alberto poteva, per darsi alle proprie ricerche,
-uscir da una piccola porta che era dirimpetto all’altra di cui
-abbiamo parlato presso all’abitazione del portinaro, e che merita una
-particolare menzione.
-
-Era una piccola porta, che sarebbesi detto dimenticata da tutti dal
-momento che fu fabbricata la casa, e sarebbesi creduta condannata
-a rimaner sempre chiusa, tanto sembrava meschina e polverosa, ma i
-catenacci e i gangheri erano talmente bene unti, che indicavano l’uso
-continuo e misterioso. Questa piccola porta segreta faceva concorrenza
-colle altre due, e si burlava del portinaro, di cui sfuggiva alla
-vigilanza ed alla responsabilità, aprendosi come la famosa porta della
-caverna delle _Mille e una notte_, a guisa del Sesamo incantato di
-Alì-Babà, per mezzo di qualche parola cabalistica, o di qualche segno
-convenuto pronunciato dalla più dolce voce, od eseguito dalla più bella
-mano del mondo.
-
-Alla fine di un corridoio vasto e silenzioso, col quale comunicava e
-che formava anticamera, s’apriva a destra la sala da pranzo d’Alberto,
-che guardava il cortile, ed a sinistra la sua piccola camera da
-ricevere che guardava il giardino. Cespugli, e piante parassite si
-aprivano a ventaglio davanti alle finestre, e nascondevano al cortile
-ed al giardino l’interno di queste camere, le sole al piano terreno,
-che potevano essere esposte agli sguardi degl’importuni. Al primo
-piano queste due camere si ripetevano, aumentate da una terza che
-corrispondeva alla sottoposta anticamera: erano la camera da letto,
-quella da ricevere, ed un gabinetto.
-
-La sala del piano terreno era una specie di divano algerino destinato
-ai fumatori. Il gabinetto del primo piano metteva nella camera da
-letto, e per una porta invisibile aveva comunicazione colle scale. Si
-ponga mente alle cautele.
-
-Al di sopra di questo primo piano spaziava un vasto studio, ingrandito
-coll’atterrare i muri di divisione, pandemonio che disputava l’artista
-al damerino. Là erano rifugiati ed affastellati tutti i successivi
-capricci d’Alberto: i corni da caccia, i bassi, i flauti, un’orchestra
-completa, poichè per un momento ebbe non il gusto ma la fantasia della
-musica. I cavalletti, i tavolozzi, i pastelli, poichè alla fantasia
-della musica era succeduta la fatuità della pittura: finalmente
-i fioretti, i guanti da pugillatore, gli squadroni, e i bastoni
-d’ogni genere, poichè, seguendo il costume dei giovani alla moda,
-Alberto coltivava, con maggiore perseveranza di quel che non aveva
-fatto la musica e la pittura, le tre arti che formano il compimento
-dell’educazione da _Lions_, vale a dire la scherma, i pugni, ed
-il bastone, ed in questa camera destinata agli esercizi corporali,
-riceveva successivamente, Grisier, Cooks, e Carlo Lacour. Il rimanente
-della mobilia di questa sala privilegiata, si componeva di vecchi
-forzieri dei tempi di Francesco I, ripieni di porcellane della China,
-di vasi del Giappone, di terraglie di Luca della Robbia e di piatti
-di Bernardo di Palissy; di antichi seggioloni, ove forse erasi assiso
-Enrico IV o Sully, Luigi XIII o Richelieu, poichè due di essi ornati
-di uno scudo intagliato, ove sopra un campo azzurro brillavano i tre
-gigli di Francia sormontati dalla corona reale, uscivano visibilmente
-dal guardaroba del Louvre, o per lo meno da qualche castello reale. Sur
-essi erano gettate alla rinfusa ricche stoffe a vivi colori, tinte al
-sole della Persia o ricamate dalle dita delle donne di Calcutta o di
-Chandernayor. Ciò che si stessero a far là queste stoffe non si sarebbe
-potuto dire; aspettavano, ricreando gli occhi, un destino sconosciuto
-anche al loro stesso proprietario, e mentre aspettavano, rischiaravano
-l’appartamento coi loro riflessi dorati. Nel posto più apparente
-sorgeva un piano forte, fabbricato da Roller e Blanchet di legno di
-rosa, della forma delle nostre sale di Lilliputiens, racchiudendo
-ciò non pertanto un’orchestra nella sua stretta e sonora capacità,
-e sopraccaricato dai capi d’opera di Beethoven, di Weber, di Mozart,
-d’Haydn, di Crètry, e di Porpora.
-
-Quindi, lungo tutti i muri, sopra le porte, nel soffitto, erano
-disposte spade, pugnali, stocchi, mazze dorate, e complete armature,
-damascate, incrostate; arborari, massi di minerali, uccelli imbottiti
-di crini, che tenevano le ali aperte ad un volo immobile, colle
-penne color di fuoco, col becco che non chiudono mai. Non occorre
-dire, che questa era la stanza di predilezione di Alberto. Però, il
-giorno del convegno, il giovine in abito di mezza gala aveva fissato
-il suo quartier generale nel salotto del pian terreno. Ivi, sur una
-tavola, circondata da un divano largo e morbido, tutti i tabacchi
-sconosciuti, dal giallo di Pietroburgo fino al nero del Sinai passando
-per il porto-ricco, e il latakiè, erano racchiusi in vasi di terraglia
-smaltata che sono l’adorazione degli olandesi. Vicini ad essi, in
-cassette di legni odorosi, erano schierati per ordine di grandezza,
-e di qualità i sigari puros, regalia, avana ecc.; finalmente in un
-armadio aperto una collezione di pipe di Germania, di Turchia, coi
-bocchini d’ambra, ornate di corallo, e di fregi incrostati d’oro, con
-lunghe canne di marrocchino ripiegate a guisa di serpenti, aspettavano
-il capriccio o la simpatia dei fumatori. Alberto aveva presieduto da
-sè stesso all’ordinamento, o piuttosto a quel disordine simmetrico
-che, dopo il caffè i convitati di una colazione alla moderna amano di
-osservare per mezzo al fumo che loro sfugge di bocca dirigendosi al
-soffitto in lunghe e capricciose spirali.
-
-Alle 10 meno un quarto entrò un cameriere, che unitamente ad un _groom_
-di 15 anni, il quale parlava soltanto l’inglese, e rispondeva al nome
-di John, erano i soli domestici di Alberto. Ben inteso ch’egli poteva
-disporre del cuoco di casa nei giorni ordinari, e negli straordinari il
-cacciatore del conte era a sua disposizione. Questo cameriere, che si
-chiamava Germano e che godeva tutta la confidenza del giovine padrone,
-teneva in mano un pacco di giornali che depose sul tavolo, ed alcune
-lettere che consegnò ad Alberto, il quale vi gettò sopra uno sguardo
-indifferente, ne scelse due con minuti caratteri, e con sopraccarta
-profumata, le dissigillò, e le lesse con qualche attenzione.
-
-— Come sono arrivate queste lettere? domandò egli.
-
-— Una è venuta per la posta, l’altra l’ha portata il cameriere della
-sig.ª Danglars.
-
-— Fate dire alla sig.ª Danglars che accetto il posto che mi offre
-nel suo palco... aspettate, in giornata passerete da Rosa; le direte
-che andrò, come m’invita a cenare da lei uscendo dall’_Opera_, e le
-porterete sei bottiglie di vino assortito di Cipro, di Xeres, di Malaga
-ed un barile di ostriche d’Ostenda... prendete le ostriche da Borel, e
-raccomandategli che sono per me.
-
-— A che ora comanda sia in ordine la tavola?
-
-— Che ora abbiamo! — Manca un quarto alle dieci.
-
-— Ebbene ordinate per le 10 e mezzo precise... Debray sarà forse
-obbligato di andare al suo ministero... e d’altra parte... (Alberto
-consultò il suo taccuino) questa è l’ora che ho indicata al conte, li
-21 maggio alle 10 e mezzo a. m.; quantunque non faccia gran fondamento
-sulla promessa, desidero di essere esatto. A proposito sapete se la
-sig.ª contessa sia alzata?
-
-— Se il sig. Visconte lo desidera, andrò ad informarmene.
-
-— Sì... le chiederete una delle cassettine da liquori, poichè la mia è
-incompleta: le direte che avrò l’onore d’andar da lei verso le tre, e
-che le domando permesso di presentarle un signore.
-
-Il cameriere uscito, Alberto si gettò sul divano, stracciò la fascetta
-a due o tre giornali, guardò gli annunzi degli spettacoli, fece la
-boccaccia vedendo che si rappresentava un’opera e non un ballo; cercò
-invano quegli annunzi di profumeria un oppiato pel dolore dei denti di
-cui gli era stato parlato, e gettò l’uno dopo l’altro i tre giornali
-più in voga a Parigi, mormorando in mezzo ad uno sbadiglio prolungato:
-
-— In verità questi giornali divengono di giorno in giorno sempre più
-noiosi.
-
-In questo mentre una carrozza si fermò avanti la porta, ed un momento
-dopo il cameriere rientrò annunziando il signor Luciano Debray. Un
-giovine biondo, alto, pallido, coll’occhio grigio e fermo, colle labbra
-sottili e fredde, coll’abito blu a bottoni cisellati, la cravatta
-bianca, una lente di cristallo sospesa ad un filo di seta, e che per
-uno sforzo del tendine sopracciliare e del tendine zigomatico arrivava
-a fissare avanti la cavità dell’occhio destro, entrò senza sorridere,
-senza parlare, con un portamento semi-ufficiale:
-
-— Buon giorno, Luciano, buon giorno! disse Alberto. Ah! voi mi
-spaventate, mio caro, colla vostra esattezza! Ma che dico? esattezza!
-Voi che non aspettava che per ultimo, giungete alle 10 meno 5 minuti,
-mentre il convegno definitivo non è che alle 10 e mezzo? Quest’è un
-miracolo! Il ministero sarebbe forse caduto?
-
-— No, carissimo, disse il giovine gettandosi sul divano,
-tranquillatevi, trattiamo sempre, ma non cediamo mai, e comincio a
-credere che passeremo bonariamente alla immobilità, senza contare che
-gli affari della penisola vanno in modo da consolidarsi pienamente.
-
-— Ah! è vero, scacciate Don Carlos dalla Spagna.
-
-— No, carissimo, non confondete le cose; lo riconduciamo all’altra
-frontiera della Francia, e gli offriamo una ospitalità da re a Bourges.
-— A Bourges? — Sì, egli non avrà a lagnarsi; Bourges è la capitale del
-re Carlo VII. Come! voi non sapete nulla di tutto ciò? Tutta Parigi lo
-sa da ieri, e avanti ieri la cosa era già stata traspirata alla borsa,
-perchè Danglars (non so con qual mezzo quest’uomo ha le notizie nello
-stesso tempo di noi) perchè Danglars ha arrischiato sul rialzo de’
-fondi; e vi ha guadagnato un milione.
-
-— E voi una nuova decorazione, a quanto parmi: poichè vedo una striscia
-blu aumentata alla vostra spranghetta.
-
-— Eh! mi hanno inviato la decorazione di Carlo III, rispose
-negligentemente Debray.
-
-— Andiamo, non fate tanto l’indifferente, e confessate che avete avuto
-piacere a riceverla.
-
-— In fede mia, sì, come compimento di toletta, una placca sta bene
-sopra un abito nero abbottonato, è cosa elegante.
-
-— E, disse ridendo Morcerf, si ha l’aspetto del principe di Galles,
-o simili. — Ecco adunque, carissimo, il perchè mi vedete così di
-buon’ora. — Perchè avete la placca di Carlo III e volevate darmi questa
-notizia? — No, ma perchè ho passata tutta la notte a spedir lettere;
-25 dispacci diplomatici. Ritornato in casa questa mattina a giorno,
-voleva dormire, ma mi ha assalito il dolor di testa, e mi sono rialzato
-per montare un’ora a cavallo. A Boulogne sono stato preso dalla noia,
-e dalla fame, due nemici che raramente vanno insieme, e che ciò non
-pertanto, si sono collegati contro di me: una specie di alleanza
-Carlo-repubblicana; allora mi sono ricordato che questa mane v’era
-festa in casa vostra, ed eccomi qua: ho fame, nutritemi: sono annoiato,
-divagatemi.
-
-— Questo è il mio dovere d’anfitrione, amico caro, disse Alberto
-suonando pel cameriere, mentre che Luciano colla sua bacchettina, col
-pomo cesellato ed incrostato di turchinette, faceva saltare i giornali
-spiegati; — Germano, un bicchiere di Xeres, ed un biscotto. Frattanto,
-mio caro Luciano, ecco dei sigari di contrabbando, bene inteso:
-v’invito a fumarli, e a persuadere il vostro ministro a vendercene
-degli eguali, invece delle foglie di noce che condanna i buoni
-cittadini a fumare.
-
-— Peste! me ne guarderò bene. Quando questi vi venissero dal governo
-non li vorreste più, e li ritrovereste esecrabili. D’altra parte ciò
-non ha rapporto coll’interno, spetta alle finanze; indirizzatevi al
-signor Humann, sezione delle contribuzioni indirette, corridore A, N.
-26.
-
-— In verità, disse Alberto, mi sorprendete per le vostre estese
-cognizioni. Ma prendete un sigaro!
-
-— Ah! caro conte, disse Luciano accendendo un sigaro ad una candela
-color di rosa in una bugìa d’argento dorato, e rovesciandosi sul
-divano, quanto siete felice, per non avere nulla da fare! in verità,
-non conoscete la vostra felicità!
-
-— E che fareste dunque, mio caro rappacificatore di regni, rispose
-Morcerf con una leggera ironia: se non aveste nulla da fare? Come!
-segretario particolare di persona influente, lanciato ad un tempo
-nella gran cabala europea e nei piccoli intrighi di Parigi; avendo
-dei re, e meglio ancora, delle regine da proteggere, dei partiti da
-riunire, delle elezioni da dirigere; facendo più nel vostro gabinetto
-e col vostro telegrafo di quel che non ha fatto Napoleone sui campi
-di battaglia colla spada, e colle vittorie; possedendo 25 mila lire
-di rendita, oltre il vostro impiego, un cavallo di cui Château-Renaud
-vi ha offerto 400 luigi e non glielo avete voluto dare, un sarto che
-non vi sbaglia mai un calzone; avendo l’_Opera_, il Jockey-Club, e il
-teatro delle varietà, non trovate dunque che tutto ciò sia buono per
-distrarvi? Ebbene, sia, vi distrarrò io.
-
-— Ed in qual modo? — Col farvi fare una nuova conoscenza. — Un uomo o
-una donna? — Un uomo.
-
-— Oh! ne conosco di già troppi. — Ma è uno come non ne conoscete
-quello di cui vi parlo. — E di dove viene dunque? di capo al mondo? —
-Fors’anche di più lontano.
-
-— Oh! diavolo! spero bene che non sia quegli che deve portare la nostra
-colazione? — No, siate tranquillo, la nostra colazione è nelle cucine
-materne. Ma dunque avete fame?
-
-— Sì, lo confesso, per quanto sia umiliante il dirlo. E ciò non ostante
-ieri ho pranzato dal sig. de Villefort: e non so se abbiate mai notato,
-che si pranza molto male dalle persone di tribunale: direbbesi che
-hanno sempre dei rimorsi.
-
-— Ah! per bacco! voi disprezzate i pranzi degli altri come se si
-pranzasse bene dai vostri ministri.
-
-— Sì, ma non invitiamo la gente di _bonton_ almeno; e se non fossimo
-obbligati ad invitare quei miserabili che pensano, e quel che più
-importa, che danno buoni voti, ci guarderemmo, come dalla peste, di
-pranzare in casa nostra; questo vi prego a volerlo credere sul serio.
-
-— Allora, mio caro, prendete un altro bicchiere di Xeres ed un altro
-biscotto.
-
-— Il vostro vino di Spagna è eccellente; vedete bene che abbiamo avuto
-gran ragione a rappacificare quel paese.
-
-— E ciò vi procurerà il tosone d’oro.
-
-— Credo che questa mattina abbiate adottato il sistema di nutrirmi di
-fumo.
-
-— Eh! questo è quanto diverte più lo stomaco; convenitene; ma
-ascoltate: sento appunto la voce di Beauchamp nell’anticamera,
-disputerete insieme, e ciò vi farà attendere con maggior pazienza.
-
-— A proposito di che?
-
-— A proposito di giornali.
-
-— Ah! caro amico, disse Luciano, con un sovrano disprezzo, io leggo
-forse giornali?
-
-— Ragione di più, allora disputerete maggiormente.
-
-— Il Sig. Beauchamp, annunziò il cameriere.
-
-— Entrate, entrate! penna terribile! disse Alberto alzandosi e andando
-incontro al giovine: ecco qui Debray che vi detesta senza leggervi,
-almeno a quanto ha detto.
-
-— Egli ha ben ragione, disse Beauchamp, si conduce come me; io lo
-critico senza sapere quel che fa... Buon giorno commendatore.
-
-— Ah! lo sapete di già? rispose il segretario particolare, scambiando
-col giornalista una stretta di mano ed un sorriso.
-
-— Per bacco! riprese Beauchamp. — E che se ne dice nel mondo? — In qual
-mondo? abbiamo molti mondi nell’anno di grazia 1838. — Eh! nel mondo
-critico-politico di cui siete uno dei _lions_.
-
-— Ma si dice che la cosa è giustissima.
-
-— Andiamo, andiamo, non c’è male, disse Luciano; perchè mai non
-siete uno dei nostri, mio caro Beauchamp? Con tanto spirito quanto ne
-possedete, fareste fortuna in tre o quattro anni.
-
-— Non aspetto che una cosa per seguire il vostro consiglio. Ora,
-una sola parola a voi, caro Alberto, poichè bisogna bene che lasci
-respirare Luciano: facciamo colazione o pranziamo? perchè io ho _la
-camera_ che mi aspetta. Non sono tutte rose, come vedete, nel nostro
-mestiere.
-
-— Faremo soltanto colazione; non aspettiamo più che due persone, e ci
-metteremo a tavola subito che saranno giunte.
-
-— E chi aspettate? disse Beauchamp.
-
-— Un gentiluomo, ed un diplomatico, rispose Alberto.
-
-— Allora è l’affare di due piccole ore pel gentiluomo; e di due grandi
-ore pel diplomatico: ritornerò alle frutta. Serbatemi delle fragole,
-del caffè, e dei sigari: mangerò una costolina alla camera.
-
-— Non ne fate niente, Beauchamp. Quando anche il gentiluomo fosse un
-Montmorency, e l’altro uno dei primi diplomatici, faremo colazione alle
-11 precise; frattanto fate come Debray, assaggiate il mio Xeres, ed i
-miei biscotti.
-
-— Andiamo dunque, sia così, resto. Bisogna assolutamente che questa
-mane mi distragga.
-
-— Buono! eccovi come Debray: mi sembra però che quando il ministero è
-tristo l’opposizione debba essere allegra!
-
-— Ah! vedete, amico caro, ciò nasce perchè non sapete da che cosa sono
-minacciato. Questa mattina sentirò alla camera dei deputati un discorso
-di Danglars, e questa sera in casa di sua moglie una tragedia di un
-pari di Francia.
-
-— Capisco: avete bisogno di far provvigione d’ilarità.
-
-— Non dite dunque male dei discorsi di Danglars, egli vota per voi, è
-dell’opposizione.
-
-— Ecco, per bacco! dove sta il male: io aspetto che lo mandiate a
-discorrere al Lussemburgo per riderne a mio bell’agio.
-
-— Caro mio, disse Alberto a Beauchamp, si vede bene che gli affari
-di Spagna sono accomodati, questa mattina siete di un’asprezza
-stomachevole. Ricordatevi dunque che la cronaca parigina porta
-trattative di un matrimonio fra me ed Eugenia Danglars. Non posso
-dunque, in coscienza, lasciarvi parlar male dell’eloquenza di un uomo,
-che un giorno o l’altro può dirmi: «signor visconte, sapete che assegno
-in dote due milioni a mia figlia.»
-
-— Su, via! disse Beauchamp, questo matrimonio non si farà mai. Il re ha
-potuto farlo conte, ma non potrà mai farlo diventar gentiluomo, ed il
-conte de Morcerf è una spada troppo aristocratica per acconsentire, per
-due meschini milioni, ad una cattiva alleanza. Il visconte de Morcerf
-non deve sposare che una marchesa.
-
-— Due milioni, rispose Alberto, sono una bella cosa.
-
-— Questo è il capitale sociale di un teatro dei baluardi, o di una
-strada di ferro dal giardino delle piante a Râpèe.
-
-— Lasciatelo dire, Morcerf, riprese con noncuranza Debray, ed
-ammogliatevi. Voi sposate la cifra che sta scritta sopra un sacco, n’è
-vero? ebbene! che v’importa! è meglio allora su questa cifra un blasone
-di meno ed un zero di più; avete 7 merli nelle vostre armi, ne darete
-tre a vostra moglie, e ve ne resteranno ancor quattro.
-
-— In fede mia, credo che abbiate ragione, Luciano, rispose con
-distrazione Alberto.
-
-— Eh certamente! d’altra parte è milionario e nobile come un bastardo:
-cioè, come potrebbe esserlo.
-
-— Zitto! non dite questo, Debray, rispose ridendo Beauchamp: poichè
-ecco qui Château-Renaud che per guarirvi dalla manìa di paradossare
-su tutto, vi passerebbe a traverso il corpo la spada di Renaud di
-Montauban, suo avolo.
-
-— Egli allora derogherebbe, rispose Luciano, perchè io sono un villano,
-villanissimo.
-
-— Bene! gridò Beauchamp, ecco il ministero che canta da pastore. Eh!
-come finiremo?
-
-— Il sig. Château-Renaud! il sig. Massimiliano Morrel! disse il
-cameriere, annunziando i due nuovi convitati.
-
-— Il numero è completo! disse Beauchamp, e noi andiamo a far colazione;
-perchè se non isbaglio, non aspettavate che due persone, Alberto?
-
-— Morrel! mormorò Alberto! e chi è costui?
-
-Ma prima che avesse terminato, il sig. de Château-Renaud, bel giovine
-di 30 anni, gentiluomo dalla testa ai piedi, vale a dire, coll’aspetto
-di un Guiche e lo spirito di un Mortemart, aveva preso Alberto per la
-mano.
-
-— Permettetemi, mio caro, gli diss’egli, di presentarvi il sig.
-Massimiliano Morrel, capitano dei _Spahis_ (specie di cavalieri
-affricani) mio amico, e di più mio salvatore. Del rimanente egli si
-presenta abbastanza bene da sè stesso, salutate il mio eroe, visconte.
-
-E si scostò per lasciar vedere questo grande e nobile giovine, dalla
-fronte larga, dallo sguardo penetrante, dai baffi neri, che i nostri
-lettori si ricorderanno di aver veduto a Marsiglia in una congiuntura
-molto più drammatica, e che non avran certo dimenticata. Una ricca
-uniforme metà francese, e metà orientale, mirabilmente portata,
-faceva comparire il suo largo petto decorato della croce della legione
-d’onore, e l’inquadratura svelta delle sue forme.
-
-Il giovine ufficiale s’inchinò con pulita eleganza; Morrel era grazioso
-in tutti i suoi movimenti perchè era forte.
-
-— Signore, disse Alberto con affettuosa cortesia, il barone di
-Château-Renaud ben sapeva tutto il piacere che mi procurava nel farmi
-fare la vostra conoscenza. Voi siete uno de’ suoi amici, signore; siate
-ancora uno dei nostri.
-
-— Benissimo, disse Château-Renaud, e desiderate, mio caro visconte, che
-presentandosi l’occasione faccia per voi quel che ha fatto per me.
-
-— E che ha dunque fatto? domandò Alberto.
-
-— Oh! non è mestieri di parlarne, il signore esagera.
-
-— Come! è mestieri di parlarne! la vita non vale la pena che se ne
-parli?... In vero avete troppa filosofia nelle vostre parole, mio caro
-Morrel... Andrà bene per voi ch’esponete la vostra vita tutti i giorni,
-ma per me che l’ho esposta una volta per caso...
-
-— Ciò che scorgo di più chiaro in tutto ciò, barone, è che il capitano
-Morrel vi ha salvata la vita.
-
-— Oh! mio Dio! sì, semplicemente, replicò Château-Renaud. — E in quale
-occasione? domandò Beauchamp.
-
-— Beauchamp amico mio, sapete ch’io muoio di fame! disse Debray; non
-andate dunque nelle storie.
-
-— Ebbene! ma io, disse Beauchamp, non impedisco che si mettano a
-tavola... Château-Renaud ci racconterà ciò a tavola.
-
-— Signori, disse Morcerf, non sono che le 10 e un quarto, e noi
-aspettiamo un altro convitato.
-
-— Ah! è vero, un diplomatico, riprese Debray.
-
-— Un diplomatico, o qualche altra cosa, non so niente: ciò che so, si
-è che lo incaricai di un’ambasciata per conto mio, da lui disimpegnata
-con tanta mia soddisfazione che se fossi stato re, lo avrei fatto
-cavaliere di tutti i miei ordini ad un tempo, ancorchè avessi avuto a
-mia disposizione il Toson d’Oro e la Giarrettiera.
-
-— Allora, dappoichè non si va ancora a tavola, disse Debray, versatevi
-un altro bicchiere di Xeres come abbiamo fatto noi, e raccontateci la
-vostra storia, barone.
-
-— Voi tutti sapete che mi venne il capriccio di andare in Affrica? —
-Strada tracciatavi dai vostri antenati, mio caro Château-Renaud, disse
-con galanteria Morcerf.
-
-— Sì, ma dubito che non vi sarete andato, com’essi, per liberare il
-santo sepolcro.
-
-— Avete ragione, Beauchamp, disse il giovine aristocratico, fu solo per
-tirare il mio colpo di pistola come dilettante. Il duello mi ripugna,
-come voi sapete, da poi che due testimoni, che io aveva scelti per
-accomodare una contesa, mi costrinsero a rompere un braccio ad uno dei
-miei migliori amici... eh! per bacco a quel povero Franz d’Épinay, che
-voi tutti conoscete.
-
-— Ah! è vero, vi batteste in allora, molto tempo fa,... ed a proposito
-di che?
-
-— Il diavolo mi porti se me ne ricordo! disse Château-Renaud; ma ciò
-che mi ricordo perfettamente si è che, avendo vergogna di lasciar
-dormire un ingegno come il mio, ho voluto provare sugli Arabi delle
-pistole nuove di cui aveva avuto dono. In conseguenza m’imbarcai per
-Orano; di lì passai a Costantina, e giunsi precisamente in tempo per
-veder levare l’assedio. Mi misi in ritirata come gli altri. Per 48 ore
-sopportai abbastanza bene la pioggia di giorno, e la neve di notte;
-finalmente nella terza mattina il cavallo morì di freddo. Povera
-bestia! accostumato alle coperte ed al braciere della scuderia... un
-cavallo arabo che si è trovato spatriato per aver rinvenuto appena
-dieci gradi di freddo in Arabia.
-
-— Per ciò volevate comprare il mio cavallo inglese, disse Debray;
-supponendo forse che sopporterebbe il freddo meglio del vostro arabo. —
-Siete in errore, poichè ho fatto voto di non ritornare più in Affrica.
-
-— Voi dunque avete avuto paura; domandò Beauchamp.
-
-— In fede mia sì, lo confesso, disse Château-Renaud; e ne ho avuto ben
-d’onde! Il mio cavallo dunque era morto; io faceva la mia ritirata a
-piedi, sei arabi vennero al galoppo per tagliarmi la testa, ne ammazzai
-due con due colpi del mio fucile, due colle mie due pistole; ma ne
-restavano altri due, ed io era disarmato. L’uno mi prese pei capelli,
-per questo ora li porto corti, non si sa mai ciò che può accadere;
-l’altro mi circondò il collo col suo _yatagan_, e già sentiva il freddo
-acuto del ferro, quando questo signore che vedete, caricò a sua volta
-sopra di essi, atterrò quello che mi teneva pei capelli con un colpo di
-pistola, e colla sciabola spiccò la testa a quello che si apparecchiava
-a tagliarmi la gola. Questo signore si era imposto in quel giorno
-l’obbligo di salvare un uomo, la combinazione volle che questi foss’io:
-quando diventerò ricco voglio far fare da Klugmann o da Marochetti una
-statua che rappresenti l’accaduto.
-
-— Sì, disse sorridendo Morrel; era il 5 settembre, cioè l’anniversario
-del giorno in cui mio padre fu miracolosamente salvato; così, per
-quanto è in mio potere, celebro tutti gli anni questo giorno con
-qualche azione.
-
-— Eroica, n’è vero? interruppe Château-Renaud; alle corte fui l’eletto,
-ma qui non sta il tutto. Dopo avermi salvato dal ferro mi salvò dal
-freddo dandomi, non già una metà del suo mantello come fece, non
-mi ricordo chi, ma tutto intero. Poi dalla fame, dividendo meco,
-indovinate un poco che cosa?
-
-— Un pasticcio di Felix? chiese Beauchamp.
-
-— No, il suo cavallo, di cui mangiammo entrambi un pezzo con
-grandissimo appetito; sebbene fosse un poco duro...
-
-— Il cavallo? domandò ridendo Morcerf.
-
-— No, il sacrificio, rispose Château-Renaud. Domandate a Debray se
-sacrificherebbe il suo cavallo inglese per un estraneo? — Per un
-estraneo, no; per un amico potrebbe darsi, rispose Debray. — Ed io
-pronosticai che sareste divenuto mio amico, signor conte, disse Morrel;
-d’altra parte ho già avuto l’onore di dirvelo: eroismo o no, sacrificio
-o no, doveva un olocausto alla cattiva fortuna, in compenso del favore
-che altravolta ci aveva fatta la buona.
-
-— Questa storia a cui Morrel fa allusione, è una bellissima storia che
-poi vi racconterà un giorno, quando avrete fatto con lui una più estesa
-conoscenza; per oggi approvvigioniamo lo stomaco, e non la memoria. A
-che ora fate colazione?
-
-— Alle 10 e mezzo.
-
-— Precise? domandò Debray cavando l’orologio.
-
-— Oh! mi accorderete 5 minuti di tolleranza, disse Morcerf, poichè io
-pure aspetto un salvatore — Di chi?
-
-— Di me per bacco! rispose Morcerf. Credete forse che non possa essere
-salvato come un altro, e che non vi siano che gli Arabi che tagliano la
-testa? La nostra colazione è una colazione filantropica, ed avremo alla
-nostra tavola, spero almeno, due benefattori dell’umanità.
-
-— E come faremo? disse Debray, non abbiamo che un sol premio Monthyon?
-
-— Ebbene! verrà dato a qualcuno che nulla abbia fatto per meritarlo,
-disse Beauchamp, in questo modo d’ordinario fa l’accademia per
-togliersi da qualunque impaccio.
-
-— E di dove viene? domandò Debray, scusate l’insistenza; avete di già,
-lo so bene, risposto a questa domanda, ma molto vagamente perchè possa
-permettermi di potervela fare una seconda volta.
-
-— In verità, disse Alberto, non lo so. Quando l’ho invitato, or son
-tre mesi, era a Roma, ma da quel tempo chi può dire il viaggio che ha
-fatto?
-
-— E lo credete capace di essere esatto?
-
-— Lo credo capace di tutto, rispose Morcerf.
-
-— Fate attenzione che, compresi i minuti di tolleranza, non ne mancano
-più che dieci.
-
-— Ebbene! ne approfitterò per dirvi una parola sul mio convitato.
-
-— Perdono disse Beauchamp: vi sarà materia per un _fogliettone_ in ciò
-che siete per narrare? — Sì, certamente, disse Morcerf, ed anche dei
-più curiosi. — Allora raccontate, poichè vedo bene che non potrò andare
-alla _Camera_, e bisogna che ne abbia un compenso.
-
-— Io ero a Roma nell’ultimo carnevale.
-
-— Questo lo sappiamo di già, disse Beauchamp.
-
-— Ma ciò che non sapete si è, che fui rapito dai Briganti.
-
-— Non vi sono più briganti, disse Debray.
-
-— Ve ne sono, e ve ne sono anche degli orridi, cioè ammirabili, mentre
-ne ho trovati dei belli ma da far paura.
-
-— Vediamo, mio caro Alberto, disse Debray; confessate che il vostro
-cuoco è in ritardo, che le ostriche non sono ancora giunte da Marennes
-o da Ostenda, e che a guisa della sig.ª di Maintenon, volete sostituire
-un racconto ad un piatto. Ditelo, mio caro, siamo abbastanza di buona
-compagnia per perdonarvelo, e per ascoltare la vostra storia; tuttochè
-sembri favolosa.
-
-— Ed io vi dico, per quanto possa comparir favolosa, che ve la
-garantisco per vera dal principio alla fine. I briganti adunque mi
-avevano condotto in un luogo molto tristo, chiamato le Catacombe di S.
-Sebastiano.
-
-— Lo conosco, disse Château-Renaud, e per poco non vi presi le febbri.
-
-— Ed io ho fatto ancora più; l’ebbi realmente. Mi fu annunziato che ero
-prigioniero, salvo il riscatto, una bagattella, 4 mila scudi romani,
-circa 26 mila lire tornesi. Disgraziatamente non ne aveva più che
-1,500, era alla fine del mio viaggio, e il mio credito era esausto.
-Scrissi a Franz. Ah perbacco! Franz era là, e potete chiedergli se
-mentisco di una virgola; scrissi dunque a Franz che se non giungeva
-alle 6 del mattino coi 4 mila scudi, alle 6 e 10 minuti sarei passato
-all’eterna gloria, e Luigi Vampa, questo è il nome del capo dei
-briganti, vi prego a crederlo, mi avrebbe mantenuta scrupolosamente la
-sua parola.
-
-— Ma Franz sarà giunto coi 4 mila scudi? disse Château-Renaud. Che
-diavolo! non può trovarsi in impaccio per 4 mila scudi chi porta il
-nome di Franz d’Épinay o d’Alberto de Morcerf!
-
-— No, ma egli giunse solamente, e semplicemente accompagnato dal
-convitato che vi ho annunziato, e che spero potervi presentare.
-
-— E che! è dunque Ercole che uccide Caco questo signore? un Perseo che
-libera Andromeda?
-
-— No, è un uomo in circa della mia corporatura.
-
-— Armato fino ai denti? — Non aveva neppure un ferro da calzetta. —
-Egli dunque contrattò il vostro riscatto?
-
-— Disse due parole all’orecchio del capo ed io fui liberato.
-
-— Anzi gli fecero perfino le scuse d’avervi arrestato, disse Beauchamp.
-— Precisamente, rispose Morcerf
-
-— Ma che! era dunque l’Ariosto quest’uomo?
-
-— No, era semplicemente il conte di Monte-Cristo.
-
-— Non v’è nessuno che si chiami così, disse Debray.
-
-— Io non credo, soggiunse Château-Renaud colla presenza d’animo
-dell’uomo che tiene sulla punta delle dita tutte le genealogie delle
-famiglie nobili dell’Europa; chi è che conosca in alcuna parte un conte
-di Monte-Cristo?
-
-— È forse un qualche casato proveniente dalla Terra Santa, disse
-Beauchamp, uno dei suoi avi avrà posseduto il Calvario, come i Mortmart
-il Mar morto.
-
-— Perdono, disse Massimiliano, ma io credo di potervi togliere
-d’impaccio, signori: Monte-Cristo è una piccola isola, di cui ho
-sovente inteso parlare dai marinari impiegati da mio padre; un grano di
-sabbia in mezzo al Mediterraneo, un atomo nell’infinito.
-
-— Ed è perfettamente ciò, signore, disse Alberto. Ebbene! di questo
-grano di sabbia, di questo atomo è signore e re colui di cui vi parlo;
-egli avrà comprato il diploma di conte in qualche parte della Toscana.
-
-— È dunque ricco il vostro conte? — In fede mia, lo credo! — Ma ciò
-deve vedersi, mi sembra? — Ecco ciò che v’inganna, Debray. — Io non vi
-capisco affatto.
-
-— Avete letto le _Mille e una notte_?
-
-— Per bacco! bella domanda!
-
-— Ebbene! sapete se le persone che vi si vedono sono ricche o povere?
-se i loro grani di frumento sono rubini o diamanti? essi hanno
-l’aspetto di miserabili pescatori, n’è vero? voi li trattate come tali,
-e d’un subito vi aprono qualche caverna misteriosa, e vi trovate un
-tesoro da comprare le Indie: il mio conte di Monte-Cristo è uno di quei
-pescatori: ha perfino un nome tolto da quella professione, si chiama
-Sindbad il marinaro, e possiede una caverna piena d’oro.
-
-— L’avete veduta? domandò Beauchamp.
-
-— Io no; Franz sì. Ma zitti! non bisogna dire una parola di tutto ciò
-davanti a lui. Franz vi discese cogli occhi bendati, e fu servito
-da uomini muti, e da donne, in paragone delle quali Cleopatra non
-era, a quanto pare che una _lorette_. Soltanto delle donne egli non
-è ben sicuro, attesochè esse non apparvero che dopo aver mangiato
-dell’_hatchis_; di modo che potrebbe darsi che quelle che ha prese per
-donne, non fossero state bonariamente che statue.
-
-I giovani amici guardarono Morcerf con uno sguardo che voleva dire: —
-Ma che mio caro, diventate voi insensato, o vi burlate di noi?
-
-— In fatto, disse Morrel pensieroso, ho inteso raccontare anch’io da un
-vecchio marinaro, chiamato Penelon qualche cosa di consimile a ciò che
-dice il signor di Morcerf.
-
-— Ah! fece Alberto, sono ben fortunato che Morrel venga in mio
-aiuto. Vi dispiace, n’è vero, ch’egli getti un gomitolo di filo nel
-mio laberinto? — Perdonate, mio caro ma ci raccontate cose tanto
-inverisimili... — Ah! per bacco! perchè i vostri ambasciatori, i vostri
-consoli non ve ne parlano! essi non ne hanno il tempo, hanno troppo da
-fare nel molestare i loro compatriotti che viaggiano.
-
-— Ah! ecco che v’inquietate, e ve la prendete coi nostri poveri
-diplomatici. Eh! mio Dio! con che volete che vi proteggano? la _Camera_
-corrode ogni giorno i loro stipendi, ed ora è al punto di non trovarne
-più. Volete diventare ambasciatore? vi farò nominare a Costantinopoli.
-
-— No, perchè il sultano alla prima nota in favore di Mehemet-Alì, mi
-manderebbe il cordone, e i miei segretari mi strangolerebbero.
-
-— Vedete bene! disse Debray. — Sì, tutto ciò non toglie che esiste il
-mio conte di Monte-Cristo! — Per bacco! tutti gli uomini esistono, bel
-miracolo! — Tutti gli uomini esistono, ma non in simili condizioni.
-Tutti gli uomini non hanno schiavi neri, gallerie principesche, armi
-alla Casauba, cavalli da 6 mila franchi l’uno, e greche _mantenute_.
-
-— L’avete voi veduta la Greca da lui _mantenuta_?
-
-— Sì, l’ho veduta ed intesa; veduta al teatro Valle, intesa un giorno
-che facevo colazione dal conte.
-
-— Il vostro uomo straordinario dunque mangia?
-
-— In fede mia, che mangia! e tanto poco, che non merita la pena di
-parlarne.
-
-— Voi vedrete poi che sarà un vampiro.
-
-— Ridete, se volete, questa era l’opinione della contessa G***, che,
-come voi sapete, ha conosciuto lord Ruthwen.
-
-— Ah! buono! disse Beauchamp, ecco per un uomo non giornalista, il
-simile del famoso serpente di mare del _Constitutionel_; un vampiro,
-perfettamente!
-
-— Occhio rossiccio, la cui pupilla si dilata e restringe a volontà,
-disse Debray, volto ad angolo sviluppato, fronte spaziosa, tinta
-livida, barba nera, denti bianchi ed acuti, compitezza tutta
-particolare.
-
-— Ebbene! precisamente è tutto ciò, Luciano, disse Morcerf, ed i
-connotati sono riportati a puntino. Sì, compitezza acuta ed incisiva.
-Quest’uomo spesso mi ha fatto fremere, e particolarmente un giorno,
-fra gli altri, che guardavamo insieme una esecuzione, ho creduto di
-essere presso a svenirmi, molto più per vederlo e sentirlo ragionare
-freddamente su tutti i supplizi della terra, di quella che per guardare
-il carnefice eseguire il suo ufficio, e sentire le grida del paziente.
-
-— E non vi ha condotto fra le rovine del Colosseo per succhiarvi il
-sangue, Morcerf? disse Beauchamp.
-
-— Ovvero dopo avervi liberato non vi ha fatto firmare qualche pergamena
-color di fuoco, in virtù della quale gli cediate la vostra anima?
-
-— Scherzate! scherzate quanto volete, signori! disse Morcerf punto sul
-vivo. Quando osservo voi altri belli parigini, abituati al baluardo di
-Gand, passeggiatori del bosco di Boulogne, e mi ricordo di quest’uomo,
-mi pare che non siamo della stessa specie.
-
-— Me ne glorio, disse Beauchamp.
-
-— Il vostro conte di Monte-Cristo, soggiunse Château-Renaud, è però
-sempre un galantuomo nelle ore d’ozio, salvo però le sue piccole
-intelligenze coi banditi Italiani.
-
-— Ma se non vi sono banditi Italiani! soggiunse Debray.
-
-— Non vi sono vampiri! disse Beauchamp.
-
-— Non esiste il conte di Monte-Cristo! riprese Debray.
-
-— Ascoltate, caro Alberto, suonano le dieci e mezzo.
-
-— Confessate che avete veduto un fantasma, e andiamo a far colazione,
-disse Beauchamp.
-
-Ma la vibrazione dell’orologio a pendolo non era ancora estinta, quando
-la porta si aprì, e Germano annunziò:
-
-— S. E. il conte di Monte-Cristo!
-
-Tutti gli uditori fecero loro malgrado un movimento che dinotava la
-preoccupazione da Morcerf infiltrata nelle loro anime col suo racconto.
-Alberto stesso non potè esimersi da una commozione momentanea. Non
-era stato inteso nè carrozza sulla strada, nè passi nell’anticamera;
-la porta stessa si era aperta senza rumore. Il conte comparve sul
-limitare, vestito colla più grande semplicità, ma il _lion_ più
-esigente non avrebbe saputo trovarvi la più piccola mancanza. Tutto
-era di un gusto squisito, tutto usciva dalle mani dei più eleganti
-fornitori, abiti, cappello, biancheria.
-
-Sembrava avere appena 35 anni, ma ciò che sorprese tutti si fu
-l’estrema rassomiglianza col ritratto che ne aveva descritto Debray.
-Il conte si avanzò sorridendo in mezzo al salotto, e andò direttamente
-da Alberto, che venendogli incontro gli offerse con trasporto la mano.
-— L’esattezza, disse Monte-Cristo, è la gentilezza dei re, per quanto
-ha preteso, io credo, uno dei vostri sovrani. Ma qualunque sia la loro
-buona volontà, non è però sempre quella dei viaggiatori. Però io spero,
-mio caro visconte, che mi scuserete, in grazia della mia buona volontà,
-i due o tre secondi di ritardo al nostro convegno; 500 leghe non si
-fanno senza qualche contrattempo, particolarmente in Francia ove è
-proibito, a quanto sembra, di battere i postiglioni.
-
-— Signor conte, rispose Alberto, io era sul punto di annunziare la
-vostra visita ad alcuni dei miei amici, da me riuniti ad occasione
-della promessa che mi faceste, e che ho l’onore di presentarvi. Questi
-signori sono, il conte di Château-Renaud, la cui nobiltà risale a 12
-Pari, i cui antenati hanno avuto posto alla tavola rotonda: Luciano
-Debray, segretario particolare del ministro dell’Interno; Beauchamp,
-terribile giornalista, il terrore del governo francese, e di cui forse,
-ad onta dalla sua celebrità non avrete inteso parlare in Italia, atteso
-che il suo giornale non vi può entrare; finalmente Massimiliano Morrel
-capitano degli _Spahis_. — A questo nome, il conte, che fino allora
-aveva salutato cortesemente, ma con una freddezza ed una impassibilità
-tutta inglese, fe’ suo malgrado un passo in avanti, ed una leggera
-tinta vermiglia passò come un lampo sulle sue pallide guance: — Il
-signore porta l’uniforme dei nuovi vincitori francesi? diss’egli, è una
-bell’uniforme.
-
-Non sarebbe stato possibile poter dire quale fosse il sentimento che
-dava alla voce del conte una così profonda vibrazione e che faceva
-brillare suo malgrado l’occhio tanto bello, tanto sereno e limpido,
-quando non aveva alcun motivo per velarlo. — Voi non avevate mai veduti
-i nostri affricani, sig. conte? disse Alberto. — Giammai, replicò il
-conte, ritornato perfettamente padrone di sè stesso.
-
-— Ebbene, sig. conte, sotto quest’uniforme batte uno dei cuori più
-bravi e più nobili dell’esercito...
-
-— Oh! sig. conte, interruppe Morrel.
-
-— Lasciatemi dire, capitano... Non ha guari, continuò Alberto, abbiamo
-inteso un tratto così eroico del signore, che, quantunque io lo
-veda oggi per la prima volta, reclamo da lui il favore di potervelo
-presentare come un mio amico. — E sarebbesi potuto anche a queste
-parole, scorgere nel conte quello strano sguardo di fissazione, quel
-rossore fuggitivo, e quel leggero tremore della palpebra, che in lui
-dinotava emozione: — Ah il signore ha un cuor nobile, disse il conte;
-tanto meglio!
-
-Questa specie di esclamazione che corrispondeva piuttosto col
-pensiero del conte, che col discorso d’Alberto sorprese tutti, ma
-particolarmente Morrel, che guardò il conte di Monte-Cristo con
-istupore. Ma in pari tempo il tuono della voce era stato sì dolce e
-per così dire sì soave, che, per quanto strana fosse apparsa questa
-esclamazione non v’era ragione in alcun modo d’offendersene.
-
-— Perchè dunque ne dubiterebbe egli? disse Beauchamp a Château-Renaud.
-
-— In verità, ripose questi, che, coll’abitudine del _gran mondo_ e
-la chiarezza pel suo colpo d’occhio aristocratico, aveva penetrato in
-Monte-Cristo tutto ciò che era in lui penetrabile, in verità Alberto
-non ci ha ingannati, è un personaggio singolare questo conte; che ne
-dite Morrel?
-
-— In fede mia, rispose questi, ha l’occhio franco e la voce simpatica
-di modo che mi piace ad onta della bizzarra riflessione che ha fatta
-sul conto mio.
-
-— Signore! disse Alberto, Germano m’avvisa che la colazione è
-all’ordine. Mio caro conte, permettetemi che v’insegni la strada. —
-Passarono silenziosamente nella sala da pranzo, e ciascuno si mise al
-suo posto.
-
-— Signori, disse il conte sedendosi, permettetemi una confessione che
-sarà la mia scusa per tutte le inconvenienze che potrò commettere: sono
-forestiere ma forestiere a tal punto che questa è la prima volta che
-vengo a Parigi. La vita francese mi è dunque perfettamente sconosciuta,
-non avendo fino ad ora seguita che la sola orientale, la più antipatica
-alle buone tradizioni parigine. Vi prego dunque a scusarmi se
-ritroverete in me qualche cosa di troppo turco, o di troppo arabo.
-Detto ciò, signori, facciamo colazione.
-
-— Dal modo come ha detto tutto ciò, mormorò Beauchamp, si conosce che è
-un gran signore.
-
-— Un gran signore straniero, soggiunse Debray.
-
-— Un gran signore cosmopolita, disse Château-Renaud.
-
-Ognuno ricorderà che il conte era un convitato sobrio. Alberto ne
-fece le sue osservazioni, e manifestò il timore che non avesse a
-dispiacergli la vita parigina fin dal suo bel principio nella parte
-più materiale, è vero, ma nello stesso tempo più necessaria: — Mio
-caro conte, diss’egli, voi mi vedete colpito da un timore, ed è che
-la cucina della strada d’Helder non abbia a dispiacervi tanto, quanto
-quella della piazza di Spagna. Avrei dovuto chiedervi ciò che più vi
-gusta, o farvi preparare qualche piatto di vostra fantasia.
-
-— Se voi mi conosceste di più, rispose sorridendo il conte, non vi
-preoccupereste di una cosa quasi umiliante per un viaggiatore quale
-io sono, che ha successivamente vissuto con maccheroni a Napoli, con
-polenta a Milano, con olla pudrida a Valenza, con riso asciutto a
-Costantinopoli, con karrick nelle Indie, e con nidi di rondinelle nella
-China. Non vi è una cucina particolare per un cosmopolita come sono
-io: mangio di tutto, ed in ogni luogo; solo mangio poco, ed oggi che
-voi mi rimproverate la mia sobrietà, sono in una delle giornate del mio
-massimo appetito, perchè da ieri mattina non ho più mangiato.
-
-— Come da ieri mattina? esclamarono i convitati, non avete mangiato da
-26 ore?
-
-— No, rispose il conte, fui obbligato di deviare dalla mia strada per
-portarmi a Nimes a prendere in quei dintorni alcune informazioni, di
-modo che era un poco in ritardo; e non ho voluto fermarmi.
-
-— Ma avrete mangiato in carrozza? chiese Morcerf.
-
-— No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il
-coraggio di distrarmi, o quando ho fame senza aver volontà di mangiare.
-
-— Ma dunque, comandate al sonno? domandò Morrel.
-
-— Presso a poco. — Avete voi una ricetta per questo?
-
-— Infallibile. — Ecco ciò che sarebbe eccellente per noi Affricani,
-che non abbiamo sempre che mangiare, e che difficilmente abbiamo di che
-bere, disse Morrel.
-
-— Sì, disse il conte, disgraziatamente la mia ricetta, buona per
-un uomo come me, che conduco una vita di eccezione, sarebbe molto
-pericolosa applicata ad un esercito che non si sveglierebbe più, quando
-se ne avesse bisogno.
-
-— Si può sapere che è questa ricetta? chiese Debray.
-
-— Oh! mio Dio! sì, disse il conte, non ne faccio alcun segreto; è un
-mischio di eccellente oppio che io stesso sono stato a cercare a Canton
-per esser certo d’averlo puro, e del miglior _hatchis_ che si raccolga
-in Oriente, cioè fra il Tigri e l’Eufrate. Si riuniscono questi due
-ingredienti in porzioni eguali, e se ne formano delle specie di pillole
-che s’inghiottiscono quando uno ne ha bisogno. L’effetto si produce
-dieci minuti dopo. Domandatene al barone Franz d’Épinay, che credo un
-giorno ne abbia gustato.
-
-— Sì, rispose Morcerf, me ne ha detto qualche parola, ed anzi ne ha
-conservato grata memoria.
-
-— Ma, disse Beauchamp, che nella sua qualità di giornalista era molto
-incredulo, porterete sempre questa droga con voi?
-
-— Sempre, rispose il conte di Monte-Cristo.
-
-— Sarei indiscreto se vi domandassi di vedere queste pillole? continuò
-Beauchamp nella speranza di cogliere lo straniero in fallo.
-
-— No, signore, rispose il conte. E cavò di tasca una maravigliosa
-bomboniera scavata in un solo smeraldo, e chiusa con un fermaglio
-d’oro, che, aprendosi, dava passaggio ad una pillola di color verdastro
-della grossezza di un pisello. Questa pillola aveva un odore acre
-e penetrante; ve ne erano 4, o 5 nella cavità dello smeraldo che ne
-poteva contenere circa una dozzina.
-
-La bomboniera fece il giro della tavola, ed i convitati se la facevano
-passare più per esaminare la magnificenza dell’ammirabile smeraldo che
-per guardare e fiutare le pillole che conteneva. — È forse il vostro
-cuoco che vi prepara questo regalo? domandò Beauchamp.
-
-— No, signore, disse il conte di Monte-Cristo; non abbandono in tal
-modo i miei piaceri reali all’arbitrio di mani indegne; sono abbastanza
-buon chimico per prepararmi da me stesso queste pillole.
-
-— Questo è uno smeraldo ammirabile, ed è il più grosso che abbia mai
-veduto, quantunque mia madre abbia qualche gioia di famiglia molto
-notevole, disse Château-Renaud.
-
-— Di questi ne aveva tre, soggiunse il conte di Monte-Cristo; uno ne
-regalai al Gran signore che ne ha adornata la sua sciabola; l’altro a
-persona che non debbo nominare; il terzo l’ho riserbato per me, e l’ho
-fatto scavare, la qual cosa gli ha tolto la metà del valore, ma lo ha
-reso più comodo per l’uso al quale l’ho destinato.
-
-Ciascuno guardò il conte di Monte-Cristo con meraviglia; parlava con
-tanta semplicità, che faceva conoscere ad evidenza essere vero ciò che
-diceva, o essere pazzo: ciò non ostante lo smeraldo che rimaneva nelle
-sue mani faceva piuttosto inclinare a credere la prima supposizione.
-
-— E che vi hanno dato in contraccambio le persone cui avete fatti
-simili doni? chiese Debray.
-
-— Il Gran-signore mi concesse la libertà di una donna, rispose il
-conte; l’altra persona la vita di un uomo. Di modo che per due volte
-sono stato così possente, come se fossi nato sui gradini di un trono.
-
-— E forse fu Peppino che liberaste, n’è vero? gridò Morcerf; a lui
-forse applicaste il vostro diritto di grazia?
-
-— Può darsi, disse Monte-Cristo sorridendo.
-
-— Sig. conte, disse Morcerf, non potete formarvi un’idea del piacere
-che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi aveva di già annunziato
-ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle _Mille e
-una Notte_, come uno stregone del medio evo; ma i parigini sono
-persone talmente sottili nei paradossi, che prendono per capricci
-dell’immaginazione le verità più incontrastabili, quando esse non
-entrano nelle condizioni della loro giornaliera esistenza. Per esempio,
-ecco Debray che legge, e Beauchamp che stampa tutti i giorni, essere
-stato fermato e spogliato sul baluardo qualche membro Jockey-Club
-in ritardo, che furono assassinate quattro persone sulla strada
-Saint-Denis o nel sobborgo San-Germano; che sono stati arrestati 4, 10,
-20 ladri, sia in un caffè sul baluardo del Tempio, sia alle Terme di
-Giulio, e negano l’esistenza dei banditi nelle Maremme, nella Campagna
-Romana, e nelle paludi Pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne prego,
-signor conte, che sono stato preso da questi banditi, e che, senza la
-vostra generosa intercessione, io oggi aspetterei, secondo tutte le
-probabilità, la resurrezione finale nelle catacombe di San Sebastiano,
-invece di dar loro da colazione nella mia piccola ed indegna casa
-strada di Helder.
-
-— Bah! voi mi avete promesso di non parlarmi più di questa miseria. —
-Non sono io che vi ho fatto questa promessa, sig. conte, gridò Morcerf,
-sarà stato qualche altro cui avete reso un simile servigio, e che ora
-confondete con me. Parliamone anzi, ve ne prego; perchè se vi risolvete
-a parlare di questa particolarità, non solo ridirete alcune cose che
-so, ma molte altre ancora che non so.
-
-— Ma mi sembra che in tutto questo affare, soggiunse il conte ridendo,
-abbiate sostenuto una parte di troppa importanza, per sapere al par di
-me tutto ciò che è accaduto.
-
-— Volete promettermi, che, se dico tutto quel che so, mi direte tutto
-quello che non so?
-
-— È troppo giusto, rispose Monte-Cristo.
-
-— Ebbene! soggiunse Morcerf, dovesse il mio amor proprio ancora
-soffrirne, mi sono creduto per tre giorni l’oggetto delle civetterie
-di una maschera che aveva presa per discendente delle Tulie, o delle
-Poppee, nel mentre che ero puramente e semplicemente l’oggetto delle
-frascherie di una contadina; e notate bene che dico contadina per non
-dire villana. Ciò che io so si è, che a guisa di un gonzo, più gonzo
-ancora di colui di cui si parlava non ha guari, ho preso per questa
-persona un giovine bandito dai 15 ai 16 anni, col mento imberbe,
-la vita sottile, che al momento in cui voleva emanciparmi fino a
-depositare un bacio sulla sua casta spalla, mi ha messo le pistole
-alla gola, e coll’aiuto di altri sette o 8 banditi, mi ha condotto o
-piuttosto mi ha trascinato nel fondo delle catacombe di San Sebastiano,
-ove trovai un capo di banditi molto letterato, in fede mia, che leggeva
-i commentari di Giulio Cesare, e che si è degnato d’interrompere la
-lettura per dirmi che se la dimane alle 6 del mattino non aveva versati
-4 mila scudi nella sua cassa alle sei ed un quarto avrei perfettamente
-cessato di vivere. La lettera vi è, essa è nelle mani di Franz, firmata
-da me, con _post-scriptum_ di Mastro Luigi Vampa. Se ne dubitate,
-scriverò a Franz che farà legalizzare le firme. Ecco ciò che so. Or
-quello che mi resta a sapere si è, come mai, voi, sig. conte, siate
-giunto ad incutere ai banditi di Roma un sì gran rispetto, ad essi
-che nulla rispettano. Vi confesso che Franz ed io ne fummo rapiti
-d’ammirazione.
-
-— Niente di più semplice, signore, rispose il conte, io conosceva
-il famoso Vampa da più di dieci anni. Quand’egli era ancor giovine e
-pastore, un giorno gli regalai, non mi sovviene ora qual moneta d’oro,
-perchè m’indicò la strada, ed egli, per non avere niente del mio, mi
-dette in cambio un pugnale, intagliato colle sue mani, e che voi forse
-avrete notato nella mia collezione d’armi. Col tempo, sia ch’egli
-dimenticasse questo ricambio di piccoli regali che doveva mantenere
-l’amicizia fra di noi, sia che non mi avesse riconosciuto, tentò di
-arrestarmi; ma io al contrario arrestai lui con una dozzina dei suoi
-compagni. In allora poteva abbandonarlo alla giustizia romana che è
-speditiva, e che si sarebbe ancora sollecitata di più a suo riguardo,
-ma non lo feci; invece lo rimandai con tutti i suoi.
-
-— A condizione che non peccassero più, disse il giornalista ridendo.
-Vedo con piacere ch’essi hanno mantenuta scrupolosamente la parola.
-
-— No, signore, rispose Monte-Cristo, a condizione che rispettassero
-sempre me ed i miei amici.
-
-— Alla buon’ora, gridò Château-Renaud, ecco il primo uomo coraggioso
-che sento predicare lealmente e brutalmente l’egoismo; ciò è
-bellissimo, bravo! signor conte.
-
-— Almeno ciò è molto franco, disse Morrel; ma sono sicuro che il conte
-non si è pentito di avere una volta mancato a questi principi, che ora
-ci ha esposti in modo così assoluto.
-
-— Ed in qual modo ho mancato ai miei principi, signore? domandò
-Monte-Cristo che di tempo in tempo non poteva esimersi dal guardare
-Massimiliano con tanta attenzione, che già due o tre volte l’ardito
-giovine era stato costretto ad abbassar gli occhi, rimpetto allo
-sguardo limpido e chiaro del conte.
-
-— Mi sembra, rispose Morrel, che liberando il sig. di Morcerf che non
-conoscevate voi servivate al prossimo, ed alla società...
-
-— Di cui egli fa il più bell’ornamento, disse con gravità Beauchamp,
-vuotando in un sol fiato un bicchiere di Champagne.
-
-— Sig. conte, gridò Morcerf, eccovi preso dal ragionamento, voi, uno
-dei più aspri logici che io conosca. E starete a vedere, che quanto
-prima vi sarà dimostrato, che in vece d’essere un egoista, siete un
-filantropo. Ah! voi vi spacciate per Orientale, Levantino, Maltese,
-Indiano, Chinese, Selvaggio, vi chiamate Monte-Cristo per nome di
-famiglia, Sindbad il marinaro per nome di battesimo, ed eccovi, che il
-primo giorno che mettete il piede in Parigi, già possedete il più gran
-merito, od il più gran difetto della nostra eccentricità parigina, vale
-a dire vi usurpate i vizi che non avete!
-
-— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo, non vedo in tutto ciò che ho
-detto o fatto, una sola parola che possa meritarmi, per parte vostra
-e di questi signori, l’elogio che ricevo. Voi non mi eravate estraneo,
-poichè vi avevo data una colazione, vi aveva prestata per otto giorni
-una carrozza, avevamo veduto insieme passare le maschere pel Corso, e
-perchè avevamo guardato dalla stessa finestra della piazza del Popolo
-quella esecuzione che vi fece tanta impressione che quasi sveniste.
-Ora, lo domando a questi signori, poteva io lasciare il mio ospite
-nelle mani di quei spaventosi banditi, come voi li chiamate? D’altra
-parte lo sapete, aveva nel salvarvi un secondo fine, qual era quello
-di servirmi di voi per introdurmi nella società di Parigi quando
-fossi venuto a visitare la Francia. Per qualche tempo avete potuto
-considerare questa risoluzione come un disegno vago ed incerto; ma
-oggi lo vedete, è una bella e buona realtà, alla quale bisogna che vi
-sottomettiate, sotto pena di mancare alla vostra parola.
-
-— Ed io la manterrò, disse Morcerf, ma temo che presto vi cadrà ogni
-illusione, mio caro conte, voi, avvezzo ai luoghi pieni d’avventure,
-agli avvenimenti pittoreschi, ai fantastici orizzonti. Presso noi non
-vi accadrà il più piccolo episodio di quelli cui la vita fantastica vi
-ha abituato. Il nostro Chimboraco è Montmartre; il nostro _Himalaya_ è
-il monte Valérien, il nostro _Gran Deserto_ è la pianura di Grenelle,
-e vi forano ancora un pozzo artesiano perchè le carovane vi trovino
-dell’acqua. Noi abbiamo dei ladri ed anche molti, quantunque non ve ne
-siano tanti quanti si dice; ma essi temono egualmente la più piccola
-spia come il più gran signore; finalmente la Francia è un paese così
-prosaico, e Parigi una città tanto incivilita, che non troverete,
-cercando ancora per tutti gli 85 nostri dipartimenti (dico 85
-dipartimenti, perchè, ben inteso eccettuo la Corsica dalla Francia) che
-non troverete una sola montagna in cui non vi sia un telegrafo, la più
-piccola grotta un poco oscura nella quale un commissario di polizia non
-abbia fatto porre un becco a gas. Non vi è dunque che un solo servigio
-che posso rendervi, mio caro conte, e per questo mi metto interamente
-a vostra disposizione; ed è di presentarvi ovunque, e farvi presentare
-dai miei amici; abbenchè voi per questo non abbiate bisogno d’alcuno:
-col vostro nome, la vostra fortuna, ed il vostro spirito (Monte-Cristo
-s’inchinò con un sorriso leggermente ironico), ognuno si presenta
-ovunque da sè stesso, ed ovunque è ben ricevuto. In realtà adunque non
-posso essere buono per voi che ad una cosa sola: se l’abitudine della
-vita parigina, se la esperienza dei nostri comodi, se la conoscenza dei
-nostri bazar possono raccomandarmi a voi mi metto a vostra disposizione
-per ritrovarvi una conveniente abitazione. Non oso proporvi di farvi
-parte del mio alloggio, come ho partecipato del vostro a Roma, non
-professo l’egoismo ma sono egoista per eccellenza; perchè il mio
-alloggio non potrebbe contenere oltre me neppure un’ombra.... a meno
-che non fosse quella di una donna.
-
-— Ah! fece il conte, ecco una riserva del tutto matrimoniale; voi
-infatto a Roma mi avete detto qualche parola di un matrimonio in
-trattativa; debbo congratularmi sulla vostra prossima felicità?
-
-— La cosa è sempre allo stato di disegno, sig. Conte.
-
-— E chi dice disegno, soggiunse Debray, vuol dire eventualità. — No,
-no, disse Morcerf; mio padre vi ha dell’impegno, e spero fra poco di
-presentarvi se non mia moglie, almeno la mia fidanzata in madamigella
-Eugenia Danglars.
-
-— Eugenia Danglars! riprese Monte-Cristo; aspettate dunque; suo padre
-non è il Conte Danglars? — Sì rispose Morcerf; ma conte di nuova
-formazione. — Oh! che importa! rispose Monte-Cristo, s’egli ha reso
-allo stato dei servigi che gli abbiano meritata questa distinzione.
-
-— Servigi enormi, disse Beauchamp. Quantunque liberale nell’anima,
-nel 1829, completò un prestito di sei milioni a Carlo X che lo ha,
-sulla mia fede, fatto conte e cavaliere della legione d’onore, di modo
-che egli porta la decorazione non al taschino del giubbetto, come si
-potrebbe credere, ma bell’e bene all’occhiello dell’abito.
-
-— Ah! disse Morcerf ridendo, Beauchamp, riserbate questi frizzi
-per inserirli sul _Corsaire_ o sul _Charivari_; ma in mia presenza
-risparmiate il mio futuro suocero. — Quindi volgendosi a Monte-Cristo:
-— Ma voi poco fa ne pronunciaste il nome come se conosceste il conte?
-
-— Non lo conosco, disse negligentemente Monte-Cristo, ma probabilmente
-non tarderò molto a fare la sua conoscenza, atteso che ho dei crediti
-aperti su lui dalla casa Richard e Blount di Londra, Arstein e Esheles
-di Vienna, Thomson e French di Roma. — Pronunciando questi due ultimi
-nomi, Monte-Cristo guardò colla coda dell’occhio Massimiliano Morrel.
-Se lo straniero aveva calcolato di produrre dell’effetto sopra
-Massimiliano Morrel, non s’era ingannato. Massimiliano si commosse
-come se avesse ricevuta una scossa elettrica. — Thomson e French!
-diss’egli, conoscete questa casa signore? — Sono i miei banchieri nella
-capitale del mondo cristiano, rispose tranquillamente il conte: posso
-esservi giovevole con essi? — Ah! signore, voi potreste aiutarmi forse
-in certe ricerche, che fino ad oggi sono state infruttuose. In altro
-tempo questa casa ha reso un grandissimo servigio alla nostra, e non
-so perchè, essa ha sempre negato di avercelo reso. — Sono ai vostri
-comandi, rispose Monte-Cristo inchinandosi. — Ma noi, disse Morcerf,
-ci siamo allontanati in modo particolare ed a proposito di Danglars
-dall’argomento della conversazione. Si trattava di ritrovare una casa
-conveniente al conte di Monte-Cristo. Andiamo signori, orizzontiamoci
-per averne un’idea: ove alloggeremo questo nuovo ospite del gran
-Parigi?
-
-— Nel sobborgo _San Germano_, disse Château-Renaud; là il signore
-ritroverà una graziosa abitazione posta fra il cortile ed il giardino.
-
-— Bah! Château-Renaud, disse Debray, voi non conoscete che il vostro
-tristo ed ammuffito sobborgo _San Germano_; non lo ascoltate, signor
-conte, alloggiate _Chaussée-d’Antin_, è il vero centro di Parigi.
-
-— Baluardo dell’_Opera_, disse Beauchamp; al primo piano, una casa
-con ringhiera; il signor conte vi farà portare dei cuscini di broccato
-d’argento, e vedrà, fumando la sua pipa turca, o inghiottendo le sue
-pillole, tutta la capitale sfilare sotto i suoi occhi.
-
-— E voi, disse Château-Renaud, voi Sig. Morrel non avete alcuna idea?
-nulla proponete.
-
-— Anzi, disse il giovine militare, al contrario, ne ho una, ma
-aspettava che il signore si fosse lasciato tentare da qualcuna delle
-brillanti proposizioni che gli sono state fatte. Ora, non avendo egli
-risposto, credo potergli offrire un appartamento in una casa piccola
-ma graziosa, tutta alla Pompadour, che mia sorella ha preso in fitto da
-circa un anno nella strada Meslay.
-
-— Voi avete una sorella? domandò Monte-Cristo.
-
-— Sì, signore, ed una eccellente sorella.
-
-— Maritata? — Ben presto saranno 9 anni.
-
-— E felice? domandò di nuovo il conte.
-
-— Tanto felice, quanto è permesso d’esserlo a creatura umana, rispose
-Massimiliano. Ella sposò l’uomo che amava, quello che ci rimase fedele
-nella nostra avversa fortuna, Emmanuele Herbaut. — Monte-Cristo
-sorrise impercettibilmente. — Io abito là durante il mio semestre,
-continuò Massimiliano, e di unita a mio cognato Emmanuele noi saremo a
-disposizione del sig. conte per tutte quelle informazioni che potesse
-desiderare.
-
-— Un momento, gridò Alberto prima che Monte-Cristo avesse avuto il
-tempo di rispondere; ponete mente a ciò che fate, volete rinchiudere un
-viaggiatore, come Sindbad il marinaro, nella vita di famiglia. Un uomo
-che è venuto a vedere Parigi, volete farlo diventare un patriarca?
-
-— Oh! no, rispose Morrel sorridendo, mia sorella ha 25 anni, mio
-cognato 30: sono giovani, allegri, e felici; d’altra parte il sig.
-conte avrà il proprio appartamento, e non incontrerà gli ospiti che
-quando gli piacerà di scendere da loro.
-
-— Grazie, signore, grazie, disse Monte-Cristo, mi contenterò di essere
-da voi presentato a vostra sorella ed a vostro cognato, se volete farmi
-questo onore: ma non posso accettare le offerte di nessuno di questi
-signori, attesochè ho già la mia abitazione preparata.
-
-— Come! gridò Morcerf, voi andate a smontare ad una locanda? sarebbe
-troppo disdicevole per voi.
-
-— Ma stava io forse tanto male a Roma? domandò Monte-Cristo.
-
-— Per bacco! a Roma, disse Morcerf, avevate speso 50 mila scudi per
-farvi ammobiliare un appartamento, e presumo che non sarete tutti i
-giorni disposto ad una simile spesa.
-
-— Non è ciò che mi ha trattenuto, rispose Monte-Cristo; aveva stabilito
-d’avere una casa a Parigi, intendo una casa mia. Ho mandato avanti
-il mio cameriere, ed a quest’ora deve già averla comprata, e fatta
-ammobiliare.
-
-— Ma diteci dunque, che avete un cameriere che conosce Parigi, gridò
-Beauchamp.
-
-— È la prima volta, signore, ch’egli, come me viene in Francia, è moro,
-e non parla, disse Monte-Cristo. — Allora è Alì? domandò Alberto in
-mezzo alla sorpresa generale.
-
-— Sì, è Alì, egli stesso, il mio Nubiese, il mio Moro, che voi,
-cred’io, avete veduto a Roma.
-
-— Sì, certamente, rispose Morcerf, me lo ricordo benissimo.
-
-— Ma come mai avete voi incaricato uno della Nubia di comprarvi una
-casa a Parigi, e un muto di farvela ammobiliare? Il povero disgraziato
-avrà fatte tutte le cose di traverso.
-
-— Disingannatevi, signore, anzi sono certo che avrà scelto ogni cosa a
-seconda del mio gusto; poichè voi sapete che il mio gusto non è quello
-di tutti; è giunto or sono otto giorni, avrà percorsa tutta la città
-con quell’istinto naturale che userebbe un bravo cane da caccia che
-andasse cacciando da sè solo; egli conosce i miei capricci, le mie
-fantasie, i miei bisogni; avrà ordinato tutto a modo mio; sapeva che
-sarei arrivato qui alle dieci; fin dalle 9 mi aspettava alla barriera
-di Fontainebleau. Mi ha consegnato questo biglietto, che è il mio nuovo
-indirizzo: prendete e leggete.
-
-— _Campi-Elisi_ n. 30, lesse Morcerf.
-
-— Ah! è veramente originale! non potè far di meno di dire Beauchamp.
-— E grandemente principesca! aggiunse Château-Renaud. — Come, voi non
-conoscete la vostra casa? domandò Debray. — No, disse Monte-Cristo. Vi
-dissi già che non voleva tardare al convegno. Feci la mia toletta in
-carrozza, e sono venuto a discendere alla porta del visconte.
-
-I giovani si guardarono l’un l’altro; essi non sapevano se Monte-Cristo
-avesse voluto rappresentare una commedia; ma tutto ciò che usciva dalla
-bocca di quest’uomo, aveva, non ostante la sua originalità, una tale
-impronta di semplicità, che non potevasi supporre ch’egli avesse dovuto
-mentire. D’altra parte, perchè avrebbe egli mentito? — Bisognerà dunque
-contentarsi di rendere al sig. conte, disse Beauchamp, tutti quei
-piccoli servigi che saranno in nostro potere. Io, nella mia qualità
-di giornalista, gli apro tutti i teatri di Parigi. — Grazie, signore,
-disse sorridendo Monte-Cristo, il mio intendente ha di già ricevuto
-l’ordine di prendere in fitto un palco in ciascuno d’essi. — E il
-vostro intendente è pure uno della Nubia, un muto? domandò Debray.
-
-— No, signore, egli è semplicemente un vostro compatriotta, se pure un
-Corso è compatriotta di qualcuno; ma voi lo conoscete, sig. de Morcerf.
-
-— Sarebbe egli per caso quel bravo Bertuccio, che è così esperto a
-prendere in fitto le finestre?
-
-— Precisamente, e voi lo avete veduto da me, quel giorno ch’ebbi
-l’onore di avervi a colazione meco. È un bravissimo uomo, che è stato
-un po’ soldato, un po’ contrabbandiere, un po’ infine di tutto ciò che
-si può essere. Non giurerei neppure che non abbia avuto qualche intrigo
-colla polizia, per una miseria, qualche cosa di consimile ad un colpo
-di coltello.
-
-— Ed avete scelto quest’onesto cittadino del mondo, per vostro
-intendente, sig. conte? disse Debray; e quanto vi ruba ogni anno?
-
-— Ebbene! parola d’onore! disse il conte, niente più di un altro, ne
-sono sicuro; ma mi conviene, non conosce l’impossibilità, ed io lo
-tengo.
-
-— Allora, disse Château-Renaud, eccovi con una casa montata; voi avete
-un’abitazione ai Campi-Elisi, domestico, intendente: non vi manca più
-che una moglie.
-
-Alberto sorrise: pensava alla bella Greca veduta nel palco del conte al
-teatro Valle, e al teatro Argentina.
-
-Da lungo tempo erano passati alle frutta, ed ai sigari.
-
-— Mio caro, disse Debray alzandosi, sono le due e mezzo, il vostro
-convito è grazioso, ma non vi è buona compagnia che non si sia
-obbligati di lasciare, e qualche volta ancora per una cattiva; bisogna
-che ritorni al ministero. Parlerò del conte al ministero, e bisognerà
-bene che sappiamo chi sia.
-
-— Astenetevene, disse Morcerf, i più maligni vi hanno rinunciato.
-
-— Bah! noi abbiamo tre milioni, per la nostra polizia; è vero che sono
-quasi sempre spesi prima; ma non importa: resterà ben sempre un 50mila
-fr. da impiegarsi in questo.
-
-— E quando saprete chi è, me lo direte?
-
-— Ve lo prometto. A rivederci, Alberto. Signori, servo umilissimo. — Ed
-uscendo, Debray gridò ad alta voce:
-
-— Fate avanzare. — Buono, disse Beauchamp ad Alberto, io non andrò
-alla camera, ma avrò ad offrire ai miei lettori molto di meglio che un
-discorso del sig. Danglars.
-
-— Di grazia, Beauchamp, disse Morcerf, neppure una parola, ve ne
-supplico; non mi togliete il merito di presentarlo, e di spiegarlo. N’è
-vero ch’egli è curioso?
-
-— Anche molto meglio che ciò, rispose Château-Renaud, egli è veramente
-uno degli uomini più straordinari che abbia mai veduto in vita mia.
-Venite Morrel?
-
-— Solo il tempo di dare il mio biglietto al sig. conte, che vorrà
-promettermi di venire a farci una visita, strada Meslay n. 14.
-
-— State sicuro che non mancherò, signore, disse inchinandosi il conte.
-— E Massimiliano Morrel uscì col barone di Château-Renaud, lasciando
-Monte-Cristo solo con Morcerf.
-
-
-
-
-XL. — LA PRESENTAZIONE.
-
-
-Quando Alberto si trovò da solo a solo con Monte-Cristo:
-
-— Sig. conte, gli disse, permettetemi di dar principio al mio ufficio
-di cicerone col darvi la descrizione dell’appartamento di uno scapolo.
-Abituato ai palazzi d’Italia, non sarà piccolo studio per voi il
-calcolare in quanti piedi quadrati può vivere un giovine che passa
-per non essere male alloggiato. Passando noi da una camera all’altra
-apriremo le finestre, perchè possiate respirare.
-
-Monte-Cristo conosceva già il salotto, e la camera da pranzo del piano
-terreno. Alberto lo condusse da prima nel suo studio, ciascuno si
-ricorderà che questa era la stanza di predilezione d’Alberto.
-
-Monte-Cristo era un valente conoscitore di tutte le cose che Alberto
-aveva ammassate in questa stanza; antichi scrigni, porcellane del
-Giappone, stoffe d’Oriente, specchi di Venezia, armi di tutti i paesi
-del mondo, ogni cosa gli era famigliare, e al primo colpo d’occhio
-riconosceva il secolo, il paese, l’origine. Morcerf erasi creduto di
-dover tutto spiegare, ed al contrario egli faceva sotto la direzione
-del conte un corso completo di archeologia, mineralogia, e storia
-naturale. Discesero quindi al primo piano. Alberto introdusse il
-suo ospite nella camera di ricevimento, tappezzata di capi d’opera
-dei moderni pittori. V’erano paesaggi di Dupré dai lunghi canneti,
-dagli alberi slanciati, dalle vacche che pascolavano sotto un cielo
-maraviglioso; cavalieri arabi di Delacroix coi lunghi _burnous_
-bianchi, coi cinti brillantati, colle armi damaschine, i cavalli de’
-quali mordevansi con rabbia, mentre che gli uomini si laceravano colla
-mazza di ferro; v’erano acquarelli di Boulanger, che rappresentavano
-tutti _Nostra-donna di Parigi_ con quel vigore che rende il pittore
-emulo del poeta; quadri di Diaz che fa i fiori più belli dei fiori, il
-sole più brillante del sole; disegni di Dechamp tanto coloriti quanto
-quelli di Salvator Rosa, ma più poetici; quadri a pastello di Giraud
-e di Müller che rappresentavano fanciulli colle teste da angeli, e le
-donne colle sembianze di vergini; abbozzi tolti dall’album di Dauzats
-nel suo viaggio in Oriente, fatti colla matita in pochi secondi stando
-o sulla sella di un cammello, o sulla cupola di una moschea; finalmente
-tutto ciò che l’arte moderna può dare in cambio ed in compenso
-dell’arte perduta e svanita coi secoli passati.
-
-Alberto supponeva di potere almeno questa volta mostrare qualche cosa
-di nuovo al suo strano viaggiatore; ma con sua grande sorpresa, questi,
-senza aver bisogno di guardare le sottoscrizioni, di cui alcune erano
-segnate soltanto colle iniziali, a ciascun’opera assegnava il nome
-dell’autore, e in modo tale che era facile accorgersi che, non solo gli
-erano noti i nomi di questi autori, ma che le loro opere erano state
-studiate ed apprezzate giustamente da lui.
-
-Da questa camera si passò a quella da dormire. Questa era un modello
-di eleganza ad un tempo e di gusto severo: là non v’era che un sol
-ritratto; ma segnato col nome di Leopoldo Robert, risplendente in una
-cornice d’oro massiccio.
-
-Questo quadro attirò subito l’attenzione del conte, perchè fece
-tosto tre passi rapidi ed andò a fermarsi davanti ad esso. Era quello
-di una donna giovane da 25 a 26 anni, con colorito bianco, sguardo
-acuto, velato sotto una palpebra languente; essa portava il costume
-pittoresco delle pescatrici catalane colla giubba rossa e nera, e gli
-spilli faccettati nei capelli guardava il mare, e l’elegante profilo si
-staccava sopra il doppio azzurro delle onde e del cielo.
-
-La luce della camera era oscura, senza di che Alberto sarebbesi accorto
-del pallore livido che si era sparso sulle guance del conte, ed avrebbe
-scoperto il fremito convulso che gli sfiorò le spalle ed il petto.
-
-Vi fu un momento di silenzio, nel quale Monte-Cristo restò fisso
-coll’occhio sulla pittura.
-
-— Voi avete qui una bella amica, visconte, disse Monte-Cristo con una
-voce perfettamente tranquilla; e questo costume, certamente costume di
-ballo, le sta a meraviglia.
-
-— Ah! signore, ecco uno sbaglio ch’io non vi perdonerei, se vicino a
-questo ritratto voi ne aveste veduto qualche altro. Voi non conoscete
-mia madre, signore; è lei che vedete in questo quadro; essa si fece
-ritrattare così saranno sette o 8 anni. Questo costume è di fantasia, a
-quanto pare, e la rassomiglianza è tanto grande, che mi pare sempre di
-vedere mia madre tale quale era nel 1830. La contessa fece fare questo
-ritratto in assenza del conte. Senza dubbio credeva di preparargli
-una dolce sorpresa pel ritorno; ma, cosa bizzarra, questo ritratto
-dispiacque a mio padre; ed il merito della pittura, che come vedete è
-una delle più belle opere di Leopoldo Robert, non potè vincerla sulla
-sua antipatia. È vero, sia detto fra noi, mio caro sig. conte, che mio
-padre è uno dei pari più assidui al Lussemburgo, un generale rinomato
-per la teoria, ma è un conoscitore di arti dei più mediocri; non è lo
-stesso però di mia madre, che dipinge in modo notevole, e che, stimando
-troppo questo lavoro per separarsene del tutto, l’ha regalato a me,
-perchè qui fosse meno esposto a dispiacere al sig. Morcerf, di cui vi
-farò vedere a suo tempo il ritratto dipinto da Gros. Perdonatemi se vi
-parlo in tal guisa di cose intime di famiglia; ma siccome avrò l’onore
-di presentarvi fra momenti al conte, vi dico tutto ciò, perchè non vi
-avesse a sfuggire qualche elogio di questo quadro in sua presenza. Del
-rimanente però, ha una trista influenza; è difficile che mia madre
-venga in camera mia senza fermarsi a contemplarlo, e più difficile
-ancora che lo contempli senza piangere. La nube che portò questa
-pittura in famiglia, è del resto la sola che sia insorta fra il conte
-e la contessa, che, sebbene maritati da più di 20 anni, sono uniti come
-se fosse il primo giorno.
-
-Monte-Cristo vibrò una rapida occhiata sur Alberto, come per cercare
-un fine nascosto alle sue parole, ma apparve evidente che il giovine le
-aveva pronunciate con tutta semplicità.
-
-— Ora, disse Alberto, avete veduto tutte le mie ricchezze, sig.
-conte, permettetemi di offrirvele, per quanto sieno indegne di voi;
-consideratevi come in casa vostra, e per mettervi ancora a maggior
-comodo vostro, abbiate la bontà di accompagnarmi dal sig. de Morcerf,
-al quale scrissi da Roma il servigio che mi avete reso, e cui ho
-annunziata la visita che mi avevate promessa, e, posso assicurarvene,
-il conte e la contessa aspettano con impazienza che loro sia permesso
-di ringraziarvene; siete un poco singolare in tutte le cose, lo so,
-sig. conte, e forse le scene di famiglia non hanno molta azione su
-Sindbad il marinaro: avete vedute tante scene! Frattanto però accettate
-ciò che vi propongo come iniziativa alla vita parigina, vita di
-cortesie, di visite e di presentazioni.
-
-Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere: egli accettò la proposta
-senza entusiasmo e senza rincrescimento, come una di quelle convenienze
-sociali, di cui ciascun uomo, come si deve, si fa un dovere. Alberto
-chiamò il cameriere, e gli ordinò d’andare a prevenire il sig. e la
-sig.ª de Morcerf del prossimo arrivo del conte di Monte-Cristo.
-
-Alberto lo seguì col conte. Giungendo nell’anticamera del conte,
-vedevasi, al di sopra della porta che metteva nel salotto, uno scudo,
-che dai ricchi fregi che lo circondavano, e dall’armonia cogli arredi
-della stanza, scorgevasi in quanto conto fosse tenuto.
-
-Monte-Cristo si fermò davanti a questo blasone e lo esaminò con
-attenzione. — Sette merli d’oro a stormo, in campo azzurro. Questa
-senza dubbio è l’arme della vostra famiglia, domandò egli. Facendo
-astrazione dai pezzi del blasone che mi permettono di decifrarla,
-sono molto ignorante in materia araldica; io conte per caso, fatto in
-Toscana per aver fondata una commenda di Santo-Stefano, e che mi sarei
-contentato d’essere semplicemente un gran signore, se non mi fosse
-più volte ripetuto, che per uno che viaggia molto, un titolo è cosa
-necessaria. E di fatto il portare un’arme allo sportello della carrozza
-è cosa molto utile, non foss’altro che per non essere visitati dai
-doganieri. Scusatemi dunque se vi ho fatta questa domanda.
-
-— Essa non è punto indiscreta, disse Morcerf colla semplicità della
-convinzione, e avete colto nel vero: queste sono le nostre armi, vale
-a dire, quelle del capo della famiglia, di mio padre; ma esse, come
-vedete, sono inquartate con un altro scudo, che è composto di gole con
-torri d’argento e che proviene dal capo della famiglia di mia madre.
-Dal lato di donna io sono spagnuolo, ma la famiglia Morcerf è francese,
-a quanto ho inteso dire, è ancora una delle più antiche del mezzodì
-della Francia.
-
-— Sì, rispose Monte-Cristo, è quello che viene indicato dai merli.
-Quasi tutti i pellegrini armati che tentarono o fecero la conquista
-della terra santa, presero per loro armi, o croci, simbolo della
-missione alla quale si erano astretti con voto, o uccelli di passaggio,
-simbolo del lungo viaggio che imprendevano, e supponendo ancora che non
-fosse che a tempo di S. Luigi; ciò nonostante vi fa risalire al XIII
-secolo, il che è ancora bello.
-
-— Ciò è possibile, disse Morcerf; in un angolo del gabinetto di mio
-padre vi è un albero genealogico che ci dirà questo, sul quale in
-altri tempi io aveva scritto dei commentari, che avrebbero edificato
-d’Hozier e Jaucourt. Ora non ci penso più, e ciò non ostante vi dirò,
-sig. conte, e questo rientra nelle mie attribuzioni di cicerone, che
-già cominciano di nuovo ad occuparsi di queste cose, sotto il nostro
-governo popolare.
-
-— Ebbene! allora il vostro governo dovrebbe scegliere nel suo passato
-qualche cosa di meglio che quelle due tavole che ho vedute sui
-vostri monumenti, e che non hanno alcun senso araldico. Quanto a voi,
-visconte, riprese Monte-Cristo ritornando a Morcerf; voi siete più
-fortunato del vostro governo, perchè le vostre armi sono veramente
-belle, e parlano all’immaginazione. Sì, voi siete ad un tempo della
-Provenza e della Spagna; e ciò mi spiega, (se il ritratto che mi
-avete mostrato è rassomigliante) il color bruno che tanto ammirai
-sul viso della nobile catalana. — Avrebbe bisognato essere Edipo,
-o lo stesso sfinge per indovinare l’ironia che mise il conte in
-queste parole, coperte in apparenza dalla maggior gentilezza: per
-cui Morcerf lo ringraziò con un sorriso, e, passando il primo, per
-insegnargli la strada, spinse la porta che, come si disse, metteva
-nel salotto di ricevimento. Nel luogo più esposto di questo salotto
-si vedeva egualmente un ritratto; era quello di un uomo dai 35, ai 40
-anni, vestito coll’uniforme di ufficiale generale, portando la doppia
-spallina particolare ai gradi superiori; la decorazione della legion
-d’onore al collo, il che indicava esser egli commendatore, e sul petto
-a dritta la placca di grande ufficiale dell’ordine del Salvatore,
-a sinistra quella di gran-croce dell’ordine di Carlo III, ciò che
-indicava che la persona rappresentata da questo ritratto aveva fatto le
-guerre di Grecia e di Spagna, o ciò che torna perfettamente lo stesso
-in materia di decorazioni, avere adempita qualche missione diplomatica
-nei due paesi.
-
-Monte-Cristo era occupato a guardare questo ritratto con non minore
-premura di quel che aveva fatto l’altro, allorchè la porta laterale si
-aprì, ed egli trovossi in faccia al conte di Morcerf in persona.
-
-Era un uomo fra i 40 ai 45 anni, ma che ne dimostrava almeno 50, i cui
-baffi e sopraccigli nerissimi spiccavano stranamente coi capelli quasi
-bianchi tagliati corti a spazzola giusta l’uso militare. Era vestito da
-borghese, e portava all’occhiello un nastro le cui strisce a diversi
-colori indicavano i vari ordini di cui era decorato. Quest’uomo entrò
-con passo nobile, ma con una specie di fretta, Monte-Cristo l’osservò
-inoltrarsi senza muover passo; si sarebbe detto che i piedi erano
-inchiodati al pavimento, come gli occhi sul viso del conte.
-
-— Padre mio, disse il giovine, ho l’onore di presentarvi il sig.
-conte di Monte-Cristo, quel generoso amico che ho avuto la fortuna
-d’incontrare nelle difficili congiunture che sapete.
-
-— Signore, voi siete il ben venuto fra noi, disse il conte di Morcerf
-salutando Monte-Cristo con un sorriso, nel salvare alla mia famiglia
-l’unico suo erede, avete reso alla nostra casa un servigio che vi
-merita la nostra eterna riconoscenza. — Dicendo queste parole il conte
-di Morcerf indicava una seggiola a bracciuoli a Monte-Cristo, nel
-medesimo tempo ch’egli stesso si sedeva in faccia alla finestra.
-
-Quanto a Monte-Cristo, prendendo la seggiola indicata dal conte di
-Morcerf, si situò in modo da rimanere nascosto nell’ombra delle grandi
-tende di velluto, ed a leggere di là sui tratti impressi dalle fatiche
-e dalle cure del conte, scritte in ciascuna ruga venuta innanzi tempo.
-
-— La contessa, disse Morcerf, era alla toletta, allorchè il visconte
-l’ha fatta prevenire della visita che avrebbe avuto l’onore di
-ricevere; ella sta per discendere, e fra dieci minuti sarà in salotto.
-
-— È molto onore per me, disse Monte-Cristo, di essere messo in
-rapporto, fin dal primo giorno in cui sono in Parigi, con un uomo il
-cui merito è eguale alla riputazione, e pel quale la fortuna giusta
-questa volta, non ha commesso errore: ma non ha essa ancora nelle
-pianure di Mitidia o nelle montagne dell’Atlante, un bastone da
-Maresciallo da offrirvi?
-
-— Oh! replicò Morcerf arrossendo alcun poco, io ho lasciato il
-servizio, signore. Nominato pari sotto la restaurazione, era nella
-prima campagna, e serviva sotto gli ordini del maresciallo Bourmont;
-potea dunque pretendere un comando superiore, e chi sa ciò che
-sarebbe accaduto, se la dinastia primogenita rimaneva sul trono? Ma la
-rivoluzione di luglio, a quanto sembra, era abbastanza gloriosa per
-potersi permettere d’essere ingrata; ella lo fu per tutti i servigi
-che non portavano la data del periodo imperiale; chiesi dunque la
-dimissione, perchè, quando uno ha guadagnato come me, le spalline
-sul campo di battaglia, non sa egualmente manovrare sul terreno
-sdrucciolevole delle sale. Ho lasciata la spada, e mi sono ingolfato
-nella politica; mi dedico all’industria e studio le arti utili. Nei
-vent’anni che sono rimasto al servizio ne aveva il desiderio, ma non ne
-aveva avuto il tempo.
-
-— Sono queste idee che portano la superiorità della vostra nazione
-sugli altri paesi, signore, rispose Monte-Cristo. Gentiluomo uscito
-da una gran famiglia, possedendo una bella fortuna, avete sulle prime
-voluto acquistarvi i primi gradi come oscuro soldato, la qual cosa è
-molto rara; quindi divenuto generale, pari di Francia, commendatore
-della legion d’onore, acconsentite ad incominciare un secondo
-noviziato, senz’altra ricompensa che quella d’essere un giorno utile
-ai vostri simili... Ah! signore, ecco quello che può veramente dirsi
-bello; dirò anche più, sublime.
-
-Alberto guardava ed ascoltava Monte-Cristo con meraviglia: egli non era
-avvezzo a vederlo alzarsi a simili idee d’entusiasmo. — Ahimè! continuò
-lo straniero, senza dubbio per far disparire l’impercettibile nube che
-era passata sulla fronte di Morcerf, noi non facciamo così in Italia,
-cresciamo secondo la nostra razza e la nostra specie, e conserviamo
-la stessa corteccia, la stessa dimensione, e dirò ancora la stessa
-inutilità per tutta la vita.
-
-— Ma, signore, per un uomo del vostro merito, l’Italia non può essere
-sua patria, e la Francia vi apre le braccia: corrispondete alla
-sua chiamata, la Francia forse non sarà ingrata con tutti; essa è
-accostumata ad accogliere generosamente gli stranieri.
-
-— Eh! padre mio, si vede bene che non conoscete il conte di
-Monte-Cristo. Le sue soddisfazioni sono al di fuori di questo mondo;
-egli non aspira agli onori, e ne prende soltanto quanti ne possono
-stare sul suo passaporto.
-
-— Ecco l’espressione più giusta che abbia mai inteso sul conto mio;
-rispose lo straniero.
-
-— Il signore è stato padrone del suo avvenire: ecco perchè ha scelto un
-sentiero di fiori, disse sospirando de Morcerf.
-
-— Precisamente, signore, replicò Monte-Cristo con uno di quei sorrisi
-che un pittore non potrà mai riprodurre, e che un fisiologo sarebbe
-disperato ad analizzare.
-
-— Se non avessi avuto timore di stancare il sig. conte, disse il
-generale evidentemente lusingato dalle parole di Monte-Cristo, lo
-avrei condotto alla _Camera_; oggi vi è una seduta curiosa per chi non
-conosce i nostri moderni senatori.
-
-— Vi sarò molto riconoscente se vorrete rinnovarmi questa offerta
-un’altra volta; ma oggi sono stato lusingato dalla speranza di essere
-presentato alla sig.ª contessa, ed aspetterò.
-
-— Ah! ecco appunto mia madre, gridò Alberto.
-
-Di fatto Monte-Cristo rivolgendosi velocemente vide la sig.ª de
-Morcerf sul limitare della porta opposta a quella per cui era entrato
-il marito; immobile e pallida; ella, tosto che Monte-Cristo si volse
-dalla sua parte, lasciò cadere il braccio che, non si sa perchè, s’era
-appoggiato sulla maniglia dorata; stava là, da qualche secondo, ed
-aveva inteso le ultime parole pronunciate dal viaggiatore oltramontano.
-Questi si alzò e salutò profondamente la contessa, che s’inchinò
-anch’essa, muta e cerimoniosa.
-
-— Eh! mio Dio! signora che avete? domandò il conte, sarebbe forse il
-calore di questo salotto che vi fa male?
-
-— State poco bene, madre mia? gridò il visconte lanciandosi incontro a
-Mercedès. — Essa li ringraziò entrambi con un sorriso. — No, diss’ella,
-ma io ho provata una certa emozione nel vedere per la prima volta
-colui, senza l’aiuto del quale ora saremmo immersi nelle lagrime, e
-nel lutto. Signore, continuò la contessa avanzandosi colla maestà di
-una regina, vi debbo la vita di mio figlio, e per questo benefizio vi
-benedico. Ora vi sono grata del piacere che mi procurate offrendomi
-l’occasione di ringraziarvi come vi ho benedetto, cioè con tutto il
-cuore.
-
-Il conte s’inchinò, ma più profondamente della prima volta; egli era
-ancora più pallido di Mercedès.
-
-— Signora, diss’egli, il sig. conte e voi mi ringraziate troppo
-esuberantemente di un’azione semplicissima. Salvare un uomo,
-risparmiare un tormento al padre, economizzare la sensibilità di
-una donna, ciò non chiamasi fare un’opera buona, ma fare un atto di
-umanità.
-
-A queste parole pronunciate con dolcezza, e con isquisita gentilezza,
-la sig.ª de Morcerf rispose con accento profondo:
-
-— È una fortuna per mio figlio, l’avervi per amico, e ringrazio Dio che
-ha in tal modo disposte le cose. — E Mercedès alzò gli occhi al cielo
-con una gratitudine così infinita, che il conte credè vedervi tremolare
-due lagrime.
-
-Il sig. de Morcerf si avvicinò a lei:
-
-— Signora, ho già fatto le mie scuse al sig. conte per essere obbligato
-a lasciarlo: vi prego di rinnovarle. La seduta si è aperta alle due,
-ora sono le tre, ed io sono obbligato a parlare.
-
-— Andate, signore, cercherò di fare dimenticare la vostra assenza al
-nostro ospite, disse la contessa collo stesso accento di sensibilità;
-il sig. conte, proseguì la contessa volgendosi a Monte-Cristo, vorrà
-egli farci la grazia di passare il resto del giorno con noi?
-
-— Grazie, signora, sono, credetelo, riconoscente nel modo più grande
-alla vostra offerta; ma questa mattina sono disceso dalla carrozza da
-viaggio alla vostra porta. Non so come sia installato a Parigi, dove,
-appena mi è noto. È una inquietezza leggera, lo so, non per tanto è da
-considerarsi.
-
-— Avremo questo piacere un’altra volta almeno, ce lo promettete?
-domandò la contessa.
-
-Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere, ma il gesto poteva passare per
-un consenso. — Allora io non vi trattengo, signore, disse la contessa,
-poichè non voglio che la mia riconoscenza divenga o una importunità, o
-una indiscretezza.
-
-— Mio caro conte, disse Alberto, se lo volete, cercherò di
-corrispondere alla vostra graziosa cortesia di Roma col mettere là una
-carrozza a vostra disposizione, fino a che abbiate avuto il tempo di
-provvedervi del vostro equipaggio.
-
-— Mille grazie alla vostra cortese offerta, visconte, disse
-Monte-Cristo, ma presumo che Bertuccio avrà convenientemente impiegate
-le quattr’ore che gli ho concesse, e che troverò alla porta una
-carrozza qualunque già attaccata.
-
-Alberto era abituato a queste maniere del conte; sapeva che come
-Nerone, egli era alla ricerca dell’impossibile, di nulla più si
-meravigliava; soltanto volle giudicare da sè stesso in qual modo
-erano stati eseguiti gli ordini di lui e lo accompagnò fino alla
-porta di strada. Monte-Cristo non s’era sbagliato; appena comparve
-nell’anticamera del conte de Morcerf, uno staffiere, lo stesso che a
-Roma era venuto a portare il biglietto del conte ai due giovani, e ad
-annunziar loro la sua visita, si era slanciato fuori dal peristilio,
-di modo che giungendo al portone, l’illustre viaggiatore trovò la
-carrozza che lo aspettava. Era un _coupé_ della fabbrica di Keller,
-e due cavalli, pei quali Drake aveva, secondo che sapevano tutti i
-_Lions_ di Parigi, rifiutato il giorno innanzi 18 mila fr. — Signore,
-disse il conte ad Alberto, non vi propongo di accompagnarmi fino da
-me, non potrei mostrarvi che una casa improvvisata, e sul rapporto
-degl’improvvisi ho una riputazione da riservare. Accordatemi un giorno,
-ed allora permettetemi d’invitarvi: sarò più sicuro di non mancare alle
-leggi dell’ospitalità.
-
-— Se mi chiedete un giorno, sig. conte, sono tranquillo: non sarà più
-una casa che mi mostrerete, ma un palazzo. Voi dovete avere in vero
-qualche genio a vostra disposizione.
-
-— In fede mia continuate a crederlo, disse Monte-Cristo, mettendo il
-piede sul montatoio guarnito in velluto del suo splendido equipaggio:
-ciò potrà essermi utile, signore.
-
-E si lanciò nella carrozza, che si chiuse dietro a lui e partì al
-galoppo, ma non tanto rapidamente che il conte non potesse accorgersi
-del movimento impercettibile che smosse la tenda del salotto ove aveva
-lasciato la sig.ª de Morcerf. Quando Alberto ritornò da sua madre,
-ritrovò la contessa nel gabinetto, gettata sopra un seggiolone di
-velluto; tutta la camera essendo nell’ombra, non lasciava scorgere
-che la foglietta d’oro sfavillante attaccata qua e là o sul corpo di
-qualche vaso, o agli angoli di qualche quadro.
-
-Alberto non potè vedere il volto della contessa nascosto sotto la nube
-del velo che le circondava la testa come un’aureola di vapore, ma gli
-sembrò che la voce fosse alterata; distinse ancora fra gli odori di
-rose e vainiglie della giardiniera, la traccia aspra e mordente del
-sale d’aceto, sopra una delle tazze cisellate del caminetto; di fatto
-la boccettina della contessa, tolta dal suo astuccio di velluto, attirò
-l’inquieta attenzione del giovine.
-
-— Soffrite, madre mia? gridò egli entrando; o vi sareste sentita male
-mentre io non c’ero?
-
-— Io? no, Alberto, ma capirete, queste rose, queste tuberose, questi
-fiori di arancio incomodano nei primi calori quando non si è ancora
-abituati, sì violenti profumi...
-
-— Allora; madre mia, disse Alberto portando la mano al campanello,
-bisogna farli portare nella vostra anticamera: siete veramente
-indisposta; anche poco fa, quando entraste, eravate molto pallida.
-— Ero pallida, dite voi, Alberto? — Di un pallore che vi sta a
-meraviglia, madre mia, ma che però non ha spaventato meno mio padre e
-me.
-
-— Vostro padre ve ne ha parlato? domandò vivacemente Mercedès. — No,
-signora, ma fu a voi stessa che diresse questa osservazione. — Non me
-ne ricordo, disse la contessa.
-
-Entrò un cameriere, chiamato dal suono del campanello tirato da
-Alberto. — Portate questi fiori in anticamera, o nel gabinetto della
-toletta, disse il visconte, essi fanno male alla sig.ª contessa. — Il
-cameriere obbedì.
-
-Vi fu un abbastanza lungo silenzio che durò tutto il tempo dello
-sgombero.
-
-— Che è dunque questo nome di Monte-Cristo? chiese la contessa quando
-il domestico uscì portando via l’ultimo vaso di fiori. È un nome di
-famiglia, un nome di una terra, o un semplice titolo?
-
-— Questo è, io credo, un titolo, madre, e nient’altro. Il conte ha
-comprata un’isola nell’arcipelago toscano, ed ha, per quanto ha detto
-egli stesso questa mattina, fondata una commenda. Voi sapete che ciò
-si usa per santo Stefano di Firenze, per san Gregorio Costantiniano
-di Parma, ed anche per l’ordine di Malta. Del rimanente non ha alcuna
-pretensione di nobiltà, e si chiama un conte per caso, quantunque
-l’opinione generale di Roma fosse che il conte sia un gran signore.
-
-— I suoi modi sono eccellenti, per quanto ho potuto giudicarne nei
-pochi momenti che si è trattenuto.
-
-— Oh! perfetti, madre mia, anzi tanto perfetti, che sorpassano molto
-tutto ciò che ho conosciuto di più aristocratico nelle tre nobiltà
-più orgogliose d’Europa, cioè nella nobiltà Inglese, Spagnuola, e
-Germanica. — La contessa riflettè un momento, poi dopo una breve
-esitazione riprese:
-
-— Avete veduto, mio caro Alberto... questa è una domanda da madre che
-vi faccio, lo capirete, avete veduto il signor di Monte-Cristo nel
-suo interno? voi avete della perspicacia, voi avete uso di mondo, e un
-tatto maggiore di quello che d’ordinario si ha alla vostra età; credete
-che il conte sia quello che comparisce realmente d’essere?
-
-— E che comparisce egli? — Voi stesso lo avete detto non ha guari, un
-gran signore. — Vi ho detto, madre mia, ch’egli era ritenuto per tale.
-— Ma che ne pensate voi?
-
-— Io non ho, ve lo confesso, un’opinione ben fissa su di lui, lo credo
-Maltese. — Io non v’interrogo sulla sua origine, ma v’interrogo sulla
-sua persona. — Ah! sulla sua persona è tutt’altro; ed ho vedute tante
-cose strane di lui, che se voleste che vi dicessi ciò che ne penso,
-vi risponderei che lo riguardo volentieri come uno degli uomini di
-Byron, che la disgrazia ha marcati con un sugello fatale; qualche
-Manfredo, qualche Lara, qualche Werner, come uno di quegli avanzi
-infine di vecchia famiglia che, diseredati della fortuna paterna, ne
-hanno ritrovata una colla forza del loro genio avventuriero che li ha
-posti al di sopra delle leggi della società... Dico che Monte-Cristo è
-un’isola in mezzo al Mediterraneo, senza abitanti, senza guarnigione,
-asilo di contrabbandieri di tutte le nazioni, di pirati di tutti i
-paesi. Chi sa che questi degni industriosi non paghino al loro signore
-il diritto d’asilo?
-
-— È possibile, disse la contessa con astrazione.
-
-— Ma non importa, riprese il giovine, contrabbandiere o no, converrete,
-madre mia (perchè l’avete veduto) il sig. conte di Monte-Cristo è un
-uomo notevole, ed avrà i più grandi successi nelle sale di Parigi. E
-questa mattina da me ha incominciato il suo ingresso nel mondo destando
-in tutti ammirazione, perfino in Château-Renaud.
-
-— E che età potrà avere il conte? chiese Mercedès attaccando
-visibilmente grande importanza a questa interrogazione.
-
-— Avrà 35, o 36 anni, madre mia.
-
-— Così giovine! è impossibile, disse Mercedès, rispondendo
-contemporaneamente a ciò che le diceva Alberto, e a ciò che le diceva
-il proprio pensiero.
-
-— Eppure questa è la verità; tre o quattro volte mi ha detto, e
-certamente senza premeditazione: «Alla tal epoca aveva 5 anni, alla
-tal altra 10, alla tal altra 12.» Io che ero ritenuto all’erta dalla
-curiosità su questi particolari, ho riavvicinate le date, e non l’ho
-mai ritrovato in fallo. L’età di quest’uomo singolare, che non ha età,
-è dunque, ne sono sicuro, di 35 anni. Per sopra più, ricordatevi, madre
-mia, quanto è vivace il suo sguardo, come sono neri i capelli, e come
-la fronte, sebbene pallida, è esente da rughe; questa è una natura non
-solo vigorosa, ma ancor giovane.
-
-La contessa abbassò il capo come sotto un’onda troppo pesante d’amari
-pensieri.
-
-— E quest’uomo ha stretta amicizia con voi? domandò ella con un fremito
-nervoso.
-
-— Lo credo, madre mia.
-
-— E voi... lo amate egualmente?
-
-— Egli mi piace, che che ne dica Franz d’Épinay che lo voleva far
-comparire ai miei occhi come un uomo uscito dall’altro mondo. — La
-contessa fece un movimento di terrore: — Alberto, diss’ella con voce
-alterata; io vi ho sempre messo in guardia contro le nuove conoscenze.
-Ora siete un uomo, e potreste dar consigli a me stessa; ciò non
-pertanto vi ripeterò. Siate prudente, Alberto.
-
-— Mia cara madre, perchè il consiglio fosse approfittevole,
-bisognerebbe che io sapessi di che cosa debbo non fidarmi. Il conte
-non giuoca mai, il conte non beve che dell’acqua dorata con qualche
-goccia di vino di Spagna, il conte si è annunziato tanto ricco, che non
-potrebbe chiedermi in prestito del danaro senza esporsi a farsi ridere
-sul naso; che volete dunque che io tema per parte del conte?
-
-— Voi avete ragione, disse la contessa, ed i miei terrori sono folli,
-particolarmente avendo per oggetto un uomo che vi ha salvata la vita.
-A proposito, Alberto, vostro padre lo ha ricevuto bene? è necessario
-che noi siamo più che convenienti col conte. Il sig. de Morcerf qualche
-volta è preoccupato, i suoi affari lo rendono astratto, e potrebbe
-darsi, senza volerlo...
-
-— Mio padre si è condotto perfettamente, interruppe Alberto; dirò di
-più, egli è sembrato grandemente lusingato dei due o tre complimenti
-più accorti, che il conte gli ha strisciati tanto fortunatamente
-quanto a proposito, come se lo avesse conosciuto da 30 anni. Ciascuna
-di queste piccole frecce di lode ha dovuto solleticare mio padre,
-soggiunse Alberto ridendo, poichè si sono lasciati come i due più
-grandi amici del mondo, ed il sig. de Morcerf lo voleva perfino
-condurre alla _Camera_ per fargli sentire il suo discorso.
-
-La contessa non rispose; essa era assorta in un’astrazione così
-profonda che i suoi occhi eransi chiusi poco a poco. Il giovine in
-piedi a lei dinanzi la guardava con quell’amor filiale che è ancor
-più tenero e più affettuoso nei figli, le madri dei quali sono ancor
-giovani e belle; poi, dopo aver veduto gli occhi di lei chiudersi,
-l’ascoltò respirare un momento nella sua dolce immobilità, e,
-credendola assopita, si allontanò sulla punta dei piedi, chiudendo con
-cautela la porta della camera ove lasciava sua madre.
-
-— Che diavolo d’uomo! mormorò egli scuotendo la testa, gli aveva ben
-predetto laggiù che avrebbe fatta gran sensazione al nostro mondo;
-io ne calcolo l’effetto sur un termometro infallibile. Mia madre lo
-ha osservato, dunque bisogna dire ch’egli sia molto notevole. — Indi
-discese nelle scuderie, non senza un segreto dispetto, perchè il caso
-aveva portato che il conte di Monte-Cristo si fosse provveduto d’una
-pariglia, che mandava i suoi bai al numero secondo nell’animo dei veri
-intelligenti.
-
-— Davvero, diss’egli, gli uomini non sono tutti eguali, bisognerà che
-preghi mio padre di sviluppare questo teorema alla _Camera_ alta.
-
-
-
-
-XLI. — BERTUCCIO.
-
-
-In questo mentre il conte era giunto alla sua abitazione; aveva
-impiegati sei minuti a percorrere la distanza, il che era stato
-sufficiente, perchè fosse veduto da una ventina di giovani che,
-conoscendo il prezzo dell’equipaggio che non avevano potuto acquistare
-essi stessi, avevano messe le loro cavalcature al galoppo, per vedere
-lo splendido signore che aveva cavalli da 10 mila fr. l’uno. La
-casa scelta da Alì, e che doveva servire per residenza di città a
-Monte-Cristo, era situata a destra salendo ai Campi-Elisi, posta fra
-il cortile ed il giardino; un gruppo di ramosi alberi che s’innalzava
-in mezzo al cortile, copriva una parte della facciata; intorno a questo
-gruppo si partivano a guisa di due braccia, due viali che dal cancello
-portavano le carrozze ad una doppia scalinata, sopra ciascun gradino
-della quale era un vaso di porcellana pieno di fiori. Questa casa
-isolata nel centro di un vasto spazio, oltre l’ingresso principale,
-aveva pure un’altra entrata sulla strada Ponthieu.
-
-Prima ancora che il cocchiere avesse data la voce al portinaro, il
-robusto cancello girò sopra i suoi gangheri; era stato veduto giungere
-il conte, ed a Parigi, come a Roma, e come ovunque, era servito colla
-rapidità del fulmine. Il cocchiere adunque entrò, descrisse il mezzo
-cerchio senza rallentare la corsa, ed il cancello era già richiuso,
-quando le ruote rumoreggiavano ancora sulla sabbia del viale.
-
-La carrozza si fermò alla parte sinistra della scalinata, due uomini
-comparvero allo sportello; uno era Alì, che sorrise al suo padrone con
-una incredibile gioia, e che si trovò pago di un semplice sguardo di
-Monte-Cristo.
-
-L’altro salutò umilmente, ed offrì il braccio al conte per aiutarlo a
-discendere di carrozza. — Grazie, Bertuccio, disse il conte, saltando
-leggermente i tre scalini; ed il notaro?
-
-— È nel salotto, eccellenza, rispose Bertuccio.
-
-— Ed i viglietti di visita che vi ho ordinato di fare stampare appena
-avuto il numero della casa?
-
-— Sig. conte, è fatto tutto; sono stato dal migliore incisore del
-Palazzo Reale, che ha eseguito il rame in mia presenza, e, tirato il
-primo viglietto, giusta i vostri ordini, fu nel medesimo punto portato
-al sig. Danglars, deputato, strada Chaussée-d’Antin n. 7; gli altri
-sono sul caminetto della camera da dormire di vostra eccellenza.
-
-— Va bene: che ora è? — Le quattro.
-
-Monte-Cristo consegnò il cappello, i guanti, ed il bastone allo stesso
-staffiere francese che si era slanciato fuori dell’anticamera del conte
-de Morcerf per fare inoltrare la carrozza, quindi passò nel piccolo
-salotto, condotto da Bertuccio, che gl’insegnava la strada.
-
-— Ecco dei mobili meschini in quest’anticamera, spero bene che ne verrò
-presto spacciato, disse Monte-Cristo.
-
-Bertuccio s’inchinò. Come lo aveva detto l’intendente, il notaro
-aspettava nel piccolo salotto. Era un’onesta figura di secondo
-_chierico_ di Parigi, elevato alla dignità insuperabile di notaro
-distrettuale.
-
-— Il signore è il notaro incaricato di vendere la casa di campagna che
-voglio comprare? domandò Monte-Cristo.
-
-— Sì, sig. conte, rispose il notaro. — L’atto di vendita è disteso? —
-Sì, signor conte. — L’avete con voi?
-
-— Eccolo qui. — Perfettamente. E dove è situata questa casa che compro?
-domandò negligentemente Monte-Cristo per metà al notaro e per metà a
-Bertuccio.
-
-L’intendente fece un gesto che indicava, non lo so.
-
-Il notaro guardò il conte con istupore: — Come? diss’egli, il sig.
-conte non sa ove sia posta la casa che compra?
-
-— No, in fede mia, disse il conte. — Il sig. conte non la conosce?
-
-— E come diavolo la posso conoscere? Giungo da Cadice questa mattina,
-non sono mai stato a Parigi, ed è la prima volta che metto il piede in
-Francia.
-
-— Allora è tutt’altro, rispose il notaro; la casa che compra il sig.
-conte è situata ad Auteuil. — A queste parole Bertuccio impallidì
-visibilmente. — E dove è Auteuil? chiese Monte-Cristo. — A pochi
-passi di qui, signor conte, disse il notaro, poco dopo Passy, in una
-bellissima posizione, nel centro del bosco di Boulogne.
-
-— Tanto vicino! disse Monte-Cristo; ma questa non è una campagna.
-Come diavolo siete andato a scegliermi una casa alle porte di Parigi,
-Bertuccio?
-
-— Io! gridò l’intendente con una strana sollecitudine, no certamente;
-non sono stato io l’incaricato del sig. conte per pigliare una casa:
-prego il sig. conte a risovvenirsene bene, e ad interrogare i suoi
-ricordi.
-
-— Ah! è giusto, disse Monte-Cristo; ora mi ricordo, ho letto
-quest’annunzio in un giornale, e mi sono lasciato sedurre dal titolo
-menzognero di _Casa di campagna_.
-
-— Siete ancora in tempo, disse con vivacità Bertuccio, e se V. E. vuole
-incaricarmi di cercare un altro luogo, io gli troverò ciò che vi ha di
-meglio, sia ad Enghien, sia a Fontenay-aux-Roses, sia a Bellevue
-
-— No, in fede mia, disse con trascuranza Monte-Cristo; poichè ho
-questa, la conserverò.
-
-— Il signore ha ragione, disse prestamente il notaro che temeva di
-perdere le sue propine, questa è una graziosa proprietà: acque vive,
-boschi folti, abitazione aggradevole, quantunque abbandonata da lungo
-tempo, senza calcolare la mobilia, che, sebbene vecchia, ha del valore,
-particolarmente in oggi che si cercano le anticaglie. Perdono, ma credo
-bene che il sig. conte avrà il gusto della sua epoca.
-
-— Dunque è conveniente? soggiunse Monte-Cristo.
-
-— Ah signore, è ancora meglio, è magnifica.
-
-— Presto! non ci lasciamo sfuggire l’occasione, disse Monte-Cristo. Il
-contratto sig. notaro? — Ed egli sottoscrisse sollecitamente dopo di
-aver data un’occhiata nella parte dell’atto ove stavano segnati i nomi
-dei proprietari, e la situazione della villa.
-
-— Bertuccio, diss’egli, date 55 mila fr. al signore.
-
-L’intendente uscì con passo mal fermo, e ritornò con un pacchetto di
-biglietti di banca che il notaro contò nel modo che fanno gli uomini
-che hanno l’abitudine di non ricevere il danaro che dopo la tara
-legale.
-
-— Ed ora, domandò il conte, sono adempite tutte le formalità? — Tutte,
-signor conte.
-
-— Avete le chiavi?
-
-— Sono nelle mani del portinaro che custodisce la casa; ma ecco
-l’ordine che gli ho dato d’installare il signore nella sua nuova
-proprietà.
-
-— Va benissimo. — E Monte-Cristo fece al notaro un segno colla testa,
-che voleva dire: — Signore, non ho più bisogno di voi, andatevene.
-
-— Ma, disse l’onesto notaro, mi sembra che il sig. conte abbia
-sbagliato; non sono che 50 mila fr. tutto compreso.
-
-— E i vostri onorari?
-
-— Vengono pagati colla stessa somma, sig. conte.
-
-— Ma disse, non siete venuto qui da Auteuil?
-
-— Sì, senza dubbio.
-
-— Ebbene! bisogna compensare il vostro incomodo, disse il conte. E lo
-congedò con un gesto.
-
-Il notaro uscì andando all’indietro, e salutando fino a terra; era
-la prima volta, dal giorno in cui aveva presa la sua iscrizione, che
-trovava un simile cliente.
-
-— Accompagnate il signore, disse il conte a Bertuccio.
-
-E l’intendente uscì dietro il notaro. Appena il conte fu solo, cavò
-di tasca un portafogli con serratura, lo aprì con una chiavetta che
-portava al collo, e che non lasciava mai.
-
-Dopo aver cercato un momento si fermò sopra un foglietto su cui erano
-segnate alcune annotazioni, le confrontò coll’atto di vendita deposto
-sulla tavola, e raccogliendo la memoria: — Auteuil, strada della
-Fontana n. 28; è questa, diss’egli: ora mi debbo attenere ad una
-confessione ottenuta per mezzo dell’idea religiosa, o strappata dal
-terrore fisico? Del rimanente fra un’ora saprò tutto. Bertuccio! gridò
-egli battendo un colpo con una specie di piccolo martello a manico
-elastico sopra di un campanello, che rese un suono acuto e prolungato
-simile a quello del _tam-tam_. L’intendente comparve sulla soglia.
-
-— Bertuccio, non mi avete voi detto altra volta aver viaggiato in
-Francia?
-
-— In alcune parti della Francia, sì, eccellenza.
-
-— Conoscerete senza dubbio i dintorni di Parigi?
-
-— No, eccellenza, no, rispose l’intendente con una specie di tremito
-nervoso, che Monte-Cristo, grande conoscitore in fatto di emozioni,
-attribuì con ragione ad una viva inquietudine.
-
-— Mi rincresce che non abbiate visitati i dintorni di Parigi, perchè
-voglio questa stessa sera vedere la mia nuova proprietà, e venendo con
-me, mi avreste dato senza dubbio utili informazioni.
-
-— Ad Auteuil? gridò Bertuccio, il cui colorito colore di rame divenne
-quasi livido. Io andare ad Auteuil!
-
-— Ebbene, che vi ha di meraviglioso, che venghiate ad Auteuil, ve
-lo domando? Quando io dimorerò ad Auteuil, bisognerà bene che vi
-venghiate, poichè fate parte della famiglia.
-
-Bertuccio abbassò la testa davanti allo sguardo imperioso del padrone,
-restò immobile, e senza rispondere.
-
-— Ebbene! che vi accade? Voi mi obbligherete dunque di suonare una
-seconda volta per la carrozza? disse Monte-Cristo col tuono con
-cui Luigi XIV pronunciò il suo famoso: «poco ha mancato che io non
-aspettassi!»
-
-Bertuccio non fece che uno sbalzo dal piccolo salotto all’anticamera, e
-gridò con voce rauca: — I cavalli di S. E.
-
-Monte-Cristo scrisse due o tre lettere, e mentre sigillava l’ultima,
-l’intendente ricomparve.
-
-— La carrozza di S. E. è alla porta, diss’egli.
-
-— Ebbene prendete i vostri guanti ed il cappello.
-
-— È dunque vero che vengo con S. E., gridò Bertuccio.
-
-— Senza dubbio, bisogna bene che diate i vostri ordini, mentre conto
-d’abitare quella casa. — Sarebbe stato senza esempio che si fosse fatta
-una replica a ciò che ingiungeva il conte; per cui l’intendente, senza
-fare alcuna obbiezione, seguì il padrone che montò in carrozza, e gli
-fece segno di fare altrettanto. L’intendente si assise rispettosamente
-nel sedile davanti.
-
-
-
-
-XLII. — LA CASA D’AUTEUIL.
-
-
-Monte-Cristo aveva osservato, nel discendere la scalinata, che
-Bertuccio si era segnato al modo dei Corsi, vale a dire, fendendo
-l’aria in croce col pollice, e che prendendo posto nella carrozza aveva
-mormorata una breve preghiera. Tutt’altri che un uomo curioso avrebbe
-avuto pietà della repugnanza che il degno intendente aveva manifestata
-per questa passeggiata fuori delle mura, ideata dal conte. Ma a ciò
-che sembrava, questi era troppo curioso per dispensare Bertuccio
-da quel piccolo viaggio. In 20 minuti furono ad Auteuil. L’emozione
-dell’intendente era stata sempre crescente. Nell’entrare nel villaggio,
-Bertuccio raggruppato in un angolo della carrozza, cominciò a guardare
-con un’emozione febbrile tutte le case avanti alle quali passavano.
-
-— Farete fermare strada della Fontana, n. 28, disse il conte fissando
-senza pietà lo sguardo sull’intendente al quale dava quest’ordine. Il
-sudore salì al viso di Bertuccio, che non per tanto obbedì, e sporgendo
-fuori della carrozza gridò al cocchiere. — Strada della Fontana N. 28.
-
-Questo N. 28 era situato all’estremità opposta del villaggio. Durante
-il viaggio era sopraggiunta la notte, o piuttosto una nube nera
-carica di elettricità dava a quelle tenebre premature l’apparenza e la
-solennità di un episodio drammatico, la carrozza si fermò, lo staffiere
-si precipitò allo sportello che aprì. — Ebbene! disse il conte, non
-discendete, Bertuccio? allora rimarrete in carrozza? Ma a che diavolo
-pensate questa sera? — Bertuccio si precipitò dalla portiera e presentò
-la spalla al conte, che questa volta vi si appoggiò, e discese ad uno
-ad uno i tre gradini del montatore. — Picchiate, disse il conte, ed
-annunciatemi.
-
-Bertuccio bussò, la porta si aprì e comparve il portinaro.
-
-— Chi è? domandò egli.
-
-— È il nuovo padrone, brav’uomo, disse lo staffiere.
-
-E stese al portinaro il biglietto di riconoscimento dato dal notaro. —
-La casa è dunque venduta? domandò il portinaro, ed è questo signore che
-viene ad abitarla?
-
-— Sì, amico mio, disse il conte; farò in modo che non abbiate a
-desiderar l’antico padrone.
-
-— Ah! signore, non ho molto a desiderarlo, perchè lo vedevamo tanto
-raramente; sono più di 5 anni che non è venuto, ed in fede mia, ha
-fatto molto bene a vendere una casa che non gli fruttava niente.
-
-— Come si chiamava il vostro antico padrone?
-
-— Il marchese di Saint-Méran. Ah! non ha certamente venduto la casa per
-quel che gli costava, ne sono ben sicuro.
-
-— Il marchese di Saint-Méran! riprese Monte-Cristo, mi sembra
-che questo nome non mi sia ignoto, disse il conte; il marchese di
-Saint-Méran... — E parve cercare nella sua memoria.
-
-— Un vecchio gentiluomo, continuò il portinaro, era servitore fedele
-dei Borboni; aveva una figlia unica che maritò al sig. de Villefort,
-stato procuratore del re a Nimes, e poi a Versailles. — Monte-Cristo
-vibrò uno sguardo che incontrò Bertuccio, che aveva il viso più livido
-del muro contro il quale si appoggiava per non cadere.
-
-— E questa figlia non morì? domandò Monte-Cristo; mi sembra di averlo
-inteso dire.
-
-— Sì signore, è già vent’un anno; e d’allora non abbiamo più veduto che
-tre volte il povero marchese.
-
-— Grazie, grazie, disse Monte-Cristo, giudicando dalla prostrazione
-dell’intendente non potere più lungamente toccare questa corda, senza
-correre rischio di romperla; grazie! datemi un lume, brav’uomo.
-
-— Vi accompagnerò io, signore?
-
-— No, è inutile, Bertuccio mi farà lume.
-
-E Monte-Cristo accompagnò queste parole col dono di due monete d’oro,
-che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri. — Ah! signore:
-disse il portinaro, dopo aver cercato inutilmente sulla pietra
-del caminetto e sui mobili vicini, la disgrazia è che qui non ho
-candelieri.
-
-— Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli
-appartamenti. — L’intendente obbedì, senza osservazioni, ma era facile
-lo scorgere, dal tremito della mano che portava il fanale, ciò che gli
-costava l’obbedire.
-
-Fu percorso un pian terreno molto vasto; un primo piano composto di
-un salone, di una sala da bagno, e due camere da dormire, e giunsero
-ad una scala a chiocciola che metteva in giardino. — Osservate! ecco
-una scala secreta, disse il conte; questa è molto comoda. Fatemi lume,
-Bertuccio, andate avanti, e vediamo dove essa ci condurrà.
-
-— Signore, disse Bertuccio, mette al giardino.
-
-— E come lo sapete? — Cioè, voleva dire, che deve mettervi. — Ebbene,
-assicuriamocene. — Bertuccio mandò un sospiro, e andò avanti. La scala
-metteva effettivamente in giardino. Alla porta esterna l’intendente si
-fermò.
-
-— Andiamo dunque, Bertuccio, disse il conte. — Ma quegli, al quale
-erano dirette queste parole, si trovava assordito, stupidito,
-annientato. Gli occhi stravolti cercavano intorno a lui le tracce di un
-passato terribile, e colle mani irrigidite cercava di allontanare delle
-spaventose rimembranze.
-
-— Ebbene! insistè il conte.
-
-— No, no; gridò Bertuccio, deponendo il fanale in un angolo del muro
-interno; no signore, non andrò più avanti, è impossibile! — Sarebbe a
-dire? articolò la voce irresistibile di Monte-Cristo.
-
-— Ma vedete bene, signore, che questo non è naturale, gridò
-l’intendente, che avendo una casa da comprare a Parigi, voi la
-compriate precisamente ad Auteuil, e che comprandola ad Auteuil, questa
-casa sia precisamente il N. 28 della strada Fontana. Ah! perchè mai
-non vi ho tutto detto laggiù, signore! Voi certamente non mi avreste
-ordinato di seguirvi. Io sperava che la casa del sig. conte fosse
-tutt’altra che questa. Come se non vi fosse altra casa in Auteuil che
-quella dell’assassinio!
-
-— Oh! oh! disse Monte-Cristo, fermandosi; che villana parola avete voi
-pronunciata? Diavolo d’uomo! Corso arrabbiato! sempre dei misteri, o
-delle superstizioni! Vediamo, prendete questo fanale e visitiamo il
-giardino, con me, spero che non avrete paura. — Bertuccio raccolse il
-fanale, ed obbedì. La porta aprendosi, lasciò vedere un cielo cupo, nel
-quale la luna si sforzava invano di lottare contro un mare di nubi che
-la coprivano coi loro vapori oscuri, che illuminava per un momento, e
-che in seguito si perdeva più cupa ancora, nel profondo dell’infinito.
-— L’intendente voleva piegare sulla sinistra. — No, signore, e perchè
-andare sotto i viali? disse Monte-Cristo, ecco qui un bel praticello,
-andiamo diritto. — Bertuccio asciugò il sudore che gl’irrigava la
-fronte, ma obbedì; ciò non ostante continuava a tenere sulla sinistra.
-Monte-Cristo al contrario piegava a dritta; giunto presso un gruppo
-d’alberi si fermò.
-
-L’intendente non potè contenersi.
-
-— Allontanatevi! signore, allontanatevi, gridò, voi siete precisamente
-sul luogo! — E qual luogo?
-
-— Sul luogo ov’egli cadde.
-
-— Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve lo esorto, non siamo
-qui nè a Sartena, nè a Corte. Questa non è una macchia, ma un giardino
-inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non pertanto non bisogna
-calunniare.
-
-— Signore, non rimanete là, ve ne supplico!
-
-— Io credo che diventate pazzo, padron Bertuccio, disse freddamente il
-conte; se così è, avvisatemene che vi farò rinchiudere in qualche casa
-di salute, prima che succeda una disgrazia.
-
-— Ahimè! eccellenza, disse Bertuccio scuotendo la testa, e piegando le
-mani con un’attitudine che avrebbe fatto ridere il conte, se pensieri
-di superiore importanza non lo avessero preoccupato in quel momento,
-e reso molto attento alle più piccole espansioni di quella coscienza
-timorosa. — Ahimè! la disgrazia è accaduta.
-
-— Bertuccio, disse il conte, sono al caso di dirvi, che mentre
-gesticolate, voi contorcete le braccia, e stralunate gli occhi come
-un ossesso, dal corpo del quale il diavolo non voglia uscire; ora ho
-sempre notato che il diavolo più ostinato ad uscire è un segreto. Io vi
-sapeva Corso, vi conoscevo taciturno ruminando sempre qualche vecchia
-storia di vendetta, e vi perdonava questo in Italia, sebbene anche in
-Italia questa specie di cose non siano inezie; ma in Francia si tiene
-sempre l’assassinio di assai cattivo genere; vi sono gendarmi che se
-ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo vendicano. —
-Bertuccio congiunse le mani, e, siccome nell’eseguire queste diverse
-evoluzioni non lasciava il fanale, la luce venne a rischiarargli
-il volto sconvolto. Monte-Cristo per un momento lo esaminò come a
-Roma aveva osservato il supplizio di Andrea; indi con un tuono di
-voce che fece scorrere un brivido pel corpo del povero intendente:
-— L’abate Busoni mi ha dunque ingannato, diss’egli, quando, dopo il
-suo viaggio in Francia nel 1829, v’inviò a me, munito di una lettera
-di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre preziose qualità.
-Ebbene! scriverò all’abate; lo renderò garante del suo protetto, ed
-allora saprò senza dubbio che cosa è tutto questo affare di assassinio.
-Vi prevengo soltanto, Bertuccio, che quando io vivo in un paese, ho
-l’abitudine d’uniformarmi alle sue leggi, e che non ho punto volontà
-d’intrigarmi per voi colla giustizia di Francia.
-
-— Non fate questo, eccellenza; vi ho servito fedelmente, n’è vero?
-gridò Bertuccio alla disperazione; sono stato un galantuomo, e per
-quanto ho potuto, ho fatto ancora delle buone azioni.
-
-— Non dico di no, rispose il conte, ma per che diavolo adunque siete
-ora agitato in tal guisa? Questo è un cattivo segno; una coscienza pura
-non porta tanta pallidezza sulle guance, tanta febbre nelle mani di un
-uomo...
-
-— Ma, sig. conte, interruppe con esitanza Bertuccio, non mi avete
-detto voi stesso, che l’abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia
-confessione nelle carceri di Nimes, vi aveva prevenuto, inviandomi a
-voi, avere io un forte rimprovero a farmi?
-
-— Sì, ma siccome egli v’indirizzava a me dicendomi che avrei ritrovato
-in voi un eccellente intendente, io credetti che voi aveste rubato,
-ecco tutto!
-
-— Oh! sig. conte! fece Bertuccio con dolore.
-
-— Ovvero che, essendo voi Corso, non avevate potuto resistere al
-desiderio di far la pelle a qualcuno, come vien detto nel vostro paese
-per antifrasi, quando al contrario ne disfate una.
-
-— Ebbene, sì, mio signore, sì, mio buon signore, è questo, gridò
-Bertuccio gettandosi alle ginocchia del conte; sì, fu una vendetta, lo
-giuro, una semplice vendetta.
-
-— Capisco, ma ciò che non capisco si è, come questa casa vi galvanizzi
-in tal modo.
-
-— Eppure, la cosa è ben naturale, poichè in questa casa si compì la
-vendetta.
-
-— Che! in casa mia? — Oh! signore, essa non era ancora vostra, rispose
-ingenuamente Bertuccio.
-
-— Ma di chi era dunque? Del sig. marchese di Saint-Méran, ci ha detto,
-credo il portinaro. Che diavolo adunque avevate da vendicarvi col
-marchese di Saint-Méran?
-
-— Ah! non fu di lui, signore, fu di un altro.
-
-— Ecco una strana combinazione, disse Monte-Cristo, sembrando cedere
-alle sue riflessioni: voi vi trovate in tal modo per caso, senza alcun
-preparativo, in una casa ove è accaduta una scena che vi dà tanti
-terribili rimorsi.
-
-— Signore, disse l’intendente, pare che sia una specie di fatalità che
-porta tutto questo, ne sono ben sicuro; primieramente voi comprate una
-casa in Auteuil; questa casa è precisamente quella ove ho commesso
-l’assassinio; discendete nel giardino, e giusto per la scala per
-cui egli discese; vi fermate, e giusto nel luogo ov’egli ricevette
-il colpo; a due passi da quest’albero era la fossa ov’egli aveva
-seppellito il fanciullo; tutto ciò non può essere opera del caso.
-
-— Ebbene! vediamo, sig. Corso, io suppongo sempre tutto ciò che si
-vuole; d’altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti
-ammalati. Vediamo: richiamate il vostro spirito e raccontatemi ciò.
-
-— Io non l’ho mai raccontato che una sola volta, signore, e fu
-all’abate Busoni. Simili cose, soggiunse Bertuccio scuotendo la testa,
-non si raccontano che sotto il suggello della confessione.
-
-— Allora, mio caro Bertuccio, ritroverete giusto che io vi rimandi
-al vostro confessore, vi farete con lui certosino o bernardino,
-e ragionerete sui vostri segreti. Ma io, io ho paura di un ospite
-spaventato da simili fantasmi, non amo che le mie genti non abbiano il
-coraggio di passare di notte pel giardino. Poi, ve lo confesso, sarei
-poco curioso di vedermi qualche visita del commissario di polizia;
-poichè imparatelo bene Bertuccio, corre voce che in alcun luogo la
-giustizia si paghi perchè si taccia; ma in Francia al contrario non si
-paga mai che quando si parla. Peste! vi credeva bene un poco Corso, un
-poco contrabbandiere, un bravo intendente, ma ora m’avveggo che avete
-ancora altre corde al vostro arco. Voi perciò non siete più al mio
-servizio, Bertuccio.
-
-— Ah! signore signore! gridò l’intendente colpito dal terrore di questa
-minaccia. Ah! se non dipende che da questo perchè io rimanga al vostro
-servizio, parlerò, dirò tutto; e se vi lascio, sarà soltanto per andare
-al patibolo!
-
-— Adesso è un’altra cosa, disse Monte-Cristo, ma se voleste mentire
-rifletteteci bene; non parlate affatto.
-
-— No, signore, ve lo giuro sulla salute dell’anima mia, vi dirò tutto!
-perchè lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del segreto.
-Ma prima, ve ne supplico, allontanatevi da questo platano; osservate,
-la luna va a rischiarare quella nube, e là, posto come voi siete,
-avvolto in quel mantello che mi nasconde la vostra corporatura, e che
-rassomiglia a quello del sig. de Villefort...
-
-— Come! gridò Monte-Cristo, fu de Villefort...
-
-— V. E. lo conosce?
-
-— Sì.
-
-— Che ha sposata la figlia del marchese di Saint-Méran.
-
-— Sì, e che negli uffici godeva la riputazione del più onest’uomo, del
-più severo e del più rigido magistrato?
-
-— Ebbene! signore, gridò Bertuccio; quest’uomo d’irreprensibile
-reputazione...
-
-— Ebbene!
-
-— Era un infame.
-
-— Bah! disse Monte-Cristo, impossibile!
-
-— E ciò pertanto è come vi dico.
-
-— Ah! veramente! disse Monte-Cristo, e ne avete le prove?
-
-— Le aveva, almeno.
-
-— E le avete perdute, malaccorto?
-
-— Sì, ma cercando bene si possono ritrovare.
-
-— In verità? disse il conte, raccontatemi ciò, Bertuccio! perchè
-comincia ad importarmi da vero.
-
-E il conte, cantarellando una piccola aria della _Lucia_, andò ad
-assidersi sopra un banco, mentre che Bertuccio lo seguiva concentrando
-la sua memoria, restando in piedi davanti a lui.
-
-
-
-
-XLIII. — LA VENDETTA.
-
-
-— Da dove desiderate, sig. conte, che cominci il racconto? domandò
-Bertuccio.
-
-— Da dove volete; disse Monte-Cristo, mentre non ne so assolutamente
-niente.
-
-— Credeva che V. E. avesse già saputo che...
-
-— Sì, qualche particolare senza dubbio, ma sono passati sette o otto
-anni, e nulla più mi ricordo.
-
-— Allora posso, senza tema d’annoiare V. E...
-
-— Raccontate, mi farete le veci di un giornale.
-
-— Le cose rimontano al 1815.
-
-— Ah! ah! fece Monte-Cristo, il 1815 non fu ieri.
-
-— No, signore, ciò non pertanto i più piccoli particolari mi sono
-talmente presenti al pensiero, come se ne fossimo soltanto alla dimane.
-Io aveva un fratello maggiore che era al servizio dell’imperatore.
-Egli era stato fatto sotto-tenente in un reggimento composto tutto di
-Corsi: era il mio unico amico, noi eravamo rimasti orfani egli a 18, io
-a 5 anni; e mi aveva allevato come se fossi stato un suo figlio. Egli
-si ammogliò nel 1814 sotto i Borboni; l’imperatore ritornò dall’isola
-d’Elba, e mio fratello riprese subito servizio; ferito leggermente a
-Waterloo, si ritirò coll’esercito dietro la Loira.
-
-— Ma questa è la storia dei cento giorni che voi fate, Bertuccio, ed
-ella è già stata fatta, se non mi sbaglio.
-
-— Scusatemi, eccellenza, ma questi primi particolari sono necessarii, e
-voi mi avete promesso d’essere paziente.
-
-— Avanti! avanti! io non ho che una parola.
-
-— Un giorno ricevemmo una lettera, bisogna dirvi che abitavamo nel
-piccolo villaggio di Rogliano, all’estremità del capo Corso: essa
-era di mio fratello il quale ne diceva, che l’esercito era stato
-licenziato, e che ei ritornava per Châteauroux, Clermont-Ferrand, le
-Puy, e Nimes, e che se avevo qualche danaro gliel facessi tenere a
-Nimes ad un albergatore di nostra conoscenza col quale aveva qualche
-relazione...
-
-— Di contrabbandi, interruppe il conte.
-
-— Eh! mio Dio! bisogna bene che tutti vivano.
-
-— Certamente; continuate dunque.
-
-— Io amava teneramente mio fratello, ve l’ho detto, per cui risolvetti
-di non inviargli il denaro, ma di portarlo io stesso. Possedevo un
-migliaio di fr., ne lasciai 500 ad Assunta, che tale era il nome di
-mia cognata; presi gli altri 500, e mi misi in viaggio per Nimes;
-questa era cosa facile, aveva la mia barca, un carico da fare per mare;
-tutto secondava il mio disegno. Ma, fatto il carico, il vento divenne
-contrario, di modo che stemmo tre o quattro giorni senza potere entrare
-nel Rodano. Finalmente vi riuscimmo; risaliti fino ad Arles, lasciai la
-barca fra Bellegarde e Beaucaire, e presi la via di Nimes; quest’era il
-momento in cui accadeva il famoso massacro del mezzogiorno. Due o tre
-briganti chiamati Trestaillon, Truphemy, e Graffan, scannavano sulle
-strade tutti quelli che credevano bonapartisti. Senza dubbio il sig.
-conte avrà inteso parlare di questi assassini.
-
-— Sì, ma vagamente; allora era lontano dalla Francia.
-
-— Entrando a Nimes si camminava, alla lettera, nel sangue; a
-ciascun passo s’incontravano cadaveri; gli assassini, ordinati in
-bande, uccidevano, saccheggiavano, bruciavano. Alla vista di tanta
-carneficina, mi prese un tremito, non per me; io, semplice pescatore
-corso, non aveva gran che a temere, anzi per noi contrabbandieri,
-quelli erano buoni tempi; ma per mio fratello, soldato dell’impero, che
-ritornava dall’esercito della Loira colla sua uniforme, le spalline, e
-che per conseguenza aveva tutto a temere.
-
-— Corsi dal nostro albergatore, i miei presentimenti non mi avevano
-ingannato; mio fratello era giunto il giorno innanzi a Nimes, ed alla
-stessa porta di quello a cui andava a chiedere ospitalità era stato
-assassinato. Feci tutto il possibile al mondo per riconoscerne gli
-uccisori, ma nessuno osò dirmi i loro nomi, tanto erano temuti. Pensai
-allora a questa giustizia francese, di cui tanto mi era stato parlato,
-e che nulla teme, e mi presentai al procuratore del re.
-
-— E questo procuratore del re si chiamava Villefort? chiese
-negligentemente Monte-Cristo.
-
-— Sì, eccellenza, veniva da Marsiglia ov’era stato sostituto. Il suo
-zelo gli aveva procurato l’avanzamento. Era stato uno dei primi, si
-diceva, che aveva annunziato al governo lo sbarco all’isola d’Elba.
-
-— Dunque, riprese Monte-Cristo, vi presentaste a lui.
-
-— Signore, gli dissi, mio fratello è stato assassinato ieri nelle
-strade di Nimes, non so da chi, ma è nella vostra missione di saperlo.
-Voi siete qui il capo della giustizia, e spetta alla giustizia il
-vendicare quelli ch’essa non ha saputo difendere.
-
-«— E che cosa era vostro fratello? domandò il procuratore del re. —
-Sottotenente nel battaglione Corso.
-
-«— Un soldato dell’usurpatore, allora... — Un soldato dell’esercito
-francese. — Ebbene! replicò egli, si è servito della spada, ed è morto
-di spada. — Voi v’ingannate, signore, egli perì sotto il pugnale. — E
-che volete che gli faccia? rispose il magistrato. — Ma ve l’ho di già
-detto; voglio che lo vendichiate. — E di chi? — Dei suoi assassini.
-
-«— E che, li conosco io? — Fateli cercare.
-
-«— Per farne che? Vostro fratello avrà avuta qualche contesa, e si
-sarà battuto in duello. Tutti questi vecchi soldati cadono in eccessi,
-che loro riuscivano bene sotto l’impero, ma che ora lor riescono male;
-adesso le nostre genti del mezzo giorno non amano nè i soldati, nè gli
-eccessi.
-
-«— Signore, non è per me che vi prego. Io piangerei, o mi vendicherei,
-ecco tutto; ma il mio povero fratello aveva una moglie. Se accadesse
-anche a me qualche disgrazia, questa povera donna morirebbe di fame,
-perchè il solo lavoro di mio fratello la faceva vivere. Ottenete per
-lei una piccola pensione dal governo.
-
-«— Ciascuna rivoluzione ha la sua catastrofe; vostro fratello è rimasto
-vittima di questa, è una disgrazia, ma il governo nulla deve perciò
-alla vostra famiglia. Se dovessimo giudicare tutte le vendette che
-i partigiani dell’usurpatore si sono prese su quelli del re, quando
-aveano il potere, vostro fratello oggi forse sarebbe condannato a
-morte. Ciò che accade è naturale, perchè è la legge di rappresaglia.
-
-«— E che! signore, gridai io, è mai possibile che voi parliate così,
-voi, magistrato!...
-
-«— Tutti questi Corsi sono pazzi, sulla mia parola, rispose de
-Villefort; credono ancora che il loro compatriotta sia imperatore.
-Voi sbagliate nell’epoca; dovevate venirmi a dir questo due mesi sono.
-Oggi è troppo tardi; andatevene dunque, e se non volete andare, vi farò
-ricondurre.
-
-«Io lo guardai un momento per vedere, se con una nuova preghiera, vi
-fosse stato qualche cosa da sperare. Quest’uomo era di pietra. Io mi
-avvicinai a lui: — Ebbene, gli dissi a mezza voce, poichè voi conoscete
-tanto bene i Corsi dovete sapere in qual modo essi mantengono la loro
-parola. Voi trovate che hanno fatto bene ad uccidere mio fratello,
-che era bonapartista, perchè voi siete regio; ebbene! io che sono
-egualmente bonapartista, vi dichiaro una cosa; ed è, che vi ammazzerò.
-Da questo momento vi dichiaro la vendetta; per cui cautelatevi bene, e
-guardatevi come meglio potete; poichè la prima volta che ci ritroveremo
-faccia a faccia, sarà segno che è giunta l’ultima vostra ora.
-
-«Dopo ciò, prima ancora che si fosse rimesso dalla sorpresa, aprii la
-porta e fuggii.»
-
-— Ah! ah! disse Monte-Cristo, colla vostra onesta figura, fate di
-queste cose, Bertuccio, ed anche ad un procuratore del re? Va bene! Ma
-sapeva egli almeno ciò che voleva dire la parola vendetta?
-
-— Egli lo sapeva tanto bene, che da quel giorno non uscì più solo,
-e si turò in casa, facendomi cercare da per tutto. Fortunatamente io
-era tanto ben nascosto, che non mi potè trovare. Allora fu preso dalla
-paura; tremò di restare più lungamente a Nimes; sollecitò una permuta
-di residenza, e siccome era realmente persona d’influenza, si fece
-nominare a Versailles; ma, voi lo sapete, non vi sono distanze per un
-Corso che ha giurato di vendicarsi del suo nemico, e la sua carrozza,
-per quanto fosse bene condotta, non ha mai avuto più di una mezza
-giornata di vantaggio su me, sebbene lo seguissi a piedi. L’importante
-non era d’ucciderlo, cento volte ne avrei trovata l’occasione; ma
-di ucciderlo senza essere scoperto, e particolarmente senza essere
-arrestato. Oramai non era più indipendente, avevo da proteggere e da
-nutrire mia cognata. Per tre mesi lo appostai, e per tre mesi egli non
-fece un passo, un movimento, una passeggiata senza che il mio sguardo
-non lo seguisse ovunque andava. Finalmente scopersi ch’egli veniva
-misteriosamente ad Auteuil, lo seguii, e lo vidi entrare in questa casa
-ove siamo; soltanto, invece d’entrare, come tutti dalla porta grande
-della strada, egli veniva o a cavallo, o in carrozza, e lasciando il
-cavallo o la carrozza all’albergo, entrava per quella piccola porta che
-vedete là.
-
-Monte-Cristo fece colla testa un segno che provava, che ad onta
-dell’oscurità, distingueva infatto l’entrata indicata da Bertuccio.
-
-«Io non ero più necessario a Versailles, e mi stabilii ad Auteuil,
-e presi le mie misure. Se voleva prenderlo era evidentemente qui che
-doveva tendere il laccio. La casa apparteneva, come il portinaro lo
-ha detto a V. E., al sig. marchese di Saint-Méran, suocero del sig. de
-Villefort. Il sig. de Saint-Méran abitava Marsiglia, e per conseguenza
-questa casa gli era inutile, così si diceva ch’era stata appigionata
-ad una giovane vedova, che non si conosceva sotto altro nome se non
-con quello di baronessa. Di fatto una sera che guardavo al di sopra
-del muro, vidi una donna giovane, e bella che girava sola per questo
-giardino, su cui non domina alcuna finestra straniera, ella guardava
-spesso dalla parte della piccola porta, e compresi che quella sera
-aspettava il sig. de Villefort. Allorchè fu abbastanza vicina a me,
-perchè non ostante l’oscurità, potessi distinguerne i lineamenti, vidi
-una bella giovane di 18 a 19 anni, grande e bionda. Siccome ell’era
-con una semplice giubba, e niente poteva impedirmi dal vederne la
-corporatura, m’accorsi ch’era incinta, e che la gravidanza era ancor
-molto inoltrata.
-
-«Pochi momenti dopo fu aperta la piccola porta; entrò un uomo, la
-giovane corse più che potè incontro a lui.
-
-«Questi era de Villefort. Giudicai che uscendo, particolarmente se di
-notte, doveva traversare da solo il giardino in tutta la sua lunghezza.
-
-— Avete poi mai saputo il nome di questa donna? domandò il conte. —
-No, eccellenza, rispose Bertuccio, voi vedrete che non ebbi il tempo
-d’informarmene — Continuate.
-
-«Forse quella stessa sera avrei potuto uccidere il procuratore del re,
-riprese Bertuccio; ma non conosceva ancora abbastanza il giardino in
-tutti i suoi particolari. Temeva di non poterlo lasciare freddo morto,
-e di non poter fuggire se qualcuno accorresse alle sue grida. Rimisi la
-bisogna pel futuro convegno; e perchè nulla avesse a sfuggirmi, presi
-in fitto una piccola camera che guardava lungo il muro del giardino.
-Tre giorni dopo, alle sette di sera, vidi un domestico uscir dalla casa
-a cavallo, e prendere al galoppo la strada che mette a Sèvres; supposi
-che sarebbe andato a Versailles, e non m’ingannai. Tre ore dopo ritornò
-l’uomo coperto di polvere; il viaggio era compito. Dieci minuti dopo un
-altr’uomo a piedi, avvolto in un mantello, apriva la piccola porta del
-giardino, e la richiudeva dietro a sè.
-
-«Discesi rapidamente. Quantunque non avessi veduto il viso di
-Villefort, lo riconobbi al battito del mio cuore; traversai la strada,
-raggiunsi un pilastrino posto all’angolo del muro, coll’aiuto del quale
-aveva guardato entro al giardino la prima volta. Questa volta però non
-mi contentai di guardare, cavai di saccoccia il coltello, mi assicurai
-che la punta fosse bene aguzza, e saltai al di sopra del muro.
-
-«La mia prima cura fu di correre alla porta; egli aveva lasciata la
-chiave dentro la serratura dalla parte interna, avendo soltanto preso
-la cautela di darvi un doppio giro.
-
-«Niente adunque poteva opporsi alla mia fuga da quel lato; il giardino
-era di forma bislunga; nel mezzo la terra era coperta da una folta
-e molle erbetta ad uso dei giardini inglesi, agli angoli di questo
-prato erano gruppi di alberi, con folti rami, in allora frammischiati
-dai fiori d’autunno. Per recarsi dalla piccola porta alla casa, tanto
-entrando, quanto uscendo, Villefort era obbligato di passare davanti
-a questi gruppi d’alberi. Era la fine di settembre: il vento soffiava
-con forza; una luna pallida e languente velata ad ogni momento da
-grossi nuvoli che scorrevano pel cielo, rischiarava la sabbia dei viali
-che conducevano alla casa, ma non poteva fendere l’oscurità di questi
-gruppi fronzuti, fra i quali un uomo poteva tenersi nascosto senza
-timore di essere scoperto. Io mi nascosi in quello, presso al quale
-doveva passare Villefort; non appena vi era che, in mezzo ai soffi del
-vento che curvava i rami degli alberi al di sopra della mia fronte,
-mi parve distinguere dei gemiti. Ma voi sapete, o per meglio dire, non
-sapete, sig. conte, che quegli che aspetta il momento di commettere un
-assassinio, crede sempre sentire passare delle strida sorde nell’aria.
-Trascorsero due ore, nelle quali, a più riprese, credei sentire
-ripetersi i medesimi gemiti. Suonò mezza notte.
-
-«L’ultimo tocco vibrava ancora cupo e sonoro, quando scopersi una
-debole luce illuminare le finestre della scala segreta per la quale noi
-poco fa siamo discesi.
-
-«La porta s’aprì, e comparve l’uomo dal mantello.
-
-«Quest’era il momento terribile, da molto tempo io mi vi era preparato;
-cavai il coltello, l’apersi, e mi tenni pronto.
-
-«L’uomo dal mantello veniva direttamente a me; e a seconda che si
-avanzava nello spazio scoperto, mi pareva scorgere che tenesse in mano
-un’arme: ebbi timore, non di una lotta, ma di non riuscire. Quando fu
-a pochi passi da me, riconobbi che ciò che io aveva preso per un’arma,
-non era altro che una vanga. Non aveva ancora potuto immaginarmi a
-quale scopo il sig. de Villefort teneva una vanga in mano, quando egli
-si fermò sull’orlo del gruppo d’alberi, gettò uno sguardo intorno a
-sè, e si mise a scavare una fossa nella terra: allora m’accorsi ch’egli
-teneva qualche cosa sotto il mantello, che depose sull’erba per essere
-più libero nei suoi movimenti: un po’ di curiosità, lo confesso, si
-frammischiò al mio odio; volli vedere ciò che era venuto a fare là
-Villefort: rimasi immobile, senza tirare il fiato, ed aspettai.
-
-«Quindi mi venne un’idea, che vidi confermarsi, quando il procuratore
-del re cavò dal mantello una cassetta lunga due piedi, e larga da sei
-ad otto pollici. Lasciai deporre la cassetta nella fossa, che poi
-riempì di terra, poi su questa terra smossa pestò i piedi per fare
-sparire l’opera notturna. Allora mi slanciai su lui, e gli conficcai
-il coltello nel petto dicendogli: «— Io sono Giovanni Bertuccio! la
-tua morte per mio fratello, il tuo tesoro per la vedova di lui: vedi
-bene che la mia vendetta è più completa di quel ch’io sperava. — Non
-so s’egli intese queste parole, ma credo di no; poichè cadde senza
-mandare un gemito; sentii l’onda del suo sangue scorrermi ardente sulle
-mani e sul viso; ma io era ebbro, era in delirio; questo sangue mi
-rinfrescava invece di bruciarmi. In un secondo dissotterrai la cassetta
-colla vanga, poi, perchè nessuno si accorgesse che l’avevo portata
-via, riempii io pure la fossa, gettai la vanga al di là del muro, e
-mi slanciai fuori della porta che chiusi a doppio giro per di fuori,
-portando meco la chiave.
-
-— Va bene, disse Monte-Cristo, quest’era, a quanto vedo, un piccolo
-assassinio complicato con furto.
-
-— No, eccellenza, rispose Bertuccio; era una vendetta accompagnata da
-una restituzione.
-
-— E la somma almeno era forte? — Non era danaro.
-
-— Ah! sì mi ricordo, disse Monte-Cristo: non avete voi parlato di un
-fanciullo?
-
-— Precisamente, eccellenza. Io corsi fino al fiume, m’assisi sulla
-sponda, e sollecitato di vedere ciò che contenesse la cassetta, ne feci
-saltar via la serratura col coltello.
-
-«In un panno di tela-battista era avvolto un fanciullo nato allora; il
-viso era livido, le mani violette annunziavano che egli era rimasto
-vittima di un’asfissia causata dal funicolo che aveva naturalmente
-avvolto intorno al collo. Siccome però non era ancora freddo, esitai
-a gettarlo nell’acqua che scorreva a’ miei piedi; infatto dopo un
-momento mi parve sentire un leggiero battito nella regione del cuore;
-gli liberai il collo dal cordone che lo attorniava, e siccome era stato
-infermiere all’ospedale di Bastia, feci tutto ciò che avrebbe potuto
-fare un medico in simile occasione, cioè, gli soffiai coraggiosamente
-dell’aria nei polmoni, dopo un quarto d’ora di sforzi inauditi, lo vidi
-respirare, e intesi un grido sfuggirgli dal petto. Io pure gettai un
-grido, ma un grido di gioia. Dio dunque non mi maledice, dissi a me
-stesso, poichè permette che io ridoni la vita ad una creatura umana in
-cambio della vita che ho tolto ad un altra.
-
-— E che faceste di questo fanciullo? domandò Monte-Cristo; egli era un
-bagaglio molto impacciante per uno che doveva fuggire.
-
-— Per questo non ebbi per un momento l’idea di ritenerlo. Ma sapeva
-che a Parigi vi è un ospizio, ove sono ricevute queste povere creature.
-Passando per la barriera, dichiarai aver trovato questo fanciullo sulla
-strada, e presi le mie informazioni. La cassetta faceva testimonianza:
-la biancheria di battista indicava che il fanciullo apparteneva a
-persone ricche; il sangue di cui io era asperso poteva appartenere
-tanto al fanciullo quanto a qualunque altro individuo. Non mi venne
-fatta alcuna obbiezione, mi fu indicato l’ospizio che era situato
-all’estremità della strada Enfer, e dopo di aver presa la cautela di
-tagliare il pannolino in due parti, di maniera che una delle lettere
-che lo marcava continuasse ad avvolgere il fanciullo, mi riserbai
-l’altra, deposi il fardello nella ruota, e fuggii a gambe. Quindici
-giorni dopo io era di ritorno a Rogliano, e diceva ad Assunta:
-
-— Consolati, sorella mia; Israele è morto, ma l’ho vendicato.
-
-«Allora ella mi chiese la spiegazione di queste parole, e io le
-raccontai tutto l’accaduto: — Giovanni, mi disse Assunta, tu avresti
-dovuto portarmi quel fanciullo; noi gli avremmo fatte le veci dei
-genitori che ha perduti, lo avremmo chiamato Benedetto; e mercè questa
-buona azione Dio ci avrebbe benedetti effettivamente. — Per risposta
-le consegnai la metà del pannolino che aveva conservata, per poter far
-reclamare il fanciullo un giorno che fossimo divenuti più ricchi.
-
-— E con quali lettere era marcato questo pannolino? domandò
-Monte-Cristo.
-
-— Con un L. ed un N. sormontate dalla corona baronale.
-
-— Credo, Dio mel perdoni, che voi facciate uso di termini araldici,
-Bertuccio! e dove avete fatti questi studi?
-
-— Al vostro servizio, sig. conte, dove s’impara ogni cosa.
-
-— Continuate, son curioso di sapere altre due cose.
-
-— E quali, signore? — Ciò che avvenne di questo ragazzo; non mi diceste
-che era un fanciullo?
-
-— No, signore, non mi ricordo di avervi detto ciò.
-
-— Ah! credeva averlo inteso, mi sarò sbagliato.
-
-— No, non vi siete sbagliato, perchè effettivamente era un fanciullo;
-ma V. E. desiderava sapere due cose, qual è la seconda?
-
-— La seconda era il delitto di cui foste accusato quando chiedeste un
-confessore, e che l’abate Busoni venne a vostra richiesta a ritrovarvi
-nelle prigioni di Nimes.
-
-— Questa storia forse sarà troppo lunga, eccellenza.
-
-— Che importa? sono appena le dieci, sapete che non dormo, e suppongo
-che dal vostro lato non avrete gran volontà di dormire. — Bertuccio
-s’inchinò, e riprese la narrazione.
-
-— Io, parte per iscacciare le tristi rimembranze che mi assediavano,
-parte per sovvenire ai bisogni della povera vedova, mi rimisi con
-ordine al mestiere di contrabbandiere, divenuto più facile per
-l’affievolimento delle leggi che succede sempre alle rivoluzioni.
-Le coste del Mezzodì particolarmente erano mal custodite, a cagione
-delle continue sommosse che succedevano, ora in Avignone, ora a Nimes,
-ora ad Uzès. Noi approfittammo di questa specie di tregua che ci
-veniva accordata dal governo per annodare delle relazioni su tutto il
-littorale. Dopo l’assassinio di mio fratello nelle strade di Nimes, non
-aveva voluto più entrare in quella città; l’albergatore, col quale noi
-facevamo affari, vedendo che non volevamo più andar a lui, era venuto
-da noi, ed aveva fissata una soccorsale al suo albergo, sulla strada
-di Bellegarde a Beaucaire all’insegna del _Ponte di Gard_. In tal modo
-avevamo, sia dalla parte d’Aigues-mortes, sia a Martigues, sia a Bouc,
-una dozzina di luoghi, ove depositavamo le nostre mercanzie, ed ove, al
-bisogno, trovavamo un rifugio per metterci in salvo dai doganieri e dai
-gendarmi. È un mestiere che frutta molto quello del contrabbandiere,
-quando uno ci si applica con una certa intelligenza secondata da buona
-dose di vigoria; quanto a me, viveva nelle montagne, avendo conservato
-un doppio motivo di temere i gendarmi e i doganieri, atteso che,
-qualunque comparsa davanti ad un giudice, poteva indurre un processo,
-vale a dire una escursione nel passato, nel quale poteva scoprirsi
-qualche cosa di più importante che non sono sigari di contrabbando,
-o barili d’acqua-vite che circolano senza il lasciapassare. Così,
-preferendo mille volte la morte ad un arresto, conduceva a buon fine
-operazioni maravigliose, e che, più di una volta, mi convinsero, che la
-troppa cura che ci prendiamo del nostro corpo, è quasi sempre il solo
-ostacolo alla buona riuscita di quei disegni, che han bisogno di una
-risoluzione, e di una esecuzione vigorosa e determinata. In fatto una
-volta che siasi fatto il sacrificio della propria vita, non si è più
-simili agli altri uomini, e chiunque ha presa questa risoluzione, ha
-sentito centuplicarsi le forze, ed allargarsi l’orizzonte.
-
-— Anche la filosofia! Bertuccio, voi dunque avete un poco di tutto
-nella vostra vita?
-
-— Oh! perdono, eccellenza!
-
-— No, no, è solo perchè la filosofia alle 10 e mezzo di sera è un poco
-troppo tardi. Fuori di questa non ho altra osservazione da fare, atteso
-che la trovo esatta, ciò che non si può dire di tutte le filosofie.
-
-— Le mie corse divennero dunque sempre più estese, sempre più
-fruttuose. Assunta era l’economa; e la nostra fortuna andava
-ingigantendosi. Un giorno che io partiva per una corsa: — Va,
-diss’ella, al tuo ritorno io ti preparo una sorpresa. — Io
-l’interrogai, ma inutilmente: ella non volle dirmi di più; ed io
-partii. La corsa durò quasi sei settimane, noi eravamo stati a Lucca a
-caricare dell’olio, ed a Livorno a prendere cotoni inglesi; il nostro
-sbarco si effettuò senza contrari eventi, tirammo i nostri guadagni,
-e ritornammo allegri e contenti. — Rientrando in casa, la prima cosa
-che vidi nel luogo più esposto della camera d’Assunta, in una cuna
-sontuosa, relativamente al resto dell’appartamento, fu un fanciullo
-di sette in otto mesi; misi un grido di gioia. Il solo momento di
-tristezza che provai dopo l’uccisione del procuratore del re, fu quello
-in cui abbandonai quel fanciullo. Non è mestieri di dire che non ebbi
-mai rimorsi per l’assassinio in sè stesso. La povera Assunta aveva
-indovinato tutto: approfittando della mia assenza, munita della metà
-del pannolino, ed avendo scritto, per non dimenticarlo, il giorno e
-l’ora precisa in cui il fanciullo era stato deposto all’ospizio, era
-andata a Parigi a reclamarlo. Non le venne fatta alcuna obbiezione, e
-le fu reso il fanciullo. Ah! vi confesso sig. conte, che vedendo questa
-creatura dormire nella cuna, il petto mi si gonfiò, e mi scorsero le
-lagrime: — In verità, Assunta, gridai tu sei una buona donna, ed il
-Signore ti benedirà.
-
-— Mostrava che tu avevi fede, disse Monte-Cristo.
-
-— Ahimè! eccellenza, riprese Bertuccio, Iddio però fece strumento
-della mia punizione questo stesso fanciullo. Giammai si dichiarò più
-prematuramente una natura più perversa; e ciò non pertanto non si può
-dire che venisse male allevato, poichè mia sorella lo trattava come
-il figlio di un principe; era un ragazzo di bellissimo aspetto, con
-occhi cilestri di quella tinta delle terraglie chinesi tanto bene in
-armonia col bianco latteo del fondo: solamente i capelli di un biondo
-troppo vivo, davano al suo viso una strana indole, che raddoppiava la
-vivacità dello sguardo, e la malizia del sorriso. Disgraziatamente
-vi ha un proverbio che dice: essere i rossi o buoni del tutto o del
-tutto cattivi: il proverbio non mentiva sul conto di Benedetto, che
-fin dalla sua prima infanzia si manifestò del tutto cattivo. È vero
-altresì che la dolcezza di sua madre incorò le sue prime inclinazioni;
-mia sorella andava continuamente al mercato della città, situato a 5
-leghe di distanza, per comprare i primi frutti ed i dolci più delicati
-per questo fanciullo, il quale preferiva agli aranci di Palma, ed
-alle conserve di Genova, le castagne rubate al vicino traversando le
-siepi, o le mele secche del granaio di lui, mentre che aveva a sua
-disposizione le castagne e le mele del nostro orticello.
-
-«Un giorno, (Benedetto poteva avere 5, o 6 anni) il vicino Wasilio,
-che, secondo l’uso del nostro paese, non riponeva mai nè la sua borsa
-nè i suoi gioielli, perchè il sig. conte sa meglio di qualunque altro
-che in Corsica non vi sono ladri, il vicino Wasilio si lamentò con
-noi che gli era disparso un luigi; si credè che avesse contato male,
-ma egli pretendeva di essere sicuro del fatto suo. In quel giorno
-Benedetto aveva lasciata la casa di buon mattino, e quando lo vedemmo
-ritornare la sera, si trascinava dietro una scimmia che diceva di
-aver trovata, colla catena e tutto, legata ad un albero; da più di
-un mese il cattivo ragazzo, il quale non sapeva più che immaginare,
-era voglioso di avere una scimmia. Un battelliere ch’era passato di
-Rogliano, e che aveva molti di questi animali che lo avevano divertito
-coi loro esercizi, gli aveva senza dubbio inspirata questa malaugurata
-fantasia. — Nei nostri boschi non si trovano scimmie, e molto meno
-belle e incatenate, gli diss’io; confessami dunque come ti sei
-procurata questa. — Benedetto sostenne la menzogna, e l’accompagnò con
-tali particolari che facevano più onore alla sua immaginazione che alla
-sua veracità; io m’irritai, egli si mise a ridere; io lo minacciai,
-egli fece due passi addietro: — Tu non puoi battermi, diss’egli, tu
-non ne hai il diritto, perchè non sei mio padre. — Noi ignorammo sempre
-chi gli aveva rivelato questo fatale segreto, che per parte nostra era
-stato gelosamente custodito: che che ne fosse, questa risposta, nella
-quale il ragazzo si faceva interamente conoscere, quasi mi spaventò, ed
-il mio braccio ch’erasi alzato, ricadde senza percuotere il colpevole.
-Il fanciullo trionfò, e questa vittoria gli dette un’audacia tale,
-che da quel giorno tutto il danaro d’Assunta, il cui amore sembrava
-aumentarsi a seconda che egli se ne rendeva meno degno, fu speso in
-capricci ch’ella non sapeva combattere, ed in follie che non aveva il
-coraggio d’impedire. Quando io era a Rogliano, le cose camminavano meno
-male, ma quando partiva Benedetto diventava il capo di casa, e tutto
-andava alla peggio. Dell’età di 10, o 11 anni tutti i suoi compagni
-erano scelti fra giovani di 18, a 20 anni, e fra i più cattivi soggetti
-di Bastia e di Corte, e già per qualche scappata, che meritava un nome
-più serio, la giustizia ci aveva dati avvisi. Io ne fui spaventato:
-qualunque interrogatorio poteva avere conseguenze funeste; io era
-precisamente allora obbligato ad allontanarmi dalla Corsica per una
-spedizione importante; vi riflettei lungamente, e col presentimento
-d’evitare qualche disgrazia, risolvetti condur meco Benedetto. Sperava
-che la vita attiva e faticosa del contrabbandiere, la disciplina severa
-del bordo, cambierebbero questa indole vicina a corrompersi, se già
-non era spaventosamente corrotta. Presi dunque Benedetto a parte, e
-gli feci la proposizione di seguirmi, circondandola con tutte quelle
-promesse che possono sedurre un giovine di 12 anni. Egli mi lasciò
-parlare fino alla fine, e quand’ebbi terminato scoppiò in una risata,
-dicendo: — Siete pazzo, zio mio (egli mi chiamava così quand’era di
-buon umore), io cambiare la vita che meno, con quella che menate voi?
-Il mio buono ed eccellente non far niente, colle orribili fatiche
-che vi siete imposto? passare la notte al freddo, il giorno al caldo,
-nascondersi continuamente, ricevere schioppettate, e tutto questo per
-guadagnare un poco di danaro? Del danaro ne ho quanto ne voglio, madre
-Assunta me ne dà, quanto a lei ne domando; vedete bene che sarei un
-imbecille se accettassi la vostra proposizione. — Io rimasi stupefatto
-da quell’audacia, e da quel ragionamento. Benedetto ritornò a giuocare
-coi suoi compagni, e lo vidi che mi mostrava ad essi come un idiota.
-
-— Grazioso fanciullo! mormorò Monte-Cristo.
-
-— Ah! se fosse stato mio rispose Bertuccio, se fosse stato mio figlio,
-o pur anche mio nipote, lo avrei ricondotto sul retto sentiero, perchè
-la coscienza dà la forza. Ma l’idea di percuotere un fanciullo, di cui
-aveva ucciso il padre mi rendeva impossibile ogni correzione. Detti
-buoni consigli a mia cognata, che nelle nostre discussioni prendeva
-sempre la difesa del piccolo disgraziato; e siccome mi confessò che
-in varie volte le erano mancate somme considerevoli, le indicai un
-luogo ov’ella poteva nascondere il nostro piccolo tesoro. In quanto
-a me, la mia risoluzione era presa. Benedetto sapeva perfettamente
-leggere, scrivere, e fare i conti, perchè quando per caso egli si
-voleva occupare a studiare, imparava in un giorno ciò che agli altri
-abbisognava una settimana. La mia risoluzione, diceva, era presa;
-doveva ingaggiarlo come segretario sopra un bastimento a lungo corso,
-e, senza prevenirlo di niente, farlo prendere un bel mattino, e
-trasportare a bordo; in questo modo raccomandandolo al capitano, tutto
-il suo avvenire dipendeva da lui.
-
-«Stabilito questo disegno partii per la Francia.
-
-«Tutte le nostre operazioni dovevano questa volta eseguirsi nel golfo
-di Lione, e si rendevano ogni giorno più difficili, perchè eravamo nel
-1829. La tranquillità era perfettamente ristabilita, e per conseguenza
-il servizio delle coste ritornato più regolare e più severo che mai.
-Questa sorveglianza era ancora aumentata momentaneamente per la fiera
-di Beaucaire che allora si apriva.
-
-«I principi della nostra spedizione si eseguirono senza impaccio. Noi
-ancorammo la barca, che aveva un doppio fondo nel quale nascondevamo
-le nostre mercanzie di contrabbando, in mezzo ad una quantità di
-battelli che stavano fitti alle due rive del Rodano da Beaucaire fino
-ad Arles. Giunti là, cominciammo di notte tempo a scaricare le merci
-proibite, ed a farle passare in città per mezzo di gente in relazione
-cogli albergatori, nelle case dei quali facevamo i depositi. Sia che la
-buona riuscita ci rendesse imprudenti, sia che fossimo stati traditi,
-una sera, verso le 5 p. m. mentre stavamo per metterci a tavola,
-accorse tutto affannato il nostro piccolo mozzo, dicendo che aveva
-veduto una squadra di doganieri dirigersi alla nostra volta. Non era
-precisamente la squadra che ci spaventava; da un momento all’altro,
-e particolarmente allora si vedevano compagnie intere pattugliare e
-girare sulle sponde del Rodano; ma le cautele che, al dire del mozzo,
-questa squadra prendeva per non essere veduta. In un punto noi eravamo
-in piedi, ma era già troppo tardi: la nostra barca, che evidentemente
-formava l’oggetto delle loro ricerche, era circondata. Fra i doganieri
-distinsi qualche gendarme; e tanto timido alla vista di questi, quanto
-era bravo alla vista di qualunque altro corpo militare, discesi sotto
-il ponte, e strisciando da un finestrello, mi lasciai calare nel fiume,
-quindi mi misi a nuotare sott’acqua, non respirando che a lunghi
-intervalli tanto bene, che senza esser veduto raggiunsi un canale
-fatto di nuovo, e che poneva il Rodano in comunicazione col canale
-che da Beaucaire mette ad Aigues-mortes. Una volta giunto là, era
-salvo, poichè poteva seguire senza essere veduto per quella direzione.
-Arrivai dunque al canale senza sinistri. Non era nè a caso, nè senza
-premeditazione che aveva seguito questa via; ho già parlato a V. E. di
-un albergatore di Nimes, che aveva impiantata una piccola osteria fra
-Bellegarde e Beaucaire.
-
-— Sì disse Monte-Cristo, me ne ricordo perfettamente, questo degno
-galantuomo, se non erro, era uno dei vostri associati?
-
-— Precisamente, rispose Bertuccio, ma da sette ad 8 anni aveva ceduto
-il suo stabilimento ad un antico sartore di Marsiglia, che dopo essersi
-rovinato nel suo stato, aveva voluto tentare di fare la sua fortuna in
-un altro. Non fa mestieri dire che le corrispondenze che avevamo col
-primo proprietario furono mantenute col secondo; adunque a quest’uomo
-contava chiedere un asilo.
-
-— E come chiamavasi? domandò il conte di Monte-Cristo che sembrava
-cominciare a prendere qualche interessamento al racconto di Bertuccio.
-
-— Si chiamava Gaspero Caderousse, egli era ammogliato con una donna
-del villaggio di Carconte, che non conoscevamo per altro nome, che
-per quello del suo villaggio; una povera donna colpita dalle febbri
-maremmane, che si moriva di languidezza. In quanto all’uomo egli
-era gagliardo e robusto dai 40 ai 50 anni, che più d’una volta, in
-difficili congiunture aveva date prove di prontezza d’animo e di
-coraggio.
-
-— E dicevate, domandò Monte-Cristo, che tali cose accadevano verso
-l’anno?... — 1829, signor conte. — In qual mese? — Nel mese di giugno.
-— Al principio o alla fine?
-
-— Precisamente la sera del 3. — Ah! fece Monte-Cristo, il 3 giugno
-1829... va bene, continuate.
-
-— Era dunque a Caderousse, che io contava di domandare un asilo; ma
-secondo il solito anche nelle congiunture ordinarie non entravamo da
-lui per la porta che dava sulla strada, e risolvetti di non derogare
-alle abitudini, scavalcai la siepe del giardino, camminai carpone fra
-gli ulivi, e i fichi selvatici, e pervenni, nel dubbio che Caderousse
-potesse aver qualche viaggiatore nell’albergo, ad un soppalco nel
-quale avevo più di una volta passata la notte tanto bene, quanto nel
-miglior letto. Questo soppalco non era diviso dalla sala comune del
-piano terreno dell’albergo che da un tramezzo di assi, nel quale eransi
-praticate delle fenditure a bella posta, perchè di là potessimo spiare
-il momento opportuno di far conoscere che eravamo nelle vicinanze.
-Io voleva vedere se Caderousse era solo, fargli il segno del mio
-arrivo, terminare con lui il pasto interrotto dall’apparizione dei
-doganieri; indi profittare dell’uragano che preparavasi per raggiungere
-le rive del Rodano, ed assicurarmi di ciò ch’era accaduto alla barca
-ed a quelli che v’erano dentro. Mi calai dunque nel soppalco, e fu
-fortuna, perchè quasi nello stesso punto Caderousse entrava in casa
-sua con uno sconosciuto. Mi tenni cheto, ed aspettai, non già colla
-mira di scoprire i segreti dell’albergatore, ma perchè non poteva fare
-altrimenti; e d’altra parte la stessa cosa era già accaduta dieci altre
-volte. L’uomo che accompagnava Caderousse era evidentemente forestiero
-al Mezzogiorno della Francia: era uno di quei mercanti da fiera che
-vengono a vendere i loro gioielli alla fiera di Beaucaire, e che in un
-mese che questa dura, fanno affari per 50 ed anche per cento mila fr.
-Caderousse entrò vivacemente, e pel primo, indi vedendo la sala vuota
-secondo il solito, e soltanto guardata dal cane, chiamò la moglie:
-
-— Ehi! Carconta, diss’egli: quel degno uomo del prete non ci ha
-ingannati, il diamante è buono — Fecesi sentire un’esclamazione di
-gioia, e quasi subito la scala scricchiolò sotto un passo appesantito
-dalla debolezza e dalla malattia. — Che dici? domandò la donna più
-pallida di un morto. — Dico che il diamante è buono, ed ecco qui il
-signore, che è uno dei primi gioiellieri di Parigi, disposto a darci 50
-mila fr., sol che gli proviamo esser veramente nostro; egli vuole che
-tu gli racconti, come gli ho già raccontato io, in qual modo miracoloso
-il diamante è caduto nelle nostre mani. Frattanto, signore, sedetevi,
-se vi piace, e siccome la stagione è calda, vado a cercare con che
-rinfrescarvi.
-
-«Il gioielliere esaminò con visibile attenzione l’interno dell’albergo,
-e la miseria manifesta di coloro che stavano per vendergli un diamante
-che sembrava uscito dallo scrigno di un re. — Raccontate, signora,
-diss’egli, volendo senza dubbio profittare dell’assenza del marito,
-perchè non vi fosse alcun segno per parte di costui, e per vedere se i
-due racconti corrispondevano bene uno coll’altro. — Eh! mio Dio, disse
-la donna con volubilità, è una benedizione del cielo che eravamo ben
-lungi dall’aspettarci. Immaginatevi, caro signore, che mio marito era
-unito in amicizia, fin dal 1814 o 1815 con un marinaro chiamato Edmondo
-Dantès. Questo povero giovine non aveva dimenticato Caderousse, che
-lo aveva obbliato del tutto, e gli ha lasciato morendo il diamante che
-avete veduto. — Ma in qual modo n’era egli divenuto possessore? domandò
-il gioielliere. Egli lo aveva dunque prima d’entrare in prigione? —
-No, signore, ma in prigione ha fatto la conoscenza, a quanto pare, di
-un inglese ricchissimo; e siccome il suo compagno di camera fu malato,
-e Dantès lo trattò come se fosse stato un fratello, così, l’inglese
-uscendo dal carcere lasciò al povero Dantès, che meno fortunato di lui
-è morto in prigione, questo diamante ch’egli a sua volta ci ha lasciato
-in legato a noi morendo, e che il degno abate ci ha rimesso questa
-mattina. — È in realtà lo stesso racconto, mormorò il gioielliere, e,
-in fin dei conti, la storia può essere vera, per quanto comparisca
-inverosimile a primo aspetto. Non vi è dunque che il prezzo sul
-quale non siamo ancora d’accordo. — Come! non siamo d’accordo! disse
-Caderousse; io credeva che aveste acconsentito al prezzo che ve ne ho
-domandato. — Cioè, rispose il gioielliere, al prezzo di 40 mila fr.
-che vi ho offerti. — 40 mila fr., gridò la Carconta; non lo venderemo
-certamente per questo prezzo. L’abate ci ha detto che ne vale 50 mila,
-senza calcolare la legatura. — E come si chiamava quest’abate, domandò
-l’istancabile interrogatore. — L’abate Busoni, rispose la donna. —
-È dunque uno straniero? — Credo che sia un Italiano delle vicinanze
-di Mantova. — Mostratemi questo diamante, riprese il gioielliere,
-che lo riveda una seconda volta; spesso si giudicano male le pietre
-a prima vista. — Caderousse cavò di saccoccia un piccolo astuccio di
-marrocchino nero, l’aprì e lo passò al gioielliere.
-
-«Alla vista di questo diamante grosso quanto una piccola nocciuola,
-me lo ricordo come se lo vedessi ancora, gli occhi della Carconta
-sfavillarono di cupidigia.
-
-— E che pensavate di tutto ciò, signor ascoltatore alle porte? domandò
-Monte-Cristo, aggiustavate fede a questa bella favola?
-
-— Sì, eccellenza, non riteneva Caderousse per un uomo cattivo, e lo
-credeva incapace di aver commesso un delitto, e fors’anche un furto.
-
-— Questo fa più onore al vostro cuore che alla vostra esperienza,
-Bertuccio. Avevate conosciuto questo Edmondo Dantès di cui si parlava?
-
-— No, eccellenza, fino allora non ne aveva mai inteso parlare, e dopo
-nemmeno tranne una sola volta dallo stesso abate Busoni, quando lo vidi
-nelle prigioni di Nimes.
-
-— Bene, continuate.
-
-— Il gioielliere prese l’anello dalle mani di Caderousse, cavò di
-saccoccia un paio di piccole pinzette d’acciaio, e un bilancino
-di rame; poi allontanando le punte d’oro che ritenevano la pietra
-nell’anello, fece uscire il diamante dal suo alveolo, e lo pesò
-scrupolosamente nel bilancino.
-
-«— Giungerò fino a 45 mila fr., diss’egli, ma non darò un soldo di più;
-siccome questo era il vero prezzo dell’anello, non ho preso meco che
-questa somma precisamente.
-
-«— Oh! per questo, ritornerò con voi a Beaucaire per prender gli altri
-5 mila fr. — No, disse il gioielliere restituendo a Caderousse l’anello
-ed il diamante: questo non vale di più; e sono anzi dolente di avervi
-offerto questa somma, atteso che la pietra ha un difetto che non aveva
-veduto prima; ma non importa, io non ho che una parola, ho detto 45
-mila fr., e non mi ritiro. — Almeno rimettete il diamante nell’anello,
-disse con asprezza la Carconta.
-
-«Egli ritornò ad incassare la pietra. — Bene, bene, bene, disse
-Caderousse, rimettendosi in saccoccia l’astuccio, si venderà ad un
-altro. — Sì, rispose il gioielliere, ma un altro non sarà così corrente
-come sono io; un altro non si contenterà delle informazioni che mi
-avete date; non è cosa naturale che un uomo come voi possegga un anello
-di 50 mila fr.; egli ne darà parte ai magistrati, e bisognerà ritrovare
-l’abate Busoni, e gli abbati che regalano diamanti da due mila luigi,
-sono rari; la giustizia comincerà col mettervi le mani sopra, sarete
-messo in prigione, e se siete riconosciuto innocente verrete messo
-in libertà dopo tre o quattro mesi di prigionia, l’anello o si sarà
-perduto in ispese di giudizio, o vi sarà restituito con una pietra
-falsa che costerà 3 fr. invece di 50 mila, e voglio anche ammettere 55
-mila, ma voi converrete meco, mio brav’uomo, si corrono sempre certi
-rischi a comprare. — Caderousse e sua moglie s’interrogarono con uno
-sguardo. — No disse Caderousse, noi non siamo abbastanza ricchi per
-perdere 5 mila fr.
-
-«— Come volete, mio caro amico, io però avevo portato, come vedete,
-bella moneta. — E con una mano cavò di saccoccia un pugno d’oro che
-fece risplendere avanti gli occhi abbarbagliati degli albergatori, e
-con l’altra un pacchetto di biglietti di banca. Una forte pugna agitava
-visibilmente l’animo di Caderousse; era evidente che quel piccolo
-astuccio di marrocchino, che girava e rigirava nelle sue mani, non
-gli sembrava corrispondere, come valore, alla somma enorme che gli
-affascinava gli occhi. Egli si volse a sua moglie:
-
-«— Che dici tu? le domandò a bassa voce.
-
-«— Daglielo, daglielo, diss’ella; s’egli ritorna a Beaucaire senza
-il diamante, ci denunzierà, e come lo ha detto, chi sa se potremo più
-ritrovare l’abate Busoni?
-
-«— Ebbene, sia così, disse Caderousse, prendete il diamante per 45
-mila fr., ma mia moglie vuole una catena d’oro, ed un paio di buccole
-d’argento. — Il gioielliere cavò di tasca una scatola lunga e piatta
-che conteneva molti campioni degli oggetti domandati: — Prendete,
-diss’egli, io sono andante negli affari; scegliete. — La donna scelse
-una collana d’oro che poteva costare 5 luigi, ed il marito un paio
-di buccole del valore di 5 fr. — Spero che non vi lamenterete? disse
-il gioielliere. — L’abate aveva detto che costava 50 mila fr. mormorò
-Caderousse. — Andiamo, andiamo, date adunque! che uomo terribile, disse
-il gioielliere togliendogli di mano il diamante; io vi sborso 45 mila
-fr., 2,500 fr. di rendita, vale a dire, una fortuna come vorrei averla
-io, e non siete ancora contento!
-
-«— Ed i 45 mila fr., domandò Caderousse con voce rauca, vediamo,
-ove sono? — Eccoli, disse il gioielliere. — E contò sulla tavola 15
-mila fr. in oro, e 30 mila in biglietti di banca. — Aspettate che
-accenda una lucerna, disse Carconta, non ci si vede più, e si potrebbe
-sbagliare. — In fatto durante questa discussione era sopraggiunta la
-notte, e colla notte l’uragano che minacciava da più di una mezz’ora.
-Si sentiva in lontano rumoreggiare sordamente il tuono; ma nè il
-gioielliere, nè Carconta, nè Caderousse sembravano occuparsene, tanto
-tutti e tre erano ossessi dal demonio del guadagno.
-
-«Io stesso provai una strana fascinazione alla vista di quell’oro, e di
-quei biglietti. Mi sembrava di fare un sogno; e come succede nei sogni,
-mi sentiva inchiodato al mio posto. Caderousse contò e ricontò l’oro
-e i biglietti: quindi li passò alla moglie, che li contò e ricontò
-anch’essa. In questo mentre il gioielliere faceva specchiare il lume
-sul diamante, che faceva luccicare dei lampi da far dimenticare quelli
-ch’erano precursori dell’uragano, e che già cominciavano ad infiammare
-le finestre. — Ebbene! c’è il vostro conto? domandò il gioielliere.
-— Sì, disse Caderousse, dammi il portafogli, e trovami un sacchetto,
-Carconta.
-
-«Carconta aprì un armadio, e ritornò portando un vecchio portafogli di
-cuoio, dal quale furono tolte alcune lettere sudice, ed in loro vece
-furono messi i biglietti, ed un sacchetto nel quale erano racchiusi
-i due o tre scudi da sei lire, che probabilmente formavano tutta la
-fortuna della miserabile famiglia. — Eh! disse Caderousse, quantunque
-mi abbiate alleggerito forse di un 10 mila fr., volete cenare con noi?
-ve l’offro di buon cuore.
-
-«— Grazie, disse il gioielliere; deve essersi fatto tardi, e bisogna
-che ritorni a Beaucaire, perchè mia moglie starebbe in pena. — E cavò
-l’orologio. — Per bacco! gridò egli, quanto prima le nove, non sarò
-a Beaucaire prima della mezza notte. Addio miei piccoli figli; se per
-caso ritornassero degli abbati Busoni, pensate a me.
-
-«— Fra dieci giorni non sarete più a Beaucaire, disse Caderousse,
-poichè la fiera finisce nella settimana ventura.
-
-«— No, ma questo non importa, scrivetemi a Parigi, sig. Giovanni,
-Palazzo Reale, galleria delle pietre, n. 45: farò il viaggio
-espressamente se ne vale la pena.
-
-«Uno scroscio di fulmine rintronò, accompagnato da un lampo così vivo,
-che tolse quasi il chiarore della lucerna.
-
-«— Oh! oh! disse Caderousse, e volete partire con questo tempo? — Oh!
-non ho paura del tuono, disse il gioielliere.
-
-«— E dei ladri? domandò Carconta: la strada non è mai molto sicura in
-tempo di fiera.
-
-«— Oh! quanto ai ladri, ecco ciò che tengo per loro.
-
-«E cavò di saccoccia un paio di piccole pistole cariche fino alla
-bocca. — Ecco, diss’egli, dei cani che abbaiano e mordono nello
-stesso tempo: queste sono pei due primi che avessero brama del vostro
-diamante, padre Caderousse.
-
-«Caderousse e sua moglie si ricambiarono una cupa occhiata: sembrava
-che entrambi avessero contemporaneamente qualche terribile pensiero.
-— Allora, buon viaggio, disse Caderousse. — Grazie, rispose il
-gioielliere. — E preso il bastone che aveva posato contro un vecchio
-baule uscì. Nell’atto che aprì la porta entrò un colpo di vento, che
-per poco non ispense la lucerna.
-
-«— Oh! diss’egli, va a farsi un bel tempo, ed io ho due leghe da
-camminare con questo tempo!
-
-«— Restate, disse Caderousse, dormirete qui.
-
-«— Sì, restate, disse Carconta con voce mal ferma; avremo per voi tutte
-le cure.
-
-«— No, bisogna ch’io vada a dormire a Beaucaire. Addio.
-
-«Caderousse andò lentamente fino sul limitare della porta.
-
-«— Non si distingue nè cielo nè terra, disse il gioielliere già fuori
-di casa. Debbo prendere a destra o a sinistra?
-
-«— A destra, disse Caderousse; non v’è da sbagliare, la strada è
-fiancheggiata d’alberi da ambe le parti.
-
-«— Va bene, vi sono, disse la voce quasi estinta in lontano.
-
-«— Chiudi dunque la porta, disse Carconta: a me non piacciono le porte
-aperte quando tuona.
-
-«— E quando v’è del danaro in casa, n’è vero? rispose Caderousse, dando
-un doppio giro alla serratura. — Egli rientrò, andò all’armadio, ne
-cavò il sacchetto ed il portafogli, ed entrambi si misero a contare per
-la terza volta l’oro ed i biglietti.
-
-«Io non ho mai veduto una espressione simile a quella di quei due
-visi, di cui una debole lampada rischiarava la cupidigia. La donna
-particolarmente era schifosa: il tremito febbrile che abitualmente
-l’animava, s’era raddoppiato. Il suo viso di pallido era divenuto
-livido; gli occhi incavati fiammeggiavano. — Perchè dunque, domandò
-ella, gli hai offerto di dormire qui? — Ma, rispose Caderousse con un
-tremito, perchè... perchè non avesse la pena di ritornare a Beaucaire.
-— Ah! disse la donna con una espressione impossibile a ripetersi,
-credeva che fosse per un altro fine.
-
-«— Donna, donna! gridò Caderousse, perchè hai simili idee? e perchè,
-avendole, non le riserbi tutte per te?
-
-«— È lo stesso, disse Carconta dopo un momento di silenzio: tu non sei
-un uomo. — Come sarebbe a dire? disse Caderousse. — Se fossi stato un
-uomo, egli non sarebbe uscito di qui. — Donna! — Oppure non arriverebbe
-a Beaucaire.
-
-«— Donna! — La strada fa un gomito, egli è obbligato di seguire la
-strada, mentre lungo il canale s’accorcia.
-
-«— Donna! Tu offendi il buon Dio... Tieni, ascolta...
-
-«In fatto s’intese uno spaventoso tuono, nello stesso tempo un lampo
-rossastro infiammò tutta la sala, mentre il fulmine, decrescendo
-lentamente, sembrava allontanarsi di mala voglia dalla casa maledetta.
-— Gesù! disse Carconta segnandosi. — Nello stesso tempo, ed in mezzo
-a quel silenzio di terrore che ordinariamente succede allo scroscio
-d’un fulmine, s’intese battere alla porta. Caderousse e sua moglie
-fremettero, e si guardarono spaventati. — Chi va là? gridò Caderousse
-alzandosi, e riunendo in un sol monte l’oro ed i biglietti ch’erano
-sparsi per la tavola, e che coprì con le mani. — Son io, disse una
-voce. — E chi siete?
-
-«— Eh! per bacco! Giovanni il gioielliere! — Ebbene! che dici ora?
-riprese Carconta con un terribile sorriso, che io offendeva il cielo?
-ecco che il cielo pietoso ce lo rimanda!
-
-«Caderousse ricadde pallido ed anelante sulla sedia.
-
-«Carconta, al contrario si alzò, e andò con passo fermo ad aprire la
-porta. — Entrate dunque, caro sig. Giovanni.
-
-«— In fede mia, disse il gioielliere irrigato dalla pioggia, pare che
-il diavolo non voglia ch’io ritorni a Beaucaire questa sera. Le più
-corte pazzie sono le migliori, mio caro Caderousse; mi avete offerto
-ospitalità, l’accetto, e vengo a dormire da voi. — Caderousse balbettò
-qualche parola, asciugandosi il sudore che gli grondava dalla fronte.
-
-«Carconta richiuse la porta a doppio giro di chiave, tosto che fu
-entrato il gioielliere.
-
-
-
-
-XLIV. — LA PIOGGIA DI SANGUE.
-
-
-«Il gioielliere entrando girò uno sguardo investigatore intorno a
-sè; ma nulla poteva fargli nascere sospetti, se non ne aveva, e nulla
-confermarglieli quando ne avesse avuti.
-
-«Caderousse copriva sempre con ambo le mani i biglietti, e l’oro.
-Carconta sorrideva al suo ospite il più graziosamente che poteva. — Ah!
-ah! disse il gioielliere, sembra che abbiate paura di non aver ricevuto
-il conto vostro: che ritornavate a contare il vostro tesoro prima della
-mia partenza?
-
-«— No, disse Caderousse, ma l’avvenimento che ce ne mette in possesso è
-così inatteso, che non vi possiamo ancora aggiustar fede, e quando non
-abbiamo la prova materiale sotto gli occhi, ci pare sempre di sognare.
-— Il gioielliere sorrise. — Avete viaggiatori nel vostro albergo?
-domandò egli. — No, rispose Caderousse, non diamo da dormire; siamo
-troppo vicini alla città e nessuno vi si ferma.
-
-«— Allora vi procuro un grandissimo incomodo?
-
-«— Incomodarci voi! mio caro signore, disse con grazia Carconta, niente
-affatto; ve lo giuro. — Vediamo, dove mi metterete? — Nella camera in
-alto. — Ma quella non è la vostra camera? — Oh! non importa; abbiamo un
-secondo letto nella camera di fianco a questa. — Caderousse guardò con
-meraviglia la moglie. Il gioielliere canterellò una piccola canzonetta
-mentre si riscaldava il dorso ad una fascina che Carconta aveva accesa
-al caminetto per riscaldare il suo ospite. In questo mentre ella
-portava sopra un angolo della tavola, su cui aveva messa una salvietta,
-i magri avanzi di un pranzo al quale unì due o tre uova fresche.
-
-«Caderousse aveva nuovamente racchiusi i biglietti nel portafogli,
-l’oro nel sacchetto, ed il tutto nell’armadio. Egli passeggiava in
-lungo ed in largo, cupo e meditabondo, alzando a quando a quando la
-testa sul gioielliere, che stava fumando davanti al caminetto, e che
-a seconda che si asciugava da un lato, si voltava dall’altro. — Ecco
-qua, disse Carconta mettendo una bottiglia sulla tavola, quando vorrete
-cenare, tutto è all’ordine. — E voi? domandò Giovanni.
-
-«— Io non cenerò, rispose Caderousse. — Abbiamo pranzato tardissimo, si
-affrettò a dire Carconta. — Cenerò dunque solo? disse il gioielliere. —
-Vi serviremo, disse Carconta con una premura, che non le era naturale,
-neppure cogli ospiti del suo paese. — Di tempo in tempo Caderousse
-lanciava su lei degli sguardi rapidi come il baleno. L’uragano
-continuava. — Sentite? sentite? disse Carconta; avete fatto molto
-bene, in fede mia, a ritornare. — Ciò non impedisce che se il temporale
-diminuisce durante la mia cena, io ritorni a mettermi in via. — Spira
-maestrale, disse Caderousse scuotendo la testa, avremo questo tempo
-fino a domani. E dicendo ciò, mandò un sospiro. — In fede mia, disse
-il gioielliere mettendosi a tavola, tanto peggio per quelli che sono
-di fuori. — Sì, soggiunse Carconta, essi passeranno una cattiva notte.
-— Il gioielliere cominciò la cena, e la Carconta continuò ad avere
-per lui tutte quelle piccole premure di un’attiva albergatrice; essa
-d’ordinario così dispettosa e strana era divenuta il modello della
-pulitezza e della previsione. Se il gioielliere l’avesse conosciuta
-per lo innanzi, si sarebbe certamente meravigliato di un sì gran
-cangiamento, e ciò non avrebbe mancato di inspirargli qualche sospetto.
-In quanto a Caderousse, egli non diceva una parola; continuava la sua
-passeggiata, e sembrava perfino esitasse a guardare l’ospite. Quando
-la cena fu terminata Caderousse andò egli stesso ad aprire la porta.
-— Credo che l’uragano si calmi, diss’egli. — Ma nello stesso momento,
-come per dargli una mentita, un terribile scroscio di tuono fece
-tremare la casa, e l’impeto del vento pervenne a spegnere la lucerna.
-Caderousse richiuse la porta, e sua moglie accese una candela al fuoco
-che stava estinguendosi. — Prendete, diss’ella al gioielliere, dovete
-essere stanco, ho messo delle lenzuola di bucato al letto, salite per
-riposarvi, e dormite bene. — Giovanni si fermò ancora un momento per
-assicurarsi che il temporale non si calmava, e quando fu fatto certo
-che il tuono e la pioggia non facevano che aumentare, augurò la buona
-notte ai suoi albergatori, e salì la scala.
-
-«Egli passava al di sopra della mia testa, e sentiva ciascuno scalino
-scricchiolare sotto i suoi passi.
-
-«Carconta lo seguì con occhio avido, mentre che Caderousse gli voltò le
-spalle, e non guardò neppure da quella parte.
-
-«Tutti questi particolari che mi sono poi ritornati in memoria
-dopo quel tempo, non mi fecero in allora alcuna impressione mentre
-avvenivano sotto i miei occhi, e non v’era nulla di straordinario in
-ciò che accadeva, ed eccettuata la storia del diamante che mi sembrava
-un poco inverosimile, tutto andava in regola. Così, essendo spossato
-dalla fatica, e contando di approfittare del primo riposo che la
-tempesta avrebbe accordato agli elementi, risolvetti di dormire lì
-alcune ore, e di allontanarmi nel mezzo della notte. Io sentiva nella
-camera superiore che anche il gioielliere faceva tutti i preparativi
-per passare la notte il meglio che potesse. Ben presto il letto gemè
-sotto il peso di lui: egli era andato a riposare. Sentiva i miei occhi
-chiudersi mio malgrado, e siccome non aveva concepito alcun sospetto,
-così non misi alcun ostacolo al mio sonno. Gettai un ultimo sguardo
-nell’interno della cucina. Caderousse era assiso di fianco ad una
-lunga tavola, sur una di quelle panche di legno, che negli alberghi dei
-villaggi tengono le veci di sedie. Egli mi voltava le spalle, sì che
-non potei vederne i lineamenti; ma fosse ancor stato nella situazione
-contraria, nulla avrei potuto vedere, poichè teneva il viso sepolto
-nelle mani.
-
-«La Carconta lo guardò per qualche tempo, poi si strinse nelle spalle e
-andò a sedersi vicino a lui.
-
-«In questo mentre la fiamma morente si appiccò ad un avanzo di
-legno ch’ella aveva dimenticato; una luce un poco più viva illuminò
-l’interno. Carconta teneva gli occhi fissi sul marito, e siccome questi
-rimaneva sempre nella stessa posizione, la vidi stendere verso di lui
-la scarna mano, e toccarlo in fronte. Caderousse fremette. Mi sembrò
-che la donna movesse le labbra, ma sia ch’ella parlasse troppo piano,
-sia che i miei sensi fossero già presi dal sonno, il rumore della sua
-parola non giunse fino a me. Io non ci vedeva neppur più, che come a
-traverso una nebbia, e con quella incertezza annunziatrice del sonno,
-nella quale si crede di cominciare a sognare. Finalmente i miei occhi
-si chiusero, e perdei la conoscenza di me stesso.
-
-«Io era nel più profondo del mio sonno, quando fui svegliato da
-un colpo di pistola seguito da un grido terribile. Alcuni passi
-barcollanti rumoreggiarono sul piancito della camera, ed una massa
-inerte venne a cadere dalla scala precisamente sopra la mia testa.
-
-«Io non era ancora ben padrone di me. Intesi dei gemiti, poi delle
-grida soffocate come quelle che accompagnano una lotta. Un ultimo
-grido, che terminò in un gemito prolungato, venne a togliermi del tutto
-dal mio letargo. Mi sollevai sopra un braccio, aprii gli occhi, che
-non videro niente nelle tenebre, e portai la mano alla fronte, sulla
-quale mi pareva che cadesse, dalle fenditure della scala, una pioggia
-tiepida ed abbondante. Il più profondo silenzio era succeduto a questo
-spaventoso rumore; intesi il passo di un uomo che camminava al di
-sopra; questi passi fecero scricchiolare la scala; l’uomo discese nella
-camera inferiore, si avvicinò al caminetto, ed accese una candela. Era
-Caderousse; egli aveva il viso pallido, e la camicia insanguinata.
-Accesa la candela risalì rapidamente la scala, e intesi di nuovo i
-suoi passi rapidi ed inquieti. Un momento dopo ritornò a discendere;
-teneva in una mano l’astuccio, e si assicurò che entro v’era ancora il
-diamante. Cercò un momento in quale delle sue saccocce doveva metterlo;
-quindi, senza dubbio, non ritenendo la saccoccia per un nascondiglio
-abbastanza sicuro, lo avvolse nel fazzoletto rosso, e se lo aggirò
-intorno al collo. Poi corse all’armadio, ne cavò i biglietti e l’oro
-e mise gli uni nelle tasche dei suoi calzoni, l’altro nella saccoccia
-del suo abito, prese due o tre camice, si slanciò verso la porta, e
-disparve nell’oscurità. Allora tutto venne per me chiaro e manifesto;
-mi figurai l’accaduto, come se fossi stato il vero reo. Mi sembrò
-sentire dei gemiti: il gioielliere poteva non essere ancora morto;
-forse poteva riparare, apportandogli soccorso, una parte di quel male,
-che non aveva fatto, ma che aveva lasciato fare. Appoggiai le spalle
-contro l’assito di quella specie di tamburo che mi separava dalla sala
-inferiore, l’assito cedè, ed io mi ritrovai in casa. Corsi a prendere
-la candela, e mi slanciai verso la scala; un corpo la sbarrava di
-traverso, era il cadavere della Carconta. Il colpo di pistola che
-aveva inteso era stato scaricato per lei, aveva la gola trapassata
-da parte a parte, ed oltre a questa doppia apertura che gettava
-a rivi, vomitava il sangue dalla bocca. Ella era morta del tutto.
-Scavalcai il suo corpo, e passai. La camera offriva l’aspetto del più
-spaventoso disordine. Due o tre mobili erano rovesciati; il lenzuolo
-al quale si era aggrappato il disgraziato gioielliere era steso per
-la camera; egli stesso giaceva per terra, colla testa appoggiata
-contro il muro, nuotando in un mare di sangue, che scaturiva da tre
-larghe ferite riportate sul petto. Nella quarta era rimasto un lungo
-coltello da cucina di cui non si vedeva che il manico. Inciampai nella
-seconda pistola, che non aveva preso fuoco, perchè forse la polvere
-era bagnata. Mi avvicinai al gioielliere; effettivamente egli non era
-morto; al rumore che feci, al movimento particolarmente del piancito,
-aprì gli occhi stravolti, giunse a fissarli un momento su me, agitò le
-labbra come se avesse voluto parlare, e spirò. Questo truce spettacolo
-mi aveva reso quasi insensato. Dal momento che non poteva più arrecare
-soccorso ad alcuno, io non provai che un solo bisogno, quello cioè di
-fuggire. Mi precipitai dalla scala, cacciandomi le mani nei capelli,
-e mandando un ruggito di terrore. Nella sala terrena vi erano 5,
-o 6 doganieri, e due o tre gendarmi. Un intero picchetto d’armati.
-S’impadronirono di me; io non tentai nemmeno di fare resistenza, non
-era più padrone dei miei sensi. Tentai parlare e non emisi che qualche
-grido inarticolato. Vidi che i doganieri ed i gendarmi mi mostravano
-a dito; volsi gli occhi su me stesso, e m’accorsi allora ch’era tutto
-pieno di sangue. Quella pioggia tiepida, che avevo sentito cadermi
-sopra dalle fenditure dei gradini della scala, era il sangue di
-Carconta. Mostrai col dito il luogo ov’era nascosto.
-
-«— Che vuoi dire? domandò un gendarme.
-
-«Un doganiere andò a vedere.
-
-«— Vuol dire ch’egli è passato di là, rispose egli. — E mostrò
-l’apertura per la quale effettivamente io era passato. Allora capii che
-venivo preso per l’assassino. Ricuperai la voce, e ritrovai la forza;
-mi sciolsi dalle mani dei due uomini che mi tenevano, gridando: — Non
-sono stato io! non sono stato io!
-
-«Due gendarmi mi presero di mira colla carabina.
-
-«— Se fai un movimento, mi dissero, sei morto.
-
-«— Ma, gridai, se vi ripeto che non sono stato io.
-
-«— Tu racconterai la tua storiella ai giudici di Nimes, risposero essi.
-Frattanto vieni con noi; e se abbiamo un buon consiglio a darti, si
-è di non fare resistenza. — Questa non era la mia intenzione, io era
-spossato dalla sorpresa e dal terrore. Mi furono messe le manette,
-fui attaccato alla coda di un cavallo, e fui condotto a Nimes. Era
-seguito da un doganiere che mi aveva perduto di vista nelle vicinanze
-della casa, e pensando che avrei passata ivi tutta la notte andò ad
-avvisare i compagni, che giunsero in tempo per sentire di lontano il
-colpo di pistola, e per cogliere me, entrando, in mezzo a tante prove
-di reità, sì che capii benissimo quanto mi sarebbe costato a poter far
-conoscere la mia innocenza. Non aveva che un sol punto d’appoggio; e la
-mia prima domanda che feci al _giudice d’istruzione_ fu una preghiera
-perchè fosse ricercato un certo abate Busoni, che in quel giorno si era
-fermato all’albergo del _Ponte di Gard_. Se Caderousse aveva inventata
-una storia, se quest’abate non esisteva, era evidentemente perduto, a
-meno che non fosse arrestato Caderousse, e confessasse tutto.
-
-«Scorsero due mesi, durante i quali, debbo dirlo a lode dei miei
-giudici, furono fatte tutte le possibili ricerche per ritrovare quello
-che lor domandava. Aveva già perduta ogni speranza, Caderousse non era
-stato arrestato. Io era vicino ad essere giudicato nella prima seduta,
-allorchè li 8 settembre, cioè tre mesi e 5 giorni dopo l’avvenimento,
-l’abate Busoni, sul quale non sperava più, si presentò alle carceri,
-dicendo che sapeva che un prigioniero desiderava parlargli. Egli aveva
-saputo, diceva, la cosa a Marsiglia, e si affrettava a corrispondere
-al mio desiderio. Capirete con quale ardore lo ricevetti; gli raccontai
-tutto ciò di cui era stato testimonio, cominciai con esitanza la storia
-del diamante; contro ogni mia aspettativa, essa era vera punto per
-punto, e contro ogni mia aspettativa ancora egli aggiustò un’intera
-credenza a tutto ciò che gli dissi. Allora convinto dalla sua dolce
-carità, ravvisando in lui una profonda conoscenza dei costumi del
-mio paese, e pensando che la parola del perdono del solo delitto
-che aveva commesso in mia vita, poteva forse uscire dalle sua labbra
-tanto caritatevoli, gli raccontai, sotto il suggello di confessione,
-l’avventura d’Auteuil con tutti i suoi particolari. Ciò che aveva fatto
-per attraenza ottenne il medesimo resultato che se lo avessi fatto per
-secondo fine. La confessione di questo primo assassinio, che niente
-mi costringeva a confessare, gli provò ch’io non aveva commesso il
-secondo: egli mi lasciò, dicendomi di sperare e promettendomi di fare
-ciò che sarebbe stato in suo potere per convincere i giudici della mia
-innocenza.
-
-«Ebbi di fatto la prova ch’egli si era occupato di me, quando vidi
-addolcirsi i trattamenti che riceveva nella mia prigione, e seppi
-che veniva differito il mio giudizio alle sedute che sarebbero
-venute dopo quelle che già si erano radunate. In quest’intervallo
-la Provvidenza volle che Caderousse fosse arrestato all’estero, e
-ricondotto in Francia. Egli confessò tutto, aggravando la moglie della
-premeditazione, e particolarmente della istigazione: e fu condannato
-alla galera in vita, ed io fui messo in libertà.
-
-— E fu allora, disse Monte-Cristo, che vi presentaste a me colla
-lettera dell’abate Busoni.
-
-— Sì, eccellenza, egli aveva preso per me un particolare
-interessamento. — Il vostro stato di contrabbandiere vi perderà, mi
-diss’egli, se voi uscite di qui, lasciatelo.
-
-«— Ma, padre mio, gli chiesi, come volete che faccia a vivere e a far
-vivere la mia povera cognata?
-
-«— Uno dei miei penitenti, mi disse egli, mi ha in molta stima, e
-mi ha incaricato di trovargli un uomo di confidenza. Volete essere
-quest’uomo? vi dirigerò a lui.
-
-«— Oh! padre mio, gridai, quanta bontà!
-
-«— Ma mi giurate che non avrò mai a pentirmene?
-
-«Stesi la mano per fare il mio giuramento.
-
-«— È inutile, diss’egli, conosco ed amo i Corsi: ecco la mia
-raccomandazione. — E scrisse le poche linee ch’io vi portai, e per le
-quali V. E. ebbe la bontà di prendermi al suo servigio. Ora domando con
-orgoglio a V. E.: ha ella mai avuto a lamentarsi di me?
-
-— No, rispose il conte, e lo dico con piacere, siete un buon servitore,
-quantunque manchiate di confidenza.
-
-— Io signor conte!
-
-— Sì, voi. E come va: avete una cognata ed un figlio adottivo, e non mi
-avete mai parlato di loro?
-
-— Ahimè! eccellenza, questo è quanto mi rimane a dirvi, ed è la parte
-più trista della mia vita. Io partii per la Corsica: aveva fretta, come
-potete bene immaginarvi, d’andare a consolare quella ch’io chiamava
-mia sorella, ma quando giunsi a Rogliano, trovai la casa in lutto.
-Era accaduta una scena orribile, e di cui i vicini conservavano ancora
-memoria! La mia povera sorella, giusta quanto io le aveva consigliato,
-resistè alle pretensioni di Benedetto, che ad ogni momento voleva tutto
-il danaro di casa. Una mattina ei la minacciò, e poi disparve per tutto
-il giorno. Ella pianse, quella povera Assunta aveva pel miserabile una
-tenerezza materna. Giunse la sera, e lo aspettò senza andare in letto.
-Allorchè alle undici entrò con due dei suoi amici, compagni di tutte
-le sue follie, ella gli stese le braccia ma questi s’impossessarono
-di lei, ed uno dei tre, io temo che non sia stato quel diabolico
-fanciullo, l’uno dei tre gridò:
-
-«— Diamole la tortura, bisognerà bene allora che confessi ove tiene
-nascosto il suo danaro. — Il vicino Wasilio per l’appunto era a
-Bastia, e sua moglie soltanto era rimasta in casa. Nessuno eccettuata
-lei, poteva vedere o sentire ciò che accadeva in casa mia. Due di
-loro tenevano ferma la povera Assunta, che non potendo credere alla
-possibilità di un simile eccesso, sorrideva a quelli che ne divenivano
-i carnefici, il terzo andò a barricare le porte e le finestre, indi
-ritornò, e tutti e tre riuniti, soffocando le grida che il terrore le
-strappava in faccia a questi preparativi che divenivano sempre più
-seri, avvicinarono i piedi di Assunta ad un braciere sul quale essi
-contavano per farle confessare dove era stato nascosto il piccolo
-tesoro; ma nella lotta il fuoco le si appiccò alle vesti: lasciarono
-allora la paziente per non essere bruciati anche essi. Fra le fiamme
-ella corse alla porta, ma era chiusa, si slanciò verso le finestre,
-ma erano barricate. Allora la vicina intese dei gridi orribili; era
-Assunta che chiamava soccorso. Ben presto la sua voce fu soffocata,
-e le grida divennero gemiti; la dimane, dopo una notte di terrore, e
-d’angoscia, quando la moglie di Wasilio si avventurò ad uscir di casa,
-e fare aprire la porta dal giudice, fu ritrovata la povera Assunta
-per metà bruciata, ma che respirava ancora; gli armadi sforzati, ed
-il piccolo tesoro sparito. Benedetto aveva lasciato Rogliano per non
-ritornarvi più, e da quel giorno non l’ho più nè veduto, nè ho inteso
-parlare di lui. Dopo queste triste notizie, venni da V. E. Io non
-poteva più parlarvi di Benedetto, perchè era sparito, nè di Assunta
-perchè era morta.
-
-— E che avete pensato di ciò? domandò Monte-Cristo.
-
-— Che questo era stato il castigo del delitto che io aveva commesso,
-rispose Bertuccio. Ah! questi Villefort, sono una razza maledetta!
-
-— Lo credo anch’io, mormorò il conte con accento lugubre.
-
-— Ed ora, n’è vero, riprese Bertuccio, V. E. comprenderà, che questa
-casa che d’allora non avevo più veduta, che questo giardino ove mi sono
-ritrovato d’improvviso, che questo luogo ove ho ammazzato un uomo,
-devono avermi procurato triste commozioni, delle quali avete voluto
-conoscere l’origine; poi perchè in fine non sono sicuro che davanti
-a me, là, ai miei piedi, Villefort non sia stato sepolto nella fossa
-ch’egli aveva scavata per suo figlio.
-
-— Infatto tutto è possibile, disse Monte-Cristo levandosi dal banco su
-cui era assiso; ed anche, soggiunse a bassa voce, che il procuratore
-del re non sia morto. L’abate Busoni ha fatto bene ad indirizzarvi a
-me. E voi parimente avete fatto bene a raccontarmi la vostra storia,
-perchè non avrò più cattivi pensieri a vostro riguardo. In quanto a
-codesto mal chiamato Benedetto, non avete mai cercato di sapere ciò che
-ne sia avvenuto?
-
-— Giammai. S’io avessi saputo ov’egli era, invece d’andare a lui, sarei
-fuggito come davanti ad un mostro. No, fortunatamente, non ne ho inteso
-mai parlare da chicchesia al mondo; e spero che sia morto.
-
-— Non lo sperate, Bertuccio, disse il conte; i cattivi non muoiono
-così, poichè sembra che Dio li prenda sotto la sua custodia per farne
-gli strumenti della sua giustizia.
-
-— Sia, disse Bertuccio. Tutto ciò però che io domando al cielo si è che
-non lo abbia mai a rivedere. Ora, continuò l’intendente abbassando la
-testa, voi sapete tutto, sig. conte, siete il mio giudice quaggiù, non
-vorrete dirmi qualche parola di consolazione?
-
-— In fatto avete ragione, ed io posso dirvi ciò che vi direbbe
-l’abate Busoni. Quegli che avete colpito, meritava un castigo per
-ciò che aveva fatto a voi e fors’anche a qualcun altro. Benedetto,
-s’egli vive, servirà a qualche giustizia divina, poi a sua volta sarà
-anch’esso punito. In quanto a voi, non avete che un rimprovero a farvi:
-chiedetevi perchè, avendo salvato questo fanciullo dalla morte non lo
-avete reso a sua madre; là sta il delitto, Bertuccio.
-
-— Sì signore, là sta il mio delitto, ed il vero delitto, perchè in
-questo sono stato un vile. Una volta che avevo richiamato alla vita
-il fanciullo, non avevo più che una sola cosa da fare, voi lo diceste,
-era di farlo sapere a sua madre. Ma per conseguir ciò, mi necessitava
-fare delle ricerche, attirare l’attenzione, e forse scoprirmi; non
-volli morire, era attaccato alla vita pel sostentamento di mia sorella;
-per l’amore di sè stesso, innato in ciascuno, di rimaner sani e liberi
-nelle nostre vendette; quindi finalmente, era attaccato alla vita anche
-per l’amore stesso della vita. Oh! non sono un bravo, come lo era mio
-fratello! — E Bertuccio si nascose il viso fra le mani. Monte-Cristo
-fissò su lui un lungo e indefinito sguardo, indi dopo un momento di
-silenzio reso ancora più solenne dall’ora e dal luogo. — Per terminare
-degnamente questa conversazione che sarà l’ultima su tali avventure,
-Bertuccio, disse il conte, ritenete bene le mie parole, le ho spesso
-intese pronunciare dallo stesso abate Busoni. A tutti i mali vi sono
-due rimedii, il tempo ed il silenzio. Ora, Bertuccio, lasciatemi
-passeggiare un momento in questo giardino; ciò che porta a voi una
-emozione ripugnante, autore di questa orribile scena, sarà per me una
-sensazione quasi dolce, che darà un doppio prezzo a questa proprietà.
-Gli alberi non piacciono se non perchè danno ombra, e l’ombra stessa
-non piace se non perchè è piena di sogni e di visioni. Ecco che compro
-un giardino, credendo d’acquistare un semplice recinto circondato di
-muri, e d’improvviso esso si cambia in un giardino pieno di fantasmi
-non descritti nel contratto. Io amo i fantasmi, e non ho mai inteso
-dire che i morti abbiano in seimila anni, fatto tanto male, quanto ne
-fanno i vivi in un solo giorno. Rientrate dunque, Bertuccio, e andate a
-dormire in pace.
-
-Bertuccio s’inchinò profondamente davanti al conte, e si allontanò
-mandando un sospiro.
-
-Monte-Cristo rimase solo; e facendo quattro passi in avanti,
-mormorò: — Qui, vicino a questa pianta la fossa in cui fu deposto il
-fanciullo; laggiù la piccola porta per cui si entrava nel giardino; in
-quest’angolo la scala segreta che conduce alla camera da letto. Credo
-di non aver bisogno di descrivere tutto ciò nel mio taccuino, perchè
-ecco qua, davanti ai miei occhi, intorno a me, sotto i miei piedi, il
-piano in rilievo; il piano vivente. — Ed il conte dopo un ultimo giro
-in quel giardino andò a trovare la sua carrozza.
-
-Bertuccio che lo vide astratto, s’assise presso il cocchiere. La
-carrozza riprese la strada di Parigi. La sera stessa, al suo ritorno
-nella casa dei Campi-Elisi, il conte di Monte-Cristo visitò tutta
-l’abitazione come avrebbe potuto fare hun uomo a cui essa fosse stata
-famigliare da molti anni; neppure una volta, sebbene andasse pel primo,
-aprì una porta per un’altra, o prese un corridore o una scala che non
-lo conducesse direttamente nel luogo ove aveva stabilito d’andare. Alì
-lo accompagnava in questa visita notturna. Il conte dette a Bertuccio
-molti ordini per l’abbellimento e la nuova distribuzione degli
-appartamenti; e cavando l’orologio disse all’attento moro: — Sono le
-11 e mezzo, Haydée non può tardare a giungere. Sono state avvertite le
-cameriere francesi?
-
-Alì stese la mano verso l’appartamento destinato alla bella Greca
-(talmente isolato, che nascondendo la porta dietro la tappezzeria, la
-casa poteva essere visitata per intero, senza che alcuno avesse potuto
-sospettare esservi un salotto e due camere abitate), mostrò il numero
-tre colla mano sinistra, e su questa mano, messa a piatto, appoggiò la
-testa, e chiuse gli occhi a guisa di dormiente.
-
-— Ah! fece Monte-Cristo, abituato a questo linguaggio, sono tre che
-aspettano nella camera da letto, non è così?
-
-— Sì, fece Alì, agitando la testa d’alto in basso.
-
-— La signora sarà stanca questa sera, e senza dubbio vorrà dormire,
-continuò Monte-Cristo, che nessuno la faccia parlare; le cameriere
-francesi devono soltanto salutare la loro nuova padrona e ritirarsi;
-voi sorveglierete perchè la cameriera greca non abbia comunicazione
-colle cameriere francesi. — Alì s’inchinò. Ben presto fu inteso
-chiamare il portinaro; il cancello s’aprì, una carrozza percorse il
-viale e si fermò davanti alla scalinata. Il conte discese; la portiera
-era già aperta, egli stese la mano ad una giovane avvolta in un manto
-di seta verde ricamato in oro che la copriva tutta, fin dalla testa.
-Allora, preceduti da Alì che portava una torcia col profumo di rose, la
-giovane fu condotta al suo appartamento, quindi il conte si ritirò nel
-padiglione che erasi riserbato.
-
-Mezz’ora dopo mezza notte tutti i lumi erano spenti nella casa,
-sarebbesi potuto credere che tutti dormissero.
-
-
-
-
-XLV. — IL CREDITO ILLIMITATO.
-
-
-La dimane verso le due dopo mezzo giorno, una carrozza calesse tirata
-da due magnifici cavalli inglesi, si fermò davanti alla porta di
-Monte-Cristo; un uomo vestito con un abito blu, con bottoni di seta
-dello stesso colore, un gilè bianco sormontato da una enorme catena
-d’oro, con pantaloni neri, acconciato con capelli talmente neri e che
-discendevano tanto in basso sulle sopracciglia, da dubitare che non
-fossero naturali, tanto erano poco in armonia colle rughe sottoposte
-che non giungevano a nascondere; un uomo finalmente di 50 a 55 anni,
-e che cercava di dimostrarne 40, cavò la testa del finestrino della
-carrozza, sullo sportello della quale era dipinta una corona di
-barone, e mandò il _groom_ a dimandare al portinaro, se il conte di
-Monte-Cristo era in casa.
-
-Mentre aspettava, quest’uomo osservava con un’attenzione così minuta,
-che quasi era impertinente, l’esterno della casa, quanto poteva
-distinguersi dal giardino, e la livrea di quei domestici che si
-potevano vedere andare e venire. L’occhio n’era vivace, ma piuttosto
-furbo che spiritoso. Le labbra erano così sottili che in vece di
-sporgere infuori si ripiegavano in dentro. Finalmente la larghezza e la
-protuberanza degli zigomi, segno infallibile d’astuzia, la depressione
-della fronte, il rigonfiamento dell’occipite che sorpassava un paio
-d’orecchie che non erano punto aristocratiche, contribuivano a dare
-per ciascun fisonomista un’indole ributtante alla fisonomia di questo
-personaggio, che molto si raccomandava agli occhi del volgo pei suoi
-magnifici cavalli, per l’enorme diamante che portava alla camicia, e
-pel nastro rosso che si estendeva da un capo all’altro della bottoniera
-dell’abito.
-
-Il _groom_ bussò all’invetriata del portinaro, domandando:
-
-— Non è qui che abita il conte di Monte-Cristo?
-
-— È qui che abita S. E., rispose il portinaro, ma... E consultò con uno
-sguardo Alì, che fece un segno negativo.
-
-— Ma? domandò il _groom_.
-
-— S. E. non è visibile, rispose il portinaro.
-
-— In questo caso, ecco il biglietto di visita del mio padrone, il
-barone Danglars: voi lo consegnerete al conte di Monte-Cristo, e gli
-direte che andando alla _Camera_, il mio padrone è passato di qui per
-avere l’onore di vederlo.
-
-— Io non parlo a S. E., rispose il portinaro, però il cameriere farà
-l’ambasciata. — Il _groom_ ritornò alla carrozza.
-
-— Ebbene? domandò Danglars. — Il ragazzo, abbastanza svergognato dalla
-lezione che aveva ricevuta, ripetè al padrone la risposta che gli aveva
-data il portinaro.
-
-— Oh! fece questi, è dunque un principe questo signore che viene detto
-eccellenza, e di cui il solo cameriere abbia il diritto di parlargli?
-Non importa, poichè ha un credito su me, bisogna bene che lo veda
-quando avrà bisogno di danaro. — E Danglars si rigettò nel fondo
-della carrozza, gridando al cocchiere in modo che si sarebbe sentito
-dall’altra parte della strada: — Alla _Camera_ dei Deputati!
-
-Fra una griglia del padiglione, Monte-Cristo, avvisato in tempo, aveva
-veduto il barone, e lo aveva osservato, coll’aiuto di un eccellente
-occhialino, con non minore attenzione di quella che Danglars stesso
-aveva mossa ad analizzare la casa, il giardino, e le livree. — Davvero,
-diss’egli con un gesto di disgusto e facendo rientrare le lenti
-dell’occhialino nel loro manico d’avorio; Ah! davvero che quest’uomo
-è una laida creatura. Come mai, dalla prima volta che lo vedono, non
-riconoscono il serpente dalla fronte appiattita, l’avvoltoio dal cranio
-rotondeggiante, lo sparviere dal becco stracciante? Alì, gridò egli:
-indi battè un colpo sul campanello di rame. — Alì comparve.
-
-— Chiamate Bertuccio, diss’egli.
-
-Nello stesso momento entrò Bertuccio.
-
-— V. E. mi faceva chiamare? disse l’intendente.
-
-— Sì, signore, disse il conte. Avete veduti i cavalli che si sono
-fermati davanti alla mia porta?
-
-— Certamente, eccellenza; sono ancor molto belli.
-
-— E come accade dunque, disse Monte-Cristo aggrottando il sopracciglio,
-che mentre ho ordinato i due più bei cavalli che fossero a Parigi, vi
-siano ancora dei cavalli più belli dei miei, che non siano nelle mie
-scuderie? — All’aggrottarsi delle sopracciglia, ed al tuono severo di
-quella voce, Alì abbassò la testa ed impallidì. — Non è tua colpa, buon
-Alì, disse in arabo il conte con una dolcezza che non sarebbesi creduto
-poterla incontrare nè nella sua voce, nè sul suo viso, tu non t’intendi
-di cavalli inglesi. — La serenità ricomparve sui lineamenti d’Alì. —
-Signor conte, disse Bertuccio, i cavalli di cui mi parlate non erano da
-vendersi.
-
-Monte-Cristo si strinse nelle spalle: — Sappiate, signor intendente,
-diss’egli, che tutto è sempre da vendersi per chi sa fissare il prezzo.
-
-— Il sig. Danglars li ha pagati 16 mila fr. sig. conte.
-
-— Ebbene, bisognava offrirgliene 32 mila; egli è un banchiere, ed un
-banchiere non lascia mai sfuggirsi l’occasione di raddoppiare il suo
-capitale.
-
-— Il sig. conte parla sul serio? domandò Bertuccio.
-
-Monte-Cristo guardò l’intendente come un uomo meravigliato che si fosse
-ardito fargli una simile interrogazione.
-
-— Questa sera, diss’egli, ho una visita da restituire, voglio che quei
-due cavalli siano attaccati alla mia carrozza con finimenti nuovi.
-— Bertuccio si ritirò salutando; vicino alla porta si fermò: — A che
-ora, diss’egli, V. E. conta di fare la visita? — Alle cinque, disse
-Monte-Cristo.
-
-— Farò osservare a V. E. che sono già le due, si arrischiò a dire
-l’intendente. — Lo so, si contentò di rispondere Monte-Cristo.
-Poi rivolgendosi ad Alì. — Fate passare tutti i cavalli davanti
-alla signora, diss’egli, e che ella scelga la pariglia che più le
-piace; e che mi faccia dire se vuole pranzar meco; in questo caso
-che sia apparecchiato nell’appartamento di lei. Andate, discendendo
-mandatemi il cameriere. — Non appena uscito Alì, entrò il cameriere.
-— Battistino, disse il conte, è ormai un anno che voi siete al mio
-servizio; questo è il tempo di esperimento che d’ordinario fisso alla
-mia servitù: son contento di voi. — Battistino s’inchinò. — Resta ora a
-sapersi se voi siete contento di me.
-
-— Oh! sig. conte! si affrettò di dire Battistino.
-
-— Ascoltatemi fino alla fine, riprese il conte. Voi avete 1500 fr.
-l’anno di salario, vale a dire il soldo di un buono e bravo ufficiale
-che arrischia la sua vita tutti i giorni; avete una tavola che molti
-capi di ufficio, servitori disgraziati, infinitamente più occupati di
-voi, non potrebbero desiderare di meglio. Domestico, voi stesso avete
-dei domestici che hanno cura della vostra biancheria e dei vostri
-effetti. Oltre a 1500 fr. di paga, voi mi rubate negli acquisti del mio
-vestiario, circa altri 1500 fr. ogni anno.
-
-— Oh! eccellenza!
-
-— Io non me ne lamento, Battistino, questa è cosa naturale; però
-desidererei che la cosa si limitasse qui. Voi dunque non ritrovereste
-in alcun altro luogo un posto simile a quel che vi ha dato la vostra
-buona fortuna. Io non percuoto mai la mia servitù, non bestemmio mai,
-non mentisco mai, non vado mai in collera, perdono sempre uno sbaglio,
-mai però una negligenza od una dimenticanza. I miei ordini sono
-ordinariamente brevi, ma chiari e precisi; amo meglio di ripeterli due
-ed anco tre volte che vederli male interpretati. Sono abbastanza ricco
-per sapere tutto quel che voglio sapere, e sono curiosissimo, ve ne
-prevengo. Se io sapessi adunque che voi aveste parlato di me in bene od
-in male, che aveste fatti dei commenti sulle mie azioni, sorvegliata
-la mia condotta, uscireste sul momento da casa mia: io non avverto un
-servitore che una sola volta. Ora siete avvertito. Andate! — Battistino
-s’inchinò e fece tre o quattro passi per ritirarsi. — A proposito,
-riprese il conte, dimenticava di dirvi che ogni anno io metto a frutto
-un certo capitale sulla vita dei miei domestici. Quelli che licenzio
-dal mio servizio perdono necessariamente questa somma, che va in
-profitto di quelli che rimangono, e della quale andranno in possesso
-dopo la mia morte. È passato l’anno che siete al mio servizio, ed il
-vostro capitale è già incominciato; sappiatelo far continuare. — Questo
-discorso, fatto davanti ad Alì che rimaneva impassibile, poichè non
-capiva una parola di francese, produsse su Battistino un effetto che
-sarà facile ad essere capito da quelli che hanno qualche poco studiata
-la fisiologia del domestico francese.
-
-— Cercherò di conformarmi su tutti punti alla volontà di V. E.,
-diss’egli, e per far meglio, seguirò l’esempio di Alì.
-
-— Oh! niente affatto, disse il conte con una freddezza di marmo. Alì
-ha molti difetti mescolati alle sue qualità; non vi modellate dunque
-su di lui, perchè egli è un’eccezione; egli non ha stipendio, non è un
-domestico, è uno schiavo, è il mio cane; se non facesse il suo dovere,
-non lo caccerei, ma lo ammazzerei. — Battistino aprì due grandi occhi.
-
-— Voi ne dubitate? disse Monte-Cristo. — E ripetè in arabo ad Alì le
-stesse parole che aveva dette in francese a Battistino. Alì ascoltò,
-sorrise, si avvicinò al padrone, mise un ginocchio a terra e gli baciò
-rispettosamente la mano.
-
-Questo piccolo corollario alla lezione mise al colmo lo stupore di
-Battistino, cui il conte fece segno di ritirarsi, ed Alì lo seguì.
-Entrambi passarono nel suo gabinetto, e là si trattennero lungamente.
-Alle cinque il conte battè tre colpi sul campanello. Un colpo chiamava
-Alì, due colpi Battistino, tre colpi Bertuccio. L’intendente entrò.
-
-— I miei cavalli! disse Monte-Cristo.
-
-— Sono attaccati alla carrozza, eccellenza, rispose Bertuccio. Devo
-accompagnar V. E.?
-
-— No, soltanto il cocchiere, Battistino, ed Alì.
-
-Il conte discese e vide attaccati alla sua carrozza i cavalli che nella
-mattina aveva ammirati alla carrozza di Danglars.
-
-Passando vicino ad essi vi gettò un’occhiata:
-
-— Di fatto, sono belli, diss’egli, e voi avete fatto bene a comprarli,
-solo lo avete fatto un poco tardi.
-
-— Ho durato molta fatica ad averli, e sono costati un po’ cari. — Non
-per questo i cavalli sono meno belli; disse il conte stringendosi nelle
-spalle.
-
-— Se V. E. è soddisfatta, disse Bertuccio, tutto va bene; dove va V. E.?
-
-— Strada Chaussée-d’Antin dal barone Danglars.
-
-Questa conversazione si faceva dall’alto della scalinata. Bertuccio
-fece un passo per discendere il primo scalino.
-
-— Aspettate signore, disse Monte-Cristo. Ho bisogno di una terra in
-Normandia sulla riva del mare, per esempio fra Havre e Boulogne. Vi
-do uno spazio vasto, come vedete. Bisognerebbe che in questo luogo
-vi fosse un piccolo porto, un piccolo seno, una piccola baia, ove
-potesse entrare ed uscire la mia corvetta, essa non pesca che 15
-piedi d’acqua. Il bastimento sarà sempre in ordine per mettere alla
-vela, a qualunque ora del giorno o della notte mi piaccia di dargli
-il segnale. Voi v’informerete da tutti i notari di una proprietà che
-abbia le condizioni che vi ho dette; quando l’avrete trovata, andrete
-a visitarla, e se rimarrete contento la comprerete in vostro nome. La
-corvetta deve essere in viaggio per Fécamp, non è vero?
-
-— La stessa sera che noi abbiamo lasciato Marsiglia, io la vidi mettere
-alla vela. — Ed il _yacht_? — Il _yacht_ ha ordine di star fermo
-alle Martigues. — Va bene; voi corrisponderete di tanto in tanto coi
-due padroni che comandano affinchè essi non si addormentino. — E pel
-battello a vapore?
-
-— Non è a Châlons? — Sì. — Gli stessi ordini che pei due bastimenti a
-vela. — Bene! — Subito che sarà comprata questa proprietà mi fisserete
-dei cambi di 10 in 10 leghe tanto sulla strada del nord, che su quella
-del mezzo giorno.
-
-— V. E. può fidarsi di me. — Il conte fece un segno di soddisfazione,
-discese i gradini, e saltò nella carrozza, che trascinata al trotto
-dalla magnifica pariglia non si fermò che alla porta del banchiere. —
-Danglars presiedeva una commissione nominata per una strada di ferro,
-allorchè vennero ad annunziargli la visita del conte di Monte-Cristo.
-La seduta del resto era quasi finita. Al nome del conte egli si alzò: —
-Signori, diss’egli indirizzandosi ai suoi colleghi fra i quali v’erano
-molti onorevoli membri dell’una e dell’altra camera; perdonatemi
-se vi lascio così; ma immaginatevi che la casa Thomson e French di
-Roma m’indirizza un certo conte di Monte-Cristo aprendogli su di
-me un credito illimitato. Questo è lo scherzo più buffo che i miei
-corrispondenti all’estero si siano permessi verso di me. In fede mia,
-lo capirete bene, sono preso e trattenuto dalla più grande curiosità.
-Questa mattina sono passato da questo preteso conte; se fosse un vero
-conte, capirete bene, che non sarebbe così ricco: il signore non era
-visibile. Che ve ne pare? Queste maniere che si permette il nostro
-Monte-Cristo non sono esse proprie di qualche Altezza o di qualche
-bella donna? Del rimanente, la casa ai Campi-Elisi, che è sua, me ne
-sono informato, mi sembrò molto conveniente. Ma un credito illimitato,
-riprese Danglars ridendo col suo villano sorriso, rende molto esigente
-il banchiere sul quale viene aperto. Ho dunque fretta di vedere il
-nostro uomo. Mi credo mistificato. Ma quelli laggiù non sanno con chi
-hanno che fare: riderà bene chi riderà l’ultimo... — Terminando queste
-parole, e dandogli un’enfasi che gli gonfiò le narici lasciò i suoi
-ospiti, e passò in un salone bianco e oro che faceva gran chiasso
-nella Chaussée-d’Antin. Là aveva ordinato che fosse introdotto il
-visitatore onde abbagliarlo di primo colpo. Il conte era in piedi, e
-stava considerando alcune copie dell’Albano e del Fattore vendute per
-originali al banchiere, e che, per quanto fossero copie, spiccavano
-molto sugli arabeschi di oro di tutti i colori che adornavano la volta.
-Al rumore che Danglars fece entrando, il conte si rivolse. Danglars
-fe’ una leggiera inclinazione di testa, indicando colla mano al conte
-di sedersi in una seggiola di legno dorato, con cuscini di seta bianca
-broccata in oro.
-
-Il conte si assise.
-
-— Ho l’onore di parlare al sig. di Monte-Cristo?
-
-— Ed io, rispose il conte, al sig. barone Danglars, cavaliere della
-legion di onore, membro della _Camera_ dei Deputati? — Monte-Cristo
-ridiceva tutti i titoli che aveva ritrovati sul biglietto da visita del
-barone. — Danglars sentì la botta e si morse le labbra: — Scusatemi,
-signore, diss’egli, di non avervi dato subito il titolo sotto il
-quale mi siete stato annunziato; ma voi lo sapete, noi viviamo sotto
-un governo popolare, ed io sono un rappresentante degl’interessi del
-popolo.
-
-— Di modo che, rispose Monte-Cristo, conservando l’abitudine di farvi
-chiamare barone, avete perduta quella di chiamare gli altri conte. —
-Ah! non vi pongo nessun’idea, neppure per me, disse negligentemente
-Danglars; mi hanno fatto barone e cavaliere della legione d’onore pei
-servigi resi, ma... — Ma voi avete abdicato ai titoli, come in altro
-tempo hanno fatto Montmorency e la Fayette? quest’è un bell’esempio da
-seguire, signore. — Però non del tutto, riprese Danglars impacciato;
-pei domestici capirete...
-
-— Sì, voi siete barone per la servitù, e cittadino pei giornalisti,
-e pei vostri committenti. Queste sono gradazioni applicatissime al
-governo costituzionale. Capisco perfettamente.
-
-Danglars si morse le labbra; egli vide che su quel terreno non era
-della forza di Monte-Cristo, cercò dunque di venire sopra un terreno
-che gli era più famigliare.
-
-— Sig. conte, diss’egli inchinandosi, ho ricevuto una lettera d’avviso
-dalla casa Thomson e French.
-
-— Ne sono contento, sig. Barone. Permettetemi di trattarvi come la
-vostra servitù; è una cattiva abitudine presa nei paesi ove vi sono
-ancora dei baroni, precisamente perchè non se ne fanno più. Ne sono
-contento, diceva; non avrò bisogno di presentarmi io stesso, la qual
-cosa è sempre impacciante. Voi dunque avete ricevuto una lettera
-d’avviso?
-
-— Sì, rispose Danglars; ma vi confesso che non ne ho bene inteso il
-senso. — Bah! — Ed anzi aveva avuto l’onore di passare da voi per
-domandarvene la spiegazione.
-
-— Fatelo, signore, eccomi, io ascolto, e sono pronto a rispondervi.
-— Questa lettera, rispose Danglars, credo d’averla meco. — Si frugò
-per le tasche. — Eccola, sì. Questa lettera apre al sig. conte di
-Monte-Cristo un credito illimitato sulla mia casa.
-
-— Ebbene, sig. barone, che vi trovate d’oscuro?
-
-— Niente, signore, fuorchè la parola _illimitato_...
-
-— Ebbene, questa parola non è forse francese? capirete che sono
-Anglo-alemanni che scrivono.
-
-— Oh! sia, signore, e dalla parte della sintassi non vi è niente da
-dire, ma non è così dal lato della contabilità.
-
-— È che la casa Thomson e French, chiese Monte-Cristo coll’aria più
-ingenua che avesse potuto assumere, non è a vostro avviso abbastanza
-sicura, sig. barone? Diavolo! mi spiacerebbe, perchè ho depositati ad
-essi alcuni capitali!
-
-— Ah! perfettamente sicura, rispose Danglars con un sorriso quasi
-beffardo, ma la parola _illimitato_, in materia di finanza, è tanto
-vaga, che...
-
-— Che è illimitata, n’è vero? disse Monte-Cristo.
-
-— Precisamente questo voleva dire. Ora il vago è dubbio, ed il saggio
-dice, astienti dal dubbio.
-
-— Che è quanto dire, rispose Monte-Cristo, che se la casa Thomson e
-French è disposta a fare delle pazzie, la casa Danglars non è disposta
-a seguirne l’esempio.
-
-— Come ciò, sig. conte.
-
-— Sì senza dubbio, Thomson e French fanno gli affari senza cifre; ma il
-sig. Danglars ha un limite alle sue; è un uomo saggio, come le diceva
-poco fa.
-
-— Signore! rispose orgogliosamente il banchiere, nessuno ha ancora
-fatti i conti alla mia cassa.
-
-— Allora, rispose freddamente Monte-Cristo, sembra che sarò io che
-comincerò.
-
-— E chi vi ha detto questo? — Le spiegazioni che voi mi chiedete, e che
-si rassomigliano molto all’esitazione.
-
-Danglars si morse le labbra; era la seconda volta che veniva abbattuto
-da quest’uomo, e questa volta sopra un terreno ch’era il suo. La sua
-compitezza mordace non era che apparente e toccava quell’estremo che
-si accosta alla impertinenza. Monte-Cristo al contrario sorrideva
-colla buona grazia del mondo, e quando voleva, possedeva una cert’aria
-ingenua che gli dava molti vantaggi.
-
-— Finalmente, signore, disse Danglars dopo un momento di silenzio,
-cercherò di farmi intendere, pregandovi di fissare voi stesso la somma
-che contate riscuotere da me.
-
-— Ma, signore, rispose Monte-Cristo, risoluto a non perdere un pollice
-di terreno nella discussione, se ho chiesto un credito illimitato su
-voi, fu precisamente perchè non sapeva di qual somma poteva aver io
-bisogno. — Il banchiere credè che finalmente fosse giunto il momento
-da prendere il sopravvento; si rovesciò sul suo seggio, e con un
-grossolano ed orgoglioso sorriso: — Ah! signore non abbiate alcun
-timore nel desiderare, potrete convincervi che le cifre della casa
-Danglars, per quanto siano limitate, possono soddisfare alle più grandi
-esigenze, e potreste anche chiedermi un milione.
-
-— Sarebbe a dire? disse Monte-Cristo. — Dico un milione, disse Danglars
-colla sostenutezza dello stolido.
-
-— E a che mi servirebbe un milione? disse il conte. Buon Dio! signore,
-se non mi fosse abbisognato che un milione, non avrei fatto aprire
-un credito su voi per una simile miseria. Un milione! ma ho sempre
-un milione nel mio portafogli, o nel mio scrigno da viaggio. — E
-Monte-Cristo cavò dal piccolo taccuino, entro cui teneva i biglietti
-da visita, due boni di 500 mila fr. l’uno, pagabili dal tesoro al
-portatore. Bisognava accoppare, e non pungere un uomo come Danglars.
-Il colpo di mazza fece il suo effetto, il banchiere vacillò, ed ebbe la
-vertigine, spalancò su Monte-Cristo due occhi ebeti, la cui pupilla si
-dilatò spaventevolmente.
-
-— Vediamo, confessatemi, disse Monte-Cristo, che diffidate della
-casa Thomson e French? Mio Dio! La cosa è semplicissima. Io però
-ho preveduto il caso, e sebbene estraneo agli affari ho preso le
-mie cautele. Ecco dunque due altre lettere simili a quella che vi
-fu scritta; una è della casa Arstein e Eskeles di Vienna sopra il
-sig. barone Rothschild, l’altra è della casa Baring di Londra sul
-sig. Laffitte. Dite una parola, signore, ed io vi toglierò qualunque
-preoccupazione, presentandomi all’una o all’altra di queste due case.
-— Era finita: Danglars fu vinto; egli aprì con un visibile tremore la
-lettera d’Alemagna e quella di Londra che gli venivano presentate sulla
-punta delle dita dal conte, verificò l’autenticità delle firme, tanto
-minuziosamente, che sarebbe stato un insulto per Monte-Cristo, se non
-avesse fatta la parte della confusione del banchiere.
-
-— Oh! signore, ecco tre firme che valgono bene dei milioni, disse
-Danglars alzandosi come per salutare la potenza dell’oro personificata
-nell’uomo che aveva davanti. Tre crediti illimitati sulle nostre
-tre prime case! Perdonatemi sig. conte, ma mentre cesso di essere
-diffidente, mi sarà permesso d’essere meravigliato.
-
-— Oh non sarà già una casa come la vostra, quella che si maraviglia
-di ciò! disse Monte-Cristo con tutta la cortesia; così adunque mi
-manderete qualche poco di danaro, n’è vero?
-
-— Parlate, sig. conte, sono ai vostri ordini.
-
-— Ebbene! ora che c’intendiamo, perchè già c’intendiamo, n’è vero?
-
-Danglars fece un segno affermativo colla testa.
-
-— E non avrete più diffidenza? continuò Monte-Cristo.
-
-— Oh! non ne ho mai avuta, gridò il banchiere.
-
-— No, desideravate una prova; ecco tutto. Ebbene! ripetè il conte, ora
-che c’intendiamo, ora che non avete più alcuna diffidenza, fissiamo se
-volete, una somma generale pel primo anno, sei milioni, per esempio.
-
-— Sei milioni, sia! disse Danglars soffocato.
-
-— Se mi bisognerà di più, disse Monte-Cristo con trascuranza, metteremo
-di più, ma non conto di restare che un anno in Francia, e non credo
-d’oltrepassare questa somma... però vedremo... per cominciare, fatemi
-portare domani 300 mila fr.: sarò in casa fino a mezzo giorno, se non
-vi sarò, lascerò la ricevuta al mio intendente.
-
-— Il danaro sarà in casa vostra domattina alle dieci sig. conte,
-rispose Danglars. Volete oro, argento, o biglietti di banca?
-
-— Metà oro, e metà biglietti se vi piace. — Ed il conte si alzò. —
-Debbo confessarvi una cosa, disse Danglars a sua volta; io credeva
-avere delle cognizioni esatte su tutte le belle fortune d’Europa, e
-ciò non pertanto la vostra, che mi sembra considerevole, mi era, ve lo
-confesso, del tutto sconosciuta, ella è recente?
-
-— No, signore, rispose Monte-Cristo, al contrario è di vecchia data.
-Era una specie di tesoro di famiglia che era proibito di toccare, e di
-cui gl’interessi andando ad accumularsi hanno triplicato il capitale:
-l’epoca fissata dal testatore è scaduta da pochi anni soltanto, e
-non è che da pochi anni che io ne uso; la vostra ignoranza su questo
-argomento è naturale; del rimanente voi la conoscerete meglio fra
-qualche tempo. — Ed il conte accompagnò queste parole con uno di quei
-languidi sorrisi che facevano tanta paura a Franz d’Épinay.
-
-— Coi vostri gusti, e colle vostre intenzioni, signore, spiegherete
-nella nostra capitale un lusso che ci schiaccerà tutti, noi altri
-poveri piccoli milionari; frattanto, siccome mi sembrate dilettante,
-mentre quando sono entrato guardavate i miei quadri, vi domando il
-permesso di farvi vedere la mia galleria, tutti quadri antichi, tutti
-quadri di maestri, garantiti come tali: io non amo i moderni.
-
-— Avete ragione, perchè hanno in generale un gran difetto, quello cioè
-di non avere ancora avuto il tempo di diventare antichi.
-
-— Poi potrò mostrarvi qualche statua di Torvaldsen, di Bartolini, di
-Canova, tutti artisti stranieri, come ben sapete: io non stimo gli
-artisti francesi.
-
-— Voi avete diritto d’essere ingiusto con loro, signore, essi sono
-vostri compatriotti.
-
-— Ma tutto questo sarà per un altro giorno quando avremo fatta
-miglior conoscenza: per oggi mi contenterò se però mel permettete,
-di presentarvi alla signora Danglars: scusate la mia premura, ma
-un cliente come voi, fa quasi parte della famiglia. — Monte-Cristo
-s’inchinò come per fargli comprendere che accettava l’onore che voleva
-fargli.
-
-Danglars suonò, un lacchè, vestito con una livrea sontuosa, comparve.
-
-— La sig.ª baronessa è in casa? domandò Danglars.
-
-— Sì, sig. barone, rispose il lacchè. — Sola?
-
-— No, la signora ha gente.
-
-— Non sarà indiscrezione il presentarvi presente qualcuno; è vero, sig.
-conte? non siete in incognito?
-
-— No, riprese sorridendo Monte-Cristo, non mi riconosco questo diritto.
-
-— E chi è dalla signora? il sig. Debray? domandò Danglars con una
-bonarietà che fece sorridere internamente Monte-Cristo, di già
-informato dei trasparenti segreti della casa del banchiere.
-
-— Il sig. Debray, sì, sig. barone, rispose il lacchè.
-
-Danglars fece un segno colla testa.
-
-Poi si volse verso Monte-Cristo. — Il sig. Luciano Debray è un nostro
-antico amico, segretario intimo del ministro dell’interno; in quanto a
-mia moglie, ella ha derogato sposandomi, perchè appartiene ad un’antica
-famiglia, era madamigella de Servieres, vedova in prime nozze del
-colonnello marchese de Nargonne.
-
-— Non ho ancora l’onore di conoscere la sig.ª baronessa Danglars; ma ho
-di già incontrato il sig. Debray.
-
-— Bah! disse Danglars e dove?
-
-— In casa del sig. de Morcerf.
-
-— Ah! voi conoscete il piccolo visconte, disse Danglars.
-
-— Ci siamo trovati insieme a Roma al tempo del Carnevale.
-
-— Ah! sì, disse Danglars, ho sentito dire qualche cosa di un’avventura
-singolare con banditi o ladri fra certe rovine! egli fu salvato
-miracolosamente. Credo che abbia raccontato qualche cosa di simile a
-mia moglie ed a mia figlia al suo ritorno dall’Italia.
-
-— La sig.ª baronessa aspetta questi signori, ritornò a dire il lacchè.
-
-— Vado avanti per indicarvi la strada, disse Danglars salutando.
-
-— Ed io vi seguo, soggiunse Monte-Cristo.
-
-
-
-
-XLVI. — LA PARIGLIA GRIGIO-POMELLATA.
-
-
-Il barone, seguito dal conte, traversò una lunga fila d’appartamenti
-notevoli per la pesante loro sontuosità, ed il loro fastoso cattivo
-gusto, e giunse fino al gabinetto della sig.ª Danglars, piccola
-camera ottangolare parata di seta color rosa, ricoperta di mussola
-d’India; le seggiole erano di vecchio legno dorato coperte di vecchie
-stoffe: le sopraporte rappresentavano paesaggi del genere di Boucher:
-finalmente due piccoli medaglioni a pastello, in armonia col rimanente
-del mobilio, facevano di questa piccola camera, il solo locale della
-casa che avesse un qualche carattere: è vero ch’era sfuggita al piano
-generale stabilito fra Danglars ed il suo architetto, una delle più
-alte e più eminenti celebrità dell’impero, e la baronessa e Debray soli
-si riserbarono di decorarla. Così il signor Danglars, grande ammiratore
-dell’antico, al modo che lo intendeva il Direttorio, disprezzava
-moltissimo questo elegante piccolo ridotto, ove del resto non era
-ammesso senza farsi scusare la sua venuta conducendo qualcuno; non
-era dunque in realtà Danglars che presentava, era al contrario egli il
-presentato, e ch’era bene o male ricevuto, a seconda che la fisonomia
-del visitatore era aggradita o disaggradita dalla baronessa.
-
-La sig.ª Danglars, la cui bellezza poteva ancora essere citata ad
-onta dei suoi 36 anni, era al piano-forte, piccolo capo d’opera
-d’intarsiatura, nel mentre che Luciano Debray, seduto ad un tavolino
-da lavoro, sfogliava un album. Luciano aveva già avuto il tempo
-prima dell’arrivo di raccontare alla baronessa molte cose relative al
-conte. Si conosce già quanta impressione Monte-Cristo avesse fatta nei
-convitati alla colazione d’Alberto; impressione, che per quanto poco
-_impressionabile_, non erasi ancor cancellata in Debray.
-
-La curiosità della sig.ª Danglars eccitata dalle informazioni anche
-di Morcerf, e dalle recenti di Debray, era dunque al colmo. Perciò
-questo accomodamento al piano-forte, ed all’album, non era che una di
-quelle piccole furberie del mondo, per mezzo delle quali si velano
-le più forti preoccupazioni. La baronessa ricevette Danglars con un
-sorriso, cosa che per parte sua era molto comune; quanto al conte, egli
-ricevette, in cambio del suo saluto, una cerimoniosa, ma nello stesso
-tempo graziosa riverenza.
-
-Luciano dal canto suo scambiò col conte un saluto di mezza conoscenza,
-e con Danglars un gesto d’intimità.
-
-— Signora baronessa, disse Danglars, permettetemi che io vi presenti
-il sig. conte di Monte-Cristo, che mi viene indirizzato dai miei
-corrispondenti di Roma colle raccomandazioni più vive; non ho che
-una parola da dire per farlo subito diventare il favorito di tutte le
-nostre più belle dame; egli viene a Parigi coll’intenzione di restarvi
-un anno, e di spendervi sei milioni in questo solo anno; ciò promette
-una serie infinita di balli, di pranzi, di festini nei quali voglio
-sperare che il sig. conte non vorrà dimenticarci, come certamente
-noi non lo dimenticheremo nelle nostre piccole feste. — Quantunque la
-presentazione fosse composta di troppo grossolane lodi, in generale, è
-una cosa tanto rara che un uomo venga a Parigi per spendervi in un anno
-la fortuna di un principe, che la sig.ª Danglars dette una occhiata al
-conte non priva d’interessamento.
-
-— E siete giunto? domandò la baronessa.
-
-— Da ieri mattina, signora. — E venite, secondo la vostra abitudine a
-quanto mi è stato detto, di capo al mondo.
-
-— Da Cadice, questa volta, puramente e semplicemente da Cadice.
-
-— Ah! giungete in una trista stagione; Parigi nell’estate è
-detestabile; non vi sono più nè balli, nè riunioni, nè feste. L’opera
-italiana è a Londra, l’opera francese è da per tutto, fuorchè a Parigi;
-e in quanto al teatro francese, voi sapete che non è più in alcun
-luogo. Non ci resta dunque per distrarci che qualche disgraziata corsa
-al Campo di Marte, ed a Satory. Farete voi correre, sig. conte?
-
-— Io, signora, farò tutto ciò che si fa a Parigi, rispose Monte-Cristo,
-se avrò la fortuna di ritrovare qualcuno che m’informi convenientemente
-delle abitudini francesi.
-
-— Siete dilettante di cavalli, sig. conte?
-
-— Io ho passata una parte della mia vita in Oriente, e gli orientali,
-voi lo sapete, non stimano che due cose in questo mondo: la nobiltà dei
-cavalli, e la bellezza delle donne.
-
-— Ah! signor conte; avreste dovuto avere la galanteria di mettere le
-donne per le prime.
-
-— Vedete, signora, che io aveva ben ragione testè d’augurarmi un
-precettore che mi fosse di guida nelle abitudini francesi. — In questo
-momento entrò la cameriera favorita della sig.ª baronessa Danglars, ed
-avvicinandosi alla padrona le mormorò alcune parole all’orecchio. La
-signora Danglars impallidì. — Impossibile! diss’ella. — Eppure questa è
-l’esatta verità, signora, rispose la cameriera.
-
-La sig.ª Danglars si volse al marito:
-
-— E sarà vero signore? domandò la baronessa.
-
-— Che cosa? domandò Danglars visibilmente agitato.
-
-— Ciò che mi disse questa donzella?
-
-— E che cosa vi ha detto?
-
-— Che al momento che il _mio_ cocchiere è andato per attaccare i
-_miei_ cavalli alla _mia_ carrozza, non li ha trovati in iscuderia; che
-significa ciò? io lo domando?
-
-— Signora, disse Danglars, ascoltatemi.
-
-— Oh! io vi ascolto, signore, perchè sono ben curiosa di sentire
-ciò che voi mi saprete dire: io farò questi signori giudici fra noi,
-e comincerò per dir loro come stanno le cose: signori; continuò la
-baronessa, il sig. barone Danglars ha dieci cavalli in iscuderia; fra
-essi ve ne sono due che sono i miei grigi-pomellati. Ebbene! al momento
-in cui la sig.ª Villefort mi chiede in prestito la mia carrozza, ed
-io la prometto a lei per domani al bosco, ecco che i due cavalli non
-si trovano più. Il signor Danglars avrà trovato a guadagnarvi sopra
-qualche migliaio di franchi. Oh! che razza villana, mio Dio! che è
-quella degli speculatori.
-
-— Signora, rispose Danglars, i cavalli erano troppo vivaci, essi
-avevano appena quattro anni, e mi facevano delle paure orribili per
-voi.
-
-— Eh! ben sapete, disse la baronessa, che da un mese ho al mio servizio
-il miglior cocchiere di Parigi, a meno che non lo abbiate venduto coi
-cavalli.
-
-— Amica cara, ve ne troverò degli uguali, ed anche dei più belli,
-se sarà possibile, ma che saranno cavalli docili e quieti che non
-ispireranno simili terrori.
-
-La baronessa si strinse nelle spalle coll’aria del più profondo
-disprezzo. Danglars non fece mostra d’essersi accorto di questo gesto
-più che coniugale, e volgendosi a Monte-Cristo: — In verità mi dispiace
-di non avervi conosciuto prima, sig. conte, diss’egli; voi montate la
-vostra casa?
-
-— Sì, disse il conte.
-
-— Ve li avrei proposti; chè io li ho ceduti per niente, ma, come vi
-dissi, voleva disfarmene, sono cavalli da giovani.
-
-— Signore, disse il conte, io vi ringrazio; ne ho acquistati questa
-mattina due molto buoni, e non a caro prezzo. Anzi, guardate,
-signor Debray, voi siete conoscitore, io credo? — Mentre che Debray
-si avvicinava alla finestra, Danglars si accostò a sua moglie. —
-Immaginatevi, signora, diss’egli a bassa voce, sono venuti ad offrirmi
-un prezzo esorbitante di quei cavalli. Non so chi sia il pazzo sulla
-via di rovinarsi che mi ha inviato questa mattina il suo intendente, ma
-il fatto è che vi ho guadagnato 16 mila fr. Non mi rimproverate, io ne
-darò a voi 4 mila, e due mila ad Eugenia.
-
-La signora Danglars lasciò cadere su Danglars uno sguardo terribile. —
-Oh! mio Dio! gridò Debray.
-
-— Che cos’è? domandò la baronessa.
-
-— Ma non m’inganno certo, quelli sono i vostri cavalli, attaccati alla
-carrozza del conte.
-
-— I miei grigi-pomellati? gridò la signora Danglars.
-
-E si slanciò verso la finestra: — In fatto sono essi...
-
-Danglars rimase stupefatto.
-
-— Possibile? disse Monte-Cristo, fingendo meraviglia.
-
-— È incredibile! mormorò il banchiere. — La Baronessa disse due parole
-all’orecchio di Debray, che a sua volta si accostò al conte: — La
-baronessa mi fa chiedere quanto ve li ha fatti pagare suo marito.
-
-— Non lo so bene, disse il conte, è una sorpresa che mi ha fatta il mio
-intendente, e credo che mi costi 30 mila fr.
-
-Debray andò a riportare la risposta alla baronessa.
-
-Danglars era così pallido, e così sconcertato che il conte fece mostra
-d’averne pietà: — Vedete come sono ingrate le donne, diss’egli, questa
-previdenza per parte vostra non ha commosso per nulla la baronessa;
-ingrata non è la parola adatta, dovrei dire pazza; ma che volete farci?
-siamo sempre ciò che nuoce, per cui la più corta, credetemi, barone
-mio, è quella di lasciarle far sempre di testa loro; se almeno se la
-rompono, non hanno a prendersela che con sè stesse.
-
-Danglars non rispose una parola: egli prevedeva prossima ad avvenire
-una scena disastrosa; le sopracciglia della baronessa eransi già
-aggrottate, e, come quelle di Giove Olimpico, presagivano un uragano.
-Debray che lo sentiva ingrossare, prese pretesto di un affare, e partì.
-Monte-Cristo che non voleva, col restar più lungamente, guastare la
-posizione di cui contava approfittarsi, salutò la sig.ª Danglars e
-si ritirò, abbandonando il barone alla collera della moglie. — Buono!
-pensò Monte-Cristo nel ritirarsi, sono pervenuto ove voleva giungere,
-ecco che tengo nelle mie mani la pace della famiglia, e che con un sol
-tratto vado a guadagnarmi il cuore del signore e della signora, quale
-felicità!... Ma in mezzo a tutto questo non sono stato presentato
-a madamigella Eugenia Danglars, che pure avrei desiderato molto di
-conoscere. Ma, soggiunse egli con quel sorriso suo particolare; eccoci
-a Parigi, ed abbiamo innanzi a noi il tempo... ciò sarà per il seguito.
-
-Con queste riflessioni il conte montò in carrozza, e rientrò in casa
-sua. Due ore dopo la sig.ª Danglars ricevette una graziosa lettera
-dal conte di Monte-Cristo, nella quale le diceva, che non volendo
-cominciare il suo ingresso nel mondo parigino facendo disperare una
-bella donna, la supplicava di riprendere i suoi cavalli. Essi avevano
-gli stessi finimenti che ella aveva veduti la mattina, soltanto in
-ciascuna rosetta che portavano sotto l’orecchia, il conte aveva fatto
-mettere un diamante.
-
-Danglars ebbe pure una lettera. Il conte con essa gli chiedeva il
-permesso di condonare alla baronessa un capriccio da milionaria, e lo
-pregava di scusare il modo orientale con cui era accompagnato il rinvio
-dei cavalli.
-
-La sera il conte partì per Auteuil, accompagnato da Alì. La dimane
-verso le tre, Alì fu chiamato da un tocco del campanello, ed entrò nel
-gabinetto del conte. — Alì, diss’egli, tu mi hai spesso fatto capire la
-tua destrezza nel lanciare il laccio?
-
-Alì fece segno di sì, e si raddrizzò con fierezza.
-
-— Bene!... così col laccio tu fermeresti un bove?
-
-Alì fece segno colla testa di sì.
-
-— Una tigre? — Alì fece il medesimo segno. — Un leone?
-
-Alì fece il gesto dell’uomo che lancia il laccio, ed imitò un ruggito
-strangolato. — Bene! capisco, tu hai fatta la caccia del leone. — Alì
-fece un segno orgoglioso colla testa.
-
-— Ma, arresteresti tu nella loro corsa due cavalli furibondi? — Alì
-sorrise.
-
-— Ebbene ascolta, disse Monte-Cristo; in breve passerà di qui una
-carrozza trascinata da due cavalli grigi pomellati che avranno tolta
-la mano, gli stessi che io aveva ieri. Dovessi tu farti schiacciare,
-bisogna che fermi questa carrozza davanti alla mia porta.
-
-Alì discese nella strada, e tracciò davanti alla porta una linea nella
-polve; quindi rientrò e mostrò la linea al conte che lo aveva seguito
-cogli occhi. Il conte gli battè dolcemente sulla spalla, era il suo
-modo di ringraziare Alì; poi il moro andò a fumare la pipa sul luogo in
-cui la strada formava angolo colla casa, nel mentre che Monte-Cristo si
-ritirava senza più occuparsi di niente. Frattanto, verso le 3, vale a
-dire nell’ora in cui Monte-Cristo aspettava la carrozza, si sarebbero
-potuti notare in lui i segni quasi impercettibili di una leggiera
-impazienza; egli passeggiava in una camera che guardava sulla strada,
-tendendo ad intervalli l’orecchio, e andando a quando a quando alla
-finestra da dove scorgeva Alì, che mandava sbuffate di fumo a regolari
-intervalli, come se il Nubiano si fosse soltanto occupato di questa
-importante operazione. D’improvviso s’intese un rotolar lontano ma che
-si avvicinava colla rapidità del fulmine, quindi comparve una carrozza,
-il cui cocchiere tentava inutilmente di trattenere i cavalli che si
-avanzavano furiosi, coi peli irti, e che si slanciavano con impeto
-insensato. In essa, una giovane signora ed un fanciullo di 7 a 8 anni,
-che tenevansi abbracciati, avevano perduto, per l’eccesso della paura,
-perfino la forza di mandare un grido. Sarebbe bastato un sasso sulla
-strada, o un tronco d’albero staccato, per tritolare la carrozza che
-già scricchiolava tenendo il mezzo della strada; sentivansi nella via
-le grida di terrore di coloro che la vedevano venire. In un baleno Alì
-depone la pipa, cava il laccio, lo lancia, avvolge con triplice giro
-le gambe davanti del cavallo di sinistra, si lascia trascinare per
-tre o quattro passi dalla violenza dell’impulso, ma dopo questi tre o
-quattro passi, il cavallo allacciato si abbatte, cade sul timone che
-spezza, e paralizza così gli sforzi che fa il cavallo rimasto in piedi
-per continuare la corsa; il cocchiere approfitta di questo momento di
-respiro per gettarsi giù dal suo seggio, ma già Alì ha afferrato colle
-sue dita di ferro il secondo cavallo, il quale nitrendo di dolore si
-stende convulsivamente vicino al suo compagno.
-
-Per tutto ciò non necessitò che il tempo che occorre ad una palla
-per cogliere nel segno. Ciò non pertanto bastò perchè un uomo dalla
-casa avanti la quale accadeva questo accidente si slanciasse fuori
-accompagnato da molti servitori. Nel mentre che il cocchiere apre la
-portiera, quegli toglie dalla carrozza la dama che con una mano era
-aggrappata al cuscino, coll’altra stringeva al petto il figlio svenuto.
-Monte-Cristo li trasporta entrambi nel salone, e li deposita sur un
-_canapè_.
-
-— Non temete più niente, signora, le disse egli, voi siete salva. —
-La donna ritornò in sè e per risposta gli presentò il figlio con uno
-sguardo più eloquente di tutte le preghiere. In fatto il fanciullo era
-sempre svenuto.
-
-— Sì, signora, capisco, disse il conte esaminando il fanciullo; ma
-state tranquilla, non gli è accaduto alcun male, la sola paura lo ha
-messo in questo stato.
-
-— Ah! signore, gridò la madre, non dite questo soltanto per
-tranquillarmi! Vedete come è pallido? figlio mio! figlio mio! mio
-Edoardo! rispondi dunque a tua madre. Ah! signore! mandate a cercare un
-medico, la mia fortuna è a chi mi restituisce il figlio! — Monte-Cristo
-fece un gesto per calmare la madre desolata, ed aprendo un bauletto
-ne cavò una piccola bottiglia di cristallo di Boemia incrostata d’oro,
-contenente un liquore rosso come il sangue, e ne lasciò cadere una sola
-goccia sulle labbra del fanciullo, il quale quantunque sempre pallido,
-riaprì subito gli occhi. A questa vista la gioia della madre divenne
-quasi un delirio:
-
-— Ove son’io? gridò ella, e a chi devo tanta felicità dopo una prova sì
-crudele?
-
-— Voi siete, signora, rispose Monte-Cristo, in casa di un uomo felice
-di avervi potuto risparmiare un dispiacere.
-
-— Oh! maledetta curiosità! disse la dama; tutta Parigi parla di questi
-magnifici cavalli della sig.ª Danglars, ed io ho avuta la follia di
-volerli sperimentare.
-
-— Come! gridò il conte con una sorpresa recitata stupendamente, questi
-cavalli sono quelli della baronessa Danglars?
-
-— Sì, signore, la conoscete voi?
-
-— La signora Danglars?.... ho questo onore, e la mia gioia è doppia nel
-vedervi salva dal pericolo che vi hanno fatto correre questi cavalli,
-mentre voi avreste potuto addebitarne me: io aveva acquistati questi
-cavalli dal barone, ma la baronessa mi parve talmente afflitta, che
-glieli rimandai ieri, pregandola a volerli accettare dalle mie mani.
-
-— Ma allora dunque siete il conte di Monte-Cristo di cui mi ha tanto
-parlato ieri Erminia?
-
-— Sì, signora, disse il conte.
-
-— Ed io, signore, Luigia di Villefort. — Il conte la salutò come se
-questo cognome gli arrivasse del tutto nuovo.
-
-— Oh! quanto vi sarà riconoscente il sig. de Villefort, riprese Luigia,
-perchè finalmente vi dovrà la vita di noi due, voi gli avete reso la
-moglie ed il figlio; certamente, senza il generoso vostro servitore,
-questo caro fanciullo ed io saremmo rimasti uccisi.
-
-— Pur troppo! signora; fremo ancora pensando al pericolo che avete
-corso.
-
-— Oh! spero che mi permetterete di compensare degnamente lo zelo di
-quest’uomo.
-
-— Signora, rispose Monte-Cristo, non mi guastate Alì ve ne prego, nè
-con elogi, nè con ricompense; non voglio che prenda queste abitudini.
-Alì è mio schiavo; salvandovi la vita ha servito me, ed è suo dovere il
-servirmi.
-
-— Ma egli ha arrischiata la sua vita! disse la sig.ª de Villefort, alla
-quale questo tuono di padrone imponeva in un modo singolare.
-
-— Ed io ho salvata la sua, signora, rispose Monte-Cristo, per
-conseguenza essa mi appartiene. — La sig.ª de Villefort si tacque:
-forse rifletteva a quest’uomo, che dal primo momento faceva tanta
-impressione sugli spiriti. Durante questi momenti di silenzio, il conte
-potè considerare con suo comodo quel fanciullo, che la madre copriva di
-tanti baci. Egli era piccolo, gracile, bianco di pelle come i fanciulli
-rossi, ad onta che una foresta di capelli neri, ribelli ad ogni
-acconciatura, ne coprisse la fronte rotondeggiante, e cadendo sulle
-spalle ne contornasse il viso, e raddoppiasse la vivacità degli occhi
-pieni di furba malizia e di giovanile cattiveria; la bocca, appena
-ritornata vermiglia, era sottile nelle labbra, e larga nell’apertura: i
-lineamenti di questo fanciullo di otto anni, annunciavano un’età almeno
-di 12 anni. Il primo movimento fu di sciogliersi, con una rozza scossa,
-dalle braccia di sua madre, e di andare ad aprire il bauletto da dove
-il conte aveva tratta la boccetta d’elixir: quindi, senza domandare il
-permesso ad alcuno e giusta quanto sogliono fare i fanciulli avvezzi
-a soddisfare tutti i loro capricci, si mise a levare il turacciolo a
-tutte le ampolle: — Non toccate queste, amico mio, disse prestamente
-il conte, alcuni di questi liquori sono pericolosi non solamente a
-beversi, ma ancora ad odorarsi. — La sig.ª de Villefort impallidì ed
-arrestò il braccio di suo figlio che ricondusse a sè; ma appena sedato
-il suo timore, gettò sul bauletto un corto ma espressivo sguardo,
-che il conte prese di volo. In questo momento entrò Alì. La sig.ª de
-Villefort fece un movimento di gioia, e tirando più vicino a sè il
-fanciullo; — Edoardo, gli disse, vedi, questo buon servitore? Egli è
-stato molto coraggioso, perchè ha esposto la sua vita per fermare i
-cavalli che ci trascinavano, e la carrozza ch’era vicina a fracassarsi,
-ringrazialo dunque, perchè, senza lui, a quest’ora forse saremmo morti.
-— Il fanciullo allungò le labbra, e voltò sdegnosamente la testa: —
-È troppo brutto, diss’egli. — Il conte sorrise come se il fanciullo
-compiesse una delle sue speranze. Quanto alla sig.ª de Villefort,
-sgridò il figlio tanto blandamente, che non avrebbe certamente dato
-nel genio di Giovan-Giacomo Rousseau, se il piccolo Edoardo si fosse
-chiamato Emilio.
-
-— Vedi tu, disse in arabo il conte ad Alì, questa signora prega suo
-figlio di ringraziarti per la vita che tu hai salvata ad entrambi,
-ed il fanciullo risponde che sei troppo brutto. — Alì per un momento
-volse la testa intelligente, ed osservò il fanciullo apparentemente
-senza espressione, ma un semplice tremito della sua narice fece accorto
-Monte-Cristo, ch’era rimasto ferito nell’anima.
-
-— Signore, chiese la sig.ª de Villefort alzandosi per ritirarsi, questa
-casa è la vostra abitazione continua?
-
-— No, signora, rispose il conte, è una specie di luogo di riposo, che
-ho acquistato: io abito all’entrata dei Campi-Elisi n. 30. Ma vedo che
-voi siete del tutto rimessa e che desiderate ritirarvi. Ho ordinato che
-siano attaccati alla mia carrozza quei medesimi cavalli; e Alì, quel
-servitore così brutto, diss’egli sorridendo al fanciullo, avrà l’onore
-di condurvi a casa, mentre che il vostro cocchiere resterà qui per fare
-accomodare la vettura. Così appena terminata questa piccola faccenda
-indispensabile, una delle mie pariglie lo ricondurrà direttamente dalla
-sig.ª Danglars.
-
-— Ma, disse la sig.ª de Villefort, non avrò mai il coraggio di
-ritornare con gli stessi cavalli.
-
-— Oh! vedrete, signora, che sotto la mano d’Alì diventeranno docili
-come agnelli.
-
-In fatto Alì si era avvicinato ai cavalli, che a grande stento era
-riuscito a far ritornare in piedi. Egli teneva in mano una piccola
-spugna imbevuta d’aceto aromatico; ne strofinò le narici e le tempia
-ai cavalli, coperti di sudore e di schiuma, e quasi subito si misero
-a soffiare fortemente, e a fremere in tutte le loro membra per qualche
-secondo.
-
-Quindi in mezzo ad una folla numerosa richiamata dall’avvenimento
-e dalla rottura della carrozza innanzi la casa, Alì fe’ attaccare
-i cavalli al _coupé_ del conte, riunì le redini, salì sul seggio,
-e, con grande stupore di tutti gli assistenti che avevano veduto
-questi cavalli slanciati come da un turbine, fu obbligato ad usare
-vigorosamente la frusta per farli partire, e anche non potè ottenere
-dai famosi grigio-pomellati, ora stupidi, petrificati, morti, che
-un trotto tanto mal sicuro e languido che abbisognò alla sig.ª
-de Villefort, impiegare quasi due ore per giungere al sobborgo
-Sant’Onorato ove abitava. Appena giunta in casa, e calmate le prime
-emozioni di famiglia, ella scrisse subito il seguente biglietto alla
-sig.ª Danglars.
-
- «Cara Erminia.
-
- «Sono stata miracolosamente salvata in un con mio figlio da
- quello stesso conte di Monte-Cristo, di cui ieri sera voi mi
- avete tanto parlato, e che era lungi dal credere che avrei veduto
- ªoggi. Ieri mi parlaste di lui con un entusiasmo tale ch’io non
- potei far a meno di scherzarne con tutto il mio piccolo spirito,
- ma oggi ritrovo questo entusiasmo molto al disotto dell’uomo che
- lo ispirava. I vostri cavalli avevano presa la mano a Ranelangh
- come se fossero stati invasi dalla frenesia, e noi probabilmente
- saremmo andati in pezzi, Edoardo ed io, contro il primo albero
- della strada, od il primo muro del villaggio, quando un arabo,
- un moro, uno della Nubia, un uomo nero infine, al servizio del
- conte, ha, dietro un suo cenno, io credo, fermato lo slancio dei
- cavalli col rischio di essere egli stesso ucciso, ed è proprio
- un miracolo che non lo sia stato. Allora il conte è accorso,
- e ci ha portati in casa sua, ed ha richiamato mio figlio alla
- vita. Nella sua carrozza fui ricondotta a casa; domani vi sarà
- rimandata la vostra. Ritroverete i vostri cavalli avviliti dopo
- questo accidente; sono divenuti come ebeti; si direbbe che non
- possono perdonare a sè stessi di essersi lasciati vincere da un
- uomo. Il conte mi ha incaricato di dirvi che due giorni di riposo
- sulla paglia, e l’orzo per solo nutrimento, si rimetteranno nello
- stesso stato florido, vale a dire spaventoso, come lo erano ieri.
-
- «Addio! non vi ringrazio della mia passeggiata; e ciò non
- pertanto, quando vi rifletto, è un’ingratitudine il conservarvi
- rancore pel capriccio della vostra pariglia, poichè ad esso
- devo il piacere d’aver veduto il conte di Monte-Cristo, e
- l’illustre forestiero mi sembra, prescindendo dai milioni di
- cui può disporre, un problema sì curioso e così importante, che
- conto di studiarlo ad ogni costo, dovessi ancora rifare un’altra
- passeggiata al bosco coi vostri proprii cavalli.
-
- «Edoardo ha sopportato l’avventura con un coraggio miracoloso.
- Egli è svenuto, ma non ha mandato un grido prima, nè versata una
- lagrima dopo. Direte ancora che il mio amore materno mi acceca,
- ma vi è un’anima di ferro in quel piccolo corpo così gracile e
- così delicato.
-
- «La nostra cara Valentina dice molte cose alla vostra cara
- Eugenia; io vi abbraccio di tutto cuore.
-
- LUIGIA DE VILLEFORT.
-
- — «P. S. Fatemi dunque trovare in casa vostra in qualunque modo
- col conte di Monte-Cristo, voglio assolutamente rivederlo. Del
- resto però, ho ottenuto dal sig. de Villefort che gli faccia una
- visita; spero che gliela restituirà.»
-
-Nella sera, l’avventura d’Auteuil formava l’argomento di tutte le
-conversazioni; Alberto la raccontava a sua madre, Château-Renaud nel
-Jockey-Club, Debray nella sala del ministro, Beauchamp stesso fece al
-conte la galanteria d’inserire nel suo giornale, sotto la rubrica dei
-_Fatti diversi_, un racconto di venti lunghe linee, che situò il nobile
-straniero come un eroe presso tutte le donne dell’aristocrazia.
-
-Molte persone andarono a farsi inscrivere nell’anticamera della sig.ª
-de Villefort, per avere poi il diritto di rinnovare la loro visita in
-tempo utile, e di sentire dalla bocca di lei tutti i particolari di
-questa pittoresca avventura.
-
-In quanto al sig. de Villefort, come lo aveva scritto Luigia, indossò
-un abito nero, guanti bianchi, e salì nella sua carrozza, che si fermò
-alla porta n. 30 all’entrata dei Campi-Elisi.
-
-
-
-
-XLVII. — IDEOLOGIA.
-
-
-Se il conte di Monte-Cristo avesse vissuto da lungo tempo nella società
-parigina avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la dimostrazione che
-gli faceva Villefort colla sua visita.
-
-Ben veduto alla corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito
-o del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario, che
-liberale o conservatore; riputato abile da tutti, come si reputano
-generalmente abili tutte le persone che non hanno mai provati sinistri
-politici; odiato da molti ma caldamente protetto da certuni senza però
-essere amato da alcuno, il sig. de Villefort teneva un alto posto nella
-magistratura, e si teneva a questa altezza come un Harlay, o come un
-Molè. Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia
-di primo letto dell’età appena di 18 anni, non era però uno di quei
-saloni severi di Parigi, in cui si osserva il culto delle tradizioni,
-e la religione dell’etichetta. La fredda cortesia, la fedeltà assoluta
-ai principii del governo, un disprezzo profondo delle teorie e dei
-teoretici, un odio grande alla ideologia, tali erano gli elementi della
-vita interna e pubblica professati dal sig. de Villefort.
-
-Egli non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le
-sue relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignità
-e rispetto, lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, che
-non solo era sempre blandito ma spesso ancora consultato; egli abitava
-una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la sua carica di
-procuratore del re, di cui si avvaleva meravigliosamente, e che avrebbe
-lasciata soltanto per esser fatto deputato, e per cambiare così la
-neutralità in opposizione.
-
-In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le faceva
-in sua vece, cosa accettata in questa società, ove si teneva conto
-delle gravi e numerose occupazioni del magistrato, ciò che in realtà
-non era che un calcolo d’orgoglio, una quint’essenza d’aristocrazia,
-l’applicazione infine di quest’assioma: _fa mostra di stimarti e sarai
-stimato_, assioma le mille volte più utile nella nostra società di
-quello dei greci: _conosci te da te stesso_, sostituito ai nostri
-giorni dall’arte meno difficile e più vantaggiosa del conoscere
-gli altri. Pei suoi amici Villefort era un possente protettore; pei
-suoi nemici un avversario sordo, ma accanito; per gl’indifferenti la
-statua della legge fatta uomo: aspetto altero, fisonomia impassibile,
-sguardo fosco ed appannato, o insolentemente penetrante e scrutatore;
-tal era l’uomo di cui quattro rivoluzioni, abilmente ammassate
-l’una sull’altra, avevano da prima costruito, poscia cementato il
-piedistallo.
-
-Il signor de Villefort aveva la riputazione d’essere l’uomo meno
-curioso e meno allegro della Francia. Egli dava un ballo tutti gli
-anni, ma non vi compariva che per un quarto d’ora, cioè 45 minuti di
-meno che non fa il re ai suoi; egli non si vedeva mai nè ai teatri, nè
-nei luoghi pubblici; qualche volta, ma raramente, faceva una partita
-di _Whist_, ma allora avevasi cura di scegliergli giuocatori degni di
-lui: qualche ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche
-duchessa primogenita.
-
-Ecco qual era l’uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla porta
-del conte di Monte-Cristo. Il cameriere annunziò il sig. de Villefort,
-al momento in cui il conte, chinato sopra una gran tavola, seguiva sur
-una carta geografica, un itinerario da Pietroburgo alla China.
-
-Il procuratore del re entrò con quello stesso passo grave e misurato,
-con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso uomo, che noi
-abbiamo veduto sostituto a Marsiglia. La natura, consentanea ai suoi
-principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso che aveva dovuto
-seguire. Di snello egli era divenuto magro, di pallido giallo, gli
-occhi infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro appoggiati
-sull’orbita, sembravano ora far parte del viso; eccettuata la cravatta
-bianca tutto il rimanente del suo vestire era completamente nero;
-e questo color funebre non era interrotto che dalla striscia della
-fettuccia rossa che si mostrava impercettibilmente dall’occhiello del
-suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello.
-Per quanto Monte-Cristo fosse padrone di sè, esaminò con una visibile
-curiosità, rendendogli il saluto, il magistrato che, diffidente per
-abitudine, e poco credulo soprattutto alle maraviglie sociali, era più
-disposto di vedere nel nobile straniero, chiamato Monte-Cristo, un
-cavaliere d’industria che tentasse un nuovo teatro, o un malfattore
-in istato di rottura di bando, di quello che un principe dello stato
-romano, od un sultano delle _Mille ed una notte_.
-
-— Signore, disse Villefort, con quel tuono lamentevole che assumono
-i magistrati nei loro periodi oratori, e di cui non vogliono o non
-possono disfarsi nella conversazione; signore, il servigio segnalato
-che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno un dovere di
-ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e ad esprimervi
-tutta la mia riconoscenza. — E nel pronunciare queste parole, l’occhio
-severo del magistrato nulla aveva perduto della sua abituale arroganza.
-Queste parole che aveva dette, le aveva articolate colla voce da
-procurator generale, con quella rigidità inflessibile di collo e di
-spalle, che faceva dire ai suoi adulatori, come noi lo ripetiamo,
-ch’egli era la statua vivente della legge.
-
-— Signore, disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, io
-sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua madre,
-perchè si dice che il sentimento di maternità sia il più possente
-com’è il più santo di tutti, e questa fortuna che mi sono procurata
-vi dispensava, signore, dal compiere un dovere di cui la esecuzione
-certamente m’onora, poichè so che il signor de Villefort non prodiga il
-favore che mi fa, ma che, per quanto ciò sia prezioso non ostante non
-vale per me la interna soddisfazione.
-
-Villefort meravigliato di questa uscita cui non si aspettava, fremè
-come un soldato che sente il colpo che gli viene dato, ad onta
-dell’armatura di cui è coperto, ed una piega sdegnosa del suo labbro,
-indicò che da bel principio egli non riteneva il conte di Monte-Cristo
-per un gentiluomo bene educato. Girò gli occhi intorno a sè, come
-per riattaccare su qualche cosa la conversazione che era già caduta
-e che sembrava essersi infranta cadendo. Vide la carta che studiava
-Monte-Cristo quando egli entrò, e riprese:
-
-— Vi occupate di geografia, signore? Questo è un ricco studio, per
-voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete già veduti tanti
-paesi quanti ne sono incisi su quella carta.
-
-— Sì, signore, rispose il conte; io ho voluto fare sulla specie umana
-presa in massa ciò che voi fate ogni giorno sulle eccezioni, vale
-a dire uno studio fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe più facile
-discendere dal tutto al particolare, che dal particolare salire al
-tutto. È un assioma algebrico che vuole che si proceda dal conosciuto
-allo sconosciuto e non dallo sconosciuto al conosciuto... Ma sedetevi
-dunque, io ve ne supplico. — E Monte-Cristo indicò colla mano al
-procuratore del Re una sedia, che questi dovette inoltrare da sè
-stesso, nel mentre ch’egli non ebbe che quella di lasciarsi ricadere
-sulla stessa, su cui era inginocchiato quando entrò il procuratore
-del Re; in questo modo il conte si ritrovò per metà voltato verso il
-suo visitatore avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato
-alla carta geografica che pel momento formava il soggetto della
-conversazione, la quale prendeva, come era accaduto da Morcerf e da
-Danglars, una piega del tutto analoga se non alla situazione, almeno
-al personaggio. — Ah! voi filosofate, riprese Villefort dopo un
-momento di silenzio, durante il quale, come un atleta che incontra un
-forte avversario, aveva riunite le sue forze. Ebbene! signore, parola
-d’onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei un’occupazione
-men trista.
-
-— È vero, signore, rispose Monte-Cristo, e l’uomo è un laido bruco se
-si osserva col microscopio solare; ma voi avete detto, che io non ho
-niente da fare. Vediamo, credereste per caso di aver voi qualche cosa
-da fare? o, per parlare più chiaramente, signore, credete che ciò che
-fate possa chiamarsi qualche cosa? — Lo stupore di Villefort raddoppiò
-a questo secondo colpo così brutalmente vibrato dal suo strano
-avversario; era gran tempo che il magistrato non si era sentito dire un
-paradosso di questa forza, o piuttosto, per parlare più rettamente, era
-la prima volta che lo sentiva.
-
-Il procuratore del re si mise all’opera per rispondere.
-
-— Signore, diss’egli, voi siete straniero, e, lo dite voi stesso, io
-credo, una parte della vostra vita l’avete passata nei paesi orientali;
-non sapete dunque come la giustizia umana, speditiva in quelle
-contrade, ha presso noi un andamento prudente e misurato?
-
-— Sia, signore, sia, è il _piede zoppo_ degli antichi. So tutto questo,
-perchè è particolarmente della giustizia di tutti i paesi che mi
-sono occupato, è la procedura criminale di tutte le nazioni che io ho
-paragonata colla giustizia naturale; e debbo dirlo, signore, è ancora
-la legge dei popoli primitivi, la legge del _taglione_ che ho ritrovata
-la più conforme al bisogno e la più speditiva.
-
-— Se questa legge fosse adottata semplificherebbe molto i nostri
-codici, ed allora pel colpo che ne riceverebbero i nostri magistrati,
-come dicevate or ora, non avrebbero più gran cosa da fare.
-
-— Ciò accadrà forse nell’avvenire, disse Monte-Cristo; sapete che
-le invenzioni umane progrediscono dal composto al semplice, e che il
-semplice è sempre la perfezione.
-
-— Mentre si aspetta questo avvenire però, disse il magistrato, vi sono
-i nostri codici coi loro articoli contraddittorii tolti dai gallici
-costumi, dalle leggi romane, e dagli usi franchi; ora la conoscenza
-di tutte queste leggi, ne converrete, non si acquista che con lunghi
-lavori ed abbisogna un lungo studio per acquistare tale conoscenza,
-ed una grande possanza di testa perchè non si abbia a dimenticare, una
-volta acquistata.
-
-— Io sono del vostro parere, signore, ma tutto ciò che sapete in
-riguardo a questo codice francese, lo so io pure, ma non solamente
-riguardo a questo codice, ma a quello di tutte le nazioni: le leggi
-indiane, turche, giapponesi mi sono tanto famigliari quanto le leggi
-francesi; aveva dunque ragione di dire che relativamente (perchè tutto
-è relativo) a tutto ciò che ho fatto io, voi avete fatto ben poco,
-e che relativamente a quanto ho imparato io, voi avete ben molto da
-imparare.
-
-— Ma con quale scopo avete voi appreso tutto ciò? riprese Villefort
-meravigliato.
-
-Monte-Cristo sorrise: — Bene, signore, diss’egli; io vedo che ad onta
-della reputazione per la quale si ritiene un uomo superiore agli altri,
-voi vedete ogni cosa sotto il punto di vista materiale e volgare della
-società, cominciando dall’uomo e terminando all’uomo, cioè sotto il
-punto di vista più ristretto, più circoscritto che sia stato permesso
-all’umana intelligenza d’abbracciare.
-
-— Spiegatevi, disse Villefort sempre più maravigliato, non vi
-capisco... molto bene.
-
-— Dico, signore, che cogli occhi fissi sulla organizzazione sociale
-delle nazioni, voi non vedete che le molle della macchina, e non
-conoscete davanti a voi, e intorno a voi che i titolari dei posti,
-i cui diplomi sono stati firmati dai ministri o dal re, e che gli
-uomini che Iddio ha messo al di sopra dei titolati, dei ministri,
-e dei re, dando loro una missione da compiere e non un posto da
-occupare, io dico, che questi sfuggono alla vostra corta vista. Ciò
-è proprio dell’umana debolezza, e degli organi deboli ed incompleti.
-Tobia prendeva l’angiolo che doveva rendergli la vista per un giovine
-comune; le nazioni prendevano Attila, che doveva annientarle, per un
-conquistatore come tutti gli altri, e fu d’uopo che entrambi svelassero
-la loro missione celeste perchè gli uomini la conoscessero. Abbisognò
-che uno dicesse «io sono l’angelo del Signore» e l’altro «io sono il
-martello di Dio,» perchè la missione divina d’entrambi fosse rivelata.
-
-— Allora, disse Villefort con istupore sempre crescente, e credendo di
-parlare ad un pazzo o ad un ispirato, voi vi considerate come uno di
-questi esseri straordinari che avete nominato.
-
-— E perchè no? disse freddamente Monte-Cristo.
-
-— Perdonatemi, signore, riprese Villefort sbalordito, ma mi scuserete
-se, presentandomi a voi, non sapeva di presentarmi ad un uomo, il cui
-sapere ed il cui spirito sorpassavano di tanto il sapere e lo spirito
-ordinario ed abituale degli uomini. Non è usanza, fra noi infelici
-corrotti dall’incivilimento, che i gentiluomini possessori come voi di
-un’immensa fortuna, almeno a ciò che mi si assicura, notate bene che
-io non interrogo, ma ripeto soltanto ciò che ho inteso, non è usanza
-fra noi, diceva, che questi privilegiati dalle ricchezze perdano il
-loro tempo in ispeculazioni sociali, in astrazioni filosofiche, fatte
-tutt’al più per consolare quelli che la sorte ha diseredati dei beni
-della terra.
-
-— Eh! signore, riprese il conte, siete voi dunque giunto al posto
-eminente che occupate senza aver mai fatta, o incontrata qualche
-eccezione? e non esercitate mai il vostro sguardo, che pure avrebbe
-bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un sol colpo
-chi è caduto sotto di questo sguardo? Un magistrato non dovrebb’egli
-essere, non il migliore applicatore della legge, non il più furbo
-interprete delle oscurità della cabala, ma uno specchio d’acciaio per
-provare i cuori, una pietra di paragone per assaggiare l’oro che in
-ciascun’anima si trova sempre misto a più o meno lega?
-
-— Signore, disse Villefort, voi mi confondete, non ho mai inteso
-parlare come fate voi.
-
-— Egli è perchè siete sempre rimasto racchiuso fra il cerchio delle
-condizioni generali, perchè non avete mai osato innalzarvi con
-un batter d’ali nelle sfere superiori che sono popolate d’esseri
-invisibili ed eccezionali.
-
-— Ammettete dunque, signore, che vi sieno queste sfere, e che gli
-esseri eccezionali ed invisibili si mischino a noi?
-
-— E perchè no? vedete voi forse l’aria che respirate, e senza la quale
-non potreste vivere?
-
-— Allora non vediamo questi esseri di cui parlate?
-
-— Voi li potete vedere ogni qual volta quegli esseri si materializzano;
-voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, essi vi rispondono. —
-Ah! disse Villefort sorridendo, vi confesso che vorrei essere avvisato
-quando uno di questi esseri si ritroverà meco in contatto. — Voi siete
-stato servito a seconda del vostro desiderio, signore; poichè testè
-siete stato avvisato, ed ora pure vi avviso.
-
-— Così, voi stesso...
-
-— Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo;
-sino ad oggi nessun uomo si è ritrovato in una posizione simile alla
-mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai
-fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favella. Il mio regno
-è grande come il mondo, perchè non sono nè italiano, nè francese,
-nè indiano, nè americano, nè spagnuolo: io sono cosmopolita. Nessuno
-può dire di avermi veduto nascere, Dio solo sa quale terra mi vedrà
-morire. Io adotto tutti i costumi, io parlo tutte le lingue; voi mi
-credete francese, non è vero, perchè parlo il francese colla stessa
-facilità e purezza di voi? Ebbene! Alì, il mio moro, mi crede Arabo;
-Bertuccio, il mio intendente, mi crede Romano; Haydée, la mia schiava,
-mi crede Greco. Dunque capirete, che non essendo di alcun paese, non
-domandando protezione ad alcun governo, non riconoscendo alcun uomo per
-mio fratello, non un solo scrupolo che arresta i potenti, non un solo
-ostacolo che paralizza i deboli, può nè arrestarmi nè paralizzarmi. Non
-ho che due avversarii, non dirò due vincitori, perchè li sottometto
-colla persistenza; la distanza ed il tempo. Il terzo, ed è il più
-terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi
-nella strada che percorro, e prima che abbia conseguito lo scopo a
-cui miro; tutto il resto, l’ho calcolato. Ciò che gli uomini chiamano
-capricci della fortuna, vale a dire la ruina, i cambiamenti, le
-eventualità, le ho tutte prevedute, e se qualcuna può colpirmi, nessuna
-può rovesciarmi. A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono, ecco
-perchè vi dico cose che voi non avete mai intese, neppure dalla bocca
-dei re, perchè i re hanno bisogno di voi, e gli altri uomini hanno
-paura di voi. Chi è quegli che non supponga, in una società ordinata
-tanto ridicolmente quanto la nostra: «forse un giorno posso aver che
-fare col procuratore del re»?
-
-— Ma voi stesso potete dir questo, perchè, dal momento che abitate la
-Francia, siete naturalmente sottoposto alle leggi francesi.
-
-— Lo so, signore, rispose Monte-Cristo, ma quando devo andare in un
-paese, comincio dallo studiare, con mezzi che mi sono particolari,
-tutti gli uomini dai quali posso avere qualche cosa da sperare o da
-temere, e giungo a conoscerli molto bene, forse meglio ancora di quello
-che non si conoscono da sè stessi. Ciò porta ad un resultato, che,
-il procuratore del re, qualunque egli fosse, con cui avessi da fare
-sarebbe certissimamente più impacciato di me.
-
-— Ciò vuol dire, riprese con esitanza Villefort, che la natura umana
-è debole, ed ogni uomo, secondo voi, ha commesso qualche... sbaglio.
-— Sbaglio... o delitto, rispose negligentemente Monte-Cristo. — E che
-voi solo fra gli uomini, che non riconosceste per fratelli, come avete
-detto voi stesso, riprese Villefort con voce leggermente alterata, e
-che voi solo siete perfetto.
-
-— Non perfetto, rispose il conte, impenetrabile, ecco tutto. Ma
-tronchiamo quest’argomento, signore; se la conversazione vi dispiace,
-molto più che voi non vi trovate maggiormente minacciato dalla mia
-doppia vista, di quello che io lo sia dalla vostra giustizia.
-
-— No! signore, disse vivamente Villefort, che senza dubbio temeva
-comparisse aver abbandonato il terreno; no! colla vostra brillante e
-quasi sublime conversazione mi avete innalzato al di sopra dei livelli
-ordinarii; noi non parliamo più, dissertiamo. Ora, voi sapete come i
-professori in cattedra, ed i filosofi nelle loro dispute, si dicono
-qualche volta delle crudeli verità. Fingiamo adunque di fare una
-disputa sociale e filosofica, vi dirò dunque, per quanto vi sembri
-duro: «Caro fratello voi sacrificate all’orgoglio; voi siete al di
-sopra degli altri, ma al di sopra di voi sta Dio!»
-
-— Al di sopra di tutti, signore, rispose Monte-Cristo con un accento
-così profondo che Villefort ne fremette involontariamente. Ho il mio
-orgoglio per gli uomini, serpenti sempre pronti a drizzarsi contro
-colui che li sorpassa di fronte, senza schiacciarli col piede; ma lo
-depongo davanti a Dio, che mi ha tolto dal niente per farmi quel che
-sono.
-
-— Allora, sig. conte, vi ammiro, disse Villefort che per la prima
-volta, in questo strano dialogo, impiegava questa formula aristocratica
-collo straniero, che fino allora aveva soltanto chiamato signore. Sì,
-ve lo dico, se siete realmente forte, superiore, sano o impenetrabile,
-ciò che torna la stessa cosa, siate superbo, questa è la legge della
-dominazione. Ma voi pertanto avrete una qualche ambizione?
-
-— Ne ho avuta una, signore.
-
-— E quale?
-
-— Ho ambito di essere fatto strumento della Provvidenza.
-
-Villefort guardò Monte-Cristo con somma meraviglia.
-
-— Signor conte, diss’egli, non avete voi parenti?
-
-— No, signore, son solo in questo mondo.
-
-— Tanto peggio!
-
-— Perchè? domandò Monte-Cristo. — Perchè avreste potuto vedere uno
-spettacolo atto ad infrangere il vostro orgoglio. Non temete che la
-morte, diceste?
-
-— Non dico di temerla; dico ch’ella sola può arrestarmi.
-
-— E la vecchiaia?
-
-— La mia missione sarà compita prima che sia vecchio.
-
-— E la pazzia?
-
-— Poco ha mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l’assioma,
-_non due volte nello stesso, non bis in idem:_ è un assioma criminale,
-e perciò della vostra sfera.
-
-— Signore, vi è ancora un’altra cosa da temersi oltre la morte, la
-vecchiaia, o la pazzia; vi è, per esempio, l’apoplessia, questo colpo
-di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il quale però
-tutto è finito; siete sempre voi, e ciò non ostante non siete più
-voi. Venite, se vi piace, a continuare questa conversazione, venite
-in casa mia, sig. conte, un giorno che abbiate volontà d’incontrarvi
-in un avversario capace di comprendervi ed avido di confutarvi, e vi
-mostrerò mio padre, il sig. Noirtier de Villefort, uno dei più focosi
-giacobini della rivoluzione francese, vale a dire la più brillante
-audacia messa al servizio della più vigorosa organizzazione; un uomo
-che, come voi, non aveva forse veduto tutti i regni della terra, ma
-aveva aiutato a rovesciarne uno dei più forti; un uomo finalmente che,
-come voi, pretendeva di essere un inviato da Dio, dall’Essere supremo,
-dalla Provvidenza. Ebbene! signore, la rottura di un vaso sanguigno
-in un lobo del cervello ha rovinato tutto questo; non in un giorno,
-non in un’ora, ma in un secondo. Il giorno prima il sig. Noirtier,
-antico giacobino, antico senatore, antico carbonaro, rideva della
-ghigliottina, rideva del cannone, rideva del pugnale; il sig. Noirtier
-che giuocava colle rivoluzioni, egli per cui la Francia non era che una
-vasta scacchiera della quale pedine, torri, cavalli e regina dovevano
-sacrificarsi perchè il re ricevesse scacco-matto, il sig. Noirtier
-tanto temuto e temibile, era il giorno dopo quel povero Noirtier,
-vecchio immobile, abbandonato alla volontà dell’essere più debole della
-casa, vale a dire della sua nipote Valentina; infine un cadavere muto
-ed agghiacciato, che vive senza gioie, e spero, senza soffrire.
-
-— Ahimè! signore, questo spettacolo non è nuovo nè ai miei occhi, nè
-al mio pensiero, disse Monte-Cristo; sono alcun poco medico, e qui
-rammenterò che la Provvidenza si appalesa nei fatti che ci cadono
-sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate,
-dopo Seneca, hanno fatto in prosa ed in versi il ravvicinamento che
-avete fatto voi; ciò non pertanto capisco che le sofferenze di un padre
-possono operare grandi cangiamenti nello spirito del figlio; verrò,
-signore, poichè mi v’impegnate, verrò a contemplare, a profitto della
-mia umiltà, questo tristo spettacolo, che deve molto contristare la
-vostra casa.
-
-— Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un largo
-compenso. In faccia del vecchio che discende trascinandosi nella tomba,
-sorgono due figli che entrano nella vita; Valentina figlia della mia
-prima moglie Renata di Saint-Méran, ed Edoardo, quel fanciullo cui
-avete salvata la vita.
-
-— E che concludete da questo confronto, signore?
-
-— Concludo, rispose Villefort, che mio padre, travolto dalle passioni,
-ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono all’umana giustizia,
-ma che si attirano la giustizia di Dio!.... e che Dio non volendo
-punire che un solo, non ha percosso che lui solo.
-
-Monte-Cristo col sorriso sulle labbra, mandò nel profondo del cuore
-un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse inteso.
-— Addio, signore, riprese il magistrato che si era alzato da qualche
-tempo e parlava in piedi; io parto portando meco una memoria di voi
-piena di stima e che, spero, vi potrà essere più aggradita quando
-mi conoscerete meglio; poichè non sono un uomo leggero quanto può
-credersi. D’altra parte vi siete formato della sig.ª de Villefort
-un’amica eterna. — Il conte salutò, e si contentò di accompagnare
-Villefort soltanto fino alla porta del gabinetto, questi raggiunse
-la carrozza, preceduto da due lacchè, che, dietro un segno del loro
-padrone, si affrettarono di fargli aprire. Indi quando il procuratore
-del re fu disparso: — Andiamo, disse Monte-Cristo, cavando a stento un
-sospiro dal petto oppresso; andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo
-veleno, ora che il cuore ne è pieno, andiamo a cercarne l’antidoto! — E
-battè un colpo sul campanello sonoro. — Salgo dalla signora, diss’egli
-ad Alì, che fra mezz’ora la carrozza sia pronta!
-
-
-
-
-XLVIII. — HAYDÉE.
-
-
-Si ricorderanno i nostri lettori quali erano le recenti, o per meglio
-dire le antiche conoscenze del conte di Monte-Cristo, che abitavano in
-via Meslay: Massimiliano, Giulia, ed Emmanuele. La speranza di questa
-buona visita che voleva fare, quei pochi momenti che avrebbe passati,
-da questa luce di paradiso sdrucciolando nell’inferno in che si era
-volontariamente posto, avevano sparsa la più graziosa serenità sul viso
-del conte, dal momento che Villefort era partito, e che Alì, il quale
-era accorso al noto tocco, erasi ritirato sulla punta dei piedi. Era
-mezzo giorno, il conte si era riserbata un’ora per salire da Haydée.
-
-La giovane greca era, come abbiamo detto, in un appartamento
-interamente separato da quello del conte, per intero ammobiliato
-all’uso orientale; vale a dire i pavimenti coperti di fitti tappeti
-di Turchia, stoffe di broccato cadevano lungo i muri, ed in ciascuna
-camera un largo divano girava intorno con pile di cuscini che si
-spostavano a volontà di quelli che se ne servivano. Haydée aveva
-tre donne francesi ed una greca. Le tre francesi stavano nella prima
-camera, pronte ad accorrere al suono di un piccolo campanello d’oro, e
-ad obbedire agli ordini della schiava greca, la quale sapeva abbastanza
-il francese per trasmettere la volontà della sua padrona alle tre
-cameriere, cui Monte-Cristo aveva raccomandato di avere per Haydée i
-riguardi che si sarebbero potuti avere per una regina. Ella era nella
-camera più remota del suo appartamento, cioè in una specie di gabinetto
-rotondo, che prendeva lume soltanto dall’alto, e la luce passava per
-cristalli colorati in rosa: seduta per terra sopra cuscini di seta blu
-broccata in argento, circondando la testa col braccio destro mollemente
-rotondeggiante, mentre che il sinistro teneva fisso alle labbra il
-tubo di corallo al quale era incassata la canna flessibile di una pipa
-turca, che non lasciava giungere alla bocca il vapore, se non dopo di
-essere stato profumato dall’acqua di benzoino a traverso la quale la
-sua dolce inspirazione lo sforzava di passare. Quanto al vestito era
-quello delle donne dell’Epiro, cioè, calzoni di seta bianca ricamati a
-fiori di rose, che lasciavano scoperti due piedi da fanciullo che si
-sarebber creduti di marmo di Paros, se non si fossero veduti agitare
-due piccoli zandali colla punta ricurva, orlati d’oro e di perle; una
-veste a lunghe righe blu e bianche, con larghe maniche aperte per le
-braccia con ricami d’argento, e bottoni di perle; finalmente una specie
-di corsaletto che si allacciava al di sotto del seno con tre bottoni di
-diamanti. Quanto alla parte inferiore del corsaletto, e superiore dei
-calzoni, essa era perduta in una di quelle cinture, a vivi colori e a
-larghe frange, che in oggi formano l’ambizione delle nostre eleganti
-parigine. La testa era acconciata con una piccola calotta d’oro, orlata
-di perle, inclinata sopra un lato, e al disotto della callotta, dalla
-parte su cui era inclinata, una bella rosa naturale color porpora,
-spiccava intrecciata a capelli così neri che sembravano blu.
-
-In quanto alla bellezza del viso, era la bella greca in tutta la
-purezza del suo tipo, coi grandi occhi neri vellutati, la fronte di
-marmo, il naso dritto, le labbra di corallo, e i denti di perle. E su
-questo grazioso insieme, il fiore della gioventù era sparso con tutto
-il suo splendore e profumo.
-
-Haydée poteva avere 19, o 20 anni.
-
-Monte-Cristo chiamò la sua schiava greca, e fece domandare ad Haydée
-il permesso di entrare da lei. Per sola risposta, Haydée fece segno
-alla schiava di rimuovere la portiera. Monte-Cristo s’avanzò. Ella si
-sollevò sul gomito del braccio che teneva la pipa, e stendendo al conte
-la mano, lo accolse con un sorriso. — Perchè, diss’ella nella lingua
-sonora delle figlie di Sparta e d’Atene, perchè mi fai tu domandare il
-permesso d’entrare da me? Non sei più il mio padrone? non son più la
-tua schiava?
-
-Monte-Cristo sorrise a sua volta: — Haydée, non sapete?...
-
-— Perchè non mi dici _tu_, come d’ordinario? interruppe la giovane
-greca; ho dunque commesso qualche mancanza? in questo caso bisogna
-punirmi, ma non dirmi _voi_.
-
-— Haydée, disse il conte, tu sai che siamo in Francia, e per
-conseguenza che sei libera?
-
-— Libera di far che? domandò la giovane.
-
-— Libera di lasciarmi. — Di lasciarti!... e perchè dovrei lasciarti? —
-Che so io?... vedremo gente...
-
-— Non voglio vedere nessuno. — E se in mezzo ai bei giovani che
-incontrerai, qualcuno ti piacesse, non sarò tanto ingiusto... — Non ho
-veduto altri, che mio padre e te.
-
-— Povera fanciulla, disse Monte-Cristo; ti ricordi di tuo padre,
-Haydée? — La giovane sorrise: — Egli è qua, è qua, diss’ella mettendo
-la mano sul cuore e sugli occhi.
-
-— Ora, Haydée, tu sai che sei libera, che sei padrona, regina; puoi
-conservare il tuo costume, o lasciarlo a tuo capriccio; resterai
-qui quanto vuoi restarvi, uscirai quando il vuoi; vi sarà sempre una
-carrozza attaccata per te; Alì e Myrtho t’accompagneranno ovunque, e
-saranno ai tuoi ordini. Soltanto di una sola cosa ti prego; conserva
-il segreto della tua nascita, non dire una parola del tuo passato; non
-pronunziare in alcuna occasione il nome dell’illustre tuo padre, nè
-quello della tua povera madre.
-
-— Te l’ho già detto, non voglio vedere nessuno.
-
-— Ascolta, Haydée, questa reclusione del tutto orientale forse sarà
-impossibile a Parigi; continua ad apprendere il genere di vita dei
-nostri paesi del Nord, come lo hai fatto a Roma, a Firenze, a Milano,
-e a Madrid; ciò ti servirà sempre, tanto se continui a vivere qui,
-come se ritorni in Oriente. — La giovane alzò gli occhi sul conte, e
-rispose:
-
-— E che ritorniam forse in Oriente, n’è vero, mio signore?
-
-— Sì, disse Monte-Cristo. Ma credi tu che ti abituerai qui? — Ebbene!
-che mi domandi, signore? — Temo che tu non ti annoi.
-
-— No, signore, perchè quando sono sola ho grandi ricordi, rivedo
-immensi quadri, mi si presentano grandi orizzonti col Pindo e
-coll’Olimpo in lontananza. Poi ho nel cuore tre sentimenti coi quali
-uno non si annoia mai: la malinconia, l’amore, e la riconoscenza.
-
-— Sei una degna figlia dell’Epiro; Haydée, graziosa e poetica, si vede
-che discendi da quella famiglia di dee che è nata nel tuo paese. Sii
-dunque tranquilla.
-
-Il conte disposto in tal modo alla visita che voleva fare a Morrel ed
-alla sua famiglia, partì mormorando alcuni versi di Pindaro.
-
-Secondo i suoi ordini, la carrozza era preparata, vi salì, e questa
-come sempre, partì al galoppo.
-
-
-
-
-IL. — LA FAMIGLIA MORREL.
-
-
-In pochi minuti la carrozza giunse strada Meslay n.º 7.
-
-La casa era bianca, ridente, e preceduta da un cortile con due
-praticelli guerniti di belli fiori.
-
-Nel portinaro che gli aprì la porta, il conte riconobbe il vecchio
-Coclite, ma come ognuno ricorderà, questi non aveva che un occhio, ed
-in nove anni quest’occhio era ancora considerevolmente indebolito.
-Coclite non riconobbe il conte. La carrozza, per fermarsi davanti
-l’entrata, doveva voltare onde evitare un piccolo getto d’acqua che
-cadeva in un bacino di rocce; magnificenza che aveva eccitata la
-gelosia del quartiere, e che era causa che questa casa venisse chiamata
-la _piccola Versailles_. È superfluo il dire che nel bacino guizzavano
-in quantità pesci gialli e rossi.
-
-La casa eretta sopra le cucine e le cantine, aveva, oltre il piano
-terreno, due piani e le soffitte. I giovani l’avevano acquistata colle
-dipendenze, che consistevano in un laboratorio, in due padiglioni nel
-fondo del giardino, e nel giardino stesso. Emmanuele aveva veduto,
-a primo colpo d’occhio, che in questa disposizione di locali v’era
-una piccola speculazione da farsi: si era riservata la casa, la metà
-del giardino, e aveva tirata una linea, cioè, fabbricato un piccolo
-muro fra lui ed il laboratorio, che aveva dato in fitto in un coi
-padiglioni e la porzione rimasta di giardino; di modo che si trovava
-alloggiato per una somma molto modica, e tanto ben chiuso, quanto il
-più scrupoloso proprietario di una casa del sobborgo San-Germano. La
-sala da pranzo era di quercia, il salotto di mogano e di velluto blu,
-la camera da dormire di cedro e di damasco verde; vi era inoltre un
-gabinetto di studio per Emmanuele che nulla studiava, ed un salotto per
-musica per Giulia che non n’era dilettante. Il secondo piano per intero
-era dedicato a Massimiliano; egli aveva in quello una ripetizione
-esatta dell’appartamento della sorella, meno che la sala da pranzo
-convertita in sala di bigliardo, ove conduceva i suoi amici.
-
-Sorvegliava da sè stesso il suo cavallo, e fumava il sigaro
-all’ingresso del giardino, quando la carrozza del conte si fermò alla
-porta.
-
-Coclite aprì la porta, come abbiamo detto, e Battistino si slanciò
-dal sedile, chiedendo se il sig. e la sig.ª Herbault ed il sig.
-Massimiliano Morrel erano visibili pel conte di Monte-Cristo.
-
-— Pel conte di Monte-Cristo! gridò Morrel gettando il sigaro, e
-slanciandosi avanti al visitatore; lo credo bene che siamo visibili
-per lui, ah! grazie, cento volte grazie, sig. conte, di non avere
-dimenticata la vostra premessa. — Ed il giovine officiale strinse così
-cordialmente la mano del conte, che questi non potè ingannarsi sulla
-franchezza della manifestazione, e vide bene ch’era stato aspettato
-con impazienza e ricevuto con premura. — Venite, venite, disse
-Massimiliano, voglio servirvi d’introduttore; un uomo come voi siete,
-non deve essere annunziato da un domestico, mia sorella è in giardino a
-strappar le rose appassite; mio cognato legge i suoi giornali favoriti,
-_la Presse_ ed il _Débats_ a sei passi da lei lontano, perchè ovunque
-si ritrova la signora Herbault, si ritrova Emmanuele, e vice versa.
-
-Il rumore dei passi fe’ alzare la testa ad una giovane donna di 20 a 25
-anni, abbigliata con una veste da camera di seta, e che sfogliava con
-una cura particolare un magnifico rosaio. Questa donna era la nostra
-piccola Giulia, divenuta, come le era stato predetto dal mandatario
-della casa Thomson e French, la moglie di Emmanuele Herbault. Vedendo
-uno straniero mandò un piccolo grido. Massimiliano si mise a ridere: —
-Non ti scomodare, sorella mia, diss’egli, il sig. conte è a Parigi da
-soli due o tre giorni, ma sa già che cosa è una censuaria del Marais, e
-se non lo sa tu glielo insegnerai.
-
-— Ah! signore, condurvi così, disse Giulia, è un tradimento di mio
-fratello che non ha per sua sorella la più piccola galanteria...
-Penelon!... Penelon!...
-
-Un vecchio che zappava intorno ad un rosaio bianco del Bengala, piantò
-la zappa in terra e si avvicinò, col berretto in mano, dissimulando
-il meglio che poteva l’avanzo di sigaro che stava masticando, e che
-nascondeva nel fondo della guancia. Qualche capello bianco inargentava
-la sua fitta capellatura, nel mentre che il color bronzino e l’occhio
-ardito e vivo annunciavano un vecchio marinaro, imbrunito sotto il
-sole dell’equatore, e disseccato al soffio delle tempeste: — Mi pare
-che mi abbiate chiamato, madamigella Giulia, diss’egli, eccomi. —
-Penelon aveva conservato l’abitudine di chiamare la figlia del suo
-padrone madamigella Giulia, e non aveva mai potuto prendere quella di
-chiamarla sig.ª Herbault. — Penelon, disse Giulia, andate a prevenire
-Emmanuele della buona visita che abbiamo, mentre che Massimiliano
-condurrà il signore nel salotto. — Indi volgendosi a Monte-Cristo: —
-Il signore mi permetterà di fuggire un minuto, n’è vero? diss’ella. —
-E senza aspettare il consenso del conte, si slanciò dietro un gruppo
-d’alberi, e rientrò in casa per un viale laterale. — E che! mio caro
-Morrel, disse Monte-Cristo, m’avveggo bene con dispiacere ch’io faccio
-rivoluzione nella vostra famiglia.
-
-— Guardate, guardate, disse Massimiliano ridendo, vedete laggiù il
-marito, che, da sua parte, va a cambiare la veste da camera in un
-abito? Oh! è perchè voi siete conosciuto nella strada Meslay, voi
-eravate annunziato, vi prego di crederlo.
-
-— Mi sembra che abbiate qui una felice famiglia, disse il conte
-rispondendo al suo pensiero.
-
-— Oh! sì, ve ne garantisco, sig. conte; che volete? nulla manca loro
-per essere felici, sono giovani, sono allegri, si amano, e, colle
-loro 25 mila lire di rendita, si figurano possedere le ricchezze di
-Rothschild.
-
-— È poco però 25 mila lire di rendita, disse Monte-Cristo con una
-dolcezza così soave che penetrò il cuore di Massimiliano, come avrebbe
-potuto farlo la voce di un tenero padre; ma non si fermeranno lì i
-nostri giovani, diverrano a loro volta milionari. Il vostro cognato è
-avvocato... medico?
-
-— Era negoziante, sig. conte, ed aveva presa la ditta del mio padre.
-Il sig. Morrel è morto lasciando 500 mila fr. di fondi; io ne aveva
-una metà, e mia sorella l’altra, perchè non eravamo che due figli.
-Suo marito, che l’aveva sposata senza avere altro patrimonio che
-la sua nobile probità, la sua intelligenza di prim’ordine, e la sua
-riputazione senza macchia, ha voluto possedere egual somma che sua
-moglie. Egli lavorò fin ch’ebbe accumulati 250 mila fr.; sei anni
-bastarono. Era, ve lo giuro sig. conte, un commovente spettacolo il
-vedere questi due giovani sì laboriosi, sì uniti, destinati per la
-loro capacità alla più gran fortuna, e che, non avendo voluto fare
-alcun cambiamento nelle abitudini della casa paterna, hanno messo sei
-anni per accumulare ciò, che dei novatori avrebbero potuto fare in due
-o tre; così, Marsiglia risuona tuttora delle lodi che non ha potuto
-rifiutare a tanta abnegazione. Finalmente un giorno Emmanuele venne a
-ritrovare sua moglie che compiva di pagare le scadenze:
-
-«— Giulia, le diss’egli, ecco l’ultimo rollo di 100 fr. riscosso da
-Coclite, e che compie i 250 mila fr. che abbiamo fissato come limite
-del nostro guadagno. Sarai tu soddisfatta di questo poco di cui d’ora
-innanzi bisognerà che ci contentiamo? Ascolta, la casa ogni anno fa
-affari per un milione di fr., e può produrre un utile di 40mila fr.;
-venderemo, se vogliamo, la clientela in un’ora per 300 mila fr. perchè
-ecco qui una lettera del sig. Delaunay che ce li offre in cambio dei
-nostri fondi, ch’egli vuole riunire ai suoi. Pensa a ciò che credi che
-si debba fare. — Amico mio, disse mia sorella, la ditta Morrel non può
-essere portata che da un Morrel. Salvare per sempre il nome di nostro
-padre da qualunque evento della fortuna, non vale più dei 300 mila fr.?
-— Lo pensava anche io, disse Emmanuele; pure ho voluto sentire il tuo
-parere. — Ebbene, amico mio, eccolo. Tutti i nostri incassi sono fatti,
-tutte le nostre obbligazioni pagate; possiamo tirare un rigo al disotto
-dei conti di questa quindicina, e chiudere il banco; facciamolo.
-
-«Il che fu fatto nello stesso momento. Erano le tre; alle tre e un
-quarto un cliente si presentò per fare assicurare il tragitto di due
-bastimenti; era un guadagno sicuro di 15 mila fr. in contanti:
-
-«— Signore, gli disse Emmanuele, abbiate la bontà di volgervi per
-queste assicurazioni a qualcun altro dei nostri confratelli, per
-esempio al sig. Delaunay, in quanto a noi, abbiamo lasciati gli affari.
-
-«— E da quanto tempo? domandò il cliente meravigliato.
-
-«— Da un quarto d’ora.
-
-— Ed ecco, o signore, continuò sorridendo Massimiliano, in qual modo
-mia sorella e mio cognato non hanno che 25 mila lire di rendita.
-
-Massimiliano terminava appena questa narrazione, durante la quale
-il cuore del conte erasi sempre più dilatato, allorchè Emmanuele
-ricomparve restaurato di un abito e di un cappello. Egli salutò in modo
-da far conoscere che sapeva la visita, quindi, dopo aver fatto fare al
-conte il giro del piccolo recinto fiorito, lo condusse verso la casa.
-Il salotto era già imbalsamato dai fiori che stavano con gran stento
-contenuti in un immenso vaso del Giappone a maniche naturali. Giulia
-convenientemente vestita, ed elegantemente pettinata (aveva esauste
-tutte le sue forze in dieci minuti!), si presentò sull’ingresso per
-ricevere il conte. Si sentivano cinguettare gli uccelli di una vicina
-uccelliera; i rami di falso ebano, e dell’acacia rosea venivano coi
-loro grappoli di fiori ad ornare i panneggiamenti di velluto blu.
-Tutto respirava calma in questo grazioso piccolo ritiro; dal canto
-degli uccelli fino al sorriso dei padroni. Il conte, fin dal suo
-entrare nella casa, si era di già impregnato di questa felicità; perciò
-restava muto e astratto, dimenticando di esser guardato ed atteso
-per riprendere la conversazione interrotta dopo i primi complimenti.
-Egli s’accorse del suo silenzio che diveniva quasi inconveniente, e
-strappandosi con isforzo dalla sua astrazione: — Signora, diss’egli
-finalmente, perdonatemi, una emozione che deve maravigliare voi,
-assuefatta a questa pace ed a questa felicità; ma per me è cosa tanto
-nuova la soddisfazione sul viso umano, che non mi stanco di contemplare
-voi e vostro marito.
-
-— Siamo di fatto molto felici, signore, replicò Giulia; ma abbiamo
-sofferto tanto lungamente, che ben poche persone hanno conquistata la
-loro felicità ad un sì caro prezzo.
-
-La curiosità si dipinse sui lineamenti del conte.
-
-— Oh! questa è una storia di famiglia, come vi diceva l’altro giorno
-Château-Renaud, riprese Massimiliano; per voi, sig. conte, assuefatto
-a vedere illustri infortunii, e splendide gioie, vi sarebbe poco
-interessamento in questo quadro familiare. Tuttavolta abbiamo, come
-diceva Giulia, sofferti vivi dolori, quantunque circoscritti in questo
-piccolo quadro.
-
-— E Dio versò su voi, come versa su tutti, la consolazione sulle
-disgrazie? domandò Monte-Cristo.
-
-— Sì, sig. conte, lo possiamo dire, perchè ha fatto per noi, ciò che
-potrebbe fare pei suoi eletti; ci ha inviato uno dei suoi angeli. —
-Le guance del conte divennero rosse, ed ei tossì per avere un mezzo
-di dissimulare la sua emozione, portando alla bocca il fazzoletto.
-— Coloro che nacquero in una culla di porpora e che non hanno mai
-desiderato cosa alcuna, disse Emmanuele, non sanno ciò che sia il bene
-della vita; nello stesso modo che non conoscono il valore di un cielo
-puro e sereno coloro che non hanno mai messa la loro vita in balia di
-quattro assi gettati sopra un mare in furore.
-
-Monte-Cristo si alzò, e senza risponder nulla, poichè al tremolio
-della sua voce avrebbero forse riconosciuta l’emozione da cui egli era
-agitato, si mise a percorrere il salotto passo passo.
-
-— La nostra magnificenza vi farà sorridere? disse Massimiliano che
-seguiva cogli occhi Monte-Cristo.
-
-— No, no, rispose Monte-Cristo molto pallido, e comprimendosi con una
-mano i battiti del cuore, nel mentre coll’altra mostrava al giovine
-una campana di cristallo, sotto la quale una borsa di seta stava
-preziosamente stesa sopra un cuscino di velluto nero; domando soltanto
-a che serve questa borsa che da una parte mi sembra che contenga una
-carta, e dall’altra un bel diamante.
-
-Massimiliano assumendo un’aria grave rispose:
-
-— Questo, sig. conte, è il più prezioso dei nostri tesori di famiglia.
-
-— In fatti questo diamante è molto bello, replicò il conte.
-
-— Oh! mio fratello non vi parla già del prezzo della pietra quantunque
-sia stimata 100 mila fr. egli vuole solamente dirvi che gli oggetti
-che racchiude questa borsa son le reliquie di quell’angelo di cui vi
-parlavamo or’ora.
-
-— Ecco ciò che non saprei capire, e che ciò non ostante non debbo
-domandare, signora, replicò Monte-Cristo inchinandosi; perdonatemi, io
-non voleva essere indiscreto.
-
-— Indiscreto, dite voi? Oh! quanto al contrario ci rendete contenti,
-sig. conte, offrendoci un’occasione di trattenerci su questo argomento!
-se noi nascondessimo come un segreto la bell’azione che ci ricorda
-questa borsa, non la terremmo così esposta alla vista di tutti. Oh!
-vorressimo poterla pubblicare in tutto l’universo, perchè un fremito
-del nostro sconosciuto benefattore ci svelasse la sua presenza.
-
-— Davvero? fece Monte-Cristo con voce soffocata.
-
-— Signore, disse Massimiliano sollevando la campana di cristallo e
-baciando divotamente la borsa di seta, questa ha toccato la mano di un
-uomo pel quale mio padre è stato salvato dalla morte, dalla rovina, e
-dall’infamia; di un uomo mercè il quale, noi poveri ragazzi, destinati
-alla miseria ed alle lagrime, possiamo sentire oggi le persone
-esaltarsi per la nostra felicità. Questa lettera (e Massimiliano cavò
-il biglietto dalla borsa e lo presentò al conte) questa lettera fu
-scritta da lui, un giorno in cui mio padre aveva presa una risoluzione
-molto disperata, e questo diamante fu dato in dote a mia sorella da
-questo generoso sconosciuto.
-
-Monte-Cristo aprì la lettera e la lesse con un’indefinibile espressione
-di felicità; era il biglietto che i nostri lettori conoscono, diretto a
-Giulia, e firmato _Sindbad il marinaro_.
-
-— Sconosciuto, diceste? per tal modo l’uomo che vi ha reso questo
-servigio vi è rimasto ignoto?
-
-— Sì, signore, non abbiamo mai avuta la fortuna di stringergli la
-mano! non fu però per nostra mancanza di non aver chiesto a Dio questa
-grazia, riprese Massimiliano; ma in tutto questo affare vi fu una così
-misteriosa direzione che non siamo ancora giunti a comprender niente:
-il tutto fu guidato da una mano invisibile, potente come quella di un
-mago.
-
-— Oh! disse Giulia, non ho ancora perduta del tutto la speranza di
-poter un giorno giungere a baciare quella mano, come ora bacio questa
-borsa che fu da essa toccata. Sono quattr’anni, Penelon era a Trieste:
-Penelon, sig. conte, è quel bravo marinaro che avete veduto colla zappa
-alla mano, e che da secondo-mastro è diventato giardiniere, Penelon era
-dunque a Trieste, vide sullo scalo un inglese che stava per imbarcarsi
-sopra un _yacht_, e riconobbe in lui quello che venne da mio padre il 5
-giugno 1829, e che mi scrisse questo biglietto il 5 settembre. Era bene
-lo stesso, a quanto egli assicura; ma non osò di parlargli.
-
-— Un inglese! fece Monte-Cristo astratto, e che si trovava impacciato
-ad ogni sguardo di Giulia.
-
-— Sì, riprese Massimiliano, un inglese che si presentò da noi come
-mandatario della casa Thomson e French di Roma. Ecco perchè allorquando
-l’altro giorno diceste da Morcerf che Thomson e French erano i vostri
-banchieri, mi avete veduto esultare. In nome del cielo, signore, quanto
-vi abbiamo detto accadde nel 1829; avete conosciuto questo inglese?
-
-— Ma non mi avete detto pure che la casa Thomson e French ha
-costantemente negato di avervi reso questo servigio? — Sì.
-
-— Allora, quest’inglese non potrebbe essere un uomo che riconoscente
-verso vostro padre di qualche buona azione che forse aveva anch’egli
-dimenticata, avesse preso questo pretesto per rendergli un servizio?
-
-— Tutto è supponibile in simile congiuntura, anche un miracolo.
-
-— Come si chiamava? domandò Monte-Cristo.
-
-— Non ha lasciato altro nome, rispose Giulia guardando il conte con
-una profonda attenzione, che quello che ha firmato in calce a questo
-biglietto: _Sindbad il marinaro_.
-
-— Evidentemente questo non è un nome ma un soprannome. Quindi, poichè
-Giulia lo guardava più attentamente ancora, e sembrava cogliere a volo
-qualche rassomiglianza alle note della sua voce. — Vediamo continuò
-egli, non è un uomo della mia persona, forse è un poco più grande, un
-poco più magro, imprigionato in un’alta cravatta, abbandonato in un
-abito stretto, e sempre con la matita alla mano. — Oh! ma dunque lo
-conoscete? gridò Giulia cogli occhi scintillanti di gioia. — No, disse
-Monte-Cristo. Ho conosciuto un lord Wilmore che spargeva in tal modo
-tratti di generosità. — Senza farsi conoscere? — Era un uomo bizzarro
-che non credeva alla riconoscenza. — Oh! mio Dio! gridò Giulia con un
-sublime accento e giungendo le mani, e a che cosa credeva dunque il
-disgraziato?
-
-— Egli non vi credeva, almeno al tempo in cui l’ho conosciuto, disse
-Monte-Cristo, al quale questa voce dal fondo dell’anima aveva agitato
-fin l’ultima fibra, ma da quel tempo forse avrà avuto qualche prova che
-la riconoscenza esiste.
-
-— E voi conoscete quest’uomo? chiese Emmanuele.
-
-— Oh! se lo conoscete, gridò Giulia, dite, dite, potete guidarci a
-lui, mostrarcelo, dirci dov’è? Dite dunque, Massimiliano, dite dunque,
-Emmanuele, se lo ritrovassimo bisognerebbe bene che egli credesse alla
-memoria del cuore.
-
-Monte-Cristo sentì due lagrime cadergli dagli occhi, fece ancora
-qualche passo nel salotto.
-
-— In nome del cielo, signore, disse Massimiliano, se sapete qualche
-cosa di quest’uomo, diteci ciò che sapete.
-
-— Ahimè! disse Monte-Cristo comprimendo l’emozione della sua voce, se
-il vostro benefattore, è lord Wilmore, temo che non lo ritroverete mai.
-Io l’ho lasciato due o tre anni fa a Palermo; ed egli partiva per paesi
-tanto favolosi, che dubito che non ritorni più.
-
-— Ah! signore, siete crudele, gridò Giulia con spavento. E le lagrime
-discesero dagli occhi della giovine sposa.
-
-— Signora, disse con gravità Monte-Cristo divorando collo sguardo le
-due perle liquide che scorrevano sulla guancia di Giulia, se lord
-Wilmore avesse veduto ciò che vedo io qui, egli amerebbe ancora la
-vita, perchè le lagrime che voi versate lo rappacificherebbero col
-genere umano. — E stese la mano a Giulia che gli presentò la sua,
-trascinata com’era dallo sguardo e dall’accento del conte.
-
-— Ma questo lord Wilmore, diss’ella, riattaccandosi ad un’ultima
-speranza, aveva un paese, una famiglia, dei parenti, infine era
-conosciuto? e non potressimo?...
-
-— Oh! non cercate niente, signora, disse il conte, non fabbricate dolci
-chimere sopra queste parole che io mi sono lasciato sfuggire. No, lord
-Wilmore probabilmente non è l’uomo che cercate, egli era mio amico,
-conosceva tutti i suoi segreti, e non mi ha raccontato mai niente di
-tutto ciò.
-
-— Non vi ha mai detto niente di tutto ciò? gridò Giulia.
-
-— Niente.
-
-— Mai una parola che avesse potuto farvi supporre?
-
-— Giammai. — Ciò non ostante lo avete nominato subito. — Ah! sapete...
-in simili casi, si suppone.
-
-— Ah! sorella mia, sorella mia, disse Massimiliano venendo in soccorso
-al conte, il signore ha ragione. Ricordati ciò che ci diceva spesso il
-nostro buon padre: Non è un inglese che ci ha procurata questa fortuna.
-
-Monte-Cristo rabbrividì: — Vostro padre diceva, sig. Morrel?... riprese
-vivamente il conte.
-
-— Mio padre, signore, vedeva in quest’azione un miracolo. Mio
-padre credeva ad un benefattore uscito per noi dalla tomba. Oh!
-qual commovente superstizione, signore, era questa; e, mentre io
-stesso non vi credeva, era ben lontano dal voler distruggere questa
-credenza nel suo nobile cuore! Così, quante mai volte vi pensava
-egli, pronunciando a bassa voce un nome, un nome di un amico molto
-caro, un nome di un amico perduto! E quando fu vicino a morte, quando
-l’approssimarsi dell’eternità ebbe dato al suo spirito qualche cosa
-della chiaroveggenza della tomba, questo pensiero, che fino allora
-non era che un dubbio, divenne una convinzione: e le ultime parole
-che pronunziò morendo furono queste: «Massimiliano, egli era Edmondo
-Dantès!».
-
-Il pallore del conte, che da qualche minuto andava crescendo, divenne
-spaventoso a queste parole. Tutto il sangue venne ad affluirgli
-al cuore, egli non poteva parlare, cavò l’orologio come se avesse
-dimenticata l’ora, prese il cappello, e fece alla signora Herbault
-un complimento momentaneo ed impacciato, e stringendo la mano ad
-Emmanuele e Massimiliano: — Signora, diss’egli: permettetemi di venire
-qualche volta a presentarvi i miei doveri. Io amo la vostra casa, e
-vi sono riconoscente della vostra accoglienza; è la prima volta da
-molt’anni che è passato il tempo senza accorgermene. — Ed uscì a passi
-precipitati.
-
-— Che uomo singolare è questo conte, disse Emmanuele.
-
-— Sì, disse Massimiliano, ma sono sicuro che ha un cuore eccellente, e
-certamente amante.
-
-— Ed a me, disse Giulia, la sua voce ha toccato il cuore, e due o tre
-volte mi è sembrato che non fosse la prima volta che la sentiva.
-
-
-
-
-L. — PIRAMO E TISBE.
-
-
-A due terzi del sobborgo Sant’Onorato, dietro una bella casa fra le
-notevoli abitazioni di questo quartiere si estende un vasto giardino
-di cui i marroni fronzuti sorpassano le enormi muraglie, alte come
-bastioni, e che lasciano al giunger della primavera cadere i loro
-fiori color bianco e rosa in due vasi di pietra scannellata, posti
-parallelamente sopra due pilastri quadrangolari, nei quali era
-incassato un cancello di ferro dei tempi di Luigi XIII.
-
-Questo grandioso ingresso è condannato, ad onta dei magnifici
-giranei che vegetano nei due vasi, e che librano al vento le loro
-foglie marmorizzate ed i loro fiori di porpora dall’epoca in cui i
-proprietarii del casamento, e ciò da gran tempo, si sono ristretti a
-dividere la casa dal cortile piantato d’alberi che mette al sobborgo,
-dal giardino che chiude questo cancello, che altra volta metteva in un
-magnifico parco di frutti annesso alla proprietà. Ma da che il demone
-della speculazione tirò una linea, cioè una strada all’estremità di
-questo parco, e da che la strada prese un nome e anche prima d’esistere
-mercè una placca di vetro imbrunito, si pensò a vender questo parco
-per fabbricar sulla strada e far concorrenza a questa grande arteria di
-Parigi, che chiamasi sobborgo Sant’Onorato.
-
-In materia di speculazioni però l’uomo propone e il danaro dispone: la
-strada battezzata morì in fasce, il comprator del parco dopo averlo
-interamente pagato, non potè trovare a rivenderlo per la somma che
-voleva; ed in aspettativa di un innalzamento di prezzo che da un giorno
-all’altro poteva rivalerlo delle perdite passate, e del suo capitale,
-si contentò d’appigionare questo recinto ad ortolani per 300 fr.
-annui. Era questo un danaro impiegato al mezzo per cento il che non è
-caro pei tempi che corrono; essendovi persone che lo impiegano al 30,
-e nondimeno lo trovano impiegato male. Intanto il cancello che altre
-volte metteva sul parco, è condannato, e la ruggine ne rode i gangheri:
-ma v’è ancor peggio, perchè gl’ignobili sguardi degli ortolani non
-avessero a lordare l’interno del recinto aristocratico, un tavolato
-fu applicato alle sbarre fino all’altezza di sei piedi. Vero è che le
-assi non son tanto ben connesse da non potervisi introdurre uno sguardo
-furtivo, ma questa casa ha costumi severi e non teme le indiscrezioni.
-
-In quest’orto invece di cavoli o carote, di piselli o meloni, vegeta
-un alto trifoglio, che fa fede che ancor si pensa a questo luogo
-abbandonato. Una piccola porta bassa che apresi sulla strada in
-quistione dà ingresso a questo terreno circondato da mura, che i
-pigionali hanno abbandonato per cagione della sua sterilità, e che da
-otto giorni in vece di fruttare un mezzo per cento come per lo passato
-non frutta più niente affatto.
-
-Dalla parte del casamento i marroni di cui abbiamo parlato coronavano
-la muraglia, ciò però non impediva che altre piante di lusso
-stendessero i loro rami fioriti fra quelli avidi di aria. In un angolo
-ove il fogliame era talmente fitto che la luce appena poteva penetrarvi
-alcun poco, un largo banco di pietra ed alcune seggiole da giardino
-indicavano esser quello un luogo favorito, o di ritirata di qualcuno
-degli abitatori della casa situata a cento passi di distanza, e che
-appena si poteva scorgere fra i recinti di verdura che l’avviluppavano:
-finalmente la scelta di questo asilo misterioso era giustificata ad
-un tempo dall’assenza del sole, dalla continua freschezza anche nei
-giorni della più bruciante estate, dal cinguettio degli uccelli, e
-dall’allontanamento dalla casa e dalla strada, cioè dagli affari e dal
-rumore.
-
-Verso la sera di una di quelle più calde giornate che la primavera
-possa accordare agli abitanti di Parigi v’era su questo banco di pietra
-un libro, un ombrellino, un cestello da lavoro, ed un fazzoletto di
-battista, di cui era cominciata l’orlatura, e non lungi da questo
-banco, vicino al cancello in piedi davanti all’assito, coll’occhio
-applicato ad una di quelle fenditure, che lasciavano vedere l’esterno,
-una giovinetta che fissava lo sguardo nel terreno deserto che noi
-conosciamo. Quasi nello stesso momento la piccola porta di quel terreno
-aprivasi senza far rumore e un giovine grande vigoroso vestito con una
-_blouse_ di tela greggia, con un berretto di velluto nero, ma di cui
-i baffi, la barba, ed i capelli estremamente acconciati erano alcun
-poco in opposizione con questo vestito popolare, dopo un rapido sguardo
-girato intorno a sè per assicurarsi se era da alcuno spiato, passando
-da quella porta che richiudevasi dietro a lui, si diresse con passo
-precipitato verso il cancello. Alla vista di quegli che aspettava,
-probabilmente forse non in quel costume, la giovinetta dette addietro.
-Siccome a traverso la fessura della piccola porta il giovine con quello
-sguardo che non è proprio che degli amanti, aveva già veduto ondeggiare
-una veste bianca ed una larga cintura blu, si slanciò verso il recinto
-ed applicando la bocca ad una apertura:
-
-— Non abbiate paura, Valentina, sono io.
-
-La giovinetta si ravvicinò: — Oh! perchè dunque siete venuto così tardi
-quest’oggi? Sapete che quanto prima si va a pranzo, e che mi ha fatto
-d’uopo di molta politica e prontezza per ispacciarmi di mia matrigna
-che mi sorveglia, della cameriera che mi spioneggia, e di mio fratello
-che mi tormenta, per venire a lavorare qui a quest’orlatura, che ho
-ben paura non sarà finita per ora? Quando poi vi sarete scusato sul
-vostro ritardo, mi direte che significa questo nuovo costume che avete
-adottato, e che è stato quasi cagione che non vi abbia riconosciuto.
-
-— Cara Valentina, voi siete troppo al di sopra del mio amore, perchè
-io osi parlarvene, e ciò non ostante tutte le volte che vi vedo, ho
-bisogno di dirvi che vi adoro perchè l’eco delle mie proprie parole mi
-accarezzi dolcemente il cuore, quando non vi vedo più. Ora vi ringrazio
-della vostra sgridata, essa è del tutto lusinghiera, perchè mi prova,
-non oso dire che mi aspettavate, ma che pensavate a me. Volevate sapere
-la causa del mio ritardo, ed il motivo del mio travestimento; ve lo
-dirò, e spero che vorrete scusarmi: ho fatto l’elezione di uno stato.
-
-— Di uno stato!... che volete mai dire Massimiliano? E siamo dunque
-così felici perchè possiate parlare scherzando delle cose che ci
-riguardano?
-
-— Oh! il cielo me ne guardi, disse il giovine, di scherzare con ciò
-che è la mia vita! ma stanco di essere un uomo che corre i campi e che
-scala le mura, seriamente spaventato dall’idea che mi faceste nascere
-l’altra sera che vostro padre un giorno o l’altro mi avrebbe fatto
-giudicare come un ladro, cosa che metterebbe a cimento l’onore di tutto
-l’esercito francese, non meno spaventato dalla possibilità che qualcuno
-si meravigli di vedermi continuamente ronzare intorno a questo terreno,
-ove non c’è la più piccola cittadella da assediare, o il più piccolo
-_blockhaus_ da difendere, così da capitano dei _spahis_, mi sono fatto
-ortolano, ed ho adottato il vestiario della mia nuova professione.
-
-— Buono quale follia!
-
-— Ella è al contrario la cosa più saggia, che abbia fatto in vita mia,
-perchè essa ci garantisce ogni sicurezza; io sono stato a ritrovare
-il proprietario di questo recinto, la scritta coll’antico fittaiuolo
-era finita ed io l’ho preso di nuovo in fitto. Tutto questo trifoglio
-che vedete è mio, Valentina, nulla può impedirmi d’ora innanzi di far
-fabbricare una capanna fra questo fieno, e di vivere a venti passi
-lontano da voi. Oh! io non posso contenere la mia gioia e la mia
-fortuna. Concepite, Valentina che si possa giungere a pagare tutto
-questo? È impossibile, n’è vero? Eppure tutta questa felicità, tutta
-questa fortuna, tutta questa gioia, per le quali avrei dato dieci
-anni della mia vita, mi costano, indovinate un poco?... 500 fr. l’anno
-pagabili per trimestre. Per tal modo d’ora innanzi non vi è più nulla
-da temere. Io sono qui in casa mia, posso mettere delle scale contro
-il mio muro e guardarvi per di sopra, ed ho il dritto, senza che una
-qualche pattuglia venga a disturbarmi, di dirvi che vi amo, fino a
-tanto che la vostra fierezza non si adonti di sentirsi dire questa
-parola dalla bocca di un povero giornaliero vestito con la blouse e
-coperto con un berretto. — Valentina mandò un piccolo grido di gioia,
-poi d’un subito: — Ahimè! Massimiliano, diss’ella tristamente, e come
-se una gelosa nube fosse d’improvviso venuta a velare i raggi del sole
-che illuminava il suo cuore; ora noi saremo troppo liberi, la nostra
-felicità ci farà tentare Dio; abuseremo della nostra sicurezza, e
-questa ci perderà.
-
-— Potete voi dir questo, amica mia, a me, che da quando vi conobbi,
-ogni giorno vi do prove che ho subordinati i miei pensieri e la
-mia vita alla vostra vita ed ai vostri pensieri? Chi vi ha ispirato
-confidenza in me? il mio onore n’è vero? Quando mi avete detto che un
-vago istinto v’assicurava che correvate un gran pericolo, io ho messo
-i miei affetti ai vostri ordini, senza chiedervi altra ricompensa che
-la felicità di servirvi. Da quel tempo vi ho io dato con una parola,
-con un gesto, il motivo di pentirvi di avermi distinto fra quelli
-che avrebbero dato la loro vita per voi? Voi mi avete detto, povera
-fanciulla, che eravate stata fidanzata al sig. d’Épinay, che vostro
-padre aveva stabilito questo matrimonio, vale a dire ch’esso era certo,
-perchè tutto ciò che vuole il sig. de Villefort accade infallibilmente.
-Ebbene io sono rimasto fra le ombre aspettando tutto, non dalla mia
-volontà, non dalla vostra, ma dagli avvenimenti, dalla provvidenza, da
-Dio, e frattanto voi mi amate, voi avete avuto pietà di me, Valentina,
-me lo avete detto; ed io vi ringrazio di questa dolce parola, che vi
-prego di ripetermi di tempo in tempo, e che mi farà dimenticare tutto.
-
-— Ed ecco ciò che vi ha dato ardimento, Massimiliano, ecco ciò che
-rende la mia vita dolce ad un tempo ed infelice al punto, che spesso
-domando a me stessa, se sia meglio per me il dispiacere che mi causava
-altre volte il rigore di mia matrigna e la sua cieca preferenza per suo
-figlio, o la felicità piena di pericoli che provo nel vedervi.
-
-— Di pericoli! gridò Massimiliano; potete dire una parola sì aspra e
-sì ingiusta! avete mai veduto uno schiavo più sottomesso di me? Voi mi
-avete permesso di dirigervi qualche volta la parola, Valentina, ma mi
-avete proibito di seguirvi, ed io ho ubbidito. Da che ho ritrovato il
-mezzo di penetrare in questo recinto, di parlare con voi a traverso
-questa porta, di essere sì vicino a voi senza vedervi, ditelo, ho io
-mai domandato di toccare l’estremità del vostro vestito a traverso
-questo cancello? ho io mai fatto un passo per superare queste mura,
-ridicolo ostacolo per la mia forza e la mia giovinezza? Mai un
-rimprovero sul vostro rigore, mai un desiderio espresso chiaramente:
-sono stato ligio alla mia parola, come un cavaliere dei tempi antichi,
-confessatelo almeno, perchè io non vi abbia a credere ingiusta.
-
-— È vero, disse Valentina passando fra due assi l’apice di uno de’
-suoi diti affilati, sul quale Massimiliano posò le labbra, è vero,
-voi siete, un onesto amico. Ma finalmente non avete operato che col
-sentimento del vostro _interesse_, mio caro Massimiliano; ben sapevate
-che nel giorno in cui lo schiavo fosse divenuto esigente, avrebbe tutto
-perduto. Voi avete promesso l’amicizia di un fratello a me, che non ho
-amici, che sono dimenticata dal padre, perseguitata dalla matrigna, che
-non ho per consolazione che un vecchio immobile, muto, agghiacciato, la
-cui mano non può stringere la mia, il cui occhio soltanto può parlarmi,
-di cui il cuore batte senza dubbio per me di un residuo di calore.
-Derisione amara della sorte che fu nemica a me, vittima di tutti coloro
-che sono più forti di me, e che mi danno un cadavere per appoggio, e
-per amico. Oh! veramente Massimiliano, ve lo ripeto, son ben infelice,
-e voi avete ragione di amarmi per me e non per voi.
-
-— Valentina, disse il giovine con una profonda emozione, non dirò
-che amo soltanto voi a questo mondo, perchè amo ancora mia sorella e
-mio cognato, ma per loro provo un amore dolce e tranquillo, che non
-rassomiglia in nulla a quello con cui amo voi: quando penso a voi
-il sangue mi bolle, il petto si gonfia, il cuore irrompe, ma questa
-forza, quest’ardore, questa potenza sovrumana io l’impegnerò ad amar
-voi soltanto fino al giorno che mi direte d’impiegarli per servirvi.
-Il sig. Franz d’Épinay starà assente ancora un anno, si dice; in un
-anno quante eventualità favorevoli possono accadere! Dunque speriamo
-sempre; è cosa tanto buona, tanto dolce lo sperare! Ma aspettando, voi
-Valentina, voi che mi rimproverate il mio egoismo che cosa siete stata
-per me? la bella e fredda statua della Venere pudica. In contraccambio
-di questo affetto, di questa obbedienza, di questa riserva, che
-mi avete voi promesso? nulla; che mi avete voi accordato? ben poca
-cosa. Voi mi parlate del sig. d’Épinay, vostro fidanzato, e sospirate
-all’idea d’essere un giorno sua. Vediamo, Valentina, è forse soltanto
-questo quello che avete nell’anima? Che? io v’impegno la mia vita,
-vi do tutto me stesso, vi consacro fino al più insignificante battito
-del mio cuore, e quando sono tutto vostro, quando vi dico in segreto
-che morrò se vi perdo, voi non vi spaventate alla sola idea di dover
-divenire di un altro. Oh! Valentina, Valentina! se io fossi ciò che voi
-siete! se io mi sapessi amato, come voi siete sicura che io vi amo, io
-già avrei passato la mano fra le sbarre di questo cancello, ed avrei
-stretta quella del povero Massimiliano, dicendogli: «A voi, a voi solo,
-Massimiliano, in questo mondo e nell’altro.»
-
-Valentina non rispose, ma il giovine l’intese sospirare e piangere.
-
-La reazione fu sollecita su Massimiliano: — Oh gridò egli, Valentina,
-Valentina! dimenticate le mie parole, se in esse vi è qualche cosa che
-possa offendervi!
-
-— No, diss’ella, voi avete ragione: ma non vedete che io sono una
-povera creatura abbandonata in una casa straniera; e la cui volontà è
-stata annullata da dieci anni, giorno per giorno, ora per ora, minuto
-per minuto dalla volontà di ferro dei padroni che gravitano su di me?
-Nessuno sa quello che io soffro, ed io non l’ho detto ad altri che a
-voi. In apparenza, ed agli occhi di tutto il mondo, tutti sono buoni
-con me, tutti affettuosi, ed in realtà tutti mi sono nemici. Il mondo
-dice: «Il sig. de Villefort è troppo grave e troppo severo per essere
-molto tenero con sua figlia, ma ella ha avuto almeno la felicità di
-ritrovare nella sig.ª de Villefort una seconda madre.» Ebbene il mondo
-s’inganna, mio padre m’abbandona con indifferenza, e mia matrigna mi
-odia con un accanimento tanto più terribile, in quanto che è velato da
-un eterno sorriso.
-
-— Odiarvi! Valentina! e come mai può farsi?
-
-— Ahimè, amico mio, sono forzata a confessarvi che quest’odio per
-me, viene da un sentimento quasi naturale. Ella adora suo figlio, mio
-fratello Edoardo. — Ebbene?
-
-— Ebbene! mi sembra strano immischiare a quel che dicevamo una
-quistione di denaro; ebbene! amico mio credo almeno che il mio odio
-venga di là. Siccome ella non ha beni di sua parte, ed io sono già
-ricca anche dal solo lato di mia madre, fortuna che mi verrà un giorno
-raddoppiata da quella del sig. e della sig.ª di Saint-Méran, che deve
-ricadere su me, ebbene! credo ch’ella sia invidiosa. Oh! mio Dio! se
-io potessi regalarle la metà di questa fortuna e ritrovarmi presso il
-sig. de Villefort come una figlia nella casa di suo padre, lo farei in
-questo medesimo punto.
-
-— Povera Valentina!
-
-— Sì, mi sento incatenata, e nello stesso tempo sono così debole, che
-mi sembra che questi ceppi mi sostengano, ed ho paura a romperli.
-D’altra parte mio padre non è quel tal uomo di cui si possano
-infrangere impunemente gli ordini; egli è possente contro di me, e lo
-sarebbe ancora contro di voi, lo sarebbe contro il re stesso coperto
-come egli è da un irreprensibile passato, e da una posizione quasi
-inattaccabile. Oh! Massimiliano, ve lo giuro, non combatto perchè temo
-d’infranger voi al pari di me in questa lotta.
-
-— Ma finalmente, Valentina, riprese Massimiliano, perchè disperarvi
-così, e vedere l’avvenire sempre tetro?
-
-— Oh! amico mio, perchè lo giudico dal passato.
-
-— Ciò nonostante vediamo, se io non sia un partito illustre sotto il
-punto di vista della nobiltà, però sono unito per più di un motivo alla
-società nella quale vivete; il tempo in cui vi erano due Francie nella
-Francia, più non v’è; le più elevate famiglie della monarchia si sono
-fuse in quelle dell’impero; l’aristocrazia della lancia ha sposato
-la nobiltà del cannone. Ebbene! io appartengo a quest’ultima; ho una
-bella carriera innanzi a me nell’esercito, ho una fortuna limitata; la
-memoria infine di mio padre è onorata nel nostro paese, come quella di
-uno dei più onesti negozianti che abbiano mai esistito. Dico nel nostro
-paese, Valentina, perchè voi siete quasi di Marsiglia.
-
-— Non mi parlate di Marsiglia, Massimiliano, questa sola parola mi
-ricorda la mia buona madre, quell’angelo che fu compianto da tutti, e
-che, dopo di avere vegliato sulla sua figlia durante il breve soggiorno
-in questa terra, veglia ancora su lei, almeno lo spero, dall’alto
-del suo soggiorno nel cielo. Oh! se la mia povera madre vivesse!
-Massimiliano, non avrei più nulla a temere; le direi che vi amo, ed
-ella ci proteggerebbe.
-
-— Ahimè, Valentina, disse Massimiliano, s’ella vivesse, io certamente
-non vi conoscerei, perchè voi lo avete detto, s’ella vivesse voi
-sareste felice, e Valentina felice mi avrebbe guardato con isdegno
-dall’alto della sua grandezza.
-
-— Ah! amico mio, gridò Valentina, questa volta siete voi l’ingiusto...
-ma ditemi... — Che volete che vi dica? riprese Massimiliano, vedendo
-ch’essa esitava.
-
-— Ditemi, continuò la giovinetta, in Marsiglia nei tempi passati vi fu
-mai qualche cagione di dissensioni fra la vostra famiglia e mio padre?
-
-— No, che io sappia, rispose Massimiliano, se non è che vostro padre
-era un parteggiano zelante dei Borboni, ed il mio un uomo affezionato
-all’imperatore. Ciò è, a quanto presumo, la sola causa di cattiva
-intelligenza fra loro. Ma perchè mi fate questa domanda, Valentina?
-
-— Ve lo dirò, riprese la giovinetta, perchè voi dovete sapere tutto.
-Ebbene era il giorno in cui fu pubblicata nei giornali la vostra nomina
-di ufficiale della legione d’onore. Noi eravamo tutti nella camera di
-mio nonno, il sig. Noirtier, e di più vi era ancora il sig. Danglars,
-quel banchiere i cui cavalli per poco non hanno ucciso mia madre e mio
-fratello. Io leggeva ad alta voce il giornale a mio nonno, mentre gli
-altri signori discorrevano fra di loro sul probabile matrimonio fra il
-Sig. de Morcerf, e la signorina Danglars, allorquando, come diceva,
-io giunsi al paragrafo che vi concerneva; io era ben felice... ma
-altrettanto tremante di dover pronunciare ad alta voce il vostro nome,
-e lo avrei fors’anche omesso, senza il timore che fosse stato male
-interpretato il mio silenzio; io dunque riunii tutto il mio coraggio e
-lessi.
-
-— Cara Valentina!
-
-— Ebbene tosto che risuonò il vostro nome, mio padre volse la testa, io
-era così persuasa, vedete come sono folle! che tutti sarebbero stati
-colpiti da questo nome come da un fulmine, che credetti di vedere
-fremere mio padre, ed anche il sig. Danglars, quantunque però sia
-sicura che fu una mia illusione.
-
-«— Morrel! disse mio padre, fermatevi, ed aggrottò il sopracciglio.
-Sarebbe mai uno di quei Morrel di Marsiglia, uno di quegli arrabbiati
-bonapartisti che ci hanno procurato tanto male nel 1815?
-
-«— Sì, rispose il sig. Danglars, credo anzi che sia il figlio
-dell’antico armatore.
-
-— Davvero, disse Massimiliano, e che rispose vostro padre?
-
-— Una cosa orribile che non ho il coraggio di ridirvi.
-
-— Dite pure, riprese sorridendo Massimiliano.
-
-«— Il loro imperatore, continuò egli con uno sguardo truce, sapeva
-mettere tutti questi fanatici al loro posto, ei li chiamava carne da
-cannone, ed era il solo nome che meritassero. Vedo però con gioia che
-il nuovo governo rimette in vigore questo salutare principio. Se per
-questo soltanto vuol conservare l’Algeria, farei le mie felicitazioni
-al governo, quantunque ci costi un poco troppo cara».
-
-— Difatto questa è una politica un po’ brutale, disse Massimiliano,
-ma non arrossite, amica mia, di ciò che può aver detto il sig. de
-Villefort; mio padre non la cedeva al vostro su questo argomento,
-e ripeteva continuamente: «perchè dunque l’imperatore che fa tante
-belle cose, non fa un reggimento di giudici ed avvocati, e non li
-manda sempre al primo fuoco?» Lo vedete, amica cara, che i partiti
-si corrispondono pel pittoresco della espressione, e per la dolcezza
-del pensiero. Ma il sig. Danglars che ha detto di questa uscita del
-procuratore del re?
-
-— Oh! egli si mise a ridere di quel sorriso sardonico che gli è
-particolare, e che io trovo feroce; poi si alzarono, e momenti dopo
-partirono. M’accorsi allora soltanto che il mio buon nonno era molto
-agitato. Bisogna che sappiate, Massimiliano, che io sola indovino le
-agitazioni di questo povero paralitico, e d’altra parte già dubitavo
-che la conversazione, che aveva avuto luogo, dovesse averlo molto
-agitato, perchè non usando più alcun riguardo nel parlare, presente
-questo povero vecchio, avevano detto male dell’imperatore, e a quanto
-sembrami, egli deve essere stato fanatico dell’imperatore.
-
-— E di fatto è uno dei nomi più conosciuti dell’impero; è stato
-senatore ed ha preso parte, come saprete, a tutte le cospirazioni
-bonapartiste che hanno avuto luogo sotto la restaurazione.
-
-— Sì, sento qualche volta dire a bassa voce alcune cose consimili, che
-mi sembrano strane; il nonno bonapartista, il padre regio, che volete
-che ne capisca?...
-
-«Io mi voltai dunque verso di lui, egli m’indicò collo sguardo il
-giornale. — Che avete mio nonno? gli diss’io, siete contento? — Egli
-fece segno di sì. — Di ciò che ha detto mio padre? chiesi io. — Fece
-segno di no. — Di ciò che ha detto il sig. Danglars? — Fece ancora
-segno di no.
-
-«— È dunque perchè il sig. Morrel (non osai dire Massimiliano), ha
-avuto la nomina di ufficiale della legione d’onore.? — Fe’ segno di sì.
-Lo credereste, Massimiliano? Era contento perchè eravate stato nominato
-ufficiale della legion d’onore, egli che non vi conosce; questa è forse
-una follia da sua parte, perchè dicono che ritorna fanciullo, ma l’amo
-ancora di più per questo _sì_.
-
-— La cosa è bizzarra, pensò Massimiliano; vostro padre mi odierebbe
-dunque, mentre vostro nonno al contrario... oh! quale stranezza son
-questi amori e questi odii di partito!
-
-— Zitto, gridò d’improvviso Valentina, nascondetevi, salvatevi, vien
-gente. — Massimiliano corse ad una zappa, e si mise a zappare il
-trifoglio senza pietà. — Madamigella, madamigella, gridò una voce
-dietro gli alberi, la sig.ª de Villefort vi cerca, e vi chiama da
-per tutto. Vi è una visita in salotto. — Una visita! disse Valentina
-agitata, e chi è che ci fa questa visita? — Un gran signore, un
-principe a quanto dicono, il conte di Monte-Cristo.
-
-— Vengo, disse ad alta voce Valentina. — Questa parola fece tremare
-dall’altra parte del cancello, colui al quale la parola _vengo_ di
-Valentina serviva di addio.
-
-— Oh! disse a sè stesso Massimiliano appoggiandosi pensieroso
-alla zappa, come mai il conte di Monte-Cristo conosce il sig. de
-Villefort?...
-
-
-
-
-LI. — TOSSICOLOGIA.
-
-
-Era realmente il conte di Monte-Cristo che entrava dalla sig.ª de
-Villefort, colla intenzione di restituirle la visita che il procuratore
-del re gli aveva fatta, ed a questo nome tutta la casa, come lo si
-può ben figurare, s’era messa in emozione. La sig.ª de Villefort, che
-non era sola nel salotto, quando fu annunziato il conte, fece subito
-chiamare suo figlio, perchè rinnovasse i ringraziamenti al conte, ed
-Edoardo, che da due giorni non aveva cessato di sentir parlare di
-questo gran personaggio, accorse in fretta, non per ubbidire a sua
-madre, non per ringraziare il conte, ma per fare qualche osservazione,
-e così pronunciare uno di quei lazzi che facevano dire a sua madre:
-oh! che cattivo fanciullo; ma bisogna pure che gli perdoni; ha tanto
-spirito!
-
-Dopo i primi complimenti d’uso, il conte domandò del sig. de Villefort:
-— Mio marito è andato a pranzo dal sig. cancelliere, rispose la giovane
-sposa; è partito sono pochi momenti, e sarà bene dispiaciuto, ne son
-sicura, di essere stato privato della fortuna di vedervi. — Gli altri
-due visitatori che avevano preceduto il conte nel salotto, e che lo
-divoravano cogli occhi, si ritirarono dopo quel tempo conveniente che
-esige l’educazione e la curiosità. — A proposito, che fa dunque tua
-sorella Valentina? domandò la sig.ª de Villefort ad Edoardo; ch’ella
-sia prevenuta affinchè abbia l’onore di presentarla al sig. conte.
-
-— Avete una figlia, signora? domandò il conte; ma ella deve essere una
-bambina.
-
-— È la figlia del sig. de Villefort, replicò la giovane sposa; una
-figlia del primo matrimonio; una bella giovinetta.
-
-— Ma malinconica, interruppe il giovine Edoardo, strappando per farsene
-un pennacchio al cappello una penna di una magnifica ara, che gridava
-pel dolore nella gabbia dorata. La signora de Villefort si limitò a
-dire. — Quieto, Edoardo!
-
-Poi soggiunse. — Questo giovine stordito ha quasi ragione, e ripete
-ora ciò che ha sentito dire da me molte volte con dolore; perchè
-madamigella de Villefort, per quanto facciano per distrarla, è di
-un’indole trista, di un umore taciturno, che spesso nuoce all’effetto
-della sua bellezza. Ma ella non viene, Edoardo vedete dunque perchè.
-
-— Perchè la cercano dove non è. — Dove la cercano?
-
-— Dal nonno Noirtier. — E credete che non sia là?
-
-— No, no, no, no, no, non v’è, rispose Edoardo.
-
-— E dov’è, se lo sapete, ditelo.
-
-— Ella è sotto il gran marronaio, continuò il cattivo ragazzo offrendo,
-non ostante le grida di sua madre, delle mosche ancora vive al
-pappagallo che sembrava molto ghiotto di un tal selvaggiume. — La sig.ª
-de Villefort stese la mano per suonare, e per indicare alla cameriera
-ove stava Valentina quando ella stessa entrò. Difatti sembrava trista,
-e guardandola attentamente si sarebbero potute scorgere nei suoi occhi
-le tracce delle lagrime. Valentina, che per la rapidità del racconto,
-abbiamo presentato ai nostri lettori senza farla conoscere, era un’alta
-e snella figura, di 19 anni, coi capelli castagni chiari, la persona
-languida, e marcata di quella squisita distinzione che qualificava sua
-madre; le sue mani bianche ed affilate, il collo d’avorio, le guance
-ombrate di fuggevoli colori, le davano, a primo aspetto l’aria di
-quelle belle inglesi, che con molta poesia sono state paragonate nelle
-loro mosse a dei cigni che si specchino. Ella entrò dunque, e vedendo
-vicino a sua madre lo straniero di cui aveva tanto inteso parlare,
-salutò, senza alcuna smorfia di giovinetta, e senza abbassare gli
-occhi, con una grazia che raddoppiò l’attenzione del conte, il quale si
-alzò.
-
-— Madamigella de Villefort, mia figliastra, disse la sig.ª de Villefort
-a Monte-Cristo inchinandosi sul sofà, e mostrando colla mano Valentina.
-
-— Ed il sig. di Monte-Cristo, re della China, imperatore della
-Cochinchina, disse il ragazzo impertinente lanciando uno sguardo alla
-sorella.
-
-Questa volta la sig.ª de Villefort impallidì, e quasi si adirò
-contro questo flagello domestico che rispondeva al nome di Edoardo:
-ma il conte al contrario sorrise e parve guardasse il fanciullo con
-compiacenza, il che portò al colmo la gioia e l’entusiasmo della
-madre. — Ma signora, riprese il conte riannodando la conversazione, e
-guardando ora la sig.ª de Villefort, ed ora Valentina, è egli possibile
-che io abbia avuto l’onore di veder voi e madamigella in qualche altro
-luogo? Or ora di già vi pensava, e quando entrò madamigella, la sua
-vista è stata un chiarore di più gettato sur una confusa rimembranza;
-perdonatemi questa parola.
-
-— Non è probabile signore; madamigella de Villefort ama poco la
-società, e noi usciamo raramente.
-
-— Ma non è in società che ho veduto tanto madamigella che voi, come
-pure questo grazioso folletto. La società parigina d’altra parte mi è
-affatto sconosciuta, perchè, credo di avere avuto l’onore di dirvelo,
-sono a Parigi da pochi giorni. No, se permettete che mi ricordi...
-aspettate... — Il conte appoggiò la mano alla fronte come per
-concentrare le idee. — No, all’estero... è... non so bene. Ma mi sembra
-che questo ricordo sia collegato con un bel sole, e con una specie di
-festa religiosa... Madamigella teneva dei fiori in mano, il fanciullo
-correva dietro un bel pavone in un giardino, e voi signora eravate
-sotto un pergolato di foglie... aiutatemi dunque, signora; forse quanto
-vi dico non vi fa risovvenire di qualche cosa?
-
-— No in verità, rispose la sig.ª de Villefort; eppure mi sembra che se
-vi avessi incontrato in qualche luogo, il ricordo di voi mi sarebbe
-rimasto in memoria. — Il sig. conte ci avrà forse vedute in Italia,
-disse timidamente Valentina.
-
-— Di fatto in Italia... siete stata in Italia, madamigella?
-
-— La signora ed io ci fummo saranno circa due anni; i medici temevano
-pel mio petto, e mi avevano raccomandata l’aria di Napoli. Passammo per
-Bologna, Perugia, e Roma.
-
-— Ah! è vero madamigella, gridò Monte-Cristo, come se questa piccola
-indicazione gli fosse bastata per fissare tutte le sue rimembranze.
-Fu a Perugia, il giorno di una festa, nell’osteria della locanda della
-Posta, ove la combinazione ci riunì, voi, madamigella, vostro figlio ed
-io.
-
-— Mi ricordo perfettamente di Perugia, della locanda della Posta,
-della festa di cui mi parlate, disse la sig.ª de Villefort, ma ho un
-bell’interrogare i miei ricordi, ed ho onta della mia poca memoria; io
-non mi sovvengo di avere avuto l’onore di vedervi.
-
-— È singolare, neppure io, disse Valentina alzando i suoi begli occhi
-sul conte di Monte-Cristo.
-
-— Ah! me ne ricordo, disse Edoardo.
-
-— Vi aiuterò, signora, riprese il conte. La giornata era calda,
-aspettavate dei cavalli che non venivano a cagione della solennità.
-Madamigella si allontanò nel fondo del giardino, vostro figlio disparve
-correndo dietro al pavone.
-
-— E lo raggiunsi, mamma, tu sai, disse Edoardo, che anzi gli strappai
-tre penne dalla coda.
-
-— Voi signora, vi fermaste sotto il pergolato di viti; non vi ricordate
-più che mentre eravate assisa sur un banco di pietra, e mentre, come vi
-diceva, madamigella de Villefort e vostro figlio erano assenti, di aver
-parlato lungamente con qualcuno?
-
-— Sì, da vero sì, disse la giovane sposa arrossendo; me ne sovvengo;
-con un uomo avviluppato in un lungo mantello di lana... con un medico,
-credo.
-
-— Precisamente signora; quest’uomo era io; abitava da 15 giorni in
-quell’albergo ove aveva guarito il mio cameriere dalla febbre, ed
-il mio locandiere dalla itterizia; di modo che era creduto un gran
-dottore. Noi parlammo lungamente, signora, di cose indifferenti, del
-Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella
-famosa acqua-tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservavano
-ancora il segreto a Perugia?
-
-— Ah! è vero, disse vivamente la sig.ª de Villefort, con una certa
-inquietudine, me ne ricordo.
-
-— Non so più che mi diceste in particolare, signora, riprese il conte
-con una perfetta tranquillità, ma mi sovvengo benissimo, che dividendo
-voi pure l’errore generale, che si era sparso sul conto mio, mi
-consultaste sulla salute di madamigella de Villefort.
-
-— Ma però, signore, voi eravate realmente medico poichè guariste
-degl’infermi.
-
-— Molière o Beaumarchais vi risponderebbero, signora, che appunto
-perchè non era medico, non ho potuto guarire i miei malati; ma essi
-si sono guariti da sè. Mi limiterò a dirvi, che ho studiato molto
-profondamente la chimica, le scienze naturali, ma soltanto come
-dilettante.... capite.
-
-In questo momento suonarono le sei. — Sono le sei, disse la sig.ª de
-Villefort visibilmente agitata; Valentina non andate a vedere se vostro
-nonno è all’ordine per pranzare? — Valentina si alzò, e salutando il
-conte, uscì dalla camera senza pronunciare una parola. — Oh! mio Dio!
-signora, sarebbe mai per colpa mia che licenziate madamigella? disse il
-conte quando fu partita Valentina.
-
-— No, da vero, rispose vivacemente la giovane sposa; ma questa è l’ora
-nella quale facciamo fare al sig. Noirtier il suo tristo pasto, che
-sostiene la sua anche più trista esistenza. Sapete signore, in quale
-deplorabile stato è il padre di mio marito?
-
-— Sì, signora, il sig. de Villefort me ne ha parlato; credo una
-paralisi?
-
-— Pur troppo! sì, nel povero vecchio vi è completa assenza di
-movimenti, l’anima sola veglia in quella macchina umana, ed anche
-pallida e tremante come una lampada vicina ad estinguersi... Ma
-perdono, signore, di trattenervi sui nostri domestici infortuni, io vi
-ho interrotto al momento che dicevate di essere un abile chimico.
-
-— Oh! io non diceva questo, signora, rispose il conte con un sorriso,
-bene diversamente ho studiato la chimica, perchè risoluto a vivere
-particolarmente in Oriente ho voluto seguire l’esempio del re
-Mitridate.
-
-— _Mitridates rex Ponticus_, disse lo stordito ragazzo stracciando dei
-profili in un magnifico album; quello che faceva colazione tutte le
-mattine con una tazza di veleno col fior di latte.
-
-— Edoardo! cattivo ragazzo! gridò la sig.ª de Villefort strappando il
-libro mutilato dalle mani del figlio, siete insopportabile, andate a
-raggiungere vostra sorella Valentina presso il nonno.
-
-— L’album, disse Edoardo. — Come, l’album?
-
-— Sì, lo voglio... — Perchè avete stracciato i disegni?
-
-— Perchè ciò mi diverte. — Andatevene; andate!
-
-— Non me ne andrò, se prima non mi si dà l’album, disse il fanciullo
-ponendosi in una gran seggiola.
-
-— Prendete e lasciateci tranquilli, disse la sig.ª de Villefort. —
-E dette l’album ad Edoardo che partì accompagnato da sua madre. — Il
-conte seguì cogli occhi la sig.ª de Villefort. — Vediamo s’ella chiude
-la porta dietro a lui mormorò egli. — La sig.ª de Villefort chiuse la
-porta con la più gran cura dietro al fanciullo, il conte fece mostra
-di non accorgersene. Indi gettando un ultimo sguardo intorno e sè la
-giovane sposa si mise a sedere sulla poltrona.
-
-— Permettetemi di farvi osservare, signora, disse il conte con quella
-bonarietà che gli conosciamo, esser voi un poco severa con questo
-grazioso folletto.
-
-— È ben necessario, signore, replicò la signora de Villefort con un
-vero tuono di madre.
-
-— Egli recitava il suo _Cornelius Nepos_, parlando del re Mitridate,
-disse il conte, e voi lo avete interrotto in una citazione, che prova,
-che il suo precettore non ha perduto il tempo con lui, e che vostro
-figlio è molto avanti per la sua età.
-
-— Il fatto è, sig. conte, riprese la madre dolcemente lusingata,
-ch’egli ha una grande facilità, e che impara tutto ciò che vuole;
-non ha che un difetto, ed è di avere troppa forza di volontà, ma a
-proposito di ciò ch’egli diceva, credete forse che Mitridate usasse
-queste cautele e che esse fossero efficaci?
-
-— Lo credo tanto bene, signora, che io che vi parlo ne ho usato per non
-essere avvelenato a Napoli, a Palermo, a Livorno, vale a dire in tre
-occasioni nelle quali senza queste cautele vi avrei potuto lasciare la
-vita.
-
-— Ed il mezzo è riuscito? — Perfettamente.
-
-— Sì, è vero, mi ricordo che voi mi avete già detto qualche cosa di
-somigliante a Perugia.
-
-— Veramente! fece il conte con una sorpresa mirabilmente simulata, io
-non me ne rammento.
-
-— Io vi domandai se i veleni operavano egualmente colla stessa
-energia sugli uomini del Nord, che su quelli del mezzogiorno, e
-voi mi rispondeste, anzi che i temperamenti freddi e linfatici dei
-settentrionali non presentano la stessa attitudine che la ricca ed
-energica natura delle persone del mezzogiorno.
-
-— È vero, disse Monte-Cristo, ho veduto dei Russi divorare senza essere
-incomodati sostanze vegetabili che avrebbero ucciso infallibilmente un
-Napoletano ed un Arabo.
-
-— Per tal modo credete voi che il risultato sarebbe più sicuro fra noi
-che in Oriente, e in mezzo alle nostre nebbie ed alle nostre piogge un
-uomo si potrebbe più facilmente che in regioni calde, abituare a questo
-lento e progressivo assorbimento del veleno?
-
-— Certamente, ben inteso però che non si fosse premunito di antidoto
-che contro il veleno a cui si fosse assuefatto.
-
-— Oh! capisco; ed in qual modo ve ne abituereste voi, per esempio;
-ovvero in qual modo ve ne siete già abituato?
-
-— Supponete che sappiate già prima di qual veleno si voglia usare
-contro di voi; supponete che sia della _brucnina_....
-
-— La _brucnina_ si cava dalla _falsa angustura_, io credo, disse la
-sig.ª de Villefort.
-
-— Precisamente signora, disse Monte-Cristo; ma veggo bene che mi resta
-poco ad insegnarvi, abbiatene le mie congratulazioni; simili erudizioni
-sono rare nelle donne.
-
-— Oh! ve lo confesso signore, io ho il più vivo trasporto per le
-scienze occulte, che parlano all’immaginazione a guisa di una poesia,
-e si risolvono in cifre come una equazione algebrica; ma continuate, vi
-prego; ciò che mi dite m’importa al più alto punto.
-
-— Ebbene, riprese Monte-Cristo, supponete che questo veleno sia la
-_brucnina_, per esempio, e che ne prendiate un millesimo di grammo
-il primo giorno, due il secondo ecc. Ebbene! in capo a 10 giorni
-ne prenderete un centigrammo, in capo a venti giorni aumentando di
-un altro milligrammo, ne prenderete tre centigrammi, vale a dire
-una dose che supporterete senz’alcuno inconveniente, e che sarebbe
-pericolosissima per un’altra persona che non avesse prese le stesse
-cautele di voi; finalmente in capo ad un mese, bevendo dell’acqua nello
-stesso bicchiere, voi ammazzerete una persona che beve di quest’acqua,
-nello stesso tempo che voi senz’accorgervi che da un piccolo mal
-essere, che v’era una sostanza velenosa mescolata a quell’acqua.
-
-— Voi non conoscete altri contravveleni?
-
-— Non ne conosco altri.
-
-— Aveva spesso letta e riletta questa storia di Mitridate, disse la
-sig.ª de Villefort, e l’aveva creduta una favola.
-
-— No signora, contro il solito delle storie, questa è una verità; ma
-ciò che mi dite signora, ciò che mi domandate non è il risultato di
-una domanda capricciosa, da poichè sono già due anni che mi avete fatte
-le stesse interrogazioni, ed ora mi dite che la storia di Mitridate vi
-preoccupa da molto tempo.
-
-— È vero, signore, i due studi favoriti della mia gioventù, sono stati
-la botanica e la mineralogia, e quando poi ho saputo che l’uso di
-questi semplici spiegava spesso tutta la storia dei popoli, e tutta
-la vita degl’individui d’Oriente, nello stesso modo con cui i fiori
-spiegano tutt’i loro pensieri amorosi; mi è dispiaciuto di non essere
-un uomo per non poter diventare un Flamel, un Fontana od un Cabanis.
-
-— Tanto più signora, riprese Monte-Cristo, che gli orientali non si
-limitano, come Mitridate, a servirsi dei veleni, come una corazza, ma
-se ne servono eziandio come pugnali; la scienza nelle loro mani diventa
-non solo un’arme difensiva, ma anche offensiva, l’una serve loro contro
-le sofferenze fisiche, l’altra contro i loro nemici; coll’oppio, colla
-bella donna, coll’_hatchis_ si procurano sogni di felicità che il cielo
-ha realmente negati; con la falsa angustura, col legno di brionia, col
-lauro ceraso addormentano quelli che vorrebbero svegliarli. Non vi è
-una fra le donne egiziane, turche, o greche, che qui chiamate buone
-donne, e che non sappia in fatto di chimica di che farvi stupire un
-medico.
-
-— Davvero! disse la sig.ª de Villefort, di cui gli occhi brillavano di
-uno strano fuoco a questa conversazione.
-
-— Eh! mio Dio sì, signora. I drammi segreti d’Oriente si annodano
-e si sciolgono così, dalla pianta che fa amare fino a quella che fa
-morire; dalla bevanda che vi rapisce in estasi, fino a quella che può
-far discendere un uomo nella sepoltura. Vi sono tante gradazioni di
-ogni genere, quanti sono i capricci e le bizzarrie dell’umana natura,
-fisica, e morale, e dirò di più, l’arte di queste chimiche sa adattare
-ammirabilmente il rimedio ed i mali ai propri bisogni d’amore, e ai
-propri desideri di vendetta.
-
-— Ma, signore, riprese la giovane sposa, queste società orientali in
-mezzo alle quali avete passato gran parte della vostra esistenza sono
-dunque fantastiche come i racconti che ci vengono da questi bei paesi?
-Un uomo dunque può esservi ucciso impunemente? È dunque una realtà la
-Bagdad o la Bassora del sig. Galand? I sultani e i visir che reggono
-queste società, e che costituiscono ciò che si chiamerebbe in Francia
-il governo sono dunque nel serio tanti Harun-al-Rascid e tanti Giaffar,
-che non solo perdonano ad un avvelenatore, ma lo fanno ancora primo
-ministro, se questo delitto è stato ingegnoso; e che in questo caso ne
-fanno stampare la storia in lettere d’oro per divertirsene nelle loro
-ore di noia?
-
-— No, signora, il fantastico non v’è più, neppure in Oriente; vi
-sono laggiù pure mascherati con altri nomi e nascosti sotto altri
-costumi, dei commissari di polizia, dei giudici d’istruzione, dei
-procuratori del re, e degli esperti. Vi s’impicca, vi si taglia la
-testa, vi s’impala molto aggradevolmente; ma i delinquenti, da esperti
-frodatori, hanno saputo illudere la giustizia umana ed assicurare
-il successo delle loro imprese con abili combinazioni. Presso noi
-un imbecille ossesso dal demonio dell’odio e della cupidigia che ha
-un nemico da distruggere o un gran parente da annichilire, va da uno
-speziale, gli dà un nome falso, che tanto più facilmente fa scoprire
-il suo vero, e compra cinque o sei grammi d’arsenico; s’egli è molto
-furbo, va da cinque o sei speziali, e non è che cinque o sei volte
-conosciuto meglio; poi quando possiede il suo specifico, amministra al
-nemico, o al gran parente, una dose d’arsenico che farebbe crepare un
-elefante od un rinoceronte, e che senza rima, nè ragione fa mandare
-alla sua vittima urli tali da mettere tutto il quartiere sossopra.
-Allora giunge un nuvolo di messi di polizia e di gendarmi; si manda
-a cercare un medico, che apre il morto, e ne raccoglie nello stomaco
-e negl’intestini l’arsenico a cucchiaiate; il giorno dopo cento
-giornali raccontano il fatto col nome della vittima e dell’uccisore.
-Fin dalla stessa sera lo speziale, o gli speziali, viene o vengono a
-dire «sono io che ho venduto l’arsenico al signore» e piuttosto che
-non riconoscere il compratore ne riconoscerebbero venti; allora il
-goffo reo è preso, imprigionato, interrogato, confrontato, confuso,
-condannato e ghigliottinato; o se è una donna di qualche entità,
-viene imprigionata a vita. Ecco, signora, il modo con cui i nostri
-settentrionali intendono la chimica. Desrues però la intendeva meglio,
-debbo confessarlo.
-
-— Che volete, signore, non tutti hanno i segreti dei Medici! o dei
-Borgia! disse la giovane sposa ridendo.
-
-— Ora, disse il conte stringendosi nelle spalle, volete che vi dica
-qual è la causa di tutte queste inezie? si è che sui vostri teatri,
-a quanto ho potuto giudicarne io stesso dalla lettura delle opere
-che vi si rappresentano, si vede sempre qualcuno inghiottire il
-contenuto di un’ampolla, mordere la legatura di un anello, e cadere
-intirizzito cadavere, 5 minuti dopo cala il sipario, gli spettatori si
-disperdono, s’ignorano le conseguenze dell’omicidio, non si vede mai
-nè il commissario di polizia colla sciarpa, nè il caporale coi suoi
-quattr’uomini, e ciò autorizza i cervelli meschini a credere che le
-cose finiscano così. Ma uscite un po’ dalla Francia, andate ad Aleppo
-o al Cairo, e vedrete passeggiare per le strade persone tutte fresche
-e color di rosa, delle quali il diavolo zoppo, se vi toccasse col suo
-mantello, potrebbe dirvi, «Questo signore è avvelenato da tre settimane
-e sarà morto fra un mese».
-
-— Ma allora, disse la signora de Villefort, hanno dunque ritrovato
-il segreto di questa famosa acqua-tofana, che in Perugia mi si diceva
-perduto.
-
-— Eh! signora, e che forse fra gli uomini si perde qualche cosa?
-Le arti si spostano e fanno il giro del mondo, le cose cambiano di
-nome, ecco tutto, l’uomo volgare s’inganna, ma è sempre lo stesso
-resultato, il veleno. Ciascun veleno opera particolarmente sur un tale
-o tal’altro organo, l’uno sullo stomaco, l’altro sul cervello, l’altro
-infine sugl’intestini. Ebbene, il veleno determina una tosse, questa
-un’infiammazione di petto o qualunque altra malattia iscritta nel
-libro della scienza, cosa però che non le impedisce di essere del tutto
-mortale, e che quand’anche non lo fosse lo diverrebbe mercè i rimedi
-che gli sarebbero somministrati da ingenui medici, che in generale sono
-cattivi chimici, e che volteranno in favore o contro la malattia come
-vi piacerà; ed ecco un uomo ucciso con arte, e con tutte le regole, nel
-quale la giustizia non ha che ridire, come diceva un orribile chimico,
-mio amico, l’eccellente Adelmonte di Taormina in Sicilia che aveva
-molto studiato i fenomeni nazionali.
-
-— È spaventoso, ma ammirabile, disse la giovane sposa immobile per
-l’attenzione; lo confesso, credeva che tutte queste storie fossero
-invenzioni del medio evo.
-
-— Sì, senza dubbio, ma che si sono anche meglio perfezionate a’ giorni
-nostri. A che volete dunque che servano i tempi, gl’incoraggiamenti, le
-medaglie, le croci, i premi Monthyon, se non per condurre la società
-alla sua più grande perfezione? Ora l’uomo non sarà perfetto, che
-quando saprà cercare e distruggere, dunque la metà del cammino è fatta.
-
-— Di modo che, riprese la sig.ª de Villefort, ritornando
-invariabilmente al suo scopo, i veleni dei Medici, dei Borgia, dei
-Renati, dei Ruggieri, e più tardi probabilmente del barone di Trenk, di
-cui ha tanto abusato l’odierno dramma ed il romanzo...
-
-— Erano oggetti d’arte, signora, non altro, riprese il conte, credete
-che il vero sapiente s’indirizzi bonariamente allo stesso individuo?
-No, davvero. La scienza ama il recondito, i giri di forza, l’ideale,
-se ciò si può dire. Così a mo’ d’esempio, questo eccellente Adelmonte
-di cui vi parlava or ora ha fatto su questo rapporto delle eccellenti
-esperienze: ve ne citerò una sola. Aveva un bellissimo giardino pieno
-di legumi, di fiori, e di frutti. Egli sceglieva il più umile di tutti
-questi legumi, per esempio, un cavolo. Per tre giorni lo innaffiava
-con una soluzione di arsenico; il terzo giorno il cavolo cadeva malato
-ed appassiva; era il momento di tagliarlo; per tutti sembrava maturo
-e conservava la normale apparenza; per Adelmonte solo era avvelenato.
-Allora egli portava il cavolo a casa, e prendeva un coniglio (Adelmonte
-aveva una collezione di conigli, di gatti, di porcellini d’India,
-che in nulla cedeva alla collezione di legumi, di fiori e di frutti),
-prendeva dunque un coniglio e gli faceva mangiare una foglia di cavolo;
-il coniglio moriva. Quale sarebbe il giudice d’istruzione che potrebbe
-trovare a ridire su ciò? e qual procuratore del re ha mai sognato di
-stabilire una requisitoria contro Magendie o Flourens sul conto dei
-conigli, dei porcellini d’India e dei gatti che hanno ucciso? Nessuno,
-ecco dunque un coniglio morto senza che la giustizia se ne inquieti.
-Morto il coniglio Adelmonte lo faceva sventrare dalla sua cuoca e
-gettar gl’intestini sopra un letamaio. Su questo un pollo va a beccare
-gl’intestini, cade malato a sua volta e muore la dimane. Mentre che si
-dibatte nelle convulsioni dell’agonia passa un avvoltoio (vi sono molti
-avvoltoi nel paese di Adelmonte), piomba sul cadavere, lo porta sur una
-roccia e pranza. Tre giorni dopo il povero avvoltoio, che dopo questo
-pasto si è trovato costantemente indisposto, si sente preso da un
-capogiro nel più alto del suo volo, rotola per l’aria e viene a cadere
-di piombo in un vostro vivaio di pesci; voi sapete che il luccio,
-l’anguilla, la morena mangiano golosamente, essi mordono l’avvoltoio.
-Ebbene supponete che la dimane venga servito alla vostra tavola, uno di
-questi lucci, una di queste anguille, una di queste morene, avvelenata
-alla quarta generazione, il vostro convitato che lo sarà alla quinta,
-morrà in capo ad otto o dieci giorni di dolori d’intestini, di male
-al cuore, di ascesso al piloro. Verrà fatta l’autopsia, e i medici
-diranno: l’individuo è morto di un tumore al fegato o di una febbre
-tifoida.
-
-— Ma, disse la signora de Villefort, tutte queste particolarità che
-voi collegate le une alle altre possono essere rotte dal più piccolo
-accidente; l’avvoltoio può non passare in tempo, o cadere a cento passi
-dal vivaio.
-
-— Ma ecco dove sta precisamente l’arte. Per essere un gran chimico in
-Oriente, bisogna saper prendere l’occasione; e vi si giunge.
-
-La signora de Villefort era astratta:
-
-— Ma, diss’ella, l’arsenico è indelebile; in qualunque modo venga
-assorbito si trova sempre nel corpo umano, dal momento che vi sia stato
-introdotto in quantità sufficiente per dare la morte.
-
-— Bene, gridò Monte-Cristo, bene! ecco precisamente ciò che dissi al
-buono Adelmonte. Egli ristette, sorrise e mi rispose con un proverbio
-siciliano, che credo pure sia egualmente un proverbio francese,
-«figlio mio il mondo non fu fatto in un giorno, ma in sette, ritornate
-domenica». La domenica successiva vi andai, invece di avere innaffiato
-il suo cavolo colla dissoluzione di arsenicale, lo aveva innaffiato
-con una dissoluzione di sali a base di stricnina _strichnon colubrina_
-come dicono gli scienziati. Questa volta il cavolo non aveva l’aspetto
-malato, per cui il coniglio non ne diffidava, e cinque minuti dopo era
-morto. Il pollo lo mangiò, ed il giorno dopo esso era morto. Allora
-noi facemmo da avvoltoi, prendemmo il pollo che venne aperto. Questa
-volta tutti i sintomi particolari erano spariti, e non restavano che
-i sintomi generali. Nessuna indicazione sugli organi, esasperazione
-soltanto del sistema nervoso, e traccia di congestione cerebrale,
-nient’altro, il pollo non era stato avvelenato, era morto d’apoplessia.
-È un caso raro nei polli, lo so, ma comunissimo nell’uomo.
-
-La signora de Villefort sembrava sempre più astratta:
-
-— È una fortuna, diss’ella, che tali sostanze non possono essere
-preparate che dai chimici, perchè in verità una metà del mondo
-avvelenerebbe l’altra.
-
-— Da chimici, e da quelli che si occupano di chimica, rispose
-negligentemente Monte-Cristo.
-
-— E poi, disse la sig.ª de Villefort strappandosi da sè stessa e con
-forza dai suoi pensieri, per quanto più sapientemente preparato, il
-delitto è sempre un delitto; e se sfugge alle umane investigazioni non
-isfugge però allo sguardo di Dio. Gli orientali sono più coraggiosi
-di noi nei casi di coscienza, perchè hanno soppresso l’inferno; ecco
-tutto.
-
-— Eh! signora, questo è un pensiero che deve naturalmente nascere in
-un’anima onesta come la vostra, ma che i sofismi sradicano ben presto
-nei perversi. La vita dell’uomo scorre facendo tali cose, e la sua
-intelligenza si stanca a segnarle. Voi troverete ben poche persone che
-vadano bestialmente a piantare un coltello nel cuore del loro simile,
-o a ministrar loro una dose d’arsenico, come quella di cui vi parlava
-or ora. Questa è veramente una eccentricità ed una bestialità. Per
-giungere a ciò bisogna che il sangue si riscaldi a 36 gradi, che il
-polso batta a 86 pulsazioni, e che l’anima esca dai limiti ordinari.
-Ma se come si usa in filologia, si passa dalla parola al sinonimo
-mitigato, voi fate una semplice eliminazione, invece di commettere
-un’ignobile assassinio, se allontanate puramente e semplicemente dal
-vostro sentiero colui che vi dà incomodo, e ciò senza scossa, senza
-violenza, senza l’apparecchio di quelle sofferenze che, diventando un
-supplizio, fanno della vostra vittima un martire, e di chi opera un
-carnefice in tutta l’estensione del termine; se non vi è nè sangue,
-nè urli, nè contorsioni, nè soprattutto la pericolosa momentaneità del
-compimento, allora voi sfuggite ai colpi della legge umana che vi dice
-«Non disturbate la società» Ecco come procedono e riescono le genti
-d’Oriente, persone gravi e flemmatiche, che s’inquietano poco sulla
-questione del tempo nelle combinazioni di una certa importanza.
-
-— Resta la coscienza, disse la sig.ª de Villefort con voce commossa
-soffocando un sospiro. — Monte-Cristo voleva continuare, ma essa lo
-interruppe come per cambiar discorso: — Tutto mi conduce a stimarvi,
-diss’ella, per un gran chimico; e quell’elixir che avete fatto prendere
-a mio figlio, e che lo ha richiamato sì tosto alla vita...
-
-— Oh! non ve ne fidate, la interruppe Monte-Cristo. Una goccia di
-quell’elixir bastò per richiamare vostro figlio alla vita mentre stava
-per morire, ma tre gocce gli avrebbero spinto il sangue ai polmoni,
-in modo da procurargli forti palpitazioni di cuore, sei gocce gli
-avrebbero sospesa la respirazione, e lo avrebbero posto in una sincope
-molto più grave di quella in cui si ritrovava, dieci lo avrebbero
-fulminato. Sapete, signora, in qual modo lo allontanai prestamente da
-quelle ampolle che egli aveva l’imprudenza di toccare?
-
-— È dunque un veleno terribile?
-
-— Oh! mio Dio! no, bisogna da prima ammettere questo, che la parola
-veleno non v’è, quindi in medicina si servono dei veleni più violenti,
-che divengono, pel modo con cui sono ministrati, i rimedi più salutari.
-
-— Che cosa è dunque allora?
-
-— È una sapiente preparazione del mio amico, l’eccellente Adelmonte, e
-di cui mi ha insegnato a servirmi.
-
-— Oh! disse la sig.ª de Villefort, questo dev’essere un eccellente
-antispasmodico.
-
-— Sovrano rimedio, signora, lo avete veduto, rispose il conte, ed io ne
-faccio uso frequentemente, con tutta la prudenza possibile ben inteso,
-soggiunse egli ridendo.
-
-— Lo credo, in quanto a me, sì nervosa e sì facile a svenirmi avrei
-bisogno di un dottore Adelmonte per inventarmi dei mezzi di farmi
-respirare liberamente, e per tranquillarmi sul timore che provo di
-morire un bel giorno soffocata. Frattanto, siccome è difficile di
-ritrovar ciò in Francia, e che il vostro amico non sarà disposto a
-fare per me un viaggio a Parigi, io faccio uso degli antispasmodici
-del sig. Planch, e la sua menta e le gocce di Hoffman occupano un gran
-posto in casa mia. Osservate, ecco le pastiglie che mi faccio fare
-espressamente; sono a dose doppia.
-
-Monte-Cristo aprì la scatola di madreperla che gli presentava la
-giovane sposa, ed odorò le pastiglie come un’intelligente, capace di
-apprezzare questa preparazione.
-
-— Esse sono squisite, diss’egli, ma sottomesse alla necessità della
-deglutizione che spesse volte è una funzione impossibile a farsi da una
-persona svenuta. Amo meglio il mio specifico.
-
-— Ma certamente io pure lo preferirei, particolarmente dopo gli effetti
-che ne ho veduti: senza dubbio sarà un segreto, nè son tanto indiscreta
-da domandarvelo.
-
-— Ma io sono abbastanza galante per offrirvelo.
-
-— Oh! signore.
-
-— Soltanto ricordatevi d’una cosa, ed è che a piccola dose è un
-rimedio, ad alta dose è un veleno. Una goccia rende la vita, come lo
-avete veduto, cinque o sei ammazzerebbero infallibilmente ed in un
-modo tanto più terribile, che disciolte in un bicchier di vino non ne
-altererebbero momentaneamente il gusto... mi cheto perchè sembrerebbe
-che avessi l’aria di consigliarvi. — Le sei e mezzo erano suonate,
-fu annunziato un amico della sig.ª de Villefort che veniva a pranzo
-da lei. — Se io avessi l’onore di avervi già veduto per la terza o
-quarta volta, invece d’essere la seconda, avrei pure l’onore d’essere
-vostr’amica, invece di avere soltanto la fortuna d’esservi obbligata;
-insisterei perchè rimaneste a pranzo, e non mi lascerei abbattere da un
-primo rifiuto.
-
-— Mille grazie, signora, rispose Monte-Cristo, io ho un impegno
-al quale non posso mancare. Ho promesso di condurre a teatro una
-principessa greca mia amica, che non è ancora stata all’_Opera_, e
-conta su di me per andarvi.
-
-— Andate dunque, ma non dimenticate la mia ricetta.
-
-— E come mai, signora, per far ciò bisognerebbe dimenticare l’ora di
-conversazione che ho passato con voi, il che è affatto impossibile. —
-Monte-Cristo salutò e partì.
-
-La signora de Villefort rimase astratta.
-
-— Ecco un uomo strano, diss’ella, e che mi ha l’aspetto di chiamarsi
-Adelmonte per nome di battesimo.
-
-In quanto a Monte-Cristo il risultato aveva sorpassato la sua
-aspettativa. — Andiamo, diss’egli partendo, ecco una buona terra; sono
-convinto che il seme che vi si lascia cadere non abortisce.
-
-Il giorno dopo fedele alla sua promessa inviò la ricetta.
-
-
-
-
-LII. — ROBERTO IL DIAVOLO.
-
-
-La scusa dell’opera era tanto migliore ad addursi in quanto che
-in quella sera vi era solennità per l’accademia reale di musica.
-Lavasseur, dopo una lunga indisposizione, si riproduceva rappresentando
-la parte di Bertram, e come accade sempre, l’opera del maestro di
-moda aveva chiamata la più brillante società di Parigi. Morcerf,
-come la maggior parte dei giovani ricchi, aveva il suo posto fisso in
-orchestra, più dieci palchi di persone di sua conoscenza cui poteva
-dimandare un posto, senza calcolare quello al quale aveva diritto
-nel palco dei _lions_. Château-Renaud aveva il posto vicino al suo.
-Beauchamp, nella qualità di giornalista, aveva posto da per tutto.
-Quella sera Luciano Debray riteneva a sua disposizione il palco del
-ministro, e lo aveva offerto al conte di Morcerf, il quale dietro il
-rifiuto di Mercedès, lo aveva inviato a Danglars, facendogli dire che
-quella sera avrebbe probabilmente fatto una visita alla baronessa ed
-a sua figlia, se queste signore avessero accettato il palco che lor
-proponeva. Queste dame eransi ben guardate dal rifiutare. Nessuno è
-più ingordo di un palco che non costa niente, quanto un milionario. In
-quanto a Danglars aveva dichiarato che i suoi principi politici, e la
-qualità di deputato dell’opposizione, non gli permettevano di andare
-nel palco del ministro.
-
-In conseguenza la baronessa aveva scritto a Luciano di venirla a
-prendere, dappoichè non poteva andare all’_Opera_ sola con Eugenia.
-Infatto se le due dame vi fossero andate sole, sarebbesi ciò ritrovato
-di cattivo gusto; mentre che nulla v’era a ridire, se madamigella
-Danglars, andava all’_Opera_ con sua madre... bisogna pure prendere il
-mondo come è fatto. Il sipario si alzò, come d’ordinario, col teatro
-quasi vuoto. Questa è ancora una delle abitudini della società elegante
-parigina, che va allo spettacolo quando è già cominciato; e ne risulta
-che, per gli spettatori già arrivati, il primo atto passa senza esser
-guardato ed ascoltato, ma nel vedere gli spettatori che giungono a non
-ascoltare altro che il rumore delle porte e quello delle conversazioni.
-
-— Guarda! disse d’improvviso Alberto, vedendo aprirsi un palco laterale
-del prim’ordine, la contessa G***.
-
-— E chi è questa contessa G***? domandò Château-Renaud.
-
-— Oh! per bacco, barone, ecco una domanda che non vi perdono; chiedete
-chi è la contessa G***?
-
-— Oh! è vero, disse Château-Renaud, non è quella graziosa veneziana?
-
-— Precisamente. — In questo momento la contessa G*** s’accorse
-d’Alberto, e scambiò con lui un saluto accompagnato da un sorriso. — La
-conoscete, disse Château-Renaud?
-
-— Sì, fece Alberto, le fui presentato a Roma da Franz.
-
-— Vorreste rendermi a Parigi lo stesso favore?
-
-— Ben volentieri.
-
-— Zitti, gridò il pubblico. — I due giovani continuarono la loro
-conversazione, senza sembrare di menomamente inquietarsi del desiderio
-che manifestava la platea di sentire la musica.
-
-— Ella era alle corse del Campo di Marte, disse Château-Renaud.
-
-— Di fatto oggi vi erano le corse, eravate impegnato?
-
-— Oh! per una miseria, 50 luigi. — Chi ha vinto?
-
-— _Nautilus_, io scommetteva per lui.
-
-— Ma vi erano tre corse?
-
-— Sì, vi era il premio del Jockey-Club, una coppa d’oro. Anzi è
-accaduto una cosa bizzarra. — E quale?
-
-— Zitti dunque, gridò il pubblico.
-
-— Hanno vinto questa corsa un cavallo ed un jockey del tutto
-sconosciuti. — Come?
-
-— Oh! mio Dio, sì; nessuno aveva fatta attenzione ad un cavallo
-inscritto sotto il nome di _Vampa_, e ad un jockey iscritto sotto il
-nome _Job_, quando d’un subito si è veduto inoltrarsi un ammirabile
-sauro, ed un jockey grosso come un pugno; sono stati costretti di
-caricarlo di 20 libbre di piombo in saccoccia, cosa che non gli ha
-impedito di giungere alla meta tre lunghezze di cavallo prima d’_Ariel_
-e _Barbaro_ che correvano con lui.
-
-— E non si è saputo a chi apparteneva il cavallo ed il jockey? — No.
-
-— Diceste che il cavallo era iscritto sotto il nome di...
-
-— _Vampa._
-
-— Ne so più di voi, so a chi apparteneva il cavallo.
-
-— Silenzio dunque, gridò per la terza volta la platea.
-
-Questa volta gli urli erano sì grandi, che i due giovani si accorsero
-finalmente ch’erano ad essi indirizzati dal pubblico. Si volsero un
-momento, cercando in questa folla chi si rendesse garante di ciò che
-essi consideravano come un’insolenza; ma nessuno reiterò l’invito, ed
-essi si volsero verso la scena.
-
-In questo mentre si apriva il palco del ministero, e la sig.ª Danglars
-con la figlia e Luciano Debray prendevano i loro posti. — Ah! ah! disse
-Château-Renaud, ecco delle persone di vostra conoscenza, visconte; che
-diavolo guardate a dritta? siete cercato da quest’altra parte.
-
-Alberto si volse ed i suoi occhi s’incontrarono in quelli della
-baronessa Danglars, che gli fece un piccolo saluto col ventaglio. In
-quanto a madamigella Eugenia, fu molto se i suoi occhi si abbassarono
-fino all’orchestra. — In verità, mio caro, disse Château-Renaud, non
-capisco, prescindendo dalla cattiva alleanza che non credo sia ciò che
-vi preoccupi molto, quel che potete avere contro madamigella Danglars;
-e pure in verità è una bellissima giovane.
-
-— Bellissima certamente, disse Alberto, ma vi confesso che in fatto di
-bellezza, amerei meglio qualche cosa di più dolce, di più soave, infine
-di più femminino.
-
-— Ecco i giovani che non si contentano mai, disse Château-Renaud, che
-nella sua qualità di uomo di 30 anni assumeva un’aria paterna. E come,
-mio caro, vi si ritrova una fidanzata costruita sul modello di Diana
-cacciatrice, e non siete contento!
-
-— Ebbene! precisamente l’avrei desiderata piuttosto del genere della
-Venere di Milo, o di Capua. Questa Diana cacciatrice, sempre in
-mezzo alle sue ninfe, mi spaventa un poco; ho paura che mi tratti
-come Atteone. — Di fatto un colpo d’occhio che si fosse dato sulla
-giovane, poteva quasi spiegare il sentimento che aveva esposto Morcerf.
-Eugenia Danglars era bella, ma, come lo aveva detto Alberto, di una
-bellezza un poco sostenuta, i capelli erano di un bel nero, ma nel loro
-ondeggiamento naturale si rinveniva qualche cosa di restio alla mano
-che voleva impor loro la sua volontà; gli occhi, neri come i capelli,
-sottoposti a magnifiche sopracciglia, che non avevano che un difetto,
-quello cioè di aggrottarsi qualche volta, erano particolarmente
-notevoli per una espressione di fermezza ch’erasi meravigliati di
-ritrovare in una donna; il naso aveva quelle proporzioni esatte che
-un bravo scultore darebbe alla statua di Giunone, soltanto la bocca
-era un po’ grande, ma guarnita di bei denti che facevano risaltare le
-labbra il cui carminio troppo vivo risaltava sul pallore del viso;
-finalmente un nero neo posto all’angolo della bocca e più largo di
-quello che ordinariamente sono questi capricci della natura, compiva
-di dare a questa fisonomia un’indole risoluta, ciò che spaventava alcun
-poco Morcerf. Del rimanente tutto il restante della persona di Eugenia
-corrispondeva a questa testa che abbiamo procurato di descrivere.
-Essa era, come l’aveva detto Château-Renaud, la Diana cacciatrice,
-ma con qualche cosa di più fermo e di più maschio nella sua bellezza.
-In quanto all’educazione che aveva ricevuta, se vi era un rimprovero
-a farsi era che sembrava in alcuni punti, come nella sua fisonomia
-più propria dell’altro sesso. Difatto parlava due o tre lingue,
-disegnava facilmente, faceva versi e componeva musica, era soprattutto
-appassionata per quest’ultima arte, che studiava con una delle amiche
-del conservatorio, giovanetta senza beni di fortuna, ma che a quanto
-veniva assicurato aveva tutte le disposizioni possibili per divenire
-una eccellente cantante; si diceva che un gran compositore portava
-a questa giovanetta un interessamento quasi paterno, e la faceva
-studiare nella speranza che un giorno avrebbe fatto una gran fortuna
-con la sua voce. La possibilità che Luisa d’Armilly (era il nome
-della giovane virtuosa) potesse un giorno andare sul teatro, faceva
-sì che madamigella Danglars, quantunque la ricevesse in casa, non si
-facesse vedere con essa in pubblico. Del resto senz’avere nella casa
-del banchiere il posto indipendente di un’amica, Luisa godeva di una
-posizione superiore a quella delle istitutrici ordinarie.
-
-Qualche secondo dopo l’ingresso della sig.ª Danglars nel palco, era
-calato il sipario, ed in grazia di quella facoltà data dalla lunghezza
-degl’intermezzi fra un atto e l’altro, viene lasciato tutto il comodo
-di andare a passeggiare nella scala o di fare delle visite per una
-mezz’ora; i posti dell’orchestra si erano quasi del tutto vuotati.
-
-Morcerf e Château-Renaud erano usciti pei primi. Per un momento la
-sig.ª Danglars credette che questa sollecitudine di Alberto avesse per
-iscopo di farle i suoi complimenti, e si era inclinata all’orecchio
-della figlia per annunziarle questa visita; ma colei erasi contentata
-di scuotere la testa, sorridendo, e nello stesso tempo, come per
-provare quanto era fondata la negativa d’Eugenia, Morcerf comparve nel
-palco di fianco del prim’ordine: era quello della contessa G***.
-
-— Ah! eccovi qui, signor viaggiatore, disse questa stendendogli la
-mano con tutta la cordialità di un’antica conoscenza, è un bel tratto
-di amabilità per voi di avermi riconosciuta, e soprattutto d’avermi
-accordata la preferenza della prima visita.
-
-— Credetemi, signora, che se avessi conosciuto prima il vostro arrivo
-in Parigi, ed avessi saputo il vostro indirizzo, non avrei aspettato
-così tardi. Ma vogliate permettermi di presentarvi il sig. barone de
-Château-Renaud, mio amico, uno dei pochi galantuomini che rimangano
-ancora alla Francia, e dal quale ho saputo che voi eravate alle corse
-del Campo di Marte. Château-Renaud salutò.
-
-— Ah! voi eravate alle corse, signore, disse con vivacità la contessa.
-— Sì signora. — Ebbene, riprese la contessa G***, sapreste dirmi di chi
-era il cavallo che ha vinto il premio del Jockey-Club? — No signora,
-e poco fa faceva la stessa interrogazione ad Alberto. — Vi avete molta
-premura sig.ª contessa, domandò Alberto. — A che?
-
-— A conoscere il padrone del cavallo. — Infinitamente...
-immaginatevi... ma sapreste, visconte, chi egli sia?
-
-— Signora, sembra che voleste contare una storia; avete detto
-immaginatevi...
-
-— Ebbene! immaginatevi che quel grazioso cavallo sauro e quel bello e
-piccolo Jockey dalla casacca color di rosa, mi avevano a prima vista
-inspirata una così vera simpatia che io faceva voti per l’uno e per
-l’altro, come precisamente se avessi scommesso per loro la metà dei
-miei beni; per cui quando essi giunsero alla meta, sorpassando gli
-altri corridori di tre lunghezze di cavallo, ne fui così contenta, che
-mi misi a battere le mani come una pazza. Figuratevi il mio stupore
-allorchè rientrando in casa, ho incontrato per le scale il piccolo
-Jockey color di rosa; credetti che il vincitore della corsa abitasse
-per caso nella stessa casa, ove sono, quando aprendo la porta del
-mio salotto, la prima cosa che vidi, fu la coppa d’oro che formava il
-premio guadagnato dal cavallo e Jockey sconosciuti. Nella coppa v’era
-un pezzetto di carta sul quale erano scritte queste parole: «Alla
-contessa G***, Lord Ruthwen.»
-
-— È precisamente lui, disse Morcerf.
-
-— Come è precisamente lui, chi volete dire?
-
-— Voglio dire che è lord Ruthwen in persona.
-
-— Quale lord Ruthwen? — Il mostro, il vampiro, quello del teatro
-Argentina. — Davvero, gridò la contessa egli è dunque qui? —
-Precisamente. — E voi lo vedete, lo ricevete, andate da lui. — Egli
-è mio amico intimo, ed anche il sig. di Château-Renaud ha l’onore di
-conoscerlo.
-
-— Ma che cosa può farvi credere che sia il vincitore?
-
-— Il suo cavallo inscritto sotto il nome di _Vampa_.
-
-— Ebbene avanti. — Non vi ricordate il nome di quel famoso bandito che
-mi fece prigioniero? — Ah! è vero.
-
-— E dalle mani del quale, il conte mi cavò miracolosamente? — È un
-fatto.
-
-— Egli si chiamava _Vampa_, vedete bene che è lui.
-
-— Ma perchè ha inviata questa coppa a me?
-
-— Primieramente sig.ª contessa, perchè gli aveva parlato molto di voi,
-come potete ben crederlo, secondo perchè sarà rimasto soddisfatto di
-aver qui ritrovato una compatriotta, e contento dell’interessamento che
-questa compatriotta prendeva per lui.
-
-— Spero bene che non gli avrete mai raccontate le pazzie che si sono
-dette sul conto suo? — In fede mia non lo giurerei, e questo modo
-d’offrirvi la coppa sotto il nome di lord Ruthwen.... — Ma è orribile,
-l’avrà con me mortalmente! — Il suo procedere è quello di un nemico?
-
-— No, lo confesso. — Ebbene! — Dunque egli è a Parigi?
-
-— Sì. — E che sensazione ha fatta? — Se ne è parlato otto giorni, disse
-Alberto, poi è succeduta l’incoronazione della Regina d’Inghilterra, ed
-il rubamento dei diamanti di madamigella Mars, e non si è più parlato
-che di questo.
-
-— Mio caro, disse Château-Renaud, si vede bene che il conte è vostro
-amico, e lo trattate come tale. Non credete sig.ª contessa a ciò che vi
-dice Alberto, in tutta Parigi non si fa altro discorso che del conte di
-Monte-Cristo. Egli ha cominciato a regalare alla sig.ª Danglars un paio
-di cavalli che gli sono costati 30 mila fr., poi ha salvato la vita
-alla sig.ª de Villefort, poi ha guadagnato, a quanto sembra, il premio
-della corsa del Jockey-Club. Io sostengo al contrario, qualunque sia
-l’opinione di Morcerf, che in questo momento tutti si occupano ancora
-del conte, e che non si occuperanno per un buon mese ancora che di lui,
-molto più se continua a fare delle eccentricità, le quali del resto
-sembrano la sua buona maniera di vivere.
-
-— È possibile, disse Morcerf, ma frattanto chi ha dunque ripreso il
-palco dallo ambasciatore di Russia?
-
-— Qual è? disse la contessa. — Quello fra l’intercolonio del
-prim’ordine; mi sembra rimesso a nuovo del tutto.
-
-— È vero, disse Château-Renaud; non v’era alcuno durante il primo atto?
-— Dove? — In quel palco.
-
-— No, riprese la contessa, non vi ho veduto alcuno; così, continuò,
-ritornando alla prima conversazione, credete che il vostro conte di
-Monte-Cristo, sia stato quello che ha guadagnato il premio? — Ne son
-sicuro.
-
-— E che mi ha inviato la coppa? — Senz’alcun dubbio.
-
-— Ma io non lo conosco, ed ho volontà di rimandargliela.
-
-— Oh! non lo fate, ve ne manderebbe un’altra tagliata in un qualche
-zaffiro, o scavata in un qualche rubino. Questi sono i suoi modi
-di operare; che volete, bisogna prenderlo com’è. — In questo mentre
-s’intesero i campanelli che avvisavano che il secondo atto stava per
-cominciare. Alberto si alzò per andare a prendere il suo posto.
-
-— Vi rivedrò? domandò la contessa.
-
-— Nell’intermezzo degli atti se lo permettete, verrò a sentire se posso
-esservi utile in qualche cosa a Parigi.
-
-— Signori, disse la contessa, il sabbato la sera sto in casa per
-ricevere gli amici, strada di Rivoli n. 22. Entrambi siete avvisati. —
-I due giovani salutarono ed uscirono.
-
-Rientrando in platea videro tutti in piedi con gli occhi fissi
-sopra un sol punto del teatro, i loro sguardi seguirono quelli della
-direzione generale, e si fermarono sul palco che prima apparteneva
-all’ambasciatore di Russia. Vi era entrato un uomo vestito di nero di
-35 a 40 anni, con una donna che portava un costume orientale. La donna
-era della più gran bellezza, ed il vestito di tale ricchezza che tutti
-gli occhi, come si disse, si erano rivolti su lei.
-
-— Ah! disse Alberto, è Monte-Cristo e la sua greca.
-
-In fatti erano il conte ed Haydée. In meno di un momento la giovane
-greca era l’oggetto dell’attenzione non solo della platea, ma di tutto
-il teatro; le donne sporgevansi dai palchi per vedere risplendere al
-chiarore dei lumi quella cascata di diamanti. Il secondo atto passò
-in mezzo a quel sordo rumore che nelle riunioni ammassate indica un
-grande avvenimento. Nessuno pensò a gridare silenzio. Questa donna così
-bella, così giovane, così raggiante, era il più bello spettacolo che
-si potesse vedere. Questa volta un segno della sig.ª Danglars indicò
-chiaramente ad Alberto che la baronessa desiderava avere da lui visita,
-finito l’atto.
-
-Morcerf era di troppo buon gusto per non farsi aspettare, quando gli
-veniva chiaramente indicato ch’era aspettato. L’atto finì, ed ei si
-affrettò di salire al palco sul proscenio.
-
-Salutò le due dame e stese la mano a Debray. La baronessa lo accolse
-con un grazioso sorriso ed Eugenia colla sua freddezza abituale. — In
-fede mia, mio caro, disse Debray, voi vedete un uomo al suo termine,
-e che vi chiama in aiuto per sollevarlo. Ecco qui, la signora che mi
-ammazza di interrogazioni sul conte, e che vuole ch’io sappia di dov’è,
-di dove viene, ove va: in fede mia non sono Cagliostro, e per togliermi
-d’impaccio, ho detto: «Domandate tutto ciò a Morcerf, egli conosce
-sulla punta delle dita il suo Monte-Cristo»; allora vi hanno fatto
-segno.
-
-— Non è incredibile, disse la baronessa, che quando si ha un mezzo
-milione di fondi segreti a sua disposizione, non si sia meglio istruiti
-di lui?
-
-— Signora, disse Luciano, vi prego di credere che se avessi mezzo
-milione a mia disposizione, lo impiegherei in tutt’altro, che nel
-prendere informazioni su Monte-Cristo, che ai miei occhi non ha altro
-merito, se non quello di essere due volte ricco più di un nababbo: ma
-ho ceduta la parola a Morcerf; accomodatevi con lui, in ciò non ho più
-nulla a fare.
-
-— Un nababbo non mi avrebbe al certo mandato a regalare un paio di
-cavalli di 30 mila fr. con quattro diamanti da cinque mila fr. l’uno.
-
-— Oh! disse ridendo Morcerf, i diamanti sono la sua manìa. Io credo
-che, a guisa di Potemkin, ne abbia sempre in saccoccia, e che ne semini
-lungo la strada, come il piccolo Poucet faceva dei sassolini.
-
-— Ne avrà trovata qualche miniera, disse la signora; sapete che ha un
-credito illimitato sul barone?
-
-— Nol sapeva, ma dev’esser così, rispose Alberto.
-
-— E che ha avvisato il sig. Danglars che conta di stare a Parigi un
-anno e di spendervi sei milioni?
-
-— Questi è lo _schach_ di Persia che viaggia in incognito.
-
-— E quella donna, sig. Luciano, disse Eugenia, avete osservato quanto è
-bella?
-
-— In verità madamigella, non conosco che voi per far giustizia alle
-persone del vostro sesso. — Luciano si accostò all’occhio l’occhialino:
-— Graziosa! diss’egli.
-
-— Ed il sig. de Morcerf sa chi sia quella signora?
-
-— Madamigella, disse Alberto, rispondo a questa quasi diretta
-interpellazione; ne so presso a poco, come di tutto ciò che riguarda il
-personaggio misterioso di cui si parla. Quella signora è una greca.
-
-— Ciò si conosce facilmente dal vestito, e non mi dite con ciò nulla di
-più di quello che a quest’ora sa tutto il teatro.
-
-— Sono mortificato, disse Morcerf, di essere un cicerone tanto
-ignorante; ma debbo confessarvi che le mie cognizioni si limitano a
-ciò solo. So di più ch’ella è amante di musica, perchè un giorno che
-feci colazione dal conte, intesi il suono di una _guzla_ che certamente
-veniva da lei.
-
-— Il vostro conte riceve? domandò la sig.ª Danglars.
-
-— In un modo assai splendido, ve lo giuro.
-
-— Bisogna che io obblighi il sig. Danglars ad offrirgli un pranzo, un
-ballo, affinchè ce lo restituisca.
-
-— Come! andreste da lui, disse Debray ridendo.
-
-— E perchè no? con mio marito!
-
-— Ma questo misterioso conte è celibe.
-
-— Vedete che non è vero, disse ridendo la baronessa mostrando la bella
-greca.
-
-— Quella donna è una schiava, a quanto ci ha detto: ve ne ricordate,
-alla vostra colazione, Morcerf.
-
-— Converrete mio caro Luciano, disse la baronessa, ch’ella ha piuttosto
-l’aspetto di qualche principessa.
-
-— Delle _mille e una notte._
-
-— Non dico delle _mille e una notte_; ma che cosa forma la principessa,
-caro mio? i diamanti; ed essa ne è ricoperta.
-
-— Ella ne ha anche troppi, disse Eugenia; sarebbe ancor più bella
-senza; perchè il collo ed i polsi, che sono di forme bellissime,
-avrebbero maggior spicco.
-
-— Oh! l’artista, sentite, disse la sig.ª Danglars, come è entusiasta.
-
-— Amo tutto ciò che è bello, disse Eugenia.
-
-— Ma che ne dite del conte, mi sembra che non ci sia male.
-
-— Il conte, disse Eugenia, come se non avesse ancora pensato a
-guardarlo; il conte è molto pallido.
-
-— Di questo pallore precisamente, disse Morcerf, noi studiamo conoscere
-la causa.
-
-— La contessa G*** pretende, voi lo sapete, che sia un vampiro.
-
-— È dunque di ritorno la contessa? domandò la baronessa.
-
-— Nel palco di fianco, diss’Eugenia, quasi in faccia al nostro, quella
-donna con quei bei capelli biondi, è lei.
-
-— Ah! disse la sig.ª Danglars. Sapete ciò che dovreste fare Morcerf?
-
-— Ordinate signora.
-
-— Dovreste andare a fare una visita al vostro conte di Monte-Cristo e
-condurcelo.
-
-— Perchè farne? diss’Eugenia.
-
-— Per parlare con lui, non sei tu curiosa di vederlo?
-
-— Niente affatto. — Strana fanciulla, mormorò la baronessa. — Oh! disse
-Morcerf, probabilmente verrà da sè. Osservate, vi ha veduta, signora,
-e vi saluta. — La baronessa rese il saluto al conte accompagnandolo
-con un grazioso sorriso. — Andiamo, disse Morcerf, io mi sacrifico, vi
-lascio per andare a vedere se ci è modo di parlargli.
-
-— Andate nel palco, la cosa è semplicissima.
-
-— Ma io non sono stato presentato. — A chi?
-
-— Alla bella greca. — Ma diceste essere una schiava?
-
-— Sì, ma voi pretendete che sia una principessa... Spero che quando mi
-vedrà uscire, uscirà anch’egli.
-
-— È possibile, andate. — Vado. — Morcerf salutò ed uscì. Effettivamente
-al momento che passava davanti al palco del conte, la porta si aprì: il
-conte disse alcune parole in arabo ad Alì, che stava nel corridore, e
-prese il braccio di Morcerf: Alì chiuse la porta, e si tenne in piedi
-davanti ad essa; nel corridoio v’era una riunione di gente avanti al
-moro. — In verità, disse Monte-Cristo, il vostro Parigi è una strana
-città, ed i vostri Parigini una popolazione singolare. Si direbbe che
-questa è la prima volta che vedano un moro; guardate come si affollano
-intorno a questo povero Alì, che non sa che voglia dir questo. Vi dico
-però che un Parigino può andare a Tunisi, a Costantinopoli, a Bagdad,
-al Cairo e non gli faranno cerchio intorno.
-
-— Ciò è perchè i vostri orientali sono persone sensate, e non guardano,
-che ciò che merita la pena d’essere guardato: ma credetemi, Alì non
-gode di questa popolarità se non perchè vi appartiene, ed in questo
-momento voi siete l’uomo di moda.
-
-— Davvero! E chi mi ha procurato questo favore?
-
-— Per bacco voi stesso, voi regalate delle pariglie da migliaia di
-luigi, salvate la vita alle mogli dei procuratori del re; fate correre
-sotto il nome del maggiore Black dei cavalli di puro sangue, e dei
-jockey grossi come formiche; finalmente vincete delle coppe d’oro, e le
-mandate in regalo a delle belle donne.
-
-— E chi diavolo vi ha raccontato tutte queste fole?
-
-— Per bacco! la prima la sig.ª Danglars, che muore dalla volontà di
-vedervi nel suo palco, o piuttosto di farvici vedere, la seconda il
-giornale di Beauchamp; e la terza la mia propria immaginazione. Perchè
-nominaste il vostro cavallo _Vampa_ se volevate conservare l’incognito?
-
-— Ah! è vero! disse il conte, fu un’imprudenza. Ma ditemi dunque, il
-conte di Morcerf non viene qualche volta all’_Opera_? L’ho cercato
-dappertutto cogli occhi, ma non l’ho scorto da nessuna parte.
-
-— Egli verrà questa sera. — E dove? — Nel palco della baronessa, credo.
-— Quella graziosa giovane che è con lei è sua figlia? — Sì. — Ve ne
-faccio i miei rallegramenti.
-
-Morcerf sorrise: — Parleremo di ciò in altro momento, e con
-particolarità, disse egli. Che ne dite della musica?
-
-— Di quale musica? — Ma... di quella che avete intesa.
-
-— Dico che è bellissima per musica composta da un compositore umano,
-e cantata da uccelli bipedi, e senza penne come diceva Diogene. Quando
-voglio sentire della musica quale non è stata mai sentita da orecchio
-umano dormo.
-
-— Ebbene! qui siete situato a meraviglia; dormite, dormite, l’_Opera_
-non è stata inventata per altro scopo.
-
-— No, in verità la vostra orchestra fa troppo rumore, perchè io possa
-dormire del sonno di cui vi parlo, mi abbisogna calma, silenzio, ed una
-certa preparazione...
-
-— Ah! il famoso _hatchis_.
-
-— Precisamente, visconte, quando vorrete sentire della musica venite a
-cena da me.
-
-— Ma ne ho già inteso venendovi a fare colazione, disse Morcerf.
-
-— A Roma? — Sì. — Ah! sarà stata la _guzla_ di Haydée. Sì la povera
-esiliata si diverte qualche volta a suonare delle arie del suo paese.
-— Morcerf non insistè più; dalla sua parte il conte si tacque. In
-questo momento suonarono i campanelli. — Voi mi scuserete? disse il
-conte riprendendo la via del suo palco. — Come dunque! — Fate mille
-complimenti alla Contessa G*** per parte del suo vampiro.
-
-— Ed alla baronessa?
-
-— Le direte che avrò l’onore, se mi permette, di andarle a protestare i
-miei omaggi nella serata.
-
-Il terz’atto cominciò. Durante lo stesso il conte de Morcerf venne come
-aveva promesso a raggiungere la sig.ª Danglars.
-
-Il conte non era uno di quegli uomini che fanno rivoluzione in un
-teatro; per cui nessuno s’accorse del suo arrivo, meno quelli nel palco
-dei quali venne a prendere posto. Ciò non ostante Monte-Cristo lo vide,
-ed un leggero sorriso gli sfiorò le labbra. In quanto ad Haydée nulla
-vide finchè il sipario rimase alzato; come tutte le nature primitive
-ella adorava tutto ciò che parla all’orecchio ed agli occhi.
-
-Il terzo atto passò come d’ordinario. Le madamigelle Noblet, Julia, e
-Leroux eseguirono i loro soliti intermezzi; il principe di Granata fu
-sfidato da Roberto-Mario; finalmente questo maestoso re che voi sapete,
-fece il giro della scena, per mostrare il suo manto di velluto, tenendo
-sua figlia per mano, poi calò il sipario, e la platea sgorgò nella sala
-e nei corridori. Il conte uscì dal palco ed un momento dopo fu veduto
-in quello della baronessa Danglars, la quale non potè contenere un
-leggero grido di sorpresa misto a gioia:
-
-— Ah! venite dunque, sig. conte, gridò ella, perchè in verità ho sommo
-desiderio di unire i miei ringraziamenti verbali a quelli che vi ho già
-scritti.
-
-— Oh! signora, vi ricordate ancora di questa miseria, io l’aveva già
-dimenticata.
-
-— Sì!, ma ciò che non si dimentica, sig. conte si è che il giorno
-seguente salvaste la mia buon’amica, la sig.ª de Villefort dal pericolo
-che le facevano correre i miei cavalli.
-
-— Questa volta pure io non merito i vostri ringraziamenti. Alì, il
-mio moro ebbe la fortuna di rendere alla sig.ª de Villefort questo
-importante servigio.
-
-— Ma fu pure Alì, domandò il conte di Morcerf, che salvò mio figlio
-dalle mani dei banditi romani?
-
-— No, sig. conte, disse Monte-Cristo stringendo la mano che gli
-stendeva il generale, questa volta accetto i ringraziamenti, per conto
-mio, ma voi me li avete già fatti, li ho ricevuti, ed in verità sono
-felice di ritrovarvi tanto riconoscente. Fatemi dunque l’onore, vi
-prego, sig.ª baronessa, di presentarmi a madamigella vostra figlia.
-
-— Oh! voi siete già presentato, almeno di nome, perchè sono due o tre
-giorni che non si parla che di voi; Eugenia, continuò la baronessa
-voltandosi verso sua figlia, il sig. conte di Monte-Cristo. — Il conte
-s’inchinò, madamigella Danglars fece un leggero movimento con la testa:
-
-— Voi siete in palco con una bellissima signora, sig. conte,
-diss’Eugenia, è vostra figlia?
-
-— No, madamigella, disse Monte-Cristo maravigliato da questa estrema
-ingenuità, o da questa sorprendente destrezza! è una povera greca di
-cui io sono il tutore.
-
-— Come si chiama?... — Haydée, rispose Monte-Cristo.
-
-— Una greca, mormorò il conte di Morcerf.
-
-— Sì, conte, disse la sig.ª Danglars, e ditemi se alla corte
-d’Alì-Tebelen, ove avete servito gloriosamente, avete mai veduto un
-costume così ammirabile, quanto è quello che abbiamo innanzi agli
-occhi.
-
-— Ah! disse Monte-Cristo, voi avete servito a Giannina?
-
-— Sono stato generale istruttore delle soldatesche del Pascià, rispose
-Morcerf, e la mia piccola fortuna, non lo nascondo, mi viene dalla
-liberalità di questo illustre capo albanese.
-
-— Guardate dunque, insistè la sig.ª Danglars.
-
-— E dove? balbettò Morcerf. — Osservate, disse Monte-Cristo. — E
-circondando il conte col braccio, sporse con lui fuori del palco. In
-questo momento Haydée che cercava cogli occhi il conte scoperse la sua
-pallida testa vicino a quella di Morcerf che teneva abbracciato. Questa
-vista produsse sulla giovanetta l’effetto della testa di Medusa; fece
-un movimento colla testa in avanti, come per divorarli entrambi collo
-sguardo; poi quasi subito si gettò in addietro, mandando un debole
-grido, che fu però inteso dalle persone che le erano vicine, e da Alì
-che aperse subito la porta.
-
-— Osservate! disse Eugenia, che accade alla vostra pupilla, sig. conte?
-si direbbe che si senta male.
-
-— Sembra, disse il conte, ma non vi spaventate, madamigella Haydée è
-molto nervosa, per conseguenza molto sensibile agli odori; un profumo
-che le sia antipatico basta per farla svenire; ma, soggiunse il conte,
-cavando una boccettina di saccoccia, ho qui il rimedio. E dopo avere
-salutato la baronessa e la figlia, collo stesso e solo saluto strinse
-nuovamente la mano a Morcerf e a Debray, ed uscì dal palco della sig.ª
-Danglars. Quando rientrò nel suo, Haydée era ancora molto pallida;
-appena gli strinse la mano, Monte-Cristo s’accorse essere fredda ad un
-tempo ed umida.
-
-— E con chi dunque parlavi, signore? domandò Haydée.
-
-— Col conte di Morcerf, rispose Monte-Cristo, che è stato al servizio
-del tuo illustre padre, e che confessa di dovergli la sua fortuna.
-
-— Ah! miserabile, egli lo vendè ai Turchi; e questa fortuna fu il
-premio del suo tradimento. Tu dunque non sapevi questo, mio caro
-signore?
-
-— Aveva sentito dire qualche parola su questo proposito in Epiro, disse
-Monte-Cristo, ma ne ignoro i particolari; vieni, figlia mia, tu me li
-racconterai, devono essere curiosi.
-
-— Oh! sì vieni, vieni; mi sembra che morrei se dovessi stare più
-lungamente in faccia di quest’uomo.
-
-Ed Haydée s’alzò prestamente, s’inviluppò nella sua _burnous_ di
-_cachemire_ bianco, orlata di perle e di corallo ed uscì al momento in
-cui si alzava il sipario pel quarto atto.
-
-— Guardate se quest’uomo fa nulla di quel che fanno gli altri! disse la
-contessa G*** ad Alberto ch’era ritornato da lei, ascolta attentamente
-il terzo atto del _Roberto_, e se ne va al momento che sta per
-cominciare il quarto.
-
-
-
-
-LIII. — ALTO E BASSO DEI FONDI.
-
-
-Qualche giorno dopo questo incontro Alberto di Morcerf andò a far
-visita al conte di Monte-Cristo nella sua casa ai Campi-Elisi, che
-aveva già preso quell’aspetto di palazzo, che il conte mercè le sue
-immense ricchezze sapeva imprimere alle sue abitazioni anche più
-passaggiere. Egli veniva a rinnovargli i ringraziamenti della sig.ª
-Danglars che aveva già ricevuti in una lettera firmata baronessa
-Danglars, nata Erminia di Servieux. Alberto era accompagnato da Luciano
-Debray, il quale unì alle parole dell’amico qualche complimento, non al
-certo ufficiale, ma di cui il conte mercè il suo fino colpo d’occhio
-non poteva non sospettar la sorgente. Gli sembrò perfino che Luciano
-venisse a visitarlo mosso da un doppio sentimento di curiosità, di
-cui la metà emanasse dalla strada Chaussée-d’Antin; di fatto poteva
-supporre, senza timore di sbagliarsi, che la sig.ª Danglars non potendo
-coi suoi propri occhi ispezionare lo appartamento di un uomo che
-regalava cavalli da 30 mila fr. ed andava all’_Opera_ con una greca che
-portava il valore di un milione in diamanti, aveva incaricato gli occhi
-per i quali era solita vedere, di darle su ciò qualche informazione; ma
-il conte non parve sospettare la minima correlazione fra la visita di
-Luciano e la curiosità della baronessa.
-
-— Voi siete in rapporto quasi continuo col barone Danglars? domandò ad
-Alberto.
-
-— Sì, sig. conte, sapete ciò che vi ho detto.
-
-— Dunque resta sempre fermo?
-
-— Oggi più che mai, disse Luciano, è affar concluso.
-
-E giudicando senza dubbio che questa parola mista alla conversazione
-gli desse il diritto di restarne estraneo, si pose la lente legata in
-tartaruga all’occhio, e col pomo del bastoncino in bocca, fe’ il giro
-della camera esaminando e le armi ed i quadri.
-
-— Ah! disse Monte-Cristo, ma a quanto mi diceste, non avrei creduto ad
-una così sollecita soluzione.
-
-— Che volete? le cose camminano da sè; quando voi non pensate a loro,
-esse pensano a voi, e quando vi volgete, siete meravigliato del viaggio
-che hanno fatto. Mio padre ed il sig. Danglars hanno servito insieme
-in Ispagna, mio padre nell’esercito, Danglars nelle forniture. In
-questo modo mio padre, rovinato dalle rivoluzioni, e Danglars che non
-aveva mai avuto patrimonio, gettarono le prime fondamenta, mio padre
-della sua fortuna politico-militare che è bella, Danglars della sua
-politico-commerciale che è ammirabile.
-
-— Sì, infatto, disse Monte-Cristo, credo che nella visita che gli ho
-fatta, il sig. Danglars mi abbia parlato di ciò, e continuò dando uno
-sguardo al lato dov’era Luciano che stava sfogliando un album, è bella
-madamigella Eugenia?... perchè io credo di ricordarmi ch’ella si chiami
-Eugenia.
-
-— Molto bella, o piuttosto molto avvenente, disse Alberto, ma di una
-bellezza che non apprezzo; sono un indegno.
-
-— Ne parlate già come se foste suo marito.
-
-— Oh! fece Alberto, dando anch’egli uno sguardo a ciò che faceva
-Luciano.
-
-— Sapete, disse Monte-Cristo abbassando la voce, che non mi sembrate
-molto entusiasmato per questo matrimonio?
-
-— Madamigella Danglars è troppo ricca per me, e ciò mi spaventa, disse
-Morcerf.
-
-— Baie! disse Monte-Cristo, questa poi è una bella ragione? E non siete
-ricco voi pure?
-
-— Mio padre ha qualche cosa... circa 50 mila lire di rendita, e
-maritandomi me ne cederà forse 10 o 12.
-
-— La cosa è alquanto modesta, particolarmente a Parigi; ma in questo
-mondo il tutto non sta nelle ricchezze, e non è piccola cosa l’avere
-un nome ed un’alta posizione in società. Il vostro nome è celebre, la
-vostra posizione magnifica, e poi il conte di Morcerf è un soldato,
-ed è cosa ricercata la integerrimità di Baiardo, e la povertà di
-Duguesclin collegate insieme, il disinteresse è il più bel raggio
-di sole al quale possa balenare una nobile spada. Al contrario trovo
-questo matrimonio convenientissimo, voi nobiliterete la sig.ª Danglars,
-ella vi arricchirà!
-
-Alberto scosse la testa e rimase pensieroso.
-
-— Vi sono ancora altre cose, diss’egli.
-
-— Vi confesso, che non giungo a comprendere tanta ripugnanza per una
-giovinetta ricca e bella.
-
-— Oh! mio Dio! questa ripugnanza, se pur vi è, non viene tutta per
-parte mia.
-
-— Ma da qual parte dunque? perchè mi diceste che vostro padre
-desiderava questo matrimonio.
-
-— Per parte di mia madre, che ha un occhio prudente e sicuro. Ebbene
-ella non sorride a quest’unione, ha una certa non so quale prevenzione
-contro i Danglars.
-
-— Oh! disse il conte con un tuono di voce un po’ caricato, ciò si
-capisce; la sig.ª contessa di Morcerf che è la stessa distinzione,
-aristocrazia, e delicatezza personificata, esita alquanto a toccare una
-mano ordinaria, callosa e brutale.
-
-— Non so se di fatto sia così, disse Alberto, ma quel che so si è, che
-mi sembra che questo matrimonio, se si effettua, la renderà infelice.
-Vi doveva già essere un congresso di famiglia sei settimane or sono per
-parlare di affari, ma sono stato affetto talmente forte dall’emicrania.
-
-— Vera! disse il conte sorridendo.
-
-— Oh! sì, vera; la paura senza fallo... e la riunione fu aggiornata
-a due mesi. Non v’è nulla che solleciti, come capite, non ho ancora
-21 anno, ed Eugenia non ne ha che 17, ma i due mesi compiono nella
-settimana ventura. Bisognerà sottoporvisi. Non potete immaginare, mio
-caro conte, come io sia impacciato. Ah! quanto siete felice voi che
-siete libero!
-
-— Ebbene! restate libero voi pure; vi domando un poco chi ve lo
-impedisce?
-
-— Oh! questo sarebbe un troppo crudele disinganno per mio padre, se non
-isposassi madamigella Danglars.
-
-— Sposatela dunque, disse il conte con una particolare stretta di
-spalle.
-
-— Sì, disse Morcerf, ma questo per mia madre non sarà un disinganno ma
-un dolore.
-
-— Ed allora non la sposate, disse il conte.
-
-— Vedrò, proverò, mi consiglierete, n’è vero? se vi è possibile, mi
-torrete da quest’impaccio. Oh! per non procurare un dispiacere alla mia
-ottima madre credo che mi disgusterei anche il padre.
-
-Monte-Cristo si voltò, egli era commosso:
-
-— Che! diss’egli a Debray ch’era seduto in una profonda seggiola
-in un angolo del salotto, tenendo con una mano il lapis, coll’altra
-un portafogli, e che fate dunque là? fate uno schizzo nel genere di
-Poussin?
-
-— Io, rispose tranquillamente, sì davvero uno schizzo! amo molto la
-pittura per questo! Ma questa volta faccio all’opposto, scrivo dei
-numeri. — Dei numeri!
-
-— Sì, calcolo, e ciò riguarda voi indirettamente, visconte, calcolo
-ciò che la casa Danglars ha dovuto guadagnare sull’ultima alzata dei
-fondi di Haïti: da 206 i fondi sono saliti fino a 409 in tre giorni
-ed il prudente banchiere ne aveva acquistati molti a 206. Deve averci
-guadagnato 300 mila lire.
-
-— Non è il suo più bel colpo, disse Morcerf; non ha guadagnato un
-milione in quest’anno coi boni di Spagna?
-
-— Ascoltate, mio caro, disse Luciano, qui vi è il sig. conte di
-Monte-Cristo che vi dirà come dicono gl’italiani, _Denaro e santità,
-Metà della metà_ — ed è ancora molto: per tal modo quando mi si
-raccontano simili storie, mi stringo nelle spalle.
-
-— Ma voi parlate d’Haïti? disse Monte-Cristo.
-
-— Oh! Haïti è un’altra cosa, Haïti è il giuoco dell’_écarté_ pel
-traffico usurario dei biglietti del commercio francese, si può amare
-la _rollina_, prediligere il _Whist_, affollarsi al _boston_, ma
-poi ognuno si stancherà sempre di tutti questi giuochi e si tornerà
-all’_écarté_ che è un capo d’opera. Così il sig. Danglars ieri ha
-venduto a 405 e si è intascato 300 mila fr. Se avesse aspettato fin
-oggi i fondi ricadevano a 205 ed invece di guadagnare 300 mila fr. ne
-avrebbe perduto 20 o 25 mila.
-
-— E per qual motivo i fondi sonosi riabbassati da 409 a 205? vi chiedo
-scusa, ma sono molto addietro nella conoscenza di quest’intrighi di
-borsa.
-
-— Perchè, rispose ridendo Alberto, le notizie si succedono, ma non si
-rassomigliano.
-
-— Ah! diavolo, fece il conte, il sig. Danglars arrischia di guadagnare
-e di perdere 300 mila fr. in un giorno? Egli è dunque enormemente
-ricco. — Non è lui, gridò con vivacità Luciano, è la sig.ª Danglars.
-Ella è veramente intrepida!
-
-— Ma voi, Luciano, che siete ragionevole e che conoscete la instabilità
-delle notizie, poichè ne siete alla sorgente, dovreste impedirlo,
-disse con un sorriso Morcerf. — Come potrò farlo io, se suo marito non
-ci riesce? domandò Luciano; voi conoscete l’indole della baronessa,
-nessuno ha influenza su lei, ed ella non fa che ciò che vuole.
-
-— Oh! s’io fossi al vostro posto, disse Alberto.
-
-— Ebbene?
-
-— La guarirei; questo sarebbe un buon servizio da rendersi al suo
-futuro genero. — E in qual modo?
-
-— Oh! è ben facile; le darei una buona lezione.
-
-— Una lezione?
-
-— Sì, la vostra posiziono come segretario del ministro vi dà una grande
-autorità per le notizie, voi non aprite la bocca che i sensali di
-cambi non stenografizzino subito le vostre parole; fatele perdere un
-centinaio di migliaia di fr. per volta, e ciò la renderà prudente.
-
-— Non capisco, balbettò Luciano.
-
-— Eppure la cosa è chiara, rispose il giovine con un’ingenuità
-senz’affettazione, un bel mattino annunciatele qualche cosa d’inaudito,
-una notizia telegrafica che voi solo possiate sapere; ciò farà salire
-i fondi, ella giuocherà il suo colpo di borsa, e perderà certamente,
-quando la dimane Beauchamp scriverà nel suo giornale: «È falso che
-persone bene informate abbiano saputo la tale notizia, essa è del tutto
-inesatta.»
-
-Luciano si mise a ridere sull’estremità delle labbra. Monte-Cristo
-sebbene apparentemente indifferente non aveva perduto una parola di
-questo discorso, ed il suo sguardo penetrante aveva perfino preteso
-di scoprire un segreto nell’impaccio del segretario intimo; da
-quest’impaccio, ch’era pienamente sfuggito ad Alberto, risultò che la
-visita fu abbreviata da Luciano, poichè non si sentiva più a suo agio.
-Il conte accompagnandolo alla porta gli disse alcune parole a voce
-bassa, alle quali rispose: — Ben volentieri, accetto.
-
-Il conte ritornò dopo al giovine Morcerf.
-
-— Non credete voi, riflettendovi bene, di avere avuto torto di parlar
-così di vostra suocera in presenza di Debray?
-
-— Conte, disse Morcerf, ve ne prego, non date alla baronessa questo
-nome prima del tempo.
-
-— Da vero adunque, e senz’esagerazione, la contessa è contraria a tal
-punto a questo matrimonio?
-
-— A tal punto che viene raramente dalla mia famiglia, e mia madre,
-credo non sia stata più di una o due volte in sua vita a far visita
-alla sig.ª Danglars.
-
-— Allora, disse il conte, eccomi incoraggiato a parlarvi apertamente.
-Il sig. Danglars è il mio banchiere, il sig. de Villefort mi ha
-ricolmato di gentilezze in ringraziamento della fortunata combinazione
-che mi ha messo al caso di potergli rendere un servizio. Indovino sotto
-tutto ciò un buon numero di pranzi e di festini. Ora per non sembrare
-d’intracciar tutto a bella posta, ed anche per prendere l’iniziativa
-se così vi piace, ho ideato di riunire nel mio casino di campagna
-d’Auteuil il sig. e la sig.ª Danglars, il sig. e la sig.ª di Villefort.
-Se v’invito a questo pranzo unitamente al conte ed alla contessa di
-Morcerf, non avrebbe questo l’apparenza di un convegno matrimoniale,
-o almeno la contessa di Morcerf, non volterà la cosa in tal modo,
-particolarmente se il barone Danglars mi fa l’onore di condurvi sua
-figlia? Allora vostra madre mi prenderà in orrore ed io nol voglio
-menomamente. Al contrario ho tutta la premura, e ditelo a lei ogni
-qualvolta se ne presenti l’occasione, di conservarmi il meglio che sia
-possibile nel suo spirito.
-
-— In fede mia, disse Morcerf, vi ringrazio della franchezza che
-adoperate meco ed accetto l’esclusione che mi proponete. Mi dite che
-desiderate di conservarvi il meglio che sia possibile nel cuore di mia
-madre, vi assicuro che vi siete già a meraviglia.
-
-— Lo credete? disse Monte-Cristo con interessamento.
-
-— Oh! ne sono sicuro; quando l’altro giorno ci lasciaste, abbiamo
-parlato buona pezza di voi. Ma ritorniamo a ciò che dicevamo. Se mia
-madre potesse sapere, ed arrischierò a dirglielo, questo riguardo che
-le usate son certo che ve ne sarebbe grata, sebben mio padre dal canto
-suo ne sarebbe furioso.
-
-Il conte si mise a ridere. — Ebbene, eccovi avvisato. Ma vi rifletto,
-non solo vostro padre sarà furioso; il sig. e la sig.ª Danglars mi
-considereranno come uomo di cattivi modi. Sanno che fra noi passa una
-certa intimità, che anzi siete la mia più antica conoscenza parigina,
-e non ritrovandovi alla mia villa, mi chiederanno perchè non vi abbia
-invitato. Pensate almeno a munirvi di un impegno anteriore che abbia
-qualche apparenza di probabilità, e di cui mi darete avviso con un
-bigliettino. Ben sapete che i banchieri non riconoscono valide che le
-cose scritte.
-
-— Farò anche meglio, disse Alberto, mia madre suole andare a respirare
-l’aria del mare; in che giorno è fissato il vostro pranzo? — Per
-sabato.
-
-— Oggi è martedì, va bene, domani sera partiamo, dopo domani mattina
-saremo a Tréport. Sapete, sig. conte, che siete un cortese amico
-per mettere così le persone fuor di ogni intrigo? — Io? in verità mi
-stimate più di quel che valgo, desidero farvi cosa grata, ecco tutto.
-
-— In che giorno avete mandati gl’inviti? — Oggi stesso.
-
-— Bene, corro dal sig. Danglars, gli annunzio che domani mia madre ed
-io lasciamo Parigi. Non vi ho veduto, e per conseguenza non so nulla
-del vostro pranzo.
-
-— Pazzo che siete, ed il sig. Debray che vi ha veduto da me?
-
-— Ah! è giusto. — Al contrario io vi ho veduto e vi ho invitato qui
-senza cerimonie; e voi mi avete risposto candidamente che non potevate
-essere mio convitato, perché domani partivate per Tréport. — Va bene;
-ciò è concluso, ma verrete a visitare mia madre prima di domani?
-
-— Prima di domani è difficile. Poi verrei a disturbare i vostri
-preparativi di partenza.
-
-— Dunque fate ancor meglio, voi non eravate che un uomo grazioso,
-diventereste un uomo adorabile.
-
-— E che debbo fare per giungere a questa sublimità?
-
-— Oggi siete libero come l’aria, venite a pranzo con me. Noi saremo
-in piccola brigata: voi, mia madre ed io. Avete appena veduto mia
-madre, così la conoscerete da vicino. È una donna molto notevole, e mi
-spiace solo che non ve ne sia una uguale con vent’anni di meno, poichè
-vi assicuro che vi sarebbe presto una contessa ed una viscontessa
-Morcerf. Quanto a mio padre non lo troverete in casa, egli fa parte
-di una commissione, e pranza dal gran referendario. Venite, parleremo
-di viaggi; voi che avete veduto il mondo intero ci racconterete le
-vostre avventure, ci direte la storia di quella bella greca che dite
-essere vostra schiava, e che trattate come una principessa. Andiamo,
-accettate, mia madre ve ne saprà grado.
-
-— Mille grazie, disse il conte; l’invito non può essere più bello,
-e mi spiace vivamente di non poterlo accettare. Non sono libero come
-credete, al contrario ho un convegno importantissimo.
-
-— Ah! state in guardia, mi avete insegnato in qual modo, in fatto di
-pranzi uno può disimpegnarsi da un invito disaggradevole. Mi abbisogna
-una prova. Fortunatamente non sono un banchiere come Danglars, ma vi
-prevengo che sono incredulo quanto lui.
-
-— Ed io vi do subito la prova, disse il conte; e suonò.
-
-— Hum! fece Morcerf ecco già due volte che ricusate di pranzare con mia
-madre. Questa è una risoluzione stabilita.
-
-Monte-Cristo rabbrividì:
-
-— Ah! non lo credete, eppure, ecco la mia pruova.
-
-Battistino entrò e si fermò sulla porta aspettando.
-
-— Io non era stato prevenuto della vostra visita, n’è vero?
-
-— Diamine, siete un uomo tanto straordinario, che non ne risponderei.
-
-— Non poteva almeno immaginare che mi avreste invitato a pranzo?
-
-— Oh! in quanto a ciò; è probabile.
-
-— Ebbene! Ascoltate; Battistino, che vi ho detto questa mattina quando
-vi ho chiamato nel mio gabinetto di studio?
-
-— Di far chiudere la porta del palazzo appena suonate le cinque, disse
-il cameriere. — E poi?
-
-— Oh! sig. conte... disse Alberto.
-
-— No, no voglio assolutamente tormi quella riputazione d’uomo
-misterioso che mi avete fatta, mio caro visconte, è troppo difficile di
-rappresentare sempre la parte di Manfredi. Voglio vivere in una casa di
-cristallo... E poi, continuate Battistino.
-
-— E poi di non ricevere che il sig. maggiore Bartolommeo Cavalcanti e
-suo figlio.
-
-— Capite, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti; un uomo della più antica
-nobiltà d’Italia, e di cui Dante si è preso la pena d’essere l’Hozier;
-vi ricordate, o non vi ricordate, nel X canto dell’Inferno; di più, un
-grazioso giovine della vostra età circa, e vostro stesso titolo, e che
-fa il suo primo ingresso nel mondo parigino coi milioni di suo padre.
-Il maggiore questa sera mi conduce suo figlio Andrea, il _contino_,
-come noi diciamo in Italia; egli me lo affida; lo presenterò se ha
-qualche merito, voi mi aiuterete, n’è vero?
-
-— Senza dubbio. Il maggiore Cavalcanti è dunque un vostro antico amico?
-chiese Alberto.
-
-— Niente affatto: è un degno signore molto educato, modesto, e
-discreto, come se ne trovano una quantità in Italia fra i discendenti
-decaduti delle antiche famiglie. L’ho veduto più volte tanto a Bologna,
-che a Firenze e Lucca, e mi ha avvisato del suo arrivo. Le conoscenze
-di viaggio sono esigenti; ovunque reclamano quell’amicizia che loro
-si è dimostrata una volta per caso; come se l’uomo incivilito, che sa
-vivere un’ora senza curarsi di sapere con chi, non avesse sempre i suoi
-riservati pensieri! Questo buon maggiore ritorna a rivedere Parigi che
-non vide che di passaggio sotto l’impero, quando andò a gelare a Mosca.
-Gli darò un buon pranzo, mi lascerà suo figlio, gli prometterò di
-sorvegliarlo, ma gli lascerò fare tutte quelle follie che gli piacerà
-di fare, e saremo pari.
-
-— A meraviglia, m’accorgo che siete un prezioso mentore. Addio dunque,
-ritorneremo domenica. A proposito, ho ricevuto notizie di Franz.
-
-— Ah! davvero? disse Monte-Cristo; il soggiorno d’Italia gli piace
-sempre?
-
-— Credo di sì; però vi desidera. Dice che eravate il sole di Roma, e
-che senza di voi vi fa buio; non so se giunge fino a dire che vi piova.
-
-— Si è dunque ricreduto sul conto mio?
-
-— Al contrario persiste a credervi un essere fantastico in primo grado;
-ecco perchè vi desidera.
-
-— Grazioso giovinotto, disse Monte-Cristo, e pel quale ho sentito una
-viva simpatia fin dalla prima sera in cui lo vidi cercare una cena
-qualunque, ed in cui volle accettare la mia. Egli è, credo, il figlio
-del generale d’Épinay?
-
-— Precisamente. — Lo stesso che fu così miserabilmente assassinato
-nel 1815? — Dai bonapartisti. — È vero, in fede mia io l’amo! Non vi
-è anche per lui qualche disegno di matrimonio? — Sì, deve sposare la
-figlia del sig. de Villefort. — Davvero? — Come io devo sposare quella
-del barone Danglars; riprese Alberto sorridendo.
-
-— Voi ridete?
-
-— Sì. — Perchè ridete?
-
-— Rido, perchè mi sembra di vedere da quel lato tanta simpatia nel
-matrimonio, quanta ne vedo da un altro lato fra madamigella Danglars e
-me. Ma veramente, mio caro conte, parliamo delle donne, come le donne
-degli uomini, questo è imperdonabile. — Alberto si alzò.
-
-— Volete andarvene?
-
-— La domanda è buona, sono due ore che vi assedio, e voi avete la
-gentilezza di chiedermi se voglio andarmene? In verità, conte, siete
-l’uomo più gentile della terra! La vostra servitù com’è educata!
-Battistino particolarmente. Non ho mai potuto averne uno simile. I
-miei sembrano tutti modellarsi su quelli del teatro francese, che
-precisamente perchè non hanno che una parola da dire, vengono sempre
-a dirla sulla scala. Se mai aveste a disfarvi di Battistino vi prego
-darmi la preferenza.
-
-— Resta stabilito, visconte.
-
-— Ma qui non è tutto, aspettate, fate i miei complimenti al vostro
-discreto Lucchese Cavalcante dei Cavalcanti; e se per caso avesse
-intenzione di dar moglie a suo figlio, trovategli una donna molto
-ricca, molto nobile almeno dal lato di sua madre, e baronessa dal lato
-di suo padre, io vi aiuterò a trovarla.
-
-— Oh! oh! rispose Monte-Cristo, da vero, siamo a questi termini?
-
-— Sì. — In fede mia non bisogna giurare su niente.
-
-— Ah! conte, gridò Morcerf, qual servizio mi rendereste! E come io
-vi amerei cento volte di più ancora, se mercè vostra potessi restare
-celibe, altri dieci anni almeno!
-
-— Tutto è possibile, rispose con gravità Monte-Cristo.
-
-E prendendo congedo da Alberto rientrò nel suo gabinetto, e battè
-tre colpi sul campanello. Bertuccio comparve. — Bertuccio, sapete che
-sabato ho ricevimento nel mio casino d’Auteuil.
-
-Bertuccio ebbe un leggero fremito: — Bene, signore.
-
-— Ho bisogno di voi, continuò il conte, perchè tutto sia disposto
-convenientemente. Quella casa è bella, o per lo meno può diventare
-bella.
-
-— Per far ciò bisognerebbe cambiar tutto, sig. conte, ogni cosa è
-invecchiata.
-
-— Cambiate dunque tutto, ad eccezione di una camera sola, della camera
-da letto di damasco rosso. Anzi, la lascerete assolutamente come si
-trova. — Bertuccio s’inchinò.
-
-— Non toccherete niente neppure nel giardino; ma del cortile per
-esempio fatene tutto ciò che volete, gradirò anzi assaissimo se sarà
-ridotto in modo da non essere più conosciuto.
-
-— Farò il possibile perchè il sig. conte rimanga contento; sarei più
-tranquillo però se volesse dirmi le sue intenzioni sul pranzo.
-
-— In verità, disse il conte, da che siamo a Parigi vi trovo sconcertato
-e tremante; dunque non mi conoscete più?
-
-— Ma infine V. E. potrebbe dirmi chi riceve?
-
-— Non so ancora niente, e voi pure non avete bisogno di saperlo.
-Lucullo pranza da Lucullo; ecco tutto.
-
-Bertuccio s’inchinò e partì.
-
-
-
-
-LIV. — IL MAGGIORE CAVALCANTI.
-
-
-Nè il conte, nè Battistino avevano mentito annunciando a Morcerf questa
-visita del maggiore Lucchese, che serviva a Monte-Cristo di pretesto
-per rifiutare il pranzo ch’eragli stato offerto. Battevano le sette,
-e già da due ore Bertuccio, giusta l’ordine ricevuto, era partito per
-Auteuil, quando una carrozza di piazza si fermò al cancello, e fuggì
-vergognosa subito dopo aver deposto a terra un uomo di circa 50 anni,
-vestito con uno di quei soprabiti verdi con alamari neri, la cui specie
-sembra non potersi estinguere in Europa. Larghe brache di panno blu,
-stivali abbastanza puliti, sebbene la vernice fosse incerta, e le suola
-un po’ troppo grosse, guanti di daino, un cappello che per la forma si
-accostava a quello di un gendarme, un colletto nero con un orlo bianco,
-che se non fosse stato portato di piena volontà del proprietario,
-sarebbesi potuto credere uno di quei cerchi di ferro a cui si
-attaccano pel collo i malfattori alla berlina; tal era il pittoresco
-abbigliamento della persona che picchiò al cancello domandando se
-all’entrata dei Campi-Elisi n. 30 abitasse il conte di Monte-Cristo,
-e che dietro la risposta affermativa del portinaro, entrò, richiuse
-la porta, e si diresse alla scalinata. La testa piccola e ad angoli
-di quest’uomo, i capelli grigi, i fitti baffi lo fecero riconoscere
-da Battistino che aveva gli esatti connotati del visitatore da lui
-aspettato nel vestibolo. Per tal modo appena pronunciato il suo nome
-in faccia all’intelligente servitore, Monte-Cristo era già avvisato
-del suo arrivo. Lo straniero fu introdotto nella sala più semplicemente
-messa. Il conte ivi lo aspettava, e gli andò incontro sorridendo: — Ah!
-caro signore, siate il benvenuto; io vi aspettava.
-
-— Davvero, disse il Lucchese, V. E. mi aspettava?
-
-— Sì, ero stato avvisato per oggi del vostro arrivo alle 7.
-
-— Del mio arrivo? Cosicchè eravate prevenuto?
-
-— Perfettamente. — Oh! tanto meglio! Temeva, lo confesso, che avessero
-dimenticata questa piccola cautela.
-
-— Quale? — Quella di prevenirvi. — Oh! no!
-
-— Ma siete sicuro di non ingannarvi? — Ne son sicuro.
-
-— Ma veramente V. E. aspettava me alle sette?
-
-— Veramente voi. D’altra parte verifichiamo.
-
-— Oh! se mi aspettavate, non vale la pena....
-
-— No, no, disse Monte-Cristo.
-
-Il Lucchese parve alquanto commuoversi.
-
-— Vediamo, non siete il marchese Bartolommeo Cavalcanti?
-
-— Bartolommeo Cavalcanti, sta bene.
-
-— E maggiore al servizio dell’Austria?
-
-— Io era dunque maggiore? domandò timidamente il vecchio soldato.
-
-— Sì, disse Monte-Cristo, eravate maggiore; questo è il nome che si dà
-in Francia al grado che avevate in Italia.
-
-— Buono, disse il Lucchese, non domando meglio, capite...
-
-— D’altra parte non venite qui di vostra spontanea elezione, riprese
-Monte-Cristo — Oh! sì certamente.
-
-— Voi mi siete stato indirizzato da qualcuno. — Sì.
-
-— Dall’eccellente abate Busoni. — Da lui precisamente! gridò tutto
-contento il Lucchese.
-
-— Ed avete una lettera?
-
-— Eccola.
-
-— Per bacco, vedete bene che tutto corrisponde. Datemela dunque. — E
-Monte-Cristo prese la lettera che aprì e lesse.
-
-Il maggiore guardava il conte con occhi spalancati e meravigliati che
-si portavano con curiosità in giro sopra ciascun oggetto della camera,
-ma che ritornavano invariabilmente sul suo scrigno.
-
-— È ben lui... questo caro Busoni «il maggior Cavalcanti, un degno
-patrizio Lucchese, discendente dal Cavalcanti di Firenze, continuò
-Monte-Cristo leggendo a voce alta, e che gode una fortuna di mezzo
-milione di rendita.» Mezzo milione, salute! mio caro Cavalcanti.
-
-— Vi è un mezzo milione? domandò il Lucchese.
-
-— In tutte le lettere; e dev’essere così, l’abate Busoni è l’uomo che
-conosce meglio di tutti le più grandi fortune di Europa.
-
-— Eh? vada per un mezzo milione, disse il Lucchese, ma parola di onore
-non credeva che andasse tant’alto.
-
-— Perchè avete un’intendente che vi ruba; che volete, caro sig.
-Cavalcanti, bisogna adattarsi.
-
-— Voi m’illuminate, disse il Lucchese con gravità, lo metterò alla
-porta.
-
-Monte-Cristo continuò a leggere: «E al quale non manca che una cosa per
-essere felice.»
-
-— Oh! sì una sola cosa, disse il Lucchese con un sospiro.
-
-— «Di ritrovare un figlio adorato, rapito nella sua prima gioventù, o
-da nemici della sua famiglia o da zingari.»
-
-— All’età di 5 anni, signore, disse il Lucchese con un profondo sospiro
-ed alzando gli occhi al cielo.
-
-— Povero padre! disse Monte-Cristo. «Io gli rendo la speranza, gli
-rendo la vita, sig. conte, annunziandogli che questo figlio, che da 15
-anni cerca invano, voi potete farglielo ritrovare.»
-
-Il Lucchese guardò Monte-Cristo con una indefinibile espressione
-d’inquietudine.
-
-— Lo posso, rispose Monte-Cristo.
-
-Il maggiore riprese coraggio.
-
-— Ah! ah! la lettera è dunque vera fino alla fine?
-
-— Avreste potuto dubitarne?
-
-— No, mai! E come lo potevo? ad un uomo grave ricoperto di un
-rispettabile carattere non sarebbe permessa una simile celia: ma voi
-non avete letto tutto, eccellenza!
-
-— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, v’è un _post-scriptum_.
-
-— «Per non procurare al maggior Cavalcanti l’impaccio di spostare dei
-fondi dal suo banchiere gli mando una tratta di 2,000 fr. per le spese
-del viaggio e gli apro credito su voi per 48 mila fr. che rimanete a
-darmi.»
-
-Il maggiore seguiva cogli occhi questo post-scriptum con una visibile
-ansietà. — Bene, si contentò di dire il conte.
-
-— Ha detto bene, mormorò il Lucchese? — E così, signore? riprese egli.
-
-— E così? domandò Monte-Cristo.
-
-— Il post-scriptum è accettato da voi collo stesso favore come tutto il
-resto della lettera?
-
-— Certamente. Ho conti con l’abate Busoni; non so se sieno precisamente
-48 mila lire che ancora resto a dargli; ma in caso non guasteremo
-i nostri affari per qualche biglietto di banca. E che! voi dunque
-attaccate una grande importanza a questo _post-scriptum_, caro sig.
-Cavalcanti?
-
-— Vi confesserò, disse il Lucchese, che pieno di fiducia nella firma
-dell’abate Busoni, non mi sono provveduto di altri fondi; di modo che
-se mi mancasse questa risorsa, mi troverei molto impacciato a Parigi.
-
-— È possibile che un uomo come voi possa mai trovarsi impacciato in
-alcun luogo? disse Monte-Cristo; via dunque!
-
-— Diavolo, non conoscendo alcuno, disse il Lucchese.
-
-— Ma siete conosciuto. — Sì son conosciuto di modo che...
-
-— Terminate, caro sig. Cavalcanti. — Di modo che mi pagherete questi 48
-mila fr. — Alla vostra prima domanda.
-
-Il maggiore girava gli occhi stralunati. — Ma sedetevi dunque, disse
-Monte-Cristo, da vero che non so più quel che mi faccio... è un quarto
-d’ora che vi tengo qui in piedi...
-
-— Non ci fate attenzione. — Il maggiore avanzò una seggiola e vi
-si assise. — Ora, disse il conte, volete prendere qualche cosa? un
-bicchiere di Xeres, di Porto, d’Alicante?
-
-— D’Alicante, poichè lo volete, è il mio vino prediletto.
-
-— Ne ho dell’eccellente. E con un biscotto, n’è vero?
-
-— Con un biscotto poichè mi forzate.
-
-Monte-Cristo suonò, Battistino comparve, il conte s’avvicinò a lui. —
-Ebbene?... domandò a voce bassa.
-
-— Il giovine è di là, rispose il cameriere collo stesso tuono.
-
-— Buono! dove lo avete fatto passare? — Nel salotto blu come ordinò
-V. E. — A meraviglia, portate del vino d’Alicante e dei biscotti. —
-Battistino uscì.
-
-— In verità, disse il Lucchese, vi do un incomodo che mi riempie di
-confusione.
-
-— Che dite mai?
-
-Battistino rientrò coi bicchieri, il vino ed i biscotti.
-
-Il conte riempì un bicchiere, e versò nell’altro soltanto alcune gocce
-del liquido rubino che conteneva la bottiglia tutta ricoperta di tela
-di ragno, e di tutti quegli altri segni che indicano la vecchiaia
-del vino, molto più sicuramente che non fanno le rughe sulla fronte
-dell’uomo.
-
-Il maggiore non s’ingannò nella scelta, prese il bicchiere pieno ed il
-biscotto. Il conte ordinò a Battistino di depositare la sotto coppa
-alla portata della mano del suo ospite, che cominciò dal gustare
-l’Alicante colla estremità delle labbra, facendo una boccaccia di
-soddisfazione ed introdusse delicatamente il biscotto nel bicchiere.
-
-— Così signore, disse Monte-Cristo, voi abitate Lucca, siete ricco,
-siete nobile, godete della stima universale, possedete tutto ciò che
-può formare un uomo felice?
-
-— Tutto, eccellenza, disse il maggiore inghiottendo il suo biscotto,
-assolutamente tutto.
-
-— E non manca che una cosa per fare la vostra felicità?
-
-— Una sola, disse il Lucchese.
-
-— Di ritrovar vostro figlio?
-
-— Ah! fece il maggiore prendendo un secondo biscotto, ma anche questo
-mi mancava. — Il degno Lucchese alzò gli occhi al cielo e tentò uno
-sforzo per sospirare.
-
-— Ora vediamo, sig. Cavalcanti, che cosa è questo figlio che tanto
-deplorate; perchè mi fu detto, che siete rimasto lungamente celibe.
-
-— Lo credevano signore, disse il maggiore, ed io stesso...
-
-— Sì, riprese il conte, e voi stesso avete accreditata questa voce. Un
-peccato di gioventù che volevate nascondere agli occhi di tutti.
-
-Il Lucchese si ricompose, prese le maniere più placide e più degne
-nello stesso tempo, ed abbassando modestamente gli occhi, sia per
-assicurare la sua condotta, sia per aiutare la sua immaginazione
-guardando di sott’occhio il conte il cui sorriso a fior di labbra
-annunziava sempre la stessa benevola curiosità. — Sì signore, voleva
-nascondere questo fallo agli occhi di tutti.
-
-— Non per voi.
-
-— Oh! per me no certamente, disse il maggiore con un sorriso scuotendo
-la testa.
-
-— Ma per sua madre, replicò il conte.
-
-— Per sua madre! gridò il Lucchese, prendendo il terzo biscotto; per la
-sua povera madre.
-
-— Bevete dunque caro signore, disse Monte-Cristo versando al Lucchese
-un secondo bicchiere d’Alicante; l’emozione vi soffoca.
-
-— Per la sua povera madre! mormorò il Lucchese, provando se la forza
-della volontà avesse il potere di operare sulla glandula lagrimale,
-affine d’inumidire con una falsa lagrima l’angolo dell’occhio.
-
-— Che apparteneva ad una delle prime famiglie d’Italia?
-
-— Patrizia di Fiesole, sig. conte! — E si chiamava?
-
-— Desiderate saperne il nome?
-
-— È inutile che me lo diciate, lo so.
-
-— Il sig. conte sa tutto, disse il Lucchese inchinandosi.
-
-— Oliva Corsinari, n’è vero? — Oliva Corsinari!
-
-— Marchesa? — Marchesa!
-
-— Ed avete finito collo sposarla, ad onta degli ostacoli di famiglia.
-
-— Mio Dio, sì, ho finito in tal modo.
-
-— E portate le vostre carte in regola?
-
-— Quali carte? domandò il Lucchese.
-
-— L’atto di matrimonio con Oliva Corsinari, e l’atto di nascita di
-vostro figlio?
-
-— La fede di nascita di mio figlio?
-
-— Sì, l’atto di nascita di Andrea Cavalcanti; vostro figlio, non si
-chiama egli Andrea?
-
-— Credo di sì, disse il Lucchese. — Come! voi lo credete?
-
-— Diavolo, non oso affermarlo, è tanto tempo che l’ho perduto. — È
-giusto, disse Monte-Cristo. Avete dunque tutte queste carte? — Signore,
-con dispiacere debbo annunciarvi che non essendo stato prevenuto di
-munirmi di questi atti non ho curato di prenderli meco. — Ah! diavolo,
-fece Monte-Cristo. — Erano dunque assolutamente necessarii?
-
-— Indispensabili. — Il Lucchese si grattò la fronte.
-
-— Ah! per bacco, diss’egli, indispensabili.
-
-— Senza dubbio, se qui venissero mossi dei dubbi sulla legalità del
-vostro matrimonio, sulla legittimità di vostro figlio.
-
-— È giusto, disse il Lucchese, potrebbero insorgere dubbii.
-
-— Sarebbe tormentoso per questo giovine.
-
-— Sarebbe fatale.
-
-— Ciò potrebbe mandargli a monte qualche magnifico matrimonio. — Oh!
-peccato! — In Francia, lo saprete, vi è molto rigore, in Francia vi è
-il matrimonio civile, e per maritarsi civilmente vi vogliono le fedi
-d’identità.
-
-— Ecco la disgrazia; non ho queste carte.
-
-— Fortunatamente le ho io, disse Monte-Cristo.
-
-— Voi? — Sì. — Le avete? — Le ho.
-
-— Ah! disse il Lucchese, che vedendo lo scopo del suo viaggio fallire
-per la mancanza di queste carte, temeva che questa dimenticanza non
-facesse insorgere qualche difficoltà sull’argomento delle 48 mila lire;
-ah! per esempio, ecco una fortuna. Sì, riprese egli, perchè non ci
-avrei pensato.
-
-— Per bacco, credo bene, non si può sempre pensare a tutto. Ma
-fortunatamente l’abate Busoni vi ha pensato in vece vostra.
-
-— Guardate un po’ quanto è amabile questo caro abate!
-
-— È un uomo pieno di cautele.
-
-— È un uomo ammirabile! disse il Lucchese, ve le ha egli inviate? —
-Eccole qui... — Il Lucchese congiunse le mani in segno di ammirazione.
-
-— Voi avete sposato Oliva Corsinari a Monte Catini; ecco il certificato.
-
-— Sì, da vero eccolo, disse il maggiore, guardandolo con meraviglia.
-
-— Ed ecco la fede di nascita di Andrea Cavalcanti rilasciata a
-Seravezza.
-
-— Tutto è in regola, disse il maggiore.
-
-— Allora, prendete queste carte, delle quali non so che farne, le
-darete a vostro figlio che le custodirà con cura.
-
-— Lo credo bene... s’egli le perdesse...
-
-— Ebbene! s’egli le perdesse? domandò Monte-Cristo.
-
-— Ebbene! riprese il Lucchese, sarebbe obbligato di scrivere laggiù, e
-vi sarebbero delle grandi difficoltà a procurarsene delle altre.
-
-— In fatto sarebbe difficilissimo, disse Monte-Cristo.
-
-— Quas’impossibile, rispose il Lucchese.
-
-— Son ben contento che comprendiate il valore di queste carte.
-
-— Vale a dire le riguardo impagabili.
-
-— Ora, quanto alla madre del giovine...
-
-— Quanto alla madre del giovine... ripetè il maggiore con inquietudine.
-
-— In quanto alla Marchesa Corsinari.
-
-— Mio Dio, disse il Lucchese sotto i passi del quale sembravano nascere
-le difficoltà; si avrà forse bisogno di lei?
-
-— No signore, rispose Monte-Cristo, d’altra parte non ha ella...
-
-— Sia così, sia così, disse il maggiore ella ha...
-
-— Pagato il suo tributo alla natura.
-
-— Ahimè! sì, disse vivamente il Lucchese.
-
-— Seppi, riprese il conte, ch’era morta da dieci anni.
-
-— Ed io ne piango ancora la morte, disse il maggiore cavando di
-saccoccia un fazzoletto a quadretti ed asciugandosi alternativamente
-ora l’orlo dell’occhio destro, ora quello dell’occhio sinistro.
-
-— Che volete farci, disse Monte-Cristo, noi tutti siamo mortali. Ora
-capirete mio caro ch’è inutile che si sappia in Francia che voi siete
-stato diviso da vostro figlio per 15 anni. Tutte queste storie di
-zingari che rapiscono i ragazzi, non hanno credito presso di noi. Voi
-lo avete inviato per la sua educazione in un collegio di provincia, e
-volete ch’egli la compisca in mezzo al _gran mondo_ di Parigi. Ecco
-perchè avete lasciato Viareggio ove abitate dopo la morte di vostra
-moglie. Ciò basterà.
-
-— Lo credete? — Certamente. — Va benissimo allora.
-
-— Se mai venisse scoperta qualche cosa di questa separazione.
-
-— Ah! sì, e che dovrei dire allora? — Che un precettore infedele,
-venduto ai nemici della vostra famiglia...
-
-— Ai Corsinari? — Certamente... ha rapito questo figliuolo, perchè si
-estinguesse il vostro nome. — È giusto perchè è figlio unico... — Bene,
-ora che tutto è combinato, che le vostre rimembranze essendo state
-rinnovate, non vi tradiranno, avrete certamente indovinato che vi ho
-preparato una sorpresa? — Aggradevole? domandò il Lucchese.
-
-— Ah! disse Monte-Cristo, ben m’avveggo che non si può ingannare
-l’occhio più di quel che non si possa ingannare il cuore di un padre.
-— Hum! fece il maggiore. — Vi è stata fatta qualche rivelazione
-indiscreta, o avete indovinato ch’egli è là. — Chi è là? — Il vostro
-figlio, il vostro Andrea.
-
-— L’ho indovinato, rispose il Lucchese colla più gran flemma del mondo,
-così egli è qui?
-
-— In questa stessa casa, disse Monte-Cristo, il cameriere poco fa mi ha
-avvisato del suo arrivo.
-
-— Ah! benissimo, benissimo! disse il maggiore allacciandosi gli alamari
-della sua polacca. — Mio caro signore, disse Monte-Cristo, concepisco
-tutta la vostra emozione, e bisogna accordarvi un po’ di tempo per
-rimettervi, voglio pure disporre il giovine a questo incontro tanto
-desiderato, giacchè presumo che non sia meno impaziente di voi.
-
-— Lo credo, disse Cavalcanti. — Ebbene, fra un quarto d’ora saremo
-qui. — Voi dunque me lo conducete? portate la bontà fino al punto di
-presentarmelo voi stesso?
-
-— No, non voglio pormi fra il padre ed il figlio, sarete soli, ma state
-tranquillo, nel caso che la voce del sangue rimanesse muta, non potrete
-ingannarvi; egli entrerà da questa porta. È un bel giovinetto biondo,
-forse anche un po’ troppo biondo, con modi tutti che prevengono in suo
-favore, vedrete.
-
-— A proposito, disse il maggiore, sapete che non ho portato meco che i
-due mila fr. che mi ha fatto passare il buon abate Busoni. Su questi ho
-levato le spese di viaggio... e...
-
-— Ed avete bisogno di denaro, è troppo giusto. Prendete, ecco qui un
-conto pari, otto biglietti di mille fr.; or ve ne devo altri 40 mila.
-— V. E. vuole che le faccia la ricevuta? disse il marchese facendo
-scivolare i biglietti nella saccoccia interna della polacca. — Perchè
-farne? disse il conte.
-
-— Ma per darvene discarico nel conto dell’abate Busoni.
-
-— Ebbene, mi farete una ricevuta generale quando vi sborserò gli ultimi
-40 mila fr.; fra galantuomini sono inutili queste cautele.
-
-— Ah! sì è vero, disse il maggiore; fra galantuomini...
-
-— Mi permetterete una piccola raccomandazione, n’è vero?
-
-— E come mai, la domando. — Non sarebbe mal fatto, se lasciate
-questa polacca. — Davvero, disse il maggiore guardando con una certa
-compiacenza il suo soprabito.
-
-— Sì, questa a Viareggio si porta ancora, ma è già gran tempo che
-questo vestito per quanto sia elegante, è passato di moda a Parigi. —
-Mi rincresce, disse il Lucchese.
-
-— Ma se vi ci siete affezionato, potrete rimetterla al ritorno.
-
-— Ma intanto che metterò? — Ciò che troverete nei vostri bauli. — Come
-nei miei bauli? Non ho portato meco che il porta mantello. — Con voi
-lo credo; e perchè avreste dovuto impacciarvi? D’altra parte un vecchio
-militare desidera marciare con un piccolo fardello. — Ecco precisamente
-perchè...
-
-— Ma voi siete un uomo pieno di cautele, e perciò avete mandato avanti
-i vostri bauli. Sono giunti ieri all’albergo dei Principi, strada
-Richelieu, ove avete fatto fissare il vostro alloggio.
-
-— Allora in questi bauli?...
-
-— Presumo che avrete avuta la cautela di farvi racchiudere dal vostro
-cameriere tutto ciò che vi poteva abbisognare, abiti da città, abiti
-d’uniforme. Nelle grandi congiunture vestirete l’uniforme, il che
-fa sempre bene. Non dimenticate poi le decorazioni. In Francia se ne
-beffano ancora, ma le portano sempre.
-
-— Benissimo, benissimo, benissimo, disse il maggiore passando da uno
-stordimento in un altro.
-
-— Ed ora che il vostro cuore si è rafforzato contro le sensazioni
-troppo vive, preparatevi, mio caro Cavalcanti, a rivedere il vostro
-Andrea.
-
-E facendo un grazioso saluto al Lucchese rapito in estasi, Monte-Cristo
-disparve dietro la portiera.
-
-
-
-
-LV. — ANDREA CAVALCANTI.
-
-
-Il conte di Monte-Cristo entrò nel salotto vicino, che Battistino
-aveva indicato col nome di salotto blu, e dov’era stato preceduto da
-un giovine di portamento disinvolto vestito con sufficiente eleganza,
-che mezz’ora prima era stato gettato alla porta del palazzo da un
-_cabriolet_ di piazza.
-
-Battistino non aveva penato a riconoscerlo; era realmente quel giovine
-alto coi capelli biondi, colla tinta vermiglia sopra una candidissima
-pelle, come gli era stato contradistinto dal padrone. Il giovine
-era negligentemente steso sur un sofà percuotendosi lo stivale con
-un sottile bastoncino a pomo d’oro; scorgendo Monte-Cristo si alzò
-prestamente. — Il signore è il conte di Monte-Cristo?
-
-— Sì signore, rispose questi, e credo di aver l’onore di parlare al
-sig. conte Andrea Cavalcanti.
-
-— Il conte Andrea Cavalcanti, riprese il giovine accompagnando queste
-parole con un saluto di disinvoltura.
-
-— Dovete avere una lettera che vi accredita meco?
-
-— Non ve ne parlavo per cagione della firma che mi è sembrata strana. —
-Sindbad il marinaro, non è così?
-
-— Precisamente, or siccome non ho mai conosciuto altro Sindbad il
-marinaro che quello delle _mille e una notte_...
-
-— Ebbene! egli è uno dei suoi discendenti, uno dei miei amici, molto
-ricco, un inglese, qualche cosa più che stravagante, quasi pazzo, il
-cui vero nome è Lord Wilmore.
-
-— Ah! ecco ciò che mi spiega ogni cosa, disse Andrea, allora tutto
-va a meraviglia. Egli è quello stesso inglese che conobbi... a... sì;
-benissimo, sig. conte, vi son servo.
-
-— Se ciò che avete l’onore di dirmi è vero, spero che vorrete favorirmi
-dei particolari sulla vostra famiglia.
-
-— Volentieri, rispose il giovine con una volubilità che provava la
-sicurezza della sua memoria. Io sono, come diceste, il conte Andrea
-Cavalcanti, figlio del maggiore Bartolommeo, discendente dai Cavalcanti
-iscritti al libro d’oro di Firenze. La nostra famiglia quantunque
-ancora ricca, poichè mio padre gode di mezzo milione di rendita, ha
-provato moltissimi infortuni, ed io stesso, signore, all’età di 5
-anni sono stato rapito da un aio infedele, di modo che da 19 anni
-non ho più riveduto l’autore dei miei giorni. Dacchè ho l’età della
-ragione, dacchè sono libero e padrone di me, lo cerco, ma inutilmente.
-Finalmente questa lettera del nostro amico Sindbad mi annunzia, ch’egli
-è a Parigi, e mi permette d’indirizzarmi a voi per averne notizia.
-
-— In verità, signore, tutto ciò che mi raccontate è molto importante,
-disse il conte che guardava con una tetra soddisfazione questa
-fisonomia disinvolta, marcata di una beltà simile a quella dell’angelo
-cattivo; ed avete fatto benissimo a conformarvi in tutto e per tutto
-all’invito del buon amico Sindbad, perchè vostro padre in fatto è qui e
-vi cerca.
-
-Il conte fin dal suo entrare nel salotto non aveva perduto di vista
-il giovine, ne aveva ammirato la sicurezza dello sguardo e della voce,
-ma a queste parole tanto naturali, _vostro padre è qui e vi cerca_, il
-giovine Andrea fece uno sbalzo gridando: — Mio padre! mio padre qui?
-
-— Senza dubbio, rispose Monte-Cristo, vostro padre il maggiore
-Bartolommeo Cavalcanti. — L’impressione di terrore sparsa sui tratti
-del giovine si cancellò quasi subito.
-
-— Ah! sì è vero, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti. E voi dite, sig.
-conte, ch’egli è qui, questo caro padre?
-
-— Sì, signore, aggiungerò ancora che l’ho lasciato in questo punto;
-la storia che mi ha raccontata di questo prediletto figlio altra volta
-perduto, mi ha molto commosso, in verità, i suoi dolori, i timori, le
-speranze su tal soggetto formerebbero un poema commovente. Finalmente
-un giorno ricevette notizie che gli annunziavano che i rapitori di suo
-figlio offrivano di renderlo o d’indicare ove egli era mercè una forte
-somma. Ma niuna cosa ritenne questo buon padre, la somma fu inviata
-alle frontiere del Piemonte unitamente ad un passaporto regolare per
-l’Italia. Voi eravate nel mezzogiorno della Francia, credo?
-
-— Sì signore, rispose Andrea con impaccio; era nel mezzogiorno della
-Francia.
-
-— Una vettura doveva aspettarvi a Nizza?
-
-— Precisamente così, signore, essa mi condusse da Nizza a Genova,
-da Genova a Torino, da Torino a Chambery, da Chambery a Pont-de
-Beauvoisin, e di lì a Parigi.
-
-— A meraviglia, sperava sempre rincontrarvi in cammino, poichè questa
-era la strada che faceva egli stesso, ecco perchè il vostro itinerario
-era stato in tal modo tracciato.
-
-— Ma, disse Andrea, se questo caro padre mi avesse incontrato temo che
-non mi avrebbe riconosciuto; sono qualche poco cangiato da che l’ho
-perduto di vista.
-
-— Oh! la voce del sangue, disse Monte-Cristo.
-
-— Ah! sì è vero, riprese il giovine, io non pensava alla voce del
-sangue!
-
-— Ora, riprese Monte-Cristo, una sola cosa agita il marchese
-Cavalcanti, ed è ciò che avete fatto durante la vostra lontananza, ed
-il modo col quale siete stato trattato dai vostri persecutori; è il
-desiderio di sapere se hanno avuto per la vostra nascita i riguardi
-che le si dovevano, finalmente se per le sofferenze morali alle quali
-siete stato esposto, sofferenze cento volte peggiori delle fisiche,
-le vostre facoltà di cui siete stato dotato largamente dalla natura
-abbian sofferto qualche indebolimento, e se voi stesso credete poter
-rispondere e sostenere nella società il rango che vi appartiene.
-
-— Signore, balbettò il giovine stordito, spero che nessun falso
-rapporto...
-
-— Intesi parlare di voi per la prima volta dal mio amico Wilmore,
-il filantropo. Seppi che vi aveva ritrovato in una posizione molto
-dolorosa, però non so quale, non avendogli fatta alcun’interrogazione,
-essendo poco curioso. Le vostre disgrazie lo hanno interessato, dunque
-voi eravate in istato di potere inspirare interessamento. Mi disse
-che voleva rendervi nel mondo la posizione che avevate perduta, che
-cercava vostro padre, e che lo avrebbe ritrovato, a quanto sembra
-poichè è di là: finalmente mi ha prevenuto ieri del vostro arrivo,
-dandomi ancora alcune istruzioni relative alle vostre ricchezze: ecco
-tutto; so che questo mio buon amico Wilmore è un originale, ma nello
-stesso tempo siccome è un uomo sicuro, ricco quanto una miniera d’oro,
-e che per conseguenza può soddisfare le sue originalità senza ch’esse
-lo rovinino, ho promesso di seguire le sue istruzioni. Ora, signore,
-non vi offendete della mia domanda; siccome sarò obbligato di farvi un
-poco da padre, desidererei sapere se le disgrazie che vi sono accadute,
-disgrazie indipendenti dalla vostra volontà, e che non diminuiscono in
-alcun modo la stima che vi porto, vi abbiano reso estraneo alquanto a
-questo mondo nel quale le vostre ricchezze vi chiamano a fare una così
-buona figura.
-
-— Signore, rispose il giovine riprendendo il suo contegno sicuro, a
-seconda che il conte parlava, rassicuratevi su questo punto: i rapitori
-che mi hanno allontanato da mio padre, e che senza dubbio avevano per
-iscopo di rendermi a lui più tardi, come hanno fatto, hanno calcolato
-che per cavare un buon partito da me, bisognava lasciarmi tutto il
-mio valore personale, ed anzi aumentarlo ancora, se era possibile:
-ho dunque ricevuto una buona educazione e sono stato trattato dai
-miei rapitori, nello stesso modo circa con cui nell’Asia minore erano
-trattati gli schiavi dai loro maestri che erano o grammatici, o medici,
-o filosofi, per venderli ad un più caro prezzo nel mercato di Roma.
-
-Monte-Cristo sorrise con soddisfazione; egli non aveva sperato tanto
-dal sig. Andrea Cavalcanti, a quanto sembrava.
-
-— D’altra parte, riprese il giovine, se vi fosse qualche difetto
-nella mia educazione o piuttosto nelle abitudini di società, si avrà,
-suppongo, l’indulgenza di scusarmi in considerazione delle disgrazie
-che hanno accompagnato la mia nascita, e perseguitata la mia gioventù.
-
-— Ebbene! disse Monte-Cristo negligentemente; farete ciò che vorrete,
-conte, perchè voi siete il padrone, e ciò spetta a voi; ma non direi
-un motto di tutte queste avventure; la vostra storia è un romanzo, ed
-il mondo che adora i romanzi chiusi fra due copertine di carta gialla,
-diffida stranamente di quelli che vede legati in carta velina vivente,
-fossero puranche dorati come potete esserlo voi. Ecco la difficoltà che
-mi permetterò di farvi notare; tosto che avrete raccontata a qualcuno
-la vostra commovente storia essa verrà del tutto snaturata nella
-società. Non sarete più un giovine ritrovato, ma un giovine perduto.
-Sarete obbligato di prendere la posizione di Antony, ed il tempo degli
-Antony è un poco passato. Forse avreste un incontro di curiosità, ma
-tutti non amano farsi centro di osservazioni, argomento di commentarii,
-ciò forse vi stancherebbe ancor troppo.
-
-— Credo che abbiate ragione, sig. conte, disse il giovine impallidendo
-suo malgrado sotto l’influenza dello sguardo di Monte-Cristo, questo è
-un grande inconveniente.
-
-— Oh! non bisogna però esagerarselo, disse Monte-Cristo, perchè allora
-per evitare un errore si cadrebbe in una follia. No, non si tratta che
-di stabilire un disegno di condotta, e per un uomo intelligente come
-voi, esso è tanto più facile ad adottarsi in quanto che è conforme ai
-vostri interessi; bisognerà combattere con testimonianze ed onorevoli
-amicizie tutto ciò che può avere di oscuro la vostra vita passata.
-
-Andrea perdè visibilmente il coraggio.
-
-— Mi offrirò volentieri per voi come garante, disse Monte-Cristo, ma in
-me è un’abitudine morale di dubitare sempre dei miei migliori amici,
-ed un bisogno di cercare di far dubitare gli altri; per tal modo io
-rappresenterei una parte fuori del mio carattere come dicono i tragici,
-e mi esporrei a farmi fischiare, il che è inutile.
-
-— Pure, sig. conte, disse Andrea con audacia, in riguardo a Lord
-Wilmore che mi ha raccomandato a voi...
-
-— Sì, certamente, rispose Monte-Cristo; ma Lord Wilmore non mi ha
-lasciato ignorare, caro sig. Andrea, che avete avuto una gioventù
-alquanto procellosa... Oh! disse il conte vedendo il movimento che
-faceva Andrea, non vi domando delle confessioni, d’altra parte perchè
-non aveste ad aver bisogno di alcuno, fu fatto venire da Lucca il sig.
-marchese Cavalcanti vostro padre.
-
-— Ah! voi mi tranquillate signore; l’ho lasciato da sì lungo tempo che
-non avevo più di lui alcuna rimembranza.
-
-— E poi sapete che le molte ricchezze fanno chiudere un occhio sopra
-varie cose.
-
-— Mio padre è dunque realmente ricco, signore?
-
-— Milionario... 500 mila lire di rendita.
-
-— Allora, domandò il giovine con ansietà, mi troverò ben presto in una
-posizione... aggradevole?
-
-— Delle più aggradevoli, mio caro signore, vi assegna 50 mila lire di
-rendita per ogni anno durante il tempo che resterete a Parigi.
-
-— Ma... in questo caso vi resterò sempre?
-
-— Oh! chi può rispondere delle congiunture, mio caro signore? l’uomo
-propone ed Iddio dispone.
-
-Andrea mandò un sospiro: — Ma finalmente per tutto il tempo che resterò
-a Parigi e... che nessuna occasione mi sforzerà di abbandonare; questo
-danaro di cui mi parlavate poco fa mi sarà assicurato?
-
-— Oh! perfettamente.
-
-— Da mio padre? domandò Andrea con inquietudine.
-
-— Sì, ma garantito da Lord Wilmore, che ha sulla domanda di vostro
-padre aperto un credito di 5 mila fr. il mese presso il sig. Danglars,
-uno dei più sicuri banchieri di Parigi.
-
-— E mio padre conta di restare lungamente a Parigi?
-
-— Soltanto qualche giorno, rispose Monte-Cristo, il suo servizio non
-gli permette di assentarsi più di due o tre settimane. — Oh! che caro
-padre! disse Andrea visibilmente incantato per questa pronta partenza.
-
-— Per cui, soggiunse Monte-Cristo facendo sembiante d’ingannarsi
-sull’accento di queste parole, per cui non voglio ritardare più oltre
-di un solo momento la vostra riunione. Siete preparato ad abbracciare
-questo degno sig. Cavalcanti?
-
-— Spero che non ne dubiterete. — Ebbene, entrate dunque nel salotto,
-mio giovine amico e vi troverete vostro padre che vi aspetta. —
-Andrea fece un profondo saluto al conte ed entrò nel salotto. — Il
-conte lo seguì con lo sguardo ed avendolo veduto sparire, spinse una
-molla corrispondente ad un quadro che scostandosi dal muro lasciava
-penetrare la vista nell’interno del salotto, per mezzo d’una fessura
-maestrevolmente disposta. Andrea chiuse la porta dietro a sè, e si
-avanzò verso il maggiore, che si alzò appena inteso il rumore dei passi
-che si avvicinavano.
-
-— Ah! signore e caro padre, disse Andrea ad alta voce, ed in modo che
-il conte lo sentisse al di là della porta chiusa, siete veramente voi?
-
-— Buon giorno, caro figlio, disse con gravità il maggiore.
-
-— Dopo tanti anni di separazione, ripetè Andrea, continuando a guardare
-dal lato della porta, quale fortuna di rivederci!
-
-— Difatto la separazione è stata lunga.
-
-— E non ci abbracciamo signore? riprese Andrea.
-
-— Come vi piace, figlio mio, soggiunse il maggiore.
-
-E i due uomini si abbracciarono al modo degli attori del teatro
-francese, cioè situando la testa al disopra delle spalle.
-
-— Eccoci dunque riuniti, disse Andrea. — Eccoci riuniti, ripetè il
-maggiore. — Per non più separarci?
-
-— Sia; però credo, mio caro figlio, che ora considerate la Francia come
-la vostra seconda patria.
-
-— Il fatto è che sarei disperato se dovessi lasciar Parigi.
-
-— Ed io, capirete, non saprei vivere fuori di Lucca; ritornerò dunque
-in Italia appena il potrò.
-
-— Ma, caro padre, prima di partire mi consegnerete, n’è vero, le carte
-con le quali contestar possa la mia nascita?
-
-— Senza dubbio, son venuto espressamente per questo ed ho già
-molto sofferto per ritrovarvi, da non farlo una seconda volta; ciò
-occuperebbe il restante dei miei giorni.
-
-— E le carte? — Eccole. — Andrea afferrò avidamente la fede di
-matrimonio di suo padre e quella della sua nascita, e le percorse con
-una rapidità ed abitudine che dinotavano un colpo d’occhio esercitato,
-ed un vivo interessamento; appena terminato, un’indefinibile gioia gli
-brillò sulla fronte, e guardando il maggiore con uno strano sorriso:
-
-— E che! diss’egli in buon toscano, non vi son più galere in Italia?
-
-Il maggiore si raddrizzò: — E perchè? diss’egli.
-
-— Perchè vi si fabbricano impunemente certificati simili; per la metà
-di questo, caro padre, in Francia vi manderebbero a respirare per
-cinque anni l’aria di Tolone.
-
-— Come sarebbe a dire? sclamò il Lucchese sforzandosi d’assumere un
-tuono maestoso.
-
-— Mio caro sig. Cavalcanti, disse Andrea stringendo il braccio al
-maggiore, quanto vi pagano per essere mio padre...
-
-Il maggiore volea parlare; ma Andrea soggiunse abbassando la voce: —
-Zitto, sarò il primo a darvi l’esempio di confidenza, a me danno 50
-mila fr. l’anno per esser vostro figlio; per conseguenza capirete bene,
-che non sarò mai disposto a negare che voi siete mio padre.
-
-Il maggiore guardò con inquietudine a sè dintorno.
-
-— Eh! state pur tranquillo, siamo soli, disse Andrea; e d’altra parte
-noi parliamo in italiano.
-
-— Ebbene! ripetè il Lucchese, a me danno 50 mila fr. per una sola
-volta. — Sig. Cavalcanti, credete ai racconti delle fate? — Prima non
-vi credeva, ma adesso bisogna che vi creda. — Avete dunque avuto delle
-prove? — Il maggiore cavò dal taschino un pugno di monete d’oro: —
-Palpabili, come vedete. — Credete dunque, ch’io possa aggiustar fede
-alle promesse fatte? — Lo credo.
-
-— E questo brav’uomo del conte le manterrà?
-
-— Sicuramente, ma capirete che per giungere allo scopo, bisogna che noi
-rappresentiamo bene la parte impostane.
-
-— In qual modo dunque? — Io di tenero padre. — Ed io di figlio
-rispettoso, dapoicchè essi desiderano che io discenda da voi? — Chi
-essi? — Diavolo nol so, quelli che vi hanno scritto, non avete ricevuta
-una lettera?
-
-— Da un certo abate Busoni.
-
-— Che non conoscete?
-
-— Che non ho mai veduto. — Che diceva questa lettera?
-
-— Voi al certo non mi tradirete?
-
-— Me ne guarderei bene; abbiamo eguali interessi.
-
-— Allora tenete; ed il maggiore presentò la lettera al giovine. —
-Andrea lesse a voce bassa:
-
- «Voi siete povero, un’infelice vecchiaia vi attende; volete
- diventare, se non ricco, almeno indipendente? Partite sul momento
- per Parigi, per reclamare dal conte di Monte-Cristo, Campi-Elisi
- n. 30, il figlio che avete avuto con la marchesa Corsinari, e che
- vi fu rapito nell’età di 5 anni.
-
- «Egli chiamasi Andrea Cavalcanti. Perchè non abbiate alcun
- dubbio sulle intenzioni che il sottoscritto ha di rendersi a voi
- vantaggioso, troverete qui unite:
-
- «1. Un bono di 2400 lire toscane pagabili dal sig. Gozzi in
- Firenze.
-
- «2. Una lettera di presentazione pel sig. di Monte-Cristo sul
- quale vi apro un credito della somma di 48 mila fr.
-
- «Siate dal conte li 26 maggio alle sette p. m.»
-
- ABATE BUSONI.
-
-— È questa. — Come? è questa? che intendete dire? domandò il maggiore.
-— Dico che ne ho ricevuta una presso a poco come questa. — Voi? — Sì,
-io. — Dall’abate Busoni? — No. — Da chi dunque? Da un inglese, da un
-certo Wilmore, che prende il nome di Sindbad il marinaro...
-
-— E che voi non conoscete più che io l’abate Busoni?
-
-— È un fatto, ma sono più avanti di voi.
-
-— L’avete veduto? — Sì una volta. — E dove?
-
-— Ecco ciò che precisamente non posso dirvi, voi ne sapreste quanto me,
-e ciò è inutile.
-
-— E quella lettera vi diceva? — Leggete:
-
- «Voi siete povero, e non avete che un avvenire miserabile; volete
- avere un nome, esser libero, esser ricco?»
-
-— Per bacco! fece il giovine librandosi sui talloni, come se una simile
-interrogazione gli fosse stata fatta veramente in quel punto.
-
- «Prendete la carrozza di posta che troverete già allestita
- uscendo da Nizza per la porta di Genova. Passate per Torino,
- Chambery, e Pont-de-Voisin, e recatevi a Parigi. Presentatevi
- al sig. conte di Monte-Cristo, entrate dai Campi-Elisi il 26
- maggio alle 7 p. m. e domandategli di vostro padre. Voi siete
- figlio del marchese Bartolommeo Cavalcanti, e della marchesa
- Oliva Corsinari, come l’attestano le carte che vi saran rimesse
- dal marchese, e che vi permetteranno di potervi presentare
- con questo nome nella società di Parigi. In quanto al vostro
- rango, una rendita di 50 mila lire l’anno vi metterà in istato
- di poterlo sostenere. Unito alla presente troverete un bono di
- 5 mila lire pagabili dal sig. Ferrea di Nizza, ed una lettera
- di presentazione sul conte di Monte-Cristo, incaricato da me di
- provvedere ai vostri bisogni.»
-
- SINDBAD IL MARINARO.
-
-— Hum! fece il maggiore, benissimo! avete veduto il conte?
-
-— L’ho lasciato or ora. — Ed egli ha ratificato?...
-
-— Tutto.
-
-— Ne capite qualche cosa? — No in fede mia.
-
-— In questa faccenda v’è certamente un merlotto.
-
-— In ogni caso non sarem, nè io, nè voi.
-
-— No certamente. — Ebbene allora...
-
-— Poco c’importa, n’è vero?... — Precisamente, ciò voleva dire anch’io,
-andiamo fino alla fine e sempre uniti.
-
-— Vedrete che son degno di giuocare alla vostra partita.
-
-— Non ne ho dubitato neppur un momento, caro padre.
-
-— Voi mi fate onore, caro figlio.
-
-Monte-Cristo scelse questo momento per entrar nel salotto. Sentendo il
-rumore dei suoi passi, i due uomini si gettarono nelle braccia l’uno
-dell’altro, il conte li trovò abbracciati: — Ebbene, marchese, disse
-egli, sembra che abbiate trovato un figlio a seconda del vostro cuore.
-
-— Ah! conte, la gioia mi soffoca.
-
-— E voi? — Ah! signore, la felicità mi opprime.
-
-— Padre fortunato, figlio avventuroso, sclamò Monte-Cristo.
-
-— Una sola cosa mi rattrista, disse il maggiore, la necessità di dover
-così presto lasciar Parigi.
-
-— Non partirete prima che vi abbia presentato a qualche amico.
-
-— Sono agli ordini del sig. conte.
-
-— Or via, giovinotto, confessatevi. — A chi?
-
-— A vostro padre, ditegli qualche cosa sullo stato delle vostre
-finanze. — Ah! diavolo disse Andrea, voi toccate la corda sensibile...
-— Capite, maggiore, disse Monte-Cristo.
-
-— Senza dubbio. — Egli dice che ha bisogno di danaro.
-
-— E che volete che ci faccia io? — Che gliene diate, per bacco! — Io? —
-Sì, voi! Monte-Cristo si pose fra loro:
-
-— Prendete, disse ad Andrea, lasciandogli scorrer tra le mani dei
-biglietti di banca. — E che cos’è? — La risposta di vostro padre; non
-gli avete fatto capire che avevate bisogno di danaro? — Ebbene?
-
-— Ebbene, ed egli m’incarica di rimettervi questi.
-
-— In conto delle mie rendite?
-
-— No, per le spese d’istallazione.
-
-— Oh! caro padre! — Silenzio, disse Monte-Cristo; vedete bene ch’egli
-non vuole che vi dica che vengano da lui.
-
-— Apprezzo questa delicatezza, disse Andrea nascondendo i biglietti
-nella saccoccia del calzone.
-
-— Sta bene, disse Monte-Cristo, ora andate!
-
-— E quando avrem l’onore di rivedere il sig. conte? domandò il maggiore.
-
-— Sabato, se vi piace; avrò parecchie persone a pranzo nella mia casa
-d’Auteuil, strada Fontana n. 28, fra esse il sig. Danglars, vostro
-banchiere; vi presenterò a lui, bisogna ben che faccia la conoscenza di
-entrambi per isborsarvi il vostro danaro.
-
-— In gran tenuta? domandò a mezza voce il maggiore.
-
-— Sì! uniforme, decorazioni, e calzoni corti.
-
-— Ed io? domandò Andrea.
-
-— Oh! voi con gran semplicità: calzoni neri, stivali verniciati,
-gilè bianco, abito nero o blu; andate da _Blin_, o _Véronique_ per
-abbigliarvi; se non ne sapete gl’indirizzi, Battistino ve li darà, se
-prendete cavalli servitevi da _Devedeux_, e se comprate un _phaéton_
-andate da _Baptiste_.
-
-— A che ora potrem presentarci? — Alle sei e mezzo.
-
-— Sta bene, disse il maggiore portando la mano al cappello.
-
-I due Cavalcanti salutarono il conte e partirono.
-
-Il conte si avvicinò alla finestra e li vide che attraversavano il
-cortile, tenendosi sotto il braccio: — In verità, diss’egli, ecco due
-gran miserabili! peccato che non siano veramente padre e figlio. —
-Dopo un momento di cupa riflessione: — Andiamo dai Morrel, credo che il
-disprezzo mi accori ancor più dell’odio.
-
-
-
-
-LVI. — IL RECINTO A TRIFOGLIO.
-
-
-È d’uopo che i nostri lettori ci permettano di ricondurli a quel
-recinto che confina coll’abitazione del sig. de Villefort, e dietro
-il cancello investito dai marroni troveremo delle persone di nostra
-conoscenza. Questa volta Massimiliano era giunto il primo: era
-egli che teneva l’occhio volto all’assito cercando nel fondo del
-giardino un’ombra fra gli alberi ed attendendo il calpestio d’uno
-stivaletto di seta sulla sabbia dei viali. Finalmente il tanto
-desiderato calpestio si fe’ sentire, ma invece di una furon due le
-ombre che si avvicinarono. Il ritardo era causato dalla visita della
-sig.ª Danglars e di Eugenia, ch’erasi prolungata oltre l’ora in
-cui Valentina era attesa. Allora per non mancare al suo ritrovo la
-giovinetta aveva proposto a madamigella Danglars una passeggiata nel
-giardino, volendo far vedere a Massimiliano non esser da lei causato
-il ritardo, pel quale certamente ella soffriva. Il giovine capì tutto
-con quella rapidità d’induzione propria degli amanti, ed il suo cuore
-ne fu sollevato. D’altra parte senza giungere a portata di voce,
-Valentina diresse la sua passeggiata in modo che Massimiliano potesse
-vederla passare e ripassare; e ad ogni giro uno sguardo celato alla
-compagna, ma vibrato dalla parte del cancello, e dal giovine raccolto,
-gli diceva: — «Abbiate pazienza, vedete che non è mia colpa.» —
-Massimiliano infatti acquistava pazienza, ammirando il contrasto che vi
-era fra quelle due giovanette, tra la bionda dagli occhi languidi e dal
-corpo leggermente inclinato come un bel salice; e la bruna dagli occhi
-vivi e dal corpo ritto come un pioppo: non è necessario il dirlo, in
-questo contrasto tutto il vantaggio stava dal lato di Valentina, almeno
-nel cuor del giovine.
-
-Dopo mezz’ora di passeggiata le due giovanette s’allontanarono;
-Massimiliano capì esser giunto il termine della visita della sig.ª
-Danglars. Infatto un momento dopo comparve Valentina sola. Per timore
-che qualche indiscreto sguardo non ne seguisse il ritorno, ella veniva
-pian piano; ed invece di avanzarsi direttamente verso il cancello, andò
-ad assidersi sur un banco, dopo aver senz’affettazione esaminato ogni
-gruppo d’albero ed internato lo sguardo nel fondo di tutti i viali;
-prese queste cautele corse al cancello. — Buon giorno Valentina, disse
-una voce — Buon giorno Massimiliano, vi ho fatto attendere, ma ne avete
-veduto la causa.
-
-— Ho veduto Madamigella Danglars, non vi credeva in sì stretta amicizia
-con lei.
-
-— E chi vi ha detto che siam strette amiche?
-
-— Nessuno, ma ho potuto scorgerlo dal modo come vi tenevate pel
-braccio, e come parlavate, si sarebber dette due compagne di
-conservatorio che si facevan le lor confidenze.
-
-— Sì, è vero, infatto, disse Valentina, ella mi confessava la sua
-avversione al matrimonio col sig. de Morcerf; ed io la mia infelicità
-in isposare il sig. d’Épinay. — Cara la mia Valentina! — Sapete, amico
-mio, avete scorta quest’apparenza di abbandono fra me ed Eugenia,
-perchè parlando dell’uomo che non amava, pensavo a quello che amo.
-
-— Quanto siete buona, mia Valentina, avete in voi stessa una cosa che
-Eugenia non avrà mai: l’attrattiva indefinibile che per la donna è ciò
-che il profumo è pel fiore, il sapore pel frutto, che non è tutto in un
-fiore d’esser bello, in un frutto d’esser buono. — L’amor vostro vi fa
-vedere così la cosa.
-
-— No, Valentina, ve lo giuro; sentite; poco fa io vi guardava entrambe,
-e sul mio onore rendendo giustizia alla bellezza di Eugenia non poteva
-comprendere come un uomo si possa innamorar di lei. — Egli è perchè io
-stava là, e la mia presenza vi rendeva ingiusto. — No, ma ditemi...
-una domanda di semplice curiosità, che emana da certe idee che mi
-son fatto di madamigella Danglars. — Oh! queste idee saran certamente
-ingiuste sebbene io non sappia quali sieno; quando giudicate noi povere
-donne, non ci dobbiamo aspettare indulgenza. — Ma siete poi ben giuste
-quando vi giudicate l’un l’altra fra di voi. — Egli è perchè nei nostri
-giudizii vi son quasi sempre mischiate le passioni.
-
-— È forse perchè Eugenia ama qualche altro, che ella teme il matrimonio
-col sig. de Morcerf? — Massimiliano, vi ho già detto che non sono
-la sua intima amica. — Oh! mio Dio, senza essere amiche intime le
-giovinette si fan delle confidenze... convenite meco, che voi le
-avete fatta qualche interrogazione su quest’argomento... vi veggo
-sorridere... sentiamo, che cosa vi ha detto?
-
-— Mi ha detto che non amava alcuno, disse Valentina, che aveva in
-orrore il matrimonio, che la sua maggiore gioia sarebbe di menare
-una vita libera ed indipendente, e che quasi desiderava che suo padre
-perdesse la sua fortuna per divenire artista come la sua amica Luigia
-d’Armilly.
-
-— Ah! vedete dunque... — Ebbene, ciò che cosa prova? domandò Valentina.
-— Nulla, rispose sorridendo Massimiliano. — Allora, disse Valentina,
-perchè ora voi sorridete?
-
-— Ah! vedete bene che anche voi guardate, proseguì Massimiliano.
-— Volete che mi allontani? — No, no, torniamo a noi. — Sì è vero,
-perchè abbiamo appena dieci minuti da stare insieme. — Dio mio! gridò
-costernato Massimiliano.
-
-— Sì, avete ragione, disse malinconicamente Valentina, avete in me una
-povera amica, quale esistenza è la vostra, avete tanto ben fatto per
-essere felice! credetemi, io mel rimprovero amaramente.
-
-— Ebbene, che v’importa Valentina se anche in tal guisa io mi trovo
-felice?
-
-— Grazie, sperate per entrambi, Massimiliano, ciò mi rende per metà
-felice. — E che cosa dunque vi accade ancora, o Valentina, che dovete
-ora lasciarmi sì presto? — Non so; la sig.ª di Villefort m’ha fatto
-dire dovermi fare una comunicazione dalla quale ella dice, dipende
-metà della mia fortuna. Eh! mio Dio! ch’essi se la prendan tutta, son
-ricca abbastanza, ma almeno dopo averla presa, mi lascino tranquilla e
-libera.
-
-— Ma non temete voi che questa comunicazione sia qualche notizia
-intorno il vostro matrimonio?
-
-— Nol credo...
-
-— Però ascoltatemi Valentina, ma non vi spaventate.
-
-— Credete tranquillarmi, dicendomi ciò, Massimiliano?
-
-— Perdono; avete ragione, sono un uomo brutale; ebbene voleva dirvi che
-giorni sono ho incontrato il sig. de Morcerf.
-
-— Ebbene?
-
-— Il sig. Franz è suo amico, come voi ben sapete.
-
-— Sì, ebbene?
-
-— Ebbene egli ha ricevuto da Franz una lettera con cui lo avvisa del
-suo vicino ritorno.
-
-Valentina impallidì, ed appoggiò la testa contro il cancello:
-
-— Ah! mio Dio, diss’ella, sarà presto! Ma no, una tale comunicazione
-non mi verrebbe dalla sig.ª de Villefort.
-
-— Perchè?
-
-— Perchè... nol so... ma sembrami che la sig.ª de Villefort, senza
-opporvisi francamente, non abbia simpatia per questo matrimonio.
-
-— Va bene, Valentina, dovrò finire per adorare la sig.ª de Villefort.
-
-— Oh! non v’affrettate, Massimiliano, disse Valentina con amaro sorriso.
-
-— Alla fin fine, se le è antipatico questo matrimonio, non fosse altro
-che per romperlo, ella forse darebbe ascolto a qualche altra proposta.
-
-— Nol credete, la sig.ª de Villefort non respinge i mariti, ma il
-matrimonio.
-
-— Come? il matrimonio? se tanto detesta il matrimonio perchè si è
-maritata? — Voi non mi capite, Massimiliano; quando un anno fa le
-parlai di ritirarmi in un convento, ad onta delle osservazioni ch’ella
-si era creduta in dovere di farmi, aveva adottata la mia proposizione
-con gioia; ed a sua istigazione, mio padre vi aveva acconsentito, ne
-son sicura, non vi fu che il povero nonno che mi trattenne; non potete
-figurarvi quanta espressione vi sia negli occhi di questo povero
-vecchio, che non ama che me sola al mondo, e che (Dio mi perdoni se
-dico una bestemmia) in questo mondo non è amato che da me sola; se
-sapeste quando apprese la mia risoluzione, in qual modo mi ha guardato,
-quanti rimproveri vi erano in quegli sguardi, quanta disperazione in
-quelle lagrime che scorrevano senza lamenti e senza sospiri su quelle
-guance immobili: ah! Massimiliano, io provai alcun che come di rimorso,
-e mi sono gettata ai suoi piedi gridando: — Perdono! perdono! padre
-mio, faranno di me ciò che vorranno, ma io non vi lascerò mai. — Allora
-alzò gli occhi al cielo. Massimiliano, io posso soffrire molto; questo
-sguardo del mio buon vecchio nonno mi ha ricompensato di tutto ciò che
-soffrirò.
-
-— Cara Valentina, voi siete un angelo, ed io non so come abbia potuto
-meritare (sciabolando a dritta e a sinistra dei Beduini, a meno che
-Dio non abbia preso in considerazione ch’essi sono infedeli) che voi
-vi riveliate a me. Ma finalmente vediamo Valentina, quale dunque può
-essere la premura così forte della sig.ª de Villefort, perchè non
-abbiate a maritarvi?
-
-— Non avete inteso ciò che vi diceva poco fa, che cioè, io sono ricca,
-Massimiliano, troppo ricca? io ho dal lato di mia madre quasi cinquanta
-mila lire di rendita, mio nonno e mia nonna, il marchese e la marchesa
-di Saint-Méran, devono lasciarmene altrettanto; il sig. Noirtier ha
-egualmente l’intenzione di farmi sua unica erede. Ne risulta adunque,
-comparativamente a me, che mio fratello Edoardo che non aspetta
-dal lato di sua madre alcuna ricchezza, è povero. Ora la sig.ª de
-Villefort ama questo fanciullo all’adorazione, e se io fossi entrata
-in un monastero, tutt’i miei beni concentrati sopra mio padre che
-erediterebbe dal marchese, dalla marchesa, e da me, sarebbero venuti a
-suo figlio.
-
-— Questa cupidità in una donna giovane e bella è molto strana!
-
-— Notate però che tutto ciò non è per essa, Massimiliano, ma per suo
-figlio, e ciò che voi le rimproverate come un difetto, sotto il punto
-di vista dell’amor materno è quasi una virtù.
-
-— Ma vediamo, Valentina, disse Morrel, se voi rilascereste una porzione
-di questi beni a questo figlio.
-
-— Ma quale sarà il mezzo di fare una simile proposizione, disse
-Valentina, e particolarmente con una donna che continuamente ha sulla
-bocca la parola disinteressamento?
-
-— Valentina, mi permettete voi di parlare di questo affare con un amico?
-
-Valentina fremette: — Ad un amico? diss’ella, mio Dio, Massimiliano, un
-fremito mi percorre le membra, nel sentirvi parlar così! ad un amico, e
-chi è dunque questo amico?
-
-— Ascoltate, Valentina, avete mai sentito per qualcuno una di quelle
-simpatie irresistibili che fanno sì, che vedendo ancora una persona per
-la prima volta, voi credete conoscerla da lungo tempo, e vi domandate
-dove e quando l’avete veduta: e tanto che non potendo ricordarvi nè
-il luogo, nè il tempo, giungete a credere, che ciò fu in un mondo
-anteriore al nostro, e che questa simpatia non sia che una rimembranza
-che si risvegli? — Sì. — Ebbene! ecco ciò che io ho provato la prima
-volta che ho veduto quest’uomo straordinario.
-
-— Un uomo straordinario? — Sì.
-
-— Che voi conoscete da lungo tempo allora?
-
-— Da otto o dieci giorni.
-
-— E chiamate vostro amico un uomo che conoscete da soli otto giorni?
-Oh! Massimiliano, vi credeva molto più avaro di questo bel nome di
-amico.
-
-— Voi in logica avete ragione, Valentina, ma dite ciò che volete,
-niuna cosa mi farà retrocedere su questo sentimento istintivo. Credo
-che quest’uomo sarà immischiato a tutto ciò che mi accadrà di bene
-nell’avvenire, che perfino il suo sguardo profondo sembra conoscere e
-la sua mano possente dirigere.
-
-— È dunque un indovino? disse sorridendo Valentina.
-
-— In fede mia, son tentato a credere che spesso indovini....
-particolarmente il bene.
-
-— Oh! disse Valentina tristamente, fatemi conoscere quest’uomo, che io
-sappia da costui, se sarò amata abbastanza per esser ricompensata di
-tutto ciò che ho sofferto.
-
-— Pover’amica! ma voi lo conoscete. — Io? — Sì. È quegli che ha salvato
-la vita a vostra matrigna ed a suo figlio.
-
-— Il conte di Monte-Cristo? — Egli stesso.
-
-— Oh! gridò Valentina, egli non può mai essere mio amico, lo è troppo
-di mia matrigna.
-
-— Il conte amico di vostra matrigna? Valentina, il mio istinto mi
-avrebbe ingannato a questo punto? son sicuro che voi vi sbagliate.
-
-— Oh! se sapeste Massimiliano, non è più Edoardo che regna nella
-casa, ma il conte ricercato dalla sig.ª de Villefort, che vede in lui
-il riassunto delle umane conoscenze, ammirato, intendete? ammirato
-da mio padre, che dice di non aver mai inteso formolare con maggiore
-eloquenza le idee più sublimi, idolatrato da Edoardo che ad onta della
-sua paura pe’ grandi occhi neri del conte, corre da lui tosto che lo
-vede giungere e gli apre la mano, ove ritrova sempre qualche scherzo
-ammirabile: il sig. di Monte-Cristo quando è dalla sig.ª de Villefort,
-è come fosse in casa sua.
-
-— Ebbene! cara Valentina, se le cose sono così, come dite, dovete di
-già risentire o risentirete ben presto gli effetti della sua presenza.
-Egli incontra Alberto de Morcerf in Italia, e ciò per sottrarlo dalle
-mani dei briganti, vede la sig.ª Danglars, e ciò per farle un regalo da
-re; vostra matrigna e vostro fratello passano davanti alla sua porta, e
-ciò perchè il suo moro salvi loro la vita. Quest’uomo ha evidentemente
-ricevuto il potere di avere influenza sugli avvenimenti, sugli uomini,
-e sulle cose. Non ho mai veduto gusti più semplici collegati ad una più
-alta magnificenza. Il suo sorriso è sì dolce quando me lo indirizza,
-che io dimentico come gli altri trovino il suo sorriso amaro: oh!
-ditemi, Valentina, vi ha egli sorriso in tal modo? Se lo ha fatto,
-sarete felice.
-
-— No, disse la giovinetta, egli mi guarda appena, o piuttosto se
-passo per caso, volge lo sguardo altrove. Oh! Non è generoso, non ha
-quello sguardo profondo che legge nell’interno dei cuori, e che voi
-gli supponete a torto; poichè se avesse avuto questo sguardo, avrebbe
-veduto che io sono l’infelice, perchè se fosse generoso, vedendomi sola
-e trista nel mezzo di questa famiglia, mi avrebbe protetta con quella
-influenza ch’egli esercita; e poichè rappresenta, a quanto pretendete,
-la parte di sole, avrebbe riscaldato il mio cuore ad uno dei suoi
-raggi. Voi dite che vi ama, Massimiliano; che ne sapete? gli uomini
-fanno sempre viso grazioso ad un ufficiale alto 5 piedi ed 8 pollici
-come voi; che ha lunghi baffi, ed una gran sciabola, ma credono di
-potere schiacciare senza timore una povera giovinetta che piange.
-
-— Ah! Valentina, v’ingannate, ve lo giuro!
-
-— Se fosse altrimenti, se mi trattasse diplomaticamente, cioè come
-un uomo che vuole in un modo o nell’altro paoneggiare la famiglia, mi
-avrebbe, non fosse stato che una sola volta, onorata di quel sorriso
-che voi tanto mi vantate, ma no, mi ha veduta disgraziata, capisce
-che non posso essergli buona a niente, e non fa attenzione a me. Chi
-sa invece per fare la corte a mio padre, alla signora de Villefort, a
-mio fratello, che non mi perseguiti tanto, quando sarà in suo potere
-di farlo? vediamo francamente, Massimiliano, io non sono una donna
-che si debba disprezzare così senza ragione; voi me lo avete detto...
-Ah! perdonate, continuò la giovinetta vedendo la impressione che
-producevano le sue parole su Massimiliano, sono cattiva, e vi dico su
-quest’uomo cose che non sapeva neppure di avere in cuore. Ascoltate,
-non nego che quest’influenza di cui mi parlate, vi sia, e che egli non
-la eserciti anche su me; ma s’egli la esercita, è in un modo nocivo e
-corruttore, come lo vedete, dei vostri buoni pensieri.
-
-— Sta bene, Valentina, disse Morrel con un sospiro, non ne parliamo
-più, non gli dirò niente.
-
-— Ahimè! amico mio, disse Valentina, io vi affliggo, lo vedo; oh! ma
-finalmente non chiedo di meglio che di esser convinta, dite che ha
-dunque fatto per voi questo conte di Monte-Cristo?
-
-— Voi mi mettete in un grande impaccio domandandomi ciò che ha fatto il
-conte per me; niente d’ostensibile, lo so bene. Vi ho già detto che la
-mia affezione per lui è tutta d’istinto, e che nulla ha di ragionato.
-Il sole mi ha forse fatto qualche cosa? no; egli mi riscalda e colla
-sua luce io vedo, ecco tutto. Il tale o tal altro profumo ha fatto
-qualche cosa per me? no, il suo odore ricrea aggradevolmente uno dei
-miei sensi, non ho altra cosa a dire quando mi si domanda perchè io
-vanti quel tale profumo. La mia amicizia per lui è strana, com’è la
-sua per me. Una voce segreta m’avverte che vi è qualche cosa più di un
-semplice caso in quest’amicizia impreveduta e reciproca, trovo della
-correlazione perfino nei suoi più segreti pensieri, fra le mie azioni
-ed i miei pensieri. Voi forse riderete di me, Valentina, ma da che
-conosco quest’uomo mi è venuta l’assurda idea, che tutto ciò che mi
-accade di bene provenga da lui; ciò non ostante ho vissuto trent’anni
-senza aver mai avuto bisogno di questo protettore, n’è vero? non
-importa, sentite un esempio. Egli mi ha invitato a pranzo per sabato,
-questa è una cosa naturale al punto in cui siamo? ebbene! che ho saputo
-dopo? che vostro padre è invitato a questo pranzo, che vostra madre
-vi verrà. M’incontrerò con essi, e chi sa ciò che potrà risultare per
-l’avvenire da questo incontro? ecco delle particolarità semplicissime
-in apparenza; ciò non ostante vi scorgo dentro qualche cosa che mi
-sorprende, vi pongo una strana confidenza. Mi dico che il conte,
-quest’uomo singolare che indovina tutto, ha voluto farmi ritrovare col
-sig. e colla sig.ª de Villefort, e qualche volta cerco, ve lo giuro, di
-leggere nei suoi occhi se ha indovinato il mio amore.
-
-— Mio buon amico, disse Valentina, se non sentissi da voi che
-ragionamenti simili, vi prenderei per un visionario: ed avrei una vera
-paura, pel vostro buon senso. Non è forse un puro caso quest’incontro?
-In verità rifletteteci dunque. Mio padre che non esce mai è stato dieci
-volte sul punto di negare questo invito alla sig.ª de Villefort, la
-quale al contrario arde dal desiderio di vedere in sua casa questo
-straordinario nababbo, ed a gran stento ella ottenne che l’avrebbe
-accompagnata. No, no, credetemi, per voi Massimiliano, non ho altri a
-cui chiedere soccorso, che a mio nonno, un cadavere; altr’appoggio che
-in mia madre, un’ombra...
-
-— Sento che avete ragione, Valentina, e che la logica sta dalla
-vostra parte, disse Massimiliano, ma la vostra dolce voce, sempre così
-possente in me oggi non mi convince.
-
-— E la vostra ancor meno, disse Valentina, e vi confesso che se non
-avete altro esempio da citarmi...
-
-— Ne ho uno, disse Massimiliano esitando, ma in vero, Valentina, m’è
-forza confessarlo, è ancor più assurdo del primo.
-
-— Tanto peggio, disse sorridendo Valentina.
-
-— Eppur, continuò Morrel, non è meno concludente per me, uomo tutto
-d’ispirazione e di sentimento, e che ho qualche volta in dieci anni
-che servo, dovuto la vita ad uno di quei lampi interni, che vi dicono
-di fare un movimento innanzi o indietro, perchè la palla che vi deve
-uccidere, vi passi d’accanto.
-
-— Caro Massimiliano, perchè non fare onore alle preghiere in questa
-deviazione delle palle? quando siete in Africa, non prego più Dio per
-me, nè per mia madre, ma sol per voi.
-
-— Sì, dacchè vi conosco, disse sorridendo Morrel, ma prima che vi
-conoscessi, Valentina.
-
-— Vediamo, non volete essermi debitore di cos’alcuna, cattivo, tornate
-dunque a questo esempio che voi stesso confessate assurdo.
-
-— Ebbene! guardate fra gli assi, ed osservate laggiù a quell’albero il
-nuovo cavallo col quale son venuto.
-
-— Oh! che bestia ammirabile! perchè non lo avete condotto vicino al
-cancello? gli avrei parlato, ed egli mi avrebbe intesa.
-
-— Infatto come lo vedete, è un animale di gran prezzo, disse
-Massimiliano; voi sapete che la mia fortuna è limitata, e che io altro
-non sono, come si dice, che un uomo ragionevole. Ebbene! avevo veduto
-da un mercante di cavalli questo magnifico Médéah, così lo chiamo, ne
-chiesi il prezzo, mi fu risposto 4500 fr., dovetti astenermi, come
-ben lo capirete, dal trovarlo tanto bello, e partii col cuore molto
-grosso, perchè il cavallo mi aveva guardato teneramente, mi aveva
-accarezzato con la testa, ed aveva corvettato sotto di me nel modo più
-elegante e grazioso. La stessa sera aveva in mia casa alcuni amici, il
-sig. Château-Renaud, il sig. Debray, e 5 o sei altri cattivi soggetti,
-che avete la fortuna di non conoscere neppur di nome. Ho proposta una
-partita di _bouillotte_; non giuoco mai perchè non sono abbastanza
-ricco da poter perdere, nè abbastanza povero per desiderare di vincere;
-io era in casa mia, e non altro avevo a fare che far prendere un mazzo
-di carte, e così feci. Quando ci mettemmo al tavolino, giunse il sig.
-di Monte-Cristo, si giuocò ed io vinsi, oso appena confessarvelo,
-Valentina, guadagnai 5 mila fr. Noi ci lasciammo a mezza notte; io
-non potei più contenermi, presi un _cabriolet_, e mi feci condurre
-dal mercante di cavalli. Palpitante suonai, egli venne ad aprirmi,
-e dovette prendermi per pazzo; io mi slanciai dall’altra parte della
-porta appena aperta; entrai in iscuderia, guardai alla rastrelliera.
-Oh! fortuna! Médéah rodeva il fieno; prendo una sella, gliela metto
-sul dorso, gli pongo le redini; poi depositando i 4500 fr. fra le
-mani del mercante stupefatto, ritorno, o piuttosto passo la notte a
-passeggiare nei Campi-Elisi. Ebbene! ho veduto il lume alla finestra
-del conte: e mi è perfino sembrato di scorgere l’ombra dietro la tenda.
-Or Valentina, giurerei, che il conte ha saputo che desideravo questo
-cavallo, e che ha espressamente perduto per farmelo guadagnare.
-
-— Mio caro Massimiliano, disse Valentina, siete troppo fantastico...
-non mi amerete lungamente: un uomo sì poetico non saprebbe fissarsi a
-suo piacere in una passione monotona come la nostra, ma sentite... mi
-chiamano...
-
-— Oh! Valentina, disse Massimiliano per la piccola fessura
-dell’assito...
-
-— Avevamo detto, Massimiliano, che saremmo stati l’una per l’altro due
-voci, due ombre!
-
-— Come vi piacerà, Valentina.
-
-
-
-
-LVII. — IL SIG. NOIRTIER DE VILLEFORT.
-
-
-Ecco ciò che accadde nella casa del procuratore del re dopo la partenza
-della sig.ª Danglars e di sua figlia durante la conversazione che
-abbiamo riferita. Il sig. de Villefort era entrato nella camera di
-suo padre, seguito dalla sig.ª de Villefort; in quanto a Valentina noi
-sappiamo dov’era.
-
-Entrambi dopo aver salutato il vecchio e congedato Barrois, antico
-domestico, che era al loro servizio da 25 anni, avevano preso posto ai
-suoi lati. Il sig. Noirtier assiso in una gran poltrona a carrucole,
-dove veniva posto la mattina, e dove era levato la sera, seduto davanti
-ad uno specchio che riflettendo tutto l’appartamento gli permetteva di
-vedere, senza fare alcun movimento, divenuto impossibile, chi entrava
-nella sua camera, chi ne usciva, e tutto ciò che si faceva intorno a
-lui; il sig. Noirtier immobile come un cadavere guardava con occhi
-intelligenti e vivi i suoi figli, la cui cerimoniosa riverenza gli
-annunciava qualche dimostrazione ufficiale ed inattesa. La vista e
-l’udito erano i due soli sensi, che a guisa di due scintille animavano
-questa materia umana di già per tre quarti apparecchiata per la tomba:
-ed anche di questi due sensi un solo poteva rilevare all’esterno la
-vita interna che animava la statua; e lo sguardo che denunziava questa
-vita interna era paragonabile ad una di quelle luci lontane che,
-durante la notte, avvisano il viaggiatore perduto in un deserto che vi
-è ancora un essere esistente che veglia in quel silenzio ed in quella
-oscurità.
-
-Così nell’occhio nero del vecchio Noirtier sormontato da un
-sopracciglio pur nero, mentre che la capigliatura, ch’egli portava
-lunga e pendente sulle spalle, era bianca; in quest’occhio, come accade
-in ciascun organo dell’uomo, esercitato a spese degli altri organi, si
-erano concentrate tutta l’attività, tutta la destrezza, tutta la forza,
-tutta l’intelligenza, sparse altra volta in questo corpo ed in questo
-spirito. Certamente mancavano il gesto del braccio, il suono della voce
-e l’attitudine del corpo; ma quell’occhio possente suppliva a tutto,
-egli comandava cogli occhi, ringraziava cogli occhi; era un cadavere
-cogli occhi vivi, e niente poteva essere qualche volta più spaventoso
-di questo viso di marmo, nell’atto del quale si accendeva una collera
-o rispondeva una gioia. Tre persone soltanto sapevano comprendere il
-linguaggio di questo povero paralitico. Villefort, Valentina, ed il
-vecchio domestico di cui abbiamo già parlato. Ma siccome Villefort
-non vedeva suo padre che rare volte, e per così dire solo quando
-non ne poteva far di meno; siccome quando lo vedeva, non cercava di
-compiacerlo comprendendolo; tutta la felicità del vecchio era riposta
-nella sua nipote Valentina la quale era giunta a forza di affezione,
-di amore, e di pazienza a comprendere con lo sguardo tutti i pensieri
-di Noirtier. A questo linguaggio muto o inintelligibile per tutt’altri,
-ella rispondeva con tutta la sua voce, tutta la sua fisonomia, tutta la
-sua anima, di modo che si stabilivano dei dialoghi animati fra questa
-giovinetta e questa pretesa argilla quasi ritornata polvere, e che ciò
-non ostante era ancora un uomo di un immenso sapere, di un’inaudita
-penetrazione, e di una volontà così possente quanto può essere l’anima
-racchiusa in una materia che poco si presta.
-
-Valentina aveva dunque risoluto lo strano problema di capire il
-pensiero del vecchio, per fargli comprendere il suo, e mercè questo
-studio era ben raro che per le cose ordinarie della vita, ella non
-indovinasse con precisione il desiderio di quest’anima vivente, o di
-questo cadavere per metà insensibile.
-
-Quanto al domestico, siccome serviva il padrone da 25 anni come abbiamo
-detto, egli conosceva tanto bene tutte le abitudini di lui ch’era
-ben difficile che Noirtier avesse bisogno di domandare qualche cosa;
-Villefort per conseguenza non aveva bisogno dei soccorsi nè dell’uno,
-nè dell’altro, per intavolare con suo padre la strana conversazione
-che veniva ad incominciare. Egli stesso, lo dicemmo, conosceva
-perfettamente il vocabolario del vecchio, e se non se ne serviva più
-spesso, era per noia o per indifferenza. Egli dunque lasciò discendere
-Valentina in giardino, allontanò Barrois, e dopo aver preso posto
-alla destra di suo padre, mentre che la sig.ª de Villefort sedeva alla
-sinistra di lui:
-
-— Signore, disse, non vi maravigliate che Valentina non sia salita con
-noi, e che io abbia allontanato Barrois, perchè la conferenza che siamo
-per avere è una di quelle che non può essere fatta, nè davanti ad una
-giovinetta, nè davanti ad un domestico; la sig.ª de Villefort ed io
-abbiamo una comunicazione a farvi.
-
-Il viso di Noirtier restò impassibile durante questo preambolo, mentre
-che al contrario l’occhio di Villefort sembrava scrutinare fino nel più
-profondo del cuore del vecchio.
-
-— Questa comunicazione, continuò il procuratore del re col suo tuono
-ghiacciato, e che sembrava non ammettere mai contestazioni, siamo
-sicuri, la signora de Villefort ed io, che vi farà piacere.
-
-L’occhio del vecchio continuò a restare immobile, ascoltava e niente
-più.
-
-— Signore, riprese Villefort, noi maritiamo Valentina.
-
-Una figura di cera non sarebbe a questa notizia rimasta più fredda di
-quel che fece la figura del vecchio.
-
-— Il matrimonio avrà luogo fra tre mesi, riprese Villefort.
-
-La sig.ª de Villefort prese a sua volta la parola e si affrettò di
-aggiungere:
-
-— Abbiamo pensato che questa notizia avrebbe dell’interessamento per
-voi, signore, d’altra parte Valentina parve sempre attirar tutta la
-vostra attenzione, non ci rimane dunque altro a dirvi, se non che il
-nome del giovine che le vien destinato; egli è uno dei più onorevoli
-_partiti_, ai quali possa aspirare Valentina; vi sono ricchezze, un bel
-nome, e delle garanzie sicure di felicità nella condotta e nei gusti di
-colui che le destiniamo, ed il cui nome non dev’esservi sconosciuto: si
-tratta del sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay.
-
-Villefort durante il piccolo discorso di sua moglie attaccava sul
-vecchio uno sguardo più attento che mai. Allorchè la sig.ª de Villefort
-pronunziò il nome di Franz, l’occhio di Noirtier, che suo figlio
-conosceva tanto bene, fremette; e le pupille dilatandosi come fossero
-state due labbra al momento di dire una parola, lasciarono travedere un
-baleno.
-
-Il procuratore del Re, che sapeva gli antichi rapporti di inimicizia
-politica tra suo padre ed il padre di Franz, capì questo fuoco e
-quest’agitazione, ma ciò non ostante lo lasciò passare come non veduto,
-e riattaccando la parola ove sua moglie l’aveva lasciata:
-
-— Signore, diss’egli, è importante, lo capite bene, essendo così
-vicina a compiere i 19 anni, che Valentina sia finalmente stabilita.
-Non ostante non vi abbiamo dimenticato nelle trattative, e ci siamo
-assicurati prima che il marito di Valentina accetterebbe di vivere se
-non con noi, la qual cosa incomoderebbe forse le loro private faccende
-domestiche, almeno che voi, che siete il prediletto di Valentina, e
-che per vostra parte sembrate portarle un’affezione uguale, viviate con
-loro, dimodochè non perderete alcuna delle vostre abitudini, ed avrete
-soltanto due figli che vi sorveglieranno invece di una sola.
-
-Il lampo dello sguardo di Noirtier divenne sanguigno... certamente
-passava qualche cosa di spaventoso nell’animo di questo vecchio.
-Certamente il grido del dolore o della collera gli saliva alla gola, e
-non potendo scoppiare lo soffocavano, perchè il viso divenne color di
-porpora e le labbra livide.
-
-Villefort aprì tranquillamente una finestra, dicendo:
-
-— Fa troppo caldo qui, e questo calore fa male al sig. Noirtier. — Poi
-ritornò, ma senza sedersi.
-
-— Questo matrimonio, soggiunse la sig.ª de Villefort, piace al sig.
-d’Épinay ed alla sua famiglia, la quale d’altra parte non si compone
-che di uno zio e di una zia, sua madre morì nel darlo alla luce; suo
-padre essendo stato assassinato morì nel 1815, cioè quando il fanciullo
-aveva due anni appena, egli ora non dipende che dalla sua volontà.
-
-— Assassinio misterioso, disse Villefort, di cui gli autori sono
-rimasti sconosciuti, quantunque il sospetto si era sparso senza urtare
-sulla testa di molte persone.
-
-Noirtier fece un tale sforzo che le labbra si contrassero come per
-sorridere.
-
-— Ora, continuò Villefort, i veri colpevoli, quelli che sanno di aver
-commesso il delitto, quelli su i quali può discendere la giustizia
-degli uomini durante la loro vita, e la giustizia di Dio dopo la
-loro morte, sarebbero ben felici di essere nel nostro posto, e di
-avere una figlia da offrire al sig. Franz d’Épinay per ispegnere fino
-nell’apparenza questo sospetto.
-
-Noirtier si era placato con una di quelle forze che non sarebbesi
-potuto aspettare da questa organizzazione quasi scomposta. — Sì,
-comprendo, rispose egli con uno sguardo a Villefort, e questo sguardo
-esprimeva ancora lo sdegno profondo e la collera intelligente.
-Villefort dal suo lato, rispose a questo sguardo, nel quale aveva letto
-ciò che contenevasi, con una leggera stretta di spalle.
-
-Indi fece segno a sua moglie di alzarsi.
-
-— Ora signore, disse la sig.ª de Villefort, aggradite il nostro
-rispetto. Permettete che Edoardo venga a presentarvi i suoi ossequi? —
-Erasi convenuto che il vecchio esprimeva la sua approvazione chiudendo
-gli occhi, ed il suo rifiuto socchiudendoli a più riprese, e quando
-li alzava al cielo era segno che aveva qualche desiderio da esprimere.
-Quando chiedeva di Valentina serrava l’occhio dritto; se domandava di
-Barrois chiudeva l’occhio sinistro. Alla proposizione della sig.ª de
-Villefort socchiuse vivamente gli occhi.
-
-Questa riconoscendo l’evidente rifiuto si morse le labbra:
-
-— Vi manderò dunque Valentina, disse allora.
-
-— Sì, fece il vecchio chiudendo gli occhi con vivacità.
-
-I signori de Villefort salutarono il vecchio ed uscirono ordinando
-che si chiamasse Valentina, di già avvisata che avrebbe avuto qualche
-cosa da fare nella giornata presso il signor Noirtier. Quando uscirono
-entrava Valentina ancor tutta color di rosa per la emozione provata.
-Non le fu bisogno che di uno sguardo per capire come soffriva il nonno
-e quante cose avrebbe avuto a dirle.
-
-— Oh! buon papà, gridò ella, e che cosa ti è dunque accaduto. Ti hanno
-afflitto, n’è vero, tu sei in collera.
-
-— Sì, fece egli chiudendo gli occhi.
-
-— Contro chi dunque? Contro mio padre?... no, contro la sig.ª di
-Villefort?... no, contro di me? — Il vecchio fece segno di sì. — Contro
-di me? riprese Valentina maravigliata.
-
-Il vecchio rinnovò il segno affermativo. — E che cosa ti ho dunque
-fatto, caro e buon papà? gridò Valentina.
-
-Non vi fu alcuna risposta, ella continuò: — Io non ti ho veduto nella
-giornata, ti hanno dunque riportata qualche cosa sul conto mio.
-
-— Sì; disse lo sguardo del vecchio con vivacità.
-
-— Vediamo dunque. Mio Dio! ti giuro, buon padre... ah!... il sig. e la
-sig.ª de Villefort escono di qui, n’è vero?
-
-— Sì. — Ed essi ti han detto queste cose che ti dispiacciono? Vuoi che
-io vada a domandarle a loro, per avere il mezzo di scusarmi teco?
-
-— No, no, fece lo sguardo.
-
-— Ma tu mi spaventi, che ti han potuto dire?
-
-Ed ella cercava. — Oh! l’ho indovinato, disse abbassando la voce ed
-avvicinandosi al vecchio. Ti hanno forse parlato del mio matrimonio?
-
-— Sì, replicò lo sguardo corrucciato.
-
-— Capisco, tu l’hai meco pel mio silenzio. Oh! vedi, fu perchè mi
-avevano raccomandato di non dirti niente, perchè nulla mi avevano
-detto, e che soltanto aveva strappato di soppiatto qualche parola per
-indiscretezza, ecco perchè sono stata così riservata teco. Perdonami
-buon papà Noirtier.
-
-Ritornato fisso ed immobile lo sguardo sembrava rispondere, non è
-soltanto il tuo silenzio che mi affligge.
-
-— Che cosa è dunque? domandò la giovinetta, credi forse che io possa
-abbandonarti, buon padre, e che il mio matrimonio mi renda smemorata?
-
-— No, disse il vecchio.
-
-— Allora ti hanno detto, che il sig. d’Épinay acconsentiva che
-dimorassimo insieme. — Sì. — Allora perchè sei in collera? — Gli
-occhi del vecchio assunsero un’espressione d’infinita dolcezza. — Sì,
-capisco; disse Valentina, perchè mi ami. — Il vecchio fece segno di sì.
-— E temi ch’io sia disgraziata? — Sì. — Tu non ami il sig. Franz?
-
-Gli occhi ripeterono tre o quattro volte: — No, no, no.
-
-— Ma sei molto afflitto buon padre? Ebbene, ascolta, disse Valentina
-mettendosi in ginocchio davanti a Noirtier e passandogli le braccia
-intorno al collo, io pure sono molto afflitta, poichè io pure non amo
-il sig. Franz d’Épinay.
-
-Un baleno di gioia passò avanti gli occhi del nonno.
-
-— Quando volli ritirarmi in convento, ti ricordi di essere stato tanto
-in collera meco? — Una lagrima inumidì l’arida palpebra del vecchio. —
-Ebbene, continuò Valentina, lo faceva per isfuggire questo matrimonio
-che è la mia disperazione. — Il respiro di Noirtier divenne anelante.
-
-— Allora questo matrimonio ti fa gran dispiacere, buon padre. Oh!
-mio Dio! se tu potessi aiutarmi, se noi due potessimo rompere il loro
-disegno. Ma sei senza forza contro essi, tu che hai uno spirito così
-vivo, e una volontà così ferma; ma quando si tratta di lottare sei
-tanto debole, ed anzi più debole, che non sono io. Ohimè! Saresti
-stato per me un protettore possente nei giorni della tua forza e della
-tua salute, ma ora non puoi fare altro che capirmi, e rallegrarti,
-o affliggerti meco; questa è l’ultima fortuna che Iddio ha voluto
-lasciarmi insieme con le altre.
-
-A queste parole vi fu negli occhi di Noirtier una tale espressione di
-malizia e di profondità che la giovinetta credè leggervi queste parole:
-— T’inganni, posso ancor molto per te. — Puoi qualche cosa per me,
-caro e buon papà? tradusse Valentina. — Sì. — Noirtier alzò gli occhi
-al cielo. Questo era il segnale convenuto fra lui e Valentina, quando
-aveva bisogno di qualche cosa.
-
-— Che vuoi, caro padre, vediamo? — Valentina cercò un momento nel suo
-spirito, espresse ad alta voce i suoi pensieri a seconda che essi si
-presentavano, e vedendo che a tutto quello che poteva dire, il vecchio
-rispondeva costantemente di no:
-
-— Andiamo, fec’ella, ricorriamo ad altri mezzi giacchè sono
-così stupida! — Allora recitò una dopo l’altra tutte le lettere
-dell’alfabeto, dall’_a_ fino alla _n_, mentre che il suo sorriso
-interrogava l’occhio del paralitico, alla lettera _n_ Noirtier fece
-segno di sì. — Ah! disse Valentina la cosa dunque che desiderate
-comincia dalla lettera _n_, ebbene vediamo ciò che si deve aggiungere
-alla lettera _n_. _Na, ne, ni, no_... — Sì, sì, sì, fece il vecchio
-— Ah! è no. — Sì. — Valentina andò a cercare un dizionario che posò
-sul leggio davanti a Noirtier; ella l’apri e quando ebbe veduti gli
-occhi del vecchio fissarsi su i fogli, il suo dito scorse rapidamente
-le colonne dell’alto al basso. L’esercizio (da sei anni Noirtier era
-caduto nel tristo stato in cui si ritrovava), le aveva rese le prove
-così facili, ed indovinava così presto il pensiero del vecchio, come
-egli stesso lo avrebbe potuto cercare in un dizionario.
-
-Alla parola _notaro_ Noirtier le fece segno di fermarsi.
-
-— _Notaro_, diss’ella, vuoi un notaro, buon papà?
-
-Il vecchio fece segno che desiderava effettivamente un notaro.
-
-— Bisogna dunque mandare a cercare un notaro? domandò Valentina. — Sì,
-fece il paralitico. — Mio padre deve saperlo? — Sì. — Hai fretta di
-avere questo notaro?
-
-— Sì. — Allora vado per fartelo cercare sul momento, caro padre. È
-forse questo tutto ciò che vuoi? — Sì.
-
-Valentina corse al campanello e chiamò un domestico per far venire il
-sig. e la sig.ª de Villefort in camera del nonno.
-
-— Sei tu contento, disse Valentina? Sì, lo credo bene! non è molto
-facile a trovar ciò. — E la giovinetta sorrise al vecchio come lo
-avrebbe fatto ad un fanciullo.
-
-Il sig. de Villefort rientrò condotto da Barrois.
-
-— Che volete, signore? domandò al paralitico.
-
-— Mio nonno disse Valentina, domanda un notaro.
-
-A questa strana e soprattutto inattesa domanda il sig. de Villefort
-scambiò uno sguardo col paralitico.
-
-— Sì, fece quest’ultimo con una fermezza che indicava, che con l’aiuto
-di Valentina, e del servitore che già sapeva ciò che desiderava, era
-pronto a sostenere la lotta.
-
-— Voi domandate il notaro? ripetè Villefort. — Sì.
-
-— Per che farne? — Noirtier non rispondeva.
-
-— Ma perchè avete bisogno di notaro? domandò Villefort.
-
-— Ma finalmente, disse Barrois pronto ad insistere con quella
-perseveranza abituale ai vecchi domestici, se il signore vuole un
-notaro, è perchè apparentemente ne ha bisogno. Così lo vado a cercar
-subito.
-
-Barrois non conosceva altro padrone che Noirtier, e non ammetteva che
-la sua volontà fosse contestata menomamente.
-
-— Sì, voglio un notaro, fece il vecchio chiudendo gli occhi con un aria
-di sfida, e come se avesse detto, vediamo un poco se vi sarà qualcuno
-che osi opporsi a ciò che voglio.
-
-— Vi sarà un notaro, poichè ne volete assolutamente uno signore, ma
-mi scuserò con lui, e scuserò voi stesso perchè la scena sarà molto
-ridicola.
-
-— Non importa, disse Barrois, vado subito a cercarlo.
-
-Ed il vecchio uscì trionfante.
-
-
-
-
-LVIII. — IL TESTAMENTO.
-
-
-Al momento in cui Barrois uscì, Noirtier guardò Valentina con
-quell’interessamento malizioso, che annunzia in un tempo tante cose.
-La giovinetta capì quello sguardo, e lo capì anche Villefort, perchè
-la sua fronte si oscurò ed il sopracciglio si aggrottò. Prese una
-sedia e si stabilì nella camera del paralitico per aspettare. Noirtier
-lo guardava fare con la più perfetta indifferenza, ma coll’angolo
-dell’occhio aveva già ordinato a Valentina di non inquietarsi e di
-restare ella pure. Tre quarti d’ora dopo rientrò il domestico col
-notaro. — Signore, disse Villefort dopo i primi saluti, voi siete
-stato chiamato dal sig. Noirtier de Villefort che qui vedete; una
-paralisi generale gli ha tolto l’uso delle membra e della voce, e noi
-soltanto ed a gran stento giungiamo ad afferrare qualche brano dei suoi
-pensieri.
-
-Noirtier fece coll’occhio una chiamata a Valentina, chiamata talmente
-seria ed imperativa ch’ella rispose sul momento: — Io, signore, capisco
-tutto ciò che vuol dire mio nonno.
-
-— È vero, soggiunse Barrois, tutto, assolutamente tutto come io lo
-diceva al signore venendo qua.
-
-— Permettete, signore, e voi pure madamigella, disse il notaro
-indirizzandosi a Villefort ed a Valentina; questo è uno di quei casi
-in cui il pubblico ufficiale non può procedere inconsideratamente
-senza assumere una responsabilità pericolosa. La prima necessità,
-perchè l’atto sia valevole è che il notaro sia ben convinto che sia
-fedelmente interpretata la volontà di quello che l’ha dettata. Ora
-io non posso essere sicuro dell’approvazione o della disapprovazione
-di un cliente che non parla, e siccome l’oggetto dei suoi desideri e
-delle sue ripugnanze non può essermi provato chiaramente, atteso il suo
-mutismo, il mio ministero, oltre di essere inutile sarebbe esercitato
-illegalmente.
-
-Il notaro fece un passo per ritirarsi. Un impercettibile sorriso di
-trionfo si disegnò sulle labbra del procuratore del Re. Da sua parte
-Noirtier guardò Valentina, con tale una espressione di dolore ch’ella
-si pose davanti al notaro:
-
-— Signore, diss’ella, il linguaggio ch’io parlo con mio nonno, è un
-linguaggio che si può imparare facilmente, e come lo comprendo io, sono
-in istato di poterlo in pochi minuti far comprendere egualmente a voi.
-Che vi abbisogna, per giungere alla perfetta edificazione della vostra
-coscienza?
-
-— Ciò che è necessario, affinchè i nostri atti sieno valevoli,
-Madamigella, rispose il notaro, è la certezza dell’approvazione. Si
-può far testamento malato di corpo, ma bisogna sempre farlo sano di
-spirito.
-
-— Ebbene! signore, con due segni voi acquisterete la certezza che
-mio nonno ha sempre goduto fin qui la pienezza delle sue facoltà
-intellettuali. Il sig. Noirtier, privato della voce, privato dei
-movimenti, chiude gli occhi quando vuol dire di sì, e batte le palpebre
-a più riprese quando vuol dire di no. Voi ora ne sapete abbastanza per
-parlare col sig. Noirtier, provatevici. — Lo sguardo che il vecchio
-vibrò a Valentina era sì pieno di tenerezza e di riconoscenza che fu
-capito dallo stesso notaro.
-
-— Voi avete inteso e compreso ciò che ha detto vostra nipote, signore?
-domandò il notaro. — Noirtier chiuse dolcemente gli occhi e dopo un
-momento li riaprì.
-
-— Ed approvate ciò che ha detto, cioè che i segni da lei indicati sono
-quelli col mezzo dei quali fate comprendere i vostri pensieri?
-
-— Sì, fece ancora il vecchio.
-
-— Siete voi che mi avete fatto chiamare? — Sì.
-
-— Per fare il vostro testamento? — Sì.
-
-— E non volete che mi ritiri senza averlo fatto?
-
-Il paralitico battè fortemente le palpebre degli occhi a più riprese.
-— Ebbene, signore, lo capite ora? domandò la giovinetta, e la vostra
-coscienza potrà stare tranquilla?
-
-Ma prima che il notaro avesse potuto rispondere il sig. de Villefort
-lo tirò in disparte. — Signore, credete che un uomo possa impunemente
-sopportare un colpo fisico così terribile quanto quello che ha provato
-il sig. Noirtier de Villefort, senza che il morale non abbia gravemente
-a risentirsene?
-
-— Non è precisamente ciò che m’inquieta, ma domando in qual modo
-giungeremo ad indovinare i pensieri per provocare le risposte.
-
-— Non vedete dunque ch’è impossibile?
-
-Valentina ed il vecchio intesero questo dialogo. Noirtier fermò il suo
-sguardo così fiero, e così risoluto su Valentina, che questo sguardo
-esigeva evidentemente una risposta.
-
-— Signore, diss’ella, non v’inquietate per questo; per quanto sia
-difficile, o piuttosto per quanto vi sembri difficile, di scoprire
-il pensiero di mio nonno, ve lo rivelerò in modo da togliervi ogni
-dubbio su questo argomento; sono già sei anni ch’io sono presso il
-sig. Noirtier; che vi dica egli stesso, se in sei anni un solo dei
-pensieri è rimasto sepolto nel suo cuore per non avermelo potuto far
-comprendere.
-
-— No, fece il vecchio.
-
-— Proviamo dunque, disse il notaro; accettate voi madamigella per
-vostra interprete? — Il paralitico fece segno di sì.
-
-— Bene vediamo: signore, che desiderate da me, e quale atto è quello
-che volete che io faccia? — Valentina articolò tutte le lettere
-dell’alfabeto fino alla lettera T.
-
-A questa lettera l’eloquente occhio di Noirtier la fermò. — È la
-lettera T che il signore domanda, la cosa è visibile. — Aspettate,
-disse Valentina; poi voltandosi da suo nonno: ta... te.... — Il vecchio
-la fermò alla seconda di queste sillabe. Allora Valentina prese il
-dizionario e sotto gli occhi dell’attento notaro sfogliò le pagine.
-
-— _Testamento_ indicò il suo dito fermato dal colpo d’occhio di
-Noirtier.
-
-— _Testamento_, gridò il notaro, la cosa è visibile, il signore vuol
-fare testamento.
-
-— Sì, fece Noirtier a più riprese.
-
-— Ecco ciò che può dirsi veramente maraviglioso, signore, disse il
-notaro a Villefort stupefatto, convenitene.
-
-— In fatto, replicò egli, questo testamento sarà ancora più
-maraviglioso: poichè ritengo che gli articoli non si potranno estendere
-sulla carta parola per parola senza l’intelligente aspirazione di mia
-figlia. Ora Valentina sarà forse una parte troppo interessata a questo
-testamento per essere interprete conveniente delle oscure volontà del
-sig. Noirtier de Villefort?
-
-— No, no, no, fece il paralitico.
-
-— Come, disse il sig. de Villefort, Valentina non è interessata nel
-vostro testamento?
-
-— No, fece Noirtier.
-
-— Signore, disse il notaro incantato di questa prova, promettendosi
-di raccontare in società i particolari di questo pittoresco episodio;
-signore, nulla mi sembra or più facile di quel che poco fa riguardava
-come impossibile; e questo testamento sarà semplicemente un testamento
-mistico, vale a dire preveduto e permesso dalla legge, purchè sia
-letto alla presenza di sette testimoni, approvato dal testatore avanti
-ad essi, e chiuso dal notaro sempre alla loro presenza. In quanto al
-tempo, durerà appena poco più degli ordinari testamenti. Da prima
-vi sono le formole consuete, che sono di rubrica, e sono sempre le
-stesse; in quanto ai particolari saranno somministrati dallo stato
-medesimo degli affari del testatore, e da voi che avendoli amministrati
-li conoscerete. D’altra parte perchè quest’atto non possa essere
-attaccato, noi vi daremo la più completa autenticità, uno dei miei
-confratelli mi servirà d’aiutante, e contro l’uso assisterà alla
-dettatura. Siete soddisfatto, signore? continuò il notaro volgendosi al
-vecchio.
-
-— Sì, rispose Noirtier contento di essere capito.
-
-— E che farà? — chiedeva a sè stesso Villefort, cui l’alta sua
-posizione imponeva tutta la riserva, e che d’altra parte non poteva
-indovinare a quale scopo tendesse suo padre.
-
-Si volse dunque per mandare a cercare il secondo notaro indicato dal
-primo; ma Barrois che aveva tutto inteso, e indovinato il desiderio del
-padrone, era già partito.
-
-Allora il procuratore del Re fece dire a sua moglie di salire. In
-capo ad un quarto d’ora tutta la famiglia era riunita nella camera
-del paralitico, ed il secondo notaro era giunto. In poche parole i due
-ufficiali ministeriali si ritrovarono d’accordo. Fu letta a Noirtier
-una formula di testamento vago, insignificante, quindi per cominciare
-la investigazione per così dire, della sua intelligenza, il primo
-notaro gli disse: — Quando si fa testamento, signore, è in favore di
-qualcuno, o a pregiudizio di qualche altro.
-
-— Sì, fece Noirtier.
-
-— Avete qualche idea sulla cifra della vostra fortuna?
-
-— Sì. — Vi nominerò alcune cifre che saliranno progressivamente; mi
-fermerete quando sarò giunto a quella che credete possa essere il
-vostro ammontare. — Sì.
-
-In questo interrogatorio vi era una specie di solennità; d’altra parte
-la lotta dell’intelligenza contro la materia non poteva mai essere
-stata più visibile, e se questo non era uno spettacolo sublime, come
-vedremo, per lo meno era curioso. Fu fatto cerchio intorno a Noirtier,
-il secondo notaro era assiso ad un tavolo pronto a scrivere; il primo
-notaro stava in piedi davanti a lui e lo interrogava.
-
-— La vostra fortuna sorpassa i 300 mila fr.? domandò.
-
-Noirtier fece segno di sì. — Possedete 400 mila fr.? — domandò il
-notaro. Noirtier restò immobile. — 500 mila?...
-
-La stessa immobilità. — 600 mila?... 700 mila?... 800 mila?... 900
-mila? — Noirtier fece segno di sì.
-
-— Dunque possedete 900 mila fr.? — Sì.
-
-— In immobili? domandò il notaro. — Noirtier fece segno di no. — In
-iscrizioni di rendite? — Noirtier fece segno di sì.
-
-— Queste iscrizioni sono nelle vostre mani?
-
-Un colpo d’occhio diretto a Barrois fece uscire il vecchio servitore,
-che ritornò un momento dopo con una piccola cassetta.
-
-— Permettete che si apra la cassetta? domandò il notaro.
-
-Noirtier fece segno di sì. Fu aperta la cassetta e si ritrovarono le
-iscrizioni sul Gran Libro per 900 mila fr.
-
-Il primo notaro passò una dopo l’altra ciascuna iscrizione al suo
-collega: il conto era quello annunziato da Noirtier.
-
-— In realtà è così, diss’egli; ciò dimostra evidentemente che la sua
-intelligenza è in tutta la forza ed estensione; — indi ritornando
-al paralitico: — Dunque, voi possedete 900 mila fr. di capitali, che
-nel modo con cui sono situati devono produrvi circa 40 mila lire di
-rendita?
-
-— Sì, fece Noirtier.
-
-— A chi desiderate lasciare questa fortuna?
-
-— Oh! disse la sig.ª de Villefort, su ciò non cade dubbio, il sig.
-Noirtier ama unicamente sua nipote, madamigella Valentina de Villefort:
-ella ne ha avuto tutta la cura per sei anni; colla sua assiduità
-ha saputo procurarsi l’affezione di suo nonno, e direi quasi la
-sua riconoscenza; è dunque giusto che raccolga il premio della sua
-affezione.
-
-L’occhio di Noirtier sfavillò un baleno, come per far conoscere che
-non si lasciava facilmente ingannare dal falso assenso dato dalla
-sig.ª de Villefort alle intenzioni che in lui supponeva. — È dunque
-a madamigella de Villefort che lasciate 900 mila fr.? — domandò il
-notaro, che credeva di non aver più altro da fare che registrare
-questa clausola, ma che però voleva essere ben sicuro dell’assenso di
-Noirtier, e far constare questo assenso da tutt’i testimoni di questa
-straordinaria scena. Valentina aveva fatto un passo addietro e piangeva
-ad occhi bassi. Il vecchio la guardò un momento coll’espressione della
-più profonda tenerezza; poi voltandosi verso il notaro, socchiuse gli
-occhi nel modo più significativo.
-
-— No? disse il notaro, come, non costituite vostra erede universale
-madamigella de Villefort?
-
-Noirtier fece di no.
-
-— Voi non vi sbagliate? gridò il notaro meravigliato, dite
-effettivamente di no?
-
-— No! ripetè Noirtier, no! — Valentina rialzò la lesta; ella era
-stupefatta, non dell’essere diseredata, ma di aver eccitato quel
-sentimento che d’ordinario detta simili atti.
-
-Ma Noirtier la guardava con un’espressione di tenerezza così profonda
-ch’ella gridò: — Oh! buon padre, non mi togliete che le vostre
-ricchezze, ma mi lasciate sempre il cuore?
-
-— Oh! sì, sì certamente, dissero gli occhi del paralitico chiudendosi
-con una espressione alla quale non poteva ingannarsi.
-
-— Grazie, grazie, mormorò la giovinetta.
-
-Frattanto questo rifiuto aveva fatto nascere nel cuore della sig.ª de
-Villefort una inattesa speranza; e si avvicinò al vecchio: — Allora
-dunque a vostro nipote Edoardo de Villefort lasciate la vostra fortuna?
-domandò la madre.
-
-Gli occhi di Noirtier si chiusero in un modo che esprimeva quasi l’odio.
-
-— No, fece il notaro, allora sarà a vostro figlio qui presente?
-
-— No, replicò il vecchio.
-
-I due notari, si guardarono stupefatti; Villefort e sua moglie
-arrossirono l’uno per l’onta, l’altra pel dispetto.
-
-— Ma che vi abbiamo dunque fatto, padre? disse Valentina, voi dunque
-non ci amate più?
-
-Lo sguardo del vecchio passò rapidamente sul figlio, sulla nuora, e si
-fermò su Valentina con una espressione di profonda tenerezza: — Ebbene!
-diss’ella, se tu mi ami, nonno mio, cerca di collegare questo amore con
-ciò che stai facendo in questo momento. Tu mi conosci, sai che non ho
-mai pensato alle tue ricchezze, d’altra parte dicono che sia ricca dal
-lato di mia madre, fors’anco troppo ricca; spiegati dunque.
-
-Noirtier fissò l’ardente suo sguardo sulla mano di Valentina: — La mia
-mano? — Sì, fece Noirtier.
-
-— La sua mano, ripeterono tutti gli assistenti.
-
-— Ah! signore, vedete bene che tutto è inutile, e che il mio povero
-padre è pazzo, disse Villefort.
-
-— Oh! gridò d’improvviso Valentina, ora capisco; il mio matrimonio,
-nonno, n’è vero?
-
-— Sì, sì, sì, ripetè tre volte il paralitico vibrando un baleno ogni
-volta che si rialzavano le sue palpebre.
-
-— Tu sei in collera pel mio matrimonio, n’è vero? — Sì.
-
-— Ma ciò è assurdo, disse Villefort.
-
-— Perdono, signore, disse il notaro, tutto ciò al contrario è molto
-ragionato, e mi sembra che si colleghi perfettamente a quanto si sta
-facendo.
-
-— Tu non vuoi ch’io sposi il sig. Franz d’Épinay?
-
-— No, non voglio, espresse l’occhio del vecchio.
-
-— E diseredate vostra nipote, disse il notaro, perchè fa un matrimonio
-che non è di vostro genio?
-
-— Sì, rispose Noirtier. — Di modo che senza di questo matrimonio
-sarebbe vostra erede? — Sì. — Un profondo silenzio si sparse allora
-in quelli che circondavano il vecchio. I due notari si consultavano.
-Valentina con le mani incrociate, guardava suo nonno con un sorriso
-riconoscente. Villefort si mordeva le sottili sue labbra: la sig.ª de
-Villefort non poteva reprimere un sentimento di gioia, che suo malgrado
-le si spandeva sul viso. — Ma, disse finalmente Villefort rompendo
-pel primo questo silenzio, mi sembra che io sia il solo giudice delle
-convenienze che stanno in favore di questa unione, il solo padrone
-della mano di mia figlia; voglio che sposi il sig. Franz d’Épinay, e lo
-sposerà. — Valentina cadde piangendo sopra una sedia. — Signore, disse
-il notaro indirizzandosi al vecchio, che contate di fare dei vostri
-capitali nel caso che madamigella Valentina sposi il sig. Franz?
-
-Il vecchio rimase immobile. — Ciò non pertanto volete disporne? — Sì,
-fece Noirtier. — In favore di qualcuno della vostra famiglia? — No. —
-In favore dei poveri allora? — Sì.
-
-— Ma, disse il notaro, sapete che la legge si oppone che vengano
-interamente spogliati i vostri figli?
-
-— Sì. — Dunque non disponete che della parte che la legge vi autorizza
-a distrarre. — Noirtier restò immobile.
-
-— Continuate a voler disporre di tutto? — Sì. — Ma dopo la vostra morte
-verrà attaccato il vostro testamento.
-
-— No. — Mio padre mi conosce, disse Villefort, sa che la sua volontà
-sarà sacra per me; d’altra parte comprende che nella mia posizione, non
-posso muovere lite contro i poveri.
-
-L’occhio di Noirtier espresse il trionfo.
-
-— Che risolvete, signore? domandò il notaro a Villefort.
-
-— Niente! questa è una risoluzione presa nello spirito di mio padre, ed
-io so che mio padre non cambia le sue risoluzioni. Dunque mi rassegno.
-Questi 900 mila fr. usciranno dalla famiglia per arricchir gli
-ospedali; ma non cederò al capriccio del vecchio, ed oprerò a seconda
-della mia coscienza. — E Villefort si ritirò colla moglie lasciando
-suo padre libero di testare come più gli aggradiva. Nello stesso giorno
-fu fatto il testamento, furono ritrovati i testimoni, fu approvato dal
-vecchio, chiuso alla loro presenza e deposto presso Descamps il notaro
-della famiglia.
-
-
-
-
-LIX. — IL TELEGRAFO.
-
-
-I coniugi Villefort rientrando nel loro appartamento, seppero che il
-conte di Monte-Cristo essendo venuto a far loro una visita era stato
-introdotto nel salotto ove li aspettava. La sig.ª de Villefort troppo
-commossa per essere in istato di potere sì tosto entrare, passò per la
-sua camera da letto, mentre che il procuratore del Re più padrone di sè
-stesso si avanzò direttamente verso il salotto. Ma per quanto sapesse
-dominare le sue sensazioni, per quanto cercasse ricomporre il viso,
-Villefort non potè allontanare tanto bene la nube dalla sua fronte, che
-al conte, il cui sorriso brillava raggiante, non dinotasse quell’aria
-tetra e cogitabonda.
-
-— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo dopo i primi complimenti; che avete
-dunque sig. de Villefort? sono forse giunto in un momento in cui
-stavate sostenendo qualche accusa un poco troppo capitale?
-
-Villefort tentò di ridere: — No, sig. conte, disse, qui non vi è
-altra vittima fuori di me, sono io che perdo la causa, ed il caso,
-l’ostinazione, la pazzia han vibrata la sentenza.
-
-— Che intendete di dire? domandò Monte-Cristo con un interessamento
-benissimo dissimulato. Vi è forse accaduto in realtà qualche grave
-disgrazia?
-
-— Oh! sig. conte, disse Villefort con una calma piena d’amarezza; ciò
-non vale neppur la pena di parlarne; quasi niente, una semplice perdita
-di denaro.
-
-— In fatto, rispose Monte-Cristo, una perdita di danari è poca cosa
-per chi goda una fortuna come la vostra, ed uno spirito filosofico ed
-elevato come il vostro.
-
-— Per cui, rispose Villefort, non è la perdita del danaro che
-m’inquieta, quantunque 900 mila fr. possono ben valere un dispiacere,
-ma mi risento particolarmente di questa disposizione della sorte,
-del caso, della fatalità, non so come nominare la potenza che dirige
-il colpo che mi percuote, che rovescia le mie speranze di fortuna, e
-distrugge quasi l’avvenire di mia figlia, pel capriccio di un vecchio
-ricaduto nella infanzia.
-
-— Eh! mio Dio! ma che cosa è dunque? gridò il conte, 900 mila fr. avete
-detto? ma in verità questa somma merita, che se ne affligga anche un
-filosofo. E chi vi procura questo dispiacere?
-
-— Mio padre di cui vi ho parlato.
-
-— Il sig. Noirtier? Davvero? Non mi diceste che era colpito interamente
-dalla paralisi, e che tutte le sue facoltà erano annichilite?
-
-— Sì, le sue facoltà fisiche, perchè non può nè muoversi nè parlare,
-con tutto ciò però pensa, vuole, opera come vedete. L’ho lasciato da
-cinque minuti ed in questo momento è occupato a dettare un testamento a
-due notari.
-
-— Ma allora dunque ha parlato?
-
-— Fa di più, si fa capire.
-
-— Ed in che modo?
-
-— Per mezzo dello sguardo, i suoi occhi hanno continuato a vivere, e
-come vedete essi uccidono.
-
-— Amico, disse la sig.ª de Villefort, che entrava in quel punto, forse
-voi esagerate la vostra situazione.
-
-— Signora... disse il conte inchinandosi.
-
-La sig.ª de Villefort lo salutò col più grazioso sorriso.
-
-— Ma che cosa dunque mi racconta il sig. de Villefort? domandò
-Monte-Cristo, e quale disgrazia incomprensibile?...
-
-— Incomprensibile, questa per l’appunto è la vera parola; riprese il
-procuratore del Re alzando le spalle, un capriccio da vecchio.
-
-— E non vi è modo di farlo smettere dalla sua risoluzione?
-
-— Vi sarebbe, disse la sig.ª de Villefort, e dipende anzi da mio
-marito, che questo testamento, invece di essere fatto a danno di
-Valentina, sia fatto in favore di lei.
-
-Il conte accorgendosi che i due sposi cominciavano a parlarsi con
-parabole, assunse l’apparenza dell’uomo distratto, e guardò colla più
-profonda attenzione, e colla più manifesta approvazione Edoardo che
-versava dell’inchiostro nei beveratoi degli uccelli. — Mia cara, disse
-Villefort rispondendo a sua moglie, sapete che amo poco l’assumere il
-tuono patriarcale in casa mia, e che non ho mai creduto che i destini
-dell’universo dipendessero da un mio movimento di capo. Ciò non
-pertanto è necessario che le mie risoluzioni vengano rispettate in casa
-mia, e che la follia di un vecchio ed il capriccio di una fanciulla non
-rovescino un disegno stabilito nel mio spirito da molti anni. Il barone
-d’Épinay era mio amico, lo sapete, ed una alleanza con suo figlio era
-conveniente.
-
-— Credete, disse la sig.ª de Villefort, che Valentina sia d’accordo con
-lui?... in fatto... ella è sempre stata contraria a questo matrimonio,
-e non sarei maravigliata che tutto ciò che abbiamo veduto ed inteso,
-non sia che l’esecuzione di un disegno concertato fra loro.
-
-— Signora, disse Villefort, non si rinunzia così, credetemi, ad una
-fortuna di 900 mila fr.
-
-— Ella rinunciava ancora al mondo, signore, poichè un anno fa voleva
-entrare in un monastero.
-
-— Ebbene, io vi dico che questo matrimonio deve farsi.
-
-— Ad onta della volontà di vostro padre? disse la sig.ª de Villefort
-toccando così un’altra corda, ciò è ben grave!
-
-Monte-Cristo faceva sembiante di non ascoltare, e non perdeva neppure
-una parola di ciò che dicevano.
-
-— N’importa, riprese Villefort, e posso dire che ho sempre rispettato
-mio padre, perchè al sentimento naturale della discendenza si univa in
-me la conoscenza della sua superiorità morale, perchè infine un padre
-è sempre sacro per due titoli, sacro come nostro autore, sacro come
-nostro padrone; ma oggi devo rinunziare a riconoscere una intelligenza
-in un vecchio che, per una semplice memoria di odio contro il padre,
-perseguita il figlio in tal modo; sarebbe dunque ridicolo in me
-conformare la mia condotta ai suoi capricci: continuerò ad avere il
-più gran rispetto pel sig. Noirtier; soffrirò senza lamentarmene la
-punizione pecuniaria che m’infligge; ma resterò irremovibile nella
-mia volontà ed il mondo giudicherà da qual lato sia la vera ragione.
-In conseguenza, mariterò mia figlia al barone Franz d’Épinay, perchè
-questo matrimonio è, a mio avviso, buono ed onorevole, e perchè in fine
-voglio maritare mia figlia a chi più mi piace.
-
-— E che! disse il conte, del quale il procuratore del Re aveva
-costantemente sollecitata l’approvazione collo sguardo; e che! il sig.
-Noirtier disereda madamigella Valentina perchè sta per isposare il
-barone Franz d’Épinay?
-
-— Eh! mio Dio! sì o signore; ecco la ragione, disse Villefort
-stringendosi nelle spalle.
-
-— La ragione visibile, almeno, soggiunse la sig.ª de Villefort.
-
-— La vera ragione, credetemi, io conosco mio padre.
-
-— E come si capisce? rispose la giovane sposa. In che il sig. d’Épinay
-può dispiacer più di un altro al sig. Noirtier?
-
-— In fatto, disse il conte, io ho conosciuto il sig. Franz d’Épinay;
-il figlio del generale Quesnel, n’è vero, fatto barone d’Épinay dal re
-Luigi XVIII?
-
-— Precisamente, rispose Villefort.
-
-— Ebbene! ma egli è un giovine grazioso, mi sembra.
-
-— Per cui non è che un pretesto, ne sono certa, disse la sig.ª de
-Villefort; i vecchi sono tiranni nelle loro affezioni: il sig. Noirtier
-non vuole che sua nipote si mariti.
-
-— Ma, disse Monte-Cristo, non conoscete la causa di quest’odio?
-
-— Eh! mio Dio! chi può saperla?...
-
-— Forse qualche antipatia politica...
-
-— Di fatto mio padre ed il padre d’Épinay hanno vissuto nei tempi
-burrascosi, dei quali non ho veduto che gli ultimi giorni, disse
-Villefort.
-
-— Vostro padre non era bonapartista? domandò Monte-Cristo. Mi sembra
-ricordarmi che mi avete detto qualche cosa su ciò.
-
-— Mio padre prima d’ogni altra cosa è stato Giacobino, trasportato
-dalla emozione fuori dai confini della prudenza, e la toga da senatore
-che Napoleone gli aveva gettata sulle spalle, non faceva che mascherare
-l’uomo vecchio, senza averlo cambiato. Quando mio padre cospirava,
-non era per l’imperatore, era contro i Borboni, perchè egli non ha mai
-combattuto per le utopie non realizzabili, ma per le cose possibili, ed
-ha applicato alla riuscita di queste cose possibili le terribili teorie
-di Montaigne che non indietreggiava davanti a qualunque ostacolo.
-
-— Ebbene! disse Monte-Cristo, il sig. Noirtier ed il sig. d’Épinay
-si saranno incontrati sul campo della politica, il sig. d’Épinay,
-quantunque avesse servito sotto Napoleone, avrebbe forse conservato nel
-fondo del cuore qualche sentimento realista? e non è lo stesso che fu
-assassinato uscendo da un club napoleonico, ov’era stato attirato nella
-speranza di ritrovarvi un fratello?
-
-Villefort guardò il conte quasi con terrore.
-
-— M’inganno forse? domandò Monte-Cristo.
-
-— No, signore, disse la sig.ª de Villefort, anzi è precisamente così;
-ed appunto per quanto avete detto, e per vedere estinti questi odii
-antichi, il sig. de Villefort aveva avuta l’idea di fare amare i figli
-dei padri che si erano odiati.
-
-— Idea sublime! idea piena di carità, ed alla quale tutto il mondo deve
-applaudire. In fatto, sarà bello il sentire madamigella Noirtier de
-Villefort chiamarsi la sig.ª Franz d’Épinay.
-
-Villefort rabbrividì, e guardò Monte-Cristo come se avesse voluto
-leggere nel fondo del cuore con quale intenzione avesse pronunciate
-queste parole. Ma il conte conservò il benevolo sorriso impresso sulle
-sue labbra, ed ancor questa volta, ad onta della penetrazione del suo
-sguardo, il procuratore del Re non vide al di là dell’epidermide...
-
-— Perciò, riprese Villefort, quantunque sia una gran disgrazia
-per Valentina di perdere le ricchezze di suo nonno, penso che il
-matrimonio non verrà meno per questo; io non credo che il sig. d’Épinay
-indietreggi in faccia di questo scacco pecuniario; vedrà che io valgo
-forse più della somma, io che la sacrifico al desiderio di mantenere la
-mia parola. Calcolerà inoltre che Valentina è ricca anche coi soli beni
-di sua madre amministrati dal sig. e dalla sig.ª di Saint-Méran, suoi
-avi materni che la prediligono con tutta la tenerezza.
-
-— E che meritano bene di essere amati al modo che Valentina ha fatto
-col sig. Noirtier, disse la sig.ª de Villefort; d’altra parte essi
-verranno a Parigi fra un mese al più, e Valentina, sarà dispensata dal
-seppellirsi come ha fatto fin qui presso il sig. Noirtier. — Il conte
-ascoltava con compiacenza la voce discordante di questi amor-propri
-feriti, e di questi interessi falliti. — Ma mi sembra, disse dopo
-un momento di silenzio, e vi chiedo prima perdono di ciò che sono
-per dirvi; mi sembra che se il sig. Noirtier disereda madamigella de
-Villefort, colpevole di volersi maritare con un giovine di cui egli
-detesta il padre, non ha lo stesso da rimproverare a questo caro
-Edoardo.
-
-— N’è vero, gridò la sig.ª de Villefort con una intonazione impossibile
-a descriversi, che questa è una odiosa ingiustizia? Questo povero
-Edoardo è nipote del sig. Noirtier egualmente che Valentina, e ciò non
-ostante se Valentina non avesse dovuto sposare il sig. Franz, il sig.
-Noirtier le lasciava tutti i suoi beni; e per sopra più, Edoardo porta
-il nome della famiglia, e ciò non impedirebbe, quando anche Valentina
-venisse diseredata dal nonno, che ella fosse sempre tre volte più ricca
-di lui.
-
-Lanciato questo colpo, il conte ascoltò, ma non parlò più.
-
-— Basta, riprese Villefort, basta, sig. conte, cessiamo, vi prego,
-d’intrattenerci di queste miserie di famiglia; sì è vero, la mia
-fortuna andrà ad ingrossare le rendite dei poveri, che in oggi sono i
-veri ricchi. Sì, mio padre mi avrà privato di una legittima speranza
-e senza una ragione; ma io avrò operato da uomo di sentimento, da uomo
-di cuore. Il sig. d’Épinay al quale avevo promesso la rendita di questa
-somma, la riceverà, dovessi ancora impormi le più crudeli privazioni.
-
-— Però, riprese la signora de Villefort, ritornando alla sola idea
-che mormorava senza posa in suo cuore, sarebbe forse stato meglio
-il confidare questa disavventura al sig. d’Épinay, e ch’egli stesso
-ritirasse la sua parola.
-
-— Oh! sarebbe una gran disgrazia! gridò Villefort.
-
-— Una gran disgrazia? ripetè Monte-Cristo.
-
-— Senza dubbio, riprese Villefort raddolcendosi; un matrimonio fallito,
-anche per causa d’interesse, è sempre sfavorevole per una giovanetta;
-poi, antiche voci ch’io voleva estinguere, riprenderebbero consistenza.
-Ma no, non sarà niente; il sig. d’Épinay, se è un onest’uomo, si
-ritroverà ancor più impegnato dopo che Valentina è stata diseredata,
-di quel che lo era prima, altrimenti egli oprerebbe col semplice scopo
-dell’avarizia; no, questo è impossibile.
-
-— Io la penso come il sig. de Villefort, disse Monte-Cristo fissando
-lo sguardo sopra la sig.ª de Villefort; e se io fossi abbastanza fra
-il numero dei suoi amici, per permettermi di dargli un consiglio, lo
-inviterei, (poichè il sig. d’Épinay sarà in breve di ritorno per quanto
-almeno mi è stato detto) ad annodare l’affare così strettamente, che
-non si possa più sciogliere; impegnerei finalmente una partita, la cui
-riuscita dev’essere tanto onorevole pel sig. de Villefort.
-
-Quest’ultimo si alzò, trasportato da una gioia visibile, mentre che sua
-moglie impallidiva leggermente.
-
-— Bene, diss’egli, ecco ciò ch’io domandava, ed io mi prevarrò
-dell’opinione di un consigliere come siete voi, disse stendendo la mano
-a Monte-Cristo. Per tal modo adunque, che tutti qui considerino quel
-che oggi è accaduto come non avvenuto; nulla v’è di cambiato nei miei
-disegni.
-
-— Signore, disse il conte, il mondo, per quanto sia ingiusto, vi saprà
-grado della vostra risoluzione; i vostri amici ne saranno orgogliosi;
-ed il sig. d’Épinay, dovesse ancora sposare madamigella Valentina
-senza dote, ciò che non potrà essere, sarà superbo di potere entrare in
-una famiglia ove si sa innalzarsi all’altezza di simili sacrifici per
-mantenere la parola data. — Dicendo queste parole il conte s’era alzato
-e si disponeva a partire.
-
-— Voi ci lasciate, sig. conte? disse la sig.ª de Villefort.
-
-— Vi sono costretto, signora, io veniva soltanto a rammentarvi la
-vostra promessa per sabato.
-
-— Temevate che la dimenticassimo?
-
-— Siete troppo buona, ma il sig. de Villefort ha occupazioni sì gravi,
-e qualche volta sì urgenti...
-
-— Mio marito ha data la sua parola, signore, disse la giovane sposa; ed
-avete veduto che la mantiene quand’anche vi è da perdere tutto, a più
-forte ragione quando vi è tutto da guadagnare.
-
-— La riunione ha luogo alla vostra casa dei Campi-Elisi?
-
-— No disse Monte-Cristo, e ciò renderà il vostro sacrificio anche più
-meritorio, è in campagna.
-
-— In campagna? — Sì. — E dov’è? vicino a Parigi?
-
-— Alle porte, ad una mezza lega dalla barriera, ad Auteuil.
-
-— Ad Auteuil! gridò Villefort. Ah! è vero, la signora mi disse che
-abitavate ad Auteuil, poichè nella vostra casa la trasportarono. E in
-qual posizione d’Auteuil?
-
-— Strada della Fontana.
-
-— Strada della Fontana! riprese Villefort con voce strangolata; ed a
-qual numero? — Al numero 28.
-
-— Ma fu dunque venduta a voi la casa del sig. di Saint-Méran?
-
-— Del sig. di Saint-Méran? domandò Monte-Cristo. Questa casa
-apparteneva dunque al sig. di Saint-Méran?
-
-— Sì, rispose la sig.ª de Villefort; e credereste una cosa?
-
-— Quale? — Voi trovate bella questa casa, n’è vero?
-
-— Graziosa.
-
-— Ebbene! mio marito non ha voluto mai abitarla.
-
-— Oh! riprese Monte-Cristo, questa in verità è una prevenzione di cui
-non mi saprei render conto.
-
-— Non mi piace Auteuil, signore, rispose il procuratore del Re facendo
-uno sforzo sopra sè stesso.
-
-— Ma non sarò tanto disgraziato, spero, disse con inquietudine
-Monte-Cristo, perchè quest’antipatia mi privi del bene di ricevervi?
-
-— No, credetemi farò tutto ciò che potrò, balbettò Villefort.
-
-— Oh! rispose Monte-Cristo, non ammetto scuse. Sabato alle sei vi
-aspetto, e se non verrete, crederò che so io? che su questa casa
-disabitata graviti da vent’anni qualche lugubre tradizione, qualche
-sanguinosa leggenda.
-
-— Vi verrò, sig. conte, disse vivamente Villefort.
-
-— Grazie, disse Monte-Cristo. Ora bisogna che mi permettiate di
-prendere congedo da voi.
-
-— In fatto avevate detto di essere costretto a lasciarci, sig. conte,
-disse la sig.ª de Villefort, e voi ci dicevate, voler fare ancora
-qualche cosa, quando siete stato interrotto per passare ad un’altra
-idea.
-
-— In verità signora, disse Monte-Cristo, non so se oserò di dirvi ove
-vado. — Bah! dite pure.
-
-— Io vado, da vero allocco che sono, a visitare una cosa che spesso mi
-ha tenuto distratto per delle ore intere.
-
-— Quale?
-
-— Un telegrafo: ecco la parola lanciata.
-
-— Un telegrafo? ripetè la sig.ª de Villefort.
-
-— Eh! mio Dio, sì, un telegrafo. Ho veduto qualche volta in capo di
-una strada sopra un poggio, un giorno di bel sole, innalzarsi queste
-braccia nere e snodate, simili alle zampe di una immensa coleoptra, e
-ciò non fu mai senza emozione, ve lo giuro, perchè pensava che questi
-segni bizzarri fendendo l’aria con precisione, e portando a trecento
-leghe la volontà sconosciuta di un uomo assiso ad una tavola ad un
-altr’uomo assiso all’estremità della linea davanti ad un’altra tavola,
-si disegnavano o sul grigio della nuvola, o sull’azzurro dei cieli per
-la sola forza del volere di questo capo possente. Allora io credeva
-ai geni, alle silfidi, ai folletti, infine a tutti i poteri occulti,
-e rideva. Ora, non mi era mai venuta la volontà di vedere da vicino
-questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre,
-perchè temeva di ritrovare sotto le loro ali di pietra il piccolo
-genio umano, ben saputo, bene imburrato di scienza, di cabala, o di
-cancelleria. Ma ecco che un bel mattino intesi che il motore di ciascun
-telegrafo era un povero diavolo d’impiegato a 1200 fr. l’anno, occupato
-tutto il giorno a guardare, non il cielo come l’astronomo, non l’acqua
-come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vòto; ma invece
-l’insetto dal ventre bianco e dalle zampe nere, suo corrispondente,
-situato 4, o 5 leghe lontano da lui. Allora mi son sentito prendere
-da un desiderio curioso di vedere da vicino questa crisalide vivente,
-e di assistere alla commedia che dal fondo della sua buccia ella dà
-all’altra crisalide tirandogli uno dopo gli altri alcuni capi della
-cordicella.
-
-— E voi volete andare là? — Sì, vi vado.
-
-— A qual telegrafo? a quello del ministero dell’Interno, o a quello
-dell’osservatorio?
-
-— Oh! no, troverei là delle persone che vorrebbero costringermi ad
-imparare delle cose che desidero ignorare, e che mi spiegherebbero
-contro mia voglia un mistero che essi non conoscono. Diavolo, voglio
-conservare quelle illusioni che ho sugl’insetti; è ben molto che
-abbia perduto quelle che avevo sugli uomini. Non andrò dunque, nè al
-telegrafo del ministero dell’Interno, nè a quello dell’osservatorio.
-Ciò che mi abbisogna, è il telegrafo in piena campagna per ritrovarvi
-il solo buon uomo petrificato nella sua torre.
-
-— Siete un singolar gran signore, disse Villefort.
-
-— Qual linea mi consigliate di studiare?
-
-— Quella che in oggi è la più occupata.
-
-— Bene! quella di Spagna dunque?
-
-— Precisamente. Volete una lettera del ministero perchè vi facciano
-delle spiegazioni?...
-
-— Ma no, disse Monte-Cristo, poichè vi dico che al contrario io non
-ci voglio capir niente. Dal momento in cui capissi qualche cosa, non
-vi sarebbe più telegrafo, non vi sarebbe più che un segno del signor
-Duchâtel, o del signor Montalivet trasmessi al prefetto di Baiona,
-travestiti in due parole greche: _téle, graphéin_. È la bestia dalle
-zampe nere, la parola misteriosa che io voglio conservare in tutta la
-sua purezza ed in tutta la mia venerazione.
-
-— Andate dunque, perchè fra due ore sarà notte, e voi allora non
-vedreste più niente.
-
-— Diavolo! voi mi spaventate! qual è il più vicino?
-
-— Sulla strada di Baiona?
-
-— Sì, sia sulla strada di Baiona!
-
-— È quello di Chàtillon.
-
-— E dopo quello di Chàtillon?
-
-— Quello della torre Montlhéry, io credo.
-
-— Grazie! a rivederci! sabato io vi racconterò le mie impressioni.
-
-Alla porta il conte s’incontrò coi due notari che avevano diseredata
-Valentina, e che si ritiravano incantati di aver fatto un atto che
-avrebbe certamente procurato loro un grande onore.
-
-
-
-
-LX. — MEZZO DI LIBERARE UN GIARDINIERE DAI GHIRI CHE GLI MANGIANO LE
-PESCHE.
-
-
-Non nella stessa sera come aveva detto, ma la dimane mattina, il
-conte di Monte-Cristo uscì dalla barriera d’Enfer, prese la strada di
-Orléans, oltrepassò il villaggio di Linas senza fermarsi al telegrafo,
-che, precisamente al momento in cui il conte passava, faceva muovere le
-sue lunghe braccia scarne, e raggiunse la torre di Montlhéry situata
-come ognun sa, sul punto più elevato della pianura che porta questo
-nome. A piè della collina il conte discese di carrozza, e per un
-piccolo sentiero circolare, largo da 15 a 20 pollici, cominciò a salire
-la montagna; giunto alla sommità si trovò fermato da una siepe sulla
-quale alcune frutta verdi erano succedute ai fiori color di rosa e
-bianchi.
-
-Monte-Cristo cercò la porta del piccolo recinto, e non istette molto
-a trovarla. Era un piccolo cancello di legno che girava su gangheri di
-giunco, e si chiudeva con un chiodo ed una funicella. In un momento il
-conte fu al caso di conoscere il meccanismo, e la porta fu aperta. Si
-trovò allora in un piccolo giardino di circa 20 piedi di lunghezza, 12
-di larghezza, limitato da una parte dalla siepe nella quale era unito
-il meccanismo ingegnoso che abbiam descritto sotto nome di cancello, e
-dall’altra dalla vecchia torre tutta ricoperta di ellera, e disseminata
-di garofani ed altri fiori. Non si sarebbe detto, vedendola così
-guernita e fiorita (come una bisavola cui i piccoli nipoti augurino il
-giorno della sua festa) che essa potesse raccontare dei drammi assai
-terribili, se aggiungesse una voce alle orecchie minaccevoli che un
-vecchio proverbio attribuisce alle muraglie.
-
-Si percorreva questo giardino lungo un piccolo viale ricoperto di
-sabbia rossa, sul quale sporgevano, con un tuono che avrebbe rallegrato
-l’occhio di Delacroix, nostro Rubens moderno, un contorno di bue
-grasso, vecchio di molti anni. Questo viale aveva la forma di un 8, e
-girava innalzandosi, in modo da poter fare una passeggiata di 60 piedi
-in un giardino lungo 20. Giammai Flora, la ridente e fresca dea dei
-giardinieri latini, non era stata onorata da un culto così minuzioso, e
-così puro quanto quello che le veniva reso in questo piccolo recinto.
-
-Infatto dei 25 rosai che componevano il giardino, non una foglia
-portava la traccia della mosca, non un piccolo stelo di grancigna
-verde che isterilisce e consuma le piante che crescono a lei vicino.
-Non mancava umidità a questo giardino, la terra nera come la mota e
-l’opacità del fogliame degli alberi lo dicevano abbastanza; d’altra
-parte l’umidità artificiale avrebbe prontamente supplito alla naturale,
-mercè il foro pieno d’acqua scavato in un angolo del giardino, e nel
-quale stazionavano sopra un panno verde una rana ed un rospo che, per
-l’incompatibilità senza dubbio dei loro umori si voltavano sempre, e
-si mantenevano ai due punti opposti del circolo coi loro dorsi voltati
-l’un contro l’altro.
-
-Non un’erba nei viali, non una pianta parassita vicino alle piante; una
-piccola donnicciuola pulisce, e monda con minor cura il suo girannio,
-il cactus, e gli altri fiori della sua giardiniera di porcellana di
-quel che non faceva il padrone fino allora invisibile del piccolo
-recinto.
-
-Monte-Cristo si fermò dopo aver chiusa la porta aggrappando la
-cordicella al chiodo, e con uno sguardo abbracciò tutta la proprietà:
-— Sembra, diss’egli, che l’uomo del telegrafo abbia dei giardinieri ad
-anno, o ch’egli si abbandoni appassionatamente all’agricoltura.
-
-D’improvviso inciampò in qualche cosa nascosta dietro una carriola
-ripiena di foglie: questo qualche cosa si raddrizzò lasciando sfuggire
-un’esclamazione che dipingeva la sua meraviglia, e Monte-Cristo si
-trovò in faccia di un uomo di circa 50 anni che raccoglieva delle
-fragole cui situava sopra foglie di viti. Vi erano circa 12 foglie,
-e quasi altrettante fragole. Il buon uomo nel rialzarsi, per poco non
-lasciò cadere le fragole, le foglie, ed il piatto.
-
-— Fate la vostra raccolta, disse Monte-Cristo.
-
-— Perdono, rispose il buon uomo portando la mano alla berretta, non
-sono lassù, è vero, ma ne sono disceso in questo medesimo punto.
-
-— Non voglio incomodarvi per niente, raccogliete le vostre fragole se
-pur ve ne rimangono ancora.
-
-— Me ne rimangono ancora 10, disse l’uomo, perchè eccone qui 11, e
-ne aveva 21, 5 di più dell’anno scorso. Ma non è da meravigliarsi;
-quest’anno la primavera è stata calda, e ciò che abbisogna alle
-fragole, è il calore. Ecco perchè, invece di 16 che ne ebbi l’anno
-passato, in quest’anno ne ho, guardate, 12 di già raccolte, 13, 14,
-15, 16, 17, 18, 19.... ah! mio Dio! me ne mancano due, e v’erano ancor
-ieri, io ve le ho contate, ne sono sicuro... il figlio della madre
-Simona me le avrà rubate; io l’ho visto ronzare questa mattina. Ah!
-piccolo birbo di ladro di recinti, non sa dunque a che lo può condurre
-questo?
-
-— Infatto, è grave, ma voi farete la parte della gioventù del
-delinquente, e della sua ghiottoneria.
-
-— Certamente, disse il giardiniere; ciò non ostante non è cosa meno
-disaggradevole. Ma ancora una volta perdono, signore: è forse un mio
-superiore che ho fatto in tal modo aspettare? — ed intanto esaminava
-con un sguardo timoroso il conte ed il suo abito blu.
-
-— Tranquillatevi, amico mio, disse il conte con quel sorriso ch’egli
-faceva a seconda della sua volontà tanto terribile e tanto benevolo,
-e che questa volta non esprimeva se non che la benevolenza: io
-non sono un vostro superiore che viene a fare una ispezione, ma un
-semplice viaggiatore condotto dalla curiosità, e che già comincia a
-rimproverarsi la sua visita, vedendo che vi fa perdere il vostro tempo.
-
-— Oh! il mio tempo non è caro, replicò il buon uomo con un sorriso di
-malinconia. Però è il tempo del governo, e non dovrei perderlo, ma ho
-ricevuto il segnale che mi annunziava di poter riposare un’ora, gettò
-uno sguardo sulla meridiana solare (perchè vi era tutto nel recinto
-della torre di Montlhéry, anche una meridiana solare) e voi lo vedete
-ho ancora dieci minuti di avanzo, poi le mie fragole erano mature, e
-un giorno di più... d’altra parte, lo credereste, signore, i ghiri le
-mangiano!
-
-— In fede mia, no, non l’avrei creduto, rispose gravemente
-Monte-Cristo; sono cattivi vicini, signore, i ghiri, per noi che non li
-mangiamo morti nel miele, come facevano i romani.
-
-— Ah! i romani li mangiavano? disse il giardiniere.
-
-— Io lessi ciò in Petronio, disse il conte.
-
-— Davvero non devono esser buoni, quantunque si dica: grasso come
-un ghiro. E non è maraviglioso, signore, che i ghiri siano grassi,
-atteso che dormono tutta la santa giornata, e non si svegliano che per
-rosicare tutta la notte. Osservate, l’anno passato aveva 4 albicocche,
-essi ne hanno consumato una; avevo una pesca, una sola, è vero che è
-un frutto raro; ebbene! l’hanno divorato per metà dalla parte del muro;
-una pesca superba, eccellente: non ne aveva mai mangiati dei migliori.
-
-— Voi l’avete mangiata? domandò Monte-Cristo.
-
-— Cioè la metà che restava, capirete bene; era squisita. Ah peccato!
-quei signori non scelgono il peggior boccone. Fanno come il figlio
-della madre Simona, egli non ha scelto le più cattive fragole! Ma
-quest’anno non andrà così, siate tranquillo, ciò non accadrà più,
-dovessi, quando i frutti sono per maturare, passare tutta la notte in
-sentinella.
-
-Monte-Cristo ne aveva veduto abbastanza. Ciascun uomo ha la
-sua passione che lo rode internamente nel fondo del cuore, come
-ciascun frutto ha il suo verme; quello dell’uomo del telegrafo era
-l’orticoltura. Egli si mise a raccogliere le foglie di vite che
-nascondevano i grappoli al sole, ed in questo modo si conquistò il
-cuore del giardiniere.
-
-— Il signore è venuto per vedere il telegrafo? diss’egli.
-
-— Sì, se però non è proibito dai regolamenti.
-
-— Oh! non è proibito affatto, disse il giardiniere, atteso che non vi è
-niente di pericoloso, poichè nessuno sa, nè può sapere ciò che diciamo.
-
-— Mi è stato detto infatto, riprese il conte, che voi ripetete i
-segnali senza capirli voi stessi.
-
-— Certamente, e sono ben contento che sia così.
-
-— Perchè siete contento che sia così?
-
-— Perchè, in questo modo, non ho alcuna responsabilità, sono una
-macchina, e nient’altro, e purchè faccia le mie funzioni, non mi si
-domanda di più.
-
-— Diavolo! fece Monte-Cristo in sè stesso, sarei forse caduto per caso
-sopra un uomo senza ambizione, per bacco! sarebbe una disgrazia.
-
-— Signore, disse il giardiniere guardando la meridiana, i dieci minuti
-sono vicini a spirare, ed io ritorno al mio posto. Avete piacere a
-salir meco?
-
-— Vi seguo. — Monte-Cristo entrò infatto nella torre divisa in tre
-piani; il piano terreno contava alcuni istromenti d’agricoltura, come
-zappe, rastrelliere, innaffiatoi attaccati al muro; e questo era tutto
-il mobilio. Il secondo era l’abitazione ordinaria, o piuttosto notturna
-dell’impiegato; conteneva alcuni poveri utensili d’uso, un letto, una
-tavola, due sedie, una fontana di pietra bigia, più alcune erbe secche
-attaccate al soffitto, e che il conte riconobbe per piselli da sementi,
-fagiolini di Spagna, dei quali il buon uomo conservava i grani nella
-sua scodella di cocco. Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste
-sementi, con quella cura che potrebbe fare il botanico del _Giardino
-delle Piante_.
-
-— Vi vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore? domandò
-Monte-Cristo.
-
-— Lo studio non è lungo, ma il soprannumerariato.
-
-— E quanto si riceve di paga? — Mille franchi, signore.
-
-— Non è gran cosa. — No, ma come vedete si ha l’alloggio. —
-Monte-Cristo guardò la camera:
-
-— Purchè non si mettano pretensioni nell’alloggio.
-
-Passarono al terzo piano; era la camera del telegrafo. Monte-Cristo
-guardò attorno attorno le due maniglie di ferro che servono a mettere
-in moto la macchina:
-
-— Ciò è molto importante, diss’egli, ma alla lunga questa è una vita
-che deve sembrare un po’ insipida.
-
-— Sì, nel principio occasiona dei torcicolli per guardare, ma in capo
-ad un anno o due vi ci assuefacciamo; poi abbiamo le nostre ore di
-ricreazione, e i nostri giorni di congedo.
-
-— I vostri giorni di congedo? — Sì. — E quali?
-
-— Quelli in cui fa nebbia. — Ah! è giusto.
-
-— Per me, quelli sono i miei giorni di festa; in quei giorni scendo nel
-giardino, e pianto, taglio, accomodo, lego, insomma il tempo passa.
-
-— Da quanto tempo siete qui?
-
-— Da dieci anni, e 5 di soprannumerario che fanno 15.
-
-— Quanti anni avete?... — 55 anni.
-
-— Quanto tempo di servizio vi bisogna per aver la pensione? — Oh!
-signore, 25 anni.
-
-— E quant’è questa pensione? — Cento scudi.
-
-— Povera umanità! mormorò Monte-Cristo.
-
-— Come dite, signore?... domandò l’impiegato.
-
-— Dico che tutto ciò è importante. — Che cosa?
-
-— Tutto ciò che mi mostrate... e non capite assolutamente niente dei
-vostri segni?
-
-— Assolutamente niente. — Voi non avete mai provato a capirli? — Mai;
-per che farne? — Ciò non ostante vi sono dei segnali che s’indirizzano
-a voi particolarmente?
-
-— Senza dubbio. — Questi li capirete?
-
-— Sì, sono sempre gli stessi. — E dicono?...
-
-— _Niente di nuovo_... o _voi avete un’ora_... o _a dimani_.
-
-— Queste sono cose assolutamente indifferenti... Ma guardate, non
-vedete il vostro corrispondente che si mette in movimento? — Ah! è
-vero, grazie, signore.
-
-— E che vi dice? è qualche cosa che capite?
-
-— Sì, mi domanda se sono in ordine. — E voi gli rispondete?
-
-— Coi medesimi segnali, che nello stesso tempo che avvisano al mio
-corrispondente di destra che io sono in ordine, invitano pure il
-corrispondente di sinistra a tenersi anche egli preparato.
-
-— È molto ingegnoso, disse il conte. — Starete a vedere, riprese con
-orgoglio il buon uomo, fra 5 minuti parlerà.
-
-— Allora io ho 5 minuti, disse Monte-Cristo, è più del tempo che mi
-abbisogna. Mio caro signore, disse egli, mi permettete di farvi una
-dimanda?
-
-— Dite — Amate molto l’agricoltura? — Con passione.
-
-— E sareste felice, se invece di avere una terrazza di 20 piedi, aveste
-un recinto di due iugeri?
-
-— Signore, ne farei un paradiso terrestre. — Coi vostri mille fr.
-vivete male? — Molto male, ma infine vivo. — Sì, ma non avete che
-un miserabile giardino. — Ah! è vero, il giardino non è grande. — Ed
-anche, tale quale è, è popolato da ghiri che divorano tutto. — Questo è
-il mio flagello.
-
-— Ditemi se aveste la disgrazia di voltare la testa quando il
-corrispondente di destra è in movimento? — Io non lo vedrei. — Allora
-che vi accadrebbe? — Che non potrei ripetere i segnali. — E dopo?... —
-Mi accadrebbe che non avendoli ripetuti per negligenza sarei messo in
-multa. — Di quanto? — Di cento fr. — Il decimo della vostra rendita. —
-Ah!... fece l’impiegato. — Ciò vi è mai accaduto? disse Monte-Cristo. —
-Una sola volta, che potava un rosaio.
-
-— Bene; ora se vi avvisaste di cambiare un segnale, o di trasmetterne
-un altro? — Allora è diverso, sarei licenziato, e perderei la pensione.
-— Di 500 fr.? — Cento scudi, sì, signore: così capirete bene che non lo
-farò mai.
-
-— Neppure per 15 anni della vostra paga? Vediamo, ciò merita
-riflessione, eh? — Per 15 mila fr.? Signore, voi volete tentarmi
-— Precisamente! 15 mila fr. — Signore, lasciatemi guardare il mio
-corrispondente di destra!
-
-— Al contrario; non lo guardate, ma invece guardate qui.
-
-— Che cosa è questo? — Come! non conoscete questi piccoli pezzi di
-carta? — Biglietti di banca!
-
-— Quadrati; e sono 15. — E per chi sono?
-
-— Per voi. — Per me! gridò l’impiegato soffocato.
-
-— Oh! mio Dio! sì, vostri in piena proprietà.
-
-— Ecco il corrispondente di destra che si muove.
-
-— Lasciatelo muovere.
-
-— Mi avete distratto, e sono già in multa.
-
-— Questa vi costerà 100 fr. vedete bene che ora avete tutta la premura
-di prendere i 15 biglietti di banca.
-
-— Signore, il mio corrispondente di dritta s’impazienta e raddoppia i
-segnali. — Lasciatelo fare e prendete.
-
-Il conte mise l’involto nelle mani dell’impiegato.
-
-— Ora, ciò non è tutto, coi vostri 15 mila fr. non vivreste.
-
-— Avrò sempre il mio posto.
-
-— No, lo perderete; perchè ora farete un altro segno diverso da quello
-del vostro corrispondente.
-
-— Ah! signore, che mi proponete? — Una fanciullaggine.
-
-— Signore, a meno che non vi sia costretto...
-
-— E conto bene di costringervi effettivamente. — E Monte-Cristo cavò
-di saccoccia un altro mazzetto di biglietti. — Ecco altri dieci mila
-fr. coi 15, che avete in saccoccia faranno 25 mila. Con 5 mila fr.
-comprerete una piccola casetta e due iugeri di terra, con gli altri 20
-mila, vi farete una rendita di mille fr.
-
-— Un giardino di due iugeri? — E mille fr. di rendita.
-
-— Mio Dio! mio Dio!
-
-— Ma prendete dunque! E Monte-Cristo mise per forza i dieci biglietti
-nella mano dell’impiegato.
-
-— Ma che devo io fare? — Niente di difficile. — Ma pure?
-
-— Ripetere i segni che qui vedete. — Monte-Cristo cavò di saccoccia una
-carta su cui erano bene disegnati tre segnali coi numeri che indicavano
-l’ordine col quale dovevano essere fatti. — E questo non sarà lungo,
-come vedete. — Sì, ma..
-
-— Ciò è pel raccolto che avrete di pesche, e del resto...
-
-Il pensiero del raccolto la vinse; rosso per la febbre, e sudando a
-grosse gocce, il buon uomo seguì l’uno dopo l’altro i tre segnali dati
-dal conte, ad onta delle spaventose dislocazioni del corrispondente
-di destra che, non comprendendo niente di questo cambiamento,
-cominciava a credere che l’uomo delle pesche fosse divenuto pazzo.
-In quanto al corrispondente di sinistra, ripetè coscienziosamente i
-medesimi segnali, che furono raccolti definitivamente dal ministero
-dell’Interno. — Ora eccovi ricco, disse Monte-Cristo.
-
-— Sì, rispose l’impiegato, ma a qual prezzo?
-
-— Ascoltate, amico mio, disse Monte-Cristo; non voglio che abbiate
-rimorsi, credetemi dunque, non avete fatto torto ad alcuno, ed avete
-servito a giustissimi disegni.
-
-L’impiegato guardava i biglietti di banca, li contava, li palpava;
-ora era pallido, ora rosso; finalmente si precipitò nella sua camera
-per bere un bicchier d’acqua, ma non ebbe forza di giungere fino alla
-fontana, e svenne in mezzo ai fagiuoli secchi. Cinque minuti dopo che
-la notizia telegrafica giunse al ministero, Debray fece attaccare i
-cavalli al suo _coupé_ e corse all’abitazione di Danglars:
-
-— Vostro marito ha delle polizze del prestito spagnuolo? diss’egli alla
-baronessa.
-
-— Lo credo bene! ne ha per sei milioni.
-
-— Ch’egli le venda subito a qualunque prezzo si sia.
-
-— E perchè questo? — Perchè Carlo si è salvato da Bourges ed è
-rientrato in Spagna. — E come lo sapete? — Per bacco! disse Debray
-stringendosi nelle spalle, come so le notizie?
-
-La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito,
-il quale recossi subito dal suo agente di cambio, e gli ordinò di
-vendere a qualunque prezzo. Quando fu veduto che Danglars vendeva, si
-abbassarono subito i fondi spagnuoli. Danglars vi perdè 500 mila fr.,
-ma si spacciò di tutte queste polizze.
-
-La sera si lesse nel _Messager_ il seguente dispaccio telegrafico.
-
-«Il re Don Carlo è sfuggito alla sorveglianza che si esercitava su
-di lui a Bourges, ed è rientrato in Spagna dalla frontiera della
-Catalogna. Barcellona si è sollevata in suo favore.»
-
-In tutta la serata non vi fu altro discorso che della previdenza di
-Danglars che aveva vendute le sue polizze, e della fortuna dell’usuraio
-che non perdeva che soli 500 mila fr. sotto un bel colpo. Quelli che
-avevano conservato le loro polizze o le avevano comprate da Danglars,
-si ritennero rovinati, e passarono una cattiva notte.
-
-La dimane si lesse nel _Moniteur_:
-
-«Senza alcun fondamento il _Messager_ ha ieri annunziato la fuga di don
-Carlo e la rivolta di Barcellona.
-
-«Il re don Carlo non ha lasciato Bourges, e la Penisola gode la più
-profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, male interpretato a
-causa della nebbia, ha causato questo errore.»
-
-I fondi risalirono di una cifra doppia di quella da cui erano discesi.
-Ciò produsse, fra la perdita e la mancanza del guadagno, la differenza
-di un milione per Danglars.
-
-— Buono! disse Monte-Cristo a Morrel, che si trovava da lui al momento
-in cui venne annunziato questo strano rovescio di borsa, di cui
-Danglars era stato la vittima. Con 25 mila fr. ho fatto una scoperta
-che avrei pagata cento mila.
-
-— Che avete dunque scoperto? domandò Massimiliano.
-
-— Ho scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli
-mangiavano le pesche.
-
-
-
-
-LXI. — I FANTASMI.
-
-
-A prima vista, ed esaminata dal di fuori, la casa d’Auteuil nulla aveva
-di splendido, nè di tutto ciò che avrebbe potuto aspettarsi da una casa
-deputata ad abitazione del magnifico conte di Monte-Cristo; ma questa
-semplicità dipendeva dalla volontà del padrone, che aveva positivamente
-ordinato che nulla fosse cambiato all’esterno; e per convincersene non
-vi era di bisogno che penetrare nell’interno. Di fatto appena la porta
-era aperta, lo spettacolo cambiava.
-
-Bertuccio aveva oltrepassato sè stesso pel gusto del mobilio, e la
-rapidità della esecuzione: come in altri tempi il duca d’Antin aveva
-fatto abbattere in una notte un viale di alberi che incomodava la
-vista di Luigi XIV, così in tre giorni Bertuccio aveva fatto piantare
-nel cortile interamente nudo, dei bei pioppi e dei sicomori, fatti
-trasportare colle loro enormi masse di radici, che ombreggiavano la
-facciata principale della casa, davanti la quale, invece del selciato,
-mezzo guastato dall’erba, si stendeva un prato di zolle, la cui verde
-crosta era stata posta quella stessa mattina, e formava un vasto
-tappeto ove brillavano ancora le gocce di acqua di cui era stato
-innaffiato.
-
-Del rimanente gli ordini emanavano dal conte; egli stesso aveva
-rimesso a Bertuccio un disegno ov’erano indicati il numero delle
-piante ed il posto ove dovevano essere situate, la forma e lo spazio
-del prato che dovevano sostituire il selciato. Veduta così, la casa
-era divenuta irriconoscibile; e Bertuccio stesso protestava che non la
-riconoscerebbe più, circondata com’era dal suo quadro di verdura.
-
-L’intendente non sarebbe stato mal contento, da che vi era, di far
-soffrire pur qualche cambiamento al giardino, ma il conte aveva
-positivamente proibito che si toccasse. Bertuccio se ne risarcì col far
-ricolmare di fiori le anticamere, le scale, e i caminetti.
-
-Ciò che annunziava l’estrema abilità dell’intendente e la profonda
-scienza del padrone, l’uno nel servire, l’altro nel farsi servire,
-si era che questa casa, deserta da vent’anni, così cupa e trista
-anche il giorno innanzi, tutta impregnata di quel disgustoso odore
-del tempo, aveva preso in un giorno, coll’aspetto della vita, i
-profumi che preferiva il padrone, e perfino il grado della sua luce
-favorita; era che il conte giungendo, avrebbe sotto i suoi occhi i
-quadri che preferiva, nelle anticamere i cani di cui amava le carezze,
-gli uccelli di cui amava il canto; si era che tutta questa casa,
-risvegliata dal suo lungo sonno come il palazzo della Bella del bosco
-dormente, viveva, cantava, si rallegrava, a guisa di quelle case che
-noi abbiamo lungamente predilette, e nelle quali, quando per disgrazia
-le abbandoniamo, vi lasciamo una metà dell’anima nostra. I domestici
-andavano e venivano allegri in quella bella corte; gli uni possessori
-delle cucine, e scorrendo come se avessero sempre abitata questa casa,
-sopra scale restaurate il giorno innanzi; gli altri popolavano le
-rimesse, ove le carrozze, numerate e fissate, sembravano installate
-da 50 anni, e le scuderie ove i cavalli schierati alle rastrelliere
-rispondevano col loro nitrito ai palafrenieri che parlavano ad essi
-infinitamente con maggior rispetto di quello che molti domestici
-parlino coi loro padroni. La biblioteca era distribuita in due scansie,
-alle due pareti laterali di una camera, e conteneva circa due mila
-volumi: tutto un compartimento era destinato ai romanzi moderni, e
-quello che aveva veduta la luce il giorno innanzi, era già collocato al
-suo posto, pavoneggiandosi nella sua legatura rossa e oro. Dall’altra
-parte della casa, e facendo simmetria alla biblioteca, v’era la stufa,
-ripiena di piante rare che si rallegravano di trovarsi in gran vasi
-del Giappone, e in mezzo ad essa, meraviglia ad un tempo degli occhi
-e dell’odorato, un bigliardo che si sarebbe detto abbandonato da meno
-d’un’ora dai giuocatori, che avevano lasciato morire i birilli sul
-tappeto. Una sola camera era stata rispettata dal magnifico Bertuccio.
-Davanti ad essa, situata all’angolo del primo piano, ed a cui si
-poteva salire dalla scala maggiore, e discendere dalla scala segreta, i
-domestici passavano con curiosità, e Bertuccio con terrore.
-
-Il conte arrivò alle cinque precise, seguito da Alì, davanti alla casa
-d’Auteuil. Bertuccio aspettava quest’arrivo, con una impazienza mista
-ad inquietudine, egli sperava qualche congratulazione di approvazione,
-mentre ne temeva l’aggrottamento delle sopracciglia.
-
-Monte-Cristo disceso nel cortile, percorse tutta la casa, e fece un
-giro nel giardino, silenzioso, e senza dare il minimo segno nè di
-approvazione nè di mal contento.
-
-Soltanto entrando nella sua camera da dormire, situata dalla parte
-opposta della camera chiusa, stese la mano al cassetto di un piccolo
-mobile di legno rosa, che aveva già osservato nel primo viaggio.
-
-— Questo non può servire, diss’egli, che a mettervi dei guanti.
-
-— Infatto, eccellenza, rispose tutto contento Bertuccio, aprite e vi
-troverete dei guanti. — Negli altri mobili ancora, il conte ritrovò
-quello che contava di ritrovarvi, bottiglie, sigari, bigiotterie ecc. —
-Bene! diss’egli ancora.
-
-E Bertuccio si ritirò coll’anima trasportata, tanto era grande,
-potente, e reale l’influenza di quest’uomo su tutto ciò che lo
-circondava. Alle sei precise s’intese scalpitare un cavallo davanti
-alla porta di ingresso. Era il nostro capitano dei _Spahis_ che
-giungeva sopra _Médéah_.
-
-Monte-Cristo l’aspettava nel vestibolo col sorriso sulle labbra.
-
-— Eccomi pel primo, ne sono ben sicuro, gridò Morrel; l’ho fatto
-espressamente per avervi un momento tutto a me solo, prima degli altri.
-Giulia, ed Emmanuele vi dicono milioni di cose. Ah! sapete che questo
-luogo è magnifico? ditemi, conte, i vostri domestici avranno cura del
-mio cavallo?
-
-— Siatene tranquillo, essi se ne intendono.
-
-— Ha bisogno di essere ben bene strofinato, se sapeste di che passo è
-venuto! è una vera tromba.
-
-— Diavolo! lo credo bene, un cavallo di 5 mila fr.! disse Monte-Cristo
-col tuono di un padre che parli a suo figlio.
-
-— Vi rincrescono? disse Morrel con un franco sorriso.
-
-— Io! Dio me ne guardi! rispose il conte, mi spiacerebbe soltanto che
-il cavallo non fosse buono.
-
-— È tanto buono, mio caro conte, che Château-Renaud, l’uomo più
-intelligente di cavalli di tutta la Francia, e Debray, che monta i
-cavalli arabi del ministero, corrono dietro a me in questo momento, e
-sono un poco indietro, come vedete, ed essi sono seguiti dai cavalli
-della baronessa Danglars, che vanno di un trotto da poter fare almeno
-sei leghe l’ora.
-
-— Dunque saranno vicini? domandò Monte-Cristo.
-
-— A voi, eccoli. — Infatto nello stesso momento un _coupé_ con due
-cavalli tutti fumanti, e due cavalli da sella anelanti giunsero
-al cancello della casa, che si aprì davanti a loro; subito dopo il
-_coupé_ descrisse il suo mezzo cerchio, e venne a fermarsi davanti alla
-gradinata seguito dai due cavalieri.
-
-In un punto Debray mise il piede a terra, e si trovò allo sportello.
-Offrì la mano alla baronessa, che nel discendere gli fece un gesto
-impercettibile a tutti, meno che a Monte-Cristo che nulla perdè di
-vista; e in questo gesto vide rilucere un piccolo biglietto bianco
-tanto impercettibile, quanto il gesto, che passò dalla mano di madama
-Danglars in quella del segretario del ministro con una facilità, che
-indicava l’abitudine di questa manovra.
-
-Dietro sua moglie discese il banchiere, pallido come se invece di
-uscire da un _coupé_ fosse uscito da un sepolcro.
-
-La signora Danglars gettò intorno a sè uno sguardo rapido ed
-investigatore, che Monte-Cristo soltanto potè comprendere, e col quale
-essa abbracciò il cortile, il peristilio e la facciata della casa; poi
-reprimendo una leggera emozione che sarebbe certamente comparsa sul suo
-viso, se fosse stato permesso al viso d’impallidire, salì la scalinata,
-dicendo al sig. Morrel: — Signore, se foste nel numero dei miei amici
-vi chiederei se voleste vendere il vostro cavallo.
-
-Morrel fece un sorriso che molto rassomigliava ad una boccaccia, e si
-voltò verso Monte-Cristo come per pregarlo di toglierlo dall’impaccio
-in cui si ritrovava.
-
-Il conte lo capì; — Ah! signora, rispose egli, perchè mai questa
-domanda non è diretta a me?
-
-— Con voi, signore, disse la baronessa, non si ha il diritto di
-desiderare niente, perchè si è troppo sicuri di ottenere. Così era al
-sig. Morrel...
-
-— Disgraziatamente, riprese il conte, sono testimonio che il sig.
-Morrel non può cedervi il suo cavallo, essendo messo a rischio il suo
-onore. — Ed in che modo?
-
-— Egli ha scommesso di domare _Médéah_ nello spazio di sei mesi.
-Comprenderete ora, baronessa, che se egli se ne privasse prima del
-termine della scommessa, non solo la perderebbe, ma si direbbe di più
-che ha avuto paura; ed un capitano di _Spahis_, anche per soddisfare
-un capriccio di una bella donna, il che, a mio avviso, è una delle cose
-più sacre di questo mondo, non può lasciar correre questa voce.
-
-— Voi vedete, signora... disse Morrel indirizzando a Monte-Cristo, un
-sorriso di riconoscenza.
-
-— Mi sembra d’altra parte, disse Danglars con un tuono rozzo mal
-nascosto da un sorriso villano, che abbiate cavalli bastanti.
-
-Non era fra le abitudini della sig.ª Danglars il lasciar passare simili
-assalti senza rispondervi, e ciò non ostante con gran meraviglia
-dei giovani, ella fe’ sembiante di non capire e non rispose niente.
-Monte-Cristo sorrideva a questo silenzio, che annunziava una umiltà
-fuori dell’ordinario, mentre che mostrava alla baronessa due immensi
-vasi di porcellana della China, sui quali serpeggiavano delle
-vegetazioni marine di una grossezza, e di un lavoro tale, che la sola
-natura poteva avere queste ricchezze, questo materiale, questo genio.
-
-La baronessa era maravigliata. — Eh! qui dentro si potrebbe piantare
-uno dei marroni delle Tuglierie, diss’ella, come mai hanno dunque
-potuto far cuocere simili enormità?
-
-— Ah! signora, disse Monte-Cristo, non bisogna domandar questo a noi,
-fabbricanti di statuette, e di vetro appannato; è un’opera di altra
-età, è una specie d’opera dei genii della terra e del mare.
-
-— E come mai, e di qual epoca può essere?
-
-— Non lo so; soltanto ho inteso dire che un Imperatore della China
-aveva fatto costruire un forno espressamente, in cui un dopo l’altro,
-aveva fatto cuocere 12 vasi come questo. Due si ruppero sotto l’ardore
-del fuoco: gli altri furono calati a trecento braccia nel fondo del
-mare. Il mare, che sapeva ciò che richiedevasi da lui, gettò sur essi
-delle liane, contorse i suoi coralli, incrostò le sue conchiglie;
-il tutto fu cementato per 200 anni sotto queste profondità inaudite,
-poichè una rivoluzione rapì l’Imperatore che aveva voluto fare questo
-esperimento, e non lasciò che il processo verbale che constatava la
-cottura dei vasi, e la loro calata nel fondo del mare. Dopo 200 anni si
-ritrovò il processo verbale, e si pensò a cavare i vasi. I nuotatori
-andarono, sotto macchine fatte espressamente, alla scoperta nella
-baia ove erano stati gettati; ma di dieci non ne furono più ritrovati
-che tre, gli altri erano stati o dispersi, o rotti dai flutti. Io
-amo questi vasi, nel fondo dei quali qualche volta mi figuro che dei
-mostri di forme spaventose, e misteriose, come quelli che vedono i soli
-nuotatori quando si affondano molto, hanno fissato con meraviglia il
-loro sguardo sinistro e freddo, e nei quali hanno dormito delle miriadi
-di piccoli pesci che si rifugiavano per salvarsi dalla persecuzione
-dei loro nemici. — Durante questo tempo Danglars, poco amatore di
-curiosità, strappava distrattamente, l’uno dopo l’altro, i fiori di
-un magnifico arancio; quando ebbe finito quell’arancio, si volse ad un
-cactus; ma questo di un’indole meno tollerante dell’arancio, lo punse
-oltraggiosamente. Allora rabbrividì, e si strofinò gli occhi come se si
-svegliasse da un sogno.
-
-— Signore, gli disse Monte-Cristo sorridendo, voi siete tanto amatore
-di quadri, ed avete delle cose magnifiche, non vi raccomando perciò i
-miei, però, ecco due Hobbema, un Paolo Potter, un Mieris, due Gérard
-Dow, un Raffaello, un Van Dyck, un Zurbaran, e due o tre Murillo, degni
-di esservi presentati.
-
-— Guarda! disse Debray, un Hobbema che io riconosco.
-
-— Ah! davvero! — Sì, vennero a proporlo al Museo.
-
-— Che non ne ha, credo? arrischiò di dire Monte-Cristo.
-
-— No, e ciò non ostante ha rifiutato di comprarlo.
-
-— E perchè? domandò Château-Renaud.
-
-— Siete grazioso; perchè il governo non è abbastanza ricco.
-
-— Ah! perdono, disse Château-Renaud. Io sento dire simili cose tutti i
-giorni da otto anni e non mi vi posso abituare.
-
-— Sarà per l’avvenire, disse Debray.
-
-— Non lo credo, rispose Château-Renaud.
-
-— Il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, il conte Andrea Cavalcanti,
-annunziò Battistino.
-
-Un colletto di raso nero che usciva dalle mani del fabbricante, una
-barba fatta di recente, due baffi grigi, un occhio sicuro, un abito
-da maggiore adorno di tre placche e cinque croci, in somma una tenuta
-irreprensibile di vecchio soldato, tale apparve il maggiore Bartolommeo
-Cavalcanti, quel tenero padre che noi conosciamo. Vicino a lui, coperto
-di abiti nuovi, si avanzava col sorriso sulle labbra il conte Andrea
-Cavalcanti, quel rispettoso figlio che egualmente conosciamo. I tre
-giovani parlavano insieme, i loro sguardi si portavano dal padre al
-figlio, e si fermarono naturalmente più lungo tempo su questo ultimo,
-cui particolarmente esaminarono.
-
-— Cavalcanti! fece Debray. — Un bel nome, disse Morrel, capperi! —
-Sì, disse Château-Renaud, è vero, questi Italiani hanno bei nomi, ma
-vestono male.
-
-— Siete difficile a contentare, riprese Debray, i suoi abiti sono di un
-eccellente sartore, e affatto nuovi.
-
-— Ecco precisamente ciò che rimprovero loro. Questo signore ha
-l’aspetto di vestirsi oggi per la prima volta.
-
-— Chi sono questi signori? domandò Danglars al conte di Monte-Cristo.
-
-— Avete inteso, i Cavalcanti.
-
-— Ciò non mi dice che il loro nome e niente di più.
-
-— Ah! è vero, non siete al corrente della nostra nobiltà italiana; chi
-dice Cavalcanti, dice razza di principi.
-
-— Bella fortuna? domandò il banchiere.
-
-— Favolosa. — Che cosa fanno?
-
-— Provano di spenderla senza potervi riuscire. Hanno da altra parte
-crediti su voi, a quanto mi dissero l’altro giorno quando vennero a
-farmi visita. Io anzi li ho invitati per voi, ve li presenterò.
-
-— Ma mi sembra, che parlino con molta purezza il francese, disse
-Danglars.
-
-— Il figlio è stato allevato in un collegio del mezzo giorno, a
-Marsiglia, o nelle vicinanze. Lo ritroverete nell’entusiasmo. — Di che
-cosa? domandò la baronessa.
-
-— Delle francesi, signora, vuole assolutamente prender moglie a Parigi.
-
-— Bella idea! disse Danglars alzando le spalle.
-
-La signora Danglars guardò suo marito con un’espressione che, in un
-altro momento, sarebbe stata foriera di un uragano; ma per la seconda
-volta ella si tacque.
-
-— Il barone sembra molto tetro quest’oggi, disse Monte-Cristo alla
-sig.ª Danglars: lo voglion forse far ministro?
-
-— Non ancora, credo in vece che abbia speculato alla borsa, e che abbia
-perduto, e non sa con chi prendersela.
-
-— Il signore, e la signora de Villefort, gridò Battistino.
-
-I due personaggi annunziati entravano; il sig. de Villefort, ad
-onta del suo gran potere su sè stesso, era visibilmente commosso.
-Toccandogli la mano, Monte-Cristo si accorse che tremava: — Non vi sono
-che le donne per sapere dissimulare, disse fra sè stesso Monte-Cristo
-guardando la sig.ª Danglars, che sorrideva al procuratore del Re, e
-che abbracciava la moglie di lui. Dopo i primi complimenti, il conte
-vide Bertuccio che, occupato fino allora degli affari del suo ufficio,
-s’introduceva in un piccolo salotto attiguo a quello nel quale erano
-tutti riuniti. Egli andò a lui.
-
-— Che volete, Bertuccio?
-
-— V. E. non mi ha detto ancora il numero dei convitati.
-
-— Ah! è vero. — Quante coperte? — Contate voi stesso.
-
-— Sono giunti tutti, eccellenza? — Sì.
-
-Bertuccio introdusse lo sguardo a traverso la porta socchiusa.
-
-Monte-Cristo gli teneva fissi gli occhi in viso.
-
-— Oh! mio Dio! gridò egli. — Che c’è dunque? domandò il conte. — Quella
-donna!... quella donna!... — Quale?
-
-— Quella vestita di bianco, e con tanti diamanti!... la bionda!... —
-La signora Danglars? — Non so come si chiami. Ma è dessa! signore, è
-dessa! — Chi?
-
-— La donna del giardino! quella che era incinta! quella che passeggiava
-aspettando... aspettando....
-
-Bertuccio rimase a bocca aperta pallido, e coi capelli irti.
-
-— Aspettando chi? — Bertuccio senza rispondere, mostrò Villefort col
-dito, presso a poco col medesimo gesto con cui Macbeth mostrò Banco. —
-Oh!... Oh!... mormorò finalmente! vedete? — Che? chi? — Lui! — Lui!...
-Il sig. procuratore del Re Villefort? senza dubbio lo vedo.
-
-— Ma dunque non l’ho ucciso!
-
-— Ah! ma credo che diventiate pazzo, mio bravo Bertuccio.
-
-— Ma egli dunque non è morto?
-
-— Eh! no, egli non è morto, lo vedete bene: invece di colpire fra la
-sesta e la settima costa sinistra, come fanno i vostri compatrioti,
-avrete colpito più alto o più basso; e le persone di giustizia
-hanno l’anima bene incavigliata al corpo; o piuttosto non è vero
-ciò che mi avete raccontato, fu un sogno della vostra immaginazione,
-un’allucinazione del vostro spirito; vi sarete addormentato avendo
-mal digerita la vostra vendetta; ella vi avrà pesato sullo stomaco,
-avete avuto l’incubo, ecco tutto. Vediamo, richiamate la vostra calma
-e contate: il signore e la signora de Villefort, due; il signore, e la
-signora Danglars, quattro; il sig. Château-Renaud, il sig. Debray, il
-sig. Morrel, sette; il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, otto.
-
-— Otto, ripetè Bertuccio.
-
-— Aspettate dunque! avete molto fretta di andarvene! dimenticate uno
-dei miei convitati, che diavolo! Guardate un poco a sinistra... ecco
-là... il signor Andrea Cavalcanti, quel giovine in abito nero che
-guarda il quadro di Murillo, che ora si volta. — Questa volta Bertuccio
-cominciò un grido, che lo sguardo di Monte-Cristo gli spense sulle
-labbra:
-
-— Benedetto! mormorò egli a bassa voce, fatalità!
-
-— Ecco le sei e mezzo che suonano, Bertuccio, disse severamente il
-conte, questa è l’ora in cui ho dato l’ordine che si mettesse in
-tavola; sapete che non amo aspettare.
-
-E Monte-Cristo rientrò nel salotto ove lo aspettavano i suoi convitati,
-nel mentre che Bertuccio rientrava nella sala da pranzo, appoggiandosi
-contro i muri.
-
-Cinque minuti dopo, le due porte della sala si aprirono, Bertuccio
-comparve, e facendo come Vatel a Chantilly un ultimo ed eroico sforzo:
-
-— Signor conte è in tavola, diss’egli.
-
-Monte-Cristo offerse il braccio alla sig.ª de Villefort.
-
-— Signor de Villefort, diss’egli, fate voi il cavaliere alla baronessa
-Danglars, ve ne prego.
-
-Villefort obbedì, e tutti passarono nella sala da pranzo.
-
-
-
-
-LXII. — IL PRANZO.
-
-
-Era evidente che nel passare alla sala da pranzo, uno stesso sentimento
-animava tutti i convitati. Essi chiedevansi quale bizzarra influenza li
-aveva radunati tutti in questa casa, e per quanto alcuni si trovassero
-inquieti e maravigliati di trovarvisi, pure nessuno avrebbe voluto non
-esservi.
-
-Non ostante che le relazioni di recente data, la posizione eccentrica,
-ed isolata, le ricchezze sconosciute e quasi favolose del conte
-imponessero un dovere agli uomini di essere circospetti, ed alle donne
-una legge di non penetrare in questa casa ove non v’era una moglie
-per riceverle; pure uomini e donne, avevano passato sopra, gli uni
-alla circospezione, le altre alla convenienza, e la curiosità, che li
-stuzzicava, li aveva trasportati al di sopra di tutto.
-
-Non v’era alcuno, fino ai Cavalcanti padre e figlio, che, l’uno per
-la sua rozzezza, l’altro per la sua disinvoltura non sembrassero
-preoccupati per trovarsi uniti presso quest’uomo di cui ignoravano lo
-scopo, e ad altri uomini che vedevano per la prima volta.
-
-La sig.ª Danglars aveva fatto un movimento vedendo, dietro l’invito di
-Monte-Cristo, il sig. de Villefort avvicinarsi ad essa per offerirle il
-braccio, ed il sig. de Villefort aveva sentito il suo sguardo scomporsi
-sotto gli occhiali d’oro quando il braccio della baronessa si posò sul
-suo.
-
-Nessuno di questi due movimenti era sfuggito al conte, e già, in
-questa semplice messa a contatto degl’individui, v’era un grande
-interessamento per l’osservatore di questa scena.
-
-Il sig. de Villefort aveva alla sua destra la baronessa Danglars, ed a
-sinistra Morrel.
-
-Il conte era assiso fra la sig.ª de Villefort e Danglars.
-
-Gli altri intervalli erano riempiti da Debray seduto fra Cavalcanti
-padre e Cavalcanti figlio, e da Château-Renaud seduto fra la sig.ª de
-Villefort e Morrel.
-
-Il convito fu magnifico; Monte-Cristo si era preso l’assunto di
-rovesciare completamente la simmetria parigina, e di dare più alla
-curiosità che all’appetito dei suoi convitati il cibo che desideravano.
-Fu un festino orientale quello che fu offerto, ma orientale in tal modo
-quale potevano esserlo i festini delle fate arabe. Tutti i frutti che
-le quattro parti del mondo possono versare intatti e saporosi nel corno
-d’abbondanza dell’Europa, erano riuniti ed ammonticchiati in piramidi
-entro vasi della China e sottocoppe del Giappone. Gli uccelli rari,
-colla parte più brillante delle loro penne, pesci mostruosi stesi su
-lastre d’argento, tutti i vini dell’Arcipelago, dell’Asia minore, del
-Capo, racchiusi in ampolle di forme bizzarre, la vista delle quali
-sembrava aggiungere anche qualche cosa di più al sapore di questi
-vini, passarono successivamente in giro, (come una di quelle riviste
-che Apicius passava coi suoi convitati) davanti a questi parigini, che
-comprendevano ben potersi spendere mille luigi in un pranzo di dieci
-persone, ma a condizione che, come Cleopatra, si mangiassero delle
-perle, o che, come Lorenzo dei Medici, si bevesse dell’oro fuso.
-
-Monte-Cristo vide lo stupore generale, e si mise a ridere ed a
-scherzare ad alta voce:
-
-— Signori, diss’egli, ammettete, n’è vero? che giunti ad un certo grado
-di fortuna, non vi è più di necessario che il superfluo, come queste
-signore ammetteranno, che giunti ad un certo grado di esaltazione, non
-vi è più di positivo che l’ideale. Ora seguendo il ragionamento, che
-cosa è il maraviglioso? quello che non comprendiamo. Qual è il bene
-che crediamo veramente da desiderarsi? quel che non possiamo avere.
-Ora, veder cose che non posso comprendere, procurarmi cose impossibili
-ad aversi, questo è lo studio della mia vita. Vi giungo con due mezzi;
-il danaro e la volontà; impiego per conseguire una fantasia la stessa
-perseveranza che, per esempio, voi mettete, sig. Danglars, a creare
-una linea di strada ferrata; voi sig. de Villefort, a far condannare
-un uomo alla morte; voi, sig. Debray, a pacificare un regno; voi,
-sig. Château-Renaud a piacere ad una donna; e voi, Morrel, a domare un
-cavallo che nessuno ha potuto montare. Così, per esempio, vedete questi
-due pesci, nati l’uno a 50 leghe da Pietroburgo, l’altro a due leghe da
-Napoli. Non è dilettevole il poterli riunire sulla stessa tavola?
-
-— Quali son dunque questi pesci? domandò Danglars.
-
-— Ecco qua il sig. Château-Renaud, che ha abitata la Russia, che vi
-dirà il nome dell’uno, ed il sig. maggiore Cavalcanti, che è italiano,
-che vi dirà il nome dell’altro.
-
-— Questo qui, disse Château-Renaud, è, credo, uno _sterlet_.
-
-— E questo, disse Cavalcanti, una lampreda, se non sbaglio.
-
-— Ora, sig. Danglars, domandate a questi due signori ove si pescano
-questi due pesci.
-
-— Ma, disse Château-Renaud, gli _sterlet_ si pescano soltanto nella
-Volga.
-
-— Ed io, disse Cavalcanti, non conosco che il Fusaro che fornisca
-lamprede di questa grossezza.
-
-— Ebbene! precisamente, l’uno viene dalla Volga, e l’altro dal lago del
-Fusaro.
-
-— Impossibile! gridarono ad un tempo tutti i convitati.
-
-— Ebbene! ecco appunto ciò che mi diverte, disse Monte-Cristo. Io
-sono come Nerone, _desidero l’impossibile_, ecco ciò che diverte voi
-stessi in questo momento; ecco finalmente ciò che fa che questa carne,
-che forse in realtà non vale quella del salmone e del persico, in
-breve vi parrà squisita; egli è perchè nel vostro spirito vi sembrava
-impossibile di procurarvela: eppure eccola qui.
-
-— Ma come han fatto a trasportarli a Parigi?
-
-— Eh! mio Dio, nulla di più semplice: questi due pesci sono stati
-portati, ciascuno entro una gran tinozza imbottita internamente una
-di ramoscelli e d’erbe del fiume, l’altra di giunchi e di piante del
-lago, sono state messe in un forgone fatto espressamente, ed in tal
-modo hanno vissuto lo _sterlet_ 12 giorni, e la lampreda 8; ed entrambi
-vivevano perfettamente quando si è impadronito di loro il cuoco per
-farli morire uno nel latte, l’altro nel vino. Voi non lo credete, sig.
-Danglars?
-
-— Almeno ne dubito, rispose Danglars col suo grossolano sorriso. —
-Battistino, disse Monte-Cristo, fate portare l’altro _sterlet_, e
-l’altra lampreda, sapete, quelli che sono venuti nelle altre tinozze e
-che vivono ancora.
-
-Danglars aprì due occhi ebeti; l’assemblea battè le mani.
-
-Quattro domestici portarono due tinozze guarnite di piante marine, in
-ciascuna delle quali palpitava un pesce simile ai due ch’erano stati
-serviti in tavola.
-
-— Ma perchè due di ciascuna specie? domandò Danglars.
-
-— Perchè uno poteva morire, rispose semplicemente Monte-Cristo.
-
-— Siete veramente un uomo prodigioso, disse Danglars; ed il filosofo ha
-un bel dire, è una bella cosa essere ricchi.
-
-— E soprattutto di aver delle idee, disse la sig.ª Danglars.
-
-— Oh! non mi fate onore per questo, signora, ciò era molto in voga
-presso i Romani; e Plinio racconta che si mandavano da Ostia a Roma,
-con delle mute di schiavi che li portavano sulla loro testa, dei
-pesci di quella specie che chiamavano _mulus_, e che, dal ritratto
-che ne fa è probabilmente l’orata. Era pure un lusso l’averli vivi,
-ed uno spettacolo divertente quello di vederli morire, perchè morendo
-cambiavano tre o quattro volte il colore delle loro scaglie, a guisa
-di un arcobaleno che svapori, passavano da tutte le gradazioni del
-prisma; dopo di che li mandavano al cuoco. La loro agonia faceva parte
-del loro merito; se non li vedevano vivi, li disprezzavano morti.
-
-— Sì, disse Debray, ma da Ostia a Roma non vi sono che sette o otto
-leghe. — Ah! è vero! disse Monte-Cristo; ma dove starebbe il merito di
-venire 1800 anni dopo Lucullo, se non si facesse meglio di lui? — I due
-Cavalcanti aprivano gli occhi enormi, ma avevano il buon senso di non
-dire una parola. — Tutto ciò è molto ammirabile, disse Château-Renaud;
-però ciò che io ammiro di più si è, lo confesso, l’ammirabile prontezza
-colla quale siete servito. N’è vero, avete comprata questa casa sono
-appena 5 o 6 giorni?
-
-— Tutto al più, in fede mia, disse Monte-Cristo.
-
-— Ebbene, sono sicuro che in otto giorni ha sofferta una completa
-trasformazione; se non mi sbaglio essa aveva un’entrata diversa da
-questa, ed il cortile era selciato ed orrido, mentre che oggi esso è un
-magnifico prato verde, ornato di alberi che sembrano avere cento anni.
-
-— Che volete! disse il conte, amo la verdura e l’ombra.
-
-— In fatto, disse la sig.ª de Villefort, per l’addietro si entrava da
-una porta che aprivasi sulla strada, ed il giorno della mia miracolosa
-liberazione, fu dalla strada, me ne ricordo, che mi faceste entrare in
-casa.
-
-— Sì, signora, disse Monte-Cristo, ma dopo ho preferito un ingresso che
-mi permettesse di guardare il bosco di Boulogne a traverso il cancello.
-
-— In quattro giorni, disse Morrel, questo è un prodigio!
-
-— In fatto, disse Château-Renaud, d’una vecchia casa farne una casa
-nuova, è una cosa miracolosa, perchè in addietro era molto vecchia, ed
-anche molto trista. Mi ricordo d’essere stato incaricato da mia madre
-di visitarla, quando il sig. conte di Saint-Méran la mise in vendita,
-sono due o tre anni.
-
-— Il sig. di Saint-Méran, disse la sig.ª de Villefort; ma questa casa
-dunque apparteneva al sig. di Saint-Méran, prima che la compraste voi,
-sig. conte?
-
-— Parmi di sì, rispose Monte-Cristo.
-
-— Come, non sapete da chi avete comprata una casa?
-
-— In fede mia no, il mio intendente si occupa di questi particolari.
-
-— È vero che da circa dieci anni non era stata abitata, disse
-Château-Renaud, ed era una gran tristezza vederla sempre colle sue
-persiane chiuse, le porte serrate, ed il cortile pieno d’erba. In
-verità se non fosse appartenuta al suocero di un procuratore del Re, si
-sarebbe potuta prendere per una di quelle case maledette ove sia stato
-consumato qualche gran delitto.
-
-Villefort, che fino allora non aveva ancora toccato nessuno dei 4 o 5
-bicchieri di vini straordinari posti davanti a lui, ne prese uno a caso
-e lo vuotò d’un sol fiato.
-
-Monte-Cristo lasciò passare un momento; poi, in mezzo al silenzio
-succeduto alle parole di Château-Renaud:
-
-— È bizzarro, sig. barone, diss’egli, ma mi sono venuti gli stessi
-pensieri quando vi entrai la prima volta; e questa casa mi parve sì
-lugubre che non l’avrei mai comprata, se l’intendente non lo avesse già
-fatto per me. Probabilmente il furbo aveva ricevuta qualche senseria
-dal notaro.
-
-— È probabile, balbettò Villefort sforzandosi di sorridere, ma credete
-ch’io non entro per niente in questa corruzione. Il sig. di Saint-Méran
-ha voluto che questa casa, che forma parte della dote di sua nipote,
-fosse venduta, perchè se fosse ancora rimasta tre o quattro anni
-disabitata, sarebbe caduta in rovina. — Questa volta Morrel impallidì.
-
-— Vi era particolarmente una camera, continuò Monte-Cristo; ah!
-mio Dio! ben semplice in apparenza, una camera come tutte le altre;
-parata di damasco rosso, che mi è sembrata, non so perchè, drammatica
-all’estremo.
-
-— E perchè? domandò Debray, perchè drammatica?
-
-— Si può forse render conto delle sensazioni d’istinto? disse
-Monte-Cristo. Non vi sono forse delle località ove ci sembra di
-respirare un’aria malinconica? e perchè? non se ne sa niente; per una
-collegazione d’idee, per un capriccio del pensiero che vi trasporta
-ad altri tempi, ad altri luoghi, che forse non hanno alcun rapporto
-coi tempi ed i luoghi ove ci troviamo; tanto fa, che questa camera
-mi ricorda ammirabilmente quella della marchesa di Gange, o quella
-di Desdemona. Eh! in fede mia, sentite, giacchè abbiamo finito di
-pranzare, bisogna che ve la mostri: indi discenderemo nel giardino a
-prendere il caffè; dopo il pranzo, lo spettacolo.
-
-Monte-Cristo fece un segno per interrogare i convitati; la sig.ª de
-Villefort si alzò, Monte-Cristo fece altrettanto, e tutti imitarono il
-loro esempio. Villefort e la sig.ª Danglars rimasero ancora qualche
-tempo come inchiodati sulle loro sedie; essi interrogavano con gli
-occhi freddi, muti, agghiacciati. — Avete inteso? disse la sig.ª
-Danglars.
-
-— Bisogna andarvi, rispose Villefort alzandosi ed offrendole il
-braccio. Tutti si erano già sparsi per la casa, spinti dalla curiosità,
-perchè tutti pensavano bene che la visita non sarebbesi limitata a
-questa camera, e che nello stesso tempo avrebbero percorso tutto il
-rimanente di questa abitazione dalla quale Monte-Cristo aveva saputo
-cavare un palazzo. Ciascuno dunque si slanciò per le porte aperte.
-Monte-Cristo aspettava i due che ritardavano; dipoi quando alla loro
-volta furono passati, chiuse la marcia con un sorriso che, se si
-fosse potuto comprendere, avrebbe spaventato i convitati molto più di
-quella camera nella quale stavano per entrare. Si cominciò infatto dal
-percorrere gli appartamenti, le camere erano ammobiliate all’orientale
-con divani e cuscini ovunque invece di letti, pipe ed armi invece di
-mobili; i saloni adorni dei più bei quadri degli antichi maestri; i
-gabinetti erano tappezzati di stoffe della China, a colori capricciosi,
-a disegni fantastici, a tessuti maravigliosi; quindi finalmente si
-giunse alla famosa camera. Essa nulla aveva di particolare, se non
-che, quantunque non fosse che sul declinare del giorno, essa non era
-punto illuminata, ed era rimasta nella sua vetustà; mentre tutte le
-altre camere avevano rivestito una nuova decorazione. Queste due cause
-bastavano in fatto per darle una tinta lugubre.
-
-— Uh! gridò la signora de Villefort, è spaventosa di fatto.
-
-La sig.ª Danglars provò di balbettare alcune parole che non furono
-intese. Molte osservazioni sorsero e s’incrociarono, di cui il
-resultato si fu che in fatto la camera di damasco rosso aveva un
-aspetto sinistro. — N’è vero? disse Monte-Cristo. Vedete dunque come
-questo letto è bizzarramente posto, quali tetri sanguinosi paramenti! e
-questi due ritratti a pastello che l’umidità ha fatto impallidire, non
-sembrano essi dire colle loro labbra smunte, e i loro occhi spaventati:
-«io ho veduto» — Villefort divenne livido; la sig.ª Danglars cadde
-sopra una sedia presso al caminetto.
-
-— Oh! disse la sig.ª de Villefort sorridendo, avete il coraggio di
-sedervi sopra questa sedia, su cui forse è stato commesso il delitto? —
-La sig.ª Danglars si alzò, prestamente.
-
-— E poi disse Monte-Cristo, qui non sta il tutto.
-
-— Che vi è dunque ancora? domandò Debray, cui non isfuggiva la emozione
-della sig.ª Danglars.
-
-— Ah! sì, che vi è ancora? domandò Danglars, perchè fin qui non vi
-trovo gran cosa, e voi sig. Cavalcanti?
-
-— Ah! disse questi, abbiamo a Pisa la torre d’Ugolino, a Ferrara la
-prigione di Tasso, e a Rimini la camera di Paolo e Francesca. — Sì,
-ma non avete questa piccola scala segreta, disse Monte-Cristo aprendo
-una porta nascosta sotto la tappezzeria; guardatela, e dite ciò che ne
-pensate.
-
-— Qual sinistra curva di scala, disse Château-Renaud ridendo. — Il
-fatto è, disse Debray, che non so se sia il vino di Chio che concilia
-la malinconia, ma certamente vedo tutta questa casa in nero. — In
-quanto a Morrel, dappoichè ebbe inteso parlare della dote di Valentina,
-era rimasto tristo, e non aveva pronunziato una parola. — Non
-v’immaginate, riprese Monte-Cristo, un Otello, od un Ganges qualunque,
-discendere passo a passo in una notte tetra e burrascosa, questa scala
-con qualche lugubre fardello, che si solleciti di nascondere alla vista
-degli uomini, se non allo sguardo di Dio?
-
-La sig.ª Danglars svenne a metà al braccio di Villefort, che fu egli
-stesso costretto di addossarsi al muro.
-
-— Ah! mio Dio! signora, gridò Debray, che avete dunque? come
-impallidite!
-
-— Che cos’ha? disse la signora de Villefort, è cosa semplice: il sig.
-di Monte-Cristo ci racconta delle storie spaventose, nell’intenzione
-senza dubbio di farci morire della paura.
-
-— Ma sì, disse Villefort, infatto, conte, voi spaventate queste
-signore. — Che avete dunque? ripetè a bassa voce Debray alla sig.ª
-Danglars. — Niente, niente, diss’ella facendo uno sforzo, ho bisogno
-d’aria, ecco tutto.
-
-— Volete discendere in giardino? domandò Debray offrendo il braccio
-alla sig.ª Danglars ed avanzandosi verso la scala segreta. — No,
-diss’ella, amo ancor meglio restare qui.
-
-— In verità, disse Monte-Cristo, avete paura sul serio?
-
-— No, disse la sig.ª Danglars; ma avete un modo di supporre le cose che
-dà all’illusione l’aspetto della realtà.
-
-— Oh! mio Dio, disse Monte-Cristo sorridendo, e tutto questo è un
-affare d’immaginazione; perchè non potrebbe egualmente rappresentarsi
-questa camera come quella di una buona e bella madre di famiglia?
-Questo letto con le pareti color di porpora come un letto visitato
-dalla dea Lucina? e questa scala misteriosa, come il passaggio pel
-quale dolcemente, e per non disturbare il sonno riparatore della
-addormentata, passi il medico, o la nutrice, o il padre stesso portando
-il fanciullo che dorme?...
-
-Questa volta la sig.ª Danglars, invece di rasserenarsi a questa dolce
-pittura, gettò un gemito e svenne del tutto.
-
-— La signora Danglars sta male, balbettò Villefort; forse bisognerà
-trasportarla nella sua carrozza.
-
-— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo, ed io che ho dimenticata la mia
-boccettina! — Io ho la mia, disse la sig.ª de Villefort, e passò a
-Monte-Cristo una boccettina ripiena di un liquore rosso, simile a
-quello di cui il conte sperimentò sopra Edoardo la benefica influenza.
-— Ah! fece Monte-Cristo prendendola dalle mani della sig.ª de
-Villefort.
-
-— Si, mormorò questa, dietro le vostre indicazioni ho provato. — E vi è
-riuscito? — Lo credo.
-
-La sig.ª Danglars era stata trasportata nella camera vicina;
-Monte-Cristo lasciò cadere sulle labbra di lei una goccia del liquore
-rosso, ed ella ritornò tosto in sè.
-
-— Oh! diss’ella, qual sogno spaventoso!
-
-Villefort le strinse fortemente il braccio, per farle capire che non
-aveva sognato. Fu cercato il sig. Danglars, ma poco disposto alle
-impressioni poetiche, egli era disceso in giardino, e parlava col sig.
-Cavalcanti padre di un disegno di strada ferrata da Livorno a Firenze.
-
-Monte-Cristo sembrava disperato: egli prese il braccio della sig.ª
-Danglars, e la condusse in giardino, ove fu ritrovato il sig. Danglars
-che prendeva il caffè tra i signori Cavalcanti padre e figlio. — In
-verità signora, le diss’egli, è vero che vi ho molto spaventata?
-
-— No, signore, ma sapete, le cose fanno la impressione a seconda delle
-disposizioni di spirito in cui ci troviamo.
-
-Villefort si sforzò di ridere. — E allora, diss’egli, capirete bene che
-basta una supposizione, una chimera...
-
-— Ebbene! disse Monte-Cristo, non mi crederete, se volete; ma ho la
-convinzione che sia stato commesso un delitto in questa casa.
-
-— Fate attenzione, disse la sig.ª de Villefort, abbiam qui il
-procuratore del Re. — In fede mia, riprese Monte-Cristo, poichè si dà
-questa combinazione, ne approfitterò per fare la mia dichiarazione.
-— La vostra dichiarazione? disse Villefort. — Sì, ed alla presenza di
-testimonii.
-
-— Tutto ciò è molto importante, disse Debray, e se vi fu realmente
-delitto, faremo mirabilmente la digestione.
-
-— Vi fu delitto, disse Monte-Cristo, venite di qui, signori; sig. de
-Villefort venite; affinchè la dichiarazione sia valevole, dev’essere
-fatta alle autorità competenti.
-
-Monte-Cristo, preso il braccio di Villefort, e mentre stringeva sotto
-il suo quello della sig.ª Danglars, trascinò il procuratore del Re fin
-sotto il platano ove l’ombra era più fitta. Tutti gli altri convitati
-li seguivano.
-
-— Tenete, disse Monte-Cristo, qui, in questo medesimo luogo, e batteva
-col piede la terra, qui per ringiovanire questi alberi già vecchi,
-ho fatto scavare il terreno, e mettere del concime; ebbene i miei
-lavoratori nello scavare hanno dissotterrato un baule, ma piuttosto i
-ferramenti di un baule, nel mezzo dei quali fu trovato uno scheletro di
-un bambino neonato. Questa non è fantasmagoria, spero?
-
-Monte-Cristo sentì intirizzirsi il braccio della sig.ª Danglars, e
-fremere il pugno di Villefort.
-
-— Un fanciullo neonato, ripetè Debray; diavolo! la cosa diventa seria,
-mi sembra.
-
-— Ebbene, disse Château-Renaud, io non mi sbagliava adunque quando
-poco fa pretendeva che le cose avevano un’anima, ed un viso come gli
-uomini, e che esse portavano sulla loro fisonomia il riverbero dei loro
-intestini. La casa era trista perchè aveva dei rimorsi, essa aveva dei
-rimorsi perchè nascondeva un delitto.
-
-— Oh! chi dice che sia stato un delitto? riprese Villefort tentando un
-ultimo sforzo.
-
-— Come! un fanciullo seppellito vivo in un giardino, non è un delitto?
-gridò Monte-Cristo. Come chiamate voi quest’azione, sig. procuratore
-del Re?
-
-— Ma chi dice ch’egli fu seppellito vivo?
-
-— Perchè seppellirlo là, se era morto? questo giardino non è stato mai
-un cimitero.
-
-— Qual è la pena per gl’infanticidi in questo paese? domandò
-ingenuamente il maggiore Cavalcanti.
-
-— Oh mio Dio! si taglia loro semplicemente il collo, rispose Danglars.
-
-— Ah! si taglia loro il collo, fece Cavalcanti.
-
-— Lo credo... n’è vero sig. de Villefort? domandò Monte-Cristo.
-
-— Sì, signor conte, rispose questi con un accento che non aveva
-più dell’umano. — Monte-Cristo vide che questo era tutto quel che
-potevasi sopportare dai due individui pei quali era stata preparata
-questa scena, e non volendo spinger le cose più oltre: — Ma il caffè,
-signori, disse egli; mi sembra che lo dimentichiamo. — E ricondusse i
-convitati verso la tavola posta nel mezzo del praticello. — In verità,
-sig. conte, disse la sig.ª Danglars, ho vergogna di confessare la mia
-debolezza, ma tutte queste storie spaventose mi hanno atterrita; vi
-prego lasciarmi sedere. — Ed ella cadde sopra una sedia.
-
-Monte-Cristo la salutò e si avvicinò alla sig.ª de Villefort.
-
-— Credo che la sig.ª Danglars abbia ancora bisogno della vostra
-boccettina, diss’egli.
-
-Ma prima che la sig.ª de Villefort si fosse avvicinata alla sua
-amica, il procuratore del Re aveva già detto all’orecchio della sig.ª
-Danglars: — Bisogna che io vi parli.
-
-— Quando? — Domani. — Dove?
-
-— Al mio ufficio, al tribunale, se volete, quello è ancora il luogo più
-sicuro. — Vi verrò.
-
-In questo momento si avvicinò la sig.ª de Villefort.
-
-— Grazie, mia cara amica, disse la sig.ª Danglars provando di
-sorridere, non ho più niente, mi sento assai meglio.
-
-
-
-
-LXIII. — IL MENDICO.
-
-
-La serata s’inoltrava; la sig.ª de Villefort aveva manifestato il
-desiderio di ritornare a Parigi, il che non aveva osato di fare la
-sig.ª Danglars, ad onta del mal’essere evidente che provava. Alla
-domanda di sua moglie, il sig. de Villefort dette pel primo il
-segnale della partenza: offrì un posto nel suo _landau_ alla sig.ª
-Danglars, affinchè fosse assistita dalle cure di sua moglie. Quanto
-al sig. Danglars, assorbito in una delle conversazioni più importanti
-d’industria col sig. Cavalcanti, non fece alcuna attenzione a tutto ciò
-che accadeva. Monte-Cristo, mentre domandava la boccettina alla sig.ª
-de Villefort, aveva notato che il sig. Villefort si era avvicinato alla
-sig.ª Danglars, e, guidato dalla situazione, aveva indovinato ciò che
-le aveva detto, quantunque avesse parlato tanto a bassa voce che era
-molto se la sig.ª Danglars stessa lo aveva inteso.
-
-Egli lasciò partire, senza opporsi ad alcun accomodamento, Morrel,
-Debray, e Château-Renaud a cavallo, e montare le due dame nel _landau_
-del sig. de Villefort; dal suo lato Danglars, di più in più incantato
-di Cavalcanti padre, lo invitò a salire con lui nel suo _coupé_.
-
-Quanto ad Andrea Cavalcanti, egli raggiunse il suo _tilbury_, che
-l’aspettava davanti alla porta, e di cui un _groom_, che esagerava i
-comodi della moda inglese, gli teneva, rizzandosi sulla punta degli
-stivali, l’enorme cavallo grigio-ferro. Andrea non aveva parlato
-molto durante il pranzo, perchè era un giovine molto intelligente, e
-naturalmente aveva provato il timore di dire qualche sciocchezza in
-mezzo a convitati ricchi e possenti, fra i quali il suo occhio dilatato
-non discerneva senza qualche timore un procuratore del Re.
-
-In seguito era stato accaparrato dal sig. Danglars, che dopo un
-rapido colpo d’occhio sul vecchio maggiore, dal collo intirizzito,
-e su suo figlio ancora un poco timido, e riavvicinando tutti questi
-sintomi dell’ospitalità di Monte-Cristo aveva pensato di aver che
-fare con qualche nababbo venuto a Parigi per perfezionare il suo
-unico figlio nella vita sociale. Egli aveva dunque contemplato con
-una indicibile compiacenza l’enorme diamante che brillava al dito
-mignolo del maggiore, poichè questi da uomo prudente ed esperimentato,
-per timore che non giungesse qualche disgrazia ai suoi biglietti di
-banca, li aveva subito dopo convertiti in un oggetto di valore. Poi
-dopo il pranzo, sempre sotto il pretesto d’industria e di viaggio,
-aveva interrogato il padre ed il figlio sulla loro maniera di vivere,
-e costoro prevenuti che su Danglars era stato aperto il loro credito,
-all’uno di 48 mila fr., all’altro quello annuale di 50 mila lire, erano
-stati graziosi e pieni di affabilità per il banchiere, ai domestici del
-quale, se non si fossero ritenuti, avrebbero stretta la mano, tanto la
-loro riconoscenza provava il bisogno di espandersi.
-
-Una cosa soprattutto aumentò la considerazione, e direm quasi la
-venerazione di Danglars per Cavalcanti. Questi fedele al detto
-d’Orazio, _non meravigliarti di nulla_, si era contentato, come è stato
-veduto, di far prova di scienza nel dire da qual lago si estraevano le
-migliori lamprede; indi ne aveva mangiata la sua parte senza dire una
-parola. Danglars aveva da ciò concluso che queste specie di sontuosità
-erano familiari all’illustre discendente dei Cavalcanti, che forse a
-Lucca non mangiava che trote fatte venire dalla Svizzera, o raguste
-inviategli dalla Brettagna per mezzo di apparecchi simili a quelli di
-cui il conte si era servito per far venire le lamprede dal lago del
-Fusaro, e gli _sterlet_ dal fiume Volga. Così egli accolse con una
-benevolenza pronunciatissima queste parole di Cavalcanti: — Domani,
-signore, avrò l’onore di farvi una visita per affari.
-
-— Ed io signore, aveva risposto Danglars, sarò fortunato di ricevervi.
-— Su di che avea proposto a Cavalcanti, se però ciò non lo privava
-troppo di separarsi da suo figlio, di ricondurlo all’albergo dei
-Principi. Cavalcanti aveva risposto che da lungo tempo suo figlio aveva
-l’abitudine di condurre la sua vita indipendente; e che per conseguenza
-egli aveva i suoi cavalli, e le sue carrozze, e che, non essendo venuti
-insieme, non vedeva nessuna difficoltà perchè ritornassero divisi. Il
-maggiore era dunque salito nella carrozza di Danglars, ed il banchiere
-si era assiso al suo fianco, sempre più incantato delle idee di ordine,
-e dell’economia di quest’uomo, che pur dava a suo figlio 50 mila fr.
-l’anno, ciò che supponeva una fortuna di 5, o 6 mila lire di rendita.
-
-Quanto ad Andrea, cominciò, per darsi aria, dal rimproverare il
-suo _groom_, perchè invece di venirlo a prendere alla scalinata, lo
-avesse aspettato alla porta del cortile, cosa che gli aveva procurato
-l’incomodo di fare una trentina di passi a piedi per cercare il suo
-_tilbury_.
-
-Il _groom_ ricevette il rimprovero con umiltà, colla mano sinistra
-prese il morso per trattenere il cavallo impaziente che batteva il
-terreno col piede, mentre con la destra offriva le redini ad Andrea,
-che le prese, e posò leggermente lo stivale verniciato sul montatoio.
-In questo momento una mano si appoggiò sulla sua spalla. Il giovine
-si volse indietro pensando che Danglars, o Monte-Cristo avessero
-dimenticato qualche cosa a dirgli, e ritornassero al momento di
-partire.
-
-Ma invece dell’uno o dell’altro non iscoprì che una strana figura;
-arsa dal sole, circondata da una barba da modello con occhi brillanti
-come carboni accesi, ed un sorriso ironico apparso sopra una bocca su
-cui brillavano, disposti in ordine, e senza che ne mancasse alcuno,
-32 denti bianchi, acuti, ed allineati come quelli di un lupo o di una
-iena.
-
-Un fazzoletto a quadrati rossi copriva questa testa con capelli
-grigiastri e terrei, una giacca delle più sporche e stracciate copriva
-questo gran corpo magro ed osseo, di cui sembrava che le ossa, come
-quelle di uno scheletro, dovessero scricchiolare camminando; finalmente
-la mano che si appoggiava sulla spalla d’Andrea, e che fu la prima cosa
-che vide il giovine, gli parve di una dimensione gigantesca.
-
-Andrea riconobbe questa figura al chiarore della lanterna del suo
-_tilbury_, ovvero fu soltanto colpito dall’orribile aspetto di questo
-interlocutore? non saprem dirlo; ma il fatto è che egli fremette, ed
-indietreggiò vivamente:
-
-— Che pretendete da me? diss’egli.
-
-— Perdono! rispose l’uomo portando la mano al fazzoletto rosso, forse
-v’incomodo, ma è perchè ho bisogno di parlarvi.
-
-— La sera non si domanda l’elemosina, disse il _groom_ tentando con un
-movimento di spacciare il suo padrone da questo importuno.
-
-— Io non domando l’elemosina, mio bel ragazzo, disse l’uomo sconosciuto
-al domestico con uno sguardo così ironico, ed un sorriso così
-spaventoso, che questi si allontanò; desidero soltanto dire due parole
-al vostro principale che 15 giorni or sono mi ha incaricato di una
-commissione.
-
-— Vediamo, disse a sua volta Andrea, con abbastanza forza, perchè
-il domestico non si accorgesse del suo turbamento, che volete? dite
-presto, amico mio.
-
-— Io vorrei... io vorrei... disse a bassa voce l’uomo del fazzoletto
-rosso, che mi risparmiaste l’incomodo di ritornare a Parigi a piedi:
-sono molto stanco, e siccome non ho pranzato tanto bene quanto te,
-appena posso tenermi in piedi. — Il giovine rabbrividì a questa strana
-famigliarità.
-
-— Ma finalmente, gli diss’egli, vediamo, che volete?
-
-— Ebbene voglio che tu mi lasci salire nella tua bella carrozza, e
-che mi conduca. — Andrea impallidì, ma non rispose. — Oh! mio Dio sì,
-disse l’uomo dal fazzoletto rosso immergendo le mani nelle saccocce:
-e guardando il giovine con occhi provocatori; questa è un’idea che mi
-è venuta, capisci mio piccolo Benedetto? — A questo nome, il giovine
-riflettè senza dubbio, perchè si avvicinò al _groom_, e gli disse: —
-Quest’uomo fu da me effettivamente incaricato di una commissione di cui
-deve rendermi conto. Andate a piedi fino alla barriera; là prenderete
-un _cabriolet_, per non ritardare troppo.
-
-Il servitore rimase sorpreso, e si allontanò.
-
-— Lasciami almeno raggiunger l’ombra, disse Andrea.
-
-— Oh! in quanto a questo, io stesso ti condurrò in un bel posto,
-aspetta, disse l’uomo dal fazzoletto rosso.
-
-E preso il cavallo pel morso, condusse il _tilbury_ in un luogo ove era
-effettivamente impossibile a chicchessia al mondo di vedere l’onore che
-gli accordava Andrea.
-
-— Oh! no, diss’egli, non è per la gloria di montare nella tua bella
-carrozza; no, è soltanto perchè sono affaticato, e poi perchè ho ancora
-a parlare alcun poco d’affari teco.
-
-— Vediamo, salite, disse il giovine. — Era rincrescevole che non
-facesse giorno, perchè sarebbe stato uno spettacolo curioso quello di
-questo malandrino, seduto con tutto comodo sopra i cuscini ricamati
-vicino al conduttore del _tilbury_.
-
-Andrea spinse il cavallo fino all’ultima casa del villaggio senza dire
-una sola parola al compagno, che, dal suo lato, sorrideva e conservava
-il silenzio, come se fosse stato esaltato dal passeggiare in una così
-buona locomotiva.
-
-Una volta fuori d’Auteuil, Andrea guardò intorno a sè per assicurarsi
-senza dubbio che nessuno poteva nè vederli nè sentirli, e allora,
-fermando il cavallo, ed incrociando le braccia davanti all’uomo dal
-fazzoletto rosso:
-
-— A noi, diss’egli, perchè venite a disturbarmi nella mia tranquillità?
-
-— Ma tu stesso, ragazzo mio, perchè diffidi di me?
-
-— E in che mi sono diffidato di voi?
-
-— In che? lo domandi? noi ci lasciammo al ponte di Var, mi dicesti che
-andavi a viaggiare in Piemonte ed in Toscana, e niente di tutto questo,
-tu vieni a Parigi?
-
-— Ed in che cosa v’incomoda questo?
-
-— In niente; spero anzi che ciò mi aiuterà.
-
-— Ah! ah! disse Andrea, voi speculate su di me.
-
-— Andiamo, ecco che già cominciano le grosse parole.
-
-— Il fatto è che avrete torto, padron Caderousse, ve ne prevengo. — Eh
-mio Dio, non t’incomodare, devi però sapere che cosa è l’infortunio;
-ebbene! l’infortunio, rende geloso. Io ti credeva percorrente il
-Piemonte e la Toscana, costretto a farti facchino, o cicerone; ti
-compiangeva dal fondo del mio cuore come potrei piangere un figlio: sai
-che io ti ho sempre chiamato mio figlio? — Avanti, avanti.
-
-— Pazienza, dunque, polvere da cannone!
-
-— Ne ho della pazienza, vediamo, terminate.
-
-— Ed io ti vedo passare dalla barriera Bonshommes con un _groom_, con
-un _tilbury_, con abiti nuovi fiammanti. E che? hai forse scoperto una
-miniera, o comprata una carica di agente di cambio?
-
-— Dimodochè, come lo confessate, siete geloso?
-
-— No, son contento, tanto contento che ho voluto fare i miei
-complimenti al mio piccolo; ma siccome io non era vestito regolarmente,
-ho preso le mie cautele per non metterti a cimento.
-
-— Belle cautele, disse Andrea, voi mi fermate davanti al mio domestico.
-— Eh! che vuoi figlio mio? io ti fermo quando posso afferrarti.
-Tu hai un cavallo molto vivace, un _tilbury_ molto leggero, guizzi
-naturalmente come un’anguilla; se non ti avessi fermato questa sera,
-correva il rischio di non poterti raggiungere.
-
-— Vedete bene che non mi nascondo.
-
-— Sei ben fortunato, ed io vorrei poter dire altrettanto: ma io mi
-nascondo, senza contare che aveva timore che tu non mi riconoscessi; ma
-tu mi hai riconosciuto, aggiunse Caderousse con un cattivo sorriso, sei
-molto gentile.
-
-— Vediamo, disse Andrea, che vi abbisogna?
-
-— Ah! non mi tratti più in tu! è una cattiva cosa, Benedetto; un
-antico camerata! guardati, perchè diventerò esigente. — Questa minaccia
-fece cadere la collera al giovine; il vento della prepotenza vi aveva
-soffiato sopra.
-
-Egli rimise il cavallo al trotto.
-
-— È male per te stesso, Caderousse, diss’egli, di prendertela in tal
-modo con un antico camerata, come dicevi tu stesso poco fa; tu sei
-Marsigliese, io sono...
-
-— Tu lo sai dunque, ciò che ora tu sei?
-
-— No, ma sono stato allevato in Corsica, tu sei vecchio e testardo,
-io sono giovine e puntiglioso. Fra gente come noi, le minacce sono
-cattive, e tutto deve combinarsi all’amichevole. È forse mia colpa, se
-la sorte, che continua ad essere cattiva per te, è al contrario buona
-per me?
-
-— È dunque buona, la sorte? Non è dunque un _groom_ ad imprestito, non
-è un _tilbury_ ad imprestito, non sono abiti ad imprestito quelli che
-abbiamo? Buono! tanto meglio, disse Caderousse con occhi che brillavano
-di cupidigia.
-
-— Oh! lo vedi bene, e tu lo sai, poichè mi fermi, disse Andrea
-animandosi sempre più. Se avessi avuto un fazzoletto come il tuo sulla
-testa, una giacca unta e lacera sulle spalle, e stivali rotti ai piedi
-non mi avresti riconosciuto.
-
-— Vedi bene che ora mi disprezzi, piccolo, hai torto: adesso che ti ho
-ritrovato, niente m’impedisce d’essere vestito a nuovo come un altro,
-atteso che conosco il tuo buon cuore: se tu hai due abiti me ne darai
-uno; io ti dava la mia porzione di minestra e di fagiuoli quanto tu
-avevi troppo fame.
-
-— È vero, disse Andrea. — Che appetito avevi! hai tu sempre buon
-appetito? — Ma sì, disse Andrea ridendo.
-
-— Come devi aver mangiato da quel principe dal quale esci. — Non è un
-principe, ma soltanto un conte.
-
-— Un conte, ma ricco eh? — Sì, ma non fidartene, è un signore che non
-ha l’aria comoda.
-
-— Oh! mio Dio, sta pur tranquillo! non si ha alcun disegno sul tuo
-conte, e ti lascerà tutto per te solo. Ma, soggiunse Caderousse,
-riprendendo quel sinistro sorriso che gli aveva già sfiorate le labbra,
-bisogna dar qualche cosa per questo, capisci.
-
-— Vediamo che ti abbisogna? — Credo che con cento fr. il mese...
-viverei... — Con cento fr.?
-
-— Ma male, capisci bene; ma con... 150 fr. sarei molto fortunato. —
-Eccotene 200, disse Andrea.
-
-E mise nelle mani di Caderousse dieci luigi d’oro.
-
-— Buono, fece Caderousse. — Presentati dal portinaro, il primo di ogni
-mese, e là ne ritroverai altrettanti.
-
-— Andiamo, ecco che ancora tu mi umilii.
-
-— E in qual modo? — Mi metti in rapporto con dei servitori; no, vedi
-non voglio avere da fare che con te.
-
-— Ebbene! sia così; domanda di me il primo di tutti i mesi, almeno fino
-a tanto che riceverò la mia rendita tu riceverai la tua.
-
-— Andiamo, andiamo, vedo bene che non m’era ingannato; sei un bravo
-ragazzo, ed è una benedizione quando la fortuna si versa sopra gente
-come te. Vediamo, raccontami la tua buona avventura.
-
-— Che bisogno hai di saperla? domandò Cavalcanti.
-
-— Buono! anche diffidenza?
-
-— Ebbene, ho ritrovato mio padre.
-
-— Un padre vero? — Diavolo! fin che pagherà....
-
-— Tu lo crederai, e lo onorerai; è giusto.
-
-— Il maggiore Cavalcanti. — Ed egli si contenta di te?
-
-— Fino al presente pare che gli basti.
-
-— E chi ti ha fatto ritrovare quel padre?
-
-— Il conte di Monte-Cristo. — Quello dal quale esci?
-
-— Sì. — Di’ dunque, cerca di collocarmi presso lui come un gran
-parente, giacchè ne tieni l’agenzia.
-
-— Sia, gli parlerò di te; ma frattanto che farai tu?
-
-— Sei troppo buono di occuparti di ciò, disse Caderousse.
-
-— Mi sembra, che come tu prendi interessamento a me io possa bene a mia
-volta prendere qualche informazione.
-
-— È giusto... Prenderò in fitto una camera in una casa onesta, mi
-coprirò di abiti decenti, mi farò radere la barba tutti i giorni, e
-andrò a leggere i giornali al caffè. La sera entrerò allo spettacolo in
-un qualche teatro, ed avrò l’aspetto di un fornaro in ritiro: è il mio
-sogno prediletto.
-
-— Andiamo, è buono! Se vorrai mettere questi disegni in esecuzione, ed
-essere saggio, tutto andrà a meraviglia.
-
-— Ecco qua il sig. Bossuet!... e tu, che diventerai? pari di Francia? —
-Eh! eh! disse Andrea, chi sa?
-
-— Il sig. maggior Cavalcanti forse lo è.... ma disgraziatamente è
-abolita l’eredità. — Non parliamo di politica, Caderousse!... Ed ora
-che hai ciò che vuoi, e che siamo arrivati, salta abbasso, e sparisci!
-— No, amico caro.
-
-— Come, no?
-
-— Ma riflettici dunque, mio piccolo, un fazzoletto rosso sulla
-testa, quasi senza scarpe, senza carte affatto, e dieci napoleoni
-d’oro in saccoccia, senza calcolare ciò che v’era prima, e che forma
-precisamente 500 fr. sarei infallibilmente arrestato alla barriera!
-allora sarei forzato per giustificarmi, di dire che sei stato tu che
-mi hai dato questi dieci napoleoni; di là informazioni, interrogatori;
-apprendono che ho lasciato Tolone senza avere avuto il congedo, e vengo
-scortato di brigata in brigata fino alla spiaggia del Mediterraneo,
-e ritorno puramente e semplicemente il numero 105, e addio al mio
-sogno di rassomigliare ad un fornaro in ritiro! No, figlio mio;
-preferisco di restare onorevolmente nella capitale. — Andrea aggrottò
-il sopracciglio; era, come se ne vantò da sè stesso, una cattiva testa
-il figlio putativo del maggior Cavalcanti. Si fermò un momento, gettò
-uno sguardo rapido intorno a sè, e quando terminò di compiere il giro
-investigatore, la mano discese innocentemente nella saccoccia ove
-cominciava ad accarezzare il sopraguardia di una pistola da tasca.
-Ma nel tempo stesso Caderousse, che non perdeva di vista il compagno
-passava le mani dietro il dorso, ed apriva dolcemente un lungo coltello
-spagnuolo che portava indosso per ogni evento.
-
-I due amici, come si vede, erano degni d’intendersi, e si capivano; la
-mano di Andrea uscì inoffensiva dalla tasca e risalì fino ai baffi che
-accarezzò per qualche tempo.
-
-— Buon Caderousse, diss’egli, dunque sarai contento!
-
-— Farò tutto il possibile per esserlo, rispose l’albergatore del ponte
-di Gard ripiegando la lama del coltello.
-
-— Rientriamo dunque in Parigi. Ma come vuoi fare a passare la barriera
-senza svegliare sospetti? mi sembra che abbigliato così, rischi più in
-carrozza che a piedi.
-
-— Aspetta, disse Caderousse, vedrai.
-
-Prese la pellegrina ad alto colletto che il _groom_ esiliato dal
-_tilbury_ aveva lasciata al suo posto, e se la mise indosso, quindi il
-cappello di Cavalcanti, e se lo pose sulla testa; dopo ciò assunse la
-posizione ardita di un domestico di buona famiglia.
-
-— Ed io, disse Andrea, resterò senza niente in testa?
-
-— Peuh! fece Caderousse, tira tanto vento che ben può esserti caduto il
-cappello. — Andiamo dunque, disse Andrea, e finiamola. — E chi è che
-ti ferma, disse Caderousse, non sono già io, lo spero? — Zitto! fece
-Cavalcanti.
-
-Passarono la barriera senza alcun accidente.
-
-Alla prima strada traversa, Andrea fermò il cavallo, e Caderousse balzò
-a terra. — Ebbene! disse Andrea, il mantello del mio domestico, ed il
-mio cappello?
-
-— Ah! rispose Caderousse, tu non vorrai certamente che io mi raffreddi.
-— Ma io?
-
-— Tu sei giovine mentre io comincio a farmi vecchio; a rivederci,
-Benedetto. — E s’internò nel viottolo ove sparì.
-
-— Ahimè! disse Andrea mandando un sospiro, non si potrà dunque essere
-completamente felice in questo mondo?
-
-
-
-
-LXIV. — SCENA CONIUGALE.
-
-
-Sulla piazza di Luigi XV i tre giovani si erano divisi, Morrel
-aveva preso per i Baluardi, Château-Renaud era voltato sul ponte
-della Rivoluzione, e Debray aveva seguito la riviera. Morrel e
-Château-Renaud, secondo ogni probabilità, raggiunsero i domestici
-focolari, come si dice tuttavia dalla tribuna delle camere nei discorsi
-ben fatti, ed al teatro della strada Richelieu nelle rappresentazioni
-bene scritte; ma non fece lo stesso Debray. Giunto al portello del
-Louvre, voltò a sinistra, traversò il Carousel a gran trotto, infilò
-per la strada Saint-Roch, sboccò per quella della Michodière, e giunse
-alla porta della sig.ª Danglars al momento in cui il _landau_ del sig.
-de Villefort, dopo aver deposto il procuratore del Re e la moglie nel
-sobborgo Sant’Onorato, si fermava per far discendere la baronessa alla
-sua abitazione.
-
-Debray, come uomo familiare nella casa, entrò pel primo nel cortile,
-gettò le redini nelle mani di uno stalliere, e ritornò alla portiera
-a ricevere la sig.ª Danglars, alla quale offerse il braccio per
-ricondurla nei suoi appartamenti.
-
-— Che avete dunque, Erminia, disse Debray, e perchè vi sentiste tanto
-male al racconto di quella storia o piuttosto favola del conte?
-
-— Perchè dopo il pranzo ero orribilmente indisposta.
-
-— Ma no, Erminia, riprese Debray, non mi fareste creder questo. Voi,
-al contrario, eravate in ottime disposizioni quando siete giunta dal
-conte. Il sig. Danglars era alquanto sguaiato, è vero, ma so quanto
-caso facciate del suo mal’umore; qualcuno deve avervi disgustata.
-Raccontatemelo; sapete bene ch’io non soffrirò mai che vi sia fatta una
-qualche impertinenza.
-
-— V’ingannate, Luciano, ve ne assicuro, e le cose sono come vi ho
-detto; fu il cattivo umore di cui vi siete accorto, e di cui non vi
-parlai, credendo che non ne valesse la pena.
-
-Era evidente che la sig.ª Danglars trovavasi sotto l’influenza di
-una di quelle irritazioni nervose, di cui le donne spesso non possono
-render conto a sè stesse, o che, come lo aveva indovinato Debray, aveva
-provato qualche emozione nascosta che non voleva confessare ad alcuno.
-
-Da uomo assuefatto a riconoscere i vapori come uno degli elementi della
-vita femminina, non insistè più oltre, aspettando il momento opportuno
-o di nuova interrogazione, o di una confessione di _motu proprio_.
-
-Alla porta della camera la baronessa incontrò madamigella Cornelia, la
-sua cameriera di confidenza.
-
-— Che fa mia figlia? domandò la sig.ª Danglars.
-
-— Ella ha studiato tutta la sera, rispose madamigella Cornelia, quindi
-è andata a letto.
-
-— Mi sembrava però d’aver sentito suonare il piano-forte.
-
-— È madamigella Luigia d’Armilly che suona, mentre la signorina è in
-letto.
-
-— Bene, disse la sig.ª Danglars, venite a spogliarmi.
-
-Entrarono nella camera da letto, Debray si stese sopra un gran
-_canapè_, e la sig.ª Danglars passò con Cornelia nel gabinetto di
-toletta. — Mio caro Luciano, disse la sig.ª Danglars a traverso la
-portiera del gabinetto, vi lamentate sempre perchè Eugenia non vi
-indirizza la parola.
-
-— Signora, disse Luciano scherzando col cagnolino della baronessa,
-che, riconoscendo in lui la qualità d’amico di casa, aveva l’abitudine
-di fargli mille carezze, non sono il solo che le faccia simili
-recriminazioni, e credo di aver inteso Morcerf lagnarsi l’altro giorno
-con voi stessa, per non poter cavare una sola parola di bocca alla sua
-fidanzata.
-
-— È vero, disse la sig.ª Danglars, ma credo che una di queste mattine
-cambierà tutto ciò, e voi vedrete Eugenia entrare nel vostro gabinetto.
-
-— Nel mio gabinetto! da me?
-
-— Vale a dire, in quello del ministro. — E per che fare?
-
-— Per domandarvi una scrittura all’Opera. In verità non ho mai veduto
-un tale fanatismo per la musica; è cosa ridicola per una persona di
-mondo!
-
-Debray sorrise: — Ebbene! diss’egli, ch’ella venga col consenso del
-barone e col vostro, e noi le faremo questa scrittura, e procureremo
-che sia a seconda del suo merito; quantunque siamo ben poveri per
-pagare come si conviene un merito uguale al suo.
-
-— Andate, Cornelia, disse la sig.ª Danglars, io non ho più bisogno di
-voi. — Cornelia disparve, ed un momento dopo la sig.ª Danglars uscì dal
-suo gabinetto con un elegante abito da camera, e venne a sedersi presso
-a Debray.
-
-Luciano la guardò per un momento in silenzio:
-
-— Vediamo, Erminia, rispondetemi francamente: qualche cosa vi ha punto,
-n’è vero?
-
-— Niente, riprese la baronessa; — e ciò non pertanto, siccome si
-sentiva soffocare, si alzò, cercò di respirare, e andò a guardarsi in
-uno specchio. — Io sono da far paura questa sera, diss’ella. — Debray
-si alzò sorridendo per andare a tranquillare la baronessa su questo
-argomento, quando d’improvviso la porta si aprì, comparve il sig.
-Danglars; Debray si rimise a sedere. Al rumore della porta la sig.ª
-Danglars si voltò, e guardò suo marito con una meraviglia, che non si
-curò menomamente di dissimulare.
-
-— Buona sera, signora, disse il banchiere; buona sera, sig. Debray.
-— La baronessa credette senza dubbio che questa visita impreveduta
-significasse qualche cosa come il desiderio di riparare alle amare
-parole ch’erano sfuggite al barone nella giornata. Ella si armò di
-un’aria di dignità, e voltandosi verso Luciano senza rispondere a suo
-marito:
-
-— Leggetemi dunque qualche cosa, sig. Debray.
-
-Debray che per questa visita si era sulle prime alquanto inquietato,
-si rimise alla calma della baronessa, e stese la mano verso il libro
-indicato, in mezzo al quale stava un coltello di tartaruca incrostato
-d’oro.
-
-— Perdono, disse il banchiere, ma voi vi stancherete, baronessa,
-vegliando ad ora così tarda; sono le undici, ed il sig. Debray abita
-molto lontano di qui.
-
-Debray rimase preso da stupore, non perchè il tuono di Danglars non
-fosse tranquillo e gentile, ma finalmente perchè a traverso di questa
-calma e di questa gentilezza si scorgeva una certa velleità di fare,
-contro il solito, tutt’altro che favorevole alla volontà di sua moglie.
-
-La baronessa pure fu sorpresa, e manifestò la sua meraviglia con uno
-sguardo che senza dubbio avrebbe dato a pensare a suo marito, se questi
-non avesse avuto gli occhi su di un giornale, sopra cui cercava la
-chiusa della rendita.
-
-Ne risultò quindi che questo sguardo tanto fiero fu gettato in pura
-perdita, e non fece il suo effetto.
-
-— Signor Luciano, disse la baronessa, vi dichiaro che non ho la più
-piccola volontà di dormire, che ho mille cose da raccontarvi questa
-sera, e che voi passerete la notte ascoltandomi, doveste pur dormire in
-piedi.
-
-— Sono ai vostri ordini, rispose flemmaticamente Luciano.
-
-— Mio caro sig. Debray, disse a sua volta il banchiere, non vi
-uccidete, vi prego, ad ascoltare questa notte le follie della sig.ª
-Danglars, perchè le potrete ascoltare egualmente anche domani; ma
-questa sera è per me, me la riserbo e la consacrerò, se mel permettete,
-per parlare di gravi interessi con mia moglie. — Questa volta il colpo
-era tanto ben diretto, e cadeva a perpendicolo in modo, che ne rimasero
-storditi la baronessa e Luciano: entrambi s’interrogarono collo sguardo
-come per chiedersi aiuto reciproco contro quest’aggressione del padron
-di casa il quale trionfò, e la forza rimase dal lato del marito.
-
-— Non vogliate però credere che io vi scacci, mio caro Debray, continuò
-Danglars; no, niente affatto; una congiuntura imprevista mi obbliga
-questa sera ad avere una conversazione con la baronessa; ciò accade
-abbastanza di raro perchè non si abbia a conservarmi risentimento.
-
-Debray balbettò qualche parola, salutò ed uscì urtando negli angoli,
-come Natano nell’_Atalia_.
-
-— È incredibile, disse quando fu chiusa la porta, come questi mariti,
-che pur troviamo tanto ridicoli, prendano facilmente il sopravvento
-su noi! — Partito Luciano, Danglars s’istallò nel suo posto, sul
-canapè, chiuse il libro rimasto aperto, e prendendo un atteggiamento
-orribilmente pieno di pretensioni, continuò a scherzare col cagnolino.
-Ma siccome il cane, che non aveva per lui la stessa simpatia, che per
-Luciano, lo voleva mordere, lo prese per la pelle del collo, e lo inviò
-dall’altra parte della camera sopra una poltrona. L’animale traversando
-lo spazio gettò un grido; ma giunto alla sua destinazione si appiattò
-dietro un cuscino, e stupefatto da questo trattamento al quale non era
-avvezzo si mantenne muto e senza movimento.
-
-— Sapete, signore, disse la baronessa senza batter ciglio, che fate
-dei progressi! ordinariamente non eravate che rozzo; questa sera siete
-brutale.
-
-— Egli è perchè questa sera sono di maggior cattivo umore che
-d’ordinario, rispose Danglars.
-
-Erminia guardò il banchiere con sommo sdegno; ordinariamente queste
-occhiate esasperavano l’orgoglioso Danglars, ma questa sera sembrava
-appena farvi attenzione.
-
-— E che importa a me il vostro cattivo umore? rispose la baronessa
-irritata dalla impassibilità di suo marito; tali cose mi riguardan
-forse? Racchiudete i vostri cattivi umori nel vostro appartamento, o
-consegnateli ai vostri banchi, e poichè avete dei commessi che pagate,
-passate sur essi i vostri cattivi umori.
-
-— No, rispose Danglars, voi andate fuori dal diritto cammino nei vostri
-consigli, signora; per cui non li seguirò. I miei banchi sono il mio
-Pactolo, come dice, credo, Demoustier, e non voglio nè tormentarne il
-corso nè turbarne la calma. I miei commessi sono uomini onesti, che
-mi fan guadagnare la mia fortuna, e che pago a tasse infinitamente al
-di sotto di quel che meritano, se li stimo da quel che mi producono;
-non posso dunque mettermi in collera con essi; quelli contro i quali
-mi metterò in collera, sono le persone che mangiano i miei pranzi, che
-stroppiano i miei cavalli e rovinano la mia cassa.
-
-— E chi son adunque queste persone, che rovinano la vostra cassa?
-spiegatevi più chiaramente ve ne prego.
-
-— Oh! state tranquilla; se parlo enigmaticamente, non conto di
-lasciarvi lunga pezza cercare il significato delle mie parole, riprese
-Danglars, le persone che rovinano la mia cassa sono quelle che vi
-cavano 700 mila lire in un’ora.
-
-— Non vi capisco, disse la baronessa cercando di nascondere la forte
-emozione della voce, ed il rossore del viso.
-
-— Voi al contrario mi capite benissimo, disse Danglars: ma se continua
-la vostra cattiva volontà, vi dirò che ho perduto 700 mila fr. sul
-prestito spagnuolo.
-
-— Ah! disse la baronessa beffeggiandolo, son fors’io garante di questa
-perdita? — E perchè no?
-
-— È colpa mia se avete perduto settecento mila fr.?
-
-— In ogni modo non fu mia.
-
-— Una volta per sempre, signore, riprese aspramente la baronessa, vi ho
-detto di non parlarmi mai di cassa; questo è un linguaggio che non ho
-imparato nè presso i miei parenti nè nella casa del mio primo marito.
-
-— Lo credo bene, disse Danglars, non avevano un soldo nè l’uno nè
-l’altro.
-
-— Ragion di più perchè non abbia potuto imparare da essi il gergo della
-banca, che mi strazia qui le orecchie dalla mattina alla sera; questo
-rumore di scudi che si contano e ricontano m’è odioso; e non so che vi
-sia suono più disgustoso di quello, se si eccettui la vostra voce.
-
-— In verità, disse Danglars, mi riesce strano! credeva che voi
-pigliaste interessamento alle mie operazioni!
-
-— Io! e chi ha potuto farvi credere simile sciocchezza?
-
-— Voi stessa. — Ah! è curioso! — Senza dubbio.
-
-— Vorrei bene che mi faceste conoscere in quale occasione.
-
-— Oh! mio Dio! è cosa facile. Nel mese di febbraio ora scorso mi avete
-parlato per la prima dei fondi d’Haïti; avete sognato che un bastimento
-entrava nel porto d’Havre, portando la notizia che un pagamento che si
-credeva aggiornato alle calende greche, si sarebbe effettuato: conosco
-la lucidità del vostro senno; feci dunque sotto mano comprare tutte le
-polizze che ho potuto ritrovare sul debito di Haïti, ed ho guadagnato
-400 mila fr. di cui ve ne sono stati regolarmente rimessi cento. Voi
-ne avete fatto ciò che avete voluto, e questo non mi riguarda. Nel
-mese di Marzo si parlava della concessione di una strada ferrata.
-Si presentavano tre società offrendo eguali guarentigie. Voi mi
-diceste che il vostro istinto (e quantunque vi crediate estranea alle
-speculazioni, credo invece il vostro istinto molto sviluppato in certe
-materie) vi faceva credere che il privilegio sarebbe stato accordato
-alla società del mezzogiorno. Io mi sono fatto iscrivere nel medesimo
-punto per i due terzi delle azioni di questa società. Il privilegio
-le fu in realtà accordato; come lo aveva preveduto, le azioni hanno
-triplicato il loro valore, ed io ho incassato un milione, sul quale vi
-sono stati retribuiti 250 mila fr. a titolo di spillatico. Come avete
-impiegati questi 250 mila fr.? ciò non mi riguarda affatto.
-
-— E a che volete venirne, signore? gridò la baronessa fremendo di
-dispetto, e d’impazienza.
-
-— Pazienza, signora, vi giungerò. — È una fortuna!
-
-— In aprile foste a pranzo dal ministro, si parlò della Spagna, voi
-ascoltaste una segreta conversazione; si trattava dell’espulsione di
-don Carlo; io comprai dei fondi spagnuoli. L’espulsione si effettuò,
-ed il giorno in cui Carlo V ripassò la Bidassoa, io guadagnai 600 mila
-fr., e vi furono pagati mille scudi; essi erano vostri, e ne avete
-disposto a seconda della vostra fantasia, ed io non ve ne domando
-conto; ma non è men vero che voi avete ricevuto in quest’anno 500 mila
-lire.
-
-— Ebbene! in seguito? signore. — Ah! sì; in seguito! precisamente dopo
-tutto questo la cosa s’è guastata.
-
-— Voi avete certi modi di parlare... in verità...
-
-— Essi mi richiamano le mie idee, e ciò è quanto mi abbisogna... In
-seguito, fu tre giorni sono questo in seguito. Tre giorni sono adunque,
-avete parlato di politica al sig. Debray, ed avete creduto di vedere
-nelle sue parole che don Carlo era rientrato in Ispagna; allora io
-vendo le mie polizze, la notizia si spande, sorge un timor panico, non
-vendo più, regalo: la dimane si riconosce che la notizia era falsa, e
-sopra questa falsa notizia ho perduto 700 mila fr.
-
-— Ebbene? — Ebbene! da poichè vi regalo un quarto quando guadagno, mi
-dovete dunque un quarto quando perdo; il quarto di 700 mila fr. è 175
-mila fr.
-
-— Ma ciò che mi dite è una stravaganza, e non vedo in che modo
-mischiate il nome di Debray a tutta questa storia.
-
-— Perchè se mai non aveste per caso i 175 mila fr. che reclamo, li
-prendereste in prestito dai vostri amici, ed il sig. Debray ne è uno.
-
-— Finiamola! gridò la baronessa.
-
-— Oh! signora, non facciamo gesti, non facciamo drammi moderni, se
-non mi sforzerete a dirvi, che di qui vedo il sig. Debray sogghignare
-vicino ai 500 mila fr. che voi gli avete contati in quest’anno, e dire
-a sè stesso aver trovato ciò che non son potuti giungere a trovare i
-più esperti giuocatori, vale a dire una rollina ove si guadagna senza
-puntare e non si perde quando si perde.
-
-La baronessa volle irrompere: — Miserabile! diss’ella, osereste dire
-che non sapevate ciò di cui or mi fate un rimprovero?
-
-— Non vi dico che sapeva, nè vi dico che non sapeva, vi dico: osservate
-la mia condotta da quattro anni che non siete mia moglie, e che non
-sono più vostro marito, e vedrete s’ella è sempre stata consentanea con
-sè stessa. Qualche tempo prima della nostra rottura, avete desiderato
-di studiare la musica con quel famoso baritono che fece tanto incontro
-al teatro Italiano; io volli studiare il ballo con quella famosa
-ballerina che fece tanto chiasso a Londra, ciò mi costò tanto per
-voi che per me circa centomila fr.; io nulla ho detto perchè ci vuole
-l’armonia nelle famiglie; centomila fr. perchè la moglie impari a fondo
-la musica, ed il marito il ballo non è molto caro. Ben presto eccovi
-disgustata del canto, e vi vien voglia di studiare la diplomazia con
-un segretario del ministro; vi lascio studiare; poichè ciò nulla mi
-preme, quando pagate le lezioni dalla vostra cassetta; ma or m’accorgo
-che avete preso di mira la mia, e che il vostro studio mi può costare
-700 mila fr. il mese... Alto là, signora, la cosa non può andar così, o
-il diplomatico darà le sue lezioni gratuite, ed io lo tollererò, ovvero
-non metterà più piede in casa mia.
-
-— Oh! quest’è troppo; gridò Erminia soffocata.
-
-— Ma, disse Danglars, vedo con piacere che non vi siete fermata qua e
-che avete volontariamente obbedito all’assioma del codice «la moglie
-deve seguire il marito»; ma ragioniamo. Io non mi son mai mischiato dei
-vostri affari che pel vostro bene, fate voi pure altrettanto; la mia
-cassa, voi dite che non vi riguarda? sia, ma operate colla vostra; e
-non empite, nè vuotate la mia. D’altra parte chi sa che ciò non sia un
-colpo di stiletto politico? che il ministro furioso di vedermi nella
-opposizione, e geloso delle simpatie popolari che mi suscito, non se
-la intenda col sig. Debray; chi ha mai veduto una notizia telegrafica
-falsa, cioè l’impossibile, o il quasi impossibile; dei segnali affatto
-diversi dati dagli ultimi telegrafi? ciò senza dubbio è stato fatto
-espressamente per me.
-
-— Signore, disse umilmente la baronessa, voi non ignorate che
-quest’impiegato è stato scacciato, e sarebbe stato chiamato in giudizio
-se non si fosse salvato con la fuga, il che prova la sua follia, o la
-sua reità; quest’è un errore.
-
-— Sì, che fa ridere gli stupidi, che fa passare una cattiva notte al
-ministero, che fa coprir di nero molta carta ai segretarii di Stato; ma
-che a me costa 700 mila fr.
-
-— Ma, signore, disse d’improvviso Erminia, poichè tutto ciò deriva
-a quanto sembra dal sig. Debray, perchè invece di dirlo a lui
-direttamente, lo dite a me?
-
-— Conosco forse il sig. Debray? io! lo voglio forse conoscere, voglio
-forse sapere se dà consigli; li seguo forse? arrischio? voi fate tutto
-questo; non io.
-
-— Mi sembra però che dal momento che ne profittate...
-
-Danglars si strinse nelle spalle: — Sono le gran pazze creature queste
-donne che si credono geni, perchè hanno saputo condurre una diecina
-d’intrighi in modo da non essere affisse a tutte le cantonate di
-Parigi! Ma pensate dunque, se aveste nascoste le vostre sregolatezze
-allo stesso vostro marito, che è l’_a b c_ dell’arte, perchè la maggior
-parte del tempo i mariti non vogliono vedere, ciò non pertanto non
-sareste meno una pallida copia di ciò che fanno la metà delle vostre
-amiche, le donne di mondo. Ma non è così per me. Io ho veduto, ed
-ho veduto sempre, in 16 anni circa, voi forse mi avrete nascosto un
-pensiero, ma non una dimostrazione, non un atto, uno sbaglio; mentre
-che, dal vostro canto, vi applaudivate della vostra furberia, e
-credevate fermamente d’ingannarmi; che cosa ne risultò? Che mercè la
-mia pretesa ignoranza, dal sig. de Villefort fino al sig. Debray, non
-vi fu mai uno dei vostri amici, che non tramasse avanti a me. Non ve ne
-fu uno che non mi trattasse da padron di casa, mia unica pretensione
-presso voi; finalmente non ve ne fu uno che abbia osato dirvi di me,
-ciò che ve ne dico io stesso in questa sera. Io vi permetto di rendermi
-odioso, ma v’impedirò di rendermi ridicolo: ed in particolare vi
-proibisco positivamente, e sopra ogni altra cosa, di rovinarmi.
-
-Fino al momento in cui fu pronunziato il nome di Villefort, la
-baronessa aveva sostenuta una ferma apparenza; ma a questo nome
-era impallidita, ed alzandosi come mossa da uno scatto, aveva stese
-le braccia come per scongiurare una apparizione, e fatti tre passi
-verso suo marito, come per istrappargli la fine del segreto che non
-conosceva, o che forse, per qualche odioso secondo fine, come presso a
-poco lo erano tutti quei di Danglars, non voleva lasciarsi sfuggire.
-
-— Sig. de Villefort! che significa ciò? disse la baronessa.
-
-— Vuol significare, riprese Danglars che il sig. de Nargonne, vostro
-primo marito, non essendo nè un filosofo nè un banchiere, e forse
-essendo l’uno e l’altro, e vedendo che non v’era da cavare alcun
-partito da un procuratore del Re, è morto dal dispiacere e dalla
-collera... Ma io sono brutale; non solamente lo so, ma me ne vanto;
-è uno dei miei espedienti nelle mie speculazioni commerciali; perchè
-invece di ammazzare, si è fatto ammazzare egli stesso? Perchè non
-aveva una cassa da salvare, ma io mi devo conservare per la mia
-cassa. Il sig. Debray, mio socio, mi ha fatto perdere 700 mila fr.;
-che egli sopporti la sua porzione di perdita, e noi continueremo i
-nostri affari, se no, mi si dichiari fallito per questi 175 mila fr.,
-e sparisca. Eh! mio Dio! è un grazioso giovine, lo so, quando le sue
-notizie sono esatte; ma quando esse nol sono, ve ne sono cinquanta al
-mondo che valgono più di lui.
-
-La sig.ª Danglars era atterrita, pure fece un estremo sforzo per
-rispondere a questo ultimo assalto. Essa cadde sopra un seggio pensando
-a Villefort, alla scena del pranzo, a quella strana serie di disgrazie
-che da qualche giorno piombavano una dopo l’altra sulla sua casa, e
-convertivano in iscandalosi dibattimenti la perfetta calma della sua
-famiglia. Danglars non la guardò neppure, quantunque ella facesse tutto
-quel che poteva per isvenire. Egli aprì la porta della camera da letto
-senza aggiungere alcun’altra parola, e ritornò nel suo appartamento; di
-modo che la sig.ª Danglars, rinvenendo dal suo _semi-svenimento_, potè
-credere ch’ella aveva soltanto fatto un cattivo sogno.
-
-
-
-
-LXV. — DISEGNI DI MATRIMONIO.
-
-
-Il giorno seguente, nell’ora che Debray era solito di scegliere per
-venire a fare una piccola visita alla sig.ª Danglars nell’andare al
-suo ufficio, il suo _coupé_ non apparve nel cortile. In quell’ora, cioè
-mezz’ora dopo mezzogiorno, la sig.ª Danglars ordinò la sua carrozza ed
-uscì. Danglars, posto dietro una tenda, aveva spiato questa uscita che
-aspettava, dette l’ordine d’essere avvisato tosto che fosse ritornata
-la signora, ma alle due non era ancora rientrata.
-
-Alle due domandò i suoi cavalli, si portò alla _Camera_, e si fece
-inscrivere per parlare contro il _preventivo delle spese_. Da mezzo
-giorno alle due, Danglars era rimasto nel suo gabinetto dissigillando
-dispacci, e diventando ognor più tetro, ammassando cifre, e ricevendo
-visite, tra le altre quella del maggiore Cavalcanti, che si presentò
-nell’ora annunziata il giorno avanti per terminare il suo affare col
-banchiere. Uscendo dalla _Camera_, Danglars, che aveva dati molti segni
-di grande agitazione durante la seduta, e che sopra tutto era stato
-più acerbo che mai contro il ministero risalì in carrozza, ed ordinò al
-cocchiere di condurlo all’ingresso dei Campi-Elisi n. 30. Monte-Cristo
-era in casa; soltanto era con uno, e pregava Danglars di aspettarlo un
-momento nel salone. Mentre il banchiere aspettava, la porta si aprì, e
-vide entrare un uomo vestito da abate che invece d’aspettare come lui,
-più familiare di lui senza dubbio nella casa, lo salutò, ed entrando
-nell’interno degli appartamenti, disparve. Un momento dopo, la porta
-per la quale era entrato il prete, si riaprì, e comparve Monte-Cristo.
-
-— Perdono, diss’egli, caro barone, ma uno dei miei buoni amici, l’abate
-Busoni che avete potuto veder passare, è giunto a Parigi; era molto
-tempo che eravam divisi, e non ho avuto il coraggio di lasciarlo
-subito; spero che in favore della causa mi scuserete di avervi fatto
-aspettare.
-
-— Come, disse Danglars, è cosa semplicissima, sono io che ho scelto
-male il momento, e mi ritiro.
-
-— Niente affatto, anzi al contrario sedetevi. Ma, buon Dio! mi avete
-un aspetto molto pensieroso; in verità mi spaventate; un capitalista
-afflitto è come una cometa, presagisce sempre qualche gran disgrazia al
-mondo.
-
-— Io ho, mio caro signore, che la cattiva fortuna pesa su me da
-qualche giorno, e che non ricevo che sinistre notizie. — Ah! mio Dio!
-avete forse avuto qualche altra ricaduta alla borsa? — No, ne sono
-guarito, almeno per qualche giorno. Si tratta semplicemente per me
-di un fallimento a Trieste. — Davvero? Il banchiere fallito sarebbe
-forse Jacopo Manfredi? — Precisamente! Un uomo che ogni anno, non so
-per quanto tempo, faceva meco affari per otto, 900 mila fr. Mai uno
-sbaglio, mai un ritardo; un uomo allegro che pagava come un principe.
-Mi metto in credito di un milione con lui, ed il mio diavolo non vuole
-che Jacopo Manfredi sospenda i pagamenti?
-
-— Davvero? — È una fatalità inaudita. Tiro sopra lui 600 mila lire
-che ritornano senz’essere pagate, e di più sono ancora possessore di
-altre 400 mila lire di cambiali firmate da lui, e pagabili alla fine
-del corrente dal suo corrispondente di Parigi, siamo ai 30, mando a
-riscuoterle... ah! sì! il corrispondente è sparito. Col mio affare di
-Spagna, ciò mi fa una bella fine di mese.
-
-— Ma è veramente una perdita il vostro affare di Spagna?
-
-— Certamente, nient’altro che 700 mila fr.
-
-— Come diavolo avete mai fatto un simile errore?
-
-— Eh! è stata colpa di mia moglie. Ella ha sognato che don Carlo era
-ritornato in Spagna; ella crede ai sogni. È magnetismo, dic’ella, e
-quando sogna una cosa, questa cosa, per quanto essa assicura, deve
-infallibilmente accadere. Su questa convinzione io le permetto di
-arrischiare; ella ha la sua cassetta, ed il suo agente di cambio, ella
-rischia, ed ella perde. È vero che non è mio denaro, ma suo quello
-con cui si arrischia; però non importa, capirete che quando escono 700
-mila fr. dalla cassetta della moglie, il marito se ne accorge sempre
-alcun poco. Come! non sapevate ciò? Ma la cosa ha fatto pure un enorme
-romore.
-
-— È vero, ne aveva inteso parlare, ma non ne sapeva i particolari; e
-poi non si può essere più ignoranti di me in questi affari di borsa. —
-E voi non arrischiate mai?
-
-— Io? e come volete che arrischi se ho già tanti incomodi per tenere
-in regola le mie rendite? sarei forzato, oltre il mio intendente, di
-prendere ancora un commesso ed un cassiere. Ma a proposito di Spagna,
-mi sembra che la baronessa non avesse del tutto sognato la rientrata di
-Don Carlo. I giornali non hanno detto qualche cosa su questo argomento?
-— Voi dunque credete ai giornali? — Io? niente affatto; ma mi sembrava
-che questo onesto _Messager_ facesse eccezione alla regola, e non
-annunziasse che le notizie certe, e le notizie telegrafiche. — Ebbene!
-ecco ciò che è inesplicabile, riprese Danglars; appunto la rientrata di
-don Carlo era una notizia telegrafica. — Dimodochè, disse Monte-Cristo,
-in questo mese perdete circa un milione e 700 mila fr. — Non è circa, è
-precisamente la somma che perdo.
-
-— Diavolo! per una fortuna di terz’ordine, disse Monte-Cristo, questo
-è un brutto colpo. — Di terz’ordine! disse Danglars, che diavolo
-intendete di dire?
-
-— Senza dubbio, continuò Monte-Cristo, io faccio tre categorie sulle
-fortune: fortune di primo ordine, fortune di secondo ordine, fortune di
-terzo ordine: chiamo fortune di primo ordine quelle che si compongono
-di tesori che si hanno sotto le mani, le terre, le miniere, le rendite
-sui grandi stati come la Francia, l’Austria, e l’Inghilterra, purchè
-questi tesori, queste miniere, queste rendite formino un totale di
-un centinaio di milioni! chiamo fortune di second’ordine le imprese
-manifatturiere, le imprese di associazione, i vice-reami, i principati
-che non sorpassano un milione e cento mila fr. di rendita, il tutto
-formante un capitale di un 500 milioni; finalmente, chiamo fortune di
-terzo ordine, i capitali fruttiferi per interessi composti, i guadagni
-dipendenti dall’altrui volontà, o dalle combinazioni della sorte che
-un fallimento scomoda, ed una notizia telegrafica rovina! le banche, le
-speculazioni eventuali, le operazioni sottomesse a quelle combinazioni
-della fatalità, che si potrebbe chiamare forza minatrice, paragonandola
-alla maggiore che è la forza naturale, il tutto formante un capitale
-fittizio, o reale di un 15 milioni circa. Non è questa la vostra
-posizione?
-
-— Ma diavolo! sì, rispose Danglars.
-
-— Ne risulta che con sei finali di mese come questa, continuò
-imperturbabilmente Monte-Cristo, una casa di terzo ordine si troverebbe
-all’agonia. — Oh! disse Danglars con un sorriso molto pallido, come vi
-ci trasportate!
-
-— Mettiamo sette mesi, replicò Monte-Cristo nel medesimo tuono. Ditemi:
-avete mai pensato qualche volta che sette volte un milione e 700 mila
-fr. fanno 12 milioni circa?... no?... ebbene! avete ragione, perchè con
-simili riflessioni, non si impegnerebbero mai i propri capitali, che
-sono per l’uomo finanziere ciò che è la pelle all’uomo incivilito. Noi
-abbiamo i nostri abiti più o meno sontuosi, questo è il nostro credito!
-ma quando l’uomo muore non ha che la pelle! di modo che uscendo dagli
-affari non avete il vostro capitale reale, 5 o 6 milioni al più!
-poichè le fortune di terzo ordine non rappresentano che il terzo o il
-quarto delle loro apparenze, come la locomotiva della strada ferrata
-non è sempre in mezzo al fumo che l’inviluppa e l’ingrandisce, che una
-macchina più o meno forte. Ebbene, su questi 5, o 6 milioni che formano
-il vostro attivo reale, ne avete perduti circa due, che diminuiscono
-d’altrettanto la vostra fortuna fittizia, o il vostro credito! vale
-a dire mio caro Danglars, che la vostra pelle è stata aperta da una
-sanguisuga che replicata quattro volte porterebbe la morte. Eh! eh!
-fate attenzione. Avete bisogno di danaro? volete che ve ne presti?
-
-— Come siete mai cattivo calcolatore! gridò Danglars chiamando in suo
-soccorso tutta la filosofia, e tutta la dissimulazione dell’apparenza!
-a quest’ora il danaro è già rientrato nel mio scrigno con altre
-speculazioni che sono riuscite. Il sangue esce per i salassi, e rientra
-colla nutrizione: ho perduto una battaglia in Spagna, sono stato
-battuto a Trieste, ma la mia armata navale delle Indie avrà preso
-qualche galeone, i miei pionieri del Messico avranno scoperto qualche
-miniera.
-
-— Benissimo! benissimo! ma la cicatrice resta, ed alla prima perdita si
-riaprirà.
-
-— No, perchè io cammino sulle certezze, continuò Danglars, colla
-facondia giocosa del ciarlatano (il cui stato è di innalzare il suo
-credito) per rovesciare il mio credito bisognerebbe che crollassero tre
-governi.
-
-— Diavolo! ciò si è veduto. — Che la terra manchi di raccolto. —
-Ricordatevi le sette vacche grasse, e le sette vacche magre. — O che il
-mare si ritirasse come ai tempi di Faraone; e poi vi sono molti mari,
-ed i miei vascelli ne rimarrebbero liberi per fare le loro carovane.
-
-— Tanto meglio, caro sig. Danglars, disse Monte-Cristo, ed io vedo che
-mi ero sbagliato, e che voi rientrate nelle fortune di secondo ordine.
-
-— Credo di potere aspirare a questo onore, disse Danglars con uno di
-quei sorrisi composti che facevano a Monte-Cristo l’effetto di una
-di quelle lune impiastricciate, di cui i cattivi pittori intonacano
-le loro rovine; ma giacchè siamo a parlare d’affari, soggiunse egli
-contento di ritrovare questo mezzo di cambiare la conversazione, ditemi
-dunque un poco ciò che io posso fare per il sig. Cavalcanti.
-
-— Dargli del danaro, se egli ha su voi un credito che vi sembri buono.
-
-— Eccellente! si è presentato questa mattina con una cambiale di 40
-mila fr. pagabile a vista sopra di voi, firmata Busoni, e rimandata
-da voi a me colla vostra girata! capirete che io gli ho contati sul
-momento 40 biglietti quadrati.
-
-Monte-Cristo fece un segno di testa che indicava la sua adesione.
-
-— Ma ciò non è tutto, continuava Danglars; egli ha aperto a suo figlio
-un credito sopra di me.
-
-— E quanto, se non è indiscretezza, ha assegnato al giovine? — Cinque
-mila fr. il mese.
-
-— Sessanta mila fr. l’anno. Io ne dubitava, disse Monte-Cristo alzando
-le spalle, sono veri spilorci i Cavalcanti. Che può fare un giovine con
-5 mila fr. il mese?
-
-— Ma capirete che se il giovine ha bisogno di qualche mille franchi di
-più...
-
-— Non ne fate niente, il padre ve li lascerebbe in conto vostro; non
-conoscete tutti questi milionarii oltramontani: sono veri Arpagoni. E
-da chi gli è stato aperto il credito?
-
-— Oh! dalla casa Fenzi, una delle migliori di Firenze.
-
-— Non voglio dire che perderete, tanto vale, ma tenete i vostri conti
-nei stretti limiti della lettera.
-
-— Non avreste dunque fiducia in questi Cavalcanti?
-
-— Darei loro dieci milioni sulla loro firma. La loro fortuna entra in
-quelle di second’ordine di cui or vi parlava.
-
-— È tanto semplice che lo avrei preso per un maggiore, niente di più.
-
-— E voi gli avreste fatto onore, perchè avete ragione, egli non paga di
-apparenza. Quando l’ho veduto per la prima volta mi ha fatto l’effetto
-di un sotto tenente ammuffito sotto la spallina.
-
-— Il giovine è migliore, disse Danglars.
-
-— Sì, forse un po’ timido; ma in sostanza mi è sembrato conveniente. Io
-ne era un poco inquieto.
-
-— E perchè? — Perchè voi lo avete veduto da me quasi al suo ingresso
-nel mondo, per quanto almeno mi è stato detto. Egli ha viaggiato con un
-precettore severissimo, e non era mai venuto a Parigi.
-
-— Tutti questi Italiani di distinzione hanno l’abitudine d’imparentarsi
-fra di loro, n’è vero? dimandò negligentemente Danglars, essi amano di
-accumulare le loro fortune.
-
-— D’ordinario fan così, è vero; ma Cavalcanti è un originale che non
-fa niente come gli altri. Nessuno mi torrà l’idea, che abbia mandato in
-Francia suo figlio perchè vi ritrovi moglie.
-
-— Lo credete? — Ne son sicuro. — Ed avete inteso parlare della sua
-fortuna? — Non si parla che di ciò, se non che gli uni accordano loro
-dei milioni, gli altri pretendono che non posseggano un paolo. — E la
-vostra opinione?
-
-— Non bisogna farvi sopra alcun fondamento essendo del tutto personale.
-— Ma in fine...
-
-— La mia opinione è che tutti questi vecchi potestà, tutti questi
-antichi condottieri, poichè questi Cavalcanti hanno comandato degli
-eserciti, hanno comandato delle province; la mia opinione, diceva, è
-che essi han seppellito dei milioni in luoghi conosciuti soltanto dai
-loro antenati, e che fan conoscere ai loro primogeniti di generazione
-in generazione, e la prova si è che essi sono tutti gialli e secchi
-come i loro fiorini dei tempi della repubblica, di cui conservano il
-riverbero a forza di guardarli.
-
-— Perfettamente disse Danglars, e ciò è tanto vero in quando che non si
-sa che abbiano un palmo di terreno.
-
-— Almeno molto poco; non conosco ai Cavalcanti che il solo palazzo che
-hanno in Lucca.
-
-— Ah! hanno un palazzo? disse ridendo Danglars; ciò è già qualche cosa.
-
-— Sì, ed anche lo danno in fitto al ministero delle finanze, mentre che
-egli abita in una casetta. Oh! ve l’ho già detto; credo il buon uomo
-avaro.
-
-— Andiamo, andiamo; voi non l’adulate punto.
-
-— Ascoltate, lo conosco appena; credo di averlo veduto tre volte
-in vita mia; ciò che ne so, è per parte dell’abate Busoni, e da
-lui stesso; egli mi parlava questa mattina dei suoi progetti sopra
-suo figlio, e mi lasciava travedere che stanco di veder dormire dei
-capitali considerevoli in Italia, vorrebbe trovare un mezzo, sia in
-Francia, sia in Inghilterra di far fruttare i suoi milioni: ma notate
-bene che, quantunque io abbia la più gran fiducia nell’abate Busoni
-personalmente, non rispondo di niente.
-
-— Non importa, grazie del cliente che mi avete procurato; questo è
-un gran bel nome da iscrivere sui miei registri, e il mio cassiere,
-al quale ho spiegato ciò che erano i Cavalcanti, ne va superbo. A
-proposito, e questa è una semplice spiegazione al _turista_, quando
-questi personaggi dan moglie ai loro figli gli assegnano alcuna dote?
-
-— Eh! mio Dio! cioè, secondo: ho conosciuto un principe italiano ricco
-come una miniera d’oro, uno dei primi nomi della Toscana, che quando i
-figli si ammogliavano a suo genio, loro assegnava dei milioni, e quando
-contro il suo beneplacito, si contentava di assegnar loro una rendita
-di 30 scudi il mese. Ammettiamo che Andrea si ammogli secondo le vedute
-di suo padre, allora gli assegnerà forse uno, due, tre milioni. Se ciò
-fosse colla figlia di un banchiere, per esempio, forse prenderebbe un
-interesse nella casa del suocero di suo figlio; poi supponete a lato
-di ciò che la nuora gli dispiacesse; buona notte, il padre Cavalcanti
-mette la mano sulla chiave dello scrigno, dà un doppio giro alla
-serratura, ed ecco maestro Andrea obbligato a vivere come un figlio di
-famiglia Parigino segnando le carte, o giuocando a dadi falsi.
-
-— Questo giovine ritroverà una principessa Bavarese o Peruviana; egli
-vorrà una corona chiusa, un _Eldorado_ traversato dalla _Potosa_.
-
-— No; tutti questi gran signori dall’altra parte dei monti sposano
-frequentemente delle semplici mortali. Ma perchè mi fate tutte queste
-domande, caro sig. Danglars, avete forse intenzione di collocare
-Andrea?
-
-— In fede mia non mi sembrerebbe una cattiva speculazione; io sono
-uno speculatore. — Ma non con madamigella Danglars; io presumo non
-vorrete fare scannare questo povero Andrea da Alberto? — Alberto, disse
-Danglars, alzando le spalle; ah sì, bene! egli se ne cura ben poco!
-
-— Ma egli è fidanzato a vostra figlia, credo?
-
-— Cioè il sig. de Morcerf ed io abbiamo qualche volta parlato di questo
-matrimonio, ma la sig.ª de Morcerf ed Alberto...
-
-— Non mi direte che questo non è un buon _partito_?
-
-— Eh! eh! madamigella Danglars vale bene un Morcerf, mi sembra! — La
-dote di madamigella Danglars sarà bella in fatto, e non ne dubito,
-particolarmente se il telegrafo non fa più nuove pazzie. — Oh! non è
-soltanto la dote... ma a proposito ditemi dunque? — E che? — Per qual
-motivo non avete invitato al vostro pranzo Morcerf e la sua famiglia?
-
-— Lo aveva già fatto, ma egli mi ha addotto un viaggio a Dieppe colla
-sig.ª de Morcerf, alla quale è stato raccomandato di respirare l’aria
-di mare.
-
-— Sì, sì, disse Danglars ridendo, essa le deve far bene.
-
-— E perchè? — Perchè è l’aria che ha respirato nella sua gioventù. —
-Monte-Cristo lasciò cadere l’epigramma senza mostrare d’avervi fatta
-attenzione. — Ma finalmente, disse il conte, se Alberto non è così
-ricco come madamigella Danglars, non potete però negare che non porti
-un bel nome? — Sia, ma io amo altrettanto il mio, disse Danglars.
-
-— Certamente il vostro nome è popolare, ed ha ornato il titolo di cui
-si è creduto onorarlo; ma siete un uomo troppo intelligente per non
-aver compreso che, per alcuni pregiudizi troppo profondamente radicati
-per poterli svellere, una nobiltà di cinque secoli vale molto più di
-una nobiltà di venti anni.
-
-— Ed ecco precisamente il perchè, disse Danglars con un sorriso che si
-sforzava di rendere sardonico, ecco perchè io preferirei il sig. Andrea
-Cavalcanti ad Alberto de Morcerf.
-
-— Ma ciò non ostante credo, disse Monte-Cristo, che i Morcerf non la
-cedano ai Cavalcanti?
-
-— I Morcerf!... sentite, mio caro conte, siete un galantuomo, n’è vero?
-— Io credo. — E di più conoscitore dei blasoni? — Un poco. — Ebbene!
-guardate il colore del mio; esso è più solido di quello del blasone di
-Morcerf.
-
-— E perchè? — Perchè, se io non sono barone di nascita, almeno mi
-chiamo Danglars. — E poi? — Mentre che egli non si chiama Morcerf. —
-Come! egli non si chiama Morcerf? — Niente affatto. — Eh! via dunque! —
-Io da qualcuno sono stato fatto barone, di modo che lo sono; egli si è
-fatto conte da sè, per cui non lo è. — Impossibile!
-
-— Ascoltate mio caro conte, continuò Danglars, il sig. de Morcerf è mio
-amico, o piuttosto una mia conoscenza di trent’anni; sapete che faccio
-buon mercato dei miei stemmi, poichè non ho mai dimenticato da dove
-sono partito.
-
-— Questa è una pruova, disse Monte-Cristo, o di una grande umiltà, o di
-un grande orgoglio.
-
-— Ebbene! quando era semplice commesso, Morcerf era semplice pescatore.
-— E allora si chiamava? — Fernando.
-
-— Senz’altro? — Fernando Mondego. — Ne siete sicuro? — Per bacco! Mi
-ha venduto abbastanza pesce perchè lo conosca. — Allora perchè volevate
-dargli vostra figlia?
-
-— Perchè Fernando e Danglars erano due nobili, due ricchi, due
-fortunati di fresca data, in fondo uno valeva l’altro, se si eccettuino
-alcune cose che si sono dette di lui, e che non si sono mai potute dire
-di me.
-
-— Che dunque? — Niente. — Ah! sì, ora capisco; ciò che mi dite mi
-rinfresca la memoria a proposito del nome di Fernando Mondego. Ho
-inteso pronunciare questo nome in Grecia. — A proposito dell’affare di
-Alì-Pascià? — Precisamente. — Ecco il mistero, riprese Danglars, e vi
-confesso che avrei pagato molto per iscoprirlo.
-
-— Non era difficile, se ne aveste avuta gran volontà.
-
-— Ed in che modo? — Senza dubbio avrete qualche corrispondente in
-Grecia? — Per bacco!
-
-— A Giannina?
-
-— Ne ho da per tutto.
-
-— Ebbene, scrivete al vostro corrispondente di Giannina, e domandategli
-qual parte ha fatta nella catastrofe di Alì-Tebelen un francese
-chiamato Fernando.
-
-— Avete ragione! gridò Danglars alzandosi con vivacità, scriverò oggi
-stesso. — Fatelo. — Vado a scrivere.
-
-— E se avete qualche notizia scandalosa...
-
-— Ve la comunicherò.
-
-— Mi farete un piacere
-
-Danglars si slanciò fuori dell’appartamento, e non fece che un balzo
-fino alla sua carrozza.
-
-
-
-
-LXVI. — Il GABINETTO DEL PROCURATOR DEL RE.
-
-
-Lasciamo il banchiere ritornare a gran trotto e seguiamo la sig.ª
-Danglars nella sua escursione: ella mezz’ora dopo mezzo giorno, aveva
-ordinati i cavalli, ed era uscita in carrozza. Si diresse dalla parte
-del sobborgo San Germano, prese la strada della Senna, e fece fermare
-al passaggio del Ponte-nuovo, ivi discese, e traversò il passaggio.
-Era vestita con molta semplicità, come si conviene ad una donna di buon
-genere che esce la mattina. In Strada Génégaud, montò in una vettura da
-nolo indicando come termine della sua corsa la strada Harlay. Appena
-entrata in carrozza, levò di saccoccia un velo nero molto fitto,
-che attaccò al suo cappello di paglia; quindi si rimise il cappello
-in testa, e vide con piacere, guardandosi in un piccolo specchio
-tascabile, che non si poteva discernere di lei che la pelle bianca,
-e la pupilla scintillante. La carrozza prese pel Ponte-nuovo ed entrò
-per la piazza Dauphine nel cortile di Harlay; fu pagata nell’aprire la
-portiera, e la sig.ª Danglars, slanciandosi verso la scala, che salì
-con leggerezza, giunse ben presto alla sala dei _Passi-Perduti_. Quella
-mattina v’erano molti affari, ed ancora molta più gente affaccendata al
-Palazzo.
-
-Le persone affaccendate non guardano molto le donne; la sig.ª Danglars
-traversò adunque la sala senz’essere osservata più di altre dieci donne
-che stavano ad aspettare i loro avvocati.
-
-Vi era folla nell’anticamera del sig. de Villefort, ma la sig.ª
-Danglars non ebbe neppure il bisogno di pronunciare il suo nome; tosto
-che apparve, un usciere si alzò, venne a lei, le chiese se fosse la
-persona a cui il sig. procuratore del Re aveva dato convegno, e sulla
-sua risposta affermativa, la condusse, per un corridoio riservato,
-nel gabinetto del sig. de Villefort. Il magistrato, seduto sopra
-un seggio, scriveva tenendo le spalle voltate alla porta; la intese
-aprirsi, e l’usciere pronunciare queste parole: «Entrate, signora.» La
-porta si rinchiuse senza che avesse fatto il più piccolo movimento;
-ma tosto che sentì allontanarsi il rumore dei passi dell’usciere, si
-voltò prestamente, mise il catenaccio, tirò le tende, e visitò tutti
-gli angoli del gabinetto. Quindi, allorchè ebbe acquistata la certezza
-che non poteva essere nè veduto nè udito da alcuno: — Grazie, signora,
-diss’egli, grazie della vostra esattezza. — E le offrì una sedia che la
-sig.ª Danglars accettò, perchè il cuore le batteva tanto fortemente che
-si sentiva vicino a soffocare.
-
-— Ecco, disse il procuratore del Re sedendo egli pure, e facendo
-descrivere un mezzo cerchio al suo seggio in modo da trovarsi
-dirimpetto alla sig.ª Danglars, ecco passato ben lungo tempo, signora,
-che non ho avuto la fortuna di parlare da solo con voi, e con mio
-sommo dispiacere ci ritroviamo per intavolare una conversazione molto
-dolorosa.
-
-— Ciò non pertanto, signore, avete veduto che sono venuta, quantunque
-questa conversazione debba riuscire assai più dolorosa per me che per
-voi.
-
-Villefort sorrise amaramente: — È dunque vero, disse egli rispondendo
-piuttosto al proprio pensiero che alle parole della sig.ª Danglars,
-che tutte le nostre azioni lasciano le loro tracce, le une tetre, le
-altre luminose nel nostro passato? È dunque vero che tutti i passi
-della nostra vita rassomigliano all’andamento del rettile sulla sabbia
-e fanno un solco? Ahimè! per molti questo solco è quello delle loro
-lagrime.
-
-— Signore, voi comprendete la mia emozione, n’è vero? disse la sig.ª
-Danglars, abbiatemi dunque dei riguardi, ve ne prego. Questa camera
-entro cui sono passati tanti colpevoli tremanti e vergognosi, questo
-seggio su cui mi sto a mia volta vergognosa e tremante!... Oh! io ho
-bisogno di tutta la mia ragione per non vedere in me una donna molto
-colpevole, ed in voi un giudice minaccioso.
-
-Villefort scosse la testa, e mandò un sospiro:
-
-— Ed io dico a me stesso; che il mio posto non è sul seggio del
-giudice, ma sul banco dell’accusato.
-
-— Voi? disse la sig.ª Danglars maravigliata. — Sì, io.
-
-— Credo che per parte vostra, signore, il vostro puritanismo esageri
-la situazione, disse la sig.ª Danglars, il cui bell’occhio si illuminò
-di un fuggitivo fulgore. Questi solchi di cui parlavate or ora, sono
-stati tracciati da tutta la gioventù ardente. Nel fondo delle passioni,
-al di là dei piaceri, vi è sempre un poco di rimorso; è perciò che
-l’Evangelo, questa eterna risorsa degl’infelici, ha dato per conforto
-a noi povere donne l’ammirabile parabola della giovane peccatrice, e
-della donna adultera. Così, ve lo confesso, riportandomi ai delirii
-della mia gioventù, qualche volta penso che Dio me li perdonerà, poichè
-se essi non possono trovare scusa, troveranno mercede in compenso dei
-patimenti sofferti dopo; ma voi, che avete a temere di tutto ciò, voi
-altri uomini, che il mondo scusa, e che lo scandalo nobilita?
-
-— Signora, replicò Villefort, mi conoscete, non sono un ipocrita, o
-almeno non faccio l’ipocrita, senza qualche ragione. Se la mia fronte
-è severa, i molti infortunii l’offuscarono; se il mio cuore si è
-petrificato, è stato per poter sopportare i cozzi che ha ricevuto: non
-era così nella mia gioventù, non era così nella sera dei miei sponsali,
-quando eravamo tutti assisi intorno ad una tavola della strada _Cours_
-a Marsiglia. Ma da quel tempo tutto si è cambiato in me, ed intorno
-a me. La mia vita si è consumata a perseguire cose difficili, e ad
-infrangere nelle difficoltà tutti coloro che, volontariamente, o
-involontariamente, per determinata intenzione o per caso s’incontrarono
-sul mio sentiero a suscitarmi difficoltà. È difficile che ciò che si
-desidera ardentemente, non sia conteso ardentemente da coloro i quali
-han voluto ottenerlo, o dai quali si tenta strapparlo. Così, la maggior
-parte delle cattive azioni degli uomini sono venute loro incontro,
-mascherate dalle sembianze della necessità; quindi commessa la cattiva
-azione in un momento d’esaltazione, di timore, o di delirio, si vede
-che si sarebbe potuto passarle vicino evitandola. Il mezzo che sarebbe
-stato buono da impiegarsi, e che non si è veduto, ciechi che s’era,
-si presenta ai nostri occhi facile e semplice, e dite a voi stessi: «E
-come mai non ho fatto questo, invece di fare quest’altro?» Voi donne,
-al contrario, ben difficilmente siete tormentate dai rimorsi, perchè
-raramente la risoluzione viene da voi; le vostre sventure vi sono quasi
-sempre imposte, i vostri sbagli son quasi sempre i delitti degli altri.
-
-— In ogni modo, signore, convenitene, se ho commesso un errore, rispose
-la sig.ª Danglars, sia ancora stato personale, ieri sera ne ho ricevuto
-una severa punizione.
-
-— Povera donna! disse Villefort stringendole la mano, troppo severa per
-le vostre forze, perchè per due volte poco vi è mancato a soccombere,
-e pure... deggio io dirvelo?... raccogliete tutto il vostro coraggio,
-perchè non siete ancora alla fine.
-
-— Mio Dio! che vi è dunque ancora?
-
-— Non vedete che il passato, signora, certamente è tetro, ebbene
-figuratevi un avvenire... spaventoso certamente... sanguinoso forse!...
-— La baronessa conosceva la calma di Villefort, essa fu così spaventata
-dalla sua esaltazione, che aprì la bocca per gridare, ma il grido le si
-estinse in gola. — E come mai è risorto questo terribile passato, gridò
-Villefort; come mai dal fondo della tomba, dal fondo dei nostri cuori
-ove dormiva, è uscito come fantasma, per far impallidire le nostre
-guance ed arrossir le nostre fronti?
-
-— Ahimè! diss’Erminia, senza dubbio il caso!
-
-— Il caso! riprese Villefort, no, no, non è il caso!
-
-— Ma sì, non fu una combinazione fatale, non è stato il caso che
-ha operato tutto ciò? Non fu per caso che il conte di Monte-Cristo
-ha comprata quella dimora? non fu per caso ch’egli fece scavare la
-terra? non fu per caso finalmente che quel disgraziato fanciullo fu
-dissotterrato ai piedi di quell’albero? Povera ed innocente creatura!
-nata da me, cui non ho mai potuto dare un bacio, ma per la quale ho
-sparso tante lagrime! Ah! il mio cuore è volato per intero incontro
-al conte, quando ha parlato di questa cara spoglia ritrovata sotto i
-fiori.
-
-— Ebbene! no, signora, ecco quanto avevo di terribile a dirvi, rispose
-Villefort con sorda voce, non si è trovata alcuna spoglia sotto i
-fiori, no, non vi è stato alcun fanciullo dissotterrato; no, non
-bisogna piangere, no non bisogna gemere, bisogna tremare.
-
-— Che volete dire? gridò la sig.ª Danglars rabbrividendo.
-
-— Voglio dire, che il sig. di Monte-Cristo nello scavare ai piedi
-di quell’albero, non ha potuto trovare nè scheletro di fanciullo, nè
-ferramenti di cassetta, perchè sotto a questi alberi non v’era nè l’uno
-nè l’altro.
-
-— Non v’era nè l’uno nè l’altro? replicò la sig.ª Danglars fissando
-sul procuratore del re certi occhi, di cui la spaventosa dilatazione
-delle pupille indicava il terrore; non deponeste dunque là la povera
-creatura? Perchè ingannarmi? con quale scopo, dite?
-
-— Fu là, ma ascoltatemi, e compiangerete me, che per vent’anni, senza
-parteciparvene la più piccola parte, ho portato il peso dei dolori che
-sono per dirvi.
-
-— Mio Dio! mi spaventate! ma n’importa, vi ascolto.
-
-— Sapete come passò quella notte dolorosa, in cui voi eravate spirante
-sul vostro letto, in quella camera di damasco rosso, mentre ch’io, non
-meno anelante di voi, aspettava la vostra liberazione. Il fanciullo
-nacque, mi fu consegnato, senza movimenti, senza respirazione, senza
-voce: noi lo credemmo morto.
-
-La sig.ª Danglars fece un movimento rapido, come se avesse voluto
-slanciarsi dalla sedia. Ma Villefort la fermò giungendo le mani, come
-per implorarne l’attenzione:
-
-— Noi lo credemmo morto, ripetè egli; io lo misi in una cassetta che
-doveva tenergli luogo di bara; discesi in giardino, scavai una fossa,
-e ve lo seppellii in fretta. Terminava appena di coprirlo di terra,
-che il braccio del Corso si stese contro di me. Vidi come un’ombra
-drizzarsi, come un lampo sfolgorare. Sentii un dolore, volli gridare,
-un agghiacciato brivido mi percorse tutte le membra, e mi serrò la
-gola... Caddi moribondo, e mi credei ucciso: non dimenticherò mai il
-vostro sublime coraggio, quando, ritornato in me, mi trascinai spirante
-fino ai piè della scala, ove, spirante voi pure, veniste incontro
-a me. Necessitava custodire il silenzio sulla terribile catastrofe;
-voi aveste il coraggio di ritornare in casa vostra, sostenuta dalla
-vostra balia; un duello fu il pretesto della mia ferita. Contr’ogni
-aspettativa, il silenzio ci fu mantenuto, fui trasportato a Versailles,
-per tre mesi lottai colla morte; finalmente, quando sembrò che
-mi riattaccassi alla vita, mi fu ordinato il sole e l’aria del
-Mezzogiorno. Quattro uomini mi portarono da Parigi a Châlons, facendo
-sei leghe il giorno. La sig.ª de Villefort seguiva la barella nella
-sua carrozza. A Châlons fui imbarcato sulla Saona, quindi passai sul
-Rodano, e per la sola forza della corrente discesi fino ad Arles, poi
-da Arles ripresi la lettiga e continuai la strada per Marsiglia. La
-mia convalescenza durò sei mesi; non sentiva più parlare di voi, non
-osava informarmi di ciò che n’era avvenuto. Quando ritornai a Parigi
-sentii che, vedova del sig. de Nargonne, avevate sposato il sig.
-Danglars. A qual cosa aveva sempre pensato dal momento che ricuperai
-la conoscenza? incessantemente alla stessa cosa, a quel cadavere di
-fanciullo, che ciascuna notte nei miei sonni sorgeva dal seno della
-terra, e si fermava al di sopra della fossa minacciandomi collo sguardo
-e col gesto. Per cui, appena ritornato a Parigi m’informai, la casa non
-era stata frequentata nè visitata da alcuno dal momento che ne eravamo
-usciti, ma era stata data in fitto per nove anni. Andai a ritrovare
-quegli che l’aveva presa in fitto, finsi di avere un gran desiderio di
-non veder passare in mani estranee una casa che apparteneva al padre ed
-alla madre di mia moglie, offersi una buona uscita perchè fosse rotta
-la scrittura, mi fu chiesto seimila fr., ne avrei dati diecimila, pur
-ventimila. Li aveva indosso, feci soscrivere su due piedi la rinunzia;
-quindi, allorchè fui possessore di questa tanto desiderata cessione,
-partii al galoppo per Auteuil. Nessuno era entrato nella casa dal
-momento che ne era uscito io. Erano le cinque dopo mezzogiorno, salii
-nella camera rossa ed aspettai la notte.
-
-«Là, tutto ciò che io mi ripeteva da un anno nella continua mia agonia,
-si rappresentò al mio pensiero molto più minaccioso che mai. Questo
-Corso che mi aveva dichiarata la sua vendetta, che mi aveva seguito
-da Nimes a Parigi, questo Corso che era nascosto nel giardino, che
-mi aveva ferito, aveva certamente veduto scavare la fossa, mi aveva
-veduto seppellire il fanciullo, egli poteva giungere a conoscervi,
-forse vi conosceva già... non vi avrebbe un giorno fatto pagare il
-segreto di questo terribile affare?... non sarebbe stata questa per
-lui una ben dolce vendetta, quando avesse saputo che io non ero morto
-della sua pugnalata? era dunque urgente che prima di ogni altra cosa,
-con qualunque siasi rischio, facessi sparire le tracce di questo fatto
-passato, che ne distruggessi le materiali vestigia; vi sarebbe sempre
-rimasta abbastanza realtà nella mia memoria; per ciò aveva fatto
-annullare la scrittura, per ciò era venuto, per ciò io aspettava.
-Giunse la notte, la lasciai bene oscurare; io era senza lume in quella
-camera, dove i soffi del vento agitavano il cortinaggio, dietro il
-quale mi pareva sempre vedere nascondersi qualche spia; a quando a
-quando fremevo, mi sembrava dietro a me, e in quel letto, sentire i
-vostri lamenti, non osava voltarmi. Il cuore batteva nel silenzio,
-ed io lo sentiva battere sì violentemente, che credeva che si sarebbe
-riaperta la mia ferita; finalmente intesi spegnersi gli uni dopo gli
-altri tutti i rumori della campagna. Capii che non aveva più nulla
-a temere, che non poteva essere nè veduto nè inteso, e risolvetti di
-discendere.
-
-«Ascoltate, Erminia, io mi credo tanto coraggioso, quanto un altro
-uomo; ma quando mi cavai dal petto questa piccola chiave della scala
-segreta, che aveva ritrovata nei miei abiti, che entrambi amavamo
-tanto, e che voi avete voluto attaccare ad un anello d’oro; allorchè
-aprii la porta, allorchè a traverso alla finestra vidi una pallida
-luna gettare sugli scalini a chiocciola una striscia di luce bianca
-simile ad uno spettro, mi rattenni al muro, fui vicino a gridare; mi
-sembrava di diventar matto. Finalmente giunsi a divenir padrone di
-me stesso. Discesi la scala, scalino per scalino; la sola cosa che
-non aveva potuto vincere era uno strano tremore che mi aveva preso le
-ginocchia: mi aggrappai alla rampa; se l’avessi lasciata un momento
-sarei precipitato.
-
-«Giunsi alla porta di basso; al di fuori di essa una zappa era
-appoggiata al muro; la presi, e m’inoltrai verso il gruppo d’alberi:
-mi era munito di una lanterna cieca; in mezzo al prato mi fermai per
-accenderla, indi continuai il cammino. Novembre stava per finire,
-tutta la verdura del giardino era sparita, gli alberi non erano più che
-scheletri con lunghe braccia scarne, e le morte foglie rumoreggiavano
-con la sabbia sotto i miei piedi.
-
-«Lo spavento mi colpì sì fortemente il cuore che nell’avvicinarmi agli
-alberi cavai una pistola di tasca e la caricai: credeva sempre vedere
-la figura del Corso comparire a traverso dei rami. Osservai nei luoghi
-più folti con la lanterna cieca; essi erano vuoti. Gettai gli occhi
-ovunque intorno a me, io era realmente solo; nessun rumore turbava
-il silenzio della notte, se non il canto di una civetta. Attaccai
-la lanterna ad un ramo forcuto che aveva già notato un anno avanti,
-nella stessa direzione ove mi fermai per iscavare la fossa. L’erba
-durante l’estate era cresciuta moltissimo in questo luogo, e, giunto
-l’autunno, nessuno era là venuto per tagliarla. Però un luogo meno
-fornito attirò la mia attenzione; era evidente che là io voltai la
-terra: mi misi all’opera. Era finalmente giunta quell’ora che aspettavo
-da un anno! Ma come speravo, come lavoravo, come esaminavo ogni zolla
-di terra, credendo sentire della resistenza all’estremità della mia
-zappa; niente! eppure aveva fatto una buca due volte più grande della
-prima. Credetti di essermi ingannato, di avere sbagliato il posto; mi
-orizzontai, guardai gli alberi, cercai di riconoscere i particolari che
-mi avevano colpito. Una brezza fredda ed acuta fischiava a traverso i
-rami spogliati, e ciò non pertanto il sudore mi grondava dalla fronte.
-Mi ricordai che avevo ricevuto il colpo di pugnale nel momento che
-stava pestando la terra per fare sparire le tracce della fossa, mentre
-pestava questa terra mi appoggiava ad un falso ebano; dietro a me era
-una roccia artificiale destinata a servire da banco a chi passeggiava,
-perchè cadendo la mia mano che aveva lasciata la zappa aveva sentito
-il freddo della pietra: caddi situandomi nella stessa posizione, mi
-rialzai, e mi rimisi a scavare allargando la fossa; niente, sempre
-niente: la cassetta non v’era più.
-
-— La cassetta non v’era più! mormorò la sig.ª Danglars.
-
-— Non crediate che mi limitassi a questo tentativo, esaminai tutto
-il dintorno; pensai che l’assassino avendo dissotterrata la cassetta,
-credendo che fosse un tesoro, avesse voluto impadronirsene, e l’avesse
-portata via, ma poi accorgendosi dell’errore avesse egli pure scavato
-una fossa, e ve l’avesse deposta; niente. Quindi mi venne l’idea
-che senza prendere tante cautele, l’avesse puramente e semplicemente
-gettata in un qualche angolo. In questa ultima ipotesi mi abbisognava
-per fare le mie ricerche aspettare il giorno: risalii nella camera ed
-aspettai. Venne il giorno, discesi di nuovo, la mia prima visita fu
-intorno al gruppo d’alberi, sperava di ritrovarvi delle tracce che mi
-fossero sfuggite nell’oscurità. Io aveva rivoltata la terra sopra una
-superficie di venti piedi quadrati, e per una profondità di più di due
-piedi, una giornata sarebbe appena bastata ad un operaio salariato per
-far ciò che io aveva fatto in un’ora. Niente, non vidi assolutamente
-niente. Allora mi misi alla ricerca della cassetta; secondo le
-supposizioni che aveva fatte, doveva essere sul sentiero che conduceva
-alla porticella di uscita; ma questa nuova investigazione fu tanto
-inutile quanto la prima, e col cuore serrato, ritornai agli alberi, che
-essi pure non mi lasciavano più alcuna speranza.
-
-— Oh! gridò la sig.ª Danglars, vi era da diventarne pazzo.
-
-— Lo sperai un momento, disse Villefort, ma non ebbi questa fortuna;
-però richiamando la mia forza, e per conseguenza le mie idee: perchè
-quest’uomo avrebbe portato via quel cadavere? domandavo a me stesso.
-
-— Ma voi lo avete detto, per avere una prova.
-
-— Oh! no, signora, non poteva più essere questo; non si conserva
-un cadavere per un anno; si porta ad un magistrato, e si fa la sua
-deposizione. Ora non era accaduto niente di tutto ciò.
-
-— Ebbene, allora?... domandò Erminia palpitante.
-
-— Allora? vi è qualche cosa di più terribile, di più fatale, di
-più spaventoso per noi, ed è che il fanciullo forse era vivo, e che
-l’assassino lo aveva salvato.
-
-La sig.ª Danglars mandò un grido terribile afferrando le mani di
-Villefort: — Mio figlio era vivo? diss’ella, avete seppellito mio
-figlio vivo, signore! non eravate sicuro che era morto, e lo avete
-seppellito! ah!..
-
-La sig.ª Danglars si era alzata, e stava ritta davanti al procuratore
-del Re, di cui teneva strette le mani tra le sue delicate, quasi
-minacciosa. — Che so io? vi dico ciò come vi direi qualunque altra
-cosa, rispose Villefort con una immobilità di sguardo che indicava
-che questo uomo così potente era vicino a toccare la follia, o la
-disperazione.
-
-— Ah! mio figlio, mio povero figlio! gridò la baronessa ricadendo sulla
-sedia, e soffocando i singulti col fazzoletto.
-
-Villefort ritornò in sè, e comprese che per divergere l’uragano materno
-che si accumulava sulla sua testa, bisognava far passare nella sig.ª
-Danglars il terrore che egli stesso provava:
-
-— Comprendete che se la cosa è così, diss’egli alzandosi ed
-avvicinandosi alla baronessa per parlare a voce anche più bassa, siam
-perduti; questo fanciullo vive, e qualcuno sa che egli vive, qualcuno
-è in possesso del nostro segreto; e poichè Monte-Cristo parla in faccia
-nostra di un fanciullo dissotterrato là ove questo fanciullo non è più,
-egli è certamente in possesso di questo segreto.
-
-— Dio giusto! Dio vendicatore! mormorò la sig.ª Danglars.
-
-Villefort non rispose che con una specie di ruggito.
-
-— Ma questo figlio, signore? riprese la madre ostinata.
-
-— Oh! quanto l’ho cercato! riprese Villefort contorcendosi le braccia,
-quante volte l’ho chiamato nelle mie lunghe notti senza sonno! quante
-volte ho desiderato una ricchezza da re, per acquistare un milione di
-segreti da un milione d’uomini, e per trovare il mio segreto nel loro?
-Finalmente un giorno che per la centesima volta riprendeva la zappa,
-domandando a me stesso per la centesima volta ciò che questo Corso
-avesse potuto fare del fanciullo; un fanciullo impaccia un fuggitivo;
-forse accorgendosi che era ancor vivo lo aveva gettato nel fiume.
-
-— Oh! impossibile! gridò la sig.ª Danglars, si assassina un uomo per
-vendetta, non si annega a sangue freddo un fanciullo! — Forse, continuò
-Villefort, lo aveva portato all’ospizio degli esposti. — Oh! sì! sì!
-gridò la baronessa, mio figlio è là, signore! — Io corsi all’ospizio,
-ed intesi che quella notte stessa, la notte del 20 settembre, un
-fanciullo era stato deposto nella ruota; era inviluppato in una mezza
-salvietta di tela fina stracciata ad arte. Questa metà di salvietta
-portava una metà di corona da barone, e la lettera L.
-
-— È quello, è quello! gridò la sig.ª Danglars, la mia biancheria era
-marcata in tal modo; il sig. di Nargonne era barone, e si chiamava
-Luigi; le salviette erano tutte marcate in tal modo. Grazie, mio Dio,
-mio figlio non è morto!
-
-— No, egli non è morto.
-
-— E voi me lo dite? mi dite questo senza temere di farmi morire di
-gioia, signore? ov’è, ov’è mio figlio?
-
-Villefort alzò le spalle — Lo so io forse? e credete che se il sapessi,
-vi farei passare per tutte queste prove, e per tutte queste gradazioni
-come farebbe un drammatico, od un romanziere? no, io non lo so.
-Una donna, circa sei mesi dopo, era stata a reclamare il fanciullo,
-coll’altra metà della salvietta. Questa donna aveva somministrate tutte
-le guarentigie che esige la legge, e le fu rimesso.
-
-— Ma bisogna informarsi di questa donna... scoprirla.
-
-— E di che credete che mi sia occupato, signora? ho simulata una
-istruzione giudiziaria, ed ho messo in cerca, ed in azione, quanto la
-polizia possiede di fine lime, e di destri messi. Le sue tracce furono
-ritrovate a Châlons; ma a Châlons si sono perdute.
-
-— Perdute? — Sì, perdute; perdute per sempre.
-
-La sig.ª Danglars aveva ascoltato questo racconto con un sospiro, una
-lagrima, un grido per ciascuna particolarità.
-
-— E qui sta il tutto? e vi siete limitato a ciò?
-
-— Oh no, disse Villefort, non ho mai cessato di cercare, di continuare
-ad informarmi, però dopo due o tre anni mi era alquanto rallentato.
-Oggi però ritornerò a cominciare con maggior accanimento che mai, e vi
-riuscirò perchè non è più la coscienza che mi vi spinge, ma bensì la
-paura.
-
-— Ma, il conte di Monte-Cristo non sa niente; senza di che, mi sembra,
-non ci cercherebbe come fa.
-
-— Oh! la cattiveria degli uomini è grandemente profonda, disse
-Villefort, poichè è più profonda della bontà di Dio. Avete osservati
-gli occhi di quest’uomo mentre ci parlava? l’avete qualche volta
-esaminato profondamente?
-
-— Senza dubbio egli è bizzarro; ma ecco tutto; una cosa soltanto mi ha
-colpito, ed è che di tutto quello squisito pranzo che ci ha dato, nulla
-ha toccato.
-
-— Sì, sì! disse Villefort, io pure l’ho notato. Se avessi saputo ciò
-che so ora, non avrei toccato niente; avrei creduto che avesse voluto
-avvelenarci.
-
-— E vi sareste sbagliato, ben lo vedete.
-
-— Sì, senza dubbio; ma, credetemi, quest’uomo nasconde altri disegni,
-ecco perchè vi ho voluto vedere, ecco perchè ho domandato parlarvi,
-ecco perchè ho voluto premunirvi contro tutti, ma particolarmente
-contro di lui. Ditemi, continuò Villefort fissando gli occhi sulla
-baronessa ancor più profondamente che non aveva fatto fino allora,
-ditemi non avete parlato del nostro legame con alcuno?
-
-— Giammai, con alcuno, disse la baronessa arrossendo; ve lo giuro.
-
-— Non avete l’abitudine di scrivere la sera ciò che vi è accaduto nel
-giorno? non fate il vostro giornale?
-
-— No! ahimè! la mia vita passa, trasportata dalle frivolezze, e la
-dimentico io stessa.
-
-— Non parlate sognando? — Ho un sonno da fanciullo.
-
-— Capisco ciò che mi resta a fare, riprese Villefort; prima di
-otto giorni saprò chi è questo sig. di Monte-Cristo, di dove viene,
-ove va, e per qual ragione parla alla nostra presenza di fanciulli
-dissotterrati nel suo giardino.
-
-Villefort pronunciò queste parole con un accento che avrebbe fatto
-fremere il conte se lo avesse potuto sentire.
-
-Indi strinse la mano alla baronessa che aveva ripugnanza a dargliela, e
-la ricondusse con rispetto fino alla porta.
-
-La sig.ª Danglars riprese un’altra vettura da nolo che la ricondusse al
-passaggio, alla parte opposta del quale ritrovò la sua carrozza ed il
-cocchiere che, aspettandola, dormiva tranquillamente al suo posto.
-
-
-
-
-LXVII. — UN BALLO IN ESTATE.
-
-
-Nello stesso giorno verso l’ora in cui la sig.ª Danglars teneva la
-seduta che abbiam descritta nel gabinetto del procuratore del Re, una
-carrozza da viaggio entrando nella strada Helder, s’introduceva per
-la porta n. 27 e si fermava nel cortile. Un momento dopo si apriva lo
-sportello e la sig.ª de Morcerf ne discendeva, appoggiandosi al braccio
-di suo figlio. Appena Alberto ebbe accompagnata sua madre alle stanze
-di lei, ordinando un bagno ed i suoi cavalli, si fece condurre ai
-_Campi-Elisi_ dal conte di Monte-Cristo.
-
-Il conte lo ricevette col suo abituale sorriso. Era cosa straordinaria;
-non sembrava mai di poter fare un passo in avanti nel cuore di
-quest’uomo. Quelli che volevano, per dir così, sforzare il passaggio
-della sua intimità, ritrovavano un muro. Morcerf, che accorreva a lui a
-braccia aperte, lasciò vedendolo, ad onta del suo sorriso amichevole,
-cadere le braccia, ed osò appena stendergli la mano. Dal suo canto
-Monte-Cristo gliela toccò come faceva sempre, ma senza stringerla. —
-Ebbene! eccomi, diss’egli, caro conte.
-
-— Siate il ben venuto.
-
-— Sono arrivato da un’ora. — Da Dieppe?
-
-— No, da Tréport, la mia prima visita è per voi.
-
-— È grazioso per parte vostra, disse Monte-Cristo nel modo con cui
-avrebbe detta qualunque altra cosa.
-
-— Ebbene! vediamo che novità vi sono?
-
-— Novità! le chiedete a me, ad uno straniero!
-
-— M’intendo io: quando vi chiedo novità, vi chiedo se avete fatto
-qualche cosa per me.
-
-— Mi avete voi dunque incaricato di qualche commissione? disse
-Monte-Cristo fingendo d’essere inquieto.
-
-— Via, via, disse Alberto: non simulate indifferenza; si dice che vi
-sono delle sensazioni simpatiche che attraversano le distanze. Ebbene
-a Tréport ho ricevuto la mia scossa elettrica; se non avete operato per
-me, almeno avete pensato a me.
-
-— Ciò è possibile, disse Monte-Cristo. Ho di fatto pensato a voi, ma
-la corrente elettrica di cui era il conduttore operava, ve lo confesso,
-indipendentemente dalla mia volontà.
-
-— Da vero, raccontatemi, ve ne prego.
-
-— È facile. Il sig. Danglars ha pranzato da me.
-
-— Lo so bene, poichè per fuggire la sua presenza, mia madre ed io
-partimmo. — Ma ha pranzato ancora col sig. Andrea Cavalcanti. — Il
-vostro principe italiano. — Non esageriamo, il sig. Andrea si dà
-soltanto il titolo di conte.
-
-— Si dà dite voi? — Dico, si dà. — Dunque non lo è?
-
-— E lo so io? egli se lo dà, io lo do a lui, tutti a lui lo danno, non
-è come se lo avesse? — Uomo strano; avanti! ebbene?
-
-— Ebbene! che?
-
-— Il sig. Danglars ha dunque pranzato qui? — Sì.
-
-— Col vostro conte Andrea Cavalcanti?
-
-— Col conte Andrea Cavalcanti, il marchese suo padre, la sig.ª
-Danglars, il sig. e la sig.ª de Villefort, il sig. Debray, Massimiliano
-Morrel, e poi chi altro ancora?... Aspettate.... Ah! il sig.
-Château-Renaud.
-
-— Si è parlato di me? — Non se ne è detta una parola.
-
-— Tanto peggio. — Perchè tanto peggio? mi pare che se siete stato
-dimenticato, non fu fatto, che quel che desideravate!
-
-— Mio caro conte, se non si è parlato di me, è segno che vi pensano
-molto; ed allora sono alla disperazione.
-
-— Che v’importa, quando madamigella Danglars non era nel numero di
-quelli che qui vi pensavano: Ah! è vero, ella poteva pensarvi da casa
-sua.
-
-— Oh! in quanto a questo, no, ne sono sicuro, o, s’ella vi pensava, fu
-certo allo stesso modo che io pensava a lei.
-
-— Commovente simpatia! disse il conte. Allora vi detestate?
-
-— Ascoltate, disse Morcerf, se madamigella Danglars fosse donna
-da prendere pietà del martirio ch’io non soffro per lei, e da
-ricompensarmene al di fuori delle convenzioni matrimoniali stabilite
-fra le nostre due famiglie, ciò mi andrebbe a meraviglia. Alle corte,
-credo che madamigella Danglars sarebbe una graziosissima amica, ma come
-moglie, diavolo...
-
-— Così questo è il vostro modo di pensare sulla vostra fidanzata?
-
-— Un poco brutale, è vero, ma per lo meno esatto.
-
-— Siete difficile, visconte. — Sì, perchè spesso penso ad una cosa
-impossibile. — A quale? — A trovarmi per moglie una donna come quella
-che mio padre ha trovato per lui.
-
-Monte-Cristo impallidì, e guardò Alberto che scherzava con delle
-magnifiche pistole, delle quali faceva rapidamente scoccare le suste.
-
-— Dunque vostro padre è stato molto felice? diss’egli.
-
-— Sapete la mia opinione sul conto di mia madre, sig. conte: un
-angiolo del cielo: voi la vedete bella ancora, spiritosa sempre, più
-buona che mai. Giungo da Tréport; per tutt’altro figlio, eh! mio Dio!
-accompagnare sua madre sarebbe una compiacenza od un sacrificio. Ma io,
-io passo quattro giorni da solo a sola con lei, più soddisfatto, più
-poetico ancora di quel che se avessi accompagnato a Tréport la regina
-Mab, o Titania.
-
-— Questa è una perfezione, che dispera, e voi date a quanti vi sentono
-gran volontà di restare celibi.
-
-— Ecco precisamente, rispose Morcerf, perchè, sapendo ch’esiste al
-mondo una donna perfetta, non mi curo di sposare madamigella Danglars.
-Avete mai notato come il nostro egoismo riveste dei colori più
-brillanti tutto ciò che ci appartiene? Il diamante che luccicava nella
-invetriata di Merlé o di Fossin diventa più bello ancora dopo che è
-nostro; ma se l’evidenza ci sforza a conoscere che ve n’è un altro di
-un’acqua più pura, e che voi siate condannato a portare eternamente
-questo diamante inferiore all’altro, capite quanto dev’essere il
-soffrire. Ecco perchè io balzerò di gioia il giorno in cui madamigella
-Danglars si accorgerà che non sono che un meschino atomo, e che ho
-appena tante centinaia di mille fr. per quanti milioni ha lei.
-
-Monte-Cristo sorrise. — Io aveva ben pensato ad una cosa, continuò
-Alberto. Franz ama le cose eccentriche; voleva che si innamorasse di
-madamigella Danglars, ma ad onta di quattro lettere che gli ho scritto
-nello stile più spaventoso, egli mi ha imperturbabilmente risposto:
-«Io sono eccentrico, è vero, ma la mia eccentricità non giunge fino a
-ritirare la mia parola quando l’ho impegnata.»
-
-— Ecco ciò che io chiamo trasporto d’amicizia, dare ad un altro per
-moglie la donna che non si vorrebbe per sè, che nella condizione
-d’amica.
-
-Alberto sorrise. — A proposito, giunge questo caro Franz; ma poco
-v’importa, voi non lo amate credo?
-
-— Io! disse Monte-Cristo; eh! mio caro visconte, e da che arguite che
-io non amo il sig. Franz? Caro visconte, io amo tutto il mondo.
-
-— Ed io sono compreso in tutto il mondo... grazie.
-
-— Oh! non confondiamo, disse Monte-Cristo; amo tutto il mondo nel modo
-che Dio ci ordina di amare il nostro prossimo, cristianamente; ma non
-odio che certe determinate persone. Ritorniamo al sig. Franz; dite che
-ritorna?
-
-— Sì, chiamato dal sig. de Villefort, anch’egli arrabbiato tanto, a
-ciò che sembra, per maritare madamigella Valentina, quanto Danglars per
-maritar madamigella Eugenia. Pare certamente che lo stato più faticoso
-sia quello di essere padre di giovanette adulte; sembra che questo dia
-loro la febbre, e che il loro polso batta 80 volte il minuto fin tanto
-che non se ne siano spacciati.
-
-— Ma il sig. d’Épinay non vi rassomiglia; sembra ch’egli prenda il suo
-male con pazienza.
-
-— Anche meglio così, che egli lo prende sul serio; si mette già la
-cravatta bianca e parla della sua famiglia. Del resto ha per Villefort
-grandissimo rispetto.
-
-— Meritato, non è vero?
-
-— Villefort è sempre passato per un uom severo, ma giusto.
-
-— Alla buon’ora, eccone finalmente uno, disse Monte-Cristo, che non
-trattate come quel povero Danglars.
-
-— Forse dipenderà dal non essere obbligato a sposarne la figlia, disse
-Alberto ridendo.
-
-— In verità, mio caro signore, ripetè Monte-Cristo, siete di una
-fatuità stomachevole.
-
-— Io? — Sì voi... prendete un sigaro.
-
-— Ben volentieri, e perchè son fatuo?
-
-— Ma perchè state là a difendervi, a dibattervi per non voler sposare
-madamigella Danglars. Oh mio Dio! lasciate andare le cose, e forse non
-sarete il primo a ritirar la parola.
-
-— Bah! fece Alberto aprendo due grandi occhi.
-
-— Eh! senza dubbio, sig. visconte, non vi si metterà per forza la testa
-fra le porte; che diavolo! Via, sul serio, avete volontà di romperla?
-
-— Pagherei cento mila franchi per questo.
-
-— Ebbene! siete felice: il sig. Danglars è disposto a pagare il doppio
-per giungere alla stessa meta.
-
-— Ed è vero questa felicità? disse Alberto, che però dicendo ciò non
-potè far a meno di impedire che non passasse una impercettibile nube
-sul suo viso. Ma, mio caro conte, il sig. Danglars ha dunque dei
-motivi?...
-
-— Ah! eccoli là, natura orgogliosa ed egoista! alla buon’ora, ritrovo
-l’uomo che vuole lacerare l’amor-proprio degli altri a colpi di
-mannaia, e che grida quando si fora il suo con una spilla.
-
-— No, ma perchè mi sembra che il sig. Danglars...
-
-— Dovesse essere contentissimo di voi, non è vero? Ebbene il sig.
-Danglars è un uomo di cattivo gusto, ma è ancor più contento di un
-altro...
-
-— E di chi dunque?
-
-— Non lo so; studiate, guardate, afferrate le allusioni al loro
-passaggio, e ricavatene profitto per voi.
-
-— Buono, capisco; ascoltate, mia madre... no! non mia madre, mi
-sbaglio, mio padre ha concepito l’idea di dare una festa di ballo.
-
-— Una festa di ballo in questa stagione dell’anno?
-
-— I balli in estate sono alla moda.
-
-— Se non vi fossero, la contessa non avrebbe che a desiderarlo, e ve li
-metterebbero.
-
-— Non c’è male; capirete che questi sono balli di sangue purissimo;
-quelli che restano a Parigi nel mese di Giugno sono veri parigini.
-Vorreste incaricarvi di un invito per i sig. Cavalcanti?
-
-— Fra quanti giorni avrà luogo questo ballo? — Sabato.
-
-— Il sig. Cavalcanti padre sarà partito. — Ma il sig. Cavalcanti
-figlio vi rimane. Volete voi incaricarvi di accompagnarvelo? — Sentite
-visconte, non lo conosco.
-
-— Non lo conoscete? — No, l’ho veduto per la prima volta tre o quattro
-giorni sono, e non ne rispondo per niente. — Ma voi però lo ricevete?
-
-— Io, è un’altra cosa; mi è stato raccomandato da un bravo abate, che
-potrebbe anch’egli essere stato ingannato. Invitatelo direttamente, sta
-bene, ma non mi chiedete di presentarlo; se in seguito dovesse sposare
-madamigella Danglars, mi accusereste di maneggio, e vi vorreste tagliar
-la gola meco; d’altra parte non so se vi andrò io stesso.
-
-— Dove? — Al vostro ballo. — E perchè non ci verrete?
-
-— Primieramente non mi avete ancora invitato.
-
-— Vengo espressamente per portarvi il vostro invito.
-
-— Oh! siete troppo gentile, ma posso esserne impedito.
-
-— Quando vi avrò detta una cosa, sarete abbastanza amabile per
-sacrificarci tutti i vostri impedimenti.
-
-— Dite. — Mia madre ve ne prega.
-
-— La contessa de Morcerf? riprese Monte-Cristo rabbrividendo.
-
-— Ah! conte, disse Alberto, vi prevengo, che la sig.ª de Morcerf, parla
-meco liberamente; e se non vi siete sentito scricchiolare le fibre
-simpatiche di cui vi parlavo or ora, è segno che ne siete del tutto
-privo, mentre per quattro giorni non abbiam fatto che parlare di voi.
-
-— Di me? in verità voi mi ricolmate...
-
-— Ascoltate, questo è il privilegio della vostra posizione, quando si è
-un problema vivente.
-
-— Ah! son dunque un problema pure per vostra madre? In verità, l’avrei
-creduta troppo ragionevole per abbandonarsi a simili traviamenti
-d’immaginazione!
-
-— Così, verrete sabato? — Poichè la sig.ª de Morcerf me lo comanda. —
-Siete obbligante. — Ed il sig. Danglars?
-
-— Oh! ha già ricevuto il suo triplice invito; mio padre se n’è
-incaricato. Cercheremo pure di avere il gran d’Aguesseau, il sig. de
-Villefort; ma ne disperiamo ancora.
-
-— Non bisogna mai disperare di niente, dice il proverbio.
-
-— Ballate, caro conte? — Io? — Sì, voi; che vi sarebbe di maraviglioso
-se ballaste? — Ah! infatto fin tanto che non si sono oltrepassati i
-quarant’anni.... No, non ballo; ma amo veder ballare. E la sig.ª de
-Morcerf balla?
-
-— Mai; parlerete, ella ha tanta volontà di parlar con voi! — Da vero?
-
-— Vi dichiaro che siete il primo uomo pel quale mia madre ha
-manifestato una simile curiosità. — Alberto prese il cappello e si
-alzò; il conte lo ricondusse fino alla porta.
-
-— Mi faccio un rimprovero, diss’egli fermandolo sull’alto della
-scalinata. — E quale? — Sono stato indiscreto: non doveva parlarvi del
-sig. Danglars.
-
-— Al contrario, parlatemene pure, spesso, sempre; ma nello stesso modo.
-
-— Bene! A proposito, quando arriverà d’Épinay?
-
-— Fra 5, 6 giorni al più. — E quando prenderà moglie?
-
-— Subito che giungono il sig. e la sig.ª di Saint-Méran.
-
-— Conducetemelo dunque tosto che sarà a Parigi. Quantunque pretendiate
-che non l’ami, vi dichiaro che sarò fortunato di rivederlo.
-
-— Benissimo, i vostri ordini saranno eseguiti. A rivederci. Sabato, in
-ogni caso, di certo, non è vero?
-
-— Come dunque! ho data la mia parola. — Il conte seguì con gli occhi
-Alberto, salutandolo colla mano: indi quando fu risalito sul suo
-_phaéton_, si rivoltò, e trovando Bertuccio dietro di sè: — Ebbene?
-domandò egli.
-
-— Ella è andata al palazzo, rispose l’intendente.
-
-— E vi si è fermata lungo tempo? — Un’ora e mezzo.
-
-— Ed è rientrata in sua casa? — Direttamente.
-
-— Ebbene! caro Bertuccio, disse il conte, se ora mi resta un consiglio
-da darvi, si è di vedere se in Normandia ritroviate quella piccola
-terra di cui vi ho parlato.
-
-Bertuccio lo salutò, e siccome i suoi desideri erano in perfetta
-armonia coll’ordine che aveva ricevuto, partì nella stessa sera.
-
-
-
-
-LXVIII. — LE INFORMAZIONI.
-
-
-De Villefort mantenne la parola alla signora Danglars, e
-particolarmente a sè stesso; di sapere in qual modo il conte di
-Monte-Cristo avea potuto conoscere la storia della casa di Auteuil:
-scrisse nello stesso giorno ad un certo sig. de Boville, che, dopo di
-essere stato in altri tempi ispettore delle prigioni, era impiegato con
-un grado superiore alla polizia di sicurezza, per avere le informazioni
-che desiderava, e questi chiese due giorni per sapere con giustizia
-da chi potrebbe informarsene. Passati i due primi giorni, de Villefort
-ricevette la lettera seguente.
-
-«La persona che si chiama il conte di Monte-Cristo è conosciuta
-particolarmente da lord Wilmore, ricco forestiero che qualche volta
-si vede a Parigi, e che presentemente vi si trova: egli è conosciuto
-egualmente dall’abate Busoni, prete siciliano di grande riputazione in
-Oriente, ove ha fatto moltissime buone opere.»
-
-Il sig. de Villefort rispose coll’ordine di prendere sopra questi
-due stranieri le informazioni più sollecite, e più precise; la dimane
-a sera i suoi ordini erano eseguiti, ed ecco le informazioni che ne
-riceveva:
-
-«L’abate, il quale non era a Parigi che per un mese, abitava dietro S.
-Sulpicio, in una piccola casa composta di un sol piano al disopra, e di
-un pian terreno; quattro camere, due in alto e due in basso formavano
-tutta l’abitazione, di cui egli era l’unico inquilino.
-
-«Le due camere di basso si componevano di una sala da pranzo con
-tavola, sedie, e credenza di noce, e di un salotto tinto in bianco
-senz’ornamenti, senza tappeto, e senza orologio a pendolo. Si
-vedeva che l’abate per sè stesso si limitava agli oggetti di stretta
-necessità.
-
-«È vero che egli preferiva di abitare il primo piano: composto di un
-salotto, tutto ricoperto di libri di teologia, e di pergamene, fra
-le quali lo si vedeva seppellire, al dir del suo cameriere, per mesi
-interi; era in realtà piuttosto una biblioteca che un salotto. Questo
-cameriere guardava i visitatori a traverso di una specie di feritoia,
-ed allorchè la loro figura gli era sconosciuta o non gli piaceva,
-rispondeva che il sig. abate non era a Parigi; ciò contentava molti,
-sapendo che l’abate viaggiava spesso, e che qualche volta restava
-assente lungo tempo. Del resto che sia in casa, o no, che si trovi a
-Parigi o al Cairo, l’abate regala sempre, e la feritoia serve di ruota
-alle elemosine che il cameriere distribuisce incessantemente a nome del
-suo padrone.
-
-«L’altra camera situata vicino alla biblioteca, era una camera da
-dormire. Un letto senza tende, quattro sedie, ed un canapè di velluto
-d’Utrecht giallone, ne formavano con un inginocchiatoio tutto il
-mobilio.
-
-«Quanto a lord Wilmore, abitava strada Fontaine-Saint-George. Era uno
-di quegli inglesi _toristi_, che mangiano tutta la loro fortuna in
-viaggi: prendeva in fitto e mobigliato l’appartamento in cui abitava,
-e nel quale passava solo due ore del giorno, e vi dormiva raramente.
-Una delle sue manie era di non volere assolutamente parlare la lingua
-francese, che però scriveva, assicuravasi, con molta purezza».
-
-La dimane del giorno in cui erano giunte queste preziose informazioni
-al procuratore del re, un uomo, che discendeva di carrozza all’angolo
-della strada Férou, venne a bussare ad una piccola porta tinta di verde
-oliva, e domandò dell’abate Busoni.
-
-— L’abate è uscito fin da questa mattina, rispose il cameriere.
-
-— Potrei non contentarmi di questa risposta, disse il visitatore,
-poichè vengo per parte di una persona, per la quale si è sempre in
-casa. Ma vogliate rimettere all’abate Busoni...
-
-— Vi ho già detto che non c’è, riprese il cameriere.
-
-— Allora, quando ritornerà, consegnategli questa carta e questo foglio
-sigillato. Questa sera alle otto il sig. abate sarà in casa?
-
-— Oh! senza dubbio, a meno che non sia occupato nei suoi lavori, perchè
-allora è lo stesso che se fosse uscito.
-
-— Ritornerò dunque questa sera nell’ora convenuta, riprese il
-visitatore; e si ritirò. — Infatto all’ora indicata, lo stesso uomo
-ritornò nella stessa carrozza, ma questa volta, invece di fermarsi
-all’angolo della strada Férou, si fermò davanti alla porta verde.
-Bussò, gli fu aperto, ed entrò.
-
-Ai segni di rispetto di cui fu prodigo il cameriere verso di lui,
-comprese che la lettera aveva fatto l’effetto desiderato. — Il sig.
-abate è in casa?
-
-— Sì, lavora nella sua biblioteca, ma aspetta il signore, rispose il
-servitore. — Lo straniero salì una scala abbastanza ripida, e davanti
-una tavola, la cui superficie era inondata dalla luce che concentrava
-un gran paralume, mentre che il resto dell’appartamento era nell’ombra,
-scoperse l’abate in abito ecclesiastico, colla testa coperta da una di
-quelle grandi cocolle, sotto le quali si nascondevano il cranio i saggi
-in uso del medio evo.
-
-— Ho l’onore di parlare al sig. Busoni? domandò il visitatore. —
-Sì, signore, rispose l’abate; e voi siete la persona che il sig. de
-Boville, antico intendente delle prigioni, m’invia per parte del sig.
-prefetto di polizia? — Precisamente, signore. — Uno degli uffiziali
-soprapposti alla pubblica sicurezza di Parigi?
-
-— Sì, signore, rispose lo straniero con una specie di esitazione, e
-sopra tutto con un poco di rossore.
-
-L’abate si accomodò i grandi occhiali che gli coprivano gli occhi, e
-si mise a sedere, facendo segno al visitatore di fare altrettanto: —
-Io vi ascolto, signore, disse l’abate con un accento italiano il più
-pronunziato.
-
-— La missione di cui sono stato incaricato, signore, riprese il
-visitatore calcando sopra ciascuna parola come se esse avessero avuto
-pena ad uscire, è una missione di confidenza tanto per quegli che la
-compie, quanto per quegli per mezzo del quale si compie. — L’abate
-s’inchinò. — Sì, riprese lo straniero, la vostra probità, sig. abate,
-è tanto conosciuta dal prefetto di polizia, ch’egli come magistrato
-vuol da voi sapere una cosa che importa a questa sicurezza pubblica, a
-nome della quale sono stato eletto deputato: speriamo dunque, che non
-vi saranno nè legami di amicizia, nè considerazioni umane che possano
-impegnarvi a nascondere la verità alla giustizia.
-
-— Purchè, signore, le cose che v’importa sapere non tocchino in alcun
-modo gli scrupoli della mia coscienza: son prete, ed i segreti della
-confessione devono rimanere fra me e la giustizia di Dio, e non fra me
-e la giustizia umana.
-
-— Oh! siate tranquillo, sig. abate. — A queste parole, l’abate,
-passando dalla sua parte il paralume lo alzò dalla parte opposta, di
-modo che illuminando il viso dello straniero, il suo rimaneva sempre
-nell’ombra. — Perdono, signore abate, disse l’inviato del prefetto di
-polizia, ma questa luce mi stanca terribilmente la vista. — L’abate
-abbassò il cartone verde. — Ora, signore, vi ascolto, parlate.
-
-— Eccomi al fatto. Conoscete il sig. di Monte-Cristo?
-
-— Volete parlare del sig. Zaccone, presumo?
-
-— Zaccone!... Non si chiama dunque Monte-Cristo?
-
-— Monte-Cristo è il nome di una terra, o piuttosto di uno scoglio, e
-non il nome di famiglia.
-
-— Ebbene! sia; non discutiamo sulle parole, e poichè il sig. di
-Monte-Cristo ed il sig. Zaccone sono lo stesso uomo...
-
-— Assolutamente lo stesso. — Parliamo del sig. Zaccone.
-
-— Sia. — Vi domandava se lo conoscete? — Molto.
-
-— Chi è egli? — Il figlio di un ricco armatore di Malta.
-
-— Sì, lo so bene, questo è quanto dicesi; ma, capirete, la polizia non
-può contentarsi di un _dicesi_.
-
-— Ciò non ostante, riprese l’abate con un sorriso del tutto affabile,
-quando questo _dicesi_ è la verità, bisogna bene che tutti se ne
-contentino, e che la polizia faccia come gli altri.
-
-— Ma siete sicuro di ciò che dite? — Come! se ne son sicuro? —
-Osservate, signore, che non ho alcun sospetto sulla vostra buona fede.
-Vi dico, siete sicuro?
-
-— Ascoltate, ho conosciuto il sig. Zaccone padre, e mentre ero
-fanciullo ho scherzato dieci volte con suo figlio nei cantieri di
-costruzione.
-
-— Ma pure questo titolo di conte?... — Sapete, che si compra. — In
-Italia? — Da per tutto.
-
-— Ma queste ricchezze immense, a quanto dicesi.
-
-— Oh! in quanto a ciò, immense, è una parola.
-
-— Quanto credete che possegga?
-
-— Oh! egli avrà bene da 150 a 200 mila lire di rendita.
-
-— Ah! ecco ciò che è ragionevole, disse il visitatore, ma si parlava
-di tre, di quattro milioni! — Due cento mila lire di rendita, fanno
-precisamente un capitale di quattro milioni. — Ma si parlava di tre, o
-quattro milioni di rendita.
-
-— Oh! ciò non è credibile. — E voi conoscete la sua isola di
-Monte-Cristo? — Certamente; chiunque viene da Palermo, da Napoli, o
-da Roma in Francia, per la via di mare, la conosce, perchè è passato
-vicino ad essa, e l’ha veduta passando. — È un soggiorno incantevole a
-quanto assicurasi. — Non è che un semplice scoglio.
-
-— E perchè dunque il conte ha comprato uno scoglio?
-
-— Precisamente per essere conte. In Italia per diventar conte vi è
-ancora bisogno di una contea.
-
-— Avrete senza dubbio inteso parlar delle avventure della gioventù del
-sig. Zaccone. — Il padre? — No, il figlio.
-
-— Ah! ecco ove cominciano le mie incertezze, perchè di lì ho perduto di
-vista il giovine camerata.
-
-— Egli ha fatto la guerra? — Credo che abbia servito.
-
-— In quale arma? — Nella marina. — Vediamo, non siete il suo
-confessore? — No, signore; lo credo luterano.
-
-— Come, luterano? — Dico, che credo; non affermo. D’altra parte credevo
-che in Francia fosse stata stabilita la libertà dei culti.
-
-— Senza dubbio, per cui non ci occupiamo in questo momento delle sue
-credenze ma delle sue azioni; in nome del sig. prefetto di polizia, vi
-intimo di dire tutto ciò che ne sapete.
-
-— Egli passa per un uomo molto caritatevole. In Roma è stato fatto
-cavaliere del Cristo, per gli eminenti servigi resi ai cristiani
-d’Oriente; ha cinque o sei croci per servigi resi ai principi o agli
-stati.
-
-— E non le porta? — No, ma ne va superbo; dice che ama più le
-ricompense accordate ai benefattori dell’umanità, che quelle accordate
-ai distruttori degli uomini.
-
-— È dunque un _quacquero_. — Precisamente. — Si conosce che abbia
-amici? — Sì, perchè ha per amici tutti quelli che lo conoscono. — Ma
-finalmente avrà qualche nemico?
-
-— Un solo. — Come si chiama? — Lord Wilmore.
-
-— Dov’è egli? — In questo momento si ritrova a Parigi.
-
-— E può darmi informazioni? — Preziose. Egli era nell’India nello
-stesso tempo di Zaccone. — Sapete dove stia?
-
-— In qualche parte della Chaussée-d’Antin; ma non so nè il numero, nè
-la strada. — Siete in urto con questo inglese? — Io amo Zaccone, egli
-lo detesta; siamo freddi per questa ragione.
-
-— Sig. abate, credete che il conte di Monte-Cristo sia mai stato in
-Francia prima di questo viaggio, e che cosa sia venuto a fare a Parigi?
-
-— Ah! per questo poi posso rispondervene asseverantemente: egli non
-c’è mai stato, mentre si è rivolto a me, saran sei mesi, per avere le
-informazioni che desiderava. Dal mio lato, siccome non sapeva a qual
-epoca io stesso sarei ritornato a Parigi, gli ho indirizzato il sig.
-Cavalcanti.
-
-— Andrea? — No; Bartolommeo, il padre.
-
-— Benissimo, signore; non ho più a domandarvi che una cosa, e vi intimo
-in nome dell’onore, dell’umanità, e della religione di rispondermi
-senza raggiri di parole.
-
-— Dite pure, signore. — Sapete voi con quale scopo il sig. di
-Monte-Cristo ha comprato una casa ad Auteuil?
-
-— Certamente, poichè me lo ha detto. — Con quale scopo, signore? — Con
-quello di fondarvi un ospizio per gli alienati, del genere di quello
-fondato a Palermo dal barone Pisani. Conoscete questo ospizio? — Di
-fama, sì, signore.
-
-— Ella è una istituzione magnifica. — E con questo, l’abate salutò
-lo straniero come uomo che desiderava far conoscere che non sarebbe
-dispiacente a rimettersi al lavoro interrotto. Il visitatore sia che
-capisse il desiderio dell’abate, sia che fosse al termine delle sue
-interrogazioni, si alzò a sua volta; l’abate lo ricondusse fino alla
-porta. — Voi fate delle splendide elemosine, disse il visitatore, e
-quantunque si dica che siete ricco, oserei offrirvi qualche cosa per i
-vostri poveri; dal canto vostro sdegnereste accettare la mia offerta?
-
-— Grazie, signore, non v’è che una cosa sola di cui io sia
-geloso in questo mondo, ed è che il bene che io faccio venga da
-me soltanto. Questa è una risoluzione invariabile. Ma cercate
-signore, e ritroverete: pur troppo sul sentiero di ciascun ricco,
-si urta in molte miserie! — L’abate salutò un’ultima volta aprendo
-la porta: lo straniero salutò anch’egli, ed uscì. La carrozza
-lo condusse direttamente dal sig. Villefort. Un’ora dopo, la
-carrozza uscì nuovamente, e questa volta si diresse verso la strada
-Fontaine-Saint-George.
-
-Al n. 5 si fermò: là abitava lord Wilmore.
-
-Lo straniero aveva scritto a lord Wilmore per domandargli un convegno
-che questi aveva fissato per le dieci. Così, siccome lo inviato del
-sig. prefetto di polizia era giunto dieci minuti prima delle dieci,
-gli fu risposto che lord Wilmore, che era l’esattezza e la puntualità
-in persona, non era ancora rientrato, ma che rientrerebbe per certo al
-batter delle dieci.
-
-Il visitatore aspettò nella sala, che nulla aveva di notevole, ed era
-come tutte le sale degli appartamenti ammobigliati. Un caminetto con
-due vasi di Sèvres moderni, un orologio a pendolo con un Amore che
-teneva l’arco, uno specchio in due pezzi. Da ciascun lato di questo
-specchio vi era un’incisione, una rappresentante Omero portante la
-sua guida, l’altra Belisario chiedendo l’elemosina; una carta grigia
-sul muro, un tavolo ricoperto da un tappeto rosso stampato in nero,
-tale era la sala di lord Wilmore. Essa era illuminata da due globi di
-vetro appannato che non spandevano che una debolissima luce, disposta
-espressamente per gli occhi stanchi dell’inviato dal sig. prefetto di
-polizia. In capo a dieci minuti suonarono le dieci; al quinto colpo, la
-porta si aprì, e comparve lord Wilmore.
-
-Era un uomo piuttosto grande, aveva le barbette rade e rosse, la
-pelle bianca, ed i capelli biondi grigiastri; era vestito con tutta
-la eccentricità inglese, cioè, portava un abito blu coi bottoni di
-oro e col colletto alto ed imbottito, un gilè di casimiro bianco, ed
-un calzone di nanchina, tre pollici troppo corto, ma che i sottopiedi
-della stessa roba impedivano di risalire fino alle ginocchia. La sua
-prima parola entrando, fu:
-
-— Sapete, o signore, che io non parlo il francese.
-
-— So almeno che non amate parlare la nostra lingua, rispose l’inviato
-del prefetto di polizia. — Ma potete parlarla, riprese Lord Wilmore;
-perchè se non la parlo, la capisco. — Ed io, riprese il visitatore,
-cambiando l’idioma, parlo abbastanza facilmente l’inglese per sostenere
-la conversazione in questa lingua. Non vi incomodate dunque, signore,
-e gli presentò la lettera d’introduzione. Questi la lesse con tutta la
-flemma anglicana; poi, quando ebbe terminato: — Capisco, diss’egli in
-inglese, capisco benissimo.
-
-Allora cominciarono le interrogazioni. Esse furono presso a poco le
-stesse di quelle indirizzate all’abate Busoni. Ma siccome Lord Wilmore,
-nella sua qualità di nemico del conte di Monte-Cristo, non vi metteva
-la stessa ritenutezza dell’abate, furono molto più estese; raccontò la
-gioventù di Monte-Cristo, che, secondo lui, era entrato al servizio
-all’età di dieci anni presso uno di quei piccoli sovrani dell’India
-che fanno la guerra agl’Inglesi; là lo aveva incontrato per la prima
-volta, ed essi avevano combattuto l’un contro l’altro; in questa guerra
-Zaccone era stato fatto prigioniero, e mandato in Inghilterra, messo
-su i pontoni, di dove era fuggito a nuoto. Allora aveva incominciato
-i suoi duelli, le sue passioni; giunta l’insurrezione della Grecia,
-aveva servito nelle file dei Greci. Mentre che era al loro servizio,
-aveva scoperto una miniera d’argento nelle montagne della Tessaglia,
-ma si era ben guardato dal parlarne con chicchesia. Dopo la battaglia
-di Navarrino, e quando il governo Greco fu consolidato, domandò al
-re Ottone un privilegio per lo scavo di questa miniera, e gli fu
-accordato. Di là venne quella immensa fortuna che poteva, secondo Lord
-Wilmore, calcolarsi a due milioni di rendita, la quale però poteva
-d’improvviso cessare, se la miniera cessava.
-
-— Ma, sapete perchè sia venuto in Francia?
-
-— Vuole speculare sulle strade ferrate, disse Lord Wilmore; e poi,
-essendo un valente chimico, ed un fisico non men distinto, ha scoperto
-un nuovo telegrafo di cui cerca l’applicazione. — Quanto spenderà circa
-ogni anno?
-
-— Oh! cinque, o sei cento mila fr. tutto al più, disse Lord Wilmore;
-egli è avaro.
-
-Era evidente che l’odio faceva parlare l’inglese, e che, non sapendo
-qual cosa rimproverare al conte, gli rimproverava la sua avarizia.
-
-— Sapete qualche cosa della sua casa d’Auteuil?
-
-— Sì certamente. — Ebbene che ne sapete?
-
-— Domandate con quale scopo l’ha comprata? — Sì.
-
-— Ebbene! il conte è uno speculatore che certamente si rovinerà in
-esperimenti ed in utopie: egli pretende che ad Auteuil, nelle vicinanze
-della casa che ha comprato, vi sia una corrente di acqua minerale, che
-può rivaleggiare con le acque di Bagnères di Luchon, e di Cauterets.
-Egli vuol fare della sua compra un _bad-haus_ come dicono in Germania:
-ha già due o tre volte rivoltata tutta la terra del giardino, per
-ritrovare la famosa corrente d’acqua; e siccome non l’ha potuta
-scoprire, vedrete che in breve comprerà tutte le case che circondano la
-sua. Adesso, siccome l’ho con lui, e che spero che nella sua strada di
-ferro, nel suo telegrafo elettrico, o nella sua speculazione dei bagni
-possa rovinarsi, lo seguito per godere della sua sconfitta che non può
-tardare di accadergli, o presto o tardi.
-
-— E perchè l’odiate? domandò il visitatore.
-
-— L’odio, rispose Lord Wilmore, perchè passando in Inghilterra ha
-sedotto la moglie di uno dei miei amici.
-
-— Ma se l’odiate, perchè non cercate di vendicarvi di lui?
-
-— Mi sono già battuto tre volte col conte, la prima volta alla pistola,
-la seconda alla spada, la terza allo squadrone: ma la prima volta mi ha
-rotto un braccio, la seconda mi ha traversato il polmone, la terza mi
-ha fatto questa ferita.
-
-L’Inglese rivoltò il colletto della camicia che gli saliva fino alle
-orecchie, e mostrò una cicatrice, il rossore della quale indicava una
-data recente. — Dimodochè io l’ho con lui sempre più, ripetè l’Inglese,
-ed egli certamente non morirà che per mia mano. — Ciò era quanto
-voleva sapere il visitatore, o piuttosto tutto ciò che sembrava sapesse
-l’Inglese. Egli adunque si alzò, e dopo avere salutato Lord Wilmore,
-che gli rispose con quella rigidezza e politezza propria degli Inglesi,
-si ritirò. Dal suo canto, Lord Wilmore, dopo avere inteso chiudersi la
-porta di strada dietro a lui, rientrò nella camera da dormire, ove con
-un giro di mano perdette i capelli biondi, le barbette rosse, la falsa
-mascella, e la cicatrice, per ritrovare i capelli neri, il colorito
-pallido, ed i denti di perla del conte di Monte-Cristo. È vero altresì
-che il sig. de Villefort, e non l’inviato del prefetto di polizia, fu
-quegli che rientrò in casa del sig. de Villefort.
-
-
-
-
-LXIX. — LA FESTA DI BALLO.
-
-
-Eravamo giunti alle più calde giornate del mese di luglio, allorchè
-venne a presentarsi a sua volta, nell’ordine dei tempi, quel sabato
-in cui doveva aver luogo il ballo del sig. de Morcerf. Erano le dieci
-della sera: i grandi alberi del giardino del palazzo del conte si
-ergevano con vigore, sotto un cielo ove scorrevano, presentando un
-fondo azzurro disseminato di stelle d’oro, gli ultimi vapori di un
-uragano che aveva minacciosamente mormorato tutta la giornata.
-
-Nelle sale del pian terreno sentivasi il rumore della musica, e lo
-strisciare dei _valzer_ e della galoppa, mentre che i raggi luminosi
-delle lampade passavano a traverso le aperture delle persiane. Il
-giardino era stato abbandonato ad una diecina di servitori, ai quali la
-padrona di casa, rassicurata dal tempo che sempre più si rasserenava,
-aveva dato ordine di preparare la cena. Fino a quel momento erasi
-esitato se la cena dovesse farsi nella sala da pranzo, o sotto una
-lunga tenda di traliccio innalzata sul prato. Quel bel cielo azzurro,
-tutto sparso di stelle, aveva risoluto il problema in favore della
-tenda e del prato. Si illuminavano i viali del giardino con lampioni
-a colore, come si usa in Italia, e si sopraccaricava di candele e di
-fiori la tavola da cena, come si usa in tutti i paesi in cui si capisce
-un poco il vero lusso della tavola, il più raro di tutti i lussi,
-quando si vuole ottenere il perfetto. Nel momento che la contessa di
-Morcerf rientrava nelle sale, dopo aver dati gli ultimi ordini, queste
-cominciavano a riempirsi d’invitati attirati dalla graziosa ospitalità
-della contessa, molto più che della distinta posizione del conte;
-perchè si era sicuri che questa festa offrirebbe, mercè il buon gusto
-di Mercedès, qualche particolare degno di essere raccontato, o al
-bisogno copiato.
-
-La sig.ª Danglars, cui gli avvenimenti che abbiam narrati avevano
-inspirata una profonda inquietezza, esitava di andare dalla sig.ª di
-Morcerf, allorquando nella mattinata la sua carrozza incontrò quella di
-Villefort: il quale le aveva fatto un segno, e le due carrozze si erano
-avvicinate, e dai finestrelli: — Andate dalla sig.ª de Morcerf, n’è
-vero? aveva domandato il procuratore del Re.
-
-— No! aveva risposto la sig.ª Danglars, soffro troppo.
-
-— Avete torto; sarebbe importante che vi ci vedessero.
-
-— Ebbene vi andrò. — E le due carrozze ripresero il loro corso in senso
-opposto. La sig.ª Danglars era dunque venuta non solamente bella della
-sua propria bellezza, ma ancora abbagliante pel lusso; ella entrava da
-una porta, nel momento in cui Mercedès entrava dall’altra.
-
-La contessa mandò avanti Alberto ad incontrare la sig.ª Danglars;
-Alberto si avanzò, fece alla baronessa i complimenti meritati per la
-sua toletta, e le prese il braccio per condurla a quel posto che le
-sarebbe piaciuto di scegliere.
-
-Alberto guardò intorno a sè.
-
-— Voi cercate mia figlia? disse sorridendo la baronessa.
-
-— Lo confesso, avreste avuta la crudeltà di non condurla?
-
-— Rassicuratevi, ella ha incontrato madamigella de Villefort, e ne ha
-preso il braccio; osservate lì che ci seguono tutte e due vestite di
-bianco, l’una con un mazzetto di camelie, l’altra con un mazzetto di
-miosoti; ma ditemi adunque....
-
-— Che cercate voi pure? domandò sorridendo Alberto.
-
-— Questa sera non avete il conte di Monte-Cristo?
-
-— Diecisette! rispose Alberto — Che volete dire?
-
-— Voglio dire, che così va bene, rispose il visconte ridendo, e che
-voi siete la 17ª persona che mi fa la stessa domanda; il conte va
-avanti!... fategli i miei rallegramenti.
-
-— E rispondete voi a tutti come a me?
-
-— Ah! è vero, non vi ho risposto; tranquillatevi, signora; avremo
-l’uomo alla moda, siamo fra i suoi privilegiati.
-
-— Eravate all’_Opera_ ier sera? — No. — Egli v’era.
-
-— Davvero! l’eccentrico ha fatto qualche originalità?
-
-— Può farsi vedere senza farne? Ballava la Essler nel _Diavolo Zoppo_;
-la principessa greca era trasportata in estasi. Dopo la _cachucha_, ha
-infilato un anello magnifico di brillanti nel nastro che legava il suo
-mazzetto di fiori, e lo ha gettato alla graziosa ballerina, la quale al
-terzo atto, per farle onore, si è presentata col suo anello in dito. E
-la sua principessa l’avrete questa sera?
-
-— No, bisogna rimanerne privi; la sua posizione nella casa del conte
-non è abbastanza stabilita.
-
-— Basta, lasciatemi qui, e salutate la sig.ª de Villefort, disse
-la baronessa; vedo che muore dal desiderio di parlarvi. — Alberto
-salutò la sig.ª Danglars, e si inoltrò verso la sig.ª de Villefort: —
-Scommetto, disse Alberto interrompendola, che so ciò che volete dirmi?
-
-— Ah! bravo, disse la sig.ª de Villefort.
-
-— Se indovino giusto, ne converrete?
-
-— Sì.
-
-— Stavate per chiedermi se veniva il conte di Monte-Cristo.
-
-— Niente affatto. Non è di lui che mi occupo in questo momento. Voleva
-chiedervi se avete notizia di Franz.
-
-— Sì, ieri. — Che vi diceva? — Che partiva contemporaneamente alla
-lettera.
-
-— Bene. Ora, il conte...?
-
-— Il conte verrà, siate tranquilla. — Sapete che Monte-Cristo ha un
-altro nome?
-
-— No, non lo sapeva.
-
-— Monte-Cristo è il nome di un isola, ma egli ha ancora un nome di
-famiglia. — Non l’ho mai sentito pronunciare.
-
-— Ebbene! son più avanti di voi, si chiama Zaccone.
-
-— Ciò è possibile. — Egli è maltese.
-
-— Ciò pure è possibile. — Figlio di un armatore.
-
-— Oh! ma, davvero che dovreste raccontare simili cose ad alta voce, ne
-otterreste un grandissimo incontro.
-
-— Ha servito nelle Indie, possiede una miniera d’argento nella
-Tessaglia, e viene a Parigi per fondare uno stabilimento di acque
-minerali ad Auteuil.
-
-— Ebbene! disse Morcerf, ecco delle notizie! mi permettete di
-divulgarle? — Sì, ma poco a poco, una a una, senza dire che vengano da
-me. — E perchè? — Perchè è quasi un segreto sorpreso.
-
-— A chi? — Alla polizia.
-
-— Allora queste notizie si spargevano...
-
-— Ier sera, in casa del prefetto. Parigi si è commossa, lo capirete
-bene, alla vista di un lusso così straordinario, e la polizia ha prese
-le sue informazioni.
-
-— Sta bene! non vi sarebbe mancato che avessero arrestato il conte come
-vagabondo, sotto pretesto che è troppo ricco.
-
-— In fede mia, ciò era quanto poteva accadergli, se le informazioni non
-fossero state così favorevoli.
-
-— Povero conte! Egli non pensa neppure al pericolo che ha corso. —
-Lo credo bene. — Allora è una carità l’avvisarlo. Al suo arrivo non
-mancherò. — In questo momento un bel giovine cogli occhi vivi, coi
-capelli neri, coi baffi lucidi, venne a salutare rispettosamente
-la sig.ª de Villefort. Alberto gli stese la mano. — Signora, disse
-Alberto, ho l’onore di presentarvi il sig. Massimiliano Morrel,
-capitano dei _Spahis_, uno dei nostri buoni, e soprattutto bravi
-ufficiali.
-
-— Ho già avuto il piacere d’incontrare il signore ad Auteuil, in casa
-del conte di Monte-Cristo, rispose la sig.ª de Villefort rivoltandosi
-con una marcata freddezza.
-
-Questa risposta, e soprattutto il tuono con cui fu fatta, strinsero il
-cuore del povero Morrel, ma gli era preparato un compenso: nel voltarsi
-vide sul limitare della porta una bella e bianca figura, i cui occhi
-blu dilatati, e senza una apparente espressione si attaccavano su lui;
-mentre che il mazzetto di miosotis saliva lentamente verso le labbra.
-
-Questo saluto fu così bene inteso, che Morrel colla stessa espressione
-di sguardo, avvicinò anch’egli il fazzoletto alla bocca; e le due
-statue viventi, il cui cuore batteva tanto fortemente sotto l’apparente
-marmo dei loro visi, separate l’una dall’altra quant’era larga la sala,
-dimenticarono un momento sè stesse, o per dir meglio dimenticarono la
-folla in questa muta contemplazione. Avrebbero potuto restar così per
-lungo tempo perduti l’uno nell’altro senza che alcuno s’accorgesse del
-loro obblìo d’ogni cosa; ma entrava il conte di Monte-Cristo.
-
-Abbiamo già detto, fosse prestigio fatuo, o naturale, il conte attirava
-l’attenzione universale su di sè in qualunque luogo si presentasse.
-Non il suo abito nero, irreprensibile nel taglio, ma semplice e senza
-decorazioni; non il gilè bianco senza alcun ricamo, non il calzone
-che cadeva su di un piede della forma più delicata, attiravano
-l’attenzione; ma il colorito pallido, i capelli neri ondati, il
-viso tranquillo e sereno, l’occhio profondo e melanconico; la bocca
-disegnata con finitezza maravigliosa, e che prendeva tanto facilmente
-l’espressione dell’alto sdegno, che faceva che tutti gli occhi si
-fissassero su di lui.
-
-Vi potevano essere uomini più belli, ma non ve ne potevano essere più
-_significanti_ (ci sia permessa questa espressione). E forse non si
-sarebbe fatto attenzione a tutto ciò, se non vi fosse stata, sotto a
-tutto questo, una misteriosa storia, dorata da un’immensa fortuna.
-
-Che che ne sia, egli s’inoltrò sotto il peso degli sguardi e nello
-scambio di piccoli saluti, fino alla sig.ª de Morcerf, che, in piedi
-davanti al caminetto guernito di fiori, lo aveva veduto comparire da
-uno specchio posto di contro alla porta e si era preparata a riceverlo.
-Ella dunque si voltò verso lui, con un sorriso composto, nello stesso
-momento ch’egli si inchinava davanti a lei. Senza dubbio ella credè che
-il conte le avrebbe parlato; dal suo lato, il conte credè che ella gli
-avrebbe indirizzata la parola; ma da ambedue le parti restarono muti,
-tanto sembrava loro indegna d’entrambi una finzione; e dopo essersi
-scambiato il saluto, Monte-Cristo si diresse verso Alberto, che gli
-veniva incontro a mano aperta.
-
-— Avete veduta mia madre? domandò Alberto.
-
-— Ho avuto l’onore di salutarla, disse il conte, ma non ho per anche
-veduto il vostro sig. padre. — Osservate! parla laggiù di politica in
-quel piccolo gruppo di grandi celebrità. — Da vero! disse Monte-Cristo,
-quei signori che vedo là sono celebrità? non l’avrei pensato. E di qual
-specie? vi sono delle celebrità di tutte le specie, come sapete.
-
-— Primieramente vi è uno scienziato, quel signore grande e secco;
-ha scoperto nella campagna romana una specie di lucertola che ha una
-vertebra di più delle altre, ed è ritornato per far parte all’Istituto
-di questa scoperta. La cosa fu per lungo tempo contestata; ma
-finalmente il vantaggio è rimasto all’uomo secco. La vertebra aveva
-fatto un gran fracasso nel mondo sapiente, il sig. grande e secco, che
-era solamente cavaliere della legion d’onore, ne fu nominato ufficiale.
-
-— Alla buon’ora! disse Monte-Cristo. Ecco una croce che mi sembra
-data saggiamente; allora, se ritrova una seconda vertebra, lo faranno
-commendatore.
-
-— È probabile, disse Morcerf.
-
-— E quell’altro che ha avuta la singolare idea d’imbacuccarsi in un
-abito blu orlato di verde; chi può mai essere?
-
-— Non è sua l’idea di affibbiarsi quell’abito; ma della repubblica,
-che, come sapete, era ben poco artista; e che volendo dare un’uniforme
-agli accademici, pregò David di disegnar loro un abito.
-
-— Ah! da vero; in tal guisa quel signore è un accademico?
-
-— Da otto giorni fa parte della dotta assemblea.
-
-— E qual è il suo merito, la sua specialità?
-
-— La sua specialità? credo, ch’egli conficchi gli aghi nella testa dei
-conigli, faccia mangiare della robbia ai polli, ed estragga con ossa di
-balena la midolla spinale ai cani.
-
-— E per questo è dell’accademia delle scienze?
-
-— No, dell’accademia di Francia. — Ma che cosa ha dunque che fare
-l’accademia francese con tutto questo?
-
-— Ve lo dirò; sembra... — Che queste esperienze abbiano fatto fare un
-gran passo alla scienza, senza dubbio?
-
-— No, ma che scriva con molto buon stile.
-
-— Ciò deve, disse Monte-Cristo, lusingare enormemente l’amor proprio
-dei cani ai quali viene tolta la midolla spinale. — Alberto si mise a
-ridere. — E quell’altro? domandò il conte. — Ah! l’abito blu-bordò? —
-Sì.
-
-— È un collega del conte; quegli che si è opposto il più calorosamente
-alla proposizione che la camera dei pari abbia un’uniforme. Ha avuto un
-grand’incontro alla tribuna su questo argomento; era in cattivo aspetto
-ai fogli liberali, ma si è riconciliato con essoloro; e si dice che
-verrà nominato ambasciatore.
-
-— E quali sono i suoi titoli per essere divenuto pari?
-
-— Ha scritto due o tre opere comiche, ha preso 4 o 5 azioni al
-_Siècle_, ed ha dato il voto in favore del ministero per cinque o sei
-anni.
-
-— Bravo! visconte, disse Monte-Cristo ridendo, voi siete uno spiritoso
-cicerone; ora mi farete un favore, non è vero?
-
-— Quale?
-
-— Non mi presenterete a quei signori, e se domandano di essermi
-presentati, mi preverrete.
-
-In questo momento il conte sentì una mano posarsi sul suo braccio; si
-voltò, era Danglars.
-
-— Ah! siete voi, barone? diss’egli.
-
-— Perchè mi chiamate barone? sapete bene che non metto importanza al
-mio titolo. Non son come voi, visconte, voi ci pretendete, non è vero?
-
-— Certamente, rispose Alberto, perchè se non fossi visconte, non sarei
-più niente, mentre che voi potreste sacrificare il vostro titolo di
-barone, e restereste sempre milionario.
-
-— Ch’è il più bel titolo sotto il governo di luglio.
-
-— Disgraziatamente, disse Monte-Cristo, non si è sempre milionari a
-vita, come si può essere barone, pari di Francia, o Accademico; ne
-facciano fede i milionari Frank e Poulmann di Francfort che hanno fatto
-bancarotta.
-
-— Davvero? disse Danglars impallidendo.
-
-— Sulla mia parola, ne ho ricevuta la notizia questa sera da un
-corriere: aveva qualche cosa, circa un milione, sopr’essi, ma,
-avvertito in tempo, ne ho fatto esigere il rimborso sarà circa un mese.
-
-— Ah! mio Dio! riprese Danglars, hanno fatta tratta sopra di me per 200
-mila fr. — Ebbene! eccovi avvisato. La loro firma non vale più che il 5
-per cento.
-
-— Sì, ma io sono avvisato troppo tardi.... ho fatto onore alla loro
-firma. — Buono! disse Monte-Cristo. Ecco altri 200 mila fr. che sono
-andati a raggiungere...
-
-— Zitto, disse Danglars: non parlate dunque di questi affari... (indi
-avvicinandosi a Monte-Cristo): particolarmente in presenza del sig.
-Cavalcanti figlio, aggiunse il banchiere, che, pronunciando queste
-parole, si voltò sorridendo dalla parte del giovine.
-
-Morcerf aveva lasciato il conte per parlare a sua madre.
-
-Danglars lo lasciò per salutare Cavalcanti figlio.
-
-Monte-Cristo si ritrovò per un momento solo.
-
-Frattanto il caldo cominciava a divenire eccessivo. I camerieri
-circolavano per le sale con sottocoppe cariche di frutti e di gelati.
-Monte-Cristo si asciugò col fazzoletto il viso bagnato di sudore; ma
-dette addietro, quando la sottocoppa gli passò davanti, e nulla prese
-per rinfrescarsi.
-
-La signora de Morcerf non lo perdeva di vista; ella vide passare la
-sottocoppa senza prender niente; afferrò perfino il movimento che fece
-nell’allontanarsi.
-
-— Alberto, diss’ella, avete osservato che il conte non ha voluto mai
-accettare un pranzo dal sig. de Morcerf.
-
-— Sì, ma ha accettata una colazione da me, poichè per questa colazione
-ha fatto il suo ingresso nella società.
-
-— Da voi non è dal conte, mormorò Mercedès, e da che egli è qui, io
-l’ho esaminato... e non ha ancor preso nulla.
-
-— Il conte è molto sobrio. — Mercedès sorrise tristamente.
-
-— Riavvicinatevi a lui, diss’ella, ed alla prima sottocoppa che passa,
-insistete. — E perchè, madre mia?
-
-— Fatemi questo piacere, Alberto, disse Mercedès.
-
-Alberto baciò la mano di sua madre, ed andò a situarsi vicino al conte.
-Passò un’altra sottocoppa carica come le precedenti; ella vide Alberto
-insistere presso il conte, prendere ancora un gelato e presentarglielo,
-ma egli rifiutò ostinatamente. — Ebbene! diss’ella, vedete, ha
-rifiutato.
-
-— Ma in che cosa può preoccuparvi questo?
-
-— Lo sapete, Alberto, le donne sono singolari. Avrei veduto con piacere
-il conte prendere qualche cosa in casa mia, fosse anche stato un solo
-grano di melagranata. Del resto forse non saprà adattarsi ai costumi
-francesi, forse preferirà qualche cosa d’altro.
-
-— Mio Dio! no, l’ho veduto in Italia prendere di tutto; senza dubbio
-questa sera sarà indisposto.
-
-— Poi, disse la contessa, avendo sempre abitato nei climi ardenti,
-forse sarà men sensibile a questo caldo.
-
-— Non lo credo, poichè si lagnava di sentirsi soffocare; domandava anzi
-perchè, avendo già aperte le finestre, non aprano pure le persiane.
-
-— In fatto questo è il mezzo per assicurarmi se questa astinenza è un
-disegno prestabilito: — Ed ella uscì dalla sala.
-
-Un momento dopo si aprirono le persiane, e si potè a traverso i
-gelsomini, e le clematidi che tappezzavano le finestre, vedere tutto il
-giardino illuminato con lanterne, e la cena imbandita sotto una tenda.
-Ballerini e ballerine, giuocatori e ciarloni, mandarono un grido di
-gioia, tutti quei polmoni alterati aspiravano con delizia l’aria che
-entrava a torrenti. Nello stesso punto ricomparve Mercedès, più pallida
-di quando era uscita, ma con quella fermezza d’aspetto ch’era in lei
-notevole in certe occasioni. Ella andò direttamente al gruppo di cui
-suo marito era il centro.
-
-— Non trattenete questi signori qui, sig. conte, diss’ella, essi
-ameranno meglio, se non giuocano, respirare nel giardino, che soffocare
-in questa sala.
-
-— Ah! signora, disse un vecchio generale molto galante, che nel
-1809 aveva cantato: _Nel partire per la Siria_, non andremo soli nel
-giardino.
-
-— Sia, disse Mercedès, vi darò il buon esempio.
-
-E voltandosi verso Monte-Cristo: — Sig. conte, diss’ella, fatemi
-l’onore di offrirmi il braccio. — Il conte quasi vacillò a queste
-semplici parole; poi guardò un momento Mercedès, questo momento ebbe la
-rapidità del baleno, eppure sembrò alla contessa che durasse un secolo,
-tanti pensieri aveva Monte-Cristo ammassati in questo sguardo. Egli
-offrì il braccio alla contessa, che vi si appoggiò, o, per meglio dire,
-lo sfiorò colla sua piccola mano, ed entrambi discesero dai gradini
-della scalinata. Dietro ad essi, e per l’altra parte della scalinata,
-si slanciarono nel giardino, colle più romorose esclamazioni di
-piacere, una ventina di passeggianti.
-
-
-
-
-LXX. — IL PANE ED IL SALE.
-
-
-La sig.ª de Morcerf entrò col suo compagno sotto una volta di foglie
-formata da un viale di tigli che conduceva ad una stufa.
-
-— Faceva troppo caldo nella sala, n’è vero, sig. conte?
-
-— Sì, signora, ed è stata una eccellente idea la vostra di fare aprire
-le porte e le persiane. — Terminando queste parole il conte s’accorse
-che la mano di Mercedès tremava.
-
-— Ma voi, diss’egli, con questa veste leggera e senz’altro preservativo
-intorno al collo che questa sciarpa di velo, avrete freddo.
-
-— Sapete dove vi conduco? disse la contessa senza rispondere alla
-domanda di Monte-Cristo.
-
-— No, signora, ma, lo vedete, non fo resistenza.
-
-— A quella stufa che vedete là, in fondo al viale.
-
-Il conte guardò Mercedès come per interrogarla; ma ella continuò il
-cammino senza dir parola, e dal suo canto Monte-Cristo divenne muto.
-Giunsero al fabbricato tutto guernito di frutti magnifici che, dal
-principio di luglio, giungono alla loro maturità in questa temperatura
-sempre calcolata per sostituire il calore del sole, tanto spesso
-assente da noi.
-
-La contessa lasciò il braccio di Monte-Cristo, e colse un grappolo di
-uva moscatella. — Prendete, sig. conte, disse ella con un sorriso fatto
-più tristo da due lagrime che le spuntavano dagli occhi; prendete, la
-nostra uva di Francia non è paragonabile, lo so, alle vostre della
-Sicilia e di Cipro, ma sarete indulgente pel nostro debole sole del
-Nord.
-
-Il conte s’inchinò, e fece un passo in addietro.
-
-— La rifiutate? disse Mercedès con voce tremante.
-
-— Signora, rispose Monte-Cristo, vi prego umilmente di scusarmi, ma non
-mangio mai moscatello.
-
-Mercedès lasciò cadere il grappolo sospirando.
-
-Una pesca magnifica pendeva da una spalliera vicina, riscaldata pur
-dal calore artificiale della stufa. Mercedès si avvicinò al frutto
-vellutato e lo colse. — Allora prendete questa pesca, diss’ella. — Il
-conte fece lo stesso gesto di rifiuto.
-
-— Oh! ancora? in verità son disgraziata. — Un lungo silenzio seguì
-questa scena; la pesca, come il grappolo d’uva, era rotolata al suolo.
-— Sig. conte, riprese Mercedès guardando Monte-Cristo con occhio
-supplichevole, vi è un commovente costume in Arabia che fa eternamente
-amici quelli che hanno fra loro diviso il pane ed il sale sotto il
-medesimo tetto.
-
-— Lo conosco, ma noi siamo in Francia e non nell’Arabia; ed in Francia
-non vi è divisione di pane e di sale, come non vi sono amicizie eterne.
-
-— Ma finalmente, disse la contessa palpitante con gli occhi fissi su
-quelli di Monte-Cristo, del quale riafferrava quasi convulsivamente il
-braccio con ambe le mani, noi siamo amici, n’è vero? — Il sangue affluì
-al cuore del conte, che divenne pallido come la morte, poi rifluendo
-dal cuore alla gola, ne invase le guance; e gli occhi nuotarono nel
-vago per qualche secondo, come quelli di un uomo colpito da improvviso
-bagliore: — Certamente che siamo amici, signora, replicò egli; e
-d’altra parte perchè non dovremmo esserlo?
-
-— Grazie, diss’ella. E si rimise a camminare.
-
-— Signore, riprese dopo dieci minuti di silenziosa passeggiata, è vero
-che avete veduto tanto, tanto viaggiato, e sofferto?
-
-— Ho sofferto moltissimo. — Ma ora siete felice?
-
-— Senza dubbio, perchè ora nessuno mi sente lamentare.
-
-— E la vostra felicità presente vi fa l’anima più dolce?
-
-— No; essa uguaglia la mia passata miseria.
-
-— Non siete ammogliato? — Ammogliato! no, rispose Monte-Cristo
-fremendo, chi ha potuto dirvi ciò?
-
-— Non mi fu detto, ma più di una volta siete stato veduto condurre
-all’_Opera_ una bella e giovane donna.
-
-— È una schiava che ho comprato a Costantinopoli, la figlia di un
-principe, della quale ho formato una figlia, non avendo altre affezioni
-in questo mondo.
-
-— Vivete dunque solo? — Vivo solo.
-
-— Non avete sorelle... figli... padre?... — Non ho alcuno.
-
-— Come potete viver così, senza che niente vi attacchi alla vita?
-
-— Non è mia colpa, signora. A Malta amavo una giovinetta, e stava per
-isposarla, quando sopraggiunse la guerra e m’involò da lei lontano,
-rapito come da un turbine. Credetti ch’ella mi avesse amato abbastanza
-per aspettarmi, per restarmi fedele anche alla tomba. Quando ritornai
-era maritata. Questa è la storia di tutti gli uomini che sono passati
-per l’età di vent’anni; aveva forse il cuore più debole degli altri, ed
-ho sofferto più di quel che avrebbero fatto al mio posto. — La contessa
-si fermò un momento come se avesse avuto bisogno di fermarsi per potere
-respirare: — Sì; diss’ella, e quest’amore vi è rimasto nel cuore... Non
-si ama davvero che una sola volta... Ed avete mai più riveduta questa
-donna?
-
-— Giammai. — Giammai? — Non son più ritornato nel paese dov’ella era. —
-A Malta? dunque, ella è a Malta?
-
-— Lo penso.
-
-— E le avete perdonato quanto vi ha fatto soffrire?
-
-— A lei, sì. — Ma ad essa soltanto; odiate sempre quelli che vi hanno
-da lei diviso? — Perchè dovrei odiarli?
-
-La contessa si pose dirimpetto a Monte-Cristo; ella teneva ancora in
-mano un resto del grappolo profumato:
-
-— Prendete, diss’ella.
-
-— Non mangio mai moscatello, signora.
-
-La contessa gettò il grappolo nel cespuglio di fiori più vicino con un
-gesto di disperazione: — Inflessibile!
-
-Monte-Cristo restò così impassibile come se il rimprovero non fosse
-stato a lui diretto.
-
-Alberto accorreva in quel momento.
-
-— Oh! madre mia! diss’egli, una gran disgrazia!
-
-— Che cosa è accaduto? domandò la contessa raddrizzandosi, come se dopo
-il sogno fosse giunta la realtà; una disgrazia, avete detto? infatto
-devono accaderne!
-
-— Il sig. de Villefort è qui. — Ebbene?
-
-— Viene a cercare sua moglie e sua figlia. — E perchè?
-
-— Perchè la marchesa di Saint-Méran è giunta a Parigi, portando la
-notizia che il sig. di Saint-Méran è morto alla prima posta lasciando
-Marsiglia. La sig.ª de Villefort ch’era molto allegra, non voleva nè
-comprendere nè credere questa disgrazia; ma madamigella Valentina, alle
-prime parole, per quante cautele avesse preso suo padre, ha indovinato
-tutto; questo colpo l’ha atterrata come un fulmine, ed è caduta
-svenuta.
-
-— E che cosa è il conte di Saint-Méran a madamigella de Villefort?
-chiese il conte. — Suo avo materno. Veniva per ottenere il matrimonio
-di sua nipote con Franz. — Ah! davvero! — Ecco Franz aggiornato. Perchè
-di Saint-Méran non è egualmente avo di madamigella Danglars?
-
-— Alberto! Alberto! disse la sig.ª di Morcerf col tuono di un
-dolce rimprovero; che dite? Ah! conte, voi per cui egli ha tanta
-considerazione, ditegli dunque che ha parlato male. — Ella fece qualche
-passo in avanti. Monte-Cristo la guardò così stranamente, e con una
-espressione astratta e ad un tempo improntata di una affettuosa
-ammirazione, che ella ritornò addietro. Allora ella gli prese la
-mano, nello stesso tempo che stringeva quella del figlio, ed unendole
-entrambe: — Siamo amici, n’è vero? diss’ella.
-
-— Oh! vostro amico, signora, non ho questa pretensione, disse il conte,
-ma in ogni caso son sempre vostro rispettabilissimo servitore. — La
-contessa partì con un’inesprimibile stringimento di cuore, e, prima
-che avesse fatto dieci passi, il conte la vide mettersi il fazzoletto
-agli occhi. — E che, non siete forse d’accordo con mia madre? domandò
-Alberto meravigliato.
-
-— Al contrario, rispose il conte, poichè ella mi ha detto presente voi
-che siamo amici.
-
-Rientrarono nella sala che era stata allora lasciata da Valentina, dal
-signore, e dalla sig.ª de Villefort.
-
-È superfluo il dire che Morrel partì dietro ad essi.
-
-
-
-
-LXXI. — LA SIGNORA DI SAINT-MÉRAN.
-
-
-Una scena lugubre infatto accadeva in casa del sig. de Villefort.
-Dopo la partenza delle due signore per la festa di ballo, ove tutte
-le istanze della sig.ª de Villefort non avevano potuto determinare suo
-marito ad accompagnarla, il procurator del Re, secondo il suo costume,
-si era chiuso nel gabinetto con una filza di carte, che avrebbe
-spaventato tutt’altro, ma che, nei tempi ordinarii della sua vita,
-bastava appena per soddisfare il forte appetito del lavoratore.
-
-Questa volta la filza di carte conteneva cose di pura forma, Villefort
-non si rinchiudeva per lavorare, ma per riflettere; e chiusa la porta
-ordinò di non essere disturbato che per cose d’importanza; si assise
-sopra un seggio, e si mise a riandare anche una volta nella memoria
-tutto ciò che, da sette o otto giorni, faceva straripare la coppa
-dei suoi tetri dispiaceri, dei suoi amari ricordi. Allora, invece
-di portar la mano sul monte di carte ammassate davanti a lui, aprì
-un tiratoio dello scrittoio; fece scattare un segreto e cavò fuori
-un plico che conteneva le sue note personali, manoscritto prezioso,
-nel quale aveva classificato e distinto, con cifre conosciute da lui
-solo, i nomi di tutti coloro che, nella sua carriera politica, ne’
-suoi affari d’interesse pecuniario, nelle sue cause criminali e nei
-suoi misteriosi amori, eran diventati suoi nemici. Il numero n’era
-formidabile, oggi che aveva cominciato a tremare; e ciò non ostante
-tutti questi nomi, per quanto possenti o temibili si fossero, lo
-avevan fatto ben molte volte sorridere, come sorride il viaggiatore
-che dalla più alta montagna guarda ai suoi piedi gli acuti picchi,
-le strade impraticabili, gli orli dei precipizi pei quali si è tanto
-lungamente arrampicato per poter giungere a quell’altezza. Quando
-ebbe ripassati bene tutti questi nomi nella memoria, quando li ebbe
-ben studiati, commentati sulle sue liste, scosse la testa: — No,
-mormorò egli, nessuno di questi nemici avrebbe atteso pazientemente ed
-operosamente fino al giorno in cui siamo, per venirmi ora a schiacciare
-con questo segreto. Qualche volta, come dice Hamlet, il romore dalle
-cose più profondamente seppellite sotto terra, sorge, e, come il fuoco
-nel fosforo, corre follemente per l’aria; ma queste son fiamme che
-illuminano in un momento per stravolgere il cervello. La storia sarà
-stata raccontata dal Corso a qualche prete, che la avrà a sua volta
-raccontata. Il sig. di Monte-Cristo l’avrà saputa, e per venirne in
-chiaro... ma con qual pro venirne in chiaro? riprendeva Villefort dopo
-un momento di riflessione, qual premura il sig. di Monte-Cristo, il
-sig. Zaccone, il figlio di un armatore di Malta, il proprietario di
-una miniera d’argento nella Tessaglia, che vien per la prima volta
-in Francia, ha da venire in chiaro di un fatto cupo, misterioso, ed
-inutile come questo? In mezzo alle informazioni incoerenti che mi sono
-state date da quell’abate Busoni, e da Lord Wilmore, da questo amico, e
-da quel nemico, una sola cosa ne spicca chiara, precisa, ai miei occhi:
-ed è che in nessun tempo, in nessun caso, in nessuna congiuntura egli
-non può avere avuto il più piccolo contatto con me.
-
-Ma Villefort ripeteva spesso queste parole a sè stesso senza credere
-a quanto diceva. Il più terribile per lui non era una rivelazione,
-perchè poteva negare, od anche rispondere: egli s’inquietava poco di
-quel _Mane_, _Thècel_, _Pharès_, che appariva d’improvviso in lettere
-di sangue sul muro; ma ciò che io inquietava, era di conoscere il corpo
-al quale apparteneva la mano che le aveva tracciate. Al momento che
-tentava di tranquillar sè stesso, ed in cui, invece di quell’avvenire
-politico che nei suoi sogni d’ambizione aveva qualche volta traveduto,
-egli si componeva, nel timore di svegliare questo nemico addormentato
-da sì lungo tempo, un avvenire ristretto alle gioie di famiglia,
-un romore di carrozza rimbombò nel cortile, indi intese sulla scala
-passi di una persona di età, poi dei singhiozzi e dei sospiri, come
-ne trovano i servitori quando vogliono divenire _interessanti_ pel
-dolore dei loro padroni. Si sollecitò di levare il chiavistello del
-gabinetto, e ben presto, senza essere annunciata entrò una vecchia
-dama, collo scialle sul braccio, ed il cappello in mano. I capelli
-imbiancati coprivano una fronte scura come l’avorio ingiallito, e
-gli occhi negli angoli dei quali l’età aveva solcato profonde rughe,
-sparivano quasi del tutto sotto il gonfiore prodotto dal pianto: —
-Oh! signore, diss’ella, qual disgrazia! Io pur ne morrò. — E cadendo
-sul seggio più vicino alla porta, irruppe in singhiozzi. I domestici,
-in piè sul limitare, non osavano più venire avanti, guardavano il
-vecchio servitore di Noirtier, che, avendo inteso questo romore dalla
-camera del padrone, era accorso egli pure, e si teneva dietro gli
-altri. Villefort si alzò, e corse incontro a sua suocera, perchè era
-ella stessa. — Eh! mio Dio, signora, domandò egli, che è accaduto, che
-cosa vi sconvolge così? ed il sig. di Saint-Méran? — È morto, disse la
-vecchia marchesa senza espressioni e con una specie di stupore.
-
-Villefort indietreggiò di un passo, e battè le mani una contro l’altra:
-— Morto!... morto così... subitamente?
-
-— Sono otto giorni, continuò la sig.ª di Saint-Méran, che dopo avere
-pranzato montammo insieme in carrozza. Il signor di Saint-Méran
-era indisposto da qualche giorno; però l’idea di rivedere la nostra
-cara Valentina lo rendeva coraggioso, e, ad onta dei suoi dolori,
-aveva voluto partire, allorquando, a sei leghe da Marsiglia, dopo
-aver mangiate le consuete pastiglie, fu preso da un sonno profondo,
-che non mi sembrava naturale; ciò nonostante esitai a svegliarlo,
-quando mi sembrò che il viso diventasse rosso, e le arterie delle
-tempia battessero più violentemente del solito. Ma pure, siccome era
-sopraggiunta la notte, ed io non vedeva più niente, lo lasciai dormire;
-ben tosto mandò un grido sordo e straziante come quello di un uomo che
-soffre in un sogno, e con improvviso movimento rovesciò la testa in
-addietro. Chiamai il cameriere, feci fermare il postiglione, chiamai il
-sig. di Saint-Méran, gli feci respirare la mia boccetta di sali, tutto
-era finito, era morto, ed al lato del suo cadavere io giunsi fino ad
-Aix.
-
-Villefort rimase stupefatto, colla bocca aperta.
-
-— E voi chiamaste un medico?
-
-— Nello stesso momento; ma, come ve l’ho già detto, era troppo tardi.
-
-— Senza dubbio, ma almeno egli poteva riconoscere di qual malattia era
-morto il povero marchese.
-
-— Mio Dio! sì, me l’ha detto, sembra che sia stata un’apoplessia
-fulminante. — Ed allora che avete fatto?
-
-— Il sig. di Saint-Méran aveva sempre detto, che se moriva lontano da
-Parigi, desiderava che il suo corpo fosse ricondotto nella sepoltura
-di famiglia; l’ho fatto mettere in una cassa di piombo, e lo precedo di
-pochi giorni.
-
-— Oh! mio Dio, povera madre! disse Villefort: simili cure dopo un tale
-colpo nella vostra età!
-
-— Dio mi ha dato la forza sino alla fine; d’altra parte il caro
-marchese avrebbe fatto per me ciò che ho fatto per lui. È vero che
-dal momento in cui l’ho lasciato laggiù, mi sembra di esser pazza:
-non posso piangere; alla mia età già non vi sono più lagrime: però mi
-sembra che fino a tanto che si soffre, si dovrebbe poter piangere.
-Dov’è Valentina, signore? è per lei che ritorniamo, voglio vedere
-Valentina.
-
-Villefort pensò che sarebbe stato orribile il rispondere che Valentina
-era al ballo; disse soltanto alla marchesa, che sua nipote era uscita
-con la matrigna, e che andavano a prevenirla.
-
-— In questo medesimo punto signore, ve ne supplico! — Villefort mise il
-braccio sotto quello della sig.ª di Saint-Méran, e la condusse al suo
-appartamento.
-
-— Riposatevi, diss’egli, madre mia. — La marchesa alzò la testa a
-queste parole, e vedendo quell’uomo che le ricordava questa figlia
-tanto pianta, e che rivedeva per lei stessa in Valentina, si sentì
-colpita da questo nome di madre, si sciolse in lagrime, e cadde
-in ginocchio avanti una sedia, sulla quale nascose la sua testa
-venerabile. Villefort la raccomandò alle cure delle cameriere, mentre
-che il vecchio Barrois risaliva tutto ansante dal suo padrone; perchè
-niente spaventa tanto i vecchi che allorquando la morte abbandona un
-momento i loro fianchi per colpire un altro vecchio.
-
-Indi, mentre che la sig.ª di Saint-Méran, sempre inginocchiata, pregava
-dal fondo del cuore, mandò a cercare una carrozza di piazza, e venne
-egli stesso in casa della sig.ª de Morcerf, per ricondurre a casa sua
-la moglie e la figlia.
-
-Egli era tanto pallido quando apparve sulla porta della sala, che
-Valentina corse a lui gridando: — Oh! padre mio! qual disgrazia è
-accaduta?
-
-— Vostra nonna è giunta, disse il sig. de Villefort.
-
-— E mio nonno? domandò la giovinetta tremante.
-
-Il sig. de Villefort non rispose, se non che offrendo il braccio a sua
-figlia. Ed era tempo: Valentina, presa da una vertigine, traballava;
-la sig.ª de Villefort si affrettò a sostenerla, ed aiutò suo marito
-a trascinarla verso la carrozza, dicendo: — Questo può dirsi strano!
-chi avrebbe mai potuto dubitar di ciò? — E tutta questa famiglia
-desolata se ne fuggiva così, gettando la tristezza come un velo nero
-sul resto della società. A piè della scala, Valentina trovò Barrois
-che l’aspettava. — Il sig. Noirtier desidera di vedervi questa sera,
-diss’egli a bassa voce.
-
-— Ditegli che andrò da lui quando uscirò dalla camera di mia nonna.
-— Nella delicatezza della sua anima, la giovinetta capì bene che
-quella che aveva più di tutti bisogno di lei in quell’ora, era la
-sig.ª di Saint-Méran. Valentina ritrovò la sua avola in letto; mute
-carezze, rigonfiamenti dolorosi di cuore, sospiri interrotti, lagrime
-brucianti, ecco quali furono i soli particolari raccontabili di questa
-conversazione, alla quale assisteva stando sotto al braccio di suo
-marito, la sig.ª de Villefort, piena di rispetto, almeno apparente,
-per la povera vedova. In capo ad un minuto essa si accostò all’orecchio
-del marito. — Col vostro permesso, diss’ella, è meglio che mi ritiri,
-perchè mi sembra che la mia vista affligga ancor di più vostra suocera.
-— La sig.ª di Saint-Méran l’intese:
-
-— Sì, sì, diss’ella all’orecchio di Valentina, che se ne vada: ma tu
-resta. — La sig.ª de Villefort uscì, e Valentina rimase sola vicina al
-letto della nonna, perchè il procurator del Re, costernato da questa
-morte imprevista, seguì sua moglie. Frattanto Barrois era risalito la
-prima volta dal vecchio Noirtier; questi, inteso tutto il rumore che si
-faceva in casa, aveva inviato il vecchio servitore ad informarsi.
-
-Al ritorno quest’occhio sì vivo e soprattutto sì intelligente interrogò
-il messaggiero:
-
-— Ah! signore, disse Barrois, è accaduta una grande disgrazia. È giunta
-la signora di Saint-Méran, e suo marito è morto. — Noirtier lasciossi
-cader la testa sul petto come uomo oppresso, o come uomo che pensa,
-indi chiuse un occhio solo. — La sig.ª Valentina? disse Barrois. —
-Noirtier fece segno di sì. — Ella è ad un ballo, il signore lo sa bene
-ed è venuta a dirgli addio in gran toletta.
-
-Noirtier chiuse di nuovo l’occhio sinistro. — Sì, volete vederla. — Il
-vecchio fece il segno indicante che ciò era quando desiderava.
-
-— Ebbene si andrà a cercarla, senza dubbio, dalla sig.ª de Morcerf;
-l’aspetterò al suo ritorno, e le dirò di salire da voi. È questo? — Sì,
-rispose il paralitico.
-
-Barrois stette dunque esplorando il ritorno di Valentina, e, come lo
-abbiam veduto al ritorno di lei le espose il desiderio del nonno.
-Valentina salì dal sig. Noirtier, al momento in cui usciva dalle
-camere della sig.ª di Saint-Méran, che per quanto fosse agitata aveva
-finalmente terminato per soccombere alla fatica, e dormiva di un sonno
-febbrile. Le avevano avvicinato alla portata della mano una piccola
-tavola sulla quale era una caraffa di Orzata, sua bibita abituale,
-ed un bicchiere. Valentina venne ad abbracciare il vecchio che la
-guardò tanto teneramente, che la giovinetta sentì di nuovo scaturir
-le lagrime, delle quali credeva si fosse disseccata la sorgente. — Il
-vecchio insisteva con uno sguardo.
-
-— Sì, sì, disse Valentina, vuoi dire che ho sempre un buon nonno, n’è
-vero? — Il vecchio fece segno che ciò aveva voluto esprimere collo
-sguardo. — Senza di che, che cosa diventerei? mio Dio!
-
-Era un’ora dopo la mezzanotte. Barrois, che aveva volontà di andarsene
-egli pure a letto, fece osservare che dopo una serata così dolorosa,
-tutti avevan bisogno di riposo. Il vecchio non volle dire che il suo
-riposo era quello di veder sua nipote: congedò Valentina, alla quale
-effettivamente il dolore e la fatica avevano dato le apparenze di chi
-soffra.
-
-La dimane entrando nella camera di sua nonna, la ritrovò in letto, la
-febbre non si era sedata; anzi tutto il contrario, un fuoco nascosto
-trapelava dagli occhi della vecchia marchesa, che sembrava in preda ad
-una violenta irritazione nervosa.
-
-— Oh! mio Dio! mia buona nonna, soffrite anche di più?
-
-— No, figlia mia, no, disse la sig.ª di Saint-Méran; ma aspettavo con
-impazienza che tu giungessi, per mandare a chiamare tuo padre. — Mio
-padre? domandò Valentina inquieta. — Sì, voglio parlargli. — Valentina
-non osò opporsi al desiderio dell’ava, ed un momento dopo entrò
-Villefort.
-
-— Signore, disse la sig.ª di Saint-Méran senza impiegare alcun giro di
-parole, e come se le fosse sembrato che le mancasse il tempo, mi avete
-scritto che si tratta di un disegno di matrimonio per questa ragazza?
-
-— Sì, signora, riprese Villefort; è anzi più che un disegno, è già una
-convenzione. — Vostro genero si chiama Franz d’Épinay? — Sì, signora. —
-È il figlio del generale d’Épinay, che è dei nostri, n’è vero, e che fu
-assassinato qualche giorno prima che l’usurpatore ritornasse dall’Isola
-d’Elba? — Sì, egli stesso. — Questa parentela colla nipote di un
-giacobino, non gli ripugna?
-
-— Le nostre dissensioni civili si sono fortunatamente estinte, madre
-mia, disse Villefort; il sig. d’Épinay era quasi un fanciullo alla
-morte di suo padre; conosce pochissimo il sig. Noirtier, e lo vedrà, se
-non con piacere almeno con indifferenza.
-
-— È un partito bene assortito?
-
-— Sotto tutti i rapporti, ed il giovine gode della stima universale; è
-uno degli uomini più distinti che io conosca.
-
-Durante tutta questa conversazione Valentina era rimasta muta: —
-Ebbene! signore, disse dopo qualche secondo di riflessione la sig.ª di
-Saint-Méran, bisogna sollecitare, perchè poco mi resta da vivere.
-
-— Voi, signora! voi buona mammà! gridarono ad un tempo il sig. de
-Villefort e Valentina.
-
-— So quel che dico, bisogna dunque sollecitare, affinchè, non avendo
-più sua madre, abbia almeno una nonna per benedire il matrimonio: sono
-la sola che le resto dal lato della povera Renata, che avete sì presto
-dimenticata.
-
-— Ah! signora, disse Villefort, obbliate che bisognava dare una madre a
-questa povera fanciulla, che non l’aveva più.
-
-— Una matrigna non è una madre, signore. Ma non è ciò di che si tratta,
-si tratta di Valentina; lasciamo dunque i morti tranquilli. — Tutto
-ciò era detto con una tale volubilità, ed un tale accento, che vi era
-qualche cosa in questa conversazione, rassomigliante ad un principio di
-delirio.
-
-— Sarà fatto il tutto a seconda dei vostri desiderii, disse Villefort,
-e ciò tanto meglio in quanto che il vostro desiderio combina puranche
-col mio; e tosto che arrivi a Parigi il sig. d’Épinay...
-
-— Mia buona madre, le convenienze, il lutto così recente... vorrete
-fare un matrimonio sotto così tristi auspici?
-
-— Figlia mia, interruppe vivamente l’avola, non facciamo queste
-insussistenti riflessioni che impediscono agli spiriti leggeri di
-fabbricare solidamente il loro avvenire. Io pure sono stata maritata al
-letto di morte di mia madre, e non sono stata per questo infelice.
-
-— Ancora questa idea di morte, riprese Villefort.
-
-— Ancora! sempre!... vi dico che sto per morire, ebbene! prima di
-morire, voglio aver veduto mio genero; voglio infine conoscerlo, per
-venirlo poi a ritrovare dal fondo della mia tomba se non sarà quel che
-deve essere, quel che bisogna ch’egli sia.
-
-— Signora, disse Villefort, bisogna che allontaniate da voi queste idee
-esaltate, che quasi toccano alla follia; i morti una volta rinchiusi
-nella tomba, vi rimangono senza muoversi più.
-
-— Oh! sì, buona mammà, calmati! disse Valentina.
-
-— Ed io vi dico, signore, che la cosa non è così come voi credete.
-Questa notte ho dormito ma... di un sonno terribile; perchè mi vedeva
-in qualche modo dormire, come se la mia anima avesse già sciolto i
-legami col corpo: gli occhi, che mi sforzava d’aprire, si rinchiudevano
-mio malgrado; e ciò non ostante so bene che ciò sembrerà impossibile
-a voi, signore, in modo particolare, ma io, coi miei occhi chiusi,
-ho veduto, nel luogo ove siete, ho veduto da quell’angolo ov’è la
-porticella che mette nel gabinetto di toletta della sig.ª de Villefort,
-ho veduto entrare senza rumore un’ombra bianca.
-
-Valentina mandò un grido.
-
-— Era la febbre che vi agitava, disse Villefort.
-
-— Dubitatene quanto volete, io però son sicura di quel che vi dico.
-Ho veduta un’ombra bianca, ed ho inteso rimescolare entro al mio
-bicchiere... prendete, quello stesso che è lì, lì, sulla tavola.
-
-— Oh! buona mammà, quest’era un sogno.
-
-— Era tanto poco un sogno, che ho steso la mano verso il campanello, ed
-a questo gesto l’ombra disparve. La cameriera entrò allora con un lume.
-
-— Ma avete veduto qualcuno?
-
-— I fantasmi non si mostrano che a quelli che devono vederli: era
-l’anima di mio marito. Ebbene, se l’anima di mio marito ritorna per
-chiamarmi, perchè non dovrà ritornare per difendere mia nipote? Il
-vincolo è ancor più diretto mi sembra.
-
-— Oh! signora, non date pascolo a queste lugubri idee; voi vivrete
-lungamente felice, amata, onorata, e vi faremo dimenticare...
-
-— Giammai! giammai! Quando ritorna il sig. d’Épinay?
-
-— Lo aspettiamo da un momento all’altro.
-
-— Sta bene; tosto che sia arrivato prevenitemi. Sollecitiamoci, vorrei
-pure avere un notaro per assicurarmi che tutti i nostri beni passeranno
-a Valentina.
-
-— Oh! madre mia, mormorò Valentina appoggiando le labbra sull’ardente
-fronte dell’ava; dunque volete farmi morire? voi avete la febbre. Non è
-un notaro che bisogna chiamare, ma un medico!
-
-— Un medico? io non soffro; ho sete ecco tutto.
-
-— Che bevete buona mammà?
-
-— Come, sempre, tu lo sai bene, la mia aranciata. Il bicchiere è lì
-su quella tavola; dammelo Valentina; — questa versò l’aranciata dalla
-bottiglia nel bicchiere, e lo prese con un certo spavento per porgerlo
-a sua nonna, perchè era lo stesso bicchiere, a quanto ella pretendeva,
-toccato dall’ombra. La marchesa vuotò il bicchiere d’un sol fiato: indi
-si rivoltò sul cuscino, ripetendo: il notaro! il notaro!
-
-Il sig. de Villefort uscì, Valentina si assise vicino al letto della
-nonna. La povera fanciulla sembrava aver gran bisogno ella pure del
-medico, che aveva raccomandato alla sua ava. Un rossore simile ad
-una fiamma le bruciava gli zigomi delle guance, la respirazione era
-anelante, ed il polso batteva come se avesse avuto la febbre.
-
-Ciò avveniva perchè la povera fanciulla pensava alla disperazione di
-Massimiliano, quando avrebbe saputo che la sig.ª di Saint-Méran, invece
-di essere una loro alleata, operava senza saperlo, come se fosse stata
-una nemica. Più di una volta Valentina aveva pensato di svelare tutto a
-sua nonna e non avrebbe esitato un sol momento, se Massimiliano Morrel
-si fosse chiamato Alberto di Morcerf, ovvero Raoul di Château-Renaud:
-ma Morrel era di estrazione plebea, e Valentina sapeva il disprezzo che
-l’orgogliosa marchesa di Saint-Méran portava a tutto quel che non era
-della sua razza. Il suo segreto era dunque sempre, al momento che stava
-per svelarsi, ricacciato nel cuore da questa trista certezza che ella
-lo svelerebbe inutilmente, e che una volta conosciutosi questo segreto
-da suo padre e da sua matrigna, tutto sarebbe perduto.
-
-Due ore circa passarono così. La sig.ª di Saint-Méran dormiva d’un
-sonno ardente, ed agitato. Fu annunziato il notaro.
-
-Quantunque quest’annunzio fosse fatto molto a bassa voce, la sig.ª di
-Saint-Méran si alzò dal suo origliere.
-
-— Il notaro? diss’ella, che venga. — Il notaro era alla porta, ed
-entrò: — Vattene, Valentina, disse la sig.ª di Saint-Méran, e lasciami
-col notaro.
-
-La giovinetta baciò la sua avola in fronte, ed uscì col fazzoletto
-agli occhi. Alla porta ritrovò il cameriere, che le disse che il medico
-aspettava nella sala.
-
-Valentina discese rapidamente. Il medico era un amico di famiglia, ed
-uno dei più abili: amava molto Valentina da lui veduta nascere: aveva
-una figlia dell’età circa di madamigella de Villefort, ma nata da
-una madre etica, la sua vita era un continuo timore sul conto di sua
-figlia.
-
-— Oh! disse Valentina, caro sig. d’Avrigny, vi aspettavamo con molta
-impazienza. Ma prima di tutto, come stanno Maddalena ed Antonietta? —
-Maddalena era la figlia del dottore d’Avrigny, ed Antonietta la nipote.
-
-Il sig. d’Avrigny sorrise tristamente: — Benissimo Antonietta,
-diss’egli, ed abbastanza bene Maddalena. Ma voi, cara fanciulla, mi
-avete mandato a chiamare? non è, nè vostro padre, ne la sig.ª de
-Villefort malata? in quanto a voi quantunque sia visibile che non
-possiamo spacciarci dai nostri nervi, non presumo che abbiate bisogno
-di me in altro, che per raccomandarvi di non lasciare che la vostra
-immaginazione batta la campagna?
-
-Valentina arrossì; il sig. d’Avrigny spingeva la scienza
-dell’indovinare fin quasi al miracolo, perchè era uno di quei medici
-che curava sempre il fisico per mezzo del morale. — No, diss’ella, è
-per la mia povera nonna: sapete la disgrazia che ci è accaduta, n’è
-vero?
-
-— Non so niente, disse il sig. d’Avrigny.
-
-— Ahimè! riprese Valentina comprimendo i singhiozzi, mio nonno è morto.
-
-— Il sig. di Saint-Méran? — Sì. — Improvvisamente?
-
-— Con un attacco d’apoplessia fulminante.
-
-— Di una apoplessia? ripetè il medico.
-
-— Sì, di modo che la povera nonna è colpita dall’idea che suo marito,
-ch’ella non aveva mai lasciato, la chiami, e che andrà presto a
-raggiungerlo. Oh, signor d’Avrigny, ve la raccomando moltissimo la mia
-nonna.
-
-— Ove si trova? — Nella sua camera col notaro.
-
-— Ed il sig. Noirtier? — Sempre lo stesso, una lucidità perfetta: ma la
-medesima immobilità, lo stesso mutismo.
-
-— E lo stesso amore per voi, è vero, cara fanciulla?
-
-— Sì, disse Valentina sospirando, egli mi ama molto.
-
-— E chi non vi amerebbe? — Valentina sorrise tristamente. — E che cosa
-si sente la nonna?
-
-— Un’esaltazione nervosa particolare, un sonno agitato e strano;
-pretendeva questa mattina che durante il sonno, la sua anima era
-disgiunta dai legami del corpo, e di aver veduto un fantasma entrare
-nella camera, ed inteso il rumore che faceva il preteso fantasma nel
-toccare il suo bicchiere.
-
-— È singolare, disse il dottore; non sapeva che la sig.ª di Saint-Méran
-soffrisse di queste allucinazioni.
-
-— È la prima volta che l’ho veduta così, disse Valentina, e questa
-mattina mi ha fatto gran paura; l’ho creduta folle; e mio padre, voi
-sig. d’Avrigny conoscete certamente l’indole seria di mio padre, è
-sembrato molto impressionato.
-
-— Ma andiamo a vedere, disse il sig. d’Avrigny, ciò che mi raccontate,
-mi sembra strano.
-
-Il notaro discendeva, e vennero a prevenir Valentina che sua nonna era
-sola. — Salite, diss’ella al dottore. — E voi?
-
-— Non ho coraggio, ella mi aveva proibito di mandarvi a chiamare; poi
-come dite, io stessa sono molto agitata, febbricitante, e mal disposta;
-vado invece a fare un piccolo giro nel giardino per rimettermi. —
-Il dottore strinse la mano a Valentina, e, mentre ch’ei saliva alla
-nonna, la giovinetta discendeva dalla scalinata. Non abbiamo bisogno di
-dire qual fosse la parte di giardino favorita a Valentina. Dopo aver
-fatto due o tre giri sul praticello che circondava la casa, dopo aver
-raccolto una rosa per metterla alla cintura, o nei capelli, s’inoltrava
-sotto il viale ombroso che conduceva al banco, poi dal banco andava al
-cancello.
-
-Questa volta Valentina fece, secondo la sua abitudine, due o tre
-giri in mezzo ai fiori, ma senza raccoglierli; il lutto del cuore,
-che non aveva avuto ancora il tempo di estendersi sulla sua persona,
-rigettava questo semplice ornamento; indi s’incamminò verso il viale.
-A seconda che si inoltrava, le parve sentire una voce che pronunziasse
-il suo nome. Ella si fermò maravigliata. Questa volta la voce giunse
-più distinta al suo orecchio, ed ella riconobbe esser quella di
-Massimiliano.
-
-
-
-
-LXXII. — LA PROMESSA.
-
-
-Era in fatto Morrel che dalla sera innanzi non viveva più: con
-quell’istinto particolare agli amanti, ed alle madri, aveva indovinato,
-che in seguito di questo ritorno della sig.ª di Saint-Méran, e della
-morte del marchese, succedeva qualche cosa in casa di Villefort che
-interessava il suo amore per Valentina.
-
-Come si vedrà, i suoi presentimenti si erano avverati; non era più una
-semplice inquietudine quella che lo conduceva così sconvolto e tremante
-al cancello dei marroni.
-
-Ma Valentina non era prevenuta dell’aspettativa di Morrel, questa non
-era l’ora in cui ordinariamente vedevansi, e fu un puro caso, o se si
-vuol meglio, una fortunata simpatia che la condusse al giardino. Quando
-ella comparve, Morrel la chiamò: ella accorse al cancello.
-
-— Voi a quest’ora? diss’ella.
-
-— Sì, vengo a cercare ed a portare cattive notizie.
-
-— È dunque la casa dell’infortunio? parlate, ma in verità, la somma dei
-dolori è già sufficiente.
-
-— Cara Valentina, ascoltatemi bene, perchè tutto ciò che sono per dirvi
-è solenne. A qual epoca contano di maritarvi?
-
-— Ascoltate, nulla voglio nascondervi, Massimiliano. Questa mattina han
-parlato del mio matrimonio, e mia nonna, sulla quale aveva calcolato
-come sopra un appoggio che non ci sarebbe mancato, non solo si è
-dichiarata pel matrimonio, ma lo desidera ancora a tal punto, che la
-sola lontananza del sig. Franz, lo ritarda, e che la dimane del suo
-arrivo il contratto sarà firmato. — Un penoso sospiro uscì dal petto
-del giovine, che guardò lungamente e tristamente la sua diletta. — Ah!
-rispose egli a voce bassa, è spaventoso il sentir dire tranquillamente
-dalla donna che si ama; «il momento del nostro supplizio è fissato; fra
-poche ore avrà luogo. Ma non importa, bisogna che la cosa sia così, e
-dal canto mio non vi apporrò alcuna opposizione.» Ebbene! poichè non si
-aspetta che l’arrivo del sig. d’Épinay per sottoscrivere il contratto,
-e che voi sarete sua la dimane del suo arrivo, domani voi apparterrete
-a lui, perchè egli è giunto a Parigi questa mattina. — Valentina
-mandò un grido. — Io era dal conte di Monte-Cristo, sarà un’ora, disse
-Morrel; noi parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del
-dolore vostro, quando d’improvviso si sente scorrere una carrozza nel
-cortile. Ascoltate! fino allora io non credeva ai presentimenti, ma or
-bisogna ben che io vi creda: al rumore di quella carrozza sono stato
-investito da un fremito in tutto il corpo: ben presto intesi dei passi
-sulla scala. Finalmente si apre la porta, Alberto de Morcerf entra pel
-primo, stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere d’essermi
-ingannato, quando dietro a lui s’avanza un altro giovine, ed il conte
-esclama:
-
-«— Ah! sig. barone Franz d’Épinay!»
-
-«Quant’ho di forza e di coraggio io lo raccolsi per contenermi. Forse
-impallidii, forse tremai, ma a colpo sicuro sono rimasto col sorriso
-sulle labbra; cinque minuti dopo sono uscito senza avere inteso una
-parola di ciò che fu detto in quei cinque minuti; ero annientato.
-
-— Povero Massimiliano! mormorò Valentina.
-
-— Osservatemi, Valentina. Vediamo, rispondetemi come ad un uomo al
-quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate di
-fare? — Valentina abbassò la testa; ella era oppressa. — Ascoltate,
-disse Morrel, non è la prima volta che voi pensate alla situazione
-a cui siamo giunti: essa è grave, è pressante, è suprema; non credo
-che questo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore: ciò
-è buono per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e vi sono di
-queste persone; ma chiunque si sente la volontà di lottare, non perde
-un tempo prezioso, e rimbalza immediatamente alla fortuna il colpo con
-cui fu colpito. Avete volontà di lottare contro l’avversa sorte, dite,
-Valentina? Questo è quanto vi domando.
-
-Valentina fremette, e guardò Morrel con occhi spaventati. L’idea di
-resistere a suo padre, a sua nonna, in fine a tutta la famiglia, non le
-era ancor venuta.
-
-— Che dite, Massimiliano? e qual cosa chiamate una lotta? dite
-piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l’ordine di mio padre,
-contro il desiderio della mia ava moribonda? questo è impossibile.
-(Morrel fece un movimento.) Voi avete un cuore troppo nobile per non
-potere fare a meno di comprendermi, e mi comprendete tanto bene, che vi
-ho ridotto al silenzio. Lottare io! Dio me ne salvi! No, no, riserbo
-tutta la mia forza per lottare contro me stessa, e per bere le mie
-lagrime, come voi dite; in quanto ad affliggere mio padre, in quanto al
-turbare gli ultimi momenti di mia nonna, giammai!
-
-— Avete ragione, disse flemmaticamente Morrel.
-
-— In qual modo me lo dite, gridò Valentina offesa.
-
-— Vi dico ciò, come un uomo che vi ammira, madamigella!
-
-— Madamigella, gridò Valentina: oh egoista! egli mi vede alla
-disperazione, e finge di non capirmi.
-
-— V’ingannate, anzi vi capisco perfettamente. Voi non volete
-contrariare il sig. de Villefort, non volete disobbedire alla marchesa,
-e domani sottoscriverete il contratto che deve unirvi a vostro marito.
-
-— Ma, mio Dio! posso fare altrimenti?
-
-— Non bisogna appellarsene a me, perchè sono un cattivo giudice in
-questa causa, ed il mio egoismo mi accecherà.
-
-— Che mi avreste dunque proposto, Morrel, se mi aveste ritrovata
-disposta ad accettare la vostra proposizione? sentiamo, rispondete, non
-si tratta di dire «fate male», si tratta di dare un consiglio.
-
-— Mi dite ciò seriamente, Valentina? e devo io darvi questo consiglio,
-dite?
-
-— Certamente, caro Massimiliano, perchè se è buono, io lo seguirò:
-sapete bene che mi sono interamente data alle mie affezioni.
-
-— Valentina, disse Morrel compiendo di staccare un’asse di già
-sconnessa; ho la testa sconvolta, vedete bene, da un’ora le idee più
-insensate hanno percorso una per volta nel mio spirito. Oh! nel caso
-che rifiutaste il mio consiglio...
-
-— Ebbene! questo consiglio?
-
-— Eccolo, Valentina.
-
-La giovane alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro.
-
-— Io son libero, riprese Massimiliano, sono abbastanza ricco per noi
-due, sarete mia moglie.
-
-— Voi mi fate tremare, disse la giovinetta.
-
-— Seguitemi, continuò Morrel, vi condurrò da mia sorella che è
-degna d’essere ancora vostra sorella; c’imbarcheremo per Algeri, per
-l’Inghilterra, o per l’America; se non preferite che ci ritiriamo
-insieme in qualche provincia, ove aspetteremo che qualche amico abbia
-vinta la resistenza della vostra famiglia.
-
-Valentina scosse la testa:
-
-— Io me lo aspettava, Massimiliano, diss’ella: questo è un consiglio
-insensato, e sarei ancor più insensata di voi, se non vi fermassi con
-queste sole parole: «impossibile Morrel, impossibile».
-
-— Soffrirete dunque la vostra sorte tal quale si presenta, senza neppur
-tentare di combatterla?
-
-— Sì, dovessi ancora morire!
-
-— Ebbene! Valentina, vi ripeterò di nuovo che avete ragione; infatto
-io sono un pazzo, e voi mi provate che la passione acceca gli spiriti
-più giusti. Grazie, dunque, a voi che ragionate senza passione. Sia
-dunque così: è cosa intesa; domani sarete irrevocabilmente promessa al
-sig. d’Épinay, non già con quella formalità teatrale che fu immaginata
-per sciogliere gl’interessi delle commedie, e che si chiama la
-sottoscrizione del contratto; ma per vostra propria volontà.
-
-— Anche una volta mi ponete alla disperazione, Morrel, disse Valentina;
-e ricacciate il pugnale nella ferita! Che fareste, dite, se vostra
-sorella ascoltasse un consiglio come quello che mi date?
-
-— Madamigella, rispose Morrel con un amaro sorriso, sono un egoista, e
-nella mia qualità d’egoista, non penso a quel che farebbero gli altri
-nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso che vi
-conosco da un anno; che ho riposto, dal giorno in cui vi conobbi, tutte
-le possibilità di felicità nel vostro amore: che venne un giorno in cui
-mi diceste che mi amavate, che da quel giorno fissai le sorti del mio
-avvenire sul vostro possesso, giacchè il possedervi era la mia vita.
-Or non penso più a niente, dico solo a me stesso che le eventualità si
-sono voltate, che credei aver guadagnata la felicità, e l’ho invece
-perduta. Ciò accade sempre al giuocatore che perde non solo quel che
-aveva, ma pur quello che non aveva.
-
-Morrel pronunciò queste parole colla più perfetta calma; Valentina lo
-guardò coi suoi grandi occhi scrutatori, e cercando di non lasciar
-penetrare quelli di Morrel fino al subbuglio che già si agitava nel
-fondo del suo cuore:
-
-— Ma infine, che farete?
-
-— Ho l’onore di dirvi addio, madamigella, chiamando in testimonio
-Iddio, che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore,
-che vi desidero una vita molto pacifica e felice, e tanto ripiena di
-contentezza, che non vi rimanga neppur posto per la mia memoria; addio,
-Valentina, addio! disse Morrel inchinandosi.
-
-— Dove andate? gridò, allungando la mano a traverso il cancello, ed
-afferrando Massimiliano per l’abito, la giovinetta che comprendeva
-dall’interna sua agitazione che la calma del suo amante non poteva
-essere reale; dove andate?
-
-— Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra
-famiglia, e dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste
-persone che si troveranno nella mia posizione.
-
-— Prima di lasciarmi ditemi ciò che volete fare.
-
-Il giovine sorrise con tristezza.
-
-— Oh! parlate! parlate! disse Valentina, ve ne prego!
-
-— La vostra risoluzione si è forse cambiata, Valentina?
-
-— Non può cambiarsi, infelice! voi ben lo sapete!
-
-— Allora, addio, Valentina!
-
-Questa scosse il cancello con una forza di cui non si sarebbe creduta
-capace, e siccome Morrel si allontanava, passò le due mani attraverso
-le sbarre, e congiungendole contorcendosi le braccia:
-
-— Che andate a fare? voglio saperlo! dove andate?
-
-— Oh! siate tranquilla, disse Massimiliano fermandosi a tre passi dalla
-porta; la mia intenzione non è di rendere un altro uomo garante dei
-rigori che la sorte riserba a me solo. Un altro minaccerebbe di andare
-a trovare Franz, provocarlo, e battersi con lui; tutto ciò sarebbe
-da insensato. Che ha che fare il sig. Franz con tutto ciò? egli mi
-ha veduto questa mattina per la prima volta, ha già dimenticato di
-avermi veduto; non sapeva neppure che io esistessi quando furono fatte
-le convenzioni fra le vostre due famiglie, per mezzo delle quali fu
-risoluto che voi due sareste stati l’una dell’altro: non ho dunque che
-fare col sig. Franz, e, ve lo giuro, non me la prenderò con lui.
-
-— Ma con chi ve la prenderete? con me?
-
-— Con voi, Valentina? oh! Dio me ne guardi! la donna è sacra!
-
-— Con voi stesso allora: disgraziato, con voi stesso.
-
-— Sono io il colpevole, n’è vero? disse Morrel.
-
-— Massimiliano, disse Valentina, venite qui, lo voglio.
-
-Massimiliano si avvicinò col suo dolce sorriso, e se non fosse stato
-il pallore del viso, sarebbesi detto che era nel suo stato ordinario.
-— Ascoltatemi, mia adorata Valentina, le persone come noi che non
-hanno mai avuto un pensiero di cui abbiano ad arrossire davanti al
-mondo, davanti i parenti, e a Dio, possono leggere nel cuore l’uno
-dell’altro a libro aperto. Io non ho mai fatto il romantico, non sono
-un eroe malinconico, non rappresento nè un Manfredi, nè un Antony; ma
-senza parole, senza proteste, senza giuramenti, ho messa la mia vita in
-voi, voi mi venite meno, ed avete ragione di far così, ve l’ho detto,
-ve lo ripeto; ma finalmente mi venite meno, e la mia vita è perduta.
-Dal momento che vi allontanate da me, Valentina, io resto solo nel
-mondo. Mia sorella è felice con suo marito, riprese dopo breve pausa
-Massimiliano, suo marito non è che un mio cognato, vale a dire un uomo
-che le convenzioni sociali soltanto uniscono a me; nessuno dunque
-sulla terra ha bisogno della mia esistenza divenuta inutile. Ecco
-ciò che io farò: aspetterò fino all’ultimo, che voi siate maritata,
-perchè non voglio perdere l’ombra di una delle inattese combinazioni
-che qualche volta ci riserba il destino, perchè finalmente di qui a là
-Franz d’Épinay può morire; al momento in cui voi vi avvicinate a lui il
-fulmine può cadere sull’altare: tutto sembra credibile al condannato
-a morte, per lui tutto è possibile; invoca, aspetta anche un miracolo
-per lui solo, da che si tratta della salvezza della sua vita. Io
-dunque aspetterò fino all’ultimo momento, e quando la mia infelicità
-sarà certa, senza rimedio, senza speranze, scriverò una lettera di
-confidenza a mio cognato, un’altra lettera al prefetto di polizia per
-dar loro avviso del mio disegno, e nell’angolo di un qualche bosco,
-sulle rive di qualche fosso, sulle sponde di qualche fiume, mi farò
-saltare le cervella, tanto vero, quanto che son il figlio del più
-onesto uomo che abbia vissuto in Francia.
-
-Un tremito convulso agitò le membra di Valentina, ella lasciò il
-cancello che teneva con ambe le mani, le braccia ricaddero abbandonate,
-e due grosse lagrime gli scorsero sulle guance.
-
-Il giovine rimase davanti a lei tetro e risoluto.
-
-— Oh! per pietà, diss’ella, vivrete n’è vero?
-
-— No, sul mio onore, disse Massimiliano. Ma che importa a voi? avrete
-fatto il vostro dovere, e vi rimarrà la vostra coscienza.
-
-Valentina cadde in ginocchio comprimendosi il cuore, che si rompeva:
-
-— Massimiliano, diss’ella, amico mio, mio fratello sulla terra, mio
-sposo nel cielo, te ne prego, fa come faccio io, vivi e soffri, un
-giorno forse saremo riuniti.
-
-— Addio, Valentina, riprese Morrel.
-
-— Mio Dio, disse Valentina alzando le mani al cielo con una sublime
-espressione, voi lo vedete, ho fatto tutto ciò che ho potuto per
-restare una figlia sottomessa; ho pregato, supplicato, implorato; egli
-non ha ascoltato le mie preghiere, le mie suppliche, le mie lagrime.
-Ebbene, continuò ella asciugando le lagrime, e riprendendo la sua
-fermezza, ebbene! non voglio morire di rimorsi, amo piuttosto morire di
-vergogna: vivrete, Massimiliano, ed io non sarò di alcuno, fuorchè di
-voi.
-
-Morrel che aveva già fatto nuovamente qualche passo per allontanarsi,
-era ritornato di nuovo, pallido di gioia, col cuore commosso, tenendo a
-traverso il cancello, nelle sue mani quelle di Valentina.
-
-— Valentina, diss’egli, amica cara, non è così che bisogna parlarmi,
-altrimenti bisogna lasciarmi morire. Perchè dovrò ottenervi dalla
-violenza, se mi amate come vi amo? mi sforzate a vivere per umanità?
-ecco tutto, in questo caso, amo piuttosto morire.
-
-— Infatto, mormorò Valentina, chi è che mi ama in questo mondo? lui.
-Chi mi ha consolato in tutti i miei dolori? lui. Su chi riposano le mie
-speranze? su chi si ferma la mia vista sconvolta? su chi riposa il mio
-cuore stillante sangue? su lui, lui, sempre lui. Ebbene tu hai ragione
-a tua volta; Massimiliano, ti seguirò; abbandonerò la casa paterna,
-tutto! oh! ingrata che sono, gridò Valentina singhiozzando, tutto,
-anche il mio buon nonno che dimenticava!
-
-— No, disse Massimiliano, non lo lascerai. Non mi dicesti che il
-sig. Noirtier sembrò provare qualche simpatia per me? ebbene! prima
-di fuggire gli dirai tutto, ti farai un’egida davanti a Dio del suo
-consenso; poi subito dopo maritati egli verrà con noi, ed invece di uno
-avrà due nipoti. Tu mi hai detto come ti parla, e come tu gli rispondi;
-imparerò ben presto questa lingua commovente di segni; va Valentina.
-Oh! te lo giuro, invece della disperazione che ci aspetta, ti prometto
-la felicità.
-
-— Oh! guarda, Massimiliano, guarda qual è la tua possanza su di me,
-tu mi fai quasi credere quanto mi dici, e pure ciò che mi dici è
-insensato; perchè mio padre mi maledirà; perchè lo conosco, egli ha il
-cuore insensibile, non mi perdonerà mai. Pure, ascoltami, Massimiliano,
-se per artefizio, per preghiera, per accidente, che so io, se
-finalmente con qualche mezzo qualunque posso ritardare il matrimonio,
-mi aspetterai, n’è vero?
-
-— Sì, lo giuro come mi giurate che questo spaventoso matrimonio non si
-farà mai, e che quand’anche vi trascinassero davanti al magistrato, o
-davanti al prete, direte sempre di no.
-
-— Te lo giuro, Massimiliano, per tutto ciò che v’è di più sacro al
-mondo, per mia madre.
-
-— Allora aspettiamo, disse Morrel.
-
-— Sì, aspettiamo, riprese Valentina che respirava a questa parola, vi
-sono tante combinazioni che possono salvare due infelici come noi.
-
-— Mi fido a voi, Valentina, disse Morrel, tuttocciò che farete sarà
-ben fatto; soltanto se non si ascoltano le vostre preghiere, se vostro
-padre, se la sig.ª di Saint-Méran, esigono che il sig. d’Épinay sia
-chiamato domani a firmare il contratto....
-
-— Allora avete la mia parola, Morrel.
-
-— Invece di firmare...
-
-— Vengo a raggiungervi, e fuggiremo; ma di qui a là, non tentiamo
-Iddio; Morrel, non ci vediamo più; è un miracolo, è una provvidenza,
-che non siamo stati ancor sorpresi; se lo fossimo, se si sapesse come
-ci vediamo, non avremmo più alcun espediente.
-
-— Avete ragione, Valentina; ma come sapere...
-
-— Dal notaio, il signor Deschamps, e da me stessa, vi scriverò.
-
-— Bene! grazie! adorata Valentina, riprese Massimiliano.
-
-— Sia così, disse Valentina, io pure vi dirò, tutto ciò che farete sarà
-ben fatto; ebbene siete contento di vostra moglie? disse tristamente la
-giovinetta.
-
-— Mia adorata Valentina, è ben poco il dir di sì.
-
-— Ditelo sempre. A rivederci disse Valentina, togliendosi con uno
-sforzo dalla sua felicità: a rivederci.
-
-— Io dunque avrò una vostra lettera?
-
-— Sì.
-
-— Grazie mia cara sposa, a rivederci.
-
-Valentina fuggì sotto i tigli.
-
-Morrel ascoltò gli ultimi rumori della sua veste fluttuante contro
-i cespugli, e dei piedi che facevano scricchiolare la sabbia, alzò
-gli occhi al cielo con un ineffabile sorriso, per ringraziarlo perchè
-permetteva che fosse amato in tal guisa, e anch’egli disparve.
-
-Il giovine rientrò in casa sua, ed aspettò durante tutto il resto della
-sera, ed il dì seguente senza nulla ricevere.
-
-Finalmente il secondo giorno verso le dieci del mattino, mentre
-stava per andare da Deschamps, ricevè dalla posta un bigliettino, che
-riconobbe essere di Valentina, quantunque non avesse mai veduto il suo
-scritto.
-
-Esso era concepito in questi termini;
-
- «Lagrime, suppliche, preghiere, nulla hanno ottenuto. Ieri per
- due ore sono stata nella chiesa di S. Filippo di Roule e per due
- ore ho pregato Dio dal fondo della mia anima; Dio non ha voluto
- esaudirmi, e le soscrizioni del contratto sono fissate per questa
- sera alle nove. Non ho che una parola sola come non ho che un sol
- cuore, Morrel, questa parola è impegnata con voi, questo cuore è
- vostro.
-
- Vostra Sposa
- VALENTINA DE VILLEFORT.
-
- «P. S. La mia povera nonna, va di male in peggio: ieri sera
- la sua esaltazione è giunta al delirio, oggi il suo delirio è
- quasi una pazzia: mi amerete, per farmi dimenticare che l’avrò
- abbandonata in questo stato? Credo che nascondano a mio nonno
- Noirtier che la sottoscrizione del contratto deve aver luogo
- questa sera.»
-
-Morrel non si limitò alle informazioni che gli dava Valentina: andò dal
-notaro, che gli confermò la notizia che la sottoscrizione del contratto
-era fissata per le nove della sera.
-
-Indi passò da Monte-Cristo; e là ne seppe di più: Franz era venuto
-ad annunziargli questa solennità; dal suo canto la sig.ª de Villefort
-aveva scritto un biglietto al conte, per pregarlo di scusarla se non
-lo invitava; ma la morte del sig. di Saint-Méran, e lo stato in cui
-si trovava la vedova, stendevano sopra questa riunione un velo di
-tristezza, di cui non voleva offuscare la fronte del conte, cui ella
-desiderava ogni sorta di felicità.
-
-La sera innanzi Franz era stato presentato alla sig.ª di Saint-Méran,
-che aveva lasciato il letto per questa cerimonia, ma che lo raggiunse
-subito dopo.
-
-Morrel, è cosa facile a comprendersi, era in uno stato di agitazione
-che non poteva sfuggire ad un occhio tanto penetrante, quanto quello
-del conte; per cui Monte-Cristo fu per lui più affettuoso che mai;
-tanto affettuoso che due o tre volte Massimiliano fu sul punto di
-confessargli tutto: ma si ricordò la formale promessa data a Valentina,
-ed il segreto rimase sepolto nel fondo del suo cuore.
-
-Lesse, e rilesse venti volte nel corso della giornata la lettera di
-Valentina.
-
-Era la prima volta ch’ella gli scriveva, ed in quale occasione!
-ciascuna volta che rileggeva questa lettera, rinnovava a sè stesso il
-giuramento di render felice Valentina, e pensava con una inesprimibile
-agitazione a quel momento in cui Valentina giugnerebbe.
-
-A quando a quando dei fremiti scorrevano per tutto il corpo di Morrel.
-
-Ma quando trascorse il mezzogiorno, quando Morrel sentì avvicinarsi
-l’ora, provò il bisogno di restar solo; il sangue bolliva; le semplici
-domande, la sola voce di un amico l’avrebbero irritato: si rinchiuse in
-casa sua, provò di leggere; ma lo sguardo strisciò sulle pagine senza
-nulla capire e finì col gettare il libro, per ritornare a meditare per
-la decima volta il disegno: le scale, il recinto. Finalmente l’ora si
-avvicinò.
-
-Giammai un uomo veramente innamorato ha lasciato fare all’orologio il
-suo pacifico cammino.
-
-Morrel tormentò tanto il suo che finì col segnare le otto e mezzo,
-quando non erano ancora le sei.
-
-Allora disse a sè stesso, che era giunta l’ora di partire, che le nove
-erano effettivamente l’ora della sottoscrizione del contratto, ma che,
-secondo ogni probabilità, Valentina non aspetterebbe questa inutile
-sottoscrizione; per conseguenza, Morrel, dopo essere partito dalla
-strada Meslay alle otto e mezzo del suo orologio, entrò nel recinto
-quando le otto suonavano a S. Filippo di Roule. Poco a poco cadde il
-giorno.
-
-Allora Morrel uscì dal nascondiglio, e col cuore palpitante venne a
-guardare alle fenditure del cancello; non v’era ancora alcuno.
-
-Suonarono le otto e mezzo.
-
-Una mezz’ora passò nell’aspettare; Morrel passeggiava in lungo ed in
-largo, quindi, ad intervalli sempre più vicini, veniva ad applicare
-l’occhio alle assi.
-
-Il giardino si oscurava sempre più, ma nella oscurità cercava invano la
-veste bianca, nel silenzio ascoltava inutilmente il romore dei passi.
-
-La casa, che si scuopriva attraverso il fogliame restava tetra, e
-non presentava alcuno dei caratteri di una casa che si apre per un
-avvenimento tanto importante, quanto lo è la sottoscrizione di un
-contratto di matrimonio.
-
-Morrel consultò l’orologio che suonò le nove e tre quarti, ma quasi
-subito dopo lo stesso suono dell’orologio già inteso due o tre volte
-ratificò l’errore della sua ripetizione e suonò le nove e mezzo.
-
-Era già mezz’ora di aspettativa di più di quel che aveva fissato la
-stessa Valentina: ella aveva detto le nove, anzi piuttosto prima che
-dopo.
-
-Questo fu il momento più terribile pel cuore del giovine, sul quale
-ciascun secondo cadeva come un martello di piombo. Il più debole
-rumore di foglie, il più piccolo soffio di vento chiamava la sua
-attenzione, e faceva spuntare il suo freddo sudore; allora, tutto
-tremante, accomodava la scala, e, per non perder tempo, metteva il
-piede sul primo scalino. In mezzo a queste alternative di timore e di
-speranze, in mezzo a questi stringimenti di cuore, suonarono le dieci
-all’orologio della chiesa.
-
-— Oh! mormorò Massimiliano con terrore, è impossibile che la
-sottoscrizione di un contratto duri così lungamente, a meno che
-avvenimenti imprevisti non sian sopraggiunti, ho misurato tutte le
-possibilità, calcolato il tempo di durata di tutte le formalità, è
-dunque accaduta qualche cosa.
-
-Ed allora un poco passeggiava davanti al cancello, un poco veniva ad
-appoggiare la fronte bruciante sul gelido ferro. Valentina sarebbe
-forse svenuta dopo il contratto? o sarebbe forse stata fermata mentre
-fuggiva? Erano le due sole ipotesi alle quali poteva fermarsi il
-giovine, entrambe disperanti. L’idea sulla quale si fermò, fu che a
-metà della fuga stessa fosse venuta meno la forza a Valentina, e che
-fosse caduta svenuta in mezzo a qualche viale.
-
-— Oh! se fosse così, gridò egli slanciandosi alla sommità della scala,
-la perderei, e per mia colpa!
-
-Il demone che gli aveva soffiato questo pensiero non lo lasciò più,
-e ronzò al suo orecchio con quella perseveranza che fa sì che alcuni
-dubbi, in capo a pochi momenti, per la forza del ragionamento,
-diventino convinzioni. Gli occhi che cercavano di fendere la crescente
-oscurità, credevano di veder sotto l’ombroso viale un oggetto steso;
-Morrel arrischiò perfino a chiamare, e gli sembrò che il vento portasse
-fino a lui un lamento inarticolato.
-
-Finalmente battè ancora la mezz’ora: era impossibile di poter
-pazientare più lungamente, tutto era supponibile; le tempia di
-Massimiliano battevano con forza, cavalcò il muro, e saltò dall’altra
-parte. Egli era nella proprietà di Villefort, vi penetrava per mezzo
-d’una scalata; pensò allora alle conseguenze che poteva avere una
-simile azione; ma non era arrivato tant’oltre per ritornare addietro.
-
-Per qualche tratto andò rasente il muro, e, traversando il viale con un
-salto, si slanciò nel fondo degli alberi.
-
-In un momento fu all’estremità di questo boschetto.
-
-Dal punto in cui era giunto, si poteva scorgere la casa.
-
-Allora si assicurò di una cosa ch’egli aveva già potuto sospettare: e
-fu che invece dei lumi che si credeva di veder risplendere a ciascuna
-finestra, com’è naturale nei giorni di cerimonia, non vide altro che
-una massa grigia e velata ancora da un grande strato d’ombra, che
-proiettava un’immensa nube distesa avanti la luna. Un lume scorreva
-a quando a quando come perduto, e passava davanti a tre finestre del
-primo piano. Queste erano quelle dell’appartamento della sig.ª di
-Saint-Méran. Un altro lume restava immobile dietro un tendinaggio
-rosso: ch’era quello della camera della sig.ª de Villefort. Morrel
-indovinò tutto questo. Tante erano le volte, che per seguire Valentina
-col pensiero in tutte le ore del giorno, ch’egli si era fatto
-descrivere il piano di questa casa, che conosceva senza aver veduta.
-
-Il giovine fu ancora più spaventato da questa oscurità e da questo
-silenzio, di quel che lo fosse stato per l’assenza di Valentina.
-Perduto, folle per dolore, risoluto a cimentar tutto per rivedere
-Valentina, ed assicurarsi dell’infortunio che presentiva, qualunque
-fosse, Morrel arrivò all’orlo del boschetto, e s’apparecchiava a
-traversare il praticello di fiori quanto più poteva sollecitamente, del
-tutto allo scoperto, quando giunse fino a lui il suono di voci assai
-lontane, ma che il vento gli portava.
-
-A questo rumore fece un passo addietro, di già uscito a mezzo dalle
-foglie, si celò compiutamente, e restò immobile e muto ravvolto nella
-oscurità. La sua risoluzione era presa; s’era Valentina sola, egli
-l’avvertirebbe con una parola al passaggio di lei: se Valentina era
-accompagnata, almeno la vedrebbe, e si assicurerebbe che non le era
-accaduta alcuna disgrazia: se fossero estranei afferrerebbe qualche
-parola della loro conversazione e giungerebbe a comprendere un mistero
-fino allora per lui inesplicabile.
-
-La luna uscì dalle nubi che la nascondevano, e sulla porta della
-scalinata Morrel vide comparire il sig. de Villefort in compagnia di
-un uomo vestito di nero. Essi scesero gli scalini, e s’inoltrarono nel
-boschetto. Non avevano ancora fatti quattro passi, che in quest’uomo
-vestito di nero Morrel aveva riconosciuto il dottore d’Avrigny.
-
-Il giovine, vedendoli venire alla sua volta, indietreggiò
-macchinalmente in faccia a loro, fino a che urtò nel tronco di
-un albero che formava il centro del boschetto; là fu costretto di
-fermarsi. Ben presto la sabbia cessò di stridere sotto i piedi de’ due
-passeggiatori. — Ah! caro dottore, disse il procuratore del Re, ecco
-che il cielo si dichiara avverso alla mia casa. Qual morte orribile!
-qual colpo di fulmine! Non cercate di consolarmi; ahimè! non vi sono
-consolazioni per simili disgrazie, la piaga è troppo viva e troppo
-profonda; morta! morta!
-
-Un sudor freddo fece agghiacciare la fronte del giovine, e battere i
-denti. Chi dunque era morta in questa casa, che lo stesso Villefort
-diceva maledetta?
-
-— Mio caro sig. de Villefort, rispose il medico con un accento
-che raddoppiò il terrore del giovine, non vi ho qui condotto per
-consolarvi, anzi tutto al contrario.
-
-— Che volete dire? domandò il procurator del Re spaventato. — Voglio
-dirvi, che dietro alla disgrazia che vi è accaduta, ve ne è un’altra
-fors’anche maggiore.
-
-— Oh! mio Dio! mormorò Villefort giungendo le mani, che volete dirmi
-ancora? — Siamo ben sicuri d’essere soli?
-
-— Oh! sì, siamo soli. Ma che significano tutte queste cautele?
-
-— Significano ch’io ho una confidenza terribile a farvi, disse il
-dottore; sediamoci. — Villefort cadde piuttosto che assidersi sopra un
-banco. Il dottore rimase in piedi davanti a lui, tenendogli una mano
-sopra una spalla. Morrel, agghiacciato dallo spavento, con una mano si
-reggeva la fronte, e coll’altra si teneva compresso il cuore per timore
-che si sentissero le sue pulsazioni: — Morta! morta! ripetè nel suo
-pensiero colla voce del suo cuore, ed egli stesso si sentiva morire.
-
-— Parlate, dottore, vi ascolto, disse Villefort; capite, sono preparato
-a tutto. — La sig.ª di Saint-Méran era avanzata in età, non vi è
-dubbio, ma godeva ancora di una eccellente salute.
-
-Morrel per la prima volta respirò dopo dieci minuti.
-
-— Il dolore l’ha uccisa; disse Villefort, sì, il dispiacere, dottore!
-l’abitudine per 40 anni di vivere col marchese...
-
-— Non fu il dispiacere, caro Villefort, disse il dottore. I dispiaceri
-possono uccidere, quantunque i casi sian molto rari, ma non uccidono
-in un giorno, in un’ora, in dieci minuti. — Villefort nulla rispose,
-soltanto alzò la testa che fino allora aveva tenuta bassa, e guardò il
-dottore con occhi atterriti. — Eravate là, durante l’agonia? domandò il
-dottore d’Avrigny.
-
-— Senza dubbio, rispose il procuratore del Re, mi diceste a bassa voce
-che non mi allontanassi.
-
-— Avete osservati i sintomi del male sotto cui ha dovuto soccombere la
-sig.ª Saint-Méran?
-
-— Certamente; ella ha avuto tre assalti successivi, con qualche minuto
-di distanza gli uni dagli altri, e ciascuna volta eran fra loro vicini
-e più forti. Quando siete giunto, già da qualche minuto la sig.ª di
-Saint-Méran era anelante; allora ebbe una crisi che io credetti un
-semplice assalto nervoso, e non ho cominciato a spaventarmi realmente
-che quando la vidi sollevare dal letto, coi membri ed il collo
-irrigiditi. Allora dal vostro viso compresi che la cosa era più grave
-di quel che io credeva. Cessata la crisi, cercava i vostri occhi, ma
-essi non s’incontrarono coi miei. Voi tenevate fra le vostre dita il
-polso, ne contavate le pulsazioni, e comparve la seconda crisi, più
-terribile della prima; gli stessi movimenti nervosi si riprodussero,
-e la bocca si contrasse, e divenne violetta. Alla terza ella spirò. Io
-aveva già riconosciuto il tetano fin dalla fine della prima crisi; voi
-mi confermaste in questa opinione.
-
-— Sì, alla presenza di tutti, disse il dottore; ma or siam soli. — Che
-volete dirmi, mio Dio?
-
-— Che i sintomi del tetano e dell’avvelenamento colle sostanze
-vegetabili, sono assolutamente gli stessi. — Villefort si rizzò in
-piedi, poi, dopo un minuto d’immobilità e di silenzio, ricadde sul
-banco. — Oh! mio Dio! dottore, pensate bene a quel che ora mi dite!
-
-Morrel non sapeva se faceva un sogno, o vegliava.
-
-— Ascoltate, conosco l’importanza della mia dichiarazione, ed il
-carattere della persona cui la indirizzo.
-
-— Parlate all’amico o al magistrato? domandò Villefort.
-
-— All’amico soltanto in questo momento; i rapporti fra i sintomi del
-tetano e quelli dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili sono
-talmente identici, che se mi bisognasse firmare quant’io vi dico, vi
-dichiaro che esiterei. Per cui ve lo ripeto, non è al magistrato ch’io
-parlo, ma all’amico. Ebbene! dico all’amico; «Nei tre quarti d’ora
-che ha durato, ho studiata l’agonia, le convulsioni, e la morte della
-sig.ª di Saint-Méran; e nella mia convinzione, non solo ella è morta
-avvelenata, ma direi pure, qual veleno l’ha uccisa.»
-
-— Signore! signore!
-
-— Tutto v’era, sonnolenza interrotta da crisi nervose, sopraeccitazione
-del cervello. La sig.ª di Saint-Méran è morta per una dose violenta di
-brucnina o di stricnina che senza dubbio per caso, o forse per errore
-le è stata ministrata.
-
-Villefort afferrò la mano del dottore: — Oh! è impossibile, diss’egli,
-sogno, mio Dio! sogno! È spaventoso il sentire simili cose da un uomo
-come voi! In nome del cielo, ve ne supplico, caro dottore, ditemi che
-potete esservi sbagliato.
-
-— Senza dubbio lo posso, ma... non lo credo.
-
-— Dottore, abbiate pietà di me; da qualche giorno mi accadono cose
-tanto inaudite, che credo alla possibilità di diventar pazzo.
-
-— La sig.ª di Saint-Méran è stata visitata da altro medico?
-
-— Da nessuno. — È stata presa alla spezieria altra ricetta che non mi
-sia stata fatta vedere? — Nessuna.
-
-— Aveva qualche nemico? — Non le ne conosco alcuno.
-
-— V’è qualcuno che abbia premura della sua morte?
-
-— Ma no, mio Dio! ma no, mia figlia ne è la sola ereditiera, Valentina
-sola... Oh! se mi potesse venire un simile pensiero, mi conficcherei
-da me stesso un pugnale nel cuore per punirlo di aver potuto per un sol
-momento fermarsi sopra un tal pensiero.
-
-— Oh! gridò a sua volta d’Avrigny, caro amico, non piaccia a Dio che io
-accusi qualcuno; non parlo che di un accidente, di un errore, capite
-bene? ma accidente, o errore, il fatto è là che parla a bassa voce
-nella mia coscienza, la quale esige però che io ve ne parli ad alta
-voce. Pigliate le vostre informazioni.
-
-— A chi? come? di qual cosa?
-
-— Vediamo, Barrois il vecchio domestico si sarebbe sbagliato, e dato
-alla sig.ª di Saint-Méran qualche bevanda preparata pel suo padrone? —
-Per mio padre? — Sì.
-
-— Ma come una bevanda preparata per il sig. Noirtier può avvelenare la
-sig.ª di Saint-Méran?
-
-— Niente di più semplice: sapete che in certe malattie i veleni
-divengono rimedi; la paralisi è una di queste malattie. Da circa tre
-mesi, per esempio, dopo aver tutto tentato per rendere il movimento
-della parola al sig. Noirtier, ho risoluto tentare un ultimo mezzo;
-lo curo con la brucnina; così nell’ultima bevanda che ho ordinata
-per lui, ve ne erano sei centigrammi; essi, senza azione sugli organi
-paralizzati del sig. Noirtier, ed ai quali egli si è avvezzato, bastano
-per ammazzare qualunque altra persona.
-
-— Mio caro dottore, non vi è nessuna comunicazione fra l’appartamento
-del sig. Noirtier, e quello della sig.ª di Saint-Méran, e Barrois non
-è mai entrato nelle camere di mia suocera. Finalmente quantunque io vi
-conosca per l’uomo più abile, e soprattutto più coscienzioso del mondo,
-quantunque in tutt’altra congiuntura la vostra parola sia per me una
-fiaccola che guida al par della luce del sole, pure ho bisogno, ad onta
-di questa convinzione, di appoggiarmi su questo assioma, _lo sbagliare
-è dell’uomo._
-
-— Ascoltate, Villefort, disse il dottore, conoscete uno dei miei
-confratelli nel quale possiate avere la stessa confidenza che in me?
-
-— Perchè dite ciò? a che volete venirne?
-
-— Chiamatelo, gli dirò ciò che ho veduto, ciò che ho osservato, e poi
-faremo l’autopsia.
-
-— E troverete le tracce dell’avvelenamento?
-
-— No, niente del veleno, non ho detto questo, ma constateremo
-l’esasperazione del sistema, riconosceremo l’asfissia patente,
-incontestabile, e vi diremo caro Villefort: «se per negligenza accadde
-una tal cosa, vegliate su i vostri servitori: se per odio, vegliate su
-i vostri nemici!»
-
-— Oh! mio Dio! che mi proponete mai, d’Avrigny, rispose Villefort
-abbattuto; dal momento che vi sarà un altro oltre voi nel segreto,
-vi vorrà un processo, ed in casa mia è impossibile! Pertanto, se
-lo volete, se lo esigete assolutamente, lo farò. Infatto, io forse
-dovrò dar seguito a quest’affare; il mio carattere me lo comanda. Ma
-dottore, mi vedete di già penetrato di tristezza: introdurre nella mia
-casa un sì grande scandalo, dopo un sì gran dolore! oh! mia moglie,
-e mia figlia ne morrebbero; dottore, lo sapete, un uomo non è stato
-procuratore del Re per venti anni senza essersi fatto buon numero di
-nemici; ed i miei son molti. Quest’affare scandaloso sarà per essi
-un trionfo che li farà esultare di gioia, e coprirà me di vergogna,
-perdonatemi queste idee mondane. Se foste un egoista, non oserei
-parlarvi così; ma siete un uomo, conoscete gli altri uomini; dottore,
-non mi avete detto niente, n’è vero?
-
-— Mio caro sig. de Villefort, rispose il dottore costernato, il mio
-primo dovere è la umanità; se avessi salvata la sig.ª di Saint-Méran,
-se la scienza avesse avuto il potere di farlo; ma ella è morta, ed io
-devo me stesso ai vivi. Seppelliamo nel più profondo dei nostri cuori
-questo terribile segreto: permetterò, se gli occhi di qualcuno si
-aprono su ciò, che sia imputato a mia ignoranza il silenzio che avrò
-conservato. Però, signore, cercate sempre, ed operosamente, perchè
-forse ciò non si fermerà qui... e quando avrete trovato il colpevole,
-se pur lo ritrovate, vi dirò: «voi viete magistrato, fate ciò che
-volete!».
-
-— Oh! grazie, dottore! disse Villefort con indicibile gioia, non ho mai
-avuto amico miglior di voi. — E quasi che avesse temuto che il dottore
-d’Avrigny non si pentisse di questa promessa, si alzò, e trascinò il
-dottore dalla parte della casa. Essi si allontanarono.
-
-Morrel come se avesse avuto bisogno di respirare, mise fuori la testa
-dai tigli, e la luna illuminò quel viso tanto pallido, che sarebbesi
-potuto prendere per un fantasma.
-
-— Dio mi protegge con un manifesto, ma terribile modo! diss’egli. Ma
-Valentina! povera amica! resisterà a tanti dolori? — Dicendo queste
-parole guardava alternativamente la finestra con le tende rosse, e
-le tre finestre con le tende bianche. La luce era quasi compiutamente
-disparsa dalla finestra con le tende rosse. Senza dubbio la sig.ª de
-Villefort aveva spento il suo lume, ed il solo lume da notte mandava
-qualche riflesso ai vetri. All’estremità del fabbricato, al contrario,
-vide aprirsi una delle tre finestre con le tende bianche. Una candela
-posta sul caminetto mandò al di fuori qualche raggio della sua pallida
-luce, ed un’ombra venne per un momento ad appoggiarsi al balcone.
-
-Morrel fremette; gli sembrò avere inteso un singulto.
-
-Non era meraviglioso che quest’anima ordinariamente tanto coraggiosa
-e forte, ora sconvolta ed esaltata dalle due più forti passioni
-dell’uomo, l’amore e la paura, si fosse indebolita al punto da soffrire
-le allucinazioni superstiziose.
-
-Quantunque fosse impossibile, nascosto come egli era, che l’occhio
-di Valentina lo distinguesse, pure gli parve di vedersi chiamato
-dall’ombra della finestra; il suo spirito sconvolto glielo diceva,
-il cuore ardente glielo ripeteva. Questo doppio errore divenne una
-realtà irresistibile, e, per uno di quegli slanci incomprensibili della
-gioventù, balzò fuori del nascondiglio, e in due salti, col pericolo
-di essere veduto, di spaventare Valentina, di dare l’allarme, se alla
-giovinetta sfuggiva un qualche grido involontario, traversò il prato,
-che la luna faceva largo e chiaro come un lago; e raggiunta la fila dei
-cassettoni degli aranci che si estendevano davanti alla casa, giunse ai
-gradini della scalinata, che salì rapidamente, e spinse la porta, che
-si aprì senza alcuna resistenza davanti a lui. Valentina non lo aveva
-veduto, gli occhi innalzati al cielo seguivano una nube d’argento che
-strisciava l’azzurro, e la cui forma era quella di un’ombra che sale
-al cielo; il suo spirito poetico ed esaltato le diceva che quella era
-l’ombra di sua nonna. Frattanto Morrel aveva traversata l’anticamera e
-ritrovata la rampa della scala; i tappeti stesi sugli scalini tennero
-nascosto il romore dei suoi passi: d’altra parte Morrel era giunto a
-quel punto di esaltamento che non lo avrebbe spaventato la presenza
-stessa del sig. de Villefort. Se questi si fosse presentato ai suoi
-occhi, la risoluzione era presa: gli si avvicinava, gli confessava
-tutto, pregandolo di scusare, ed approvare quest’amore che lo univa
-a sua figlia... Morrel era pazzo. Per fortuna non vide alcuno;
-particolarmente allora quella tal conoscenza che aveva imparato da
-Valentina sul piano interno della casa gli servì; giunse senza alcun
-incidente in alto alla scala, e come arrivato là, si orizzontava, un
-singhiozzo, di cui riconobbe l’espressione, gli indicò il cammino che
-doveva prendere; si voltò: una porta era socchiusa, e lasciava giungere
-a lui il riflesso di una lampada, ed il suono della voce che gemeva.
-Spinse questa porta ed entrò. Nel fondo di una alcova, sotto un bianco
-drappo che ne ricopriva la testa, e designava la forma, giaceva la
-morta, più spaventosa ancora agli occhi di Morrel dopo la rivelazione
-segreta di cui il caso lo avea fatto possessore. Di fianco al letto,
-in ginocchio, colla testa sepolta nei cuscini di una larga poltrona,
-Valentina tremante, e sollevata dai singhiozzi, stendeva al di sopra,
-della testa, che non si vedeva, ambo le mani giunte ed irrigidite:
-aveva lasciata la finestra aperta, e pregava ad alta voce con accenti
-che avrebber commosso il cuore più insensibile; la parola le sfuggiva
-dalle labbra, rapida, incoerente, inintelligibile. La luna strisciando
-a traverso la apertura delle persiane, faceva impallidire la luce della
-lampada, e dava un fondo azzurro alle funebri tinte in questo quadro di
-desolazione.
-
-Morrel non potè resistere a questo spettacolo; egli non era di
-una pietà esemplare, non era facile alle impressioni; ma Valentina
-sofferente, piangente, e torcentesi le braccia, avanti ai suoi occhi
-era più di quanto poteva sopportare in silenzio. Egli mandò un sospiro,
-mormorò un nome, e la testa bagnata dalle lagrime, ed impietrata sui
-velluti del seggio, si rialzò, e rimase voltata verso di lui.
-
-Valentina lo vide, e non manifestò alcuna meraviglia. Non vi sono più
-emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo dolore. Morrel le
-stese la mano, Valentina per tutta scusa del perchè non era stata a
-ritrovarlo, gli mostrò il cadavere che giaceva sotto il funebre drappo,
-e ricominciò i singulti. Nè l’uno, nè l’altra osavano parlarsi in
-questa camera. Ciascuno esitava a rompere quel silenzio che sembrava
-venisse raccomandato dalla morte ritta in piedi in un qualche angolo,
-col dito sulle labbra. Finalmente Valentina osò parlare per la prima:
-— Amico, diss’ella, come mai siete qui? Ahimè! vi direi: «siate il ben
-venuto» se non fosse la morte che vi avesse aperta la porta di questa
-casa.
-
-— Valentina, disse Morrel con voce tremante, e con le mani giunte,
-io era là dalle otto e mezzo; non vi vedeva venire: fui preso
-dall’inquietudine, ho saltato il muro, son penetrato nel giardino;
-allora delle voci che si intrattenevano sul fatale accidente...
-
-— Quali voci? domandò Valentina.
-
-Morrel fremette perchè tutta la conversazione del dottore e di
-Villefort gli ritornava al pensiero, ed a traverso del drappo, credeva
-veder quelle braccia contorte, quel collo irrigidito, quelle labbra
-violette: — Le voci dei vostri domestici, diss’egli, mi hanno appreso
-tutto.
-
-— Ma venir fin qui, è lo stesso che perderci, amico mio, disse
-Valentina senza collera e senza spavento.
-
-— Perdonatemi, rispose Morrel col medesimo tuono, mi ritiro.
-
-— No, disse Valentina, sareste incontrato, restate.
-
-— Ma se qui venissero?... — La giovane scosse la testa:
-
-— Nessuno verrà, siate tranquillo, ecco la nostra salva guardia. — E
-mostrò la forma del cadavere modellata dal drappo che la copriva.
-
-— Ma che è accaduto del sig. d’Épinay?
-
-— Il sig. Franz è venuto per soscrivere il contratto al momento in
-cui mia nonna rendeva l’ultimo sospiro: ma ciò che raddoppia il mio
-dolore, si è che questa povera e cara avola, morendo, mi ordinò che si
-compiesse il matrimonio il più presto possibile.
-
-— Ascoltate! disse Morrel. I due giovani fecero silenzio.
-
-S’intese una porta aprirsi, e dei passi fecero scricchiolare il
-piancito del corridoio ed i gradini della scala:
-
-— È mio padre che esce dal suo gabinetto, disse Valentina.
-
-— E che riconduce il dottore, soggiunse Morrel.
-
-— Come sapete che è il dottore? domandò Valentina meravigliata. —
-Lo presumo, disse Morrel. — Valentina guardò il giovine. Frattanto
-s’intese chiudere la porta di strada.
-
-Il sig. de Villefort andò inoltre a dare un doppio giro di chiave a
-quella del giardino, indi risalì le scale.
-
-Giunto nell’anticamera si fermò un momento, come esitante se
-dovesse entrare nel suo appartamento, o nella camera della sig.ª di
-Saint-Méran. Morrel si gettò dietro una portiera. Valentina non fece
-alcun movimento: si sarebbe detto che il sommo dolore la poneva al di
-sopra degli ordinari timori. Ma de Villefort entrò nelle sue stanze.
-
-— Ora, disse Valentina, non potete più uscire nè dalla porta del
-giardino, nè da quella di strada.
-
-Morrel la guardò con meraviglia. — Ora, diss’ella, non vi è più che una
-uscita sicura e permessa, ed è quella dello appartamento del mio nonno.
-— Ella si alzò: — Venite.
-
-— E dove? domandò Massimiliano. — Da mio nonno.
-
-— Io, dal sig. Noirtier? — Sì.
-
-— Pensateci bene, Valentina.
-
-— Vi penso, e da lungo tempo. Non ho più che questo amico al mondo, ed
-entrambi abbiam bisogno di lui.
-
-— State attenta, Valentina, disse Morrel esitando a fare ciò che gli
-ordinava la giovinetta, state attenta, la benda mi è caduta dagli
-occhi. Venendo qui, ho commesso un atto di pazzia. Avete voi stessa
-tutta la vostra ragione, cara amica.
-
-— Sì, disse Valentina, e non ho che uno scrupolo al mondo, quello di
-lasciar soli questi ultimi avanzi della mia povera nonna, che mi sono
-incaricata di vegliare.
-
-— Valentina, disse Morrel, la morte è sacra per sè stessa.
-
-— Sì, rispose la giovinetta; d’altra parte sarà per poco, venite.
-— Valentina traversò il corridoio, e discese una piccola scala che
-conduceva dal sig. Noirtier. Morrel la seguiva in punta di piedi.
-Giunti sul piano dell’appartamento ritrovarono il vecchio domestico.
-
-— Barrois, disse Valentina, chiudete la porta, e non lasciate entrare
-nessuno.
-
-Ella entrò per la prima. Noirtier, ancora seduto al suo seggio,
-attento al più piccolo rumore, istruito dal vecchio servitore di tutto
-ciò che accadeva, fissò gli sguardi avidi all’entrata della camera;
-vide Valentina, ed il suo occhio brillò. Vi era nel portamento,
-nell’attitudine della giovinetta qualche cosa di grave, e di solenne
-che sorprese il vegliardo: epperò lo sguardo ch’era brillante divenne
-interrogatore. — Caro padre, diss’ella a bassa voce, ascoltami bene:
-tu sai che la buona nonna Saint-Méran è morta sarà un’ora, e che
-adesso, eccetto te, non ho più alcuno che mi ami in questo mondo. —
-Un’espressione d’infinita tenerezza passò sugli occhi del vecchio. — È
-dunque a te solo, che io debbo confidar tutti i miei dispiaceri, e le
-mie speranze?
-
-Il paralitico fece segno di sì.
-
-Valentina prese Massimiliano per la mano: — Allora diss’ella, guarda
-bene questo signore.
-
-Il vecchio fissò lo sguardo scrutatore, e leggermente maravigliato su
-Morrel. — Questi è il sig. Massimiliano Morrel, diss’ella, il figlio
-di quell’onesto negoziante di Marsiglia di cui tu avrai senza dubbio
-inteso parlare.
-
-— Sì, fece il vecchio.
-
-— È un nome irreprensibile che Massimiliano è in via di rendere
-glorioso, perchè a trent’anni è capitano degli _Spahis_, ed ufficiale
-della legione d’onore.
-
-Il vecchio fece segno che se ne ricordava.
-
-— Ebbene! buon papà, disse Valentina mettendosi in ginocchio e
-mostrando Massimiliano con una mano, io l’amo, e non sarò mai d’altri
-che di lui! se mi sforzeranno di sposarne un altro, mi lascerò morire,
-o mi ucciderò.
-
-Gli occhi del paralitico esprimevano una folla di pensieri tumultuosi.
-— Tu ami il sig. Morrel, n’è vero, buon papà? domandò la giovinetta. —
-Sì, fece il vecchio immobile.
-
-— E vuoi tu proteggerci, noi siamo i tuoi figli, contro la volontà di
-mio padre?
-
-Noirtier fissò lo sguardo intelligente su Morrel, quasi avesse voluto
-dire:
-
-— Per questo, vedremo.
-
-Massimiliano capì: — Madamigella, diss’egli, voi avete un sacro dovere
-da compiere nella camera di vostra nonna; volete permettermi di aver
-l’onore di parlare un momento col sig. Noirtier?
-
-— Sì, sì, è questo, fece l’occhio del vecchio; poi guardò Valentina con
-inquietudine. — Come farà egli per intenderti, vuoi dire, buon nonno. —
-Sì.
-
-— Oh! sta tranquillo; abbiamo tanto spesso parlato di te, che egli sa
-bene il modo di trattenersi teco.
-
-Poi volgendosi a Morrel con un’adorabile sorriso, velato però da
-una profonda tristezza: — Egli sa tutto quel che so io, diss’ella.
-— Valentina si alzò, avvicinò una sedia per Morrel, raccomandando
-a Barrois di non lasciare entrare nessuno, e dopo avere teneramente
-abbracciato suo nonno, e detto addio tristamente a Morrel, partì.
-
-Allora Morrel per provare a Noirtier che egli aveva la confidenza di
-Valentina, e che conosceva tutti i loro segreti, prese il dizionario,
-la penna, e la carta, e pose il tutto sopra una tavola su cui stava
-il lume: — Ma primieramente, disse Morrel, permettetemi, signore, di
-raccontarvi chi sono io, come amo madamigella Valentina, e quali sono
-le mie vedute sul conto di lei. — Ascolto, fece Noirtier.
-
-Era uno spettacolo imponente questo vecchio, inutile fardello in
-apparenza, diventato il solo protettore, il solo appoggio, il solo
-giudice dei due giovani amanti, belli, e robusti che entravano nella
-vita. La sua figura nobile ed austera imponeva a Morrel, che cominciò
-il racconto tremando. Narrò allora come aveva conosciuto, come
-aveva amato Valentina, e come questa nel suo isolamento, e nel suo
-infortunio, aveva accolta l’offerta della sua devozione. Gli disse qual
-era la sua nascita, la sua posizione, la sua fortuna; e più d’una volta
-interrogò lo sguardo del paralitico che gli rispondeva: — Sta bene;
-continuate.
-
-— Ora, disse Morrel, quando ebbe finita questa prima parte del suo
-racconto, ora, che vi ho detto, signore, il mio amore, e le mie
-speranze, debbo dirvi i miei disegni?
-
-— Sì, fece il vecchio.
-
-— Ebbene! ecco ciò che noi avevamo risoluto.
-
-Allora raccontò tutto a Noirtier, in qual modo un calessino aspettava
-nel recinto, come contava rapire Valentina, condurla da sua sorella,
-sposarla, e, in una rispettosa aspettativa, sperare il perdono dal sig.
-de Villefort.
-
-— No, disse Noirtier.
-
-— No, rispose Morrel, non è così, che si deve fare? — No.
-
-— Questo disegno non ha il vostro assenso? — No.
-
-— Ebbene! vi è un altro mezzo, disse Morrel.
-
-Lo sguardo interrogatore del vecchio domandò: quale?
-
-— Andrò a ritrovare il sig. Franz d’Épinay; sono contento di potervi
-dir questo in assenza di madamigella di Villefort; mi condurrò in modo
-di sforzarlo ad essere un galantuomo.
-
-Lo sguardo di Noirtier continuò ad interrogare.
-
-— Ciò che farò? — Sì.
-
-— Eccolo: andrò a trovarlo, gli racconterò i legami che mi uniscono
-a madamigella Valentina; se gli è uomo delicato, proverà la sua
-delicatezza rinunciando da sè stesso alla mano della fidanzata, e
-la mia amicizia e devozione gli sono da questo momento devolute per
-sempre fino alla morte; se rifiuta, sia che l’interesse lo spinga, sia
-che un ridicolo orgoglio lo faccia persistere, dopo avergli provato
-che egli costringerebbe la mia sposa, che Valentina mi ama, e non può
-amare altri che me, mi batterei con lui, dandogli tutti i vantaggi, o
-l’ucciderò, o egli ucciderà me; se l’uccido, non sposerà Valentina, se
-mi uccide son ben sicuro che Valentina non lo sposerà.
-
-Noirtier considerava con un piacere indicibile questa nobile e sincera
-fisonomia, sulla quale si dipingevano tutti i sentimenti che la sua
-lingua esprimeva, aggiungendovi coll’espressione di un bel viso, tutto
-ciò che il colorito aggiunge ad un disegno solido e vero. Frattanto
-quando Morrel ebbe finito di parlare, Noirtier chiuse gli occhi a più
-riprese, che, come ben sappiamo, era il suo modo di esprimere no.
-
-— No? disse Morrel, voi dunque disapprovate ancora questo secondo
-disegno al pari del primo?
-
-— Sì lo disapprovo, accennò il vecchio.
-
-— Ma che fare allora, signore? domandò Morrel. Le ultime parole della
-sig.ª di Saint-Méran sono state che il matrimonio di sua nipote non
-si faccia aspettare; debbo lasciar compiere le cose? — Noirtier rimase
-immobile.
-
-— Comprendo, disse Morrel, debbo aspettare. — Sì.
-
-— Ma ogni ritardo può perderci. Valentina è sola, senza forza;
-e sarà costretta come un fanciullo. Entrato qui miracolosamente
-per saper ciò che accade, ammesso miracolosamente alla vostra
-presenza, ragionevolmente non posso sperare che si rinnovino queste
-buone avventure. Credetemi, non vi è che l’una o l’altra delle
-due risoluzioni che vi propongo (perdonate questa mia vanità alla
-giovinezza) che sia buona; ditemi quale delle due preferireste:
-autorizzereste madamigella Valentina a confidarsi al mio onore? — No.
-
-— Preferite che vada a ritrovare il sig. d’Épinay? — No.
-
-— Ma da chi verrà il soccorso che aspettiamo? dal caso?
-
-— No. — Da voi? — Sì.
-
-— Capite bene, ciò che vi domando, scusate la mia insistenza, perchè la
-mia vita sta nella vostra risposta; la nostra salute ci verrà da voi? —
-Sì.
-
-— Ne siete sicuro? — Sì. — Mel garantite? — Sì.
-
-E nello sguardo che dava questa affermativa vi era tal fermezza, da
-non dar luogo a dubitare della volontà, se non della possanza. — Oh!
-grazie, signore, mille volte grazie! ma in qual modo, a meno che un
-miracolo non vi renda la parola, il gesto, il movimento, in qual modo
-potrete, inchiodato in questo seggio, muto ed immobile, opporvi a
-questo matrimonio? — Un sorriso rischiarò il viso del vecchio... è un
-sorriso strano quello degli occhi sur un viso immobile!
-
-— Debbo dunque aspettare? domandò il giovine. — Sì.
-
-— Ma il contratto?... — Ricomparve il medesimo sorriso.
-
-— Volete dirmi che non sarà firmato? — Sì, fece il vecchio. — Il
-contratto dunque non sarà firmato? gridò Morrel. Oh! perdonatemi,
-signore! all’annunzio di una gran felicità, è ben permesso il dubitare.
-
-— No, disse il vecchio paralitico. — Ad onta di questa assicurazione,
-Morrel esitava a credere. Questa promessa di un vecchio impotente
-era sì strana che invece di provenire da una forza di volontà, poteva
-emanare da un indebolimento di organi; non è naturale che l’insensato
-che ignora la sua follia, pretenda effettuare cose al di sopra del suo
-potere? il debole parla dei pesi che innalza, il timido dei giganti
-che affronta, il povero del tesoro che maneggia, il più umile dei
-contadini, per causa del suo orgoglio, si chiama Giove.
-
-Sia che Noirtier comprendesse l’irresolutezza del giovine, sia che non
-aggiustasse compiutamente fede alla docilità che aveva mostrato, lo
-guardò fissamente. — Che volete signore? domandò Morrel, che vi rinnovi
-la promessa di nulla tentare?
-
-La sguardo di Noirtier rimase fermo e stabile, come per dire che una
-promessa non bastava, indi passò dal viso alla mano.
-
-— Volete che giuri? domandò Massimiliano.
-
-— Sì, fece il paralitico con la stessa solennità, lo voglio.
-
-Morrel capì che il vecchio metteva grande importanza a questo
-giuramento. Egli stese la mano. — Sul mio onore vi giuro di aspettare
-ciò che avrete risoluto di fare contro del sig. d’Épinay.
-
-— Bene, fecero gli occhi del vecchio.
-
-— Ora, signore, ordinate che mi ritiri? — Sì.
-
-— Senza rivedere madamigella? — Sì.
-
-Morrel fece un segno col quale indicava esser pronto ad obbedire: —
-Permettete intanto, signore, che vostro figlio vi abbracci, come ha
-fatto or ora vostra figlia.
-
-Non vi era da sbagliare nella espressione degli occhi di Noirtier. Il
-giovine posò sulla fronte del vecchio le sue labbra; indi lo salutò
-una seconda volta, e partì. Sul pianerottolo trovò Barrois avvisato da
-Valentina, che lo guidò nei giri di un corridoio oscuro, che conduceva
-per una piccola porta nel giardino. Giunto là, Morrel si portò al
-cancello; arrampicandosi su di una spalliera di carpini, giunse ben
-presto alla sommità del muro, e per mezzo di una scala, in un secondo
-fu nel recinto messo a trifoglio, ove il suo calessino lo aspettava
-sempre. Vi montò ed abbattuto da tante emozioni, ma col cuore più
-libero, verso mezzanotte rientrò nella strada Meslay, si gettò sul
-letto, e dormì come se fosse stato in una profonda ubbriachezza.
-
-
-
-
-LXXIII. — LA TOMBA DELLA FAMIGLIA VILLEFORT.
-
-
-Due giorni dopo, una folla considerevole si trovava riunita, verso
-le sei del mattino, alla porta del sig. de Villefort, ed erasi
-veduto inoltrare una lunga fila di carrozze di lutto, e di carrozze
-particolari, lungo tutto il sobborgo Sant’Onorato e la strada
-Pépinière. In mezzo ad esse ve n’era una di forma particolare, e che
-sembrava aver fatto un lungo viaggio. Era una specie di _forgone_
-tinto in nero, e che si era ritrovato tra i primi al convegno. Furono
-prese informazioni, e si seppe che, per una strana coincidenza, questa
-carrozza racchiudeva il corpo del signor di Saint-Méran, e che quelli
-ch’eran venuti per un sol convoglio, seguiterebbero due cadaveri. Il
-marchese di Saint-Méran, uno dei dignitarii più zelanti e fedeli del
-re Luigi XVIII, e del re Carlo X, aveva conservato gran numero di
-amici, che uniti alle persone che le sociali convenienze mettevano in
-relazione con Villefort, formavano un seguito considerevole. Furon
-tosto prevenute tutte le autorità, e si ottenne che i due convogli
-sarebbero usciti nel medesimo tempo. Una seconda carrozza, addobbata
-con la stessa pompa mortuaria, fu condotta davanti alla porta del
-sig. de Villefort, e la cassa trasportata dal forgone di posta fu
-messa sulla carrozza funebre. I due corpi dovevano essere seppelliti
-nel cimitero del Padre-Lachaise, ove da lungo tempo il sig. de
-Villefort aveva fatto inalzare la tomba destinata alla sepoltura di
-tutta la sua famiglia, ed ove era già stato deposto il corpo della
-povera Renata, che suo padre e sua madre venivano a raggiungere dopo
-dieci anni di separazione. Parigi, sempre curiosa, e commossa per le
-pompe funebri, vide con un religioso silenzio passare lo splendido
-corteggio che accompagnava alla loro ultima dimora due nomi di quella
-vecchia aristocrazia, i più celebri per lo spirito di tradizione, per
-la sicurezza del commercio, e per l’ostinata devozione ai principi.
-Nella stessa carrozza da lutto Beauchamp, Debray, e Château-Renaud
-s’intrattenevano su queste morti quasi subitanee.
-
-— Ho veduto la sig.ª di Saint-Méran l’anno scorso ancora in Marsiglia,
-diceva Château-Renaud; io ritornava dall’Algeria; era una persona
-destinata a vivere cent’anni, mercè la sua perfetta salute, lo spirito
-sempre pronto, e la sua prodigiosa alacrità. Quanti anni aveva?
-
-— Sessantasei anni, rispose Alberto, almeno a quanto Franz mi ha
-assicurato. Ma non è l’età che l’ha uccisa, è il dispiacere che ha
-sofferto per la morte del marchese: sembra che dopo questa morte,
-che l’aveva violentemente colpita, non abbia ripresa compiutamente la
-ragione.
-
-— Ma in fine di che male è morta? domandò Debray.
-
-— Di una congestione cerebrale, a quanto sembra, o di una apoplessia
-fulminante.
-
-— Non è forse la stessa cosa?
-
-— Presso a poco.
-
-— Di apoplessia dice Beauchamp, è difficile a credersi. La sig.ª di
-Saint-Méran, che io pure ho veduta una o due volte in mia vita, era
-piccola, gracile di forme, e di costituzione molto più nervosa che
-sanguigna; le apoplessie prodotte da dispiaceri son molto rare in un
-corpo di costituzione come quella della sig.ª di Saint-Méran.
-
-— In ogni caso, disse Alberto, qualunque sia la malattia, o il medico
-che la uccise, ecco il sig. de Villefort, o piuttosto madamigella
-Valentina, o meglio ancora il nostro amico Franz in possesso di una
-magnifica eredità; 80 mila lire di rendita, credo.
-
-— Eredità che sarà quasi raddoppiata alla morte di quel vecchio
-giacobino di Noirtier.
-
-— Quello è un nonno tenace, disse Beauchamp; _Tenacem propositi virum_;
-egli ha promesso colla morte che avrebbe veduto seppellire tutti i
-suoi eredi. Sulla mia parola ci riuscirà. È quello stesso vecchio della
-convenzione del ’93 che diceva a Napoleone nel 1814:
-
-«Voi decadete perchè il vostro impero è un giovine stelo affaticato
-pel soverchio crescere; prendete la repubblica per tutore, e ritorniamo
-con una buona costituzione sui campi di battaglia, e vi garantisco 500
-mila soldati, un altro Marengo, ed un secondo Austerlitz. Le idee non
-muoiono, sire, qualche volta sonnacchiano, ma si risvegliano poi più
-forti che prima di addormentarsi.»
-
-— Sembra, disse Alberto, che per lui gli uomini siano come l’idee; ciò
-che mi mette in pensiero, si è di sapere, cioè, in qual modo Franz
-d’Épinay si accomoderà col vecchio nonno, e che non può fare a meno
-della sposa di lui; ma, a proposito, Franz dov’è?
-
-— Nella prima carrozza col sig. de Villefort, che lo considera già come
-uno di famiglia.
-
-In ciascuna delle carrozze che formavano il corteggio funebre, la
-conversazione era presso a poco uguale; ognuno si meravigliava di
-queste due morti sì rapide e sì vicine, ma in nessuna si sospettava
-il terribile segreto, che il dottore d’Avrigny aveva svelato al sig.
-de Villefort nella passeggiata notturna. In capo circa ad un’ora
-di cammino, giunsero al cimitero: era una giornata tranquilla, ma
-cupa, e per conseguenza in armonia colla funerea cerimonia che si
-compiva. Fra i gruppi che si dirigevano verso la tomba della famiglia,
-Château-Renaud riconobbe Morrel, venuto solo ed in _cabriolet_: egli
-passeggiava solo, pallidissimo e silenzioso sul piccolo sentiero
-costeggiato da bossi.
-
-— Voi qui? disse Château-Renaud passando il braccio sotto quello del
-capitano; conoscete il sig. de Villefort? Come va che non vi ho mai
-incontrato in sua casa?
-
-— Non è il sig. de Villefort che io conosco, ma la sig.ª de Saint-Méran.
-
-In questo momento Alberto li raggiunse con Franz.
-
-— Il luogo è scelto male per una presentazione, disse Alberto; ma non
-importa, non siamo superstiziosi. Sig. Morrel, permettetemi che vi
-presenti il sig. Franz d’Épinay, un eccellente compagno di viaggio col
-quale ho fatto il giro d’Italia. Mio caro Franz, il sig. Massimiliano
-Morrel è un eccellente amico che ho acquistato nella tua assenza, e del
-quale tu sentirai spesso ricordarti il suo nome nella mia conversazione
-ogni qualvolta io dovrò parlare di coraggio, di spirito e di amabilità.
-
-Morrel ebbe un momento d’indecisione; egli chiese a sè stesso se poteva
-dirsi un tratto di riprovevole ipocrisia il fare un saluto amichevole
-a quell’uomo ch’egli combatteva alla sordina: ma gli ritornavano al
-pensiero e la gravità della circostanza, ed il suo giuramento, si
-sforzò dunque di non fare apparire niente sul suo viso, e salutò Franz
-con qualche ritegno.
-
-— Madamigella de Villefort è molto afflitta, non è vero? disse Debray a
-Franz.
-
-— Oh! signore, rispose Franz, di un’afflizione inesprimibile; questa
-mattina era così abbattuta che appena l’ho riconosciuta.
-
-Queste parole in apparenza tanto semplici, lacerarono il cuore di
-Morrel. Costui aveva dunque veduta Valentina, le aveva parlato?
-
-Fu allora che il giovine e fervido ufficiale ebbe bisogno di tutte le
-sue forze per resistere al desiderio di violare il suo giuramento.
-
-Prese sotto il braccio Château-Renaud e lo trascinò rapidamente verso
-la tomba, davanti la quale gli incaricati alle pompe funebri, avevano
-deposte le due casse.
-
-— Magnifica abitazione, disse Beauchamp dando uno sguardo al mausoleo,
-palazzo d’estate, e palazzo d’inverno. Verrà pure la vostra volta di
-venirci ad abitare, caro d’Épinay, perchè sarete ben presto della
-famiglia. Io nella mia qualità di filosofo, voglio una piccola
-casa di campagna, una capanna laggiù sotto gli alberi, e non voglio
-tanti macigni sul mio povero corpo. Morendo, dirò a quelli che mi
-circonderanno ciò che scriveva Voltaire a Piron: «vado in campagna»
-e tutto sarà finito... Andiamo, per bacco! Franz, ci vuol coraggio,
-vostra moglie eredita.
-
-— Davvero, Beauchamp, disse Franz, vi siete fatto insopportabile.
-Gli affari politici vi hanno data l’abitudine di ridere di tutto, e
-gli uomini che maneggiano gli affari, l’abitudine di non credere a
-niente. Ma finalmente, quando avete la fortuna di trovarvi con uomini
-comuni, e la fortuna di lasciare per un momento la politica, cercate
-di riprendere il vostro cuore che voi lasciate nella stanza di deposito
-dei bastoni della _Camera_ dei Deputati, o della _Camera_ dei Pari.
-
-— Eh! mio Dio! che cosa è la vita? una fermata nell’anticamera della
-morte.
-
-— Io prendo Beauchamp in fallo, disse Alberto, e si ritirò a quattro
-passi dietro Franz, lasciando Beauchamp continuare le sue dissertazioni
-filosofiche con Debray.
-
-La tomba della famiglia di Villefort formava una specie di quadrato
-di pietre bianche dell’altezza di circa venti piedi; una interna
-separazione divideva i due compartimenti, la famiglia di Saint-Méran,
-e la famiglia Villefort, e ciascun compartimento aveva la sua porta
-d’entrata.
-
-Non si vedevano, come nelle altre tombe, quegli ignobili tiratori
-soprapposti, dei quali una economica distribuzione racchiude i morti
-con iscrizione che rassomiglia ad una etichetta; tutto ciò che si
-vedeva sulle prime era un’anticamera cupa e scura separata da un muro
-di vera tomba.
-
-Era nel mezzo di questo muro che si aprivano le due porte di cui
-parlammo or ora, e che comunicavano alle sepolture Villefort, e
-Saint-Méran.
-
-Là potevansi esalare in libertà i dolori senza che gli spensierati
-passeggiatori che fanno di una visita al cimitero una partita di
-campagna, o un appuntamento amoroso, venissero a disturbare col loro
-canto, colle loro grida, o colle loro corse, la muta contemplazione, o
-la preghiera bagnata di lagrime dell’abitante della tomba.
-
-I due cadaveri furono portati nella tomba a diritta; era quella della
-famiglia di Saint-Méran. Entrambi furono deposti sopra dei preparati
-cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie mortali;
-Villefort, Franz, ed alcuni altri prossimi parenti penetrarono soli nel
-santuario.
-
-Siccome le cerimonie religiose si erano terminate alla porta, e
-non v’era discorso da farsi, gli assistenti si separarono subito;
-Château-Renaud, Alberto, e Morrel si ritirarono da una parte, e Debray
-e Beauchamp da un’altra.
-
-Franz rimase col sig. de Villefort; alla porta del cimitero, Morrel si
-fermò col primo pretesto che gli venne al pensiero; egli vide sortire
-Franz ed il signor de Villefort in una carrozza di lutto, e concepì un
-cattivo presagio da questo avvicinamento. Egli ritornò dunque a Parigi,
-e quantunque fosse nella stessa carrozza di Château-Renaud e Alberto,
-egli non intese una parola di quel che dissero i due compagni.
-
-In fatti, quando Franz stava per lasciare il signor de Villefort:
-
-— Signor barone, aveva detto questi, quando potrò rivedervi?
-
-— Quando voi vorrete, signore, aveva risposto Franz.
-
-— Il più presto possibile.
-
-— Io sono ai vostri ordini, signore; se vi piace, possiamo ritornare
-assieme.
-
-— Se ciò non vi disturba in alcun modo.
-
-— In nessuno.
-
-Fu così, che il futuro suocero e il futuro genero salirono nella stessa
-carrozza, e che Morrel, vedendoli passare, concepì con ragione gravi
-inquietudini.
-
-Villefort e Franz ritornarono al sobborgo Saint-Honoré.
-
-Il procuratore del Re senza entrare da nessuno, senza parlare nè a sua
-moglie nè a sua figlia, fece passare il giovine nel suo gabinetto, e
-mostrandogli una sedia:
-
-— Signor d’Épinay, diss’egli, io debbo ricordarvi, che il momento non
-sarà forse tanto male scelto, quanto potrebbe credersi sul principio,
-perchè l’obbedienza ai morti, è la prima offerta che bisogna deporre
-sul loro cataletto; io debbo dunque ricordarvi il voto espresso dalla
-sig.ª di Saint-Méran fatto or son due giorni al suo letto di agonia,
-ed è, che il matrimonio di Valentina non soffra ritardo. Voi sapete che
-gli affari della defunta sono in perfetta regola; che il suo testamento
-assicura a Valentina tutta la fortuna di Saint-Méran; il notaro mi ha
-mostrato ieri questi atti che permettono di potere redigere in un modo
-definitivo il contratto di matrimonio. Voi potete vedere il notaro, e
-dirgli per parte mia che vi comunichi queste carte. Il notaro è il sig.
-Deschamps, piazza Beauveau, sobborgo Saint-Honoré.
-
-— Signore, rispose d’Épinay, questo forse non è il momento per
-madamigella Valentina, immersa come ella è nel dolore, di pensare ad
-uno sposo; in verità io temerei...
-
-— Valentina, interruppe il signor de Villefort, non avrà desiderio più
-intenso di quello di compiere le ultime intenzioni di sua nonna; perciò
-io vi garantisco che le difficoltà non nasceranno per parte sua.
-
-— In questo caso, signore, rispose Franz, siccome non verranno
-egualmente da parte mia, voi potete fare ciò che più vi conviene; la
-mia parola è impegnata, ed io l’adempirò, non solo con piacere, ma
-ancora con fortuna.
-
-— Allora, disse Villefort, non abbiamo più nulla che ci arresti; il
-contratto doveva esser firmato tre giorni sono, noi lo troveremo dunque
-già preparato; e si potrà firmare oggi stesso.
-
-— Ma il lutto? disse esitando Franz.
-
-— Siate tranquillo, signore, rispose Villefort; non sarà in casa mia,
-che verranno noncurate le convenienze. Madamigella de Villefort potrà
-ritirarsi, durante i tre mesi voluti, nella sua terra di Saint-Méran,
-io dico sua terra, perchè da oggi questa proprietà è sua. Là, fra
-otto giorni, se voi lo volete senza romore, senza lusso, senza fasto,
-sarà concluso il matrimonio civile. Era un desiderio della signora di
-Saint-Méran che sua nipote si maritasse in quella terra; concluso il
-matrimonio, signore, voi potrete ritornare a Parigi mentre che vostra
-moglie passerà il tempo del lutto colla sua matrigna.
-
-— Come vi piacerà, signore, disse Franz.
-
-— Allora, riprese il sig. de Villefort, abbiate la pena di aspettare
-un poco che fra una mezz’ora Valentina discenderà nel salotto.
-Manderò a cercare Deschamps; noi leggeremo e firmeremo il contratto
-in una sola seduta, e fino da questa sera, la signora de Villefort
-condurrà Valentina nella sua terra, ove fra otto giorni noi anderemo a
-raggiungerla.
-
-— Signore, disse Franz, io ho una domanda a farvi.
-
-— E quale?
-
-— Io desidero che Alberto de Morcerf, e Raoul di Château-Renaud siano
-presenti a questa sottoscrizione; voi sapete che questi sono i miei due
-testimoni.
-
-— Una mezz’ora basta a prevenirli; volete voi andare a cercarli da voi
-stesso, o volete mandarli a cercare?
-
-— Preferisco l’andarvi da me, signore.
-
-— Vi aspetto dunque fra una mezz’ora, e fra una mezz’ora Valentina sarà
-pronta.
-
-Franz salutò il sig. de Villefort, e sortì.
-
-Appena la porta di strada fu chiusa dietro al giovine, Villefort
-mandò a prevenire Valentina che doveva discendere nel salotto fra
-una mezz’ora perchè si aspettavano il notaro, e i testimoni del sig.
-d’Épinay.
-
-Questa notizia inaspettata produsse una gran sensazione nella famiglia.
-La sig.ª de Villefort non voleva crederci, e Valentina ne rimase
-atterrata come da un colpo di fulmine.
-
-Ella guardò intorno a sè, come per cercare a chi poteva domandare
-soccorso.
-
-Ella volle discendere da suo nonno; ma incontrò per la scala il sig. de
-Villefort, che la prese per un braccio, e la condusse in salotto.
-
-Nell’anticamera Valentina incontrò Barrois, e gettò al vecchio
-servitore uno sguardo di disperazione.
-
-Un istante dopo di Valentina, la signora de Villefort entrò in salotto
-col piccolo Edoardo. Era visibile che la giovane sposa aveva avuta una
-gran parte sui dispiaceri di famiglia; ella era pallida, e sembrava
-orribilmente stanca.
-
-Ella si assise, prese Edoardo sulle sue ginocchia, e di tratto in
-tratto comprimeva con movimenti quasi convulsivi contro il suo petto
-questo fanciullo, sul quale sembrava concentrarsi tutta intera la sua
-vita.
-
-Ben presto s’intesero due carrozze entrare nel cortile.
-
-Una era quella del notaro, l’altra quella di Franz con i suoi amici.
-
-In un istante tutti si riunirono nel salotto.
-
-Valentina era così pallida, che si vedevano delinearsi le vene blu
-delle sue tempie intorno ai suoi occhi, e scorrere lungo le sue guance.
-
-Franz non potè esimersi dal provare una forte emozione.
-
-Château-Renaud e Alberto, si guardavano con meraviglia; la cerimonia
-che stava per cominciare, non era men trista di quella che da poco era
-finita.
-
-La signora de Villefort si era situata all’ombra, dietro una tenda di
-velluto, e siccome era sempre inchinata sopra suo figlio, era difficile
-di leggere sul suo viso ciò che accadeva nel suo cuore.
-
-Il sig. de Villefort era, come sempre, impassibile.
-
-Il notaro dopo avere, col metodo ordinario alle persone legali,
-distribuite sulla tavola le carte, avea preso posto sul suo seggio, e
-dopo avere inalzati i suoi occhiali, si voltò verso Franz:
-
-— Siete voi il sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay? domandò egli,
-quantunque lo sapesse perfettamente.
-
-— Sì, signore, rispose Franz.
-
-Il notaro gli fece un inchino.
-
-— Debbo dunque prevenirvi, signore, diss’egli, e ciò per parte del sig.
-de Villefort, che il vostro matrimonio progettato con madamigella de
-Villefort, ha fatto cambiare le disposizioni testamentarie del signor
-de Noirtier verso sua nipote, e che egli aliena interamente la fortuna
-che le doveva trasmettere. Sollecitiamo di aggiungere, continuò il
-notaro, che il testatore non avendo il diritto di alienare che una sola
-parte della sua fortuna, e che avendo alienato tutto, il testamento non
-resisterà agli attacchi, e sarà dichiarato nullo, e come non avvenuto.
-
-— Sì, disse Villefort, soltanto io vi prevengo in antecedenza, sig.
-d’Épinay, che finchè vivrò il testamento di mio padre non sarà mai
-messo in lite; la mia posizione mi proibisce fin l’ombra di questo
-scandalo.
-
-— Signore, disse Franz, io sono dolente che si sia intavolata una
-simile questione in faccia di Valentina. Io non mi sono mai informato
-della cifra della sua fortuna, che per quanto possa venire ridotta sarà
-sempre maggiore della mia. Ciò che la mia famiglia ha cercato nella
-alleanza col signor de Villefort, si è la considerazione; ciò che cerco
-io, è la felicità.
-
-Valentina fece un segno impercettibile di ringraziamento, nel mentre
-che due silenziose lagrime scorrevano sulle sue guance.
-
-— D’altronde, signore, disse Villefort indirizzandosi al suo futuro
-genero, fatta astrazione da questa perdita di una parte delle vostre
-speranze, questo inatteso testamento non ha niente che debba offendervi
-personalmente; ciò si spiega colla debolezza di spirito del sig.
-Noirtier. Ciò che dispiace a mio padre, non è che mia figlia si sposi
-con voi, ma che mia figlia prenda marito; una unione con qualunque
-altro, gli sarebbe egualmente dispiaciuta. La vecchiaia è egoista,
-signore, e madamigella de Villefort faceva al sig. Noirtier una fedele
-compagnia che non potrà più fargli la sig.ª baronessa d’Épinay. Lo
-stato infelice nel quale si ritrova mio padre, fa che gli si parli
-raramente di affari seri, che la debolezza del suo spirito non gli
-permetta di seguire, e sono pienamente convinto che a quest’ora mentre
-conserva la memoria che sua nipote si marita, non si ricorda più
-neppure il nome di quello che sta per diventare suo nipote.
-
-Appena il sig. de Villefort terminava queste parole alle quali Franz
-rispondeva con un saluto, a un tratto si aprì la porta del salotto, e
-comparve Barrois.
-
-— Signori, signori, diss’egli con una voce stranamente ferma per un
-servitore che parla ai suoi padroni in una circostanza così solenne,
-signori, il sig. Noirtier de Villefort desidera parlare sul momento al
-sig. Franz de Quesnel barone d’Épinay.
-
-Egli pure, come aveva fatto il notaro, affinchè non potesse nascere
-alcun errore di persona aveva dato al fidanzato tutti i suoi titoli.
-
-Villefort rabbrividì, la signora de Villefort lasciò scivolare suo
-figlio dalle sue ginocchia. Valentina si alzò pallida e muta come una
-statua.
-
-Alberto e Château-Renaud si scambiarono un secondo sguardo più
-meravigliati ancora di prima.
-
-Il notaro guardò Villefort.
-
-— È impossibile, disse il procuratore del re; d’altronde il sig.
-d’Épinay non può in questo momento lasciare il salotto.
-
-— È precisamente in questo momento, riprese Barrois colla stessa
-fermezza, che il sig. Noirtier mio padrone desidera parlare di affari
-importanti al sig. Franz d’Épinay.
-
-— Parla adunque adesso il mio nonno Noirtier? domandò Edoardo con la
-sua abituale impertinenza.
-
-Ma questo lazzo non fece ridere neppure la sig.ª de Villefort, tanto
-gli spiriti erano preoccupati, tanto la situazione sembrava solenne.
-
-— Dite al sig. Noirtier, riprese Villefort, che ciò ch’egli domanda non
-si può fare.
-
-— Allora il sig. Noirtier previene questi signori, riprese Barrois, che
-si farà subito portare lui stesso nel salotto.
-
-Lo stupore era al colmo.
-
-Una specie di sorriso si disegnò sul viso della signora de Villefort.
-Valentina, quasi senza suo consenso, alzò gli occhi al soffitto per
-ringraziare il cielo.
-
-— Valentina, disse il sig. de Villefort, andate un poco a sentire, vi
-prego che cosa è questa nuova fantasia di vostro nonno.
-
-Valentina fece prestamente qualche passo per sortire, ma il sig. de
-Villefort cambiò di avviso.
-
-— Aspettate, diss’egli, io vi accompagno.
-
-— Perdono, signore, disse Franz a sua volta, mi sembra che, essendo io
-quello che il sig. Noirtier ha fatto domandare, stia particolarmente
-a me di arrendermi ai suoi desideri. D’altronde io sarei fortunato di
-potergli presentare i miei rispetti non avendo ancora avuta l’occasione
-di sollecitare questa fortuna.
-
-— Oh! mio Dio, disse Villefort con una invisibile inquietudine, non
-v’incomodate.
-
-— Scusatemi, signore, disse Franz col tuono di un uomo che ha presa
-una risoluzione, io desidero di non tralasciare questa occasione per
-provare al sig. Noirtier quanto avrebbe torto di concepire verso di me
-delle ripugnanze che sono deciso a vincere, qualunque esse sieno, con
-un profondo attaccamento.
-
-E senza lasciarsi ritenere più lungamente da Villefort, Franz pure
-si alzò e seguì Valentina, la quale discendeva di già la scala con la
-gioia di un naufrago che mette la mano sopra uno scoglio.
-
-Il sig. de Villefort li seguì entrambi.
-
-Château-Renaud e Morcerf si scambiarono un terzo sguardo più
-meravigliato ancora dei due precedenti.
-
-
-
-
-LXXIV. — PROCESSO VERBALE.
-
-
-Noirtier aspettava, vestito di nero, ed installato nel suo seggio a
-bracciuoli.
-
-Allora quando furono entrate le tre persone che calcolava dovessero
-venire, egli guardò la porta, che fu subito chiusa dal suo cameriere.
-
-— State attenta, disse sotto voce Villefort a Valentina che non poteva
-celare la sua gioia, che se il sig. Noirtier vi comunica cose che
-potessero impedire il vostro matrimonio, io vi proibisco di capirle.
-
-Valentina arrossì, ma non rispose.
-
-Villefort si avvicinò a Noirtier.
-
-— Ecco il signor Franz d’Épinay, gli disse; voi lo avete fatto
-chiamare, signore, egli si è arreso ai vostri desiderii. Senza dubbio
-noi desideravamo questa visita da lungo tempo, e sarei contento se
-questa vi provasse quando poco è fondata la vostra opposizione ad un
-tal matrimonio.
-
-Noirtier non rispose che con uno sguardo che fece correre un brivido
-per le vene di Villefort.
-
-Egli fece coll’occhio segno a Valentina di accostarsi.
-
-In un momento, mercè i mezzi di cui era abituata a servirsi nelle
-conversazioni con suo nonno, ella trovò la parola _chiave_.
-
-Allora ella consultò lo sguardo del paralitico, che si fissò al
-tiratore di un piccolo mobile posto fra le due finestre.
-
-Ella aprì il tiratore e ritrovò effettivamente una chiave.
-
-Quando ella ebbe questa chiave, e che il vecchio le fece segno che era
-veramente quella che domandava, gli occhi del paralitico si diressero
-verso un _secrétaire_ dimenticato da molti anni, e che si credeva non
-racchiudesse che delle cartacce inutili.
-
-— Volete che io apra il _secrétaire_? domandò Valentina.
-
-— Sì, fece il vecchio.
-
-— Che io apra i cassetti?
-
-— Sì.
-
-— Quelli dai lati?
-
-— No.
-
-— Quello di mezzo?
-
-— Sì.
-
-Valentina aprì e ne cavò un piego di carte.
-
-— È questo che desiderate, mio buon nonno? diss’ella.
-
-— No.
-
-Ella cavò allora tutte le altre carte, fino a che non rimase
-assolutamente niente nel cassetto.
-
-— Ma il cassetto è vuoto ora, diss’ella.
-
-Gli occhi del vecchio erano fissi sul dizionario.
-
-— Sì, buon nonno, io vi capisco, disse la giovinetta.
-
-Ed ella ripetè una dopo l’altra tutte le lettere dell’alfabeto;
-Noirtier si fermò alla lettera _S_.
-
-Ella aprì il dizionario e cercò fino alla parola _segreto_.
-
-— Oh! vi è un segreto? disse Valentina.
-
-— Sì, fece Noirtier.
-
-Noirtier guardò la porta dalla quale era sortito il domestico.
-
-— Barrois? diss’ella.
-
-— Sì, fece Noirtier.
-
-— Volete ch’io lo chiami?
-
-— Sì.
-
-Valentina andò alla porta e chiamò Barrois.
-
-Durante questo tempo il sudore dell’impazienza irrigava le guance di
-Villefort, e Franz rimaneva stupefatto per la meraviglia.
-
-Il vecchio servitore ricomparve.
-
-— Barrois, disse Valentina, mio nonno mi ha ordinato di prendere la
-chiave da quel mobile, di aprire questo _secrétaire_, e di tirare il
-cassettino; ora, in questo cassettino vi è un segreto, e sembra che voi
-dobbiate conoscerlo, apritelo.
-
-Barrois guardò il vecchio.
-
-— Obbedite, disse l’occhio intelligente di Noirtier.
-
-Barrois obbedì; aprì un doppio fondo, e apparve un plico di carte
-annodate con un nastro nero.
-
-— È questo che volete; signore? domandò Barrois.
-
-— Sì, fece Noirtier.
-
-— A chi volete che si diano queste carte: al signor de Villefort?
-
-— No.
-
-— A madamigella Valentina?
-
-— No.
-
-— Al sig. Franz d’Épinay?
-
-— Sì.
-
-Franz meravigliato fece un passo avanti.
-
-— A me, signore? diss’egli.
-
-— Sì.
-
-Franz ricevette il piego dalle mani di Barrois, gettò gli occhi sulla
-sopraccarta e lesse:
-
- «Per essere depositato dopo la mia morte presso il mio amico il
- generale Durand; egli stesso morendo lascerà a suo figlio questo
- piego, coll’ingiunzione di conservarlo come contenente un foglio
- della più alta importanza.»
-
-— Ebbene, signore, domandò Franz, che volete che io faccia di questo
-piego?
-
-— Che voi, per certo lo conserviate sigillato come trovasi, disse il
-procuratore del Re.
-
-— No, no, rispose prestamente Noirtier.
-
-— Desiderate voi forse che il signore lo legga? domandò Valentina.
-
-— Sì, rispose il vecchio.
-
-— Voi intendete sig. barone, mio nonno vi prega di leggere quella
-carta, disse Valentina.
-
-— Sì, rispose il vecchio.
-
-— Allora, sediamoci, fece Villefort con impazienza, perchè vi
-s’impiegherà del tempo.
-
-— Sedetevi, fece coll’occhio il vecchio.
-
-Villefort si assise, ma Valentina restò in piedi allato del nonno
-appoggiata al suo seggio, e Franz in piedi davanti a lui.
-
-Egli teneva il misterioso foglio fra le mani.
-
-— Leggete, dissero gli occhi del vecchio.
-
-Franz dissigillò il piego, e fecesi un gran silenzio nella camera. In
-mezzo a questo silenzio egli lesse:
-
- _Estratto dai processi verbali di una seduta del club
- bonapartista della strada Saint-Jacques tenutasi il 5 Febbraio
- 1815_
-
-Franz si fermò.
-
-— Il cinque febbraio 1815 fu il giorno in cui mio padre venne
-assassinato! diss’egli.
-
-Valentina e Villefort rimasero muti. Il solo occhio del vecchio disse
-chiaramente: — Continuate.
-
-— Ma fu nel sortire da questo club, continuò Franz, che mio padre
-disparve.
-
-Lo sguardo di Noirtier continuò a dire: — Leggete.
-
-Egli riprese.
-
- «I sottoscritti Luigi Giacomo Beaurepaire
- luogo-tenente-colonnello d’artiglieria; Stefano Duchampy generale
- di brigata, e Claudio Lecharpal, direttore delle acque e foreste.
-
- «Dichiarano che il 4 Febbraio 1815 giunse una lettera dall’Isola
- d’Elba, che raccomandava alla benevolenza ed alla confidenza dei
- membri del club bonapartista il generale Flaviano de Quesnel,
- che, avendo servito l’imperatore dal 1804 al 1814, doveva essere
- tutto dedicato alla dinastia napoleonica, ad onta del titolo di
- barone che Luigi XVIII aveva aggiunto alla sua terra d’Épinay.
-
- «In conseguenza fu indirizzato un biglietto al generale Quesnel,
- in cui lo si pregava di assistere alla seduta dell’indomani
- 5. Il biglietto non indicava nè la strada, nè il numero della
- casa in cui si teneva la riunione; esso non portava alcuna
- sottoscrizione, ma annunziava al generale che, s’egli voleva
- tenersi in ordine, si sarebbe andato a prenderlo alle 9 di sera.
-
- «La seduta aveva luogo dalle nove della sera a mezza notte.
-
- «A nove ore il presidente del club si presentò dal generale;
- il generale era pronto; il presidente gli disse che una delle
- condizioni alla sua introduzione era, ch’egli ignorerebbe
- eternamente il luogo della riunione, e che si lascerebbe bendare
- gli occhi, giurando di non cercare di alzare la benda.
-
- «Il generale Quesnel accettò la condizione, e promise sul
- suo onore che non avrebbe tentato di vedere il luogo ove si
- conduceva.
-
- «Il generale aveva fatta preparare la sua carrozza, ma il
- presidente gli disse ch’era impossibile servirsene, atteso che
- sarebbe stato inutile il bendare gli occhi del padrone, se il
- cocchiere rimaneva ad occhi aperti, e riconosceva le strade per
- le quali passava.
-
- «— Come fare allora? domandò il generale.
-
- «— Io ho la mia carrozza, disse il presidente.
-
- «— Siete dunque tanto sicuro del vostro cocchiere da confidargli
- un segreto che giudicate imprudente di dire al mio?
-
- «— Il nostro cocchiere è un membro del club, disse il presidente;
- noi saremo guidati da un consigliere di stato.
-
- «— Allora, disse ridendo il generale, correremo un altro
- pericolo, quello cioè di rovesciare.
-
- «Noi trascriviamo questo scherzo come una prova che il generale
- non è stato menomamente forzato ad assistere alla seduta, e che
- vi è intervenuto di pieno suo aggradimento.
-
- «Una volta saliti in carrozza, il presidente ricordò al generale
- la promessa fatta di lasciarsi bendare gli occhi. Il generale
- non mise alcuna opposizione a questa formalità; un fazzoletto,
- preparato a tale effetto nella carrozza, fece l’affare.
-
- «Strada facendo, il presidente credè accorgersi che il generale
- cercava di guardare sotto la sua benda: gli ricordò il suo
- giuramento.
-
- «— Ah! è vero, disse il generale.
-
- «La carrozza si fermò davanti un viale della strada di
- Saint-Jacques. Il generale discese appoggiandosi al braccio del
- presidente, di cui egli ignorava la dignità, e che prendeva per
- un semplice membro del club; si traversò il viale, si montò ad un
- piano, e si entrò nella camera delle deliberazioni.
-
- «La seduta era cominciata. I membri del club, avvisati della
- specie di presentazione che doveva farsi quella sera, si
- ritrovavano in numero completo. Giunto in mezzo alla sala, il
- generale fu invitato a togliersi la benda. Egli si arrese tosto
- all’invito, e parve molto maravigliato di ritrovare un sì gran
- numero di persone di sua conoscenza, appartenere ad una società
- di cui fino allora non aveva neppure sospettata l’esistenza.
-
- «Fu interrogato sulle sue opinioni, ma egli si limitò a dire,
- che le lettere dell’isola dell’Elba avevano dovuto farlo
- conoscere...»
-
-Franz s’interruppe.
-
-— Mio padre era realista, diss’egli, non vi era bisogno d’interrogarlo
-sulle sue opinioni; esse erano conosciute.
-
-— E di là, disse Villefort, veniva la mia amicizia con vostro padre,
-mio caro Franz; si fa presto amicizia quando si dividono le stesse
-opinioni.
-
-— Leggete, continuò l’occhio del vecchio.
-
-Franz continuò.
-
- «Il presidente prese allora la parola per impegnare il generale a
- spiegarsi esplicitamente; ma il sig. de Quesnel rispose che prima
- di tutto desiderava sapere ciò che si attendeva da lui.
-
- «Allora fu data comunicazione al generale di quella stessa
- lettera dell’isola d’Elba che lo raccomandava al club come un
- uomo sul concorso del quale si poteva contare. Un paragrafo tutto
- intero esponeva il probabile ritorno dall’Isola e prometteva una
- nuova lettera con più ampi dettagli all’arrivo del _Faraone_,
- bastimento appartenente all’armatore Morrel di Marsiglia, il di
- cui capitano era interamente devoto all’imperatore.
-
- «Durante questa lettura il generale, sul quale si era creduto
- poter contare, come sopra un fratello, dette al contrario dei
- segni di mal contento e di visibile ripugnanza.
-
- «Terminata la lettura, egli dimorò silenzioso e col sopracciglio
- aggrottato.
-
- «— Ebbene! domandò il presidente, che dite di questa lettera,
- sig. generale?
-
- «— Io dico che è poco tempo che si è prestato il giuramento al re
- Luigi XVIII, per violarlo di già a benefizio dell’ex-imperatore.
-
- «Questa volta la risposta era troppo chiara perchè si potesse
- dubitare dei suoi sentimenti.
-
- «— Generale, disse il presidente, per noi non vi è più re Luigi
- XVIII, non vi è più ex-imperatore. Vi è soltanto Sua Maestà
- l’imperatore e re, allontanato da dieci mesi dalla Francia, suo
- Stato, dalla violenza e dal tradimento.
-
- «— Perdono, signori, può darsi che per voi non esista un re Luigi
- XVIII, ma vi è per me, attesochè mi ha fatto barone e maresciallo
- di campo, ed io non dimenticherò mai che devo questi due titoli
- al di lui felice ritorno in Francia.
-
- «— Signore, disse il presidente alzandosi, e col tuono il
- più serio, ponete mente a ciò che dite; le vostre parole ci
- addimostrano chiaramente che all’isola d’Elba si sono ingannati
- sul conto vostro, e che hanno ingannato noi! La comunicazione che
- vi è stata fatta fu in riguardo alla confidenza che si aveva in
- voi, e per conseguenza ad un sentimento che vi onora. Noi però
- eravamo nell’errore; un titolo ed un grado vi hanno posto al
- seguito del nuovo governo che noi vogliamo rovesciare. Noi non vi
- costringevamo a prestarci il vostro concorso; noi non arruoliamo
- nessuno contro la propria coscienza e volontà, ma vi sforzeremo
- ad agire da galantuomo, anche nel caso che non vi foste disposto.
-
- «— Voi chiamate essere un galantuomo, conoscere la vostra
- cospirazione e non rivelarla! Io chiamo ciò essere vostro
- complice. Voi vedete che io sono ancora più franco di voi...»
-
-— Ah! padre mio! disse Franz interrompendosi, capisco ora perchè
-l’hanno assassinato.
-
-Valentina non potè stare dal volgere uno sguardo su Franz; il giovine
-era veramente bello nel suo entusiasmo.
-
-Villefort passeggiava dietro a lui in lungo ed in largo.
-
-Noirtier seguiva cogli occhi l’espressione di ciascuno, e conservava la
-sua attitudine degna e severa.
-
-Franz ritornò al manoscritto e continuò:
-
- «— Signore, disse il presidente, vi si pregò di portarvi nel seno
- dell’assemblea, e non vi si strascinò per forza; vi si propose
- di farvi bendar gli occhi, voi accettaste. Quando voi avete
- acconsentito a questa doppia domanda, voi sapevate benissimo
- che noi non ci occupavamo di assicurare il trono di Luigi XVIII,
- senza di che non ci saressimo prese tante premure di nasconderci
- alla polizia. Ora, voi lo capirete, sarebbe troppo comodo di
- potersi mettere una maschera col mezzo della quale sorprendere
- il segreto delle persone, e non avere poi altro da fare che
- togliersi questa maschera per perdere quelli che si sono in voi
- fidati. No, no, voi per primo dovrete dire francamente se siete
- pel re che a caso ora governa, o per Sua Maestà l’imperatore.
-
- «— Io sono realista, rispose il generale, io ho fatto giuramento
- a Luigi XVIII, io manterrò il mio giuramento.
-
- «Queste parole furono seguite da un mormorio generale, e potevasi
- scorgere dallo sguardo di molti dei membri che componevano il
- club, ch’essi discutevano il modo di far pentire il sig. d’Épinay
- di queste imprudenti parole.
-
- «Il presidente si alzò di nuovo e impose silenzio.
-
- «— Signore, diss’egli, voi siete un uomo troppo sensato per
- non comprendere le conseguenze della situazione in cui noi
- ci troviamo gli uni in faccia agli altri, e la vostra stessa
- franchezza ci detta le condizioni che ci rimangono a farvi. Voi
- dunque dovete giurare sul vostro onore di non rivelar niente di
- tutto ciò che avete veduto ed inteso.
-
- «Il generale portò la mano alla sua spada e gridò:
-
- «— Se voi parlate di onore, cominciate dal non stravisare le sue
- leggi, e non imponete niente colla violenza.
-
- «— E voi, signore, continuò il presidente con una calma forse
- più terribile della collera del generale, non toccate la vostra
- spada, questo è un consiglio che vi do.
-
- «Il generale girò intorno a sè degli sguardi da cui trapelava un
- principio d’inquietudine.
-
- «Però egli non si piegò ancora, al contrario, richiamando la sua
- forza:
-
- «— Io non giurerò, diss’egli.
-
- «— Allora, signore, voi morrete, rispose tranquillamente il
- presidente.
-
- «Il sig. d’Épinay divenne pallidissimo; guardò una seconda volta
- intorno a sè; molti membri del club brandivano, o cercavano armi
- sotto i loro mantelli.
-
- «— Generale, disse il presidente, siate tranquillo, voi
- siete in mezzo a uomini di onore che tenteranno ogni via di
- convincervi, prima di giungere all’ultimo estremo contro di
- voi; ma egualmente, voi lo diceste, voi vi trovate in mezzo
- a cospiratori, voi possedete il nostro segreto, fa d’uopo
- restituircelo.
-
- «Un silenzio pieno di significato seguì queste parole, e siccome
- il generale non rispondeva niente:
-
- «— Chiudete le porte, disse il presidente agli uscieri.
-
- «Un eguale silenzio di morte tenne dietro a queste parole.
-
- «Allora il generale si avanzò, e facendo un violento sforzo su sè
- stesso:
-
- «— Io ho un figlio, disse, e devo pensare a lui nel ritrovarmi in
- mezzo a degli assassini.
-
- «— Generale, disse con nobiltà il capo dell’assemblea, un uomo
- solo ha sempre il diritto d’insultarne cinquanta, è il privilegio
- della debolezza. Soltanto egli ha torto di far uso di questo
- diritto. Credete a me, generale, giurate e non insultate.
-
- «Il generale domato anche questa volta dalla superiorità del capo
- dell’assemblea, esitò un istante; ma finalmente inoltrandosi fino
- al banco del presidente:
-
- «— Qual è la formula? domandò egli.
-
- «— Eccola:
-
- «Io giuro sul mio onore di non rivelare a chi che sia al mondo
- ciò che ho veduto ed inteso il cinque febbraio 1815 fra le nove e
- le dieci ore di sera, e dichiaro essere meritevole di morte se io
- infrango il mio giuramento.»
-
- «Il generale parve provare un fremito nervoso, che per qualche
- secondo gli impedì di poter rispondere; finalmente, sormontando
- ogni manifesta ripugnanza, pronunciò il richiesto giuramento, ma
- con una voce tanto bassa, che a gran stento fu inteso; cosicchè
- molti membri vollero ch’egli lo ripetesse a voce più alta e più
- distinta, il che fu fatto.
-
- «— Ora desidero ritirarmi, disse il generale, sono io finalmente
- libero?
-
- «Il presidente si alzò, scelse tre membri dell’assemblea per
- accompagnarlo, e montò in carrozza col generale, dopo avergli
- bendati gli occhi.
-
- «Nel numero di questi tre membri era il cocchiere che li aveva
- condotti.
-
- «Gli altri membri del club si separarono in silenzio.
-
- «— Dove volete voi che vi conduciamo? demandò il presidente.
-
- «— Ovunque possa essere liberato dalla vostra presenza, rispose
- il sig. d’Épinay.
-
- «— Signore, riprese allora il presidente, guardatevi, voi qui
- non siete più nell’assemblea, non avete più a che fare se non
- con uomini isolati; non l’insultate adunque se non volete essere
- responsabile dell’insulto.
-
- «Ma invece di capire questo linguaggio, il sig. d’Épinay rispose:
-
- «— Voi siete sempre tanto coraggioso nella vostra carrozza come
- nella vostra assemblea, per la ragione, signore, che quattro
- uomini sono sempre più forti di un solo.
-
- «Il presidente fece fermare la carrozza.
-
- «Erano precisamente nelle vicinanze dello scalo degli Ormes ove
- si ritrova la scalinata che discende sulla riviera.
-
- «— Perchè fate voi fermar qui? domandò il generale d’Épinay.
-
- «— Perchè, signore, disse il presidente, voi avete insultato un
- uomo, e quest’uomo non vuol fare un passo di più senza domandarvi
- una leale riparazione.
-
- «— Anche un altro modo d’assassinare! disse il generale
- stringendosi nelle spalle.
-
- «— Non fate rumore, signore, rispose il presidente, se non
- volete che consideri voi pure come uno di quegli uomini che voi
- designavate or ora, vale a dire, come un vile che prende per
- suo scudo la sua stessa viltà. Voi siete solo, ed uno solo vi
- risponderà; voi avete una spada al fianco, io ne ho una in questa
- canna; voi non avete testimoni, uno di questi signori sarà il
- vostro. Ora se ciò vi conviene, potete togliervi la benda.
-
- «Il generale si strappò nello stesso istante il fazzoletto che
- aveva innanzi agli occhi.
-
- «— Finalmente, diss’egli, saprò con chi ho a che fare.
-
- «Fu aperta la carrozza; i quattro uomini discesero...»
-
-Franz s’interruppe anche una volta e si asciugò un freddo sudore che
-colava dalla sua fronte; vi era qualche cosa di spaventoso a vedere
-un figlio, tremante e pallido, leggere ad alta voce i dettagli, fino
-allora ignorati, della morte di suo padre.
-
-Valentina congiunse le mani come se fosse stata pregando.
-
-Noirtier guardava Villefort con una espressione quasi sublime di
-disprezzo e di orgoglio.
-
-Franz continuò:
-
- «Si era, come abbiamo detto, ai cinque di Febbraio. Da tre mesi
- gelava a cinque o sei gradi; la scalinata era tutta ricoperta
- di ghiaccio; il generale era grosso e grande, il presidente gli
- additò la parte del declive per discendere.
-
- «I due testimoni seguivano dietro.
-
- «Faceva una notte oscura, il terreno della scala alla riviera
- era umido di neve e di brina, si vedeva l’acqua scorrere, nera,
- profonda, e trasportava dei massi di ghiaccio.
-
- «Uno dei testimoni andò a trovare una lanterna in un battello da
- carbone, ed al chiarore di questa lanterna furono esaminate le
- armi.
-
- «La spada del presidente, ch’era semplicemente, com’egli aveva
- detto, la spada che portava nella canna, era cinque pollici più
- corta di quella del suo avversario, e non aveva guardia.
-
- «Il generale d’Épinay propose di tirare a sorte le due spade; ma
- il presidente rispose ch’era egli che aveva provocato, e che nel
- provocare aveva preteso che ciascuno si servisse delle proprie
- armi.
-
- «I testimoni tentarono d’insistere; il presidente impose loro
- silenzio.
-
- «Fu posta la lanterna in terra, i due avversari si misero ai due
- lati: cominciò il combattimento.
-
- «La luce faceva delle due spade due lampi. Quanto agli uomini era
- molto se appena si discernevano, tanto era fitta la oscurità di
- quella notte.
-
- «Il sig. generale d’Épinay passava per una delle migliori lame
- dell’armata. Ma fu stretto tanto vivamente fino dalle prime botte
- ch’egli ruppe la misura e, rompendo, cadde.
-
- «I due testimoni lo credettero ucciso, ma il suo avversario che
- sapeva di non averlo toccato gli presentò la mano per aiutarlo
- ad alzarsi. Questa circostanza invece di calmarlo, irritò il
- generale che piombò a sua volta sopra il suo avversario.
-
- «Ma il suo avversario non ruppe di un palmo. Ricevendolo sulla
- sua spada, tre volte il generale indietrò, si trovò troppo
- impegnato, e ritornò alla carica.
-
- «La terza volta, egli cadde ancora.
-
- «Fu creduto che scivolasse come la prima volta; però i testimoni
- vedendo che non si rialzava, si accostarono a lui, e tentarono di
- rimetterlo in piedi; ma quegli che l’aveva preso intorno al corpo
- sentì la sua mano umida e calda.
-
- «Era sangue.
-
- «Il generale che era quasi svenuto, riprese i sentimenti.
-
- «— Ah! diss’egli, mi hanno mandato qualche spadaccino, qualche
- maestro d’armi di reggimento.
-
- «Il presidente senza rispondere, si avvicinò a quello dei due
- testimoni che teneva la lanterna, e, sollevando la manica, mostrò
- il suo braccio traforato da due colpi di spada; poi, aprendosi
- il suo abito, e sbottonandosi il gilè, fece vedere il suo fianco
- rotto da una terza ferita.
-
- «Ciò non ostante egli non aveva mandato un sospiro.
-
- «Il generale d’Épinay entrò in agonia, e spirò cinque minuti
- dopo...»
-
-Franz lesse queste ultime parole con una voce così soffocata, che
-appena si potè intendere, e dopo aver letto si fermò, portando la sua
-mano sugli occhi come per scacciarne un sogno.
-
-Ma dopo un istante di silenzio, egli continuò:
-
- «Il presidente rimontò la scala dopo avere rimessa la spada nella
- canna; una traccia di sangue segnava il suo tragitto sulla neve.
- Egli non era ancora in alto della scalinata che intese un tonfo
- sordo nell’acqua; era il corpo del generale che i testimoni
- avevano gettato nel fiume dopo avere constatata la sua morte.
-
- «In fede di che noi abbiamo segnata la presente per stabilire
- la verità dei fatti, per paura che un momento arrivi in cui uno
- degli attori di questa terribile scena non si trovi accusato di
- omicidio premeditato, o di falsario alle leggi d’onore.
-
- _Sottoscritti_
-
- Beaurepaire, Duchampy e Lecharpal.
-
-Quando Franz ebbe terminata questa lettura tanto terribile per un
-figlio, quando Valentina, pallida per l’emozione, ebbe asciugato
-una lagrima, quando Villefort tremante e rannicchiato in un cantone,
-ebbe tentato scongiurare l’uragano per mezzo di sguardi supplichevoli
-diretti al vecchio implacabile:
-
-— Signore, disse d’Épinay a Noirtier, dappoichè voi conoscete questa
-terribile storia in tutti i suoi dettagli, dacchè voi l’avete fatta
-testificare da firme onorevoli, dacchè finalmente voi sembrate
-prendere interesse per me, quantunque il vostro interesse non si sia
-ancora rivelato che per mezzo del dolore, non mi rifiutate un’ultima
-soddisfazione, ditemi il nome del presidente del club, che io conosca
-finalmente quello che ha ucciso il mio povero padre.
-
-Villefort cercò, come un alienato, la maniglia della porta; Valentina,
-che aveva compreso prima di tutti la risposta del vecchio, e che spesso
-aveva notato nel suo avambraccio le tracce di due colpi di spada, si
-addietrò di un passo.
-
-— Nel nome del cielo! madamigella, disse Franz indirizzandosi alla sua
-fidanzata, unitevi a me, che io sappia il nome di quell’uomo che mi ha
-reso orfano a due anni!
-
-Valentina restò immobile, e muta.
-
-— Sentite, signore, disse Villefort, credetemi, non prolungate questa
-orribile scena; i nomi d’altronde sono stati nascosti ad arte. Mio
-padre stesso non conosce questo presidente, e, se lo conosce non
-potrebbe dirlo, i nomi proprii non si trovano nel dizionario.
-
-— Oh! disgrazia! gridò Franz, la sola speranza che mi ha sostenuto
-durante tutta questa lettura, e che mi ha data la forza di andare fino
-alla fine, era di conoscere almeno il nome di colui che ha ucciso mio
-padre! signore! gridò egli voltandosi a Noirtier, in nome del cielo!
-fate ciò che voi potrete... giungete, io ve ne supplico, a indicarmi, o
-farmi comprendere...
-
-— Sì, rispose Noirtier.
-
-— Oh! madamigella! madamigella! gridò Franz, vostro nonno ha fatto
-segno che vuole indicarmi... quest’uomo... aiutatemi... voi lo
-capite... concedetemi il vostro soccorso...
-
-Noirtier guardò il dizionario.
-
-Franz lo prese con un tremito nervoso, e pronunciò successivamente le
-lettere dell’alfabeto fino alla lettera vocale _I_.
-
-A questa lettera il vecchio fece segno di sì.
-
-— _I_? ripetè Franz.
-
-Il dito del giovane strisciò sulle parole, ma a tutte le parole
-Noirtier rispondeva con un segno negativo.
-
-Valentina nascondeva la sua testa fra le sue mani.
-
-Finalmente Franz giunse alla parola _IO_.
-
-— Sì! fece il vecchio.
-
-— Voi! gridò Franz, i di cui capelli si drizzarono sulla sua testa;
-voi, sig. Noirtier, siete voi che avete ucciso mio padre?
-
-— Sì, rispose Noirtier fissando sul giovine uno sguardo maestoso.
-
-Franz cadde sopra un seggio. Villefort aprì la porta e fuggì, perchè
-gli balenava al pensiero l’idea di soffocare quell’avanzo di esistenza,
-che ancora restava nel cuore del terribile vecchio.
-
-
-
-
-LXXV. — I PROGRESSI DEL SIG. CAVALCANTI FIGLIO.
-
-
-Frattanto il sig. Cavalcanti padre era partito per andare a riprendere
-il suo servizio, non già nell’armata di Sua Maestà l’imperatore
-d’Austria, ma alla rotina dei bagni di Lucca di cui egli era uno dei
-più assidui cortigiani.
-
-Non fa d’uopo il dire che egli aveva ritirato colla più scrupolosa
-esattezza fino all’ultimo paolo della somma che gli era stata destinata
-pel suo viaggio, e per la ricompensa delle maniere maestose e solenni
-colle quali aveva rappresentata la parte di padre.
-
-Il sig. Andrea aveva ereditato, a questa partenza, tutte le carte
-che constatavano che egli aveva avuto l’onore di essere il figlio del
-marchese Bartolommeo, e della marchesa Oliva Corsinari.
-
-Egli era dunque presso a poco inscritto in questa società parigina,
-tanto facile a ricevere gli stranieri ed a trattarli, non dietro quello
-che sono, ma dietro le apparenze di ciò che vogliono comparire.
-
-D’altronde che cosa si richiede da un giovine a Parigi? di parlare
-presso a poco la sua lingua, di essere vestito convenientemente, di
-essere un bel giuocatore, e di pagare in oro.
-
-Non è mestieri di dirlo che si è meno esigenti per un forestiere, che
-per un parigino.
-
-Andrea dunque aveva preso in una quindicina di giorni una posizione
-abbastanza buona; lo chiamavano sig. conte, si diceva che avesse
-cinquantamila lire di rendita, e si parlava degli immensi tesori
-sepolti da suo padre nei sotterranei di Seravezza.
-
-Uno scienziato davanti al quale venivano menzionate queste ultime
-circostanze come un fatto, dichiarò avere veduti i sotterranei di cui
-si parlava, il che dette un gran peso alle asserzioni finora dubbie e
-nello stato di fluttuazione, e che da quel momento presero l’aspetto
-della consistenza reale.
-
-Le cose erano a tal punto in questo circolo della società parigina
-ove abbiamo introdotti i nostri lettori, allorchè Monte-Cristo venne
-a fare visita alla signora Danglars. Il sig. Danglars era sortito, ma
-fu proposto al conte d’introdurlo presso la baronessa che allora era
-visibile, ed egli accettò.
-
-Non era mai senza una specie di brivido nervoso che la signora Danglars
-sentiva pronunziare il nome di Monte-Cristo dopo il pranzo d’Auteuil,
-e gli avvenimenti che lo susseguirono. Se la presenza del conte non
-seguiva il romore del suo nome, la sensazione dolorosa diveniva più
-intensa; se al contrario il conte compariva, la sua figura aperta, i
-suoi occhi brillanti, la sua amabilità, la sua stessa galanteria per
-la signora Danglars, scacciavano ben presto fin l’ultima espressione
-del timore; sembrava impossibile alla baronessa che un uomo così
-grazioso all’esterno potesse nutrire contro essa dei malvagi disegni;
-d’altronde, i cuori i più corrotti non possono credere al male, se non
-che facendolo riposare sopra un qualunque interesse; il male inutile, e
-senza causa ripugna come una anomalia.
-
-Allorchè Monte-Cristo entrò nel gabinetto, ove noi abbiamo già una
-volta introdotti i nostri lettori, ed ove la baronessa seguiva con
-occhio molto inquieto alcuni disegni che le passava sua figlia, dopo
-averli guardati col sig. Cavalcanti figlio, la sua presenza produsse
-l’effetto ordinario, e fu sorridendo che, dopo essere stata qualche
-poco sconvolta al suo nome, la baronessa ricevette il conte.
-
-Questi dal canto suo abbracciò tutta la scena con un colpo d’occhio.
-
-Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltrona, stava gettata
-Eugenia, e Cavalcanti in piedi.
-
-Cavalcanti vestito di nero come un eroe di Goethe, scarpe verniciate, e
-calze di seta bianca a giorno, passava una mano molto bianca, e molto
-pulita, nei suoi capelli biondi, in mezzo dei quali scintillava un
-diamante, che, malgrado i consigli di Monte-Cristo, il vanitoso giovine
-non aveva potuto resistere al desiderio di passarsi al dito mignolo.
-
-Questo movimento era accompagnato da sguardi assassini lanciati sopra
-madamigella Danglars, e da sospiri inviati al medesimo indirizzo che
-gli sguardi.
-
-Madamigella Danglars era sempre la medesima, vale a dire bella, fredda,
-e motteggiatrice. Non le sfuggiva un solo dei sospiri, un solo degli
-sguardi d’Andrea; si sarebbe detto ch’essi strisciavano sulla corazza
-di Minerva; corazza che alcuni filosofi pretendono che qualche volta
-ricuopra il petto di Safo.
-
-Eugenia salutò freddamente il conte, e approfittò delle prime
-preoccupazioni della conversazione per ritirarsi nella sua stanza da
-studio, da dove ben tosto esalarono due voci scherzose e rumorose,
-miste ai primi accordi di un piano, e fecero sapere a Monte-Cristo, che
-madamigella Danglars preferiva alla sua ed a quella di Cavalcanti, la
-società di madamigella Luigia d’Armilly sua maestra di canto.
-
-Fu allora particolarmente che, parlando colla signora Danglars,
-e sembrando assorbito nella conversazione, il conte rimarcò la
-sollecitudine del sig. Andrea Cavalcanti, il suo modo di andare
-ad ascoltare la musica alla porta che non osava sorpassare, e di
-manifestare la sua ammirazione.
-
-Ben presto rientrò il banchiere. Il suo primo sguardo fu per
-Monte-Cristo, è vero, ma il secondo fu per Andrea.
-
-In quanto a sua moglie, egli la salutò con quel modo che molti mariti
-salutano le loro mogli.
-
-— Queste signorine forse non vi hanno invitato a far musica assieme?
-domandò Danglars ad Andrea.
-
-— Ahimè! no, signore, rispose Andrea con un sospiro più rimarchevole
-ancora degli altri.
-
-Danglars si avanzò tosto alla porta di comunicazione e l’aprì.
-
-Si videro allora le due giovinette assise sul medesimo seggio davanti
-il medesimo piano. Esse suonavano ciascuna con una mano, esercizio al
-quale si erano abituate per fantasia, e nel quale erano riuscite di una
-valentia rimarchevole.
-
-Madamigella d’Armilly, che allora si scorgeva, formava, con Eugenia,
-mercè l’inquadratura della porta, uno di quei quadri vivi come se ne fa
-spesso in Germania; era di una bellezza molto rimarchevole, o piuttosto
-di una gentilezza squisita. Era una piccola donna sottile e bionda come
-una fata, con due gran mazzi di ricci che cadevano sul suo collo, un
-poco troppo lungo, a guisa di quello che il Perugino qualche volta dà
-alle sue figure, e gli occhi velati dalla fatica. Si diceva che ella
-avesse il petto debole, e che come Antonia, del _Violino di Cremona_,
-sarebbe morta un giorno cantando.
-
-Monte-Cristo introdusse uno sguardo rapido e curioso in quel gineceo;
-era la prima volta che vedeva madamigella d’Armilly di cui aveva inteso
-parlare tanto spesso in quella casa.
-
-— Ebbene! domandò il banchiere a sua figlia, noi altri dunque siamo
-esclusi?
-
-Allora condusse il giovine nella piccola sala e, fosse caso o arte, la
-porta fu respinta dietro Andrea in modo che, dal luogo ove erano seduti
-Monte-Cristo e la baronessa, non si potesse vedere niente. Ma siccome
-il banchiere aveva seguito Andrea, la signora Danglars non parve
-rimarcare questa circostanza.
-
-Poco dopo il conte intese la voce d’Andrea mettersi in accordo col
-piano, accompagnando una canzone corsa.
-
-Nel mentre che il conte ascoltava sorridendo questa canzone, che gli
-faceva dimenticare Andrea per ricordarsi di Benedetto, la signora
-Danglars vantava a Monte-Cristo la forza di animo di suo marito, che in
-quella mattina ancora aveva perduto tre o quattrocento mila fr. in un
-fallimento milanese.
-
-E difatto, l’elogio era meritato; perchè, se il conte non lo avesse
-saputo dalla baronessa, o da uno di quei mezzi che forse aveva per
-sapere tutto, la figura del barone non ne avrebbe dato il più piccolo
-indizio.
-
-— Buono! pensò Monte-Cristo, egli è già arrivato al punto di dover
-tenere nascosto ciò che perde; un mese fa, egli se ne vantava.
-
-Quindi alzando la voce.
-
-— Oh! signora, disse il conte, il sig. Danglars conosce così bene la
-borsa, che potrà sempre guadagnare là, ciò che perde in altra parte.
-
-— Io vedo che voi dividete l’errore comune, disse la signora Danglars.
-
-— E qual è questo errore? disse Monte-Cristo.
-
-— È che il sig. Danglars speculi sui fondi, mentre non specula mai.
-
-— Ah! sì, è vero, signora, mi ricordo che Debray mi ha detto... A
-proposito, ma che cosa è dunque avvenuto di Debray? sono tre o quattro
-giorni che non l’ho veduto.
-
-— Io pure, disse la signora Danglars con una meravigliosa indifferenza.
-Ma voi avete cominciata una frase che è rimasta interrotta.
-
-— E quale?
-
-— Il Sig. Debray vi ha detto... avete cominciato.
-
-— Ah! è vero; il sig. Debray mi ha detto che eravate voi che facevate
-sacrifici al demone dell’azzardo.
-
-— Ho avuto questo gusto per qualche tempo, lo confesso, ma ora non l’ho
-più.
-
-— E voi avete torto, signora. Eh! mio Dio le vicende della fortuna sono
-precarie; e se io fossi stato donna, e che la combinazione mi avesse
-fatta moglie di un banchiere, qualunque fosse stata la confidenza
-che avessi avuto nella prospera sorte di mio marito, avrei sempre
-cominciato dall’assicurarmi uno stato indipendente, avessi dovuto anche
-acquistare questa fortuna affidando i miei interessi in mani che non
-gli fossero conosciute.
-
-La sig.ª Danglars arrossì suo malgrado.
-
-— Vedete, disse Monte-Cristo come se non si fosse accorto di niente, si
-parla di un bel colpo che è stato fatto ieri sui boni di Napoli.
-
-— Io non ne ho, disse con vivacità la baronessa, e non ne ho mai avuti;
-ma in verità abbiamo parlato abbastanza di borsa fin qui, sig. conte;
-noi sembriamo due agenti di cambio. Parliamo un poco di questi poveri
-Villefort, così tormentati in questi momenti dalla fatalità.
-
-— Che cosa dunque è loro accaduto? domandò Monte-Cristo colla più
-perfetta semplicità.
-
-— Ma, voi lo saprete, dopo aver perduto il sig. di Saint-Méran, tre o
-quattro giorni dopo la sua partenza, hanno ora perduta la marchesa, tre
-o quattro giorni dopo il suo arrivo.
-
-— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, l’ho sentito; ma come dice Claudio
-ad Hamlet, è una legge di natura; i loro padri sono morti prima di
-loro, ed essi li avevano pianti: essi moriranno prima dei loro figli, e
-questi li piangeranno.
-
-— Ma qui non sta il tutto.
-
-— Come non è tutto?
-
-— No; voi sapete che dovevano maritare la loro figlia...
-
-— Al sig. Franz d’Épinay... È forse andato a monte il matrimonio?
-
-— Ieri mattina, a quanto sembra Franz ha loro resa la parola.
-
-— Ah! davvero?... E si sanno i motivi di questa rottura?
-
-— No.
-
-— Cosa mi annunziate! buon Dio! signora... Ed il sig. de Villefort come
-sopporta queste disgrazie?
-
-— Come sempre, con filosofia.
-
-In questo momento Danglars ritornò solo.
-
-— Ebbene! disse la baronessa, voi lasciate il sig. Cavalcanti con
-vostra figlia?
-
-— E madamigella d’Armilly, disse il banchiere, per chi la prendete
-dunque?
-
-Poi, voltandosi a Monte-Cristo:
-
-— Che grazioso giovine, è vero sig. conte, che è il principe
-Cavalcanti?.... soltanto, è egli veramente principe?
-
-— Io non lo garantisco, disse Monte-Cristo. Mi fu presentato suo padre
-come Marchese; egli sarebbe conte allora; ma io credo ch’egli stesso
-non metta gran pretensione a questo titolo.
-
-— Perchè? disse il banchiere. S’egli è principe ha torto di non
-vantarsene. A ciascuno ciò che è di diritto. Io non amo che si rinneghi
-la propria origine.
-
-— Ah! voi siete un poco democratico, disse Monte-Cristo sorridendo.
-
-— Ma vedete, disse la baronessa, a che cosa vi esponete; se per caso
-venisse il sig. de Morcerf, troverebbe il sig. Cavalcanti in una
-camera, ov’egli, fidanzato d’Eugenia, non ha mai avuto il permesso
-d’entrare.
-
-— Voi fate bene a dire se per caso, poichè, in verità, si vede tanto
-raramente, che si potrebbe proprio dire che è stato il caso che l’ha
-condotto.
-
-— Ma infine, s’egli venisse e ritrovasse questo giovine vicino a vostra
-figlia, egli potrebbe esser mal contento.
-
-— Egli? oh mio Dio! voi v’ingannate; il sig. Alberto non ci fa l’onore
-d’essere geloso della sua fidanzata; non l’ama abbastanza per venire a
-questo. D’altronde che importa a me s’egli è o non è malcontento?
-
-— Però al punto in cui noi siamo...
-
-— Sì, al punto in cui noi siamo: volete voi sapere a che punto siamo? A
-questo, che alla festa di sua madre egli ha ballato una sola volta con
-mia figlia, ed il sig. Cavalcanti ha ballato con lei tre volte, senza
-neppure che se ne sia accorto.
-
-— Il sig. visconte Alberto de Morcerf, annunziò il cameriere.
-
-La baronessa si alzò prestamente. Ella voleva passare nella stanza di
-studio della figlia, quando Danglars la trattenne pel braccio.
-
-— Lasciate, diss’egli.
-
-Ella lo guardò meravigliata.
-
-Monte-Cristo finse di non aver veduto tutto questo giuoco da scena.
-
-Alberto entrò: era molto bello, e molto allegro. Egli salutò la
-baronessa con familiarità, Monte-Cristo con affezione. Poi voltandosi
-verso la baronessa: — Volete permettermi, sig.ª, le disse, di chiedervi
-come sta madamigella Danglars?
-
-— Benissimo, signore, rispose allegramente Danglars; in questo
-momento prova della musica nel piccolo salotto in compagnia del sig.
-Cavalcanti.
-
-Alberto conservò la sua aria tranquilla ed indifferente: forse provava
-internamente qualche poco di dispetto, ma sentiva lo sguardo di
-Monte-Cristo fisso su lui: — Il sig. Cavalcanti ha una bellissima voce
-di tenore, diss’egli, e madamigella Eugenia è un magnifico soprano,
-senza calcolare che suona il pianoforte come un Thalberg. Questo
-dev’essere un sorprendente concerto.
-
-— Il fatto è, disse Danglars, che vanno perfettamente di accordo.
-— Alberto parve non aver osservato questo equivoco di parole, così
-grossolano, che la sig.ª Danglars ne arrossì.
-
-— Io pure, continuò il giovine, son dilettante, per quanto almeno
-dicono i miei maestri. Ebbene! cosa strana, non ho mai potuto ancora
-accordare la mia voce con alcun’altra voce, e colle voci da soprano in
-particolare, ancor meno che con tutte le altre.
-
-Danglars fece un piccolo sorriso che significava: — Ma inquietati
-dunque! — Così, diss’egli sperando di spingere le cose al punto che
-desiderava, il principe e mia figlia ieri hanno formata l’ammirazione
-generale. Ieri non eravate là, signor de Morcerf? — Qual principe?
-domandò Alberto.
-
-— Il principe Cavalcanti, riprese Danglars che si ostinava a voler dar
-sempre questo titolo al giovine.
-
-— Ah! perdono, disse Alberto, non sapeva che fosse principe. Ah! il
-principe Cavalcanti ha cantato ieri con Eugenia? In verità ciò doveva
-rapire in estasi, e mi spiace vivamente di non averli intesi. Ma non
-ho potuto arrendermi al vostro invito, perchè sono stato sforzato di
-accompagnare la signora de Morcerf dalla baronessa de Château-Renaud
-madre, ove cantavano i tedeschi. — Poi dopo un breve silenzio, e come
-se non si fosse parlato di niente:
-
-— Mi sarà permesso, disse Morcerf, di presentare i miei omaggi a
-madamigella Danglars?
-
-— Oh! aspettate, ve ne supplico, disse il banchiere fermando il
-giovine; sentite la deliziosa cavatina? Ta, ta, ta, ti, ta, ti, ta,
-ta; trasporta! sta per finire... un solo secondo. Perfettamente! bravo!
-bravo! — Ed il banchiere si mise ad applaudire con frenesia.
-
-— In fatto, disse Alberto, è squisita. È impossibile di capir meglio
-la musica del proprio paese quanto il principe Cavalcanti; avete
-detto principe, è vero? D’altra parte s’egli non è principe, si farà
-fare, ciò è facile in Italia. Ma per ritornare ai nostri adorabili
-cantanti, dovreste farci un piacere, sig. Danglars, senza dir loro che
-vi sia un’estraneo, dovreste pregare madamigella Danglars ed il sig.
-Cavalcanti di cominciare un altro _pezzo_. È una cosa tanto deliziosa
-il godere la musica, in un poco di distanza, in una mezza luce,
-senz’essere veduti, senza vedere, e per conseguenza senza incomodare
-i cantanti, che per tal modo possono lasciarsi trasportare da tutto
-l’istinto del proprio genio, e da tutto lo slancio del proprio cuore. —
-Questa volta Danglars fu sconcertato dalla flemma del giovine, e prese
-Monte-Cristo a parte.
-
-— Ebbene! disse, che ve ne pare del nostro amoroso?
-
-— Diavolo! mi sembra un poco freddo, è incontrastabile; ma che volete,
-vi siete impegnato, riprese Monte-Cristo.
-
-— Senza dubbio mi sono impegnato, ma a dare mia figlia ad un uomo che
-l’ami, e non ad un uomo che non l’ama punto. Vedetelo là freddo come un
-marmo, orgoglioso come suo padre; se fosse ricco ancora, se avesse la
-fortuna dei Cavalcanti, vi si potrebbe passar sopra. In fede mia non ho
-ancora consultata mia figlia, ma s’ella avesse buon gusto...
-
-— Ah! disse Monte-Cristo, non so se è la mia amicizia per lui che mi
-acceca, ma vi assicuro che il sig. de Morcerf è un grazioso giovine,
-e che presto o tardi giungerà a qualche cosa; perchè finalmente la
-posizione di suo padre è eccellente.
-
-— Hum! fece Danglars. — Perchè questo dubbio?
-
-— Vi è sempre il passato... questo passato oscuro.
-
-— Ma il passato del padre non ha che veder coi figli... non vi montate
-la testa; un mese fa trovavate essere eccellente cosa il fare questo
-matrimonio... capirete, sono afflittissimo: fu in casa mia che voi
-avete veduto questo giovine Cavalcanti, che io non conosco, ve lo
-ripeto.
-
-— Lo conosco io, disse Danglars, e basta così.
-
-— Lo conoscete? avete dunque prese informazioni sul suo conto? domandò
-Monte-Cristo.
-
-— E v’è bisogno di ciò? a prima vista non si sa subito con chi si ha
-che fare?... primieramente è ricco...
-
-— Io non lo assicuro. — Voi però rispondete per lui?
-
-— Di una miseria, di 50 mila fr.
-
-— Egli ha un’educazione distinta.
-
-— Hum! fece a sua volta Monte-Cristo. — Sa di musica.
-
-— Tutti gl’Italiani ne sanno. — Vedete, conte, siete ingiusto.
-
-— Ebbene! sì, lo confesso, vedo con pena, conoscendo i vostri impegni
-coi Morcerf, che venga in tal modo a gettarsi di traverso, ed abusare
-della sua fortuna.
-
-Danglars si mise a ridere. — Oh! come siete puritano! diss’egli: ma ciò
-accade tutti i giorni nel mondo.
-
-— Voi però non potete romperla così, mio caro Danglars; i Morcerf
-contano su questo matrimonio.
-
-— Vi contano? — Positivamente.
-
-— Allora che si spieghino: dovreste gettare due parole su questo
-argomento al padre, caro conte, voi che siete tanto nelle buone grazie
-della famiglia...
-
-— Io? e dove diavolo avete veduto questo?
-
-— Ma, al loro ballo, mi sembra. Come! la contessa, la orgogliosa
-Mercedès, la sdegnosa catalana, che si degnò appena d’aprire la bocca
-alle sue più antiche conoscenze, vi ha preso pel braccio, è uscita
-con voi nel giardino, si è internata nei viali, e non è ricomparsa che
-mezz’ora dopo.
-
-— Ah! barone! c’impedite di sentire; disse Alberto, per un melomaniaco
-come voi questa è una barbarie!
-
-— Sta bene! sta bene! sig. motteggiatore, disse Danglars.
-
-Indi volgendosi a Monte-Cristo: — V’incaricate di dir ciò al padre? —
-Volentieri, se lo desiderate.
-
-— Ma che questa volta si faccia in un modo esplicito e definitivo;
-soprattutto ch’egli mi domandi mia figlia, che fissi un giorno, che
-dichiari le condizioni pel danaro, finalmente che si stabilisca o che
-si rompa; ma non più dilazioni.
-
-— Ebbene! la rimostranza sarà fatta.
-
-— Non vi dirò che lo aspetto con piacere, ma infine l’aspetto; un
-banchiere, voi lo sapete, deve essere schiavo della sua parola. — E
-Danglars mandò uno di quei sospiri che mandava Cavalcanti mezz’ora
-prima.
-
-— Bravo, bravo, gridò Morcerf, facendo parodia al banchiere; ed
-applaudendo alla fine del pezzo.
-
-Danglars cominciava già a guardare Alberto di traverso, quando gli
-vennero a dire due parole all’orecchio.
-
-— Ritorno, disse il banchiere a Monte-Cristo, aspettatemi, avrò
-forse a dirvi due parole or ora, ed uscì. — La baronessa approfittò
-dell’assenza di suo marito per aprire la porta della camera di studio
-di sua figlia, e videsi il sig. Andrea alzarsi come una statua,
-assiso davanti al pianoforte con madamigella Eugenia; Alberto salutò
-sorridendo madamigella Danglars, che senza sembrare menomamente
-turbata, gli rese il saluto colla consueta freddezza. Cavalcanti
-parve evidentemente impacciato; salutò Morcerf, che gli rese il
-saluto coll’aria più impertinente del mondo. Allora Alberto cominciò
-a diffondersi in elogi sulla voce di madamigella Danglars, e sul
-dispiacere che provava per non aver potuto assistere, per ciò che gli
-era stato detto alla serata dal giorno innanzi.
-
-Cavalcanti lasciato a sè stesso, prese a parte Monte-Cristo.
-
-— Vediamo, disse la sig.ª Danglars. Bastano la musica ed i complimenti
-come questi, volete prendere il thè?
-
-— Vieni, Luigia, disse madamigella Danglars alla sua amica. — Passarono
-nel salotto vicino ove effettivamente era preparato il thè. Al momento
-in cui si cominciava, all’uso inglese, a lasciare i cucchiarini entro
-le tazze, la porta si riaprì, ed entrò Danglars visibilmente agitato.
-
-Monte-Cristo soprattutto osservò questa agitazione, ed interrogò il
-banchiere coll’occhio. — Ebbene, disse Danglars, ricevo in questo
-momento il mio corriere dalla Grecia.
-
-— Ah! ah! e per questo siete stato chiamato? — Sì.
-
-— Come sta il re Ottone? domandò Alberto col tuono più annoiato. —
-Danglars lo guardò di traverso senza rispondergli, e Monte-Cristo si
-voltò per nascondere il senso di pietà che era comparso sul suo viso,
-ma che tosto disparve.
-
-— Ce ne andremo insieme, n’è vero? disse Alberto al conte.
-
-— Sì, se lo volete. — Alberto nulla poteva comprendere di ciò che
-riguardava il banchiere; così volgendosi verso Monte-Cristo che aveva
-perfettamente capito: — Avete veduto, diss’egli, come mi ha guardato?
-
-— Sì, rispose il conte; ma trovate qualche cosa di particolare nel suo
-sguardo?
-
-— Lo credo bene; che vuol dire colle sue notizie di Grecia?
-
-— E come volete che lo sappia io?
-
-— Perchè, a quanto presumo, avete delle intelligenze in quel paese. —
-Monte-Cristo sorrise, come si sorride sempre quando uno si vuol esimere
-dal rispondere.
-
-— Osservate, disse Alberto, eccolo che si avvicina a voi; vado a fare
-i miei complimenti a madamigella Danglars sul suo cameo, così il padre
-avrà il tempo di parlarvi.
-
-— Se le fate dei complimenti, fateli almeno sulla sua voce, disse
-Monte-Cristo.
-
-— No, ciò è quello che fanno tutti.
-
-— Mio caro Visconte, avete la fatuità dell’impertinenza.
-
-Alberto si avanzò verso Eugenia col sorriso sulle labbra.
-
-In questo frattempo Danglars si accostò all’orecchio del conte: — Voi
-mi avete dato un eccellente consiglio, diss’egli. V’è una intera ed
-orribile storia sopra queste due sole parole, Fernando e Giannina.
-
-— Ah! bah! fece Monte-Cristo.
-
-— Sì, vi racconterò tutto, ma conducete via il giovine; sarei troppo
-impacciato di restare ora con lui.
-
-— È ciò che faccio, egli mi accompagna. Ora è sempre necessario che vi
-mandi il padre?
-
-— Sì, più che mai. — Bene. — Il conte fece un segno ad Alberto.
-Entrambi salutarono le signore ed uscirono: Alberto con un’aria
-perfettamente indifferente pel disprezzo di madamigella Danglars;
-Monte-Cristo rinnovando alla sig.ª Danglars il consiglio sulla
-prudenza che deve avere la moglie di un banchiere di assicurarsi il suo
-avvenire.
-
-Cavalcanti rimase padrone del c ampo di battaglia.
-
-
-
-
-LXXVI. — HAYDÉE.
-
-
-Appena i cavalli del conte ebbero voltato l’angolo del baluardo,
-Alberto si voltò verso di lui scoppiando in una risata troppo rumorosa
-per non far scorgere che era sforzata.
-
-— Ebbene! gli diss’egli, vi domanderò, come il re Carlo IX domandava
-a Caterina de’ Medici dopo _la Saint-Barthelemy_, come ritrovate che
-abbia rappresentata la mia piccola parte? — A che proposito? domandò
-Monte-Cristo.
-
-— A proposito della installazione del mio rivale in casa del sig.
-Danglars... — Qual rivale?
-
-— Per bacco! il vostro protetto, il sig. Cavalcanti!
-
-— Non diciamo cattivi scherzi, non proteggo affatto il sig. Andrea,
-almeno presso il sig. Danglars.
-
-— Mi farei forse un rimprovero, se il giovine avesse bisogno di
-protezione. Ma, fortunatamente per me, può farne senza. — Come! e
-credete ch’egli faccia la sua corte?
-
-— Me ne garantisco; fa delle girate d’occhi da sospirante, e modula
-delle note da innamorato; aspira alla mano della superba Eugenia.
-
-— Che v’importa, se non si pensa che a voi!
-
-— Non dite questo, mio caro conte, mi si scava il terreno sotto da due
-lati. — Come da due lati?
-
-— Senza dubbio: madamigella Eugenia mi ha risposto appena, e
-madamigella d’Armilly sua confidente non mi ha risposto affatto. — Sì,
-ma il padre vi adora, disse Monte-Cristo.
-
-— Egli? al contrario, mi ha piantato mille pugnali nel cuore, pugnali
-però colla lama che rientra nel manico, pugnali da tragedia, ma ch’egli
-crede reali.
-
-— La gelosia indica l’affezione. — Sì, ma non son geloso.
-
-— Egli lo è. — Di chi? di Debray?
-
-— No, di voi.
-
-— Di me? ci scommetto che prima di otto giorni mi ha chiusa la porta
-sul naso. — V’ingannate, caro visconte.
-
-— Una prova.
-
-— La volete? — Sì.
-
-— Sono incaricato di pregare il conte de Morcerf di fare una domanda
-definitiva al barone.
-
-— Da chi? — Dallo stesso barone.
-
-— Oh! disse Alberto con tutta la baloccaggine di cui era capace, nol
-farete, è vero caro conte?
-
-— V’ingannate, Alberto, lo farò poichè l’ho promesso.
-
-— Allora, disse Alberto con un sospiro, pare che vi stia molto a cuore
-ch’io prenda moglie.
-
-— Ho a cuore di stare in armonia con tutti. Ma a proposito di Debray,
-non lo vedo più dalla baronessa.
-
-— C’è del torbido. — Colla signora?
-
-— No, col signore.
-
-— Si è accorto di qualche cosa?
-
-— Ah! il bello scherzo!
-
-— Credete che lo sospettasse? disse Monte-Cristo con una graziosa
-ingenuità.
-
-— Ma che! di dove venite dunque, caro conte?
-
-— Dal Congo, se volete.
-
-— Non è ancora abbastanza lontano.
-
-— Conosco forse i vostri mariti parigini?
-
-— Eh! i mariti sono uguali ovunque. Dal momento che in un qualunque
-paese avete studiato un individuo, avete conosciuta la razza.
-
-— Ma allora che cosa ha potuto intorbidare Debray con Danglars?
-sembravano intendersi così bene! disse Monte-Cristo con un rinnovamento
-d’ingenuità.
-
-— Ah! ecco! rientriamo nei misteri d’Iside, ed io non ne sono iniziato.
-Quando il sig. Cavalcanti sarà della famiglia, potrete domandarlo a
-lui.
-
-La carrozza si fermò:
-
-— Eccoci arrivati, disse Monte-Cristo, non sono che le dieci e mezzo,
-salite dunque. — Ben volentieri.
-
-— La mia carrozza vi riaccompagnerà.
-
-— No, grazie, il mio _coupé_ deve averci seguiti.
-
-— Infatto eccolo, disse Monte-Cristo, saltando a terra.
-
-Tutti e due s’introdussero in casa. Il salotto era illuminato, essi vi
-rientrarono.
-
-— Ci farete fare il thè, Battistino, disse Monte-Cristo.
-
-Battistino uscì senza fiatare; due secondi dopo ricomparve con una
-sottocoppa compiutamente servita, e che come le colazioni nelle
-commedie di fate, sembrava uscir di sotto terra.
-
-— In verità, disse Morcerf, ciò che ammiro in voi, non è la vostra
-ricchezza, vi son forse persone più ricche di voi; non è il vostro
-spirito, Beaumarchais ne aveva di più, se non ne aveva altrettanto, è
-il vostro modo di essere servito; senza che vi sia risposta una parola,
-al minuto, al secondo, come se s’indovinasse dal modo con cui suonate
-quello che desiderate, e come se tutto ciò che desiderate avere, sia
-già pronto.
-
-— Ciò che dite è in parte vero. Si sanno le mie abitudini; per esempio,
-state a vedere, non desiderate voi di fare qualche cosa mentre bevete
-il thè?
-
-— Per bacco! desidero fumare.
-
-Monte-Cristo si avvicinò al campanello e battè un colpo. In capo ad un
-secondo si aprì una porta riservata, e comparve Alì con due pipe turche
-ripiene di eccellente latakiè.
-
-— È maraviglioso, disse Morcerf.
-
-— Ma no, è cosa semplicissima, riprese Monte-Cristo; Alì sa, che
-prendendo il thè o il caffè, ordinariamente io fumo; sa che ho
-domandato il thè, sa che sono rientrato con voi, sente chiamarsi, e
-non dubita del perchè; e siccome egli è di un paese in cui l’ospitalità
-si esercita particolarmente con la pipa, invece di una _chibouque_, ne
-porta due.
-
-— Questa certamente è una spiegazione come un’altra; non è però men
-vero che non siete che voi... oh! ma che cosa è ciò che sento? — E
-Morcerf s’inclinò verso la porta dalla quale effettivamente emanavano
-dei suoni come quelli di una chitarra. — Davvero, caro visconte,
-siete destinato a sentire della musica; non fuggite il pianoforte di
-madamigella Danglars, se non per cadere nella _guzla_ di Haydée.
-
-— Haydée! che nome adorabile! vi son dunque delle donne che veramente
-si chiamano Haydée, oltre quelle che sono nominate nei poemi di Lord
-Byron?
-
-— Certamente; Haydée è un nome molto raro in Francia, ma molto comune
-in Albania e nell’Epiro; è come se voi diceste per esempio Castità,
-Pudore, Innocenza; è una specie di nome di battesimo, come dicono i
-cristiani.
-
-— Oh! quanto è grazioso! disse Alberto, quanto vedrei volentieri le
-nostre francesi chiamarsi madamigella Bontà, madamigella Silenzio,
-madamigella Carità cristiana! dite adunque, se madamigella Danglars
-invece di chiamarsi Chiara-Maria-Eugenia, come la chiamano, si
-chiamasse madamigella Castità-Pudore-Innocenza Danglars, che effetto
-farebbe nelle pubblicazioni matrimoniali.
-
-— Pazzo! disse il conte, non scherzate così ad alta voce, Haydée
-potrebbe sentirvi. — Ed ella se ne inquieterebbe?
-
-— No, disse il conte con la sua aria sostenuta.
-
-— È buona? domandò Alberto. — Non è bontà, è dovere: una schiava non
-deve inquietarsi contro del padrone.
-
-— Andiamo, via! ora non scherzate voi stesso. Forse che vi sono ancora
-degli schiavi?
-
-— Senza dubbio, poichè Haydée è mia schiava.
-
-— Infatto voi non fate niente, e non avete niente come gli altri.
-Schiava del sig. conte di Monte-Cristo! è una posizione in Francia.
-Al modo con cui voi rimescolate l’oro, è un impiego che deve costare
-almeno centomila scudi l’anno.
-
-— Centomila scudi! la povera giovinetta ne ha posseduti ben altri
-che questi; ella è venuta al mondo, ed ha dormito sopra tesori tali,
-che quelli delle _Mille e una notte_ sono ben poca cosa. — È dunque
-veramente una principessa?
-
-— Lo avete detto, ed anche una delle più grandi del suo paese. — Io non
-ne dubitava. Ma in che modo una gran principessa è divenuta schiava? —
-Come Dionigi il tiranno diventò maestro di scuola? la eventualità della
-guerra, caro visconte, e il capriccio della fortuna. — Ed il suo nome
-è un segreto? — Per tutti, sì; ma non per voi, siete dei miei amici e
-tacerete, non è vero, se promettete di tacere?
-
-— Oh! parola d’onore!
-
-— Conoscete la storia del pascià di Giannina?
-
-— Di Alì-Tebelen? senza dubbio, poichè al suo servizio mio padre ha
-fatto fortuna. — È vero, lo aveva dimenticato.
-
-— Ebbene! che cosa è Haydée ad Alì-Tebelen?
-
-— Semplicemente sua figlia.
-
-— Come? la figlia di Alì pascià!...
-
-— E della bella Vasiliki. — Ed è vostra schiava?
-
-— Oh! mio Dio, sì. — In che modo?
-
-— Diavolo! un giorno sono passato sul mercato di Costantinopoli, e l’ho
-comprata.
-
-— È cosa splendida! con voi, mio caro conte, non si vive, ma si
-sogna. Ora ascoltate, forse sarò troppo indiscreto per quanto sono a
-domandarvi. — Dite pure.
-
-— Ma poichè voi uscite con essa, poichè la conducete all’_Opera_...
-posso bene arrischiare di domandarvelo.
-
-— Potete arrischiare di domandarmi tutto quel che volete.
-
-— Ebbene, caro conte, presentatemi alla vostra principessa.
-
-— Volentieri; ma a due condizioni. — Le accetto da ora.
-
-— La prima si è che non confiderete mai ad alcuno questa presentazione.
-— Benissimo! Morcerf stese la mano, lo giuro.
-
-— La seconda che non le direte che vostro padre ha servito il suo. — Lo
-giuro anche questo.
-
-— A meraviglia, vi sapeva un uomo d’onore.
-
-Il conte battè di nuovo sul campanello; Alì ricomparve.
-
-— Prevenite Haydée, gli diss’egli, che vado a prendere il caffè da
-lei, e fatele comprendere, che le domando il permesso di presentarle
-uno dei miei amici. — Alì s’inchinò, ed uscì. — In tal modo, è
-convenuto, nessuna interrogazione diretta, caro visconte; se desiderate
-sapere qualche cosa domandatelo a me, che lo domanderò a lei. — Siam
-convenuti.
-
-Alì ricomparve per la terza volta, e tenne la portiera sollevata per
-indicare al padrone e ad Alberto che potevano passare. — Entriamo,
-disse Monte-Cristo.
-
-Alberto passò una mano nei capelli, si arricciò i baffi; il conte
-riprese il cappello, si mise i guanti, e lo precedè nell’appartamento
-sorvegliato da Alì, come sentinella avanzata, e difeso dalle tre
-cameriere francesi comandate da Myrthe, come una piazza. Haydée
-aspettava nella prima camera, che era il salotto, con due grandi occhi
-dilatati dalla sorpresa; perchè era la prima volta che un altro uomo,
-oltre Monte-Cristo, giungeva fino a lei; ella era seduta sopra un sofà
-in un angolo, colle gambe incrociate, e si era fatto per così dire
-un nido delle stoffe di seta broccate e rigate più ricche d’Oriente.
-Vicino ad essa giacea l’istrumento, il cui suono l’aveva denunziata; in
-quella posizione era graziosissima. Scoprendo Monte-Cristo, si sollevò
-con quel doppio sorriso di figlia e di amante che non apparteneva che a
-lei sola; Monte-Cristo andò a lei, e le stese la mano.
-
-Alberto era rimasto sulla porta, sotto l’impero di quella strana
-beltà, che vedeva per la prima volta, e di cui non si poteva far
-un’idea in Francia. — Chi conduci tu, domandò in greco la giovanetta
-a Monte-Cristo; un fratello, un amico, una semplice conoscenza, od un
-nemico?
-
-— Un amico, disse Monte-Cristo nella stessa lingua.
-
-— Il suo nome? — Il conte Alberto, quello stesso che in Roma liberai
-dalle mani dei banditi. — In qual lingua vuoi che gli parli? —
-Monte-Cristo si voltò ad Alberto:
-
-— Sapete il greco moderno? domandò egli al giovine.
-
-— Ahimè! disse Alberto, neppure il greco antico, giammai Omero e
-Platone hanno avuto uno scolaro più tristo, e direi quasi, più sdegnoso
-di me.
-
-— Allora, disse Haydée, provando colla domanda stessa che faceva,
-ch’ella aveva inteso l’interrogazione di Monte-Cristo e la risposta
-d’Alberto, parlerò in francese, od in italiano, se tuttavolta il mio
-signore vuole che io parli.
-
-Monte-Cristo riflettè un momento. — Tu parlerai in italiano, diss’egli.
-Poi voltandosi ad Alberto:
-
-— Mi spiace che non intendiate il greco moderno, o il greco antico,
-che Haydée parla ammirabilmente; la povera fanciulla sarà costretta di
-parlarvi in italiano, cosa che forse vi darà una falsa idea di lei. —
-Egli fece un segno ad Haydée.
-
-— Sia il ben venuto l’amico che viene col mio signore, e mio padrone,
-disse la giovane in eccellente toscano, e con quel dolce accento
-romano, che fa la lingua di Dante tanto sonora, quanto quella d’Omero;
-Alì, portate il caffè, e le pipe.
-
-Ed Haydée fece un segno con la mano ad Alberto di avvicinarsi, mentre
-che Alì si ritirava per eseguire gli ordini della giovane padrona.
-Monte-Cristo mostrò ad Alberto due _pliant_, e ciascuno andò a prendere
-il suo per avvicinarlo ad una specie di candelabro, di cui un paniere
-formava il centro, sopraccaricato di fiori naturali, di disegni, di
-album, e di musica. Alì rientrò, portando il caffè e le pipe; in quanto
-a Battistino questa parte di appartamento gli era interdetta.
-
-Alberto rifiutò la pipa che gli presentava il moro.
-
-— Oh! prendete, prendete, disse Monte-Cristo; Haydée è quasi
-incivilita, quanto una parigina: il fumo di Avana le riesce
-disaggradevole, perchè non ama i cattivi odori; ma, lo sapete, il
-tabacco di Oriente è un profumo. — Alì uscì.
-
-Le tazze di caffè erano tutte preparate; era stata aggiunta soltanto
-una zuccheriera per Alberto. Monte-Cristo ed Haydée bevevano il liquore
-arabo alla maniera degli Arabi, vale a dire senza zucchero. Haydée
-allungò la mano, prese colla punta delle dita rosee ed affilate la
-tazza di porcellana del Giappone, e la portò alle labbra con l’ingenuo
-piacere di un fanciullo che beve o mangia una cosa che gli piace.
-Nello stesso tempo entrarono due donne, portando due sottocoppe piene
-di gelati e di sorbetti, che depositarono sopra due piccole tavole
-destinate a tal uopo. — Mio caro ospite, e voi, signora, disse Alberto
-in italiano, scusate il mio stupore: sono del tutto stordito, ed è
-molto naturale; ecco che mi ritrovo in Oriente, nel vero Oriente; non
-disgraziatamente tal quale l’ho veduto, ma tal quale l’ho sognato, nel
-seno di Parigi; poco fa sentiva roteare gli omnibus, e tentennare i
-campanelli dei mercanti di limonata. Oh! signora, perchè mai non so
-parlare il greco! la vostra conversazione, unita a tutto ciò che ne
-circonda d’incantevole, mi comporrebbe una serata di cui mi ricorderei
-sempre.
-
-— Io parlo abbastanza bene l’italiano per discorrere con voi, signore,
-disse tranquillamente Haydée, e se amate l’oriente, farò tutto il
-possibile per farvelo ritrovare qui.
-
-— Di che posso parlare? domandò a bassa voce Alberto a Monte-Cristo.
-
-— Di tutto ciò che vorrete; del suo paese, della sua gioventù, delle
-sue rimembranze, indi, se lo desiderate meglio, di Roma, di Napoli, o
-di Firenze.
-
-— Oh! disse Alberto, non sarebbe compenso l’avere innanzi a sè una
-greca per parlarle di tutto ciò, di cui si parlerebbe ad una parigina;
-lasciatemi parlarle dell’Oriente.
-
-— Questa è la conversazione che le è più aggradevole.
-
-Alberto si voltò verso Haydée: — In quale età la signora ha lasciata la
-Grecia? domandò.
-
-— Di cinque anni. — E vi ricordate della vostra patria?
-
-— Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto ciò che ho veduto. Vi sono due
-sguardi: lo sguardo del corpo che può qualche volta dimenticarsi, e
-quello dell’anima che non si dimentica mai.
-
-— Qual è l’epoca più remota di cui possiate ricordarvi?
-
-— Io camminava appena; mia madre, che si chiamava Vasiliki, e Vasiliki
-vuol dire _reale_, aggiunse la giovinetta sollevando la testa,
-mia madre mi prendeva per la mano, ed entrambe coperte da un velo,
-dopo aver messo nel fondo della borsa tutto l’oro che possedevamo,
-andavamo a domandare l’elemosina pei prigionieri dicendo: «Colui che
-dà ai poveri, presta all’Eterno.» Indi, quando la borsa era piena,
-ritornavamo al palazzo, e senza dir niente a mio padre, mandavamo tutto
-il danaro della questua, in cui ci avevano preso per povere donne, allo
-elemosiniere del convento, che lo divideva fra i prigionieri.
-
-— Ed allora quant’anni avevate? — Tre anni, disse Haydée.
-
-— Vi ricorderete dunque di tutto ciò che accadde intorno a voi dall’età
-di tre anni? — Di tutto.
-
-— Conte, disse sottovoce Morcerf a Monte-Cristo, dovreste permettere
-alla signora di raccontarci qualche cosa della sua storia; mi avete
-proibito di parlarle di mio padre, ma forse me ne parlerà ella stessa;
-oh! quanto sarei felice di sentire il nostro nome uscir da una bocca
-così bella.
-
-Monte-Cristo si voltò ad Haydée, e con un segno di sopracciglio,
-col quale le indicava di accordare la più grande attenzione alla
-raccomandazione che stava per farle, le disse in greco:
-
-— Raccontaci la sorte di tuo padre, ma guardati dal nominare nè il
-traditore nè il tradimento.
-
-Haydée mandò un lungo sospiro, ed una tetra nube passò su quella fronte
-sì pura.
-
-— Che le avete detto? domandò sottovoce Morcerf.
-
-— Le ho ripetuto che siete un amico, e ch’ella non ha a nascondersi in
-faccia vostra.
-
-— Così, il vostro pietoso pellegrinaggio, disse Alberto, a pro dei
-prigionieri è la prima rimembranza; e l’altra?
-
-— L’altra? Io mi veggo sotto l’ombra dei sicomori vicina ad un lago:
-scorgo ancora, a traverso il fogliame, lo specchio tremolante; contro
-il più vecchio e fronzuto, mio padre era assiso sopra cuscini, ed
-io, debole creatura, mentre che mia madre era stesa ai suoi piedi,
-scherzava colla sua barba bianca, che gli discendeva sul petto, e col
-_cangiar_ dalla impugnatura di diamanti, che gli pendeva dalla cintura;
-indi di tempo in tempo venivano a lui degli Albanesi che gli dicevano
-alcune parole cui non facevo attenzione, ed alle quali egli rispondeva
-sempre collo stesso tuono di voce: Uccidete! o Fate grazia!
-
-— È strano, disse Alberto, l’udire simili cose dalla bocca di una
-giovanetta in tutt’altro luogo che sul teatro, ed il dover dire a
-sè stesso: «Questa non è una finzione.» E, domandò egli, come con
-un orizzonte così poetico, come con queste rimembranze meravigliose
-ritrovate la Francia?
-
-— Credo che sia un bel paese, disse Haydée, ma vedo la Francia tale
-quale è, perchè la vedo con gli occhi di donna, mentre che, mi sembra,
-al contrario, che non ho veduto il mio paese che con gli occhi di
-fanciulla, e sempre avvolto da una nebbia tetra o luminosa, a seconda
-che le mie rimembranze mi rappresentano la mia patria, o come un luogo
-di dolcezze, o come un luogo di amari patimenti.
-
-— Così giovane, signora, disse Alberto, cedendo suo malgrado alla forza
-della leggerezza, in che modo avete potuto soffrire? — Haydée volse gli
-occhi verso Monte-Cristo il quale con un segno impercettibile mormorò:
-— _Eipè_ (racconta).
-
-— Niente compone tanto il fondo dell’anima quanto le prime rimembranze,
-e fatta astrazione delle due che vi ho dette, tutte le altre sono
-tristissime.
-
-— Parlate, signora, disse Alberto, vi giuro che vi ascolto con una
-inesprimibile felicità.
-
-Haydée sorrise tristamente: — Volete dunque che vi racconti gli altri
-miei ricordi? diss’ella.
-
-— Ve ne supplico, disse Alberto.
-
-— Ebbene! aveva quattro anni quando una sera fui svegliata da mia
-madre. Noi eravamo nel palazzo di Giannina; ella mi prese sui cuscini
-sui quali riposava, ed aprendo gli occhi, vidi i suoi ripieni di grosse
-lagrime.
-
-«Ella mi trasportò fuori senza dir parola.
-
-«Vedendola piangere stava per piangere io pure.
-
-«— Silenzio, fanciulla! diss’ella. Spesso, ad onta delle consolazioni o
-delle minacce materne, capricciosa, come tutti i fanciulli, continuavo
-a piangere; ma quella volta v’era negli occhi della mia povera madre
-una tale intonazione di terrore, che io mi tacqui nel medesimo punto.
-
-«Ella mi trasportava rapidamente. Vidi allora che discendevamo una
-larga scala; davanti a noi tutte le donne di mia madre, portando dei
-bauli, dei sacchetti, degli oggetti di ornamento, dei gioielli, e delle
-borse d’oro, discendevano, o piuttosto si precipitavano dalla medesima
-scala.
-
-«Dietro alle donne veniva una guardia di venti uomini, armati di lunghi
-fucili e di pistole, e vestiti con quel costume che voi conoscete in
-Francia dopo che la Grecia è ritornata una nazione. Eravi qualche cosa
-di sinistro, questa lunga fila di schiavi e di donne mezzo appesantite
-dal sonno, o almeno io mi figurava così, io, che forse credeva gli
-altri addormiti, perchè era male svegliata.
-
-«Per le scale correvano ombre gigantesche, che le torce di frassino
-facevano tremare contro le volte.
-
-«— Facciam presto! disse una voce dal fondo della galleria. Questa voce
-fece incurvare tutti, come il vento passando sulla pianura fa curvare
-un campo di spighe.
-
-«Essa mi fece rabbrividire... era la voce di mio padre.
-
-«Egli camminava l’ultimo, rivestito delle sue splendide vesti, tenendo
-in mano la carabina, regalatagli dal vostro imperatore; ed appoggiato
-al suo fedele Selim ci spingeva avanti, come un pastore col suo gregge
-sparso.
-
-«Mio padre, era quell’uomo illustre che l’Europa ha conosciuto sotto il
-nome d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e davanti al quale la Turchia
-ha tremato.
-
-Alberto, senza sapere perchè, fremeva nel sentire queste parole
-pronunciate con un accento indefinibile di fermezza e di dignità; gli
-sembrò che qualche cosa di tetro e spaventoso tralucesse dagli occhi
-della giovanetta quando, simile ad una pitonessa che evoca uno spettro,
-risvegliò la memoria di quella insanguinata figura, che la sua morte
-fece comparire gigantesca agli occhi dell’Europa contemporanea.
-
-— Ben presto, continuò Haydée, la marcia si fermò, noi eravamo a piè
-della scala, e sulla riva del lago. Mia madre mi premeva contro il suo
-petto anelante, ed io vidi, a due passi dietro a noi, mio padre che
-girava da ogni lato lo sguardo inquieto. Davanti a noi rimanevano ancor
-quattro scalini, ed al termine del quarto ondulava una barca.
-
-«Dal luogo ove eravamo si vedeva innalzarsi nel mezzo del lago una
-massa nera; era il chiosco (_padiglione sui terrazzi dei giardini
-turchi_) al quale ci portavamo; e che mi sembrava ad una distanza
-considerevole, forse a cagione della oscurità: discendemmo nella barca,
-mi sovvengo che i remi non facevano alcun rumore toccando l’acqua: mi
-chinai per guardarli, eran fasciati colle cinture dei nostri Palicari.
-
-«Nella barca, oltre i rematori, non v’eran che le donne, mio padre,
-mia madre, Selim, ed io. I Palicari erano rimasti sulla riva del lago,
-pronti a sostenere la ritirata, inginocchiati sull’ultimo gradino,
-facendosi riparo degli altri tre, nel caso che fossero stati attaccati.
-
-«La nostra barca andava come il vento.
-
-«— Perchè la barca va così forte? domandai a mia madre.
-
-«— Zitta, figlia mia, diss’ella, perchè noi fuggiamo.
-
-«Non capii perchè mio padre fuggiva, egli, che poteva tutto, egli
-davanti al quale d’ordinario fuggivano gli altri, egli che aveva presa
-per divisa:
-
- «ESSI MI ODIANO,
- DUNQUE MI TEMONO!
-
-«In fatto era una fuga che mio padre operava sul lago. Mi fu detto
-dipoi che la guarnigione del castello di Giannina, stanca dal lungo
-servizio...»
-
-Qui Haydée fermò lo sguardo espressivo su Monte-Cristo, il cui occhio
-non aveva più lasciati i suoi. La giovanetta continuò dunque lentamente
-come fa chi inventa e chi sopprime.
-
-— Voi dicevate, signora, riprese Alberto che accordava la più grande
-attenzione a questo racconto, che la guarnigione di Giannina, stanca
-dal lungo servizio...
-
-— Aveva trattato col seraschiere Kourchid inviato dal Sultano per
-impadronirsi di mio padre, il quale prese allora la risoluzione di
-ritirarsi, dopo aver spedito al sultano un ufficiale franco, nel quale
-aveva tutta la confidenza, nell’asilo ch’egli stesso si era preparato
-da lungo tempo, e che chiamava _kataphygion_ vale a dire rifugio.
-
-— Di quest’ufficiale, domandò Alberto, ricordate il nome?
-
-Monte-Cristo scambiò colla giovanetta uno sguardo rapido come un
-baleno, che rimase inosservato a Morcerf.
-
-— No, diss’ella, nol ricordo; ma forse più tardi me ne sovverrò, e lo
-dirò. — Alberto stava per pronunciare il nome di suo padre, allorchè
-Monte-Cristo alzò dolcemente il dito in segno di silenzio.
-
-Il giovine si ricordò il giuramento, e tacque.
-
-«Era verso questo chiosco che noi vogavamo.
-
-«Un pianterreno ornato di arabeschi bagnava i suoi terrazzi nell’acqua,
-ed un primo piano che guardava sul lago, ecco quanto il palazzo offriva
-di visibile agli occhi.
-
-«Ma al disotto del pianterreno, prolungandosi nell’isola stava un
-sotterraneo, vasta caverna ove fummo condotti, mia madre, io, e le
-nostre donne, ed ove giacevano formando un sol monticello, 60 mila
-borse, e 200 barili. In queste borse v’erano 25 milioni in oro, e nei
-barili 30 mila libbre di polvere. Vicino a questi ultimi stava Selim,
-quel favorito di mio padre, di cui vi ho parlato; egli vegliava giorno
-e notte, colla lancia alla mano, nell’estremità della quale ardeva una
-miccia accesa: aveva l’ordine di far saltare chiosco, guardie, pascià,
-donne e oro, al primo segnale di mio padre; mi ricordo che i nostri
-schiavi conoscendo questo terribile vicino, passavano il giorno e la
-notte a piangere, pregare e gemere. Non vi saprei dire quanti giorni
-siam rimasti così. A quell’ora ignorava ancora che cosa fosse il tempo.
-Qualche volta, ma raramente, mio padre faceva chiamar me e mia madre
-sulla terrazza del palazzo; eran per me le mie ore di festa, poichè nel
-sotterraneo non vedeva che ombre gementi, e la lancia ardente di Selim.
-
-«Mio padre, seduto davanti ad una grande apertura, fissava un tetro
-sguardo sulla profondità dell’orizzonte, interrogando ciascun punto
-nero che compariva sul lago, mentre che mia madre, semi-stesa vicina
-a lui, gli appoggiava la testa sulla spalla, ed io scherzavo ai suoi
-piedi ammirando, con quella meraviglia dell’infanzia che ingrandisce
-sempre gli oggetti, il pendio del Pinto che s’ergeva sull’orizzonte,
-i castelli di Giannina che uscivan bianchi ed angolati dalle acque blu
-del lago, i tuffi immensi di verdura oscura attaccati come licheni alle
-rocce della montagna, che di lontano sembravano musco, e da vicino son
-giganteschi abeti e mirti immensi. Una mattina mio padre ci mandò a
-cercare; mia madre avea pianto tutta la notte; noi lo trovammo assai
-tranquillo, ma più pallido che d’ordinario.
-
-«— Abbi pazienza, Vasiliki, diss’egli. Oggi tutto sarà finito, oggi
-giunge il firmato del Sultano, e la mia sorte sarà risoluta. Se la
-grazia è intera, ritorneremo trionfanti a Giannina; se le notizie son
-cattive, fuggiremo questa notte.
-
-«— Ma se non ci lasciano fuggire? disse mia madre.
-
-«— Oh! sii tranquilla, rispose Alì sorridendo; Selim e la sua lancia
-accesa mi rispondono di loro. Essi vorrebbero che io morissi, ma non a
-condizione di morire meco.
-
-«Mia madre rispondeva con sospiri a queste consolazioni che non
-partivano dal cuor di mio padre.
-
-«Ella gli preparò l’acqua ghiacciata che mio padre beveva ogni momento,
-poichè dopo la sua ritirata nel chiosco era arso da una febbre ardente;
-gli profumò la bianca barba, e gli accese la pipa, di cui qualche
-volta, per ore intere, seguiva distrattamente con gli occhi il fumo che
-volteggiava nell’aria. D’improvviso egli fece un movimento sì rapido
-ch’io n’ebbi gran paura: indi senza staccare gli occhi dal punto che
-fissava la sua attenzione, domandò il cannocchiale. Mia madre glielo
-passò, più bianca della statua contro cui si appoggiò. Vidi la mano di
-mio padre tremare.
-
-«— Una barca!... due, tre!... mormorò mio padre; quattro!... — E si
-alzò brandendo le armi, e versando, me ne sovvengo, della polvere nel
-bacinetto delle pistole:
-
-«— Vasiliki, diss’egli a mia madre con un visibile fremito, fra
-mezz’ora sapremo la risposta del sublime imperatore; ritirati nel
-sotterraneo con Haydée.
-
-«— Io non voglio lasciarvi, disse Vasiliki, se voi morrete, mio
-padrone, voglio morire con voi.
-
-«— Andate presso Selim! gridò mio padre.
-
-«— Addio, signore! mormorò mia madre obbediente, pieghevole come
-all’avvicinarsi della morte.
-
-«— Traete con voi Vasiliki! disse mio padre ai suoi Palicari. — Ma io
-che veniva dimenticata, corsi a lui, stendendo le mie mani dalla sua
-parte; egli mi vide, ed inchinandosi verso me, mi premè la fronte con
-le sue labbra.
-
-«Oh! quel bacio, quello fu l’ultimo, ed esso è sempre qua, sulla mia
-fronte. Nel discendere distinguemmo, a traverso le inferriate della
-terrazza, le barche che ingrandivano sul lago, e che, simili non molto
-prima a punti neri, sembravano già uccelli, radenti la superficie delle
-acque. In questo mentre, nel chiosco, venti Palicari, seduti a piè
-di mio padre e nascosti dai cespugli, spiavano con occhi sanguinosi
-l’arrivo di questi battelli, e tenevano pronti i loro lunghi fucili
-incrostati d’avorio e di argento: cartucce in gran numero erano sparse
-sul terreno. Mio padre guardava l’orologio, e passeggiava con angoscia.
-Ecco ciò che mi colpì quando lasciai mio padre dopo l’ultimo bacio che
-ricevetti da lui. Mia madre ed io traversammo il sotterraneo. Selim
-era sempre al suo posto; egli ci sorrise con tristezza. Noi andammo a
-cercar dei cuscini dall’altra parte della caverna, e venimmo a sedere
-vicino a Selim: nei grandi pericoli si cercano i cuori affezionati, e
-sebbene fossi fanciulla, sentiva per istinto che una gran disgrazia si
-aggravava sul nostro capo.
-
-«Erano le quattro della sera, ma benchè il giorno fosse chiaro e
-lucente al di fuori, noi eravamo immersi nell’oscurità del sotterraneo.
-Una sola luce brillava nella caverna, a guisa di una tremante stella
-sopra un nero cielo, e questa era la miccia di Selim. Mia madre era
-cristiana, e pregava.
-
-«Selim ripeteva a quando a quando queste sante parole:
-
-«— Dio è grande! — mia madre però aveva ancora qualche speranza.
-Nel discendere le era sembrato di riconoscere il Franco ch’era stato
-inviato a Costantinopoli, e nel quale mio padre aveva riposta ogni
-confidenza, perchè sapeva che i soldati del sultano francese sono
-ordinariamente nobili e generosi. Ella si avanzò di qualche passo verso
-la scala, ed ascoltò. Si avvicinano, diss’ella; purchè portino la pace
-e la vita!
-
-«— Che temi tu, Vasiliki? rispose Selim colla sua voce soave ad un
-tempo e fiera. Se essi non portano la pace, darem loro la guerra; se
-non portano la vita darem loro la morte. — E ravvivava la bragia della
-lancia con un gesto che lo faceva assomigliare a Dionisio dell’antica
-Creta. Ma io, che era così fanciulla e così ingenua, aveva paura di
-questo coraggio che trovava feroce ed insensato, e mi atterriva di
-quella morte spaventosa nell’aria e fra le fiamme. Mia madre provava le
-stesse impressioni perchè la sentiva fremere.
-
-«— Mio Dio! mio Dio! mamma, gridai, siam forse vicine a morire? — Ed
-alla mia voce raddoppiarono i pianti e le preghiere degli schiavi.
-
-«— Fanciulla, mi disse Vasiliki, Dio ti salvi dal dovere un giorno
-desiderare questa morte che oggi ti spaventa. Indi a bassa voce:
-
-«— Selim, diss’ella, qual è la consegna che tieni dal tuo padrone?
-
-«— S’egli m’invia il suo pugnale è segno che il sultano rifiuta di
-ritornarlo in grazia, ed io do fuoco; se m’invia il suo anello è segno
-che il sultano gli perdona ed io libero la polveriera.
-
-«— Amico, riprese mia madre, quando giungerà l’ordine del padrone, se
-t’invia il pugnale invece di ucciderci entrambe con questa morte che ne
-spaventa, ti stenderemo la gola, e tu ci ucciderai con quel pugnale.
-
-«— Sì, Vasiliki, rispose tranquillamente Selim.
-
-«D’improvviso sentimmo come grandi grida; eran grida di gioia; il nome
-del Franco ch’era stato inviato a Costantinopoli echeggiava ripetuto
-dai nostri Palicari; era evidente che riportava la risposta del sublime
-imperatore, e che questa era favorevole.»
-
-— E voi non vi ricordate il suo nome? disse Morcerf pronto ad aiutare
-la memoria della narratrice.
-
-Monte-Cristo fe’ un cenno.
-
-— Non me ne ricordo, rispose Haydée.
-
-«Il romore raddoppiava; rumoreggiavano passi più vicini; si discendeva
-la scala del sotterraneo. Selim preparò la sua lancia. Ben presto
-comparve un’ombra nell’incerto crepuscolo che formavano i raggi del
-giorno penetrati fino nell’entrata del sotterraneo.
-
-«— Chi sei tu? gridò Selim. Ma chiunque tu sia, non fare un passo di
-più.
-
-«— Gloria al sultano! disse l’ombra. È fatta piena grazia al visir Alì;
-e non solo ha salva la vita, ma gli vengon resi i suoi beni e la sua
-fortuna.
-
-«Mia madre mandò un grido di gioia e mi strinse al suo cuore.
-
-«— Fermati, le disse Selim, vedendo ch’ella si slanciava di già per
-uscire. Tu sai che mi abbisogna l’anello.
-
-«— È giusto, disse mia madre. E cadde in ginocchio sollevandomi verso
-il cielo, come se mentre pregava Dio per me volesse ancor sollevarmi
-verso lui.»
-
-Haydée si fermò, vinta da tale emozione che il sudore le colava dalla
-pallida fronte, e che la voce soffocata sembrava non poter sorpassare
-l’arida sua gola.
-
-Monte-Cristo versò un po’ d’acqua gelata in un bicchiere, e lo presentò
-a lei dicendo con una dolcezza da cui trapelava un’ombra di comando: —
-Coraggio, figlia mia.
-
-— In questo mentre i nostri occhi, abituati all’oscurità, avevano
-riconosciuto l’inviato del sultano, egli era un amico. Selim lo aveva
-riconosciuto, ma il bravo giovine non sapeva che una cosa: obbedire!
-
-«— In nome di chi vieni tu? diss’egli.
-
-«— Vengo in nome del nostro padrone, Alì-Tebelen.
-
-«— Se vieni in nome di Tebelen, tu hai da sapere ciò che devi
-rimettermi.
-
-«— Sì, disse l’inviato, ti porto il suo anello. — E nello stesso tempo
-alzò la mano al di sopra della testa, ma era troppo lontano, e faceva
-troppo buio perchè Selim potesse, dal luogo ov’era, distinguere e
-conoscere l’oggetto che gli presentava.
-
-«— Io non vedo ciò che tu tieni, disse Selim.
-
-«— Avvicinati, disse il messaggiero, oppure mi avvicinerò io.
-
-«— Nè l’uno, nè l’altro, rispose il giovine soldato, deponi nel posto
-ove sei, sotto quel raggio di luce, l’oggetto che tu mi mostri, e
-ritirati fin che io l’abbia veduto.
-
-«— Ecco, disse il messaggiero. E si ritirò dopo aver deposto il segno
-di riconoscimento nel luogo indicato.
-
-«Ed il nostro cuore palpitava, perchè l’oggetto ci sembrava
-effettivamente un anello. Soltanto era l’anello di mio padre? Selim,
-tenendo sempre in mano la miccia accesa, andò all’apertura, s’inchinò
-contento sotto il raggio di luce, e raccolse il segnale.
-
-«— L’anello del padrone, diss’egli baciandolo, sta bene! e rovesciando
-la miccia contro terra, vi pestò sopra, e la spense. — Il messaggiere
-mandò un grido di gioia e battè le mani. A questo segnale, quattro
-soldati del serraschiere Kourchid accorsero, e Selim cadde trapassato
-da cinque colpi di pugnale. Ciascuno aveva dato il suo. E frattanto,
-ebbri pel loro delitto, quantunque ancora pallidi per la paura,
-irruppero nel sotterraneo, cercando da per tutto se vi era fuoco, e
-rotolandosi sui sacchi d’oro.
-
-«In questo mentre mia madre mi prese fra le sue braccia, e agile,
-balzando per sinuosità conosciute da noi soli, giunse fino alla scala
-segreta del chiosco nel quale regnava uno spaventoso tumulto. Le sale
-basse erano interamente popolate di Tchodoars di Kourchid, vale a
-dire di nostri nemici. Nel momento che mia madre stava per spingere
-la piccola porta, sentimmo la voce del pascià risuonare terribile e
-minacciosa. Mia madre si pose in ascolto alle fessure delle assi, si
-trovava per caso un’apertura davanti la mia, e io guardava.
-
-«— Che volete? diceva mio padre a persone che tenevano in mano una
-carta con caratteri d’oro.
-
-«— Che vogliamo? rispondeva uno di costoro, comunicarvi la volontà di
-Sua Altezza. Vedi tu il firmano?
-
-«— Lo vedo, disse mio padre. — Ebbene! leggi, egli domanda la tua
-testa. — Mio padre mandò uno scoppio di risa più spaventoso che non
-avrebbe fatto una minaccia, e non aveva ancora cessato, che due colpi
-di pistola erano usciti dalle sue mani, ed avevano uccisi due uomini. I
-Palicari, ch’eran tutti distesi intorno a mio padre colla faccia contro
-il suolo, si alzarono allora e fecero fuoco. La camera si riempì di
-fracasso, di fumo e di fiamme. Nel medesimo punto il fuoco incominciò
-dall’altra parte, e le palle vennero a forare le assi intorno a noi.
-Oh! quanto era bello! quanto era grande il Visir Alì-Tebelen, mio padre
-in mezzo alle palle, colla scimitarra alla mano, il viso nero dalla
-polvere! oh! come fuggivano i suoi nemici!
-
-«— Selim! Selim! guardiano del fuoco, gridò egli, fa il tuo dovere!
-
-«— Selim è morto, rispose una voce che sembrava uscita dai profondi
-del chiosco, e tu Alì, sei perduto! — Nello stesso tempo si fece
-sentire una sorda detonazione, ed il piancito saltò in ischegge tutto
-all’intorno di mio padre. I Tchodoars tiravano a traverso il piancito
-di legno: tre o quattro Palicari caddero feriti dal basso all’alto con
-ferite che loro laceravano tutto il corpo. Mio padre ruggì, introdusse
-le dita nei fori delle palle, e strappò un asse tutta intera. Ma nello
-stesso tempo venti colpi di fuoco scoppiarono da questa apertura, e
-le fiamme, uscendo come da un cratere di vulcano, si appiccarono alle
-tende e le arsero. In mezzo di tutto questo spaventoso tumulto, in
-mezzo a queste grida terribili, due colpi più distinti dagli altri, due
-grida più strazianti sopra le altre grida mi agghiacciarono di terrore.
-Queste due esplosioni avevano colpito mortalmente mio padre, che aveva
-mandate queste grida. Però egli era rimasto in piedi, aggrappato ad una
-finestra. Mia madre squassava la porta per andare a morire con lui,
-ma la porta era chiusa per di dentro. A lui d’intorno i Palicari si
-contorcevano nelle convulsioni dell’agonia; due o tre che erano senza
-ferite, o feriti leggermente, si slanciarono dalle finestre. Nello
-stesso tempo il piancito tutto intero scricchiolò rotto per di sotto;
-mio padre cadde sopra un ginocchio, e subito venti braccia si stesero
-armate di sciabole, di pistole e di pugnali, venti colpi colpirono nel
-tempo stesso un uomo, e mio padre disparve fra un turbine di fuoco,
-attizzato da questi demoni ruggenti, come se l’inferno si fosse aperto
-sotto i suoi piedi.
-
-«Io mi sentii rotolare a terra; era mia madre che cadeva svenuta.»
-
-Haydée lasciò cadere le braccia mandando un gemito, e guardando il
-conte, come per domandargli s’era contento della sua obbedienza. Il
-conte si alzò, andò a lei, la prese per mano, e le disse in greco: —
-Riposati, cara fanciulla, e riprendi coraggio, pensando che vi è un Dio
-che punisce i traditori.
-
-— Ecco una spaventevole storia, conte, disse Alberto atterrito dal
-pallore d’Haydée, ed ora mi pento d’essere stato così crudelmente
-indiscreto.
-
-— Non è niente, rispose Monte-Cristo: indi mettendo la mano sulla testa
-della giovanetta: — Haydée, continuò egli, è una donna coraggiosa, e
-qualche volta ha trovato sollievo nel racconto delle sue sventure.
-
-— Perchè mio signore, disse vivamente la giovanetta, le mie sventure mi
-ricordano i tuoi beneficii.
-
-Alberto la guardò con curiosità, perchè ella non aveva ancora
-raccontato ciò che egli desiderava più di sapere, vale a dire in qual
-modo era divenuta schiava del conte.
-
-Haydée vide contemporaneamente espresso lo stesso desiderio tanto negli
-occhi di Alberto che in quelli del conte; e continuò:
-
-— Quando mia madre ricuperò l’uso dei sensi, noi eravamo davanti al
-serraschiere: — Uccidetemi, diss’ella, ma risparmiate l’onore alla
-vedova di Alì.
-
-«— Non è a me che tu ti devi rivolgere, disse Kourchid.
-
-«— E a chi dunque? — Al tuo nuovo padrone.
-
-«— Qual è? — Eccolo. — E Kourchid ci mostrò uno di quelli che avevan
-contribuito alla morte di mio padre, continuò la giovanetta con una
-cupa collera.
-
-— Allora, domandò Alberto, diveniste proprietà di quest’uomo?
-
-— No, rispose Haydée, egli non osò ritenerci, ci vendè a dei mercanti
-di schiavi che andavano a Costantinopoli: traversammo la Grecia e
-giungemmo morenti alla porta imperiale, ingombra di curiosi che si
-aprivano per lasciarci passare, quando d’improvviso mia madre seguì
-cogli occhi la direzione degli occhi di tutti, gettò un grido, e cadde
-mostrando una testa al di sopra di questa porta.
-
-«Al di sopra di quella testa, erano scritte queste parole.
-
- QUESTA È LA TESTA DEL PASCIÀ
- DI GIANNINA.
-
-«Cercai piangendo di rialzar mia madre... era morta!
-
-«Io fui portata al _bazar_, un ricco armeno mi comprò, mi fece
-istruire, mi procurò dei maestri, e quando ebbi tredici anni mi vendè
-al sultano Mahomud.»
-
-— Dal quale, riprese Monte-Cristo, io la riscattai, come vi dissi,
-Alberto, per mezzo di quello smeraldo eguale a questo in cui metto le
-mie pastiglie di _hatchis_.
-
-Alberto era rimasto stordito per ciò che aveva inteso.
-
-— Terminate la vostra tazza di caffè, gli disse Monte-Cristo; la storia
-è finita.
-
-
-
-
-LXXVII. — CI SCRIVONO DA GIANNINA.
-
-
-Franz era uscito dalla camera di Noirtier così tremante, e così fuor di
-sè, che Valentina stessa aveva avuta pietà di lui. Villefort, che non
-aveva articolato che poche parole senz’ordine, e ch’era fuggito nel suo
-gabinetto, ricevette due ore dopo la seguente lettera.
-
- «Dopo ciò che è stato rivelato questa mattina, il sig. Noirtier
- de Villefort non potrà supporre che un’alleanza sia possibile
- fra la sua famiglia e quella del sig. Franz d’Épinay, il quale
- ha orrore nel pensare che il sig. de Villefort, che sembrava
- conoscesse gli avvenimenti raccontati questa mattina, non lo
- abbia prevenuto in questo pensiero.»
-
-Chiunque avesse veduto in questo momento il magistrato, curvato sotto
-il colpo, non avrebbe creduto ch’egli l’avesse preveduto; di fatto
-non avrebbe pensato che suo padre avesse spinta la sua franchezza,
-o piuttosto la sua rozzezza, fino a raccontare una simile storia. È
-vero che il sig. Noirtier, sdegnoso dell’opinione di suo figlio, non
-si era occupato di schiarire i fatti agli occhi di Villefort, e che
-questi aveva sempre creduto che il generale Quesnel, o barone d’Épinay,
-secondo che si vorrà chiamare, o col nome che si era fatto, o con
-quello che gli era stato fatto, fosse morto assassinato, e non ucciso
-lealmente in duello. Questa lettera così aspra da un giovine, fino
-allora tanto rispettoso, era mortale per l’orgoglio di un uomo come
-Villefort. Appena fu nel suo gabinetto entrò sua moglie. L’uscita di
-Franz chiamato da Noirtier, aveva così fattamente maravigliato tutti,
-che la posizione della sig.ª de Villefort, rimasta sola col notaro ed i
-testimoni, divenne di momento in momento più impacciante. Allora ella
-aveva presa la sua risoluzione ed era uscita annunciando che andava a
-raccogliere le notizie.
-
-Il sig. de Villefort si contentò di dirle, che in seguito di alcune
-spiegazioni tra lui, il sig. Noirtier ed il sig. Franz d’Épinay, il
-matrimonio di Valentina con Franz era rotto.
-
-Era difficile a riportar quest’ambasciata a coloro che aspettavano;
-così, la sig.ª de Villefort rientrando, si limitò a dire, che il
-sig. Noirtier avendo avuto nel principio della conferenza una specie
-di attacco di apoplessia, il contratto era naturalmente differito a
-qualche giorno.
-
-Questa notizia, per quanto fosse falsa, giungeva tanto singolarmente
-al seguito delle altre due disgrazie dello stesso genere, che gli
-uditori si guardarono meravigliati, e si ritirarono senza dir parola.
-In questo mentre Valentina, felice ad un tempo e spaventata, dopo
-avere abbracciato e ringraziato il debole vecchio, che aveva in tal
-modo rotta una catena ch’ella riguardava già come indissolubile, aveva
-domandato di ritirarsi nelle sue camere per rimettersi, e Noirtier le
-aveva accordato il permesso che sollecitava.
-
-Ma invece di risalire da lei, Valentina, una volta uscita, prese il
-corridore, ed uscendo dalla piccola porta, si slanciò nel giardino.
-In mezzo a tutti gli avvenimenti che venivano ad accatastarsi gli
-uni sugli altri, un sordo terrore le aveva costantemente compresso il
-cuore. Ella si aspettava da un momento all’altro di vedersi comparire
-Morrel, pallido e minaccioso, come il Laird di Ravenswood al contratto
-di Lucia di Lammermoor. Di fatto era tempo che andasse al cancello.
-Massimiliano, che aveva sospettato quel che sarebbe accaduto, quando
-vide Franz lasciare il cimitero in compagnia del sig. de Villefort,
-lo aveva seguito; poi, dopo averlo veduto entrare, lo aveva pur
-anche veduto uscire e rientrare nuovamente in compagnia di Alberto e
-Château-Renaud. Per lui non vi era dunque più alcun dubbio. Allora si
-era gettato nel recinto, pronto a qualunque avvenimento, ben certo che
-al primo momento di libertà, che potrebbe afferrare, Valentina sarebbe
-corsa a lui.
-
-Egli non s’era ingannato; il suo occhio attaccato alle assi, vide
-infatto comparir la giovanetta che senza prendere le usate cautele,
-correva al cancello. Al primo colpo d’occhio che gettò sur essa,
-Massimiliano si fe’ tranquillo; alla prima parola che pronunciò, balzò
-di gioia.
-
-— Salvi, disse Valentina.
-
-— Salvi! ripetè Morrel non potendo credere a tanta felicità; ma da chi?
-
-— Da mio nonno. Oh! amatelo molto Morrel!
-
-Questi giurò d’amare il vecchio con tutta l’anima sua.
-
-— Ma com’è accaduto? domandò Morrel, quale strano mezzo ha egli
-impiegato? — Valentina aprì la bocca per raccontar tutto, ma pensò che
-in fondo a tutto ciò vi era un segreto terribile che non apparteneva
-soltanto a suo nonno.
-
-— Più tardi, diss’ella, vi racconterò tutto.
-
-— Ma quando?
-
-— Quando sarò vostra moglie.
-
-Questo era un mettere la conversazione sur un campo che rendeva
-facile a Morrel l’intendere tutto: egli per tal modo capì ancora che
-doveva contentarsi di ciò che sapeva, e che ciò era abbastanza per
-quel giorno. Però non acconsentì a ritirarsi che sulla promessa che
-Valentina sarebbe ritornata la dimane a sera. Ella promise ciò che
-volle Morrel. Tutto era cambiato ai loro occhi, e certo ora era men
-difficile a Valentina il credere che avrebbe potuto maritarsi con
-Morrel, di quel che un’ora prima non avrebbe sposato il sig. Franz.
-
-In questo tempo la sig.ª de Villefort era salita dal sig. Noirtier, il
-quale la guardò con quell’occhio cupo e severo con cui era assuefatto
-a riceverla: — Signore, gli diss’ella, non ho bisogno di dirvi che il
-matrimonio di Valentina è rotto poichè qui si operò questa rottura.
-
-Noirtier rimase impassibile. — Ma ciò che voi non sapete sig., è che
-io sono stata sempre contraria a questo matrimonio, e che si faceva
-mio malgrado. — Noirtier guardò sua nuora come uno che aspetti una
-spiegazione. — Ora, poichè questo matrimonio, pel quale conoscevo
-la vostra ripugnanza, è rotto, vengo a farvi una rimostranza che non
-possono farvi nè il sig. de Villefort, nè Valentina.
-
-Gli occhi di Noirtier chiesero qual fosse questa rimostranza.
-
-— Vengo per pregarvi, signore, come la sola che ne ha il diritto,
-perchè sono la sola cui nulla frutterà; vengo a pregarvi di rendere,
-non dirò i vostri favori, ella li ha sempre goduti, ma la vostra
-fortuna a vostra nipote.
-
-Gli occhi di Noirtier rimasero un momento incerti: essi cercavano
-evidentemente i motivi di questa rimostranza, e non li potevano
-ritrovare. — Posso sperare, signore, disse la signora de Villefort, che
-le vostre intenzioni siano in armonia colla preghiera che vi faccio?
-
-— Sì, fece Noirtier.
-
-— In questo caso mi ritiro, riconoscente ad un tempo e felice. — E,
-salutando il sig. de Noirtier, si ritirò.
-
-In fatto il giorno dopo Noirtier fece venire il notaro; fu stracciato
-il primo testamento, ne fu fatto un secondo, nel quale lasciava tutta
-la sua fortuna a Valentina, sotto la condizione che non si fosse
-separata da lui.
-
-Alcune persone allora calcolarono pel mondo, che madamigella de
-Villefort, ereditiera del marchese e della marchesa di Saint-Méran, e
-rientrata nella grazia di suo nonno, avrebbe un giorno potuto godere di
-una rendita di 300 mila fr. annui.
-
-Mentre che si rompeva questo matrimonio presso i Villefort, il conte
-de Morcerf aveva ricevuta la visita di Monte-Cristo, e per far vedere
-la sua premura a Danglars, indossò la grande uniforme di luogotenente
-generale, cui aveva fatto ornare di tutte le decorazioni, ed ordinò i
-suoi migliori cavalli. Morcerf così abbigliato si fece condurre alla
-strada della Chaussée-d’Antin, e si fe’ annunziare a Danglars che stava
-facendo il bilancio della fine del mese.
-
-Da qualche tempo non era quello il momento da scegliersi per ritrovare
-il banchiere di buon umore.
-
-Così, all’aspetto del suo antico amico, Danglars prese un’aria
-maestosa, e si stabilì nel suo seggio.
-
-Morcerf ordinariamente così serio, aveva assunta un’aria ridente ed
-affabile; in conseguenza, quasi sicuro d’essere ben accolto fino dalle
-sue prime parole, non fece punto il diplomatico, ed andò direttamente e
-di un sol tratto alla meta:
-
-— Barone, diss’egli, eccomi. Da lungo tempo ci aggiriamo attorno
-alle parole d’altra volta... — Morcerf si aspettava, a questi detti,
-di vedere rasserenata la figura del banchiere, il cui sussiego egli
-attribuiva al proprio silenzio; ma al contrario questa figura divenne,
-cosa che pareva quasi impossibile, più impassibile e più fredda ancora.
-
-Ecco perchè Morcerf si era fermato a metà della frase...
-
-— Quali parole, sig. conte? domandò il banchiere, come se cercasse
-invano nel suo spirito la spiegazione di ciò che voleva dire il
-generale.
-
-— Oh! disse il conte, voi siete amante della formalità, e mi rammentate
-che il cerimoniale deve eseguirsi secondo tutti i riti. Benissimo! in
-fede mia. Perdonatemi, ma siccome non ho che un sol figlio, e questa
-è la prima volta, sono ancora novizio; andiamo, io mi adatto. — E
-Morcerf, con un sorriso sforzato, si alzò, fece una profonda riverenza
-a Danglars, e gli disse: — Sig. barone, ho l’onore di domandarvi la
-mano di madamigella Eugenia Danglars, vostra figlia, per mio figlio il
-visconte Alberto de Morcerf.
-
-Ma Danglars, invece di accogliere queste parole con quel fervore
-che Morcerf si aspettava da lui, aggrottò il sopracciglio, e, senza
-invitare il conte, che era rimasto in piedi, a sedersi di nuovo: —
-Sig. conte, diss’egli, prima di potervi rispondere avrò bisogno di
-riflettervi.
-
-— Di riflettervi! riprese Morcerf di più in più meravigliato; non avete
-dunque avuto il tempo di riflettervi da otto anni circa che parliamo di
-questo matrimonio?
-
-— Sig. conte, tutti i giorni accadono cose per le quali le riflessioni
-che si credevano fatte sono da rifarsi.
-
-— E come? non vi comprendo più, barone!
-
-— Voglio dire, che da 15 giorni nuove congiunture...
-
-— Permettetemi, disse Morcerf, non è già questa una commedia che
-rappresentiamo? — Ed in qual modo una commedia? — Sì, spieghiamoci
-categoricamente.
-
-— Non chiedo di meglio.
-
-— Avete veduto il conte di Monte-Cristo?
-
-— Lo vedo spessissimo, disse Danglars, è uno de’ miei amici.
-
-— Ebbene! una delle ultime volte che lo avete veduto, gli avete detto
-ch’io sembravo smemorato, irresoluto sul conto di questo matrimonio? —
-È vero.
-
-— Ebbene! eccomi: non sono nè irresoluto nè smemorato, lo vedete,
-poichè vengo a reclamare che mantenghiate la vostra parola. — Danglars
-non rispose.
-
-— Avete voi così presto cambiato d’avviso, soggiunse Morcerf, o non
-avete provocata la mia domanda che per darvi il piacere d’umiliarmi?
-
-Danglars capì che, s’egli continuava la conversazione sul tuono col
-quale l’aveva incominciata, la cosa poteva voltarsi a male per lui. —
-Sig. conte, dovete essere a buon dritto meravigliato della mia riserva,
-lo capisco, così credetemi, sono il primo ad affliggermene; credetemi
-bene ch’ella mi è imposta da imperiose congiunture.
-
-— Queste sono parole in aria, e forse potrebbero soddisfare il primo
-arrivato; ma il conte di Morcerf non è un primo arrivato, e quando un
-uomo come lui viene a ritrovare un altr’uomo e gli ricorda la parola
-data, e questi manca alla sua parola, ha il diritto di esigere sul
-momento che almeno gli venga addotta una buona ragione.
-
-Danglars era vile, ma non voleva comparirlo; fu punto dal tuono che
-aveva preso Morcerf: — Non è certo una buona ragione quella che mi
-manca.
-
-— Che pretendete dire?
-
-— Che ho la buona ragione, ma che è difficile a darsi.
-
-— Capite frattanto, disse Morcerf, che io non posso appagarmi delle
-vostre reticenze, ed una cosa in ogni modo mi sembra chiara, ed è che
-voi rifiutate la mia alleanza.
-
-— No signore, sospendo la mia risoluzione, ecco tutto.
-
-— Ma non avrete però la pretensione, credo, che mi abbia a
-sottoscrivere ai vostri capricci, al punto d’aspettare tranquillamente
-ed umilmente il ritorno del vostro favore?
-
-— Allora sig. conte, se non potete aspettare, consideriamo i nostri
-disegni come non fatti.
-
-Il conte si morse le labbra fino al sangue per non irrompere, come
-lo avrebbe portato a fare la sua indole superba ed irritabile: però,
-conoscendo che in simile congiuntura il ridicolo sarebbe caduto
-dalla parte di lui, aveva già cominciato ad accostarsi alla porta
-del salotto, allorchè, pentendosi, ritornò addietro. Una fosca nube
-era passata sulla sua fronte, lasciandovi invece di offeso orgoglio
-una vaga inquietezza. — Vediamo, diss’egli, caro Danglars, noi ci
-conosciamo da molti anni, e per conseguenza dobbiamo averci dei
-riguardi l’un per l’altro. Voi mi dovete una spiegazione, ed è che
-almeno io sappia a qual disgraziato avvenimento mio figlio debba la
-perdita delle vostre buone intenzioni a suo vantaggio.
-
-— Non è un affare personale al visconte, ecco tutto ciò che posso
-dirvi, rispose Danglars, che ritornava impertinente vedendo Morcerf
-addolcirsi.
-
-— Ed a chi dunque è personale? domandò con voce alterata Morcerf, la
-cui fronte si coprì di pallore.
-
-Danglars al quale non isfuggiva veruno di questi sintomi, fissò su
-lui uno sguardo più sicuro di quello che non era solito di fare: —
-Ringraziatemi, se non mi spiego maggiormente, diss’egli.
-
-Un tremito nervoso, che senza dubbio veniva dalla collera trattenuta,
-agitava Morcerf:
-
-— Ho il diritto, rispose questi facendo un violento sforzo su se
-stesso, di esigere che vi spieghiate: è dunque contro la sig.ª de
-Morcerf che avete qualche cosa? È la mia fortuna che non è sufficiente?
-Son forse le mie opinioni, che essendo contrarie alle vostre...
-
-— Niente di tutto queste, signore, disse Danglars; sarei imperdonabile,
-perchè mi sono impegnato conoscendo tutto ciò. No, non cercate di
-più, son mortificato di costringervi a fare questo esame di coscienza;
-fermiamoci qui, credetemi. Prendiamo un termine medio di dilazione, che
-non sia nè una rottura, nè un impegno. Niente ne sollecita; mio Dio!
-mia figlia ha 17 anni, e vostro figlio ventuno. Nella nostra fermata
-il tempo passerà; condurrà gli avvenimenti, le cose che sembrano oscure
-oggi, possono divenir chiare domani; qualche volta con una parola in un
-giorno cadono le più crudeli calunnie.
-
-— Calunnie, diceste, signore? gridò Morcerf diventando livido. Son
-forse calunniato?
-
-— Sig. conte, vi dico di non spiegarci di più.
-
-— Mi abbisognerà soffrir tranquillamente questo rifiuto?
-
-— Penoso soprattutto per me, perchè io contava sull’onore della nostra
-alleanza, ed un matrimonio andato a monte, fa sempre, più torto alla
-fidanzata che al fidanzato.
-
-— Sta bene, signore, non ne parliamo più, disse Morcerf. — E,
-strofinando i guanti per la rabbia, uscì dall’appartamento. Danglars
-notò che neppure una sola volta Morcerf aveva osato di domandare,
-se il matrimonio andava a monte per causa sua. La sera egli ebbe
-una lunga conferenza con molti amici, ed il sig. Cavalcanti, che si
-era costantemente fermato nel salotto delle signore, uscì l’ultimo
-dalla casa del banchiere. La dimane svegliandosi, Danglars domandò i
-giornali che gli furono tosto portati: egli ne scartò tre o quattro,
-e prese l’_Imparziale_; quello di cui Beauchamp era il redattore.
-Ruppe rapidamente le fascette, l’aprì con una precipitazione nervosa,
-passò sdegnosamente sul _premier Paris_, e giunto ai _fatti diversi_,
-si fermò col suo finissimo sorriso sopra un periodo fra-lineato, che
-cominciava con queste parole:
-
-«_Ci scrivono da Giannina_.
-
-— Buono, diss’egli dopo di averlo letto; ecco un piccolo principio
-d’articolo sul colonnello Fernando, che, secondo tutte le probabilità,
-mi dispenserà dal dare delle spiegazioni al sig. conte di Morcerf. —
-Nello stesso momento, vale a dire mentre suonavano le nove del mattino,
-Alberto de Morcerf, vestito di nero, abbottonato metodicamente, col
-portamento agitato, si presentò alla casa dei Campi-Elisi.
-
-— Il sig. conte è uscito, sarà mezz’ora, disse il portinaro.
-
-— Ha egli condotto seco Battistino? domandò Morcerf.
-
-— No, signore. — Chiamate Battistino, voglio parlargli.
-
-Il portinaro andò in persona a cercare il cameriere, ed un momento
-dopo ritornò con lui. — Vi chiedo scusa, disse Alberto, della mia
-indiscretezza, ma ho voluto domandare a voi stesso, se il vostro
-padrone è realmente uscito.
-
-— Sì, signore, riprese Battistino. — Anche per me?
-
-— So quanto il mio padrone è contento di ricevere il signore, e mi
-guarderei bene di confonderlo in una misura generale.
-
-— Tu hai ragione, perchè debbo parlargli di un affare serio. Credi che
-tarderà a ritornare?
-
-— No, perchè ha ordinata la colazione per le dieci.
-
-— Bene, vado a fare un giro ai Campi-Elisi, alle dieci sarò qui; se il
-sig. conte rientra prima di me, ditegli che lo prego di aspettarmi.
-
-— Non mancherò, il signore può stare tranquillo.
-
-Alberto lasciò alla porta del conte il _cabriolet_ di piazza che aveva
-preso, ed andò a passeggiare a piedi. Passando davanti al viale delle
-_Vedove_ credè riconoscere i cavalli del conte, ch’erano fermi davanti
-alla porta del tiro di bersaglio di Gosset; si avvicinò, e dopo aver
-riconosciuti i cavalli, riconobbe il cocchiere: — Il sig. conte è al
-tiro del bersaglio? gli domandò Morcerf. — Sì, signore, rispose il
-cocchiere. — Infatto molti colpi regolari si eran fatti sentire da che
-Morcerf si era accostato al bersaglio. Egli entrò. Nel primo giardino
-stava il servitore. — Perdono, diss’egli, ma il sig. Visconte abbia la
-bontà di aspettare un momento.
-
-— E perchè questo, Filippo? domandò Alberto, ch’essendo uno di quelli
-che frequentavano spesso quel luogo, si meravigliava di questo ostacolo
-che non capiva.
-
-— Perchè la persona che si esercita in questo momento, ha preso il
-bersaglio a sè, e non tira mai in presenza di altri.
-
-— Neppure presente voi, Filippo?
-
-— Vedete, signore, sono alla porta.
-
-— E chi gli carica le pistole? — Il suo domestico.
-
-— Un moro? — Sì, un nero.
-
-— È lui. — Voi dunque conoscete questo signore?
-
-— Vengo a cercarlo; è un mio amico.
-
-— Oh! allora è un’altra cosa; entrerò per prevenirlo.
-
-E Filippo spinto dalla propria curiosità, entrò nella capanna di assi.
-Un secondo dopo Monte-Cristo comparve solo sulla soglia. — Perdono
-di perseguitarvi fin qui, mio caro conte disse Alberto; ma comincio
-dal dirvi, che non è colpa della vostra servitù, e che io solo sono
-l’indiscreto. Mi sono presentato alla vostra abitazione, e mi fu detto
-che eravate a passeggiare, ma che sareste rientrato alle dieci per fare
-colazione. Mi sono messo a passeggiare io pure per aspettare le dieci,
-e passeggiando ho riconosciuto i vostri cavalli e la vostra carrozza.
-
-— Ciò che mi dite, mi fa sperare che venghiate a chiedermi una
-colazione. — No, grazie, non si tratta di far colazione a quest’ora:
-forse la faremo più tardi, ma in cattiva compagnia, per bacco!
-
-— Che diavolo mi dite? — Mio caro conte, oggi mi batto.
-
-— Voi? e per far che? — Per battermi, per bacco!
-
-— Sì, capisco bene, ma a cagione di che? Ci si batte per tante cause,
-capite bene.
-
-— Per causa d’onore.
-
-— Ah! quest’è serio.
-
-— Tanto serio, che vengo a pregarvi di farmi un favore.
-
-— E quale? — Quello di essere mio testimonio.
-
-— Allora ciò diventa grave, non ne parliamo qui; ritorniamo a casa mia.
-Alì, dammi dell’acqua.
-
-Il conte rovesciò le maniche, e passò nel piccolo vestibolo che
-precedeva il luogo del bersaglio, ed ove coloro che tiravano avevano
-l’abitudine di lavarsi le mani.
-
-— Entrate dunque, sig. visconte, e vedete una cosa singolare, disse a
-bassa voce Filippo ad Alberto.
-
-Morcerf entrò. Sulla placca del bersaglio invece di esservi attaccati i
-segni, vi erano incollate delle carte da gioco.
-
-In distanza, Morcerf credè che fosse un giuoco intero, v’era dall’asso
-fino al dieci.
-
-— Ah! ah! fece Alberto, eravate in voglia di giuocare al _picchetto?_ —
-No, era in voglia di fare un giuoco di carte. — E in che modo?
-
-— Sono assi, e due, che voi vedete, e soltanto le mie palle li hanno
-convertiti in tre, in quattro, in cinque, in sei, in nove, e dieci. —
-Alberto si avvicinò.
-
-In fatto le palle avevano, a linee egualmente distanti e perfettamente
-esatte, riempiti i segni mancanti, e forate le carte nel posto ove
-dovevano essere dipinte.
-
-Andando alla placca, Morcerf raccolse diverse rondinelle che avevano
-avuta l’imprudenza di passare alla portata delle pistole del conte, e
-ch’egli aveva abbattute.
-
-— Diavolo! fece Morcerf.
-
-— Che volete, caro visconte, disse Monte-Cristo asciugandosi le mani
-con biancheria portata da Alì, bisogna bene ch’io occupi i miei momenti
-d’ozio; ma venite, vi aspetto.
-
-Entrambi montarono nel _coupé_ di Monte-Cristo, che in capo a pochi
-momenti li depose alla porta n. 30.
-
-Monte-Cristo condusse Morcerf nel suo gabinetto, e gli mostrò una
-sedia. Tutti e due sedettero.
-
-— Ora parliamo tranquillamente, disse il conte.
-
-— Vedete ch’io sono perfettamente tranquillo.
-
-— Con chi volete battervi? — Con Beauchamp.
-
-— Uno dei vostri amici! — È sempre con amici che uno si batte. — Ma vi
-vuole almeno una ragione.
-
-— E ne ho una. — E che vi ha fatto?
-
-— Vi è nel suo giornale di ieri sera... Ma prendete, leggete. — Alberto
-stese a Monte-Cristo un giornale ove lesse queste parole;
-
- «_Ci scrivono da Giannina_: — Un fatto fin qui ignorato, o per
- lo meno inedito, è giunto a nostra conoscenza: le fortezze che
- difendevano la città sono state vendute ai Turchi da un uffiziale
- francese, nel quale il Visir Alì-Tebelen aveva riposta tutta la
- sua confidenza, e che si chiamava Fernando».
-
-— Ebbene! disse Monte-Cristo, e che cosa vi è che vi urti? che importa
-a voi che i forti di Giannina siano stati venduti da un uffiziale
-francese per nome Fernando?
-
-— M’importa, perchè mio padre, il conte de Morcerf, si chiama Fernando
-per nome di battesimo.
-
-— E vostro padre serviva Alì-Pascià?
-
-— Vale a dire ch’egli combatteva per l’indipendenza della Grecia; ecco
-dov’è la calunnia.
-
-— A noi, caro visconte, parliamo ragionevolmente; ditemi un po’, chi
-diavolo sa in Francia che l’uffiziale Fernando è lo stesso nome del
-conte di Morcerf, o chi si occupa a quest’ora di Giannina che è stata
-presa nel 1822 o 1823, io credo?
-
-— Ecco precisamente dov’è la perfidia: si è lasciato passarvi sopra il
-tempo, poi oggi si ritorna sur avvenimenti dimenticati per farne uscire
-uno scandalo che può ledere un’alta posizione. Ebbene! erede del nome
-di mio padre, non voglio che vi ondeggi neppure un’ombra di sospetto:
-invierò a Beauchamp, il cui giornale ha pubblicata questa nota, due
-testimoni, ed egli la ritratterà.
-
-— Beauchamp nulla ritratterà. — Allora ci batteremo.
-
-— No, non vi batterete, perchè Beauchamp vi risponderà che
-nell’esercito greco potevano esservi cinquanta uffiziali che si
-chiamavano Fernando.
-
-— Noi ci batteremo ad onta di questa risposta... oh! voglio che
-questa sparisca... Mio padre, un sì nobile soldato, una così illustre
-carriera...
-
-— Ovvero, disse il conte, egli metterà: «Noi abbiamo tutto il
-fondamento di credere che questo Fernando non abbia niente di comune
-col conte di Morcerf, il cui nome di battesimo è egualmente Fernando.»
-
-— Mi abbisogna una ritrattazione piena ed intera; io non mi contenterei
-di questa!
-
-— E volete mandargli i vostri testimoni? — Sì.
-
-— Avete torto.
-
-— Vale a dire mi negate il favore che veniva a chiedervi.
-
-— Ah! conoscete le mie teorie sul duello, vi ho fatta la mia proposta a
-Roma: ve ne ricordate?
-
-— Però, caro conte, questa mattina, anzi poco fa, vi ho trovato
-nell’esercizio di una occupazione che non sta in armonia colle vostre
-teorie.
-
-— Perchè, mio caro, non bisogna mai essere esclusivi. Quando si vive
-con pazzi, bisogna pur anche fare il noviziato da insensato; da un
-momento all’altro qualche cervello bollente, che non avrà maggior
-ragione di muovermi querela di quel che voi ne abbiate di cercar
-querela con Beauchamp, mi verrà a trovare per la prima frivolezza
-fatta, o mi manderà i suoi testimoni, o m’insulterà in un luogo
-pubblico: ebbene! questo cervello bollente bisogna bene che io lo
-uccida.
-
-— Ammettete dunque che voi stesso vi battereste? or dunque perchè non
-volete ch’io mi batta?
-
-— Non dico che non vi dobbiate battere, dico soltanto che il duello è
-una cosa grave, ed alla quale bisogna riflettere.
-
-— Vi ha egli riflettuto per insultare mio padre?
-
-— S’egli non vi ha riflettuto, e ve lo confessa, non bisogna averla con
-lui. — Ah! siete troppo indulgente.
-
-— E voi troppo rigoroso. Vediamo, suppongo... ascoltate bene questo,
-ma non andate in collera per ciò che vi dico! suppongo che il fatto
-raccontato sia vero...
-
-— Un figlio non deve ammettere una simile supposizione contro l’onore
-di suo padre.
-
-— Siamo in un’epoca in cui si ammettono tante cose!
-
-— È precisamente il vizio dell’epoca. — Avreste la pretensione di
-riformarla? — Sì, in rapporto a ciò che mi spetta.
-
-— Eh! mio Dio! che rigorista che siete.
-
-— Io sono così. — Siete inaccessibile ai buoni consigli?
-
-— No, quando mi vengono da un amico.
-
-— E mi credete vostro amico? — Sì.
-
-— Ebbene, prima d’inviare i vostri testimoni a Beauchamp, informatevi.
-— E da chi? — Per bacco! da Haydée, per esempio. — Immischiare una
-donna in questo affare! che può ella farvi?
-
-— Per esempio, dichiarare che vostro padre non è entrato per niente
-nella disfatta e nella morte del suo, ovvero chiarirvi su questo
-argomento, nel caso che vostro padre avesse avuta la disgrazia.....
-
-— Vi ho già detto, caro conte, che non posso ammettere una simile
-supposizione. — Rifiutate dunque questo mezzo?
-
-— Lo rifiuto. — Allora un ultimo consiglio.
-
-— Sia! ma l’ultimo. — Voi non lo volete?
-
-— Al contrario ve lo domando.
-
-— Non mandate i vostri testimonii a Beauchamp.
-
-— Come? — Andate voi stesso a ritrovarlo.
-
-— Ciò è contro tutti gli usi.
-
-— Il vostro affare è al di fuori degli affari ordinari.
-
-— E perchè debbo andarvi io stesso, sentiamo?
-
-— Perchè in tal modo la cosa resterà fra voi e Beauchamp: s’egli è
-disposto a ritrattarsi, bisogna lasciargli il merito della buona
-volontà, la ritrattazione non per questo sarà men fatta. S’egli
-rifiuta al contrario, vi sarà tempo di ammettere due estranei al vostro
-segreto.
-
-— Non saranno due estranei, saranno due amici.
-
-— Gli amici di oggi sono i nemici di domani.
-
-— Oh! per esempio! — Testimonio Beauchamp.
-
-— Così?...
-
-— Così, vi raccomando la prudenza.
-
-— Credete che debba andar io stesso a ritrovare Beauchamp? — Sì, e
-solo. — Solo?... credo che abbiate ragione.
-
-— Andate, ma farete anche meglio se non vi andate affatto. — È
-impossibile. — Fate dunque così; sarà sempre meglio di quel che
-volevate fare.
-
-— Ma, nel caso, che ad onta di tutte le mie cautele, di tutti i miei
-riguardi, avessi ad avere un duello, mi farete da testimonio?
-
-— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo con una gravità suprema, avete
-esperimentato che a tempo e luogo son tutto a voi dedicato; ma il
-servigio che mi chiedete esce dal cerchio di quelli che possa rendervi.
-
-— E perchè? — Forse lo saprete un giorno.
-
-— E frattanto?...
-
-— Domando la vostra indulgenza pel mio segreto.
-
-— Sta bene. Prenderò Franz e Château-Renaud.
-
-— Prendete Franz e Château-Renaud, ed a meraviglia.
-
-— Ma infine, se avrò a battermi, mi darete almeno una piccola lezione
-di spada o di pistola?
-
-— No, anche questa è una cosa impossibile.
-
-— Che uomo singolare che siete! andate! allora voi non volete
-immischiarvene per niente?
-
-— Per niente assolutamente. — Non se ne parli più. Addio conte. —
-Addio, visconte. — Morcerf prese il cappello ed uscì.
-
-Alla porta trovò il suo _cabriolet_, e, contenendo il meglio che poteva
-la sua collera, si fece condurre da Beauchamp; questi era all’ufficio
-del suo giornale. Beauchamp era in uno studio oscuro e polveroso, come
-sono dalla fondazione tutti gli uffizii dei giornali. Gli fu annunciato
-Alberto de Morcerf. Si fece ripetere due volte l’annunzio; indi, non
-convinto ancora, gridò: — Entrate!
-
-Alberto comparve. Beauchamp mandò un’esclamazione di sorpresa vedendo
-il suo amico oltrepassare i pacchi del giornale, e pestare con un piede
-male esercitato i giornali di tutte le grandezze che tappezzavano non
-già il piancito, ma le pietre rosse del suo uffizio.
-
-— Per di qui! caro Alberto! diss’egli stendendo la mano al giovine;
-qual diavolo vi conduce? siete perduto come il piccolo Poucet, o venite
-a chiedermi una colazione? Procurate di trovarvi una sedia; osservate,
-laggiù, vicino a quel girannio.
-
-— Beauchamp, è del vostro giornale che vengo a parlarvi.
-
-— Voi, Morcerf? che desiderate? — Una rettificazione.
-
-— Voi una rettificazione? A proposito di che? Ma sedete.
-
-— Grazie, rispose Alberto per la seconda volta, e con un leggero segno
-di testa. — Spiegatevi.
-
-— Una rettificazione sopra un fatto che offende l’onore di un membro
-della mia famiglia, ripigliò Morcerf.
-
-— Via! disse Beauchamp sorpreso. Che fatto? Non può essere.
-
-— Il fatto che vi fu scritto da Giannina. — Da Giannina?
-
-— Sì, da Giannina. Davvero avete l’aria d’ignorare ciò che qui mi
-conduce?
-
-— Sul mio onore!... Battista, un giornale di ieri.
-
-— È inutile, vi porto il mio. — Beauchamp lesse brontolando: «Ci
-scrivono da Giannina etc. etc.
-
-— Comprenderete che il fatto è grave, disse Morcerf, quando Beauchamp
-ebbe finito.
-
-— Quest’uffiziale è un vostro parente?
-
-— Sì, disse Alberto arrossendo.
-
-— Ebbene! che volete che io faccia per aggradirvi? disse Beauchamp con
-dolcezza.
-
-— Vorrei, caro Beauchamp, che ritrattaste questo fatto.
-
-Beauchamp guardò Alberto con una attenzione, che annunziava certo
-molta benevolenza: — Vediamo, diss’egli, ciò andrà ad impegnarci in
-una lunga diceria; perchè una ritrattazione è sempre una cosa grave.
-Sedetevi; rileggerò queste tre o quattro righe. — Alberto si assise, e
-Beauchamp rilesse le linee incriminate dal suo amico con più attenzione
-della prima volta: — Ebbene! lo vedete, disse Alberto con fermezza
-ed asprezza ancora, si è insultato nel vostro giornale uno della mia
-famiglia, ed io voglio una ritrattazione.
-
-— Voi... volete? — Sì, voglio.
-
-— Permettetemi di dirvi che non siete parlamentario.
-
-— Non voglio esserlo, replicò il giovine alzandosi: esigo la
-ritrattazione del fatto che avete annunziato ieri, e l’otterrò: siete
-abbastanza mio amico, continuò Alberto colle labbra serrate, vedendo
-che dal canto suo Beauchamp cominciava ad alzare la testa sdegnosa, e
-come tale mi conoscete, io spero, per comprendere la mia tenacità in
-simile occasione.
-
-— Se son vostro amico, Morcerf, finirete per farmelo dimenticare, con
-parole come quelle di poco fa... ma vediamo, non ci disgustiamo, o
-almeno non ancora... siete inquieto, irritato e punto... vediamo, chi è
-questo parente che si chiama Fernando?
-
-— È mio padre, disse Alberto, egli stesso, e non altri, il sig.
-Fernando Mondego, conte di Morcerf, un vecchio militare che ha veduto
-venti campi di battaglia, e del quale si vogliono coprire le nobili
-cicatrici col fango impuro raccolto nel ruscello.
-
-— Vostro padre! disse Beauchamp, allora è un altro affare; capisco la
-vostra indignazione. Rileggiamo adunque.
-
-E tornò a leggere la nota, pesando questa volta ciascuna parola. — Ma
-dove vedete, domandò Beauchamp, che il Fernando del giornale sia vostro
-padre?
-
-— In nessun luogo, lo so bene; ma altri lo vedranno. Ed è perciò che
-voglio che il fatto sia smentito.
-
-Alla parola _voglio_ Beauchamp alzò gli occhi su Morcerf, ed
-abbassandoli quasi subito, restò un momento pensieroso.
-
-— Voi smentirete questo fatto? ripetè Morcerf con una collera
-crescente, quantunque sempre concentrata.
-
-— Sì, disse Beauchamp. — Ah! alla buon’ora! disse Alberto. — Ma quando
-mi sarà assicurato che il fatto è falso.
-
-— In che modo? — Sì, la cosa vale la pena d’essere rischiarata, ed io
-la rischiarerò.
-
-— Ma che vedete dunque da rischiarare in tutto questo, signore? disse
-Alberto alterato fuori di ogni misura. Se non credete che sia mio
-padre, ditelo subito, se credete che sia lui, rendetemi ragione di
-questa opinione! — Beauchamp guardò Alberto con un sorriso che gli era
-particolare, e che sapeva prendere la gradazione di tutte le passioni.
-— Signore, ripetè egli (poichè vi è un signore) se è per domandarmi
-ragione che siete venuto qui, bisognava farlo dal bel principio, e non
-venire a parlare di amicizia, e di altre cose oziose, come quelle che
-ho la pazienza di ascoltare da più di mezz’ora. È su questo terreno che
-dobbiam d’ora in avanti camminare?
-
-— Sì, se non ritrattate l’infame calunnia!
-
-— Un momento! non fate minacce, se vi piace, sig. Alberto Mondego
-visconte de Morcerf; non ne tollero dai nemici, molto meno dai miei
-amici; dunque volete che smentisca il fatto sul generale Fernando,
-fatto al quale non ho, sul mio onore, avuta alcuna parte.
-
-— Sì, voglio! disse Alberto, la cui testa cominciava ad esaltarsi. —
-Senza di che ci batteremo? continuò Beauchamp colla medesima calma. —
-Sì, riprese Alberto alzando la voce.
-
-— Ebbene! disse Beauchamp, ecco la mia risposta, caro signore: questo
-fatto non è stato inserito da me, non lo conosceva; ma voi avete, colla
-vostra dimostrazione, attirata la mia attenzione su di esso; ella vi ci
-si attacca; sussisterà adunque fin che non sia smentito, o confermato
-da chi di diritto.
-
-— Signore! disse Alberto alzandosi, avrò dunque l’onore di mandarvi
-i miei testimoni, discuterete con loro sul luogo e sulle armi. —
-Perfettamente, caro signore.
-
-— E questa sera se vi piace, o domani mattina al più tardi,
-c’incontreremo.
-
-— No! no! sarò sul terreno quando abbisognerà, ed a mio avviso (ho il
-diritto della scelta poichè sono stato io che ho ricevuto la sfida)
-l’ora non è ancor giunta. So che tirate benissimo di spada, io la tiro
-passabilmente; so che cogliete tre colpi sopra cinque nel nero del
-bersaglio, questa forza è quasi eguale alla mia; so che un duello fra
-noi sarà un duello serio, perchè voi siete coraggioso, ed io... io lo
-sono altrettanto. Non voglio dunque espormi ad uccidervi, o ad essere
-ucciso io stesso da voi, senza una causa. Sono io, che vado, a mia
-volta a piantare la questione ca-te-go-ri-ca-men-te. Esigete voi questa
-ritrattazione al punto di uccidermi se non la faccio, quantunque vi ho
-detto, vi ho ripetuto, quantunque vi ho affermato sul mio onore che non
-conosceva il fatto, quantunque vi dichiaro finalmente che è impossibile
-a tutt’altro che a un don Japhet come voi d’indovinare il conte di
-Morcerf sotto questo nome di Fernando? — Lo esigo assolutamente.
-
-— Ebbene! caro signore, acconsento a tagliarmi la gola con voi, ma
-voglio tre settimane; fra tre settimane mi troverete per dirvi... «sì,
-il fatto è falso, lo cancello,» ovvero... «sì il fatto è vero, e cavo
-la spada dal fodero, o le pistole dall’astuccio a vostra scelta.»
-
-— Tre settimane, gridò Alberto, ma son tre secoli durante i quali son
-disonorato.
-
-— Se foste rimasto mio amico vi avrei detto: pazienza amico; voi vi
-siete fatto mio nemico, ed io vi dico: che importa a me, signore?
-
-— Ebbene! fra tre settimane, sia! disse Morcerf. Ma pensateci bene, non
-vi sarà dilazione, nè sotterfugio che possa dispensarvi...
-
-— Sig. Alberto de Morcerf, disse Beauchamp alzandosi anch’egli, non
-posso gettarvi dalla finestra, che fra tre settimane, vale a dire fra
-ventuno giorni, e voi non avete il diritto d’insultarmi che allora;
-siamo ai 29 agosto, ai 19 adunque del mese di settembre. Fin là,
-credetemi, ed è un consiglio da gentiluomo che vi do, risparmiamoci
-gli abbaiamenti di due cani mastini incatenati ad una certa distanza.
-— E Beauchamp, salutando gravemente il giovine, gli voltò le spalle ed
-entrò nella stamperia. Alberto si vendicò sopra una fila di giornali,
-che disperse frustandoli a colpi di bastone, dopo di che partì, non
-senza essersi voltato due o tre volte verso la porta della stamperia.
-Mentre che frustava il davanti del suo _cabriolet_, dopo aver frustate
-le innocenti carte, Alberto scoprì, traversando il baluardo, Morrel,
-che col naso all’aria, l’occhio svegliato, e le braccia sciolte,
-passava davanti ai bagni chinesi, venendo dalla parte di San Martino, e
-andando da quella della Maddalena. — Ah! diss’egli sospirando, ecco un
-uomo felice.
-
-Per caso Alberto non s’ingannava.
-
-
-
-
-LXXVIII. — LA LIMONATA.
-
-
-Infatto Morrel era molto felice. Il sig. Noirtier lo aveva mandato
-a cercare, ed aveva tanta fretta di sapere ciò che voleva, che non
-aveva preso il _cabriolet_, fidandosi molto più delle sue gambe, che
-di quelle di un cavallo di piazza; egli dunque era partito correndo
-dalla strada Meslay, e si portava al sobborgo Sant’Onorato. Morrel
-camminava con un passo ginnastico, ed il povero Barrois lo seguiva alla
-meglio. Morrel aveva trentun’anno, Barrois ne aveva sessanta; Morrel
-era ebbro d’amore, Barrois era alterato dallo eccessivo calore. Questi
-due uomini, così divisi d’interessi e di età, rassomigliavano alle due
-linee che formano un triangolo, allontanate alla base, e riunite alla
-sommità.
-
-La sommità era Noirtier, il quale aveva inviato a cercare Morrel,
-raccomandandogli di far presto, raccomandazione che Morrel seguiva
-alla lettera con gran disperazione di Barrois. Giungendo, Morrel non
-era neppure riscaldato; l’amore somministra le ali; ma Barrois, che
-da lungo tempo non era più innamorato, Barrois nuotava. Il vecchio
-servitore fece entrare Morrel dalla porta segreta, chiuse quella
-del gabinetto, e ben presto lo strofinare di una veste sul piancito
-annunziò la visita di Valentina, bella da incantare sotto il suo abito
-di lutto. Il sogno diveniva così dolce, che Morrel avrebbe fatto anche
-a meno di conversare col sig. Noirtier; ma la poltrona del vecchio
-rotolò ben presto sul pavimento, ed egli entrò. Noirtier accolse con
-uno sguardo benevolo, i ringraziamenti che Morrel gli prodigava per
-quella maravigliosa intervenzione che aveva salvati Valentina e lui
-dalla disperazione. Indi lo sguardo di Morrel andava a provocare,
-sul nuovo favore che gli veniva accordato, la giovinetta che, timida
-e assisa lungi da Morrel, aspettava di essere costretta a parlare.
-Noirtier la guardò anch’egli.
-
-— Bisogna dunque che io dica ciò di che mi avete incaricata? domandò
-ella.
-
-— Sì, fece Noirtier.
-
-— Sig. Morrel, il mio buon papà Noirtier aveva mille cose a dirvi,
-che da tre giorni egli ha detto a me; oggi vi manda a cercare perchè
-io ve le ripeta; ve le ripeterò adunque, poichè mi ha scelta per suo
-interprete, senza cangiare una parola alle sue intenzioni.
-
-— Oh! io ascolto con molta impazienza, rispose il giovine.
-
-Valentina abbassò gli occhi; questo fu un presagio che parve dolce a
-Morrel. Valentina non era debole che nella felicità. — Mio padre vuol
-lasciare questa casa, diss’ella; Barrois si occupa di cercargli un
-appartamento conveniente.
-
-— Ma voi, madamigella, disse Morrel, voi che siete così cara, e così
-necessaria al sig. Noirtier....?
-
-— Io, riprese la giovanetta, non lascerò punto mio nonno, è una cosa
-già convenuta fra lui e me. Il mio appartamento sarà vicino al suo; o
-avrò il consenso del sig. de Villefort per andare ad abitare col nonno,
-o me lo rifiuterà: nel primo caso parto fin da questo momento; nel
-secondo, aspetto la mia maggior età, che viene fra dieci mesi. Allora
-sarò libera, avrò una fortuna indipendente, e...
-
-— E?... domandò Morrel. — E colla autorizzazione del mio nonno,
-manterrò la promessa che vi ho fatta.
-
-Valentina pronunciò queste ultime parole con voce sì bassa, che Morrel
-non avrebbe potuto intenderle senza l’interesse che aveva a divorarle.
-— Non è questo il vostro pensiero buon papà? aggiunse Valentina
-indirizzandosi a Noirtier. — Sì, fece il vecchio.
-
-— Una volta in casa del mio nonno, il sig. Morrel potrà venire a
-vedermi in presenza di questo buono e degno protettore: se il legame
-che unisce i nostri cuori, forse ignoranti o capricciosi, che aveva
-cominciato a formare, sembra convenevole, e offre delle garenzie
-di futura felicità alla nostra esperienza (ahimè! si dice, i cuori
-infiammati dagli ostacoli si raffreddano nella sicurezza) allora il
-sig. Morrel potrà domandarmi a me stessa, io lo aspetterò.
-
-— Oh! gridò Morrel, tentato d’inginocchiarsi davanti al vecchio, oh!
-che ho mai fatto di bene nella mia vita da meritarmi tanta felicità?
-
-— Fin là, continuò la giovinetta con la sua voce pura e severa,
-rispetteremo le convenienze, la stessa volontà dei nostri parenti,
-purchè non tenda a separarci per sempre; in una parola, e io ripeto
-questa parola perchè dice tutto, noi aspetteremo.
-
-— Ed i sacrifici che questa parola impone, disse Morrel, io giuro di
-compierli, non già con rassegnazione, ma con felicità.
-
-— Così, continuò Valentina con uno sguardo dolce al cuore di
-Massimiliano, non più imprudenze, amico mio, non mettete a cimento
-quella che da questo momento si considera come destinata a portare
-onorevolmente e degnamente il vostro nome. — Morrel si appoggiò la mano
-sul cuore.
-
-Frattanto Noirtier li guardava entrambi con tenerezza. Barrois, che
-era rimasto nel fondo come un uomo a cui non si ha niente a nascondere,
-sorrideva asciugandosi le grosse gocce d’acqua che gli cadevano dalla
-calva fronte.
-
-— Oh! mio Dio, come è riscaldato questo buon Barrois, disse Valentina.
-
-— Ah! disse Barrois, è perchè ho corso bene, ma il sig. Morrel, debbo
-rendergli questa giustizia, correva ancor più di me. — Noirtier indicò
-coll’occhio una sottocoppa sulla quale era preparata una bottiglia di
-limonata, ed un bicchiere.
-
-Ciò che mancava nella bottiglia era stato bevuto mezz’ora prima dal
-sig. Noirtier.
-
-— Prendi, buon Barrois, disse la giovanetta, prendi che già vedo che tu
-covi con gli occhi questa bottiglia smezzata.
-
-— Il fatto è, disse Barrois, che muoio di sete, e che io beverò ben
-volentieri un bicchiere di limonata alla vostra salute.
-
-— Bevi dunque, disse Valentina, e ritorna subito.
-
-Barrois portò via la sottocoppa, ed appena fu nel corridore, a traverso
-alla porta che aveva dimenticato di chiudere, fu veduto rovesciare
-indietro la testa per vuotare il bicchiere che Valentina gli aveva
-empito. — Valentina e Morrel si facevano i loro addii in presenza
-di Noirtier, quando s’intese risonare il campanello della scala di
-Villefort.
-
-Questo era il segnale di una visita. Valentina guardò l’orologio a
-pendolo. — È mezzogiorno, diss’ella, e oggi è sabato buon papà, questi
-senza dubbio è il dottore.
-
-Noirtier fece segno indicante che di fatto doveva essere lui.
-
-— Egli vien qui, bisogna che il sig. Morrel se ne vada, non è vero,
-buon papà? — Sì, rispose il vecchio.
-
-— Barrois! chiamò Valentina; Barrois! venite!
-
-— Barrois vi accompagnerà fino alla porta, disse Valentina a Morrel;
-ed ora ricordatevi una cosa, sig. ufficiale, ed è che il mio buon papà
-vi raccomanda di non tentare alcuna dimostrazione capace di mettere a
-rischio la nostra felicità.
-
-— Ho promesso di aspettare, ed aspetterò.
-
-In questo momento entrò Barrois.
-
-— Chi ha suonato? domandò Valentina.
-
-— Il sig. dottore d’Avrigny, disse Barrois traballando sulle gambe.
-
-— Ebbene che avete dunque, Barrois? domandò Valentina.
-
-Il vecchio non rispose, guardava il padrone con occhi stravolti, mentre
-che con la sua mano increspata cercava un appoggio per rimanere in
-piedi.
-
-— Ma egli sta per cadere! gridò Morrel. In fatto il tremito da cui
-Barrois era preso aumentava gradatamente; i tratti del viso, alterati
-dai movimenti convulsivi dei muscoli della faccia, annunziavano un
-assalto nervoso assai intenso.
-
-Noirtier, vedendo Barrois così sconvolto, moltiplicava gli sguardi nei
-quali si dipingevano, intelligibili e palpitanti, tutte le emozioni
-che agitavano il cuore dell’uomo. Barrois fece qualche passo verso
-il padrone. — Ah! mio Dio! mio Dio! signore! diss’egli, ma che ho
-dunque?... io soffro.... non ci vedo più... mille punte di fuoco mi
-attraversano il cranio. Oh! non mi toccate, non mi toccate!
-
-Infatto gli occhi divennero sporgenti ed incerti, la testa si
-rovesciava in dietro, mentre che la parte inferiore del corpo si
-irrigidiva. Valentina spaventata mandò un grido, Morrel la prese nelle
-braccia come per difenderla da un qualche sconosciuto periglio.
-
-— Sig. d’Avrigny! sig. d’Avrigny! gridò Valentina con voce soffocata,
-a noi! al soccorso! — Barrois girò su sè stesso, fece tre passi
-in addietro, vacillò, e venne a cadere ai piedi di Noirtier, sul
-ginocchio del quale appoggiò la mano gridando: — Mio padrone! mio
-padrone! — In questo mentre il sig. de Villefort, attirato dalle
-grida, comparve sulla soglia della camera. Morrel lasciò Valentina a
-metà svenuta, e gettandosi in addietro, si nascose nell’angolo della
-camera, e disparve dietro una tenda. Pallido come se avesse veduto
-uno spettro sorgere davanti a sè, egli attaccò uno sguardo di ghiaccio
-sull’infelice moribondo. Noirtier bolliva d’impazienza e di terrore;
-la sua anima volava in soccorso al povero vecchio, suo amico piuttosto
-che domestico. Si vedeva il combattimento terribile della vita e della
-morte tradursi sopra la sua fronte dal gonfiamento delle vene e la
-contrazione di qualche muscolo rimasto vivo intorno ai suoi occhi.
-
-Barrois colla faccia agitata, gli occhi iniettati di sangue, il collo
-rovesciato in addietro, giaceva battendo il pavimento con le mani,
-mentre che al contrario le sue gambe intirizzite sembravano doversi
-rompere piuttosto che piegarsi.
-
-Una leggera schiuma gli colava dalle labbra e respirava affannosamente.
-Villefort stupefatto restò un minuto cogli occhi fissi su questo
-quadro, che attirò i suoi sguardi dal primo entrare nella camera. Egli
-non vide Morrel: — Dottore! gridò slanciandosi verso la porta, venite
-venite!
-
-— Signora! signora! gridò Valentina chiamando sua matrigna, ed urtando
-nelle pareti della scala, venite! e portate la vostra boccettina di
-sali.
-
-— Che cosa è? domandò la voce metallica e sostenuta della signora de
-Villefort. — Oh! venite! venite!
-
-— Ma dov’è dunque il dottore? gridò Villefort; dov’è?
-
-La sig.ª de Villefort discese lentamente; si sentivano scricchiolare le
-assi sotto i suoi piedi. Con una mano teneva il fazzoletto col quale si
-asciugava il viso, coll’altra la boccettina del sale inglese. Il suo
-primo sguardo giungendo alla porta fu per Noirtier, il suo sembiante,
-salva l’emozione ben naturale in una simile congiuntura annunziava
-una salute costante; il suo secondo colpo d’occhio si abbattè nel
-moribondo. — Ha mangiato da poco? domandò la sig.ª de Villefort
-eludendo la domanda.
-
-— Ma in nome del cielo, signora; dov’è andato dunque il dottore? È
-entrato da voi. Questa è una apoplessia, come vedete bene, che con una
-cavata di sangue si può salvare. — Ella impallidì, ed il suo occhio
-trabalzò, per così dire, dal servitore sul padrone. — Signora, disse
-Valentina, egli non ha fatto colazione, ma ha corso molto questa
-mattina per eseguire una commissione di cui l’avea incaricato mio
-nonno. Al ritorno soltanto ha preso una limonata.
-
-— Ah! fece la signora de Villefort, perchè non ha preso del vino? è
-molto cattiva la limonata.
-
-— La limonata era là sotto la sua mano, nella bottiglia del buon papà;
-il povero Barrois aveva sete, ha bevuto ciò che ha trovato. — La sig.ª
-de Villefort fremette, Noirtier la circondò di uno sguardo profondo.
-
-— Egli ha il collo così corto! disse ella.
-
-— Signora, disse Villefort, vi domando dov’è il sig. d’Avrigny, in nome
-del cielo, rispondete!
-
-— È nella camera di Edoardo che si trova un po’ incomodato, disse la
-sig.ª de Villefort che non poteva eludere più lungamente. — Villefort
-si slanciò per la scala per andarlo a cercare egli stesso. — Prendete,
-disse la giovane sposa dando la boccettina a Valentina, risalgo nelle
-mie stanze poichè non posso sopportare la vista del sangue.
-
-Ed ella seguì suo marito. Morrel uscì dall’angolo oscuro dove si era
-ritirato, ed ove non era stato veduto da alcuno, tanto era grande la
-preoccupazione.
-
-— Partite presto, Massimiliano! gli disse Valentina, ed aspettate che
-io vi richiami. Andate!
-
-Morrel consultò Noirtier con un gesto. Noirtier, che aveva conservato
-tutta la sua prontezza d’animo gli fece segno di sì.
-
-Egli si strinse la mano di Valentina contro il cuore, ed uscì dal
-corridore nascosto. Nello stesso tempo Villefort ed il dottore
-rientravano dalla parte opposta.
-
-Barrois cominciava a ritornare in sè: la crisi era passata, la parola
-ritornava gemente, ed egli si sollevava sur un gomito. D’Avrigny
-e Villefort portarono Barrois sopra un sofà. — Che cosa ordinate,
-dottore? domandò Villefort.
-
-— Che mi si porti dell’acqua, e dell’etere. Ne avete in casa? — Sì. —
-Che si corra a cercarmi dell’olio di trementina e dell’emetico.
-
-— Andate! disse Villefort.
-
-— E frattanto che tutti si ritirino, disse il dottore.
-
-— Io pure? domandò timidamente Valentina.
-
-— Sì, madamigella, voi sopra tutti! disse bruscamente il dottore. —
-Valentina guardò il sig. d’Avrigny con meraviglia, baciò in fronte il
-sig. Noirtier, ed uscì. Dietro a lei il dottore chiuse la porta con
-aria cupa. — Osservate! osservate dottore, eccolo che rinviene; questo
-non era che un attacco di poca importanza. — D’Avrigny, sorrise con
-aria cupa:
-
-— Come vi sentite, Barrois?
-
-— Un poco meglio, signore.
-
-— Potete bere un bicchier di etere?
-
-— Mi proverò, ma non mi toccate. — Perchè?
-
-— Perchè mi sembra che se mi toccaste, foss’anche colla sola punta di
-un dito, l’accesso mi ritornerebbe.
-
-— Bevete. — Barrois prese il bicchiere, se l’avvicinò alle labbra
-violette, e ne vuotò circa la metà.
-
-— Dove soffrite? domandò il dottore.
-
-— Da per tutto; provo spaventosissimi crampi.
-
-— Avete dei bagliori alla vista? — Sì.
-
-— Del tintinnio alle orecchie? — Spaventoso.
-
-— Quando vi è cominciato? — Momenti sono.
-
-— Rapidamente? — Come il fulmine!
-
-— Niente ieri? ieri l’altro? — Niente.
-
-— Neppure sonnolenza? peso? — No.
-
-— Che avete mangiato quest’oggi?
-
-— Non ho mangiato niente, ho bevuto soltanto un po’ di limonata
-del signore, ecco tutto. — E Barrois fece con la testa un segno per
-indicare Noirtier, che immobile, nel suo seggio, contemplava questa
-terribile scena, senza perderne un movimento, senza lasciare sfuggire
-una parola.
-
-— Dov’è la limonata? domandò vivamente il dottore.
-
-— Nella caraffa in cucina.
-
-— Volete che vada a cercarla? domandò Villefort.
-
-— No, restate qui, e procurate di far bere al malato il restante di
-questo bicchier d’acqua. — Ma questa limonata...
-
-— Vi vado io stesso. — D’Avrigny fece un salto, aprì la porta, si
-slanciò dalle scale, e poco mancò che non rovesciasse la sig.ª de
-Villefort, che pur discendeva in cucina.
-
-Ella mandò un grido. D’Avrigny non vi fece neppure attenzione,
-trasportato come era dalla possanza di una sola idea; saltò i tre o
-quattro ultimi scalini, e scoperse la bottiglia per tre quarti vuota
-sulla sua sottocoppa.
-
-Vi piombò sopra, come un’aquila sulla sua preda.
-
-Anelante, risalì al pian terreno, e rientrò nella camera.
-
-La sig.ª de Villefort risaliva lentamente la scala che conduceva da
-lei. — Era veramente questa bottiglia quella che era qui? domandò
-d’Avrigny. — Sì, signor dottore.
-
-— Questa limonata è la stessa che avete bevuta?
-
-— Lo credo.
-
-— Che gusto ci avete sentito? — Un gusto amaro.
-
-Il dottore versò qualche goccia di limonata nel concavo della mano,
-l’aspirò colle labbra, e dopo averne sciacquata le bocca come si fa
-quando si vuole gustare il vino, sputò il liquido nel caminetto.
-
-— È la stessa, diss’egli. E voi sig. Noirtier ne avete bevuto?
-
-— Sì, fece il vecchio. — Avete trovato il medesimo gusto amaro? — Sì,
-fece il vecchio.
-
-— Ah! signor dottore, gridò Barrois, ecco che mi riprende! mio Dio,
-signore, abbiate pietà di me!
-
-Il dottore corse al malato: — Questo emetico, Villefort, guardate se
-viene.
-
-Villefort si slanciò gridando: — L’emetico! l’emetico! l’hanno portato?
-— Nessuno rispose. Il terrore più profondo regnava nella casa. — Se io
-avessi un mezzo di soffiargli dell’aria nei polmoni, disse d’Avrigny,
-guardando intorno a lui, avrei il mezzo di prevenire l’asfissia. Ma no!
-niente, niente!
-
-— Ah! signore, gridava Barrois, mi lascerete morire senza soccorso, oh!
-io moro! mio Dio! io moro!
-
-— Una penna! una penna! domandò il dottore; ne vide una sulla tavola.
-Egli tentò d’introdurre la penna nella bocca del malato, che faceva in
-mezzo alle sue convulsioni, inutili sforzi per vomitare; le mascelle
-erano talmente strette che la penna non potè passarvi. Barrois era in
-preda ad un assalto nervoso anche più intenso del primo. Era scivolato
-dal sofà, e si contorceva sul pavimento.
-
-Il dottore lo lasciò in preda a questo accesso, al quale non poteva
-portare sollievo alcuno, e ritornando a Noirtier:
-
-— Come vi sentite? gli disse precipitosamente, e sotto voce; bene? — Sì.
-
-— Leggero di stomaco, o pesante? leggero? — Sì.
-
-— Come quando pigliate la pillola che vi fo dare tutte le domeniche? —
-Sì.
-
-— Barrois ha fatto la vostra limonata? — Sì.
-
-— Siete stato voi che l’avete sollecitato a beverne? — No.
-
-— È stato il sig. de Villefort? — No.
-
-— La signora? — No.
-
-— Fu dunque Valentina allora? — Sì.
-
-Un sospiro di Barrois, uno sbadiglio che gli faceva scricchiolare le
-ossa della mascella, richiamarono l’attenzione di d’Avrigny; egli
-lasciò il sig. Noirtier, e corse al malato: — Barrois, gli disse,
-potete parlare?
-
-Barrois balbettò qualche parola inintelligibile.
-
-— Fate uno sforzo, amico mio. — Barrois riaprì gli occhi sanguinolenti.
-— Chi ha fatto la limonata? — Io.
-
-— L’avete subito portata al vostro padrone dopo di averla fatta? — No.
-— L’avete lasciata in qualche luogo allora.
-
-— In credenza; fui chiamato. — Chi la portò qui?
-
-— Madamigella Valentina.
-
-D’Avrigny si battè la fronte: — Oh! mio Dio! mio Dio!
-
-— Dottore! gridò Barrois che sentiva avvicinarsi un terzo accesso.
-
-— Ma non porteran dunque l’emetico? gridò il dottore.
-
-— Eccone un bicchiere già preparato, disse Villefort rientrando. — Da
-chi? — Dal giovane della farmacia che è venuto con me. — Bevete.
-
-— Impossibile dottore, è troppo tardi; ho la gola che si restringe!
-oh! il cuore! la testa... quale inferno!... e dovrò soffrir lungamente
-così?
-
-— No, disse il dottore, ben presto non soffrirete più.
-
-— Ah! capisco! gridò il disgraziato; mio Dio! abbiate pietà di me!
-— E gettando un grido, cadde rovesciato in addietro, come colpito
-dal fulmine. D’Avrigny gli mise una mano sul cuore, gli avvicinò uno
-specchio alle labbra.
-
-— Ebbene? domandò Villefort.
-
-— Andate a dire in cucina che mi portino subito dello sciroppo di
-viole. — Villefort discese nel medesimo punto.
-
-— Non vi spaventate sig. Noirtier, disse d’Avrigny; trasporto il malato
-in un’altra camera per cavargli sangue; davvero questa sorte d’accessi
-sono un tristo spettacolo da vedersi. — E prendendo Barrois per sotto
-le braccia, lo trascinò in una camera vicina; ma subito dopo rientrò da
-Noirtier per prendere il resto della limonata.
-
-Noirtier chiuse l’occhio dritto. — Valentina, n’è vero? volete
-Valentina? dico subito, che ve la mandino.
-
-Villefort risaliva; d’Avrigny lo incontrò nel corridoio.
-
-— Ebbene? domandò egli. — Venite, disse d’Avrigny.
-
-E lo condusse nella camera.
-
-— Sempre svenuto? domandò il procuratore del Re.
-
-— Egli è morto. — Villefort dette addietro di due o tre passi,
-congiunse le mani al disopra della testa, e con una commiserazione non
-equivoca: — Morto così prontamente? diss’egli guardando il cadavere.
-
-— Sì, molto prestamente, è vero! disse d’Avrigny; ma ciò non vi
-deve maravigliare: il sig. e la sig.ª di Saint-Méran sono morti essi
-pure così prestamente. Oh! si muore presto in vostra casa, sig. de
-Villefort.
-
-— Che! gridò il magistrato con un accento d’onore e di costernazione,
-ritornate a questa terribile idea?
-
-— Sempre, disse d’Avrigny con solennità, perchè essa non mi ha
-abbandonato un momento; e perchè siate ben convinto che questa volta
-non m’inganno ascoltatemi bene.
-
-Villefort tremava convulsivamente.
-
-— Vi è un veleno che ammazza senza quasi lasciare traccia veruna.
-Questo veleno io lo conosco bene, l’ho studiato in tutti gli accidenti
-che apporta, in tutti i fenomeni che produce. Questo veleno l’ho
-riconosciuto poco fa in questo povero Barrois, come lo aveva egualmente
-riconosciuto nella sig.ª di Saint-Méran: vi è un modo di osservarne la
-presenza: egli ridona il colore blu alla carta di tornasole arrossita
-con un acido, e tinge in verde lo sciroppo di violette. Noi non abbiamo
-la carta di tornasole; ma osservate, ecco che portano lo sciroppo di
-violette che ho domandato.
-
-Infatto si sentivano dei passi nel corridoio; il dottore aprì alquanto
-la porta, prese dalle mani della cameriera un vaso nel fondo del
-quale vi erano due o tre cucchiai di sciroppo, e richiuse la porta.
-— Guardate, diss’egli al procuratore del Re, a cui il cuore batteva
-sì fortemente, che si sarebbe potuto sentire; ecco in questa tazza
-lo sciroppo di violette, ed in questa bottiglia il rimanente della
-limonata bevuta da Noirtier e Barrois. Se la limonata è pura ed
-inoffensiva, lo sciroppo conserverà il suo colore; se è avvelenata, lo
-sciroppo deve diventar verde. Osservate!
-
-Il dottore versò lentamente qualche goccia di limonata nella tazza,
-e si vide nello stesso punto formarsi nel fondo della stessa un
-cambiamento di colore che da prima prese la gradazione del blu; poi
-dal zaffiro passò all’opale, e dall’opale allo smeraldo. Giunto a
-quest’ultimo colore, per così dire, si fissò; l’esperienza non lasciava
-più alcun dubbio.
-
-— L’infelice Barrois è stato avvelenato colla falsa angustura, o con
-la noce di S. Ignazio, disse d’Avrigny; ora lo asserirei davanti agli
-uomini, e davanti a Dio.
-
-Villefort nulla disse; ma alzò le braccia al cielo, aprì gli occhi
-stravolti, e cadde annientato sopra una sedia.
-
-
-
-
-LXXIX. — L’ACCUSA.
-
-
-Il sig. d’Avrigny richiamò ben presto a sè stesso il magistrato che
-sembrava un secondo cadavere in questa funebre camera: — Oh! la morte è
-nella mia casa, gridò Villefort.
-
-— Dite pure il delitto, ripetè il dottore.
-
-— Sig. d’Avrigny, gridò Villefort, non posso esprimervi tutto ciò che
-succede in me in questo momento: è spavento, dolore, follia.
-
-— Sì, disse d’Avrigny con una calma imponente, ma credo che sia tempo
-di mettere una diga a questo torrente di mortalità. In quanto a me, non
-mi sento capace di poter sopportare più a lungo simile segreto senza la
-speranza di farne uscir ben presto la vendetta per la società e per le
-vittime.
-
-Villefort girò attorno a sè un tetro sguardo: — In casa mia!
-
-— Via, magistrato, disse d’Avrigny, siate uomo; interprete della legge,
-onoratevi con una completa immolazione.
-
-— Voi mi fate fremere, dottore! volete che io mi immoli? precisamente
-questa è la parola: sospettate dunque qualcuno?
-
-— Non sospetto alcuno; la morte batte alla vostra porta, entra, va,
-non cieca, ma intelligente com’è, di camera in camera. Ebbene io ne
-seguo la traccia, ne riconosco il passaggio; adotto la saggezza degli
-antichi, vado a tastoni, perchè la mia amicizia per la vostra famiglia,
-il mio rispetto per voi, sono come due bende che mi siano state messe
-agli occhi; ebbene...
-
-— Oh! parlate, parlate, dottore, avrò coraggio.
-
-— Ebbene! signore, voi avete in casa vostra, nel seno della vostra
-casa, forse nella vostra famiglia, uno di quegli orribili fenomeni
-come ciascun secolo ne produce qualcuno. Locusta ed Agrippina, perchè
-vivevano nel medesimo tempo erano una eccezione che provava il furore
-della provvidenza per perdere l’impero Romano lordato da tanti delitti.
-Brunehault e Fredegonda sono i resultati del lavoro penoso di una
-civilizzazione alla sua genesi, nella quale l’uomo impara ad assopire
-lo spirito, fosse ancora per inviarlo nelle tenebre. Ebbene, tutte
-queste donne erano state, o erano ancora giovani e belle. Si era veduto
-fiorire sulla lor fronte, e sulla fronte fioriva ancora questo stesso
-fiore d’innocenza che si trova parimente sulla fronte della colpevole
-che è in vostra casa.
-
-Villefort mandò un grido, congiunse le mani, e guardò il dottore con un
-gesto supplichevole. Questi però continuò senza pietà: — Guarda a chi è
-vantaggioso il delitto, dice un assioma di giurisprudenza.
-
-— Dottore; gridò Villefort, ahimè! dottore, quante volte la giustizia
-degli uomini non si è ingannata sopra queste funeste parole? io non so,
-ma mi sembra che questo delitto...
-
-— Ah! voi confessate dunque finalmente che vi è delitto?
-
-— Sì, lo riconosco. Che volete? bisogna bene; ma lasciatemi continuare.
-Mi sembra, diceva, che questo delitto cada soltanto sopra di me, e
-non sulle vittime: sospetto qualche disastro per me sotto tutti questi
-strani disastri.
-
-— Oh! uomo, mormorò d’Avrigny, che si mostra il più egoista di tutti
-gli animali, che vuol credere sempre che la terra giri, che il sole
-brilli e che la morte si affatichi tutto per lui solo; formica che
-mormora della provvidenza dall’alto di un filo d’erba! e quelli
-che hanno perduta la vita, non han perduto qualche cosa? il sig. di
-Saint-Méran, la sig.ª di Saint-Méran, il sig. Noirtier.
-
-— Come, il sig. Noirtier...
-
-— Sì, credete che si sia voluto uccidere questo disgraziato servitore?
-no, no... come il Pollonio di Shakespeare, egli è morto per un altro.
-Il sig. Noirtier doveva bere la limonata, è Noirtier che l’ha bevuta
-secondo l’ordine logico delle cose... l’altro non l’ha bevuta che per
-accidente; e quantunque sia stato Barrois quello che è morto, pure era
-Noirtier quegli che doveva morire.
-
-— Ma allora come va che mio padre non ha sofferto?
-
-— Ve l’ho già detto una sera nel giardino, dopo la morte della sig.ª
-di Saint-Méran, perchè il suo corpo è divenuto a guisa di uno stesso
-veleno; perchè la dose per lui insignificante, era mortale per un
-altro; perchè finalmente nessuno sa, e neppure l’assassino, che da un
-anno io curo con la brucnina la paralisi del sig. Noirtier, mentre che
-l’assassino non ignora, e se ne è assicurato con l’esperienza, che la
-brucnina è un veleno violento.
-
-— Mio Dio! mormorò Villefort contorcendosi le braccia.
-
-— Seguitate la traccia del delinquente; egli uccide il sig. di
-Saint-Méran... — Oh! dottore!
-
-— Lo giurerei; ciò che mi è stato detto dei sintomi si accorda troppo
-bene con ciò che ho veduto coi miei proprii occhi.
-
-Villefort cessò di combattere, e mandò un gemito.
-
-— Egli uccide il signore di Saint-Méran, ripetè il dottore, egli uccide
-la sig.ª di Saint-Méran, doppia eredità da raccogliere (Villefort
-asciugò il sudore che gli colava dalla fronte).
-
-— Il sig. Noirtier, ripetè con la sua voce implacabile d’Avrigny, il
-sig. Noirtier aveva non ha guari fatto un testamento contro la vostra
-famiglia in favore dei poveri; il sig. Noirtier viene risparmiato
-perchè non si aspetta niente da lui. Ma egli non appena ne ha fatto
-un secondo, che per timore che si penta e non ne faccia un terzo, vien
-colpito: il testamento fu fatto ier l’altro, credo; voi lo vedete, non
-si è perduto tempo.
-
-— Oh! grazia! sig. d’Avrigny.
-
-— Nessuna grazia, signore! il medico ha una missione sacra sulla terra;
-e per adempirla egli risale fino alle sorgenti della vita, e discende
-nelle misteriose tenebre della morte. Quando il delitto è stato
-commesso, sta al medico il dire: eccolo là!
-
-— Grazia per mia figlia, signore! mormorò Villefort.
-
-— Vedete bene che siete stato voi che l’avete nominata, voi, suo padre!
-
-— Grazia per Valentina! ascoltate, è impossibile! amerei meglio
-accusare me stesso! Valentina, un cuore di diamante, un giglio
-d’innocenza!
-
-— Nessuna grazia, signor procuratore del Re, il delitto è flagrante.
-Madamigella de Villefort ha impacchettati colle sue mani i medicamenti
-che furono inviati al sig. di Saint-Méran, ed il sig. di Saint-Méran
-è morto. Madamigella de Villefort ha preparato l’orzata alla sig.ª di
-Saint-Méran, ed ella è morta. Madamigella de Villefort ha preso dalle
-mani di Barrois, che si è mandato fuori, la bottiglia di limonata
-che il vecchio ordinariamente vuota nella mattinata, ed il vecchio
-non è sfuggito, che per un miracolo. Madamigella de Villefort è la
-colpevole! ella è l’avvelenatrice! sig. procuratore del Re, vi denunzio
-madamigella de Villefort; fate il vostro dovere!
-
-— Dottore, non resisto più, non mi difendo più, vi credo; ma
-risparmiate la mia vita, il mio onore!
-
-— Sig. de Villefort, riprese il dottore con una forza crescente, vi
-sono delle congiunture in cui sorpasso tutti i limiti della sciocca
-circospezione umana. Se vostra figlia avesse commesso soltanto un primo
-delitto, e la vedessi meditarne un secondo, vi direi: «avvertitela,
-punitela, che ella passi il resto della sua vita in un qualche ritiro,
-in un qualche convento a piangere e pregare.» Se avesse commesso
-un secondo delitto, vi direi: «prendete, sig. de Villefort, ecco un
-veleno che non conosce l’avvelenatrice, un veleno che non ha conosciuto
-antidoto, pronto come il pensiero, rapido come il lampo, mortale come
-il fulmine; datele questo veleno, raccomandate la sua anima a Dio, e
-salvate così il vostro onore e i vostri giorni, perchè ora sta a voi
-il divenire la vittima, ed io la vedo avvicinarsi al capezzale coi
-suoi sorrisi ipocriti, e le sue dolci esortazioni. Infelice voi, se non
-siete il primo a percuotere!» ecco ciò che vi direi se ella non avesse
-ucciso che due persone, ma, ella ha veduto l’agonia di tre, ella ha
-contemplato tre moribondi, si è inginocchiata vicino a tre cadaveri;
-al patibolo l’avvelenatrice! al patibolo! Voi parlate del vostro onore?
-fate ciò che vi dico, e l’immortalità vi aspetta.
-
-Villefort cadde in ginocchio: — Aspettate, diss’egli, io non ho la
-forza che voi avete, o piuttosto che voi stesso non avreste se, invece
-di mia figlia Valentina, si trattasse di vostra figlia Maddalena. (Il
-dottore impallidì.) Dottore, ogni uomo è figlio di donna, è nato per
-soffrire e morire; dottore, soffrirò, ed aspetterò la morte.
-
-— Ma, disse d’Avrigny, essa sarà lenta... la vedrete avvicinarsi dopo
-che avrà colpito vostro padre, vostra moglie, e forse vostro figlio
-ancora.
-
-Villefort, soffocando, strinse il braccio del dottore.
-
-— Ascoltatemi! gridò egli, compiangetemi, soccorretemi.... No, mia
-figlia.... non è colpevole... Trascinatela davanti ad un tribunale;
-dirò sempre: no mia figlia non è colpevole... Non vi è delitto in casa
-mia; perchè allorquando il delitto entra da qualche parte è come la
-morte: non entra mai solo. Ascoltate, che importa a voi che io muoia
-assassinato?... Siete mio amico, siete un uomo, avete un cuore?..
-No, siete un medico!... Ebbene! ve lo dico, no, mia figlia non sarà
-trascinata da me nelle mani del carnefice!... Ah! ecco un’idea che
-mi divora, che mi spinge come un insensato a lacerarmi il petto con
-le unghie!... E se voi v’ingannaste! se fosse un altro invece di mia
-figlia!.... Se un giorno venissi pallido come uno spettro a dirvi:
-Assassino! tu hai uccisa mia figlia! Vedete, se ciò accadesse, son
-cristiano, sig. d’Avrigny, e ciò nonostante forse mi ucciderei!
-
-— Sta bene, disse il dottore dopo un momento di silenzio, aspetterò.
-— Villefort lo guardò come se dubitasse ancora delle sue parole. —
-Soltanto, continuò d’Avrigny con voce lenta e solenne, se qualcuno
-della vostra casa cade malato, se voi stesso vi sentiste male, non
-mi chiamate, perchè non verrò più. Io voglio divider con voi questo
-segreto terribile, ma non voglio che la vergogna ed i rimorsi vadano
-in me fruttificandosi ed ingrandendosi nella mia coscienza, come il
-delitto e l’infelicità s’ingrandiranno, e fruttificheranno nella vostra
-casa.
-
-— Per tal modo dottore, mi abbandonate?
-
-— Sì, perchè non posso più seguirvi, e non mi fermo che ai piedi del
-patibolo. Verrà qualche altra rivelazione che porterà la fine di questa
-terribile tragedia. Addio.
-
-— Dottore, ve ne supplico!
-
-— Tutti gli orrori che lordano il mio pensiero mi fanno la vostra casa
-odiosa e fatale. Addio, signore.
-
-— Una parola, una parola sola ancora dottore! vi ritirate, mi lasciate
-in tutto l’orrore della situazione, orrore che voi avete aumentato
-con ciò che mi avete rivelato. Ma che si dirà della morte subitanea di
-questo vecchio servitore?
-
-— È giusto, accompagnatemi. — Il dottore uscì pel primo, de Villefort
-lo seguì, i domestici inquieti erano nel corridoio, e sulle scale da
-dove doveva passare il medico.
-
-— Signore, disse d’Avrigny a Villefort parlando ad alta voce ed in
-modo che tutti lo sentissero, il povero Barrois era da qualche anno
-troppo sedentario; abituato in altri tempi a correre col padrone, a
-cavallo o in carrozza, le quattro parti d’Europa, egli si è ucciso
-con questo servizio monotono intorno ad una poltrona. Il sangue è
-divenuto pesante. Egli era grasso, aveva il collo grosso e corto, è
-stato colpito da una apoplessia fulminante, ed io sono stato avvertito
-troppo tardi. A proposito, aggiunse egli a bassa voce, abbiate cura
-di gettare nelle ceneri quella tazza collo sciroppo di violette. — Il
-dottore, senza toccar la mano di Villefort, senza ritornare su ciò che
-aveva detto, uscì accompagnato dalle lagrime e dai lamenti di tutte le
-persone di casa. La sera stessa, tutti i domestici di Villefort che si
-erano radunati in cucina, e che avevano lungamente parlato fra loro,
-vennero a domandare alla sig.ª de Villefort il permesso di ritirarsi
-dal servizio. Nessuna istanza, nessuna proposizione di aumento di paga
-potè trattenerli; a tutte le parole, essi rispondevano: — Vogliamo
-andarcene perchè la morte è entrata nella casa. — Essi partiron dunque
-ad onta delle preghiere che loro furono fatte, testimoniando i loro
-vivissimi dispiaceri, per dovere abbandonare così buoni padroni, e
-particolarmente madamigella Valentina tanto buona, tanto benefattrice,
-tanto affabile; Villefort a queste parole guardò Valentina. Ella
-piangeva.
-
-Cosa strana! in mezzo all’emozione che gli fecero provare queste
-lagrime, guardò ancora la sig.ª de Villefort, e gli sembrò che un
-sorriso fuggitivo e sinistro fosse passato sulle sue labbra sottili,
-come quelle meteore che si vedono strisciare, funeste fra due nubi nel
-fondo di un cielo tempestoso.
-
-
-
-
-LXXX. — LA CAMERA DEL FORNAIO IN RITIRO.
-
-
-La sera stessa del giorno in cui il conte de Morcerf era uscito da
-Danglars con una vergogna ed un furore, che il rifiuto del banchiere
-rendè concepibile, il signor Cavalcanti, coi capelli arricciati e
-lucenti, i baffi appuntati, i guanti bianchi che si modellavano sulle
-unghie, era entrato, quasi in piedi sul suo _phaéton_, nel cortile del
-banchiere della Chaussée-d’Antin.
-
-In capo a dieci minuti di presentazione nel salone, aveva ritrovato
-il mezzo di confinare Danglars nel vano di una finestra, e là dopo
-un destro preambolo, aveva esposto i tormenti della sua vita dopo
-la partenza del nobile suo padre. Dopo questa partenza egli aveva,
-nella famiglia del banchiere, ove era stato ricevuto come un figlio,
-trovato tutte le garenzie di felicità, che un uomo deve sempre cercare
-prima dei capricci della passione; ed in quanto alla passione stessa,
-aveva avuto la felicità di ritrovarla nei begli occhi di madamigella
-Danglars. Danglars ascoltava coll’attenzione più profonda; erano
-già due o tre giorni che aspettava questa dichiarazione, e quando
-finalmente giunse, il suo occhio si dilatò di tanto, quanto si era
-corrugato ascoltando Morcerf. Ciò non per tanto non volle accogliere la
-proposizione del giovine, senza fare qualche osservazione di coscienza:
-— Sig. Andrea, gli disse, non siete ancora un po’ troppo giovine per
-pensare ad ammogliarvi?
-
-— Ma no, sig., riprese Cavalcanti; almeno non lo trovo; in Italia i
-gran signori in generale, si maritano giovini; questo è un costume
-logico: la vita è così piena di casi, che si deve afferrare la fortuna
-tosto che passa alla nostra portata.
-
-— Però, signore, disse Danglars, ammettendo che le vostre proposizioni,
-che mi onorano, siano aggradite da mia moglie e da mia figlia, con
-chi tratteremo gl’interessi? questo mi sembra un affare importante che
-i soli padri sanno convenevolmente trattare per la felicità dei loro
-figli.
-
-— Signore, mio padre è un uomo saggio, pieno di convenienza e di
-ragione. Egli ha preveduto il caso probabile che io potessi provare
-il desiderio di stabilirmi in Francia: egli dunque partendo, mi ha
-lasciato con tutte le carte che contestano la mia identità, ed una
-lettera, colla quale mi assicura, nel caso che io faccia una scelta
-che gli sia aggradita, 150 mila lire di rendita dal giorno del mio
-matrimonio. Da quanto posso giudicare, questo è il quarto delle rendite
-di mio padre.
-
-— Ma, disse Danglars, ho sempre avuto intenzione di dare a mia figlia
-500 mila franchi maritandola; ella inoltre è la mia sola erede.
-
-— Ebbene! disse Andrea, vedete, la cosa sarà per il meglio, supponendo
-che la mia domanda non sia respinta dalla baronessa Danglars, e da
-madamigella Eugenia, eccoci alla testa di 165 mila lire di rendita.
-Supponiamo che io ottenga dal marchese che invece di pagarmi la
-rendita, mi ceda il capitale (cosa che non sarà facile, lo so bene, ma
-neppure impossibile), voi farete fruttare questi due o tre milioni, e
-due o tre milioni fra le vostre abili mani, possono sempre riportare il
-dieci per cento.
-
-— Io non prendo mai che al quattro, disse il banchiere, ed anche al
-tre e mezzo. Ma a mio genero prenderò al cinque, e poi divideremo i
-benefizi.
-
-— Ebbene! a meraviglia, suocero, — disse Cavalcanti lasciandosi
-trasportare qualche poco da quella volgare natura che ad onta dei suoi
-sforzi, faceva a quando a quando oscurare la vernice aristocratica
-con cui cercava di coprirla. Ma ricomponendosi riprese: — Oh! perdono,
-signore, diss’egli, vedete, la sola speranza mi rende quasi pazzo, che
-sarebbe dunque la realtà?
-
-— Ma, disse Danglars, che, dal suo canto, non s’accorgeva quanto
-questa conversazione, disinteressata sulle prime, piegava prontamente
-all’agenzia d’affari, vi è senza dubbio una porzione della vostra
-fortuna che vostro padre non può rifiutarvi?
-
-— E quale? domandò il giovine.
-
-— Quella che vi proviene da vostra madre.
-
-— Certamente quella che viene da mia madre Oliva Corsinari.
-
-— E a quanto può ammontare questa fortuna?
-
-— In fede mia, disse Andrea, vi assicuro, che non ho mai fermato il mio
-pensiero su questo argomento; ma stimo che possa essere per lo meno di
-due milioni.
-
-Danglars risentì quella specie di soffocamento inebriante che sente
-o l’avaro che ritrova un tesoro perduto, o l’uomo vicino ad annegarsi
-che sente sotto i suoi piedi la terra solida invece del vuoto nel quale
-stava per ingoiarsi.
-
-— Ebbene, signore, disse Andrea salutando il banchiere con un tenero
-rispetto, posso sperare?...
-
-— Sig. Andrea, disse Danglars, sperate, e credete bene che se nessun
-ostacolo per parte vostra non arresta l’andamento di questo affare, si
-può ritenere concluso.
-
-— Ah! mi penetrate di gioia, signore! disse Andrea.
-
-— Ma, riprese Danglars riflettendo, come accade che il sig. conte
-di Monte-Cristo, vostro protettore in questo mondo parigino, non sia
-venuto con voi a farmi questa domanda?
-
-Andrea arrossì impercettibilmente: — Io vengo dalla casa del conte,
-diss’egli: è incontrastabile che egli sia un uomo grazioso, ma è di
-una originalità inconcepibile; mi ha grandemente approvato, anzi mi ha
-detto che non credeva che mio padre esitasse a darmi il capitale invece
-della rendita; mi ha promesso la sua influenza per ottenere questo
-da lui; ma mi ha dichiarato che personalmente non aveva mai preso, e
-non prenderebbe mai sopra di sè la garenzia di fare una domanda di
-matrimonio: debbo rendergli però questa giustizia, si è degnato di
-aggiungere che, se egli aveva mai deplorata questa repugnanza, era in
-mio riguardo, poichè pensava che la ideata unione sarebbe felice e bene
-assortita. Del rimanente, se non vuol fare cosa alcuna officialmente,
-si riserva a rispondervi, mi ha detto, quando voi gli parlerete...
-
-— Benissimo. — Ora, disse Andrea col suo grazioso sorriso, ho finito di
-parlare al suocero, e m’indirizzo al banchiere.
-
-— Che volete da lui, vediamo? disse ridendo Danglars.
-
-— Dopo domani devo riscuotere qualche cosa, come quattro mila fr. da
-voi, ma il conte ha capito che il mese nel quale siamo per entrare
-mi condurrebbe forse a fare un di più di spese, per le quali la mia
-piccola rendita da celibe non mi sarebbe sufficiente, ed ecco un bono
-di ventimila fr. che egli mi ha, non dirò regalato, ma offerto. È
-firmato dalla sua mano come vedete; vi conviene?
-
-— Portatemene come questo per un milione, ed io ve lo prendo, disse
-Danglars mettendolo nella saccoccia; ditemi a che ora domani vi fa
-comodo, ed il mio giovine di cassa passerà da voi coll’ammontare di
-venti mila franchi.
-
-— Alle dieci del mattino, se volete; più presto sarà meglio; vorrei
-domani andare in campagna.
-
-— Sia; alle dieci; siete sempre all’albergo dei Principi?
-
-— Sì. — La dimane, con una esattezza che faceva onore alla
-puntualità del banchiere, i 24 mila fr. erano dal giovine, che uscì
-effettivamente, lasciando al portiere duecento fr. per Caderousse.
-Questa uscita, per parte di Andrea, aveva per scopo principale quello
-di evitare il pericoloso amico: per cui rientrò la sera il più tardi
-possibile.
-
-Ma appena ebbe messo piede sul lastricato del cortile, che ritrovò
-davanti a sè il portinaro dell’Albergo, che lo aspettava col berretto
-in mano.
-
-— Signore, diss’egli, quell’uomo è venuto.
-
-— Qual uomo? domandò negligentemente Andrea, come se avesse dimenticato
-colui, del quale al contrario si ricordava troppo bene.
-
-— Quello a cui V. E. ha fatto quel piccolo assegno.
-
-— Ah! sì, disse Andrea, quell’antico servitore di mio padre. Ebbene,
-gli avete dati i 200 fr. che vi ho lasciati?
-
-— Sì, eccellenza, precisamente. (Andrea si faceva chiamare eccellenza)
-Ma, continuò il portinaro, non ha voluto prenderli. — Andrea impallidì;
-ma essendo notte, nessuno lo vide impallidire: — Come! non ha voluto
-prenderli? diss’egli con voce maggiormente commossa.
-
-— No, voleva parlare a V. E. Ho risposto che eravate uscito, egli
-insistè, ma finalmente è sembrato convincersi, e mi ha data questa
-lettera che portava seco già sigillata.
-
-— Vediamo, disse Andrea. — Egli lesse al chiarore del fanale del
-_phaéton_: «Tu sai dove abito; domani ti aspetto alle nove del
-mattino.» Andrea guardò il sigillo per vedere se era stato forzato,
-e se sguardi indiscreti avevano potuto penetrare nell’interno della
-lettera; ma ella era piegata in tale modo, con un tal lusso di pieghe e
-di angoli, che per leggerla avrebbe abbisognato rompere il sigillo, il
-quale era perfettamente intatto. — Benissimo, diss’egli. Povero uomo!
-è un eccellente creatura. — E lasciò il portinaro edificato da queste
-parole non sapendo chi dovesse ammirare di più, se il giovine padrone,
-o il vecchio servitore.
-
-— Staccate presto, e salite da me, disse Andrea al _groom_.
-
-Ed in due salti il giovine fu nella sua camera, e bruciò la lettera di
-Caderousse, di cui fece sparire per fino le ceneri.
-
-Egli terminava quest’operazione quando entrava il domestico. — Tu sei
-della mia stessa corporatura, Pietro.
-
-— Ho questo onore, eccellenza, rispose il servitore.
-
-— Tu devi avere un’altra livrea nuova che ti fu portata ieri; siccome
-ho alcune cosucce da intendermi con una crestaia alla quale non posso
-dire nè il mio nome, nè la mia condizione; prestami la tua livrea, e
-dammi pure le tue carte affinchè io possa, se fa bisogno, dormire in un
-albergo.
-
-Pietro obbedì. Cinque minuti dopo, Andrea compiutamente travestito
-prendeva un _cabriolet_, e si faceva condurre all’albergo del Caval
-Rosso, a Picpus. Il giorno dopo uscì da quest’albergo senza essere
-osservato; discese il sobborgo Sant’Antonio, seguì il baluardo
-fino alla strada Ménilmontant, e fermandosi alla porta della terza
-casa a sinistra, cercava in mancanza di portinaro, da chi prendere
-informazioni. — Che cercate, mio bel giovinotto? domandò la fruttaiola
-di faccia.
-
-— Il sig. Pailletin, mia cara, rispose Andrea.
-
-— Un fornaio ritirato? domandò la fruttaiola.
-
-— Precisamente.
-
-— Nel fondo del cortile a sinistra al terzo piano.
-
-Andrea prese la strada indicata, ed al terzo piano ritrovò una zampa
-di lepre, che tirò a sè con un sentimento di cattivo umore, di cui
-si risentì lo stesso movimento precipitato del campanello. Un momento
-dopo la figura di Caderousse comparve sotto la gelosia praticata nella
-porta.
-
-— Ah! tu sei esatto. E nel dir così tolse i catenacci.
-
-— Per bacco! disse Andrea entrando. — E gittò avanti a sè il berretto
-di livrea, il quale, non essendovi sedia, cadde a terra, e fece
-rotolando il giro della camera.
-
-— Andiamo, andiamo, disse Caderousse, non t’inquietare, mio piccolo,
-guarda un poco la colazione che avremo: niente di meno che tutte cose
-che ti piacciono, tuono dell’aria!
-
-Andrea sentì infatto un odore di cucina, i cui grossolani aromi non
-mancavano di una certa attrattiva per uno stomaco affamato: era la
-mescolanza dello strutto e dell’aglio che distinguevano la cucina
-provenzale di una classe inferiore: e soprattutto l’aspro profumo della
-noce moscata e del garofano. Tutto ciò esalava da due piatti pieni e
-coperti, posti sopra due fornelli, e da una casseruola che arrostiva
-nel forno da campagna. Nella stanza vicina Andrea vide inoltre una
-tavola molto pulita, preparata con due piatti, due bottiglie di vino
-sigillate, l’una di verde, e l’altra di rosso, di una buona misura
-di acquavite in una bottiglia, ed una fruttiera in forma di una gran
-foglia di cavolo, posta con arte sopra una salvietta pulita. — Che
-te ne sembra, mio piccolo? disse Caderousse; hein! come tutto ciò
-imbalsama! ah diavolo! lo so bene, laggiù io era cuoco: ti ricordi come
-si leccavano le dita alla mia cucina? e tu pel primo ne hai gustato dei
-miei intingoli, e non li disprezzavi, credo? — E Caderousse si mise a
-preparare un supplemento di cipolle.
-
-— Sta bene, sta bene, disse Andrea col male umore; per bacco! se mi
-hai incomodato solo per venire a fare colazione con te, il diavolo ti
-porti!
-
-— Figlio mio, disse sentenziosamente Caderousse, mangiando si parla; e
-poi, ingrato che sei! non hai dunque piacere a vedere un poco il tuo
-amico? io ne piango dalla contentezza. — Caderousse infatto piangeva
-realmente; solo sarebbe stato difficile dire, se era la gioia o le
-cipolle che portavano una leggera irritazione sulla glandula lagrimale
-dell’antico albergatore del Ponte di Gard.
-
-— Taci dunque ipocrita! disse Andrea, mi ami tu?
-
-— Sì, io t’amo, o il diavolo mi porti: è una debolezza, disse
-Caderousse, lo so bene, ma essa è più forte di me.
-
-— Ciò non ti ha impedito di avermi fatto venir qui con qualche perfidia.
-
-— Via dunque! disse Caderousse asciugando al suo grembiale il largo
-coltello; se non ti amassi, sopporterei forse la vita miserabile
-che mi fai fare? guarda un poco, tu hai sulle spalle l’abito del tuo
-domestico, dunque, hai un domestico, io non ne ho, e sono costretto di
-pulire i miei legumi da me stesso: tu disprezzi la mia cucina, perchè
-pranzi, o alla tavola rotonda, o all’albergo dei Principi, o al caffè
-di Parigi. Ebbene! io pure potrei avere un domestico, potrei avere un
-_tilbury_; potrei pranzare ove volessi; ebbene! perchè dunque me ne
-privo? per non darti della pena, mio piccolo Benedetto. Parla, confessa
-soltanto che lo potrei, hein! — Ed uno sguardo perfettamente chiaro di
-Caderousse terminò il senso della frase.
-
-— Allora, disse Andrea, ammettiamo che mi ami: allora perchè esigi che
-io venga a far colazione teco?
-
-— Ma per vederti, mio piccolo. — Per vedermi, e a che serve? dappoichè
-abbiamo già fatto le nostre condizioni...
-
-— Eh! caro amico, disse Caderousse, vi sono forse testamenti senza
-codicilli? Ma tu sei venuto primieramente per far colazione, non
-è vero? ebbene! andiamo, sediamoci, e cominciamo con queste alici
-e questo butirro fresco che ho messo sopra delle foglie di vite
-espressamente per te, cattivo... Ah! sì, tu guardi la mia camera,
-le mie quattro sedie di paglia, le mie stampe a tre fr. il quadro.
-Diavolo! questo non è l’albergo dei Principi.
-
-— Andiamo, sei già disgustato del presente; non sei più felice, tu
-che non domandavi che di avere l’aspetto di un fornaro in ritiro? —
-Caderousse mandò un sospiro. — Ebbene, che hai a dirmi? hai veduto il
-tuo sogno effettuato.
-
-— Ho a dirti che fu un sogno; un fornaio in ritiro, mio povero
-Benedetto, è ricco, cioè ha rendite.
-
-— Per bacco, tu ne hai delle rendite! — Io?
-
-— Sì tu, poichè ti ho assegnato duecento fr.
-
-Caderousse si strinse nelle spalle: — È una cosa umiliante, diss’egli,
-di ricevere in tal modo del danaro dato di mala voglia, che può mancare
-da un giorno all’altro: vedi bene che sono obbligato di fare delle
-economie pel caso in cui la tua prosperità non durasse. Eh! amico mio,
-la fortuna è incostante, come diceva l’elemosiniere del... reggimento:
-io so bene, scellerato, che la tua prosperità è immensa; tu stai per
-isposare la figlia di Danglars.
-
-— Come! di Danglars?
-
-— Eh, certamente, di Danglars! vi è forse bisogno che dica del barone
-Danglars? sarebbe lo stesso che dicessi del conte Benedetto... Era
-un mio amico Danglars, e se non aveva la memoria così debole, doveva
-invitarmi alle tue nozze, attesochè egli è venuto alle mie... Sì,
-sì, sì, alle mie! diavolo! egli non era così superbo in quei tempi,
-era piccolo commesso presso l’ottimo sig. Morrel. Ho pranzato più di
-una volta con lui ed il conte di Morcerf... vedi che ho delle belle
-conoscenze, e che se volessi coltivarle un poco, ci potremmo incontrare
-nelle stesse conversazioni.
-
-— Su via! la tua gelosia ti fa vedere l’arcobaleno.
-
-— Sta bene, Benedetto mio, si sa ciò che si dice. Forse un giorno si
-potrà mettere il proprio abito da festa, e si andrà a dire ad un gran
-portone: «una decorazione, se vi piace!» Mentre aspettiamo, siedi, e
-mangiamo.
-
-Caderousse dette l’esempio, e si mise a far colazione con buon
-appetito, mentre faceva l’elogio di tutte le vivande che metteva
-in tavola davanti al suo ospite. Questi sembrava aver preso la sua
-risoluzione, stappò bravamente le bottiglie, ed attaccò un arrostito
-merluzzo condito coll’aglio ed olio.
-
-— Ah! compare, disse Caderousse, sembra che tu ti raccomodi col tuo
-antico padrone di locanda?
-
-— In fede mia, sì, rispose Andrea, presso il quale, giovine e vigoroso
-come era, sul momento l’appetito la vinceva sopra ogni altra cosa.
-
-— E trovi che questo è buono, birbo?
-
-— Tanto buono che non capisco, come un uomo che cucina e che mangia
-così buoni bocconi, possa trovare che la vita è cattiva.
-
-— Vedi tu, disse Caderousse, egli è perchè tutta la mia felicità è
-guastata da un sol pensiero. — E quale?
-
-— Quello di vivere alle spese di un amico, io che ho sempre guadagnata
-la mia esistenza da me solo.
-
-— Oh! oh! che ciò non ti dia pensiero, disse Andrea, ne ho abbastanza
-per due, non t’incomodare.
-
-— No, davvero: tu mi crederai se vuoi, ma alla fine di ogni mese, provo
-dei rimorsi. — Buon Caderousse!
-
-— Al punto che ieri non ho voluto prendere i 200 fr.
-
-— Sì, perchè volevi parlar meco; ma fu veramente per rimorsi, vediamo?
-
-— Il vero rimorso; e poi mi era venuta un’idea.
-
-Andrea fremette; egli fremeva sempre quando venivano delle idee a
-Caderousse. — È una cosa trista, vedi tu, continuò, quella di essere
-sempre nell’aspettativa della fine del mese.
-
-— Eh! disse filosoficamente Andrea, risoluto di far parlare il suo
-amico, la vita non viene da noi passata in una continua aspettativa? io
-per esempio, faccio altra cosa? ebbene, ho pazienza, non è vero?
-
-— Sì, perchè invece di aspettare duecento miserabili fr. ne aspetti
-cinque o sei mila, forse dieci mila, fors’anche dodici, mila; poichè
-sei un misterioso; laggiù avevi sempre qualche cosarella che cercavi di
-nascondere a questo povero amico Caderousse. Fortunatamente che l’amico
-Caderousse di cui si parla aveva il naso fino.
-
-— Andiamo, ecco che ti metti di nuovo a divergere il discorso, disse
-Andrea, a parlare, e riparlare sempre del passato! ma a che pro
-rivangare certe cose, te lo domando?
-
-— Ah! è perchè tu hai ventun’anno, e puoi dimenticare il passato;
-io ne ho cinquanta e son costretto di ricordarmene. Ma non importa,
-ritorniamo agli affari. — Sì.
-
-— Io voleva dire, che se fossi al tuo posto... — Ebbene?
-
-— Io realizzerei... — Come tu realizzeresti...
-
-— Sì, domanderei un semestre anticipato, sia sotto il pretesto di
-diventare elettore, e di voler comprare una fattoria, poi col mio
-semestre me ne scapperei.
-
-— Io? to, to, fece Andrea, questo forse non è mal pensato!
-
-— Mio caro amico disse Caderousse, mangia alla mia cucina, e segui i
-miei consigli; non te ne troverai male, nè moralmente, nè fisicamente.
-
-— Ebbene! ma, disse Andrea, perchè non segui tu stesso il consiglio che
-mi dai? perchè non realizzi tu un semestre, od anche un anno, e non
-ti ritiri a Bruxelles? invece di avere le sembianze di un fornaro in
-ritiro, avrai quelle di un fallito in esercizio delle sue funzioni: ciò
-è pensato bene.
-
-— Ma come diavolo vuoi tu che mi ritiri con 1200 fr.?
-
-— Ah! Caderousse, disse Andrea, come diventi esigente, son due mesi che
-morivi dalla fame.
-
-— L’appetito viene mangiando, disse Caderousse mostrando i denti
-come una scimia quando ride, e come una tigre quando ruggisce. Così,
-aggiunse egli troncando con questi medesimi denti, bianchi ed acuti ad
-onta dell’età, un’enorme boccata di pane, ho stabilito il mio disegno.
-
-I disegni di Caderousse spaventavano Andrea ancora più delle sue idee;
-le idee non erano che il germe, il disegno era la realizzazione.
-
-— Vediamo questo disegno, diss’egli, dev’esser bello!
-
-— E perchè no? il disegno mercè il quale abbiam lasciato lo
-stabilimento del sig. Chose, da chi veniva, hein? da me, suppongo: non
-era cattivo, mi sembra, perchè eccoci qua.
-
-— Io non dico, riprese Andrea, che qualche volta non ne abbia dei
-buoni; ma in fine vediamo la tua idea.
-
-— Vediamo, proseguì Caderousse, puoi tu, tu, senza sborsare un soldo,
-farmi avere un 15 mila fr.?... No, non è abbastanza 15 mila fr. non
-posso ritornare un uomo onesto per meno di trenta mila fr.
-
-— No, rispose seccamente Andrea, no, non lo posso.
-
-— Tu non mi hai capito, a quanto sembra, rispose freddamente Caderousse
-con aspetto tranquillo: ti ho detto, senza sborsare un soldo.
-
-— Tu certamente non vorrai che io rubi, per guastare tutto il mio
-affare, e col mio anche il tuo, e perchè abbiano poi a ricondurci
-laggiù?
-
-— Oh! io, disse Caderousse, per me, è lo stesso che mi riprendano, o
-no; ho un corpo furbo, un corpo particolare, mi annoio qualche volta
-perfino dei miei camerati; non sono come te, uomo senza cuore, che non
-vorresti rivederli più!
-
-Andrea fece più che fremere, questa volta impallidì, e disse:
-
-— Vediamo, Caderousse, non facciamo bestialità.
-
-— Eh! no, sta tranquillo, mio caro Benedetto; indicami piuttosto un
-piccolo mezzo di guadagnare questi trenta mila fr. senza mischiarti di
-niente; tu mi lascerai fare, ecco tutto!
-
-— Ebbene! vedrò, cercherò! disse Andrea.
-
-— Ma mentre si aspetta porterai la mia mesata almeno a 500 fr. non è
-vero? io ho una manìa, vorrei prendermi una governante.
-
-— Ebbene, avrai i tuoi 500 fr., disse Andrea; ma questo sarà troppo
-pesante per me, povero Caderousse... Tu abusi....
-
-— Bah! giacchè tu attingi in casse che non hanno fondo.
-
-— Questa è la verità, ed il mio protettore è eccellente per me.
-
-— Questo caro protettore, disse Caderousse, non ti fa dunque un assegno
-mensile di...?
-
-— Cinque mila franchi, disse Andrea.
-
-— Tante migliaia, quante centinaia vuoi darmi, riprese Caderousse;
-in verità non vi sono che i bastardi che abbiano fortuna. Cinque mila
-franchi il mese... Che diavolo puoi farti di tutta questa somma?
-
-— Eh! mio Dio! è ben presto spesa; così io pure sono come te, amerei
-meglio avere il mio capitale.
-
-— Un capitale!... sì... capisco, tutti desidererebbero avere un
-capitale. — Ebbene! me ne verrà fatto uno.
-
-— E chi è che te lo farà? il tuo principe?
-
-— Sì, il mio principe; disgraziatamente bisogna che io aspetti. — Che
-aspetti che cosa? domandò Caderousse.
-
-— La sua morte. — La morte del tuo Principe? — Sì.
-
-— Ed in che modo? — Perchè sono stato notato nel suo testamento. —
-Davvero? — Parola d’onore! — Per quanto? — Per 500 mila fr. — Niente
-altro che questo? grazia del poco! — La cosa sta, come te la dico.
-
-— Su, via, non è possibile.
-
-— Caderousse; tu sei mio amico? — Ed in che modo! per la vita, e per la
-morte. — Ebbene ti dirò un segreto. — Di’.
-
-— Io credo... Andrea si fermò guardando intorno intorno. — Che
-credi...? non aver paura, per bacco! siam soli.
-
-— Credo di aver ritrovato mio padre. — Il tuo vero padre? — Sì. — Non
-il padre Cavalcanti?
-
-— No, poichè quello è partito; il vero, come tu dici.
-
-— E questo padre è... — Ebbene! Caderousse, questi è il conte di
-Monte-Cristo. — Bah!
-
-— Sì; tu capisci; allora tutto si spiega. Egli non può confessarmi
-ciò ad alta voce, per quanto sembra, ma mi fa riconoscere dal sig.
-Cavalcanti al quale regala 50 mila fr. per questo.
-
-— Cinquanta mila fr. per esser tuo padre! ma avrei accettato per la
-metà del prezzo, forse per ventimila, per quindicimila; come non hai
-pensato a me?
-
-— E che sapeva tutto questo, io? tutto ciò che si è combinato fu
-combinato nella mia assenza, mentre che eravam laggiù.
-
-— Ah! è vero, e tu dici che nel suo testamento?...
-
-— Egli mi lascia 500 mila lire. — Ne sei tu sicuro?
-
-— Egli me lo ha mostrato; ma questo non è il tutto.
-
-— Vi sarà un codicillo, come ti diceva poco fa?
-
-— Probabilmente.
-
-— E in questo codicillo? — Egli mi riconosce.
-
-— Oh! il buon uomo che è tuo padre! disse Caderousse facendo volare per
-l’aria una salvietta, che riprendeva dipoi con ambe le mani.
-
-— Ecco! di’ ora che ho dei segreti per te.
-
-— No, e la tua confidenza ti onora ai miei occhi. E il tuo principe
-padre è dunque ricco, ricchissimo?
-
-— Lo credo bene. Egli non conosce a che cosa ammonti la sua fortuna — È
-egli possibile?
-
-— Diamine! lo vedo bene, io che sono ricevuto ad ogni ora. L’altro
-giorno vi era un giovine di banca che gli portava 50 mila franchi in
-un portafoglio grosso come un piatto; ieri il suo banchiere che portava
-cento mila fr. in oro.
-
-Caderousse era stupefatto; gli sembrava che le parole del giovine
-avessero il suono di metallo, e che egli sentisse precipitare delle
-cascate di luigi: — E tu vai in quella casa? gridò egli con ingenuità.
-
-— Quando io voglio. — Caderousse rimase pensieroso un momento. Era
-facile vedere che egli ruminava nel suo spirito qualche pensiero. Poi
-d’improvviso:
-
-— Quanto amerei vedere tutto ciò, gridò egli, e come tutto ciò deve
-esser bello!
-
-— Il fatto è, disse Andrea, che è magnifico!
-
-— E non abita all’entrata dei Campi-Elisi? — Al n.º 30.
-
-— Ah! disse Caderousse, al n.º 30? — Sì, una bella casa isolata fra il
-cortile, ed il giardino, non vi è che quella.
-
-— È possibile, ma non è l’esterno che mi occupa, è l’interno: i bei
-mobili, hein! che cosa vi dev’esser mai là dentro?
-
-— Hai tu veduto qualche volta la Tuglierie? — No.
-
-— Ebbene, è ancora più bello.
-
-— Dici davvero, Andrea? dev’essere cosa buona l’abbassarsi quando
-questo buon sig. di Monte-Cristo lascia cadere la sua borsa?
-
-— Ah! mio Dio, non val la pena di aspettare questo momento, disse
-Andrea, il danaro abbonda in quella casa come i frutti in un giardino.
-
-— Di’, dunque, dovresti condurmivi un giorno con te...
-
-— È mai possibile, e con qual titolo?
-
-— Hai ragione, ma tu mi hai fatto venire l’acqua alla bocca, e bisogna
-assolutamente che io veda tutto ciò; troverò un mezzo.
-
-— Non facciamo sciocchezze, Caderousse!
-
-— Io mi presenterò come spazzatore.
-
-— Non ne ha bisogno, perchè vi son tappeti in ogni luogo.
-
-— Ah! peccato! allora bisogna che io mi contenti di vedere ciò con
-l’immaginazione. — Questo è ciò che puoi fare di meglio, credimi. —
-Cerca almeno di farmi comprendere quel che può essere. — Come vuoi
-tu? — Niente di più facile; il palazzo è grande? — Nè troppo grande,
-nè troppo piccolo. — Ma come è distribuito? — Diamine! avrei bisogno
-dell’inchiostro e della carta per fartene la pianta.
-
-— Eccone! disse avidamente Caderousse. — Ed andò a cercare sopra un
-vecchio scrittoio un foglio di carta bianca, l’inchiostro, ed una
-penna: — Prendi, tracciamo tutto ciò sulla carta, figlio mio.
-
-Andrea prese la penna con un impercettibile sorriso, e cominciò: — La
-casa, come ti ho detto, è posta fra un giardino ed il cortile; vedi
-in questo modo. — Ed Andrea fece la pianta del giardino, del cortile,
-e della casa. — Le mura sono alte? — No; otto, o dieci piedi tutto al
-più.
-
-— Ciò non è troppo prudente, disse Caderousse.
-
-— Nel cortile vi sono dei cassettoni d’aranci, dei praticelli, dei
-fiori, dei cespugli. — Ma non dei lacci da lupo?
-
-— No. — Le scuderie? — Lateralmente alle due parti del cancello, vedi
-tu, là. — Ed Andrea continuava la pianta.
-
-— Vediamo il pian terreno, disse Caderousse.
-
-— Al pian terreno, sala da pranzo, due salotti, sala del bigliardo,
-scala nel vestibolo, e piccola scala segreta.
-
-— Le finestre? — Finestre magnifiche, sì belle, e larghe che in fede
-mia, credo che un uomo della mia persona passerebbe per il vano di uno
-di quei cristalli.
-
-— E perchè diavolo si fa uso delle scale quando si han simili finestre?
-— Che vuoi tu? il lusso. — Ma vi sono persiane? — Sì, persiane, ma di
-cui non si servono mai. È un originale Monte-Cristo che ama vedere il
-cielo anche durante la notte. — Ed i domestici dove dormono?
-
-— Oh! essi hanno la loro casa particolare. Figuratevi un buon
-padiglione entrando a dritta, dove si custodiscono le scale; ebbene!
-sopra questo padiglione vi è una quantità di camere per i domestici con
-campanelli corrispondenti alle camere. — Oh diavolo, dei campanelli! —
-Che dici?...
-
-— Io, niente. Dico che costerà caro a situare i campanelli; ed a che
-servono? te lo domando? — In altri tempi vi era un cane che passeggiava
-la notte nel cortile, ma lo hanno condotto alla casa d’Auteuil, tu
-sai a quella in cui sei venuto? — Sì. — Io glielo diceva anche ieri:
-«È una cosa imprudente per parte vostra, sig. conte; perchè quando
-andate ad Auteuil, e conducete i vostri domestici, la casa resta
-sola.» — «Ebbene? domandò; e dopo?» — «Ebbene! un qualche bel giorno vi
-ruberanno.»
-
-— E che cosa ha egli risposto? — Ha risposto: «ebbene! che danno mi
-porta se qualcuno mi ruba?»
-
-— Andrea, egli avrà un qualche scrigno a macchina.
-
-— Ed in che modo? — Sì, che prende il ladro per una briglia, e che lo
-giuoca in aria. Mi è stato detto che all’ultima esposizione ve ne erano
-di questo genere.
-
-— Egli non ha che un semplice scrigno di acacia, al quale ho sempre
-veduta attaccata la chiave. — E non gli rubano mai?
-
-— No, le persone che lo servono gli sono tutte affezionate.
-
-— Quanto vi sarà in quello scrigno, hein! quanta moneta?
-
-— Vi sarà forse... non si può sapere ciò che vi sarà.
-
-— E dove sta questo? — Al primo piano.
-
-— Fammi dunque la pianta del primo piano, mio piccolo, come mi hai
-fatta quella del pian terreno.
-
-— È facile. — Ed Andrea riprese la penna: — Al primo piano, vedi vi è
-l’anticamera, gran salone; a destra del salone biblioteca e gabinetto
-da lavoro; a sinistra del salone una camera da dormire, e gabinetto da
-toletta, ed in questo precisamente sta il famoso scrigno.
-
-— Vi sono finestre al gabinetto di toletta?
-
-— Due, una qua, e una là. — E Andrea disegnò due finestre alla camera
-che, sul primo, faceva l’angolo, e che figurava come un quadrato meno
-grande, aggiunto al quadrato lungo della camera da dormire.
-
-Caderousse divenne astratto: — E va spesso ad Auteuil?
-
-— Due tre volte la settimana; domani per esempio deve passarvi la
-giornata e la notte.
-
-— Ne sei ben sicuro? — Mi ha invitato ad andarvi a pranzo.
-
-— Alla buon’ora, ecco ciò che si può chiamare esistenza! disse
-Caderousse; casa in città, casa in campagna.
-
-— Ecco ciò che vuol dir esser ricchi.
-
-— E ci vai tu, a pranzo. — Probabilmente.
-
-— Quando vi pranzi, vi dormi ancora?
-
-— Quando ciò mi fa piacere; sono in casa del conte, come se fossi in
-casa mia. — Caderousse guardò il giovine come per strappargli la verità
-dal fondo del cuore. Ma Andrea cavò un porta-sigari di saccoccia, ne
-prese uno d’Avana, l’accese tranquillamente, e cominciò a fumarlo senza
-affettazione.
-
-— Quando vuoi i tuoi 500 fr.? domandò a Caderousse.
-
-— Ma anche subito se tu li hai. — Andrea tirò fuori di saccoccia 25
-luigi. — Dei gialletti? disse Caderousse; no grazie.
-
-— Ebbene li disprezzi?
-
-— Al contrario li stimo; ma non ne voglio.
-
-— Tu guadagnerai nel cambio, imbecille: l’oro ha un aggio di cinque
-soldi.
-
-— Sarà, e poi il cambia monete fa seguire l’amico Caderousse, e poi
-gli mettono le mani sopra, e poi bisognerà che dica quali sono i suoi
-fattori che gli pagano queste rendite in oro. Non facciamo bestialità,
-mio piccolo; argento semplicemente, pezzi rotondi coll’effigie di un
-principe qualunque. Tutti al mondo possono avere una moneta da cinque
-fr.
-
-— Capisci bene che non posso avere 500 fr. d’argento in saccoccia;
-avrei avuto bisogno di un facchino.
-
-— Ebbene! lasciali dunque al tuo portinaro; è un bravo uomo, andrò a
-prenderli. — Oggi?
-
-— No, domani, oggi non ho il tempo.
-
-— Ebbene, sia domani, quando parto per Auteuil, li lascerò. — Posso
-contarci sopra? — Perfettamente.
-
-— Egli è perchè vado a fissare una governante.
-
-— Fissa pure, ma tutto sarà finito, n’è vero? non mi tormenterai più?
-— Giammai. — Caderousse era diventato così meditabondo, che Andrea
-temè di essere forzato ad accorgersi di questo cambiamento. Raddoppiò
-adunque la sua allegria e la sua indifferenza.
-
-— Come sei allegro, disse Caderousse, si direbbe che già possiedi la
-tua eredità.
-
-— No disgraziatamente!... ma il giorno in cui la riceverò... mi
-ricorderò degli amici, non ti dico che questo.
-
-— Sì, siccome tu hai buona memoria, giustamente...
-
-— Che vuoi? credeva che tu volessi rimproverarmi.
-
-— Io? oh! quale idea! io che al contrario ti voglio anche dare un
-consiglio da amico... — E quale?
-
-— Quello di lasciar qui, quel diamante che tu hai al dito. E che! tu
-vuoi dunque farci prendere tutti e due, a fare simili bestialità?
-
-— E perchè? disse Andrea.
-
-— Come! tu prendi una livrea, ti travesti da servitore, e conservi al
-dito un diamante di quattro in cinque mila fr.?
-
-— Peste! come stimi giusto! perchè non ti fanno commissario-stimatore?
-
-— Conosco il valore dei diamanti perchè ne ho avuti.
-
-— Ti consiglio a vantartene! disse Andrea, che, senza corrucciarsi,
-come lo temeva Caderousse per questa nuova estorsione, lasciò con tutta
-compiacenza l’anello. — Caderousse lo guardò tanto da vicino, che fece
-chiaramente conoscere, che egli esaminava se gli spigoli del taglio
-erano ben vivi.
-
-— È un diamante falso, disse Caderousse.
-
-— Su via! fece Andrea, scherzi?
-
-— Oh! non ti affliggere, si può provare. — E Caderousse andò alla
-finestra e strisciando il diamante sul vetro, l’intese crepitare: —
-_Confiteor_! disse Caderousse mettendosi lo anello nel dito piccolo, mi
-sono sbagliato; ma questi ladri di gioiellieri imitano tanto bene le
-pietre vere, che non si ha più coraggio di andare a rubare nelle loro
-botteghe, e questo è ancora un altro ramo d’industria paralizzato.
-
-— Ebbene! disse Andrea, hai finito? hai ancora qualche cosa da
-domandarmi? ti abbisogna il mio vestito, il mio berretto? Non ti
-prender pena fino a tanto che ci sei.
-
-— No, alla fine tu sei un bravo compagno. Non ti trattengo di più, e
-cercherò di guarire la mia ambizione.
-
-— Ma guardati che nel vendere questo diamante, non ti accada ciò che
-temevi per le monete d’oro.
-
-— Io non lo venderò, sta pure tranquillo.
-
-— No, da oggi a domani almeno, pensò il giovine.
-
-— Furbo felice! disse Caderousse, tu te ne vai a trovare i tuoi
-servitori, i tuoi cavalli, la tua carrozza, e la tua fidanzata?
-
-— Ma, sì, disse Andrea.
-
-— Di’ dunque, spero che tu mi farai un bel regalo di nozze il giorno
-che sposerai la figlia dell’amico mio Danglars?
-
-— Ti ho già detto, che è una immaginazione che ti sei messo in testa.
-
-— E quanto di dote? — Ma ti dico... — Un milione?
-
-Andrea alzò le spalle. — Vada per un milione, disse Caderousse; tu non
-ne avrai mai tanti, quanti te ne desidero.
-
-— Grazie, disse il giovine.
-
-— Oh! è di buon cuore, aggiunse Caderousse ridendo del suo riso
-grossolano. Aspetta che ti accompagni.
-
-— Non ne val la pena. — Tutt’altro.
-
-— E perchè?
-
-— Oh! perchè vi è un piccolo segreto alla porta; cautela che ho creduto
-di dover adottare; serratura Huret e Fichet, riveduta e corretta da
-Gaspero Caderousse: te ne fabbricherò una simile, quando diventerai
-capitalista.
-
-— Grazie; ti farò prevenire otto giorni prima.
-
-Essi si separarono. Caderousse restò sul pianerottolo, fino a che ebbe
-veduto Andrea, non solo discendere dai tre piani, ma ancora traversare
-il cortile. Allora rientrò precipitosamente, richiuse la porta con
-cura, e si mise a studiare, come un profondo architetto, la pianta che
-gli aveva lasciata Andrea.
-
-— Questo caro Benedetto, diss’egli, credo non sarà dispiaciuto di
-ereditare, e che quegli che solleciterà il giorno in cui deve palpare i
-suoi 500 mila fr. non sarà il suo più cattivo amico.
-
-
-
-
-LXXXI. — LA ROTTURA.
-
-
-La dimane del giorno in cui ebbe luogo la conversazione che abbiam
-descritta, il conte di Monte-Cristo partì effettivamente per Auteuil
-con Alì, diversi domestici ed alcuni cavalli che voleva provare. Ciò
-che particolarmente aveva determinata questa partenza, alla quale non
-pensava nemmeno il giorno innanzi, ed alla quale neppure Andrea pensava
-più di lui, fu l’arrivo di Bertuccio, che ritornato dalla Normandia,
-portava le notizie della casa e della corvetta. La casa era in ordine,
-e la corvetta, giunta da otto giorni, era all’àncora in un piccolo
-seno, ove, dopo adempite tutte le formalità che si esigevano, era
-pronta, con i suoi sei uomini d’equipaggio, a riprendere il mare. Il
-conte lodò lo zelo di Bertuccio, e lo invitò a tenersi pronto ad una
-sollecita partenza, non dovendo il suo soggiorno in Francia prolungarsi
-al di là di un mese.
-
-— Ora, gli diss’egli, posso aver bisogno di andare da Parigi a Trèport
-in una notte. Voglio dei cambii di cavalli stazionati sulla strada, che
-mi permettano di fare 50 leghe in dieci ore.
-
-— V. E. aveva già manifestato questo desiderio, rispose Bertuccio, ed
-i cavalli sono già appostati nei luoghi più convenienti; vale a dire in
-quei villaggi ove ordinariamente non si ferma nessuno.
-
-— Sta bene, disse Monte-Cristo, io resto qui un giorno o due, per
-conseguenza preparatevi. — Allorchè Bertuccio stava per uscire e per
-ordinare tutto ciò che aveva rapporto a questa soggiorno, Battistino
-aprì la porta, portando una lettera sopra un vassoio d’argento dorato:
-— Che venite a far qui? domandò il conte vedendolo tutto coperto di
-polvere, non vi ho fatto chiamare, mi sembra?
-
-Battistino senza rispondere si avvicinò al conte, e gli presentò la
-lettera.
-
-— Importante e pressante, diss’egli.
-
-Il conte aprì la lettera e lesse. «Il sig. conte di Monte-Cristo
-è avvisato che in questa stessa notte, un uomo s’introdurrà nella
-sua casa dei Campi-Elisi per sottrarre delle carte, ch’egli crede
-chiuse nel suo scrigno del gabinetto di toletta: si conosce il conte
-di Monte-Cristo abbastanza coraggioso, per non avere da ricorrere
-all’intervento della polizia, intervento che potrebbe mettere a
-rischio grandemente quegli che dà questo avviso. Il sig. conte, sia
-da un’apertura che metta dalla camera da letto nel gabinetto, sia
-nascondendosi nel medesimo gabinetto, potrà farsi giustizia da sè
-stesso. Molte persone e cautele apparenti allontanerebbero certamente
-il malfattore, e farebbero perdere al sig. di Monte-Cristo l’occasione
-di conoscere un nemico, che il caso ha fatto scoprire alla persona che
-dà questo avviso al conte, avviso che non avrebbe forse più l’occasione
-di rinnovare, se, andando a vuoto questa prima impresa, il malfattore
-ne ritentasse un’altra.»
-
-Il primo movimento del conte fu quello di credere che fosse una
-furberia del ladro, laccio grossolano, che gli scuopriva un pericolo
-mediocre per esporlo ad uno più grave. Stava dunque per far portare
-la lettera ad un commissario di polizia, ad onta della raccomandazione
-dell’anonimo, quando d’improvviso gli venne l’idea, che poteva essere
-effettivamente qualche suo nemico particolare, che egli solo poteva
-riconoscere, e dal quale, se la cosa era così, egli solo poteva
-trarre partito, come aveva fatto Fiesque del Moro che aveva voluto
-assassinarlo. Noi conosciamo il conte, non abbiamo quindi bisogno di
-dire ch’era uno spirito pieno d’audacia e di vigoria, che si contorceva
-contro l’impossibile con quella energia ch’è la caratteristica degli
-uomini superiori. Per mezzo della vita che aveva condotta, e per quella
-risoluzione presa di non addietrare avanti a cosa alcuna, il conte era
-giunto a gustare delle gioie sconosciute nelle lotte ch’egli imprendeva
-alle volte contro la natura, e contro il mondo. — Essi non vogliono
-rubarmi le mie carte, disse Monte-Cristo, vogliono uccidermi; non sono
-ladri, ma assassini. Non voglio che il sig. Prefetto di polizia si
-mischi nei miei affari particolari; sono abbastanza ricco, per sgravare
-in questo il preventivo della sua amministrazione. — Il conte richiamò
-Battistino, ch’era uscito dalla camera dopo aver data la lettera. —
-Voi ritornerete a Parigi, e ricondurrete qui tutta la servitù che è
-rimasta. Ho bisogno che tutti siano qui ad Auteuil.
-
-— Ma non resterà dunque nessuno in casa, sig. conte?
-
-— No, vi rimarrà il portinaro.
-
-— Ma il sig. conte rifletterà, che vi è distanza fra il casotto del
-portinaro e la casa. — Ebbene?
-
-— Ebbene! si potrebbero svaligiare tutti gli appartamenti, senza che il
-portinaro sentisse il più piccol rumore.
-
-— E da chi si dovrebbe fare? — Dai ladri.
-
-— Siete uno stupido, Battistino; che i ladri mi svaligino tutta la
-casa, non mi disgusteranno tanto, quanto un servizio fatto male. —
-Battistino s’inchinò. — Voi mi avete inteso, disse il conte; conducete
-qui tutta la servitù, dal primo fino all’ultimo; ma che tutto resti
-nello stato ordinario: chiuderete le persiane del pianterreno, e
-nient’altro.
-
-— E quelle del primo?
-
-— Sapete che non si chiudono mai. Andate. — Il conte fece dire che
-pranzava nella sua camera, e che non voleva essere servito che da
-Alì. Pranzò con tranquillità e con la sua abituale sobrietà, e, dopo
-il pranzo, facendo segno ad Alì di seguirlo, uscì dalla porticina,
-raggiunse il bosco di Boulogne come se passeggiasse, prese senza
-affettazione la strada di Parigi, ed al cader della notte si trovò
-dirimpetto alla sua casa vicino ai Campi-Elisi. Tutto era oscuro:
-soltanto una debole lampada ardeva nell’alloggio del portinaro,
-distante circa una quarantina di passi dalla casa, come aveva detto
-Battistino. Frattanto Monte-Cristo si addossava ad un albero, con
-quel colpo d’occhio che sbagliava raramente, esplorò il doppio viale,
-esaminò quelli che passavano, ed affondò uno sguardo nelle strade
-vicine. In capo a dieci minuti, fu perfettamente convinto che nessuno
-lo incomodava.
-
-Corse alla porta con Alì, entrò precipitosamente, e per una piccola
-scala di servizio, di cui aveva la chiave, rientrò nella sua camera
-da dormire senza aprire, nè smuovere una sola tenda, senza che il
-portinaro potesse neppur dubitare che la casa, che egli credeva vuota,
-aveva ritrovato il suo principale abitante. Giunto nella camera
-da dormire, il conte fece segno ad Alì di fermarsi, indi passò nel
-gabinetto, che esaminò; tutto vi era nello stato abituale. Il prezioso
-scrigno era al suo posto, e la chiave di contro: egli lo chiuse a
-doppio giro, prese la chiave, e tornò nella camera da dormire, asportò
-la ribaditura degli occhielli del catenaccio, e rientrò. In questo
-mentre, Alì portava sopra una tavola le armi che il conte stesso gli
-aveva domandate, vale a dire una carabina corta, un paio di pistole
-a doppio tiro, le cui canne soprapposte permettevano di prendere la
-mira con tale certezza come se fossero state pistole da bersaglio.
-Armato in tal guisa, il conte poteva tenere fra le sue mani la vita
-di cinque uomini suoi nemici. Erano le nove e mezzo circa, il conte
-ed Alì mangiarono in fretta del pane, e bevettero un bicchiere di vino
-di Spagna, indi Monte-Cristo fece scorrere uno di quei quadri mobili,
-che gli permettevano di vedere una stanza stando nell’altra; egli
-aveva assai vicine le pistole, la carabina; ed Alì, in piedi vicino a
-lui, teneva alla mano una di quelle azze arabe, che non hanno ancora
-cangiato forma dall’epoca delle crociate.
-
-Da una finestra della camera da dormire, simile a quella del gabinetto,
-il conte poteva vedere sulla strada. In tal modo passarono due
-ore; faceva l’oscurità più profonda, e ciò non pertanto Alì, mercè
-la sua natura selvaggia, ed il conte mercè la facoltà acquistata,
-distinguevano in questa notte fin la più piccola oscillazione degli
-alberi nel cortile. Da lungo tempo, il lume dell’alloggio del portinaro
-era stato spento.
-
-Era da presumersi che l’assalto, se pur vi doveva essere, si sarebbe
-effettuato per mezzo della scalata del pianterreno, e non per mezzo
-di una scalata data ad una finestra. Nelle idee di Monte-Cristo, i
-malfattori tentavano alla sua vita, non al suo danaro. Era dunque nella
-sua camera da dormire, ch’essi si attaccherebbero, e perverrebbero
-nella sua camera da dormire, sia per la segreta, sia per la finestra
-del gabinetto. Mise Alì davanti la porta della scala; ed egli
-continuò a sorvegliare il gabinetto. Le undici e tre quarti suonarono
-all’orologio degl’Invalidi; il vento di ponente portava col suo umido
-soffio la lugubre vibrazione dei tre colpi. Allorchè stava per svanire
-il suono dell’ultimo tocco, il conte credè sentire un romore leggero
-dalla parte del gabinetto; questo primo romore, o piuttosto questo
-primo stridore, fu seguito da un secondo, poi da un terzo; al quarto,
-il conte sapeva di che trattavasi. Una mano ferma, ed esercitata
-era intenta a tagliare i quattro lati di un vetro per mezzo di un
-diamante. Il conte sentì battersi più rapidamente il cuore. Per quanto
-l’uomo sia indurito nel pericolo, per quanto sia ben prevenuto contro
-di esso, capisce sempre dal fremito del cuore e dal brivido della
-persona l’enorme differenza tra il sogno e la realtà, fra il disegno e
-l’esecuzione. Ciò non ostante Monte-Cristo non fece che un segno per
-prevenire Alì; questi, comprendendo che il pericolo era dalla parte
-del gabinetto, fece un passo per avvicinarsi al padrone. Monte-Cristo
-era avido di sapere con quale e con quanti nemici aveva da fare. La
-finestra su cui si lavorava era dirimpetto all’apertura per la quale il
-conte penetrava col suo sguardo nel gabinetto. I suoi occhi adunque si
-fissarono verso la finestra: egli vide un’ombra disegnarsi più densa
-nella oscurità; indi un vetro diventò del tutto opaco, come se vi
-fosse stato incollato per di fuori un foglio di carta, poscia il vetro
-crepitò senza cadere. Dall’apertura praticata s’introdusse un braccio
-che cercava il catenaccetto; un secondo dopo la finestra girò sui
-cardini, ed un uomo entrò.
-
-L’uomo era solo. — Ecco un ardito birbante, mormorò il conte! — In
-questo momento egli sentì che Alì gli toccava leggermente la spalla;
-si voltò ed Alì gli mostrò la finestra della camera ov’erano, la
-quale guardava sulla strada; Monte-Cristo fece tre passi verso questa
-finestra, egli conosceva la squisita delicatezza dei sensi del suo
-fedele servitore. Infatto vide un altro uomo che si staccava da una
-porta, e, montando sopra un rialto, sembrava cercasse di vedere ciò
-che accadeva in casa del conte: — Buono! diss’egli, sono in due; l’uno
-opera; l’altro sta alle vedette.
-
-Fece segno ad Alì di non perdere di vista l’uomo della strada, e
-ritornò a quello del gabinetto.
-
-Il tagliatore di vetri era entrato, e si orizzontava con le braccia
-stese in avanti. Finalmente parve essersi reso conto di ogni cosa;
-vi erano due porte nel gabinetto, andò a mettere il catenaccio ad
-entrambe. Allorchè si avvicinò a quella della camera da dormire,
-Monte-Cristo credè che venisse per entrare, e preparò una delle
-pistole; ma non intese semplicemente che il romore dei catenacci
-striscianti su i loro anelli di cuoio. Questa era una cautela e niente
-altro; il notturno visitatore ignorando l’operazione fatta dal conte
-di togliere le fermezze dei ganci, poteva ora mai credersi in casa sua,
-ed operare con tutta tranquillità. Solo e libero in tutti i movimenti,
-l’uomo cavò allora dalla sua larga bisaccia qualche cosa che il conte
-non potè distinguere, la posò sopra un tavolino, indi andò direttamente
-allo scrigno, lo palpò nella direzione della serratura, e s’accorse
-che, contro la sua aspettativa, mancava la chiave. Ma il tagliatore di
-vetri era un uomo pieno di cautele, ed aveva tutto preveduto; il conte
-intese ben presto il rumore della collisione del ferro contro il ferro,
-che produce quando si manovra con pezzi di chiave informe, che portano
-i chiavettieri quando si mandano a chiamare per aprire una porta, e che
-appellansi comunemente grimaldelli, ma dai ladri hanno avuto il nome
-di rosignuoli, senza dubbio a cagione del piacere che essi provano nel
-sentire il loro canto notturno, allorchè stridono contro i contrarii
-della serratura.
-
-— Ah! ah! mormorò Monte-Cristo con un sorriso di sconcerto, non è che
-un ladro.
-
-Ma l’uomo nella oscurità non poteva scegliere l’istrumento conveniente.
-Fu allora che ricorse a quel qualche cosa che aveva deposto sul
-tavolino; fece giuocare una molla, e subito una luce pallida, ma però
-abbastanza viva per poter vedere, inviò il suo riflesso dorato sulle
-mani e sul viso di quest’uomo.
-
-— Guarda, fece d’improvviso Monte-Cristo addietrandosi con un movimento
-di sorpresa, è... — Alì alzò l’azza.
-
-— Non ti muovere, gli disse Monte-Cristo a bassa voce, lascia l’azza,
-che qui non abbiam più bisogno di armi.
-
-Indi aggiunse qualche parola abbassando ancor più la voce, perchè
-l’esclamazione di sorpresa del conte, per quanto fosse stata debole,
-pure era bastata per fare rabbrividire l’uomo che era rimasto
-nell’attitudine dell’antico Arruotino.
-
-Fu un ordine che dette il conte, perchè subito dopo Alì si allontanò
-sulla punta dei piedi, staccò dai muri dell’alcova un vestito nero, ed
-un cappello triangolare. In questo mentre, Monte-Cristo si toglieva
-rapidamente l’abito, il gilè, e la camicia, e si poteva, mercè il
-raggio di luce che filtrava dalla fessura della parete, riconoscere
-che il conte portava sul petto una di quelle soffici e fine tuniche di
-maglia d’acciaio, le cui ultime, in questa Francia ove non si temono
-più i pugnali, furono forse portate dal re Luigi XVI.
-
-Questa tunica disparve ben presto sotto una lunga sottana, come i
-capelli del conte sotto una parrucca chiericale: il cappello posto su
-questa parrucca terminò di cambiare il conte in un abate. Frattanto
-l’uomo non sentendo più niente, si era rialzato, e, durante il tempo
-che impiegò Monte-Cristo a fare la sua metamorfosi, era andato
-direttamente allo scrigno, la cui serratura cominciava di già a
-scricchiare sotto il _rosignuolo_: — Buono! mormorò il conte, il quale
-certamente stava tranquillo per qualche segreto del fabbro ferraio che
-doveva essere sconosciuto allo sforzatore di serrature, per quanto
-si fosse abile, buono! tu ne hai ancora per qualche minuto. — Egli
-andò alla finestra. L’uomo che aveva veduto salire sul rialto ne era
-disceso, e passeggiava sempre sulla strada; ma, cosa singolare! invece
-di inquietarsi di quelli che potevano venire, sia dall’ingresso dei
-Campi-Elisi, sia dal sobborgo Sant’Onorato, non sembrava preoccupato
-che di ciò che accadeva in casa del conte, e tutti i suoi movimenti
-avevano per iscopo di guardare ciò che si faceva nel gabinetto.
-Monte-Cristo d’improvviso si battè la fronte, e lasciò scorrere su
-le sue labbra semi-aperte un sorriso silenzioso. Indi avvicinandosi
-ad Alì: — Sta qui, gli disse a bassa voce, nascosto nella oscurità, e
-qualunque sia la cosa che succede, non entrare, e non farti vedere se
-non ti chiamo pel tuo nome. — Alì fece segno con la testa che aveva
-inteso, e che avrebbe obbedito; allora Monte-Cristo cavò da un armadio
-una candela già accesa, e nel momento in cui il ladro era più che mai
-occupato alla serratura, aprì dolcemente la porta, avendo cura che la
-luce del lume che teneva in mano cadesse tutta sul suo viso.
-
-La porta girò così dolcemente che il ladro non ne intese il rumore.
-Ma, con sua gran sorpresa, vide d’improvviso la camera illuminarsi.
-Egli si voltò. — Buona sera, caro sig. Caderousse! disse Monte-Cristo;
-che diavolo venite voi a far qui in quest’ora? — L’abate Busoni! gridò
-Caderousse.
-
-E non sapendo come fosse avvenuta questa strana apparizione fin presso
-lui, poichè aveva chiuse le porte, lasciò cadere il mazzo di chiavi
-false, e restò immobile, e come colpito da stupore. Il conte andò
-a situarsi fra Caderousse e la finestra, togliendo per tal modo al
-ladro spaventato l’unico mezzo di ritirata. — L’abate Busoni! ripetè
-Caderousse fissando sul conte due occhi stravolti.
-
-— Ebbene! senza dubbio, l’abate Busoni, ripetè Monte-Cristo, egli
-medesimo, in persona, ed io sono ben contento che mi riconosciate, caro
-sig. Caderousse; ciò prova che abbiamo buona memoria, perchè, se non mi
-sbaglio, sono oramai dieci anni che non ci siam veduti.
-
-Questa calma, quest’ironia, questa possanza colpirono lo spirito di
-Caderousse con un terrore vertiginoso.
-
-— L’abate!... l’abate... mormorò egli stringendo i pugni, e stridendo i
-denti.
-
-— Voi volevate rubare al conte di Monte-Cristo?
-
-— Sig. abate, mormorò Caderousse cercando di guadagnare la sinistra che
-gli veniva intercettata senza pietà dal conte, sig. abate, non so... vi
-prego di credere, vi giuro...
-
-— Un vetro tagliato, continuò il conte, una lanterna cieca, un mazzo di
-grimaldelli, uno scrigno per metà sforzato: l’affare è chiaro.
-
-Caderousse si strangolava con la cravatta, cercava un angolo per
-nascondersi, un foro per cui passare.
-
-— Andiamo, vedo che siete sempre lo stesso, sig. assassino.
-
-— Sig. abate, da poichè sapete tutto, saprete che non sono stato io,
-ma Carconta; ciò è stato riconosciuto dal processo, poichè essi non mi
-hanno condannato che alla galera.
-
-— Voi dunque avete finito il vostro tempo, poichè vi trovo sulla strada
-di farvici ricondurre?
-
-— No, sig. abate, sono stato liberato da qualcuno.
-
-— Questo qualcuno ha reso un bel servizio alla società!
-
-— Ah! disse Caderousse, io però aveva promesso...
-
-— In tal modo siete in rottura di bando?
-
-— Pur troppo! sì, disse Caderousse inquietissimo.
-
-— Pessima recidiva... ciò vi condurrà, se non mi sbaglio, sulla piazza
-di Grève. Tanto peggio, tanto peggio, diavolo, come dicono i mondani
-del mio paese.
-
-— Sig. abate, ho ceduto ad una tentazione...
-
-— Tutti i delinquenti dicono così. — Il bisogno...
-
-— Cessate adunque! disse sdegnosamente Busoni, il bisogno può
-strascinare a domandare l’elemosina, a rubare a un fornaio, non
-venire a sforzare uno scrigno in una casa che si crede disabitata. Ed
-allorquando il gioielliere Giovanni venne da voi per contarvi 45 mila
-fr. in cambio del diamante che io vi aveva dato, e che lo avete ucciso
-per avere il diamante ed il danaro, fu pure il bisogno?
-
-— Perdono, sig. abate, disse Caderousse; voi mi avete salvato una
-volta, salvatemi ancora una seconda volta.
-
-— Ciò non m’incoraggia.
-
-— Siete solo, domandò Caderousse giungendo le mani, o avete di lì i
-gendarmi già pronti per prendermi?
-
-— Son solo, disse l’abate, ed avrei ancora pietà di voi, e vi lascerei
-andare, col rischio di nuove disgrazie che possono esser procurate da
-questa mia debolezza, se mi diceste la verità.
-
-— Ah! sig. abate, gridò Caderousse congiungendo le mani, ed
-avvicinandosi di un altro passo a Monte-Cristo, posso ben dire che
-siete mio salvatore.
-
-— Pretendete di essere stato liberato dalla galera.
-
-— Oh! su questo, fede di Caderousse, sig. abate!
-
-— Chi vi liberò? — Un inglese. — Come si chiamava.
-
-— Lord Wilmore. — Lo conosco: saprò dunque se mentite.
-
-— Sig. abate, dico la pura verità. — Quest’inglese dunque vi
-proteggeva. — Non proteggeva me, ma un giovine corso mio compagno
-di catena. — Come si chiamava questo giovine corso? — Si chiamava
-Benedetto.
-
-— Questo è un nome di battesimo?
-
-— Egli non ne avea altri, perchè era bastardo.
-
-— Allora questo giovine, è evaso con voi? — Sì.
-
-— Ed in che modo? — Noi lavoravamo a Saint-Mandrier, vicino a Tolone.
-Conoscete Saint-Mandrier? — Sì, lo conosco.
-
-— Ebbene! mentre che si dormiva, dal mezzogiorno ad un’ora... — I
-forzati fanno la sesta! compiangete quei birbanti! disse l’abate. —
-Diamine! disse Caderousse, non si può sempre lavorare, non siam cani. —
-Fortunatamente per i cani, riprese Monte-Cristo. — Mentre adunque gli
-altri facevano la sesta, ci siamo allontanati un poco, abbiamo segate
-le nostre catene con una lima di cui ci aveva provveduti l’inglese, e
-ci siamo salvati a nuoto.
-
-— E che cosa è avvenuto di questo Benedetto?
-
-— Non ne so niente! — Ciò nonostante dovete saperlo.
-
-— No, in verità. Noi ci siamo separati a Hyères.
-
-E per dare più peso alla sua protesta, Caderousse fece ancora un passo
-verso l’abate, che rimase immobile al suo posto tuttora tranquillo,
-ed interrogando. — Voi mentite! disse l’abate Busoni con un accento
-d’irresistibile autorità. — Sig. abate!... — Voi mentite! quest’uomo è
-ancora vostro amico, e vi servite di lui forse come di un complice. —
-Oh! sig. abate! — Da che avete lasciato Tolone, come avete vissuto? —
-Come ho potuto.
-
-— Mentite! riprese per la terza volta l’abate con un accento ancor
-più imperativo. (Caderousse, spaventato, guardò il conte). Voi avete
-vissuto, riprese questi, col danaro che vi è stato dato. — Ebbene!
-è vero, disse Caderousse. Benedetto è diventato figlio di un gran
-signore.
-
-— In qual modo può egli esser figlio di un gran signore?
-
-— Figlio naturale.
-
-— E chi è questo gran signore?
-
-— Il conte di Monte-Cristo, quello in casa di cui siamo.
-
-— Benedetto figlio del conte? riprese Monte-Cristo meravigliato a sua
-volta.
-
-— Diamine! bisogna ben crederlo, poichè il conte gli ha trovato un
-falso padre, poichè il conte gli passa 4 mila fr. il mese, poichè il
-conte gli lascia 500 mila fr. nel suo testamento.
-
-— Ah! ah! fece il falso abate che cominciava a comprendere; e che nome
-porta questo giovine?
-
-— Si chiama Andrea Cavalcanti.
-
-— Allora questi è un giovine che il mio amico, il conte di
-Monte-Cristo, riceve in casa sua, e che sta per isposare la figlia del
-banchiere Danglars? — Precisamente.
-
-— E voi tollerate ciò, impossibile! voi che conoscete la sua vita ed i
-suoi delitti!
-
-— Perchè volete che io impedisca al mio compagno di riuscire? disse
-Caderousse. — È giusto, non sta a voi l’avvisare il sig. Danglars, sta
-a me. — Sig. abate, voi non lo farete....
-
-— E perchè?
-
-— Perchè in tal modo ci farete perdere il nostro pane.
-
-— E credete, che per conservare il pane a miserabili come voi, mi farei
-il fautore dei loro raggiri, il complice dei loro delitti.
-
-— Sig. abate... disse Caderousse avvicinandosi.
-
-— Io dirò tutto. — A chi? — Al sig. Danglars.
-
-— Tuono dell’aria! gridò Caderousse cavando un coltello dal gilè
-già aperto, e percuotendo il conte nel mezzo del petto, tu non dirai
-niente, abate! — A gran sorpresa di Caderousse, il pugnale, invece
-di penetrare nel petto del conte, ribalzò smussato. Nello stesso
-tempo il conte afferrò colla mano sinistra il polso dell’assassino,
-e lo contorse con tal forza, che il coltello gli cadde dalle dita
-intirizzite, e Caderousse mandò un forte grido di dolore: ma il conte,
-senza fermarsi a questo grido, continuò a contorcere, fino a che, col
-braccio quasi lussato, egli da prima cadde in ginocchio, indi colla
-faccia contro terra. Il conte gli appoggiò un piede sulla testa, e
-gli disse: — non so chi mi trattenga dallo schiacciarti il cranio,
-scellerato!
-
-— Ah! grazia! grazia! gridò Caderousse.
-
-Il conte ritirò il piede: — Sorgi! diss’egli.
-
-Caderousse si rialzò: — Potenza di Dio! che mano avete voi sig. abate!
-disse Caderousse, strofinandosi il braccio quasi morto per le tenaglie
-di carne che lo avevano stretto.
-
-— Silenzio, Dio mi dà la forza di domare una bestia feroce come sei tu.
-
-— Ouf! fece Caderousse tutto addolorato.
-
-— Prendi questa penna e questa carta, e scrivi ciò che ti detto. — Io
-non so scrivere, sig. abate.
-
-— Tu menti; prendi questa penna, e scrivi! — Caderousse, soggiogato da
-questa forza superiore, si assise e scrisse.
-
- «Signore, l’uomo che voi ricevete in casa vostra, ed al quale voi
- destinate vostra figlia, è un antico forzato, sfuggito con me
- dalla galera di Tolone; egli portava il n. 59, ed io il n. 58.
- Si chiama Benedetto; ma egli stesso non sa il suo cognome, non
- avendo mai conosciuti i suoi genitori.»
-
-— Firma! continuò il conte.
-
-— Ma dunque volete perdermi.
-
-— Se volessi perderti, imbecille, ti strascinerei fino al primo corpo
-di guardia; d’altra parte, prima che il tuo biglietto sia recapitato
-all’indirizzo, è probabile che tu non abbia più nulla a temere; firma
-dunque. — Caderousse firmò.
-
-— L’indirizzo: _Al sig. Barone Danglars banchiere, strada della
-Chaussée-d’Antin_.
-
-Caderousse scrisse l’indirizzo. L’abate prese il biglietto:
-
-— Ora, diss’egli, sta bene, vattene.
-
-— Per dove? — Per dove sei venuto.
-
-— Volete che io esca da questa finestra? — Ci sei entrato.
-
-— Voi meditate qualche cosa contro di me, sig. abate?
-
-— Imbecille, che vuoi che io mediti?
-
-— Perchè dunque non aprirmi la porta?
-
-— Con qual vantaggio vuoi svegliare il portinaro?
-
-— Sig. abate, ditemi che volete la mia morte.
-
-— Voglio ciò che vuole Iddio.
-
-— Ma giuratemi che non mi colpirete mentre discenderò.
-
-— Pazzo e vile che sei! — Che volete far di me?
-
-— Lo domando a te! ho cercato di fare di te un uomo felice, e non ne ho
-fatto che un assassino!
-
-— Sig. abate, tentate una seconda prova.
-
-— Sia! disse il conte, ascolta, sai che sono uom di parola.
-
-— Sì, disse Caderousse.
-
-— Se tu rientri in casa tua sano e salvo...
-
-— A meno che ciò non venga da voi, che ho a temere?
-
-— Se rientri in casa tua sano e salvo, lascia Parigi, lascia la
-Francia, ed in qualunque luogo sarai, fino a che tu ti condurrai
-onestamente, ti farò passare una piccola pensione; poichè se tu rientri
-in casa tua sano e salvo...
-
-— Ebbene? domandò Caderousse fremendo. — Ebbene! crederò allora che Dio
-ti ha perdonato, e ti perdonerò io pure.
-
-— Quanto è vero che sono cristiano, balbettò rinculando Caderousse, voi
-mi fate morire di paura!
-
-— Andiamo, vattene! disse il conte mostrando col dito la finestra a
-Caderousse. — Questi, ancora mal rassicurato da tale promessa, cavalcò
-la finestra, e mise il piede sulla scala.
-
-Là si fermò tremando. — Ora discendi, disse l’abate incrociando le
-braccia sul petto.
-
-Caderousse cominciò a capire che non aveva niente da temere da questo
-lato, e discese.
-
-Allora il conte si avvicinò colla candela, di modo che un altro uomo
-potè distinguere dai Campi-Elisi un uomo che discendeva da una finestra
-illuminata.
-
-— Che fate dunque sig. abate, disse Caderousse; se passasse una
-pattuglia... — E soffiò sulla candela. Indi continuò a discendere; ma
-non fu che allorquando sentì il suolo del giardino sotto i suoi piedi,
-che si credè sufficientemente sicuro.
-
-Monte-Cristo rientrò nella sua camera da dormire, e gettando un rapido
-colpo d’occhio dal giardino alla strada, vide da prima Caderousse
-che, dopo essere disceso, faceva un giro nel giardino, poscia
-piantare la scala all’estremità del muro, affine di uscire da un
-altro posto diverso da quello pel quale era entrato. Indi passando
-dal giardino alla strada, vide l’uomo, che sembrava aspettare, correre
-parallelamente nella strada, e situarsi dietro l’angolo stesso, vicino
-al quale Caderousse stava per discendere.
-
-Caderousse salì lentamente sulla scala, e giunto agli ultimi gradini,
-passò la testa per disopra la cresta del muro per assicurarsi che
-la strada era del tutto solitaria. Non si vedeva nessuno, non si
-sentiva alcun rumore. Suonò un’ora all’orologio degl’Invalidi. Allora
-Caderousse si mise a cavallo sulla cresta della muraglia, e tirando a
-sè la scala, la passò per disopra al muro, indi si mise a discendere,
-o piuttosto si lasciò strisciare lungo i due montanti, manovra che
-operò con tale sveltezza, che provava l’abitudine che aveva in questo
-esercizio. Ma lanciato una volta sul pendio, non potè fermarsi. Invano
-vide un uomo scagliarsi fra l’ombre, al momento in cui era a mezza
-strada; invano vide un braccio alzarsi, al momento che toccava la
-terra; prima che avesse potuto mettersi in difesa, questo braccio lo
-colpì tanto furiosamente nel dorso, che abbandonò la scala, gridando.
-
-— Soccorso! — Un secondo colpo gli giunse quasi subito nel fianco, ed
-egli cadde gridando: — All’uccisore! — Finalmente, siccome si rotolava
-per terra, l’avversario lo prese per i capelli, e gli portò un terzo
-colpo nel petto. Questa volta Caderousse volle gridare ancora, ma non
-potè mandare che un gemito, e fremendo lasciò scorrere i tre rivi di
-sangue che uscivano dalle sue tre ferite. L’assassino, vedendo ch’egli
-non gridava più gli sollevò la testa per i capelli; Caderousse aveva
-gli occhi chiusi e la bocca contorta. L’assassino lo credè morto,
-lasciò ricadere la testa, e disparve. Allora Caderousse sentendolo
-allontanarsi, si raddrizzò sul gomito; ed in un supremo sforzo, gridò
-con voce morente:
-
-— All’assassino! io moro! sig. abate venite a me!
-
-Questa lugubre chiamata fendè le ombre della notte.
-
-La porta della scala segreta si aprì, indi la piccola porta del
-giardino, ed Alì ed il suo padrone accorsero coi lumi.
-
-
-
-
-LXXXII. — LA MANO DI DIO.
-
-
-Caderousse continuava a gridare con voce lamentevole:
-
-— Sig. abate, soccorso! soccorso!
-
-— Che c’è? domandò Monte-Cristo.
-
-— Venite in mio soccorso; sono stato assassinato.
-
-— Eccoci! coraggio.
-
-— Ah! è finita, giungete troppo tardi; giungete per vedermi morire. Che
-colpi! quanto sangue! — Ed egli svenne.
-
-Alì ed il suo padrone presero il ferito, e lo trasportarono in una
-camera. Là Monte-Cristo fece segno ad Alì di spogliarlo, e riconobbe le
-tre terribili ferite da cui era stato colpito. — Mio Dio! diss’egli. —
-Alì guardò il padrone come per domandargli ciò che doveva fare.
-
-— Va a cercare il procuratore del Re Villefort, che dimora nel sobborgo
-Sant’Onorato, e conducilo qui; nel passare, sveglierai il portinaro,
-e gli dirai che vada a cercare un medico. — Alì obbedì, e lasciò il
-finto abate solo con Caderousse sempre svenuto. Allorchè il disgraziato
-riaprì gli occhi, il conte, assiso pochi passi da lui lontano, lo
-guardava con una tetra espressione di pietà, e le sue labbra, che si
-agitavano, sembravano mormorare una preghiera.
-
-— Un chirurgo, sig. abate, un chirurgo! disse Caderousse.
-
-— Si è mandato a cercarlo, rispose l’abate.
-
-— So bene che è inutile, in quanto alla vita, ma potrà forse darmi
-forza, e voglio avere il tempo di fare la mia dichiarazione.
-
-— Su di che? — Sul mio assassino.
-
-— Lo conoscete voi dunque?
-
-— Sì, io l’ho conosciuto! sì lo conosco, fu Benedetto.
-
-— Quel giovine Corso? — Egli stesso.
-
-— Il vostro compagno?
-
-— Sì. Dopo avermi dato il disegno della casa del conte, sperando senza
-dubbio che io l’uccidessi, e che per tal mezzo egli ne diventerebbe
-l’erede, o che egli uccidesse me, e sarebbe così spacciato di me, mi
-aspettò sulla strada, e mi ha assassinato.
-
-— Nello stesso tempo che ho mandato a cercare un medico ho pur fatto
-chiamare il procurator del Re.
-
-— Egli giungerà troppo tardi, disse Caderousse, sento che tutto il
-sangue se ne va.
-
-— Aspettate, disse Monte-Cristo; — ed uscì: cinque secondi dopo rientrò
-con una boccettina.
-
-Gli occhi del moribondo, spaventosi per la loro immobilità, non avevano
-in quest’assenza lasciato un momento quella porta, dalla quale egli
-indovinava per istinto che stava per venirgli un qualche soccorso.
-
-— Spicciatevi, sig. abate, sento che torno a svenire.
-
-Monte-Cristo si avvicinò, e versò sulle labbra paonazze del ferito tre
-o quattro gocce del liquido che conteneva la boccettina. Caderousse
-mandò un sospiro. — Oh! diss’egli, voi mi versate in seno la vita;
-ancora... ancora...
-
-— Due gocce di più vi ucciderebbero, rispose l’abate.
-
-— Oh! che venga dunque qualcuno al quale io possa denunziare il
-miserabile. — Volete che io scriva la vostra deposizione? voi la
-firmerete. — Sì, disse Caderousse, i cui occhi brillavano per la
-speranza di questa postuma vendetta.
-
-Monte-Cristo scrisse, «Io moro assassinato dal Corso Benedetto, mio
-compagno di catena a Tolone sotto il n. 59.»
-
-— Spicciatevi, spicciatevi, disse Caderousse, o io non potrò più
-firmarla. — Monte-Cristo presentò la penna a Caderousse che raccolse
-tutte le sue forze, firmò, e ricadde nel suo letto dicendo: — Voi
-racconterete il resto, sig. abate; direte che egli si fa chiamare
-Andrea Cavalcanti, ch’alloggia nell’albergo dei Principi, che... ah!
-mio Dio, ecco che moro!
-
-E Caderousse svenne per la seconda volta. L’abate gli fece respirare
-l’odore della boccettina, il ferito riaprì gli occhi. Il suo desiderio
-di vendetta non lo aveva abbandonato durante lo svenimento. — Ah!
-direte tutto questo, non è vero, signor abate?
-
-— Tutto questo, sì, ed altre cose ancora — Che direte?
-
-— Io dirò, che vi aveva dato la pianta di questa casa nella speranza
-che il conte vi uccidesse; dirò ch’egli aveva prevenuto il conte con
-un biglietto; dirò che il conte era assente, e che sono stato io che ho
-ricevuto questo biglietto, e che ho vegliato per aspettarvi.
-
-— Ed egli sarà ghigliottinato, non è vero? disse Caderousse; me lo
-promettete, io muoio con questa speranza, questa mi aiuterà a morire.
-
-— Dirò, continuò il conte, ch’egli è giunto dopo di voi, ch’è stato
-all’agguato tutto il tempo che siete stato qui, che quando vi ha veduto
-uscire, egli è corso all’angolo del muro, si è nascosto...
-
-— Voi dunque avete veduto tutto ciò?
-
-— Ricordatevi le mie parole: «e se tu rientri in casa tua sano e salvo,
-crederò che Dio ti abbia perdonato, e ti perdonerò io pure.»
-
-— E voi non mi avete avvertito, gridò Caderousse cercando di sollevarsi
-sul gomito; sapevate che avrei corso pericolo di essere ucciso uscendo
-di qui, e non mi avete avvertito?
-
-— No, perchè nella mano di Benedetto vedevo la Giustizia di Dio. —
-Caderousse lo guardò con istupore.
-
-— E poi, disse l’abate, Dio è pieno di misericordia per tutti, come lo
-è stato per te: egli è padre prima di essere giudice.
-
-— Ah! voi dunque credete in Dio? disse Caderousse.
-
-— Se avessi avuto la disgrazia di non averci creduto fino al presente,
-ci crederei vedendoti.
-
-Caderousse alzò le pugna serrate al Cielo.
-
-— Ascolta, disse l’abate stendendo la mano sul ferito, come per
-comandargli la fede, guarda ciò che ha fatto per te questo Dio, che
-tu ricusi di riconoscere nel tuo ultimo momento: egli ti aveva data
-salute, lavoro sicuro, ed anche amici, la vita finalmente tale quale
-deve presentarsi all’uomo per esser docile colla calma della coscienza
-e la soddisfazione dei desideri, che non sono in opposizione alla legge
-divina; invece di essere contento di questi doni del signore, così
-raramente accordati da lui nella loro pienezza, guarda ciò che ne hai
-fatto: ti sei abbandonato al non far niente, ed alla ubbriachezza e
-nella ubbriachezza hai tradito uno dei tuoi migliori amici.
-
-— Soccorso! gridò Caderousse, non ho bisogno di un prete, ma di un
-medico; forse non sono ferito mortalmente, forse non sono ancora per
-morire, forse mi potran salvare.
-
-— No, sei tanto ben ferito mortalmente che senza le tre gocce del
-liquore che ti ho dato, saresti già spirato. Ascolta.
-
-— Ah! mormorò Caderousse, che prete strano che siete, invece di
-consolare i moribondi, li fate disperare.
-
-— Ascolta, continuò l’abate; quando hai tradito il tuo amico, Dio ha
-cominciato non a punirti, ma ad avvisarti; tu sei caduto nella miseria,
-hai sofferta la fame, tu eri passato ad invidiare la metà di una vita,
-che potevi passare ad acquistarla, e già pensavi al delitto scusandoti
-colla necessità, quando Dio fece per te un miracolo, quando Dio per le
-mie mani t’inviò nel seno della tua miseria, una fortuna brillante per
-te, disgraziato, che non avevi mai posseduto niente. Ma questa fortuna
-inattesa, non isperata, inaudita non ti bastò più, dal momento che la
-possedevi, volesti raddoppiarla: con qual mezzo? quello di un omicidio:
-l’hai raddoppiata, e Dio allora te l’ha tolta, conducendoti avanti
-all’umana giustizia.
-
-— Non sono stato io, disse Caderousse, che ho voluto uccidere l’ebreo;
-fu la Carconta.
-
-— Sì, disse Monte-Cristo. Così la misericordia di Dio non rivolse lo
-sguardo da te neppur questa volta, perchè la sua giustizia ti avrebbe
-messo a morte; ma Dio sempre misericordioso, permise che i tuoi giudici
-si commovessero alle tue parole, e ti lasciassero la vita.
-
-— Per bacco! per inviarmi alla galera a vita; bella grazia.
-
-— Questa grazia, miserabile! tu però la considerasti come una vera
-grazia quando ti fu fatta. Il tuo cuore vile, che tremava davanti alla
-morte, balzò di gioia all’annunzio della tua perpetua infamia, perchè
-dicesti a te stesso come tutti i forzati: «nella galera vi è una porta,
-non vi è una tomba.» Ed avevi ragione, perchè la porta della tua galera
-è aperta per te in un modo non isperato: un inglese visita Tolone, egli
-aveva fatto voto di togliere gli uomini dall’infamia, la sua scelta
-cadde sul tuo compagno, una seconda fortuna discende per te dal cielo,
-ritrovi danaro ad un tempo e tranquillità, puoi ricominciare a vivere
-la vita di tutti gli uomini, tu che eri stato condannato a vivere
-quella soltanto dei forzati; allora, miserabile, ti metti a tentare
-Dio una terza volta: non ne ho abbastanza, dicesti, quando avevi più
-di quel che mai tu abbia posseduto, e commetti un terzo delitto, senza
-ragione, senza scusa. Dio si è stancato, Dio ti ha punito.
-
-Caderousse si indeboliva a vista d’occhio: — Da bere! diss’egli; io
-ho sete... io brucio! — Monte-Cristo gli dette un bicchiere d’acqua: —
-Scellerato Benedetto, disse Caderousse restituendo il bicchiere; egli
-però fuggirà...
-
-— Nessuno sfuggirà, sono io che te lo dico, Caderousse... Benedetto
-sarà punito!
-
-— Allora sarete punito voi pure, disse Caderousse; perchè non avete
-fatto il dovere del vostro ministero... voi dovevate impedire a
-Benedetto di uccidermi.
-
-— Io! disse il conte con un sorriso che agghiacciò di spavento il
-moribondo, io impedire a Benedetto di ucciderti, al momento in cui tu
-spezzavi il tuo coltello contro la cotta di maglia che mi copriva il
-petto?... Sì, forse, se ti avessi ritrovato umile e pentito, avrei
-impedito a Benedetto di ucciderti; ma ti ho ritrovato orgoglioso e
-sanguinario.
-
-— Io non credo in Dio! urlò Caderousse, tu pure non vi credi... tu
-menti... tu menti!
-
-— Taci, disse l’abate, perchè fai uscir fuori del tuo corpo le ultime
-gocce di sangue... Ah! tu non credi in Dio, mentre muori colpito dalla
-sua giustizia!... Ah! tu non credi in Dio, e Dio, che frattanto non
-chiede che una preghiera, una lagrima per perdonare... Dio che poteva
-dirigere il pugnale dell’assassino in modo che tu spirassi sul colpo...
-Dio ti ha dato un quarto d’ora per pentirti... Rientra dunque in te
-stesso disgraziato, e pentiti!
-
-— No, disse Caderousse, io non mi pento, non vi è Dio, non vi è
-Provvidenza.
-
-— Vi è Dio, vi è Provvidenza, disse Monte-Cristo, e la prova si è, che
-tu sei là gemente, disperato, rinnegando Dio, e che io sono qui ritto
-davanti a te, ricco, felice, sano e salvo, e giungendo le mani davanti
-a questo Dio, al quale tu ti sforzi non credere, ma al quale pure tu
-credi nel fondo del tuo cuore.
-
-— Ma chi siete dunque allora? domandò Caderousse fissando gli occhi
-moribondi sul conte.
-
-— Guardami bene, disse Monte-Cristo prendendo il lume, ed avvicinandolo
-al viso.
-
-— Ebbene! l’abate... Busoni. — Monte-Cristo si levò la parrucca che lo
-sfigurava, e lasciò ricadere i suoi bei capelli neri che inquadravano
-tanto armoniosamente il suo pallido viso.
-
-— Oh! disse Caderousse spaventato, se non fossero questi capelli neri,
-direi che siete l’Inglese, direi che voi siete Lord Wilmore.
-
-— Io non sono, nè l’abate Busoni, nè Lord Wilmore, disse Monte-Cristo;
-guarda meglio, guarda più lontano, guarda nelle tue prime rimembranze.
-
-In queste parole del conte vi era una vibrazione magnetica nella quale
-furon vivificati i sensi sfiniti del miserabile ferito.
-
-— Oh! in fatto, diss’egli, mi sembra di avervi veduto... di avervi
-conosciuto in altri tempi... ma chi dunque siete allora? e perchè, se
-mi avete veduto e conosciuto, mi lasciate morire?
-
-— Perchè non vi ha cosa alcuna che possa salvarti, Caderousse; perchè
-le tue ferite sono mortali. Se tu avessi potuto essere salvato avrei
-veduto un’ultima misericordia del Signore, ed io pure sarei accorso per
-restituirti alla vita ed al pentimento, te lo giuro per la tomba di mio
-padre.
-
-— Per la tomba di tuo padre! disse Caderousse rianimato da un’ultima
-scintilla, e sollevandosi per vedere più da vicino l’uomo che faceva
-questo giuramento, sacro a tutti gli uomini; eh! chi sei tu dunque?
-— Il conte non aveva cessato dal seguire i progressi dell’agonia;
-egli capì che questo slancio della vita era l’ultimo, si avvicinò al
-moribondo, e coprendolo con uno sguardo pacifico e tristo ad un tempo.
-
-— Io sono... gli disse all’orecchio, io sono... — E le labbra appena
-aperte, lasciarono passare un nome pronunciato tanto a bassa voce, che
-il conte sembrava temesse di sentirlo egli pure.
-
-Caderousse, che si era alzato sulle ginocchia stese le braccia, fece
-di tutto per indietreggiare, poi giungendo le mani, ed alzandole con un
-estremo sforzo: — Oh! mio Dio! diss’egli, perdono per avervi rinnegato;
-voi esistete, sì voi esistete, e nella vostra infinita misericordia
-e giustizia, voi siete il padre, il giudice degli uomini. Mio Dio,
-e Signore, non vi ho per lungo tempo conosciuto! mio Dio, e Signore
-perdonatemi, mio Dio, e Signore ricevetemi!
-
-Caderousse chiuse gli occhi, cadde rovesciato in addietro con un
-ultimo sospiro. Il sangue si fermò subito sulle labbra delle sue larghe
-ferite. Egli era morto.
-
-— _Uno!_ disse misteriosamente il conte, cogli occhi fissi sul cadavere
-già sfigurato per questa morte terribile.
-
-Dieci minuti dopo, il medico ed il procuratore del Re giunsero,
-condotti, l’uno dal portinaro, l’altro da Alì, e furono ricevuti
-dall’abate Busoni, che pregava vicino al morto.
-
-
-
-
-LXXXIII. — BEAUCHAMP.
-
-
-Per quindici giorni in Parigi non si parlò d’altro, che del tentativo
-di rubamento, fatto con tanta audacia, in casa del conte: il moribondo
-aveva firmata una dichiarazione che indicava Benedetto come il suo
-assassino. La polizia fu invitata a lanciare tutti i suoi messi sulle
-tracce dell’omicida.
-
-Il coltello di Caderousse, la lanterna cieca, il mazzo di grimaldelli,
-e gli abiti, meno il gilè che non potè ritrovarsi, furono deposti alla
-polizia, il corpo fu trasportato alla Morgue. Il conte rispondeva
-a tutti, che quest’avventura era accaduta mentre che egli era nella
-sua casa d’Auteuil, e che per conseguenza non sapeva che ciò che gli
-aveva raccontato l’abate Busoni, che in questa sera, per una strana
-combinazione, aveva domandato di passare la notte in sua casa, affine
-di consultare alcuni libri preziosi, che aveva nella sua biblioteca.
-Bertuccio solo impallidiva tutte le volte che veniva pronunciato in
-sua presenza il nome di Benedetto; ma non vi era alcun motivo, perchè
-qualcuno si accorgesse del pallore di Bertuccio. Villefort, chiamato a
-constatare il delitto, aveva reclamato a sè l’affare, ed aveva impresa
-l’istruzione con quell’ardore appassionato, che egli metteva in tutte
-le cause criminali, nelle quali era chiamato a portare la parola.
-Ma tre settimane eran già passate senza che le ricerche più operose
-avessero condotto ad alcun resultato, e si cominciava a dimenticare
-il rubamento tentato alla casa del conte, e l’assassinio del ladro
-commesso dal suo complice, per occuparsi del vicino matrimonio di
-madamigella Danglars col conte Andrea Cavalcanti. Questo matrimonio era
-quasi dichiarato, ed il giovine veniva ricevuto in casa del banchiere
-col titolo di fidanzato.
-
-Erasi scritto al sig. Cavalcanti padre che aveva molto approvato
-questo matrimonio, e che, esprimendo tutto il suo dispiacere, perchè
-il servizio gl’impediva assolutamente di lasciare Parma, ov’era di
-guarnigione, dichiarava acconsentire di dare un capitale di 150 mila
-lire di rendita. Era convenuto che i tre milioni sarebbero stati
-collocati nel banco Danglars, ov’egli li farebbe valere; alcune persone
-avevano tentato di dare dei dubbi al giovine sulla solidità della
-posizione del suo futuro suocero, che da qualche tempo provava alla
-borsa reiterate perdite; ma il giovine con un disinteressamento ed una
-confidenza sublime, rigettò tutti questi vani propositi sui quali ebbe
-la delicatezza di non dire neppure una parola al barone. Per questo
-il barone adorava il conte Andrea Cavalcanti. Non era però lo stesso
-dal lato di madamigella Danglars. Nel suo odio istintivo contro il
-matrimonio, aveva accolto Andrea come un mezzo atto ad allontanare
-Morcerf; ma ora che Andrea si avvicinava troppo, incominciava a provare
-per lui una visibile repulsione. Forse il barone se ne era accorto;
-ma siccome non poteva attribuire questa ripulsione se non che ad un
-capriccio, aveva fatto sembiante di non accorgersene.
-
-Frattanto la dilazione domandata da Beauchamp era quasi percorsa. Del
-rimanente, Morcerf aveva potuto apprezzare il valore del consiglio di
-Monte-Cristo, quando questi gli aveva detto di lasciar cadere le cose
-da sè stesse. Nessuno aveva rilevato la nota sul generale, e nessuno
-aveva ravvisato nel generale che aveva venduta la fortezza di Giannina,
-il nobile conte che sedeva alla camera dei Pari. Alberto però non si
-credeva meno insultato, perchè in quelle poche linee che lo avevano
-ferito vi era certamente l’intenzione di offenderlo. Inoltre, il
-modo con cui Beauchamp aveva terminata la conferenza, lasciava amare
-rimembranze nel suo cuore. Egli dunque accarezzava nel suo spirito
-l’idea di questo duello, del quale egli sperava, se Beauchamp voleva
-prestarvisi, di coprire la vera causa, anche ai suoi testimonii. In
-quanto a Beauchamp, nessuno lo aveva più veduto dopo il giorno della
-visita, che gli aveva fatta Alberto, ed a tutti quelli che andavano
-a domandare di lui si rispondeva che era assente per un viaggio di
-qualche giorno. Ov’era, nessuno lo sapeva. Una mattina Alberto fu
-svegliato dal suo cameriere, che gli annunciò Beauchamp. Alberto si
-strofinò gli occhi, ordinò che si facesse aspettare Beauchamp nella
-piccola sala da fumare nel pian terreno, si vestì prestamente, e
-discese.
-
-Trovò Beauchamp che passeggiava in lungo ed in largo: come lo vide,
-Beauchamp si fermò. — La dimostrazione che voi tentate, presentandovi
-in casa mia da voi stesso, e senza aspettare la visita che io contava
-di farvi in questo stesso giorno, mi sembra di buono augurio, signore,
-disse Alberto; vediamo, dite presto, debbo stendervi la mano dicendo:
-«Beauchamp, confessate un torto, e conservatemi un amico?» Ovvero debbo
-semplicemente domandarvi: «Quali sono le vostre armi?»
-
-— Alberto, disse Beauchamp con una tristezza che colpì il giovine di
-stupore, sediamo da prima, e parliamo.
-
-— Ma mi sembra, che prima di sederci, dobbiate rispondermi?
-
-— Alberto, disse il giornalista, vi sono delle occasioni in cui la
-difficoltà è precisamente nella risposta.
-
-— Io ve la renderò facile, signore, ripetendovi la domanda; volete
-ritrattarvi, sì, o no?
-
-— Morcerf, non bisogna limitarsi a rispondere sì o no alle domande che
-riguardano l’onore, la posizione sociale, la vita di un uomo, quale è
-il sig. tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia... — E che
-si fa allora?
-
-— Si fa ciò che ho fatto io, Alberto; si dice: il danaro, il tempo,
-e la fatica sono un nulla, allorchè si tratta della riputazione e
-degl’interessi di una intera famiglia; si dice: se incrocio la spada,
-o se stringo lo scatto di una pistola sopra un uomo, al quale per due
-anni ho stretta la mano, bisogna che io sappia almeno perchè faccio una
-cosa simile; finalmente per giungere sul terreno col cuore in riposo,
-e quella coscienza tranquilla di cui abbisogna un uomo, quando fa di
-mestieri, che col suo braccio si salvi la vita...
-
-— Ebbene? domandò Morcerf con impazienza, che vuol dir ciò?
-
-— Ciò vuol dire, che io vengo da Giannina.
-
-— Da Giannina? voi! — Sì: io. — Impossibile!
-
-— Mio caro Alberto; eccovi il mio passaporto; guardate i visti:
-Ginevra, Milano, Venezia, Trieste, Delvino, Giannina; crederete alla
-polizia di una repubblica, di un regno, di un impero?
-
-Alberto gettò gli occhi sul passaporto, e li rialzò meravigliati sopra
-Beauchamp; — Voi siete stato a Giannina.
-
-— Alberto, se foste stato uno straniero, uno sconosciuto, un semplice
-lord, come quell’inglese che tre o quattro mesi fa venne a chiedermi
-soddisfazione, e che ho ucciso per ispacciarmene, capirete che non
-mi sarei dato una briga simile; ma ho creduto di dovervi dare questo
-contrassegno di stima. Ho impiegato otto giorni nell’andare, otto
-giorni a ritornare, più quattro giorni di quarantina, e quarantotto
-ore di soggiorno; tutto questo forma le mie tre settimane. Sono giunto
-questa notte, ed eccomi qua.
-
-— Mio Dio, quanti giri di parole, Beauchamp, e quanto tardate a dirmi
-ciò che aspetto da voi!
-
-— Egli è in verità, Alberto... — Si direbbe che esitate...
-
-— Sì; io ho paura...
-
-— Voi avete paura di confessare che il vostro corrispondente vi aveva
-ingannato? Oh! lasciate l’amor proprio, Beauchamp; confessate: il
-vostro coraggio non può essere messo in dubbio.
-
-— Oh! non è questo, mormorò il giornalista; al contrario...
-
-Alberto impallidì spaventosamente: egli tentò di parlare ma la parola
-spirò sulle sue labbra.
-
-— Amico mio, disse Beauchamp col tuono più affettuoso, credetemi, sarei
-felice di potervi fare le mie scuse, e ve le farei con tutto il cuore;
-ma ahimè!...
-
-— Ma che? — La nota aveva ragione, amico mio.
-
-— Come! quell’ufficiale francese... — Sì.
-
-— Quel Fernando? — Sì.
-
-— Quel traditore che cedè la fortezza dell’uomo di cui era al
-servizio... — Perdonatemi di dirvi ciò che vi dico, amico mio,
-quest’uomo, è vostro padre!
-
-Alberto fece un movimento furioso per slanciarsi su Beauchamp; ma
-questi lo trattenne, più collo sguardo dolce che colla mano stesa.
-
-— Osservate, amico mio, diss’egli cavando di saccoccia un foglio,
-ecco la prova. — Alberto aprì il foglio; era un attestato di quattro
-dei più notabili abitanti di Giannina, che contestavano qualmente il
-colonnello Fernando Mondego, colonnello istruttore, al servizio del
-Visir Alì-Tebelen, aveva ceduto la fortezza di Giannina, ricevendone
-in compenso due mila borse. Le firme erano legalizzate dal console.
-Alberto vacillò, e cadde atterrato sopra una sedia.
-
-Questa volta non v’era più alcun dubbio, il nome della sua famiglia
-vi era in tutte lettere. Così, dopo un momento di mutuo silenzio e di
-dolore, il suo cuore si sgonfiò, le vene del collo s’inturgidirono; un
-torrente di lagrime gli sgorgò dagli occhi.
-
-Beauchamp, che aveva guardato il giovine con una profonda pietà,
-mentre cedeva al parossismo del dolore, si avvicinò a lui. — Alberto,
-diss’egli, voi ora mi capite, non è vero? io ho voluto veder tutto,
-giudicare tutto da me stesso, sperando che la spiegazione sarebbe
-stata favorevole a vostro padre, e che avrei potuto rendergli compiuta
-giustizia. Ma, al contrario, le informazioni prese contestano che
-questo ufficiale istruttore, che questo Fernando Mondego, elevato da
-Alì-Pascià al titolo di generale governatore, non è altro che il conte
-Fernando de Morcerf; allora sono ritornato, ricordatevi l’onore che mi
-avete fatto di ammettermi alla vostra amicizia, e sono accorso a voi.
-
-Alberto, sempre immobile sul seggio, si teneva le mani sugli occhi,
-come avesse voluto impedire alla luce di arrivare fino a lui: — Io sono
-accorso, continuò Beauchamp, per dirvi: Alberto, gli errori dei nostri
-padri, in quei tempi di azione e di reazione, non possono ricadere sui
-figli, Alberto, ben pochi hanno traversato quelle rivoluzioni, in mezzo
-alle quali siam nati, senza che qualche macchia di fango o di sangue
-abbia lordato la loro uniforme da soldato, o la loro toga da giudice.
-Alberto, nessuno al mondo, ora che ho tutte le prove, ora che sono
-padrone del vostro segreto, può sforzarmi ad un combattimento che la
-vostra coscienza, ne sono certo, si rimprovererebbe come un delitto; ma
-ciò che non potete esigere da me, io stesso vengo ad offrirvelo. Queste
-prove, queste rivelazioni, questi attestati che io solo posseggo,
-volete che spariscano? questo terribile segreto, volete che resti fra
-voi e me? confidate alla mia parola d’onore? egli non uscirà mai dalla
-mia bocca; dite, lo volete Alberto?
-
-Alberto si slanciò al collo di Beauchamp:
-
-— Ah! nobile cuore!
-
-— Prendete, disse Beauchamp presentandogli il foglio.
-
-Alberto lo afferrò con mano convulsa, lo strinse, lo spiegazzò, pensò
-di stracciarlo; ma temendo che la più piccola particella trasportata
-dal vento non venisse un giorno a percuoterlo sulla fronte, andò
-alla candela, sempre accesa per i sigari, e ne consumò fin l’ultimo
-frammento.
-
-— Che tutto ciò si dimentichi come un sogno cattivo, disse Beauchamp,
-si sperda come queste ultime faville che corrono sulla carta annerita,
-che tutto ciò svanisca, come quest’ultimo fumo che sfugge da queste
-mute ceneri.
-
-— Sì, sì, disse Alberto, e che non vi rimanga che l’eterna amicizia
-che i miei figli trasmetteranno ai vostri, amicizia che mi ricorderà
-sempre che il sangue delle mie vene, la vita del mio corpo, l’onore
-del mio nome, le debbo soltanto a voi; perchè se una tal cosa fosse
-stata conosciuta, oh! Beauchamp, vi dichiaro che mi sarei bruciate le
-cervella... oh, no, povera madre! perchè non avrei voluto ucciderla con
-lo stesso colpo... avrei espatriato.
-
-— Caro Alberto! disse Beauchamp. — Ma il giovine si tolse ben presto
-da questa gioia inattesa, e per così dire fatidica, e ricadde più
-profondamente nella sua tristezza.
-
-— Ebbene, domandò Beauchamp, vediamo, che vi è di nuovo, amico mio?
-
-— C’è, disse Alberto, che ho qualche cosa che mi lacera il cuore.
-Ascoltate, Beauchamp. Non so togliermi, così in un secondo da quel
-rispetto, da quella confidenza, e da quell’orgoglio, che inspira ad
-un figlio il nome senza macchia di suo padre. Oh! Beauchamp come dovrò
-ora presentarmi a lui? manderò in addietro la mia fronte quando egli vi
-avvicinerà le labbra? ritirerò la mia mano quando egli mi stenderà la
-sua?... Beauchamp, sono il più infelice degli uomini. Ah! madre mia,
-mia povera madre, disse Alberto guardando, a traverso dei suoi occhi
-che nuotavano nelle lagrime il ritratto di sua madre, se aveste saputo
-ciò, quanto avreste dovuto soffrire.
-
-— Coraggio, disse Beauchamp, coraggio, amico!
-
-— Ma di dove veniva questa prima nota inserita nel vostro giornale?
-gridò Alberto; dietro a tutto ciò vi è un odio sconosciuto, un nemico
-invisibile.
-
-— Ebbene! disse Beauchamp, ragione di più. Coraggio, non fate comparire
-alcuna traccia d’emozione sul vostro viso; portate questo dolore in
-voi, come la nube porta in sè la rovina e la morte; segreto fatale che
-non si comprende che al momento in cui scoppia la tempesta. Andate,
-amico, riserbate le vostre forze pel momento in cui verrà fatto questo
-scoppio.
-
-— Oh! ma credete dunque che noi non siamo giunti a termine? disse
-Alberto spaventato.
-
-— Ma... non credo niente, amico mio; ma finalmente tutto è possibile. A
-proposito...
-
-— Che cosa? domandò Alberto vedendo Beauchamp esitare.
-
-— Sposate sempre madamigella Danglars?
-
-— A qual proposito mi domandate questo in un simile momento, Beauchamp?
-
-— Perchè nel mio spirito la rottura o il compimento di questo
-matrimonio, si riattaccano all’oggetto che ne occupa.
-
-— In che modo? disse Alberto, la cui fronte s’infiammò, credete che il
-sig. Danglars...
-
-— Vi domando soltanto a che punto siete con questo matrimonio. Che
-diavolo! non vedete nelle mie parole altre cose che quelle che vi
-metto, e non date loro un’importanza maggiore di quella che non hanno.
-
-— No, disse Alberto, il matrimonio è rotto.
-
-— Bene, disse Beauchamp. — Indi, vedendo che il giovine ricadeva nella
-sua melanconia: — Osservate, Alberto, diss’egli, se credete a me,
-sarebbe bene che uscissimo; un giro al bosco in _phaéton_, o a cavallo
-vi distrarrà; indi ritorneremo per far colazione in qualche luogo, e
-voi andrete per i vostri affari ed io per i miei.
-
-— Volentieri, disse Alberto, ma usciamo a piedi, mi sembra che un poco
-di fatica mi farà bene.
-
-— Sia, disse Beauchamp. — Ed i due amici uscendo a piedi s’avviarono al
-baluardo. Giunti alla Maddalena: — Sentite, disse Beauchamp, giacchè
-siamo sulla strada, andiamo un poco a vedere il sig. di Monte-Cristo,
-egli vi distrarrà; è un uomo ammirabile per rimettere gli spiriti, in
-quanto che non fa mai domande; ora, a mio avviso, la gente che non fa
-interrogazioni è la più abile consolatrice.
-
-— Andiamo pure da lui, disse Alberto, io lo amo.
-
-
-
-
-LXXXIV. — IL VIAGGIO.
-
-
-Monte-Cristo mandò un grido di gioia vedendo i due giovani insieme.
-— Ah! ah! diss’egli! ebbene! spero che tutto sarà finito, spiegato,
-accomodato?
-
-— Sì, disse Beauchamp. Romori assurdi che sono caduti da sè stessi,
-e che ora, se si rinnovassero, mi avrebbero per il loro primo
-antagonista. Non ne parliamo più.
-
-— Alberto vi dirà, riprese il conte, che questo era il consiglio
-ch’io stesso gli aveva dato. Osservate, voi mi vedete compire la più
-esecrabile mattinata che abbia mai passata.
-
-— E che cosa fate? mi sembra che siate occupato a mettere in ordine le
-vostre carte?
-
-— Le mie carte? grazie a Dio no; vi è sempre ordine nelle mie carte,
-un ordine meraviglioso, atteso che non ho carte; sono le carte del sig.
-Cavalcanti.
-
-— Del sig. Cavalcanti? domandò Beauchamp.
-
-— Eh! sì, non sapete ch’è un giovinotto ch’è stato lanciato nella
-società dal conte? disse Morcerf.
-
-— No, intendiamoci bene, riprese Monte-Cristo: non ho lanciato alcuno,
-ed il sig. Cavalcanti molto meno.
-
-— E che sposerà madamigella Danglars in vece mia, cosa che, continuò
-Alberto sforzandosi di sorridere, come potete bene immaginare, mi
-addolora assaissimo, caro Beauchamp.
-
-— E che? venite forse dal confine del mondo? domandò Monte-Cristo, voi,
-un giornalista il marito della _Renommée_! Tutto Parigi non parla che
-di questo.
-
-— E siete voi, conte, che avete fatto questo matrimonio?
-
-— Io? oh! silenzio, sig. novellista, non raccontate simili cose; io!
-mio Dio! fare un matrimonio! No, voi non mi conoscete; mi vi sono anzi
-opposto con tutto il mio potere, ho ricusato di fare la domanda.
-
-— Ah! capisco, per causa del nostro amico Alberto?
-
-— Per causa mia? disse il giovine; oh! no, in fede mia! Il conte mi
-farà giustizia di certificare, che l’ho sempre pregato al contrario di
-rompere questo matrimonio che fortunatamente è rotto. Il conte pretende
-però che io non debba ringraziare lui.
-
-— Ascoltate, disse Monte-Cristo, sono entrato tanto poco in questo
-affare, che ora sono trattato freddamente dal futuro genero; dal
-giovine. Non vi è che madamigella Eugenia la quale conoscendo a qual
-punto io era poco disposto a farle perdere la sua cara libertà, mi
-abbia conservato un poco d’affezione.
-
-— E dite che questo matrimonio è sul punto d’effettuarsi?
-
-— Oh! mio Dio! sì, ad onta di tutto ciò che ho potuto dire: non conosco
-il giovine, lo si pretende ricco e di buona famiglia, ma per me tali
-cose non son che un semplice _si dice_: ho ripetuto tutto questo fino
-alla sazietà al sig. Danglars, ma egli si è ostinato col suo Lucchese.
-Sono perfino giunto a fargli parte di una particolarità, che per me è
-gravissima: il giovine è stato cambiato a balia, allevato dai zingari,
-o perduto dal suo precettore, non so troppo bene. Ma quello ch’io so,
-si è che suo padre lo ha perduto di vista per più di dieci anni; ciò
-che ha fatto durante questi dieci anni di vita errante, Dio solo lo sa;
-le sue carte, eccole. Io le mando a loro, ma me ne lavo le mani.
-
-— E madamigella d’Armilly, domandò Beauchamp, che cera vi fa, che le
-portate via la sua allieva?
-
-— Diamine! non so troppo: ma sembra che ella parta per l’Italia. La
-sig.ª Danglars mi ha parlato di lei, e mi ha domandate delle lettere
-per gl’impresarii: io le ho date due righe pel direttore del teatro
-Valle, che mi ha qualche obbligazione. Ma che avete dunque, Alberto?
-avete l’aria ben trista; sareste forse, senza accorgervene, innamorato
-di madamigella Danglars?
-
-— No, ch’io sappia, disse Alberto sorridendo amaramente.
-
-Beauchamp si mise a guardare i quadri.
-
-— Ma finalmente, continuò Monte-Cristo, non siete del solito umore.
-Sentiamo, che cosa avete?
-
-— Ho l’emicrania, disse Alberto.
-
-— Ebbene! caro visconte, disse Monte-Cristo, ho per questi casi un
-rimedio infallibile da proporvi; rimedio che è sempre riuscito a me
-stesso, ogni qualvolta ho sofferto qualche contrarietà.
-
-— E quale? domandò il giovine.
-
-— Il cambiar luogo.
-
-— Davvero? disse Alberto.
-
-— Sì, e sentite; siccome in questo momento soffro eccessive
-contrarietà, cambio luogo. Vogliamo cambiarlo insieme?
-
-— Voi delle contrarietà, disse Beauchamp; e su che?
-
-— Per bacco! voi ne parlate molto indifferentemente, vorrei vedervi con
-una causa criminale che si istituisse in casa vostra!
-
-— Una causa criminale! qual causa criminale?
-
-— Eh! quella che il sig. de Villefort istituisce contro il mio amabile
-assassino, una specie di brigante fuggito dalla galera, a quanto
-sembra.
-
-— Ah! è vero, disse Beauchamp, ha fatto chiasso sui giornali. Che cosa
-è questo Caderousse?
-
-— Ebbene... mi sembra che sia un provenzale. Il sig. de Villefort
-ne ha inteso parlare quando era a Marsiglia, ed il sig. Danglars si
-ricorda di averlo veduto; ne risulta che il sig. procuratore del Re
-prende l’affare molto a cuore, molto più, ch’egli ha, a quanto sembra
-premurato al più alto grado il prefetto di polizia, e che, mercè
-questa premura di cui gli sono riconoscente che non si potrebbe dir di
-più, mi s’inviano tutti i banditi, che da quindici giorni si possono
-raccogliere in Parigi, e nelle vicinanze, sotto il pretesto ch’essi
-sono gli assassini di Caderousse, d’onde ne risulta che in tre mesi,
-se continua, non vi sarà più un ladro o un assassino, in questo regno
-di Francia, che non conosca la pianta della mia casa sulla punta delle
-dita. Per cui prendo la risoluzione di abbandonarla loro interamente,
-e di andarmene tanto lontano, quanto mi potrà portare la terra. Venite
-con me, visconte, io vi conduco.
-
-— Volentieri. — Allora è convenuto? — Sì, ma dove andremo? — Ve l’ho
-detto, dove l’aria è più pura, ed il rumore dorme; ove, per quanto
-uno sia orgoglioso, si sente umile, e si ritrova piccolo. Amo questa
-umiliazione io, che son chiamato padron dell’Universo come Augusto.
-
-— Ma infine ove andate?
-
-— Al mare, visconte, al mare: sono un marinaro, vedete; da fanciullo
-sono stato cullato fra le braccia del vecchio Oceano e sul seno della
-bella Amfitride; ho scherzato col mantello verde dell’uno, e colla
-gonna azzurra dell’altra. Amo il mare come si può amare un amico, e
-quando è lungo tempo che non lo vedo, smanio per esso.
-
-— Andiamo, conte, andiamo! — Al mare? — Sì.
-
-— Voi accettate? — Io accetto.
-
-— Ebbene! visconte, questa sera nel mio cortile vi sarà una _brisca_
-da viaggio in cui potremo stenderci come nel proprio letto; a questa
-_brisca_ saranno attaccati quattro cavalli di posta. Sig. Beauchamp, vi
-si sta in quattro comodamente, volete venire con noi?
-
-— Grazie, vengo ora dal mare. — Come! venite dal mare?
-
-— Sì, o quasi; ritorno da un piccolo viaggio alle isole Borromee.
-
-— Che importa, venite egualmente! disse Alberto.
-
-— No, caro Morcerf, dovete capire dal modo che io rifiuto, che la cosa
-è impossibile. D’altra parte è importante ch’io resti a Parigi, disse
-parlando a bassa voce, non fosse per altro, che per sorvegliare la
-cassetta del giornale.
-
-— Ah! siete un ottimo ed eccellente amico, disse Alberto, sì, avete
-ragione, vegliate, sorvegliate, Beauchamp, e cercate di scoprire
-l’inimico dal quale ebbe origine questa nota.
-
-Alberto e Beauchamp si separarono; la loro ultima stretta di mano
-racchiudeva tutto ciò che le loro labbra non potevano esprimere in
-faccia allo straniero. — È un eccellente giovine Beauchamp, disse
-Monte-Cristo dopo la partenza del giornalista, non è vero, Alberto?
-
-— Oh! sì, un uomo di cuore, ve lo garantisco; così che io l’amo con
-tutta l’anima mia. Ma ora che siamo soli, quantunque la cosa per me sia
-la stessa, dove andiamo?
-
-— In Normandia, se a voi non dispiace.
-
-— A meraviglia: saremo del tutto in campagna, non è vero? nessuna
-società, nessun vicino?
-
-— Saremo a quattro occhi, con cavalli per correre, cani per cacciare,
-barche per pescare, ed ecco tutto.
-
-— Questo è quello che mi abbisogna. Avviso mia madre, e sono ai vostri
-ordini.
-
-— Ma, disse Monte-Cristo, vi daranno il permesso?
-
-— Di che? — Di venire in Normandia?
-
-— A me? e che non sono più libero?
-
-— Di andare ove vi piace solo, lo so bene, poichè vi ho incontrato
-scappato per l’Italia. — Ebbene?
-
-— Ma di venire con l’uomo misterioso che si chiama il conte di
-Monte-Cristo...
-
-— Voi avete poca memoria, conte. — In che modo?
-
-— Non vi ho detta tutta la simpatia che mia madre vi porta?
-
-— Spesso la donna cambia, ha detto Francesco I; la donna è un’onda,
-ha detto Shakespeare: l’uno fu un gran re, l’altro un gran poeta; ed
-entrambi dovevan conoscere la donna.
-
-— Sì, la donna, ma mia madre non è la donna, è una donna.
-
-— Permettete ad un povero straniero di non conoscere tutta la
-sottigliezza di questo giuoco di parole.
-
-— Voglio dire che mia madre è avara dei suoi sentimenti, ma una volta
-che li ha concessi, è per sempre.
-
-— Ah! davvero? disse sospirando Monte-Cristo; e credete ch’ella
-mi faccia l’onore di accordarmi un qualche sentimento di più d’una
-perfetta indifferenza?
-
-— Ascoltate! ve l’ho già detto e ve lo ripeto, riprese Morcerf;
-bisogna bene che siate un uomo molto straordinario e molto superiore
-agli altri, perchè mia madre si è lasciata prendere, non dirò dalla
-curiosità, ma dall’interessamento che avete saputo inspirarle. Quando
-siamo soli, non parla che di voi.
-
-— Vi dice ella di non fidarvi di questo Manfredi?
-
-— Al contrario mi dice: «Morcerf, credo che il conte abbia un nobile
-naturale; cerca di farti amare da lui.»
-
-Monte-Cristo girò gli occhi e mandò un sospiro:
-
-— Ah! da vero?
-
-— Di modo che capirete, continuò Alberto, che invece di opporsi al
-mio viaggio, ella lo approverà di tutto cuore, poichè entra nelle
-raccomandazioni che mi fa ogni giorno.
-
-— Andate dunque, disse Monte-Cristo. Questa sera siate qui alle cinque,
-arriveremo laggiù a mezza notte o ad un’ora.
-
-— Come, a Tréport...? — Tréport, o nelle vicinanze.
-
-— Non ci abbisognano che otto ore per fare 48 leghe?
-
-— È anche molto, disse Monte-Cristo.
-
-— Siete davvero l’uomo dei prodigi, e giungerete non solo a superare le
-strade ferrate, che non è molto difficile particolarmente in Francia,
-ma eziandio a correre più presto di una notizia pel telegrafo.
-
-— Frattanto, visconte; siccome ci occorrono sempre sette od otto ore
-per giungere laggiù, siate esatto.
-
-— State tranquillo: non ho altro a fare che prepararmici.
-
-— Alle cinque adunque. — Alle cinque. — Alberto sorrise.
-
-Monte-Cristo, dopo avergli fatto sorridendo un segno colla testa, restò
-un momento pensieroso, e come assorbito da una profonda meditazione.
-Finalmente, passando la mano sulla fronte come per allontanare una
-distrazione, andò al campanello e battè due colpi. Non appena compiti
-i due colpi percossi da Monte-Cristo, entrò Bertuccio: — Bertuccio,
-diss’egli, non dopo domani, non domani, come da prima aveva pensato,
-ma questa sera stessa ho stabilito d’andare in Normandia: da ora alle
-cinque vi è già maggior tempo di quello che vi abbisogna: farete
-preparare i cavalli del primo appostamento; il sig. de Morcerf mi
-accompagna. Andate.
-
-Bertuccio obbedì, ed un corriere corse a Pontoise ad annunziare, che la
-carrozza di posta sarebbe passata alle sei precise; il palafreniere di
-Pontoise ne inviò un altro al secondo appostamento, e questi un altro
-al terzo; e, sei ore dopo, tutti i cavalli di cambio disposti lungo la
-strada erano prevenuti. Prima di partire il conte salì da Haydée, le
-annunziò la sua partenza, le disse il luogo ove andava, e mise tutta
-la casa sotto i suoi ordini. Alberto fu esatto. Il viaggio, taciturno
-sul principio, si aprì ben presto per l’effetto fisico della rapidità.
-Morcerf non aveva un’idea di sì grande celerità.
-
-— In fatto, disse Monte-Cristo, colla vostra posta che fa due leghe
-l’ora, con quella stupida legge che proibisce al viaggiatore di
-sorpassare l’altro senza averne ottenuto il permesso, che fa sì che
-un viaggiatore ammalato o catarroso ha il diritto di tenersi a seguito
-i viaggiatori allegri e che stanno bene, non vi è locomozione che sia
-possibile; io evito questo inconveniente, viaggiando col mio proprio
-postiglione ed i miei proprii cavalli, non è vero, Alì? — E il conte
-mise fuori la testa dallo sportello, ed emise un piccolo grido di
-eccitazione che pose le ali ai piedi dei cavalli; non correvano più,
-volavano. La carrozza roteò come un fulmine sul pavimento reale, e
-ciascuno si voltava per veder passare la meteora fiammeggiate. Alì,
-ripetendo questo grido sorrideva, mostrando i denti bianchi, stringendo
-fra le sue robuste mani le redini spumeggianti, spronando i cavalli, le
-criniere dei quali andavano sparpagliate al vento; Alì, il figlio del
-deserto, si ritrovava nel suo elemento.
-
-— Ma dove diavolo trovate simili cavalli? domandò Alberto; li fate
-forse fare espressamente?
-
-— Precisamente, disse il conte; sono sei anni che ritrovai in Ungheria
-un famoso stallone rinomato per la sua celerità; lo comprai, non so
-bene per quanto, perchè fu Bertuccio che lo pagò. Nello stesso anno
-ebbe trentadue figli. Ora tutta passeremo in rivista la progenitura
-di questo medesimo padre. Essi sono tutti eguali, neri, senza alcuna
-macchia, fuorchè una stella in fronte, poichè a questa privilegiata
-razza furono destinate cavalle tutte scelte come si scelgono ai pascià
-tutte le favorite.
-
-— È ammirabile!... ma ditemi, che fate di tutti questi cavalli?
-
-— Lo vedete, viaggio con essi. — Ma non viaggiate sempre! — Quando non
-ne avrò più bisogno, Bertuccio li venderà, e pretendo che vi guadagnerà
-30 o 40 mila fr.
-
-— Ma in Europa non vi sarà un principe così ricco per comprarli.
-
-— Allora li venderò ad un qualche semplice Visir d’Oriente, che
-vuoterà il suo tesoro per comprarli, e che riempirà il suo tesoro
-facendo amministrare delle bastonate sotto la pianta dei piedi dei suoi
-sudditi.
-
-— Conte, volete che vi comunichi un pensiero che mi è venuto? — Fatelo
-pure.
-
-— È che, dopo voi, il sig. Bertuccio deve essere il più ricco privato
-d’Europa.
-
-— Ebbene vi sbagliate, visconte; sono sicuro, che se rovesciate le
-saccocce di Bertuccio, non ci ritroverete il valore di dieci soldi.
-
-— E perchè? domandò il giovine, Bertuccio è dunque un fenomeno?... Ah!
-mio caro conte; non vi ingolfate troppo nel meraviglioso, o ch’io non
-vi crederò più, ve ne prevengo.
-
-— Non ritroverete mai il meraviglioso vicino a me, Alberto: cifre e
-ragione, ecco tutto; ora ascoltate questo dilemma: un intendente ruba,
-ma perchè ruba?
-
-— Diavolo! perchè è nella sua natura, mi sembra, disse Alberto; ruba
-per rubare.
-
-— Ebbene! no, v’ingannate. Ruba perchè ha moglie, figli, desiderii
-ambiziosi per lui e per la sua famiglia; egli ruba, perchè non è
-sicuro di non più lasciar il padrone, e vuol farsi un avvenire. Ebbene,
-Bertuccio è solo al mondo; usa della mia borsa senza rendermene conto,
-è sicuro di non lasciarmi mai. — E perchè?
-
-— Perchè io non potrei ritrovarne uno migliore.
-
-— Vi aggirate in un circolo vizioso: quello delle probabilità.
-
-— Oh! no, sono in quello delle certezze; il buon servitore è per me
-quello, sul quale ho diritto della vita e della morte.
-
-— E voi avete sopra Bertuccio diritto di vita e di morte?
-
-— Sì, rispose freddamente il conte. — Vi sono delle parole che chiudono
-la conversazione come una porta di ferro; il sì del conte era una di
-quelle parole. Il rimanente del viaggio si compì colla stessa celerità;
-i trentadue cavalli divisi in otto appostamenti, fecero 47 leghe in
-otto ore. Si giunse nel mezzo della notte alla porta di un bel parco;
-il portinaro era in piedi, e teneva il cancello aperto, essendo stato
-avvertito dal palafreniere dell’ultimo appostamento.
-
-Erano le due e mezzo del mattino, Alberto fu condotto nel suo
-appartamento. Ritrovò preparato un bagno ed una cena. Il domestico che
-aveva fatta la strada nel seggio dietro la carrozza, fu messo a sua
-disposizione.
-
-Battistino che aveva fatta la strada nel seggio davanti, stava
-agli ordini del conte. Alberto prese il bagno, cenò, e se ne andò
-a letto. Tutta la notte fu cullato dal melanconico rumore delle
-ondate. Alzandosi andò direttamente alla finestra, l’aprì, e si
-trovò sur un piccolo terrazzo che guardava innanzi a sè nel mare
-cioè nell’immensità, mentre alla parte posteriore un bel parco
-conduceva in una piccola foresta. In un seno del lido di una certa
-grandezza, galleggiava una piccola corvetta, di stretta carena, con
-alberatura svelta, e che portava al corno una bandiera con lo stemma di
-Monte-Cristo, stemma che rappresentava una montagna d’oro sopra un mare
-azzurro. Intorno alla goletta eravi una quantità di piccole barchette
-che appartenevano ai pescatori dei villaggi vicini, e sembravano umili
-sudditi che aspettassero gli ordini della loro regina. Là, come in
-tutti i luoghi in cui si fermava Monte-Cristo, fosse anche per due
-o tre giorni soltanto, la vita era ordinata al termometro di tutti i
-comodi e piaceri; in tal modo il vivere diveniva facile nello stesso
-momento. Alberto ritrovò nella sua anticamera due fucili, e tutti
-gli attrezzi necessarii ad un cacciatore. Un’altra camera, nel piano
-terreno, era consacrata a tutti quegli utensili ed a quelle macchinette
-ingegnose che gl’Inglesi, grandi pescatori perchè sono pazienti ed
-oziosi, non hanno ancora potuto fare adottare ai metodici pescatori
-francesi. Tutta la giornata si passò in questi diversi esercizii,
-nei quali Monte-Cristo era eccellente; furono uccisi una dozzina di
-fagiani nel parco, furono pescate delle trote nei ruscelli, si pranzò
-in un padiglione chinese che dava sul mare, e fu servito il thè nella
-biblioteca.
-
-Verso la sera del terzo giorno, Alberto, spossato dalla fatica di
-questa laboriosa vita che sembrava uno scherzo per Monte-Cristo,
-dormiva sopra un sofà vicino ad una finestra, mentre che il conte
-faceva con un architetto il piano di una stufa che voleva istituire
-nella casa, allorchè il rumore di un cavallo tritando la breccia della
-strada fece alzare la testa al giovine; guardò per la finestra, e,
-con una sorpresa delle più disaggradevoli, scoperse nel cortile il suo
-cameriere, dal quale non aveva voluto farsi seguire per non impacciare
-troppo Monte-Cristo.
-
-— Florentin qui! gridò egli balzando dal sofà; è forse ammalata mia
-madre? — E si precipitò verso la porta della camera. Monte-Cristo
-lo seguì cogli occhi, e lo vide fermare il suo cameriere che, tutto
-anelante, cavò di saccoccia un piccolo piego sigillato: esso conteneva
-una lettera ed un giornale.
-
-— Di chi è questa lettera? domandò con vivacità Alberto.
-
-— Del sig. Beauchamp, rispose Florentin.
-
-— È dunque Beauchamp che vi manda qui?
-
-— Sì, signore. Mi ha dato il danaro necessario per viaggiare, mi ha
-fatto condurre un cavallo di posta, e mi ha fatto promettere che non mi
-sarei fermato fino a che non vi avessi raggiunto, signore: ho fatto la
-strada in quindici ore.
-
-Alberto aprì la lettera fremendo; alle prime righe mandò un grido;
-afferrò il giornale con un visibile tremito.
-
-D’improvviso gli occhi gli si oscurarono, le gambe gli vennero meno,
-e, vicino a cadere, si appoggiò a Florentin, che stese le braccia per
-sostenerlo. — Povero giovine! mormorò Monte-Cristo tanto sommessamente
-che neppure egli potè sentire il rumore di queste parole di compassione
-che pronunziava; è dunque fissato che le mancanze dei padri debbano
-ricadere sui figli fino alla terza od alla quarta generazione! — In
-questo mentre Alberto aveva ricuperate le sue forze, e continuando
-a leggere si scuoteva i capelli bagnati di sudore sulla fronte, e
-scartazzando lettera e giornale:
-
-— Florentin, disse egli, il vostro cavallo è in istato di riprendere la
-strada di Parigi?
-
-— È un cattivo ronzino di posta, stroppiato.
-
-— Oh! e com’era la famiglia quando l’avete lasciata?
-
-— Molto tranquilla; ma ritornando dall’abitazione del sig. Beauchamp,
-ho ritrovato la signora immersa nel pianto. Ella mi aveva fatto
-chiamare per sapere quando sareste stato di ritorno. Allora le ho
-detto che veniva a cercarvi per parte del sig. Beauchamp. Il suo primo
-movimento è stato quello di stendere il braccio come per fermarmi, ma
-dopo un minuto di riflessione: «sì, andate, Florentin, ella ha detto, e
-ch’egli ritorni.»
-
-— Sì, madre mia, sì, disse Alberto, ritorno, sii tranquilla, e
-disgrazia all’infame!... Ma, prima di tutto bisogna che io parta. — E
-riprese il cammino della camera ove aveva lasciato Monte-Cristo. Egli
-non era più lo stesso uomo, e cinque minuti erano stati sufficienti
-per operare in Alberto una trista metamorfosi; era uscito dal suo
-stato ordinario, e rientrava colla voce alterata, il viso solcato da un
-rossore febbrile; l’occhio sfavillante sotto palpebre venate di blu, e
-l’andamento vacillante come quello di un uomo ubriaco.
-
-— Conte, diss’egli, grazie della vostra ospitalità, della quale avrei
-voluto godere più lungamente, ma bisogna che io ritorni a Parigi.
-
-— E che cosa è dunque accaduto?
-
-— Una gran disgrazia; ma permettetemi di partire, si tratta di cosa
-molto più preziosa della mia vita. Non mi fate domande, conte, ve ne
-supplico, ma datemi un cavallo!
-
-— Le mie scuderie sono al vostro servizio, visconte, disse
-Monte-Cristo; ma voi andate a morire di fatica correndo la posta a
-cavallo; prendete un calesse, un _coupé_, una qualche carrozza.
-
-— No, sarebbe troppo lunga, e poi ho bisogno di questa fatica di cui
-voi temete; essa mi farà del bene.
-
-Alberto fece alcuni passi in tondo, come un uomo colpito da una palla,
-e andò a cadere sopra una sedia vicina alla porta. Monte-Cristo
-non vide questo secondo colpo di debolezza; egli era alla finestra
-gridando:
-
-— Alì, un cavallo per il sig. de Morcerf! che si affrettino, egli ha
-premura.
-
-Queste parole resero la vita ad Alberto; si slanciò fuori della camera,
-il conte lo seguì. — Grazie, mormorò il giovine balzando in sella. Voi
-ritornerete il più presto che potrete, Florentin. Vi è nessuna parola
-d’ordine perchè mi cambino il cavallo, conte?
-
-— Nient’altro che rilasciare quello che cavalcate; ve ne inselleranno
-sul momento un altro.
-
-Alberto stava per islanciarsi e si fermò. — Voi forse ritroverete
-strana, insensata la mia partenza, disse il giovine; non comprenderete
-come poche righe di un giornale possano mettere un uomo alla
-disperazione. Ebbene, aggiunse egli, gettandogli il giornale, leggete
-queste, ma solo quando sarò partito, affinchè non abbiate a vedere il
-mio rossore.
-
-E mentre che il conte raccoglieva il giornale, egli piantò gli speroni,
-che allora erano stati attaccati ai suoi stivali, nel ventre del
-cavallo, che, meravigliato che vi potesse essere un cavaliere che
-credesse esservi bisogno di simile istrumento per lui, partì, come
-un dardo di freccia. Il conte seguì il giovine cogli occhi e con un
-sentimento di compassione infinita, e non fu che allora quando fu
-intieramente sparito che, riportando gli occhi sul giornale, lesse ciò
-che segue:
-
- «Quell’ufficiale francese al servizio di Alì-Pascià di Giannina,
- di cui parlava tre settimane sono il giornale l’_Impartial_, e
- che non soltanto vendè la fortezza di Giannina, ma ben anche il
- suo benefattore ai Turchi, si chiamava di fatto in quell’epoca
- Fernando, come lo ha detto il nostro onorevole confratello; ma
- d’allora, ha aggiunto al suo vero nome un titolo di nobiltà, ed
- un nome di terra. In oggi si chiama il sig. conte di Morcerf, e
- fa parte della _Camera_ dei Pari.»
-
-In tal modo adunque, questo terribile segreto, che Beauchamp aveva
-seppellito con tanta generosità, ricompariva come un fantasma armato,
-ed un altro giornale, crudelmente informato, aveva pubblicato, il
-giorno dopo la partenza d’Alberto per la Normandia, le poche linee che
-poco mancarono a far divenir pazzo il giovine.
-
-
-
-
-LXXXV. — IL GIUDIZIO.
-
-
-Alle otto del mattino, Alberto cadde come un fulmine in casa di
-Beauchamp. Il cameriere era prevenuto; egli introdusse Morcerf nella
-camera del suo padrone, ch’era allora entrato in bagno. — Ebbene? gli
-disse Alberto.
-
-— Ebbene! io vi aspettava, rispose Beauchamp.
-
-— Eccomi, non vi dirò, Beauchamp, che vi credo troppo leale e troppo
-buono, perchè non abbiate parlato a chi che siasi di tutto ciò; no,
-amico mio. D’altra parte il messaggio che mi avete spedito mi è una
-guarentigia della vostra affezione. Per cui, non perdiamo tempo in
-preamboli; avete voi qualche idea sulla parte da dove possa venire
-questo colpo?
-
-— Ve ne dirò due parole in breve.
-
-— Ma prima, amico mio, dovete dirmi tutti i particolari della storia di
-questo abbominevole tradimento.
-
-E Beauchamp raccontò al giovine, schiacciato sotto il peso dell’onta e
-del dolore, i fatti che racconteremo in tutta la loro semplicità.
-
-La mattina dell’antivigilia, l’articolo era comparso in un giornale,
-tutt’altro che l’_Impartial_, e ciò che dava ancora maggior gravità
-all’affare, in un giornale molto diffuso per appartenere al governo.
-Beauchamp faceva colazione quando gli venne sott’occhi la nota; mandò
-subito a prendere un _cabriolet_, senza finire il pasto, e corse alla
-direzione del giornale. Quantunque egli professasse sentimenti politici
-diametralmente opposti a quelli del gerente del giornale accusatore,
-Beauchamp, cosa che qualche volta accade, e diremo anche di sovente,
-era suo intimo amico. Allorchè egli giunse da lui, il gerente leggeva
-il proprio giornale, e sembrava compiacersi per vedere in una prima
-colonna sotto la data di _Parigi_ un articolo sullo zucchero di
-barbabietola, che probabilmente coincideva col suo modo di vedere.
-
-— Ah! per bacco! disse Beauchamp, poichè voi avete fra le mani il
-vostro giornale, mio caro ***, non ho bisogno di dirvi ciò che mi
-conduce a voi.
-
-— Sareste per caso parteggiano dello zucchero di canna? domandò il
-gerente del giornale ministeriale.
-
-— No, sono estraneo alla questione; vengo per tutt’altro.
-
-— Per che cosa venite? — Per l’articolo Morcerf.
-
-— Ah! sì, davvero: non è un articolo curioso?
-
-— Tanto curioso, che correte il rischio d’essere citato per
-diffamazione, mi sembra, e che con ciò arrischiate pure un processo
-molto pericoloso.
-
-— Niente affatto; colla nota abbiamo ricevuto tutti i documenti in
-appoggio, e siam perfettamente convinti, che il sig. de Morcerf rimarrà
-tranquillo: d’altra parte questo è un servigio che si rende al paese,
-col denunziare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli onori che
-godono.
-
-Beauchamp rimase interdetto: — Ma chi dunque vi ha tanto bene
-informato? perchè il mio giornale, che ha risvegliata l’attenzione
-del primo, è stato costretto dall’astenersi d’andar più oltre per
-mancanza di prove. E non pertanto noi siamo più interessati di voi di
-smascherare il sig. de Morcerf, poichè egli è della _Camera_ dei Pari,
-e noi scriviamo per l’opposizione.
-
-— Oh! mio Dio, la cosa fu semplicissima: non siam noi che siam corsi
-dietro allo scandalo, fu esso che venne a ritrovarci; ci è giunto un
-uomo da Giannina portando il formidabile registro, e siccome esitavamo
-a gettarci sulla via delle accuse, ci ha manifestato che se ci fossimo
-ricusati, l’articolo sarebbe comparso sopra un altro giornale. In fede
-mia, lo sapete, Beauchamp, che cosa sia una notizia importante; e non
-abbiamo voluto lasciar perdere quella. Ora il colpo è dato; esso è
-terribile, e rimbomberà fino ai confini di Europa.
-
-Beauchamp capì che non v’era più che abbassare la testa, ed uscì
-disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ciò che aveva potuto
-scrivere ad Alberto, perchè le cose che siamo per raccontare avvennero
-dopo la partenza del corriere, si fu, che alla _Camera_ dei Pari,
-in quello stesso giorno regnava una grande agitazione, e si era
-manifestata nei gruppi di questa alta assemblea, ordinariamente tanto
-tranquilla. Quasi tutti erano giunti prima dell’ora e conversavano sul
-sinistro avvenimento che stava per occupare l’attenzione del pubblico,
-e per fissarla sopra uno dei membri più distinti e più conosciuti
-di quell’illustre corpo. Erano letture a bassa voce dell’articolo,
-commentarii e ricambii di rimembranze che precisavano ancor meglio
-i fatti. Il conte de Morcerf non era amato fra i suoi colleghi. Come
-tutti gl’innalzati da poco, era stato costretto, per mantenersi al suo
-rango, di osservare un eccesso di sostenutezza. L’antica nobiltà rideva
-di lui; gl’ingegni lo ripudiavano; le glorie pure lo disprezzavano per
-istinto. Il conte era giunto a quell’estremo doloroso della vittima
-espiatoria. Il solo conte de Morcerf nulla sapeva. Egli non riceveva il
-giornale su cui era riportata la notizia infamatoria, ed aveva passata
-tutta la mattinata a scriver lettere, ed a provare un cavallo.
-
-Giunse dunque all’ora solita, colla testa alta, l’occhio superbo, il
-portamento insolente; discese di carrozza, oltrepassò i corridori,
-ed entrò nella sala, senza notare la esitazione degli uscieri, ed
-i semisaluti dei colleghi. Quando Morcerf entrò, la seduta era già
-aperta da mezz’ora. Quantunque il conte ignorasse, come abbiam detto,
-tutto ciò che era accaduto, e per conseguenza in nulla avesse cambiato
-il suo portamento, pure agli occhi di tutti parve più superbo che
-d’ordinario, e la sua presenza in questa occasione parve talmente
-insultante a quest’assemblea tanto gelosa del proprio onore, che tutti
-osservarono una inconvenienza, molti una bravata, alcuni un insulto.
-Era evidente che tutta la _Camera_ ardeva dal desiderio di impiantare
-una discussione. Si vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti;
-ma, come sempre, ciascuno esitava a prendere sopra di sè la guarentigia
-dell’assalto. Finalmente uno di questi onorevoli pari, nemico
-dichiarato del conte de Morcerf, salì alla tribuna con una solennità
-che annunziava essere giunto il momento che si aspettava. Fu fatto
-uno spaventoso silenzio; Morcerf solo ignorava la causa della profonda
-attenzione, che questa volta si prestava ad un oratore che non si aveva
-sempre l’abitudine d’ascoltare con tanta compiacenza.
-
-Il conte lasciò passare tranquillamente il preambolo per mezzo del
-quale l’oratore stabiliva ch’egli era per parlare di cose talmente
-gravi, sacre, e vitali per la camera, ch’egli reclamava tutta
-l’attenzione dei suoi colleghi. Alle prime parole di Giannina e del
-colonnello Fernando, il conte de Morcerf impallidì così orribilmente,
-che non vi fu che un fremito in tutta l’assemblea, ove tutti gli
-sguardi si concentrarono sul conte. Le ferite mortali hanno questo
-di particolare, ch’esse si nascondono, ma non si chiudono; sempre
-dolorose, sempre pronte a grondare sangue quando si toccano,
-esse rimangono vive e sensibili nel cuore. Terminata la lettura
-dell’articolo sempre in mezzo allo stesso silenzio, interrotto allora
-da un fremito che cessò al momento in cui si vide che l’oratore
-stava per riprendere nuovamente la parola, l’accusatore espose il
-suo scrupolo, e si mise a stabilire in qual modo la sua impresa era
-difficile; era l’onore del sig. de Morcerf, era quello di tutta la
-camera intera che pretendeva di difendere eccitando un dibattimento
-che doveva attaccarsi ad argomenti personali che resultano sempre tanto
-rumorosi.
-
-Finalmente concluse perchè fosse ordinato un processo abbastanza rapido
-per confondere la calunnia, prima che avesse il tempo d’ingigantire,
-e per ristabilire il sig. de Morcerf, vendicandolo, nel posto che
-la pubblica opinione gli aveva formato da lungo tempo. Morcerf era
-così oppresso, così tremante in faccia di questa immensa ed inattesa
-calamità, che appena potè balbettare alcune parole, guardando i suoi
-confratelli con occhio stravolto. Questa timidezza, che si poteva
-ancora spiegare per lo stupore che porta all’innocente l’onta del
-delitto, gli conciliò simpatia in alcuni. Gli uomini veramente generosi
-sono sempre pronti a divenir misericordiosi, quando la disgrazia del
-loro nemico oltrepassa i limiti della loro collera. Il presidente
-mise a voti se doveva aver luogo la causa; fu votato per mezzo
-dell’alzarsi e sedersi, e fu risoluto che si aprirebbe il giudizio. Fu
-domandato al conte quanto tempo gli abbisognava per prepararsi alla
-sua giustificazione. Era rientrato il coraggio in Morcerf, da che si
-era sentito essere ancor vivo dopo un così orribile colpo. — Signori
-Pari, rispose egli, non è già col tempo che si respinge un assalto come
-quello che in oggi mi viene diretto da nemici, rimasti fra l’ombre
-della loro oscurità. È come un fulmine che devo rispondere al baleno
-che per un momento mi ha abbagliato! Ah! perchè mai non mi è dato
-invece di questa giustificazione, di dover spargere il mio sangue per
-provare ai miei nobili colleghi che son degno di camminare al loro
-fianco! — Queste parole produssero una favorevole impressione per
-l’accusato. — Io domando dunque, diss’egli, che il processo abbia luogo
-il più presto possibile, ed io somministrerò alla camera tutte le prove
-necessarie per la sua efficacia.
-
-— Qual giorno fissate? domandò il presidente.
-
-— Mi metto da oggi a disposizione della _Camera_.
-
-Il presidente suonò il campanello: — La camera è di parere, domandò
-egli, che esso abbia luogo oggi stesso?
-
-— Sì, fu l’unanime risposta dell’assemblea.
-
-Fu nominata una commissione di dodici membri per esaminare i documenti
-che doveva presentare Morcerf. L’ora della prima seduta di questa
-commissione fu stabilita alle otto della sera, negli ufficii della
-_Camera_. Se fossero state necessarie diverse sedute sarebbero state
-fatte alla stessa ora, e nello stesso luogo. Presa questa risoluzione,
-Morcerf domandò il permesso di ritirarsi. Egli doveva radunare i
-documenti già da lui preparati da lungo tempo, per far fronte a questo
-uragano preveduto dalla sua astuta ed indomabile indole.
-
-Beauchamp raccontò all’amico tutto ciò che fin qui abbiam narrato;
-solamente il suo racconto aveva sul nostro il vantaggio che hanno le
-cose vive sulle morte. Alberto lo ascoltò ora fremendo di speranza,
-ora fremendo di collera, ora di vergogna; poichè, dalla confidenza
-di Beauchamp, sapeva che suo padre era colpevole; e si domandava in
-che modo, da poichè era colpevole, poteva giungere a provare la sua
-innocenza. Giunto al punto ove siamo, Beauchamp si fermò.
-
-— E in seguito? domandò Alberto.
-
-— Amico mio, questa domanda mi trascina ad un’orribile necessità.
-Volete sapere il resto?
-
-— Bisogna necessariamente che io lo sappia, amico mio, e desidero
-saperlo piuttosto dalla vostra bocca che da qualunque altra.
-
-— Ebbene, riprese Beauchamp, preparate tutto il vostro coraggio, non ne
-avete mai avuto tanto bisogno.
-
-Alberto si passò una mano sulla fronte per assicurarsi di tutto il
-suo coraggio, come un uomo che si prepara a difendere la propria vita,
-prova la sua corazza, e fa piegare la lama della sua spada. Si sentì
-forte, perchè prese la febbre per energia: — Avanti! diss’egli.
-
-— Giunse la sera, continuò Beauchamp. Tutto Parigi era nell’aspettativa
-di questo avvenimento. Molti pretendevano che vostro padre non avesse
-che a mostrarsi per far crollare tutta l’accusa; molti pure dicevano
-che il conte non si sarebbe presentato; ve ne erano certuni che
-assicuravano di averlo veduto partire per Bruxelles, altri andarono
-alla polizia per vedere se era vero, che il conte fosse andato a
-prendere il passaporto. Io vi confesserò che feci tutto il possibile,
-continuò Beauchamp, per ottenere da uno dei membri della commissione,
-un giovine Pari mio amico, di essere introdotto in una specie di
-tribuna. Alle sette egli venne a prendermi, e prima che alcuno fosse
-giunto, mi raccomandò al portiere, che mi chiuse in una specie di
-palco. Io era nascosto da una colonna, e perduto nell’oscurità più
-profonda; potei sperare che avrei veduta ed intesa la terribile scena
-che stava per svolgersi. Alle otto precise tutti erano giunti. Il sig.
-de Morcerf entrò all’ultimo tocco delle otto. Egli teneva in mano
-alcune carte e dal suo contegno sembrava essere tranquillo; contro
-il solito, il suo andamento era semplice, il vestire ricercato e
-severo, e, secondo il costume degli antichi militari, portava l’abito
-abbottonato d’alto in basso. La sua presenza produsse il migliore
-effetto: la commissione era lungi dall’essergli ostile, e molti dei
-suoi membri andarono incontro al conte, e gli strinsero la mano.
-
-Alberto sentì che il suo cuore era crivellato da tutti questi
-particolari, e ciò non ostante in mezzo al suo dolore s’introduceva un
-sentimento di riconoscenza; avrebbe voluto potere abbracciare questi
-uomini che avevano dato a suo padre questa dimostrazione di stima in un
-tale impaccio pel suo onore.
-
-— In questo momento entrò un usciere e rimise una lettera al presidente:
-
-«— Voi avete la parola sig. de Morcerf, disse il presidente mentre
-dissigillava la lettera.
-
-«Il conte incominciò la sua apologia, e vi assicuro Alberto, continuò
-Beauchamp, ch’egli spiegò una eloquenza ed una abilità straordinaria.
-Egli produsse dei documenti che provavano che il visir di Giannina
-lo aveva, fino all’ultima sua ora, onorato della confidenza, poichè
-lo aveva incaricato di una negoziazione di vita e di morte collo
-stesso imperatore. Mostrò l’anello segnale del comando, e col quale
-Alì-Pascià sigillava d’ordinario le sue lettere; e che questi gli
-aveva dato perchè egli potesse, al suo ritorno, qualunque fosse
-stata l’ora del giorno e della notte, penetrare fino a lui, fosse pur
-stato nell’_harem_. Disgraziatamente, diss’egli, le sue trattative
-erano andate a vuoto, e quando era ritornato per difendere il suo
-benefattore, questi era già morto. Ma, disse il conte, morendo,
-Alì-Pascià, tanto era grande la sua fiducia, gli aveva confidata la sua
-favorita e la sua figlia.
-
-Alberto rabbrividì a queste parole, poichè a seconda che Beauchamp
-parlava, gli ritornava al pensiero tutto il racconto di Haydée. Egli
-si ricordava ciò che la bella greca aveva detto del messaggio, di
-questo anello, e del modo con cui ella era stata venduta e condotta in
-ischiavitù.
-
-— E qual fu l’effetto del discorso del conte? domandò con ansietà
-Alberto.
-
-— Vi confesso ch’esso commosse me e tutta la commissione, continuò
-Beauchamp.
-
-«Frattanto il presidente gettò negligentemente gli occhi sulla lettera
-che gli era stata portata, ma le prime linee risvegliarono tutta la sua
-attenzione; egli la lesse, poi la rilesse, e fissando gli occhi sopra
-il sig. de Morcerf: — Signor conte, diss’egli, voi ci avete detto che
-il visir di Giannina vi aveva confidato sua moglie e sua figlia?
-
-«— Sì, signore, rispose Morcerf, ma in ciò come in tutto il rimanente,
-la sventura mi perseguitava. Al mio ritorno, Vasiliki e sua figlia
-Haydée erano sparite. — Le conoscevate?
-
-«— La mia intimità col Pascià, e la somma confidenza che aveva nella
-mia fedeltà, mi avevano permesso di vederle più di venti volte.
-
-«— Avete nessuna idea di ciò che sia di loro accaduto?
-
-«— Sì, signore. Ho inteso dire ch’erano soggiaciute al loro dispiacere
-e fors’anche alla loro miseria. Io non era ricco, la mia vita era
-circondata da grandi pericoli, non potei mettermi alla loro ricerca,
-con mio sommo dispiacere.
-
-«Il presidente aggrottò impercettibilmente il sopracciglio: — Signori,
-diss’egli, avete inteso e tenuto dietro al sig. conte de Morcerf nelle
-sue spiegazioni. Sig. conte, potete in appoggio del vostro racconto
-fornirci qualche testimonio?
-
-«— Ahimè! no, signore, rispose il conte; tutti quelli che circondavano
-il visir, e che mi hanno conosciuto alla sua corte, sono o morti
-o dispersi. Io solo, credo, io solo dei miei compatriotti sono
-sopravvissuto a questa spaventosa guerra; non ho che le lettere
-di Alì-Tebelen, e le ho poste sotto i vostri occhi; non ho che
-l’anello, pegno della sua volontà, ed eccolo; finalmente ho la prova
-più convincente che possa fornire, cioè, dopo un assalto anonimo,
-l’assenza di ogni testimonianza contro la mia parola d’onore; e la
-purezza di tutta la mia vita militare. — Un mormorio d’approvazione
-corse per tutta l’assemblea in questo momento, Alberto, e se non fosse
-sopravvenuto alcun altro nuovo incidente la causa di vostro padre era
-vinta. Non restava più che andare ai voti, allorchè il presidente prese
-la parola.
-
-«— Signori, diss’egli, e voi, sig. conte de Morcerf, non sarete mal
-contenti, presumo, di sentire un testimonio importantissimo, a quanto
-assicura, e che viene ad offrirsi da sè stesso: questo testimonio, non
-ne dubitiamo, dopo ciò che ha detto il conte, è chiamato a provare la
-perfetta innocenza del nostro collega. Ecco la lettera che ho ricevuta
-a questo riguardo; desiderate che vi sia letta, o risolvete che sia
-passata oltre, senza fermarci a questo incidente? — Il signor de
-Morcerf impallidì, e raggrinzò le mani sulle carte che aveva davanti, e
-che rumoreggiarono sotto le sue dita.
-
-«La risposta della commissione fu per la lettura: quanto al conte, egli
-era passivo, e non aveva opinione da emettere.
-
-«In conseguenza il presidente lesse la lettera seguente:
-
- «Signor Presidente.
-
- «Io posso fornire alla commissione giudicante, incaricata ad
- esaminare la condotta in Epiro ed in Macedonia del Luogotenente
- generale conte de Morcerf, le informazioni più positive.»
-
-«Il presidente fece una corta pausa. Il conte de Morcerf impallidì, il
-presidente interrogò collo sguardo gli uditori.
-
-«— Continuate! fu gridato da tutte le parti.
-
-«Il presidente riprese:
-
- «Io era sul luogo alla morte d’Alì-Pascià; assisteva ai suoi
- ultimi momenti; so che cosa è avvenuto di Vasiliki e di Haydée:
- mi metto a disposizione della commissione, ed anzi reclamo
- l’onore di farmi ascoltare. Sarò nel vestibolo della _Camera_
- quando vi sarà rimesso il presente biglietto.»
-
-«— E chi è questo testimonio, o piuttosto questo nemico? domandò il
-conte con una voce in cui era facile notare la profonda alterazione.
-
-«— Lo sapremo ben presto, signore, rispose il presidente. La
-commissione è di avviso di sentire questo testimonio?
-
-«— Sì, sì, dissero ad un tempo tutte le voci. — Fu richiamato
-l’usciere. — Usciere, domandò il presidente, vi è qualcuno che aspetta
-nel vestibolo? — Sì, sig. presidente.
-
-«E chi? — Una donna accompagnata da un servitore.
-
-«Tutti si guardarono in viso l’un l’altro.
-
-«— Fate entrare questa donna, disse il presidente.
-
-«Cinque minuti dopo, ricomparve l’usciere; tutti gli occhi erano fissi
-sulla porta, ed io stesso, disse Beauchamp, io prendeva parte alla
-generale aspettativa ed ansietà.
-
-«Dietro all’usciere camminava una donna avvolta in un lungo velo che
-la nascondeva interamente. S’indovinava bene, alle forme che tradiva
-questo velo, ai profumi che ne esalavano, la presenza di una donna
-giovane ed elegante ma nient’altro. Il presidente la pregò di alzare il
-velo, ed allora si potè vedere una donna vestita alla greca, ed inoltre
-una bellezza sorprendente.
-
-— Ah! disse Morcerf, era dessa. — Come, essa?
-
-— Sì, Haydée. — Chi ve lo ha detto?
-
-— Ahimè! l’indovino. Ma continuate, Beauchamp, ve ne prego. Voi vedete
-ch’io sono tranquillo e forte. E frattanto dobbiamo accostarci allo
-scioglimento.
-
-«— Il sig. de Morcerf guardava questa donna, continuò Beauchamp, con
-sorpresa mista a spavento. Per lui era la vita o la morte che stava per
-uscire da questa graziosa bocca. Per tutti gli altri era un’avventura
-così strana e così piena di curiosità, che la salvezza o la perdita del
-sig. de Morcerf non entrava già più in questo avvenimento che come un
-elemento secondario.
-
-«Il presidente con un segno della mano offerse una sedia a questa
-giovane, ma ella fece un segno colla testa che restava in piedi. In
-quanto al conte, era ricaduto sul suo seggio, ed era manifesto che le
-gambe ricusavano di sostenerlo.
-
-«— Signora, disse il presidente, avete scritto alla commissione per
-darle delle informazioni sull’affare di Giannina, e voi avete avanzato
-che siete stata testimone oculare di questi avvenimenti.
-
-«— E lo fui di fatto, rispose la sconosciuta con una voce piena di
-vezzosa malinconia, e marcata da una sonorità particolare alle voci
-orientali.
-
-«— Però, permettetemi di dirvi, che allora dovevate essere molto
-giovane.
-
-«— Aveva quattr’anni; ma siccome allora gli avvenimenti avevano per me
-un’importanza sublime, non mi è sfuggita, nè si è cancellata dalla mia
-mente una sola particolarità.
-
-«— Ma quale importanza avevano dunque per voi questi avvenimenti? e
-chi siete perchè questa catastrofe vi abbia prodotto una sì grande
-impressione?
-
-«— Si trattava della vita e della morte di mio padre, rispose la
-giovinetta, ed io mi chiamo Haydée, figlia d’Alì-Tebelen, pascià di
-Giannina, e di Vasiliki sua moglie prediletta.
-
-«Il rossore modesto e fiero ad un tempo che imporporò le guance
-della giovane, il fuoco dello sguardo, e la maestà della rivelazione
-produssero su tutta l’assemblea un effetto inesprimibile. In quanto
-al conte, non sarebbe stato più annichilito, se il fulmine cadendo
-a lui dappresso gli avesse scavato un abisso ai suoi piedi. —
-Signora, riprese il presidente, dopo essersi inchinato con rispetto,
-permettetemi una semplice domanda, che non è un dubbio, e questa
-domanda sarà l’ultima, potete giustificare l’autenticità di ciò che
-dite?
-
-«— Lo posso, signore, disse Haydée cavando dal di sotto del suo velo
-una borsa profumata; perchè ecco la fede della mia nascita redatta da
-mio padre, e soscritta dai suoi principali uffiziali; perchè ecco qui
-la mia fede di battesimo, avendo mio padre acconsentito che venissi
-allevata nella religione di mia madre, atto firmato dal primate di
-Macedonia e dell’Epiro, munito del suo sigillo; ecco finalmente, e
-questo senza dubbio è il più importante, l’atto di vendita che fu
-fatta di me e di mia madre al mercante armeno El-Kobbir dall’uffiziale
-francese, che nel suo infame mercato colla Porta, si era riservata per
-sua parte di bottino la figlia e la moglie del suo benefattore, che
-vendè per la somma di mille borse, vale a dire per circa quattrocento
-mila fr.
-
-«Un pallore verdastro invadeva le guance del conte de Morcerf,
-gli occhi s’iniettavano di sangue all’annunzio di queste terribili
-imputazioni, che furono accolte dall’assemblea con un lugubre silenzio.
-Haydée, sempre tranquilla ma molto più minacciosa nella sua calma,
-che non lo sarebbe stata nella sua collera, stendeva al presidente
-l’atto di vendita redatto in lingua araba. Siccome si era preveduto
-che qualcuno degli atti prodotti da Morcerf, sarebbero stati redatti
-in arabo, in greco, o in turco, l’interprete della _Camera_ era stato
-prevenuto, e fu chiamato.
-
-«Uno dei nobili Pari, a cui la lingua araba era familiare, per averla
-appresa nella famosa campagna dell’Egitto, seguì con gli occhi sulla
-carta velina la lettura che il traduttore ne faceva ad alta voce.
-
- «Io, El-Kobbir, mercante di schiavi, e fornitore dell’_harem_
- di S. A., riconosco di aver ricevuto per rimetterlo al sublime
- imperatore, dal sig. franco conte di Monte-Cristo, uno smeraldo
- stimato del valore di mille borse, per prezzo di una giovine
- schiava cristiana, dell’età di undici anni, di nome Haydée, e
- figlia riconosciuta del defunto Alì-Tebelen, pascià di Giannina,
- e di Vasiliki sua favorita; la quale mi era stata venduta
- sette anni sono unitamente a sua madre, che morì giungendo a
- Costantinopoli, da un colonnello franco, al servizio del Visir
- Alì-Tebelen, chiamato Fernando Mondego. La suddetta vendita mi
- era stata fatta per conto di Sua Altezza, per la quale aveva il
- mandato, mediante la somma di mille borse.
-
- «Fatto a Costantinopoli coll’autorizzazione di S. A. l’anno 1247
- dell’egira.»
-
- «_Firmato_ El-Kobbir.»
-
- «Per dare al presente atto ogni fede, ogni credenza ed ogni
- autenticità, sarà munito del sigillo imperiale, che il venditore
- si obbliga di farvi apporre.
-
-«Vicino alla firma del mercante, si vedeva infatto il sigillo del
-sublime imperatore. A questa lettura, e a questa vista successe un
-terribile silenzio; il conte non aveva più che lo sguardo, e questo
-sguardo, attaccato suo malgrado sopra Haydée, era di fiamma e di
-sangue.
-
-«— Signora, disse il presidente, si potrebbe interrogare il conte di
-Monte-Cristo, che credo sia a Parigi e vicino a voi?
-
-«— Signore, rispose Haydée, il conte di Monte-Cristo, mio secondo
-padre, trovasi da tre giorni in Normandia.
-
-«— Ma allora, signora, disse il presidente, chi vi ha consigliato
-questa dimostrazione, di cui la corte vi ringrazia, e che d’altra parte
-è ben naturale per la vostra nascita e per le vostre disgrazie?
-
-«— Signore, rispose Haydée, questa dimostrazione mi è stata consigliata
-dal mio rispetto e dal mio dolore. Dio mi perdoni! ho sempre pensato
-a vendicare il mio illustre padre. Ora, quando ho messo il piede in
-Francia, quando ho saputo che il traditore abitava Parigi, le mie
-orecchie ed i miei occhi sono rimasti costantemente aperti. Io vivo
-ritirata nella casa del mio nobile protettore, ma vivo così, perchè amo
-l’ombra ed il silenzio, che mi permettono di vivere col mio pensiero
-e col mio raccoglimento. Ma il sig. conte di Monte-Cristo mi circonda
-di cure paterne, e niente mi è estraneo di ciò che concerne la vita
-del _gran mondo_; io però ne accetto soltanto il lontano rumore. Così,
-leggo tutti i giornali, come mi vengono inviati, tutti gli _album_,
-come ricevo tutte le melodie: ed è seguendo, senza prestarmivi, la
-vita degli altri, che ho saputo ciò che è accaduto questa mattina alla
-_Camera_ dei Pari, e ciò che doveva accadere questa sera... allora ho
-scritto.
-
-«— Per tal modo il sig. conte di Monte-Cristo non entra per niente in
-questa dimostrazione?
-
-«— Egli la ignora del tutto, signore, ed anzi non ho che un timore, ed
-è quello che la disapprovi; però è un bel giorno per me, continuò la
-giovanetta alzando al cielo uno sguardo tutto ardente di fiamme, quello
-in cui finalmente ritrovo l’occasione di vendicare mio padre!
-
-«In tutto questo tempo il conte non aveva pronunciata una parola;
-i suoi colleghi lo guardavano, e senza dubbio compiangevano questa
-fortuna infranta sotto il soffio profumato di una donna; la sua
-disgrazia gli si andava a poco a poco scrivendo sulla fronte, a linee
-sinistre.
-
-«— Sig. de Morcerf, disse il presidente, riconoscete la sig.ª per
-figlia d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina?
-
-«— No, disse Morcerf, facendo uno sforzo per alzarsi, ed è una trama
-ordita dai miei nemici.
-
-«Haydée che teneva gli occhi fissi verso la porta, come se aspettasse
-qualcuno, si volse all’improvviso, e, vedendo il conte in piedi, mandò
-un grido terribile.
-
-«— Tu non mi riconosci? diss’ella; ebbene! io, fortunatamente
-riconosco te! tu sei Fernando Mondego, l’uffiziale franco che
-istruiva le soldatesche del mio nobile padre. Sei tu che hai venduta
-la fortezza di Giannina! sei tu che, inviato a Costantinopoli per
-trattare direttamente della vita o della morte del tuo benefattore,
-hai riportato un falso _firmano_ che accordava grazia intera! sei
-tu, che con questo _firmano_ hai ottenuto da mio padre l’anello che
-doveva farti obbedire da Selim, il guardiano del fuoco! sei tu, che
-hai pugnalato Selim! sei tu, che hai venduto mia madre e me al mercante
-El-Kobbir! Assassino! assassino! assassino! Tu hai ancora sulla fronte
-il sangue del tuo padrone! Guardate tutti! — Queste parole furono
-pronunciate con un tale entusiasmo di verità, che tutti gli occhi si
-voltarono verso la fronte del conte, e ch’egli stesso vi portò la mano,
-come se avesse sentito, tiepido ancora, il sangue d’Alì.
-
-«— Riconoscete dunque positivamente il conte de Morcerf essere lo
-stesso, che l’ufficiale Fernando Mondego?
-
-«— Sì, lo riconosco! gridò Haydée. Ah! madre mia! tu mi hai detto: «Tu
-eri libera, tu avevi un padre che ti amava, tu eri destinata ad essere
-quasi una regina! Guarda bene quest’uomo, egli ti ha fatta schiava,
-ha fatto innalzare sull’estremità di un’asta la testa di tuo padre,
-ci ha vendute, ci ha traditi tutti! Guarda bene la sua mano destra,
-quella che ha una larga cicatrice; se tu dimenticassi il suo viso, lo
-riconoscerai da questa mano, sulla quale sono cadute una ad una tutte
-le monete d’oro del mercante El-Kobbir!» Se lo riconosco! oh! che dica
-se ora egli pure riconosce me!
-
-«Ciascuna parola cadeva come una falce su Morcerf, e strappava una
-parte della sua energia; alle ultime parole egli nascose prestamente,
-e suo malgrado, la mano nel petto, mutilata infatto da una ferita;
-e ricadde sul seggio, inabissato in una cupa disperazione. Questa
-scena aveva sconvolti gli spiriti di tutta l’assemblea, come vedonsi
-sconvolgere le foglie sotto il possente vento del nord.
-
-«— Sig. conte de Morcerf, disse il presidente, non vi lasciate
-abbattere, rispondete; la giustizia della corte è suprema ed eguale
-per tutti, essa non vi lascerà schiacciare dai vostri nemici, senza
-lasciarvi i mezzi di combatterli. Volete che io ordini a due membri de
-la commissione di andare a fare un viaggio a Giannina? parlate!
-
-«Morcerf nulla rispose. Allora tutti i membri della commissione si
-guardarono con una specie di terrore. Si conosceva l’indole energica
-e violenta del conte; abbisognava una prostrazione ben terribile per
-annichilire la difesa di quest’uomo; bisognava finalmente pensare, che
-a questo silenzio, che somigliava ad un sonno, sarebbe succeduto un
-risvegliamento, che somiglierebbe ad un fulmine.
-
-«— Ebbene? gli domandò il presidente, che risolvete?
-
-«— Niente! disse il conte con voce sorda alzandosi.
-
-«— La figlia d’Alì-Tebelen, disse il presidente, ha dunque dichiarata
-realmente la verità? ella è dunque realmente quel testimonio terribile
-al quale, come sempre accade, il reo non ha coraggio di dire: _NO_? Voi
-dunque avete realmente fatte tutte quelle cose di cui siete accusato?
-
-«Il conte girò intorno a sè uno sguardo disperato che avrebbe commosso
-le tigri, ma che non poteva disarmare i giudici; indi alzò gli occhi
-verso la volta, ma li abbassò tosto, come se avesse temuto che quella
-aprendosi, non facesse risplendere un altro tribunale, che si chiama
-cielo, ed un altro giudice che si chiama Dio. Allora, con un subitaneo
-movimento, strappò i bottoni di quell’abito chiuso che lo soffocava,
-ed uscì dalla sala come un uomo insensato; i suoi passi ripercuoterono
-per un momento sotto la volta sonora; indi ben presto il rotearsi della
-carrozza che lo trascinava al galoppo rintronò con fracasso sotto il
-portico del fiorentino edificio. — Signori, disse il presidente, quando
-il silenzio fu ristabilito, il sig. conte de Morcerf è convinto di
-fellonia, di tradimento, d’indegnità?
-
-«— Si! — risposero a voce unanime tutti i membri della commissione
-processante. Haydée aveva assistito fino alla fine della seduta;
-ella intese pronunciare la sentenza del conte, senza che un solo
-dei lineamenti del suo viso esprimesse o la gioia o la pietà. Allora
-riportando il velo sul suo viso, salutò maestosamente i consiglieri, ed
-uscì di quel passo con cui Virgilio vedeva camminare le sue dee.
-
-
-
-
-LXXXVI. — LA PROVOCAZIONE.
-
-
-— Allora, continuò Beauchamp, approfittai del silenzio e dell’oscurità
-della sala per uscire senza essere veduto.
-
-«L’usciere che mi aveva introdotto mi aspettava alla porta. Egli mi
-condusse attraverso alcuni corridori fino ad una porticella che dava
-sulla strada Vaugirard: uscii coll’anima addolorata ad un tempo ed
-entusiasmata, perdonatemi questa espressione, Alberto, addolorata
-per ciò che ha rapporto a voi, entusiasmata per la nobiltà di questa
-giovanetta seguitando la vendetta paterna. Sì, ve lo giuro Alberto,
-qualunque sia la parte da cui viene questa rivelazione, dico che può
-venire da un nemico, ma esso non è che l’istrumento della Provvidenza.
-— Alberto si teneva la testa fra le mani; rialzò il viso rosso per la
-vergogna e bagnato di lagrime, ed afferrando il braccio di Beauchamp: —
-Amico, diss’egli, la mia vita è finita: mi rimane, non a dire come voi
-che la Provvidenza mi ha vibrato il colpo, ma a cercare chi è l’uomo
-che mi perseguita colla sua inimicizia; quando lo conoscerò, o io
-ucciderò quest’uomo o egli ucciderà me; ora conto sulla vostra amicizia
-per aiutarmi, Beauchamp, se tuttavolta il disprezzo non l’ha già uccisa
-nel vostro cuore.
-
-— Il disprezzo, amico mio! ed in che questa disgrazia vi riguarda? No,
-grazie a Dio! non siamo in quei tempi in cui un ingiusto pregiudizio
-rendeva i figli garanti delle azioni dei padri. Riandate tutta la
-vostra vita, Alberto; ella data da ieri, è vero; ma giammai aurora
-di un bel giorno fu più pura della vostra alba. No, credetemi, voi
-siete ricco; lasciate la Francia, tutto si dimentica in questa grande
-Babilonia che ha un’esistenza agitata e gusti passaggieri; ritornerete
-fra tre o quattro anni, avrete sposata qualche principessa russa, e
-nessuno penserà più a quello che è accaduto da sedici anni.
-
-— Grazie, caro Beauchamp, grazie dell’eccellente intenzione che
-dettavano le vostre parole, ma la cosa non può andar così; vi ho
-spiegato il mio desiderio; ora se abbisogna, cambierò la parola
-desiderio in quella di volontà: capirete bene che interessato come sono
-in quest’affare, non posso veder la cosa con lo stesso occhio con cui
-la vedete voi. Ciò che a voi sembra venir da una sorgente celeste, a
-me sembra sorger da un luogo men puro. La Provvidenza, vel confesso,
-mi sembra affatto estranea a tutto ciò, e fortunatamente, perchè invece
-dell’invisibile o dell’impalpabile messaggiere delle punizioni celesti,
-troverò un essere palpabile e visibile su cui mi vendicherò; oh! sì,
-ve lo giuro, di quanto soffro da un mese; rientrerò nella vita umana
-e materiale, e se siete ancor mio amico, Beauchamp, come lo dite,
-aiutatemi a ritrovar la mano, che ha scagliato il colpo.
-
-— Allora sia così, disse Beauchamp, e se vi sta a cuore ch’io discenda
-sulla terra, lo farò; se vi sta a cuore di mettervi in cerca di un
-nemico vi aiuterò; e lo troverò perchè importa quasi tanto al mio onore
-che al vostro di ritrovarlo.
-
-— Ebbene, allora Beauchamp, in questo punto, senza ritardo, cominciamo
-le nostre investigazioni. Ciascun minuto di ritardo è una eternità per
-me, il denunciatore non è ancor punito, egli può dunque sperare di non
-esserlo più, e sul mio onore, s’egli lo spera, s’inganna.
-
-— Ebbene, ascoltatemi, Morcerf.
-
-— Ah! Beauchamp, vedo che voi sapete qualche cosa; sentite, voi mi
-ridate la vita.
-
-— Non vi dico che questa sia la realtà, Alberto; ma per lo meno è un
-chiaror nelle tenebre; e seguendo questo chiarore saremo forse condotti
-alla meta.
-
-— Dite, vedete bene ch’io balzo d’impazienza.
-
-— Ebbene, vi racconterò ciò che non ho voluto dirvi al mio ritorno da
-Giannina. Io andai naturalmente dal primo banchiere della città per
-prendere le mie informazioni; alla prima parola che dissi dell’affare,
-prima ancora che fosse stato pronunciato il nome di vostro padre: — Ah!
-diss’egli, indovino che cosa qui vi conduce. — Come! perchè?
-
-«— Perchè sono appena quindici giorni che sono stato richiesto sullo
-stesso soggetto.
-
-«— Da chi? — Da un banchiere di Parigi mio corrispondente. — Come si
-chiama? — Il sig. Danglars.»
-
-— Egli! gridò Alberto, infatto da lungo tempo ei perseguita il mio
-povero padre col suo odio, e colla sua gelosia; egli, l’uomo che si
-crede popolare, che non sa perdonare al conte de Morcerf d’essere Pari
-di Francia. E, sentite, questa rottura di matrimonio senza darne una
-ragione, sì... dipende da ciò.
-
-— Informatevi, Alberto, non vi lasciate da ora trasportare, e se la
-cosa è vera...
-
-— Oh! sì, gridò il giovine, e se la cosa è vera, egli mi pagherà tutto
-ciò che ho sofferto.
-
-— State in guardia, Morcerf, egli è un uom già vecchio.
-
-— Avrò riguardo all’onore della mia famiglia; s’egli odiava mio padre,
-perchè non ha colpito mio padre? oh! no; ha avuto paura di ritrovarsi
-in faccia ad un uomo.
-
-— Alberto, io non vi condanno, ma operate con prudenza.
-
-— Oh! non abbiate paura; d’altra parte mi accompagnerete, Beauchamp;
-le cose solenni devono essere trattate davanti ad un testimonio. Prima
-della fine di questa giornata, se il sig. Danglars è il reo, egli avrà
-cessato di vivere, o io sarò morto. Per bacco! Beauchamp, vo’ fare dei
-bei funerali al mio onore.
-
-— Ebbene! allora quando si sono prese tali risoluzioni, Alberto,
-bisogna sul momento metterle ad esecuzione. Volete andare dal sig.
-Danglars? partiamo. — Fu mandato a chiamare un _cabriolet_ di piazza.
-Nell’entrare nel palazzo del banchiere, videro alla porta il _phaéton_
-ed il domestico del sig. Andrea Cavalcanti. — Ah! per bacco! ecco
-a chi va bene! disse Alberto con voce cupa. Se il sig. Danglars non
-vuol battersi meco, gli ucciderò suo genero. Egli deve essere uomo
-da accettare una sfida, dovrebbe battersi, è un Cavalcanti! — Fu
-annunciato il giovine al banchiere, che, al nome di Alberto, sapendo
-che cosa era accaduto il giorno innanzi, gli fece proibire l’ingresso.
-Ma era troppo tardi, Alberto aveva seguito il lacchè; intese l’ordine
-dato, e violentando la porta, penetrò, seguito da Beauchamp, fino
-nel gabinetto del banchiere. — Ma signore, gridò questi, non si è più
-padroni in casa di ricevere chi si vuole, e ricusare chi non si vuole?
-mi sembra che voi lo dimentichiate in un modo strano.
-
-— No, signore, disse freddamente Alberto; vi sono delle occasioni, e
-voi siete in una di queste, in cui abbisogna, salvo il caso di viltà,
-vi offro questo rifugio, essere in casa sua almeno per certe persone.
-
-— Allora che volete dunque, o signore?
-
-— Voglio, disse Morcerf avvicinandosi senza sembrare di fare attenzione
-a Cavalcanti che si era appoggiato al caminetto, voglio proporvi un
-convegno in un luogo appartato, in cui nessuno possa disturbarci per
-dieci minuti, non vi domando di più; ove di due uomini che si saranno
-incontrati, uno rimarrà sul terreno. — Danglars impallidì, Cavalcanti
-fece un movimento, Alberto si voltò verso il giovine:
-
-— Oh! mio Dio! diss’egli, venite voi pure, se vi piace, sig. conte,
-avete il diritto di esservi, siete quasi della famiglia, e io do
-questa specie di convegno a quante persone si trovano per accettarlo. —
-Cavalcanti guardò con aria stupefatta Danglars, il quale, facendo uno
-sforzo, si levò, e si avanzò fra i due giovani. L’assalto d’Alberto
-ad Andrea lo poneva sopra un altro terreno; e sperava che la visita
-d’Alberto avesse uno scopo diverso da quello che si era figurato sul
-principio. — E che! signore, diss’egli ad Alberto: se venite qui a
-muover lite al signore, perchè lo preferisco a voi, vi prevengo che ne
-farò oggetto di causa davanti al procuratore del Re.
-
-— Vi sbagliate, signore, disse Morcerf con un tetro sorriso, non
-parlo di matrimonio, e non mi sono indirizzato al sig. Cavalcanti se
-non perchè mi è sembrato che per un momento abbia avuta l’intenzione
-d’intervenire nella nostra discussione. E poi sentite, voi avete
-ragione, diss’egli, io cerco contesa oggi con tutti; ma siate
-tranquillo, sig. Danglars, l’anteriorità spetta a voi.
-
-— Signore, rispose Danglars pallido per la collera e per la paura, vi
-avverto che, allorquando ho la disgrazia d’incontrare sul mio sentiero
-un cane arrabbiato, lo ammazzo, e che lungi dal credermi colpevole, mi
-sembra di avere reso un servizio alla società. Ora se siete arrabbiato,
-e tentate di mordermi, vi prevengo che vi ammazzerò senza pietà. È
-forse mia colpa, se vostro padre è disonorato?
-
-— Sì, miserabile! gridò Morcerf, è colpa tua.
-
-Danglars fece un passo indietro. — Colpa mia? ma siete pazzo!
-forse conosco la storia greca? forse ho viaggiato in quei paesi?
-ho consigliato vostro padre di vendere la fortezza di Giannina? di
-tradire...?
-
-— Silenzio! disse Alberto con voce sorda. No, non siete stato voi che
-direttamente avete fatto questo strepito, e causato questa disgrazia,
-ma siete stato voi che ipocritamente l’avete instigata.
-
-— Io! — Sì, voi! donde viene la rivelazione?
-
-— Mi sembra che il giornale ve lo abbia detto; da Giannina, per bacco!
-— Chi ha scritto a Giannina?
-
-— Mi sembra, che tutti possano scrivere a Giannina.
-
-— Un solo però vi ha scritto, e questi siete voi.
-
-— Io ho scritto senza dubbio; mi sembra che quando uno marita sua
-figlia ad un giovine, possa prendere delle informazioni sulla famiglia
-di questo giovine; non è soltanto un diritto, ma un dovere.
-
-— Voi avete scritto, signore, disse Alberto, sapendo perfettamente la
-risposta che vi sarebbe venuta.
-
-— Io! Ah! vi giuro bene, gridò Danglars, con una confidenza ed una
-sicurezza che venivano ancor meno dalla sua paura, forse che dalla
-premura che sentiva pel disgraziato giovine, vi giuro, che non avrei
-mai pensato a scrivere a Giannina. Conosco forse la catastrofe di
-Alì-Pascià, io?
-
-— Allora qualcuno vi ha spinto a scrivere? — Certamente.
-
-— Voi siete stato instigato? — Sì.
-
-— Chi è stato?... terminate... dite...
-
-— Per bacco! niente di più semplice, io parlava degli antecedenti di
-vostro padre, diceva che la sorgente della fortuna era sempre rimasta
-oscura. La persona mi domandò in che luogo vostro padre aveva fatta
-questa fortuna: risposi, «in Grecia.» Allora mi disse «ebbene, scrivete
-a Giannina.»
-
-— E chi vi ha dato questo consiglio?
-
-— Per bacco! il conte di Monte-Cristo vostro amico.
-
-— Il conte di Monte-Cristo vi ha detto di scrivere a Giannina?
-
-— Sì, ed io ho scritto. Volete vedere la mia corrispondenza? ve la
-mostrerò. — Alberto e Beauchamp si guardarono.
-
-— Signore, disse allora Beauchamp che non aveva preso ancora la parola,
-mi sembra che voi accusiate il conte, che è assente da Parigi, e che
-non può giustificarsi in questo momento.
-
-— Non accuso alcuno, signore, disse Danglars, racconto; e ripeterò
-davanti al sig. conte di Monte-Cristo, ciò che ho detto davanti a voi.
-
-— Ed il conte sa qual è la risposta che avete ricevuta?
-
-— Io la mostrai a lui.
-
-— Sapeva che il nome di battesimo di mio padre era Fernando ed il suo
-cognome di famiglia Mondego.
-
-— Sì, glie lo aveva detto da lungo tempo; per soprappiù, non ho fatto
-in ciò che quel che avrebbe fatto qualunque al mio posto, e fors’anche
-molto meno. Quando la dimane di questa risposta, sollecitato dal sig.
-di Monte-Cristo, venne vostro padre a domandarmi officialmente mia
-figlia, come si fa quando la si vuol finire, rifiutai brevemente, è
-vero, ma senza spiegazioni, senza rumori. Infatto, perchè avrei dovuto
-far del rumore? che cosa poteva importarmi dell’onore o del disonore
-dei Morcerf? Ciò non faceva nè alzare, nè abbassare le pubbliche
-rendite.
-
-Alberto sentì il rossore salirgli alla fronte; non v’era più alcun
-dubbio. Danglars si difendeva colla bassezza, ma colla sicurezza di un
-uomo che dice, se non tutta la verità, almeno una parte di verità, non
-per coscienza, ma per terrore. D’altra parte che cercava Morcerf? non
-il più o meno di reità di Danglars, o di Monte-Cristo, ma un uomo che
-rispondesse alla offesa grave o leggiera, un uomo che si battesse, ed
-era evidente che Danglars non si batterebbe.
-
-E quindi ciascuna delle cose dimenticate o inosservate ritornavano
-visibili ai suoi occhi e presenti al suo pensiero. Monte-Cristo sapeva
-tutto, poichè avea comprata la figlia di Alì-Pascià; ora, sapendo
-tutto, aveva incaricato Danglars di scrivere a Giannina. Conosciuta
-la risposta, aveva acconsentito al desiderio, manifestato da Alberto,
-di essere presentato ad Haydée; una volta davanti ad essa, aveva
-lasciato cadere il discorso sulla morte d’Alì senza opporsi al racconto
-di Haydée (ma avendo senza dubbio dato alla giovinetta, nelle poche
-parole che aveva pronunziato in greco, le sue istruzioni che non
-avevano permesso a Morcerf di riconoscere suo padre); del resto non
-aveva pregato Morcerf di non pronunciare il nome di suo padre davanti
-ad Haydée? Finalmente aveva condotto Alberto in Normandia nel momento
-in cui sapeva che doveva nascere il gran susurro. Non v’era più da
-dubitarne, tutto ciò era uno studio, e Monte-Cristo senza dubbio se
-la intendeva con i nemici di suo padre. Alberto prese Beauchamp in un
-angolo, e gli comunicò tutte queste idee: — Voi avete ragione, disse
-questi, il sig. Danglars non entra in questo affare che per la parte
-brutale e materiale, ed al sig. di Monte-Cristo voi dovete domandare
-una spiegazione.
-
-Alberto si rivoltò: — Signore, disse egli a Danglars, capirete che io
-non prendo ancora da voi un congedo definitivo; mi resta a sapere se le
-vostre recriminazioni sono giuste, e vado sul momento ad assicurarmene
-presso il sig. conte di Monte-Cristo. — E salutando il banchiere, uscì
-con Beauchamp, senza sembrare di occuparsi menomamente di Cavalcanti.
-Danglars li ricondusse fino alla porta, rinnovando ad Alberto
-l’assicurazione che nessun motivo di odio personale lo guidava contro
-il sig. conte de Morcerf.
-
-
-
-
-LXXXVII. — L’INSULTO.
-
-
-Alla porta del banchiere, Beauchamp fermò Morcerf.
-
-— Ascoltate; or ora vi ho detto in casa Danglars, che al sig. di
-Monte-Cristo dovevate domandare una spiegazione?
-
-— Sì: e noi andiamo da lui.
-
-— Un momento, prima di andare dal conte, riflettete.
-
-— A che cosa? — Alla gravità del passo.
-
-— È forse più grave, che andar dal sig. Danglars?
-
-— Sì, il sig. Danglars è un uomo di danaro, e, voi lo sapete, gli
-uomini di danaro sanno troppo bene il capitale che arrischiano per
-battersi facilmente. L’altro, al contrario, è un gentiluomo, almeno in
-apparenza; e non temete sotto il gentiluomo di ritrovare il bravo?
-
-— Temo solo di trovare un uomo che non si batta.
-
-— Oh! siate tranquillo, egli si batterà. Ho anzi paura che si batta
-troppo bene; state in guardia!
-
-— Amico, disse Morcerf, con un bel sorriso, questo è ciò che io
-domando, questo è ciò che mi può accadere di più avventuroso, vale a
-dire di essere ucciso per mio padre: ciò salverà noi tutti.
-
-— Vostra madre ne morrà.
-
-— Povera madre! disse Alberto passando la mano sopra i suoi occhi, lo
-so bene, ma vale meglio che io muoia per questo che morire di vergogna.
-
-— Siete ben risoluto, Alberto? Andiamo dunque!
-
-— Ma credete che lo troviamo?
-
-— Egli doveva ritornare poche ore dopo di me, e certamente sarà
-arrivato. — Essi salirono e si fecero condurre all’entrata dei
-Campi-Elisi n. 30. Beauchamp voleva discendere solo, ma Alberto fece
-osservare che questo affare, uscendo dalle regole ordinarie, gli
-permetteva di allontanarsi dall’etichetta del duello. Il giovine
-operava in modo che Beauchamp non aveva altro a fare, che a prestarsi
-a tutte le sue volontà; egli cedè dunque a Morcerf, e si contentò di
-seguirlo. Alberto non fece che uno slancio dal casotto del portinaro
-alla scalinata. Battistino lo ricevette. Il conte era effettivamente
-arrivato, ma era nel bagno, ed aveva proibito di ricevere chicchessia.
-— Ma dopo il bagno? domandò Morcerf.
-
-— Il signore pranzerà.
-
-— E dopo il pranzo? — Il signore dormirà un’ora.
-
-— E dopo? — Dopo anderà all’_Opera_.
-
-— Ne siete sicuro? domandò Alberto.
-
-— Perfettamente sicuro! il signore ha ordinato i cavalli per le otto
-precise.
-
-— Benissimo! replicò Alberto, ecco quanto voleva sapere. — Indi
-volgendosi a Beauchamp: — Se avete qualche cosa da fare, Beauchamp,
-fatelo presto; se avete ritrovi per questa sera, aggiornateli a
-domani. Capirete che io conto su voi per andare all’_Opera_. Se potete,
-conducete con voi Château-Renaud.
-
-Beauchamp approfittò del permesso, e lasciò Alberto, dopo avergli
-promesso d’andarlo a prendere alle otto meno un quarto.
-
-Rientrato in casa, Alberto avvisò con un biglietto Franz, Debray, e
-Morrel, del desiderio che aveva di vederli in quella sera all’_Opera_.
-Indi andò a visitare sua madre, che dopo l’avvenimento del giorno
-innanzi aveva fatto dire non essere visibile, e stava ritirata nella
-sua camera. Egli la ritrovò in letto, oppressa dal dolore di quella
-pubblica umiliazione. La visita d’Alberto produsse quell’effetto
-che è da immaginarsi; ella strinse la mano al figlio, ed irruppe in
-singhiozzi. Però queste lagrime la sollevarono. Alberto rimase un
-momento in piedi e muto vicino al letto di sua madre. Si scorgeva dal
-suo pallido viso, e dal sopracciglio aggrottato, che il desiderio di
-vendetta andava sempre più radicandosi nel suo cuore. — Madre mia,
-proruppe Alberto, conoscete voi nessun nemico del sig. Morcerf?
-
-Mercedès fremette; ella aveva osservato che il giovine non aveva detto
-di mio padre. — Amico mio, diss’ella, gli uomini nella posizione del
-conte hanno molti nemici ch’essi non conoscono. D’altra parte i nemici
-che si conoscono, sapete, non sono i più pericolosi.
-
-— Sì, lo so; ed è per questo che mi rivolgo a tutta la vostra
-perspicacia. Madre mia, siete una donna superiore alle altre, e cui
-niente sfugge!
-
-— Perchè mi dite questo?
-
-— Perchè avete notato, per esempio, che la sera che abbiamo dato il
-ballo, il sig. di Monte-Cristo non ha voluto prender niente in casa
-nostra.
-
-Mercedès alzandosi tutta tremante sul suo braccio, ardente per
-la febbre: — Il sig. di Monte-Cristo! gridò ella, e qual rapporto
-avrebb’egli colla domanda che mi fate?
-
-— Voi lo sapete, madre mia, il sig. di Monte-Cristo è un uomo
-d’Oriente, e gli orientali per conservare la loro libertà di vendetta
-non mangiano nè bevono mai in casa dei loro nemici.
-
-— Il sig. di Monte-Cristo nemico? riprese Mercedès più pallida
-del lenzuolo che la copriva. Chi vi ha detto questo? siete folle,
-Alberto. Il sig. di Monte-Cristo non ha usato con noi che gentilezze.
-Il sig. di Monte-Cristo vi ha salvata la vita, e voi stesso ce lo
-avete presentato. Oh! ve ne prego, figlio mio, se avete una simile
-idea, allontanatela, e se io ho una raccomandazione a farvi, anzi
-dirò di più, se ho una preghiera da indirizzarvi, quella si è che vi
-mantenghiate in armonia con quest’uomo.
-
-— Madre mia, replicò il giovine con uno sguardo sinistro, avete le
-vostre ragioni per dirmi di usare de’ riguardi a quest’uomo?
-
-— Io? gridò Mercedès arrossendo con quella rapidità con cui aveva
-impallidito, e ritornando quasi subito più pallida ancora di prima.
-
-— Sì; senza dubbio, e questa ragione non è, riprese Alberto, perchè
-quest’uomo può farci del male?
-
-Mercedès fremette, e fissando sopra suo figlio uno sguardo scrutatore:
-— Voi mi parlate in un modo strano, e mi sembra che abbiate delle
-singolari prevenzioni. E che vi ha dunque fatto il conte? sono tre
-giorni che eravate con lui in Normandia, sono tre giorni che io lo
-riguardava, e lo riguardavate voi stesso, come uno dei vostri migliori
-amici..
-
-Un sorriso ironico sfiorò le labbra d’Alberto. Mercedès vide questo
-sorriso, e con il doppio istinto di donna e di madre, indovinò tutto:
-ma prudente e forte seppe nascondere il suo turbamento ed i suoi
-fremiti. Alberto lasciò cadere la conversazione; un momento dopo la
-contessa la riannodò.
-
-— Voi siete venuto a chiedermi come stava, diss’ella; vi risponderò
-francamente, amico mio, mi sento bene. Voi fermatevi qui, Alberto; mi
-dovreste tenere compagnia. Ho bisogno di non rimaner sola.
-
-— Madre mia, disse il giovine, mi presterei ai vostri ordini, e voi
-sapete con quale felicità, se un affare importante non mi obbligasse a
-dovervi lasciare tutta la serata.
-
-— Ah! benissimo, rispose Mercedès con un sospiro, andate, non voglio
-rendervi schiavo della vostra pietà filiale.
-
-Alberto fece sembiante di non capire, salutò sua madre ed uscì. Appena
-il giovine ebbe chiusa la porta, Mercedès fece chiamare un servitore
-di confidenza, e gli ordinò di seguire Alberto ovunque andasse nella
-serata, e di venirlene a rendere conto sul momento. Indi suonò per la
-sua cameriera, e quantunque fosse assai debole, si fece vestire per
-esser pronta ad ogni avvenimento.
-
-La commissione data al lacchè non era difficile ad eseguirsi. Alberto
-rientrò nelle sue camere, e si rivestì con una specie di ricercata
-severità. Beauchamp giunse alle otto meno dieci minuti; egli aveva
-veduto Château-Renaud che gli aveva promesso di trovarsi in orchestra
-prima dell’alzata del sipario. Salirono entrambi nel _coupé_ d’Alberto
-che, non avendo alcun motivo di nascondere ove andava, disse ad alta
-voce: — All’_Opera_. Nella sua impazienza era entrato prima assai
-dell’alzata del sipario. Château-Renaud era al suo posto; avvisato di
-tutto da Beauchamp, Alberto non aveva alcuna spiegazione da dargli.
-La condotta di questo figlio che cercava di vendicare suo padre era
-così semplice, che Château-Renaud non osò neppure di dissuaderlo e si
-contentò di rinnovargli l’assicurazione ch’egli era a sua disposizione.
-Debray non era ancora giunto, ma Alberto sapeva che difficilmente
-mancava ad una rappresentazione. Alberto andò errando pel teatro fino
-all’alzata del sipario. Egli sperava d’incontrare Monte-Cristo, o nei
-corridoi o per le scale; il campanello lo richiamò al suo posto, ed
-andò a sedersi in orchestra fra Beauchamp e Château-Renaud.
-
-Ma Alberto non levò un momento gli occhi dal palco dell’intercolunnio,
-che durante tutto il primo atto sembrava ostinarsi a rimanere vuoto.
-Finalmente, mentre Alberto per la centesima volta guardava l’orologio,
-al principio del second’atto la porta del palco si aprì, e Monte-Cristo
-vestito di nero, entrò e si appoggiò al parapetto per guardare in
-platea; Morrel lo seguì, cercando cogli occhi sua sorella e suo
-cognato. Egli li scoperse in un palco del second’ordine e loro fece un
-segno. Il conte, gettando il suo colpo d’occhio circolare nella sala,
-scoperse una testa pallida, e due occhi scintillanti, che sembravano
-evidentemente attirare i suoi sguardi; egli riconobbe Alberto, ma
-l’espressione ch’egli notò in questo viso contraffatto lo consigliò
-senza dubbio di far sembiante di non averlo osservato. Senza far
-dunque alcun movimento che scoprisse il suo pensiero, si assise, cavò
-l’occhialetto dall’astuccio, e guardò da un’altra parte.
-
-Ma senza sembrare di guardare Alberto il conte non lo perdeva di vista
-ed allora quando fu calato il sipario alla fine del secondo atto, il
-suo colpo d’occhio infallibile e sicuro seguì il giovine che usciva
-dall’orchestra accompagnato dai suoi due amici. Indi la stessa testa
-ricomparve ai cristalli di un palco posto di rimpetto al suo. Il conte
-sentì approssimarglisi la tempesta, e quando intese la chiave girare
-nella serratura del suo palco, quantunque in quello stesso punto
-parlasse a Morrel col viso più ridente, il conte sapeva che cosa doveva
-aspettarsi, e si era preparato a tutto.
-
-La porta s’apri. Monte-Cristo si voltò soltanto allora, e vide Alberto
-livido e tremante; dietro a lui erano Beauchamp e Château-Renaud.
-
-— Osservate! gridò egli con quella benevola gentilezza che distingueva
-il suo saluto dalla fatua civiltà della società, ecco il mio cavaliere
-giunto alla meta. Buona sera sig. de Morcerf. — Ed il viso di
-quest’uomo straordinariamente padrone di sè stesso, esprimeva la più
-perfetta cordialità. Morrel si ricordò soltanto allora della lettera
-che aveva ricevuta dal visconte, e nella quale, senz’altra spiegazione,
-questi lo pregava di ritrovarsi all’_Opera_, e capì subito che stava
-per accadere qualche cosa di terribile.
-
-— Noi non veniamo qui per ricambiarci ipocrite gentilezze, o false
-apparenze d’amicizia, disse il giovine, veniamo a domandarvi una
-spiegazione sig. conte.
-
-La voce tremante del giovine durava fatica e passare fra i suoi denti
-stretti.
-
-— Una spiegazione all’_Opera_? disse il conte con un tuono così
-tranquillo, ed un colpo d’occhio così penetrante, che si riconobbe da
-questa doppia caratteristica l’uomo eternamente padrone di sè stesso.
-Per quanto sia poco familiare alle costumanze parigine, non avrei
-creduto, signore, che qui si domandassero spiegazioni.
-
-— Però, quando le persone si tengono nascoste, disse Alberto, quando
-non si può giungere fino a loro sotto il pretesto che son al bagno, a
-tavola, o a letto, bisogna bene indirizzarsi loro ove si trovano.
-
-— Io non sono difficile a ritrovare, perchè ieri ancora, ho buona
-memoria, il signore era in casa mia.
-
-— Ieri, disse il giovine, cui incominciava a confondersi la testa, era
-in casa vostra, perchè non sapeva chi foste.
-
-E dicendo queste parole, Alberto aveva alzata la voce in modo da farsi
-sentire dalle persone dei palchi vicini, e da quelle che passavano
-pel corridoio. Per ciò, le persone dei palchi si voltarono, quelle del
-corridoio si fermarono dietro Beauchamp e Château-Renaud al rumore di
-questo alterco.
-
-— E di dove venite adunque, signore? disse Monte-Cristo senza la menoma
-apparente emozione: non mi sembrate godere tutto il vostro buon senso.
-
-— Purchè io capisca le vostre perfidie, signore, e giunga a farvi
-capire che io voglio vendicarmene, sarò sempre abbastanza ragionevole,
-disse Alberto furioso.
-
-— Signore, non vi capisco, replicò Monte-Cristo, e quand’anche vi
-capissi, parlereste sempre troppo forte; qui sono in casa mia, signore,
-ed io solo ho qui il diritto d’alzare la voce al di sopra degli altri;
-uscite, signore!
-
-E Monte-Cristo mostrò la porta ad Alberto con un ammirabile gesto di
-comando.
-
-— Ah! vi farei uscire di casa vostra? riprese Alberto spiegazzando un
-guanto colle sue mani convulse, che Monte-Cristo non perdeva di vista.
-
-— Bene, bene! disse flemmaticamente Monte-Cristo, voi mi cercate
-contesa, signore, lo vedo; ma voglio darvi un consiglio, visconte, e
-ritenetelo bene; è un cattivo costume quello di far del susurro nel
-provocare; il rumore non accomoda a tutti, sig. de Morcerf. — A questo
-nome, un mormorio di meraviglia passò come un fremito in tutti gli
-uditori di questa scena. Fin dal giorno innanzi il nome di Morcerf era
-nella bocca di tutti. Alberto, meglio degli altri, e prima di tutti,
-comprese l’allusione, e fece un gesto per gettare il guanto sul viso
-del conte; ma Morrel gli afferrò il pugno, mentre che Beauchamp e
-Château-Renaud, temendo che la scena non oltrepassasse i limiti di una
-provocazione, lo ritenevano per di dietro. Monte-Cristo, senza alzarsi,
-inchinandosi sulla sedia, stese soltanto la mano, e prendendo dalle
-mani increspate del giovine il guanto umido e contorto: — Signore,
-diss’egli con un accento terribile, ritengo il vostro guanto come
-gettato, e ve lo rimetterò avvolto intorno ad una palla. Ora, uscite di
-casa mia, o chiamo i miei servitori, e vi faccio gettare alla porta.
-
-Ebbro, atterrito, cogli occhi sanguinolenti, Alberto fece due passi
-in addietro. Morrel ne approfittò per chiudere la porta. Monte-Cristo
-riprese l’occhialino e si mise a guardare come se non fosse accaduto
-niente di straordinario. Quest’uomo aveva un cuore di bronzo ed un viso
-di marmo.
-
-Morrel gli si accostò all’orecchio: — Che gli avete fatto?
-
-— Io? niente, almeno personalmente, disse Monte-Cristo.
-
-— Però questa scena deve avere una causa?
-
-— L’avventura del conte de Morcerf esaspera il giovine disgraziato. —
-Vi avete forse qualche parte?
-
-— Fu per mezzo di Haydée che la _Camera_ venne istruita del tradimento
-del padre di lui.
-
-— Di fatto, disse Morrel, mi fu detto; ma io non voleva credere, che
-questa schiava greca che ho veduto qui, in questo stesso palco, fosse
-la figlia d’Alì-Pascià.
-
-— Eppure è la verità.
-
-— Oh! mio Dio! ora comprendo tutto, disse Morrel, questa scena era
-premeditata. — In qual modo?
-
-— Sì, Alberto mi ha scritto di trovarmi questa sera all’_Opera_, era
-per farmi testimonio dell’insulto che voleva usarvi.
-
-— Probabilmente, disse Monte-Cristo colla sua imperturbabile
-tranquillità. — Ma che farete di lui?
-
-— Di chi? — D’Alberto!
-
-— D’Alberto, riprese Monte-Cristo collo stesso tuono, che ne farò,
-Massimiliano? Tanto è vero che siete qui, e che vi stringo la mano,
-quanto che io lo ucciderò domani prima delle dieci a. m., ecco ciò
-che io ne farò. — Morrel a sua volta prese fra le sue la mano di
-Monte-Cristo, e rabbrividì nel sentire questa mano placida e fredda.
-
-— Ah! conte, gli disse, suo padre lo ama tanto!
-
-— Non mi state a dire tali cose, altrimenti lo farò soffrire! gridò
-Monte-Cristo col primo movimento di collera che fino allora sembrasse
-provare. — Morrel stupefatto lasciò ricadere la mano di Monte-Cristo. —
-Conte! Conte! diss’egli.
-
-— Caro Massimiliano, ascoltate dunque in che adorabile modo Duprez
-canta questo verso; _O Matilde idolo del mio cor_!
-
-Morrel capì che non v’era più niente da dire. Il sipario che si era
-alzato al finire della scena d’Alberto, tornò a calare; quasi subito
-dopo fu battuto alla sua porta.
-
-— Entrate, disse Monte-Cristo, senza che la sua voce manifestasse la
-menoma emozione. — Beauchamp comparve.
-
-— Buona sera, sig. Beauchamp, disse Monte-Cristo, come se vedesse il
-giornalista per la prima volta nella serata; sedete adunque.
-
-Beauchamp salutò, entrò, e si assise:
-
-— Signore, diss’egli a Monte-Cristo, or ora io accompagnava, come
-avrete potuto vedere, il sig. de Morcerf.
-
-— Ciò vuol dire, riprese Monte-Cristo ridendo, che voi probabilmente
-avrete pranzato insieme. Sono ben contento di vedere, signor Beauchamp,
-che siete più sobrio di lui.
-
-— Signore, disse Beauchamp, Alberto ha avuto, ne convengo, torto nel
-lasciarsi trasportare, e vengo per proprio mio conto a farvene delle
-scuse. Ora che le mie scuse sono fatte, le mie, intendete bene signor
-conte? vengo a dirvi che vi credo troppo galantuomo per ricusarvi
-dal darmi delle spiegazioni sul soggetto delle vostre relazioni colle
-persone di Giannina! indi aggiungerò due parole sul conto della giovine
-greca. — Monte-Cristo fece con gli occhi e con le labbra, un piccolo
-gesto che comandava il silenzio: — Andiamo, aggiunse egli ridendo, ecco
-tutte le mie speranze distrutte.
-
-— In qual modo? domandò Beauchamp.
-
-— Senza dubbio, voi vi affannate di farmi un credito di eccentricità;
-io sono a parer vostro, un Lara, un Manfredi, un Lord Ruthwen; indi
-passato il momento di vedermi eccentrico, guastate il mio tipo, tentate
-di farmi diventare un uomo oscuro; mi volete comune volgare; infine
-mi domandate quelle spiegazioni. Su via! sig. Beauchamp, voi volete
-ridere.
-
-— Frattanto, riprese Beauchamp con alterigia, vi sono delle congiunture
-in cui la probità ordina...
-
-— Sig. Beauchamp, interruppe l’uomo strano, chi comanda al conte di
-Monte-Cristo è il conte di Monte-Cristo. Così dunque non dite una
-parola di più su questo argomento, se vi aggrada; faccio ciò che
-voglio, sig. Beauchamp, e credetemi, è sempre fatto benissimo.
-
-— Signore, le persone oneste non si pagano con questa moneta; sono
-necessarie delle guarentigie all’onore.
-
-— Signore, sono una garanzia vivente, rispose Monte-Cristo impassibile,
-i cui occhi però s’infiammavano di lampi minacciosi. Entrambi abbiamo
-nelle vene del sangue, che abbiamo volontà di versare, ecco la nostra
-mutua garanzia. Riportate questa risposta al visconte, e ditegli che
-domani alle dieci, avrò veduto il colore del suo.
-
-— Non rimane adunque, disse Beauchamp, che di stabilire le condizioni
-del combattimento.
-
-— Ciò ancora mi è del tutto indifferente, signore, disse il conte
-di Monte-Cristo; era dunque inutile di venirmi a disturbare allo
-spettacolo per una cosa di sì poco momento. In Francia, uno si batte
-alla spada o alla pistola; nelle colonie si preferisce la carabina;
-nell’Arabia si adopera il pugnale. Dite al vostro cliente, che,
-quantunque sia io l’insultato, gli lascio la scelta delle armi, e che
-accetterò tutto senza contestazione; tutto, intendete bene? tutto,
-anche il combattimento per mezzo della sorte, cosa che sempre è
-stupida. Ma per me è un affare diverso, sono sicuro di vincere.
-
-— Sicuro di vincere? ripetè Beauchamp guardando il conte con occhio
-atterrito.
-
-— Eh! certamente, disse Monte-Cristo, alzando leggermente le spalle.
-Senza ciò non mi batterei col sig. de Morcerf. Lo ucciderò, ciò è
-necessario, e sarà fatto. Soltanto non fate neppure una parola di tutto
-ciò in casa mia questa sera, indicatemi l’arme e l’ora, non amo di
-farmi sentire.
-
-— Alla pistola, alle otto del mattino, al bosco di Vincennes, disse
-Beauchamp sconcertato, non sapendo se aveva che fare con un fanfarone
-tracotante, o con un essere soprannaturale.
-
-— Sta bene, signore, disse Monte-Cristo; ora che tutto è in regola,
-lasciatemi sentire lo spettacolo, ve ne prego, e dite al vostro amico
-Alberto di non ritornare questa sera; egli si farebbe un torto con
-tutte le sue brutalità di cattivo gusto; che ritorni a casa, e che
-dorma. — Beauchamp uscì tutto maravigliato. — Ora, disse Monte-Cristo
-voltandosi a Morrel, conto su voi, n’è vero?
-
-— Certamente, disse Morrel, e potete disporre di me, conte; però... —
-Che cosa?
-
-— Sarebbe importante, che conoscessi la vera causa...
-
-— Vale a dire che rifiutate? — No.
-
-— La vera causa Morrel, disse il conte, il giovine che cammina alla
-cieca non la conosce neppur lui. La vera causa non è conosciuta che da
-me e dal cielo; ma vi do la mia parola d’onore, Morrel, che il cielo la
-conosce, e sarà a nostro favore.
-
-— Basta così, conte, disse Morrel. Chi è il vostro secondo testimonio?
-
-— Non conosco nessuno a Parigi cui dare questo onore, che voi Morrel
-e vostro cognato Emmanuele. Credete che egli vorrà rendermi questo
-favore?
-
-— Vi garantisco per lui, come per me, conte.
-
-— Bene! ciò è quanto mi abbisogna. Domattina alle sette sarete da me,
-non è vero? — Vi saremo.
-
-— Zitto! ecco che si rialza il sipario, ascoltiamo. Ho il costume di
-non perdere una nota di quest’opera; è tanto adorabile la musica del
-_Guglielmo Tell_.
-
-
-
-
-LXXXVIII. — LA NOTTE.
-
-
-Il sig. di Monte-Cristo aspettò, secondo il solito, che Duprez avesse
-cantato il suo famoso _Seguitemi!_ e allora soltanto si alzò ed uscì.
-
-Alla porta Morrel lo lasciò, rinnovandogli la promessa di essere da
-lui, con Emmanuele, la dimane alle sette precise: indi montò nel suo
-_coupé_, sempre tranquillo e sorridente.
-
-Cinque minuti dopo era in casa sua. Bisognava soltanto non conoscere il
-conte per lasciarsi ingannare dalla espressione colla quale, entrando
-in casa, disse ad Alì:
-
-— Datemi le mie pistole dalla incassatura d’avorio.
-
-Alì portò il cassettino al suo padrone, e questi si mise ad esaminare
-le armi con quella premura tanto naturale ad un uomo che sta per
-affidare la sua vita ad un poco di ferro e di piombo. Erano pistole
-particolari, che Monte-Cristo aveva fatto costruire appositamente per
-tirare al bersaglio nel suo appartamento. Una _capsula_ bastava per
-cacciare una palla, e, dalla camera vicina, non si sarebbe potuto
-credere che il conte stava, come si dice in termine di bersaglio,
-esercitandosi la mano. Stava brandendo l’arma colla mano, e cercando
-la mira sur un piccolo pezzetto di tela che serviva di bersaglio, allor
-quando si aprì la porta del suo gabinetto ed entrò Battistino. Ma prima
-ancora che avesse aperta la bocca, il conte si accorse dalla porta
-rimasta semi-aperta, di una donna velata in piedi, posta alla debole
-luce della camera vicina, e che aveva seguito Battistino.
-
-Ella aveva scorto il conte colla pistola alla mano, vedeva due spade
-sopra una tavola, e si slanciò dentro.
-
-Battistino consultò con uno sguardo il suo padrone.
-
-Il conte fece un segno, Battistino si ritirò, e chiuse la porta dietro
-a sè.
-
-— Chi siete voi, signora? disse il conte alla donna velata.
-
-L’incognita gettò uno sguardo intorno a sè per assicurarsi, se
-veramente erano soli; poi inchinandosi come se avesse voluto
-inginocchiarsi, congiunse le mani, e coll’accento della disperazione: —
-Edmondo, diss’ella, voi non ucciderete mio figlio!
-
-Il conte fece un passo in addietro, gettò un debole grido, e lasciò
-cadersi l’arme di mano: — Che nome avete pronunciato, sig.ª de Morcerf?
-diss’egli.
-
-— Il vostro! gridò ella gettando il velo, il vostro che, sola io forse
-non ho dimenticato mai; Edmondo, non è la sig.ª de Morcerf che viene da
-voi, è Mercedès.
-
-— Mercedès è morta, signora, disse Monte-Cristo, ed io non conosco più
-alcuna che porti questo nome.
-
-— Mercedès vive, signore, e Mercedès vi ricorda, poichè sola vi ha
-riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi alla vostra voce.
-Edmondo, al solo accento della vostra voce, e da quel tempo ella vi ha
-seguito passo passo, ella vi sorveglia, vi teme, non ha avuto bisogno
-di cercare la mano, da cui partiva il colpo che ha percosso il sig. de
-Morcerf.
-
-— Fernando, volete dire, signora, riprese Monte-Cristo con
-un’amara ironia; poichè siamo in corso di ricordarci i nostri nomi,
-ricordiamoceli tutti. — E Monte-Cristo aveva pronunciato il nome di
-Fernando, con una tale espressione di odio, che Mercedès sentì il
-brivido dello spavento scorrerle per tutto il corpo.
-
-— Vedete bene, che non mi sono ingannata, gridò Mercedès, e che ho
-ragione di dirvi: risparmiatemi il figlio!
-
-— E chi vi ha detto, che io odio vostro figlio?
-
-— Nessuno, mio Dio! Ma una madre è dotata di una doppia vista: ho
-indovinato tutto: l’ho seguito questa sera all’_Opera_, e, nascosta in
-un _baignoire_[4] ho veduto tutto.
-
-— Allora, se avete veduto tutto, signora, avrete veduto che il figlio
-di Fernando mi ha insultato pubblicamente?
-
-— Oh! per pietà!
-
-— Avrete veduto, continuò il conte, che mi avrebbe gettato il guanto
-in faccia, se uno dei miei amici, Morrel, non gli avesse fermato il
-braccio.
-
-— Ascoltatemi; anche mio figlio vi ha indovinato, ed attribuisce a voi
-tutta la disgrazia che opprime suo padre.
-
-— Signora, disse Monte-Cristo, voi confondete: non è già una disgrazia,
-è un castigo. Non sono già io che opprimo il sig. de Morcerf, è la
-Provvidenza che lo colpisce.
-
-— Che importa a voi, Edmondo, di Giannina e del suo Visir? che torto ha
-fatto a voi Fernando Mondego, tradendo Alì-Tebelen?
-
-— E tutto questo, rispose Monte-Cristo, tutto questo è un affare fra
-il capitano franco e la figlia di Vasiliki. Ciò non mi riguarda, avete
-ragione; e se ho giurato di vendicarmi, non è del capitano franco,
-nè del sig. de Morcerf, ma bensì del pescatore Fernando, marito della
-catalana Mercedès.
-
-— Ah! signore, gridò la contessa, qual terribile vendetta per una
-colpa, che la fatalità mi ha fatto commettere, poichè la vera colpevole
-sono io, Edmondo, e se avete a vendicarvi di qualcuno, è di me, che ho
-mancato, costrettavi dalla vostra assenza, e dal mio isolamento.
-
-— Ma, gridò Monte-Cristo, perchè sono io stato assente? perchè siete
-voi rimasta isolata?
-
-— Perchè foste arrestato, perchè eravate prigioniero.
-
-— E perchè era io arrestato? perchè era prigioniero?
-
-— Lo ignoro, disse Mercedès.
-
-— Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. Ebbene! ve lo dirò.
-Io era arrestato, io era prigioniero, perchè sotto il pergolato
-dell’osteria la _Réserve_, la stessa vigilia del giorno in cui doveva
-sposarvi, un uomo, chiamato Danglars, scrisse questa lettera che il
-pescatore Fernando s’incaricò di rimettere da sè stesso alla posta.
-— E Monte-Cristo, andando allo scrigno fece uscire un cassettino, da
-cui estrasse un foglio che aveva perduto il suo primitivo colore, e la
-cui scrittura aveva preso quello della ruggine, ch’egli mise sotto gli
-occhi di Mercedès. Era questa la lettera di Danglars al procuratore
-del re, che il giorno in cui aveva pagati i 200 mila fr. al sig. de
-Boville, il conte di Monte-Cristo, travestito da commesso della casa
-Thomson e French, aveva sottratto dalla filza di Edmondo Dantès.
-
-Mercedès lesse con ispavento le linee seguenti.
-
- «Il sig. Procuratore del Re è avvisato da un amico del Trono
- e della Religione, che il nominato Edmondo Dantès secondo nel
- bastimento il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne, dopo
- aver toccato Napoli e Porto Ferrajo, è stato incaricato da Murat
- di una lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore di una lettera
- pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo
- delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle
- sue tasche, o presso suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del
- _Faraone_.»
-
-— Oh! mio Dio! fece Mercedès passando la mano sulla sua fronte bagnata
-di sudore; e questa lettera...
-
-— L’ho comprata per 200 mila fr. signora, disse Monte-Cristo; ma è
-ancora a buon mercato, perchè ella in oggi mi permette di giustificarmi
-ai vostri occhi.
-
-— E il resultato di questa lettera?
-
-— Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello però che non sapete
-è, che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di lega distante
-da voi, in una prigione segreta del castello d’If. Ciò che non sapete
-è, che ogni giorno di questi quattordici anni ho rinnovato il mio
-giuramento di vendetta che avevo fatto il primo giorno, e non pertanto
-ignorava, che voi aveste sposato Fernando, il mio denunziatore, e che
-mio padre fosse morto, e morto di fame!
-
-— Giusto Iddio! gridò Mercedès vacillando.
-
-— Ecco ciò ch’io ho saputo nell’uscire di prigione, quattordici anni
-dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a giurare su
-Mercedès viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, e... e io mi
-vendico.
-
-— E siete sicuro che il disgraziato Fernando ha fatto ciò?
-
-— Sull’anima mia, egli ha fatto quel che vi ho detto: d’altra parte
-ciò non è molto più odioso che, francese di adozione, essere passato
-nelle file degl’inglesi; spagnuolo di nascita, aver combattuto contro
-gli spagnuoli; stipendiato da Alì, avere tradito ed assassinato Alì.
-In faccia a simili cose, che è la lettera che avete or letta? una
-mistificazione galante che deve perdonare, lo vedo e lo confesso, la
-donna che ha sposato quest’uomo, ma che non perdona l’amante che doveva
-sposarla. Ebbene! i francesi non si sono vendicati del traditore;
-gli spagnuoli non hanno fucilato il traditore; Alì, sepolto nella sua
-tomba, ha lasciato impunito il traditore; ma io, tradito, assassinato,
-gettato vivo in una tomba, dalla quale sono uscito per un miracolo, io
-debbo vendicarmi.
-
-La povera donna lasciò ricadere la testa e le mani; le gambe le si
-piegarono sotto, e cadde in ginocchio.
-
-— Perdonate, Edmondo, diss’ella, perdonate per me che vi amo ancora! —
-La dignità della sposa mise un freno allo slancio dell’amante e della
-madre. La sua fronte s’inchinò fino a toccare il tappeto. Il conte si
-slanciò davanti a lei, e la rialzò. Allora assisa sopra una sedia,
-ella potè, a traverso le sue lagrime, guardare il pallido viso di
-Monte-Cristo, al quale il dolore e l’odio imprimevano ancora un’indole
-minacciosa: — Che io non ischiacci questa razza maledetta! mormorò
-egli, impossibile, signora, impossibile!
-
-— Edmondo, disse la povera madre tentando tutti i mezzi, mio Dio!
-quando vi chiamo Edmondo, perchè non mi chiamate Mercedès?
-
-— Mercedès! ripetè Monte-Cristo, Mercedès! Ebbene! sì, avete ragione,
-questo nome mi è dolce ancora a pronunziare, ed ecco la prima volta,
-dopo lunghi anni, ch’egli risuona così chiaro all’uscir dalle
-mie labbra. Ah! Mercedès! il vostro nome io l’ho pronunciato coi
-sospiri della malinconia, coi gemiti del dolore, colla rabbia della
-disperazione; l’ho pronunciato agghiacciato pel freddo, attrappito
-sulla paglia della mia prigione; l’ho pronunciato, divorato dal caldo;
-l’ho pronunciato rotolandomi sul pavimento del mio carcere. Mercedès,
-bisogna ch’io mi vendichi, perchè ho sofferto per quattordici anni,
-per quattordici anni ho maledetto, per quattordici anni ho pianto, ho
-maledetto. Or, ve lo ripeto, Mercedès, bisogna che mi vendichi!
-
-Ed il conte temendo di cedere alle lagrime di quella che aveva amata
-tanto, chiamava in soccorso del suo odio la rimembranza del passato.
-
-— Vendicatevi, Edmondo, gridò la povera madre, ma vendicatevi sui
-colpevoli, vendicatevi su di me, ma non vi vendicate sul figlio mio!
-
-— Edmondo, continuò Mercedès colle braccia stese verso il conte,
-da che vi ho conosciuto ho adorato il vostro nome, ho rispettata la
-vostra memoria; Edmondo, amico mio, non mi costringete a cancellare
-questa immagine nobile e pura, che incessantemente ha riverberato sul
-mio cuore. Edmondo! se sapeste tutte le preghiere che ho innalzato a
-Dio per voi, fino a che vi ho sperato vivo, e dopo che vi ho creduto
-morto! sì, morto, ahimè! io credeva il vostro cadavere sepolto
-nel fondo di qualche torre; credeva il vostro corpo precipitato in
-qualcuno di quegli abissi, in cui i carcerieri rotolano i morti, ed
-io vi piangeva! Io, che poteva per voi, Edmondo, se non pregare e
-piangere? Ascoltatemi: per dieci anni ho fatto ogni notte lo stesso
-sogno. Si disse che voi avevate tentato di fuggire, che avevate preso
-il posto di un altro prigioniero, che vi eravate introdotto nel sacco
-mortuario, e che allora quando avevano gettato il cadavere vivente
-dall’alto al basso del castello d’If, e che il grido che avevate emesso
-nell’infrangervi sugli scogli, aveva solo rivelata la sostituzione ai
-vostri becchini, divenuti i vostri carnefici. Ebbene! Edmondo, ve lo
-giuro sulla testa di questo figlio pel quale io v’imploro, Edmondo,
-per dieci anni ho veduto ogni notte gli uomini che libravano qualche
-cosa d’informe e di sconosciuto dall’alto della roccia; per dieci
-anni ho inteso ogni notte un grido terribile che mi ha risvegliata,
-rabbrividita, agghiacciata. Ed io pure, credetemi, per quanto sia rea,
-io pure ho sofferto molto!
-
-— Avete sentito morire vostro padre nella vostra assenza? gridò
-Monte-Cristo, cacciandosi le mani fra i capelli; avete veduta la donna
-che amavate, stendere la sua mano al vostro rivale, nel tempo che
-gorgogliavate nell’abisso di un vortice?...
-
-— No, interruppe Mercedès, ma ho veduto colui che amava pronto a
-divenire l’uccisore di mio figlio!
-
-Mercedès pronunciò queste parole con un dolore così possente, con
-un accento così disperato, che a questo accento un singhiozzo sfuggì
-dalla gola del conte. Il leone era domato, il vendicatore era vinto:
-— Che chiedete da me, diss’egli, che vostro figlio viva? Ebbene, egli
-vivrà!...
-
-Mercedès mandò un grido che fece scaturire due lagrime dalle pupille
-di Monte-Cristo, ma queste due lagrime disparvero quasi tosto, poichè
-senza dubbio si staccò dal cielo un angiolo per raccoglierle, essendo
-esse assai più preziose al Signore che le più ricche perle di Guzarate
-e di Ofir.
-
-— Oh! gridò ella, afferrando la mano del conte ed appressandosela alle
-labbra, oh! grazie, Edmondo, grazie! Eccoti tal quale ti ho sempre
-sognato, tal quale ti ho sempre amato. Oh! ora posso dirlo.
-
-— Tanto più, rispose Monte-Cristo, che il povero Edmondo non avrà
-molto tempo da essere amato. La morte rientra nella tomba, il fantasma
-rientra nella notte.
-
-— Che intendete di dire, Edmondo?
-
-— Dico che, poichè l’ordinate, bisogna morire.
-
-— Morire! e chi è che dice questo? chi parla di morire? d’onde vi
-ritornano simili idee di morte?
-
-— Voi non supporrete che, oltraggiato pubblicamente, in faccia a tutto
-un teatro, in presenza dei vostri amici e di quelli di vostro figlio,
-provocato da un giovinetto che si glorierebbe del mio perdono come
-di una vittoria, non supporrete, diceva, che io abbia il desiderio
-di vivere un sol momento. Ciò che io ho amato di più, dopo di voi,
-Mercedès, è me stesso, vale a dire la mia dignità, vale a dire quella
-forza che mi rendeva superiore agli altri uomini; ch’era la mia vita.
-Con una parola, voi la rompete. Io moro.
-
-— Ma questo duello non avrà luogo, Edmondo, poichè voi perdonate...
-
-— Avrà luogo, signora, disse solennemente Monte-Cristo. Soltanto,
-invece del sangue di vostro figlio che doveva bagnare il terreno, sarà
-il mio che sgorgherà.
-
-Mercedès mandò un grido, e si slanciò verso Monte-Cristo; ma
-d’improvviso ella si fermò. — Edmondo, diss’ella, vi è un Dio al di
-sopra di noi, poichè io vi ho riveduto, ed io confido in Lui dal più
-profondo del mio cuore. Aspettando il suo appoggio, mi affido alla
-vostra parola. Voi avete detto che mio figlio vivrà; egli vivrà, non è
-vero?
-
-— Egli vivrà, sì, signora, disse Monte-Cristo sorpreso che senz’altra
-esclamazione, senza altra meraviglia, Mercedès avesse accettato
-l’eroico sacrificio che le faceva.
-
-Mercedès stese la mano al conte. — Edmondo, diss’ella, mentre i suoi
-occhi si bagnavano di lagrime guardando quello a cui indirizzava queste
-parole, quanto è bello dal canto vostro, come è grande ciò che avete
-fatto! quanto è sublime l’avere avuto pietà di una povera donna che si
-offriva a voi con tutte le probabilità contrarie alla speranza? Ahimè!
-sono invecchiata pei dispiaceri più ancora che per gli anni; non posso
-neppur più rammentare al mio Edmondo con uno sguardo quella Mercedès
-d’altravolta ch’egli passava tante ore a contemplare. Ah! credetemi,
-Edmondo, vi ho detto che io pure ho sofferto molto; ve lo ripeto; è
-ben tristo il vedersi passare la vita senza ricordarsi una sola gioia,
-senza conservare una sola speranza; ma ciò prova che tutto non è finito
-sulla terra. No! tutto non è finito, lo sento da ciò che mi rimane
-ancora nel cuore. Oh! ve lo ripeto. Edmondo, è cosa bella, grande,
-sublime il perdonare come voi fate!
-
-— Voi dite ciò, Mercedès? e che direste se sapeste tutta l’estensione
-del sacrificio che vi faccio? Voi non ne avete una idea, o piuttosto,
-no, no, voi non potrete mai farvi una idea di ciò ch’io perdo perdendo
-la vita in questo momento.
-
-Mercedès guardò il conte con un’aria che dipingeva ad un tempo la sua
-meraviglia, la sua ammirazione, e la sua riconoscenza. Monte-Cristo
-si appoggiò la fronte sulle mani ardenti, come se essa non potesse
-più da sè sola sostenere il peso dei suoi pensieri. — Edmondo, disse
-Mercedès, non ho più che una parola a dirvi. — Il conte sorrise
-amaramente. — Edmondo, continuò ella, voi vedrete che se la mia fronte
-è impallidita, se i miei occhi sono spenti, se la mia bellezza è
-perduta, se finalmente non rassomiglio più a quella stessa Mercedès per
-le forme del viso, voi vedrete ch’ella è sempre la stessa nel cuore!...
-Addio dunque, Edmondo; non ho più nulla da chiedere al cielo... vi ho
-riveduto, e riveduto egualmente nobile e grande come in altri tempi.
-Addio, Edmondo... e grazie! — Ma il conte non rispose.
-
-Mercedès aveva riaperta la porta del gabinetto, ed era partita prima
-ancora ch’egli fosse rinvenuto dalla dolorosa e profonda distrazione
-in cui lo aveva immerso la sua fallita vendetta. Suonava un’ora
-all’orologio degl’Invalidi quando la carrozza che trasportava la sig.ª
-de Morcerf, scorrendo sul terreno dei Campi-Elisi, fece rialzare la
-testa al conte di Monte-Cristo: — Insensato, io mi doveva svellere il
-cuore il giorno in cui risolvetti di vendicarmi.
-
-
-
-
-LXXXIX. — L’INCONTRO.
-
-
-Dopo la partenza di Mercedès tutto ricadde nell’ombra presso
-Monte-Cristo. Intorno a lui ed entro lui il suo pensiero si fermò; il
-suo spirito energico si addormì, come fa il corpo dopo una eccessiva
-fatica. — Che! disse a sè stesso, mentre la lampada e le candele si
-consumavano tristamente, e che i servitori aspettavano con impazienza
-nell’anticamera; che! ecco l’edificio così lentamente preparato,
-elevato con tante pene e tanti affanni, che crolla ad un colpo, con una
-sola parola, sotto un soffio! Ebbene! sono io che mi credeva qualche
-cosa? sono io di cui andava tanto superbo? sono io che mi era veduto sì
-piccolo nel carcere d’If, e che era riuscito a rendermi così grande?
-sono io la cui salma domani sarà un poco di polvere? Ahimè, non è già
-la morte del corpo quella che io piango; questa distruzione della
-materia non è il riposo cui tutto tende, cui aspira ogni infelice?
-quella calma della materia alla quale m’incamminava per la strada
-dolorosa della fame quando Faria comparve nel mio carcere? che cosa è
-la morte per me? un grado di più nella calma, e forse due nel silenzio.
-No, non è dunque la cessazione della esistenza che io piango, che il
-mio spirito sopravvivrà; ma la rovina dei miei disegni così lentamente
-elaborati, così faticosamente costrutti, è questo che amaramente io
-piango. La Provvidenza, che io aveva loro creduta favorevole, è dunque
-ad essi contraria? Dio non vuol dunque che si compiano? Questo fardello
-che io aveva sollevato quasi tanto pesante quanto il mondo, e che io
-aveva creduto di poter portare fino al termine, era secondo i miei
-desideri, ma non secondo la mia forza; secondo la mia volontà, ma
-non secondo il mio potere. Bisognerà che io lo deponga giunto appena
-alla metà della mia corsa? Oh! diventerei io forse fatalista, che
-quattordici anni di disperazione e dieci di speranze avevan formato
-previdente? E tutto questo, tutto questo, mio Dio! perchè il mio cuore,
-che credeva morto, non era che assopito; perchè si è risvegliato,
-perchè ha battuto, perchè ho ceduto al dolore che questo battito
-sollevava dal fondo del mio petto per mezzo della voce di una donna! E
-frattanto, continuò il conte, inabissandosi sempre più nelle previsioni
-di questo domani terribile che aveva accettato Mercedès; e frattanto è
-impossibile che questa donna, che ha un cuore sì nobile, abbia in tal
-modo per egoismo, acconsentito a lasciarmi uccidere... io così pieno
-di forza d’esistenza! è impossibile ch’ella spinga a questo punto,
-l’amore, o piuttosto il delirio materno! Vi sono delle virtù in cui
-l’esagerazione sarebbe un delitto. Ma, ella avrà immaginato qualche
-scena poetica; verrà a gettarsi fra le spade, e sarà una cosa ridicola
-per la posizione sublime da me fattami.
-
-E il rossore dell’orgoglio salì alla faccia del conte.
-
-— Ridicolo, ripetè egli, e il ridicolo ricadrà su di me... io ridicolo!
-andiamo, amo ancor più il morire.
-
-E a forza di esagerarsi in tal modo le combinazioni che potevano
-accadere il dimane nel quale si era condannato promettendo a Mercedès
-che lascerebbe vivere suo figlio, il conte terminò col dirsi: — Pazzie!
-pazzie! pazzie! il mettersi come una meta inerte davanti alla mira del
-giovine! È necessario, lo farò. — E prendendo una penna, e cavando un
-foglio dall’armadio, scrisse alcune linee in piè di questo foglio, che
-altro non era che il suo testamento fatto dal suo arrivo in Parigi,
-ed estese una specie di codicillo nel quale faceva capire la sua morte
-anche agli uomini meno creduli.
-
-— Io faccio questo, pel solo onor mio, e per umiliare me stesso agli
-occhi miei. È indispensabile che questi miserabili, che un Danglars,
-un Villefort, un Morcerf non si figurino d’essersi spacciati di me
-per opera del solo caso, che il solo caso li abbia liberati del loro
-nemico. Che sappiano, al contrario, che se la deliberata punizione non
-ha avuto luogo, fu perchè è stata corretta dalla mia sola volontà; che
-il castigo evitato in questo mondo li aspetta nell’altro, e ch’essi non
-hanno fatto altro cambio che quello del tempo colla eternità.
-
-Mentre ondeggiava in queste cupe incertezze, sogni cattivi di un
-uomo svegliato dal dolore, venne il giorno ad imbiancare i vetri ed a
-rischiarare sotto le sue mani la carta azzurra sulla quale trascinava
-l’ultima sua giustificazione. Erano le cinque del mattino. D’improvviso
-giunse al suo orecchio un leggero rumore. Monte-Cristo credè avere
-inteso qualche cosa, come un sospiro soffocato; volse la testa, guardò
-intorno a sè, e non vide alcuno. Soltanto il rumore si ripetè molto
-distintamente, perchè al dubbio successe la certezza. Allora il conte
-si alzò, aprì dolcemente la porta del salotto, e sopra una sedia, colla
-sua bella testa pallida ed inclinata in addietro, vide Haydée che si
-era posta a traverso alla porta, affinchè egli non potesse uscire senza
-vederla; ma il sonno così possente nella gioventù, l’aveva sorpresa
-dopo la fatica di una lunga veglia.
-
-Il rumore che fece la porta nell’aprirsi non potè scuotere Haydée dal
-suo sonno. Monte-Cristo fissò su di lei uno sguardo pieno di dolcezza
-e di dolore. — Ella si è ricordata che aveva un figlio, ed io ho
-dimenticato che ho una figlia!
-
-Indi scuotendo tristamente la testa:
-
-— Povera Haydée! diss’egli, ha voluto vedermi, ha voluto parlarmi, ella
-ha temuto o indovinato qualche cosa... Oh! io non posso partire senza
-dirle addio, non posso morire senza confidarla a qualcuno.
-
-E raggiunse dolcemente di nuovo il suo posto, e scrisse sotto alle
-linee già vergate.
-
- «Faccio legato a Massimiliano Morrel, capitano degli _Spahis_ e
- figlio del mio antico padrone Pietro Morrel armatore in Marsiglia
- della somma di venti milioni, di cui ne sarà da lui offerta una
- parte a sua sorella Giulia ed a suo cognato Emmanuele, quando
- però non creda che questo aumento di fortuna possa nuocere alla
- loro felicità. Questi venti milioni sono sepolti nella mia grotta
- dell’isola di Monte-Cristo, di cui Bertuccio conosce il segreto.
-
- «Se il suo cuore è libero, e voglia sposare Haydée, figlia d’Alì
- pascià di Giannina, che io ho allevata coll’amore di un padre,
- e ch’ha avuto per me l’amore e la tenerezza di una figlia,
- egli esaudirà, non dirò l’ultima mia volontà, ma l’ultimo mio
- desiderio.
-
- «Il presente testamento ha già fatta Haydée erede del resto della
- mia fortuna, consistente in terre, rendite sull’Inghilterra,
- l’Austria, e l’Olanda, mobili dei miei diversi palazzi e case,
- e che, prelevati i venti milioni, altri legati fatti ai miei
- servitori ecc. formerà una somma che potrà ammontare a sessanta
- milioni.»
-
-Terminava appena di scrivere quest’ultima linea, quando un grido emesso
-dietro a lui gli fece cadere la penna dalla mano: — Haydée; diss’egli;
-voi avete letto.
-
-In fatto la giovanetta, risvegliata dal chiarore del giorno che aveva
-colpito le sue pupille, si era alzata e si era avvicinata al conte
-senza che i suoi passi leggeri, ed assorbiti dal tappeto, fossero stati
-intesi: — Oh! mio signore, diss’ella giungendo le mani, perchè scrivete
-così a quest’ora? Perchè mi lasciate così la vostra fortuna? Mio
-signore, mi abbandonate forse?
-
-— Vado a fare un viaggio, cara fanciulla, disse Monte-Cristo con
-espressione di malinconia e di tenerezza infinita, e se mi accadesse
-qualche disgrazia... — Il conte si fermò.
-
-— Ebbene?.... domandò la giovanetta con un accento di autorità che il
-conte non le conosceva che lo fece fremere.
-
-— Ebbene! se mi accade qualche disgrazia, riprese Monte-Cristo, voglio
-che mia figlia sia felice.
-
-Haydée sorrise tristamente scuotendo la testa.
-
-— Voi pensate a morire, mio signore? diss’ella.
-
-— È un pensiero salutare, figlia mia, ha detto il saggio.
-
-— Ebbene, se voi morite, disse ella, lasciate pure la vostra fortuna
-in legato ad altri eredi; perchè se voi morite... io non avrò più
-bisogno di niente. — E prendendo il foglio ella lo stracciò in quattro
-pezzi che gettò in mezzo al salotto. Indi spossata da questo tratto di
-energia tanto poco comune ad una schiava, cadde non più addormentata ma
-svenuta sul pavimento. Monte-Cristo si chinò vers’ella, la sollevò fra
-le sue braccia; e vedendo questa bella tinta impallidita, questi begli
-occhi chiusi, questo bel corpo inanimato e come abbandonato, gli venne
-per la prima volta l’idea che ella lo amasse ben altrimenti che una
-figlia ama suo padre.
-
-— Me lasso! mormorò egli con un profondo scoraggiamento, avrei ancora
-potuto esser felice.
-
-Indi portò Haydée fino all’appartamento di lei, la rimise sempre
-svenuta, fra le mani delle sue donne e, rientrando nel gabinetto, che
-questa volta chiuse attentamente, ricopiò il distrutto testamento.
-Mentre terminava, si fece sentire il rumore di un _cabriolet_ che
-entrava nel cortile.
-
-Monte-Cristo si avvicinò alla finestra, e vide discendere Massimiliano
-ed Emmanuele. — Buono! diss’egli, è giunta l’ora! — Sigillò il suo
-testamento con triplo sigillo.
-
-Un momento dopo intese un rumore di passi nella sala, ed andò ad aprire
-egli stesso. Morrel comparve sulla soglia. Egli aveva anticipata l’ora
-di venti minuti.
-
-— Io vengo forse troppo presto, sig. conte, diss’egli; ma vi confesso
-francamente che non ho potuto dormire un minuto, e che è accaduto lo
-stesso a tutta la famiglia. Io aveva molto bisogno di vedere la vostra
-coraggiosa fermezza per ricuperarla io pure.
-
-Monte-Cristo non potè contenersi a questa prova di affezione, e non fu
-la sua mano che stese al giovine, ma le braccia che gli aprì. — Morrel,
-gli disse con voce commossa, è per me un bel giorno quello in cui
-mi sento amato da un uomo come voi. Buon giorno, sig. Emmanuele. Voi
-dunque venite con me, Massimiliano?
-
-— Per bacco! disse il giovine capitano, ne avete dubitato?
-
-— Ma pure se avessi torto...
-
-— Ascoltate, vi ho guardato ieri durante tutta la scena di sfida, ho
-pensato alla vostra fermezza tutta questa notte, e ho detto che la
-giustizia doveva essere dalla parte vostra o che non si doveva fare più
-alcun calcolo sul viso degli uomini.
-
-— Però, Morrel, Alberto è vostro amico?
-
-— Una semplice conoscenza, conte.
-
-— Voi lo avete veduto per la prima volta lo stesso giorno che vedeste
-me?
-
-— Sì, è vero; ma che volete? bisogna che voi me lo ricordiate, perchè
-io me ne sovvenga.
-
-— Grazie, Morrel, indi battendo un colpo sul campanello: — Prendi,
-disse egli ad Alì che comparve subito, fa portare questo al mio notaro;
-è il mio testamento, Morrel. Quando sarò morto andrete a prenderne
-conoscenza.
-
-— Come! gridò Morrel, voi morto?
-
-— E non bisogna sempre preveder tutto, amico caro? Ma che cosa avete
-fatto ieri sera dopo avermi lasciato?
-
-— Sono stato al caffè Tortoni, ove, come me lo aspettava, vi ho
-ritrovato Beauchamp e Château-Renaud; vi confesso che li cercava.
-
-— Per farne che, quando tutto era già convenuto?
-
-— Ascoltate, conte; l’affare è grave ed inevitabile.
-
-— Ne dubitavate voi? — No, l’offesa è stata pubblica e ciascuno già ne
-parla. — Ebbene?
-
-— Ebbene! io sperava far cambiare le armi, sostituire la spada alla
-pistola. La pistola è cieca.
-
-— Vi siete riuscito? domandò vivamente Monte-Cristo con una
-impercettibile luce di speranza.
-
-— No, perchè si conosce la vostra forza alla spada.
-
-— Bah! chi mi ha dunque tradito? — I maestri di scherma che voi avete
-battuti.
-
-— E voi non vi siete riuscito?
-
-— Essi hanno ricusato positivamente. — Morrel, disse il conte, mi avete
-voi mai veduto tirare alla pistola? — Mai.
-
-— Ebbene! noi abbiamo il tempo; guardate.
-
-Monte-Cristo prese le pistole che aveva in mano quando Mercedès entrò,
-ed attaccando un asso di fiori contro il muro, in quattro colpi portò
-via successivamente le quattro branche del fiore.
-
-A ciascun colpo Morrel impallidiva. Esaminò le palle colle quali
-Monte-Cristo eseguiva questo esercizio, e vide che esse non erano più
-grosse dei pallini da lepre.
-
-— È cosa spaventosa, disse egli; guardate dunque Emmanuele! — Indi
-voltandosi verso Monte-Cristo:
-
-— Conte, disse egli, in nome del cielo, non uccidete Alberto! il
-disgraziato ha una madre!
-
-— È giusto, disse Monte-Cristo, io non l’ho.
-
-Queste parole furono pronunciate con un tuono che fece fremere Morrel.
-— Voi siete l’offeso, conte.
-
-— Senza dubbio, e che volete dire con ciò?
-
-— Voglio dire che siete il primo a tirare. — Io tiro pel primo?
-
-— Oh! questo io l’ho preteso; noi facciamo loro abbastanza concessioni
-perchè essi ci facciano questa.
-
-— E a quanti passi? — A venti.
-
-Uno spaventoso sorriso passò sulle labbra del conte. — Morrel,
-diss’egli, non dimenticate quel che or ora avete veduto.
-
-— Così, disse il giovine, io conto sulla vostra emozione per salvare
-Alberto. — Io commosso? disse Monte-Cristo.
-
-— O sulla vostra generosità, amico mio; sicuro come siete del vostro
-colpo, posso dirvi una cosa che sarebbe ridicola se la dicessi ad un
-altro. — E quale?
-
-— Rompetegli un braccio, feritelo, ma non lo uccidete.
-
-— Morrel, ascoltate anche questo, disse il conte, io non ho bisogno
-di essere incoraggiato per avere dei riguardi a Morcerf; il sig.
-de Morcerf, ve lo avviso prima, sarà ben trattato, egli ritornerà
-tranquillamente ed intatto, nel mentre che io... — Ebbene! voi?
-
-— Oh! è un’altra cosa, sarò trasportato...
-
-— Su via, dunque! gridò Morrel fuor di sè.
-
-— La cosa accadrà come ve l’annunzio, mio caro Morrel, il sig. de
-Morcerf mi ucciderà.
-
-Morrel guardò il conte come uomo che non capisce più.
-
-— Conte, che è dunque accaduto da ier sera in qua?
-
-— Ciò che accadde a Bruto la vigilia della battaglia di Filippi; ho
-veduto un fantasma.
-
-— E questo fantasma? — Questo fantasma, Morrel, mi ha detto che ho
-vissuto abbastanza.
-
-Massimiliano ed Emmanuele si guardarono; Monte-Cristo cavò l’orologio;
-— Partiamo, disse egli; sono le sette e cinque minuti, ed il ritrovo è
-per le otto precise.
-
-Una carrozza li aspettava coi cavalli di già attaccati. Monte-Cristo vi
-salì con i suoi due testimoni.
-
-Traversando il corridore, Monte-Cristo si era fermato per ascoltare
-avanti di una porta, e Massimiliano ed Emmanuele che per discrezione
-avevano fatto qualche passo in avanti, crederono sentire rispondere
-con un sospiro ed un singhiozzo. Ott’ore suonarono al punto in cui
-giungevano al convegno: — Eccoci arrivati, disse Morrel mettendo la
-testa fuori dello sportello, e noi siamo i primi.
-
-— Il signore mi scuserà, disse Battistino che aveva seguito il suo
-padrone con un indicibile terrore, ma credo di scorgere una carrozza
-laggiù sotto quegli alberi.
-
-Monte-Cristo saltò leggermente a basso dal calesse, e dette la mano
-ad Emmanuele e a Massimiliano per aiutarli a smontare. Massimiliano
-trattenne la mano del conte fra le sue. — Alla buon’ora, diss’egli,
-ecco una mano come io desidero vederla in un uomo la cui vita riposa
-sulla bontà della sua causa.
-
-— Infatto, disse Emmanuele, scorgo due giovani che passeggiano, e che
-sembrano aspettare. — Monte-Cristo tirò Morrel, non a parte, ma un
-passo o due dietro suo cognato. — Massimiliano, gli domandò egli, avete
-il cuor libero? — Morrel guardò Monte-Cristo con meraviglia.
-
-— Io non vi domando una confidenza, amico caro, vi indirizzo una
-semplice domanda; rispondete sì o no, ciò è quanto vi chiedo.
-
-— Io amo una giovinetta, conte. — L’amate voi molto?
-
-— Più della mia vita. — Andiamo, disse Monte-Cristo, ecco un’altra
-speranza che mi sfugge. — Poi dopo un sospiro:
-
-— Povera Haydée! mormorò egli.
-
-— In verità, conte, gridò Morrel, se vi conoscessi meno, vi crederei
-men bravo di quel che siete.
-
-— Perchè io penso a qualcuno che lascerò e che sospiro? Andiamo dunque,
-Morrel, è un soldato che deve intendersi così poco di coraggio, è forse
-la morte che io temo? e che cosa mi fa mai, a me che ho passato venti
-anni fra la vita e la morte, il vivere ed il morire? d’altra parte
-siate tranquillo, Morrel, questa debolezza, se pure è tale, è per voi
-solo.
-
-— Alla buon’ora, disse Morrel, ecco quel che si chiama parlare. A
-proposito, avete portate le vostre armi?
-
-— Io, per farne che? spero bene che questi signori avranno le loro. —
-Vado ad informarmene, disse Morrel.
-
-— Sì, ma non fate negoziazioni, capite? — Oh! siate tranquillo. —
-Morrel si avanzò verso Beauchamp e Château-Renaud. Questi vedendo il
-movimento di Massimiliano fecero qualche passo incontro a lui. I tre
-giovani si salutarono, se non con affabilità, almeno con cortesia.
-
-— Perdono, signori, disse Morrel, ma io non iscorgo il sig. de Morcerf.
-
-— Questa mattina, rispose Château-Renaud, ci ha fatto avvisare che ci
-raggiungerebbe soltanto sul terreno.
-
-— Ah! fece Morrel. — Beauchamp cavò l’orologio:
-
-— Ott’ore e cinque minuti, non vi è tempo perduto, sig. Morrel,
-diss’egli.
-
-— Oh! rispose Massimiliano, non è con questa intenzione che io lo
-diceva.
-
-— Del resto, interruppe Château-Renaud, ecco una carrozza. — Infatto
-una carrozza si avanzava al gran trotto da uno dei viali che mettevano
-capo allo spiazzo ove essi si trovavano. — Signori, disse Morrel, senza
-dubbio vi sarete muniti delle pistole? il sig. di Monte-Cristo dichiara
-di renunciare al diritto che aveva di servirsi delle sue.
-
-— Noi abbiamo preveduto questa delicatezza per parte del conte, sig.
-Morrel, rispose Beauchamp, e io ho portato delle armi che ho comprato
-otto o dieci giorni sono, credendo di dovermene servire per un affare
-di questo genere. Esse sono perfettamente nuove e non hanno ancora
-servito ad alcuno, volete visitarle?
-
-— Oh! sig. Beauchamp, disse Morrel inchinandosi, quando voi assicurate
-che il sig. de Morcerf non conosce quest’armi, crederete bene, non è
-vero, che mi basta la vostra parola?
-
-— Signori, disse Château-Renaud, non è Morcerf che arriva in questa
-carrozza, in fede mia! sono Franz e Debray.
-
-Infatto i due giovani enunciati si avanzavano.
-
-— Voi qui, signori! disse Château-Renaud cambiando con ciascuno una
-stretta di mano; e per quale combinazione?
-
-— Perchè, disse Debray, Alberto ci ha fatto dire questa mattina di
-ritrovarci sul terreno. — Beauchamp e Château-Renaud si guardarono con
-aria di stupore.
-
-— Signori, disse Morrel, io credo di capire come va la faccenda. —
-Sentiamo!
-
-— Jeri, dopo il mezzo giorno, ho ricevuto una lettera dal sig. de
-Morcerf, che mi diceva di trovarmi all’_Opera_.
-
-— Ed io pure, disse Debray. — Ed io pure, disse Franz.
-
-— E noi pure, dissero ad un tempo Château-Renaud e Beauchamp.
-
-— Voleva che fossimo presenti alla sfida, disse Morrel: oggi vuole che
-siamo presenti al duello.
-
-— Sì, dissero i giovani, è così, signor Massimiliano, e secondo ogni
-probabilità, avete indovinato giustamente.
-
-— Ma con tutto ciò, mormorò Château-Renaud, Alberto non si vede, ed è
-già in ritardo di dieci minuti.
-
-— Eccolo, disse Beauchamp, egli è a cavallo; osservate, viene a tutta
-carriera, seguito dal suo domestico.
-
-— Che imprudenza! disse Château-Renaud, venire a cavallo per battersi
-alla pistola! gli aveva tanto bene insegnata la lezione!
-
-— E poi osservate, disse Beauchamp, col goletto alla cravatta,
-coll’abito aperto, con un gilè bianco; e perchè non si è fatto ancora
-disegnare un bersaglio nello stomaco? sarebbe stata più semplice, e
-tutto sarebbe finito più presto!
-
-Frattanto Alberto era giunto a dieci passi dal gruppo che formavano
-i cinque giovani; saltò a terra e gettò le redini sulle braccia del
-domestico, indi si avvicinò.
-
-Egli era pallido, i suoi occhi erano rossi e gonfi, si vedeva che non
-aveva dormito un minuto in tutta la notte.
-
-Su tutta la sua fisonomia era sparsa una nube di tristezza che
-non gli era naturale; — Grazie, signori, diss’egli, di aver voluto
-portarvi al mio invito; credetemi, vi sono così riconoscente per
-questa dimostrazione di amicizia, che non si può dir di più. —
-Morrel, all’avvicinarsi d’Alberto, aveva fatto una dozzina di passi in
-addietro, e si teneva in disparte.
-
-— A voi pure, Morrel, disse Alberto, sono diretti i miei
-ringraziamenti; avvicinatevi pure, non vi siete di più.
-
-— Signore, disse Massimiliano, voi forse non sapete che io sono il
-testimonio di Monte-Cristo?
-
-— Io non ne era sicuro, ma ne dubitava. Tanto meglio! Più uomini
-d’onore vi saranno e più sarò soddisfatto.
-
-— Sig. Morrel; disse Château-Renaud, voi potete annunziare al sig.
-conte di Monte-Cristo che il sig. Morcerf è giunto, e che siamo a sua
-disposizione.
-
-Morrel fece un movimento per adempiere la commissione.
-
-Nello stesso tempo Beauchamp cavò dalla carrozza la cassetta delle
-pistole. — Aspettate, signori, disse Alberto; io ho due parole da dire
-al sig. di Monte-Cristo.
-
-— In segreto? domandò Morrel.
-
-— No, signore, in presenza di tutti.
-
-I testimoni d’Alberto si guardarono con sorpresa; Franz e Debray si
-scambiarono alcune parole a bassa voce, e Morrel, contento di questo
-inatteso accidente, andò a cercare il conte che passeggiava in un altro
-viale con Emmanuele.
-
-— Che cosa vuole da me? domandò Monte-Cristo.
-
-— Non lo so, ma chiede di parlarvi.
-
-— Oh! disse Monte-Cristo, che non si arrischi ad oltraggiarmi di nuovo!
-
-— Non credo che questa sia la sua intenzione.
-
-Il conte s’inoltrò, accompagnato da Massimiliano e da Emmanuele. Il suo
-viso tranquillo e pieno di serenità faceva un contrasto assai strano
-col viso sconvolto d’Alberto, che dal suo lato si avvicinava seguito
-dai quattro giovani.
-
-A tre passi l’uno dall’altro, Alberto ed il conte si fermarono:
-
-— Signori, disse Alberto, avvicinatevi; desidero che non vada
-perduta una parola di quanto avrò l’onore di dire al sig. conte di
-Monte-Cristo; perchè quel che avrò l’onore di dirgli deve essere
-ripetuto da voi a chi vorrà sentirlo, per quanto strano vi possa
-sembrare il mio discorso.
-
-— Io aspetto, signore, disse il conte.
-
-— Signore, disse Alberto con voce da prima tremante, ma che poi
-andò sempre più a farsi sicura: signore, io vi rimproverava di avere
-divulgata la condotta di mio padre nell’Epiro; perchè, per quanto fosse
-colpevole il sig. de Morcerf, non credeva che voi aveste il diritto di
-punirlo. Ma oggi io so, signore, che voi avete questo diritto. Non è
-già il tradimento che Fernando Mondego fece ad Alì-Pascià quello che
-mi rende così pronto a scusarvi, ma il tradimento che usò a voi il
-pescatore Fernando; sono le disgrazie inudite che hanno fatto seguito a
-questo tradimento. Per questo io lo dico, e lo proclamo ad alta voce:
-sì, signore, voi avete avuto ragione di vendicarvi di mio padre, ed
-io, suo figlio, vi ringrazio di non avergli fatto di più. — Se fosse
-caduto un fulmine in mezzo agli spettatori di questa scena inattesa,
-non li avrebbe tanto stupefatti quanto questa dichiarazione di Alberto.
-In quanto a Monte-Cristo, i suoi occhi erano rivolti al cielo con una
-espressione d’infinita riconoscenza, e non poteva abbastanza ammirare
-come questa natura focosa d’Alberto, di cui aveva ammirato il coraggio
-fra i banditi di Roma, si fosse potuta così d’improvviso piegare ad una
-tanta umiliazione. Tosto riconobbe l’influenza di Mercedès, e capì come
-questo nobile cuore non si era opposto al suo sacrificio, sapendo già
-che sarebbe riuscito vano.
-
-— Ora, signore, disse Alberto, se voi ritrovate che siano sufficienti
-le scuse che vi ho fatte, datemi la vostra mano, vi prego. Dopo il
-merito così raro dell’infallibilità, che sembra appartenervi, il primo
-di tutti gli altri meriti, a mio avviso, è quello di sapere confessare
-i suoi torti. Ma questa confessione appartiene a me solo. Io operava
-bene, secondo il parere degli uomini, ma voi operavate bene secondo
-il volere della Provvidenza. Un angelo solo poteva salvare l’uno di
-noi dalla morte certa omai o per l’uno o per l’altro, e l’angiolo è
-comparso, se non per fare di noi due amici (che pur troppo la fatalità
-rende la cosa impossibile) almeno per fare di noi due uomini che si
-stimino.
-
-Monte-Cristo, coll’occhio umido, il petto anelante, la bocca
-semi-aperta, stese una mano ad Alberto ch’egli strinse con un
-sentimento che rassomigliava ad un rispettoso spavento.
-
-— Signori, diss’egli, il sig. di Monte-Cristo aggradisce ed accetta
-le mie scuse. Io aveva operato troppo precipitosamente contro di lui,
-la precipitazione dà cattivi consigli: io aveva operato male. Ora il
-mio sbaglio è riparato. Spero bene che la società non mi taccerà di
-vile, perchè ho fatto ciò che la mia coscienza mi ha ordinato di fare.
-Ma, in ogni caso, se qualcuno si sbagliasse sul conto mio, soggiunse
-il giovine rialzando la testa con orgoglio, e come se indirizzasse
-la sfida ai suoi amici ed ai suoi nemici, cercherò di rettificare le
-opinioni.
-
-— Che cosa è dunque accaduto in questa notte? domandò Beauchamp a
-Château-Renaud, mi sembra che noi ci facciamo una gran trista parte.
-
-— Infatto ciò che ora ha fatto Alberto, o dev’essere molto meschino o
-molto bello, rispose il barone.
-
-— Ah! vediamo, domandò Debray a Franz, che significa tutto ciò? Come!
-il conte di Monte-Cristo disonora il sig. de Morcerf, ed ha ragione
-agli occhi del figlio!
-
-In quanto a Monte-Cristo, colla fronte chinata, le braccia inerti,
-oppresso dal peso di ventiquattr’anni di reminiscenze, non pensava
-nè ad Alberto, nè a Beauchamp, nè a Château-Renaud, nè ad alcuno di
-quelli che si trovavano là: pensava a quella coraggiosa donna ch’era
-venuta a chiedergli la vita del figlio, alla quale egli aveva offerta
-la sua, ch’ella salvava con lo avere scoperto un segreto terribile di
-famiglia capace di togliere per sempre dal cuore del giovine qualunque
-sentimento di pietà filiale.
-
-
-
-
-XC. — LA MADRE ED IL FIGLIO.
-
-
-Il conte di Monte-Cristo salutò i giovani con un sorriso pieno di
-malinconia e di dignità, e risalì nella sua carrozza con Massimiliano
-ed Emmanuele. Alberto, Beauchamp, e Château-Renaud rimasero soli sul
-campo di battaglia.
-
-Il giovine fissò sui suoi testimoni uno sguardo che, senz’essere timido
-sembrava però ciò non ostante chiedere il loro parere sull’accaduto.
-— In fede mia! mio caro amico disse Beauchamp pel primo, sia che
-avesse maggiore sensibilità, sia che avesse minore dissimulazione,
-permettetemi di congratularmi con voi; ecco uno scioglimento molto
-inatteso ad un dispiacevole affare.
-
-Alberto restò muto e concentrato nella sua astrazione.
-
-Château-Renaud si contentò di battere contro lo stivale col suo
-bastoncino: — Non partiamo? diss’egli dopo questo impacciante silenzio.
-
-— Quando vi piacerà, rispose Beauchamp; lasciatemi soltanto il tempo di
-fare i miei complimenti a Morcerf; egli ha fatto in quest’oggi una così
-gran prova di cavalleresca generosità, tanto rara...
-
-— Oh! sì, disse Château-Renaud.
-
-— È cosa magnifica, continuò Beauchamp, il poter conservare su sè
-stessi un impero così grande!
-
-— Certamente; in quanto a me ne sarei stato incapace, disse
-Château-Renaud con una freddezza espressiva.
-
-— Signori, interruppe Alberto, credo che non abbiate capito che fra
-il sig. conte di Monte-Cristo e me è accaduto qualche cosa di molto
-grave...
-
-— Sia pure, sia pure, disse subito Beauchamp, ma tutti i nostri
-rodomonti non sarebbero a portata di conoscere il vostro eroismo, e
-presto o tardi sareste costretto di spiegarlo con un poco più d’energia
-di quello che convenga alla salute del vostro corpo, ed alla durata
-della vostra vita. Volete ch’io vi dia un consiglio da amico? Partite
-per Napoli, per l’Aja, o per Pietroburgo, paesi tranquilli in cui
-gli uomini se la intendono di più sul vero punto d’onore che presso
-noi teste ardenti di parigini. Una volta là, esercitatevi molto a
-tirare al bersaglio colla pistola, e a fare delle finte di terza e di
-quarta colla spada; rendetevi o abbastanza dimenticato per ritornare
-pacificamente in Francia fra qualche anno, o abbastanza rispettabile
-negli esercizii accademici per conquistare la vostra tranquillità. Non
-è così sig. Château-Renaud, non ho io ragione?
-
-— Questo precisamente è pure il mio parere. Non vi è niente che procuri
-i veri duelli, quanto un duello che non ha avuto luogo.
-
-— Grazie, signori, rispose Alberto con un sorriso; seguirò il vostro
-consiglio, non perchè me lo avete dato, ma perchè era la mia intenzione
-quella di lasciare la Francia. Io vi ringrazio egualmente del favore
-che mi avete reso, onorandomi da testimonii. Esso è profondamente
-impresso nel mio cuore, poichè, dopo le parole che ho sentito, non mi
-ricordo più che di esso. — Château-Renaud e Beauchamp si guardarono.
-L’impressione era eguale sopra entrambi, e l’accento col quale Alberto
-aveva pronunciato il suo ringraziamento era marcato di una tale
-risoluzione, che la posizione si sarebbe fatta impacciante per tutti,
-se la conversazione si fosse continuata. — Addio Alberto, disse tosto
-Beauchamp stendendo negligentemente la sua mano al giovine, senza che
-questi dasse a divedere di uscire dalla sua letargia.
-
-Infatto egli non rispose all’offerta di questa mano.
-
-— Addio, disse a sua volta Château-Renaud, tenendo colla mano sinistra
-il bastoncino, e salutando con la destra.
-
-Le labbra del giovine mormorarono appena: addio! il suo sguardo era
-più esplicito; egli racchiudeva un poema intero di collere trattenute,
-d’orgogliosi sdegni, di generose indignazioni. Quando i due testimoni
-furono risaliti in carrozza, conservò per qualche tempo la sua
-posizione immobile e malinconica. Indi d’improvviso, staccando il
-suo cavallo dal piccolo albero intorno al quale era stata annodata la
-redine, saltò leggermente in sella, e riprese al galoppo la strada di
-Parigi. Un quarto d’ora dopo rientrava nel palazzo della strada Helder.
-
-Discendendo da cavallo, gli sembrò, dietro la cortina della finestra
-della camera da letto del conte, di scorgere la pallida figura di
-suo padre; Alberto girò la testa con un sospiro, e rientrò nel suo
-padiglione.
-
-Giunto là, gettò un ultimo sguardo sopra tutte queste ricchezze che gli
-avevano resa la vita così dolce e così felice fin dall’infanzia, guardò
-ancora una volta questi quadri, le figure dei quali gli sembravano
-sorridergli, e tutti i paesaggi gli sembrarono animarsi di vivi colori.
-
-Staccò poscia dalla sua intelaiatura di quercia il ritratto di sua
-madre, che arrotolò, lasciando vuoto e nero il quadro d’oro che lo
-circondava. Poscia mise in ordine le sue belle armi turche, i suoi
-bei fucili inglesi, le sue porcellane del Giappone, le sue coppe
-cisellate, i suoi bronzi artistici, marcati Feuchères o Barye, visitò
-gli armadii e pose le chiavi a ciascuno d’essi; gettò in un cassetto
-del suo scrigno che lasciò aperto, tutto il danaro che portava seco in
-saccoccia, vi aggiunse i mille gioielli di fantasia, che riempivano le
-sue coppe, i suoi scrigni, le sue scansie; fece un inventario esatto e
-preciso di tutto, e situò questo inventario nel luogo più esposto della
-tavola, dopo averla spacciata da tutti i libri e da tutte le carte
-che la ingombravano. Al principio di questo lavoro, il suo domestico,
-ad onta dell’ordine che gli aveva dato Alberto di lasciarlo solo,
-era entrato nella sua camera. — Che volete? gli chiese Alberto con un
-accento più tristo che corrucciato.
-
-— Perdono, signore, rispose il cameriere; è vero che mi avevate
-proibito di incomodarvi, ma il sig. conte de Morcerf mi ha fatto
-chiamare.
-
-— Ebbene? domandò Alberto.
-
-— Non ho voluto portarmi presso il sig. conte, senza ricevere i vostri
-ordini, signore.
-
-— E perchè questo?
-
-— Perchè il sig. conte saprà senza dubbio, che io, signore, vi ho
-accompagnato sul terreno.
-
-— È probabile, disse Alberto.
-
-— E se mi fa chiamare, è senza dubbio per interrogarmi su ciò che è
-accaduto laggiù. Che devo io rispondere?
-
-— La verità. — Allora debbo dirgli ancora che il duello non si è
-effettuato?
-
-— Voi gli direte che io ho chiesto scusa al sig. di Monte-Cristo.
-Andate. — Il cameriere s’inchinò e partì.
-
-Allora Alberto si rimise a fare il suo inventario. Mentre compiva il
-lavoro, lo scalpitìo di due cavalli nel cortile, ed il rumore delle
-ruote di una carrozza attirarono la sua attenzione; si avvicinò alla
-finestra e vide suo padre salire nel calesse e partire. Non appena
-il portone fu richiuso dietro al conte, che Alberto si diresse verso
-l’appartamento di sua madre, e siccome non ritrovò nessuno in sala per
-annunziarlo, penetrò fin nella camera da dormire di Mercedès, e, col
-cuore gonfio per quanto vedeva e quanto indovinava, si fermò sulla
-soglia. Come se la medesima anima avesse animato questi due corpi,
-Mercedès faceva nelle sue camere ciò che Alberto aveva fatto nelle
-proprie.
-
-Tutto era stato messo in ordine; i merletti, le guarnizioni, i
-gioielli, la biancheria, il danaro, erano schierati nel fondo
-dei cassetti, dei quali la contessa metteva insieme le chiavi con
-cura. Alberto vide tutti questi preparativi; egli comprese tutto, e
-gridando «Madre mia!» andò a gittare le sue braccia intorno al collo
-di Mercedès. Quel pittore che avesse potuto copiare l’espressione di
-queste due figure, avrebbe certamente fatto un bel quadro. Infatto
-tutti questi preparativi, prodotti da un’energica risoluzione che non
-avevano fatto paura ad Alberto per sè stesso, lo spaventavano per sua
-madre: — Che fate voi dunque? domandò egli.
-
-— Che avete fatto voi? rispose ella.
-
-— Oh! madre mia, gridò Alberto commosso al punto di non poter parlare,
-non può essere di voi come di me; no, voi non potete aver risoluto
-ciò che io ho stabilito, poichè vengo a prevenirvi che dico addio alla
-vostra casa, ed a voi.
-
-— Io pure, Alberto, rispose Mercedès, io pure parto. Aveva contato, lo
-confesso, che mio figlio mi avrebbe accompagnata; mi sono io ingannata?
-
-— Madre mia, disse Alberto con fermezza, non posso farvi dividere
-la sorte che destino a me stesso; bisogna che da ora innanzi io viva
-senza nome e senza fortuna; per cominciare il noviziato di questa cruda
-esistenza, fa d’uopo che io chieda in prestito ad un amico il pane che
-mangerò da questo momento fino a quello in cui potrò guadagnarmene.
-Così mia buona madre, me ne vado diritto da Franz a pregarlo di
-prestarmi quella piccola somma che ho calcolato essermi necessaria.
-
-— Tu, mio povero figlio, gridò Mercedès, soffrire la fame! non dirlo,
-infrangeresti tutte le mie risoluzioni.
-
-— Ma non parliamo delle mie, madre mia, rispose Alberto. Io sono
-giovine, sono forte, credo di essere coraggioso, e fin da ieri ho
-imparato che cosa può la mia volontà. Ahimè! madre mia, vi sono degli
-esseri che hanno sofferto tanto, e che non solo non sono morti, ma
-che ancora hanno edificato una nuova fortuna, sugli avanzi di tutte
-le speranze che Dio avea loro date! Io ho saputo questo, madre mia,
-ho veduto questi uomini; so che dal fondo dell’abisso in cui li aveva
-immersi il loro nemico, essi si sono rialzati con tanto vigore e tanta
-gloria, che hanno dominato il loro antico vincitore e lo hanno a sua
-volta precipitato. No, madre mia, no: io ho rotto da quest’oggi col
-passato, e non ne accetto più niente, neppure il mio nome, perchè, voi
-lo capite, non è vero madre mia? vostro figlio non può portare il nome
-di un uomo che deve arrossire davanti ad un altro uomo.
-
-— Alberto, figlio mio, disse Mercedès, se io avessi avuto un cuore
-più forte, sarebbe stato questo il consiglio che ti avrei dato; la
-tua coscienza ti ha parlato quando la mia spenta voce taceva; ascolta
-la tua coscienza, figlio mio. Tu avevi degli amici, Alberto, tronca
-momentaneamente ogni rapporto con loro, ma non disperare, in nome di
-tua madre! La vita è ancor bella alla tua età, mio caro Alberto, perchè
-tu hai appena ventidue anni; e siccome ad un cuore così puro quale è
-il tuo abbisogna un nome senza macchia, prendi quello di mio padre:
-egli si chiamava Herrera. Io ti conosco, Alberto mio; qualunque sia la
-carriera che tu segua, in breve tempo renderai questo nome illustre.
-Allora, amico mio, ricomparisci nel mondo più splendido ancora pel
-lustro delle tue passate disavventure; e se non avesse da accadere così
-ad onta di tutte le mie previsioni, lasciami almeno questa speranza, a
-me che non avrò più altro pensiero, a me che non ho più un avvenire e
-per la quale la tomba comincia dalla soglia di questa casa.
-
-— Io farò secondo i vostri desiderii, madre mia, disse il giovine; sì,
-io divido la vostra speranza: la collera del cielo non perseguiterà
-voi così pura, me così innocente. Ma poichè noi siamo risoluti, si
-operi prontamente. Il sig. de Morcerf ha lasciato il palazzo sarà circa
-mezz’ora; l’occasione, come vedete, è favorevole per evitare il rumore
-e le spiegazioni.
-
-— Io vi aspetto, figlio mio, disse Mercedès.
-
-Alberto corse tosto sul baluardo da dove ritornò in una vettura da nolo
-che doveva condurli fuori del palazzo; si ricordò di una certa piccola
-casa ammobiliata, nella strada dei SS. Padri, ove sua madre troverebbe
-un alloggio modesto ma decente; ritornò adunque a prender la contessa.
-
-Nel momento in cui la carrozza si fermava davanti alla casa, e quando
-Alberto ne discendeva, un uomo si avvicinò a lui e gli consegnò una
-lettera. Alberto riconobbe l’intendente di Monte-Cristo. — Dal conte,
-disse Bertuccio.
-
-Alberto prese la lettera, l’aprì, la lesse. Dopo averla letta, cercò
-cogli occhi Bertuccio; ma questi era sparito mentre il giovine leggeva.
-
-Allora Alberto colle lagrime agli occhi, il petto gonfio dall’emozione
-rientrò nella camera di Mercedès, e senza pronunziare una sola parola
-le presentò la lettera.
-
-Mercedès lesse:
-
- «Alberto.
-
- «Nel farvi conoscere che io ho penetrato il disegno al quale
- siete sul punto di abbandonarvi, credo di dimostrarvi egualmente
- che ne comprendo la delicatezza. Eccovi libero, voi lasciate il
- palazzo del conte, vi ritirate con vostra madre, libera al par
- di voi; ma riflettetevi, Alberto; voi le dovete più di quel che
- potete pagarle, povero e nobil cuore che siete. Conservate per
- voi la lotta, reclamate per voi le sofferenze, ma risparmiatele
- quella prima miseria che accompagnerà inevitabilmente i vostri
- primi sforzi; poichè ella non merita nemmeno il riverbero della
- disgrazia che in oggi la colpisce, e la provvidenza non vuole che
- l’innocente paghi pel colpevole.
-
- «Io so che voi lasciate entrambi la casa della strada Helder
- senza portarvi via niente. Non cercate scoprire in qual modo l’ho
- saputo. Io lo so: e basta. Ascoltate, Alberto.
-
- «Ventiquattro anni or sono, io ritornava molto fiero nella mia
- patria. Aveva una fidanzata, Alberto, una santa giovinetta che
- io adorava, e portava alla mia fidanzata 150 luigi accumulati
- penosamente colle mie fatiche senza riposo. Questo danaro era
- per lei, io lo destinava a lei, e sapendo quanto il mare è
- perfido, aveva seppellito il nostro tesoro in un piccolo giardino
- della casa che mio padre abitava a Marsiglia sopra i viali di
- Meillan. Vostra madre, Alberto, conosce bene questa povera casa.
- Ultimamente, venendo a Parigi, sono passato da Marsiglia. Sono
- andato a vedere questa casa dei dolorosi ricordi, e la sera, con
- una vanga alla mano, ho esplorato l’angolo ove era sepolto il
- mio tesoro. La cassetta di ferro era ancora nel medesimo posto,
- nessuno l’aveva toccata; ella è presso un bel fico, piantato da
- mio padre il giorno della mia nascita, che la ricopre colla sua
- ombra.
-
- «Ebbene! Alberto, questo danaro, che in altro tempo doveva
- provvedere alla vita ed alla tranquillità di questa donna che io
- adorava, ecco che oggi, per una strana e dolorosa combinazione,
- ha ritrovato lo stesso uso.
-
- «Oh! capite bene il mio pensiero; io che potrei offrire dei
- milioni a questa povera donna, le rendo soltanto il tozzo di pane
- nero dimenticato sotto il mio povero tetto, dal giorno in cui fui
- separato per sempre da lei.
-
- «Voi siete un uomo generoso, Alberto, ma ciò non ostante siete
- forse acciecato dall’orgoglio o dal risentimento; se ricusate,
- se domandate ad un altro ciò che io ho il diritto di offrirvi,
- dirò che siete poco generoso nel ricusare la vita di vostra madre
- offerta da un uomo a cui vostro padre ha fatto morire il padre
- suo negli orrori della fame e della disperazione.»
-
-Finita questa lettura, Alberto restò pallido ed immobile aspettando ciò
-che avrebbe risoluto sua madre. Mercedès alzò al cielo uno sguardo di
-una ineffabile espressione.
-
-— Io accetto, disse ella; egli ha il diritto di pagare la dote che io
-porterò in un convento, — e mettendo la lettera sul suo cuore, prese il
-braccio di suo figlio, e con un passo più sicuro di quel che forse ella
-stessa si aspettava, prese la via delle scale.
-
-
-
-
-XCI. — Il SUICIDIO.
-
-
-Frattanto Monte-Cristo, egli pure, era rientrato in città con Emmanuele
-e Massimiliano. Il ritorno fu allegro. Emmanuele non dissimulava la
-gioia di aver veduto succedere la pace alla guerra, e confessava
-altamente i suoi gusti filantropici. Morrel, in un angolo della
-carrozza, lasciava evaporare in parole l’allegria di suo cognato,
-e conservava per sè una gioia altrettanto sincera, ma che brillava
-soltanto dai suoi occhi. Alla barriera del Trono fu incontrato
-Bertuccio; egli aspettava là, immobile come una sentinella al suo
-posto. Monte-Cristo cavò la testa dallo sportello, cambiò con lui
-qualche parola a bassa voce, e l’intendente disparve. — Sig. conte,
-disse Emmanuele, giungendo vicino alla piazza Reale, fatemi smontare,
-vi prego, alla mia porta affinchè mia moglie non abbia ad avere anche
-un momento di più di pena nè per voi nè per me.
-
-— Se non fosse ridicolo l’andare a far mostra del proprio trionfo,
-disse Morrel, inviterei il sig. conte ad entrar da noi; ma il sig.
-conte senza dubbio ha egli pure dei cuori tremanti da tranquillare.
-Eccoci arrivati, Emmanuele, salutiamo il nostro amico, e lasciamolo
-continuare la sua strada.
-
-— Un momento, disse Monte-Cristo, non mi private così in un sol
-punto dei miei due compagni; voi Emmanuele rientrate presso la
-vostra graziosa moglie, alla quale v’incarico di presentare i miei
-complimenti; e voi, Morrel, accompagnatemi fino ai Campi-Elisi.
-
-— A meraviglia, disse Massimiliano; tanto più che ho alcune faccende
-nel vostro quartiere, conte.
-
-— Dobbiamo aspettarvi per fare la colazione? domandò Emmanuele.
-
-— No, rispose il giovine. — Lo sportello si richiuse, e la carrozza
-continuò la sua strada. — Guardate come io vi ho portato fortuna! disse
-Morrel quando fu solo col conte. Non vi avete pensato?
-
-— Sì, certo, disse Monte-Cristo, ed ecco perchè vorrei sempre tenervi
-vicino a me.
-
-— È miracoloso! continuò Morrel, rispondendo al suo proprio pensiero.
-
-— Che cosa? disse Monte-Cristo.
-
-— Quel che è accaduto.
-
-— Sì, rispose il conte con un sorriso, voi avete usato del termine
-conveniente, Morrel, è miracoloso!
-
-— Perchè, riprese Morrel, Alberto è coraggioso.
-
-— Coraggiosissimo, disse Monte-Cristo; l’ho veduto dormire mentre gli
-stava sospeso sul capo il pugnale.
-
-— Ed io so ch’egli si è battuto due volte, e si è battuto molto bene,
-disse Morrel; conciliate dunque ciò colla sua condotta di questa
-mattina!
-
-— È stata la vostra influenza, riprese sorridendo Monte-Cristo. — È
-fortuna per Alberto che non sia soldato.
-
-— E perchè? — Fare delle scuse sul terreno! fece il giovine Capitano
-scuotendo la testa.
-
-— Andiamo, disse il conte con dolcezza, non andate a cadere nei
-pregiudizi degli uomini ordinari, Morrel. Non converrete, poichè
-Alberto è coraggioso, che egli non può esser vile? che bisogna ch’egli
-abbia avuto una forte ragione per operare come ha fatto questa mattina,
-e che, non pertanto, la sua condotta è piuttosto eroica che tutt’altro?
-
-— Senza dubbio, rispose Morrel; ma dirò come lo spagnuolo: «oggi è
-stato meno coraggioso di ieri.»
-
-— Voi farete colazione meco, n’è vero Morrel? disse il conte per
-troncare la conversazione.
-
-— No, io vi lascio alle dieci.
-
-— Il vostro ritrovo è dunque per far colazione?
-
-Morrel sorrise e scosse la testa. — Eppure bisognerà bene che facciate
-colazione in qualche luogo? riprese il conte.
-
-— E se non avessi fame? disse il giovine.
-
-— Oh! fece il conte, non conosco che due sentimenti che tolgono in tal
-modo l’appetito; il dolore (ma siccome vi vedo abbastanza allegro,
-fortunatamente non è questo) e l’amore. Ora, dopo ciò che mi avete
-detto in proposito del vostro cuore, mi è permesso di credere...
-
-— In fede mia! replicò gaiamente Morrel, non dico di no.
-
-— E voi non mi raccontate nulla, Massimiliano? riprese il conte con
-un tuono così vivo che si scorgeva il piacere che avrebbe preso a
-conoscere questo segreto.
-
-— Questa mattina vi ho fatto conoscere che aveva un cuore?
-
-Per tutta risposta Monte-Cristo stese la mano al giovine.
-
-— Ebbene! continuò questi, dappoichè questo cuore non è più con voi
-al bosco di Vincennes, egli è andato ad un’altra parte, ed io vado a
-cercarlo.
-
-— Andate, disse lentamente il conte, andate, amico caro; ma di grazia,
-se provaste qualche ostacolo, ricordatevi che ho qualche potere in
-questo mondo, e che sono felice d’impiegarlo a profitto delle persone
-che amo, ed io v’amo moltissimo, Morrel.
-
-— Bene, disse il giovine, me ne sovverrò (come i fanciulli egoisti si
-sovvengono dei loro parenti quando hanno bisogno di loro); quando avrò
-bisogno di voi, e forse questo momento verrà, m’indirizzerò a voi,
-conte.
-
-— Bene, io ritengo la vostra parola. Addio dunque.
-
-— A rivederci. — Erano giunti alla porta della casa dei Campi-Elisi.
-Monte-Cristo aprì lo sportello, Morrel balzò sul pavimento, Bertuccio
-aspettava sulla scalinata.
-
-Morrel disparve all’ingresso di Marigny, e Monte-Cristo camminò
-incontro a Bertuccio. — Ebbene? domandò egli.
-
-— Ebbene! rispose l’intendente; ella lascia la casa.
-
-— E suo figlio? — Florentin, suo cameriere, crede che faccia
-altrettanto. — Venite. — Monte-Cristo condusse Bertuccio nel
-suo gabinetto, scrisse la lettera che conosciamo, e la rimise
-all’intendente.
-
-— Andate, diss’egli, e fate con diligenza... A proposito fate avvisare
-Haydée ch’io sono ritornato.
-
-— Eccomi, disse la giovinetta, che al rumore della carrozza era già
-discesa, e di cui il viso raggiava di gioia, nel rivedere il conte
-salvo.
-
-Bertuccio uscì. Tutti i trasporti di una figlia nel rivedere un padre
-prediletto, tutti i delirii di un’amica nel rivedere l’amante adorato,
-Haydée li provò nei primi momenti del ritorno da lei atteso con tanta
-impazienza.
-
-Certamente, quantunque meno espansiva, la gioia di Monte-Cristo non
-era men grande; la gioia, pei cuori che hanno lungamente sofferto, è
-simile alla rugiada delle terre disseccate dal sole; come le terre
-assorbono la pioggia benefattrice che cade sovr’esse, e niente ne
-appare al di fuori. Da qualche giorno Monte-Cristo capiva una cosa, che
-da qualche tempo non osava credere, ed era, che v’erano due Mercedès al
-mondo, e ch’egli poteva ancora essere felice su questa terra; il suo
-occhio avido di felicità si immergeva avidamente negli umidi sguardi
-d’Haydée, quando d’improvviso la porta si aprì. Il conte aggrottò il
-sopracciglio. — Il sig. de Morcerf! disse Battistino, come se questa
-sola parola racchiudesse tutta la sua scusa.
-
-In fatto il viso del conte si rischiarò. — Quale? domandò egli, il
-visconte o il conte? — Il conte.
-
-— Mio Dio! gridò Haydée, non è ancora dunque finita?
-
-— Non so se sia finita, fanciulla mia diletta, disse Monte-Cristo
-prendendo le mani della figlia adottiva; ma ciò che so si è che tu non
-hai nulla a temere.
-
-— Oh! se frattanto il miserabile...
-
-— Quest’uomo non ha alcun potere sopra di me Haydée, disse
-Monte-Cristo; nè quando aveva a che fare con suo figlio vi era di che
-temere.
-
-— Oh! ciò che io ho sofferto, disse la giovinetta, tu non lo saprai
-mai, mio signore.
-
-Monte-Cristo sorrise. — Per la tomba di mio padre! ti giuro, Haydée,
-che se accade disgrazia a qualcuno, non sarà a me.
-
-— Io ti credo, mio signore, come se mi parlasse una voce dal cielo,
-disse la giovinetta.
-
-— Oh! mio Dio! mormorò il conte, permettereste voi che io potessi
-ancora amare? Fate entrare il sig. conte de Morcerf nel salotto, —
-diss’egli a Battistino mentre riconduceva la bella greca nelle sue
-camere per la scala segreta.
-
-Una parola di spiegazione su questa visita, attesa forse da
-Monte-Cristo, ma inaspettata senza dubbio dai nostri lettori. Mentre
-che Mercedès, come abbiamo detto, faceva nelle sue camere l’inventario
-che Alberto aveva già fatto nelle proprie; mentre classificava i suoi
-gioielli, chiudeva i cassetti, riuniva le chiavi, affine di lasciar
-tutto nell’ordine più perfetto, ella non si era accorta che una testa
-pallida e sinistra era comparsa alla invetriata di una porta che
-lasciava passare la luce ad un corridore; di là non solo si poteva
-vedere, ma si poteva ancora sentire. Questi che guardava così, senza
-essere, secondo tutte le probabilità, nè veduto nè inteso, vide dunque
-ed intese tutto ciò che accadeva presso la signora de Morcerf.
-
-Da questa porta con vetri, l’uomo dal viso pallido si portò nella
-camera da dormire del conte di Morcerf, e giunto là, sollevò con una
-mano contratta la tendina della finestra che guardava nel cortile.
-Per dieci minuti restò così immobile e muto, ascoltando i battiti del
-proprio cuore. Per lui dieci minuti erano molto lunghi. Fu allora che
-Alberto ritornò dal suo ritrovo, scoperse suo padre che stava alle
-vedette sul suo ritorno dietro la tendina, e voltò la testa. L’occhio
-del conte si dilatò: sapeva che l’insulto d’Alberto a Monte-Cristo era
-stato terribile, che un simile insulto, in tutti i paesi del mondo,
-trascinava ad un duello a morte. Ora, Alberto ritornava sano e salvo,
-dunque il conte era vendicato. Un lampo di gioia indicibile illuminò
-quel lugubre viso, come fa un ultimo raggio di sole prima di perdersi
-nelle nubi, che sembrano meno il suo letto di quello che la sua tomba.
-Ma, noi lo abbiamo detto, egli aspettava invano che il giovine salisse
-nel suo appartamento per rendergli conto del suo trionfo. Che suo
-figlio, prima di andarsi a battere, non avesse voluto vedere suo padre
-di cui andava a vendicare l’onore, ciò si comprende; ma, una volta
-questo onore vendicato, perchè questo figlio non veniva a gettarsi
-fra le braccia di suo padre? Fu allora che il conte, non vedendo
-venire Alberto, inviò a cercare il suo domestico. Si sa che Alberto
-lo aveva autorizzato a non tener nascosta la verità a suo padre. Dieci
-minuti dopo si vide comparire sulla scalinata il generale de Morcerf,
-vestito in abito nero, col goletto alla militare, i calzoni neri, e
-i guanti neri. A quanto pare, aveva già dati degli ordini anteriori,
-poichè appena aveva egli toccato l’ultimo gradino della scala, che la
-sua carrozza di già attaccata uscì dalla rimessa, e venne a fermarsi
-dinanzi a lui: il suo cameriere vi gettò dentro un mantello alla
-militare, instecchito per le due spade che avvolgeva; quindi, chiuso
-lo sportello, si assise vicino al cocchiere, che s’inchinò davanti al
-calesse per domandar l’ordine. — Ai Campi-Elisi, disse il generale, al
-palazzo del conte di Monte-Cristo.
-
-I cavalli si slanciarono sotto il colpo di frusta che li circondò;
-cinque minuti dopo essi si fermarono alla casa del conte. Il sig.
-de Morcerf aprì da sè lo sportello, la carrozza andava ancora, ed
-egli saltò come un giovine, al cancello, suonò, e disparve dalla
-porta aperta in compagnia del cameriere. Un minuto secondo dopo
-Battistino annunciava al signor conte di Monte-Cristo, il conte de
-Morcerf, e Monte-Cristo, riconducendo Haydée, dava l’ordine che il
-conte de Morcerf fosse introdotto nel salotto. Il generale misurava
-coi passi per la terza volta tutta la lunghezza del salotto, quando,
-rivoltandosi, vide Monte-Cristo in piedi sulla soglia!
-
-— Ah! è il sig. de Morcerf, disse tranquillamente Monte-Cristo; credeva
-di aver male inteso.
-
-— Sì, son io: disse il conte con una spaventevole contrazion di labbra
-che gli impediva di articolar le parole.
-
-— Ora dunque non mi resta che a sapere la causa, disse Monte-Cristo,
-che mi procura il piacere di vedere il sig. de Morcerf così di
-buon’ora.
-
-— Questa mattina avete avuto un incontro con mio figlio?
-
-— Voi sapete questo? rispose il conte.
-
-— So pure che mio figlio aveva buone ragioni per desiderar di battersi
-con voi, e di far tutto ciò che poteva per uccidervi.
-
-— In fatto, signore, egli ne aveva di buonissime; ma voi vedete che,
-ad onta di queste ragioni, non mi ha ucciso, ed anzi non si è neppure
-battuto.
-
-— E ciò non pertanto vi considerava come la causa del disonore di
-suo padre, non meno che la causa della terribile rovina che in questo
-momento opprime la mia famiglia.
-
-— È vero, riprese Monte-Cristo colla sua calma spaventosa; causa
-secondaria, per esempio, e non principale.
-
-— Senza dubbio voi gli avrete fatta qualche scusa, e data qualche
-spiegazione?
-
-— Io non gli ho data nessuna spiegazione, ed è stato lui che mi ha
-chiesto scusa.
-
-— Ma a che cosa attribuite questa sua condotta?
-
-— Probabilmente alla convinzione che in tutto questo affare vi era un
-uomo più colpevole di me.
-
-— E chi è quest’uomo? — Suo padre.
-
-— Sia, disse il conte impallidendo; ma sapete che anche il più
-colpevole non ama sentirsi convincere della sua reità.
-
-— Lo so... così, io mi era preparato a ciò che accade in questo
-momento. — Voi vi eravate preparato a ritrovare in mio figlio un vile?
-gridò il conte.
-
-— Alberto de Morcerf non è un vile! disse Monte-Cristo.
-
-— Un uomo che tiene in mano una spada, un uomo che, alla portata di
-questa spada, ha un nemico mortale; quest’uomo, se non si batte, è un
-vile! A che non è egli qui? che io glie lo dica!
-
-— Signore, rispose freddamente Monte-Cristo, io non presumo che voi
-siate venuto a ritrovarmi per raccontarmi i vostri piccoli affari di
-famiglia. Andate a dire tutto questo ad Alberto, forse sarà egli che vi
-risponderà.
-
-— Oh! no! no! replicò il generale con un sorriso che sparì non sì tosto
-comparso; a noi! voi avete ragione, io non sono venuto qui per questo!
-Io sono venuto per dirvi, che io pure vi riguardo per un mio nemico!
-Sono venuto per dirvi che vi odio per istinto! che mi sembra d’avervi
-sempre conosciuto, sempre odiato! e che finalmente, poichè i giovani
-di questo secolo non si battono più, sta a noi il batterci... È questo
-pure il vostro parere signore?
-
-— Precisamente. Così, quando vi ho detto che mi era preparato a quanto
-accade, m’intendeva di parlare dell’onore della vostra visita.
-
-— Tanto meglio... i vostri preparativi son dunque fatti?
-
-— Essi lo sono sempre, signore.
-
-— Sapete che noi ci batteremo fino alla morte di uno di noi due! disse
-il generale con i denti stretti per la rabbia.
-
-— Fino alla morte di uno di noi due, ripetè il conte di Monte-Cristo
-facendo un leggiero movimento di testa.
-
-— Partiamo allora, non abbiamo bisogno di testimoni.
-
-— In fatto, è inutile, ci conosciamo tanto bene!
-
-— Al contrario, disse il conte, non ci conosciamo.
-
-— Bah! disse Monte-Cristo colla stessa flemma da disperare, vediamo un
-poco. Non siete voi il soldato Fernando che disertò la vigilia della
-battaglia di Waterloo? Non siete voi il sotto-tenente Fernando che
-ha servito di guida e di spia all’esercito francese in Ispagna? Non
-siete voi il capitano Fernando che ha tradito, venduto, assassinato il
-suo benefattore, Alì? E tutti questi Fernandi riuniti non hanno essi
-formato il tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia?
-
-— Oh! gridò il generale colpito da queste parole come da un ferro
-arroventato; oh! miserabile che mi rimproveri la mia onta, nel momento
-forse in cui tu stai per uccidermi! no, non ti ho detto d’esserti
-sconosciuto; so bene, demonio, che tu hai penetrato nella notte del
-passato, e che tu hai letto al chiarore di qual fiaccola, io l’ignoro!
-tutte le pagine della mia vita; ma forse ho ancora più onore, nel
-mio obbrobrio, che tu sotto le tue pompose apparenze. No, no, io ti
-sono conosciuto, lo so, ma sei tu che io non conosco, avventuriere
-ricoperto d’oro e di gemme: tu ti sei fatto chiamare a Parigi conte di
-Monte-Cristo; in Italia Sindbad il marinaio; a Malta che so io? l’ho
-dimenticato. Ma è il tuo vero nome quello che ti domando, è il tuo vero
-nome quello ch’io voglio sapere, fra i tuoi cento nomi, affinchè io lo
-pronunci sul terreno del combattimento, nel punto in cui t’immergerò la
-mia spada nel cuore.
-
-Il conte di Monte-Cristo impallidì in un modo terribile, il suo occhio
-bieco s’infuocò, fece uno sbalzo nel gabinetto attinente alla sua
-camera, ed in men di un secondo, si strappò la cravatta, l’abito ed il
-gilè, indossò una piccola giacca da marinaro, si mise un cappello da un
-uomo di bastimento, sotto il quale si sciolsero i suoi lunghi capelli
-neri. Ritornò così, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia
-incrociate incontro al generale, che l’aspettava, e che sentendo i suoi
-denti stridere, e le sue gambe piegarglisi sotto, rinculò di un passo,
-e non si fermò che trovando in una tavola un punto d’appoggio per la
-sua mano increspata.
-
-— Fernando, gli gridò il conte, dei miei cento nomi, non avrei bisogno
-che di dirtene un solo per fulminarti: ma questo nome tu lo indovini,
-non è vero? o piuttosto tu te lo ricordi? poichè ad onta di tutti i
-miei dispiaceri, di tutte le mie torture, io oggi ti mostro un viso
-che la felicità dalla vendetta ringiovanisce, un viso che tu devi
-aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... con
-Mercedès, mia fidanzata!
-
-Il generale rimase colla testa rovesciata in addietro, le mani
-stese, lo sguardo fisso, divorando in silenzio questo terribile
-spettacolo; indi andando a cercare il muro, come per ritrovare un
-punto d’appoggio, vi si strisciò lentamente fino alla porta, dalla
-quale uscì all’indietro, lasciando sfuggire questo solo grido lugubre,
-lamentevole, dilaniante.
-
-— Edmondo Dantès! — Indi, con dei sospiri che nulla avevano dell’umano,
-si trascinò fino al peristilio della casa, traversò il cortile come
-un uomo ubbriaco, e cadde fra le braccia del suo cameriere mormorando
-soltanto con voce inintelligibile: — A casa! a casa!
-
-Cammin facendo, la freschezza dell’aria, e l’onta che gli causava
-l’attenzione della sua servitù, lo rimisero in istato di raccogliere le
-sue idee; ma il tragitto fu corto, e a seconda che si avvicinava alla
-sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue angosce. A
-qualche passo dalla casa fece fermare e discese. La porta del palazzo
-era aperta in tutta la sua grandezza; una vettura da nolo sorpresa
-di essere chiamata in quella magnifica dimora, stazionava in mezzo
-al cortile; il conte la guardò con terrore, ma senza aver coraggio
-d’interrogare alcuno, e si slanciò verso il suo appartamento. Due
-persone discendevano la scala; egli non ebbe che il tempo di gettarsi
-in un gabinetto per evitarle. Era Mercedès appoggiata al braccio di suo
-figlio che abbandonavano la casa.
-
-Essi passarono a due linee dal disgraziato, che nascosto dietro la
-portiera di damasco, fu sfiorato in qualche modo dalla veste di seta di
-Mercedès, e sentì il tiepido alito di queste parole pronunciate da suo
-figlio:
-
-— Coraggio, madre mia! venite, venite, noi qui non siamo più in casa
-nostra. — Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. Il generale
-si raddrizzò tenendosi sospeso colle mani increspate alla portiera di
-damasco; egli comprimeva il più orribile singulto che fosse mai uscito
-dal petto di un padre, abbandonato ad un tempo dalla moglie, e dal
-figlio. Ben presto intese sbattere lo sportello della carrozza, poi la
-voce del cocchiere; indi la pesante macchina rintronò nei vetri; allora
-si slanciò nella sua camera da dormire per vedere anche una volta
-tutto ciò che aveva amato nel mondo; ma la carrozza partì, senza che la
-testa di Mercedès o quella d’Alberto fosse comparsa al finestrello per
-dare alla casa solitaria, per dare al padre ed allo sposo abbandonato,
-l’ultimo sguardo, l’addio ed il rammarico, vale a dire il perdono.
-Così, al momento stesso in cui le ruote della carrozza rintronavano sul
-pavimento posto sotto la volta, s’intese un colpo di arme da fuoco, ed
-un tetro fumo uscì da uno dei vetri di quella finestra della camera da
-dormire, infranto dalla forza di quella esplosione.
-
-
-
-
-XCII. — VALENTINA.
-
-
-S’indovinerà facilmente che cosa aveva da fare Morrel, e con chi aveva
-ritrovo. Morrel dunque, lasciando Monte-Cristo, s’incamminò lentamente
-verso la casa di de Villefort. Noi diciamo lentamente, perchè Morrel
-aveva più di mezz’ora, per fare cinquecento passi; ma ad onta di questo
-tempo più che sufficiente, si era affrettato a lasciare Monte-Cristo,
-avendo desiderio di rimaner solo coi suoi pensieri. Egli sapeva bene
-la sua ora: l’ora nella quale Valentina, assistendo alla colazione di
-Noirtier, era sicura di non essere disturbata in questo pietoso dovere.
-Noirtier e Valentina gli avevano accordato due visite la settimana,
-ed egli veniva ad approfittar dei suoi diritti: alla per fine giunse,
-Valentina lo aspettava. Inquieta, quasi astratta, lo prese per la mano
-e lo condusse davanti a suo nonno.
-
-Questa inquietudine spinta, come lo diremo, fin quasi alla follia,
-veniva dal rumore che aveva fatta l’avventura di Morcerf; nel
-_gran mondo_, si sapeva (il gran mondo sa sempre tutto) l’avventura
-dell’_Opera_. In casa di de Villefort nessuno dubitava che questa non
-fosse seguita da un duello; Valentina, col suo istinto di donna, aveva
-indovinato che Morrel sarebbe stato il testimonio di Monte-Cristo, e
-col coraggio ben cognito del giovine, con quell’amicizia profonda,
-che ella conosceva in lui pel conte, temeva, che non si sarebbe
-limitato alla semplice parte passiva di testimonio, che gli era stata
-assegnata. Si comprenderà adunque con quale avidità furono domandati
-i particolari, dati e ricevuti, e Morrel potè leggere una indicibile
-gioia negli occhi della sua diletta, quando ella seppe che questo
-terribile affare aveva avuto uno scioglimento non meno felice che
-inatteso.
-
-— Ora, disse Valentina facendo segno a Morrel di sedersi accanto al
-vecchio, e sedendo ella stessa sullo scanno ove riposavano i piedi di
-lui, ora parliamo un poco dei nostri affari. Voi sapete Massimiliano
-che il mio buon nonno aveva avuto per un momento l’idea di abbandonare
-la casa, e di prendere un appartamento fuori del palazzo del sig. de
-Villefort?
-
-— Sì, certo, disse Massimiliano, io mi ricordo questo disegno, e vi
-aveva ancora molto applaudito.
-
-— Ebbene! disse Valentina, applaudite ancora, Massimiliano, poichè il
-buon nonno lo rinnova.
-
-— Bravo! disse Massimiliano.
-
-— E sapete, disse Valentina, qual ragione dà il buon nonno per lasciare
-la casa? — Noirtier guardava la fanciulla per imporle silenzio con
-l’occhio; ma Valentina non guardava punto Noirtier; i suoi occhi, il
-suo sguardo, il suo sorriso erano tutti per Morrel. — Oh! qualunque
-sia la ragione che addurrà il sig. Noirtier, gridò Morrel, dichiaro che
-ella è buona.
-
-— Eccellente, disse Valentina; egli pretende che l’aria del sobborgo
-Sant’Onorato non val niente per la mia salute.
-
-— Infatto, disse Morrel, ascoltate, Valentina; il sig. Noirtier
-potrebbe realmente aver ragione; da quindici giorni ritrovo che la
-vostra salute si è alterata.
-
-— Sì, un poco, è vero, rispose Valentina; così il buon nonno si è
-costituito mio medico, e siccome sa di tutto, ho la più gran confidenza
-in lui.
-
-— Ma finalmente è dunque vero che voi soffrite, Valentina? domandò
-sollecitamente Morrel.
-
-— Oh! mio Dio, questo non si chiama soffrire: risento un mal essere
-generale, ecco tutto; ho perduto l’appetito e mi sembra che il mio
-stomaco sostenga una lotta per abituarsi a qualche cosa. — Noirtier non
-perdeva una delle parole di Valentina. — E quale è la cura che seguite
-per questa sconosciuta malattia?
-
-— Oh! semplicissima, disse Valentina, prendo tutte le mattine una
-cucchiaiata della mistura che si porta a mio nonno; quando dico
-una cucchiaiata, intendo che ho incominciato col prenderne una; ora
-però ne prendo di già quattro; mio nonno pretende che questa sia una
-panacea universale. — Valentina sorrideva; ma vi era qualche cosa di
-tristo e sofferente in questo sorriso. Massimiliano ebbro di amore la
-guardava in silenzio: ella era bella, ma il suo pallore aveva preso
-una tinta più bianca, i suoi occhi brillavano di un fuoco ardente più
-che d’ordinario, e le sue mani, che ordinariamente erano di un bianco
-d’avorio, sembravano di cera con una velatura giallastra, che le
-copriva nello stesso tempo.
-
-Da Valentina il giovine portò gli occhi su Noirtier; questi considerava
-con quella strana e profonda intelligenza la giovinetta assorbita
-nel suo amore; ma egli pure, come Morrel, scorgeva queste tracce di
-un sordo soffrire, così poco visibile che era sfuggito agli occhi di
-tutti, eccetto che a quelli dell’amante e del nonno.
-
-— Ma, disse Morrel, questa mistura di cui siete giunta a prender
-quattro cucchiai, io la credeva un medicamento per il sig. Noirtier?
-
-— Io so che è molto amara, rispose Valentina, tanto amara, che tutto
-ciò che bevo dopo di essa, mi sembra avere lo stesso gusto. — Noirtier
-guardò sua nipote in modo da interrogarla. — Sì, buon nonno, disse
-Valentina, è così, come vi diceva. Or ora, prima di venire da voi,
-ho bevuto un bicchier d’acqua inzuccherata; ebbene! ne ho lasciata la
-metà, tanto quest’acqua mi è sembrata amara.
-
-Noirtier impallidì, e fece segno che voleva parlare.
-
-Valentina si alzò per andare a cercare il dizionario.
-
-Noirtier la seguiva cogli occhi, e con una visibile angoscia. Difatto
-il sangue saliva alla testa della giovinetta, e le guance le si
-coloravano. — Osserva! diss’ella senza perder nulla della sua allegria,
-è singolare: un abbagliamento! È dunque il sole che mi ha percosso
-negli occhi?...
-
-Ed ella si appoggiò al parapetto della finestra.
-
-— Non vi è sole, disse Morrel inquieto anche più della espressione del
-viso di Noirtier, che della indisposizione di Valentina. Egli corse a
-Valentina.
-
-La giovinetta sorrise. — Rassicuratevi, buon papà, disse ella a
-Noirtier, rassicuratevi, Massimiliano, non è niente, e la cosa è già
-passata; ma ascoltate!... non è il rumore di una carrozza quello che io
-sento nel cortile?
-
-Ella aprì la porta di Noirtier, corse ad una finestra del corridoio,
-e ritornò precipitosamente. — Sì, disse ella, è la sig.ª Danglars con
-sua figlia che vengono a farci una visita. Addio, mi salvo, perchè
-verrebbero a cercarmi qui, o piuttosto, a rivederci, restate presso il
-nonno, sig. Massimiliano, vi prometto di non far nulla per trattenerle.
-
-Morrel la seguì con gli occhi, la vide chiudere la porta, e la sentì
-salire la piccola scala che metteva ad un tempo nella camera della
-sig.ª de Villefort e nelle sue. Dal momento che disparve, Noirtier
-fece segno a Morrel di prendere il dizionario. Morrel obbedì; guidato
-da Valentina, si era prestamente abituato a capire il vecchio. Però,
-per quanto si fosse abituato, siccome bisognava passare in rivista
-una gran parte delle lettere dell’alfabeto e ritrovare ciascuna parola
-nel dizionario, non fu che in capo a dieci minuti che il pensiero del
-vecchio fu tradotto in queste parole.
-
-«Cercate il bicchier d’acqua e la bottiglia che sono in camera di
-Valentina.» — Morrel suonò subito pel domestico che aveva sostituito
-Barrois, ed in nome di Noirtier gli dette quest’ordine. Il domestico
-ritornò un momento dopo.
-
-La bottiglia ed il bicchiere erano completamente vuoti.
-
-Noirtier fece segno che voleva parlare: — Perchè il bicchiere e la
-bottiglia son vuoti? domandò egli. Valentina ha detto che non avea
-bevuto che la metà.
-
-La traduzione di questa nuova domanda occupò ancora altri cinque
-minuti: — Io non so, disse il domestico; ma la cameriera è
-nell’appartamento di madamigella Valentina, forse sarà stata ella che
-l’avrà vuotata.
-
-— Domandatele il perchè, disse Morrel, traducendo questa volta il
-pensiero di Noirtier collo sguardo.
-
-Il domestico uscì, e quasi subito dopo rientrò.
-
-— Madamigella Valentina è passata per la sua camera per portarsi in
-quelle della sig.ª de Villefort, disse egli; e nel passare, siccome
-aveva sete, ha bevuto ciò che rimaneva nel bicchiere; in quanto alla
-bottiglia, il sig. Edoardo l’ha vuotata per fare un laghetto alle sue
-anitre.
-
-Noirtier alzò gli occhi al cielo come fa un giuocatore che giuoca in un
-punto tutto ciò che possede.
-
-Da quel momento gli occhi del vecchio si fissarono sulla porta e non
-lasciarono più questa direzione.
-
-Era difatto la sig.ª Danglars e sua figlia che Valentina avea vedute;
-erano state condotte nella camera della sig.ª de Villefort, che aveva
-detto di riceverle nel suo appartamento; ecco perchè Valentina era
-passata per le stanze di lei, essendo la sua camera allo stesso piano
-di quella di Valentina, e le due camere non erano divise che da quella
-di Edoardo.
-
-Le due signore entrarono nel salotto con quella sostenutezza officiale
-che presagisce una comunicazione.
-
-Fra persone della stessa società una gradazione è presto presa.
-La sig.ª de Villefort rispose a questa solennità con altrettanta
-solennità. Ed in questo momento Valentina entrò, e le riverenze
-ricominciarono da capo:
-
-— Cara amica, disse la baronessa, mentre che le due giovinette si
-prendevano per la mano, vengo con Eugenia ad annunziarvi per la prima
-il vicinissimo matrimonio di mia figlia col principe Cavalcanti. — Il
-banchiere popolare aveva ritrovato che questo titolo stava meglio che
-quello di conte.
-
-— Allora permettete che io vi faccia i miei sinceri rallegramenti,
-rispose la sig.ª de Villefort. Il sig. principe Cavalcanti sembra un
-giovine di rare qualità.
-
-— Ascoltate, disse la baronessa sorridendo; se noi parliamo come due
-amiche, debbo dirvi che il principe non ci sembra ancora quel che sarà.
-Egli ha in sè un po’ di quella stravaganza, che a noi francesi ci fa
-riconoscere al primo colpo d’occhio un gentiluomo italiano o tedesco.
-Però annunzia molto buon cuore, molta acutezza di spirito, ed in quanto
-alle convenienze, il sig. Danglars pretende che la sua fortuna sia
-_maestosa_: questa è la sua parola.
-
-— E poi, disse Eugenia nello sfogliare l’album della sig.ª de
-Villefort, aggiungete, signora, che voi avete una inclinazione
-particolare per questo giovine.
-
-— Eh, disse la sig.ª de Villefort, non ho bisogno di domandarvi se voi
-prendete parte a questa inclinazione?
-
-— Io! rispose Eugenia colla sua serietà ordinaria, oh! niente affatto,
-signora; la mia propria vocazione non è d’incatenarmi colle cure di
-famiglia, e coi capricci di un uomo qualunque si sia. La mia vocazione
-era di essere artista, e per conseguenza libera nel cuore, nel
-pensiero, e nelle azioni.
-
-Eugenia pronunziò queste parole con un accento così vibrato e così
-fermo, che il rossore salì al viso di Valentina. La timida fanciulla
-non poteva comprendere questa natura vigorosa, che null’aveva di comune
-colle solite timidezze della donna. — Del resto, continuò ella, poichè
-sono destinata ad essere maritata di buona o di cattiva voglia, debbo
-ringraziare la Provvidenza che mi abbia procurato il disprezzo del sig.
-Alberto de Morcerf; senza questa Provvidenza, oggi sarei la moglie di
-un uomo perduto nell’onore.
-
-— È pur troppo vero, disse la baronessa con quella strana ingenuità
-che qualche volta si ritrova nelle gran signore; è pur troppo vero,
-senza questa esitanza dei Morcerf, mia figlia avrebbe sposato il
-sig. Alberto; il generale vi aveva molta premura; era anzi venuto
-per costringere il sig. Danglars a dare la sua parola; noi l’abbiamo
-scappata bella.
-
-— Ma, disse timidamente Valentina, forse che l’onta del padre ricade
-sul figlio? Il sig. Alberto mi sembra innocente di tutti questi
-tradimenti del generale.
-
-— Perdono, cara amica, disse l’implacabile giovinetta, il sig. Alberto
-ne reclama, e ne merita la sua parte: pare che dopo avere ieri sera
-provocato Monte-Cristo all’Opera, oggi gli abbia fatto le sue scuse sul
-terreno.
-
-— Impossibile! disse la sig.ª de Villefort.
-
-— Ah! mia cara, disse la sig.ª Danglars, con quella stessa ingenuità
-che abbiamo segnalata; la cosa è certa, io la so dal sig. Debray, che
-era presente alle spiegazioni.
-
-Valentina pure sapeva la verità, ma non rispose. Respinta da una
-parola nelle sue rimembranze, si ritrovava col pensiero nella camera di
-Noirtier, ove Morrel l’aspettava.
-
-Immersa in questa specie di contemplazione, Valentina aveva da qualche
-minuto cessato di prender parte alla conversazione; le sarebbe stato
-perfino impossibile di ripetere ciò ch’ella aveva detto pochi minuti
-prima, quando d’improvviso la mano della sig.ª Danglars, appoggiandosi
-sur un braccio di lei la tolse da questa distrazione.
-
-— Che c’è signora? disse Valentina rabbrividendo al contatto delle dita
-della sig.ª Danglars.
-
-— C’è, che voi, disse la baronessa, state senza dubbio male.
-
-— Io? fece la giovinetta passandosi la mano sull’ardente fronte.
-
-— Sì; guardatevi in questo specchio, avete arrossito ed impallidito tre
-o quattro volte nello spazio di un minuto.
-
-— Infatto, gridò Eugenia, tu sei molto pallida.
-
-— Oh! non te ne inquietare, Eugenia, io sono così da qualche giorno. —
-E per quanto la giovinetta fosse poco astuta, capì che quella era una
-buona occasione per uscire. D’altra parte la sig.ª de Villefort venne
-in suo soccorso:
-
-— Ritiratevi, Valentina, diss’ella, voi soffrite realmente e queste
-signore vorranno perdonarvi; bevete un bicchiere d’acqua e ciò vi
-rimetterà. — Valentina abbracciò Eugenia, salutò la sig.ª Danglars di
-già in piedi per partire, ed uscì.
-
-— Questa povera ragazza, disse la sig.ª de Villefort quando Valentina
-andò via, mi tiene in grandissima pena per la sua salute, e non mi
-meraviglierei che le accadesse qualche grave accidente. — Frattanto
-Valentina, con una specie d’esaltazione di cui non sapeva rendersi
-conto, aveva traversata la camera d’Edoardo senza rispondere non so a
-quale impertinenza del fanciullo, e dalla sua camera aveva raggiunta
-la scaletta. Aveva già discesi tutti gli scalini, meno gli ultimi
-tre; ella sentiva già la voce di Morrel, allorquando una nube le passò
-davanti gli occhi, il piede irrigidito sbagliò lo scalino, le mani non
-ebbero più forza per sostenersi al mantegno, e, rasente la ringhiera,
-rotolò anzi che discendere dall’alto dei tre ultimi gradini. Morrel
-non fece che uno sbalzo, aprì la porta, e trovò Valentina stesa sul
-pianerottolo.
-
-Rapido come il lampo, l’alzò fra le braccia, ed andò a deporla sopra un
-seggio. Valentina riaprì gli occhi.
-
-— Oh! quanto sono mal destra, diss’ella con una febbrile volubilità;
-non so io dunque più tenermi ritta! dimenticava che vi sono tre scalini
-prima del pianerottolo.
-
-— Vi siete forse ferita, Valentina? gridò Morrel, oh! mio Dio! mio
-Dio!... — Valentina guardò intorno a sè; vide il più profondo spavento
-espresso dagli occhi di Noirtier.
-
-— Rassicurati, nonno mio, diss’ella sforzandosi di sorridere; non è
-niente, non è niente... ho avuto un capo giro.
-
-— Anche un altro sbalordimento! disse Morrel giungendo le mani, fateci
-attenzione, Valentina, ve ne supplico.
-
-— Ma no, disse Valentina, ma no, vi dico che tutto è passato, e che
-non è niente. Ora lasciate, che vi dia una notizia: fra otto giorni
-Eugenia si marita, e fra tre giorni vi è una specie di gran festino,
-un trattenimento di sponsali. Noi siamo tutti invitati, mio padre, la
-sig.ª de Villefort, ed io... Almeno a quanto mi è sembrato di capire.
-
-— E quando avverrà che tocchi a noi l’occuparci di questi particolari?
-Oh! Valentina, voi che avete tanto potere sul vostro buon nonno,
-cercate che vi risponda: _ben presto_.
-
-— Così, domandò Valentina, contate su di me, per stimolare la lentezza,
-e per risvegliare la memoria del nonno?
-
-— Sì, gridò Morrel, mio Dio! mio Dio! fate presto. Fino a che voi non
-sarete mia, Valentina, mi sembrerà sempre che possiate sfuggirmi.
-
-— Oh! rispose Valentina con un movimento convulsivo, oh! in verità,
-Massimiliano, siete troppo timoroso per essere un uffiziale, per essere
-un soldato che, dicesi, non ha mai conosciuto che cosa sia paura. Ah!
-ah! ah! — Ed ella scoppiò in una risata stridula e dolorosa, le braccia
-si torsero e si contorsero, la testa si rovesciò sul seggio, e rimase
-senza movimenti: il grido di terrore che Iddio incatenava sulle labbra
-di Noirtier, scaturì dal suo sguardo.
-
-Morrel lo comprese, si trattava di chiamare soccorso. Il giovine
-si attaccò al campanello, la cameriera che era nell’appartamento di
-Valentina, ed il domestico accorsero simultaneamente. Valentina era
-così pallida, così fredda, così inanimata, che senza ascoltare ciò
-che loro dicevasi, la paura che vegliava in questa maledetta casa li
-assalse, ed essi si slanciarono nel corridoio gridando soccorso.
-
-La sig.ª Danglars ed Eugenia uscivano in questo momento, esse furono in
-tempo da essere informate della causa di tutto questo susurro. — Se lo
-aveva predetto! gridò la sig.ª de Villefort; povera ragazza!
-
-
-
-
-XCIII. — LA CONFESSIONE.
-
-
-Nello stesso punto s’intese la voce del sig. de Villefort che gridava
-dal suo gabinetto. — Che è stato?
-
-Morrel consultò con uno sguardo Noirtier, che allora aveva ripreso
-tutta la prontezza d’animo, e con un colpo d’occhio gli indicò il
-gabinetto ove già un’altra volta, in una occasione presso a poco
-simile, si era rifugiato. Non ebbe che il tempo di prendere il
-cappello, e di gettarvisi anelante. Si sentivano già i passi del
-procuratore del Re nel corridoio. Villefort si precipitò nella camera,
-corse a Valentina e la prese fra le sue braccia: — Un medico! un
-medico! il sig. d’Avrigny, gridò Villefort; o piuttosto vi andrò io
-stesso. — E si slanciò fuori dell’appartamento.
-
-Dall’altra porta si slanciò Morrel. Egli era stato colpito nel cuore da
-una spaventevole rimembranza. La conversazione fra il sig. de Villefort
-ed il dottore, che aveva inteso nel giardino la notte in cui morì la
-sig.ª de Saint-Méran, gli ritornò tutta alla memoria, questi sintomi
-portati ad un grado meno spaventoso, erano gli stessi che avevano
-preceduta la morte di Barrois. Nello stesso tempo gli era sembrato
-di sentire un rumore al suo orecchio, quella voce di Monte-Cristo che
-gli aveva detto, erano circa due ore appena: — Qualunque cosa possiate
-avere bisogno, venite da me, io posso molto. — Più rapido del pensiero
-corse dunque dal sobborgo Sant’Onorato nella strada Matignon, e dalla
-strada Matignon all’ingresso dei Campi-Elisi.
-
-In questo mentre il sig. de Villefort giungeva in un _cabriolet_ di
-piazza alla porta del sig. d’Avrigny; suonò con tanta violenza che il
-portinaro venne ad aprirgli tutto spaventato. Villefort balzò sulle
-scale senza aver la forza di dire una parola. Il portinaro lo conosceva
-e lo lasciò passare gridando soltanto: — Nel suo gabinetto, sig.
-procuratore del Re, nel suo gabinetto! — Villefort ne spingeva già,
-anzi ne sfondava la porta: — Ah! disse il dottore, siete voi?
-
-— Sì, disse Villefort richiudendo la porta dietro a sè; sì, dottore,
-sono io che vengo a chiedervi a mia volta se siamo soli; dottore, la
-mia casa è una casa maledetta?
-
-— Che! disse questi con apparente freddezza, ma con profonda emozione
-interna, avete ancor qualche altro malato?
-
-— Sì, dottore, gridò Villefort afferrandosi con mano convulsa un pugno
-di capelli, sì! — Lo sguardo d’Avrigny significava: — Io ve lo aveva
-predetto. — Indi le sue labbra articolarono lentamente queste parole:
-— Chi sta dunque per morire in casa vostra? e qual nuova vittima va ad
-accusarvi di debolezza avanti a Dio?
-
-Un doloroso singhiozzo scaturì dal cuore di Villefort, s’avvicinò al
-medico, ed afferrandolo pel braccio: — Valentina. — Vostra figlia!
-gridò d’Avrigny preso da dolore e da sorpresa.
-
-— Vedete che vi sbagliavate, mormorò il magistrato; venite a vederla, e
-sul suo letto di dolore chiedetele scusa di averla sospettata.
-
-— Ciascuna volta che voi mi avete chiamato, disse il sig. d’Avrigny,
-era sempre troppo tardi; non importa, vengo, ma affrettiamoci, signore;
-coi nemici che battono in casa vostra non vi è tempo da perdere.
-
-— Oh! questa volta, dottore, non mi rimprovererete più la mia
-debolezza; riconoscerò l’assassino e lo colpirò.
-
-— Tentiamo prima di salvare la vittima, poi penseremo a vendicarla,
-disse d’Avrigny. Venite!
-
-Ed il _cabriolet_ che aveva condotto Villefort lo riaccompagnò al gran
-trotto in unione al sig. d’Avrigny, nello stesso tempo in cui dal canto
-suo Morrel batteva al portone di Monte-Cristo. Il conte era nel suo
-gabinetto, e, molto pensieroso, leggeva una parola che Bertuccio gli
-aveva inviato in tutta fretta. Per lui come pel conte erano passate
-molte cose in queste due ore; poichè il giovine che lo aveva lasciato
-col sorriso sulle labbra, adesso ritornava col viso tutto sconvolto.
-Egli si alzò, e corse davanti a Morrel.
-
-— Che cosa c’è dunque, Massimiliano? gli domandò; siete pallido, e la
-vostra fronte è irrigata dal sudore.
-
-Morrel cadde sopra un seggio: — Sì, disse egli, io sono venuto in
-fretta; ho bisogno di parlarvi.
-
-— Stanno tutti bene in casa vostra? domandò il conte con una
-benevolenza affettuosa sulla sincerità della quale nessuno avrebbe
-potuto ingannarsi.
-
-— Grazie, conte, grazie, disse il giovine impacciato visibilmente per
-cominciare la conversazione; sì, nella mia famiglia tutti stanno bene.
-
-— Tanto meglio; però voi avete qualche cosa a dirmi?
-
-— Sì, disse Morrel, è vero, esco da una casa dove è entrata la morte,
-per ricorrere a voi.
-
-— Uscite forse dalla casa del sig. Morcerf?
-
-— No, è morto qualcuno in casa del sig. Morcerf?
-
-— Il generale si è bruciato le cervella, rispose freddamente
-Monte-Cristo.
-
-— Oh! disgrazia orribile! gridò Massimiliano.
-
-— Non però la contessa, non però Alberto, disse Monte-Cristo;
-val meglio un padre ed uno sposo morto, che un padre ed uno sposo
-disonorato; il sangue laverà l’infamia.
-
-— Povera contessa! disse Massimiliano, è lei che compiango soprattutto,
-una donna così nobile!
-
-— Compiangete egualmente Alberto, Massimiliano, poichè, credetelo, egli
-è un figlio degno della contessa. Ma ritorniamo a voi; voi accorrevate
-a me, avete detto; avrei la fortuna che voi aveste bisogno di me?
-
-— Sì, ho bisogno di voi, cioè ho corso come un insensato per vedere
-se mi poteste portar soccorso in una congiuntura in cui Dio solo può
-soccorrermi.
-
-— Dite pure, disse Monte-Cristo.
-
-— Oh! disse Morrel, in verità non so se mi è permesso di rivelare
-un tal segreto ad orecchie umane; ma la fatalità mi vi spinge, la
-necessità mi vi costringe; conte...
-
-Morrel si fermò esitando.
-
-— Credete voi che io vi ami? disse Monte-Cristo prendendo
-affettuosamente la mano del giovine fra le sue.
-
-— Oh! voi m’incoraggiate! e poichè qualche cosa mi dice qui (Morrel
-pose la mano sul suo cuore) che io non debbo aver segreti per voi...
-
-— Avete ragione, è Dio che parla al vostro cuore, ed il cuore parla a
-voi. Riditemi ciò che vi dice il cuore.
-
-— Conte, volete permettermi di inviare Battistino a domandare per parte
-vostra le notizie di una persona che conoscete?
-
-— Io mi sono messo a vostra disposizione, a più forte ragione vi metto
-i miei domestici.
-
-— Ah! è che io non vivrò fino a tanto che non avrò la certezza che ella
-sta meglio.
-
-— Volete che io suoni per Battistino?
-
-— No, vado a parlargli io stesso. — Morrel uscì, chiamò Battistino, e
-gli disse alcune parole a bassa voce. Il cameriere partì correndo.
-
-— È fatto? domandò Monte-Cristo vedendo ricomparire Morrel.
-
-— Sì, ed io sono un poco più tranquillo.
-
-— Voi sapete che aspetto, disse Monte-Cristo sorridendo.
-
-— Sì, ed io parlo. Ascoltate. Una sera mi ritrovava in un giardino;
-era nascosto dietro un gruppo di alberi; nessuno si pensava che io
-potessi esser lì. Due persone passarono vicino a me, permettetemi che
-provvisoriamente vi taccia i nomi; esse parlavano a bassa voce, e pure
-io aveva una tale premura a sentire le loro parole, che non perdetti un
-accento di quanto esse dissero.
-
-— Ciò si annunzia lugubremente, a giudicarne dal vostro pallore e dal
-vostro fremito, Morrel.
-
-— Oh! sì, molto lugubremente amico mio; era morto qualcuno in casa del
-padrone del giardino in cui mi ritrovava; uno di questi due personaggi
-di cui ascoltava la conversazione, era il padrone del giardino e
-l’altro un medico. Ora il primo confidava al secondo i suoi timori ed i
-suoi dolori, poichè questa era la seconda volta in un mese che la morte
-piombava rapida ed imprevista su questa casa, che si credeva designata
-da qualche angiolo sterminatore alla collera di Dio.
-
-— Ah! ah! disse Monte-Cristo guardando fissamente il giovine, e girando
-il suo seggio, con un movimento impercettibile, in modo da situarsi
-nell’ombra mentre che la luce cadeva sul viso di Massimiliano.
-
-— Sì, continuò questi, la morte era entrata due volte in questa casa in
-meno di un mese.
-
-— E che rispondeva il dottore? domandò Monte-Cristo.
-
-— Egli rispondeva... egli rispondeva che questa morte non era naturale,
-e che bisognava attribuirla...
-
-— A che? — Al veleno!
-
-— Davvero! disse Monte-Cristo con quella tosse leggera che nei momenti
-di somma emozione, gli serviva a mascherare sia il suo rossore, sia il
-suo pallore, sia l’attenzione stessa con la quale ascoltava; davvero,
-Massimiliano, avete inteso tali cose?
-
-— Sì, caro conte, le ho intese, ed il dottore aggiungeva che se
-simili avvenimenti si fossero rinnovati, egli si credeva obbligato
-di appellarne alla giustizia. — Monte-Cristo ascoltava o sembrava
-ascoltare con la più gran calma.
-
-— Ebbene! disse Massimiliano, la morte ha colpito una terza volta,
-conte, e a che cosa credete voi che m’impegni la conoscenza di questo
-segreto?
-
-— Mio caro amico, disse Monte-Cristo, mi sembra che raccontiate
-un’avventura che ciascuno di noi sa a memoria. La casa in cui voi
-avete sentito questo discorso, la conosco, una casa in cui vi ha un
-giardino, un padre di famiglia, un dottore, una casa in cui vi sono
-state tre strane morti ed inattese. Ebbene! guardatemi, io che non
-ho intercettata alcuna confidenza, e che ciò nonostante so tuttociò
-tanto bene quanto voi, ho forse degli scrupoli di coscienza? No! ciò
-non mi riguarda. Voi dite che un angiolo sterminatore sembra designare
-questa casa alla collera del Signore; ebbene! chi vi dice che la vostra
-supposizione non sia una realtà? Non vedete le cose che non vogliono
-vedere quelli che han premura a vederle. Se è la giustizia e non la
-collera di Dio che passeggia in questa casa, Massimiliano, voltate la
-testa, e lasciate passare la giustizia di Dio.
-
-Morrel fremette. Vi era qualche cosa ad un tempo di lugubre, di solenne
-e di terribile negli accenti del conte.
-
-— D’altra parte, continuò egli con un cambiamento di voce così marcato
-che si sarebbe detto che queste ultime parole non uscivano dalla bocca
-del medesimo uomo; chi vi dice che ciò dovrà ricominciare?
-
-— Ciò ricomincia, conte, ed ecco perchè accorro a voi.
-
-— Ebbene! che volete che vi faccia, Morrel? vorreste per caso che
-prevenissi il procuratore del Re?
-
-Monte-Cristo articolò queste ultime parole con una tal chiarezza, ed
-un accento così vibrato, che Morrel, alzandosi ad un colpo, gridò: —
-Conte! conte! voi sapete di che voglio parlarvi, non è vero?
-
-— Perfettamente, mio buon amico, ed io ve lo proverò mettendo il punto
-sull’i, e piuttosto i nomi sugli uomini. Voi siete stato a passeggiare
-una sera nel giardino del sig. de Villefort; da quanto mi dite, presumo
-che fosse la sera in cui morì la sig.ª de Saint-Méran. Voi avete inteso
-il sig. de Villefort parlare col sig. d’Avrigny, sulla morte del sig.
-de Saint-Méran, e su quella non meno meravigliosa della baronessa. Il
-sig. d’Avrigny diceva di credere ad un avvelenamento, ed anzi a due
-avvelenamenti; ed ecco voi, uomo onesto per eccellenza, ecco voi da
-quel momento occupato a palpare il vostro cuore, a gettare la sonda
-nella vostra coscienza per sapere se dovete rivelare questo segreto
-oppure tacerlo. Noi non siamo più nel medio evo, caro amico, non vi
-sono più i franchi giudici; che diavolo volete domandare a queste
-genti? coscienza, che vuoi tu da me? come disse Sterne. Eh! mio caro,
-lasciateli dormire se dormono, lasciateli impallidire nelle loro veglie
-se non dormono, e, per l’amor di Dio, dormite voi che non avete rimorsi
-che v’impediscano di poter dormire. — Un orribile dolore si diffuse sui
-lineamenti di Morrel; egli afferrò la mano di Monte-Cristo.
-
-— Ma ciò ricomincia! vi dico io.
-
-— Ebbene! disse il conte meravigliato di questa insistenza della quale
-non capiva niente, e guardando Massimiliano più attentamente, lasciate
-ricominciare: questa è una famiglia di Atridi; Dio li ha condannati,
-ed essi soffriranno la loro sentenza; spariranno tutti come quelle
-casette che fabbricano i fanciulli con le carte piegate, e che cadono
-le une dopo le altre sotto il soffio del loro creatore, ve ne fosse
-ancora duecento. Fu il sig. de Saint-Méran tre mesi sono; fu la signora
-di Saint-Méran due mesi sono; fu Barrois l’altro giorno; oggi sarà il
-vecchio Noirtier o la giovane Valentina.
-
-— Voi lo sapevate? gridò Morrel in un tal parosismo di terrore che
-Monte-Cristo ne rabbrividì, cui la caduta del cielo avrebbe ritrovato
-impassibile; lo sapevate, e non dicevate niente?
-
-— E che m’importa! riprese Monte-Cristo stringendosi nelle spalle,
-conosco forse quella gente? bisogna forse che salvi l’uno per perder
-l’altro? in fede mia no, poichè fra il colpevole e la vittima non ho
-alcuna preferenza.
-
-— Ma io, gridò Morrel urlando dal dolore, io l’amo!
-
-— Voi amate chi? gridò Monte-Cristo balzando in piedi, ed afferrando le
-due mani che Morrel alzava, contorcendosi, verso il cielo.
-
-— Io amo perdutamente, amo da insensato; amo come un uomo che darebbe
-tutto il suo sangue per risparmiarle una lagrima, amo Valentina de
-Villefort, che si assassina in questo momento, intendete bene? l’amo, e
-domando a Dio ed a voi, in qual modo posso salvarla!
-
-Monte-Cristo mandò un grido così selvaggio che appena se ne possono
-fare un’idea coloro che hanno inteso il ruggito del leone ferito:
-— Infelice! gridò egli torcendosi a sua volta le mani, infelice! tu
-ami Valentina! tu ami questa figlia di una razza maledetta! — Giammai
-Morrel aveva veduto una simile espressione; giammai un occhio così
-terribile aveva balenato avanti il suo viso, giammai il genio del
-terrore, che egli aveva veduto tante volte comparire, sia sui campi
-di battaglia, sia nelle notti omicide dell’Algeria, non aveva scosso
-intorno a lui dei fuochi più sinistri.
-
-Egli rinculò spaventato. In quanto a Monte-Cristo, dopo questo scoppio
-e questo susurro, chiuse un momento gli occhi, come abbagliato dai
-lampi interni; durante questo momento, si raccolse con tanta possanza,
-che si vedeva poco a poco tranquillarsi il movimento ondulatorio del
-suo petto gonfio dalla tempesta, come si vedono dopo il temporale
-fondersi sotto il sole i flutti turbolenti e schiumeggianti.
-
-Questo silenzio, questo raccoglimento, questa lotta, durarono venti
-secondi circa. Indi il conte rialzò la sua pallida fronte: — Voi
-vedete, disse egli con voce appena alterata, mio caro amico, in qual
-modo Iddio sa punire della loro indifferenza gli uomini più fanfaroni e
-più freddi davanti ai terribili spettacoli che loro si offrono. Io che
-guardava assistendo impassibile e curioso: che guardava lo sviluppo di
-questa lugubre tragedia; io che, simile all’angiolo del male, rideva
-del male che fanno gli uomini al sicuro dietro il segreto (il segreto
-è facile a custodirsi dai ricchi e dai possenti), ecco che a mia volta
-mi sento morso da questo serpente di cui guardava la marcia tortuosa, e
-morso al cuore.
-
-Morrel mandò un sordo gemito. — Andiamo, andiamo, continuò il conte,
-bastano i pianti fin qui, siate uomo, siate forte, siate pieno di
-speranza, poichè io son qui, poichè io veglio su voi. — Morrel scosse
-tristamente la testa.
-
-— Io vi dico di sperare, mi capite? gridò Monte-Cristo. Sappiate
-che non ho mai mentito, e che non mi sbaglio mai. È mezzogiorno,
-Massimiliano; ringraziate il cielo di essere venuto a mezzogiorno
-invece di venire questa sera, invece di venire domattina. Ascoltate
-dunque ciò che sono per dirvi, Morrel: è mezzogiorno, se Valentina non
-è morta a quest’ora, ella non morrà più.
-
-— Oh! mio Dio! gridò Morrel, l’ho lasciata moribonda, — e Monte-Cristo
-appoggiò una mano sulla fronte.
-
-Che cosa bolliva in quella testa carica di segreti? che cosa diceva a
-quello spirito, implacabile ad un tempo ed umano, l’angiolo luminoso, o
-l’angiolo delle tenebre?
-
-Dio solo lo sa! Monte-Cristo rilevò la fronte anche una volta, e questa
-volta essa era placida come quella di un fanciullo che si sveglia: —
-Massimiliano, diss’egli, ritornate tranquillamente in casa vostra; vi
-ordino di non fare una dimostrazione, di non lasciare fluttuare sul
-vostro viso l’ombra di una preoccupazione, vi darò le notizie; andate.
-
-— Mio Dio! mio Dio! disse Morrel, voi mi spaventate, conte, colla
-vostra pacatezza. Potete dunque qualche cosa di più che un uomo? Siete
-un angelo? — E il giovine che non aveva mai addietrato di un passo
-davanti ad alcun pericolo, addietrava in faccia a Monte-Cristo, vinto
-da un indicibile terrore.
-
-Monte-Cristo lo guardò con un sorriso così malinconico e così dolce
-che Massimiliano si sentì spuntare le lagrime sugli occhi. — Io posso
-molto, amico mio, rispose il conte, andate: ho bisogno di restar solo.
-— Morrel soggiogato da quel prodigioso ascendente che Monte-Cristo
-esercitava su tutti quelli che lo circondavano, non cercò neppure di
-sottrarvisi, strinse la mano del conte e partì. Alla porta soltanto
-si fermò per aspettare Battistino, che vide comparire dal fondo della
-strada Matignon, e che ritornava correndo.
-
-Frattanto Villefort e d’Avrigny si erano affrettati. Al loro ritorno
-Valentina era ancora svenuta, ed il medico aveva esaminata l’ammalata
-con tutta quella cura che esigevano le cose, e con una profondità che
-era raddoppiata dalla conoscenza del segreto. Villefort sospeso dalle
-sue labbra e dal suo sguardo aspettava con ansietà il resultato del
-suo esame. Noirtier, più pallido della giovinetta, più avido di uno
-scioglimento che Villefort stesso, aspettava egli pure, e tutto si
-faceva in lui sensibilità ed intelligenza.
-
-Finalmente d’Avrigny lasciò sfuggirsi lentamente queste parole: — Ella
-vive ancora.
-
-— Ancora? gridò Villefort: che terribile parola avete pronunziata!
-
-— Sì, ella vive ancora, e ne son ben sorpreso.
-
-— Ma ella è salva? domandò il padre.
-
-— Sì, poichè vive. — In questo momento lo sguardo di d’Avrigny
-s’abbattè in quello di Noirtier. Esso scintillava di una gioia così
-straordinaria, di un pensiero talmente ricco e fecondo, che il medico
-ne rimase colpito. Egli lasciò ricadere sul seggio la giovinetta, le
-cui labbra appena si distinguevano, tanto eran pallide e bianche, ed
-all’unisono con tutto il rimanente del viso, e restò immobile guardando
-Noirtier, da cui ogni movimento del dottore era atteso e commentato.
-
-— Signore, disse allora d’Avrigny a Villefort, chiamate la cameriera di
-madamigella Valentina, se vi aggrada.
-
-Villefort lasciò la testa di sua figlia che sosteneva e corse egli
-stesso a chiamare la cameriera. Tosto che Villefort ebbe chiusa la
-porta, d’Avrigny si accostò al vecchio:
-
-— Avete qualche cosa da dirmi?
-
-Il vecchio strinse con espressione gli occhi, nel modo, come ben
-si ricorderà, con cui voleva indicare l’affermativa. — A me solo? —
-Sì, fece Noirtier. — Bene, io resterò con voi. — In questo momento
-Villefort rientrò, seguito dalla cameriera; e dietro questa la signora
-de Villefort.
-
-— Ma che cosa ha dunque questa cara fanciulla? gridò ella; è uscita
-dalle mie camere, lagnandosi di essere indisposta, ma non avrei creduto
-che fosse una cosa così seria.
-
-E la giovane sposa, colle lagrime agli occhi, e con tutti i segni
-dell’affezione di una vera madre, si avvicinò a Valentina, di cui prese
-la mano. D’Avrigny continuava a guardare Noirtier; egli vide gli occhi
-del vecchio dilatarsi ed arrotondarsi, le guance rilasciarsi e tremare;
-il sudore gli stillava dalla fronte. — Ah! fece egli involontariamente
-seguendo la direzione degli sguardi di Noirtier, cioè fissando i suoi
-occhi sulla sig.ª de Villefort che ripeteva:
-
-— Questa povera fanciulla starà meglio nel suo letto. Venite, Fanny,
-noi ve l’adageremo.
-
-Il sig. d’Avrigny che vedeva in questa proposizione un mezzo di restar
-solo con Noirtier, fece segno colla testa che questo era effettivamente
-ciò che v’era di meglio a farsi, ma ordinò che non prendesse che quel
-che le avrebbe ordinato.
-
-Fu trasportata Valentina, che aveva ricuperato l’uso dei sensi, ma
-che era incapace di fare e quasi di parlare, tanto le sue membra
-erano infrante dalla scossa che aveva sofferta. Però ebbe la forza
-di salutare con una mossa d’occhi suo nonno, a cui sembrava che
-strappassero l’anima nel trasportarla. D’Avrigny seguì l’ammalata,
-terminò le sue prescrizioni, ordinò a Villefort di prendere un
-_cabriolet_, di andare in persona dal farmacista per far preparare
-alla sua presenza le pozioni ordinate, di riportarle egli stesso, ed
-aspettarlo nella camera di sua figlia. Indi, dopo di aver rinnovata
-l’ingiunzione di non lasciar prender niente a Valentina, ritornò a
-discendere da Noirtier, chiuse accuratamente le porte, e dopo essersi
-assicurato che nessuno lo ascoltava: — Vediamo, diss’egli; sapete
-qualche cosa sulla malattia di vostra nipote? — Sì, fece il vecchio.
-
-— Ascoltate, non abbiamo tempo da perdere; v’interrogherò e voi mi
-risponderete. — Noirtier fece segno ch’era pronto a rispondere: — Avete
-preveduto l’accidente che oggi accade a Valentina? — Sì. — D’Avrigny
-riflettè un momento; poi riavvicinandosi a Noirtier: — Perdonatemi ciò
-che io sto per dirvi, soggiunse, ma non deve essere trascurato nessun
-incidente nella situazione terribile in cui siamo: avete veduto morire
-il povero Barrois? — Noirtier levò gli occhi al cielo.
-
-— Sapete voi di che cosa è morto? domandò d’Avrigny posando la mano
-sulla spalla del vecchio. — Sì.
-
-— Credete che la morte sia stata naturale?
-
-Qualche cosa come un sorriso si abbozzò sulle inerti labbra di
-Noirtier. — Allora vi è venuta l’idea che Barrois sia stato avvelenato?
-— Sì.
-
-— Credete che il veleno di cui rimase vittima fosse destinato per lui?
-— No.
-
-— Credete che la stessa mano che colpì Barrois, volendo colpire un
-altro, sia quella che colpisce Valentina? — Sì.
-
-— Ella dunque anderà a soccombere nello stesso modo? domandò d’Avrigny
-fissando il suo sguardo profondo sopra Noirtier. — Ed aspettò l’effetto
-di questa frase sul vecchio.
-
-— No! rispose egli con un’aria di trionfo che avrebbe potuto divergere
-tutte le congetture del più abile indovino.
-
-— Allora sperate? disse d’Avrigny con sorpresa. — Sì.
-
-— Che cosa sperate? — Il vecchio fece comprendere cogli occhi che non
-poteva rispondere: — Ah! sì, è vero, mormorò d’Avrigny. Indi ritornando
-a Noirtier.
-
-— Sperate che l’assassino si stancherà? — No.
-
-— Allora sperate che il veleno non farà il suo effetto sopra Valentina?
-— Sì.
-
-— Poichè io non vi manifesto niente di nuovo, non è vero, aggiunse
-d’Avrigny, col dirvi che si è tentato di avvelenarla. — Il vecchio
-fece segno con gli occhi che egli non aveva alcun dubbio su questo
-argomento.
-
-— Allora, come sperate voi che Valentina si salverà?
-
-Noirtier tenne gli sguardi fissi sempre sulla stessa direzione;
-d’Avrigny la seguì, e vide che si dirigeva sopra una bottiglia
-contenente la pozione che gli veniva data tutte le mattine.
-
-— Ah! ah! disse d’Avrigny colpito da una subitanea idea, avreste avuto
-il pensiero... — Noirtier non lo lasciò terminare.
-
-— Sì, fece egli. — Di premunirla contro il veleno... — Sì.
-
-— Abituandola a poco a poco...
-
-— Sì, sì, sì, fece Noirtier incantato d’essere inteso.
-
-— Infatto mi avete inteso dire che entrava della brucnina nella pozione
-che vi do? — Sì.
-
-— Ed accostumandola a questo veleno avete voluto neutralizzare gli
-effetti di un veleno simile?
-
-La stessa gioia trionfante di Noirtier.
-
-— E voi ci siete arrivato di fatto, gridò d’Avrigny. Senza questa
-cautela, Valentina oggi sarebbe stata uccisa, uccisa senza nessun
-soccorso, uccisa senza misericordia; la scossa è stata violenta, ma
-non ne è rimasta che spossata, e per questa volta almeno Valentina non
-morrà.
-
-Una gioia sovrumana appannava gli occhi del vecchio, alzati con
-un’espressione d’infinita riconoscenza.
-
-In questo momento entrò Villefort. — Prendete, dottore, ecco ciò che
-avete ordinato.
-
-— Questa pozione è stata preparata in vostra presenza?
-
-— Sì, rispose il procuratore del Re.
-
-— Essa non è uscita dalle vostre mani? — No.
-
-D’Avrigny prese la bottiglia, versò qualche goccia del contenuto nel
-cavo della mano, e l’assaporò:
-
-— Bene, diss’egli, andiamo da Valentina, darò le mie istruzioni a
-tutti, e voi sorveglierete, voi stesso sig. de Villefort, perchè
-nessuno se ne allontani. — Nel momento in cui d’Avrigny entrava nella
-camera di Valentina, accompagnato dal sig. de Villefort, un prete
-italiano, di aspetto severo, con parole placide e risolute prendeva
-a pigione per suo uso, la casa attigua al palazzo abitato dal sig. de
-Villefort.
-
-Non si potè sapere in virtù di quale traslocazione i tre inquilini di
-questa casa sgombrarono due ore dopo; ma la voce che corse generale nel
-quartiere fu, che la casa non era abbastanza sicura nelle fondamenta, e
-minacciava di rovinare; cosa però che non impedì al nuovo pigionale di
-stabilirvisi col suo modesto mobilio, il giorno stesso verso le cinque.
-Questo fitto fu fatto per tre, sei o nove anni col nuovo locatario,
-che, secondo l’abitudine stabilita fra i proprietari, pagò sei mesi
-anticipati; ei si chiamava Giacomo Busoni.
-
-Furono immediatamente chiamati gli operai, e la notte stessa, quei
-pochi passeggeri che avendo fatto tardi e che passarono per di là,
-videro con sorpresa i falegnami ed i muratori occupati a puntellare
-colle loro opere la casa vacillante.
-
-
-
-
-XCIV. — IL PADRE E LA FIGLIA.
-
-
-Abbiamo veduto nel precedente capitolo, la sig.ª Danglars venire ad
-annunciare officialmente alla sig.ª de Villefort il vicino matrimonio
-di madamigella Eugenia Danglars col sig. Andrea Cavalcanti. Questo
-annunzio officiale, che indicava o sembrava indicare una risoluzione
-presa da tutte le parti interessate a questo grande affare, era
-però stato preceduto da una scena di cui dobbiamo render conto ai
-nostri lettori; li pregheremo dunque di fare un passo indietro, e di
-trasportarsi la mattina stessa della giornata delle grandi catastrofi,
-in quel bel salotto così ben dorato che loro abbiamo fatto conoscere,
-e che formava l’orgoglio del suo proprietario, il barone Danglars. In
-questo salotto, infatto, verso le dieci del mattino, passeggiava da
-qualche minuto, pensieroso e visibilmente agitato, il banchiere stesso,
-guardando a ciascuna porta, e fermandosi a ciascun rumore.
-
-Allora quando la somma della sua pazienza fu esausta, chiamò il
-cameriere. — Stefano, gli disse, guardate dunque perchè madamigella
-Eugenia mi ha detto di aspettarla in questo salotto, e sappiatemi
-dire perchè mi fa aspettare tanto tempo. — Dopo ch’ebbe esalata questa
-sbuffata d’impazienza, il barone riprese un po’ di calma.
-
-Infatto madamigella Danglars, al suo svegliarsi, aveva fatto chiedere
-una udienza a suo padre, ed aveva designato il salotto dorato
-come luogo di questa udienza. La singolarità di tale capriccio, e
-soprattutto il suo carattere ufficiale, non avevano mediocremente
-sorpreso il banchiere, che aveva subito obbedito ai desiderii di sua
-figlia portandosi pel primo nel salotto. Stefano ritornò ben presto
-dalla sua ambasciata:
-
-— La cameriera di madamigella, diss’egli, mi ha annunziato che
-madamigella compiva la toletta, e che non avrebbe tardato molto a
-giungere. — Danglars fece un segno con la testa che indicava ch’egli
-era soddisfatto. Danglars in faccia alla società, ed in faccia ancora
-alle sue persone di servizio, affettava la bonomia, ed il padre
-affettuoso e debole: era un brano della parte che si era imposto
-nella commedia popolare che rappresentava; era una fisonomia che
-aveva adottato, e che sembrava convenirgli, come conveniva ai profili
-delle maschere di padre del teatro antico di avere a destra il labbro
-rivoltato e ridente, nel mentre che a sinistra avevano il labbro
-abbassato e petulante.
-
-Sollecitiamoci di dire che, nella intimità, il labbro rialzato e
-ridente ricalava a livello del labbro abbassato e petulante; di modo
-che, nella maggior parte del tempo, la bonomia spariva per dar posto
-al marito brutale ed al padre assoluto. — Perchè diavolo questa pazza,
-che vuole parlarmi, a quanto pretende, mormorava Danglars, non viene
-semplicemente nel mio gabinetto, pensava egli, e perchè soprattutto
-vuole parlarmi? — Egli ravvolgeva per la ventesima volta questo
-pensiero inquietante nel cervello, quando la porta si aprì, e comparve
-Eugenia, vestita di seta nera broccata con fiori pallidi dello stesso
-colore, coi capelli acconciati, e coi guanti, come se si fosse trattato
-d’andare a sedere sopra il suo buon seggio del Teatro Italiano.
-
-— Che vi è dunque, Eugenia, e perchè nel salotto di visita, mentre si
-sta egualmente bene nel mio gabinetto?
-
-— Voi avete perfettamente ragione, signore, — rispose Eugenia, facendo
-segno a suo padre che poteva sedersi, — impiantando le due questioni
-che riassumono tutta la conversazione che avremo. Io dunque risponderò
-ad entrambe, e, contro le leggi dell’abitudine, dapprima alla seconda
-essendo la meno complessiva; ho scelto il salotto, signore, per luogo
-di convegno per evitare le impressioni disaggradevoli e le influenze
-del gabinetto di un banchiere. Quei libri di cassa, per quanto siano
-ben dorati, quei cassetti chiusi come le porte di una fortezza, quelle
-masse di biglietti di banca che vengono non si sa di dove, e quella
-quantità di lettere che vengono dall’Inghilterra, dalla Olanda, dalla
-Spagna, dalle Indie, dalla China, e dal Perù, in generale operano
-stranamente sullo spirito di un padre, e gli fanno dimenticare che
-nel mondo vi è un interesse più grande e più sacro di quello della
-posizione sociale e l’opinione dei suoi committenti: ho dunque
-preferito questo salotto dove voi vedete, sorridenti e felici nei loro
-quadri magnifici, il vostro ritratto, il mio, quello di mia madre,
-e molte specie di paesaggi villerecci e pastorali che inteneriscono.
-Io mi fido molto al potere delle impressioni esterne; forse, a vostro
-riguardo particolarmente, m’inganno; ma che volete? non sarei artista
-se non mi restasse qualche illusione.
-
-— Benissimo, rispose il sig. Danglars che aveva ascoltata tutta questa
-tirata con un’imperturbabile pacatezza, ma senza comprenderne una
-parola, assorto come era, a guisa d’ogni altro uomo pieno di affari, a
-cercare il filo della propria idea nelle idee del suo interlocutore.
-
-— Ecco dunque il secondo punto spiegato, o presso a poco, disse Eugenia
-senza il minimo turbamento e con quella sostenutezza maschile che
-distingueva il suo gesto e la sua parola, e voi mi sembrate soddisfatto
-della spiegazione. Ora veniamo al primo: mi domandate perchè vi ho
-chiesta questa udienza, ve lo dirò in due parole, signore; eccole: non
-voglio sposare il conte Andrea Cavalcanti.
-
-Danglars fece un salto sulla sedia, e per la scossa alzò ad un tempo e
-braccia ed occhi al cielo.
-
-— Mio Dio, sì signore, continuò Eugenia, sempre egualmente tranquilla;
-siete meravigliato, lo vedo bene; poichè da quando tutta questa piccola
-faccenda è in trattativa, io non ho mai manifestata la più piccola
-opposizione, certa come era sempre, giunto il momento, d’opporre
-francamente alle persone che non mi hanno consultato, ed alle cose
-che mi hanno dispiaciuto, una volontà franca ed assoluta. Però
-questa volta, la tranquillità, la passività, come dicono i filosofi
-veniva da un’altra sorgente: veniva da ciò che, figlia sottomessa ed
-affezionata... (un leggiero sorriso si disegnò sulle labbra purpuree
-della giovanetta) mi voleva accostumare all’obbedienza.
-
-— Ebbene? domandò Danglars.
-
-— Ebbene! signore, riprese Eugenia, ho provato fino all’estremo delle
-mie forze, ed ora che è giunto il momento, ad onta di tutti gli sforzi
-che ho tentati su me stessa, mi sento incapace di obbedire.
-
-— Ma finalmente, disse Danglars che, spirito secondario, sembrava
-dapprima tutto assorbito dal peso di questa implacabile logica, la cui
-flemma accusava tanta premeditazione e forza di volontà, la ragione di
-questo rifiuto, Eugenia? la ragione?
-
-— La ragione, replicò la giovanetta, oh! mio Dio! non è già perchè egli
-sia più brutto, più stolido, o più disaggradevole di un altro, no;
-il sig. Andrea Cavalcanti può anzi passare, per quelli che guardano
-gli uomini dal viso e dalla persona, per essere un bel modello. Non
-è neppure perchè il mio cuore sia stato toccato meno da lui che da
-tutt’altro; questa sarebbe una ragione da giovanetta che esce di
-conservatorio, che io riguardo del tutto al di sotto di me; non amo
-assolutamente alcuno, signore, lo sapete bene, non è vero? non vedo
-dunque perchè, senza un’assoluta necessità, andrò a legare eternamente
-la mia vita ad un compagno. Il saggio non ha egli detto in un luogo:
-«_Niente di troppo;_» e in un altro: «_portate tutto con voi stesso_»?
-Mi hanno ancora fatto apprendere questi due aforismi in latino ed in
-greco; l’uno, credo, è di Fedro, l’altro di Bias. Ebbene! caro padre,
-nel naufragio della vita, poichè la vita è un naufragio eterno delle
-nostre speranze, getto in mare tutto quanto ho di inutile nel mio
-bagaglio, ecco tutto, e resto con la mia volontà, disposta a vivere
-perfettamente sola, e per conseguenza perfettamente libera.
-
-— Disgraziata! disgraziata! mormorò Danglars impallidendo, poichè
-conosceva da una lunga esperienza la solidità dell’ostacolo che così
-d’improvviso incontrava.
-
-— Disgraziata! riprese Eugenia, disgraziata! dite voi, signore? Ma no,
-in verità l’esclamazione mi sembra del tutto affettata e teatrale.
-Felice, al contrario, poichè ve lo domando, che cosa mi manca? Il
-mondo mi trova bella, ciò è già qualche cosa per essere accolta
-favorevolmente! amo le buone accoglienze; esse rallegrano il viso; e
-quelli che mi ascolteranno mi sembreranno allora meno brutti. Io sono
-dotata di qualche poco di spirito, e di una certa sensibilità relativa,
-che mi permette di tirare dalla esistenza generale, per farlo entrare
-nella mia, ciò che vi trovo di buono, come fa la scimmia allorquando
-rompe la noce verde per cavare ciò che essa contiene. Io sono ricca,
-poichè voi avete una delle più belle fortune di Francia, perchè io sono
-figlia unica, e voi non siete così tenace al punto in cui lo sono i
-padri del quartiere Saint-Martin e della Gaieté, che diseredano le loro
-figlie, perchè esse non vogliono dar loro dei nipoti; d’altra parte
-la legge previdente vi ha tolto il diritto di diseredarmi, almeno del
-tutto, come vi toglie il potere di costringermi a sposare un signore
-tale o tal altro. Così, bella, spiritosa, adorna di qualche dote, come
-si dice all’_Opera Comica_, e ricca, ma questa è felicità, signore,
-perchè dunque mi chiamate disgraziata?
-
-Danglars, vedendo sua figlia sorridente e fiera fino all’insolenza, non
-potè reprimere un momento di brutalità che si tradì con uno scoppio
-di voce, ma questo fu il solo. Sotto lo sguardo interrogatore di
-sua figlia, dirimpetto a questo bel sopracciglio nero increspato per
-l’interrogazione, si rivoltò con prudenza e si calmò tosto, domato
-dalla mano di ferro della circospezione: — Infatto, figlia mia, rispose
-egli con un sorriso, voi siete tutto ciò che vi vantate di essere,
-ad eccezione di una sola cosa, non voglio dirvi rozzamente qual sia,
-desidero piuttosto di lasciarvela indovinare.
-
-Eugenia guardò Danglars, molto sorpresa che le venisse contestato uno
-dei fiori della corona d’orgoglio che ella si era posta superbamente
-sulla testa.
-
-— Figlia mia, continuò il banchiere, voi mi avete perfettamente
-spiegati quali sono i sentimenti che presiedano alle risoluzioni di una
-figlia come voi, quando ella ha risoluto di non maritarsi; spetta ora
-a me il dirvi quali sono i motivi di un padre, come sono io, quando
-ha risoluto che sua figlia si mariterà. — Eugenia s’inchinò, non già
-come una figlia sottomessa che ascolta, ma come un avversario pronto
-a discutere su ciò che ascolta. — Figlia mia, continuò Danglars,
-quando un padre domanda a sua figlia di prendere uno sposo, ha sempre
-una qualche ragione per desiderare questo matrimonio. Gli uni sono
-presi dalla manìa che voi dicevate or ora di vedersi rivivere nei loro
-nipoti. Io comincerò dal dirvi che non ho questa debolezza: le gioie di
-famiglia mi sono quasi del tutto indifferenti: posso confessar questo
-ad una figlia che so essere abbastanza filosofa per comprendere questa
-indifferenza e per non farmene un delitto.
-
-— Alla buon’ora, parliamo francamente, ciò mi piace.
-
-— Oh! disse Danglars, vedete che senza dividere in tesi generali la
-vostra simpatia per la franchezza, mi vi sottometto quando credo che
-la occasione mi v’inviti: continuerò adunque: vi propongo un marito,
-non per voi, poichè, in verità, non pensava a voi menomamente in questo
-momento (voi amate la franchezza, e mi sembra che questa lo sia); ma
-perchè io aveva bisogno che voi prendeste questo sposo il più presto
-possibile, per certe combinazioni commerciali che sono in questo
-momento a portata di stabilire.
-
-Eugenia fece un movimento. — La cosa è precisamente come ho l’onore di
-dirvi, figlia mia, e non per questo dovete essere meco inquieta; perchè
-siete voi che mi vi costringete; è mio malgrado, lo capirete bene, che
-entro in queste spiegazioni aritmetiche, con un’artista come voi, che
-teme d’entrare in un gabinetto di un banchiere per timore di ricevervi,
-i filosofi dicono così, per timore di ricevervi delle impressioni o
-delle sensazioni disaggradevoli o antipoetiche. Ma in questo gabinetto
-di banchiere, nel quale però vi siete compiaciuta di entrare ieri
-l’altro per venire a domandarmi i mille franchi che accordo ogni mese
-alle vostre fantasie, sappiate, mia cara signorina, che s’imparano
-molte cose anche per l’uso delle giovanette che non vogliono maritarsi.
-Vi si impara, per esempio, e per riguardo alla vostra suscettibilità
-nervosa, ve lo insegno in questo salotto, vi si impara che il credito
-di un banchiere è la sua vita fisica e morale, che il credito sostiene
-l’uomo come il soffio anima il corpo; ed il sig. Monte-Cristo mi fece
-un giorno un discorso su questo proposito che non dimenticherò giammai.
-Vi si impara, che a seconda che il credito si ritira, il corpo diviene
-cadavere, e che ciò è quanto deve accadere in brevissimo tempo al
-banchiere che si onora di essere il padre di una figlia che ha sì buona
-logica.
-
-Ma Eugenia, invece di curvarsi, si raddrizzò d’improvviso:
-
-— Rovinato! disse ella.
-
-— Voi avete ritrovato la giusta espressione, figlia mia, la buona
-espressione, disse Danglars grattandosi il petto con le unghie,
-continuando a conservare sulla rozza figura il sorriso dell’uomo senza
-cuore, ma non senza spirito; rovinato! precisamente.
-
-— Ah! fece Eugenia.
-
-— Sì, rovinato! ebbene! eccolo dunque conosciuto questo segreto pieno
-d’orrore! Ora, figlia mia, imparate dalla mia bocca in qual modo questa
-disgrazia può, per mezzo vostro, divenir minore non dirò per me, ma per
-voi.
-
-— Oh! gridò Eugenia, siete un cattivo fisonomista, signore, se vi
-figurate che per me io deploro la catastrofe che mi esponete. Io
-rovinata! e che m’importa? non mi resta il mio ingegno? non posso
-come la Pasta, come la Malibran, come la Grisi, procurarmi ciò che
-voi mi avreste potuto dare, qualunque fosse la vostra fortuna, cento
-o cento cinquantamila lire di rendita che non dovrei che a me sola, e
-che invece di giungermi come mi giungono questi poveri dodicimila fr.
-che mi date con dei sguardi arrabbiati e delle parole di rimprovero
-sulla mia prodigalità, mi verrebbero accompagnati dalle acclamazioni,
-dai _bravo_, e dai fiori? e quando non avessi questa virtù della quale
-il vostro sorriso mi fa vedere che dubitate, non mi resterebbe ancora
-questo furioso amore per la indipendenza che mi terrebbe sempre le
-veci di tutti i tesori, e che domina in me fin più dell’istinto della
-conservazione? no, non è per me che mi rattristo, saprei sempre cavarmi
-bene d’impaccio; i miei libri, i miei pennelli, il mio piano-forte,
-tutte cose che non costano molto care e che potrei sempre procurarmi,
-mi resteranno sempre: crederete forse che io mi affligga per la
-sig.ª Danglars? disingannatevi pure; o io mi inganno all’ingrosso, o
-mia madre ha già prese tutte le cautele contro la catastrofe che vi
-minaccia e che passerà senza toccarla; ella si è messa al sicuro lo
-spero; e non fu vegliando su di me che ha potuto distrarsi dalle sue
-preoccupazioni di fortuna; poichè, grazie a Dio ella mi ha lasciata
-tutta la mia indipendenza sotto il pretesto che io amava la mia
-libertà. Oh! no, signore, dalla mia infanzia, ho veduto accadere troppe
-cose intorno a me, le ho tutte troppo bene capite, perchè la disgrazia
-faccia su di me maggiore impressione di quel che meriti di fare; da
-che mi conosco, non sono stata amata da alcuno; tanto peggio! Ciò mi ha
-condotto naturalmente a non amare nessuno, tanto meglio! Ora voi avete
-la mia professione di fede.
-
-— Allora, disse Danglars, pallido di un dolore che non prendeva la sua
-sorgente dall’offeso amore paterno, allora, madamigella, persistete a
-voler consumare la mia rovina?
-
-— La vostra rovina? Io, disse Eugenia, consumare la vostra rovina? Che
-intendete di dire? Non capisco.
-
-— Tanto meglio, mi lasciate un raggio di speranza; ascoltate.
-
-— Ascolto, disse Eugenia guardando così fissamente suo padre, che
-gli bisognò uno sforzo per non abbassare gli occhi sotto lo sguardo
-possente della giovanetta.
-
-— Il sig. Cavalcanti, continuò Danglars, vi sposa, e sposandovi porta
-tre milioni di dote che deposita nella mia cassa.
-
-— Ah! benissimo, fece con supremo disprezzo Eugenia, mentre lisciava i
-guanti uno sull’altro.
-
-— Credete che io voglia abusarmi di questi tre milioni? disse Danglars,
-niente affatto. Questi tre milioni sono destinati a produrne almeno
-dieci: ho ottenuto, con un banchiere mio confratello, la concessione di
-una strada ferrata, sola industria, che ai nostri giorni, presenta la
-favolosa eventualità di successo immediato che altra volta Law applicò
-per i buoni parigini, quelle eterne goffaggini della speculazione,
-ad un Mississipì fantastico. Col mio calcolo si deve possedere un
-milionesimo di _rail_, come si possedeva in altri tempi un iugero
-di terra incolto sulle rive dell’Ohio. Questa è una investitura
-ipotecaria, che è un progresso come vedete, poichè si avrà almeno
-quindici, venti, cento libre di ferro in cambio del proprio danaro!
-Ebbene! devo di qui ad otto giorni depositare per conto mio quattro
-milioni, questi quattro milioni, ve lo dico, ne produrranno almeno
-dieci o dodici.
-
-— Ma durante la visita che vi ho fatta ier l’altro, signore, e di cui
-vi dovete ben ricordare, vi ho veduto incassare, mi pare che questo
-sia il termine, non è vero? cinque milioni e mezzo. Voi anzi mi avete
-mostrata la somma in due _boni_ sul tesoro, e vi maravigliavate come
-un pezzo di carta che aveva un sì gran valore, non abbagliasse i miei
-sguardi come avrebbe fatto un lampo.
-
-— Sì, ma questi cinque milioni e mezzo non son miei, eran soltanto
-una gran prova della fiducia che si aveva in me; il mio titolo di
-banchiere popolare mi ha meritata la confidenza degli ospedali, ed i
-cinque milioni e mezzo sono degli ospedali; in tutt’altri tempi non
-esiterei un momento a servirmene, ma oggi si sanno le grandi perdite
-che ho fatte, e come vi dissi, il credito comincia ad allontanarsi
-da me. Da un momento all’altro l’amministrazione può reclamarmi il
-deposito, e se io l’avessi impiegato in altre cose, sarei costretto di
-fare un fallimento vergognoso: non disprezzo i fallimenti, ma quelli
-che arricchiscono, intendiamoci bene, non quelli che rovinano. Ora se
-voi sposate il sig. Cavalcanti, e che io tocchi i tre milioni della
-dote, o che per lo meno si creda che io li tocchi, il mio credito si
-ristabilisce, e la mia fortuna, che da un mese o due si è ingolfata
-in abissi scavati sotto i miei piedi da una fatalità inconcepibile, si
-rinnova, mi capite ora?
-
-— Perfettamente; mi mettete in pegno per tre milioni?
-
-— Più la somma è forte, più essa è lusinghiera, e vi dà una idea del
-vostro valore.
-
-— Grazie. Anche un’ultima parola, signore; mi promettete di servirvi
-di quanto vorrete della cifra di questa dote che deve portarvi il
-sig. Cavalcanti, ma di non toccare la somma? Questo non è un affare
-d’egoismo, è un affare di delicatezza: voglio cooperare a riedificare
-la vostra fortuna, ma non voglio essere la complice della rovina degli
-altri.
-
-— Ma vi ho detto, gridò Danglars, che questi tre milioni...
-
-— Credete di togliervi d’impaccio, signore, senza aver bisogno di
-toccare questi tre milioni?
-
-— Io spero, ma sempre alla condizione che, facendosi il matrimonio,
-esso rassodi il mio credito.
-
-— Potrete pagare al sig. Cavalcanti i 500 mila fr. che mi assegnate nel
-contratto?
-
-— Al ritorno dall’uffizio del _Maire_, gli saranno contati.
-
-— Bene! — In che modo, bene? che volete dire?
-
-— Vo’ dire che, chiedendomi la firma, mi lasciate perfettamente libera
-della mia persona? — Assolutamente.
-
-— Allora, _bene_, come vi diceva, signore; son pronta a sposare il Sig.
-Cavalcanti. — Ma qual è la vostra idea?
-
-— Ah! questo è un mio segreto. Dove sarebbe la mia superiorità su voi,
-se, avendo il vostro segreto, vi svelassi il mio?
-
-Danglars si morse le labbra: — Così, diss’egli, siete pronta a fare
-tutte le visite officiali che sono indispensabili, assolutamente.
-
-— Sì, rispose Eugenia.
-
-— Ed a sottoscrivere il contratto fra tre giorni? — Sì.
-
-— Allora io pure vi dico, _bene_! — E Danglars prese la mano della
-figlia e la strinse con ambo le sue. Ma cosa straordinaria, durante
-questa stretta di mano, il padre non osò di dire: «Grazie, figlia
-mia!» e la figlia non ebbe un sorriso per suo padre. — La conferenza è
-finita? domandò Eugenia alzandosi. — Danglars fece segno con la testa
-che non aveva più niente da dire. Cinque minuti dopo, il pianoforte
-risuonò sotto le dita di madamigella d’Armilly, e madamigella Danglars
-cantava la maledizione di Barbantino nella Desdemone. Alla fine del
-_pezzo_, entrò Stefano ed annunziò ad Eugenia che i cavalli erano
-attaccati alla carrozza, e che la baronessa l’aspettava per fare le
-visite.
-
-Abbiamo vedute le due donne passare dalla sig.ª de Villefort; di dove
-uscirono per continuare le loro corse.
-
-
-
-
-XCV. — IL CONTRATTO.
-
-
-Tre giorni dopo la scena che abbiam raccontata, vale a dire verso
-le 5 p. m. del giorno fissato per la sottoscrizione del contratto di
-matrimonio fra madamigella Eugenia Danglars, ed Andrea Cavalcanti, che
-il banchiere si era ostinato a mantenere principe; quando una fresca
-brezza faceva tremolare tutte le foglie del piccolo giardino, posto
-davanti alla casa del conte di Monte-Cristo, nel momento in cui questi
-si preparava ad uscire, e nel mentre che i cavalli lo aspettavano
-battendo le zampe, trattenuti dalla mano del cocchiere già a cassetta
-da un quarto d’ora, l’elegante _phaéton_ col quale abbiam già più volte
-fatta conoscenza, e particolarmente nella serata d’Auteuil, venne a
-girare rapidamente intorno all’angolo della porta d’entrata, e lanciò
-anzi che deporre sulla scalinata il sig. Andrea Cavalcanti, così
-splendido, così raggiante, come se dal canto suo, fosse stato sul punto
-di sposare una principessa.
-
-Egli s’informò della salute del conte con quella famigliarità che
-gli era abituale, e montando leggermente al primo piano, lo incontrò
-sull’alto della scala. Alla vista del giovine il conte si fermò.
-In quanto al giovine era lanciato, e quando lo era, niuna cosa lo
-tratteneva. — Eh! buon giorno, caro sig. conte di Monte-Cristo,
-diss’egli al conte.
-
-— Sig. Andrea! fe’ questi con voce per metà beffarda, come state?
-
-— A meraviglia! come vedete; vengo a parlare con voi di mille cose; ma
-prima di tutto, voi uscivate?
-
-— Io usciva, signore.
-
-— Allora, per non farvi ritardare, monterò, nel vostro calesse, e Tom
-ci seguirà conducendo il _phaéton_.
-
-— No, disse con un impercettibile sorriso di disprezzo il conte, che
-non si curava di essere veduto in compagnia del giovine; no, preferisco
-di darvi udienza qui, caro sig. Andrea; si parla meglio in una camera,
-e non si ha il cocchiere che può sorprendervi a volo le parole. — Il
-conte rientrò dunque in un piccolo salotto che faceva parte del primo
-piano; si assise, ed incrociando le gambe, fece segno al giovine di
-sedere egli pure. Andrea prese l’aspetto più ridente. — Voi sapete,
-caro conte, che la cerimonia deve aver luogo questa sera? alle nove si
-firma il contratto in casa del suocero.
-
-— Ah! da vero? disse Monte-Cristo. — Come! è forse una notizia che vi
-do? e non eravate prevenuto dal sig. Danglars?
-
-— Sì, disse il conte, ieri ho ricevuto una sua lettera; ma parmi non vi
-fosse indicata l’ora.
-
-— È possibile, il suocero avrà contato sulla pubblica notorietà.
-
-— Ebbene! disse Monte-Cristo, eccovi felice, sig. Cavalcanti: è
-una delle alleanze meglio assortite, quella che incontrate; e poi
-madamigella Danglars è bella.
-
-— Ma sì, rispose Cavalcanti con accento pien di modestia.
-
-— Ella è soprattutto ricca, almeno a quanto io credo.
-
-— Molto ricca, credete? ripetè il giovine.
-
-— Senza dubbio; si dice che il sig. Danglars nasconda per lo meno la
-metà della sua fortuna.
-
-— Ed egli confessa quindici o venti milioni, disse Andrea con uno
-sguardo sfavillante di gioia.
-
-— Senza contare, aggiunse Monte-Cristo, che è alla vigilia d’entrare in
-un genere di speculazione, di già un poco in uso negli Stati-Uniti ed
-in Inghilterra, ma del tutto nuovo in Francia.
-
-— Sì, sì, so di che volete parlare; la strada di ferro che gli è stata
-aggiudicata, non è vero?
-
-— Egli guadagnerà almeno, è la voce universale, almeno dieci milioni in
-quest’affare.
-
-— Dieci milioni, è magnifico! disse Cavalcanti che s’inebriava a questo
-rumore metallico di parole dorate.
-
-— Senza contare, riprese Monte-Cristo, che tutta questa fortuna riverrà
-su voi, e che è giustizia, poichè madamigella Danglars è figlia unica.
-D’altra parte la vostra propria fortuna, vostro padre almeno me l’ha
-detto, è quasi uguale a quella della vostra fidanzata. Ma lasciamo un
-poco gli affari monetari. Sapete, sig. Andrea, che voi avete maneggiato
-questo affare molto abilmente e molto prestamente?
-
-— Non c’è male, io era nato per essere diplomatico.
-
-— Ebbene! vi si farà entrare in diplomazia. La diplomazia, lo sapete,
-non s’impara; è una cosa d’istinto... Il cuore è dunque preso?
-
-— In verità, ne ho paura, rispose Andrea col tuono con cui aveva veduto
-al teatro francese Dorante o Valeria rispondere ad Alceste.
-
-— Siete dunque un poco amato?
-
-— Bisogna bene poichè ella mi sposa, disse Andrea con un sorriso
-vincitore. Ma però non dimentichiamo il punto principale. — E quale?
-
-— Ed è che in tutto questo sono stato particolarmente aiutato. — Bah! —
-Certamente. — Dalle congiunture.
-
-— No, da voi.
-
-— Da me? lasciate dunque, principe, disse Monte-Cristo calcando con
-affettazione su questo titolo. E che ho potuto far io per voi? forse
-che non bastavano il vostro merito e la vostra posizione sociale?
-
-— No, disse Andrea, no; e voi avete un bel dire, sig. conte, io
-sostengo, che la posizione di un uomo quale voi siete, ha fatto di più
-che il mio nome, la mia posizione sociale ed il mio merito.
-
-— V’ingannate compiutamente, signore, disse con freddezza Monte-Cristo
-che sentiva la perfida furberia del giovine, e che capì la portata
-delle sue parole; non acquistaste la mia protezione che dopo che ebbi
-prese le mie informazioni della influenza del vostro sig. padre;
-poichè finalmente chi ha procurato a me, che non aveva mai veduto
-nè voi nè l’illustre autore dei vostri giorni, la fortuna di fare la
-vostra conoscenza? Sono stati due miei buoni amici, lord Wilmore, e
-l’abate Busoni. Chi mi ha intonato, non già ad esservi garante, ma a
-proteggervi? Fu il nome di vostro padre così conosciuto e così onorato
-in Italia; personalmente io non vi conosco. — Questa calma, questa
-perfetta sicurezza, fecero conoscere ad Andrea che pel momento era
-trascinato da una mano più muscolosa della sua, e che la conversazione
-non poteva facilmente rompersi. — Sia; ma, diss’egli; mio padre ha
-dunque realmente una così gran fortuna, sig. conte?
-
-— Pare di sì, signore, rispose Monte-Cristo.
-
-— Sapete se la dote che mi ha promessa sia giunta?
-
-— Io ne ho ricevuta la lettera d’avviso.
-
-— Ma i tre milioni?
-
-— Saranno per viaggio, secondo tutte le probabilità.
-
-— Io dunque li toccherò realmente?
-
-— Ma, diamine! riprese il conte, mi sembra che fino adesso, signore, il
-danaro non vi sia mancato.
-
-Andrea fu talmente sorpreso, che non potè far a meno di rimanere
-astratto per qualche minuto.
-
-— Allora, diss’egli, uscendo dalla sua distrazione, mi rimane a
-farvi una domanda, e questa, lo capirete, quand’anche vi riuscisse
-disaggradevole...
-
-— Parlate, disse Monte-Cristo.
-
-— Mi sono messo in relazione, mercè la mia fortuna, con molte persone
-distinte, ed ho eziandio, pel momento almeno, una folla d’amici. Ma,
-ammogliandomi, come faccio, in faccia a tutta la società parigina,
-devo essere sostenuto da un nome illustre, ed in mancanza della mano
-paterna, è una mano possente che deve condurmi all’altare. Ora, mio
-padre non viene a Parigi, non è vero?
-
-— Egli è vecchio, coperto di ferite, e soffre: corre pericolo di morire
-ogni volta che viaggia.
-
-— Capisco. Ebbene! io vengo a farvi una domanda.
-
-— A me? — Sì, a voi.
-
-— E quale, mio Dio? — Ebbene! è di sostituirlo.
-
-— Eh! mio caro signore! che! dopo le numerose relazioni che ho avuto
-l’onore di avere con voi, mi conoscete tanto male da farmi una simile
-domanda? domandatemi un prestito di mezzo milione, e quantunque
-esso sia molto difficile, pure, parola d’onore! m’incomodereste
-meno. Sappiate dunque, credeva d’avervelo già detto, che nella sua
-partecipazione morale, particolarmente alle cose di questo mondo,
-giammai il conte di Monte-Cristo non ha cessato di apportare gli
-scrupoli, e dirò di più le superstizioni degli uomini d’Oriente. Io,
-che ho un serraglio al Cairo, uno a Smirne, ed uno a Costantinopoli,
-presiedere ad un matrimonio? mai!
-
-— Così, voi ricusate?
-
-— Nettamente; foste pur mio figlio, mio fratello.
-
-— Ah! gridò Andrea sconcertato, ma come fare allora?
-
-— Voi avete cento amici, lo avete detto voi stesso.
-
-— Son d’accordo, ma voi mi presentaste al sig. Danglars.
-
-— Niente affatto, ristabiliamo i fatti in tutta la loro verità: sono
-stato io che vi ho fatto pranzare con lui ad Auteuil, e foste voi che
-vi presentaste da voi stesso; diavolo! questo è ben diverso.
-
-— Sì, ma il mio matrimonio voi l’avete aiutato.
-
-— Io! in alcun modo, vi prego di crederlo; ma ricordatevi dunque ciò
-che vi dissi quando siete venuto a chiedermi di fare la domanda: «Oh!
-io non faccio mai matrimonii, mio caro principe, questo è un principio
-da me stabilito.»
-
-Andrea si morse le labbra: — Ma finalmente, diss’egli, voi almeno vi
-ritroverete là?
-
-— Vi sarà tutta Parigi? — Oh! certamente!
-
-— Ebbene! vi sarò io come tutta Parigi, disse il conte.
-
-— Voi firmerete il contratto? — Oh! non vi vedo alcun inconveniente, ed
-i miei scrupoli non vanno fin là.
-
-— Infine, giacchè non volete accordarmi di più, debbo contentarmi di
-ciò che mi date: un’ultima parola, conte.
-
-— Come dunque? — Un consiglio.
-
-— State in guardia; un consiglio è peggio di un servizio.
-
-— Oh! questo potete darmelo senza cimentarvi. — Dite.
-
-— La dote di mia moglie è di 500 mila lire?
-
-— Questa almeno è la cifra annunziatami da Danglars.
-
-— Debbo riceverla, o lasciarla nelle mani del notaro?
-
-— Ecco, in generale, come si trattano queste cose quando si vuole
-che succedano con una certa galanteria. I vostri due notari prendono
-nota del contratto per la dimane o il dopo domani: poi si scambiano
-le doti, delle quali si danno mutuamente ricevuta; indi, celebrato il
-matrimonio, mettono i milioni a vostra disposizione, come capo della
-comunità.
-
-— Gli è perchè, disse Andrea con una certa inquietudine mal
-dissimulata, mi sembrava di avere inteso dire dal mio futuro suocero,
-che egli aveva intenzione d’investire i nostri fondi in quel famoso
-affare delle strade ferrate di cui voi mi parlavate or ora.
-
-— Ebbene! ma, riprese Monte-Cristo, questo è, a quanto assicurasi da
-tutti, il mezzo che i vostri capitali siano triplicati in un anno. Il
-sig. barone Danglars è un buon padre, e sa far bene i suoi conti.
-
-— Andiamo dunque, disse Andrea, tutto va bene, salvo il vostro rifiuto
-che tuttavolta mi ferisce il cuore.
-
-— Non lo attribuite che a scrupoli molto naturali in simili
-congiunture. — Andiamo, sia dunque fatto come volete. A questa sera
-alle nove.
-
-— A questa sera. — E non ostante una leggera resistenza per parte
-di Monte-Cristo, le cui labbra impallidirono, ma che conservarono
-però il loro sorriso di cerimonia, Andrea prese la mano del conte,
-la strinse, saltò nel suo _phaéton_ e disparve. Le quattro o cinque
-ore che gli restavano fino alle nove, Andrea le impiegò in corse, in
-visite che interessavano questi amici di cui aveva parlato, a comparire
-dal banchiere con tutto il lusso dei loro equipaggi, abbagliandoli
-colle promesse di quelle azioni che in seguito fecero girare tutte
-le teste, e di cui Danglars in quel momento aveva l’iniziativa.
-Infatto alle otto e mezzo della sera la gran sala di Danglars, la
-galleria attigua a questa sala, e le tre altre sale di quel piano,
-eran piene di una folla profumata, poco attirata dalla simpatia, ma
-molto da quell’irresistibile bisogno di ritrovarsi là ove si sa che
-accade qualche cosa di nuovo. Un accademico direbbe che le serate di
-società sono una collezione di fiori che attirano le incostanti api
-affamate, insetti irrequieti. Non fa mestieri di dire che le sale erano
-risplendenti di cera, che la luce scorreva ad onde dai candelabri
-d’oro, alle tende di seta e su tutti quei mobili di cattivo gusto,
-che non avevano per loro che la ricchezza sfolgorante in tutto il suo
-splendore.
-
-Madamigella Eugenia era vestita con la semplicità più elegante: una
-rosa bianca perduta per metà nei suoi capelli neri ebano, componeva
-tutto il suo abbigliamento, che non era arricchito dal più piccolo
-gioiello. Soltanto si poteva leggere su gli occhi di lei quella
-perfetta sicurezza destinata a smentire ciò che questa candida toletta
-aveva di volgarmente verginale ai proprii occhi. La sig.ª Danglars, a
-trenta passi da lei, parlava con Debray, Beauchamp e Château-Renaud.
-Debray aveva fatto il suo ritorno in quella casa nell’occasione
-di questa grande solennità, ma come tutti gli altri, e senza alcun
-privilegio particolare.
-
-Il sig. Danglars, circondato da deputati e da uomini di finanze,
-spiegava una nuova teoria di contribuzioni, che contava di mettere in
-esercizio quando la forza delle cose avrebbe costretto il governo di
-chiamarlo al ministero.
-
-Andrea, tenendo sotto il braccio i più noti _dandys_ dell’_Opera_,
-spiegava loro abbastanza impertinentemente, atteso che aveva bisogno
-di essere ardito per sembrare disinvolto, i suoi disegni della sua
-futura vita, ed i progressi che contava di far fare nel lusso, con le
-sue 175 mila lire di rendita, alla moda parigina. La folla generale si
-aggirava nelle sale come un flusso e riflusso di turchine, di rubini,
-di smeraldi, d’opali e di diamanti. Come da pertutto, si osservava
-che le più vecchie donne erano le meglio abbigliate, e le più brutte
-quelle che si mostravano con maggiore ostinazione. Se v’era qualche
-bel giglio bianco, qualche rosa soave e profumata, bisognava cercarla
-e scoprirla nascosta in qualche angolo da una madre col turbante, o
-da una zia coll’uccello del paradiso. A ciascun momento, in mezzo a
-questa calca, a questo mormorio, a queste risa, un cameriere lanciava
-un nome conosciuto nelle finanze, rispettato nell’esercito, o illustre
-nelle lettere; allora un debole movimento nei gruppi accoglieva questo
-nome. Ma per uno che aveva il privilegio di far fremere queste orde
-umane, quanti ne passavano o accolti dalla indifferenza, o derisi
-dallo sdegno! Al momento in cui la sfera della pendola massiccia, che
-rappresentava Endimione addormito, marcava le nove sul suo quadrante
-d’oro, ed in cui la molla, fedele riproduttrice del pensiero della
-macchina, scoccava le nove, il nome del conte di Monte-Cristo risuonò
-esso pure, e come spinta da una fiamma elettrica, tutta l’assemblea
-si voltò verso la porta. Il conte era vestito di nero, e colla sua
-solita semplicità, il gilè bianco delineava il suo vasto e nobile
-petto, la cravatta nera sembrava di una freschezza singolare, tanto
-spiccava sotto il languido pallor della sua pelle; per solo gioiello
-portava una catena da gilè così sottile, che appena si scorgeva il
-piccolo filetto d’oro staccarsi sul picchè bianco. Fu fatto un cerchio
-intorno alla porta. Il conte con un sol colpo d’occhio scoperse la
-sig.ª Danglars ad una estremità della sala, il sig. Danglars all’altra,
-e madamigella Eugenia davanti a lui. Egli si avvicinò da prima alla
-baronessa che parlava colla sig.ª de Villefort, venuta sola, Valentina
-era sempre malata; e senza deviare, tanto il sentiero si apriva
-davanti a lui, passò dalla baronessa ad Eugenia, cui complimentò con
-termini così rapidi e così riservati, che l’orgogliosa artista ne fu
-tocca. Vicino a lei era madamigella Luigia di Armilly, che ringraziò
-il conte delle lettere di raccomandazione che le aveva graziosamente
-date per l’Italia, e di cui ella contava, gli disse, di far presto uso.
-Lasciando queste signore, si voltò, e si ritrovò presso a Danglars, che
-si era avvicinato per stringergli la mano.
-
-Compiti questi tre doveri sociali, Monte-Cristo si fermò movendo
-intorno a sè quello sguardo sicuro, pieno di quella particolare
-espressione delle genti di gran società e particolarmente di una certa
-portata, sguardo che sembra dire: ho fatto ciò che doveva, ora gli
-altri facciano a me ciò che mi è dovuto. Andrea, che era in un salotto
-attiguo, sentì quella specie di fremito che Monte-Cristo aveva impresso
-alla folla, e corse a salutare il conte. Lo ritrovò compiutamente
-circondato; si disputavano le sue parole, come accade generalmente
-alle persone che parlano poco, e che non dicono mai una parola senza
-significato. I notari fecero la loro entrata in quel momento, e
-vennero ad installare le loro scritture bollate sui velluti ricamati
-in oro, che coprivano la tavola preparata per la soscrizione, tavola
-di legno dorato intagliata a zampe di leone. Uno dei notari si mise a
-sedere, l’altro rimase in piedi; si stava per procedere alla lettura
-del contratto, che la metà di Parigi, presente questa solennità,
-doveva sottoscrivere. Ciascuno prese posto, o piuttosto le donne
-fecero un circolo, mentre che gli uomini, più indifferenti sul punto
-dello _stile energico_, come dice Boileaux, fecero i loro comentarii
-sull’agitazione febbrile di Andrea, sulla attenzione del sig. Danglars,
-sulla impassibilità di Eugenia, e sul modo lesto e giocoso con cui la
-baronessa trattava questo importante affare.
-
-Il contratto fu letto in mezzo al più profondo silenzio: ma terminata
-la lettura il rumore ricominciò subito nelle sale, raddoppiato
-da quello che era prima; queste somme brillanti, questi milioni
-rotolanti nell’avvenire dei due giovani, e che venivano a completare
-l’esposizione che se ne era fatta, in una camera esclusivamente
-consacrata a questo oggetto, del corredo della maritata e dei diamanti
-della giovane sposa, avevano risuonato con tutto il loro prestigio
-nella gelosa assemblea. Le grazie di madamigella Danglars ne venivano
-raddoppiate agli occhi dei giovani, e pel momento esse eclissavano lo
-splendore del sole.
-
-In quanto alle donne, non vi è bisogno di dirlo, mentre invidiavano
-questi milioni, credevano di non averne bisogno per esser belle.
-Andrea, stretto fra i suoi amici, complimentato, adulato cominciava a
-credere alla realtà del sogno che faceva; era sul punto di perdere la
-testa.
-
-Il notaro prese solennemente la penna fra due dita, l’alzò al di sopra
-della testa e disse: — Signori, si passa a sottoscrivere il contratto.
-— Il barone doveva firmare pel primo; indi il rappresentante dei
-poteri del sig. Cavalcanti padre, poi la baronessa, in seguito i futuri
-coniugi, come si dice in questo abominevole stile che ha il suo corso
-sulla carta bollata. Il barone prese la penna e sottoscrisse, poi il
-rappresentante del padre. La baronessa si avvicinò tenendo sotto il
-braccio la signora de Villefort. — Amica mia, disse ella, prendendo
-la penna, non è una cosa disperante? un inatteso incidente, giunto in
-questo affare dell’assassinio e del rubamento, di cui il sig. conte di
-Monte-Cristo per poco non è rimasto vittima, ci priva del piacere di
-avere il sig. de Villefort.
-
-— Oh! mio Dio! fece Danglars collo stesso tuono con cui avrebbe detto:
-«Ciò mi è del tutto indifferente.»
-
-— Mio Dio! disse Monte-Cristo nell’avvicinarsi, credo di esser io la
-causa involontaria di questa assenza.
-
-— Come! voi conte? disse la sig.ª Danglars sottoscrivendo. Se fosse
-così, guardatevi, non vel perdonerò mai.
-
-Andrea tendeva le orecchie. — Non è certamente per colpa mia, disse il
-conte; così desidero di constatarlo.
-
-Si ascoltò avidamente: Monte-Cristo, che tanto raramente schiudeva le
-labbra, stava per parlare.
-
-— Voi vi ricorderete, disse il conte in mezzo al più profondo silenzio,
-che fu in mia casa che morì quel disgraziato che era venuto per
-rubarmi, e che uscendo di mia casa fu ucciso, a quanto si crede, dal
-suo complice?
-
-— Sì, disse Danglars.
-
-— Ebbene! per arrecargli soccorso fu spogliato, e i suoi abiti furono
-gettati in un angolo da dove la giustizia li raccolse; ma la giustizia,
-prendendo l’abito ed i calzoni per depositarli al tribunale, aveva
-dimenticato il gilè.
-
-Andrea impallidì visibilmente e si ritirò dolcemente dalla parte
-della porta; vedeva comparire una nube sull’orizzonte, e questa gli
-sembrava racchiudere nei suoi fianchi una tempesta. — Ebbene, oggi
-si è ritrovato questo disgraziato gilè, tutto ricoperto di sangue e
-perforato nella direzione del cuore. — Le dame mandarono un grido, e
-due o tre di loro si prepararono a svenire. — Mi fu portato. Nessuno
-poteva indovinare di dove veniva questo cencio; io solo pensai che era
-probabilmente il gilè della vittima, il mio cameriere però frugando con
-ribrezzo e cautela questa funebre reliquia, ha sentito una carta nella
-saccoccia, e l’ha cavata: questo era un biglietto diretto a chi? a voi,
-barone.
-
-— A me? gridò Danglars.
-
-— Oh! mio Dio sì, a voi; son pervenuto a leggere il vostro nome sotto
-il sangue di cui è macchiato questo biglietto, rispose Monte-Cristo in
-mezzo alla irruzione della sorpresa generale.
-
-— Ma, domandò la sig.ª Danglars, guardando suo marito con inquietudine,
-in che modo ciò impedisce il sig. de Villefort?...
-
-— È semplicissimo, signora, rispose Monte-Cristo, questo gilè e questa
-lettera erano ciò che si chiamano _pezzi di convinzione_; la lettera
-e il gilè io l’ho inviati al sig. procuratore del Re: capite, mio
-caro barone, la via legale è più sicura in materia criminale, era
-forse qualche macchinazione contro di voi. — Andrea guardò fissamente
-Monte-Cristo, e disparve nella seconda sala. — È possibile, quest’uomo
-assassinato non era un antico forzato?
-
-— Sì, rispose il conte, un antico forzato, Caderousse.
-
-Danglars impallidì leggermente, Andrea lasciò la seconda sala ed entrò
-nell’anticamera. — Ma firmate dunque, disse Monte-Cristo; mi accorgo
-che il mio racconto ha messa tutta la società in azione, e ne domando
-umilmente perdono a voi, signora baronessa, ed a madamigella Danglars.
-
-La baronessa, che aveva firmato, rimise la penna al notaro. — Sig.
-principe Cavalcanti; disse il notaro, sig. principe Cavalcanti, dove
-siete?
-
-— Andrea! Andrea! ripeterono molte voci di quei giovani che erano di
-già arrivati a quel grado di intimità col nobile italiano da chiamarlo
-col suo nome di battesimo.
-
-— Chiamate dunque il principe! prevenitelo dunque che sta a lui il
-firmare! gridò Danglars ad un cameriere.
-
-Ma nel medesimo punto rifluì la folla degli assistenti spaventata,
-nella sala principale, come se qualche terribile mostro fosse entrato
-negli appartamenti, _cercando quello che doveva divorare_. Vi era
-infatto qualche cosa di che rinculare, spaventarsi, gridare. Un
-ufficiale di gendarmeria situava due gendarmi alla porta di ciascuna
-sala, e si avanzava verso Danglars, preceduto da un commissario di
-polizia cinto della sua sciarpa. La sig.ª Danglars gettò un grido e
-svenne. Il sig. Danglars, che si credeva minacciato (certe coscienze
-non sono mai tranquille) offrì agli occhi dei suoi convitati un viso
-sconvolto dal terrore.
-
-— Che vi è dunque, signore? domandò Monte-Cristo avanzandosi verso il
-commissario.
-
-— Chi di voi signori, domandò il magistrato senza rispondere al conte,
-si chiama Andrea Cavalcanti?
-
-Un grido di stupore partì da tutti gli angoli della sala.
-
-Si cercò; si interrogò. — Ma che cosa è dunque questo Andrea
-Cavalcanti? domandò Danglars quasi fuor di sè.
-
-— Un antico forzato sfuggito dalle galere di Tolone.
-
-— E che delitto ha commesso?
-
-— Egli è prevenuto, disse il commissario colla sua voce impassibile,
-di avere assassinato il nominato Caderousse, suo compagno di catena,
-al momento in cui questi uscì dal conte di Monte-Cristo. — Monte-Cristo
-gettò uno sguardo rapido intorno a sè... Andrea era sparito.
-
-
-
-
-XCVI. — LA STRADA DEL BELGIO.
-
-
-Alcuni minuti dopo la scena di confusione prodotta nelle sale del sig.
-Danglars per la comparsa inattesa del brigadiere di gendarmeria e per
-la rivelazione che ne era stata la conseguenza, il vasto palazzo si
-era vuotato, con una rapidità simile a quella che avrebbe prodotto
-l’annunzio di un caso di peste o di colera-morbus accaduto in mezzo
-ai convitati: in pochi minuti da tutte le porte, da tutte le uscite,
-ciascuno si era affrettato di ritirarsi, o piuttosto di fuggire;
-perchè questa era una di quelle congiunture nelle quali non bisogna
-neppure tentare di dare quelle cerimoniose consolazioni che sono
-solite a rendersi nelle grandi catastrofi dai migliori amici tanto
-importuni. Non era rimasto nel palazzo del banchiere che Danglars,
-chiuso nel suo gabinetto, e facendo la sua deposizione fra le mani del
-sotto-ufficiale di gendarmeria; che la sig.ª Danglars, spaventata, nel
-gabinetto che conosciamo, ed Eugenia, che, coll’occhio altero ed il
-labbro sdegnoso, si era ritirata nella sua camera colla sua inseparabil
-compagna, madamigella Luigia d’Armilly. In quanto ai numerosi
-domestici, più numerosi ancora in quella sera, che d’ordinario, perchè
-vi erano stati aggiunti, in occasione della festa, i sorbettieri, i
-cerimonieri e i maestri di casa del _Caffè di Parigi_, voltando contro
-il loro padrone la collera di ciò ch’essi chiamavano il loro affronto
-stazionavano a gruppi nell’officio, nelle cucine, nelle loro camere
-inquietandosi molto poco del servizio, che del resto si ritrovava
-naturalmente interrotto. In mezzo a questi differenti personaggi,
-frementi per interessi diversi, due soli meritano che ci occupiamo di
-loro: madamigella Eugenia Danglars, e madamigella Luigia d’Armilly. La
-giovane fidanzata, lo abbiamo detto, si era ritirata con aria altera,
-col labbro sdegnoso, e con l’andamento di una regina oltraggiata,
-seguita dalla sua compagna più pallida e più commossa di lei. Giungendo
-nella sua camera, Eugenia chiuse la porta per di dentro, mentre che
-Luigia cadeva sur una sedia.
-
-— Oh! mio Dio! mio Dio! che cosa orribile! disse la giovane cantante;
-e chi poteva dubitare di questo? il sig. Andrea Cavalcanti... un
-assassino... un forzato fuggito dalla galera.... un forzato!... — Un
-sorriso ironico increspò le labbra di Eugenia.
-
-— In verità, io era predestinata, diss’ella: sfuggo da Morcerf per
-cadere in Cavalcanti.
-
-— Oh! non confondiamo l’uno con l’altro, Eugenia.
-
-— Taci, tutti gli uomini sono infami, son felice di poter far di più
-che detestarli: or li disprezzo.
-
-— Che faremo? domandò Luigia.
-
-— Ciò che dovevamo fare fra tre giorni... partire.
-
-— Così, quantunque non ti mariti più, tu vuoi sempre...
-
-— Ascolta, Luigia; ho in orrore questa vita della società sempre
-ordinata, misurata, regolata come un nostro foglio di musica. Ciò che
-sempre ho desiderato, voluto, ciò che ha formato la mia ambizione, è
-stata sempre la vita dell’artista, la vita libera, indipendente, in
-cui non si ha a render conto che a sè. Restare, per far che? perchè si
-tenti fra un mese di maritarmi nuovamente; a chi, al sig. Debray forse
-come ne è stato per un momento parola? No, Luigia, no; l’avventura di
-questa sera mi servirà di scusa; io non ne cercava, non ne domandava,
-Dio mi ha inviato questa, essa sia la benvenuta.
-
-— Come tu sei forte e coraggiosa!
-
-— Non mi conosci ancora? Andiamo, Luigia, parliamo dei nostri affari.
-La carrozza di posta...
-
-— È fortunatamente comprata da tre giorni.
-
-— L’hai fatta condurre dove dobbiam prenderla?
-
-— Sì. — Il nostro passaporto? — Eccolo.
-
-Ed Eugenia colla sua abituale freddezza, spiegò la carta bollata e
-lesse.
-
- «Sig. Leone d’Armilly, dell’età di venti anni, professione
- artista; capelli neri, occhi neri; viaggiando con sua sorella.»
-
-— A meraviglia! con che mezzo tel sei procurato?
-
-— Andando dal sig. di Monte-Cristo a chiedere delle lettere di
-raccomandazione per gl’impresari dei teatri di Roma e di Napoli, gli ho
-espresso i miei timori di viaggiare da donna; egli li ha perfettamente
-capiti, si è messo a mia disposizione per procurarmi un passaporto da
-uomo, e due giorni dopo ho ricevuto questo, al quale ho aggiunto di mia
-propria mano: _viaggiando con sua sorella_.
-
-— Ebbene, disse allegramente Eugenia, non si tratta più che di fare
-i nostri bauli; partiremo la sera della sottoscrizione del contratto,
-invece di partire la sera delle nozze; ecco tutto.
-
-— Rifletteteci bene, Eugenia.
-
-— Oh! tutte le mie riflessioni sono fatte; sono stanca di non sentire
-parlare che di riporti, di fine del mese, dell’alzarsi e abbassarsi
-dei fondi spagnuoli, dei _boni_ di Haïti. Invece di tutto ciò, l’aria,
-la libertà, il canto degli uccelli, la pianura della Lombardia, i
-canali di Venezia, i palazzi di Roma, la spiaggia di Napoli. Quanto
-possediamo, Luigia?
-
-La giovanetta che s’interrogava cavò da uno scrigno intarsiato un
-piccolo portafogli colla serratura che aprì, e nel quale contò 23
-biglietti di banca.
-
-— Ventitremila franchi, diss’ella.
-
-— E per altrettanto almeno di perle, di diamanti, e di gioielli,
-disse Eugenia: siamo ricche. Con 45mila franchi abbiam di che vivere
-da principesse per due anni, o convenevolmente per quattro. Ma prima
-di sei mesi, tu colla musica, io colla voce, avrem raddoppiato il
-capitale. Andiamo, incaricati del danaro, io m’incarico del bauletto
-dei gioielli, dimodochè se una di noi due avesse la disgrazia di
-perdere il suo tesoro, l’altra avrebbe sempre il suo. Ora, la valigia,
-sollecitiamoci; la valigia.
-
-— Aspetta, disse Luigia andando ad ascoltare alla porta della sig.ª
-Danglars. — Che temi tu?
-
-— Che qualcuno non ci sorprenda.
-
-— La porta è chiusa.
-
-— Che non ci ordinino d’aprire.
-
-— Che l’ordinino se vogliono, noi non apriremo.
-
-— Tu sei una vera amazzone, Eugenia! — E le due giovanette, con una
-prodigiosa attività, si misero ad affastellare in un baule tutti gli
-oggetti da viaggio di cui esse credevano di aver bisogno.
-
-— Ecco fatto, disse Eugenia; or mentre io cambio di costume, tu chiudi
-la valigia.
-
-— Ma io non posso, non ho forza; chiudila tu.
-
-— Ah! è giusto, disse ridendo Eugenia, dimenticava che io sono Ercole,
-e tu la pallida Omfale.
-
-E la giovanetta appoggiando il ginocchio sul coperchio del baule,
-contrasse le braccia bianche e muscolose fin che le due parti furon
-riunite, e madamigella d’Armilly passasse il lucchetto negli anelli
-delle due spranche. Terminata questa operazione, Eugenia aprì un
-cassetto, del quale portava indosso la chiave, e ne cavò un mantello da
-viaggio di seta violetta ovattato: — Prendi, diss’ella, tu vedi che ho
-pensato a tutto, con questo mantello tu non avrai freddo.
-
-— Ma tu? — Oh! io non ho mai freddo, tu lo sai bene; d’altra parte con
-questi abiti da uomo...
-
-— Tu ti vesti qui? — Senza dubbio.
-
-— Ma ne avrai il tempo?
-
-— Non aver la minima inquietudine, poltrona; tutte le nostre genti sono
-occupate dal grande affare. D’altra parte, vi è niente di maraviglioso,
-quando si pensa alla grande disposizione, in cui devo essere, e che io
-mi sia rinchiusa?
-
-— Sì, è vero, tu mi tranquilli...
-
-— Vieni dunque, aiutami. — E dal medesimo cassetto dal quale aveva
-tolto il mantello, che aveva regalato a madamigella d’Armilly, e col
-quale questa si era coperte le spalle, cavò un abbigliamento completo
-da uomo, dagli stivaletti fino al cappello, con una provvisione di
-biancheria in cui non vi era niente di superfluo, ma in cui nulla
-mancava del necessario. Allora, con prestezza che faceva conoscere che
-senza dubbio, non era la prima volta che vestiva gli abiti di un altro
-sesso, Eugenia calzò gli stivaletti, infilò i pantaloni, si annodò la
-cravatta, abbottonò fino al collo un gilè a due petti, ed indossò un
-soprabito che delineava la sua corporatura svelta e ben fatta.
-
-— Oh! benissimo! in verità benissimo! disse Luigia guardandola con
-ammirazione; ma questi bei capelli neri, queste trecce magnifiche, che
-facevano sospirare d’invidia tutte le donne, potranno essere contenute
-sotto un cappello da viaggio come questo?
-
-— Tu starai a vedere, disse Eugenia. — Ed afferrando colla mano
-sinistra la folta treccia, sulla quale appena arrivavano a riunirsi le
-sue lunghe dita, colla destra prese una forbice, e ben presto sentissi
-stridere l’acciaro in mezzo della lunga e splendida chioma, che cadde
-tutta intera ai piedi della giovanetta, rovesciata in addietro per
-allontanarla dal soprabito. Indi, abbattuta la treccia superiore, passò
-a quelle sulle tempia, che abbattè successivamente senza lasciarsi
-sfuggire il minimo atto di dispiacere: al contrario, gli occhi
-brillarono più vivi e più allegri del consueto sotto le sopracciglia
-nere come l’ebano: — Oh! che capelli magnifici! disse Luigia con
-rincrescimento.
-
-— E non sto cento volte meglio così? gridò Eugenia lisciandosi gli
-sparsi boccoli della sua pettinatura divenuta mascolina, e non mi trovi
-ancor più bella così?
-
-— Oh! tu sei sempre bella! ma ora dove andiamo?
-
-— A Bruxelles, se vuoi, è la frontiera più vicina; raggiungeremo
-Bruxelles, Liegi, Aix-la-Chapelle; risaliremo il Reno fino a
-Strasburgo, traverseremo la Svizzera, e discenderemo in Italia per il
-San-Gottardo; ti accomoda così?
-
-— Sì. — Ma che cosa guardi?
-
-— Io guardo te. In verità, tu sei così adorabile, si direbbe che mi hai
-rapita.
-
-— E poffar di bacco! si avrebbe ragione.
-
-— Oh! io credo che tu abbia ragione, Eugenia!
-
-E le due giovanette, che ciascuno avrebbe credute immerse nelle
-lagrime, l’una per conto proprio, l’altra per affezione alla sua amica,
-scoppiarono in una risata, facendo sparire tutte le tracce più visibili
-del disordine che naturalmente aveva accompagnato gli apparecchi della
-loro evasione. Indi, avendo spenti i lumi, coll’occhio interrogatore,
-l’orecchie all’erta, il collo teso, le due fuggitive aprirono la porta
-di un gabinetto di toletta che metteva in una sala interna e di là fino
-al cortile, Eugenia camminando la prima, e sostenendo con un braccio
-l’ansa della valigia, dall’altra parte sostenuta da madamigella Armilly
-sollevandola appena con ambe le mani. Suonava mezza notte, il cortile
-era vuoto. Il portinaro vegliava ancora. Eugenia si accostò dolcemente,
-e vide dai vetri il degno svizzero che dormiva in fondo al casotto
-sdraiato sul sofà.
-
-Ella ritornò verso Luigia, riprese il baule che per un momento aveva
-deposto a terra, ed entrambe, seguendo l’ombra proiettata dal muro,
-raggiunsero la volta. Eugenia fe’ nascondere Luigia in un angolo della
-porta, in modo che il portinaro, se per caso avesse voluto alzarsi,
-non avesse veduta che una persona. Indi offrendosi al pieno raggio del
-lampione che illuminava il cortile: — La porta! gridò ella colla sua
-più bella voce da contralto, battendo sulla invetriata. Il portinaro si
-alzò, come lo aveva preveduto Eugenia, e fece ancora qualche passo per
-riconoscere la persona che usciva, ma vedendo un giovinotto che batteva
-impazientemente il bastoncino sui calzoni, aprì sul momento. Luigia
-tosto si strisciò come un serpente dalla porta semi-aperta, e balzò
-leggermente di fuori. Eugenia, tranquilla in apparenza, quantunque,
-secondo ogni probabilità, il suo cuore contasse più pulsazioni che
-d’ordinario, uscì a sua volta. Passava un commissionario, fu incaricato
-di portare il baule; indi le due giovanette gl’indicarono come meta
-della loro corsa la strada della Vittoria n. 36. Esse camminarono
-dietro a quest’uomo, la cui presenza tranquillava Luigia; in quanto ad
-Eugenia, era forte come Giuditta, o come Dalila. Si giunse al numero
-indicato. Eugenia ordinò al commissionario di depositare il baule, gli
-regalò alcune monete, e dopo aver battuto ad una persiana, lo licenziò.
-Questa persiana era quella di una piccola curandaia di già prevenuta,
-che non era ancora andata a dormire. Ella aprì. — Madamigella, disse
-Eugenia, fate cavare dal portinaro la carrozza dalla rimessa, e mandate
-a prendere i cavalli al palazzo della posta. Ecco cinque fr. per
-l’incomodo che gli diamo.
-
-— In vero, disse Luigia, ti ammiro, e direi quasi, ti rispetto. — La
-curandaia guardava con meraviglia; ma siccome era stato convenuto che
-vi sarebbero venti luigi per lei, non fece la più piccola osservazione.
-Un quarto d’ora dopo, il portinaro ritornava conducendo il postiglione
-ed i cavalli che, in un giro di mano, furono attaccati alla carrozza,
-sulla quale il portinaro assicurò il baule per mezzo di una corda e di
-uno strettoio.
-
-— Ecco il passaporto, disse il postiglione; che strada prendiamo?
-
-— Quella di Fontainebleau, rispose Eugenia con voce quasi maschile.
-
-— Ebbene! che dici dunque? domandò Luigia.
-
-— Rendo il cambio, disse Eugenia; questa donna alla quale diamo venti
-luigi può tradirci per quaranta: sul baluardo prenderemo un’altra
-direzione. — E la giovanetta si slanciò nella brisca, preparata con
-tutti i comodi, senza neppure toccare il montatore. Un quarto d’ora
-dopo, il postiglione, rimesso nel diritto sentiero, oltrepassava,
-facendo schioppettare la frusta, il cancello della barriera
-Saint-Martin. — Ah! disse Luigia respirando, eccoci dunque uscite di
-Parigi.
-
-— Sì, mia cara, e il ratto è bello e bene combinato.
-
-— Sì, ma senza violenza.
-
-— Farò valere questo, come _circostanza attenuante_, rispose Eugenia.
-— Queste parole si perderono col rumore che facea la carrozza sul
-selciato della Villette.
-
-Il sig. Danglars non avea più figlia.
-
-
-
-
-XCVII. — L’ALBERGO DELLA CAMPANA E DELLA BOTTIGLIA.
-
-
-Ed ora lasciamo madamigella Danglars e la sua amica scorrere sulla
-strada di Bruxelles, e ritorniamo al povero Andrea Cavalcanti, così
-disgraziatamente fermato nello scatto della sua fortuna. Ad onta
-della sua giovane età, Andrea Cavalcanti era un uomo molto destro ed
-intelligente. Così ai primi rumori che penetrarono nelle sale, lo
-abbiam veduto gradatamente accostarsi alla porta, traversare una o
-due camere, e finalmente sparire. Una cosa che abbiam dimenticato di
-ricordare, e che, non pertanto, non deve essere omessa, si è che in una
-di queste due camere, che dovè traversare, stava esposto il corredo
-della sposa: scrigni di diamanti, scialli di casimiro, merletti di
-Valencienne, veli di Inghilterra, e tutto ciò infine, che in questo
-mondo vi è di oggetti tentatori, il cui nome soltanto fa balzare di
-gioia il cuore delle giovanette, e che concorre a formare ciò che i
-francesi chiamano _corbeille_. Ora, passando da questa camera, cosa che
-prova che non solo il giovine era molto destro e molto intelligente,
-ma ancor molto previdente, egli afferrò l’astuccio che conteneva il
-più ricco adornamento in brillanti di quanti erano là esposti. Munito
-di questo compagno Andrea si era sentito di metà più leggero, per
-saltare dalla finestra, e sfuggir dalle mani dei gendarmi. Grande e
-snello come l’antico giostratore, muscoloso come uno spartano, Andrea
-aveva fatta una corsa di un quarto d’ora senza sapere ove andava, e
-nello scopo soltanto d’allontanarsi dal luogo, ove per poco non era
-stato arrestato. Partendo dalla strada Mont-Blanc, con quell’istinto
-dei ladri per le barriere, che i lepri hanno per i cespugli, si era
-ritrovato in capo alla strada Lafayette.
-
-Là, soffocato, anelante, si fermò: era perfettamente solo, ed aveva
-alla sinistra il recinto di San Lazzaro, vasto deserto; alla destra
-Parigi in tutta la sua profondità.
-
-— Sono io perduto? domandò a sè stesso. No, posso usare un’attività
-superiore a quella dei miei nemici. La mia salvezza è dunque divenuta
-semplicemente una questione di miriametri. — In quel momento scoprì,
-salendo l’alto del sobborgo Poissoniére, un _cabriolet_ di piazza, il
-cui cocchiere meditabondo, fumando la pipa, sembrava voler raggiungere
-l’estremità opposta del sobborgo Saint-Denis ove senza dubbio faceva la
-sua stazione ordinaria.
-
-— Ehi! amico! disse Benedetto. — Che c’è? domandò il cocchiere. — Il
-vostro cavallo è stanco?
-
-— Stanco! ah sì davvero! non ha fatto niente in tutta la santa
-giornata. Quattro cattive corse e venti soldi di mancia; in tutto sette
-fr. ed io devo darne dieci al padrone!
-
-— Volete aggiungere a questi sette fr. altri venti?
-
-— Con piacere, venti fr. non sono da disprezzarsi. Che si deve fare?
-sentiamo.
-
-— Una cosa facilissima, semprechè il cavallo non sia stanco.
-
-— Vi dico che andrà come un zeffiro; il tutto sta di dire da qual parte
-volete che io vada.
-
-— Dalla parte del Louvres.
-
-— Ah! ah! lo conosco: il paese del ratafià!
-
-— Precisamente. Si tratta semplicemente di raggiungere un amico, col
-quale domani mattina debbo andare alla caccia a Chapelle-en-Serval.
-Doveva aspettarmi qui fino alle undici e mezzo, è mezza notte; egli si
-sarà stancato di aspettarmi, e sarà partito solo.
-
-— È probabile. — Ebbene, volete tentare di raggiungerlo? — Non chiedo
-di meglio. — Ma se noi non lo raggiungiamo di qui a Bourget, avrete
-venti fr. Se non lo raggiungiamo di qui a Louvres, trenta.
-
-— E se lo raggiungiamo?
-
-— Quaranta, disse Andrea che aveva avuto un momento di esitazione, ma
-che aveva riflettuto che non arrischiava niente a promettere.
-
-— Così va bene! disse il cocchiere. Montate, e in cammino!
-
-Andrea montò nel _cabriolet_ che, con una rapida corsa, traversò il
-sobborgo Saint-Denis, costeggiò il sobborgo Saint-Martin, traversò
-la barriera, e infilò nella interminabile Villette. Si aveva un bel
-fare a raggiungere questo amico chimerico; però a quando a quando
-ai passaggieri in ritardo, alle bettole ancora aperte, Cavalcanti
-chiedeva informazioni di un _cabriolet_ verde, attaccato ad un cavallo
-baio-scuro; e, siccome sulla strada dei Paesi-Bassi circola un buon
-numero di _cabriolet_ dei quali nove decimi son verdi, le informazioni
-piovevano ad ogni passo. Tutti lo avevano sempre poco prima veduto
-passare; non aveva più di 500 passi di vantaggio, non ne aveva più
-di 200, non ne aveva più di cento; finalmente si raggiungeva, si
-sorpassava, non era quello. Una volta il _cabriolet_ fu passato egli
-pure, da un calesse rapidamente trasportato al galoppo da due buoni
-cavalli da posta: — Ah! disse a sè stesso Cavalcanti, se avessi quel
-calesse, quei due buoni cavalli, e soprattutto il passaporto che
-abbisogna per prenderli!
-
-Ed egli sospirò profondamente. Questo calesse era quello che
-trasportava madamigella Danglars e madamigella d’Armilly. — Andiamo!
-andiamo! disse Andrea, non possiamo tardare a raggiungerlo. — Il
-povero cavallo riprese il trotto arrabbiato che aveva continuato dalla
-barriera, e giunse fumante a Louvres. — Ah! disse Andrea, vedo bene
-che non raggiungerò il mio amico, e che ammazzerei il vostro cavallo.
-Così adunque val meglio che mi fermi. Ecco i vostri trenta fr., io me
-ne vado a dormire al Cavallo-Rosso, e nella prima carrozza nella quale
-troverò un posto, lo prenderò. Buona sera, amico mio. — Ed Andrea,
-dopo aver messe sei monete da 5 fr. nella mano del cocchiere, saltò
-lestamente sul battuto della strada. Il cocchiere mise allegramente
-la somma in saccoccia, e riprese al passo la strada di Parigi; Andrea
-finse di andare al Cavallo-Rosso; ma dopo essersi fermato un momento
-alla porta, aspettando che il rumore del _cabriolet_ si perdesse
-all’orizzonte, riprese la sua strada, e con un passo ginnastico molto
-svelto, compì una corsa di due leghe. Là egli si riposò; doveva essere
-vicino alla Chapelle-en-Serval ove aveva detto di andare. Non era la
-fatica che fermava Andrea Cavalcanti, ma il bisogno di prendere una
-risoluzione, la necessità di adottare un disegno. Montare in diligenza
-era impossibile; prendere la posta egualmente. Per viaggiare nell’uno o
-nell’altro modo il passaporto è di prima necessità.
-
-Dimorare nel dipartimento dell’Oise, vale a dire in uno dei
-dipartimenti più scoperti, e più sorvegliati della Francia era
-egualmente impossibile, soprattutto ad un uomo come Andrea, esperto in
-materia criminale. Egli si sedè sulle rive del fosso, lasciossi cader
-la testa fra le mani e riflettè. Dieci minuti dopo rialzò la testa: la
-risoluzione era già presa. Coprì di polvere una parte del _palettò_ che
-aveva avuto il tempo di staccare dall’anticamera, e di abbottonarsi al
-di sopra del suo abito da ballo, e giungendo alla Chapelle-en-Serval
-andò a battere arditamente alla porta del solo albergo del paese.
-L’oste venne ad aprire.
-
-— Amico mio, disse Andrea, io andava da Morte-Fontaine a Senlis,
-quando il mio cavallo, che è un animale cattivo, ha fatto una
-scartata, e mi ha cacciato a dieci passi. Questa notte mi necessita di
-giungere a Compiègne sotto pena di causare le più vive inquietudini
-alla mia famiglia, avreste un cavallo da darmi in fitto? — Buono o
-cattivo, un albergatore ha sempre un cavallo. L’albergatore della
-Chapelle-en-Serval chiamò il garzone di stalla, gli ordinò d’insellare
-il _Bianco_, e risvegliò suo figlio, ragazzo di sette anni, il quale
-doveva montare in groppa del signore, per ricondurre il quadrupede.
-Andrea pagò venti fr. all’albergatore e, cavandoli di saccoccia, lasciò
-cadere un biglietto di visita. Questo biglietto era quello di uno dei
-suoi amici del caffè di Parigi, dimodochè l’albergatore, quando Andrea
-fu partito, ed ebbe raccolto il biglietto di saccoccia, fu convinto
-di aver dato infatto il suo cavallo al sig. conte de Maulion strada
-S. Domenico n. 25: erano il nome e l’indirizzo che si trovavano sul
-biglietto.
-
-Il _Bianco_ non andava presto, ma andava con un passo uguale e
-continuo; in tre ore e mezzo Andrea fece le nove leghe che lo
-separavano da Compiègne; suonavano le quattro all’orologio del Palazzo
-di Città, quando giunse sulla piazza dove si fermano le diligenze. A
-Compiègne vi è un eccellente albergo, di cui si ricordano quelli stessi
-che non vi hanno alloggiato che una sola volta. Andrea, che vi aveva
-fatta una fermata in una delle sue corse nei dintorni di Parigi, si
-risovvenne dell’albergo della Campana e della Bottiglia: si orizzontò,
-vide al chiaror del lampione la tabella indicatrice, e dopo aver
-congedato il fanciullo, al quale regalò quanto aveva di piccola moneta,
-andò a battere alla porta riflettendo con molta aggiustatezza, che egli
-aveva tre o quattro ore di vantaggio, e che il meglio era di premunirsi
-con un buon sonno, ed una buona cena, contro le fatiche future. Il
-cameriere gli venne ad aprire.
-
-— Amico mio, disse Andrea, vengo da S. Giovanni del Bosco, ove ho
-pranzato; contava prendere la carrozza che passa a mezza notte, ma mi
-son perduto come uno stupido, e son già quattro ore che passeggio nella
-foresta. Datemi una di queste belle camerine che danno sul cortile, e
-fatemi portare un pollo freddo ed una bottiglia di vino di Bordò.
-
-Il cameriere non ebbe alcun sospetto: Andrea parlava con la più
-perfetta tranquillità; il sigaro in bocca e le mani nelle saccocce del
-_palettò_; i suoi abiti erano eleganti, la barba fatta di recente, gli
-stivali irreprensibili; aveva l’aspetto di un vicino che avesse fatto
-tardi, ecco tutto.
-
-Mentre il cameriere preparava la sua camera l’ostessa si alzò; Andrea
-l’accolse col più grazioso sorriso, e le domandò se poteva avere la
-camera n. 3 in cui aveva già dormito l’ultima volta che era passato
-da Compiègne; disgraziatamente il n. 3 era preso da un giovine che
-viaggiava con sua sorella. Andrea parve disperato; egli non si consolò
-che allorquando l’ostessa lo ebbe assicurato che il n. 7, che si stava
-preparando, aveva assolutamente la medesima disposizione del n. 3,
-e scaldandosi i piedi, e parlando delle ultime corse di Chantilly,
-aspettò che gli venisse annunziato che la camera era in ordine. Non
-era senza ragione che Andrea aveva parlato di quei belli appartamenti
-che davano sul cortile; il cortile dell’albergo della Campana aveva
-una triplice fila di galleria che gli dava l’aspetto di un anfiteatro,
-con i suoi gelsomini e le sue clematidi, che salivano lungo le colonne
-leggiere come una decorazione naturale e uno dei più graziosi ingressi
-d’albergo che sieno al mondo. Il pollo era fresco, il vino vecchio,
-il fuoco chiaro e favillante; Andrea cenando si sorprese del suo buon
-appetito, come se nulla gli fosse accaduto, indi andò a letto, e si
-addormentò subito con quel sonno implacabile che l’uomo di trent’anni
-trova sempre, anche quando ha dei rimorsi. Ora noi siamo sforzati di
-confessare che Andrea avrebbe potuto avere dei rimorsi, ma che non ne
-aveva. Ecco qual era l’idea di Andrea, idea che gli aveva portata la
-maggior parte della sua sicurezza.
-
-Col giorno si sarebbe alzato, uscirebbe dall’albergo dopo aver
-pagato scrupolosamente i suoi conti; s’internerebbe nella foresta,
-comprerebbe, sotto pretesto di fare degli studii di pittura,
-l’ospitalità di un contadino; si procurerebbe un abito da campagnuolo
-spogliandosi della pelle di leone per prendere quella dell’artista;
-indi colle mani terrose, i capelli imbruniti da un pettine di piombo,
-colla tinta della pelle alterata da una preparazione di cui i suoi
-antichi camerati gli avevan data la ricetta, di foresta in foresta
-giungerebbe alla frontiera più vicina, camminando la notte, dormendo
-il giorno nel bosco, senza avvicinarsi ai luoghi abitati che per
-comprare a quando a quando del pane. Superata una volta la frontiera,
-Andrea avrebbe fatto denari coi suoi diamanti, riunito il prezzo che
-ne avrebbe ricavato, ad una diecina di biglietti di banca che portava
-sempre indosso per qualunque accidente, si ritroverebbe ancora padrone
-di un 50 mila fr. che non sembravano alla sua filosofia un peggio
-andare troppo rigoroso. D’altra parte egli contava molto sulla premura
-che avevano i Danglars ad estinguere il rumore della loro disavventura.
-
-Ecco perchè, oltre la stanchezza, Andrea dormì così presto e così
-bene. D’altra parte per esser sveglio di buon mattino, Andrea non aveva
-chiuse le persiane, si era soltanto contentato di mettere il catenaccio
-alla porta, e di tenere aperto, sulla sua tavola da notte, un certo
-coltello molto puntuto, di cui conosceva la eccellente tempra, e che
-non lasciava mai. Circa alle sette del mattino fu svegliato da un
-raggio di sole che gli veniva tiepido e brillante sul viso.
-
-In tutti i cervelli bene organizzati l’idea dominante, (ve ne è sempre
-una) è quella che dopo essersi addormita per l’ultima, illumina per la
-prima il pensiero nello svegliarsi. Andrea non aveva ancora interamente
-aperti gli occhi, che il suo pensiero dominante già lo possedeva, e gli
-soffiava all’orecchio che aveva dormito troppo lungamente.
-
-Saltò a basso dal letto e corse ad una finestra.
-
-Un gendarme traversava il cortile. Un gendarme è uno di quegli oggetti
-che più colpiscono in questo mondo, anche per l’occhio di un uomo senza
-inquietudini; ma per ogni coscienza timorosa e che ha qualche motivo
-di esserlo, il giallo, il blu ed il bianco di cui si compone la sua
-uniforme, diventano colori spaventevoli: — Perchè un gendarme? domandò
-a sè stesso Andrea: indi si rispose con quella logica che il lettore ha
-di già notato in lui:
-
-— Un gendarme non ha niente che debba meravigliare in un’osteria: non
-ce ne meravigliamo adunque, ma vestiamoci. — Ed il giovine si vestì
-con una rapidità che non aveva potuto fargli perdere il suo cameriere,
-durante i pochi mesi di vita elegante che aveva condotta a Parigi.
-
-— Buono! disse Andrea nel vestirsi, aspetterò che sia partito, e
-quando sarà partito lui, signerò io. — E mentre diceva queste parole,
-e mettendosi la cravatta, ritornò dolcemente alla finestra, e sollevò
-una seconda volta la tendina di mussola. Non solo il primo gendarme
-non era partito, ma il giovine scoperse una seconda uniforme blu,
-gialla e bianca alla fine della scala, la sola per la quale si poteva
-discendere, mentre che una terza a cavallo e colla carabina in mano
-stava di sentinella sulla porta di strada, la sola per la quale si
-poteva uscire. Questo terzo gendarme era significativo all’ultimo
-grado; perchè davanti a lui si estendeva un semi-cerchio di curiosi che
-bloccavano ermeticamente la porta dell’albergo. — Io son cercato! fu
-il primo pensiero di Andrea. Diavolo! — Il pallore investi la fronte
-del giovine, egli guardò intorno a sè con ansietà. La sua camera,
-come tutte quelle di questo piano, non aveva altra uscita che dalla
-galleria esterna scoperta agli sguardi di tutti. — Io son perduto!
-fu il suo secondo pensiero. — Infatto per un uomo nella situazione
-di Andrea, l’arresto voleva dire: sedute, giudizio, morte, morte
-senza misericordia e senza dilazione. Per un momento egli compresse
-convulsivamente la testa fra le mani; e poco mancò che non diventasse
-pazzo dalla paura. Ma ben presto, da questa folla di pensieri che si
-urtavano nella sua testa ne uscì un pensiero di speranza; un pallido
-sorriso si delineò sulle sue labbra tremanti e sulle guance contratte:
-guardò intorno a sè; gli oggetti che cercava si ritrovavano riuniti sul
-marmo di un tavolino: erano una penna, un calamaio e della carta: ed
-ei scrisse, con una mano alla quale comandò di esser ferma, le linee
-seguenti sul primo foglio del quaderno.
-
- «Io non ho danaro per pagare, ma sono un uomo onesto; lascio in
- pegno questo spillo che vale dieci volte la spesa che ho fatto.
- Mi si perdonerà di essere fuggito alla punta del giorno, io era
- vergognoso!»
-
-Levò lo spillo dalla sua cravatta e lo depose sul foglio.
-
-Ciò fatto, invece di lasciare i catenacci, li levò, socchiuse anzi la
-porta, come se fosse uscito dalla sua camera dimenticando di chiuderla,
-ed arrampicandosi nella cappa del camino, come un uomo già avvezzo
-a questa specie di ginnastica, attirò innanzi a sè il paracamino
-ricoperto con una carta che rappresentava Achille in casa di Deidamia;
-cancellò coi piedi anche la traccia dei passi nella camera, e scalò
-la cappa che gli offriva la sola via di salvezza nella quale sperava
-ancora. In questo momento il primo gendarme che aveva colpito la vista
-di Andrea saliva la scala, preceduto da un commissario di polizia, e
-sostenuto dal secondo gendarme che guardava l’estremità della scala,
-il quale poteva egli stesso aspettare rinforzo da quello che stazionava
-alla porta. Ecco a che cosa Andrea doveva questa visita, che con tanta
-pena si era dispensata dal ricevere.
-
-Alla punta del giorno, i telegrafi erano stati messi in moto in
-tutte le direzioni e ciascuna località ch’era stata avvisata, quasi
-immediatamente aveva risvegliato le autorità e lanciata la forza
-pubblica alla ricerca dell’uccisore di Caderousse. Compiègne, residenza
-reale; Compiègne città di caccia; Compiègne, città di guarnigione, è
-abbondantemente provvista di autorità, di gendarmi e di commissari
-di polizia. Le visite eran dunque cominciate subito dopo l’ordine,
-ed essendo telegrafico, l’osteria della Campana e della Bottiglia,
-la prima osteria della città, si era naturalmente incominciato da
-lei. Del resto dopo il rapporto delle sentinelle che erano state di
-guardia durante la notte al Palazzo di Città (il Palazzo di Città era
-attiguo all’albergo della Campana), era stato constatato che diversi
-viaggiatori erano discesi durante la notte al detto albergo. La
-sentinella che era stata rilevata alle sei del mattino si ricordava
-ancora, che al momento in cui era stata messa in fazione, vale a dire a
-quattro ore e alcuni minuti, aveva veduto che un giovine che cavalcava
-un cavallo bianco con un ragazzetto in groppa, era andato a bussare
-all’albergo della Campana apertosi davanti a lui, e chiuso dopo di lui.
-
-Su questo giovine, che aveva fatto tanto tardi si erano fermati tutti i
-sospetti. Or questo giovine non era altro che Andrea! Per la sicurezza
-di questi dati, il commissario di polizia ed il gendarme, che era un
-brigadiere, s’incamminavano verso la porta di Andrea. Questa porta era
-socchiusa.
-
-— Oh! oh! disse il brigadiere, vecchia volpe nutrita nelle furberie
-dello stato, cattivo indizio una porta aperta! l’avrei meglio amata
-chiusa con triplice catenaccio.
-
-Infatto la piccola lettera e lo spillo lasciati da Andrea sulla tavola
-confermarono, o piuttosto appoggiarono la trista verità: Andrea era
-fuggito. Noi diciamo appoggiarono, perchè il brigadiere non era uomo
-da arrendersi ad una sola prova. Guardò intorno a sè, cacciò l’occhio
-sotto il letto, spiegò le tende, aprì gli armadii, e finalmente si
-fermò al caminetto.
-
-Mercè le cautele di Andrea, non era rimasta alcuna traccia del suo
-passaggio nelle ceneri. Però questa era una uscita; ed in simili
-congiunture, tutte le uscite devono formare l’oggetto di una seria
-investigazione. Il brigadiere si fece dunque portare una fascina e
-della paglia, ne fece un inviluppo, e lo calcò nel caminetto come
-avrebbe fatto in un mortaio da bomba, e vi appiccò il fuoco. Il fuoco
-fece crepitare le pareti della cappa; una colonna opaca di fumo
-ai slanciò pel condotto e salì verso il cielo, ma non vide cadere
-il prigioniere come si aspettava. Ciò era perchè Andrea, in lotta
-colla società fin dalla giovinezza, valeva bene un gendarme, fosse
-anche stato elevato al grado rispettabile di brigadiere; prevedendo
-dunque l’incendio, era salito sul tetto, e si era nascosto dietro il
-comignolo.
-
-Per un momento ebbe qualche speranza di essersi salvato, perchè intese
-il brigadiere che, chiamando i due compagni diceva loro ad alta voce,
-«non c’è più.» Ma allungando dolcemente il collo, vide i due gendarmi
-che, invece di ritirarsi, come sembrava naturale dopo un simile
-annunzio, raddoppiavano l’attenzione. Allora a sua volta girò intorno a
-sè lo sguardo: il Palazzo di Città, fabbrica colossale del sedicesimo
-secolo, s’innalzava come un tetro muro alla sua destra, e, per le
-aperture del monumento, si poteva scorgere in tutti gli angoli e contro
-angoli del tetto, come dall’alto della montagna si vede nella vallata.
-Andrea comprese che in breve avrebbe veduto comparire la testa del
-brigadiere di gendarmeria a qualcuna di quelle aperture. Scoperto, egli
-era perduto, una caccia sul tetto non gli si presentava con probabilità
-di successo.
-
-Risolvè dunque di ritornare a discendere, non per lo stesso camino da
-cui era venuto, ma per un camino analogo. Cercò con gli occhi quella
-cappa di camino che non mandava fumo, la raggiunse andando carpone sul
-tetto, e disparve dal suo orifizio senza essere stato veduto da alcuno.
-Un momento dopo si aprì una piccola finestra del Palazzo di Città, e
-lasciò vedere la testa del brigadiere di gendarmeria, che rimase per
-alcuni minuti immobile, come uno di quei bassi rilievi di pietra che
-decoravano il fabbricato, indi con un lungo sospiro d’inquietudine la
-testa disparve. Il brigadiere tranquillo e degno, come la legge di cui
-era il rappresentante, passò senza rispondere alle mille interrogazioni
-della folla riunita sulla piazza e rientrò nell’albergo: — Ebbene?
-domandarono alla loro volta i due gendarmi.
-
-— Ebbene! figli miei, rispose il brigadiere, bisogna veramente che il
-brigante sia evaso questa mattina di buon’ora; ma ora lo faremo seguire
-sulla strada di Villers-Cotterêts e di Noyon, e faremo frugare la
-foresta, ove lo raggiungeremo infallibilmente. L’onorevole funzionario
-aveva appena finita la frase, con quel tuono particolare proprio ai
-brigadieri di gendarmeria, nel pronunziare questo avverbio sonoro,
-allor quando un lungo grido di spavento, accompagnato dal tintinnio
-di un campanello, echeggiarono nel cortile dell’albergo. — Oh! oh! che
-cosa è questo? gridò il brigadiere.
-
-— Ecco un viaggiatore che sembra aver molta fretta, disse l’oste; a
-qual numero suonano?
-
-— Al numero 3. — Correte, cameriere. — In questo momento le grida ed il
-rumore del campanello raddoppiarono, il cameriere si mise a correre.
-
-— No, fermatevi! disse il brigadiere trattenendolo, quello che suona fa
-conoscere che chiede ben altra cosa che un cameriere, gli manderemo un
-gendarme per servirlo. Chi alloggia al n. 3?
-
-— Il giovinetto giunto con sua sorella questa notte per la posta, e che
-ha domandato una camera a due letti.
-
-Il campanello suonò per la terza volta con una intonazione piena
-d’angoscia. — A me, signor commissario! seguitemi, ed affrettate il
-passo! disse il brigadiere.
-
-— Un momento, disse l’oste, nella camera numero 3 vi sono due uscite,
-una interna e l’altra esterna.
-
-— Buono! disse il brigadiere, prenderò l’interna, è il mio
-dipartimento. Le carabine sono cariche? — Sì, brigadiere. — Ebbene!
-voi altri vegliate all’esterno, e se vuol fuggire, fuoco addosso: è un
-gran colpevole, a quanto dice il telegrafo. — Il brigadiere, seguito
-dal commissario, disparve subito per la scala interna accompagnato
-dal rumore che le sue rivelazioni sopra Andrea avevano ridestato nella
-folla. Ecco ciò ch’era accaduto. Andrea era disceso con molta destrezza
-fin oltre la metà del camino, ma giunto là, un piede gli era mancato,
-e, ad onta dell’appoggio delle mani, era disceso con maggior prestezza,
-e soprattutto con maggior susurro di quel che avrebbe desiderato.
-Non sarebbe stato niente, se la camera fosse stata solitaria, ma per
-disgrazia, era abitata. Due donne dormivano in un letto, questo rumore
-le aveva svegliate, i loro sguardi si eran fissati sul punto, da
-dove veniva il rumore, e, dall’apertura del caminetto, avevan veduto
-comparire un uomo. Una di queste due donne, la bionda, aveva mandato
-quel grido terribile che aveva echeggiato per tutta la casa, mentre
-l’altra, che era bruna, slanciandosi al cordone del campanello, aveva
-dato l’allarme, agitandolo con tutte le sue forze. Come si vede, Andrea
-cadeva di disgrazia in disgrazia.
-
-— Per pietà! gridò egli, pallido, confuso, senza vedere le persone alle
-quali s’indirizzava; per pietà! non chiamate, salvatemi! non voglio
-farvi del male.
-
-— Andrea! l’assassino! gridò una delle due donne.
-
-— Eugenia, madamigella Danglars! mormorò Cavalcanti, passando dallo
-spavento allo stupore.
-
-— Soccorso! soccorso! gridò madamigella d’Armilly levando il cordone
-del campanello dalle mani inerti d’Eugenia, e suonando con forza
-maggiore ancora della compagna.
-
-— Salvatemi! non mi perseguitate! disse Andrea giungendo le mani, per
-pietà per grazia, non mi consegnate alla forza!
-
-— È troppo tardi, salgono, rispose Eugenia.
-
-— Ebbene! nascondetemi in qualche luogo: direte che avete avuta paura
-senza motivi d’aver paura: allontanerete i sospetti, mi avrete salvata
-la vita.
-
-— Ebbene, sia, disgraziato! riprendete la via per la quale siete
-venuto; partite, e non diremo niente.
-
-— Eccolo! gridò una voce sul pianerottolo: io lo vedo.
-
-In fatto il brigadiere aveva accostato l’occhio al buco della serratura
-ed aveva scoperto Andrea in piedi e supplicante.
-
-Un violento colpo d’incassatura fe’ saltare il catenaccio, due altri
-fecero saltare i gangheri; la porta infranta cadde al di dentro. Andrea
-corse all’altra porta che metteva nella galleria del cortile, volle
-precipitarvisi dopo aperta. I due gendarmi erano là con le carabine in
-mira.
-
-Andrea si fermò su due piedi; ritto, pallido, col corpo un poco
-rovesciato in dietro, teneva il suo inutile coltello nella mano
-intirizzita: — Fuggite dunque! gridò madamigella di Armilly nel cuore
-della quale rientrava la pietà, a seconda che ne usciva lo spavento,
-fuggite dunque.
-
-— O uccidetevi! disse Eugenia col tuono e coll’atteggiamento di una
-di quelle vestali che nel circo ordinavano coll’indice al gladiatore
-vittorioso di finire l’avversario atterrato. — Andrea fremette e
-guardò la giovinetta con un sorriso di disprezzo col quale provò che
-la corruzione non comprendeva questa sublime ferocia dell’onore. —
-Uccidermi, disse egli gettando il coltello, per far che?
-
-— Ma lo diceste, gridò la Danglars, sarete condannato a morte, e
-giustiziato come l’ultimo dei delinquenti.
-
-— Bah! replicò Cavalcanti incrociando le braccia, si hanno amici. — Il
-brigadiere si avanzò verso di lui con la sciabola alla mano. — Andiamo,
-andiamo, disse Cavalcanti, acquietatevi, mio bravo uomo, non val la
-pena di fare tanto schiamazzo, perchè io mi arrendo. — Ed egli stese
-le sue mani alle manette. Le due giovanette guardarono con terrore
-questa schifosa metamorfosi che si operava sotto i loro occhi, l’uomo
-di società che si spogliava del suo inviluppo per ritornare un uomo di
-galera. Andrea si rivolse verso di esse, e col sorriso dell’impudenza:
-— Avete qualche commissione per il vostro sig. padre, madamigella
-Eugenia? disse egli, poichè secondo tutte le probabilità torno a
-Parigi. — Eugenia nascose la testa fra le mani. — Oh! oh! disse Andrea,
-non vi è ragione di essere vergognosa, ed io non son malcontento che
-abbiate presa la posta per corrermi dietro... non era forse quasi
-vostro marito? — e detto questo lazzo, Andrea uscì lasciando le
-due fuggitive in preda alle sofferenze dell’onta ed ai commentarii
-dell’assemblea. Un’ora dopo, vestite entrambe dei loro abiti da donna,
-montavano nel calesse da posta. Era stata chiusa la porta dell’albergo
-per sottrarle ai primi sguardi; ma non si potè evitare quando questa
-fu riaperta, di passare in mezzo ad una doppia fila di curiosi, cogli
-occhi fiammeggianti e le labbra mormoranti. Eugenia abbassò le tendine,
-ma se ella non vedeva più, sentiva ancora il rumore delle ingiurie che
-giungeva fino a lei. — Oh! perchè il mondo non è un deserto? gridò
-ella gettandosi nelle braccia di madamigella d’Armilly cogli occhi
-sfavillanti di rabbia, che facevano desiderare a Nerone che tutto il
-mondo romano avesse una sola testa per poterla tagliare di un colpo
-solo.
-
-La dimane esse discesero all’albergo delle Fiandre a Bruxelles. Fin dal
-giorno innanzi Andrea era incarcerato alla Conciergerie.
-
-
-
-
-XCVIII. — LA LEGGE.
-
-
-Si è veduto con quale tranquillità madamigella Danglars e madamigella
-d’Armilly avevano potuto compiere la loro trasformazione, e la loro
-fuga: era perchè ciascuno si occupava dei proprii affari, in modo da
-non potersi incaricar di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere
-col sudore alla fronte, porre in fila, dirimpetto al fantasma del
-fallimento, le enormi colonne del suo passivo, e seguiremo la baronessa
-che, dopo essere rimasta un momento schiacciata sotto la violenza del
-colpo che l’aveva atterrata, era andata a ritrovare il suo consigliere
-ordinario, il sig. Luciano Debray. Egli è che infatto la baronessa
-calcolava su questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela
-che, con una figlia dell’indole di Eugenia, non cessava di essere molto
-penosa; egli è che in questa specie di contratti taciti che mantengono
-i legami di gerarchia in una famiglia, la madre non è realmente padrona
-di sua figlia, se non che a condizione di essere continuamente per
-essa un esempio di saggezza e un tipo di perfezione. Ora la sig.ª
-Danglars temeva la perspicacia di Eugenia, ed i consigli di madamigella
-d’Armilly; ella aveva sorpresi alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da
-sua figlia a Debray, sguardi che sembravano significare che sua figlia
-conosceva tutto il mistero delle sue relazioni galanti e pecuniarie
-col segretario intimo, mentre che una interpretazione più sagace e
-più approfondita, avrebbe al contrario dimostrato alla baronessa, che
-Eugenia detestava Debray, non già perchè egli era nella casa paterna
-una pietra d’inciampo e di scandalo, ma perchè ella lo riguardava
-nella categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare più
-uomini, e che Diogene designava per parafrasi animali a due piedi e
-senza penne.
-
-La sig.ª Danglars, nel suo modo di vedere, (e disgraziatamente a questo
-mondo tutti hanno il loro modo di vedere a sè proprio, che impedisce
-di vedere il modo con cui vedono gli altri) era dunque infinitamente
-dolente che fosse andato a monte anche questo matrimonio di Eugenia,
-non perchè esso fosse conveniente, bene accoppiato, e dovesse formare
-la felicità di sua figlia, ma perchè le rendeva tutta la sua libertà.
-Ella corse adunque, come lo abbiam detto, da Debray, che dopo avere,
-come tutta Parigi, assistito alla serata del contratto ed allo scandalo
-che ne era stata la conseguenza, si era affrettato di ritirarsi al suo
-_club_, ove con alcuni amici parlava dell’avvenimento che formava in
-quell’ora la conversazione di tre quarti di questa città eminentemente
-pettegola, che si chiama la capitale del mondo. Al momento in cui la
-sig.ª Danglars, vestita con un abito nero, e nascosta sotto un lungo
-velo, saliva la scala che conduceva all’appartamento di Debray, ad onta
-della certezza che le aveva data il portinaro che il giovine non era
-ancora rientrato, Debray si occupava a respingere le argomentazioni
-di un amico che tentava di provargli, che dopo il terribile scandalo
-che aveva avuto luogo, era suo dovere come amico di casa di sposare
-madamigella Eugenia Danglars e i suoi due milioni. Debray si difendeva
-come un uomo che non chiede che di esser vinto; poichè spesso questa
-idea si era presentata da sè stessa al suo spirito; ma siccome
-conosceva Eugenia, e la sua indole indipendente ed altiera, assumeva
-a quando a quando un’attitudine completamente difensiva, dicendo che
-questa unione era impossibile, lasciandosi tutta volta sordamente
-stuzzicare dalle idee cattive, che al dire di tutti i moralisti,
-preoccupano incessantemente l’uomo più probo e più puro, vegliando al
-fondo della sua anima.
-
-Il thè, il giuoco, la conversazione importante, come si crederà,
-poichè vi si discutevano affari così gravi, durarono fino ad un’ora
-del mattino. Durante questo tempo, la sig.ª Danglars, introdotta
-dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel piccolo
-salotto verde, fra due cestelle di fiori che ella stessa aveva inviate
-la mattina, e che Debray, bisogna dirlo, aveva egli stesso accomodate,
-distribuite, montate, con una cura, che fece perdonare la sua assenza
-alla povera donna. Alle undici e 40 minuti, la signora Danglars, stanca
-di attendere inutilmente, risalì in carrozza e si fece ricondurre a
-casa sua. Le donne di una certa condizione hanno questo di comune con
-le crestaie di buona avventura, che queste non ritornano ordinariamente
-mai dopo la mezza notte. La baronessa rientrò nel palazzo con tanta
-cautela, quanta ne aveva impiegata Eugenia nell’uscirne; ella salì
-leggermente, col cuore stretto, la scala del suo appartamento,
-contiguo, come si sa, a quello di Eugenia; temeva tanto di provocare
-qualche movimento, perchè credeva così fermamente, povera donna,
-rispettabile almeno in questo punto, all’innocenza di sua figlia, ed
-alla fedeltà del focolare paterno! Rientrata nelle sue stanze, ascoltò
-alla porta di Eugenia, indi, non sentendo alcun rumore, tentò di
-entrare; ma era stato messo il catenaccio. La sig.ª Danglars credè che
-Eugenia, stanca dalle forti emozioni della serata, si fosse messa in
-letto e che dormisse. Ella chiamò la cameriera, e la interrogò.
-
-— Madamigella Eugenia, rispose la cameriera, è rientrata nel suo
-appartamento con madamigella d’Armilly, indi hanno preso il thè
-insieme, dopo di che mi hanno congedata dicendo che non avevano
-più bisogno di me. — Da questo momento la cameriera si era ritirata
-nella sua camera, e credeva, come tutti gli altri di casa, che le due
-giovanette fossero nel loro appartamento.
-
-La sig.ª Danglars dunque andò a letto senza l’ombra di un sospetto; ma
-tranquilla sugl’individui, il suo spirito si portò sugli avvenimenti.
-A seconda che le idee si rischiaravamo nella sua testa, ingrandivano
-le proporzioni della scena del contratto: non era più uno scandalo,
-ma un fracasso, non era più un’onta, ma un’ignominia. Suo malgrado
-allora, la baronessa si ricordò che ella era stata senza pietà per la
-povera Mercedès, colpita non ha guari nel suo sposo e nel suo figlio
-di una sventura così grande. — Eugenia, diceva a se stessa, è perduta,
-e noi egualmente. L’affare tal quale sarà rappresentato, ci ricopre
-d’obbrobrio; poichè, in una società come la nostra, certe ridicolezze
-sono piaghe vive, sanguinose ed incurabili. Quale felicità, mormorava
-ella, che Dio abbia dato ad Eugenia un’indole così stravagante che mi
-ha fatto più di una volta tremare!
-
-Ed il suo sguardo riconoscente si alzava verso il cielo dove la
-misteriosa provvidenza dispone tutto in antecedenza, a seconda degli
-avvenimenti che devono accadere; e da un difetto, e qualche volta anche
-da un vizio, ne fa una contentezza: indi il suo pensiero oltrepassò lo
-spazio, come fa stendendo le ali l’uccello da un abisso, e si fermò su
-Cavalcanti.
-
-Questo Andrea era un miserabile, un ladro, un assassino; e ciò
-nonostante possedeva dei modi che indicavano una mezza educazione,
-quasi compita; questo Andrea si era presentato nella società
-coll’apparenza di una gran fortuna, e coll’appoggio di nomi onorevoli.
-Come veder chiaro in questo dedalo? a chi indirizzarsi per uscire
-da questa crudele posizione? Debray, al quale ella aveva ricorso col
-primo slancio della donna che cerca un soccorso nell’uomo che ama, e
-che qualche volta la perde, Debray non poteva darle che un consiglio:
-era qualche altro più possente di lui al quale doveva indirizzarsi.
-La baronessa pensò allora al sig. de Villefort. Egli aveva voluto fare
-arrestare Cavalcanti; senza pietà, aveva portata la confusione in mezzo
-alla sua famiglia come se fosse stata una famiglia estranea.
-
-Ma no; riflettendovi; non era un uomo senza pietà il procuratore
-del Re; era un magistrato schiavo dei suoi doveri, un amico leale e
-coraggioso, che brutalmente sì, ma con mano sicura, aveva vibrato il
-colpo di scalpello nella corruzione; non era un boia, era un chirurgo
-che aveva voluto isolare agli occhi di tutto il mondo l’onore della
-famiglia Danglars, dalla ignominia di questo giovine perduto che essi
-presentavano alla società come il loro genero.
-
-Dal momento che il sig. de Villefort, amico della famiglia Danglars,
-operava in tal modo, non vi era più da supporre che il banchiere avesse
-saputo nulla di più o avesse preso alcuna parte alle mene d’Andrea.
-La condotta di de Villefort, riflettendovi bene, compariva dunque alla
-baronessa sotto un aspetto, che si spiegava a loro comune vantaggio.
-
-Ma la inflessibilità del procuratore del Re doveva fermarsi a questo
-punto; ella sarebbe andata a trovarlo la dimane, ed avrebbe da lui
-ottenuto, se non che mancasse ai suoi doveri di magistrato, almeno che
-lasciasse andar le cose con tutta la pienezza della sua indulgenza.
-
-La baronessa invocherebbe il passato, supplicherebbe in nome del tempo
-colpevole, ma felice; il sig. de Villefort assopirebbe l’affare, o
-almeno lascerebbe (e per giungere a questo non avrebbe che voltar gli
-occhi da un’altra parte) fuggire Cavalcanti, e non continuerebbe il
-processo che sotto l’ombra del reo che si dice in contumacia. Allora
-soltanto ella si addormì più tranquilla.
-
-La dimane alle nove, ella si alzò, e senza chiamare la cameriera,
-senza dar segno d’esistenza a chi che sia, si abbigliò, e, vestita
-colla stessa semplicità della sera innanzi, discese la scala, uscì dal
-palazzo, camminò fino alla strada di _Provenza_, salì in una carrozza
-da nolo, e si fece condurre alla casa del sig. de Villefort. Da un mese
-questa casa maledetta presentava l’aspetto lugubre di un lazzaretto in
-cui si fosse dichiarato la peste: una parte degli appartamenti erano
-chiusi all’interno ed all’esterno. Le persiane chiuse non si aprivano
-che per momenti, onde dare un poco l’aria. Si vedeva allora comparire
-a queste finestre la testa spaventata di un lacchè, indi la finestra
-si rinchiudeva come la lapide di una tomba ricade sur una sepoltura, ed
-i vicini si dicevano a bassa voce: forse che siamo per vedere un’altra
-bara uscire dalla casa del sig. procuratore del Re?
-
-La signora Danglars fu presa da un tremito all’aspetto di questa
-casa desolata; ella discese di carrozza, e colle ginocchia tremanti,
-si accostò a quella porta chiusa e suonò. Non fu che dopo la terza
-volta ch’ella ebbe fatto risuonare il campanello, che col suo
-lugubre tintinnio sembrava partecipare alla tristezza generale, che
-un portinaro comparve ad uno sportello della porta, grande appena
-abbastanza per lasciare passare le sue parole. Egli vide una donna,
-una donna di distinzione, una donna vestita elegantemente, e ciò non
-ostante la porta continuò a restare sempre chiusa. — Ma, aprite dunque!
-disse la baronessa.
-
-— Prima di tutto, signora, chi siete? domandò il portinaro.
-
-— Chi sono io? ma voi mi conoscete.
-
-— Noi non conosciamo più nessuno, signora.
-
-— Ma siete pazzo, amico mio, gridò la baronessa.
-
-— Da parte di chi venite? — Oh questo è forte!
-
-— Signora, scusatemi ma questo è l’ordine: il vostro nome?
-
-— La baronessa Danglars, mi avrete veduta venti volte.
-
-— È possibile, signora. Ora chi volete?
-
-— Oh! quanto siete strambo! ed io mi lagnerò col sig. de Villefort
-della impertinenza della sua servitù.
-
-— Signora, questa non è impertinenza, ma cautela; nessuno entra più
-qui senza una parola d’ordine del sig. dottor d’Avrigny, o senza aver
-parlato al sig. procuratore del Re.
-
-— Ebbene, è precisamente a lui che debbo parlare.
-
-— Per affare di premura?
-
-— Dovete bene accorgervene, dappoichè non sono ancora risalita in
-carrozza. Ma finiamola: ecco il mio biglietto di visita, portatelo al
-vostro padrone.
-
-— La signora aspetterà il mio ritorno? — Sì, andate.
-
-Il portinaro richiuse lo sportello lasciando la baronessa sulla strada.
-La baronessa, è vero, non aspettò lungamente; un momento dopo la
-porta si aprì in una larghezza sufficiente da dar passaggio alla sig.ª
-Danglars: ella passò, e la porta si richiuse subito dopo dietro a lei.
-Arrivati nel cortile, il portinaro senza perdere un momento di vista la
-porta, cavò un fischietto e fischiò. Il cameriere del sig. de Villefort
-comparve sulla scala. — La signora scuserà questo brav’uomo, diss’egli
-venendo incontro alla baronessa, ma i suoi ordini sono precisi: il sig.
-de Villefort mi ha incaricato di dire alla signora, che egli non poteva
-fare altrimenti.
-
-Nel cortile vi era un fornitore, introdotto con le stesse cautele, di
-cui si esaminavano le mercanzie.
-
-La baronessa salì la scala: e le causava una grandissima impressione
-quella tristezza, che dilatava, per così dire, il circolo della sua,
-e, sempre guidata dal cameriere, fu introdotta nel gabinetto del
-magistrato, senza che la sua guida l’avesse un momento perduta di
-vista.
-
-Per quanto la sig.ª Danglars fosse preoccupata dal motivo che la
-guidava in quel luogo, il ricevimento che le era stato fatto da tutto
-quel servitorame le era sembrato così indegno, ch’ella cominciò dal
-lamentarsene. Ma Villefort sollevò la testa appesantita dal dolore, e
-la guardò con un sorriso così triste, che le lagnanze le si spensero
-sulle labbra.
-
-— Scusate i miei servitori per un terrore di cui non posso lor fare
-un delitto; caduti in sospetto, sono divenuti sospettosi. — La sig.ª
-Danglars aveva spesse volte sentito a parlare in società di quel
-terrore che accusava Villefort, ma ella non avrebbe mai potuto credere,
-se non lo avesse sperimentato coi proprii occhi, che questo sentimento
-avesse potuto essere portato ad un tal punto. — Voi pure, diss’ella,
-siete dunque infelice!
-
-— Sì, signora, rispose il magistrato. — Voi dunque allora mi
-compiangerete? — Sinceramente, signora.
-
-— Capirete ciò che mi conduce a voi? — Voi venite per parlarmi di
-quanto vi accade, non è vero? — Sì, signore, una terribile disgrazia. —
-Vale a dire una sventura.
-
-— Una sventura! gridò la baronessa.
-
-— Ahimè! signora, rispose il procuratore del re colla sua calma
-imperturbabile, son giunto a non chiamare disgrazia che le cose
-irreparabili.
-
-— Signore, credete voi che si dimenticherà?
-
-— Tutto si dimentica, signora, disse Villefort; il matrimonio di vostra
-figlia si farà domani, se non si fa oggi; fra otto giorni, se non si
-fa domani, e non credo che sia vostra idea desiderare il fidanzato di
-madamigella Eugenia.
-
-La sig.ª Danglars guardò Villefort stupefatta di vedergli questa
-tranquillità quasi scherzosa: — Sono io venuta qui da un amico? domandò
-ella con tuono pieno di dolorosa dignità.
-
-— Voi sapete che sì, signora, rispose Villefort, le cui guance si
-copersero, nel fare questa assicurazione, di un leggero rossore. — In
-fatto questa assicurazione faceva allusione ad avvenimenti diversi da
-quelli che occupavano in questo momento la baronessa e lui: — Ebbene!
-allora, disse la baronessa, siate più affettuoso, mio caro Villefort,
-portatevi da amico, e non da magistrato, e quando io mi ritrovo
-profondamente infelice, non mi dite d’essere gaia.
-
-Villefort s’inchinò. — Quando sento a parlare di disgrazie, signora,
-diss’egli, ho preso da tre mesi la dolorosa abitudine di pensare alle
-mie, ed ancora nel mio spirito si fa, mio malgrado, questa egoistica
-operazione di parallelo. Ecco perchè, in faccia alle mie disgrazie, le
-vostre mi sembrano disavventure; ecco perchè, vicino alla mia funesta
-posizione, la vostra mi sembra una posizione da invidiarsi; ma ciò vi
-dispiace, lasciamolo. Voi dicevate, signora...
-
-— Io veniva per sapere, a che ne è l’affare di questo impostore?
-
-— Impostore! replicò Villefort; davvero, signora, voi avete stabilito
-di esagerare sul conto vostro alcune cose, e di attenuarne altre;
-impostore; il sig. Andrea Cavalcanti, o piuttosto il sig. Benedetto, vi
-sbagliate, signora, il sig. Benedetto è bello e bene un assassino.
-
-— Signore, non nego l’aggiustatezza della vostra rettificazione, ma
-più vi armerete severamente contro questo disgraziato, più colpirete
-la nostra famiglia. Vediamo, dimenticatelo per un momento; invece di
-perseguitarlo, lasciatelo fuggire.
-
-— Voi venite troppo tardi, gli ordini sono stati già dati.
-
-— Ebbene! se si arresta... Credete che verrà arrestato?
-
-— Io lo spero.
-
-— Se si arresta, (ascoltate, sento sempre dire che le prigioni
-rigurgitano) ebbene, lasciatelo in prigione.
-
-Il procuratore del Re fece un movimento negativo.
-
-— Almeno fino a che mia figlia si sia maritata!
-
-— Impossibile, signora, la giustizia ha le sue formalità.
-
-— Anche per me? disse la baronessa metà ridente e metà seria. —
-Villefort la guardò con uno sguardo con cui esplorava il pensiero. —
-Sì, io so quel che volete dire, riprese egli; voi fate allusione a quei
-rumori sparsi nella società, che tutti questi morti che da tre mesi mi
-vestono a lutto, che questa morte alla quale è sfuggita Valentina quasi
-per miracolo, non sien naturali?
-
-— Io non pensava a ciò, disse vivamente la sig.ª Danglars.
-
-— Se vi pensavate, era giusto, perchè non potete far a meno di
-pensarvi, e di dire a voi stessa sotto voce: — Tu che perseguiti il
-delitto, rispondi, come va dunque che intorno a te vi sono dei delitti
-che restano impuniti?
-
-La baronessa impallidì.
-
-— Voi vi dicevate così, non è vero, signora?
-
-— Ebbene! lo confesso.
-
-— Io vi risponderò.
-
-Villefort avvicinò la sua sedia al seggio della sig.ª Danglars; indi
-appoggiando le due mani sullo scrittoio, e prendendo una intonazione
-più sorda del consueto:
-
-— Vi sono dei delitti che restano impuniti, diss’egli, perchè non si
-conoscono i rei, e si teme di colpire una testa innocente invece della
-colpevole. Ma quando questi colpevoli saranno conosciuti, chiunque
-essi siano, lo giuro, morranno. Ora, dopo il giuramento che ho fatto, e
-che manterrò, signora, avrete il coraggio di chiedermi grazia per quel
-miserabile?
-
-— Eh! signore, riprese la baronessa, siete sicuro ch’egli sia tanto
-colpevole quanto si dice?
-
-— Ascoltate, ecco la sua filza: Benedetto, condannato da prima a
-cinque anni di galera per falsario, nell’età di sedici anni; il giovine
-prometteva bene, come vedete; indi evaso, poi assassino.
-
-— E chi è questo disgraziato?
-
-— E chi lo sa! un vagabondo, un Corso.
-
-— Non è stato dunque reclamato da nessuno?
-
-— Da nessuno, non si conoscono i suoi parenti.
-
-— Ma quell’uomo ch’era venuto da Lucca?
-
-— Un altro barattiere come lui, forse il suo complice.
-
-La baronessa congiunse le mani: — Villefort! diss’ella con la sua più
-dolce ed accarezzante intenzione.
-
-— Per bacco! signora, rispose il procurator del Re, con una fermezza
-che non era esente da secchezza. Non mi domandate dunque mai grazia
-per un delinquente! Chi sono io? la legge. Forse che la legge ha occhi
-per vedere la vostra tristezza? forse che la legge ha orecchi per
-sentire la dolce vostra voce? forse che la legge ha una memoria per
-fare l’applicazione dei vostri delicati pensieri? No, signora no, la
-legge ordina, e quando la legge ordina, colpisce! mi direte che sono un
-essere vivente, e non un codice, un uomo, e non un volume; guardatemi,
-signora, guardate intorno a me; gli uomini, mi hanno essi trattato
-come un fratello? mi hanno amato? hanno avuto dei riguardi per me? mi
-hanno risparmiato? qualcuno ha domandato grazia pel sig. de Villefort,
-e questo qualcuno ha ottenuta la grazia del sig. de Villefort? No!
-no! no! percosso, sempre percosso! Voi persistete, donna, o piuttosto
-sirena che siete, a guardarmi con quell’occhio attraente ed espressivo
-che mi ricorda che io debbo arrossire. Ebbene! sia, sì, arrossirò di
-ciò che sapete, e forse forse di altre cose! Ma finalmente, dopo che
-ho mancato a me stesso, e forse più fortemente degli altri, ebbene! da
-quel tempo io ho scosso le vesti degli altri, per ritrovar l’ulcera,
-e l’ho sempre ritrovata, a dir di più, ho ritrovato con felicità,
-con gioia, questo suggello della debolezza, o della umana perversità!
-poichè ciascun uomo che riconosceva colpevole, e ciascun colpevole che
-io colpiva, mi sembrava una prova vivente, e una prova novella, che io
-non era una schifosa eccezione! Ahimè! ahimè! ahimè! tutti gli uomini
-non sono cattivi, non sono cattivi, signora, proviamoli, e colpiamo i
-cattivi!
-
-Villefort pronunciò queste ultime parole con una rabbia febbrile, che
-dava al suo linguaggio una feroce eloquenza.
-
-— Ma, riprese la sig.ª Danglars provando di tentare un ultimo sforzo,
-voi dite che questo giovine è un vagabondo, un orfano, un abbandonato
-da tutti.
-
-— Tanto peggio! o piuttosto tanto meglio; la provvidenza ha disposto
-così, perchè nessuno abbia da pianger su lui.
-
-— Questo è un accanirsi sul debole, signore.
-
-— Il debole che assassina.
-
-— Il disonore ricade sulla mia famiglia.
-
-— Non ho forse la morte nella mia?
-
-— Ah! signore, gridò la baronessa, voi siete senza pietà per gli altri!
-ebbene, son io che ve lo dico, gli altri saranno senza pietà per voi!
-
-— Sia! disse Villefort innalzando le braccia al cielo.
-
-— Rimettete almeno la causa di questo disgraziato, se lo arrestano,
-alle prossime sedute, ciò accorderà almeno sei mesi di tempo acciò
-venga tutto dimenticato.
-
-— No, disse Villefort, ho ancora cinque giorni: l’informazione del
-processo è fatta; cinque giorni è un tempo anche maggiore di quel che
-mi abbisogna; del resto, non capite, signora, che io pure ho bisogno di
-dimenticare? Ebbene! quando lavoro, e lavoro notte e giorno, vi sono
-dei momenti in cui dimentico me stesso; e quando non mi sovvengo di
-me, sono felice alla maniera dei morti; ma questo è anche meglio che
-soffrire.
-
-— Signore, egli è fuggito: lasciatelo fuggire, l’inerzia è una clemenza
-facile.
-
-— Ma io vi dico che è troppo tardi; alla punta del giorno il telegrafo
-lavorava, ed a quest’ora forse...
-
-— Signore, disse un cameriere entrando, un dragone ha portato questo
-dispaccio del ministro dell’Interno.
-
-Villefort afferrò la lettera, e la dissigillò. La sig.ª Danglars
-fremette di terrore, Villefort rabbrividì di gioia.
-
-— Arrestato! gridò Villefort; è stato arrestato a Compiègne; è finito.
-
-La sig.ª Danglars si alzò fredda e pallida:
-
-— Addio, signore, diss’ella.
-
-— Addio, signora, rispose il procurator del Re quasi allegro nel
-ricondurla fino alla porta. Indi ritornando allo scrittoio:
-
-— Andiamo, diss’egli percuotendo la lettera col dorso della mano
-destra; aveva un falsario, aveva tre furti, aveva due incendi, non mi
-mancava che un assassinio, eccolo; la sessione sarà bella!
-
-
-
-
-IC. — L’APPARIZIONE.
-
-
-Come lo aveva detto il procurator del Re alla sig.ª Danglars, Valentina
-non era ancor rimessa. Spossata dalla fatica, ella era infatto
-obbligata a letto, e fu nella sua camera, e dalla bocca della sig.ª
-de Villefort, ch’ella seppe gli avvenimenti che abbiam raccontati,
-vale a dire, la fuga di Eugenia e l’arresto di Cavalcanti, o piuttosto
-di Benedetto, come portava contro di lui l’accusa d’assassinio. Ma
-Valentina era così debole, che questo racconto non le fece forse tutto
-quell’effetto che avrebbe prodotto su lei, quando fosse stata nel pieno
-possesso della sua salute. Infatto, non furono che vaghe idee, formule
-irrisolute, mischiate a strani pensieri, ed a fantasmi fuggitivi, quali
-sono quelli che nascono in un cervello malato, o che passano davanti
-agli occhi, ma ben presto si cancellano, per lasciar riprendere tutte
-le loro forze alle sensazioni personali.
-
-Durante il giorno, Valentina era ancora mantenuta nella realtà dalla
-presenza di Noirtier, che si faceva portare nella camera di sua nipote,
-e si tratteneva là covando Valentina col suo sguardo paterno; indi,
-quando ritornava da Palazzo, era a sua volta il sig. de Villefort che
-passava una o due ore fra suo padre e sua figlia. Alle sei Villefort
-si ritirava nel suo gabinetto; alle otto veniva il sig. d’Avrigny
-che portava da sè stesso la pozione della notte, preparata per la
-giovanetta; indi Noirtier veniva trasportato nelle sue stanze. Allora
-un’infermiera scelta dal dottore, sostituiva tutti, ed essa stessa
-non si ritirava, che verso le dieci o le undici, quando Valentina si
-era addormentata. Nel discendere rimetteva le chiavi della camera di
-Valentina al sig. de Villefort stesso, di modo che non si poteva più
-entrare dalla malata, se non che traversando dall’appartamento della
-sig.ª de Villefort, e dalla camera del piccolo Edoardo. Morrel veniva
-tutte le mattine da Noirtier, per sentire le notizie di Valentina; ma
-Morrel, cosa straordinaria, sembrava di giorno in giorno meno inquieto.
-Prima di tutto perchè di giorno in giorno Valentina, quantunque in
-preda ad una esaltazione nervosa, stava meglio; indi Monte-Cristo
-non gli aveva detto, quando tutto perduto corse a lui, che se in due
-ore Valentina non era morta, era salva? Ora, Valentina viveva ancora,
-ed erano passati quattro giorni. Questa esaltazione nervosa, di cui
-abbiam parlato, perseguitava Valentina fino nel suo sonno, o piuttosto
-nello stato di sonnolenza che succedeva alla veglia: era allora che
-nel silenzio della notte e nella mezza oscurità che lasciava regnare
-il lume notturno posto sul caminetto, che bruciava nel suo inviluppo
-d’alabastro, essa vedeva passare quelle ombre che vanno a popolare la
-camera dei malati, e che scuotono la febbre dalle loro ali fremebonde.
-Allora le sembrava di vedere a volte Morrel che le stendeva le braccia,
-a volte degli esseri quasi stranieri alla sua vista ordinaria, come
-il conte di Monte-Cristo; non vi era fino ai mobili, che in questi
-momenti di delirio, non le sembrassero muoversi, ed errare: e ciò
-durava così fino alle due o alle tre dopo la mezza notte, momento in
-cui un sonno di piombo s’impadroniva della giovanetta, e la conduceva
-fino a giorno. La sera che seguiva quella mattina, in cui Valentina
-aveva appreso la fuga di Eugenia e l’arresto di Benedetto, ed in cui,
-dopo essersi immischiati un momento alle sensazioni della propria
-esistenza, questi avvenimenti cominciavano ad uscire a poco a poco dal
-suo pensiero, dopo la successiva realtà di Villefort, di d’Avrigny, e
-di Noirtier, mentre che suonavano le undici all’orologio di San Filippo
-di Roule, e che l’infermiera, dopo aver messa alla portata della mano
-della malata la bevanda preparata dal dottore, e chiusa la porta della
-camera, ascoltava fremendo, nella camera da lavoro ove era ritirata,
-i comentari dei domestici, ed arricchiva la sua memoria delle lugubri
-istorie, che da tre mesi spaventavano le serate dell’anticamera del
-procurator del Re, una scena inattesa accadeva in questa camera chiusa
-tanto accuratamente. Erano già dieci minuti circa che la infermiera
-si era ritirata. Valentina, in preda da un’ora a quella febbre che
-ritornava ogni notte, lasciava la testa, non più sottomessa alla sua
-volontà, continuare quel lavorio attivo monotono ed implacabile del
-cervello che si affatica a riprodurre incessantemente gli stessi
-pensieri o a generare le stesse immagini. Dal lucignolo del lume
-notturno si slanciavano mille e mille raggi tutti abbelliti di strane
-significazioni, quando d’un subito al suo riflesso tremulo, Valentina
-credè vedere la scansia dei suoi libri, posta di fianco al caminetto
-in uno scavo del muro, aprirsi lentamente, senza che i cardini sui
-quali essa sembrava raggirarsi producessero il minimo rumore. In altri
-tempi Valentina avrebbe afferrato il campanello, e ne avrebbe tirato
-il cordone per chiamare soccorso: ma niente la meravigliava più nella
-situazione in cui si ritrovava. Ella aveva la coscienza che tutte
-queste visioni che la circondavano erano le figlie del suo delirio,
-e questa convinzione le era venuta da ciò, che la mattina non era mai
-rimasta alcuna traccia di tutti quei fantasmi della notte che sparivano
-col giorno.
-
-Dietro la porta comparve una figura umana. Valentina si era, mercè la
-sua febbre, troppo familiarizzata con questa specie di apparizione
-per spaventarsi; ella aperse soltanto due grand’occhi sperando di
-riconoscere Morrel.
-
-La figura continuò ad avanzarsi verso il letto, indi si fermò, e parve
-ascoltare con profonda attenzione.
-
-In questo momento un riflesso del lume andò sul viso del notturno
-visitatore. — Non è lui, mormorò ella.
-
-Ed aspettò convinta di sognare, che questo uomo, come accade nei sogni,
-sparisse, o si cambiasse in qualche altra persona. Si toccò soltanto il
-polso, e sentendolo battere violentemente, si ricordò che il miglior
-mezzo di fare sparire queste importune visioni, era quello di bere;
-la freschezza della bevanda, composta d’altra parte nello scopo di
-calmare le agitazioni di cui Valentina si era lamentata col dottore,
-che facendole diminuire la febbre, le arrecava un rinnovamento di
-sensazione del cervello; quando ella aveva bevuto per un momento si
-sentiva meglio.
-
-Valentina stese dunque la mano a fine di prendere il bicchiere dal
-piatto di cristallo su cui posava, ma mentre che ella allungava fuori
-del letto il braccio tremante, l’apparizione fece ancora due passi più
-sollecitamente degli altri e giunse così vicina alla giovanetta, che
-ella ne intese il soffio, e credè sentire la pressione della sua mano.
-
-Questa volta l’illusione o piuttosto la realtà sorpassava tutto ciò
-che Valentina aveva provato fino allora; ella si cominciò a credere
-realmente viva e sveglia; ebbe la coscienza che godeva di tutta la sua
-ragione, e fremette.
-
-La pressione che aveva risentita Valentina, aveva per iscopo di
-fermarle il braccio. Valentina lo ritirò lentamente a sè. Allora questa
-figura, da cui non poteva staccare lo sguardo, e che sembrava piuttosto
-protettrice che minacciante, prese il bicchiere, e si avvicinò al lume
-e guardò la bevanda, come se avesse voluto giudicarne la trasparenza
-e la limpidezza. Ma questa prima prova non bastò a quest’uomo, o
-piuttosto a questo fantasma, poichè camminava così dolcemente, che
-il tappeto soffocava il rumore dei suoi passi; quest’uomo prese dal
-bicchiere un cucchiaio di bevanda e l’inghiottì. Valentina guardava
-ciò che accadeva davanti ai suoi occhi con un profondo sentimento di
-stupore. Ella credeva bene che tutto ciò era vicino a sparire per dar
-posto ad un altro quadro; ma l’uomo, invece di svanire come un’ombra,
-si riavvicinò a lei, e stendendo il bicchiere a Valentina, e con
-una voce piena di emozione: — Ora, diss’egli, bevete!... — Valentina
-rabbrividì. Questa era la prima volta che una delle sue visioni le
-parlava con quel suono vivente; aprì la bocca per mandare un grido.
-L’uomo posò un dito sulle labbra.
-
-— Il sig. di Monte-Cristo! mormorò ella. — Allo spavento che si dipinse
-negli occhi della giovanetta, al tremito delle sue mani, al gesto
-rapido che fece per nascondersi sotto le lenzuola, si poteva conoscere
-l’ultima lotta del dubbio contro la convinzione; ciò nonostante la
-presenza di Monte-Cristo nella sua camera in simile ora, la sua entrata
-misteriosa, fantastica, inesplicabile da un muro, sembravano una
-impossibilità alla sconvolta ragione di Valentina.
-
-— Non chiamate, non vi spaventate, disse il conte, non abbiate neppure
-in fondo al cuore l’ombra di un sospetto, di una inquietudine; l’uomo
-che vedete innanzi a voi (perchè infatto questa volta avete ragione,
-Valentina, e questa non è un’illusione), l’uomo che vedete innanzi
-a voi è il più tenero padre, il più rispettoso amico che possiate
-figurarvi. — Valentina non trovò niente da rispondere; aveva una
-paura così grande di questa voce, che le rivelava la reale presenza di
-colui che parlava, che temeva di associarvi la sua, ma il suo sguardo
-spaventato voleva dire: se le vostre intenzioni son pure, perchè siete
-qui?
-
-Colla sua meravigliosa sagacità il conte capì tutto ciò che accadeva
-nel cuore della giovinetta.
-
-— Ascoltatemi, disse egli, o piuttosto guardatemi, vedete i miei occhi
-arrossiti e il mio viso più pallido ancora dell’ordinario? questo
-è perchè da quattro notti non ho più chiuso l’occhio un minuto; da
-quattro notti veglio su voi, vi proteggo, vi conservo al nostro amico
-Massimiliano.
-
-Un’onda di sangue montò rapidamente alle guance dell’ammalata; poichè
-il nome che avea pronunziato il conte le toglieva il residuo di
-diffidenza che le aveva inspirato.
-
-— Massimiliano!... ripetè Valentina, tanto questo nome le sembrava
-dolce a pronunziare; Massimiliano! egli dunque vi ha confessato tutto?
-
-— Tutto: mi ha detto che la vostra vita era la sua, ed io gli ho
-promesso che vivreste.
-
-— Voi gli avete promesso che io vivrei? — Sì.
-
-— Infatto, signore, avete parlato di vigilanza e di protezione. Siete
-dunque medico?
-
-— Sì, ed il migliore che il cielo possa ora mandarvi, credetemi.
-
-— Voi dite che vegliate? e dove? non vi ho veduto.
-
-Il conte stese la mano nella direzione della scansia:
-
-— Io era nascosto dietro a quella porta, disse egli; questa porta mette
-in una casa vicina che ho presa in fitto.
-
-Valentina per un momento di pudico orgoglio, voltò gli occhi e con
-un sovrano terrore: — Signore, diss’ella, ciò che voi avete fatto è
-una demenza senza esempio, e questa protezione che mi avete accordata
-assomiglia molto ad un insulto.
-
-— Valentina, diss’egli, durante questa lunga veglia, ecco le sole
-cose che ho vedute: quali persone venivano da voi, quali alimenti vi
-preparavano, quali bevande vi servivano, poi quando queste bevande mi
-sembravano pericolose, come ho fatto ora, vuotava il vostro bicchiere
-e sostituiva al vostro veleno una bevanda benefattrice, che invece
-della morte che vi era stata preparata, facesse circolare la vita nelle
-vostre vene.
-
-— Il veleno! la morte! gridò Valentina, credendosi nuovamente sotto
-l’impero di qualche febbrile allucinazione; che dite dunque, signore?
-
-— Zitta! figlia mia, disse Monte-Cristo portando nuovamente il dito
-alle labbra; ho detto il veleno, ho detto la morte, ciò ripeto, la
-morte; ma prima bevete questo.
-
-Il conte cavò dalla saccoccia una boccettina contenente un liquore
-rosso del quale versò alcune goccie nel bicchiere; — E quando avrete
-bevuto non pigliate più niente in tutta la notte. — Valentina allungò
-la mano; ma appena ebbe toccato il bicchiere la ritirò con ispavento.
-— Monte-Cristo prese il bicchiere, ne bevè la metà, e lo presentò
-a Valentina che trangugiò sorridendo il restante del liquore che
-conteneva, — Oh! sì, diss’ella, riconosco il gusto delle mie bevande
-notturne, e quest’acqua che apportava un poco di freddo al mio petto,
-un poco di calma al mio cervello. Grazie, signore, grazie.
-
-— Ecco in che modo avete vissuto da quattro notti, Valentina, disse il
-conte; ma in che modo viveva io? Oh! quali ore crudeli mi avete fatto
-passare! Oh! quali terribili torture non ho sofferto, quando vedeva
-versare nel vostro bicchiere il veleno mortale, quanto tremava che
-aveste il tempo di beverlo, prima che io avessi quello di spanderlo nel
-caminetto!
-
-— Voi dite, signore, riprese Valentina al colmo del terrore, che avete
-sofferto mille torture, vedendo versare nel mio bicchiere un veleno
-mortale? Ma se avete veduto versare il veleno nel mio bicchiere, avrete
-pur veduto la persona che lo versava?
-
-— Sì. — Valentina si sollevò a sedere riportando sul suo petto più
-pallido della neve, la battista ricamata ancor molle dal sudore freddo
-del delirio al quale cominciava ad associarsi il sudore più ghiacciante
-ancora del terrore:
-
-— Voi l’avete veduta? ripetè la giovanetta.
-
-— Sì, disse una seconda volta il conte.
-
-— Ciò che mi dite è terribile, signore, ciò che mi volete far credere
-ha qualche cosa di infernale. Che! nella casa di mio padre! nella mia
-camera! sul mio letto di patimento si continua ad assassinarmi? Oh!
-ritrattatevi, signore, voi tentate la mia coscienza, voi bestemmiate la
-divina bontà; è impossibile, ciò non può essere.
-
-— Siete voi dunque la prima che questa mano colpisce, Valentina? non
-avete veduto cadere intorno a voi il sig. de Saint-Méran, Barrois? non
-avreste veduto cadere il sig. Noirtier, se la cura che egli fa da tre
-anni non lo avesse protetto, combattendo il veleno coll’abitudine del
-veleno?
-
-— Oh! mio Dio! fu dunque per questo, disse Valentina, che da circa un
-mese il mio buon nonno esige che io prenda una parte della sua pozione?
-
-— E queste pozioni, disse Monte-Cristo, hanno un gusto amaro come
-quello della scorza d’arancio mezza secca.
-
-— Sì, mio Dio! sì!
-
-— Oh! ciò mi spiega tutto, disse Monte-Cristo; egli sa che qui si
-avvelena, e forse chi avvelena. Egli ha premunito voi, sua figlia
-prediletta, contro la sostanza mortale, e la sostanza mortale è venuta
-a spezzarsi contro questo principio di abitudine; ecco in qual modo
-vivete ancora: cosa che non sapeva spiegare, dopo che eravate stata
-avvelenata con una sostanza che non la perdona.
-
-— Ma chi è dunque l’assassino, l’uccisore?
-
-— Io prima vi domanderò: non avete mai veduto entrare nessuno nella
-notte in questa vostra camera?
-
-— Può darsi. Spesso ho creduto veder passar delle ombre, che si
-avvicinavano, si allontanavano, e sparivano.
-
-— Per cui non conoscete chi attenta alla vostra vita?
-
-— No; e perchè vi può essere qualcuno che desideri la mia morte? — Lo
-conoscerete in breve, disse Monte-Cristo tendendo le orecchie. — E in
-che modo? disse Valentina, guardando con terrore intorno a sè.
-
-— Perchè questa sera, non avete più nè febbre nè delirio, perchè questa
-sera siete ben svegliata, perchè ora suona la mezzanotte, e questa è
-l’ora degli assassini.
-
-— Mio Dio! mio Dio! disse Valentina asciugandosi con la mano il sudore
-che le stillava dalla fronte.
-
-Infatto mezzanotte suonava lentamente e tristemente; si sarebbe detto
-che ciascun colpo del martello di bronzo ripercuoteva sul cuore della
-giovanetta! — Valentina, continuò il conte, richiamate tutte le forze
-in vostro soccorso, comprimete il vostro cuore nel petto, chiudete la
-vostra voce nella gola, fingete di dormire, e vedrete, vedrete...
-
-Valentina afferrò la mano del conte: — Mi sembra di sentir del rumore,
-ritiratevi.
-
-— Addio, o piuttosto a rivederci, rispose il conte; — indi con un
-sorriso così tristo e così paterno, che la giovanetta ne fu penetrata
-da riconoscenza, raggiunse sulla punta dei piedi la porta dietro la
-scansia. Ma fermandosi prima di richiuderla dietro a sè: — Non un
-gesto, diss’egli, non una parola; che vi si creda addormita, senza di
-che, forse sareste uccisa prima che avessi il tempo d’accorrere.
-
-E dopo questa spaventosa ingiunzione, il conte disparve dietro la
-scansia, che si richiuse sollecitamente dopo il suo passaggio.
-
-
-
-
-C. — LOCUSTA.
-
-
-Valentina rimase sola; due altri orologi a pendolo, che erano in
-ritardo con quello di San Filippo di Roule, suonarono ancora mezza
-notte a differenti intervalli.
-
-Indi, ad eccezione del rumore di qualche carrozza lontana, tutto
-ricadde nel silenzio. Allora l’attenzione di Valentina si concentrò
-sulla pendola della sua camera, nella quale il bilanciere marcava i
-secondi. Ella se li mise a contare ed osservò ch’erano il doppio più
-lenti delle pulsazioni del suo cuore.
-
-E frattanto ella ancora dubitava: l’inoffensiva Valentina non si poteva
-figurare che qualcuno desiderasse la sua morte; perchè? con quale
-scopo? che male aveva ella fatto da poterle suscitare un nemico? Non
-v’era timore ch’ella si addormisse. Una sola idea, una idea terribile
-teneva il suo spirito attento: era che potesse essere qualcuno che
-avesse tentato d’avvelenarla, e che stava per tentarlo una seconda
-volta. Se questa volta una tal persona, stanca di vedere l’inefficacia
-del veleno, come lo aveva detto Monte-Cristo, avesse ricorso al ferro,
-se il conte non avesse avuto il tempo di accorrere? se ella fosse
-prossima all’ultimo suo momento? Se non avesse più potuto rivedere
-Morrel?
-
-A questo pensiero, che la copriva ad un tempo di livido pallore,
-e di agghiacciato sudore, Valentina era preparata ad afferrare
-il cordone del campanello, ed a chiamare soccorso. Ma le sembrava
-vedere, a traverso la scansia dei libri sfavillare l’occhio del conte,
-quest’occhio che vegliava sul suo avvenire, che, quando vi pensava,
-l’opprimeva di una tale vergogna, ch’ella domandava a se stessa,
-se mai la riconoscenza giungerebbe a cancellare il penoso effetto
-dell’indiscreta amicizia del conte. Venti minuti, venti eterni minuti
-passarono in tal modo, poi altri dieci minuti ancora; finalmente la
-pendola stridendo un minuto secondo prima; finì col battere un colpo
-sulla molla sonora.
-
-In questo stesso momento, il grattare impercettibile di un’unghia
-contro il legno della scansia avvisò Valentina che il conte vegliava, e
-le raccomandava di vegliare.
-
-In fatto dalla parte opposta, vale a dire verso la camera di Edoardo,
-sembrò a Valentina di sentire cigolare il piancito di legno, ella
-tese l’orecchio, trattenne la respirazione quasi soffocata; si sentì
-stridere la maniglia della serratura, e la porta girò sopra i gangheri.
-Valentina si era sollevata sul gomito, ed appena ebbe il tempo di
-lasciarsi ricadere sul letto coprendosi gli occhi con un braccio.
-
-Indi tremante, agitata, col cuore stretto da indicibile spavento, ella
-aspettò. Qualcuno si avvicinò al letto e ne sfiorò il cortinaggio.
-
-Valentina raccolse tutte le sue forze, e lasciò sentire quel mormorio
-regolare della respirazione, che annunzia un sonno tranquillo. —
-Valentina! disse una voce sommessa.
-
-La giovanetta fremette fino al fondo del cuore, ma non rispose. —
-Valentina! ripetè con lo stesso tuono la stessa voce. — Il medesimo
-silenzio: Valentina aveva promesso di non svegliarsi. Poscia rimase
-immobile. Soltanto ella intese il rumore appena sensibile di un liquido
-che cadeva in un bicchiere ch’ella aveva vuotato. Allora ella osò,
-sotto il riparo del suo braccio steso, di socchiudere le palpebre. Ella
-vide una donna, in pettinatore bianco, che vuotava nel suo bicchiere
-un liquore che prima era contenuto in una boccetta. In questo breve
-momento, Valentina forse trattenne la respirazione o fece senza dubbio
-qualche movimento, poichè la donna inquieta, si fermò e si chinò sul
-letto per meglio vedere s’ella dormiva realmente: era la sig.ª de
-Villefort.
-
-Valentina, nel riconoscere sua matrigna, fu presa da un fremito acuto
-che impresse un movimento al suo letto.
-
-La sig.ª de Villefort si addossò tosto al muro, e là, nascosta dietro
-al cortinaggio del letto, muta e attenta, spiò fino al minimo dei
-movimenti di Valentina.
-
-Questa si ricordò le terribili parole di Monte-Cristo, e le era
-sembrato nella mano che non teneva la boccetta, di veder brillare una
-specie di coltello lungo e affilato.
-
-Allora Valentina, richiamando tutto il potere della volontà in
-soccorso, si sforzò di chiudere gli occhi; ma questa funzione del più
-timoroso dei nostri sensi, questa funzione d’ordinario così semplice,
-diveniva in questo momento quasi impossibile ad eseguirsi, tanto
-l’avida curiosità faceva sforzi per respingere questa palpebra e
-riconoscere la verità. Però, rassicurata dal silenzio nel quale aveva
-ricominciato a farsi sentire il rumore eguale della respirazione di
-Valentina, e che ella dormiva, la sig.ª de Villefort stese di nuovo il
-braccio, e, rimanendo per metà nascosta dietro il cortinaggio riunito
-al capezzale del letto, terminò di vuotare nel bicchiere di Valentina
-il contenuto della sua boccetta. Indi si ritirò senza che il minimo
-rumore avvertisse Valentina ch’ella era partita.
-
-Il grattare di un’unghia nella scansia tolse Valentina da quello stato
-di torpore nel quale era immersa, e che rassomigliava ad un’asfissia.
-
-Ella sollevò la testa a stento, la scansia, sempre silenziosamente,
-girò una seconda volta e Monte-Cristo ricomparve. — Ebbene! domandò il
-conte, dubitereste ancora?
-
-— Oh! mio Dio! mormorò la giovanetta.
-
-— Avete veduto?
-
-— Ahimè! — Valentina mandò un gemito. — Sì, diss’ella, ma non vi posso
-credere.
-
-— Desiderate piuttosto morire, e far morire Massimiliano?...
-
-— Mio Dio! mio Dio! ripetè la giovanetta quasi smarrita; ma non posso
-dunque lasciare la casa? salvarmi?
-
-— Valentina, la mano che vi perseguita vi raggiungerà da per tutto; a
-forza d’oro, verranno sedotti i vostri domestici, e si presenterà a voi
-la morte mascherata sotto tutti gli aspetti, nell’acqua inzuccherata
-che beverete, nel frutto che coglierete dall’albero...
-
-— Ma non mi avete detto che la cautela presa dal mio buon nonno mi
-aveva premunito contro il veleno?
-
-— Contro uno dei veleni, ed anche non impiegato a forte dose; si
-cambierà il veleno o si aumenterà la dose.
-
-Egli prese il bicchiere e vi accostò le labbra.
-
-— E guardate, diss’egli, ciò è già fatto. Non è più colla brucnina
-che vi si avvelena, è con un semplice narcotico. Riconosco il gusto
-dell’alcool nel quale è stato sciolto. Se aveste bevuto ciò che la
-sig.ª de Villefort ha versato in questo bicchiere, Valentina! sareste
-perduta!
-
-— Ma; mio Dio! perchè dunque son perseguitata in tal modo?
-
-— Come! voi siete tanto buona, tanto dolce, tanto poco credula del
-male, che non avete capito, Valentina?
-
-— No, disse la giovanetta, non le ho mai fatto male.
-
-— Ma voi siete ricca, Valentina, avete 200 mila lire di rendita, e le
-togliete a suo figlio.
-
-— In che modo? I miei beni mi vengon dai miei parenti.
-
-— Senza dubbio, e se il sig. e la sig.ª di Saint-Méran son morti,
-fu perchè voi ereditaste dai vostri parenti; ecco perchè, dal giorno
-in cui anche il sig. Noirtier vi fece sua erede, egli fu condannato
-a morte: ora è la vostra volta, voi dovete morire, Valentina; e ciò
-affinchè vostro padre erediti da voi, e vostro fratello divenuto figlio
-unico, erediti da vostro padre.
-
-— Edoardo? ed è per lui che si commettono tanti delitti?
-
-— Ah! voi capite finalmente.
-
-— Ah! mio Dio! purchè tutto questo non ricada su lui!
-
-— Voi siete un angiolo, Valentina.
-
-— Ma hanno dunque rinunciato ad uccidere mio nonno?
-
-— Si è riflettuto che, morta voi, meno il caso di una diseredazione,
-i beni di lui andranno naturalmente a vostro fratello, e si è pensato
-che questo delitto, in fin dei conti, era inutile, ed anzi doppiamente
-pericoloso a commetterlo.
-
-— Ed è nello spirito di una donna che ha potuto nascere una simile
-combinazione? Oh! mio Dio! mio Dio!
-
-— Ricordatevi Perugia, il pergolato dell’albergo della Posta, l’uomo
-del mantello scuro che vostra madre interrogava sull’_acqua-tofana_;
-ebbene da allora tutto questo infernale disegno ha maturato nel suo
-cervello.
-
-— Oh! signore, gridò la giovanetta struggendosi in lagrime, quando è
-così, vedo bene che son condannata a morire.
-
-— No, Valentina, no, poichè io ho preveduti tutti i complotti; no,
-perchè la nostra nemica è vinta, poichè è indovinata; no, voi vivrete,
-Valentina, vivrete per amare ed essere amata, vivrete per essere
-felice, e per rendere felice un cuor nobile; ma, Valentina, per vivere,
-bisogna avere piena confidenza in me.
-
-— Ordinate, signore, che debbo fare?
-
-— Bisogna inghiottire ciecamente quel che vi darò.
-
-— Oh! Dio mi è testimonio, gridò Valentina, che se fossi sola amerei
-meglio lasciarmi uccidere.
-
-— Non vi confiderete a nessuno, neppur a vostro padre?
-
-— Mio padre non entra in questo spaventoso complotto, non è vero
-signore? disse Valentina giungendo le mani.
-
-— No. Eppure vostro padre, uomo abituato alle scuse criminali, deve
-avere dei sospetti che tutte queste morti che accadono nella sua casa
-non siano naturali. Vostro padre, avrebbe dovuto vegliare su voi,
-avrebbe dovuto essere a quest’ora nel posto che occupo io; avrebbe
-dovuto aver di già vuotato questo bicchiere; avrebbe dovuto infine
-indirizzarsi contro l’assassino. Spettro contro spettro, — mormorò egli
-terminando la sua frase sotto voce.
-
-— Signore, farò di tutto per vivere, perchè vi son due esseri al mondo
-che mi amano, e che morrebbero se io morissi: mio nonno e Massimiliano.
-
-— Io veglierò su loro come ho vegliato su voi.
-
-— Ebbene, disponete di me, — disse Valentina: indi soggiunse a bassa
-voce: — Oh mio Dio! che accadrà di me?
-
-— Qualunque cosa vi accada, Valentina, non vi spaventate se soffrite,
-se perdete la vista, l’udito, il tatto, non temete di niente; se vi
-risvegliate senza saper dove siete, non abbiate paura, doveste nello
-svegliarvi, trovarvi in qualche caverna sepolcrale, o chiusa in una
-bara; richiamate subito il vostro spirito e dite a voi stessa: «In
-questo momento un amico, un padre, un uomo che vuole la mia felicità e
-quella di Massimiliano, veglia su me.»
-
-— Ahimè! ahimè! quale terribile estremità!
-
-— Valentina; preferite denunziar la vostra matrigna?
-
-— Amerei meglio morir cento volte! oh! sì, morire!
-
-— No, voi non morrete, qualunque cosa vi accada, mi promettete, che non
-vi lamenterete, che spererete!
-
-— Io penserò a Massimiliano.
-
-— Siete la mia prediletta; io sol posso salvarvi, vi salverò.
-
-Valentina al colmo del terrore congiunse le mani (ella s’accorgeva bene
-che era giunto il momento di domandare a Dio coraggio), e si dirizzò
-per pregare, mormorando delle parole interrotte, e dimenticando che le
-sue bianche spalle non avevano altro velo che la lunga capigliatura, e
-che le si vedeva battere il cuore sotto il fino merletto del corpetto
-da notte. Il conte appoggiò dolcemente la mano sul braccio della
-giovanetta, ricondusse fino al collo il trapunto di velluto, e con un
-sorriso tutto paterno:
-
-— Figlia mia, diss’egli, credete nella mia affezione, come credete
-nella bontà di Dio, e nell’amore di Massimiliano.
-
-Valentina fissò su lui uno sguardo di riconoscenza, e restò docile,
-come un fanciullo, sotto i suoi veli.
-
-Allora il conte cavò dal taschino del gilè la scatola di smeraldo,
-sollevò il coperchio d’oro, e versò nella mano di Valentina una piccola
-pastiglia rotonda della grandezza di un pisello. Valentina la prese
-coll’altra mano, e guardò il conte attentamente: vi era sui lineamenti
-di questo intrepido protettore un riflesso della maestà della celeste
-possanza. Era evidente che Valentina lo interrogava collo sguardo.
-
-— Sì, rispose questi. — Valentina portò la pastiglia alla bocca, e
-l’inghiottì. — Ed ora, a rivederci, figlia mia, diss’egli; vado a
-provar di dormire perchè ora siete salvata.
-
-— Andate, disse Valentina; qualunque cosa mi accada, vi prometto non
-aver paura. — Monte-Cristo tenne lungamente gli occhi fissi sulla
-giovanetta, che a poco a poco si addormiva, vinta dalla forza del
-narcotico che il conte le aveva dato. Allora prese il bicchiere, ne
-vuotò tre quarti nel caminetto, perchè si fosse potuto credere che
-Valentina avesse bevuto ciò che mancava, lo rimise sul tavolino da
-notte; indi passando dietro alla scansia, disparve, dopo aver dato un
-ultimo sguardo a Valentina, che si addormiva con quella confidenza e
-candore con cui un angiolo riposa ai piedi del Signore.
-
-
-
-
-CI. — VALENTINA.
-
-
-Il lume da notte continuava ad ardere sul caminetto di Valentina,
-consumando le ultime gocce d’olio che galleggiavano ancora sull’acqua;
-di già un cerchio più rossigno colorava l’alabastro del globo, di già
-la fiamma più viva lasciava sentire gli ultimi crepitii che sembrano,
-negli esseri inanimati, le ultime convulsioni dell’agonia, tanto
-spesso paragonate a quelle delle povere creature umane: una luce cupa
-e sinistra rifletteva un colore opale sul cortinaggio bianco e sulle
-coperte della giovanetta.
-
-Tutti i rumori della strada erano cessati per questa volta, ed il
-silenzio interno era spaventoso. Allora si aprì la porta della camera
-di Edoardo, ed una testa, che abbiamo già veduta un’altra volta,
-comparve sullo specchio opposto alla porta. Era la sig.ª de Villefort
-che ritornava per vedere l’effetto della sua bevanda.
-
-Ella si fermò sulla soglia, ascoltò il crepitio della lampada, solo
-rumore percettibile in questa camera, che si sarebbe creduta deserta,
-indi si avanzò dolcemente verso la tavola da notte per vedere se
-il bicchiere di Valentina era stato vuotato. Non ve ne era che un
-quarto, come abbiam veduto. La sig.ª de Villefort lo prese, e lo andò
-a versare nelle ceneri, che ella smosse per facilitare l’assorbimento
-del liquido, indi pulì con cura il cristallo, lo asciugò col proprio
-fazzoletto, e lo rimise sulla tavola da notte.
-
-Se lo sguardo di qualcuno avesse potuto penetrare nell’interno di
-quella camera avrebbe veduta l’esitanza della sig.ª de Villefort nel
-fissare i suoi occhi su Valentina ed accostarsi al letto. Quella
-lugubre luce, quel silenzio, quella terribile poesia della notte,
-venivano senza fallo a cambiarsi colla spaventevole poesia della sua
-coscienza; l’avvelenatrice aveva paura di guardare l’opera sua.
-
-Prese finalmente ardire, allontanò la cortina, si appoggiò al capezzale
-del letto, e si curvò su Valentina.
-
-La giovinetta non respirava più; i suoi denti chiusi a metà, non
-lasciavano sfuggire un atomo di quel soffio che manifesta la vita; le
-labbra imbiancandosi avevan cessato di fremere; gli occhi velati da
-un vapore violetto, che sembrava essersi infiltrato sotto la pelle,
-formavano una sporgenza più bianca nella direzione in cui il globo
-gonfiava la palpebra, e le lunghe ciglia nere rigavano una pelle già
-pallida come la cera. La sig.ª de Villefort contemplò quel viso con una
-espressione eloquentissima nella sua immobilità; allora si aumentò il
-suo ardire, e sollevò la sua mano sul cuore della giovanetta... Esso
-era muto e agghiacciato.
-
-Ciò che batteva sotto la sua mano, erano le arterie delle sue dita;
-ella ritirò la mano rabbrividita.
-
-Il braccio di Valentina pendeva fuori del letto; questo braccio,
-con tutta la sua parte superiore dalla spalla al cubito sembrava
-modellato su quello di una delle Grazie di Germano Pilon; ma
-l’avambraccio leggermente deforme per un increspamento, ed il polso
-di una forma purissima, si appoggiavano, un poco irrigiditi, e colle
-dita allontanate, sull’acacia del letto. La radice delle unghie era
-bluastra.
-
-Per la sig.ª de Villefort non v’era più dubbio, tutto era finito;
-l’opera terribile, l’ultima che volesse compire, era consumata.
-L’avvelenatrice nulla più aveva da fare in quella camera; ella
-addietrò con tanta cautela ch’era visibile ch’ella temeva il romor
-dei suoi piedi sul tappeto; ma nel ritirarsi teneva ancora sollevata
-la cortina, assorbendo quello spettacolo della morte, che porta in
-sè una irresistibile attrazione fin che la morte non ha prodotta
-la decomposizione, ma soltanto la immobilità; mentre finchè dura il
-mistero, non vi è ancora il ribrezzo.
-
-I minuti passavano, la sig.ª de Villefort sembrava non potersi staccare
-da quella cortina che teneva sospesa come una sindone al disopra della
-testa di Valentina. Ella pagò il suo tributo alla meditazione. La
-meditazione del delitto deve essere il rimorso. In questo momento i
-crepitii del lume raddoppiarono. A questo romore la sig.ª de Villefort
-fremette, e lasciò ricadere la cortina. Nello stesso punto il lume si
-spense, e la camera fu immersa in una spaventosa oscurità. Allora la
-pendola suonò le quattro e mezzo.
-
-L’avvelenatrice, spaventata da queste successive commozioni, cercò a
-tastoni la porta, e rientrò nelle sue camere col sudore dell’angoscia
-sulla fronte. L’oscurità continuò per due ore dopo. Indi, a poco a
-poco, una sinistra e debole luce penetrò nell’appartamento, filtrando
-dagli interstizi delle persiane, poscia si fe’ maggiore, e venne a
-restituire il colore e la forma agli oggetti ed ai corpi.
-
-Fu in questo momento che si sentì per le scale la tosse della
-infermiera che entrò nella camera di Valentina, con una tazza in mano.
-Per un padre, per un’amante il primo sguardo sarebbe stato risolutivo,
-Valentina era morta; per questa mercenaria, Valentina dormiva.
-
-— Buono! diss’ella avvicinandosi alla tavola da notte, ella ha bevuto
-una parte della sua pozione, il bicchiere è a due terzi vuoto; — indi
-andò al caminetto, riaccese il fuoco, s’istallò in una poltrona, e
-quantunque uscisse allora dal letto approfittò del sonno di Valentina
-per dormire ancora alcuni momenti. La pendola la svegliò suonando le
-otto.
-
-Allora meravigliata di questo sonno ostinato, spaventata da quel
-braccio pendente fuori del letto, e che l’addormentata non aveva ancora
-ricondotto a sè, ella si avanzò verso il letto, ed allora soltanto notò
-quelle labbra fredde, e quel petto agghiacciato. Voleva riportare il
-braccio vicino al corpo, ma il braccio non obbedì che con una certa
-rigidezza spaventosa, sulla quale non poteva ingannarsi un’infermiera.
-Mandò un orribile grido.
-
-Indi correndo alla porta: — Soccorso! gridò ella, soccorso! — Come
-soccorso? chiese dal fondo della scala il sig. d’Avrigny. — Era l’ora
-in cui il dottore aveva presa l’abitudine di venire. — Come soccorso?
-gridò la voce del sig. de Villefort uscendo precipitosamente dal
-gabinetto; dottore, avete udito chiamar soccorso?
-
-— Sì, sì, montiamo, rispose il sig. d’Avrigny, montiamo presto; è dalla
-camera di Valentina. — Ma prima che il padre ed il dottore fossero
-entrati, gl’inservienti che si ritrovavano nello stesso piano, sparsi
-per le camere o pei corridori, erano entrati, e vedendo Valentina
-pallida ed immobile sul letto, alzando le mani al cielo, vacillavano
-come se avessero avuto le vertigini. — Chiamate la sig.ª de Villefort,
-svegliate la sig.ª de Villefort, — gridò il procurator del Re, dalla
-porta della camera, nella quale sembrava non osasse entrare. Ma i
-domestici, invece di rispondere, guardavano il sig. d’Avrigny ch’era
-entrato, era corso a Valentina e la sollevava sulle braccia: — Anche
-questa... mormorò egli, lasciandola ricadere. Oh! mio Dio! mio Dio! e
-quando vi stancherete?
-
-Villefort si slanciò nell’appartamento: — Che dite, mio Dio! gridò
-alzando le mani al cielo, dottore!
-
-— Dico che Valentina è morta, rispose il sig. d’Avrigny con voce
-solenne, e terribile nella sua solennità.
-
-Il sig. de Villefort stramazzò, come se le gambe si fossero incrociate,
-e cadde colla testa contro il letto di Valentina.
-
-Alle parole del dottore, alle grida del padre i domestici spaventati
-fuggirono mandando sorde imprecazioni. S’intesero pei corridori e per
-le sale i loro passi precipitati, poscia un movimento nei cortili,
-indi tutto finì; il rumore si estinse; dal primo fino all’ultimo, essi
-avevano disertato da quella casa maledetta.
-
-In quel momento la sig.ª de Villefort, col braccio per metà infilzato
-nel pettinatore da mattina, sollevava la portiera; per un momento
-restò sulla soglia in atto di interrogare gli assistenti, e chiamando
-in suo aiuto alcune lagrime ribelli. D’un subito ella fece un passo,
-o piuttosto uno sbalzo colle braccia stese verso la tavola da notte:
-aveva veduto d’Avrigny piegarsi con curiosità su questa tavola, e
-prendere il bicchiere ch’ella era certa di aver vuotato nella notte.
-Il bicchiere si ritrovava pieno per un terzo, precisamente come era
-quando ella ne aveva gettato il contenuto nelle ceneri. Lo spettro di
-Valentina ritto davanti l’avvelenatrice avrebbe prodotto minor effetto
-su di lei.
-
-Di fatto era quello il colore della bevanda che aveva versata nel
-bicchiere di Valentina, e da questa bevuta; era quello il veleno che
-non poteva ingannare l’occhio del sig. d’Avrigny, e che d’Avrigny
-guardava attentamente; era quello un miracolo che senza dubbio
-faceva Dio, affinchè restasse, ad onta di tutte le cautele prese
-dall’assassino, una prova, una denunzia del delitto. Frattanto,
-mentre la sig.ª de Villefort era rimasta immobile, come la statua del
-terrore, mentre Villefort, colla testa nascosta nelle lenzuola del
-letto mortuario, non vedeva niente di ciò che accadeva intorno a lui,
-d’Avrigny si avvicinava alla finestra per meglio esaminare coll’occhio
-il contenuto del bicchiere, e gustandone una goccia presa sulla punta
-di un dito:
-
-— Ah! mormorò egli, ora non è più la brucnina; vediamo che cosa è! —
-Allora corse ad uno degli armadii della camera di Valentina, armadio
-trasformato in farmacia, e cavando dalla sua piccola nicchia d’argento
-una boccetta d’acido nitrico, ne lasciò cadere alcune gocce nello opale
-del liquido, che in un subito si cambiò in un mezzo bicchiere di sangue
-vermiglio. — Ah! fece d’Avrigny coll’orrore del giudice a cui si scopre
-la verità, e colla soddisfazione dello scienziato a cui si svela un
-problema.
-
-La sig.ª de Villefort si girò un minuto su sè stessa, i suoi occhi
-lanciarono fiamme, indi si spensero; ella cercò vacillante la porta
-colla mano, e disparve.
-
-Un momento dopo s’intese il rumore di un corpo che cadde sull’assito.
-Ma nessuno vi fece attenzione; la infermiera stava occupata a guardare
-l’analisi chimica, Villefort era sempre annientato. Il sig. d’Avrigny
-soltanto aveva seguito con gli occhi la sig.ª de Villefort, ed aveva
-notata la sua precipitata sparizione. Egli sollevò la portiera della
-camera di Valentina, ed il suo sguardo, a traverso dell’appartamento
-di Edoardo, potè penetrare in quello della sig.ª de Villefort, ch’egli
-vide priva di sensi e stesa sul piancito: — Andate a soccorrere la
-sig.ª de Villefort, diss’egli all’infermiera, ella si sente male!
-
-— Ma madamigella Valentina? balbettò questa.
-
-— Madamigella Valentina non ha più bisogno di soccorsi, d’Avrigny
-disse, poichè ella è morta.
-
-— Morta! morta! sospirò Villefort nel suo parossismo, tanto più
-dilaniante, che questa era una notizia incognita, inudita pel suo cuore
-di bronzo.
-
-— Morta! dite voi? gridò una terza voce; chi ha detto che Valentina sia
-morta? — I due personaggi si rivolsero, e sulla porta scopersero Morrel
-dritto in piedi, pallido, sconvolto, e terribile. Ecco ciò ch’era
-accaduto.
-
-All’ora solita, e per la piccola porta che conduceva al sig. Noirtier,
-Morrel si era presentato. Contro il solito ritrovò la porta aperta;
-non ebbe dunque bisogno di suonare il campanello: entrò. Nel vestibolo
-aspettò un momento chiamando un domestico qualunque che lo introducesse
-presso il sig. Noirtier. Ma nessuno aveva risposto; i domestici, come
-si sa, eran tutti disertati dalla casa. Ma Morrel in quel giorno non
-aveva alcun particolare motivo di inquietudine. Egli aveva la promessa
-di Monte-Cristo, che Valentina sarebbe vissuta, e fino a quel giorno
-la promessa era stata mantenuta fedelmente. Ogni sera il conte gli dava
-delle buone notizie che la dimane venivano confermate dallo stesso sig.
-Noirtier. Però questa solitudine gli sembrò cosa singolare; chiamò
-una seconda, una terza volta, ma sempre lo stesso silenzio. Allora
-risolvette salire.
-
-La porta del sig. Noirtier era aperta come tutte le altre.
-
-La prima cosa che vide, fu il vecchio nel suo seggio, al suo posto
-ordinario; ma gli occhi dilatati sembravano esprimere un interno
-spavento, che veniva ancor confermato dallo strano pallore sparso su
-tutti i suoi lineamenti.
-
-— Come state, signore? domandò il giovine non senza un certo
-stringimento di cuore.
-
-— Bene, fece il vecchio col suo battere di palpebra.
-
-Ma la sua fisonomia sembrò aumentar d’inquietudine.
-
-— Voi siete preoccupato, continuò Morrel, avete bisogno di qualche
-cosa; volete che chiami qualcuno dei servitori? — Sì, fece Noirtier.
-
-Morrel si sospese al cordone del campanello, ma ebbe un bel tirare fino
-a romperlo, non venne alcuno.
-
-Egli si voltò verso Noirtier; il pallore e l’angoscia andavano
-crescendo sul viso del vecchio: — Ma, Dio mio! disse Morrel, ma perchè
-non viene qualcuno? forse che vi è un malato nella casa? — Gli occhi
-di Noirtier sembrarono sul punto di schizzare dalle loro orbite: —
-Ma che avete dunque? continuò Morrel, voi mi spaventate... Valentina,
-Valentina... — Sì, sì, fece Noirtier.
-
-Massimiliano aprì la bocca per parlare, ma la lingua non potè
-articolare alcuna parola: egli vacillò e si rattenne ad un mobile: indi
-stese la mano verso la porta.
-
-— Sì, sì, sì, fece il vecchio. — Massimiliano si slanciò verso la
-piccola scala, che montò in due salti, mentre Noirtier sembrava
-gridargli cogli occhi:
-
-— Più presto! più presto! — Bastò un minuto al giovine per traversare
-molte camere solitarie, come tutto il rimanente della casa, e per
-giunger fino a quella di Valentina: non ebbe bisogno di spingere la
-porta, essa era aperta in tutta la sua grandezza. Un singhiozzo fu
-il primo rumore che sentì, egli vide, come attraverso una nube, una
-figura nera inginocchiata e perduta in un ammasso confuso di drappi
-bianchi. Il timore, lo spaventevole timore, lo inchiodava sulla soglia.
-Fu allora che intese una voce che diceva: — Valentina è morta, — e una
-seconda voce che, come un eco, rispondeva: — Morta! morta!
-
-
-
-
-CII. — MASSIMILIANO.
-
-
-Villefort si rialzò quasi vergognoso di essere stato sorpreso
-nell’accesso di questo dolore. Il terribile stato che egli esercitava
-da 25 anni, era giunto a farne più o meno che un uomo. Il suo sguardo,
-un momento perduto, si fissò su Morrel. — Chi siete voi, signore? disse
-egli, voi che dimenticate che non si entra così in una casa abitata
-dalla morte? Uscite! signore, uscite! — Ma Morrel restava immobile;
-egli non poteva staccare gli occhi dal terribile spettacolo di questo
-letto in disordine, e dalla pallida figura che vi era stesa sopra. —
-Uscite! capite? gridò Villefort mentre d’Avrigny si avanzava dal suo
-canto per far uscire Morrel.
-
-Questi guardò con aria smarrita il cadavere, quei due uomini, tutta la
-camera, sembrò esitare un momento, aprì la bocca, indi finalmente, non
-trovando una parola da pronunziare, e dall’innumerevole ammasso d’idee
-fatali che agitavano il suo cervello, ritornò addietro cacciandosi
-le mani fra i capelli, in modo tale che de Villefort e d’Avrigny, un
-momento distratti dalla loro preoccupazione, dopo averlo seguito con
-gli sguardi, scambiarono fra di loro un’occhiata che voleva dire: —
-Egli è pazzo!
-
-Ma prima che fossero passati cinque minuti, s’intese gemere la scala
-sotto un peso considerevole, e si vide Morrel che, con una forza
-sovrumana, sollevava il seggio di Noirtier colle braccia e portava il
-vecchio al primo piano della scala. Morrel posò il seggio a terra e lo
-rotolò rapidamente fino nella camera di Valentina.
-
-Tutto questo si eseguì con una forza raddoppiata dalla esaltazione
-frenetica del giovine. Ma una cosa era spaventosa soprattutto; la
-figura di Noirtier, avanzandosi verso il letto di Valentina, spinto da
-Morrel, la figura di Noirtier sulla quale l’intelligenza spiegava tutti
-i suoi espedienti, di cui gli occhi riunivano tutta la loro possanza
-per supplire alle altre facoltà. Così questo viso pallido, collo
-sguardo infiammato, fu per de Villefort una spaventevole apparizione.
-Ogni volta che egli si era ritrovato a contatto con suo padre, era
-sempre accaduto qualche cosa di terribile.
-
-— Guardate ciò che essi ne han fatto! gridò Morrel appoggiato ancora
-con una mano allo schienale del seggio che aveva spinto fin contro il
-letto, e l’altra stesa verso Valentina, guardate! padre mio, guardate!
-
-Villefort rinculò di un passo e guardò con meraviglia questo giovine
-che gli era quasi sconosciuto e che chiamava Noirtier suo padre.
-In questo momento tutta l’anima del vecchio sembrò passare nei suoi
-occhi, che da prima s’iniettarono di sangue, indi gli si gonfiarono le
-vene del collo, un colore bluastro, come quello che invade la pelle
-dell’epilettico, gli coprì il collo, le guance, e le tempia; non
-mancava a questa esplosione interna di tutto l’essere, se non che un
-grido e questo uscì, per così dire, da tutti i pori, spaventoso nel suo
-mutismo, dilaniante nel suo silenzio.
-
-D’Avrigny si precipitò verso il vecchio, e gli fece respirare un
-violento revulsivo. — Signore, gridò Morrel afferrando la mano inerte
-del paralitico, si domanda chi son io, e qual diritto ho di essere
-qui. Oh! voi che lo sapete, ditelo, ditelo! — E la voce del giovine
-si spense con un singulto. In quanto al vecchio, la sua respirazione
-anelante gli scuoteva il petto. Si sarebbe detto che egli era in preda
-a quelle agitazioni che precedono l’agonia.
-
-Finalmente alcune lagrime stillarono dagli occhi di Noirtier, più
-felice del giovine che singhiozzava senza poter piangere. Non potendo
-piegare la testa, chiuse gli occhi.
-
-— Dite, continuò Morrel con voce strangolata, dite che io era il suo
-fidanzato! dite che ella era la mia nobile amica, il mio solo amore
-sulla terra; dite, che questo cadavere mi appartiene! — ed il giovine,
-dando il terribile spettacolo di una gran forza che si rompe, cadde
-pesantemente in ginocchio davanti a questo letto, che le sue dita
-increspate strinsero con violenza.
-
-Questo dolore era così penetrante che d’Avrigny si voltò per nascondere
-la sua emozione, e che Villefort, senza chiedere altra spiegazione,
-attirato da quella specie di magnetismo che ci spinge verso quelli che
-hanno amato coloro che noi piangiamo, stese la mano al giovine.
-
-Ma Morrel che nulla vedeva, aveva presa la mano agghiacciata di
-Valentina, e, non potendo piangere, mordeva le lenzuola arrossendo.
-Per qualche tempo non s’intese in questa camera che il conflitto dei
-singulti, delle imprecazioni, e della preghiera. E frattanto un rumore
-dominava tutto questo: era la respirazione rauca e straziante, che
-sembrava, ad ogni ripresa d’aria, rompere le molle della vita nel petto
-di Noirtier. Finalmente Villefort, il più padrone di sè stesso fra
-tutti, dopo aver per così dire ceduto per qualche tempo il suo posto
-a Massimiliano, prese la parola: — Signore, diss’egli a Massimiliano,
-voi amavate Valentina, dite voi, eravate suo fidanzato, ignoravo questo
-amore, questo impegno; eppure, io suo padre, vi perdono; poichè, lo
-vedo, il vostro dolore è grande, reale e vero. Del resto in me pure il
-dolore è grande, perchè resti nel mio cuore posto alla collera. Ma, voi
-lo vedete, l’angiolo che speravate ha lasciato la terra, ella non sa
-più che fare delle adorazioni degli uomini, ella che a quest’ora, adora
-il Signore; fate dunque i vostri addii alla trista spoglia, che ella ha
-dimenticato fra noi; stringete un’ultima volta la mano che aspettavate,
-e separatevi da lei per sempre; Valentina or non ha più bisogno che di
-un prete che la benedica.
-
-— Vi sbagliate, signore, gridò Morrel, rialzandosi sur un ginocchio,
-col cuore traversato da un dolore più acuto di quelli da lui finora
-intesi, vi sbagliate! Valentina, è morta, e nel modo che è morta,
-non solo ha bisogno di un prete ma ancora di un vendicatore; sig. de
-Villefort, mandate a cercare il prete, io sarò il suo vendicatore.
-
-— Che volete dire, signore? mormorò Villefort, tremante per questa
-nuova inspirazione del delirio di Morrel.
-
-— Voglio dire, continuò Morrel, che in voi esistono due esseri,
-signore; il padre ha pianto abbastanza, ora il procurator del Re
-cominci il suo ministero.
-
-Gli occhi di Noirtier sfavillarono, d’Avrigny si avvicinò. — Signore,
-continuò il giovine, raccogliendo dagli occhi di tutti gli assistenti
-i sentimenti che si risvegliavano sui loro volti, so quel che dico, e
-voi sapete, tanto bene quanto me, tutto ciò che son per dire: Valentina
-è morta assassinata! — Villefort abbassò la testa; d’Avrigny avanzò
-ancora di un passo; Noirtier fece di sì cogli occhi.
-
-— Ora, signore, continuò Morrel, ai tempi in cui viviamo, una creatura,
-ancorchè non così giovane, così bella, così adorabile, una creatura
-non dispare sì violentemente dal mondo senza che si domandi conto
-della sua sparizione. Andiamo! sig. procurator del Re, aggiunse Morrel
-con una veemenza sempre crescente, non vi sia pietà! vi denunzio il
-delitto, cercate l’assassino! — E il suo occhio implacabile interrogava
-Villefort, che dal canto suo sollecitava uno sguardo, ora da
-Noirtier, ora da d’Avrigny. Ma invece di trovar soccorso da suo padre
-e dal dottore, Villefort non ritrovò in essi che uno sguardo tanto
-inflessibile, quanto quello di Morrel. — Sì, fece il vecchio.
-
-— Certamente, disse d’Avrigny.
-
-— Signore, replicò Villefort, tentando di lottare ancor contro questa
-triplice volontà, e contro la propria emozione; signore, vi sbagliate,
-non si commettono delitti in casa mia, la fatalità mi colpisce, Dio mi
-prova, è orribile a pensarsi, ma in casa mia non si assassina nessuno!
-
-Gli occhi di Noirtier fiammeggiarono, d’Avrigny aprì la bocca per
-parlare. Morrel stese la mano raccomandando il silenzio: — Ed io vi
-dico che qui si uccide! gridò Morrel abbassando la voce, ma senza
-perder nulla della sua terribile vibrazione: vi dico che questa è la
-quarta vittima, che si colpisce in quattro mesi! vi dico che si era già
-provato una volta, quattro giorni sono, di avvelenare Valentina, e che
-questo delitto era andato a vuoto, mercè le cautele che avea prese il
-sig. Noirtier! vi dico che fu raddoppiata la dose o cambiata la natura
-del veleno, e questa volta è riuscito! vi dico che voi sapete tutto ciò
-tanto ben quanto me, poichè il signore, che è qui presente, ve ne ha
-avvisato e come medico, e come amico.
-
-— Oh! siete in delirio! disse Villefort, tentando invan di battersi
-entro il cerchio in cui era stato ristretto.
-
-— Io sono in delirio! gridò Morrel: ebbene! me ne appello al sig.
-d’Avrigny stesso. Domandategli, signore, se si ricorda ancora delle
-parole che ha pronunziate nel vostro giardino, nel giardino di questo
-palazzo, la sera stessa della morte della sig.ª de Saint-Méran, allor
-quando entrambi, voi e lui, credevate esser soli; vi trattenevate su
-questa morte tragica nella quale quella fatalità di cui parlate, e
-Dio che accusavate ingiustamente, non potevano esser contati che per
-una sola cosa, vale a dire per aver creato l’assassino di Valentina!
-— Villefort e d’Avrigny si guardarono. — Sì, sì, ricordatevi, disse
-Morrel, perchè quelle parole, che credevate sciolte al silenzio ed alla
-solitudine, sono cadute nelle mie orecchie. Certamente da quella sera,
-vedendo la colpevole compiacenza del sig. de Villefort pei suoi, avrei
-dovuto scoprir tutto alle autorità; non sarei complice come lo sono in
-questo momento della tua morte Valentina! mia Valentina prediletta!
-ma il complice diventerà il vendicatore; questo quarto omicidio è in
-flagrante, è visibile agli occhi di tutti, e se tuo padre ti abbandona,
-Valentina, sta a me, te lo giuro, di perseguitare l’assassino.
-
-E questa volta, come se la natura avesse avuto alfine pietà di questa
-vigorosa organizzazione, pronta ad infrangersi in virtù della propria
-forza, le parole gli si spensero nella gola, il petto scoppiò in
-singulti, le lagrime, tanto lungamente ribelli, scaturirono dai suoi
-occhi, si piegò su sè stesso, e ricadde in ginocchio e piangente vicino
-al letto di Valentina.
-
-Allora toccò la sua volta a d’Avrigny:
-
-— Ed io pure, disse con voce forte, io pure mi unisco al sig. Morrel
-per domandarvi giustizia del delitto; poichè il mio cuore si ribella
-all’idea che la mia vile compiacenza ha incoraggiato l’assassino!
-
-— Oh! mio Dio! mio Dio! mormorò Villefort annientato. — Morrel rialzò
-la testa, e leggendo negli occhi del vecchio che lanciavano fiamme
-soprannaturali:
-
-— Osservate, diss’egli, il sig. Noirtier vuol parlare.
-
-— Sì, fece Noirtier con una espressione tanto più terribile, che tutte
-le facoltà di questo povero vecchio impotente eran concentrate nello
-sguardo.
-
-— Conoscete l’assassino? disse Morrel.
-
-— Sì, replicò Noirtier.
-
-— E ci guiderete? gridò il giovine. Ascoltiamo, sig. d’Avrigny,
-ascoltiamo. — Noirtier indirizzò all’infelice Morrel un sorriso
-malinconico, uno di quei sorrisi con gli occhi che tante volte avevan
-resa felice Valentina, e in tal modo fissò la sua attenzione: indi,
-avendo attaccati, per così dire, gli occhi del suo interlocutore ai
-suoi, li voltò verso la porta.
-
-— Volete che io esca, signore? gridò dolorosamente Morrel.
-
-— Sì! fece Noirtier. — Ahimè! ahimè! signore, ma abbiate dunque pietà
-di me! — Gli occhi del vecchio restarono irremovibilmente fissi verso
-la porta.
-
-— Potrò almeno ritornare? domandò Morrel.
-
-— Sì. — Debbo uscir solo? — No. — Chi deve dunque venir meco, il sig.
-procuratore del Re? — No.
-
-— Il dottore? — Sì. — Volete restar solo col sig. de Villefort? — Sì. —
-Ma potrà egli capirvi? — Sì.
-
-— Oh! disse il sig. de Villefort quasi contento che la contestazione
-si facesse a quattr’occhi; oh! siate tranquillo, capisco benissimo mio
-padre. — E mentre diceva così, con una viva espressione di gioia, gli
-sbattevano i denti con violenza. D’Avrigny prese il braccio di Morrel,
-e trascinò il giovine nella camera vicina. Si fece allora in tutta
-quella casa un silenzio più profondo di quello della morte.
-
-Finalmente, in capo ad un quarto d’ora, si fece sentire un passo
-vacillante, e Villefort comparve sulla soglia del salotto ove si
-trattenevano d’Avrigny e Morrel, l’uno assorto, l’altro soffocato: —
-Venite, diss’egli.
-
-E li ricondusse presso il seggio di Noirtier.
-
-Morrel allora guardò attentamente Villefort. La faccia del procurator
-del Re era livida, larghe macchie color di ruggine ne vergavan la
-fronte; fra le dita era una penna contorta in mille modi e rotta in
-diversi pezzi.
-
-— Signori, diss’egli con voce soffocata a d’Avrigny ed a Morrel, la
-vostra parola d’onore che l’orribile segreto rimarrà sepolto fra di
-noi? — I due uomini fecero un movimento: — Io ve ne scongiuro!...
-continuò Villefort.
-
-— Ma, disse Morrel, il colpevole! l’uccisore!... l’assassino!...
-
-— Siate tranquilli, signori, sarà fatta giustizia, disse Villefort.
-Mio padre mi ha rivelato il nome del colpevole; mio padre ha sete
-di vendetta al par di voi, eppur mio padre vi scongiura come me di
-conservare il segreto del delitto. Non è vero, padre mio?
-
-— Sì, fece risolutamente Noirtier. — Morrel lasciò sfuggire un
-movimento d’orrore e d’incredulità.
-
-— Oh! gridò Villefort, fermando Morrel per un braccio, oh! signore,
-se mio padre, l’uomo che conoscete inflessibile, vi fa questa
-domanda, è perchè sa, siate tranquilli, è perchè sa che Valentina sarà
-terribilmente vendicata. Non è vero, padre mio? — Il vecchio fece segno
-di sì.
-
-Villefort continuò: — Egli mi conosce, ed è la sua parola che io
-impegno. Tranquillatevi dunque signore; tre giorni, non vi domando
-che tre giorni, è il meno che potreste domandare alla giustizia, e fra
-tre giorni la vendetta che avrò presa dell’uccisor di mia figlia, farà
-fremere fin dal profondo del cuore, anche gli uomini più indifferenti.
-
-Dicendo queste parole, egli strideva i denti, e scuoteva la mano inerte
-del vecchio.
-
-— Tutto ciò che vien promesso, sarà mantenuto, sig. Noirtier? domandò
-Morrel mentre d’Avrigny lo interrogava con lo sguardo.
-
-— Sì, fece il vecchio con uno sguardo di sinistra gioia.
-
-— Giurate dunque, signori, disse Villefort congiungendo le mani di
-d’Avrigny e di Massimiliano; giurate che avrete pietà dell’onore di
-mia famiglia, e che mi lascerete la cura di vendicarla? — D’Avrigny
-si voltò, e mormorò un sì ben debole; ma Morrel strappò la sua mano
-da quella del magistrato, si precipitò verso il letto, impresse le sue
-labbra sulle labbra agghiacciate di Valentina, e fuggì col lungo gemito
-di un’anima che s’ingolfa nella disperazione.
-
-Abbiam detto che tutti i domestici erano spariti; il sig. de Villefort
-fu dunque obbligato di pregare d’Avrigny d’incaricarsi di tutti quegli
-atti, così numerosi e delicati, che seco trascina la morte nelle nostre
-grandi città; e particolarmente una morte accompagnata da particolarità
-così sospette. In quanto a Noirtier, era qualche cosa di terribile il
-vedere questo dolore senza movimenti, questa disperazione senza gesti,
-queste lagrime senza voce. Villefort rientrò nel gabinetto; d’Avrigny
-andò a cercare il medico della municipalità, che adempiva le funzioni
-d’ispettore dei trapassati; e che si chiama con tanta energia il
-_medico dei morti_.
-
-Noirtier non volle più lasciare la salma di sua nipote.
-
-Una mezz’ora dopo il sig. d’Avrigny ritornò col suo confratello;
-erano state chiuse le porte di strada, e siccome il portinaro pure
-era disparso con tutti gli altri servitori, Villefort stesso andò
-ad aprire. Ma si fermò sul pianerottolo, non aveva più il coraggio
-di rientrare nella camera mortuaria, ove i due medici entraron soli.
-Noirtier era vicino al letto, pallido come la morte; com’essa immobile
-e muto.
-
-Il medico dei morti si avvicinò con la indifferenza dell’uomo che è
-assuefatto a passare la metà della vita fra cadaveri, sollevò il drappo
-che copriva la giovanetta, ed aprì un poco le labbra di lei. — Oh!
-disse d’Avrigny sospirando, povera fanciulla! ella è realmente morta,
-andate.
-
-— Sì, rispose laconicamente il medico, lasciando ricadere il drappo che
-copriva il viso di Valentina.
-
-Noirtier fe’ sentire un sordo rantolo, d’Avrigny si voltò, gli occhi
-del vecchio sfavillavano; il buon dottore capì che Noirtier reclamava
-la vista di sua nipote; si riaccostò al letto, e mentre il medico dei
-morti si lavava le dita nell’acqua col cloruro, scoperse quel placido e
-pallido viso, che rassomigliava a quello di un angelo addormentato.
-
-Una lagrima ricomparve all’angolo dell’occhio di Noirtier, e fu il
-ringraziamento che ricevè il dottore.
-
-Il medico dei morti scrisse il suo processo verbale sull’angolo di
-una tavola, nella stessa camera di Valentina, ed adempita questa
-suprema formalità, uscì ricondotto dal dottore. Villefort aspettava che
-discendessero, e comparve alla porta del suo gabinetto. In poche parole
-ringraziò il medico, e voltandosi a d’Avrigny: — E ora, diss’egli, il
-prete?
-
-— Avete un ecclesiastico che desideriate più particolarmente
-d’incaricare di pregare per Valentina?
-
-— No, disse Villefort, andate a cercare il più vicino.
-
-— Il più vicino, disse il medico dei morti, è un buon abate italiano
-che è venuto a dimorar nella casa contigua alla vostra; volete che nel
-passare lo prevenga?
-
-— D’Avrigny, disse Villefort, volete avere la bontà di accompagnare
-il signore? Ecco la chiave perchè possiate entrare ed uscire a vostro
-piacere: ricondurrete il prete e v’incaricherete di situarlo nella
-camera della mia povera figlia.
-
-— Desiderate parlargli, amico mio?
-
-— Desidero di restar solo: mi scuserete, n’è vero? Un prete deve
-comprendere tutti i dolori, anche il dolore paterno. — Ed il sig.
-de Villefort, consegnando un apritutto a d’Avrigny, salutò un’ultima
-volta il dottore straniero, rientrò nel suo gabinetto, e vi si mise a
-lavorare.
-
-Per alcune organizzazioni, il lavoro è un rimedio a tutti i dolori. Nel
-momento in cui discendevano nella strada, scopersero un uomo vestito
-in sottana che stava sulla soglia della porta vicina. — Ecco quello di
-cui vi parlava, — disse il medico dei morti a d’Avrigny. Questi andò
-incontro all’ecclesiastico; — Signore, diss’egli, sareste disposto
-di rendere un gran favore ad un disgraziato padre che ha perduto sua
-figlia, al sig. procuratore del Re Villefort?
-
-— Ah! signore, rispose il prete con un accento italiano dei più
-pronunciati, sì, lo so, la morte è nella sua casa.
-
-— Allora non ho più bisogno di dirvi qual genere di favore ei si
-aspetti da voi?
-
-— Io stesso veniva ad offrirmi, disse il prete; è nella nostra missione
-l’andar incontro ai nostri doveri.
-
-— È una giovanetta.
-
-— Sì, l’ho saputo dai domestici che fuggivano di casa: si chiamava
-Valentina, ed ho già cominciato a pregar per lei.
-
-— Grazie, grazie, signore, disse d’Avrigny; e poichè avete di già
-cominciato ad esercitare il santo vostro ministero, degnatevi di
-continuarlo: vi sederete vicino alla morta, e tutta una famiglia
-sepolta nel lutto vi sarà grandemente riconoscente.
-
-— Vi vado, signore, ed oso dire, che non saranno mai state fatte
-preghiere più fervide delle mie. — D’Avrigny prese l’abate per la mano,
-e senza incontrare Villefort, chiuso nel suo gabinetto, lo condusse
-fino alla camera di Valentina, della quale i becchini non dovevano
-impadronirsi che la sera susseguente. Entrando nella camera, lo sguardo
-di Noirtier si era abbattuto in quello dell’abate, e senza dubbio
-credè leggervi qualche cosa di particolare, perchè non lo lasciò più.
-D’Avrigny raccomandò al prete non solo la morta, ma anche il vivo,
-ed il prete gli promise di dare le sue preghiere alla morta, e di
-prestare le sue cure a Noirtier. L’abate vi si obbligò solennemente, e,
-senza dubbio, per non essere disturbato nelle sue preghiere, e perchè
-Noirtier non fosse disturbato nel suo dolore, andò tosto che d’Avrigny
-ebbe lasciata la camera, a chiudere le serrature, non solo della porta
-dalla quale era uscito d’Avrigny, ma ancor di quella che metteva nelle
-stanze della sig.ª de Villefort.
-
-
-
-
-CIII. — LA FIRMA DI DANGLARS.
-
-
-Il giorno dopo sorse tristo e nuvoloso. I becchini nella notte avevano
-compito il loro funebre ufficio, accomodato il corpo, deposto sul
-letto, avvolto nel sudario che ricuopre lugubremente i trapassati,
-prestando loro (che che si dica di eguaglianza in faccia alla morte)
-un’ultima testimonianza del lusso ch’essi amavano durante la vita.
-
-Il sudario non era altro che una pezza di magnifica battista, che la
-giovanetta aveva comprata quindici giorni prima. Nella serata, uomini
-chiamati a questo effetto avevano trasportato Noirtier dalla camera di
-Valentina nella sua, e, contro ogni aspettativa, il vecchio non aveva
-fatta alcuna difficoltà ad allontanarsi dal corpo di sua nipote.
-
-L’abate Busoni aveva vegliato fino a giorno, ed a giorno si era
-ritirato in casa sua senza chiamar nessuno.
-
-Verso le otto della mattina, d’Avrigny era ritornato; egli aveva
-incontrato Villefort che passava da Noirtier, e lo aveva accompagnato
-per sapere in che modo il vecchio aveva passata la notte. Essi lo
-ritrovarono nel suo gran seggio, che gli serviva ancora di letto,
-dormendo un sonno dolce e quasi sorridente. Entrambi si fermarono
-maravigliati sul limitare della porta. — Osservate, disse d’Avrigny
-a Villefort che guardava suo padre addormentato; osservate, la natura
-sa calmare i più vivi dolori, certamente non si dirà che Noirtier non
-amava sua nipote, eppure egli dorme.
-
-— Sì, ed avete ragione rispose Villefort con sorpresa, egli dorme, ed
-è strano, poichè la più piccola contrarietà lo tiene svegliato delle
-notti intere.
-
-— Il dolore lo ha atterrato, replicò d’Avrigny.
-
-Ed entrambi ritornavano pensierosi al gabinetto del procuratore del
-Re: — Osservate! non ho dormito, disse Villefort mostrando a d’Avrigny
-il suo letto intatto; il dolore non mi ha atterrato: son due notti che
-non dormo; ma invece, guardate il mio scrittoio, ho io scritto, mio
-Dio! in queste due notti?... ho sfogliato filze, ho annotato quest’atto
-d’accusa contro Benedetto!... oh! lavoro, lavoro, lavoro! mia gioia,
-mia rabbia, appartiene a te l’atterrare tutti i miei dolori! — E
-strinse convulsivamente la mano a d’Avrigny.
-
-— Avete voi bisogno di me? domandò il dottore.
-
-— No, soltanto vi prego di ritornare alle undici; a mezzo giorno ha
-luogo.... la partenza... mio Dio! povera la mia figlia! povera figlia
-mia! — Il procuratore del Re ritornando uomo, alzò gli occhi al cielo e
-mandò un sospiro.
-
-— Sarete voi nella sala di ricevimento?
-
-— No, ho un cugino che s’incarica di questo tristo onore: io lavorerò,
-dottore, quando lavoro tutto sparisce.
-
-Infatto il dottore non era giunto alla porta, che il procurator del
-Re si era messo al lavoro. Sulla scalinata d’Avrigny incontrò questo
-parente di cui gli aveva parlato Villefort; personaggio insignificante
-in questa storia, come in quella famiglia, uno di quegli esseri che
-sono destinati nascendo a rappresentare in società la parte della
-inutilità.
-
-Era puntuale, vestito di nero, col velo crespo al braccio, e si era
-portato da suo cugino con una figura che si era fatta, e che contava di
-conservare finchè vi fosse stato bisogno, per lasciarla poi in seguito.
-All’undici le carrozze funebri rumoreggiavano sul selciato del cortile,
-e la strada del sobborgo Sant’Onorato si riempiva del mormorio della
-folla, avida egualmente delle gioie e dei lutti dei ricchi, e che corre
-ad un mortorio pomposo colla stessa fretta che al matrimonio di una
-duchessa. A poco a poco la sala mortuaria si riempì, e si vide giungere
-da prima una parte delle nostre antiche conoscenze, come sarebbe
-Debray, Beauchamp, Château-Renaud, quindi tutte le persone più illustri
-del tribunale, delle camere, della letteratura, dell’esercito, poichè
-il sig. de Villefort occupava il primo rango di un’alta posizione
-sociale, meno per la sua carica, che per i suoi meriti personali.
-
-Il cugino stava alla porta e faceva entrare tutti, e per
-gl’indifferenti era un gran sollievo, bisogna dirlo, quello di
-ritrovar là una persona indifferente, che non esigeva dagl’invitati
-una fisonomia mentita, o false lagrime, come avrebbe fatto un padre, un
-fratello, un fidanzato.
-
-Quelli che si conoscevano si chiamavano collo sguardo e si riunivano in
-gruppi. Uno di questi gruppi era composto di Debray, di Château-Renaud,
-e di Beauchamp. — Povera giovanetta! disse Debray pagando, del resto,
-come ciascuno, quasi suo malgrado, un tributo a questo doloroso
-avvenimento. Povera giovanetta! così ricca! così bella! Lo avreste
-pensato, Château-Renaud, quando venimmo, circa due settimane o un mese
-al più, per firmare il contratto, che poi non fu firmato?
-
-— In fede mia no, disse Château-Renaud.
-
-— La conoscevate?
-
-— Aveva parlato una o due volte con lei, al ballo della sig.ª de
-Morcerf, fra le altre; ella mi sembrò graziosa, quantunque di uno
-spirito un po’ malinconico. Ov’è sua matrigna, lo sapete?
-
-— È andata a passare questo giorno con la moglie di questo degno
-signore che ci riceve.
-
-— E chi è costui? forse un deputato?
-
-— No, disse Beauchamp; son condannato a vedere i nostri onorevoli tutti
-i giorni, ed egli mi è incognito.
-
-— Avete parlato di questa morte nel vostro giornale?
-
-— L’articolo non è mio, ma se ne è parlato; e dubito che aggradisca al
-sig. de Villefort. Vi è detto, credo: che se quattro morti successive
-avessero luogo in tutt’altra casa che in quella del procuratore del Re,
-il sig. procurator del Re se ne sarebbe certamente commosso.
-
-— Del resto, disse Château-Renaud, il dottore d’Avrigny, che è il
-medico di mia madre, pretende che Villefort ne sia disperato. Ma che
-cercate dunque, Debray?
-
-— Cerco il conte di Monte-Cristo, rispose il giovine.
-
-— L’ho incontrato sul baluardo, lo credo sul punto di partire; andava
-dal suo banchiere, disse Beauchamp.
-
-— Dal suo banchiere? il suo banchiere non è Danglars? domandò
-Château-Renaud a Debray.
-
-— Io credo di sì, rispose il segretario intimo con un leggero impaccio;
-ma il conte di Monte-Cristo non è solo che manca qui; non vedo Morrel.
-
-— Morrel! la conosceva forse? domandò Château-Renaud.
-
-— Credo che sia stato presentato solo alla sig.ª de Villefort.
-
-— Non importa, avrebbe dovuto venire, disse Debray; di che parlerà egli
-questa sera? Questi funerali sono la notizia della giornata; ma zitti,
-attenti, ecco il ministro della Giustizia.
-
-Beauchamp aveva detto il vero; portandosi all’invito mortuario, aveva
-incontrato Monte-Cristo, che dal canto suo si dirigeva all’abitazione
-di Danglars, strada Chaussée-d’Antin.
-
-Il banchiere aveva dalla finestra riconosciuta la carrozza del
-conte che entrava nel cortile, e gli era venuto incontro con un
-viso tristo, ma affabile. — Ebbene, conte, diss’egli stendendo la
-mano a Monte-Cristo, venite a farmi una visita di condoglianza; in
-verità la disgrazia è entrata nella mia casa; ed al momento in cui
-vi ho scorto, stava interrogando me stesso se avevo fatta alcuna
-imprecazione a questi poveri Morcerf, cosa che avrebbe giustificato
-il proverbio: a chi vuol male accade male. Ebbene! sulla mia parola,
-no, non ho augurato male a Morcerf; egli era forse un orgoglioso, per
-un uomo venuto dal niente, come me, e che doveva tutto a sè stesso,
-come me; ma ciascuno ha i suoi difetti. Ah! state in guardia, conte,
-gli uomini della nostra generazione... ma perdono, conte, voi non
-siete della nostra generazione, siete ancor giovine. Gli uomini della
-nostra generazione non sono punto fortunati in questo anno: ne fa fede
-il nostro puritano procurator del Re Villefort, che ha perduto sua
-figlia. Così ricapitoliamo: Villefort, come dicevamo, perde tutta la
-sua famiglia in un modo così strano; Morcerf disonorato ed ucciso; io
-coperto di ridicolo per la scelleratezza di questo Benedetto, e poi...
-
-— E poi che? domandò il conte. — Ahimè! lo ignorate?
-
-— Qualche nuova disgrazia? — Mia figlia...
-
-— Madamigella Danglars?
-
-— Eugenia ci lascia.
-
-— Oh! che mi dite mai!
-
-— La verità, mio caro conte! quanto siete mai fortunato di non aver nè
-moglie nè figli!
-
-— Voi lo credete?
-
-— Ah! mio Dio!
-
-— E che dicevate di madamigella Danglars?
-
-— Ella non ha potuto sopportare l’affronto che ci ha fatto questo
-miserabile, e mi ha chiesto il permesso di viaggiare. — Ed è partita? —
-L’altra notte. — Colla sig.ª Danglars?
-
-— No, con una nostra parente... Ma ciò nullameno la perderemo, questa
-cara Eugenia; poichè dubito, col naturale che le conosco, ch’ella non
-acconsenta giammai a ritornare in Francia!
-
-— Che volete caro barone? disse Monte-Cristo, dispiaceri di famiglia,
-dispiaceri che potrebbero opprimere un povero diavolo che avesse
-riposta tutta la sua fortuna nella figlia, ma sopportabile da un
-milionario quale voi siete. I filosofi hanno un bel che dire, e gli
-uomini pratici daranno loro sempre una mentita su ciò, il danaro
-consola molte afflizioni, e voi dovete esser consolato prima di
-qualunque altro, se ammettete la virtù di questo balsamo salutare;
-voi il re dei finanzieri, il punto d’intersecazione di tutti i poteri.
-— Danglars lanciò un colpo d’occhio obliquo sul conte, per vedere se
-scherzava, o se parlava sul serio.
-
-— Sì, diss’egli, il fatto è, che se la fortuna consola, io debbo esser
-consolato, perchè son ricco.
-
-— Tanto ricco, caro barone, che le vostre ricchezze rassomigliano alle
-piramidi; se si vogliono demolire, nessuno l’osa, su qualcuno l’osasse,
-nol potrebbe.
-
-Danglars sorrise sulla bonomia del conte. — Ciò mi ricorda, diss’egli,
-che quando siete entrato io stava facendo cinque piccoli boni. Ne aveva
-già firmati due, volete permettermi di fare gli altri tre?
-
-— Fate, mio caro barone, fate. — Vi fu un momento di silenzio,
-durante il quale s’intese stridere la penna del banchiere, mentre che
-Monte-Cristo guardava gl’intagli dorati del soffitto.
-
-— _Boni_ di Spagna, disse Monte-Cristo, di Haïti, di Napoli?
-
-— No, disse Danglars col suo viso singolare, boni ai latore, sulla
-banca di Francia; osservate, aggiuns’egli, sig. conte, voi che
-siete l’imperatore della finanza, se io ne sono il re. Avete veduti
-molti pezzi di questa grandezza che valgono ciascuno un milione? —
-Monte-Cristo prese in mano, come per pesarli, i cinque pezzi di carta
-che gli presentava orgogliosamente Danglars, e lesse:
-
- «Piaccia al sig. Reggente della Banca di far pagare al mio
- ordine, e sui fondi da me depositati la somma di un milione,
- valuta in conto,
-
- «BARONE DANGLARS»
-
-— Uno, due, tre, quattro e cinque, fece Monte-Cristo, cinque milioni,
-in che modo lavorate, sig. Creso!
-
-— Ecco come faccio gli affari! disse Danglars.
-
-— È meraviglioso, se soprattutto, come non dubito, questa somma vien
-pagata in contanti. — Essa lo sarà.
-
-— È una bella cosa l’avere un credito simile. In verità non è che in
-Francia ove si vedono tali cose; cinque pezzi di carta valer cinque
-milioni, bisogna vederlo per crederlo.
-
-— Ne dubitate voi? — No.
-
-— Lo dite in un certo modo... Pigliate, prendetevi questo piacere;
-conducete il mio commesso alla banca, e vedrete uscirlo con tanti boni
-sul tesoro per la stessa somma.
-
-— No, disse Monte-Cristo, piegando i cinque biglietti, in fede mia, la
-cosa è troppo curiosa e ne farò io stesso l’esperimento. Il mio credito
-presso voi era fra noi convenuto in sei milioni, ho preso 900 mila
-fr., son cinque milioni, e altri cento mila fr. che restate a darmi:
-prendo questi cinque pezzi di carta, che credo buoni alla sola vista
-della vostra firma, ed ecco una ricevuta generale di sei milioni che
-regolarizzano il nostro conto. Io l’aveva già preparata perchè, bisogna
-che vi dica, che ho molto bisogno di danaro in oggi. — E con una mano
-Monte-Cristo mise i cinque biglietti in tasca, mentre coll’altra
-presentava la ricevuta al banchiere. Un fulmine caduto ai piedi di
-Danglars non lo avrebbe oppresso di spavento e di terrore più grande.
-
-— Che! balbettò egli, che! sig. conte! voi prendete questo danaro? ma
-perdono, questo è danaro che debbo agli ospizii, un deposito, ed io
-avevo promesso di pagar questa mattina.
-
-— Ah! disse Monte-Cristo, allora l’affare è diverso: non ho alcuna
-premura precisamente a questi cinque biglietti, pagatemi in altra
-valuta. Era per mia curiosità che aveva presi questi, affin di poter
-dire nella società che, senza alcun avviso, senza chiedermi cinque
-minuti di dilazione, la casa Danglars mi aveva pagati cinque milioni in
-contante! ciò sarebbe stato notevole! Ma ecco i vostri biglietti, e vi
-ripeto, pagatemi in altra valuta, e fatemene degli altri.
-
-E stese i cinque biglietti a Danglars, che livido, da prima allungò
-la mano come un avvoltoio allunga gli artigli a traverso le sbarre
-della gabbia per ritener la carne che si tenta di levargli. Ma poscia
-si pentì, fece uno sforzo violento su sè stesso, e si contenne: indi
-si vide il sorriso arrotondare a poco a poco i lineamenti del suo viso
-sconvolto.
-
-— Veniamo al fatto, diss’egli, la vostra ricevuta val danaro contante?
-
-— Oh! mio Dio! sì, e se foste a Roma, la casa Thomson e French, su di
-una mia ricevuta non farebbe minor difficoltà a pagarvi di quel che
-fate voi a pagar me.
-
-— Perdono, sig. conte, perdono!
-
-— Posso dunque conservare questi biglietti?
-
-— Sì, disse Danglars asciugandosi il sudore che gli stillava dai
-capelli; conservateli, conservateli.
-
-Monte-Cristo rimise i cinque biglietti in saccoccia con
-quell’intraducibile movimento che vuol dire:
-
-— Diamine! rifletteteci, se vi pentite, siete ancora in tempo.
-
-— No, disse Danglars, no, conservate la mia firma. Ma lo sapete,
-nessuno è tanto pieno di formalità quanto un uomo di danaro; io
-destinava questi fondi agli ospizii, e per un momento avrei creduto
-derubarli, non dando loro precisamente questi; come uno scudo
-non valesse quanto un altro scudo. Scusate! — E si mise a ridere
-rumorosamente, ma di un riso nervoso.
-
-— Io scuso, disse graziosamente Monte-Cristo, e metto in saccoccia. — E
-mise i boni dentro al suo portafogli.
-
-— Ma, disse Danglars, v’è ancora una somma di cento mila fr.
-
-— Oh! bagattella, disse Monte-Cristo, l’aggio deve montar circa a
-questa somma, tenetela, e sarem pari.
-
-— Conte, disse Danglars, parlate sul serio? — Monte-Cristo lo guardò
-con una serietà che toccava l’impertinenza. E s’incamminava verso
-la porta, giusto nel punto in cui il cameriere annunziava il sig.
-de Boville, ricevitor generale degli ospizii. — In fede mia, disse
-Monte-Cristo, sembra che io sia giunto in tempo per goder delle
-vostre firme, esse sono in disputa. — Danglars impallidì una seconda
-volta, e si affrettò a prendere congedo dal conte; il quale rispose
-con un cerimonioso saluto a quello di de Boville, che stava in piedi
-nella camera da ricevimento, e che, passato Monte-Cristo, fu subito
-introdotto nel gabinetto del sig. Danglars. Si sarebbe potuto vedere
-il viso così serio del conte illuminarsi di un passeggiero sorriso nel
-vedere il portafogli che teneva in mano il ricevitore degli ospizii.
-Alla porta ritrovò la sua carrozza, e si fece condurre sul momento alla
-banca.
-
-In questo mentre Danglars, comprimendo tutta la sua emozione, veniva
-incontro al ricevitor generale.
-
-Non fa mestieri di dire che il sorriso e la graziosità erano
-profondamente impresse sulle labbra di lui.
-
-— Buon giorno, diss’egli, mio caro creditore, poichè scommetterei ch’è
-il creditore che giunge.
-
-— Avete indovinato giustamente, sig. barone, disse il sig. de Boville;
-gli ospizii si presentano a voi nella mia persona. Gli ammalati, le
-vedove, gli orfani vengono per mio mezzo a domandarvi una elemosina di
-cinque milioni.
-
-— E si dice che gli orfani son da compiangere! disse Danglars
-prolungando lo scherzo! poveri fanciulli!
-
-— Eccomi che vengo in loro nome: disse il sig. de Boville; dovete aver
-ricevuta la mia lettera di ieri? — Sì.
-
-— Sono qui colla mia ricevuta.
-
-— Mio caro sig. de Boville, disse Danglars, i vostri malati, le vostre
-vedove, i vostri orfani avranno, se acconsentite, la bontà d’aspettare
-ventiquattr’ore, che il sig. di Monte-Cristo, che voi avete veduto
-uscir di qui... n’è vero?
-
-— Sì, ebbene? — Ebbene il sig. di Monte-Cristo portava seco i loro
-cinque milioni. — In che modo?
-
-— Il conte aveva un credito illimitato su di me, credito aperto dalla
-casa Thomson e French di Roma; egli è venuto a domandarmi la somma
-di cinque milioni in un sol colpo; gli ho dato un _bono_ sulla banca:
-i miei fondi stanno deposti là, e capirete che io temerei, ritirando
-dalle mani del Reggente dieci milioni tutti in un giorno, non avesse
-a sembrare cosa troppo strana. In due giorni, aggiunse Danglars
-sorridendo, è affare diverso.
-
-— Allora dunque, gridò il sig. de Boville col tuono di una completa
-incredulità, cinque milioni a quel signore che è uscito poco fa, e che
-mi ha salutato come se lo conoscessi?
-
-— Può darsi ch’egli conosca voi senza che voi conosciate lui. Il
-sig. di Monte-Cristo conosce tutti: ecco la sua ricevuta. Fate come
-l’apostolo che non voleva credere, guardate e toccate. — Il sig. de
-Boville prese il foglio che gli presentò Danglars, e lesse:
-
- «Ho ricevuto dal sig. barone Danglars la somma di cinque milioni
- e 900 mila fr., di cui egli si rimborserà a suo piacere sulla
- casa Thomson e French di Roma.»
-
- «CONTE DI MONTE-CRISTO»
-
-— In fede mia è vero! disse questi.
-
-— Conoscete la casa Thomson e French?
-
-— Sì, disse il sig. de Boville; ho fatto un’altra volta un affare di
-200 mila fr. con questa, ma dopo non ne ho inteso più parlare.
-
-— È una delle migliori case d’Europa, disse Danglars rigettando
-negligentemente sullo scrittoio la ricevuta di Monte-Cristo che aveva
-ritirata dalle mani di de Boville.
-
-— Ed ei teneva così cinque milioni su voi; ma che! è un nababbo questo
-conte di Monte-Cristo?
-
-— In fede mia egli non so che cosa sia; ma aveva tre crediti
-illimitati, uno su me, uno su Rothschild, e uno su Laffitte, e,
-aggiunse negligentemente Danglars, come vedete, ha dato a me la
-preferenza, lasciandomi centomila fr. per l’aggio del cambio.
-
-Il sig. de Boville dette tutti i segni della più alta ammirazione. —
-Bisognerà che io vada a visitarlo, e che ottenga da lui qualche pia
-fondazione.
-
-— Oh! è come se l’aveste già: le sue elemosine sole montano a più di 20
-mila fr. il mese.
-
-— È cosa magnifica! d’altra parte gli citerò l’esempio della sig.ª de
-Morcerf, e di suo figlio. — Quale esempio?
-
-— Essi hanno donata tutta la loro fortuna agli ospizii.
-
-— Quale fortuna? — La loro fortuna, quella del generale de Morcerf
-defunto. — E a che proposito? — Al proposito ch’essi non vogliono beni
-così miseramente acquistati. — E di che cosa vivranno? — La madre si
-ritira in provincia, ed il figlio si arruola. — Senti! senti! questi sì
-che sono scrupoli! — Ho fatto registrare ieri l’atto di donazione. — E
-quanto possedevano? — Oh! non era gran cosa, un milione e 300 mila fr.
-Ma ritorniamo ai nostri milioni.
-
-— Volentieri, disse Danglars colla maggior naturalezza del mondo. Avete
-dunque molta fretta di ritirare questo danaro?
-
-— Ma sì, il riscontro di cassa si fa domani.
-
-— Domani! perchè non lo avete detto subito! ma è un secolo, domani! a
-che ora succede la verifica di cassa?
-
-— Alle due pomeridiane.
-
-— Mandate a mezzogiorno, disse Danglars col suo sorriso.
-
-Il sig. de Boville non rispondeva gran cosa, faceva di sì colla testa,
-ed andava voltando e rivoltando il suo portafogli fra le mani.
-
-— Ma ora che vi penso, disse Danglars, fate anche meglio.
-
-— Che volete che io faccia?
-
-— La ricevuta di Monte-Cristo vale danaro contante: passate con questa
-ricevuta da Rothschild o da Laffitte; essi ve la prenderanno sul
-momento.
-
-— Quantunque da pagarsi a Roma?
-
-— Certamente; non vi potrà costare che un piccolo sconto di sei o
-settemila fr. — Il ricevitore fece uno sbalzo in addietro.
-
-— In fede mia, no, desidero di aspettar domani, come dicevate.
-
-— Ho creduto per un momento, perdonatemi, disse Danglars con una
-estrema impudenza, ho creduto che aveste un piccolo _deficit_, una
-piccola mancanza da riempire.
-
-— Oh! fece il ricevitore. — Ascoltate, ciò si è veduto, e, in questo
-caso, si fa un sacrificio. — Grazie a Dio no, disse il sig. de Boville.
-— Allora, a domani, n’è vero, mio caro sig. ricevitore? — Sì, a domani,
-ma senza fallo?
-
-— Anche! ma ridete! mandate a mezzogiorno e la banca sarà avvisata. —
-Verrò io stesso.
-
-— Meglio ancora, perchè ciò mi procurerà il piacere di rivedervi. —
-E si strinsero la mano. — A proposito, disse il sig. de Boville, non
-andate al funerale di questa povera madamigella de Villefort, che ho
-incontrato sul baluardo?
-
-— No, disse il banchiere, sono ancora un poco ridicolo dopo l’affare di
-Benedetto, e faccio un tuffo.
-
-— Bah! avete torto; è forse colpa vostra?
-
-— Ascoltate, mio caro ricevitore, quando si porta un nome senza macchia
-come il mio, si è suscettibili.
-
-— Tutti vi compiangono, siatene persuaso, e soprattutto si compiange
-madamigella vostra figlia.
-
-— Povera Eugenia! fece Danglars con un profondo sospiro! saprete
-ch’ella entra in monastero? — No.
-
-— Non è che disgraziatamente troppo vero. La dimane dell’avvenimento,
-ella ha risoluto partire con una religiosa sua amica, ed è andata a
-cercare un convento dei più severi in Italia o in Spagna.
-
-— Oh! è terribile! — Ed il sig. de Boville si ritirò dopo questa
-esclamazione, facendo al padre mille complimenti di condoglianza.
-Ma non fu appena fuori, che Danglars, con una energia di gesto che
-potranno soltanto intendere quelli che hanno veduto rappresentare
-Robert Macaire da Frederick, gridò: — Imbecille!!! — E chiudendo
-la quietanza di Monte-Cristo in un piccolo portafogli. — Vieni a
-mezzogiorno, diss’egli, e a mezzogiorno, io sarò lontano.
-
-Indi si chiuse a doppio giro di chiave, vuotò tutti i cassettini della
-cassa, riunì un 50 mila fr. in biglietti di banca, bruciò diverse
-carte, ne pose altre in evidenza, scrisse una lettera che sigillò e
-sulla quale mise per soprascritta:
-
-«Alla signora baronessa Danglars.» — Questa sera, mormorò egli, io
-stesso la metterò sulla sua toletta.
-
-Indi, cavando da un cassetto un passaporto: — Buono! diss’egli, è
-ancora valido per due mesi.
-
-
-
-
-CIV. — IL CIMITERO DEL PADRE LACHAISE.
-
-
-Il sig. de Boville aveva di fatto incontrato il convoglio funebre che
-conduceva Valentina all’ultima sua dimora.
-
-Il tempo era tetro e nuvoloso; un vento ancora tiepido, ma di già
-mortale per le foglie ingiallite, le staccava dai rami poco a poco
-spogliati, e le faceva veleggiare sulla folla immensa che ingombrava
-i baluardi. Il sig. de Villefort, puro parigino, riguardava il
-cimitero del Padre-Lachaise, come il solo degno di ricevere le
-spoglie mortali di una famiglia parigina. Gli altri gli sembravano
-cimiteri da campagna, appartamenti ammobigliati della morte. Soltanto
-al Padre-Lachaise un trapassato di buona società poteva essere
-alloggiato come in casa sua. Come abbiam veduto, egli aveva comprato la
-concessione a perpetuità sulla quale s’innalzava il monumento popolato
-così prontamente da tutti i morti della sua prima famiglia. Si leggeva
-sul frontone del mausoleo:
-
- FAMIGLIA SAINT-MÉRAN E VILLEFORT
-
-Perchè tale era stata l’ultima volontà della povera Renata madre di
-Valentina. Era dunque verso il Padre-Lachaise che s’incamminava il
-pomposo corteggio, partito dal sobborgo Sant’Onorato. Fu traversato
-tutto Parigi, fu preso pel sobborgo del Tempio, indi pei baluardi
-esterni fino al cimitero. Più di 50 carrozze padronali seguivano venti
-carrozze di lutto, e dietro a queste 50 carrozze, più di 500 persone
-ancora camminavano a piedi. Erano quasi tutti giovinetti che questa
-morte di Valentina aveva colpiti come un fulmine, e che, ad onta del
-vapore ghiacciale del secolo, e del prosaismo del tempo soffrirono
-l’influenza poetica di questa bella, di questa casta, di questa
-adorabile giovanetta, divelta nel suo fiore. All’uscire di Parigi si
-vide giungere rapidamente una carrozza trasportata da quattro cavalli,
-che d’improvviso si fermarono, irrigidendo i loro nervosi garetti, come
-fossero state suste d’acciaio: era il sig. di Monte-Cristo. Il conte
-discese di carrozza, e venne a confondersi fra la folla che camminava
-a piedi dietro il carro funebre. Château-Renaud lo scoperse, discese
-subito dal suo _coupé_ e venne ad unirsi a lui, Beauchamp egualmente
-lasciò il _cabriolet_ di rimessa nel quale si ritrovava. Il conte
-guardava attentamente fra tutti gli interstizii che lasciava la folla;
-egli cercava visibilmente qualcuno; finalmente non potè più contenersi.
-— Ov’è Morrel? domandò egli. Qualcuno di voi, signori, sa niente ove
-sia?
-
-— Ci siam già fatti questa domanda fin dalla casa mortuaria, disse
-Château-Renaud, poichè nessun di noi lo ha scorto.
-
-Il conte tacque, ma continuò a guardare intorno a sè. Finalmente si
-giunse al cimitero. L’occhio penetrante di Monte-Cristo guardò in tutti
-i boschetti, e ben presto perdè tutte le inquietudini: un’ombra aveva
-strisciato sotto i neri cipressi, e Monte-Cristo senza dubbio scopriva
-in essa l’oggetto che cercava. Si sa che cosa è un seppellimento in
-questa città di morti: gruppi neri disseminati nei bianchi viali,
-un silenzio del cielo e della terra, rotto soltanto dal rumore dello
-spezzarsi di qualche ramo, dell’affondarsi di qualche siepe intorno
-alla tomba; poi il canto malinconico dei preti al quale viene qua e
-là mischiato un singhiozzo sfuggito da un cespuglio di fiori, sotto
-il quale si vede qualche donna prostrata con le mani giunte. L’ombra
-che aveva notata Monte-Cristo traversò rapidamente il sentiero che
-passava dietro la tomba di Abelardo ed Eloisa e venne a situarsi,
-cogli assistenti ai becchini alla testa dei cavalli che trascinavano
-il corpo, e del medesimo passo pervenne alla direzione scelta per la
-sepoltura. Ciascuno guardava qualche cosa. Monte-Cristo non guardava
-che quest’ombra appena osservata da quelli che l’avvicinavano.
-
-Due volte il conte uscì dalle file per vedere se le mani di quest’uomo
-cercavano qualche arma nascosta nei propri abiti. Quest’ombra, quando
-il corteo si fermò, fu riconosciuta esser quella di Morrel che,
-coll’abito nero abbottonato fino al collo, la fronte livida, le guance
-solcate, il cappello ammaccato in più posti dalle sue mani convulsive,
-si era appoggiato ad un albero situato sur un rialto che dominava il
-mausoleo, in modo da non perdere alcuno dei particolari della funebre
-cerimonia che si compiva. Tutto terminò secondo l’uso. Alcuni uomini,
-e, come sempre, erano i meno impressionati, alcuni uomini pronunciarono
-dei discorsi. Gli uni compiansero questa morte prematura; gli altri
-si estesero sul dolore di suo padre; ve ne furono degl’ingegnosi per
-ritrovar che questa giovanetta aveva più di una volta sollecitato il
-sig. de Villefort in favor di quei colpevoli sulla testa dei quali
-egli teneva alzata la spada della giustizia; finalmente si terminarono
-le metafore fiorite ed i periodi dolorosi, cementando in tutti i modi
-le sentenze di Malherbe e Duperier. Monte-Cristo nulla ascoltava,
-nulla vedeva, o piuttosto non vedeva che Morrel, di cui la calma e
-l’immobilità formavano uno spettacolo spaventoso per colui che solo
-poteva leggere ciò che accadeva nel fondo del cuore del giovine
-ufficiale.
-
-— Osserva, disse d’improvviso Beauchamp a Debray, ecco là Morrel!
-dove diavolo si è andato a cacciare! — Ed essi lo fecero notare a
-Château-Renaud. — Come è pallido! disse questi fremendo.
-
-— Avrà freddo, replicò Debray.
-
-— No, disse lentamente Château-Renaud, credo che sia commosso: egli è
-un uomo impressionabilissimo.
-
-— Bah! disse Debray, appena conosceva madamigella de Villefort; l’avete
-detto voi stesso.
-
-— È vero. Però, mi ricordo che al ballo della sig.ª de Morcerf
-ha ballato tre volte con lei; sapete, conte, che a quel ballo voi
-produceste un grande effetto?
-
-— No, non lo so, rispose Monte-Cristo, senza sapere a che rispondeva,
-nè a chi, tanto era occupato a sorvegliare Morrel, le cui guance
-si animavano come accade a quelli che comprimono realmente la loro
-respirazione.
-
-— I discorsi son finiti; addio, signori, disse bruscamente il conte.
-— E dette il segnale della partenza, sparendo senza saper per dove
-fosse passato. La festa mortuaria era terminata, e gli assistenti
-ripresero la strada di Parigi. Château-Renaud solo cercò un momento
-Morrel con gli occhi; ma, mentre aveva seguito il conte con gli occhi
-al punto che si allontanava, Morrel aveva lasciato il suo posto, e
-Château-Renaud, dopo averlo invano cercato, aveva seguito Debray e
-Beauchamp. Monte-Cristo si era gettato fra i tigli, e nascosto dietro
-una larga tomba, spiava fino il più piccolo movimento di Morrel, che
-a poco a poco si accostò al Mausoleo, abbandonato prima dai curiosi e
-poi dagli operai. Morrel guardò d’intorno a lui lentamente e vagamente,
-ma al momento in cui il suo sguardo abbracciava la parte di cerchio
-opposta alla sua, Monte-Cristo si riavvicinò ancora di una diecina di
-passi senza essere stato veduto. Il giovine s’inginocchiò. Il conte
-col collo teso, l’occhio fisso e dilatato, i calcagni piegati come
-per islanciarsi al primo segnale, continuava ad avvicinarsi a Morrel.
-Morrel chinò la fronte fin sulla pietra, abbracciò il cancello con ambe
-le mani, e mormorò: — Oh! Valentina! — Il cuore del conte fu spezzato
-dalla esplosione di queste due sole parole; egli fece anche un passo,
-e battendo sulla spalla di Morrel: — Siete voi, amico caro, disse egli;
-io vi cercava. — Monte-Cristo si aspettava rimproveri e recriminazioni:
-egli s’ingannava. Morrel si voltò dalla sua parte e con una calma
-apparente: — Il vedete, disse egli, io pregava! — Lo sguardo scrutatore
-di Monte-Cristo percorse il giovine dai piedi alla testa. Dopo questo
-esame sembrò più tranquillo. — Volete che vi riconduca a Parigi? disse
-egli.
-
-— No, grazie. — Finalmente desiderate qualche cosa?
-
-— Lasciatemi pregare. — Il conte si inginocchiò senza fare una sola
-obbiezione, ma fu per prendere un nuovo posto di dove egli non perdeva
-un sol gesto di Morrel, che finalmente si alzò, si pulì i ginocchi
-imbianchiti dalla polvere, e riprese la strada di Parigi, senza voltare
-una sola volta la testa. Massimiliano discese lentamente la strada
-della Roquette. Il conte rimandò la carrozza, che stazionava alla porta
-del cimitero, e lo seguì a cento passi di distanza.
-
-Massimiliano traversò il canale, e rientrò nella strada Meslay per
-la parte dei baluardi. Cinque minuti dopo che la porta fu chiusa da
-Morrel, ella si riaprì per Monte-Cristo.
-
-Giulia era all’entrata del giardino, ove guardava colla più profonda
-attenzione mastro Penelon che, prendendo la sua professione di
-giardiniere sul serio, lavorava intorno ad un rosaio del Bengal. — Ah!
-sig. conte di Monte-Cristo! gridò ella con quella gioia che manifestava
-d’ordinario ciascun membro della famiglia, quando Monte-Cristo faceva
-visita nella strada Meslay.
-
-— Massimiliano è entrato ora, n’è vero, signora? dimandò il conte.
-
-— Credo di averlo veduto passare, sì, riprese la giovine sposa; ma vi
-prego, chiamate Emmanuele.
-
-— Perdono, signora, bisogna che io salga al momento da Massimiliano,
-replicò Monte-Cristo; ho da dirgli qualche cosa della più alta
-importanza.
-
-— Andate dunque, fece ella, accompagnandolo con suo grazioso sorriso
-fin che non fu disparso per le scale.
-
-Monte-Cristo raggiunse ben presto il secondo piano, che separava il
-pian terreno dall’appartamento di Massimiliano. Giunto sul pianerottolo
-ascoltò, nessun rumore si faceva sentire. Come nella maggior parte
-delle case antiche abitate da un sol padrone, il pianerottolo non era
-chiuso che da una sola porta coi vetri, alla quale non v’era chiave.
-Massimiliano si era rinchiuso per di dentro, ed era impossibile
-penetrare al di là della porta, una tendina di seta rossa foderava i
-vetri. L’ansietà del conte si manifestò per mezzo di un vivo rossore,
-sintomo di emozione poco ordinario presso questo uomo impassibile.
-— Che fare? mormorò egli. — E riflettè un minuto: — Suonare? riprese
-egli; Oh! no! spesso il rumore di un campanello, vale a dire di una
-visita, accelera la risoluzione di quelli che si ritrovano nella
-situazione in cui dev’essere Massimiliano in questo momento ed allora
-al rumore del campanello risponde un altro rumore. — Monte-Cristo
-fremette dalla testa ai piedi, e siccome in lui la risoluzione aveva
-la rapidità del lampo, dette un colpo col gomito contro un cristallo
-della invetrata, che andò in pezzi, indi sollevò la tendina, e vide
-Morrel davanti ad uno scrittoio con una penna in mano, che aveva
-fatto uno sbalzo sulla sua sedia al rumore del cristallo rotto. — Non
-è niente, disse il conte, mille perdoni! caro amico, ho scivolato, e
-nello scivolare ho percosso col gomito sul cristallo; poichè è rotto
-me ne approfitto per entrare da voi, non v’incomodate. — E passando
-il braccio dal vano prodotto per la rottura del vetro, il conte aprì
-la porta. Morrel si alzò evidentemente contrariato, e venne incontro
-a Monte-Cristo più per barricargli il passaggio che per andarlo a
-ricevere: — In fede mia; disse Monte-Cristo strofinandosi il gomito, la
-colpa è dei vostri domestici, i vostri pianciti sono lisciati come gli
-specchi.
-
-— Vi siete ferito, signore? domandò freddamente Morrel.
-
-— Non so. Ma che facevate dunque là? scrivevate? — Io?
-
-— Voi avete le dita macchiate d’inchiostro.
-
-— Sì, è vero, rispose Morrel, ciò mi accade qualche volta, quantunque
-io sia militare. — Monte-Cristo fece qualche passo nell’appartamento,
-e Massimiliano fu obbligato di lasciarlo passare, ma lo seguì. — Voi
-scrivevate? riprese Monte-Cristo con uno sguardo impacciante per la sua
-immobilità.
-
-— Ho già avuto l’onore di dirvi di sì, disse Morrel.
-
-Il conte gettò uno sguardo intorno a sè. — Le vostre pistole di fianco
-al calamaio? disse egli, mostrando col dito a Morrel le armi poste sul
-suo scrittoio.
-
-— Parto per un viaggio, rispose con dispetto Massimiliano.
-
-— Amico mio! disse Monte-Cristo con una voce piena di una infinita
-dolcezza. — Signore?
-
-— Amico mio, non fate risoluzioni estreme, ve ne supplico.
-
-— Io risoluzioni estreme! disse Morrel stringendo le spalle, che
-ritrovate di risoluzione estrema in un viaggio?
-
-— Massimiliano, disse Monte-Cristo, deponiamo ciascun di noi la
-maschera che in questo momento portiamo. Massimiliano, non abusate di
-questa calma di comando più di quello che non abuso di voi colla mia
-frivola sollecitudine. Capirete bene, che per aver fatto ciò che ho
-fatto, per aver rotto un vetro, violato il segreto della camera di un
-amico, bisognava che avessi una reale inquietudine, o piuttosto una
-terribile convinzione? Morrel, voi volevate uccidervi.
-
-— Bah! disse Morrel fremendo. Di dove cavate queste idee?
-
-— Vi dico che volevate uccidervi, continuò il conte col medesimo
-tuono di voce, ed eccone la pruova. — Ed avvicinandosi allo scrittoio,
-sollevò il foglio bianco che il giovine aveva gettato sulla lettera
-incominciata, e prese la lettera. Morrel si slanciò per levargliela di
-mano. Ma Monte-Cristo prevedeva il movimento, e lo prevenne afferrando
-Massimiliano per un polso e fermandolo come la catena di acciaio ferma
-la molla nel mezzo della sua evoluzione.
-
-— Vedete bene, che volevate uccidervi, Morrel, disse il conte; ciò sta
-scritto!
-
-— Ebbene! gridò Morrel, passando senza transizione dall’apparenza della
-calma alla espressione della violenza; ebbene! quando ciò fosse, quando
-avessi risoluto di voltar su di me la canna di questa pistola, chi
-me lo impedirà? chi avrà il coraggio d’impedirmelo? quando io dirò:
-Tutte le mie speranze sono rovinate; il mio cuore è spezzato, la mia
-vita è estinta, non vi è più che lutto e disgusto intorno a me; la
-terra è divenuta cenere, ogni voce umana mi dilania; quando dirò; è
-una pietà lasciarmi morire, perchè se non mi lasciate morire, perdo la
-ragione, diventerò pazzo! Vediamo, dite, signore, quando dirò così,
-quando si vedrà che lo dico con le angosce e le lagrime del cuore,
-mi si risponderà forse; avete torto? Mi si impedirà di non esser più
-infelice? dite, signore, dite; avreste forse voi questo coraggio?
-
-— Sì, Morrel, fece il conte con una voce, la cui calma contrastava
-stranamente colla esaltazione del giovine.
-
-— Voi! gridò Morrel, con una espressione crescente di collera e di
-rimprovero; voi che mi avete ingannato con una assurda speranza, che mi
-avete trattenuto, cullato, addormito con vane promesse, mentre avrei
-potuto con qualche colpo rumoroso, con qualche estrema risoluzione,
-salvarla, o almeno vederla morir fra le mie braccia; voi che affettate
-tutti gli espedienti dell’intelligenza, tutte le potenze della materia;
-voi che rappresentate, o che almeno fate sembiante di rappresentar
-sulla terra un emissario della Provvidenza, e che non avete neppur il
-potere di dare un contraveleno ad una giovanetta avvelenata! ah! in
-verità, signore, mi fareste pietà, se non mi fareste orrore!
-
-— Morrel!...
-
-— Sì, mi avete detto di deporre la maschera, ebbene! siate soddisfatto,
-la depongo. Sì, quando mi avete seguito al cimitero, sì ho ancora
-risposto, perchè il mio cuore è buono; quando siete entrato qui, vi
-ho lasciato venire fin qui... Ma poichè venite a bravare fin dentro la
-mia camera, ove mi era ritirato come dentro una tomba; poichè apportate
-una nuova tortura a me, che credeva di averle stancate tutte, conte di
-Monte-Cristo, mio preteso benefattore, conte di Monte-Cristo, salvatore
-universale, siate soddisfatto, vedrete morire il vostro amico.
-
-E Morrel, col sorriso della demenza sulle labbra, si slanciò una
-seconda volta verso le pistole. Monte-Cristo, pallido come uno spettro,
-ma coll’occhio abbagliante di luce, stese la mano sulle armi, e disse
-all’insensato:
-
-— Ed io, ed io vi ripeto che non vi ucciderete!
-
-— Impeditemelo dunque! replicò Morrel con un ultimo slancio, che come
-il primo, venne ad infrangersi contro il braccio d’acciaio del conte.
-
-— Ve lo impedirò!
-
-— Ma chi siete dunque per arrogarvi questo tirannico diritto verso le
-creature viventi e pensanti?
-
-— Chi sono io? ripetè Monte-Cristo. Ascoltate, sono il solo uomo al
-mondo che abbia il diritto di dirvi: Morrel, non voglio che oggi muoia
-il figlio di tuo padre. — E Monte-Cristo, maestoso, trasfigurato,
-sublime, si avanzò colle due braccia incrociate verso il giovine, che
-palpitante suo malgrado per la possanza di quest’uomo, rinculò di un
-passo!
-
-— Perchè parlate di mio padre? balbettò egli, perchè mischiate la
-rimembranza di mio padre con ciò che mi accade oggi?
-
-— Perchè io son quello che salvò la vita a tuo padre, un giorno che
-voleva uccidersi come oggi il vuoi tu; perchè io sono quell’uomo che
-mandò la borsa alla tua giovane sorella, ed il _Faraone_ al vecchio
-Morrel; perchè io sono Edmondo Dantès che ti ha fatto scherzare sulle
-sue ginocchia, quando eri fanciullo! — Morrel fece ancora un passo in
-addietro vacillante, anelante, soffocato, oppresso; indi d’un subito
-le sue forze lo abbandonarono, e, con un grido, cadde prosternato ai
-piedi di Monte-Cristo: poscia in quella ammirabile natura si fece un
-movimento di rigenerazione improvvisa e compiuta: si rialzò, balzò
-fuori della camera, e si precipitò nella scala gridando con tutta la
-forza della sua voce: — Giulia! Giulia! Emmanuele! Emmanuele!
-
-Monte-Cristo volle slanciarsi a sua volta, ma Massimiliano si sarebbe
-piuttosto fatto uccidere che lasciare la maniglia della porta che
-tirava a sè il conte. Alle grida di Massimiliano, Giulia, Emmanuele ed
-alcuni domestici accorsero spaventati. Morrel li prese per le mani, e
-riaprendo la porta: — In ginocchio! gridò egli con voce soffocata dai
-singulti; in ginocchio! questi è il salvatore, questi è il benefattore
-di nostro padre! egli è..., stava per dire: egli è Edmondo Dantès! —
-Il conte lo fermò afferrandogli un braccio. Giulia si slanciò sulla
-mano del conte, Emmanuele lo abbracciò come un nume tutelare; Morrel
-cadde per la seconda volta alle sue ginocchia e battè colla fronte la
-terra. Allora l’uomo di bronzo sentì il suo cuore dilatarsi nel petto,
-un getto di fiamma divorante si partì dalla sua gola, e gli salì agli
-occhi, chinò la testa, e pianse.
-
-Avvenne in questa camera, e per alcuni momenti, un concerto di lagrime
-e di gemiti sublimi. Giulia fu appena rimessa dalla profonda emozione
-che aveva provata, che balzò fuori della camera, discese un piano,
-corse alla sala con gioia ineffabile, e sollevò la campana di cristallo
-che ricopriva la borsa data dallo sconosciuto nella casa dei viali
-di Meillan. In questo mentre Emmanuele con voce interrotta diceva al
-conte: — Oh! sig. conte, come mai, sentendoci parlare così spesso del
-nostro sconosciuto benefattore, come mai vedendoci ricordare la sua
-memoria con tanta riconoscenza ed adorazione, come mai avete aspettato
-fino ad oggi per farvi riconoscere? Oh! questa è crudeltà verso di noi,
-ed oserei quasi dire, sig. conte, verso di voi medesimo.
-
-— Ascoltate, amico mio, disse il conte, ed io posso chiamarvi così,
-poichè, senza che voi lo pensaste, siete amico mio da undici anni;
-la scoperta di questo segreto è stata la conseguenza di un grande
-avvenimento, che voi dovete ignorare. Dio mi è testimonio, che avrei
-desiderato tenerlo nascosto nel fondo del mio cuore per tutto il tempo
-della mia vita. Vostro fratello Massimiliano me lo ha strappato per
-mezzo di violenze di cui si pente, ne sono sicuro.
-
-Indi vedendo Massimiliano che si era gettato in un angolo contro un
-sofà, restando però sempre in ginocchio:
-
-— Vegliate su lui, soggiunse a bassa voce Monte-Cristo, stringendo in
-modo significativo la mano di Emmanuele.
-
-— Perchè questo? domandò il giovine meravigliato.
-
-— Non posso dirvi di più; ma vegliate su lui.
-
-Emmanuele girò per la camera uno sguardo circolare, e scoperse le
-pistole di Morrel. I suoi occhi si fissarono spaventati su queste armi,
-ch’egli designò a Monte-Cristo, levando lentamente un dito alla loro
-altezza.
-
-Monte-Cristo chinò la testa. Emmanuele fece un movimento verso le
-pistole: — Lasciate, disse il conte.
-
-Indi andando da Morrel, lo prese per la mano; i movimenti tumultuosi
-che avevano per un momento scosso il cuore del giovine, avevan ceduto
-il posto ad uno stupore profondo. Giulia risalì, ella teneva in mano
-la borsa di seta, e due lagrime brillanti e gioiose le rilucevano sulle
-guance, come due gocce di mattutina rugiada.
-
-— Ecco la reliquia, diss’ella; non crediate ch’essa mi sia men cara
-dopo che mi è stato rivelato il salvatore.
-
-— Figlia mia, rispose Monte-Cristo arrossendo, permettetemi di
-riprendere questa borsa; dopo che voi conoscete i lineamenti del mio
-viso, non voglio essere ricordato alla vostra memoria che per mezzo
-dell’affezione che vi prego d’accordarmi.
-
-— Oh! disse Giulia stringendo la borsa sul suo cuore, no, no, ve
-ne supplico, perchè un giorno potete lasciarci, perchè un giorno
-disgraziatamente, ci lascerete, non è vero?
-
-— Ci avete indovinato, signora rispose Monte-Cristo sorridendo; fra
-otto giorni, avrò lasciata questa città, ove tante persone che avevano
-meritata la vendetta celeste vivevano felici, mentre mio padre moriva
-di fame e di dolore.
-
-Annunziando la sua vicina partenza, Monte-Cristo teneva gli occhi
-fissi su Morrel, e notò che queste parole, avrò lasciata questa città,
-erano state dette senza togliere Morrel dal suo letargo; capì allora
-che bisognava sostenere un’ultima lotta col dolore del suo amico, e
-prendendo le mani di Giulia e di Emmanuele, ch’egli riunì stringendole
-fra le sue, disse loro colla dolce autorità di un padre:
-
-— Miei buoni amici, vi prego di lasciarmi solo con Massimiliano. —
-Questo era un mezzo per Giulia di portar via questa preziosa reliquia,
-di cui Monte-Cristo dimenticava di parlare. Ella trascinò vivamente
-seco suo marito:
-
-— Lasciamoli, diss’ella. — Il conte rimase solo con Morrel, che restava
-immobile come una statua.
-
-— Vediamo, disse il conte toccandogli una spalla col suo dito di
-fiamma, Massimiliano, ritornate finalmente un uomo?
-
-— Sì, perchè comincio nuovamente a soffrire.
-
-La fronte del conte si corrugò, abbandonato, come il sembrava, ad una
-cupa esitazione:
-
-— Massimiliano! Massimiliano! queste idee in cui t’ingolfi sono indegne
-di un cristiano.
-
-— Oh! tranquillatevi, amico, disse Morrel rialzando la testa e
-mostrando al conte un sorriso di una ineffabile tristezza, non son più
-io che cercherò la morte.
-
-— Così, non più armi, non più disperazione?
-
-— No, poichè ho di meglio, per guarirmi dal mio dolore, che la canna di
-una pistola o la punta di un coltello.
-
-— Povero pazzo!... che avete dunque?
-
-— Ho lo stesso mio dolore che mi ucciderà.
-
-— Amico, disse Monte-Cristo con una malinconia eguale alla sua,
-ascoltatemi. Un giorno in un momento di disperazione, io, come te,
-volli uccidermi. Tuo padre un giorno egualmente disperato, ha pure
-voluto uccidersi. Se qualcuno avesse voluto dire a tuo padre, nel
-momento che dirigeva la canna della pistola verso la sua fronte; se
-qualcuno mi avesse voluto dire, quando rigettavo dal mio letto il
-pane del prigioniero che non aveva toccato da tre giorni; se qualcuno
-finalmente in quei supremi momenti ci avesse voluto dire: Vivete, e
-verrà un giorno in cui sarete felici, ed in cui benedirete la vita; da
-qualunque parte ci fosse venuta questa voce, noi l’avremmo accolta col
-sorriso del dubbio o coll’angoscia della incredulità; eppure quante
-volte tuo padre abbracciandoti, non ha benedetta la vita? quante volte
-io stesso...
-
-— Ah! gridò Morrel interrompendo il conte, voi non avevate perduta che
-la vostra libertà, mio padre non aveva perdute che le sue ricchezze; e
-io? io ho perduto Valentina.
-
-— Guardami, Morrel, disse Monte-Cristo con quella solennità che in
-certe occasioni lo faceva così grande e persuasivo; guardami, non ho
-nè lagrime sugli occhi, nè febbre nelle vene; eppure ti vedo soffrire,
-Massimiliano, vedo soffrir te, che amo come amerei un mio figlio.
-Ebbene! ciò non ti dice, Morrel, che il dolore è come la vita, e che
-al di là vi è sempre qualche cosa di sconosciuto? Ora se ti prego, se
-ti ordino di vivere, Morrel, è nella convinzione che un giorno tu mi
-ringrazierai di averti conservata la vita.
-
-— Mio Dio! gridò il giovine, che mi dite mai, conte, fate attenzione,
-forse non avete mai amato?
-
-— Fanciullo! rispose il conte.
-
-— Con amore, riprese Morrel, io m’intendo. Io sono soldato da che sono
-uomo, sono giunto fino ai 29 anni senza amare, perchè nessuna delle
-sensazioni che ho provato fin là merita di chiamarsi amore. Ebbene! a
-29 anni ho veduto Valentina; dunque l’amo da quasi due anni; ho potuto
-leggere tutte le virtù di figlia e di donna scritte dalla mano stessa
-del Signore in quel cuore aperto per me come un libro. Conte, vi era
-per me, con Valentina, una felicità infinita, immensa, sconosciuta; una
-felicità troppo grande, troppo superiore a questo mondo, poichè questo
-mondo non me l’ha data; ciò è quanto dire che, senza Valentina, non vi
-è per me sulla terra che disperazione e desolazione.
-
-— Io vi dico di sperare, ripetè il conte.
-
-— State guardingo, allora, ripeterò io pure, disse Morrel, perchè
-voi cercate a persuadermi, e mi farete perdere la ragione; perchè mi
-fareste credere ch’io posso rivedere Valentina. — Il conte sorrise.
-
-— Amico mio, padre mio, gridò Morrel, esaltato, state in guardia,
-vi ripeterò per la terza volta, poichè l’ascendente che prendete
-su di me mi spaventa: state in guardia sul senso delle vostre
-parole, perchè ecco qua, i miei occhi si rianimano, il mio cuore si
-riaccende e rinasce. State in guardia, perchè mi farete credere a
-cose soprannaturali. Io vi obbedirei se mi comandaste di rialzare la
-pietra sepolcrale della figlia della vedova; camminerei sulle onde come
-l’apostolo, se mi faceste segno colla mano di camminare sui flutti;
-state in guardia perchè io obbedirei!
-
-— Spera, amico mio, ripetè il conte.
-
-— Ah! disse Morrel ricadendo da tutta l’altezza della sua esaltazione
-nell’abisso della sua tristezza, ah! vi prendete giuoco di me: fate
-come queste buone madri, o per meglio dire, come queste madri egoiste
-che calmano con parole melliflue i dolori del fanciullo, perchè le
-sue grida le stancano. No, amico mio, no, io aveva torto di dirvi di
-stare in guardia, no, non temete di niente, seppellirò il mio dolore
-con tanta cura nel più profondo del petto, lo renderò così oscuro e
-segreto, che non avrete neppur la pena di compiangermi. Addio, amico
-mio; addio!
-
-— Al contrario, disse il conte, da questo momento, Massimiliano, tu
-vivrai vicino a me, e con me, e non mi lascerai più, e fra otto giorni
-avremo lasciata dietro di noi la Francia.
-
-— E mi dite sempre di sperare?
-
-— Ti dico sempre di sperare, perchè so il mezzo di guarirti.
-
-— Conte, voi mi rattristate anche di più, se è possibile: non vedete
-come resultato del colpo che mi percuote se non che un dolore sciocco,
-e credete consolarmi con un mezzo sciocco, un viaggio.
-
-E Morrel scosse la testa con una sdegnosa incredulità.
-
-— Che vuoi che ti dica? riprese Monte-Cristo. Ho fiducia nelle mie
-promesse, lasciami fare l’esperienza.
-
-— Conte, voi prolungate la mia agonia, ecco tutto.
-
-— Così, disse il conte, debole cuore che sei, non hai la forza di
-regalare al tuo amico qualche giorno per la prova che vuol tentare!
-Vediamo, sai di che cosa è capace il conte di Monte-Cristo? sai che
-egli comanda molte potenze terrestri? sai che egli ha abbastanza fede
-in Dio per ottenere dei miracoli da colui che ha detto che l’uomo colla
-fede, può sollevare una montagna? ebbene! questo miracolo che io spero,
-aspettalo, oppure...
-
-— Oppure... ripetè Morrel.
-
-— Oppure guardati, Morrel, ti chiamerò ingrato.
-
-— Conte, abbiate pietà di me.
-
-— Ho talmente pietà di te, Massimiliano, ascoltami bene, ho talmente
-pietà di te, che se non guarisci dentro un mese, giorno per giorno,
-ora per ora, rammenta bene le mie parole, Morrel, io stesso ti metterò
-davanti alla canna di due pistole cariche, o ad una tazza del più
-sicuro veleno d’Italia, di un veleno più infallibile, più pronto,
-credimi, di quello che ha uccisa Valentina.
-
-— Me lo promettete?
-
-— Sì, perchè io pure sono un uomo, io pure ho sofferto, io pure come ti
-ho detto, volli morire, e spesso, anche dopo che si è allontanato da me
-l’infortunio, io pure ho pensato alle delizie del sonno eterno.
-
-— Voi dunque mi promettete ciò con sicurezza, conte?
-
-— Non tel prometto, ma tel giuro, disse Monte-Cristo.
-
-— Fra un mese, sul vostro onore, se non sarò consolato, mi lascerete
-libero della mia vita, e qualunque cosa io faccia, non mi chiamerete
-ingrato?
-
-— Fra un mese, in questo stesso giorno, Massimiliano, fra un mese, in
-questa stessa ora, la data è sacra, Massimiliano, oggi siamo al 5 di
-settembre; ed oggi son dieci anni che io salvai tuo padre che voleva
-morire.
-
-Morrel afferrò le mani del conte e le baciò; il conte lo lasciò fare,
-come se avesse conosciuto che questo tratto gli era dovuto. — Fra un
-mese, continuò Monte-Cristo, tu avrai sulla tavola, davanti alla quale
-saremo entrambi assisi, delle buone armi ed una morte dolce; ma in
-compenso mi prometti di aspettar fino a quell’ora e di vivere?
-
-— Oh! a mia volta, gridò Morrel, ve lo giuro!
-
-Monte-Cristo attirò il giovine sul suo cuore e ve lo tenne lungamente:
-— Ed ora, disse egli, da questo giorno tu verrai a dimorar meco;
-prenderai l’appartamento di Haydée, e una figlia almeno sarà sostituita
-da mio figlio.
-
-— Haydée! disse Morrel; e che è dunque avvenuto di lei?
-
-— Ella è partita questa notte. — Per lasciarvi?
-
-— Per aspettarmi... tienti dunque pronto a venirmi a raggiungere alla
-strada dei Campi-Elisi, e fammi uscire di qui senza che io sia veduto
-da alcuno. — Massimiliano abbassò la testa ed obbedì, come un fanciullo
-o come un apostolo.
-
-
-
-
-CV. — LA DIVISIONE.
-
-
-In questa casa della strada di San-Germano dei Prati, che Alberto
-de Morcerf aveva scelto per sua madre e per lui, il primo piano
-composto di un piccolo appartamento completo, era dato in fitto ad un
-personaggio molto misterioso.
-
-Era un uomo di cui lo stesso portinaro non aveva mai potuto vedere
-il viso, sia che entrasse o che uscisse; poichè l’inverno immergeva
-il mento in una di quelle cravatte rosse che portano i cocchieri
-delle buone famiglie, quando aspettano i loro padroni all’uscita
-del teatro, e l’estate si soffiava sempre il naso, precisamente nel
-momento in cui avrebbe potuto esser veduto nel passare davanti al
-casotto del portinaro. Bisogna dirlo, contro tutte le abitudini in uso,
-quest’inquilino di casa, non era stato mai spiato da alcuno, poichè
-correva la voce che questo incognito nascondesse un individuo di alta
-posizione e che aveva le _braccia lunghe_, ciò fece rispettare le sue
-misteriose apparizioni.
-
-Le sue visite erano ordinariamente ad epoche fisse, quantunque qualche
-volta fossero o anticipate o ritardate. Ma quasi sempre, inverno o
-estate che fosse, verso le quattro p. m. egli prendeva possesso del
-suo appartamento, ove non passava mai la notte. Nell’inverno una
-discreta serva accendeva il fuoco alle tre e mezzo, e questa aveva
-la sopraintendenza dell’appartamento: nell’estate la stessa serva
-preparava il ghiaccio alle tre e mezzo. Alle quattro come abbiam detto,
-entrava il misterioso personaggio.
-
-Venti minuti dopo di lui, una carrozza si fermava davanti alla casa;
-una donna vestita di nero o di blu scuro, ma sempre avviluppata in
-un gran velo, ne discendeva, passava come un’ombra davanti al posto
-del portinaro, saliva la scala, senza che si sentisse scrocchiare un
-solo scalino sotto il suo piede leggero. Non era mai accaduto che
-le si fosse domandato dove andava. Il suo viso, come quello dello
-sconosciuto, era dunque perfettamente estraneo alle due guardie della
-porta; questi portinari modelli erano i soli, forse, dell’immensa
-confraternita dei portinari della capitale, che fossero capaci di una
-simile discrezione. Non fa mestieri di dire ch’ella non saliva più in
-alto del primo piano: picchiava ad una porta in un modo particolare; la
-porta si apriva, poi si richiudeva ermeticamente, e tutto era fatto.
-
-Per uscire dall’appartamento, la stessa manovra che per entrarvi. La
-sconosciuta usciva per la prima, sempre velata, e risaliva nella sua
-carrozza, che alle volte partiva da una parte, alle volte da un’altra
-della strada; indi, venti minuti dopo, lo sconosciuto uscendo egli pure
-immerso nella cravatta, o nascosto nel fazzoletto spariva egli pure.
-
-La dimane del giorno in cui il conte di Monte-Cristo aveva fatta la
-sua visita a Danglars, giorno in cui fu data sepoltura a Valentina,
-l’abitante misterioso entrò verso le dieci della mattina, invece di
-rientrare, come il solito, verso le quattro p. m. Quasi subito dopo,
-e senza conservare l’ordinario intervallo, giunse una carrozza di
-piazza e la dama velata salì rapidamente la scala. La porta si aprì
-e si chiuse. Ma prima ancora che la dama fosse entrata, ella aveva
-esclamato: — Oh! Luciano! oh amico mio! — Di modo che il portinaro, che
-senza volerlo aveva intese queste esclamazioni, seppe allora per la
-prima volta che il suo pigionale si chiamava Luciano; ma siccome era
-un portinaro modello, si promise di non dirlo neppure a sua moglie: —
-Ebbene! che c’è, mia cara amica? — domandò quello di cui la confusione
-e la fretta della dama velata avevan scoperto il nome al portinaro, —
-parlate, dite.
-
-— Amico mio, posso contar su di voi?
-
-— Certamente, e lo sapete bene; ma che c’è? il vostro biglietto di
-questa mattina mi ha gettato in una terribile perplessità. Questa
-precipitazione, questo disordine del vostro scritto; vediamo,
-tranquillatevi, o spaventate me pure del tutto!
-
-— Luciano, un grande avvenimento! disse la dama fissando su Luciano uno
-sguardo scrutatore; il sig. Danglars è partito questa notte. — Partito
-il sig. Danglars! e dove è andato? — L’ignoro.
-
-— Come! lo ignorate? è dunque partito per non ritornar più? — Senza
-dubbio! alle dieci di sera, i suoi cavalli lo hanno condotto alla
-barriera Charenton, là egli ha ritrovata una berlina di posta con i
-cavalli già attaccati, vi è montato dentro col suo cameriere, dicendo
-al cocchiere che andava a Fontainebleau.
-
-— Ebbene! che dicevate dunque?
-
-— Aspettate, amico mio; mi ha lasciata una lettera!
-
-— Una lettera? — Sì, leggetela. — E la baronessa cavò dalla sua borsa
-una lettera dissigillata che presentò a Debray.
-
-Debray, prima di leggerla, esitò un momento, come se avesse voluto
-tentare di indovinare ciò ch’essa conteneva, o piuttosto come se,
-qualunque fosse il contenuto, avesse già presa una risoluzione. Dopo
-qualche secondo le sue idee erano certamente fissate, perchè lesse.
-Ecco che cosa conteneva questo biglietto, che aveva gettato un così
-gran turbamento nel cuore della sig.ª Danglars.
-
- «Signora e fedelissima sposa.»
-
-Senza pensarvi, Debray si fermò e guardò la baronessa, che arrossì fino
-agli occhi: — Leggete, diss’ella.
-
-Debray continuò.
-
- «Quando riceverete questa lettera, non avrete più marito! Oh! non
- prendete l’allarme con troppo calore; non avrete più marito come
- non avete più figlia: vale a dire che sarò sopra una delle 30, o
- 40 strade che conducono fuori della Francia. Io vi debbo delle
- spiegazioni, e siccome siete donna da comprenderle benissimo,
- ve le darò. Attenta dunque! Questa mattina mi è sopraggiunto
- un rimborso di cinque milioni, ed io l’ho fatto: un altro quasi
- della stessa somma lo ha susseguito quasi immediatamente; l’ho
- aggiornato a domani, ed oggi parto per evitare questo domani,
- che sarebbe per me troppo pernicioso ad aspettarsi; capirete
- benissimo, signora e preziosissima sposa? Io dico capirete,
- perchè voi conoscete i miei affari tanto bene quanto me, li
- sapete anzi meglio di me; atteso che, se si trattasse di dire
- dov’è passata una buona metà delle mie ricchezze, non ha guari
- ancora rilevanti, io ne sarei incapace, mentre voi al contrario,
- ne son certo, ve ne caverete perfettamente. Poichè le donne
- hanno degli istinti di una sicurezza infallibile; esse spiegano,
- con un’algebra particolare che hanno inventato, anche il
- maraviglioso. Io che non conosco che le mie cifre, nulla ho più
- saputo dal giorno in cui le mie cifre mi hanno ingannato.
-
- «Avete qualche volta ammirato la rapidità della mia caduta,
- signora? Siete rimasta un poco abbagliata da questa incandescente
- fusione delle mie verghe d’oro? ve lo confesso, non vi ho veduto
- che fuoco; speriamo che abbiate ritrovato un poco d’oro fra
- queste ceneri. Con questa consolante speranza mi allontano,
- signora e prudentissima sposa, senza che la mia coscienza mi
- rimproveri menomamente l’abbandonarvi: a voi restano degli
- amici, le ceneri di cui vi parlava, e, per colmo di felicità, la
- libertà, che mi affretto a restituirvi. Però, signora, è giunto
- il momento di porre in questo paragrafo una parola d’intima
- spiegazione. Fin che io ho sperato che voi lavoravate pel bene
- della nostra casa, per la fortuna di nostra figlia, ho chiusi gli
- occhi, ma siccome avete fatto della mia casa una vasta rovina,
- non voglio servire alla fondazione della fortuna degli altri:
- vi ho presa ricca, ma poco onorata. Perdonatemi di parlarvi con
- franchezza, ma siccome probabilmente non parlo che per noi due,
- non vedo il perchè dovrei foderare le mie parole. Ho aumentata
- la nostra fortuna, che per anni è andata sempre in aumento, fino
- al momento in cui, catastrofi sconosciute, inintelligibili anche
- per me, son venute a prendersela corpo a corpo, ed a rovesciarla,
- senza che io possa dire che vi sia stato menomamente colpa mia.
-
- «Voi, signora, avete lavorato soltanto ad accrescere la vostra,
- e vi siete riuscita; io ne son moralmente convinto: vi lascio
- dunque come vi ho presa, ricca, ma poco onorata.
-
- «Addio, io pure da questo giorno, lavorerò per conto mio. Credete
- a tutta la mia riconoscenza per l’esempio che mi avete dato, e
- che io seguirò.
-
- «Vostro affezionatissimo marito.
- «BARONE DANGLARS»
-
-La baronessa aveva seguito cogli occhi Debray, durante questa lunga
-e penosa lettura; ella aveva veduto, ad onta del suo potere ben
-conosciuto su di lui, il giovine cambiare una o due volte di colore.
-Quando ebbe finito ripigliò lentamente la lettera, e riprese la sua
-abitudine pensierosa:
-
-— Ebbene? domandò la sig.ª Danglars con una ansietà facile a
-comprendersi.
-
-— Ebbene! signora, ripetè macchinalmente Debray.
-
-— Che idea v’ispira questa lettera?
-
-— Oh! questo è ben semplicissimo, mi ispira l’idea che il sig. Danglars
-è partito con dei sospetti.
-
-— Senza dubbio; ma ciò è quanto avete a dirmi?
-
-— Non vi capisco, disse Debray con una freddezza di ghiaccio.
-
-— Egli è partito! partito del tutto! per non ritornar più!
-
-— Oh! fece Debray, non lo credete, baronessa.
-
-— No, ve lo dico io, non ritornerà più. Lo conosco, è un uomo
-inamovibile in tutte le risoluzioni che partono dal suo interesse. Se
-mi avesse giudicata utile a qualche cosa, mi avrebbe presa seco. Egli
-mi lascia a Parigi, e questo è il segno che la nostra separazione può
-servire ai suoi disegni; ella è dunque irrevocabile, io son libera
-per sempre, aggiunse la sig.ª Danglars colla stessa espressione di
-preghiera.
-
-Ma Debray, invece di rispondere, la lasciò in quella angosciosa
-interrogazione dello sguardo e del pensiero: — Oh! diss’ella
-finalmente, voi non mi rispondete, signore?
-
-— Non ho che una domanda a farvi, che contate di divenire?
-
-— Lo chiedeva a voi stesso, rispose la baronessa palpitando.
-
-— Ah! fece Debray, è dunque un consiglio che chiedete a me?
-
-— Sì, disse la baronessa col cuore serrato.
-
-— Allora se mi chiedete, un consiglio, vi consiglio di viaggiare.
-
-— Di viaggiare! mormorò la sig.ª Danglars.
-
-— Certamente; come ha detto Danglars, voi siete ricca, e perfettamente
-libera. Un’assenza da Parigi sarà necessaria assolutamente, almeno
-per quanto credo; dopo lo strepitoso fracasso che hanno fatto i
-due matrimoni andati a monte di madamigella Eugenia, e la duplice
-sparizione di vostra figlia e di vostro marito. È soltanto necessario
-che tutta la società sappia che siete povera, e vi creda abbandonata;
-perchè non si menerebbe buona, alla moglie del banchiere fallito,
-la sua ricchezza, e l’opulenza della sua casa. Per primo caso, basta
-che restiate a Parigi soltanto 15 giorni, raccontando specialmente a
-tutti che siete stata abbandonata, e raccontando ai vostri migliori
-amici, che andranno a ripeterlo ovunque, in che modo siete stata
-lasciata; indi partirete dal vostro palazzo, lasciandovi tutti i
-gioielli, i crediti della vostra dote, e ciascuno loderà il vostro
-disinteressamento. Allora vi sapranno abbandonata, e vi crederan
-povera; poichè io solo conosco la vostra situazione finanziaria, e
-son pronto a rendervi i vostri conti da socio leale. — La baronessa
-pallida, atterrita, aveva ascoltato questo discorso con tanto spavento
-e disperazione, quanta era stata la calma e l’indifferenza che vi aveva
-impiegata Debray nel pronunziarlo: — Abbandonata! ripetè ella, oh! da
-vero abbandonata... sì, avete ragione, signore, e nessuno avrà dubbi
-sul mio abbandono. — Queste furono le sole parole che questa donna
-così altera, così violenta potè rispondere a Debray. — Ma ricca, anzi
-ricchissima, continuò Debray cavando dal suo portafogli e stendendo
-sul tavolo alcune carte in esso contenute. — La sig.ª Danglars lo
-lasciò fare, essendo solo occupata a contenere i battiti del cuore, ed
-a ritenere le lagrime che sentiva spuntare all’angolo delle palpebre.
-Ma finalmente il sentimento della dignità la vinse nella baronessa; e
-se non riuscì a comprimere il cuore, ottenne almeno di non versare una
-lagrima.
-
-— Signora, disse Debray, son circa sei mesi che siamo in società,
-voi avete somministrato il capitale dei fondi in centomila fr.; nel
-mese d’aprile di questo anno ebbe luogo la nostra società: in maggio
-cominciarono le nostre operazioni.
-
-«In maggio abbiam guadagnato 450 mila fr. In giugno l’utile è montato
-a 900 mila fr. In luglio abbiamo fatta un’aggiunta di un milione e 700
-mila fr.; lo sapete, fu sui fondi di Spagna. In agosto perdemmo, sul
-principio del mese, 300 mila fr. ma il 15 dello stesso mese li abbiamo
-riguadagnati, ed alla fine abbiamo preso la nostra rivincita, perchè
-i nostri conti, messi in chiaro, dal giorno della nostra associazione
-fino a ieri, in cui li ho chiusi, ci danno un attivo di due milioni
-e 400 mila fr., vale a dire un milione e 200 mila fr. per ciascuno.
-Ora, continuò Debray, compulsando il libro de’ conti col metodo e la
-tranquillità di un agente di cambio, troviamo 80 mila fr. dei frutti di
-questa somma rimasta fra le mie mani...
-
-— Ma, interruppe la baronessa, che son questi frutti, quando non si è
-mai messa questa somma a cambio?
-
-— Vi chiedo scusa, signora, disse freddamente Debray; aveva da voi
-l’autorizzazione di far fruttare questo danaro, e me ne son prevalso.
-Sono dunque altri 40 mila fr. di vostra parte sugl’interessi, più i
-cento mila fr. del primo capitale di fondo, vale a dire, un milione
-e 340 mila fr. di vostra parte. Ho avuta la cautela ieri l’altro di
-mobilizzare tutto il vostro danaro; non è molto tempo, come vedete, e
-si sarebbe detto che io dubitava di essere in breve chiamato a rendervi
-i conti. Il vostro danaro è là; metà in biglietti di banca, metà in
-_boni_ al latore: ho detto là, ed è vero, perchè, siccome non credeva
-la mia casa abbastanza sicura, siccome non credeva i notari abbastanza
-segreti, e le proprietà parlano ancora più dei notari, e siccome
-finalmente voi non avevate il diritto di comprare niente nè di posseder
-niente fuori della comunione coniugale; io ho custodita tutta questa
-somma, che in oggi forma il vostro stato, in una cassetta sigillata nel
-fondo di questo armadio, e per maggior sicurezza ho fatto da falegname
-io stesso. Adesso, continuò Debray, aprendo prima l’armadio, e poi la
-cassetta, adesso, signora, ecco qui 800 biglietti da mille fr. l’uno,
-che rassomigliano, come vedete, ad un grosso album rilegato in ferro;
-vi unisco un mazzetto di biglietti sulle rendite per 25 mila fr., indi
-una cambiale di 110 mila fr. che eccola qui, sul mio banchiere, a vista
-al latore, e siccome il mio banchiere non è il sig. Danglars, così la
-cambiale sarà pagata, potete star tranquilla. — La sig.ª Danglars prese
-macchinalmente la cambiale a vista, i boni sulle rendite, ed il pacco
-di biglietti di banca. Questa enorme fortuna sembrava ben poca cosa,
-disposta là sul tavolo. La sig.ª Danglars, con gli occhi asciutti,
-ma il petto gonfio di singulti, la riunì, chiuse l’astuccio d’acciaio
-nella borsa, mise i biglietti sulle rendite, e la cambiale a vista nel
-suo portafogli, ed in piedi, pallida e muta, aspettava una dolce parola
-che la consolasse per essere così ricca. Ma ella aspettò invano. —
-Ora, signora, disse Debray, voi avete una esistenza magnifica, qualche
-cosa che si accosta ad una rendita di 60 mila fr., il che diventa
-enorme per una donna che non potrà tener società almeno per un anno.
-Questo è un privilegio per tutte le fantasie che vi passeranno per
-la mente: senza calcolare, che se trovate che la vostra parte non sia
-sufficiente, potete venire ad attingere nella mia, signora, ed io sono
-disposto ad offrirvela; oh! a titolo di prestito, ben inteso, tutto
-ciò che possedo, vale a dire un milione e 60 mila fr. sono a vostra
-disposizione.
-
-— Grazie, signore, rispose la baronessa; capirete bene che mi avete
-rimesso molto di più di quel che bisogna ad una povera donna che non
-conta per molto tempo di ricomparire nella società... — Debray fu per
-un momento meravigliato, ma si rimise, fe’ un gesto, che si poteva
-spiegare per un mezzo di esprimere in una formula anche più civile
-questo pensiero. — Farete come più vi piacerà. — La sig.ª Danglars
-aveva forse fino allora sperato qualche cosa, ma quando vide il gesto
-di noncuranza ch’era sfuggito a Debray, e lo sguardo obliquo da cui
-esso era stato accompagnato, come pure la riverenza profonda, ed il
-significante silenzio che lo seguirono, rialzò la testa, aprì la porta,
-e senza furore, senza scosse, come senza esitazione, si slanciò per la
-scala, sdegnando per fino d’indirizzare un ultimo saluto a colui che
-la lasciava partire in questo modo. — Bah! disse Debray quando ella
-fu partita, bei disegni che son questi! ella resterà nel suo palazzo,
-leggerà dei romanzi e giuocherà al _Faraone_, non potendo più giuocare
-alla borsa. — E riprese il suo libro dei conti, tirando un rigo sulle
-somme che aveva pagate.
-
-— Mi resta un milione e 60 mila fr., diss’egli. Che disgrazia che
-madamigella di Villefort sia morta! quella giovinetta mi sarebbe
-convenuta sotto tutti i rapporti, ed io l’avrei sposata. — E
-flemmaticamente, secondo la sua abitudine, aspettò che fossero passati
-venti minuti dopo la partenza della sig.ª Danglars per uscir a sua
-volta. Durante questi venti minuti, Debray non fece che cifre tenendo
-sulla tavola e vicino a lui l’orologio da taschino. Quel personaggio
-diabolico che ogni fortunata immaginazione avrebbe potuto creare con
-maggiore o minore felicità, se Lesage non ne avesse presa la proprietà
-in un capo d’opera, Asmodeo, che toglieva i coperchi dalle case per
-vedervi dentro, avrebbe goduto di un singolare spettacolo se avesse
-tolta, al momento in cui Debray faceva le sue cifre, la crosta della
-piccola casa della strada San-Germano dei Prati. Al disopra di questa
-camera in cui Debray aveva fatta la sua divisione colla sig.ª Danglars
-di due milioni e mezzo, vi era un’altra camera popolata egualmente da
-abitanti di nostra conoscenza, che han rappresentata una parte molto
-importante negli avvenimenti da noi raccontati. In questa camera vi
-erano Mercedès ed Alberto. Mercedès aveva fatto molti cambiamenti in
-pochi giorni, non già che anche nei tempi della maggior ricchezza,
-ella fosse attaccata al fasto orgoglioso che spicca visibilmente in
-tutte le condizioni, e fa sì che non si riconosca più la donna tosto
-ch’ella vi comparisce sotto abiti più semplici; non già nemmeno ch’ella
-fosse caduta in quello stato di depressione in cui si cade quando si
-è costretti di rivestire la livrea della miseria; no, Mercedès era
-cambiata, perchè il suo occhio non brillava più, perchè la sua bocca
-non sorrideva più, perchè finalmente un perpetuo impaccio arrestava
-sulle sue labbra la rapida parola che altre volte lasciava sempre
-preparata.
-
-Non era la povertà che avviliva lo spirito di Mercedès: non la mancanza
-di coraggio che le rendeva pesante la sua povertà. Mercedès discesa
-dal centro in cui viveva, perduta nella novella sfera che si era
-scelta, come quelle persone che escono da una sala splendidamente
-illuminata per passare subitaneamente nelle tenebre, Mercedès sembrava
-una regina discesa dal suo palazzo in una capanna, e che, ridotta al
-puro necessario, non si riconosceva nè dal vasellame di argilla, ch’era
-obbligata di portare da sè sulla tavola, nè dalla cuccetta succeduta
-al suo letto. Di fatto la bella Catalana, o la nobile contessa, non
-aveva più nè il suo sguardo fiero, nè il suo grazioso sorriso, perchè,
-chiudendo gli occhi su ciò che la circondava, non vedeva che oggetti
-affliggenti. Era una camera parata con una di quelle carte a chiaro e
-scuro grigio, che i proprietari economi scelgono di preferenza come
-le meno facili a sporcarsi, era un pavimento senza tappeti, mobili
-che richiamavan l’attenzione, e costringevano la vista a fermarsi
-sulla povertà di un falso lusso, tutte cose finalmente che rompevano
-coi loro tuoni disaccordi l’armonia così necessaria ad occhi abituati
-ad un insieme elegante. La sig.ª de Morcerf viveva là dal momento
-che aveva abbandonato il suo palazzo; la testa le girava in questo
-eterno silenzio, come gira ad un viaggiatore che si ritrova sull’orlo
-di un abisso; accorgendosi che ad ogni minuto Alberto la guardava di
-nascosto per giudicar dello stato del cuore, ella si era obbligata ad
-un monotono sorriso delle labbra, che in assenza di quel fuoco così
-dolce del sorriso dei suoi occhi, faceva l’effetto di una semplice
-riverberazione di luce, vale a dire di una chiarezza senza colore. Dal
-canto suo, Alberto era preoccupato, impacciato, legato da un avanzo
-di lusso, che gl’impediva d’essere della condizione sua attuale; egli
-voleva uscire senza guanti, e ritrovava le mani troppo bianche; voleva
-correre per la città a piedi, e ritrovava gli stivali troppo ben
-verniciati. Però queste due creature così nobili e così intelligenti,
-riunite indissolubilmente dai legami dell’amor materno e filiale, erano
-riuscite ad intendersi senza parlar di niente e ad economizzare tutte
-le preparazioni che si devono fra amici, per istabilire quella verità
-materiale da cui dipende la vita. Alberto finalmente aveva potuto
-dire a sua madre senza farla impallidire: — Madre mia, non abbiam più
-danaro.
-
-Mercedès non aveva mai più conosciuta la vera miseria, ella stessa
-aveva spesso in gioventù parlato di povertà; ma non era la stessa cosa;
-bisogno e necessità sono due sinonimi fra i quali vi è una grandissima
-diversità. Ai Catalani, Mercedès aveva bisogno di mille cose, ma non
-mancava mai di certe altre. Fino a che le lenze erano buone si prendeva
-pesce, fino a che si vendeva pesce, si prendeva filo per formar delle
-reti. E poi isolata da amici, non avendo che un amore, il quale non
-entrava per nulla nelle materiali particolarità della sua situazione,
-si pensava a sè, ciascuno a sè, nient’altro che a sè. Mercedès,
-del poco che aveva, ne faceva parte tanto generosamente quant’era
-possibile: in oggi ella aveva da fare due parti, e con niente.
-L’inverno si avvicinava, Mercedès in questa camera nuda e di già fredda
-non aveva fuoco, ella a cui un calorifero a mille branche riscaldava
-poco prima tutta la casa, dalle anticamere fino al gabinetto. Ella non
-aveva neppure un piccolo fiore, ella, il cui appartamento si poteva
-dire una stufa calda, popolata di fiori a prezzo d’oro! Ma ella aveva
-un figlio!... L’esaltazione di un dovere forse esagerato, li aveva
-sostenuti fin là nelle sfere superiori. L’esaltazione è quasi un
-entusiasmo, e l’entusiasmo rende insensibili alle cose della terra. Ma
-l’entusiasmo si era sedato, ed era stato necessario di ridiscendere
-a poco a poco dal paese dei sogni al mondo della realtà. Bisognava
-finalmente parlare del positivo, dopo avere esausto l’ideale. — Madre
-mia, diceva Alberto nello stesso tempo che la sig.ª Danglars discendeva
-la scala, contiamo un poco le nostre ricchezze, se vi aggrada: ho
-bisogno di un totale per riscaldarmi ai miei disegni.
-
-— Totale: niente, disse Mercedès con un doloroso sorriso.
-
-— Non può essere, madre mia; totale: primieramente tre mila fr. ed ho
-la pretensione con tre mila fr. di preparare a noi due una adorabile
-esistenza.
-
-— Fanciullo, sospirò Mercedès.
-
-— Eh! mia buona madre, disse il giovine, pur troppo io vi ho speso
-molto danaro per conoscerne ora il prezzo! È una cosa enorme, vedete,
-tre mila fr., ed ho fabbricato su questa somma un avvenire miracoloso
-d’eterna sicurezza.
-
-— Voi parlate così, amico mio, continuò la povera madre: ma prima
-di tutto accetterem noi questa somma di tre mila fr.? disse Mercedès
-arrossendo.
-
-— Questa è cosa convenuta, mi sembra, disse Alberto con tuono fermo;
-l’accettiamo tanto più che non l’abbiamo, perchè essi sono, come
-ben sapete, sepolti nel giardino di quella piccola casa dei viali di
-Meillan, a Marsiglia. Con 200 fr., continuò Alberto, andremo entrambi a
-Marsiglia.
-
-— Con 200 fr.! lo credete voi, Alberto?
-
-— Oh! in quanto a questo ho prese le mie informazioni all’ufficio delle
-diligenze e dei battelli a vapore, ed i miei calcoli sono fatti. Voi
-fisserete il vostro posto per Châlons nel _coupé_, vedete, madre mia,
-che vi tratto da regina; 35 fr. — Alberto prese una penna e scrisse.
-
- _Coupè_ di qui a Châlons fr. 35
- Da Châlons a Lione, col battello
- a vapore » 6
- Da Lione ad Avignone sempre col
- battello a vapore » 16
- Da Avignone a Marsiglia » 7
- Spese di strada » 50
- ——————
- Totale fr. 114
-
-— Mettiamo centoventi, soggiunse Alberto sorridendo, vedete che son
-generoso, n’è vero, madre mia?
-
-— Ma tu, mio povero figlio?
-
-— Io? e non avete veduto che mi riserbo 80 fr.? Un giovine, madre mia,
-non ha bisogno di tanti comodi; so del resto che cosa è il viaggiare.
-
-— In carrozza di posta, e col tuo cameriere?
-
-— In ogni modo, madre mia...
-
-— Ebbene! sia, disse Mercedès, ma questi 200 fr.?
-
-— Questi 200 fr. eccoli, e di più, eccone ancora altri 200 fr. Sentite,
-ho venduto il mio orologio, cento fr., e la catena 300: come son
-fortunato! delle catenelle che valgono tre volte l’orologio. Sempre per
-la famosa istoria delle cose superflue. Eccoci dunque ricchi, poichè
-invece di 114 fr. che vi abbisognavano per fare il vostro viaggio, ne
-avete 250.
-
-— Ma dobbiamo pagare qualche cosa in questa casa?
-
-— Trenta fr., ma li pago io, sui miei 150: questa è cosa convenuta;
-e poichè a tutto rigore non mi abbisognano che 80 fr. per fare il mio
-viaggio, vedete che io nuoto nel lusso. Ma qui non è tutto: che dite di
-questo, madre mia?
-
-Ed Alberto cavò da un piccolo portafogli con fermaglio d’oro (unico
-resto della sua antica galanteria, o fors’anche qualche tenero ricordo
-di una di quelle donne che battevano alla piccola porta) un biglietto
-di mille fr.
-
-— Che cosa è questo? domandò Mercedès.
-
-— Un biglietto di mille fr., madre mia.
-
-— Ma di dove ti vengono questi mille fr.?
-
-— Ascoltate, madre mia, ma non vi commovete troppo.
-
-Ed Alberto si alzò, andò a baciare sua madre nelle guance, e si fermò
-a guardarla: — Voi non vi potete formare un’idea, madre mia, del come
-vi ritrovo bella! disse il giovine con un profondo amor filiale; siete
-in verità la più bella, come siete la più virtuosa delle donne che ho
-conosciute.
-
-— Caro figlio, disse Mercedès, sforzandosi invano di trattenere una
-lagrima che le spuntava dal ciglio.
-
-— In verità, non vi mancava che di divenire infelice per cambiare il
-mio amore in adorazione.
-
-— Non sono infelice, fin che mi resta mio figlio, disse Mercedès; non
-sarò infelice fin che l’avrò.
-
-— Ah! precisamente, disse Alberto; ma ecco ove comincia la prova,
-sapete ciò che abbiam convenuto?
-
-— Abbiam dunque convenuto qualche cosa?
-
-— Si è convenuto che voi abiterete Marsiglia, e che io partirò per
-l’Affrica, ove invece del nome che ho lasciato, mi farò il nome che ho
-assunto. — Mercedès mandò un sospiro: — Ebbene! madre mia, da ieri sono
-ingaggiato negli _Spahis_, aggiunse il giovine abbassando gli occhi
-con una certa vergogna, poichè non sapeva egli stesso quanto v’era di
-sublime nel suo abbassamento, o piuttosto ho creduto che il mio corpo
-era mio, e che poteva venderlo: mi sono venduto, come si dice, aggiunse
-egli tentando di sorridere, più caro di quel che non credeva di valere,
-vale a dire per duemila fr.
-
-— Per cui questi mille fr.?... disse fremendo Mercedès.
-
-— Son la metà della somma, madre mia, l’altra verrà fra un anno. —
-Mercedès alzò gli occhi al cielo con una espressione, che nessuna
-cosa saprebbe indicare, e le due lagrime trattenute agli angoli
-delle sue palpebre, sgorgarono sotto l’emozione interna, e caddero
-silenziosamente lungo le sue guance: — Il prezzo del sangue! mormorò
-ella.
-
-— Sì, se io sarò ucciso, disse ridendo Morcerf; ma ti assicuro, mia
-buona madre, che al contrario sono nella intenzione di difendere
-vigorosamente questa mia povera pelle; non mi sono mai sentito tanta
-buona volontà di vivere, come in questo momento.
-
-— Mio Dio! mio Dio! fece Mercedès.
-
-— Del resto, perchè dunque volete che io sia ucciso, madre mia? forse
-che Lamorcière, quest’altro Ney del mezzogiorno è stato ucciso? forse
-che Changarnier è stato ucciso? forse che Bedeau è stato ucciso? forse
-che Morrel, che noi conosciamo, è stato ucciso? Pensate dunque alla
-vostra gioia, madre mia, quando mi vedrete ritornare con un’uniforme
-ricamata! vi dichiaro che con quella sarò superbo, e che ho scelto
-questo reggimento per galanteria.
-
-Mercedès sospirò, mentre si sforzava di sorridere; ella capiva, questa
-santa madre, che stava male a lei il lasciar portare a suo figlio tutto
-il peso del sacrificio.
-
-— Ebbene dunque! riprese Alberto, capite, madre mia, ecco già più di
-quattromila fr. assicurati per voi; con questi vivrete due buoni anni.
-
-— Lo credi tu? disse Mercedès. — Queste parole erano sfuggite alla
-contessa, e con un dolore così vero, che il loro vero senso non isfuggì
-ad Alberto. Egli sentì restringersi il cuore, e prendendo la mano di
-sua madre, la stringeva teneramente fra le sue: — Sì, voi vivrete,
-diss’egli.
-
-— Vivrò, disse Mercedès, ma tu non partirai, n’è vero?
-
-— Madre mia, io partirò, disse Alberto, con voce placida e ferma; voi
-mi amate troppo per non lasciarmi ozioso ed inutile; d’altra parte io
-mi sono firmato.
-
-— Tu farai a seconda della tua volontà, figlio, ed io farò secondo la
-volontà di Dio.
-
-— Non già secondo la mia volontà, madre mia, ma secondo la ragione,
-secondo la necessità. Noi siamo due creature disperate, non è vero? Che
-cosa è più la vita per voi in oggi? niente. Che cosa è più la vita per
-me? Oh! ben poca cosa senza di voi, madre mia; credetelo; perchè senza
-di voi questa vita, avrebbe cessato dal giorno in cui concepii qualche
-dubbio sull’onore di mio padre, e ne rinnegai il nome! Finalmente io
-vivo, se voi mi promettete di sperare ancora; se mi lasciate la cura
-della vostra futura felicità, voi raddoppierete la mia forza. Allora
-andrò laggiù a ritrovare il governatore dell’Algeria; è un cuore leale
-e soprattutto eminentemente soldato: gli racconterò la mia lugubre
-istoria, lo pregherò d’andar voltando di tempo in tempo gli occhi alla
-parte ove io sarò, e s’egli mi mantiene la parola, s’egli mi guarda
-quando io combatto, prima che compian sei mesi, o sarò morto o sarò
-uffiziale. Se sono uffiziale la vostra sorte è assicurata, madre mia,
-perchè allora avrò del danaro per voi e per me, e di più un nuovo nome
-di cui saremo orgogliosi, poichè quello sarà il vostro vero nome. Se
-sono ucciso... cara madre, voi morirete se vi piace, ed allora i nostri
-infortunii avran termine nei loro stessi eccessi.
-
-— Sta bene, rispose Mercedès col suo nobile ed eloquente sguardo:
-hai ragione, figlio mio; proviamo a certe persone che ci stanno ad
-osservare, e che aspettano le nostre azioni per giudicarci, che noi
-siam per lo meno degni di essere compianti.
-
-— Ma, bando ad ogni funebre idea, cara madre! gridò il giovine: vi
-giuro che siamo, o almeno che potremo essere felicissimi: siete una
-donna piena ad un tempo di spirito e di rassegnazione; io sono divenuto
-semplice nei miei gusti, e senza passioni, almeno spero. Una volta al
-servizio, eccomi ricco. Una volta che sarete in casa del sig. Dantès,
-eccovi tranquilla. Proviamo! ve ne prego, madre mia.
-
-— Sì, proviamo, figlio mio, perchè tu devi vivere, perchè tu devi esser
-felice, rispose Mercedès.
-
-— Per cui, madre mia, ecco fatta la nostra divisione, aggiunse il
-giovine affettando uno sguardo di comodità; possiam partire oggi
-stesso. Andiamo, come vi ho detto, ho fermato il vostro posto.
-
-— Ma il tuo, figlio mio?
-
-— Debbo ancora restar qui altri due o tre giorni, madre mia; questo
-sarà un principio di separazione, ed abbiamo bisogno di abituarci; mi
-necessitano alcune raccomandazioni, alcune informazioni sull’Algeria;
-vi raggiungerò a Marsiglia.
-
-— Ebbene! sia così, partiamo! disse Mercedès avviluppandosi nel solo
-scialle che aveva portato seco, e che per caso si trovava di essere
-nero e di gran valore; partiamo!
-
-Alberto raccolse in fretta le sue carte, suonò per pagare i trenta
-fr. che doveva al padron di casa, ed offrendo il braccio a sua madre,
-discese la scala. Qualcuno discendeva davanti a loro; e sentendo di
-seta sugli scalini, si rivoltò.
-
-— Debray! mormorò Alberto.
-
-— Voi, Morcerf! — rispose il segretario intimo del ministro, fermandosi
-sullo scalino su cui si ritrovava.
-
-La curiosità la vinse in Debray sul desiderio di conservare
-l’incognito. Sembravagli infatto curioso di ritrovare in questa casa
-remota quel giovine, la cui disgraziata avventura aveva fatta tanto
-chiasso in Parigi.
-
-— Morcerf! — ripetè Debray. Indi scorgendo nella mezza oscurità le
-forme ancor giovani di una donna velata:
-
-— Oh! perdono! soggiunse con un mezzo sorriso, vi lascio, Alberto. —
-Questi capì il pensiero di Debray.
-
-— Madre mia, diss’egli voltandosi verso Mercedès, è il sig. Debray,
-segretario intimo del ministro dell’Interno, un mio antico amico.
-
-— Come! antico! balbettò Debray; che volete dire?
-
-— Dico questo, sig. Debray, perchè in oggi non ho e non devo più avere
-amici: vi ringrazio anzi moltissimo di avermi voluto riconoscere,
-signore. — Debray risalì due scalini, e venne a dare una energica
-stretta di mano al suo interlocutore: — Credete, Alberto, diss’egli con
-tutta l’emozione che si può avere, che io ho preso una parte profonda
-alla disgrazia che vi colpisce, e che mi metto a vostra disposizione in
-tutto per tutto.
-
-— Grazie, signore, disse sorridendo Alberto; ma in mezzo a questa
-disgrazia noi siam rimasti abbastanza ricchi per non aver bisogno di
-ricorrere a nessuno: lasciamo Parigi, e, pagato il nostro viaggio, ci
-rimangono ancora cinque mila fr.
-
-Il rossore salì alla fronte di Debray, che portava un milione nel suo
-portafogli; e per quanto fosse poco poetico questo spirito esatto,
-non potè a meno di riflettere che la stessa casa aveva contenuto poco
-prima, due donne delle quali una, giustamente disonorata, se ne andava
-con un milione e 500mila fr. sotto le pieghe del suo scialle, e l’altra
-ingiustamente colpita, ma sublime nella sua infelicità, si riteneva
-ricca per pochi denari. Questo parallelo sviò le sue combinazioni di
-gentilezza; la filosofia dell’esempio lo oppresse; balbettò qualche
-parola di generica civiltà, e discese rapidamente. Ma la sera stessa
-egli era già compratore di una bella casa scelta sul baluardo della
-Maddalena, che dava una rendita di cinque mila lire. La dimane nell’ora
-in cui Debray firmava il contratto, cioè verso le 5 p. m., la sig.ª de
-Morcerf, dopo aver teneramente abbracciato suo figlio, e dopo essere
-stata teneramente abbracciata da lui, salì nel _coupé_ della diligenza,
-che si rinchiuse sur essa.
-
-Un uomo era nascosto nel cortile dell’amministrazione Laffitte, dietro
-una di quelle finestre centinate del piano terreno che sormontano tutti
-gli ufficii: vide partire la diligenza, vide Alberto allontanarsi.
-Allora ei si passò la mano sulla fronte carica di dubbii, dicendo:
-
-— Ahimè! con qual mezzo restituirò a questi due innocenti la felicità
-che loro ho tolta?... Dio mi aiuterà!
-
-
-
-
-CVI. — LA FOSSA DEI LEONI.
-
-
-Uno dei quartieri della _Force_, quello che racchiude i detenuti più
-arrischiosi e più pericolosi, si chiama il cortile di S. Bernardo. I
-prigionieri, nel loro gergo energico, l’hanno soprannominata la _fossa
-dei leoni_, probabilmente perchè i detenuti che ivi sono racchiusi
-spesso mordono le inferriate, e non di rado i carcerieri.
-
-Questa è una prigione nella prigione; le mura hanno una grossezza
-il doppio delle altre. Ogni giorno un carceriere esplora con somma
-cura le inferriate massicce; e si riconosce dalla persona erculea,
-dagli sguardi freddi ed incisivi dei guardiani, che sono stati scelti
-per regnare col terrore sul loro popolo, e con l’attività della
-intelligenza. Il prato di questo quartiere è circondato da mura enormi,
-sulle quali penetra obliquamente il sole, quando si risolve a penetrare
-in questo golfo di laidume fisico e morale. È là, su questo prato che
-fin dalla mattina vanno errando pensierosi, feroci, impalliditi, come
-ombre, gli uomini che la giustizia tiene incurvati sotto la mannaia che
-sta aguzzando.
-
-Si vedono addossarsi, raggrupparsi contro il muro, che assorbe e
-ritiene la maggior parte del loro calore; essi rimangono là, parlando
-a due a due, il più spesso isolati coll’occhio rivolto incessantemente
-verso la porta, che si apre per chiamare qualcuno degli abitanti di
-questo lugubre soggiorno, o per vomitare nel golfo una nuova feccia
-tolta dal crogiuolo della società. Il cortile di S. Bernardo ha il suo
-parlatorio particolare, è un quadrato oblungo, diviso in due parti da
-due inferriate, piantate parallelamente a tre piedi di distanza l’uno
-dall’altra, di modo che il visitatore non possa stringere la mano del
-prigioniero, o passargli qualche oggetto. Questo parlatorio è oscuro,
-umido, ed orribile in tutti i punti, particolarmente quando si pensa
-alle orribili confidenze che sono passate per quelle inferriate, che
-hanno arrugginito il ferro delle sbarre. Però, questo luogo, per quanto
-sia spaventoso, è un eliso ove vengono a temperarsi, in una società
-sperata, gustata, questi uomini ai quali son contati i giorni; tanto è
-raro che qualcuno esca dalla fossa dei Leoni, per andare in tutt’altro
-luogo che non sia la barriera San Giacomo, o la galera, o il carcere
-cellulare! In questo cortile che abbiam descritto, e che trasuda una
-fetida umidità, passeggiava, colle mani nelle saccocce del suo abito,
-un giovine osservato con molta curiosità dagli abitanti della fossa.
-Sarebbe passato per un giovine elegante pel taglio dei suoi abiti,
-se questi non fossero stati in lembi; però essi non erano usati, il
-panno era fino e lucido, e nei punti in cui era intatto, riprendeva
-facilmente il suo lustro sotto la mano accarezzante del prigioniero,
-che cercava di farne un abito nuovo. Applicava eziandio la stessa
-cura a chiudere una camicia di battista considerevolmente cambiata
-di colore dalla sua entrata in prigione; su i suoi stivali verniciati
-passava e ripassava un angolo di un fazzoletto con le iniziali ricamate
-e sormontate da una corona araldica. Alcuni pensionarii della fossa
-dei Leoni consideravano con manifesta premura la ricercata toletta del
-prigioniere: — Osserva, ecco là il principe che si fa bello, disse uno
-dei ladri.
-
-— Egli è bellissimo naturalmente, disse un altro, e solo che avesse un
-pettine ed un poco di pomata, eclisserebbe tutti i signori dei guanti
-bianchi.
-
-— Il suo abito doveva essere ben nuovo, e gli stivali molto bene
-risplendere. È lusinghiero per noi l’avere di confratelli come si deve;
-e quei briganti di gendarmi son ben vili. Invidiosi! avere stracciata
-una toletta come quella!
-
-— Sembra che debba essere un soggetto famoso, disse un altro, egli
-ha fatto di tutto... e nel genere grande... viene di laggiù, così
-giovine! Ah! è una cosa superba!... — E l’obbietto di questa schifosa
-ammirazione sembrava gustare gli elogi, o il vapore degli elogi, perchè
-non sentiva le parole.
-
-Terminata la sua toletta, si avvicinò alla porta della cantina alla
-quale stava appoggiato il carceriere di guardia.
-
-— Vediamo, signore, diss’egli, prestatemi venti fr., li riavrete ben
-presto; con me non si corre alcun rischio. Pensate che ho dei parenti
-che hanno più milioni di quel che voi avete danari... Vediamo, venti
-fr. ve ne prego, affinchè possa comprare un paio di pianelle ed una
-veste da camera. Io soffro orribilmente a stare sempre in abito e cogli
-stivali... che abito! signore, per un principe Cavalcanti.
-
-Il guardiano gli voltò il dorso, e si strinse nelle spalle; egli non
-rise neppur di queste parole che avrebbero fatto ilare ogni altra
-fronte; perchè quest’uomo ne aveva intesi molti altri, o piuttosto
-aveva sempre udita la stessa cosa.
-
-— Andate, signore, siete un uomo senza visceri, ed io vi farò perdere
-il vostro impiego. — Questa parola fece rivolgere il guardiano, che
-questa volta si lasciò sfuggire un gran scoppio di risa.
-
-Allora i prigionieri si avvicinarono tutti, e fecero cerchio: —
-io vi dico, continuò Andrea, che con questa miserabile somma posso
-procacciarmi un abito ed una camera, affine di poter ricevere in un
-modo decente la visita illustre che aspetto da un momento all’altro.
-
-— Egli ha ragione! ha ragione! dissero i prigionieri... Perdinci! si
-vede ben ch’è un uomo come si deve!
-
-— Ebbene! prestategli voi altri venti fr.! disse il guardiano
-appoggiandosi sull’altra sua spalla colossale, forse che non dovete ciò
-ad un camerata?
-
-— Non sono il camerata di costoro, disse orgogliosamente il giovine,
-non m’insultate, non avete questo diritto!
-
-— Lo sentite? disse il guardiano con un sinistro sorriso, egli vi
-accomoda molto bene! prestategli dunque venti fr.!
-
-I ladri si guardarono con un sordo mormorio, e una tempesta, provocata
-più dalle parole del guardiano che da quelle di Andrea, cominciò a
-rumoreggiare intorno al prigioniero aristocratico. Il guardiano, sicuro
-di poter padroneggiare il susurro, quando il tumulto si facesse troppo
-forte, li lasciava poco a poco alterarsi per fare un brutto giuoco
-all’importuno sollecitatore, e procurarsi così una ricreazione durante
-la lunga guardia della sua giornata.
-
-Di già i ladri si avvicinavano ad Andrea, parte dicendo:
-
-— La ciabatta! la ciabatta! — Crudele operazione, che consisteva
-a torturare con colpi non già di ciabatta, ma di scarpa ferrata,
-un confratello caduto in disgrazia di questi signori. Gli altri
-proponevano l’anguilla; altro genere di ricreazione che consisteva nel
-riempire di sabbia, di sassolini, e di grossi soldi, quando ne avevano,
-un fazzoletto attorcigliato, che i carnefici scaricano come un flagello
-sulle spalle e la testa del paziente. — Frustiamo il bel signore,
-dissero alcuni altri, il sig. uomo onesto! — Ma Andrea, volgendosi
-verso di loro, fece d’occhietto, gonfiò colla lingua la sua guancia,
-e fe sentire un scoppietto con la lingua, che equivaleva a mille
-segni di convenzione, fra banditi, costretti a tacersi. Questo era
-un segno massonico che gli era stato insegnato da Caderousse. Essi lo
-riconobbero per uno dei loro. Tosto i fazzoletti ricaddero, la ciabatta
-ferrata rientrò nel piede del principale aguzzino. S’intese qualche
-voce proclamare che il signore aveva ragione, che il signore poteva
-a modo suo essere un uomo onesto, e che i prigionieri volevano dare
-l’esempio di libertà di coscienza.
-
-L’ammutinamento addietrò. Il guardiano ne fu talmente stupefatto
-che prese tosto Andrea per le mani e si mise a frugarlo,
-attribuendo a qualche manifestazione più significante, di quel che
-all’affascinazione, questo cambiamento subitaneo degli abitanti
-della fossa dei Leoni. Andrea si lasciò frugare non senza fare forti
-proteste. D’improvviso una voce si fe’ subito sentire dalla porta: —
-Benedetto! gridò un ispettore. — Il guardiano lasciò la sua preda. — Mi
-chiamano! disse Andrea. — Al parlatorio! disse la voce.
-
-— Vedete se vengo visitato?.. Oh! mio signore, starete a vedere se
-si può impunemente trattare un Cavalcanti come un uomo ordinario! —
-Ed Andrea, traversando il cortile come un’ombra, si precipitò alla
-porta, lasciando nella ammirazione i suoi confratelli ed il guardiano.
-Era di fatto chiamato al parlatorio, ed era cosa da meravigliarsene
-anche dallo stesso Andrea; poichè l’astuto giovinetto, nel suo entrare
-alla _Force_, invece di usare, come le genti comuni, del benefizio
-di poter scrivere per farsi reclamare, aveva osservato il più stoico
-silenzio. — Io sono, diceva egli, evidentemente protetto da qualche
-potente; tutto me lo prova: questa fortuna improvvisa, la facilità
-con cui ho appianato tutti gli ostacoli, una famiglia improvvisata,
-un nome illustre divenuto mia proprietà, l’oro che pioveva a me
-dintorno, le alleanze più magnifiche promesse alla mia ambizione. Un
-momentaneo obblìo della mia fortuna, l’assenza del mio protettore mi
-han perduto, ma non del tutto, non per sempre! La mano si è ritirata
-per un momento, essa deve ritornare su di me, o riafferrarmi di nuovo
-al momento in cui mi credeva vicino a piombare nel precipizio. Perchè
-arrischierò un’ultima imprudenza nello scrivere? forse mi alienerei
-il mio protettore! Egli possiede due mezzi per togliermi d’impaccio;
-l’evasione misteriosa comprata a prezzo d’oro, o sforzare la mano ai
-giudici per ottener la mia assoluzione. Aspettiamo a parlare ed operare
-che mi sia provato che sono stato abbandonato, e allora...
-
-Andrea aveva fabbricato il suo disegno, che ben si può credere abile;
-il disgraziato era intrepido all’attacco, ed astuto nella difesa. La
-miseria della prigione in comune, le privazioni di ogni genere, egli
-le aveva sopportate; però poco a poco il suo naturale, o piuttosto
-l’abitudine aveva preso il sopravvento. Andrea soffriva per ritrovarsi
-nudo, sporco, affamato, il tempo per lui era lungo. Fu in questo
-momento di noia che l’ispettore lo chiamò al parlatorio. Andrea
-sentì il suo cuore balzare di gioia. Era troppo presto perchè quella
-fosse una chiamata del suo giudice istruttore, e troppo tardi perchè
-fosse una chiamata del direttore delle prigioni o del medico. Dietro
-l’inferriata del parlatorio, ove Andrea fu introdotto, egli scoperse,
-coi suoi grand’occhi, dilatati ancor più da un’avida curiosità, la
-figura cupa ed intelligente di Bertuccio, che guardava con una dolorosa
-meraviglia le inferriate, le porte sprangate, e l’ombra che si agitava
-dietro le sbarre incrociate.
-
-— Ah! fece Andrea toccato nel cuore.
-
-— Buon giorno, Benedetto, disse Bertuccio colla sua voce chiara e
-sonora. — Voi! voi! disse il giovine guardando con ispavento intorno a
-sè. — Tu non mi conosci più? disse Bertuccio, disgraziato! — Silenzio!
-ma silenzio dunque! fece Andrea che conosceva la finezza dell’udito di
-quelle muraglie. Mio Dio, non parlate così ad alta voce!
-
-— Tu vorresti parlar meco, disse Bertuccio, da solo a solo, non è vero?
-— Sì, sì! disse Andrea. — Sta bene.
-
-E Bertuccio frugando nella saccoccia, fece un segno ad un guardiano che
-si vedeva dietro la invetriata di un finestrello: — Leggete! diss’egli.
-
-— Che cosa è quello? disse Andrea.
-
-— L’ordine di condurti in una camera e di installarviti, e di lasciarmi
-comunicare liberamente teco.
-
-— Oh! fece Andrea, balzando di gioia. — E subito dopo, ripiegandosi
-su sè stesso, diceva: — Ancora il protettore sconosciuto! io non son
-dimenticato! si cerca il segreto, da poichè mi si vuol parlare in una
-camera isolata. Essi sono in mio potere... Bertuccio è stato inviato
-dal protettore!
-
-Il guardiano conferì un momento con un superiore, indi aprì le due
-porte sprangate, e li condusse in una camera del primo piano che
-guardava nel cortile; Andrea non stava più in sè dalla gioia. La
-camera era imbiancata a calce, come è l’uso delle prigioni; aveva
-un aspetto di allegria che sembrava raggiante al prigioniere. Un
-braciere, un letto, una cassa, una tavola, ne formavano il sontuoso
-mobilio. Bertuccio si assise sulla cassa, Andrea si gettò sul letto; il
-guardiano si ritirò.
-
-— Sentiamo, disse l’intendente, che cosa hai da dirmi?
-
-— E voi? disse Andrea.
-
-— Ma parla prima...
-
-— Oh! no; siete voi che avete molte cose da dirmi; poichè siete venuto
-a trovarmi.
-
-— Ebbene! sia. Tu hai continuato il corso delle tue scelleratezze; hai
-rubato, hai assassinato...
-
-— Buono! Se è per dirmi tali cose che mi avete fatto condurre in una
-camera appartata, tanto valeva che non v’incomodaste; so tutte queste
-cose. Ve ne sono altre invece che non so. Parliamo di quelle, se vi
-aggrada. Chi vi ha mandato?
-
-— Oh! oh! voi andate per le corte, sig. Benedetto.
-
-— Non è vero? e alla meta. Soprattutto risparmiamo le inutili parole.
-Chi vi manda? — Nessuno.
-
-— E come sapeste che io era in prigione?
-
-— È molto tempo che ti aveva riconosciuto per quell’insolente
-zerbinotto che guidava tanto leggiadramente un cavallo ai Campi-Elisi.
-
-— I Campi-Elisi... Ah! ah! noi bruciamo, come si dice al giuoco della
-pinzetta... I Campi-Elisi!... A noi, parliamo un poco di mio padre, lo
-volete?
-
-— Chi sono io, dunque?
-
-— Voi, mio bravo signore, siete mio padre adottivo... Ma non siete
-voi, m’immagino, che avete disposto in mio favore di un centinaio di
-mille fr. che ho divorati in pochi mesi; non siete voi che mi avete
-provveduto di un padre italiano e gentiluomo; non siete stato voi che
-mi avete fatto entrare nella società, e invitato ad un certo pranzo,
-che parmi ancora di mangiare, ad Auteuil, colla miglior compagnia di
-Parigi, con un certo procuratore del re, di cui ho avuto grandissimo
-torto a non coltivar la conoscenza, che in questo momento mi sarebbe
-stata utile; non siete stato voi finalmente che mi avete fatto garanzia
-per uno o due milioni, quando mi è accaduto l’accidente fatale della
-scoperta del vaso delle rose... Sentiamo, parlate, stimabile Corso,
-parlate...
-
-— Che vuoi tu ch’io ti dica? — Io ti aiuterò. Parlavi dei Campi-Elisi
-poco fa, mio degno padre putativo. — Ebbene?
-
-— Ebbene! ai Campi-Elisi vi abita un signore molto ricco.
-
-— In casa del quale tu hai rubato ed assassinato, n’è vero? — Io credo
-di sì. — Il sig. conte di Monte-Cristo.
-
-— Siete voi che lo avete nominato, come dice Racine... Ebbene! debbo
-gettarmi fra le sue braccia, soffocarlo contro il petto gridando:
-«Padre mio! padre mio!» come dice Pixérécourt?
-
-— Non scherziamo, rispose gravemente Bertuccio, e che un tal nome non
-sia qui in tal modo pronunziato.
-
-— Bah! fece Andrea un poco stordito dal sussiego e dall’attitudine del
-sig. Bertuccio, e perchè no?
-
-— Perchè colui, che porta questo nome, è troppo favorito dal cielo per
-essere il padre di un miserabile qual siete.
-
-— Oh! oh! gran paroloni!... — E grandi effetti se non avrete riguardi.
-— Minacce!... non temo niente... io dirò... — Credete voi di avere a
-che fare con dei pigmei della vostra specie? disse Bertuccio con un
-tuono così tranquillo, ed uno sguardo così sicuro, che Andrea ne fu
-commosso fino al profondo delle viscere. Credete di aver che fare coi
-vostri scellerati compagni di galera, o coi vostri ingenui ingannati
-della società?... Benedetto, siete in mani terribili; esse vogliono
-bensì aprirsi per soccorrervi, profittatene. Non scherzate però col
-fulmine che per un momento depongono ma che possono riprendere, se
-tentate di incomodarle nel libero loro movimento.
-
-— Padre mio... voglio sapere chi è mio padre... disse l’ostinato; vi
-morirò, se abbisogna, ma lo saprò. Che può fare a me lo scandalo?
-del bene... del credito... _dei reclami_... come dice Beauchamp il
-giornalista. Ma voi altri, persone dell’alta società, avete sempre
-qualche cosa da perdere nello scandalo, ad onta dei vostri milioni, e
-dei vostri stemmi gentilizi... A noi, chi è mio padre?
-
-— Son venuto per dirtelo.
-
-— Ah! gridò Benedetto con gli occhi scintillanti di gioia.
-
-In questo momento si aprì la porta, ed il carceriere indirizzandosi a
-Bertuccio. — Perdono, signore, diss’egli, ma il giudice d’istruzione
-aspetta il prigioniere.
-
-— È la chiusura del mio interrogatorio, disse Andrea al degno
-intendente, al diavolo l’importuno!
-
-— Io ritornerò domani, disse Bertuccio. — Andrea gli stese la mano,
-Bertuccio conservò la sua in saccoccia, solo vi fece risuonare alcune
-monete.
-
-— Era quel che voleva dirvi, fe’ Andrea con un sorriso scomposto, ma
-soggiogato dalla strana tranquillità di Bertuccio.
-
-— Mi sarei sbagliato? — disse a sè stesso nel montare in carrozza
-oblunga colle persiane di ferro, che viene volgarmente chiamata
-il paniere dell’insalata: — vedremo! così a domani, aggiunse egli
-voltandosi verso Bertuccio.
-
-— A domani, rispose l’intendente.
-
-
-
-
-CVII. — IL GIUDICE.
-
-
-Si ricorderà il lettore che l’abate Busoni era rimasto solo con
-Noirtier nella camera mortuaria, e che il nonno ed il prete si
-eran costituiti i guardiani del corpo della giovinetta. Forse le
-esortazioni dell’abate, la sua dolce carità, la sua parola persuasiva
-avevan reso il coraggio al vecchio; poichè dal momento ch’egli aveva
-potuto conferire col prete, invece della disperazione che sulle prime
-si era impadronita di lui, tutto annunziava in Noirtier una grande
-rassegnazione, una calma grandemente sorprendente per tutti quelli
-che si ricordavano l’affezione profonda portata da lui a Valentina.
-Il sig. de Villefort non aveva più veduto il vecchio dalla mattina di
-questa morte. Tutte le persone di servizio erano state rinnovate, un
-altro cameriere era stato impegnato per lui, un altro servitore per
-Noirtier; due donne erano entrate al servizio della sig.ª de Villefort;
-tutti, perfino il portinaro ed il cocchiere offrivano visi nuovi che
-si erano eretti, per così dire, fra i diversi padroni di questa casa
-maledetta, ed avevano intercettate le relazioni di già molto fredde
-che v’erano fra di loro. D’altra parte le sedute si aprivano fra
-due o tre giorni, e Villefort, chiuso nel suo gabinetto, proseguiva
-con una febbrile attività la procedura ordita contro l’assassino di
-Caderousse. Quest’affare, come tutti quelli in cui Monte-Cristo si
-ritrovava immischiato, aveva fatto gran rumore nella società parigina.
-Le prove non erano convincenti, poichè si fondavano sopra alcune
-parole scritte da un forzato moribondo, antico compagno di galera di
-quello che veniva accusato, e che poteva accusare il suo compagno o per
-odio o per vendetta: si era formata la sola coscienza del magistrato;
-il procurator del Re aveva finito col dare a sè stesso la terribile
-convinzione, che Benedetto era colpevole, e ch’egli doveva cavare da
-questa difficile vittoria uno di quei godimenti di amor proprio, che
-sol potevano risvegliare un poco le fibre del suo cuore agghiacciato.
-
-Il processo adunque s’istruiva, mercè il lavoro incessante di
-Villefort, che voleva con questo fare l’apertura delle vicine
-sedute. Per cui era stato obbligato di star ritirato più che mai,
-affin di evitare di rispondere alla prodigiosa quantità di domande
-che gli venivano indirizzate per ottenere dei biglietti d’udienza.
-E poi era scorso tanto poco tempo, da che la povera Valentina era
-stata trasportata nella tomba; il dolore della famiglia era ancora
-sì recente, che nessuno si maravigliava di vedere il padre così
-rigorosamente assorto nel suo dovere, cioè nell’unica distrazione
-ch’egli poteva provare nel dolore. Una sola volta, ed era la dimane del
-giorno in cui Benedetto aveva ricevuto una seconda visita da Bertuccio,
-nella quale questi aveva dovuto nominargli suo padre; la dimane di
-questo giorno, (domenica) una sola volta, dicevamo, Villefort aveva
-veduto suo padre: fu nel momento in cui il magistrato, infuocato dalla
-fatica, era disceso nel giardino del suo palazzo; e cupo, curvo sotto
-un implacabile pensiero, simile a Tarquinio quando faceva saltare in
-aria colla sua bacchettina le teste dei papaveri più elevati, il sig.
-de Villefort col suo bastone abbatteva i lunghi ed inariditi steli
-delle rose d’ogni mese che ergevansi lungo i viali, come spettri di
-quei fiori così brillanti nella stagione che era scorsa.
-
-Già più d’una volta aveva percorso in lungo tutto il giardino, ed era
-giunto a quel famoso cancello che metteva sul recinto abbandonato,
-ritornando sempre per lo stesso viale, riprendendo sempre la sua
-passeggiata col medesimo passo e con lo stesso gesto, quando i suoi
-occhi si portarono macchinalmente verso la casa, nella quale sentiva
-scherzare rumorosamente suo figlio, ritornato dal collegio per passare
-la domenica ed il lunedì presso sua madre.
-
-In questo movimento vide ad una delle finestre aperte, il sig.
-Noirtier, che si era fatto trascinare nel suo seggiolone fin contro
-questa finestra per goder degli ultimi raggi di un sole ancor caldo
-che salutava i fiori morenti dei volubili, e le foglie arrossite delle
-vergini viti che tappezzavano il muro ed oltrepassavano la finestra.
-L’occhio del vecchio era fisso sur un punto solo che Villefort non
-iscopriva che imperfettamente. Questo sguardo di Noirtier era così
-pieno di odio, così selvaggio, così ardente di impazienza, che
-il procuratore del Re, abile ad afferrare tutte le impressioni di
-questo viso che tanto ben conosceva, si allontanò dalla linea che
-percorreva, per vedere su qual cosa o su qual persona cadeva questo
-significativo sguardo. Allora vide, sotto un gruppo di tigli coi rami
-già quasi sguarniti, la sig.ª de Villefort che, assisa con un libro
-in mano, interrompeva di tempo in tempo la sua lettura per sorridere
-a suo figlio, o per ribalzargli la palla elastica, che ostinatamente
-lanciava dalla sala nel giardino. Villefort impallidì, poichè capì
-che cosa voleva dire il vecchio. Noirtier guardava sempre lo stesso
-soggetto; ma all’improvviso il suo sguardo si portò dalla moglie al
-marito, e Villefort stesso dovette allora soffrire l’attacco di quegli
-occhi fulminanti, che nel cangiare di oggetto, avean pure cambiato
-il linguaggio, senza tuttavolta perder niente della loro espressione
-minacciosa.
-
-La sig.ª de Villefort, estranea a tutte queste passioni i cui fuochi
-incrociati passavano al di sopra della sua testa, riteneva in quel
-momento la palla a suo figlio, facendogli cenno di venirla a prendere
-con un bacio; ma Edoardo si fece pregare lungamente, la carezza
-materna non gli sembrava probabilmente una ricompensa sufficiente per
-l’incomodo che doveva prendersi; finalmente si risolvè, saltò dalla
-finestra nel mezzo di un cespuglio di vainiglie e di margherite regine,
-e corse alla sig.ª de Villefort colla fronte coperta di sudore: ella
-gli asciugò la fronte, posò le sue labbra su questo quasi avorio,
-e rimandò il fanciullo colla palla in una mano, e con un pugno di
-confetti nell’altra.
-
-Villefort attirato da una invincibile attrazione, come l’uccello
-è attirato dal serpente, si avvicinò alla casa; e secondo che si
-avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, ed il fuoco
-delle sue pupille sembrava prendere un tal grado di incandescenza, che
-Villefort si sentiva divorato da lui fino al fondo del cuore. Infatto
-si leggeva in questo sguardo un sanguinoso rimprovero, e nello stesso
-tempo una terribile minaccia. Allora le pupille e gli occhi di Noirtier
-si alzarono al cielo come se ricordasse a suo figlio un giuramento
-dimenticato. — Sta bene! signore, replicò Villefort dal fondo del
-cortile, sta bene! abbiate pazienza anche per un giorno; ciò che ho
-detto è detto.
-
-Noirtier parve sedato da queste parole, e i suoi occhi si voltarono con
-indifferenza da un’altra parte.
-
-Villefort si sbottonò violentemente l’abito che lo soffocava, si
-passò una mano livida sulla fronte e rientrò nel suo gabinetto. La
-notte scorse fredda e tranquilla; tutti andarono a letto e dormirono
-come d’ordinario in questa casa. Solo, come egualmente d’ordinario,
-Villefort non andò in letto quando vi andarono gli altri, e lavorò
-fino alle cinque del mattino, per riveder gli ultimi interrogatorii
-fatti il giorno innanzi dai magistrati istruttori, e confrontare le
-deposizioni dei testimonii, ed a spargere la chiarezza in tutto il suo
-atto d’accusa, uno dei più energici, e dei più abilmente concepiti che
-avesse mai esteso.
-
-Era la dimane il lunedì in cui doveva aver luogo la prima seduta della
-Corte delle _Assise_. Quel giorno, Villefort lo vide spuntare tetro e
-sinistro, e la sua luce bluastra venne a far rilucere sulla carta le
-linee tracciate con l’inchiostro rosso. Il magistrato che si era per
-un momento addormito, mentre la sua lucerna mandava gli ultimi sospiri,
-si risvegliò al crepitio del lucignolo che stava per ispegnersi, colle
-dita umide ed imporporate come se le avesse intinte nel sangue: aprì la
-finestra, una gran striscia color d’arancio traversava in lontano il
-cielo e troncava in due l’ombra dei sottili pioppi che si disegnavano
-sull’orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di là del cancello dei
-marroni, un’allodola saliva verso il cielo, facendo sentire il suo
-canto chiaro e mattutino. L’aria umida dell’alba inondò la testa di
-Villefort, e gli rinfrescò la memoria:
-
-— Sarà per oggi, diss’egli con uno sforzo; oggi l’uomo che terrà la
-spada della giustizia nella sua mano, deve colpire ovunque si ritrovano
-dei colpevoli.
-
-I suoi sguardi si portarono suo malgrado in traccia della finestra di
-Noirtier, la finestra in cui il giorno innanzi aveva veduto il vecchio.
-La tenda era tirata.
-
-Eppure l’immagine di suo padre gli era talmente presente, che si voltò
-a questa finestra chiusa come se fosse stata aperta, e tuttor vedesse
-il vecchio in atto di minacciare.
-
-— Sì, mormorò egli, sì, sii tranquillo.
-
-La testa gli cadde sul petto, e colla testa così inchinata, fe’ il giro
-del gabinetto, indi finalmente si gettò vestito sur un sofà, meno per
-dormire che per ammorbidire le sue membra intirizzite dalla fatica, e
-dal freddo del lavoro che penetra fin dentro la midolla delle ossa.
-
-Un poco per volta tutti gl’individui della famiglia si risvegliarono:
-Villefort, dal suo gabinetto, intese i successivi rumori che
-costituiscono, per così dire, la vita della casa, le porte messe in
-movimento, il tintinnio del campanello della sig.ª de Villefort che
-chiamava la cameriera, i primi gridi del fanciullo che si alzava
-allegro e contento, come sogliono fare tutti i fanciulli della sua età.
-
-Villefort suonò egli pure. Il nuovo cameriere entrò da lui portandogli
-i giornali ed una tazza di cioccolata.
-
-— Che cosa mi portate? domandò Villefort.
-
-— Una tazza di cioccolata. — Non l’ho domandata, chi si prende dunque
-questa cura di me?
-
-— La signora; ella ha detto che il signore oggi parlerà molto senza
-dubbio nella causa dell’assassinio, e che avrà bisogno di rinforzarsi.
-
-Ed il cameriere depose sulla tavola vicina al sofà, tavola come
-tutte le altre sopraccaricata di carte, la tazza d’argento dorata. Il
-cameriere uscì. Villefort guardò un momento la tazza con sembiante
-cupo, indi d’un subito la prese con un movimento convulsivo, e ne
-bevve d’un solo fiato il contenuto. Si sarebbe detto che egli sperava
-che questa bevanda fosse stata mortale, e che chiamava la morte per
-liberarlo da un dovere che gli comandava una cosa più difficile del
-morire: indi si alzò e passeggiò pel suo gabinetto con una specie di
-sorriso, terribile a vedersi. Il cioccolato era inoffensivo, ed il sig.
-de Villefort non ne provò alcun danno. L’ora della colazione giunse,
-ed il sig. de Villefort non comparve a tavola. Il cameriere rientrò
-nel gabinetto. — La sig.ª fa avvisato il signore, disse egli, che sono
-suonate le undici, e che l’udienza è per mezzogiorno.
-
-— Ebbene! fece Villefort, avanti?
-
-— La signora ha fatta la sua toletta: ella è pronta, e chiede se andrà
-in compagnia del signore?
-
-— E dove? — Al palazzo. — Per far che?
-
-— La sig.ª dice che desidera assistere a questa seduta.
-
-— Ah! fece Villefort con un accento quasi spaventoso, il desidera! —
-Il domestico rinculò di un passo: — Se il signore desidera uscire solo,
-andrò a dirlo alla signora.
-
-Villefort restò un momento muto, egli si raschiava colle unghie
-la pallida guancia circondata da una barba nera ebano. — Dite alla
-signora, rispose egli finalmente, che io desidero di parlarle, e che la
-prego di aspettarmi nelle sue camere. — Sì, signore. — Poi ritornate
-per farmi la barba e per vestirmi. — Sul momento. — Il cameriere
-disparve di fatto per ricomparire, fece la barba a Villefort, e lo
-aiutò a vestirsi solennemente di nero. Indi quando ciò fu finito:
-
-— La signora ha detto che ella aspettava il signore tosto che avesse
-finito di vestirsi.
-
-— Vi vado. — E Villefort, colle filze di carte sotto il braccio, col
-cappello in mano, si diresse verso l’appartamento di sua moglie. Alla
-porta egli si fermò, si asciugò col fazzoletto il sudore che gli colava
-sulla livida fronte. Indi spinse la porta. La sig.ª de Villefort
-era assisa sur un divano, sfogliando con impazienza dei giornali
-e degli opuscoli che il giovine Edoardo si divertiva a mettere in
-pezzi, prima ancora che sua madre avesse avuto il tempo di terminarne
-la lettura. Ella era completamente vestita per uscire; il cappello
-l’aspettava posto sopra una sedia, ella aveva messo i guanti. — Ah!
-eccovi finalmente, disse colla sua voce naturale e tranquilla; mio
-Dio! quanto siete pallido, signore! dunque lavorate tutta la notte?
-perchè non siete venuto a far colazione con noi? Ebbene! mi condurrete
-voi, o andrò sola con Edoardo? — La sig.ª de Villefort, come si vede,
-aveva moltiplicate le domande per ottenere una risposta; ma il sig.
-de Villefort era rimasto freddo e muto come una statua. — Edoardo,
-disse Villefort fissando sul fanciullo uno sguardo imperativo, andate a
-scherzare nella sala, bisogna che io parli a vostra madre. — La sig.ª
-de Villefort vedendo questo freddo portamento, questo tuono risoluto,
-questi preparativi preliminari assai strani, fremette. Edoardo aveva
-alzata la testa, aveva guardato sua madre, vedendo che ella non
-confermava l’ordine del sig. de Villefort, si era rimesso a tagliar la
-testa ai suoi soldati di piombo. — Edoardo! gridò il sig. de Villefort
-così rozzamente che il fanciullo balzò sul tappeto, mi capite? andate!
-
-Il fanciullo, che non era abituato a questo trattamento, si alzò in
-piedi ed impallidì, sarebbe stato difficile il dire se era la collera
-o la paura. Suo padre andò da lui, lo prese per un braccio, e lo
-baciò sulla fronte: — Va, diss’egli, figlio mio, va. — Il sig. de
-Villefort andò alla porta e la chiuse dietro a lui con doppio giro
-di chiave. — Oh! mio Dio, fece la giovano sposa guardando suo marito
-fin nel profondo dell’anima, e sforzando un sorriso che agghiacciò
-l’impassibilità di Villefort, che c’è dunque?
-
-— Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite ordinariamente? —
-articolò chiaramente e senza preamboli il magistrato, postosi fra la
-moglie e la porta. La sig.ª de Villefort provò ciò che deve provare
-la lodola quando vede il falco restringere i suoi cerchi mortali sulla
-testa. Un tuono rauco, tronco, che non era nè un grido nè un sospiro,
-le sfuggì dal petto, ed ella impallidì fino a diventar livida.
-
-— Signore, disse ella, io.... io non capisco. — E siccome si era
-sollevata in un parossismo di terrore, in un secondo parossismo,
-senza dubbio più forte del primo, si lasciò ricadere sul cuscino del
-divano. — Io vi domandava, continuò Villefort con voce perfettamente
-tranquilla, in qual luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso
-mio suocero il sig. di Saint-Méran, mia suocera, Barrois, e mia figlia
-Valentina.
-
-— Ah! gridò la sig.ª de Villefort giungendo le mani, che dite mai? —
-Non appartiene a voi l’interrogarmi, a voi sta il rispondere!
-
-— Al giudice o al marito? balbettò la sig.ª de Villefort.
-
-— Al giudice, signora! al giudice! — Era uno spettacolo terribile
-il vedere il pallore di questa donna, l’angoscia del suo sguardo, il
-tremito di tutto il suo corpo.
-
-— Ah! signore! mormorò ella, ah! signore!:.. e non disse altro.
-
-— Voi non rispondete, signora! gridò il terribile interrogatore: indi
-soggiunse, con un sorriso che spaventava ancor più della sua collera; è
-vero però che non negate!
-
-Ella fece un movimento.
-
-— E non potreste negarlo, aggiunse Villefort, stendendo la mano verso
-di lei come per afferrarla in nome della giustizia; avete compiti
-questi diversi delitti con una impudente furberia, ma che però non
-poteva ingannare le persone disposte per la loro affezione ad esser
-cieche sul vostro conto. Fin dalla morte della sig.ª de Saint-Méran,
-ho saputo che v’era un avvelenatore in casa mia, il sig. d’Avrigny me
-ne aveva prevenuto; dopo la morte di Barrois, Dio mi perdoni, i miei
-sospetti si son portati sopra un altro, sur un angelo! i miei sospetti,
-che anche quando non vi è delitto, vegliano incessantemente accesi nel
-fondo del mio cuore, ma dopo la morte di Valentina non vi è più alcun
-dubbio per me, signora, e non solo per me, ma ancora per altri; così
-il vostro delitto conosciuto ora da due persone, sospettato da molti,
-diventerà pubblico, e, come vi diceva or ora, non è più un marito che
-vi parla, è un giudice!
-
-La giovane sposa nascose il viso fra le mani. — Oh! signore, ve ne
-supplico, non credete alle apparenze.
-
-— Sareste vile? gridò Villefort con un accento di disprezzo. In fatto
-ho sempre notato che gli avvelenatori son sempre vili. Sareste vile,
-voi che avete avuto l’orribile coraggio di vedere spirare davanti ai
-vostri occhi due vecchi ed una giovanetta assassinata da voi?
-
-— Signore! Signore!
-
-— Sareste vile, continuò Villefort con una crescente esaltazione, voi
-che avete contati uno a uno i minuti di quattro agonie? voi che avete
-combinato i vostri disegni infernali, rimescolate le vostre infami
-bevande con una abilità ed una precisione sì miracolosa? Voi che avete
-sì ben calcolato tutto, avreste dimenticato di calcolare una cosa sola,
-vale a dire che potevate essere condotta alla rivelazione dei vostri
-delitti? Oh! questo è impossibile, ed avrete riserbato qualche veleno
-più dolce, più sottile, e più mortale degli altri, per isfuggire alla
-punizione che vi è dovuta... lo avrete fatto, almeno lo spero. — La
-sig.ª de Villefort si contorse le mani, e cadde in ginocchio. — Lo so
-bene.... lo so bene, disse egli, confessate; ma la confessione fatta ai
-giudici, la confessione fatta nell’ultimo momento, la confessione fatta
-quando non si può più negare, è una confessione che non diminuisce
-niente la punizione che essi infliggono al colpevole!
-
-— La punizione! gridò la sig.ª de Villefort, signore! avete pronunziato
-due volte questa parola!
-
-— Senza dubbio. Forse che per essere quattro volte colpevole avete
-creduto di sfuggirla? forse che per essere la moglie di quello che
-domanda la punizione degli altri rei, avete creduto che la vostra
-punizione non vi sarebbe stata? No! signora, no! Chiunque sia, il
-patibolo aspetta l’avvelenatore, se soprattutto, come vi diceva poco
-fa, l’avvelenatore non ha avuto la cura di conservare per sè qualche
-goccia del suo più sicuro veleno. — La sig.ª de Villefort mandò un
-grido selvaggio, e lo schifoso ed indomabile terrore invase i suoi
-lineamenti scomposti. — Oh! non temete il patibolo, signora, disse il
-magistrato, se mi avete ben capito dovete avere capito che non potete
-morire sopra un patibolo. — No, io non ho capito; cosa volete dire?
-balbettò la disgraziata donna completamente atterrata.
-
-— Voglio dire, che la moglie del primo magistrato della capitale
-non macchierà colla sua infamia un nome rimasto senza macchia, e non
-disonorerà nel medesimo tempo suo marito e suo figlio.
-
-— No! oh! no? — Ebbene! signora, questa sarà una buona azione per parte
-vostra, ed io ve ne ringrazio.
-
-— Mi ringraziate, e di che? — Di ciò che avete detto.
-
-— E che cosa ho io detto? ho perduto la testa; non comprendo più
-niente, mio Dio! mio Dio! — Ed ella si alzò coi capelli sparsi,
-e le labbra schiumose. — Voi avete risposto, signora, a quella
-interrogazione che vi ho fatta entrando qui; dove avete il veleno di
-cui d’ordinario vi servite? — La sig.ª de Villefort alzò le braccia al
-cielo, e battè convulsivamente le mani l’una contro l’altra: — No, no,
-vociferò ella; no, voi non volete questo.
-
-— Ciò che io non voglio, signora, si è che compariate al patibolo,
-capite? rispose Villefort.
-
-— Oh! signore, grazia!
-
-— Ciò che io voglio, è che sia fatta giustizia. Io sono sulla terra
-per punire, signora, aggiunse egli con uno sguardo fiammeggiante, e
-tutt’altra donna, fosse ancora una regina, io la manderei al carnefice;
-ma per voi sarò misericordioso: vi ho detto: non avete voi, signora,
-conservato qualche goccia del vostro veleno più dolce, più pronto, più
-sicuro?
-
-— Oh! perdonatemi, signore, lasciatemi vivere!
-
-— Ella è vile, disse Villefort. — Pensate che son vostra moglie! — Io
-penso che voi siete un’avvelenatrice. — In nome del cielo!.... — No! —
-In nome dell’amore che avete avuto per me! — No! no!
-
-— In nome di nostro figlio! ah! lasciatemi vivere!
-
-— No! no! no! vi dico; se vi lascio vivere, verrà un giorno che
-ucciderete lui come tutti gli altri.
-
-— Io! uccidere mio figlio! gridò questa madre selvaggia slanciandosi
-verso Villefort; io uccidere il mio Edoardo!... ah! ah! ah! — Ed un
-riso spaventoso, un riso di demonio, un riso di pazza compì la frase e
-si perdè in un rantolo sanguinoso. La sig.ª de Villefort era caduta ai
-piedi di suo marito. Villefort si era avvicinato a lei: — Pensateci,
-signora, diss’egli, se al mio ritorno non è stata fatta giustizia, vi
-denunzio di mia propria bocca, e vi arresto colle mie proprie mani. —
-Ella ascoltava anelante, abbattuta, oppressa; il suo occhio solo viveva
-in lei e copriva un fuoco terribile. — Voi mi capite! disse Villefort;
-vado alla seduta per chiedere la morte d’un’assassino... Se al mio
-ritorno vi ritrovo viva, questa sera dormirete alla _Conciergerie_. —
-La sig.ª de Villefort mandò un sospiro, i suoi nervi si distesero, ella
-stramazzò sul tappeto. Il procurator del Re sembrò provare un movimento
-di pietà, la guardò men severamente, ed inchinandosi leggermente ad
-essa: — Addio, signora, diss’egli; addio! — Questo addio cadde come un
-coltello mortale sul cuore della sig.ª de Villefort. Ella svenne. Il
-procurator del Re uscì, e, nell’uscire, chiuse la porta a doppio giro.
-
-
-
-
-CVIII. — LE ASSISE.
-
-
-L’affare di Benedetto, come si diceva allora al Palazzo e nella
-società, aveva prodotto una enorme sensazione. Uno dei frequentatori
-del Caffè di Parigi, del baluardo di Gand, e del bosco di Boulogne,
-il falso Cavalcanti, durante il tempo che era rimasto a Parigi, e nei
-due o tre mesi in cui aveva fatto un mondo di conoscenze. I giornali
-avevano raccontato le diverse stazioni del prevenuto nella sua
-vita di galera; ne risultava la più viva curiosità, in tutti coloro
-particolarmente che avevan conosciuto di persona il principe Andrea
-Cavalcanti; per cui questi erano soprattutto risoluti ad arrischiare
-qualunque cosa per andare a vedere sul banco degli accusati il sig.
-Benedetto, l’assassino del suo compagno di catena. Per molte persone,
-Benedetto era se non una vittima, almeno un errore della giustizia:
-si era veduto a Parigi il sig. Cavalcanti padre, e si aspettava di
-vederlo di nuovo comparire per reclamare il suo illustre rampollo. Un
-buon numero di persone che non avevano mai inteso parlare del famoso
-soprabito alla polacca col quale era sbarcato presso il conte di
-Monte-Cristo, si erano sentiti colpire dall’aria di dignità, dalla
-nobiltà, e dalla scienza di mondo che aveva mostrato il vecchio
-patrizio, il quale, bisogna dirlo, sembrava un signore perfetto, tutte
-le volte che non parlava o non faceva calcoli d’aritmetica.
-
-In quanto allo stesso accusato, molte persone si ricordavano di
-averlo veduto così amabile, così bello, così prodigo, ch’essi amavan
-meglio credere qualche macchinazione per parte di un nemico, come se
-ne trova in questo mondo, in cui le grandi fortune elevano i mezzi
-di fare il male ed il bene all’altezza del maraviglioso ed alla
-potenza dell’inaudito. Ciascuno accorse adunque alla seduta della
-Corte delle Assise, gli uni per gustare lo spettacolo, gli altri per
-commentarlo. Fin dalle sette del mattino si faceva la fila al cancello,
-ed un’ora prima dell’apertura della seduta, la sala era già piena
-di persone privilegiate. Prima dell’ingresso della Corte, e qualche
-volta anche dopo, una sala d’udienza nei giorni dei grandi processi
-rassomiglia molto ad una sala di conversazione, in cui molte persone si
-riconoscono, si parlano, quando sono abbastanza vicini da non perdere i
-loro posti, si fanno segni quando son separati da un troppo gran numero
-di popolo, d’avvocati e di gendarmi. Era una di quelle magnifiche
-giornate di autunno che qualche volta ci compensano di un’estate
-assente o accorciata; le nubi che il sig. de Villefort aveva vedute la
-mattina velare il sole nascente, si erano dissipate come per magìa, e
-lasciavano risplendere in tutta la sua purezza uno degli ultimi, uno
-dei più bei giorni di settembre.
-
-Beauchamp, uno dei re della stampa e che per conseguenza ha il suo
-trono da per tutto, guardava coll’occhialino a dritta e a sinistra.
-Egli scoperse Château-Renaud e Debray che eran giunti a guadagnarsi le
-buone grazie di un sergente di città, e lo avevano risoluto a mettersi
-dietro di loro invece di stargli davanti, come sarebbe stato di suo
-diritto. Il degno messo aveva odorato il segretario intimo del ministro
-ed il milionario; egli si mostrò pieno di riguardi per i suoi nobili
-vicini, e lor permise anche di andare a fare una visita a Beauchamp,
-promettendo di conservare loro i posti. — Ebbene! disse Beauchamp, noi
-dunque veniamo a vedere il nostro amico!
-
-— Eh! mio Dio! sì! rispose Debray, questo degno principe; vadano al
-diavolo tutti i principi senza principato.
-
-— Un uomo che ha avuto Dante per genealogista, e che rimonta alla
-_Divina Commedia_!
-
-— Nobiltà da corda, disse flemmaticamente Château-Renaud. — Egli sarà
-condannato, n’è vero? domandò Debray.
-
-— Eh! caro mio, rispose il giornalista, è a voi, mi sembra, che bisogna
-domandarlo: voi conoscete meglio di noi l’aria degli uffizii; avete
-veduto il presidente all’ultima _soirée_ del vostro ministro?
-
-— Sì. — E che vi ha detto? — Una cosa che vi maraviglierà.
-
-— Ah! parlate dunque presto, amico caro, è tanto tempo che non abbiam
-più detto niente su questo argomento.
-
-— Ebbene! mi ha detto che Benedetto, che si ritiene come una fenice
-di astuzia, come un gigante di furberia, non è che un borsaiolo molto
-subalterno, molto stupido, e del tutto indegno delle esperienze che si
-faranno, dopo la sua morte sopra i suoi organi frenologici.
-
-— Bah! fece Beauchamp; egli però rappresentava molto passabilmente la
-parte di principe.
-
-— Per voi Beauchamp, che detestate questi disgraziati principi e che
-siete incantato ogni qual volta potete ritrovare in loro dei modi
-cattivi; ma non per me che adoro per istinto la nobiltà, e che rilevo
-una famiglia aristocratica, qualunque ella sia, da vero bracco del
-blasone.
-
-— Così, non avete mai creduto al suo principato?
-
-— Alla sua aria da principe, sì... al suo principato no.
-
-— Non c’è male, disse Debray; vi assicuro che per tutt’altri che per
-voi poteva passare; l’ho veduto dai ministri.
-
-— Ah! sì, disse Château-Renaud; sì davvero che i nostri ministri se ne
-intendono di principi!
-
-— Vi è del buon senso in quanto dite Château-Renaud, rispose Beauchamp
-ridendo clamorosamente; la frase è corta, ma bella: vi chiedo il
-permesso di poterne usare nel mio rendi-conto.
-
-— Prendetela, mio caro Beauchamp, disse Château-Renaud, vi regalo la
-mia frase per quanto vale.
-
-— Ma, disse Debray a Beauchamp, se ho parlato al presidente, voi dovete
-aver parlato al procuratore del Re?
-
-— Impossibile! da otto giorni il sig. de Villefort si tien celato; ciò
-è naturale: questa strana sequela di dispiaceri domestici, coronati
-dalla morte non meno strana di sua figlia...
-
-— Morte strana! che dite dunque Beauchamp?
-
-— Ah! sì, fate dunque l’interrogatore, sotto il pretesto che ciò
-che accade fra la nobiltà di toga non lo sapete, disse Beauchamp
-applicandosi la lente all’occhio e sforzandosi di tenerla ferma col
-solo sopracciglio.
-
-— Mio caro signore, disse Château-Renaud, permettetemi di dirvi che,
-per tenere così la lente voi non siete della forza di Debray. Debray,
-date dunque una lezione al sig. Beauchamp.
-
-— Osservate, disse Beauchamp, non mi sbaglio.
-
-— Che è dunque? — È lei. — Chi è? — La si diceva partita. — Madamigella
-Eugenia? domandò Château-Renaud, sarebbe di già ritornata?
-
-— No, ma sua madre. — La sig.ª Danglars?
-
-— Andiamo, disse Château-Renaud, è impossibile; dieci giorni dopo
-la fuga di sua figlia, tre giorni dopo il fallimento di suo marito!
-— Debray arrossì leggermente e seguì la direzione dello sguardo di
-Beauchamp.
-
-— Andiamo diss’egli, è una donna velata, una donna sconosciuta, qualche
-principessa straniera, forse anche la madre del principe Cavalcanti;
-ma voi dicevate o piuttosto volevate dire una cosa molto interessante,
-Beauchamp, mi sembra.
-
-— Io? — Sì, parlavate della strana morte di Valentina.
-
-— Ah! è vero: ma perchè la sig.ª de Villefort non è qui?
-
-— Povera e cara donna! disse Debray, ella senza dubbio è occupata
-a distillare l’acqua di melissa, per gli ospedali, ed a comporre
-dei cosmetici per sè e per le sue amiche: sapete che ella ha speso
-per questo divertimento due o tre mila scudi per anno, a quanto si
-assicura. Veniamo al fatto, avete ragione, perchè non è qui la sig.ª de
-Villefort? l’avrei veduta con molto piacere, amo molto questa donna.
-
-— Ed io, disse Château-Renaud, la detesto.
-
-— Perchè? — Non so niente. Perchè si ama e perchè si detesta? la
-detesto per antipatia. — O sempre per istinto.
-
-— Può darsi... ma torniamo a ciò che dicevate, Beauchamp.
-
-— Ebbene? non siete curiosi di saper perchè si muore così spesso ed
-all’improvviso in casa Villefort?
-
-— Spesso! la parola è bella, disse Château-Renaud.
-
-— La parola è vera in casa del sig. de Villefort, ma torniamo a lui.
-
-— In fede mia! disse Debray, vi confesso che non perdo di vista questa
-casa apparata a lutto da tre mesi, e ieri l’altro ancora, a proposito
-della morte di Valentina, la sig.ª *** me ne parlava.
-
-— E chi è la sig.ª ***? domandò Château-Renaud.
-
-— La moglie del ministro; per bacco!
-
-— Ah! perdono, disse Château-Renaud, io non vado dai ministri, lascio
-andarvi i principi.
-
-— Voi non eravate che bello, ora diventate fulminante, caro barone;
-abbiate pietà di noi, altrimenti ci brucerete come un altro Giove.
-
-— Non dirò più niente, disse Château-Renaud; ma che diavolo! abbiate
-pietà di me, non mi date la replica.
-
-— Vediamo, cerchiamo di giungere alla meta del nostro dialogo,
-Beauchamp; vi diceva dunque che ieri l’altro la sig.ª *** mi domandava
-delle informazioni su questo argomento; istruitemi, ed io istruirò lei.
-
-— Ebbene! signori, se si muore così spesso, io mantengo la frase, nella
-casa Villefort, ciò è perchè nella casa vi è un assassino. — I giovani
-rabbrividirono poichè già più d’una volta era loro venuta la stessa
-idea.
-
-— E chi è questo assassino? domandarono tutti ad un tempo.
-
-— Il giovine Edoardo. — Uno scoppio di risa dei due uditori non
-isconcertò in alcun modo l’oratore, che continuò:
-
-— Sì, signori, il giovine Edoardo, fanciullo fenomeno-logico che uccide
-già come il padre e la madre.
-
-— Questo è uno scherzo?
-
-— Niente affatto; ieri ho preso uno dei domestici che è uscito dalla
-casa del sig. de Villefort: ascoltate bene questo.
-
-— Noi ascoltiamo.
-
-— E che io licenzio domani, perchè mangia enormemente per rimettersi
-dal digiuno di terrore che si era imposto in quella casa. Ebbene?
-sembra che questo caro fanciullo abbia messo la mano su qualche
-boccetta di droghe di cui egli usa di tempo in tempo contro quelli
-che gli dispiacciono. Primieramente toccò al nonno ed alla nonna
-Saint-Méran, che gli dispiacquero, e loro versò alcune gocce del
-suo elixir: tre gocce bastano; indi toccò al bravo Barrois, vecchio
-servitore del Nonno Noirtier, il quale sgridava a quando a quando
-l’amabile monello; ei gli versò tre gocce del suo elixir; e fu fatta;
-così accadde pure alla povera Valentina, che non lo sgridava, ma di cui
-egli era geloso: le versò tre gocce del suo elixir, e per essa come per
-tutti gli altri tutto fu finito.
-
-— Ma che diavol di racconto ci fate? disse Château-Renaud. — Sì, disse
-Beauchamp, un racconto dell’altro mondo n’è vero? — È un’assurdità,
-disse Debray.
-
-— Ah! riprese Beauchamp, ecco che già cercate mezzi dilatorii! che
-diavolo, domandatelo al mio domestico, o piuttosto a quello che domani
-non sarà più mio domestico; questa è la voce che corre in tutta la
-famiglia.
-
-— Ma questo elixir, dov’è? qual è? — Diamine! il fanciullo lo nasconde.
-
-— Dove l’ha preso? — Nel laboratorio di sua madre.
-
-— Sua madre ha dunque dei veleni nel suo laboratorio?
-
-— Lo so io forse? mi fate delle domande da procurator del Re: ripeto
-ciò che mi è stato detto, ecco tutto; vi cito nome ed autore: non posso
-far di più; il povero diavolo non mangiava più dallo spavento.
-
-— È incredibile!
-
-— Ma, no, mio caro, ciò non è incredibile del tutto: avete veduto
-l’anno scorso quel fanciullo della strada Richelieu che si divertiva ad
-uccidere i suoi fratelli e le sue sorelle immergendo loro delle spille
-nelle orecchie mentre dormivano. La generazione che viene dopo di noi,
-è molto precoce, mio caro!
-
-— Caro mio, disse Château-Renaud, scommetto che voi non credete una
-parola di tutto ciò che ci avete raccontato... Ma non vedo il conte di
-Monte-Cristo; come mai non è qui?
-
-— Egli è degenerato, fece Debray; e poi non vorrà comparire davanti a
-tutti, che è stato ingannato da tutti questi Cavalcanti i quali sono
-venuti a lui con delle false lettere credenziali, di modo che egli si
-trova allo scoperto di un centinaio di migliaia di franchi, ipotecati
-sul suo principato.
-
-— A proposito, domandò Beauchamp, come sta Morrel?
-
-— In fede mia, disse il gentiluomo, sono stato tre volte in casa sua, e
-non l’ho mai ritrovato, però sua sorella non mi è sembrata inquieta, e
-mi ha detto, con molto buon viso, che non lo ha più veduto da due o tre
-giorni, ma che è certa ch’egli sta bene.
-
-— Ah! ora che vi penso! il conte di Monte-Cristo non può venire nella
-sala! disse Beauchamp.
-
-— E perchè? — Perchè egli è attore nel dramma.
-
-— Ma forse egli pur ha assassinato qualcuno? domandò Debray.
-
-— Ma no, è lui, al contrario, che hanno voluto assassinare: sapete bene
-che uscendo dalla sua casa quel degno signore di Caderousse è stato
-assassinato dal suo giovine amico Benedetto: sapete bene che in casa
-sua fu trovato quel famoso gilè nel quale era la lettera che venne a
-sconvolgere la sottoscrizione del contratto di matrimonio: vedetelo,
-è là tutto insanguinato come capo di convinzione. — Ah! molto bene! —
-Zitti! signori, ecco la Corte; ai nostri posti!
-
-Infatto si fece sentire un gran rumore nel pretorio; il sergente
-di città chiamò i due protetti con un _hem!_ energico, e l’usciere
-comparendo sulla soglia della sala delle deliberazioni, gridò
-con quella voce aspra che gli uscieri avevano fin dal tempo di
-Beaumarchais: — La corte, signori!
-
-
-
-
-CIX. — L’ATTO D’ACCUSA.
-
-
-I giudici si collocarono ai loro seggi in mezzo al più profondo
-silenzio; i giurati si assisero al loro posto; il sig. de Villefort,
-oggetto dell’attenzione, e direm quasi dell’ammirazione generale,
-si pose col berretto in testa, sul suo seggio, girando uno sguardo
-tranquillo intorno a sè. Ciascuno guardava con maraviglia questa figura
-grave e severa, sulla impassibilità della quale sembrava che i dolori
-personali non avessero alcuna possa, e si guardava con una specie di
-terrore quell’uomo estraneo all’emozioni dell’umanità. — Gendarmi!
-disse il presidente, conducete l’accusato.
-
-A queste parole, la pubblica attenzione divenne più attiva, e tutti gli
-occhi si fissarono sulla porta dalla quale doveva entrare Benedetto.
-Ben presto questa porta si aprì e comparve l’accusato. La impressione
-fu la stessa su tutti, e nessuno s’ingannò alla espressione della
-sua fisonomia; i suoi lineamenti non portavano l’impronta di quella
-profonda emozione che fa affluire il sangue al cuore e scolora la
-fronte e le guance. Le mani, graziosamente poste, una per tenere il
-cappello, l’altra all’apertura del gilè di _picchè_ bianco, non erano
-agitate da alcun fremito; l’occhio era placido ed anzi brillante.
-Appena entrato nella sala, lo sguardo del giovine si mise a percorrere
-tutte le file dei giudici e degli assistenti, e si fermò più lungamente
-sul presidente e particolarmente sul procuratore del Re. Vicino ad
-Andrea si pose l’avvocato ch’egli aveva scelto, avvocato nominato
-di ufficio (poichè Andrea non aveva voluto occuparsi di questi
-particolari, ai quali sembrava non attaccasse alcuna importanza),
-giovine dai capelli d’un biondo chiaro, col viso rosso da una emozione
-cento volte più sensibile di quella del prevenuto. Il presidente
-domandò la lettura dell’atto di accusa, redatto, come si sa, dalla
-penna abile ed implacabile di Villefort. Durante questa lettura, che
-fu lunga, e che per tutt’altri sarebbe stata opprimente, la pubblica
-attenzione non cessò di portarsi sur Andrea, che ne sostenne il
-peso colla tranquillità d’animo di uno Spartano. Giammai Villefort
-non era forse stato così conciso nè così eloquente: il delitto era
-rappresentato sotto i colori più vivi: gli antecedenti del prigioniero,
-la sua trasfigurazione, la filiazione dei suoi atti da una età molto
-tenera, erano dedotti con tutta l’abilità che la pratica della vita e
-la conoscenza del cuore umano poteva somministrare ad uno spirito così
-elevato, qual era quello del procuratore del Re.
-
-Con questo solo preambolo, Benedetto era perduto per sempre nella
-pubblica opinione, mentre essa aspettava, che fosse punito più
-materialmente dalla legge. Andrea non presentò la minima attenzione
-alle successive accuse che si elevavano e ricadevano su di lui: il sig.
-de Villefort che lo esaminava spesso, e che senza dubbio continuava sur
-esso gli studii psicologici che aveva avuto così spesso l’occasione
-di fare sopra altri accusati, il sig. de Villefort non potè una sola
-volta fargli abbassare gli occhi, per quanta fosse la fermezza e la
-profondità del suo sguardo. Finalmente terminò la lettura.
-
-— Accusato, disse il presidente, il vostro nome e cognome.
-
-Andrea si alzò: — Perdonatemi, disse egli con una voce tranquilla,
-il cui suono vibrava perfettamente puro, vedo che voi imprendete un
-ordine di domande nel quale non posso seguirvi: ho la pretensione,
-che starà a me il giustificare in seguito, di essere una eccezione
-agli ordinarii accusati. Vogliate dunque, ve ne prego, permettermi di
-rispondere seguendo un ordine diverso; non risponderò neppure a tutto.
-— Il presidente sorpreso guardò i giurati, che guardarono il procurator
-del Re. Una gran sorpresa si manifestò in tutta l’assemblea. Ma Andrea
-non parve menomamente commoversi: — La vostra età? disse il presidente;
-risponderete a questa domanda?
-
-— A questa, come alle altre, risponderò, ma a suo tempo.
-
-— La vostra età? ripetè il magistrato.
-
-— Ho 21 anno, o piuttosto li avrò fra qualche giorno, essendo nato
-nella notte del 27 al 28 settembre 1817.
-
-Il sig. de Villefort, che era occupato a prendere una nota, alzò la
-testa nel sentire questa data.
-
-— Dove siete nato? continuò il presidente.
-
-— Ad Auteuil, vicino a Parigi, rispose Benedetto.
-
-Il sig. de Villefort alzò una seconda volta la testa, guardò Benedetto
-come se avesse guardato la testa di Medusa, e divenne livido. In
-quanto a Benedetto, portò graziosamente alle sue labbra l’angolo di un
-fazzoletto di fina battista.
-
-— La vostra professione? domandò il presidente.
-
-— Prima ho fatto il falsario, disse Andrea con la massima tranquillità
-del mondo; in seguito son passato a fare il ladro, e recentemente
-mi son fatto assassino. — Un mormorio o piuttosto una tempesta di
-indignazione e di sorpresa scoppiò in tutte le parti della sala; i
-giudici stessi lo guardarono stupefatti, i giurati manifestarono il
-più gran disgusto per quel cinismo, che tanto poco si aspettavano da
-un uomo elegante. Il sig. de Villefort appoggiò una mano sulla sua
-fronte che, di pallida era divenuta rossa e bollente; di repente si
-alzò, guardando intorno a sè come un uomo demente: gli mancava l’aria.
-— Cercate qualche cosa, sig. procurator del Re? domandò Benedetto col
-suo sorriso più obbligante. — Il sig. de Villefort non rispose, tornò a
-sedersi o, per meglio dire, ricadde nel suo seggio.
-
-— È forse adesso pervenuto, che voi acconsentite di dire il vostro
-nome? domandò il presidente. L’affettazione brutale che avete messa
-nell’enumerare i vostri differenti delitti, che avete qualificati per
-vostra professione; la specie di punto di onore che vi attaccate, cosa
-di cui, in nome della morale e del rispetto dovuto alla umanità, la
-corte deve biasimarvi severamente, ecco forse la ragione che vi ha
-fatto ritardare a dire il vostro nome: volevate far spiccare questo
-nome per mezzo dei titoli che lo precedono.
-
-— Pare incredibile, sig. presidente, disse Benedetto col tuono di voce
-più grazioso e colle maniere più gentili, che voi abbiate letto così
-bene nel fondo del mio pensiero; fu infatto con questo scopo che vi
-pregai d’invertire l’ordine delle domande. — Lo stupore era al colmo;
-non vi era più nelle parole dell’accusato nè sfrontatezza, nè cinismo;
-l’uditorio commosso presentiva un qualche fulmine rumoreggiante nel
-fondo di questa tetra nube.
-
-— Ebbene! disse il presidente, il vostro nome?
-
-— Non posso dirvi il mio nome, perchè non lo so; ma so quello di mio
-padre e posso dirvelo.
-
-Un doloroso abbagliamento acciecò Villefort: si videro cadere dalle
-guance alcune gocce di sudore ripetute sui fogli, ch’egli rimescolava
-con mano convulsiva e smarrita.
-
-— Allora dite il nome di vostro padre, riprese il presidente. — Non un
-soffio, non un respiro turbava il silenzio di questa immensa assemblea;
-tutti aspettavano. — Mio padre è un procurator del Re, rispose
-tranquillamente Andrea.
-
-— Procuratore del Re! disse con istupore il presidente senza notare
-lo svolgimento che si operava sulla figura del sig. de Villefort;
-procurator del Re!
-
-— Sì, e poichè volete saperne il nome... si chiama de Villefort! —
-L’espressione così lungamente trattenuta dal rispetto che si porta in
-seduta alla giustizia, si fece campo, come un tuono, dal fondo di tutti
-i petti; la corte stessa non pensò a reprimere questo movimento della
-moltitudine. Le interiezioni, le ingiurie scagliate contro Benedetto
-che rimaneva impassibile, i gesti energici, il movimento dei gendarmi,
-il sogghigno di quella parte fangosa che, in tutte le assemblee,
-sale alle superficie nei movimenti di commozione e di scandalo, tutto
-ciò durò cinque minuti, prima che i magistrati e gli uscieri fossero
-riusciti a ristabilire il silenzio. In mezzo a tutto questo rumore
-si sentiva la voce del presidente che gridava: — Vi prendete giuoco
-della giustizia, accusato, ed oserete dare ai vostri concittadini lo
-spettacolo di una corruzione che, in una epoca che però non lascia
-niente a desiderare sotto questo rapporto, non avrebbe ancora avuto
-il suo eguale! — Dieci persone si sollecitavano intorno al procuratore
-del Re, a metà oppresso sul suo seggio, e gli offrivano consolazioni,
-incoraggiamenti, proteste di zelo e di simpatia. La calma si era
-ristabilita nella sala, ad eccezione d’un punto in cui un gruppo
-abbastanza numeroso si agitava e si urtava. Una donna, dicevasi, era
-svenuta; le si era fatto respirare dei sali, e si andava rimettendo.
-Andrea, durante tutto questo tumulto, aveva voltata la sua faccia
-sorridente verso l’assemblea; indi, appoggiandosi con una mano sul
-riparo di quercia del banco, e ciò con l’attitudine più graziosa: —
-Signori, diss’egli, non piaccia a Dio che io cerchi d’insultare la
-corte e di fare, in presenza di questa onorevole assemblea, un inutile
-scandalo. Mi si domanda quanti anni ho, lo dico; mi si domanda ove sono
-nato, io rispondo; mi si domanda il mio nome, non posso dirlo, perchè
-i miei genitori mi hanno abbandonato. Ma posso bene senza dire il mio
-nome, poichè non lo so, dire quello di mio padre: ora, lo ripeto, mio
-padre si chiama de Villefort, e son pronto a provarlo.
-
-Nell’accento di questo giovine vi era una certezza, una convinzione,
-una energia che ridussero il tumulto in silenzio. Gli sguardi si
-voltarono un momento sul procuratore del Re, che conservava nel
-suo posto la immobilità di un uomo che il fulmine abbia cambiato in
-cadavere.
-
-— Signori, continuò Andrea comandando il silenzio col gesto e colla
-voce, vi devo la prova e la spiegazione delle mie parole.
-
-— Ma, gridò il presidente irritato, nella istruzione avete dichiarato
-di chiamarvi Benedetto, avete detto di essere orfano, e vi siete
-assegnata la Corsica per patria.
-
-— Io nell’istruzione ho detto ciò che mi conveniva di dire, poichè
-non voleva che s’indebolisse o che si sospendesse, il che non sarebbe
-mancato di accadere, il fragore solenne che voleva dare alle parole. Or
-vi ripeto che sono nato ad Auteuil nella notte del 27 al 28 settembre
-1817, e che sono figlio del sig. procurator del Re Villefort. Ne volete
-voi delle particolarità? sono pronto a darvele. Nacqui al primo piano
-della casa N. 28, strada della Fontana, in una camera parata di damasco
-rosso. Mio padre mi raccolse nelle sue braccia dicendo a mia madre
-che io era morto, mi avvolse in un pannolino marcato con le lettere
-L ed N, e mi portò entro una cassetta in giardino ove mi seppellì
-vivo. — Un fremito percorse tutti gli assistenti, quando videro che la
-sicurezza del prevenuto ingrandiva a seconda dello spavento del sig.
-de Villefort. — Ma come sapete voi tutti questi particolari? domandò il
-presidente.
-
-— Ve lo dirò, sig. presidente. Nel giardino in cui mio padre mi aveva
-sepolto, si era introdotto in quella stessa notte un uomo che l’odiava
-mortalmente, e che lo appostava da lungo tempo per compiere su lui una
-vendetta Corsa. L’uomo si era nascosto dietro un albero; egli vide mio
-padre nascondere un deposito sotto terra, e lo percosse con un colpo di
-coltello, mentre terminava questa operazione: indi, credendo che questo
-deposito fosse un qualche tesoro, lo dissotterrò e mi trovò ancor
-vivo. Quest’uomo mi portò all’ospizio dei trovatelli ove fui inscritto
-sotto il N. 37. Tre mesi dopo sua cognata fece il viaggio da Rogliano
-a Parigi per venirmi a cercare, mi reclamò come suo figlio e mi portò
-seco. Ecco in che modo, quantunque nato ad Auteuil, fui allevato in
-Corsica. — Vi fu un momento di silenzio così profondo, che, senza
-l’ansietà che si vedeva respirare da mille petti, si sarebbe creduta
-vuota la sala.
-
-— Continuate, disse la voce del presidente.
-
-— Certamente, continuò Benedetto, io poteva essere felice presso questa
-brava gente, che mi adorava; ma il mio naturale, non so se perverso sin
-dal nascer mio, o se per la società dei perversi si pervertisse, e col
-crescer degli anni più perverso si facesse, alla fine la vinse su tutte
-le virtù che mia madre adottiva cercava di versarmi in seno; ingrandii
-nel male, e giunsi a commettere dei delitti. Un giorno, finalmente,
-in cui malediceva la provvidenza per avermi fatto, io diceva, così
-cattivo per vedermi precipitato in uno stato così schifoso, mio padre
-adottivo mi disse: «non bestemmiare, disgraziato! poichè Dio ti ha
-dato alla luce senza collera, il delitto viene da tuo padre e non da
-te, nè da altri; da tuo padre che ti aveva destinato all’inferno se tu
-morivi, alla miseria se un miracolo ti conservava in vita.» Da quel
-giorno cessai di bestemmiare, ma maledii mio padre; ed ecco perchè
-ho fatto qui sentire le parole, che voi mi avete rimproverate, sig.
-presidente; ecco perchè ho causato lo scandalo di cui freme ancora
-questa assemblea. Se questo è un delitto di più, punitemi; ma se vi ho
-convinto che dal giorno in cui nacqui il mio destino si faceva fatale,
-doloroso, lamentevole, amaro, compiangetemi!
-
-— Ma vostra madre? domandò il presidente.
-
-— Mia madre mi credeva morto, mia madre non era colpevole: non ho
-voluto saperne il nome, e non la conosco.
-
-In questo momento un grido acuto, che terminò in un singulto, s’intese
-nel mezzo del gruppo che circondava, come lo abbiamo detto, una donna.
-Questa donna cadde in un violento attacco di nervi, fu portata fuori
-dal pretorio, nel tempo che si trasportava, il fitto velo che le
-nascondeva il viso si scostò, e fu riconosciuta la sig.ª Danglars. Ad
-onta dell’oppressione dei suoi sensi snervati, ad onta del ronzio che
-fremeva alle sue orecchie, e della specie di follia che sconvolgeva il
-suo cervello, Villefort la riconobbe, e si sollevò.
-
-— Le prove? le prove? disse il presidente; prevenuto, ricordatevi che
-questo tessuto d’orrori ha bisogno di essere sostenuto colle prove più
-luminose.
-
-— Le prove? disse Benedetto ridendo, le volete? — Sì.
-
-— Ebbene! guardate il sig. de Villefort, e poi domandatemi ancora
-delle prove. — Ciascuno si voltò verso il procurator del Re, che sotto
-il peso di questi mille sguardi indirizzati su di lui, si avanzò nel
-recinto del tribunale, vacillando coi capelli in disordine ed il viso
-solcato dalla pressione delle sue unghie. L’assemblea intera mandò un
-lungo mormorio di maraviglia. — Mi si domandano delle prove, padre mio,
-disse Benedetto a Villefort, volete che io loro le dia?
-
-— No, balbettò de Villefort con voce soffocata, è inutile.
-
-— Come inutile? gridò il presidente; che intendete dire?
-
-— Intendo dire, gridò il procuratore del Re, che io mi dibatterei
-invano sotto la pressa mortale che mi schiaccia; signori, io sono, lo
-riconosco, colpito dalla mano di Dio vendicatore. Non date prove! non
-ve ne bisognano: tutto ciò che ha detto questo giovine è vero.
-
-Un silenzio cupo e pesante come quello che precede le catastrofi della
-natura, avvolse nel suo manto di piombo tutti gli assistenti, ai quali
-si drizzavano i capelli sulla lesta.
-
-— E che! sig. de Villefort, gridò il presidente, voi non cedete ad
-una allucinazione! che! voi godete della pienezza delle vostre facoltà
-mentali! si concepirebbe facilmente come un’accusa così strana, così
-imprevista, così terribile, avesse potuto turbare il vostro spirito;
-vediamo, rimettetevi. — Il procuratore del Re scosse la testa. I suoi
-denti sbatterono con violenza come nell’uomo divorato dalla febbre, e
-non pertanto egli era d’un pallore mortale.
-
-— Io godo di tutte le mie facoltà, signore, disse egli; il corpo
-soffre, e ciò si capisce: mi riconosco colpevole di tutto ciò che
-questo giovine ha pronunziato contro di me e fin da questo momento mi
-metto in casa mia a disposizione del procuratore del Re mio successore.
-
-E pronunziando queste parole con voce sorda e quasi estinta, il sig. de
-Villefort si diresse vacillando verso la porta, che con un movimento
-macchinale gli venne aperta dall’usciere di servizio. L’assemblea,
-tutta intera, rimase muta e costernata da questa rivelazione e da
-questa confessione, che facevano uno scioglimento così terribile alle
-diverse peripezie che da quindici giorni agitavano l’alta società
-parigina. — Ebbene! disse Beauchamp, che ci vengano ora a dire che non
-v’è il dramma in natura.
-
-— In fede mia, disse Château-Renaud, amerei meglio finirla come il sig.
-de Morcerf: un colpo di pistola mi sembrava più dolce dopo una simile
-catastrofe.
-
-— E poi ammazza, disse Beauchamp.
-
-— Ed io che per un momento avevo avuto l’idea di sposare sua figlia!
-disse Debray. Ha fatto bene a morire, mio Dio! la povera fanciulla!
-
-— La seduta è finita, signori, disse il presidente, e la causa viene
-rimessa alla prossima sessione. L’affare deve essere istruito di nuovo,
-e confidato ad un altro magistrato.
-
-In quanto ad Andrea sempre così tranquillo e molto più _interessante_,
-lasciò la sala scortato dai gendarmi, che gli usarono involontariamente
-dei riguardi.
-
-— Ebbene! che ne pensate di tutto ciò, mio bravo uomo! domandò Debray
-al sergente di città facendogli sdrucciolare un luigi nella mano.
-
-— Vi saranno delle _circostanze attenuanti_! rispose questi.
-
-
-
-
-CX. — L’ESPIAZIONE.
-
-
-Il sig. de Villefort aveva veduto aprirsi davanti a sè le file della
-folla, per quanto fosse compatta. I grandi dolori sono talmente
-venerabili, che non vi è esempio, anche nei tempi più disgraziati,
-che il primo movimento della folla riunita non sia stato un movimento
-di simpatia per una gran catastrofe. Molte persone odiate sono state
-assassinate in una sommossa; difficilmente un disgraziato, fosse pur
-reo, è stato insultato dagli uomini che assistevano al suo giudizio
-di morte. Villefort traversò adunque il sentiero di spettatori, di
-guardie, di messi del Palazzo, e si allontanò, riconosciuto colpevole
-dalla propria confessione, ma protetto dal suo dolore. Vi sono delle
-situazioni che gli uomini afferrano per loro istinto, ma che non
-possono commentare col loro spirito; il più gran poeta, in questo caso,
-è colui che manda il grido più veemente e più naturale. La folla prende
-questo grido per un intiero racconto, ed ha ragione di contentarsene,
-e più ragione ancora di ritrovarlo sublime quando è vero. Del resto,
-sarebbe difficile di dire lo stato di stupore nel quale si trovava
-Villefort uscendo dal Palazzo, e di dipingere quella febbre che faceva
-battere tutte le sue arterie, che irrigidiva le sue fibre, che gonfiava
-e rompeva tutte le sue vene, e che disseccava ciascun punto del suo
-corpo mortale con un milione di patimenti. Villefort si trascinò lungo
-i corridori, guidato soltanto dall’abitudine, si gettò dalle spalle
-la toga magistrale, non perchè pensasse lasciarla per convenienza, ma
-perchè ella era un fardello opprimente, una veste di Nesso feconda
-di torture: giunse vacillando fino al cortile Delfino, riconobbe la
-sua carrozza, risvegliò il cocchiere, nell’aprirla da sè stesso, e si
-lasciò cadere sui cuscini mostrando col dito la direzione del sobborgo
-Sant’Onorato. Il cocchiere partì.
-
-Tutto il peso della sua crollata fortuna veniva a ricadergli sulla
-testa, e lo schiacciava: egli non ne sapeva le conseguenze; non le
-aveva misurate; le sentiva; non ragionava sul codice, come fa il freddo
-assassino che ne comenta un articolo conosciuto. Egli aveva Dio in
-fondo al cuore.
-
-— Dio, mormorava egli senza neppure sapere ciò che diceva, Dio! Dio!
-— Non vedeva che Dio dietro la frana che si era formata. La carrozza
-andava con prestezza; Villefort, nell’agitarsi sul cuscino, sentì
-qualche cosa che lo incomodava. Portò la mano a quest’oggetto: era
-un ventaglio dimenticato dalla sig.ª de Villefort, fra il cuscino
-e lo schienale della carrozza; questo ventaglio risvegliò in lui un
-ricordo, e questo fu come un lampo in mezzo alla notte; pensò allora
-a sua moglie... — Oh! gridò egli come se un ferro rovente gli avesse
-trapassato il cuore. — Infatto da un’ora non aveva più sotto gli occhi
-che una prospettiva della sua miseria, ed ecco che di repente se ne
-offriva al suo spirito un’altra non meno terribile.
-
-Questa moglie! egli aveva fatto con lei la parte di giudice
-inesorabile, l’aveva condannata a morte, ed ella, colpita dal terrore,
-oppressa dai rimorsi, inabissata sotto l’onta che le aveva fatta
-coll’eloquenza della sua irreprensibile virtù, ella, povera donna,
-debole e senza difesa contro un potere assoluto e supremo, ella forse
-si preparava in quel momento medesimo a morire! Era scorsa un’ora dal
-momento della sua condanna; senza dubbio in quel momento ella ripassava
-tutti i suoi delitti nella memoria, domandava grazia a Dio, scriveva
-per implorare in ginocchio il perdono del suo virtuoso consorte,
-perdono che ella comprava con la sua morte. — Villefort mandò un
-secondo ruggito di dolore e di rabbia.
-
-— Ah! gridò egli rotolandosi sulla seta della sua carrozza, questa
-donna non è divenuta rea, se non perchè mi ha toccato. Io traspiro
-il delitto, ed ella ha contratto il delitto come si contrae il tifo,
-il colera, la peste, ed io la punisco!... Io oso dirle pentitevi e
-morite... Io... Oh! no! no! ella vivrà... mi seguirà... Noi fuggiremo,
-lascieremo la Francia dietro di noi finchè la terra potrà portarci. Io
-le parlava di patibolo!... Gran Dio! come mai ho osato di pronunziar
-questa parola! me pure aspetta il patibolo!... Noi fuggiremo... Sì,
-mi confesserò a lei; sì, tutti i giorni le dirò umiliandomi, che io
-pure ho commesso un delitto... Oh! alleanza della tigre col serpente!
-Oh! degna moglie di un marito quale sono io!... È necessario che ella
-viva, è necessario che la mia infamia faccia impallidire la sua! — E
-Villefort rompendo un cristallo del davanti: — Presto! gridò con una
-voce che fece balzare il cocchiere sul seggio. — I cavalli, trasportati
-dalla paura, volarono fino alla casa.
-
-— Sì! sì! ripeteva a sè stesso Villefort a seconda che si avvicinava
-alla casa, sì, bisogna che questa donna viva, bisogna ch’ella
-si penta e che allevi mio figlio, il mio povero figlio, il solo,
-coll’indistruggibile vecchio, che è sopravvissuto alla distruzione
-della mia famiglia. Ella lo ama, per lui ella ha fatto tutto. Non
-bisogna mai disperare del cuore di una madre che ama suo figlio; ella
-si pentirà: nessuno saprà che fu colpevole; questi delitti commessi in
-casa mia e di cui la società già s’inquieta, saranno dimenticati col
-tempo, e se qualche nemico se ne risovverrà, ebbene! io li prenderò
-sulla lista dei miei delitti. Uno, due, tre di più, che importa: mia
-moglie si salverà portando seco dell’oro, e soprattutto portando seco
-mio figlio, lungi dal golfo in cui mi sembra che il mondo debba cadere
-con me. Ella vivrà, sarà ancora felice, poichè tutto il suo amore è
-riposto in suo figlio, e suo figlio non la lascerà. Io avrò fatta una
-buona azione; questa mi alleggerisce il cuore.
-
-Ed il procuratore del re respirò più liberamente. La carrozza si fermò
-nel cortile del palazzo. Villefort si slanciò dal montatoio sulla
-scala; vide i domestici sorpresi per vederlo ritornare così presto;
-non lesse altro sulla loro fisonomia; nessuno gli indirizzò la parola;
-si fermavano davanti a lui come d’ordinario, per lasciarlo passare:
-ecco tutto. Egli passò davanti alla camera di Noirtier, e, dalla
-porta semiaperta, vide due ombre, ma non si curò di sapere chi stava
-con suo padre; altrove lo attirava la sua inquietudine: — Andiamo,
-diss’egli salendo la scaletta che conduceva al pianerottolo che metteva
-all’appartamento di sua moglie ed alla camera vuota di Valentina;
-andiamo, qui nulla è stato cambiato. — Prima di tutto chiuse la porta
-del pianerottolo. — Bisogna che nessuno ci disturbi, diss’egli; bisogna
-che io possa parlarle liberamente, accusarmi davanti a lei, dirle
-tutto... — Si avvicinò alla porta, mise la mano sulla maniglia di
-cristallo, la porta cedè.
-
-— Non è chiusa! bene! benissimo! mormorò egli.
-
-Ed entrò nel salotto ove tutte le sere si erigeva un letto per Edoardo;
-poichè quantunque in collegio, Edoardo ritornava la sera; sua madre non
-aveva mai voluto nella notte separarsi da lui. Con un colpo d’occhio
-abbracciò tutto il salotto: — Nessuno! diss’egli; ella è certamente
-nella stanza da dormire. — Si slanciò verso la porta. Vi era il
-catenaccio, si fermò fremendo. — Luigia! gridò egli.
-
-Gli sembrò sentir smuovere un mobile. — Luigia! ripetè.
-
-— Chi è là? domandò la voce di quella che veniva chiamata. — Gli sembrò
-che questa voce fosse più debole dell’ordinario. — Aprite, aprite,
-gridò Villefort, sono io!
-
-Ma ad onta di quest’ordine, e del tuono angoscioso col quale era
-stato dato, la porta non si aprì. Villefort la sfondò con un calcio.
-All’entrata della camera che metteva nel suo gabinetto, la sig.ª de
-Villefort era in piedi, pallida, coi lineamenti contratti e con gli
-occhi che guardavano con una spaventosa immobilità. — Luigia, Luigia,
-diss’egli, che avete? parlate! — La giovane sposa stese verso di lui la
-mano intirizzita e livida. — Tutto è fatto, signore, diss’ella con un
-rantolo che sembrava squarciarle la gola, che volete dunque ancora di
-più? — E cadde sul tappeto.
-
-Villefort corse a lei, le afferrò la mano. Questa mano stringeva
-convulsivamente una boccetta di cristallo col turacciolo d’oro... La
-signora de Villefort era morta.
-
-Villefort, ebbro d’orrore, rinculò fin sul limitare della camera e
-guardò il cadavere: — Mio figlio! gridò egli d’un subito, dov’è mio
-figlio? Edoardo! Edoardo! — E si precipitò fuor dell’appartamento
-gridando: — Edoardo! Edoardo! — Questo nome era pronunciato con tale un
-accento d’angoscia che i domestici accorsero. — Mio figlio, dov’è mio
-figlio? domandò Villefort, che si allontani dalla casa... ch’egli non
-veda...
-
-— Il sig. Edoardo non è a basso, signore, rispose il cameriere.
-
-— Senza dubbio scherzerà in giardino; cercate! cercate!
-
-— No signore; sua madre lo ha chiamato sarà circa mezz’ora, il sig.
-Edoardo è entrato nella stanza della signora, e non è più uscito. — Un
-sudore di ghiaccio inondò la fronte di Villefort, i piedi traballarono
-sul pavimento, le idee cominciarono a girargli nella testa, come il
-sistema di ruote disordinate d’un orologio che si rompe. — Presso la
-signora, — mormorò egli, e ritornò lentamente indietro, asciugandosi
-la fronte con una mano, appoggiandosi con l’altra alla parete del
-muro. Rientrando nella camera bisognava rivedere il corpo della
-disgraziata consorte. Per chiamare Edoardo, bisognava risvegliare
-l’eco in quell’appartamento cambiato in un feretro: il parlare era
-un risvegliare il silenzio della tomba. Villefort sentì la lingua
-paralizzarglisi in bocca.
-
-— Edoardo! Edoardo! balbettò egli. — Il fanciullo non rispondeva.
-Il cadavere della sig.ª de Villefort era steso a traverso la porta
-del gabinetto nel quale si ritrovava necessariamente Edoardo, questo
-cadavere sembrava vegliare sulla soglia cogli occhi fissi ed aperti,
-con una spaventevole e misteriosa ironia sulle labbra. Dietro il
-cadavere, la portiera rialzata lasciava scorgere una parte del
-gabinetto, un piano-forte, e l’estremità di un divano di seta blu.
-Villefort fece tre o quattro passi in avanti, e sul divano vide suo
-figlio steso. Il fanciullo senza dubbio dormiva. Il disgraziato ebbe
-un lampo di gioia, un raggio di pura luce discese in quell’inferno
-nel quale si dibatteva: non si trattava dunque che di passare al di
-sopra del cadavere, entrar nel gabinetto, prendere il fanciullo fra le
-braccia, e fuggir con lui lontano. Villefort non era più quell’essere
-la cui squisita corruzione facevano il tipo dell’uomo invilito: era
-una tigre colpita a morte, che lascia i denti rotti nella sua ultima
-ferita: ei non aveva più paura dei pregiudizii, ma dei fantasmi. Fece
-uno slancio e saltò al disopra del cadavere, come se si trattasse di
-oltrepassare un braciere ardente; rialzò il fanciullo fra le braccia,
-lo scosse, il chiamò: ma il fanciullo non rispose; portò le sue avide
-labbra sulle guance di lui, ma esse eran livide, agghiacciate; ne palpò
-le membra, erano irrigidite, gli appoggiò la mano sul cuore... il cuore
-più non batteva, il fanciullo era morto.
-
-Un foglio piegato in quattro cadde dal petto di Edoardo. Villefort
-fulminato si lasciò cadere sulle sue ginocchia, il fanciullo gli
-sfuggì dalle braccia inerti, e rotolò a lato della madre. Villefort
-raccolse il foglio, riconobbe il carattere di sua moglie, e lo percorse
-avidamente: ecco ciò che conteneva:
-
- «Voi sapete se io era buona madre, poichè per mio figlio mi resi
- colpevole! una buona madre non parte senza suo figlio!»
-
-Villefort non poteva credere alla sua ragione, si trascinò verso il
-corpo di Edoardo, e lo esaminò anco una volta con quell’attenzione che
-mette la lionessa nel guardare il lioncello morto; indi un grido gli
-sfuggì dal petto:
-
-— Dio! sempre Dio! — Queste due vittime lo spaventavano; ei sentiva
-l’orrore della solitudine popolata da due cadaveri: fin allora
-sostenuto dalla rabbia, da quell’immensa facoltà degli uomini forti,
-dalla disperazione, da quell’impeto irresistibile dell’agonia, che
-spingeva i Titani a dar la scalata al cielo. Villefort curvò la testa
-sotto il peso del dolore, si rialzò sulle ginocchia, scosse i capelli
-umidi pel sudore, irti per lo spavento, e colui che non aveva mai
-avuto pietà d’alcuno, andò a ritrovare il vecchio suo padre per aver
-nella sua debolezza qualcuno a cui raccontare la sua infelicità,
-qualcuno presso cui piangere; discese la scaletta che conosciamo, entrò
-nella camera di Noirtier; questi sembrava attento ad ascoltare tanto
-affettuosamente, quanto lo permetteva la sua immobilità l’abate Busoni,
-sempre tranquillo e freddo come il solito; Villefort riconoscendo
-l’abate si portò la mano alla fronte, il passato gli ritornò come uno
-di quei flutti che sollevano più schiuma degli altri; si risovvenne
-dalla visita che aveva fatto all’abate alcuni giorni dopo il pranzo
-d’Auteuil, e di quella fattagli il giorno stesso della morte di
-Valentina.
-
-— Voi qui, signore, diss’egli, voi dunque non comparite che per
-iscortar la morte? — Busoni si alzò; e vedendo l’alterazione del viso
-del magistrato, lo splendor feroce dei suoi occhi, capì, o credè capire
-che la scena delle Assise era compita: egli ignorava il resto. — Son
-venuto per pregare sul corpo di vostra figlia, — rispose l’abate.
-
-— E oggi che cosa venite a fare?
-
-— Vengo a dirvi che voi mi avete pagato abbastanza il vostro debito, e
-che da questo momento vado a pregare Iddio, affinchè pure si contenti
-come me. — Mio Dio! fece Villefort addietrando con lo spavento sulla
-fronte, questa non è la voce dell’abate Busoni. — No! — L’abate
-si strappò la falsa tonsura, scosse la testa, ed i lunghi capelli
-neri, cessando di essere compressi, ricaddero sulle sue spalle ed
-inquadrarono il pallido suo viso: — Questo è il viso del sig. di
-Monte-Cristo, gridò Villefort con gli occhi stravolti.
-
-— Non è neppur questo sig. procuratore del Re, cercate meglio, e più
-lontano.
-
-— Questa voce dove mai l’ho intesa per la prima volta?
-
-— L’avete intesa per la prima volta a Marsiglia, sono ventitrè anni, il
-giorno dei vostri sponsali con madamigella de Saint-Méran. Cercate nei
-vostri registri.
-
-— Voi non siete Busoni? non siete Monte-Cristo? Mio Dio siete quel
-nemico nascosto, implacabile, mortale!... io senza dubbio ho fatto
-qualche cosa contro di voi a Marsiglia; oh! me disgraziato!
-
-— Sì, tu hai ragione, così disse il conte incrociando le braccia sul
-suo largo petto; cerca! cerca!
-
-— Ma che ti ho dunque fatto? gridò Villefort il cui spirito già
-ondeggiava sul limitare ove si confondono la ragione e la demenza in
-una caligine che non è più nè sogno nè veglia; che ti ho io dunque
-fatto? di’! parla! parla!
-
-— Voi mi avete condannato ad una morte lenta e schifosa, avete ucciso
-mio padre, mi avete tolto l’amore colla libertà, e la felicità con
-l’amore!
-
-— Chi siete? chi siete dunque? mio Dio!
-
-— Sono lo spettro d’un disgraziato che avete sepolto nelle carceri del
-castello d’If. A questo spettro uscito finalmente dalla sua tomba, il
-cielo ha messo la maschera del conte di Monte-Cristo, e lo ha ricoperto
-di diamanti e d’oro perchè non lo riconosciate che oggi.
-
-— Ah! ti riconosco, ti riconosco! disse il procuratore del Re; tu sei...
-
-— Sono Edmondo Dantès!
-
-— Tu sei Edmondo Dantès! gridò il procuratore del Re, afferrando il
-conte pel pugno; allora vieni!
-
-E lo trascinò per la scala, per la quale Monte-Cristo meravigliato lo
-seguì, ignorando egli stesso ove il procuratore del Re lo conducesse,
-prevedendo qualche nuova catastrofe.
-
-— Osserva! Edmondo Dantès, diss’egli mostrando al conte il cadavere
-di sua moglie ed il corpo di suo figlio, osserva! guarda, sei tu ben
-vendicato?...
-
-Monte-Cristo impallidì a quest’orribile spettacolo, comprese che aveva
-oltrepassato i diritti della vendetta. E si gettò con un sentimento
-d’angoscia inesprimibile sul corpo del fanciullo, gli riaprì gli occhi,
-ne tastò il polso, e si slanciò con lui nella camera di Valentina, che
-chiuse a doppio giro.
-
-— Il figlio mio! gridò Villefort, egli m’invola il cadavere di mio
-figlio! Oh! maledizione! infelicità! morte su te! — E volle slanciarsi
-dietro a Monte-Cristo; ma, come in un sogno, sentì i piedi prendere
-radice, gli occhi si dilatarono in un modo da rompere le orbite, le
-dita, ricurvate sulla carne del petto, vi si internarono gradatamente
-finchè il sangue arrossì le sue unghie; le vene delle tempia si
-gonfiarono di spiriti bollenti che andarono a sollevare la volta troppo
-stretta del suo cranio, ed immersero il cervello in un diluvio di
-fuoco. Questa immobilità durò molti minuti, fino a che fu compito lo
-spaventoso rovescio della sua ragione. Allora mandò un grido seguito
-da un lungo scoppio di risa, e si precipitò per le scale. Un quarto
-d’ora dopo, si riaprì la camera di Valentina, ricomparve il conte di
-Monte-Cristo pallido, coll’occhio tetro, il petto oppresso, tutti i
-lineamenti della sua figura, ordinariamente così tranquilla, erano
-sconvolti dal dolore.
-
-Egli teneva fra le sue braccia il fanciullo al quale nessun soccorso
-aveva potuto rendere la vita. Mise un ginocchio a terra, e lo depose
-religiosamente vicino a sua madre, colla testa appoggiata sul petto di
-lei: indi, rialzandosi, uscì, ed incontrando un domestico sulla scala:
-— Dov’è il sig. de Villefort? domandò egli.
-
-Il domestico senza rispondere, con la mano gli additò la parte che
-conduceva al giardino. Monte-Cristo discese la scalinata, si avanzò
-verso il luogo designato, e vide in mezzo ai servitori, che facevano
-cerchio intorno a lui, Villefort con una vanga in mano che frugava la
-terra con una specie di rabbia: — Non è ancor qui, diceva egli; non è
-ancor qui!
-
-E frugava un poco più lontano. Monte-Cristo si avvicinò a lui e gli
-disse a bassa voce con un tuono quasi umile:
-
-— Signore, avete perduto un figlio; ma...
-
-Villefort lo interruppe: egli non aveva nè ascoltato nè inteso. — Oh!
-lo ritroverò, diss’egli; avete un bel pretendere ch’egli non c’è più,
-lo ritroverò, dovessi cercarlo fino al giorno del giudizio finale. —
-Monte-Cristo addietrò con terrore. — Oh! diss’egli; è pazzo! — E, come
-avesse temuto che i muri della casa maledetta crollasser su di lui,
-si slanciò nella strada, dubitando per la prima volta se aveva o no il
-diritto di fare quel che aveva fatto.
-
-— Oh! basta, basta così, salviamo l’ultimo.
-
-E rientrando in casa sua, Monte-Cristo incontrò Morrel, che entrava nel
-palazzo dei Campi-Elisi.
-
-— Preparatevi, Massimiliano, gli disse con un sorriso, domani lasciamo
-Parigi.
-
-— Non avete più niente da fare? domandò Morrel.
-
-— No, rispose Monte-Cristo, e Dio voglia che non abbia fatto anche
-troppo. — La dimane infatto essi partirono. Bertuccio restava presso il
-sig. Noirtier.
-
-
-
-
-CXI. — LA PARTENZA.
-
-
-Gli avvenimenti che erano accaduti tenevano occupata tutta Parigi.
-Emmanuele e sua moglie se li raccontavano, con una sorpresa ben
-naturale, nel loro salotto della strada Meslay; confrontavano queste
-tre catastrofi tanto improvvise, quanto inattese, di Morcerf, di
-Danglars e di Villefort. Massimiliano, che era venuto a far loro una
-visita, li ascoltava, o piuttosto assisteva alla loro conversazione,
-immerso nella sua insensibilità abituale.
-
-— In verità, diceva Giulia, non si direbbe, Emmanuele, che tutte queste
-ricche persone, ieri così felici, avessero dimenticato, nel calcolo sul
-quale avevano stabilita la loro fortuna, la loro felicità e la loro
-considerazione, la parte dovuta al genio cattivo, e che questi, come
-nelle cattive fate dei racconti di Perrault, che avevano dimenticato
-d’invitare a qualche nozze, o a qualche festino, fosse poi comparso
-d’improvviso per vendicarsi di questa fatale dimenticanza.
-
-— Quanti disastri, diceva Emmanuele pensando a Morcerf e a Danglars.
-
-— Quanti patimenti! diceva Giulia, ricordandosi di Valentina, che per
-un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello.
-
-— Se è Dio che li ha colpiti, diceva Emmanuele, ciò è perchè Dio, che
-è la suprema bontà, nulla ha ritrovato nella vita passata di quelle
-genti, che meritasse l’attenuazione della pena, e perchè quella gente
-era maledetta.
-
-— Non sei tu ben temerario nel tuo giudizio, Emmanuele? disse Giulia.
-Quando mio padre, colla pistola alla mano, era sul punto di bruciarsi
-le cervella, se qualcuno avesse detto, come tu dicevi: quest’uomo ha
-meritata la sua pena, questo qualcuno non si sarebbe sbagliato?
-
-— Sì, ma Dio non ha permesso che nostro padre soccombesse, come non ha
-permesso che Abramo sacrificasse suo figlio; al patriarca, come a noi,
-inviò un angelo che tagliò a mezza strada le ali alla morte.
-
-Terminava appena di pronunziare queste parole, quando risuonò il
-campanello. Era il segnale dato dal portinaro che giungeva una visita.
-Quasi nel medesimo punto si aprì la porta del salotto, e comparve il
-conte di Monte-Cristo sulla soglia. Fu un doppio grido di gioia per
-parte dei due giovani sposi. Massimiliano rialzò la testa, e la lasciò
-tosto ricadere. — Massimiliano, disse il conte senza far sembiante di
-notare le diverse impressioni che la sua presenza aveva prodotte nei
-suoi ospiti; io vengo a cercarvi.
-
-— A cercarmi? disse Morrel, come se fosse uscito da un sogno.
-
-— Sì, disse Monte-Cristo, non è convenuto che vi avrei condotto meco,
-non vi ho prevenuto ieri di tenervi pronto?
-
-— Eccomi, disse Massimiliano, era venuto a dir loro addio.
-
-— E dove andate, sig. conte? domandò Giulia.
-
-— Da prima a Marsiglia, signora.
-
-— A Marsiglia! ripeterono insieme i due sposi.
-
-— Sì, e vi prendo vostro fratello.
-
-— Ah! disse Giulia, riconducetelo guarito.
-
-Morrel voltò la faccia per nascondere il vivo rossore.
-
-— Vi siete dunque accorti che non istava bene?
-
-— Sì, rispose la giovane sposa, ed ho paura ch’egli si annoi a stare
-con noi. — Io lo distrarrò, riprese il conte.
-
-— Son pronto, signore, disse Morrel, addio, miei buoni amici, addio
-Emmanuele, addio Giulia!
-
-— Come! addio? gridò Giulia; voi partite così subito, senza
-preparativi, senza passaporti?
-
-— Questi sono particolari che raddoppiano il dispiacere delle
-separazioni, disse Monte-Cristo, e Massimiliano, ne sono sicuro, avrà
-operato con cautela, questo è quanto io gli aveva raccomandato.
-
-— Ho il mio passaporto, e la mia valigia è fatta, disse Morrel colla
-sua monotona tranquillità.
-
-— Benissimo, disse Monte-Cristo sorridendo, si riconosce l’esattezza di
-un buon soldato.
-
-— E ci lasciate in tal modo? disse Giulia, sul momento, voi non ci
-accordate neppur un giorno, neppure un’ora?
-
-— La mia carrozza è alla porta, signora; è necessario che fra cinque
-giorni io sia a Roma.
-
-— Ma Massimiliano non va a Roma? disse Emmanuele.
-
-— Io vado ove piacerà al conte di condurmi, io appartengo a lui anche
-per un mese.
-
-— Oh! mio Dio, in che modo lo dice, sig. conte!
-
-— Massimiliano mi accompagna, disse il conte con la sua persuasiva
-affabilità, tranquillatevi adunque sul conto di vostro fratello.
-
-— Addio sorella mia! ripetè Morrel; addio Emmanuele.
-
-— Egli mi strazia il cuore con la sua non curanza, disse Giulia! oh!
-Massimiliano, tu ci nascondi qualche cosa.
-
-— Bah! disse Monte-Cristo, lo vedrete ritornare gaio, allegro e
-contento. — Massimiliano lanciò a Monte-Cristo uno sguardo quasi
-sdegnoso, quasi irritato.
-
-— Partiamo! disse il conte.
-
-— Prima che partiate, sig. conte, disse Giulia, permetteteci di dirvi
-tutto ciò che l’altro giorno...
-
-— Signora, rispose il conte prendendole le mani, tutto ciò che direste
-non varrà mai ciò che io leggo nei vostri occhi, ciò che il vostro
-cuore ha pensato, ciò che il mio ha sentito. Come i benefattori
-da romanzo, avrei dovuto partire senza rivedervi; ma questa virtù
-sarebbe stata al di sopra delle mie forze, perchè sono un uomo debole
-e vanitoso, perchè lo sguardo timido, ilare e tenero dei miei simili
-mi fa del bene. Ora io parto, e spingo l’egoismo fino a dirvi: non mi
-dimenticate, amici miei, poichè probabilmente non mi rivedrete più.
-
-— Non vi rivedremo più! gridò Emmanuele, mentre che due grosse lagrime
-scorrevano sulle guance di Giulia, non vi rivedremo più! non siete
-dunque un uomo, siete un angiolo che ci lascia, risalite al cielo dopo
-essere comparso sulla terra per farvi del bene!
-
-— Non parlate così, riprese vivamente Monte-Cristo, non dite mai tali
-cose, amici miei; gli angeli non fanno mai del male, essi sanno a qual
-punto debbano fermarsi: il caso, le occasioni, le combinazioni non
-sono mai più forti di loro. No, io sono un uomo, Emmanuele, e la vostra
-ammirazione è tanto ingiusta quanto sono profanazioni le vostre parole,
-— e strinse sulle labbra la mano di Giulia che si precipitò fra le sue
-braccia, mentre stendeva l’altra mano ad Emmanuele; indi, strappandosi
-da questa casa, dolce nido di cui la felicità era l’ospite, con
-un segno attirò dietro a sè Massimiliano, passivo, insensibile e
-costernato come era dal momento della morte di Valentina.
-
-— Rendete la gioia a mio fratello! — disse Giulia all’orecchio di
-Monte-Cristo: questi le strinse la mano come l’aveva a lei stretta
-undici anni prima sulla scala che conduceva al gabinetto di Morrel. —
-Vi fidate sempre di Sindbad il Marinaro? le domandò egli sorridendo. —
-Oh! sì!
-
-— Ebbene dunque! addormentatevi in pace e nella confidenza del Signore.
-— Come lo abbiam detto, la carrozza di posta aspettava, quattro
-vigorosi cavalli sollevavan le criniere, e battevano il pavimento con
-impazienza. Ai piè della scalinata, Alì aspettava col viso lucido pel
-sudore; sembrava giungere da lunga corsa. — Ebbene! gli domandò il
-conte in arabo, sei stato dal vecchio? — Alì fece segno di sì. — E gli
-hai aperta la lettera sotto gli occhi nel modo che ti aveva ordinato?
-
-— Sì, fece ancora rispettosamente lo schiavo.
-
-— E che cosa ha detto, o piuttosto che cosa ha fatto?
-
-Alì si pose sotto la luce, in modo che il padrone potesse vederlo,
-ed imitando colla sua intelligenza la fisonomia del vecchio, chiuse
-gli occhi come faceva Noirtier quando voleva dire: sì. — Bene! egli
-accetta, disse Monte-Cristo, partiamo! — Non aveva appena lasciata
-sfuggire questa parola, che già la carrozza si mosse, ed i cavalli
-sollevarono dal pavimento un nembo di polvere misto a scintille.
-Massimiliano si accomodò nel suo angolo senza dire una parola. Passò
-una mezz’ora: la carrozza si fermò di repente; il conte aveva tirata la
-funicella di seta che corrispondeva al dito d’Alì. Il moro discese ed
-aprì lo sportello. La notte sfavillava di stelle. Erano all’alto della
-salita di _Villejuif_, sulla spianata di dove si vede Parigi, che,
-come un tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano flutti
-fosforescenti, più numerosi, più appassionati, più mobili, più furiosi,
-più avidi di quelli dell’oceano irritato, flutti che non conoscono
-la calma del vasto mare, che si urtano sempre, che schiumeggiano
-sempre, che sempre inghiottiscono!.... Il conte restò solo, e dopo un
-segno della sua mano, la carrozza fece alcuni passi in avanti. Allora
-considerò lungamente, colle braccia incrociate, questa fornace ove
-vengono a fondersi, a torcersi tutte quelle idee che si slanciano dal
-golfo bollente per andare ad agitare il mondo; indi allorchè ebbe ben
-fermato il suo sguardo possente sopra questa babilonia:
-
-— Gran città! mormorò egli inchinando la testa e giungendo le mani
-come se avesse pregato; sono meno di sei mesi che io ho oltrepassato
-le tue porte. Io credeva che lo spirito della Provvidenza mi vi avesse
-condotto, ora me ne riconduce trionfante; il segreto della mia speranza
-nelle tue mura io l’ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto
-leggere nel mio cuore, egli solo conosce che mi ritiro senza odio,
-senza orgoglio, ma non senza dispiaceri: egli solo sa che io non ho
-fatto uso nè per me nè per vane cause del potere di cui mi ha fornito.
-O gran città! nel tuo seno palpitante io ritrovai ciò che cercava;
-minatore paziente, ho rimescolate le tue viscere per farne uscire il
-male; ora la mia opera è compita, quella che ho creduta la mia missione
-è terminata; ora tu non puoi più offrirmi nè gioie nè dolori, addio!
-Parigi! addio! — Il suo sguardo passeggiò ancora sulla vasta pianura,
-come quello di un genio notturno; indi passando la sua mano sulla
-sua fronte, risalì nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e che
-disparve ben presto dall’altra parte della salita fra un turbine di
-polvere e di rumore.
-
-
-
-
-CXII. — LA CASA DEI VIALI DI MEILLAN.
-
-
-Essi fecero dieci leghe senza pronunziare una sola parola. Morrel
-meditava, Monte-Cristo lo guardava meditare.
-
-— Morrel, gli disse il conte, vi sareste forse pentito di avermi
-seguito? — No, sig. conte; ma di lasciar Parigi...
-
-— Se io avessi creduto che la vostra felicità vi aspettava a Parigi,
-Morrel, vi ci avrei lasciato.
-
-— È a Parigi che Valentina riposa, ed il lasciare Parigi è un perderla
-una seconda volta.
-
-— Massimiliano, disse il conte, gli amici che abbiam perduti non
-riposano nella terra, essi sono sepolti nel nostro cuore, e Dio volle
-così, perchè noi ne fossimo sempre accompagnati. Ho due amici che mi
-accompagnano sempre in tal modo, uno di questi mi ha dato la vita,
-l’altro mi ha dato l’intelligenza. Lo spirito d’entrambi è in me. Io li
-consulto nei dubbi, e, se faccio qualche cosa di bene, lo debbo ai loro
-consigli. Consultate la voce del vostro cuore, Morrel, e domandategli
-se dovete continuare a farvi cattivo viso. — Amico mio, disse
-Massimiliano, la voce del mio cuore è ben trista e non mi promette che
-infortunii.
-
-— È proprio degli spiriti indeboliti il vedere tutte le cose attraverso
-un velo nero; è l’anima che forma a sè stessa i suoi orizzonti: la
-vostra anima è tetra, ed essa vi fa vedere un cielo tempestoso.
-
-— Ciò può essere vero, disse Massimiliano. — E ricadde nelle sue
-astrazioni. Il viaggio si fece con quella meravigliosa rapidità
-ch’era una delle prerogative del conte: le città passarono come ombre
-sulla loro strada; gli alberi, scossi dal primo vento d’autunno,
-sembravano venir loro incontro come giganti scapigliati, che fuggissero
-rapidamente tosto che li avevano raggiunti. La dimane di buon mattino,
-giunsero a Châlons, ove li aspettava il battello a vapore del conte;
-senza perdere un minuto, la vettura fu trasportata a bordo, i due
-viaggiatori erano già imbarcati. Il battello era tagliato per la corsa,
-lo si sarebbe detto un pirogo indiano; le sue due ruote sembravano due
-ali, Morrel stesso provava quella specie d’inebriamento che produce
-la prestezza, e qualche volta il vento, che faceva ondeggiare i suoi
-capelli, sembrava atto per un momento ad allontanare le nubi della sua
-fronte. In quanto al conte, a seconda che si allontanava da Parigi,
-una serenità quasi sovrumana sembrava circondarlo come un’aureola;
-si sarebbe detto un esiliato che ritornava nella patria. Ben presto
-Marsiglia, bianca, tiepida e viva: Marsiglia, la sorella cadetta
-di Tiro e di Cartagine, lor succeduta nell’impero del Mediterraneo;
-Marsiglia, sempre più giovane a seconda che invecchia, comparve ai loro
-occhi. Era per entrambi un aspetto fecondo di rimembranze quella torre
-rotonda, quel forte san Nicola, e il Palazzo di Città di Puget, questo
-porto cogli scali di selce ove entrambi avevano scherzato da fanciulli.
-Così si fermarono entrambi di comune accordo sulla Cannebière.
-
-Una nave partiva per Algieri, i colli, i passeggieri ammassati sul
-ponte, la folla dei parenti, degli amici, che dicevano addio, che
-gridavano, che piangevano, spettacolo sempre commovente, anche per
-quelli che assistono ogni giorno a questo spettacolo; questo movimento
-non potè distrarre Massimiliano, da un’idea che aveva afferrata, dal
-momento in cui aveva messo il piede sui larghi dadi dello scalo. —
-Osservate, diss’egli, stringendo il braccio di Monte-Cristo, ecco il
-luogo ove si fermò mio padre quando il _Faraone_ entrò in porto; qui
-il bravo uomo, che voi salvaste dalla morte e dal disonore, si gettò
-fra le mie braccia; sento ancora l’impressione delle sue lagrime sul
-mio viso, ed egli non piangeva solo, molti piangevano nel vederci
-piangere. — Monte-Cristo sorrise: — Io era là, diss’egli mostrando a
-Morrel l’angolo di una strada. — Mentre diceva così, e nella direzione
-che indicava il conte, s’intese un gemito doloroso, e si vide una donna
-che faceva segni ad un passeggiero che stava sulla nave in partenza.
-Questa donna era velata; Monte-Cristo la seguì con gli occhi, con una
-emozione, che Morrel avrebbe facilmente notata, se all’opposto del
-conte, i suoi occhi non fossero stati fissi sul bastimento. — Oh! mio
-Dio! gridò Morrel, quel giovine che saluta col cappello, quel giovine
-in uniforme, con la contro spallina da sottotenente, è Alberto de
-Morcerf!
-
-— Sì, disse Monte-Cristo, io lo aveva riconosciuto.
-
-— In che modo? guardate dalla parte opposta.
-
-Il conte sorrise, come faceva quando non voleva rispondere. I suoi
-occhi si riportarono sulla donna velata che disparve all’angolo della
-strada. Egli allora si rivolse:
-
-— Amico caro, diss’egli a Massimiliano, non avete alcuna cosa da fare
-in questa città?
-
-— Ho da piangere sulla tomba di mio padre.
-
-— Sta bene, andate ed aspettatemi laggiù; vi raggiungerò, io pure ho
-una pietosa visita da fare.
-
-Morrel lasciò cadere la sua mano in quella che gli tendeva il conte,
-indi, con un movimento di testa, di cui sarebbe impossibile esprimere
-la malinconia, lasciò il conte e si diresse verso l’est della città.
-Monte-Cristo, allontanatosi Massimiliano, restò nello stesso luogo
-fin che fu passato, indi s’incamminò verso i viali di Meillan,
-affine di ritrovare quella piccola casa, che il principio di questa
-nostra istoria avrà reso famigliare ai nostri lettori. Ella si eleva
-ancora all’ombra dei tigli che servono di passeggiata agli oziosi
-Marsigliesi, tappezzata di vasti festoni di vite che s’incrociano
-sulla pietra ingiallita dall’ardente sole del mezzogiorno in braccia
-annerite e disseccate per l’età. Due scalini di pietra consunti dallo
-stropicciamento dei piedi conducevano alla porta d’entrata, porta
-fatta di tre assi che ad onta delle riparazioni annuali non avevano
-conosciuto il mastice e la pittura, aspettando pazientemente che
-ritornasse l’umidità per riavvivarle. Questa casa tutta graziosa, ad
-onta della sua antichità, tutta allegra, ad onta della sua apparente
-miseria, era pur quella che abitava altra volta il padre di Dantès.
-Soltanto il vecchio abitava il soffitto, ed il conte aveva messa la
-casa tutta intera a disposizione di Mercedès. Là entrò la donna del
-lungo velo che Monte-Cristo aveva veduta allontanarsi dal naviglio
-in partenza; ella ne chiudeva la porta al momento stesso in cui
-egli compariva all’angolo della strada, di modo che egli la vide
-sparire quasi subito dopo che la rinvenne. Per lui gli scalini usati
-erano antiche conoscenze, sapeva meglio di alcun altro aprire quella
-vecchia porta, in cui un chiodo a larga testa serviva per sollevare il
-nottolino. Così egli senza bussare, senza prevenire, come un amico,
-come un ospite, entrò. In capo ad un corridore lastricato di selci,
-apriva, ricco di calore di sole e di luce, un piccolo giardino, quel
-medesimo in cui, al posto indicato, Mercedès aveva ritrovata la somma
-di cui la delicatezza del conte aveva fatto risalire il deposito a
-ventiquattro anni; dalla soglia della porta di strada si scoprivano
-i primi alberi di questo giardino. Giunto sulla soglia, Monte-Cristo
-intese un sospiro che rassomigliava ad un singulto: questo sospiro
-guidò il suo sguardo, e sotto un pergolato di gelsomini della Virginia,
-dalle foglie fitte e dai lunghi fiori color di porpora, scoperse
-Mercedès assisa, inchinata e piangente. Ella aveva rialzato il velo,
-e sola in faccia al cielo, col viso nascosto nelle mani, dava libero
-sfogo ai sospiri e ai singulti, così lungamente contenuti per la
-presenza di suo figlio.
-
-Monte-Cristo fece qualche passo in avanti; la sabbia strideva sotto
-i suoi piedi. Mercedès rialzò la testa e mandò un grido di spavento
-vedendo un uomo davanti a lei.
-
-— Signora, disse il conte, non è più in mio potere di apportarvi la
-felicità, ma vi offro la consolazione: degnatevi di accettarla come
-proveniente da un amico.
-
-— Sono infatto molto disgraziata, son sola al mondo...! non aveva che
-mio figlio, ed egli mi ha lasciata.
-
-— Ed ha fatto bene, signora, replicò il conte, e ciò è prova di un cuor
-nobile: egli ha capito che ogni uomo deve un tributo alla sua patria,
-gli uni col loro ingegno, gli altri colla loro industria; questi
-colle loro veglie, quelli col loro sangue. Restando con voi avrebbe
-consumata vicino a voi la sua vita divenuta inutile; non avrebbe
-potuto accostumarsi ai vostri dolori: sarebbe divenuto odioso a sè
-stesso per impotenza; diventerà grande e forte lottando contro la sua
-avversità ch’egli cangerà in fortuna. Lasciatelo ricostruire il vostro
-e l’avvenire d’entrambi, signora; io oso promettervi ch’egli si ritrova
-fra mani sicure.
-
-— Oh! disse la povera donna scuotendo tristamente la testa, questa
-fortuna di cui parlate, e che dal fondo del mio cuore prego Dio che gli
-venga concessa, io non la godrò. Tante cose si sono infrante contro di
-me, ed intorno a me che mi sento vicina alla tomba. Voi avete fatto
-bene, sig. conte, di avvicinarmi al luogo ove sono stata felice. Nel
-luogo ove si è stati felici là si deve morire.
-
-— Ahimè! disse Monte-Cristo, tutte le vostre parole, signora, cadono
-amare e brucianti sul mio cuore; tanto più amare e più brucianti che
-voi avete ragione di odiarmi; sono stato io la causa di tutti i vostri
-mali; perchè non mi compiangete voi invece di accusarmi! voi così mi
-renderete molto più disgraziato ancora.
-
-— Io odiarvi, accusare voi, voi, Edmondo... odiare, accusare l’uomo che
-ha salvata la vita di mio figlio, poichè non era forse vostra fatale
-e sanguinosa intenzione quella di uccidere al sig. de Morcerf questo
-figlio di cui egli andava superbo? Oh! guardatemi, e vedrete se vi è
-in me l’apparenza di un rimprovero. — Il conte sollevò il suo sguardo
-e lo fermò su Mercedès, che per metà in piedi, stendeva le mani verso
-di lui. — Oh! guardatemi, continuò ella con un sentimento di profonda
-malinconia; in oggi si può sopportare tutto lo splendore dei miei
-occhi, non è più il tempo in cui io veniva a sorridere ad Edmondo
-Dantès, che mi aspettava lassù alla finestra di quella soffitta, che
-abitava il suo vecchio padre... da quel tempo sono scorsi molti giorni
-dolorosi, che hanno scavato come un abisso fra me e quel tempo. Io
-accusare voi, Edmondo, odiarvi, amico mio! no! è me che accuso e che
-odio! oh! miserabile che sono, gridò ella giungendo le mani ed alzando
-gli occhi al cielo, sono io stata punita...? io aveva la religione,
-l’innocenza, l’amore, questi tre beni che formano gli angeli, e,
-miserabile che sono stata, ho dubitato di Dio. — Monte-Cristo fece un
-passo verso di lei, e le stese silenziosamente la mano.
-
-— No, diss’ella ritirando dolcemente la sua, no, amico mio, non
-mi toccate: mi avete risparmiata, e ciò non ostante io era la più
-colpevole di quanti avete colpito. Tutti gli altri hanno operato
-per odio, per cupidigia, per egoismo; ma io ho operato per viltà.
-Essi desideravano, io ho avuto paura. No, non mi stringete la mano,
-Edmondo; voi meditate qualche parola affettuosa, lo sento, non la
-dite, riserbatela per un’altra, non ne sono più degna. Guardate...
-(ella scoperse del tutto il suo viso) guardate, le disgrazie hanno
-fatto i miei capelli grigi; i miei occhi hanno versato tante lagrime,
-che essi sono accerchiati di vene violette; la mia fronte si riempie
-di rughe. Voi, al contrario, Edmondo, siete sempre giovine, sempre
-bello, sempre altiero, e perchè avete avuta la forza, e perchè vi
-siete confidato in Dio, e Dio vi ha sostenuto. Io, sono stata vile,
-l’ho rinnegato, e Dio mi ha abbandonata. — Mercedès si struggeva in
-lagrime; il cuore della donna si spezzava all’urto delle rimembranze.
-Monte-Cristo le baciò rispettosamente la mano; ma ella sentì che questo
-bacio era senza ardore, come quello che il conte avrebbe deposte sulla
-mano di marmo di una statua. — Vi sono, continuò ella, delle esistenze
-predestinate cui al primo fallo si spezza tutto il loro avvenire. Io
-vi credeva morto, avrei dovuto morire; poichè a che cosa mi ha servito
-il portare eternamente il vostro lutto nel mio cuore? a formare di
-una donna di 39 anni una donna di cinquant’anni, ecco tutto. A che
-ha servito che io sola fra tutti vi abbia riconosciuto? ho soltanto
-salvato mio figlio. Non doveva io egualmente salvare l’uomo, per quanto
-fosse colpevole, che aveva accettato per marito? però io l’ho lasciato
-morire; che dico, mio Dio! io ho contribuito alla sua morte, colla
-mia vile insensibilità, col mio disprezzo, non ricordandomi o non
-volendo ricordarmi che per me egli diventò spergiuro e traditore! A
-che serve finalmente che io abbia accompagnato mio figlio fin qui, se
-qui lo abbandono, se qui lo lascio partire, se qui lo getto su quella
-terra divoratrice dell’Affrica! Oh! io sono stata vile! ho rinnegato
-il mio amore, e, come i rinnegati, porto disgrazia a tutto ciò che mi
-circonda!
-
-— No, Mercedès, disse Monte-Cristo, no; riprendete migliore opinione di
-voi stessa. No, voi siete una nobile e buona donna, mi avete disarmato
-col vostro dolore. Esaminate il passato, esaminate il presente, cercate
-d’indovinare l’avvenire; i più spaventosi infortunii, le più crudeli
-sofferenze, l’abbandono di tutti quelli che mi amavano, la persecuzione
-di coloro che non mi conoscevano, ecco la prima parte della mia vita;
-indi dopo la prigionia, la solitudine, la miseria; l’aria, la libertà,
-una fortuna così rumorosa, così fatidica, così smisurata, che, a
-meno di essere cieco, ho dovuto pensare che Iddio me la inviava con
-dei grandi disegni. Da quel momento questa fortuna mi è sembrata un
-sacerdozio, d’allora, non più un pensiero in me per questa vita di
-cui voi, povera donna, avete qualche volta assaporata la dolcezza; non
-più un’ora di calma; io mi sono sentito spinto come la nube di fuoco è
-spinta nel cielo per andare a bruciare le città maledette. Come questi
-avventurosi capitani che s’imbarcano per un viaggio pericoloso, che
-meditano una pericolosa spedizione, io preparava i viveri, caricava le
-armi, ammassava i mezzi di assalto e di difesa, abituando il corpo agli
-esercizii più violenti, lo spirito alle cose più faticose, imparando
-al braccio l’uccidere, assuefacendo gli occhi a veder uccidere, a
-veder soffrire, la bocca a sorridere agli spettacoli più terribili; di
-buono, di confidente, di smemorato che era, mi son fatto vendicativo,
-dissimulatore, cattivo, o piuttosto impassibile come la sorda e cieca
-fatalità. Allora mi sono slanciato nella via che mi era aperta, ho
-oltrepassato lo spazio, ho toccata la meta: infelici coloro che ho
-incontrati sulla mia strada!
-
-— Basta! disse Mercedès, basta Edmondo! credete a quella che sola ha
-potuto riconoscervi, e sola pur anche ha saputo comprendervi? Ora,
-quella che se l’aveste incontrata sulla strada l’avreste infranta come
-un vetro, ha dovuto pur anche ammirarvi, Edmondo! Come vi è un abisso
-fra me ed il passato, vi è un abisso fra voi e gli altri uomini; e la
-mia più dolorosa tortura, ve lo dirò, è di fare dei confronti, perchè
-non vi è niente al mondo che vi valga, che vi rassomigli. Ora, ditemi
-addio, Edmondo, e separiamoci.
-
-— Prima che io vi lasci, che desiderate voi, Mercedès?
-
-— Non desidero che una cosa sola, che mio figlio sia felice.
-
-— Pregate il Signore, che solo tiene l’esistenza degli uomini fra le
-sue mani, di allontanare da lui la morte, io m’incarico del resto.
-
-— Grazie, Edmondo. — Ma voi, Mercedès?
-
-— Io non ho bisogno di niente, vivo fra due tombe; l’una è quella di
-Edmondo Dantès, morto da lungo tempo; io l’amava! Questa parola non
-siede più bene sulle mie labbra, ma il mio cuore si risovviene ancora,
-e per niente al mondo vorrei perdere la memoria del cuore. L’altra
-è quella di un uomo stato ucciso da Edmondo Dantès: è mio debito di
-piangere il morto.
-
-— Vostro figlio sarà felice, signora, ripetè il conte.
-
-— Allora io pure sarò felice quanto potrò esserlo.
-
-— Ma... infine... che farete? — Mercedès sorrise tristamente: — Dirvi
-che io vivrò in questo paese come la Mercedès di altra volta, vale a
-dire lavorando, non lo credereste; non sono più atta che a pregare,
-e non ho bisogno di lavorare; il piccolo tesoro sepolto da voi, si
-ritrovò al posto che avete indicato; si cercherà chi sono io, si
-domanderà che faccio, non si saprà come vivo, che importa? questo è un
-affare fra Dio, voi e me.
-
-— Mercedès, disse il conte, non ve ne faccio un rimprovero, ma voi
-avete esagerato il sacrificio, abbandonando tutta la fortuna fatta dal
-sig. de Morcerf, la cui metà vi apparteneva di diritto per la vostra
-economia e vigilanza.
-
-— Io vedo ciò che mi volete proporre; ma non posso accettare, mio
-figlio me lo proibirebbe.
-
-— Per cui mi guarderei bene dal fare cosa alcuna per voi che non
-avesse l’approvazione di Alberto: saprò le sue intenzioni e mi vi
-sottometterò. Ma se egli accetta ciò che voglio fare, lo imiterete
-senza ripugnanza?
-
-— Voi sapete, Edmondo, che non sono una creatura pensante; non ho altra
-determinazione, se non quella di non determinarmi a niente. Dio mi ha
-talmente scossa nelle sue tempeste, che ho perduta la volontà: sono
-fra le sue mani, come un passero fra gli artigli dell’aquila. Egli non
-vuole che io muoia, poichè vivo. Se egli mi manderà dei soccorsi, è
-segno che lo vorrà, ed io li prenderò.
-
-— State all’erta, signora, disse Monte-Cristo, non è così che si adora
-Iddio! Dio vuole essere compreso, vuole che si conosca la sua possanza:
-egli è per questo che ci ha dato il libero arbitrio.
-
-— Disgraziato! gridò Mercedès, non mi parlate così, lasciatemi
-l’illusione che non aveva il libero arbitrio, senza di che, che cosa
-mi resterebbe per salvarmi dalla disperazione? — Monte-Cristo impallidì
-leggermente ed abbassò la testa, oppresso dalla veemenza del dolore.
-
-— Non volete dirmi, a rivederci? fece egli stendendole la mano.
-
-— Al contrario, vi dirò a rivederci, replicò Mercedès, mostrandogli
-solennemente il cielo; questo è un provarvi che io spero ancora. — E
-dopo aver toccata la mano del conte colla sua mano tremante, Mercedès
-si slanciò nelle scale, e disparve dagli occhi del conte. Monte-Cristo
-allora uscì lentamente dalla casa e riprese la strada del porto.
-
-Ma Mercedès non lo vide allontanarsi quantunque ella fosse alla
-finestra della piccola camera del padre di Dantès. I suoi occhi
-cercavano di lontano il bastimento che trasportava suo figlio verso il
-vasto mare. È però vero che la sua voce, come suo malgrado, mormorava
-sommessamente:
-
-— Edmondo! Edmondo! Edmondo!
-
-
-
-
-CXIII. — IL PASSATO.
-
-
-Il conte uscì coll’anima oppressa da questa casa ove lasciava Mercedès
-per non rivederla mai più, secondo tutte le probabilità. Dopo la
-morte del piccolo Edoardo, si era operato un gran cangiamento in
-Monte-Cristo. Giunto al sommo della sua vendetta pel declive lento
-e tortuoso che aveva seguito, vide dall’altra parte della montagna
-l’abisso del dubbio. Vi era di più: la conversazione che aveva avuto
-con Mercedès aveva risvegliato tante rimembranze nel suo cuore, che
-queste stesse rimembranze avevano bisogno di essere combattute. Un
-uomo della tempra del conte non poteva fluttuare lungamente in questa
-malinconia, che può far vivere gli spiriti volgari dando loro una
-apparente originalità, ma che uccide le anime elevate. Il conte diceva
-a sè stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi, bisognava che si
-fosse introdotto un qualche sbaglio nei suoi calcoli.
-
-— Io guardo male il passato, diss’egli, e non posso essermi in tal
-modo sbagliato. Che! continuava, lo scopo che mi era proposto sarebbe
-forse insensato? che! avrei percorsa una falsa strada per dieci anni?
-che! un’ora sarebbe bastata per provare all’architetto che l’opera di
-tutte le sue speranze era un’opera se non impossibile almeno perversa.
-Io non voglio abituarmi a questa idea, mi renderebbe pazzo. Ciò che
-manca ai miei ragionamenti d’oggi, è l’apprezzamento esatto del passato
-dall’altra estremità dell’orizzonte. Infatto a seconda che s’avanza, il
-passato, simile al paesaggio a traverso il quale si passa, si cancella
-dalla memoria a seconda che si allontana. Mi accade ciò che accade a
-coloro che si sono feriti in sogno, essi guardano e sentono la loro
-ferita e non si ricordano di averla ricevuta. Andiamo dunque, uomo
-rigenerato; andiamo, ricco stravagante, andiamo, dormente risvegliato;
-andiamo, visionario possente; andiamo, milionario invincibile, riprendi
-per un momento questa funesta prospettiva della tua vita miserabile ed
-affamata, ripassa pel sentiero in cui ti ha spinto la tua stella, in
-cui ti ha condotto l’infortunio, in cui ti ha ricevuto la disperazione;
-troppi diamanti, troppo oro, troppa felicità, irradiano oggi sul
-cristallo di questo specchio ove Monte-Cristo guarda Dantès; nascondi
-questi diamanti, imbratta quest’oro, cancella questi raggi; ricco,
-ritorna povero; libero, ritorna prigioniero; risuscitato, ritorna
-cadavere. — Tali cose dicendo a sè stesso Monte-Cristo percorreva la
-strada della _Caisserie_, era la stessa per la quale, vent’anni prima,
-era stato condotto da una guardia silenziosa e notturna; queste case
-coll’aspetto ridente e animato erano in quella notte tetre, mute e
-chiuse.
-
-— Eppure sono le stesse, mormorò Monte-Cristo. Soltanto allora faceva
-notte, e oggi è giorno chiaro, è il sole che rischiara tutto ciò e che
-rende tutto gaio.
-
-Egli discese allo scalo San Lorenzo e si avanzò verso la _Consigne_,
-era il punto ove fu imbarcato. Un battello da passeggiata ivi era a
-poca distanza; Monte-Cristo chiamò il barcaruolo, che tosto remò alla
-sua volta, colla fretta che mettono in questo esercizio i battellieri
-che sfiorano l’onda con una buona barca. Il tempo era magnifico,
-il viaggio fu una festa. Il sole discendeva all’orizzonte, rosso
-e fiammeggiante, nei flutti che si arrossavano al suo avvicinarsi;
-il mare, liscio come uno specchio, s’increspava qualche volta sotto
-il guizzo dei pesci che, perseguitati da qualche nascosto nemico,
-si slanciavano fuori dell’acqua per chiedere la loro salvezza ad un
-altro elemento; finalmente sull’orizzonte si vedevano passare bianche
-e graziose come gabbiani viaggiatori, le barche dei pescatori che
-ritornavano alle Martigues, o i bastimenti mercantili carichi per
-la Corsica o per la Spagna. Ad onta di queste barche coi graziosi
-contorni, ad onta di questa luce dorata che inondava il paesaggio, il
-conte, avvolto nel suo mantello, si ricordava a uno a uno di tutti
-i particolari del terribile viaggio: quel lume unico ed isolato
-che ardeva ai Catalani, quella vista del castello d’If che gli fece
-comprendere il luogo ove lo conducevano, quella lotta coi gendarmi
-allora quando volle precipitarsi in mare, la sua disperazione quando si
-sentì vinto, e quella sensazione di freddo al contatto della estremità
-della canna di carabina applicata sulle tempia come un anello di
-ghiaccio. A poco a poco come quelle sorgenti disseccate dalla state
-che, allora quando si ammassano le nubi d’autunno, s’inumidiscono
-a poco a poco e cominciano a trasudare goccia a goccia, il conte di
-Monte-Cristo sentì trapelare nel suo petto goccia a goccia quel vecchio
-fiele stravasato, che aveva altra volta inondato il cuore d’Edmondo
-Dantès. Per lui non vi fu più bel cielo, più barche graziose, più luce
-ardente; il cielo si velò di nubi, l’apparizione del tetro gigante
-che si chiama il castello d’If lo fece rabbrividire, come se gli fosse
-comparso di repente il fantasma d’un nemico mortale. Istintivamente il
-conte addietrò fino all’estremità della barca. Il barcaiuolo aveva un
-bel che dire colla sua voce più accarezzante:
-
-— Noi siamo a terra, signore. — Monte-Cristo si ricordò che in questo
-medesimo luogo, su questo medesimo scoglio, era stato trascinato
-violentemente dalle sue guardie, che lo avevano sforzato a salire
-questa cordonata pungendogli i reni colla punta di una baionetta. La
-strada era sembrata molto lunga in altro tempo a Dantès; Monte-Cristo
-l’aveva ritrovata cortissima; ciascun colpo di remo, coll’acqua che
-avea fatta spruzzare, aveva ridestato in lui un milione di pensieri e
-di ricordi. Dopo la rivoluzione di luglio non vi erano più prigionieri
-al castello d’If, un picchetto destinato ad impedire il contrabbando
-abitava solo i corpi di guardia; un portinaro aspettava i curiosi
-alla porta per mostrar loro questo monumento di terrore, divenuto un
-monumento di curiosità. Eppure, quantunque fosse istruito di tutto
-ciò, quando entrò sotto la volta, quando discese la nera scala, quando
-fu condotto al carcere che aveva chiesto di vedere, un gelido pallore
-investì la sua fronte, il cui freddo sudore fu respinto fino al cuore.
-Il portinaro che lo conduceva era là soltanto dal 1830. Fu condotto nel
-suo proprio carcere. Rivide la pallida luce che filtrava dallo stretto
-spiraglio, rivide il posto ove era il letto, tolto di poi, e dietro a
-questo letto, quantunque ammurata, ma visibile ancora per le sue pietre
-più nuove, rivide l’apertura scavata dall’amico Faria. Monte-Cristo
-sentì le gambe indebolirsi, prese uno sgabello di legno e vi si assise
-sopra.
-
-— Si racconta qualche storia su questo castello oltre quella
-dell’imprigionamento di Mirabeau? domandò il conte; vi è qualche
-tradizione su queste lugubri dimore, ove si esita a credere che uomini
-vivi possano giammai esser stati racchiusi?
-
-— Sì, signore, disse il portinaro, e su questa stessa prigione il
-carceriere Antonio me ne ha raccontata una.
-
-Monte-Cristo fremette. Antonio era stato il suo carceriere, egli ne
-aveva quasi dimenticato il nome ed il viso; ma al sentire pronunziare
-il suo nome, lo rivide tal qual era, colla figura circondata da barba,
-la veste bruna, ed il mazzo di chiavi di cui gli sembrava ancora
-risentire il tintinnio. Il conte si rivolse, e credè vederlo nell’ombra
-del corridore, resa più oscura dalla luce della torcia che ardeva nelle
-mani del portinaro. — Signore, vuole ella ch’io la racconti? domandò il
-portinaro.
-
-— Sì, fece il conte di Monte-Cristo, dite.
-
-E si mise la mano sul petto per comprimere i frequenti battiti del
-cuore spaventato dal sentirsi raccontare la sua propria istoria. —
-Dite, ripetè egli.
-
-— Questo carcere, riprese il portinaro, era abitato da un prigioniero,
-è molto tempo, un uomo pericoloso, a quanto sembrava, e tanto più
-pericoloso, in quanto che era pieno d’industria. Un altro uomo abitava
-questo stesso castello nello stesso tempo di lui; questi però non era
-cattivo, era un povero uomo scienziato divenuto pazzo.
-
-— Ah! sì, pazzo! ripetè Monte-Cristo, qual era la sua pazzia?
-
-— Egli offriva dei milioni se gli si fosse voluta rendere la libertà.
-— Monte-Cristo alzò gli occhi al cielo, ma egli non vide il cielo; vi
-era una separazione di pietra fra lui e il firmamento. Pensò allora che
-v’era stata una separazione non meno compatta fra Faria che offriva dei
-tesori, e gli occhi di coloro ai quali venivano offerti quei tesori.
-
-— I prigionieri potean vedersi? domandò Monte-Cristo.
-
-— Oh! no, signore, era espressamente proibito: ma essi delusero la
-proibizione scavando un passaggio che andava da una prigione all’altra.
-
-— Chi fu dei due quello che scavò il passaggio?
-
-— Oh! fu certamente il giovine, disse il portinaro; il giovine era
-industrioso e forte, mentre che il povero scienziato era vecchio e
-debole; d’altra parte, egli aveva lo spirito troppo vacillante per
-tener fissa un’idea.
-
-— Ciechi... mormorò Monte-Cristo.
-
-— Tanto è vero, continuò il portinaro, che il giovine scavò questo
-passaggio, con che? non si sa: ma egli lo scavò, e la prova si è che se
-ne vedono ancora le tracce; a voi, le vedete? e avvicinò la torcia al
-muro.
-
-— Ah! sì! davvero, fece il conte con una voce affievolita per la
-emozione.
-
-— Ne risultò che i due prigionieri comunicarono insieme. Quanto tempo
-durasse questa comunicazione, non si sa: un giorno il vecchio cadde
-malato e morì. Indovinate un poco che cosa fece il giovine? disse il
-custode interrompendosi: trasportò il defunto e lo pose nel proprio
-letto col naso al muro, indi ritornò nel carcere vuoto, chiuse il foro,
-e si cacciò dentro al sacco del morto. Avreste mai avuta una simile
-idea? — Monte-Cristo chiuse gli occhi, e tornò a risentire tutte le
-impressioni che aveva provate allorquando quella grossa tela, ancor
-fredda pel cadavere che vi era stato, gli strofinava il viso. Il
-custode continuò:
-
-— Sentite, ecco quale era il suo disegno: credeva che nel castello
-d’If i morti si seppellissero, e siccome non dubitava che si fossero
-fatte grandi spese per il sotterramento dei prigionieri, così calcolava
-di potere essere in istato di rialzare la terra con le sue spalle;
-ma disgraziatamente in questo castello vi era un altro costume che
-distruggeva tutt’i suoi disegni: i morti non si seppellivano; si
-attaccava loro ai piedi una grossa palla da cannone, e si lanciavano
-in mare, il che fu fatto. Il nostro uomo fu gettato all’acqua dall’alto
-della galleria; il giorno dopo si ritrovò il vero morto nel suo letto,
-e fu indovinato tutto, poichè i becchini dissero allora, cosa che non
-avevano osato di dire prima, cioè che quando il corpo fu lanciato nel
-vuoto, essi avevano inteso un grido terribile soffocato nello stesso
-punto dall’acqua nella quale era disparso. Il conte respirava con pena,
-il sudore gli colava dalla fronte, l’angoscia gli stringeva il cuore.
-— No! mormorò egli, no! quel dubbio che io provai, era un principio
-d’obblio! ma qui il cuore si riapre di nuovo e ritorna affamato
-di vendetta... E del prigioniero, domandò egli, se n’è mai sentito
-parlare?
-
-— Giammai, giammai; capirete bene che delle due l’una: o egli è caduto
-a piatto, e siccome cadeva da una cinquantina di piedi d’altezza, sarà
-rimasto ucciso sul colpo.
-
-— Voi avete detto che gli era stata attaccata una palla ai piedi! sarà
-caduto ritto.
-
-— O egli è caduto ritto, riprese il portinaro, e allora il peso della
-palla lo avrà trascinato al fondo, ove è rimasto, povero uomo.
-
-— Voi lo compiangete?
-
-— In fede mia, sì, quantunque egli fosse nel suo elemento.
-
-— Che volete dire con ciò?
-
-— Che correva una voce che quel disgraziato fosse stato in altri tempi
-ufficiale di marina detenuto come bonapartista.
-
-— Davvero! mormorò il conte, Dio ti ha fatto per galleggiare al di
-sopra dei flutti e delle fiamme. Così il povero marinaro vivo nella
-memoria di qualche narratore, si racconta la sua terribile istoria
-all’angolo del caminetto, e si freme al momento in cui fendè lo spazio
-per essere inghiottito nel fondo del mare... Non si è mai saputo il suo
-nome? domandò il conte alzando la voce.
-
-— Ah! sì disse il guardiano in che modo? egli non era conosciuto che
-sotto il nome del n.º 34.
-
-— Villefort! Villefort! mormorò Monte-Cristo, ecco, ciò che molte volte
-tu avrai dovuto dirti quando il mio spettro importunava le tue veglie.
-
-— Il sig. vuol continuare la visita? domandò il portinaro.
-
-— Sì, volete mostrarmi la camera dello scienziato?
-
-— Ah! del N. 27. — Sì, del N. 27, ripetè Monte-Cristo.
-
-E gli sembrò ancora sentire la voce di Faria quando gli aveva domandato
-il suo nome, e gli aveva gridato il proprio numero a traverso il muro.
-— Venite.
-
-— Aspettate, disse Monte-Cristo, che io getti un ultimo sguardo su
-tutta la superficie di questo carcere.
-
-— Ciò cade a proposito, disse la guida, ho dimenticata la chiave
-dell’altro.
-
-— Andate a prenderla. — Vi lascio la torcia.
-
-— No, portatela con voi. — Ma voi resterete all’oscuro.
-
-— Io la notte ci vedo. — To’, come lui? — Chi lui?
-
-— Il N. 34. Si dice che egli si era talmente abituato all’oscurità, che
-avrebbe veduto una spilla nell’angolo più oscuro di questo carcere.
-
-— Egli è però stato necessario una diecina d’anni per giungere a
-questo, mormorò il conte.
-
-La guida si allontanò portando seco la torcia. Il conte aveva detto il
-vero: dopo che era rimasto alcuni secondi nell’oscurità, cominciò a
-distinguere tutto come a giorno chiaro. Allora egli guardò d’intorno
-a sè, riconobbe realmente bene il suo carcere. — Sì, diss’egli, ecco
-la pietra sulla quale io sedeva! ecco l’impronta delle mie spalle che
-hanno consunto il muro! ecco la traccia del sangue che colò dalla mia
-fronte il giorno in cui volli infrangermi la testa contro le mura!...
-Oh! queste cifre... me ne ricordo... io le feci un giorno che calcolava
-l’età di mio padre per sapere se lo avrei veduto vivo; e l’età di
-Mercedès per sapere se l’avrei ritrovata libera... ebbi un momento
-di speranza dopo aver compito questo calcolo... io contava senza la
-fame, e senza l’infedeltà. — Ed un riso amaro sfuggì dalla bocca del
-conte. Vide come in un sogno suo padre portato alla tomba.... Mercedès
-condotta all’altare! sull’altra parete del muro un’iscrizione colpì la
-sua vista. Ella si staccava, ancor bianca, sul muro verdastro: — MIO
-DIO, vi lesse Monte-Cristo, CONSERVATEMI LA MEMORIA. — Oh! sì gridò
-egli, ecco la sola preghiera dei miei ultimi tempi: non chiedeva più la
-libertà, chiedeva la memoria, temeva di divenire pazzo, e dimenticare
-tutto; mio Dio, mi avete conservata la memoria, ed io mi sono ricordato
-di tutto. Grazie, grazie, mio Dio! — In questo momento la luce della
-torcia risplendeva sul muro: era la guida che discendeva.
-
-Monte-Cristo andò ad incontrarla. — Seguitemi, diss’egli; — e senza
-aver bisogno di ritornare verso il chiaro, lo fece continuare per un
-corridore sotterraneo che lo condusse ad un’altra entrata. Là pure
-Monte-Cristo fu assalito da una folla di pensieri. La prima cosa che
-colpì i suoi occhi, fu la meridiana tracciata sul muro, per mezzo della
-quale Faria contava le ore, indi i resti del letto sul quale il povero
-prigioniero era morto.
-
-A questa vista, il conte invece di provare le angosce sentite nel
-suo carcere, provò un dolce e tenero sentimento; il sentimento della
-riconoscenza gli gonfiò il cuore, e due lagrime scorsero dagli occhi.
-
-— È qui, disse la guida, che abitava il pazzo, è per di là che il
-giovine lo veniva a ritrovare, — ed egli fece vedere a Monte-Cristo
-l’apertura del passaggio che da questa parte era rimasta aperta. — Al
-colore della pietra, continuò egli, un esperto ha riconosciuto che
-doveva essere almeno dieci anni che i due prigionieri comunicavano
-insieme. Povera gente, essi dovevano essersi molto annoiati in questi
-dieci anni!
-
-Dantès cavò alcuni luigi di saccoccia, e stese la mano verso quest’uomo
-che lo compiangeva per la seconda volta senza conoscerlo. Il portinaro
-li ricevette, credendo ricevere della piccola moneta; ma allora quando
-al chiarore della torcia riconobbe il valore della somma, che gli
-era stata data dal visitatore: — Signore, diss’egli, voi vi siete
-sbagliato.
-
-— In che modo? — Mi avete dato dell’oro. — Lo so.
-
-— Come! lo sapete? — Sì. — La vostra intenzione è dunque stata di darmi
-dell’oro? — Sì. — Dunque posso conservarlo in buona coscienza? — Sì.
-
-Ed il custode guardò Monte-Cristo con meraviglia.
-
-— _È onestà!_ disse il conte come Hamlet.
-
-— Signore, rispose il portinaro che non osava credere alla sua fortuna,
-non capisco la vostra generosità.
-
-— Eppure è facile a comprendersi, amico mio, disse il conte: io
-sono stato marinaro, e la vostra storia ha dovuto commovermi più di
-qualunque altro.
-
-— Allora, signore, disse la guida, poichè voi siete così generoso, voi
-meritate che io vi offra qualche cosa.
-
-— Che hai da offrirmi, conchiglie, lavori di paglia? grazie.
-
-— No, qualche cosa che ha rapporto colla storia che vi narrava.
-
-— Davvero! gridò vivamente il conte, che cosa è dunque?
-
-— Ascoltate, disse il portinaro, ecco ciò che è accaduto: io dissi
-fra me stesso: si ritrova sempre qualche cosa nella camera di un
-prigioniero, quando questi vi è rimasto quindici anni, e mi sono messo
-ad esplorare i muri.
-
-— Ah! gridò Monte-Cristo ricordandosi del doppio nascondiglio.
-
-— A forza di ricerche ritrovai che il muro risuonava sotto il capezzale
-del letto e sotto il caminetto.
-
-— Sì, disse Monte-Cristo, sì!
-
-— Levai le pietre ed ho ritrovato...
-
-— Una scala di corde, degli utensili! gridò il conte.
-
-— E come lo sapete? domandò il portinaro con meraviglia.
-
-— Non lo so, ma lo indovino, disse il conte; ordinariamente è ciò che
-ritrovasi nei nascondigli dei prigionieri.
-
-— Sì, disse la guida, una scala di corda, e degli utensili.
-
-— E tu li hai ancora? gridò Monte-Cristo.
-
-— No, signore; ho venduto questi diversi oggetti ad alcuni visitatori!
-ma mi resta un’altra cosa.
-
-— Che cosa dunque? domandò il conte con impazienza.
-
-— Mi resta una specie di libro scritto sopra strisce di tela.
-
-— Oh! gridò Monte-Cristo, ti resta questo libro?
-
-— Non so se sia un libro, disse il custode.
-
-— Va, a cercarlo, disse il conte, e se è quel che io presumo, sta pur
-tranquillo! non avrai a pentirtene.
-
-— Io corro, signore. — E la guida uscì. Allora egli andò ad
-inginocchiarsi pietosamente davanti ai resti di questo letto che per
-lui era stato dalla morte convertito in un altare.
-
-— Oh! mio secondo padre, diss’egli, tu mi hai data la libertà, la
-scienza, la ricchezza, se dal fondo della tua tomba resta ancora
-qualche cosa che freme alla voce di quelli che sono rimasti sulla
-terra, se nella trasfigurazione che soffre il cadavere qualche cosa
-di animato si agita nei luoghi ove noi abbiamo molto amato o molto
-sofferto, nobile cuore, spirito superiore, anima profonda, con una
-parola, con un segno, con una rivelazione qualunque, te ne scongiuro,
-in nome di questo amore paterno che tu mi accordavi, e del rispetto
-filiale che ti portava, toglimi questo resto di dubbio, fa che si cambi
-in convinzione, e sgombra il rimorso.
-
-Il conte abbassò la testa e congiunse le mani. — Prendete, signore!
-disse una voce dietro a lui. — Monte-Cristo rabbrividì, e si voltò. Il
-portinaro gli stese quelle strisce di tela su cui Faria aveva sparso
-tutti i tesori della sua scienza. Questo manoscritto era la grande
-opera di Faria di cui abbiam parlato.
-
-Il conte se ne impadronì in tutta fretta, ed i suoi occhi fin dal
-principio caddero sull’epigrafe, egli lesse:
-
-«_Tu strapperai i denti al drago, e calpesterai sotto i tuoi piedi i
-leoni, ha detto il Signore._»
-
-— Ah! gridò egli, ecco la risposta! Grazie padre mio, grazie! —
-E cavando di saccoccia un piccolo portafogli che conteneva dieci
-biglietti di banca di mille fr. ciascuno: — prendi, diss’egli, questo
-portafogli. — Voi me lo regalate?
-
-— Sì, ma a condizione che tu non vi guarderai dentro che quando io sarò
-partito. — E ponendosi sul petto la reliquia che aveva ritrovata, e
-che per lui aveva il prezzo del più gran tesoro, si slanciò fuori del
-sotterraneo, e rimontando nella barca: — A Marsiglia! diss’egli. — Indi
-allontanandosi cogli occhi fissi sulla tetra prigione: — Infortunio!
-diss’egli a coloro che mi hanno fatto rinchiudere in questo tetro
-carcere, e a coloro che hanno dimenticato che io vi era rinchiuso. — E
-ripassando davanti ai Catalani, il conte si rivoltò, ed avviluppando
-la testa nel suo mantello, mormorò il nome di una donna. La vittoria
-era completa, il conte aveva per due volte atterrato ogni dubbio.
-Questo nome, ch’egli pronunciò con una espressione di tenerezza che
-si accostava all’amore, era il nome d’Haydée. Mettendo piede a terra,
-Monte-Cristo s’incamminò verso il cimitero ove sapeva di ritrovare
-Morrel. Là pure, dieci anni prima, aveva pietosamente cercata una tomba
-in quel cimitero, e l’aveva cercata inutilmente. Egli, che ritornava
-in Francia con dei milioni, non aveva potuto ritrovare la tomba di suo
-padre morto di fame. Morrel vi aveva ben fatto mettere una croce, ma
-essa era caduta. Il degno negoziante era stato più fortunato; morto
-fra le braccia dei suoi figli, fu condotto da loro a riposare vicino a
-sua moglie che lo aveva preceduto di due anni nell’eternità. Due larghe
-pietre di marmo, sulle quali erano scritti i loro nomi, stavano stese
-l’una vicina l’altra in un piccolo recinto chiuso da una balaustrata di
-ferro ed ombreggiato da quattro cipressi.
-
-Massimiliano era appoggiato ad uno di questi alberi, e fissava sulle
-due tombe gli occhi che non vedevano. Il suo dolore era profondo,
-quasi smarrito. — Massimiliano, gli disse il conte, non è lì che devi
-guardare; è là!
-
-E gli mostrò il cielo.
-
-— I morti sono dappertutto, disse Morrel: non è ciò che voi stesso mi
-avete detto quando uscivam da Parigi?
-
-— Massimiliano, disse il conte, viaggio facendo, mi avete domandato di
-fermarvi qualche giorno a Marsiglia: avete sempre lo stesso desiderio?
-
-— Non ho più alcun desiderio, disse Morrel, mi sembra soltanto che
-aspetterei meno penosamente a Marsiglia che in qualunque altro luogo.
-
-— Tanto meglio, Massimiliano, perchè io vi lascio, e porto meco la
-vostra parola, non è vero?
-
-— Ah! io la dimenticherò, conte, disse Massimiliano.
-
-— No! non la dimenticherete, prima di tutto perchè siete un uomo
-d’onore, Morrel, perchè lo avete giurato; perchè tornerete a giurarlo.
-
-— Oh! conte, abbiate pietà di me! son così infelice!
-
-— Ho conosciuto un uomo più infelice di voi.
-
-— Impossibile.
-
-— Ah! disse Monte-Cristo, è uno degli orgogli della nostra povera
-umanità, quello che un uomo si crede sempre più disgraziato di un altro
-disgraziato che piange e deplora vicino a lui.
-
-— Che vi è più disgraziato dell’uomo che ha perduto il solo bene che
-amava e desiderava al mondo?
-
-— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, e fissate un momento il vostro
-pensiero su ciò che sono per dirvi: ho conosciuto un uomo che, come
-voi, aveva fatto riposare tutte le sue speranze di felicità sopra una
-donna. Quest’uomo era giovine, aveva un vecchio padre ch’egli amava,
-una fidanzata che egli adorava; era sul punto di sposarla; per uno di
-quei capricci della sorte, che farebbe quasi dimenticare la bontà di
-Dio, se Dio poi non si rivelasse più tardi, mostrando che tutto è per
-lui un mezzo di condurre alla sua unità infinita, quando di repente
-per un capriccio di sorte, gli fu tolta la libertà, la fidanzata,
-l’avvenire che sognava e che credeva suo (poichè cieco ch’egli era
-non poteva leggere che nel presente) per seppellirlo nel fondo di un
-carcere. — Ah! fece Morrel, si esce dal carcere in capo ad otto giorni,
-ad un mese, ad un anno.
-
-— Egli vi restò quattordici anni, Morrel, disse il conte ponendo una
-mano sulla spalla del giovine.
-
-Massimiliano fremette: — Quattordici anni, mormorò egli.
-
-— Quattordici anni, ripetè il conte: egli pure, in questi 14 anni, ebbe
-dei momenti di disperazione; egli pure, come voi, Morrel, si credeva il
-più disgraziato degli uomini; volle uccidersi.
-
-— Ebbene? domandò Morrel.
-
-— Ebbene! nel momento supremo, Dio si rivelò a lui con questo mezzo
-umano; forse al primo punto non comprese questa misericordia infinita
-del Signore, poichè vi vuol del tempo agli occhi velati di lagrime, per
-schiudersi del tutto, ma in fine egli prese pazienza, ed aspettò. Un
-giorno uscì dalla sua tomba trasfigurato, ricco, possente; il suo primo
-grido fu per suo padre; suo padre era morto.
-
-— A me pure il padre è morto, disse Morrel.
-
-— Sì, ma vostro padre è morto fra le vostre braccia, amico, felice,
-onorato, ricco, pieno di giorni; suo padre invece morì povero,
-disperato, e di fame, e allora quando dieci anni dopo la sua morte suo
-figlio ne cercò la tomba, la tomba pure era disparsa, e nessuno potè
-dirgli: è là che riposa nel Signore il cuore che ti ha tanto amato:
-questo era un figlio più disgraziato di voi, Morrel, poichè quegli non
-sapeva neppure ove ritrovare la tomba di suo padre.
-
-— Ma, gli restava almeno la donna che egli aveva amata.
-
-— Voi vi sbagliate, Morrel; questa donna... — Era morta?
-
-— Peggio ancora: ella era stata infedele, aveva sposato uno dei
-persecutori del suo fidanzato: vedete dunque, Morrel, che quest’uomo
-era più disgraziato amante di voi.
-
-— Ed a quest’uomo, Dio ha inviata la consolazione?
-
-— Gli ha inviata la calma.
-
-— E quest’uomo potrà ancora un giorno essere felice?
-
-— Io lo spero, Massimiliano. — Il giovine lasciò cadersi la testa
-sul petto: — Voi avete la mia promessa, diss’egli, dopo un minuto
-di silenzio e stendendo la mano a Monte-Cristo: ricordatevi soltanto
-che...
-
-— Il 5 ottobre, Morrel, io vi aspetto all’isola di Monte-Cristo. Il 4
-un _yacht_ vi aspetterà nel porto di Bastia; questo _yacht_ si chiamerà
-l’_Euro_: voi vi nominerete al capitano, che vi condurrà da me; è
-convenuto, non è vero, Massimiliano?
-
-— È convenuto, conte, ed io farò ciò che ho detto; ma ricordatevi che
-il 5 ottobre...
-
-— Fanciullo che non sa ancora che cosa sia la promessa di un uomo... vi
-ho detto venti volte, che se in quel giorno volete ancora morire, io vi
-aiuterò, Morrel. Addio.
-
-— Voi mi lasciate?
-
-— Sì, ho alcune faccende in Italia; vi lascio solo, solo alle prese
-colla vostra infelicità, solo con quell’aquila dalle ali possenti che
-il Signore invia ai suoi eletti, per trasportarli ai suoi piedi.
-
-— Quando partite?
-
-— Sul momento; il battello a vapore mi aspetta, fra un’ora sarò molto
-lungi da voi; mi accompagnate fino al porto?
-
-— Io sono tutto per voi, conte. — Abbracciatemi.
-
-Morrel scortò il conte fino al porto: di già il fumo usciva come un
-immenso pennacchio dal tubo nero che lo lanciava al cielo. Ben presto
-il naviglio partì, e un’ora dopo, come lo aveva detto Monte-Cristo,
-questo fumo biancastro, appena era visibile sull’orizzonte ingombrato
-dalla prima nebbia della notte.
-
-
-
-
-CXIV. — PEPPINO.
-
-
-Al momento stesso in cui il battello a vapore del conte spariva dietro
-il capo Morgiou, un uomo correva la posta da Firenze a Roma, passando
-dalla piccola città d’Acquapendente. Egli camminava abbastanza presto
-per far molta strada, senza tutta volta divenir sospetto. Vestito
-con un soprabito che il viaggio aveva consumato, ma che lasciava
-vedere brillante e fresco il nastro della Legion d’Onore ripetuto
-sul suo abito, questo uomo, non solo da questo doppio segno, ma
-ancora dall’accento col quale parlava al postiglione doveva essere
-riconosciuto per francese. Una prova ancora ch’egli era nato nel paese
-della lingua universale è ch’egli non sapeva altre parole d’italiano,
-che quelle della musica che possono come il _goddam_ di Figaro,
-sostituir tutte le finezze di una lingua particolare. — _Allegro!_
-diceva egli ai postiglioni ad ogni salita: _moderato!_ faceva ad ogni
-discesa. — E Dio sa se vi sono salite e discese da Firenze a Roma
-per la strada d’Acquapendente! Queste due parole, del resto, facevano
-molto ridere le brave genti alle quali erano indirizzate. In faccia
-alla città eterna, vale a dire giungendo alla Storta, punto da dove si
-scorge Roma, il viaggiatore non provò quel sentimento di entusiastica
-curiosità, che spinge ogni straniero ad alzarsi dal fondo della
-carrozza, per scorgere la famosa cupola di S. Pietro, che si vede molto
-prima di distinguere qualunque altra cosa. No, egli cavò soltanto il
-suo portafoglio di saccoccia, e da esso una carta piegata in quattro,
-che spiegò e ripiegò con una attenzione che rassomigliava a rispetto, e
-si limitò a dire.
-
-— Buono! io l’ho sempre. — La carrozza oltrepassò la porta del Popolo,
-prese a sinistra e si fermò di rimpetto al palazzo di Spagna. Mastro
-Pastrini nostra antica conoscenza, ricevette il viaggiatore sul
-limitare della porta col cappello in mano. Il viaggiatore discese,
-ordinò un buon pranzo e s’informò dell’indirizzo della casa Thomson e
-French, che gli fu indicato sul momento; questa casa era una delle più
-conosciute di Roma.
-
-Ella era situata in via dei Banchi, vicino al ponte sant’Angelo.
-A Roma, come dappertutto, l’arrivo d’una carrozza di posta è un
-avvenimento. Dieci giovani discendenti da Mario e dai Gracchi, coi
-piedi nudi, i gomiti stracciati, ma il pugno sull’anca, e il braccio
-pittorescamente ricurvo al di sopra della testa, guardavano il
-viaggiatore, la carrozza e i cavalli; a questi birichini della città
-per eccellenza, si erano uniti una cinquantina di balordi dello stato
-romano, di quelli che fanno dei cerchi sputando nell’acqua del Tevere
-dall’alto del ponte di castel sant’Angelo quando nel Tevere vi è acqua.
-
-Ora, siccome i monelli e i balordi di Roma più felici di quelli di
-Parigi, capiscono tutte le lingue, e particolarmente la francese,
-capirono che il viaggiatore domandava un appartamento, da pranzo, e
-finalmente l’indirizzo della casa Thomson e French. Ne risultò che
-allora quando il nuovo arrivato uscì dall’albergo col cicerone d’uso,
-un uomo si staccò dal gruppo dei curiosi, e senza esser notato dal
-viaggiatore, senza sembrare di essere osservato dalla sua guida,
-camminò a poca distanza dallo straniero, seguendolo con tanta maestria,
-quanta ne avrebbe potuta avere un messo della polizia parigina. Il
-francese era così stimolato dalla fretta di fare la sua visita alla
-casa Thomson e French, che non ebbe il tempo d’aspettare che i cavalli
-fossero attaccati; la carrozza doveva raggiungerlo per la strada, e
-aspettarlo alla porta del banchiere.
-
-Arrivarono senza che la carrozza li avesse raggiunti.
-
-Il francese entrò lasciando la sua guida in anticamera che subito si
-mise a far conversazione con due o tre di quegli industriosi senza
-industria, o meglio di una di quelle mille industrie che si esercitano
-a Roma, alla porta dei banchieri, delle chiese, delle ruine, dei musei
-o dei teatri.
-
-Nello stesso tempo del francese entrò pure l’uomo che si era staccato
-dal gruppo dei curiosi; il francese bussò ai vetri della bussola e
-penetrò nella prima camera.
-
-— I sig. Thomson e French? domandò lo straniero. — Una specie di lacchè
-si alzò dietro un segno di un commesso di confidenza, guardiano formale
-del primo ufficio.
-
-— Chi debbo annunziare? domandò il lacchè disponendosi a camminare
-davanti al forestiere.
-
-— Il sig. barone Danglars, rispose il viaggiatore.
-
-— Venite, disse il lacchè. — Fu aperta una porta; il lacchè ed il
-barone disparvero per essa. L’uomo che era entrato dietro Danglars si
-assise sopra un banco. Il commesso continuò a scrivere per circa cinque
-minuti; durante i quali l’uomo seduto conservò il più profondo silenzio
-e la più assoluta immobilità. Indi la penna cessò di stridere sulla
-carta; alzò la testa, guardò attentamente attorno a sè e dopo essersi
-assicurato che si ritrovava a quattr’occhi: — Ah! ah! diss’egli, eccoti
-qui, Peppino!
-
-— Sì! rispose questi laconicamente.
-
-— Hai odorato alcun che di buono intorno a questo signore?
-
-— Non vi è gran merito per questo, ne siamo stati avvisati.
-
-— Tu sai dunque ciò che egli viene a far qui, curioso.
-
-— Viene a riscuotere; rimane soltanto a sapersi la somma.
-
-— Ti si dirà quanto prima, amico.
-
-— Ma non mi darai, come l’altro dì, delle false informazioni.
-
-— Che intendi dire, di chi vuoi parlare? sarebbe forse di
-quell’inglese, che giorni sono portò via tremila scudi?
-
-— No, quello aveva in realtà i tremila scudi, e li abbiamo saputi
-ritrovare: m’intendo di parlare del principe russo; tu ci avevi
-accusato trentamila lire, e non ne abbiamo ritrovate che ventidue.
-
-— Avrete cercato male.
-
-— È stato Luigi Vampa che ha fatto la perquisizione.
-
-— In questo caso, avrà avuto dei debiti da pagare.
-
-— Un russo? — Ovvero avrà speso il danaro.
-
-— Questo è il più possibile di tutto.
-
-— È sicurissimo; ma, lasciatemi andare al mio osservatorio, altrimenti
-il francese farà il fatto suo, senza che io possa sapere il positivo
-della cifra. — Peppino fece un segno affermativo con la testa, e
-si mise ad osservare alcune incisioni appese al muro, mentre che il
-commesso spariva dalla stessa porta che aveva dato passaggio al lacchè
-ed al barone. In capo a circa dieci minuti, ricomparve il commesso
-tutto raggiante. — Ebbene? domandò Peppino al suo amico.
-
-— All’erta! all’erta! disse il commesso, la somma è rotonda.
-
-— Da cinque a sei milioni, n’è vero? — Sì, tu sai la cifra?
-
-— Sopra una ricevuta di S. E. il conte di Monte-Cristo e della quale è
-stato accreditato sopra Roma, Venezia e Vienna.
-
-— È così, in che modo sei tu tanto bene informato?
-
-— Te l’ho detto, siamo stati prevenuti, riprese Peppino.
-
-— Allora, perchè ti sei indirizzato a me?
-
-— Per essere ben sicuro che questo era l’uomo col quale avevam
-che fare. — È veramente lui... cinque milioni. Una bella somma eh!
-Peppino? — Sì. — Ma non ne avremo mai altrettanti. — Almeno, rispose
-filosoficamente Peppino, avremo gli avanzi.
-
-— Zitto! ecco il nostro uomo. — Il commesso riprese la sua penna, e
-Peppino ritornò di nuovo ad osservare i rami.
-
-Danglars comparve irradiato, accompagnato da un banchiere che lo
-ricondusse fino alla porta. A seconda delle convenzioni, la carrozza
-che doveva ricondurre Danglars, aspettava davanti alla porta di Thomson
-e French. Il cicerone ne teneva lo sportello aperto; il cicerone è
-un essere molto complimentoso e compiacente, che si può impiegare in
-ogni cosa. Danglars saltò nella carrozza, leggero come un giovine di
-vent’anni. Il cicerone chiuse lo sportello, e salì vicino al cocchiere.
-Peppino montò nel posto di dietro.
-
-— S. E. vuol ella andare a vedere San Pietro? domandò il cicerone.
-
-— Per farne che? rispose il barone. — Diamine! per vedere!
-
-— Non sono venuto a Roma per vedere, disse ad alta voce Danglars; indi
-aggiunse sommessamente con un rapido sorriso: sono venuto per toccare.
-— Ed in fatto toccò il portafoglio, nel quale aveva chiusa una lettera.
-
-— Allora S. E. va...? — All’Albergo.
-
-— Casa Pastrini! disse il cicerone al cocchiere. — E la carrozza partì
-rapida come una carrozza padronale. Dieci minuti dopo, il barone era
-rientrato nel suo appartamento, e Peppino si era istallato sur un banco
-posto contro un muro vicino alla porta, dopo aver detto alcune parole
-all’orecchio di uno di quei discendenti di Mario e dei Gracchi che
-abbiam segnalato al principio di questo capitolo, il quale discendente
-prese la strada del Campidoglio con tutta la sveltezza delle sue gambe.
-Danglars era stanco, soddisfatto, e aveva sonno. Egli si mise in letto,
-pose il suo portafogli sotto il capezzale, e si addormì. Peppino aveva
-del tempo superfluo; giuocò alla morra con dei facchini, perdè due o
-tre scudi, e, per consolarsi, bevè un fiasco di vino d’Orvieto. La
-dimane, Danglars si svegliò tardi, quantunque fosse andato a letto
-di buon’ora; erano cinque o sei notti che non dormiva, o che dormiva
-malissimo. Fece una copiosa colazione, e poco curante, come lo aveva
-detto, di vedere le bellezze della città eterna, ordinò i cavalli da
-posta per mezzogiorno. Ma Danglars aveva contato senza le formalità
-della polizia, e senza la lentezza del mastro di posta. I cavalli
-giunsero soltanto alle due, e il cicerone non portò il passaporto coi
-visti che alle tre. Tutti questi preparativi avevano richiamato davanti
-alla porta di Mastro Pastrini un buon numero di oziosi. I discendenti
-dei Gracchi e di Mario, non mancavano. Il barone traversò trionfalmente
-questi gruppi, che lo chiamavano eccellenza per avere un baiocco.
-Siccome Danglars, uomo popolarissimo, come si sa, si era contentato
-di farsi chiamare barone fino a quel momento, e non era ancora stato
-trattato col titolo d’eccellenza, questo titolo lo lusingò, e distribuì
-una dozzina di paoli a tutta quella canaglia. — Che strada? domandò il
-postiglione in italiano.
-
-— Strada d’Ancona, rispose il barone. — Mastro Pastrini tradusse la
-domanda e la risposta, e la carrozza partì al galoppo. Danglars voleva
-effettivamente passare a Venezia, e realizzarvi una parte della sua
-fortuna, indi da Venezia andare a Vienna e realizzarvi il resto. La
-sua intenzione era di fissarsi in quest’ultima città di piaceri. Appena
-ebbe fatto due leghe nella campagna di Roma, cominciò a cader la notte:
-Danglars non aveva creduto di dover partire così tardi, altrimenti
-sarebbe rimasto, egli domandò al postiglione quanto v’era per giungere
-alla prima città.
-
-— _Non capisco_! rispose in italiano il postiglione.
-
-Danglars fece un movimento colla testa, che voleva dire: — Benissimo.
-
-La carrozza continuò la sua strada. — Mi fermerò alla prima posta,
-— diceva fra sè Danglars: intanto egli provava ancora un resto di
-quel benessere che aveva risentito la sera innanzi, e che gli aveva
-procurato una così buona notte: era mollemente steso nella sua buona
-carrozza inglese, a doppie molle; e si sentiva strascinato dal galoppo
-di due buoni cavalli; la posta era di sette leghe, egli lo sapeva.
-Che fare quando uno è banchiere, ed ha fatto facilmente banca rotta?
-Danglars pensò dieci minuti a sua moglie rimasta a Parigi; altri dieci
-minuti a sua figlia che girava il mondo con madamigella d’Armilly;
-dette dieci minuti ai suoi creditori e al modo in cui impiegherebbe
-il loro danaro; indi non avendo più niente da fare, chiuse gli occhi
-e si addormentò. Qualche volta però, scosso da un urto più forte
-degli altri, Danglars riapriva gli occhi; allora si sentiva sempre
-trasportato dalla stessa celerità attraverso quella stessa campagna
-di Roma tutta seminata di ruderi d’acquedotti, che sembrano giganti
-di granito, pietrificati a mezzo della loro corsa. Ma la notte era
-fredda, oscura e piovosa, ed era miglior partito per un uomo mezzo
-assopito, il rimanere in fondo della carrozza con gli occhi chiusi,
-di quel che mettere la testa fuori dello sportello per domandare
-dov’era al postiglione, che non sapeva rispondere nient’altro che, _non
-capisco_. Danglars continuò dunque a dormire, dicendosi che sarebbe
-sempre stato in tempo a svegliarsi quando gli cambiavano i cavalli.
-La carrozza si fermò; Danglars, pensò che finalmente giungeva al posto
-desiderato. Riaprì gli occhi, guardò a traverso il cristallo, credendo
-di ritrovarsi in mezzo a qualche città, o almeno a qualche villaggio;
-ma non vide che una specie di capanna isolata, e tre o quattro uomini
-che andavano e venivano come ombre: Danglars aspettò un momento che il
-postiglione che aveva finita la corsa, venisse a reclamare il danaro
-della posta; contava di approfittare di quest’occasione per chiedere
-qualche informazione al suo nuovo conduttore; ma i cavalli furono
-staccati e cambiati senza che nessuno andasse a chiedere del danaro
-al viaggiatore. Danglars meravigliato, aprì lo sportello; ma una
-mano vigorosa lo chiuse subito, e la carrozza partì. — Ehi! disse al
-postiglione, ehi! _mio caro_!
-
-Questa pure era una parola italiana di una romanza che Danglars aveva
-ritenuta a memoria quando sua figlia cantava dei duetti col Principe
-Cavalcanti. Ma il mio caro non gli rispose una parola. Danglars si
-contentò allora di calare il cristallo e di dire in francese, mettendo
-fuori la testa:
-
-— Ehi! amico dove andiamo dunque?
-
-— _Dentro la testa!_ gridò una voce grave ed imperiosa, accompagnata da
-un gesto minaccioso.
-
-Danglars capì che _dentro la testa_, voleva dire _rentrez la tête_.
-Egli faceva, come ben si vede, rapidi progressi nella lingua italiana;
-obbedì perciò non senza inquietudine, e siccome questa inquietudine
-aumentava di minuto in minuto, in capo ad alcuni momenti, il suo
-spirito (in vece del vuoto che abbiamo segnalato al momento in cui
-si metteva in viaggio, e che gli aveva procurato il sonno) si trovò
-riempito di una quantità di pensieri atti gli uni più degli altri a
-tenere svegliato l’interesse del viaggiatore, e soprattutto di un
-viaggiatore che si ritrovava nella situazione di Danglars. I suoi
-occhi nell’oscurità delle tenebre presero quel grado di acutezza
-che le forti emozioni comunicano nel primo momento, ma poi cessa più
-tardi per essere stato troppo esercitato. Prima di aver paura si vede
-giustamente; quando si ha paura si vede in confuso. Danglars vide un
-uomo avvolto in un mantello che galoppava allo sportello della diritta.
-— Un qualche gendarme, diss’egli. Sarei forse stato segnalato dal
-telegrafo francese alle autorità pontificie?
-
-Egli risolvè di uscire da questa ansietà. — Dove mi conducete voi?
-domandò sempre in francese.
-
-— _Dentro la testa!_ ripetè la stessa voce col medesimo accento di
-minaccia. — Danglars si voltò verso lo sportello della sinistra.
-Un altro uomo a cavallo galoppava allo sportello della sinistra. —
-Davvero, diceva tra sè Danglars col sudore sulla fronte, io sono stato
-preso. — E si gettò nel fondo della carrozza, non per dormire questa
-volta, ma per pensare. Un momento dopo si alzò la luna. Dal fondo della
-carrozza fissò il suo sguardo nella campagna. Egli rivide allora questi
-grandi acquedotti, fantasmi di pietra, che aveva notato passando; se
-non che, invece di averli a diritta, egli li aveva a sinistra. Capì
-allora che avevano fatto fare un mezzo giro alla carrozza e che lo
-riconducevano a Roma.
-
-— Oh! me disgraziato! mormorò egli, avranno ottenuta la mia
-estradizione. — La carrozza continuò a correre con una spaventosa
-velocità. Un’ora passò terribile, poichè ad ogni nuovo indizio gettato
-sul suo passaggio, il fuggitivo riconosceva in modo da non poterne
-dubitare, che lo si riconduceva indietro. Finalmente rivide una massa
-oscura contro la quale sembrava che la carrozza andasse ad urtare. Ma
-la carrozza girò, e corse lungo questa massa oscura, che altro non era
-che il cinto di muro che circonda Roma.
-
-— Oh! oh! mormorò Danglars, noi non rientriamo in città? dunque non è
-la giustizia che mi arresta. Buon Dio! un’altra idea, sarebbe forse...
-— I capelli gli si drizzarono.
-
-Egli si ricordò le interessanti istorie dei banditi della campagna
-di Roma, tanto poco credute a Parigi, che Alberto de Morcerf aveva
-raccontato alla sig.ª Danglars e ad Eugenia, quando vi erano le
-trattative pel giovine visconte, di diventare il figlio dell’una, ed il
-marito dell’altra.
-
-— Forse ladri! mormorò egli. — Di repente la carrozza ruotò sur un
-terreno più duro del suolo di una strada sabbiosa: Danglars arrischiò
-uno sguardo alle due parti della strada; vide dei monumenti di forme
-strane, e il suo pensiero preoccupato dal racconto di Morcerf, che ora
-si presentava a lui con tutti i suoi particolari, il suo pensiero gli
-disse che doveva essere sulla via Appia. A sinistra della carrozza in
-una specie di vallata si vedeva uno scavo circolare. Era il circo di
-Caracalla. Dietro una parola dell’uomo che galoppava a diritta della
-carrozza, questa si fermò.
-
-Nello stesso tempo lo sportello della sinistra si aprì.
-
-— Scendi! comandò una voce. — Danglars discese nello stesso punto;
-egli non parlava ancora l’italiano, ma cominciava già a capirlo.
-Più morto che vivo, il barone guardò intorno a sè. Quattro uomini lo
-circondavano, senza contare il postiglione. — _Di qua_, — disse uno
-dei quattro uomini discendendo per un piccolo sentiero che conduceva
-dalla via Appia in mezzo alle ineguaglianze del terreno della campagna
-romana. Danglars seguì la sua guida senza discussione, e non ebbe
-bisogno di voltarsi per sapere che egli era seguito da altri tre
-uomini. Però gli sembrò che questi uomini si fermassero come in
-sentinella a distanze quasi uguali.
-
-Dopo circa dieci minuti di cammino, durante i quali Danglars non
-cambiò neppure una parola colla sua guida, egli si ritrovò fra un
-poggio ed un cespuglio formato da alta erba; tre uomini in piedi
-e muti formavano un triangolo di cui egli si ritrovava nel centro.
-Egli volle parlare; la sua lingua s’impacciò. — _Avanti_, — disse la
-medesima voce coll’accento breve ed imperioso. Questa volta Danglars
-capì doppiamente: capì dalla parola e dal gesto, poichè l’uomo che
-camminava dietro a lui lo spinse così rozzamente in avanti che andò
-ad urtare contro la sua guida. Ma era il nostro amico Peppino che si
-inoltrò fra le alte erbe per una sinuosità che le faine e le volpi
-potevano soltanto riconoscere per un cammino praticabile. Peppino si
-fermò davanti ad una roccia sormontata da un fitto cespuglio; questa
-roccia, spaccata come una palpebra, concesse il passaggio al giovine
-che vi sparì, come spariscono dalle loro botole i diavoli delle nostre
-streghe. La voce ed il gesto di quello che seguiva Danglars impegnarono
-il banchiere a fare altrettanto. Non vi era più da dubitare, il fallito
-francese aveva a che fare coi briganti. Danglars eseguì come un uomo
-posto fra due terribili pericoli e che la paura rende coraggioso.
-Ad onta del suo ventre, abbastanza mal disposto per penetrare nelle
-crepacce della campagna romana, s’infiltrò dietro a Peppino, e
-lasciandosi strisciare, chiudendo gli occhi, cadde in piedi. Toccando
-la terra egli riaprì gli occhi. Il cammino era largo ma nero. Peppino
-poco curandosi di essere riconosciuto ora che si trovava in casa sua,
-battè l’acciarino ed accese una torcia. Altri due uomini discesero
-appresso a Danglars, formando la retroguardia; e spingendo Danglars
-quando per caso si fermava, lo fecero giungere per un dolce declive
-al centro di un croce-via di sinistra apparenza. Infatto le pareti dei
-muri scavate a sepolture soprapposte le une alle altre, sembravano, in
-mezzo alle pietre bianche, aprire quegli occhi neri e profondi che si
-vedono nei cranii dei morti. La sentinella fece battere contro la sua
-mano sinistra il calcio della carabina e domandò:
-
-— Chi vive?
-
-— Amici! Amici! disse Peppino. Dov’è il capitano?
-
-— Là, disse la sentinella, mostrando per di sopra alla sua spalla una
-specie di gran sala scavata nella roccia, e la cui luce si rifletteva
-nei corridori per mezzo di grandi aperture concentriche. — Buona
-preda, capitano, buona preda, disse Peppino in italiano. — E prendendo
-Danglars pel colletto del soprabito, lo condusse verso un’apertura che
-rassomigliava ad una porta, e per la quale si penetrava nella sala in
-cui sembrava che il capitano avesse formato il suo alloggio. — È questo
-quell’uomo? domandò colui che leggeva con molta attenzione la vita di
-Alessandro in Plutarco. — Lui stesso, capitano, lui stesso.
-
-— Benissimo; mostratemelo. — Dietro quest’ordine abbastanza
-impertinente, Peppino avvicinò così bruscamente la sua torcia al
-viso di Danglars, che questi indietrò vivamente per non avere le
-sopracciglia bruciate. Questo viso sconvolto offriva tutti i sintomi
-di un pallido e vergognoso terrore. — Quest’uomo è stanco, disse il
-capitano, che si conduca tosto al suo letto.
-
-— Oh! mormorò Danglars, questo letto sarà probabilmente uno dei
-sepolcri che sono scavati nel muro, questo sonno sarà la morte che un
-pugnale, che già veggo sfavillare nell’ombre, sarà per procurarmi.
-— Infatto nella profonda oscurità dell’immensa sala si vedevano
-sollevarsi, sulle loro cuccette d’erbe secche o di pelli di lupi, i
-compagni di quest’uomo, che Alberto de Morcerf aveva trovato leggendo
-_i Commentarii di Giulio Cesare_, e che Danglars trovava leggendo
-_le Vite di Plutarco_. Il banchiere mandò un sordo gemito e seguì la
-sua guida; egli non ebbe coraggio nè di pregare nè di gridare: non
-aveva più nè forza nè volontà, nè potenza nè sentimento; egli andava
-perchè lo trascinavano. Urtò in una scalinata, e comprese che aveva
-una scala davanti a sè; egli alzò macchinalmente i piedi quattro o
-cinque volte. Allora si aprì davanti a lui una porta bassa; egli si
-abbassò macchinalmente per non urtare con la fronte, e si ritrovò
-in una cella tagliata nella roccia. Questa cella era conveniente,
-sebbene nuda; asciutta quantunque situata sotto terra ad una profondità
-incommensurabile. Un letto fatto di erbe secche, e ricoperto di pelli
-di capre, era non già eretto, ma steso in un angolo della cella.
-Danglars, nello scoprirlo, credè vedervi il simbolo radiante della sua
-salute. — Oh! sia lodato Iddio! mormorò egli; è un vero letto. — Era
-la seconda volta, in un’ora, ch’egli invocava il nome di Dio; e ciò non
-gli era accaduto da più di dieci anni. — _Ecco_, disse la guida.
-
-E, spingendo Danglars nella cella, chiuse la porta dietro a lui. Il
-catenaccio cigolò; Danglars era prigioniero.
-
-D’altra parte, se non vi fosse stato il catenaccio, avrebbe abbisognato
-un miracolo per passare in mezzo alla guarnigione che in quel punto
-custodiva le catacombe di San Sebastiano, e che era accampata intorno
-al suo capo, nel quale i nostri lettori avranno certamente riconosciuto
-il famoso Luigi Vampa. Danglars pure aveva riconosciuto questo bandito,
-all’esistenza del quale non aveva voluto credere, quando Morcerf
-cercava di naturalizzarlo in Francia.
-
-Non solo egli lo aveva riconosciuto, ma aveva egualmente riconosciuta
-la cella nella quale Alberto era stato rinchiuso, e che, secondo tutte
-le probabilità, era l’alloggio dei forestieri. Queste rimembranze,
-sulle quali del resto Danglars si estendeva con una certa gioia, gli
-rendevano la tranquillità. Dal momento in cui non lo avevano ucciso
-subito, i banditi non avevano più volontà di ucciderlo. Era stato
-arrestato per essere derubato, e siccome non aveva seco che pochi
-luigi, gli avrebbero posto un riscatto. Si ricordò che Morcerf era
-stato tassato di una certa somma, di circa quattromila scudi; e siccome
-egli si attribuiva un’apparenza molto più importante di Alberto, fissò
-da sè stesso nel suo spirito il proprio riscatto ad ottomila scudi; 48
-mila lire. Gli restava ancora una somma di circa cinque milioni e 50
-mila fr. Con questa somma ognuno può cavarsi d’impaccio in ogni luogo.
-Dunque, quasi certo di togliersi d’impaccio, attesochè non vi è esempio
-che si sia tassato un uomo per più di cinque milioni e 50 mila lire,
-Danglars si stese sul suo letto, ove, dopo essersi girato e rigirato
-due o tre volte, si addormentò colla tranquillità dell’eroe di cui
-Luigi Vampa leggeva la storia.
-
-
-
-
-CXV. — LA CARTA DI LUIGI VAMPA.
-
-
-Ad ogni sonno, che non sia quello temuto da Danglars, vi è il
-suo svegliarsi. Danglars si svegliò. Per un parigino abituato al
-cortinaggio di seta, alle pareti vellutate dei muri, al profumo che
-manda il legno imbianchito nel caminetto, e che discende dalle volte
-di seta, lo svegliarsi in una grotta di pietra scabrosa deve essere
-come un sogno di cattiva qualità. Tastando i suoi lenzuoli di pelle
-di capra, Danglars doveva credere di sognare i Lapponi. Ma in simile
-congiuntura bastò un secondo per cambiare il dubbio nella più robusta
-certezza. — Sì, sì, mormorò egli, io sono nelle mani dei banditi
-di cui ci parlò Alberto de Morcerf. — Il suo primo movimento fu di
-respirare, per assicurarsi che non era stato ferito: era un mezzo che
-aveva ritrovato in _Don Chisciotte_, il solo libro, non che avesse
-letto, ma di cui si ricordasse qualche cosa. — No, diss’egli, essi
-non mi hanno nè ucciso nè ferito, ma essi forse mi avranno derubato.
-— E portò prestamente le mani alle sue saccocce. Esse erano intatte: i
-cento luigi, che si era riserbati in contanti per fare il suo viaggio
-da Roma a Venezia, erano realmente nella saccoccia del pantalone, ed
-il portafogli nel quale si ritrovava la lettera di credito per cinque
-milioni e 50 mila fr. era nella saccoccia da petto del suo abito. —
-Che singolari banditi! disse da sè stesso; mi hanno lasciato la borsa
-ed il portafogli! come lo diceva ieri quando mi misi in letto, essi
-m’imporranno un riscatto. Guarda! ho ancora il mio orologio! sentiamo
-un poco che ora è. — L’orologio di Danglars, capo d’opera di Breguet,
-che aveva caricato con cura il giorno avanti, prima di mettersi in
-viaggio, suonò le cinque e mezzo della mattina. Senza esso, Danglars
-sarebbe rimasto incerto sull’ora, la luce del giorno non penetrava
-nella cella. Era egli necessario eccitare una spiegazione dei banditi?
-aspettar pazientemente ch’essi la domandassero? l’ultima alternativa
-era la più prudente: Danglars aspettò. Egli aspettò fino a mezzogiorno.
-In tutto questo tempo una sentinella aveva vegliato alla sua porta.
-
-Alle otto del mattino, la sentinella era stata cambiata.
-
-Allora era venuto voglia a Danglars di vedere da chi fosse guardato.
-Aveva notato che alcuni raggi di luce, non già del giorno, ma della
-lampada, filtravano traverso le fessure della porta mal congiunta; egli
-si accostò ad una di queste fessure al momento in cui il bandito beveva
-alcune sorsate d’acquavite, le quali, mercè l’otre di pelle che le
-conteneva, spandevano un odore che molto ripugnava a Danglars.
-
-— _Pouah!_ — fece egli rinculando fino al fondo della sua cella. A
-mezzo giorno l’uomo dell’acquavite fu sostituito da un’altra fazione.
-Danglars ebbe la curiosità di guardare il suo nuovo guardiano: egli si
-accostò di nuovo alla fessura. Questi era un bandito atletico, un Golia
-dagli occhi grossi, dalle labbra rivoltate, e dal naso schiacciato;
-i capelli rossigni cadevano sulle spalle a bande contorte a guisa di
-serpenti. — Oh! oh! questi rassomiglia più ad una belva che ad una
-creatura umana; in ogni caso, son vecchio ed abbastanza coriaceo,
-grosso e bianco non son buono a mangiare. — Come si vede, Danglars
-aveva ancora abbastanza presenza di spirito per scherzare. Nello stesso
-punto come per provargli che non era una belva, il guardiano si assise
-in faccia alla porta della sua cella, cavò dalla sua bisaccia del pane
-nero, della cipolla e del formaggio, ch’egli si mise subito a divorare.
-
-— Che il diavolo mi porti! disse Danglars gettando a traverso della
-fessura della porta un colpo d’occhio sul pranzo del bandito: se
-capisco come si possa fare a mangiare simili porcherie. — Andò a
-sedersi sopra le sue pelli, che gli ricordarono l’odore d’acquavite
-della prima sentinella.
-
-Ma Danglars aveva un bel fare, ed i segreti della natura sono
-incomprensibili, vi è un’eloquenza in certi inviti materiali che
-indirizzano le più grossolane sostanze agli stomachi digiuni. Danglars
-sentì d’improvviso che il suo non aveva fondi in quel momento, e
-allora vide l’uomo men brutto, il pane meno nero, il formaggio più
-fresco. Infatto quelle cipolle crude, orribile alimento del selvaggio,
-gli ricordarono certi sughi di Robert e certi intingoli che il suo
-cuciniere eseguiva in un modo sorprendente, quando Danglars gli diceva:
-Sig. Deniseau, fatemi per oggi un buon piattino. Si alzò e andò a
-bussare alla porta. Il bandito alzò la testa. Danglars vide ch’era
-stato inteso, e raddoppiò.
-
-— _Che c’è?_ domandò il bandito.
-
-— Dite dunque! amico, fece Danglars suonando il tamburo con le dita
-contro la porta, mi sembra che sarebbe ora che si pensasse a nutrire
-me pure! — Ma sia che egli non capisse il francese, sia che non avesse
-ricevuto ordini sul conto del nutrimento di Danglars, il gigante
-si rimise a mangiare. Danglars sentì umiliato il suo orgoglio, e,
-non volendo maggiormente mettersi a cimento con quella belva, andò
-a raggrupparsi sulle pelli, e non disse più una parola. Passarono
-quattr’ore; il gigante fu sostituito da un altro bandito; Danglars,
-che soffriva orribili stiragliamenti di stomaco, si alzò dolcemente,
-applicò l’occhio alle fenditure della porta, e riconobbe la figura
-intelligente della sua guida. Infatto era Peppino che si preparava
-a montar la guardia la più dolce possibile, sedendosi in faccia alla
-porta e ponendosi fra le gambe una teglia di terra che conteneva caldi
-e profumanti piselli, cotti in fricassea sul lardo.
-
-Vicino a questi piselli Peppino depose ancora un bel paniere di uva
-fresca di Velletri, ed un fiasco di vino d’Orvieto, Peppino era un
-goloso. Vedendo questi preparativi gastronomici venne l’acquolina in
-bocca a Danglars.
-
-— Ah! ah! disse il prigioniero, vediamo un poco se questi è più
-trattabile degli altri. — E bussò gentilmente alla sua porta. — Eccomi,
-— disse il bandito, che, frequentando la casa di mastro Pastrini, aveva
-finito per imparare il francese perfino nei suoi dialetti. Infatto
-venne ad aprire.
-
-Danglars lo riconobbe per quello che gli aveva gridato in un modo
-così furioso: «_dentro la testa_.» Ma non era più l’ora delle
-recriminazioni; assunse l’aspetto il più aggradevole, e con un grazioso
-sorriso: — Perdono, signore, diss’egli, non si darà da pranzo a me
-pure?
-
-— Come mai! gridò Peppino, V. E. avrebbe fame, per caso?
-
-— Per caso è una parola graziosa, mormorò Danglars, sono precisamente
-ventiquattr’ore che non ho mangiato. Ma sì, signore, aggiunse egli
-alzando la voce, io ho fame, ed anche molta fame.
-
-— E V. E. vuol mangiare?
-
-— Sul momento, se è possibile.
-
-— Niente di più facile, disse Peppino; qui si può procurare tutto ciò
-che desidera, pagando, beninteso, come si usa presso tutti gli onesti
-cristiani.
-
-— Ciò s’intende! gridò Danglars, quantunque in verità le persone
-che arrestano, e che imprigionano, dovrebbero almeno nutrire i loro
-prigionieri.
-
-— Ah! eccellenza, ripetè Peppino, qui non c’è questo uso.
-
-— Questa è una cattiva ragione, riprese Danglars, che contava di
-addolcire il suo guardiano colla sua amabilità, eppure io mi contento.
-Vediamo, che mi si serva da mangiare
-
-— Sul momento, eccellenza, che cosa desiderate?
-
-E Peppino depose la sua teglia per terra in modo tale che il fumo
-salisse direttamente alle narici di Danglars.
-
-— Comandate, continuò egli.
-
-— Avete delle cucine? domandò il banchiere.
-
-— Come! se abbiamo delle cucine? cucine perfette!
-
-— E dei cuochi? — Eccellenti!
-
-— Ebbene! un pollo, un pesce, del selvaggiume, non importa quello che
-è, purchè si mangi.
-
-— Come piacerà a V. E.; dicevamo dunque un pollo, è vero?
-
-— Sì, un pollo. — Peppino si voltò, e gridò con tutta la forza dei
-suoi polmoni: — Un pollo per S. E. — La voce di Peppino vibrava ancora
-sotto le volte, che già compariva un giovinotto, bello, svelto, e mezzo
-nudo come gli antichi portatori di pesce; egli portò il pollo sopra
-un piatto d’argento, e il pollo si reggeva solo sulla testa. — Uno si
-crederebbe al _Caffè di Parigi_, mormorò Danglars.
-
-— Eccolo! eccellenza, — disse Peppino prendendo il pollo dalle mani
-del giovine bandito, e deponendolo sopra una tavola tarlata, che con
-uno sgabello e il letto di pelli, formava il complesso della mobilia
-della cella. Danglars domandò un coltello ed una forchetta. — Eccoli!
-eccellenza, — disse Peppino offrendo un coltello colla punta smussa e
-una forchetta di legno. Danglars prese il coltello con una mano e la
-forchetta con l’altra, e si mise in atto di tagliare il volatile.
-
-— Perdono, eccellenza, disse Peppino, ponendo una mano sulla spalla
-del banchiere; qui si paga prima di mangiare; si potrebbe non essere
-contenti uscendo...
-
-— Ah! ah! fece Danglars, non è più come a Parigi, senza contare che
-probabilmente essi mi scorticheranno; ma facciamo le cose da grandi.
-Vediamo, ho sempre inteso parlare del buon mercato della vita in
-Italia; un pollo non deve valere più di dodici soldi a Roma. Eccoti,
-diss’egli, un luigi, e lo gettò a Peppino. — Peppino raccolse il luigi,
-Danglars accostò il coltello al pollo. — Un momento, eccellenza, disse
-Peppino rialzandosi; un momento. V. E. mi deve ancora qualche cosa.
-
-— Quando diceva che mi avrebbero scorticato! — mormorò Danglars, indi,
-risoluto di prendere il suo partito da questa estorsione: — Vediamo,
-quando vi devo ancora per questo etico volatile? domandò egli.
-
-— V. E. mi ha dato un luigi a conto. — Un luigi a conto! Un luigi
-a conto sopra un pollo? — Senza dubbio, a conto. — Bene... avanti!
-avanti! — Non son più che 4999 luigi che V. E. mi deve. — Danglars
-aprì due occhi enormi all’annunzio di questa burla gigantesca. — Ah!
-furbissimo, mormorò egli, in verità furbissimo! — E volle rimettersi
-a tagliare il pollo; ma Peppino gli fermò la mano destra con la mano
-sinistra, e stese l’altra sua mano.
-
-— Andiamo, diss’egli.
-
-— Che! voi non scherzate? disse Danglars.
-
-— Noi non scherziamo mai, riprese Peppino con serietà.
-
-— Come! cento mila fr. per un pollo!
-
-— Eccellenza, è impossibile il poter credere quanta pena ci costi
-l’allevare un pollo in queste maledette grotte.
-
-— Andiamo! andiamo! disse Danglars, io ritrovo ciò molto buffo, molto
-divertente, in verità; ma siccome ho fame, così lasciatemi mangiare.
-Prendete, ecco qua un altro luigi per voi, amico mio.
-
-— Con ciò il vostro debito non sarà più che di 4998 luigi, disse
-Peppino conservando la medesima prontezza d’animo; colla pazienza vi si
-giungerà.
-
-— Oh! in quanto a questo, disse Danglars stomacato dalla perseveranza
-di questo scherzo, in quanto a questo giammai. Andate al diavolo, non
-sapete con chi avete da fare.
-
-Peppino fece un segno al giovine bandito, e questi allungò tosto le
-due mani, e portò via prestamente il pollo. Danglars si gettò sul suo
-letto di pelli. Peppino chiuse la porta e si rimise a mangiare i suoi
-piselli sul lardo. Danglars non poteva vedere ciò che faceva Peppino,
-ma dallo sbattersi dei denti del bandito, non lasciava alcun dubbio al
-prigioniere sull’esercizio che lo teneva occupato. Era chiaro ch’egli
-mangiava, e che mangiava rumorosamente, come fanno le persone mal
-educate. — Ingordo! disse Danglars.
-
-Peppino fece sembiante di non capire, e senza neppure voltare la testa,
-continuò a mangiare con una saggia lentezza. Lo stomaco di Danglars gli
-sembrava perforato come la tinozza delle Danaidi, e non poteva credere
-ch’egli non giungerebbe mai a riempirlo. Però prese pazienza anche una
-mezz’ora; questa mezz’ora gli parve un secolo. Egli si alzò e andò di
-nuovo davanti alla porta. — Vediamo, signore, diss’egli, non mi fate
-languire lungamente, e ditemi d’un sol colpo ciò che si vuole da me?
-
-— Ma, eccellenza, dite piuttosto ciò che volete da noi... Dateci i
-vostri ordini e li eseguiremo.
-
-— Allora per prima cosa aprite. — Peppino aprì.
-
-— Io voglio, disse Danglars, perdinci! voglio mangiare!
-
-— Avete fame? — E del resto lo sapete.
-
-— Che cosa desidera di mangiare V. E.?
-
-— Un tozzo di pane secco, poichè i polli sono di un prezzo esorbitante
-in questi maledetti scavi.
-
-— Del pane! sia, disse Peppino. Olà! del pane!
-
-Il giovine servente portò un piccolo pane.
-
-— Eccolo, disse Peppino.
-
-— Quanto costa? domandò Danglars.
-
-— 4998 luigi. Vi sono già due luigi pagati.
-
-— Come, un pane cento mila fr.?
-
-— Cento mila fr., disse Peppino.
-
-— Ma voi domandavate cento mila fr. per un pollo!
-
-— Noi non serviamo alla carta, ma al prezzo fisso. Che si mangi poco,
-che si mangi molto, che si chiedano dieci piatti o un solo è sempre la
-stessa cifra.
-
-— Ecco un altro scherzo! amico caro, vi dichiaro che questa è
-un’assurdità, una stupidità! ditemi piuttosto che volete che io muoia
-di fame, e tutto sarà finito.
-
-— Ma no, eccellenza, siete voi che volete commettere un suicidio.
-Pagate e mangiate.
-
-— E con che debbo pagare, triplo animale? disse Danglars esasperato.
-Credi forse che si portino cento mila fr. in saccoccia?
-
-— Voi avete cinque milioni e 50 mila fr. nella vostra, eccellenza,
-disse Peppino; ciò è buono per cinquanta polli a centomila fr. e un
-mezzo pollo a 50 mila. — Danglars fremette, la benda gli cadde dagli
-occhi; era bensì uno scherzo, ma alfine lo capiva. Bisogna pure
-rendergli giustizia, perchè da quel momento non vedeva più questo
-scherzo essere così stupido come prima. — Vediamo, diss’egli, vediamo;
-pagando questi cento mila fr. mi riterrete voi assoluto, e potrò
-mangiare con tutto il mio comodo?
-
-— Senza dubbio, disse Peppino. — Ma in che modo dovrò io pagarli? fece
-Danglars respirando più liberamente.
-
-— Non vi è niente di più facile; voi avete un credito aperto presso i
-sig. Thomson e French, via dei Banchi a Roma; datemi un _buono_ di 4998
-luigi su questi signori, ed il nostro banchiere lo sconterà. — Danglars
-volle almeno darsi il merito della buona volontà, prese la penna e la
-carta che gli presentò Peppino: scrisse la cedola e firmò: — Prendete,
-diss’egli, ecco il vostro buono al latore.
-
-— E voi, ecco il vostro pollo. — Danglars squartò il pollo sospirando:
-poichè gli sembrava molto magro per una somma così grossa. In quanto
-a Peppino lesse attentamente il foglio, se lo mise in saccoccia, e
-continuò a mangiare i suoi piselli.
-
-
-
-
-CXVI. — IL PERDONO.
-
-
-Il giorno dopo Danglars ebbe nuovamente fame; l’aria in quella caverna
-era oltre ogni credere appetitosa; il prigioniere credè che, per quel
-giorno, non avrebbe avuto alcuna spesa da fare; da uomo economico aveva
-nascosto una metà del pollo ed un poco di pane in un angolo della sua
-cella. Ma non ebbe tosto mangiato, che gli venne sete: egli non aveva
-calcolato su questo. Lottò contro la sete fino al momento in cui si
-sentì la lingua disseccata attaccarsi al palato. Allora, non potendo
-più resistere al fuoco che lo divorava, egli chiamò. La sentinella aprì
-la porta, era un viso nuovo. Pensò che era meglio per lui aver che fare
-con una vecchia conoscenza. E chiamò Peppino. — Eccomi, eccellenza,
-disse il bandito presentandosi con una premura che parve di buon
-augurio a Danglars, che desiderate?
-
-— Da bere, disse il prigioniero.
-
-— Eccellenza, disse Peppino, sapete che il vino è di un prezzo
-esorbitante nelle vicinanze di Roma.
-
-— Allora datemi dell’acqua, disse Danglars.
-
-— Oh! l’acqua è più rara del vino, ora vi è siccità!
-
-— Andiamo, disse Danglars, noi ricominciamo la storia di ieri. — E,
-mentre sorrideva per avere l’aria di scherzare, il disgraziato sentiva
-il sudore bagnargli le tempia.
-
-— Io vi ho già detto, eccellenza, rispose con gravità Peppino, che noi
-non vendiamo alla minuta.
-
-— Ebbene! vediamo allora, datemene una bottiglia.
-
-— Di quale? — Di quel che costa meno.
-
-— Costan tutti lo stesso prezzo.
-
-— E qual n’è il prezzo? — 25 mila fr. la bottiglia.
-
-— Dite, gridò Danglars con un’amarezza che il solo Arpagone avrebbe
-potuto notare sul diapason della voce umana, dite che volete
-spogliarmi, e ciò sarà più presto fatto di quel che divorarmi in tal
-modo a brani a brani.
-
-— È possibile, disse Peppino, che questa sia l’idea del padrone.
-
-— Il padrone, chi è dunque? — Quello al quale vi condussi innanzi
-ieri. — E dov’è? — Qui. — Fate che io lo veda. — È facile. — Un minuto
-dopo Luigi Vampa era davanti a lui: — Voi mi chiamate? domandò egli al
-prigioniere. — Siete voi, signore, il capo di queste genti che mi hanno
-qui condotto?
-
-— Sì, eccellenza; perchè?
-
-— Che desiderate per il mio riscatto? parlate.
-
-— Semplicemente i cinque milioni che portate indosso.
-
-Danglars sentì un orribile spasimo lacerargli il cuore.
-
-— Io non ho che questi al mondo, signore, questo è il residuo di una
-immensa ricchezza; se me li togliete val meglio che mi togliate la
-vita.
-
-— A noi è proibito di versare il sangue di V. E.
-
-— E da chi vi è stato proibito? — Da quello al quale obbediamo. — Voi
-dunque obbedite a qualcuno? — Sì, ad un capo. — Io credeva che voi
-stesso foste il capo. — Io sono il capo di questi uomini ma un altro
-uomo è il capo mio.
-
-— E questo capo obbedisce egli a qualcuno? — Sì.
-
-— A chi? — A Dio. — Danglars rimase un momento pensieroso: — Io non vi
-capisco, diss’egli. — È probabile.
-
-— Questo capo che vi ha ordinato di trattarmi in tal modo? — Sì. — Con
-quale scopo? — Io non lo so.
-
-— Ma la mia borsa si vuoterà. — È probabile.
-
-— Sentiamo, disse Danglars, volete un milione?
-
-— No. — Due milioni? — No. — Tre milioni?... quattro... Vediamo,
-quattro? ve li do alla condizione che voi mi lasciate andare.
-
-— Perchè mi offrite voi i milioni di ciò che ne vale 5? disse Vampa;
-questa è un’usura, sig. banchiere.
-
-— Prendete tutto! vi dico, gridò Danglars, e uccidetemi.
-
-— Andiamo, andiamo, calmatevi, eccellenza, vi farete rimescolare il
-sangue, cosa che vi apporterà un appetito da mangiare un milione al
-giorno; siate dunque più economico; per bacco!
-
-— Ma quando non avrò più danaro per pagarvi?
-
-— Allora avrete fame.
-
-— Avrò fame? disse Danglars tremante.
-
-— È probabile, rispose flemmaticamente Vampa.
-
-— Ma voi dite che non volete uccidermi? — No.
-
-— E volete lasciarmi morir di fame?
-
-— Questa è una cosa diversa.
-
-— Ebbene! miserabili, gridò Danglars, io scomporrò i vostri infami
-calcoli; morire per morire, tanto fa finirla subito; fatemi soffrire,
-torturatemi, uccidetemi, ma non avrete più la mia firma.
-
-— Come piacerà a V. E., disse Vampa; — ed uscì dalla cellula. Danglars
-si gettò ruggendo sul suo letto di pelli.
-
-Chi erano questi uomini? chi era questo capo visibile? chi era l’altro
-capo invisibile? quale idea avevan su di lui? quando tutti potevano
-riscattarsi, perchè egli solo non lo poteva? Oh! certamente la morte,
-una morte pronta e violenta era un buon mezzo di deludere questi nemici
-accaniti, che sembravano continuare su di lui una incomprensibile
-vendetta. Sì, ma morire! Forse per la prima volta nella sua lunga
-carriera, Danglars pensava alla morte col desiderio ed il timore di
-morire; ma era giunto il momento per lui di fissare la sua vista sullo
-spettro implacabile che si erge davanti ad ogni creatura, e che, ad
-ogni pulsazione del cuore, dice a lui stesso: — tu morrai! — Danglars
-rassomigliava a quelle bestie feroci che la caccia anima, poichè
-le dispera, e che a forza di disperazione riescono qualche volta a
-salvarsi. Ei pensò ad una evasione. Ma le mura erano la roccia stessa,
-ed alla sola uscita che conduceva fuor della cella vi era un uomo che
-leggeva; dietro a questo uomo si vedevano passare e ripassare delle
-ombre armate di fucili. La sua risoluzione di non firmare durò due
-giorni, dopo di che domandò gli alimenti ed offrì un milione.
-
-Gli fu servita una magnifica colazione, e fu preso il milione. Da
-quel momento la vita del disgraziato prigioniere fu una distrazione
-continua. Egli aveva tanto sofferto che non voleva più esporsi a
-soffrire, e soffriva tutte le esigenze; in capo a dodici giorni, il
-dopo pranzo in cui aveva desinato come nei suoi più bei giorni della
-sua fortuna, fece i suoi conti e si accorse che aveva dato tante
-tratte pagabili al latore che non gli rimanevano più che cinquantamila
-franchi. Allora nacque in lui una strana reazione; egli che aveva
-abbandonati cinque milioni, tentò di salvare i 50 mila fr. che gli
-restavano; piuttosto che cederli risolvè di riprendere una vita di
-privazioni, ebbe dei lampi di speranza che si accostavano alla follia;
-egli che da sì gran tempo aveva dimenticato Dio, vi pensò per dire a sè
-stesso, che Dio qualche volta fa dei miracoli; che la caverna poteva
-inabissarsi; che i carabinieri pontificii potevano scoprire questo
-maledetto ritiro, e venire in suo soccorso; che allora gli resterebbero
-questi 50 mila fr.; che quest’era una somma sufficiente per impedire
-ad un uomo di morire di fame; egli pregò Dio di conservargli questi
-cinquantamila fr. e pregando pianse. Tre giorni passarono così durante
-i quali il nome di Dio fu costantemente, se non nel suo cuore almeno
-sulle sue labbra; ad intervalli aveva dei momenti di delirio, durante i
-quali credeva di vedere, a traverso una finestra, una povera camera ed
-un vecchio agonizzante sopra un lettuccio. Questo vecchio, pure, moriva
-di fame.
-
-Il quarto giorno, non era più un uomo, era un cadavere vivente, egli
-aveva raccolto per terra perfino le ultime molliche dei suoi antichi
-pasti, e cominciò a divorare la stuoia di cui era coperto il suolo.
-Allora supplicò Peppino, come si supplica l’Angelo custode, a dargli
-qualche nutrimento; e gli offrì mille fr. per una boccata di pane.
-Peppino non rispose. Nel quinto giorno si strascinò all’entrata della
-cella. — Ma voi dunque non siete un cristiano, diss’egli ergendosi sui
-ginocchi; voi volete assassinare un uomo che è vostro fratello in Dio?
-Amici miei di altri tempi, amici miei di altri tempi! — mormorò egli:
-e cadde colla faccia contro terra. Indi alzandosi con una specie di
-disperazione: — Il capo! gridò egli, il capo! — Eccomi! disse Vampa
-comparendo subito; che desiderate ancora?
-
-— Prendete il mio ultimo oro, balbettò Danglars stendendo il
-portafogli, e lasciatemi vivere qui, in questa caverna; non domando più
-la libertà, non domando che di vivere.
-
-— Voi dunque soffrite molto? domandò Vampa.
-
-— Oh! sì, io soffro, e crudelmente!
-
-— Eppure vi sono stati degli uomini che hanno sofferto anche più di
-voi. — Io non lo credo.
-
-— È un fatto! quelli che sono morti di fame.
-
-Danglars pensò a quel vecchio che durante le sue allucinazioni, egli
-vedeva a traverso la finestra della sua povera camera, gemere sul
-suo letto. Battè la fronte per terra mandando un forte gemito: — Sì,
-diss’egli, è vero; ve ne sono che hanno sofferto anche più di me, ma
-almeno quelli erano martiri.
-
-— Vi pentite voi alfine? disse una voce cupa e solenne, che fece
-drizzare i capelli sulla testa di Danglars.
-
-Il suo sguardo indebolito cercò di distinguere gli oggetti, e
-vide dietro al bandito un uomo avvolto nel suo mantello, e perduto
-nell’ombra di un pilastro di pietra.
-
-— E di che debbo pentirmi? balbettò Danglars.
-
-— Di tutto il male che avete fatto, disse la stessa voce.
-
-— Oh! sì, io mi pento! — gridò Danglars, percuotendosi il petto col suo
-scarno pugno.
-
-— Allora io vi perdono, — disse l’uomo gettando il mantello, e facendo
-un passo avanti per esporsi meglio alla luce.
-
-— Il conte di Monte-Cristo! — disse Danglars più pallido pel terrore,
-che non lo era un momento prima per la fame e la miseria.
-
-— Voi vi sbagliate; non sono il conte di Monte-Cristo.
-
-— E chi siete voi dunque?
-
-— Io sono colui che voi avete venduto, denunziato, disonorato; son
-colui di cui avete prostituita la fidanzata; son colui sul quale avete
-camminato per innalzare le vostre ricchezze; son colui al quale avete
-fatto morire il padre di fame; son colui che vi aveva condannato a
-morire di fame, e che ciò non ostante vi perdona, perchè egli pure
-ha bisogno di perdono; io sono Edmondo Dantès! — Danglars non mandò
-che un grido, e cadde prosternato. — Rialzatevi, disse il conte, voi
-avete salva la vita. Un’egual fortuna non è avvenuta ai vostri due
-altri complici: l’uno è pazzo, l’altro è morto! conservate i 50 mila
-fr. che vi restano, ve ne faccio un regalo; in quanto ai vostri cinque
-milioni rubati agli ospizii, essi sono di già stati restituiti loro da
-una mano sconosciuta. Ora mangiate e bevete; questa sera io vi faccio
-mio ospite. Vampa, quando quest’uomo si sarà rimesso, sia posto in
-libertà. — Danglars rimase ancora prosternato, mentre che il conte si
-allontanava; quando egli rialzò la testa, non vide più che una specie
-di ombra che spariva nel corridore, e davanti alla quale s’inchinavano
-i banditi.
-
-Come il conte aveva ordinato, Danglars fu servito da Vampa, che gli
-fece portare il miglior vino e i più bei frutti d’Italia, e che,
-avendolo indi fatto montare nella sua carrozza da posta, lo lasciò
-sulla strada appoggiato ad un albero. Egli vi restò fino a giorno,
-ignorando ove era.
-
-A giorno s’accorse che era vicino ad un ruscello! egli aveva sete, e
-si trascinò fino ad esso. Nell’abbassarsi per bevervi, s’accorse che i
-suoi capelli erano divenuti bianchi.
-
-
-
-
-CXVII. — IL CINQUE OTTOBRE.
-
-
-Erano circa le sei di sera; un giorno di color opale, nel quale un bel
-sole di autunno infiltrava i suoi raggi d’oro, cadendo dal cielo sul
-mare azzurrognolo. Il calore del giorno si era estinto gradatamente,
-e cominciava a farsi sentire quella brezza leggiera, che sembra la
-respirazione della natura, nel risvegliarsi dopo l’ardente sesta del
-mezzogiorno, e che porta di riva in riva il profumo degli alberi misto
-all’acre sentore del mare. Sovra questo immenso lago che si estende da
-Gibilterra ai Dardanelli, e da Venezia a Tunisi, un leggiero _yacht_,
-di forma pura ed elegante strisciava nei primi vapori della sera. Il
-suo movimento era quello di un cigno che apre le sue ali al vento
-e che sembra lambire l’acqua. Esso si avanzava, rapido ad un tempo
-e grazioso, e lasciando dietro a sè un solco fosforescente. Poco a
-poco il sole, di cui abbiam salutato gli ultimi raggi, era scomparso
-dall’orizzonte occidentale, ma, come per dar ragione ai brillanti sogni
-della mitologia, i suoi fuochi indiscreti, ricomparendo alla sommità
-di ciascun flutto, sembravano rivelare che il Dio della fiamma era
-andato a nascondersi nel seno di Anfitrite, la quale tentava invano di
-celare il suo amante fra le pieghe del suo manto azzurro. Il _yacht_
-avanzava rapidamente quantunque in apparenza vi fosse solo abbastanza
-vento per agitare la capigliatura a boccoli di una giovanetta. In piedi
-sulla prua, un uomo d’alta persona, di carnagione bronzina, coll’occhio
-dilatato vedeva venire innanzi a sè la terra sotto la forma di una
-tetra massa disposta a cono, e che usciva dal mezzo dei flutti come un
-immenso cappello alla catalana. — È quella l’isola di Monte-Cristo? —
-domandò con voce grave e marcata da profonda tristezza il viaggiatore,
-agli ordini del quale sembrava che momentaneamente fosse sottoposto il
-piccolo _yacht_.
-
-— Sì, eccellenza, rispose il padrone, noi arriviamo.
-
-— Noi arriviamo! mormorò il viaggiatore con un indefinibile accento di
-melanconia: indi soggiunse a bassa voce:
-
-— Sì, quello sarà il porto. — E ritornò ad immergersi nel suo pensiero
-che traspirava da un sorriso più tristo che non sarebbero state le
-lagrime. Alcuni minuti dopo si scoperse a terra una fiamma che tosto
-si spense, e il rumore di un arme da fuoco giunse fino al _yacht_.
-— Eccellenza, disse il padrone, ecco il segnale di terra, volete
-rispondervi voi stesso? — Che segnale? domandò quegli. — Il padrone
-stese la mano verso l’isola ai fianchi della quale s’avvicinavano,
-isolata e biancastra, additando un largo pennacchio di fumo che
-si squarciava allargandosi. — Ah! sì, diss’egli come se uscisse da
-un sogno; date. — Il padrone gli stese una carabina già carica; il
-viaggiatore la prese, l’alzò lentamente e fece fuoco in aria. Dieci
-minuti dopo si ammainavano le vele, e si gettava l’ancora a 500 passi
-dal porto. La lancia era già in mare con quattro rematori e il pilota;
-il viaggiatore discese, e invece di sedere a poppa, per lui coperta da
-un tappeto, rimase in piedi a prua colle braccia incrociate. I rematori
-aspettavano coi remi alzati, come gli uccelli che si asciugano le ali.
-— Andate! disse il viaggiatore. — Gli otto remi caddero in mare di un
-sol colpo senza far spruzzare una sola goccia di acqua; indi la barca,
-cedendo all’impulsione, strisciò rapidamente. In quel punto giunsero ad
-un piccolo seno formato da scavi naturali; la barca toccò fondo sulla
-fina sabbia. — Eccellenza, disse il pilota, montate sulle spalle di due
-dei nostri uomini, essi vi porteranno a terra.
-
-Il giovine rispose a questo invito con un gesto di completa
-indifferenza, si liberò le gambe dalla barca, e si lasciò calare
-nell’acqua che gli giunse fino alla cintola. — Ah! eccellenza, mormorò
-il pilota, avete fatto male a far così, ci farete sgridare dal nostro
-padrone.
-
-Il giovine continuò ad avanzarsi verso la riva seguendo i due marinari
-che sceglievano il miglior fondo.
-
-Dopo una trentina di passi erano a terra, il giovine scuoteva i piedi
-sopra un terreno secco, e cercava con gli occhi intorno a sè il cammino
-probabile che gli verrebbe indicato, poichè faceva assolutamente notte;
-al momento in cui voltava la testa una mano si posò sulla sua spalla,
-ed una voce lo fece rabbrividire.
-
-— Buon giorno Massimiliano, diceva questa voce, voi siete esatto, io ve
-ne ringrazio.
-
-— Siete voi, conte, gridò il giovine, con un movimento che
-rassomigliava alla gioia, e stringendo con ambe le mani la mano di
-Monte-Cristo.
-
-— Sì, voi lo vedete, così esatto quanto voi stesso; ma voi siete
-grondante, caro amico, bisogna cambiarvi di vestito, come diceva
-Calipso a Telemaco. Venite adunque, vi è per di qua un alloggio
-preparato per voi e nel quale dimenticherete la stanchezza ed il
-freddo. — Monte-Cristo s’accorse che Morrel si voltava, egli aspettò.
-Il giovine infatto, vedendo con sorpresa che non era stata detta una
-parola da quelli che lo avevano là portato, ch’egli non li aveva pagati
-e che ciò non ostante erano partiti. Si sentiva anzi di già il battere
-dei remi della barca che ritornava al piccolo _yacht_.
-
-— Ah! sì, disse il conte, voi cercate i vostri marinari?
-
-— Senza dubbio; io non ho loro dato niente; e ciò non ostante sono
-partiti.
-
-— Non vi occupate di questo, Massimiliano, disse ridendo Monte-Cristo,
-ho un contratto colla marina, perchè gli accessi alla mia isola
-siano franchi da qualunque spesa: sono _abbonato_ come si direbbe nei
-paesi inciviliti. — Morrel guardò il conte con meraviglia. — Conte,
-diss’egli, voi non siete più lo stesso qui che a Parigi.
-
-— In che modo? — Sì, voi ridete. — La fronte di Monte-Cristo si
-corrugò d’un subito: — Avete ragione di richiamare me a me stesso,
-Massimiliano, diss’egli: il rivedervi era per me una felicità ma
-passeggiera.
-
-— Oh! no, no, conte, gridò Morrel stringendogli di nuovo le mani,
-ridete, al contrario, siate felice, e provatemi colla vostra
-indifferenza che la vita non è cattiva che per coloro che soffrono. Oh!
-voi siete caritatevole, siete buono, siete grande, ed è solo per darmi
-coraggio che affettate questa ilarità.
-
-— Vi sbagliate, gli è perchè sono effettivamente contento.
-
-— Allora mi dimenticate, tanto meglio! — In che modo?
-
-— Sì, poichè lo sapete, amico, come diceva il gladiatore entrando nel
-circo al sublime imperatore, io dico a voi: «quello che va a morte, vi
-saluta.»
-
-— Non siete consolato? domandò Monte-Cristo con uno strano sguardo.
-
-— Oh! fece Morrel con uno sguardo pieno d’amarezza, avete creduto
-realmente che io potessi esserlo?
-
-— Ascoltate, disse il conte, voi intendete bene il senso delle mie
-parole, non è vero, Massimiliano? non mi prendete per un uomo volgare,
-per un istrumento che emette dei suoni vaghi e privi di senso? Quando
-io vi domando se siete consolato, vi parlo da uomo pel quale il cuore
-umano non ha più segreti. Ebbene! Morrel, discendiamo insieme nel
-fondo del vostro cuore, ed esploriamolo. Evvi ancora quella impaziente
-foga di dolore che fa balzare il corpo come balza il leone ferito da
-un colpo di moschetto? vi è sempre quella sete divorante che non si
-estingue che nella tomba? vi è ancora quella idealità di dispiacere
-che lancia il vivo fuori della vita, in traccia della morte? ovvero vi
-è soltanto la prostrazione del coraggio spossato, la noia che soffoca
-i raggi di speranza che vorrebbero rilucere? vi è la perdita della
-memoria che produce l’impotenza delle lagrime? Oh! mio caro amico, se
-la cosa è così, se non avete più altre forze che in Dio, altri sguardi
-che nel cielo, Massimiliano, voi siete consolato, non vi lamentate più.
-
-— Conte, disse Morrel con tuono di voce dolce e fermo; ascoltatemi,
-come si ascolta un uomo che parla col dito steso verso la terra, gli
-occhi verso il cielo; io sono venuto vicino a voi per morire fra le
-braccia di un amico. Certamente amo ancora qualcuno: amo mia sorella
-Giulia, amo suo marito Emmanuele; ma ho bisogno che mi si aprano delle
-braccia forti, e che mi si sorrida nell’ultimo mio momento; mia sorella
-si struggerebbe in lagrime e svenirebbe; io vedrei soffrire, ed ho
-sofferto abbastanza: Emmanuele mi strapperebbe l’arme dalle mani e
-riempirebbe la casa delle sue grida; voi, conte, voi di cui io ho la
-parola, mi condurrete dolcemente e con tenerezza, n’è vero, fino alle
-porte della morte?
-
-— Amico, disse il conte, non mi resta ancora che un dubbio; avreste
-voi così poca forza da mettere dell’orgoglio nell’esagerare il vostro
-dolore?
-
-— No, osservate; io sono tranquillo, disse Morrel stendendo la mano
-al conte, e il mio polso non batte nè più forte nè più lentamente
-dell’ordinario: mi ritrovo al termine della mia strada e non andrò di
-più avanti. Voi mi avete parlato di aspettare e di sperare; sapete ciò
-che avete fatto al disgraziato, saggio che siete? io ho aspettato un
-mese, vale a dire ho sofferto un mese di più. Io ho sperato; (l’uomo
-è una povera e miserabile creatura!) che cosa ho sperato? non lo so,
-qualche cosa di sconosciuto, d’assurdo, d’insensato; un prodigio!...
-E quale? Dio solo può dirlo che ha mischiato alla nostra ragione il
-sentimento della speranza. Sì, ho aspettato; ho sperato, e da un quarto
-d’ora che parliamo mi avete cento volte, senza saperlo, torturato e
-lacerato il cuore, poichè ciascuna delle vostre parole mi ha provato
-che non vi era più speranza per me. Oh! conte, quanto riposerò
-dolcemente e voluttuosamente nella morte!
-
-Morrel pronunziò quest’ultime parole con un’esplosione di energia che
-fece fremere il conte.
-
-— Amico mio, continuò Morrel, vedendo che il conte taceva, voi mi
-avete designato il 5 ottobre come termine della dilazione che mi avete
-domandata... amico, oggi è il 5 ottobre... — Morrel cavò l’orologio: —
-Sono nove ore, ho ancora tre ore da vivere.
-
-— Sia, rispose Monte-Cristo, venite. — Morrel seguì macchinalmente
-il conte, ed essi erano già nella grotta che Massimiliano non se ne
-era ancora accorto. Egli trovò i tappeti sotto i suoi piedi, si aprì
-una porta, dolci profumi lo avvilupparono, una viva luce colpì i suoi
-occhi. Morrel si fermò esitando ad inoltrarsi; egli non si fidava
-delle snervate delizie che lo circondavano. Monte-Cristo lo attirò
-dolcemente: — Non fa mestieri, disse il conte, che noi impieghiamo le
-tre ore che ci rimangono come quegli antichi Romani che, condannati
-da Nerone loro imperatore e loro erede, si mettevano a tavola coronati
-di fiori, ed aspiravano la morte tra i profumi delle vainiglie e delle
-rose?
-
-Morrel sorrise: — Come vorrete, disse egli; la morte è sempre morte,
-vale a dire l’oblio, vale a dire il riposo, vale a dire l’assenza
-della vita, e per conseguenza dei dolori della terra. — Egli si assise,
-Monte-Cristo si pose in faccia a lui; erano in quella maravigliosa sala
-da pranzo che abbiam già descritta, e dove statue di marmo portavano
-sulle loro teste cestellini sempre pieni di fiori e di frutti. Morrel
-aveva guardato tutto vagamente, ed era possibile che non avesse veduto
-niente. — Parliamo da uomini, diss’egli guardando fissamente il conte.
-
-— Parlate! rispose questi.
-
-— Conte, riprese Morrel, avete in voi raccolto tutte le conoscenze
-umane, e mi fate l’effetto di essere disceso da un mondo più inoltrato
-e più erudito del nostro.
-
-— Nelle vostre parole vi è qualche cosa di vero, Morrel, disse il conte
-con quel sorriso melanconico che lo faceva così bello: sono disceso da
-un pianeta che si chiama il dolore.
-
-— Io credo tutto ciò che mi dite, senza cercare di approfondirne il
-senso, conte! e la prova si è che voi mi avete detto di sperare, ed
-ho quasi sperato: avrò dunque il coraggio di dirvi come se foste già
-morto una volta: come è doloroso il morire? — Monte-Cristo guardava
-Morrel con una indefinibile espressione di tenerezza. — Sì, disse egli!
-sì, senza dubbio è molto doloroso, se voi troncate brutalmente questo
-mortale inviluppo che domanda ostinatamente di vivere. Se voi fate
-stridere la vostra carne sotto i denti impercettibili di un pugnale! se
-vi trapassate con una palla intelligente, e sempre pronta a scartarsi
-dalla strada del vostro cervello, che il minimo urto addolora,
-certamente voi soffrirete, e lascerete odiosamente la vita, trovandola
-nel mezzo della vostra disperata agonia, migliore che un riposo
-comprato ad un così caro prezzo.
-
-— Sì, lo capisco, disse Morrel, la morte, come la vita, ha i suoi
-segreti di dolore e di voluttà: il tutto dipende dal saperli conoscere.
-
-— Precisamente, Massimiliano, e voi avete detta una gran parola. La
-morte è, a seconda delle cure che noi poniamo nel metterci in bene o in
-male con lei, o una amica che ci culla dolcemente quanto una nutrice,
-o una nemica che strappa violentemente l’anima dal corpo. Un giorno,
-quando il nostro mondo avrà vissuto ancora un migliaio d’anni, quando
-si sarà reso padrone di tutte le forze distruggitrici della natura per
-farle servire al ben essere generale dell’umanità, quando l’uomo saprà,
-come voi desideravate or ora, i segreti della morte, la morte diverrà
-così dolce e così voluttuosa quanto il sonno gustato fra le braccia di
-una diletta consorte.
-
-— E se voi voleste morire, sapreste morire in tal modo? — Sì.
-
-Morrel gli stese la mano. — Capisco ora, diss’egli, perchè mi avete
-dato convegno qui in quest’isola disabitata, nel mezzo dell’Oceano,
-in questo palazzo sotterraneo, sepolcro da destare invidia ad un
-Faraone: gli è perchè voi mi amate, non è vero conte? è perchè mi
-amate abbastanza per darmi una di queste morti di cui parlavate or
-ora, una morte senza agonia, una morte che mi permetta di estinguermi
-pronunziando il nome di Valentina e stringendovi la mano?
-
-— Sì, avete colto al segno Morrel, disse il conte con semplicità, ed è
-così che io la intendo.
-
-— Grazie; l’idea che domani non soffrirò più è soave al mio povero
-cuore.
-
-— Non vi dispiace di niente? domandò Monte-Cristo.
-
-— No! rispose Morrel.
-
-— Neppur di me? domandò il conte con profonda emozione. — Morrel si
-fermò; il suo occhio così puro di repente si oscurò, indi brillò di
-straordinaria luce! una grossa lagrima gli scaturì e scorse scavando
-un solco d’argento sulla sua guancia. — Che! disse il conte, lasciate
-ancora qualche cosa con dispiacere sulla terra, e voi morite!
-
-— Oh! ve ne supplico, gridò Morrel con voce indebolita, non mi dite una
-parola di più conte, non prolungate il mio supplizio. — Il conte credè
-che Morrel si fosse indebolito.
-
-Questa credenza di un momento risuscitò in lui l’orribile dubbio già
-atterrato una volta al castello d’If.
-
-— Io mi occupo, pensò egli, di restituire quest’uomo alla felicità,
-guardo questa restituzione come un peso gettato nella bilancia sul
-piatto opposto a quello in cui ho gettato tanto male. Ora, se io mi
-sbagliassi, se quest’uomo non fosse abbastanza infelice per meritare la
-felicità che gli destino? ahimè che addiverrebbe di me che non posso
-dimenticare il male se non facendo il bene! — indi rivolgendosi a
-Morrel:
-
-— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, io non ho alcun parente al
-mondo, voi lo sapete: mi sono abituato a considerarvi come un mio
-figlio. Ebbene! per salvare questo mio figlio, io sacrificherei la mia
-vita, a più forte ragione, le mie ricchezze.
-
-— Che intendete dire?
-
-— Intendo dire, Morrel, che voi volete lasciare la vita, perchè non
-conoscete tutti i piaceri che la vita concede ai possessori di grandi
-ricchezze. Massimiliano, io posseggo quasi cento milioni, io ve li
-dono; con una simile fortuna voi potrete ottenere qualunque risultato
-vi proporrete. Siete ambizioso? tutte le carriere vi saranno aperte.
-Mettete sotto sopra il mondo, cambiatene la faccia, abbandonatevi ad
-opere insensate, ma vivete.
-
-— Conte, io ho la vostra parola, rispose freddamente Morrel; e,
-aggiunse egli cavando l’orologio, sono le undici e tre quarti. —
-Morrel! ci pensate voi, sotto i miei occhi, nella mia casa?...
-
-— Allora, lasciatemi partire, disse Massimiliano divenuto tetro, oppure
-io crederò che voi non mi amate per me, ma per voi! — E si alzò.
-
-— Sta bene, disse Monte-Cristo, il cui viso si rischiarò a queste
-parole; voi lo volete, Morrel, voi siete inflessibile; sì, siete
-profondamente infelice, e lo avete detto, un miracolo soltanto potrebbe
-guarirvi; sedete adunque, Morrel, e aspettate. — Morrel obbedì;
-Monte-Cristo si alzò a sua volta ed andò a frugare in un armadio chiuso
-diligentemente, di cui portava la chiave sospesa ad una catenella
-d’oro; prese un piccolo bauletto d’argento, maravigliosamente scolpito
-e cesellato. Posò il bauletto sulla tavola: indi aprendolo ne cavò una
-scatola d’oro il cui coperchio si alzava premendo una molla. Questa
-scatola conteneva una sostanza untuosa, quasi solida, di cui il colore
-era indefinibile, mercè il riflesso dell’oro forbito, dei zaffiri, dei
-rubini, e degli smeraldi che contornavano la scatola. Era un miscuglio
-di azzurro, di porpora e d’oro. Il conte prese una piccola quantità
-di questa sostanza con un cucchiaio d’argento dorato, e l’offrì a
-Morrel, fissando su lui un lungo sguardo. Allora si potè vedere che
-questa sostanza era verdastra. — Ecco ciò che voi mi avete domandato,
-diss’egli. Ecco ciò che io vi ho promesso.
-
-— Vivo ancora, disse il giovine, prendendo il cucchiaio dalle mani di
-Monte-Cristo, vi ringrazio dal fondo del mio cuore. — Il conte prese un
-altro cucchiaio, e lo immerse una seconda volta nella scatola d’oro: —
-Che fate voi, amico? domandò Morrel, fermandogli la mano.
-
-— In fede mia, Morrel, credo di esser stanco quanto voi della vita, e
-poichè si presenta l’occasione....
-
-— Fermate! gridò il giovine, voi che amate, voi che siete amato,
-oh! non fate ciò che faccio io; per parte vostra sarebbe un delitto.
-Addio, mio nobile e generoso amico, addio, io vado a dire a Valentina
-tutto ciò che voi avete fatto per me. — E lentamente, senz’altra
-esitazione che una lunga stretta colla mano sinistra, che stendeva al
-conte, Morrel inghiottì, o piuttosto assaporò la misteriosa sostanza
-offerta da Monte-Cristo. Allora entrambi si tacquero. Alì, silenzioso
-ed attento portò il tabacco e le pipe, servì il caffè e disparve.
-Poco a poco le lampade impallidirono nelle mani delle statue di marmo
-che le sostenevano, e i profumi dei vasi sembrarono meno penetranti
-a Morrel. Assiso a lui di faccia, Monte-Cristo lo guardava dal fondo
-dell’ombra, e Morrel non vedeva brillare che gli occhi del conte. Un
-immenso dolore s’impadronì del giovine: sentì la pipa sfuggirgli di
-mano; gli oggetti perdevano la loro forma e il loro colore; i suoi
-occhi turbati vedevano aprirsi come porte e tende nei muri: — Amico,
-diss’egli, io sento che muoio; grazie! — Fece uno sforzo per stendergli
-un’ultima volta la mano, ma la mano ricadde senza forze vicino a lui.
-Allora gli sembrò che Monte-Cristo sorridesse, non più del suo strano
-e spaventoso sorriso che molte volte gli aveva fatto intravvedere i
-misteri di quest’anima profonda, ma colla benevolenza compassionevole
-che i padri hanno pei loro figli irragionevoli. Nello stesso tempo il
-conte ingrandiva ai suoi occhi; la sua persona, quasi raddoppiata si
-disegnava sulle tendine rosse, egli aveva i capelli neri gettati in
-addietro, e compariva in piedi e fiero. Morrel abbattuto e vinto, si
-rovesciò sul divano; un torpore voluttuoso s’insinuò nelle sue vene. Un
-cambiamento d’idee mobilizzò la sua fronte, come una nuova disposizione
-di disegni muove il caleidoscopio. Steso, snervato, anelante, Morrel
-non sentì più niente della vita in lui, se non questo sogno: gli
-sembrava di entrare a gonfie vele in quel vago delirio che precede
-quell’antro sconosciuto, che si chiama morte. Tentò anche una volta di
-stendere la mano al conte, ma questa volta la sua mano non si mosse
-nemmeno; volle articolare un ultimo addio, la sua lingua gli cadde
-pesantemente in gola, come una pietra che chiudesse un sepolcro. I suoi
-occhi carichi di languore si chiusero suo malgrado; però dietro alle
-sue palpebre si agitava un’immagine ch’egli riconobbe ad onta della
-oscurità da cui si credeva avviluppato.
-
-Era il conte che aveva aperta una porta. Tosto un’immensa chiarezza
-irradiò dalla camera vicina, o piuttosto da un palazzo meraviglioso,
-venne inondata di luce la sala ove Morrel si lasciava in braccio alla
-sua dolce agonia. Allora egli vide venire sulla soglia di questa
-sala e sul limitare di queste due camere una donna di meravigliosa
-bellezza. Pallida, e dolcemente sorridente, ella sembrava l’angiolo
-della misericordia. — È forse il cielo che già si apre per me? pensò
-il moribondo; quest’angiolo rassomiglia a quello che ho perduto. —
-Monte-Cristo mostrò col dito alla giovanetta il sofà su cui riposava
-Morrel. Ella si avanzò verso di lui con le mani giunte e il sorriso
-sulle labbra. — Valentina! Valentina! — gridò Morrel nel fondo
-dell’anima sua. Ma la bocca non proferì alcun suono; e, come se
-tutte le sue forze fossero unite in questa emozione interna, mandò un
-sospiro, e chiuse gli occhi. Valentina si precipitò verso di lui. Le
-labbra di Morrel fecero ancor un movimento.
-
-— Egli vi chiama, disse il conte, egli vi chiama dal fondo del suo
-sonno; colui al quale voi avete confidato il vostro destino, dal quale
-la morte ha voluto separarvi! ma io era là per fortuna, ed ho vinta
-la morte! Valentina, d’ora in avanti non dovete separarvi più sulla
-terra! poichè per ritrovarvi, egli si precipitava nella tomba. Senza
-di me, sareste morti entrambi! possa Iddio tenermi a calcolo queste due
-esistenze che ho salvate! — Valentina afferrò la mano di Monte-Cristo,
-ed in uno slancio di gioia irresistibile, la portò alle sue labbra. —
-Oh! ringraziatemi bene, disse il conte, oh! riditemi, senza stancarvi
-di ridirlo, riditemi che io vi ho resa felice! non sapete quanto io
-abbia bisogno di questa certezza.
-
-— Oh! sì, sì, io vi ringrazio con tutta l’anima mia, disse Valentina,
-e se dubitate che i miei ringraziamenti non siano sinceri, ebbene!
-domandate ad Haydée, interrogate la mia sorella prediletta Haydée, che
-dal momento della nostra partenza dalla Francia mi ha fatto aspettare
-pazientemente, parlandomi di voi, e del felice giorno che oggi
-risplende per me.
-
-— Voi dunque amate Haydée? domandò Monte-Cristo con una emozione che si
-sforzava invano di dissimulare.
-
-— Oh! con tutta l’anima mia!
-
-— Ebbene! ascoltate, ho una grazia da chiedervi.
-
-— A me, gran Dio! sarei abbastanza felice per...?
-
-— Sì; voi avete chiamata Haydée vostra sorella, ch’ella lo sia in
-fatto, Valentina; rendete a lei tutto ciò che voi credete di dovere
-a me! proteggetela voi e Morrel, poichè (la voce del conte era vicina
-ad estinguersi nella sua gola), poichè d’ora innanzi ella sarà sola al
-mondo...
-
-— Sola al mondo! ripetè una voce dietro il conte, e perchè? —
-Monte-Cristo si voltò. Haydée era là, ritta, pallida ed agghiacciata,
-guardando il conte con un gesto d’immortale stupore: — Perchè domani,
-figlia mia, tu sarai libera, rispose il conte; perchè tu riprenderai
-nel mondo il posto che ti è dovuto, perchè non voglio che il mio
-destino oscuri il tuo. Figlia di principe! ti restituisco le ricchezze
-ed il nome di tuo padre. — Haydée impallidì, aprì i suoi occhi diafani
-come la vergine che si raccomanda a Dio, e con voce resa rauca per le
-lagrime:
-
-— Dunque, mio signore, tu mi lasci? disse ella.
-
-— Haydée! Haydée! tu sei giovane, tu sei bella; dimentica perfino il
-mio nome, e sii felice!
-
-— Sta bene, disse Haydée, i tuoi ordini saranno eseguiti, mio signore;
-dimenticherò perfino il tuo nome, e sarò felice.
-
-Ella fece un passo in addietro per ritirarsi.
-
-— Oh! mio Dio, gridò Valentina, mentre sosteneva la testa appesantita
-di Morrel sopra la sua spalla, non vedete dunque quant’ella soffre?
-
-Haydée le disse con una espressione dilaniante: — Perchè vuoi dunque,
-sorella mia, che egli mi comprenda? egli è mio padrone, io sono la sua
-schiava; egli ha il diritto di non veder niente. — Il conte fremette
-agli accenti di questa voce che andò a risvegliare per fino le fibre
-più secrete del suo cuore; i suoi occhi s’incontrarono in quelli della
-giovanetta, e non ne poterono sostenere la forza.
-
-— Mio Dio! mio Dio! disse Monte-Cristo, sarebbe dunque vero quanto
-mi lasciate supporre, Haydée? voi dunque sareste felice se non mi
-lasciaste?
-
-— Io sono giovane, amo la vita che tu mi hai resa sempre così dolce, e
-mi dispiacerebbe di morire.
-
-— Ciò dunque vuol dire che se io ti lasciassi, Haydée?...
-
-— Io morirei, mio signore, sì! — Tu dunque mi ami?
-
-— Oh! Valentina, egli chiede se io l’amo! Valentina, digli dunque se tu
-ami Massimiliano!
-
-Il conte sentì il suo petto allargarsi ed il suo cuore dilatarsi, aprì
-le braccia, Haydée vi si slanciò, gettando un grido.
-
-— Oh! sì, io t’amo, diss’ella, t’amo come si ama il padre, il fratello,
-il marito! io t’amo come si ama la vita, perchè tu sei per me il più
-bello, il migliore, il più grande degli esseri creati!
-
-— Ebbene! sia dunque fatto come tu vuoi, angelo mio diletto! disse
-il conte; Dio mi ha suscitato contro i miei nemici, e chi mi ha fatto
-vincitore? Dio! io lo vedo bene. Egli non vuol mettere il pentimento in
-mezzo alla mia vittoria! io voleva punirmi, Dio vuol perdonarmi. Amami
-dunque, Haydée! chi sa? il tuo amore forse mi farà obbliare ciò che è
-necessario che io obblii.
-
-— Ma che dici dunque mio signore? domandò la giovanetta.
-
-— Io dico, che una tua parola, Haydée, mi ha illuminato di più che
-i venti anni della mia saggezza: non ho più che te al mondo, Haydée!
-per te mi riattacco alla vita, per te posso ancora essere felice od
-infelice!
-
-— Lo ascolti tu, Valentina! gridò Haydée, egli dice, che per me può
-soffrire, per me che darei la mia vita per lui!
-
-Il conte si raccolse un minuto: — Ah! io intravedo la verità!
-diss’egli. Oh! Vieni, Haydée, vieni...
-
-E stretta la mano di Valentina disparve con Haydée.
-
-Circa un’ora passò durante la quale anelante, senza voce, cogli occhi
-fissi, Valentina restò vicino a Morrel. Finalmente ella sentì battere
-il cuore di lui, un soffio impercettibile aprì le labbra di lui e quel
-leggero fremito che annunzia il ritorno della vita, percosse tutto il
-corpo del giovine.
-
-Finalmente gli occhi si riaprirono, ma sulle prime fissi e come
-insensati; indi gli ritornò la vista, precisa, reale; colla vista il
-sentimento, e col sentimento il dolore: — Oh! gridò egli coll’accento
-della disperazione, io vivo ancora, il conte mi ha ingannato! e stese
-la mano sulla tavola, ed afferrò un coltello.
-
-— Amico, disse Valentina col suo adorabile sorriso, svegliati adunque,
-e guarda dalla mia parte.
-
-Morrel mandò un gran grido, e, delirante, pieno di dubbio, come
-abbagliato da una visione celeste, cadde alle ginocchia di lei.
-
-La dimane ai primi raggi del giorno, Morrel e Valentina passeggiavano
-sotto il braccio l’uno dell’altro, sulla spiaggia. Valentina raccontava
-a Morrel in che modo Monte-Cristo era apparso nella sua camera, come le
-aveva tutto svelato, come le aveva fatto toccar col dito il delitto, e
-come finalmente l’avea miracolosamente salvata dalla morte, lasciando
-credere a tutti ch’ella era morta realmente.
-
-Essi avevano ritrovata aperta la porta della grotta, ed erano usciti;
-il cielo lasciava ancora risplendere sul suo azzurro mattutino le
-ultime stelle della notte. Allora Morrel scoprì, nella penombra di
-un gruppo di rocce, un uomo che aspettava un segnale per inoltrarsi;
-egli lo mostrò a Valentina: — Ah! è Jacopo! diss’ella, il capitano del
-_yacht_.
-
-E con un gesto ella lo chiamò.
-
-— Avete qualche cosa a dirci? domandò Morrel.
-
-— Ho da rimettervi questa lettera per parte del conte.
-
-— Del conte! esclamarono entrambi i giovani.
-
-— Sì, leggete. — Morrel aprì la lettera e lesse:
-
- «Mio caro Massimiliano,
-
- «Ritroverete per voi una feluca all’ancora, Jacopo vi condurrà a
- Livorno, ove il sig. Noirtier aspetta sua nipote, che egli vuol
- benedire prima che vi segua all’altare. Tutto ciò che è in questa
- grotta, amico mio, la mia casa ai Campi-Elisi e il mio piccolo
- castello di Trèport sono i regali di nozze che fa Edmondo Dantès
- al figlio del suo padrone Morrel; Madamigella de Villefort vorrà
- bene prenderne la metà, poichè la supplico di dare ai poveri
- di Parigi tutte le ricchezze che le possono venire dal lato di
- suo padre divenuto demente, e dal lato di suo fratello morto in
- settembre con sua madre.
-
- «Dite all’angiolo che veglierà sulla vostra vita, Morrel,
- di pregare qualche volta per un uomo che, simile a Satana,
- follemente per un momento si è creduto uguale a Dio, e che ha
- riconosciuto, con tutta l’umiltà di un cristiano, che nelle mani
- soltanto di Dio sta il supremo potere e la infinita sapienza.
- Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi ch’egli porta seco
- nel fondo del suo cuore.
-
- «In quanto a voi, Morrel, ecco tutto il segreto della condotta
- che ho tenuto verso voi: non vi è nè felicità nè infelicità
- in questo mondo, vi è soltanto il paragone di uno stato ad un
- altro, ecco tutto. Quello che ha provato l’estremo infortunio è
- atto a gustare la suprema felicità. Bisogna aver voluto morire,
- Massimiliano, per sapere qual bene è il vivere.
-
- «Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e
- non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà
- di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà
- riposta in queste due parole: _Aspettare e sperare._
-
- Vostro amico
- EDMONDO DANTÈS
- _Conte di Monte-Cristo_.»
-
-Durante la lettura di questa lettera, che le apprendeva la follia di
-suo padre e la morte di suo fratello, morte e follia ch’ella ignorava,
-Valentina impallidì, un doloroso sospiro le sfuggì dal petto, e lagrime
-non meno pungenti per essere silenziose scorsero sulle sue guance;
-la sua felicità le costava ben cara! Morrel guardò intorno a sè con
-inquietudine: — Ma, diss’egli, in verità il conte esagera la sua
-generosità; Valentina si contenterà della mia modesta fortuna. Dov’è il
-conte, amico mio? conducetemi a lui.
-
-Jacopo stese la mano verso l’orizzonte.
-
-— Che! che volete dire? domandò Valentina; dov’è il conte? dov’è Haydée?
-
-— Guardate, disse Jacopo. — Gli occhi dei due giovani si fissarono
-sulla linea indicata dal marinaro; e sulla linea di un blu cupo che
-separava all’orizzonte il cielo dal Mediterraneo, si scoperse una
-bianca vela, grande come l’ala di un gabbiano.
-
-— Partito! gridò Morrel; partito! Addio, amico mio, addio padre mio.
-
-— Partita! mormorò Valentina. Addio, amica mia! addio sorella mia!
-
-— Chi sa se li rivedremo mai più? disse Morrel asciugandosi una lagrima.
-
-— Amico mio, disse Valentina, il conte non ci ha egli lasciato scritto
-che l’umana saggezza tutta intera sta riposta in queste due parole:
-_Aspettare e sperare_?
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Capitolo Pag.
- I. Marsiglia — L’arrivo 1
- II. Il padre ed il figlio 5
- III. I Catalani 8
- IV. Il complotto 13
- V. Il pranzo degli sponsali 16
- VI. Il sostituto del procuratore del Re 22
- VII. L’interrogatorio 27
- VIII. Il castello d’If 32
- IX. La sera degli sponsali 38
- X. Il piccolo gabinetto delle Tuglierie 41
- XI. Il lupo di Corsica 43
- XII. Il padre ed il figlio 46
- XIII. I Cento Giorni 50
- XIV. Il prigioniero furioso ed il prigioniero
- pazzo 54
- XV. Il numero 34 ed il numero 27 59
- XVI. Lo scienziato 67
- XVII. La camera dello scienziato 71
- XVIII. Il tesoro 80
- XIX. Il terzo accesso 85
- XX. Il cimitero del castello d’If 89
- XXI. L’isola di Tiboulen 92
- XXII. I contrabbandieri 98
- XXIII. L’isola di Monte-Cristo 101
- XXIV. L’abbagliamento 105
- XXV. Lo sconosciuto 109
- XXVI. L’albergo del ponte di Gard 112
- XXVII. Il racconto 119
- XXVIII. I registri delle prigioni 124
- XXIX. La casa Morrel 127
- XXX. Il 5 settembre 134
- XXXI. Italia — Sindbad il marinaro 141
- XXXII. Risvegliamento 152
- XXXIII. I briganti 155
- XXXIV. Le apparizioni 167
- XXXV. Il patibolo 177
- XXXVI. Il Carnevale di Roma 184
- XXXVII. Le catacombe di San Sebastiano 193
- XXXVIII. Il convegno 201
- XXXIX. La colazione 204
- XL. La presentazione 220
- XLI. Bertuccio 226
- XLII. La casa d’Auteuil 228
- XLIII. La vendetta 232
- XLIV. La pioggia di sangue 242
- XLV. Il credito illimitato 248
- XLVI. La pariglia grigio-pomellata 253
- XLVII. Ideologia 259
- XLVIII. Haydée 264
- IL. La famiglia Morrel 265
- L. Piramo e Tisbe 270
- LI. Tossicologia 275
- LII. Roberto il diavolo 282
- LIII. Alto e basso dei fondi 289
- LIV. Il maggiore Cavalcanti 294
- LV. Andrea Cavalcanti 298
- LVI. Il recinto a trifoglio 303
- LVII. Il signor Noirtier de Villefort 308
- LVIII. Il testamento 312
- LIX. Il telegrafo 315
- LX. Mezzo di liberare un giardiniere dai
- ghiri che gli mangiano le pesche 320
- LXI. I fantasmi 324
- LXII. Il pranzo 328
- LXIII. Il mendico 333
- LXIV. Scena coniugale 338
- LXV. Disegni di matrimonio 342
- LXVI. Il gabinetto del procurator del Re 347
- LXVII. Un ballo in estate 352
- LXVIII. Le informazioni 355
- LXIX. La festa di ballo 359
- LXX. Il pane ed il sale 363
- LXXI. La signora di Saint-Méran 365
- LXXII. La promessa 370
- LXXIII. La tomba della famiglia Villefort 383
- LXXIV. Processo verbale 388
- LXXV. I progressi del sig. Cavalcanti figlio 394
- LXXVI. Haydée 399
- LXXVII. Ci scrivono da Giannina 408
- LXXVIII. La limonata 416
- LXXIX. L’accusa 421
- LXXX. La camera del fornaio in ritiro 424
- LXXXI. La rottura 432
- LXXXII. La mano di Dio 438
- LXXXIII. Beauchamp 441
- LXXXIV. Il viaggio 444
- LXXXV. Il giudizio 450
- LXXXVI. La provocazione 456
- LXXXVII. L’insulto 459
- LXXXVIII. La notte 464
- LXXXIX. L’incontro 468
- XC. La madre ed il figlio 473
- XCI. Il suicidio 476
- XCII. Valentina 481
- XCIII. La confessione 484
- XCIV. Il padre e la figlia 490
- XCV. Il contratto 494
- XCVI. La strada del Belgio 500
- XCVII. L’albergo della Campana e della Bottiglia 504
- XCVIII. La legge 508
- IC. L’apparizione 513
- C. Locusta 517
- CI. Valentina 519
- CII. Massimiliano 522
- CIII. La firma di Danglars 527
- CIV. Il cimitero del Padre Lachaise 532
- CV. La divisione 538
- CVI. La fossa dei leoni 546
- CVII. Il giudice 549
- CVIII. Le Assise 554
- CIX. L’atto d’accusa 557
- CX. L’espiazione 560
- CXI. La partenza 564
- CXII. La casa dei viali di Meillan 567
- CXIII. Il passato 570
- CXIV. Peppino 576
- CXV. La carta di Luigi Vampa 582
- CXVI. Il perdono 585
- CXVII. Il cinque ottobre 587
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] _Monte-Cristo, piccola isola del mar Tirreno sulla costa
-occidentale del Granducato di Toscana vicino a Gianuti a 14 leghe dalla
-provincia di Siena da cui dipende, e a 10 leghe Sud dall’isola d’Elba.
-Lat. Nord 42° 20′ 26″ long. E. 7° 57′ 55″, anticamente detta_ Oglaia.
-(_Nota del Trad. Napol._)
-
-[2] _Ognun sa che in Italia, forse più che altrove, le donne non
-solo del mezzo ceto, ma anche del ceto infimo ricevono o per mezzo di
-istituti particolari, o per mezzo degli Asili Infantili, quella decente
-educazione scevra da ogni caricatura che può giungere a formare delle
-oneste mogli ed eccellenti madri di famiglia. Questa è cosa ormai
-tanto conosciuta che l’asserzione del sig. Dumas ha ben poca figura
-in confronto ai continui elogi, che uomini di merito e coscienziosi,
-tanto Italiani che esteri, elargiscono a quella non piccola classe
-di persone di ambo i sessi che in Italia si occupa per l’incremento
-dell’educazione, in ispecie delle donne. (T.)_
-
-[3] _Io credo ora ai banditi Italiani._
-
-[4] _I francesi chiamano _baignoire_ alcuni palchi del piano terreno,
-che sono chiusi sul davanti da un graticcio; genere di palchi poco
-morale, ma tutto proprio del teatro francese. (T.)_
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-L'ortografia originale è stata mantenuta, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici (soprattutto incoerenze nei nomi dei
-personaggi, le cui diverse varianti sono state riportate alla
-stessa grafia). È stato necessario apportare numerose correzioni
-alla punteggiatura, in particolare nei dialoghi, per rendere più
-comprensibile il testo.
-
-Per comodità di lettura un indice è stato creato a fine volume.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CONTE DI MONTE-CRISTO ***
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