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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Il Conte di Monte-Cristo - -Author: Alexandre Dumas - -Release Date: May 20, 2021 [eBook #65391] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at - http://www.pgdp.net (This file was produced from images made - available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CONTE DI MONTE-CRISTO *** - - IL CONTE - - DI - - MONTE-CRISTO - - - DI - - Alessandro Dumas - - - Volume Unico - - - - NAPOLI - PER FRANCESCO ROSSI - Trinità Maggiore, num. 6 - — - 1850 - - - - -IL CONTE DI MONTE-CRISTO - - -DI - -ALESSANDRO DUMAS - - - - -I. — MARSIGLIA — L’ARRIVO. - - -Il 28 Febbraio 1815 la vedetta della Madonna della guardia dette il -segnale della nave a tre alberi il _Faraone_ che veniva da Smirne, -Trieste e Napoli. Come è d’uso, un pilota costiere si partì tosto dal -porto, e passando vicino al castello d’If, recossi a bordo del naviglio -fra il capo di Morgiou, e l’isola di Rion. Quindi, come parimente è -uso, la piattaforma del forte San Giovanni si ricoprì di curiosi; -poichè è sempre un avvenimento di grande importanza a Marsiglia -l’arrivo di un bastimento, soprattutto poi quando questo sia stato -come il _Faraone_, costrutto, attrezzato, stivato nei cantieri della -vecchia _Phocée_, ed appartenga ad un armatore della città. Frattanto -il naviglio avanzava; aveva felicemente superato lo stretto formatosi -da qualche scossa vulcanica fra l’isola di Calasareigne e quella di -Jaros; ed oltrepassato Pomègue, procedeva col suo gran corpo sotto -le tre gabbie in relinga, ma tanto lentamente, e con andamento sì -tristo, che i curiosi, con quell’istinto che presagisce le disgrazie, -l’un l’altro si domandavano quale infortunio fosse accaduto a bordo. -Ciò non pertanto gli esperti alla navigazione riconoscevano che se un -qualche accidente era avvenuto, questo non sarebbe stato al materiale -del bastimento, poichè se procedeva lentamente lo faceva peraltro -con tutte le condizioni di un naviglio eccellentemente governato. La -sua ancora era gettata, i pennoni di bompresso abbassati, e vicino al -pilota che si prestava a dirigere il _Faraone_ nella stretta entrata -del porto di Marsiglia, stava un giovinotto di rapido gestire, che -con occhio vivo invigilava ciascun movimento del naviglio, e ripeteva -ogni ordine del pilota. La vaga inquietezza che commoveva la folla -aveva particolarmente turbato uno degli accorsi alla spianata di San -Giovanni, di modo che egli senza attendere l’entrata del bastimento nel -porto, saltò in una barchetta, ordinando di vogare avanti al _Faraone_, -cui raggiunse rimpetto all’ansa di riserva. Il giovine marinaio vedendo -giungere quest’uomo, lasciò il suo posto a lato del pilota, e venne -col cappello in mano, ad appoggiarsi al parapetto del bastimento. -Era costui un giovine di vent’anni circa, alto, snello, con occhi -neri, e capelli color dell’ebano. Vi si scorgeva in tutta la persona -quell’aspetto di calma e di risoluzione degli uomini avvezzi fin dalla -loro infanzia a lottare coi perigli. - -— Ah! siete voi, Dantès? gridò l’uomo dalla barca; che è mai accaduto, -e perchè quest’aria di tristezza sparsa su tutto il bordo? - -— Una gran disgrazia, signor Morrel, rispose il giovinotto, una gran -disgrazia particolarmente per me. All’altezza di Civitavecchia abbiamo -perduto il bravo Capitano Leclerc. - -— Ed il carico? domandò vivamente l’armatore. - -— È giunto a buon porto, sig. Morrel, e sono persuaso che sotto questo -riguardo voi sarete contento. Ma il povero Capitano Leclerc.... - -— Che gli è dunque accaduto? domandò l’armatore con un aspetto -notabilmente rallegrato. - -— È morto. - -— Caduto in mare? - -— No, signore, morto di una febbre cerebrale in mezzo ad orribili -patimenti. — Poi volgendosi verso l’equipaggio. - -— Olà eh! disse egli, ciascuno al suo posto per l’ancoraggio. -L’equipaggio ubbidì. Nel medesimo momento gli otto o dieci marinari -che lo componevano si slanciarono chi sulle scotte, chi sui bracci, -e chi infine agl’imbrogli del trinchetto e delle altre vele. Il -giovine marinaio gettò uno sguardo non curante al cominciamento della -manovra, e vedendo che si eseguivano i suoi ordini, ritornò al suo -interlocutore. - -— E come accadde adunque questa disgrazia? continuò l’armatore -riprendendo la conversazione al punto in cui il giovine marinaio -l’aveva interrotta. - -— Ahimè! nel modo più imprevisto. Dopo un lungo colloquio col -comandante del porto, il Capitano Leclerc abbandonò Napoli molto -turbato: in capo a ventiquattro ore fu colto dalla febbre, e tre -giorni dopo era morto. Noi gli abbiamo resi gli ordinarii funerali, -ed ora riposa decentemente avviluppato in una branda con una palla da -36 ai piedi ed una alla testa all’altezza dell’Isola del Giglio; ne -riportiamo alla vedova la croce d’onore e la spada. Ov’era il fastidio, -continuava il giovinotto con un sorriso malinconico, di fare per dieci -anni la guerra agl’Inglesi per arrivare poi a morire come tutti gli -uomini nel suo letto! - -— Peccato! che volete, Edmondo? riprese l’armatore che sembrava -consolarsi sempre più, siamo tutti mortali, e bisogna pure che i -vecchi cedano il posto ai giovani; senza di ciò non vi sarebbe più -avanzamento, ed al momento che voi mi assicurate che il carico... - -— È in buono stato sig. Morrel, ve ne assicuro. Ecco un viaggio che -io vi consiglio di non iscontare per 25mila franchi di guadagno. — Poi -come era passata la Torre Rotonda: - -— Lesti a caricare le vele dei pennoni, il flocco e la bregantina, -— comandò il giovine marinaio. L’ordine venne eseguito quasi colla -stessa celerità che sur un bastimento da guerra. — Ammaina, e carica -in ogni luogo! — All’ultimo comando tutte le vele si abbassarono, ed -il naviglio si avanzò in un modo quasi insensibile, non camminando più -che per l’impulso ricevuto. — Ora se voi volete salire, sig. Morrel, -disse Dantès, vedendo l’impazienza dell’armatore, ecco qui il vostro -scrivano Danglars che esce dal suo camerino, e che vi darà tutte -le notizie che potete desiderare; quanto a me bisogna che invigili -l’ancoraggio e che metta la nave a lutto. — L’armatore non se lo fe’ -ripetere due volte, afferrò una gomena che gli gettò Dantès, e con una -sveltezza che avrebbe fatto onore ad un uomo di mare, salì gli scalini -inchiodati sporgenti sul fianco del bastimento, mentre che l’altro, -ritornando al suo posto di secondo, cedeva la conversazione a colui -che aveva annunziato sotto il nome di Danglars, il quale uscendo dal -suo gabinetto si avanzava in fatto verso l’armatore. Il sopraggiunto -era un uomo di 25 a 26 anni di figura molto cupa, ossequioso verso i -suoi superiori, insolente coi sottoposti, cosicchè oltre il suo ufficio -di computista, che è di per se stesso un motivo di avversione pei -marinari, egli era tanto malveduto dall’equipaggio, quanto al contrario -Dantès n’era amato. - -— Ebbene? sig. Morrel, disse Danglars, voi sapete già la disgrazia, n’è -vero? - -— Sì, sì povero capitano Leclerc! era un bravo ed onest’uomo. - -— E soprattutto un eccellente uomo di mare, invecchiato fra il cielo -e l’acqua, come si conviene ad un uomo incaricato degli affari di una -casa così importante, come la casa Morrel e Figlio. - -— Ma, disse l’armatore tenendo gli occhi rivolti a Dantès che cercava -il punto del suo ancoraggio, ma mi sembra che non faccia d’uopo essere -tanto vecchio marinaio quanto voi dite, Danglars, per conoscere ben -bene il suo mestiere. Ecco il nostro amico Edmondo che fa il suo, e mi -sembra in vero che non ha bisogno di chiedere consigli ad alcuno. - -— Sì, disse Danglars gettando su Dantès uno sguardo obliquo in cui -balenò un lampo d’odio, sì, questi è giovane, e perciò non teme -di nulla. Appena morto il capitano, egli assunse il comando senza -consultare alcuno, e ci ha fatto perdere un giorno e mezzo all’Isola -d’Elba invece di ripiegare direttamente a Marsiglia. - -— Quanto al prendere il comando del naviglio, disse l’armatore, era -suo dovere come secondo; quanto al perdere un giorno e mezzo all’Isola -d’Elba, egli ha fatto male, a meno che il naviglio non avesse avuto -qualche avaria da riparare. - -— Il naviglio stava bene come sto io, e come desidero che voi stiate -sempre, signor Morrel, e questa giornata e mezzo fu perduta per un -capriccio, pel solo piacere di andare a terra. - -— Dantès, disse l’armatore volgendosi verso il giovinotto, venite qui. - -— Perdono, signore, disse Dantès; io sarò da voi fra un momento. — Poi -indirizzandosi all’equipaggio: — Date fondo! diss’egli. L’ancora cadde, -e la catena scorse con rumore. - -Dantès restò al suo posto, malgrado la presenza del pilota, fino a -che fu compita questa manovra, dopo di che: — Abbassate la fiamma a -mezz’albero, disse; la bandiera in derno, incrociate le antenne! - -— Voi vedete, disse Danglars, egli si crede, sulla mia parola, di già -Capitano. - -— E lo è difatto, disse l’armatore. - -— Sì, sig. Morrel, salva la vostra sottoscrizione e quella del vostro -socio. - -— Diamine! perchè non lo lascerem noi a tal posto? disse l’armatore, -egli è giovine, lo so bene, ma mi sembra atto alla bisogna, e molto -esperimentato nel suo mestiere. - -Una nube passò sulla fronte di Danglars. - -— Perdono, sig. Morrel, disse Dantès avvicinandosi, ora che il -bastimento è ancorato, eccomi ai vostri ordini. Voi mi avete, cred’io, -chiamato? - -Danglars fece un passo indietro. - -— Io voleva domandarvi il perchè vi siete fermato all’Isola d’Elba. - -— Lo ignoro io stesso: fu per eseguire un ultimo comando del Capitano -Leclerc, che morendo mi aveva confidato un plico pel gran Maresciallo -Bertrand. - -— Avete voi dunque veduto il gran maresciallo, Edmondo? - -— Sì. — Morrel si guardò attorno e tirò da un canto Dantès. - -— E come sta l’Imperatore, domandò egli vivamente. - -— Bene, per quanto ne ho potuto giudicare coi miei propri occhi. - -— Avete veduto adunque anche l’Imperatore? - -— Egli entrò dal Maresciallo mentre vi era io. - -— E gli avete parlato? - -— Cioè, fu egli che parlò a me, disse Dantès sorridendo. Mi fece delle -interrogazioni sul bastimento, sul tempo della partenza da Marsiglia, -sul viaggio che avea fatto, e sul carico che portava. Io credo che se -questo fosse stato vuoto, e che io ne fossi stato il padrone, la sua -intenzione sarebbe stata quella di farne acquisto. Ma io gli dissi che -non era che un semplice secondo, e che il bastimento apparteneva alla -casa Morrel e figlio. «Ah! diss’egli, io la conosco. I Morrel sono -armatori di padre in figlio ed ho conosciuto un Morrel, che serviva con -me nello stesso reggimento quando era di guarnigione a Valenza». - -— È vero! gridò l’armatore tutto contento. Era Policar Morrel, mio -zio, che divenne capitano. Dantès, direte a mio zio che l’Imperatore -si è risovvenuto di lui, e vedrete piangere il vecchio brontolone. -Andiamo, andiamo, continuò l’antico armatore battendo amichevolmente -la mano sulla spalla del giovinotto; voi avete fatto bene ad -eseguire le istruzioni del capitano Leclerc, e di fermarvi all’Isola -d’Elba quantunque se si sapesse che voi avete consegnato un plico -al Maresciallo e parlato coll’imperatore, ciò potrebbe mettervi in -rischio. - -— Come volete voi che ciò avvenga? disse Dantès: io non so neppure -ciò che ho portato, e l’Imperatore non mi ha fatto che quelle -interrogazioni che avrebbe dirette a chiunque. Ma perdono! riprese -Dantès, ecco la Sanità e la Dogana che giungono: Voi permettete, n’è -vero? - -— Fate fate, mio caro Dantès. - -Il giovinotto si allontanò, ed a misura ch’egli si allontanava, -Danglars si accostava. — Sembra, diss’egli che abbia addotto buone -ragioni sulla sua sosta a Porto Ferrajo? - -— Eccellenti, mio caro Danglars. - -— Ah! tanto meglio rispose questi, poichè è sempre cosa dispiacevole di -vedere un camerata che non fa il proprio dovere. - -— Dantès ha fatto il suo, rispose l’armatore, e non v’è nulla che dire. -Fu il capitano Leclerc, che gli ordinò questa sosta. - -— A proposito del capitano Leclerc, vi ha egli rimessa una sua lettera? - -— A me? no. Ne aveva egli dunque? - -— Io mi credeva che oltre il piego, il capitano Leclerc gli avesse -confidata questa lettera. - -— Di qual piego intendete voi parlare? - -— Di quello che Dantès ha depositato nel passar da Porto Ferrajo. - -— E come lo sapete? - -Danglars arrossì. — Io passava davanti la porta del capitano che era -socchiusa e vidi rimettere a Dantès il piego e la lettera. - -— Egli non me ne ha parlato, disse l’armatore, ma se ha questa lettera -me la consegnerà. - -Danglars riflettè un istante: — Allora, sig. Morrel, vi prego, di non -parlare di ciò a Dantès; mi sarò ingannato. - -In questo momento il giovinotto fece ritorno. Danglars si allontanò. — -Ebbene? mio caro Dantès siete libero? domandò l’armatore. - -— Sì, o signore, ho dato alla Dogana la lista delle vostre mercanzie, e -quanto alla consegna, essa avea inviato col pilota costiere un uomo al -quale ho rimesso le mie carte. - -— Voi dunque non avete più nulla a far qui? - -Dantès gettò uno sguardo rapido intorno a sè. — No, qui tutto è in -ordine. - -— Potete dunque venire a pranzo con noi. - -— Scusatemi, signor Morrel, ve ne prego, ma la prima mia visita la -debbo a mio padre. Non sono però meno riconoscente all’onore che mi -fate. - -— È giusto, Dantès, so che siete un buon figlio. - -— E...., domandò Dantès con una certa esitazione, sta bene mio padre, -per quel che voi ne sappiate? - -— Io credo di sì, quantunque non l’abbia veduto. - -— Sì, egli si tiene ritirato nella sua cameretta. - -— Ciò prova per lo meno, che non ha avuto bisogno di nulla durante la -vostra assenza. - -Dantès sorrise. — Mio padre è altiero, o signore, e quand’anche egli -fosse stato sprovveduto di tutto, non si sarebbe rivolto a chiedere -cosa alcuna a chicchessia, eccetto che a Dio. - -— Ebbene! dopo questa prima visita, noi calcoliamo su voi. - -— Scusatemi di nuovo, sig. Morrel, ma dopo questa prima visita, io ne -ho un’altra che non mi sta meno a cuore. - -— Ah! è vero, Dantès, dimenticava che vi è ai Catalani qualcuno che -deve aspettarvi con non minore impazienza di vostro padre. È la bella -Mercedès. (Dantès arrossì). Ah! ah! disse l’armatore, non sorprende -più ch’ella sia venuta tre volte a domandare le notizie del _Faraone_. -Perbacco! Edmondo voi non siete da compiangere, avete una graziosa -amica. - -— Ella non è mia amica, è mia fidanzata. - -— Qualche volta è tutt’uno, disse ridendo l’armatore. - -— Ma non per noi, rispose Dantès. - -— Andiamo, andiamo! non voglio trattenervi di più. Voi avete fatto -sufficientemente bene i miei affari, e debbo lasciarvi l’agio di fare i -vostri. Avete voi bisogno di danaro? - -— No, signore, io ho tutti i miei stipendi del viaggio, cioè quasi tre -mesi di paga. - -— Voi siete un giovinotto regolato, Edmondo! - -— Aggiungete che ho un padre povero, sig. Morrel. - -— Sì, sì, so che siete un buon figliuolo! andate dunque a vedere vostro -padre. Io pure ho un figlio, e non saprei perdonarla a colui che dopo -tre mesi di viaggio lo trattenesse lontano da me. - -— Dunque voi permettete? disse il giovinotto salutandolo. - -— Sì, non avete altro a dirmi?... Il Capitano Leclerc non vi ha dato -morendo alcuna lettera per me? - -— Gli sarebbe stato impossibile di scrivere; ma ciò mi ricorda che io -avrei un congedo di qualche giorno a domandarvi. - -— Per prender moglie? - -— Per primo... poi per andare a Parigi. - -— Bene! bene! voi prenderete il tempo che vorrete, Dantès. Non si -occuperanno meno di sei settimane per iscaricare il bastimento, e non -rimetteremo in mare prima di tre mesi. Sarà però d’uopo che vi troviate -qui fra tre mesi. Il _Faraone_, continuò l’armatore battendo sulla -spalla del giovine marinaio, non potrebbe mettere alla vela senza il -suo Capitano. - -— Senza il suo Capitano! esclamò Dantès cogli occhi sfavillanti -di gioia. Ponete ben mente a ciò che mi dite, poichè voi vi fate -mallevadore delle più segrete speranze del mio cuore; avreste voi -intenzione di nominarmi Capitano del _Faraone_? - -— Se io fossi solo, vi stenderei la mano, mio caro Dantès, e vi direi: -è fatto, ma io ho un socio, e voi sapete l’antico proverbio Italiano: -_che ha un padrone chi ha un compagno_; la metà della faccenda però -è fatta, per lo meno, poichè sopra due voti, voi ne avete di già uno. -Fidatevi di me per aver l’altro, ed io farò quanto potrò di meglio. - -— Oh! Sig. Morrel, esclamò il giovine _marinaio_ stringendo colle -lagrime agli occhi le mani dell’armatore; vi ringrazio in nome di mio -padre e di Mercedès. - -— Va bene! va bene, Edmondo, vi ha un Dio in cielo per la brava gente; -andate a vedere vostro padre e Mercedès; poi ritornate da me. - -— Non volete voi che vi riconduca a terra? - -— No, grazie, rimango a regolare i miei conti con Danglars. Siete voi -rimasto contento di lui durante il viaggio? - -— Secondo il senso che voi date a questa interrogazione; se si tratta -come buon camerata, no, perchè io credo ch’egli non m’ami: dal giorno -in cui ebbi la debolezza, in conseguenza di una contesa che avemmo -assieme, di proporgli che ci fermassimo dieci minuti all’Isola di -Monte-Cristo per terminarla, proposizione che io ebbi torto di fargli e -che egli ebbe ragione di rifiutare; se poi è come scrivano che mi fate -questa domanda, credo che non vi sia nulla a dire, e sarete contento -del modo con cui ha fatto il suo dovere. - -— Ma, domandò l’armatore, se voi foste Capitano del _Faraone_, -conservereste Danglars con piacere? - -— Capitano, o secondo, rispose Dantès, avrò sempre i più grandi -riguardi per coloro che possederanno la confidenza dei miei armatori. - -— Andiamo, andiamo, Dantès, vedo bene che siete un bravo giovinotto su -tutti i riguardi. Non voglio più a lungo trattenervi; andate, poichè -siete sulle spine. - -— A rivederci, sig. Morrel, e mille ringraziamenti. - -Il giovine marinaio balzò nella lancia, andò a sedersi a poppa e -ordinò di approdare alla Cannebière. Due marinai si piegarono tosto -sui loro remi e la barca fuggì con quella rapidità che è possibile in -mezzo alle mille barche, le quali ingombrano quella specie di angusta -strada che conduce fra due file di navigli, dall’entrata del porto -allo scalo d’Orléans. L’armatore sorridendo lo seguì cogli occhi fino -alla spiaggia, lo vide saltare sui gradini dello scalo e perdersi -tosto in mezzo alla folla variopinta, che dalle cinque del mattino -alle nove della sera ingombra questa famosa strada della Cannebière, -i cui Phocéens moderni sono tanto orgogliosi, che dicono con la più -gran serietà del mondo e con quell’accento che imprime tanto carattere -a ciò che dicono «Se Parigi avesse la Cannebière, sarebbe una piccola -Marsiglia.» Rivolgendosi, l’armatore vide Danglars, che in apparenza -sembrava attendere i suoi ordini, ma che in fatto seguiva come lui il -giovine marinaio collo sguardo. V’era però grandissima diversità nella -espressione di questo doppio sguardo diretto sul medesimo individuo. - - - - -II. — IL PADRE ED IL FIGLIO. - - -Lasciamo Danglars, alle prese col genio dell’odio, cercare di gettare -contro il suo camerata qualche maligna supposizione all’orecchio -dell’armatore, e seguiamo Dantès, che dopo aver percorsa la Cannebière -in tutta la sua lunghezza, prende la contrada Nouaille, entra in una -piccola casa sita alla sinistra dei viali di Meillan, sale i quattro -piani di una scala oscura e attenendosi con una mano al mantegno, -comprime coll’altra i battiti del cuore, e si arresta davanti una -porta socchiusa, che lascia vedere fino al fondo una piccola camera: -in essa stava il padre di Dantès. La notizia dell’arrivo del _Faraone_ -non era ancor giunta al vecchio che salito sur una cassa, era occupato -a piantare delle cannucce sopra cui adattava con mano tremante alcuni -nasturzi misti a clematidi che si arrampicavano lungo la pergola della -finestra. Ad un tratto si sentì circondare il corpo da due braccia, -ed una voce ben conosciuta gridare dietro a sè: — Mio padre! mio buon -padre. Il vecchio gettò un grido e si volse; poi vedendo suo figlio, si -lasciò cadere tra le braccia di lui tremante e pallido. - -— Che avete dunque o padre? sareste voi ammalato? - -— No, mio caro Edmondo, mio figlio, mio caro figlio, no: ma io non ti -aspettava, e la gioia, la sorpresa di rivederti così all’improvviso... -Dio, Dio... mi sembra di morire... - -— Coraggio! rimettetevi, o padre. Sono io, io stesso. Si dice sempre -che la gioia non nuoce; ed è perciò che sono entrato così senza farvi -preparare; guardatemi, sorridetemi in vece di osservarmi con occhi -spaventati. Io ritorno e noi saremo felici. - -— Ah! tanto meglio, o figlio, riprese il vecchio. Ma in qual modo -possiamo noi essere felici? tu adunque non mi abbandoni più? Vediamo, -raccontami le tue fortune. - -— Che il signore mi perdoni, disse il giovinotto, di allegrarmi di una -fortuna che faccio col lutto di una famiglia: ma il cielo m’è testimone -che io non l’ho desiderato! Essa mi giunge, ed io non ho forza di -affliggermene. Il bravo Capitano Leclerc è morto, ed è probabile che -colla protezione del Sig. Morrel, io vada al suo posto... Capitano a -venti anni! con cento luigi di stipendio ed una parte nello interesse! -non è ciò più di quel che poteva sperare un povero marinaio come sono -io! - -— Sì, figlio mio, sì, infatto questa è una felicità. - -— E perciò io voglio che col primo denaro che avrò voi abbiate una -casetta con un giardino per piantare le vostre clematidi, i nasturzi ed -il caprifoglio. Ma che avete padre? si direbbe che state male! - -— Pazienza, pazienza, non sarà nulla. - -E le forze mancando al vecchio, cadde rovescioni in addietro. - -— Via, via, disse il giovinotto, un bicchiere di vino, vi rianimerà. -Dove conservate il vino? - -— No grazie, non lo cercare, io non ne ho bisogno, disse il vecchio -cercando di trattenere il figlio. - -— Lasciate fare, lasciate fare, o padre, indicatemi il luogo. - -Ed aprì due o tre armadi. - -— È inutile... disse il vecchio, non vi è più vino.... - -— Come non vi è vino, disse Dantès impallidendo a sua volta, e -guardando alternativamente le guance smunte ed increspate del vecchio, -e gli armadi vuoti. Come! non vi è più vino! sareste voi restato privo -di denaro, o padre? - -— Io non son rimasto privo di nulla, dappoichè tu sei qui. - -— Frattanto, balbettò Dantès, asciugandosi il sudore che freddo gli -colava dalla fronte, io vi aveva però lasciato 200 fr. son tre mesi -partendo. - -— Sì, sì Edmondo, è vero. Ma tu avevi dimenticato nel partire un -piccolo debito col vicino Caderousse, egli me lo ha ricordato, -dicendomi che se io non pagava per te, egli andava a farsi pagare -dal Sig. Morrel. Allora tu comprendi, per tema che ciò non ti facesse -torto... ho pagato io per te. - -— Ma, esclamò Dantès, il mio debito con Caderousse era di 140 fr.; e -voi li avete pagati sui 200 fr. che vi ho lasciati. - -Il vecchio fece un segno affermativo colla testa. - -— Dimodochè voi avete vivuto, per tre mesi con soli 60 fr. - -— Tu sai quanto poco mi abbisogni e mi basti. - -— Oh! mio Dio! padre mio perdonatemi, gridò Edmondo gettandosi ai piedi -del buon vecchio. - -— Che fai tu mo? - -— Ah voi mi avete squarciato il cuore! — Nulla! tu sei qui, disse il -vecchio sorridendo, ora tutto è dimenticato, se stai bene. - -— Sì io son qui; eccomi con un bell’avvenire e con qualche poco di -danaro. Prendete o padre, diss’egli, prendete e inviate subito qualcuno -a cercare qualche cosa. — E vuotò sulla tavola la borsa che conteneva -una dozzina di monete d’oro, cinque o sei scudi da cinque fr. e qualche -poco di moneta minuta. Il viso del vecchio si annuvolò. — Di chi è quel -danaro? - -— Mio, tuo, di entrambi, prendi, compra delle provvisioni, sii felice, -domani ve ne sarà dell’altro. - -— Adagio, adagio, disse il vecchio sorridendo, colla tua permissione -io farò uso della tua borsa, ma con moderazione, mentre le persone che -mi vedessero fare grandi provviste direbbero che io era obbligato ad -aspettare il tuo ritorno per farle. - -— Fate come vi aggrada, ma prima d’ogni altro provvedetevi di una -persona di servizio. Non voglio più che usciate solo. Io ho del caffè -e dell’eccellente tabacco di contrabbando in una cassetta in fondo alla -stiva; voi l’avrete domani. Ma... zitto; sento arrivare qualcuno. - -— Sarà Caderousse che avendo saputo il tuo arrivo viene a darti il ben -venuto. - -— Bene, ecco altre labbra che dicono diversamente da ciò che pensa il -cuore; ma non serve, mormorò Edmondo; egli è un vicino che ci ha altra -volta reso un servigio; che sia il ben venuto. — Di fatto al momento in -cui Edmondo terminava la frase a voce bassa, si vide comparire la testa -nera barbuta di Caderousse sul limitare della porta. - -Era costui un uomo di 25 a 26 anni, aveva fra le mani un po’ di panno -che nella sua qualità di sartore si accingeva a tramutare nei paramani -di un abito. - -— Ah! eccoti dunque di ritorno, Edmondo! disse con l’accento -marsigliese più pronunciato, e con un largo sorriso che gli scopriva -dei bellissimi denti, bianchi come l’avorio. - -— Come vedete, vicino Caderousse, e pronto a servirvi in qualunque -cosa, rispose Dantès, mal dissimulando la sua freddezza, nel fare -questa offerta. - -— Grazie, grazie, fortunatamente non ho bisogno di nulla, anzi gli -altri hanno qualche volta bisogno di me (Dantès fece un movimento -d’impazienza); non dico ciò per te o giovinetto; ti prestai del denaro, -tu me lo hai reso, ciò si pratica fra buoni vicini e noi siamo pari. - -— Non si è mai pari con quei che ci han favorito, disse Dantès, mentre, -allorquando non si deve loro più danaro, loro si deve la riconoscenza. - -— E a che parlare di ciò? Ciò che è passato, è passato; parliamo del -tuo felice ritorno o giovinotto. Io era andato sul porto per ritrovare -da accompagnare del panno color marrone, allora quando ho incontrato -l’amico Danglars. «— Tu a Marsiglia? — Sì, io stesso, rispose egli. -— Io ti credeva a Smirne? — Io potrei ancora esservi mentre vengo di -là — E Edmondo ov’è egli, il bravo giovinotto? — Certamente presso -suo padre» mi rispose Danglars ed allora io sono venuto per avere il -piacere di stringere la mano ad un amico. - -— Questo buon Caderousse, disse il vecchio, ci ama molto. - -— Certamente vi amo e vi stimo ancora, molto più che gli uomini onesti -sono tanto rari... ma sembra che tu ritorni ricco, continuò il sartore, -volgendo uno sguardo bieco sull’oro e sull’argento che Dantès aveva -posato sulla tavola. - -Al giovine marinaro non sfuggì il lampo di cupidigia che rischiarò gli -occhi neri del suo vicino. — Eh! mio Dio, disse con non curanza, questo -danaro non è mio, aveva manifestato a mio padre il timore che nella mia -assenza gli fosse mancato qualche cosa ed egli per rassicurarmene ha -vuotata la sua borsa sulla tavola. Andiamo padre, rimettete il vostro -danaro nel tiratoio, a meno che il vicino Caderousse non ne abbia a sua -volta bisogno, nel qual caso è sempre a sua disposizione. - -— No, giovinotto, disse Caderousse, io non ho bisogno di niente, e -grazie a Dio il proprio stato mantiene l’uomo; conserva il tuo danaro, -che non se ne ha mai di troppo; ciò non toglie che io ti sia obbligato -della tua offerta come se ne avessi approfittato. - -— Era di buon cuore, disse Dantès. - -— Non ne dubito. Ebbene, eccoti dunque di bene in meglio col signor -Morrel, furbo che sei. - -— Il sig. Morrel ha sempre avuto molta bontà per me. - -— In questo caso tu hai avuto torto a ricusare il suo pranzo. - -— Come! ricusare il suo pranzo? riprese il vecchio; egli dunque ti -aveva invitato a pranzo? - -— Sì, padre mio, rispose Edmondo sorridendo della meraviglia che -cagionava a suo padre l’eccessivo onore di cui si credeva il soggetto. - -— E perchè dunque? dimandò il vecchio. - -— Per ritornare più presto vicino a voi, mio padre, rispose il -giovinotto, aveva gran fretta di vedervi. - -— Ciò però avrà dispiaciuto a quel buon uomo del signor Morrel, -soggiunse Caderousse; e quando uno aspira a divenir capitano, ha torto -di non far la corte al suo armatore. - -— Io gli ho spiegata la causa del mio rifiuto, rispose Dantès, e sono -certo che egli l’ha intesa. - -— Ah! per diventar capitano bisogna accarezzare un poco più i suoi -padroni. - -— Io spero di divenire capitano anche senza di ciò. - -— Tanto meglio, ciò farà piacere ai tuoi vecchi amici. Io so che vi -è qualcuno laggiù dietro alla cittadella S. Nicola che ne sarà molto -contento. - -— Mercedès? disse il vecchio. - -— Sì, padre mio, rispose Dantès, e colla vostra permissione, ora che -vi ho veduto, ora che so che voi state bene, che avete tutto ciò che vi -abbisogna, vi chiederei il consenso di fare una visita ai Catalani. - -— Va figlio mio! va! disse il vecchio Dantès, e Dio benedica te nella -tua donna, come benedisse me nel figlio! - -— Sua donna! disse Caderousse, voi andate tropp’oltre, papà Dantès: -ella non lo è ancora, io credo. - -— No, ma, secondo ogni probabilità, rispose Edmondo, ella non tarderà -molto a divenirlo. - -— N’importa, disse Caderousse, hai fatto bene a sbrigarti. - -— E perchè ciò? - -— Perchè la Mercedès è una bella giovinetta, e le belle giovinette non -mancano d’innamorati, quella particolarmente, la seguivano a dozzine. - -— Davvero! disse Edmondo con un sorriso sotto il quale traspariva -un’ombra d’inquietudine. - -— Oh sì! riprese Caderousse, e anche belle proposte capisci tu? diventi -capitano, e si guarderà bene da rifiutarti. - -— Ciò equivale al dire, disse Dantès con sorriso che mal dissimulava la -sua inquietudine, che se io non diventassi capitano... - -— Eh! eh! fece Caderousse. - -— Via, via, disse il giovinotto, io ho migliore opinione che voi delle -donne in generale, e di Mercedès in particolare, e sono convinto che -diventi o no capitano, ella mi resterà egualmente fedele. - -— Tanto meglio! disse Caderousse, egli è sempre una buona cosa che -i giovinotti, quando si maritano, siano forniti di buona fede, ma -non serve, credimi Dantès, corri ad annunziarle il tuo arrivo, ed a -metterla a parte delle tue speranze. - -— Vi vado, disse Edmondo, che abbracciò suo padre, salutò con un cenno -di testa Caderousse, e partì. - -Caderousse restò un altro momento, poi prendendo congedo dal vecchio -Dantès, discese a sua volta, e andò a raggiunger Danglars che lo -aspettava all’angolo della strada _Senac_. - -— Ebbene! disse Danglars, l’hai tu veduto? - -— L’ho lasciato ora. - -— Ti ha egli parlato della sua speranza di divenir capitano? - -— Egli ne parla come se lo fosse digià. - -— Pazienza! mi sembra che si solleciti un po’ troppo. - -— Diavolo! sembra che il posto gli sia stato promesso dallo stesso sig. -Morrel. - -— Dimodochè egli sarà molto contento? - -— Cioè, egli è molto insolente; mi ha di già offerti i suoi servigi -come se fosse un personaggio d’importanza; e del denaro in prestito -come se fosse un banchiere. - -— E tu avrai ricusato? - -— Certamente, quantunque io avessi potuto accettare, atteso che sono -stato io che gli ho messo fra le mani le prime monete bianche ch’egli -ha toccato: ma ora Dantès non avrà più bisogno d’alcuno divenendo -capitano. - -— Baie! disse Danglars, egli non lo è ancora; ed in fede mia sarebbe -una bella cosa se nol fosse più, Caderousse; altrimenti non vi sarebbe -modo di potergli parlare. - -— Se noi lo vogliamo veramente, disse Danglars, egli resterà ciò che è, -e forse diventerà ancor meno di quel che è. - -— Che dici tu? - -— Niente, parlo a me stesso. È egli sempre innamorato della Catalana? - -— Innamorato pazzo; ora è andato da lei. Ma o mi sbaglio, o avrà dei -dispiaceri da quella parte. - -— Spiegati! ciò è più importante di quel che credi. Tu non ami -certamente Dantès? - -— Io non amo gli arroganti. - -— Ebbene dimmi allora ciò che sai relativamente alla Catalana. - -— Io non so niente di positivo, ho veduto soltanto cose che mi fanno -credere, come ti diceva, che il futuro capitano avrà dei dispiaceri nei -dintorni della via delle _Vieilles-Infirmeries_. - -— Che hai tu veduto? Via, dimmi. - -— Ebbene, ho veduto che tutte le volte che Mercedès entra in città, è -sempre accompagnata da robusto e minaccioso Catalano dagli occhi neri, -la pelle rossa, molto scuro, ardentissimo, e ch’ella chiama mio cugino. - -— Ah! davvero, e credi tu che costui le faccia la corte? - -— Lo suppongo; che diavol’altro vuoi che faccia un giovinotto di -ventun’anno ad una bella ragazza di diciassette? - -— E tu dici che Dantès è andato ai Catalani? - -— Egli è uscito di casa sua poco prima di me. - -— Se noi andiamo dalla medesima parte, ci fermeremo all’osteria della -_Réserve_ dal papà _Panfilo_ e mentre staremo bevendo un bicchier di -vino di _Lamalgue_, attenderemo notizie. - -— E chi ce le porterà? - -— Noi saremo sulla strada, e vedremo bene sul viso di Dantès ciò che -sarà avvenuto. - -— Andiamo, disse Caderousse; ma sei tu che paghi? - -— Certamente, rispose Danglars. E tutti e due s’incamminarono con -passo rapido verso il luogo indicato. Giunti colà si fecero portare -una bottiglia e due bicchieri. Il papà Panfilo aveva veduto passare -Dantès, che non erano dieci minuti. Certi che Dantès era ai Catalani, -si assisero sui banchi di verdura nascente ai piedi delle piante di -sicomori sui rami delle quali gli uccelli salutavano i primi giorni -della primavera. - - - - -III. — I CATALANI. - - -A cento passi dal luogo ove i due amici, collo sguardo all’orizzonte e -l’orecchio all’erta, vuotavano lo spumoso vino di Lamalgue s’innalzava -dietro il monticello nudo ed arido pel sole e pel maestrale, il piccolo -villaggio dei Catalani. - -In un bel giorno, una colonia misteriosa partì dalla Spagna, e venne -ad approdare alla lingua di terra che abita oggidì: giungeva non si sa -da dove, e parlava una lingua sconosciuta. Uno dei capi, che capiva il -provenzale, domandò alla Comune di Marsiglia quel promontorio ignudo -ed arido, sul quale essi avevano, come gli antichi marinari, ritirati -i loro navigli. La domanda fu accordata, e tre mesi dopo si elevava -un piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che erano -stati tirati a terra da questi _Zingari_. Il villaggio costrutto in un -modo bizzarro e pittoresco, di stile metà moresco, metà spagnuolo, è -quello che in oggi si vede abitato dai discendenti di quegli uomini, -che parlano la lingua dei loro padri. Dopo tre o quattro secoli essi -sono ancora rimasti fedeli a questo piccolo promontorio, sul quale -caddero a guisa di uno stormo di uccelli di mare, senza immischiarsi -in niente alla popolazione marsigliese, maritandosi fra di loro, e -conservando gli usi e costumi della loro madre patria, come ne hanno -conservata la favella. Fa d’uopo che i nostri lettori ci seguano a -traverso l’unica strada di questo villaggio ed entrino con noi in -una di queste case, alle quali per di fuori il sole ha dato il bel -colore di foglia secca, particolare ai monumenti del paese, e al di -dentro uno strato di tinta gialla che forma l’unico ornamento della -_Posadas_ spagnuola. Una bella giovinetta coi capelli neri come il -lustrino, cogli occhi vellutati come quelli della gazzella stava -ritta ed appoggiata ad un assito, sfrondando tra le sue dita profilate -con un disegno antico una innocente erica di cui strappava i fiori, -e gli avanzi della quale erano già sparsi sul terreno; inoltre le -sue braccine, nude fino al gomito, modellate su quelle della Venere -d’Arles, fremevano con una specie d’impazienza febbrile, ed ella -batteva la terra col piede agile, e curvato in modo da fare apparire la -forma pura e superba della gamba serrata da una calza di cotone rosso -ad angoli grigi e azzurri. A tre passi da lei assiso sur una cassa -cui dondolava con un movimento rozzo, appoggiando il suo gomito ad un -vecchio mobile tarlato, stava un robusto giovinotto di 20 a 22 anni -che la guardava con un’aria da cui si scorgeva l’interno combattimento -tra l’inquietudine ed il dispetto. I suoi occhi interrogavano; ma lo -sguardo fermo e fisso della giovinetta, dominava il suo interlocutore. -— Vediamo, Mercedès, diceva il giovine; fra poco sarà Pasqua; ecco -un’epoca propizia ad un matrimonio. - -— Io vi ho risposto le cento volte, Fernando, e bisogna per verità che -siate nemico di voi stesso, per rinnovarmi questa interrogazione. - -— Ebbene! ripetetelo ancora, ve ne supplico, affinchè io giunga a -crederlo, ditemi per la centesima volta che voi ricusate il mio amore -che aveva l’approvazione di vostra madre; fate ben comprendere che vi -prendete giuoco della mia felicità, e che la mia vita e la mia morte -sono un nulla per voi. Ah! mio Dio! mio Dio! aver sognato per dieci -anni di essere vostro sposo, Mercedès, e perdere questa speranza, unica -meta della mia vita! - -— Non sono però stata io, che abbia giammai incoraggiata questa -speranza, Fernando, rispose Mercedès; voi non avete una sola lusinga -a rimproverarmi, che io abbia usata a vostro riguardo; vi ho sempre -detto: «Io vi amo come un fratello; ma non esigete giammai da me altra -cosa che quest’amicizia fraterna, poichè il mio cuore è dato ad altri.» - -— Sì, lo so bene, Mercedès, rispose il giovine, voi vi siete gloriata a -mio riguardo del merito crudele della franchezza. Ma dimenticate però -che esiste fra i Catalani una sacra legge che ordina di maritarsi fra -loro. - -— Voi v’ingannate Fernando, non è una legge, è un’abitudine, ecco -tutto; e credetemi non vi giova invocare questa abitudine in vostro -favore. Voi siete entrato nella coscrizione, la libertà che vi si -lascia non è che una semplice tolleranza. Da un momento all’altro -potete essere richiamato al servizio militare, ed una volta soldato, -che farete voi di me, di me povera orfanella, trista, senza beni, -che in tutto possiede una capanna quasi in rovina, alla quale sono -attaccate alcune reti usate, miserabile eredità lasciata da mio padre -a mia madre, e da mia madre a me? Da un anno ch’ella è morta, pensate -o Fernando che io vivo quasi di pubblica carità. Qualche volta voi -fingete che io vi sia utile, e ciò per avere il diritto di dividere la -vostra pesca meco; io accetto perchè voi siete il figlio del fratello -di mio padre, perchè noi siamo stati allevati insieme, e più ancora -sopra tutto perchè vi cagionerei troppo dispiacere s’io ricusassi. Ma -io ben capisco che questo pesce che vado a vendere e dal quale ritraggo -il danaro per comprare la canape che filo è un’elemosina. - -— E che importa! Mercedès? Così povera e sola come siete, mi convenite -assai più che la figlia del più superbo armatore o del più ricco -banchiere di Marsiglia. A noi che abbisogna? una donna onesta ed atta -alle faccende domestiche. Ove potrei io ritrovar meglio di voi sotto -questi rapporti? - -— Fernando, rispose Mercedès scuotendo la testa, si diviene abili alle -faccende domestiche; ma non si può guarentire di restare oneste allora -quando si ama un altro uomo che non è suo marito. Contentatevi della -mia amicizia; poichè ve lo ripeto, ciò è quanto posso promettervi, ed -io non prometto, che quel che sono sicura di mantenere. - -— Sì, lo comprendo, voi sopportate pazientemente la vostra miseria, -ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedès, amato da voi, io tenterò -la fortuna, voi mi porterete felicità, ed io diverrò ricco. Io posso -estendere il mio stato di pescatore, posso entrare come commesso in un -banco, io stesso posso diventar negoziante. - -— Voi non potete tentare niente di tutto ciò, Fernando, voi siete -soldato, e se restate ancora ai Catalani, gli è perchè non v’è guerra; -restate adunque pescatore, non fate dei sogni che vi farebbero riuscire -ancora più terribile la realtà, e contentatevi della mia amicizia, -dacchè non posso darvi altro. - -— Ebbene, voi avete ragione Mercedès, io sarò marinaro; avrò in -vece del costume dei padri nostri, che voi disprezzate, un cappello -inverniciato, una camicia a righe ed una veste blu colle ancore sui -bottoni; non è egli così che bisogna essere vestito per piacervi? - -— Che intendete di dire? domandò Mercedès, vibrandogli uno sguardo -imperioso; io non vi capisco. - -— Voglio dire Mercedès, che voi non siete così inflessibile e crudele -con me, se non perchè attendete qualcuno che va così vestito; ma quello -che voi aspettate è forse incostante, e se pur non lo è, il mare lo è -per lui. - -— Fernando, gridò Mercedès, io vi credeva buono; mi sono ingannata; -voi avete un cuore cattivo invocando ad aiuto della vostra gelosia la -collera di Dio. Ebbene! sì, non vi nascondo nulla, io aspetto, io amo -quello che voi dite, e s’egli non ritorna, in vece di accusare questa -incostanza che voi invocate, io dirò che egli è morto amandomi. - -Il giovine Catalano fece un gesto di rabbia. - -— Io vi capisco Fernando; voi vi rivarreste con lui perchè io non -vi amo; voi incrocereste il vostro coltello catalano contro del -suo pugnale. Ma ciò, a che servirebbe? a perdere la mia amicizia se -rimaneste vinto, a vederla cambiata in odio se vincitore. Credetemi, il -muovere contesa con un uomo, è un cattivo mezzo per piacere alla donna -che lo ama. No, Fernando, voi non vi lascerete trasportare da così -perversi pensieri; se non mi potete avere a moglie, vi contenterete di -avermi ad amica ed a sorella. D’altronde, soggiunse ella cogli occhi -commossi e bagnati di lagrime, aspettate Fernando; voi lo avete detto -or ora: il mare è perfido e sono già quattro mesi che egli è partito: -ed in quattro mesi ho contato molte burrasche! - -Fernando restò impassibile. Egli non cercò di asciugare le lagrime che -scorrevano sulle guance di Mercedès, e ciò non pertanto avrebbe dato -una libbra del suo sangue per ciascuna di quelle lagrime che colavano -per un altro; si alzò, fece un giro nella capanna, ritornò, si fermò -davanti a Mercedès, coll’occhio cupo, e coi pugni fortemente serrati. -— Vediamo, Mercedès, diss’egli, anche una volta rispondete... avete voi -ben risoluto? - -— Io amo Edmondo Dantès, disse freddamente la giovinetta, e niun altro -fuorchè Edmondo sarà il mio sposo! e l’amerò finchè avrò vita. - -Fernando chinò la testa scorato, e cacciò fuori un sospiro che sembrò -un gemito; poscia ad un tratto alzando la fronte, coi denti serrati e -le narici socchiuse: - -— Ma s’egli è morto! diss’egli. - -— S’egli è morto, io morrò. - -— Ma se egli vi obblia? - -— Mercedès, gridò una voce esultante al di fuori della capanna. - -— Ah! sclamò la giovinetta arrossendo di gioia, esultante d’amore, -tu vedi bene ch’egli non mi ha dimenticato; poichè eccolo qua... E si -slanciò verso la porta che aprì gridando: - -— A me, a me, Edmondo, eccomi qui! — Fernando pallido e fremente -dette addietro come fa un viaggiatore alla vista di un serpente, ed -urtando nella sua cassa vi ricadde a sedere. Edmondo e Mercedès erano -vicini l’uno all’altro. Il sole ardente di Marsiglia che penetrava per -l’apertura della porta, gli inondava di un torrente di luce. Sulle -prime essi non videro nulla di ciò che li circondava, una felicitò -immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle -parole interrotte che sono lo slancio della più viva gioia, e sembrano -accostarsi all’espressione del dolore. Ad un tratto Edmondo si accorse -della figura cupa di Fernando che si designava nell’ombra, pallida e -minacciosa; per un movimento di cui egli stesso non si sarebbe forse -dato ragione, il Catalano teneva la mano sul coltello posto alla -cintura. — Perdono, disse Dantès inarcando a sua volta le sopracciglia, -non aveva osservato che eravamo in tre. Poi rivolgendosi a Mercedès -domandò: — Chi è questo signore? - -— Egli sarà il vostro migliore amico, mentre è egualmente il mio, è mio -cugino, è mio germano, egli è Fernando, è finalmente l’uomo che dopo -voi, Edmondo, amo di più in questa terra. - -Edmondo, senza abbandonare Mercedès stese, con un movimento di -cordialità, la mano al Catalano. Ma Fernando lungi dal corrispondere -a questo gesto amichevole, restò muto ed immobile come una statua. -Allora Edmondo portò il suo sguardo scrutatore, da Mercedès commossa -e tremante a Fernando cupo e minaccioso. Questo solo sguardo gli fece -tutto comprendere. La collera gli salì alla fronte. — Io non avrei -saputo venire con tanta fretta da voi, Mercedès, per ritrovarvi un -nemico. - -— Un nemico! esclamò Mercedès, con uno sguardo corrucciato rivolto -al suo cugino: un nemico presso di me, dici tu, o Edmondo? Se io -credessi ciò, ti prenderei sotto il braccio e me ne andrei a Marsiglia -abbandonando questa casa per non riporvi mai più il piede. (L’occhio -di Fernando lanciò un baleno). Se ti accadesse disgrazia, mio Edmondo, -continuò ella col medesimo implacabile sangue freddo il quale provava -a Fernando che la giovinetta aveva saputo leggere fino al più profondo -de’ suoi sinistri pensieri, se ti accadesse qualche disgrazia, io -salirei sul capo di Morgiou e mi getterei sugli scogli colla testa in -avanti. (Fernando divenne spaventosamente pallido). Ma tu t’inganni, -Edmondo, continuò ella, tu qui non hai nemici: qui non vi è che -Fernando mio fratello, che ti stringerà la mano come ad un amico di -cuore. A queste parole la giovinetta fissò il suo sguardo imperioso sul -Catalano, il quale come se fosse stato affascinato da questo sguardo, -si accostò lentamente a Edmondo, e gli stese la mano. Il suo odio -pari ad un flutto impotente quantunque furioso, veniva ad infrangersi -contro l’ascendente che questa donna esercitava su lui. Ma appena -toccata la mano di Edmondo, sentì di aver fatto tutto ciò che poteva, -e slanciandosi fuori della capanna, correndo come un insensato, ed -intrecciandosi le mani nei capelli gridava: — Oh chi mi libererà da -quest’uomo: me infelice! me infelice! - -— Eh! Catalano! ehi Fernando, ove corri tu? disse una voce. — Il -giovinotto si arresta ad un tratto, guarda a sè d’intorno e riconosce -Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un pergolato di foglie. -— Eh! disse Caderousse, perchè non vieni tu qui? hai tu dunque tanta -fretta da non avere il tempo di dire buon giorno agli amici? - -— Particolarmente quando essi hanno ancora una bottiglia quasi piena -davanti, soggiunse Danglars. Fernando guardò quei due uomini con occhi -da ebete e nulla rispose. - -— Sembra affatto stordito, disse Danglars urtando col suo nel ginocchio -di Caderousse, sarebbe egli possibile che ci fossimo sbagliati, e che -Dantès trionfasse in opposizione a quanto abbiam preveduto? - -— Diavolo bisogna vedere, disse Caderousse, e volgendosi verso il -Catalano. — Ebbene, non ti risolvi tu? — Fernando asciugò il sudore che -gli colava dalla fronte, entrò lentamente sotto il pergolato, la cui -ombra sembrava rendere un po’ di calma ai suoi sensi, e la freschezza -un po’ di sollievo al suo corpo spossato. - -— Buon giorno, diss’egli, voi mi avete chiamato, n’è vero? E fu -piuttosto un cadere che un assidersi sur una delle panche che -circondavano la tavola. - -— Io ti ho chiamato perchè tu correvi come un pazzo, e perchè ho avuto -paura che ti buttassi in mare, disse ridendo Caderousse. Che diavolo! -quando uno ha degli amici, non è solo per offrir loro un bicchiere di -vino, ma ancora per impedir loro di bere tre o quattro pinte di acqua. - -Fernando mandò un gemito simile ad un singulto, e lasciò cadere la -testa su i suoi due pugni incrociati sulla tavola. - -— Ebbene! vuoi tu che te lo dica Fernando? rispose Caderousse, -intavolando la conversazione con quella villana brutalità della gente -del popolo, cui la curiosità fa dimenticare ogni specie di diplomazia; -tu mi hai l’aria di un amante sconfitto. Ed accompagnò questo scherzo -con una forte risata. - -— Baie! rispose Danglars, un giovinotto come costui, non è fatto per -essere disgraziato in amore; tu ti burli di lui, Caderousse. - -— Niente affatto, non senti come sospira? Coraggio, coraggio, Fernando, -disse Caderousse, alza in alto il naso e rispondici. Non è civiltà il -non rispondere agli amici che vi domandano come va la salute. - -— La mia salute va bene; disse Fernando serrando le pugna, ma senza -alzar la testa. - -— Ah! vedi tu Danglars, disse Caderousse occhiando l’amico, ecco qua -come sta l’affare: Fernando che vedi qui, buono e bravo Catalano, uno -dei migliori pescatori di Marsiglia, è innamorato di una bella ragazza -che si chiama Mercedès: ma disgraziatamente sembra che la bella ragazza -dal canto suo sia innamorata del secondo del _Faraone_, e siccome il -_Faraone_ è entrato oggi stesso nel porto, tu capisci?... - -— No, io non capisco niente, disse Danglars. - -— Il povero Fernando, avrà ricevuto il suo congedo. - -— Ebbene! e poi? disse Fernando alzando la testa e guardando Caderousse -come chi cerchi qualcuno con cui sfogare la sua collera. Mercedès non -dipende da alcuno, n’è vero? Ella dunque è ben libera di amare chi -vuole. - -— Ah! se tu la prendi così, disse Caderousse, è un altro affare; io ti -credeva un Catalano, e mi era stato detto che i Catalani non eran tali -da lasciarsi impunemente metter da banda da un rivale, aggiungendo che -particolarmente Fernando era un uomo terribile nella sua vendetta. - -Fernando sorrise di pietà. - -— Un innamorato non è mai terribile, diss’egli. - -— Povero giovinotto, riprese Danglars fingendo di compiangerlo col più -profondo sentimento dell’anima, che vuoi? non si aspettava di vedere -ritornare Dantès così presto; forse lo credeva morto, forse infedele, e -che so io? Queste cose sono tanto più sensibili quanto più ci accadono -all’impensata. - -— In fede mia! disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il vino -di Lamalgue cominciava a fare il suo effetto; in ogni modo Fernando non -è il solo che viene afflitto dal felice arrivo di Dantès: non è vero, -Danglars? - -— Sì, ed oserei quasi dire che ciò gli porta disgrazia. - -— Ma non importa, soggiunse Caderousse versando un bicchiere di vino a -Fernando, e riempiendo il proprio per la ottava o decima volta, mentre -che Danglars aveva appena assaggiato il suo; non importa, frattanto -egli sposa Mercedès, la bella Mercedès; almeno egli ritorna per ciò. - -In questo mentre Danglars fissava uno sguardo scrutatore per iscoprire -il cuore del giovinotto sul quale le parole di Caderousse cadevano come -piombo liquefatto. — E quando si faranno le nozze? dimandò. - -— Oh! non sono ancor fatte, mormorò Fernando. - -— No, ma esse si faranno, disse Caderousse, tanto è vero quanto che -Dantès sarà capitano del _Faraone_, n’è certo Danglars? - -Danglars abbrividì a questo colpo inatteso, e si volse a Caderousse -di cui studiò i lineamenti per scorgervi, se questo colpo era stato -premeditato; ma egli non lesse che l’invidia su quel viso fattosi di -già quasi stupido dall’ubbriachezza. — Ebbene! disse egli riempiendo -i bicchieri, beviamo dunque alla salute del capitano Edmondo Dantès, -marito della Catalana! Caderousse portò il bicchiere alla bocca, e con -una mano appesantita lo tracannò d’un fiato. Fernando prese il suo e lo -stritolò al suolo. - -— Eh! eh! eh! disse Caderousse, che vedo là, sull’alto del promontorio, -nella direzione dei Catalani? Guarda tu Fernando che hai miglior vista -della mia; io credo di cominciare a vedere doppio, e tu sai che il vino -è traditore... non sono i due amanti che passeggiano tenendosi vicini -vicini?... Il Cielo mi perdoni! essi non si credono da noi veduti, -eccoli! - -Danglars non perdeva di vista alcuna delle angosce che soffriva -Fernando, il cui viso si scomponeva visibilmente. - -— Gli conoscete voi Fernando? diss’egli. - -— Sì, rispose questi con sorda voce, sono Edmondo e Mercedès. - -— Ah! vedete, disse Caderousse, io gli aveva riconosciuti! Ohe! Ohe! la -bella ragazza! venite un po’ per di qua; e diteci quando si faranno le -nozze, poichè Fernando si è ostinato a non volercelo dire. - -— Vuoi tacere! disse Danglars, simulando di ritenere Caderousse, -che colla tenacità dell’ubbriaco si sforzava di piegarsi fuori del -pergolato. Cerca di tenerti dritto, e lascia gl’innamorati amarsi -tranquillamente. Guarda Fernando, e prendi esempio da lui, ch’è uomo -ragionevole. - -Forse Fernando, ridotto agli estremi, e, punto da Danglars come il -toro dai giostratori, stava per islanciarsi, perchè si era già alzato -e sembrava raccogliersi in sè stesso per iscagliarsi innanzi al suo -rivale; ma Mercedès, ridente e accorta, alzò la bella testa e fece -brillare il suo limpido sguardo. Allora Fernando si ricordò la minaccia -ch’ella aveva fatta di morire se Edmondo morisse, e ricadde scorato sul -suo sedile. - -Danglars guardò successivamente quei due uomini l’uno stupito -dall’ubbriachezza, l’altro dominato dall’amore. — Io non trarrò niente -da questi imbecilli, mormorò: ed ho gran paura di essere qui fra -un ebbro ed un poltrone. Ecco un invidioso che si ubbriaca di vino -mentre dovrebbe farlo di fiele; ecco un amante imbecille al quale vien -tolta l’innamorata di sotto al naso, e che si contenta di piangere e -lamentarsi come un fanciullo, e ciò nonostante ha gli occhi fulminanti -come gli Spagnuoli, i Siciliani e i Calabresi, i quali sanno vendicarsi -così bene: egli ha i pugni che infrangerebbero la testa ad un bove non -diversamente dalla mazza del macellaio! Senza più dubbio il destino -di Edmondo la vince; egli sposerà la giovinetta, sarà fatto capitano -e si riderà di noi, ammenochè... Un sinistro sorriso, si spiegò sulle -labbra di Danglars. Ammenochè io non vi prenda parte. — Olà! continuava -a gridare Caderousse per metà alzato e coi pugni sulla tavola, olà! -Edmondo, tu non vedi adunque gli amici, o sei diventato già tanto -superbo da non poter parlar loro? — No, mio caro Caderousse, rispose -Dantès, io non sono superbo, io sono felice, e la felicità accieca, -cred’io, assai più della superbia. — Oh! ecco una bella spiegazione, -disse Caderousse. Ehi! buon giorno, madama Dantès. - -Mercedès salutò con gravità. - -— Questo non è ancora il mio nome, diss’ella, e nel mio paese è di -cattivo augurio chiamare le ragazze col nome del loro fidanzato prima -che sien maritate. Vi prego adunque di chiamarmi Mercedès. - -— Bisogna perdonare al buon vicino, disse Dantès, egli si sbaglia -di poco. — Dunque le nozze si faranno quanto prima, Dantès? disse -Danglars salutando i due giovani. — Il più presto possibile, signor -Danglars: oggi si parlerà del tutto con mio padre, e domani o dopo -domani al più tardi il pranzo degli sponsali, qui alla _Réserve_; io -spero che gli amici vi saranno, e ciò vuol dire che voi siete invitato, -sig. Danglars, e che tu o Caderousse non mancherai. — Fernando, disse -Caderousse ridendo, Fernando, sarà invitato anch’egli? — Il fratello -della mia sposa è pure mio fratello, disse Edmondo, e sì Mercedès -come io saremmo molto dispiacenti che si allontanasse da noi in questa -occasione. - -Fernando aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si estinse in -gola, e non potè articolar parola. - -— Oggi gli accordi, domani o dopo domani gli sponsali!... che diavolo! -capitano, avete molta fretta. - -— Danglars, rispose Edmondo sorridendo, vi dirò ciò che Mercedès diceva -or ora a Caderousse, non mi date un titolo che non mi appartiene, anche -ciò mi sarebbe di cattivo augurio. - -— Scusate, rispose Danglars, io dunque diceva semplicemente che avete -molta fretta. Che diavolo! Noi abbiamo tempo, il _Faraone_ non metterà -alla vela che fra tre mesi. - -— Si ha sempre fretta di esser felici, poichè quando uno ha sofferto -lungamente, si ha pena a credere alla felicità. Ma non è il solo -egoismo che mi fa operare in tal modo; fa d’uopo che io vada a Parigi. - -— Ah davvero! a Parigi, è la prima volta che vi andate, Dantès? — Sì. — -Vi avete affari? — Non per conto mio, un’ultima commissione del nostro -capitano Leclerc da adempire; capirete, Danglars, che è cosa sacra. -D’altra parte, state tranquillo io non prenderò che il tempo necessario -per la gita e pel ritorno. — Sì, sì, capisco, disse ad alta voce -Danglars, poi soggiunse abbassando la voce, fra sè: — A Parigi, senza -dubbio, per rimettere al suo indirizzo la lettera che gli consegnò -il capitano. Ah! perbacco! questa lettera mi fa nascere un’idea, -un’eccellente idea, perbacco! ah! sig. Dantès, amico mio, tu non hai -ancora dormito a bordo del _Faraone_ nella cella n. 1. Poi volgendosi -a Edmondo che già si allontanava. — Buon viaggio, gli gridò dietro. -— Grazie, rispose Edmondo voltando la testa, ed accompagnando questo -movimento con un gesto amichevole. - -Dopo di che i due amanti continuarono la loro strada lieti e tranquilli -come due eletti che salgono al cielo. - - - - -IV. — Il COMPLOTTO. - - -Danglars seguì Edmondo e Mercedès collo sguardo finchè i due -amanti furono spariti da uno degli angoli del porto San Nicola; poi -rivolgendosi, s’avvide che Fernando era ricaduto sulla sua panca -pallido e fremente, nel mentre che Caderousse balbettava le parole -di una canzone da osteria. — Ecco qua, disse Danglars a Fernando, -un matrimonio, che sembra non formi la felicità di tutto il mondo. — -Anzi, che fa la mia disperazione. — Voi dunque amate Mercedès? — Da che -la conobbi l’amai; l’ho sempre amata! — E voi state là a strapparvi -i capelli in luogo di cercare un rimedio alla cosa? che diavolo! io -non credeva che fosse questo il modo in cui operano quei della vostra -nazione. — Che volete che io faccia? domandò Fernando. — E che so io? -è forse cosa che mi riguarda? non sono io l’innamorato di Mercedès, -ma voi. — Io voleva pugnalar l’_uomo_, ma la donna mi ha detto che se -avveniva disgrazia al suo fidanzato, ella si sarebbe uccisa. — Baie! -queste son cose che si dicono sempre, e non si fanno mai. — Signore, -voi non conoscete Mercedès; quando ella ha minacciato, esegue. - -— Imbecille! mormorò Danglars; che ella si uccida o no a me poco -importa, purchè Dantès non diventi capitano. — E prima che Mercedès -muora, soggiunse Fernando coll’accento di una ferma risoluzione, -morirei io stesso. — Questo si chiama amore! disse Caderousse con -una voce sempre più avvinata: o questo è vero amore, o io non lo so -più conoscere. — Vediamo, disse Danglars, voi mi sembrate un gentil -giovinotto, e io vorrei, che il diavolo mi porti! togliervi d’impaccio; -ma... - -— Sì, sì, disse Caderousse, vediamo il modo. — Mio caro, soggiunse -Danglars, tu sei per tre quarti ubbriaco, termina la bottiglia e -lo sarai del tutto. Bevi e non mischiarti di ciò che noi facciamo, -perchè a noi abbisogna di aver libera la testa. — Io ubbriaco? disse -Caderousse, eh via, io delle tue bottiglie ne beverei altre quattro, -se sono più grandi di una boccetta da acqua di Colonia!.. Papà Panfilo, -vino!... E per aggiungere la prova alla proposizione, Caderousse battè -col suo bicchiere la tavola. - -— Voi dunque dicevate?... riprese Fernando aspettando con impazienza -il seguito della frase interrotta. — Che diceva io? non me ne sovvengo. -Questo ubbriacone di Caderousse mi ha fatto perdere il filo delle idee. -— Ubbriaco quanto tu vorrai. Tanto peggio per quelli che hanno paura -del vino! ciò è perchè hanno qualche cattivo pensiero e temono che il -vino glielo tolga dal cuore. E Caderousse si mise a cantare gli ultimi -versi di una canzone molto in voga a quei tempi: _Bevon acqua soltanto -i malvagi. — Il diluvio la prova ne fu._ - -— Voi dicevate, signore, riprendeva Fernando, che mi vorreste levar di -pena; ma aggiungeste... - -— Sì, aggiungeva che per levarvi di pena, basta che Dantès non sposi -quella che voi amate, ed il matrimonio può benissimo non effettuarsi -anche senza che Dantès muora. - -— La morte sola può separarli, disse Fernando. - -— Voi ragionate come un ragazzo, amico mio, disse Caderousse, e siccome -Danglars è un furbo, un maligno, un greco, vi mostrerà in qual modo voi -avete torto. Provalo Danglars, io ho garantito per te; digli che non -vi è bisogno che Dantès muora; d’altra parte mi dispiacerebbe ch’ei -morisse, Dantès è un buon giovinotto; io l’amo... io ti amo, Dantès; -alla tua salute, Dantès! - -Fernando si alzò con la massima impazienza. — Lasciatelo dire, riprese -Danglars trattenendo il Catalano; e poi sebbene ubbriaco non dice un -grande sproposito: l’assenza separa due individui tanto bene, quanto -la morte: supponete per esempio che vi fosse fra Edmondo e Mercedès la -muraglia di una prigione, essi non sarebbero divisi nè più nè meno che -se vi fosse la lapide di una tomba. — Sì, ma di prigione si esce, disse -Caderousse, che con gli ultimi avanzi della sua intelligenza si andava -frammischiando alla conversazione, e quando si esce di prigione, e si -porta il nome di Edmondo Dantès, uno si vendica. — Che importa! mormorò -Fernando. — E poi, riprese Caderousse, perchè si metterebbe in prigione -Dantès, egli non ha nè rubato, nè ammazzato, nè assassinato. — Taci -una volta! disse Danglars. — Sì non voglio tacere, disse Caderousse, -io pretendo che mi si dica perchè si vuol far mettere in prigione -Dantès; io amo Dantès; alla tua salute, Dantès. E vuotò di un fiato -un altro bicchier di vino. Danglars seguì con lo sguardo i progressi -dell’ubbriachezza del suo compagno, e volgendosi a Fernando: — Ebbene! -comprendete voi che non vi è bisogno di ucciderlo? — No certo, se come -voi dicevate poco fa si potesse ritrovare il modo di farlo catturare. -E questo modo lo sapreste voi? — Cercando bene, disse Danglars, si -potrebbe ritrovarlo... ma di che diavolo vado io ad immischiarmi? -è forse cosa che mi riguarda? — Io non so se ciò vi riguardi, disse -Fernando afferrandogli un braccio; ma ciò che so io, si è che voi avete -qualche motivo particolare di odio contro Dantès: colui che odia sè -stesso, non s’inganna sui sentimenti altrui. — Io! dei motivi di odio -con Dantès? nessuno, sulla mia parola! Io vi ho veduto infelice e la -vostra infelicità mi ha commosso, perciò ho preso interessamento per -voi, ecco tutto. Ma dal momento, che voi credete che io operi per conto -mio, addio amico caro; levatevi d’impaccio come potete. E Danglars fece -le viste a sua volta d’alzarsi. — No, disse Fernando trattenendolo, -restate, in fin dei conti poco mi importa che odiate o no Dantès: -io l’odio e lo confesso altamente, trovate il mezzo ed io l’eseguo, -purchè non vi sia la morte dell’uomo, mentre Mercedès si ucciderebbe se -venisse ucciso Dantès. - -Caderousse che aveva lasciata cadere la testa sulla tavola rialzò -la fronte, e guardando Fernando e Danglars, con occhi appesantiti e -stupidi. — Uccidere Dantès... diss’egli. Chi parla qui di uccidere -Dantès? io non voglio che sia ucciso, io!... egli è mio amico... egli -mi ha offerto questa mattina di divider meco il suo danaro, come io -ho diviso il mio con lui... io non voglio che si uccida Dantès! — E -chi ti parla di ucciderlo, imbecille? riprese Danglars, si tratta di -un semplice scherzo. Bevi alla sua salute, soggiunse riempiendogli il -bicchiere, e lasciaci tranquilli. — Sì, sì, alla salute di Dantès, -disse Caderousse votando il suo bicchiere, alla sua salute... a... -lla.... — Ma il mezzo?... il mezzo? disse con impazienza Fernando. Non -lo avete ancora ritrovato? — No; voi ne avete assunto l’incarico. - -— È vero, riprese Danglars, i Francesi hanno questa superiorità sopra -gli Spagnuoli, gli Spagnuoli ruminano, ed i Francesi inventano. -— Inventate dunque, inventate, disse Fernando con impazienza. — -Cameriere! disse Danglars, carta, penna e calamaio. — Carta, penna -e calamaio? mormorò Fernando. — Sì, io sono scrivano computista, la -penna, l’inchiostro e la carta sono i miei istrumenti, e senza di -questi non saprei fare cosa alcuna. — Carta, penna e calamaio, gridò -ad alta voce Fernando. — Ecco tutto, disse il cameriere portando -gli oggetti richiesti. — Quando si pensa, disse Caderousse lasciando -cadere la sua mano sulla carta, che qui vi è il modo di ammazzare un -uomo più al sicuro di quello che se si attendesse all’angolo di un -bosco per assassinarlo! Io ho sempre avuto più paura di una bottiglia -d’inchiostro, di una penna e di un calamaio, che di una spada o di -una pistola. — Il buffone non è ancora ubbriaco quanto sembra, disse -Danglars. Versategli dunque da bere, o Fernando. Fernando riempiè -il bicchiere di Caderousse, e questi da quel bravo bevitore che era, -levò la mano dalla carta e la portò al bicchiere. Il Catalano seguì -i movimenti fino a che Caderousse, quasi sopraffatto da questo nuovo -assalto, rimise, o meglio lasciò cadere il suo bicchiere sul desco. - -— Ebbene!... riprese il Catalano vedendo che il rimanente della ragione -che restava a Caderousse cominciava a sparire a quest’ultimo bicchier -di vino. — Ebbene! io diceva adunque, per esempio, riprese Danglars, -che se dopo un viaggio come quello che ha fatto Dantès, e nel quale ha -toccato Napoli e l’isola d’Elba, qualcuno lo denunciasse al procuratore -del re, come messo bonapartista... - -— Lo denunzierò io, disse con vivacità il giovine. — Sì, ma allora vi -si fa sottoscrivere la vostra dichiarazione, e sarete confrontato con -quello che avete denunziato. Io vi somministro di che sostenere la -vostra accusa, lo so bene; ma Dantès non può restare eternamente in -prigione; un giorno o l’altro ne uscirà, e il giorno in cui egli esce -sarà terribile per quello che ve lo ha fatto entrare. — Oh! io non -desidero che una cosa, disse Fernando, ed è ch’egli venga a muovermi -contesa. — Sì, e Mercedès? Mercedès che vi prenderà in odio se voi -avrete soltanto la disgrazia di scalfire l’epidermide al suo diletto -Edmondo! — È giusto, disse Fernando. — No, no, riprese Danglars, -se si risolve una cosa di simil genere, vedete bene, val meglio -prendere bonariamente così, come faccio io, questa penna, bagnarla -nell’inchiostro e scrivere colla mano sinistra, affinchè il carattere -non sia conosciuto, la piccola seguente denunzia. E Danglars, unendo -l’esempio all’insegnamento, scrisse colla mano sinistra e con un -carattere rovesciato, che non aveva alcuna analogia col suo carattere -ordinario, le righe seguenti che passò a Fernando, e che questi lesse -a mezza voce. «Il procuratore del re è avvisato, da un amico del -trono e della religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel -bastimento il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver -toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una -lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore di una lettera pel Comitato -Bonapartista di Parigi. Si avrà la pruova del suo delitto arrestandolo, -poichè si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o presso suo -padre, o nel suo gabinetto a bordo del _Faraone_». - -— Alla buon’ora, continuò Danglars; in tal modo la vostra vendetta -avrebbe senso comune, e siete sicuro ch’essa non ricadrebbe su voi, e -la cosa andrebbe da sè sola; e perciò non resta più che a piegare la -lettera, come faccio io, e di scrivere sopra: _Al procuratore del re_: -e tutto sarebbe fatto. E Danglars fece la soprascritta come se avesse -scherzato. - -— Sì, tutto sarebbe fatto, gridò Caderousse, che con un ultimo sforzo -d’intelligenza aveva seguito la lettura e che comprendeva per istinto -tutto il male che avrebbe potuto apportare una simile denunzia; sì -tutto sarebbe fatto, soltanto questa sarebbe un’infamia. Ed allungò il -braccio per prendere la lettera. - -— Per tal modo, disse Danglars allontanando la lettera, tutto ciò che -ho detto e fatto, non è che uno scherzo; ed io sarei il primo ad essere -afflitto se accadesse qualche disgrazia a Dantès. A questo buon Dantès! -così, guarda... Prese la lettera, la maltrattò fra le mani, e la gettò -in un angolo del pergolato. - -— Alla buon’ora disse Caderousse, Dantès è mio amico, e non voglio che -gli si faccia del male. - -— E chi diavolo pensa a fargli del male? Certamente nè io nè Fernando, -disse Danglars alzandosi, e squadrando il giovinotto che era rimasto -seduto e che non perdeva d’occhio il foglio denunciatore gettato -nell’angolo. - -— In questo caso, riprese Caderousse, che ci portino del vino, voglio -bere alla salute di Edmondo e della bella Mercedès. - -— Tu hai anche troppo bevuto, ubbriacone, disse Danglars, e se continui -sarai obbligato di dormir qui, che non potrai più tenerti in piedi. - -— Io! disse Caderousse levandosi colla fatuità dell’uomo ubbriaco, -non potrò tenermi in piedi? scommetto di salir sul campanile degli -_Accoules_ ed anche senza contrappeso! - -— Sia! disse Danglars, scommetto ma per domani, oggi è ora di ritornare -a casa; dammi il braccio e andiamo. - -— Andiamo, disse Caderousse, ma non ho bisogno del tuo braccio. Vieni -anche tu Fernando, rientri con noi a Marsiglia? - -— No, disse Fernando, io ritorno ai Catalani. - -— Tu fai male, vieni con noi a Marsiglia, vieni. - -— Non ho che fare a Marsiglia e non voglio andarci. - -— Come hai tu detto ciò? nol vuoi? ebbene a tuo bell’agio, libertà per -tutti; vieni Danglars, lasciamo rientrare il giovinotto ai Catalani, -poichè vuole così. - -Danglars profittò del momento di buona volontà di Caderousse per -trascinarlo alla volta di Marsiglia; e per lasciare la strada più -corta e più facile a Fernando, invece di ritornare per la riviera -della _Rive-Neuve_, ritornò per la porta _S. Victor_. Caderousse lo -seguì barcollando, stretto al suo braccio. Quando fu ad una ventina di -passi, Danglars si voltò, e vide Fernando precipitarsi sul foglio che -mise tosto in tasca, poi subito balzò fuori del pergolato e voltò dalla -parte del _Pillon_. - -— Ebbene, che fa dunque? disse Caderousse, egli ha mentito: ci ha detto -che andava ai Catalani ed ha voltato dalla parte della città. Olà! -Fernando, tu ti sbagli, mio giovinotto. - -— Sei tu che vedi male, disse Danglars, egli segue direttamente la -strada della _Vieilles-Infirmeries_. - -— In verità? disse Caderousse. Eppure avrei giurato che ha voltato a -destra!... il vino è un traditore. - -— Andiamo, andiamo, mormorò Danglars: credo che l’affare sia ora bene -incamminato e che altro non vi resta che lasciarlo progredire da sè. - - - - -V. — IL PRANZO DEGLI SPONSALI. - - -Il dì seguente fu un bel giorno. Il sole si alzò puro e rilucente, e -i suoi primi raggi di un rosso purpureo screziavano di un bel color -rubino le spumose cime delle onde. Il pranzo era stato preparato al -primo piano di quella stessa _Réserve_ col pergolato della quale abbiam -di già fatto conoscenza. Era una gran sala illuminata da cinque o -sei finestre al di sopra di ciascuna delle quali, (non si sa perchè) -stava scritto il nome di una delle grandi città della Francia; una -balaustrata di legno passava avanti e univa queste finestre. Quantunque -il pranzo non fosse fissato che pel mezzogiorno, fin dall’undici -del mattino questa balaustrata era sopraccaricata di persone che -vi passeggiavano con impazienza. Erano i marinai privilegiati del -_Faraone_ e qualche soldato amico di Dantès. Tutti per fare onore -al fidanzato erano vestiti dei loro migliori abiti. Correva voce fra -i convitati che gli armatori del _Faraone_ avrebbero onorato di lor -presenza gli sponsali del loro secondo. Ma questo, a loro pensare, -era un onore sì grande accordato a Dantès che nessuno osava crederci. -Ciò non ostante Danglars che giungeva in compagnia di Caderousse, -confermò a sua volta la notizia. La mattina aveva veduto lo stesso -sig. Morrel, e questi lo aveva assicurato che sarebbe venuto a pranzo -alla _Rèserve_. Difatti pochi momenti dopo, il sig. Morrel fece il -suo ingresso nella sala e fu salutato dai marinai del _Faraone_ con -un _hourrah_ di unanimi applausi. La presenza dell’armatore era per -essi una conferma della voce che già correva, che Dantès sarebbe -nominato capitano; e siccome Dantès era molto amato dalla ciurma, -così questa brava gente ringraziava in tal modo l’armatore, che, per -caso, l’elezione del capo era una volta in armonia coi desideri dei -subordinati. Appena entrato il signor Morrel, unanimamente furono -incaricati Danglars e Caderousse di andare incontro ai fidanzati, -prevenirli dell’arrivo del personaggio importante, la cui venuta aveva -prodotto sì forte impressione, e dir loro che si sollecitassero. -Danglars e Caderousse partirono a tutta corsa; ma non ebbero fatto -cento passi che all’altezza del magazzino a polvere scorsero la -piccola compagnia che veniva alla loro volta: essa componevasi -di quattro giovinette amiche di Mercedès, catalane come essa, che -accompagnavano la fidanzata cui Edmondo dava braccio. Vicino alla -futura sposa camminava il vecchio Dantès, e dietro loro veniva con -sinistro sogghigno Fernando; i poveri giovinotti erano così felici, -che non vedevano che sè soli ed il bel cielo che li benediva. Danglars -e Caderousse disimpegnarono la loro missione di ambasciatori: quindi -dopo avere cambiata con Edmondo una stretta di mano ben vigorosa ed -amichevole, Danglars prese posto vicino a Fernando, Caderousse si -mise in fila accanto del padre di Dantès, centro dell’attenzione -generale. Il vecchio era vestito del suo bell’abito di taffettà -mischio, guernito di larghi bottoni di acciaio tagliati a faccette. -Le sue gambe sottili, ma nerborute, erano ricoperte da un magnifico -paio di calze di cotone frastagliato, puzzanti un poco di contrabbando -inglese. Dal suo cappello a tre pizzi pendeva una fettuccia bianca -e turchina: finalmente egli si appoggiava sur un bastone di legno -tornito e ricurvo in alto come il _pedum_ degli antichi. Si sarebbe -detto uno di quei zerbinotti che facevano nel 1796 la loro parata, -nei giardini nuovamente riaperti del Lussemburgo, e delle Tuglierie. -Vicino a lui, come si è detto, si era introdotto Caderousse che la -speranza di un buon pranzo aveva riconciliato con Dantès, Caderousse -al quale restava nella mente una vaga memoria di ciò che era accaduto -nel giorno innanzi, come quando allo svegliarsi il mattino si trova nel -proprio spirito l’ombra del sonno che si è fatto la notte. Danglars -nell’avvicinarsi a Fernando aveva gettato sull’amante spregiato uno -sguardo profondo. Fernando camminava dietro ai fidanzati, completamente -dimenticato da Mercedès la quale con quell’egoismo giovanile e caro -dell’amore, non aveva occhi per altri che per Edmondo; Fernando era -pallido, poi rosso a tratti istantanei, che scomparivano per dar posto -ciascuna volta ad un pallore sempre più crescente. A quando a quando -volgeva uno sguardo verso Marsiglia, ed allora un tremito nervoso -ed involontario gli scorreva per tutte le membra. Fernando sembrava -attendere o per lo meno prevedere un qualche grande avvenimento. Dantès -era vestito con semplicità, appartenendo alla marina mercantile, aveva -un abito che teneva il mezzo fra l’uniforme militare ed il costume -borghese, e sotto questo abito il suo portamento che veniva riscaldato -ancora dalla gioia e dalla bellezza della sua fidanzata era superbo. -Mercedès era bella come una di quelle greche di Cipro o di Cèos dagli -occhi d’ebano e dalle labbra di corallo. Essa camminava col passo -franco e libero delle Andaluse. Una cittadina avrebbe forse cercato -di nascondere la sua gioia sotto un velo o almeno sotto il velluto -delle sue palpebre; ma Mercedès sorrideva e guardava tutto ciò che la -circondava, e il suo sorriso ed il suo sguardo dicevano francamente -quanto avrebbero potuto dire le sue parole: «Se voi siete amici -rallegratevi meco, poichè in verità io sono molto felice». Dal momento -che i fidanzati e coloro che gli accompagnavano furono alle viste -della _Rèserve_, Morrel discese, e s’avanzò anch’egli verso di loro, -seguito dai marinari e dai soldati coi quali era rimasto ed a cui aveva -rinnovato la promessa, già fatta a Dantès, ch’egli sarebbe succeduto -al Capitano Leclerc. Edmondo vedendolo venire lasciò il braccio della -sua fidanzata e lo passò sotto a quello di Morrel. L’armatore e la -giovinetta dettero allora l’esempio e salirono pei primi la scala di -legno che metteva alla camera ove era preparato il pranzo, che cigolò -per cinque minuti sotto i pesanti passi dei convitati. — Padre mio, -disse Mercedès, fermandosi alla metà della tavola, voi starete alla -mia destra, alla sinistra vi porrò quello che fin qui mi ha fatto da -fratello, e lo disse con dolcezza tale, che penetrò nel più profondo -del cuore di Fernando a guisa di un colpo di pugnale. - -Le sue labbra s’incresparono e sotto la tinta livida del suo viso -maschile, si potè ancora vedere una volta il sangue ritirarsi a poco a -poco, per affluire al cuore. Durante questo tempo Dantès aveva eseguita -la stessa manovra; alla sua destra avea posto Morrel, alla sua sinistra -Danglars; quindi aveva fatto segno colla mano che ciascuno prendesse -posto a suo piacere. Di già circolavano intorno alla tavola i salami di -Arles colle carni brune e affumicate, le raguste ricoperte della loro -rosea corazza, i ricci di mare che sembravano castagne circondate dalla -loro scorza spinosa, le cappe, che hanno l’orgoglio di rimpiazzare -con superiorità, presso i ghiottoni del mezzo giorno, le ostriche del -nord; finalmente tutti quei crostacei, che i flutti gettano sulla riva -sabbiosa e che i pescatori riconoscenti designano col nome generico di -frutti di mare. - -— Bel silenzio! disse il vecchio assaggiando un bicchiere di vino -giallo come il topazio, che il papà Panfilo in persona aveva portato -avanti a Mercedès; si direbbe che qui vi sono trenta persone che non -desiderano altro che di ridere? - -— Eh! un marito non è sempre allegro, disse Caderousse. - -— Il fatto si è, disse Dantès, che io sono troppo felice in questo -momento. Se egli è così che voi lo intendete, o vicino, voi avete -ragione: la gioia qualche volta fa un effetto strano; essa opprime come -il dolore. - -Danglars osservò Fernando la cui natura sensitiva riceveva ed espandeva -ciascuna emozione. — Andiamo adunque, diss’egli, avreste forse paura -di qualche cosa? mi sembra al contrario che vada tutto a seconda dei -vostri desideri. - -— Ed è precisamente questo che mi spaventa, disse Dantès; mi sembra che -l’uomo non sia fatto per essere così facilmente felice. La felicità -è come quei palazzi dell’isole incantate, le porte dei quali sono -guardate dai Draghi; bisogna combattere per acquistarli, ed io per dir -la verità non so con qual merito mi abbia la felicità di essere marito -a Mercedès. - -— Il marito! il marito! disse Caderousse ridendo, non ancora caro -capitano; provati un poco di fare da marito e tu vedrai come sarai -ricevuto. Mercedès arrossì. Fernando si agitava sulla sua sedia, -rabbrividiva al più piccolo rumore e di tempo in tempo asciugava -delle grosse gocce di sudore che gli colavano dalla fronte come le -prime gocce della pioggia di un oragano. — In fede mia, disse Dantès, -vicino Caderousse, non val la pena di darmi una mentita per così poco. -Mercedès non è ancora mia moglie, è vero, cavando l’orologio, ma fra -un’ora e mezzo ella lo sarà. Ciascuno fece un grido di sorpresa eccetto -il padre di Dantès, il cui largo riso mostrava dei denti sempre belli. -Mercedès sorrise e non arrossì più. Fernando afferrò convulsamente -il manico del coltello. — Fra un’ora disse Danglars, impallidendo -anch’egli, e come ciò? — Sì, amici miei, rispose Dantès, grazie al -credito del Sig. Morrel, l’uomo al quale dopo mio padre io debbo il -più a questo mondo, tutte le difficoltà furono appianate; noi abbiamo -pagate le pubblicazioni; e a due ore e mezzo il _Maire_ di Marsiglia ci -aspetta al palazzo di città. Ora essendo un’ora e un quarto, credo di -non essermi sbagliato di molto dicendo che tra un’ora e trenta minuti -Mercedès si chiamerà Madama Dantès. - -Fernando chiuse gli occhi; una nube di fuoco gli bruciò le palpebre, -si appoggiò alla tavola per non cadere in deliquio, e ad onta di -tutti gli sforzi non potè ritenere un sordo gemito che si perdè fra il -rumore delle risa e delle felicitazioni dell’assemblea. — È un bel fare -eh! disse il padre di Dantès, vi sembra che questo si chiami perder -tempo? arrivato ieri mattina, maritato oggi a tre ore; parlatemi di -marinari per andar dritti alla meta. — Ma le altre formalità? osservò -timidamente Danglars, il contratto, la scritta? — Il contratto! disse -Dantès ridendo, il contratto è fatto; Mercedès non ha niente ed io del -pari, noi ci maritiamo sotto il regime della comunione, e ciò non è -lungo a scrivere e non sarà costoso a pagare. Questa facezia eccitò una -nuova esplosione di gioia e di evviva. - -— Per tal modo quel che noi crediamo un pranzo di sponsali, disse -Danglars, è un pranzo di nozze? — No, disse Dantès, state tranquilli; -non vi perderete niente. Domani mattina parto per Parigi; cinque -giorni per andare, cinque per tornare, un giorno per eseguire -coscienziosamente la commissione di cui sono incaricato, e il 12 marzo -sono di ritorno. Pel 12 marzo adunque vi aspetto al vero pranzo di -nozze! - -La prospettiva di un nuovo festino, raddoppiò l’ilarità al punto che -Dantès padre, che al principio del pranzo si lamentava del silenzio, -faceva ora in mezzo della conversazione generale vani sforzi per fare -sentire il suo voto di prosperità in favore dei promessi sposi. Dantès -indovinò i pensieri del padre e vi rispose con un sorriso pieno di -amore. Mercedès cominciò a guardare l’ora sul pendolo della sala e -fece un piccolo segno ad Edmondo. Regnava intorno alla tavola quella -gioia fragorosa, quella libertà individuale, propria della fine dei -pranzi della bassa classe. Quegli che erano malcontenti del loro posto -si erano alzati di tavola, ed erano andati a cercare altri vicini. -Tutti cominciavano a parlare in una volta e nessuno si occupava di -rispondere a ciò che il suo interlocutore gli diceva, ma soltanto alle -proprie idee. Il pallore di Fernando era quasi passato sulle guance -di Danglars; Fernando stesso più non viveva; sembrava un dannato in -un lago di fuoco; si era alzato dei primi e passeggiava in lungo e in -largo nella sala, cercando d’isolare il suo orecchio dal rumore delle -canzoni e dal toccarsi dei bicchieri. Caderousse si avvicinò a lui nel -momento in cui Danglars, che egli sembrava fuggire, lo raggiungeva in -un angolo della sala. — In verità, disse Caderousse, a cui le buone -maniere di Dantès, e più ancora il vino di papà Panfilo, avevan tolto i -resti di quell’odio di cui l’inattesa fortuna di Dantès aveva gettato i -germi nel suo animo; in verità Dantès è un gentil giovinotto, e quando -lo vedo seduto presso la sua fidanzata, dico a me stesso che sarebbe -stato veramente male di fargli quella cattiva burla che gli tramavate -ieri. - -— Tu hai veduto, disse Danglars, che la cosa non ha avuto alcuna -conseguenza; questo povero Fernando era così sconvolto che mi aveva -sulle prime fatto pena; ma dal momento che egli ha preso la sua -risoluzione al punto di farsi il primo testimonio delle nozze del suo -rivale, non v’è più nulla a dire. — Caderousse guardò Fernando, egli -era livido. - -— Il sacrificio è tanto più grande, continuava Danglars, in quanto che -la giovinetta è molto bella. Che furbo felice è il mio futuro Capitano! -vorrei chiamarmi Dantès, per dodici ore soltanto. - -— Partiamo? domandò la dolce voce di Mercedès; suonano le due, e siamo -aspettati a due ore e un quarto. - -— Sì, sì, partiamo, disse vivamente Dantès. - -— Partiamo, ripeterono in coro, tutti i convitati. - -Nel medesimo istante Danglars che non perdeva di vista Fernando assiso -sul parapetto della finestra, lo vide aprire due occhi spaventati, -alzarsi come per un movimento convulsivo e ricadere assiso al suo -posto. Quasi nel medesimo momento un sordo rumore ritronò nelle scale, -un fragor di passi ed un mormorio di voci, confuso all’urtarsi di -armi, coprì le esclamazioni dei convitati per fragorose che fossero, -ed attirò l’attenzione generale, che si manifestò ad un tratto con -un silenzio. Il rumore si avvicinò, tre colpi percossero la porta; -ciascuno guardò il suo vicino con sorpresa. - -— In nome della legge! gridò una voce, cui nessuno rispose. Tosto -la porta si aprì, ed un commissario, cinto della sua sciarpa, entrò -nella sala seguito da quattro soldati armati, condotti da un caporale. -L’inquietudine diede luogo al terrore. — Che c’è? domandò l’armatore -facendosi avanti al commissario cui conosceva; qui v’è sbaglio -certamente? - -— Se vi è sbaglio, sig. Morrel, rispose il commissario, state sicuro -che sarà tosto riparato. Frattanto io sono portatore di un mandato di -arresto, e quantunque, esegua la mia commissione con dispiacere, pur -non ostante m’è forza l’eseguirla. Chi di voi, è Edmondo Dantès? — -Tutti gli sguardi si diressero verso il giovinotto, che, commosso ma -conservando la sua dignità, fece un passo in avanti e disse: — Son io -signore. - -— Edmondo Dantès, riprese il commissario, in nome della legge, io vi -arresto. - -— Voi mi arrestate! disse Edmondo con un leggiero pallore; e perchè? - -— L’ignoro, ma voi lo conoscerete certamente nel vostro primo -interrogatorio. Morrel capì che non vi era nulla a farsi contro la -riflessione; un commissario cinto di sciarpa non è più un uomo, egli è -la statua della legge fredda, sorda, muta. Il vecchio al contrario si -precipitò verso l’uffiziale; vi sono cose che il cuore di un padre o di -una madre non capiranno mai. Egli pregò e supplicò, lagrime e preghiere -non ebbero alcun potere: e frattanto la sua disperazione era sì grande -che il commissario ne fu commosso. — Signore, diss’egli, calmatevi, -forse vostro figlio avrà trascurato qualche formalità di dogana o di -sanità, e secondo tutte le probabilità, allorchè si saranno ricevuti da -lui gli schiarimenti che si desiderano, sarà messo in libertà. - -— Che significa tutto ciò? domandò Caderousse aggrottando le -sopracciglia, a Danglars che fingeva sorpresa. - -— Lo so io forse? disse Danglars; io sono come te, guardo ciò che -accade, mi confondo, e non ci capisco niente: Caderousse cercò con gli -occhi Fernando, egli era disparso. - -Tutta la scena del giorno avanti si presentò allora a Caderousse con -una spaventevole chiarezza. Si sarebbe detto che la catastrofe alzava -il velo che l’ubriachezza del giorno innanzi aveva posto fra lui e la -sua memoria. - -— Oh! oh! diss’egli con voce rauca, sarebbe questa la conseguenza dello -scherzo di cui parlavate ieri, Danglars? In questo caso guai a chi -l’avesse fatto, perchè è ben triste! - -— Niente affatto, rispose Danglars, tu sai bene che al contrario io ho -lacerato il foglio. - -— Tu non l’hai lacerato, gridò Caderousse, l’hai maltrattato e gettato -in un angolo, ecco tutto. - -— Taci, tu non hai veduto nulla, eri ubbriaco. - -— Ov’è Fernando? domandò Caderousse. - -— E che so io! rispose Danglars, sarà pei fatti suoi probabilmente. -Ma invece di occuparci di ciò, andiamo piuttosto a portare qualche -consolazione a questi poveri afflitti. - -Infatti, durante questa conversazione Dantès, aveva stretta la mano -sorridendo ai suoi amici, e si era costituito prigioniero dicendo: — -Siate tranquilli, ben presto si spiegherà l’errore, e probabilmente non -andrò neppur fino alla prigione. - -— Oh! sì certamente, io ne risponderei, disse Danglars che in questo -momento si avvicinava, come abbiam detto, al gruppo principale. - -Dantès discese la scala preceduto dal commissario di polizia, e -circondato dai soldati. Una carrozza il cui sportello era aperto -aspettava alla porta: egli vi salì, due soldati ed il commissario di -polizia salirono dopo di lui. Lo sportello si chiuse, e la carrozza -riprese la strada di Marsiglia. - -— Addio Dantès! addio Edmondo, gridava Mercedès spingendosi fuori della -ringhiera. Il prigioniero intese quest’ultimo grido uscito come un -singhiozzo dal cuore lacerato della fidanzata, cacciò la testa dalla -portiera gridando: a rivederci Mercedès! e disparve dietro uno degli -angoli del forte S. Nicola. - -— Aspettatemi qui, disse l’armatore; prendo la prima carrozza che -incontro, corro a Marsiglia, e vi riporterò sue notizie. - -— Andate, gridarono tutte le voci: andate e tornate presto. Dopo questa -duplice partenza vi fu un momento di stupore terribile, che invase -tutti coloro che erano rimasti, il vecchio e Mercedès restarono qualche -tempo appartati, ciascuno nel proprio dolore. Ma finalmente i loro -occhi s’incontrarono, essi si riconobbero come due vittime d’uno stesso -colpo, e di un subito si gettarono nelle braccia l’uno dell’altra. In -questo mentre Fernando rientrò, versò un bicchier d’acqua che bevve -e andò ad assidersi ad una sedia. Il caso volle che Mercedès uscendo -dalle braccia del vecchio venisse a cadere in una sedia vicina. -Fernando rabbrividì e con un movimento affatto istintivo dette addietro -con la sua. - -— È lui, disse Caderousse a Danglars che non aveva perduto di vista -un momento il Catalano. — Nol credo, rispose Danglars, egli è troppo -stupido. In ogni caso, il colpo ricada sulla testa di chi lo vibrò! — -Tu non parli di colui che lo ha consigliato, disse Caderousse. — Affè, -disse Danglars, se si dovesse mallevar tutto quello che si manda in -aria. — Sì, allorchè ciò che si manda in aria, ricade per la punta. - -Durante questo tempo gli altri convitati riunitisi in gruppi -commentavano l’arresto ciascuno secondo la sua opinione. - -— E voi Danglars, disse una voce, che pensate di questo accaduto? — -Io disse Danglars, credo che abbia portato qualche balla di merce -proibita. — In questo caso, voi avreste dovuto saperlo; siete lo -scrivano. — Sì è vero, ma lo scrivano non conosce che le balle che gli -vengono dichiarate. Io so che noi abbiamo un carico di cotone, ed ecco -tutto; che abbiamo preso il carico in Alessandria dal sig. Pastret, e a -Smyrne dal sig. Paschal; non mi domandate altro. - -— Oh! mi ricordo or bene, mormorò il povero padre, egli mi ha detto -ieri che aveva per me una cassa di caffè ed una di tabacco. — Vedete -dunque! disse Danglars è questo; nella nostra assenza la dogana -avrà fatta una visita a bordo del _Faraone_, e vi avrà scoperto il -contrabbando. — Mercedès non credeva niente di tutto ciò: per il -che compresso il dolore fino a quel momento, scoppiò di repente in -singulti. - -— Coraggio, coraggio, speriamo! disse il padre di Dantès senza troppo -sapere ciò che si diceva. — Speriamo! ripetè Danglars. — Speriamo, -tentò di mormorare Fernando: ma questa parola lo soffocava, le sue -labbra si agitarono, e non ne uscì alcun suono. — Amici, gridò uno -dei convitati che era rimasto in vedetta sulla ringhiera, amici, una -carrozza... Ah! è il signor Morrel! coraggio! senza dubbio egli ci -porta qualche buona notizia. - -Mercedès ed il vecchio padre corsero verso l’armatore, che incontrarono -sulla porta: il sig. Morrel era pallidissimo. — Ebbene!... gridarono -tutti ad una voce... — Ebbene, amici miei, rispose l’armatore scuotendo -la testa, l’affare è più grave di quello che noi non possiamo pensare. -— Oh! Signore, gridò Mercedès, egli è innocente. — Lo credo, rispose -Morrel; ma è accusato. — Di che dunque? Domandò il vecchio Dantès. - -— Di essere un messo bonapartista. - -Quegli dei miei lettori che han vivuto ai tempi di cui tratta questa -storia si ricorderanno qual terribile accusa era allora quella che -fu indicata da Morrel. Mercedès gettò un grido; il vecchio si lasciò -cadere sulla sedia. - -— Ah! mormorò Caderousse, voi mi avete ingannato, Danglars, quello -che voi chiamate scherzo, fu fatto. Ma io non voglio lasciar morire -di dolore questo vecchio e questa giovinetta, vado a spiegar loro -ogni cosa. — Taci, disgraziato! gridò Danglars afferrando la mano di -Caderousse, o io non rispondo della tua vita. Chi ti dice che Dantès -non sia veramente colpevole? il bastimento si è fermato all’isola -d’Elba, egli è disceso; è rimasto un giorno intero a Porto Ferrajo. -Se si è ritrovata qualche lettera che lo metta in rischio, verrebbero -dichiarati suoi complici coloro che volessero proteggerlo. - -Caderousse aveva l’istinto rapido dell’egoismo, e capì tutta la -solidità di questo ragionamento. Egli guardò Danglars con occhi fatti -ebeti dal timore e dal dolore e per un passo che aveva fatto in avanti, -ne fece due in dietro; ed: — Aspettiamo allora, mormorò — Aspettiamo, -disse Danglars: se è innocente sarà messo in libertà, se è reo è -inutile mettersi a rischio, per un cospiratore. — Allora partiamo, -io non posso più lungamente restar qui. — Sì, vieni, disse Danglars, -contento di trovare un compagno nella ritirata: vieni, e lasciamoli -tirarsi d’impaccio come potranno. — Essi partirono. Fernando divenuto -il sostegno della giovinetta, prese Mercedès per mano, e la ricondusse -ai Catalani. Dalla loro parte gli amici di Dantès ricondussero il -vecchio quasi svenuto ai viali di _Meillan_. Ben presto il rumore -che Dantès era stato arrestato come un messo bonapartista, si sparse -per tutta la città. — Avreste voi creduto ciò, caro Danglars? disse -Morrel raggiungendo il suo computista e Caderousse; poichè egli stesso -rientrava con tutta fretta in città per avere qualche notizia diretta -di Edmondo dal sostituto del procuratore del Re, il sig. Villefort, -che conosceva un poco. Avreste mai creduto ciò? — Diamine, signore, -rispose Danglars, io vi aveva detto che Dantès non si sarebbe fermato -senza un motivo all’isola d’Elba, e tal sosta, voi lo sapete, mi era -paruta sospetta. — Ma avete voi fatto parte ad alcuno, fuori che a -me di questo vostro sospetto? — Me ne sarei ben guardato, soggiunse a -bassa voce Danglars; sapete bene che a cagione di vostro zio il signor -Policar Morrel, che ha servito sotto _l’altro_ e che non nasconde il -suo pensiero, voi siete sospetti di amare Napoleone, e avrei avuto -paura di far torto ad Edmondo non meno che a voi. Vi sono delle cose, -che è un dovere del subordinato di dire al suo armatore, e di tenere -severamente celate agli altri. — Bene! Danglars, bene! disse Morrel, -voi siete un bravo uomo, così io aveva pensato a voi nel caso in cui -questo povero Dantès fosse divenuto capitano del _Faraone_. — Come -signore? — Sì, io aveva già domandato a Dantès ciò che pensava di -voi; e se egli avesse avuto repugnanza a conservarvi il vostro posto; -mentre non so perchè mi era sembrato scorgere qualche ripugnanza fra -voi due. — E che vi ha egli risposto? — Che credeva infatto avere -avuto, in una congiuntura che non mi ha detto, qualche torto con voi, -ma che chiunque avesse avuta la confidenza dell’armatore, avrebbe pur -anche avuta la sua. — L’ipocrita, mormorò Danglars. — Povero ragazzo, -disse Caderousse; è un fatto che egli era un eccellente giovinotto. -— Sì, ma frattanto, disse Morrel, ecco il _Faraone_ senza capitano. -— Oh! bisogna sperare, poichè noi non possiamo ripartire che fra tre -mesi, che di qui allora Dantès sia messo in libertà. — Senza dubbio; -ma fino allora! — Ebbene fino allora eccomi qua, sig. Morrel, disse -Danglars. Sapete che io conosco il modo di menare un bastimento quanto -un capitano venuto da un lungo viaggio. Ciò vi offre nello stesso tempo -un vantaggio di servirvi di me; mentre allora quando Edmondo uscirà -di prigione voi non avrete a licenziare alcuno, egli riprenderà il suo -posto, ed io il mio. - -— Grazie, Danglars, disse l’armatore: ecco infatto il modo di conciliar -tutto. Prendete dunque il comando, io ve ne do facoltà e vigilate -lo sbarco; non bisogna mai che per la disgrazia di un individuo ne -soffrano le faccende. - -— Siate tranquillo, o signore... si potrà poi almeno vederlo il buon -Edmondo? — Vi risponderò in breve. Vado a cercare di parlare col -sig. de Villefort ed intercederne il favore a pro del prigioniere. Io -so bene che egli è di parte regia, ma che diavolo, quantunque regio -e Procuratore del Re, è ciò non pertanto un uomo e io non lo credo -cattivo. — No, disse Danglars, ma ho inteso dire che è ambizioso; e -malvagio ed ambizioso si assomigliano molto. - -— Infine poi, disse Morrel con un sospiro, staremo a vedere; andate a -bordo, vi raggiungo in breve; ed abbandonò i due amici per prendere la -strada del palazzo di Giustizia. - -— Vedi, disse Danglars a Caderousse, il giro che prende la cosa: hai -ancora l’intenzione di andare a difendere Dantès? — No certamente; -ciò nonostante è assai terribile che uno scherzo abbia conseguenze sì -triste. — Diamine! e chi lo ha fatto? non siamo stati nè tu nè io, -non è vero? fu Fernando. Tu sai bene che in quanto a me ho gettato -il foglio in un canto: ed anzi credevo di averlo lacerato. — No, no, -disse Caderousse! in quanto a ciò ne sono sicuro, io lo vedo ancora là -nell’angolo del pergolato tutto maltrattato, tutto avvolto, e vorrei -anzi che fosse ancora là ove mi sembra di vederlo. — E che vuoi farci? -Fernando lo avrà raccolto, Fernando lo avrà copiato o fatto copiare, -o forse non avrà avuto neppur questo fastidio. Or che ci penso, mio -Dio! egli avrà forse mandata la mia propria lettera. Fortunatamente che -io aveva cambiato il mio carattere. — Ma tu sapevi dunque che Dantès -cospirava? — Io non sapevo niente affatto. Come ti dissi, ho creduto -di fare uno scherzo e niente altro. Sembra che scherzando, come fa -Arlecchino, io abbia detta la verità. — Tant’è, soggiunse Caderousse, -io pagherei qualche cosa di bello perchè la burla non fosse accaduta, -o almeno per non essermene mischiato: tu vedrai che quest’affare ci -cagionerà qualche disgrazia. - -— Se deve portar disgrazia a qualcuno, sarà al vero colpevole, che è -Fernando e non noi. Qual disgrazia vuoi tu che accada? noi non abbiamo -che a starci cheti, e a non dire una parola su quanto è avvenuto, e il -temporale passerà senza che cada il fulmine. — _Amen!_ disse Caderousse -facendo un saluto di addio a Danglars e dirigendosi verso i viali di -_Meillan_ scuotendo la testa e brontolando seco stesso, come è solito -di fare chi è molto preoccupato. - -— Buono! disse Danglars, le cose prendono quell’avviamento che io -aveva preveduto; eccomi Capitano provvisorio, e se questo imbecille di -Caderousse può tacere, ben presto capitano effettivo. Non vi sarebbe -dunque altro caso che la giustizia rilasciasse Dantès... Oh! ma, -aggiunse con un sorriso, la giustizia è giustizia ed io mi rimetto ad -essa. Ciò dicendo saltò in una barca dando ordine al battelliere di -portarlo a bordo del _Faraone_ ove l’armatore gli aveva dato posta. - - - - -VI. — IL SOSTITUTO DEL PROCURATORE DEL RE. - - -In via gran Corso, rimpetto alla fontana delle Meduse, in una di -quelle vecchie case che hanno l’architettura aristocratica fabbricate -da Puget, si celebrava pure nello stesso giorno e nella stessa ora un -pranzo di sponsali. Solamente, gli attori invece d’essere gente del -popolo, marinai, e soldati, appartenevano alla più alta società di -Marsiglia. Erano antichi Magistrati che avevano chiesto la dimissione -dai loro ufficii sotto l’usurpatore; vecchi ufficiali disertati -dalle file francesi per passare in quelle dell’esercito di Condè; -giovinotti educati dalle loro famiglie ancor mal sicuri della propria -esistenza, ad onta dei quattro o cinque cambi che avevano pagati in -odio di quell’uomo. Erano a tavola e la conversazione ferveva per -tutte le passioni del tempo, passioni tanto più terribili, vive ed -accanite nel mezzodì. L’imperatore, re dell’isola d’Elba dopo essere -stato sovrano d’una parte del mondo, regnava sopra una popolazione di -25 mila anime, e dopo avere inteso gridare; _Viva Napoleone!_ da 120 -milioni di sudditi, e in dieci lingue diverse, era là, trattato come -un uomo perduto per sempre per la Francia e pel trono; i Magistrati -riaccendevano le loro contese politiche, i militari parlavano di Mosca -e di Lipsia; le donne, del divorzio con Giuseppina. A tutta questa -gente allegra e trionfante sembrava, non dalla caduta dell’uomo ma -dall’annientamento del principe, che la vita ricominciasse per loro -e che uscissero da un sogno penoso. Un vecchio decorato della croce -di S. Luigi si alzò e propose ai convitati di bere alla salute di -Luigi XVIII. Era questi il marchese di S. Méran. A questo brindisi -che ricordava ad un tempo e l’esiliato di Hartwell e il pacificatore -della Francia, il rumore fu grande, i bicchieri si alzarono all’uso -inglese, le donne staccarono i loro mazzolini di fiori e gli unirono -sui nastri; fu un entusiasmo quasi poetico. — Ne converrebbero se -fossero qua, disse la marchesa di S. Méran, donna dall’occhio secco, -dalle labbra sottili, dal contegno aristocratico ed ancora elegante, -ad onta dei suoi cinquant’anni; ne converrebbero s’ei fosser qua, -tutti quei rivoluzionari che li scacciarono e che noi lasciamo a -nostra volta tranquillamente cospirare nei nostri vecchi castelli, -da loro acquistati per un tozzo di pane, sotto il regime del terrore; -converrebbero che il vero entusiasmo era dalla nostra parte, mentre noi -ci stringevamo alla monarchia che crollava, ed invece essi salutavano -il sole nascente che faceva la loro fortuna perdendo la nostra; -converrebbero che il nostro Re era per noi il vero Luigi prediletto, -mentre che il loro usurpatore non è stato per essi giammai che il -Napoleone maledetto, n’è egli vero Villefort? - -— Che dite signora marchesa?... rispose il giovine al quale era rivolta -questa domanda. Perdonatemi, io non era attento alla conversazione. - -— Eh! lasciate questi ragazzi, marchesa, riprese il vecchio che aveva -proposto il brindisi; essi stan per sposarsi in breve, e naturalmente -han tutt’altro da parlar che di politica. - -— Vi chiedo perdono, madre mia, disse una bella giovinetta dai -capelli biondi. Vi rendo Villefort, che avevo usurpato per un istante. -Villefort, mia madre vi parla. - -— Ed io son pronto a rispondere alla signora, se vuole avere la bontà -di rinnovarmi la interrogazione che non ho intesa. - -— Vi perdoniamo, Renata, disse la marchesa con un sorriso di tenerezza -che era meraviglia veder su quel volto secco, ma il cuore della donna -è così fatto che per quanto arido divenga al soffio dei pregiudizi -ed alle esigenze dell’_etichetta_, ha sempre un angolo fertile e -ridente, ed è quello che Dio ha consacrato all’amore materno. Vi -perdoniamo... Diceva adunque, Villefort che i bonapartisti non avevano -nè l’entusiasmo, nè l’abnegazione nostra. - -— Oh! signora, essi hanno almeno qualche cosa che compensa tutto ciò; -egli è il Maometto dell’occidente; egli è per questi uomini, volgari ma -di somma ambizione, non solo un legislatore ed un padrone, ma ancora un -tipo.... - -— Dell’eguaglianza! gridò la marchesa. Napoleone! il tipo -dell’eguaglianza! e che direte voi dunque di Robespierre? mi sembra -che gli togliate il posto per darlo al Corso: e questo pare a me -sufficiente usurpazione. - -— No, signora, io lascio ciascuno sul proprio piedestallo; Robespierre, -nella piazza di Luigi XV, sul suo patibolo; Napoleone nella piazza -Vendôme su la sua colonna. Ciò però non vuol dire, aggiunse Villefort -sorridendo, che tutti e due non siano due infami rivoluzionari, e -che il 9 termidoro e il 4 aprile 1814 non sieno due giorni felici -per la Francia, e degni di essere egualmente festeggiati dagli amici -dell’ordine e della monarchia; ma ciò spiega egualmente come Napoleone -caduto per non rialzarsi più mai, io spero, abbia pur sempre conservati -i suoi satelliti. Che volete, marchesa! Cromvel che non era neppure la -metà di tutto ciò che è stato Napoleone, aveva anch’egli i suoi! - -— Sapete voi che ciò che dite, Villefort, puzza di rivoluzione da una -lega lontano. Ma vi perdono: egli è impossibile di essere figlio di un -_Girondino_, e non conservare qualche gusto per il terrore. — Un vivo -rossore passò sulla fronte di Villefort. — Mio padre era girondino, -disse egli, è vero; ma non ha dato il suo voto per la morte del Re: mio -padre è stato proscritto da quello stesso terrore che proscriveva voi -pure, poco ha mancato che non portasse la testa sullo stesso patibolo -ove cadde quella di vostro padre. - -— Sì, disse la marchesa, senza che questo sanguinoso pensiero portasse -la menoma alterazione sulla sua fisonomia; solamente era per principi -diametralmente opposti che vi sarebbero saliti tutti e due; e n’è prova -che tutta la mia famiglia è rimasta affezionata ai principi esiliati, -nel mentre che vostro padre si è affrettato di accomodarsi col nuovo -governo, e che dopo che il cittadino Noirtier fu girondino, il conte di -Noirtier divenne senatore. - -— Madre mia, madre mia! disse Renata, voi sapete che fu convenuto che -non si sarebbe giammai parlato di queste tristi rimembranze. - -— Signora, rispose Villefort, io mi unisco a madamigella di S. Méran -per domandarvi umilmente l’obblio del passato. Con qual vantaggio -ritornare su cose su cui la stessa volontà di Dio è impossente? -L’io può cambiare l’avvenire; non può modificare il passato. Ciò che -possiamo noi mortali, si è, se non di rinnegarlo, almeno di gettarvi -sopra un velo. Ebbene io non solo mi sono diviso dalle opinioni -di mio padre, ma ancora dal suo nome. Mio padre è stato, e forse è -ancora bonapartista, e si chiama Noirtier; io sono regio, e mi chiamo -Villefort. Lasciate morire nel vecchio tronco un avanzo rivoluzionario, -e non pensate, signora, al ramo che si diparte da questo tronco senza -potere, e dirò quasi, senza volere staccarsene del tutto. - -— Bravo Villefort, disse il marchese, bravo! bella risposta. Io ho -sempre predicato alla marchesa la dimenticanza del passato senza averla -mai potuto ottenere; spero che voi sarete più fortunato di me. - -— Sì, sta bene, disse la marchesa, dimentichiamo il passato, io -non dimando meglio, ciò è convenuto; ma che almeno Villefort sia -inflessibile per l’avvenire. Non dimenticate, Villefort, che noi vi -abbiamo garantito in faccia a Sua Maestà, che Sua Maestà stessa ha -voluto dimenticare tutto, dietro le nostre raccomandazioni, come io -dimentico tutto alla vostra preghiera. — Così dicendo gli stendeva la -mano. — Soltanto se vi cade fra i piedi qualche cospiratore, pensate -che si hanno gli occhi aperti su voi, tanto più che si sa che siete di -una famiglia che può essere in relazione coi cospiratori. - -— Pur troppo! signora, disse Villefort, la mia professione, e -soprattutto il tempo in cui viviamo mi ordinano di essere severo. Io -tale sarò. Ho di già avuta qualche accusa politica da sostenere, e -sotto questo riguardo ho dato le mie prove. Disgraziatamente però, noi -non siamo ancora al fine. - -— Credete? disse la marchesa. — Il temo. Napoleone all’Elba è troppo -vicino alla Francia, la sua presenza quasi in vista alle nostre -coste risveglia la speranza nei suoi partigiani. Marsiglia è piena -di ufficiali a mezza paga che tutti i giorni sotto qualche frivolo -pretesto cercano contesa coi regii. Di qui i duelli fra le persone -elevate, di qui gli assassini nella classe del popolo. - -— A proposito, disse il conte di Servieux vecchio amico di S. Méran -ciambellano del conte Artois, voi sapete che la Santa alleanza lo -toglie di là. - -— Sì, si è tenuto discorso su questo argomento quando siamo entrati in -Parigi, disse S. Méran. Ma dove lo invieranno? - -— A S. Elena. — A S. Elena? e che è? disse la marchesa. - -— Un’isola a duemila leghe di qua, oltre l’Equatore. - -— Alla buon’ora! come disse Villefort, è una gran follia aver lasciato -un simile uomo fra la Corsica ov’è nato, fra Napoli ove regna ancora -suo cognato, e in faccia a quella Italia, di cui voleva fare un regno a -suo figlio. - -— Disgraziatamente, disse Villefort, abbiamo i trattati del 1814, e non -si può toccare Napoleone senza infrangerli. - -— Ebbene! s’infrangeranno, disse de Servieux. Vi ha egli guardato -tanto pel minuto quando si trattò di far moschettare l’infelice duca -d’Enghien? - -— Sì, disse la marchesa; è stabilito, la santa Alleanza libererà -l’Europa da Napoleone, e Villefort libererà Marsiglia da tutti i -partigiani di lui. Il Re regna o non regna: se egli regna, il suo -governo dev’essere forte e i suoi magistrati inflessibili: questo è il -solo mezzo per prevenire il male. - -— Disgraziatamente signora, disse sorridendo Villefort, un sostituto -del Procuratore del Re giunge sempre quando il male è fatto. — Allora -sta a lui a ripararlo. - -— Potrei aggiungere ancora, che noi non ripariamo il male ma lo -vendichiamo. - -— Oh! signor de Villefort, disse una bella giovinetta, figlia del conte -de Servieux e amica di Renata, sollecitatevi adunque di avere una bella -causa fin che saremo a Marsiglia; io non ho mai veduto una tornata al -Tribunale, e mi si dice che sia una cosa molto curiosa. - -— Curiosissima, davvero madamigella, disse il sostituto, perchè invece -di una finta tragedia si rappresenta un dramma vero; in vece di dolori -rappresentati sono dolori sentiti. Quell’uomo che là si vede, invece -di ritornare a casa sua dopo calato il sipario, e di andare a cena, -rientra in prigione ove ritrova il più delle volte il carnefice. -Vedete bene che per le persone nervose, che cercano le emozioni, non -vi è spettacolo che possa paragonarsi a questo; state tranquilla, -madamigella, se l’agio si presenterà, vi proverò la verità del mio -asserto. - -— Ci fa rabbrividire... ed egli ride! disse Renata impallidendo. - -— Che volete!... riprese Villefort; questo è un duello... io -ho ottenuto cinque o sei volte la pena di morte contro accusati -politici... ebbene! chi sa quanti pugnali a quest’ora si arruotolano -nelle tenebre o sono già diretti contro di me? - -— Oh! mio Dio, disse Renata impallidendo sempre più, parlate voi -seriamente Villefort? - -— Non si può parlare più seriamente, rispose il giovine magistrato con -un sorriso sulle labbra. E con questi bei processi che madamigella -desidera appagare la sua curiosità, ed io la mia ambizione, la -condizione delle cose non farà che peggiorare. Tutti questi soldati di -Napoleone abituati ad andar come ciechi incontro alle palle nemiche, -rifletton forse a bruciare una cartuccia, o a marciare a passo di -carica colla baionetta abbassata? ebbene! penseranno ad uccidere un -uomo che credono loro nemico personale più che ad uccidere un Russo, un -Tedesco o un Ungherese che non hanno mai veduto? d’altra parte bisogna -ammettere ciò, altrimenti non vi sarebbe punto di difesa, io stesso -quando vedo luccicare nell’occhio dell’accusato il lampo luminoso della -rabbia mi esalto tutto e m’incoraggio: non è più un processo, ma un -combattimento; io lotto contro di lui, egli risponde, io raddoppio, -il combattimento finisce come tutti gli altri, con una vittoria o con -una sconfitta. Ecco ciò che si chiama discussione! è il pericolo che -fa l’eloquenza. Un accusato che sorride dopo una mia replica mi fa -conoscere che ho parlato male, e ciò che ho detto è snervato, senza -vigore, insufficiente; immaginate dunque quale dev’essere la sensazione -d’orgoglio di un procuratore del re convinto della reità dell’accusato, -allora quando vede avvilirsi ed annientarsi il reo sotto il peso delle -prove e sotto i fulmini della eloquenza! quella testa si abbassa, -dunque cadrà. — Renata gettò un leggiero grido. — Ecco ciò che si -chiama saper parlare, disse uno de’ convitati. - -— Ecco l’uomo che ci abbisogna in tempi come i nostri! - -— Così, disse un terzo, nel vostro ultimo affare, sarete rimasto -superbo, mio caro Villefort. Lo sapete quell’uomo che aveva ucciso suo -padre, ebbene senza metafora voi lo avete ucciso prima che il carnefice -lo toccasse. - -— Oh per i parricidi, disse Renata, poco importa, non vi sono supplizi -abbastanza grandi per tal fatta di gente, ma per gl’infelici accusati -politici!... - -— Gli accusati politici! gridò la marchesa, è ancor peggio, perchè il -Re è padre della nazione, e volere rovesciare od uccidere il Re è lo -stesso che volere uccidere il padre di 32 milioni di uomini. - -— Oh! è lo stesso, Villefort, disse Renata, voi mi promettete di avere -indulgenza per quelli che vi raccomanderò? - -— State tranquilla, disse Villefort con un sorriso affettuoso, noi -faremo insieme le nostre requisitorie. - -— Cara mia, disse la marchesa, occupatevi di ricami, di aghi, di -nastri, e lasciate il vostro futuro sposo disimpegnare il suo ufficio. -Oggi giorno le armi sono in riposo, e la toga è in credito; vi ha su -questo proposito un motto latino... - -— _Cedant arma togae_, interruppe inchinandosi Villefort. - -— Io credo che avrei desiderato meglio che voi foste stato un medico, -rispose Renata; l’angelo sterminatore per quanto sia un angelo, fa -sempre paura. - -— Buona Renata! mormorò Villefort accarezzando la giovanetta con uno -sguardo di amore. - -— Figlia mia, disse il marchese, Villefort sarà il medico morale e -politico di questa provincia; ha una bella parte da rappresentare, -credetemi. - -— E sarà un mezzo di fare dimenticare la parte che ha rappresentata suo -padre, soggiunse l’incorreggibile marchesa. - -— Signora, riprese Villefort con un mesto sorriso, io ho di già avuto -l’onore di dirvi che mio padre aveva, spero almeno abiurati gli errori -del tempo passato: che era divenuto un amico zelante della religione -e dell’ordine, miglior regio forse di me stesso, poichè egli lo è con -pentimento e io non lo sono che con passione. — E dopo questa frase -rotonda, Villefort per giudicare dell’effetto della sua facondia, girò -intorno lo sguardo sui convitati, come dopo una frase equivalente, -avrebbe guardato l’uditorio dal suo seggio in tribunale. - -— Ebbene, mio caro Villefort, riprese il conte di Servieux, è appunto -ciò che io risposi l’altro giorno alle Tuglierie al ministro della -casa del Re che mi domandava conto di questa singolare alleanza fra -il figlio di un girondino, e la figlia di un ufficiale dell’esercito -di Condè, e il ministro l’ha intesa molto bene. Questo sistema di -fusione è pur quello di Luigi XVIII. Così il Re, che senza che noi -ce n’accorgessimo, ascoltava la nostra conversazione, c’interruppe, -dicendo «Villefort (notate bene che il Re non ha pronunziato il nome -di Noirtier, anzi al contrario ha appoggiato su quello di Villefort), -Villefort ha dunque detto il Re, farà una bella carriera, è un giovane -di già sennato e di mio genio. Ho visto con piacere che il marchese -e la marchesa di S. Méran lo prendono per genero, ed io stesso avrei -loro consigliata questa alleanza, se non fossero venuti pei primi a -chiedermi la permissione di contrattarla». - -— Il Re ha detto questo! gridò entusiasmato Villefort. - -— Io vi ho riferite le sue stesse parole, e se il marchese vuole essere -sincero vi confesserà che ciò che io ho riferito in questo momento -coincide perfettamente con quanto il Re disse a lui stesso, son circa -sei mesi, quando gli parlò di una proposta di matrimonio fra sua figlia -e voi. - -— Sì, è vero, disse il marchese. - -— Ah! dunque io dovrò tutto a quest’ottimo principe! Perciò che non -farei io per servirlo bene? - -— Alla buon’ora, disse la marchesa, ecco come io vi desidero; venga ora -un cospiratore, e sarà il ben venuto. - -— Ed io, madre mia, disse Renata, prego il cielo che non vi ascolti; -che egli non invii a Villefort che dei ladroncelli, dei piccoli -fallimenti, dei timidi scrocconi; in questo modo soltanto potrò dormire -tranquilla. - -— Egli sarebbe come se, disse ridendo Villefort, voi desideraste -ad un medico che avesse a curare soltanto delle emicranie, delle -flussioncelle, delle punzicature di api, tutte cose che non sono di -menomo rischio. Ma se volete vedermi procuratore del Re, auguratemi -al contrario che io abbia a curare di quelle malattie che fanno onore -al medico. — In questo momento, come se il destino avesse aspettato il -voto di Villefort per esaudirlo, un cameriere entrò e gli disse qualche -parola all’orecchio; Villefort lasciò la tavola scusandosi, e ritornò -dopo brevi momenti col viso aperto e le labbra sorridenti. Renata -lo guardò con amore; perchè veduto così, cogli occhi azzurri, col -colorito maschio e le nere barbette che gli contornavano il viso era -veramente un bello ed elegante giovinotto. Per tal modo tutta l’anima -della giovinetta sembrava dipendere dalle sue labbra, aspettando che -spiegasse la causa della sua momentanea assenza. - -— Ebbene, disse Villefort, voi desideravate madamigella non ha guari -di avere un medico per marito. Io ho per lo meno coi medici questo -di simile che non son mai padrone del mio tempo, e che son disturbato -anche vicino a voi, anche al pranzo di nozze. - -— E per qual causa venite dunque disturbato? domandò la bella -giovinetta con una leggiera inquietudine. - -— Ahimè, per un malato che, a quanto sembra, se debbo credere a quello -che mi è stato detto, trovasi agli estremi; questa volta è un caso -grave, e la malattia confina molto col patibolo. — Oh! mio Dio, gridò -Renata impallidendo. - -— Davvero? disse ad una voce tutta l’assemblea. - -— Sembra che siasi scoperto niente meno che un complotto bonapartista. -— Sarebbe possibile! gridò la marchesa. - -— Ecco la lettera di denunzia, e Villefort, lesse ad alta voce. — «Il -signor procuratore del Re, è avvisato da un amico del Trono e della -Religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento -il _Faraone_ giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver toccato -Napoli e Porto-ferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera -per l’usurpatore e dall’usurpatore di una lettera per il comitato -bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo -poichè si troverà questa lettera o nelle sue tasche o presso del padre, -o nel suo gabinetto a bordo del _Faraone_». - -— Ma disse Renata, questa non è che una lettera anonima, e diretta al -Procuratore del Re, e non a voi. - -— Sì, ma il Procuratore del Re è assente; in sua assenza la lettera è -stata portata al suo segretario, che è facoltato ad aprire le lettere. -Egli dunque ha aperta questa, mi ha fatto cercare, e non avendomi -ritrovato, ha dato gli ordini necessari per l’arresto. - -— Il colpevole dunque è già arrestato, disse la marchesa. - -— Cioè l’accusato, soggiunse Renata. - -— Sì, o signora, disse Villefort, e come aveva l’onore di dire or ora a -madamigella, se la lettera si ritrova, il malato è malato gravemente. - -— E dov’è quest’infelice? domandò Renata. - -— A casa mia che mi aspetta. - -— Adunque, amico mio, disse il marchese, non mancate al vostro dovere -per trattenervi con noi, andate che il servizio del Re lo impone. - -— Ah! signor Villefort siate indulgente, disse Renata giungendo -le mani, ricordatevi che questo è il giorno dei vostri sponsali. -— Villefort fece un giro intorno alla tavola, e avvicinandosi alla -sedia della giovinetta, sulla spalliera della quale si appoggiò: — Per -risparmiarvi un’inquietudine, diss’egli, farò quanto potrò, mia cara -Renata; ma se gl’indizi sono sicuri, e l’accusa è vera, bisognerà bene -tagliare questa cattiva erba bonapartista. - -Renata rabbrividì a questa parola _tagliare_ poichè l’erba che si dovea -tagliare era la testa di un uomo. - -— Bah! Bah! disse la marchesa, non date ascolto a questa giovinetta, -Villefort; ella ci si avvezzerà. — E la marchesa stese a Villefort una -mano secca che egli baciò, sempre guardando Renata e dicendole cogli -occhi: — È la vostra mano che intendo baciare in questo momento o -almeno desidererei che fosse. - -— Questi sono tristi auspici, mormorò Renata. - -— In verità, madamigella, disse la marchesa, voi siete di una puerilità -disperante. Vi domando un poco ciò che può aver che fare il destino -dello stato con le vostre fantasie sentimentali, e colle vostre -sensibilità di cuore? - -— Oh! madre mia, mormorò Renata. - -— Grazia per la cattiva regia, marchesa, disse Villefort. Io vi -prometto di fare il mio dovere di sostituto del Procuratore del Re -coscienziosamente, vale a dire di essere severo. — Ma nel medesimo -tempo che il magistrato indirizzava queste parole alla marchesa, -il fidanzato gettava di nascosto uno sguardo, che diceva: — State -tranquilla, Renata, per amor vostro sarò indulgente. — Renata -corrispose a questo sguardo col più dolce sorriso, e Villefort uscì col -paradiso nel cuore. - - - - -VII. — L’INTERROGATORIO. - - -Non appena Villefort fu fuori della sala da pranzo che lasciò la -maschera allegra per prendere l’aria grave di un uomo chiamato al -supremo ufficio di pronunciare sulla vita del suo simile. Ora, ad -onta della mobilità della sua fisonomia, mobilità che il sostituto -aveva studiata, come deve fare ogni abile attore, più di una volta -innanzi lo specchio, allora per altro durò molta fatica ad aggrottare -le sopracciglia e a rendere severi i suoi lineamenti. Di fatto, -prescindendo dalle memorie di quella linea politica seguita da suo -padre e che poteva se egli non se ne allontanava compiutamente, -inceppare il suo avvenire, Gherardo de Villefort era in quel momento -tanto felice, quanto è concesso ad un uomo di esserlo. Di già ricco -per sè stesso, egli a ventisette anni occupava un posto elevato nella -magistratura, sposava una giovinetta bella di persona cui amava; di -più, oltre la sua bellezza che era notevole, madamigella di S. Méran -sua sposa apparteneva ad una delle famiglie più favorite dalla corte -d’allora; finalmente l’influenza dei genitori di lei, non avendo -figli maschi, poteva essere consacrata tutta intera al loro genero; -ella portava ancora al marito una dote di 50mila scudi, che grazie -alle speranze, parola atroce inventata dai sensali di matrimonio, -poteva un giorno aumentarsi con una eredità di un mezzo milione. Tutti -questi elementi riuniti componevano dunque per Villefort un totale -di felicità abbagliante a segno, che gli sembrava di vedere delle -macchie nel sole quando aveva lungamente guardata la sua vita interna -colla vista dell’anima. Alla porta trovò il commissario di polizia -che lo aspettava... La vista dell’uomo nero lo fece tosto ricadere -dall’altezza del terzo cielo sulla terra materiale ove noi camminiamo; -ricompose il viso nel modo che abbiamo indicato, e avvicinandosi -all’ufficiale di giustizia: — Eccomi, signore, diss’egli; ho letta -la lettera, e voi avete fatto benissimo in arrestare quest’uomo, ora -datemi sopra di lui e sulla cospirazione tutti i particolari da voi -raccolti. - -— Signore, della cospirazione non si sa ancor nulla, rispose il -Commissario; ma tutte le carte che sono state ritrovate presso -quest’uomo, sono tutte poste in un plico e sigillate sul vostro -scrittoio. Quanto al prevenuto, voi lo avrete veduto dalla lettera -stessa che lo denunzia, egli si chiama Edmondo Dantès, secondo a -bordo del bastimento a tre alberi, il _Faraone_, che fa commercio di -cotone con Alessandria e Smyrne, e appartiene alla casa Morrel e F. di -Marsiglia. - -— Prima di servire nella marina mercantile ha egli servito nella -marina militare? domandò Villefort. — Oh! no, signore, egli è giovine -del tutto. — Qual è la sua età? — Diciannove o vent’anni al più. — -In questo e siccome Villefort, seguendo la strada grande era giunto -all’angolo della via dei Consoli, un uomo che sembrava aspettarlo al -suo passaggio, lo fermò: era Morrel. — Ah! signor de Villefort, esclamò -il bravo uomo riconoscendo il sostituto, immaginatevi che si commette -lo sbaglio più strano, e più inaudito; è stato arrestato il secondo del -mio bastimento, Edmondo Dantès. - -— Lo so, disse Villefort, ed io mi riduco in casa per interrogarlo. - -— Ah! continuò Morrel, spinto dalla sua amicizia per il giovinotto, -voi non conoscete quello che viene accusato, io, io lo conosco. -Immaginatevi l’uomo più dolce, più probo ed oserei quasi dire l’uomo -che conosce il suo mestiere meglio di tutta la marina mercantile. -Oh! signor de Villefort, io ve lo raccomando caldamente e con tutto -il cuore. — Villefort, come si è potuto vedere, apparteneva al -partito nobile della città e Morrel al partito plebeo; il primo era -ultra regio, il secondo sospetto di bonapartista. Villefort guardò -sdegnosamente Morrel e gli rispose con freddezza: — Voi sapete che si -può essere dolci nella vita privata, probi nelle relazioni commerciali, -sapienti nel proprio stato, e ciò nonostante essere grandi colpevoli -politicamente parlando, voi il sapete? — e il magistrato appoggiò sopra -queste ultime parole come se avesse voluto fare l’applicazione allo -stesso armatore; mentre che col suo sguardo scrutatore si sforzava di -penetrare fino al fondo del cuore di quest’uomo ardito abbastanza da -intercedere per un altro, quando doveva sapere che aveva bisogno egli -stesso d’indulgenza. Morrel arrossì poichè non si sentiva la coscienza -netta in riguardo alle sue opinioni politiche; e d’altra parte la -confidenza che gli avea fatto Dantès del colloquio tenuto col gran -Maresciallo e delle poche parole che gli aveva dirette l’Imperatore -gli turbava qualche poco lo spirito. Tuttavolta egli aggiunse con -l’accento del più profondo interessamento: — Io ve ne supplico, -sig. de Villefort, siate giusto come dovete esserlo, buono come lo -siete sempre, e _rendete a noi_ ben presto questo povero Dantès. -— Il _rendete a noi_, risuonò rivoluzionariamente all’orecchio del -sostituto al Procuratore del Re. — Eh! eh! disse a sè stesso, _rendete -a noi_. Questo Dantès sarebbe egli forse affiliato a qualche setta di -carbonari perchè il suo protettore impieghi così, senza pensarci, la -formola collettiva? È stato arrestato in un’osteria, mi disse, cred’io -il Commissario, in numerosa compagnia, mi soggiunse; forse sarà stata -qualche _vendita_. Poi alzando la voce, rispose: — Signore, potete -stare perfettamente tranquillo, e non vi sarete appellato inutilmente -alla mia giustizia, se il prevenuto è innocente; ma se al contrario -egli è reo, viviamo in tempi così difficili che la impunità sarebbe -di un esempio tremendo; ed io sarei obbligato di fare il mio dovere. -— E siccome era arrivato alla porta della casa attigua al palazzo di -giustizia, entrò maestosamente dopo aver salutato con una gentilezza di -ghiaccio l’infelice armatore che rimase come pietrificato al luogo ove -lo lasciò Villefort. - -L’anticamera era piena di gendarmi e di uffiziali di polizia. In mezzo -ad essi, guardato a vista, circondato da sguardi fulminanti d’odio si -stava tranquillo, immobile e ritto in piedi il prigioniero. Villefort -traversò l’anticamera, dette uno sguardo obliquo a Dantès dopo aver -preso un piego che gli venne da un uffiziale, dicendo: — Mi si conduca -il prigioniero. - -Per quanto fu rapido lo sguardo, pure bastò a Villefort per farsi -un’idea dell’uomo che stava per interrogare. Egli aveva riconosciuto -l’intelligenza in quella fronte larga ed aperta, il coraggio -nell’occhio fisso e nel sopracciglio corrugato, e la franchezza nelle -labbra grosse e semi-aperte, che lasciavano vedere due fila di denti -bianchi come l’avorio; la prima impressione era stata dunque favorevole -per Dantès, ma Villefort aveva inteso dir così spesso, come parola di -profonda politica, che bisogna diffidare del primo movimento attesochè -questo è il buono; che egli applicò la massima all’impressione, senza -tener conto della differenza che passa fra queste due parole: soffocò -in conseguenza i buoni istinti che volevano invadergli il cuore per -liberare lo spirito dall’assalto, accomodò davanti lo specchio il -contegno come nei giorni di grandi formalità, e si assise cupo e -minaccioso avanti allo scrittoio. Un istante dopo di lui entrò Dantès. -Il giovinotto era sempre pallido, ma tranquillo e sorridente: salutò -il suo giudice con una pulitezza non affettata, cercò cogli occhi -una sedia, come se si fosse ritrovato nella camera del signor Morrel. -Fu allora soltanto che egli scontrò lo sguardo di Villefort, sguardo -particolare agli uomini del foro che non vogliono che vi si legga il -loro interno pensiero, e fanno del loro occhio un cristallo appannato. -Questo sguardo gli fece conoscere che egli era davanti alla giustizia, -aspetto di sinistre maniere. - -— Chi siete voi, e come vi chiamate? domandò Villefort, sfogliando -quelle note che l’uffiziale gli aveva rimesso entrando, e che da un’ora -erano divenute voluminose, tanto la corruzione dello spionaggio si -attacca presto al corpo disgraziato di colui che si noma prevenuto. - -— Signore, io mi chiamo Edmondo Dantès, rispose il giovinotto con voce -ferma e sonora: sono secondo a bordo del bastimento il _Faraone_, che -appartiene ai Sigg. Morrel e F. - -— La vostra età? continuò Villefort. — Diciannove anni, rispose Dantès. -— Che facevate voi, al momento che siete stato arrestato? — Assisteva -al pranzo dei miei sponsali, disse Dantès, con una voce leggermente -commossa, tanto questo contrasto era doloroso, dai momenti di gioia -colla lugubre cerimonia che si compiva, tanto il viso cupo di Villefort -faceva brillare di tutta la sua luce il volto raggiante di Mercedès. - -— Voi assistevate al pranzo dei vostri sponsali? disse il sostituto -rabbrividendo suo malgrado. - -— Sì, o signore, io sono sul punto di sposare una donna che amo da tre -anni! — Villefort sebbene d’ordinario impassibile fu ciò nonostante -colpito da questa coincidenza; e la voce commossa di Dantès sorpreso in -mezzo alla sua felicità andò a svegliare una fibra simpatica nel fondo -della sua anima. Egli pure si maritava, egli pure era felice, e si -veniva a disturbare la sua felicità, perchè contribuisse a distruggere -la gioia di un uomo, che come lui, toccava di già alla felicità! -questo ravvicinamento filosofico, pensò egli, farà grande effetto al -mio ritorno nel salone del marchese di S. Méran, ed egli accomodava di -già nel suo spirito, e mentre Dantès attendeva nuove interrogazioni, -le parole di antitesi, coll’aiuto delle quali gli oratori costruiscono -quelle frasi ambiziose di applausi che qualche volta fanno credere in -essi una vera eloquenza. Allorchè il suo piccolo _speech_ interno fu -accomodato, Villefort sorrise al suo effetto, e ritornando a Dantès: - -— Continuate, diss’egli. — Che volete che io continui a fare? - -— Ad illuminare la giustizia. — Che la giustizia mi dica su qual punto -vuol essere rischiarata, ed io le dirò tutto ciò che so. Soltanto, -aggiunse egli, con un sorriso, la prevengo che so ben poche cose. -— Avete voi servito l’Imperatore? — Egli cadde appunto quando stavo -per essere incorporato nella marina militare. — Si dice che le vostre -opinioni politiche siano esagerate, disse Villefort al quale nessuno -aveva detto una parola di ciò, ma non si trovava malcontento di porre -una domanda come si pone un’accusa. - -— Le mie opinioni politiche? le mie, signore! è quasi vergognoso -il dirlo, ma io non ho mai avuto ciò che si chiama un’opinione: ho -diciannove anni appena, come ebbi l’onore di dirvi; io non so niente, -non sono destinato a rappresentare alcuna parte, il poco che sono e -che sarò, se mi vien accordato il posto che ambisco, lo dovrò solo al -signor Morrel. Per tal modo tutte le mie opinioni, non dirò politiche, -ma private, si limitano a questi tre sentimenti: amo mio padre, -rispetto il sig. Morrel, e adoro Mercedès. Ecco, o signore, tutto ciò -che posso dire alla giustizia: vedete che questo può importarle ben -poco. - -A seconda che Dantès parlava, Villefort ne contemplava il viso dolce -ad un tempo ed aperto, e sentiva ritornare alla memoria le parole -di Renata, che senza conoscere il prevenuto, gli aveva domandata -indulgenza per lui. Coll’abitudine che aveva digià il sostituto a -trattare i delitti e i delittuosi, egli vedeva sorgere ad ogni parola -di Dantès le prove dell’innocenza di lui. Di fatto questo giovine, che -si sarebbe potuto chiamare anche ragazzo, semplice, ingenuo, eloquente, -di quella eloquenza del cuore che non si trova mai quando si cerca -per affettarla, pieno d’affezione per tutti perchè era felice, chè la -felicità rende buoni anche gli stessi perversi, versava fino sul suo -giudice la dolce affabilità che si espandeva dal suo cuore. Edmondo non -aveva nello sguardo, nella voce, nel gesto, per quanto rozzo e severo -fosse stato con lui Villefort, che affabilità e bontà per colui che lo -interrogava. - -— Perbacco! disse tra sè Villefort, ecco un grazioso giovinotto e non -penerò molto, lo spero, a farmi un merito con Renata compiacendo la -sua prima raccomandazione. Ciò mi frutterà una buona stretta di mano in -presenza di tutti, ed un bacio ineffabile di nascosto in un canto. - -A questa doppia speranza la figura di Villefort si abbellì, dimodochè -quando rivolse gli sguardi dai suoi pensieri sopra Dantès, Dantès -che aveva seguito tutti i movimenti della fisonomia del suo giudice, -sorrideva quasi al suo pensiero. - -— Sapete voi di aver qualche nemico? disse Villefort. - -— Io dei nemici? rispose Dantès, ho la fortuna di essere ancora ben -poca cosa, perchè la mia posizione me ne faccia. Quanto alla mia -indole, forse un poco troppo vivace, ho sempre cercato di addolcirla -verso i miei subordinati. Ho dieci o dodici marinai sotto i miei -ordini; che vengano pure interrogati, o signore, ed essi vi diranno che -mi amano e mi rispettano, non come un padre perchè sono troppo giovine, -ma come un fratello maggiore. - -— Bene, continuò Villefort, vediamo ora, se invece di nemici poteste -avere qualche invidioso, o qualche geloso. Voi siete per essere -nominato capitano a diciannove anni, il che è un raro bene in tutti -gli stati; queste due preferenze avrebbero potuto generarvi qualche -invidioso. - -— Sì, avete ragione: voi dovete conoscere gli uomini meglio di me; ciò -è possibile; ma se questi invidiosi dovessero essere tra i miei amici, -vi confesso che amo meglio di non conoscerli, per non esser costretto -ad odiarli. - -— Avete torto, bisogna sempre per quanto è possibile, tener gli -occhi aperti intorno a sè, e in verità voi mi sembrate un così bravo -giovine, che per voi son per allontanarmi dalle regole ordinarie della -giustizia e per illuminarvi, comunicandovi la denunzia che vi conduce -a me dinanzi. Ecco il foglio accusatore, conoscete voi il carattere? -— E Villefort cavò di tasca la lettera e la presentò a Dantès. Questi -osservò e lesse. Una nube gli oscurò la fronte, poi disse: — Non -conosco questo carattere, che quantunque alterato, pure è scritto -con molta franchezza. In ogni caso è una mano molto abile che lo ha -vergato. Sono ben fortunato, soggiunse guardando con riconoscenza -Villefort, di avere a trattare con un uomo, quale voi siete, poichè -in fatto il mio invidioso è un vero nemico. — Al baleno che folgorò -sugli occhi del giovinetto pronunciando queste parole, Villefort potè -conoscere quanta violenta energia stava nascosta sotto quella prima -dolcezza. - -— Ora osserviamo, disse Villefort, rispondetemi francamente, non come -farebbe un prevenuto al suo giudice, ma come un uomo che si trova in -una falsa posizione risponde ad un altro che prende interessamento per -lui: che vi è di vero in questa anonima accusa? — E Villefort gettò con -disprezzo sullo scrittoio la lettera che Dantès gli aveva restituita. - -— Eccovi la pura verità, sul mio onore di marinaio, sul mio amore per -Mercedès, sulla vita di mio padre. - -— Parlate, signore, disse ad alta voce Villefort. Poi fra sè soggiunse. -— Se Renata potesse vedermi, spero, sarebbe contenta di me e non mi -chiamerebbe più tagliatore di teste. - -— Ebbene! lasciando Napoli il Capitano Leclerc cadde malato di -febbre cerebrale; siccome non avevamo medico a bordo, ed egli non -volle fermarsi in alcun punto della costa, sollecitato come era di -portarsi all’isola d’Elba, la malattia peggiorò in modo che verso la -fine del terzo giorno sentendosi vicino a morire mi chiamò a sè: «— -Mio caro Dantès, mi disse: giuratemi sul vostro onore di far tutto -ciò che vi dirò trattandosi di affari della più alta importanza.» -«— Ve lo giuro capitano, risposi io.» «— Ebbene, siccome dopo la mia -morte spetta a voi il comando del bastimento nella vostra qualità di -secondo, assumerete questo comando, e metterete capo all’isola d’Elba, -sbarcherete a Porto Ferrajo, cercherete del gran Maresciallo e gli -rimetterete questa lettera; forse egli allora vi consegnerà un’altra -lettera, e v’incaricherà di qualche missione. Questa missione che era -riservata a me, voi l’eseguirete, Dantès, in mia vece, e tutto l’onore -sarà vostro.» «— Io lo farò, Capitano; ma forse non potrò giugnere fino -al Gran Maresciallo tanto facilmente quanto credete.» - -«— Eccovi un anello che vi farà giungere facilmente a lui, disse il -Capitano, e che toglierà tutte le difficoltà». — A queste parole mi -rimise l’anello, e fu appena in tempo; perchè poco dopo lo prese il -delirio e il domani era morto. - -— E che faceste allora? - -— Ciò che io doveva fare, o signore, e che ciascun altro avrebbe fatto -al mio posto. In ogni tempo le preghiere dei moribondi sono sacre, -ma presso i marinai le preghiere di un superiore sono ordini che si -debbono eseguire. Io feci dunque vela verso l’isola d’Elba ove giunsi -il domani; consegnai a bordo tutto l’equipaggio, ed io solo discesi a -terra. Come aveva preveduto, mi fecero sulle prime delle difficoltà per -introdurmi dal Gran Maresciallo, ma io gli inviai l’anello che doveva -servirmi di segnale a farmi riconoscere, e tutte le porte si aprirono -avanti a me. Egli mi ricevette, m’interrogò sugli ultimi particolari -della morte del disgraziato Leclerc; e come questi lo aveva preveduto, -mi venne consegnata una lettera coll’incarico di portarla in persona -a Parigi. Io glielo promisi, poichè questo era un compiere l’estrema -volontà del mio Capitano. Ritornai a bordo, feci vela per Marsiglia -ove giunsi ieri, accomodai rapidamente tutti gli affari colla Dogana -e la Sanità, corsi ad abbracciare mio padre, volai a vedere la mia -fidanzata, che trovai più bella e più innamorata che mai. Col favore -del signor Morrel furono superate tutte le difficoltà ecclesiastiche; -e finalmente, o signore, io assisteva, come vi ho detto, al pranzo -dei miei sponsali; fra un’ora doveva esser maritato, e contavo partir -domani per Parigi allora quando per questa accusa che sembra voi pure -disprezziate quanto me, io fui arrestato. - -— Sì, sì, mormorò Villefort, tutto ciò mi sembra essere la verità, e se -voi siete colpevole, lo siete soltanto d’imprudenza; ed anche questa -imprudenza potrebbe essere legittimata dagli ordini che riceveste dal -vostro capitano. Rendetemi questa lettera che vi è stata consegnata -all’isola d’Elba, datemi la vostra parola d’onore di ricomparire alla -prima requisitoria, ed andate a raggiungere i vostri amici. — Per tal -modo io sono libero, signore? gridò Dantès al colmo della gioia. - -— Sì, soltanto datemi questa lettera. — Essa dev’essere innanzi a voi -poichè mi fu tolta con tutte le altre mie carte, ed io ne riconosco -qualcuna in quel fascio. — Aspettate, disse il sostituto a Dantès, che -prendeva i guanti ed il cappello; a chi era essa diretta? - -— _Al sig. Noirtier, strada Coq-Héron a Parigi_. - -La folgore se caduta fosse su Villefort, non lo avrebbe percosso con un -colpo più rapido e più inatteso; egli si lasciò cadere sulla seggiola -dalla quale si era per metà alzato per prendere il piego delle carte -confiscate su Dantès, lo sfogliò precipitosamente, e ne cavò la lettera -fatale, sulla quale gettò uno sguardo ov’era impresso il più indicibile -terrore: — sig. Noirtier strada _Coq-Héron_ N. 13, mormorò impallidendo -sempre più. - -— Sì, o signore, rispose Dantès maravigliato; lo conoscete voi? — No, -rispose Villefort, un servo fedele del Re non conosce i cospiratori. — -Si tratta dunque di una cospirazione? domandò Dantès che cominciava, -dopo essersi creduto libero, a riprendere un terrore più grande del -primo; in ogni modo, signore, io ve l’ho detto, ignorava completamente -il contenuto del dispaccio di cui era il portatore. — Sì, riprese -Villefort, con sorda voce, ma voi sapete il nome di quello a cui era -diretto. — Bisogna bene che io lo sapessi se dovevo consegnarlo nelle -sue proprie mani. — E voi non avete mostrata questa lettera ad alcuno? -disse Villefort che sempre più impallidiva a seconda che leggeva la -lettera. — Ad alcuno sul mio onore. — Tutti dunque ignoravano che voi -eravate portatore di una lettera che veniva dall’isola d’Elba, ed era -diretta al sig. Noirtier? - -— Tutti lo ignorano meno quegli che me l’ha consegnata. - -— Questo è troppo è ancora troppo, mormorò Villefort. - -La fronte di Villefort si oscurava sempre più quanto si accostava al -fine: le sue labbra bianche, le mani tremanti, gli occhi ardenti di lui -facevano passare nello spirito di Dantès le più dolorose apprensioni. -Dopo la lettura di questa lettera, Villefort lasciò cadere il capo fra -le mani, e rimase oppresso. - -— Oh! mio Dio che c’è dunque? chiese timidamente Dantès. - -Villefort non rispose, ma dopo qualche momento rialzò la testa pallida -e scomposta, e rilesse una seconda volta la lettera. — E voi dite che -non sapete nulla di ciò che contiene questa lettera? rispose Villefort. - -— Sul mio onore, vi ripeto, io non so nulla. Ma che avete voi stesso? -Mio Dio! voi state male? volete che suoni il campanello? volete che -chiami qualcuno? — No, disse Villefort alzandosi prontamente; no, non -fate rumore, non dite una parola, sta a me il dare degli ordini qui e -non a voi. — Signore, disse Dantès, mortificato, facea per venire in -vostro soccorso, scusatemi, ve ne prego in riguardo alla intenzione. -— Non ho bisogno di niente; uno sconcerto passeggiero, ecco tutto; -occupatevi di voi e non di me: rispondete. - -Dantès aspettava l’interrogazione che veniva annunziata da quest’ultima -parola, ma inutilmente; Villefort ricadde sul suo seggio, passò la mano -gelida sulla fronte che grondava sudore e per la terza volta si mise a -rileggere la lettera. — Oh! se egli sa il contenuto di questa lettera, -mormorò egli, se conoscerà un giorno che Noirtier è il padre di -Villefort, io son perduto per sempre... — E a quando a quando guardava -Edmondo come se col suo sguardo avesse potuto infrangere quella -barriera invisibile che racchiude nel cuore i segreti che dalla bocca -non vengono palesati. — Oh! non esitiamo più, sclamò egli di repente, -non vi è che questo mezzo. - -— Ma, in nome del Cielo, signore riprese il disgraziato se dubitate di -me, se avete dei sospetti, interrogatemi, io sono pronto a rispondervi. - -Villefort fece un violento sforzo su sè stesso, e con un tuono di voce -che voleva rendere sicuro: - -— Signore, diss’egli, dal vostro interrogatorio risultano a vostro -danno i sospetti più forti: io non sono dunque padrone come aveva poco -fa sperato, di mettervi in libertà in questo medesimo punto, debbo -prima prendere questa misura, consultare il giudice d’istruzione. -Frattanto voi avete veduto come vi ho trattato. — Oh! sì, signore; -gridò Dantès, vi ringrazio poichè siete stato per me più che un -giudice, un amico. — Ebbene vi tratterò ancora per qualche tempo -prigioniero il men che mi sarà possibile; la principale accusa contro -di voi è questa lettera, e... vedete... — Villefort si avvicinò al -caminetto, gettò la lettera nel fuoco e restò immobile fino a che fu -ridotta in cenere. — E vedete, continuò egli, io l’ho annientata. - -— Oh! gridò Dantès, signore, voi siete più che la giustizia, voi -siete la stessa bontà. — Ma ascoltatemi, continuava Villefort, dopo -quest’atto, voi comprendete bene che potete avere tutta la confidenza -in me, n’è vero? — Ah! signore, ordinate, ed io eseguirò i vostri -ordini. — No, disse Villefort avvicinandosi al giovinotto, non sono -ordini che io voglio darvi, voi capirete, sono consigli. — Dite, io mi -conformerò come fossero ordini. — Vi farò trattenere fino a questa sera -al palazzo di giustizia: forse tutt’altri che io, verrà ad esaminarvi. -Dite tutto ciò che avete detto a me, ma non dite una parola su quella -lettera. — Io ve lo prometto, o signore. - -Era Villefort che sembrava supplicare, era l’accusato che attutava il -giudice. - -— Voi capirete, diss’egli gettando uno sguardo sulle ceneri che -conservavano ancora la forma della carta, e che venivano alzate in aria -ed agitate dalla fiamma, ora che questa lettera è annientata, voi ed io -sappiamo soltanto che vi sia stata, essa non vi sarà più ripresentata, -negatela arditamente, e con questo mezzo soltanto siete salvo. — Io -negherò, signore, siate tranquillo, disse Dantès. — Bene, bene, rispose -Villefort portando la mano al cordone del campanello. Poi fermandosi -al momento che stava per suonare: — Questa era la sola lettera che voi -aveste? diss’egli. — La sola. — Giuratelo. — Dantès stese la mano: -— Lo giuro. — Il campanello suonò, il commissario di Polizia entrò. -Villefort si avvicinò al pubblico ufficiale e gli disse qualche parola -all’orecchio. Il Commissario rispose con un semplice segno di testa. -— Seguitelo, signore, disse Villefort a Dantès. — Dantès s’inchinò, -gettò un ultimo sguardo di riconoscenza a Villefort ed uscì. Non appena -la porta fu chiusa dietro lui, che le forze mancarono a Villefort, e -cadde quasi svenuto sul suo seggio. Poi dopo un momento: — Oh! mio Dio, -da che dipende la vita e la fortuna? se il procuratore del Re fosse -stato a Marsiglia, se il giudice d’istruzione fosse stato chiamato in -mia vece, ora sarei perduto. Questo foglio, questo maledetto foglio -mi precipitava nell’abisso. Ah! padre mio, padre mio, sarete voi -dunque sempre un ostacolo alla mia felicità in questo mondo? e dovrò -io lottare eternamente col vostro passato? — Poi di repente una luce -inattesa parve passare innanzi al suo spirito, e gli rischiarò il -viso; un sorriso gli balenò sulle labbra ancora corrugate, gli occhi -stravolti divennero fissi, e parvero fermarsi sopra un pensiero. — Sì, -diss’egli, sì, questa lettera che doveva perdermi, farà forse la mia -fortuna. Andiamo, Villefort, all’opera! — E dopo essersi assicurato che -l’accusato non era più nell’anticamera, il Sostituto al procuratore del -Re uscì a sua volta, e s’incamminò prestamente verso la casa della sua -fidanzata. - - - - -VIII. — IL CASTELLO D’IF. - - -Attraversando l’anticamera, il commissario di polizia fece un segno -a due gendarmi, i quali si posero uno a dritta e l’altro a sinistra -di Dantès; fu aperta una porta che comunicava dal quartiere del -procuratore del Re al palazzo di giustizia, e continuarono per qualche -tempo in uno di quei lunghi corridoi che fanno tremare quelli che -vi passano, anche quando non hanno alcun motivo di tremare. Nello -stesso modo che l’appartamento di Villefort comunicava col palazzo di -giustizia, il palazzo di giustizia comunicava colla prigione, tetro -monumento addossato al palazzo e che guarda in modo strano da tutte -le sue aperture guarnite di sbarre il campanile degli _Accoules_ -che sorge avanti ad esso. Dopo una quantità di voltate nel corridoio -che percorreva, Dantès si vide innanzi una porta col catenaccio di -ferro: il commissario di polizia battè col martello tre colpi che si -ripercossero per Dantès come se gli fossero stati battuti sul cuore. -La porta si aprì, i due gendarmi spinsero leggermente il prigioniero -che esitava; Dantès oltrepassò il limitare terribile, e la porta tosto -si rinchiuse con fracasso dietro a lui. Egli respirava un’altr’aria, -un’aria mefitica e pesante; era l’aria della prigione. - -Venne condotto in una camera abbastanza pulita ma con l’inferriata -a catenaccio. Ne resultò che l’aspetto della sua nuova dimora non -gli cagionò gran timore. D’altra parte le parole del Sostituto al -procuratore del Re, pronunciate con una voce che era sembrata a Dantès -così soave, risuonavano al suo orecchio come una dolce promessa di -speranza. Erano già quattr’ore da che Dantès era stato introdotto -in quella camera. Eravamo come abbiamo detto al primo di marzo, ed -il giorno declinando presto, il prigioniero si trovò di un subito -nella notte. Allora il senso dell’udito si aumentò in lui, a misura -che quello della vista andava a spegnersi. Al più piccolo rumore che -perveniva fino a lui, convinto che sarebbe stato messo in libertà, -si alzava velocemente e faceva un passo verso la porta. Ben presto -il rumore andava a perdersi in un’altra direzione, e Dantès ricadeva -sullo sgabello. Finalmente, verso le dieci della sera al momento in cui -Dantès cominciava a perdere la speranza, un nuovo rumore si fece udire -e questa volta gli sembrava diretto verso la sua camera. Infatti dei -passi rimbombarono nel corridoio e si fermarono avanti la sua porta. -Una chiave girò due volte nella serratura, i catenacci cigolarono, -la massiccia barriera di quercia si aprì lasciando penetrare ad un -tratto nella oscura camera l’abbagliante luce di due ceri. A questa -luce Dantès vide brillare le sciabole ed i moschetti di quattro -gendarmi. Egli aveva fatto due passi in avanti; rimase immobile al -suo posto vedendo quest’aumento di forza. — Venite voi a cercar me? -domandò Dantès. — Sì, rispose uno dei gendarmi. — Per parte del signor -Sostituto al procuratore del Re? — Ma... così credo.... - -— Bene, disse Dantès, sono pronto a seguirvi. - -La convinzione che si veniva a cercarlo per parte di Villefort, -toglieva ogni timore all’infelice giovinotto. Egli si avanzò dunque -con ispirito tranquillo, con andamento libero, e si pose da sè stesso -nel mezzo della scorta. Una carrozza aspettava alla porta di strada, il -cocchiere era al suo posto, un _esente_ era assiso presso il cocchiere. -— È dunque per me questa carrozza? domandò Dantès. — È per voi, rispose -uno dei gendarmi, e salite. — Dantès volle fare qualche osservazione, -ma lo sportello si aprì, sentì che era spinto. Egli non aveva nè la -possibilità nè la sola intenzione di far resistenza. Si trovò in un -momento assiso nel fondo della carrozza fra due gendarmi; gli altri -due sederono nel posto davanti, e la pesante macchina si mise in moto -con un sinistro rumore. Il prigioniero volse gli occhi sulle aperture, -esse erano chiuse coi graticci; ei non aveva fatto che cambiar di -prigione, soltanto questa scorreva, e lo trasportava verso una meta non -conosciuta. Attraverso le sbarre, chiuse in modo da lasciarvi appena -passare la mano, Dantès riconobbe ciò non pertanto che si passava per -la strada _Caisserie_ e che dalle strade _S. Laurent_, e _Tamaris_ si -discendeva verso lo scalo. Ben tosto vide attraverso le sue sbarre, -e quelle del monumento presso il quale si ritrovava, brillare i -lumi della _Consigne_. La carrozza si fermò; l’_esente_ discese e si -avvicinò al corpo di guardia; una dozzina di soldati uscirono e si -disposero in due file in modo da formare un viale. Dantès vedeva al -chiarore dei riverberi dello scalo rilucere i loro moschetti. Sarebbe -egli per me, si domandava, che si spiega una simil forza militare? -L’_esente_, aprendo lo sportello della carrozza che era stato chiuso a -chiave, quantunque non pronunziasse una parola, dette la risposta alla -domanda che si era fatta Dantès, perchè vide fra le due file di soldati -il sentiero che era stato preparato per lui dalla carrozza al porto. I -due gendarmi, seduti nel posto davanti, furono i primi a discendere, -poscia fu fatto discender lui, e finalmente quelli che prima gli -stavano ai fianchi; si diressero verso una barchetta, che un marinaio -di dogana teneva. I soldati osservavano Dantès passare con una stupida -curiosità. In un momento egli fu messo a posto alla poppa del battello, -sempre fra i quattro gendarmi, nel mentre che l’_esente_ si teneva -a prua. Una scossa violenta staccò il battello dalla riva e quattro -vigorosi rematori vogarono verso il _Pilon_. Ad un grido partitosi -dalla barca la catena che chiude il porto si abbassò, e Dantès si -trovò nel luogo detto _Frioul_, vale a dire fuori del porto. Il primo -movimento del prigioniero ritrovandosi all’aria aperta era stato un -movimento di gioia. L’aria è quasi la libertà! Egli respirò adunque a -pieni polmoni quella brezza vivace che porta sulle sue ali tutti gli -olezzi sconosciuti della notte e del mare. Indi a poco mandò fuori -un sospiro: passava avanti l’osteria della _Réserve_ ove era stato sì -felice la stessa mattina nell’ora che aveva preceduta quella del suo -arresto, e attraverso la chiara apertura di due finestre, giunse fino -a lui il lieto rumore di un ballo. Dantès incrociò le mani, levò gli -occhi al cielo e pregò. La barca continuava il suo cammino, aveva già -oltrepassata la _Testa di Moro_: era in faccia all’ansa del Faro, ed -andava a bordeggiare di fianco alla batteria: questa era una manovra -incomprensibile per Dantès. — Ma dove mi conducete voi? domandò egli. -— Lo saprete ben presto. — Ma pure... — Ci è proibito di darvi alcuna -spiegazione. - -Dantès era per metà soldato; fare delle domande a subordinati ai quali -era proibito di rispondere, gli parve una cosa assurda e si tacque. -Allora i pensieri più strani gli passarono per la mente, come non si -poteva fare una lunga navigazione con una simile barchetta, come non vi -era alcun bastimento all’ancora nella parte verso cui si dirigevano, -egli pensò che sarebbe stato depositato sur un punto lontano della -costa per dirgli che era libero: egli non era incatenato, non era -stato fatto alcun tentativo per mettergli le manette, e ciò gli era -sembrato di buon augurio. D’altronde il Sostituto così eccellente per -lui non gli aveva detto che qualora non pronunziasse una parola sulla -lettera diretta a Noirtier, egli non aveva nulla a temere? Villefort, -non aveva in sua presenza annientata la pericolosa lettera unica -prova contro di lui? egli aspettava adunque, muto e pensieroso, e -cercava di fendere coll’occhio da marinaio esercitato alle tenebre, -e assuefatto allo spazio, la oscurità della notte. Lasciata a destra -l’isola _Ratonneau_ su cui riluceva il Faro, e sempre costeggiando -erano arrivati all’altezza del seno dei Catalani. Là, gli sguardi del -prigioniero raddoppiarono di energia: era là che stava Mercedès e gli -sembrava ad ogni momento vedere delinearsi sulla riva oscura la forma -vaga ed indecisa di una donna. Come mai un presentimento non diceva -allora a Mercedès che il suo amante passava in quel momento a trecento -passi lontano da lei? Un sol lume brillava ai Catalani. Studiando -la posizione di questo lume, Dantès riconobbe che esso rischiarava -la camera della sua fidanzata. Mercedès era la sola che vegliava -in tutta la piccola colonia. Alzando un grido poteva il giovinotto -essere inteso dalla sua fidanzata: una falsa vergogna lo trattenne; -che direbbero coloro che lo custodivano sentendolo gridare come un -insensato? egli restò dunque muto cogli occhi fissi su quel lume. -Frattanto la barca continuava il suo cammino; ma il prigioniero non -pensava punto alla barca, egli pensava a Mercedès. Una situazione del -terreno fece scomparire il lume. Dantès si voltò e vide allora che la -barca prendeva il largo. Nel mentre che egli guardava il lume, assorto -nei propri pensieri, non si era avveduto che ai remi erano state -sostituite le vele, e che la barca camminava spinta dal vento. Ad onta -della repugnanza che provava Dantès a fare delle nuove interrogazioni -al gendarme, egli si appressò a lui e stringendogli la mano gli disse -— Gendarme, in nome della vostra coscienza, e per la vostra qualità di -soldato, io vi scongiuro ad aver pietà di me e di rispondermi. Io sono -il capitano Dantès, leale e buon francese, quantunque accusato di non -so qual tradimento, ove mi conducete? ditelo, e sulla fede di marinaio -io mi adatterò al mio dovere, e mi rassegnerò al mio destino. - -Il gendarme si grattò l’orecchio, e guardò il suo camerata. Questi fece -un movimento, quasi avesse voluto dire: «mi sembra che al punto in cui -siamo non vi sia a temere alcun inconveniente». Il gendarme allora si -rivoltò verso Dantès e gli disse: — Voi siete Marsigliese e marinaio -e domandate a me dove andiamo? — Sì, poichè sul mio onore non lo so. -— Non ne avete alcun sospetto? — Alcuno. — È impossibile! — Io ve -lo giuro per quanto vi è di più sacro al mondo. Rispondetemi adunque -di grazia! — Ma la consegna? — La consegna non vi proibisce di dirmi -ciò che saprò fra dieci minuti, fra una mezz’ora, forse fra un’ora; -soltanto voi mi risparmierete di qui a là dei secoli d’incertezza. Io -ve lo domando come se voi foste un mio amico. Osservate, io non voglio -nè rivoltarmi nè fuggire; d’altra parte non lo posso. Su via, ove -andiamo noi? — Ammenochè non abbiate la benda agli occhi o non siate -mai uscito dal porto di Marsiglia, dovete ora indovinare ove andiamo. — -Eppure... - -— Allora guardate attorno a voi. — Dantès si alzò, tese naturalmente -lo sguardo verso il punto a cui sembrava dirigersi il battello, e vide -cento tese lontano innalzarsi la nera e scoscesa roccia sulla quale è -posta come una superfetazione di silce il nero castello d’If. Questa -forma strana, questa prigione ove regna un sì profondo terrore, questa -fortezza che fa vivere da trecent’anni Marsiglia nelle sue lugubri -tradizioni, compariva ad un tratto innanzi a Dantès che non pensava -punto ad essa, e gli fece l’effetto che fa ad un condannato a morte la -vista del patibolo. — Ah! mio Dio! gridò egli, il castello d’If! e che -andiamo noi a far là? - -Il gendarme sorrise. — Ma non sarò già condotto là per esservi -imprigionato? continuò Dantès. Il castello d’If è una prigione di -stato soltanto pei grandi colpevoli politici. Io non ho commesso -alcun delitto. Vi sono forse dei giudici d’istruzione, dei magistrati -qualunque al castello d’If? — Non vi sarà io suppongo, disse il -gendarme, che un governatore, dei carcerieri, una guarnigione e delle -ottime mura. Andiamo, andiamo, amico, non mi fate tanto il sorpreso, -poichè in verità mi farete credere che voleste ricompensare la mia -compiacenza col burlarvi di me. - -Dantès strinse la mano del gendarme sì forte che pareva volesse -infrangergliela. — Voi pretendete adunque che mi si conduca al castello -d’If per esservi imprigionato? — Probabilmente, disse il gendarme; ma -in ogni modo camerata, è inutile stringermi la mano così fortemente. — -Senz’altre informazioni, senz’altra formalità? disse il giovinotto. — -Le formalità sono compite, l’informazione è fatta. — Così ad onta della -promessa del sig. de Villefort... - -— Io non so se Villefort vi ha fatta una promessa, disse il gendarme, -quello che so, si è che noi andiamo al castello d’If. Ebbene! che fate -adesso? Olà camerati, a me! - -Con un movimento pari al baleno, ma che però era stato preveduto -dall’occhio esercitato del gendarme, Dantès aveva voluto slanciarsi in -mare, ma quattro mani vigorose lo trattennero al momento in cui i suoi -piedi lasciavano il piantito del battello. Egli ricadde nel fondo della -barca urlando di rabbia. - -— Bravo! gridò il gendarme, mettendogli un ginocchio sul petto, -ecco come voi mantenete la vostra parola da marinaio! fidatevi delle -persone melliflue! Ebbene, ora, mio caro, se fate un movimento, un sol -movimento, io vi mando una palla nella testa, ho tradita la prima mia -consegna, ma vi assicuro che non mancherò alla seconda. — E di fatto -abbassò la sua carabina verso Dantès, che sentì appoggiarsi come un -anello di gelo l’estremità della canna sulla tempia. - -Un momento egli ebbe l’idea di eseguire il proibito movimento e di -finirla così violentemente coll’inatteso infortunio che si era gettato -sopra di lui coi suoi artigli d’avvoltoio; ma giusto perchè questa -infelicità era inattesa, Dantès pensò che non poteva durare; gli -tornarono al pensiero le promesse di Villefort; e poi bisogna anche -dirlo, questa morte così nel fondo di un battello, dalle mani di un -gendarme gli parve lurida e nuda. Egli ricadde adunque sul piantito -della barca mandando un urlo di rabbia e rodendosi con furore le mani. -Quasi nel medesimo momento un urto violento ripercosse il battello, -uno dei battellieri saltò sulla roccia che era stata toccata dalla -piccola barca, una corda si svolse dall’interno di una puleggia, Dantès -s’accorse che erano arrivati, e che si ammarrava lo schifo. Infatti -i suoi guardiani che lo tenevano ad un tempo e per le braccia, e pel -colletto dell’abito, lo sforzarono di rialzarsi, lo costrinsero a -discendere a terra, e lo trasportarono verso gli scalini che mettevano -alla porta della cittadella, mentre che l’_esente_ armato di moschetto -colla baionetta li seguiva di dietro. Dantès del resto non fece più -alcuna inutile resistenza; la sua lentezza proveniva più da inerzia -che da opposizione. Egli era stordito e barcollava come un ubbriaco. -Vide di nuovo i soldati che si schieravano sulla rapida china, sentì -dei scalini che lo forzarono ad alzare i piedi, si accorse che passava -sotto una porta, e che questa porta si chiudeva dietro di lui ma tutto -ciò macchinalmente come attraverso di una densa nebbia senza distinguer -nulla di positivo. Egli non vedeva neppur più il mare, questo immenso -dolore dei prigionieri che guardano lo spazio col terribile sentimento -che sono impotenti a superarlo. Vi fu una sosta di un momento durante -la quale egli cercò di raccogliere i suoi spiriti. Egli guardò intorno -a sè; era in un cortile quadrato formato da quattro grandi muraglie; si -sentivano i passi lenti e regolari delle sentinelle ed ogni volta che -esse passavano davanti al riflesso che veniva proiettato sulle muraglie -dalla luce di due o tre lumi che ardevano nell’interno del castello, si -vedeva scintillare la canna dei loro moschetti. Si attese dieci minuti -circa. Certi che Dantès non poteva più fuggire lo avevano lasciato; -sembrava che si aspettassero degli ordini, e questi ordini giunsero. — -Ov’è il prigioniero? domandò una voce. — Eccolo, risposero i gendarmi. -— Che mi segua; io lo condurrò al suo alloggio. — Andate! dissero i -gendarmi dando una spinta a Dantès. Il prigioniero seguì la sua guida, -che lo condusse difatti in una sala quasi sotterranea, le cui muraglie -nude ed umide sembravano impregnate da un vapore di lagrime. Una specie -di lampione, posato sopra uno sgabello ed il cui lucignolo nuotava in -un grasso fetido illuminava le pareti di questo spaventoso soggiorno, -e mostrava a Dantès il suo conduttore, che era una specie di carceriere -subalterno, mal vestito e pur di lurido aspetto. - -— Ecco la vostra camera per questa notte, diss’egli. È tardi ed il -sig. Governatore è andato a letto; domani quando si sarà alzato, ed -avrà conosciuti gli ordini che vi concernono, forse vi cambierà di -domicilio. Frattanto eccovi del pane. Vi è dell’acqua in questa brocca, -della paglia laggiù in quel cantone; insomma vi è tutto quello che un -prigioniero può desiderare. Buona sera. — E prima che Dantès avesse -pensato ad aprir la bocca per rispondergli, prima che avesse veduto -ove il carceriere avesse posto il pane, prima che si fosse renduto -conto della direzione ove stava la brocca, prima che avesse voltati -gli occhi verso l’angolo ove lo aspettava quella paglia destinata a -servirgli di letto, il carceriere aveva preso il lampione e chiudendo -la porta aveva tolto al prigioniero quella luce incerta che gli -aveva mostrato come al chiarore di un lampo le umide muraglie della -sua prigione. Allora egli trovossi solo nelle tenebre e nel silenzio -così muto e così tetro quanto le volte di cui egli sentiva il freddo -agghiacciante abbassarsi sulla sua fronte che bruciava. Quando i primi -raggi del giorno ebbero ricondotto un poco di luce in quest’antro, -il carceriere ritornò coll’ordine di lasciare il prigioniero ove era. -Dantès non aveva cambiato di luogo, una mano di ferro sembrava averlo -inchiodato nello stesso posto in cui si era fermato entrando; soltanto -il suo occhio profondo si nascondeva sotto una gran gonfiezza cagionata -dall’umido vapore delle sue lagrime; egli era immobile e guardava il -terreno. Aveva passata così tutta la notte, in piedi, senza dormire -un solo istante; il carceriere si avvicinò a lui; gli girò attorno, ma -Dantès non pareva vederlo, gli battè sulla spalla e Dantès rabbrividì -scuotendo la testa. — Non avete dormito? domandò il carceriere. - -— Non lo so, rispose Dantès. - -Il carceriere lo guardò con meraviglia. — Non avete fame? continuò -egli. — Non lo so, rispose ancora Dantès. — Volete voi qualche cosa? — -Vorrei vedere il Governatore. - -Il carceriere alzò le spalle ed uscì. Dantès lo seguì cogli occhi, -stese le mani verso la porta socchiusa; ma questa venne chiusa a -sbarre. Allora il suo petto sembrò squarciarsi in un lungo singulto. Le -lagrime che gli gonfiavano le palpebre scorsero come due ruscelli, egli -si precipitò colla fronte per terra e pregò lungo tempo, esaminando -collo spirito tutta la sua vita passata, e chiedendo a sè stesso qual -delitto aveva commesso in questa vita ancor sì giovanile, che potesse -meritargli una tal crudele punizione. La giornata scorse così; fu -molto se egli mangiò qualche boccone di pane, bevette qualche goccia -d’acqua. Ora egli restava assiso assorto nei suoi pensieri, ora girava -intorno alla sua prigione come fa una bestia feroce chiusa in una -gabbia di ferro. Un solo pensiero lo faceva soprattutto trasecolare; -ed era che, durante questa traversata in cui, ignorando il luogo ove -era condotto, egli era rimasto sì queto, sì tranquillo, avrebbe potuto -ben dieci volte gettarsi in mare, ed una volta nell’acqua, mercè la -sua abilità nel nuotare, mercè l’abitudine, che faceva di lui uno dei -più abili nuotatori di Marsiglia, sparire sotto all’acqua, fuggire ai -suoi guardiani, guadagnare la costa, salvarsi, nascondersi in qualche -luogo deserto, attendere un bastimento genovese o catalano, raggiungere -l’Italia o la Spagna, e di là scrivere a Mercedès che venisse a lui; -quanto alla sua vita in nessuna contrada poteva esserne inquieto, -in ogni luogo i buoni marinai sono rari; parlava l’italiano come un -toscano; parlava lo spagnuolo come un figlio della vecchia Castiglia. -Egli avrebbe vivuto libero, felice con Mercedès, con suo padre, perchè -suo padre sarebbe venuto a raggiungerlo; mentrechè era ora prigioniero, -chiuso nel castello d’If, in così sicura prigione, non sapendo che cosa -accadeva a suo padre, che a Mercedès, e tutto ciò perchè egli aveva -creduto alla parola di Villefort. Era un divenire pazzo. Così Dantès -si rotolava furioso sulla paglia fresca che il carceriere gli aveva -portato. L’indomani alla stess’ora il carceriere rientrò. - -— Ebbene, gli domandò, oggi siete più ragionevole di ieri? - -Dantès non rispose parola. — Fatevi dunque, disse l’altro, un poco -di coraggio... desiderate qualche cosa che sia in mio potere? dite. -— Io desidero parlare al Governatore. — Eh? disse il carceriere -con impazienza, vi ho di già detto che è impossibile... — Perchè è -impossibile? — Perchè nei regolamenti della prigione vi è, che a nessun -prigioniero sia permesso domandarlo. - -— E quali sono i permessi che qui si possono avere? - -— Un miglior vitto pagandolo, la passeggiata, e qualche volta dei libri. - -— Non ho bisogno di libri, non mi curo di fare passeggiate, trovo buono -il mio vitto; per tal modo non ho bisogno che di una cosa, quella cioè -di parlare al Governatore... - -— Se mi annoiate ancora un’altra volta con questa domanda, non vi porto -più da mangiare. - -— Ebbene, disse Dantès, se non mi porti più da mangiare, morirò di -fame, ecco tutto. — L’accento col quale Dantès pronunciò queste parole, -provò al carceriere che il suo prigioniero si sarebbe stimato felice -a morire. Così siccome ogni prigioniero fatti i conti, fruttava al -carceriere circa dieci soldi al giorno, quello di Dantès fece il -calcolo della perdita che risulterebbe per lui dalla sua morte; quindi -riprese con tuono più addolcito: — Ascoltatemi, ciò che desiderate è -impossibile; non lo domandate più perchè non vi ha esempio che per la -domanda di un prigioniero il Governatore sia venuto nella sua carcere -a ritrovarlo; soltanto coll’essere savio vi si potrà permettere la -passeggiata, ed allora sarà possibile che un giorno o l’altro, durante -questa possa passare a voi vicino il Governatore; nel qual caso, voi lo -potrete interrogare, ed egli, se vuole, vi risponderà. - -— Ma, quanto tempo potrò aspettare prima che questo caso si presenti? -— Diamine! disse il carceriere, un mese, tre mesi, sei mesi, e forse -anche un anno. - -— È troppo, disse Dantès, voglio vederlo subito. — Ah! disse il -carceriere, non vi lasciate infatuare così da un desiderio solo ed -impossibile, o prima di quindici giorni diventerete pazzo. - -— Ah! tu lo credi? disse Dantès. - -— Sì pazzo, è sempre così che comincia la pazzia, noi qui ne abbiamo -avuti e ne abbiam tuttora degli esempi. Lo scienziato che abitava -questa camera prima di voi, dette volta al cervello per essersi fitto -in mente di voler esser messo in libertà mediante un milione che -incessantemente offriva al Governatore. - -— E quanto tempo è che ha lasciato questa camera? — Due anni. — E fu -messo in libertà? — No, fu messo in segrete. — Ascolta, disse Dantès, -io non sono uno scienziato, nè sono un pazzo; forse lo diventerò; -ma disgraziatamente in questo momento ho ragione; voglio farti una -proposizione. — E quale? — Io non ti offrirò un milione perchè non -potrei dartelo; ma ti offrirò cento scudi, se tu vuoi la prima volta -che andrai a Marsiglia, giungere fino ai Catalani e portare una lettera -ad una giovinetta che si chiama Mercedès, ma neanche una lettera, -appena due righe. - -— Se io portassi due righe, e fossi scoperto, perderei il mio posto -che è di mille lire l’anno senza contare gl’incerti. Vedete dunque che -sarei un grande imbecille se volessi arrischiare di perder mille lire -per guadagnarne trecento. - -— Ebbene, disse Dantès, ascolta e ritieni bene a mente quel che ti -dico; se ricusi di avvertire il Governatore, che io desidero parlargli, -se ricusi di portare due righe a Mercedès o di prevenirla almeno che io -sono qui, un giorno o l’altro, io ti aspetto nascosto dietro la porta, -e nel momento che entri ti spacco la testa collo sgabello. - -— Delle minacce! gridò il carceriere, facendo un passo addietro -e mettendosi sulla difesa. Infallibilmente la testa vi gira, lo -scienziato ha cominciato come voi, e fra tre giorni sarete pazzo come -lui. Fortunatamente che nel castello d’If vi sono delle segrete. — -Dantès prese lo sgabello, e se lo fece velocemente girare intorno alla -testa. - -— Sta bene, sta bene, disse il carceriere, dappoichè voi lo volete -assolutamente, andrò ad avvertire il Governatore. - -— Alla buon’ora! disse Dantès, posando lo sgabello e sedendovi sopra, -colla testa bassa e gli occhi stravolti, come se veramente diventasse -pazzo. — Il carceriere uscì e dopo pochi minuti rientrò con quattro -soldati ed un caporale. — Per ordine del Governatore, diss’egli, fate -discendere il prigioniero nel piano sottoposto. - -— Nelle segrete adunque? disse il caporale. - -— Nelle segrete. Bisogna mettere i pazzi coi pazzi. - -I quattro soldati s’impadronirono di Dantès, che cadendo in una specie -di atonia, li seguì senza resistenza, gli furono fatti discendere -quindici scalini, dopo i quali fu aperta una segreta in cui entrò -mormorando: — Egli ha ragione, bisogna mettere i pazzi coi pazzi! — La -porta fu chiusa e Dantès camminò con le mani stese innanzi a sè fino a -che urtò nel muro, allora si assise in un angolo e restò immobile, nel -mentre che i suoi occhi, abituandosi un poco per volta all’oscurità -cominciarono a distinguere gli oggetti. Il carceriere aveva ragione, -mancava ben poco a Dantès per divenire pazzo. - - - - -IX. — LA SERA DEGLI SPONSALI. - - -Villefort, come abbiam detto, aveva ripreso la strada del Gran Corso -e rientrando in casa del marchese di S. Méran, trovò i convitati che -avevano lasciata la tavola ed erano passati nella sala di conversazione -a prendere il caffè. Renata lo attendeva con una impazienza divisa -da tutto il resto della società. Fu egli perciò accolto da una -esclamazione generale. - -— Ebbene! taglia teste, sostegno dello Stato, Bruto regio, gridò uno, -che abbiamo di nuovo? sentiamo. — Siamo noi minacciati nuovamente dal -regime del terrore? diss’un altro — Il lupo della Corsica è uscito -dalla sua caverna? chiese un terzo. - -— Signora marchesa, disse Villefort accostandosi alla sua futura -suocera, vi prego volermi perdonare se sono costretto di lasciarvi -così... Signor marchese, potrò io avere l’onore di dirvi una parola in -disparte? - -— Ah! dunque si tratta di un affare grave? domandò la marchesa, vedendo -oscurarsi la fronte di Villefort. - -— Tanto grave, che son costretto a prendere un congedo di qualche -giorno da voi. Così, continuò egli volgendosi a Renata, vedete bene se -bisogna che sia veramente un affare serio! - -— Voi partite? gridò Renata, incapace di nascondere l’emozione che le -cagionava questa inattesa novella. - -— Ahimè! sì, rispose Villefort, è indispensabile. - -— E dove andate voi dunque? domandò la marchesa. - -— Questo è il segreto della giustizia, signora. Ciò nonostante se -qualcuno di questi signori ha delle commissioni per Parigi, io ho un -amico che parte questa sera e che se ne incaricherà volentieri. (Tutti -lo guardarono con sorpresa). — Voi mi avete domandato un colloquio -particolare? disse il marchese. - -— Sì, passiamo nel vostro gabinetto, se permettete. — Il marchese prese -il braccio di Villefort, ed uscì con lui. - -— Ebbene! domandò questi, entrando nel suo gabinetto; che è avvenuto? -parlate! - -— Cose che io credo della più alta importanza, e che richiedono che io -parta al momento per Parigi. Frattanto marchese scusate l’indiscretezza -della mia domanda; avete voi rendite sullo Stato? - -— Tutta la mia fortuna è in cartelle dello Stato, 6. a 700. mila fr. -circa. - -— Ebbene! vendete, marchese; vendete o siete rovinato! Avete un -banchiere? — Sì. — Datemi una lettera per lui, e che egli venda senza -perdere un minuto, senza perdere un secondo! forse ancora io non -arriverò che troppo tardi! - -— Diavolo! disse il marchese, non perdiamo dunque tempo. - -E si mise a tavolino, scrisse una lettera al suo agente di cambio, -al quale gli ordinava di vendere ad ogni patto. — Ora che possedo -questa lettera, disse Villefort, chiudendola con ogni cura nel suo -portafoglio, me ne abbisogna un’altra. — Per chi? — Pel Re. — Pel Re? — -Sì. — Ma non oso prendermi l’ardire di scrivere a Sua Maestà. - -— Perciò non è a voi che io la domando, ma v’incarico di chiederla -al signor de Servieux. Bisogna che egli mi dia una lettera per mezzo -della quale io possa giungere fino a Sua Maestà senza essere sottomesso -a tutte le formalità della domanda di una udienza, che possono farmi -perdere un tempo prezioso. - -— Ma, non avete voi il guarda-sigilli, che ha facile l’entrata alle -Tuglierie, e per mezzo del quale potete giungere al Re di giorno e di -notte? - -— Sì, senza dubbio; ma è inutile che io divida con un altro il merito -della notizia che porto, capite? Il guarda-sigilli mi porrebbe -naturalmente al secondo rango e mi toglierebbe il benefizio del -mio viaggio. Io vi dico una cosa sola, marchese, la mia carriera è -assicurata se pel primo giungo alle Tuglierie, perchè renderò al Re un -servigio che non potrà dimenticare. - -— In questo caso, mio caro, andate a fare la vostra valigia, io -chiamo Servieux, e gli faccio scrivere la lettera che deve servirvi di -lasciapassare. — Bene, non perdete tempo, perchè fra un quarto d’ora -bisogna che io sia in sedia di posta. — Fate fermare la vostra carrozza -avanti la porta della mia casa. - -— Senza dubbio; farete le mie scuse alla marchesa, ed a madamigella di -S. Méran che io lascio in un simil giorno col più profondo dispiacere. -— Voi le troverete entrambe nel mio gabinetto, e potrete far loro -i vostri addii. — Mille grazie, occupatevi della mia lettera. — Il -marchese suonò, un servo comparve. — Dite al conte di Servieux che io -lo aspetto, disse il marchese. Ora andate, continuò egli, dirigendosi a -Villefort, siete libero. - -— Sta bene, io non faccio che andare e tornare. - -Villefort uscì correndo; ma giunto alla porta pensò che un sostituto -del procuratore del Re se fosse stato veduto a camminare con passo -precipitato, correva rischio di turbare il riposo di tutta la città; -riprese adunque il suo moto ordinario di andare, che in tutto era da -magistrato. Alla sua porta scoperse nell’oscurità un che come un bianco -fantasma che lo aspettasse ritto ed immobile. Era la bella catalana che -non avendo avuto notizie di Edmondo era fuggita dal Faro sul cominciar -della notte per venire a sapere da sè stessa la causa dell’arresto -del suo amante. All’avvicinarsi di Villefort, ella si staccò dal muro -contro cui era appoggiata, e venne a sbarrargli il cammino. Dantès avea -parlato della sua fidanzata al sostituto; e Mercedès non ebbe bisogno -di nominarsi, per essere riconosciuta da Villefort; fu sorpreso della -bellezza di questa donna, ed allorchè ella gli domandò che era avvenuto -del suo amante, gli sembrò d’esser egli l’accusato, ed ella il giudice. - -— L’uomo di cui mi parlate, disse bruscamente Villefort, è un gran -colpevole, io non posso far niente per lui. — Mercedès lasciossi -sfuggire un singulto, e siccome Villefort cercava di passare oltre, -ella lo fermò una seconda volta. — Ma almeno dov’è — domandò ella, che -io possa informarmi se è vivo o morto. - -— Io non lo so, non mi appartiene più, rispose Villefort. E, impacciato -da quello sguardo fisso, da quella attitudine supplichevole respinse -Mercedès, ed entrò chiudendo fortemente la porta, come per lasciar -di fuori questo dolore che gli veniva cagionato. Ma il dolore non si -lascia respingere in tal modo; come la freccia mortale di cui parla -Virgilio, l’uomo ferito la trasporta seco. Villefort rientrò, chiuse -la porta; ma giunto nella sala le gambe gli venner meno, mandò un -sospiro, che sembrò un singulto, e si lasciò cadere sopra un divano. -Allora nel fondo di questo cuore malato nacque il primo germe di -un’ulcera mortale; quest’uomo ch’egli sacrificava alla sua ambizione, -questo innocente che scontava la pena di suo padre colpevole, gli -apparve pallido e minaccioso dando la mano alla sua fidanzata, pallida -anch’essa come lui, trascinando dietro loro i rimorsi, non quelli che -fanno vacillare il malato come i furiosi dell’antica fatalità, ma quel -tintinnìo sordo e doloroso che, in certi momenti, colpisce diritto -al cuore e lo lacera col ricordo di un’azione passata: laceramento -i cui vivi dolori corrodono un male che si approfondisce sempre più -fino al giorno della morte. Allora vi fu nell’anima di quest’uomo un -momento ancora di esitanza. Già parecchie volte lo aveva provato, e ciò -senz’altra emozione che quella della lotta tra il giudice e l’accusato, -la pena di morte contro i prevenuti, e la memoria di questi prevenuti -giustiziati mercè la sua fulminante eloquenza che aveva abbagliati o -i giudici, o i _giurati_, e non aveva neppur lasciato una nube sulla -sua fronte, perchè i prevenuti erano rei, o tali almeno li credea -Villefort. Ma questa volta era ben’altra cosa, la pena del carcere -perpetuo era stata inflitta ad un innocente che era sul punto di essere -felice e del quale egli non solo struggeva la libertà, ma ancora la -felicità. Questa volta egli non era più un giudice, era un carnefice! -Pensando a ciò, si sentì quel battito sordo che abbiamo descritto, -e che gli era sconosciuto fino allora, ripercuotersi nel fondo del -cuore, e riempiergli il petto di vaghe apprensioni; egli è così che -per un violento soffrire instintivo, il ferito è avvertito di non -avvicinare giammai, senza tremare, il dito alla sua ferita aperta e -grondante sangue, prima che questa non sia cicatrizzata. Ma la ferita -che aveva ricevuta Villefort era di quelle che non si chiudono mai, -o se si chiudono, è solo per riaprirsi più sanguinose e più dolorose -di prima. Se in questo momento la dolce voce di Renata gli fosse -risuonata all’orecchio per domandargli grazia, se la bella Mercedès -fosse entrata e gli avesse detto: «in nome di quel Dio che ci guarda e -che sarà nostro giudice, rendetemi il mio fidanzato», sì, questa fronte -per metà piegata sotto la necessità, si sarebbe spiegata del tutto, e -colle sue mani ghiacciate avrebbe senza dubbio, anche col rischio di -tutto ciò che poteva avvenirgli, segnato l’ordine che fosse messo in -libertà Dantès. Ma nessuna voce mormorò nel silenzio, e la porta non si -aprì che per dare adito ad un cameriere di Villefort, il quale veniva -ad annunziare, essere i cavalli di posta attaccati alla carrozza da -viaggio. Villefort si alzò o piuttosto balzò come un uomo che trionfa -d’un’interna lotta; corse al suo scrigno, versò nelle sue saccocce -tutto l’oro che vi si ritrovava, girò un istante smarrito per la camera -colla mano sulla fronte e articolando parole interrotte; poi finalmente -sentendo che il cameriere gli aveva posato sulle spalle il mantello, -uscì, si slanciò nella carrozza, e ordinò con voce tronca di passare -per la strada Gran Corso, e di fermarsi avanti la porta del marchese di -S. Méran. Come lo aveva promesso S. Méran, Villefort trovò la marchesa -e la figlia nel gabinetto. Vedendo Renata il Sostituto rabbrividì, -perchè ebbe timore che la giovinetta gli domandasse un’altra volta la -libertà di Dantès. Ma pur troppo! bisogna dirlo, la giovinetta non era -preoccupata che da una cosa, dalla partenza di Villefort. Ella amava -Villefort; questi partiva nel momento che diveniva suo marito; nè -poteva dire quando sarebbe ritornato, e Renata in vece di perorare per -Dantès, malediceva l’uomo che pel suo delitto la separava dall’amante. - -Che doveva dunque dire Mercedès! la povera Mercedès aveva ritrovato -Fernando all’angolo della strada _La Loge_ che l’aveva seguita; ella -era rientrata ai Catalani, e pel dolore moribonda e disperata si era -gettata sul letto. Davanti a questo Fernando si era messo in ginocchio -a stringendo la gelida mano di Mercedès che non pensava a ritirarla, la -copriva di ardenti baci che Mercedès non sentiva. Ella passò la notte -così; la lampada si spense quando non vi fu più olio, ella non vide -l’oscurità, come non aveva veduto la luce, e il giorno ritornò senza -che ella se ne accorgesse. Il dolore avevale posto innanzi gli occhi -una benda che non le lasciava vedere che Edmondo. - -— Ah! voi siete qui, disse finalmente volgendosi alla parte di Fernando. - -— Da ieri sera non vi ho più lasciata, rispose Fernando con un doloroso -sospiro. - -In quanto a Morrel non si era dato per vinto. Egli aveva saputo che -Dantès dopo il primo interrogatorio era stato tradotto in prigione; -allora corse da tutti i suoi amici. Si era presentato a tutte quelle -persone di Marsiglia che potevano avere qualche influenza! ma di già -correva voce che il giovinotto era stato arrestato sotto la presunzione -di essere un messo bonapartista; e siccome allora anche i più -arrischiosi credevano un sogno insensato ogni tentativo di Napoleone -per ritornare sul trono; così Morrel aveva ritrovato freddezza, -timore, rifiuto, ed era tornato a casa disperato, ma convenendo ciò non -pertanto che la posizione era grave, e che nessuno poteva farci niente. -Caderousse da sua parte era molto inquieto e tormentato. In vece di -uscire come aveva fatto Morrel, in vece di tentare qualche cosa in -favore di Dantès, pel quale d’altra parte non poteva far niente, si era -rinchiuso nella camera con due bottiglie di vino di _cassis_ ed avea -cercato di annegare la sua inquietudine nell’ubbriachezza. Ma nello -stato di spirito in cui trovavasi, due bottiglie erano troppo poca cosa -per assopire la ragione. Era troppo ubbriaco per poter andare a cercare -altro vino, era poco ubbriaco perchè l’ubbriachezza gli avesse potuto -estinguer la memoria. Appoggiato sui gomiti ad una tavola di legno in -faccia a queste bottiglie vuote, vedeva danzare al riflesso della sua -candela al lungo lucignolo tutti quei spettri che Hoffman ha sparsi -sui suoi manoscritti inumiditi dal _punche_ come una polvere nera e -fantastica. Danglars solo non era nè tormentato nè inquieto; era anzi -allegro, poichè si era vendicato di un nemico, ed aveva assicurata -a bordo del _Faraone_ la carica che temeva di perdere. Danglars era -uno di quegli uomini di calcolo che nascono con una penna dietro -l’orecchio e un calamaio nel posto del cuore: per lui a questo mondo -tutto era sottrazione o moltiplicazione, e una cifra gli sembrava molto -più preziosa di un uomo, quando essa poteva aumentare il totale che -quest’uomo poteva diminuire. Danglars era dunque andato a letto come di -ordinario, e dormiva tranquillamente. Villefort dopo di avere ricevuto -dal sig. de Servieux una lettera diretta al conte de Blacas, baciò la -mano alla marchesa di S. Méran, strinse quella del marchese e correva -la posta sulla strada d’Aix. Il padre di Dantès si moriva dal dolore e -dall’inquietudine. Di Edmondo noi abbiamo veduto ciò che accadde. - - - - -X. — IL PICCOLO GABINETTO DELLE TUGLIERIE. - - -Lasciamo Villefort sulla strada di Parigi, ove mercè il triplicar -delle mance divorava la strada, e penetriamo attraverso i due o tre -saloni che lo precedono nel piccolo gabinetto delle Tuglierie tanto -ben conosciuto per essere stato il gabinetto favorito di Napoleone e di -Luigi XVIII, e per essere oggi giorno quello del Re Luigi Filippo. Là, -assiso davanti ad una tavola di nocciuolo, che era stata trasportata da -Hartwell; e per uno di quei capricci familiari ai gran personaggi egli -vi portava una particolare affezione, il Re Luigi XVIII ascoltava con -poca attenzione un uomo dai 50 a 52 anni, coi capelli grigi, di viso -nobile e severo, facendo delle postille sul margine di un volume di -Orazio, di edizione del _Gryphius_, molto scorretta quantunque stimata, -e che ben si adattava alle sagaci osservazioni filosofiche di sua -Maestà. — Voi dicevate adunque signore? disse il re... — Che io sono -talmente inquieto da non potersi più, sire. — Davvero! avete veduto in -sogno sette vacche grasse, e sette magre? — No Sire, perchè ciò non ci -annunzierebbe che sette anni di fertilità e sette anni di carestia, e -con un re previdente come vostra Maestà la carestia non sarebbe stata a -temersi. — Di qual altro flagello si tratta adunque, mio caro Blacas? -— Sire, io temo qualche tentativo disperato. — E per parte di chi? — -Di Bonaparte; o almeno dei suoi parteggiani. — Mio caro Blacas, disse -il Re, coi vostri terrori m’impedite di lavorare. — Vostra Maestà mi -ordina forse di non più insistere su questo argomento? - -— No, caro conte. Ma allungate la mano, laggiù, a sinistra vi troverete -il rapporto del ministro di polizia in data di ieri... Ma eccolo, -egli stesso... N’è vero annunziate il ministro di polizia? interruppe -Luigi XVIII volgendosi all’usciere. Entrate, barone, e raccontate al -conte ciò che sapete, e di più recente, sul conto di Bonaparte. Non -ci dissimulate niente della situazione per quanto essa sia grave. -Sentiamo, l’isola d’Elba è forse un vulcano, e siamo noi per vederne -uscire la guerra tutta fiammeggiante, _bella, horrida bella_? - -— Vostra Maestà, disse il ministro, avrà consultato il rapporto di ieri. - -— Sì, sì, ma dite al conte, che non ha potuto trovarlo, ciò che -contiene questo rapporto; ditegli in minuti particolari ciò che fa -l’usurpatore nella sua isola. - -— Signore, disse il barone al conte, tutti i buoni servitori di -Sua Maestà non hanno che a rallegrarsi delle recenti notizie che -ci giungono dall’isola d’Elba. Bonaparte si annoia mortalmente; -passa delle intere giornate a veder lavorare alle miniere di -Portolongone. Vi è di più: noi siamo quasi sicuri che fra poco tempo -l’Usurpatore diventerà pazzo. — Pazzo? — Pazzo da legare. La sua -testa s’indebolisce. Ora egli piange a calde lagrime, ora ride a gola -aperta; altre volte passa delle ore intere sulla riva a gettar sassi -nell’acqua e quando il sasso ha fatto cinque o sei sbalzi, sembra -così contento come se avesse guadagnato un altro Marengo o un nuovo -Austerliz. Ne converrete, credo, esser questi segni di pazzia. — O di -saggezza, signor barone, o di saggezza, disse ridendo Luigi XVIII. -I grandi capitani dell’antichità si divertivano anch’essi a gettare -dei sassi in mare; vedete Plutarco alla _Vita di Scipione Affricano_. -Ebbene! Blacas che ne pensate voi? disse il Re sospendendo un istante -di consultare il voluminoso libro scolastico che teneva aperto innanzi -a sè. — Io dico, Sire, che o il ministro di polizia, o io ci sbagliamo. -Ma siccome è impossibile che sia il ministro di polizia, poichè ha in -guardia l’onore e la salute di V. M., è probabile che faccia errore io. -Ciò nonostante, Sire, al posto di V. M. vorrei interrogar la persona -cui ordinai d’invigilare il mezzogiorno, e che giunge per la posta -per dirmi: «Un gran pericolo minaccia il re». Ecco perchè bramerei -che Vostra Maestà gli facesse quest’onore. — Volentieri, conte; sotto -i vostri auspici io riceverò chi vorrete; ma voglio riceverlo colle -armi alla mano. Signor ministro, avete voi un rapporto più recente -di questo? perchè questo è dato dal 20 febbraio, e noi siamo ai 4 di -marzo. — No, Sire, ma io ne attendo uno da un’ora all’altra. Sono -uscito da questa mattina e nella mia assenza può esser giunto... -— Andate alla prefettura, se ve n’è uno portatelo; e se non c’è... -Ebbene! ebbene... continuò ridendo Luigi XVIII, se non c’è, fatene -uno. Non è così che si pratica forse? — Oh! Sire, disse il ministro, -grazie a Dio sotto questo rapporto non c’è bisogno d’inventar niente; -ogni giorno i nostri uffici sono ingombrati da una quantità di denunzie -particolareggiate che provengono da una folla di poveri diavoli che -sperano un poco di riconoscenza per i servigi che non rendono, ma -che vorrebbero rendere. Essi giuocano alla ventura, e sperano che -un giorno un qualche inatteso avvenimento venga a dare una specie di -verità alle loro predizioni. — Va bene; andate, signore, disse Luigi -XVIII, e pensate che vi aspetto. — Io non faccio che andare e tornare, -Sire, e fra dieci minuti sono ai vostri comandi. — Ed io, Sire, disse -Blacas, vado a cercare il mio messaggiero che ha fatto dugento venti -leghe, e ciò appena in tre giorni. — Egli è bene un prendersi della -fatica e dell’incomodo, mio caro conte, quando abbiamo i telegrafi -che c’impiegano tre o quattro ore, e ciò senza che il proprio fiato -ne soffra menomamente. — Ah! Sire, voi ricompensate molto male questo -povero giovinotto che giunge così di lontano e con tanto ardore per -recare un utile avviso a vostra Maestà! Non fosse che per il conte -di Servieux che me lo raccomanda, io vi supplico di riceverlo bene. -— De Servieux, il ciambellano di mio fratello? — Egli stesso. — -Infatto ora trovasi a Marsiglia. — Ed è di là che mi scrive. — Vi -parla egli pure di questa cospirazione? — No, ma egli mi raccomanda il -sig. de Villefort e mi incarica di introdurlo presso vostra Maestà. -— De Villefort! gridò il Re; e perchè non me lo avete detto subito? -soggiunse lasciando scorgere sul viso un principio d’inquietudine. — -Sire, io credeva che questo nome fosse sconosciuto a V. M. - -— No, no, davvero, mio caro Blacas, egli è uno spirito serio, elevato, -e soprattutto ambizioso; eh! per bacco! voi conoscerete di nome suo -padre, Noirtier. — Noirtier, il girondino? Noirtier il senatore? — -Precisamente. — E Vostra Maestà ha impiegato il figlio di un tal uomo? -— Mio caro conte, vi ho di già detto che Villefort è ambizioso; e per -inalzarsi, Villefort sacrificherà tutto, anche suo padre. — Allora, -Sire debbo farlo entrare? — Sul momento, conte. Ov’è egli? - -— Mi aspetta a basso nella mia carrozza. - -Il conte uscì colla vivacità di un giovinotto, l’ardore sincero per la -causa regia gli dava la sveltezza di vent’anni. - -Luigi XVIII restò solo, riportando gli occhi sul suo Orazio -mezz’aperto, mormorò: _Justum et tenacem propositi virum_. - -Blacas risalì colla stessa velocità con cui era disceso; ma -nell’anticamera fu costretto ad invocare l’autorità del Re; l’abito -polveroso di Villefort, il suo costume niente conforme alla tenuta -di corte, aveva eccitato gli scrupoli del maestro di cerimonie, che -fu maravigliato di trovare in questo giovinotto la pretensione di -presentarsi al Re vestito in quel modo; ma il conte tolse tutte le -difficoltà colle semplici parole: Ordine di Sua Maestà; e ad onta delle -osservazioni che continuò a fare il maestro di cerimonie per l’onore -del principe, Villefort fu introdotto. Il Re era assiso nello stesso -posto in cui lo aveva lasciato il conte. Aprendo la porta Villefort si -trovò precisamente in faccia di lui; il primo movimento del giovine -magistrato fu di sostare. — Entrate, sig. de Villefort, disse il Re, -entrate. — Villefort salutò, fece qualche passo innanzi e aspettava -che il Re lo interrogasse. — Signor de Villefort, continuò Luigi XVIII, -ecco il conte di Blacas, che pretende abbiate qualche cosa d’importante -da dirci. — Sire, il signor conte ha ragione, e spero che Vostra Maestà -lo riconoscerà essa stessa. — Prima d’ogni altra cosa, il male è egli -così grande, a vostro avviso, quanto mi si vuol far credere? — Sire, -io lo credo urgente; ma mercè la diligenza che ho fatto, spero che non -sia irreparabile. — Parlate quanto lungamente volete, disse il Re che -cominciava a lasciarsi prendere dall’emozione che aveva alterato il -viso del signor de Blacas e che alterava la voce di Villefort. Parlate -e soprattutto cominciate dal principio; io amo l’ordine in tutte le -cose. - -— Sire, disse Villefort, farò a V. M. un rapporto fedele, ma io la -prego frattanto di volermi scusare, se per la confusione in cui mi -trovo dovessi mettere qualche oscurità nelle parole. — Un’occhiata -gettata dal Re dopo questo esordio insinuante rassicurò Villefort -della benevolenza del suo augusto uditore, e continuò: — Sire, io -sono giunto il più rapidamente possibile a Parigi per annunziare a -Vostra Maestà che ho scoperto coi mezzi delle mie funzioni non già -uno di quei complotti volgari e senza conseguenza, come se ne tramano -ogni giorno nel popolo e nell’esercito, ma una vera cospirazione, una -tempesta che non minaccia niente meno che il Trono di Vostra Maestà; -Sire, l’usurpatore arma tre vascelli, egli medita qualche disegno, -forse insensato, ma fors’anche terribile per quanto sia insensato. A -quest’ora egli dev’essere partito dall’isola d’Elba per andare ove, -io non lo so, ma a colpo sicuro per tentare una discesa a Napoli -o sulle coste della Toscana, od anche della stessa Francia. Vostra -Maestà non ignora che il sovrano dell’isola d’Elba ha conservato delle -corrispondenze con l’Italia e con la Francia. — Sì, signore io lo so, -disse il Re, molto turbato; e ultimamente ancora si ebbero degli avvisi -che si tenevano delle riunioni bonapartiste nella strada S. Jacques. Ma -continuate, vi prego: come avete avuto questi particolari? - -— Sire, essi risultano dall’interrogatorio che ho fatto subire -ad un uomo di Marsiglia che da molto tempo io faceva invigilare e -che ho fatto arrestare il giorno della mia partenza, Quest’uomo, -marinaro turbolento e d’un bonapartismo che mi era sospetto, è stato -segretamente all’isola d’Elba. Egli ha veduto il gran Maresciallo, che -gli ha dati ordini verbali per un bonapartista di cui non mi è riuscito -fargli dire il nome; ma questa missione era di preparare gli spiriti -ad un ritorno, noti Vostra Maestà che è l’interrogatorio che parla, ad -un ritorno che non può mancare di essere vicino. — E dov’è quest’uomo? -disse Luigi XVIII. — In prigione, Sire. — E la cosa vi è sembrata -grave? — Tanto grave, Sire, che questo avvenimento avendomi sorpreso -in mezzo ad una festa di famiglia, il giorno stesso de’ miei sponsali, -io ho lasciato, fidanzata e amici, tutto differito ad altro tempo, per -venire a depositare ai piedi di Vostra Maestà e i timori da cui ero -compreso e le assicurazioni della mia devozione. — È vero, disse Luigi -XVIII, non v’era trattato di matrimonio tra voi e madamigella di S. -Méran? — La figlia di uno dei più fedeli servitori di Vostra Maestà. -— Sì, sì, ma torniamo al complotto. — Sire, io ho timore che non sia -più un complotto, ma una cospirazione. — Una cospirazione di questi -tempi, disse Luigi XVIII sorridendo, è cosa facile a meditarsi, ma ben -difficile a condursi a termine; perciocchè, ristabilito da ieri sul -trono dei nostri antenati, noi abbiamo gli occhi aperti ad un tempo sul -passato, sul presente e sull’avvenire. Da dieci mesi i miei ministri -raddoppiano di vigilanza perchè il littorale del Mediterraneo sia ben -guardato; se Bonaparte discende a Napoli, la coalizione tutta intera -sarà in piedi prima solo che egli giunga a Piombino; se egli discende -in Toscana, metterà il piede in un paese nemico, se discende in Francia -lo farà con un pugno d’uomini, e noi ne verremo più facilmente a -termine, esecrato come egli è dalla popolazione. Rassicuratevi adunque, -o signore, ma non contate meno sulla nostra reale riconoscenza. — Ah! -ecco qui il ministro di polizia, gridò il conte di Blacas. In questo -momento infatti il ministro di polizia apparve sulla soglia della porta -pallido, tremante, e coll’occhio vacillante come se fosse stato colpito -da vivissima luce. Villefort fece un passo per ritirarsi, ma de Blacas -lo trattenne per la mano. - - - - -XI. — IL LUPO DI CORSICA. - - -Luigi XVIII al veder quel viso scomposto spinse violentemente innanzi a -sè la tavola avanti a cui trovavasi. — Che avete dunque signor barone? -gridò egli, voi mi sembrate tutto commosso; queste esitazioni hanno -rapporto a ciò che diceva de Blacas? ed a ciò che mi vien confermato da -Villefort? - -De Blacas si accostava vivamente al barone, ma il terrore del -cortigiano impediva di trionfare dell’orgoglio dell’uomo di Stato; -infatto in simile congiuntura gli era ben meglio di essere umiliato dal -Prefetto di polizia che di umiliarlo su questo argomento. — Sire... -balbettò il barone. — Ebbene! sentiamo, disse Luigi XVIII. — O Sire, -quale spaventosa disgrazia! sono io abbastanza da compiangere! io -non me ne consolerò mai... — Signore, disse Luigi XVIII, vi ordino -di parlare. — Ebbene! Sire, l’usurpatore ha lasciato l’isola d’Elba -il 26 Febbraio ed è sbarcato il primo Marzo. — E dove? in Italia? -domandò impazientemente il Re. — In Francia, Sire, in un piccolo porto -presso d’Antibes, nel golfo di Juan. — L’usurpatore è sbarcato in -Francia vicino ad Antibes, nel golfo Juan, a 250 leghe da Parigi, il -primo Marzo, e voi sapete questa notizia soltanto oggi, 4 marzo!... -Eh! signore, ciò che voi dite è impossibile vi sarà stato fatto un -falso rapporto. — Ahimè! Sire, ciò che vi annunzio non è che pur -troppo vero. — Luigi XVIII fece un gesto indicibile di collera e di -spavento, si rizzò in piedi, come se un colpo impreveduto lo avesse -percosso nello stesso tempo nel cuore e nel viso. — In Francia! gridò -egli, l’usurpatore in Francia! non era dunque vigilato quest’uomo? -Ovvero, chi sa? si era d’accordo con lui? — Oh! Sire, gridò il conte -di Blacas, non è un uomo come il ministro di polizia quello che può -essere accusato di tradimento. Sire, noi eravamo tutti ciechi ed il -barone era a parte dell’acciecamento generale, ecco tutto. — Ma,... -disse Villefort. Poi arrestandosi di un tratto. — Ah! perdono, perdono -Sire, disse inchinandosi, il mio zelo mi trasportava, che Vostra Maestà -si degni scusarmi. — Parlate, signore, parlate con ardire, disse Luigi -XVIII, voi solo ci avete prevenuti del male, aiutateci a porvi rimedio. -— Sire, disse Villefort, l’usurpatore è detestato dalla parte di -mezzogiorno; e mi sembra che se egli si avventura nel mezzogiorno, si -può facilmente sollevare contro di lui la Provenza, e la Linguadocca. -— Sì, senza dubbio, disse il ministro, ma egli s’avanza dalla parte -di _Gap_ e _Sisteron_. — Egli s’avanza? disse Luigi XVIII, egli vien -dunque a Parigi? — Il ministro di polizia tacque, ed il suo silenzio fu -equivalente ad una confermativa. — E il Delfinato signore, domandò il -Re, credete voi che possa essere sollevato da noi come la Provenza? - -— Sire, io sono dolente di dover dire a Vostra Maestà una verità -crudele; ma lo spirito del Delfinato è ben lungi dall’accostarsi a -quello della Provenza e della Linguadocca. Sire, tutti i montanari sono -bonapartisti. — Ecco, mormorò Luigi XVIII, egli era bene informato. -E quanti uomini ha seco? — Sire, io non lo so, disse il ministro di -polizia. — Come! voi non lo sapete! vi siete dimenticato d’informarvi -di questa particolarità. È vero, essa è di poca importanza, -soggiunse il Re con un sorriso opprimente. — Sire, il dispaccio -porta semplicemente l’annunzio dello sbarco e la strada che ha preso -l’usurpatore. — E come dunque vi è giunto questo dispaccio? domandò il -Re. — Il ministro abbassò la testa; e un vivo rossore gli si sparse -sulla fronte; dal telegrafo, Sire. — Luigi XVIII fece un passo in -avanti, ed incrociò le braccia sul petto nel modo che avrebbe fatto -Napoleone. - -— E così, diss’egli impallidendo di collera, sette eserciti coalizzati -avranno rovesciato quest’uomo; un miracolo del cielo mi avrà rimesso -sul trono dei padri miei dopo 25 anni di esilio; io avrò per questi 25 -anni studiato, esplorato, analizzato gli uomini e le cose di questa -Francia che mi era stata promessa, perchè giunto poi alla meta di -tutti i miei voti una forza che io teneva stretta fra le mie mani, -scoppi ad un tratto e mi stritoli! — Sire, è una fatalità, mormorò -il ministro accorgendosi che un simil peso, leggiero pel destino, era -sufficiente a schiacciare un uomo. — Cadere! continuò Luigi XVIII, che -al primo colpo d’occhio aveva esplorato il precipizio sull’orlo del -quale stava la monarchia; cadere, ed essere avvisati dal telegrafo -della propria caduta! Oh! quanto amerei meglio salire sul patibolo -di mio fratello Luigi XVI, che discendere le scale delle Tuglierie -scacciato dal ridicolo. Il ridicolo, voi non sapete che cos’è in -Francia. — Sire! Sire! mormorò il ministro, per pietà! — Avvicinatevi, -Villefort, continuò il Re, volgendosi al giovine che, ritto, immobile -ed in addietro, considerava l’andamento di questa conversazione, ove -si agitavano i perduti destini di un regno; avvicinatevi, e dite al -ministro, che si poteva sapere tanto tempo prima, tutto ciò che egli -non ha saputo. — Sire, era materialmente impossibile d’indovinare -i disegni di quest’uomo nascosti a tutti, balbettò il ministro. -— Materialmente impossibile! ecco là, o signore, una gran parola; -disgraziatamente vi sono dei grand’uomini come vi son delle grandi -parole, io l’ho misurati. Materialmente impossibile! ad un ministro -che ha un dicastero, degli uffici, dei messi ed un milione e mezzo di -franchi pei fondi delle spese segrete, di sapere ciò che succede a 60 -leghe dalle coste di Francia! Ebbene! ecco qui questo signore che non -aveva alcuna di queste risorse a sua disposizione, semplice magistrato, -che ne sapeva più di voi con tutta la vostra polizia e che mi avrebbe -salvata la corona, se avesse avuto, come voi, il diritto di fare agire -un telegrafo. — Lo sguardo del ministro di polizia si voltò con una -espressione di profondo rispetto su Villefort, che abbassò la testa -colla modestia del trionfo. - -— Io non dico ciò per voi, mio caro Blacas, continuò il Re; poichè -se non avete scoperto niente, avete avuto almeno il buon senso di -mantenervi nel vostro sospetto. Un altro forse avrebbe considerata la -rivelazione di Villefort come insignificante o ben anche suggerita da -un’ambizione venale, e avrebbe atteso che i segni del telegrafo!... -— Queste parole facevano allusione a ciò che il ministro di polizia -aveva pronunciato con tanta sicurezza un’ora prima. Villefort capì -l’artifizio del Re. Un altro forse si sarebbe lasciato trasportare -dall’ebrietà delle lodi; ma egli temeva farsi un nemico mortale nel -ministro di polizia, quantunque vedesse che questi era irrevocabilmente -perduto. Infatti il ministro che nella pienezza del suo potere -non aveva saputo indovinare il segreto di Napoleone, poteva nelle -convulsioni della sua agonia penetrare quello di Villefort. Per far ciò -non gli sarebbe abbisognato altro che interrogare Dantès. Egli adunque -venne in soccorso del ministro invece di opprimerlo. - -— Sire, disse Villefort, la rapidità dell’evento deve provare alla -Maestà Vostra che il Cielo solo poteva impedirlo, suscitando una -burrasca. Ciò che Vostra Maestà crede in me l’effetto di una profonda -perspicacia è dovuto ad un puro e semplice caso, di cui ho approfittato -come un servo fedele e devoto, ed ecco tutto. Non mi attribuite più -di quel che merito, per non aver mai a pentirvi della prima idea che -aveste concepito di me. — Il ministro di polizia ringraziò il giovine -con uno sguardo eloquente, e Villefort capì di essere riuscito nel -disegno, vale a dire che senza perder niente della riconoscenza del -Re, si era fatto un amico sul quale poteva contare all’occasione. — Sta -bene, disse il Re, e frattanto, o signori, voltandosi verso Blacas ed -il ministro, non ho più bisogno di voi; ciò che resta a farsi, spetta -al ministro della guerra. — Fortunatamente, Sire, disse de Blacas, -possiamo contare sull’esercito; V. M. sa come tutti i rapporti ce -lo dipingono devoto al vostro governo. — Non mi parlate di rapporti, -conte, ora so la fiducia che si può avere in essi. Eh! a proposito di -rapporti, signor barone, che avete voi saputo di nuovo sulla strada di -S. Jacques? — Sull’affare della strada di S. Jacques? gridò Villefort, -senza poter trattenere l’esclamazione: ma fermandosi ad un tratto: - -— Perdono, Sire, diss’egli, la mia devozione a V. M. mi fa -incessantemente dimenticare, non il rispetto che ho per essa, perchè -questo è troppo profondamente scolpito nel mio cuore, ma le regole -dell’etichetta. — Dite e fate, signore, soggiunse Luigi XVIII: voi -oggi avete acquistato il diritto d’interrogare. — Sire, rispose il -ministro di polizia, oggi veniva precisamente per dire a Vostra Maestà -le ultime notizie che sono state raccolte su questo avvenimento, -allorchè l’attenzione di Vostra Maestà si è rivolta alla terribile -catastrofe del golfo Juan. Ora queste informazioni non avranno forse -alcun’importanza pel Re. — Al contrario, disse Luigi XVIII: questo -affare mi sembra avere un rapporto diretto con ciò che ci occupa, e -la morte del generale Épinay ci metterà forse sulla strada di un gran -complotto interno. (Al nome del generale Épinay, Villefort rabbrividì.) - -— Sire, rispose il ministro di polizia, ciò indurrebbe a credere -che questa morte non fosse il resultato di un suicidio come si era -creduto dapprima, bensì di un assassinio. Il generale Épinay usciva a -quanto sembra da una riunione bonapartista quando disparve. Un uomo -sconosciuto era stato nella stessa mattina a cercarlo in casa, e -gli aveva assegnato convegno nella strada S. Jacques. Per disgrazia -il cameriere del generale che lo seguiva al momento in cui questo -sconosciuto era stato introdotto nel gabinetto, ha bene inteso nominare -la strada di S. Jacques, ma non si è ricordato poi del numero. — A -seconda che il ministro di polizia dava al Re queste informazioni, -Villefort che sembrava pendere dalle sue labbra, arrossiva e -impallidiva. Il Re si volse a lui: — Non pensate voi al pari di me, -signor Villefort, che il generale Épinay, che si faceva credere della -fazione dell’usurpatore, ma che in vero era tutto a me devoto, sia -perito vittima di un’insidia bonapartista? — È probabile, Sire, rispose -Villefort; ma non se ne sa altro? — Si sta sulle tracce dell’uomo -che venne a dare il ritrovo. — Davvero? ripetè Villefort. — Sì, il -cameriere ne ha dati i connotati; è un uomo dai 50 ai 52 anni, bruno, -cogli occhi neri coperti da folte sopracciglia, e con le barbette; -è vestito con un soprabito blu abbottonato, e porta sulla bottoniera -la fettuccia di ufficiale della Legion d’onore. Jeri fu seguitato un -individuo di cui i connotati corrispondono perfettamente a quelli che -ho detto, ma è stato perduto alla voltata delle strade _Jussiène_, e -_Coq-Héron_. — Villefort si era appoggiato alla spalliera di una sedia, -poichè, a seconda che il ministro di polizia parlava, sentiva le gambe -venirgli meno; ma allorquando seppe che lo sconosciuto era sfuggito -alla vigilanza di colui che lo seguiva, respirò. - -— Voi farete far tutte le ricerche possibili di quest’uomo, disse il Re -al ministro di polizia perchè, se come tutto fa credere, il generale -Épinay, che in questo momento ci sarebbe stato tanto utile, è caduto -vittima di un assassinio, sia bonapartista o no, io voglio che i suoi -assassini siano severamente puniti. — Villefort ebbe bisogno di tutta -la sua calma per non tradire il terrore che gli veniva inspirato da -questa raccomandazione del Re. — Cosa strana! continuò il Re, con -buon umore, la polizia crede di avere detto tutto quando ha detto: -«è stata commessa un’uccisione;» e tutto fatto quando soggiunge: «si -sta sulle tracce dei colpevoli.» — Sire, spero che su questo punto -almeno V. M. sarà soddisfatta. — Va bene, vedremo. Io non vi trattengo -dippiù, barone. Signor de Villefort, voi dovete essere stanco di -questo lungo viaggio, andate a riposarvi. Sarete senza dubbio stato -da vostro padre. — Un lampo passò innanzi agli occhi di Villefort. -— No, Sire, diss’egli, sono disceso all’albergo di Madrid, strada -Tournon. — Ma avete veduto il signor Noirtier? — Mi sono fatto condurre -immediatamente presso il conte di Blacas. — Lo vedrete? almeno... — -Non lo penso, Sire. — Ah! è giusto, disse Luigi XVIII sorridendo, in -modo da provare che tutte queste reiterate interrogazioni non erano -state fatte senza un perchè. Dimenticava che voi siete freddo con il -signor Noirtier, che questo è un nuovo sacrificio che fate alla causa -reale, e di cui fa d’uopo che io vi compensi. — Sire, la bontà che mi -dimostra la M. V. è una ricompensa che sorpassa tanto le mie ambizioni -che non mi resta più nulla a domandare al Re. — Non importa, signore, -noi non vi dimenticheremo, state tranquillo. — E in questo mentre, il -Re staccò la croce della legion d’onore che portava d’ordinario sul suo -abito vicino a quella di S. Luigi, e la dette a Villefort; — Frattanto, -diss’egli, portate sempre questa croce. — Sire, disse Villefort, V. M. -s’inganna, questa croce è quella d’ufficiale. - -— In fede mia, signore, disse il Re, prendetela tal quale è, io non ho -il tempo di farne domandare un’altra. Blacas, voi vigilerete affinchè -sia tosto spedito il brevetto a Villefort. — Gli occhi di Villefort si -bagnarono di una lagrima di orgogliosa gioia; egli prese la croce e la -baciò. — Ora quali sono gli ordini che mi fa l’onore darmi la M. V.? - -— Prendete il riposo che vi è necessario, e pensate che, senza forza -per potermi servire a Parigi, potete essermi di grandissima utilità -a Marsiglia. — Sire, rispose Villefort inchinandosi, fra un’ora -io sarò partito da Parigi. — Andate, disse il Re, e se un giorno -vi dimenticassi, non abbiate alcun riguardo a richiamarvi al mio -pensiero... Signor barone, date ordine perchè si vada a cercare il -ministro della guerra. Blacas restate. — Ah! signore, disse il ministro -di polizia a Villefort, uscendo dalle Tuglierie, voi entrate per la -buona porta, la vostra fortuna è fatta! — Durerà ella lungamente? -mormorò Villefort salutando il ministro la cui carriera era finita, e -cercando cogli occhi una carrozza per ritornare all’albergo. - -Una vettura passava sulla strada, Villefort vi si gettò nel fondo, -lasciandosi trasportare dai suoi sogni di ambizione. Dieci minuti -dopo, Villefort era rientrato all’albergo; ordinò che fra due ore i -cavalli da posta fossero in ordine e che frattanto gli si servisse la -colazione. Stava per mettersi a tavola quando il suono del campanello -vibrò agitato da una mano franca e ferma. Il cameriere aprì e Villefort -intese una voce che pronunziava il suo nome. - -— E chi può già sapere che io sono qui? si domandava il giovinotto. In -questo mentre entrava il cameriere. — Ebbene! disse Villefort, che c’è? -chi ha suonato? chi mi domanda? — Uno straniero che non ha voluto dire -il suo nome. - -— E quali apparenze ha? — È... è un uomo di una cinquantina di anni. -— Grande? piccolo? — Della vostra statura, o signore, presso a poco, -bruno, molto bruno, capelli neri, occhi neri, sopracciglia nere e -barbette nere. — Come è vestito? domandò agitato Villefort. - -— Con un gran soprabito blu bottonato fino a basso, e fregiato della -decorazione della Legion d’Onore. - -— È lui! mormorò Villefort impallidendo. - -— Eh! per bacco! disse comparendo sulla porta l’uomo di cui abbiamo -dati i connotati, ci vogliono ben molte cerimonie! c’è forse il costume -a Marsiglia che i figli facciano fare anticamera al padre? - -— Mio padre! gridò Villefort; non mi era dunque sbagliato, io -sospettava che foste voi. - -— Allora se tu sospettavi che fossi io, riprese il nuovo arrivato -deponendo la canna in un cantone ed il cappello su d’una sedia, -permettimi di dirti, mio caro Gherardo, che non è una bella cosa il -farmi aspettare in tal modo. - -— Lasciateci, Germano, disse Villefort. - -Il cameriere uscì dando segni visibili di meraviglia. - - - - -XII. — IL PADRE ED IL FIGLIO. - - -Noirtier, poichè in fatto era egli stesso il sopraggiunto, seguì cogli -occhi il domestico fino a che fu chiusa la porta; poi temendo senza -dubbio che egli stasse ad ascoltare nell’anticamera, andò a riaprirla -ed a guardare; la cautela non era stata inutile, e la rapidità colla -quale Germano si ritirò provava che egli non era esente dal peccato che -perdette i nostri primi padri. Noirtier allora volle andare egli stesso -a chiudere la porta dell’anticamera, richiuse quella in cui erano, e -stese la mano a Villefort che aveva seguito tutti questi movimenti con -una sorpresa da cui non si era peranco rimesso. - -— A noi! sai tu mio caro Gherardo, disse egli al giovinotto, -guardandolo con un sorriso di cui era difficile definire l’espressione, -che tu non mi sembri molto contento di rivedermi? - -— Al contrario, mio padre, io ne sono incantato; era soltanto così -lontano, ve lo confesso, di attendere una vostra visita, che essa mi ha -in qualche modo stordito. - -— Ma, mio caro amico, rispose Noirtier sedendosi, mi sembra che io -potrei dirvi altrettanto. Come! voi mi annunziate i vostri sponsali a -Marsiglia per il giorno 28 Febbraio, e il 4 Marzo siete a Parigi? - -— Se io vi sono, padre mio, disse Gherardo avvicinandosi a Noirtier, -non ve ne lamentate; perchè è per voi che io sono qui venuto, e il mio -viaggio forse vi salverà. - -— Ah! davvero! disse Noirtier allungandosi con noncuranza sulla -seggia su cui si era assiso; davvero! contatemi dunque com’è, signor -magistrato, ciò dev’esser curioso. - -— Padre mio, voi dovete certamente avere inteso parlare di un complotto -bonapartista che tiene le sue riunioni nella strada S. Jacques? - -— N. 35, sì; io ne sono il vice-presidente. - -— Padre mio! la vostra pacatezza mi fa fremere. - -— Che vuoi tu, mio caro, quand’uno è stato proscritto dai montanari, -quando uno è uscito da Parigi in una carretta di fieno, quando uno è -stato attorniato nelle lande di Bordeaux dagli sgherri di Robespierre, -ha per sè buone ragioni di guerra. Ma continuate adunque. Ebbene? che è -accaduto in questa riunione della strada S. Jacques? - -— È accaduto che vi si fece venire il generale d’Épinay, e che il -generale Épinay uscito a nove ore di sera da casa sua, fu ritrovato il -domani nella Senna. - -— E chi vi ha raccontata questa bella storia? - -— Il Re stesso, signore! - -— Ebbene! in compenso della vostra storia vi darò una notizia. - -— Padre mio, io credo di saper già ciò che volete dirmi! - -— Ah! voi sapete lo sbarco di Sua Maestà l’Imperatore. - -— Silenzio, padre mio, ve ne prego, prima per voi e poi per me; sì, io -sapeva questa notizia, e la sapeva ancora prima di voi, poichè è da tre -giorni che io volo su la strada da Marsiglia a Parigi, colla rabbia di -non poter lanciare, a duecento leghe innanzi a me il pensiero che mi -bruciava il cervello. - -— Sono tre giorni! ma siete pazzo? tre giorni fa l’Imperatore non era -ancora sbarcato. - -— Non importa, io sapeva il suo disegno. - -— E come? - -— Per mezzo di una lettera che vi era stata indirizzata dall’isola -d’Elba, e che io ho sorpresa nel portafoglio di un messaggiero. Se -questa lettera fosse andata nelle mani di un altro, a quest’ora, padre -mio, voi forse sareste moschettato. - -Il padre di Villefort si mise a ridere. - -— Andiamo, andiamo, diss’egli, sembra che la restaurazione abbia -imparato dall’Impero il modo di spedire gli affari... moschettato! -caro mio, e come potete crederlo? e questa lettera dov’è? Io vi conosco -troppo per pensare che voi l’abbiate lasciata andare. - -— L’ho bruciata per timore che ne rimanesse un sol frammento; perchè -questa lettera era la vostra condanna. - -— E la perdita del vostro avvenire, rispose freddamente Noirtier. -Sì, lo capisco; ma ora io non ho più nulla a temere, poichè voi -mi proteggete. — Io faccio anche più di questo. Vi salvo. — Oh -diavolo! ciò diventa più drammatico: spiegatevi. — Signore, ritorno -sull’argomento delle riunioni di strada S. Jacques. — Sembra che -queste riunioni stiano molto a cuore alla polizia; perchè non le hanno -cercate meglio? le avrebbero ritrovate. — Non le hanno ritrovate, -ma ne sono sulla traccia. — Questa è la parola d’uso, lo so bene: -quando la polizia non sa niente, dice che ella ne è sulle tracce, -ed il Governo aspetta tranquillamente il giorno in cui essa venga a -dire colle orecchie basse, che queste tracce son perdute. — Sì, ma -fu ritrovato un cadavere; il generale è stato ammazzato, e in tutti -i paesi del mondo questo si chiama un assassinio. — Un assassinio, -dite voi? Andiamo via, niente prova che il generale è stato vittima -di un assassinio; tutti i giorni si ritrova gente nella Senna che vi -si getta per disperazione, o che vi si annega non sapendo nuotare. — -Padre mio, voi sapete benissimo che il generale non si è annegato per -disperazione, e che non si va a prendere un bagno nella Senna al mese -di Gennaio. No! no! non vi illudete, questa morte è stata qualificata -per un assassinio. — E chi l’ha qualificata in tal modo? — Il re -stesso. — Il re! Volete voi sapere come sono andate le cose? Ebbene! -ve lo dirò. Si credeva di poter contare sul generale Épinay, ci era -stato raccomandato di laggiù: uno dei nostri va da lui, lo invita ad -intervenire ad un’assemblea di amici nella contrada S. Jacques. Egli -viene e là gli si spiega tutto il disegno: la partenza dall’isola -d’Elba, lo sbarco meditato. Poi quando egli ha udito tutto, che non gli -resta più niente a sapere, risponde che è realista. Allora ciascuno si -mette in guardia, gli si fa dare giuramento; egli lo dà ma di cattiva -grazia. Ebbene! ad onta di tutto ciò il generale uscì perfettamente -libero. Egli non è ritornato a casa sua; che volete? mio caro, egli si -allontanò da noi, avrà sbagliata la strada, ecco tutto. Un assassinio! -In verità voi mi sorprendete, Villefort, voi Sostituto Procuratore del -Re piantare un’accusa su prove così meschine! Ho io forse mai pensato -a dire a voi, quando esercitavate il vostro mestiere di realista, -e facevate tagliar la testa a uno dei miei: «figlio mio voi avete -commesso un assassinio!» No, io ho detto: «benissimo! signore voi -avete oggi combattuto vittoriosamente; a dimani la rivincita.» — Ma, -padre mio, state in guardia, perchè questa rivincita sarà terribile -quando la prenderemo noi. — Io non vi comprendo. — Voi contate sul -ritorno dell’Usurpatore? — Lo confesso. — V’ingannate, padre mio, -egli non farà dieci leghe nell’interno della Francia senza essere -perseguitato, circondato, e preso come una bestia feroce. — Mio caro -amico, l’Imperatore in questo momento è sulla strada di Grenoble. Il -10 o il 12 sarà a Lione, e il 20 o il 25 a Parigi. — Le popolazioni si -solleveranno... — Per andare ad incontrarlo. — Egli non può aver seco -che pochi uomini, e gli verranno inviati contro degli eserciti... — -Che gli serviranno di scorta per entrare nella capitale. In verità mio -caro Gherardo voi non siete ancora che un ragazzo. Voi vi credete bene -informato perchè un telegrafo vi ha detto tre o quattro giorni dopo lo -sbarco: «l’usurpatore è sbarcato a Cannes con pochi uomini: lo si sta -perseguitando.» Ma dov’è, che fa? Voi non lo sapete. Si perseguita, -ecco tutto ciò che sapete; ebbene! egli sarà in tal guisa perseguitato -fino a Parigi senza bruciare una cartuccia. — Grenoble e Lione sono -due città fedeli che gli opporranno una barriera insuperabile. — -Grenoble gli aprirà le sue porte con entusiasmo, e la popolazione -di Lione tutta intera uscirà per incontrarlo. Credetemi noi siamo -tanto bene informati quanto voi, e la nostra polizia val molto più -della vostra. Ne volete una prova? eccola: voi volevate nascondermi -il vostro viaggio e io ho saputo il vostro arrivo mezz’ora dopo che -avevate passata la barriera. Voi non avete dato il vostro indirizzo -ad alcun altro che al vostro postiglione, ebbene! io ho conosciuto il -vostro indirizzo e la prova è che giungo appunto al momento in cui vi -mettete a tavola. Suonate adunque ed ordinate che portino un’altra -posata, pranzeremo insieme. — Infatto, rispose Villefort, guardando -suo padre con stupore; voi mi sembrate molto bene istruito. — Eh! mio -Dio! la cosa è semplicissima: voi che siete in possesso del potere non -avete che quei mezzi che può fornire il danaro; noi che lo aspettiamo, -abbiamo quelli che somministra la devozione e l’attaccamento. — La -devozione? disse Villefort ridendo. — Sì, la devozione; egli è in tal -modo che con termini onesti viene chiamata un’ambizione che spera. — -Il padre di Villefort stese da sè la mano sul cordone del campanello, -per chiamare il domestico, Villefort gli trattenne il braccio. — -Aspettate, padre mio, disse il giovine; una parola ancora... — Dite... -— Per quanto sia mal regolata la polizia realista, ella però sa una -cosa terribile. — Quale? — I connotati dell’uomo che, la mattina del -giorno in cui disparve il generale Épinay, si era presentato in casa -sua. — Ah! sa ciò questa buona polizia? e questi connotati quali sono? -— Colorito bruno, capelli, barbette ed occhi neri; soprabito blu, -abbottonato fino al mento; fettuccia d’uffiziale della Legion d’onore -attaccata alla bottoniera, e canna d’India. — Ah! ah! ella sa ciò, -disse Noirtier; e perchè dunque non ha messo la mano su questo uomo? -— Perchè ieri o ieri l’altro lo ha perduto di vista presso l’angolo -della strada _Coq-Héron_. — Diceva bene io quando diceva che la vostra -polizia è stupida! — Io non ne dissento: ma da un momento all’altro può -ritrovarlo. — Sì, disse Noirtier, gettando uno sguardo di noncuranza -intorno a lui; sì, se quest’uomo non fosse stato avvertito; ma egli lo -è, e, continuò ridendo, cambierà di viso e di costume. - -A queste parole, egli si alza, si leva il soprabito e la cravatta, va -verso la tavola sulla quale erano preparate tutte le cose necessarie -alla toletta di suo figlio, prende un rasoio, s’insapona il viso e con -un polso perfettamente fermo fa cadere le barbette che lo mettevano a -rischio, dando alla polizia un documento così prezioso. Villefort lo -guardava con un terrore che non era esente da ammirazione. Tagliate -quelle, Noirtier dà un’altra piega ai suoi capelli, prende, in vece -della sua cravatta nera, la prima cravatta di colore che trova nel -baule aperto di suo figlio, indossa, in vece del suo soprabito blu e -abbottonato, un abito di suo figlio, color marrone e di taglio aperto; -si prova avanti allo specchio il cappello ad ale ristrette del giovine, -e pare soddisfatto del modo come gli sta, lascia la canna d’India nel -canto del caminetto ove l’avea deposta, e fa sibilare nella sua mano -nervosa una mazza di sambuco colla quale l’elegante sostituto dava al -suo modo di camminare la disinvoltura che era una delle principali sue -qualità. — Ebbene! diss’egli, volgendosi verso suo figlio stupefatto, -subitochè questo cambiamento quasi a vista fu compito; ebbene, credi -tu che la tua polizia potrà ora riconoscermi? — No padre mio, balbettò -Villefort, o almeno lo spero. — Ora, mio caro Gherardo, continuò -Noirtier, rimetto alla tua prudenza il far disparire tutti gli oggetti -che lascio alla tua custodia. — Oh! siate tranquillo, padre mio, disse -Villefort. — Sì, sì, ora io credo che tu abbia ragione, e che tu possa -dire di avermi effettivamente salvata la vita. Ma sta tranquillo, io ti -renderò questo servizio quanto prima. - -Villefort scosse la testa. — Non ne sei tu convinto? — Spero almeno -che v’inganniate. — Rivedrai tu il re? — Forse. — Vuoi tu passare ai -suoi occhi per un profeta? — I profeti delle disgrazie sono sempre -malveduti alla corte. — Sì, ma un giorno o l’altro gli vien resa -giustizia: supponi una seconda restaurazione, allora passerai per un -uomo ben più grande di Talleyrand del quale noi leggiamo tutte le -lettere, e che non scrive che lettere. — Infine che dovrei io dire -al Re? — Digli questo; «Sire, voi siete ingannato sulle disposizioni -della Francia, sull’opinione delle città, sullo spirito dell’esercito. -Quello che voi chiamate a Parigi il lupo della Corsica, che si chiama -ancora l’usurpatore a Nevers, si chiama già Bonaparte a Lione e -l’Imperatore a Grenoble. Voi lo credete circondato, perseguitato, in -fuga; egli cammina rapido come l’aquila che porta; i suoi soldati, che -voi credete morti di fame, stanchi dalla fatica e vicini a disertare, -si aumentano come gli atomi di neve intorno al globo che si precipita. -Sire, partite, abbandonate la Francia al suo vero padrone, a quello -che l’ha conquistata; partite, Sire, non che voi corriate alcun -pericolo: il vostro rivale è abbastanza forte per farvi grazia, ma -perchè è umiliante per un nipote di S. Luigi il dovere la vita all’Eroe -d’Arcole, di Marengo e d’Austerlitz.» Digli tutto ciò Gherardo o -piuttosto, va, non dirgli niente, dissimula il tuo viaggio, non ti -vantare di ciò che sei venuto a fare a Parigi; riprendi la posta; se -tu hai volato su la strada per venire, divora lo spazio per ritornare; -rientra a Marsiglia di notte, penetra in casa tua dalla porta di dietro -e là resta ben tranquillo, ben umile, ben segreto, e soprattutto bene -inoffensivo; perchè questa volta, te lo giuro, noi opereremo da persone -rigorose e che conoscono i loro nemici; andate figlio mio, andate caro -Gherardo, e mediante questa obbedienza agli ordini paterni, ovvero, se -credete meglio, questa deferenza per i consigli di un amico, noi vi -lasceremo nel vostro posto. Ciò sarà, soggiunse Noirtier sorridendo, -un mezzo per voi di potermi salvare una seconda volta, se la bilancia -politica un giorno rimetterà voi in alto, e me in basso. Addio mio -caro Gherardo, al vostro prossimo ritorno discendete a casa mia. — -E Noirtier uscì colla tranquillità che non lo aveva abbandonato un -momento durante questa difficile conversazione. — Villefort, pallido -e agitato, corse alla finestra, ne alzò la tenda, e lo vide passare in -calma ed impassibile nel mezzo di due o tre uomini di cattivo aspetto -imboscati agli angoli delle strade, che erano forse là per arrestare -l’uomo dalle barbette nere, dal soprabito blu e dal cappello a larghe -falde. Villefort restò così in piedi ed anelante fino a che suo padre -disparve al crocivio di Bussy. Allora egli si slanciò sugli oggetti -da lui lasciati; mise nel fondo del suo baule la cravatta nera, e il -soprabito blu, contorse il cappello che cacciò sotto un armadio, ruppe -la canna d’India in tre parti che gettò sul fuoco, si mise una berretta -da viaggio, chiamò il suo cameriere, con uno sguardo gli proibì le -mille interrogazioni che avrebbe avuto volontà di fargli, saltò nella -carrozza che l’aspettava, seppe a Lione che Bonaparte era entrato a -Grenoble; e in mezzo all’agitazione che regnava lungo l’intera strada -giunse a Marsiglia, in preda a tutti i terrori che entrano nel cuore -dell’uomo coll’ambizione e coi primi onori. - - - - -XIII. — I CENTO GIORNI. - - -Noirtier era un buon profeta, e le cose successero presto come egli -aveva detto. Ciascuno conosce il ritorno dall’isola d’Elba, ritorno -strano, miracoloso, che è senza esempio nel passato e resterà -probabilmente senza imitazione nell’avvenire. Luigi XVIII non tentò -che debolmente di riparare un colpo sì forte; la sua poca confidenza -negli uomini gli toglieva quella degli avvenimenti. Il regno, o -piuttosto la monarchia ricostituita da lui tremò sulla sua base ancora -incerta. Villefort non ebbe dunque dal suo Re che una riconoscenza -non solo inutile pel momento ma ben anche pericolosa, oltre quella -croce di ufficiale della legione d’onore che egli ebbe la prudenza -di non mostrare, quantunque de Blacas, come gli aveva raccomandato -il Re, ne avesse fatto spedire sollecitamente il brevetto. Napoleone -certamente avrebbe destituito Villefort senza la protezione di -Noirtier divenuto onnipossente alla corte dei Cento giorni, sì pe’ -perigli che aveva affrontati, come pei servigi che aveva renduti. -Così, come gli era stato promesso, il Girondino del ’93 e il Senatore -del 1806 protesse colui che lo aveva salvato il giorno prima. Tutta -la potenza di Villefort si limitò adunque durante questa corta -evocazione dell’impero, di cui fu facile prevedere la seconda caduta, -a nascondere il segreto che Dantès era stato sul punto di divulgare. -Il solo procuratore del re fu destituito essendo sospetto di freddezza -in bonapartismo. Appena il potere imperiale fu stabilito, cioè appena -l’Imperatore abitò le Tuglierie che abbandonava Luigi XVIII, ed ebbe -spedito ordini senza numero da quel piccolo gabinetto ove noi abbiamo -introdotti i nostri lettori con Villefort, e sul tavolino di nocciuolo -sul quale ritrovò ancora aperta ed a metà piena la tabacchiera di Luigi -XVIII; che Marsiglia, ad onta dell’attitudine dei suoi magistrati, -cominciò a sentir fermentare nel suo seno i germi della guerra -civile sempre male spenti nel mezzogiorno. Poco mancò allora che le -rappresaglie non andassero al di là di qualche chiasso di cui furono -assediati i regii, chiusi nelle loro case, o di pubblici affronti da -cui furono perseguitati coloro che si avventurarono ad uscire. Per una -naturale voltata di bordo, il degno armatore che noi abbiamo designato -come appartenente alla fazione popolare, si trovò a sua volta, non -dirò onnipossente, perchè Morrel era un uomo prudente e leggermente -timido, come tutti quelli che hanno fatto una faticosa e lenta fortuna -commerciale, ma in istato, quantunque fosse trattato di moderato -dai zelanti bonapartisti, di alzare la voce per fare sentire i suoi -reclami. Questi reclami, come s’indovinerà facilmente, erano in favore -di Dantès. Villefort era rimasto in piedi ad onta della caduta del suo -superiore, e il suo matrimonio, quantunque rimanesse stabilito, pure -venne protratto a tempi più felici. Se l’Imperatore si conservava in -trono, era un’altra alleanza che bisognava a Gherardo, e suo padre -sarebbe stato incaricato di ritrovarla. Se una seconda restaurazione -riconduceva Luigi XVIII in Francia l’influenza di S. Méran raddoppiava -unitamente alla sua, e la meditata unione ritornava più convenevole. Il -sostituto del procuratore del re era dunque momentaneamente il primo -magistrato di Marsiglia, allorchè una mattina la sua porta s’aprì, e -gli venne annunziato il Sig. Morrel. Un altro si sarebbe sollecitato -di andare incontro all’armatore, e con questa sollecitudine avrebbe -indicata la sua debolezza. Ma Villefort era un uomo superiore che -aveva, se non la pratica, almeno l’istinto di tutte le cose. Egli -fece fare adunque anticamera a Morrel, come se fosse stato sotto la -restaurazione. Questi si aspettava di trovare Villefort abbattuto, ma -lo ritrovò come lo aveva veduto sei settimane prima, cioè tranquillo, -fermo e pieno di quella fredda gentilezza, la più insormontabile di -tutte le barriere che separa l’uomo elevato dall’uomo volgare. Egli -era penetrato nel gabinetto di Villefort convinto che il magistrato -avrebbe tremato alla sua vista, ed egli invece si trovò tutto tremante -e commosso innanzi a questo personaggio interrogatore che lo aspettava -col gomito poggiato su lo scrittoio e il mento sulla mano. Egli si -soffermò sulla soglia. Villefort lo guardò come se avesse avuto qualche -difficoltà a riconoscerlo. Finalmente dopo qualche secondo di esame e -di silenzio, durante il quale il degno armatore girava e rigirava il -cappello fra le mani: — Il sig. Morrel, credo? disse Villefort. — Sì, -signore, io stesso, disse l’armatore. — Avvicinatevi adunque, continuò -il magistrato, facendo colla mano un segno di protezione, e ditemi -a che debbo io l’onore di una vostra visita. — Non ve lo figurate, -signore? domandò Morrel. — No, non saprei affatto; ciò però non -impedisce che sia disposto ad esservi favorevole se la cosa è in mio -potere. — La cosa dipende interamente da voi, disse Morrel. — Allora -spiegatevi. — Signore, continuò l’armatore riprendendo la sua sicurezza -a seconda che parlava, e incoraggito d’altronde dalla giustizia della -sua causa e dalla chiarezza della sua posizione; vi ricordate voi che -qualche giorno prima che si sapesse lo sbarco di S. M. l’imperatore, -io era venuto a reclamare la vostra indulgenza per un disgraziato -giovinotto, un marinaio, secondo a bordo del mio _brick_. Egli fu -accusato, se vi ricordate, di relazioni coll’isola d’Elba; queste -relazioni che erano delitto in quell’epoca, oggi sono titoli di favore. -Voi servivate Luigi XVIII allora, e non gli usaste nessun riguardo, -ed era vostro dovere; oggi voi servite Napoleone e dovete proteggerlo, -questo pure è vostro dovere. Io vengo dunque a domandarvi che avvenne -di lui. - -Villefort fece uno sforzo violento su sè stesso. — E il nome di -quest’uomo? domandò egli. — Edmondo Dantès. - -Evidentemente Villefort sarebbe stato più contento di cimentare la -palla di un suo avversario in un duello, che di sentir pronunziare -questo nome a così poca distanza; ciò nonostante egli non mosse tratto -del suo viso. Di tal maniera, si diceva a se stesso, non potrò essere -accusato nell’arresto di questo uomo di un affare personale. — Dantès, -ripetè egli, Edmondo Dantès diceste. — Sì, signore. — Villefort aprì -allora un grosso registro posto in un vicino cassetto e ricorse ad -un indice, dall’indice alla pagina indicata, quindi rivolgendosi -all’armatore: — siete voi ben sicuro di non sbagliarvi, signore? gli -disse nel modo più naturale. — Se Morrel fosse stato un uomo più furbo -o meglio illuminato su questo affare, avrebbe ritrovato bizzarro che il -sostituto del procuratore del re si fosse degnato rispondergli di tal -maniera sopra materie estranee al suo ufficio, e si sarebbe domandato -perchè Villefort non lo mandava piuttosto ai registri dei detenuti, -ai governatori delle prigioni, al prefetto del dipartimento. Ma Morrel -cercando invano del timore in Villefort non vi osservò più, dal momento -che ogni timore sembrava mancasse, che molta condiscendenza. Villefort -aveva colpito al segno. - -— No, signore, disse Morrel, io non m’inganno; d’altra parte conosco il -povero giovinotto da dieci anni, ed è impiegato da quattro anni sotto -di me. Io venni, vel rammentate? saranno circa sei settimane a pregarvi -di essere clemente con lui, come ora vengo a pregarvi di essere -giusto; voi anzi mi riceveste molto male e mi rispondeste come uomo -mal contento. Ah! allora i regii erano ben severi coi bonapartisti! — -Signore, disse Villefort colla sua presenza e la sua calma ordinaria, -io era regio allora perchè credeva i Borboni non solamente gli eredi -legittimi del trono, ma eziandio gli eletti della nazione. Ma il -ritorno miracoloso di cui siamo stati testimonii mi ha provato il -mio inganno: il genio di Napoleone ha vinto. — Alla buon’ora, gridò -Morrel colla sua buona e rozza franchezza, mi fa piacere sentirvi -parlare in tal modo, e ne auguro bene per la sorte di Edmondo. — -Aspettate adunque, riprese Villefort sfogliando un altro registro, l’ho -trovato..... Un marinaro, non è così, che sposava una Catalana? Sì, -sì, ora me ne ricordo: la cosa era molto grave. — Come? — Voi sapete -che uscendo dal mio appartamento egli venne condotto alle prigioni del -palazzo di giustizia? — Sì, ebbene? — Ebbene, io feci il mio rapporto -a Parigi, mandai le carte ritrovate presso di lui, questo era il -mio dovere, che volete... ed otto giorni dopo il suo arresto egli fu -portato via. — Portato via! gridò Morrel: ma che cosa avranno potuto -fare di questo giovanotto? — Oh! state tranquillo, egli sarà stato -trasportato a Fenestrelles, a Pignerol, o alle isole S. Marguerite, -ciò che si chiama sfrattato in termine di ufficio, e una bella mattina -voi lo vedrete ritornare a prendere il comando del suo bastimento. — -Che venga quando vuole, il suo posto gli sarà sempre conservato. Ma -come mai non è ancora ritornato? Mi sembra che la prima cura della -giustizia Imperiale dovrebbe essere quella di mettere in libertà coloro -che erano stati incarcerati dalla giustizia regia. — Non accusate -temerariamente, mio caro Morrel, rispose Villefort; in tutte le cose -bisogna procedere legalmente. L’ordine di arresto era venuto dall’alto, -bisogna che dall’alto venga pur quello della libertà. Ora Napoleone è -rientrato, non sono appena quindici giorni, ed egualmente le lettere di -abolizione appena possono essere state spedite. — Ma, domandò Morrel, -non vi sarebbe modo di passar sopra a tutte le formalità? ora che -noi trionfiamo, io godo di qualche influenza, e posso ottenere di far -annullare il decreto. — Non ha avuto luogo alcun decreto. — Dell’ordine -d’arresto, allora. — In materia politica non vi è registro d’arresto. -Qualche volta i Governi han premura di fare sparire un uomo senza -ch’egli lasci traccia del suo passaggio; le annotazioni sui registri -degli arrestati lascerebbero campo a ricerche. — Ciò sarà stato un -tempo forse, ma ora... — È sempre lo stesso in tutti i tempi, mio -caro Morrel: i Governi si succedono, e si rassomigliano. La macchina -penitenziaria montata sotto Luigi XIV continua pure oggi giorno, -eccetto la Bastiglia che per un accidente fu spianata. L’Imperatore è -sempre stato più rigoroso pel regolamento delle sue prigioni, di quello -che non lo è stato lo stesso gran Re, e il numero dei carcerati di cui -non si conserva alcuna traccia sui registri è incalcolabile. - -Tanta benevolenza avrebbe messo fuor di dubbio delle certezze, e Morrel -non aveva neppure dei sospetti. - -— Ma finalmente, Sig. Villefort, diss’egli, qual consiglio potreste voi -darmi per sollecitare il ritorno di Dantès? - -— Un solo, fate una petizione al ministro della giustizia. — Oh! -noi sappiamo ciò che sono le petizioni; il ministro ne riceve 200 al -giorno, e non ne legge neppur quattro. - -— Sì, rispose Villefort, ma egli leggerà una petizione inviatagli -da me, postillata da me, indirizzata direttamente da me. — E voi -v’incaricherete di far giungere questa petizione! — Col più gran -piacere; Dantès poteva essere allora colpevole, ma oggi egli è -innocente, ed è mio dovere il rendere la libertà a colui che fu mio -dovere di far mettere in prigione. — Villefort preveniva in tal modo -il pericolo di una ricerca poco probabile, ma possibile, che lo avrebbe -perduto senza risorse. — Ma come scrivere al ministro? — Mettetevi là, -signor Morrel, disse Villefort cedendo il suo posto all’armatore, io -ve la detterò; non perdiamo tempo, ne abbiamo già perduto abbastanza. — -Sì, signore, pensiamo che il povero giovanotto aspetta, soffre, e forse -si dispera. — Villefort rabbrividì all’idea che questo prigioniero lo -maledicesse nell’oscurità e nel silenzio; ma egli era troppo messo a -rischio per potere ritornare addietro: Dantès doveva essere infranto -fra gli scogli della sua ambizione. Villefort dettò una domanda in -cui, con uno scopo eccellente, tanto da non esservi dubbio alcuno, egli -esagerava il patriottismo di Dantès, e i servigi da lui resi alla causa -Bonapartista. In questa petizione, Dantès compariva uno dei più attivi -pel ritorno di Napoleone. Era evidente che vedendo una tal supplica, -il Ministro dovea fare giustizia sul momento, se la giustizia non era -ancora stata fatta. Finita la petizione, Villefort la rilesse ad alta -voce. — È fatto, diss’egli; ora riposate tranquillamente su me. — E la -petizione partirà presto, Signore? — Oggi stesso. — E la postillerete? -— La postilla ch’io posso mettervi è quella di certificare per vero, -tutto ciò che voi dite nella petizione. — Villefort a sua volta si -assise, e sopra un lato della petizione, scrisse il suo certificato. — -Ora che resta a fare, o Signore? domandò Morrel. — Aspettate, rispose -Villefort. Io rispondo di tutto. - -Questa assicurazione rese la speranza a Morrel; egli lasciò il -sostituto-procuratore del Re incantato di lui, e corse ad annunciare -al vecchio padre di Dantès che non tarderebbe molto a rivedere suo -figlio. Quanto a Villefort, in vece d’inviarla a Parigi, egli conservò -preziosamente nelle sue mani questa petizione, la quale salvando -Dantès per allora, lo metteva sì orribilmente a rischio per l’avvenire, -supponendo ciò che l’aspetto di Europa, e la piega degli avvenimenti -permettevano già di supporre, cioè una seconda restaurazione. Dantès -rimase adunque prigioniero: perduto nel profondo della sua segreta, non -intese il rumore formidabile della caduta del trono di Luigi XVIII, nè -quella più spaventevole ancora dello scrollo dell’Impero. Ma Villefort, -aveva tutto seguito con un occhio vigilante, e tutto ascoltato -con occhio attento. Due volte durante questa breve apparizione -imperiale che fu chiamata _cento giorni_, Morrel era ritornato da -Villefort, insistendo sempre per la libertà di Dantès, e tutte e due -volte Villefort lo aveva pacato con promesse e con speranze. Giunse -finalmente la battaglia di Waterloo, Morrel non ricomparve più da -Villefort. L’armatore aveva fatto pel suo giovine amico tuttociò che -era stato umanamente possibile. Provare nuovi tentativi sotto questa -seconda restaurazione era un cimentarsi inutilmente. - -Luigi XVIII risalì sul trono; Villefort, per cui Marsiglia era piena -di tristi rimembranze, divenute rimorsi, domandò ed ottenne il posto -vacante di procuratore del Re a Tolosa. Quindici giorni dopo la sua -istallazione nella nuova residenza sposò madamigella Renata di S. -Méran il cui padre era favorito in corte più che mai. Ecco come Dantès -durante i cento giorni, e dopo la battaglia di Waterloo, restò sotto -chiavi, dimenticato dagli uomini, ma non da Dio. Danglars capì tutta -la forza del colpo con cui aveva percosso Dantès, vedendo ritornare -Napoleone in Francia. La sua denunzia avea colpito nel segno, e, come -tutti gli uomini di una certa attitudine al delitto, e di una mezzana -intelligenza per la vita ordinaria chiamò questa bizzarra coincidenza, -un _decreto della Provvidenza._ Ma quando Napoleone ritornò a Parigi, -e che la sua voce rintronò nuovamente imperiosa e potente, Danglars -ebbe paura. Ad ogni momento si aspettava veder comparire Dantès, -Dantès informato di tutto, Dantès minaccioso e terribile nelle sue -vendette. Allora egli manifestò a Morrel, un desiderio di lasciare -il servizio di mare, e si fe’ da lui raccomandare ad un negoziante -spagnuolo, presso del quale entrò da commesso d’ordine, alla fine di -Marzo, vale a dire 10 o 12 giorni dopo la ricomparsa di Napoleone alle -Tuglierie. Egli partì adunque per Madrid, e non s’intese più parlare di -lui. Fernando non capì niente. Dantès era rimasto assente, e ciò era -quanto gli importava. Che n’era accaduto? egli non cercò di saperlo. -Soltanto, durante tutto il tempo che gli venne accordato da questa -assenza, s’ingegnò ora ad ingannare Mercedès, sui motivi dell’assenza, -ora a meditare dei disegni d’emigrazione e di ratto. Di tempo in tempo -ancora, soprattutto nelle ore tetre di sua vita, s’assideva sulla -punta del capo Pharo, da questo luogo donde si distingueva ad un tempo -Marsiglia, ed il villaggio dei Catalani, guardando, tristo ed immobile -come un uccello da preda, se avesse veduto per una di queste due strade -il giovinotto dal libero andare, dalla testa alta, che per lui pure era -diventato il messaggiero di una cruda vendetta. Allora il disegno di -Fernando era arrestato; egli spaccava la testa di Dantès con un colpo -di fucile, e dopo si uccideva, ciò dicendo a sè stesso per colorire -il suo assassinio. Ma Fernando s’ingannava; egli non si sarebbe mai -ucciso, poichè sperava sempre. - -Frattanto ed in mezzo a tanto ondeggiamento doloroso, l’impero -chiamò un ultimo bando di soldati, quanti uomini v’erano in istato -di poter portare le armi si slanciarono fuori della Francia alla voce -formidabile dell’imperatore. Fernando partì come gli altri lasciando la -sua capanna e Mercedès corrodendosi col terribile pensiero che dietro -a lui forse sarebbe ritornato il rivale a sposar quella ch’egli amava. -In quanto alla giovinetta, la pietà ch’egli sembrava prendere alla -infelicità di lei, la cura di antivenirne anche i più piccoli desideri, -aveva prodotto l’effetto che sogliono fare su i cuori generosi le -apparenze di devozione. Mercedès aveva sempre amato Fernando con -amicizia; alla sua amicizia si aggiunse un nuovo sentimento, quello -della riconoscenza. - -— Fratello mio! disse ella nell’adattare il sacco da coscritto sulle -spalle del Catalano, fratello mio! mio solo amico! non vi fate -uccidere, non mi lasciate in questo mondo ove io piango, e dove -sarò sola quando voi non ci sarete più! — Queste parole, dette al -momento della partenza, resero qualche speranza a Fernando. Se Dantès -non ritornava più, Mercedès potrebbe dunque un giorno esser sua. -Mercedès restò sola su questa nuda terra, che non le era sembrata -mai così arida, e col mare immenso per orizzonte. Tutta bagnata di -lagrime come quella pazza di cui si racconta la dolorosa storia, -si vedeva incessantemente vagare intorno al piccolo villaggio dei -Catalani, ora fermandosi sotto il sole ardente del mezzogiorno, ritta, -immobile, muta come una statua e guardando Marsiglia; ora assisa -sulla spiaggia, ascoltando il mormorio del mare, eterno come il suo -dolore, e domandando incessantemente a sè stessa se fosse meglio -gettarsi in avanti, lasciarsi cadere come corpo morto, aprire l’abisso -e inghiottirvisi; piuttosto che soffrire in tal modo tutte queste -vicissitudini di un’aspettativa senza speranze. Non il coraggio mancò -a Mercedès per compiere il suo disegno, ma la religione le venne in -aiuto, e la salvò dal suicidio. - -Caderousse come Fernando, venne pure chiamato nella coscrizione; e -siccome egli aveva otto anni più del Catalano, ed era ammogliato, così -fece parte del terzo bando e fu inviato sulle coste. Il vecchio Dantès, -che non era più sostenuto dalla speranza, la perdè interamente alla -caduta dell’imperatore. Cinque mesi dopo, nello stesso giorno in cui -era stato separato dal figlio, e quasi nell’istessa ora in cui venne -arrestato, rendette l’ultimo sospiro fra le braccia di Mercedès. Morrel -provvide a tutte le spese della sepoltura, e pagò i piccoli debiti che -il vecchio aveva fatti durante la sua malattia. Operando così non era -solo beneficenza ma anche coraggio. Le province di mezzogiorno erano -in fuoco, ed il soccorrere, anche al letto di morte, il padre di un -bonapartista così pericoloso come Dantès, era un delitto. - - - - -XIV. — IL PRIGIONIERO FURIOSO ED IL PRIGIONIERO PAZZO. - - -Circa un anno dopo il ritorno di Luigi XVIII, vi fu una visita -dell’ispettore generale delle prigioni. Costui chiamavasi de Boville. -Dantès sentì girare e stridere dal fondo della sua segreta tutti quei -preparativi, che in alto facevano molto fracasso, ma in basso sarebbero -stati rumori impercettibili per tutt’altre orecchie che per quelle di -un prigioniero avvezzo a discernere nel silenzio della notte il ragno -che tesse la sua tela, e la caduta periodica della goccia d’acqua, -che impiega un’ora a formarsi sotto la volta della segreta. Indovinò -che fra i vivi accadeva qualche cosa di straordinario. Egli che da -sì lungo tempo abitava una tomba, poteva bene considerarsi come un -morto. In fatto l’ispettore visitava, una dopo l’altra, le camere, -le celle, le segrete; molti prigionieri furono interrogati, ed eran -quelli che per la loro stupidità si raccomandavano alla benevolenza -dell’amministrazione; l’ispettore lor domandava come erano nutriti -e quali reclami avessero a fare. Essi risposero unanimamente che il -nutrimento ora orribile e che reclamavano la loro libertà. L’ispettore -dimandò se aveano altro a chiedere. Essi scossero la testa; qual altro -bene oltre la libertà può reclamare un prigioniero? - -De Boville, si volse sorridendo, e disse al governatore: — Io non so -perchè ci facciano fare questi inutili giri; chi vede una prigione -ne vede cento, chi ascolta un prigioniere ne ascolta mille. È sempre -la stessa cosa: mal nutriti ed innocenti. Ve ne sono altri? — Sì, noi -abbiamo i prigionieri pericolosi o pazzi che son ritenuti in segreta. - -— Vediamo, disse l’ispettore, con un’aria di profonda stanchezza, -compiamo il nostro ufficio, discendiamo nelle segrete. - -— Aspettate, disse il governatore, che si mandino almeno a prendere -due uomini. I prigionieri commettono qualche volta, non fosse che -per disgusto della vita e per farsi condannare a morte, degli atti -d’inutile disperazione; voi potreste cader vittima di uno di questi -eccessi. — Prendete adunque le vostre cautele, soggiunse l’ispettore. - -In fatto si mandarono a chiamare due soldati, e si cominciò a -discendere per una scala umida, infetta, ed ammuffita. - -— Oh! fece l’ispettore fermandosi a metà della scala. E chi diavolo può -alloggiare qui? - -— Un cospiratore dei più pericolosi, ci è stato raccomandato -particolarmente come uomo capace di tutto. - -— È egli solo? — Certamente. — Da quanto tempo? - -— Da circa un anno. - -— E fu messo qui fino dal suo entrare? - -— No, Signore, ma soltanto dopo aver tentato di uccidere il custode -incaricato di portargli il nutrimento; quello stesso che ci fa lume. -N’è vero, Antonio? — Sì, rispose il custode — Ah! è dunque pazzo -quest’uomo. — È forse peggio, disse il custode; è un demonio. — Volete -voi che se ne faccia una querela? domandò l’ispettore al governatore. — -È inutile, signore. Egli è abbastanza punito così; d’altra parte tocca -ormai quasi alla follia, e secondo l’esperienza che ci danno le nostre -osservazioni, prima che compia un altr’anno, egli sarà compiutamente -pazzo. — In fede mia, tanto meglio per lui, disse l’ispettore, una -volta pazzo del tutto, egli soffrirà meno. - -Come si vede bene, l’ispettore era un uomo pieno d’umanità, e ben degno -delle funzioni filantropiche che esercitava. - -— Avete ragione, signore, disse il governatore, e la vostra riflessione -prova che avete profondamente studiata la materia. Parimente abbiamo, -in una segreta non lontana da questa più d’una trentina di passi, e -nella quale si discende per un’altra scala, un vecchio scienziato, -antico capo di fazione in Italia, che è qui fin dal 1811, e di cui il -cervello ha dato volta verso la fine del 1814, per cui da quell’epoca, -non è più fisicamente riconoscibile, piange, ride, dimagrisce, -ingrassa. Volete voi veder quello piuttosto che questo? La sua pazzia -vi divertirà e non vi attristerà punto. - -— Li vedrò entrambi, rispose l’ispettore; bisogna disimpegnare il -proprio ufficio coscienziosamente. — L’ispettore faceva allora il suo -primo giro e voleva lasciare una buona idea della propria autorità. -— Entriamo dunque prima qui, soggiunse. — Volentieri, rispose il -governatore. - -Allo stridere delle massicce serrature, al cigolare dei catenacci -arrugginiti, Dantès, aggruppato in un angolo della segreta, ove -riceveva con un contento indicibile il tenuissimo raggio di luce che -filtrava attraverso gli stretti spiragli della sua inferriata, rialzò -la testa. Alla vista di un uomo sconosciuto, illuminato dalle torce -che portavano i due custodi, accompagnato da due soldati, e al quale -il governatore parlava col cappello in mano, Dantès indovinò di che si -trattava, e vedendo finalmente presentarsi un’occasione per implorare -un’autorità superiore, balzò in avanti colle mani giunte. I soldati -abbassarono subito la baionetta perchè credettero che il prigioniero si -lanciasse verso l’ispettore con cattiva intenzione, e de Boville stesso -fece un passo in dietro. Dantès s’accorse che era stato designato come -un uomo da temersi. Riunì dunque nel suo sguardo tutto ciò che il cuore -dell’uomo può contenere di mansuetudine e di umiltà, ed esprimendosi -con una specie di eloquenza pietosa che meravigliò gli astanti cercò -di toccare l’anima del suo visitatore. L’ispettore ascoltò il discorso -di Dantès sino alla fine; poi volgendosi verso il governatore: — Egli -piegherà alla devozione, diss’egli a mezza voce, è già disposto a -sentimenti più dolci. Vedete... la paura fa il suo effetto su lui; -ha indietreggiato in faccia alle baionette, ora un pazzo non rincula -innanzi ad alcuna cosa; su questo proposito ho fatto delle curiose -osservazioni a _Charenton_: — poscia volgendosi verso il prigioniero. — -In brevi termini che domandate voi? - -— Io domando qual delitto ho commesso! domando che mi si diano dei -giudici! domando che sia istruito il processo! domando da ultimo di -essere fucilato se sono reo! ma del pari di essere messo in libertà se -sono innocente! - -— Siete voi ben nutrito? domandò l’ispettore. - -— Sì, credo... non ne so niente... ma ciò poco m’importa! Quello che -deve importare non solo a me disgraziato prigioniere, ma ancora a tutti -i funzionari che amministrano la giustizia, ed al Re che ci governa, si -è che un innocente non sia vittima di un’infame denunzia, e non muoia -sotto chiavi maledicendo i suoi carnefici.... - -— Voi siete molto umile oggi, disse il governatore; però non siete -sempre stato così. Parlavate bene altrimenti, mio caro amico, il giorno -che volevate uccidere il vostro custode. - -— È vero, signore, disse Dantès, e ne domando umilmente perdono a -quest’uomo, che è sempre stato buono con me; ma che volete! io era -pazzo... io era furioso... - -— E voi non lo siete più? — No, signore, perchè la prigionia mi ha -piegato, umiliato, annichilito, è sì lungo tempo che io sono qui... — -Sì lungo tempo? E da qual’epoca foste arrestato? disse l’ispettore. -— Il 28 Febbraio 1815, a due ore dopo mezzo giorno. — L’ispettore -calcolò. — Siamo ai 30 Luglio 1816. Che dite dunque? Non sono che 17 -mesi da che siete prigioniere. - -— Come 17 mesi! riprese Dantès. Ah! signore, voi non sapete che sono -17 mesi di prigionia! 17 anni, 17 secoli! soprattutto per un uomo, che -come me, era vicino a toccare la sua felicità, per un uomo che, come -me, era sul punto di sposare una donna amata; per un uomo che vedeva -aprirsi a sè dinnanzi una carriera onorevole e al quale tutto è venuto -meno in un sol punto; che, dal mezzo del giorno più bello cade nella -notte più profonda; che vede la sua carriera distrutta, che ignora se -colei ch’egli ama, lo ami tuttora; che ignora se il suo vecchio padre -è morto o vivo! 17 mesi di prigione per un uomo abituato all’aria -marina, all’indipendenza del marinaro, allo spazio, all’immensità, -all’infinito, signore, 17 mesi di prigione sono più che non meritano -tutti i delitti designati dalla lingua umana co’ più odiosi nomi! -Abbiate dunque pietà di me, e domandate per me non l’indulgenza ma -il rigore, non una grazia ma una sentenza! Dei giudici, signore non -domando che giudici. Non si possono negare i giudici ad un accusato. - -— Va bene, disse l’ispettore, si vedrà. — Poi volgendosi verso il -governatore disse: — In verità questo povero diavolo mi fa pena. -Ritornando sopra, mi farete vedere il registro degli arresti. - -— Sì, certo, disse il governatore; ma credo che ritroverete annotazioni -terribili sul conto suo. - -— Signore, continuò Dantès, so bene che voi non potete farmi uscir di -qui colla vostra autorità; ma potete trasmettere la mia domanda agli -uffici competenti, potete causare una requisitoria, potete finalmente -farmi sottomettere ad un giudizio. Un processo, è tutto ciò che io -domando; che io sappia qual delitto ho commesso, ed a qual pena sono -condannato; poichè, assicuratevi, l’incertezza è il peggiore di tutti i -supplizi. - -— Istruitemi, disse l’ispettore. - -— Signore, gridò Dantès, comprendo dal suono della vostra voce che voi -siete commosso; ditemi almeno che io speri. - -— Non posso dirvelo, rispose l’ispettore; posso soltanto promettervi di -esaminare il vostro registro, e ciò che vi sta a carico. - -— Oh! allora, signore, son libero! Son salvo! - -— Chi vi fece arrestare? dimandò l’ispettore. - -— Il sig. de Villefort; vedetelo, e intendetevela con lui. - -— È già un anno ch’egli non è più in Marsiglia, ma a Nimes. - -— Ah! ciò non mi sorprende più, il mio solo protettore si è -allontanato. — Il sig. de Villefort aveva egli qualche motivo di odio -contro di voi? domandò l’ispettore. — Nessuno, signore, anzi era molto -benevolo meco. — Io potrò dunque fidare alle note che egli ha lasciato -sul conto vostro, o che potrà trasmettermi? — Intieramente, signore. - -— Sta bene, aspettate. — Dantès cadde in ginocchio, levando le mani -verso il Cielo e mormorando una preghiera nella quale egli raccomandava -a Dio questo uomo che era disceso nella sua prigione come il Salvatore -che liberava le anime dall’inferno. La porta si richiuse, ma la -speranza discesa con Boville, era rimasta nella segreta di Dantès. - -— Volete voi vedere il registro di consegna subito, domandò il -Governatore, o passare alla segreta dello scienziato? - -— Finiamola prima colle segrete, rispose l’ispettore; se io ritornassi -ove fa giorno, forse non avrei più il coraggio di discendere di bel -nuovo qui per compiere la mia trista missione. - -— Oh! quest’altro non è un prigioniero come quello che abbiamo -lasciato, e la sua pazzia rattrista meno che la ragionevolezza del suo -vicino. — E quale è la sua pazzia? - -— Oh! una pazzia strana, egli si crede possessore di un immenso -tesoro. Il primo anno della sua prigionia ha fatto offrire al Governo -un milione, se volesse metterlo in libertà; il secondo anno due -milioni, il terzo tre milioni, e così progressivamente. Egli è ora al -suo quinto anno di prigionia, e chiederà di parlarvi in segreto, per -offrirvene cinque. — Ah! ah! è curiosa in fatto, disse l’ispettore; e -come si chiama questo milionario? — Faria. — N. 27? domandò l’ispettore -leggendo questa cifra sopra una porta. - -— Precisamente qui. Antonio, aprite. - -Il custode ubbidì, e de Boville entrò nella segreta dello _scienziato -pazzo_: per tal modo veniva generalmente chiamato il prigioniere. In -mezzo della camera in un circolo tracciato sul pavimento con un poco -d’intonaco, staccato dal muro, era sdraiato un uomo quasi nudo, tanto -le sue vesti erano andate in pezzi. Egli disegnava in questo cerchio -delle linee geometriche molto dritte e parallele, e pareva in tal modo -occupato a risolvere il suo problema a guisa di Archimede nel momento -che fu ucciso da un soldato di Marcello. Egualmente egli non si mosse -al rumore che fece la porta della prigione nell’aprirsi, e non sembrò -risvegliarsi che allorquando la luce delle torce illuminò con chiarore -straordinario l’umido suolo su cui lavorava. Allora si volse e vide con -sorpresa la numerosa compagnia che era discesa nel suo carcere. Si alzò -prestamente, prese una coperta gettata sul miserabile suo letto, e si -coperse precipitosamente per comparire in uno stato più decente agli -occhi degli stranieri. - -— Domandate voi nulla? disse l’ispettore senza variare la sua formola. -— Io, signore, disse Faria con sorpresa, nulla domando. — Voi non -capite, disse l’ispettore, io sono un messo del governo, ed ho la -commissione di scendere in tutte le prigioni, per ascoltare i reclami -de’ prigionieri. - -— Oh! allora, signore, è tutt’altro, gridò vivacemente Faria, e spero -che ce la intenderemo. — Vedete, disse a bassa voce il governatore, non -comincia egli come vi avevo detto? - -— Signore, continuò il prigioniero, io sono Faria nato in Roma nel -1768; sono stato venti anni segretario del conte Spada, l’ultimo dei -Principi di questo nome, sono stato arrestato, e non so perchè, verso -il principio dell’anno 1808; dopo questo tempo ho sempre reclamato -la mia libertà dalle Autorità Italiane, e Francesi. — Perchè dalle -Autorità Francesi? domandò il governatore. — Perchè io sono stato -arrestato a Piombino e presumo che, come Firenze, Piombino sia divenuto -capo luogo di un qualche dipartimento Francese. - -L’ispettore ed il governatore si guardarono ridendo. - -— Diavolo, mio caro, disse l’ispettore, le vostre notizie sull’Italia -non sono di fresca data. - -— Esse portano la data del giorno in cui sono stato trasportato -da Fenestrelle qui, signore, disse Faria; era nel 1811, e S. M. -l’Imperatore avendo dato il nome di re di Roma al figlio che il cielo -gli aveva concesso, io presumeva che continuando il corso delle sue -conquiste egli vagheggiasse il sogno di Macchiavello e di Cesare -Borgia. — Signore, disse l’ispettore, la Provvidenza ha fortunatamente -arrecato tali cambiamenti nella Penisola, che quel sogno rimarrà tale. - -— Sarà; ma quante cose non sono possibili sulla terra? rispose Faria. -— Sì, ma non già i sogni, riprese l’ispettore; nè sono venuto qui per -intavolare con voi un corso di politica oltramontana, ma soltanto per -domandarvi, come ho già fatto, se avete qualche reclamo da indirizzarmi -sul modo col quale siete nutrito ed alloggiato. — Il nutrimento è -quello di tutte le prigioni, rispose Faria, vale a dire cattivissimo. -Quanto all’alloggio, come vedete è umido e malsano, ma ciò nonostante è -conveniente abbastanza per una segreta. Ora non è di ciò che si tratta, -ma bensì di una rivelazione della più alta importanza che ho a fare al -governo. - -— Eccoci, disse a bassa voce il Governatore a de Boville. - -— Ecco perchè io sono fortunato di vedervi, continuò Faria, quantunque -voi mi abbiate distratto da un calcolo molto importante, che se riesce, -cangerà forse del tutto il sistema planetario di Newton. Potete voi -accordarmi il favore di un colloquio particolare? - -— Eh! che diceva io? fece il governatore all’ispettore. - -— Voi conoscete bene la persona, rispose questi sorridendo. Poi -rivolgendosi a Faria: Signore, diss’egli: — Ciò che chiedete è -impossibile. — Ciò nonostante, riprese Faria, si tratterebbe di -fare guadagnare al governo una somma enorme, una somma, per esempio, -di cinque milioni! — In fede mia, disse l’ispettore, volgendosi al -governatore, voi avete predetto perfino la cifra. — Vediamo, riprese -Faria, accorgendosi che l’ispettore faceva un movimento per ritirarsi, -non è poi assolutamente necessario che noi siamo soli: il sig. -governatore potrà assistere al nostro colloquio. - -— Disgraziatamente mio caro signore, disse il governatore, noi sappiamo -già a memoria quello che voi volete dirci. Si tratta dei vostri tesori, -n’è vero? - -Faria guardò quest’uomo pungente, con certi occhi su cui un osservatore -disinteressato avrebbe certamente veduto splendere il lampo della -ragione e della verità. - -— Senza dubbio, diss’egli, di che volete che io vi parli, se non di ciò? - -— Sig. ispettore, continuò il governatore, vi posso raccontare questa -storia tanto bene quanto Faria, essendo già quattro o cinque anni che -me la sento risuonare alle orecchie. — Ciò prova, sig. governatore, -disse Faria che voi siete di quella gente di cui parla la Scrittura, -i quali hanno gli occhi e non vedono, hanno le orecchie e non sentono. -— Mio caro signore, disse l’ispettore, il governo è ricco, e grazie a -Dio, non ha bisogno dei vostri milioni; conservateli adunque pel giorno -in cui uscirete di prigione. - -L’occhio di Faria si dilatò; egli afferrò la mano dell’ispettore e -soggiunse: — Ma se io non esco di prigione, se contro ogni giustizia mi -si ritiene in questa segreta, se vi debbo morire senza aver lasciato -il mio segreto ad alcuno, questo tesoro andrà dunque perduto? Non è -meglio che il Governo ne profitti con me? Io andrò fino a sei milioni, -signore! Sì, io lascerò sei milioni, e mi contenterò del resto, se mi -si vorrà rendere la libertà. - -— Sulla mia parola, disse l’ispettore a mezza voce, se non si sapesse -che quest’uomo è pazzo, egli parla con un accento di tanta convinzione, -da credere che dicesse la verità. - -— Io non sono un pazzo, signore, e dico precisamente la verità, -riprese Faria, che, con quella finezza di udito che è particolare ai -prigionieri, non aveva perduto una sola delle parole dell’ispettore. Il -tesoro di cui vi parlo esiste veramente, ed io sono pronto a firmare un -trattato, in virtù del quale voi mi condurrete al luogo che verrà da me -deputato: si scaverà la terra sotto i nostri occhi, e se io mentisco, -se nulla vien ritrovato, se io son pazzo come voi dite, ebbene! voi -mi condurrete in questa medesima carcere ove io resterò eternamente, e -dove morrò senza più nulla domandar nè a voi, nè ad alcuno. - -Il governatore si mise a ridere. — È lontano questo vostro tesoro? -domandò egli. — A cento leghe di qui circa. — La cosa non è male -immaginata, disse il governatore; se tutti i prigionieri volessero -divertirsi a fare una passeggiata coi loro gendarmi per cento leghe, -o se i guardiani acconsentissero a fare una simile passeggiata questo -sarebbe un eccellente pretesto, che i prigionieri si procurerebbero -per prendere la via dei campi alla prima occasione opportuna, e -durante un simile viaggio l’occasione si presenterebbe certamente. -Disgraziatamente però questo è un pretesto troppo conosciuto, ed il -sig. Faria non ha neppure il merito dell’invenzione. — Poi volgendosi -allo scienziato: — Vi ho domandato se siete bene nutrito? — Signore -rispose Faria, giuratemi sul vostro onore di liberarmi se io dico la -verità, e v’indicherò il luogo preciso ove è nascosto il tesoro. - -— Siete contento del nutrimento?, ripetè l’ispettore. - -— Signore, voi così non correte alcun rischio, e vedete bene che non è -per procurarmi un’eventualità di fuga, mentre io resterò prigione fino -a che abbiate fatto il viaggio. - -— Voi non rispondete alla mia interrogazione, disse con impazienza -l’ispettore. - -— Nè voi alla mia, gridò Faria. Siate adunque maledetto come tutti gli -altri insensati che non han voluto credermi. Voi non volete il mio oro, -io lo custodirò; voi mi ricusate la libertà, Dio me la manderà. Andate, -non ho più nulla a dirvi. — E Faria gettando la coperta, raccolse -l’intonaco, ed andò ad assidersi di nuovo in mezzo al circolo ove -continuò le sue linee ed i suoi numeri. - -— Che fa egli là? disse l’ispettore ritirandosi. - -— Conta i suoi tesori, rispose il governatore. - -Faria rispose a questo sarcasmo con un’occhiata su cui era impresso -il più gran disprezzo. Essi uscirono. Il carceriere chiuse la porta -dietro loro. — Egli avrà forse davvero posseduto qualche tesoro, disse -l’ispettore risalendo la scala. — O avrà sognato di possederlo, rispose -il governatore, e il giorno dopo si sarà risvegliato pazzo. — Così -terminò l’avventura per lo scienziato Faria. Egli rimase prigioniere, e -dopo questa visita la sua riputazione di pazzo glorioso aumentò sempre -più. In quanto a Dantès, l’ispettore gli mantenne la parola. Risalendo -nell’ufficio del governatore si fe’ mostrare il registro di consegna. -Una nota era scritta dirimpetto al suo nome. - - | Bonapartista arrabbiato; - | ha preso parte attiva - | al ritorno dall’Isola - Edmondo Dantès | d’Elba; da tenersi - | nella più gran segreta, - | e sotto la più stretta - | sorveglianza. - -Questa nota era di un altro carattere, e di un inchiostro diverso dal -rimanente del registro, ciò che provava essere stata aggiunta dopo -l’incarcerazione di Dantès. L’accusa era troppo positiva per tentare di -combatterla. L’ispettore adunque scrisse al margine: «vista la nota di -fronte, nulla si può fare.» - -Questa visita aveva per così dire ravvivato Dantès; dacchè era entrato -in prigione, aveva obbliato di contare i giorni; ma l’ispettore lo -aveva fornito di una nuova data, ed egli non l’aveva dimenticata. -Dietro a lui, scrisse sul muro con un po’ di gesso staccato dalla -volta: 30 luglio 1816; e da quel momento faceva ogni giorno un segno -affinchè la misura del tempo non gli sfuggisse più. - -I giorni passarono, poi le settimane, quindi i mesi. Dantès aspettava -sempre. Egli aveva cominciato dal fissare la sua liberazione a quindici -giorni. Impiegando soltanto la metà della premura che aveva sembrato -provare l’ispettore dovevano essere sufficienti 15 giorni. Passati -questi 15 giorni, egli disse che era un’assurdità il credere che -l’ispettore sarebbesi occupato di lui prima del suo ritorno a Parigi; -or questo ritorno a Parigi non poteva aver luogo che allor quando -avrebbe finito il giro, il quale poteva durare un mese o due. Egli -fissò adunque tre mesi invece di 15 giorni; compiti i tre mesi un -altro ragionamento venne in suo aiuto, ed egli si concesse sei mesi: -finiti ancora questi sei mesi, mettendo i giorni uno in capo all’altro -ritrovò di avere aspettato dieci mesi e mezzo. Durante questi dieci -mesi e mezzo, niente fu cambiato nel regime della sua prigione; non -vi era giunta alcuna notizia consolante, interrogato il carceriere, -questi era muto secondo il solito. Dantès cominciò a dubitare dei suoi -sensi, a credere che ciò che prendeva per un ricordo della sua memoria, -non fosse altro che una allucinazione del suo cervello, e che questo -angelo consolatore, apparso nella sua prigione, non vi fosse disceso -se non che sulle ali di un sogno. In capo d’un anno il governatore fu -cambiato. Egli aveva ottenuto la direzione del forte di Ham; condusse -seco molti de’ suoi subordinati e fra gli altri il carceriere di -Dantès. Un nuovo governatore giunse; sarebbe stato troppo lungo per -lui l’imparare a memoria il nome di tutti i prigionieri, si fe’ perciò -rappresentare soltanto i loro numeri. Questa orribile casa ammobiliata -si componeva di cinquanta camere. I loro abitanti erano distinti col -numero della camera che abitavano, ed il disgraziato giovinotto cessò -di essere chiamato ancora col suo nome Edmondo o col suo cognome -Dantès: e si chiamò il numero 34. - - - - -XV. — IL NUMERO XXXIV ED IL NUMERO XXVII. - - -Dantès passò per tutti i gradi d’infelicità che soffrono i prigionieri -dimenticati in una prigione. Cominciò dall’orgoglio che è una -conseguenza della speranza ed una conoscenza dell’innocenza; poi -passò al dubbio della sua innocenza, ciò che non giustificava male le -idee del governatore sulla sua alienazione mentale; finalmente cadde -dall’alto del suo orgoglio, pregò non Dio ancora, ma gli uomini. -Dio è l’ultima risorsa: il disgraziato che dovrebbe cominciare dal -Signore talvolta non giunge a sperare in lui che dopo avere esaurite -tutte le altre speranze. Dantès dunque pregò perchè il togliessero -dal suo carcere, per metterlo in un altro, fosse anche stato più nero -e più profondo; un cambiamento, quantunque peggiore, era sempre un -cambiamento, e gli procurerebbe una distrazione di qualche giorno. -Egli pregò che gli venisse accordata la passeggiata, dell’aria, dei -libri, degl’istrumenti. Niente di tutto ciò gli venne accordato, ma non -importa; domandava sempre. - -Si era assuefatto a parlare col nuovo carceriere, quantunque questi -fosse, se si può dire, più muto del primo; ma parlare ad un uomo, -per quanto muto, era ancora un piacere. Dantès parlava per sentire -la sua propria voce: si era provato di parlare quando era solo, ma -allora aveva paura. Spesso prima di esser fatto prigioniere, Dantès si -era fatto uno spauracchio di queste camere di prigionieri, composte -di vagabondi, di banditi, e di assassini, fra i quali un’ignobile -gioia mette in comune delle orgie inintelligibili e delle amicizie -spaventose. Egli giunse a desiderare di esser messo in uno di questi -bagni, per poter vedere qualche altro viso oltre quello del carceriere -impassibile che non voleva parlare. Egli desiderava il bagno, col suo -costume infamante, colla catena al piede, col marchio sulla spalla. I -forzati almeno godevano la società dei loro simili, respiravano l’aria, -vedevano il cielo: i forzati per Dantès erano esseri fortunati. Egli -supplicò un giorno il carceriere di domandare per lui un compagno -qualunque, fosse pur anche stato lo scienziato pazzo di cui avea -inteso parlare. Sotto la scorza di carceriere, per quanto sia rozza, -resta sempre qualche cosa di uomo. Questi, quantunque il suo viso -nol dimostrasse, aveva spesso nel fondo del cuore compianto questo -disgraziato giovine, il cui carcere era sì duro; passò dunque la -domanda del numero 34 al governatore; ma questi, prudente come se -fosse stato un uomo politico, s’immaginò che Dantès volesse ammutinare -i prigionieri, tramare qualche complotto, aiutarsi con qualche amico, -per tentare una evasione, e si ricusò. Dantès aveva esaurito il cerchio -delle risorse umane. Come dicemmo che ciò doveva accadere, egli si -rivolse allora a Dio. Tutte le idee pietose sparse nel mondo, e che -vengono raccolte dagl’infelici che sono curvati sotto il peso della -sventura, vennero allora a presentarsi al suo spirito; si rammentò -delle preghiere insegnategli da sua madre, e ritrovò in quelle dei -sensi fino allora ignoti; perchè all’uomo che s’appaga di terrene -felicità, la preghiera rimane spesso un assieme monotono e vuoto di -senso fino a che il giorno del dolore viene a spiegare all’infelice -questo linguaggio sublime per mezzo del quale egli parla a Dio. Pregò -dunque con fervore; e pregando ad alta voce non si spaventava più -delle sue parole. Allora cadeva in una specie di estasi; vedeva Dio -risplendente a ciascuna parola che pronunziava; tutte le azioni della -sua vita umile e perduta le rapportava alla volontà di questo Dio -onnipossente facendosene delle lezioni, e proponendosi degli obblighi -ad adempiere. - -Ad onta di queste preghiere ferventi, Dantès rimase prigioniero. Allora -lo spirito si fece tetro, una nube s’addensò innanzi ai suoi occhi. -Dantès era uomo semplice e senza educazione; il passato era rimasto -per lui coperto da quel denso velo, che la sola scienza solleva. Egli -non poteva nella solitudine della sua secreta o nel deserto del suo -pensiero rianimare i popoli estinti, rifabbricare le antiche città che -l’immaginazione e la poesia ingrandiscono, e che passano davanti agli -occhi giganteschi ed illuminati dal fuoco del Cielo, come i quadri -babilonesi di Martin; egli non aveva che il suo passato così breve, -il suo presente così tristo, il suo avvenire così incerto: 19 anni di -luce da meditarsi forse in una eterna notte! Nessuna distrazione poteva -venirgli in aiuto: il suo spirito energico che forse non avrebbe amato -meglio che prendere il suo volo a traverso le età, era forzato a restar -prigioniero come un’aquila nella sua gabbia. - -Si aggrappava allora ad una sola idea, a quella della sua felicità, -distrutta senza una causa apparente e per una fatalità inaudita, si -atteneva a quest’idea, la girava, la rigirava sotto tutti i rapporti, -divorandola per così dire a denti aguzzi, come nell’inferno di Dante -l’implacabile Ugolino divora il cranio dell’arcivescovo Ruggiero. -Dantès non aveva avuto che una fede passeggiera; egli la perdette come -altri la perdono nei felici eventi, solamente non ne avea profittato. -La rabbia successe all’ateismo. Edmondo emetteva delle bestemmie che -facevano dare addietro per l’orrore il carceriere, infrangeva il corpo -contro le muraglie della prigione, inferociva contro tutto ciò che lo -circondava, e sopra tutto contro sè stesso; alla minima contrarietà -che gli faceva provare un granellino di sabbia, una festuca di paglia, -un soffio d’aria; allora quella lettera denunziatrice ch’egli aveva -veduta, che avevagli mostrata Villefort, che da sè stesso aveva -toccata, gli ritornava al pensiero; ciascuna linea fiammeggiava nel -muro come il Mane, Thècel, Pharès, di Baldassarre; egli diceva a sè -stesso che l’odio degli uomini e non la giustizia di Dio lo aveva -immerso nell’abisso in cui si trovava; invocava a questi uomini -sconosciuti tutti i supplizi di cui la sua ardente immaginazione poteva -farsi un’idea; e trovava che i più terribili erano ancora troppo deboli -e troppo brevi per essi. - -A forza di dire a sè stesso, in proposito dei suoi nemici, che quegli -che vuole punirli crudelmente deve servirsi di tutt’altro mezzo che -della morte, cadde nell’immobilità della trista idea del suicidio; -disgraziato colui che sul declivio dell’infelicità, si ferma a questa -trista idea! È uno di quei mari morti che si estendono come l’azzurro -delle onde pure, ma nelle quali il nuotatore sente di più in più -legarsi i piedi in una creta bituminosa che lo attrae a sè, lo assorbe, -lo inghiottisce. Una volta preso in tal modo, se il soccorso divino -non lo aiuta tutto è finito, e qualunque sforzo che egli tenti, lo -approfondisce sempre più nella morte. Ciò nonostante questo stato di -morale agonia è meno terribile dei patimenti che lo hanno preceduto e -del gastigo che lo seguirà; è una specie di consolazione vertiginosa -che ci mostra il precipizio. - -Talvolta diceva a sè stesso, quando nelle mie lontane corse, allorchè -era ancora uomo, e quando quest’uomo libero e possente gettava ad altri -uomini dei comandi, che erano eseguiti, ho veduto il cielo coprirsi, -il mare fremere e mormorare, l’uragano nascere da un angolo del cielo, -e come un’aquila gigantesca battere colle sue ali i due orizzonti; -allora io sentiva che il mio vascello non era più che un rifugio -impotente, poichè leggero come una piuma nella mano del gigante tremava -e rabbrividiva anch’esso. Tosto al rumore del vento che fischiava, -delle montagne d’acqua che mi si rovesciavano sul capo; il rumore -spaventevole delle onde, l’aspetto degli scogli, mi annunziavano la -morte, e la morte mi spaventava, ed io faceva tutti i miei sforzi per -sfuggirla, e riuniva tutte le forze dell’uomo e tutta l’intelligenza -del marinaio per lottare contro il cielo ed il mare!... ciò accadeva -perchè allora io era felice, perchè il ritornare alla vita, era un -ritornare alla felicità; ciò avveniva perchè non aveva invocata la -morte, non l’aveva scelta; ciò avveniva perchè il sonno mi sembrava -duro sopra questo letto di alghe e di sassi; ciò avveniva finalmente -perchè io, che mi credeva una creatura fatta ad immagine di Dio, mi -sdegnava di dover servire dopo la mia morte di pasto alle foche ed agli -avvoltoi. Ma oggi è tutt’altro: ho perduto tutto ciò che poteva farmi -amare la vita, oggi la morte mi sorride come una nutrice al bambino -che va cullando; oggi io muoio a modo mio, e mi addormento stanco ed -infranto, come mi addormenterei dopo una di queste sere di disperazione -e di rabbia nelle quali ho contato tremila giri intorno alla mia camera -cioè trentamila passi, vale a dire circa dieci leghe. - -Dacchè questo pensiero ebbe germogliato nello spirito del giovinotto -egli si fe più dolce, più ilare; si adattò meglio al suo letto, al suo -pane nero, mangiò meno, non dormì più e trovò quasi sopportabile questo -avanzo di esistenza che era certo di poter lasciare quando avesse -voluto, come si lascia un vestito logoro. Aveva due mezzi per morire: -uno era semplice; bastava di legare il fazzoletto alla sbarra della -finestra e di appiccarvisi; l’altro consisteva a fingere di mangiare -ed a lasciarsi morire di fame. Il primo ripugnava molto a Dantès. Egli -era stato allevato coll’orrore ai pirati i quali vengono appesi ai -pennoni dei bastimenti. L’impiccarsi adunque era per lui una specie di -supplizio infamante che non voleva applicarsi da sè stesso, adottò il -secondo, e ne cominciò l’esecuzione nel seguente giorno. - -Circa quattr’anni erano passati nelle alternative che raccontiamo. -Alla fine del secondo, Dantès aveva cessato di contare i giorni, ed era -ricaduto nell’ignoranza completa del tempo, dalla quale era stato una -volta liberato dall’ispettore. Dantès aveva detto: io voglio morire, -ed aveva scelto il suo genere di morte, lo aveva bene esaminato, e per -timore di retrocedere dalla sua risoluzione, aveva fatto giuramento -a sè stesso di morire così. Quando mi verrà portato il nutrimento -della mattina e quello della sera, aveva esso pensato, io getterò gli -alimenti dalla finestra, e fingerò di averli mangiato. - -Eseguì quanto avea promesso a sè stesso di fare. Due volte al giorno, -per la piccola apertura sprangata che non gli lasciava scorgere -che il cielo, gettava il cibo; sul principio con allegria, poi con -riflessione, finalmente con dispiacere; ebbe bisogno di ricordarsi il -giuramento fatto, per attinger la forza di continuare il suo terribile -disegno. Questi alimenti che altra volta gli ripugnavano, la fame, -dai denti aguzzi, glieli faceva comparire appetitosi allo sguardo e -squisiti all’odorato; qualche giorno teneva per più di un’ora il piatto -degli alimenti, contemplava con occhio fisso quel po’ di carne putrida -o quel pesce infetto, e quel pane nero e guasto. Quegli erano gli -ultimi istinti della vita che lottavano ancora in lui e che di tempo -in tempo abbattevano la sua risoluzione. Allora il carcere non gli -sembrava più tanto tetro, il suo stato gli sembrava meno disperato; -era ancora giovine, poteva avere venticinque o ventisei anni, gli -restavano forse ancor cinquant’anni di vita, cioè due volte quanto -avea vissuto. Durante questo tempo immenso quanti avvenimenti potevano -atterrare le porte, rovesciare le mura del castello d’If, e rendergli -la libertà! allora egli avvicinava i denti al cibo, che, Tantalo -volontario, allontanava da sè stesso dalla bocca; ma la memoria del -fatto giuramento gli tornava allo spirito, e la sua natura gelosa aveva -timore di avvilire sè stessa per mancare al fatto giuramento. Consumò -adunque, rigoroso ed implacabile, il poco d’esistenza che gli restava, -e venne il giorno che non ebbe più la forza di alzarsi per gettare dal -finestrello della prigione la colazione che gli era stata portata. La -dimane non ci vedeva più, sentiva appena; il carceriere credeva ad -una grave malattia. Dantès sperava in una morte vicina. La giornata -passò così. Edmondo sentiva un vago stordimento che non era privo di un -certo ben essere, il guadagnare a poco a poco; lo stiramento nervoso -del suo stomaco si era assopito, gli ardori della sua sete si erano -calmati; allorchè chiudeva gli occhi, vedeva brillarsi intorno una -quantità di fiammelle simili a quei fuochi fatui che corrono la notte -sui terreni paludosi: era il crepuscolo di quel paese sconosciuto che -si chiama morte. Di repente una sera, verso le nove, egli intese un -sordo rumore alla parete del muro contro la quale era steso. Tanti -animali immondi erano venuti a fare i loro rumori in quella prigione, -che un poco alla volta Edmondo aveva assuefatto il suo sonno a non -turbarsi per così poco; ma questa volta, sia che i sensi si fossero -esaltati dall’astinenza, sia che davvero il rumore fosse più forte che -d’ordinario, sia che in quest’ultimo e supremo momento tutto acquisti -importanza, Edmondo si agitò pel rumore e sollevò la testa per meglio -ascoltarlo. Era un grattamento che sembrava fatto o da una unghia -enorme o da un dente possente o finalmente dall’uso di un istrumento -qualunque su delle pietre. - -Benchè indebolito, il cervello del giovinotto fu colpito da quella vaga -idea costantemente fissa nello spirito del prigioniero, la libertà. -Questo rumore giungeva appunto nel momento in cui ogni altro rumore -andava a cessare per lui: gli sembrò che Iddio si mostrasse alla -fine placato delle sue sofferenze, e gl’inviasse questo rumore per -avvertirlo di fermarsi sull’orlo della tomba, su cui già vacillava il -suo piede. Chi poteva sapere che uno dei suoi amici, uno di quegli -esseri prediletti ai quali aveva pensato sì spesso, che ne aveva -consunto il pensiero, non si occupasse di lui in questo momento e non -cercasse ad accorciare la distanza che li separava? ma no, Edmondo -senza dubbio si sbagliava e non era che un’abberrazione fluttuante -alla porta della morte. Però Edmondo sentiva sempre questo rumore: -durò circa tre ore, dopo di che egli intese una specie di crollo; ed il -rumore cessò. - -Qualche ora dopo lo senti più forte e più vicino. Edmondo già prendeva -interessamento a questo lavoro che gli faceva compagnia; quando il -carceriere entrò. Da otto giorni che aveva fatta la risoluzione -di morire, da quattro giorni che aveva cominciata a metterla in -esecuzione, Edmondo non aveva indirizzata la parola a quest’uomo, non -rispondendogli nemmeno, quando questi gli parlava per domandargli di -qual malattia si credeva affetto, e si voltava dalla parte del muro -quando credeva di essere osservato troppo attentamente. Ma oggi il -carceriere poteva sentire il sordo rumore, allarmarsene, mettervi fine -e disturbare così forse quella non so quale speranza, la cui sola idea -lusingava gli ultimi momenti di Dantès. - -Il carceriere portava la colazione. Dantès si sollevò dal letto ed -alzando quanto più poteva la voce si mise a parlare su tutti gli -argomenti possibili, sulla cattiva qualità dei viveri che gli erano -portati, sul freddo che si soffriva in quella segreta, mormorando e -brontolando per avere il diritto di gridar più forte, e stancando la -pazienza del carceriere che precisamente in quel giorno aveva ottenuto -per il prigioniero malato un brodo più sano e un pane più fresco, e -che appunto allora glieli portava. Fortunatamente credette che Dantès -delirasse; depose i viveri sulla cattiva tavola ov’era abituato a -lasciarli e si ritirò. Edmondo libero allora, si rimise ad ascoltare -con gioia. Il rumore diveniva così distinto che ora il giovinotto lo -udiva senza sforzo. Non più dubbii, diss’egli a sè stesso, dappoichè -questo rumore continua anche il giorno, giova credere esser qualche -prigioniero che lavora per la sua liberazione. Oh! se io fossi vicino -a lui; come lo aiuterei! ma di repente una tetra nube passò sopra -questa aurora di speranza in quel cervello abituato all’infortunio, e -che con somma difficoltà pareva prender parte alle gioie umane, perchè -gli sorgeva l’idea che il rumore poteva essere causato dal lavoro -di qualche operaio che il governo impiegava alle riparazioni di una -prigione vicina. - -Era facile l’assicurarsene; ma come arrischiare una domanda? certamente -era cosa semplicissima aspettare l’arrivo del carceriere, fargli -ascoltare questo rumore, e vedere quale aspetto prendeva; ma con una -simile soddisfazione veniva egli a tradire interessi molto preziosi per -una curiosità molto breve: disgraziatamente la testa d’Edmondo, campana -vuota, era assordita dal ronzìo di un’idea, egli era così debole che il -suo spirito fluttuava come un vapore, e non poteva condensarsi attorno -ad un pensiero. Edmondo non vide che un mezzo di rendere la chiarezza -alla sua riflessione e la lucidezza al suo giudizio; egli volse lo -sguardo sul brodo ancor fumante che il carceriere aveva deposto sulla -tavola, si alzò, andò barcollando fino a quella, prese la tazza, -l’accostò alle labbra, e ne inghiottì il contenuto con una sensazione -indicibile di benessere. Allora ebbe il coraggio di fermarsi là; aveva -inteso dire che alcuni naufraghi disgraziati, raccolti, estenuati dalla -fame, erano morti per avere ghiottamente divorato un nutrimento troppo -sostanzioso. Edmondo depose sulla tavola il pane che teneva già vicino -alla bocca, e andò a rimettersi sul letto. Non voleva più morire. - -Ben presto sentì che la vita gli rientrava nel cervello, tutte le -idee vaghe ed incerte riprendevano il loro posto in questa macchina -meravigliosa. Potè pensare e fortificare il pensiero col ragionamento. -Allora si disse: - -— Bisogna tentare la prova, ma senza mettere in rischio alcuno. Se -il lavoratore è un operaio ordinario io non dovrò che battere contro -il mio muro; allora egli cesserà tosto dal lavorare, per cercare -di indovinare chi è che batte e con quale scopo. Ma siccome il suo -lavoro sarà non solamente lecito ma comandato, egli lo riprenderà ben -presto. Se, al contrario, è un prigioniero, il rumore che io farò, lo -spaventerà; temerà di essere stato scoperto; cesserà dal suo lavorio, e -non lo riprenderà che questa sera quando crederà che ognuno sia a letto -e addormentato. - -Alzatosi di nuovo questa volta, le gambe non vacillavano più, gli occhi -non erano più abbagliati. Andò verso un angolo della prigione, staccò -un ciottolino isolato dall’umidità, e percosse tre colpi contro il muro -nella stessa direzione in cui l’interno rumore era più sensibile. - -Dopo il primo colpo il rumore era cessato come per incanto. Edmondo -ascoltò con tutta l’anima. Passò un’ora, ne passarono due, e nessun -nuovo rumore si fece sentire; egli aveva fatto nascere dall’altra parte -della muraglia un assoluto silenzio. Edmondo pieno di speranza mangiò -qualche boccone di pane, bevette un poco di acqua e mercè la forte -struttura di cui era stato dotato, si ritrovò presso a poco come per lo -innanzi. Passò la giornata, il silenzio durava sempre. Venne la notte -senza che ricominciasse il rumore. - -— È un prigioniero! disse Edmondo con una gioia indicibile. - -Da quel momento la testa s’infuocò, la vita gli ritornò violenta a -forza d’essere operosa. La notte passò senza che il minimo rumore si -facesse udire: Edmondo non chiuse occhio. - -Ritornò il giorno, il carceriere rientrò portando gli alimenti. Edmondo -aveva già divorati quelli del giorno innanzi, divorò pur quelli che -gli furono portati, ascoltando senza posa quel rumore che non si -riproduceva, tremando che fosse cessato per sempre, facendo dieci o -dodici leghe nella sua segreta, scuotendo per ore intere le sbarre di -ferro del suo spiraglio, rendendo l’elasticità ed il vigore alle sue -membra con un esercizio dimenticato da lungo tempo, e disponendosi -a lottare corpo a corpo col suo futuro destino, come fa stendendo le -braccia e spargendo il corpo d’olio il gladiatore che sta per entrare -nell’arena. - -Negli intervalli poi di questa febbrile operosità, ascoltava se -il rumore si rinnovava, s’impazientava della previdenza di questo -prigioniero che non indovinava essere stato distratto dalla sua opera -di libertà da un altro prigioniero che aveva per lo meno al pari di lui -la stessa fretta di essere liberato. Tre giorni passarono, settantadue -ore mortali, contando minuto per minuto! - -Finalmente una sera, dopochè il carceriere aveva fatta la sua visita, -e dopo che per la centesima volta Dantès aveva applicato l’orecchio -al muro, gli sembrò che uno scroscio impercettibile si ripercuotesse -sordamente nella sua testa, messa a contrasto colle pietre silenziose. -Dantès indietreggiò per ben raccogliere il suo cervello agitato; fece -qualche passo nella camera, e rimise l’orecchio nella stessa direzione. - -Non v’era più dubbio; si lavorava qualche cosa dall’altra parte; il -prigioniero aveva riconosciuto il pericolo del suo stratagemma e ne -aveva adottato certamente un altro, e per continuare la sua opera -con maggior sicurezza, aveva sostituito la leva allo scalpello. -Fatto ardito per questa scoperta, Edmondo risolvè di venire in aiuto -all’infaticabile operatore. Cominciò dallo spostare il suo letto, -dietro il quale gli sembrò che l’opera di liberazione si compisse -e cercò cogli occhi un oggetto col quale avesse potuto intaccare la -muraglia, far cadere il cemento umido e spostare finalmente una pietra; -nulla gli si presentava allo sguardo, egli non aveva nè coltello, nè -strumento tagliente. Di ferro non v’eran che le sue sbarre, ma ei si -era troppo bene e spesso assicurato che queste erano ferme e non valeva -neppur più il fastidio di provare a spostarle. - -Per suppellettili della sua prigione non aveva che un letto, una sedia, -una tavola, un secchio ed una brocca. Il letto aveva le traverse -di ferro, ma queste erano incastrate nel legno e fermate con viti. -Sarebbe abbisognato un cacciavite per levare queste viti e prendere -le traverse. Alla tavola ed alla sedia niente. Il secchio altra volta -aveva il manico; ma questo era stato tolto. Non restava più a Dantès -che un mezzo, quello cioè di rompere la sua brocca, e coi pezzi di -coccio ad angolo mettersi al lavoro. Egli lasciò cadere la brocca -sul pavimento, e questa andò in pezzi. Dantès ne scelse due o tre più -acuti, li nascose nel suo pagliereccio, e lasciò gli altri sparsi per -terra. La rottura di una brocca era troppo naturale perchè potesse -ridestare sospetti. Edmondo aveva tutta la notte per lavorare, ma nella -oscurità l’affare andava male poichè bisognava lavorare a tastoni, -e sentì ben presto che egli smussava l’informe istrumento contro una -materia più dura di quello; risospinse adunque il letto, e aspettò il -giorno. Colla speranza gli era ritornata la pazienza. Tutta la notte -egli ascoltò, e intese che lo sconosciuto minatore continuava la sua -opera sotterranea. - -Venne il giorno, entrò il carceriere. Dantès disse che il giorno -innanzi nel bere gli era sfuggita dalle mani la brocca, e che si era -rotta cadendo. Il carceriere andò brontolando a cercare una brocca -nuova, senza neppure prendersi l’incomodo di portar via i rottami -della vecchia. Ritornò dopo un momento, raccomandò maggior cautela al -prigioniero, ed uscì. Quest’ultimo ascoltò con una gioia indicibile lo -stridere della chiave, che per lo innanzi ogni volta che si chiudeva -gli serrava il cuore. Ascoltò l’allontanarsi del rumore dei passi; -poi, quando questo rumore svanì, balzò dalla sua cuccia che spostò, -e al debole raggio del giorno che penetrava nel carcere, potè vedere -gl’inutili tentativi fatti nella notte precedente contro il corpo di -una pietra invece di lavorare sul cemento che la circondava. L’umidità -aveva fatto il cemento friabile. Dantès vide con un battito di cuore -contento, che questo cemento si staccava a pezzetti i quali per altro -erano quasi atomi, ma ciò nonostante in capo ad una mezz’ora Dantès ne -aveva staccato un bel pugno. Un matematico avrebbe potuto calcolare -che con due anni circa di questo lavoro, supposto che non si fosse -incontrato alcun macigno, si poteva scavare un passaggio di due piedi -quadrati e di ventisette piedi di profondità. - -Il prigioniero si rimproverò allora di non avere impiegato in -quest’opera le lunghe ore di già successivamente trascorse, sempre più -lente, e che egli aveva perdute nella speranza, nella preghiera e nella -disperazione. Dopo sei anni circa, dacchè era chiuso in quel carcere, -qual lavoro, per quanto lento non avrebbe potuto egli compiere? questa -idea gl’infuse un nuovo ardore. - -In tre giorni giunse, in mezzo ad inaudite cautele, a togliere tutto -il cemento, ed a mettere allo scoperto il macigno; il muro era formato -di frantumi di pietra in mezzo ai quali per aumentare la solidità -era di tratto in tratto posto un macigno. Uno di questi macigni era -stato da lui scoperto in tutto il suo contorno, ed ora si trattava di -toglierlo dal suo sito. Dantès dapprima provò colle unghie, ma esse -erano insufficienti all’uopo. I frantumi della brocca introdotti nelle -connessure, si rompevano allorchè Dantès voleva servirsene a guisa di -leva. Dopo un’ora d’inutili tentativi, Dantès si rialzò col sudore -dell’angoscia sulla fronte. Stava egli forse per fermarsi in sul -principio, ovvero gli abbisognava aspettare inerte ed inutile il suo -vicino, che forse si sarebbe anche egli stancato, pria di avere compito -l’opera? - -Allora un’idea gli venne in pensiero, egli rimase in piedi sorridendo; -la fronte umida pel sudore abbandonata si asciugò. - -Il carceriere portava tutti i giorni la minestra di Dantès in una -casseruola di latta, contenente la sua zuppa e quella di un altro -prigioniero, poichè Dantès aveva notato che questa casseruola era -sempre o interamente piena, o piena a metà, secondo che il carceriere -incominciava la distribuzione dei viveri o da lui o dal suo compagno. -La casseruola aveva un manico di ferro; era questo che Dantès anelava, -e che avrebbe pagato in contraccambio, se gli fosse stato chiesto, -dieci anni della sua vita. Il carceriere versava il contenuto della -casseruola nel piatto di Dantès. Dopo aver mangiata la minestra con un -cucchiaio di legno, Dantès lavava questo piatto, che serviva così ogni -giorno. La sera Dantès pose il piatto per terra a mezza strada fra la -porta e la tavola; il carceriere entrando vi mise il piede sopra, e lo -ruppe in mille pezzi. - -Questa volta non vi era nulla da dire contro Dantès: egli aveva fatto -male di lasciare il piatto per terra, è vero, ma il carceriere aveva -avuto torto di non guardare ove metteva i piedi. Il carceriere si -contentò adunque di brontolare, poi guardò intorno a lui dove poteva -mettere la minestra, il servizio da tavola di Dantès si limitava a quel -solo piatto, quindi non v’era luogo a scegliere. - -— Lasciate la casseruola, disse Dantès; la riprenderete domani quando -mi portate la colazione. - -Questo consiglio andava d’accordo con la pigrizia del carceriere, che -per tal modo non aveva bisogno di risalire, scender di bel nuovo, e -tornare a risalire poi. Egli lasciò la casseruola. - -Dantès fremè per la gioia; questa volta mangiò sollecitamente la -minestra e la carne che, secondo l’uso delle prigioni, vien messa in -mezzo alla minestra. Poi dopo avere aspettato un’ora per esser certo -che il carceriere non si sarebbe pentito, allontanò il letto, prese -la casseruola, introdusse l’estremità del manico nel cemento, fra il -macigno e i rottami di pietra vicini, e cominciò a farlo fare da leva. -Una leggiera oscillazione assicurò Dantès che il lavoro prendeva buona -piega. In fatto in capo a un’ora la pietra era tolta dal muro ove -lasciava una buca di un diametro maggiore di un piede e mezzo. Dantès -raccolse con molta cura il calcinaccio, e lo portò negli angoli della -prigione, grattò la terra grigiastra con un frammento della sua brocca, -e ricoperse il calcinaccio di terra. Poi volendo mettere a profitto -questa notte in cui la combinazione, o meglio lo stratagemma che aveva -immaginato, ponevagli fra le mani un utensile così prezioso continuò -a scavare con tutta operosità. All’alba del seguente giorno ripose la -pietra nel foro, respinse il letto contro il muro e vi si coricò. La -colazione consisteva in un po’ di pane; il carceriere entrò, e lo posò -sulla tavola. - -— Ebbene! non mi portate un altro piatto? - -— No, disse il carceriere; voi siete un rompitutto, avete rotta la -vostra brocca, e siete stato causa che io abbia infranto il vostro -piatto; se tutti i prigionieri facessero tanti guasti quanti ne fate -voi, il governo non potrebbe durarla. Vi si lascia la casseruola -dentro cui d’ora in poi si verserà la vostra minestra, ed in tal modo -forse non romperete più i vostri utensili. — Dantès levò gli occhi -al cielo, giunse le mani al di sotto della coperta. Questo ferro, -di cui egli restava padrone, fe’ nascere nel suo cuore il più vivo -slancio di riconoscenza verso il cielo, che non gli era stato mai -inspirato nel tempo della sua passata vita dai grandi beni che aveva -ottenuti. Soltanto egli aveva osservato, che dal momento in cui aveva -cominciato a lavorare, l’altro prigioniero non lavorava più. Non -importa; questa non era una ragione per desistere dall’impresa; se -il suo vicino non progrediva verso di lui, egli andrebbe incontro al -suo vicino. In tutta la giornata Dantès lavorò senza riposo; la sera -aveva, mercè il suo nuovo istrumento, levato dal muro più di dieci -pugni di calcinaccio, rottami e cemento. Quando giunse l’ora della -visita, raddrizzò alla meglio il manico della casseruola che aveva -storto, e rimise il recipiente al posto consueto. Il carceriere vi -versò l’ordinaria razione di minestra e carne, o piuttosto di minestra -e pesce perchè quello era un giorno di magro, e tre volte per settimana -facevano mangiar di magro i prigionieri. Questo avrebbe potuto essere -ancora un mezzo per misurare il tempo, se Dantès non avesse da molto -tempo abbandonato tale calcolo. Versata la minestra il carceriere -si ritirò. Dantès volle allora assicurarsi se il suo vicino aveva -cessato effettivamente di lavorare: e si mise in ascolto. Tutto era -silenzioso come in quei tre giorni nei quali fu interrotto il lavoro. -Dantès sospirò: evidentemente il suo vicino non si fidava di lui. Ciò -nonostante non si perdette di coraggio e continuò a lavorare tutta la -notte. Ma dopo due tre ore di lavoro, egli incontrò un ostacolo: il -ferro non intaccava più, e scorreva sopra una superficie piana. Dantès -toccò l’ostacolo colla mano, e riconobbe che egli aveva raggiunto un -trave. Questo trave traversava o piuttosto sbarrava del tutto il foro -incominciato da Dantès: gli bisognava scavare dal sotto in su. Il -disgraziato giovine non aveva pensato ad un simile ostacolo. — Oh! mio -Dio! gridò egli, io aveva pregato tanto, che sperava mi aveste inteso: -dopo aver perduta la libertà della vita, dopo avere smarrita la calma -della notte, dopo avermi richiamato all’esistenza, abbiate pietà di me, -non mi lasciate morir disperato. - -— Chi parla di Dio e di disperazione nello stesso tempo? articolò una -voce che sembrava venire di sotto terra, e che, attenuata dall’opacità, -giungeva a Edmondo con un accento sepolcrale. - -Edmondo sentì drizzarsi i capelli sulla testa, e dette addietro cadendo -in ginocchio. — Ah! mormorò egli, finalmente sento parlare un uomo! -— Erano già quattro o cinque anni che non aveva sentito parlare altri -che il suo carceriere, ed il carceriere non è considerato un uomo dal -prigioniero: egli è una porta viva aggiunta a quella di quercia, è una -sbarra di carne e d’ossa aggiunta a quelle di ferro. - -— In nome del cielo! gridò Dantès, voi che avete parlato, continuate a -parlare quantunque la vostra voce mi abbia spaventato; chi siete? - -— Chi siete voi piuttosto? domandò la voce. - -— Un disgraziato prigioniero, rispose Dantès che non aveva alcuna -difficoltà a farsi conoscere. - -— Di qual paese? — Francese. — Il vostro nome? - -— Edmondo Dantès. — La vostra professione? — Marinaio. - -— Da quanto tempo siete qui? — Dal 1 Marzo 1815. - -— Il vostro delitto? - -— Sono innocente. — Ma di qual delitto siete accusato? - -— Di avere cospirato pel ritorno dell’imperatore. - -— Come! pel ritorno dell’imperatore! l’imperatore non è dunque più in -trono? - -— Egli ha abdicato a Fontainebleau nel 1814 ed è stato relegato -all’isola d’Elba. Ma voi che ignorate tutto questo, da quanto tempo -siete qui? - -— Dal 1811. — Dantès rabbrividì; quest’uomo aveva quattr’anni di -prigionia più di lui. — Sta bene, non scavate più, disse la voce, -parlando prestamente; soltanto ditemi a quale altezza si trova lo scavo -che fate. - -— Rasente terra. — Da che è nascosto? — Dal mio letto. - -— Hanno smosso mai il vostro letto da che siete in prigione? — Giammai. -— Dove mette la vostra camera? — Ad un corridore. — Ed il corridore? — -Mette capo ad un cortile. - -— Ahimè! mormorò la voce. - -— Oh! mio Dio, che avete? gridò Dantès. - -— Mi sono sbagliato, l’imperfezione dei miei disegni mi ha ingannato, -la mancanza di un compasso mi ha perduto, una linea di sbaglio sul mio -disegno ha equivalso a quindici piedi di realtà, ed ho preso il muro -che voi scavate per quello della cittadella. — Ma allora voi sareste -riuscito sul mare. — Era ciò che voleva! — Ma se foste riuscito? - -— Mi gettava a nuoto, guadagnava una delle isole che circondano il -castello d’If, sia l’isola di Daume, sia quella di Tiboulen, o ancora -la spiaggia, ed allora sarei stato salvo. - -— Ed avreste potuto nuotare fin là? — Dio me ne avrebbe data la forza; -ed ora tutto è perduto! — Tutto? — Sì, richiudete il vostro foro con -cautela, non lavorate più, non vi occupate di niente, ed aspettate le -mie notizie. — Ma almeno ditemi chi siete... — Io sono... sono il N. -27. - -— Voi dunque non vi fidate di me? domandò Dantès. - -Edmondo credette sentire un amaro riso penetrare per la volta e -giungere fino a lui. - -— Oh! io sono un buon cristiano, gridò egli, indovinando per istinto, -che quell’uomo pensava ad abbandonarlo, io vi giuro per quanto vi ha di -più sacro, che mi farò piuttosto uccidere che far travedere ai vostri -carnefici ed ai miei l’ombra della verità; ma in nome del cielo, non mi -private della vostra voce, o, io ve lo giuro, perchè sono all’estremo -della mia forza, m’infrangerò la testa contro le muraglie, e voi avrete -a rimproverarvi la mia morte. - -— Quant’anni avete? riprese l’incognito interlocutore: la vostra voce -mi sembra quella di un giovine. - -— Io non so quant’anni m’abbia, perchè non ho misurato il tempo da che -son qui. Ciò che so si è che, il 1 Marzo 1815, quando fui arrestato, -aveva circa 19 anni. - -— Non ancora 26 anni! mormorò la voce. Andiamo, a quest’età non si può -essere ancora un traditore. - -— Oh! no! no! ve lo giuro, ripetè Dantès. Ve l’ho di già detto, e ve lo -ridico, mi farei piuttosto tagliare a pezzi che tradirvi. - -— Avete fatto bene a parlarmi, ed a pregarmi, riprese la voce, poichè -formar voleva un altro disegno, e mi allontanava da voi. Ma la vostra -età mi tranquillizza, vi raggiungerò, aspettatemi. — E quando? — -Bisogna che io calcoli i nostri pericoli, lasciatemi dare il segnale. - -— Ma non mi abbandonerete, non mi lascerete solo, verrete da me, o -permetterete ch’io venga da voi; fuggiremo assieme, e, se non potremo -fuggire, almeno parleremo, voi delle persone che amate, io di quelle -che amo. Amate qualcuno? - -— Sono solo al mondo. - -— Allora amerete me... se voi siete giovine, sarò vostro camerata, -se siete vecchio sarò vostro figlio... Io ho un padre che deve avere -settant’anni se vive ancora; io non amava che lui, ed una giovinetta -che si chiamava Mercedès. Mio padre non mi avrà certo dimenticato, ne -sono sicuro, ma ella, chi sa, se pensa ancora a me... io vi amerò come -amava mio padre. - -— Sta bene, disse il prigioniero; addio a domani. - -Queste poche parole furono dette con un accento che convinse Dantès; -egli non chiese di più, si rialzò, prese le solite cautele per i -rottami tolti dal muro, e rimise il letto al suo posto. Da quel momento -Dantès si abbandonò del tutto alla felicità, pensando, che non sarebbe -stato certamente più solo, fors’anche libero; al peggio andare, se egli -restava prigioniero, avrebbe avuto un compagno; e la prigionia divisa -non è che la metà del gastigo. I lamenti che si mettono in comune, -sono quasi preghiere, e le preghiere che si fanno in due sono atti di -ringraziamento. Per tutta la giornata Dantès passeggiò nella prigione, -il cuore balzavagli di gioia. Di tempo in tempo questa gioia lo -soffocava. Egli si sedeva sul letto premendosi con una mano il petto. -Al più piccolo rumore che sentiva nel corridoio, balzava alla porta. -Più d’una volta gli si affacciò alla mente il timore che lo avessero -separato da quell’uomo che non conosceva, e che di già amava come un -amico. Allora egli avea risoluto, al momento che il carceriere avrebbe -scostato il letto, ed abbassata la testa per esaminare l’apertura, -gli fracasserebbe il capo su quello stesso pavimento ove aveva rotta -la brocca. Sarebbe stato condannato a morte, lo sapeva; ma non stava -forse per morire di noia e di disperazione al momento in cui questo -rumore miracoloso lo aveva reso alla vita? La sera venne il carceriere; -Dantès era sul letto; gli pareva che, stando su quello, avrebbe meglio -fatto la guardia alla incominciata apertura. Bisognava senza dubbio -che guardasse il suo visitatore importuno con uno sguardo stravagante, -perchè questi gli disse: - -— Oh! siete per ridivenir pazzo? - -Dantès non rispose, perchè temè che l’emozione della voce lo tradisse. -Il carceriere si ritirò scuotendo la testa. Giunta la notte, Dantès -credè che il suo vicino profitterebbe del silenzio e della oscurità -per riannodare la conversazione con lui, ma s’ingannò. La notte passò -senza che alcun rumore rispondesse alla sua febbrile aspettativa. Ma la -dimane dopo la visita del mattino, e mentre aveva allontanato il letto -dal muro intese battere tre colpi distinti da intervalli uguali; egli -si precipitò in ginocchio. - -— Siete voi? disse, eccomi. - -— Il carceriere se nè andato? domandò la voce. - -— Sì, rispose Dantès, non ritornerà che questa sera... abbiam dunque -dodici ore di libertà! - -— Posso operare? disse la voce. - -— Sì! senza indugio, sul momento ve ne supplico! - -Tosto la porzione di terra sulla quale Dantès, per metà addentrato -nell’apertura appoggiava le mani, sembrò cadergli sotto: egli si gettò -in addietro nel mentre che un ammasso di terra e di rottami precipitò -in un foro che veniva ad aprirsi al di sotto dello scavo da lui fatto. -Allora dal fondo di questo foro oscuro, e di cui non poteva misurare -la profondità, vide comparire una testa, poi due spalle e finalmente un -uomo tutto intero che con molta agilità uscì dallo scavamento fatto. - - - - -XVI. — LO SCIENZIATO. - - -Dantès ricevè fra le braccia il nuovo amico aspettato da sì lungo -tempo e con tanta impazienza, e lo attirò verso la finestra, affinchè -quel poco di giorno che penetrava nel carcere potesse illuminarlo per -intero. Questi era un personaggio basso della persona, coi capelli -incanutiti piuttosto dai pensieri che dall’età, coll’occhio penetrante, -nascosto sotto folte sopracciglia grige, colla barba ancor nera che -gli scendeva fino a metà del petto: la magrezza del viso solcato da -profonde rughe, le forti linee della sua caratteristica fisonomia, -svelavano un uomo più atto ad esercitare le facoltà morali, che le -forze fisiche. La fronte del sopraggiunto era coperta di sudore. Quanto -alle vesti era impossibile distinguerne la forma primitiva, poichè -cadevano in cenci: sembrava avere 65 anni almeno, quantunque una certa -vigoria nei suoi movimenti annunciasse aver egli una età minore di -quello che faceva vedere la lunga prigionia. Accolse con molto piacere -le proteste entusiaste del giovine. La sua anima di ghiaccio sembrò -un momento riscaldarsi e dilatarsi al contatto di quest’anima ardente. -Egli lo ringraziò della sua cordialità con un certo calore, quantunque -fosse stato grande il disinganno di ritrovare un’altra segreta là -dove credeva trovar la libertà. — Prima di tutto, diss’egli, vediamo -se c’è mezzo di far disparire agli occhi dei carcerieri le tracce del -mio passaggio. Tutta la nostra tranquillità futura dipende dalla loro -ignoranza di ciò che noi abbiamo fatto. — Allora egli s’inchinò verso -l’apertura, sollevò facilmente la pietra ad onta del peso, e la mise al -foro. — Questa pietra è stata spostata con molta negligenza, diss’egli, -scuotendo la testa; voi dunque non avete utensili? - -— E voi? domandò Dantès con sorpresa. - -— Ne ho fabbricato qualcuno. Ecco una lima, io ho tutto ciò che mi -bisogna: scalpello, coltello e leva. - -— Oh! sarei ben curioso di vedere questi prodotti della vostra pazienza -e della vostra industria, disse Dantès. - -— Ecco lo scalpello; — e gli presentò una lama forte ed aguzza, -adattata ad un legno di forma rotonda. - -— E con che l’avete fatto? disse Dantès. - -— Con una delle traverse del mio letto; con questo istrumento ho -scavato tutto il sentiero che mi ha portato fin qui: circa 50 piedi. - -— 50 piedi? gridò Dantès con una specie di terrore. - -— Parlate a bassa voce, o giovine, parlate più piano, disse lo -sconosciuto guardandosi intorno, spesso accade che alle porte delle -prigioni si sta in ascolto. - -— Ma si sa che io son solo. — Non importa! - -— Ed avete scavato 50 piedi per giunger qui? - -— Sì, questa è circa la distanza che separa la mia camera dalla vostra, -soltanto ho mal calcolato la curva, per mancanza di strumenti di -geometria, per poter fare una scala di proporzioni: in vece di 40 piedi -di ellissi, ne ho incontrati 50; io credeva, come vi dissi ieri, di -giungere fino all’esterno, traforare questo muro, e gettarmi in mare. -Ho seguito la lunghezza del corridore che mette nella vostra camera, -invece di passarvi al di sotto. Tutto il mio lavoro però è perduto, -dappoichè questo corridore mette capo in un cortile pieno di guardie. - -— È vero, disse Dantès, ma esso non fiancheggia che un lato della mia -camera, e questa ne ha quattro. - -— Sì, senza dubbio; ma eccone uno il cui muro è formato dallo scoglio: -vi abbisognerebbero dieci anni di lavoro, e minatori forniti di tutti -gli utensili per traforare la roccia. Quest’altro deve essere addosso -ai fondamenti dell’appartamento del governatore: noi riusciremmo nelle -cantine che certamente sono chiuse a chiave, e saremmo presi. L’altro -lato dà... aspettate... e dove mette quest’altro lato? - -Questo lato era quello in cui stava scavata la feritoia, attraverso la -quale penetrava la luce: feritoia, che andava sempre ristringendosi -fino al punto in cui dava passaggio al giorno, e per la quale un -fanciullo, per quanto piccolo, non avrebbe certamente potuto passare; -e per soprappiù guernita da tre ranghi di sbarre di ferro che potevano -rassicurare il carceriere più sospettoso sul timore di una evasione per -questa parte. Ciò nonostante il nuovo arrivato facendo questa domanda, -trascinò la tavola al di sotto della finestra. - -— Salite su questa tavola, disse a Dantès. Dantès obbedì, salì sulla -tavola e, indovinando la mente del compagno, appoggiò il dorso al muro -e gli presentò le due mani incrociate. Il suo compagno salì allora, più -lestamente di quello che avrebbe potuto far credere la sua età, e con -un’abilità da gatto, balzò sulla tavola, poi dalla tavola sulle mani di -Dantès, quindi dalle mani sulle spalle. Così curvato in due, perchè la -volta del carcere gl’impediva di raddrizzarsi, introdusse la testa tra -il primo rango delle sbarre e potè allora fissare lo sguardo dall’alto -in basso. Un momento dopo ritirò pesantemente la testa. — Oh! oh! -diss’egli, io ne dubitava. — E si lasciò andare strisciando lungo il -corpo di Dantès sulla tavola, e dalla tavola balzò in terra. - -— E di che cosa dubitavate? domandò Edmondo saltando anch’egli dalla -tavola dopo di lui. - -Il vecchio prigioniero meditava. — Sì, diss’egli, è così; il quarto -lato del vostro carcere mette sopra una galleria esterna, che è una -specie di strada di perlustrazione, per la quale passano le pattuglie -ed ove sono poste le sentinelle. - -— Ne siete ben sicuro? — Ho veduto il cappello del soldato e la punta -della sua baionetta, e pel timore di essere veduto da lui mi son così -presto ritirato. — E così? disse Dantès. - -— E così, vedete bene, che è affatto impossibile di fuggire dal vostro -carcere. - -— Allora?... continuò il giovinotto con un mesto accento interrogatore. -— Allora, disse il vecchio prigioniero, sia fatta la volontà di Dio; -— ed un’aria di profonda rassegnazione comparve sopra i lineamenti -del vecchio. Dantès guardò quest’uomo, che rinunciava in tal modo e -con tanta filosofia ad una speranza nudrita da sì lungo tempo con una -sorpresa mista ad ammirazione. - -— Ora volete voi dirmi chi siete? domandò Dantès. - -— Oh! mio Dio! sì, se ciò può importarvi. - -— Potete esser buono a consolarmi e sostenermi, poichè mi sembrate -forte in mezzo ai forti. - -Lo scienziato sorrise tristamente. - -— Io sono Faria, diss’egli, prigioniero fino dal 1811, come voi sapete, -in questo castello d’If; ma erano già tre anni ch’era tenuto racchiuso -nella fortezza di Fenestrelles. Nel 1811 fui trasportato dal Piemonte -in Francia. Allora seppi che il destino in quell’epoca sorridente -a Napoleone gli aveva concesso un figlio al quale era stato dato il -titolo di Re di Roma: ero ben lungi dal dubitare allora ciò che mi -avete detto ieri: cioè che quattr’anni dopo questo gran colosso sarebbe -stato rovesciato. E chi regna adesso in Francia? Forse Napoleone II? - -— No, Luigi XVIII. - -— Luigi XVIII! il fratello di Luigi XVI? i decreti del cielo son ben -reconditi e misteriosi! qual è dunque la mente della provvidenza, -quando abbassa l’uomo che aveva esaltato, ed esalta quello che aveva -abbassato? - -Dantès seguiva collo sguardo quest’uomo che dimenticava un momento il -proprio destino, per preoccuparsi così di quelli del mondo. - -— Sì, sì, continuò egli, è come in Inghilterra; dopo Carlo I, -Cromwell; dopo Cromwell Carlo II, e forse dopo Giacomo II, un principe -d’Orange... I segreti di Dio sono imperscrutabili, e la serie delle -umane vicende imprevedibile, voi siete ancor giovine, e potrete -vedere.... - -— Sì, purchè io esca di qui. - -— Ah! è giusto, disse Faria, noi siamo prigionieri; qualche volta lo -dimentico, perchè i miei occhi penetrano al di fuori di queste muraglie -che ci racchiudono, e mi credo in libertà. - -— Ma perchè siete prigione? - -— Perchè ho sognato nel 1807 il disegno che Napoleone ha tentato di -porre ad effetto nel 1811. - -E il vecchio abbassò la testa. Dantès non capiva come un uomo poteva -arrischiare la vita per simili faccende, è vero però che, se egli -conosceva Napoleone per avergli parlato una volta, non sapeva quali ne -fossero stati i disegni. - -— Non siete voi... infermo? domandò Dantès che cominciava a partecipare -dell’opinione generale che si aveva di lui nel castello d’If. - -— Infermo? vorrete dir pazzo perchè come tale son tenuto in questo -luogo. - -— Io non osava dirlo, rispose Dantès sorridendo. - -— Sì, sì, continuò Faria con amaro sorriso, sì, sono io che passo -per pazzo; sono io che diverto da lungo tempo gli ospiti di questa -prigione, e rallegrerei i fanciulletti, se vi fossero fanciulletti nel -soggiorno del dolore senza speranza. - -Dantès rimase un momento immobile e muto. - -— Così voi ora rinunciate alla fuga? gli disse. - -— Io credo la fuga impossibile; è un rivoltarsi contro Dio il tentare -ciò che Dio non vuole che si compia. - -— Perchè scorarvi? sarebbe troppo domandare alla Provvidenza di -riuscire al primo tentativo! Non potete voi ricominciare da un’altra -parte ciò che avete fatto da questa? - -— Ma voi non sapete ciò che ho fatto, per parlare in tal modo di -ricominciare? non sapete che mi sono abbisognati quattro anni per -fabbricare gli utensili che posseggo, che da due anni gratto, e foro -una terra dura come il granito? non sapete che mi è bisognato sminuzzar -delle pietre tali, che avrei creduto non aver la forza di smuovere? -che delle giornate intere sono passate in questo lavoro gigantesco, e -qualche sera mi reputava felice solo per aver potuto levare un pollice -quadrato di vecchio cemento divenuto duro quanto la pietra stessa? -non sapete che per riporre tutta questa terra, tutti questi rottami, e -queste pietre che spostava, fui costretto di fare un’apertura sotto la -volta di una scala, nel vuoto della quale ho nascosto quanto scavava -dal foro, ed ora questo vuoto è ripieno e non saprei più ove mettere -un pugno di polvere? non sapete finalmente che mi credeva di toccare la -fine del mio lavoro cui mi sentiva appena la forza di compiere, ed ecco -che Dio non solo mi ha allontanato la meta, ma l’ha trasportata non so -dove? ah! io ve l’ho detto, e ve lo ripeto, d’ora innanzi non farò più -niente per tentare di riacquistare la mia libertà, poichè vedo che la -volontà di Dio è, ch’ella sia perduta per sempre. - -Edmondo abbassò la testa per non confessare a quest’uomo che, la gioia -di avere un compagno, gl’impediva di prendere quella parte, che avrebbe -dovuto, al dolore provato dal prigioniero per non essersi potuto -salvare. Faria si lasciò andare sul letto di Edmondo il quale restò -ritto in piedi. Il giovine non aveva mai pensato alla fuga. Vi sono -di quelle cose che sembrano talmente impossibili che non si ha neppur -l’idea di tentarle e che si evitano come per istinto. Scavare 50 piedi -sotto terra, consacrare a questa operazione un lavoro di due anni, per -giungere, se riesce, sopra un precipizio che mette a picco sul mare; -precipitarsi da 50, 60, e forse 100 piedi d’altezza, infrangersi la -testa sur uno scoglio nella caduta, se la palla di una sentinella non -vi ha colto prima, essere obbligato, se si giunge a superare tutti -questi pericoli, di fare una lega nuotando, tutto ciò era troppo, per -non rassegnarvisi, e noi abbiamo veduto che Dantès aveva già spinta -questa rassegnazione fino alla morte. - -Ma ora che il giovine aveva veduto un vecchio attaccarsi alla vita con -tanta energia e dargli l’esempio delle risoluzioni disperate, egli si -mise a riflettere e a misurare il suo coraggio. Un altro aveva tentato -ciò ch’egli non aveva avuto neppur l’idea di pensare; un altro meno -forte, meno destro di lui, si era procurato a forza di criterio e di -pazienza tutti gl’istrumenti di cui abbisognava per questa incredibile -operazione, che era andata a vuoto solo per una misura mal presa; un -altro aveva fatto tutto ciò: nulla dunque doveva essere impossibile a -Dantès. Faria aveva traforato 50 piedi, egli ne traforerebbe 100. Faria -a 50 anni aveva impiegato due anni al lavoro, egli che aveva la metà -degli anni di Faria ne impiegherebbe quattro. Faria scienziato, uomo di -studi, non aveva avuto timore di rischiare la traversata dal castello -d’If all’isola di Daume, di Ratonneau e di Lemaire; egli, Edmondo -marinaro, egli, Dantès, l’ardito nuotatore che era stato tante volte a -cercare un ramo di corallo nel fondo del mare, esiterebbe dunque a fare -una lega nuotando? quanto tempo abbisogna per fare una lega nuotando? -un’ora. Ebbene! non era stato tante volte delle ore intere in mare -senza por piede sulla riva? No, no, Dantès non aveva bisogno che di -essere incoraggiato dall’esempio. Dantès farà tutto ciò che un altro ha -fatto, o avrebbe potuto fare. E Edmondo riflettè un momento. - -— Io ho trovato ciò che cercate, diss’egli al vecchio. - -Faria rabbrividì. — Voi? disse, rialzando la testa in un modo che -faceva conoscere che, se Dantès diceva la verità, lo scoramento del suo -compagno non sarebbe stato di lunga durata. — Voi? vediamo dunque il -vostro ritrovato? - -— Il corridore che avete fiancheggiato per venire dalla vostra prigione -fin qui, si estende nella stessa direzione della galleria esterna, n’è -vero? — Sì. — Non deve dunque esserne lontano che circa 15 passi? — A -dir molto. - -— Ebbene! verso la metà del corridore noi foriamo un cammino che -lo attraversa a guisa di croce; questa volta voi prendete meglio le -vostre misure; noi mettiamo capo sulla galleria esterna, uccidiamo la -sentinella, ed evadiamo. Perchè questo disegno riesca non vi bisogna -che coraggio, e voi ne avete; che vigore, ed io non ne manco; di -pazienza non parlo, voi avete dato le vostre prove, io darò le mie. - -— Un momento, rispose Faria, voi non avete saputo mio caro compagno di -qual genere è il mio coraggio e qual uso io conti di fare della mia -forza; circa la pazienza, credo di essere stato abbastanza paziente -ricominciando ogni notte il lavoro del giorno. Ma allora, ascoltatemi -bene o giovine, era perchè mi sembrava che io avrei servito Dio -liberando una delle sue creature, che essendo innocente, non aveva -potuto essere condannata. - -— Ebbene? domandò Dantès, la cosa è allo stesso punto nè più nè meno, -vi siete conosciuto forse colpevole da che mi avete incontrato, ditelo? - -— No, ma io non voglio divenirlo; fin qui io credeva di non aver che -fare che con le cose, ora proponete di aver che fare con uomini. Io -ho potuto benissimo traforare un muro e distruggere una scala, ma non -potrei traforare un petto, nè distruggere un’esistenza. - -Dantès fece un leggiero movimento di sorpresa. - -— Come, diss’egli, potendo diventar libero, ve ne asterreste per un -simile scrupolo? - -— Ma e voi, disse Faria, perchè non avete una sera accoppato il -carceriere con un piede del vostro tavolino, e rivestito dei suoi abiti -tentato di fuggire? - -— Perchè non me n’è venuta l’idea, disse Dantès. - -— Egli è perchè voi sentite per un simil delitto un tale orrore -instintivo, che non ci avete nemmen pensato, rispose il vecchio; perchè -nelle cose semplici e permesse i nostri naturali appetiti ci avvertono -di non uscir dalla linea del dovere. La tigre che versa il sangue -per natura, non ha bisogno che di una cosa, ed è che il suo odorato -l’avverta che vi è preda alla sua portata; tosto si slancia verso -questa preda; vi piomba sopra, e la sbrana; questo è il suo istinto, -ella vi obbedisce; ma l’uomo al contrario ripugna al sangue, non sono -le leggi sociali che proscrivono l’omicidio, sono le leggi naturali -che lo rigettano. — Dantès rimase confuso: ciò spiegava perfettamente -quanto era passato nella sua anima ad insaputa di lui. - -— E poi, continuò Faria, da 12 anni circa che sono in prigione, ho -ripassato col mio spirito tutte le più celebri evasioni; non ho veduto -riuscire le violenti, che molto raramente. L’evasioni fortunate, -l’evasioni coronate da un pieno successo, sono quelle meditate con -giudizio, preparate con lentezza; così il duca de Beaufort fuggì dal -castello di Vincennes, Dubuquoi dal forte l’Evèque, e Latude dalla -Bastiglia. Vi sono ancor quelle che possono essere offerte dal caso; -queste sono le migliori; aspettiamo un’occasione, credetemi, e se si -presenta, approfittiamone. - -— Voi avete potuto aspettare, disse Dantès sospirando; questo lavoro -vi teneva sempre occupato, e quando non avevate lavoro per distrarvi, -avevate le vostre speranze per consolarvi. — È vero disse Faria -sorridendo, e poi avevo un’altra occupazione. — Che facevate dunque? - -— Studiava e scriveva. — Vi davano dunque carta, penne ed inchiostro? — -No, ma io me ne faceva. - -— Vi facevate della carta, delle penne e dell’inchiostro? gridò Dantès. -— Sì. - -Dantès guardò quest’uomo con ammirazione; ma però stentava a credere -ciò ch’egli diceva; Faria si accorse di questo dubbio: - -— Quando verrete a trovarmi, gli disse, vi mostrerò una opera intera, -risultato dei pensieri, delle ricerche e delle riflessioni di tutta la -mia vita, opera che io avevo meditata all’ombra del Colosseo in Roma, -ai piedi della colonna di S. Marco a Venezia, sulle rive dell’Arno a -Firenze, e non avrei mai pensato che i miei carcerieri mi avrebbero un -giorno lasciato il comodo di eseguirla fra le quattro mura del castello -d’If. È un’opera eminentemente filosofica che formerà un grosso volume -in 4º. - -— E voi l’avete scritta? - -— Sopra due camice: ho inventato una preparazione che rende la tela -liscia come la pergamena. — Siete dunque chimico? — Un poco. Ho -conosciuto Lavoisier, e sono stato amico di Cabanis. — Ma per una -simile opera avrete dovuto consultare molti autori; avevate dunque dei -libri? - -— A Roma aveva quasi cinque mila volumi nella mia biblioteca ed a furia -di leggere e di rileggere, ho scoperto che con 150 opere bene scelte si -ha, se non il riassunto completo delle umane cognizioni, almeno tutto -ciò che è utile all’uomo a sapersi: ho consacrato tre anni della mia -vita a leggere e rileggere questi 150 volumi, di modo che li sapeva -a memoria quando fui arrestato. Per tal modo con un leggero sforzo di -mente li ho richiamati tutti al pensiero, ed io potrei quasi recitarvi -alla lettera Senofonte, Plutarco, Tito Livio, Tacito, Strada, Dante, -Montaigne, Shakespeare, Spinoza, Macchiavelli e Bossuet: non vi cito -che i più importanti. - -— Voi dunque conoscete diverse lingue? - -— Parlo cinque lingue viventi, il tedesco, il francese, l’italiano, -l’inglese e lo spagnuolo; coll’aiuto del greco antico intendo bene il -greco moderno; solo lo parlo un poco male, ma lo studio adesso. - -— Lo studiate? disse Dantès. - -— Sì, ho fatto un dizionario delle parole che sapevo; le ho -distribuite, combinate, girate e rigirate in modo che esse possono -bastare per esprimere il mio pensiero. Conosco circa mille parole; -a tutto rigore sono bastanti, quantunque ve ne siano cento mila, -cred’io, nel dizionario. Non sarei eloquente, ma mi farei intendere a -meraviglia, e ciò mi basta. - -Edmondo sempre più meravigliato cominciava quasi a ritrovare -soprannaturali le facoltà di quest’uomo straordinario. Egli volle -prenderlo in fallo sopra un punto qualunque, e continuò: — Ma se non vi -hanno dato delle penne, diss’egli, come avete potuto scrivere un’opera -così voluminosa? - -— Ne ho fatte dell’eccellenti, che sarebbero preferite alle penne -ordinarie quando fosse conosciuta la materia, colle cartilagini delle -teste di quei grossi merluzzi che qualche volta ci danno nei giorni -di magro. Per tal modo vedeva giungere il mercoledì, il venerdì ed il -sabato con grandissimo piacere, perchè avea la speranza d’aumentare la -mia provvisione di penne, e i miei lavori filosofici, ve lo confesso, -sono la mia più cara occupazione. Pensando all’ideale, dimentico il -presente, e camminando libero nella filosofia, dimentico di esser -prigioniero. - -— Ma l’inchiostro? disse Dantès, con che lo facevate? - -— Nella mia segreta vi era altra volta un caminetto, poco prima del -mio arrivo in prigione fu murato, e per molti anni vi devono aver fatto -fuoco tutto l’inverno, è dunque tutto tappezzato di fuligine. Io faccio -sciogliere questa fuligine in una porzione di quel vino che ci danno la -domenica, e ciò mi somministra dell’eccellente inchiostro per tutta la -settimana. Per le note particolari che hanno bisogno di essere distinte -e scorte subito, foro le mie dita e scrivo col sangue. - -— E quando potrò vedere tutto ciò? domandò Dantès. - -— Quando vorrete, rispose Faria. — Oh! subito! subito! gridò il -giovinotto. — Seguitemi dunque, disse Faria. Ei s’introdusse nel -corridore sotterraneo entro al quale disparve; Dantès lo seguì. - - - - -XVII. — LA CAMERA DELLO SCIENZIATO. - - -Dopo essere passato curvandosi, ma pure con bastante facilità, pel -passaggio sotterraneo, Dantès giunse all’estremità opposta del -corridore che metteva nella camera di Faria. Là il passaggio si -ristringeva, e presentava appena lo spazio sufficiente perchè un uomo -potesse strisciarvisi aggrappandosi. La camera del nuovo amico aveva il -pavimento formato di pietre quadrate, e sollevando una di queste pietre -nell’angolo più oscuro della camera, si vedeva il luogo ove Faria aveva -incominciata la sua laboriosa fatica, e di cui Dantès aveva veduto -la fine. Rimessa la pietra al suo posto, Faria vi stendeva sopra una -vecchia stuoia, e questa cautela bastava per nasconderla agli occhi -dei carcerieri. Appena entrato ed in piedi il giovine esaminò questa -camera misteriosa colla più grande attenzione. Al primo aspetto questa -stanza non presentava niente di particolare. — Bene, disse Faria, non -è che mezzo giorno e un quarto, abbiamo ancora qualche ora per noi. -— Dantès guardò intorno, cercando a quale orologio Faria aveva potuto -legger l’ora in un modo così preciso. — Vedete questo raggio di luce -che viene dalla mia finestra? disse Faria, guardate sul muro le linee -che vi ho tracciate. Mercè di esse combinate col doppio movimento della -terra e l’elittica che questa descrive intorno al sole, io so l’ora più -esattamente di quello che se avessi un orologio, poichè un orologio può -guastarsi, mentre che la terra ed il sole non si guastan mai. - -Dantès non arrivava a comprendere questa spiegazione; vedendo il -sole ognora alzarsi dietro le montagne e tuffarsi nel Mediterraneo -aveva sempre creduto che fosse quello che camminasse e non la terra. -Questo doppio movimento del globo da lui abitato, e di cui non si -accorgeva, gli sembrava quasi impossibile; in ciascuna parola del -suo interlocutore, vedeva misteri di scienza così ammirabili ad -approfondirsi, quanto quelle miniere d’oro e di diamanti che aveva -visitate in un viaggio, fatto mentre era ancor fanciullo, a Guzarate e -a Golconda. - -— Vediamo, disse a Faria, ho smania di esaminare i vostri tesori. — -Faria andò verso il caminetto, e collo scalpello che teneva sempre -in mano, spostò la pietra che altra volta formava il focolare e che -nascondeva una cavità abbastanza profonda; in questa cavità stavano -racchiusi tutti gli oggetti di cui aveva parlato a Dantès. - -— Che volete voi vedere per primo? gli domandò. - -— Mostratemi la vostra grand’opera filosofica. - -Faria cavò dal grazioso armadio tre o quattro rotoli di tela ravvolti -su sè stessi come fogli di papiro; erano strisce larghe circa quattro -pollici e lunghe circa diciotto. Queste strisce, numerate, erano -coperte da una scrittura che Dantès potè leggere perchè essa era -scritta nella lingua materna di Faria, vale a dire in italiano, idioma -che Dantès comprendeva perfettamente nella sua qualità di provenzale. - -— Vedete, gli disse, tutto è qui; sono circa tre giorni che ho scritto -la parola fine nella 68ª striscia. Due delle mie camice e tutti i miei -fazzoletti vi sono impiegati; se un giorno ritorno libero e posso -ritrovare in Italia uno stampatore che ardisca stamparla, la mia -riputazione è fatta. - -— Sì, rispose Dantès, lo vedo bene. Ora mostratemi ve ne prego, le -penne con le quali è stata scritta quest’opera. - -— Eccole, disse Faria: e mostrò al giovinotto un bastoncello lungo sei -pollici, grosso quanto un manico di un pennello, attorno ad una delle -estremità del quale stava legata con un filo una di quelle cartilagini, -ancora marchiata dall’inchiostro di cui Faria aveva parlato a Dantès. -Essa era tagliata a becco, ed era spaccata come una penna ordinaria. - -Dantès l’esaminò, cercando con lo sguardo lo strumento col quale era -stata tagliata in un modo così preciso. - -— Ah! sì, disse Faria, il temperino n’è vero? è il mio capolavoro, -io l’ho fatto nello stesso modo di questo coltello, con un vecchio -candeliere di ferro. — Il temperino tagliava come un rasoio. Quanto al -coltello aveva il doppio vantaggio di servire ad un tempo da coltello e -da pugnale. - -Dantès esaminò questi differenti oggetti colla stessa attenzione -che avrebbe usata in una bottega di chincagliere di Marsiglia: -aveva esaminato altra volta eguali strumenti eseguiti da selvaggi e -portati dal mare del Sud dai capitani di lungo viaggio. — In quanto -all’inchiostro, disse Faria, voi sapete qual processo impiego, e lo -faccio quando ne ho bisogno. - -— Ciò di cui mi maraviglio si è, disse Dantès, che vi siano bastati i -giorni per questi lavori. - -— Ma io aveva ancora le notti, rispose Faria. — Le notti! siete voi -dunque dalla natura dei gatti e ci vedete chiaro anche la notte? — -No, ma Iddio ha dato all’uomo l’intelligenza per venire in aiuto alla -povertà dei sensi: io mi son procurato la luce. — E come? — Dalla carne -che ci portano separai il grasso, lo feci fondere, e ne cavai una -specie di olio compatto. Guardate, ecco qua la mia bugìa. — E Faria -mostrò a Dantès una specie di lampione come quelli che si adoperano -nelle pubbliche illuminazioni. — Ma il fuoco? - -— Ecco delle pietruzze e della tela bruciata. — Ma i solfanelli? — Ho -fatto mostra di avere una malattia cutanea, ed ho domandato dello zolfo -che mi è stato accordato. - -Dantès depose sulla tavola gli oggetti che teneva in mano, e abbassò la -testa, avvilito per la perseveranza e per la forza di quello spirito. - -— Questo non è tutto, continuò Faria, poichè non bisogna mettere tutti -i tesori in un solo nascondiglio; chiudiamo ora questi. — Riposta -la pietra al suo posto, Faria vi sparse sopra un poco di terra, vi -strisciò il piede per far scomparire ogni mancanza di continuità, si -avanzò verso il letto e lo spostò. Dietro al capezzale, nascosto con -una pietra che lo chiudeva quasi ermeticamente, era un foro, ed in -questo foro una scala a corda lunga da 25 a 30 piedi. Dantès l’esaminò, -essa era di una solidità a tutta prova. - -— Chi vi ha fornito la corda necessaria a quest’opera meravigliosa? -domandò Dantès. - -— Dapprima qualche camicia che io aveva, poi qualche lenzuolo del -mio letto che aveva sfilato nei tre anni di prigionia a Fenestrelles. -Quando sono stato trasportato al castello d’If ho trovato il mezzo di -portar meco queste fila; qui ho continuato il mio lavoro. - -— Ma non si accorgevano che i lenzuoli erano senz’orlo? - -— Io li ricuciva. — Con che? — Con quest’ago. - -E Faria alzando una falda del suo abito, mostrò una spina lunga acuta e -ancora affilata che vi portava attaccata. - -— Sì, continuò Faria, dapprima io aveva pensato a smurare queste -sbarre, ed a fuggire dalla finestra che è un poco più larga della -vostra, come vedete, e che avrei ancora slargata di più al momento -dell’evasione; ma mi accorsi che questa finestra dava in un cortile -interno, e rinunziai a questo disegno essendo troppo incerto. Ciò -nonostante conservai la scala per una di quelle occasioni imprevedute, -per una di quelle evasioni di cui vi ho parlato e che il solo caso -qualche volta procura. - -Dantès mentre esaminava la scala, pensava a tutt’altro; un’idea gli -si era affacciata alla mente. Quest’uomo così intelligente, così -ingegnoso, così profondo avrebbe potuto forse rischiarare la causa -della propria infelicità, nella quale egli non aveva mai potuto -scorgere nulla. - -— A che pensate voi? domandò Faria ridendo, e prendendo l’astrazione di -Dantès per un atto di ammirazione portata al più alto grado. - -— Io pensava primieramente ad una cosa, ed è la quantità enorme -d’intelletto che voi avete dovuto impiegare per giungere al punto a cui -siete arrivato; che avreste voi dunque fatto se foste stato libero? - -— Forse niente: il mio cervello è troppo pieno, e forse si sarebbe -svaporizzato in cose futili: necessita la disgrazia per scavare certe -miniere misteriose nascoste nell’umano intelletto: vi bisogna la -pressione per far scoppiare la polvere; la prigionia ha riunito in un -sol punto tutte le mie facoltà vaganti da un lato e dall’altro; esse -si urtarono in un angusto spazio; e voi lo sapete, dallo scontro delle -nuvole risulta l’elettricità, dall’elettricità il lampo, dal lampo la -luce. - -— No, io non so niente, disse Dantès avvilito dalla sua ignoranza; una -quantità delle vostre parole per me sono vuote di senso; voi siete ben -felice di essere in tal modo istruito! - -Faria sorrise. — Voi pensavate a due cose, mi diceste poco fa? ma -non mi avete fatto conoscere che la prima, qual è la seconda? — La -seconda è, che voi mi avete raccontata la vostra vita, ed io non vi ho -raccontata la mia. - -— La vostra vita, o giovine, è tanto corta che non può racchiudere -avvenimenti di grand’importanza. - -— Racchiude un immenso infortunio, un infortunio che non ho meritato; -e vorrei potermela prendere con gli uomini per la mia infelicità. — -Allora voi vi credete innocente del fatto che vi viene imputato? — -Innocente del tutto, lo giuro sulla testa di mio padre e di Mercedès. - -— Bene, disse Faria, chiudendo il nascondiglio e rispingendo il letto -al suo posto, raccontatemi la vostra storia. - -Dantès allora raccontò ciò che egli chiamava sua storia, e che si -limitava ad un viaggio nell’India, e a due o tre viaggi in Levante; -finalmente arrivò all’ultima sua traversata, alla morte del capitano -Leclerc, al plico deputato pel gran Maresciallo, al colloquio avuto -col medesimo, alla lettera da lui rimessagli per il sig. Noirtier, -finalmente al suo arrivo a Marsiglia, alla sua visita al padre, ai -suoi amori con Mercedès, al pranzo dello sposalizio, all’arresto, -all’interrogatorio, alla prigionia provvisoria nel palazzo di -giustizia, e finalmente alla prigionia definitiva al castello d’If. -Giunto a questo punto, Dantès non sapeva più nulla, neppure il tempo da -che era prigioniero. - -Terminato il racconto Faria riflettè profondamente. - -— Havvi, diss’egli dopo un momento, un assioma in diritto di gran -profondità e che coincide a ciò che vi diceva non è molto, che almeno -il cattivo pensiero non nasce con una falsa organizzazione, la natura -umana repugna al delitto. Ciò non ostante la civilizzazione ci ha dato -de’ vizi, dei bisogni, e degli appetiti fittizi, che qualche volta -hanno l’influenza di soffocare i nostri buoni istinti e di condurci -al male. Quindi ne nasce questa massima: «se voi volete scoprire il -colpevole, cercate dapprima colui al quale può essere utile il commesso -delitto.» La vostra sparizione a chi poteva essere utile? - -— A nessuno, mio Dio! io era tanto poca cosa. - -— Non rispondete così, perchè la risposta manca ad un tempo di logica -e di filosofia; tutto è relativo, mio caro amico; dal re che incomoda -il suo successore, fino all’ultimo impiegato che incomoda l’alunno, -ciascuno incomoda colui che gli vien dopo o che gli cammina a lato; se -il re muore il suo successore eredita una corona, se l’impiegato muore -l’alunno ne eredita l’impiego e lo stipendio di 200 lire. Queste 200 -lire di stipendio sono per lui la sua lista civile e gli sono tanto -necessarie per vivere, quanto i milioni ad un re. Ciascuno individuo, -dal più basso al più alto grado della scala sociale, riunisce intorno -a sè un piccolo mondo d’interessi, avendo i suoi turbini ed i suoi -atomi gialli come i mondi di Descartes. Soltanto questi mondi vanno -sempre più allargandosi a misura che si sale. È una scala a chiocciola -rovesciata, che si tien ritta alla punta per forza d’equilibrio. -Ritorniamo dunque al vostro mondo. Voi eravate sul punto di essere -nominato capitano a bordo del _Faraone_? — Sì. - -— Eravate sul punto di sposare una bella giovinetta? Esisteva -forse qualcuno che avesse premura perchè non diveniste capitano -del _Faraone_? qualcuno cui importasse che non sposaste Mercedès? -rispondetemi intanto alla prima interrogazione, l’ordine è la chiave -di tutti i problemi. Io ripeto adunque, v’era qualcuno a cui potesse -importare che non foste nominato capitano del _Faraone_? - -— No, io era molto amato a bordo. Se i marinari avessero potuto -eleggere un capo, son certo che sarei stato io l’eletto. Un sol uomo -vi era che poteva in qualche modo esser meco inquieto, perchè tre mesi -prima avevo avuto con lui una contesa, e gli aveva proposto un duello -che egli ricusò. - -— Avanti adunque!... come si chiama quest’uomo? - -— Danglars. — Che cosa era a bordo? - -— Scrivano computista. - -— Se voi foste divenuto capitano l’avreste conservato al suo posto? -— No, se la cosa fosse dipesa da me, perchè aveva creduto scorgere -qualche infedeltà nei suoi conti. — Bene. Ora, chi ha assistito al -vostro ultimo colloquio col capitano Leclerc? - -— Nessuno; noi eravamo soli. - -— Ma qualcuno poteva sentire la vostra conversazione? - -— Sì perchè la porta era socchiusa, e anzi... aspettate... sì, sì, -Danglars è passato precisamente nel momento in cui il capitano Leclerc -mi consegnava il plico del gran Maresciallo. - -— Bene, noi siamo sulla strada. Avete condotto con voi alcuno quando -siete disceso a terra all’isola d’Elba? - -— Nessuno. — Vi fu rimessa una lettera? — Sì, dal gran Maresciallo. - -— Che ne avete fatto? — L’ho riposta nel mio portafogli. — Voi avevate -dunque indosso un portafogli. Come mai un portafogli che doveva -contenere una lettera ufficiale poteva egli stare nella tasca di un -marinaio? - -— Avete ragione, il mio portafogli era a bordo. - -— Fu dunque a bordo che voi chiudeste la lettera nel portafogli? — Sì. -— Da Portoferraio al bordo dove riponeste la lettera? — L’ho tenuta in -mano. - -— Dunque quando siete risalito a bordo del _Faraone_ tutti hanno -potuto vedere che avevate una lettera, Danglars e tutti gli altri? ora -ascoltate bene, riunite tutta la vostra memoria: vi ricordate in quali -termini era redatta la denunzia? - -— Oh! sì, l’ho riletta tre volte, e mi è rimasta nella mente parola per -parola. - -— Ripetetemela adunque. — Dantès si raccolse un momento. — Eccola, -diss’egli, alla lettera: - -«Il Sig. Procuratore del Re è avvisato da un amico del trono e della -religione, che il nominato Edmondo Dantès, secondo nel bastimento -il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne dopo aver toccato -Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di una lettera per -l’Usurpatore, e dall’Usurpatore d’una lettera pel Comitato Bonapartista -di Parigi. Si avrà la prova del delitto arrestandolo, poichè si troverà -questa lettera, o nelle sue tasche, o presso di suo padre, o nel suo -gabinetto a bordo del _Faraone_.» - -Faria alzò le spalle. — Ciò è chiaro come la luce del giorno, -diss’egli, e bisogna ben dire che voi abbiate avuto il cuore molto -buono e molto ingenuo, per non indovinare la cosa al primo aspetto. - -— Voi lo credete! gridò Dantès; Ah! questa sarebbe un’infamia. - -— Com’era il carattere ordinario di Danglars? - -— Un bel corsivo. — Qual era quello della lettera anonima? — Un -carattere rovesciato. — Faria sorrise. - -— Contraffatto, n’è vero? - -— Ma molto franco per essere contraffatto. - -— Aspettate! diss’egli. E presa la penna, o meglio ciò che così -chiamava, la bagnò nell’inchiostro e scrisse colla mano sinistra, sopra -un po’ di tela preparata a tal uopo, le prime due o tre righe della -denunzia. - -Dantès dette addietro e guardò Faria quasi con terrore. - -— Oh! è meraviglioso, è sorprendente, gridò egli, come questa scrittura -rassomiglia a quella. - -— Ciò è perchè la denunzia fu scritta colla mano sinistra; ed io ho -osservato una cosa, che tutti i caratteri fatti colla mano diritta -sono diversi, ma che quelli che sono fatti colla mano sinistra si -rassomigliano. - -— Voi avete dunque veduto tutto, osservato tutto? - -— Continuiamo... passiamo alla seconda interrogazione. V’era qualcuno a -cui potesse importare che non sposaste Mercedès? - -— Sì, un giovine che l’amava... - -— Il suo nome? — Fernando. — Questo è un nome spagnuolo. — Egli era -catalano. — Credete voi che questi sia stato capace di scrivere la -lettera? — No, questi era piuttosto capace di piantarmi un coltello nel -cuore. - -— Bene, questo è nella natura spagnuola: un assassinio, sì; una viltà, -no. — D’altra parte, continuò Dantès, egli ignorava tutti i particolari -riportati nella denunzia. — Voi non li avevate raccontati ad alcuno? - -— A nessuno. — Neppure alla vostra amica? - -— Neppure alla mia fidanzata. — Fu Danglars! - -— Oh! adesso ne son sicuro. — Ma aspettate... Danglars conosceva -Fernando? — No... sì, cioè... ora mi ricordo... — Che cosa? — La -vigilia dei miei sponsali li ho veduti insieme ad una tavola, sotto -il pergolato di Papà Panfilo. Danglars era amichevole e scherzoso, -Fernando era pallido e sconvolto. - -— Eran soli? — No, vi era con loro un terzo mio compagno, che senza -dubbio era stato quello che avevali fatto fare conoscenza tra loro, un -sartore chiamato Caderousse; ma questi era già ubbriaco. Aspettate... - -— Che cosa? - -— Come mai non me ne sono ricordato prima? sulla tavola ove essi -bevevano stava un calamaio, della carta, e delle penne! Dantès -battendosi colla mano la fronte esclamò: Oh! è così, fu là che si -scrisse quella lettera. Oh! infami! oh infami! - -— Volete voi ancora sapere qualche altra cosa? disse sorridendo Faria. - -— Sì, sì, poichè voi approfondite tutto, poichè voi vedete chiaro in -ogni cosa: vorrei sapere perchè non sono stato interrogato che una sola -volta, perchè non ho avuto giudici e in qual modo sono stato condannato -senza una sentenza. - -— Oh! questo poi, disse Faria, è un affare un poco più grave; la -giustizia qualche volta ha delle procedure che sembrano cupe e -misteriose. Ciò che noi abbiamo fatto fin qui pei vostri nemici è uno -scherzo da ragazzi, ora abbisognano maggiori schiarimenti per questo -argomento. - -— Vediamo, interrogatemi, perchè in verità voi vedete nella mia vita -più chiaro di me. - -— Chi vi ha interrogato? fu il procuratore del Re, il sostituto, o il -giudice d’istruzione? - -— Fu il sostituto. — Giovine o vecchio? — Giovine: tra i 27 ai 28 anni. -— Bene, non ancora corrotto, ma ambizioso. Quali furono i modi che usò -con voi? - -— Amichevoli piuttosto che severi. — Gli avete voi raccontato tutto? — -Tutto. — E i suoi modi si cambiarono mai durante l’interrogatorio? — Un -momento si sono alterati allorquando lesse la lettera che mi metteva a -rischio. Egli sembrò oppresso dalla mia disgrazia. - -— Dalla vostra disgrazia? — Sì. — Siete ben sicuro che era per la -vostra disgrazia che si affliggeva? — Egli per lo meno mi ha dato la -più gran prova di simpatia. - -— E quale? — Ha bruciato quel solo documento che poteva recarmi danno. -— Qual fu questo documento? la denunzia? - -— No, la lettera. — Ne siete ben sicuro? — Lo fece sotto i miei -occhi. — Ora è un altro affare; quest’uomo potrebbe ancora essere uno -scellerato maggiore di quel che avevo creduto prima. — Voi mi fate -fremere, sul mio onore! disse Dantès. Il mondo dunque è popolato di -tigri e di coccodrilli? — Sì, con questa differenza, che le tigri ed i -coccodrilli a due gambe sono più pericolosi degli altri. Egli dunque, -mi dicevate, ha bruciato quella lettera? - -— Sì, dicendomi: «voi vedete, non esiste che questa prova contro di -voi, ed io l’anniento.» — Questa condotta è troppo sublime per essere -naturale. — Voi lo credete? — Ne sono sicuro. A chi era diretta quella -lettera? - -— _Al Sig. Noirtier, strada Coq-Héron, N. 13, Parigi._ - -— Potete voi presumere che il vostro sostituto avesse qualche premura a -far sparire quel foglio? - -— Forse, perchè mi ha fatto promettere due o tre volte, egli mi diceva -per mio pro, di non parlare ad alcuno di quella lettera; anzi mi ha -fatto giurare di non pronunciar mai a chicchessia il nome che stava -scritto sull’indirizzo. - -— Noirtier! disse Faria, Noirtier! io ho conosciuto un Noirtier alla -corte dell’antica regina d’Etruria, un Noirtier che nella rivoluzione -era stato girondino. Come si chiamava il sostituto? - -— De Villefort. — Faria scoppiò in una risata. Dantès lo guardò con -stupore: — Che avete? domandò egli. - -— Vedete questo raggio di sole? chiese Faria. — Sì. - -— Or bene! tutto adesso per me è più chiaro di questo raggio -trasparente e luminoso. Povero ragazzo! povero giovinotto! e questo -magistrato era buono con voi? egli ha bruciata, annientata la lettera? -egli vi ha fatto giurare di non pronunziar mai il nome di Noirtier? - -— Sì. — Noirtier, povero cieco che siete, sapete chi era questo -Noirtier?... questo Noirtier era suo padre! - -Un fulmine caduto ai piedi di Dantès, che gli avesse spalancato un -abisso nel fondo del quale si fosse aperto l’inferno, non avrebbe -prodotto un effetto così pronto, così elettrico, così opprimente -quanto queste inattese parole; si alzò, afferrandosi la testa fra le -mani quasi avesse voluto impedire che scoppiasse: Suo padre!... suo -padre!... gridò egli. - -— Sì, suo padre... si chiama Noirtier de Villefort, soggiunse Faria. -Allora una luce folgorante passò per la mente del prigioniero; tutto -ciò che gli era rimasto oscuro venne in quel punto illuminato da -una chiarezza risplendente. Le tergiversazioni di Villefort durante -l’interrogatorio, la lettera distrutta, il giuramento richiesto, la -voce quasi supplicante del magistrato, che in vece di minacciare -sembrava implorare, tutto gli ritornò al pensiero. Egli gittò un -grido, traballò come un ubbriaco, poi slanciandosi all’apertura che -dalla cella di Faria conduceva alla sua: — Oh! diss’egli mi necessita -esser solo, per poter pensare a tutto ciò. — E arrivando nella sua -segreta cadde sul letto, ove il carceriere lo ritrovò la sera, assiso -cogli occhi fissi, i lineamenti contratti, immobile e muto come una -statua. Nelle ore di meditazione che per lui erano passate come minuti -secondi, aveva presa una terribile risoluzione e fatto un formidabile -giuramento! Per mantenere questo giuramento e mandare ad effetto questa -risoluzione bisognava supporre che un giorno sarebbe libero! Una voce -venne a togliere Dantès da questa estasi, era quella di Faria, che -dopo la visita del carceriere, veniva ad invitare Dantès a cenare con -lui. La sua riconosciuta qualità di pazzo e particolarmente di pazzo -delirante, procurava al vecchio prigioniero qualche privilegio come -sarebbe quello di avere il pane un poco più bianco, ed una piccola -bottiglia di vino la domenica. Or per caso era quello un giorno di -domenica, e Faria veniva ad invitare il giovine compagno a far parte -del suo vino e del suo pane: Dantès lo seguì: tutte le linee del viso -si erano ricomposte, ed avevano ripreso la loro consueta abitudine, ma -con una durezza e fermezza tale (se si può dire) che manifestavano una -risoluzione già presa. - -Faria lo guardò fissamente: - -— Sono mortificato di avervi aiutato nelle vostre ricerche e di avervi -detto ciò che vi ho detto. — Perchè? domandò Dantès. — Perchè vi ho -infiltrato nel cuore un sentimento che prima non vi era; la vendetta. — -Dantès sorrise. - -— Parliamo d’altro; diss’egli. - -Faria lo guardò ancora un momento e tentennò tristamente la testa; -quindi come lo aveva pregato Dantès, parlò di altro. Il vecchio -prigioniero era uno di quegli uomini la cui conversazione, come quella -di coloro che hanno molto sofferto, contiene molti insegnamenti, -e racchiude un interessamento continuo; ma egli non era egoista, e -questo infelice non parlava mai delle sue disgrazie. Dantès ascoltava -ciascuna delle sue parole con ammirazione: alcune corrispondevano alle -idee che già aveva, ed a sua conoscenza per lo stato di marinaro; le -altre appartenevano a cose a lui sconosciute, ed a guisa di quelle -aurore boreali che rischiarano i navigatori nelle latitudini australi, -mostravano al giovine dei paesi sconosciuti e dei nuovi orizzonti, -illuminati da chiarore fantastico. Dantès concepì la felicità di cui -doveva godere un’organizzazione intelligente a seguire questo spirito -elevato sulle eminenze morali, filosofiche, e sociali sulle quali -d’abitudine posavasi. — Voi dovreste insegnarmi un poco di quanto -sapete, disse Dantès, non fosse altro che per non annoiarvi meco. -Mi sembra che dobbiate preferire la solitudine ad un compagno senza -educazione e senza cognizioni come sono io. Se vi acconsentite vi -prometto di non parlarvi più di fuga. - -Faria sorrise. — Ahimè! figlio mio, diss’egli, la scienza umana è molto -limitata, e dopo avervi imparato le matematiche, la fisica, la storia, -e le tre o quattro lingue vive che io parlo, voi sapreste quello che so -io; ora tutta questa scienza potrei farla passare dal mio spirito nel -vostro in due anni. - -— Due anni! disse Dantès, credete che io possa imparare tutte queste -cose in due anni? - -— Nella loro applicazione no, nei loro principi sì; l’imparare non è -lo stesso che sapere, vi sono gli eruditi e gli scienziati, la memoria -forma i primi, la filosofia i secondi. - -— Ma la filosofia non si può imparare? - -— La filosofia non s’impara, la filosofia è la riunione delle scienze -imparate al genio che le applica. - -— Vediamo, disse Dantès, che cosa m’insegnerete per primo? ho smania di -cominciare, ho sete di scienza. - -— Tutto! disse Faria. — Infatto fin da quella sera i due prigionieri -stabilirono un disegno di educazione che cominciò ad essere messo -in esecuzione il giorno dopo. Dantès aveva una memoria prodigiosa, -una estrema facilità di concetto; la disposizione matematica del suo -spirito lo rendeva atto a comprender tutto per mezzo del calcolo, nel -mentre che la poesia del marinaro correggeva quanto poteva esservi di -troppo materiale nella dimostrazione ridotta all’aridità delle cifre e -alla precisione delle linee. D’altra parte sapeva già l’italiano e un -poco l’arabo che aveva imparato viaggiando in Oriente. Con queste due -lingue, imparò ben presto il meccanismo di tutte le altre, ed in capo -a sei mesi principiò a parlare l’inglese ed il tedesco. Come lo aveva -detto a Faria, sia che la distrazione procuratagli dallo studio gli -tenesse luogo di libertà, sia ch’egli fosse, come abbiamo già veduto, -rigido osservatore della sua parola, Dantès non parlava più di fuggire; -e le giornate per lui passavano rapide ed istruttive. In capo a un anno -era già un altro uomo. Quanto a Faria, Edmondo osservava che, ad onta -della distrazione arrecata con la presenza di lui alla sua prigionia, -diventava ogni giorno più tetro; un pensiero incessante ed eterno -sembrava occuparne lo spirito; era preso da profonde distrazioni, -si alzava ad un tratto, incrocicchiava le braccia e passeggiava -meditabondo intorno al carcere. Un giorno si fermò ad un tratto nel -mezzo di uno dei cerchi le cento volte ripetuti e descritti intorno -alla sua camera, e gridò: — Ah! se non vi fosse la sentinella. - -— Non vi sarà sentinella quando voi non la vorrete, disse Dantès, che -aveva seguito il suo pensiero attraverso la teca del suo cervello, come -attraverso una bottiglia di cristallo. - -— Ah! ve l’ho detto: mi ripugna l’idea d’un omicidio. — E frattanto -quest’omicidio, se venisse commesso, lo sarebbe per istinto della -nostra conservazione, per un sentimento di difesa personale. — Non -importa... io non saprei... — Ciò nonostante voi ci pensate? — Senza -posa, senza posa, mormorò Faria. — Ed avete ritrovato un mezzo, -n’è vero? domandò vivamente Dantès. — Sì, se potesse accadere che -mettessero di guardia una sentinella sorda e cieca. - -— Ella sarà cieca, ella sarà sorda, rispose il giovine con un accento -di risoluzione che spaventò Faria. - -— No, no, gridò egli, è impossibile. - -Dantès volle trattenerlo sopra questo argomento, ma Faria scosse la -testa, e si ricusò di continuare a rispondere, e dopo ciò passarono -ancora altri tre mesi. - -— Siete voi forte? domandò un giorno Faria a Dantès. Questi senza -rispondere prese lo scalpello, lo piegò a ferro di cavallo, e lo -raddrizzò. — V’impegnereste voi a non uccidere la sentinella che in un -caso di estrema necessità? - -— Sì, sul mio onore. — Allora, disse Faria, potremo eseguire il nostro -disegno. — E quanto tempo ci vorrà per eseguirlo? — Almeno un anno. -— Potremo dunque metterci al lavoro? — Subito. — Oh! vedete dunque -abbiamo già perduto un anno. — Credete voi che quest’anno sia stato -perduto? — Oh! perdono, gridò Edmondo arrossendo. — Zitto! disse -Faria. L’uomo è sempre uomo, e voi siete uno dei migliori che m’abbia -conosciuti. Ecco il mio disegno. - -Faria mostrò allora a Dantès un disegno da lui tracciato: era la -pianta della sua camera, di quella di Dantès e del corridoio che le -univa una all’altra. Nel mezzo di questo corridoio egli stabiliva un -condotto simile a quello che si pratica nelle miniere, questo condotto -avrebbe portato i due prigionieri sotto la galleria ove passeggiava -la sentinella. Una volta giunti là, essi praticherebbero un largo -scavamento, smurerebbero una delle pietre quadrate che formano il -piancito della galleria, la pietra in un dato momento sprofonderebbe -sotto il peso del soldato, che scomparirebbe inghiottito dallo -scavamento. Dantès, si sarebbe precipitato sopra di lui nel momento -in cui, ancor stordito per la caduta, non avrebbe potuto difendersi, -lo avrebbe legato, gli avrebbe turata la bocca, ed allora tutti e due -passando da una finestra di quella galleria, sarebbero discesi lungo -la muraglia esterna coll’aiuto della scala di corde, e si sarebbero -salvati. Dantès battè le mani, e i suoi occhi sfavillarono di gioia; -questo disegno era così semplice, che era impossibile non riuscisse. -Nel medesimo giorno i due minatori si misero all’opera e con un ardore -tanto più grande, in quanto che questo lavoro che cominciava dopo un -lungo riposo, non faceva, secondo tutte le probabilità, che secondare -il pensiero intimo e secreto d’entrambi. Niente l’interrompeva, se -non che l’ora nella quale ciascuno d’essi era obbligato di rientrare -nella sua stanza per ricevere la visita del carceriere. D’altra parte -avevano presa l’abitudine di distinguere così facilmente il rumore -impercettibile dei passi, al momento in cui quest’uomo discendeva, che -giammai nè l’uno e nè l’altro fu colto all’imprevista. La terra da -essi estratta dalla nuova galleria, e che sarebbe stata sufficiente -per riempire l’antico corridoio, veniva gettata a poco a poco, e con -inaudite cautele dall’una o dall’altra delle finestre del carcere di -Dantès, o del carcere di Faria, dopo polverizzata con ogni cura, e -il vento della notte la trasportava lungi, senza lasciarne traccia. -Più d’un anno fu passato in questo lavoro che venne eseguito con uno -scalpello, un coltello ed una leva di legno per soli strumenti. Durante -quest’anno e mentre lavoravano, Faria continuò ad istruire Dantès -parlandogli ora in una lingua, ora in un’altra; insegnandogli la storia -delle nazioni, e di quei grand’uomini che di tempo in tempo lasciano -dietro a sè una di quelle luminose tracce, che si chiama gloria. -Faria uomo di mondo, e di gran mondo, aveva inoltre nelle sue maniere -una specie di maestà malinconica, di cui Dantès, mercè lo spirito -d’imitazione che gli aveva fornito la natura, seppe trar profitto, e -riunire quell’elegante tratto di cui mancava a quei modi aristocratici -che generalmente non si acquistano che coll’abitudine di avvicinare le -classi elevate o colla conversazione degli uomini superiori. - -In capo a 15 mesi il foro era finito, lo scavamento sotto la galleria -era fatto, si sentiva passare e ripassare la sentinella, e i due -operai, che erano obbligati ad aspettare una notte oscura e senza luna -per rendere più sicura la loro evasione, non avevano più che un timore, -ed era, che la botola sprofondasse da sè sotto i piedi del soldato. -Venne ovviato a questo inconveniente col mettere per puntello una -specie di travicello che avevano scavato nei fondamenti. - -Dantès era occupato a metterlo al posto quando intese ad un tratto -Faria, rimasto nel carcere da lui occupato a formare una cavicchia -destinata a mantenere la scala di corda, che lo chiamava con un accento -di disperazione. Rientrò sollecitamente, e vide Faria ritto in mezzo -alla camera, pallido, col sudore alla fronte e le mani intirizzite. - -— Oh! mio Dio! gridò Dantès, che c’è, che cosa avete? - -— Presto! presto! disse Faria, ascoltatemi. - -Dantès guardò il viso livido di Faria, gli occhi circondati da un -cerchio azzurrognolo, le labbra bianche, i capelli irti, e per lo -spavento lasciò cadersi a terra lo scalpello che teneva in mano. - -— Che c’è egli dunque? gridò Edmondo. - -— Son perduto, disse Faria, ascoltatemi, un male terribile, forse -mortale mi assale in questo momento. L’accesso è incominciato, lo -sento. Ne fui già colpito l’anno prima della mia carcerazione. A -questo male non vi è che un rimedio; ve lo dirò; correte presto nel -mio carcere, togliete un piede al mio letto, questo piede è scavato: -vi troverete dentro una piccola boccetta di cristallo piena per metà -di un liquore rosso; portatemela, o piuttosto... no, no... io potrei -esser sorpreso qui... aiutatemi a rientrare nella mia camera fino a che -mi resta ancora qualche forza. Chi sa ciò che può accadere, e quanto -tempo durerà l’accesso? — Dantès senza molto agitarsi, quantunque la -disgrazia che lo colpiva fosse immensa, discese nel corridoio, trascinò -dietro a sè l’infelice compagno, e conducendolo con infiniti stenti -fino all’estremità opposta, giunse nel carcere di Faria, e lo depose -nel letto. - -— Grazie, disse Faria, tremando con tutte le membra, come se uscisse -dall’acqua diacciata; ecco il male che s’inoltra, sto per cadere in -catalessi. Forse non farò un movimento, forse non manderò un gemito, -ma forse ancora mi contorcerò, griderò, sputerò bava. Fate in modo che -non siano intese le mie grida, questo è ciò che soprattutto importa, -perchè allora potrei essere cambiato di camera, e noi saremmo divisi -per sempre. Quando voi mi vedrete immobile, freddo, e per così dire -morto, allora soltanto schiudetemi i denti col coltello, fatemi colare -in bocca otto o dieci gocce di quel liquore, e forse rinverrò. - -— Forse? gridò dolorosamente Dantès. - -— A me! a me! gridò Faria io mi... mi... - -L’accesso fu sì rapido e violento, che il disgraziato prigioniero non -potè compiere neppure l’incominciata parola; una nube gli passò sulla -fronte, sollecita e tetra come la tempesta del mare. La crisi gli -dilatò gli occhi, gli contorse la bocca, gl’imporporò le guance; si -agitò, ruggì; ma come lo aveva raccomandato egli stesso, Dantès soffocò -queste grida sotto la coperta. Tutto durò due ore; allora più inerte -che un masso, più pallido e più freddo di un marmo, più infranto di -una cosa calpestata sotto i piedi, cadde, s’intirizzì in un’ultima -convulsione, e divenne livido. Edmondo aspettò che questa morte -apparente avesse investito tutto il corpo, e ghiacciato fino al cuore; -allora prese il coltello, introdusse la lama fra i denti, disserrò a -gran fatica le intirizzite mascelle, e contò una dopo l’altra le dieci -gocce del rosso liquore, e aspettò. Passò un’ora senza che il vecchio -facesse il più piccolo movimento; Dantès temeva di avere aspettato -troppo, e lo guardava con le mani cacciate nei capelli; finalmente un -leggiero colorito apparve sulle sue guance; gli occhi costantemente -rimasti aperti e attoniti, ripresero il consueto sguardo, un debol -sospiro gli sfuggì di bocca; fece un piccolo movimento. - -— Egli è salvo! egli è salvo! gridò Dantès. - -Il malato non poteva ancora parlare, ma stese con ansia visibile la -mano verso la porta. Dantès ascoltò e intese i passi del carceriere. -Erano quasi le sette ore, e Dantès non aveva avuto il pensiero di -misurare il tempo. Il giovine si slanciò all’apertura, vi si precipitò, -rimise la pietra al di sopra della testa, e rientrò nella stanza. -Un momento dopo la porta si aprì, ed il carceriere ritrovò, secondo -il solito, il prigioniero assiso sul letto. Appena ebb’egli voltato -le spalle, appena il rumore dei suoi passi si perdè nel corridoio, -Dantès, divorato dall’inquietudine, senza pensare a mangiare, riprese -il cammino sotterraneo, e sollevando la pietra al di sopra della testa, -rientrò nella camera di Faria. Questi aveva ripreso conoscenza, ma era -sempre steso sul letto, inerte e senza forze. - -— Io non contava più di rivedervi, diss’egli a Dantès. - -— E perchè questo? domandò Edmondo, contavate dunque di morire? — No, -ma tutto è all’ordine per la vostra fuga, ed io credeva che sareste -fuggito. — Il rossore dell’indignazione colorò le guance di Dantès — -Senza di voi! gridò egli, mi avete veramente creduto capace di ciò? - -— Adesso m’accorgo che mi sono ingannato, disse il malato; ah! sono -molto debole, molto abbattuto. - -— Coraggio, le forze ritorneranno, disse Dantès, sedendosi vicino al -letto di Faria e prendendogli le mani. - -Faria tentennò la testa. — L’ultima volta, diss’egli, l’accesso non -durò che una mezz’ora, dopo la quale io ebbi fame e mi rialzai solo. -Oggi non posso muovere nè la gamba, nè il braccio destro, la testa è -oppressa, e ciò prova che è accaduto un versamento nel cervello; al -terzo accesso resterò interamente paralizzato, o morirò sul colpo. - -— No, no, tranquillatevi, voi non morrete. Se questo terzo accesso deve -colpirvi vi troverà libero; io vi salverò come questa volta, e meglio -ancora, perchè avremo tutti i necessarii soccorsi. - -— Amico mio, disse il vecchio, non vi lusingate, la crisi che è passata -mi ha condannato ad un carcere perpetuo; per fuggire bisogna poter -camminare. - -— Ebbene, noi aspetteremo otto giorni, un mese, due mesi se bisogna; -in quest’intervallo le vostre forze ritorneranno, tutto è pronto per -la fuga, ed abbiamo la libertà di poter scegliere a nostro piacere -l’ora ed il momento. Il giorno in cui vi sentirete abbastanza forte per -nuotare, noi metteremo ad esecuzione il nostro disegno. - -— Io non nuoterò più, disse Faria, questo braccio è paralizzato, -non per un giorno, ma per sempre; sollevatelo voi stesso, e sentite -quanto è pesante. — Il giovine sollevò il braccio che ricadde morto ed -insensibile. Dantès mandò un profondo sospiro. - -— Ora sarete convinto voi stesso, n’è vero Edmondo? disse Faria; -credetemi, io so quello che dico. Dopo il primo accesso che ebbi di -questo male, non ho mai cessato di studiarvi e di riflettervi sopra; -io lo aspettava perchè è un’eredità di famiglia. Mio padre è morto al -terzo assalto, mio nonno egualmente. Il medico che mi compose questo -liquore, il celebre Cabanis, mi predisse la stessa sorte. - -— Il medico si sbaglia, gridò Dantès; in quanto alla vostra paralisi, -essa non mi sgomenta, io vi prenderò sulle spalle, e nuoterò -sostenendovi. - -— Mio amico, disse Faria, voi siete marinaro, e buon nuotatore, -e dovete per conseguenza sapere che un uomo caricato di un simile -fardello non potrebbe fare cinquanta braccia nel mare. Cessate dal -lasciarvi illudere dalle chimere che ingannano l’ottimo vostro cuore. -Io resterò qui fino a che suoni l’ora della mia liberazione, che adesso -non può più esser che quella della morte. In quanto a voi partite, -fuggite; voi siete giovine, destro e forte, non vi occupate di me, io -vi rendo la vostra parola. — Sta bene, disse Dantès. - -— Ebbene! allora? — Io pure resterò. — Poi levandosi e stendendo una -mano sul vecchio: - -— Per quanto vi ha di più sacro, io giuro di non lasciarvi che alla -vostra morte. — Faria considerò questo giovine sì nobile, sì semplice -e sì elevato, e lesse sui tratti animati dall’espressione di devozione -la più pura, la sincerità della sua affezione, e la lealtà del suo -giuramento. - -— Andiamo, disse il malato, io accetto e vi ringrazio. — Poi -stendendogli la mano: - -— Voi forse sarete un giorno ricompensato di questa disinteressata -divozione, gli disse; ma dappoichè io non posso e voi non volete -partire, è necessario di ricolmare il sotterraneo sotto la galleria; -il soldato camminando può scuoprire la sonorità nella direzione -dello scavo, richiamare l’attenzione di un ispettore, e allora noi -saremmo scoperti e separati. Andate a fare questa faccenda nella -quale disgraziatamente non posso aiutarvi, impiegatevi tutta la notte -se bisogna, e non ritornate da me che domattina dopo la visita del -carceriere; avrò qualche cosa di somma importanza da comunicarvi. — -Dantès, prese la mano di Faria che lo assicurò con un sorriso, ed uscì -con quell’obbedienza e quel rispetto che aveva dedicato al suo vecchio -amico. - - - - -XVIII. — IL TESORO. - - -Allorchè Dantès la dimane rientrò nella camera del suo compagno di -prigionia, trovò Faria assiso, col viso sereno sotto il raggio che -penetrava attraverso la stretta finestra della sua cella. Egli teneva -aperto nella mano sinistra, la sola di cui gli era rimasto l’uso, un -po’ di carta che per l’abitudine di restare avvolta sempre nello stesso -modo aveva preso la forma di un cilindro ribelle a stendersi, e ch’ei -mostrò a Dantès senza dire una parola. - -— Che è ciò? domandò questi. - -— Guardate bene, disse Faria sorridendo. - -— Io lo sto osservando attentamente, disse Dantès, ma non vedo altro -che un po’ di carta mezzo bruciata e sulla quale sono tracciati dei -caratteri gotici con un inchiostro particolare. - -— Questa carta, amico mio, disse Faria, è, ora ve lo posso confessare -perchè vi ho sperimentato, questa carta è il mio tesoro, di cui da -questo momento la metà è vostra! - -Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. Fino a quel giorno, e -per uno spazio sì lungo di tempo, egli aveva sempre evitato di parlare -a Faria di questo tesoro, origine dell’accusa di pazzia che gravava sul -povero amico. Colla sua istintiva delicatezza, Edmondo aveva preferito -di non toccare questa corda dolorosa; e Faria per sua parte si era -taciuto; egli aveva preso il silenzio del vecchio per un ritorno alla -ragione. Or quelle poche parole sfuggite a Faria, dopo una crisi così -penosa, sembravano annunziare una grave ricaduta d’alienazione mentale. - -— Vostro tesoro, balbettò Dantès. — (Faria sorrise). - -— Sì, diss’egli; in ogni occasione voi siete un nobil cuore, Edmondo, e -dal vostro pallore e dal vostro fremito comprendo ciò che passa per la -vostra mente in questo punto. No, siate tranquillo, io non sono pazzo, -questo tesoro c’è, Dantès, e se non mi è stato concesso di possederlo, -voi lo possederete in mia vece. Nessuno ha voluto darmi ascolto, nè -aggiustarmi fede perchè fui giudicato pazzo; ma voi dovete sapere che -tal non sono, ascoltatemi, e dopo credetemi se vi piace. - -— Ahimè! mormorò Edmondo fra sè stesso, il malato ricade; mi mancava -questa disgrazia. Indi alzando la voce: - -— Amico mio, diss’egli a Faria, il vostro accesso forse vi ha stancato, -non vorreste un po’ di riposo? domani se voi così desiderate, sentirò -la vostra istoria; ma oggi pensate alla vostra salute; d’altra parte -continuò egli sorridendo, un tesoro non deve ora importarci gran fatto. - -— Deve importarci moltissimo, Edmondo, rispose il vecchio, chi sa -che domani o doman l’altro non giunga il terzo accesso; allora tutto -sarebbe finito... Sì, è vero, io qualche volta ho pensato con un amaro -piacere a queste ricchezze che farebbero la fortuna di dieci famiglie; -perdute per coloro che mi perseguitano: quest’idea mi serviva di -vendetta ed io l’assaporava lentamente nella oscurità della mia segreta -e nella disperazione della mia prigionia: ma ora che vi vedo giovine -e pieno di speranza, ora che penso a tutto quel che può resultarne -di felicità a voi in conseguenza della mia rivelazione, io fremo pel -ritardo, e tremo di non potere assicurare un proprietario tanto degno -quanto voi il siete a queste immense ricchezze nascoste. - -(Edmondo volse altrove la testa sospirando). - -— Voi persistete nella vostra incredulità, Edmondo, continuò Faria; -la mia voce non vi ha convinto. Vedo che vi abbisognano delle prove. -Ebbene leggete questo foglio che non ho fatto mai vedere ad alcuno. - -— Domani, amico mio, disse Edmondo, bramando schivarsi a secondare la -follia del vecchio. Io credeva che fosse già stabilito fra noi di non -parlarne che domani? - -— Ebbene, ne parleremo domani, ma oggi leggete questo foglio. - -— Non l’irritiamo di più, pensò Edmondo. E prendendo la carta di -cui mancava la metà, che sembrava essere stata consunta da qualche -accidente, egli lesse... - -— Ebbene? disse Faria, quando il giovine ebbe finita la lettura. - -— Ma, rispose Dantès, non leggo che righe troncate, che parole senza -senso; i caratteri sono interrotti dall’azione del fuoco e restano -inintelligibili. - -— Per voi, amico mio, che li leggete per la prima volta, ma non per me -che vi ho impallidito sopra per ben molte notti, e che ho ricostruita -ogni frase, e compiuto ogni pensiero. - -— E credete aver ritrovato questo senso troncato? - -— Ne son sicuro; ne giudicherete da voi stesso; ma dapprima ascoltate -la storia di questa carta. - -— Silenzio! gridò Dantès; dei passi!... qualcuno si avvicina... io -parto... addio! e Dantès, fortunato di poter fuggire alla storia ed -alla spiegazione che non gli avrebbero che maggiormente confermato la -infelicità del suo amico, fuggì per lo stretto andito, nel mentre che -Faria acquistando una specie di attività dal terrore, spinse col piede -la pietra che ricuoprì colla stoia, a fine di nascondere allo sguardo -la mancanza di continuità che non era stato in tempo di fare sparire. - -Era il governatore che, essendo stato avvisato dal carceriere -dell’accidente di Faria, veniva ad assicurarsi da sè stesso della sua -gravità. Faria lo ricevette assiso, evitò qualunque gesto che potesse -metterlo a rischio, e riuscì a nascondere al governatore che egli era -stato colpito da una paralisi, che aveva fatta morta una metà della -sua persona. Il suo timore si era che il governatore mosso a pietà di -lui, non volesse farlo trasportare in una prigione più sana e non lo -separasse in tal modo dal suo giovine compagno: ma fortunatamente non -fu così: il governatore si ritirò convinto che il povero pazzo pel -quale sentiva nel fondo del cuore un po’ di affezione, non era affetto -che da una leggiera indisposizione. - -In questo tempo, Edmondo, assiso sul letto e colla testa fra le -mani, cercava di riordinare le sue idee; dacchè conosceva Faria avea -sempre scorto in lui tanta ragione, e tanta logica, che non poteva -comprendere come questa suprema saggezza su tutti i punti, potesse -poi collegarsi coll’alienazione di mente sopra un sol punto: era Faria -che s’ingannava sul suo tesoro? o erano gli uomini che s’ingannavano -sul conto di Faria? Dantès restò nella sua cella tutto il giorno, non -osando ritornare a visitare il suo amico. Egli cercava di allontanare -così il momento in cui avrebbe acquistata la certezza che il compagno -era pazzo; questa convinzione doveva essere spaventosa per lui. Ma -verso sera, dopo l’ora dell’ordinaria visita, Faria, non vedendo più -ritornare il giovine, tentò di superare lo spazio che lo divideva da -lui. Edmondo rabbrividì sentendo gli sforzi dolorosi che faceva il -vecchio per trascinarsi: la gamba era inerte: egli non poteva aiutarsi -che con un sol braccio: fu perciò obbligato di tirarlo a sè, poichè -certamente non sarebbe riuscito ad uscire solo per la stretta apertura -che metteva nella camera di Dantès. — Eccomi implacabilmente risoluto a -perseguitarvi, disse con un sorriso raggiante di benevolenza; voi avete -creduto potere sfuggire alla mia munificenza, ma ciò non vi ha servito -a niente. Ascoltatemi adunque. — Edmondo vedendo che non poteva più -evitarlo, fece sedere il vecchio sul letto, e si pose vicino a lui sul -suo sgabello. — Voi sapete, disse Faria, che io era il segretario, il -famigliare, l’amico del conte Spada, l’ultimo dei principi di questo -nome. Io devo a questo degno personaggio tutto ciò che ho provato di -felicità in questa vita. Egli non era ricco, benchè le ricchezze di sua -famiglia fossero proverbiali, e che abbia spesse volte inteso dire: -_ricco come uno Spada_. Ma egli, come la pubblica voce, viveva sotto -questa riputazione di opulenza; il suo palazzo fu il mio Eden. Educai i -suoi nipoti che morirono, e allora io dedicandomi con devozione a tutte -le sue volontà, cercai rendergli quel che aveva fatto per me da dieci -anni. La casa del conte non ebbe più segreti per me, io aveva soventi -volte visto lo Spada scartabellare dei libri antichi, e sfogliare -avidamente dei manoscritti antichi di famiglia tutti ricoperti di -polvere. Un giorno che io gli rimproverava queste inutili veglie, e -la specie di abbattimento che le seguiva, egli mi guardò sorridendo -amaramente, e mi aprì un libro che era la storia d’Italia. Al capitolo -XX della medesima stava scritto: - -«Cesare Borgia prese d’assalto Sinigaglia, che apparteneva a Francesco -Maria della Rovere; il giorno stesso della vittoria, chiamò a pranzo -tutti i condottieri del suo esercito, ed a seconda che entravano nella -sala del convito, non avendo più bisogno di loro e temendo qualche -lega che potesse inceppargli la vittoria nella Romagna, fece a tutti -l’un dopo l’altro tagliar la testa sul limitare della porta. Così morì -Vitellozzo Vitelli signore di Città di Castello, Oliverotto signore -di Fermo, Paolo Orsini Duca di Gravina, Francesco di Todi, Guido Spada -ecc.» - -«Dopo questa lettura, egli mi favellò così: - -«Guido Spada non aveva potuto disimpegnarsi dal collegare le sue -bande con quelle di Cesare Borgia, quando si portò ad invadere la -Romagna, temendo che un rifiuto non solo gli potesse costar la vita, -ma la perdita di quegl’immensi beni di cui era ritenuto possessore, -e che, conservava colla più grande importanza per trasmetterli ad un -nipote che amava qual figlio. Quando Guido Spada, dopo la vittoria di -Sinigaglia, ricevette l’invito al pranzo di Borgia egli sospettò il -tradimento che veniva ordito, ed accorgendosi omai che ancorchè non -fosse andato al convito la sua vita era sempre in balia del Borgia -trovandosi in mezzo alle sue genti, si limitò a spedire un messaggio -al nipote in Roma per avvertirlo del luogo ove egli teneva il suo -testamento. Il messaggiero, la cui partenza era stata spiata, fu ucciso -in cammino, ma non gli fu ritrovato altro foglio se non che uno scritto -dello Spada in cui diceva: «Lascio al mio nipote amatissimo le mie -stoviglie ed i miei libri, fra i quali la mia Bibbia ad angoli d’oro -desiderando ch’egli la conservi quale ricordo del suo affezionatissimo -zio.» - -«Gli eredi cercarono in ogni luogo, ammirarono la Bibbia, fecero man -bassa sui mobili, e si meravigliarono che Spada, l’uomo ricco, non -fosse in effetti che il più miserabile degli zii; nessun tesoro fu -rinvenuto, se pure non vogliansi chiamare tesori le scienze racchiuse -nella biblioteca e nel laboratorio chimico. - -«Il messaggiero che era stato assassinato in viaggio, ebbe tempo prima -di morire, di dire ad un sacerdote, che prestavagli gli ultimi uffici -di religione innanzi la chiesetta presso la quale fu aggredito, che -facesse sapere al nipote di Guido Spada in tutta secretezza, che vi -avrebbe certamente trovato il testamento. Il sacerdote eseguì questo -estremo desiderio del trafitto: e fu dopo questo annunzio che si -raddoppiarono più attivamente ancora le ricerche: ma tutto fu invano. -Non restarono al nipote che due palazzi, ed una villa dietro al -Palatino, ed un migliaio circa di scudi in argenteria, ed altrettanto -in moneta contante. La famiglia Spada non riprese più il lustro di -prima e rimase dubbia la loro fortuna; un mistero eterno pesò sopra -questa faccenda, e la pubblica fama fe’ credere, che Cesare Borgia -avesse ritrovato i tesori della famiglia Spada nella tenda di Guido -sotto le mura di Sinigaglia.» - -— Fin qui, interruppe Faria, sorridendo, non vi sembrerà che questo -racconto sia privo di senno? - -— Oh! amico mio, disse Dantès, mi sembra, al contrario, di leggere una -cronaca importantissima, continuate. - -— La famiglia si accostumò a questa oscurità, gli anni si successero. -Fra i discendenti, alcuni furono soldati, altri diplomatici; alcuni -furono ecclesiastici, altri banchieri; alcuni si arricchirono, altri -finirono di rovinarsi. Ma veniamo all’ultimo della famiglia, a quello -di cui io fui segretario, al conte Spada. Io lo aveva spesso sentito -lamentarsi della sproporzione del suo grado colla sua fortuna, per cui -lo aveva consigliato di porre i pochi beni che gli restavano in rendita -vitalizia; ascoltò il mio consiglio, e per tal modo raddoppiò le sue -rendite. La famosa Bibbia ad angoli d’oro era rimasta in famiglia, ed -il conte Spada la possedeva: fu conservata di padre in figlio, perchè -la clausola bizzarra del solo testamento che si conobbe, ne aveva -formata una vera reliquia custodita con una superstiziosa venerazione -in famiglia. Era quel libro illustrato da magnifiche miniature gotiche -e così pesante per l’oro, che vi voleva un leggio per poterne far uso. -Alla vista delle carte di ogni specie, titoli, contratti, pergamene, -che venivano custodite negli archivii della famiglia e che derivavano -da Guido Spada, io mi misi a mia volta al par di venti servitori, -di venti intendenti e venti segretarii che mi avevano preceduto, ad -esaminare queste filze formidabili. Ad onta dell’attività e della -precisione delle mie ricerche, io non ritrovai assolutamente niente. -Frattanto aveva letta ed anche scritta una storia esatta delle -effemeridi della famiglia Borgia, nel solo scopo di assicurarmi se -fosse stata aggiunta alla famiglia di questi Principi qualche gran -fortuna dopo la morte di Guido Spada, e mai non potei osservare altro -se non l’addizione dei beni degli altri condottieri con lui decollati, -che furono ben presto esauriti nelle guerre della Romagna. - -«Ero dunque quasi sicuro che nè Cesare Borgia, nè la sua famiglia si -erano impadroniti delle immense fortune di cui si credevano possessori -gli Spada, ma che queste, se pur vi erano, rimasero senza padrone, -come quei tesori delle favole arabe che dormono nel seno della terra, -sotto la custodia di un genio. Io sfogliai, contai, calcolai le mille -e mille volte le rendite e le spese della famiglia da trecento anni -in poi, e tutto fu inutile. Confrontai questi calcoli colle spese e le -rendite prima dell’avvenimento di Guido, e vi trovai una incalcolabile -differenza; ciò nonostante tutto riuscì inutile, io restai nella mia -ignoranza ed il conte Spada nella sua miseria. - -«Il mio padrone morì. Dal suo contratto vitalizio egli non aveva -eccettuate che le sue carte di famiglia, la biblioteca composta di -cinque mila volumi e la famosa Bibbia; mi lasciò legatario di tutto -questo, unitamente ad un migliaio di scudi romani che possedeva -in denaro contante colla condizione di fargli dire delle messe -nell’anniversario della sua morte, di formare un albero genealogico -della sua famiglia e di scrivere una storia della medesima, il che ho -fatto esattamente... - -«Tranquillizzatevi, Edmondo, ci accostiamo alla fine. - -«Nel 1807, un mese prima del mio arresto, e quindici giorni dopo la -morte del conte Spada, era il 25 di dicembre, (vedrete in breve in -qual modo questa data memorabile mi sia rimasta in mente) io rileggeva -per la centesima volta queste carte che metteva in ordine, perchè -appartenendo oramai il palazzo ad uno straniero, io stavo per lasciare -Roma e stabilirmi a Firenze portando meco una certa quantità di -libri, la mia biblioteca e la famosa Bibbia, allorchè stanco da questo -continuo studio, e indisposto per un pranzo indigesto, lasciava cadere -la testa sopra le mani e mi addormiva. Erano tre ore dopo mezzogiorno: -mi svegliai; la pendola batteva le sei: alzai la testa e mi trovai -nella più profonda oscurità. Suonai perchè mi si portasse il lume, non -venne alcuno. Risolvetti allora di servirmi da me; quest’era d’altra -parte un’abitudine da filosofo che mi abbisognava di adottare. Presi -con una mano la bugìa che era sul tavolo, coll’altra non ritrovando -solfanelli cercai un po’ di carta che mi avvisava di accendere ad -un resto di fuoco rimasto nel caminetto; ma nell’oscurità temendo -di prendere una carta preziosa invece di un foglio inutile, esitai; -allora mi risovvenni di aver veduto nella famosa Bibbia che era sulla -tavola, vicino a me, un vecchio foglio tutto ingiallito che sembrava -aver servito di segno al luogo ove si cessava la lettura, e che aveva -traversato i secoli, mantenuto al suo posto dalla venerazione degli -eredi. Io cercai a tastoni quest’inutil foglio, lo trovai, lo contorsi, -lo presentai alla fiamma moribonda e lo accesi; ma sotto le dita, -come per magìa, a seconda che il fuoco saliva io vidi dei caratteri -giallastri uscir dalla carta e comparire sul foglio. Allora fui preso -da terrore; serrai fra le mani il foglio, spensi il fuoco, accesi la -bugìa alla bracia; riaprii con indicibile emozione il foglio ripiegato, -e riconobbi che un inchiostro misterioso e simpatico aveva tracciato -quelle lettere apparse soltanto al contatto del vivo calore; poco più -di un terzo del foglio era stato consumato dalla fiamma. Egli è quel -foglio che voi avete letto questa mattina. Rileggetelo Dantès; poi -quando lo avrete riletto io vi compierò le frasi interrotte e il senso -incompiuto; — e Faria, trionfante, aprì il foglio a Dantès che questa -volta lesse avidamente le parole seguenti, tracciate con un inchiostro -color di ruggine; - - «Essendo costretto per lo mio me - di seguire in un con le - gia nella guerra di Romagna, e - parato a qualunque tradimento p - cipe, dichiaro a mio nipote - erede universale che ho - per aver visitato con me - isola di Monte-Cristo, tutto quanto - preziose, diamanti, argenterie - per il valore circa di due - troverà passando la ventesima - dell’Est in linea retta. Due aper - in queste grotte il tesoro sta nell’angolo - qual tesoro lascio a lui e cedo - solo erede.» - - «28 _Marzo_ 1492. - - «Guid - -— Ora, riprese Faria, leggete quest’altra carta. — E presentò a Dantès -un altro foglio, con altri frammenti di righe. - -— Adesso, diss’egli, veduto Dantès che aveva letto fino all’ultima -linea, ravvicinate i due frammenti, e giudicate. - -Dantès obbedì, ravvicinati i due frammenti, davano il seguente assieme. - - «Essendo costretto per lo mio me_glio_ - di seguire in un con le _mie genti Cesare Bor - gia_ nella guerra di Romagna, e _dovendo essere pre_ - parato a qualunque tradimento p_er parte di questo prin_ - cipe, dichiaro a mio nipote _Giulio Spada, mio_ - erede universale, che ho _nascosto in una direzione che egli conosce,_ - per aver visitato con me, _cioè nell’_ - isola di Monte-Cristo, tutto quanto _io possedo in pietre_ - preziose, diamanti, argenterie, _che solo io conosco questo tesoro_ - per il valore circa di due _milioni di scudi romani, e che egli_ - troverà passando la ventesima _pietra della roccia a partirsi dal seno_ - dell’Est in linea retta. Due aper_ture sono state praticate_ - in queste grotte; il tesoro sta nell’angolo - _più lontano della seconda, il_ - qual tesoro lascio a lui e cedo _in tutto come mio_ - solo erede.» - - 28 _Marzo_ 1492. - - «Guido _Spada_. - -— Ebbene! capite finalmente? disse Faria. - -— È la dichiarazione di Guido Spada, è il testamento che fu cercato per -sì gran tempo, disse Edmondo ancora incredulo. - -— Sì, mille volte sì. - -— E chi l’ha ricostruito in tal modo? - -— Io che coll’aiuto del frammento restato, ho indovinato il resto -misurando la lunghezza delle linee con quella della carta e penetrando -nel senso nascosto col mezzo visibile, come uno si guida in un -sotterraneo con un residuo di luce che gli venga dall’alto. - -— E che faceste quando avete creduto di acquistare questa cognizione? - -— Voleva partir subito, ed anzi sono partito sul momento, portando meco -il principio della mia grand’opera filosofica, ma la polizia imperiale -che conosceva i miei principi teneva gli occhi aperti sopra di me. La -mia partenza precipitata, della quale non poteva conoscere la causa, -svegliò dei sospetti, e al momento in cui io stava per imbarcarmi a -Piombino, venni arrestato... Ora, continuò Faria, guardando Dantès con -un’espressione quasi paterna, ora, amico mio, voi ne sapete quanto me. -Se noi ci salviamo insieme la metà del mio tesoro è vostra; se io muoio -qui, e che voi vi salviate solo, vi appartiene in totalità. - -— Ma, domandò Dantès con esitazione, questo tesoro non ha egli nel -mondo possessori più legittimi di noi? - -— No, no, rassicuratevi; la vera famiglia Spada è estinta -compiutamente. D’altra parte l’ultimo dei conti Spada mi ha dichiarato -suo erede, e nel lasciarmi per legato questa Bibbia simbolica mi ha -pur lasciato tutto ciò che conteneva. No, no, tranquillizzatevi, se noi -un giorno potremo metter le mani sopra questa fortuna, potremo goderne -senza rimorsi. - -— E dite voi che questo tesoro racchiude... - -— Due milioni di scudi romani, circa 13 milioni di franchi. - -— Impossibile! disse Dantès, spaventato dall’enormità della somma. - -— Impossibile e perchè? rispose il vecchio. La famiglia Spada era una -delle più antiche e delle più possenti famiglie del secolo XV. D’altra -parte in quei tempi, in cui era sospesa ogni speculazione ed ogni -industria, non erano rari questi ammassi di oro e di pietre; anche -oggi giorno in Roma vi sono delle famiglie che muoiono di fame, e che -hanno quasi un milione in diamanti e pietre preziose trasmesse per -maggiorasco, che non possono essere alienate. - -(Edmondo che credeva sognare, ondeggiava fra l’incredulità e la gioia). -— Io non ho custodito per sì lungo tempo tal segreto con voi, continuò -Faria, se non perchè prima volessi mettervi alla pruova e poi farvi una -sorpresa. Se noi fossimo evasi prima del mio accesso di catalessi, vi -avrei condotto a Monte-Cristo; ora, aggiunse egli con un sospiro, siete -voi che mi condurrete.... Ebbene! Dantès, non mi ringraziate? - -— Questo tesoro è vostro, amico mio, disse Dantès; egli appartiene -a un solo, ed io non vi ho alcun diritto; io non sono neppure vostro -parente. - -— Voi siete mio figlio, Dantès! gridò il vecchio, voi siete il figlio -della mia prigionia. Dedito interamente agli studi, mi era condannato -al celibato; Dio vi ha inviato a me per consolare l’uomo che non è -stato padre, e il prigioniero che non poteva esser libero. — E Faria -tese il braccio che gli restava, al giovine, che gli si gettò al collo -piangendo. - - - - -XIX. — IL TERZO ACCESSO. - - -Ora che questo tesoro, stato per sì lungo tempo lo scopo delle -meditazioni di Faria, poteva assicurare la felicità di colui che egli -veramente amava come suo figlio, questo tesoro aveva raddoppiato -di valore a’ suoi occhi: tutti i giorni si divertiva nel farne le -quote, spiegando a Dantès tutto ciò che poteva fare di bene ai suoi -amici quell’uomo che ai nostri giorni possedesse una fortuna di 13 -a 14 milioni; e allora il viso di Dantès si faceva tetro, perchè il -giuramento di vendetta che aveva fatto si presentava al suo pensiero, e -rifletteva quanto male poteva fare a’ suoi nemici un uomo che ai nostri -giorni possedeva 13 a 14 milioni. - -Faria non conosceva l’isola di Monte-Cristo, ma Dantès la conosceva, -vi era spesse volte passato davanti ed una volta vi avea preso ancora -terra. Quest’isola era, è stata sempre, ed è ancora compiutamente -deserta; è una roccia di forma quasi conica che sembra essere stata -sospinta da qualche cataclismo vulcanico dal fondo dell’abisso alla -superficie del mare[1]. - -Dantès faceva il piano dell’Isola a Faria, e questo davagli dei -consigli sui modi da impiegarsi per ritrovare il tesoro. - -Ma Dantès era ben lungi dall’essere così entusiasta e così confidente -quanto lo era il vecchio; era al certo ben sicuro che Faria non era -pazzo ed il modo con cui era giunto alla scoperta che aveva fatto -credere alla sua follia, raddoppiava ancora la sua ammirazione per lui; -ma non poteva egualmente credere che questo deposito, supposto che un -giorno vi fosse stato, vi fosse tuttavia, e quando non guardava questo -tesoro come una chimera, lo guardava come molto lontano. Frattanto, -come se il destino avesse voluto togliere ai prigionieri l’ultima -speranza, e far loro credere che erano condannati ad un perpetuo -carcere, una nuova disgrazia venne a colpirli. La galleria che dava -sul mare, minacciando ruina da lungo tempo, era stata ricostruita; -furono sostituiti ai pianciti e ai travi degli enormi dadi di roccia -sul foro di già per metà interrato da Dantès; senza questa cautela, che -fu suggerita dal vecchio al giovine, il loro infortunio sarebbe stato -ancora maggiore, perchè si sarebbe scoperto il tentativo di evasione e -sarebbero stati indubitatamente divisi. - -Una nuova porta più forte e più inesorabile delle altre si era chiusa -ancora una volta sur essi. - -— Voi vedete bene, diceva Dantès, con una dolce tristezza a Faria, che -Dio vuol togliermi fino il merito di ciò che chiamate mia devozione per -voi: vi ho promesso di restare eternamente con voi, ed ora non son più -libero di non poter mantener la mia parola; non avrò più il tesoro e -non usciremo di qui nè l’uno nè l’altro. Del resto il mio vero tesoro -siete voi, amico mio, quello che mi attendeva sotto le tetre volte di -questa prigione siete voi, è la vostra presenza, il nostro convivere -cinque o sei ore del giorno insieme ad onta della vigilanza dei nostri -carcerieri. Sono questi raggi d’intelligenza che voi avete versato -nel mio intelletto, queste lingue che voi avete trapiantate nella mia -memoria, ove vegetano con tutte le loro ramificazioni filologiche. -Queste scienze diverse che voi mi avete rese sì facili colla profondità -della conoscenza che me ne avete data, e colla chiarezza dei principi a -cui le riduceste. Ecco il mio tesoro, amico; ecco in che modo mi avete -fatto ricco e felice. Credetemi e consolatevi; ciò per me val molto più -delle verghe d’oro e delle casse di diamanti, quand’anche non fossero -così problematiche, come le nubi che si vedono la mattina fluttuare -sul mare, che si prendono per terra ferma e che svaporano, svaniscono a -seconda che uno si avvicina. Vedervi vicino a me per il più lungo tempo -possibile, ascoltare la vostra voce eloquente, ornare il mio spirito, -rattemprare l’anima mia, rendere tutta la mia organizzazione capace di -grandi e terribili cose, se mai un giorno sarò libero, riempirle così -bene che la disperazione alla quale ero sul punto di abbandonarmi, -quando vi conobbi, non vi ritrovi più posto; ecco tutta la mia fortuna: -questa non è chimerica, io la debbo a voi, e tutti i sovrani della -terra, fossero essi ancora tanti Cesare Borgia, non riuscirebbero a -togliermela. - -Così i giorni che scorsero in seguito, se non furono giorni felici -pei due prigionieri, passarono però molto prestamente. Faria che aveva -custodito il segreto del suo tesoro per sì lungo tempo, ora ne parlava -ad ogni occasione. Come lo aveva preveduto, egli restò paralizzato dal -lato destro ed egli stesso aveva perduto ogni speranza di potersene -servire; ma pensava sempre pel suo compagno ad una liberazione o ad -una evasione, e ne godeva per lui. Per timore che la lettera potesse -un giorno perdersi o cancellarsi aveva obbligato Dantès ad impararla -a memoria, di tal che questi la sapeva dalla prima all’ultima parola; -allora distrusse la seconda parte, certo che poteva essere ritrovata la -prima parte, senza che ne fosse indovinato il vero senso. Qualche volta -passava delle ore intere nel dare delle istruzioni a Dantès, istruzioni -che dovevano servirgli nei giorni della sua libertà. Una volta libero, -dal giorno, dall’ora, dal momento in cui sarebbe stato libero, allora -egli non doveva più avere che un solo ed unico pensiero, quello di -guadagnare Monte-Cristo in qualunque siasi modo, restarvi solo con -un pretesto che non desse sospetto; ed una volta là, una volta solo, -cercare di ritrovare le grotte maravigliose e scavare nell’interno -della seconda grotta. - -Aspettando in tal modo, le ore passavano, se non rapide almeno -sopportabili: Faria, come dicemmo, senza avere ricuperato l’uso -della mano e del piede, aveva ricuperata tutta la chiarezza della sua -intelligenza e aveva insegnato al suo giovine compagno un poco alla -volta oltre le cognizioni morali, di cui si disse in particolare, -quell’arte paziente e sublime del prigioniero che dal niente sa trarre -qualche cosa. Faria pel timore di vedersi invecchiare, Dantès pel -timore di ricordarsi il suo passato quasi estinto, e che non presente -più nel fondo della sua memoria lontana, che come perduto nella notte; -tutto camminava come in quelle esistenze ove l’infelicità non ha nulla -scomposto, e che passano macchinalmente e con calma sotto l’occhio -della Provvidenza. Ma sotto questa calma superficiale esistevano nel -cuore del giovine, e fors’anche del vecchio, molti slanci trattenuti, -molti sospiri soffocati, che Faria faceva quando era solo, Edmondo -quando rientrava nel suo carcere. - -Una notte Edmondo si risvegliò come scosso, credendo di essere -stato chiamato; aprì gli occhi e tentò di squarciare la spessezza -dell’oscurità. Il suo nome, o piuttosto una voce di lamento che tentava -di articolare il suo nome, giunse fino a lui. Si alzò sul letto, il -sudore dell’angoscia gli bagnava la fronte, ed ascoltò. Non v’era più -alcun dubbio: il lamento veniva dal carcere del suo compagno. - -— Gran Dio! esclamò Dantès; sarebbe forse..., e spostò il letto, -levò la pietra, si slanciò nella via sotterranea, giunse all’opposta -estremità, la pietra era alzata. Alla luce incerta e vacillante di -quella lampada di cui abbiamo altre volte parlato, Edmondo vide il -vecchio pallido, ancor ritto che si aggrappava al legno del letto. I -suoi lineamenti erano sconvolti da quegli orribili sintomi che egli già -conosceva, e che tanto lo spaventarono quando apparvero per la prima -volta. - -— Ebbene! amico mio, disse Faria rassegnato.... non ho più bisogno -d’insegnarvi altro. — Edmondo gettò un grido doloroso, e del tutto -smarrito si slanciò verso la porta gridando: — Soccorso! soccorso! -— Faria ebbe ancora la forza di fermarlo per un braccio. — Silenzio, -diss’egli, o siete perduto. Non pensiamo più che a voi, caro amico, a -rendere la vostra prigionia sopportabile o la vostra fuga possibile. -Vi bisognerebbero molti anni per rifare da solo tutto ciò che io ho -fatto qui, e che sarebbe distrutto sul momento se i nostri sorveglianti -sapessero la nostra intelligenza. D’altra parte siate tranquillo, -amico mio, il carcere che abbandono non resterà lungamente vuoto: un -altro disgraziato verrà a prendere il mio posto. A quest’altro voi -comparirete come un angiolo salvatore. Quest’altro sarà forse giovine, -forte, paziente come voi. Quest’altro potrà aiutarvi nella vostra fuga, -mentre che io non era ormai in istato che d’impedirla. Non avrete più -un mezzo cadavere unito a voi per ostare ai vostri movimenti. Dio fa -finalmente qualche cosa per vostro bene: egli vi dà più di ciò che vi -toglie, ed è ben ora che io muoia. - -Edmondo non potè far altro che unire le mani e gridare. - -— Oh! amico mio, amico mio, tacete. — Quindi riprendendo la sua forza, -un momento perduta dal colpo imprevisto, e il coraggio piegato dalle -parole del vecchio: - -— Oh! diss’egli, io vi ho già salvato una volta, vi salverò la seconda. -— E sollevando il piede del letto ne cavò la boccettina in cui v’era -ancora un terzo del liquore rosso. - -— Ecco diss’egli, di questa bibita salutare ne resta ancora. Presto, -presto, ditemi ciò che devo fare. Questa volta vi sono nuove istruzioni -da aggiungere? parlate, amico mio, vi ascolto. - -— Non v’è alcuna speranza; rispose Faria, scuotendo la testa; ma non -importa, Dio vuole che l’uomo da Lui creato, nel cuor del quale ha -profondamente scolpito l’amor della vita, faccia tutto ciò che può per -conservare questa esistenza, spesse volte penosa, ma sempre cara. - -— Oh! sì, rispose Dantès, vi salverò; ve lo dico io. - -— Ebbene! dunque tentate, il freddo mi prende, sento il sangue affluire -al cervello; quest’orribile tremito mi fa sbattere i denti, e sembra -disgiungere le mie ossa, comincia ad invadere il mio corpo; tra cinque -minuti la crisi scoppierà, fra un quarto d’ora non vi sarà di me che un -cadavere. - -— Ah! gridò Dantès, col cuore lacerato dal dolore. - -— Voi farete come l’altra volta, soltanto non aspetterete sì lungo -tempo. A quest’ora tutte le molle della mia vita sono consunte, e la -Morte non avrà più (mostrando il braccio e la gamba paralizzata) non -avrà più che la metà del lavoro da fare. Se dopo avermi versato dodici -gocce in bocca, invece di dieci, vedete che io non rinvengo, versate il -rimanente. Frattanto portatemi sul letto perchè non posso più tenermi -in piedi. — Edmondo prese il vecchio nelle braccia e lo stese sul -letto. — Ora, amico, disse Faria, sola consolazione della mia misera -vita, voi, che il cielo mi dette un po’ tardi, ma pure mi dette qual -dono inapprezzabile di cui lo ringrazio, nel momento in cui sono per -separarmi per sempre da voi, vi auguro tutti i beni, tutte le felicità -che meritate. Figlio mio, io vi benedico! - -Dantès si gittò in ginocchio appoggiando la testa sul letto del -vecchio. — Ma prima di ogni altro ascoltate bene ciò che vi dico in -questo momento supremo; il tesoro di Spada c’è, Dio permette che non -vi sia più per me nè distanza nè ostacolo. Io lo vedo nel fondo della -seconda grotta, i miei occhi penetrano la profondità della terra e -restano abbagliati da tante ricchezze... se voi giungete a fuggire, -ricordatevi che il povero Faria da tutti creduto pazzo, non lo era. -Correte a Monte-Cristo, approfittatevi della fortuna, voi che avete -sofferto abbastanza... - -Una scossa violenta interruppe il vecchio, Dantès rialzò la testa, e -vide che gli occhi si iniettavano di rosso, sarebbesi detto che un’onda -di sangue saliva dal petto alla fronte. - -— Addio! addio! mormorò il vecchio stringendo convulsivamente la mano -al giovine, addio. - -— Oh! non ancora, non ancora, gridò questi. Non mi abbandonate, oh! mio -Dio! soccorretelo... aiuto... aiuto!... - -— Silenzio! silenzio! silenzio! mormorò il moribondo, che non ci -separino se volete salvarvi. - -— Avete ragione. Oh! sì sì, siate tranquillo, vi salverò. D’altra -parte quantunque soffriate molto, sembra che soffriate meno della prima -volta. - -— Oh! disingannatevi, soffro meno perchè ho minor forza di soffrire. -Nella vostra età si ha fede nella vita, è il privilegio della gioventù -di credere e di sperare; ma la vecchiaia vede più chiaramente la morte. -Oh! eccola... ella viene... tutto è finito... la vista si perde... -la ragione svanisce... la vostra mano Dantès... addio!..., e riunendo -tutte le sue forze e le sue facoltà fece un ultimo sforzo per rialzarsi -dicendo: — Monte-Cristo... non dimenticate Monte-Cristo! - -E ricadde sul letto. - -La crisi fu terribile; membra contorte, pupille gonfiate, schiuma -sanguinolenta, un corpo senza movimento, ecco ciò che restò su quel -letto di dolore, nel posto ove un momento prima era stato disteso un -essere intelligente. Dantès prese la lampada, la posò al capezzale -del letto sopra una pietra sporgente, da dove la sua luce tremante -rischiarava con uno strano e fantastico riflesso questo viso -scomposto e questo corpo inerte e rigido. Là cogli occhi fissi aspettò -intrepidamente il momento di ministrare il salutare rimedio. Quando -credè fosse giunto, prese il coltello, disserrò i denti, che offrivano -meno resistenza della prima volta, contò una dopo l’altra le dodici -gocce, e aspettò; la boccettina conteneva ancora il doppio circa di ciò -che avea versato. Aspettò dieci minuti, un quarto d’ora, una mezz’ora, -niente si mosse. Tremante, coi capelli irti, la fronte ghiacciata dal -sudore, contava i secondi coi battiti del cuore. Allora egli pensò che -era tempo di tentare l’ultima prova: avvicinò la boccettina alle labbra -paonazze di Faria, e senza aver bisogno scostare le mascelle rimaste -aperte, versò il rimanente del liquore che conteneva. Il rimedio -produsse un effetto galvanico, un violento tremore scosse le membra del -vecchio, gli occhi si riaprirono spaventosi a vedersi, gettò un sospiro -che sembrava un grido, quindi tutto questo corpo tremante rientrò a -poco a poco nella sua immobilità; i soli occhi rimasero aperti. - -Una mezz’ora, un’ora, un’ora e mezzo passarono. - -Durante quest’ora e mezzo d’angoscia Edmondo curvato sul suo amico, -con la mano applicata sul cuore sentì successivamente questo corpo -raffreddarsi, e questo cuore spegnere il suo battito sempre più sordo -e profondo. Finalmente nulla sopraggiunse, l’ultimo fremito del cuore -cessò, la faccia divenne livida, gli occhi rimasero aperti; ma lo -sguardo si fece vitreo. - -Erano le sei del mattino, il giorno cominciava a sorgere, il suo -raggio malinconico entrava nel carcere e faceva impallidire la luce -della lampada vicina a spegnersi. Riflessi strani di luce passavano -sul viso del cadavere dandogli di tempo in tempo delle apparenze di -vita. Fino a che durò questa lotta tra il giorno e la notte, Dantès -potè ancora dubitare, ma da che il giorno la vinse, fu fatto certo -che era in compagnia di un cadavere. Allora un terrore profondo ed -invincibile s’impadronì di lui; egli non osò più stringere quella mano -che pendeva fuori del letto, non osò più fissare gli occhi su quelli -immobili e bianchi, che tentò inutilmente più volte di chiudere, -e che sempre si riaprivano: spense la lampada, la nascose con ogni -cura, fuggì rimettendo alla meglio la pietra al disopra della testa: -n’era già tempo, chè il carceriere poteva star poco a venire. Questa -volta il carceriere cominciò la visita da Dantès; uscendo da questo -carcere, passava in quello di Faria al quale portava la colazione e la -biancheria. Nulla faceva conoscere in quest’uomo che fosse al giorno -dell’accidente accaduto. Egli uscì. - -Dantès fu preso allora da un’indicibile impazienza di saper ciò -che sarebbe accaduto nel carcere del suo disgraziato amico: rientrò -dunque nel passaggio sotterraneo, e giunse in tempo per sentire le -esclamazioni del carceriere che chiamava soccorso. Ben presto entrarono -gli altri carcerieri, dipoi s’intese quel passo pesante e regolare, -comune ai soldati anche quando sono fuori servizio. Dietro i soldati -giunse il Governatore. Edmondo intese il rumore del letto sul quale -veniva agitato il cadavere, e la voce del governatore che ordinava -di gettargli dell’acqua sul viso, e che vedendo quest’aspersione non -atta a far rivivere il prigioniero, mandava a chiamare il medico. Il -governatore uscì, e giunsero fino alle orecchie di Dantès alcune parole -di compassione miste alla risa ed alle facezie dei carcerieri. - -— Andiamo, andiamo, diceva uno di questi, il pazzo è andato a -raggiungere i suoi tesori; buon viaggio. - -— Ei non avrà, con tutti i suoi milioni, di che pagare la coperta da -morto, diceva l’altro. — Oh! rispondeva un terzo, le coperte dei morti -del castello d’If non costano molto. Può essere che essendo una persona -di distinzione nella scienza, gli vorranno usare qualche riguardo. — -Allora avrà l’onore del sacco. - -Edmondo ascoltava, non perdeva una parola, ma non capiva il significato -dei loro detti. Ben presto le voci cessarono, e gli sembrò che i -carcerieri lasciassero la camera. - -Ciò nonostante non osò entrarvi, potevano avervi lasciato qualcheduno -a guardia del morto. A capo di un’ora circa il silenzio si animò -debolmente, quindi andò crescendo: era il governatore che ritornava -seguito da un medico e da diversi ufficiali. Si rinnovò un momento di -silenzio; era evidente che il medico si accostava al letto ed esaminava -il cadavere. Ben presto il dialogo ricominciò: il medicò analizzò -il male del quale era stato vittima il prigioniero; e dichiarò che -egli era morto. Domande e risposte si facevano con una noncuranza che -indignò Dantès. Gli sembrava che tutti avrebbero dovuto risentire pel -povero Faria una parte dell’affetto che ei gli portava. - -— Sono dispiacente di ciò che voi mi annunziate, disse il governatore -rispondendo alla certezza manifestata dal medico, che il vecchio fosse -in effetti morto; era un prigioniero docile, inoffensivo, ricreante -colla sua follia e soprattutto facile a sorvegliarsi. - -— Oh! riprese il carceriere, si sarebbe potuto far di meno di -qualunque sorveglianza. Garantisco ch’egli avrebbe potuto restar -qui cinquant’anni, senza provar di fare il più piccolo tentativo di -evasione. - -— Frattanto, riprese il governatore, non che io dubiti della vostra -scienza, ma è necessario di assicurarci se il prigioniere sia in -effetti morto. — Si formò un nuovo silenzio, e Dantès sempre in ascolto -suppose che il medico esaminasse e palpasse una seconda volta il -cadavere. - -— Voi potete restare tranquillo, disse allora il medico: è morto, e me -ne rendo io garante. - -— Sapete, signore, riprese il governatore insistendo, che noi non ci -contentiamo, in casi simili, di un semplice esame; perciò ad onta di -tutte le apparenze vi prego di adempiere alle formalità prescritte -dalla legge. - -— Che si faccia arroventare un ferro, disse il medico, ma in verità, -questa è una cautela inutile. — Quest’ordine fece fremere Dantès. -S’intesero dei passi frettolosi, il cigolio della porta, l’andare e -venire interno, e di lì a poco un carceriere rientrò dicendo: — Ecco il -braciere con un ferro. - -Si rinnovò il silenzio per un momento, poi s’intese il frizzio delle -carni che bruciavano e di cui l’odore nauseabondo penetrò per fino -dietro il nascondiglio di Dantès che lo sentì con orrore. A quest’odore -di carne carbonizzata, il sudore scaturì dalla fronte del giovine che -per un momento credette di svenire. - -— Voi vedete, disse il medico, che egli è veramente morto; questa -bruciatura al tallone è decisiva, il povero pazzo è guarito dalla -follia e liberato dalla prigionia. - -— Non si chiamava Faria? domandò uno degli ufficiali che accompagnavano -il governatore. - -— Sì, rispose questi: egli pretendeva che questo fosse un nome antico, -era però molto dotto e molto ragionevole su tutti i punti che non -avevano relazione col suo tesoro; ma su questo, bisogna convenire, egli -era intrattabile. - -— È l’affezione che noi chiamiamo monomania, disse il medico. - -— Voi non avete mai avuto nulla da lamentarvi di lui? domandò il -governatore al carceriere. - -— Mai, sig. governatore, rispose questi, altre volte anzi mi divertiva -molto raccontandomi delle storie; e un giorno perfino che mia moglie -era malata, mi scrisse una ricetta che la guarì. - -— Ah! ah, fece il medico, ignorava di aver che fare con un collega; -spero, signor governatore, aggiunse ridendo, che per tal riguardo lo -tratterete con considerazione. - -— Sì, sì, siate tranquillo egli sarà decentemente sepolto nel sacco più -nuovo che si potrà ritrovare; siete contento? - -— Dobbiamo noi adempiere quest’ultima formalità alla vostra presenza, -sig. governatore? domandò un carceriere. - -— Senza dubbio; ma sbrigatevi; non posso restare in questa camera tutta -la giornata. - -Si fece sentire un nuovo andare e venire: un momento dopo il rumore -dello stendere di una tela giunse alle orecchie di Dantès, il letto -s’incurvò sulle traverse, un andar grave come di chi porta un peso, -gravitò sulla pietra sotto di cui stava Dantès, quindi il letto tornò a -piegarsi sotto il peso che gli si rendeva. - -— A questa sera, disse il governatore. - -— La messa vi sarà? domandò un ufficiale. - -— Impossibile, disse il governatore. Il cappellano del castello -venne ieri a chiedermi un permesso di otto giorni per fare un piccolo -viaggio a Thiers. Io gli ho garantito i miei prigionieri durante la sua -assenza; il povero Faria non doveva avere tanta fretta, se voleva il -suo _requiem_. - -Intanto si compieva l’operazione per la sepoltura. - -— A questa sera, disse il governatore, quando fu finita. - -— A che ora? domandò il carceriere — Fra le dieci e le undici. — Si -deve vegliare il morto? — E perchè fare? si chiuda la prigione come se -fosse vivo e nient’altro. - -Allora i passi si allontanarono, le voci gradatamente cessarono, si -fece sentire il cigolio dei cardini della porta che si chiudeva e -lo stridere della serratura. Un silenzio più tetro di quello della -solitudine, il silenzio della morte, si sparse per tutto, perfino -nell’anima agghiacciata del giovine. Allora egli sollevò lentamente -la pietra colla testa, e gettò uno sguardo investigatore nella camera: -questa era vuota. Dantès allora uscì dal suo nascondiglio. - - - - -XX. — IL CIMITERO DEL CASTELLO D’IF. - - -Sul letto, steso nel senso della sua lunghezza e debolmente rischiarato -da un giorno nebbioso che penetrava attraverso la finestra, si vedeva -un sacco di tela grossissima sotto le larghe pieghe del quale si -distingueva confusamente una forma lunga ed irrigidita: questo era -l’involto funebre di Faria, quell’involto che costava sì poco al -dire degli stessi carcerieri. Così tutto era finito: una materiale -separazione esisteva di già fra Dantès ed il vecchio suo amico; egli -non poteva vederne più gli occhi rimasti aperti per guardare al di -là della morte, non poteva più stringere quella mano industriosa -che aveva sollevato il velo che per lui copriva tante cose nascoste. -Faria, l’utile, il buon compagno al quale si era avvezzato con tanto -interessamento non esisteva più che nella sua memoria! Allora si assise -ai piedi di questo letto terribile, e s’immerse in una cupa ed amara -melanconia. Solo! era ritornato solo! era ricaduto nel silenzio, si -trovava in faccia al niente! solo, non più la voce dell’unico essere -umano che ancora lo teneva attaccato alla terra! non era meglio morire -anche col rischio di passare per la lugubre porta dei patimenti? L’idea -di un suicidio, scacciata dal suo amico, allontanata dalla presenza di -lui, ritornava allora a drizzarsi come un fantasma vicino al letto di -Faria. - -— Se io potessi morire, diss’egli, andrei ove è andato egli. Ma come si -fa a morire? è ben facile, riprese ridendo. Io resto qui, mi getto sul -primo che entra, lo strangolo e sarò ghigliottinato. Ma siccome accade -che tanto nei grandi dolori, quanto nelle grandi tempeste l’abisso -si trova fra le due sommità dei flutti, così Dantès rinculò all’idea -di questa morte infamante, e precipitosamente discese da questa -disperazione ad una sete ardente di vita e di libertà. - -— Morire! oh! no! gridò egli, a che varrebbe di aver vissuto tanto, -di aver tanto sofferto per morire così? Morire era bene, quando avevo -presa la risoluzione l’altra volta, sono diversi anni; ma ora ciò -sarebbe veramente un aggiunger troppo alla mia miserabile situazione. -No, io voglio vivere; no, voglio lottare fino all’ultimo momento, no, -voglio riconquistare quella felicità che mi fu tolta. Prima di morire, -dimenticava che io ho i miei carnefici da punire, e forse anche qualche -amico da ricompensare; ma ora sarò dimenticato qui, e non uscirò dal -mio carcere che nello stesso modo di Faria. — A questa parola Edmondo -restò immobile, cogli occhi fissi, come colui che viene colpito da una -repentina idea, ma però da un’idea che spaventa. - -Ad un tratto si alzò, portò la mano alla fronte come se avesse le -vertigini, fece due o tre giri intorno alla camera, e ritornò a -fermarsi davanti al letto. — Oh! oh! chi m’invia questo pensiero? -sei tu, o mio Dio? dappoichè i soli morti escono liberamente di qui, -prendiamo il posto dei morti... e senza aspettare il tempo di pentirsi -di questa risoluzione, e senza pensarvi più oltre per timore di -distruggerla, si chinò sullo schifoso sacco, l’aprì col coltello fatto -da Faria, ne tolse il cadavere, il trascinò nel proprio carcere, lo -depose sul suo letto, gli mise in testa quella tela di cui egli stesso -soleva coprirsi, baciò un’ultima volta quella fronte agghiacciata, -tentò nuovamente di chiuderne gli occhi ribelli, che continuarono a -rimanere aperti, ne volse la testa dalla parte del muro, affinchè il -carceriere, quando gli portava il cibo della sera, avesse creduto che -dormisse (il che non di rado accadeva) rientrò nel sotterraneo, tirò -a sè il letto contro la muraglia, giunse nell’altra camera, prese dal -nascondiglio l’ago e il filo, si tolse i cenci affinchè sotto la tela -si sentissero le carni nude, si adattò dentro il sacco, si pose nella -stessa situazione in cui era il cadavere, e richiuse il sacco con -una cucitura per di dentro. Si sarebbe potuto sentire il battito del -cuore, se per disgrazia in quel momento fosse entrato qualcuno. Dantès -avrebbe potuto aspettare la visita della sera: ma egli temeva che il -governatore cambiasse di risoluzione, e che si trasportasse il cadavere -qualche tempo prima. Allora la sua ultima speranza sarebbe stata -perduta. In ogni evento il suo disegno era stabilito, ecco ciò ch’egli -contava di fare. - -Se durante il tragitto i becchini riconoscevano che portavano un vivo -invece di un morto, Dantès non lasciava loro il tempo di verificarlo; -con un vigoroso colpo di coltello apriva il sacco di alto in basso, -approfittava del loro terrore e fuggiva; se avessero voluto fermarlo -si sarebbe servito del coltello. Se lo conducevano fino al cimitero e -lo depositavano in una fossa, vi si lasciava coprir di terra; quindi, -venuta la notte, appena i becchini avessero voltato le spalle, si -apriva un passaggio attraverso la terra molle, e fuggiva. Sperava -che il peso della terra non sarebbe stato tanto grande da non poterla -sollevare. Se poi s’ingannava, se al contrario questo peso era tanto -forte da morirne soffocato, tanto meglio: tutto era finito! Dantès non -aveva mangiato dal giorno innanzi: nel mattino non avea pensato alla -fame, e non vi pensava neppure allora. La sua posizione era troppo -precaria per lasciargli l’agio di fermare il pensiero sopra altre idee. -Il primo pericolo che correva Dantès, era che il carceriere quando -gli portava il vitto alle sette si fosse accorto della sostituzione -fatta. Fortunatamente, più di venti volte, tanto per misantropia che -per stanchezza, Dantès aveva ricevuto il carceriere, addormentato, e -in questi casi, d’ordinario, quest’uomo deponeva il pane e la minestra -sulla tavola, e partiva senza dir parola. Ma questa volta il carceriere -poteva derogare dalle sue abitudini di mutismo, interrogare Dantès, e -vedendo che non gli rispondeva, accostarsi al letto e scoprir tutto. - -Allorchè si avvicinarono le sette, cominciarono le angosce di Dantès. -Si sforzava di comprimere colla mano il petto per moderare i palpiti -del cuore, mentre che, con l’altra si asciugava il sudore della -fronte che scorreva lungo le tempie, dei brividi ne agitavano tutto il -corpo, e a quando a quando gli stringevano il cuore come fra una morsa -ghiacciata. Allora egli si credeva sul punto di morire. - -Le ore passarono senza alcun movimento nel castello, e Dantès si -persuase di aver sfuggito il primo pericolo, il che eragli di buon -augurio. Finalmente verso l’ora stabilita dal governatore cominciarono -a sentirsi dei passi su per la scala, Edmondo capì che era giunto -il momento. Si armò di tutto il suo coraggio, trattenne il respiro, -e sarebbe stato pienamente contento se avesse potuto trattenere -egualmente le pulsazioni precipitate delle arterie. - -Fu fatto alto alla porta; il passo era doppio, Dantès dubitò che -fossero i due becchini che venivano a prenderlo. Questo sospetto si -cambiò in certezza, quando intese il rumore che fecero nel deporre il -cataletto. La porta s’aprì, una luce velata giunse fino agli occhi -di Dantès; attraverso la tela che lo copriva, vide due ombre che -s’avvicinavano al letto. Una terza restava alla porta tenendo in mano -un lanternone. I due uomini che si erano accostati al letto afferrarono -il sacco dalle due estremità. - -— Per bacco! per essere un vecchio magro, è ben pesante! disse quegli -che lo sollevava dalla testa. - -— Si dice, che ogni anno lo ossa diventino più pesanti mezza libbra, -disse l’altro che lo prendeva pei piedi. - -— Hai tu fatto bene il nodo? domandò il primo. - -— Sarebbe da bestia il caricarci di un peso inutile, rispose il -secondo, lo farò quando siamo giù. - -— Hai ragione, andiamo dunque. - -— Perchè questo nodo? domando Dantès a sè stesso. - -Il preteso morto fu trasportato dal letto alla bara. Edmondo -s’intirizziva per meglio rappresentare la parte di defunto. Fu posto -sul cataletto, ed il corteggio, rischiarato dall’uomo che portava -il lanternone, e che camminava avanti, salì la scala. D’un subito fu -circondato dall’aria fresca ed aperta della notte. Dantès riconobbe -il maestrale. Questa sensazione così momentanea fu per lui ripiena di -delizia ad un tempo e d’angoscia. I portatori fecero una ventina di -passi, poi si fermarono e deposero al suolo la bara. Uno di essi si -allontanò, e Dantès sentì che gli stivali ripercuotevano sulle pietre. - -— Dove sono adesso? chiese Dantès a sè stesso. - -— Sai tu che non è leggiero niente affatto? disse quello che era vicino -a Dantès sedendosi sull’orlo del cataletto. - -Il primo sentimento di Edmondo fu quello di allontanarsi da lui; -fortunatamente si trattenne. — Fammi luce, animale, disse quello dei -due portatori che si era allontanato, non troverò ciò che cerco. — -L’uomo dal lanternone obbedì, quantunque l’ingiunzione fosse stata -fatta come vedemmo poco convenientemente. — E che cosa cerca? si -domandò nuovamente Dantès; una pala senza dubbio. - -Una esclamazione di soddisfazione indicò che il becchino aveva trovato -ciò che cercava. — Finalmente, disse l’altro, ce n’ha voluto. — Sì, -rispose il primo, ma non avrà perduto niente ad aspettare. — A queste -parole si ravvicinò ad Edmondo che intese depositare vicino a sè un -corpo pesante e sonoro: nel medesimo punto una corda gli circondò i -piedi con una viva o dolorosa compressione. — Ebbene! è fatto il nodo? -domandò quel becchino che era rimasto inoperoso. - -— Ed è fatto bene, disse l’altro, me ne rendo garante. - -— In questo caso, avanti. — E sollevato il cataletto si rimisero in -cammino. Fecero una cinquantina di passi circa, poi si fermarono per -aprire una porta, quindi ripresero il moto: il rumore delle onde che -s’infrangevano contro la roccia sulla quale era fabbricato il castello -giungeva sempre più distintamente all’orecchio di Dantès a seconda che -si avanzavano. — Cattivo tempo! disse uno dei becchini, non è una bella -cosa trovarsi in mare con questa nottata. - -— Sì, disse l’altro, il sapiente corre gran pericolo di bagnarsi. — Ed -entrambi scoppiarono in una risata. - -Dantès non capì bene la forza dello scherzo, ciò nonostante non gli si -drizzaron meno i capelli sulla testa. - -— Va bene! eccoci arrivati, riprese il primo. — Più avanti, più avanti, -disse l’altro; tu sai bene che l’ultimo rimase per via infranto sur uno -scoglio, e che il governatore ci disse la dimane, che non eravamo buoni -a nulla. — Fecero ancora altri quattro o cinque passi sempre salendo, -quindi Dantès si sentì preso per la testa e per i piedi; e tutto il -corpo venne barcollato. — Una! dissero i becchini; due e tre!... - -E nello stesso tempo Dantès si sentì lanciato in un enorme vuoto, -traversando lo spazio come un uccello ferito, e cadendo sempre con uno -spavento che gli agghiacciava il cuore. Quantunque tirato in basso da -qualche cosa di pesante che precipitava ancor più il rapido volo, gli -sembrò che questa caduta durasse un secolo. Finalmente, con un rumore -spaventoso, entrò come dardo in un’acqua ghiacciata, che gli fece -gettare un grido che nel medesimo punto fu soffocato dalla immersione. - -Dantès era stato lanciato in mare e veniva tratto al fondo da una palla -da 36 legatagli ai piedi.... - -.... Il mare è il cimitero del castello d’If. - - - - -XXI. — L’ISOLA DI TIBOULEN. - - -Dantès, stordito, quasi soffocato, ebbe però la sicurezza d’animo -di trattenere il respiro, e siccome aveva la mano dritta armata di -coltello, pronta a qualunque evento, come si disse, così sventrò -rapidamente il sacco, cavò il braccio, poi la testa; ma allora ad onta -di tutti gli sforzi per sollevare la palla continuò a sentirsi trarre -in basso; si curvò, cercò la corda che gli legava le gambe, e con uno -sforzo supremo la troncò appunto nel momento in cui stava per affogare. -Allora, dando un vigoroso colpo di piede, risalì libero alla superficie -dell’acqua, mentre che la palla trascinava nel più profondo del mare -quel grossolano tessuto che per poco non era divenuto il suo involto -sepolcrale. - -Non prese che il tempo di respirare, e s’immerse una seconda volta, -perchè la prima cautela che doveva prendere, era quella di evitare -l’attenzione delle guardie. - -Quando ricomparve una seconda volta, era già lontano una cinquantina di -passi dal luogo della sua caduta: vide al di sopra della testa un cielo -nero e tempestoso, alla superficie del quale il vento faceva scorrere -rapidamente le nubi, scoprendo ad intervalli qualche piccolo punto -azzurro illuminato da una stella: a sè d’innanzi si presentava la tetra -e muggente pianura delle onde, che cominciavano ad accavallarsi, come -segno di vicina tempesta, mentre che al di dietro, più nero del mare, -e del cielo, s’inalzava, come un fantasma minaccioso, il gigante di -granito di cui la tetra punta sembrava un braccio steso per riafferrar -la sua preda. - -Sullo scoglio più alto vide un lanternone che rischiarava due ombre. -Gli sembrava che queste fossero inchinate sul mare con inquietezza. -Infatto questi due strani becchini dovevano avere inteso il grido -ch’egli aveva emesso nel traversare lo spazio. Dantès s’immerse -di nuovo, e fece un lungo tragitto sott’acqua. Questa manovra gli -era stata altra volta familiare, e nel seno del Faro gli attirava -d’ordinario molti ammiratori che lo avevano soventi volte proclamato il -più abile nuotatore di Marsiglia. - -Allora ritornò alla superficie del mare, il lanternone era disparso. -Gli abbisognava orizzontarsi. Fra le isole che circondano il castello -d’If le più vicine sono Ratonneau, e Pomègue; ma esse sono abitate, al -pari della piccola isola di Daume. La più sicura era dunque quella di -Tiboulen o di Lemaire, distanti una lega dal castello d’If. - -Non per questo Dantès si astenne da risolversi a voler raggiungere -una di queste due. Ma come ritrovarle in mezzo ad una notte, che -s’imbruniva sempre più a sè d’attorno? In questo momento vide brillare -come una stella il faro di Planier. Dirigendosi in linea retta ad esso -lasciava l’isola di Tiboulen un po’ a sinistra; tenendosi dunque verso -quella parte doveva incontrare cammino facendo questa isola. Ma come -abbiam già detto, vi era una lega almeno dal castello d’If all’isola. - -Faria, nella prigione, aveva spesse volte ripetuto al giovine, -vedendolo afflitto ed ozioso: «Dantès, non vi lasciate andare a questa -mollezza, voi vi annegherete, se tenterete di fuggire poiché le vostre -forze non saranno state in esercizio.» Sotto l’onda pesante ed amara, -queste parole erano venute a risuonare alle orecchie di Dantès; egli -si era sollecitato allora di risalir e di fendere le onde per vedere, -se avesse davvero perdute le forze; e si accorse con gioia che la sua -obbligata inazione nulla gli aveva tolto del suo vigore e della sua -agilità, convincendosi che era ancor padrone di quell’elemento di cui -si era fatto giuoco fin dall’infanzia. D’altra parte la paura, questa -rapida persecutrice, raddoppiava il vigore di Dantès. Egli ascoltava, -sospeso sulla cima dei flutti, se qualche rumore gli giungesse -all’orecchio. Ogni volta che s’innalzava all’apice di un’onda il suo -sguardo rapido percorreva il visibile orizzonte, e tentava di fendere -la spessezza dell’oscurità. Ogni onda più alta delle altre gli pareva -una barca che lo perseguitasse; e allora raddoppiava di sforzi, che -sebben lo allontanavano, ripetuti più e più volte dovevano ben presto -estenuarne le forze. - -Egli ciò nonostante nuotava, e già il terribile castello si perdeva nel -vapore notturno. Non lo distingueva più, ma lo sentiva. Passò un’ora -nella quale Dantès esaltato dal sentimento di libertà che lo dominava, -continuò a fendere i flutti nella direzione che aveva stabilito. - -— Vediamo, diceva tra sè, ecco ben presto un’ora che nuoto; ma siccome -il vento mi è contrario, così ho dovuto perdere un quarto della mia -rapidità. Frattanto, ammenocchè non abbia sbagliata la linea, ora non -devo esser molto lungi da Tiboulen... ma se mi fossi sbagliato! — Un -fremito invase il corpo del nuotatore. Egli tentò di fare per un poco -il morto, affine di riposarsi; ma il mare diveniva sempre più forte, -e così ben presto anche questo mezzo di sollievo, sul quale egli aveva -fidato, gli addiveniva impossibile. - -— Ebbene! diss’egli, sia; nuoterò sino alla fine, fin che le braccia si -stanchino, fin che le gambe s’irrigidiscano, finchè i granchi invadano -il mio corpo, ed allora calerò a fondo. - -Si rimise a nuotare colla forza e l’impulsione del disperato. -D’improvviso gli sembrò che il cielo, di già tetro, si oscurasse ancor -più, che una nube fitta, pesante, compatta, si abbassasse verso di lui; -nel medesimo punto sentì un forte dolore al ginocchio. L’immaginazione, -colla sua incalcolabile prestezza gli disse allora, che quello era -l’urto di una palla, e che immediatamente avrebbe sentito l’esplosione -del colpo di fucile, ma questa non rintronò. Dantès allungò la mano, -e sentì una resistenza. Ritirò l’altra gamba a sè, e toccò la terra: -vide allora che cosa era l’oggetto che creduto aveva una nube. A venti -passi da lui s’inalzava un mucchio di scogli a forme bizzarre che si -sarebbero presi per immenso spazio di fiamme pietrificate al momento -della loro più ardente combustione. Era l’isola di Tiboulen. - -Dantès si rialzò, fece qualche passo innanzi, e si stese, ringraziando -Dio, su quelle punte di granito che gli sembrarono in quell’ora -più morbide del più soffice letto. Quindi ad onta del vento, della -tempesta, e della pioggia che cominciava a cadere, stanco e affaticato -com’era, si addormentò di quel delizioso sonno dell’uomo, il capo del -quale diventa inerte, ma di cui l’anima veglia nella conoscenza di una -felicità inattesa. Di là ad un’ora, Edmondo si risvegliò all’immenso -fragore di un tuono; la tempesta si era scatenata nello spazio, e -batteva l’aere col suo volo romoreggiante. A quando a quando un lampo -discendeva dal cielo, come un serpente di fuoco, ed illuminava i flutti -che si accavalcavano gli uni sugli altri come i vortici di un immenso -caos. - -Dantès, coll’occhio di esperto marinaio, non si era ingannato: aveva -approdato alla prima delle due isole, quella di Tiboulen; la sapeva -nuda, scoperta e senza offerire il più piccolo asilo. Ma quando la -tempesta sarebbe cessata, egli si rimetterebbe in mare per raggiungere -nuotando l’isola di Lemaire, egualmente arida, ma più larga e per -conseguenza più ospitaliera. Una roccia che si trovava alquanto -sporgente, offrì un momentaneo asilo a Dantès; egli vi si rifugiò, e -quasi nel medesimo punto la tempesta scoppiò con tutto il suo furore. -Edmondo sentiva tremare la roccia sotto la quale si era messo al -coperto, e i flutti che s’infrangevano contro la base della gigantesca -piramide giungevano a spruzzarlo. Per quanto fosse al sicuro, era in -mezzo a questo profondo fracasso, ed a questi folgoranti bagliori, -preso da una specie di vertigine. Gli sembrava che l’isola tremasse -sotto di lui, e da un momento all’altro andasse, come un immenso -vascello all’ancora, a spezzare il suo fondo, o ad essere inghiottito -nell’immensa voragine. Si ricordò allora che non aveva mangiato da -ventiquattr’ore: aveva fame e sete! Stese le mani e la testa, e bevè -l’acqua della tempesta che colava a rivi dallo scoglio. - -Quando si rialzò, un baleno che sembrava squarciasse il cielo fino al -trono abbagliante di Dio, illuminò lo spazio. Alla luce di questo, -Dantès, fra l’isola di Lemaire e il capo Crosoille, a un quarto di -lega, vide a guisa di uno spettro scivolare dall’alto di un flutto -al fondo di un abisso, una barca pescareccia trasportata ad un -tempo dall’uragano, e da l’onda. Dopo un minuto secondo comparve il -fantasma sulla cima di un altro flutto avvicinandosi con una celerità -spaventevole. Dantès volle gridare, cercò qualche straccio di tela per -agitarlo nell’aria e fare loro conoscere che essi stavano per perdersi: -ma lo vedevano da sè stessi. Al chiarore di un altro lampo il giovine -vide quattro uomini aggrappati all’albero ed alle funi; un quinto si -teneva attaccato al manolaio del timone già rotto. Questi uomini che -egli vedeva, il videro del pari poichè grida disperate, e trasportate -dalla fischiante bufera gli giunsero all’orecchio. Al di sopra -dell’albero troncato come un ramoscello, si agitavano a colpi ripetuti -e frequenti gli avanzi di una vela in pezzi. D’improvviso le funi -che ancora la trattenevano si ruppero, e disparve trasportata sotto -la cupa profondità del cielo a guisa di quei grandi uccelli bianchi -che compariscono sotto le nere nubi. Nello stesso tempo uno scroscio -orribile s’intese, e le grida di agonia giunsero fino a Dantès. -Aggrappato allo scoglio di dove guardava l’abisso, un nuovo lampo gli -mostrò il piccolo bastimento in pezzi e fra gli avanzi delle teste -col viso disperato, delle braccia stese verso il cielo. Quindi tutto -ritornò nella notte. - -Il terribile spettacolo durò quanto un lampo. - -Dantès si precipitò sul pendio sdrucciolevole delle rocce col pericolo -di rotolar nel mare. Guardò, ascoltò, ma non intese, nè vide più nulla. -Non più grida, non più sforzi umani, la sola tempesta, questo grande -spettacolo della natura, continuava a ruggire coi venti, a spumeggiare -coi flutti. Un poco per volta il vento si acquetò, il cielo spinse -verso occidente i grossi nuvoloni grigi, per così dire, slacciati -dall’uragano; ricomparvero le stelle più brillanti che mai, ben presto -verso l’est, una lunga striscia rossastra disegnò sull’orizzonte delle -ondulazioni di un azzurro nero, queste si commossero, una subita luce -corse sulle loro cime, e ne cangiò le vette spumeggianti in criniere -dorate. Era giorno. - -Dantès restò immobile e muto davanti a così grande spettacolo, come se -fosse la prima volta che lo vedeva; difatto egli lo aveva dimenticato -pel lungo tempo trascorso nel castello d’If. Si rivolse alla fortezza, -interrogando, con un lungo sguardo circolare, la terra ad un tempo ed -il mare. Il tetro fabbricato usciva dal seno delle onde con quella -imponente maestà propria delle cose immobili che sembrano comandare -insieme e vigilare. Potevano essere le cinque del mattino; il mare -continuava a calmarsi. Fra due o tre ore, rifletteva Edmondo, il -carceriere rientrerà nella mia camera, troverà il cadavere del povero -mio amico, lo riconoscerà, mi cercherà invano, griderà all’arme; allora -scopriranno il foro ed il passaggio sotterraneo; verranno interrogati -quegli che mi slanciarono in mare, che devono avere inteso il grido che -gettai. Subito tutte le barche riempite di soldati armati, correranno -dietro il disgraziato fuggitivo che sapran bene non potere esser -lontano, il cannone avvertirà tutta la costa esser proibito di dare -asilo ad un uomo che verrà incontrato errante, nudo, affamato. Le spie -e i birri di Marsiglia saranno avvertiti, e percorreranno la costa, nel -mentre che il governatore del castello d’If farà percorrere il mare. -Allora perseguitato nell’acqua, circondato sulla terra che accadrà di -me? ho fame, ho freddo, ho perfino abbandonato il coltello salvatore -che mi era d’impaccio per poter nuotare: sono all’arbitrio del primo -che vorrà guadagnare 20 fr. per consegnarmi; non ho più nè forza, nè -idee, nè risoluzione. Oh! mio Dio! mio Dio! voi sapete se ho sofferto, -e se voi potete far più per me di quello che non ho potuto far io -stesso! - -Nel momento in cui Edmondo, in una specie di delirio causato dallo -spossamento delle forze, e dal vuoto del cervello, ansiosamente rivolto -verso il castello d’If pronunciava quest’ardente preghiera, vide -comparir sulla punta dell’isola di Pomègue, spiegando la vela latina -un piccolo bastimento, che soltanto l’occhio di un marinaro poteva -discernere essere una tartana genovese, sulla linea ancora mezz’oscura -del mare. Essa veniva dal porto di Marsiglia e guadagnava il largo -cacciando innanzi all’acuta prua una scintillante schiuma che apriva -una strada più facile ai suoi arrotonditi fianchi. - -— Oh! gridò Edmondo, dire che in mezz’ora potrei raggiungere quel -naviglio se non temessi di essere interrogato, riconosciuto per un -fuggitivo e ricondotto a Marsiglia! che fare? che dire? qual favola -inventare da cui eglino potessero rimanere ingannati? quei marinai -là sono tutti contrabbandieri, sono semi-pirati, che colla scusa di -fare il cabotaggio corseggiano le coste; essi preferiranno vendermi -piuttosto che fare una sterile e buona azione. Aspettiamo... ma -l’aspettare è impossibile, morrò di fame fra qualche ora, la poca -forza che mi rimane sarà svanita, d’altra parte l’ora della visita -si avvicina, l’allarme non è ancor sparso, forse non dubiteranno, -posso farmi credere uno dei marinari di questo piccolo legno, che si è -infranto la scorsa notte; questa favola non manca di verisimiglianza, e -niuno tornerà a contraddirmi perchè son tutti annegati; andiamo. - -Dicendo queste parole, Dantès volse lo sguardo nella direzione ove si -era rotto il naviglio, e rabbrividì. Sulla cresta di uno scoglio era -rimasto attaccato il frigio berretto di uno dei naufragati, e vicino a -quello fluttuavano gli avanzi della carena, frantumi inerti che il mare -batteva e ribatteva contro la base dell’isola cui ripercotevano come -impotenti arieti. In un punto la risoluzione di Dantès fu presa; si -rimise in mare, nuotò verso il berretto, afferrò un avanzo di trave, e -si diresse per tagliar la linea che doveva percorrere il bastimento. - -— Ora son salvo, mormorò egli. - -Questa convinzione gli rese le forze. Ben presto s’accorse che la -tartana, avendo il vento quasi per diritto, correva di bordo fra il -castello d’If e la torre di Planier. Dantès temè per poco che invece -di costeggiare, il piccolo bastimento non guadagnasse il largo, -come avrebbe dovuto fare, se la sua destinazione fosse stata per la -Corsica o per la Sardegna, ma secondo il modo con cui manovrava, il -nuotatore riconobbe ben presto che il naviglio come è d’uso di chi fa -vela per l’Italia, cercava passare fra l’isola di Jaros, e quella di -Calaseraigne. Frattanto il naviglio ed il nuotatore si avvicinavano -insensibilmente l’uno all’altro; anzi in una bordata il piccolo -bastimento venne ad un quarto di lega circa verso Dantès. Egli si -sollevò allora sulle onde agitando il berretto in segno di disgrazia, -ma nessuno del bastimento lo vide, che anzi questo girò di bordo, e -ricominciò una nuova bordata. - -Dantès pensò di chiamare; ma misurando coll’occhio la distanza, capì -che la voce non poteva giungere al naviglio, trasportata e coperta come -era non solo dalla brezza del mare, ma anche dal rumore dell’onde. -Allora si consolò della cautela di aver preso quel trave. Indebolito -come era forse non avrebbe potuto sostenersi sul mare fino a raggiunger -la tartana, e sicuramente, come era possibile, se la tartana passava -senza vederlo, non avrebbe potuto riguadagnare la costa. Dantès -quantunque fosse quasi certo della direzione che seguiva il bastimento, -lo accompagnava con lo sguardo ansioso fino al momento in cui gli parve -che ritornasse a lui. Allora si avanzò ad incontrarlo; ma prima che -si fossero raggiunti, il bastimento ritornò a girar di bordo. Tosto -Dantès, con un estremo sforzo, si alzò quasi in piedi sull’acqua, -agitando il berretto, e mandando uno di quei gridi lamentevoli che si -emettono dai marinai negli estremi momenti, e che sembrano il lamento -di qualche genio marittimo. - -Questa volta fu veduto ed inteso. La tartana interruppe la manovra, e -volse capo alla sua parte; nel medesimo tempo vide che si preparava a -mettere una scialuppa in mare: un momento dopo la scialuppa con due -uomini, si dirigeva alla sua volta battendo il mare a quattro remi. -Dantès allora lasciò sfuggirsi il trave di cui credeva non aver più -bisogno, e nuotò vigorosamente per risparmiare la metà di cammino a -coloro che venivano a lui. Il nuotatore però aveva calcolato su forze -che non aveva; capì allora di quanta utilità gli sarebbe ancora stato -quell’avanzo di legno che già galleggiava a cento passi da lui lontano. -Le braccia incominciavano ad irrigidirsi, le gambe avevano perduto la -loro flessibilità, i movimenti divenivano forzati e lenti, il petto -era anelante. Gettò un secondo grido, i due rematori raddoppiarono -d’energia e l’un di essi gli gridò in italiano: «coraggio!» La parola -gli giunse al momento in cui un’onda, che non aveva avuto la forza di -sormontare, passava al di sopra della testa e lo copriva di schiuma. -Egli comparve battendo il mare coi movimenti ineguali e disperati -di un uomo che sta per annegare, mandò un terzo grido, e si sentì -approfondire nel mare, come se avesse avuto ancora ai piedi la palla -mortale. L’acqua passò al di sopra della testa e attraverso di quella -vide il cielo livido con delle macchie nere. Uno sforzo violento lo -ricondusse a galla. Gli sembrò allora di esser preso per i capelli, più -non vide cosa alcuna, non intese più nulla, era svenuto. - -Allorchè riaprì gli occhi, Dantès si ritrovò sul ponte della tartana -che continuava il suo cammino; il primo sguardo fu di vedere qual -direzione teneva: essa continuava ad allontanarsi dal castello d’If. - -Dantès era talmente spossato, che fu preso per un sospiro di dolore -l’esclamazione di gioia che fece. Come si disse, egli era steso sul -ponte: un marinaro fregavagli le membra con una coperta di lana, -un altro che riconobbe per quello che avevagli già detto coraggio, -gl’introduceva in bocca l’orifizio di una zucca marina che faceva le -veci di fiasco; un terzo, vecchio marinaro che era ad un tempo pilota -e padrone, lo guardava con un sentimento di pietà egoista, che provano -in generale gli uomini per una disgrazia che essi hanno sfuggita, e che -può la dimane minacciarli di nuovo! - -Qualche goccia di rum che conteneva la zucca, rianimarono il cuore -indebolito del giovine, mentre che le frizioni che il marinaro -continuava a fare con la lana, riconducevano l’elasticità alle membra -di lui. - -— Chi siete voi? domandò in cattivo francese il padrone. - -— Sono, rispose Dantès, in cattivo italiano, un marinaro Maltese; noi -venivamo da Siracusa carichi di vino e di tele. La tempesta di questa -notte ci ha sorpresi al capo Morgiou, e siamo andati ad infrangerci -contro quelle rocce che vedete laggiù. — Di dove venite? — Da quelle -rocce, dove ho avuto la fortuna di aggrapparmi, mentre che il nostro -povero capitano vi batteva la testa. I nostri tre altri compagni si -sono annegati: credo di essere il solo rimasto vivo, ho scoperto -il vostro naviglio, e temendo di dovere aspettare lungamente su -quell’isola deserta, mi sono arrischiato sur un frammento del nostro -bastimento per tentare di raggiungervi. Vi ringrazio, continuò Dantès, -voi mi avete salvata la vita; io era perduto quando uno dei vostri -marinari mi ha afferrato pei capelli. - -— Sono io, disse un marinaro con una figura franca ed aperta, ed un -viso circondato da lunghe barbette nere, n’era ben tempo, chè voi -calavate a fondo. — Sì, disse Dantès, stendendogli la mano, sì, amico -mio, vi ringrazio una seconda volta. — In fede mia! disse il marinaro, -ho quasi esitato; con quella barba lunga sei pollici, e quei capelli -lunghi un piede, avevate piuttosto l’aspetto di un brigante che di un -galantuomo. — Dantès si ricordò allora che dal momento che era entrato -nel castello d’If, non si era più tagliali i capelli, e non si era -fatta più la barba. — Sì, diss’egli, è un voto che aveva fatto alla -Madonna di Piedigrotta, in un momento di pericolo, di stare cioè dieci -anni senza tagliarmi nè barba, nè capelli. Oggi si compie l’espiazione -del mio voto, e poco ha mancato che non mi anneghi nell’anniversario. - -— Ma ora che faremo di voi? domandò il padrone. - -— Ahimè! rispose Dantès, ciò che vorrete. La nostra filuga si è -perduta, il capitano è morto. Come vedete, sono sfuggito alla medesima -sorte, ma assolutamente nudo: fortunatamente sono abbastanza buon -marinaro. Gettatemi nel primo porto in cui prenderete terra: ed io -ritroverò sempre impiego su qualche bastimento mercantile. — Conoscete -voi il Mediterraneo? — Vi navigo fino dalla mia infanzia. - -— Sapete voi ove sono i buoni ancoraggi? — Vi sono pochi porti, anche -dei più difficili, dai quali io non possa entrare ed uscire ad occhi -bendati. — Ebbene! dite adunque padrone, domandò il marinaro che aveva -gridato coraggio a Dantès, se il camerata dice il vero, chi impedisce -che resti con noi? — Sì, se egli dice il vero, rispose il padrone con -aria incredula, ma nello stato in cui si trova questo povero diavolo ci -promette molto, e ci mantiene poco. - -— Io manterrò più di quel che ho promesso, disse Dantès. - -— Oh! oh! fece il padrone ridendo, vedremo. - -— Quando vorrete, riprese Dantès, alzandosi; dove andate? - -— A Livorno. — Ebbene! allora, invece di correre bordate che vi fanno -perdere un tempo prezioso, perchè non serrate semplicemente il vento da -più presso? - -— Perchè allora andremmo a dar dritto sull’isola di Riou. - -— Vi passerete a più di venti braccia di distanza. - -— Prendete adunque il timone, disse il padrone, e giudicheremo del -vostro sapere. - -Il giovine andò a sedersi al timone, si assicurò con una leggiera -pressione che il bastimento era obbediente, e vedendo che, senza -essere di prima finezza, non si rifiutava, gridò: — Alle braccia e -alle boline. — I quattro marinari che formavano l’equipaggio corsero -al loro posto, nel mentre che il padrone li guardava fare. — Tirate, -continuò Dantès. — I marinari obbedirono con molta precisione. — Ora -annodate, bene. — Quest’ordine fu eseguito come i due primi, e il -piccolo bastimento, invece di continuare a correre bordate, cominciò -a dirigersi verso l’isola di Riou, presso la quale passò, come aveva -predetto Dantès, lasciandola a dritta per una ventina di braccia. - -— Bravo! disse il padrone. - -— Bravo! ripeterono i marinari. - -E tutti guardarono meravigliati quest’uomo il cui sguardo aveva -ripresa un’intelligenza e il corpo un vigore, che erano ben lontani dal -supporre in lui. - -— Vedete, disse Dantès lasciando il timone, che potrò esservi di -qualche utilità, almeno durante la traversata; se giunti a Livorno non -mi volete più, mi lascerete, e su i primi mesi di soldo vi rimborserò -il mio nutrimento fin là, e gli abiti che vi piacerà prestarmi. - -— Sta bene! sta bene! disse il padrone, potremo accomodarci, se sarete -ragionevole. — Un uomo vale un altr’uomo, disse Dantès; ciò che date -ai camerati, lo darete a me pure, e tutto è stabilito. — Non è giusto, -disse il marinaro che aveva salvato Dantès, perchè voi ne sapete più di -noi. - -— Ciò non riguarda te, Jacopo, disse il padrone; ciascuno è libero -d’impegnarsi per quella somma che più gli conviene. - -— È giusto disse Jacopo; io non faceva che una semplice osservazione. - -— Ebbene! tu farai molto meglio ancora prestando a questo bravo -giovinotto un paio di pantaloni ed una giacca, se pure ne hai di più. -— No, disse Jacopo; ma ho un pantalone ed una camicia. — Ciò è quanto -mi abbisogna, disse Dantès; grazie, amico mio. — Jacopo se ne scese giù -dal boccaporto, e risalì un momento dopo cogli abiti che Dantès indossò -con una gioia indicibile. — Ora vi occorre altro? chiese il padrone. — -Un tozzo di pane ed un altro sorso di questo eccellente rum che ho di -già assaggiato, essendo gran tempo che non ho mangiato. — Infatto erano -circa quarant’ore che non aveva toccato cibo. Fu portato a Dantès un -po’ di pane, e Jacopo gli presentò la zucca. - -— Timone a basso-bordo, gridò il capitano volgendosi verso il -timoniere. Dantès volse lo sguardo alla stessa parte portandosi la -zucca alla bocca, ma la zucca rimase a mezz’aria. - -— Osserva, domandò il padrone; che cosa accade nel castello d’If? - -Di fatto, una piccola nube bianca, la quale aveva fermata l’attenzione -di Dantès, sembrava coronare il ciglione del baluardo al sud del -castello d’If. Dopo un secondo, il rumore di una lontana esplosione -venne ad estinguersi a bordo della tartana. I marinari alzarono la -testa guardandosi l’un l’altro. - -— Ma che vuol dir ciò? domandò il padrone. - -— Questa notte sarà evaso qualche prigioniero dal castello, disse -Dantès, ed ora tirano il cannone per dare l’allarme. - -Il padrone fissò lo sguardo sul giovinotto, che dicendo queste parole -si era portata la zucca alla bocca; ma lo vide assaporare il liquore -con tanta calma e soddisfazione, che se pure ebbe un qualche sospetto, -questo non fece che attraversargli lo spirito, e tosto svanì. - -— Ecco un rum che è diabolicamente forte, disse Dantès, asciugandosi -con la manica della camicia la fronte che grondava sudore. - -— In ogni caso, mormorò il padrone guardandolo, tanto meglio, perchè -così avrò fatto acquisto di un brav’uomo. — Sotto pretesto d’essere -stanco, Dantès chiese allora di assidersi al timone. Il timoniere ben -contento di essere sollevato dalle sue funzioni, consultò coll’occhio -il padrone, che gli fe’ segno colla testa che poteva rimettere nelle -mani del nuovo compagno la sbarra. Dantès così situato potè restare -cogli occhi fissamente rivolti alla parte di Marsiglia. - -— Oggi quanti ne abbiamo del mese? domandò Dantès a Jacopo che era -venuto a sedersi vicino a lui dopo aver perduto di vista il castello -d’If. — 28 febbraio: rispose questi. - -— Di qual anno? domandò ancora Dantès. - -— Come! di qual anno?... voi domandate di qual anno? - -— Sì, rispose il giovine, vi domando di qual anno. - -— Avete dimenticato in che anno siamo? - -— Che volete? È stata sì grande la paura di questa notte, disse ridendo -Dantès, (per cui poco ha mancato non perdessi la vita) che la mia -memoria n’è rimasta interamente sconvolta: vi domando dunque di qual -anno siamo noi ai 28 febbraio? - -— Dell’anno 1829, disse Jacopo. - -Erano giusto 14 anni che Dantès era stato arrestato. Egli era entrato -nel castello d’If di 19 anni, e ne usciva di 33. Un doloroso sorriso -passò sulle sue labbra; domandavasi che fosse avvenuto di Mercedès -durante questo tempo, in cui ella lo aveva dovuto credere morto. Quindi -un lampo d’ira s’accese ne’ suoi occhi pensando a quei tre uomini -ai quali doveva una sì lunga e penosa carcerazione, e rinnovò contro -Danglars, Fernando e Villefort quel giuramento d’implacabile vendetta -che aveva già pronunciato in prigione; giuramento che non era più -una vana minaccia, poichè a quell’ora, il più abile veleggiatore del -Mediterraneo non avrebbe certo potuto raggiungere la piccola tartana -che navigava a gonfie vele alla volta di Livorno. - - - - -XXII. — I CONTRABBANDIERI. - - -Dantès non aveva ancora passato un giorno intero a bordo, che -già sapeva con chi aveva che fare. Senza essere stato alla scuola -del vecchio Faria, il degno padrone della _Giovane Amelia_ (era -il nome della tartana genovese) sapeva presso a poco tutte le -lingue che si parlano intorno a questo gran lago, chiamato il -Mediterraneo, dall’araba fino alla provenzale; perciò senza aver -bisogno d’interpreti, persone talvolta noiose, tal altra indiscrete; -questa conoscenza delle lingue gli offeriva grandi facilitazioni -per conferire, sia coi bastimenti che incontrava in mare, sia colle -piccole barche che rilevava lungo le coste, sia finalmente con quella -gente senza nome, senza patria, senza stato apparente, che è sempre in -gran numero sulle spiagge vicine ai porti di mare, e che vive di quei -misteriosi e celati mezzi, che bisogna credere le vengano dall’alto, -poichè non hanno alcun mezzo di esistenza visibile ad occhio nudo. - -S’indovinerà facilmente che Dantès era a bordo di un bastimento di -contrabbandieri. Per questo il padrone, sulle prime, lo aveva ricevuto -a bordo con una specie di diffidenza, egli era molto conosciuto da -tutti i doganieri della costa, e siccome v’era fra lui e questi signori -un perfetto accordo di furberie più destre le une delle altre, così -aveva per un momento pensato che Dantès non fosse che un emissario -della signora gabella, la quale impiegasse questo ingegnoso mezzo per -scoprire qualcuno dei segreti del mestiere; ma il modo brillante con -cui Dantès si era tratto d’impaccio nella prova di dirigere il cammino -più rettamente, l’aveva del tutto convinto; in seguito poi quando aveva -veduto quella nube bianca che ondeggiava qual pennacchio sul bastione -del castello d’If, ed aveva inteso la lontana esplosione, ebbe per -un momento l’idea d’aver ricevuto a bordo colui al quale, come per -l’entrata dei re in una città, viene accordato l’onore dello sparo del -cannone. - -Bisogna però dirlo, ciò lo avrebbe inquietato meno, di quel che se il -sopraggiunto fosse appartenuto alla dogana; ma anche questa seconda -supposizione era tosto svanita, come la prima, alla vista della -perfetta tranquillità della sua recluta. - -Edmondo aveva dunque il vantaggio di conoscere ciò che era il suo -padrone, mentre questi non sapeva chi egli fosse. - -Da qualunque lato veniva preso dal padrone, o dai camerati, egli tenne -fermo, e non fece alcuna confessione dando moltissimi particolari su -Napoli e su Malta, che conosceva al pari di Marsiglia, e sostenendo -sempre con precisione la narrazione in modo da fare onore alla memoria. -I Genovesi adunque per quanto siano accorti, si lasciarono gabbare -da Edmondo, in favor del quale parlavano la sua affabilità, la sua -esperienza nautica, e soprattutto la saggia sua simulazione. Forse -ancora quei Genovesi eran come quelle persone di mondo che non sanno -se non quel che devono sapere, e non credono mai che quello che loro -importa di credere. - -In questa reciproca situazione giunsero a Livorno. Edmondo doveva -tentare ivi una prima prova, ed era di sapere s’egli riconoscerebbe -sè stesso dopo 14 anni che non si era veduto: aveva conservata -un’idea abbastanza precisa di ciò che era da giovinotto, voleva -vedere ciò che era divenuto da uomo. Agli occhi dei suoi camerati, -il suo voto era terminato; aveva già preso terra più di venti volte -a Livorno. Conosceva un barbiere nella via Ferdinanda, entrò da -quello per farsi tagliare la barba ed i capelli. Il barbiere guardò -con meraviglia quest’uomo dalla barba folta e nera e dai lunghi -capelli, che rassomigliava ad una delle belle teste del Tiziano. A -quest’epoca non era ancora venuta la moda della barba e dei capelli -così lunghi, oggi un barbiere si maraviglierebbe soltanto, se qualcuno -dotato di sì grandi vantaggi naturali acconsentisse volontariamente -a privarsene. Il barbiere livornese però si mise all’opera senza -fare osservazioni. Allorchè l’operazione fu compita, quando Edmondo -sentì il mento perfettamente raso, quando i capelli furon ridotti -alla ordinaria lunghezza, domandò uno specchio e si guardò. Come -si disse, egli avea allora 33 anni, ed i suoi quattordici anni di -prigionia avevano apportato, per dir così, un gran cambiamento morale -nella sua fisonomia. Dantès era entrato nel castello d’If con quel -viso rotondo, ridente, aperto, che è proprio del giovine felice, al -quale i primi anni della vita sono stati avventurosi, e che calcola -sull’avvenire come sopra una naturale deduzione del passato. Tutto -ciò era molto cangiato. L’ovale del volto si era di molto allungato; -la bocca ridente aveva assunte quelle linee serrate che indicano la -risoluzione, le sopracciglia si erano inarcate sotto una ruga unica e -pensante, gli occhi si erano abituati ad una profonda tristezza, dal -fondo della quale trasparivano a quando a quando i cupi baleni della -misantropia e dell’odio; la carnagione priva da sì lungo tempo della -luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color pallido -che fa, quando il viso è circondato da capelli e barbette nere, la -bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La scienza profonda, -che aveva acquistata, ripercuotendo per tutto il viso, lo aveva ornato -di un’aureola d’intelligente sicurezza. Inoltre, quantunque molto alto, -aveva acquistato quel vigore membruto di un corpo avvezzo sempre a -concentrare le forze su sè stesso. All’eleganza delle forme nervose e -gracili, era succeduta la solidità delle forme arrotondite e muscolari. -Quanto alla voce, le preghiere, i singhiozzi, e le imprecazioni, -l’avevano cambiata in modo tale, che ora si presentava di un suono di -strana dolcezza, ed ora di un accento rozzo e quasi rauco. Inoltre -gli occhi mantenuti costantemente o nella oscurità, o in una debole -luce, avevano acquistato la facoltà di distinguere nella notte gli -oggetti a guisa della iena e del lupo. Edmondo sorrise nel vedersi, era -impossibile che il suo miglior amico, se pure gliene rimaneva uno, lo -avesse riconosciuto; perchè non si conosceva da sè stesso. - -Il padrone della _Giovane Amelia_, che aveva molta premura a mantenere -fra’ suoi un uomo del merito di Edmondo, gli aveva proposto qualche -anticipazione sulla parte dei futuri benefici, ch’egli, Dantès, aveva -accettata. Sua prima cura, uscendo dal barbiere che aveva operata in -lui questa metamorfosi, fu di entrare in un magazzino, e di comprarsi -un vestito completo da marinaio: vale a dire un calzone bianco, una -camicia a righe, ed un berretto rosso. Così vestito, e riportando a -Jacopo la camicia ed i calzoni, egli si presentò nuovamente al padrone -della _Giovane Amelia_ al quale fu obbligato di ripetere la sua -storia. Il padrone non voleva riconoscere in questo marinaio zerbino -ed elegante, l’uomo dalla folta barba, dai capelli misti all’alga, e -dal corpo bagnato d’acqua di mare, che aveva raccolto nudo e semivivo -sul ponte del suo naviglio. Spinto dalle sue buone sembianze, rinnovò -adunque a Dantès le proposizioni d’ingaggio; ma Dantès che aveva le sue -mire non voleva accettarle che per tre mesi. - -Del resto l’equipaggio della _Giovane Amelia_ era molto attivo, perchè -sottoposto agli ordini di un capitano che aveva presa l’abitudine di -non perdere il suo tempo. Non era da otto giorni giunto a Livorno, che -già gli sporgenti fianchi del naviglio erano riempiti di mussoline -colorate, di cotoni proibiti, di polvere inglese e di tabacco, su -i quali oggetti la dogana aveva dimenticato di porre il bollo. Si -trattava di far uscire ciò da Livorno, porto franco, per sbarcarlo -sulle rive della Corsica, di dove alcuni speculatori s’incaricavano di -passare il carico in Francia. - -Si partì. Edmondo solcò questo mare azzurro, primo orizzonte della sua -gioventù, che aveva riveduto tanto spesso nei sogni della sua prigione. -Lasciò a destra la Gorgona, a sinistra la Pianosa, e si avanzò verso -la patria di Paoli e di Napoleone. La dimane salendo sul ponte, il -che faceva sempre di buon’ora, il padrone ritrovò Dantès appoggiato al -parapetto del bastimento con istrana espressione guardando un ammasso -di scogli di granito, che il sole nascente coloriva di rosea tinta: era -l’isola di Monte-Cristo. La _Giovane Amelia_ la lasciò a tre quarti di -miglio sulla sinistra, e continuò il suo viaggio verso la Corsica. - -Dantès pensava nel passare lungo questa isola (che per lui aveva un -nome tanto sonoro) non aver che a balzare in mare, e in mezz’ora -sarebbe su quella terra promessa. Ma giunto là, che farebbe egli -senza gli utensili necessari per iscoprire il tesoro; senza armi per -difenderlo? D’altra parte che direbbero i marinari? che penserebbe il -padrone? Era d’uopo aspettare. Egli aveva aspettata la libertà per 14 -anni, poteva bene aspettare or che era libero, sei mesi ed anche un -anno le ricchezze. Non avrebbe accettata la libertà senza le ricchezze, -se gli fosse stata proposta? del resto questa ricchezza non era ancor -del tutto chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non -era fors’anche morta con lui? È vero che quella lettera di Guido Spada -era stranamente precisa, e Dantès la ripeteva da un capo all’altro non -avendone dimenticata una parola. Giunse la sera, Edmondo vide l’isola -passare per tutte quelle tinte e gradazioni di colori che il crepuscolo -porta seco, e perdersi del tutto nelle tenebre: ma non per lui che -aveva lo sguardo abituato all’oscurità del carcere; egli senza dubbio -continuò a scorgerla, perchè fu l’ultimo a discendere dal ponte. - -La dimane si svegliarono all’altezza d’Aleria: bordeggiarono tutta la -giornata; la sera si videro dei fuochi sulla costa. Alla disposizione -di questi fuochi fu riconosciuto che senza dubbio si sarebbe sbarcato, -perchè un fanale salì nel posto della bandiera al corno del piccolo -bastimento, che si accostò a tiro di fucile alla riva. - -Dantès si accorse che il padrone della _Giovane Amelia_ aveva portato -sopra ponte, nell’eseguire la manovra per accostarsi a terra, alcune -colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza fare gran rumore -potevano cacciare alla distanza di un miglio una palla da 4 a 12 -once. Questa cautela però fu inutile; per quella sera si compì tutta -la operazione pulitamente e tranquillamente. Quattro scialuppe si -accostarono con poco rumore al piccolo bastimento, che, certamente per -far loro onore, mise in mare la propria; e queste cinque scialuppe -si portarono tanto bene, che a punta di giorno tutto il carico dal -bordo della tartana genovese era passato in terra ferma. Il padrone -della _Giovane Amelia_ era uomo di tanto ordine nelle sue cose, che la -stessa notte si fe’ il reparto dei guadagni del primo scarico; ciascun -marinaro ebbe cento lire toscane di sua parte. - -Ma la spedizione non era finita: si volse la prua verso la Sardegna; si -trattava di ritornare a caricare il bastimento che era stato scaricato. -La seconda operazione si fece tanto felicemente quanto la prima; la -_Giovane Amelia_ era secondata dalla fortuna. Il nuovo carico fu pel -ducato di Lucca. - -Questo si componeva quasi esclusivamente di sigari dell’Avana e di vino -di Xeres e di Malaga. Là però ebbero a battersi colla dogana, l’eterna -nemica del padrone della _Giovane Amelia_. Un doganiere rimase sul -terreno, e due marinari furono feriti, Dantès era uno dei due: una -palla gli aveva trapassata la spalla sinistra. - -Dantès era felice per questa scaramuccia, e quasi contento della sua -ferita: questa esperienza gli aveva con fermezza fatto conoscere di -qual occhio sapesse guardare il pericolo, e con qual cuore tollerarne -i patimenti. Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo -aveva detto come il greco filosofo. «Dolore, tu non sei un male.» -Inoltre, guardando il doganiere ferito e morto, fosse calore del -sangue nell’azione, o freddezza di umani sentimenti, non aveva provato -che una leggerissima impressione. Dantès era sulla strada che voleva -percorrere, e che tendeva alla meta cui voleva giungere: cioè sulla -via di petrificarsi il cuore in petto. Del resto, Jacopo che vedendolo -cadere lo aveva creduto morto, si era precipitato su di lui, e gli -aveva prodigato tutte quelle cure proprie di un buon camerata. - -Questa gente non era adunque così buona come avrebbe voluto il dottore -Pangloss; ma non era così cattiva come avrebbe creduto Dantès: poichè -quest’uomo, che null’altro poteva aspettarsi dal suo compagno che di -ereditare la sua parte di guadagno, provava una viva afflizione di -vederlo ucciso, fortunatamente però, come si disse, Dantès non era che -ferito. Mercè alcune erbe, raccolte in certe congiunture, e vendute ai -contrabbandieri da certe vecchie Sarde, la ferita si cicatrizzò ben -presto; Edmondo allora volle tentare Jacopo, offrendogli in compenso -delle sue cure, una porzione della sua presa; ma Jacopo la ricusò con -indignazione. Questo era il risultato di una specie di devozione, che -Jacopo aveva consacrata ad Edmondo fin dal primo momento che lo aveva -veduto, e di una certa affezione che Edmondo portava a Jacopo. Ma -quest’ultimo non voleva di più, egli aveva indovinato istintivamente in -Edmondo quella superiorità alla sua posizione, che Dantès era giunto a -nascondere agli altri: ed il bravo marinaro era contento di quel poco -di affezione che gli veniva concessa. - -Così nelle lunghe giornate che passavano a bordo, quando il naviglio -scorreva con sicurezza su l’azzurro mare, e che non aveva bisogno, pel -vento che spirava, che del solo timoniere per dirigerlo, Edmondo si -faceva istruttore di Jacopo con una carta alla mano, come Faria aveva -fatto con lui. Gli mostrava la sporgenza delle coste, le variazioni -della bussola, gl’insegnava a leggere in quel gran libro aperto al di -sopra delle nostre teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritta la -sua onnipotenza sull’azzurra volta con lettere di brillanti. - -E quando Jacopo gli domandava. «A che serve imparare tutte queste -cose ad un povero marinaro come sono io?» Edmondo rispondeva «chi lo -sa? forse un giorno potresti essere capitano di bastimento; il tuo -compatriotta Bonaparte non divenne imperatore?» - -Dimenticammo di dire che Jacopo era Corso. - -Due mesi e mezzo erano già passati in queste gite successive. Edmondo -era divenuto così bravo contrabbandiere, come altra volta era stato -ardito marinaro: aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri -della costa: aveva imparati quei segni massonici, per mezzo dei quali -questi semi-pirati si riconoscono fra di loro. Era passato e ripassato -venti volte innanzi l’isola di Monte-Cristo, ma non aveva mai trovato -l’occasione di potervi sbarcare: aveva per ciò presa una risoluzione, -ed era, (terminato il suo impegno col padrone della _Giovane Amelia_) -noleggiare una piccola barca per proprio conto, avendo già economizzato -un centinaio di piastre nelle sue corse, e con un pretesto qualunque -recarsi all’isola di Monte-Cristo. Là farebbe le sue ricerche in tutta -libertà... ma non interamente, che le sue azioni sarebbero state spiate -da chi conduceva seco... in questo mondo qualche cosa bisogna pure -arrischiare. - -La prigione aveva reso Edmondo prudente, ed avrebbe voluto non -essere obbligato ad arrischiar nulla: aveva un bel cercare; nella sua -immaginazione, per quanto fervida, non poteva ritrovare altro mezzo di -giungere all’isola di Monte-Cristo, che facendovisi trasportare. Dantès -ondeggiava in questa esitazione, allorchè il padrone che aveva in lui -posta molta confidenza, e che aveva gran volontà di conservarselo da -presso, lo prese una sera pel braccio, e lo condusse in una osteria in -via dell’Olio, nella quale erano abituati di radunarsi quanto vi ha -di meglio in contrabbandieri a Livorno. Là d’ordinario si trattavano -gli affari della costa. Dantès era già entrato altre due o tre volte -in questa borsa marittima, e vedendo questi arditi corsari forniti da -tutto un littorale due mila leghe circa di circonferenza, domandava a -sè stesso di qual forza potrebbe disporre quell’uomo, che giungesse -a dare l’impulso della sua volontà a tutte quelle fila riunite o -divergenti. Questa volta trattavasi di un affare di grande importanza; -di un bastimento carico di drappi turchi, stoffe di levante, e di -casimiro; bisognava ritrovare un terreno neutro ove operare il cambio, -poi tentare di gettare questi oggetti sulle coste di Francia. Il premio -era enorme se vi fossero riusciti, circa 50, o 60 piastre per ciascuno. - -Il padrone della _Giovane Amelia_ propose l’isola di Monte-Cristo per -luogo di sbarco, perchè essendo completamente deserta, e non avendo nè -soldati, nè doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fino dai tempi -dell’Olimpo dei pagani, da Mercurio, questo dio dei commercianti e dei -ladri, classi da noi separate, se non distinte, ma che l’antichità, a -ciò che sembra, metteva nella stessa categoria. - -Al nome di Monte-Cristo, Dantès fremè di gioia, si alzò per nascondere -la sua emozione, fe’ un giro in quella affumicata taverna, ove tutti -gl’idiomi conosciuti di questo mondo venivano a fondersi nella lingua -francese. Quando ritornò ad avvicinarsi ai due interlocutori, era già -stabilito di prender terra all’isola di Monte-Cristo, e di partir -per questa spedizione la notte seguente. Consultato Edmondo, egli -fu d’avviso che l’isola offriva tutte le sicurezze possibili, e che -le grandi imprese per riuscir bene, abbisognavano di essere mandate -presto ad effetto. Non fu dunque cambiata cosa alcuna allo stabilito -programma. Rimase convenuto che si sarebbero fatti i necessari -apparecchi per la dimane a sera, e che si procurerebbe, se il mare -era buono ed il vento favorevole, di essere la sera dopo nelle acque -dell’isola neutra. - - - - -XXIII. — L’ISOLA DI MONTE-CRISTO. - - -Finalmente Dantès, per una di quelle inattese fortune, che qualche -volta sopravvengono a coloro che il destino è stanco di perseguitare, -stava per giungere alla meta con un mezzo semplice e naturale, e -mettere piede in quell’isola senza ispirare verun sospetto ad alcuno. -Una notte lo separava ancora dalla partenza, per sì lungo tempo -desiderata ed attesa. Questa fu una delle notti più febbrili per -Dantès: se gli presentarono alla mente tutte le possibilità buone -e cattive: se chiudeva gli occhi vedeva la lettera di Guido Spada -scritta in caratteri sfolgoranti sul muro: se dormiva, i sogni più -strani venivano a tumultuare nel cervello, discendeva in grotte che -avevano il pavimento di smeraldi, le pareti di rubini, le stalattiti -di diamanti; le perle cadevano come le gocce di acqua, che d’ordinario -filtrano nei sotterranei. Edmondo rapito, meravigliato, si riempiva le -saccocce di pietre preziose; poi veniva in pieno giorno, e queste gioie -si convertivano in semplici sassolini. Allora tentava di rientrare -in queste grotte meravigliose che travedeva soltanto, ma il cammino -si contorceva in infiniti spirali; l’ingresso ridiveniva invisibile; -e cercava inutilmente di richiamarsi alla stanca memoria quelle -misteriose e magiche parole che in altri tempi aprivano all’arabo -pescatore le splendide caverne di Alì-Babà. Tutto era inutile: lo -svanito tesoro era ritornato in proprietà dei geni della terra, ai -quali egli aveva avuto per un momento la speranza di poterlo togliere. - -Successe il giorno quasi colla stessa febbre della notte, ma la logica -venne in aiuto all’immaginazione di Dantès, e potè stabilire un disegno -meno incerto e dubbioso. Venne la sera, e con essa i preparativi della -partenza: questi erano per Edmondo un mezzo di nascondere la propria -agitazione. Un poco alla volta aveva presa l’abitudine di comandare -ai compagni, come se fosse stato il padron del bastimento; e siccome -i suoi ordini erano sempre chiari, precisi, e facili ad eseguirsi, i -compagni non solo l’obbedivano con prontezza, ma anche con piacere. Il -vecchio padrone lo lasciava fare, avendo riconosciuta la superiorità -di Dantès non solo sui compagni, ma anche su sè stesso; vedeva nel -giovinotto il suo successore naturale, ed era dolente di non avere una -figlia per stringere questa bella alleanza. - -Alle sette di sera tutto fu in ordine, a sette ore e dieci minuti si -voltava intorno al faro, al momento che questo veniva acceso. Il mare -era placido, con fresco venticello di sud-est. Navigavasi sotto un -cielo chiaro, in cui Dio pure faceva risplendere successivamente i -suoi fari, ciascuno dei quali è un mondo. Dantès dichiarò, che tutti -potevano andare a dormire, e ch’ei s’incaricava del timone. Quando il -maltese, che così veniva chiamato Dantès a bordo, faceva una simile -dichiarazione, bastava; e ciascuno andava a riposare tranquillamente. -Ciò era accaduto qualche altra volta. Dantès rigettato dalla solitudine -nel mondo, provava di tempo in tempo un imperioso bisogno di restar -solo. Ora qual solitudine più immensa ad un tempo e più poetica, di -quella di un bastimento che nella oscurità della notte ondeggia isolato -sul mare nel silenzio della immensità, e sotto lo sguardo del Signore? -In quella notte però la solitudine fu popolata dai suoi pensieri, la -notte illuminata dalle sue illusioni, il silenzio animato dalle sue -promesse. - -Quando il padrone si svegliò, la navicella correva a vele gonfie: non -esisteva un lembo di tela che non fosse gonfiato dal vento: facevano -più di due leghe e mezzo l’ora. L’isola di Monte-Cristo s’ingrandiva -sull’orizzonte. Edmondo rese il timone al padrone, e andò a sua volta -a stendersi sulla branda: ma ad onta della notte vegliata, non potè -chiudere occhio. Due ore dopo risalì sul ponte; il bastimento era sul -punto di sorpassare l’isola d’Elba; si trovava all’altezza di Marciana, -e al di sotto dell’isola piana e verde della Pianosa. Si vedeva -luccicare fra l’azzurro del cielo la sommità raggiante dell’isola di -Monte-Cristo. Dantès ordinò al timoniere di volgere a sinistra per -lasciare la Pianosa a destra; egli aveva calcolato che questa manovra -doveva abbreviare la strada di due o tre nodi. Alle cinque di sera -ebbero la vista completa dell’isola, mercè quella limpida atmosfera -che è particolare alla luce che mandano gli ultimi raggi del sole al -tramonto. - -Edmondo divorò con gli occhi questa massa di scogli che sembravano -tinti di tutti i colori del crepuscolo dal roseo vivo fino al blu -scuro; a quando a quando gli salivano al volto ardenti vampe: la fronte -diveniva di porpora, una nube rossastra gli passava davanti agli occhi. -Giammai giuocatore, la cui fortuna è tutta riposta sur una carta, -provò tanta angoscia, quanta ne sentiva Edmondo nei suoi parosismi di -speranza. Ritornò la notte. Alle dieci di sera si approdò. La _Giovane -Amelia_ era la prima al convegno. Dantès ad onta del suo impero su -sè stesso non potè contenersi; egli pel primo saltò sulla riva. Se -lo avesse osato, avrebbe come Bruto baciata la terra. Era oscura la -notte; ma alle undici la luna sorse di mezzo al mare, e ne inargentò -le crespe: quindi i raggi cominciarono a screziarsi di bianche cascate -di luce sugli scogli ammassati di quest’altro Pelione. L’isola era -conosciuta dall’equipaggio della _Giovane Amelia_; era una delle sue -ordinarie stazioni. Quanto a Dantès, l’aveva veduta in ciascuno dei -suoi viaggi in Levante, ma non vi era mai disceso. Egli interrogò -Jacopo. — Dove passiamo la notte? — A bordo della tartana, rispose -Jacopo. - -— Non staremmo meglio nelle grotte? - -— E in quali grotte? - -— Nelle grotte dell’isola. - -— Io non vi conosco grotte, disse Jacopo. - -Un freddo sudore passò sulla fronte di Dantès. — Non vi sono grotte a -Monte-Cristo? domandò egli. — No. - -Dantès rimase per un momento stordito, poi pensò che queste grotte -potevano essersi ricoperte per un qualche accidente, od essere state -chiuse per maggior cautela dallo stesso Spada. In questo caso tutto -stava nel ritrovare la perduta apertura. Era inutile cercarla nella -notte; Dantès rimise dunque le sue ricerche alla dimane: d’altra parte -un segnale inalberato a mezza lega in mare, ed al quale rispondeva -con uno simile la _Giovane Amelia_, indicò ch’era giunto il momento -di accingersi all’operazione. Il bastimento che aveva ritardato, -rassicurato dal segnale che doveva far conoscere all’ultimo giunto -tutta la sicurezza per potersi abboccare, apparve ben presto bianco -e silenzioso come un fantasma, e venne a gettare l’ancora presso la -riva. Il trasporto delle merci cominciò in quel punto. Dantès, mentre -lavorava, pensava all’_hourra_ di gioia, che con una sola parola -poteva provocare in tutti quegli uomini, se diceva ad alta voce -l’incessante pensiero che gli rumoreggiava all’orecchio, e lo turbava: -ma lungi dal rivelare il suo magnifico segreto, temeva già di aver -detto troppo, e di avere risvegliati dei sospetti col suo andare e -venire, e colle ripetute domande, colle minuziose osservazioni, e la -sua preoccupazione: fortunatamente però che in lui, per questa volta -almeno, il doloroso passato riflettevagli sul viso una indelebile -tristezza, e che gli slanci d’ilarità intraveduti sotto questa nube non -erano che lampi. Nessuno adunque dubitava di cosa alcuna: ed allorchè -la dimane prendendo il fucile, i pallini e la polvere, Dantès manifestò -il desiderio di andare a tirare qualcuna di quelle numerose capre -selvagge che si vedevano saltare di roccia in roccia, non si attribuì -questa sua escursione che all’amore per la caccia, ed al desiderio -della solitudine! non vi fu che Jacopo che insistè per seguirlo. -Dantès non volle opporvisi temendo d’inspirar sospetti, se spingeva -tropp’oltre la sua ripugnanza ad essere accompagnato. Ma appena ebbe -fatto un quarto di lega, presentatasi l’occasione di tirare ed uccidere -un capriuolo, inviò Jacopo a portarlo ai compagni, invitandoli a -cuocerlo, e a dargli il segnale quando sarebbe cotto per mangiarlo, col -trarre un colpo di fucile. Qualche frutto secco, ed un fiasco di vino -di Montepulciano dovevano compiere il pranzo. - -Dantès continuò il cammino voltandosi di tempo in tempo. Giunto alla -sommità di una roccia, vide mille piedi al di sotto di lui i compagni, -che raggiunti da Jacopo, già si occupavano attivamente dei preparativi -del pranzo, aumentato, mercè la bravura d’Edmondo d’un piatto -principale. - -Edmondo li guardò un momento con quel tristo e dolce sorriso proprio -delle persone superiori. «Fra due ore coloro partiranno ricchi di -50 piastre, per andare a cercar di guadagnarne altre 50 col rischio -della loro vita: poi ritorneranno ricchi di lire 600, per andare a -dilapidarle in una città qualsisia coll’orgoglio dei sultani, e la -confidenza dei nababi. Oggi la speranza fa che io disprezzi la loro -ricchezza, che mi appare profonda miseria: domani forse il disinganno -mi obbligherà guardare questa profonda miseria come la maggiore -delle fortune... Oh! no, gridò Edmondo: questo non sarà. Il sapiente, -l’infallibile Faria non può essersi ingannato su questo solo punto. -D’altra parte meglio morire che continuare a condurre questa vita -miserabile e vile.» - -Così Dantès, che tre mesi prima non desiderava che la libertà, non -era più contento di questa, ma voleva eziandio le ricchezze. Il -difetto non era di Dantès, ma della nostra natura che ci crea desideri -infiniti. Frattanto per una strada che si perdeva fra due muraglie -di scogli, lungo il cammino che percorreva il torrente, e che secondo -ogni probabilità non era stata mai calcata da piede umano, Dantès si -era avvicinato alla direzione in cui supponeva dover essere le grotte. -Seguendo la spiaggia del mare, ed esaminando i più piccoli oggetti con -una seria attenzione, credè notare sur alcune rocce degli scavi operati -della mano dell’uomo. - -Il tempo che cuopre tutte le cose fisiche col manto dell’obblio, -sembrava avere rispettati questi segni, tracciati con una certa -regolarità, e nello scopo probabilmente di servir di guida, segni -che poi sparivano sotto i cespugli di mirto che si univano in grossi -mazzi carichi di fiori, o sotto i licheni parassiti. Bisognava allora -che Dantès allontanasse i mazzi di fiori o sollevasse il musco per -ritrovare i segni che lo guidavano per questo laberinto, segni, che per -altro avevan dato buona speranza ad Edmondo. Perchè non potevano essere -stati tracciati dallo Spada per poter servire, in caso di catastrofe -ch’egli non aveva preveduto così completa, di guida al nipote? Questo -luogo solitario era ben quello che conveniva ad un uomo che voleva -seppellire un tesoro. Soltanto questi segni visibili avrebbero potuto -attirare lo sguardo di qualche altro oltre quelli per cui erano fatti: -e l’isola dalle tetre muraglie aveva ella conservato fedelmente il -segreto? - -Frattanto a cinquanta passi dal porto sembrò ad Edmondo, sempre celato -agli sguardi de’ compagni per la ineguaglianza del suolo, che i segni -cessassero, senza però metter capo ad alcuna grotta. Una grossa roccia -rotonda, posta sopra una solida base era la sola meta a cui sembravano -guidare. Edmondo pensò allora che invece d’essere giunto al termine, -poteva benissimo non essere arrivato che a scoprire il principio: per -conseguenza fe’ un giro in contrario, e ritornò in dietro calcando la -stessa via. In questo mentre i suoi compagni preparavano il pranzo, -attingevano l’acqua alla sorgente, trasportavano il pane e le frutta -a terra, e facevano cuocere il capriuolo: e nel punto in cui lo -toglievano dallo improvvisato spiedo scorsero Edmondo, che leggero -e ardito come uno scoiattolo, saltava di roccia in roccia: tirarono -allora il colpo per avvertirlo. Il cacciatore cambiò subito direzione, -e ritornò a loro correndo. Ma nel momento che tutti lo seguivano collo -sguardo nella specie di voli che faceva, tacciando di temerità la -sua sveltezza; come per dar ragione ai loro timori, gli venne meno un -piede, fu visto oscillare sulla vetta di uno scoglio, gettare un grido, -e sparire. - -Tutti balzarono di un solo slancio, perchè tutti amavano Edmondo ad -onta della sua superiorità; Jacopo però fu il primo a raggiungerlo. -Egli trovò Dantès steso, insanguinato, e quasi privo di sensi: era -rotolato da un’altezza di 10 a 12 piedi. Gli fu introdotto in bocca -qualche sorso di rum, e questo rimedio, che altra volta gli era stato -di tanta efficacia, produsse il medesimo effetto. Edmondo riaprì gli -occhi, e si lagnò di un vivo dolore al ginocchio, d’un gran peso alla -testa, e d’un forte spasimo ai reni. Lo volevano trasportare fino alla -riva; ma quando fu toccato, quantunque Jacopo dirigesse l’operazione, -dichiarò lamentandosi, che non si sentiva la forza di sopportare il -trasporto. - -S’intende, che di pranzo per Edmondo non si parlò neppure, ma volle -che i suoi camerati, non avendo le sue stesse ragioni per fare -digiuno, ritornassero al loro posto. Quanto a lui, pretendeva di non -aver bisogno di altro che di un poco di riposo, e che al loro ritorno -essi lo troverebbero assai meglio. I marinari non si fecero molto -pregare; avevano fame, l’odore del capriuolo giungeva fino a loro, e -fra lupi di mare non vi sono molte cerimonie. Ritornarono un’ora dopo. -Tuttociò che Edmondo aveva potuto fare era stato di trascinarsi per -una dozzina di passi per appoggiarsi sur un sasso coperto di musco. Ma -lungi dal calmarsi, i dolori di Dantès sembrava che fossero aumentati -d’intensità. - -Il vecchio padrone che era costretto a partire nella mattinata, per -depositare il carico sulle frontiere del Piemonte e della Francia, fra -Nizza e Fréjus, insistè perchè si sforzasse ad alzarsi. Dantès fece -sforzi sovrumani per arrendersi a questo invito: ma a ciascuno di essi -ricadde lamentandosi ed impallidendo. - -— Ha rotti i reni, disse a bassa voce il padrone; non importa, è un -buon compagno, non bisogna abbandonarlo; cerchiamo di trasportarlo fino -alla tartana. — Dantès dichiarò che preferiva morire ove si trovava, -piuttosto che sopportare i dolori che gli causava qualunque movimento -per quanto piccolo si fosse. — Ebbene! disse il padrone; avvenga ciò -che vuole; non sarà mai detto che noi lasciamo un bravo compagno senza -aiuto. Non partiremo che questa sera. — Questa proposizione fe’ molta -meraviglia ai marinai, quantunque non vi fosse pur uno che facesse -obbiezione. Il padrone era un uomo molto rigoroso, ed era la prima -volta che lo si vedesse rinunciare ad una impresa, od anche soltanto -ritardarla. Dantès del pari non volle sopportare che si facesse in -suo favore una infrazione alle regole di disciplina stabilite a bordo. -— No, diss’egli, io fui mal cauto, ed io debbo portare la pena della -mia poca destrezza: lasciatemi una piccola provvigione di biscotto, un -fucile, della polvere e delle palle per ammazzare dei capretti ed anche -per difendermi, ed una zappa per costruirmi una specie di casetta, nel -caso che voi tardaste molto a ritornare a prendermi. - -— Ma tu morrai di fame, disse il padrone. - -— Amo piuttosto questo, rispose Edmondo, che di soffrire gli inauditi -dolori, che mi fa provare il più piccolo movimento. - -Il padrone si volse al bastimento che ondeggiava con un principio di -preparativo nel piccolo porto, pronto a riprendere il mare quando gli -apparecchi fossero del tutto compiti. - -— Che vuoi tu dunque, o maltese, che facciamo! diss’egli, non possiamo -abbandonarti così, e neppure aspettare lungamente. - -— Partite! partite! gridò Dantès. - -— Staremo assenti almeno otto giorni, e bisognerà eziandio deviare -dalla nostra via per venirti a prendere. - -— Ascoltate, disse Dantès; se incontrate qualche barca peschereccia -che fra due o tre giorni venga in questi paraggi, raccomandatemi al -padrone, io pagherò 25 piastre pel mio ritorno a Livorno; e se non ne -ritroverete, ritornate. - -— Ascoltate, padron Baldi, vi è un mezzo per conciliar tutto, disse -Jacopo, partite; io resterò alla cura del ferito. - -— E rinuncierai alla tua parte di divisione, disse Edmondo, per restar -meco? — Sì, e senza dispiacere, rispose Jacopo. — Tu sei un brav’uomo, -disse Edmondo, e Dio ti compenserà della tua buona volontà. Ma io non -ho bisogno d’alcuno, grazie: un giorno o due di riposo mi rimetteranno, -e spero ritrovare fra questi scogli alcune erbe eccellenti per le -contusioni. - -Uno strano sorriso passò sulle labbra di Dantès; strinse la mano a -Jacopo con effusione, ma rimase irremovibile nella sua risoluzione di -rimanere, e di rimaner solo. I contrabbandieri lasciarono ad Edmondo -ciò che aveva domandato, e lo abbandonarono, non senza voltarsi molte -volte facendogli tutti i segni di un cordiale addio, ai quali Edmondo -rispondeva con una sola mano, come se non potesse muovere il restante -del corpo. Poi, quando furono disparsi: — È strano, mormorò Dantès -ridendo, che in mezzo ad uomini di tal fatta si trovino prove di -amicizia e di devozione. — Allora trascinossi con cautela fino alla -sommità di una roccia, che gli nascondeva la vista del mare, e di là -vide la tartana compiere i preparativi, levar l’ancora, librarsi come -una lodola che sta per spiccare il volo, e partire. In capo ad un ora -ella era disparsa del tutto, o almeno era impossibile di più vederla -dal luogo ove era rimasto il ferito. Dantès si alzò più lesto e più -leggiero di un capriuolo fra i mirti e le lentische, su quelle rocce -selvagge, prese il fucile con una mano, coll’altra la zappa, e corse a -quella roccia presso la quale finivano i segni che aveva notati sulle -altre. - -— Ed ora, gridò egli ricordandosi la storia dell’arabo pescatore -raccontatagli da Faria, ora, apriti o Sesamo! - - - - -XXIV. — L’ABBAGLIAMENTO. - - -Il sole era pervenuto a circa un terzo del suo corso, i raggi di -maggio cadevano caldi e vivificanti su queste rocce che sembravano -anch’esse sensibili a questo calore. Migliaia di cicale invisibili -fra i cespugli, facevano sentire il loro mormorio monotono e continuo. -Le foglie dei mirti e degli ulivi si agitavano tremanti, e mandavano -un rumore quasi metallico. A ciascun passo che faceva Edmondo sul -riscaldato granito fuggivano dei mosconi che sembravano smeraldi. Si -vedevano da lungi balzare, sul pendio inclinato dell’isola, le capre -selvagge che vi attirano qualche volta i cacciatori; in una parola -l’isola era abitata, vivente, animata, e ciò non pertanto Edmondo -si sentiva solo, sotto la mano di Dio. Egli provava una non so quale -emozione, molto somigliante alla paura. Era quella diffidenza del pieno -giorno, che fa supporre, anche nel deserto, che vi possano essere degli -occhi inquisitori aperti ad osservarci. Questo sentimento fu sì forte, -che al momento di cominciare il lavoro, Edmondo si fermò, depose la -zappa, riprese il fucile, salì un’ultima volta su la roccia più elevata -dell’isola, e di là girò lo sguardo attentamente su tutto ciò che -lo circondava. Ma, dobbiamo dirlo, ciò che attirò la sua attenzione, -non fu la poetica Corsica di cui egli poteva perfino distinguere le -case, non la Sardegna, a lui quasi sconosciuta, che le fa seguito, -non l’isola d’Elba dai giganteschi ricordi, e finalmente non quella -linea impercettibile che si estende sull’orizzonte, e che, all’occhio -esercitato del marinaro, rivela la situazione della superba Genova, -e della commerciante Livorno; no, ma fu il brigantino ch’era partito -a punto di giorno e la tartana partita da poco. Il primo, stava per -sparire nello stretto di S. Bonifazio; l’altra seguendo la strada -opposta costeggiava la Corsica per oltrepassarla. - -Questa vista rassicurò Edmondo: ricondusse allora lo sguardo -sugli oggetti che lo circondavano più da vicino: si vide sul punto -più elevato della conica isola, piccola statua di questo immenso -piedistallo: intorno a lui non v’era un uomo, non una barca: niente -altro che l’azzurro mare che veniva a percuotere la base dell’isola, -ornandola di una eterna frangia d’argento. Allora discese con passo -rapido, ma prudente; temeva troppo in un simile momento un accidente -simile a quello che aveva tanto abilmente e felicemente simulato. - -Dantès come abbiamo detto, aveva ripercorso il cammino, guidato dai -solchi scavati sulle rocce, ed aveva veduto che questa linea conduceva -ad un piccolo seno nascosto come un bagno di antica ninfa. Questo seno -era abbastanza profondo nel centro, perchè un piccolo bastimento del -genere delle Speronare potesse entrarvi, e rimanervi nascosto. Allora, -seguendo il filo delle induzioni, quel filo che fra le mani di Faria -aveva veduto guidare in una maniera così ingegnosa fra il dedalo delle -probabilità, pensò che Guido Spada, nello scopo di non farsi vedere, -fosse approdato a questo seno, quivi nascosto il piccolo naviglio, -avesse seguita la linea indicata dalle intaccature, e nella estremità -di essa sepolto il tesoro. Questa supposizione ricondusse Dantès presso -la roccia circolare. Una cosa soltanto lo inquietava, e sconvolgeva -tutte le sue idee in dinamica: come erasi potuto, senza impiegare forze -considerevoli, innalzare questa roccia, che pesava forse cinque o sei -migliaia, sulla specie di base su cui era posta? - -D’improvviso fu colpito da un’idea. Invece di farla salire, disse tra -sè, l’avranno fatta discendere. Ed egli stesso si slanciò al di sopra -della roccia, per cercare il posto della sua primitiva base. Infatto -vide ben presto, ch’era stata praticata una leggera inclinazione, -la roccia aveva strisciato sulla base, ed era venuta a fermarsi -nella direzione in cui un’altra roccia, grossa come una pietra da -taglio ordinaria gli aveva servito di base. Erano stati impiegati dei -sassolini e delle pietre per far sparire ogni traccia di mancanza di -continuità, questo piccolo lavoro da muratore era stato ricoperto di -terra vegetabile, vi era nata l’erba, ed il musco vi si era esteso, -qualche seme di mirto e di lentischia vi si erano fermati, e l’antico -avanzo di roccia sembrava attaccato al suolo. Dantès sollevò con -cautela la terra, e riconobbe, o credè riconoscere tutto questo -ingegnoso artificio. Allora si accinse a distruggere colla zappa questo -muro intermediario, cementato dal tempo; dopo un lavoro di dieci minuti -il muro cedè, e rimase aperto un foro pel quale potevasi introdurre un -braccio. Dantès andò a troncare l’olivo più grosso in cui si abbattè, -lo spogliò dei rami, l’introdusse nel foro, e ne fece una leva; ma la -roccia era ad un tempo troppo pesante, e incastrata troppo solidamente -sull’inferiore, che forza umana non era bastante a smuoverla, fosse -stata pur quella d’Ercole. - -Dantès riflettè allora esser necessario assaltar la roccia stessa, ma -con qual mezzo? Girò lo sguardo intorno a sè come fanno gli uomini -impacciati, e questo cadde sul corno di bufalo pieno di polvere che -avevagli lasciato Jacopo; egli sorrise: l’invenzione infernale avrebbe -compita l’opera. - -Coll’aiuto della zappa, Dantès scavò fra la roccia superiore e -quella sopra cui era posta, un condotto di mina simile a quello -che fanno i guastatori, quando vogliono risparmiare alle braccia -dell’uomo una troppo lunga fatica. Quindi lo riempì di polvere ben -compressa e sfilando il fazzoletto, e immergendolo nella polvere, -ne fe’ una miccia, e messovi fuoco si allontanò. L’esplosione non -si fece attendere; la roccia superiore per un momento fu sollevata -dall’incalcolabile forza, quella inferiore andò in pezzi. Dalla piccola -apertura, che sul principio aveva praticata Dantès, uscì buon numero -d’insetti frementi ed un enorme serpente, guardiano di questo cammino -misterioso, il quale strisciando su sè stesso disparve. - -Dantès si avvicinò. La roccia superiore, rimasta ormai senza appoggio -pendeva sull’abisso. L’intrepido cercatore vi girò attorno, scelse il -punto più vacillante, appoggiò la sua leva fra gl’intacchi, e a guisa -di Sisifo s’incurvò con tutta la forza contro la roccia, la quale di -già spostata dall’esplosione traballò. Dantès raddoppiò di sforzi. Si -sarebbe detto ch’egli era un nuovo Titano che sradicava le montagne per -far la guerra al padre degli Dei. Finalmente la roccia cedè, rotolò, -balzò, si precipitò, e disparve immergendosi nel mare. Essa lasciò -scoperto un vano circolare che metteva in vista un anello di ferro -impiombato nel mezzo di una pietra quadrata. - -Dantès gettò un grido di gioia e di stupore. Giammai più magnifico -risultato aveva coronato un primo tentativo. Volle continuare, ma le -gambe gli tremavano così fortemente, il cuore gli batteva con tanta -violenza, una nube gli passava tanto ardente davanti agli occhi, che fu -costretto di fermarsi. Questo momento di esitazione però durò quanto -un lampo. Edmondo passò la leva nell’anello, l’alzò vigorosamente, e -la pietra spostata si aprì, scoprendo il rapido pendìo di una specie di -scala infossantesi nell’ombra di una grotta di più in più oscura. - -Un altro vi si sarebbe precipitato, avrebbe gettato grida di esultanza -e di gioia: Dantès si fermò, impallidì, dubitò. - -— Vediamo, diss’egli, siamo uomini. Avvezzi all’avversità, non ci -lasciamo abbattere da un disinganno, o senza questo avrei io tanto -sofferto? Il cuore si rompe allorchè, dopo essere stato dilatato oltre -misura dalla speranza, ritorna su sè stesso e si ricompone nella fredda -realtà. Faria non fe’ che un sogno; Guido Spada nulla ha seppellito in -questa grotta; forse anche non vi è mai venuto, o se vi venne, Cesare -Borgia, l’intrepido avventuriere, l’infaticabile capo ladrone vi sarà -approdato dopo di lui, avrà seguiti i medesimi segni che ho seguiti io, -avrà come me sollevata questa pietra, e, disceso prima di me, nulla -avrà lasciato da prendere a chi veniva dopo lui. — Dantès restò un -momento immobile, pensieroso, cogli occhi fissi sopra quest’apertura -tenebrosa e continua. - -— Sì, sì, questa è un’avventura da trovar posto nella vita, mista di -oscurità e di luce, di questo reale bandito. In quel tessuto di strani -casi che compose la trama diaspra della sua esistenza, questo favoloso -avvenimento ha dovuto incatenarsi invincibilmente ad altri fatti. -Sì, Borgia è venuto una notte qui, tenendo in una mano una fiaccola, -nell’altra una spada, nel mentre che a venti passi da lui distante, -forse a piedi di quello scoglio, stavano cupi e minacciosi due sgherri -spiando la terra, l’aria ed il mare, mentre che il padrone entrava, -come sto per fare io, in quest’antro scuotendo le tenebre col suo -formidabile e fiammeggiante braccio. Sì, ma di quei sgherri ai quali -avrà dovuto comunicare il segreto, che ne avrà fatto Borgia? si domandò -Dantès. Ciò che fecero, rispose egli stesso sorridendo, dei becchini -d’Alarico, che vennero sotterrati col seppellito. Ora che io non -calcolo più su nulla, ora che sarebbe pazza cosa il conservar qualche -speranza, questa avventura non è più per me che una mera curiosità. - -E restò ancora per poco tempo immobile e meditabondo. - -— Però se vi fosse venuto, riprese Dantès, se avesse ritrovato e -portato il tesoro, Borgia, l’uomo che paragonava l’Italia ad un -carciofo, e che la mangiava foglia per foglia, Borgia sapeva troppo -bene impiegare il tempo per non perderne a rimettere questa roccia -sulla base... discendiamo. - -Allora discese, il sorriso del dubbio sfiorava sulle sue labbra che -mormoravano quest’ultima parola dell’umana saggezza: — Può darsi!... - -Ma in vece delle tenebre che si aspettava di ritrovare, in vece -di un’atmosfera opaca e trista, Dantès non vide che una gran luce -decomposta in un chiarore azzurrognolo; l’aria e la luce filtravano non -solo dall’apertura da lui praticata, ma ancora per delle screpolature -invisibili fra le rocce dalla parte esterna, e attraverso le quali si -vedeva il colore turchino del cielo, e ove si congiungevano i rami -tremolanti dei verdi cespugli e i ligamenti spinosi e parassiti dei -rovi. Dopo qualche secondo di dimora in questa grotta, la cui atmosfera -piuttosto odorosa che fetida, stava alla temperatura dell’isola come -l’ombra al sole, lo sguardo di Dantès, abituato come si disse, alle -tenebre, potè esplorare gli angoli più reconditi della caverna; essa -era di granito di cui le faccette sparse di pagliuole risplendevano -come diamanti. - -— Ahimè! esclamò Dantès sorridendo, ecco senza fallo i tesori che -avrà lasciato lo Spada, e il buon Faria vedendo in sogno questi muri -risplendenti, si sarà fermato in queste ricche speranze!... — Si -ricordò poi le precise parole del testamento che sapeva a memoria. -«Nell’angolo più lontano della seconda apertura». Or Dantès non era -penetrato che nella prima grotta, gli abbisognava dunque cercare -l’entrata della seconda. - -Si orizzontò allora. Questa seconda grotta doveva naturalmente -internarsi verso il centro dell’isola. Esaminò gli strati delle pietre, -e andò a battere sur una delle pareti che gli parve quella ove doveva -essere l’apertura, nascosta senza dubbio per maggior cautela. Con la -zappa ripercosse le pareti ad intervalli, tramandando la roccia un -rumore sì sordo e debole che faceva scorrere il sudore sulla fronte di -Dantès. Finalmente sembrò al perseverante minatore che una parte del -muro di granito risuonasse, e rispondesse con un eco più sordo e più -profondo all’appello che gli veniva fatto. Avvicinò lo sguardo ardente -al muro, e ritrovò, col tatto da prigioniero, ciò che niun altro -avrebbe forse riconosciuto: cioè che là doveva essere un’apertura. -Però, onde non fare un lavoro inutile, Dantès, che, a guisa di Cesare -Borgia, aveva studiato il valore del tempo, esplorò le altre pareti -colla zappa, percosse il suolo col calcio del fucile, smosse la sabbia -nei luoghi sospetti, e non avendo ritrovato nè riconosciuto nulla, -ritornò alla parte di muro che rendeva quel suono consolatore. Egli la -percosse di nuovo e con maggior forza. - -Allora vide una cosa singolare; sotto i colpi dell’istrumento, una -specie d’intonaco come quello che si applica sui muri per dipingervi -a fresco, si sollevava e cadeva in croste, scoprendo una pietra -biancastra e granellosa, come quelle da taglio. L’apertura della roccia -era stata chiusa con pietre di altra natura, quindi vi avevano steso -l’intonaco, era stata imitata la tinta e la cristallizzazione del -granito. Dantès percosse allora colla parte tagliente della zappa, -questa penetrò per un pollice nella porta a muro. - -Era là che bisognava lavorare. - -Per uno strano mistero dell’umana organizzazione, più si avveravano, e -si accumulavano le prove che Faria non doveva essersi ingannato, e più -il cuore di Dantès indebolito e stanco si lasciava andare in preda al -dubbio, e quasi allo scoramento. Questa nuova esperienza, che avrebbe -dovuto infondergli forza novella, gli tolse al contrario quella che -rimanevagli; la zappa discendendo sfuggivagli quasi dalle mani, la -depose al suolo, si asciugò la fronte, e risalì la scala, sul pretesto -di vedere se qualcuno lo spiava, ma in realtà perchè aveva bisogno -d’aria, perchè si sentiva sul punto di svenire. - -L’isola era deserta, e il sole nel suo zenit sembrava coprirla col -suo occhio di fuoco; in lontano alcune piccole barche pescherecce -spiegavano le vele su di un mare azzurro come il zaffiro. - -Dantès non aveva ancora mangiato nulla: ma in questo momento era -ben lontano dall’aver voglia di mangiare; trangugiò un po’ di rum, e -rientrò nella grotta col cuore serrato. La zappa che gli era sembrata -così pesante era ridivenuta leggiera; egli la sollevò come avrebbe -fatto di una piuma, e si mise vigorosamente al lavoro. Dopo qualche -colpo, si accorse che le pietre non erano cementate, ma soltanto le -une poste sulle altre, e ricoperte da quell’intonaco di cui abbiamo -parlato; introdusse in una fessura la punta dell’istrumento, gravitò -col corpo sul manico, e vide con gioia la pietra girare, come su i -cardini, e cadere ai suoi piedi. - -Da quel momento Dantès non ebbe più che a tirare a sè col ferro della -zappa ciascuna pietra, che a sua volta rotolò vicino alla prima. - -Egli avrebbe potuto entrare fin dalla prima apertura, ma ritardando -di qualche minuto aveva prolungato la certezza aggrappandosi alla -speranza. Finalmente dopo una nuova esitazione di un minuto, Dantès -passò dalla prima nella seconda grotta; questa era più bassa, più -oscura, e di un aspetto più spaventoso della prima. L’aria, che non vi -era penetrata che dall’apertura testè fatta, conservava quello odore -mefitico, che Dantès si era meravigliato di non ritrovare nella prima: -aspettò allora che l’aria esterna ravvivasse questa morta atmosfera, -quindi entrò a sinistra dell’apertura. Eravi un angolo profondo e -oscuro; ma, per l’occhio di Dantès non v’erano tenebre. Scandagliò la -seconda grotta: era vuota come la prima. Il tesoro, se v’era, stava -seppellito in quest’angolo oscuro. - -L’ora dell’angoscia era giunta; due piedi di terra da scavarsi era -tutto ciò che restava a Dantès fra il sommo della gioia e il sommo -della disperazione. Egli si avanzò verso l’angolo, e, come preso -da una momentanea risoluzione, si diè al lavoro. Al quinto o sesto -colpo di zappa il ferro risuonò sopra un altro ferro. Giammai tocco -funebre di campana a stormo produsse un simile effetto su colui che -l’intese. Dantès non avrebbe ritrovato altra cosa che lo avesse potuto -far diventar più pallido. Egli osservò ai lati del luogo da lui già -esplorato, ritrovò lo stesso suono. - -— È un baule di legno cerchiato di ferro, diss’egli. - -Passò in quel punto un’ombra rapida intercettando la luce: Dantès -lasciò cadere la zappa, afferrò il fucile, ripassò per l’apertura, e -si slanciò all’aperto. Era una capra selvaggia che aveva saltato la -prima entrata della grotta, e mangiava a qualche passo di distanza. -Sarebbe stata una bella occasione per assicurarsi il pranzo; ma Dantès -ebbe timore che lo sparo del fucile richiamasse qualcuno. Riflettè un -momento, tagliò dei rami di un albero resinoso, e andò ad accenderli al -fuoco ancor fumante, ove i contrabbandieri avevano cotto il pranzo, e -ritornò con questa torcia: non voleva perdere alcuna particolarità di -ciò che stava per vedere. - -Avvicinò la torcia alla buca informe e non compita, e riconobbe che -non si era ingannato; i colpi avevano alternativamente colpito sul -ferro e sul legno. Piantò la torcia in terra, e si rimise all’opera. -In un momento fu scavata una fossa di tre piedi di lunghezza e due di -larghezza, e potè allora riconoscere un baule di legno di quercia con -cerchi di ferro cesellato. Nel mezzo del coperchio risplendeva, sopra -una placca d’argento che la terra non aveva potuto arrugginire, l’arme -della famiglia Spada, cioè una spada messa di piatto sopra uno scudo -ovale, come sono gli scudi italiani. Dantès la riconobbe facilmente, -perchè Faria l’aveva più volte a lui disegnata. Da quel momento non vi -era più dubbio, il tesoro v’era in effetti; non avrebbero prese tante -cautele per rimettere in quel posto un baule vuoto. - -In un momento tutti i lati del baule o forziere furono messi allo -scoperto, ed ei vide poco alla volta, comparire la serratura nel mezzo, -posta fra due cinte di ferro, e le maniglie alle pareti laterali; -tutto era cesellato, come si usava in quell’epoca in cui l’arte -rendeva preziosi anche i più vili metalli. Dantès prese il baule per -le maniglie, e si provò a sollevarlo, era impossibile. Allora tentò di -aprirlo: la serratura e le cinte lo tenevano ben chiuso: questi fedeli -custodi sembravano non voler rendere il tesoro: Dantès introdusse -la parte tagliente della zappa tra il fondo ed il coperchio, gravitò -con tutto il corpo sul manico di quella, ed il coperchio, dopo aver -prodotto un forte rumore, andò in pezzi. Una larga apertura dell’asse -rendeva i ferramenti inutili, caddero anch’essi, stringendo tuttavia -con le loro unghie tenaci gli avanzi del coperchio caduto con essi, -ed il baule fu aperto. Una febbre vertiginosa s’impadronì di Dantès; -egli prese il fucile, lo caricò, e se lo pose vicino. Dapprima chiuse -gli occhi come fanno i fanciulli, per scorgere nella notte sfavillante -della loro immaginazione più stelle che non possono contarsi in un -cielo ancora illuminato, quindi li riaprì, e rimase abbagliato. - -Tre divisioni compartivano il baule; nella prima brillavano dei fulgidi -scudi d’oro dai gialli riflessi; nella seconda delle verghe d’oro non -brunite, ma disposte in buon ordine, esse però non avevano dell’oro che -il peso ed il valore; nella terza finalmente, piena a metà, Edmondo -rimosse ed alzò a manate i diamanti, le perle e i rubini che qual -cascata sfavillante facevano nel ricadere gli uni sugli altri il rumore -della grandine sui vetri. Dopo aver toccato, palpato, immerso le mani -tremanti nell’oro e nelle pietre, Edmondo si rialzò e si diè a correre -attraverso la caverna colla fremente esaltazione di un uomo che sta -per diventar pazzo. Saltò sopra una roccia da cui poteva scoprire il -mare, e non vide nulla; egli era solo, solissimo con queste ricchezze -incalcolabili, inaudite, favolose, che gli appartenevano. Ma sognava o -era sveglio? - -Aveva bisogno di rivedere il suo oro, e nello stesso tempo sentiva non -aver la forza di sostenerne la vista; per un momento si compresse le -mani sulla testa come per impedire che la ragione andasse via, poi si -slanciò attraversò l’isola senza seguire, non dirò un sentiero, perchè -nell’isola di Monte-Cristo non ve ne sono, ma tampoco una direzione -stabilita; faceva fuggire le capre selvagge, e spaventava gli uccelli -marini colle sue grida e col suo gesticolare. Indi, per un altro giro -ritornò, dubitando ancora, e precipitandosi dalla prima grotta nella -seconda, e trovandosi al cospetto di questa cava d’oro e di diamanti, -cadde in ginocchio, comprimendosi con ambe le mani i moti convulsivi -del cuore che balzava, e mormorando una preghiera intelligibile a Dio -soltanto. Poco dopo si sentì più tranquillo, e pertanto più felice; -poichè in quell’ora soltanto cominciava a credere alla sua felicità. -Si mise a contare la sua fortuna; vi erano circa mille verghe d’oro che -pesavano ciascuna da due a tre libbre; quindi ammonticchiò venticinque -mila scudi d’oro che potevano avere il valore ciascuno di ottanta -franchi, moneta di Francia, tutti coll’effigie di Papa Alessandro VI -e dei suoi predecessori, e si accorse che il compartimento non era -vuotato che a metà; finalmente misurò dieci volte la capacità delle -sue due mani in perle, pietre, e diamanti, molti dei quali, legati -dai migliori gioiellieri di quell’epoca, presentavano per questo un -valore considerevole, oltre quello intrinseco. Dantès vide il giorno -abbassarsi ed estinguersi a poco a poco. Temè di esser sorpreso -se restava nella grotta, e ne uscì col fucile alla mano. Un po’ di -biscotto e qualche goccia di vino furono la sua cena. Quindi rimise la -pietra, vi si sdraiò sopra, e dormì appena qualche ora, coprendo col -corpo l’ingresso della grotta. Questa notte fu una di quelle terribili -ad un tempo e deliziose, come quest’uomo dalle grandi emozioni ne aveva -già passate due o tre nella sua vita. - - - - -XXV. — LO SCONOSCIUTO. - - -Fecesi giorno: Dantès l’aspettava da lungo tempo ad occhi aperti. -Ai primi albori si alzò; salì, come la sera, sulla roccia elevata -dell’isola, per esplorarne i dintorni: ma tutto era deserto. Edmondo -rimosse la pietra, discese, si riempì le saccocce di pietre preziose, -rimise il meglio che potè l’asse ed i ferramenti al coperchio del -baule, lo ricoprì di terra, vi gettò sopra della sabbia per rendere -il luogo smosso di fresco come il resto del suolo, uscì dalla grotta, -rimise la pietra, ammassò su questa dei sassi di differente grossezza, -ne riempì gl’intervalli con della terra, vi piantò dei mirti e -dell’eriche, innaffiò queste piante novelle, affinchè sembrassero -vecchie, cancellò le impronte dei suoi passi ripetuti intorno a questo -luogo, e attese con impazienza il ritorno dei compagni. Difatto or -non si trattava più di passare il tempo a guardare quest’oro e questi -diamanti, e di restare a Monte-Cristo come un drago a sorvegliare il -tesoro: bisognava ritornare alla vita, fra gli uomini, e prendere nella -società il rango, l’influenza ed il potere che in questo mondo danno -le ricchezze, prima e più grande delle forze di cui possa disporre la -creatura umana. - -I contrabbandieri ritornarono il sesto giorno. Dantès riconobbe da -lontano l’andamento ed il moto della _Giovane Amelia_; si trascinò -fino al porto come il Filotete ferito, ed allorquando i compagni -approdarono, annunciò loro, lagnandosi ancora, di avere ottenuto un -sensibile miglioramento; indi a sua volta ascoltò il racconto degli -avventurieri. Essi erano riusciti, è vero; ma appena avevano deposto -il carico, erano stati avvertiti che un _brick_ di sorveglianza a -Tolone, usciva dal porto e si dirigeva alla lor volta; allora erano -fuggiti a tratto di freccia lagnandosi che Dantès, il quale sapeva dare -una velocità maggiore al bastimento, non fosse stato là a dirigerlo. -Infatto eransi avveduti ben presto del bastimento cacciatore che li -inseguiva; ma coll’aiuto della notte, e passando la punta del capo -Corso erano giunti a fuggire. In sostanza questo viaggio non era stato -cattivo, e tutti, particolarmente Jacopo, erano dispiaciuti che Dantès -non fosse stato con loro per ottenere la propria parte di utile da lor -riportata, e che ammontava a 50 piastre. - -Edmondo rimase impenetrabile, e non sorrise nemmeno alla enumerazione -dei vantaggi di cui avrebbe potuto aver parte se avesse abbandonata -l’isola; siccome la _Giovane Amelia_ non era venuta a Monte-Cristo che -per prenderlo, s’imbarcò subito la stessa sera, e seguì il suo padrone -a Livorno; dove appena giunto, andò da un ebreo e vendè per 25 mila -franchi ciascuno quattro dei suoi più piccoli diamanti. L’ebreo avrebbe -potuto informarsi come un pescatore trovavasi possessore di simili -oggetti, ma se ne guardò bene, perchè vi guadagnava mille franchi -sopra ciascuno. La dimane Dantès comprò una barca nuova che regalò -a Jacopo, aggiungendo a questo dono cento piastre per provvedersi -dell’equipaggio; e ciò a condizione che Jacopo andrebbe a Marsiglia -a chieder notizie di un vecchio chiamato Luigi Dantès, che abitava -nei viali di Meillan, e di una giovinetta dimorante nel villaggio dei -Catalani, che si chiamava Mercedès. - -Jacopo credè di sognare. Ma Edmondo gli raccontò che erasi fatto -marinaro per una bizzarria, e perchè la sua famiglia non gli voleva -passare il danaro necessario per le spese minute, ma giungendo a -Livorno era entrato in possesso della eredità di uno zio che lo aveva -istituito erede universale. L’educazione elevata di Dantès dava a -questa storia tale un’impronta di verità, che Jacopo non dubitò nemmen -per poco che il suo antico compagno non gli dicesse il vero. D’altra -parte, essendo terminato l’impegno di Edmondo col padrone della -_Giovane Amelia_ prese congedo dal vecchio marinaro, che dapprima -tentò di ritenerlo, ma che intesa come Jacopo la storia dell’eredità, -rinunciò perfino alla speranza di vincere la risoluzione del suo antico -compagno. La dimane Jacopo mise alla vela per Marsiglia; egli doveva -ritrovare Edmondo a Monte-Cristo. Lo stesso giorno Dantès partì senza -dire ove andava, prendendo congedo dall’equipaggio della _Giovane -Amelia_ col dare una splendida gratificazione, e dal padrone col -promettergli di fargli avere un giorno o l’altro sue notizie: e si recò -a Genova. - -Nel momento in cui arrivava veniva provato un piccolo _yacht_ ordinato -da un inglese, che, avendo inteso dire essere i Genovesi i migliori -costruttori del Mediterraneo, aveva ordinato un _yacht_ a Genova. -L’inglese aveva convenuto il prezzo per 40 mila franchi, Dantès -ne offrì 60 mila a condizione che il bastimento gli sarebbe stato -consegnato lo stesso giorno. - -L’inglese era andato a fare un giro in Isvizzera aspettando che il -bastimento fosse terminato; non doveva ritornare che fra tre settimane -od un mese, e il costruttore pensò che avrebbe avuto il tempo di -rimetterne un altro sul cantiere. Dantès condusse il costruttore da un -ebreo, passò con lui nello stanzino dietro la bottega, e l’ebreo contò -60 mila franchi al costruttore che offerse a Dantès i suoi servigi per -comporgli un equipaggio, ma questi lo ringraziò dicendogli che aveva -l’abitudine di navigar solo, e che l’unica cosa che desiderava si era, -che nel suo gabinetto a capo del letto vi fosse un armadio a segreti -con tre divisioni pure a segreti: dette la misura dei compartimenti, -che furono eseguiti la dimane. - -Due ore dopo Dantès uscì dal porto di Genova, scortato dagli sguardi -di una folla di curiosi che volevano vedere lo Spagnuolo che aveva -l’abitudine di navigar solo. Dantès se ne cavò a meraviglia: coll’aiuto -del solo timone, senza aver bisogno di lasciarlo, fece fare al -bastimento tutte le evoluzioni necessarie; si sarebbe detto un essere -intelligente pronto ad obbedire al più piccolo impulso, ed egli -convenne seco stesso che i Genovesi meritavano la loro riputazione -di primi costruttori navali del mondo. I curiosi seguirono con lo -sguardo il piccolo bastimento, fino a che l’ebbero perduto di vista, ed -allora cominciarono le discussioni per sapere ove era diretto: alcuni -opinarono per la Corsica, altri per l’isola d’Elba; questi proposero -scommesse che andava in Ispagna, altri sostennero che andava in -Affrica, nessuno pensò a nominare l’isola di Monte-Cristo. - -Dantès non pertanto colà si recava: e vi giunse sul finir del secondo -giorno. Il naviglio era molto veliero, e avea percorsa la distanza in -35 ore. Dantès aveva perfettamente riconosciuto la situazione della -costa, invece di approdare al consueto porto gettò l’ancora nel piccolo -seno. L’isola era deserta; non appariva esservi approdato alcuno dopo -la sua partenza, andò al tesoro; tutto era nello stesso stato in cui lo -avea lasciato. - -La domani sera, l’immensa sua fortuna era stata trasportata a bordo -del _yacht_, e racchiusa nell’armadio a compartimenti e segreti. -Dantès aspettò ancora otto giorni: durante i quali fe’ manovrare il suo -_yacht_ attorno l’isola, provandolo come uno scudiero prova un cavallo: -e ne conobbe tutte le qualità ed i difetti; si promise di aumentare -le une e di rimediare agli altri. L’ottavo giorno vide un piccolo -bastimento che veniva alla sua volta a vele gonfie e riconobbe la barca -di Jacopo: fe’ un segnale a cui Jacopo rispose, e due ore dopo la barca -era vicina al _yacht_. Egli aveva una trista risposta a ciascuna delle -due domande fatte da Edmondo: il vecchio Dantès era morto; Mercedès era -disparsa. - -Edmondo ascoltò queste due notizie con viso tranquillo; ma discese -subito a terra proibendo che alcuno lo seguisse. Due ore dopo ritornò; -due uomini della barca di Jacopo passarono sul suo _yacht_ per aiutarlo -a manovrare e ordinò di metter capo su Marsiglia. Egli prevedeva la -morte di suo padre; ma di Mercedès che n’era avvenuto? - -Senza divulgare il suo segreto, Edmondo non poteva dare istruzioni -sufficienti ad un messo; d’altra parte ei voleva prendere altre -informazioni, per le quali non poteva fidarsi che di sè stesso. Il suo -specchio lo aveva rassicurato a Livorno che non correva alcun pericolo -di essere riconosciuto, tanto più che ora aveva a sua disposizione -tutti i mezzi per contraffarsi. Una mattina adunque, il _yacht_ -seguito dalla piccola barca, entrò bravamente nel porto di Marsiglia, -e si fermò appunto dirimpetto al luogo di fatale rimembranza, ove -venne imbarcato Dantès quella sera che lo trasportarono nel castello -d’If. Non fu certamente senza una specie di fremito che vide nella -lancia della Sanità venire alla sua volta un gendarme. Ma Dantès con -quella perfetta sicurezza di sè che aveva acquistata, gli presentò un -passaporto inglese di cui si era provveduto a Livorno, e mediante il -lascia-passare straniero, molto più rispettato in Francia di quello -dei nazionali, discese senza difficoltà a terra. La prima cosa che -scoperse mettendo il piede sulla Cannebière, fu uno degli antichi -marinari del _Faraone_. Quest’uomo avea servito sotto i suoi ordini, -e si trovava là come un mezzo per assicurare Dantès sui cambiamenti -che si erano operati in lui. Andò difilato da quest’uomo, e gli fe’ -molte interrogazioni alle quali questi rispondeva senza neppure lasciar -supporre, nè dalle parole, nè dalla fisonomia, ricordarsi di aver mai -veduto quello che gl’indirizzava la parola. Dantès gli fe’ dono d’una -moneta per ringraziarlo delle sue informazioni, un momento dopo sentì -il brav’uomo che gli correva dietro, ei si volse. - -— Perdono, signore, disse il marinaro, vi siete certamente sbagliato, -avete creduto di darmi una moneta da 40 soldi, e mi avete dato un -napoleone doppio. - -— Infatto, amico mio, disse Dantès, io mi era sbagliato, ma siccome -la vostra onestà merita una ricompensa, così eccovene un altro che -vi prego di accettare per bere alla mia salute coi vostri compagni. -— Questo fu talmente stordito dal regalo, che non pensò nemmeno a -ringraziare colui che glielo faceva, lo guardò e si allontanò dicendo: - -— Questi è un qualche nababbo che viene dalle Indie. - -Dantès continuò la sua strada; ciascun passo che faceva gli opprimeva -il cuore con una nuova emozione; tutti i suoi ricordi d’infanzia, -ricordi indelebili, eternamente presenti al suo pensiero erano là che -sorgevano su ciascuna piazza, su ciascun angolo di strada, su ciascun -crocicchio di via. Giungendo all’estremità della strada di Noailles, -nel vedere i viali di Meillan sentì le ginocchia piegarglisi, e poco -mancò non cadesse sotto le ruote di una carrozza, finalmente giunse -alla casa già abitata da suo padre. I nasturzi e le clematidi erano -disparse dalla pergola, ove altra volta la mano tremante del vecchio -le trapiantava con cura. Dantès si appoggiò contro un albero, e -per qualche tempo restò pensieroso riguardando gli ultimi piani di -quell’umile e povera casa; finalmente si avanzò verso la porta, ne -superò il limitare, e domandò se vi fosse un alloggio vuoto, e tanto -insistè per visitare il quinto piano, che quantunque questo fosse -occupato, il portinaro salì e domandò per parte di uno straniero alle -persone che lo abitavano il permesso di vedere le due camere di cui si -componeva. - -Occupavano questo piccolo appartamento un giovine ed una giovane -maritati da otto giorni soltanto. Vedendo questi giovani sposi Dantès -mandò un profondo sospiro. Del rimanente però nulla più v’era che -gli richiamasse alla memoria l’appartamento di suo padre: non v’era -più la stessa carta sulle pareti, non più quei vecchi mobili, quegli -amici dell’infanzia d’Edmondo, vivi al suo pensiero nei loro più -piccoli particolari, tutto era cambiato. Non v’erano che le muraglie -che fossero le stesse. Dantès si volse dalla parte del letto, che era -nello stesso posto in cui lo teneva l’antico pigionale; suo malgrado -gli occhi gli si bagnarono di lagrime: in questo posto il vecchio -doveva aver reso l’ultimo sospiro nominando suo figlio. I due giovani -guardavano con meraviglia quest’uomo dalla fronte severa, sulle guance -del quale scorrevano due grosse lagrime senza che il viso si movesse. -Ma come ogni dolore porta seco la sua religione, i giovani non fecero -alcuna domanda allo sconosciuto; solo si ritirarono addietro per -lasciarlo piangere a tutt’agio, e quando uscì, lo accompagnarono, -dicendogli che poteva ritornare quando voleva, e che la loro povera -casa gli sarebbe sempre stata ospitaliera. - -Passando dal piano di sotto, Edmondo si fermò avanti un’altra porta, -e domandò se abitava sempre lì un sartore chiamato Caderousse, ma il -portinaro gli rispose che l’uomo di cui parlava avendo fatti cattivi -affari, era andato ad abitare sulla strada da Bellegarde a Beaucaire, -ove conduceva l’albergo del Ponte di Gard. - -Dantès discese, domandò l’indirizzo del proprietario della casa sui -viali di Meillan, andò da lui, fecesi annunziare sotto il nome di lord -Wilmor (nome e titolo che stavano scritti sul passaporto) e comprò -quella piccola casa per la somma di 25mila fr. il che era almeno 10mila -fr. più di quel che valeva, ma Dantès, se gli avessero chiesto mezzo -milione, lo avrebbe pagato. Lo stesso giorno i giovani che abitavano -il quinto piano furono prevenuti dal notaro che aveva stipulato il -contratto, che il nuovo proprietario concedeva loro la scelta di un -altro appartamento in tutta la casa, senza aumentare in verun modo -di pigione, a condizione che cedessero le due camere che occupavano. -Questo strano avvenimento fu materia di discorsi per più di otto -giorni a quanti erano soliti di frequentare i viali di Meillan, e -fece fare mille congetture, di cui neppur una fu esatta. Ma ciò che -più di tutto imbrogliò i cervelli, e turbò tutti gli spiriti, fu di -vedere nella stessa sera quel medesimo uomo, che la mattina era stato -veduto entrare nella casa dei viali di Meillan, passeggiare nel piccolo -villaggio dei Catalani, ed entrare in una povera casa di pescatori, -ove restò più di due ore a domandar notizie d’individui parte morti, -parte da più anni disparsi. La dimane le persone, presso le quali egli -era entrato per fare tutte queste domande, ricevettero in dono una -nuovissima barca catalana, guernita di due scorticarie e di altre reti -da pescare; questa brava gente avrebbe voluto ringraziare il generoso -interrogatore, ma avevano veduto, che dopo avere egli dato alcuni -ordini ad un marinaio, era montato a cavallo ed uscito da Marsiglia per -la porta di Aix. - - - - -XXVI. — L’ALBERGO DEL PONTE DI GARD. - - -Coloro che hanno percorso a piedi il mezzogiorno della Francia avranno -potuto notare fra Bellegarde e Beaucaire, circa a mezza strada dal -villaggio alla città, ma pure un po’ più presso a Beaucaire che a -Bellegarde, un piccolo albergo, fuori del quale sta appesa una tavola -che stride al più piccolo vento, e su cui è grottescamente dipinto -il Ponte di Gard. Questo piccolo albergo, prendendo per direzione -il corso del Rodano, è situato dalla parte sinistra della strada, -voltando le spalle al fiume; vi è unito ciò che nella Linguadoca vien -chiamato giardino, vale a dire che il lato opposto a quello che tiene -aperta la porta ai viaggiatori, porge sopra un recinto chiuso su cui -vegetano alcuni ulivi, qualche fico selvaggio, colle foglie inargentate -dalla polvere della strada; fra i loro intervalli nascono, invece di -legumi, il pepe d’India, le cipolline, e lo zafferano; finalmente in -uno degli angoli, come una sentinella dimenticata, cresce un gran -girasole, lanciando in alto il suo fusto malinconico e flessibile, -ed aprendo a ventaglio la cima. Tutti questi alberi grandi e piccoli -sono tutti piegati nella direzione del maestrale, uno dei tre flagelli -della Provenza. Qua e là sulla circostante pianura, che rassomiglia ad -un gran lago di polvere, vegetano alcune spighe di frumento che gli -ortolani del paese coltivano senza dubbio per curiosità, e ciascuna -delle quali serve di ricovero ad una cicala che perseguita col suo -canto aspro e monotono il viaggiatore perdutosi in questa Tebaide. Da -sette o otto anni circa questo piccolo albergo era condotto da un uomo -ed una donna che avevano per soli domestici una cameriera chiamata -Trinetta ed uno stalliere che rispondeva al nome di Pacaud, doppia -cooperazione, che del resto era più che sufficiente ai bisogni del -servizio, dappoichè un canale scavato fra Beaucaire e Aigues-mortes -aveva fatto sostituire vittoriosamente i battelli ai barrocci, e le -barche alle _diligenze_. Questo canale, come per rendere più vivi i -dispiaceri dei disgraziati albergatori che rovinava, passava fra il -Rodano che lo alimenta, e la strada che lo dissecca, a cento passi -circa dall’albergo di cui abbiamo dato una breve ma fedele descrizione. -Non dimentichiamo un cane, vecchio guardiano per la notte e che -abbaiava ciò nonostante contro i passeggieri così nel giorno come fra -le tenebre, tanto aveva perduto poco alla volta l’abitudine di vedere -viaggiatori. - -Il conduttore di questo piccolo albergo era un uomo dai 40 ai 42 anni, -grande, secco e nerboruto, vero tipo meridionale, cogli occhi infossati -e vivaci, col naso a becco d’aquila e i denti bianchi come quelli -di un animale carnivoro. I capelli che sembravano, ad onta dei primi -soffi dell’età, non potersi risolvere a diventar bianchi, erano come la -barba, che portava lunga e ad uso di collare, fitti, crespi e appena -sparsi di qualche pelo grigio: il colorito naturalmente scuro era -ricoperto ancora da una nuova patina nerastra, presa dall’abitudine che -aveva il povero diavolo, di starsi dalla mattina alla sera sul limitare -della porta, per vedere se o a piedi, o in carrozza giungeva qualche -avventore, aspettativa, che quasi sempre andava perduta, e durante -la quale egli non opponeva alcun preservativo all’azione dei raggi -divoratori del sole sul suo viso, fuorchè un fazzoletto rosso annodato -sulla testa secondo il costume dei mulattieri spagnuoli. Quest’uomo -è un’antica nostra conoscenza, è Gaspero Caderousse. Sua moglie al -contrario, che nubile si chiamava Maddalena Radelle, era una donna -pallida, magra e malaticcia. Nata nei contorni d’Arles aveva veduto, -conservando tutte le tracce primitive della bellezza tradizionale delle -sue compatriotte, il suo viso scomporsi lentamente negli accessi quasi -continui di una di quelle febbri sorde, tanto comuni alle popolazioni -vicine agli stagni di _Aigues-mortes_ ed alle paludi della _Camargue_. -Ella stava adunque quasi sempre seduta e tremante nel fondo della -sua camera situata al primo piano, o stesa sur un sofà, o appoggiata -contro il letto, mentre che suo marito faceva la guardia consueta alla -porta della casa, fazione che egli prolungava tanto più volentieri, in -quanto che ogni volta che si accostava alla sua aspra metà, questa lo -perseguitava con eterne lagnanze contro la sorte, alle quali suo marito -non rispondeva d’ordinario che con queste filosofiche parole: - -— Taci là, Carconta! Dio vuole così! - -Questo soprannome era dato a Maddalena Radelle, perchè era nata nel -piccolo villaggio della Carconta, posto fra Salon e Lambèse. Or secondo -un costume del paese, le persone vengono quasi sempre chiamate con -un soprannome, e suo marito aveva sostituito questo vocabolo alla -parola Maddalena troppo dolce, e forse poco sonora pel suo rozzo -linguaggio. Però ad onta di questa pretesa rassegnazione ai decreti -della Provvidenza, non si creda che il nostro albergatore non sentisse -profondamente lo stato deplorabile in cui lo aveva ridotto quel -miserabile canale di Beaucaire, e che egli fosse invulnerabile alle -incessanti lamentazioni con cui lo perseguitava sua moglie. Era, come -tutti i meridionali, un uomo moderato e senza grandi bisogni, ma pieno -di vanità per tutte le cose esteriori. Per tal modo nei tempi della -sua prosperità, non lasciava mai passare nè una festa di villaggio, nè -una processione senza farvisi vedere con la sua Carconta; l’uno col -suo costume pittoresco degli uomini del mezzogiorno, e che partecipa -ad un tempo del catalano e dell’andaluso, l’altra col grazioso abito -delle donne d’Arles, che sembra preso dalla Grecia e dall’Arabia. Ma -un poco per volta, catene da orologio, collane, cinture a mille colori, -giubbe gallonate, vesti di velluto, calze ricamate, ghette variopinte, -scarpe con fibbie d’argento erano sparite; e Gaspero Caderousse, non -potendo più farsi vedere nell’altezza del suo passato splendore, aveva -rinunciato per sè e per sua moglie a tutte queste pompe mondane, di cui -sentiva, rodendosi sordamente il cuore, i festevoli rumori fino sulla -soglia del suo povero albergo, che continuava a conservare ancora più -come un ricovero che come una speculazione. Caderousse, secondo la -sua abitudine, erasi fermato una gran parte della mattina avanti la -porta, girando lo sguardo malinconico da una piccola zolla intorno a -cui erano alcune galline, alle due estremità della strada deserta che -si perdevano una al mezzogiorno e l’altra al nord; quando d’improvviso -la voce aspra di sua moglie lo costrinse ad abbandonare il posto. -Egli rientrò brontolando e salì al primo piano, lasciando però sempre -aperta e spalancata la porta, come per invitare i viaggiatori a non -dimenticarlo passando. - -Nel momento che Caderousse entrava, la grande strada di cui abbiamo -parlato, e che veniva percorsa dal suo sguardo, era nuda, e solitaria -quanto il deserto, dalla parte di mezzogiorno: si estendeva bianca ed -infinita fra due file d’alberi sottili, e si comprenderà facilmente -che nessun viaggiatore libero di scegliere un’altra ora del giorno si -sarebbe avventurato in questo spaventevole Sahara. Ciò non ostante, -contro tutte le probabilità, se Caderousse fosse rimasto al suo posto -avrebbe potuto scorgere dalla parte di Bellegarde, un cavaliere ed un -cavallo camminare con quell’andamento cortese ed amichevole che indica -le migliori relazioni fra l’uomo e l’animale; il cavallo era di razza -ungherese, e andava comodamente al trotto; il cavaliere era un prete -vestito di nero col cappello a tre angoli. Ad onta dell’eccessivo -calore d’un sole ardente nell’ora del mezzogiorno, essi non andavano -che di un trotto molto regolato. Questo gruppo, giunto dinanzi alla -porta, si fermò. - -Sarebbe stato difficile il risolvere se l’uomo fermò il cavallo, o -il cavallo fermò l’uomo; in ogni modo il cavaliere mise il piede a -terra, e tirando l’animale per le redini, lo legò ad un arpione di -uno sportello rovinato, che non reggeva più se non sopra un cardine; -quindi avanzandosi verso la porta, e asciugandosi la fronte grondante -sudore con un fazzoletto di cotone rosso, l’abate battè tre colpi sul -limitare, col puntale di ferro del bastone che aveva in mano. - -Tosto il gran cane nero si alzò, fece qualche passo, abbaiando e -mostrando i denti bianchi ed acuti, doppia dimostrazione ostile, che -provava la poca abitudine che aveva della società. Subito dopo, un -passo grave rumoreggiò sulla scala di legno che si arrampicava lungo -il muro, e per la quale discendeva, curvandosi all’indietro, l’oste del -povero albergo, sulla soglia del quale stava il prete. - -— Eccomi! diceva Caderousse tutto maravigliato; eccomi! vuoi tu -tacerti, Margotin! non abbiate paura, signore, egli abbaia, ma non -morde. Voi desiderate del vino, n’è vero? perchè fa un sole tremendo... -Ah! perdono, interruppe Caderousse, vedendo con quale specie di -passeggiere parlava; perdono, io non sapeva chi avevo l’onore di -ricevere. Che desiderate, sig. abate? sono ai vostri ordini. - -Il prete guardò quest’uomo per due o tre secondi con una attenzione -straordinaria, e sembrò cercasse ancora di attirare sopra di sè -l’attenzione dell’albergatore; ma vedendo che i lineamenti di costui -non esprimevano altro sentimento che la sorpresa di non avere una -risposta, giudicò fosse tempo di finirla e disse con un accento -italiano ben pronunziato: — Non siete voi il sig. Caderousse? - -— Sì signore, disse l’oste, forse meravigliato ancora più della domanda -che del silenzio; sono effettivamente Gaspero Caderousse per servirvi. - -— Gaspero Caderousse?... Sì,... credo bene che sia questo il nome e -cognome. Voi dimoravate in altro tempo sui viali di Meillan, n’è vero, -al quarto piano? — Precisamente. - -— Ed esercitavate la professione di sartore? - -— Sì, ma la mia professione andò male, fa tanto caldo in Marsiglia, che -credo, finirà che nessuno si vestirà più. Ma a proposito di calore, non -volete voi prender qualche cosa per rinfrescarvi, signor abate? - -— Sia pure. Datemi una bottiglia del miglior vino che abbiate, e poi -riprenderemo la conversazione, se non vi dispiace, al punto in cui la -lasciamo. - -— Come vi farà più piacere, sig. abate, — disse Caderousse, e per non -perdere l’occasione di esitare una delle ultime bottiglie di vino di -Cahors che gli restavano, Caderousse si affrettò ad alzare una botola -che copriva un’apertura fatta nel pavimento della camera a pian terreno -che serviva ad un tempo di sala e di cucina. Allorchè in capo a cinque -minuti ricomparve, ritrovò l’abate assiso sur uno sgabello col gomito -appoggiato su di una lunga tavola; mentre che Margotin, sembrando aver -fatto pace con lui, aspettava, che contro il solito questo singolare -viaggiatore prendesse qualche cosa, allungava su la coscia il suo collo -scarno, e l’occhio languente. - -— Siete solo? domandò l’abate all’oste, mentre che questi gli metteva -davanti la bottiglia, ed il bicchiere. - -— Oh! mio Dio, sì solo o circa, poichè io ho una moglie che non mi può -aiutare in cosa alcuna, attesochè la povera Carconta è quasi sempre -malata. - -— Ah! siete ammogliato, disse l’abate con una specie d’interessamento, -girando intorno a sè uno sguardo, che sembrava stimare il tenue valore -del meschino mobilio della camera. - -— Vi accorgete che non sono ricco, n’è vero? disse sospirando -Caderousse, ma per essere fortunato in questo mondo non basta sempre -l’essere onesto uomo. - -L’abate fissò uno sguardo indagatore su di lui. - -— Sì, un onesto uomo; di ciò posso vantarmi, disse l’oste sostenendo -lo sguardo dell’abate, con una mano sul petto e alzando la testa di -basso in alto, e, ai giorni nostri non tutti possono dire altrettanto. -— Tanto meglio, se è vero ciò, di cui vi vantate; poichè io ho la ferma -convinzione che presto o tardi l’uomo onesto viene ricompensato, ed il -perverso punito. - -— Il vostro stato vi fa dir così, sig. abate, il vostro stato vi fa -dir così, ripetè Caderousse con un’amara espressione. Il fatto però ci -mostra che noi siamo liberi di poter credere il contrario di ciò che -dite. — Avete torto di parlar così, disse l’abate, perché forse fra -momenti sarò per voi una prova di ciò che asserisco. — Che volete dire? -domandò Caderousse con meraviglia. — Voglio dire, che prima di tutto -bisogna che mi assicuri se voi siete realmente quello col quale devo -aver che fare. — Quali prove volete che io vi dia? - -— Avete voi conosciuto nel 1814, o 1815, un marinaio che si chiamava -Dantès? - -— Dantès! se io ho conosciuto il povero Edmondo? Lo credo bene! era -anzi uno dei miei migliori amici! gridò Caderousse il cui volto erasi -fatto color di porpora, mentre che l’occhio chiaro e sicuro dell’abate -sembrava dilatarsi per coprire interamente colui che interrogava. — -Sì, io credo che infatto si chiamasse Edmondo. — Se egli si chiamava -Edmondo? il giovinotto! lo credo bene! tanto è vero, quanto io mi -chiamo Gaspero Caderousse. E che n’è divenuto, signore, di questo -povero Edmondo? continuò l’albergatore, l’avreste voi conosciuto? ov’è -al presente? è libero? è felice? - -— È morto prigioniero, più disperato e più miserabile dei forzati che -trascinano la catena al bagno di Tolone. - -Un pallore mortale successe al rossore che si era sparso sulle prime -sul viso di Caderousse. Egli si alzò, e l’abate lo vide asciugarsi -una lagrima con un canto del fazzoletto che gli serviva di berretto. -— Povero giovinotto, mormorò Caderousse. Ebbene ecco ancora un’altra -prova di ciò che io vi diceva, che il destino in questa vita non -è favorevole che ai malvagi... Ah! continuò Caderousse con quel -linguaggio animato delle genti del mezzogiorno, questo mondo va di male -in peggio. Che piova dunque una volta dal cielo per due giorni polvere -da cannone, e poi subito dopo, un’ora di fuoco! così sarà tutto finito. - -— Sembra che voi amaste molto di cuore questo giovine? domandò -l’abate. — Sì, io lo amava molto, disse Caderousse, quantunque debba -rimproverarmi di averne per un momento invidiata la felicità. Ma -dopo, ve lo giuro, parola di Caderousse, ne ho pianto molto la sorte -infelice. - -Fecesi un momento di silenzio, durante il quale lo sguardo fisso -dell’abate non cessò di studiare la fisonomia mobile dell’albergatore. - -— E voi lo avete conosciuto, il povero giovine? continuò Caderousse. — -Io fui chiamato al suo letto di morte per prestargli gli ultimi uffici, -rispose l’abate. - -— E di che male è morto? domandò Caderousse con voce soffocata. — E -di qual male si muore in prigione all’età di trent’anni, se non è la -prigione stessa che uccide? - -Caderousse asciugò il sudore che gli cadeva dalla fronte. - -— Ciò che vi ha di strano in tutto questo, riprese l’abate, si è che -Dantès, al letto di morte, mi ha giurato di non sapere, la vera causa -della sua prigionia. - -— È vero, è vero, mormorò Caderousse, egli non poteva saperla; no, il -povero giovine non mentiva. - -— Ed è appunto perciò che mi ha incaricato di porre in chiaro ciò che -non aveva mai potuto rischiarare da sè stesso; e di riabilitare la sua -memoria, se questa avesse ricevuta qualche macchia. - -E lo sguardo dell’abate divenendo sempre più fisso, divorò -l’espressione quasi tetra che apparve sul viso di Caderousse. - -— Un ricco inglese, continuò l’abate, che fu suo compagno di prigione, -e che venne liberato alla seconda restaurazione, era possessore di un -diamante di gran valore. Uscendo di prigione, siccome Dantès lo aveva -assistito come un fratello in una lunga malattia che aveva sofferto, -volle lasciargli una testimonianza della sua riconoscenza, e gli regalò -questo diamante. Dantès invece di servirsene per sedurre i carcerieri, -che d’altra parte potevano prenderlo, e poi tradirlo, lo custodì sempre -gelosamente pel caso che uscisse di prigione; poichè se fosse uscito la -sua fortuna era assicurata colla vendita di quel solo diamante. - -— Era dunque, domandò Caderousse con occhi ardenti, un diamante di -sommo valore? - -— Tutto è relativo, rispose l’abate; era di gran valore per Edmondo; è -stato stimato 50 mila franchi. - -— 50 mila franchi! esclamò Caderousse; sarà stato grosso come una noce? -— No, disse l’abate, ma ne potrete giudicare da voi stesso avendolo -io in dosso. — Caderousse sembrò cercare con gli occhi sotto le vesti -dell’abate il deposito di cui parlava. L’abate cavò di saccoccia una -scatolina di marrocchino nero, l’aprì, e fece brillare innanzi agli -occhi abbagliati di Caderousse la sfavillante meraviglia, legata sopra -un anello di lavoro ammirabile. - -— E questo vale 50 mila franchi? domandò avidamente Caderousse. — -Senza la legatura, che ancor essa è di un certo valore; — indi chiuse -la scatoletta, e rimise in saccoccia il diamante che continuava a -sfavillare nel fondo della immaginazione di Caderousse. — Ma come vi -trovate possessore di questo diamante? domandò Caderousse; Edmondo vi -ha dunque costituito suo erede? - -— No, ma suo esecutore testamentario. Io aveva tre buoni amici ed una -fidanzata, mi diss’egli; tutti e quattro, ne son certo, mi compiangono -amaramente; uno di questi miei buoni amici si chiama Caderousse. -(Caderousse fremè). - -— L’altro, continuò l’abate senza mostrare di essersi accorto -dell’emozione di Caderousse, si chiamava Danglars; il terzo, soggiunse, -benchè mio rivale, mi amava egualmente. - -Un sorriso diabolico illuminò la fisonomia di Caderousse, che fece un -movimento per interrompere l’abate. - -— Aspettate, disse l’abate, lasciatemi finire, e se avrete qualche -osservazione a farmi, la farete in breve. «L’altro, sebbene mio -rivale, mi amava egualmente, e si chiamava Fernando; in quanto alla -mia fidanzata, il suo nome era....» Io non mi ricordo più il nome della -fidanzata, disse l’abate. - -— Mercedès, soggiunse Caderousse. - -— Ah sì, è vero, riprese l’abate con sorriso soffocato, Mercedès... -— Ebbene? dimandò Caderousse. — Datemi una bottiglia d’acqua, disse -l’abate. — Caderousse si sollecitò ad obbedire. L’abate empì il -bicchiere, e bevette qualche sorso. — A che n’eravamo noi? domandò -di poi posando il bicchiere sulla tavola. La fidanzata si chiamava -Mercedès; sì, è questo. «Voi andrete da Mercedès... (è Dantès che -parla, capite bene?). E venderete questo diamante, ne farete cinque -parti, e le dividerete fra questi miei buoni amici, i soli esseri che -mi hanno amato su questa terra!» - -— In che modo cinque parti? disse Caderousse; non avete nominate che -quattro persone. - -— Perchè la quinta è morta, da quanto mi è stato detto... era essa il -padre di Dantès. - -— Pur troppo, è vero! disse Caderousse commosso dalle passioni che si -urtavano nel suo cuore; pur troppo! sì, il pover’uomo è morto! - -— Ho saputo quest’avvenimento a Marsiglia, rispose l’abate sforzandosi -di comparire indifferente; ma è tanto tempo che è avvenuta questa -morte, che non ho potuto raccogliere nessun particolare.... sapreste -voi dirmi qualche cosa di quel vecchio? - -— Eh! disse Caderousse, chi lo può sapere meglio di me? Io abitava -porta a porta col buon uomo... Oh mio Dio! sì, un anno appena dopo la -sparizione di suo figlio, morì il povero vecchio! - -— Ma di che morì? - -— I medici nominarono la sua malattia; è morto di una gastro-enterite, -credo: quelli che lo conoscevano dicevano che era morto di dolore... e -io, che l’ho quasi veduto morire, dico che è morto... — Caderousse si -fermò. - -— Morto di che? riprese con ansietà l’abate. - -— Morto di fame. - -— Di fame! gridò l’abate scuotendosi sullo sgabello... di fame!... il -più vile degli animali non muore di fame; i cani che vanno errando per -le contrade trovano una mano compassionevole che loro getta un tozzo di -pane! e un uomo, un cristiano è morto di fame in mezzo ad altri uomini, -che si dicono cristiani come lui! impossibile! oh! ciò è impossibile! - -— Dissi ciò che dissi, riprese Caderousse. - -— Tu hai torto, disse una voce dalle scale; di che ti mischi? — I -due uomini si voltarono e videro tra le sbarre della scala la testa -malaticcia della Carconta. Essa erasi trascinata fin là, ed ascoltava -la conversazione, assisa sull’ultimo scalino colla testa appoggiata -sulle ginocchia. - -— Di che vieni tu a mischiarti, o moglie? disse Caderousse. Questo -signore domanda delle informazioni, la cortesia vuole che gli si diano. - -— Ma prudenza vuole che ti taccia. Chi ti dice con quali intenzioni ti -si vuol far parlare, imbecille! - -— Con una intenzione eccellente, ve ne rispondo io, disse l’abate. -Vostro marito adunque non ha nulla a temere, purchè mi risponda -francamente. - -— Nulla a temere... Sì, si comincia con delle belle promesse, poi uno -si contenta di dire che non vi ha nulla a temere, quindi se ne va senza -custodir una parola di ciò che è stato detto, e un bel mattino cade la -disgrazia sopra una povera famiglia senza che si sappia da che parte -viene. - -— State tranquilla, buona donna, rispose l’abate, la disgrazia non vi -verrà da parte mia, ve lo garantisco. - -La Carconta brontolò qualche parola che non si potè capire, lasciò -ricadere sulle ginocchia la testa che per un momento aveva sollevata, -e continuò a tremare per la febbre, lasciando suo marito libero di -continuare la conversazione, ma situandosi in modo da non perderne una -parola. - -Frattanto l’abate aveva bevuto qualche sorso d’acqua e si era rimesso. -— Ma, riprese egli, questo disgraziato vecchio era adunque talmente -abbandonato da tutti che dovè perire di una tal morte? - -— Oh! signore, riprese Caderousse, Mercedès la catalana ed il sig. -Morrel non lo avevano abbandonato; ma il povero vecchio aveva presa una -profonda antipatia per Fernando, quello stesso, continuò Caderousse con -sorriso ironico, che Dantès vi disse essere uno dei suoi amici. - -— Ma dunque non lo era? domandò l’abate. - -— Gaspero, Gaspero, mormorò la donna dall’alto della scala; fa bene -attenzione a ciò che stai per dire. — Caderousse fece un movimento -d’impazienza e senza dare veruna risposta a quella che lo interrompeva: -— Si può egli mai essere l’amico di quello a cui si vuol portar via la -fidanzata? rispose egli all’abate. Dantès, che aveva il cuore d’oro, -chiamava tutti coloro suoi amici... povero Edmondo... eppure è meglio -che non abbia saputo nulla, avrebbe durata troppo fatica a perdonar in -punto di morte... quantunque, che che se ne dica, continuò Caderousse -col suo linguaggio che non mancava di una specie di rozza poesia, ho -più paura della maledizione dei morti che dell’odio dei vivi. - -— Imbecille, gli disse la Carconta. - -— Sapete voi dunque, continuò l’abate, ciò che questo Fernando ha fatto -contro Dantès? - -— Se lo so? lo credo bene! - -— Parlate allora. - -— Gaspero, fa ciò che vuoi, sei il padrone, disse la moglie, ma se mi -dai retta, non dirai nulla. - -— Questa volta, moglie mia, credo che tu abbia ragione. - -— Così voi non volete dir nulla, riprese l’abate. - -— E a che serve? disse Caderousse. Se Edmondo fosse vivo, e che una -volta per tutte venisse da me per conoscere tutti i suoi amici e -nemici, io parlerei; ma egli ora è sotterra, per quanto mi avete detto, -non può più avere odii, non può più vendicarsi, dimentichiamo tutto. - -— Volete allora, disse l’abate, che io dia a questi individui, che -voi mi qualificate per indegni e falsi amici, una ricompensa destinata -alla fedeltà? — È vero, avete ragione, disse Caderousse. D’altra parte -ora a che servirebbe loro, il legato del povero Edmondo, sarebbe una -goccia d’acqua caduta in mare. — Senza calcolare che quella gente può -schiacciarti con un gesto, disse la moglie. - -— Ed in qual modo? coloro adunque sono divenuti ricchi e potenti? — Voi -dunque non sapete la loro storia? - -— No, raccontatemela. - -Caderousse parve riflettere un momento. - -— No, in verità, diss’egli, sarebbe troppo lunga. - -— Siete libero di tacervi, amico mio, disse l’abate con l’accento della -più grande indifferenza, ed io rispetto i vostri scrupoli, d’altra -parte il vostro modo di condurvi è veramente da uomo dabbene; non ne -parliamo adunque più. Di che cosa era io incaricato? di una semplice -formalità: venderò adunque questo diamante. — E lo cavò di saccoccia -facendolo brillare una seconda volta innanzi agli occhi di Caderousse. -— Vieni adunque a vedere, moglie mia, disse questi con voce rauca. -— Un diamante! disse la Carconta levandosi e discendendo, con passo -abbastanza fermo, la scala. E che cosa è dunque questo diamante? - -— Ah! tu non hai inteso? disse Caderousse; è un diamante che il giovine -ci ha lasciato in legato; prima a suo padre, poi ai suoi tre amici -Fernando, Danglars ed io, e a Mercedès sua fidanzata; questo diamante -costa 50mila fr. - -— Oh! il bel gioiello! diss’ella. — Il quinto allora di questa somma -appartiene a noi? disse Caderousse. - -— Sì, rispose l’abate, e più la parte del padre che mi credo -autorizzato a ripartire su voi quattro. - -— E perchè su noi quattro? domandò la Carconta. - -— Perchè voi siete i quattro amici d’Edmondo. - -— Non sono amici coloro che tradiscono, mormorò sottovoce a sua volta -la donna. — Sì, sì, disse Caderousse, e ciò diceva anch’io. È quasi -una profanazione, quasi un sacrilegio, il dare una ricompensa al -tradimento e fors’anche al delitto. — Siete voi che lo volete, rispose -tranquillamente l’abate, rimettendo il diamante nella tasca della -sottana; ora datemi l’indirizzo degli amici di Edmondo affinchè io -possa eseguire le sue ultime volontà. - -Il sudore colava a grosse gocce dalla fronte di Caderousse; egli vide -l’abate alzarsi, e dirigersi verso la porta, come per dare un’occhiata -d’avviso al cavallo e ritornare. Caderousse e sua moglie si guardavano -con una espressione indicibile. — Il diamante sarebbe tutto nostro... -per intero! disse Caderousse. — Lo credi tu, rispose la donna. — Un -uomo del suo sacro carattere non vorrà ingannarci. — Fa come vuoi, -disse la donna: in quanto a me, non me ne mischio. — E tutta tremante, -riprese la via delle scale, i denti le battevano, ad onta che facesse -un caldo ardente. Sull’ultimo scalino si fermò un momento: - -— Rifletteteci bene, Gaspero, diss’ella. - -— Io sono risoluto, rispose Caderousse. — La Carconta rientrò -sospirando nella sua camera: il piancito si sentì stridere sotto i suoi -passi fino a che ebbe raggiunto il sofà sul quale cadde assisa come un -corpo morto. - -— A che siete voi risoluto? domandò l’abate. - -— A dirvi tutto, rispose Caderousse. - -— In verità, credo che sia ciò che vi ha di meglio a farsi; non che io -abbia alcuna importanza a saper cose che voi vorreste nascondere, ma -finalmente, se potreste condurmi a distribuire i legati secondo i voti -del testatore, ciò sarebbe molto meglio. - -— Lo spero, rispose Caderousse con le guance infiammate dal rossore -della speranza e della cupidigia. - -— Io vi ascolto, disse l’abate. - -— Aspettate, riprese Caderousse, potremmo essere interrotti nel punto -più importante, e sarebbe disgradevole; d’altra parte è inutile che si -sappia, che voi siete venuto qui. — Andò alla porta dell’albergo che -chiuse, e per maggior cautela vi mise la sbarra della notte. In questo -intervallo l’abate scelse il posto per ascoltare a suo bell’agio; si -assise in un angolo in modo da rimanere nell’ombra, mentre che la luce -sarebbe caduta pienamente sul viso del suo interlocutore. In quanto -a lui colla testa inclinata, le mani giunte o piuttosto serrate, si -preparava ad ascoltare attentamente. - -Caderousse avvicinò uno sgabello, e si assise in faccia all’abate. - -— Sovvienti che io non ti ho spinto a nulla, disse la voce tremolante -della Carconta, come se, attraverso al pavimento, avesse potuto vedere -la scena che si stava preparando. - -— Sta bene, sta bene, disse Caderousse; non ne parliamo più; prendo -tutto su di me. — E incominciò così. - - - - -XXVII. — IL RACCONTO. - - -— Prima di tutto, disse Caderousse, debbo pregarvi di promettermi una -cosa. - -— E quale? domandò l’abate. - -— Che non si saprà mai che io vi ho dato questi particolari, in caso -che aveste bisogno di farne qualche uso; perchè quelli di cui sto per -parlarvi sono ricchi e potenti, e se avessero a toccarmi ancora colla -sola punta di un dito mi stritolerebbero come vetro. - -— State tranquillo, mio buon amico, vi assicuro sul mio carattere che -le vostre parole moriranno nel mio seno. Ricordatevi che non abbiamo -altro scopo che di eseguire degnamente le ultime volontà del nostro -amico. Parlate adunque senza riguardi e senza prevenzione di odio; dite -la verità tutta intera. Io non conosco, e forse non conoscerò mai le -persone di cui siete per parlarmi; d’altra parte sono italiano e non -francese, e dopo compite l’ultime volontà di un moribondo ritorno in -patria. - -Questa sicura promessa parve assicurare del tutto Caderousse. - -— Ebbene! in questo caso, disse Caderousse, io voglio dirvi anche più, -io devo disingannarvi sulle amicizie che il povero Edmondo credeva -sincere e affettuose. — Cominciamo da suo padre, se vi piace. Edmondo -mi ha parlato molto di questo vecchio pel quale nutriva un grandissimo -amore. - -— L’istoria è trista, disse Caderousse, tentennando la testa. Voi -probabilmente ne conoscerete il principio. - -— Sì, Edmondo mi ha raccontato le cose fino al momento in cui fu -arrestato, in una piccola osteria vicino Marsiglia. - -— Alla _Réserve_. Oh! mio Dio, sì io vedo ancora la cosa come se -accadesse ora. — Non fu al pranzo dei suoi sponsali? — Sì, a quel -pranzo che ebbe un allegro principio e un tristo fine. Un commissario -di polizia seguito da quattro fucilieri entrò, e Dantès fu arrestato. - -— Ecco fin dove giunge quello che so io, disse l’abate. Dantès stesso -non sapeva che ciò che gli era puramente personale; poichè non ha più -riveduto nessuna delle cinque persone che ho nominato, nè ha più inteso -parlare di loro. - -— Dopochè Dantès fu arrestato il sig. Morrel corse per prendere delle -informazioni; esse furono tristissime. Il vecchio Dantès ritornò -solo in casa sua, piegò gli abiti di nozze piangendo, passò tutta la -giornata in andare e venire per la sua camera, e la sera non dormì; -io che abitava sotto di lui, lo sentii in moto tutta la notte; io -stesso, debbo dirlo, parimente non dormii: il dolore di questo povero -padre mi faceva molto male, e ciascuno dei suoi passi ripercuotevami -nel cuore, come se mi avesse in effetto posto il piede sul petto. -La dimane Mercedès venne a Marsiglia per implorare la protezione del -sig. de Villefort; ma nulla ottenne; dopo andò subito a far visita al -vecchio. Quando lo vide così tristo ed abbattuto, che aveva passata -tutta la notte senza riposare, e non aveva mangiato nel giorno innanzi, -volle condurlo seco per prenderne cura; ma il vecchio non ha mai voluto -acconsentirvi. No, diceva egli, non lascerò mai questa casa perchè -son certo che il mio povero figlio mi ama sopra ogni altra cosa, e se -esce di prigione, correrà a visitare me pel primo. Che direbbe se non -fossi là ad aspettarlo? Io ascoltava tutto dal pianerottolo, perchè -avrei desiderato che Mercedès avesse persuaso il vecchio a seguirla; -quei passi ripetuti e giorno e notte sulla mia testa, non mi lasciavano -avere un momento di riposo. - -— E voi non salivate mai a consolarlo? - -— Ah! sig. abate, non si giunge mai a consolare che coloro che vogliono -esser consolati, ed egli non voleva esserlo. D’altra parte, non so -perchè, sembrava che avesse repugnanza a vedermi. Una notte però, che -intesi i suoi singhiozzi, non potei più resistere, e salii: ma quando -giunsi alla porta, non singhiozzava più; pregava. Egli ritrovava parole -eloquentissime, suppliche pietose che ora non saprei ripetere: era più -che pietà, era più che dolore, ed io che non sono bigotto, diceva a me -stesso «son ben felice d’esser solo e di non aver figli, perchè se io -fossi padre e soffrissi un dolore come quello di questo povero vecchio, -non potendo ritrovare nella mia memoria, nè nel mio cuore tutto ciò che -egli dice al buon Dio, me ne andrei dritto dritto a precipitarmi nel -mare per non soffrire più lungamente.» - -— Povero padre! mormorò l’abate. - -— Di giorno in giorno egli viveva più solo e più isolato; spesso -il sig. Morrel o Mercedès venivano per vederlo, ma la sua porta -era chiusa; e, quantunque fossero ben sicuri che era in casa, non -rispondeva ad alcuno. Un giorno che contro il solito ricevè Mercedès, -e che la povera ragazza, quantunque essa pure disperata, cercava -confortarlo; «Credimi, figlia mia, egli disse, Edmondo è morto, e -invece di aspettar lui, egli aspetta noi... Io sono ben fortunato, -perchè essendo più vecchio, sarò il primo a rivederlo.» - -— Per quanto uno sia buono, si stanca ben presto di vedere le persone -che vi attristano: il vecchio Dantès finì per rimanere affatto solo. -Io non vedeva più salire da lui alcuno, se non a quando a quando certi -sconosciuti che discendevano poi con degli involti mal nascosti: -conobbi in seguito che cosa erano quegl’involti, egli vendeva a -poco a poco tutto ciò che aveva, per vivere. Finalmente il buon uomo -terminò i suoi poveri arredi... era debitore di tre rate di pigione; -fu minacciato di esser cacciato; domandò una dilazione di otto giorni, -che gli venne accordata. Io so questi particolari perchè l’esattore -entrò da me, uscendo da lui. Nei primi tre giorni lo intesi camminare -come d’ordinario; ma nel quarto non sentii più nulla. Mi arrischiai a -salire, la porta era chiusa; guardai traverso la serratura, e lo vidi -tanto pallido ed estenuato, che credendolo malato ne feci prevenire -il sig. Morrel e corsi da Mercedès. Tutti e due si sollecitarono -a venire. Morrel condusse seco un medico, che osservando in lui -una gastro-enterite ordinò la dieta. Io era presente, signore, non -dimenticherò mai il sorriso del vecchio a questa condizione. Da quel -momento egli aprì la porta; aveva una scusa per non mangiar più: «il -medico aveva ordinata la dieta.» - -L’abate mandò una specie di gemito. - -— Questa istoria desta in voi dell’interessamento? disse Caderousse. - -— Sì, rispose l’abate; essa è commovente. - -— Mercedès ritornò: ella lo trovò così cambiato che come la prima -volta, lo voleva far trasportare nella sua capanna. Questo era pure il -parere di Morrel; ma il vecchio gridò tanto, che essi ebbero paura. -Mercedès restò al capezzale del letto, Morrel si allontanò facendo -segno alla catalana ch’ei lasciava una borsa sul caminetto. Ma, forte -dell’ordinazione del medico, il vecchio non volle prender nulla. -Finalmente, dopo nove giorni di disperazione e di astinenza, il vecchio -spirò, maledicendo quelli che erano stati causa della sua disgrazia, e -dicendo a Mercedès: «Se un giorno vedrete il mio Edmondo, ditegli che -io muoio benedicendolo.» - -L’abate si alzò, fe’ due giri intorno alla camera portando la mano -fremente all’arida gola. — E voi credete che egli sia morto...? - -— Di fame... signore, disse Caderousse, ne rispondo io, quanto è vero -che siamo qui. - -L’abate prese con mano convulsa il bicchiere d’acqua ancora a metà, lo -vuotò di un fiato, e si rimise a sedere con gli occhi rossi e le guance -pallide. - -— Confessate che fu una gran disgrazia, diss’egli con voce rauca. -— E tanto più grande, perchè causata da finta amicizia. — Passiamo -adunque a questi uomini, disse l’abate; ma pensatevi bene, continuò -egli con un tuono quasi minaccioso, vi siete impegnato a dirmi tutto; -sentiamo dunque, chi son quelli che hanno fatto morire il figlio di -disperazione, ed il padre di fame? — Fernando e Danglars, due uomini -gelosi di Edmondo, uno per amore, l’altro per ambizione. — Ed in qual -modo si manifestò questa loro gelosia? — Essi denunziarono Edmondo -come messo bonapartista. — Ma chi dei due lo denunciò? chi dei due fu -il vero colpevole? — Tutti e due, l’uno scrisse la lettera, l’altro la -mise alla posta. — Questa lettera dove fu scritta? - -— All’osteria stessa della _Réserve_ il giorno prima degli sponsali. — -Sta bene, sta bene, mormorò l’abate. Oh! Faria! Faria! come conoscevi -bene gli uomini e le cose! - -— Che dite, signore? domandò Caderousse. — Niente! continuate. — -Danglars scrisse la denunzia con la mano sinistra, perchè non fosse -riconosciuto il carattere, e Fernando l’inviò. — Ma, gridò d’improvviso -l’abate, voi eravate là! — Io? disse Caderousse meravigliato, e chi -vi ha detto che v’era? — L’abate s’accorse che erasi lasciato troppo -trasportare. — Nessuno, disse egli, ma per essere così bene informato -di tutti questi particolari, bisogna essere stato presente. — È vero, -disse Caderousse con voce soffocata: io vi era. — E non vi siete -opposto a quest’infamia? disse l’abate; voi dunque siete loro complice. - -— Signore, essi mi avevano fatto tanto bere che quasi avevo perduto -la ragione: non vedeva più che attraverso una nebbia. Dissi quanto -poteva dire un uomo in quello stato, ma essi mi risposero, essere stato -uno scherzo che avevano voluto fare, e che non avrebbe avuto alcuna -conseguenza. - -— Va bene, disse l’abate, voi avete parlato con franchezza; e -l’accusarsi in tal modo è un meritare il perdono. - -— Disgraziatamente Edmondo è morto, e non mi ha perdonato. — Egli -ignorava tutto ciò. - -— Ma ora forse lo saprà. Si dice che i morti sappian tutto. - -Fecesi un momento di silenzio: l’abate si era alzato e passeggiava -pensieroso, ritornò al suo posto e si assise di bel nuovo. — Voi mi -avete nominato due o tre volte un certo sig. Morrel, diss’egli. Chi era -quest’uomo? — Era l’armatore del _Faraone_, il padrone e protettore di -Dantès. - -— E qual parte ha sostenuto in tutta questa trista faccenda? - -— La parte dell’uomo onesto, coraggioso e affezionato. Venti volte fu -ad intercedere per Edmondo; quando ritornò l’Imperatore scrisse, pregò, -minacciò, e tanto che, nella seconda restaurazione fu grandemente -perseguitato come bonapartista. Dieci volte, come vi ho detto, è venuto -dal padre di Dantès per ritrovarlo in casa sua, e il giorno prima della -sua morte aveva lasciato sul caminetto una borsa colla quale furono -pagati i debiti del buon uomo e le spese dei funerali; dimodochè il -povero vecchio, potè almeno morire come aveva vissuto senza far danno -ad alcuno. Sono io ancora possessore di quella borsa, una borsa di -cordonetto rosso. - -— E questo sig. Morrel vive ancora? - -— Sì, disse Caderousse. — In questo caso dev’essere un uomo benedetto -dal cielo, dev’esser ricco... felice? — Caderousse sorrise amaramente. -— Sì, felice come lo sono io, diss’egli. - -— Come! Morrel sarebbe disgraziato! gridò l’abate. - -— Egli è vicino alla miseria, e peggio ancora, è vicino al disonore. -— E come? — Sì, rispose Caderousse; dopo vent’anni di fatiche, dopo -essersi acquistato il posto più onorevole nel commercio di Marsiglia, -Morrel è rovinato da cima a fondo. In due anni ha perduto cinque -bastimenti, sofferto tre fallimenti terribili ed ora non ha più altre -speranze che in quello stesso _Faraone_, che era comandato dal povero -Dantès, e che deve ritornare dalle Indie con un carico di cocciniglia e -d’indaco. Se questo bastimento si perde come gli altri, è rovinato del -tutto. - -— E il disgraziato ha moglie, figli? - -— Sì, ha una moglie che in tutte queste avversità si è condotta come -una santa; ha una figlia che stava per isposare l’uomo da lei amato, e -la famiglia del quale si è opposta ad un matrimonio colla figlia di un -rovinato; finalmente ha un figlio sotto-tenente nell’esercito. Ma voi -lo capirete bene, tutto ciò invece di sollevarlo non fa che raddoppiare -il dolore del pover’uomo; se fosse stato solo si sarebbe bruciate le -cervella, e tutto sarebbe finito. - -— Ciò è spaventevole! mormorò l’abate. - -— Ecco come in questa vita viene ricompensata la virtù, disse -Caderousse. Osservate, io che non ho mai fatto una cattiva azione a -nessuno, meno quella che vi ho raccontato, sono nella miseria; dopo -che avrò veduto morire la povera mia moglie di febbre senza poter fare -nulla per lei, morirò di fame come è morto il padre di Dantès, mentre -che Fernando e Danglars nuotano nell’oro. - -— E come avviene ciò? — Perchè ad essi tutto gira in bene, nel mentre -che ai galantuomini gira in male. — Che è divenuto di questo Danglars, -il più colpevole, n’è vero, l’instigatore? — Che n’è divenuto? egli -abbandonò Marsiglia con una raccomandazione di Morrel, che ignorava -il suo delitto, e potè entrare commesso d’ordine presso un banchiere -spagnuolo. All’epoca della guerra di Spagna, s’incaricò di una parte -delle forniture dell’esercito francese, e fece fortuna: allora con -questo primo danaro, speculò sui fondi pubblici, ed ha triplicato, e -quadruplicato i suoi capitali, e, vedovo egli pure della figlia del -suo banchiere, sposò una vedova, la sig.ª di Nargonne, figlia di de -Servieux ciambellano del Re attuale, e che gode dei più grandi favori -in corte. Divenuto milionario lo hanno creato conte, dimodochè ora è -il conte Danglars che ha un palazzo nella strada di Mont-Blanc, dieci -cavalli nelle scuderie, sei lacchè in anticamera, e non so quanti -milioni in casa. - -— Ah! fece l’abate con un’espressione singolare; ed egli è felice. -— Ah! felice, chi può dir questo? la felicità e l’infelicità sono -il segreto delle mura, le mura hanno orecchie, ma non lingua, se uno -è felice con una grande fortuna, Danglars è felice. — E Fernando? — -Fernando? è tutt’altra cosa. — Ma come mai un povero pescatore catalano -senza risorse e senza educazione ha potuto fare una fortuna? ciò mi -sorprende, ve lo confesso. — E ciò pure sorprende tutti; bisogna che -nella sua vita siavi qualche strano segreto che nessuno sa. - -— Ma finalmente per quali gradini visibili ha potuto salire a -quest’alta fortuna od a quest’alta posizione? — Ad entrambe, signore, -ad entrambe: egli ha fortuna insieme e posizione. — Ma è una favola che -mi raccontate? - -— Ne ha tutte le sembianze, ma è una cosa reale, ascoltate e -risolvete voi stesso. Pochi giorni prima che ritornasse Dantès, -Fernando era caduto in coscrizione. I Borboni lo lasciarono stare -tranquillo ai Catalani, ma al ritorno di Napoleone fu ordinata -una leva straordinaria, e Fernando fu costretto a partire. Io pure -partii; ma essendo più vecchio di Fernando, ed avendo da poco sposata -la mia povera moglie, fui inviato soltanto sulle coste. Fernando, -incorporato nelle schiere attive, venne mandato col suo reggimento -alla frontiera, ed assistè alla battaglia; egli era di piantone alla -porta di un generale che aveva segrete relazioni con l’inimico, e -che quella notte stessa doveva riunirsi agl’inglesi, il quale gli -propose di accompagnarlo; Fernando accettò, abbandonò il posto e seguì -il generale. Ciò che avrebbe fatto passare un consiglio di guerra -a Fernando, gli servì di raccomandazione. Rientrò in Francia con la -spallina di sotto-tenente; e siccome non gli mancava la protezione del -suo generale, che in allora godeva molto favore, divenne capitano nel -1823, alla epoca della prima guerra di Spagna, vale a dire al tempo -in cui Danglars arrischiava le sue speculazioni. Siccome Fernando si -poteva considerare quasi spagnuolo, fu inviato a Madrid per esplorarvi -lo spirito dei suoi compatriotti: là ritrovò Danglars, si abboccarono -insieme, promise al suo generale l’appoggio dei regii della capitale -e delle province, e ricevè delle promesse, assunse sul suo conto -degl’impegni, guidò il reggimento per sentieri a lui solo noti, fra -le gole guardate dai regii, e finalmente in questa breve campagna rese -servigi tali, che dopo la presa di Trocadero venne nominato colonnello, -e ricevette la croce di ufficiale della Legion d’Onore unitamente al -titolo di Barone. - -— Destino! destino! mormorò l’abate. - -— Sì, ma ascoltate, che non è ancor tutto. Finita la guerra di Spagna, -la carriera di Fernando si trovava messa a rischio dalla lunga pace -che doveva regnare in Europa; la Grecia soltanto era sollevata contro -la Turchia, e cominciava la guerra della sua indipendenza; tutti gli -occhi erano sopra Atene; era di moda il compiangere e sostenere i -Greci. Fernando domandò ed ottenne il permesso di andare al servizio -della Grecia, continuando però a comparire inscritto sui registri -dell’esercito. Qualche tempo dopo si seppe che il Barone di Morcerf, -che tale era il nome che portava, era entrato al servizio d’Alì-Pascià -col grado di generale istruttore. Alì-Pascià fu ucciso come sapete; ma -prima di morire ricompensò i servigi di Fernando lasciandogli una somma -considerevole, colla quale tornò in Francia ove gli venne confermato il -grado di Tenente-Generale. - -— Dimodochè in oggi..., domandò l’abate. - -— Dimodochè in oggi, proseguì Caderousse, egli è conte, e deputato, -possiede un palazzo magnifico a Parigi strada di Helder N. 27. - -L’abate aprì la bocca, ma rimase un momento come un uomo che esita, -quindi facendo uno sforzo su sè stesso: - -— E Mercedès? diss’egli, venni assicurato che ella disparve. - -— Disparve, disse Caderousse, come sparisce il sole per rialzarsi la -dimane più risplendente. — Ella pure ha fatto fortuna? domandò l’abate -con un sorriso ironico. — Mercedès a quest’ora si ritrova d’essere -una delle più grandi dame di Parigi, riprese Caderousse. — Continuate, -disse l’abate; mi sembra di ascoltare il racconto di un sogno. Ma io -stesso ho veduto cose sì straordinarie che mi sorprendono poco quelle -che voi mi dite. - -— Mercedès dapprima fu disperata pel colpo che le tolse il suo -Edmondo. Vi ho detto le sue istanze presso il sig. de Villefort e la -sua devozione pel padre di Dantès. In mezzo alla sua disperazione un -altro dolore venne a colpirla, e questo fu la partenza di Fernando -di cui ella ignorava il delitto, e che considerava come un fratello. -Fernando partì e Mercedès rimase sola. Tre mesi passarono in lagrime; -nessuna notizia di Fernando; null’altro avanti gli occhi che un vecchio -moribondo per la disperazione. Una sera, dopo essere rimasta tutto il -giorno assisa, come era sua abitudine, presso l’angolo delle due strade -che dai Catalani conducono a Marsiglia, ritornò nella capanna, trista -più del consueto; nè l’amante, nè l’amico ritornavano da una di quelle -due strade e non riceveva notizie nè dell’uno nè dell’altro. - -«D’improvviso le sembrò udire un passo conosciuto, si volse con -ansietà, la porta s’aprì, e vide comparire Fernando coll’uniforme di -sotto-tenente. Non era la metà di ciò che piangeva, ma era una parte -della sua vita passata che ritornava a lei. Mercedès strinse le mani -di Fernando con trasporto tale, che questi credè fosse amore per lui, -mentre non era che la gioia di non esser più sola al mondo, e di vedere -un amico dopo sì lunghe ore di trista solitudine; e poi bisogna pur -dirlo, Fernando non era mai stato odiato, egli non era amato, ecco -tutto; un altro occupava interamente il cuore di Mercedès; quest’altro -era assente... era disparso... forse morto... A quest’ultima idea -Mercedès scoppiò in singhiozzi, e si contorse le braccia pel dolore; -ma quest’idea, ch’ella respingeva altre volte, quando le veniva da un -altro suggerita, ora le veniva spontaneamente da sè sola allo spirito; -d’altra parte il vecchio Dantès non cessava di dirle «il nostro Edmondo -è morto, se non fosse morto ritornerebbe.» - -«Il vecchio morì, come vi dissi, se fosse vissuto, Mercedès forse non -diveniva mai la moglie di un altro, perchè il buon vecchio sarebbe -sempre rimasto là a rimproverarle ognora la sua infedeltà. Fernando lo -capì e non ritornò che quando seppe la morte del vecchio. Questa volta -era tenente. Nel primo viaggio non aveva detto una parola d’amore a -Mercedès; nel secondo le ricordò che l’amava sempre. Mercedès domandò -sei mesi ancora per aspettare e piangere Edmondo». - -— Gran cosa! disse l’abate con un sorriso amaro, non erano che diciotto -mesi in tutto. Che può domandare di più l’amante più adorato? poi -mormorò queste parole del poeta inglese. — _Frailty, thy name is -woman!_ = _Fragilità, sei femmina!_ — Sei mesi dopo, riprese Caderousse -si effettuò il matrimonio nella chiesa degli _Accoules_. - -— Era la medesima chiesa ove doveva sposare Edmondo, mormorò l’abate; -il marito solo era cambiato, ecco tutto. - -— Mercedès adunque si maritò, continuò Caderousse; e quantunque -agli occhi di tutti sembrasse tranquilla, ella però svenne passando -davanti la _Réserve_, ove diciotto mesi prima erano stati celebrati -gli sponsali con colui che avrebbe veduto di amare tuttora, se avesse -osato di guardare nel fondo del cuore. Fernando più felice, ma non più -tranquillo, poichè io l’ho allora veduto, e temeva sempre il ritorno -di Edmondo, Fernando si occupò subito di spatriare con sua moglie e di -esiliarsi insiem con lei; vi erano troppi pericoli a temere, e nello -stesso tempo troppi ricordi da combattere restando ai Catalani. Otto -giorni dopo le nozze partirono. - -— Rivedeste più Mercedès? domandò l’abate. - -— Sì, nel momento della guerra di Spagna a Perpignano, ove Fernando -l’aveva lasciata; ella si occupava dell’educazione di suo figlio. - -L’abate rabbrividì. — Di suo figlio? diss’egli. - -— Sì, rispose Caderousse, del piccolo Alberto. - -— Ma per istruire questo figlio, continuò l’abate, avrà ricevuto -anch’essa un’educazione? Mi sembra di avere inteso dire da Edmondo che -era figlia di un semplice pescatore, bella, ma non istruita. - -— Oh! disse Caderousse, conosceva egli dunque così male la propria -fidanzata? Mercedès avrebbe potuto divenir regina, se la corona dovesse -posare soltanto sulle teste più belle, e più intelligenti. La sua -fortuna ingrandiva da sè, ed ella diveniva grande con la sua fortuna. -Ella imparava il disegno, la musica; tutto. D’altra parte io credo, -sia detto fra noi, che non facesse tuttociò che per distrarsi, per -dimenticare, e che non mettesse tante cose in testa che per combattere -quelle che avea in cuore. Ma ora che tutto deve dirsi, continuò -Caderousse; la fortuna, e gli onori l’hanno senza dubbio consolata. -Ella è ricca, è contessa, e ciò non pertanto... — Caderousse si fermò. - -— Ciò non pertanto, che? domandò l’abate. - -— Ciò non pertanto son sicuro che non è felice. - -— E che cosa ve lo fa credere? - -— Ebbene; quando io stesso mi sono ritrovato troppo disgraziato, ho -pensato che i miei antichi amici mi avrebbero aiutato in qualche cosa. -Mi sono presentato a Danglars, che non mi ha voluto neppure ricevere. -Sono stato da Fernando, e mi ha fatto passare cento franchi per le mani -del cameriere. - -— Così non li vedeste, nè l’uno nè l’altro. - -— No, ma videmi bene la signora de Morcerf. - -— E come? — Quando sono uscito, una borsa cadde ai miei piedi; essa -conteneva 25 luigi. Alzai la testa e vidi Mercedès che chiudeva il -balcone. — E de Villefort? domandò l’abate. - -— Oh! egli non era mio amico, non lo conoscevo, non avevo nulla a -domandargli. — Ma non sapete ciò che sia accaduto di lui, e qual parte -abbia preso alla disgrazia di Edmondo? — No; so soltanto che qualche -tempo dopo averlo fatto arrestare, sposò madamigella di S. Méran, e ben -presto lasciò Marsiglia. Senza dubbio la fortuna gli avrà sorriso come -agli altri, senza dubbio egli sarà ricco come Danglars, considerato -come Fernando; io solo, lo vedete, io solo sono rimasto povero, -miserabile, e dimenticato da tutti. - -— V’ingannate, amico mio, disse l’abate: qualche volta può sembrare -che Dio dimentichi qualcuno; ma viene il giorno della giustizia, viene -il giorno in cui si ricorda, ed eccovene una prova. — A queste parole -l’abate cavò il diamante dalla saccoccia, e presentandolo a Caderousse: -— Prendete, gli disse, prendete questo diamante, poichè è vostro. - -— Come? a me solo? gridò Caderousse; ah! signore, non vi burlate di me? - -— Questo diamante doveva essere diviso fra gli amici di Edmondo: -Edmondo non aveva che un solo amico, la divisione diventa dunque -inutile. Prendete questo diamante, e vendetelo; vale 50mila fr., ve lo -ripeto, e spero che questa somma basterà per togliervi dalla miseria. - -— Oh! signore, disse Caderousse avanzando timidamente una mano, mentre -con l’altra si asciugava il sudore che gli stillava dalla fronte; oh! -non vi fate uno scherzo della felicità, o della disperazione di un -uomo! - -— Io so ciò che è la felicità, e ciò che è la disperazione, e non mi -prenderei mai giuoco di questi sentimenti, rispose l’abate. Prendete -adunque, ma in cambio... - -Caderousse, che già toccava il diamante, ritirò la mano. - -L’abate sorrise. — In cambio, continuò egli, regalatemi quella borsa -di seta rossa che il sig. Morrel avea lasciata sul caminetto del -vecchio Dantès, e che mi avete detto essere ancora nelle vostre mani. -— Caderousse sempre maravigliato, aprì un grand’armadio di quercia, -e dette all’abate una lunga borsa di seta di un rosso scolorato, e -intorno alla quale scorrevano due anelli, stati in altro tempo dorati. -L’abate la prese, ed in sua vece dette il diamante a Caderousse. — Oh! -voi siete un uomo di Dio, gridò Caderousse; perchè in verità nessuno -sapeva che Edmondo vi avesse dato questo diamante, ed avreste potuto -conservarlo per voi. - -— Bene, disse l’abate a sè stesso, tu l’avresti fatto, a ciò che -sembra. Indi si alzò, prese il cappello, ed i guanti. - -— Soprattutto, quanto mi avete detto è del tutto vero, posso credervi -su tutti i punti? — Vi giuro sul mio onore, e per quanto vi è di più -sacro che non vi ho detto una parola che non sia vera. — Basta così, -disse l’abate convinto, sta bene; che questo danaro possa esservi di -profitto. Addio, io ritorno lontano dagli uomini che fanno tanto male -ai loro simili. - -E l’abate, liberandosi a gran fatica dall’entusiastiche dimostrazioni -di Caderousse, levò da sè stesso la sbarra della porta, uscì, risalì -a cavallo, salutò un’ultima volta l’albergatore che si confondeva in -addii clamorosi, e partì, seguendo la stessa direzione che aveva tenuta -nel venire. - -Quando Caderousse si volse, vide dietro a sè la Carconta più pallida, -e più tremante che mai: — Ed è ben vero ciò che ho inteso? diss’ella. -— Che cosa? che egli ci ha dato il diamante per noi soli? disse -Caderousse quasi pazzo dalla gioia. — Sì. — Non vi è nulla di più vero, -poichè eccolo qua. — La donna lo guardò un momento, poi riprese con -voce rauca: — E se fosse falso? - -Caderousse impallidì, e traballò: — Falso, mormorò egli, falso... e -perchè quest’uomo avrebbe dovuto regalarmi un diamante falso? — Per -avere il tuo segreto senza pagarlo. - -Caderousse rimase un momento stordito sotto il peso di questa -supposizione. - -— Oh! diss’egli, dopo breve silenzio, e prendendo il cappello che mise -sul fazzoletto che teneva annodato intorno alla testa, lo sapremo ben -presto. — Ed in qual modo? — Oggi è la fiera a Beaucaire; vi sono dei -gioiellieri di Parigi; vado a farlo vedere. Tu guarda la casa; fra due -ore sarò di ritorno. - -E Caderousse si slanciò fuori di casa prendendo a tutta corsa la strada -opposta a quella tenuta dallo sconosciuto. - -— 50 mila franchi! mormorò la Carconta rimasta sola; è danaro... ma non -è una fortuna. - - - - -XXVIII. — I REGISTRI DELLE PRIGIONI. - - -La dimane del giorno in cui accadde la scena che abbiam descritta, -un uomo di 30 a 32 anni vestito con un soprabito blu, coi pantaloni -di nankin, e il giubbetto bianco, avendo ad un tempo l’andamento e -l’accento britannico, si presentò al Sindaco di Marsiglia. — Signore, -gli disse, io sono il primo commesso della Casa Thomson e French -di Roma; noi siamo da dieci anni in relazione colla casa Morrel e -Figlio di Marsiglia, abbiamo speso circa cento mila franchi in questa -relazione, e non siamo senza inquietudini, attesochè ci vien fatto -credere che questa casa minacci rovina: vengo dunque espressamente da -Roma per domandarvi le informazioni di questa casa. - -— Signore, rispose il Sindaco, io so effettivamente che da quattro a -cinque anni la disgrazia sembra perseguitare il sig. Morrel: egli ha -successivamente perduto quattro o cinque bastimenti, sofferti tre o -quattro fallimenti; ma non mi appartiene quantunque io stesso sia suo -creditore per una dozzina di migliaia di franchi, di dare informazioni -sul suo stato, e sulla sua fortuna. Domandatemi come Sindaco ciò -che penso del sig. Morrel, ed io vi risponderò che egli è un uomo -rigorosamente probo, e che sino al presente ha sempre adempito i suoi -impegni con la più perfetta esattezza. Ecco tutto ciò che posso dirvi, -se volete saperne di più, indirizzatevi al signor de Boville, ispettore -delle prigioni, strada di Nouailles N. 15; credo che egli abbia 200 -mila franchi posti sulla casa Morrel, e se vi è realmente qualche cosa -a temersi lo ritroverete molto più informato di me, atteso che la sua -somma è molto più considerevole della mia. - -L’inglese parve apprezzare questa grande delicatezza, salutò, uscì, -e s’incamminò con quel passo proprio dei figli della Gran Brettagna -verso la strada indicata. Il signor de Boville era nel suo gabinetto. -L’inglese vedendolo, fece un movimento di sorpresa che sembrava -indicare non esser quella la prima volta ch’egli si ritrovava al -cospetto di colui al quale faceva una visita. In quanto a de Boville, -la sua disperazione lasciava facilmente scorgere, che tutte le facoltà -dello spirito, assorte nel pensiero che l’occupava in quel momento, non -lasciavano nè alla sua memoria, nè alla sua immaginazione il piacere -di divagarsi nel passato. L’inglese, colla flemma propria della sua -nazione, gli presentò la questione, circa nei medesimi termini che -aveva usati col Sindaco di Marsiglia. - -— Oh! signore, gridò de Boville, i vostri timori disgraziatamente non -possono essere più fondati, e voi avete innanzi agli occhi un uomo -disperato. Avevo posto 200 mila fr. sulla casa Morrel: essi erano la -dote di mia figlia che contava maritare fra 15 giorni; dovevano essere -rimborsati centomila il 15 di questo mese, e centomila il 15 del -venturo. Aveva dato avviso a Morrel del desiderio di essere rimborsato -esattamente, ed ecco, non è mezz’ora, è venuto da me Morrel per dirmi, -che se il suo bastimento il _Faraone_ non rientrava in porto prima del -15, egli si trovava nell’impossibilità di fare il pagamento. - -— Ma questa, disse l’inglese, è una specie di dilazione. - -— Dite piuttosto, o signore, che questo rassomiglia ad un fallimento! -gridò de Boville disperato. — L’inglese parve riflettere un momento, -poi disse: — Per tal modo questo credito v’inspira dei timori? — Vale a -dire, lo riguardo come perduto. — E bene! io lo compro. - -— Voi? — Sì, io. — Ma con un enorme ribasso, senza dubbio? - -— No, mediante 200 mila fr.; la nostra casa, soggiunse l’inglese -ridendo, non fa simili affari. — E voi pagate?... - -— Danaro contante. — E l’inglese cavò di saccoccia un involto di -biglietti di banca che potevano formare il doppio della somma che il -sig. de Boville temeva di perdere. - -Un lampo di gioia passò sul viso di de Boville; ciò nonostante fece uno -sforzo per contenersi. - -— Signore, debbo prevenirvi, che secondo tutte le probabilità, voi non -ricaverete il sei per cento di questa somma. - -— Ciò non mi riguarda, rispose l’inglese; riguarda la casa Thomson -e French, in nome della quale io opero. Forse ella può avere qualche -interesse a sollecitare la rovina di una casa rivale. Ma ciò che io -so, si è che sono pronto a contarvi questa somma, contro la gira che mi -farete dietro le cambiali; soltanto chiederò un diritto di senseria. - -— Come! signore; è giustissimo, gridò de Boville. La commissione è -ordinariamente il mezzo per cento; volete voi il due? il cinque? ancor -più, non avete che a parlare. - -— Signore! soggiunse ridendo l’inglese, io sono come la mia casa, non -faccio di questa specie di affari; no; la mia senseria è d’un’altra -natura. - -— Parlate adunque, vi ascolto. — Voi siete ispettore delle prigioni? — -Da 14 anni e più. — Voi terrete registro di entrata ed uscita? — Senza -dubbio. — A questi registri devono essere unite delle note relative ai -prigionieri? - -— Ciascun prigioniero ha la sua filza. — Ebbene! signore, io sono stato -allevato in Roma da un tale che disparve d’improvviso. Seppi dipoi -che egli era stato detenuto nel castello d’If, e vorrei avere qualche -particolare sulla sua morte. — Come lo chiamavate? — Lo scienziato -Faria. - -— Oh! me ne ricordo perfettamente, esclamò de Boville, egli era pazzo. -— Si diceva. — Oh! lo era certamente. - -— È possibile! e quale era il suo genere di pazzia? — Pretendeva di -sapere dove stava nascosto un immenso tesoro, ed offriva delle somme -considerevoli al governo se avesse voluto metterlo in libertà. — Povero -diavolo! ed è morto? - -— Sì, sono cinque, o sei mesi al più, in febbraio scorso. - -— Voi avete una felice memoria, per ricordarvi così le date. - -— Io mi ricordo questa, perchè la morte del povero diavolo fu -accompagnata da un singolare accidente. - -— Si potrebbe conoscere questo accidente? domandò l’inglese con -una espressione di curiosità, che un freddo osservatore si sarebbe -maravigliato di ritrovare sul suo viso flemmatico. - -— Oh! senza difficoltà: la prigione di Faria era lontana da 45 a 50 -piedi circa da quella di un certo bonapartista, uno di quelli che -avevano più di tutti contribuito al ritorno dell’usurpatore nel 1815, -uomo molto risoluto, e molto pericoloso. - -— Veramente! disse l’inglese. - -— Sì, rispose de Boville, ho avuto occasione di vedere quest’uomo nel -1816 o 1817, non si discendeva nel suo carcere senza essere scortati -da un picchetto di soldati; quest’uomo mi ha fatto una profonda -impressione, e non dimenticherò mai il suo viso. - -L’inglese fece un impercettibile sorriso. - -— Voi dicevate adunque che le due carceri... - -— Erano separate da una distanza di 50 piedi, continuò de Boville; ma -sembra che questo Edmondo Dantès... - -— Quest’uomo pericoloso si chiamava...? - -— Edmondo Dantès, sì signore; sembra che questo Edmondo Dantès si -fosse procurato degli utensili, o ne avesse costruiti, fatto si è -che fu ritrovato un corridore sotterraneo per mezzo del quale i due -prigionieri comunicavano insieme. - -— Questo corridore sarà stato fatto senza dubbio collo scopo di una -evasione. — Certamente, ma per disgrazia dei prigionieri, Faria fu -colpito da una catalessia, e morì. - -— Capisco che ciò dovette sospendere il disegno di evasione. - -— Pel morto, sì, rispose de Boville, ma non pel vivo; questo Dantès al -contrario vi ritrovò un mezzo per sollecitare la sua fuga; egli senza -dubbio pensava che i morti del castello d’If fossero seppelliti in un -ordinario cimitero; trasportò il defunto nella sua camera, prese posto -nel sacco entro cui era stato cucito, ed aspettò il momento che lo -avrebbero seppellito. - -— Era un espediente rischioso e che esigeva non poco coraggio, riprese -l’inglese. - -— Oh! vi ho detto che costui era un uomo molto pericoloso; -fortunatamente però che egli stesso ha liberato il governo dai timori -che aveva su questo soggetto. - -— Ed in qual modo? — Come! non lo immaginate? - -— No. — Il castello d’If non ha cimitero; ed i morti si gettano -semplicemente in mare dopo avere attaccata ai loro piedi una palla -da 36. — Ebbene? disse l’inglese come se avesse difficoltà a capire. -— Ebbene! gli fu attaccata una palla da 36 ai piedi, e fu gettato in -mare. — Davvero! gridò l’inglese. — Sì signore, continuò l’ispettore. -Capirete quale sarà stata la meraviglia del fuggitivo allorchè si sentì -precipitare dall’alto al basso del castello. Avrei voluto vedere la sua -figura in quel momento. — Sarebbe stato difficile. — Non importa, disse -Boville, che la certezza di rimborsare i suoi 200 mila fr. metteva -di buon umore; me la figuro. — E dette uno scoppio di risa. — Ed io -pure, disse l’inglese: e si mise a ridere anche egli, ma come fanno -gl’Inglesi, vale a dire sulla punta dei denti. — In tal modo, continuò -l’inglese, in tal modo il fuggitivo fu annegato? - -— Bello, e bene. — Di maniera che il governatore del castello fu -liberato ad un tempo da un furioso, e da un pazzo. — Precisamente. — Ma -sarà stato compilato una specie di atto su questo avvenimento? domandò -l’inglese. - -— Sì, sì, l’atto mortuario. Voi capirete bene, i parenti di questo -Dantès, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interessamento per -assicurarsi se è vivo, o morto. - -— Di modo che, essi possono essere tranquilli se hanno ereditato da -lui. Egli è morto, e morto davvero. - -— Oh! mio Dio, sì, e ne verrà rilasciato il certificato ogni qual volta -lo vorranno. — Così sia, disse l’inglese. Ma ritorniamo ai registri. -— È vero. Questa storia ci aveva divagati; perdono. — Perdono di che? -della storia? al contrario; essa mi è sembrata molto curiosa. — E lo -è di fatto. Così voi desideravate vedere tutto ciò che è relativo al -vostro povero precettore, che era la stessa dolcezza? — Ciò mi farà un -vero piacere. — Passiamo nel mio gabinetto, e vi mostrerò le relative -carte. - -Ed entrambi passarono nel gabinetto di studio del sig. de Boville. - -Tutto era effettivamente nell’ordine più perfetto: ciascun registro era -al suo numero, ciascuna filza nella sua casella. - -L’ispettore fe’ sedere l’inglese in una poltrona, e depose davanti a -lui il registro, e le filze relative al castello d’If, dandogli tutto -il comodo di sfogliarle, nel mentre che, egli stesso seduto in un -angolo mettevasi a leggere un giornale. - -L’inglese trovò finalmente la filza relativa al suo istruttore Faria, -ma sembrò che la storia raccontatagli da de Boville avesse in lui -destato grande interessamento; chè dopo aver preso conoscenza di -queste prime carte, continuò a sfogliare fino a che ritrovò quella -che riguardava Edmondo Dantès. Là ritrovò ogni cosa al suo posto, -denunzia, interrogatorio, petizione di Morrel, postille di Villefort. -Egli piegò chetamente la denunzia, e se la pose in saccoccia, lesse -l’interrogatorio, e vide che non era stato segnato il nome di Noirtier, -percorse la domanda in data del 10 aprile 1815, nella quale Morrel, -dietro il consiglio del sostituto, esagerava con eccellente intenzione -(poichè allora regnava Napoleone) i servigi che Dantès aveva resi -alla causa imperiale, servigi che il certificato di Villefort rendeva -incontrastabili. Allora capì tutto. Questa domanda a Napoleone -trattenuta da Villefort, era diventata sotto la seconda restaurazione -un’arma terribile nelle mani del procuratore del Re. Egli non si -maravigliò dunque più, sfogliando il registro, di ritrovare in nota al -suo nome quanto segue: - - | Bonapartista arrabbiato; - | ha preso parte attiva - | al ritorno dall’Isola - Edmondo Dantès | d’Elba; da tenersi - | nella più gran segreta - | e sotto la più stretta - | sorveglianza. - -Al disotto di queste linee stava scritto di altro carattere. - -«Vista la nota qui sopra, _nulla a farsi_.» Soltanto paragonando il -carattere del registro con quello del certificato posto ai piedi della -domanda di Morrel, egli acquistò la certezza che la nota del registro -era dello stesso carattere del certificato, cioè scritta dalla mano di -Villefort. - -In quanto alla nota che l’accompagnava, l’inglese capì che doveva -essere stata scritta da qualche ispettore che avea preso interessamento -momentaneamente alla situazione di Dantès, ma che i recapiti citati -avevano messo nell’impossibilità di darvi corso. - -Come si disse l’ispettore, per discrezione, e per non incomodare nelle -sue ricerche l’allievo di Faria, si era allontanato, e leggeva _le -Drapeau blanc_. Egli adunque non vide l’inglese piegare e mettersi -in saccoccia la denunzia scritta da Danglars sotto il pergolato -della _Réserve_, e che portava il bollo della posta di Marsiglia, 28 -febbraio. Ma bisogna dirlo, se lo avesse veduto, annetteva sì poca -importanza a questa carta, e tanta ai suoi 200 mila franchi per opporsi -a ciò che faceva l’inglese, per quanto fosse irregolare. - -— Grazie, disse questi chiudendo con romore il registro. Ho veduto -quanto mi abbisognava: ora sta a me a mantenere la mia promessa: -fatemi una semplice girata del vostro credilo; confessate in essa di -avere ricevuto il contante, ed io vi pago subito questa somma. — Cedè -il posto al sig. de Boville, che vi si assise senza complimenti, e si -affrettò di fare la chiesta _girata_, nel mentre che l’inglese contava -i biglietti di banca all’angolo della tavola. - - - - -XXIX. — LA CASA MORREL. - - -Colui che avesse lasciato Marsiglia qualche anno prima, conoscendo -l’interno della casa di Morrel, e che vi fosse rientrato all’epoca -in cui siamo arrivati, vi avrebbe scorto un grandissimo cambiamento. -Invece di quell’aura di vita, di comodo e di felicità, che per così -dire esala da una casa che sia in corso di prospera fortuna: invece -di quelle allegre figure che si fanno vedere dietro le portiere delle -finestre, di quei commessi affaccendati che attraversano i corridori -con una penna cacciata dietro l’orecchio, invece di quel cortile -ingombro di balle, rimbombante di grida e di risa dei facchini, avrebbe -trovato fin dal primo sguardo, un non so che di tristezza e di morte in -questi corridori deserti e in questo vuoto cortile. Dei tanti impiegati -che in altri tempi popolavano gli scrittoi, appena due ne rimanevano; -uno era Emmanuele Raymond, giovine di 23 anni, l’innamorato della -figlia di Morrel, ed era tuttavia rimasto nel banco, quantunque i suoi -parenti avessero fatto di tutto per togliervelo; l’altro era un vecchio -cassiere, losco, chiamato Coclite, soprannome che eragli stato dato dai -giovani che in altro tempo popolavano questo alveare fragoroso, in oggi -quasi disabitato, e che aveva così bene e così perfettamente sostituito -il suo vero nome, che secondo ogni probabilità, non si sarebbe neppur -voltato, se oggi non lo avessero chiamato con questo soprannome. - -Egli era rimasto al servizio di Morrel, e nella situazione di questo -bravo uomo si era operato uno strano cambiamento, mentre era salito -al grado di cassiere, era contemporaneamente disceso al rango di -domestico. Ciò non gl’impediva di essere lo stesso Coclite, buono, -paziente, affezionato, ma inflessibile sui punti di aritmetica, solo -argomento sul quale avrebbe resistito contro il mondo intero, compreso -il sig. Morrel, non conoscendo che la sua tavola pittagorica, che -sapeva sulle punte delle dita, qualunque fosse il modo con cui gliela -presentavano, qualunque fosse l’errore nel quale avessero tentato di -farlo cadere. In mezzo alla tristezza generale che aveva invaso la casa -Morrel, Coclite però era il solo che fosse rimasto impassibile. Ora, -che nessuno s’inganni, questa impassibilità non proveniva da mancanza -di affezione, ma al contrario da una inalterabile convinzione. Come -i topi che, si dice, abbandonino poco a poco un bastimento che da -qualche tempo è condannato dal destino a perire in mare, dimodocchè -questi ospiti egoisti lo hanno completamente abbandonato al momento che -si leva l’ancora; così tutta quella folla di commessi e d’impiegati -che traevano la loro sussistenza dalla casa dell’armatore avevano un -poco per volta resi deserti gli scrittoi ed i magazzini; Coclite li -aveva veduti allontanare senza neppur pensare a rendersi conto della -causa della loro partenza: tutto, come lo abbiam detto, si riduceva -per Coclite ad una quistione di cifre, e da venti anni che era in casa -Morrel aveva sempre veduto effettuarsi i pagamenti a cassa aperta con -tale una regolarità da non fargli credere che questa avesse potuto -variare, ed i pagamenti sospendersi, più di quanto un mugnaio che -possiede un mulino messo in moto da un canale abbondante di acqua, -può credere che un giorno o l’altro quest’acqua possa venir meno. -Infatto fin allora, nulla era ancor sopraggiunto a portare ostacolo -alla convinzione di Coclite. Gli ultimi giorni dello scorso mese erano -passati con una rigorosa puntualità. Coclite aveva notato un errore di -settanta centesimi commesso da Morrel in suo pregiudizio, e lo stesso -giorno aveva riportato i quattordici soldi di eccedenza a Morrel, -che con un sorriso malinconico li aveva presi e lasciati cadere in un -cassetto quasi vuoto, dicendo: — Bravo, Coclite, voi siete la perla dei -cassieri. - -E Coclite si era ritirato soddisfatto in modo, che non si sarebbe -potuto esserlo di più, perchè un elogio di Morrel, di questa perla -degli uomini onesti di Marsiglia, lusingava Coclite molto più che -una gratificazione di 50 scudi. Ma dopo la fine di quel mese così -vittoriosamente compito, Morrel aveva passato ore crudeli; per farvi -fronte aveva riunite tutte le sue risorse e temendo egli stesso -che il rumore delle sue ristrettezze non si spandesse in Marsiglia -vedendolo ricorrere a simili estremi, era andato a fare un viaggio -alla fiera di Beaucaire per vendere qualche gioiello che apparteneva -a sua moglie ed a sua figlia, non che una parte della sua argenteria: -con tal sacrificio tutto era ancora passato per una volta ad onore -della casa Morrel. Ma la cassa era rimasta completamente vuota. Il -credito, spaventato dal rumore che correva, si era allontanato col suo -ordinario egoismo, e per far fronte ai 100 mila fr. da pagarsi il dì -15 di quel mese al signor de Boville, e agli altri 100 mila fr: che -scadevano il 15 del successivo mese, Morrel non aveva realtà o altra -speranza che nel ritorno del _Faraone_ di cui un bastimento che aveva -levata l’ancora di conserva con lui e che era arrivato in porto, aveva -annunziata la partenza. Ma questo legno che veniva da Calcutta come il -_Faraone_, era già arrivato da 15 giorni, mentrechè del _Faraone_ non -si aveva alcuna notizia. - -In questo stato di cose la dimane del giorno in cui aveva concluso -l’affare con de Boville, da noi raccontato, l’incaricato della casa -Thomson e French di Roma si presentò al sig. Morrel. Lo ricevette -Emmanuele. Il giovine che si spaventava ad ogni nuova figura, perchè -ella annunziava un nuovo creditore che nella sua inquietudine veniva -ad interrogare il capo della casa, volle risparmiare al padrone la noia -di questa visita: interrogò il nuovo arrivato il quale dichiarò che non -aveva cosa alcuna da dire: ma che voleva parlare a Morrel in persona. - -Emmanuele sospirando chiamò Coclite; questi comparve e ricevette -l’ordine di condurre lo straniero dal sig. Morrel: Coclite camminò -avanti e lo straniero lo seguì. Sulla scala incontrarono una bella -giovinetta di 17 anni che guardò lo straniero con inquietudine; Coclite -non osservò questa espressione del viso di lei, che però non isfuggì al -forestiero. - -— Il sig. Morrel è nel suo gabinetto, n’è vero, madamigella Giulia? -domandò il cassiere. - -— Sì, almeno credo di sì, disse la giovinetta con esitazione; guardate -dapprima, Coclite, e se mio padre vi è, annunziate il signore. — È -inutile l’annunziarmi, madamigella, rispose l’inglese, il Sig. Morrel -non conosce il mio nome. Questo brav’uomo ha da dirgli soltanto -che io sono il primo commesso della casa Thomson e French di Roma, -colla quale la Casa di vostro padre è in relazione. — La giovinetta -impallidì e continuò a discendere, mentre che Coclite e lo straniero -continuavano a salire. Ella entrò nel luogo ove era lo scrittoio -d’Emmanuele; e Coclite, col mezzo di una chiave di cui era possessore, -e che annunciava la sua familiarità col principale, aprì una porta -del secondo piano, introdusse lo straniero in un’anticamera, aprì una -seconda porta che richiuse dietro a sè, e dopo aver lasciato solo per -un momento l’inviato della casa Thomson e French, ricomparve facendogli -segno di poter entrare. - -L’inglese entrando trovò il sig. Morrel assiso avanti al suo scrittoio -impallidendo all’aspetto delle colonne spaventose dei registri su cui -stava scritto il suo passivo. Vedendo lo straniero, Morrel chiuse i -registri, si alzò, prese una sedia, e quando lo vide seduto, egli pure -si assise. - -Quattordici anni avevano cambiato assai la fisonomia del negoziante, -il quale, di 36 anni al principio di questa storia stava per compiere -i 50. I capelli erano incanutiti, la fronte si era solcata di due -profonde rughe, e lo sguardo, in altri tempi così fermo e sicuro, -era divenuto vago ed irresoluto, e sembrava dovesse sempre temere di -fissarsi sopra un uomo o sopra un’idea. L’inglese lo guardò con un -sentimento di curiosità misto ad interessamento. — Signore, disse -Morrel a cui questo esame sembrava raddoppiare il mal essere, voi -desideravate parlarmi? - -— Sì, signore. Voi sapete da qual parte io vengo, è vero? - -— A quanto mi ha detto il cassiere, da parte della casa Thomson e -French. — Vi ha detto la verità. La casa Thomson e French ha tre in -400 mila franchi da pagare in Francia, parte nel mese corrente e parte -nel vicino mese, e conoscendo la vostra rigorosa esattezza ha riunito -tutte le cambiali che ha potuto ritrovare con la vostra firma, e mi ha -incaricato, a seconda che queste scadono, di ritirare i fondi da voi, -e di impiegarli. — Morrel mandò un profondo sospiro, e passò la mano -sulla fronte coperta di sudore. — Voi dunque, signore, domandò Morrel, -avete delle cambiali firmate da me? - -— Sì, signore, e per una somma abbastanza considerevole. - -— Per qual somma? domandò Morrel, con voce che invano cercava di render -sicura. - -— Ma, ecco qui, disse l’inglese levandosi di saccoccia un plico, -primieramente due gire di 200 mila fr. del sig. de Boville, -dell’Ispettore delle prigioni. Convenite voi di dovergli questa somma? - -— Sì, signore, è un investimento che egli ha fatto nel mio banco al 4 -e mezzo per cento, saranno ben presto cinque anni. — E che voi dovete -rimborsare?... - -— Metà ai 15 di questo mese, l’altra metà ai 15 del prossimo venturo. -— Per questi è detto; ora ecco 82,500 fr. per la fine del corrente; -queste sono cambiali firmate da voi e passate al nostro ordine da -terzi giratari. — Le riconosco, disse Morrel, al quale saliva al viso -il rossore della vergogna, pensando che per la prima volta in sua -vita non avrebbe potuto fare onore alla sua firma. — Sta tutto qui? -— No, signore, io ho ancora per la fine del mese venturo queste altre -cambiali che sono passate dalla casa Pascale alla casa Wild e Turner di -Marsiglia, 55 mila fr. circa, in tutto sono 287,500 fr. - -Ciò che soffriva lo sfortunato Morrel in questa enumerazione -è impossibile poterlo descrivere: — 287,500 fr., ripetè egli -macchinalmente. — Sì, rispose l’inglese, il quale continuò dopo un -momento di silenzio, non vi nasconderò, signor Morrel, che mentre tutti -fanno gli elogi della vostra probità senza macchia fino al presente, -corre una sorda voce per Marsiglia, che voi non siate in istato di -far fronte ai vostri affari. — A questa introduzione, quasi brutale, -Morrel impallidì spaventevolmente. — Signore, diss’egli, fino a questo -momento, e sono più di 24 anni che ho ricevuto la casa dalle mani di -mio padre, e che egli aveva diretta per 35 anni, fino a questo momento -una cambiale sottoscritta da Morrel e F. non fu presentata alla cassa -senza essere pagata. - -— Sì, lo so, rispose l’inglese, ma da uomo d’onore, parlate -francamente, pagherete tal somma con la stessa esattezza? - -Morrel rabbrividì e guardò colui che gli parlava in tal modo con una -maggior sicurezza di quello che non aveva ancor fatto. — Ad una domanda -fatta con tanta franchezza, diss’egli, bisogna dare una risposta -egualmente franca. Sì, signore, io pagherò, se, come spero, il mio -bastimento giunge a buon porto, poichè il suo arrivo mi renderà quel -credito che mi fu tolto dagli accidenti successivi di cui sono stato la -vittima. Ma se per disgrazia il _Faraone_, ultima risorsa sulla quale -io conto, mi mancasse... - -Le lagrime sgorgarono dagli occhi del povero armatore. - -— Ebbene? domandò l’interlocutore, se quest’ultima risorsa vi -mancasse? — Ebbene, se quest’ultima risorsa mi mancasse, continuò -Morrel, quantunque sia cosa crudele a dire... ma abituato ormai alla -sventura bisogna che mi abitui all’onta... Ebbene! allora credo che -sarei obbligato a sospendere i pagamenti. — E non avete amici che -possano aiutarvi in tal congiuntura? — Morrel sorrise tristamente. — In -commercio, signore, diss’egli, non si hanno che corrispondenti. - -— È vero, mormorò l’inglese. Per tal modo non avete più che una sola -speranza? — Una sola, ed ultima. - -— Dimodochè se questa fallisce... — Sono perduto, signore, -compiutamente perduto! — Quando sono venuto da voi, un bastimento -entrava nel porto. — Lo so, signore. Un giovine che è rimasto fedele -alla mia cattiva fortuna passa una parte del suo tempo in un belvedere -situato sulla cima della mia casa, nella speranza di venire pel primo -ad annunziarmi una buona notizia. Da lui ho saputo l’entrata in porto -di questo bastimento — E non è il vostro? — No; è un naviglio bordolese -_la Gironda_, esso pure viene dalle Indie, ma non è quello che aspetto. -— Forse avrà notizie del _Faraone_. - -— Fa egli d’uopo che ve lo dica? io temo quasi tanto di chiedere -notizie del mio bastimento, quanto di restare nella incertezza, la -quale è pure una speranza. - -Quindi Morrel aggiunse con voce commossa: — Questo ritardo non è -naturale: il _Faraone_ è partito da Calcutta il 5 febbraio, e dovrebbe -essere in porto già da un mese. - -— Ma che è questo, disse l’inglese tendendo l’orecchio; che vuol dire -questo rumore? — Oh! mio Dio! mio Dio! gridò Morrel impallidendo, che -vi è ancora di nuovo. - -Infatto un gran rumore si fe’ sentire sulle scale, un andare e venire, -e s’intese perfino un grido di dolore. Morrel si alzò per andare ad -aprire la porta, ma le forze gli vennero meno, e ricadde sulla sedia. - -I due uomini rimasero in faccia l’un dell’altro, Morrel non aveva -membro che non tremasse, lo straniero guardavalo con una espressione di -profonda pietà. Il rumore era cessato, ciò nonostante sarebbesi detto -che Morrel aspettava qualche cosa; questo rumore aveva dovuto avere un -principio, e doveva avere un fine. Sembrò allo straniero che qualcuno -salisse pian piano la scala, e molte persone si fossero fermate sul -pianerottolo. Una chiave venne introdotta nella serratura della prima -porta, e questa cigolò sui cardini. - -— Non vi son che due persone che han la chiave di questa porta, -mormorò Morrel; Coclite e Giulia. Nello stesso tempo la seconda porta -si aprì, e comparve la giovinetta, pallida e colle guance bagnate di -lagrime. Morrel si alzò tutto tremante, e si appoggiò ai bracciuoli del -seggiolone, perchè non avrebbe avuto la forza di sostenersi in piedi. -La sua voce voleva interrogare, ma voce più non aveva. - -— Oh! padre mio! disse la giovinetta giungendo le mani, perdonatemi di -essere messaggera di una trista notizia. - -Morrel si ricoprì di un pallore mortale; Giulia venne a gettarsi fra -le sue braccia. — Oh! padre mio! diss’ella, coraggio! — E così, il -_Faraone_ è perduto? domandò Morrel con voce soffocata. — La giovinetta -non rispose, ma fece un segno affermativo con la testa che teneva -appoggiata al petto del padre. — E l’equipaggio? domandò Morrel. - -— Salvato, disse la giovinetta, salvato da quello della _Gironda_ -entrato or ora nel porto. — Morrel alzò le mani al cielo con una -espressione di sublime rassegnazione e riconoscenza. — Grazie, grazie, -mio Dio! disse Morrel; almeno voi non colpite che me solo. — Per quanto -flemmatico fosse l’inglese, una lagrima gli bagnò le palpebre. - -— Entrate, disse Morrel, entrate perchè suppongo che voi sarete tutti -alla porta. - -Infatto aveva appena pronunciate queste parole, che la signora Morrel -entrò singhiozzando, Emmanuele la seguiva; nel fondo dell’anticamera si -vedevano le rozze figure di sette o otto marinari seminudi. Alla vista -di quegli uomini l’inglese rabbrividì: fe’ un passo per andar loro -incontro, ma si contenne, ed invece si nascose nell’angolo più oscuro -ed appartato del gabinetto. La signora Morrel andò ad assidersi presso -il marito, prese fra le sue le mani di lui, mentre che Giulia restava -in piedi appoggiata al petto del padre. Emmanuele era rimasto a metà -della stanza e sembrava servir di legame fra il gruppo della famiglia -Morrel, e i marinari che stavano fermi sulla porta. - -— E come avvenne questo infortunio? domandò Morrel. - -— Avvicinatevi Penelon, disse il giovine, e raccontate il caso. — -Un vecchio marinaro, abbronzito dal sole dell’equatore, si avanzò -ravvolgendo fra le mani gli avanzi di un cappello. - -— Buon giorno, Sig. Morrel, diss’egli come se avesse lasciato Marsiglia -dal giorno precedente o giungesse da Tolone, o da Aix. — Buon giorno, -amico mio, disse l’armatore non potendo fare a meno di sorridere in -mezzo alle lagrime; ma dov’è il capitano? — Il capitano è rimasto -malato a Palma; ma se piace a Dio, è cosa da nulla, e voi lo vedrete -giungere fra qualche giorno, tanto bene in salute quanto voi ed io. - -— Sta bene... ora parlate Penelon, disse Morrel. - -Penelon fece passare da una parte all’altra della bocca il tabacco che -masticava, quindi ponendo la mano davanti, lanciò nell’anticamera un -getto di saliva nerastra, avanzò il piede e si equilibrò sulle anche: - -«Noi eravamo circa qualche cosa più o meno fra il capo-Blanc e il -capo-Boyador camminando con una buona brezza di sud-sud-ovest dopo -essere stati senza muoverci otto giorni per la calma, quando il -capitano Gaumard mi si avvicina; bisogna che sappiate, che allora io -era al timone, e mi dice: - -«Papà Penelon, che pensate voi di quelle nubi che s’innalzano laggiù -sull’orizzonte?» — Io le guardava precisamente in quel momento. «Che -ne penso io capitano? Io ne penso che s’innalzano un poco più presto -di quello che ne abbiano diritto, e che sono più nere di quello che -si convenga a nuvoli che non abbiano cattive intenzioni.» «Questo è -pure il mio avviso, disse il capitano, e vado subito a prendere le -necessarie cautele. Noi abbiamo le vele troppo spiegate pel vento che -farà in breve... Olà, eh! preparatevi a serrare le vele, ed a mandare -a basso quella di trinchetto.» Era tempo; non fu appena eseguito -l’ordine, che il vento infuriava su noi e il bastimento dava di banda. -«Bene! disse il capitano, abbiamo ancora troppa tela, accomoda, o -serra la gran vela.» Cinque minuti dopo la gran vela era chiusa, e noi -camminavamo colla mezzana, colla vela di gabbia e i parrocchetti. - -«Ebbene! Papà Penelon, dissemi il Capitano, che avete, scuotete la -testa?» — «Gli è perchè nel vostro posto, vedete, non resterei in così -bel cammino.» — «Credo che tu abbia ragione, vecchio, diss’egli, noi -avremo in breve un colpo di vento.» - -«Ah! capitano, gli rispondo io, chi volesse riscattare con un colpo -di vento ciò che si prepara laggiù, guadagnerebbe assai; questa è -una buona e bella tempesta dove io non mi rinvengo.» Vale a dire -che si vedeva venire il vento come si vede la polvere a Montredon; -fortunatamente che aveva che fare con un uomo che lo conosceva. -«Attenti a prendere tre terzaroli nelle gabbie, gridò il capitano, -allarga le boline, braccio al vento, abbasso i pennoni!» - -— Ciò non era abbastanza in quei paraggi, disse l’inglese, io avrei -preso quattro terzaroli, e mi sarei spacciato della mezzana. — Questa -voce ferma, sonora ed inattesa fece scuotere tutti. Penelon mise la -mano sugli occhi e guardò colui che rivedeva con tanta aggiustatezza la -manovra del suo capitano. - -— Noi facemmo ancor meglio, signore, disse il vecchio con un certo -rispetto, perchè caricammo a orza la brigantina, e mettemmo le barre -al vento per correre avanti la tempesta. Dieci minuti dopo caricammo -le gabbie e ce ne andammo senza vele. — L’inglese scosse la testa: — Il -bastimento era troppo vecchio per arrischiar questo, diss’egli. - -— È vero! è detto giustamente! questo fu quello che ci perdè. In capo -a 12 ore che eravamo trabalzati come se il diavolo avesse preso l’armi, -si dichiarò una via d’acqua. - -«— Penelon, mi disse il capitano, credo che coliamo a fondo; dammi la -sbarra del timone, e discendi alla stiva.» - -«Gli do la sbarra, e discendo; vi erano già tre piedi di acqua. - -«Risalgo gridando — «Alle pompe! alle pompe!» Ebbene! sì! egli era -troppo tardi. Tutti ci mettemmo all’opera e io credo che quanta più ne -cavavamo più ne entrava. — «Ah! in fede mia, diss’io dopo quattro ore -di lavoro, giacchè noi coliamo, lasciamoci colare; già non si muore che -una volta.» - -«— È così che tu dai l’esempio, maestro Penelon? disse il capitano; -ebbene! aspetta! aspetta!» egli andò nel gabinetto a prendere un paio -di pistole. «Il primo che lascia la pompa, disse egli, gli brucio le -cervella!» - -— Bravo! disse l’inglese. - -— Non c’è nulla che infonda tanto coraggio quanto le buone ragioni, -continuò il marinaro, tanto più che in questo mentre il tempo si era -rischiarato, e il vento cominciava a indebolire; non è però men vero -che l’acqua saliva sempre; non molto, ma circa due pollici l’ora, -vedete, sembra che non sia niente, ma in 12 ore non sono men di 24 -pollici, che fan due piedi; e tre che ne avevamo già, formano cinque; -ciò vuol dire che quando un bastimento ha cinque piedi d’acqua nel -ventre, può già passare per un idropico. «Andiamo, disse il capitano, -basta così, ed il sig. Morrel non avrà nulla a rimproverarci: abbiamo -fatto tutto ciò che si è potuto fare per salvare il bastimento; bisogna -ora cercare di salvare gli uomini. Alla scialuppa, giovinotti, e più -presto che si può.» - -— Ascoltate, sig. Morrel, continuò Penelon, noi amavamo molto il -_Faraone_; ma per grande che sia l’amore che i marinari portano al -loro bastimento, essi però amano sempre di più la loro pelle. Così noi -non ce lo facemmo ripetere due volte; con ciò però, che il bastimento -aprendosi sembrava dirci: «andatevene dunque! ma andatevene dunque!» - -«E non mentiva il povero _Faraone_; noi lo sentivamo abbassarsi sotto i -nostri piedi. Tanto fu, con un giro di mano la scialuppa era in mare, -e in un batter d’occhio gli otto marinari erano dentro. Il capitano -fu l’ultimo a discendere, o piuttosto no, egli non discese; non voleva -abbandonare il naviglio, fui io che lo presi abbracciandogli il corpo -e lo gettai ai camerati, dopo di che saltai io pure a mia volta. -Ed era tempo. Appena ebbi fatto il salto, il ponte si spaccò con un -rumore tale, che si sarebbe detta una bordata di un vascello da 48. -Dieci minuti dopo affondò in avanti, poi in dietro, quindi si mise a -girare su sè stesso, come un cane che corre dietro la propria coda; -finalmente, buona sera alla compagnia, brrrrru! tutto fu finito, il -_Faraone_ non v’era più! - -«In quanto a noi, siamo stati tre giorni senza bere e senza mangiare, -ed era tale la nostra fame che già si cominciava a parlare di fare -alla sorte per sapere chi alimenterebbe gli altri, quando scoprimmo la -_Gironda_, le facemmo dei segnali, ella ci vide, volse capo verso di -noi, ci spedì la sua scialuppa e ci raccolse. Ecco come è andata, sig. -Morrel, parola d’onore! sulla fede di marinaro! n’è vero compagni?» - -Un mormorio generale d’approvazione indicò che il narratore aveva -riunito tutti i suffragi per la verità del racconto ed il pittoresco -dei particolari dati. - -— Bene, amici miei, disse Morrel, voi siete brava gente; io già sapeva -che nella disgrazia che mi sarebbe toccata, niuno avrebbe avuto colpa -fuorchè il mio destino: questa è la volontà di Dio, e non la colpa -degli uomini. Adoriamo la volontà di Dio. Ora ditemi quanto vi debbo -per il vostro soldo! - -— Oh! bah! non parliamo di questo, signor Morrel. - -— Al contrario, parliamone, disse l’armatore con un tristo sorriso. — -Ebbene! dobbiamo avere tre mesi di soldo; disse Penelon. - -— Coclite pagate 200 fr. a ciascuno di questi bravi uomini. In altri -tempi, amici miei, avrei detto: date loro cento fr. a ciascuno di -gratificazione, ma i tempi sono disgraziati, cari amici, e il poco di -danaro che mi resta non è più mio; scusatemi adunque, e non per questo -non cessate dall’amarmi. - -Penelon fece una mossaccia di tenerezza, si volse ai compagni, cambiò -con loro qualche parola e replicò: - -— Per quello che riguarda a ciò, sig. Morrel, diss’egli masticando -tabacco, e lanciando nell’anticamera un secondo getto di saliva che -andò a tener compagnia al primo, per quello che riguarda a ciò... — A -che? — Al danaro. — Ebbene? — Ebbene! sig. Morrel, i camerati dicono -che pel momento son loro sufficienti 50 fr. per ciascuno, e che pel -resto aspetteranno. — Grazie, amici miei, grazie! gridò Morrel commosso -fino al cuore; siete tutti brava gente; ma prendete! prendete! e se -trovate un buon servizio, entratevi pure; siete liberi. - -Quest’ultima parte della frase produsse un effetto prodigioso sui degni -marinari; essi guardaronsi gli uni e gli altri con aspetto scomposto. -Penelon, a cui mancava il fiato, poco mancò non inghiottisse la boccata -di tabacco; fortunatamente portò a tempo la mano alla gola: — Come! -sig. Morrel, diss’egli con voce soffocata, come! voi ci licenziate, -siete dunque malcontento di noi? — No, figli miei, disse l’armatore; -no, non sono malcontento di voi, tutto il contrario; no, io non vi -licenzio. Ma che volete farci, non ho più bisogno di marinari. - -— Come? non avete più bastimenti? disse Penelon, ebbene! ne farete -costruire degli altri; aspetteremo. Grazie a Dio noi sappiamo ciò -che vuol dire... — Io non ho più danari per far costruire bastimenti, -disse l’armatore con un tristo sorriso. Quindi non posso accettare la -vostra offerta, per quanto ella sia cortese. — Ebbene! se non avete -più danari, allora non dovete pagarci; faremo come ha fatto il povero -_Faraone_, correremo in secco, ecco tutto. - -— Basta, basta, amici miei, disse Morrel soffocato dall’emozione; basta -ve ne prego; ci rivedremo in tempi migliori. Emmanuele, accompagnateli -e invigilate affinchè siano compiti i miei desideri. — Almeno a -rivederci, n’è vero sig. Morrel? disse Penelon. — Sì, amici miei, -almeno lo spero. Andate. — E fece un segno a Coclite che camminò -avanti; i marinari seguirono il cassiere. Emmanuele lor tenne dietro. - -— Ora, disse l’armatore a sua moglie, ed a sua figlia, lasciatemi solo -un momento, poichè debbo parlare con questo signore. — E indicò con -gli occhi il mandatario della casa Thomson e French che era rimasto -in piedi ed immobile in un angolo durante tutta questa scena, alla -quale egli non aveva presa altra parte che quella delle poche parole -che abbiamo riportate. Le due donne alzarono gli occhi sullo straniero -che avevano compiutamente obbliato, e si ritirarono; ma nel ritirarsi -la giovinetta lanciò a quest’uomo uno sguardo di sublime preghiera -al quale egli corrispose con un sorriso, che un freddo osservatore si -sarebbe maravigliato di vedere spuntare su questo viso di ghiaccio. - -I due uomini rimasero nuovamente soli. - -— Ebbene! signore, disse Morrel lasciandosi ricadere sul suo seggio, -avete tutto veduto ed inteso, non ho più altro da aggiungere. - -— Io ho veduto, disse l’inglese, che vi è sopraggiunta una nuova -disgrazia, immeritata come le altre, e ciò mi ha confermato nel -desiderio di esservi aggradevole. — Oh signore! disse Morrel. — -Vediamo, continuò lo straniero, sono uno dei vostri principali -creditori, n’è vero? — Voi siete almeno quello che possiede le cambiali -a più corta scadenza. - -— Desiderate voi una dilazione per pagarmi? — Una dilazione potrebbe -salvarmi l’onore, disse Morrel, e per conseguenza la vita. — Quanto -tempo desiderate? - -Morrel esitò: - -— Due mesi, diss’egli. — Bene, fece lo straniero, ve ne darò tre. — -Ma, credete che la casa Thomson e French... — State tranquillo, prendo -tutto sopra di me. Oggi siamo ai 5 giugno? - -— Sì. — Ebbene, rinnovatemi tutti questi biglietti al 5 settembre, e -il 5 settembre ad ore 11 del mattino mi presenterò da voi. — La pendola -in quel momento segnava appunto le 11 precise. — Vi aspetterò, signore, -disse Morrel, e sarete pagato, o io sarò morto. - -Queste ultime parole furono pronunciate a sì bassa voce che lo -straniero non potè intenderle. Le cambiali furono rinnovate; vennero -stracciate le antiche, ed il povero armatore si trovò almeno ad -avere innanzi a sè tre mesi per potere riunire le sue ultime risorse. -L’inglese ricevette i suoi ringraziamenti colla flemma particolare -alla sua nazione, e prese congedo da Morrel, che lo ricondusse -benedicendolo, fino alla porta. Sulla scala incontrò Giulia; la -giovinetta faceva sembiante di discendere, ma in realtà lo aspettava. - -— Oh! Signore! disse ella giungendo le mani. — Madamigella, disse lo -straniero, voi un giorno riceverete una lettera firmata... SINDBAD IL -MARINARO... fate appuntino ciò che vi dirà questa lettera, per quanto -strana vi possa sembrare la raccomandazione. — Sì, signore, rispose -Giulia. — Mi promettete voi di farlo? — Ve lo giuro. — Basta così! -addio madamigella; siate sempre buona e savia fanciulla come siete, ed -ho fiducia che Iddio vi ricompenserà, dandovi per marito Emmanuele. — -Giulia mandò un piccolo grido, divenne rossa come una ciliegia, e si -attenne al passamano per non cadere. Lo straniero continuò il cammino -facendole un gesto di addio. Nel cortile egli incontrò Penelon che -teneva un rotolo di cento fr. in ciascuna mano, e che sembrava non -potersi risolvere a portarli via. - -— Venite, amico mio; gli diss’egli, ho bisogno di parlarvi. - - - - -XXX. — IL 5 SETTEMBRE. - - -Questa dilazione accordata dal mandatario della casa Thomson e -French, al momento in cui Morrel meno se lo aspettava, parve al povero -armatore uno di quei ritorni di ben essere che annunziano all’uomo la -sorte essersi alla fine stancata di perseguitarlo. Lo stesso giorno -raccontò a sua figlia, e ad Emmanuele ciò che eragli accaduto; e un -poco di speranza, se non di tranquillità, rientrò nella famiglia. -Disgraziatamente però Morrel non aveva affari soltanto con la casa -Thomson e French che si era mostrata tanto facile ad un accomodamento; -com’egli lo aveva detto, nel commercio si hanno corrispondenti, e non -amici. - -Allorchè vi pensava profondamente, non comprendeva neppur questa -condotta generosa della casa Thomson e French verso di lui, e non si -spiegava ciò, che con questa riflessione superlativamente egoista, che -questa casa doveva aver detto: val meglio sostenere quest’uomo che ci -deve quasi 300 mila fr., e avere questa somma in capo a tre mesi, di -quello che sollecitarne la rovina, e avere il sei o l’otto per cento -del capitale. Disgraziatamente, fosse odio, fosse acciecamento, tutti -i corrispondenti di Morrel non fecero la stessa riflessione, anzi -qualcuno fece la riflessione in contrario. Le cambiali sottoscritte da -Morrel furono presentate alla cassa con uno scrupoloso rigore, e, mercè -la dilazione accordata dall’inglese furono pagate a cassa aperta da -Coclite il quale continuò a rimanersi nella sua tranquillità fatidica. -Il solo Morrel vide con terrore, che se avesse dovuto rimborsare al 15 -i 100 mila fr. di de Boville, e al 30 i 32,500 fr. di cambiali, per le -quali, come per quelle dell’Ispettore delle prigioni aveva ottenuta una -dilazione, sarebbe stato fin da quel mese un uomo perduto. - -L’opinione di tutti i negozianti di Marsiglia era, che Morrel non -avrebbe potuto sostenere tutti i rovesci successivi che l’opprimevano. -Fu dunque grande la meraviglia allorchè vidersi compiere i pagamenti -della fine del mese coll’ordinaria esattezza. Ciò non pertanto nemmen -per questo ritornò fiducia negli animi, e fu giudicato a voce unanime, -che alla fine del venturo mese sarebbe stato depositato il bilancio -del disgraziato armatore. Tutto il mese passò dunque in isforzi -inauditi per parte di Morrel, onde riunire tutte le sue risorse. In -altri tempi le sue cedole, a qualunque data esse fossero, erano prese -con confidenza, ed anzi domandate. Morrel tentò di negoziare delle -cedole colla scadenza di 90 giorni, e trovò tutti i banchi chiusi. -Fortunatamente aveva egli pure qualche incasso, sul quale poteva -contare e questo fu fatto; così si trovò ancora in istato di far -fronte ai suoi obblighi quando giunse la fine di luglio. D’altra parte -il mandatario della casa Thomson e French non era più stato veduto a -Marsiglia. La dimane della sua visita a Morrel era sparito: or siccome -in Marsiglia non aveva avuto a trattare che col Sindaco, coll’Ispettore -delle prigioni, e con Morrel, così il suo passaggio non aveva lasciato -altra traccia che i ricordi diversi che ne conservavano queste tre -persone. In quanto ai marinari del _Faraone_ sembrava che avessero -ritrovato da impiegarsi, poichè essi pure erano spariti. - -Il capitano Gaumard rimessosi dalla malattia che lo aveva trattenuto -a Palma ritornò egli pure: esitò a presentarsi al sig. Morrel; ma -questi, saputo il suo arrivo, andò di persona a ritrovarlo. Il degno -armatore sapeva di già pel racconto di Penelon la coraggiosa condotta -che aveva tenuta il capitano durante tutta questa avaria, e si sforzò -di consolarlo. Gli portò l’ammontare del suo soldo, che il capitano -Gaumard non avrebbe certamente osato di andare a riscuotere. Quando -Morrel discese la scala incontrò Penelon che saliva: questi aveva, -a quanto sembrava, fatto un buon uso del danaro, poichè era vestito -tutto di nuovo. Riconoscendo il suo armatore il degno timoniero parve -molto impacciato; si ritirò nell’angolo più lontano del pianerottolo, -masticando il tabacco a diritta e a sinistra, e girando due grossi -occhi spaventati, non rispose che con una timida pressione alla stretta -di mano che gli offerse Morrel colla sua ordinaria cordialità. Morrel -attribuì l’impaccio di Penelon all’eleganza del vestito; era evidente -che non era entrato di proprio conto in tanto lusso; e chiaramente -appariva trovarsi di già impegnato a bordo di un qualche altro -bastimento, e la sua vergogna venivagli da ciò che non aveva, se è -lecito esprimersi così, portato per un tempo maggiore il lutto del -_Faraone_. Forse ancora recavasi dal capitano Gaumard per metterlo a -parte della sua fortuna, e per fargli delle esibizioni per parte del -nuovo padrone. - -— Brava gente! disse Morrel allontanandosi, possa il vostro nuovo -padrone amarvi come vi amava io, ed essere più felice di quel che io -non sono!... - -Passò il mese d’agosto in tentativi, senza posa rinnovati da Morrel, -per rialzare il suo credito, o per aprirsene un nuovo. Il 20 agosto -seppesi a Marsiglia che aveva preso un posto nella _Malle-Poste_, e -allora tutti opinarono che alla fine del mese verrebbe depositato il -bilancio, e che Morrel era partito prima per non assistere a quest’atto -crudele, delegando senza dubbio il suo primo commesso Emmanuele, e -il cassiere Coclite. Ma contro ogni previsione allorchè giunse il 31 -agosto, la cassa si aprì secondo il solito. Coclite apparve dietro la -inferriata, tranquillo come il giusto di Orazio, esaminò colla stessa -attenzione le cedole che gli vennero presentate, e pagò le tratte dalla -prima all’ultima colla stessa esattezza. Vennero parimente presentati -due rimborsi che erano stati preveduti da Morrel, e Coclite li pagò con -la medesima puntualità propria dell’armatore. Nessuno ne capiva niente, -ed i profeti delle cattive notizie con una particolare ostinazione -rimettevano il fallimento alla fine del settembre. - -Morrel giunse il primo del mese. Era atteso da tutta la famiglia colla -più grande ansietà: mentre contavano sull’esito del suo viaggio a -Parigi come sull’ultima via di salute. - -Morrel aveva pensato a Danglars, in oggi milionario, ed un giorno -suo sottoposto, poichè fu la raccomandazione di Morrel che fece -entrare Danglars al servizio del banchiere spagnuolo presso il quale -aveva cominciata la sua immensa fortuna. Si diceva che Danglars era -possessore di sei ad otto milioni, e che godeva un credito illimitato. -Danglars senza levarsi uno scudo di saccoccia poteva salvare Morrel: -non aveva che a garantire un imprestito, e Morrel era salvato. Morrel -da lungo tempo aveva pensato a Danglars; ma vi sono alcune istintive -ripulsioni di cui non sappiam farci padroni; egli aveva aspettato fino -a che gli era stato possibile, prima di ricorrere a quest’ultimo mezzo. -E ne aveva avuto ragione, poichè ritornava oppresso dall’umiliazione, -e dal rifiuto. Al ritorno non manifestò alcun lamento, non proferì -alcuna recriminazione; aveva stesa la mano amichevolmente ad Emmanuele, -si era chiuso nel gabinetto del secondo piano, e aveva chiesto di -Coclite. Dissero le due donne ad Emmanuele, noi siamo perdute. Quindi, -in un breve conciliabolo tenuto fra di loro, convennero che Giulia -avrebbe scritto al fratello, che era in guarnigione a Nimes, di venire -sul momento. Le povere donne sentivano di avere bisogno di tutte le -loro forze per sostenere il colpo che le minacciava; d’altra parte -Massimiliano Morrel, quantunque nell’età di 22 anni, aveva già una -grande influenza sopra suo padre. Egli era un giovine fermo, e destro. -Al momento in cui si era trattato di abbracciare una carriera, suo -padre non aveva voluto imporgli uno stato, ma aveva consultato il genio -del giovine Massimiliano. Questi allora dichiarò di voler seguire la -carriera militare; aveva per conseguenza fatti degli eccellenti studii, -era entrato per concorso nella scuola Politecnica, e n’era uscito -sottotenente al 53º di linea. Dopo un anno che occupava questo posto, -aveva di già la promessa che alla prima occasione verrebbe nominato -tenente. Nel reggimento, Massimiliano Morrel era citato come il più -rigido osservatore, non solo di tutti gli obblighi imposti al soldato, -ma ancora di tutti i doveri propri all’uomo, e non veniva chiamato -con altro nome, che con quello di stoico. Non fa mestieri dire che la -maggior parte di coloro che lo chiamavano con un tal soprannome lo -ripetevano per averlo inteso dire, ma non sapevano che cosa volesse -significare. - -La madre e la sorella il chiamavano in loro soccorso per sostenerle -nella grave congiuntura che sentivano bene di esser prossime ad -incontrare. Esse non si erano ingannate sulla gravità di questa -congiuntura, perchè un momento dopo che Morrel era entrato nel suo -gabinetto con Coclite, Giulia vide uscire quest’ultimo pallido, -tremante, e col viso tutto sconvolto. Ella volle interrogarlo quando le -passò vicino; ma il bravo uomo continuò a discendere la scala con una -precipitazione che non eragli solita, e si contentò di gridare alzando -le braccia al cielo: — Oh! madamigella, madamigella! quale orribile -disgrazia, e chi avrebbe mai creduto questo! - -Poco dopo, Giulia il vide risalire portando due, o tre grossi -registri, e un sacchetto di monete. Morrel consultò i registri, aprì -il portafogli, contò le monete. Tutte le sue risorse ascendevano a sei -o ottomila fr. I suoi crediti realizzabili fino al giorno 5, a quattro -o cinque mila; ciò che formava in contante, a dir molto, un attivo di -14 mila fr. per far fronte ad una cambiale di 287,500 fr. Non vi era -neppur mezzo di offrire una simil somma a conto. Però quando Morrel -discese per pranzare, sembrava assai tranquillo: il che spaventò le due -donne assai più che non avrebbe potuto fare il più grande abbattimento. -Dopo pranzo Morrel aveva l’abitudine di uscire; egli andava a prendere -il caffè al circolo dei Phocèens, o a leggere il _Sémaphore_: quel -giorno non uscì, risalì nel suo gabinetto. Quanto a Coclite, sembrava -completamente ebete. Durante una parte del giorno erasi trattenuto in -cortile, assiso sur una pietra, la testa nuda, esposto ad un sole di 30 -gradi. - -Emmanuele cercava di tranquillare le donne, ma non aveva sufficiente -eloquenza. Il giovine era troppo al corrente degli affari per non -conoscere che una grande catastrofe era imminente sulla famiglia -Morrel. Venne la notte; le due donne vegliarono nella speranza che -Morrel discendendo dal gabinetto sarebbe passato da loro; ma lo -intesero passare dalla loro porta, camminando sulla punta dei piedi, -per timore forse di essere chiamato: tesero le orecchie, e udirono che -entrò in camera sua, e si chiuse a molla per di dentro. - -La sig.ª Morrel mandò sua figlia a dormire; quindi, mezz’ora dopo -che Giulia si era ritirata, si alzò, si tolse le scarpe, entrò nel -corridoio affine di vedere dalla serratura ciò che faceva suo marito; -s’accorse allora d’un’ombra che si ritirava. Era Giulia che, inquieta -anch’essa, aveva preceduto sua madre. La giovinetta le andò incontro -dicendole: — Egli scrive. — Le due donne avevano avuto lo stesso -pensiero senza esserselo comunicato. La sig.ª Morrel si abbassò al -buco della serratura. Infatto Morrel scriveva: ma ciò che non vide la -figlia, lo notò la madre; Morrel scriveva sopra carta bollata. Le venne -tosto la terribile idea che facesse il suo testamento; rabbrividì e non -ebbe forza di dire una parola. - -La dimane Morrel sembrava perfettamente tranquillo; si fermò allo -scrittoio come d’ordinario, discese a far colazione, solo, dopo pranzo, -fe’ sedere sua figlia a sè vicino, strinse la testa della giovinetta -col suo braccio, e la tenne lungamente contro il petto. La sera, Giulia -disse a sua madre che per quanto in apparenza sembrasse tranquillo, -ella aveva notato che il cuore di suo padre batteva violentemente. -Nello stesso modo passarono gli altri due giorni. Il 4 settembre verso -sera, Morrel chiese a sua figlia la chiave del suo gabinetto. Giulia -rabbrividì a questa domanda che gli sembrò di cattivo augurio. Perchè -dunque suo padre domandavagli questa chiave che ella aveva sempre -avuto, e che non erale mai stata tolta, meno nell’infanzia in quei -giorni in cui volevasi castigare? La giovinetta guardò Morrel: — E che -ho fatto io di male, padre mio, diss’ella, perchè mi riprendiate questa -chiave? - -— Niente, figlia mia, rispose lo sventurato Morrel a cui questa -semplice domanda fece sgorgare le lagrime dagli occhi, nulla; solo ne -ho bisogno. — Giulia finse di cercare la chiave. — L’avrò lasciata in -camera mia, diss’ella. — Uscì, ma invece di andare nella sua camera -discese a consigliarsi con Emmanuele. — Non restituite la chiave -a vostro padre, disse questi, e domattina, se è possibile, non lo -lasciate solo un momento. — Ella cercò invano di interrogare Emmanuele, -ma questi non sapeva altro, o non volle dire di più. - -Durante tutta la notte del 4 al 5 settembre la sig.ª Morrel restò -coll’orecchio contro la bussola, fino a tre ore del mattino, intese -suo marito camminare con agitazione nella camera; solo dopo le tre si -gettò sul letto. Le due donne passarono insieme il resto della notte. -Fino dalla sera antecedente aspettavano Massimiliano. Alle otto Morrel -entrò nella loro camera: egli era tranquillo, ma gli si leggeva sul -viso pallido e smunto l’agitazione della notte. Le donne non osarono -di chiedergli se aveva riposato bene. Morrel fu più affabile con sua -moglie, più tenero con sua figlia di quel che nol fosse mai stato, egli -non si stancava di guardare ad abbracciare la povera ragazza. Giulia si -ricordò la raccomandazione di Emmanuele, e volle accompagnare il padre -quando uscì, ma questi la respinse con dolcezza, dicendole: - -— Resta con tua madre; — Giulia volle insistere. — Io lo voglio, disse -Morrel — Era la prima volta che Morrel diceva a sua figlia: «io lo -voglio!!!» Ma egli lo disse con tale accento di paterna dolcezza, che -Giulia non osò di fare un passo più avanti. Ella rimase allo stesso -posto, ritta, muta ed immobile. Pochi momenti dopo la porta si aprì, ed -ella sentì due braccia che la circondavano ed un bacio che le veniva -impresso sulla fronte. Alzò gli occhi, e mandò un’esclamazione di -gioia. — Massimiliano! fratello mio! gridò ella. - -A queste grida la sig.ª Morrel accorse, e si gettò fra le braccia del -figlio. — Madre mia! disse il giovine guardando alternativamente la -madre e la sorella; che avvenne? La vostra lettera mi ha spaventato -e io accorro! — Giulia, disse la sig.ª Morrel, facendo un segno -al figlio, va a dire a tuo padre che è giunto Massimiliano. — La -giovinetta si slanciò fuori dell’appartamento; ma sul primo gradino -della scala incontrò un uomo che teneva una lettera in mano. — Non -siete voi madamigella Giulia Morrel? disse quest’uomo con un accento -italiano il più puro. — Sì, rispose Giulia balbettando; ma che volete? -non vi conosco. — Leggete questa lettera, disse l’uomo, presentandole -il biglietto. — Giulia esitava. — Ne va della salute di vostro padre! -disse il messaggero. — La giovinetta gli tolse il biglietto dalle mani, -poi l’aprì e lesse con ansietà. - - «Portatevi in questo medesimo punto ai viali di Meillan, entrate - nella casa N. 15; domandate al portinaro la chiave della camera - del quinto piano; entratevi; prendete sull’angolo del caminetto - una borsa di cordonetto di seta, rossa, recatela subito a vostro - padre. È indispensabile che l’abbia prima delle undici. Voi - mi avete promesso di obbedirmi ciecamente; invoco la vostra - promessa.» - - «SINDBAD IL MARINARO» - -La giovinetta gettò un grido di gioia, volle interrogare l’uomo che le -aveva rimesso il biglietto, ma questi era già disparso. Ella riportò -allora gli occhi sul biglietto per leggerlo una seconda volta, si -accorse che vi era un post scriptum; e lo lesse. - - «È importante che adempiate questa missione in persona, e sola; - se verrete in compagnia o che altri si presenti in vece vostra, - il portinaro vi risponderà che non sa ciò che volete dire.» - -Questo _post-scriptum_ fu una forte repressione alla gioia della -giovinetta. Aveva ella a temer qualche cosa? Poteva esser questo un -laccio che le si tendeva? la sua innocenza non le permetteva di sapere -quali erano i pericoli che poteva correre una giovinetta della sua età. -Ma non v’è bisogno di conoscere i pericoli per temerli; anzi vi è una -cosa notevole ed è che si temono precisamente di più i pericoli che non -si conoscono. - -Giulia esitò; risolvè di domandar consiglio, ma per uno strano -sentimento non lo chiese nè a sua madre nè a suo fratello, ricorse ad -Emmanuele. Ella discese, gli raccontò l’accaduto nel giorno in cui il -mandatario della casa Thomson e French venne da suo padre; dissegli la -scena della scala, gli ripetè la promessa che aveva fatto, e gli mostrò -la lettera. - -— Bisogna andarvi, madamigella, disse Emmanuele. - -— Andarvi? mormorò Giulia. — Sì, vi accompagnerò. - -— Ma non avete letto che debbo andarvi sola? — Voi sarete egualmente -sola; io vi aspetterò all’angolo della strada Musée, e se tardate in -modo da farmi nascere qualche inquietudine, verrò a raggiungervi, e ve -ne rispondo; disgraziati coloro di cui avrete a lamentarvi! — In tal -modo, Emmanuele, riprese esitando la giovinetta, il vostro consiglio -è che io mi porti a questo invito? — Sì, il messaggero non vi ha detto -che si tratta della salute di vostro padre? - -— Ma, finalmente che pericolo corre mio padre? domandò la giovinetta. -— Emmanuele esitò un momento, ma il desiderio che la giovinetta si -risolvesse sul momento e senza ritardo la vinse. — Ascoltate diss’egli, -non è oggi il 5 settembre? — Sì. — Oggi alle undici vostro padre deve -pagare circa 300mila fr. — Sì, lo sappiamo. — Ebbene! disse Emmanuele, -egli non ne ha neppur 15mila in cassa. - -— E allora, che avverrà? - -— Avverrà che se oggi prima delle undici non ritrova qualcuno che gli -venga in aiuto, vostro padre sarà obbligato, a mezzodì, di dichiararsi -fallito. — Ah! venite, gridò la giovinetta trascinando seco Emmanuele. - -In questo mentre la sig.ª Morrel aveva detto tutto a suo figlio. Il -giovine sapeva bene che in conseguenza delle successive disgrazie -sovraggiunte a suo padre, erano state introdotte molte modificazioni -nelle spese di casa; ma non sapeva che le cose fossero giunte a -tal segno. Rimase annichilito; quindi d’un subito si slanciò fuori -dell’appartamento, salì rapidamente le scale credendo di ritrovare -il padre nel gabinetto; ma battè invano. Mentre era alla porta sentì -che quella dell’appartamento si apriva, si volse e vide suo padre. -Invece di risalire direttamente al suo gabinetto, Morrel era rientrato -nella sua camera, e ne usciva allora soltanto; egli mandò un grido di -sorpresa scorgendo Massimiliano, poichè ne ignorava l’arrivo. Rimase -immobile al suo posto, strinse col braccio sinistro un oggetto che -teneva nascosto sotto l’abito. Massimiliano discese sollecitamente -la scala e si gettò al collo di suo padre; ma d’improvviso egli dette -addietro, lasciando soltanto la destra appoggiata al petto di Morrel. -— Padre mio, diss’egli diventando pallido come la morte, e perchè avete -un paio di pistole sotto l’abito? - -— Oh! ecco ciò che io temeva, disse Morrel. - -— Padre mio... padre mio! in nome del cielo, gridò il giovine, che -volete far di queste armi? - -— Massimiliano, rispose Morrel tenendo lo sguardo fisso sul figlio, tu -sei un uomo ed un uomo d’onore; vieni, te lo dirò. — E Morrel salì con -passo sicuro fino al suo gabinetto, mentre che Massimiliano lo seguiva -barcollando: aprì di poi la porta, e la richiuse dopo che fu passato il -figlio, quindi traversò l’anticamera, s’avvicinò allo scrittoio, depose -le pistole sull’angolo della tavola, e mostrò a suo figlio colla punta -del dito un registro aperto; sur esso era fedelmente trasportato lo -stato esatto della sua situazione; Morrel doveva pagare fra mezz’ora -287,500 fr. ed in tutto ne possedeva 15,257. - -— Leggi! disse Morrel. — Il giovine lesse e rimase un momento -annientato. Morrel non diceva una parola: che avrebbe egli potuto -dire o aggiungere all’inesorabile decreto delle cifre? — E voi, padre -mio, avete fatto tutto il possibile per prevenire questa disgrazia? -disse dopo breve silenzio il giovine. — Sì, rispose Morrel. — Non -contate sopra alcun rimborso? — No. — Avete esauste tutte le risorse? — -Tutte. — E fra mezz’ora... aggiunse egli con voce cupa, il nostro nome -sarà disonorato? — Il sangue lava il disonore, disse Morrel. — Avete -ragione, padre mio, ora vi comprendo. — Quindi stese la mano verso le -pistole. - -— Ve n’è una per voi ed un’altra per me, diss’egli: grazie! - -Morrel gli fermò la mano. — E tua madre... e tua sorella... chi le -nutrirà? — Un fremito corse per tutte le membra del giovine. — Padre -mio, diss’egli, pensate che con ciò che mi dite io possa vivere? — -Sì, te lo dico, riprese Morrel, perchè questo è il tuo dovere; tu -hai lo spirito tranquillo e forte, Massimiliano... tu non sei uno dei -soliti uomini; nulla ti comando, nulla io ti ordino, e sol ti dico: -«esamina la situazione come se tu vi fossi straniero, e giudicala da te -stesso.» — Il giovine riflettè un momento, quindi l’espressione della -più sublime rassegnazione passò nei suoi occhi; solo si tolse con un -movimento tristo e lento la spallina e la mozzetta, distintivi del -suo grado. — Sta bene, disse egli tendendo la mano a Morrel, morite in -pace, padre mio, io vivrò. — Morrel fece un movimento per gettarsi alle -ginocchia del figlio. Massimiliano lo raccolse fra le braccia, e per un -momento questi due nobili cuori batterono l’un contro l’altro. - -— Tu sai che non è per mia colpa? disse Morrel. - -Massimiliano sorrise. — So, padre mio, che siete l’uomo più onesto -che m’abbia mai conosciuto. — Sta bene, è detto tutto: ora ritorna da -tua madre e da tua sorella. — Padre mio, disse il giovine piegando un -ginocchio, beneditemi! - -Morrel prese la testa di suo figlio fra le mani, l’avvicinò a sè, e -v’impresse molti baci dicendo: — Oh! sì, sì, ti benedico nel mio nome, -e nel nome di tre generazioni di uomini irreprensibili. Ascolta adunque -ciò che essi ti dicono colla mia voce: l’edifizio che la sventura ha -distrutto, può essere riedificato dalla divina Provvidenza. Sapendomi -morto in questo modo, i più inesorabili avranno pietà di me; a te forse -sarà accordata una dilazione che a me sarebbe stata negata; allora -cerca che la parola infame non sia pronunziata; mettiti all’opera, -lavora, giovine! lotta ardentemente e con coraggio; vivi tu, tua madre, -e tua sorella del puro necessario, affinchè giorno per giorno i beni di -coloro ai quali io devo, si aumentino e fruttifichino fra le tue mani. -Pensa che sarà un bel giorno, un gran giorno, un giorno solenne quello -della riabilitazione, il giorno in cui, da questo stesso scrittoio, tu -potrai dire: «mio padre è morto perchè non poteva fare ciò che ho fatto -io, ma egli è morto tranquillo, perchè morendo sapeva che io lo avrei -fatto.» - -— Oh! padre mio, padre mio, gridò il giovine, se pure poteste vivere. - -— Se io vivo tutto è perduto: se io vivo, la premura si cambia in -dubbio, la pietà in accanimento; se io vivo, non sono più che un uomo -che ha mancato alla sua parola, che ha fallito i suoi impegni, non ho -più in fine che una bancarotta. Se muoio, al contrario, pensateci bene -Massimiliano, il mio cadavere non è più che quello di un onest’uomo -disgraziato. Vivo, i miei migliori amici evitano la mia casa: morto, -Marsiglia intera mi seguirà piangendo fino all’ultima mia dimora. Vivo, -tu avresti onta del mio nome; morto, puoi alzare la testa e dire ad -alta voce: «sono il figlio di colui che si è ucciso, perchè è stato -costretto di dover per la prima volta mancare alla sua parola.» - -Il giovine mandò un gemito, ma parve rassegnato. Era la seconda volta -che la convinzione rientrava nel suo cuore, ma non nel suo spirito. — -Ora, disse Morrel, lasciami solo, e cerca di allontanare le donne. — -Non volete rivedere mia sorella? domandò Massimiliano. — Un’ultima e -sorda speranza era nascosta pel giovine in questo incontro, ecco perchè -lo proponeva. Morrel scosse la testa. — L’ho veduta questa mattina, -diss’egli, e le ho detto addio. - -— Non avete voi alcuna raccomandazione particolare da farmi, padre mio? -domandò Massimiliano con voce alterata. - -— Sì figlio mio, una raccomandazione sacra. - -— Dite, padre mio. - -— La casa Thomson e French è la sola che per umanità, o forse per -egoismo (ma non sta a me il leggere nel cuore degli uomini) è la -sola che abbia avuto pietà di me. Il suo mandatario, quello che fra -dieci minuti si presenterà per riscuotere una tratta di 287,500 fr., -egli, non dirò mi abbia accordato, ma mi ha offerta una dilazione di -tre mesi; questa casa sia rimborsata per la prima, figlio mio, che -quest’uomo ti sia sacro. - -— Sì, padre mio, disse Massimiliano. - -— Ed ora, anche una volta, addio: disse Morrel; va, va; ho bisogno di -restar solo; troverai il mio testamento nello scrigno della camera da -letto. — Il giovine rimase in piedi ed inerte, senza avere che la forza -della volontà, ma non quella dell’esecuzione. — Ascolta, Massimiliano, -disse suo padre, supponi che io sia un soldato come te, che abbia -ricevuto l’ordine di dar la scalata ad un bastione, e che tu sapessi -che vado incontro ad una certa morte nell’assalirlo, non mi diresti -tu come mi dicevi poco fa: «andate padre mio perchè vi disonorereste -restando, e val meglio la morte che l’onta»? - -— Sì sì, disse il giovine, sì; e stringendo convulsivamente tra le -braccia il padre: — Coraggio, padre mio, diss’egli. - -E si slanciò verso il gabinetto. - -Quando il figlio fu uscito Morrel rimase un momento in piedi cogli -occhi fissi sulla porta, quindi tese la mano, tirò la corda del -campanello e suonò. Di lì a poco, comparve Coclite. Non era più l’uomo -di prima, questi tre giorni di convinzione lo avevano atterrato. Il -pensiero che la casa Morrel sospendeva i pagamenti lo curvava al suolo -più che non avrebbero fatto altri vent’anni accumulati sul suo capo. — -Mio buon Coclite, disse Morrel con un accento di cui sarebbe difficile -dire l’espressione, tu resterai nell’anticamera. Quando verrà quel -signore che venne già or son tre mesi, lo conosci? il mandatario della -casa Thomson e French, verrai ad annunziarmelo. — Coclite non rispose; -fe’ un segno affermativo colla testa, andò a sedersi nell’anticamera -ed aspettò. Morrel ricadde sulla sedia, gli occhi si volsero verso -l’orologio: gli rimanevano ancora sette minuti in tutto; la lancetta -camminava con una rapidità incredibile, gli sembrava vederla andare. -Ciò che in quel momento passò nello spirito di quest’uomo, che, -giovine ancora, in conseguenza di un ragionamento falso in sè stesso, -quantunque tal non sembrasse in apparenza, stava per prepararsi -a dividersi da tutto ciò che di più caro aveva al mondo, e per -abbandonare una vita piena per lui di tutte le dolcezze della famiglia, -è impossibile poterlo spiegare; sarebbe stato mestieri esservi presente -per averne un’idea, la fronte era ricoperta di sudore, e ciò nonostante -rassegnata, gli occhi bagnati di lagrime, ma pur rivolti al cielo. - -La lancetta camminava sempre: le pistole erano cariche; allungò la -mano, ne prese una e mormorò il nome di sua figlia; depose l’arma -mortale, prese la penna e scrisse alcune parole. Gli sembrava di -non avere ancora detto abbastanza addio a questa figlia prediletta; -ritornò a guardar l’orologio; egli non contava più i minuti, ma i -secondi. Riprese l’arma colla bocca semi-aperta e gli occhi fissi alla -pendola; poi rabbrividì al rumore che egli stesso faceva nel caricar -l’acciarino. In questo momento un sudore più freddo gli passò sulla -fronte, un’ansia più mortale gli strinse il cuore; intese la porta -delle scale cigolare sui gangheri, aprirsi quella del suo gabinetto; -l’orologio stava per battere le undici. Morrel non si volse, aspettava -che Coclite pronunciasse le fatali parole: «Il mandatario della casa -Thomson e French»; avvicinò l’arme alla bocca... d’improvviso invece -della voce di Coclite intese un grido... era la voce di sua figlia... -si volse allora e riconobbe Giulia; la pistola gli sfuggì di mano. -— Padre mio! gridò la giovinetta ansante, e quasi morente di gioia, -salvato! voi siete salvato! e gli si gettò fra le braccia, alzando in -alto colla mano la borsa di cordonetto di seta rossa. - -— Salvato! figlia mia, che vuoi tu dire? - -— Sì, salvato! guardate, guardate, disse la giovinetta. - -Morrel prese la borsa e rabbrividì, perchè una lontana rimembranza gli -ricordava che quell’oggetto eragli in altro tempo appartenuto. Da una -parte era la cambiale dei 287,500 fr., già _quietanzata_, dall’altra vi -era un diamante della grossezza di una nocciuola con queste tre parole -scritte sopra un po’ di pergamena: «dote di Giulia.» - -Morrel si passò la mano sulla fronte: credeva sognare. - -Nel medesimo punto l’orologio battè le 11. Il martello battè per lui -come se ciascun colpo avesse ripercosso sul cuore. — Raccontami, figlia -mia, diss’egli, spiegati. Ove ritrovasti tu questa borsa? — Nella casa -N. 15 dei viali di Meillan, sull’angolo di un caminetto di una meschina -cameretta del quinto piano. - -— Ma, gridò Morrel: questa borsa non è tua. - -Giulia presentò allora a suo padre la lettera che aveva ricevuta la -mattina. — E sei andata sola in quella casa? disse Morrel dopo averla -letta. - -— Emmanuele mi accompagnava, egli doveva aspettarmi all’angolo della -strada _Museé_; ma cosa strana, al mio ritorno non v’era più. - -— Sig. Morrel? gridò una voce dalle scale, sig. Morrel! - -— Questa è la sua voce, disse Giulia. Nel medesimo tempo entrò -Emmanuele col viso sconvolto dalla gioia e dalla emozione. — Il -_Faraone!_ gridò egli; il _Faraone!_ - -— Ebbene che, il _Faraone_! siete pazzo, Emmanuele? sapete bene che -colò a fondo. - -— Il _Faraone_,! signore, il fanale ha dato il segnale del _Faraone_! -il _Faraone_ entra in questo momento nel porto. - -Morrel ricadde sulla sedia; le forze gli mancarono; la sua intelligenza -non era capace ad ordinare questa serie di avvenimenti incredibili, -inauditi e favolosi. Suo figlio entrò a sua volta. — Padre mio, gridò -Massimiliano, che dicevate dunque che il _Faraone_ era perduto? il -fanale lo ha segnalato, ed entra in porto in questo momento. — Amici -miei, disse Morrel, se ciò fosse, bisognerebbe credere ad un miracolo! -Ma è impossibile! impossibile! - -Tuttociò, quantunque sembrasse incredibile, era pur vero, la borsa che -teneva in mano, la cambiale _quietanzata_, ed il magnifico diamante. - -— Ah! signore, disse Coclite a sua volta, e che vuol dir questo? il -_Faraone_! — Andiamo, figli miei, disse Morrel alzandosi, andiamo -a vedere, che il cielo abbia pietà di noi se questa fosse una falsa -nuova. — Essi discesero; a metà delle scale aspettava la sig.ª Morrel; -la poveretta non aveva avuto il coraggio di salire. In un momento -furono alla Cannebière. Una gran folla era sul porto. Tutta questa -folla si divise per lasciar libero il passaggio alla famiglia Morrel. - -— Il _Faraone_! il _Faraone_! dicevasi da ogni lato, da ogni bocca. - -Infatto cosa maravigliosa, inaudita, dirimpetto alla torre S. Giovanni -un bastimento portava sulla poppa queste parole scritte a grandi -lettere bianche «_Faraone: Morrel e figlio di Marsiglia_» Questo -bastimento era assolutamente della stessa portata e della stessa -forma dell’altro _Faraone_, ed era carico egualmente d’indaco e di -cocciniglia, gettò l’ancora, ammainò le vele; sul ponte il capitano -Gaumard dava i suoi ordini, e Penelon faceva segnali a Morrel. Non -v’era più da dubitarne, eravi la testimonianza dei sensi, e quella di -diecimila e più persone. Mentre Morrel e suo figlio si abbracciavano -fra gli applausi di tutta la città, testimone di questo prodigio, -un uomo, il cui viso era per metà coperto da una barba nera, e che, -nascosto dietro il casotto di una sentinella, contemplava questa scena -di tenerezza, mormorava queste parole: — Nobil cuore, sii felice; sii -benedetto per tutto ciò che ancora farai, e la mia riconoscenza resti -nell’oscurità come il tuo benefizio. - -E con un sorriso che rivelava la gioia e la felicità, abbandonò il -luogo dove si era nascosto, e senza essere osservato da alcuno, tanto -tutti erano occupati dell’avvenimento della giornata, discese una -di quelle piccole gradinate che servono di scalo, e chiamò — Jacopo! -Jacopo! Jacopo! - -Allora un battello venne a lui, lo ricevette a bordo, e lo trasportò -ad un _yacht_ riccamente guarnito, sul ponte del quale ei balzò colla -leggerezza d’un marinaro; di là, guardò ancora una volta Morrel, che -piangendo di gioia distribuiva amichevoli strette di mano a tutta -quella folla, ringraziando con uno sguardo singolare l’invisibile -benefattore che gli sembrava dover cercare in cielo. — Ora, disse -l’uomo sconosciuto, addio bontà, addio umanità, addio riconoscenza... -addio a tutti quei sentimenti che inteneriscono il cuore!... - -A queste parole fe’ un segnale, e, come se non avesse atteso che ciò -per partire, il _yacht_ prese tosto il mare. - - - - -XXXI. — ITALIA — SINDBAD IL MARINARO. - - -Verso il principio del 1838 si trovavano a Firenze due giovani che -appartenevano alla società più elegante di Parigi: uno era il visconte -Alberto de Morcerf, l’altro il barone Franz d’Épinay. Avevano stabilito -fra loro che sarebbero andati a passar quel carnevale a Roma, ove -Franz, che abitava l’Italia da più di quattro anni, avrebbe fatto -da cicerone ad Alberto. Or, siccome non è piccola cosa l’andare il -carnevale a Roma, particolarmente quando non si vuole andare a dormire -sulla piazza del Popolo, o al Foro Romano, essi scrissero a Pastrini -proprietario dell’albergo di Londra sulla Piazza di Spagna per pregarlo -di serbar loro un comodo appartamento. Pastrini rispose che non aveva -più che due camere e un gabinetto al secondo piano, che loro offriva -mediante la modica retribuzione di un luigi al giorno. I due giovani -accettarono; quindi Alberto volendo mettere a profitto il tempo che gli -rimaneva, partì per Napoli. Franz rimase a Firenze. Dopo aver goduto -qualche tempo dei piaceri che procura la Città dei Medici, dopo aver -lungamente passeggiato in quell’Eden che viene chiamato le cascine, -dopo essere stato ricevuto da quegli ospiti magnifici che si chiamano -Corsini, Montfort, Poniatowski, gli prese fantasia, essendo già stato -a visitare la Corsica, culla di Bonaparte, di andare a vedere l’isola -d’Elba, questo luogo della gran fermata di Napoleone. Una sera dunque -staccò una barchetta dall’anello di ferro che la fermava al porto di -Livorno, vi si sdraiò in fondo, avvolto nel suo mantello, dicendo ai -marinari queste sole parole: — All’isola d’Elba! - -La barca lasciò il porto, come un uccello lascia il nido, e la dimane -Franz era a Portoferraio: ei traversò l’isola imperiale seguendo -tutte quelle tracce che vi hanno lasciato i passi del gigante, e -andò ad imbarcarsi a Marciana. Due ore dopo aver lasciata la terra la -riguadagnò di nuovo per isbarcare alla Pianosa, ove veniva assicurato -che avrebbe trovata una quantità di pernici rosse. La caccia fu -cattiva; Franz ammazzò a gran stento poche pernici magre, e, come fanno -tutti i cacciatori che si sono stancati senza alcun pro, risalì nella -barca di assai cattivo umore. - -— Se V. E. volesse, gli disse il padrone della barca, potrebbe fare una -bella caccia. — E dove? — Vedete voi quell’isola? continuò il marinaro -stendendo il dito verso mezzogiorno, indicando una massa conica che -usciva dal mezzo del mare tinta di un bellissimo color d’indaco. - -— Ebbene! che cosa è quell’isola? domandò Franz. - -— È l’isola di Monte-Cristo, rispose il Livornese. - -— Ma io non ho licenza di andare a caccia in quell’isola. - -— V. E. non ne ha bisogno; l’isola è deserta. — Oh! per bacco! un’isola -deserta in mezzo al Mediterraneo, è una cosa curiosa. — È naturale, -eccellenza. Questa isola è un ammasso di scogli, e in tutta la sua -estensione non vi è forse un palmo di terreno coltivabile. - -— E a chi appartiene? — Alla Toscana. — E qual selvaggiume vi si trova? -— Migliaia di capre selvagge. — Che vivono leccando delle pietre? disse -Franz con un sorriso d’incredulità. — No, ma sfrondando le macchie, i -mirti, e gli altri pruni che nascono tra i massi. — Ma dove dormirò io? - -— O a terra, o nelle grotte, o a bordo avvolto nel vostro mantello. -D’altra parte se V. E. lo desidera, potremo partir subito dopo la -caccia; ella sa che noi navighiamo tanto di giorno quanto di notte, e -che quando non lavorano le vele, lavoriamo coi remi. - -Rimanendogli ancora del tempo prima di raggiungere il compagno, e -non avendo più inquietudini per l’alloggio in Roma, Franz accettò la -proposizione di ricompensarsi della sua prima caccia. Alla risposta -affermativa, i marinari si cambiarono alcune parole a voce bassa. -— Ebbene! che abbiamo di nuovo? domandò egli; sarebbe sopraggiunta -qualche difficoltà? - -— No, rispose il padrone; ma dobbiamo prevenire V. E. che l’isola -di Monte-Cristo è in contumacia. — E che significa questo? — Vuol -dire che siccome Monte-Cristo è inabitato, e qualche volta serve di -fermata a contrabbandieri, e pirati che vengono dalla Sardegna, dalla -Corsica, dall’Affrica, se un qualche segno denunzia il nostro soggiorno -nell’isola, saremo costretti, al nostro ritorno in Livorno, di fare una -quarantena di sei giorni. - -— Diavolo! ecco, ciò cambia specie; sei giorni! sarebbe troppo. — Ma -chi dirà che V. E. è stato a Monte-Cristo? - -— Oh! questo non importa. — Oh! ma non sarò io certamente, gridò -Gaetano. — E neppur noi, dissero i marinari. - -— In questo caso, andiamo a Monte-Cristo. - -Il padrone comandò la manovra; si volse capo sull’isola, e la barca -cominciò ad essere diretta a quella parte. Franz lasciò compiere -l’operazione, e quando fu preso il nuovo cammino, quando la vela fu -gonfiata dalla brezza, e i quattro marinari ebbero preso il loro posto, -tre davanti, ed uno al timone, riannodò la conversazione. - -— Mio caro Gaetano, disse al padrone, voi mi diceste, credo, l’isola di -Monte-Cristo servire di rifugio a contrabbandieri, e a pirati, e ciò mi -pare bene altro selvaggiume che le capre selvatiche. - -— Sì, eccellenza, e questa è la verità. - -— Conosceva bene esservi dei contrabbandieri, ma credeva che dopo -la presa di Algeri, e la distruzione della reggenza, i pirati non -esistessero più che nei romanzi di Cooper e del capitano Marryat. - -— Ebbene V. E. si sbaglia; accade dei pirati come degli assassini, -che quantunque sieno creduti esterminati, pure aggrediscono tutti i -giorni i viaggiatori fin sotto le porte delle città, siccome accadde -presso Velletri, saranno appena sei mesi. Se V. E. abitasse Livorno, -come facciam noi, sentirebbe dire di tempo in tempo che un piccolo -bastimento carico di mercanzie, o che un bel _yacht_ inglese che era -aspettato a Bastia, a Portoferraio, o a Civita-vecchia, non è più -arrivato, e non si sa che ne sia avvenuto, e che senza dubbio si sarà -rotto contro qualche scoglio. Ora, lo scoglio che ha incontrato è una -barca bassa e stretta, montata da sei, od otto uomini che lo hanno -sorpreso, e saccheggiato in una notte oscura e tempestosa, nei dintorni -di un qualche isolotto selvaggio ed inabitato, non diversamente dagli -assassini che arrestano e spogliano una carrozza di posta all’angolo di -un bosco. - -— Ma finalmente, riprese Franz sempre steso nella barca, e perchè -quelli ai quali accadono simili disgrazie non fanno le loro denunzie? -perchè non richiamano essi su questi pirati la vendetta del governo -francese, sardo, o toscano? - -— Perchè? disse ridendo Gaetano. — Sì perchè? - -— Perchè prima si trasporta dal bastimento o dal _yacht_ sulla barca, -tutto ciò che vi è di meglio da prendersi; quindi si legano mani e -piedi a tutto l’equipaggio, e si attacca al collo di ciascuno una palla -da 24, poi si fa un bel foro, come quello di un barile, nella chiglia -del bastimento catturato, si risale sul ponte, si chiude il boccaporto, -e si passa sulla barca. In capo a dieci minuti il bastimento comincia -a lamentarsi, e gemere. Un poco alla volta affonda. Dapprima cala una -delle sue parti, poi cala l’altra, poi la rialza, quindi s’immerge di -nuovo affondandosi sempre più. D’improvviso scoppia un rumore simile -a quello di una cannonata: è l’acqua che infrange il ponte. Allora il -bastimento si agita, come si dibatte chi sta per annegarsi, divenendo -sempre più pesante. Ben presto l’acqua troppo compressa nelle cavità -si slancia da tutte le aperture, simile alle colonne liquide che -gettano dalle narici le gigantesche balene. Finalmente manda un ultimo -strepito, fa un giro su sè stesso, ed affonda scavando nell’abisso una -vasta tromba che per un momento si aggira, si ricolma a poco a poco, -e finisce per cancellarsi del tutto, tanto bene che in capo a cinque -minuti non v’è che l’occhio di Dio che possa andare a discernere nel -fondo del mare il bastimento disparso. Comprenderete ora in qual modo -il bastimento non ritorna in porto, e perchè l’equipaggio non fa le sue -querele? - -Se Gaetano avesse raccontata la cosa prima di proporre la spedizione, è -probabile che Franz vi avrebbe pensato due volte prima d’imprenderla; -ma la barca vogava nella direzione dell’isola, e gli sembrò che -sarebbe stata una viltà ritornare addietro. Franz era uno di quegli -uomini che non corrono mai incontro al pericolo, ma che se il pericolo -viene innanzi a loro, conservano una prontezza d’animo inalterabile -per combatterlo: era uno di quegli uomini di volontà pacifica che -guardano un pericolo della vita come un avversario in un duello, che ne -calcolano i movimenti, che ne studiano la forza, che rinculano spesso -per prender fiato, e per non comparir vili, finalmente che, conoscendo -con un solo sguardo tutti i loro vantaggi, ammazzano con un sol colpo. - -— Bah! riprese egli, io ho traversata la Sicilia, e la Calabria, ho -navigato due mesi nell’Arcipelago, e non ho giammai veduto l’ombra di -un bandito o di un pirata. - -— Non ho detto ciò a V. E., disse Gaetano, per farle rinunciare al suo -disegno; ella mi ha interrogato, ed io le ho risposto. - -— Sì, mio caro Gaetano la vostra conversazione è attraente; e -siccome voglio goderne il più lungamente possibile, così andiamo -a Monte-Cristo. — Frattanto si accostavano rapidamente al termine -del loro viaggio, il vento era favorevole, e la barca faceva sei -miglia l’ora. A seconda che si accostavano, l’isola sembrava sorgere -gigantesca dal seno del mare, e traverso l’atmosfera limpida degli -ultimi raggi del giorno, si distinguevano, come le palle ammonticchiate -in un arsenale, gli scogli messi a piramide l’un sopra l’altro, e negli -interstizi dei quali si vedevano rosseggiare le macchie, e verdeggiare -gli alberi. In quanto ai marinari, quantunque sembrassero perfettamente -tranquilli, era però evidente che la loro vigilanza stava all’erta, e -che i loro sguardi investigavano il vasto specchio su cui scorrevano, -e l’orizzonte del quale era soltanto popolato da qualche barca -pescareccia le cui vele bianche si libravano, come allodole, sulla cima -dei flutti. Essi ormai erano distanti soltanto una quindicina di miglia -da Monte-Cristo quando il sole declinava dietro la Corsica, di cui le -montagne comparivano a destra delineando sul cielo il loro irregolare -profilo, e mostrando ancora illuminata l’estremità di quella massa di -pietre, che pari al gigante Adamastor, s’innalzavano davanti la barca. -Poco per volta l’ombra salì dal mare, e sembrò scacciare dinanzi a -sè gli ultimi riflessi del giorno che stava per finire; poi il raggio -luminoso fu spinto fino alla cima del cono, ove si fermò un momento, -come il pennacchio infiammato di un vulcano; finalmente l’ombra sempre -crescente invase progressivamente la sommità come aveva invaso la base, -e l’isola non apparve più che una montagna grigia che andava sempre più -oscurandosi: mezz’ora dopo era notte perfetta. - -Fortunatamente che i marinari erano nei loro abitual paraggi, e che -conoscevano fin l’ultimo degli scogli dell’arcipelago toscano; poichè -in mezzo all’oscurità profonda nella quale era involta la barca, -Franz non sarebbe stato del tutto senza inquietudine. La Corsica -era intieramente disparsa, e l’isola di Monte-Cristo era anch’essa -divenuta invisibile; ma i marinari sembravano avere a guisa di lince -la facoltà di veder fra le tenebre, e il pilota che regolava il timone -non mostrava il più piccolo dubbio. Era passata circa un’ora dopo il -tramonto del sole quando Franz credè scorgere ad un quarto di miglio -a sinistra una massa nera, ma era tanto impossibile di distinguere -ciò che fosse, che temendo di promuovere la giovialità dei marinari -equivocando una nube con la terra ferma, si rimase zitto. D’improvviso -apparve una gran luce; la terra poteva bene assomigliarsi ad una nube, -ma quel fuoco non poteva credersi una meteora. - -— Che cosa è quella luce? domandò Franz. - -— Zitto! disse Gaetano, è un fuoco. - -— Ma voi diceste che l’isola è disabitata? - -— Dissi che non aveva una popolazione fissa, ma dissi pure che questo -luogo era una fermata dei contrabbandieri. - -— E dei pirati? - -— E dei pirati, continuò Gaetano ripetendo le parole di Franz; ed è -perciò che ho dato ordine di passare avanti, poichè, come vedete, ora -il fuoco è dietro a noi. - -— Ma questo fuoco, continuò Franz, mi sembra piuttosto un motivo di -sicurezza che d’inquietudine: gente che temesse di essere veduta non -accenderebbe il fuoco. - -— Oh! questo non vuol dir niente, rispose Gaetano, se voi in mezzo a -questa oscurità poteste giudicare della posizione dell’isola, vedreste -che questo fuoco acceso nel punto ove è, non può essere scorto, nè -dalla Corsica, nè dalla Pianosa, ma soltanto in alto mare. - -— Credete che ci annunzi cattiva compagnia? - -— Questo è quello di che bisognerà assicurarci, rispose Gaetano il -quale teneva sempre gli occhi fissi sull’isola. - -— E come volete assicurarvene? — State a vedere. - -A queste parole Gaetano tenne un breve consiglio coi compagni, e dopo -cinque minuti venne eseguita nel più gran silenzio una manovra mercè la -quale in un memento fu virato di bordo; allora si riprese il cammino -già fatto, e qualche secondo dopo questo cambiamento di direzione il -fuoco disparve nascosto dietro a un sollevamento del terreno. Allora -il pilota dette al piccolo bastimento, con una girata di timone, -una nuova direzione, e si avvicinarono visibilmente all’isola che -più non era distante che 50 passi. Gaetano tolse la vela, e la barca -rimase stazionaria. Tutto ciò fu fatto nel più gran silenzio; dopo il -cambiamento di direzione non era stata pronunciata una parola a bordo. -Gaetano, che aveva proposta la spedizione, ne aveva presa sopra di sè -tutta la responsabilità. Gli altri tre marinari mentre preparavano i -remi, e stavano pronti a fuggire remando, non toglievano lo sguardo -da lui per eseguire quella qualunque manovra che lor venisse ordinata -da un gesto, e che mercè l’oscurità si sarebbe potuta eseguire molto -facilmente. Franz visitava le armi colla prontezza d’animo che abbiamo -in lui riconosciuta; aveva due fucili a due canne, ed una carabina; li -caricò, si assicurò degli acciarini, e aspettò. - -Durante questo tempo Gaetano si era tolto il cappotto e la camicia, -aveva assicurati i calzoni intorno ai fianchi, e siccome avea i piedi -nudi, si risparmiò la pena di levarsi le calze e le scarpe. Una volta -così abbigliato, si mise l’indice della mano davanti alle labbra -per ordinare il più profondo silenzio, e si lasciò immergere nel -mare; nuotò verso l’isola con tal cautela che riesciva impossibile -il discernere il più piccolo rumore. Potevasi soltanto seguire collo -sguardo la traccia del suo tragitto dal solco fosforescente che -eccitavano i suoi movimenti. Questo solco ben presto disparve: era -segno evidente che Gaetano aveva preso terra. Sul piccolo bastimento -rimasero tutti immobili per una mezz’ora, scorsa la quale videsi -ricomparire dalla riva alla barca il solco luminoso. In pochi momenti -Gaetano aveva raggiunta la barca. - -— Ebbene? fecero ad un tempo Franz e i tre marinari. - -— Ebbene! diss’egli, sono contrabbandieri spagnuoli; essi hanno -soltanto con loro due banditi corsi. — E che fanno questi coi -contrabbandieri spagnuoli? — Eh! mio Dio! eccellenza, rispose Gaetano -con un accento di vivo amore del prossimo, bisogna bene aiutarsi -gli uni con gli altri. Spesse volte i banditi vengono un poco troppo -pressati su la terra dai gendarmi e dai carabinieri; ebbene! allora -ritrovano una barca, ed in essa dei buoni diavoli come noi; vengono -a domandarci l’ospitalità nella nostra casa galleggiante. Si può fare -a meno di prestare soccorso ad un povero diavolo perseguitato? noi li -riceviamo a bordo, e per maggior sicurezza prendiamo il largo. Ciò non -costa nulla, e salva la libertà, o per lo meno la vita, a qualcuno -dei nostri simili, il quale, all’occasione, sa essere riconoscente -al servigio reso, indicandoci un buon luogo ove sbarcare le nostre -mercanzie senza essere incomodati dai curiosi. - -— Va bene, disse Franz, anche voi, mio caro Gaetano, siete dunque un -po’ contrabbandiere? — Eh! che volete, disse con un sorriso impossibile -a descriversi, si fa un po’ di tutto; bisogna pur vivere: — Allora -voi siete con persone di conoscenza quando vi trovate cogli abitanti -che a quest’ora sono a Monte-Cristo. — Circa; noi marinari abbiamo -alcuni segni per riconoscerci. — E credete che non avrem nulla a temere -sbarcando anche noi? — Assolutamente nulla! i contrabbandieri non sono -ladri! — Ma questi due banditi corsi... riprese Franz, calcolando prima -tutte le eventualità del pericolo. — Eh! mio Dio, disse Gaetano, non -è colpa loro se sono banditi, ma colpa altrui. — In che modo? — Senza -dubbio! essi sono perseguitati non per altro, che per aver fatta la -pelle a qualcuno, mossi da spirito di vendetta, (del che non li lodo -già io), ma pure accade così. - -— Che intendete voi col fare la pelle? avere assassinato un uomo? disse -Franz, continuando le sue investigazioni. — Intendo avere ucciso un -nemico! rispose il pilota, il che è molto diverso. — Ebbene, disse il -giovine, andiamo dunque a domandare ospitalità ai contrabbandieri, ed -ai banditi. Credete voi che ci verrà accordata? - -— Senza alcun dubbio. - -— Quanti sono? - -— Tre contrabbandieri, e due banditi. - -— Va bene! è appunto la nostra cifra; noi siamo in forza eguale -nel caso che questi signori mostrassero cattive intenzioni, e per -conseguenza in istato di potere contenerli. Per l’ultima volta adunque -andiamo a Monte-Cristo. - -— Sì, eccellenza; ma voi ci permettete ancora di prendere qualche -cautela. — Ed in qual modo, mio caro; siate saggio come Nestore, e -prudente come Ulisse; fo ancora più di permettervelo, ve ne prego. - -— Ebbene! silenzio allora! disse Gaetano. - -Tutti tacquero. Per un uomo come Franz che osservava tutte le cose nel -loro vero punto di vista, la situazione, senz’essere pericolosa, non -era però priva di una certa gravità. Egli si trovava nella più profonda -oscurità, isolato in mezzo al mare con marinari che non conosceva, e -che non avevano alcuna ragione di essergli affezionati, che sapevano -ch’egli aveva nella ventriera qualche migliaio di franchi, e che per -più volte, se non invidiate almeno esaminate con molta curiosità le -sue armi, che erano bellissime. Da altra parte egli approdava con -questa sorta di uomini in una isola la quale sebbene portasse un nome -molto religioso, non sembrava, mercè i tre contrabbandieri e i due -banditi, promettere un’ospitalità molto caritatevole; poi la storia dei -bastimenti mandati a fondo, che nel giorno gli era sembrata esagerata, -la notte gli apparve verosimile. Per tal modo posto fra questi due -pericoli, forse immaginari, ma fors’anche reali, non abbandonava i -suoi uomini con gli occhi, nè il fucile con la mano. In questo mentre -i marinari avevano nuovamente spiegata la vela, ed avevano ripreso -il solco già calcolato coll’andare e rivenire. Attraverso l’oscurità, -Franz, un poco abituato alle tenebre, distingueva il gigante di granito -che la barca andava costeggiando; poi finalmente, oltrepassando di -nuovo l’angolo di una roccia, scoperse il fuoco che brillava più -vivamente che mai, e intorno al quale erano assise quattro, o cinque -persone. Il riverbero del fuoco si estendeva a un centinaio di passi -nel mare. - -Gaetano costeggiò la luce, mantenendo sempre la barca nella parte meno -illuminata; quindi quando essa fu tutta dirimpetto al fuoco, volse capo -su di quello, ed entrò bravamente nel circolo luminoso, intuonando una -canzone da pescatori di cui cantava le strofe egli solo, ed i compagni -ripetevano in coro il ritornello. Alla prima parola della canzone, gli -uomini assisi intorno al fuoco si erano alzati, ed eransi avvicinati -allo scalo, cogli occhi fissi sulla barca, sforzandosi visibilmente di -giudicarne la forza, e d’indovinarne le intenzioni. Ben presto parve -che avessero fatto un esame sufficiente, e ad eccezione di uno che -rimase in piedi a fare la sentinella, gli altri andarono a sedersi -intorno al fuoco davanti al quale veniva arrostito un capretto tutto -intero. Quando il battello fu giunto a 20 passi dalla terra, l’uomo -che stava in sentinella sulla spiaggia fece macchinalmente colla -carabina un atto simile a quello di un soldato in fazione quando -aspetta la pattuglia; e gridò chi vive? in dialetto sardo. Franz -caricò freddamente i due fucili. Gaetano cambiò con quest’uomo alcune -parole che il viaggiatore non capì, ma che dovevano necessariamente -riguardarlo, perchè Gaetano volgendosi gli chiese. - -— V. E. vuol dire il suo nome o conservare l’incognito? - -— Il mio nome deve essere del tutto sconosciuto a questi signori, -rispose Franz; dunque dite loro soltanto che io sono un francese che -viaggia per diletto. - -Allorchè Gaetano ebbe trasmessa questa risposta, la sentinella dette -un ordine ad uno degli uomini assisi intorno al fuoco che subito si -alzò, e disparve fra le rocce. Successe un silenzio di qualche minuto. -Ciascuno sembrava preoccupato dei proprii affari: Franz dello sbarco, i -marinari delle vele, i contrabbandieri del loro capretto; ma in mezzo a -questa apparente noncuranza tutti si osservarono attentamente. - -L’uomo che erasi allontanato ricomparve ben tosto dal lato opposto a -quello da cui era disparso; fece un segno colla testa alla sentinella -che voltandosi alla barca si limitò di dire, _s’accomodi_. - -Il _s’accomodi_ degl’italiani non è traducibile in altra lingua: -significa ad un tempo, «Venite, entrate, siate il ben venuto, fate -come se foste in casa vostra, voi siete il padrone;» il _s’accomodi_, -è quella frase turca di Molière che meravigliava tanto il gentiluomo -borghese per la quantità di significati che conteneva. I marinari non -se lo fecero dir due volte; in due colpi di remi, la barca toccò terra: -Gaetano saltò a prua, cambiò ancora qualche parola a voce bassa con la -sentinella, i compagni discesero l’un dopo l’altro, quindi finalmente -toccò a Franz. - -Egli aveva uno dei fucili a bandoliera: Gaetano l’altro: uno dei -marinari teneva la carabina. Il vestito era un misto del costume di -un artista e di un elegante, non ispirò perciò alcun sospetto ai suoi -ospiti e per conseguenza nessuna inquietudine. Fermata la barca alla -spiaggia, si avviarono per cercare un comodo sito al bivacco; ma la -direzione che presero non piaceva al contrabbandiere che faceva le -funzioni di vigilatore, perchè gridò a Gaetano: — Non andate da quella -parte! - -Gaetano balbettò una scusa, e senza aggiungere parola si avanzò dalla -parte opposta, mentre che due marinari accesero dei tronchi d’albero al -fuoco per illuminare il sentiero. - -Fecero circa trenta passi e si fermarono sopra una piccola spianata, -tutta circondata di rocce nelle quali erano stati scolpiti alcuni -sedili, incavati in modo che vi si poteva stare seduti al coperto. -Intorno intorno verdeggiavano alcune querce selvagge e dei cespugli -di mirto. Franz prese uno dei tronchi accesi che servivano di torcia, -e fu il primo a riconoscere dalla comodità del luogo, che questa -doveva essere una delle stazioni abituali dei visitatori dell’isola di -Monte-Cristo. - -In quanto alla sua aspettativa di avvenimenti, essa era cessata, una -volta messo piede a terra, una volta veduta la disposizione se non -amichevole, almeno indifferente dei suoi ospiti, ogni preoccupazione -era disparsa, e all’odore del capretto che arrostivasi nel vicino -bivacco, la preoccupazione erasi cambiata in appetito. Egli disse due -parole a Gaetano su questo nuovo incidente, e questi rispose che nulla -era più facile quanto l’allestire una cena in pochi minuti, avendo essi -nella barca del pane, del vino, le sei pernici prese alla caccia, e un -buon fuoco per farle arrostire. - -— D’altra parte, aggiunse egli, se V. E. si trova tentato dall’odore -del capretto, posso andare dai nostri vicini con due dei vostri uccelli -ed offrirli in cambio di un pezzo del loro quadrupede. - -— Fate, disse Franz, fate pure Gaetano; voi siete nato veramente col -genio di negoziare. - -In questo tempo i marinari avevano svelte delle macchie, e fatti dei -fasci di mirto e di querce verdi, ai quali avevano messo il fuoco, il -che presentava un focolare molto rispettabile. Franz aspettò adunque -con impazienza (annasando sempre l’odore di capretto) il ritorno del -pilota, ed allorchè questi ricomparve, si presentò a lui con un aspetto -molto preoccupato. - -— Ebbene! domandò egli, che abbiamo di nuovo? è stata rifiutata la -nostra offerta? - -— Al contrario, disse Gaetano; il capo, a cui è stato detto che voi -siete un gentiluomo francese, v’invita a cena con lui. - -— Va bene, disse Franz, è un uomo molto incivilito questo capo, ed io -non vedo il perchè dovrei ricusare, tanto più che porto meco la mia -parte di cena. - -— Oh! non è questo, egli ha di che cenare e al di là del bisogno; ma -mette una singolare condizione alla vostra presentazione in casa sua. - -— In casa sua? riprese il giovine; egli ha dunque fatto costruire una -casa? — No, ma non per questo cessa dall’avere un appartamento molto -comodo, almeno a quanto si assicura. — Voi dunque conoscete questo -capo? — Ne ho soltanto inteso parlare. — In bene od in male? — In tutti -e due i modi. — Che diavolo! e qual è la condizione che m’impone? — Che -vi lasciate bendar gli occhi, e che non tentiate di togliervi la benda -che allorquando ve lo dirà egli stesso. - -Franz esplorò per quanto gli fu possibile lo sguardo di Gaetano per -sapere ciò che nascondeva questa proposizione. - -— Oh! diavolo, riprese questi, rispondendo al pensiero di Franz, lo so -bene, la cosa merita molta riflessione. - -— Che fareste voi al caso mio? disse il giovine. - -— Io, che non ho niente da perdere, accetterei. - -— Accettereste? — Non foss’altro che per curiosità. - -— Vi è dunque qualche cosa di curioso da vedere presso questo capo? -— Ascoltate, disse Gaetano abbassando la voce, io non so se tutto ciò -che si dice è vero. — Si fermò guardando attorno se alcun estraneo lo -ascoltava. — E che si dice? - -— Si dice che questo capo abiti un palazzo sotterraneo in paragone del -quale il palazzo Pitti è poca cosa. — Questo è un sogno! disse Franz. — -Oh! non è un sogno, è una realtà. Cama, il pilota del _S. Ferdinando_, -vi entrò un giorno, e ne uscì tutto meravigliato, dicendo che simili -tesori non si ritrovano che nei racconti delle fate. — Ma sapete -voi, disse Franz, che con simili parole mi fareste credere di dover -discendere nella caverna d’Alì-Babà? - -— Vi dico ciò che mi è stato detto, eccellenza. - -— Allora voi mi consigliate di accettare? - -— Oh! non dico questo; V. E. faccia ciò che meglio crede: non vorrei -darle un consiglio in una simile congiuntura. - -Franz riflettè per qualche momento: e comprese che quest’uomo così -ricco non poteva aver preso di mira lui che non portava altro che -qualche migliaio di franchi; e siccome in tutto questo non intravedeva -che un’eccellente cena, accettò. - -Gaetano andò a portare la risposta. Noi abbiam detto che Franz era -prudente; e per questo volle raccogliere quanti più particolari gli fu -possibile sopra un ospite così strano e misterioso. Si volse adunque ad -un marinaro, che durante questo tempo aveva spennato le pernici colla -gravità di un uomo superbo delle sue funzioni, e gli chiese con che -questi uomini avevano potuto approdare, mentre non vedeva nè barche, nè -speronare, nè tartane. - -— Oh! non è questo che mi dà pensiero, disse il marinaro, perchè -conosco il bastimento sul quale montano. - -— È un bel bastimento? — Io ne desidero a V. E. uno simile per fare il -giro del mondo — E di qual forza è? - -— Di circa cento tonnellate. Del resto è un bastimento di fantasia, un -_yacht_, come dicono gl’Inglesi, ma costruito in modo da potersi tenere -in mare per un lungo viaggio. - -— E dove è stato costruito? — Non so; ma credo a Genova. - -— E come mai un capo di contrabbandieri, continuò Franz, osa di far -costruire un _yacht_ deputato al suo clandestino commercio, nel porto -di Genova? - -— Non ho detto che il proprietario di questo _yacht_ fosse un capo di -contrabbandieri. - -— No, ma mi sembra che lo abbia detto Gaetano. - -— Gaetano aveva veduto gli uomini dell’equipaggio da lontano, e quando -lo disse non aveva ancora parlato ad alcuno. — Ma se quest’uomo non -è un capo di contrabbandieri, chi è dunque? — È un ricco signore che -viaggia per diletto. — Andiamo avanti, pensò Franz, il personaggio -diventa sempre più misterioso, poichè i racconti sono diversi. - -— E come si chiama? — Quando gli si domanda, risponde che si chiama -Sindbad il marinaro ma dubito che questo non sia il suo vero nome. - -— Sindbad il marinaro? — Sì. - -— E dove abita questo signore? — Sul mare. - -— Di qual paese è? - -— Non lo so. - -— L’avete voi mai veduto? — Qualche volta. - -— Che uomo è? — V. E. ne giudicherà da sè stessa. - -— E dove mi riceverà? — Senza dubbio nel palazzo sotterraneo di cui vi -ha parlato Gaetano. - -— E non avete mai avuto la curiosità, quando siete venuto a fermarvi -qui ed avete trovata l’isola deserta, di cercare a penetrare in questo -palazzo incantato? - -— Oh! davvero, eccellenza, e più d’una volta ancora, ma le nostre -ricerche sono sempre riuscite inutili. Noi abbiamo cercata la grotta -in tutte le parti, e non abbiamo ritrovato il più piccolo passaggio. -Si dice però che la porta non si apra con una chiave ma con una parola -magica. - -— Andiamo pur innanzi, mormorò Franz, eccomi capitato in uno dei -racconti delle _Mille e una Notte_. - -— S. E. vi aspetta, disse una voce dietro a lui, che egli riconobbe per -quella della sentinella. - -Il nuovo arrivato era accompagnato da due altri uomini dell’equipaggio -del _yacht_. Per tutta risposta Franz si cavò di tasca il fazzoletto e -lo presentò a colui che aveva parlato. Senza dire una parola furongli -bendati gli occhi con tanta cautela che indicava il timore che -commettesse qualche indiscretezza; dopo di ciò gli fu fatto giurare -che non avrebbe tentato in nessun modo di togliersi la benda prima che -fosse invitato a farlo. Egli giurò. Allora i due uomini lo presero -ciascuno per un braccio e camminò guidato da essi e preceduto dalla -sentinella. Dopo una trentina di passi sentì dal calore della brace -e dall’odore sempre più appetitoso del capretto che egli ripassava -davanti al bivacco, quindi vennegli fatta continuare la strada per -un altri 50 passi, inoltrandosi evidentemente verso la parte ove la -sentinella non aveva permesso a Gaetano di penetrare, proibizione che -ora veniva spiegata. Ben presto un cangiamento di atmosfera avvertì -Franz che entrava in un sotterraneo. Dopo alcuni secondi di cammino -intese aprirsi una porta, e gli sembrò che l’atmosfera cangiasse di -natura, diventasse tiepida e profumata, e s’accorse allora che i piedi -posavano sopra un tappeto fitto e morbido; in quel momento le guide -lo abbandonarono. Fecesi un breve silenzio, ed una voce disse in buon -francese, quantunque con un accento straniero: - -— Signore, voi siete il benvenuto in mia casa, e potete togliervi -la benda. — Come si crederà facilmente, Franz non si fece ripetere -l’invito due volte, si levò il fazzoletto, e si ritrovò dirimpetto ad -un uomo dai 38 ai 40 anni che portava il costume tunisino, vale a dire -una callotta rossa con una lunga nappa di seta turchina, una veste di -panno nero tutta ricamata d’oro, pantaloni color sangue di bue larghi -e gonfi, le ghette dello stesso colore orlate d’oro come la veste, e le -pianelle gialle, una magnifica sciarpa di cachemir, cingevagli la vita -al di sopra dei fianchi, e un piccolo cangiarro acuto e ricurvo passava -dentro alla cintura. Quantunque di un pallore quasi livido quest’uomo -aveva una fisonomia mollo bella, gli occhi erano vivi e penetranti, -il naso dritto e quasi a livello della fronte indicava il tipo greco -in tutta la sua purezza, e i denti bianchi come perle spiccavano -mirabilmente sotto i baffi neri che li circondavano. Soltanto questo -pallore era strano, sarebbesi detto un uomo rinchiuso da lungo tempo -in una tomba e che non avesse potuto riprendere l’incarnato dei vivi. -Senz’essere di grande persona, egli del resto era ben fatto, e come -gli uomini del mezzogiorno, aveva le mani e i piedi piccoli, ma ciò -che meravigliò Franz, che aveva trattato di visionario Gaetano, fu la -sontuosità degli arredi. - -Tutta la camera era parata di stoffa turca di color cremisi tessuta -a fiori d’oro. In un voto eravi una specie di divano sormontato da -un trofeo di armi arabe coi foderi di argento dorato e tempestate di -pietre risplendenti; dal soffitto pendeva una lampada di cristallo di -Venezia e di un color grazioso e i piedi posavano sopra un tappeto -turco; erano magnifiche le portiere poste alla porta per la quale -entrò Franz, e davanti un’altra che metteva in una seconda camera -che sembrava splendidamente illuminata. L’ospite lasciò Franz per -alcuni momenti in balia della sua sorpresa, e questi furono da lui -impiegati a rendere esame per esame, non avendo lasciato un momento -dall’investigarlo da capo a piedi. — Signore, diss’egli finalmente, vi -chiedo perdono delle cautele che sono costretto a prendere con quelli -che vengono qui introdotti; ma siccome la maggior parte dell’anno -quest’isola è deserta, se il segreto di questa dimora fosse conosciuto, -al mio ritorno senza dubbio troverei questo mio recinto in cattivo -stato, cosa che mi dispiacerebbe immensamente, non per la perdita -che ciò mi causerebbe, ma perchè non avrei più la certezza di potermi -separare dal resto della terra quando me ne vien la volontà. Frattanto -cercherò di farvi dimenticare questo piccolo disturbo coll’offrirvi ciò -che voi non avreste certamente creduto di ritrovar mai in quest’isola, -una cena passabile ed un letto abbastanza buono. - -— In fede mia, mio caro ospite, rispose Franz, non vedo il perchè -dobbiate fare scuse: ho sempre veduto che si bendano gli occhi -alle persone che entrano nei palazzi incantati; vedete Raoul negli -_Ugonotti_, e veramente non posso lamentarmi perchè ciò che mi mostrate -fa seguito alle meraviglie delle _Mille e una Notte_. - -— Ah! io potrei dirvi come Lucullo, se avessi saputo di avere l’onore -di una vostra visita, mi vi sarei preparato. Ma infine metto a vostra -disposizione il mio eremitaggio tale quale si è; e vi offro la mia -cena, per quanto sia poca cosa. Alì, è all’ordine? - -Nel medesimo punto la portiera si sollevò, e un moro della Nubia, nero -come l’ebano, e vestito di una semplice tonaca bianca, fece segno al -padrone che poteva passare nella camera da pranzo. - -— Ora, disse lo sconosciuto a Franz, io non so se siate del mio avviso, -ma trovo che non vi è niente di più incomodo quanto di restare due o -tre ore in due, senza sapere con qual nome o con qual titolo chiamarsi. -Io rispetto troppo, notate bene, le leggi della ospitalità per non -domandarvi nè il nome nè il titolo; vi prego soltanto di indicarmi -una frase con la quale possa indirizzarvi la parola. In quanto a me, -per levarvi ogni incomodo, vi dirò che hanno l’abitudine di chiamarmi -Sindbad il marinaro. - -— Ed io, rispose Franz, vi dirò, che siccome non mi manca altro, per -essere nella situazione di Aladino, che la famosa lampada meravigliosa, -così non trovo alcuna difficoltà che pel momento mi chiamiate Aladino. -Per questo non andremo fuori d’Oriente, ove son tentato di credere di -essere stato trasportato dalla potenza di qualche buon genio. - -— Ebbene! signor Aladino, disse lo strano Anfitrione, avete inteso che -tutto è all’ordine? abbiate dunque il disturbo di passare nella camera -da pranzo, il vostro umilissimo servitore andrà innanzi per indicarvi -il cammino. — A queste parole venne sollevata la portiera, e Sindbad -passò effettivamente avanti a Franz. - -Franz passava da incanto in incanto: la tavola era splendidamente -apparecchiata. Una volta convinto di questo punto importante girò -lo sguardo intorno a sè. La sala da pranzo non era meno splendida -dell’altra, essa era tutta in marmo con bassorilievi antichi del -maggior prezzo, e ai quattro angoli di questa sala alquanto bislunga -stavano quattro statue con in capo dei cestelli contenenti delle -piramidi di frutta magnifiche; vi erano degli ananassi di Sicilia, -delle mele granate di Malaga, dei portogalli dell’isole Baleari, delle -pesche di Francia e dei datteri di Tunisi. La cena poi si componeva di -un fagiano arrostito circondato di merli di Corsica, di un cosciotto -di cinghiale colla gelatina, di un quarto di capretto alla tartara, e -di una gigantesca ragusta; gl’intervalli tra i piatti erano riempiti da -piattini che contenevano principi di tavola. I piatti erano d’argento, -i piattini di porcellana del Giappone. Franz si strofinò gli occhi -per assicurarsi bene che non travedeva. Alì solo era impiegato a fare -il servizio e se ne disimpegnava molto bene. Il convitato ne fece -complimento al suo ospite. - -— Sì, rispose questi facendo gli onori della cena con molta -disinvoltura, sì, questo povero diavolo mi è molto affezionato, e fa il -meglio che può. Egli si ricorda che gli ho salvata la vita, e siccome -amava molto la vita, a quanto pare, mi professa della riconoscenza per -avergliela conservata. — Alì, quantunque non intendesse una parola di -francese, accorgendosi dagli sguardi di Sindbad che parlavasi di lui, -si avvicinò alla tavola prese la mano del padrone, e la baciò. - -— Sarei troppo indiscreto, signor Sindbad, se vi chiedessi in quale -combinazione faceste un così bell’atto? - -— Oh! mio Dio! è una cosa ben semplice. Sembra che il furbo avesse -ronzato vicino al serraglio del Bey di Tunisi, più di quel che fosse -conveniente ad uno del suo colore, dimodochè venne condannato dal -Bey ad avere la lingua, la mano, e la testa tagliate; la lingua il -primo giorno, la mano il secondo e la testa il terzo. Io aveva sempre -desiderato di avere un muto al mio servizio; aspettai che gli fosse -tagliata la lingua, e andai a proporre al Bey di darmelo in cambio di -un magnifico fucile a due canne che il giorno prima erami sembrato -avesse ridestato i desideri di S. A. Egli stette per un momento in -forse, tanto gli premeva di finirla con questo povero diavolo. Ma io -aggiunsi subito al fucile un coltello da caccia inglese col quale avevo -rotto l’Yatagan di S. A. dimodochè il Bey risolvette a fargli grazia -della mano e della testa; alla condizione però che non avrebbe mai -più messo il piede a Tunisi. La raccomandazione era inutile. Quando il -miscredente vede le coste d’Affrica, per quanto siano lontane, corre a -salvarsi nel fondo del bastimento, e non si può farlo uscire di là che -quando si è fuori delle viste della terza parte del mondo. - -Franz restò un poco muto e pensieroso cercando ciò che doveva pensare -della crudele bonarietà colla quale il suo ospite gli aveva fatto -questo racconto. - -— E voi passate la vostra vita, diss’egli cercando di cambiare la -conversazione, viaggiando come il degno marinaro di cui avete preso il -nome? - -— Sì, è un voto che feci in tempi nei quali non credeva di poterlo -compiere, disse lo sconosciuto sorridendo; ne ho fatti pure alcuni -altri in questo modo, e spero ben presto poterli compiere. - -Quantunque Sindbad avesse pronunziate queste parole colla più grande -pacatezza, pure i suoi occhi avevano lanciato uno sguardo di selvaggia -ferocia. - -— Voi avete molto sofferto, signore? diss’egli. - -Sindbad fremè e lo guardò fissamente. - -— Da che lo arguite? diss’egli. - -— Da tutto, riprese Franz: dalla vostra voce, dal vostro sguardo e -dalla vita stessa che conducete. - -— Io! conduco la vita più felice che si conosca, una vera vita da -Pascià: mi piace un luogo, vi resto; me ne annoio, parto, sono libero -come l’uccello, ho le ali come quello. Le genti che mi circondano mi -obbediscono; a quando a quando mi diverto ad inceppare la giustizia -umana o togliendole un bandito che cerca, o un reo che perseguita. -Poi ho la mia giustizia tutta propria, giustizia alta e bassa senza -dilazione e senza appello, che condanna, o assolve ed alla quale -nessuno ha niente da rivedere. Ah! se aveste gustata la mia vita, non -ne vorreste altra, e non rientrereste giammai nel mondo ammenochè non -vi aveste da compiere un qualche gran disegno. - -— Una vendetta per esempio, disse Franz. - -Lo sconosciuto fissò sul giovine uno di quei sguardi che penetrano nel -più profondo del cuore e del pensiero: - -— E perchè una vendetta? domandò egli. - -— Perchè, soggiunse Franz, voi avete l’aspetto di un uomo che, -perseguitato dalla società, ha qualche terribile conto da mettere in -regola con essa. - -— Ebbene! fece Sindbad ridendo con quello strano riso che mostrava -i denti bianchi ed acuti, voi non l’avete indovinato; tal quale voi -mi vedete, io sono una specie di filantropo e forse un giorno anderò -a Parigi per far concorrenza col signor Appert l’uomo dal piccolo -mantello blu. - -— E sarà questa la prima volta che farete questo viaggio. - -— Oh! mio Dio sì, ho l’aspetto di essere ben poco curioso, n’è egli -vero? ma vi assicuro che non fu colpa mia se ho ritardato tanto; ciò -accadrà da un giorno all’altro. - -— E pensate voi di farlo presto questo viaggio? - -— Non lo so ancora; dipende da congiunture sottoposte ad incerte -combinazioni. - -— Io vorrei esservi al tempo in cui vi verrete, cercherei di rendervi, -per quanto mi fosse possibile, l’ospitalità che sì largamente mi -prodigate a Monte-Cristo. - -— Accetterei la vostra offerta con gran piacere, rispose l’ospite; ma -disgraziatamente, se vi vado, ciò sarà forse incognito. — Frattanto la -cena si avanzava e sembrava essere stata preparata soltanto per Franz, -perchè era molto se lo sconosciuto avea toccato colle estremità dei -denti uno o due piatti dello splendido festino che aveva offerto e al -quale il suo inatteso convitato aveva fatto così largamente onore. - -Finalmente Alì portò le frutta, o piuttosto prese i cestelli sul capo -delle statue e li posò sulla tavola. Fra i quattro cestelli pose una -tazza d’argento dorato, chiusa da un coperchio dello stesso metallo. Il -rispetto col quale Alì aveva portata questa tazza punse la curiosità -di Franz. Egli alzò il coperchio e vide una specie di pasta verdastra -che rassomigliava alle confetture d’Angelica, ma che eragli del tutto -sconosciuta. Rimise il coperchio senza aver saputo che cosa conteneva -la tazza, e volgendo gli occhi sul suo ospite lo vide che sorrideva del -suo impaccio. — Voi non potete indovinare, disse questi, quale specie -di commestibile contenga questo piccolo vaso, e ciò vi dà da pensare, -n’è vero? - -— Lo confesso. - -— Ebbene! questa specie di confettura verde è nientemeno l’ambrosia che -Ebe serviva alla tavola di Giove. - -— Ma questa ambrosia, disse Franz, passando per le mani degli uomini, -avrà certamente perduto il nome celeste per prenderne uno umano? in -lingua volgare come si chiama questo ingrediente dal quale non sento -però di avere grande simpatia? - -— Ah! ecco precisamente, gridò Sindbad; spesse volte noi passiamo -molto vicini ad una fortuna senza vederla, senza guardarla, senza -riconoscerla. Siete voi un uomo positivo, e l’oro è il vostro Dio? -gustate di questa, e le miniere del Perù, di Guzarate, e della Golconda -vi saranno aperte. Siete voi un uomo d’immaginazione? siete voi poeta? -gustate di questa, e le barriere del possibile dispariranno; vi si -apriranno i campi dell’infinito, e passeggerete libero di cuore, -di spirito nei dominii senza confine dell’ideale. Siete ambizioso? -correte dietro le grandezze della terra? gustate di questa, e dopo -un’ora sarete Re, non Re di un piccolo regno nascosto in un angolo -d’Europa, come la Francia, la Spagna, o l’Inghilterra, ma sarete il Re -del mondo, il Re dell’universo. Il vostro trono sarà eretto sopra la -montagna di Satanasso, e senza aver bisogno di fargli omaggio, senza -essere costretto di baciarne gli artigli, sarete il sovrano padrone -di tutti i regni della terra. Non vi tenta ciò che vi offro, dite? non -vi sembra cosa facile? osservate! — A queste parole scoprì la piccola -tazza d’argento dorato che conteneva la sostanza tanto lodata, prese un -cucchiarino da caffè di questa confettura magica, la portò alla bocca, -e l’assaporò lentamente cogli occhi semichiusi, e la testa rovesciata -in addietro. Franz gli lasciò tutto il tempo di sorbire il suo cibo -favorito; poi quando vide che ritornava un poco in sè: - -— Ma finalmente che cosa è questa vivanda preziosa? - -— Avete voi mai inteso parlare del Vecchio della montagna, quello -stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto? — Senza dubbio. -— Ebbene! voi sapete che egli regnava in una ricca vallata dominata -dalla montagna da cui aveva preso il suo nome pittoresco. In questa -vallata erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e in -questi giardini dei padiglioni isolati: in questi faceva entrare i suoi -eletti, e là faceva loro mangiare, disse Marco Polo, una certa erba che -li trasportava nell’Eden, in mezzo a piante sempre fiorite, a frutti -sempre maturi, e a donne le più seducenti. Ora ciò che questi giovani -felici prendevano per una realtà non era che un sogno, ma sì dolce, -sì inebriante, sì voluttuoso sogno, che si vendevano interamente a -colui che loro lo impartiva, e l’obbedivano ciecamente. Essi andavano a -colpire in capo al mondo la vittima designata, morivano fra i tormenti -della tortura senza lamentarsi, nella sola idea che quella morte che -soffrivano non era che un passaggio a quella vita di delizie di cui -l’erba misteriosa, ora avanti a voi, avevagli dato un saggio. - -— Allora, gridò Franz, questa è l’hatchis. Sì, io la conosco almeno di -nome. - -— Precisamente, voi avete detto il suo vero nome signor Aladino, -questo è l’hatchis, tutto ciò si fa di meglio e di più puro in hatchis -ad Alessandria, l’hatchis d’Abou-Gor, il gran confetturiere, l’uomo -unico, l’uomo al quale si dovrebbe fabbricare un palazzo con questa -iscrizione: _Al mercante della felicità: il mondo riconoscente._ - -— Sapete voi, disse Franz, che mi viene la volontà di giudicare da me -stesso quanto vi ha di vero nell’esagerazione dei vostri elogi? - -— Giudicatene da voi stesso; ma non chiamatevi soddisfatto di un -primo esperimento. Come in tutte le altre cose bisogna abituare i -sensi ad una nuova impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste -o gioconda. Vi è una lotta della natura contro questa portentosa -sostanza, della natura che non è fatta per la gioia, e che si -avviticchia al dolore. Bisogna che la natura vinta soccomba nel -conflitto; bisogna che la realtà succeda al sogno, e allora il sogno -regna come padrone, allora è il sogno che addiventa la vita, e la vita -diviene il sogno; ma qual differenza in questa trasfigurazione! vale -a dire che paragonando i dolori dell’esistenza reale ai godimenti -della fittizia, non vorrete più vivere, ma vorrete sempre sognare. -Quando lascerete il vostro mondo per passare nel mondo degli altri, -vi sembrerà di passare ad una primavera napoletana, ad un inverno -della Lapponia. Vi sembrerà lasciare l’Eden per la terra, il cielo -per l’inferno. Gustate dell’hatchis, mio caro, gustatene! — Per tutta -risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta maravigliosa misurato -sulla quantità che ne aveva presa il suo Anfitrione, e lo portò alla -bocca. - -— Diavolo, diss’egli dopo avere inghiottita questa pasta divina, io non -so se il resultato sarà aggradevole quanto voi dite, ma la sostanza non -mi sembra tanto saporosa quanto l’affermavate. - -— Perchè le papille del vostro palato non sono ancora adatte alla -sublimità della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che -gustaste le ostriche, il thè, il porter, i tartufi, le assaporaste -voi con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguilo? comprendereste -voi il piacere che provavano i Romani nel condire i fagiani coll’assa -fetida, ed i chinesi che mangiano i nidi delle rondinelle? eh! mio Dio, -no. Ebbene! accade lo stesso dell’hatchis: mangiatene soltanto otto -giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo vi sembrerà della -squisitezza di questo che in oggi vi sembra forse fetido, e nauseante. -Ma ora passiamo nella camera vicina, e Alì ci servirà il caffè, e ci -darà la pipa. - -Tutti e due si alzarono, e mentre che quello cui si è dato il nome di -Sindbad, e da noi così chiamato per avere una denominazione qualunque -onde distinguerlo dal suo convitato, dava alcuni ordini al suo -domestico, Franz entrò nella camera attigua. Questa era arredata più -semplicemente quantunque non meno riccamente; di forma rotonda, ed -un gran divano le girava intorno. Ma il divano, i muri, il soffitto, -e il pavimento erano tutti ricoperti di magnifiche pelli lisce e -morbide come il più morbido tappeto, erano pelli di leoni d’Atlas dalle -possenti criniere, pelli di tigri del Bengal dalle calde righe, pelli -di pantere del Capo, macchiate scherzosamente come quella che apparve -a Dante; finalmente pelli d’orsi della Siberia, e di volpi della -Norvegia, e tutte gettate in profusione le une sulle altre dimodochè si -sarebbe creduto di camminare su i prati più fioriti, e di riposare su i -letti più soffici. Tutti e due si stesero sopra i divani, una quantità -di pipe colle canne di gelsomino e le imboccature d’ambra erano alla -portata della mano, e già preparate affinchè non si avesse la noia -di fumare due volte nella stessa: ne presero una per ciascuno. Alì le -accese, ed uscì per andare a prendere il caffè. - -Fuvvi un poco di silenzio, durante il quale Sindbad si lasciò -trasportare dai pensieri che sembrava l’occupassero senza posa anche -in mezzo alla sua conversazione, e Franz si abbandonò a quella muta -esaltazione nella quale cadesi quasi sempre fumando eccellente tabacco, -che sembra portar via colla fumata tutte le pene dello spirito, e -rendere al fumatore in loro vece tutti i sogni dell’anima. Alì portò -il caffè. — Come lo prendete? disse l’incognito; alla francese o alla -turca, forte o leggiero, col zucchero o senza, filtrato o bollito? -scegliete; ve n’è del preparato in tutti i modi. - -— Lo prenderò alla turca, disse Franz. - -— E avete ragione: ciò prova che avete delle disposizioni per la vita -orientale. Ah! gli orientali, sono i soli che sappiano vivere. In -quanto a me, soggiunse egli, con un di quei sorrisi singolari che non -sfuggono ad un giovine, quando avrò finiti i miei affari a Parigi, -andrò a morire in Oriente, e se vorrete ritrovarmi bisognerà che mi -cerchiate o al Cairo, o a Bagdad, o a Ispahan. - -— In fede mia, disse Franz, questa sarà la cosa più facile del mondo, -perchè sembrami che mi spuntino le ali d’aquila, e con queste farei il -giro del mondo in 24 ore. - -— Ah! Ah! è l’hatchis che opera; ebbene! aprite le ali, e volatevene -nelle regioni sovrumane; non temete, vegliasi su voi, e se, come -quelle d’Icaro, le vostre ali si liquefanno al sole, noi siamo qui -per ricevervi. — Di poi disse qualche parola araba ad Alì, che fece -un segno d’obbedienza, e si ritirò, ma senza allontanarsi. In quanto -a Franz, una strana trasformazione si operava in lui: tutta la fatica -fisica della giornata, tutta la preoccupazione di spirito che avevano -fatta nascere gli avvenimenti della sera, sparivano come in un primo -momento di riposo in cui si vive abbastanza per sentire che il sonno -viene. Sembrava che il corpo acquistasse una leggerezza fuori del -materiale, lo spirito s’illuminasse in un modo inaudito, i suoi sensi -sembravano raddoppiare le loro facoltà. L’orizzonte si allargava, ma -non più questo orizzonte cupo sul quale si spiega un vago terrore, -e che aveva osservato prima del suo sonno, ma un orizzonte azzurro, -trasparente, vasto, con tutto ciò che il mare ha di bello, che il sole -ha di raggi, che la brezza ha di profumo; quindi in mezzo al canto dei -suoi marinari, canto sì limpido, e sì chiaro che se ne sarebbe fatto -un’armonia celeste se si fosse potuto notare, egli vedeva comparire -l’isola di Monte-Cristo, non più come uno scoglio minaccioso sui -flutti, ma come un’oasi perduta nel deserto; poi a seconda che la -barca s’avvicinava, i canti divenivano più numerosi, poichè un’armonia -incantatrice e misteriosa saliva da quest’isola al cielo, come se -qualche fata come Lorelay, o qualche mago come Amfione avesse voluto -attirarvi qualche spirito, o fabbricarvi una città. Finalmente la -barca toccò la riva, ma senza scossa, nella stessa guisa che le labbra -toccano le labbra, e sembrò a Franz di entrare nella grotta senza -che cessasse questa incantevole musica; discese, o meglio gli sembrò -discendere qualche scalino respirando un’aria fresca ed imbalsamata -come quella che deve circondare l’isola di Circe, composta di tanti -profumi da far andar in estasi, di ardori tali, che fanno bruciare i -sensi, e rivide tutto ciò che aveva veduto prima del sogno, cominciando -dall’ospite fantastico Sindbad fino ad Alì il muto servitore; poi gli -sembrò che tutto si cancellasse, e si confondesse sotto i suoi occhi -come le ultime ombre di una lanterna magica che si spenga, e si ritrovò -nella camera delle statue, illuminata soltanto da una di quelle lampade -antiche e pallide che ardono nel mezzo della notte sul sonno della -voluttà. - -Erano bene le stesse statue belle per le forme, e per la poesia, -cogli occhi magnetici, coi capelli abbondanti; erano Frine, Cleopatra, -Messalina, le tre donne più celebri per la loro dissolutezza; poi nel -mezzo di queste s’introduceva una di quelle ombre calme, una di quelle -visioni dolci che sembrano coprir di un velo i propri occhi verginali -rimpetto a queste impurità del marmo. Allora gli sembrò che queste -tre statue avessero riuniti i loro amori per un sol uomo e che questi -fosse lui; che si avvicinassero ove egli faceva un secondo sogno, coi -piedi coperti dalle loro lunghe, e bianche tonache, coi capelli cadenti -ad onde, con una di quelle attitudini irresistibili, con uno di quei -sguardi inflessibili e ardenti pari a quello che vibra il serpente -all’uccello, e che egli si abbandonasse a quei sguardi, dolorosi come -un laccio, voluttuosi come un bacio. Sembrò a Franz di chiudere gli -occhi, e attraverso l’ultimo sguardo che aveva girato intorno a sè -travedere la statua pudica che si velava interamente; quindi, i suoi -occhi chiusi alle cose reali, i suoi sensi si aprirono alle impressioni -impossibili. Allora, per Franz che subiva la prima volta l’impero -dell’hatchis, fu una voluttà, un amore come quello che prometteva il -Vecchio della Montagna ai suoi seguaci. - - - - -XXXII. — RISVEGLIAMENTO. - - -Allorchè Franz ritornò in sè, gli oggetti esteriori sembrarongli una -seconda parte del suo sogno; si credè in un sepolcro ove a stento -penetrava appena un raggio di sole, a guisa di uno sguardo di pietà; -stese la mano, e sentì del marmo; si mise a sedere, e si trovò avvolto -nel mantello sopra un letto di zolle secche molto molli ed odorifere. -Tutta la visione era sparita; e, come se le statue non fossero state -che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano disparse -al suo svegliarsi. Fece qualche passo verso il punto di dove veniva -la luce; e da tutta l’agitazione del sonno succedeva la calma della -realtà. Videsi in una grotta, si avanzò dalla parte dell’apertura, -ed attraverso la porta centinata, scoprì un bel cielo blu, ed un mare -azzurro. L’aria e l’acqua rispondevano ai raggi del sole mattutino; i -marinari erano assisi sulla riva, discorrendo, e ridendo; alla distanza -di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall’ancora. -Allora egli gustò per qualche tempo quella fresca brezza che passavagli -sulla fronte; ascoltò il debole rumore dell’onda che moriva sulla -spiaggia lasciando sulle rocce un contorno di schiuma bianca come -l’argento; si lasciò andare senza riflettere, senza pensare, a -quell’incanto celeste che hanno le cose della natura particolarmente -quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla volta la vita -esterna così pacifica, così grande, gli ricordò la inverisimiglianza -del suo sogno, ed i trascorsi fatti cominciarono a rientrare nella -sua memoria. Si sovvenne dell’arrivo nell’isola, del modo con cui fu -presentato al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno -di splendore, dell’eccellente cena, e del cucchiaio di hatchis. Solo, -in faccia a questa realtà, e in pieno giorno, gli sembrò che fosse -almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva -fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo -spirito. Per tal modo a quando a quando la sua immaginazione faceva -apparire in mezzo ai marinari, o traversare uno scoglio, o librarsi -sulla barca, una di quelle ombre che avevano ricolma la sua notte di -sguardi e di baci. Del rimanente egli aveva la testa del tutto libera, -e il corpo perfettamente riposato; non alcuna pesantezza nel cervello; -che anzi al contrario risentiva un certo benessere generale, ed -attraenza maggiore a godere dell’aria e del sole. Si avvicinò adunque -con ilarità ai marinari. Come lo videro essi si alzarono, ed il padrone -si avvicinò a lui. — Il sig. Sindbad, gli disse, ci ha incaricati dei -suoi complimenti per V. E., e ci ha detto di esprimervi il dispiacere -che ha di non potere prendere congedo di persona, ma spera che lo -scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha chiamato a -Malaga. - -— È dunque vero, mio caro Gaetano, disse Franz, tutto ciò che mi è -accaduto? esiste in realtà un uomo che mi ha offerta un’ospitalità -regale, e che è partito durante il mio sonno? - -— È tanto vero, che potete vedere là il suo piccolo _yacht_ che si -allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale potrete -scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo equipaggio. -— Dicendo queste parole Gaetano stendeva il braccio nella direzione -di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta meridionale -della Corsica. Franz prese un piccolo cannocchiale, lo mise al punto -della sua vista, e lo diresse verso il luogo indicato. Gaetano non -s’ingannava; sulla poppa del bastimento vedeva il misterioso suo -ospite, che ritto, e voltato dalla sua parte teneva egli pure il -cannocchiale puntato verso di lui. Egli era vestito collo stesso -costume con cui era apparso la sera innanzi al suo convitato, e come -s’accorse di essere guardato agitò il fazzoletto in segno di addio. -Franz resegli il saluto, e cavando egli pure il fazzoletto lo agitava -del pari. Dopo un minuto una piccola nube di fumo sorse a poppa del -bastimento, si staccò graziosamente dal di dietro, e salì lentamente in -alto, quindi una debole esplosione giunse fino a Franz. - -— Sentite, sentite? disse Gaetano; eccolo là che vi dice addio. — Il -giovine prese la carabina, e la scaricò in aria, ma senza speranza che -il rumore potesse superare la distanza che separava il _yacht_ dalla -costa. - -— Che comanda V. E.? disse Gaetano. - -— Che procuriate di accender subito una torcia. - -— Ah! sì, capisco, disse Gaetano, per cercare l’entrata -dell’appartamento nascosto. Con molto piacere, eccellenza, se la cosa -vi diverte, e vi darò subito la torcia che chiedete. Ma io pure ebbi la -vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancata la mia fantasia, ed -ho finito per dovere rinunciarvi: Giovanni, soggiunse egli, accendi una -torcia. - -Giovanni obbedì, Franz prese la torcia, ed entrò nel sotterraneo -seguito da Gaetano. Egli riconobbe il posto ove erasi svegliato, dal -letto di zolle ancora tutto scomposto; ma non gli valse girare la -torcia sopra tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto -qualche traccia di fumo che manifestava che altri pure avevano tentata -inutilmente la stessa investigazione. Ciò nonostante non lasciò un -piede di quel muro di granito, impenetrabile come l’avvenire, senza -esaminarlo. Egli non vide una screpolatura senza che v’introducesse la -lama del coltello da caccia; non osservò alcun punto sporgere senza -comprimerlo nella speranza che cedesse; ma tutto inutile, e senza -alcun resultato perdè due ore in questa ricerca. Alfine rinunciò -ad ogni ulteriore indagine. Gaetano trionfava. Quando Franz ritornò -sulla spiaggia, il _yacht_ non compariva più che come un punto bianco -sull’orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con questo istrumento -nulla distinse. Gaetano gli ricordò che era venuto per cacciare le -capre, il che sembrava avesse dimenticato: prese il fucile, si mise -a percorrere l’isola in quel modo che fa un uomo che compie un dovere -invece di prendersi un diletto, e in capo ad un quarto d’ora aveva già -ucciso una capra, e due capretti. Ma queste capre quantunque selvagge -e fuggiasche come i camosci, avevano troppa rassomiglianza colle nostre -capre domestiche, per cui Franz non le considerava come selvaggiume. - -Dipoi idee ben molto più possenti ne occupavano lo spirito. Fin dalla -scorsa sera egli tenevasi per il vero eroe di un racconto favoloso -delle _Mille e una Notte_, e sentivasi ricondotto verso la grotta da -una forza invincibile. Allora, ad onta della inutilità della sua prima -perquisizione, ne cominciò una seconda, dopo di aver detto a Gaetano -di fare arrostire uno dei capretti. Questa seconda visita durò molto -tempo, poichè quando ritornò il capretto era arrostito, e la colazione -preparata. Franz si assise nel luogo in cui la sera innanzi avea -ricevuto l’invito della cena per parte del suo ospite misterioso, e -scoperse ancora come una punta bianca il piccolo _yacht_ che continuava -ad inoltrarsi verso la Corsica. — Ma, diss’egli a Gaetano, non mi avete -annunziato che Sindbad faceva vela per Malaga, mentre mi sembra che -vada direttamente verso Porto-Vecchio. - -— Non vi ricordate più, rispose il marinaro, che fra la gente che -componeva il suo equipaggio si trovavano per il momento due banditi -corsi? - -— È vero! andrà a depositarli sulla costa. - -— Precisamente. Ah! questo è un individuo, gridò Gaetano, che non teme -cosa alcuna, per quanto mi vien detto, e che per fare un servizio ad un -povero uomo devierebbe il suo viaggio di 50 leghe. - -— Ma questo genere di servizio potrebbe metterlo a cimento col -magistrato del paese ove esercita questo genere di filantropia, disse -Franz. - -— Ebbene! soggiunse Gaetano ridendo, che cosa fanno a lui i magistrati? -egli se la ride! Non hanno che a tentare di perseguitarlo. Dapprima -il suo _yacht_ non è un naviglio, ma un uccello, e darebbe tre nodi -sopra 12 ad una fregata; e poi non ha che a gettarsi egli stesso sulla -costa e in ogni luogo troverebbe amici. — Ciò che vi era di più chiaro -in tutta questa faccenda si era, che Sindbad, l’ospite di Franz, aveva -l’onore di essere in relazione con tutti i contrabbandieri ed i banditi -di tutte le coste del Mediterraneo, la qual cosa però non lasciava di -tenerlo in una strana posizione. Franz non aveva più cos’alcuna che lo -ritenesse a Monte-Cristo; aveva perduto ogni speranza di ritrovare il -segreto della grotta; si sollecitò dunque a far colazione, ordinando -ai suoi uomini di tener pronta la barca pel momento che avrebbe finito; -mezz’ora dopo egli era a bordo. Gettò un ultimo sguardo sul _yacht_ che -stava per disparire nel golfo di Porto-Vecchio. Dette il segnale della -partenza. Nello stesso momento in cui la barca si metteva in movimento -il _yacht_ spariva, e con lui si cancellava l’ultima realtà della notte -precedente: per tal modo la cena, Sindbad, l’hatchis, e le statue, -tutto cominciava per Franz a confondersi nello stesso sogno. - -La barca camminò tutto il giorno e tutta la notte: e la dimane quando -il sole si alzava, l’isola di Monte-Cristo era a sua volta disparsa. -Messo piede a terra, Franz dimenticò momentaneamente almeno, gli -avvenimenti che erano passati, per non occuparsi più che dei suoi -affari di piacere, o di obbligo in Firenze, e di raggiungere il -compagno che lo aspettava a Roma: partì adunque col corriere e il -sabato sera si ritrovava sulla piazza della Dogana. L’appartamento, -come si disse, era già stato fissato da qualche tempo; non restava -adunque che di recarsi all’albergo di Pastrini; il che non era molto -facile mentre la folla ingombrava le strade, e Roma era già in preda -a quel rumore sordo e febbrile che precede i grandi avvenimenti. -Ora, a Roma, non vi son che quattro grandi avvenimenti in un anno, -il carnevale, la settimana santa, il Corpusdomini, e la festa di S. -Pietro. Tutto il restante dell’anno la città ricade nella sua solita -apatia, stato intermediario fra la vita e la morte, che la rende simile -ad una specie di stazione fra questo mondo e l’altro; stazione sublime, -alta, piena di poesia e di carattere, che Franz aveva già fatta -cinque o sei volte, e che aveva sempre ritrovata più meravigliosa, -e più fantastica. Finalmente traversò quella folla che sempre più -s’ingrossava, e giunse all’albergo. Alla prima domanda gli fu risposto -con quella impertinenza propria dei cocchieri delle carrozze da rimessa -o dei grandi locandieri, che non vi era posto per lui all’albergo di -Londra. Allora inviò il suo biglietto a Pastrini, e fecesi reclamare -da Alberto de Morcerf. Il mezzo riuscì, e Pastrini accorse egli stesso -scusandosi di avere fatto aspettare S. E., rimproverando i servi, -prendendo il lume dalla mano del servitore di piazza che erasi già -impadronito del viaggiatore, e si disponeva a condurlo nelle camere -di Alberto, quando questi gli venne incontro. L’appartamento fissato -componevasi di due piccole stanze, ed un gabinetto. Le due camere -davano sulla strada, particolarità che Pastrini fece valere come se vi -aggiungesse un merito inapprezzabile. Il rimanente del piano era dato -in fitto ad un ricco personaggio, creduto, o Maltese o Siciliano; ma -che l’albergatore non potè dire precisamente a quale delle due nazioni -appartenesse. - -— Tutto va bene, signor Pastrini, disse Franz, ma ci vorrebbe subito -una cena qual si sia per questa sera, ed una carrozza per domani e pei -giorni successivi. - -— In quanto alla cena sarete subito serviti; ma in quanto alla -carrozza... — Come in quanto alla carrozza! gridò Alberto; un momento, -un momento, non scherziamo, Pastrini, ci abbisogna una carrozza. — -Eccellenza, disse l’albergatore, si farà tutto quello che si potrà per -averne una; ecco ciò che posso dirvi. - -— E quando avremo la risposta? domandò Franz. - -— Domani mattina, rispose l’albergatore. — Che diavolo! disse Alberto, -si pagherà più cara, ecco tutto... si sa come accade: da Drake e da -Aaron si paga 20 fr. nei giorni ordinarii, e 30 o 35 fr. in occasione -di feste, mettete 5 fr. di giunta che farà 40, e non ne parliamo più. -— Ho ben paura, che questi signori, quand’anche offrano il doppio, non -possano ritrovarla. - -— Allora che si facciano attaccare i cavalli alla mia... essa è un poco -scrostata pel viaggio, ma non importa. - -— Non si troveranno cavalli. - -Alberto guardò Franz come un uomo cui venga data una risposta che -sembri incomprensibile. - -— Capite Franz, non vi saranno cavalli? Ma si potranno avere cavalli di -posta? - -— Sono tutti impegnati da 15 giorni, e non restano ora assolutamente -che quelli destinati al necessario servizio. - -— Che ne dite? domandò Franz. — Io dico che allorquando una cosa è al -di sopra della mia intelligenza, ho l’abitudine di non fermarmici, e di -passare avanti. La cena è pronta? — Sì, eccellenza. — Ebbene! per ora -ceniamo. - -— Ma la carrozza, e i cavalli? disse Franz. — State tranquillo, amico -caro, essi verranno da sè; non si tratterà che di fissare il prezzo. -— E Morcerf con quella ammirabile filosofia dell’uomo che nulla crede -impossibile, fino a che la borsa è gaia, e il portafogli guarnito, -cenò, andò a riposare, e sognò essere al Corso in una carrozza a sei -cavalli. - - - - -XXXIII. — I BRIGANTI. - - -La dimane Franz si svegliò pel primo e appena desto suonò. Il tintinnio -del campanello risuonava ancora quando Pastrini entrò in persona. — -Ebbene! disse l’albergatore trionfante, e senza aspettare che Franz -lo interrogasse, faceva bene io ieri sera a non prometter niente; voi -avete aspettato troppo tardi a risolvervi, e adesso non v’è neppur una -carrozza da nolo in Roma, pei tre ultimi giorni, s’intende. - -— Sì, rispose Franz, vale a dire per quelli in cui essa è assolutamente -necessaria. — Che c’è? domandò Alberto entrando: non si trovano -carrozze? — Precisamente, mio caro amico, rispose Franz, e voi avete -indovinato al primo colpo. — Ebbene! è una gran bella città, questa -vostra città eterna! - -— Cioè, eccellenza, riprese Pastrini, che desiderava mantenere -la capitale del mondo cristiano in un certo decoro in faccia ai -viaggiatori, non vi sono più carrozze da domenica mattina a martedì -sera; ma da oggi a Domenica ne troverete cinquanta, se le volete. - -— Non è poco, disse Alberto; oggi siamo a giovedì; chi sa di qui a -domenica quello che può accadere. - -— Accadrà l’arrivo di dieci, o dodici mila forestieri, rispose Franz, i -quali renderanno la difficoltà sempre più grande. - -— Amico mio, disse Morcerf, godiamo del presente, e non ci prendiamo -cura per l’avvenire. - -— Almeno, domandò Franz, potremo avere una finestra? - -— Su che strada? — Sul Corso, per bacco. - -— Ah sì! una finestra, esclamò Pastrini, impossibilissimo; ne restava -una al quinto piano del Palazzo Doria, ed è stata appigionata ad un -Principe russo per venti zecchini il giorno. - -I due giovani si guardarono con aria stupefatta. - -— Ebbene, mio caro, disse Franz ad Alberto, sapete ciò che torna meglio -di fare? di andare a finire il carnevale a Venezia; almeno là, se -non troviamo carrozze, ritroveremo gondole. — Oh! in fede mia, gridò -Alberto, ho risoluto di vedere il carnevale di Roma, e lo vedrò, fosse -ancora sopra una panchetta. — Bravo, gridò Franz, è un’idea magnifica, -particolarmente per ispegnere i moccolotti; ci maschereremo da -pulcinelli, e faremo un effetto meraviglioso. - -— Le loro eccellenze desiderano sempre la carrozza fino a domenica? — -Per bacco, disse Alberto, credete che noi siamo persone da correre le -strade di Roma a piedi come i portieri, e i cursori? - -— Vado ad eseguire gli ordini delle loro eccellenze, disse Pastrini; le -prevengo soltanto che la carrozza costerà sei scudi il giorno. - -— Ed io, mio caro Pastrini disse Franz, che non sono il milionario -nostro vicino, vi prevengo per parte mia che essendo la quarta volta -che vengo a Roma, conosco il prezzo delle carrozze per i giorni -ordinari, le domeniche, e le feste; vi daremo dodici piastre per -oggi, domani, e dopo domani, e voi ci troverete ancora un non piccolo -guadagno. - -— Ma Eccellenza... disse Pastrini tentando di ribellarsi. - -— Andate, andate mio caro, disse Franz, o vado da me stesso a fare il -prezzo dal padrone delle rimesse, che conosco bene; è un mio vecchio -amico che mi ha già rubato non poco danaro, e che nella speranza di -rubarmene dell’altro accetterà anche per un prezzo minore di quel che -io v’offro; perdereste la differenza, e questa sarebbe colpa vostra. - -— Non vi prendete questo incomodo, eccellenza, disse Pastrini col -sorriso dello speculatore di locanda che si confessa vinto, farò il -meglio che potrò, e voi sarete contento. - -— A meraviglia, ecco ciò che si chiama parlare. - -— Quando volete la carrozza? — Fra un’ora. - -— Fra un’ora sarà alla porta. — Un’ora dopo effettivamente la carrozza -aspettava i due giovani; era un modesto calesse, che attesa la -solennità della congiuntura era salito al grado di carrozza da rimessa. -Ma qualunque fosse la mediocre apparenza, i due giovani sarebbero stati -ben contenti di avere un eguale veicolo per gli ultimi tre giorni del -carnevale. - -— Eccellenza, gridò il servitore di piazza vedendo Franz mettere il -naso alla finestra, vuole che faccia avvicinare la carrozza al palazzo? - -Per quanto Franz fosse abituato all’enfasi italiana, il suo primo -movimento fu di guardarsi attorno; ma a lui stesso venivano dirette -quelle parole. Franz era l’eccellenza, il calesse era la carrozza, il -palazzo era l’albergo di Londra. - -Tutto il genio di lode della nazione era in queste sole frasi. - -Franz, ed Alberto discesero, la carrozza si avvicinò al palazzo, le -loro eccellenze allungarono le gambe sui posti davanti, e il cicerone -saltò nel sedile di dietro. - -— Dove vogliono andare le loro Eccellenze? - -— Prima a S. Pietro, e poi al Colosseo, disse Alberto da vero parigino. -— Ma egli non sapeva una cosa, cioè che vi vuole un giorno per veder -S. Pietro, e un mese per istudiarlo. La giornata fu tutta impiegata nel -veder S. Pietro. - -D’improvviso i due amici si accorsero che il giorno declinava. Franz -cavò l’orologio, erano le quattro e mezzo. - -Ritornarono all’albergo; giunti alla porta, Franz dette ordine al -cocchiere di tenersi pronto per le otto, voleva egli far vedere ad -Alberto il Colosseo al chiaro di luna, come avevagli fatto vedere S. -Pietro in pieno giorno. Allorchè si fa vedere ad un amico una Città che -si è già veduta ci si mette quella civetteria che usasi quando s’indica -una donna della quale si è stato l’amante. In conseguenza Franz indicò -al cocchiere il suo itinerario; doveva uscire dalla porta del popolo, -andare intorno le mura esterne della Città, e rientrare dalla porta -S. Giovanni. In tal modo il Colosseo comparisce d’improvviso, e senza -che il Campidoglio, il Foro, l’Arco di Settimio Severo, il tempio di -Antonino e Faustina, e la Via-Sacra abbiano servito di gradazione -posta sulla strada per rammemorarlo. Si misero a pranzo: Pastrini -aveva promesso a’ suoi ospiti un eccellente desinare, gliene dette uno -passabile, non v’era nulla a dirvi. Alla fine del pranzo entrò egli -stesso; Franz sulle prime credè che fosse venuto per ricevere i loro -complimenti, e si apparecchiava a farglieli, allorchè alle prime parole -egli lo interruppe. — Eccellenza, diss’egli, sono lusingato della -vostra approvazione, ma non fu questo il motivo che mi fe’ salire da -voi. - -— È forse per venirci a dire che avete ritrovato la carrozza? domandò -Alberto accendendo il sigaro. - -— Anche meno, ed anzi V. E. farà bene a non pensarci più. In Roma le -cose, o si possono o non si possono. Quando vi si è detto che non si -possono, tutto è finito. - -— A Parigi, è molto più comodo; quando una cosa non si può avere, la si -paga il doppio, e si ha sul momento ciò che si domanda. - -— Sento sempre dire la stessa cosa da tutti i francesi, disse Pastrini -punto alcun poco, e non so comprendere come con tante meraviglie che -sono a Parigi, i parigini viaggino. - -— Ma è così, disse Alberto mandando flemmaticamente una fumata al -soffitto e rovesciando il capo addietro sopra una poltrona; non vi sono -che i pazzi, e gli oziosi come noi che viaggino; la gente di buon senso -non lascia la casa della strada di Helder, il baluardo di Gand, e il -caffè di Parigi. - -Non fa mestieri di dire che egli abitava nella strada suddetta, che -tutti i giorni faceva la sua passeggiata in tutta eleganza sul baluardo -suddetto, e che pranzava tutti i giorni nel solo caffè in cui si -può pranzare, e quando ancora si è in buona relazione coi camerieri. -Pastrini restò un momento silenzioso; era evidente che meditava sulla -risposta che avevagli data Alberto, risposta che senza dubbio non gli -pareva molto chiara. - -— Ma in fine, disse Franz a sua volta, interrompendo le riflessioni -geografiche del suo albergatore, voi eravate venuto con un qualche -scopo: volete esporci l’oggetto della vostra visita? - -— Oh! è vero; eccolo: avete ordinato la carrozza per le otto. — -Sicuramente. — Avete l’intenzione di visitare il Coliseo! — Cioè il -Colosseo. — È la stessa cosa. — Sia. - -— Avete detto al vostro cocchiere di uscir dalla porta del Popolo, e -fare il giro delle mura per rientrare dalla porta S. Giovanni! — Queste -sono le mie precise parole. - -— Ebbene! questo itinerario è impossibile, od almeno molto pericoloso. -— Pericoloso! perchè? - -— A cagione del famoso Luigi Vampa. — Primieramente, mio caro Pastrini, -chi è questo famoso Luigi Vampa? domandò Alberto. Egli può essere -famosissimo a Roma, ma vi assicuro che è perfettamente sconosciuto a -Parigi. - -— Come! voi non lo conoscete! — Non ho quest’onore. - -— Ebbene! quest’è un bandito, vicino al quale i Decesari, e i Gasperoni -sono una specie di chierichetti. — Attenti! Alberto, gridò Franz, ecco -dunque finalmente un brigante! — Vi prevengo, mio caro Pastrini, che io -non crederò una parola di tutto ciò che siete per dirci; perciò parlate -quanto volete, che io vi ascolto. - -— V’era una volta... — Ebbene! avanti adunque. - -Pastrini si volse dalla parte di Franz sembrandogli il più ragionevole -dei due giovani. Bisogna rendere giustizia al brav’uomo: egli aveva -alloggiati molti francesi, ma non aveva mai ben capite alcune parti di -ciò che essi chiamano il loro spirito. - -— Eccellenza, diss’egli con gravità, indirizzandosi come si disse a -Franz, se mi credete un racconta-storie è inutile che vi dica ciò che -volevo dirvi: posso però assicurarvi che lo facevo per la premura che -ho per le loro eccellenze. - -— Alberto non vi ha detto che voi siate un racconta-storie, mio caro -Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi crederà. Ma io vi crederò, -state tranquillo: parlate dunque. - -— Però convenite, eccellenza, che se si mette in dubbio la sincerità -delle mie parole... - -— Mio caro, voi siete più suscettibile di Cassandra, che pure era una -indovina, e alla quale nessuno credeva; mentre che voi siete sicuro di -essere creduto almeno dalla metà del vostro uditorio. Sedetevi, diteci -chi è questo sig. Vampa. - -— Ve lo dissi, eccellenza, è uno di quei banditi di cui non abbiamo mai -avuto l’uguale dall’epoca di Mastrilli. - -— Ebbene! che rapporto ha questo bandito coll’ordine che ho dato al -cocchiere di partire da porta del Popolo, e di rientrare per porta S. -Giovanni? - -— V’è, rispose Pastrini, che potreste uscir dall’una, ma dubiterei che -potreste entrare dall’altra. - -— E perchè? domandò Franz. - -— Perchè quando è venuta la notte, non si è sempre in sicurezza in -queste vicinanze. - -— Parola d’onore? gridò Alberto. - -Pastrini sempre punto nel fondo dell’anima pei dubbi emessi da Alberto -sulla sua veracità, rispose: — Sig. conte, ciò che dico non è per voi, -è pel vostro compagno di viaggio che conosce Roma, e sa benissimo che -su questi argomenti non si scherza. - -— Mio caro, disse Alberto volgendosi a Franz, ecco ritrovata -un’ammirabile avventura: empiamo il nostro calesse di pistole, di -tromboni, e di fucili a due canne, Luigi Vampa viene per arrestarci, e -noi invece arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio -al senato Romano: se il senatore domanda che può fare per dimostrarci -la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una carrozza -e due cavalli delle scuderie del senatore: e gli ultimi tre giorni -godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il popolo romano -riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e proclamarci, come -Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della patria. - -Non è possibile poter descrivere i diversi atteggiamenti del viso di -Pastrini, durante questo discorso. - -— In primo luogo, domandò Franz ad Alberto, dove prenderete queste -pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali volete -riempire la vostra carrozza? - -— Il fatto sta, che certamente non potrei prenderli nel mio arsenale, -diss’egli, perchè a Terracina mi è stato tolto perfino il mio coltello -a pugnale; e a voi? — Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente. — -Così, mio caro Pastrini, disse Alberto accendendo un secondo sigaro -al residuo del primo, sapete che questa è una misura comodissima per -i banditi? — S. E. sa che non c’è l’uso di difendersi quando si viene -aggrediti dai banditi, rispose Pastrini che non voleva mettersi a -cimento con osservazioni sulle leggi che vi sono ai confini. — Come! -gridò Alberto, il cui coraggio si rivoltava all’idea di lasciarsi -svaligiare senza dir niente; come! non c’è l’uso? — No, perchè -qualunque difesa sarebbe inutile; che volete fare contro una dozzina di -assassini che escono da un fosso, da un antro o da un acquedotto, e vi -mettono nello stesso tempo le armi alla faccia! - -— Ah! per bacco! voglio farmi ammazzare! gridò Alberto. — L’albergatore -si volse verso Franz con una espressione che voleva dire: davvero -eccellenza, il vostro camerata è pazzo. - -— Mio caro Alberto, soggiunse Franz, la vostra risposta è sublime, e -merita il _dovea morir!_ del vecchio Cornelio; soltanto, quando Orazio -rispondeva questo, si trattava della salute di Roma, e la cosa era -abbastanza importante; ma in quanto a noi non si tratterebbe che di -un capriccio, e sarebbe ridicolo l’arrischiare la propria vita per -soddisfare un tal capriccio. - -— Ah! per bacco! gridò Pastrini, alla buon’ora, questo si chiama -parlare! — Alberto si versò un bicchiere di lacrima-christi, che -bevve a sorsate, frammettendovi un brontolio di parole confuse che -nessuno potè intendere. — Ebbene Pastrini, riprese Franz, ora che il -mio compagno si è calmato, e che voi avete potuto apprezzare le mie -disposizioni pacifiche, sentiamo: chi è questo sig. Luigi Vampa? è -giovine o vecchio? è contadino o patrizio? descrivetecelo affinchè -se lo avessimo per caso da incontrare nelle società, come _Giovanni -Sbogar_, o _Lara_, lo possiamo almeno riconoscere. - -— Non vi potevate rivolgere meglio che a me per averne esatti -particolari poichè ho conosciuto Luigi Vampa da ragazzo, e un giorno -anzi che caddi nelle sue mani, andando da Ferentino ad Alatri, si -sovvenne, fortunatamente per me, della nostra antica conoscenza; e non -solo mi lasciò andare liberamente senza esigere da me verun riscatto, -ma eziandio volle farmi il regalo di un bell’orologio, e raccontarmi -tutta la sua storia. - -— Vediamo l’orologio, disse Alberto. - -Pastrini cavò dal taschino un magnifico orologio a cilindro di Breguet, -col nome dell’autore, il bollo di Parigi e una corona da conte. — -Eccolo qui, diss’egli. - -— Poffare! fece Alberto; ve ne faccio i miei complimenti. Io ne ho -uno presso a poco come questo, che costa tremila fr.: Eccolo, e cavò -l’orologio dal taschino del giubbetto. - -— Sentiamo ora la storia, disse Franz tirando una sedia avanti, e -facendo segno a Pastrini di sedersi. - -— Le loro eccellenze mi permettono...? disse l’albergatore. - -— Per bacco! disse Alberto, non siete già un predicatore, mio caro, per -parlare sempre in piedi. - -L’albergatore si assise dopo aver fatto un saluto rispettoso a ciascuno -dei suoi due futuri uditori, come per indicare ch’egli era pronto a dar -loro quei particolari di Vampa ch’essi avessero domandato. - -— A noi! disse Franz arrestando Pastrini al momento che stava per -aprire la bocca: voi dicevate d’aver conosciuto Luigi Vampa quando era -ragazzo; è dunque molto giovine ancora? - -— Lo credo bene! ha appena 22 anni! è un galeotto che andrà molto -avanti, state pur sicuri. - -— Che ne dite Alberto? è una bella cosa a 22 anni essersi già formata -una riputazione, disse Franz. - -— Sì certamente, alla sua età! Alessandro, Cesare e Napoleone non erano -tanto avanti, e sì che questi hanno fatto dipoi qualche rumore nel -mondo. - -— E così, riprese Franz volgendosi all’albergatore, l’eroe di cui ora -sentiremo la storia, non ha che 22 anni? - -— Appena, come ebbi l’onore di dirvi. - -— È grande o piccolo? - -— Di mezzana persona, presso a poco come lei; disse l’albergatore -designando Alberto. - -— Grazie del paragone, disse quegli inchinandosi. - -— Avanti, Pastrini, riprese Franz, sorridendo della suscettibilità del -suo amico. E a qual classe della società appartiene? - -— Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte S. Felice -situata fra Palestrina e il lago di Gabri: nacque a Pampinara e fino -dall’età di 5 anni entrò al servizio del conte. Suo padre, pastore -anch’esso in Anagni, possedeva una piccola mandra e viveva della lana -dei montoni e del prodotto delle pecore che veniva a vendere a Roma. -Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva un’indole strana. Un giorno, -all’età di 7 anni, andò a ritrovare il curato di Palestrina, e lo -pregò d’insegnargli a leggere. Era una cosa assai difficile, perchè -il pastorello non poteva lasciare le pecore. Ma il buon curato andava -tutti i giorni a dire la messa in un piccolo borgo, troppo povero e -troppo poco considerevole per poter mantenervi un prete, e che, non -avendo neppure un nome, era conosciuto sotto quello di Borgo. Egli -offrì a Luigi di trovarsi sulla strada che percorreva nell’ora del -ritorno, e di dargli così la lezione, prevenendolo che questa sarebbe -stata corta, e che per conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto -da sè per renderla profittevole. Il fanciullo accettò con gioia. -Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada -da Palestrina al Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: il -prete ed il fanciullo si sedevano sulla riva di un fosso, e il giovine -pastorello prendeva la lezione sul breviario del curato. Il prete fece -fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari di alfabeto, -uno grande, uno mezzano e l’altro piccolo, e gli fece vedere, che -imitando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, coll’aiuto -di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere: la sera stessa, -quando ebbe rinchiuso il gregge nell’ovile, il piccolo Vampa corse dal -fabbro ferraio di Palestrina, prese un grosso chiodo, lo arroventò, lo -martellò, lo arrotondì, e ne formò una specie di stiletto antico: la -dimane unì una quantità di pezzi di lavagna, e si mise all’opera. Dopo -tre mesi egli sapeva scrivere. - -«Il curato, meravigliato di questa profonda intelligenza, e ammirando -tutta questa attitudine, gli fece regalo di parecchi quaderni di -carta, di alcune penne, e di un temperino. Allora ebbe a fare un altro -studio; ma uno studio ch’era ben poca cosa dopo il primo. Otto giorni -dopo maneggiava la penna come prima lo stiletto. Il curato raccontò -quest’aneddoto al conte di San-Felice, che volle vedere il pastorello, -lo fece leggere e scrivere innanzi a sè, ordinò al suo intendente di -farlo mangiare coi domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con -questo danaro Luigi comprò dei libri e delle matite. Di fatto egli -applicava a tutti gli oggetti il suo spirito d’imitazione, e, a guisa -di Giotto fanciullo, copiava sulle lavagne le pecore, gli alberi, le -case. Poi colla punta del temperino cominciò a tagliare dei pezzi di -legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Pinelli pure, l’artista -popolare, aveva cominciato così. - -«Una ragazzina di sei in sette anni, cioè un poco più giovane di -Vampa, era pur essa alla custodia delle pecore in una vicina tenuta, -presso Palestrina: questa bambina era orfana, nata a Valmontone, e si -chiamava Teresa. I due fanciulli s’incontravano, sedevano l’un presso -all’altra, lasciavano le loro mandre mischiarsi e pascere insieme, -discorrevano, ridevano, scherzavano; poi la sera separavano il gregge -del conte San-Felice da quello del Barone Cervetri, e si lasciavano, -promettendosi di ritrovarsi la dimane. - -«La dimane infatto mantenevano la parola, e crescevano in età da -una parte e dall’altra. Vampa compì i 12 anni, e Teresa gli undici. -Frattanto i loro istinti naturali si sviluppavano. A lato del gusto -per le arti, che Luigi aveva spinto tant’oltre quanto è permesso di -poterlo fare nella solitudine, egli era ad intervalli triste, ardente -a scosse, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei giovani -di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone aveva potuto non solo -prendere alcuna influenza su di lui, nè tampoco divenire suo compagno. -Il suo temperamento assoluto e l’essere sempre disposto ad esigere, -e non mai a lasciarsi piegare ad alcuna concessione, gli allontanava -ogni movimento amichevole, ed ogni dimostrazione di simpatia. Teresa -sola comandava con una parola, con un gesto, con uno sguardo a questa -indole, che piegava sotto la mano di una donna, ma che sotto quella di -un uomo si sarebbe irritata fino all’eccesso. Teresa al contrario era -vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente civetta; i due scudi che Luigi -riceveva dall’intendente di San-Felice, il ricavato di tutti i piccoli -lavori in intaglio che vendeva ai mercanti di giuocarelli in Roma, si -tramutavano in pendenti di perle, in collane di cristallo, in spilli -d’oro per la mercè di questa prodigalità del giovine amico. Teresa era -la più bella e la più elegante di tutte le contadine delle vicinanze -di Roma. I due giovani continuavano a crescere, passando le giornate -insieme, e si abbandonavano senza opposizione a tutti gl’istinti -primitivi della loro natura; così, nelle loro conversazioni, nei loro -desideri, nei loro castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano -di vascello, o generale, o governatore di una provincia: Teresa si -vedeva ricca, vestita delle più belle stoffe, seguita da servitori -in livrea; quindi quando essi avevano passata un’intera giornata a -circondare il loro avvenire di questi folli e brillanti arabeschi, -si separavano per ricondurre ciascuno la loro mandra alla stalla, -ricadendo dall’altezza dei loro sogni alla umiliante realtà della loro -condizione. - -«Il giovine pastore disse un giorno all’intendente del conte, che aveva -veduto un lupo uscir dalle montagne della Sabina e ronzare attorno al -gregge. L’intendente gli dette un fucile; era ciò che ambiva Vampa. -Questo fucile trovavasi ad avere per caso una eccellente canna di -Brescia che mandava la palla come quella di una carabina inglese; -l’incassatura soltanto era stata in qualche modo guastata dal conte -mentre dava la caccia alla volpe, e per questo messo fra gli scarti. -Ciò però non era di nessuna difficoltà per un intagliatore come Vampa. -Egli esaminò la forma primitiva, calcolò ciò che bisognava cambiare -per metterla in un migliore aspetto, fece un’altra incassatura zeppa -di ornamenti così meravigliosi, che certamente avrebbe ritrovato a -guadagnarvi una ventina di scudi, del solo incasso, se fosse venuto a -venderlo in città. Ma si era astenuto dall’operar così; un fucile era -stato da gran tempo il sogno del giovine. In tutti i paesi il primo -bisogno che prova ogni cuor forte, ogni struttura possente, è quello -di un’arma, che assicuri nello stesso tempo l’assalto e la difesa, e -facendo terribile chi la porta, spesso lo fa pur anche divenir temuto. -Da quel punto Vampa impiegò nell’esercizio del fucile tutti i momenti -che gli rimanevano liberi: comprò della polvere e delle palle, e tutto -gli serviva di bersaglio: il tronco di un olivo, triste, pallido, e -cenerino, che vegeta sul declive delle montagne della Sabina; la volpe -che nella sera usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna; -l’aquila che s’innalzava per l’aria. Ben presto diventò così valente, -che Teresa, superato quel primo ribrezzo che le produceva sul principio -la detonazione, si divertiva nel vedere il giovine compagno situare la -palla ove aveva indicato, così giustamente, come se ve l’avesse gettata -colla mano. - -«Una sera, un lupo uscì effettivamente da un bosco vicino al quale -i due giovani avevano l’abitudine di starsi; il lupo non aveva fatti -dieci passi sulla pianura che già era morto; Vampa, altero di questo -bel colpo, sel caricò sulle spalle e lo portò alla fattoria. Tutti -questi particolari davano a Luigi una certa riputazione nei dintorni -della fattoria: l’uomo superiore, in qualunque luogo si trovi si forma -una clientela d’ammiratori. Nei luoghi circonvicini si parlava di -questo giovine pastore come del più destro, del più forte, e del più -bravo contadino che fosse a dieci leghe di circonferenza; e quantunque -Teresa, in un circolo più esteso ancora, passasse per la più bella -delle giovinette della Sabina, pure nessuno si arrischiava dirle una -parola d’amore, perchè si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due -giovani non si erano mai detto che si amavano. Essi avevano vegetato -l’uno accanto all’altro, come due alberi che uniscono le loro radici -nel suolo, che intrecciano i loro rami nell’aria, il loro profumo -nel cielo; soltanto era in loro lo stesso desiderio di vedersi; -questo desiderio divenne bisogno, ed era per loro assai più facile il -comprendere che cosa sia la morte, di quello che una separazione anche -di un sol giorno. Teresa aveva allora 16 anni e Vampa 17. - -«In quel tempo cominciavasi a parlar molto di una banda di briganti, -che si ordinava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per quante -efficacissime misure siansi prese, non è stato mai affatto distrutto -nelle nostre vicinanze. Qualche volta manca un capo, ma quando se ne -presenta uno è difficile che manchi di una banda. Il celebre Cucumetto, -circondato negli Abbruzzi, cacciato dal regno di Napoli ove sostenne -una vera guerra, aveva traversato il Garigliano come Manfredi, ed era -venuto fra Sonnino e Giuperno, a rifugiarsi sulle rive dell’Amasina, -egli si occupava a riordinare una banda che avrebbe camminato sulle -orme di Gasparone e di Decesaris, cui sperava ben presto di sorpassare. -Molti giovanotti di Palestrina, di Frascati, e di Pampinara disparvero. -Sulle prime si stette in pena sul loro conto, ma ben presto si seppe -ch’erano andati a raggiungere la banda di Cucumetto. In capo a poco -tempo Cucumetto diventò l’oggetto dell’attenzione generale. Venivano -ovunque citati dei tratti di questo capo bandito di una estrema -audacia, e di rivoltante brutalità. - -«Le storie di ogni genere che si raccontavano di questo capo bandito, -formavano spesso l’oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La -giovinetta tremava molto a questi racconti; ma Vampa la tranquillava -battendo in terra il suo bel fucile che mandava così dritta la palla: -poi, quando non era del tutto tranquilla, le faceva vedere un qualche -corvo posato sopra una frasca secca di un albero, metteva il fucile -alla guancia, premeva sul grilletto, e l’animale colpito cadeva ai -piedi dell’albero. Frattanto il tempo passava, i due giovinetti avevano -stabilito sposarsi quando Vampa avesse avuto 20 anni, Teresa 19. Erano -orfani entrambi; entrambi non avevano altri permessi a chiedere che -quello dei loro disegni sull’avvenire. S’intesero due o tre colpi di -fucile, quindi un uomo uscì dal bosco presso al quale i due giovani -erano soliti far pascolare i loro armenti, e corse verso di loro. -Giunto alla portata della voce, gridò tutto ansante. - -— Io sono inseguito, potete voi nascondermi? - -«I due giovani riconobbero ben presto che il fuggitivo doveva essere un -bandito: ma fra i banditi ed i paesani romani vi è una innata simpatia, -che fa sì, che il secondo è sempre disposto a rendere servigio al -primo. Vampa, senza dire una parola, corse ad una pietra che chiudeva -l’ingresso di una grotta, scoprì quest’entrata tirando a sè la pietra, -fece segno al fuggitivo di entrare in questo asilo sconosciuto a tutti, -rimise la pietra tosto che fu entrato, e ritornò a sedersi vicino a -Teresa. Quasi subito dopo, quattro carabinieri a cavallo comparvero sul -confine del bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo, -il quarto trascinava pel collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono -il luogo con un colpo d’occhio, s’accorsero dei due giovani, accorsero -di galoppo alla loro volta, e l’interrogarono; ma questi risposero che -nulla avevano veduto. - -«— È dispiacevole, disse il brigadiere, perchè quello che cerchiamo -è il capo. — Cucumetto? non poterono fare a meno di gridare insieme -Luigi e Teresa. — Sì, rispose il brigadiere, e siccome la sua testa -porta la taglia di mille scudi romani, così voi ne avreste guadagnati -500 se ci aveste aiutati a prenderlo. — I due giovani si guardarono -reciprocamente. Il brigadiere ebbe un raggio di speranza. 500 scudi -romani fanno circa 3 mila fr.; e 3 mila fr. sono una fortuna per due -poveri orfanelli che sono sul punto di maritarsi. - -«— Sì, è dispiacevole, disse Vampa, ma non abbiamo veduto nessuno. -— Allora i carabinieri percorsero il luogo in tutte le sue diverse -direzioni, ma inutilmente: quindi successivamente disparvero. -Allora Vampa andò a togliere la pietra, e Cucumetto uscì. Egli aveva -veduto attraverso una fessura della porta di macigno i due giovani -discorrere coi carabinieri; non aveva alcun dubbio sull’argomento -della conversazione; aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi -l’inalterabile risoluzione di non consegnarlo; cavò di saccoccia una -borsa d’oro per fargliene dono. Ma Vampa rialzò la testa con fierezza; -quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto ciò che ella -potrebbe comprare di ricchi gioielli, e belli abiti con quella borsa -d’oro. - -«Cucumetto era un satana molto abile, solo aveva preso la forma di -bandito invece di serpente: egli s’accorse di questo sguardo, riconobbe -in Teresa una degna figlia d’Eva, e rientrò nella foresta rivolgendosi -più volte, col pretesto di salutare i suoi liberatori. Il tempo del -carnevale si avvicinava, il conte di Sanfelice annunziò un gran ballo -mascherato al quale fu invitato quanto Roma aveva di più elegante. -Teresa aveva gran volontà di vedere questo ballo. - -«Luigi domandò al suo protettore, l’intendente, il permesso di -assistervi per lui e per lei, nascosti in mezzo alla servitù della -casa; permesso che venne loro accordato. - -«Il ballo veniva dato dal conte particolarmente per fare cosa grata a -sua figlia Carmela ch’egli adorava. Carmela era precisamente dell’età -e della persona di Teresa, la quale era per lo meno tanto bella quanto -Carmela. La sera del ballo Teresa si mise quanto aveva di più bello, i -suoi spilli di maggior valore, i gioielli di cristallo più rilucenti. -Ella aveva il costume delle donne di Frascati; Luigi aveva l’abito -tanto pittoresco del paesano romano in giorno di festa. Entrambi si -mischiarono, come avevano promesso, fra i servitori ed i paesani. - -«Il festino era magnifico. Non solo la villa era tutta illuminata, ma -migliaia di lampioni a colori erano appesi ai rami degli alberi nel -giardino: così ben presto l’onda degli accorsi straripò dal palazzo -sulle terrazze, e dalle terrazze nei viali. Ad ogni crociera vi era -una orchestra, trattamenti, e rinfreschi; coloro che passeggiavano si -fermavano, formavano delle quadriglie, e ognuno ballava ove più gli -piaceva. Carmela portava il costume delle donne di Sonnino: aveva la -pettinatura intrecciata di perle, gli spilli dei capelli erano d’oro, -e di diamanti, il busto era di seta turca a gran fiori di broccato, -la giubba e le gonnelle di cachemire: il senale di mussolino delle -Indie, i bottoni della giubba altrettante pietre preziose; altre due -delle sue compagne portavano il costume delle donne della Riccia. -Quattro giovani dei più ricchi e delle famiglie più nobili di Roma -l’accompagnavano, essi erano vestiti da paesani d’Albano, di Velletri, -di Civita-Castellana, e di Sora. Non fa mestieri dire che questi -costumi da paesani, come quelli da paesana, erano risplendenti d’oro -e di pietre. Venne a Carmela l’idea di fare una quadriglia uniforme; -mancava però una donna. Carmela guardò intorno a sè, e fra le invitate -non trovò alcuna che portasse un costume analogo al suo ed a quello -delle sue compagne. Il conte di San-Felice le mostrò fra le contadine -Teresa, che stava appoggiata al braccio di Luigi. - -«— Me lo permettete, padre mio? disse Carmela. - -«— Senza dubbio, rispose il conte; non siamo in carnevale? - -«Carmela si accostò ad un giovine che l’accompagnava, e gli disse -alcune parole a bassa voce, indicandogli col dito la giovinetta. Il -giovine si volse, seguì cogli occhi la direzione della bella mano -che gli serviva da indicatore, fece un gesto di obbedienza, e andò -ad invitare Teresa perchè venisse a figurare nella quadriglia diretta -dalla figlia del conte. Teresa sentì come una fiamma salirle al viso. -Interrogò d’uno sguardo Luigi: non v’era mezzo di rifiutare: Luigi -lasciò lentamente sdrucciolare il braccio di Teresa che teneva sotto al -suo, e Teresa si allontanò condotta dal suo elegante cavaliere, e tutta -tremante venne a prendere il posto nella quadriglia aristocratica. -Certamente per un’artista l’esatto e severo costume di Teresa, -avrebbe avuto tutt’altro carattere che quello di Carmela e delle sue -compagne, ma Teresa era una giovanetta frivola, e civetta, i ricami -del mussolino, le palme della cintura, lo splendore del cachemire -l’abbagliavano, il riflesso dei zaffiri, e dei diamanti la rendevano -pazza. Dall’altra parte, Luigi sentiva nascere in sè un sentimento -sconosciuto; era come un dolore sordo lo mordesse sulle prime il cuore, -e di là corresse fremendo nelle sue vene, e s’impadronisse di tutto il -corpo. - -«Egli non perdeva un momento d’occhio i piccoli movimenti di Teresa, -e del suo cavaliere; allorchè le loro mani si toccavano provava delle -vertigini, le arterie gli battevano con violenza, e sarebbesi detto che -il suono di una campana ripercuotesse le sue vibrazioni all’orecchio -di lui. Allorchè parlavan fra di loro, quantunque Teresa ascoltasse -timidamente e con gli occhi bassi i discorsi del cavaliere, siccome -Luigi leggeva negli occhi ardenti del bel giovine che questi discorsi -erano elogi, gli sembrava che la terra girasse sotto di lui, e che -tutte le voci dell’inferno gli soffiassero idee di uccisioni, e di -assassinio. Allora, temendo lasciarsi trasportare a qualche pazzia si -aggrappava con una mano all’albero contro il quale era appoggiato, e -coll’altra stringeva con un movimento convulsivo il pugnale dal manico -intagliato che era passato nella sua cinta, e che senza accorgersene -qualche volta cavava dal fodero quasi interamente. - -«Luigi era geloso, egli capiva che Teresa poteva sfuggirgli, -trasportata dalla sua natura orgogliosa e ambiziosa, e frattanto la -forosetta che sulle prime era timida, e quasi spaventata, erasi ben -presto rimessa. Si disse che Teresa era bella. Questo però non era -tutto, Teresa era graziosa, di quella grazia selvaggia molto più -possente che la nostra grazia studiata, ed affettata. Ella ebbe quasi -gli onori della quadriglia, e se fu invidiosa della figlia del Conte di -S. Felice, non oseremo dire che Carmela non fosse di lei gelosa. Così -a forza di complimenti il suo bel cavaliere la ricondusse al posto ove -l’aveva presa, ed ove l’aspettava Luigi. - -«Due, o tre volte nel tempo del ballo la giovinetta aveva volto lo -sguardo su lui, e ciascuna volta lo aveva veduto più pallido, e con -i lineamenti più alterati. Una volta ancora i suoi occhi rimasero -abbagliati come da un lampo di sinistro augurio nel vedere la lama del -coltello cavata per metà dal fodero; quasi tremando riprese il braccio -dell’amante. La quadriglia ebbe i suoi felici successi, e sembrava -evidente che si sarebbe discorso di ripeterla una seconda volta. -Carmela sola vi si opponeva, ma il Conte di S. Felice pregò tanto -teneramente la figlia, che finalmente v’acconsentì. - -«Tosto uno dei cavalieri si slanciò per invitare Teresa senza la quale -era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la giovinetta era -di già sparita. Infatto Luigi non avrebbe avuta la forza di sopportare -un secondo esperimento, e parte per persuasione, e parte per forza, -aveva trascinato Teresa da un’altra parte del giardino. Teresa aveva -ceduto suo malgrado; ma aveva veduto la figura scomposta del giovine, -e capiva dal suo silenzio, interrotto da un fremito nervoso, che in lui -passava qualche cosa di strano. Essa pure non era esente da un’interna -agitazione; e quantunque non avesse fatto niente di male, comprendeva -che Luigi avrebbe avuto ragione di farle dei rimproveri; su che? non lo -sapeva; ma si accorgeva ciò nonostante che questi sarebbero stati ben -meritati. Pur nulla meno, con gran sorpresa di Teresa, Luigi si stette -muto, e durante il rimanente della sera le sue labbra non dissero più -una parola. Solo, allorchè il freddo della notte avea costretti tutti -gl’invitati a lasciare i giardini, e che le porte della villa furono -chiuse per dar luogo alla festa interna, ricondusse alla sua casa -Teresa, poi quand’ella fu entrata, le disse: - -«— Teresa, che pensavi tu quando ballavi dirimpetto alla contessina di -S. Felice? - -«— Pensava, rispose la giovinetta con tutta la franchezza dell’animo -suo, che io darei la metà della mia vita per essere abbigliata come -lei. - -«— E che ti diceva il tuo cavaliere? - -«— Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e che non dovevo dire che -una parola per ottener questo. - -«— Egli aveva ragione, rispose Luigi. Lo desideri tu così ardentemente -come tu dici? - -«— Sì.» — Ebbene! tu l’avrai. - -«La giovinetta maravigliata, alzò la testa per interrogarlo, ma il suo -viso era così tetro e così terribile, che la parola le si agghiacciò -sulle labbra. D’altra parte dicendo queste parole Luigi si era -allontanato. Teresa lo seguì con gli sguardi fra le tenebre fino a che -ella potè scorgerlo. Poi quando fu sparito rientrò sospirando nella sua -cameretta. - -«Questa medesima notte accadde un grande avvenimento che fu giudicato -il prodotto, senza alcun dubbio, della imprudenza di qualche servitore, -che aveva usata negligenza nello spegnere i lumi: la villa S. Felice -prese fuoco, precisamente dalla parte dell’appartamento della bella -Carmela. Svegliata nel mezzo del sonno dalla luce delle fiamme, -era saltata dal letto, si era inviluppata nella veste da camera, -ed aveva tentato di fuggire dalla porta; ma il corridore pel quale -abbisognava che passasse ere già tutto in preda all’incendio. Allora -rientrò nella sua camera, chiamando ad alte grida soccorso, quando -la sua finestra, posta a venti piedi dal suolo si aperse, un giovine -contadino si slanciò nell’appartamento, la prese fra le braccia, e -con una forza e destrezza sovrumana la trasportò sull’erba del prato -ove rimase svenuta. Allorchè riprese l’uso dei sensi, il padre le -era vicino, tutti i servitori la circondavano portando soccorsi. Un -lato intero della villa fu bruciato; ma non premeva, poichè Carmela -era sana e salva. Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi -non ricomparve più; fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva -veduto. - -«Quanto a Carmela ella era così turbata che non lo aveva riconosciuto. -Del rimanente, siccome il conte era immensamente ricco, se si eccettui -il pericolo corso da Carmela, e che gli sembrò dal modo miracoloso con -cui era stata salvata, piuttosto un novello favore della provvidenza -che una disgrazia reale, fu ben poca cosa per lui la perdita di ciò che -avevan consumato le fiamme. - -«La dimane nell’ora consueta i due giovani si ritrovarono sul confine -della foresta. Luigi era arrivato pel primo. Egli venne incontro -alla giovinetta con molta allegria, e sembrava avere completamente -dimenticata la scena della sera innanzi. Teresa era manifestamente -pensierosa, ma vedendo la disposizione di animo di Luigi, simulò -un’allegra non curanza che era la base della sua indole, quando -qualche passione non veniva a disturbarla. Luigi prese sotto il braccio -Teresa, e la condusse fino all’apertura della grotta; là si fermò. La -giovinetta conoscendo che doveva esservi qualche cosa di straordinario -lo guardò fissamente. - -«— Teresa, disse Luigi, ieri sera tu mi dicesti che avresti dato metà -della tua vita per avere un costume uguale a quello della figlia del -conte. - -«— Certamente, disse Teresa con meraviglia, ma era ben pazza quando -esternava un simil desiderio. - -«— Ed io ti ho risposto: sta bene, tu l’avrai. - -«— Sì, soggiunse la giovinetta, la cui meraviglia si aumentava od ogni -parola di Luigi; ma tu certamente hai risposto così, solo per farmi -piacere. - -«— Non ti ho mai promesso cosa che non ti abbia data, Teresa, disse con -orgoglio Luigi: entra nella grotta, e vestiti. - -«A queste parole allontanò la pietra, e fece vedere a Teresa la -grotta illuminata da due candele, che ardevano ai lati di un magnifico -specchio. Sopra una tavola rustica fatta da Luigi, erano distesi gli -spilli di diamanti, e la collana di perle; sopra una panca vicina -era depositato il rimanente del vestiario. Teresa mandò un grido di -gioia, e senza informarsi donde veniva questo vestito, senza prendere -il tempo di ringraziare Luigi, si slanciò nella grotta trasformata in -gabinetto da toletta. Luigi respinse la pietra dietro ad essa, poichè -s’accorse che sulla cresta di una piccola collina, che impediva di -vedere Palestrina dal posto in cui stava, un viaggiatore a cavallo si -era fermato un momento, incerto sulla strada da tenere, e che compariva -sull’azzurro del cielo con quella nettezza di contorno particolare alle -vedute in lontananza dei paesi meridionali. - -«Lo straniero vedendo Luigi, mise il cavallo al galoppo, e venne alla -sua volta. Luigi non si era ingannato; il viaggiatore che andava da -Palestrina a Tivoli era incerto sul cammino da prendere. Il giovine -glielo indicò; ma siccome ad un quarto di miglio la strada si divideva -in tre, e il viaggiatore giunto a questo luogo poteva nuovamente -sbagliare, pregò Luigi di servirgli di guida: questi depose a terra il -mantello, si pose sulla spalla la carabina, e liberato così dal pesante -vestito camminò davanti al viaggiatore con quel passo rapido del -montanaro, che un cavallo a stento può seguire. - -«In dieci minuti, Luigi ed il viaggiatore si trovarono al crocivio -indicato dal giovine pastore. Giunto là, con un gesto maestoso a guisa -di un imperatore, stese la mano, e indicò al viaggiatore quella delle -tre vie che doveva seguire. — Ecco la vostra strada, eccellenza, voi -ora non potete più sbagliare. — E tu prendi la tua ricompensa, disse -il viaggiatore offrendo al pastore alcune piccole monete. — Grazie, -disse Luigi ritirando la mano, io rendo un servizio, non lo vendo. -— Ma, disse il viaggiatore, che del resto sembrava abituato a quella -differenza che passa tra la servilità dell’uomo di città, e l’orgoglio -del campagnuolo, se tu rifiuti una mercede, accetterai un regalo? - -«— Ah! sì, questa è un’altra cosa. — Ebbene, disse il viaggiatore, -prendi questi due zecchini di Venezia, e dalli alla tua fidanzata per -acquistarsi un paio di pendenti. - -«— E voi allora prendete questo pugnale, disse il pastore, non ne -ritroverete uno la cui impugnatura sia meglio intagliata, da Albano a -Civita-Castellana. — Lo accetto disse il viaggiatore, ma allora sono -io che ti resto obbligato, perchè il pugnale vale molto più di due -zecchini. - -«— Per un mercante può essere, ma non per me che l’ho intagliato io -stesso, e mi costa appena uno scudo. - -«— Come ti chiami tu? domandò il viaggiatore. - -«— Luigi Vampa, rispose il pastore collo stesso tuono come se avesse -risposto: Alessandro re di Macedonia; e voi? - -«— Io, disse il viaggiatore, mi chiamo Sindbad il marinaro.» - -Franz d’Épinay mise un grido di sorpresa. - -— Sindbad il marinaro! diss’egli. - -— Sì, rispose il narratore, è il nome che il viaggiatore disse a Vampa -essere il suo. - -— Ebbene! che avete voi da dire in contrario a questo nome? interruppe -Alberto; questo è un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava -mi hanno divertito assaissimo nella mia prima gioventù. — Franz non -insistè. Il nome di Sindbad il marinaro, come si capirà bene, aveva -risvegliato in lui una quantità di ricordi, non diversamente da quello -che aveva fatto la sera innanzi il nome di conte di Monte-Cristo: — -Continuate, disse all’albergatore. - -«Vampa mise sdegnosamente i due zecchini in saccoccia e riprese -lentamente il cammino pel quale era venuto. Giunto a due o trecento -passi della grotta gli parve di sentire un grido. Si fermò ascoltando -da qual parte venisse questo grido. Dopo un secondo, intese pronunziare -distintamente il suo nome; la voce veniva dalla parte della grotta. - -«Balzò come un camoscio, e mentre correva, caricava il fucile, e in -meno di un minuto era sulla sommità della piccola collina opposta a -quella ove aveva scoperto il viaggiatore. Là si fecero più distinte -le grida «aiuto, soccorso!» Girò gli occhi sullo spazio che dominava; -un uomo rapiva Teresa come il centauro Nesso Deianira. Quest’uomo, che -si dirigeva verso il bosco, aveva già percorso tre quarti del cammino -dalla grotta alla foresta. Vampa misurò l’intervallo; quest’uomo aveva -già duecento passi di vantaggio su lui, non vi era possibilità di -raggiungerlo prima che entrasse nel bosco. Il giovine si ferma come se -i suoi piedi avessero messo radice: appoggia l’incasso del fucile alla -spalla, leva lentamente la canna nella direzione del rapitore, lo segue -un secondo nella corsa, e fa fuoco. Il rapitore si fermò sul punto; -le ginocchia gli si piegarono, e cadde trascinando nella sua caduta -Teresa la quale si alzò subito, ed il fuggito restò steso dibattendosi -nelle ultime convulsioni dell’agonia. Vampa si slanciò verso Teresa, -che era a dieci passi dal moribondo, ed alla quale erano a sua volta -venute meno le gambe cadendo in ginocchio. Allora al giovine venne -il terribile sospetto che la palla che aveva colpito l’avversario -avesse puranco ferita la fidanzata. Fortunatamente però non fu; il -solo terrore aveva paralizzate le forze di Teresa. Allorquando Luigi -fu ben sicuro che era sana e salva, si volse verso il ferito; era di -già morto, colle pugna serrate, la bocca contratta dal dolore, e i -capelli ritti dal sudore dell’agonia; gli occhi erano rimasti aperti e -minacciosi. - -«Vampa si avvicinò al cadavere e riconobbe Cucumetto. Dal giorno in -cui il bandito fu salvato dai due giovani, erasi innamorato di Teresa, -ed aveva giurato che la giovine sarebbe stata sua. Da quel giorno, -l’aveva spiata con assiduità; e, profittando del momento in cui il -suo amante l’aveva lasciata sola per andare ad indicare la strada al -viaggiatore, l’aveva involata e già la credeva sua, quando la palla -di Vampa, diretta dal colpo d’occhio infallibile del giovine pastore -gli aveva traversato il cuore. Vampa lo guardò un momento senza che -la minima emozione si presentasse sul suo viso, nel mentre che Teresa -al contrario, tutta tremante ancora, non osava avvicinarsi al morto -bandito che a piccoli passi, e gettava esitando uno sguardo sul -cadavere al di sotto della spalla del suo amante. Dopo un momento Vampa -si rivolse verso la sua innamorata. - -«— Ah! ah! diss’egli, sta bene, tu sei di già vestita. Or tocca a me a -fare la mia toletta. - -«Infatto Teresa era vestita da capo a piedi col costume della figlia -del conte S. Felice. Vampa prese il corpo di Cucumetto fra le braccia, -e lo trasportò nella grotta, mentre che Teresa l’aspettava di fuori. -Se fosse passato allora un altro viaggiatore, avrebbe veduto una cosa -strana; cioè una pastorella guardare il gregge, vestita di cachemire -coi pendenti alle orecchie, una collana di perle, degli spilli di -diamanti, e dei bottoni di zaffiri, di smeraldi e di rubini. Senza -dubbio sarebbesi creduto di ritornare ai tempi di Florian: e di ritorno -a Parigi, avrebbe assicurato di avere incontrata la pastorella delle -Alpi ai piedi dei monti Sabini. A capo di un quarto d’ora, Vampa uscì -dalla grotta. Il suo costume non era meno elegante, nel suo genere, -di quello di Teresa. Aveva una veste di velluto granato coi bottoni -d’oro cesellati, un giubbetto di seta tutto ricoperto di galloni, una -sciarpa annodata intorno al collo, un porta cartucce tutto in oro ed -in seta rossa e verde, i pantaloni di velluto celeste attaccati al di -sotto del ginocchio colle fibbie di diamanti, le ghette di pelle di -daino ricamate con mille arabeschi, ed un cappello su cui sventolavano -dei nastri di ogni colore; due catene da orologio pendevano dalla sua -cintura ed un magnifico pugnale era attaccato al porta cartucce. - -«Teresa gettò un grido di ammirazione; Vampa sotto questo abito -rassomigliava ad una pittura di Léopold Robert o di Schnetz. Egli -aveva vestito il costume completo di Cucumetto. Il giovine s’accorse -dell’effetto che produceva nella sua fidanzata, ed un sorriso di -orgoglio gli sfiorò le labbra. — Or dimmi Teresa, sei pronta a dividere -la mia sorte qualunque essa possa essere? - -«— Oh! sì, gridò la giovinetta con entusiasmo. - -«— A seguirmi ovunque andrò? — Anche in capo al mondo! - -«— Allora prendi il mio braccio, e partiamo, poichè non abbiam tempo da -perdere. - -«La giovinetta intrecciò il suo al braccio dell’innamorato, senza -neppur domandargli ove la conduceva; perchè in questo momento le -sembrava bello, superbo e potente come il Nume della guerra. E tutti e -due s’incamminarono verso la foresta di cui in breve tempo sorpassarono -il confine. - -«Non fa bisogno di dire che Vampa conosceva tutti i sentieri della -montagna; egli s’inoltrò dunque nella foresta senza esitare neppur per -poco, e quantunque non vi fosse praticata alcuna strada, riconosceva -la direzione che doveva seguire dal solo guardare gli alberi ed i -cespugli; essi camminarono in tal guisa per circa un’ora e un quarto. - -«Dopo questo tempo giunsero nel punto più fitto del bosco. Un torrente -il cui letto era secco, conduceva in una gola profonda. Vampa prese -questo strano sentiero, che incassato fra le due rive, e ottenebrato -dall’ombra degli alberi sembrava il sentiero d’Averno di cui parla -Virgilio. Teresa ritornata timorosa all’aspetto di questo luogo -selvaggio e deserto si stringeva contro la guida senza dir parola; ma -siccome lo vedeva camminare con un passo sempre uguale, siccome una -calma sempre profonda irradiava il suo viso, ella stessa aveva la forza -di dissimulare la sua emozione. - -«D’un subito, dieci passi lontano da loro, un uomo sembrò staccarsi da -un albero dietro cui era nascosto, e prendendo col suo fucile di mira -Vampa, gridò: - -«— Non fare un passo di più o sei morto. - -«— Andiamo, via! disse Vampa facendo con la mano un gesto di disprezzo, -nel mentre che Teresa non dissimulando il suo terrore, si stringeva -sempre più contro di lui; e che i lupi forse si sbranano fra di loro? - -«— Chi sei tu? dimandò la sentinella. — Io sono Luigi Vampa, il pastore -della fattoria di S. Felice. — Che vuoi tu? - -«— Voglio parlare ai tuoi compagni che sono su lo spianato di -Rocca-Bianca. - -«— Allora seguimi, disse la sentinella, o piuttosto, giacchè sai la -strada, cammina avanti. - -«Vampa sorrise con aria di disprezzo alla cautela di questo bandito, -passò avanti con Teresa, e continuò il suo cammino collo stesso passo -fermo e tranquillo che lo aveva condotto fin là. Dopo cinque minuti, -il bandito fece loro il segno di fermarsi. Essi obbedirono. Il bandito -imitò tre volte il grido del corvo, un altro grido eguale rispose a -questo triplice appello. — Ora tu puoi continuare la strada, disse -il bandito. — Luigi e Teresa si rimisero in cammino: ma, a seconda -che s’inoltravano, Teresa tremante si serrava sempre più contro il -suo amante; infatto attraverso gli alberi si vedevano comparire degli -uomini e scintillare delle canne di fucile. Lo spianato di Rocca-Bianca -era sulla sommità di una piccola montagna, che altre volte doveva -certamente essere stata un piccolo vulcano, vulcano estinto prima che -Romolo e Remo disertassero da Alba per andare a fabbricar Roma. Teresa -e Luigi giunsero alla sommità e nello stesso tempo si ritrovarono -circondati da una ventina di banditi. - -«— Ecco un giovine che vi cerca, e che desidera parlarvi, disse la -sentinella. — Che vuole egli da noi? chiese colui che in assenza del -capo faceva le provvisorie funzioni di capitano. - -«— Voglio dirvi che mi sono annoiato di fare il mestiere del pastore, -disse Vampa. - -«— Ah! capisco, disse il luogotenente, e tu vieni a domandarci di -entrare nelle nostre file? — Che sia il benvenuto, gridarono molti -banditi di Ferrusino, di Pampinara, e d’Anagni i quali avevano -riconosciuto Luigi Vampa. - -«— Sì, ma io vengo ancora a chiedervi un’altra cosa, oltre di esser -vostro compagno. — E che vieni tu a chiederci? dissero con meraviglia -i banditi. — Io vengo a domandarvi di esser fatto vostro capitano, -disse il giovine. — I banditi dettero in una gran risata. — E che hai -tu fatto per aspirare a questo onore? domandò il luogotenente. — Io -ho ammazzato il vostro capo Cucumetto, di cui porto le spoglie, disse -Luigi, ed ho messo il fuoco alla villa di S. Felice per dare il corredo -di nozze alla mia fidanzata. — Un’ora dopo, Luigi Vampa era stato -eletto capitano nel posto di Cucumetto.» - -— Ebbene mio caro Alberto, disse Franz volgendosi all’amico, che -pensate ora di questo cittadino Luigi Vampa? - -— Io dico che questo è un _Mythe_, rispose Alberto, e che non ha mai -esistito. — E che significa questo _Mythe_, domandò Pastrini. — Sarebbe -troppo lungo a spiegarsi, mio caro Pastrini, rispose Franz. E voi dite -adunque che maestro Vampa esercita in questo momento la sua professione -in queste vicinanze? - -— E con un tale ardire che nessun bandito ne ha mai dato esempio uguale. - -— E la polizia non cerca d’impadronirsene? - -— Che volete? egli è d’accordo ad un tempo coi pastori della pianura, -coi pescatori del Tevere e i contrabbandieri della costa. Se si cerca -nelle montagne è sul fiume; se si perseguita sul fiume, prende l’alto -mare; poi d’improvviso quando si crede che sia rifugiato nell’isola del -Giglio, di Gianuti, o di Monte-Cristo, si vede ricomparire in Albano, a -Tivoli o alla Riccia. - -— E qual è il suo modo di operare verso i viaggiatori? - -— Eh! mio Dio! è semplicissimo; a seconda della distanza che si è dalla -città, egli accorda loro otto ore, dodici ore, un giorno per pagare -il loro riscatto; quando è passato il tempo accorda ancora un’ora di -grazia. Al sessantesimo minuto di quest’ora se non ha il riscatto, fa -saltare le cervella del prigioniero con un colpo di pistola, o gli -pianta un pugnale nel cuore, e tutto è finito. — Ebbene! Alberto, -domandò Franz al suo compagno, siete ancora disposto ad andare al -Colosseo per la strada fuori delle mura? - -— Certamente, disse Alberto, se la strada è più pittoresca. - -In questo momento batterono le nove, la porta s’aprì, e il cocchiere -comparve. — Eccellenza, diss’egli, la carrozza è alla porta. — Ebbene! -disse Franz, andiamo al Colosseo. - -— Per la porta del Popolo, eccellenza, o per le strade interne? — Per -le strade interne, per bacco! per le strade interne, gridò Franz. — Ah! -mio caro, disse Alberto, alzandosi ed accendendo il suo terzo sigaro, -in verità io vi credeva più coraggioso. - -Dopo queste parole i due giovani discesero le scale e salirono in -carrozza. - - - - -XXXIV. — LE APPARIZIONI. - - -Franz aveva ritrovata una via di mezzo, perchè Alberto potesse giungere -al Colosseo senza passare davanti ad alcuna rovina antica, e per -conseguenza senza che alcuna preparazione graduata togliesse neppure -un cubito alle gigantesche proporzioni del Colosseo. Questa fu di -passare per la via Sabina, voltare ad angolo retto davanti a S. Maria -Maggiore e giungere per la via Urbana e S. Pietro in Vincoli alla via -del Colosseo. D’altra parte questo itinerario offriva ancora un altro -vantaggio, quello di non distrarre con altre impressioni Franz da -quella prodotta in lui dalla storia raccontata dal Pastrini, e nella -quale vi si trovava mischiato il suo anfitrione di Monte-Cristo. Perciò -erasi appoggiato col gomito nell’angolo, ed era ricaduto in quelle -mille interrogazioni che infinite volte aveva di già fatte a sè stesso, -e nelle quali mai era riuscito a darsi una risposta soddisfacente. -Un’altra cosa avevagli ancora fatto risovvenire il suo amico Sindbad il -marinaro, e questa era la relazione tra i banditi ed i marinari. Ciò -che aveva detto Pastrini sul rifugio che Vampa ritrovava nelle barche -dei pescatori e dei contrabbandieri, ricordava a Franz quei due banditi -corsi ch’egli aveva ritrovato cenare insieme all’equipaggio del piccolo -_yacht_, che deviando a bella posta dal suo cammino aveva approdato a -Porto-Vecchio col solo scopo di metterli a terra. Il nome che il suo -ospite davasi di conte di Monte-Cristo, pronunciato dall’albergatore -della locanda di Londra, gli provava che colui sosteneva la stessa -parte filantropica sulle coste di Piombino, di Civitavecchia, d’Ostia -e di Gaeta, come su quelle di Corsica, di Toscana, di Spagna, non -meno che su quelle di Tunisi e di Palermo. Era una prova che egli -abbracciava un circolo di relazioni molto esteso. - -Ma per quanto queste riflessioni fossero presenti sullo spirito del -giovine, esse svanirono quando cominciò a farsi scorgere davanti a sè -il tetro e gigantesco spettro del Colosseo fra le aperture del quale -la luna faceva passare quei lunghi e pallidi raggi, che sembra cadano -dagli occhi dei fantasmi. La carrozza si fermò a qualche passo dalla -Fontana denominata Meta Sudans. Il cocchiere aprì la portiera, i due -giovani saltarono a terra, e si trovarono in faccia ad un cicerone -che sembrava uscito di sotto terra. Quello dell’albergo pure li aveva -seguiti, e così ne ebbero due. Del resto però è impossibile di potere -evitare a Roma questo lusso di guide; oltre il cicerone generale che -s’impadronisce di voi dal momento che mettete il piede sulla porta -di un albergo o di una locanda, e che non vi abbandona che il giorno -in cui mettete piede fuor della città, vi è pure un cicerone addetto -a ciascun monumento; si giudichi dunque se si può restar privi di -cicerone al Colosseo, vale a dire al monumento per eccellenza, che -faceva dire a Marziale: «Che Memfi cessi di vantare i barbari miracoli -delle sue piramidi, che cessino di essere vantate le meraviglie -di Babilonia; tutto deve annichilirsi davanti l’opera immensa -dell’anfiteatro dei Cesari, e tutte le voci della celebrità devono -riunirsi per lodare questo monumento.» - -Franz ed Alberto non tentarono nemmeno di sottrarsi alla tirannide -ciceroniana, molto più poi sarebbe stato difficile al Colosseo, perchè -ivi le sole guide hanno il diritto di percorrere i diversi punti -praticabili del monumento, colle torcie accese. Non fecero dunque -alcuna resistenza, e si abbandonarono anima e corpo ai loro conduttori. -Franz conosceva di già questa passeggiata per averla fatta dieci altre -volte; ma siccome il suo compagno, più novizio, metteva per la prima -volta il piede nell’anfiteatro di Flavio Vespasiano, debbo confessarlo -a sua lode, non ostante il cicaleggiare ignorante delle guide, egli -era commosso da vive impressioni. In fatto non è possibile, senza -vederlo, formarsi un’idea della maestà di una simile rovina, le cui -proporzioni sono eziandio tutte raddoppiate dalla misteriosa chiarezza -di quella luna meridionale, i raggi della quale sembrano i crepuscoli -d’occidente. - -Il pensatore Franz, appena fatti cento passi sotto i portici interni, -lasciò Alberto alle guide, che non volevano rinunciare ai diritti loro -particolari, la fossa dei Leoni, le stanze dei Gladiatori, il Palco dei -Cesari, e salì per una scala mezzo rovinata, facendo loro continuare -il metodico giro, si assise all’ombra di una colonna, dirimpetto ad -una curva che gli permetteva di potere abbracciare collo sguardo il -gigante di marmo in tutta la sua estensione. Franz era là da circa un -quarto d’ora, nascosto dall’ombra della colonna, ed occupato a guardare -Alberto che, accompagnato da coloro che gli portavano le torce, -usciva in quel momento da un romitorio, posto all’altra estremità del -Colosseo, simili ad ombre che seguano un fuoco fatuo; discendevano -di scalino in scalino verso il luogo che era riservato alle vestali, -allorchè gli sembrò udire il rumore di una pietra, che si staccasse e -cadesse dalla scala ch’egli pure aveva ascesa per portarsi al luogo -che occupava. Certo che non è cosa rara il sentir cadere una pietra -che sotto i piedi del tempio si stacca e va a rotolare nell’abisso: -ma questa volta gli sembrò fosse il piede di un uomo sotto il quale -si staccava, e che il rumore dei passi giungesse fino a lui, sebbene -chi li causava facesse tutto per renderli impercettibili. Di fatto, -dopo un momento, comparve un uomo, uscendo gradatamente dall’ombra a -seconda che saliva la scala, la cui apertura, posta dirimpetto a Franz -era illuminata dalla luna, ma i gradini si perdevano nell’oscurità a -seconda che si discendeva. - -Questi poteva essere un viaggiatore come lui, che preferiva una -meditazione solitaria al ciarlare insignificante delle guide, e -per conseguenza la sua comparsa nulla aveva di sorprendente: ma -all’esitazione colla quale salì gli ultimi scalini, al modo con cui, -giunto sul piano, si fermò e parve mettersi in ascolto, era evidente, -essere egli venuto là con qualcuno. Per un movimento istintivo Franz -si nascose quanto più potè dietro la colonna. A dieci passi dal luogo -ove si trovavano entrambi, la volta era diroccata, e, da una apertura -rotonda come quella di un pozzo, lasciava vedere il cielo tutto -brillante di stelle. Attorno a questa che forse da qualche secolo -dava passaggio ai raggi della luna, vegetavano dei cespugli il cui -verde spiccava con vigore sul pallido azzurro del firmamento, mentre -che grandi frasche, e mazzi di ellera pendevano da questa terrazza -superiore, e ondulavano sotto la volta a guisa di corde fluttuanti. -Il personaggio che aveva attirata l’attenzione di Franz era posto -in una mezza ombra che non gli permetteva di distinguerne i tratti, -ma che però non era abbastanza oscura per impedirgli di conoscerne i -particolari del vestito. Egli era avvolto in un gran mantello scuro, un -lembo del quale, gettato sulla spalla sinistra, gli copriva la parte -inferiore del viso, mentre che un cappello a larghe tese copriva la -parte superiore. L’estremità sola del vestito era illuminata dai raggi -obbliqui della luna che passavano dall’apertura, e che permettevano di -distinguere i calzoni neri, che elegantemente finivano sur un paio di -stivali di pelle lucida. Quest’uomo apparteneva evidentemente se non -alla aristocratica, almeno alla buona società. - -Erano già trascorsi alcuni minuti da che egli trovavasi là, e già -cominciava a dare qualche segno d’impazienza, allorchè fecesi sentire -un piccolo rumore nella terra soprapposta. Nel medesimo punto un’ombra -intercettò la luce; un uomo apparve all’orlo dell’apertura, gettò uno -sguardo penetrante nelle tenebre, e scoperse l’uomo dal mantello: tosto -sorreggendosi ad un pugno di quelle frasche e di quei rami d’ellera -ondulante, si lasciò scivolare, e, giunto a tre o quattro piedi dal -suolo, saltò leggermente a terra. Questi era interamente vestito da -Trasteverino. — Scusatemi eccellenza, se vi ho fatto aspettare, disse -in dialetto romano; però non sono in ritardo che di pochi minuti; le -dieci sono sonate or ora a S. Giovanni in Laterano. - -— Sono stato io che sono venuto prima, e non voi che avete ritardato, -rispose lo straniero nel più puro toscano; non facciamo cerimonie, -perchè quand’anche mi aveste fatto aspettare, sarei ben certo che non -sarebbe stato per qualche motivo dipendente dalla vostra volontà. - -— Ed avete ragione, eccellenza, vengo da castel S. Angelo, ed ho -avuto tutte le difficoltà possibili per poter parlare a Beppe. — Chi e -questo Beppe? — Beppe è un impiegato delle prigioni al quale io passo -una piccola rendita mensile per sapere ciò che succede in castello. — -Ah! ah! vedo bene che siete un uomo pieno di cautele, mio caro. — Che -volete, eccellenza, non si sa ciò che può accadere: forse io pure sarò -un giorno o l’altro preso nella rete, come quel povero Peppino, ed -avrò io pure bisogno di un sorcio per rodere qualche maglia della mia -prigione. - -— Alle corte, che avete saputo? - -— Che martedì vi saranno due esecuzioni, a due ore, siccome è solito -qui in certe ricorrenze particolari. Uno dei condannati sarà impiccato; -è un miserabile che ha ucciso quella stessa persona che lo aveva -allevato, e questi non merita alcun interessamento; l’altro sarà -decapitato, e questi è il povero Peppino. - -— Che volete, mio caro, voi ispirate un terrore così grande non solo al -governo pontificio, ma eziandio agli stati vicini, che assolutamente si -vuol dare un esempio. - -— Ma Peppino non faceva neppur parte della mia banda; era un povero -pastore che non ha commesso altro delitto, che quello di fornirci di -viveri. - -— E ciò lo costituisce vostro complice in piena regola. Anzi vedete che -gli si usano dei riguardi. Invece di appiccarlo come faranno a voi se -mai vi metteranno le mani addosso, si contentano di ghigliottinarlo. E -vedete bene che daranno due spettacoli differenti. - -— Senza contar quello che gli preparo io, e che non si aspettano, -soggiunse il Trasteverino. - -— Mio caro, permettetemi di dirvi che mi sembrate del tutto disposto a -fare qualche sciocchezza. - -— Sono disposto a far di tutto per impedire l’esecuzione di quel povero -diavolo, che si trova nell’impaccio per avermi servito. Io mi terrei -per un vile, se non facessi qualche cosa per questo bravo giovane. - -— E che farete? - -— Metterò una ventina di uomini intorno al patibolo, e quando vi verrà -condotto, ad un segnale che darò io, ci slanceremo col pugnale alla -mano sulla scorta, e lo porteremo via. - -— Questa è una cosa troppo eventuale, ed io ritengo che il mio disegno -sia migliore del vostro. - -— E quale è il disegno di V. E.? - -— Io farei in modo di parlare ad uno che conosco pregandolo ad ottenere -che la esecuzione si differisse a quest’altro anno: quindi nel corso -dell’anno, tornerò a parlare con commovente eloquenza ad un altro tale -che pure conosco, e lo farei evadere di prigione. - -— Siete voi sicuro della riuscita? - -— _Parbleu!_ disse in francese l’uomo dal mantello. - -— Che vuol dire? domandò il Trasteverino. - -— Vuol dire che io da solo farò più colle mie insinuanti espressioni -che voi con tutta la vostra gente coi loro pugnali, le loro pistole, le -loro carabine ed i loro tromboni. Lasciatemi dunque fare. - -— A meraviglia! ma ricordatevi bene che, se non ci riuscite, ci terremo -sempre preparati. - -— Tenetevi sempre preparati, se così vi piace, ma siate certi che avrò -la sua grazia. - -— Ricordatevi che martedì è dopo domani. Voi non avete più che il solo -domani. - -— Sta bene, ma un giorno si compone di 24 ore, ciascun’ora di 60 -minuti, ciascun minuto di 60 secondi, e in 86m, 400 secondi si fanno -moltissime cose. - -— Come sapremo se V. E. è riuscita? - -— È semplicissimo: ho preso in fitto le tre ultime finestre del caffè -Ruspoli, se ho ottenuta la grazia, le due finestre ai lati avranno un -tappeto di damasco giallo, e quella di mezzo ne avrà uno di damasco -bianco con una croce rossa. - -— Sta benissimo; e da chi farete presentar la grazia? - -— Inviatemi uno dei vostri uomini travestito da confratello, e la -consegnerò a lui. Mediante questo travestimento, egli potrà giungere -fino ai piedi del patibolo, e rimetterà il foglio al capo della -confraternita che lo passerà al carnefice. Frattanto, fate sapere -questa notizia a Peppino che egli non abbia a morire di paura o non -abbia a divenir pazzo, che sarebbe lo stesso che farci fare un’opera -buona inutilmente. - -— Ascoltate, eccellenza, disse il Trasteverino, io vi sono affezionato, -ve ne siete convinto? — Lo spero almeno. - -— Ebbene, se voi salvate Peppino, la mia non sarà più affezione, ma per -l’avvenire sarà cieca obbedienza. - -— Ebbene, fa attenzione a ciò che tu dici, mio caro, forse un giorno -avrò a ricordarti questo discorso, forse un giorno io pure avrò bisogno -di te... - -— Allora, eccellenza, mi troverete nel momento del bisogno, come io -avrò trovato voi; allora, foste ancora all’altra estremità del mondo, -non avreste che a scrivermi: «fate questo» ed io lo farei sulla fede -di... - -— Zitto, disse lo sconosciuto, sento del romore. - -— Sono viaggiatori che visitano il Colosseo. - -— È inutile che ci trovino insieme. Queste spie di guide potrebbero -riconoscervi, e per quanto sia onorevole la vostra relazione, pur -nonostante se si sapesse che siamo uniti in amicizia, questo legame -mi farebbe perdere non poco il mio credito. — E così, se voi avrete la -grazia?... - -— La finestra del mezzo avrà il tappeto bianco con una croce rossa. — -Se non la ottenete....? — Tutte e tre le finestre saranno addobbate -coi tappeti gialli. — E allora?... — Allora, menate il pugnale a -vostro piacere, vi prometto di essere là per vedervi fare. — Addio, -eccellenza; io conto sopra di voi, e voi contate sopra di me. — A -queste parole il Trasteverino disparve per la scala, mentre che lo -sconosciuto, coprendosi più che mai il viso col mantello, passò a -due passi da Franz, e discese nell’arena per la gradinata esterna. -Un minuto dopo, Franz intese il suo nome ripetersi sotto le volte: -era Alberto che lo chiamava; egli aspettò per rispondere, che i due -interlocutori si fossero allontanati, non avendo gran volontà che si -sapesse da loro esservi stato un testimonio, il quale, se non aveva -veduto i loro volti, non aveva però perduto una parola della loro -conversazione; dieci minuti dopo, Franz percorreva la strada per andare -alla piazza di Spagna ascoltando con una distrazione molto impertinente -la dotta dissertazione che Alberto faceva, dietro la testimonianza -di Plinio e Calpurnio, sulle reti guarnite di punte di ferro che -impedivano agli animali feroci di slanciarsi sugli spettatori. Egli lo -lasciò discorrere senza contradirlo; aveva troppa fretta di trovarsi -solo, per pensare senza distrazione a quanto era avvenuto vicino a lui. - -Di questi due uomini l’uno certamente era straniero, ed era la prima -volta che lo vedeva e lo sentiva; ma non era così dell’altro, e -quantunque Franz non ne avesse distinte le forme del viso, sempre -nascoste nell’ombra o nel mantello, l’accento di questa voce lo aveva -troppo colpito la prima volta che avevala intesa, perchè potesse mai -più risuonare a lui vicino senza riconoscerla. Vi era particolarmente -nelle intonazioni ironiche qualche cosa di stridulo e di metallico -che lo aveva fatto rabbrividire fra le rovine del Colosseo, non meno -che nella grotta di Monte-Cristo; per tal modo egli era ben convinto -che questi non era se non che Sindbad il marinaro. In tutt’altra -congiuntura, la curiosità che gli veniva inspirata da quest’uomo -sarebbe stata sì grande, che egli sarebbesi fatto riconoscere; ma in -questa occasione, la conversazione che aveva intesa era troppo intima -per non essere trattenuto dal timore che una sua comparsa non sarebbe -stata troppo gradita; egli avevalo adunque lasciato allontanare, come -si è veduto, ma ripromettevasi, se lo avesse incontrato un’altra volta, -di non lasciarsi sfuggire una seconda occasione come aveva fatto per la -prima. - -Franz era troppo preoccupato per potere dormire bene. La notte fu -da lui impiegata a passare e ripassare nello spirito tutte le più -minute particolarità che avevano relazione all’uomo della grotta, e -allo sconosciuto del Colosseo, e che tendevano a formare uno stesso -individuo di questi due personaggi; e più Franz ci pensava, più si -convinceva della sua opinione. Egli si addormì sul far del giorno, -per il che svegliossi molto tardi. Alberto, da vero parigino, aveva -già prese le sue mire per la serata. Egli aveva mandato a cercare un -palco al teatro Argentina. Franz aveva molte lettere da scrivere in -Francia, e abbandonò la carrozza ad Alberto per tutta la giornata. Alle -cinque questi ritornò; aveva già portate le lettere di raccomandazione, -ricevuto inviti per tutte le conversazioni serali, e veduto Roma. - -Un giorno era bastato ad Alberto per far tutto questo, ed aveva ancora -avuto il tempo d’informarsi dell’opera che si cantava, e degli attori -che la eseguivano. L’opera portava per titolo la _Parisina_; gli attori -erano Coselli, Moriani, e la Spech. I nostri due giovani non erano -disgraziati, come si vede: essi avrebbero intesa la musica di una delle -migliori opere dell’Autore della _Lucia di Lammermoor_, cantata da tre -artisti più rinomati d’Italia. Alberto non avea mai potuto abituarsi ai -teatri oltramontani, nell’orchestra dei quali non è permesso d’andare -e che non hanno nè palchi, nè logge scoperte; ciò era penoso per un -uomo che avea il suo posto agl’_Italiani_, e nella loggia infernale -all’Opera. - -Ciò però non gl’impediva di vestirsi con acconciature tutte le volte -che andava al teatro con Franz, tolette perdute, perchè, bisogna -confessarlo a vergogna di uno dei rappresentanti più degni del nostro -bonton, in quattro mesi che viaggiava l’Italia in tutti i sensi, non -aveva avuta ancora alcuna avventura. Alberto qualche volta cercava di -scherzare su questo argomento; ma nel fondo del cuore era grandemente -mortificato, egli, Alberto Morcerf, uno dei giovani più scapati non -aveva ancora fatta alcuna conquista. La cosa era ancor tanto più -penosa, che, secondo l’abitudine modesta dei nostri cari compatriotti, -Alberto era partito da Parigi con la ferina convinzione di avere in -Italia il più felice successo, e di ritornare a formar la delizia del -Baluardo di Gand col racconto delle sue buone avventure. Ahimè! non -ne aveva avuta alcuna: le graziose contesse Genovesi, Fiorentine, e -Napoletane si erano conservate pei loro mariti, pei loro amanti, ed -Alberto aveva acquistata la crudele convinzione, che le Italiane sanno -essere almeno fedeli: non voglio però dire che in Italia, come in ogni -altro luogo, non vi sieno le loro eccezioni. Eppure Alberto non era -solo un cavaliere molto elegante, ma aveva ancor dello spirito; più, -era visconte, visconte di nobiltà recente, ciò è vero; ma oggi che non -si fanno più le prove, che importa, che la propria nobiltà porti la -data del 1399, o del 1815? Oltre a tutto ciò egli avea 50 mila lire -di rendita; e questo è molto più di quanto bisogna, come si vede, per -essere un giovine alla moda in Parigi. Era dunque un poco umiliante il -non essere stato ancora seriamente osservato da alcuna signora nelle -città in cui aveva soggiornato. - -Ma egli avea stabilito di rivendicarsi nel carnevale, essendo questo -un tempo di libertà in tutti i paesi della terra in cui è introdotta -questa istituzione, e nella quale anche i più stoici cadono in qualche -follia. - -Ora, siccome il carnevale si apriva la dimane, era necessario che -Alberto facesse conoscere il suo programma prima di quest’apertura. - -Alberto adunque, con questa idea, aveva preso in fitto uno dei -palchi più esposti al teatro, e prima di portarvisi fece una toletta -irreprensibile. Era al primo ordine, che tien luogo della galleria in -Francia, del resto però le tre prime file di palchi sono egualmente -ed indistintamente aristocratiche, e per questo si chiamano gli -ordini nobili. Questo palco nel quale si poteva stare in dodici senza -pigiarsi, era costato molto meno che non sarebbero costati quattro -posti in una loggia all’Ambigu. Alberto aveva ancora un’altra speranza, -ed era, che se giungeva a prendere un posto nel cuore di qualche bella -romana, ciò lo avrebbe naturalmente condotto puranche a conquistare un -posto nella carrozza, e per conseguenza a vedere il corso dall’alto di -una carrozza aristocratica, e da una finestra principesca. - -Tutte queste considerazioni lo rendevano dunque di una estrema -mobilità. Egli volgeva le spalle agli attori, sporgeva per metà fuori -del palco, guardando tutte le più belle donne con un cannocchiale lungo -sei pollici, cosa che non invitava alcuna signora a ricompensare di -un solo sguardo, anche di semplice curiosità, tutti i movimenti che -si dava Alberto. Di fatto ciascuna parlava dei suoi affari, dei suoi -piaceri, del carnevale che cominciava la dimane, senza fare attenzione -nè agli attori, nè alla musica, ad eccezione dei migliori motivi, chè -allora ciascuno si volgeva verso il palco scenico, sia per sentire -un recitativo di Coselli, sia per applaudire a qualche bella nota -del Moriani, sia per gridare bravo alla Spech. Indi le particolari -conversazioni riprendevano il loro corso abituale. Verso la fine del -secondo atto si aprì la porta di un palco rimasto vuoto fino allora, -e Franz vide entrarvi una persona alla quale egli aveva avuto l’onore -di essere stato presentato a Parigi e che credeva ancora in Francia. -Alberto vide il movimento che fece il suo amico a questa comparsa, e -volgendosi a lui: - -— Conoscete forse quella signora? diss’egli. - -— Sì, che ve ne pare? — Graziosa, mio caro, e bionda. Oh! che capelli -adorabili! È una francese? Come si chiama? — La Contessa G***. - -— Oh! io la conosco di nome, esclamò Alberto; dicono che sia tanto -spiritosa quanto è bella. Per bacco! avrei potuto farmi presentare a -lei a Parigi all’ultimo ballo della de Villefort, ov’era, e non la ho -curata, sono un gran stupido! - -— Volete che io ripari a questo torto? domandò Franz. - -— Come! voi la conoscete con abbastanza intimità per presentarmi nel -suo palco? — Io non ho avuto l’onore che di parlarle tre o quattro -volte in mia vita, ma a tutto rigore ciò basta per non commettere una -inconvenienza. - -In questo momento la contessa riconobbe Franz, e colla mano gli fece -un saluto grazioso, al quale egli rispose con un rispettoso inchino di -testa. — Ma mi sembra che siate molto nelle sue grazie? disse Alberto. - -— Ebbene! ecco ciò che v’inganna, e che a noi francesi farà fare sempre -mille sciocchezze all’estero; ed è di sottomettere tutto ai nostri -punti di vista parigini. Nella Spagna, e soprattutto in Italia, non -giudicate mai della intimità delle persone sulla libertà dei rapporti. -Noi ci siamo trovati simpatici colla contessa, ed ecco tutto. - -— Simpatici di cuore? domandò ridendo Alberto. - -— No, di spirito; rispose seriamente Franz. - -— Ed in quale occasione? — Nell’occasione di una passeggiata al -Colosseo, come quella che abbiamo fatto insieme. - -— Al chiaro di luna? — Sì. — Soli? — Quasi. - -— Ed avete parlato... — Di morti. - -— Ah! doveva essere una cosa assai piacevole. Ebbene vi prometto che -se avrò la fortuna d’essere il cavaliere della bella contessa in una -simile passeggiata, non le parlerò che di vivi. - -— E forse farete male. - -— Frattanto, presentatemi alla contessa come mi avete promesso. — -Subito che sarà calato il sipario. - -— Quanto è lungo questo diavolo di primo atto! - -— Ascoltate il finale, è bellissimo, e Coselli lo canta mirabilmente. — -Sì, ma che portamento! - -— Non si può però essere più drammatici della Spech. - -— Quando si è intesa la Sontag e la Malibran... - -— Non trovate eccellente il metodo di Moriani? - -— A me non piacciono i bruni che cantano biondo. - -— Ah! mio caro, disse Franz volgendosi, mentre Alberto continuava -a puntare col suo cannocchiale, in verità siete molto difficile a -contentarvi. - -Finalmente calò il sipario con grande soddisfazione del visconte -di Morcerf, che prese il cappello, dette colla mano un’assestata -ai capelli, alla cravatta, ai manichetti, e fe’ osservare a Franz -ch’egli aspettava. E siccome la contessa, che Franz interrogava con lo -sguardo, avevagli fatto un segno impercettibile cogli occhi, per fargli -conoscere che sarebbe stato il ben venuto, così non tardò a soddisfare -la premura di Alberto, e mentre faceva il giro del corridoio, il -compagno che lo seguiva approfittava di questi momenti per accomodare -le false pieghe, che i movimenti del collo avevano potuto produrre -sul colletto della camicia, e sui rovesci dell’abito; in questo -batterono alla porta del N. 4 che era il palco occupato dalla contessa. -Prestamente il giovine che sedeva a lato della contessa sul davanti -del palco, si alzò cedendo il posto, giusta il costume italiano, al -nuovo arrivato, che deve poi cederlo a sua volta quando entra un’altra -visita. - -Franz presentò Alberto alla contessa come uno dei giovani parigini più -distinti per la sua posizione sociale, e pel suo spirito, cosa d’altra -parte vera, perchè a Parigi e nel circolo in cui viveva Alberto era -ritenuto per un cavaliere irreprensibile. Egli aggiunse che afflitto -di non aver potuto approfittare del soggiorno della contessa a Parigi -per farsi presentare a lei, lo aveva incaricato di riparare a questo -errore, missione della quale si disimpegnava pregando la contessa, -presso la quale aveva bisogno egli stesso di un introduttore, di -perdonare la sua indiscretezza. La contessa rispose facendo un grazioso -saluto ad Alberto e stendendo la mano a Franz. Invitato da lei, Alberto -prese il posto rimasto vuoto sul davanti, e Franz si assise nella -seconda fila presso la contessa. - -Alberto aveva ritrovato un eccellente argomento di conversazione, -era Parigi; parlava alla contessa delle loro comuni conoscenze. Franz -capì ch’egli era sul terreno che gli conveniva, lasciollo andare, e -chiestogli il gigantesco cannocchiale, si mise anch’egli ad esplorare -il teatro. Sola, sul davanti di un palco al terz’ordine, in faccia ad -essi, era una donna quanto può dirsi bella, con un costume alla greca, -portato con tanta disinvoltura, che compariva evidente essere quello il -suo costume ordinario. Dietro ad essa, nell’ombra delineavasi la forma -di un uomo di cui era impossibile distinguere il viso. Franz interruppe -la conversazione di Alberto colla contessa per chiedere a quest’ultima -se conosceva la bella Albanese che tanto era degna di attirare -l’attenzione non solo degli uomini, ma ben anche delle donne. — No, -diss’ella, tutto ciò che io so, si è che trovasi a Roma dal principio -della stagione: perchè all’apertura del teatro l’ho veduta ove è ora, -e da un mese non è mancata ad una rappresentazione, ora accompagnata -dall’uomo che è con lei in questo momento, ora semplicemente seguita da -un domestico moro. - -— Come la trovate contessa? — Estremamente bella. Medora doveva -rassomigliare a questa donna. - -Franz e la contessa si contraccambiarono un sorriso; poi questa riprese -il dialogo con Alberto, e Franz, seguitò a fissare la bella Albanese. -Il sipario si alzò per la rappresentazione del ballo. Era uno dei buoni -balli italiani, messo in iscena dal famoso Henry, che come coreografo, -si è fatta in Italia una riputazione colossale, che poi il disgraziato -perdè al Teatro Nautico, uno di quei balli ove dal primo personaggio -fino all’ultima comparsa tutti prendono una parte così attiva -all’azione, che 150 persone fanno nello stesso tempo lo stesso gesto, -ed alzano insieme o il medesimo braccio, o la medesima gamba. Questo -ballo era intitolato Dorliska. - -Franz era troppo preoccupato della sua bella greca per potersi -occupare del ballo. Quanto a lei, prendeva un manifesto piacere a -questo spettacolo, piacere che formava una singolare opposizione -colla non curanza di quello che l’accompagnava, e che durante tutta -la rappresentazione coreografica non fece un movimento, sembrando che -in mezzo al rumore infernale che facevano le trombe, i cembali, e i -cappelli chinesi in orchestra, egli si godesse le celestiali dolcezze -di un sonno pacifico. - -Finalmente il ballo terminò, ed il sipario calò in mezzo agli applausi -frenetici di una platea entusiasta. Mercè quest’abitudine di separare -col ballo i due atti dell’opera, gli intermezzi fra un atto e l’altro -sono cortissimi in Italia: i cantanti hanno tutto il tempo di riposarsi -e di fare i loro travestimenti mentre che i ballerini eseguiscono le -loro danze. L’introduzione del second’atto cominciò. Franz vide che, -ai primi colpi d’archetto, il dormiente andava alzandosi lentamente, e -si avvicinava alla greca, che si volse per dirigerli qualche parola, -quindi tornò ad appoggiarsi al davanti del palco. La figura però -dell’interlocutore si teneva sempre fra l’ombra, e Franz non poteva -distinguerne i tratti del volto. - -Rialzato il sipario, gli attori attirarono necessariamente l’attenzione -di Franz: gli occhi lasciarono per un momento il palco della bella -greca per dirigersi alla scena. Il secondo atto, come ognuno sa, -comincia col duetto del sogno: Parisina, dormendo, lasciasi sfuggire, -davanti ad Azzo, il segreto del suo amore per Ugo. Lo sposo tradito -passa per tutti i furori della gelosia, fino a che, convinto che la -moglie è infedele, la sveglia per annunziarle la sua vicina vendetta. -Questo duetto è uno dei più belli, dei più espressivi, dei più -terribili usciti dalla penna di Donizetti. Franz lo sentiva per la -terza volta, e quantunque non passasse per un melomaniaco arrabbiato, -produsse su lui un effetto profondo. Egli per conseguenza stava per -congiungere i suoi applausi a quelli del pubblico, allorchè le sue -mani, atteggiate a percuotersi, restarono allontanate; ed i bravi che -gli sfuggivano di bocca, si estinsero sulle labbra. L’uomo del palco -si era alzato in piedi e la sua testa veniva rischiarata dalla luce: -Franz riconosceva in lui il misterioso abitante di Monte-Cristo, quello -che la sera innanzi gli era sembrato di aver riconosciuto fra le rovine -del Colosseo alla voce ed alla persona. Non v’era più dubbio, lo strano -viaggiatore abitava in Roma. Senza fallo la fisonomia di Franz era in -armonia al turbamento che gettava nel suo spirito quest’apparizione, -poichè la contessa lo guardò, scoppiò in una risata, e gli chiese ciò -che avesse. — Signora contessa, rispose Franz, poco fa vi ho domandato -se conoscevate quella donna albanese; ora vi domanderò se conoscete suo -marito. - -— Niente più di lei, rispose la contessa. - -— L’avete mai osservato? — Ecco una domanda alla francese! Sapete bene -che per noi italiane non vi ha alcun altro uomo al mondo se non che -quello che amiamo! - -— È giusto, rispose Franz. — In ogni modo, diss’ella applicando ai suoi -occhi il cannocchiale di Alberto, e dirigendolo verso il palco, egli -dev’essere un qualche disotterrato, qualche morto uscito dalla tomba -col permesso dei becchini, poichè mi sembra spaventosamente pallido. - -— Egli è sempre così, rispose Franz. — Voi dunque lo conoscete? domandò -la contessa; allora sono io che vi domando chi è. — Credo di averlo -veduto altre volte, e mi sembra di riconoscerlo. — Infatto, diss’ella, -facendo un movimento colle sue belle spalle, come se un brivido le -percorresse le vene, capisco che quando un tal uomo si è veduto una -volta non si dimentica più. - -L’effetto che Franz aveva provato non era dunque un’impressione -particolare, perchè un altro l’aveva risentita al pari di lui. — -Ebbene! domandò allora alla contessa dopo che l’ebbe guardato una -seconda volta, che pensate di quell’uomo? — A me sembra che sia lord -Ruthwen in carne ed ossa. — Infatto questo nuovo ricordo di Lord Byron -colpì Franz: se qualcuno poteva fargli credere l’esistenza dei Vampiri, -era quest’uomo. - -— Bisogna che io sappia chi è, disse Franz alzandosi. - -— Oh! no, gridò la contessa; no, non mi lasciate, ho calcolato su voi -per accompagnarmi a casa, ed or vi trattengo. - -— Come! veramente, gli disse Franz, accostandosele all’orecchio, avete -paura. - -— Ascoltate, gli diss’ella, Byron mi ha giurato che credeva ai Vampiri, -mi ha assicurato di averne veduti, e me ne ha descritto i loro visi; -ebbene! assomigliano perfettamente a quell’uomo là, con i capelli neri, -grandi occhi brillanti di una strana fiamma, quel pallone mortale; -poi aggiungete che non è con una donna come tutte le altre; è con una -straniera... una greca... una scismatica... senza dubbio con una maga -al par di lui... ve ne prego, non partite. Domani vi metterete sulle -ricerche, se così vi aggrada, ma questa sera io vi dichiaro che vi -ritengo impegnato. — Franz insistè. - -— Ascoltate, diss’ella, alzandosi, io me ne vado; non posso fermarmi -sino alla fine dello spettacolo, perchè ho gente in casa che mi -aspetta; sareste così poco galante da negarmi la vostra compagnia? — -Franz non aveva altra risposta a dare che prendere il cappello, aprire -la porta, e presentare il braccio alla contessa. E questo fece. La -contessa era veramente molto commossa: lo stesso Franz non poteva -sfuggire ad un certo terrore superstizioso, tanto più naturale in -quanto che nella contessa era il prodotto di una sensazione distinta, -ed in lui il resultato di strani ricordi. - -Nel salire in carrozza sentì che la contessa tremava. Egli la -ricondusse fino a casa: non era vero che era attesa; gliene fece perciò -dei rimproveri. - -— In verità, diss’ella, io non mi sento bene ed ho bisogno di esser -sola, la vista di quell’uomo mi ha tutta sconvolta. - -Franz fece atto di ridere. — Non ridete, gli diss’ella, da altra -parte voi non ne avete la volontà. Promettetemi una cosa. — E quale? -— Promettetemela. — Tutto quel che vorrete, eccetto di rinunziare -a scoprire chi è quell’uomo. Ho dei motivi che non posso dirvi per -desiderare di sapere chi sia, donde venga, e dove vada. — Donde venga, -nol so, ma dove vada, vel posso dire a colpo sicuro; va all’inferno. - -— Ritorniamo alla promessa che volevate esigere da me. — Ah! trattasi -di tornare direttamente all’albergo e procurare di non veder questa -sera quell’uomo. Vi è una certa affinità fra le persone che si lasciano -e quelle che si raggiungono; non vogliate servire di conduttore fra -quest’uomo e me. Domani corretegli dietro come più vi aggrada, ma non -me lo presentate mai, se non volete vedermi morire di paura. Dopo ciò -buona sera, cercate di dormir bene, quanto a me sento che non dormirò -— A queste parole la contessa si allontanò da Franz, lasciandolo -irresoluto per sapere se erasi divertita alle sue spalle, o se aveva -veramente risentita la paura espressa. - -Ritornando all’albergo, Franz ritrovò Alberto in veste da camera, con -larghi calzoni, e voluttuosamente disteso sopra una poltrona fumando un -sigaro. - -— Ah! siete voi! diss’egli; in fede mia non vi aspettavo che domattina. -— Mio caro Alberto, rispose Franz, son ben persuaso di trovar -l’occasione di dirvi una volta per sempre che avete la più falsa idea -delle donne italiane; sembrami pertanto che le vostre sconfitte amorose -avrebbero dovuto farvela perdere. - -— Che volete, non c’è niente da capire con queste diavole di donne; -esse vi danno la mano, ve la stringono, vi parlano a bassa voce -all’orecchio, si fanno riaccompagnare a casa: con un quarto di questo -modo di fare una parigina perderebbe la sua riputazione. - -— Eh! questo accade precisamente perchè esse nulla hanno a nascondere, -perchè vivono in pieno giorno, che le donne usano tanto pochi riguardi -nel bel paese là ove il _sì_ suona come dice Dante. D’altra parte -vedeste bene che la contessa ha avuto veramente paura. - -— Paura! di che? di quell’onest’uomo che era in faccia a noi con quella -bella greca? Ma io ho voluto vederci chiaro quando sono usciti, e sono -loro andato incontro nel corridoio. Non so dove diavolo avete prese -tutte le vostre idee dell’altro mondo! è un bellissimo giovine messo -molto elegantemente, e gli abiti hanno l’aspetto d’esser fatti in -Francia da Blin o da Humann. È un poco pallido, è vero, ma voi sapete -che il pallore è un marchio di distinzione. - -Franz sorrise, perchè Alberto aveva molta pretensione di esser pallido. - -— Io pure, disse Franz, sono convinto che le idee della contessa su -quest’uomo non hanno senso comune. Ha egli parlato vicino a voi ed -avete intesa qualcuna delle sue parole? - -— Egli ha parlato, ma in dialetto; ho riconosciuto l’idioma a qualche -parola greca sfigurata. Bisogna che sappiate, mio caro, che in collegio -io era molto valente nel greco. - -— Parlava adunque un dialetto greco? - -— È probabile. — Non vi ha dubbio, mormorò Franz, è lui. — Che dite?... -— Niente... ma che facevate voi là? - -— Io vi preparava una sorpresa. — Quale? — Sapete che è impossibile -di ritrovare una carrozza? — Perbacco! dopochè abbiamo tentato tutto -ciò che era umanamente possibile di fare. — Ebbene! io ho un’idea -meravigliosa. - -Franz guardò Alberto, come un uomo che non avesse gran fiducia nella -sua immaginazione. — Mio caro, disse Alberto, voi mi onorate di uno -sguardo tale, che meriterebbe che vi domandassi una soddisfazione. — Io -sono disposto a darvela, amico mio, se la vostra idea è tanto ingegnosa -quanto dite. — Ascoltate. — Ascolto. — Non v’è mezzo di procurarsi una -carrozza? - -— No. — Neppur cavalli? - -— No, egualmente. — Ma sarà facile procurarsi un carretto? — Forse. — E -un paio di bovi? — È probabile. - -— Ebbene! mio caro, ecco ciò che ci conviene. Io faccio ornare il -carretto, ci mascheriamo da mietitori napoletani, e rappresentiamo al -naturale il magnifico quadro di Leopoldo Robert. Se per una maggiore -rassomiglianza la contessa volesse vestirsi alla foggia delle donne di -Pozzuoli o di Sorrento, compirebbe la mascherata, ed ella è tanto bella -che verrebbe presa per l’originale del quadro. - -— Perbacco! gridò Franz, questa volta avete ragione, ecco un’idea -veramente felice. - -— E tutta nazionale, rinnovata dai re dei poltroni, mio caro. Ah! -signori romani voi credete che si voglia andare a piedi come lazzaroni, -e ciò perchè avete penuria di carrozze e di cavalli, ebbene! ne -inventeremo. - -— E avete voi già partecipato a qualcuno questa trionfante invenzione? -— Al nostro albergatore. Quando sono ritornato, l’ho fatto salire, -e gli ho esposti i miei desideri; egli mi ha assicurato che non vi è -nulla di più facile. Io voleva far dorare le corna dei bovi, ma egli mi -ha detto che ciò richiederebbe almeno tre giorni: bisognerà dunque che -passiamo sopra a questa superfluità. — E dove è egli? — Chi? - -— Il nostro albergatore. - -— In cerca del necessario, domani forse sarebbe tardi. - -— Di maniera che ci darà la risposta questa stessa sera? - -— Io l’aspetto. — A queste parole la porta si aprì, e Pastrini avanzò -la testa: — È permesso? diss’egli. - -— Certamente, gridò Franz. — Ebbene! disse Alberto, avete rinvenuto il -carretto ricercato ed i bovi domandati? - -— Ho ritrovato anche meglio di ciò, rispose egli con un’aria indicante -essere perfettamente soddisfatto di sè stesso. - -— Ah! mio caro Pastrini, guardatevi, disse Alberto; il meglio è nemico -del bene. - -— Le V. E. si fidino di me, disse Pastrini col tuono di persona sicura -di sè. - -— Ma finalmente che c’è? domandò Franz a sua volta. - -— Sapete, disse l’albergatore, che il conte di Monte-Cristo abita su -questo medesimo piano. - -— Credo bene, che lo sappiamo, disse Alberto, poichè è per -lui che noi siamo alloggiati come due studenti della strada -Saint-Nicolas-du-Chardonnet. - -— Ebbene! egli sa il vostro impaccio, e vi offre col mio mezzo due -posti nella sua carrozza, e due posti alle sue finestre del palazzo -Ruspoli. - -Alberto e Franz si guardarono. - -— Ma, domandò Alberto, dobbiamo accettare l’offerta di questo -straniero? di un uomo che non conosciamo? - -— Che uomo è questo conte di Monte-Cristo? domandò Franz -all’albergatore. - -— Un ricchissimo signore siciliano o maltese, non lo so precisamente, -ma nobile come un Borghesi, e ricco come una miniera d’oro. - -— Mi sembra, disse Franz, che se questo signore avesse avuto le maniere -che decanta il nostro albergatore, avrebbe dovuto farci giungere il suo -invito in altro modo, o con un biglietto, o... - -In questo momento fu battuto alla porta. - -— Entrate, disse Franz. - -Un domestico in elegante livrea comparve sulla soglia della camera: — -Vengo per parte del conte di Monte-Cristo a recare questo biglietto pel -sig. Franz di Épinay e pel sig. visconte Alberto di Morcerf, diss’egli. - -E consegnò all’albergatore il biglietto che questi passò ai giovani. -— Il sig. conte di Monte-Cristo, continuò il domestico, domanda a -questi signori il permesso di potersi presentare a loro, come vicino, -domattina; egli avrà l’onore d’informarsi in che ora saranno visibili. - -— In fede mia, disse Alberto a Franz, non vi è niente a ridire; qui c’è -tutto. - -— Dite al conte, rispose Franz, che sarà nostro l’onore di fargli la -visita. — Il domestico si ritirò. — Ecco ciò che si chiama fare un -assalto di eleganza, disse Alberto, andiamo avanti! davvero avete -ragione, Pastrini, il vostro conte di Monte-Cristo è un uomo che -conosce perfettamente le convenienze. - -— Allora voi accettate la sua offerta, disse Pastrini. - -— In fede mia, sì, rispose Alberto. Pure ve lo confesso, mi dispiace -pel nostro carretto da mietitori; e se non vi fosse stata la finestra -del palazzo Ruspoli per compensare ciò che perdiamo, credo che -ritornerei al mio primo disegno: che ne dite Franz? - -— Dico che sono precisamente le finestre del palazzo Ruspoli che mi -hanno fatto risolvere ad accettare, rispose Franz. - -Infatto quest’offerta dei due posti ad una finestra del palazzo -Ruspoli aveva ricordato a Franz la conversazione intesa alle rovine -del Colosseo, fra lo sconosciuto ed il Trasteverino, conversazione -nella quale l’uomo dal mantello scuro si era impegnato di ottenere la -grazia del condannato. Or se questi era, come tutto lo faceva credere -a Franz, il medesimo che gli era apparso al teatro Argentina, egli lo -riconoscerebbe senza dubbio, ed allora non avrebbe più alcun ostacolo a -soddisfare la sua curiosità sul conto di lui. - -Franz passò buona parte della notte nel pensare alle due apparizioni, e -nel desiderare la dimane. Infatto, la dimane tutto doveva schiarirsi, -e a meno che il suo ospite di Monte-Cristo non possedesse l’anello di -Gyges, e mercè questo la facoltà di rendersi invisibile, era evidente -che questa volta non gli sfuggirebbe. Si svegliò prima delle otto. - -In quanto ad Alberto, siccome non aveva gli stessi motivi di Franz per -essere mattinante, dormiva ancora tranquillamente. Franz fece chiamare -l’albergatore, che si presentò coi soliti ossequi. — Pastrini, gli -disse egli, non vi deve essere oggi una esecuzione? - -— Sì: eccellenza; ma se lo domandate per avere una finestra è troppo -tardi. - -— No, rispose Franz, d’altra parte se volessi assolutamente vedere -questo spettacolo, credo che ritroverei un posto sul monte Pincio. - -— Oh! io presumeva che V. E. non volesse mettersi con tutta quella -canaglia di cui il Pincio è in qualche modo l’anfiteatro naturale. - -— È probabile che non vi andrò, disse Franz; ma desidererei qualche -particolarità. — Quale? - -— Vorrei sapere il numero dei condannati, i loro nomi, e il genere del -loro supplizio. - -— Non poteva cadere più in acconcio, eccellenza; precisamente in questo -momento mi hanno portato le tavolette. - -— Che cosa sono queste tavolette? - -— Le tavolette sono quadretti di legno che vengono attaccati agli -angoli delle contrade il dì prima dell’esecuzione e sulle quali sono -inscritti i nomi dei condannati, la causa della loro condanna ed il -genere di supplizio. Questo avviso ha per iscopo d’invitare i fedeli a -pregar Dio di concedere ai colpevoli un sincero pentimento. - -— E ve le portano perchè uniate le vostre preghiere a quelle dei -fedeli? domandò Franz. - -— No, eccellenza, io me la sono intesa con quello che le attacca, e -me ne porta una copia, come un altro mi porterebbe un avviso dello -spettacolo, affinchè se qualcuno dei miei forestieri desidera assistere -all’esecuzione, sia prevenuto. - -— Ma questa è proprio un’attenzione delicata! - -— Oh! disse Pastrini, non faccio per vantarmi, ma cerco di fare tutto -il possibile per soddisfare i nobili avventori che mi onorano della -loro confidenza. - -— Me ne avveggo, e lo ripeterò a chi vorrà intenderlo, siatene pur -sicuro. Frattanto desidererei una di queste tavolette. — È presto -fatto, disse l’albergatore, aprendo la porta, ne ho fatto mettere una -qui sul pianerottolo. - -Uscì, staccò la tavoletta e la presentò a Franz. Ecco le parole -dell’affisso patibolario. - -«Si rende noto a tutti che martedì 22 febbraio, primo giorno di -carnevale, saranno per decreto del Tribunale della Rota, giustiziati -sulla piazza del popolo i nominati Andrea Rondolo, reo di assassinio -sulla persona di un rispettabilissimo cittadino di Roma; ed il nominato -Peppino detto _Rocca Priori_, convinto di complicità col detestabile -bandito Luigi Vampa, e gli uomini della sua banda. Il primo sarà -impiccato, ed il secondo decapitato. Le anime caritatevoli sono pregate -di domandare a Dio un sincero pentimento per questi due infelici -condannati.» - -Questo era ciò che Franz aveva inteso fra le rovine del Colosseo, e -non era stata cambiata alcuna cosa al programma: i nomi dei condannati, -la causa del supplizio e il genere di esecuzione erano esattamente gli -stessi. Così, secondo ogni probabilità, il Trasteverino non era altro -che il bandito Luigi Vampa, e l’uomo dal mantello scuro Sindbad il -marinaro, che a Roma come a Portovecchio e a Tunisi proseguiva il corso -delle sue filantropiche spedizioni. - -Frattanto il tempo passava, erano le nove, e Franz si disponeva di -andare a svegliare Alberto, allorquando con sua grande sorpresa lo vide -uscir di camera vestito di tutto punto. - -— Ebbene! disse Franz all’albergatore, ora che siamo all’ordine tutti e -due, credete che potremmo presentarci al conte di Monte-Cristo? - -— Certamente; egli ha l’abitudine di alzarsi di buon mattino, e sono -sicuro che è alzato da più di due ore. - -— E credete che non sarà un’indiscretezza il fargli visita a quest’ora? -— No, certamente. - -— In questo caso, Alberto se siete pronto... - -— Perfettamente pronto. — Andiamo a ringraziare il nostro vicino della -sua cortesia. — Andiamo. - -Franz e Alberto non avevano che il pianerottolo da attraversare. -L’albergatore li precedeva, e suonò in loro vece; un domestico venne ad -aprire. - -— I signori Francesi, disse l’albergatore. - -Il domestico s’inchinò e fece loro segno di entrare. Essi traversarono -due camere ammobigliate con un lusso che non credevano ritrovare -nell’albergo di Pastrini, e furono introdotti in un salotto di una -perfetta eleganza. Un tappeto di Turchia era steso sul pavimento, e i -mobili più comodi offrivano i loro cuscini imbottiti e presentavano gli -schienali inclinati in addietro. Magnifici quadri di pennello maestro, -frammezzati da trofei di splendidissime armi, erano appesi alle pareti, -e ricche portiere di trapunto pendevano davanti a tutte le aperture. - -— Se le loro eccellenze vogliono sedersi, disse il domestico, io vado -ad avvisare il signor conte. - -E disparve da una porta. - -Al momento in cui questa si aprì, il suono di una _guzla_ giunse -fino ai due amici, ma si estinse subito; la porta, richiusa quasi -nello stesso momento che fu aperta, non aveva lasciato passare nel -salone che, per così dire, una buffata d’armonia. Franz ed Alberto -si cambiarono uno sguardo, e tornarono a volgere la loro attenzione -sui mobili, sui quadri e sulle armi. A questa seconda ispezione tutto -sembrò loro ancor più magnifico che alla prima. - -— Ebbene! domandò Franz al suo amico, che ne dite? - -— In fede mia, mio caro, dico che bisogna che il nostro vicino sia -un qualche agente di cambio che ha giuocato sui ribassi dei fondi -spagnuoli, o qualche principe che viaggia in incognito. — Zitto, gli -disse Franz, questo è ciò che sapremo in breve, poichè eccolo. - -Infatto il rumore di una porta che girava sui cardini si fe’ sentire ai -visitatori, e quasi subito fu alzata una portiera che lasciò passare il -proprietario di tutte queste ricchezze. - -Alberto gli andò incontro, ma Franz rimase al suo posto. - -Quegli che entrava era infatto l’uomo dal mantello scuro del Colosseo, -lo sconosciuto del palco, l’ospite misterioso di Monte-Cristo. - - - - -XXXV. — IL PATIBOLO. - - -— Signori, disse entrando il Conte di Monte-Cristo, abbiate le -mie scuse per essermi lasciato prevenire; ma avrei avuto timore di -essere indiscreto venendo più presto da voi. D’altra parte mi avevate -fatto dire che sareste venuti, ed io mi sono trattenuto a vostra -disposizione. - -— Franz ed io dobbiamo farvi mille ringraziamenti, sig. conte, disse -Alberto; voi ci avete tolti da un grande impaccio, e noi stavamo per -inventare un qualche veicolo fantastico al momento che ci mandaste il -vostro grazioso invito. - -— Eh! mio Dio! signori, rispose il conte facendo segno cogli occhi a’ -due giovani di sedersi sopra un divano, la colpa è di questo imbecille -di Pastrini che non mi ha detto prima il vostro impaccio, e vi ha -lasciati per così lungo tempo nell’incertezza; solo e isolato come sono -qui, non cercava che un’occasione di far conoscenza coi miei vicini. -Cosicchè tosto che seppi poter esservi utile a qualche cosa, avete -veduto con qual fretta ho afferrata l’occasione di prestarvi i miei -servigi. - -I due giovani s’inchinarono. Franz non aveva ancora trovata una sola -parola da dire, egli non aveva ancora presa alcuna risoluzione, e -poichè il conte sembrava non avesse volontà di riconoscerlo, o alcun -desiderio di essere riconosciuto da lui, non sapeva se doveva fare -allusione al passato con qualche parola qualunque, o lasciare il tempo -all’avvenire per portargli nuove pruove. Del resto essendo sicuro -che era lo stesso di quello della sera innanzi nel palco, non poteva -egualmente assicurare che fosse quello che era al Colosseo due sere -prima: risolvè adunque di lasciar camminare le cose senza fare alcuna -osservazione diretta al conte. D’altra parte egli aveva una superiorità -su lui, era padrone del suo secreto, mentre che al contrario il -conte non poteva avere alcun ascendente su Franz, che nulla aveva a -nascondere. Frattanto mentre aspettava avvenimenti naturali, risolvè di -far cadere la conversazione sopra un punto che potesse sempre condurre -degli schiarimenti su di alcuni dubbi. - -— Signor conte, gli disse, voi ci avete offerto due posti nella vostra -carrozza, ed altri due nelle vostre finestre del palazzo Ruspoli; -potreste ora indicarci come potremmo fare per procurarci un posto, -qualunque siasi, sulla piazza del popolo? - -— Ah! sì, è vero, disse il conte in modo distratto, ma guardando -Morcerf con sostenuta attenzione, vi deve essere, se non sbaglio nella -Piazza del popolo qualche cosa di simile ad una esecuzione? - -— Sì, rispose Franz vedendo che egli veniva da sè stesso dove voleva -condurlo. — Aspettate, aspettate, credo di aver detto ieri al mio -intendente di occuparsi di questo, e forse potrò rendervi ancora questo -piccolo servigio. — Allungò una mano, e tirò il cordone del campanello. -Sul momento videsi entrare un individuo dai 45 ai 50 anni che -rassomigliava come due gocce d’acqua a quel contrabbandiere che aveva -introdotto Franz nella grotta, ma che non fece menomamente sembiante di -riconoscerlo. Si accorse allora che la parola era passata. — Bertuccio, -disse il conte, vi siete incaricato come vi ordinai ieri, di ritrovarmi -una finestra sulla Piazza del Popolo? - -— Sì, eccellenza, rispose l’intendente, ma era troppo tardi. - -— Come, disse il conte, increspando il sopracciglio, vi aveva pure -ordinato di ritrovarne una? - -— E V. E. l’avrà; è una finestra che era stata data in fitto al -principe Lobagneff; ma sono stato costretto di pagarla cento... - -— Sta bene, sta bene, Bertuccio; risparmiate a questi signori dei -particolari inutili; voi avete la finestra e questo è l’importante. -Date l’indirizzo della casa al cocchiere, e trattenetevi sulla scala -per condurci. Basta così: andate. - -L’intendente salutò, e fece un passo per ritirarsi. - -— Aspettate! riprese il conte, fatemi il piacere di domandare a -Pastrini se ha ricevuta la tavoletta, e se vuole inviarmi il programma -della esecuzione. - -— È inutile, rispose Franz cavando il portafogli di saccoccia, ho avuto -queste tavolette sotto gli occhi, e le ho copiate, eccole. - -— Sta bene; allora Bertuccio potete ritirarvi, non ho più bisogno di -voi. Che ci avvisino soltanto quando sarà pronta la colazione. Questi -signori, continuò egli volgendo ai due amici, mi faranno l’onore di far -colazione meco? - -— In vero, sig. conte, disse Alberto, sarebbe un abusare... - -— No, al contrario, voi mi fate un vero piacere; mi renderete tuttociò -a Parigi, l’uno o l’altro, e forse anche tutti e due. Bertuccio, -ordinate che preparino per tre. - -E prese il foglio dalle mani di Franz. - -— Noi dicevamo adunque, continuò col tuono con cui avrebbe letto un -tutt’altro avviso «che saranno giustiziati oggi 22 febbraio i nominati -Andrea Rondolo, reo d’assassinio sulla persona di un rispettabilissimo -cittadino di Roma, e il nominato Peppino detto _Rocca Priori_ convinto -di complicità col detestabile bandito Luigi Vampa, e gli uomini della -sua banda.» Hum! «il primo sarà impiccato, e il secondo decapitato.» -Sì, infatto precisamente così doveva andare la faccenda, ma io credo -che da ieri sia sopraggiunto qualche cambiamento nell’ordine della -cerimonia. - -— Ah! disse Franz. - -— Sì, ieri dal cardinale R..., presso il quale ho passata la serata era -questione di qualche cosa come di una dilazione accordata ad uno dei -due condannati. - -— Ad Andrea Rondolo? domandò Franz. - -— No... rispose negligentemente il conte, all’altro... e guardando il -foglio come per ricordarsi il nome, a Peppino detto _Rocca Priori_. -Questo vi priverà di vedere l’azione della ghigliottina, ma vi resta a -vedere l’altra esecuzione, che è un supplizio molto imponente, quando -si vede per la prima volta, ed anche per la seconda, nel mentre che -l’altro, che voi certo dovete conoscere, è troppo semplice, troppo -spedito, e nulla vi è d’inaspettato. La mannaia non isbaglia, non -trema, non colpisce in falso, non si ripente trenta volte come il -soldato che tagliava la testa al conte di Chalais, ed al quale forse -era stato raccomandato il paziente da Richelieu. Ah! aggiunse il -conte con un tuono disprezzante, non mi parlate degli Europei per le -esecuzioni capitali, essi non se ne intendono affatto, e sono nella -vera infanzia, o piuttosto nella decrepitezza in rapporto a quelle. - -— In verità, sig. conte, rispose Franz, direbbesi che voi avete fatto -uno studio comparato dei supplizi nei diversi popoli del mondo. - -— Ve ne sono pochi almeno che io non abbia veduti. - -— Ed avete ritrovato piacere ad assistere a questi spettacoli? - -— Il mio primo sentimento fu la ripugnanza, il secondo l’indifferenza, -il terzo la curiosità. - -— La curiosità? la parola è veramente terribile, sapete? - -— Perchè? non vi ha nella vita una preoccupazione più grave di quella -della morte; ebbene! non è curioso lo studiare in quanti differenti -modi l’anima può uscir dal corpo, e come, secondo i naturali, i -temperamenti, ed anche i costumi dei paesi, gl’individui sopportino -questo supremo passaggio. - -— Non vi capisco bene, disse Franz; spiegatevi perchè non potete -credere quanto punga la mia curiosità, ciò che mi dite. - -— Ascoltate dunque, disse il conte, ed il suo viso s’infiltrò di fiele -nello stesso modo che il viso di un altro si colora col sangue. Se un -uomo avesse fatto morire fra torture inaudite, in mezzo a tormenti -senza fine, vostro padre, vostra madre, la vostra amica, uno di -quegli esseri in fine che quando vengono sradicati dal nostro cuore -vi lasciano un vuoto eterno ed una piaga sempre sanguinosa, credete -che fosse sufficiente la riparazione che vi accorda la società, perchè -il ferro della ghigliottina è passato fra la base dell’occipite, e i -muscoli trapezzi dell’uccisore, e perchè colui che vi ha fatto soffrire -degli anni di morali sofferenze, ha provato qualche secondo di fisico -dolore? - -— Sì, lo so, risposo Franz, la giustizia umana è insufficiente, come -consolatrice delle angosce sofferte; essa può versar sangue, per -sangue, e niente più; non bisogna però chiederle più di quello che può -dare. - -— Io ora vi propongo un altro caso materiale, riprese il conte, quello -in cui la società, attaccata dalla morte di un individuo nella base -sulla quale riposa, punisce la morte colla morte. Ma non vi sono -dei milioni di dolori dai quali possono essere straziati i visceri -dell’uomo, senza che la società se ne occupi menomamente, senza ch’ella -gli offra il mezzo insufficiente di castigo di cui parlavamo or ora? -Non vi sono dei delitti pei quali il palo dei turchi, i truogoli dei -persiani, i nervi attorcigliati degl’indiani sarebbero supplizi troppo -gentili, e che non pertanto la società indifferente lascia senza -punizione?... rispondetemi, non vi sono questi delitti? - -— Sì, ed il duello è appena appena tollerato in alcuni paesi per -punirli. - -— Ah! il duello, gridò il conte, graziosa maniera di giungere alla -meta, quando questa è la vendetta! Un uomo vi rapisce l’amica, seduce -vostra moglie, disonora vostra figlia: di una vita intera, che aveva il -diritto di aspettare da Dio la parte di felicità che egli ha promesso -ad ogni uomo nel crearlo, ha formato un’esistenza di dolore, di -miseria, o di infamia, e voi vi credete vendicato perchè a quest’uomo, -che vi ha messo il delirio nell’anima e la disperazione nel cuore, -avete passato il petto con la spada, o traversata la testa con una -palla? E poi! senza calcolare che spesso è il reo che riporta il -vantaggio nel duello, e viene così scolpato agli occhi del mondo. No, -no, continuò il conte, se avessi mai a vendicarmi, non mi vendicherei -così. - -— Voi disapprovate dunque il duello? dunque non vi battereste in -duello? domandò a sua volta Alberto meravigliato nel sentire emettere -una tale teoria. - -— No certamente, non mi batterei, disse il conte. - -— Ma, disse Franz al conte, con questa teoria che vi costituisse -giudice ed esecutore nella vostra propria causa, sarebbe difficile -contenervi nei limiti per fuggire gli estremi, che sono sempre -pericolosi; e converrete meco senza difficoltà, che l’odio è cieco, la -collera sorda, e colui che si mesce la vendetta, corre pericolo di bere -una bevanda amara. - -— Anche questo può esser vero, e qualche volta abbiamo veduto avverato -ciò che ora affermate; ma, d’altra parte il peggio che potrebbe -accadere ad un tale che avesse violato la legge, sarebbe d’incorrere -in quest’ultimo servizio di cui parlavamo or ora, quello cioè che la -filantropica rivoluzione francese ha sostituito allo squarto ed alla -ruota. Ebbene! che cosa è questo supplizio, se egli si è vendicato? In -verità sono quasi dispiacente che, secondo tutte le probabilità, questo -miserabile Q Peppino non venga decapitato come si dice, vedreste il -tempo che vi s’impiega, e se merita neppur la pena di parlarne. Ma sul -mio onore noi facciamo una conversazione singolare per essere il primo -giorno di carnevale. Come diavolo è avvenuto? Ah! mi ricordo: voi mi -avete domandato un posto alla mia finestra; ebbene! sia, voi l’avrete; -ma frattanto andiamo a tavola, poichè ecco che vengono ad annunciare -che tutto è in ordine. - -Infatto un domestico aprì una delle quattro porte del salotto e fece -intendere la consueta frase: - -— È servito in tavola! - -I due giovani si alzarono e passarono nella sala da pranzo. Durante -la colazione, che riuscì eccellente, e fu servita con estrema -ricercatezza, Franz cercò cogli occhi lo sguardo d’Alberto, per -leggervi l’impressione che dovevano necessariamente avergli fatte le -parole del loro ospite; ma sia che nella sua abituale non curanza, -non vi avesse prestata grande attenzione, sia che la massima dal -conte di Monte-Cristo esternata rapporto al duello lo avesse con -lui riconciliato, sia finalmente che gli antecedenti raccontati, -conosciuti particolarmente da Franz, avessero raddoppiato per lui -solo l’effetto delle teorie del conte, non si accorse che il compagno -fosse menomamente preoccupato; ed anzi Alberto faceva onore alla -colazione come un uomo condannato da quattro o cinque mesi ad una -cucina ben differente dalla sua; quanto al conte era in preda ad -una preoccupazione troppo viva, che pareva inspirata dalla persona -di Alberto, assaggiò appena ciascun piatto; sarebbesi detto nel -mettersi a tavola con i suoi convitati adempisse ad un semplice dovere -di gentilezza, e che aspettava la loro partenza per farsi portare -qualche cibo strano e particolare. Ciò ricordava suo malgrado a -Franz, il terrore che il conte aveva inspirato alla contessa G... e la -convinzione in cui l’aveva lasciata che il conte, l’uomo che le aveva -mostrato nel palco in faccia a lui, era un Vampiro. Alla fine della -colazione, Franz cavò l’orologio. — Ebbene! dissegli il conte, che fate -dunque? - -— Ci scuserete, signor conte, rispose Franz, ma noi abbiamo ancora -mille cose da fare. — E quali? - -— Noi non abbiamo abiti da maschera, ed oggi il mascherarsi è di rigore. - -— Non vi occupate di questo. A quanto sembra abbiamo sulla piazza -del Popolo una camera particolare; vi farò portare gli abiti che -m’indicherete e ci maschereremo là. - -— Dopo l’esecuzione? gridò Franz. - -— Senza dubbio, dopo, nel tempo, o prima, come vorrete. - -— In faccia al patibolo? - -— Che discorso è questo? Noi che saremo presenti alla festa, staremo -però nella nostra camera particolare. - -— Sentite, signor conte, vi ho riflettuto bene, disse Franz, io vi -ringrazio della vostra gentilezza. Mi contenterò di accettare un posto -nella vostra carrozza, ed uno alla finestra del palazzo Ruspoli; vi -lascio in libertà di disporre del mio posto alla finestra della piazza -del Popolo. - -— Ma voi perdete, ve ne prevengo, una cosa molto curiosa, rispose il -conte. - -— Me la racconterete, rispose Franz, e sono convinto che dalla vostra -bocca il racconto mi farà quasi tanta impressione, quanta ne potrei -ricevere nel vedere il fatto. D’altra parte più di una volta ho già -fatta la risoluzione di assistere ad una esecuzione, e non mi vi sono -mai potuto risolvere; e voi, Alberto? - -— Io, rispose il visconte, ho veduto giustiziare Castaing; ma credo di -essere stato un poco ubbriaco quel giorno, perchè era il primo dì che -uscivo di collegio. - -— Ma, soggiunse il conte, non è una ragione, perchè se non avete fatta -una cosa a Parigi non la dobbiate neppur fare all’estero: quando si -viaggia è per istruirsi: quando si cambia luogo, è per vedere. Pensate -adunque quale meschina figura fareste, quando vi si facessero delle -dimande relativamente a queste esecuzioni che debbono oggi farsi in -Roma, e voi non sapeste rispondere altro che non le vidi. E poi, dicesi -che il condannato sia un infame malandrino, un birbante che ha ucciso -a colpi di alare un buon canonico che avevalo allevato come figlio. Se -viaggiaste in Ispagna, non andreste voi a vedere i combattimenti dei -tori? ebbene! figuratevi che sia un combattimento quello che andiamo a -vedere; risovvenitevi degli antichi romani al Circo, delle caccie ove -venivano uccisi trecento leoni e un centinaio di uomini; risovvenitevi -di quegli ottantamila spettatori che battevano le mani, di quelle -sagge matrone che vi conducevano le loro figlie per maritarle, e di -quelle graziose vestali dalle mani bianche che col pollice facevano un -graziosissimo e piccolo segno che voleva dire: «via, non siate pigri, -finite di ammazzarmi quell’uomo che è mezzo morto.» - -— Vi andate voi Alberto? domandò Franz. - -— In fede mia sì, io esitava come voi, ma l’eloquenza del conte mi ha -determinato. - -— Andiamoci dunque, poichè lo volete, disse Franz, ma nel recarmi alla -piazza dei Popolo desidererei passare per il Corso; è possibile, signor -conte? - -— A piedi sì, in carrozza non è permesso. - -— Ebbene! vi andrò a piedi. - -— Ma avete tanta necessità di passare per il Corso? - -— Sì, ho qualche cosa a vedere. — Ebbene! passiamo tutti pel Corso, -manderemo la carrozza per la strada del Babbuino ad aspettarci sulla -piazza del Popolo. Del resto anch’io ho piacere di passare per il Corso -onde vedere se sono stati eseguiti alcuni ordini che ho dati. - -— Eccellenza, disse un domestico aprendo la porta, un uomo vestito da -confratello della buona morte chiede parlarvi. - -— Ah! sì, disse il conte, so che cos’è. Signori, volete avere la -compiacenza di rientrare nel salotto? Ritroverete sulla tavola di mezzo -degli eccellenti sigari dell’Avana; vi raggiungerò fra poco. - -I due giovani si alzarono ed uscirono da una porta, mentre che il -conte, dopo aver rinnovato loro le sue scuse, uscì dall’altra. — -Alberto che era un gran dilettante di sigari, e che non contava come -piccolo sacrificio quello di esser privo dei sigari del caffè di -Parigi, da che era in Italia, si avvicinò alla tavola, e mandò un -grido di gioia, nel riconoscere dei veri _puros_. — Ebbene! gli domandò -Franz, che pensate voi del conte di Monte-Cristo? - -— Che ne penso? disse Alberto grandemente meravigliato che il suo -compagno gli facesse una simile interrogazione; penso che è un uomo -carissimo, che fa a maraviglia gli onori di casa sua, che ha molto -studiato, che ha riflettuto assai, che è come Bruto della scuola -stoica, e, aggiunse mandando una voluttuosa fumata che salì a spirale -verso il soffitto, e che oltre tutto ciò possiede eccellenti sigari. - -Questa era l’opinione d’Alberto sul conte; ora siccome era noto a Franz -che Alberto aveva la pretensione di non farsi mai un’opinione degli -uomini e delle cose che dopo mature riflessioni, così Franz non tentò -di cambiar niente alla sua. - -— Ma, diss’egli, avete voi notato una cosa singolare? - -— E quale? — L’attenzione con cui vi guardava. - -Alberto riflettè alcun poco. - -— Ah! diss’egli con un sospiro, nulla di meraviglioso in questo: sono -assente da Parigi da quasi un anno, e debbo avere degli abiti di un -taglio dell’altro mondo. Il conte mi avrà preso per un provinciale; -disingannatelo, caro amico, e ditegli, ve ne prego, alla prima -occasione, che non è vero. — Franz sorrise, un momento dopo rientrò il -conte: - -— Eccomi signori, diss’egli, e tutto per voi; ho già dati gli ordini. -La carrozza andrà alla piazza del Popolo per la sua strada, e noi vi -andremo per la nostra, se lo desiderate ancora, cioè per la strada -del Corso. Su via, prendete dunque qualcuno di questi sigari, signor -Morcerf, aggiunse, strisciando in un modo singolare le sillabe di -questo nome che pronunziava per la prima volta. - -— In fede mia, con gran piacere, disse Alberto, perchè i vostri sigari -italiani sono ancora peggiori di quelli della privativa regia; quando -verrete a Parigi vi renderò tutto questo. - -— Ed io non rifiuto, conto di andarvi per qualche giorno, e poichè voi -lo permettete, verrò a battere alla vostra porta. Andiamo, signori, -andiamo, non abbiamo tempo da perdere; è mezzogiorno e mezzo, partiamo. - -Tutti e tre discesero. Allora il cocchiere prese gli ordini dal -padrone, seguì la via del Babbuino, mentre che i pedoni risalivano per -la piazza di Spagna, e per la via Frattina che conduceva direttamente -fra il palazzo Fiano e il palazzo Ruspoli. Gli sguardi di Franz furono -diretti alle finestre di quest’ultimo palazzo; non aveva dimenticato -il segnale convenuto al Colosseo, fra l’uomo del mantello scuro ed il -Trasteverino: — Quali sono le vostre finestre? domandò egli al conte -col tuono più naturale che potesse prendere. - -— Le tre ultime, rispos’egli, con una negligenza non affettata, -perchè non poteva indovinare con quale scopo gli veniva fatta questa -interrogazione. - -Gli sguardi di Franz si portarono rapidamente sulle tre finestre. -Quelle laterali erano parate con un tappeto di damasco giallo, e -quella di mezzo con un tappeto di damasco bianco che portava una croce -rossa. L’uomo dal mantello scuro aveva dunque mantenuta la parola al -Trasteverino, e non v’era più dubbio, era precisamente il conte. Le tre -finestre erano ancora vuote. Da tutte parti si facevano preparativi; -si mettevano al posto le sedie, si ergevano palchi, si paravano le -finestre. Le maschere non potevano comparire, le carrozze non potevano -entrare che dopo il suono della campana del Campidoglio; ma si -sentivano le maschere dietro a tutte le finestre e le carrozze dietro a -tutte le porte. - -Franz, Alberto ed il conte continuarono a discendere lungo il Corso; a -seconda che si avvicinavano alla piazza del Popolo, la folla diveniva -più fitta, e al di sopra delle teste di questa folla, si vedevano -due cose, l’obelisco sormontato da una croce, che indica il centro -della piazza, e al davanti dell’obelisco, precisamente al punto di -corrispondenza visuale delle tre strade del Babbuino, del Corso, e -di Ripetta, i due travi supremi del patibolo, fra i quali brillava -l’acciaio forbito della falce. All’angolo della strada era l’intendente -del conte che aspettava il padrone. La finestra presa in fitto, a -quel prezzo senza dubbio esorbitante che il conte non aveva voluto far -conoscere ai convitati, apparteneva al secondo piano del gran palazzo -situato fra la strada del Babbuino e il monte Pincio, era una specie -di gabinetto che comunicava con una camera da dormire; ma chiudendo la -porta di questa, quelli che avevano preso in fitto il gabinetto stavano -come in casa loro: sulle sedie erano disposti i vestiti di maschera da -pagliaccio di seta bianca e celeste della più grande eleganza. - -— Avendomi voi lasciata la scelta dei costumi, disse il conte ai due -amici, ho fatto preparare questi. Primieramente saranno ciò che di -meglio verrà indossato in quest’anno, poi sono ciò che vi ha di più -comodo pei confetti, attesochè la farina non vi si scorge. - -Franz non intese che imperfettamente le parole del conte, e forse non -apprezzò col suo giusto valore questa nuova gentilezza, poichè tutta -la sua attenzione era rivolta allo spettacolo che presentava la piazza -del Popolo ed all’istrumento terribile che ne formava in quell’ora -il principale ornamento. Era la prima volta che Franz vedeva una -ghigliottina. Noi diciamo ghigliottina, perchè la falce romana è presso -a poco della stessa forma del nostro istrumento di morte. La falce che -ha la forma di una mezza luna che taglia dalla parte convessa, cade da -minore altezza, ecco tutta la diversità! - -Due uomini, seduti sulla tavola ad altalena, ove viene steso il -condannato, mentre aspettavano, mangiavano a quanto sembrò a Franz, -del pane e della salciccia; l’un d’essi sollevò l’asse e ne estrasse -un fiasco di vino, ne bevè e passò il fiasco al suo camerata; essi -erano gli aiutanti del carnefice! — A questo solo aspetto, Franz aveva -inteso venirgli il sudore fin dalla radice dei capelli. — I condannati -erano stati trasportati fin dalla sera innanzi, dalle carceri nuove -alla chiesa di S. Maria del popolo, ed avevano passata tutta la notte -assistiti ciascuno da due preti in una cappella di conforteria chiusa -da un cancello, davanti al quale passeggiavano le sentinelle cambiate -d’ora in ora. Una doppia fila di carabinieri posti da ciascun lato -della chiesa si estendeva fino al patibolo, intorno al quale formava -un circolo di dieci piedi di spazio, che serviva di strada fra la -ghigliottina ed il popolo. Tutto il resto della piazza sembrava un -selciato di teste d’uomini e di donne delle quali molte avevano i loro -bambini sulle spalle, e questi erano i meglio situati perchè venivano -ad aver la testa al di sopra delle altre. - -Il monte Pincio sembrava un vasto anfiteatro i cui gradini fossero -stati caricati di spettatori; le finestre delle due chiese che -formano l’angolo delle strade del Babbuino e di Ripetta col Corso, -rigurgitavano di curiosi privilegiati; gli scalini dei peristili -sembravano un’onda moventesi e variopinta che una marea incessante -spingesse verso il portico, ciascuna sporgenza o rilievo di muro che -potesse dare appoggio ad un uomo aveva la sua statua vivente. Ciò che -diceva il conte era dunque vero: ciò che vi ha di più curioso nella -vita è lo spettacolo della morte. E frattanto in vece del silenzio, che -sembrava dovere essere comandato nella solennità di un tale spettacolo, -un gran rumore usciva da quella folla; rumore composto di risa, di -urli, di gridi giocosi; era ancora evidente, come lo aveva detto il -conte, che a questa esecuzione interverrebbe una gran moltitudine di -popolo pel fatto non già, ma perchè andava per caso a coincidere col -principio del carnevale. - -D’improvviso questo rumore cessò come per incanto; la porta della -chiesa era stata aperta. La confraternita detta di S. Giovanni -decollato comparve, ciascun membro era vestito di un sacco grigio -aperto soltanto agli occhi, e teneva in mano una torcia accesa, il capo -di questa confraternita apriva la strada. Dietro ai confratelli veniva -un uomo di alta persona, nudo, ad eccezione dei calzoni di tela, ad un -lato de’ quali stava attaccato un gran coltello nascosto nel fodero; -e portava sulla spalla destra una quantità di corda affatto nuova; -costui era il carnefice; aveva inoltre i sandali attaccati al basso -della gamba per mezzo di funicelle. Dietro al carnefice camminavano, -nell’ordine in cui dovevano esser giustiziati, prima Peppino e poi -Andrea; ciascuno accompagnato da due preti. Nè l’uno nè l’altro avevano -gli occhi bendati. Peppino camminava con passo molto sicuro; senza -dubbio egli era stato avvisato di ciò che gli si preparava. Andrea era -sostenuto sotto le braccia da un prete. Entrambi baciavano di tempo -in tempo il simbolo della Redenzione che veniva lor presentato dal -confessore. - -Franz sentì che solo questa vista gli faceva venir meno le gambe, -guardò Alberto. Egli era pallido come la sua camicia e per un movimento -meccanico gettò lungi da sè il sigaro, quantunque non lo avesse fumato -che a metà. Il conte solo pareva impassibile. Anzi eravi di più, una -leggiera tinta rosea sembrava volere irrompere dal pallore livido delle -sue guance. Il naso si dilatava come quello di un animale selvaggio che -odora il sangue, e le labbra lasciavano vedere i denti piccoli bianchi -ed acuti, come quelli di un lupo dorato d’Affrica. E ciò non ostante -il viso aveva una espressione di dolcezza sorridente, che Franz non -avevagli mai veduta; gli occhi soprattutto erano ammirabili per la -mansuetudine. - -Frattanto i due condannati continuavano a camminare verso il patibolo, -ed a seconda che avanzavano si potevano distinguere i tratti del -loro viso. Peppino era un bel giovine dai 24 a 26 anni di colorito -scuro pel sole, con lo sguardo libero e selvaggio; portava la testa -alta, e sembrava odorare il vento per conoscere da che parte gli -sarebbe arrivato il liberatore. Andrea era grasso e corto: il viso, -trivialmente crudele, non indicava la sua età, ciò non ostante poteva -avere circa trent’anni. Nella prigione erasi lasciata crescere la -barba. La testa pendolava sopra una delle spalle, le gambe gli si -piegavano sotto; tutto il suo essere sembrava obbedire ad un movimento -materiale, nel quale la sua volontà non prendeva parte alcuna. - -— Sembrami, disse Franz, al conte, avermi voi annunziato non esservi -che una sola esecuzione. - -— Vi ho detto la verità, rispose egli freddamente. - -— Frattanto ecco due condannati. - -— Sì, ma di questi due l’uno è sul punto di morire, l’altro vivrà -ancora lunghi anni. - -— Ma se deve venire la grazia non vi è tempo da perdere. - -— Ed appunto eccola che viene; guardate, disse il conte. - -Difatto nel medesimo punto in cui Peppino giungeva ai piedi del -patibolo, un penitente che sembrava essere venuto tardi, passò la fila -senza che i soldati facessero ostacolo al suo passaggio, e venendo -avanti presentò al capo della confraternita un foglio piegato in -quattro parti. Lo sguardo ardente di Peppino non aveva perduto alcuno -di questi particolari; il capo della confraternita spiegò la carta, la -lesse ed alzò la mano: - -— Il Signore sia benedetto e sua Santità sia lodata, diss’egli ad -alta ed intelligibile voce, vi è la grazia della vita di uno dei due -condannati. - -— Grazia! gridò il popolo con un sol grido, vi è la grazia? — A questa -parola di grazia, Andrea si scosse e alzò la testa: — Grazia, per chi? -gridò egli. - -Peppino restò immobile, muto ed anelante. - -— Vi è la grazia dalla pena di morte per Peppino detto _Rocca Priori_, -disse il capo della confraternita. — E passò il foglio nelle mani del -comandante dei carabinieri che dopo averlo letto tornò a renderlo. - -— Grazia per Peppino! gridò Andrea interamente tolto dallo stato di -torpore in cui sembrava fosse immerso. Perchè grazia per lui e non per -me? Noi dovevamo morire insieme, erami stato promesso che sarebbe morto -prima di me, e non vi è diritto di farmi morir solo; non voglio morir -solo, non lo voglio. - -E si attaccò alle braccia dei due preti torcendosi, urlando, ruggendo -e facendo sforzi insensati per resistere al carnefice che voleva, a -quell’impeto imprevisto, legargli nuovamente le mani. Il carnefice fece -un segno ai suoi aiutanti i quali saltarono abbasso del patibolo, e -vennero ad impadronirsi del condannato. - -— Che accade dunque? domandò Franz al conte, perchè la distanza non gli -permetteva di bene intendere le parole. - -— Che accade? disse il conte, non lo indovinate? Accade che quella -creatura umana che va alla morte, è divenuta furiosa perchè il suo -simile non muore con essa, e che, se si lasciasse fare, lo sbranerebbe -colle unghie e coi denti piuttosto che lasciarlo godere della vita di -cui sarà in breve privato. Oh! uomini! uomini! razza di coccodrilli, -come disse Karl Moor, gridò il conte stendendo i due pugni verso tutta -quella folla, come vi riconosco bene, e in ogni tempo siete sempre -degni di voi stessi. - -Infatto Andrea, e i due aiutanti del carnefice si rotolavano nella -polvere, ed il condannato gridava sempre «egli deve morire, io voglio -che muoia, non hanno il diritto di farmi morire solo.» - -— Guardate; guardate, disse il conte afferrando ciascuno dei due -giovani per la mano; guardate, perchè sull’anima mia è una cosa -curiosa: ecco un uomo che era rassegnato alla sua sorte, che camminava -al patibolo, che andava a morire come un vile, è vero, ma pure andava -a morire senza resistenza e senza recriminazione. Sapete ciò che gli -dava qualche forza? sapete ciò che lo consolava? sapete ciò che gli -faceva prendere il supplizio con pazienza? era un altro che divideva -le angosce, un altro che moriva come lui, un altro che moriva prima di -lui. Conducete due montoni alla beccheria, o due bovi all’ammazzatoio, -e fate intendere, se vi riesce, ad uno di questi che il suo compagno -non morrà, il montone, cred’io, belerà di gioia, il bove muggirà di -piacere; ma l’uomo a cui Iddio ha imposto per prima, per unica, per -suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Iddio ha dato la -parola per esprimere il pensiero, ora vedetelo qui con i vostri propri -occhi, che dà nelle furie perchè va a morir solo, perchè sa che il -compagno è salvo. In verità, non me lo sarei mai aspettato! ecco là non -più terrore, non più rassegnazione; oh! disgraziata creatura! quanto -lagrimevole è la tua sorte! — E il conte rise, ma di un riso terribile -che faceva comprendere ch’egli aveva orribilmente sofferto per poter -giungere a ridere in tal modo. - -Frattanto la lotta continuava, ed era spettacolo orribile a vedersi. I -due aiutanti portavano Andrea sul patibolo; tutto il popolo aveva preso -partito contro di lui, e ventimila voci mandavano un sol grido: «alla -morte! alla morte!» - -Franz lasciavasi andare in addietro; ma il conte riprese il braccio, e -lo trattenne sul davanti della finestra. - -— E che fate! diss’egli, avete pietà? in fede mia ella è ben situata! -se sentiste gridare, al cane arrabbiato, prendereste il vostro fucile, -vi appostereste sulla strada, e tirereste senza misericordia a piccola -distanza sulla povera bestia, che in fin del conto non sarebbe rea -che di essere stata morsa da un altro cane, rendendo ciò che gli fu -fatto; ed ecco qua che avete pietà di un uomo che non fu morso da alcun -altro, e che ciò non ostante ha ucciso il suo benefattore, e che ora -non potendo più uccidere, perchè ha le mani legate, vuole a tutta forza -veder morire il compagno d’infortunio? no, no, guardate, guardate. - -Ogni raccomandazione sarebbesi resa inutile, Franz era come affascinato -dall’orribile spettacolo. I due aiutanti avevano portato a gran stento -il paziente fino a piè della scala fatale. Allora sì che incominciò -una lotta terribile. Il misero si dibatteva, si contorceva, e puntava -i piedi gittandosi con tutta la persona all’indietro. Uno di que’ due -tentò d’acquistare sopra di lui qualche vantaggio col salire alcuni -scalini dalla sua parte, e tirarlo a sè mentre l’altro lo avrebbe -sospinto all’insù. In quel frattempo il carnefice lo afferrò per la -vita, e lo sollevò da terra. Trovatosi il misero senza punto d’appoggio -e tirato e sospinto, in un attimo fu sotto al laccio. — A tal vista -Franz non potè trattenersi più lungamente, si ritirò in addietro, e -andò a cadere sur una sedia, mezzo svenuto. - -Alberto, cogli occhi chiusi, restava in piedi, ma aggrappato al telaio -della finestra, senza l’aiuto del quale sarebbe certamente caduto. - -Il conte solo era in piedi, e trionfante come l’angelo del male. - - - - -XXXVI. — IL CARNEVALE DI ROMA. - - -Quando Franz ritornò in sè, vide Alberto che beveva un bicchier -d’acqua, e la sua pallidezza indicava che ne aveva avuto gran bisogno; -il conte cominciava già ad indossare il vestito da pagliaccio. -Dette macchinalmente un’occhiata sulla piazza, tutto era disparso, -patibolo, carnefice, vittime; non restava più che il popolo affollato, -rumoreggiante, allegro. La campana del Campidoglio suonava l’apertura -del carnevale. - -— Ebbene, domandò egli al conte, che è dunque accaduto? - -— Niente, assolutamente niente, diss’egli, solo il carnevale è -cominciato, mascheriamoci presto. - -— In fatto, rispose Franz, non resta più di tutta questa scena che la -traccia di un sogno. - -— E non fu che un sogno, non fu che un incubo, quello che aveste. — Sì, -ma il condannato? - -— È un sogno anch’esso, solo egli è rimasto addormentato, e voi vi -siete risvegliato; e chi può dire quale di voi due sia il privilegiato? - -— Ma Peppino, domandò Franz, che ne avvenne? - -— Peppino è un giovine di senso che non ha il più piccolo amor -proprio, e che contro l’abitudine degli uomini che sono furiosi allor -quando nessuno si occupa di loro, è rimasto soddisfatto di vedere -che l’attenzione generale si portava tutta sul suo camerata; per -conseguenza ha profittato di questa distrazione per schizzar fra la -folla, e sparire, senza nemmeno ringraziare quei degni preti che lo -avevano accompagnato. In fede mia l’uomo è un animale molto ingrato, -ed egoista... Ma vestitevi; osservate il sig. de Morcerf, ve ne dà -l’esempio. - -Infatto Alberto passava macchinalmente i calzoni di seta bianca al di -sopra dei suoi di panno nero, e degli stivali inverniciati. — Ebbene? -Alberto, domandò Franz, siete in istato di far follie? su rispondete -francamente. - -— No, diss’egli, ma in verità sono contento di aver veduto una cosa -simile, e comprendo ciò che diceva il signor conte: cioè che allora -quando uno ha potuto una volta abituarsi ad un simile spettacolo, -questo sia il solo che dà ancora qualche emozione. - -— Senza contare che in quel momento soltanto si possono fare studi -sulle indoli, disse il conte; sul primo scalino del patibolo la morte -strappa la maschera che si è portata in tutta la vita, ed il vero -viso comparisce. Bisogna convenirne, quello di Andrea non era bello a -vedersi, era un infame ributtante!... vestiamoci, ho bisogno di vedere -delle maschere di cera, e di stucco per consolarmi delle maschere -di carne. — Sarebbe stato ridicolo per Franz di fare la signorina, e -non seguire l’esempio che gli veniva dato dai due compagni. Si mise -adunque il suo vestiario, si collocò sul viso la maschera che non -era certamente più pallida del suo volto. Compiuto il travestimento -discesero. La carrozza aspettava alla porta, piena di confetti, e di -mazzetti di fiori: essa si mise in fila. - -È difficile il formarsi un’idea di un’opposizione così compiuta quanto -quella che erasi operata. In vece dello spettacolo di morte, tetro e -silenzioso, la piazza del Popolo presentava l’aspetto di una folta -e rumorosa orgia. Una quantità di maschere facevansi veder da ogni -parte, uscendo dalle porte, dalle finestre: le carrozze che sboccavano -da tutti gli angoli delle strade, piene di pagliacci, d’arlecchini, -di dominò, di marchesi, di trasteverini, di grotteschi, di cavalieri, -di contadini, tutto ciò gridando, gesticolando, lanciando uova piene -di farina, confetti, e mazzetti; aggredendo colle parole, e coi -proiettili, amici e stranieri, conoscenti e non conoscenti, senza che -alcuno abbia il diritto di lamentarsene, senza che alcuno faccia altro -che ridere. Franz e Alberto erano a guisa di due uomini che per essere -distratti da un violento dispiacere venissero condotti in un’orgia, e -che a seconda che bevono, e s’inebriano, sentono inspessirsi un velo -fra il passato, ed il presente. Essi vedevano sempre, o per meglio -dire continuavano a sentire in loro gli effetti di ciò che avevano -veduto. Ma poco a poco l’ubriachezza generale li guadagnava; sembrò -che la vacillante ragione stesse per abbandonarli; conoscevano uno -strano bisogno di prender parte a quel rumore, a quel movimento, a -quella vertigine. Un pugno di confetti che gettato da una carrozza -vicina colse Morcerf, e che, coprendolo di polvere unitamente ai due -compagni gli punse il collo, e tutte le parti del viso che non erano -garantite dalla maschera, come se gli avessero gettato un pugno di -spilli, terminò di spingerlo alla lotta generale, alla quale erano -già impegnate tutte le maschere che incontravano. Si alzò a sua volta -nella carrozza; raccolse a piene mani confetti nei sacchi, e con tutto -il vigore e la destrezza di cui era capace, lanciò uova e confetti -ai vicini. Da quel momento il combattimento era impegnato. La memoria -di ciò che avevano veduto mezz’ora prima si cancellava affatto dallo -spirito di questi giovani, tanto lo spettacolo mobile, insensato, -e variopinto che avevano sotto gli occhi, era venuto a far loro -diversione. In quanto al conte non era mai stato, come si disse, per un -sol momento commosso. - -Di fatto, che alcuno s’immagini quella grande e bella strada del -Corso ornata da un’estremità all’altra di palazzi a quattro o cinque -piani con tutte le loro ringhiere addobbate, con tutte le finestre -coi tappeti. A queste ringhiere e a queste finestre, trecento mila -spettatori, patriotti, italiani, stranieri, venuti da tutte e quattro -le parti del mondo; tutte le aristocrazie riunite; aristocrazie -di nascita, di danaro, di genio; donne graziose esse stesse sotto -l’influenza di questo spettacolo, che si curvano sulle ringhiere, -sporgono fuori dalle finestre, fanno piovere sulle carrozze che passano -una grandine di confetti che lor viene contraccambiata in mazzetti; -l’atmosfera è tutta ingombra di confetti che discendono, e di fiori che -volano; poi sul selciato della strada una folla allegra, incessante, -pazza, con costumi insensati, cavoli giganteschi che passeggiano, teste -di bufalo che muggiscono sopra il corpo dell’uomo, cani che sembrano -comminare sui piedi di dietro, e si avrà una debole idea di ciò che -è il Carnevale di Roma. Al secondo giro, il conte fece fermare la -carrozza, e domandò ai compagni il permesso di allontanarsi lasciando a -loro disposizione la carrozza. Franz alzò gli occhi: erano dirimpetto -al palazzo Ruspoli, e alla finestra di mezzo, a quella che aveva il -tappeto di damasco bianco con una croce rossa, era un dominò blu, sotto -il quale l’immaginazione di Franz si figurò senz’altro la bella greca -del teatro Argentina. - -— Signori, disse il conte saltando a terra, quando sarete stanchi di -essere attori, e che vorrete ritornare spettatori, sapete che avete -i posti alle mie finestre; frattanto disponete del cocchiere, della -carrozza e dei domestici. - -Abbiamo dimenticato di dire che il cocchiere del conte era vestito -con gravità di una pelle d’orso nero, esattamente simile a quella -d’Odry nell’_Orso ed il Pascià_, e che i due servitori che stavano -in piedi dietro la carrozza avevano il costume delle scimmie verdi, -perfettamente adattato alla loro corporatura, con maschere a molla -colle quali essi facevano delle boccacce a coloro che passavano. Franz -ringraziò il conte della gentile offerta. In quanto ad Alberto era in -via di scherzi con una carrozza piena di contadine romane, fermata come -quella del conte da uno di quei riposi tanto comuni nelle file, cui -egli tempestava di mazzetti. Disgraziatamente per lui la fila riprese -il movimento, e mentre discendeva la piazza del Popolo, la carrozza che -aveva attirata la sua attenzione risaliva verso la piazza di Venezia: -— Ah! mio caro, disse egli a Franz, non avete veduto quel calesse pieno -di contadine romane? - -— No. - -— Ebbene! sono sicuro che sono delle graziose signore... - -— Quale disgrazia che voi siate mascherato, mio caro Alberto! disse -Franz, questo sarebbe stato il momento di rifarvi di tutti i vostri -sconcerti amorosi. - -— Oh! rispose egli, metà ridendo, metà convinto, spero bene che il -carnevale non trascorrerà senza apportarmi qualche buona avventura. — -Ad onta di questa speranza d’Alberto tutto il giorno passò senz’altra -avventura che l’incontro due o tre volte rinnovato del calesse che -portava le contadinelle romane: in uno di questi, fosse caso, oppure -studio, la maschera cadde dal volto d’Alberto, ed egli approfittò di -questa congiuntura per prendere quanti mazzetti potè, e gettarli nel -calesse. Senza dubbio una delle graziose signore che Alberto indovinava -sotto il costume di contadine fu colpita da questa galanteria, e -quando le due carrozze ritornarono ad incontrarsi, gettò un mazzetto di -violette nella carrozza dei due amici. Alberto vi si precipitò sopra, e -siccome Franz non aveva alcun motivo di credere che fosse stato a lui -diretto, lo lasciò impadronirsene. Alberto lo mise vittoriosamente in -petto, e la carrozza continuò il corso trionfante. - -— Ebbene, gli disse Franz, ecco il principio di un’avventura. - -— Ridete, quanto volete, rispose egli, ma credo veramente di sì; perciò -non lascio più questo mazzetto. - -— Per bacco! lo credo bene, rispose Franz ridendo, è un segnate di -riconoscimento. — Lo scherzo, del rimanente, prese ben presto l’indole -della realtà, mentre allorquando, sempre condotti dalla fila, Franz -ed Alberto incontrarono di nuovo la carrozza delle contadine, quella -che aveva gettato il mazzetto ad Alberto, battè le mani vedendo che lo -aveva messo in petto. — Bravo! mio caro, bravo, gli disse Franz, ecco -che la cosa si prepara a meraviglia, volete che vi lasci? avete più -piacere di restare solo? - -— No, diss’egli, no, non imbrogliamo niente: non vo’ lasciarmi -accalappiare come uno stupido alla prima dimostrazione, ad un convegno -sotto l’orologio, come diciamo al ballo dell’_Opera_. Se la bella -contadina ha volontà di spingere la cosa più innanzi la ritroveremo -domani, o piuttosto ella troverà noi; allora mi darà segno di -esistenza, ed io vedrò ciò che mi converrà di fare. - -— In vero, mio caro Alberto, disse Franz, voi siete saggio come Nestore -e prudente come Ulisse, e se la vostra Circe giunge a trasformarvi -in una bestia qualunque, bisognerà che sia molto destra e possente. — -Alberto aveva ragione: la bella incognita aveva risoluto senza dubbio -di non spingere le cose più in là in quel giorno, perchè quantunque -facessero ancora diversi giri, non rividero più la carrozza che -cercavano con attenzione, e che sicuramente era sparita per una delle -vie traverse. Allora ritornarono al palazzo Ruspoli; ma il conte pure -era sparito col dominò blu, le due finestre parate col damasco giallo -continuarono però ad essere occupate da persone senza dubbio da lui -invitate. - -In questo momento la medesima campana che aveva suonato l’apertura -della mascherata, suonò il ritiro, la fila del Corso si ruppe al -momento, e in un punto tutte le carrozze disparvero per le strade -traverse. Franz ed Alberto erano in quel momento dirimpetto alla via -delle Muratte; il cocchiere sfilò senza dir niente, giunto alla piazza -di Spagna si fermò davanti all’albergo. La prima cura di Franz fu -d’informarsi del conte per esprimergli il dispiacere di non essere -andato in tempo a riprenderlo; ma Pastrini lo tranquillò dicendogli -che il conte di Monte-Cristo aveva ordinata un’altra carrozza per -lui, e che questa era andata a prenderlo alle quattro sul palazzo -Ruspoli. Era inoltre incaricato da parte sua di offrire ai due amici -la chiave del suo palco al teatro Argentina. Franz interrogò Alberto -sulle disposizioni; ma questi aveva grandi disegni da mettere in -esecuzione prima di pensare ad andare al teatro: in conseguenza, invece -di rispondergli, s’informò se Pastrini avesse potuto procurargli un -sartore. - -— Un sartore! e perchè farne? domandò l’albergatore. - -— Per farci da oggi a domani degli abiti da contadini romani più -eleganti che sia possibile. - -Pastrini scosse la testa: — Farvi da oggi a domani due abiti? gridò -egli, questa è, domando perdono a V. E., una vera domanda alla -francese. Due abiti quando da oggi a otto giorni non trovereste -certamente un sartore che volesse attaccarvi sei bottoni ad un gilè, -quand’anche li pagaste uno scudo l’uno. - -— Bisogna dunque rinunciare a procurarsi gli abiti che io desideravo? -— No, perchè li ritroveremo belli e fatti. Lasciatene a me la cura, -e domani quando vi svegliate, troverete una collezione di cappelli, -di vestiti e di calzoni di cui rimarrete soddisfatto. — Mio caro, -disse Franz ad Alberto, rimettiamoci al nostro albergatore; egli ci -ha di già provato che è un uomo pieno di risorse, pranziamo dunque -tranquillamente e dopo il pranzo andiamo a vedere l’_Italiana in -Algeri_. - -— Sì; ma pensate Pastrini che il signore ed io annettiamo la più alta -importanza ad avere gli abiti che vi abbiamo dimandati. - -Pastrini assicurò un’ultima volta i suoi ospiti che non avevano ad -inquietarsi di niente, e che sarebbero stati serviti a seconda dei loro -desideri. Alberto e Franz dopo ciò risalirono per torsi gli abiti da -pagliacci. Alberto nello spogliarsi, custodì con la più gran cura il -mazzetto di viole; questo era il segno di riconoscimento per la dimane. - -I due amici si misero a tavola; ma pranzando, Alberto non potè far a -meno di osservare la notabile differenza fra i meriti rispettivi del -cuoco di Pastrini, e quello del conte di Monte-Cristo. Ora la verità -costrinse Franz a confessare, ad onta delle prevenzioni che sembrava -avere contro il conte, che il parallelo non era vantaggioso pel cuoco -di Pastrini. Alle frutta un domestico venne ad informarsi a quale -ora desideravano la carrozza. Alberto e Franz guardaronsi, temendo -realmente di essere indiscreti. - -Il domestico li capì: - -— S. E. il conte di Monte-Cristo fa saper loro, avere egli dato ordini -positivi, perchè la carrozza restasse sempre agli ordini delle loro -signorie; potran perciò disporne liberamente senza essere indiscreti. - -I giovani risolvettero di approfittare fino alla fine della cortesia -del conte, ed ordinarono di mettere in ordine mentre che si cambiavano -gli abiti portanti i segni dei numerosi combattimenti a cui avevano -preso parte nella giornata. Dopo questa cautela, passarono al teatro -Argentina, ove presero posto nel palco del conte. - -Durante il primo atto la contessa G*** entrò nel suo palco. Il primo -sguardo si diresse, dalla parte ove la sera innanzi aveva veduto il -singolare sconosciuto, dimodochè vide subito Franz ed Alberto nel palco -di colui sul conto del quale aveva espresso a Franz, non erano 24 ore, -una strana opinione. Diresse il suo occhialino su di lui con tanta -assiduità, che Franz capì bene sarebbe stata una crudeltà a ritardare -per maggior tempo il soddisfar la curiosità di lei. Così profittando -del privilegio accordato agli spettatori dei teatri italiani, che -consiste nel convertire il teatro in una sala di ricevimento, i due -amici lasciarono il palco per presentare i loro omaggi alla contessa. -Appena entrati nel palco ella fece un segno a Franz di mettersi al -posto d’onore, ed Alberto questa volta si pose vicino a lei. - -— Ebbene, diss’ella, accordando appena a Franz il tempo di sedersi, -sembra che non abbiate avuto niente di più urgente, quanto di fare la -conoscenza col nuovo Lord Ruthwen, ed eccovi ora i migliori amici del -mondo! - -— Senza essere inoltrati, quanto dite, in una reciproca amicizia, -rispose Franz, non posso negare, di aver noi abusato tutto il giorno -della sua gentilezza. - -— Come tutto il giorno? - -— In fede mia questa è la vera parola che conviene. Questa mattina -abbiamo accettata da lui una colazione; durante tutto il tempo delle -maschere abbiamo girato il Corso nella sua carrozza; e finalmente -questa sera veniamo allo spettacolo nel suo palco. - -— Voi dunque lo conoscete? — Sì, e no. - -— E come ciò? — Questa è una lunga storia. - -— Che voi mi racconterete? — Essa vi farà paura. - -— Ragione di più. - -— Aspettate almeno che abbia uno sviluppo. - -— Sia così: amo le storie compiute; frattanto com’è che vi siete -trovati a contatto? Chi vi ha presentati a lui? - -— Nessuno; al contrario egli si è fatto presentare a noi ieri sera dopo -che vi ho lasciata. — Per mezzo di chi? - -— Oh! mio Dio, con un mezzo molto triviale, con quello del nostro -albergatore. - -— È dunque alloggiato all’Albergo di Londra con voi? - -— Non solo nel medesimo albergo, ma nello stesso piano. - -— E come si chiama? dovete al certo conoscerne il nome. - -— Perfettamente: il conte di Monte-Cristo. - -— Non è un nome di famiglia antica. - -— No, è il nome dell’isola che ha comprato. - -— Ed egli è conte? — Conte toscano. - -— Finalmente ci adatteremo a questo come agli altri, riprese la -contessa che era di una delle più grandi ed antiche famiglie delle -vicinanze di Venezia. E che uomo è? - -— Domandatene al visconte de Morcerf. - -— Voi sentite, signore, vengo rimessa al vostro giudizio. - -— Noi saremmo incontentabili, se non lo trovassimo grazioso, rispose -Alberto; un amico da dieci anni non avrebbe fatto più di quello che -egli ha fatto, e ciò con tanta grazia, delicatezza e cortesia, che -fanno conoscere in lui un vero uomo di mondo. - -— Badiamo, disse la contessa ridendo, vedrete che il mio Vampiro non -sarà che un qualche nuovo arricchito che vuol farsi perdonare i suoi -milioni. Ed essa l’avete veduta? - -— Chi, essa? domandò Franz ridendo. — La bella greca di ieri sera. -— No. Credo bene aver inteso il suono della sua _Guzla_, ma ella è -rimasta perfettamente invisibile. - -— Vale a dire, quando voi dite invisibile, mio caro Franz, disse -Alberto, è soltanto per fare il misterioso. Per chi avete dunque preso -quel dominò blu che era alla finestra parata di damasco bianco del -palazzo Ruspoli? - -— Il conte adunque aveva tre finestre al palazzo Ruspoli? - -— Sì, siete voi passata pel Corso? - -— Sì, e chi non è passato pel Corso in quest’oggi? - -— Ebbene! avete osservate due finestre parate di damasco giallo, ed una -di damasco bianco con una croce rossa? Queste tre finestre erano del -conte. - -— Davvero! questi dunque è un nababbo? sapete quanto costano tre -finestre come quelle per gli otto giorni del carnevale? ed aggiungete -nel palazzo Ruspoli che è nella più bella situazione del Corso? - -— Due o trecento scudi romani. - -— Dite piuttosto due o tremila. - -— Oh! diavolo. — È forse dalla sua isola che ritrae queste rendite? — -La sua isola non gli frutta un baiocco. - -— Perchè dunque l’ha comprata? — Per fantasia. - -— Dunque egli è un originale? - -— Il fatto si è, disse Alberto, che mi è sembrato molto eccentrico. Se -abitasse Parigi, se frequentasse i nostri teatri vi direi o che è un -tristo celiatore che fa da modello, o che è un povero diavolo che si -è perduto nella moderna letteratura. In verità questa mattina è venuto -fuori con due o tre scappate degne di Didier o d’Antony. - -In questo momento entrò una visita, e secondo l’uso, Alberto dovette -cedere il posto all’ultimo arrivato; questa congiuntura ebbe per -resultato non solo il cambiamento del luogo, ma ancora quello -dell’argomento della conversazione. - -Un’ora dopo i due amici ritornavano all’albergo. - -Pastrini erasi di già occupato dei loro abiti da maschera per -la dimane, e promise loro che rimarrebbero soddisfatti della sua -intelligente alacrità. - -La dimane infatto alle nove entrò nella camera di Franz con un sartore -carico di otto o dieci costumi da contadini romani. I due amici -ne scelsero due simili, e che andavano bene alla loro corporatura, -incaricarono l’albergatore di far cucire del nastro a ciascuno dei -cappelli, e di procurar loro due di quelle belle sciarpe di seta a -righe traverse con colori vivi, di cui gli uomini del popolo sono -soliti cingersi la vita nei giorni di festa. - -Alberto aveva fretta di vedere qual figura avrebbe fatto col nuovo -abito che componevasi di una giacca e un pantalone di velluto blu, -di calze ad angoli ricamati, di scarpe colle fibbie e di un gilè di -seta. Il giovine, del resto, non poteva che guadagnarci con questo -abito pittoresco, e quando la sciarpa ebbe cinto gli eleganti fianchi, -quando il cappello, leggermente piegato sopra una orecchia lasciò -cadere un gran mazzo di nastri, Franz fu costretto di confessare -che i costumi hanno sovente una gran parte nella superiorità fisica -che si accorda ad alcuni popoli. I Turchi nei tempi addietro, tanto -pittoreschi colle loro zimarre lunghe, di colori vivi, non sono ora -ributtanti coi soprabiti blu abbottonati, e la calotta greca che lor dà -l’aspetto di una bottiglia di vino col turacciolo rosso? Franz fece i -suoi rallegramenti ad Alberto, che rimasto in piedi avanti lo specchio -sorrideva a sè stesso con un’aria di soddisfazione che nulla aveva di -equivoco. - -In questo mentre entrò il conte di Monte-Cristo: - -— Signori, disse loro, per quanto sia gradevole un compagno di piacere, -la libertà è ancora più aggradevole. Vengo ad annunziarvi che per oggi -ed i giorni successivi lascio a vostra disposizione la carrozza di cui -vi siete serviti ieri. Il nostro albergatore vi avrà detto che ne ho -prese in fitto tre o quattro; voi dunque non me ne private: usatene -liberamente sia per andare ai divertimenti, sia pei vostri affari. -Il nostro luogo di convegno, se avremo qualche cosa a dirci, sarà il -palazzo Ruspoli. - -I due giovani volevano fare qualche osservazione, ma essi non avevano -realmente alcuna buona ragione per rifiutare un’offerta che d’altra -parte aggradivano assai, e terminarono coll’accettare. - -Il conte di Monte-Cristo restò circa un quarto d’ora con loro parlando -di tutto con molta facilità. Egli era, come si è potuto osservare, -molto al corrente della letteratura di tutti i paesi. Un colpo d’occhio -ai muri delle sue camere provava a Franz e ad Alberto che egli era -amante di quadri. Qualche parola senza pretensione, lasciata cadere -di passaggio, provò loro che non era estraneo alle scienze e sembrava -soprattutto che si fosse particolarmente occupato di chimica. - -I due amici non avevano la pretensione di restituire al conte la -colazione che loro aveva data; sarebbe stata una cattiva burla, -offrirgli in cambio della sua eccellente tavola, l’ordinario molto -mediocre di Pastrini. Essi lo dissero francamente, ed egli ricevette le -loro scuse come uomo che apprezzava la loro delicatezza. - -Alberto era tanto rapito dalle maniere del conte, che, se non fosse -stato così fornito di scienza, lo avrebbe creduto un vero gentiluomo. -La libertà di disporre interamente della carrozza lo ricolmava di -gioia, aveva le sue mire sulle graziose contadinelle e siccome erano -apparse il giorno innanzi in una elegantissima carrozza, era ben -contento di continuare a comparire su questo punto in uno stato di -eguaglianza con esse. - -A un’ora e mezzo i due giovani discesero; il cocchiere ed i servitori -avevano avuto l’idea di soprapporre alle loro pelli di bestia le -livree, cosa che dava loro un aspetto anche più grottesco del giorno -innanzi, e che procurò loro i rallegramenti di Franz e di Alberto il -quale aveva attaccato sentimentalmente all’occhiello della giacca il -mazzetto di viole appassite. - -Al primo suono della campana partirono, e si precipitarono nella grande -strada del Corso per la via Vittoria. Al secondo giro un mazzetto di -viole fresche partì da un calesse carico di pagliaccine, e venne a -cadere in quello del conte; e ciò indicò ad Alberto ed al suo amico, -che le contadinelle del giorno innanzi avevano cambiato costume; e -fosse caso, o un sentimento uguale a quello che aveva fatto operare -i due amici, mentre che con tutta galanteria avevano preso il loro -costume, esse dalla loro parte avevano preso quello dei due compagni. -Alberto adattò il mazzetto di viole fresche nel posto dell’altro; ma -conservò il mazzetto appassito in mano, e quando incontrò di nuovo -il calesse, egli lo portò amorosamente alle labbra, atto che destò -l’allegria non solo di quella che lo aveva gettato, ma ancora di -tutte le sue pazze compagne. La giornata non fu meno animata della -precedente. Anzi è probabile che un profondo osservatore vi avrebbe -potuto riconoscere un aumento di rumore e di allegria. In un momento, -videro il conte alla finestra, ma quando la carrozza ripassò era già -disparso. - -È inutile il dire che il cambio delle civetterie tra Alberto e la -pagliaccina dei mazzetti di viole durò tutta la giornata. La sera -quando rientrarono, Franz ritrovò una lettera dell’ambasciata; -venivagli annunziato che la dimane avrebbe avuto l’onore di essere -ricevuto da sua Santità. In tutti i suoi viaggi precedenti che aveva -fatto a Roma aveva chiesto ed ottenuto lo stesso favore; e tanto per -religione che per riconoscenza non aveva voluto mettere il piede nella -capitale del mondo cristiano senza umiliare il suo rispettoso omaggio -ai piè di uno dei successori di S. Pietro che ha dato il raro esempio -di tutte le virtù: egli non poteva adunque in quel giorno pensare al -carnevale; poichè, ad onta della bontà di cui egli circonda la sua -grandezza, è sempre con un rispetto pieno di profonda emozione che uno -si appresta ad inchinarsi davanti a questo nobile e santo vecchio. - -Uscendo dal Vaticano, Franz ritornò direttamente all’albergo, evitando -ancora di passare per la strada del Corso. Egli portava seco un tesoro -di pietosi pensieri ai quali sarebbe stata una profanazione il contatto -delle folli allegrezze delle maschere. Alle cinque e dieci minuti -Alberto rientrò; era al colmo della gioia; la pagliaccina aveva ripreso -il costume da contadinella, e nell’incontrare la carrozza d’Alberto -erasi levata per un momento la maschera. Ella era graziosissima. Franz -fece i suoi complimenti ad Alberto che li ricevè come da persona che -riconosca essergli dovuti. Aveva osservato, diceva esso, da alcuni -segni d’eleganza inimitabile, che la sua bella sconosciuta doveva -appartenere alla più alta aristocrazia. Quindi risolvette scriverle la -dimane. Franz, mentre riceveva questa confidenza, osservò che Alberto -aveva qualche cosa a chiedergli, e ciò nonostante esitava a domandare. -Egli insistè dichiarandogli esser pronto a fare per la sua felicità -tutti i sacrifici che fossero in suo potere. Alberto si fece pregare, -precisamente tanto tempo quanto ne esige un’amichevole cortesia; -quindi finalmente confessò a Franz che renderebbegli un sommo servigio -abbandonando per la dimane la carrozza a lui solo. - -Alberto attribuiva all’assenza del suo amico l’estrema bontà che -aveva avuto la bella contadina nell’alzare la maschera. Si capirà -che Franz non era tanto egoista per trattenere Alberto nel bel mezzo -di un’avventura che prometteva di riuscire ad un tempo gradita alla -sua curiosità, e lusinghiera per il suo amor proprio. Egli conosceva -abbastanza la poca secretezza del suo degno amico per esser sicuro che -lo avrebbe tenuto al corrente di tutti i più piccoli particolari della -sua buona fortuna; e siccome, da tre o quattro anni che percorreva -l’Italia in tutti i sensi, non aveva avuta mai la combinazione di -cominciare neppure un simile intrigo per conto suo, Franz non era -dispiacente d’imparare come vanno le cose in simili affari. Promise -dunque ad Alberto che per la dimane si contenterebbe di guardare lo -spettacolo dalle finestre del palazzo Ruspoli. - -Infatto il giorno dopo vide passare e ripassare Alberto. Egli aveva un -enorme mazzo di fiori senza dubbio incaricato di essere il portatore -del biglietto amoroso. Questa probabilità si cambiò in certezza -quando Franz rivide il medesimo mazzo, notevole per un giro di camelie -bianche, fra le mani della graziosa pagliaccina vestita di seta color -di rosa. - -Così la sera non era più gioia ma delirio. Alberto non dubitava che la -bella incognita non gli avesse risposto collo stesso mazzetto. Franz ne -prevenne i desideri dicendogli che tutto quel rumore lo stancava, e che -era risoluto ad impiegare la giornata seguente a rivedere il suo album, -e a prendere annotazioni. Del resto, Alberto non erasi ingannato nelle -sue previsioni; il giorno dopo Franz lo vide entrare di slancio nella -camera scuotendo con trionfo un involtino di carta che teneva per uno -degli angoli: - -— Ebbene! mi sono sbagliato? - -— Ha dunque risposto? gridò Franz. - -— Leggete. - -Questa parola fu pronunziata con una intonazione di voce impossibile a -descriversi. - -Franz prese il biglietto, e lesse: - - «Martedì sera, alle sette, discendete dalla carrozza dirimpetto - alla via dei Pontefici, e seguite la contadina romana che vi - strapperà il vostro moccoletto, quando arriverete al primo - gradino della chiesa di S. Gaetano. Abbiate cura, perchè ella - possa riconoscervi, di mettere un nastro color di rosa sulla - spalla del vostro costume da pagliaccio. - - «Da oggi in là voi non mi rivedrete più. - - «Costanza e discrezione.» - -— Ebbene! diss’egli a Franz, quando ebbe finita questa lettura, che ne -pensate, mio caro? - -— Penso, rispose Franz, che la cosa prende l’indole di un’avventura -molto piacevole. - -— Questo è pure il mio parere, ed ho gran timore che andrete solo al -ballo del principe T... - -Franz ed Alberto avevano ricevuto in quella stessa mattina il biglietto -d’invito del celebre banchiere romano. - -— State in guardia, disse Franz, tutta l’aristocrazia sarà dal -principe, e se la vostra bella sconosciuta appartiene realmente alla -nobiltà, non potrà fare a meno d’intervenirvi. - -— Che v’intervenga o no, io conservo l’opinione che ho di lei, continuò -Alberto. Voi avete il biglietto; sapete la meschina educazione che -ricevono in Italia le donne del mezzo ceto[2]; ebbene! rileggete il -biglietto, osservate il carattere, e trovatemi uno sbaglio di lingua, -o di ortografia. — Infatto il carattere era elegante, l’ortografia -irreprensibile. - -— Voi siete dei predestinati, disse Franz, nel rendere ad Alberto per -la seconda volta il biglietto. - -— Ridete quanto vi piace, scherzate a vostro bell’agio, riprese -Alberto; io sono innamorato. - -— Oh! mio Dio, voi mi spaventate, gridò Franz, vedo bene che non -solamente andrò solo al ballo del principe, ma ancora che ritornerò -solo a Firenze. - -— Il fatto è che, se la mia sconosciuta è amabile quanto è bella, -vi dichiaro che mi stabilisco a Roma per sei settimane almeno. Io -adoro Roma, e poi ho sempre avuto un trasporto straordinario per -l’archeologia. - -— Ancora un altro o due di questi incontri, e non dispero di vedervi -membro dell’accademia di belle lettere. - -Senza dubbio Alberto si accingeva a discutere seriamente sui diritti -che poteva avere ad un seggio nell’accademia, ma vennero in quel -momento ad annunziare che il pranzo era all’ordine; l’amore in Alberto -non era contrario all’appetito, si affrettò, dunque col suo amico -a mettersi a tavola, risoluto di riprendere la discussione dopo il -pranzo. - -Dopo il pranzo fu annunziato il conte di Monte-Cristo. Da due giorni -i due amici non lo avevano veduto. Un affare lo aveva chiamato a -Civitavecchia, almeno per quanto disse Pastrini. Egli era partito nella -sera del giorno innanzi, e già si ritrovava di ritorno da un’ora. -Il conte fu grazioso. Sia che stesse all’erta, sia che l’occasione -non isvegliasse in lui le fibre acrimoniose, che certi particolari -avevano di già fatto risuonare due o tre volte nelle sue parole, egli -mantennesi presso a poco come tutt’altro uomo. Egli era per Franz un -vero enigma. Il conte non poteva dubitare che il giovine viaggiatore -non lo avesse riconosciuto, e ciò non pertanto, non avea detto una sola -parola dopo il loro nuovo incontro che potesse indicare averlo egli -veduto altrove. Per la sua parte Franz, qualunque fosse la volontà che -avesse di fare allusione al loro primo incontro, il timore di far cosa -disaggradevole ad un uomo che aveva ricolmato sì lui come il suo amico -di gentilezze, lo trattenne; continuò dunque a mantenersi riservato -come il conte. - -Il conte aveva saputo che i due amici avevano voluto far prendere -un palco al teatro Argentina, e che erasi lor risposto non esservene -alcuno. Per conseguenza portava loro la chiave del suo; almeno questo -era l’apparente motivo della sua visita. Franz ed Alberto fecero -qualche difficoltà, allegando il timore di privarne lui; ma il conte -rispose che andando quella sera al teatro Valle, il suo palco al teatro -Argentina sarebbe rimasto vuoto. Questa assicurazione risolvette i -due amici ad accettare. Franz erasi un poco per volta abituato a quel -pallore del conte, che avevalo tanto colpito la prima volta che lo -aveva veduto. Egli non poteva fare a meno di render giustizia alla -bellezza della sua testa severa, della quale questo pallore era il solo -difetto o forse la principal bellezza. Vero eroe di Byron, Franz non -poteva non solo vederlo, ma neppur pensare a lui, senza immaginarsi -quel viso tetro sulle spalle di Manfredi o sotto la cotta d’armi di -Lara. Egli aveva sulla fronte quella piega che indica la presenza -incessante di un amaro pensiero, aveva quegli occhi ardenti che leggono -nel più profondo delle anime, quel labbro superbo e disprezzante che dà -alle parole quella particolare indole che fa sì che esse s’imprimano -profondamente nella memoria di chi le ascolta. Il conte non era più -giovane, aveva 40 anni almeno, ma ciò nonostante ben si capiva che -era fatto per vincerla sui giovani coi quali sarebbesi trovato. In -realtà, e ciò per un’ultima rassomiglianza cogli eroi fantastici del -poeta inglese, il conte sembrava avere il dono dell’affascinazione. -Alberto era incantato della fortuna che aveva avuto insieme con Franz -d’incontrare un uomo simile. Franz era meno entusiasta; ciò nonostante -sotto l’influenza che esercita un uomo superiore su gli spiriti di -coloro che lo circondano. Egli pensava al disegno, che il conte aveva -di già manifestato due o tre volte, di andare a Parigi, e non dubitava -che col suo naturale eccentrico, col viso caratteristico e colla -fortuna colossale, ottenuto non avesse grandissimo effetto. Però non -desiderava di trovarsi a Parigi quando quegli vi fosse. - -La serata fu passata come si passano ordinariamente al teatro in -Italia, non ad ascoltare i cantanti, ma a fare delle visite ed a -discorrere. La contessa G*** voleva ricondurre la conversazione sul -conte, ma Franz le annunziò che aveva qualche cosa di più nuovo da -narrarle, e ad onta delle dimostrazioni di falsa modestia, alle quali -si lasciò andare Alberto, raccontò alla contessa il grande avvenimento -che da tre giorni formava l’oggetto della preoccupazione dei due amici. -Siccome questi intrighi non son rari nè in Italia, nè altrove, almeno -se devesi credere ai viaggiatori, la contessa non fece menomamente -la incredula, e felicitò Alberto sul principio di un’avventura che -prometteva di terminare in un modo assai soddisfacente. Si lasciarono, -promettendosi di ritrovarsi al ballo del principe T... al quale era -stata invitata tutta Roma. - -La dama del mazzetto mantenne la parola: nè il giorno dopo nè l’altro -ella dette segno ad Alberto di esistere. - -Finalmente giunse il martedì, l’ultimo ed il più rumoroso giorno del -carnevale. Il martedì, i teatri si aprono alle dieci del mattino, -perchè dopo le otto della sera entrasi in quaresima. Il martedì, tutti -quelli che per mancanza di tempo, di entusiasmo o di danaro non hanno -preso parte alle precedenti feste si mischiano all’ultimo baccanale, si -lasciano trascinare dall’orgia, e tributano la loro parte di rumore e -di movimento al rumore ed al movimento generale. - -Dalle due fino alle cinque, Franz ed Alberto, stettero nella fila -del Corso battagliando a pugni di confetti colle carrozze della fila -opposta, colle finestre, e coi pedoni che circolano fra i piedi dei -cavalli, fra le ruote delle carrozze, senza che accada mai in mezzo a -questa spaventosa mischia un solo accidente, una sola disputa, una sola -rissa. Sotto questo rapporto gl’Italiani sono il popolo per eccellenza. -Le feste per essi sono vere feste. L’autore di questa storia, che ha -abitato l’Italia cinque o sei anni non si ricorda mai di avere veduta -una sola solennità turbata da uno di quegli avvenimenti che servono di -corollario alle nostre. - -Alberto trionfava col suo costume da pagliaccio. Egli aveva sopra una -spalla un nastro color di rosa, le cui estremità gli cadevano fino -al garetto, per non produrre alcuna confusione fra lui e Franz, che -d’altra parte aveva conservato il vestito da contadino romano. Più -il giorno si avanzava, e più il tumulto diveniva grande; non eravi su -tutto quel selciato, in tutte quelle carrozze, a tutte quelle finestre, -una bocca muta, un braccio ozioso; era un vero uragano umano, composto -di un tuono di grida, e di una tempesta di confetti, di mazzetti, -d’aranci e di fiori. Alle tre la esplosione dei mortaletti tirati ad un -tempo sulla piazza del Popolo e su quella di Venezia, rompendo a grande -stento quest’orribile tumulto, annunciò che stavano per cominciare -le corse. Le corse ed i moccoli sono gli episodi particolari degli -ultimi giorni di Carnevale. Allo sparo dei mortaletti le carrozze -rompono nello stesso punto le file e voltano ciascuna nella strada -traversa più vicina al luogo ove si ritrovano. Tutte queste evoluzioni -si fanno con una meravigliosa rapidità, e ciò senza che la polizia -si occupi menomamente di assegnare a ciascuno il suo posto, o di -tracciare a ciascuna la sua strada. I pedoni si ritirano contro il muro -dei palazzi, quindi si sente un rumore di cavalli e uno sguainar di -sciabole. - -Un plotone di Carabinieri, che ne presenta 15 di fronte, percorre al -galoppo in tutta la lunghezza il Corso, che fa sgombrare per dar posto -alla corsa dei barberi. Quando il plotone arriva al palazzo di Venezia, -il rumore di un’altra batteria di mortaletti avvisa che la strada -è libera. Quasi subito, in mezzo ad un clamore immenso, universale, -inaudito, si videro passare come ombre sette o otto cavalli eccitati -dalle grida di 300mila persone e dalle castagnette di ferro appuntato -che loro balzano sul dorso, poi il cannone di castel S. Angiolo tirò -tre colpi, e ciò per annunziare che il numero 3 aveva vinto. Subito -senz’altro segnale che quello, le carrozze si rimisero in movimento, -rifluendo verso il Corso, uscendo da tutte le strade come torrenti -contenuti per un momento, che gettatisi tutti insieme nel letto del -fiume cui alimentano, e l’onda immensa riprese più rapida che mai il -suo corso fra le due rive di granito. - -Soltanto un nuovo elemento di rumore e di movimento erasi ancora -mischiato a questa folla; entrarono in iscena i mercanti di moccoli. - -I moccoli, o moccoletti sono ceri che variano dalla grossezza del cero -pasquale fino a quella della coda di un sorcio, e risvegliano negli -attori della grande scena, con cui termina il carnevale romano, due -opposte preoccupazioni: - -1.º Quella di conservare acceso il suo moccoletto. - -2.º Quella di spegnere il moccoletto degli altri. - -Avviene del moccoletto ciò che accade della vita degli uomini. Essi -per quanto è in poter loro, si adoprano a conservarla, e sebbene -certi che presto o tardi aver debba il suo fine, pur nonostante hanno -indagato e scoperto mille modi per reciderla e toglierla innanzi -tempo; è vero che per questa suprema operazione il diavolo non ha -mancato di venirgli in aiuto. Il moccoletto si accende avvicinandolo -ad un lume qualunque. Ma chi potrà descrivere i mille mezzi inventati -per ispegnere il moccoletto, i soffietti giganteschi, gli spegnitoi -_mostri_, i ventagli sovrumani. Ciascuno si sollecitò a comprare i -moccoletti, e Franz ed Alberto fecero come tutti gli altri. La notte si -avvicinava rapidamente, e già al grido: _Moccoli!_ ripetuto dalle voci -stridule degl’industriosi, due o tre stelle cominciarono a brillare -al di sopra della folla. Fu come un segnale. In dieci minuti, 50 -mila lumi scintillarono discendenti dalla piazza di Venezia a quella -del Popolo, e risalenti da quella del Popolo a quella di Venezia. -Si sarebbe detta la festa dei fuochi fatui. Chi non ha veduto questa -festa, è impossibile che se ne possa formare un’idea. Supponete tutte -le stelle che si stacchino dal cielo, e vengano a formare sulla terra -una danza insensata; il tutto accompagnato da grida che orecchio umano -non ha mai potuto sentire sul rimanente della superficie del globo. -È particolarmente in questo momento che non evvi più distinzione -sociale. Il facchino attacca il Principe, questi il Trasteverino, il -Trasteverino il borghese, ciascuno soffiando, spegnendo, riaccendendo. - -Se il vecchio Eolo comparisse in quel momento sarebbe proclamato re dei -moccoletti, ed Aquilone l’erede presuntivo alla corona. - -Questa corsa folle e fiammeggiante, durò circa due ore; la strada -del Corso era rischiarata come in pieno giorno, si distinguevano i -lineamenti degli spettatori fino al terzo, o quarto piano. Di cinque -minuti in cinque minuti Alberto guardava l’orologio; finalmente esso -segnò le sette. I due amici si ritrovavano a poca distanza dalla via -dei Pontefici; Alberto saltò fuori dalla carrozza col suo moccoletto in -mano. - -Due, o tre maschere vollero avvicinarsi per ispegnerlo, o per -toglierlo; ma da bravo _boxeur_, Alberto li rinviò gli uni dopo gli -altri dieci passi distanti da lui, continuando la sua corsa verso -la chiesa di S. Giacomo. I gradini, erano carichi di curiosi, e di -maschere che lottavano per istrapparsi il moccoletto dalle mani. Franz -seguiva con gli occhi Alberto, e lo vide mettere il piè sul primo -scalino, poi quasi subito una maschera che portava il ben conosciuto -costume della contadina dal mazzetto, allungò il braccio, e gli tolse -il moccoletto senza ch’egli facesse la più piccola resistenza. - -Franz era troppo lontano per sentire le parole che si scambiarono, -ma senza dubbio non furono ostili, poichè vide allontanarsi Alberto -tenendo sotto il braccio la contadinella. Per qualche tempo li seguì in -mezzo alla folla, ma alla via del Macello li perdè di vista. - -D’improvviso il suono della campana che dà il segnale della chiusa -del Carnevale si fe’ sentire, e nel medesimo punto tutti i moccoli si -spensero come per incanto. Sarebbesi detto che un solo ed immenso colpo -di vento li aveva tutti annientati. Franz si trovò nell’oscurità più -profonda. - -Allora tutte le grida cessarono come se il soffio possente che aveva -spento i lumi, avesse portato via nel medesimo tempo il rumore. -Non s’intese più che il rotolar delle carrozze che riconducevano le -maschere alle loro case; non si videro più che pochi lumi brillare -dietro le finestre. - -... Il Carnevale era finito. - - - - -XXXVII. — LE CATACOMBE DI S. SEBASTIANO. - - -Forse Franz non aveva mai provato in vita sua una impressione così -rapida, un passaggio così improvviso dall’allegria alla tristezza, -quanto in questo momento; sarebbesi detto che per opera del soffio -di qualche demone della notte, Roma era stata cambiata in una vasta -sepoltura. Per una combinazione che aumentava ancora l’intensità delle -tenebre, la luna essendo mancante, non sorgeva che dopo le undici; e le -strade per le quali passava il giovine erano immerse nella più profonda -oscurità. Del rimanente però il tragitto era corto, e in capo a dieci -minuti la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era davanti -all’albergo di Londra. - -Il pranzo era all’ordine: ma siccome Alberto aveva dato avviso che non -contava di tornare presto, così Franz si mise a tavola senza di lui. -Pastrini, che era accostumato a vederli pranzare insieme, s’informò -della ragione dell’assenza di lui: ma Franz si limitò a rispondergli -che Alberto aveva dovuto recarsi ad un invito ricevuto il giorno -innanzi. Il subitaneo spegnersi dei moccoletti, l’oscurità che era -succeduta alla luce, il silenzio che aveva sostituito l’immenso rumore, -avevano impresso nello spirito di Franz una certa melanconia che non -era esente da inquietudine. Pranzò taciturno, ad onta delle officiose -premure dell’albergatore, che entrò due o tre volte per sentire se gli -bisognasse cosa alcuna. - -Franz aveva stabilito di aspettare Alberto il più tardi possibile. -Ordinò dunque la carrozza per le undici, pregando Pastrini di mandarlo -ad avvisare tosto che fosse tornato Alberto all’albergo, qualunque ne -potesse essere il motivo. - -Alle undici Alberto non era ancora ritornato. Franz si vestì, e -partendo avvisò l’albergatore che avrebbe passata la notte dal principe -Torlonia. - -La casa del principe Torlonia è una delle più belle case di Roma; sua -moglie è una delle discendenti della famiglia Colonna, e disimpegna -gli onori di famiglia in modo perfetto: ne risulta quindi che le feste -del principe banchiere hanno una celebrità europea. Franz ed Alberto -erano giunti in Roma con lettere di raccomandazione per lui, perciò la -prima interrogazione che il principe gli fece, fu di chiedere che fosse -avvenuto del compagno di viaggio. - -Franz rispose che lo aveva lasciato pochi momenti prima che si -spegnessero i moccoletti, e che lo aveva perduto di vista nella via del -Macello. - -— Dunque non è ritornato a casa? domandò il principe. - -— L’ho aspettato fino adesso: rispose Franz. - -— E sapete dove sia andato? - -— Precisamente no: ciò non ostante credo che si tratti di qualche cosa -di simile ad un convegno. - -— Diavolo! disse il principe: è un brutto giorno, o per meglio dire una -cattiva sera per far tardi, n’è vero, contessa? - -Queste ultime parole erano dirette alla contessa G***, che giungeva -allora, e che passeggiava al braccio del fratello del principe, il Duca -di Bracciano. - -— Io trovo al contrario che questa è una bellissima notte, e quelli -che sono qui non avranno a lamentarsi d’altro se non che passi troppo -presto. - -— Ma io, riprese sorridendo il principe, non parlo di quelli che sono -qui, essi non corrono altro pericolo che, gli uomini d’innamorarsi di -voi, e le donne ammalarsi di gelosia vedendovi così bella: parlo di -coloro che scorrono le strade di Roma. - -— Eh! mio Dio! e chi volete che scorra le strade di Roma a quest’ora, -se non quei che vengono al ballo? - -— Il nostro amico Alberto de Morcerf, signora contessa, che io ho -lasciato mentre seguiva la sua bella incognita verso le sette di sera, -rispose Franz, e che dopo non ho più riveduto. - -— Come! non sapete dove sia? - -— Niente affatto. - -— Ha seco le armi? — È vestito da pagliaccio... - -— Non avreste dovuto lasciarlo andare, disse il principe a Franz, voi -che conoscete Roma meglio di lui. - -— Sì davvero! sarebbe stato lo stesso che aver voluto fermare il numero -tre dei barberi che oggi ha vinto il premio della corsa, rispose Franz, -e poi che volete che gli accada? - -— Chi lo sa? la notte è oscura, ed il Tevere è molto vicino alla via -Macello!... - -Franz sentì un fremito scorrergli per le vene, sentendo le idee del -principe e della contessa essere così bene d’accordo co’ suoi timori -personali. - -— Per questo ho avvisato l’albergatore, che avevo l’onore di passare -qui la notte, disse Franz; e debbono venire ad avvertirmi qui, appena -ritorna. - -— Osservate, disse il principe a Franz, ecco appunto un mio domestico, -che credo cerchi di voi. - -Il principe non s’ingannava: subito che il domestico ebbe scoperto -Franz si avvicinò a lui, e gli disse: - -— Eccellenza, l’albergatore di Londra vi fa avvisato, che alla locanda -vi è un uomo che vi aspetta con una lettera del conte di Morcerf. - -— Con una lettera del conte! gridò Franz. — Sì. - -— E chi è quest’uomo? — Non lo so. - -— E perchè non è venuto a portarmela qui? - -— Il messaggiero non mi ha data alcuna spiegazione. - -— E dov’è il messaggiero? — È partito subito che mi ha veduto entrare -nella sala per cercarvi. - -— Oh! mio Dio, disse la contessa a Franz, andate presto: povero -giovine! forse gli è accaduta qualche disgrazia. - -— Corro subito, disse Franz. - -— Vi rivedremo per sapere le notizie? chiese la contessa - -— Sì, se la cosa non è grave: altrimenti non posso prevedere ciò che -farò io stesso. - -— In ogni evento siate prudente, disse la contessa. - -— Oh! state tranquilla. — Franz prese il cappello, e partì in tutta -fretta. Egli aveva licenziata la carrozza, ordinandola per le due. -Ma per fortuna la casa del principe, che corrisponde da una parte sul -Corso, e dall’altra sulla piazza dei SS. Apostoli, è a dieci minuti di -cammino dall’albergo di Londra. Avvicinandosi all’albergo Franz vide un -uomo ritto in mezzo alla strada avvolto in un gran mantello; non dubitò -che questi fosse il messaggiero d’Alberto; rimase però meravigliato che -questi fosse il primo ad indirigergli la parola: - -— Che volete, Eccellenza? diss’egli, facendo un passo indietro come uno -che voglia tenersi in guardia. - -— Non siete voi, chiese Franz, che mi avete portato una lettera del -conte di Morcerf? - -— V. E. abita all’albergo di Pastrini? — Sì. - -— V. E. è il compagno di viaggio del conte? — Sì. - -— Come si chiama? — Il barone Franz d’Épinay. - -— È precisamente V. E. quegli cui è diretta questa lettera. - -— Vi abbisogna risposta? domandò Franz nel prendere la lettera dalle -sue mani. — Sì, o almeno il vostro amico lo spera. — Allora salite da -me che ve la darò. - -— Sarà meglio che l’aspetti qui, disse ridendo il messaggiero. - -— E perchè? — V. E. lo capirà meglio quando avrà letta la lettera. — -Allora vi tornerò a ritrovare qui? - -— Senza dubbio. - -Franz entrò e per le scale s’imbattè in Pastrini. - -— Ebbene? gli domandò questi. - -— Ebbene! che? rispose Franz. - -— Avete veduto l’uomo che desiderava parlarvi per parte del vostro -amico? — Sì, l’ho veduto, rispose Franz, e mi ha consegnata questa -lettera. Vi prego di fare accendere un lume nella mia camera. — -L’albergatore dette ordine ad un domestico di precedere Franz col lume. -Il giovine aveva osservata un’aria spaventata sul viso di Pastrini, -il che non aveva fatto che raddoppiargli la curiosità di leggere la -lettera d’Alberto: si accostò al candeliere, tosto che fu accesa la -candela, e spiegò il foglio. La lettera era scritta e firmata dalla -mano d’Alberto. Franz la lesse due volte, tanto era lontano dal -figurarsi il contenuto. Eccola riportata letteralmente. - - «Mio caro amico, subito che avrete ricevuta la presente abbiate - la compiacenza di prendere nel mio portafogli, che troverete nel - cassettino del mio scrigno, la credenziale: uniteci la vostra, - se non basta. Correte da Torlonia, e ritirate da lui sul momento - quattro mila scudi, che consegnerete al latore della presente. - Preme grandemente che questa somma mi giunga senza alcun ritardo. - Non insisto di più, contando su voi come voi potreste contare su - di me. - - «Vostro amico. - - ALBERTO DE MORCERF. - - «P. S. _I believe now to Italian banditi_[3]. - -Sotto a queste righe erano scritte da mano sconosciuta le seguenti -parole: - - «Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie - mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere. - - LUIGI VAMPA. - -Questa seconda sottoscrizione spiegò ogni cosa a Franz, che capì -l’avversione mostrata dal messaggiero a salire in camera; la strada gli -sembrava più sicura. - -Alberto era caduto nelle mani di quel famoso capo di banditi, alla cui -esistenza non voleva credere. Non v’era tempo a perdere, corse allo -scrigno, l’aprì, e nel cassettino indicato ritrovò il portafogli, ed -in esso la credenziale di seimila scudi in tutto, ma Alberto ne aveva -di già presi tremila. Franz non aveva alcuna credenziale; essendo -stabilito a Firenze, ed essendo venuto a Roma per passarvi gli otto -giorni del carnevale non aveva preso che un centinaio di luigi, e non -gliene rimanevano che appena 50. Gli mancavano dunque sette o ottocento -scudi per poter riunire, fra lui ed Alberto, la somma richiesta. È vero -che in simile congiuntura Franz poteva calcolare sulla gentilezza di -Torlonia. Egli si disponeva dunque di ritornare al palazzo del principe -senza perdere un momento, quando d’improvviso gli venne alla mente -una felice idea. Pensò al conte di Monte-Cristo. Egli stava per far -chiamare Pastrini, quando questi si presentò alla porta. - -— Mio caro Pastrini, credete che il conte sia in casa? - -— Sì, eccellenza, è entrato or ora. — Avrà avuto tempo d’andare a -letto? — Non credo. — Allora suonate alla sua porta, ve ne prego, -e domandate in mio nome il permesso di potermi presentare a lui. — -Pastrini si affrettò ad eseguire la commissione; cinque minuti dopo -rientrò: - -— Il conte aspetta V. E., diss’egli. — Franz traversò il pianerottolo; -un domestico lo introdusse dal conte. Egli era in un piccolo gabinetto -che Franz non aveva per anche veduto, tutto circondato da un divano: -il conte gli venne incontro: — Oh! qual buon vento vi conduce da me -in quest’ora? gli disse; venite forse a chiedermi da cena? Per bacco! -sarebbe davvero una bella gentilezza per parte vostra. - -— No, vengo a parlarvi di un affare di gran momento. - -— Di un affare! disse il conte, fissandolo con quello sguardo -scrutatore che gli era proprio; e di quale affare? - -— Siamo soli? — Il conte andò alla porta, poi ritornò. - -— Assolutamente soli, diss’egli. - -Franz gli presentò la lettera d’Alberto: — Leggete, gli disse. - -Il conte lesse la lettera. — Ah! ah! fece egli. - -— Avete veduto il _post-scriptum?_ — Sì, lo vedo bene. - - «Se alle sei di mattina i quattro mila scudi non sono nelle mie - mani, alle sette il conte Alberto avrà cessato di vivere. - - LUIGI VAMPA. - -— Che ne dite? domandò Franz. - -— Avete la somma che viene richiesta? - -— Sì, meno ottocento scudi. — Il conte si accostò allo scrigno e ne -trasse un cassettino pieno d’oro: — Io spero, diss’egli a Franz, che -non vorrete farmi l’ingiuria di dirigervi a tutt’altri fuorchè a me. - -— Vedete che all’opposto, sono venuto direttamente da voi, disse Franz. - -— Ed io ve ne ringrazio: prendete. — E fece segno a Franz di prendere -nel cassettino. - -— Ma è poi assolutamente necessario di mandare questa somma a Luigi -Vampa? chiese il giovine fissando a sua volta lo sguardo sul conte. - -— Diavolo! giudicatene da voi stesso: il post-scriptum è preciso. - -— Mi sembra che se voleste prendervi l’incomodo di pensarvi, forse -ritrovereste un mezzo per semplificare di molto la faccenda, disse -Franz. - -— E quale? chiese il conte meravigliato. - -— Per esempio, se andassimo insieme a ritrovar Luigi Vampa, son sicuro -che non vi negherebbe la libertà di Alberto. - -— A me? quale influenza volete che abbia su questo bandito? — Non gli -avete testè reso uno di quei servigi che non si dimenticano più? — E -quale? - -— Non avete salvato la vita a Peppino? - -— Ah! ah! fece il conte; e chi ve lo ha detto? - -— Che importa a voi questo? io lo so. - -Il conte rimase per un momento muto col sopracciglio aggrottato. — E -se io andassi a ritrovar Vampa, mi accompagnereste voi? — Quando la mia -compagnia non vi fosse disaggradevole. — Ebbene! sia: la notte è bella; -una passeggiata nella campagna romana non può farci che bene. - -— Bisognerà prendere armi? — Per far che cosa? - -— Danaro? — È inutile. Dove si trova l’uomo che ha portato questo -biglietto? — Nella strada. — Aspetta la risposta? - -— Sì. — Bisogna sapere dove andremo: ora lo chiamerò. - -— È inutile, egli non ha voluto salire. - -— Da voi forse, ma da me non farà nessuna difficoltà. - -Il conte aprì la finestra del gabinetto che corrispondeva sulla strada, -e fischiò in un modo particolare. L’uomo dal mantello si staccò dal -muro cui era appoggiato e si avanzò fino al mezzo della strada. - -— Salite, disse il conte, con quel tuono con cui si darebbe un ordine -al servitore. - -Il messaggiero obbedì senza indugio, senza esitazione anzi -con sollecitudine. Saliti i quattro scalini dell’andito, entrò -nell’albergo, ed in cinque secondi era già alla porta del gabinetto. — -Ah! sei tu, Peppino disse il conte. - -Ma Peppino, invece di rispondergli, gli si gettò alle ginocchia, -prese le mani del conte, e v’impresse a più riprese le labbra. — Ah! -ah! disse il conte: tu non hai ancora dimenticato che ti ho salvata -la vita? è singolare! eppure sono già scorsi otto giorni. — No, -eccellenza, non lo dimenticherò mai, rispose Peppino coll’accento della -più viva riconoscenza. — Mai? è troppo lungo; però è ancora molto che -tu lo creda. Alzati e rispondimi. - -Peppino gettò uno sguardo inquieto su Franz. - -— Oh! Oh! tu puoi parlare davanti a S. E., disse il conte, poichè è un -mio amico. Voi permettete che vi dia questo titolo? disse in francese -volgendosi a Franz, ciò è necessario per ridestare la confidenza in -costui. - -— Potete parlare in mia presenza, essendo io un amico del conte. — Alla -buon’ora, disse Peppino volgendosi al conte, V. E. m’interroghi, ed io -risponderò. - -— In che modo il conte Alberto è caduto nelle mani di Luigi? — -Eccellenza! la carrozza del francese ha incrociata più di una volta -quella di Teresa. — L’amica del capo? — Sì, il francese le ha fatto -gli occhi dolci. Teresa si è divertita a rispondergli; il francese -le ha gettato dei mazzetti, ella glie ne ha ricambiati, e tutto ciò, -s’intende bene, col consenso del capo che era nella stessa carrozza. - -— Come! gridò Franz, Luigi Vampa era nella carrozza delle contadine -romane? — Era quegli che guidava, mascherato da cocchiere, rispose -Peppino. — E poi? chiese il conte. — Ebbene? in seguito il francese -si levò la maschera; Teresa, sempre col permesso del capo, fece -altrettanto; il francese domandò un convegno, Teresa l’accordò; -soltanto fu Beppe che si trovò sugli scalini della chiesa di S. -Giacomo. — Come! interruppe nuovamente Franz, quella persona che gli -strappò il moccoletto?... - -— Era un giovine di 15 anni, rispose Peppino: ma il vostro amico non -deve vergognarsi d’essere stato ingannato da lui, egli ne ha ingannati -molti altri. - -— E Beppe lo ha condotto fuori le mura? domandò il conte. - -— Precisamente. Una carrozza li aspettava alla fine della strada -Macello, Beppe vi salì, invitando il francese a seguirlo, egli non -se lo fece dire due volte. Offerse con tutta galanteria la destra -a Beppe, e gli si assise vicino; questi gli annunziò allora che lo -avrebbe condotto in una villa a tre miglia da Roma; il francese lo -assicurò di essere pronto a seguirlo in capo al mondo. Il cocchiere -si avviò subito per la strada di Ripetta, giunse alla porta S. Paolo, -e a dugento passi nella campagna, siccome il francese diventava un -poco troppo imprudente, in fede mia, Beppe gli appuntò un paio di -pistole alla gola, il cocchiere fermò subito i cavalli, e rivolgendosi -sul sedile, fece altrettanto. Nello stesso tempo quattro dei nostri -che erano nascosti dietro le rive dell’Almo si sono slanciati agli -sportelli. Il francese aveva buona volontà di difendersi, e per poco -non ha strangolato Beppe, a quanto ho inteso dire; ma non v’era da far -nulla contro cinque uomini armati, ed è stato costretto ad arrendersi: -allora fu fatto scendere di carrozza, e seguendo l’argine della -piccola riviera, fu condotto da Teresa e Luigi che lo aspettavano nelle -catacombe di S. Sebastiano. - -— Va bene! disse il conte volgendosi a Franz; mi pare che questa storia -ne valga bene un’altra; che ne dite voi che ve ne intendete? — Io -dico che la troverei ridicola, se fosse avvenuta a tutt’altri che al -mio amico. — Fatto è, disse il conte, che se non mi aveste ritrovato -in casa, questa era un’avventura che sarebbe costata un poco cara al -vostro amico: ma tranquillatevi, egli ne sarà riscattato solo con un -poco di paura. - -— E noi andiamo a trovarlo? domandò Franz. - -— Per bacco! tanto più perchè si trova in una località molto -pittoresca. Conoscete le catacombe di S. Sebastiano? - -— No, non vi sono mai disceso; aveva però stabilito che un qualche -giorno vi sarei andato. - -— Ebbene, ecco trovata l’occasione, e sarà difficile ritrovarne una -migliore. Avete all’ordine la vostra carrozza? - -— No. - -— N’importa: io ho l’uso di farne stare una sempre pronta notte e -giorno. — In ordine! - -— Sì, io sono molto capriccioso: vi confesso che qualche volta, -alzandomi alla fine del pranzo, o nel mezzo della notte, mi prende -la volontà di portarmi in un punto qualunque del mondo, e parto. -— Il conte dette un tocco al campanello, il cameriere comparve. — -Fate uscire la carrozza dalla rimessa, diss’egli, levate le pistole -che stanno nelle saccocce; è inutile di svegliare il cocchiere, Alì -guiderà. - -Dopo un momento s’intese il rumore della carrozza, che si fermò davanti -alla porta. Il conte guardò l’orologio. - -— Mezz’ora dopo mezza notte, diss’egli, noi avremmo potuto partire tra -cinque ore, e giungere ancora in tempo; ma questo ritardo forse avrebbe -fatta passare una cattiva notte al vostro compagno; val dunque meglio -andare di corsa a toglierlo dalle mani degl’infedeli. Siete sempre -risoluto di accompagnarmi. - -— Più che mai. - -— Ebbene! andiamo adunque. - -Franz ed il conte uscirono seguiti da Peppino. Alla porta trovarono -la carrozza. Alì era in _serpa_; Franz riconobbe lo schiavo muto della -grotta di Monte-Cristo. - -Salirono in carrozza aperta; Peppino si pose vicino ad Alì e partirono -al galoppo. Alì aveva già ricevuti gli ordini; poichè prese la strada -del Corso, e traversò Campo Vaccino, percorse quella di S. Gregorio, -e giunse alla porta di S. Sebastiano; ivi il portinaro volle fare -qualche difficoltà, ma il conte di Monte-Cristo presentò un permesso -del governatore di Roma di potere entrare ed uscire dalla città in -qualunque ora del giorno e della notte; fu dunque aperta la porta; ed -il portinaro ricevette un luigi pel suo incomodo, e passarono. - -La strada che percorreva la carrozza era l’antica via Appia, tutta -costeggiata da antichi sepolcri. A quando a quando, al chiarore della -luna che sorgeva, sembrava a Franz di vedere una specie di sentinella -staccarsi da un rudero: ma ad un segnale di Peppino questa spariva -immediatamente fra le ombre. Poco prima del circo di Caracalla la -carrozza si fermò, Peppino venne ad aprire lo sportello, e Franz ed il -conte discesero. - -— Fra dieci minuti, disse il conte al compagno, saremo arrivati. — Indi -prese Peppino a parte, gli dette un ordine a bassa voce, e questi partì -dopo essersi munito di una torcia presa nella cassetta della carrozza. -Scorsero ancora cinque minuti, nei quali Franz vide il pastore -inoltrarsi fra gli andirivieni del terreno che forma il suolo ineguale -della campagna romana, e perdersi fra l’alta erba rossastra che sembra -l’irta criniera di qualche gigantesco Leone. - -— Ora, disse il conte, seguiamolo. - -Entrambi s’inoltrarono nello stesso sentiero, che dopo cento passi li -condusse per un piano inclinato in una piccola vallata. Ben presto -videro due uomini parlarsi fra le ombre. — Dobbiam continuare ad -inoltrarci? domandò Franz al conte, o aspettare? - -— Avanti, Peppino deve avere avvisata la sentinella del nostro arrivo. -— In fatto uno di quei due uomini era Peppino, l’altro un bandito posto -alle vedette. - -Franz ed il conte si avvicinarono, il bandito li salutò. - -— Eccellenza, disse Peppino volgendosi al conte, se vuole seguirmi, -l’ingresso alle catacombe è qui a due passi. - -— Sta bene, disse il conte, cammina avanti. - -In fatto dietro ad un folto cespuglio, ed in mezzo a diverse rocce, -si presentava un’apertura per la quale un uomo poteva appena passare. -Peppino fu il primo a scivolare entro questa fenditura: ma appena ebbe -fatto qualche passo il passaggio si allargò. Allora si fermò, accese la -torcia, e si volse a vedere se era seguito. - -Il conte erasi introdotto pel primo per questa specie di spiraglio, e -Franz venne dopo di lui. Il terreno si abbassava con una inclinazione -dolce, e si allargava a seconda che s’internavano; ciò non ostante però -Franz ed il conte erano obbligati a camminare ricurvi, ed avrebbero -durato fatica a passare tutti e due di fronte. In tal modo fecero circa -cinquanta passi, quindi si fermarono al grido di _chi vive?_; nello -stesso tempo videro brillare la canna di un fucile al chiarore della -loro stessa torcia. - -— _Amici!_ rispose Peppino: e si avanzò solo, disse alcune parole a -bassa voce a questa seconda sentinella, che, come la prima li salutò -facendo segno ai notturni visitatori che potevano passare. Dietro la -sentinella v’era una scala di circa venti gradini. Franz ed il conte -li discesero e si ritrovarono in una specie di crocivio mortuario. -Da questo punto divergevano cinque vie come i raggi di una stella, -e le pareti delle mura scavate a guisa di nicchie soprapponentisi -che avevano la forma di sepolture, indicavano che finalmente erano -penetrati nelle catacombe. In una di queste cavità, di cui era -impossibile calcolare l’estensione, si vedevano screziare alcuni -riflessi di luce. - -Il conte mise la mano sulla spalla di Franz: - -— Volete vedere un accampamento di banditi immersi nel sonno? - -— Sì, davvero, rispose Franz. - -— Ebbene, venite con me... Peppino, smorza la torcia. - -Peppino obbedì, e Franz ed il conte si trovarono nella più profonda -oscurità, soltanto a circa 50 passi davanti a loro, si vedevano lungo i -muri alcuni raggi rossastri di luce, divenuti ancora più visibili dopo -che Peppino ebbe spenta la torcia. Essi avanzarono silenziosamente; -il conte guidava Franz come se avesse avuta la singolare facoltà di -vederci fra le tenebre. Del rimanente anche lo stesso Franz acquistava -maggior pratica del luogo a seconda che s’inoltravano verso quel -chiarore di luce che lor serviva di guida. - -Tre arcate, delle quali quella di mezzo serviva di porta, dettero -loro passaggio. Esse da una parte mettevano nel corridore ove erano -Franz ed il conte, e dall’altra in una sala quadrata, tutta circondata -da nicchie come quelle di cui abbiamo parlato. In mezzo di questa -s’ergevano quattro pietre che altra volta avevano servito d’altare, -come lo indicava la croce che eravi ancor sovrapposta. Una sola -lampada, posta sopra un fusto di colonna, illuminava con una luce -pallida e vacillante la strana scena, che si presentava agli occhi dei -due notturni visitatori nascosti nelle ombre. - -Un uomo era seduto, col gomito appoggiato a questa colonna, e leggeva, -voltando le spalle alle arcate, per l’apertura delle quali era -osservato dai nuovi arrivati. Questi era il capo della banda, Luigi -Vampa. Intorno a lui, atteggiati secondo il proprio capriccio, stavano -stesi, e avvolti nei loro mantelli, o addossati ad una specie di -banco di pietra che circondava questo Colombario, una ventina circa -di briganti; ciascuno teneva la carabina a portata della mano. Nel -fondo, silenziosa, e appena visibile si scorgeva una sentinella, che -a guisa di un’ombra passeggiava in su e in giù davanti ad una specie -di apertura, che non da altro si distingueva, se non dal comparire più -fitte le tenebre in quella direzione. - -Allorchè il conte credè che Franz avesse ricreati abbastanza gli -sguardi con questo quadro pittoresco, portò l’indice alle labbra per -raccomandare il silenzio, e salendo i tre scalini che dal corridore -mettevano nel Colombario, entrò nella sala dall’arcata di mezzo, e si -avanzò verso Vampa, tanto profondamente immerso nella lettura, che non -intese il rumore dei passi. - -— Chi è là? gridò la sentinella meno preoccupata di lui, e che vide -al chiarore della lampada due specie d’ombre ingrandirsi dietro al suo -capo. - -A questo grido, Vampa si alzò prestamente, togliendo nello stesso tempo -dalla cintura le pistole. In un momento i banditi furono in piedi, e -venti canne di carabine erano dirette sopra il conte. - -— Ebbene! disse tranquillamente questi, con una voce del tutto placida, -e senza che un solo dei muscoli del suo viso si contraesse; ebbene! -mio caro Vampa, mi sembra di vedere molti preparativi per ricevere un -amico. - -— Abbasso le armi! gridò il capo facendo un segno imperativo con una -mano, mentre che con l’altra si levava rispettosamente il cappello. -Quindi volgendosi verso il singolare personaggio che dominava tutta -questa scena: - -— Perdono, sig. conte, gli disse, ma io era così lontano -dall’aspettarmi l’onore di una vostra visita, che non vi aveva -riconosciuto. - -— Sembra che voi abbiate poca memoria su tutte le cose, Vampa, disse -il conte, e che non solo vi scordiate della fisonomia delle persone, ma -ancora delle condizioni fatte con esse. - -— E quali condizioni ho io mai potuto dimenticare, sig. conte? domandò -il bandito come farebbe un uomo, che se ha commesso un fallo non -desidera che di ripararlo. - -— Non è stato fra noi convenuto, disse il conte, che vi sarebbe stata -sacra non solo la mia persona, ma ben anche quella di tutti i miei -amici? - -— E in che ho mancato al trattato, eccellenza? - -— Questa sera avete rapito e trasportato qui il visconte Alberto -de Morcerf: ebbene, continuò il conte con un accento che fece -rabbrividire Franz, questo giovine è uno de’ miei amici, egli abita -nello stesso albergo ove sto io, per otto giorni è stato al Corso nella -mia carrozza, e frattanto, ve lo ripeto, lo avete rapito, lo avete -trasportato qui, e, aggiunse il conte cavando di saccoccia la lettera, -gli avete imposto un riscatto come fosse stato un primo arrivato. - -— E perchè voi altri non mi avete avvisato di tutto questo? disse il -capo volgendosi ai suoi uomini, che indietreggiavan tutti ad un suo -sguardo; perchè mi avete esposto in tal guisa a mancare alla mia parola -con un uomo come il signor conte che tiene tutte le nostre vite nelle -sue mani? Per...! Se potessi credere che uno di voi sapeva che il -giovine era amico di S. E., gli brucerei le cervella colle mie proprie -mani. - -— Ebbene! disse il conte volgendosi a Franz, non vi aveva detto che qui -sotto doveva esservi un qualche equivoco? - -— Come! non siete solo? domandò Vampa con inquietezza. - -— Sono con colui cui era diretta questa lettera, ed al quale ho voluto -provare, che Luigi Vampa era un uomo di parola. Avanzatevi, eccellenza, -disse egli a Franz, ecco qui il signor Luigi Vampa, che vi dirà esser -dolente dello sbaglio commesso. - -Franz si avanzò, ed il capo dei banditi gli andò incontro di qualche -passo: — Siate il ben venuto in mezzo a noi, eccellenza, gli diss’egli; -voi avete inteso ciò che ha detto il signor conte, e ciò che gli ho -risposto; aggiungerò che non vorrei, per i quattro mila scudi che aveva -fissato di riscatto, che ciò fosse accaduto. - -— Ma, disse Franz guardando con inquietudine a sè d’intorno, e dov’è il -prigioniero? non lo vedo... - -— Spero bene che non gli sarà accaduto cosa alcuna? domandò il conte -aggrottando il sopracciglio. - -— Il prigioniero è là, disse Vampa mostrando colla mano il luogo oscuro -avanti al quale passeggiava il bandito in fazione, e vado io stesso ad -annunziargli esser libero. - -Il capo si avanzò verso il luogo, da lui indicato come prigione -d’Alberto; il conte e Franz lo seguirono. - -— Che fa il prigioniero? domandò Vampa alla sentinella. - -— Sulla mia parola, rispose questi, l’ignoro: da più di un’ora non l’ho -inteso muovere. - -— Venite, eccellenza, disse Vampa. - -Il conte e Franz salirono sette o otto scalini sempre preceduti dal -capo, che tirò un catenaccio e spinse avanti una porta. Allora, al -chiarore di una lampada simile a quella che illuminava il Colombario, -si potè vedere Alberto, avvolto in un mantello che gli aveva prestato -un bandito, steso in un angolo, dormire del sonno più profondo. - -— Andiamo, disse il conte con quel sorriso che gli era particolare: non -c’è male per un uomo che doveva essere fucilato domattina alle sette. - -Vampa guardò con una certa ammirazione Alberto che dormiva, e -scorgevasi in lui non essere insensibile a questa prova di coraggio. - -— Avete ragione, signor conte, diss’egli, quest’uomo dev’essere uno dei -vostri amici. - -Indi accostandosi ad Alberto e toccandogli la spalla: - -— Eccellenza, diss’egli, si svegli, se le fa piacere. - -Alberto stese le braccia, si strofinò le palpebre, e si svegliò: — -Ah! ah! diss’egli, siete voi capitano? Per bacco! avreste ben potuto -lasciarmi dormire: io faceva un grazioso sogno: sognava di ballare una -galoppa da Torlonia colla contessa G***. — Guardò all’orologio che si -era riserbato per poter giudicare da sè stesso del tempo trascorso: -— Un’ora e mezzo dopo mezza notte; e perchè diavolo mi svegliate a -quest’ora? - -— Per dirvi che siete libero, Eccellenza. - -— Caro mio, soggiunse Alberto con una perfetta prontezza d’animo, -ricordatevi bene in avvenire di questa massima di Napoleone il -grande: «non mi svegliate che per le cattive notizie.» Se mi aveste -lasciato dormire, avrei terminata la mia galoppa, e ve ne sarei stato -riconoscente per tutta la mia vita... Il mio riscatto è dunque stato -pagato? - -— No, Eccellenza. - -— Ebbene! in qual modo dunque son libero? - -— Qualcuno, a cui non posso nulla negare, è venuto a reclamarvi. — Fin -qui? — Fin qui. - -— Oh per bacco! questo qualcuno è una persona molto amabile. — Alberto -guardò intorno a sè, e s’avvide di Franz. - -— Come? diss’egli, siete voi, mio caro Franz, che spingete tant’oltre -la vostra amicizia? - -— Non sono io, rispose Franz, ma il nostro conte di Monte-Cristo. - -— Ah! per bacco! il sig. conte! disse Alberto accomodandosi la cravatta -ed i manichini: siete un uomo veramente prezioso, e spero che vorrete -considerarmi come a voi riconoscente per tutta la vita, primieramente -per l’affare della carrozza, e poi per questo. — E in così dire stese -la mano al conte, che fremette al momento di dargli la sua, che -però gli diede. Il bandito osservava tutta questa scena con volto -stupefatto: era evidentemente avvezzo a vedere i suoi prigionieri -tremare davanti a lui, ed ora ne aveva innanzi a sè uno, la cui -burlevole indole non aveva sofferta alcuna alterazione; in quanto a -Franz, era contentissimo che Alberto, anche in faccia ad un bandito, -avesse saputo sostenere l’onore nazionale. - -— Mio caro Alberto, gli disse, se volete sollecitarvi, avremo ancora il -tempo di andare a finire la notte da Torlonia. Riprenderete la vostra -galoppa al punto in cui l’avete interrotta, di modo che non serberete -alcun rancore col sig. Luigi Vampa, che in tutto quest’affare si è -condotto da vero galantuomo. - -— Ah! sì da vero, diss’egli; avete ragione, e noi potremmo giungervi a -due ore... Sig. Luigi, continuò Alberto, vi è alcun’altra formalità da -compiersi prima di prendere commiato da V. E.? - -— Nessuna, signore, rispose il bandito, e voi siete libero come l’aria. - -— In questo caso, buona ed allegra vita. Venite, signori, venite. — Ed -Alberto, seguito da Franz e dal conte, discese la scala, e traversò la -sala quadrata. - -Tutti i banditi erano in piedi col cappello in mano. - -— Peppino, disse il capo, dammi la torcia. - -— Ebbene! che volete fare? domandò il conte. - -— Vi accompagno, questo è il più piccolo onore che possa tributare a -V. E. — E togliendo la torcia accesa dalle mani del pastore, camminò -avanti ai suoi ospiti, non come un cameriere che compie un atto di -servitù, ma come un re che preceda degli ambasciatori; giunto alla -porta, s’inchinò: — Ora, signor conte, diss’egli, vi rinnovo le mie -scuse, e spero che non conserverete alcun risentimento sull’accaduto. - -— No, mio caro Vampa, disse il conte, d’altra parte emendate i vostri -errori in un modo così compito, che si è quasi costretti esservi -obbligati per averli commessi. - -— Signori, riprese il capo volgendosi ai due giovani, forse l’invito -non vi sembrerà molto attraente, ma se mai vi venisse la volontà di -farmi una seconda visita, qui ed in qualunque altro luogo ove potessi -essere, voi sarete sempre i ben venuti. - -Franz ed Alberto lo salutarono. Il conte uscì pel primo, Alberto lo -seguì, Franz restava l’ultimo. - -— V. E. ha forse qualche cosa a chiedermi? disse Vampa. - -— Sì, lo confesso, rispose Franz; sarei curioso di sapere qual era -l’opera che leggevate con tanta attenzione quando noi siamo arrivati. - -— I Commentarii di Giulio Cesare, sono il mio libro prediletto. — -Ebbene! non venite? domandò Alberto. - -— Subito, rispose Franz, eccomi. — Ed uscì a sua volta dallo spiraglio; -fatto qualche passo nella pianura: - -— Ah! perdonatemi, disse Alberto, tornando indietro, volete permettermi -capitano? — Ed accese il sigaro alla torcia di Vampa. - -— Ora, signor conte, disse Alberto, ho grandissima premura di finire la -notte dal principe Torlonia. - -La carrozza fu ritrovata al luogo ove era stata lasciata. Il conte -disse una sola parola araba ad Alì, ed i cavalli partirono pancia a -terra. Erano le due precise all’orologio d’Alberto, quando i due amici -entrarono nella sala da ballo. Il loro ritorno fu un avvenimento, ma -siccome rientrarono insieme, così tutti i timori che si erano concepiti -sul conto d’Alberto cessarono sul momento. - -— Signora, disse il visconte de Morcerf, avanzandosi verso la contessa, -ieri voi aveste la bontà di promettermi una galoppa, vengo un po’ tardi -a reclamare questa graziosa promessa, ma il mio amico, che voi sapete -quanto è sincero, potrà farvi fede che non fu colpa mia. — E siccome -in quel momento l’orchestra dava il segnale di un valtz, Alberto passò -il braccio attorno alla vita della contessa e disparve con essa fra il -nembo dei ballerini. In questo tempo Franz andava pensando al singolare -fremito percorso su tutte le membra del conte di Monte-Cristo nel -momento in cui era stato, in certo qual modo costretto, a stringere la -mano ad Alberto. - - - - -XXXVIII. — IL CONVEGNO. - - -La dimane nel levarsi, la prima parola di Alberto fu di proporre a -Franz di fare una visita al conte. Egli lo aveva di già ringraziato -la sera innanzi, ma capiva benissimo che un servigio come quello -resogli dal conte, meritava bene due ringraziamenti. Franz che provava -un’attrattiva, mista a terrore, che lo spingeva verso il conte di -Monte-Cristo, non volle lasciarlo andar solo da quest’uomo, e lo -accompagnò. Entrambi furono introdotti: cinque minuti dopo comparve il -conte. — Signor conte, disse Alberto andandogli incontro, permettetemi -di ripetervi questa mattina ciò che malamente vi ho detto la scorsa -notte; che non dimenticherò mai in qual congiuntura mi siate venuto in -aiuto; e mi ricorderò sempre che vi devo la vita o poco meno. - -— Mio caro vicino, rispose il conte ridendo, voi esagerate le vostre -obbligazioni verso di me; non mi dovete che una piccola economia di una -ventina di migliaia di fr. sul vostro preventivo del viaggio, ed ecco -tutto: vedete bene che non bisogna parlarne. Per vostra parte, aggiunse -egli, ricevete i miei rallegramenti; avete dimostrato un’ammirabile -prontezza d’animo, e gran disinvoltura. - -— Che serve conte? disse Alberto: mi sono immaginato di avere avuta una -cattiva contesa, ed esser corsa una sfida; volli far comprendere una -cosa a questi banditi, ed è che in tutti i paesi del mondo gli uomini -si battono, ma che non vi sono che i francesi che si battono ridendo. -Ciò non ostante, non essendo per questo men grande l’obbligazione -che vi professo, vengo a chiedervi, se per mezzo dei miei amici o per -mezzo delle mie riconoscenze potessi esservi utile in qualche cosa. -Mio padre, il conte di Morcerf d’origine spagnuola, gode di un’alta -posizione in Francia ed in Ispagna, vengo a mettere me e tutte le -persone che mi amano a vostra disposizione. - -— Ebbene! disse il conte; vi confesso sig. de Morcerf, che mi aspettava -da voi una simile esibizione, e che l’accetto con tutto il cuore. -Io aveva già fissati i miei pensieri su di voi per chiedervi un gran -favore. — Quale? - -— Non sono mai stato a Parigi, e non conosco Parigi. - -— Da vero! gridò Alberto, voi avete potuto vivere fino adesso senza -veder Parigi? pare incredibile. - -— Eppure è così. Ma io sento con voi che una più lunga ignoranza della -capitale del mondo intelligente è impossibile. Vi è di più: forse -avrei fatto da lungo tempo questo viaggio indispensabile, se avessi -conosciuto qualcuno che mi avesse potuto introdurre in quel mondo ove -io non ho alcuna relazione. - -— Oh! un uomo come voi! gridò Alberto. - -— Siete molto buono. Ma siccome non riconosco in me stesso altro merito -che quello di poter fare concorso, come milionario, ai vostri più -ricchi banchieri, e che non vado a Parigi per speculare sulla borsa, -questa piccola particolarità mi ha trattenuto. Ora la vostra offerta mi -vi risolve. Vediamo: v’impegnate mio caro de Morcerf (il conte strisciò -questa parola con un singolare sorriso) allorquando sarò in Francia -d’aprirmi le porte di quel mondo, ove sarò uno straniero al pari di un -Huron, o di un Cinese? - -— In quanto a ciò, mio caro conte, a meraviglia e con tutto il cuore, -rispose Alberto, e tanto più volentieri (mio caro Franz non vi burlate -tanto di me), che sono richiamato a Parigi da una lettera che ricevo -questa mane stessa, ed in cui si parla di una trattativa con una -casa molto rispettabile e che ha le migliori relazioni col bel mondo -Parigino. - -— Trattativa di matrimonio? disse ridendo Franz. - -— Qual meraviglia? sì, perciò quando ritornerete a Parigi mi troverete -uomo posato, e forse padre di famiglia. Ciò starà bene colla mia -gravità naturale, n’è vero? In ogni modo, conte, ve lo ripeto, io ed i -miei siamo tutti in corpo ed anima a vostra disposizione. - -— Ed io accetto, disse il conte; perchè vi assicuro che non mi mancava -che questa occasione per effettuare un disegno che rumino da lungo -tempo. - -Franz non dubitò un momento che non fosse quello di cui erasi lasciato -sfuggire qualche parola nella grotta di Monte-Cristo, e guardò il -conte mentre diceva queste parole, per tentare di sorprendere sulla sua -fisonomia qualche rivelazione dei disegni che conducevano a Parigi: ma -era molto difficile penetrar nell’animo di quest’uomo, particolarmente -quand’egli lo velava con un sorriso. — Ma osserviamo, conte, soggiunse -Alberto contento di poter presentare un uomo come il conte di -Monte-Cristo; non sarà già questo un qualche disegno in aria, come se -ne fanno mille in viaggio, e che, fabbricati sulla sabbia, vengono poi -distrutti al primo soffio di vento? - -— No, sul mio onore, disse il conte, voglio andare a Parigi, ho bisogno -d’andarvi. — E quando sarà? — Quando vi sarete voi stesso? — Io? disse -Alberto, oh! mio Dio! fra 15 giorni, o al più fra tre settimane; il -tempo necessario per il ritorno, e null’altro. — Ebbene! vi accordo tre -mesi, vedete che vi do una larga misura. - -— E fra tre mesi, gridò Alberto con gioia, verrete a battere alla mia -porta. — Volete un convegno anche pel preciso giorno e per l’ora, disse -il conte, vi prevengo però che sono di una esattezza da far disperare. -— Il giorno e l’ora precisa! disse Alberto, ciò andrà a meraviglia. - -— Ebbene! sia così. — Egli stese la mano verso un calendario attaccato -presso lo specchio. — Oggi siamo ai 21 febbraio; cavò l’orologio, e -sono le 10 e mezzo del mattino, volete aspettarmi il 21 maggio prossimo -alle 10 e mezzo del mattino? - -— A meraviglia! disse Alberto; la colazione sarà preparata. - -— Ove abitate? — Strada di _Helder_ n. 27. — Voi vi trattate in casa -vostra da scapolo, ed io non vi sarò d’incomodo? - -— Io abito in casa di mio padre, ma in un padiglione nel fondo del -cortile interamente separato. - -— Va bene; — il conte aprì il taccuino e scrisse: Strada di Helder, n. -27, 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino. - -— Ed ora, disse il conte, rimettendosi il taccuino in saccoccia, siate -tranquillo, la sfera della vostra pendola non sarà più esatta di me. - -— Vi rivedrò prima della vostra partenza? domandò Alberto. — Secondo -quando partirete? - -— Parto domani sera alle cinque. — In questo caso vi do il mio addio. -Ho alcuni affari a Napoli, e non sarò di ritorno qui che sabato sera -o domenica mattina. E voi, soggiunse volgendosi a Franz, partite voi -pure, sig. conte? - -— Sì. — Per la Francia? - -— No, per Venezia. Resto ancora un anno o due in Italia. - -— Noi dunque non ci rivedremo a Parigi? - -— Temo di non avere quest’onore. - -— Animo dunque, signori, buon viaggio, disse il conte ai due amici -stendendo ad essi la mano. - -Era la prima volta che Franz toccava la mano di quest’uomo; egli -rabbrividì, perchè essa era ghiaccio come quella di un morto. — Per -l’ultima volta, disse Alberto, resta bene stabilito sulla parola -d’onore, è vero? strada di Helder n. 27, li 21 Maggio alle 10 e mezzo -del mattino? - -— Li 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino strada di Helder n. 27, -ripetè il conte. - -— Che avete? disse Alberto a Franz nel rientrare nelle loro stanze, mi -sembrate molto afflitto. - -— Sì, disse Franz, ve lo confesso, il conte è un uomo singolare, e -vedo con inquietudine questo convegno che vi ha dato a Parigi. — Questo -convegno... con inquietudine? E perchè? ma siete pazzo, mio caro Franz! -gridò Alberto. - -— Che volete? pazzo o no, la cosa va così. - -— Ascoltate, ripetè Alberto; sono ben contento che mi si presenti -un’occasione di dirvi, che vi ho sempre ritrovato di una gran freddezza -col conte, mentr’egli per sua parte è sempre stato ben diverso con noi. -Avete qualche cosa in particolare contro di lui? - -— Può darsi. — Ma l’avevate veduto in qualche altro luogo prima -d’incontrarlo qui? — Precisamente. - -— E dove? — Mi promettete di non dir mai una parola di quanto sono per -raccontarvi? — Ve lo prometto. - -— Sta bene: ascoltatemi dunque. - -Allora Franz raccontò ad Alberto la sua escursione all’isola di -Monte-Cristo, in qual modo vi aveva ritrovato un equipaggio di -contrabbandieri, e fra questo due banditi corsi. Egli calcò su tutti i -particolari dell’ospitalità fattucchiera che il conte gli aveva data -nella sua grotta delle _mille e una notte_, gli descrisse la cena, -l’_hatchis_, le statue, la realtà, il sogno e come al suo svegliarsi -altro non restava più, come prova e ricordo di tanti avvenimenti che il -piccolo _yacht_ che faceva vela sull’orizzonte per Porto-Vecchio. Indi -passò a Roma, alla notte del Colosseo, al dialogo che aveva inteso fra -lui e Vampa, conversazione relativa a Peppino, e nella quale il conte -aveva promesso di ottenere la grazia del bandito, promessa che aveva -mantenuta, come ne avranno potuto giudicare i nostri lettori. - -Finalmente giunse all’avventura della notte precedente, all’impaccio in -cui si era ritrovato vedendosi mancare 7, o 800 scudi per completare la -somma; in fino all’idea che gli era venuta di ricorrere al conte, idea -che ebbe un resultato tanto soddisfacente ad un tempo e pittoresco. - -Alberto ascoltava Franz con tutta l’attenzione. - -— Ebbene! diss’egli, quando questi ebbe finito, e che v’è di -riprovevole in tutto questo? il conte è viaggiatore, ha un bastimento -proprio perchè è uomo ricco. Andate a Portsmouth o a Southampton e -ritroverete questi porti ingombri di _yacht_ appartenenti a ricchi -inglesi che hanno la stessa fantasia. Per sapere ove fermarsi nelle sue -escursioni, per non cibarsi di questa terribile cucina che avvelena me -da mesi, e voi da 4 anni, per non giacere su questi letti abbominevoli -nei quali non si può dormire, si è fatto ammobiliare un piccolo pian -terreno a Monte-Cristo; e temendo che il governo toscano non gli desse -congedo, e che tutti i suoi mobili andassero perduti, ha comprato -l’isola, e ne ha assunto il nome. Mio caro, frugate nella vostra -memoria, e ditemi quante persone di nostra conoscenza prendono il nome -di proprietà che non hanno mai avute? - -— Ma, disse Franz, e questi banditi corsi che erano fra il suo -equipaggio?... - -— Ebbene! che v’è di meraviglioso? Capite meglio di qualunque altro -che i banditi corsi non sono ladri, ma fuggitivi, perché una qualche -_vendetta_ li ha esiliati dalle loro città o dai villaggi; si possono -dunque vedere senza mettersi a rischio. In quanto a me dichiaro, che se -un giorno dovessi andare in Corsica, prima di farmi presentare, a modo -di dire, al governatore od al Prefetto, mi farei presentare ai banditi -di Colomba: sempre che vi si possa mettere la mano sopra, io li ritrovo -gentili. - -— Ma Vampa e la sua banda, soggiunse Franz, sono banditi che fermano -per rubare, non lo negherete, spero? che dite adunque dell’influenza -che il conte ha su tal razza di gente? - -— Dirò, che dovendo la vita, secondo tutte le apparenze, a questa -influenza, non spetta a me il criticarla troppo da vicino. Così invece -di fargliene, come voi, un delitto capitale, troverete giusto che io lo -scusi, se non di avermi salvata la vita, il che sarebbe un poco troppo -esagerato, almeno di avermi fatto risparmiare 4mila scudi, che fanno -24mila lire della nostra moneta, somma per la quale non mi avrebbero -tanto stimato in Francia. - -— Ebbene! ecco precisamente: di che paese è il conte, che lingua -parla? quali sono i suoi mezzi di sussistenza? da dove gli viene la -sua immensa fortuna? Quale è stata questa prima parte della sua vita -misteriosa ed incognita, che ha sparso sulla seconda una tinta oscura e -misantropica? Ecco ciò che nel vostro posto vorrei sapere. - -— Mio caro Franz, quando leggendo la mia lettera vi siete accorto -che avevamo bisogno dell’influenza del conte, siete andato a dirgli: -«Alberto conte de Morcerf corre un pericolo, aiutatemi a toglierlo -d’impiccio», n’è vero? - -— Sì. — Allora vi ha egli domandato: «e chi è questo signor Alberto de -Morcerf? Donde gli viene il suo nome? Donde gli viene la sua fortuna? -Quali sono i suoi mezzi di sussistenza? qual è il suo paese? dove è -nato?» vi ha egli fatte tutte queste interrogazioni? dite? — No, lo -confesso. - -— Egli è venuto, ecco tutto; mi ha tolto dalle mani del sig. Vampa, -ove ad onta di tutte le mie apparenze piene di disinvoltura, come voi -diceste, io vi faceva una tristissima figura, lo confesso: ebbene! mio -caro; quando in cambio di simile servigio egli mi domanda di far per -lui ciò che si fa tutti i giorni pel primo principe russo o italiano -che passa per Parigi, vale a dire di presentarlo nelle società, volete -che gli neghi questo? Via dunque, Franz, siete pazzo! - -Bisogna convenire, che contro il solito, questa volta tutte le buone -ragioni eran dalla parte d’Alberto. - -— Finalmente, rispose Franz con un sospiro, fate come volete, mio caro -visconte, perchè tutto quel che mi dite è persuasivo, lo confesso, ma è -altrettanto vero che il conte di Monte-Cristo è un uomo strano. - -— Il conte di Monte-Cristo è un uomo filantropo: egli non vi ha detto -con quale scopo viene a Parigi: ebbene! viene per concorrere al premio -di Monthyon, e se ad ottenerlo non gli manca che il mio voto, glielo -darò. Dopo ciò non parliamo più di questo: mettiamoci a tavola, e dopo -andiamo a fare un’ultima visita a S. Pietro. - -Fu fatto come aveva detto Alberto, e il giorno dopo alle 5 p. m. i due -giovani si lasciarono, Alberto de Morcerf per ritornare a Parigi, e -Franz d’Épinay per passare una quindicina di giorni a Venezia. - -Ma Alberto, prima di salire in carrozza, consegnò al cameriere -dell’albergo, tanto aveva paura che il convitato mancasse al convegno, -un biglietto da visita pel conte di Monte-Cristo, sul quale al di sotto -delle parole «Visconte Alberto de Morcerf» aveva scritto colla matita: -— _21 Maggio, alle 10 e mezzo a. m. Strada Helder. N. 27_. - - - - -XXXIX. — LA COLAZIONE. - - -Nella casa strada Helder in cui Alberto de Morcerf aveva dato in Roma -convegno al conte di Monte-Cristo, tutto veniva preparato nel mattino -del 21 maggio, per fare onore alla parola data dal giovine. Alberto -abitava un padiglione posto sull’angolo di un gran cortile rimpetto -ad un altro stabile deputato ai comuni. Due sole finestre di questo -padiglione guardavano sulla strada, delle altre tre davano sul cortile, -e due sul giardino. Fra questo cortile ed il giardino, s’ergeva sebbene -fabbricata con cattivo gusto d’architettura imperiale, l’abitazione -elegante e vasta del conte e della contessa de Morcerf. Su tutta la -larghezza del fabbricato girava un muro, che metteva sulla strada, ad -intervalli guernito da sovrapposti vasi di fiori, e diviso nel mezzo -da un gran cancello a lance dorate, che serviva per le entrate di -parata: una piccola porta, addossata all’abitazione del portinaro dava -passaggio ai padroni e servitori quando entravano o uscivano a piedi. -Nella scelta del padiglione destinato per abitazione d’Alberto si -scorgeva la delicata previdenza di una madre, che non volendo dividersi -dal figlio, aveva però capito che un giovine dell’età d’Alberto aveva -bisogno di tutta la sua libertà. Dall’altra parte dobbiamo convenirne, -si scorgeva pure l’intelligente egoismo del giovine, perduto in questa -vita libera ed oziosa, propria dei figli di famiglia, al quale veniva, -come all’uccello, dorata la sua gabbia. Da queste due finestre che -guardavano sulla strada, Alberto poteva fare le sue esplorazioni -all’esterno: vista tanto necessaria ai giovani che vogliono vedere -passare innanzi ai loro occhi il proprio orizzonte, fosse pur quello -della strada; fatta la sua esplorazione, se gli sembrava meritare un -esame più profondo, Alberto poteva, per darsi alle proprie ricerche, -uscir da una piccola porta che era dirimpetto all’altra di cui -abbiamo parlato presso all’abitazione del portinaro, e che merita una -particolare menzione. - -Era una piccola porta, che sarebbesi detto dimenticata da tutti dal -momento che fu fabbricata la casa, e sarebbesi creduta condannata -a rimaner sempre chiusa, tanto sembrava meschina e polverosa, ma i -catenacci e i gangheri erano talmente bene unti, che indicavano l’uso -continuo e misterioso. Questa piccola porta segreta faceva concorrenza -colle altre due, e si burlava del portinaro, di cui sfuggiva alla -vigilanza ed alla responsabilità, aprendosi come la famosa porta della -caverna delle _Mille e una notte_, a guisa del Sesamo incantato di -Alì-Babà, per mezzo di qualche parola cabalistica, o di qualche segno -convenuto pronunciato dalla più dolce voce, od eseguito dalla più bella -mano del mondo. - -Alla fine di un corridoio vasto e silenzioso, col quale comunicava e -che formava anticamera, s’apriva a destra la sala da pranzo d’Alberto, -che guardava il cortile, ed a sinistra la sua piccola camera da -ricevere che guardava il giardino. Cespugli, e piante parassite si -aprivano a ventaglio davanti alle finestre, e nascondevano al cortile -ed al giardino l’interno di queste camere, le sole al piano terreno, -che potevano essere esposte agli sguardi degl’importuni. Al primo -piano queste due camere si ripetevano, aumentate da una terza che -corrispondeva alla sottoposta anticamera: erano la camera da letto, -quella da ricevere, ed un gabinetto. - -La sala del piano terreno era una specie di divano algerino destinato -ai fumatori. Il gabinetto del primo piano metteva nella camera da -letto, e per una porta invisibile aveva comunicazione colle scale. Si -ponga mente alle cautele. - -Al di sopra di questo primo piano spaziava un vasto studio, ingrandito -coll’atterrare i muri di divisione, pandemonio che disputava l’artista -al damerino. Là erano rifugiati ed affastellati tutti i successivi -capricci d’Alberto: i corni da caccia, i bassi, i flauti, un’orchestra -completa, poichè per un momento ebbe non il gusto ma la fantasia della -musica. I cavalletti, i tavolozzi, i pastelli, poichè alla fantasia -della musica era succeduta la fatuità della pittura: finalmente -i fioretti, i guanti da pugillatore, gli squadroni, e i bastoni -d’ogni genere, poichè, seguendo il costume dei giovani alla moda, -Alberto coltivava, con maggiore perseveranza di quel che non aveva -fatto la musica e la pittura, le tre arti che formano il compimento -dell’educazione da _Lions_, vale a dire la scherma, i pugni, ed -il bastone, ed in questa camera destinata agli esercizi corporali, -riceveva successivamente, Grisier, Cooks, e Carlo Lacour. Il rimanente -della mobilia di questa sala privilegiata, si componeva di vecchi -forzieri dei tempi di Francesco I, ripieni di porcellane della China, -di vasi del Giappone, di terraglie di Luca della Robbia e di piatti -di Bernardo di Palissy; di antichi seggioloni, ove forse erasi assiso -Enrico IV o Sully, Luigi XIII o Richelieu, poichè due di essi ornati -di uno scudo intagliato, ove sopra un campo azzurro brillavano i tre -gigli di Francia sormontati dalla corona reale, uscivano visibilmente -dal guardaroba del Louvre, o per lo meno da qualche castello reale. Sur -essi erano gettate alla rinfusa ricche stoffe a vivi colori, tinte al -sole della Persia o ricamate dalle dita delle donne di Calcutta o di -Chandernayor. Ciò che si stessero a far là queste stoffe non si sarebbe -potuto dire; aspettavano, ricreando gli occhi, un destino sconosciuto -anche al loro stesso proprietario, e mentre aspettavano, rischiaravano -l’appartamento coi loro riflessi dorati. Nel posto più apparente -sorgeva un piano forte, fabbricato da Roller e Blanchet di legno di -rosa, della forma delle nostre sale di Lilliputiens, racchiudendo -ciò non pertanto un’orchestra nella sua stretta e sonora capacità, -e sopraccaricato dai capi d’opera di Beethoven, di Weber, di Mozart, -d’Haydn, di Crètry, e di Porpora. - -Quindi, lungo tutti i muri, sopra le porte, nel soffitto, erano -disposte spade, pugnali, stocchi, mazze dorate, e complete armature, -damascate, incrostate; arborari, massi di minerali, uccelli imbottiti -di crini, che tenevano le ali aperte ad un volo immobile, colle -penne color di fuoco, col becco che non chiudono mai. Non occorre -dire, che questa era la stanza di predilezione di Alberto. Però, il -giorno del convegno, il giovine in abito di mezza gala aveva fissato -il suo quartier generale nel salotto del pian terreno. Ivi, sur una -tavola, circondata da un divano largo e morbido, tutti i tabacchi -sconosciuti, dal giallo di Pietroburgo fino al nero del Sinai passando -per il porto-ricco, e il latakiè, erano racchiusi in vasi di terraglia -smaltata che sono l’adorazione degli olandesi. Vicini ad essi, in -cassette di legni odorosi, erano schierati per ordine di grandezza, -e di qualità i sigari puros, regalia, avana ecc.; finalmente in un -armadio aperto una collezione di pipe di Germania, di Turchia, coi -bocchini d’ambra, ornate di corallo, e di fregi incrostati d’oro, con -lunghe canne di marrocchino ripiegate a guisa di serpenti, aspettavano -il capriccio o la simpatia dei fumatori. Alberto aveva presieduto da -sè stesso all’ordinamento, o piuttosto a quel disordine simmetrico -che, dopo il caffè i convitati di una colazione alla moderna amano di -osservare per mezzo al fumo che loro sfugge di bocca dirigendosi al -soffitto in lunghe e capricciose spirali. - -Alle 10 meno un quarto entrò un cameriere, che unitamente ad un _groom_ -di 15 anni, il quale parlava soltanto l’inglese, e rispondeva al nome -di John, erano i soli domestici di Alberto. Ben inteso ch’egli poteva -disporre del cuoco di casa nei giorni ordinari, e negli straordinari il -cacciatore del conte era a sua disposizione. Questo cameriere, che si -chiamava Germano e che godeva tutta la confidenza del giovine padrone, -teneva in mano un pacco di giornali che depose sul tavolo, ed alcune -lettere che consegnò ad Alberto, il quale vi gettò sopra uno sguardo -indifferente, ne scelse due con minuti caratteri, e con sopraccarta -profumata, le dissigillò, e le lesse con qualche attenzione. - -— Come sono arrivate queste lettere? domandò egli. - -— Una è venuta per la posta, l’altra l’ha portata il cameriere della -sig.ª Danglars. - -— Fate dire alla sig.ª Danglars che accetto il posto che mi offre -nel suo palco... aspettate, in giornata passerete da Rosa; le direte -che andrò, come m’invita a cenare da lei uscendo dall’_Opera_, e le -porterete sei bottiglie di vino assortito di Cipro, di Xeres, di Malaga -ed un barile di ostriche d’Ostenda... prendete le ostriche da Borel, e -raccomandategli che sono per me. - -— A che ora comanda sia in ordine la tavola? - -— Che ora abbiamo! — Manca un quarto alle dieci. - -— Ebbene ordinate per le 10 e mezzo precise... Debray sarà forse -obbligato di andare al suo ministero... e d’altra parte... (Alberto -consultò il suo taccuino) questa è l’ora che ho indicata al conte, li -21 maggio alle 10 e mezzo a. m.; quantunque non faccia gran fondamento -sulla promessa, desidero di essere esatto. A proposito sapete se la -sig.ª contessa sia alzata? - -— Se il sig. Visconte lo desidera, andrò ad informarmene. - -— Sì... le chiederete una delle cassettine da liquori, poichè la mia è -incompleta: le direte che avrò l’onore d’andar da lei verso le tre, e -che le domando permesso di presentarle un signore. - -Il cameriere uscito, Alberto si gettò sul divano, stracciò la fascetta -a due o tre giornali, guardò gli annunzi degli spettacoli, fece la -boccaccia vedendo che si rappresentava un’opera e non un ballo; cercò -invano quegli annunzi di profumeria un oppiato pel dolore dei denti di -cui gli era stato parlato, e gettò l’uno dopo l’altro i tre giornali -più in voga a Parigi, mormorando in mezzo ad uno sbadiglio prolungato: - -— In verità questi giornali divengono di giorno in giorno sempre più -noiosi. - -In questo mentre una carrozza si fermò avanti la porta, ed un momento -dopo il cameriere rientrò annunziando il signor Luciano Debray. Un -giovine biondo, alto, pallido, coll’occhio grigio e fermo, colle labbra -sottili e fredde, coll’abito blu a bottoni cisellati, la cravatta -bianca, una lente di cristallo sospesa ad un filo di seta, e che per -uno sforzo del tendine sopracciliare e del tendine zigomatico arrivava -a fissare avanti la cavità dell’occhio destro, entrò senza sorridere, -senza parlare, con un portamento semi-ufficiale: - -— Buon giorno, Luciano, buon giorno! disse Alberto. Ah! voi mi -spaventate, mio caro, colla vostra esattezza! Ma che dico? esattezza! -Voi che non aspettava che per ultimo, giungete alle 10 meno 5 minuti, -mentre il convegno definitivo non è che alle 10 e mezzo? Quest’è un -miracolo! Il ministero sarebbe forse caduto? - -— No, carissimo, disse il giovine gettandosi sul divano, -tranquillatevi, trattiamo sempre, ma non cediamo mai, e comincio a -credere che passeremo bonariamente alla immobilità, senza contare che -gli affari della penisola vanno in modo da consolidarsi pienamente. - -— Ah! è vero, scacciate Don Carlos dalla Spagna. - -— No, carissimo, non confondete le cose; lo riconduciamo all’altra -frontiera della Francia, e gli offriamo una ospitalità da re a Bourges. -— A Bourges? — Sì, egli non avrà a lagnarsi; Bourges è la capitale del -re Carlo VII. Come! voi non sapete nulla di tutto ciò? Tutta Parigi lo -sa da ieri, e avanti ieri la cosa era già stata traspirata alla borsa, -perchè Danglars (non so con qual mezzo quest’uomo ha le notizie nello -stesso tempo di noi) perchè Danglars ha arrischiato sul rialzo de’ -fondi; e vi ha guadagnato un milione. - -— E voi una nuova decorazione, a quanto parmi: poichè vedo una striscia -blu aumentata alla vostra spranghetta. - -— Eh! mi hanno inviato la decorazione di Carlo III, rispose -negligentemente Debray. - -— Andiamo, non fate tanto l’indifferente, e confessate che avete avuto -piacere a riceverla. - -— In fede mia, sì, come compimento di toletta, una placca sta bene -sopra un abito nero abbottonato, è cosa elegante. - -— E, disse ridendo Morcerf, si ha l’aspetto del principe di Galles, -o simili. — Ecco adunque, carissimo, il perchè mi vedete così di -buon’ora. — Perchè avete la placca di Carlo III e volevate darmi questa -notizia? — No, ma perchè ho passata tutta la notte a spedir lettere; -25 dispacci diplomatici. Ritornato in casa questa mattina a giorno, -voleva dormire, ma mi ha assalito il dolor di testa, e mi sono rialzato -per montare un’ora a cavallo. A Boulogne sono stato preso dalla noia, -e dalla fame, due nemici che raramente vanno insieme, e che ciò non -pertanto, si sono collegati contro di me: una specie di alleanza -Carlo-repubblicana; allora mi sono ricordato che questa mane v’era -festa in casa vostra, ed eccomi qua: ho fame, nutritemi: sono annoiato, -divagatemi. - -— Questo è il mio dovere d’anfitrione, amico caro, disse Alberto -suonando pel cameriere, mentre che Luciano colla sua bacchettina, col -pomo cesellato ed incrostato di turchinette, faceva saltare i giornali -spiegati; — Germano, un bicchiere di Xeres, ed un biscotto. Frattanto, -mio caro Luciano, ecco dei sigari di contrabbando, bene inteso: -v’invito a fumarli, e a persuadere il vostro ministro a vendercene -degli eguali, invece delle foglie di noce che condanna i buoni -cittadini a fumare. - -— Peste! me ne guarderò bene. Quando questi vi venissero dal governo -non li vorreste più, e li ritrovereste esecrabili. D’altra parte ciò -non ha rapporto coll’interno, spetta alle finanze; indirizzatevi al -signor Humann, sezione delle contribuzioni indirette, corridore A, N. -26. - -— In verità, disse Alberto, mi sorprendete per le vostre estese -cognizioni. Ma prendete un sigaro! - -— Ah! caro conte, disse Luciano accendendo un sigaro ad una candela -color di rosa in una bugìa d’argento dorato, e rovesciandosi sul -divano, quanto siete felice, per non avere nulla da fare! in verità, -non conoscete la vostra felicità! - -— E che fareste dunque, mio caro rappacificatore di regni, rispose -Morcerf con una leggera ironia: se non aveste nulla da fare? Come! -segretario particolare di persona influente, lanciato ad un tempo -nella gran cabala europea e nei piccoli intrighi di Parigi; avendo -dei re, e meglio ancora, delle regine da proteggere, dei partiti da -riunire, delle elezioni da dirigere; facendo più nel vostro gabinetto -e col vostro telegrafo di quel che non ha fatto Napoleone sui campi -di battaglia colla spada, e colle vittorie; possedendo 25 mila lire -di rendita, oltre il vostro impiego, un cavallo di cui Château-Renaud -vi ha offerto 400 luigi e non glielo avete voluto dare, un sarto che -non vi sbaglia mai un calzone; avendo l’_Opera_, il Jockey-Club, e il -teatro delle varietà, non trovate dunque che tutto ciò sia buono per -distrarvi? Ebbene, sia, vi distrarrò io. - -— Ed in qual modo? — Col farvi fare una nuova conoscenza. — Un uomo o -una donna? — Un uomo. - -— Oh! ne conosco di già troppi. — Ma è uno come non ne conoscete -quello di cui vi parlo. — E di dove viene dunque? di capo al mondo? — -Fors’anche di più lontano. - -— Oh! diavolo! spero bene che non sia quegli che deve portare la nostra -colazione? — No, siate tranquillo, la nostra colazione è nelle cucine -materne. Ma dunque avete fame? - -— Sì, lo confesso, per quanto sia umiliante il dirlo. E ciò non ostante -ieri ho pranzato dal sig. de Villefort: e non so se abbiate mai notato, -che si pranza molto male dalle persone di tribunale: direbbesi che -hanno sempre dei rimorsi. - -— Ah! per bacco! voi disprezzate i pranzi degli altri come se si -pranzasse bene dai vostri ministri. - -— Sì, ma non invitiamo la gente di _bonton_ almeno; e se non fossimo -obbligati ad invitare quei miserabili che pensano, e quel che più -importa, che danno buoni voti, ci guarderemmo, come dalla peste, di -pranzare in casa nostra; questo vi prego a volerlo credere sul serio. - -— Allora, mio caro, prendete un altro bicchiere di Xeres ed un altro -biscotto. - -— Il vostro vino di Spagna è eccellente; vedete bene che abbiamo avuto -gran ragione a rappacificare quel paese. - -— E ciò vi procurerà il tosone d’oro. - -— Credo che questa mattina abbiate adottato il sistema di nutrirmi di -fumo. - -— Eh! questo è quanto diverte più lo stomaco; convenitene; ma -ascoltate: sento appunto la voce di Beauchamp nell’anticamera, -disputerete insieme, e ciò vi farà attendere con maggior pazienza. - -— A proposito di che? - -— A proposito di giornali. - -— Ah! caro amico, disse Luciano, con un sovrano disprezzo, io leggo -forse giornali? - -— Ragione di più, allora disputerete maggiormente. - -— Il Sig. Beauchamp, annunziò il cameriere. - -— Entrate, entrate! penna terribile! disse Alberto alzandosi e andando -incontro al giovine: ecco qui Debray che vi detesta senza leggervi, -almeno a quanto ha detto. - -— Egli ha ben ragione, disse Beauchamp, si conduce come me; io lo -critico senza sapere quel che fa... Buon giorno commendatore. - -— Ah! lo sapete di già? rispose il segretario particolare, scambiando -col giornalista una stretta di mano ed un sorriso. - -— Per bacco! riprese Beauchamp. — E che se ne dice nel mondo? — In qual -mondo? abbiamo molti mondi nell’anno di grazia 1838. — Eh! nel mondo -critico-politico di cui siete uno dei _lions_. - -— Ma si dice che la cosa è giustissima. - -— Andiamo, andiamo, non c’è male, disse Luciano; perchè mai non -siete uno dei nostri, mio caro Beauchamp? Con tanto spirito quanto ne -possedete, fareste fortuna in tre o quattro anni. - -— Non aspetto che una cosa per seguire il vostro consiglio. Ora, -una sola parola a voi, caro Alberto, poichè bisogna bene che lasci -respirare Luciano: facciamo colazione o pranziamo? perchè io ho _la -camera_ che mi aspetta. Non sono tutte rose, come vedete, nel nostro -mestiere. - -— Faremo soltanto colazione; non aspettiamo più che due persone, e ci -metteremo a tavola subito che saranno giunte. - -— E chi aspettate? disse Beauchamp. - -— Un gentiluomo, ed un diplomatico, rispose Alberto. - -— Allora è l’affare di due piccole ore pel gentiluomo; e di due grandi -ore pel diplomatico: ritornerò alle frutta. Serbatemi delle fragole, -del caffè, e dei sigari: mangerò una costolina alla camera. - -— Non ne fate niente, Beauchamp. Quando anche il gentiluomo fosse un -Montmorency, e l’altro uno dei primi diplomatici, faremo colazione alle -11 precise; frattanto fate come Debray, assaggiate il mio Xeres, ed i -miei biscotti. - -— Andiamo dunque, sia così, resto. Bisogna assolutamente che questa -mane mi distragga. - -— Buono! eccovi come Debray: mi sembra però che quando il ministero è -tristo l’opposizione debba essere allegra! - -— Ah! vedete, amico caro, ciò nasce perchè non sapete da che cosa sono -minacciato. Questa mattina sentirò alla camera dei deputati un discorso -di Danglars, e questa sera in casa di sua moglie una tragedia di un -pari di Francia. - -— Capisco: avete bisogno di far provvigione d’ilarità. - -— Non dite dunque male dei discorsi di Danglars, egli vota per voi, è -dell’opposizione. - -— Ecco, per bacco! dove sta il male: io aspetto che lo mandiate a -discorrere al Lussemburgo per riderne a mio bell’agio. - -— Caro mio, disse Alberto a Beauchamp, si vede bene che gli affari -di Spagna sono accomodati, questa mattina siete di un’asprezza -stomachevole. Ricordatevi dunque che la cronaca parigina porta -trattative di un matrimonio fra me ed Eugenia Danglars. Non posso -dunque, in coscienza, lasciarvi parlar male dell’eloquenza di un uomo, -che un giorno o l’altro può dirmi: «signor visconte, sapete che assegno -in dote due milioni a mia figlia.» - -— Su, via! disse Beauchamp, questo matrimonio non si farà mai. Il re ha -potuto farlo conte, ma non potrà mai farlo diventar gentiluomo, ed il -conte de Morcerf è una spada troppo aristocratica per acconsentire, per -due meschini milioni, ad una cattiva alleanza. Il visconte de Morcerf -non deve sposare che una marchesa. - -— Due milioni, rispose Alberto, sono una bella cosa. - -— Questo è il capitale sociale di un teatro dei baluardi, o di una -strada di ferro dal giardino delle piante a Râpèe. - -— Lasciatelo dire, Morcerf, riprese con noncuranza Debray, ed -ammogliatevi. Voi sposate la cifra che sta scritta sopra un sacco, n’è -vero? ebbene! che v’importa! è meglio allora su questa cifra un blasone -di meno ed un zero di più; avete 7 merli nelle vostre armi, ne darete -tre a vostra moglie, e ve ne resteranno ancor quattro. - -— In fede mia, credo che abbiate ragione, Luciano, rispose con -distrazione Alberto. - -— Eh certamente! d’altra parte è milionario e nobile come un bastardo: -cioè, come potrebbe esserlo. - -— Zitto! non dite questo, Debray, rispose ridendo Beauchamp: poichè -ecco qui Château-Renaud che per guarirvi dalla manìa di paradossare -su tutto, vi passerebbe a traverso il corpo la spada di Renaud di -Montauban, suo avolo. - -— Egli allora derogherebbe, rispose Luciano, perchè io sono un villano, -villanissimo. - -— Bene! gridò Beauchamp, ecco il ministero che canta da pastore. Eh! -come finiremo? - -— Il sig. Château-Renaud! il sig. Massimiliano Morrel! disse il -cameriere, annunziando i due nuovi convitati. - -— Il numero è completo! disse Beauchamp, e noi andiamo a far colazione; -perchè se non isbaglio, non aspettavate che due persone, Alberto? - -— Morrel! mormorò Alberto! e chi è costui? - -Ma prima che avesse terminato, il sig. de Château-Renaud, bel giovine -di 30 anni, gentiluomo dalla testa ai piedi, vale a dire, coll’aspetto -di un Guiche e lo spirito di un Mortemart, aveva preso Alberto per la -mano. - -— Permettetemi, mio caro, gli diss’egli, di presentarvi il sig. -Massimiliano Morrel, capitano dei _Spahis_ (specie di cavalieri -affricani) mio amico, e di più mio salvatore. Del rimanente egli si -presenta abbastanza bene da sè stesso, salutate il mio eroe, visconte. - -E si scostò per lasciar vedere questo grande e nobile giovine, dalla -fronte larga, dallo sguardo penetrante, dai baffi neri, che i nostri -lettori si ricorderanno di aver veduto a Marsiglia in una congiuntura -molto più drammatica, e che non avran certo dimenticata. Una ricca -uniforme metà francese, e metà orientale, mirabilmente portata, -faceva comparire il suo largo petto decorato della croce della legione -d’onore, e l’inquadratura svelta delle sue forme. - -Il giovine ufficiale s’inchinò con pulita eleganza; Morrel era grazioso -in tutti i suoi movimenti perchè era forte. - -— Signore, disse Alberto con affettuosa cortesia, il barone di -Château-Renaud ben sapeva tutto il piacere che mi procurava nel farmi -fare la vostra conoscenza. Voi siete uno de’ suoi amici, signore; siate -ancora uno dei nostri. - -— Benissimo, disse Château-Renaud, e desiderate, mio caro visconte, che -presentandosi l’occasione faccia per voi quel che ha fatto per me. - -— E che ha dunque fatto? domandò Alberto. - -— Oh! non è mestieri di parlarne, il signore esagera. - -— Come! è mestieri di parlarne! la vita non vale la pena che se ne -parli?... In vero avete troppa filosofia nelle vostre parole, mio caro -Morrel... Andrà bene per voi ch’esponete la vostra vita tutti i giorni, -ma per me che l’ho esposta una volta per caso... - -— Ciò che scorgo di più chiaro in tutto ciò, barone, è che il capitano -Morrel vi ha salvata la vita. - -— Oh! mio Dio! sì, semplicemente, replicò Château-Renaud. — E in quale -occasione? domandò Beauchamp. - -— Beauchamp amico mio, sapete ch’io muoio di fame! disse Debray; non -andate dunque nelle storie. - -— Ebbene! ma io, disse Beauchamp, non impedisco che si mettano a -tavola... Château-Renaud ci racconterà ciò a tavola. - -— Signori, disse Morcerf, non sono che le 10 e un quarto, e noi -aspettiamo un altro convitato. - -— Ah! è vero, un diplomatico, riprese Debray. - -— Un diplomatico, o qualche altra cosa, non so niente: ciò che so, si -è che lo incaricai di un’ambasciata per conto mio, da lui disimpegnata -con tanta mia soddisfazione che se fossi stato re, lo avrei fatto -cavaliere di tutti i miei ordini ad un tempo, ancorchè avessi avuto a -mia disposizione il Toson d’Oro e la Giarrettiera. - -— Allora, dappoichè non si va ancora a tavola, disse Debray, versatevi -un altro bicchiere di Xeres come abbiamo fatto noi, e raccontateci la -vostra storia, barone. - -— Voi tutti sapete che mi venne il capriccio di andare in Affrica? — -Strada tracciatavi dai vostri antenati, mio caro Château-Renaud, disse -con galanteria Morcerf. - -— Sì, ma dubito che non vi sarete andato, com’essi, per liberare il -santo sepolcro. - -— Avete ragione, Beauchamp, disse il giovine aristocratico, fu solo per -tirare il mio colpo di pistola come dilettante. Il duello mi ripugna, -come voi sapete, da poi che due testimoni, che io aveva scelti per -accomodare una contesa, mi costrinsero a rompere un braccio ad uno dei -miei migliori amici... eh! per bacco a quel povero Franz d’Épinay, che -voi tutti conoscete. - -— Ah! è vero, vi batteste in allora, molto tempo fa,... ed a proposito -di che? - -— Il diavolo mi porti se me ne ricordo! disse Château-Renaud; ma ciò -che mi ricordo perfettamente si è che, avendo vergogna di lasciar -dormire un ingegno come il mio, ho voluto provare sugli Arabi delle -pistole nuove di cui aveva avuto dono. In conseguenza m’imbarcai per -Orano; di lì passai a Costantina, e giunsi precisamente in tempo per -veder levare l’assedio. Mi misi in ritirata come gli altri. Per 48 ore -sopportai abbastanza bene la pioggia di giorno, e la neve di notte; -finalmente nella terza mattina il cavallo morì di freddo. Povera -bestia! accostumato alle coperte ed al braciere della scuderia... un -cavallo arabo che si è trovato spatriato per aver rinvenuto appena -dieci gradi di freddo in Arabia. - -— Per ciò volevate comprare il mio cavallo inglese, disse Debray; -supponendo forse che sopporterebbe il freddo meglio del vostro arabo. — -Siete in errore, poichè ho fatto voto di non ritornare più in Affrica. - -— Voi dunque avete avuto paura; domandò Beauchamp. - -— In fede mia sì, lo confesso, disse Château-Renaud; e ne ho avuto ben -d’onde! Il mio cavallo dunque era morto; io faceva la mia ritirata a -piedi, sei arabi vennero al galoppo per tagliarmi la testa, ne ammazzai -due con due colpi del mio fucile, due colle mie due pistole; ma ne -restavano altri due, ed io era disarmato. L’uno mi prese pei capelli, -per questo ora li porto corti, non si sa mai ciò che può accadere; -l’altro mi circondò il collo col suo _yatagan_, e già sentiva il freddo -acuto del ferro, quando questo signore che vedete, caricò a sua volta -sopra di essi, atterrò quello che mi teneva pei capelli con un colpo di -pistola, e colla sciabola spiccò la testa a quello che si apparecchiava -a tagliarmi la gola. Questo signore si era imposto in quel giorno -l’obbligo di salvare un uomo, la combinazione volle che questi foss’io: -quando diventerò ricco voglio far fare da Klugmann o da Marochetti una -statua che rappresenti l’accaduto. - -— Sì, disse sorridendo Morrel; era il 5 settembre, cioè l’anniversario -del giorno in cui mio padre fu miracolosamente salvato; così, per -quanto è in mio potere, celebro tutti gli anni questo giorno con -qualche azione. - -— Eroica, n’è vero? interruppe Château-Renaud; alle corte fui l’eletto, -ma qui non sta il tutto. Dopo avermi salvato dal ferro mi salvò dal -freddo dandomi, non già una metà del suo mantello come fece, non -mi ricordo chi, ma tutto intero. Poi dalla fame, dividendo meco, -indovinate un poco che cosa? - -— Un pasticcio di Felix? chiese Beauchamp. - -— No, il suo cavallo, di cui mangiammo entrambi un pezzo con -grandissimo appetito; sebbene fosse un poco duro... - -— Il cavallo? domandò ridendo Morcerf. - -— No, il sacrificio, rispose Château-Renaud. Domandate a Debray se -sacrificherebbe il suo cavallo inglese per un estraneo? — Per un -estraneo, no; per un amico potrebbe darsi, rispose Debray. — Ed io -pronosticai che sareste divenuto mio amico, signor conte, disse Morrel; -d’altra parte ho già avuto l’onore di dirvelo: eroismo o no, sacrificio -o no, doveva un olocausto alla cattiva fortuna, in compenso del favore -che altravolta ci aveva fatta la buona. - -— Questa storia a cui Morrel fa allusione, è una bellissima storia che -poi vi racconterà un giorno, quando avrete fatto con lui una più estesa -conoscenza; per oggi approvvigioniamo lo stomaco, e non la memoria. A -che ora fate colazione? - -— Alle 10 e mezzo. - -— Precise? domandò Debray cavando l’orologio. - -— Oh! mi accorderete 5 minuti di tolleranza, disse Morcerf, poichè io -pure aspetto un salvatore — Di chi? - -— Di me per bacco! rispose Morcerf. Credete forse che non possa essere -salvato come un altro, e che non vi siano che gli Arabi che tagliano la -testa? La nostra colazione è una colazione filantropica, ed avremo alla -nostra tavola, spero almeno, due benefattori dell’umanità. - -— E come faremo? disse Debray, non abbiamo che un sol premio Monthyon? - -— Ebbene! verrà dato a qualcuno che nulla abbia fatto per meritarlo, -disse Beauchamp, in questo modo d’ordinario fa l’accademia per -togliersi da qualunque impaccio. - -— E di dove viene? domandò Debray, scusate l’insistenza; avete di già, -lo so bene, risposto a questa domanda, ma molto vagamente perchè possa -permettermi di potervela fare una seconda volta. - -— In verità, disse Alberto, non lo so. Quando l’ho invitato, or son -tre mesi, era a Roma, ma da quel tempo chi può dire il viaggio che ha -fatto? - -— E lo credete capace di essere esatto? - -— Lo credo capace di tutto, rispose Morcerf. - -— Fate attenzione che, compresi i minuti di tolleranza, non ne mancano -più che dieci. - -— Ebbene! ne approfitterò per dirvi una parola sul mio convitato. - -— Perdono disse Beauchamp: vi sarà materia per un _fogliettone_ in ciò -che siete per narrare? — Sì, certamente, disse Morcerf, ed anche dei -più curiosi. — Allora raccontate, poichè vedo bene che non potrò andare -alla _Camera_, e bisogna che ne abbia un compenso. - -— Io ero a Roma nell’ultimo carnevale. - -— Questo lo sappiamo di già, disse Beauchamp. - -— Ma ciò che non sapete si è, che fui rapito dai Briganti. - -— Non vi sono più briganti, disse Debray. - -— Ve ne sono, e ve ne sono anche degli orridi, cioè ammirabili, mentre -ne ho trovati dei belli ma da far paura. - -— Vediamo, mio caro Alberto, disse Debray; confessate che il vostro -cuoco è in ritardo, che le ostriche non sono ancora giunte da Marennes -o da Ostenda, e che a guisa della sig.ª di Maintenon, volete sostituire -un racconto ad un piatto. Ditelo, mio caro, siamo abbastanza di buona -compagnia per perdonarvelo, e per ascoltare la vostra storia; tuttochè -sembri favolosa. - -— Ed io vi dico, per quanto possa comparir favolosa, che ve la -garantisco per vera dal principio alla fine. I briganti adunque mi -avevano condotto in un luogo molto tristo, chiamato le Catacombe di S. -Sebastiano. - -— Lo conosco, disse Château-Renaud, e per poco non vi presi le febbri. - -— Ed io ho fatto ancora più; l’ebbi realmente. Mi fu annunziato che ero -prigioniero, salvo il riscatto, una bagattella, 4 mila scudi romani, -circa 26 mila lire tornesi. Disgraziatamente non ne aveva più che -1,500, era alla fine del mio viaggio, e il mio credito era esausto. -Scrissi a Franz. Ah perbacco! Franz era là, e potete chiedergli se -mentisco di una virgola; scrissi dunque a Franz che se non giungeva -alle 6 del mattino coi 4 mila scudi, alle 6 e 10 minuti sarei passato -all’eterna gloria, e Luigi Vampa, questo è il nome del capo dei -briganti, vi prego a crederlo, mi avrebbe mantenuta scrupolosamente la -sua parola. - -— Ma Franz sarà giunto coi 4 mila scudi? disse Château-Renaud. Che -diavolo! non può trovarsi in impaccio per 4 mila scudi chi porta il -nome di Franz d’Épinay o d’Alberto de Morcerf! - -— No, ma egli giunse solamente, e semplicemente accompagnato dal -convitato che vi ho annunziato, e che spero potervi presentare. - -— E che! è dunque Ercole che uccide Caco questo signore? un Perseo che -libera Andromeda? - -— No, è un uomo in circa della mia corporatura. - -— Armato fino ai denti? — Non aveva neppure un ferro da calzetta. — -Egli dunque contrattò il vostro riscatto? - -— Disse due parole all’orecchio del capo ed io fui liberato. - -— Anzi gli fecero perfino le scuse d’avervi arrestato, disse Beauchamp. -— Precisamente, rispose Morcerf - -— Ma che! era dunque l’Ariosto quest’uomo? - -— No, era semplicemente il conte di Monte-Cristo. - -— Non v’è nessuno che si chiami così, disse Debray. - -— Io non credo, soggiunse Château-Renaud colla presenza d’animo -dell’uomo che tiene sulla punta delle dita tutte le genealogie delle -famiglie nobili dell’Europa; chi è che conosca in alcuna parte un conte -di Monte-Cristo? - -— È forse un qualche casato proveniente dalla Terra Santa, disse -Beauchamp, uno dei suoi avi avrà posseduto il Calvario, come i Mortmart -il Mar morto. - -— Perdono, disse Massimiliano, ma io credo di potervi togliere -d’impaccio, signori: Monte-Cristo è una piccola isola, di cui ho -sovente inteso parlare dai marinari impiegati da mio padre; un grano di -sabbia in mezzo al Mediterraneo, un atomo nell’infinito. - -— Ed è perfettamente ciò, signore, disse Alberto. Ebbene! di questo -grano di sabbia, di questo atomo è signore e re colui di cui vi parlo; -egli avrà comprato il diploma di conte in qualche parte della Toscana. - -— È dunque ricco il vostro conte? — In fede mia, lo credo! — Ma ciò -deve vedersi, mi sembra? — Ecco ciò che v’inganna, Debray. — Io non vi -capisco affatto. - -— Avete letto le _Mille e una notte_? - -— Per bacco! bella domanda! - -— Ebbene! sapete se le persone che vi si vedono sono ricche o povere? -se i loro grani di frumento sono rubini o diamanti? essi hanno -l’aspetto di miserabili pescatori, n’è vero? voi li trattate come tali, -e d’un subito vi aprono qualche caverna misteriosa, e vi trovate un -tesoro da comprare le Indie: il mio conte di Monte-Cristo è uno di quei -pescatori: ha perfino un nome tolto da quella professione, si chiama -Sindbad il marinaro, e possiede una caverna piena d’oro. - -— L’avete veduta? domandò Beauchamp. - -— Io no; Franz sì. Ma zitti! non bisogna dire una parola di tutto ciò -davanti a lui. Franz vi discese cogli occhi bendati, e fu servito -da uomini muti, e da donne, in paragone delle quali Cleopatra non -era, a quanto pare che una _lorette_. Soltanto delle donne egli non -è ben sicuro, attesochè esse non apparvero che dopo aver mangiato -dell’_hatchis_; di modo che potrebbe darsi che quelle che ha prese per -donne, non fossero state bonariamente che statue. - -I giovani amici guardarono Morcerf con uno sguardo che voleva dire: — -Ma che mio caro, diventate voi insensato, o vi burlate di noi? - -— In fatto, disse Morrel pensieroso, ho inteso raccontare anch’io da un -vecchio marinaro, chiamato Penelon qualche cosa di consimile a ciò che -dice il signor di Morcerf. - -— Ah! fece Alberto, sono ben fortunato che Morrel venga in mio -aiuto. Vi dispiace, n’è vero, ch’egli getti un gomitolo di filo nel -mio laberinto? — Perdonate, mio caro ma ci raccontate cose tanto -inverisimili... — Ah! per bacco! perchè i vostri ambasciatori, i vostri -consoli non ve ne parlano! essi non ne hanno il tempo, hanno troppo da -fare nel molestare i loro compatriotti che viaggiano. - -— Ah! ecco che v’inquietate, e ve la prendete coi nostri poveri -diplomatici. Eh! mio Dio! con che volete che vi proteggano? la _Camera_ -corrode ogni giorno i loro stipendi, ed ora è al punto di non trovarne -più. Volete diventare ambasciatore? vi farò nominare a Costantinopoli. - -— No, perchè il sultano alla prima nota in favore di Mehemet-Alì, mi -manderebbe il cordone, e i miei segretari mi strangolerebbero. - -— Vedete bene! disse Debray. — Sì, tutto ciò non toglie che esiste il -mio conte di Monte-Cristo! — Per bacco! tutti gli uomini esistono, bel -miracolo! — Tutti gli uomini esistono, ma non in simili condizioni. -Tutti gli uomini non hanno schiavi neri, gallerie principesche, armi -alla Casauba, cavalli da 6 mila franchi l’uno, e greche _mantenute_. - -— L’avete voi veduta la Greca da lui _mantenuta_? - -— Sì, l’ho veduta ed intesa; veduta al teatro Valle, intesa un giorno -che facevo colazione dal conte. - -— Il vostro uomo straordinario dunque mangia? - -— In fede mia, che mangia! e tanto poco, che non merita la pena di -parlarne. - -— Voi vedrete poi che sarà un vampiro. - -— Ridete, se volete, questa era l’opinione della contessa G***, che, -come voi sapete, ha conosciuto lord Ruthwen. - -— Ah! buono! disse Beauchamp, ecco per un uomo non giornalista, il -simile del famoso serpente di mare del _Constitutionel_; un vampiro, -perfettamente! - -— Occhio rossiccio, la cui pupilla si dilata e restringe a volontà, -disse Debray, volto ad angolo sviluppato, fronte spaziosa, tinta -livida, barba nera, denti bianchi ed acuti, compitezza tutta -particolare. - -— Ebbene! precisamente è tutto ciò, Luciano, disse Morcerf, ed i -connotati sono riportati a puntino. Sì, compitezza acuta ed incisiva. -Quest’uomo spesso mi ha fatto fremere, e particolarmente un giorno, -fra gli altri, che guardavamo insieme una esecuzione, ho creduto di -essere presso a svenirmi, molto più per vederlo e sentirlo ragionare -freddamente su tutti i supplizi della terra, di quella che per guardare -il carnefice eseguire il suo ufficio, e sentire le grida del paziente. - -— E non vi ha condotto fra le rovine del Colosseo per succhiarvi il -sangue, Morcerf? disse Beauchamp. - -— Ovvero dopo avervi liberato non vi ha fatto firmare qualche pergamena -color di fuoco, in virtù della quale gli cediate la vostra anima? - -— Scherzate! scherzate quanto volete, signori! disse Morcerf punto sul -vivo. Quando osservo voi altri belli parigini, abituati al baluardo di -Gand, passeggiatori del bosco di Boulogne, e mi ricordo di quest’uomo, -mi pare che non siamo della stessa specie. - -— Me ne glorio, disse Beauchamp. - -— Il vostro conte di Monte-Cristo, soggiunse Château-Renaud, è però -sempre un galantuomo nelle ore d’ozio, salvo però le sue piccole -intelligenze coi banditi Italiani. - -— Ma se non vi sono banditi Italiani! soggiunse Debray. - -— Non vi sono vampiri! disse Beauchamp. - -— Non esiste il conte di Monte-Cristo! riprese Debray. - -— Ascoltate, caro Alberto, suonano le dieci e mezzo. - -— Confessate che avete veduto un fantasma, e andiamo a far colazione, -disse Beauchamp. - -Ma la vibrazione dell’orologio a pendolo non era ancora estinta, quando -la porta si aprì, e Germano annunziò: - -— S. E. il conte di Monte-Cristo! - -Tutti gli uditori fecero loro malgrado un movimento che dinotava la -preoccupazione da Morcerf infiltrata nelle loro anime col suo racconto. -Alberto stesso non potè esimersi da una commozione momentanea. Non -era stato inteso nè carrozza sulla strada, nè passi nell’anticamera; -la porta stessa si era aperta senza rumore. Il conte comparve sul -limitare, vestito colla più grande semplicità, ma il _lion_ più -esigente non avrebbe saputo trovarvi la più piccola mancanza. Tutto -era di un gusto squisito, tutto usciva dalle mani dei più eleganti -fornitori, abiti, cappello, biancheria. - -Sembrava avere appena 35 anni, ma ciò che sorprese tutti si fu -l’estrema rassomiglianza col ritratto che ne aveva descritto Debray. -Il conte si avanzò sorridendo in mezzo al salotto, e andò direttamente -da Alberto, che venendogli incontro gli offerse con trasporto la mano. -— L’esattezza, disse Monte-Cristo, è la gentilezza dei re, per quanto -ha preteso, io credo, uno dei vostri sovrani. Ma qualunque sia la loro -buona volontà, non è però sempre quella dei viaggiatori. Però io spero, -mio caro visconte, che mi scuserete, in grazia della mia buona volontà, -i due o tre secondi di ritardo al nostro convegno; 500 leghe non si -fanno senza qualche contrattempo, particolarmente in Francia ove è -proibito, a quanto sembra, di battere i postiglioni. - -— Signor conte, rispose Alberto, io era sul punto di annunziare la -vostra visita ad alcuni dei miei amici, da me riuniti ad occasione -della promessa che mi faceste, e che ho l’onore di presentarvi. Questi -signori sono, il conte di Château-Renaud, la cui nobiltà risale a 12 -Pari, i cui antenati hanno avuto posto alla tavola rotonda: Luciano -Debray, segretario particolare del ministro dell’Interno; Beauchamp, -terribile giornalista, il terrore del governo francese, e di cui forse, -ad onta dalla sua celebrità non avrete inteso parlare in Italia, atteso -che il suo giornale non vi può entrare; finalmente Massimiliano Morrel -capitano degli _Spahis_. — A questo nome, il conte, che fino allora -aveva salutato cortesemente, ma con una freddezza ed una impassibilità -tutta inglese, fe’ suo malgrado un passo in avanti, ed una leggera -tinta vermiglia passò come un lampo sulle sue pallide guance: — Il -signore porta l’uniforme dei nuovi vincitori francesi? diss’egli, è una -bell’uniforme. - -Non sarebbe stato possibile poter dire quale fosse il sentimento che -dava alla voce del conte una così profonda vibrazione e che faceva -brillare suo malgrado l’occhio tanto bello, tanto sereno e limpido, -quando non aveva alcun motivo per velarlo. — Voi non avevate mai veduti -i nostri affricani, sig. conte? disse Alberto. — Giammai, replicò il -conte, ritornato perfettamente padrone di sè stesso. - -— Ebbene, sig. conte, sotto quest’uniforme batte uno dei cuori più -bravi e più nobili dell’esercito... - -— Oh! sig. conte, interruppe Morrel. - -— Lasciatemi dire, capitano... Non ha guari, continuò Alberto, abbiamo -inteso un tratto così eroico del signore, che, quantunque io lo -veda oggi per la prima volta, reclamo da lui il favore di potervelo -presentare come un mio amico. — E sarebbesi potuto anche a queste -parole, scorgere nel conte quello strano sguardo di fissazione, quel -rossore fuggitivo, e quel leggero tremore della palpebra, che in lui -dinotava emozione: — Ah il signore ha un cuor nobile, disse il conte; -tanto meglio! - -Questa specie di esclamazione che corrispondeva piuttosto col -pensiero del conte, che col discorso d’Alberto sorprese tutti, ma -particolarmente Morrel, che guardò il conte di Monte-Cristo con -istupore. Ma in pari tempo il tuono della voce era stato sì dolce e -per così dire sì soave, che, per quanto strana fosse apparsa questa -esclamazione non v’era ragione in alcun modo d’offendersene. - -— Perchè dunque ne dubiterebbe egli? disse Beauchamp a Château-Renaud. - -— In verità, ripose questi, che, coll’abitudine del _gran mondo_ e -la chiarezza pel suo colpo d’occhio aristocratico, aveva penetrato in -Monte-Cristo tutto ciò che era in lui penetrabile, in verità Alberto -non ci ha ingannati, è un personaggio singolare questo conte; che ne -dite Morrel? - -— In fede mia, rispose questi, ha l’occhio franco e la voce simpatica -di modo che mi piace ad onta della bizzarra riflessione che ha fatta -sul conto mio. - -— Signore! disse Alberto, Germano m’avvisa che la colazione è -all’ordine. Mio caro conte, permettetemi che v’insegni la strada. — -Passarono silenziosamente nella sala da pranzo, e ciascuno si mise al -suo posto. - -— Signori, disse il conte sedendosi, permettetemi una confessione che -sarà la mia scusa per tutte le inconvenienze che potrò commettere: sono -forestiere ma forestiere a tal punto che questa è la prima volta che -vengo a Parigi. La vita francese mi è dunque perfettamente sconosciuta, -non avendo fino ad ora seguita che la sola orientale, la più antipatica -alle buone tradizioni parigine. Vi prego dunque a scusarmi se -ritroverete in me qualche cosa di troppo turco, o di troppo arabo. -Detto ciò, signori, facciamo colazione. - -— Dal modo come ha detto tutto ciò, mormorò Beauchamp, si conosce che è -un gran signore. - -— Un gran signore straniero, soggiunse Debray. - -— Un gran signore cosmopolita, disse Château-Renaud. - -Ognuno ricorderà che il conte era un convitato sobrio. Alberto ne -fece le sue osservazioni, e manifestò il timore che non avesse a -dispiacergli la vita parigina fin dal suo bel principio nella parte -più materiale, è vero, ma nello stesso tempo più necessaria: — Mio -caro conte, diss’egli, voi mi vedete colpito da un timore, ed è che -la cucina della strada d’Helder non abbia a dispiacervi tanto, quanto -quella della piazza di Spagna. Avrei dovuto chiedervi ciò che più vi -gusta, o farvi preparare qualche piatto di vostra fantasia. - -— Se voi mi conosceste di più, rispose sorridendo il conte, non vi -preoccupereste di una cosa quasi umiliante per un viaggiatore quale -io sono, che ha successivamente vissuto con maccheroni a Napoli, con -polenta a Milano, con olla pudrida a Valenza, con riso asciutto a -Costantinopoli, con karrick nelle Indie, e con nidi di rondinelle nella -China. Non vi è una cucina particolare per un cosmopolita come sono -io: mangio di tutto, ed in ogni luogo; solo mangio poco, ed oggi che -voi mi rimproverate la mia sobrietà, sono in una delle giornate del mio -massimo appetito, perchè da ieri mattina non ho più mangiato. - -— Come da ieri mattina? esclamarono i convitati, non avete mangiato da -26 ore? - -— No, rispose il conte, fui obbligato di deviare dalla mia strada per -portarmi a Nimes a prendere in quei dintorni alcune informazioni, di -modo che era un poco in ritardo; e non ho voluto fermarmi. - -— Ma avrete mangiato in carrozza? chiese Morcerf. - -— No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il -coraggio di distrarmi, o quando ho fame senza aver volontà di mangiare. - -— Ma dunque, comandate al sonno? domandò Morrel. - -— Presso a poco. — Avete voi una ricetta per questo? - -— Infallibile. — Ecco ciò che sarebbe eccellente per noi Affricani, -che non abbiamo sempre che mangiare, e che difficilmente abbiamo di che -bere, disse Morrel. - -— Sì, disse il conte, disgraziatamente la mia ricetta, buona per -un uomo come me, che conduco una vita di eccezione, sarebbe molto -pericolosa applicata ad un esercito che non si sveglierebbe più, quando -se ne avesse bisogno. - -— Si può sapere che è questa ricetta? chiese Debray. - -— Oh! mio Dio! sì, disse il conte, non ne faccio alcun segreto; è un -mischio di eccellente oppio che io stesso sono stato a cercare a Canton -per esser certo d’averlo puro, e del miglior _hatchis_ che si raccolga -in Oriente, cioè fra il Tigri e l’Eufrate. Si riuniscono questi due -ingredienti in porzioni eguali, e se ne formano delle specie di pillole -che s’inghiottiscono quando uno ne ha bisogno. L’effetto si produce -dieci minuti dopo. Domandatene al barone Franz d’Épinay, che credo un -giorno ne abbia gustato. - -— Sì, rispose Morcerf, me ne ha detto qualche parola, ed anzi ne ha -conservato grata memoria. - -— Ma, disse Beauchamp, che nella sua qualità di giornalista era molto -incredulo, porterete sempre questa droga con voi? - -— Sempre, rispose il conte di Monte-Cristo. - -— Sarei indiscreto se vi domandassi di vedere queste pillole? continuò -Beauchamp nella speranza di cogliere lo straniero in fallo. - -— No, signore, rispose il conte. E cavò di tasca una maravigliosa -bomboniera scavata in un solo smeraldo, e chiusa con un fermaglio -d’oro, che, aprendosi, dava passaggio ad una pillola di color verdastro -della grossezza di un pisello. Questa pillola aveva un odore acre -e penetrante; ve ne erano 4, o 5 nella cavità dello smeraldo che ne -poteva contenere circa una dozzina. - -La bomboniera fece il giro della tavola, ed i convitati se la facevano -passare più per esaminare la magnificenza dell’ammirabile smeraldo che -per guardare e fiutare le pillole che conteneva. — È forse il vostro -cuoco che vi prepara questo regalo? domandò Beauchamp. - -— No, signore, disse il conte di Monte-Cristo; non abbandono in tal -modo i miei piaceri reali all’arbitrio di mani indegne; sono abbastanza -buon chimico per prepararmi da me stesso queste pillole. - -— Questo è uno smeraldo ammirabile, ed è il più grosso che abbia mai -veduto, quantunque mia madre abbia qualche gioia di famiglia molto -notevole, disse Château-Renaud. - -— Di questi ne aveva tre, soggiunse il conte di Monte-Cristo; uno ne -regalai al Gran signore che ne ha adornata la sua sciabola; l’altro a -persona che non debbo nominare; il terzo l’ho riserbato per me, e l’ho -fatto scavare, la qual cosa gli ha tolto la metà del valore, ma lo ha -reso più comodo per l’uso al quale l’ho destinato. - -Ciascuno guardò il conte di Monte-Cristo con meraviglia; parlava con -tanta semplicità, che faceva conoscere ad evidenza essere vero ciò che -diceva, o essere pazzo: ciò non ostante lo smeraldo che rimaneva nelle -sue mani faceva piuttosto inclinare a credere la prima supposizione. - -— E che vi hanno dato in contraccambio le persone cui avete fatti -simili doni? chiese Debray. - -— Il Gran-signore mi concesse la libertà di una donna, rispose il -conte; l’altra persona la vita di un uomo. Di modo che per due volte -sono stato così possente, come se fossi nato sui gradini di un trono. - -— E forse fu Peppino che liberaste, n’è vero? gridò Morcerf; a lui -forse applicaste il vostro diritto di grazia? - -— Può darsi, disse Monte-Cristo sorridendo. - -— Sig. conte, disse Morcerf, non potete formarvi un’idea del piacere -che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi aveva di già annunziato -ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle _Mille e -una Notte_, come uno stregone del medio evo; ma i parigini sono -persone talmente sottili nei paradossi, che prendono per capricci -dell’immaginazione le verità più incontrastabili, quando esse non -entrano nelle condizioni della loro giornaliera esistenza. Per esempio, -ecco Debray che legge, e Beauchamp che stampa tutti i giorni, essere -stato fermato e spogliato sul baluardo qualche membro Jockey-Club -in ritardo, che furono assassinate quattro persone sulla strada -Saint-Denis o nel sobborgo San-Germano; che sono stati arrestati 4, 10, -20 ladri, sia in un caffè sul baluardo del Tempio, sia alle Terme di -Giulio, e negano l’esistenza dei banditi nelle Maremme, nella Campagna -Romana, e nelle paludi Pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne prego, -signor conte, che sono stato preso da questi banditi, e che, senza la -vostra generosa intercessione, io oggi aspetterei, secondo tutte le -probabilità, la resurrezione finale nelle catacombe di San Sebastiano, -invece di dar loro da colazione nella mia piccola ed indegna casa -strada di Helder. - -— Bah! voi mi avete promesso di non parlarmi più di questa miseria. — -Non sono io che vi ho fatto questa promessa, sig. conte, gridò Morcerf, -sarà stato qualche altro cui avete reso un simile servigio, e che ora -confondete con me. Parliamone anzi, ve ne prego; perchè se vi risolvete -a parlare di questa particolarità, non solo ridirete alcune cose che -so, ma molte altre ancora che non so. - -— Ma mi sembra che in tutto questo affare, soggiunse il conte ridendo, -abbiate sostenuto una parte di troppa importanza, per sapere al par di -me tutto ciò che è accaduto. - -— Volete promettermi, che, se dico tutto quel che so, mi direte tutto -quello che non so? - -— È troppo giusto, rispose Monte-Cristo. - -— Ebbene! soggiunse Morcerf, dovesse il mio amor proprio ancora -soffrirne, mi sono creduto per tre giorni l’oggetto delle civetterie -di una maschera che aveva presa per discendente delle Tulie, o delle -Poppee, nel mentre che ero puramente e semplicemente l’oggetto delle -frascherie di una contadina; e notate bene che dico contadina per non -dire villana. Ciò che io so si è, che a guisa di un gonzo, più gonzo -ancora di colui di cui si parlava non ha guari, ho preso per questa -persona un giovine bandito dai 15 ai 16 anni, col mento imberbe, -la vita sottile, che al momento in cui voleva emanciparmi fino a -depositare un bacio sulla sua casta spalla, mi ha messo le pistole -alla gola, e coll’aiuto di altri sette o 8 banditi, mi ha condotto o -piuttosto mi ha trascinato nel fondo delle catacombe di San Sebastiano, -ove trovai un capo di banditi molto letterato, in fede mia, che leggeva -i commentari di Giulio Cesare, e che si è degnato d’interrompere la -lettura per dirmi che se la dimane alle 6 del mattino non aveva versati -4 mila scudi nella sua cassa alle sei ed un quarto avrei perfettamente -cessato di vivere. La lettera vi è, essa è nelle mani di Franz, firmata -da me, con _post-scriptum_ di Mastro Luigi Vampa. Se ne dubitate, -scriverò a Franz che farà legalizzare le firme. Ecco ciò che so. Or -quello che mi resta a sapere si è, come mai, voi, sig. conte, siate -giunto ad incutere ai banditi di Roma un sì gran rispetto, ad essi -che nulla rispettano. Vi confesso che Franz ed io ne fummo rapiti -d’ammirazione. - -— Niente di più semplice, signore, rispose il conte, io conosceva -il famoso Vampa da più di dieci anni. Quand’egli era ancor giovine e -pastore, un giorno gli regalai, non mi sovviene ora qual moneta d’oro, -perchè m’indicò la strada, ed egli, per non avere niente del mio, mi -dette in cambio un pugnale, intagliato colle sue mani, e che voi forse -avrete notato nella mia collezione d’armi. Col tempo, sia ch’egli -dimenticasse questo ricambio di piccoli regali che doveva mantenere -l’amicizia fra di noi, sia che non mi avesse riconosciuto, tentò di -arrestarmi; ma io al contrario arrestai lui con una dozzina dei suoi -compagni. In allora poteva abbandonarlo alla giustizia romana che è -speditiva, e che si sarebbe ancora sollecitata di più a suo riguardo, -ma non lo feci; invece lo rimandai con tutti i suoi. - -— A condizione che non peccassero più, disse il giornalista ridendo. -Vedo con piacere ch’essi hanno mantenuta scrupolosamente la parola. - -— No, signore, rispose Monte-Cristo, a condizione che rispettassero -sempre me ed i miei amici. - -— Alla buon’ora, gridò Château-Renaud, ecco il primo uomo coraggioso -che sento predicare lealmente e brutalmente l’egoismo; ciò è -bellissimo, bravo! signor conte. - -— Almeno ciò è molto franco, disse Morrel; ma sono sicuro che il conte -non si è pentito di avere una volta mancato a questi principi, che ora -ci ha esposti in modo così assoluto. - -— Ed in qual modo ho mancato ai miei principi, signore? domandò -Monte-Cristo che di tempo in tempo non poteva esimersi dal guardare -Massimiliano con tanta attenzione, che già due o tre volte l’ardito -giovine era stato costretto ad abbassar gli occhi, rimpetto allo -sguardo limpido e chiaro del conte. - -— Mi sembra, rispose Morrel, che liberando il sig. di Morcerf che non -conoscevate voi servivate al prossimo, ed alla società... - -— Di cui egli fa il più bell’ornamento, disse con gravità Beauchamp, -vuotando in un sol fiato un bicchiere di Champagne. - -— Sig. conte, gridò Morcerf, eccovi preso dal ragionamento, voi, uno -dei più aspri logici che io conosca. E starete a vedere, che quanto -prima vi sarà dimostrato, che in vece d’essere un egoista, siete un -filantropo. Ah! voi vi spacciate per Orientale, Levantino, Maltese, -Indiano, Chinese, Selvaggio, vi chiamate Monte-Cristo per nome di -famiglia, Sindbad il marinaro per nome di battesimo, ed eccovi, che il -primo giorno che mettete il piede in Parigi, già possedete il più gran -merito, od il più gran difetto della nostra eccentricità parigina, vale -a dire vi usurpate i vizi che non avete! - -— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo, non vedo in tutto ciò che ho -detto o fatto, una sola parola che possa meritarmi, per parte vostra -e di questi signori, l’elogio che ricevo. Voi non mi eravate estraneo, -poichè vi avevo data una colazione, vi aveva prestata per otto giorni -una carrozza, avevamo veduto insieme passare le maschere pel Corso, e -perchè avevamo guardato dalla stessa finestra della piazza del Popolo -quella esecuzione che vi fece tanta impressione che quasi sveniste. -Ora, lo domando a questi signori, poteva io lasciare il mio ospite -nelle mani di quei spaventosi banditi, come voi li chiamate? D’altra -parte lo sapete, aveva nel salvarvi un secondo fine, qual era quello -di servirmi di voi per introdurmi nella società di Parigi quando -fossi venuto a visitare la Francia. Per qualche tempo avete potuto -considerare questa risoluzione come un disegno vago ed incerto; ma -oggi lo vedete, è una bella e buona realtà, alla quale bisogna che vi -sottomettiate, sotto pena di mancare alla vostra parola. - -— Ed io la manterrò, disse Morcerf, ma temo che presto vi cadrà ogni -illusione, mio caro conte, voi, avvezzo ai luoghi pieni d’avventure, -agli avvenimenti pittoreschi, ai fantastici orizzonti. Presso noi non -vi accadrà il più piccolo episodio di quelli cui la vita fantastica vi -ha abituato. Il nostro Chimboraco è Montmartre; il nostro _Himalaya_ è -il monte Valérien, il nostro _Gran Deserto_ è la pianura di Grenelle, -e vi forano ancora un pozzo artesiano perchè le carovane vi trovino -dell’acqua. Noi abbiamo dei ladri ed anche molti, quantunque non ve ne -siano tanti quanti si dice; ma essi temono egualmente la più piccola -spia come il più gran signore; finalmente la Francia è un paese così -prosaico, e Parigi una città tanto incivilita, che non troverete, -cercando ancora per tutti gli 85 nostri dipartimenti (dico 85 -dipartimenti, perchè, ben inteso eccettuo la Corsica dalla Francia) che -non troverete una sola montagna in cui non vi sia un telegrafo, la più -piccola grotta un poco oscura nella quale un commissario di polizia non -abbia fatto porre un becco a gas. Non vi è dunque che un solo servigio -che posso rendervi, mio caro conte, e per questo mi metto interamente -a vostra disposizione; ed è di presentarvi ovunque, e farvi presentare -dai miei amici; abbenchè voi per questo non abbiate bisogno d’alcuno: -col vostro nome, la vostra fortuna, ed il vostro spirito (Monte-Cristo -s’inchinò con un sorriso leggermente ironico), ognuno si presenta -ovunque da sè stesso, ed ovunque è ben ricevuto. In realtà adunque non -posso essere buono per voi che ad una cosa sola: se l’abitudine della -vita parigina, se la esperienza dei nostri comodi, se la conoscenza dei -nostri bazar possono raccomandarmi a voi mi metto a vostra disposizione -per ritrovarvi una conveniente abitazione. Non oso proporvi di farvi -parte del mio alloggio, come ho partecipato del vostro a Roma, non -professo l’egoismo ma sono egoista per eccellenza; perchè il mio -alloggio non potrebbe contenere oltre me neppure un’ombra.... a meno -che non fosse quella di una donna. - -— Ah! fece il conte, ecco una riserva del tutto matrimoniale; voi -infatto a Roma mi avete detto qualche parola di un matrimonio in -trattativa; debbo congratularmi sulla vostra prossima felicità? - -— La cosa è sempre allo stato di disegno, sig. Conte. - -— E chi dice disegno, soggiunse Debray, vuol dire eventualità. — No, -no, disse Morcerf; mio padre vi ha dell’impegno, e spero fra poco di -presentarvi se non mia moglie, almeno la mia fidanzata in madamigella -Eugenia Danglars. - -— Eugenia Danglars! riprese Monte-Cristo; aspettate dunque; suo padre -non è il Conte Danglars? — Sì rispose Morcerf; ma conte di nuova -formazione. — Oh! che importa! rispose Monte-Cristo, s’egli ha reso -allo stato dei servigi che gli abbiano meritata questa distinzione. - -— Servigi enormi, disse Beauchamp. Quantunque liberale nell’anima, -nel 1829, completò un prestito di sei milioni a Carlo X che lo ha, -sulla mia fede, fatto conte e cavaliere della legione d’onore, di modo -che egli porta la decorazione non al taschino del giubbetto, come si -potrebbe credere, ma bell’e bene all’occhiello dell’abito. - -— Ah! disse Morcerf ridendo, Beauchamp, riserbate questi frizzi -per inserirli sul _Corsaire_ o sul _Charivari_; ma in mia presenza -risparmiate il mio futuro suocero. — Quindi volgendosi a Monte-Cristo: -— Ma voi poco fa ne pronunciaste il nome come se conosceste il conte? - -— Non lo conosco, disse negligentemente Monte-Cristo, ma probabilmente -non tarderò molto a fare la sua conoscenza, atteso che ho dei crediti -aperti su lui dalla casa Richard e Blount di Londra, Arstein e Esheles -di Vienna, Thomson e French di Roma. — Pronunciando questi due ultimi -nomi, Monte-Cristo guardò colla coda dell’occhio Massimiliano Morrel. -Se lo straniero aveva calcolato di produrre dell’effetto sopra -Massimiliano Morrel, non s’era ingannato. Massimiliano si commosse -come se avesse ricevuta una scossa elettrica. — Thomson e French! -diss’egli, conoscete questa casa signore? — Sono i miei banchieri nella -capitale del mondo cristiano, rispose tranquillamente il conte: posso -esservi giovevole con essi? — Ah! signore, voi potreste aiutarmi forse -in certe ricerche, che fino ad oggi sono state infruttuose. In altro -tempo questa casa ha reso un grandissimo servigio alla nostra, e non -so perchè, essa ha sempre negato di avercelo reso. — Sono ai vostri -comandi, rispose Monte-Cristo inchinandosi. — Ma noi, disse Morcerf, -ci siamo allontanati in modo particolare ed a proposito di Danglars -dall’argomento della conversazione. Si trattava di ritrovare una casa -conveniente al conte di Monte-Cristo. Andiamo signori, orizzontiamoci -per averne un’idea: ove alloggeremo questo nuovo ospite del gran -Parigi? - -— Nel sobborgo _San Germano_, disse Château-Renaud; là il signore -ritroverà una graziosa abitazione posta fra il cortile ed il giardino. - -— Bah! Château-Renaud, disse Debray, voi non conoscete che il vostro -tristo ed ammuffito sobborgo _San Germano_; non lo ascoltate, signor -conte, alloggiate _Chaussée-d’Antin_, è il vero centro di Parigi. - -— Baluardo dell’_Opera_, disse Beauchamp; al primo piano, una casa -con ringhiera; il signor conte vi farà portare dei cuscini di broccato -d’argento, e vedrà, fumando la sua pipa turca, o inghiottendo le sue -pillole, tutta la capitale sfilare sotto i suoi occhi. - -— E voi, disse Château-Renaud, voi Sig. Morrel non avete alcuna idea? -nulla proponete. - -— Anzi, disse il giovine militare, al contrario, ne ho una, ma -aspettava che il signore si fosse lasciato tentare da qualcuna delle -brillanti proposizioni che gli sono state fatte. Ora, non avendo egli -risposto, credo potergli offrire un appartamento in una casa piccola -ma graziosa, tutta alla Pompadour, che mia sorella ha preso in fitto da -circa un anno nella strada Meslay. - -— Voi avete una sorella? domandò Monte-Cristo. - -— Sì, signore, ed una eccellente sorella. - -— Maritata? — Ben presto saranno 9 anni. - -— E felice? domandò di nuovo il conte. - -— Tanto felice, quanto è permesso d’esserlo a creatura umana, rispose -Massimiliano. Ella sposò l’uomo che amava, quello che ci rimase fedele -nella nostra avversa fortuna, Emmanuele Herbaut. — Monte-Cristo -sorrise impercettibilmente. — Io abito là durante il mio semestre, -continuò Massimiliano, e di unita a mio cognato Emmanuele noi saremo a -disposizione del sig. conte per tutte quelle informazioni che potesse -desiderare. - -— Un momento, gridò Alberto prima che Monte-Cristo avesse avuto il -tempo di rispondere; ponete mente a ciò che fate, volete rinchiudere un -viaggiatore, come Sindbad il marinaro, nella vita di famiglia. Un uomo -che è venuto a vedere Parigi, volete farlo diventare un patriarca? - -— Oh! no, rispose Morrel sorridendo, mia sorella ha 25 anni, mio -cognato 30: sono giovani, allegri, e felici; d’altra parte il sig. -conte avrà il proprio appartamento, e non incontrerà gli ospiti che -quando gli piacerà di scendere da loro. - -— Grazie, signore, grazie, disse Monte-Cristo, mi contenterò di essere -da voi presentato a vostra sorella ed a vostro cognato, se volete farmi -questo onore: ma non posso accettare le offerte di nessuno di questi -signori, attesochè ho già la mia abitazione preparata. - -— Come! gridò Morcerf, voi andate a smontare ad una locanda? sarebbe -troppo disdicevole per voi. - -— Ma stava io forse tanto male a Roma? domandò Monte-Cristo. - -— Per bacco! a Roma, disse Morcerf, avevate speso 50 mila scudi per -farvi ammobiliare un appartamento, e presumo che non sarete tutti i -giorni disposto ad una simile spesa. - -— Non è ciò che mi ha trattenuto, rispose Monte-Cristo; aveva stabilito -d’avere una casa a Parigi, intendo una casa mia. Ho mandato avanti -il mio cameriere, ed a quest’ora deve già averla comprata, e fatta -ammobiliare. - -— Ma diteci dunque, che avete un cameriere che conosce Parigi, gridò -Beauchamp. - -— È la prima volta, signore, ch’egli, come me viene in Francia, è moro, -e non parla, disse Monte-Cristo. — Allora è Alì? domandò Alberto in -mezzo alla sorpresa generale. - -— Sì, è Alì, egli stesso, il mio Nubiese, il mio Moro, che voi, -cred’io, avete veduto a Roma. - -— Sì, certamente, rispose Morcerf, me lo ricordo benissimo. - -— Ma come mai avete voi incaricato uno della Nubia di comprarvi una -casa a Parigi, e un muto di farvela ammobiliare? Il povero disgraziato -avrà fatte tutte le cose di traverso. - -— Disingannatevi, signore, anzi sono certo che avrà scelto ogni cosa a -seconda del mio gusto; poichè voi sapete che il mio gusto non è quello -di tutti; è giunto or sono otto giorni, avrà percorsa tutta la città -con quell’istinto naturale che userebbe un bravo cane da caccia che -andasse cacciando da sè solo; egli conosce i miei capricci, le mie -fantasie, i miei bisogni; avrà ordinato tutto a modo mio; sapeva che -sarei arrivato qui alle dieci; fin dalle 9 mi aspettava alla barriera -di Fontainebleau. Mi ha consegnato questo biglietto, che è il mio nuovo -indirizzo: prendete e leggete. - -— _Campi-Elisi_ n. 30, lesse Morcerf. - -— Ah! è veramente originale! non potè far di meno di dire Beauchamp. -— E grandemente principesca! aggiunse Château-Renaud. — Come, voi non -conoscete la vostra casa? domandò Debray. — No, disse Monte-Cristo. Vi -dissi già che non voleva tardare al convegno. Feci la mia toletta in -carrozza, e sono venuto a discendere alla porta del visconte. - -I giovani si guardarono l’un l’altro; essi non sapevano se Monte-Cristo -avesse voluto rappresentare una commedia; ma tutto ciò che usciva dalla -bocca di quest’uomo, aveva, non ostante la sua originalità, una tale -impronta di semplicità, che non potevasi supporre ch’egli avesse dovuto -mentire. D’altra parte, perchè avrebbe egli mentito? — Bisognerà dunque -contentarsi di rendere al sig. conte, disse Beauchamp, tutti quei -piccoli servigi che saranno in nostro potere. Io, nella mia qualità -di giornalista, gli apro tutti i teatri di Parigi. — Grazie, signore, -disse sorridendo Monte-Cristo, il mio intendente ha di già ricevuto -l’ordine di prendere in fitto un palco in ciascuno d’essi. — E il -vostro intendente è pure uno della Nubia, un muto? domandò Debray. - -— No, signore, egli è semplicemente un vostro compatriotta, se pure un -Corso è compatriotta di qualcuno; ma voi lo conoscete, sig. de Morcerf. - -— Sarebbe egli per caso quel bravo Bertuccio, che è così esperto a -prendere in fitto le finestre? - -— Precisamente, e voi lo avete veduto da me, quel giorno ch’ebbi -l’onore di avervi a colazione meco. È un bravissimo uomo, che è stato -un po’ soldato, un po’ contrabbandiere, un po’ infine di tutto ciò che -si può essere. Non giurerei neppure che non abbia avuto qualche intrigo -colla polizia, per una miseria, qualche cosa di consimile ad un colpo -di coltello. - -— Ed avete scelto quest’onesto cittadino del mondo, per vostro -intendente, sig. conte? disse Debray; e quanto vi ruba ogni anno? - -— Ebbene! parola d’onore! disse il conte, niente più di un altro, ne -sono sicuro; ma mi conviene, non conosce l’impossibilità, ed io lo -tengo. - -— Allora, disse Château-Renaud, eccovi con una casa montata; voi avete -un’abitazione ai Campi-Elisi, domestico, intendente: non vi manca più -che una moglie. - -Alberto sorrise: pensava alla bella Greca veduta nel palco del conte al -teatro Valle, e al teatro Argentina. - -Da lungo tempo erano passati alle frutta, ed ai sigari. - -— Mio caro, disse Debray alzandosi, sono le due e mezzo, il vostro -convito è grazioso, ma non vi è buona compagnia che non si sia -obbligati di lasciare, e qualche volta ancora per una cattiva; bisogna -che ritorni al ministero. Parlerò del conte al ministero, e bisognerà -bene che sappiamo chi sia. - -— Astenetevene, disse Morcerf, i più maligni vi hanno rinunciato. - -— Bah! noi abbiamo tre milioni, per la nostra polizia; è vero che sono -quasi sempre spesi prima; ma non importa: resterà ben sempre un 50mila -fr. da impiegarsi in questo. - -— E quando saprete chi è, me lo direte? - -— Ve lo prometto. A rivederci, Alberto. Signori, servo umilissimo. — Ed -uscendo, Debray gridò ad alta voce: - -— Fate avanzare. — Buono, disse Beauchamp ad Alberto, io non andrò -alla camera, ma avrò ad offrire ai miei lettori molto di meglio che un -discorso del sig. Danglars. - -— Di grazia, Beauchamp, disse Morcerf, neppure una parola, ve ne -supplico; non mi togliete il merito di presentarlo, e di spiegarlo. N’è -vero ch’egli è curioso? - -— Anche molto meglio che ciò, rispose Château-Renaud, egli è veramente -uno degli uomini più straordinari che abbia mai veduto in vita mia. -Venite Morrel? - -— Solo il tempo di dare il mio biglietto al sig. conte, che vorrà -promettermi di venire a farci una visita, strada Meslay n. 14. - -— State sicuro che non mancherò, signore, disse inchinandosi il conte. -— E Massimiliano Morrel uscì col barone di Château-Renaud, lasciando -Monte-Cristo solo con Morcerf. - - - - -XL. — LA PRESENTAZIONE. - - -Quando Alberto si trovò da solo a solo con Monte-Cristo: - -— Sig. conte, gli disse, permettetemi di dar principio al mio ufficio -di cicerone col darvi la descrizione dell’appartamento di uno scapolo. -Abituato ai palazzi d’Italia, non sarà piccolo studio per voi il -calcolare in quanti piedi quadrati può vivere un giovine che passa -per non essere male alloggiato. Passando noi da una camera all’altra -apriremo le finestre, perchè possiate respirare. - -Monte-Cristo conosceva già il salotto, e la camera da pranzo del piano -terreno. Alberto lo condusse da prima nel suo studio, ciascuno si -ricorderà che questa era la stanza di predilezione d’Alberto. - -Monte-Cristo era un valente conoscitore di tutte le cose che Alberto -aveva ammassate in questa stanza; antichi scrigni, porcellane del -Giappone, stoffe d’Oriente, specchi di Venezia, armi di tutti i paesi -del mondo, ogni cosa gli era famigliare, e al primo colpo d’occhio -riconosceva il secolo, il paese, l’origine. Morcerf erasi creduto di -dover tutto spiegare, ed al contrario egli faceva sotto la direzione -del conte un corso completo di archeologia, mineralogia, e storia -naturale. Discesero quindi al primo piano. Alberto introdusse il -suo ospite nella camera di ricevimento, tappezzata di capi d’opera -dei moderni pittori. V’erano paesaggi di Dupré dai lunghi canneti, -dagli alberi slanciati, dalle vacche che pascolavano sotto un cielo -maraviglioso; cavalieri arabi di Delacroix coi lunghi _burnous_ -bianchi, coi cinti brillantati, colle armi damaschine, i cavalli de’ -quali mordevansi con rabbia, mentre che gli uomini si laceravano colla -mazza di ferro; v’erano acquarelli di Boulanger, che rappresentavano -tutti _Nostra-donna di Parigi_ con quel vigore che rende il pittore -emulo del poeta; quadri di Diaz che fa i fiori più belli dei fiori, il -sole più brillante del sole; disegni di Dechamp tanto coloriti quanto -quelli di Salvator Rosa, ma più poetici; quadri a pastello di Giraud -e di Müller che rappresentavano fanciulli colle teste da angeli, e le -donne colle sembianze di vergini; abbozzi tolti dall’album di Dauzats -nel suo viaggio in Oriente, fatti colla matita in pochi secondi stando -o sulla sella di un cammello, o sulla cupola di una moschea; finalmente -tutto ciò che l’arte moderna può dare in cambio ed in compenso -dell’arte perduta e svanita coi secoli passati. - -Alberto supponeva di potere almeno questa volta mostrare qualche cosa -di nuovo al suo strano viaggiatore; ma con sua grande sorpresa, questi, -senza aver bisogno di guardare le sottoscrizioni, di cui alcune erano -segnate soltanto colle iniziali, a ciascun’opera assegnava il nome -dell’autore, e in modo tale che era facile accorgersi che, non solo gli -erano noti i nomi di questi autori, ma che le loro opere erano state -studiate ed apprezzate giustamente da lui. - -Da questa camera si passò a quella da dormire. Questa era un modello -di eleganza ad un tempo e di gusto severo: là non v’era che un sol -ritratto; ma segnato col nome di Leopoldo Robert, risplendente in una -cornice d’oro massiccio. - -Questo quadro attirò subito l’attenzione del conte, perchè fece -tosto tre passi rapidi ed andò a fermarsi davanti ad esso. Era quello -di una donna giovane da 25 a 26 anni, con colorito bianco, sguardo -acuto, velato sotto una palpebra languente; essa portava il costume -pittoresco delle pescatrici catalane colla giubba rossa e nera, e gli -spilli faccettati nei capelli guardava il mare, e l’elegante profilo si -staccava sopra il doppio azzurro delle onde e del cielo. - -La luce della camera era oscura, senza di che Alberto sarebbesi accorto -del pallore livido che si era sparso sulle guance del conte, ed avrebbe -scoperto il fremito convulso che gli sfiorò le spalle ed il petto. - -Vi fu un momento di silenzio, nel quale Monte-Cristo restò fisso -coll’occhio sulla pittura. - -— Voi avete qui una bella amica, visconte, disse Monte-Cristo con una -voce perfettamente tranquilla; e questo costume, certamente costume di -ballo, le sta a meraviglia. - -— Ah! signore, ecco uno sbaglio ch’io non vi perdonerei, se vicino a -questo ritratto voi ne aveste veduto qualche altro. Voi non conoscete -mia madre, signore; è lei che vedete in questo quadro; essa si fece -ritrattare così saranno sette o 8 anni. Questo costume è di fantasia, a -quanto pare, e la rassomiglianza è tanto grande, che mi pare sempre di -vedere mia madre tale quale era nel 1830. La contessa fece fare questo -ritratto in assenza del conte. Senza dubbio credeva di preparargli -una dolce sorpresa pel ritorno; ma, cosa bizzarra, questo ritratto -dispiacque a mio padre; ed il merito della pittura, che come vedete è -una delle più belle opere di Leopoldo Robert, non potè vincerla sulla -sua antipatia. È vero, sia detto fra noi, mio caro sig. conte, che mio -padre è uno dei pari più assidui al Lussemburgo, un generale rinomato -per la teoria, ma è un conoscitore di arti dei più mediocri; non è lo -stesso però di mia madre, che dipinge in modo notevole, e che, stimando -troppo questo lavoro per separarsene del tutto, l’ha regalato a me, -perchè qui fosse meno esposto a dispiacere al sig. Morcerf, di cui vi -farò vedere a suo tempo il ritratto dipinto da Gros. Perdonatemi se vi -parlo in tal guisa di cose intime di famiglia; ma siccome avrò l’onore -di presentarvi fra momenti al conte, vi dico tutto ciò, perchè non vi -avesse a sfuggire qualche elogio di questo quadro in sua presenza. Del -rimanente però, ha una trista influenza; è difficile che mia madre -venga in camera mia senza fermarsi a contemplarlo, e più difficile -ancora che lo contempli senza piangere. La nube che portò questa -pittura in famiglia, è del resto la sola che sia insorta fra il conte -e la contessa, che, sebbene maritati da più di 20 anni, sono uniti come -se fosse il primo giorno. - -Monte-Cristo vibrò una rapida occhiata sur Alberto, come per cercare -un fine nascosto alle sue parole, ma apparve evidente che il giovine le -aveva pronunciate con tutta semplicità. - -— Ora, disse Alberto, avete veduto tutte le mie ricchezze, sig. -conte, permettetemi di offrirvele, per quanto sieno indegne di voi; -consideratevi come in casa vostra, e per mettervi ancora a maggior -comodo vostro, abbiate la bontà di accompagnarmi dal sig. de Morcerf, -al quale scrissi da Roma il servigio che mi avete reso, e cui ho -annunziata la visita che mi avevate promessa, e, posso assicurarvene, -il conte e la contessa aspettano con impazienza che loro sia permesso -di ringraziarvene; siete un poco singolare in tutte le cose, lo so, -sig. conte, e forse le scene di famiglia non hanno molta azione su -Sindbad il marinaro: avete vedute tante scene! Frattanto però accettate -ciò che vi propongo come iniziativa alla vita parigina, vita di -cortesie, di visite e di presentazioni. - -Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere: egli accettò la proposta -senza entusiasmo e senza rincrescimento, come una di quelle convenienze -sociali, di cui ciascun uomo, come si deve, si fa un dovere. Alberto -chiamò il cameriere, e gli ordinò d’andare a prevenire il sig. e la -sig.ª de Morcerf del prossimo arrivo del conte di Monte-Cristo. - -Alberto lo seguì col conte. Giungendo nell’anticamera del conte, -vedevasi, al di sopra della porta che metteva nel salotto, uno scudo, -che dai ricchi fregi che lo circondavano, e dall’armonia cogli arredi -della stanza, scorgevasi in quanto conto fosse tenuto. - -Monte-Cristo si fermò davanti a questo blasone e lo esaminò con -attenzione. — Sette merli d’oro a stormo, in campo azzurro. Questa -senza dubbio è l’arme della vostra famiglia, domandò egli. Facendo -astrazione dai pezzi del blasone che mi permettono di decifrarla, -sono molto ignorante in materia araldica; io conte per caso, fatto in -Toscana per aver fondata una commenda di Santo-Stefano, e che mi sarei -contentato d’essere semplicemente un gran signore, se non mi fosse -più volte ripetuto, che per uno che viaggia molto, un titolo è cosa -necessaria. E di fatto il portare un’arme allo sportello della carrozza -è cosa molto utile, non foss’altro che per non essere visitati dai -doganieri. Scusatemi dunque se vi ho fatta questa domanda. - -— Essa non è punto indiscreta, disse Morcerf colla semplicità della -convinzione, e avete colto nel vero: queste sono le nostre armi, vale -a dire, quelle del capo della famiglia, di mio padre; ma esse, come -vedete, sono inquartate con un altro scudo, che è composto di gole con -torri d’argento e che proviene dal capo della famiglia di mia madre. -Dal lato di donna io sono spagnuolo, ma la famiglia Morcerf è francese, -a quanto ho inteso dire, è ancora una delle più antiche del mezzodì -della Francia. - -— Sì, rispose Monte-Cristo, è quello che viene indicato dai merli. -Quasi tutti i pellegrini armati che tentarono o fecero la conquista -della terra santa, presero per loro armi, o croci, simbolo della -missione alla quale si erano astretti con voto, o uccelli di passaggio, -simbolo del lungo viaggio che imprendevano, e supponendo ancora che non -fosse che a tempo di S. Luigi; ciò nonostante vi fa risalire al XIII -secolo, il che è ancora bello. - -— Ciò è possibile, disse Morcerf; in un angolo del gabinetto di mio -padre vi è un albero genealogico che ci dirà questo, sul quale in -altri tempi io aveva scritto dei commentari, che avrebbero edificato -d’Hozier e Jaucourt. Ora non ci penso più, e ciò non ostante vi dirò, -sig. conte, e questo rientra nelle mie attribuzioni di cicerone, che -già cominciano di nuovo ad occuparsi di queste cose, sotto il nostro -governo popolare. - -— Ebbene! allora il vostro governo dovrebbe scegliere nel suo passato -qualche cosa di meglio che quelle due tavole che ho vedute sui -vostri monumenti, e che non hanno alcun senso araldico. Quanto a voi, -visconte, riprese Monte-Cristo ritornando a Morcerf; voi siete più -fortunato del vostro governo, perchè le vostre armi sono veramente -belle, e parlano all’immaginazione. Sì, voi siete ad un tempo della -Provenza e della Spagna; e ciò mi spiega, (se il ritratto che mi -avete mostrato è rassomigliante) il color bruno che tanto ammirai -sul viso della nobile catalana. — Avrebbe bisognato essere Edipo, -o lo stesso sfinge per indovinare l’ironia che mise il conte in -queste parole, coperte in apparenza dalla maggior gentilezza: per -cui Morcerf lo ringraziò con un sorriso, e, passando il primo, per -insegnargli la strada, spinse la porta che, come si disse, metteva -nel salotto di ricevimento. Nel luogo più esposto di questo salotto -si vedeva egualmente un ritratto; era quello di un uomo dai 35, ai 40 -anni, vestito coll’uniforme di ufficiale generale, portando la doppia -spallina particolare ai gradi superiori; la decorazione della legion -d’onore al collo, il che indicava esser egli commendatore, e sul petto -a dritta la placca di grande ufficiale dell’ordine del Salvatore, -a sinistra quella di gran-croce dell’ordine di Carlo III, ciò che -indicava che la persona rappresentata da questo ritratto aveva fatto le -guerre di Grecia e di Spagna, o ciò che torna perfettamente lo stesso -in materia di decorazioni, avere adempita qualche missione diplomatica -nei due paesi. - -Monte-Cristo era occupato a guardare questo ritratto con non minore -premura di quel che aveva fatto l’altro, allorchè la porta laterale si -aprì, ed egli trovossi in faccia al conte di Morcerf in persona. - -Era un uomo fra i 40 ai 45 anni, ma che ne dimostrava almeno 50, i cui -baffi e sopraccigli nerissimi spiccavano stranamente coi capelli quasi -bianchi tagliati corti a spazzola giusta l’uso militare. Era vestito da -borghese, e portava all’occhiello un nastro le cui strisce a diversi -colori indicavano i vari ordini di cui era decorato. Quest’uomo entrò -con passo nobile, ma con una specie di fretta, Monte-Cristo l’osservò -inoltrarsi senza muover passo; si sarebbe detto che i piedi erano -inchiodati al pavimento, come gli occhi sul viso del conte. - -— Padre mio, disse il giovine, ho l’onore di presentarvi il sig. -conte di Monte-Cristo, quel generoso amico che ho avuto la fortuna -d’incontrare nelle difficili congiunture che sapete. - -— Signore, voi siete il ben venuto fra noi, disse il conte di Morcerf -salutando Monte-Cristo con un sorriso, nel salvare alla mia famiglia -l’unico suo erede, avete reso alla nostra casa un servigio che vi -merita la nostra eterna riconoscenza. — Dicendo queste parole il conte -di Morcerf indicava una seggiola a bracciuoli a Monte-Cristo, nel -medesimo tempo ch’egli stesso si sedeva in faccia alla finestra. - -Quanto a Monte-Cristo, prendendo la seggiola indicata dal conte di -Morcerf, si situò in modo da rimanere nascosto nell’ombra delle grandi -tende di velluto, ed a leggere di là sui tratti impressi dalle fatiche -e dalle cure del conte, scritte in ciascuna ruga venuta innanzi tempo. - -— La contessa, disse Morcerf, era alla toletta, allorchè il visconte -l’ha fatta prevenire della visita che avrebbe avuto l’onore di -ricevere; ella sta per discendere, e fra dieci minuti sarà in salotto. - -— È molto onore per me, disse Monte-Cristo, di essere messo in -rapporto, fin dal primo giorno in cui sono in Parigi, con un uomo il -cui merito è eguale alla riputazione, e pel quale la fortuna giusta -questa volta, non ha commesso errore: ma non ha essa ancora nelle -pianure di Mitidia o nelle montagne dell’Atlante, un bastone da -Maresciallo da offrirvi? - -— Oh! replicò Morcerf arrossendo alcun poco, io ho lasciato il -servizio, signore. Nominato pari sotto la restaurazione, era nella -prima campagna, e serviva sotto gli ordini del maresciallo Bourmont; -potea dunque pretendere un comando superiore, e chi sa ciò che -sarebbe accaduto, se la dinastia primogenita rimaneva sul trono? Ma la -rivoluzione di luglio, a quanto sembra, era abbastanza gloriosa per -potersi permettere d’essere ingrata; ella lo fu per tutti i servigi -che non portavano la data del periodo imperiale; chiesi dunque la -dimissione, perchè, quando uno ha guadagnato come me, le spalline -sul campo di battaglia, non sa egualmente manovrare sul terreno -sdrucciolevole delle sale. Ho lasciata la spada, e mi sono ingolfato -nella politica; mi dedico all’industria e studio le arti utili. Nei -vent’anni che sono rimasto al servizio ne aveva il desiderio, ma non ne -aveva avuto il tempo. - -— Sono queste idee che portano la superiorità della vostra nazione -sugli altri paesi, signore, rispose Monte-Cristo. Gentiluomo uscito -da una gran famiglia, possedendo una bella fortuna, avete sulle prime -voluto acquistarvi i primi gradi come oscuro soldato, la qual cosa è -molto rara; quindi divenuto generale, pari di Francia, commendatore -della legion d’onore, acconsentite ad incominciare un secondo -noviziato, senz’altra ricompensa che quella d’essere un giorno utile -ai vostri simili... Ah! signore, ecco quello che può veramente dirsi -bello; dirò anche più, sublime. - -Alberto guardava ed ascoltava Monte-Cristo con meraviglia: egli non era -avvezzo a vederlo alzarsi a simili idee d’entusiasmo. — Ahimè! continuò -lo straniero, senza dubbio per far disparire l’impercettibile nube che -era passata sulla fronte di Morcerf, noi non facciamo così in Italia, -cresciamo secondo la nostra razza e la nostra specie, e conserviamo -la stessa corteccia, la stessa dimensione, e dirò ancora la stessa -inutilità per tutta la vita. - -— Ma, signore, per un uomo del vostro merito, l’Italia non può essere -sua patria, e la Francia vi apre le braccia: corrispondete alla -sua chiamata, la Francia forse non sarà ingrata con tutti; essa è -accostumata ad accogliere generosamente gli stranieri. - -— Eh! padre mio, si vede bene che non conoscete il conte di -Monte-Cristo. Le sue soddisfazioni sono al di fuori di questo mondo; -egli non aspira agli onori, e ne prende soltanto quanti ne possono -stare sul suo passaporto. - -— Ecco l’espressione più giusta che abbia mai inteso sul conto mio; -rispose lo straniero. - -— Il signore è stato padrone del suo avvenire: ecco perchè ha scelto un -sentiero di fiori, disse sospirando de Morcerf. - -— Precisamente, signore, replicò Monte-Cristo con uno di quei sorrisi -che un pittore non potrà mai riprodurre, e che un fisiologo sarebbe -disperato ad analizzare. - -— Se non avessi avuto timore di stancare il sig. conte, disse il -generale evidentemente lusingato dalle parole di Monte-Cristo, lo -avrei condotto alla _Camera_; oggi vi è una seduta curiosa per chi non -conosce i nostri moderni senatori. - -— Vi sarò molto riconoscente se vorrete rinnovarmi questa offerta -un’altra volta; ma oggi sono stato lusingato dalla speranza di essere -presentato alla sig.ª contessa, ed aspetterò. - -— Ah! ecco appunto mia madre, gridò Alberto. - -Di fatto Monte-Cristo rivolgendosi velocemente vide la sig.ª de -Morcerf sul limitare della porta opposta a quella per cui era entrato -il marito; immobile e pallida; ella, tosto che Monte-Cristo si volse -dalla sua parte, lasciò cadere il braccio che, non si sa perchè, s’era -appoggiato sulla maniglia dorata; stava là, da qualche secondo, ed -aveva inteso le ultime parole pronunciate dal viaggiatore oltramontano. -Questi si alzò e salutò profondamente la contessa, che s’inchinò -anch’essa, muta e cerimoniosa. - -— Eh! mio Dio! signora che avete? domandò il conte, sarebbe forse il -calore di questo salotto che vi fa male? - -— State poco bene, madre mia? gridò il visconte lanciandosi incontro a -Mercedès. — Essa li ringraziò entrambi con un sorriso. — No, diss’ella, -ma io ho provata una certa emozione nel vedere per la prima volta -colui, senza l’aiuto del quale ora saremmo immersi nelle lagrime, e -nel lutto. Signore, continuò la contessa avanzandosi colla maestà di -una regina, vi debbo la vita di mio figlio, e per questo benefizio vi -benedico. Ora vi sono grata del piacere che mi procurate offrendomi -l’occasione di ringraziarvi come vi ho benedetto, cioè con tutto il -cuore. - -Il conte s’inchinò, ma più profondamente della prima volta; egli era -ancora più pallido di Mercedès. - -— Signora, diss’egli, il sig. conte e voi mi ringraziate troppo -esuberantemente di un’azione semplicissima. Salvare un uomo, -risparmiare un tormento al padre, economizzare la sensibilità di -una donna, ciò non chiamasi fare un’opera buona, ma fare un atto di -umanità. - -A queste parole pronunciate con dolcezza, e con isquisita gentilezza, -la sig.ª de Morcerf rispose con accento profondo: - -— È una fortuna per mio figlio, l’avervi per amico, e ringrazio Dio che -ha in tal modo disposte le cose. — E Mercedès alzò gli occhi al cielo -con una gratitudine così infinita, che il conte credè vedervi tremolare -due lagrime. - -Il sig. de Morcerf si avvicinò a lei: - -— Signora, ho già fatto le mie scuse al sig. conte per essere obbligato -a lasciarlo: vi prego di rinnovarle. La seduta si è aperta alle due, -ora sono le tre, ed io sono obbligato a parlare. - -— Andate, signore, cercherò di fare dimenticare la vostra assenza al -nostro ospite, disse la contessa collo stesso accento di sensibilità; -il sig. conte, proseguì la contessa volgendosi a Monte-Cristo, vorrà -egli farci la grazia di passare il resto del giorno con noi? - -— Grazie, signora, sono, credetelo, riconoscente nel modo più grande -alla vostra offerta; ma questa mattina sono disceso dalla carrozza da -viaggio alla vostra porta. Non so come sia installato a Parigi, dove, -appena mi è noto. È una inquietezza leggera, lo so, non per tanto è da -considerarsi. - -— Avremo questo piacere un’altra volta almeno, ce lo promettete? -domandò la contessa. - -Monte-Cristo s’inchinò senza rispondere, ma il gesto poteva passare per -un consenso. — Allora io non vi trattengo, signore, disse la contessa, -poichè non voglio che la mia riconoscenza divenga o una importunità, o -una indiscretezza. - -— Mio caro conte, disse Alberto, se lo volete, cercherò di -corrispondere alla vostra graziosa cortesia di Roma col mettere là una -carrozza a vostra disposizione, fino a che abbiate avuto il tempo di -provvedervi del vostro equipaggio. - -— Mille grazie alla vostra cortese offerta, visconte, disse -Monte-Cristo, ma presumo che Bertuccio avrà convenientemente impiegate -le quattr’ore che gli ho concesse, e che troverò alla porta una -carrozza qualunque già attaccata. - -Alberto era abituato a queste maniere del conte; sapeva che come -Nerone, egli era alla ricerca dell’impossibile, di nulla più si -meravigliava; soltanto volle giudicare da sè stesso in qual modo -erano stati eseguiti gli ordini di lui e lo accompagnò fino alla -porta di strada. Monte-Cristo non s’era sbagliato; appena comparve -nell’anticamera del conte de Morcerf, uno staffiere, lo stesso che a -Roma era venuto a portare il biglietto del conte ai due giovani, e ad -annunziar loro la sua visita, si era slanciato fuori dal peristilio, -di modo che giungendo al portone, l’illustre viaggiatore trovò la -carrozza che lo aspettava. Era un _coupé_ della fabbrica di Keller, -e due cavalli, pei quali Drake aveva, secondo che sapevano tutti i -_Lions_ di Parigi, rifiutato il giorno innanzi 18 mila fr. — Signore, -disse il conte ad Alberto, non vi propongo di accompagnarmi fino da -me, non potrei mostrarvi che una casa improvvisata, e sul rapporto -degl’improvvisi ho una riputazione da riservare. Accordatemi un giorno, -ed allora permettetemi d’invitarvi: sarò più sicuro di non mancare alle -leggi dell’ospitalità. - -— Se mi chiedete un giorno, sig. conte, sono tranquillo: non sarà più -una casa che mi mostrerete, ma un palazzo. Voi dovete avere in vero -qualche genio a vostra disposizione. - -— In fede mia continuate a crederlo, disse Monte-Cristo, mettendo il -piede sul montatoio guarnito in velluto del suo splendido equipaggio: -ciò potrà essermi utile, signore. - -E si lanciò nella carrozza, che si chiuse dietro a lui e partì al -galoppo, ma non tanto rapidamente che il conte non potesse accorgersi -del movimento impercettibile che smosse la tenda del salotto ove aveva -lasciato la sig.ª de Morcerf. Quando Alberto ritornò da sua madre, -ritrovò la contessa nel gabinetto, gettata sopra un seggiolone di -velluto; tutta la camera essendo nell’ombra, non lasciava scorgere -che la foglietta d’oro sfavillante attaccata qua e là o sul corpo di -qualche vaso, o agli angoli di qualche quadro. - -Alberto non potè vedere il volto della contessa nascosto sotto la nube -del velo che le circondava la testa come un’aureola di vapore, ma gli -sembrò che la voce fosse alterata; distinse ancora fra gli odori di -rose e vainiglie della giardiniera, la traccia aspra e mordente del -sale d’aceto, sopra una delle tazze cisellate del caminetto; di fatto -la boccettina della contessa, tolta dal suo astuccio di velluto, attirò -l’inquieta attenzione del giovine. - -— Soffrite, madre mia? gridò egli entrando; o vi sareste sentita male -mentre io non c’ero? - -— Io? no, Alberto, ma capirete, queste rose, queste tuberose, questi -fiori di arancio incomodano nei primi calori quando non si è ancora -abituati, sì violenti profumi... - -— Allora; madre mia, disse Alberto portando la mano al campanello, -bisogna farli portare nella vostra anticamera: siete veramente -indisposta; anche poco fa, quando entraste, eravate molto pallida. -— Ero pallida, dite voi, Alberto? — Di un pallore che vi sta a -meraviglia, madre mia, ma che però non ha spaventato meno mio padre e -me. - -— Vostro padre ve ne ha parlato? domandò vivacemente Mercedès. — No, -signora, ma fu a voi stessa che diresse questa osservazione. — Non me -ne ricordo, disse la contessa. - -Entrò un cameriere, chiamato dal suono del campanello tirato da -Alberto. — Portate questi fiori in anticamera, o nel gabinetto della -toletta, disse il visconte, essi fanno male alla sig.ª contessa. — Il -cameriere obbedì. - -Vi fu un abbastanza lungo silenzio che durò tutto il tempo dello -sgombero. - -— Che è dunque questo nome di Monte-Cristo? chiese la contessa quando -il domestico uscì portando via l’ultimo vaso di fiori. È un nome di -famiglia, un nome di una terra, o un semplice titolo? - -— Questo è, io credo, un titolo, madre, e nient’altro. Il conte ha -comprata un’isola nell’arcipelago toscano, ed ha, per quanto ha detto -egli stesso questa mattina, fondata una commenda. Voi sapete che ciò -si usa per santo Stefano di Firenze, per san Gregorio Costantiniano -di Parma, ed anche per l’ordine di Malta. Del rimanente non ha alcuna -pretensione di nobiltà, e si chiama un conte per caso, quantunque -l’opinione generale di Roma fosse che il conte sia un gran signore. - -— I suoi modi sono eccellenti, per quanto ho potuto giudicarne nei -pochi momenti che si è trattenuto. - -— Oh! perfetti, madre mia, anzi tanto perfetti, che sorpassano molto -tutto ciò che ho conosciuto di più aristocratico nelle tre nobiltà -più orgogliose d’Europa, cioè nella nobiltà Inglese, Spagnuola, e -Germanica. — La contessa riflettè un momento, poi dopo una breve -esitazione riprese: - -— Avete veduto, mio caro Alberto... questa è una domanda da madre che -vi faccio, lo capirete, avete veduto il signor di Monte-Cristo nel -suo interno? voi avete della perspicacia, voi avete uso di mondo, e un -tatto maggiore di quello che d’ordinario si ha alla vostra età; credete -che il conte sia quello che comparisce realmente d’essere? - -— E che comparisce egli? — Voi stesso lo avete detto non ha guari, un -gran signore. — Vi ho detto, madre mia, ch’egli era ritenuto per tale. -— Ma che ne pensate voi? - -— Io non ho, ve lo confesso, un’opinione ben fissa su di lui, lo credo -Maltese. — Io non v’interrogo sulla sua origine, ma v’interrogo sulla -sua persona. — Ah! sulla sua persona è tutt’altro; ed ho vedute tante -cose strane di lui, che se voleste che vi dicessi ciò che ne penso, -vi risponderei che lo riguardo volentieri come uno degli uomini di -Byron, che la disgrazia ha marcati con un sugello fatale; qualche -Manfredo, qualche Lara, qualche Werner, come uno di quegli avanzi -infine di vecchia famiglia che, diseredati della fortuna paterna, ne -hanno ritrovata una colla forza del loro genio avventuriero che li ha -posti al di sopra delle leggi della società... Dico che Monte-Cristo è -un’isola in mezzo al Mediterraneo, senza abitanti, senza guarnigione, -asilo di contrabbandieri di tutte le nazioni, di pirati di tutti i -paesi. Chi sa che questi degni industriosi non paghino al loro signore -il diritto d’asilo? - -— È possibile, disse la contessa con astrazione. - -— Ma non importa, riprese il giovine, contrabbandiere o no, converrete, -madre mia (perchè l’avete veduto) il sig. conte di Monte-Cristo è un -uomo notevole, ed avrà i più grandi successi nelle sale di Parigi. E -questa mattina da me ha incominciato il suo ingresso nel mondo destando -in tutti ammirazione, perfino in Château-Renaud. - -— E che età potrà avere il conte? chiese Mercedès attaccando -visibilmente grande importanza a questa interrogazione. - -— Avrà 35, o 36 anni, madre mia. - -— Così giovine! è impossibile, disse Mercedès, rispondendo -contemporaneamente a ciò che le diceva Alberto, e a ciò che le diceva -il proprio pensiero. - -— Eppure questa è la verità; tre o quattro volte mi ha detto, e -certamente senza premeditazione: «Alla tal epoca aveva 5 anni, alla -tal altra 10, alla tal altra 12.» Io che ero ritenuto all’erta dalla -curiosità su questi particolari, ho riavvicinate le date, e non l’ho -mai ritrovato in fallo. L’età di quest’uomo singolare, che non ha età, -è dunque, ne sono sicuro, di 35 anni. Per sopra più, ricordatevi, madre -mia, quanto è vivace il suo sguardo, come sono neri i capelli, e come -la fronte, sebbene pallida, è esente da rughe; questa è una natura non -solo vigorosa, ma ancor giovane. - -La contessa abbassò il capo come sotto un’onda troppo pesante d’amari -pensieri. - -— E quest’uomo ha stretta amicizia con voi? domandò ella con un fremito -nervoso. - -— Lo credo, madre mia. - -— E voi... lo amate egualmente? - -— Egli mi piace, che che ne dica Franz d’Épinay che lo voleva far -comparire ai miei occhi come un uomo uscito dall’altro mondo. — La -contessa fece un movimento di terrore: — Alberto, diss’ella con voce -alterata; io vi ho sempre messo in guardia contro le nuove conoscenze. -Ora siete un uomo, e potreste dar consigli a me stessa; ciò non -pertanto vi ripeterò. Siate prudente, Alberto. - -— Mia cara madre, perchè il consiglio fosse approfittevole, -bisognerebbe che io sapessi di che cosa debbo non fidarmi. Il conte -non giuoca mai, il conte non beve che dell’acqua dorata con qualche -goccia di vino di Spagna, il conte si è annunziato tanto ricco, che non -potrebbe chiedermi in prestito del danaro senza esporsi a farsi ridere -sul naso; che volete dunque che io tema per parte del conte? - -— Voi avete ragione, disse la contessa, ed i miei terrori sono folli, -particolarmente avendo per oggetto un uomo che vi ha salvata la vita. -A proposito, Alberto, vostro padre lo ha ricevuto bene? è necessario -che noi siamo più che convenienti col conte. Il sig. de Morcerf qualche -volta è preoccupato, i suoi affari lo rendono astratto, e potrebbe -darsi, senza volerlo... - -— Mio padre si è condotto perfettamente, interruppe Alberto; dirò di -più, egli è sembrato grandemente lusingato dei due o tre complimenti -più accorti, che il conte gli ha strisciati tanto fortunatamente -quanto a proposito, come se lo avesse conosciuto da 30 anni. Ciascuna -di queste piccole frecce di lode ha dovuto solleticare mio padre, -soggiunse Alberto ridendo, poichè si sono lasciati come i due più -grandi amici del mondo, ed il sig. de Morcerf lo voleva perfino -condurre alla _Camera_ per fargli sentire il suo discorso. - -La contessa non rispose; essa era assorta in un’astrazione così -profonda che i suoi occhi eransi chiusi poco a poco. Il giovine in -piedi a lei dinanzi la guardava con quell’amor filiale che è ancor -più tenero e più affettuoso nei figli, le madri dei quali sono ancor -giovani e belle; poi, dopo aver veduto gli occhi di lei chiudersi, -l’ascoltò respirare un momento nella sua dolce immobilità, e, -credendola assopita, si allontanò sulla punta dei piedi, chiudendo con -cautela la porta della camera ove lasciava sua madre. - -— Che diavolo d’uomo! mormorò egli scuotendo la testa, gli aveva ben -predetto laggiù che avrebbe fatta gran sensazione al nostro mondo; -io ne calcolo l’effetto sur un termometro infallibile. Mia madre lo -ha osservato, dunque bisogna dire ch’egli sia molto notevole. — Indi -discese nelle scuderie, non senza un segreto dispetto, perchè il caso -aveva portato che il conte di Monte-Cristo si fosse provveduto d’una -pariglia, che mandava i suoi bai al numero secondo nell’animo dei veri -intelligenti. - -— Davvero, diss’egli, gli uomini non sono tutti eguali, bisognerà che -preghi mio padre di sviluppare questo teorema alla _Camera_ alta. - - - - -XLI. — BERTUCCIO. - - -In questo mentre il conte era giunto alla sua abitazione; aveva -impiegati sei minuti a percorrere la distanza, il che era stato -sufficiente, perchè fosse veduto da una ventina di giovani che, -conoscendo il prezzo dell’equipaggio che non avevano potuto acquistare -essi stessi, avevano messe le loro cavalcature al galoppo, per vedere -lo splendido signore che aveva cavalli da 10 mila fr. l’uno. La -casa scelta da Alì, e che doveva servire per residenza di città a -Monte-Cristo, era situata a destra salendo ai Campi-Elisi, posta fra -il cortile ed il giardino; un gruppo di ramosi alberi che s’innalzava -in mezzo al cortile, copriva una parte della facciata; intorno a questo -gruppo si partivano a guisa di due braccia, due viali che dal cancello -portavano le carrozze ad una doppia scalinata, sopra ciascun gradino -della quale era un vaso di porcellana pieno di fiori. Questa casa -isolata nel centro di un vasto spazio, oltre l’ingresso principale, -aveva pure un’altra entrata sulla strada Ponthieu. - -Prima ancora che il cocchiere avesse data la voce al portinaro, il -robusto cancello girò sopra i suoi gangheri; era stato veduto giungere -il conte, ed a Parigi, come a Roma, e come ovunque, era servito colla -rapidità del fulmine. Il cocchiere adunque entrò, descrisse il mezzo -cerchio senza rallentare la corsa, ed il cancello era già richiuso, -quando le ruote rumoreggiavano ancora sulla sabbia del viale. - -La carrozza si fermò alla parte sinistra della scalinata, due uomini -comparvero allo sportello; uno era Alì, che sorrise al suo padrone con -una incredibile gioia, e che si trovò pago di un semplice sguardo di -Monte-Cristo. - -L’altro salutò umilmente, ed offrì il braccio al conte per aiutarlo a -discendere di carrozza. — Grazie, Bertuccio, disse il conte, saltando -leggermente i tre scalini; ed il notaro? - -— È nel salotto, eccellenza, rispose Bertuccio. - -— Ed i viglietti di visita che vi ho ordinato di fare stampare appena -avuto il numero della casa? - -— Sig. conte, è fatto tutto; sono stato dal migliore incisore del -Palazzo Reale, che ha eseguito il rame in mia presenza, e, tirato il -primo viglietto, giusta i vostri ordini, fu nel medesimo punto portato -al sig. Danglars, deputato, strada Chaussée-d’Antin n. 7; gli altri -sono sul caminetto della camera da dormire di vostra eccellenza. - -— Va bene: che ora è? — Le quattro. - -Monte-Cristo consegnò il cappello, i guanti, ed il bastone allo stesso -staffiere francese che si era slanciato fuori dell’anticamera del conte -de Morcerf per fare inoltrare la carrozza, quindi passò nel piccolo -salotto, condotto da Bertuccio, che gl’insegnava la strada. - -— Ecco dei mobili meschini in quest’anticamera, spero bene che ne verrò -presto spacciato, disse Monte-Cristo. - -Bertuccio s’inchinò. Come lo aveva detto l’intendente, il notaro -aspettava nel piccolo salotto. Era un’onesta figura di secondo -_chierico_ di Parigi, elevato alla dignità insuperabile di notaro -distrettuale. - -— Il signore è il notaro incaricato di vendere la casa di campagna che -voglio comprare? domandò Monte-Cristo. - -— Sì, sig. conte, rispose il notaro. — L’atto di vendita è disteso? — -Sì, signor conte. — L’avete con voi? - -— Eccolo qui. — Perfettamente. E dove è situata questa casa che compro? -domandò negligentemente Monte-Cristo per metà al notaro e per metà a -Bertuccio. - -L’intendente fece un gesto che indicava, non lo so. - -Il notaro guardò il conte con istupore: — Come? diss’egli, il sig. -conte non sa ove sia posta la casa che compra? - -— No, in fede mia, disse il conte. — Il sig. conte non la conosce? - -— E come diavolo la posso conoscere? Giungo da Cadice questa mattina, -non sono mai stato a Parigi, ed è la prima volta che metto il piede in -Francia. - -— Allora è tutt’altro, rispose il notaro; la casa che compra il sig. -conte è situata ad Auteuil. — A queste parole Bertuccio impallidì -visibilmente. — E dove è Auteuil? chiese Monte-Cristo. — A pochi -passi di qui, signor conte, disse il notaro, poco dopo Passy, in una -bellissima posizione, nel centro del bosco di Boulogne. - -— Tanto vicino! disse Monte-Cristo; ma questa non è una campagna. -Come diavolo siete andato a scegliermi una casa alle porte di Parigi, -Bertuccio? - -— Io! gridò l’intendente con una strana sollecitudine, no certamente; -non sono stato io l’incaricato del sig. conte per pigliare una casa: -prego il sig. conte a risovvenirsene bene, e ad interrogare i suoi -ricordi. - -— Ah! è giusto, disse Monte-Cristo; ora mi ricordo, ho letto -quest’annunzio in un giornale, e mi sono lasciato sedurre dal titolo -menzognero di _Casa di campagna_. - -— Siete ancora in tempo, disse con vivacità Bertuccio, e se V. E. vuole -incaricarmi di cercare un altro luogo, io gli troverò ciò che vi ha di -meglio, sia ad Enghien, sia a Fontenay-aux-Roses, sia a Bellevue - -— No, in fede mia, disse con trascuranza Monte-Cristo; poichè ho -questa, la conserverò. - -— Il signore ha ragione, disse prestamente il notaro che temeva di -perdere le sue propine, questa è una graziosa proprietà: acque vive, -boschi folti, abitazione aggradevole, quantunque abbandonata da lungo -tempo, senza calcolare la mobilia, che, sebbene vecchia, ha del valore, -particolarmente in oggi che si cercano le anticaglie. Perdono, ma credo -bene che il sig. conte avrà il gusto della sua epoca. - -— Dunque è conveniente? soggiunse Monte-Cristo. - -— Ah signore, è ancora meglio, è magnifica. - -— Presto! non ci lasciamo sfuggire l’occasione, disse Monte-Cristo. Il -contratto sig. notaro? — Ed egli sottoscrisse sollecitamente dopo di -aver data un’occhiata nella parte dell’atto ove stavano segnati i nomi -dei proprietari, e la situazione della villa. - -— Bertuccio, diss’egli, date 55 mila fr. al signore. - -L’intendente uscì con passo mal fermo, e ritornò con un pacchetto di -biglietti di banca che il notaro contò nel modo che fanno gli uomini -che hanno l’abitudine di non ricevere il danaro che dopo la tara -legale. - -— Ed ora, domandò il conte, sono adempite tutte le formalità? — Tutte, -signor conte. - -— Avete le chiavi? - -— Sono nelle mani del portinaro che custodisce la casa; ma ecco -l’ordine che gli ho dato d’installare il signore nella sua nuova -proprietà. - -— Va benissimo. — E Monte-Cristo fece al notaro un segno colla testa, -che voleva dire: — Signore, non ho più bisogno di voi, andatevene. - -— Ma, disse l’onesto notaro, mi sembra che il sig. conte abbia -sbagliato; non sono che 50 mila fr. tutto compreso. - -— E i vostri onorari? - -— Vengono pagati colla stessa somma, sig. conte. - -— Ma disse, non siete venuto qui da Auteuil? - -— Sì, senza dubbio. - -— Ebbene! bisogna compensare il vostro incomodo, disse il conte. E lo -congedò con un gesto. - -Il notaro uscì andando all’indietro, e salutando fino a terra; era -la prima volta, dal giorno in cui aveva presa la sua iscrizione, che -trovava un simile cliente. - -— Accompagnate il signore, disse il conte a Bertuccio. - -E l’intendente uscì dietro il notaro. Appena il conte fu solo, cavò -di tasca un portafogli con serratura, lo aprì con una chiavetta che -portava al collo, e che non lasciava mai. - -Dopo aver cercato un momento si fermò sopra un foglietto su cui erano -segnate alcune annotazioni, le confrontò coll’atto di vendita deposto -sulla tavola, e raccogliendo la memoria: — Auteuil, strada della -Fontana n. 28; è questa, diss’egli: ora mi debbo attenere ad una -confessione ottenuta per mezzo dell’idea religiosa, o strappata dal -terrore fisico? Del rimanente fra un’ora saprò tutto. Bertuccio! gridò -egli battendo un colpo con una specie di piccolo martello a manico -elastico sopra di un campanello, che rese un suono acuto e prolungato -simile a quello del _tam-tam_. L’intendente comparve sulla soglia. - -— Bertuccio, non mi avete voi detto altra volta aver viaggiato in -Francia? - -— In alcune parti della Francia, sì, eccellenza. - -— Conoscerete senza dubbio i dintorni di Parigi? - -— No, eccellenza, no, rispose l’intendente con una specie di tremito -nervoso, che Monte-Cristo, grande conoscitore in fatto di emozioni, -attribuì con ragione ad una viva inquietudine. - -— Mi rincresce che non abbiate visitati i dintorni di Parigi, perchè -voglio questa stessa sera vedere la mia nuova proprietà, e venendo con -me, mi avreste dato senza dubbio utili informazioni. - -— Ad Auteuil? gridò Bertuccio, il cui colorito colore di rame divenne -quasi livido. Io andare ad Auteuil! - -— Ebbene, che vi ha di meraviglioso, che venghiate ad Auteuil, ve -lo domando? Quando io dimorerò ad Auteuil, bisognerà bene che vi -venghiate, poichè fate parte della famiglia. - -Bertuccio abbassò la testa davanti allo sguardo imperioso del padrone, -restò immobile, e senza rispondere. - -— Ebbene! che vi accade? Voi mi obbligherete dunque di suonare una -seconda volta per la carrozza? disse Monte-Cristo col tuono con -cui Luigi XIV pronunciò il suo famoso: «poco ha mancato che io non -aspettassi!» - -Bertuccio non fece che uno sbalzo dal piccolo salotto all’anticamera, e -gridò con voce rauca: — I cavalli di S. E. - -Monte-Cristo scrisse due o tre lettere, e mentre sigillava l’ultima, -l’intendente ricomparve. - -— La carrozza di S. E. è alla porta, diss’egli. - -— Ebbene prendete i vostri guanti ed il cappello. - -— È dunque vero che vengo con S. E., gridò Bertuccio. - -— Senza dubbio, bisogna bene che diate i vostri ordini, mentre conto -d’abitare quella casa. — Sarebbe stato senza esempio che si fosse fatta -una replica a ciò che ingiungeva il conte; per cui l’intendente, senza -fare alcuna obbiezione, seguì il padrone che montò in carrozza, e gli -fece segno di fare altrettanto. L’intendente si assise rispettosamente -nel sedile davanti. - - - - -XLII. — LA CASA D’AUTEUIL. - - -Monte-Cristo aveva osservato, nel discendere la scalinata, che -Bertuccio si era segnato al modo dei Corsi, vale a dire, fendendo -l’aria in croce col pollice, e che prendendo posto nella carrozza aveva -mormorata una breve preghiera. Tutt’altri che un uomo curioso avrebbe -avuto pietà della repugnanza che il degno intendente aveva manifestata -per questa passeggiata fuori delle mura, ideata dal conte. Ma a ciò -che sembrava, questi era troppo curioso per dispensare Bertuccio -da quel piccolo viaggio. In 20 minuti furono ad Auteuil. L’emozione -dell’intendente era stata sempre crescente. Nell’entrare nel villaggio, -Bertuccio raggruppato in un angolo della carrozza, cominciò a guardare -con un’emozione febbrile tutte le case avanti alle quali passavano. - -— Farete fermare strada della Fontana, n. 28, disse il conte fissando -senza pietà lo sguardo sull’intendente al quale dava quest’ordine. Il -sudore salì al viso di Bertuccio, che non per tanto obbedì, e sporgendo -fuori della carrozza gridò al cocchiere. — Strada della Fontana N. 28. - -Questo N. 28 era situato all’estremità opposta del villaggio. Durante -il viaggio era sopraggiunta la notte, o piuttosto una nube nera -carica di elettricità dava a quelle tenebre premature l’apparenza e la -solennità di un episodio drammatico, la carrozza si fermò, lo staffiere -si precipitò allo sportello che aprì. — Ebbene! disse il conte, non -discendete, Bertuccio? allora rimarrete in carrozza? Ma a che diavolo -pensate questa sera? — Bertuccio si precipitò dalla portiera e presentò -la spalla al conte, che questa volta vi si appoggiò, e discese ad uno -ad uno i tre gradini del montatore. — Picchiate, disse il conte, ed -annunciatemi. - -Bertuccio bussò, la porta si aprì e comparve il portinaro. - -— Chi è? domandò egli. - -— È il nuovo padrone, brav’uomo, disse lo staffiere. - -E stese al portinaro il biglietto di riconoscimento dato dal notaro. — -La casa è dunque venduta? domandò il portinaro, ed è questo signore che -viene ad abitarla? - -— Sì, amico mio, disse il conte; farò in modo che non abbiate a -desiderar l’antico padrone. - -— Ah! signore, non ho molto a desiderarlo, perchè lo vedevamo tanto -raramente; sono più di 5 anni che non è venuto, ed in fede mia, ha -fatto molto bene a vendere una casa che non gli fruttava niente. - -— Come si chiamava il vostro antico padrone? - -— Il marchese di Saint-Méran. Ah! non ha certamente venduto la casa per -quel che gli costava, ne sono ben sicuro. - -— Il marchese di Saint-Méran! riprese Monte-Cristo, mi sembra -che questo nome non mi sia ignoto, disse il conte; il marchese di -Saint-Méran... — E parve cercare nella sua memoria. - -— Un vecchio gentiluomo, continuò il portinaro, era servitore fedele -dei Borboni; aveva una figlia unica che maritò al sig. de Villefort, -stato procuratore del re a Nimes, e poi a Versailles. — Monte-Cristo -vibrò uno sguardo che incontrò Bertuccio, che aveva il viso più livido -del muro contro il quale si appoggiava per non cadere. - -— E questa figlia non morì? domandò Monte-Cristo; mi sembra di averlo -inteso dire. - -— Sì signore, è già vent’un anno; e d’allora non abbiamo più veduto che -tre volte il povero marchese. - -— Grazie, grazie, disse Monte-Cristo, giudicando dalla prostrazione -dell’intendente non potere più lungamente toccare questa corda, senza -correre rischio di romperla; grazie! datemi un lume, brav’uomo. - -— Vi accompagnerò io, signore? - -— No, è inutile, Bertuccio mi farà lume. - -E Monte-Cristo accompagnò queste parole col dono di due monete d’oro, -che causarono una esplosione di benedizioni e sospiri. — Ah! signore: -disse il portinaro, dopo aver cercato inutilmente sulla pietra -del caminetto e sui mobili vicini, la disgrazia è che qui non ho -candelieri. - -— Prendete un fanale della carrozza, Bertuccio, e fatemi vedere gli -appartamenti. — L’intendente obbedì, senza osservazioni, ma era facile -lo scorgere, dal tremito della mano che portava il fanale, ciò che gli -costava l’obbedire. - -Fu percorso un pian terreno molto vasto; un primo piano composto di -un salone, di una sala da bagno, e due camere da dormire, e giunsero -ad una scala a chiocciola che metteva in giardino. — Osservate! ecco -una scala secreta, disse il conte; questa è molto comoda. Fatemi lume, -Bertuccio, andate avanti, e vediamo dove essa ci condurrà. - -— Signore, disse Bertuccio, mette al giardino. - -— E come lo sapete? — Cioè, voleva dire, che deve mettervi. — Ebbene, -assicuriamocene. — Bertuccio mandò un sospiro, e andò avanti. La scala -metteva effettivamente in giardino. Alla porta esterna l’intendente si -fermò. - -— Andiamo dunque, Bertuccio, disse il conte. — Ma quegli, al quale -erano dirette queste parole, si trovava assordito, stupidito, -annientato. Gli occhi stravolti cercavano intorno a lui le tracce di un -passato terribile, e colle mani irrigidite cercava di allontanare delle -spaventose rimembranze. - -— Ebbene! insistè il conte. - -— No, no; gridò Bertuccio, deponendo il fanale in un angolo del muro -interno; no signore, non andrò più avanti, è impossibile! — Sarebbe a -dire? articolò la voce irresistibile di Monte-Cristo. - -— Ma vedete bene, signore, che questo non è naturale, gridò -l’intendente, che avendo una casa da comprare a Parigi, voi la -compriate precisamente ad Auteuil, e che comprandola ad Auteuil, questa -casa sia precisamente il N. 28 della strada Fontana. Ah! perchè mai -non vi ho tutto detto laggiù, signore! Voi certamente non mi avreste -ordinato di seguirvi. Io sperava che la casa del sig. conte fosse -tutt’altra che questa. Come se non vi fosse altra casa in Auteuil che -quella dell’assassinio! - -— Oh! oh! disse Monte-Cristo, fermandosi; che villana parola avete voi -pronunciata? Diavolo d’uomo! Corso arrabbiato! sempre dei misteri, o -delle superstizioni! Vediamo, prendete questo fanale e visitiamo il -giardino, con me, spero che non avrete paura. — Bertuccio raccolse il -fanale, ed obbedì. La porta aprendosi, lasciò vedere un cielo cupo, nel -quale la luna si sforzava invano di lottare contro un mare di nubi che -la coprivano coi loro vapori oscuri, che illuminava per un momento, e -che in seguito si perdeva più cupa ancora, nel profondo dell’infinito. -— L’intendente voleva piegare sulla sinistra. — No, signore, e perchè -andare sotto i viali? disse Monte-Cristo, ecco qui un bel praticello, -andiamo diritto. — Bertuccio asciugò il sudore che gl’irrigava la -fronte, ma obbedì; ciò non ostante continuava a tenere sulla sinistra. -Monte-Cristo al contrario piegava a dritta; giunto presso un gruppo -d’alberi si fermò. - -L’intendente non potè contenersi. - -— Allontanatevi! signore, allontanatevi, gridò, voi siete precisamente -sul luogo! — E qual luogo? - -— Sul luogo ov’egli cadde. - -— Mio caro Bertuccio, ritornate in voi stesso, ve lo esorto, non siamo -qui nè a Sartena, nè a Corte. Questa non è una macchia, ma un giardino -inglese, mal custodito, ne convengo, ma che non pertanto non bisogna -calunniare. - -— Signore, non rimanete là, ve ne supplico! - -— Io credo che diventate pazzo, padron Bertuccio, disse freddamente il -conte; se così è, avvisatemene che vi farò rinchiudere in qualche casa -di salute, prima che succeda una disgrazia. - -— Ahimè! eccellenza, disse Bertuccio scuotendo la testa, e piegando le -mani con un’attitudine che avrebbe fatto ridere il conte, se pensieri -di superiore importanza non lo avessero preoccupato in quel momento, -e reso molto attento alle più piccole espansioni di quella coscienza -timorosa. — Ahimè! la disgrazia è accaduta. - -— Bertuccio, disse il conte, sono al caso di dirvi, che mentre -gesticolate, voi contorcete le braccia, e stralunate gli occhi come -un ossesso, dal corpo del quale il diavolo non voglia uscire; ora ho -sempre notato che il diavolo più ostinato ad uscire è un segreto. Io vi -sapeva Corso, vi conoscevo taciturno ruminando sempre qualche vecchia -storia di vendetta, e vi perdonava questo in Italia, sebbene anche in -Italia questa specie di cose non siano inezie; ma in Francia si tiene -sempre l’assassinio di assai cattivo genere; vi sono gendarmi che se -ne occupano, giudici che lo condannano, patiboli che lo vendicano. — -Bertuccio congiunse le mani, e, siccome nell’eseguire queste diverse -evoluzioni non lasciava il fanale, la luce venne a rischiarargli -il volto sconvolto. Monte-Cristo per un momento lo esaminò come a -Roma aveva osservato il supplizio di Andrea; indi con un tuono di -voce che fece scorrere un brivido pel corpo del povero intendente: -— L’abate Busoni mi ha dunque ingannato, diss’egli, quando, dopo il -suo viaggio in Francia nel 1829, v’inviò a me, munito di una lettera -di raccomandazione, nella quale mi lodava le vostre preziose qualità. -Ebbene! scriverò all’abate; lo renderò garante del suo protetto, ed -allora saprò senza dubbio che cosa è tutto questo affare di assassinio. -Vi prevengo soltanto, Bertuccio, che quando io vivo in un paese, ho -l’abitudine d’uniformarmi alle sue leggi, e che non ho punto volontà -d’intrigarmi per voi colla giustizia di Francia. - -— Non fate questo, eccellenza; vi ho servito fedelmente, n’è vero? -gridò Bertuccio alla disperazione; sono stato un galantuomo, e per -quanto ho potuto, ho fatto ancora delle buone azioni. - -— Non dico di no, rispose il conte, ma per che diavolo adunque siete -ora agitato in tal guisa? Questo è un cattivo segno; una coscienza pura -non porta tanta pallidezza sulle guance, tanta febbre nelle mani di un -uomo... - -— Ma, sig. conte, interruppe con esitanza Bertuccio, non mi avete -detto voi stesso, che l’abate Busoni, che fu quello che raccolse la mia -confessione nelle carceri di Nimes, vi aveva prevenuto, inviandomi a -voi, avere io un forte rimprovero a farmi? - -— Sì, ma siccome egli v’indirizzava a me dicendomi che avrei ritrovato -in voi un eccellente intendente, io credetti che voi aveste rubato, -ecco tutto! - -— Oh! sig. conte! fece Bertuccio con dolore. - -— Ovvero che, essendo voi Corso, non avevate potuto resistere al -desiderio di far la pelle a qualcuno, come vien detto nel vostro paese -per antifrasi, quando al contrario ne disfate una. - -— Ebbene, sì, mio signore, sì, mio buon signore, è questo, gridò -Bertuccio gettandosi alle ginocchia del conte; sì, fu una vendetta, lo -giuro, una semplice vendetta. - -— Capisco, ma ciò che non capisco si è, come questa casa vi galvanizzi -in tal modo. - -— Eppure, la cosa è ben naturale, poichè in questa casa si compì la -vendetta. - -— Che! in casa mia? — Oh! signore, essa non era ancora vostra, rispose -ingenuamente Bertuccio. - -— Ma di chi era dunque? Del sig. marchese di Saint-Méran, ci ha detto, -credo il portinaro. Che diavolo adunque avevate da vendicarvi col -marchese di Saint-Méran? - -— Ah! non fu di lui, signore, fu di un altro. - -— Ecco una strana combinazione, disse Monte-Cristo, sembrando cedere -alle sue riflessioni: voi vi trovate in tal modo per caso, senza alcun -preparativo, in una casa ove è accaduta una scena che vi dà tanti -terribili rimorsi. - -— Signore, disse l’intendente, pare che sia una specie di fatalità che -porta tutto questo, ne sono ben sicuro; primieramente voi comprate una -casa in Auteuil; questa casa è precisamente quella ove ho commesso -l’assassinio; discendete nel giardino, e giusto per la scala per -cui egli discese; vi fermate, e giusto nel luogo ov’egli ricevette -il colpo; a due passi da quest’albero era la fossa ov’egli aveva -seppellito il fanciullo; tutto ciò non può essere opera del caso. - -— Ebbene! vediamo, sig. Corso, io suppongo sempre tutto ciò che si -vuole; d’altra parte bisogna saper fare delle concessioni agli spiriti -ammalati. Vediamo: richiamate il vostro spirito e raccontatemi ciò. - -— Io non l’ho mai raccontato che una sola volta, signore, e fu -all’abate Busoni. Simili cose, soggiunse Bertuccio scuotendo la testa, -non si raccontano che sotto il suggello della confessione. - -— Allora, mio caro Bertuccio, ritroverete giusto che io vi rimandi -al vostro confessore, vi farete con lui certosino o bernardino, -e ragionerete sui vostri segreti. Ma io, io ho paura di un ospite -spaventato da simili fantasmi, non amo che le mie genti non abbiano il -coraggio di passare di notte pel giardino. Poi, ve lo confesso, sarei -poco curioso di vedermi qualche visita del commissario di polizia; -poichè imparatelo bene Bertuccio, corre voce che in alcun luogo la -giustizia si paghi perchè si taccia; ma in Francia al contrario non si -paga mai che quando si parla. Peste! vi credeva bene un poco Corso, un -poco contrabbandiere, un bravo intendente, ma ora m’avveggo che avete -ancora altre corde al vostro arco. Voi perciò non siete più al mio -servizio, Bertuccio. - -— Ah! signore signore! gridò l’intendente colpito dal terrore di questa -minaccia. Ah! se non dipende che da questo perchè io rimanga al vostro -servizio, parlerò, dirò tutto; e se vi lascio, sarà soltanto per andare -al patibolo! - -— Adesso è un’altra cosa, disse Monte-Cristo, ma se voleste mentire -rifletteteci bene; non parlate affatto. - -— No, signore, ve lo giuro sulla salute dell’anima mia, vi dirò tutto! -perchè lo stesso abate Busoni non ha saputo che una parte del segreto. -Ma prima, ve ne supplico, allontanatevi da questo platano; osservate, -la luna va a rischiarare quella nube, e là, posto come voi siete, -avvolto in quel mantello che mi nasconde la vostra corporatura, e che -rassomiglia a quello del sig. de Villefort... - -— Come! gridò Monte-Cristo, fu de Villefort... - -— V. E. lo conosce? - -— Sì. - -— Che ha sposata la figlia del marchese di Saint-Méran. - -— Sì, e che negli uffici godeva la riputazione del più onest’uomo, del -più severo e del più rigido magistrato? - -— Ebbene! signore, gridò Bertuccio; quest’uomo d’irreprensibile -reputazione... - -— Ebbene! - -— Era un infame. - -— Bah! disse Monte-Cristo, impossibile! - -— E ciò pertanto è come vi dico. - -— Ah! veramente! disse Monte-Cristo, e ne avete le prove? - -— Le aveva, almeno. - -— E le avete perdute, malaccorto? - -— Sì, ma cercando bene si possono ritrovare. - -— In verità? disse il conte, raccontatemi ciò, Bertuccio! perchè -comincia ad importarmi da vero. - -E il conte, cantarellando una piccola aria della _Lucia_, andò ad -assidersi sopra un banco, mentre che Bertuccio lo seguiva concentrando -la sua memoria, restando in piedi davanti a lui. - - - - -XLIII. — LA VENDETTA. - - -— Da dove desiderate, sig. conte, che cominci il racconto? domandò -Bertuccio. - -— Da dove volete; disse Monte-Cristo, mentre non ne so assolutamente -niente. - -— Credeva che V. E. avesse già saputo che... - -— Sì, qualche particolare senza dubbio, ma sono passati sette o otto -anni, e nulla più mi ricordo. - -— Allora posso, senza tema d’annoiare V. E... - -— Raccontate, mi farete le veci di un giornale. - -— Le cose rimontano al 1815. - -— Ah! ah! fece Monte-Cristo, il 1815 non fu ieri. - -— No, signore, ciò non pertanto i più piccoli particolari mi sono -talmente presenti al pensiero, come se ne fossimo soltanto alla dimane. -Io aveva un fratello maggiore che era al servizio dell’imperatore. -Egli era stato fatto sotto-tenente in un reggimento composto tutto di -Corsi: era il mio unico amico, noi eravamo rimasti orfani egli a 18, io -a 5 anni; e mi aveva allevato come se fossi stato un suo figlio. Egli -si ammogliò nel 1814 sotto i Borboni; l’imperatore ritornò dall’isola -d’Elba, e mio fratello riprese subito servizio; ferito leggermente a -Waterloo, si ritirò coll’esercito dietro la Loira. - -— Ma questa è la storia dei cento giorni che voi fate, Bertuccio, ed -ella è già stata fatta, se non mi sbaglio. - -— Scusatemi, eccellenza, ma questi primi particolari sono necessarii, e -voi mi avete promesso d’essere paziente. - -— Avanti! avanti! io non ho che una parola. - -— Un giorno ricevemmo una lettera, bisogna dirvi che abitavamo nel -piccolo villaggio di Rogliano, all’estremità del capo Corso: essa -era di mio fratello il quale ne diceva, che l’esercito era stato -licenziato, e che ei ritornava per Châteauroux, Clermont-Ferrand, le -Puy, e Nimes, e che se avevo qualche danaro gliel facessi tenere a -Nimes ad un albergatore di nostra conoscenza col quale aveva qualche -relazione... - -— Di contrabbandi, interruppe il conte. - -— Eh! mio Dio! bisogna bene che tutti vivano. - -— Certamente; continuate dunque. - -— Io amava teneramente mio fratello, ve l’ho detto, per cui risolvetti -di non inviargli il denaro, ma di portarlo io stesso. Possedevo un -migliaio di fr., ne lasciai 500 ad Assunta, che tale era il nome di -mia cognata; presi gli altri 500, e mi misi in viaggio per Nimes; -questa era cosa facile, aveva la mia barca, un carico da fare per mare; -tutto secondava il mio disegno. Ma, fatto il carico, il vento divenne -contrario, di modo che stemmo tre o quattro giorni senza potere entrare -nel Rodano. Finalmente vi riuscimmo; risaliti fino ad Arles, lasciai la -barca fra Bellegarde e Beaucaire, e presi la via di Nimes; quest’era il -momento in cui accadeva il famoso massacro del mezzogiorno. Due o tre -briganti chiamati Trestaillon, Truphemy, e Graffan, scannavano sulle -strade tutti quelli che credevano bonapartisti. Senza dubbio il sig. -conte avrà inteso parlare di questi assassini. - -— Sì, ma vagamente; allora era lontano dalla Francia. - -— Entrando a Nimes si camminava, alla lettera, nel sangue; a -ciascun passo s’incontravano cadaveri; gli assassini, ordinati in -bande, uccidevano, saccheggiavano, bruciavano. Alla vista di tanta -carneficina, mi prese un tremito, non per me; io, semplice pescatore -corso, non aveva gran che a temere, anzi per noi contrabbandieri, -quelli erano buoni tempi; ma per mio fratello, soldato dell’impero, che -ritornava dall’esercito della Loira colla sua uniforme, le spalline, e -che per conseguenza aveva tutto a temere. - -— Corsi dal nostro albergatore, i miei presentimenti non mi avevano -ingannato; mio fratello era giunto il giorno innanzi a Nimes, ed alla -stessa porta di quello a cui andava a chiedere ospitalità era stato -assassinato. Feci tutto il possibile al mondo per riconoscerne gli -uccisori, ma nessuno osò dirmi i loro nomi, tanto erano temuti. Pensai -allora a questa giustizia francese, di cui tanto mi era stato parlato, -e che nulla teme, e mi presentai al procuratore del re. - -— E questo procuratore del re si chiamava Villefort? chiese -negligentemente Monte-Cristo. - -— Sì, eccellenza, veniva da Marsiglia ov’era stato sostituto. Il suo -zelo gli aveva procurato l’avanzamento. Era stato uno dei primi, si -diceva, che aveva annunziato al governo lo sbarco all’isola d’Elba. - -— Dunque, riprese Monte-Cristo, vi presentaste a lui. - -— Signore, gli dissi, mio fratello è stato assassinato ieri nelle -strade di Nimes, non so da chi, ma è nella vostra missione di saperlo. -Voi siete qui il capo della giustizia, e spetta alla giustizia il -vendicare quelli ch’essa non ha saputo difendere. - -«— E che cosa era vostro fratello? domandò il procuratore del re. — -Sottotenente nel battaglione Corso. - -«— Un soldato dell’usurpatore, allora... — Un soldato dell’esercito -francese. — Ebbene! replicò egli, si è servito della spada, ed è morto -di spada. — Voi v’ingannate, signore, egli perì sotto il pugnale. — E -che volete che gli faccia? rispose il magistrato. — Ma ve l’ho di già -detto; voglio che lo vendichiate. — E di chi? — Dei suoi assassini. - -«— E che, li conosco io? — Fateli cercare. - -«— Per farne che? Vostro fratello avrà avuta qualche contesa, e si -sarà battuto in duello. Tutti questi vecchi soldati cadono in eccessi, -che loro riuscivano bene sotto l’impero, ma che ora lor riescono male; -adesso le nostre genti del mezzo giorno non amano nè i soldati, nè gli -eccessi. - -«— Signore, non è per me che vi prego. Io piangerei, o mi vendicherei, -ecco tutto; ma il mio povero fratello aveva una moglie. Se accadesse -anche a me qualche disgrazia, questa povera donna morirebbe di fame, -perchè il solo lavoro di mio fratello la faceva vivere. Ottenete per -lei una piccola pensione dal governo. - -«— Ciascuna rivoluzione ha la sua catastrofe; vostro fratello è rimasto -vittima di questa, è una disgrazia, ma il governo nulla deve perciò -alla vostra famiglia. Se dovessimo giudicare tutte le vendette che -i partigiani dell’usurpatore si sono prese su quelli del re, quando -aveano il potere, vostro fratello oggi forse sarebbe condannato a -morte. Ciò che accade è naturale, perchè è la legge di rappresaglia. - -«— E che! signore, gridai io, è mai possibile che voi parliate così, -voi, magistrato!... - -«— Tutti questi Corsi sono pazzi, sulla mia parola, rispose de -Villefort; credono ancora che il loro compatriotta sia imperatore. -Voi sbagliate nell’epoca; dovevate venirmi a dir questo due mesi sono. -Oggi è troppo tardi; andatevene dunque, e se non volete andare, vi farò -ricondurre. - -«Io lo guardai un momento per vedere, se con una nuova preghiera, vi -fosse stato qualche cosa da sperare. Quest’uomo era di pietra. Io mi -avvicinai a lui: — Ebbene, gli dissi a mezza voce, poichè voi conoscete -tanto bene i Corsi dovete sapere in qual modo essi mantengono la loro -parola. Voi trovate che hanno fatto bene ad uccidere mio fratello, -che era bonapartista, perchè voi siete regio; ebbene! io che sono -egualmente bonapartista, vi dichiaro una cosa; ed è, che vi ammazzerò. -Da questo momento vi dichiaro la vendetta; per cui cautelatevi bene, e -guardatevi come meglio potete; poichè la prima volta che ci ritroveremo -faccia a faccia, sarà segno che è giunta l’ultima vostra ora. - -«Dopo ciò, prima ancora che si fosse rimesso dalla sorpresa, aprii la -porta e fuggii.» - -— Ah! ah! disse Monte-Cristo, colla vostra onesta figura, fate di -queste cose, Bertuccio, ed anche ad un procuratore del re? Va bene! Ma -sapeva egli almeno ciò che voleva dire la parola vendetta? - -— Egli lo sapeva tanto bene, che da quel giorno non uscì più solo, -e si turò in casa, facendomi cercare da per tutto. Fortunatamente io -era tanto ben nascosto, che non mi potè trovare. Allora fu preso dalla -paura; tremò di restare più lungamente a Nimes; sollecitò una permuta -di residenza, e siccome era realmente persona d’influenza, si fece -nominare a Versailles; ma, voi lo sapete, non vi sono distanze per un -Corso che ha giurato di vendicarsi del suo nemico, e la sua carrozza, -per quanto fosse bene condotta, non ha mai avuto più di una mezza -giornata di vantaggio su me, sebbene lo seguissi a piedi. L’importante -non era d’ucciderlo, cento volte ne avrei trovata l’occasione; ma -di ucciderlo senza essere scoperto, e particolarmente senza essere -arrestato. Oramai non era più indipendente, avevo da proteggere e da -nutrire mia cognata. Per tre mesi lo appostai, e per tre mesi egli non -fece un passo, un movimento, una passeggiata senza che il mio sguardo -non lo seguisse ovunque andava. Finalmente scopersi ch’egli veniva -misteriosamente ad Auteuil, lo seguii, e lo vidi entrare in questa casa -ove siamo; soltanto, invece d’entrare, come tutti dalla porta grande -della strada, egli veniva o a cavallo, o in carrozza, e lasciando il -cavallo o la carrozza all’albergo, entrava per quella piccola porta che -vedete là. - -Monte-Cristo fece colla testa un segno che provava, che ad onta -dell’oscurità, distingueva infatto l’entrata indicata da Bertuccio. - -«Io non ero più necessario a Versailles, e mi stabilii ad Auteuil, -e presi le mie misure. Se voleva prenderlo era evidentemente qui che -doveva tendere il laccio. La casa apparteneva, come il portinaro lo -ha detto a V. E., al sig. marchese di Saint-Méran, suocero del sig. de -Villefort. Il sig. de Saint-Méran abitava Marsiglia, e per conseguenza -questa casa gli era inutile, così si diceva ch’era stata appigionata -ad una giovane vedova, che non si conosceva sotto altro nome se non -con quello di baronessa. Di fatto una sera che guardavo al di sopra -del muro, vidi una donna giovane, e bella che girava sola per questo -giardino, su cui non domina alcuna finestra straniera, ella guardava -spesso dalla parte della piccola porta, e compresi che quella sera -aspettava il sig. de Villefort. Allorchè fu abbastanza vicina a me, -perchè non ostante l’oscurità, potessi distinguerne i lineamenti, vidi -una bella giovane di 18 a 19 anni, grande e bionda. Siccome ell’era -con una semplice giubba, e niente poteva impedirmi dal vederne la -corporatura, m’accorsi ch’era incinta, e che la gravidanza era ancor -molto inoltrata. - -«Pochi momenti dopo fu aperta la piccola porta; entrò un uomo, la -giovane corse più che potè incontro a lui. - -«Questi era de Villefort. Giudicai che uscendo, particolarmente se di -notte, doveva traversare da solo il giardino in tutta la sua lunghezza. - -— Avete poi mai saputo il nome di questa donna? domandò il conte. — -No, eccellenza, rispose Bertuccio, voi vedrete che non ebbi il tempo -d’informarmene — Continuate. - -«Forse quella stessa sera avrei potuto uccidere il procuratore del re, -riprese Bertuccio; ma non conosceva ancora abbastanza il giardino in -tutti i suoi particolari. Temeva di non poterlo lasciare freddo morto, -e di non poter fuggire se qualcuno accorresse alle sue grida. Rimisi la -bisogna pel futuro convegno; e perchè nulla avesse a sfuggirmi, presi -in fitto una piccola camera che guardava lungo il muro del giardino. -Tre giorni dopo, alle sette di sera, vidi un domestico uscir dalla casa -a cavallo, e prendere al galoppo la strada che mette a Sèvres; supposi -che sarebbe andato a Versailles, e non m’ingannai. Tre ore dopo ritornò -l’uomo coperto di polvere; il viaggio era compito. Dieci minuti dopo un -altr’uomo a piedi, avvolto in un mantello, apriva la piccola porta del -giardino, e la richiudeva dietro a sè. - -«Discesi rapidamente. Quantunque non avessi veduto il viso di -Villefort, lo riconobbi al battito del mio cuore; traversai la strada, -raggiunsi un pilastrino posto all’angolo del muro, coll’aiuto del quale -aveva guardato entro al giardino la prima volta. Questa volta però non -mi contentai di guardare, cavai di saccoccia il coltello, mi assicurai -che la punta fosse bene aguzza, e saltai al di sopra del muro. - -«La mia prima cura fu di correre alla porta; egli aveva lasciata la -chiave dentro la serratura dalla parte interna, avendo soltanto preso -la cautela di darvi un doppio giro. - -«Niente adunque poteva opporsi alla mia fuga da quel lato; il giardino -era di forma bislunga; nel mezzo la terra era coperta da una folta -e molle erbetta ad uso dei giardini inglesi, agli angoli di questo -prato erano gruppi di alberi, con folti rami, in allora frammischiati -dai fiori d’autunno. Per recarsi dalla piccola porta alla casa, tanto -entrando, quanto uscendo, Villefort era obbligato di passare davanti -a questi gruppi d’alberi. Era la fine di settembre: il vento soffiava -con forza; una luna pallida e languente velata ad ogni momento da -grossi nuvoli che scorrevano pel cielo, rischiarava la sabbia dei viali -che conducevano alla casa, ma non poteva fendere l’oscurità di questi -gruppi fronzuti, fra i quali un uomo poteva tenersi nascosto senza -timore di essere scoperto. Io mi nascosi in quello, presso al quale -doveva passare Villefort; non appena vi era che, in mezzo ai soffi del -vento che curvava i rami degli alberi al di sopra della mia fronte, -mi parve distinguere dei gemiti. Ma voi sapete, o per meglio dire, non -sapete, sig. conte, che quegli che aspetta il momento di commettere un -assassinio, crede sempre sentire passare delle strida sorde nell’aria. -Trascorsero due ore, nelle quali, a più riprese, credei sentire -ripetersi i medesimi gemiti. Suonò mezza notte. - -«L’ultimo tocco vibrava ancora cupo e sonoro, quando scopersi una -debole luce illuminare le finestre della scala segreta per la quale noi -poco fa siamo discesi. - -«La porta s’aprì, e comparve l’uomo dal mantello. - -«Quest’era il momento terribile, da molto tempo io mi vi era preparato; -cavai il coltello, l’apersi, e mi tenni pronto. - -«L’uomo dal mantello veniva direttamente a me; e a seconda che si -avanzava nello spazio scoperto, mi pareva scorgere che tenesse in mano -un’arme: ebbi timore, non di una lotta, ma di non riuscire. Quando fu -a pochi passi da me, riconobbi che ciò che io aveva preso per un’arma, -non era altro che una vanga. Non aveva ancora potuto immaginarmi a -quale scopo il sig. de Villefort teneva una vanga in mano, quando egli -si fermò sull’orlo del gruppo d’alberi, gettò uno sguardo intorno a -sè, e si mise a scavare una fossa nella terra: allora m’accorsi ch’egli -teneva qualche cosa sotto il mantello, che depose sull’erba per essere -più libero nei suoi movimenti: un po’ di curiosità, lo confesso, si -frammischiò al mio odio; volli vedere ciò che era venuto a fare là -Villefort: rimasi immobile, senza tirare il fiato, ed aspettai. - -«Quindi mi venne un’idea, che vidi confermarsi, quando il procuratore -del re cavò dal mantello una cassetta lunga due piedi, e larga da sei -ad otto pollici. Lasciai deporre la cassetta nella fossa, che poi -riempì di terra, poi su questa terra smossa pestò i piedi per fare -sparire l’opera notturna. Allora mi slanciai su lui, e gli conficcai -il coltello nel petto dicendogli: «— Io sono Giovanni Bertuccio! la -tua morte per mio fratello, il tuo tesoro per la vedova di lui: vedi -bene che la mia vendetta è più completa di quel ch’io sperava. — Non -so s’egli intese queste parole, ma credo di no; poichè cadde senza -mandare un gemito; sentii l’onda del suo sangue scorrermi ardente sulle -mani e sul viso; ma io era ebbro, era in delirio; questo sangue mi -rinfrescava invece di bruciarmi. In un secondo dissotterrai la cassetta -colla vanga, poi, perchè nessuno si accorgesse che l’avevo portata -via, riempii io pure la fossa, gettai la vanga al di là del muro, e -mi slanciai fuori della porta che chiusi a doppio giro per di fuori, -portando meco la chiave. - -— Va bene, disse Monte-Cristo, quest’era, a quanto vedo, un piccolo -assassinio complicato con furto. - -— No, eccellenza, rispose Bertuccio; era una vendetta accompagnata da -una restituzione. - -— E la somma almeno era forte? — Non era danaro. - -— Ah! sì mi ricordo, disse Monte-Cristo: non avete voi parlato di un -fanciullo? - -— Precisamente, eccellenza. Io corsi fino al fiume, m’assisi sulla -sponda, e sollecitato di vedere ciò che contenesse la cassetta, ne feci -saltar via la serratura col coltello. - -«In un panno di tela-battista era avvolto un fanciullo nato allora; il -viso era livido, le mani violette annunziavano che egli era rimasto -vittima di un’asfissia causata dal funicolo che aveva naturalmente -avvolto intorno al collo. Siccome però non era ancora freddo, esitai -a gettarlo nell’acqua che scorreva a’ miei piedi; infatto dopo un -momento mi parve sentire un leggiero battito nella regione del cuore; -gli liberai il collo dal cordone che lo attorniava, e siccome era stato -infermiere all’ospedale di Bastia, feci tutto ciò che avrebbe potuto -fare un medico in simile occasione, cioè, gli soffiai coraggiosamente -dell’aria nei polmoni, dopo un quarto d’ora di sforzi inauditi, lo vidi -respirare, e intesi un grido sfuggirgli dal petto. Io pure gettai un -grido, ma un grido di gioia. Dio dunque non mi maledice, dissi a me -stesso, poichè permette che io ridoni la vita ad una creatura umana in -cambio della vita che ho tolto ad un altra. - -— E che faceste di questo fanciullo? domandò Monte-Cristo; egli era un -bagaglio molto impacciante per uno che doveva fuggire. - -— Per questo non ebbi per un momento l’idea di ritenerlo. Ma sapeva -che a Parigi vi è un ospizio, ove sono ricevute queste povere creature. -Passando per la barriera, dichiarai aver trovato questo fanciullo sulla -strada, e presi le mie informazioni. La cassetta faceva testimonianza: -la biancheria di battista indicava che il fanciullo apparteneva a -persone ricche; il sangue di cui io era asperso poteva appartenere -tanto al fanciullo quanto a qualunque altro individuo. Non mi venne -fatta alcuna obbiezione, mi fu indicato l’ospizio che era situato -all’estremità della strada Enfer, e dopo di aver presa la cautela di -tagliare il pannolino in due parti, di maniera che una delle lettere -che lo marcava continuasse ad avvolgere il fanciullo, mi riserbai -l’altra, deposi il fardello nella ruota, e fuggii a gambe. Quindici -giorni dopo io era di ritorno a Rogliano, e diceva ad Assunta: - -— Consolati, sorella mia; Israele è morto, ma l’ho vendicato. - -«Allora ella mi chiese la spiegazione di queste parole, e io le -raccontai tutto l’accaduto: — Giovanni, mi disse Assunta, tu avresti -dovuto portarmi quel fanciullo; noi gli avremmo fatte le veci dei -genitori che ha perduti, lo avremmo chiamato Benedetto; e mercè questa -buona azione Dio ci avrebbe benedetti effettivamente. — Per risposta -le consegnai la metà del pannolino che aveva conservata, per poter far -reclamare il fanciullo un giorno che fossimo divenuti più ricchi. - -— E con quali lettere era marcato questo pannolino? domandò -Monte-Cristo. - -— Con un L. ed un N. sormontate dalla corona baronale. - -— Credo, Dio mel perdoni, che voi facciate uso di termini araldici, -Bertuccio! e dove avete fatti questi studi? - -— Al vostro servizio, sig. conte, dove s’impara ogni cosa. - -— Continuate, son curioso di sapere altre due cose. - -— E quali, signore? — Ciò che avvenne di questo ragazzo; non mi diceste -che era un fanciullo? - -— No, signore, non mi ricordo di avervi detto ciò. - -— Ah! credeva averlo inteso, mi sarò sbagliato. - -— No, non vi siete sbagliato, perchè effettivamente era un fanciullo; -ma V. E. desiderava sapere due cose, qual è la seconda? - -— La seconda era il delitto di cui foste accusato quando chiedeste un -confessore, e che l’abate Busoni venne a vostra richiesta a ritrovarvi -nelle prigioni di Nimes. - -— Questa storia forse sarà troppo lunga, eccellenza. - -— Che importa? sono appena le dieci, sapete che non dormo, e suppongo -che dal vostro lato non avrete gran volontà di dormire. — Bertuccio -s’inchinò, e riprese la narrazione. - -— Io, parte per iscacciare le tristi rimembranze che mi assediavano, -parte per sovvenire ai bisogni della povera vedova, mi rimisi con -ordine al mestiere di contrabbandiere, divenuto più facile per -l’affievolimento delle leggi che succede sempre alle rivoluzioni. -Le coste del Mezzodì particolarmente erano mal custodite, a cagione -delle continue sommosse che succedevano, ora in Avignone, ora a Nimes, -ora ad Uzès. Noi approfittammo di questa specie di tregua che ci -veniva accordata dal governo per annodare delle relazioni su tutto il -littorale. Dopo l’assassinio di mio fratello nelle strade di Nimes, non -aveva voluto più entrare in quella città; l’albergatore, col quale noi -facevamo affari, vedendo che non volevamo più andar a lui, era venuto -da noi, ed aveva fissata una soccorsale al suo albergo, sulla strada -di Bellegarde a Beaucaire all’insegna del _Ponte di Gard_. In tal modo -avevamo, sia dalla parte d’Aigues-mortes, sia a Martigues, sia a Bouc, -una dozzina di luoghi, ove depositavamo le nostre mercanzie, ed ove, al -bisogno, trovavamo un rifugio per metterci in salvo dai doganieri e dai -gendarmi. È un mestiere che frutta molto quello del contrabbandiere, -quando uno ci si applica con una certa intelligenza secondata da buona -dose di vigoria; quanto a me, viveva nelle montagne, avendo conservato -un doppio motivo di temere i gendarmi e i doganieri, atteso che, -qualunque comparsa davanti ad un giudice, poteva indurre un processo, -vale a dire una escursione nel passato, nel quale poteva scoprirsi -qualche cosa di più importante che non sono sigari di contrabbando, -o barili d’acqua-vite che circolano senza il lasciapassare. Così, -preferendo mille volte la morte ad un arresto, conduceva a buon fine -operazioni maravigliose, e che, più di una volta, mi convinsero, che la -troppa cura che ci prendiamo del nostro corpo, è quasi sempre il solo -ostacolo alla buona riuscita di quei disegni, che han bisogno di una -risoluzione, e di una esecuzione vigorosa e determinata. In fatto una -volta che siasi fatto il sacrificio della propria vita, non si è più -simili agli altri uomini, e chiunque ha presa questa risoluzione, ha -sentito centuplicarsi le forze, ed allargarsi l’orizzonte. - -— Anche la filosofia! Bertuccio, voi dunque avete un poco di tutto -nella vostra vita? - -— Oh! perdono, eccellenza! - -— No, no, è solo perchè la filosofia alle 10 e mezzo di sera è un poco -troppo tardi. Fuori di questa non ho altra osservazione da fare, atteso -che la trovo esatta, ciò che non si può dire di tutte le filosofie. - -— Le mie corse divennero dunque sempre più estese, sempre più -fruttuose. Assunta era l’economa; e la nostra fortuna andava -ingigantendosi. Un giorno che io partiva per una corsa: — Va, -diss’ella, al tuo ritorno io ti preparo una sorpresa. — Io -l’interrogai, ma inutilmente: ella non volle dirmi di più; ed io -partii. La corsa durò quasi sei settimane, noi eravamo stati a Lucca a -caricare dell’olio, ed a Livorno a prendere cotoni inglesi; il nostro -sbarco si effettuò senza contrari eventi, tirammo i nostri guadagni, -e ritornammo allegri e contenti. — Rientrando in casa, la prima cosa -che vidi nel luogo più esposto della camera d’Assunta, in una cuna -sontuosa, relativamente al resto dell’appartamento, fu un fanciullo -di sette in otto mesi; misi un grido di gioia. Il solo momento di -tristezza che provai dopo l’uccisione del procuratore del re, fu quello -in cui abbandonai quel fanciullo. Non è mestieri di dire che non ebbi -mai rimorsi per l’assassinio in sè stesso. La povera Assunta aveva -indovinato tutto: approfittando della mia assenza, munita della metà -del pannolino, ed avendo scritto, per non dimenticarlo, il giorno e -l’ora precisa in cui il fanciullo era stato deposto all’ospizio, era -andata a Parigi a reclamarlo. Non le venne fatta alcuna obbiezione, e -le fu reso il fanciullo. Ah! vi confesso sig. conte, che vedendo questa -creatura dormire nella cuna, il petto mi si gonfiò, e mi scorsero le -lagrime: — In verità, Assunta, gridai tu sei una buona donna, ed il -Signore ti benedirà. - -— Mostrava che tu avevi fede, disse Monte-Cristo. - -— Ahimè! eccellenza, riprese Bertuccio, Iddio però fece strumento -della mia punizione questo stesso fanciullo. Giammai si dichiarò più -prematuramente una natura più perversa; e ciò non pertanto non si può -dire che venisse male allevato, poichè mia sorella lo trattava come -il figlio di un principe; era un ragazzo di bellissimo aspetto, con -occhi cilestri di quella tinta delle terraglie chinesi tanto bene in -armonia col bianco latteo del fondo: solamente i capelli di un biondo -troppo vivo, davano al suo viso una strana indole, che raddoppiava la -vivacità dello sguardo, e la malizia del sorriso. Disgraziatamente -vi ha un proverbio che dice: essere i rossi o buoni del tutto o del -tutto cattivi: il proverbio non mentiva sul conto di Benedetto, che -fin dalla sua prima infanzia si manifestò del tutto cattivo. È vero -altresì che la dolcezza di sua madre incorò le sue prime inclinazioni; -mia sorella andava continuamente al mercato della città, situato a 5 -leghe di distanza, per comprare i primi frutti ed i dolci più delicati -per questo fanciullo, il quale preferiva agli aranci di Palma, ed -alle conserve di Genova, le castagne rubate al vicino traversando le -siepi, o le mele secche del granaio di lui, mentre che aveva a sua -disposizione le castagne e le mele del nostro orticello. - -«Un giorno, (Benedetto poteva avere 5, o 6 anni) il vicino Wasilio, -che, secondo l’uso del nostro paese, non riponeva mai nè la sua borsa -nè i suoi gioielli, perchè il sig. conte sa meglio di qualunque altro -che in Corsica non vi sono ladri, il vicino Wasilio si lamentò con -noi che gli era disparso un luigi; si credè che avesse contato male, -ma egli pretendeva di essere sicuro del fatto suo. In quel giorno -Benedetto aveva lasciata la casa di buon mattino, e quando lo vedemmo -ritornare la sera, si trascinava dietro una scimmia che diceva di -aver trovata, colla catena e tutto, legata ad un albero; da più di -un mese il cattivo ragazzo, il quale non sapeva più che immaginare, -era voglioso di avere una scimmia. Un battelliere ch’era passato di -Rogliano, e che aveva molti di questi animali che lo avevano divertito -coi loro esercizi, gli aveva senza dubbio inspirata questa malaugurata -fantasia. — Nei nostri boschi non si trovano scimmie, e molto meno -belle e incatenate, gli diss’io; confessami dunque come ti sei -procurata questa. — Benedetto sostenne la menzogna, e l’accompagnò con -tali particolari che facevano più onore alla sua immaginazione che alla -sua veracità; io m’irritai, egli si mise a ridere; io lo minacciai, -egli fece due passi addietro: — Tu non puoi battermi, diss’egli, tu -non ne hai il diritto, perchè non sei mio padre. — Noi ignorammo sempre -chi gli aveva rivelato questo fatale segreto, che per parte nostra era -stato gelosamente custodito: che che ne fosse, questa risposta, nella -quale il ragazzo si faceva interamente conoscere, quasi mi spaventò, ed -il mio braccio ch’erasi alzato, ricadde senza percuotere il colpevole. -Il fanciullo trionfò, e questa vittoria gli dette un’audacia tale, -che da quel giorno tutto il danaro d’Assunta, il cui amore sembrava -aumentarsi a seconda che egli se ne rendeva meno degno, fu speso in -capricci ch’ella non sapeva combattere, ed in follie che non aveva il -coraggio d’impedire. Quando io era a Rogliano, le cose camminavano meno -male, ma quando partiva Benedetto diventava il capo di casa, e tutto -andava alla peggio. Dell’età di 10, o 11 anni tutti i suoi compagni -erano scelti fra giovani di 18, a 20 anni, e fra i più cattivi soggetti -di Bastia e di Corte, e già per qualche scappata, che meritava un nome -più serio, la giustizia ci aveva dati avvisi. Io ne fui spaventato: -qualunque interrogatorio poteva avere conseguenze funeste; io era -precisamente allora obbligato ad allontanarmi dalla Corsica per una -spedizione importante; vi riflettei lungamente, e col presentimento -d’evitare qualche disgrazia, risolvetti condur meco Benedetto. Sperava -che la vita attiva e faticosa del contrabbandiere, la disciplina severa -del bordo, cambierebbero questa indole vicina a corrompersi, se già -non era spaventosamente corrotta. Presi dunque Benedetto a parte, e -gli feci la proposizione di seguirmi, circondandola con tutte quelle -promesse che possono sedurre un giovine di 12 anni. Egli mi lasciò -parlare fino alla fine, e quand’ebbi terminato scoppiò in una risata, -dicendo: — Siete pazzo, zio mio (egli mi chiamava così quand’era di -buon umore), io cambiare la vita che meno, con quella che menate voi? -Il mio buono ed eccellente non far niente, colle orribili fatiche -che vi siete imposto? passare la notte al freddo, il giorno al caldo, -nascondersi continuamente, ricevere schioppettate, e tutto questo per -guadagnare un poco di danaro? Del danaro ne ho quanto ne voglio, madre -Assunta me ne dà, quanto a lei ne domando; vedete bene che sarei un -imbecille se accettassi la vostra proposizione. — Io rimasi stupefatto -da quell’audacia, e da quel ragionamento. Benedetto ritornò a giuocare -coi suoi compagni, e lo vidi che mi mostrava ad essi come un idiota. - -— Grazioso fanciullo! mormorò Monte-Cristo. - -— Ah! se fosse stato mio rispose Bertuccio, se fosse stato mio figlio, -o pur anche mio nipote, lo avrei ricondotto sul retto sentiero, perchè -la coscienza dà la forza. Ma l’idea di percuotere un fanciullo, di cui -aveva ucciso il padre mi rendeva impossibile ogni correzione. Detti -buoni consigli a mia cognata, che nelle nostre discussioni prendeva -sempre la difesa del piccolo disgraziato; e siccome mi confessò che -in varie volte le erano mancate somme considerevoli, le indicai un -luogo ov’ella poteva nascondere il nostro piccolo tesoro. In quanto -a me, la mia risoluzione era presa. Benedetto sapeva perfettamente -leggere, scrivere, e fare i conti, perchè quando per caso egli si -voleva occupare a studiare, imparava in un giorno ciò che agli altri -abbisognava una settimana. La mia risoluzione, diceva, era presa; -doveva ingaggiarlo come segretario sopra un bastimento a lungo corso, -e, senza prevenirlo di niente, farlo prendere un bel mattino, e -trasportare a bordo; in questo modo raccomandandolo al capitano, tutto -il suo avvenire dipendeva da lui. - -«Stabilito questo disegno partii per la Francia. - -«Tutte le nostre operazioni dovevano questa volta eseguirsi nel golfo -di Lione, e si rendevano ogni giorno più difficili, perchè eravamo nel -1829. La tranquillità era perfettamente ristabilita, e per conseguenza -il servizio delle coste ritornato più regolare e più severo che mai. -Questa sorveglianza era ancora aumentata momentaneamente per la fiera -di Beaucaire che allora si apriva. - -«I principi della nostra spedizione si eseguirono senza impaccio. Noi -ancorammo la barca, che aveva un doppio fondo nel quale nascondevamo -le nostre mercanzie di contrabbando, in mezzo ad una quantità di -battelli che stavano fitti alle due rive del Rodano da Beaucaire fino -ad Arles. Giunti là, cominciammo di notte tempo a scaricare le merci -proibite, ed a farle passare in città per mezzo di gente in relazione -cogli albergatori, nelle case dei quali facevamo i depositi. Sia che la -buona riuscita ci rendesse imprudenti, sia che fossimo stati traditi, -una sera, verso le 5 p. m. mentre stavamo per metterci a tavola, -accorse tutto affannato il nostro piccolo mozzo, dicendo che aveva -veduto una squadra di doganieri dirigersi alla nostra volta. Non era -precisamente la squadra che ci spaventava; da un momento all’altro, -e particolarmente allora si vedevano compagnie intere pattugliare e -girare sulle sponde del Rodano; ma le cautele che, al dire del mozzo, -questa squadra prendeva per non essere veduta. In un punto noi eravamo -in piedi, ma era già troppo tardi: la nostra barca, che evidentemente -formava l’oggetto delle loro ricerche, era circondata. Fra i doganieri -distinsi qualche gendarme; e tanto timido alla vista di questi, quanto -era bravo alla vista di qualunque altro corpo militare, discesi sotto -il ponte, e strisciando da un finestrello, mi lasciai calare nel fiume, -quindi mi misi a nuotare sott’acqua, non respirando che a lunghi -intervalli tanto bene, che senza esser veduto raggiunsi un canale -fatto di nuovo, e che poneva il Rodano in comunicazione col canale -che da Beaucaire mette ad Aigues-mortes. Una volta giunto là, era -salvo, poichè poteva seguire senza essere veduto per quella direzione. -Arrivai dunque al canale senza sinistri. Non era nè a caso, nè senza -premeditazione che aveva seguito questa via; ho già parlato a V. E. di -un albergatore di Nimes, che aveva impiantata una piccola osteria fra -Bellegarde e Beaucaire. - -— Sì disse Monte-Cristo, me ne ricordo perfettamente, questo degno -galantuomo, se non erro, era uno dei vostri associati? - -— Precisamente, rispose Bertuccio, ma da sette ad 8 anni aveva ceduto -il suo stabilimento ad un antico sartore di Marsiglia, che dopo essersi -rovinato nel suo stato, aveva voluto tentare di fare la sua fortuna in -un altro. Non fa mestieri dire che le corrispondenze che avevamo col -primo proprietario furono mantenute col secondo; adunque a quest’uomo -contava chiedere un asilo. - -— E come chiamavasi? domandò il conte di Monte-Cristo che sembrava -cominciare a prendere qualche interessamento al racconto di Bertuccio. - -— Si chiamava Gaspero Caderousse, egli era ammogliato con una donna -del villaggio di Carconte, che non conoscevamo per altro nome, che -per quello del suo villaggio; una povera donna colpita dalle febbri -maremmane, che si moriva di languidezza. In quanto all’uomo egli -era gagliardo e robusto dai 40 ai 50 anni, che più d’una volta, in -difficili congiunture aveva date prove di prontezza d’animo e di -coraggio. - -— E dicevate, domandò Monte-Cristo, che tali cose accadevano verso -l’anno?... — 1829, signor conte. — In qual mese? — Nel mese di giugno. -— Al principio o alla fine? - -— Precisamente la sera del 3. — Ah! fece Monte-Cristo, il 3 giugno -1829... va bene, continuate. - -— Era dunque a Caderousse, che io contava di domandare un asilo; ma -secondo il solito anche nelle congiunture ordinarie non entravamo da -lui per la porta che dava sulla strada, e risolvetti di non derogare -alle abitudini, scavalcai la siepe del giardino, camminai carpone fra -gli ulivi, e i fichi selvatici, e pervenni, nel dubbio che Caderousse -potesse aver qualche viaggiatore nell’albergo, ad un soppalco nel -quale avevo più di una volta passata la notte tanto bene, quanto nel -miglior letto. Questo soppalco non era diviso dalla sala comune del -piano terreno dell’albergo che da un tramezzo di assi, nel quale eransi -praticate delle fenditure a bella posta, perchè di là potessimo spiare -il momento opportuno di far conoscere che eravamo nelle vicinanze. -Io voleva vedere se Caderousse era solo, fargli il segno del mio -arrivo, terminare con lui il pasto interrotto dall’apparizione dei -doganieri; indi profittare dell’uragano che preparavasi per raggiungere -le rive del Rodano, ed assicurarmi di ciò ch’era accaduto alla barca -ed a quelli che v’erano dentro. Mi calai dunque nel soppalco, e fu -fortuna, perchè quasi nello stesso punto Caderousse entrava in casa -sua con uno sconosciuto. Mi tenni cheto, ed aspettai, non già colla -mira di scoprire i segreti dell’albergatore, ma perchè non poteva fare -altrimenti; e d’altra parte la stessa cosa era già accaduta dieci altre -volte. L’uomo che accompagnava Caderousse era evidentemente forestiero -al Mezzogiorno della Francia: era uno di quei mercanti da fiera che -vengono a vendere i loro gioielli alla fiera di Beaucaire, e che in un -mese che questa dura, fanno affari per 50 ed anche per cento mila fr. -Caderousse entrò vivacemente, e pel primo, indi vedendo la sala vuota -secondo il solito, e soltanto guardata dal cane, chiamò la moglie: - -— Ehi! Carconta, diss’egli: quel degno uomo del prete non ci ha -ingannati, il diamante è buono — Fecesi sentire un’esclamazione di -gioia, e quasi subito la scala scricchiolò sotto un passo appesantito -dalla debolezza e dalla malattia. — Che dici? domandò la donna più -pallida di un morto. — Dico che il diamante è buono, ed ecco qui il -signore, che è uno dei primi gioiellieri di Parigi, disposto a darci 50 -mila fr., sol che gli proviamo esser veramente nostro; egli vuole che -tu gli racconti, come gli ho già raccontato io, in qual modo miracoloso -il diamante è caduto nelle nostre mani. Frattanto, signore, sedetevi, -se vi piace, e siccome la stagione è calda, vado a cercare con che -rinfrescarvi. - -«Il gioielliere esaminò con visibile attenzione l’interno dell’albergo, -e la miseria manifesta di coloro che stavano per vendergli un diamante -che sembrava uscito dallo scrigno di un re. — Raccontate, signora, -diss’egli, volendo senza dubbio profittare dell’assenza del marito, -perchè non vi fosse alcun segno per parte di costui, e per vedere se i -due racconti corrispondevano bene uno coll’altro. — Eh! mio Dio, disse -la donna con volubilità, è una benedizione del cielo che eravamo ben -lungi dall’aspettarci. Immaginatevi, caro signore, che mio marito era -unito in amicizia, fin dal 1814 o 1815 con un marinaro chiamato Edmondo -Dantès. Questo povero giovine non aveva dimenticato Caderousse, che -lo aveva obbliato del tutto, e gli ha lasciato morendo il diamante che -avete veduto. — Ma in qual modo n’era egli divenuto possessore? domandò -il gioielliere. Egli lo aveva dunque prima d’entrare in prigione? — -No, signore, ma in prigione ha fatto la conoscenza, a quanto pare, di -un inglese ricchissimo; e siccome il suo compagno di camera fu malato, -e Dantès lo trattò come se fosse stato un fratello, così, l’inglese -uscendo dal carcere lasciò al povero Dantès, che meno fortunato di lui -è morto in prigione, questo diamante ch’egli a sua volta ci ha lasciato -in legato a noi morendo, e che il degno abate ci ha rimesso questa -mattina. — È in realtà lo stesso racconto, mormorò il gioielliere, e, -in fin dei conti, la storia può essere vera, per quanto comparisca -inverosimile a primo aspetto. Non vi è dunque che il prezzo sul -quale non siamo ancora d’accordo. — Come! non siamo d’accordo! disse -Caderousse; io credeva che aveste acconsentito al prezzo che ve ne ho -domandato. — Cioè, rispose il gioielliere, al prezzo di 40 mila fr. -che vi ho offerti. — 40 mila fr., gridò la Carconta; non lo venderemo -certamente per questo prezzo. L’abate ci ha detto che ne vale 50 mila, -senza calcolare la legatura. — E come si chiamava quest’abate, domandò -l’istancabile interrogatore. — L’abate Busoni, rispose la donna. — -È dunque uno straniero? — Credo che sia un Italiano delle vicinanze -di Mantova. — Mostratemi questo diamante, riprese il gioielliere, -che lo riveda una seconda volta; spesso si giudicano male le pietre -a prima vista. — Caderousse cavò di saccoccia un piccolo astuccio di -marrocchino nero, l’aprì e lo passò al gioielliere. - -«Alla vista di questo diamante grosso quanto una piccola nocciuola, -me lo ricordo come se lo vedessi ancora, gli occhi della Carconta -sfavillarono di cupidigia. - -— E che pensavate di tutto ciò, signor ascoltatore alle porte? domandò -Monte-Cristo, aggiustavate fede a questa bella favola? - -— Sì, eccellenza, non riteneva Caderousse per un uomo cattivo, e lo -credeva incapace di aver commesso un delitto, e fors’anche un furto. - -— Questo fa più onore al vostro cuore che alla vostra esperienza, -Bertuccio. Avevate conosciuto questo Edmondo Dantès di cui si parlava? - -— No, eccellenza, fino allora non ne aveva mai inteso parlare, e dopo -nemmeno tranne una sola volta dallo stesso abate Busoni, quando lo vidi -nelle prigioni di Nimes. - -— Bene, continuate. - -— Il gioielliere prese l’anello dalle mani di Caderousse, cavò di -saccoccia un paio di piccole pinzette d’acciaio, e un bilancino -di rame; poi allontanando le punte d’oro che ritenevano la pietra -nell’anello, fece uscire il diamante dal suo alveolo, e lo pesò -scrupolosamente nel bilancino. - -«— Giungerò fino a 45 mila fr., diss’egli, ma non darò un soldo di più; -siccome questo era il vero prezzo dell’anello, non ho preso meco che -questa somma precisamente. - -«— Oh! per questo, ritornerò con voi a Beaucaire per prender gli altri -5 mila fr. — No, disse il gioielliere restituendo a Caderousse l’anello -ed il diamante: questo non vale di più; e sono anzi dolente di avervi -offerto questa somma, atteso che la pietra ha un difetto che non aveva -veduto prima; ma non importa, io non ho che una parola, ho detto 45 -mila fr., e non mi ritiro. — Almeno rimettete il diamante nell’anello, -disse con asprezza la Carconta. - -«Egli ritornò ad incassare la pietra. — Bene, bene, bene, disse -Caderousse, rimettendosi in saccoccia l’astuccio, si venderà ad un -altro. — Sì, rispose il gioielliere, ma un altro non sarà così corrente -come sono io; un altro non si contenterà delle informazioni che mi -avete date; non è cosa naturale che un uomo come voi possegga un anello -di 50 mila fr.; egli ne darà parte ai magistrati, e bisognerà ritrovare -l’abate Busoni, e gli abbati che regalano diamanti da due mila luigi, -sono rari; la giustizia comincerà col mettervi le mani sopra, sarete -messo in prigione, e se siete riconosciuto innocente verrete messo -in libertà dopo tre o quattro mesi di prigionia, l’anello o si sarà -perduto in ispese di giudizio, o vi sarà restituito con una pietra -falsa che costerà 3 fr. invece di 50 mila, e voglio anche ammettere 55 -mila, ma voi converrete meco, mio brav’uomo, si corrono sempre certi -rischi a comprare. — Caderousse e sua moglie s’interrogarono con uno -sguardo. — No disse Caderousse, noi non siamo abbastanza ricchi per -perdere 5 mila fr. - -«— Come volete, mio caro amico, io però avevo portato, come vedete, -bella moneta. — E con una mano cavò di saccoccia un pugno d’oro che -fece risplendere avanti gli occhi abbarbagliati degli albergatori, e -con l’altra un pacchetto di biglietti di banca. Una forte pugna agitava -visibilmente l’animo di Caderousse; era evidente che quel piccolo -astuccio di marrocchino, che girava e rigirava nelle sue mani, non -gli sembrava corrispondere, come valore, alla somma enorme che gli -affascinava gli occhi. Egli si volse a sua moglie: - -«— Che dici tu? le domandò a bassa voce. - -«— Daglielo, daglielo, diss’ella; s’egli ritorna a Beaucaire senza -il diamante, ci denunzierà, e come lo ha detto, chi sa se potremo più -ritrovare l’abate Busoni? - -«— Ebbene, sia così, disse Caderousse, prendete il diamante per 45 -mila fr., ma mia moglie vuole una catena d’oro, ed un paio di buccole -d’argento. — Il gioielliere cavò di tasca una scatola lunga e piatta -che conteneva molti campioni degli oggetti domandati: — Prendete, -diss’egli, io sono andante negli affari; scegliete. — La donna scelse -una collana d’oro che poteva costare 5 luigi, ed il marito un paio -di buccole del valore di 5 fr. — Spero che non vi lamenterete? disse -il gioielliere. — L’abate aveva detto che costava 50 mila fr. mormorò -Caderousse. — Andiamo, andiamo, date adunque! che uomo terribile, disse -il gioielliere togliendogli di mano il diamante; io vi sborso 45 mila -fr., 2,500 fr. di rendita, vale a dire, una fortuna come vorrei averla -io, e non siete ancora contento! - -«— Ed i 45 mila fr., domandò Caderousse con voce rauca, vediamo, -ove sono? — Eccoli, disse il gioielliere. — E contò sulla tavola 15 -mila fr. in oro, e 30 mila in biglietti di banca. — Aspettate che -accenda una lucerna, disse Carconta, non ci si vede più, e si potrebbe -sbagliare. — In fatto durante questa discussione era sopraggiunta la -notte, e colla notte l’uragano che minacciava da più di una mezz’ora. -Si sentiva in lontano rumoreggiare sordamente il tuono; ma nè il -gioielliere, nè Carconta, nè Caderousse sembravano occuparsene, tanto -tutti e tre erano ossessi dal demonio del guadagno. - -«Io stesso provai una strana fascinazione alla vista di quell’oro, e di -quei biglietti. Mi sembrava di fare un sogno; e come succede nei sogni, -mi sentiva inchiodato al mio posto. Caderousse contò e ricontò l’oro -e i biglietti: quindi li passò alla moglie, che li contò e ricontò -anch’essa. In questo mentre il gioielliere faceva specchiare il lume -sul diamante, che faceva luccicare dei lampi da far dimenticare quelli -ch’erano precursori dell’uragano, e che già cominciavano ad infiammare -le finestre. — Ebbene! c’è il vostro conto? domandò il gioielliere. -— Sì, disse Caderousse, dammi il portafogli, e trovami un sacchetto, -Carconta. - -«Carconta aprì un armadio, e ritornò portando un vecchio portafogli di -cuoio, dal quale furono tolte alcune lettere sudice, ed in loro vece -furono messi i biglietti, ed un sacchetto nel quale erano racchiusi -i due o tre scudi da sei lire, che probabilmente formavano tutta la -fortuna della miserabile famiglia. — Eh! disse Caderousse, quantunque -mi abbiate alleggerito forse di un 10 mila fr., volete cenare con noi? -ve l’offro di buon cuore. - -«— Grazie, disse il gioielliere; deve essersi fatto tardi, e bisogna -che ritorni a Beaucaire, perchè mia moglie starebbe in pena. — E cavò -l’orologio. — Per bacco! gridò egli, quanto prima le nove, non sarò -a Beaucaire prima della mezza notte. Addio miei piccoli figli; se per -caso ritornassero degli abbati Busoni, pensate a me. - -«— Fra dieci giorni non sarete più a Beaucaire, disse Caderousse, -poichè la fiera finisce nella settimana ventura. - -«— No, ma questo non importa, scrivetemi a Parigi, sig. Giovanni, -Palazzo Reale, galleria delle pietre, n. 45: farò il viaggio -espressamente se ne vale la pena. - -«Uno scroscio di fulmine rintronò, accompagnato da un lampo così vivo, -che tolse quasi il chiarore della lucerna. - -«— Oh! oh! disse Caderousse, e volete partire con questo tempo? — Oh! -non ho paura del tuono, disse il gioielliere. - -«— E dei ladri? domandò Carconta: la strada non è mai molto sicura in -tempo di fiera. - -«— Oh! quanto ai ladri, ecco ciò che tengo per loro. - -«E cavò di saccoccia un paio di piccole pistole cariche fino alla -bocca. — Ecco, diss’egli, dei cani che abbaiano e mordono nello -stesso tempo: queste sono pei due primi che avessero brama del vostro -diamante, padre Caderousse. - -«Caderousse e sua moglie si ricambiarono una cupa occhiata: sembrava -che entrambi avessero contemporaneamente qualche terribile pensiero. -— Allora, buon viaggio, disse Caderousse. — Grazie, rispose il -gioielliere. — E preso il bastone che aveva posato contro un vecchio -baule uscì. Nell’atto che aprì la porta entrò un colpo di vento, che -per poco non ispense la lucerna. - -«— Oh! diss’egli, va a farsi un bel tempo, ed io ho due leghe da -camminare con questo tempo! - -«— Restate, disse Caderousse, dormirete qui. - -«— Sì, restate, disse Carconta con voce mal ferma; avremo per voi tutte -le cure. - -«— No, bisogna ch’io vada a dormire a Beaucaire. Addio. - -«Caderousse andò lentamente fino sul limitare della porta. - -«— Non si distingue nè cielo nè terra, disse il gioielliere già fuori -di casa. Debbo prendere a destra o a sinistra? - -«— A destra, disse Caderousse; non v’è da sbagliare, la strada è -fiancheggiata d’alberi da ambe le parti. - -«— Va bene, vi sono, disse la voce quasi estinta in lontano. - -«— Chiudi dunque la porta, disse Carconta: a me non piacciono le porte -aperte quando tuona. - -«— E quando v’è del danaro in casa, n’è vero? rispose Caderousse, dando -un doppio giro alla serratura. — Egli rientrò, andò all’armadio, ne -cavò il sacchetto ed il portafogli, ed entrambi si misero a contare per -la terza volta l’oro ed i biglietti. - -«Io non ho mai veduto una espressione simile a quella di quei due -visi, di cui una debole lampada rischiarava la cupidigia. La donna -particolarmente era schifosa: il tremito febbrile che abitualmente -l’animava, s’era raddoppiato. Il suo viso di pallido era divenuto -livido; gli occhi incavati fiammeggiavano. — Perchè dunque, domandò -ella, gli hai offerto di dormire qui? — Ma, rispose Caderousse con un -tremito, perchè... perchè non avesse la pena di ritornare a Beaucaire. -— Ah! disse la donna con una espressione impossibile a ripetersi, -credeva che fosse per un altro fine. - -«— Donna, donna! gridò Caderousse, perchè hai simili idee? e perchè, -avendole, non le riserbi tutte per te? - -«— È lo stesso, disse Carconta dopo un momento di silenzio: tu non sei -un uomo. — Come sarebbe a dire? disse Caderousse. — Se fossi stato un -uomo, egli non sarebbe uscito di qui. — Donna! — Oppure non arriverebbe -a Beaucaire. - -«— Donna! — La strada fa un gomito, egli è obbligato di seguire la -strada, mentre lungo il canale s’accorcia. - -«— Donna! Tu offendi il buon Dio... Tieni, ascolta... - -«In fatto s’intese uno spaventoso tuono, nello stesso tempo un lampo -rossastro infiammò tutta la sala, mentre il fulmine, decrescendo -lentamente, sembrava allontanarsi di mala voglia dalla casa maledetta. -— Gesù! disse Carconta segnandosi. — Nello stesso tempo, ed in mezzo -a quel silenzio di terrore che ordinariamente succede allo scroscio -d’un fulmine, s’intese battere alla porta. Caderousse e sua moglie -fremettero, e si guardarono spaventati. — Chi va là? gridò Caderousse -alzandosi, e riunendo in un sol monte l’oro ed i biglietti ch’erano -sparsi per la tavola, e che coprì con le mani. — Son io, disse una -voce. — E chi siete? - -«— Eh! per bacco! Giovanni il gioielliere! — Ebbene! che dici ora? -riprese Carconta con un terribile sorriso, che io offendeva il cielo? -ecco che il cielo pietoso ce lo rimanda! - -«Caderousse ricadde pallido ed anelante sulla sedia. - -«Carconta, al contrario si alzò, e andò con passo fermo ad aprire la -porta. — Entrate dunque, caro sig. Giovanni. - -«— In fede mia, disse il gioielliere irrigato dalla pioggia, pare che -il diavolo non voglia ch’io ritorni a Beaucaire questa sera. Le più -corte pazzie sono le migliori, mio caro Caderousse; mi avete offerto -ospitalità, l’accetto, e vengo a dormire da voi. — Caderousse balbettò -qualche parola, asciugandosi il sudore che gli grondava dalla fronte. - -«Carconta richiuse la porta a doppio giro di chiave, tosto che fu -entrato il gioielliere. - - - - -XLIV. — LA PIOGGIA DI SANGUE. - - -«Il gioielliere entrando girò uno sguardo investigatore intorno a -sè; ma nulla poteva fargli nascere sospetti, se non ne aveva, e nulla -confermarglieli quando ne avesse avuti. - -«Caderousse copriva sempre con ambo le mani i biglietti, e l’oro. -Carconta sorrideva al suo ospite il più graziosamente che poteva. — Ah! -ah! disse il gioielliere, sembra che abbiate paura di non aver ricevuto -il conto vostro: che ritornavate a contare il vostro tesoro prima della -mia partenza? - -«— No, disse Caderousse, ma l’avvenimento che ce ne mette in possesso è -così inatteso, che non vi possiamo ancora aggiustar fede, e quando non -abbiamo la prova materiale sotto gli occhi, ci pare sempre di sognare. -— Il gioielliere sorrise. — Avete viaggiatori nel vostro albergo? -domandò egli. — No, rispose Caderousse, non diamo da dormire; siamo -troppo vicini alla città e nessuno vi si ferma. - -«— Allora vi procuro un grandissimo incomodo? - -«— Incomodarci voi! mio caro signore, disse con grazia Carconta, niente -affatto; ve lo giuro. — Vediamo, dove mi metterete? — Nella camera in -alto. — Ma quella non è la vostra camera? — Oh! non importa; abbiamo un -secondo letto nella camera di fianco a questa. — Caderousse guardò con -meraviglia la moglie. Il gioielliere canterellò una piccola canzonetta -mentre si riscaldava il dorso ad una fascina che Carconta aveva accesa -al caminetto per riscaldare il suo ospite. In questo mentre ella -portava sopra un angolo della tavola, su cui aveva messa una salvietta, -i magri avanzi di un pranzo al quale unì due o tre uova fresche. - -«Caderousse aveva nuovamente racchiusi i biglietti nel portafogli, -l’oro nel sacchetto, ed il tutto nell’armadio. Egli passeggiava in -lungo ed in largo, cupo e meditabondo, alzando a quando a quando la -testa sul gioielliere, che stava fumando davanti al caminetto, e che -a seconda che si asciugava da un lato, si voltava dall’altro. — Ecco -qua, disse Carconta mettendo una bottiglia sulla tavola, quando vorrete -cenare, tutto è all’ordine. — E voi? domandò Giovanni. - -«— Io non cenerò, rispose Caderousse. — Abbiamo pranzato tardissimo, si -affrettò a dire Carconta. — Cenerò dunque solo? disse il gioielliere. — -Vi serviremo, disse Carconta con una premura, che non le era naturale, -neppure cogli ospiti del suo paese. — Di tempo in tempo Caderousse -lanciava su lei degli sguardi rapidi come il baleno. L’uragano -continuava. — Sentite? sentite? disse Carconta; avete fatto molto -bene, in fede mia, a ritornare. — Ciò non impedisce che se il temporale -diminuisce durante la mia cena, io ritorni a mettermi in via. — Spira -maestrale, disse Caderousse scuotendo la testa, avremo questo tempo -fino a domani. E dicendo ciò, mandò un sospiro. — In fede mia, disse -il gioielliere mettendosi a tavola, tanto peggio per quelli che sono -di fuori. — Sì, soggiunse Carconta, essi passeranno una cattiva notte. -— Il gioielliere cominciò la cena, e la Carconta continuò ad avere -per lui tutte quelle piccole premure di un’attiva albergatrice; essa -d’ordinario così dispettosa e strana era divenuta il modello della -pulitezza e della previsione. Se il gioielliere l’avesse conosciuta -per lo innanzi, si sarebbe certamente meravigliato di un sì gran -cangiamento, e ciò non avrebbe mancato di inspirargli qualche sospetto. -In quanto a Caderousse, egli non diceva una parola; continuava la sua -passeggiata, e sembrava perfino esitasse a guardare l’ospite. Quando -la cena fu terminata Caderousse andò egli stesso ad aprire la porta. -— Credo che l’uragano si calmi, diss’egli. — Ma nello stesso momento, -come per dargli una mentita, un terribile scroscio di tuono fece -tremare la casa, e l’impeto del vento pervenne a spegnere la lucerna. -Caderousse richiuse la porta, e sua moglie accese una candela al fuoco -che stava estinguendosi. — Prendete, diss’ella al gioielliere, dovete -essere stanco, ho messo delle lenzuola di bucato al letto, salite per -riposarvi, e dormite bene. — Giovanni si fermò ancora un momento per -assicurarsi che il temporale non si calmava, e quando fu fatto certo -che il tuono e la pioggia non facevano che aumentare, augurò la buona -notte ai suoi albergatori, e salì la scala. - -«Egli passava al di sopra della mia testa, e sentiva ciascuno scalino -scricchiolare sotto i suoi passi. - -«Carconta lo seguì con occhio avido, mentre che Caderousse gli voltò le -spalle, e non guardò neppure da quella parte. - -«Tutti questi particolari che mi sono poi ritornati in memoria -dopo quel tempo, non mi fecero in allora alcuna impressione mentre -avvenivano sotto i miei occhi, e non v’era nulla di straordinario in -ciò che accadeva, ed eccettuata la storia del diamante che mi sembrava -un poco inverosimile, tutto andava in regola. Così, essendo spossato -dalla fatica, e contando di approfittare del primo riposo che la -tempesta avrebbe accordato agli elementi, risolvetti di dormire lì -alcune ore, e di allontanarmi nel mezzo della notte. Io sentiva nella -camera superiore che anche il gioielliere faceva tutti i preparativi -per passare la notte il meglio che potesse. Ben presto il letto gemè -sotto il peso di lui: egli era andato a riposare. Sentiva i miei occhi -chiudersi mio malgrado, e siccome non aveva concepito alcun sospetto, -così non misi alcun ostacolo al mio sonno. Gettai un ultimo sguardo -nell’interno della cucina. Caderousse era assiso di fianco ad una -lunga tavola, sur una di quelle panche di legno, che negli alberghi dei -villaggi tengono le veci di sedie. Egli mi voltava le spalle, sì che -non potei vederne i lineamenti; ma fosse ancor stato nella situazione -contraria, nulla avrei potuto vedere, poichè teneva il viso sepolto -nelle mani. - -«La Carconta lo guardò per qualche tempo, poi si strinse nelle spalle e -andò a sedersi vicino a lui. - -«In questo mentre la fiamma morente si appiccò ad un avanzo di -legno ch’ella aveva dimenticato; una luce un poco più viva illuminò -l’interno. Carconta teneva gli occhi fissi sul marito, e siccome questi -rimaneva sempre nella stessa posizione, la vidi stendere verso di lui -la scarna mano, e toccarlo in fronte. Caderousse fremette. Mi sembrò -che la donna movesse le labbra, ma sia ch’ella parlasse troppo piano, -sia che i miei sensi fossero già presi dal sonno, il rumore della sua -parola non giunse fino a me. Io non ci vedeva neppur più, che come a -traverso una nebbia, e con quella incertezza annunziatrice del sonno, -nella quale si crede di cominciare a sognare. Finalmente i miei occhi -si chiusero, e perdei la conoscenza di me stesso. - -«Io era nel più profondo del mio sonno, quando fui svegliato da -un colpo di pistola seguito da un grido terribile. Alcuni passi -barcollanti rumoreggiarono sul piancito della camera, ed una massa -inerte venne a cadere dalla scala precisamente sopra la mia testa. - -«Io non era ancora ben padrone di me. Intesi dei gemiti, poi delle -grida soffocate come quelle che accompagnano una lotta. Un ultimo -grido, che terminò in un gemito prolungato, venne a togliermi del tutto -dal mio letargo. Mi sollevai sopra un braccio, aprii gli occhi, che -non videro niente nelle tenebre, e portai la mano alla fronte, sulla -quale mi pareva che cadesse, dalle fenditure della scala, una pioggia -tiepida ed abbondante. Il più profondo silenzio era succeduto a questo -spaventoso rumore; intesi il passo di un uomo che camminava al di -sopra; questi passi fecero scricchiolare la scala; l’uomo discese nella -camera inferiore, si avvicinò al caminetto, ed accese una candela. Era -Caderousse; egli aveva il viso pallido, e la camicia insanguinata. -Accesa la candela risalì rapidamente la scala, e intesi di nuovo i -suoi passi rapidi ed inquieti. Un momento dopo ritornò a discendere; -teneva in una mano l’astuccio, e si assicurò che entro v’era ancora il -diamante. Cercò un momento in quale delle sue saccocce doveva metterlo; -quindi, senza dubbio, non ritenendo la saccoccia per un nascondiglio -abbastanza sicuro, lo avvolse nel fazzoletto rosso, e se lo aggirò -intorno al collo. Poi corse all’armadio, ne cavò i biglietti e l’oro -e mise gli uni nelle tasche dei suoi calzoni, l’altro nella saccoccia -del suo abito, prese due o tre camice, si slanciò verso la porta, e -disparve nell’oscurità. Allora tutto venne per me chiaro e manifesto; -mi figurai l’accaduto, come se fossi stato il vero reo. Mi sembrò -sentire dei gemiti: il gioielliere poteva non essere ancora morto; -forse poteva riparare, apportandogli soccorso, una parte di quel male, -che non aveva fatto, ma che aveva lasciato fare. Appoggiai le spalle -contro l’assito di quella specie di tamburo che mi separava dalla sala -inferiore, l’assito cedè, ed io mi ritrovai in casa. Corsi a prendere -la candela, e mi slanciai verso la scala; un corpo la sbarrava di -traverso, era il cadavere della Carconta. Il colpo di pistola che -aveva inteso era stato scaricato per lei, aveva la gola trapassata -da parte a parte, ed oltre a questa doppia apertura che gettava -a rivi, vomitava il sangue dalla bocca. Ella era morta del tutto. -Scavalcai il suo corpo, e passai. La camera offriva l’aspetto del più -spaventoso disordine. Due o tre mobili erano rovesciati; il lenzuolo -al quale si era aggrappato il disgraziato gioielliere era steso per -la camera; egli stesso giaceva per terra, colla testa appoggiata -contro il muro, nuotando in un mare di sangue, che scaturiva da tre -larghe ferite riportate sul petto. Nella quarta era rimasto un lungo -coltello da cucina di cui non si vedeva che il manico. Inciampai nella -seconda pistola, che non aveva preso fuoco, perchè forse la polvere -era bagnata. Mi avvicinai al gioielliere; effettivamente egli non era -morto; al rumore che feci, al movimento particolarmente del piancito, -aprì gli occhi stravolti, giunse a fissarli un momento su me, agitò le -labbra come se avesse voluto parlare, e spirò. Questo truce spettacolo -mi aveva reso quasi insensato. Dal momento che non poteva più arrecare -soccorso ad alcuno, io non provai che un solo bisogno, quello cioè di -fuggire. Mi precipitai dalla scala, cacciandomi le mani nei capelli, -e mandando un ruggito di terrore. Nella sala terrena vi erano 5, -o 6 doganieri, e due o tre gendarmi. Un intero picchetto d’armati. -S’impadronirono di me; io non tentai nemmeno di fare resistenza, non -era più padrone dei miei sensi. Tentai parlare e non emisi che qualche -grido inarticolato. Vidi che i doganieri ed i gendarmi mi mostravano -a dito; volsi gli occhi su me stesso, e m’accorsi allora ch’era tutto -pieno di sangue. Quella pioggia tiepida, che avevo sentito cadermi -sopra dalle fenditure dei gradini della scala, era il sangue di -Carconta. Mostrai col dito il luogo ov’era nascosto. - -«— Che vuoi dire? domandò un gendarme. - -«Un doganiere andò a vedere. - -«— Vuol dire ch’egli è passato di là, rispose egli. — E mostrò -l’apertura per la quale effettivamente io era passato. Allora capii che -venivo preso per l’assassino. Ricuperai la voce, e ritrovai la forza; -mi sciolsi dalle mani dei due uomini che mi tenevano, gridando: — Non -sono stato io! non sono stato io! - -«Due gendarmi mi presero di mira colla carabina. - -«— Se fai un movimento, mi dissero, sei morto. - -«— Ma, gridai, se vi ripeto che non sono stato io. - -«— Tu racconterai la tua storiella ai giudici di Nimes, risposero essi. -Frattanto vieni con noi; e se abbiamo un buon consiglio a darti, si -è di non fare resistenza. — Questa non era la mia intenzione, io era -spossato dalla sorpresa e dal terrore. Mi furono messe le manette, -fui attaccato alla coda di un cavallo, e fui condotto a Nimes. Era -seguito da un doganiere che mi aveva perduto di vista nelle vicinanze -della casa, e pensando che avrei passata ivi tutta la notte andò ad -avvisare i compagni, che giunsero in tempo per sentire di lontano il -colpo di pistola, e per cogliere me, entrando, in mezzo a tante prove -di reità, sì che capii benissimo quanto mi sarebbe costato a poter far -conoscere la mia innocenza. Non aveva che un sol punto d’appoggio; e la -mia prima domanda che feci al _giudice d’istruzione_ fu una preghiera -perchè fosse ricercato un certo abate Busoni, che in quel giorno si era -fermato all’albergo del _Ponte di Gard_. Se Caderousse aveva inventata -una storia, se quest’abate non esisteva, era evidentemente perduto, a -meno che non fosse arrestato Caderousse, e confessasse tutto. - -«Scorsero due mesi, durante i quali, debbo dirlo a lode dei miei -giudici, furono fatte tutte le possibili ricerche per ritrovare quello -che lor domandava. Aveva già perduta ogni speranza, Caderousse non era -stato arrestato. Io era vicino ad essere giudicato nella prima seduta, -allorchè li 8 settembre, cioè tre mesi e 5 giorni dopo l’avvenimento, -l’abate Busoni, sul quale non sperava più, si presentò alle carceri, -dicendo che sapeva che un prigioniero desiderava parlargli. Egli aveva -saputo, diceva, la cosa a Marsiglia, e si affrettava a corrispondere -al mio desiderio. Capirete con quale ardore lo ricevetti; gli raccontai -tutto ciò di cui era stato testimonio, cominciai con esitanza la storia -del diamante; contro ogni mia aspettativa, essa era vera punto per -punto, e contro ogni mia aspettativa ancora egli aggiustò un’intera -credenza a tutto ciò che gli dissi. Allora convinto dalla sua dolce -carità, ravvisando in lui una profonda conoscenza dei costumi del -mio paese, e pensando che la parola del perdono del solo delitto -che aveva commesso in mia vita, poteva forse uscire dalle sua labbra -tanto caritatevoli, gli raccontai, sotto il suggello di confessione, -l’avventura d’Auteuil con tutti i suoi particolari. Ciò che aveva fatto -per attraenza ottenne il medesimo resultato che se lo avessi fatto per -secondo fine. La confessione di questo primo assassinio, che niente -mi costringeva a confessare, gli provò ch’io non aveva commesso il -secondo: egli mi lasciò, dicendomi di sperare e promettendomi di fare -ciò che sarebbe stato in suo potere per convincere i giudici della mia -innocenza. - -«Ebbi di fatto la prova ch’egli si era occupato di me, quando vidi -addolcirsi i trattamenti che riceveva nella mia prigione, e seppi -che veniva differito il mio giudizio alle sedute che sarebbero -venute dopo quelle che già si erano radunate. In quest’intervallo -la Provvidenza volle che Caderousse fosse arrestato all’estero, e -ricondotto in Francia. Egli confessò tutto, aggravando la moglie della -premeditazione, e particolarmente della istigazione: e fu condannato -alla galera in vita, ed io fui messo in libertà. - -— E fu allora, disse Monte-Cristo, che vi presentaste a me colla -lettera dell’abate Busoni. - -— Sì, eccellenza, egli aveva preso per me un particolare -interessamento. — Il vostro stato di contrabbandiere vi perderà, mi -diss’egli, se voi uscite di qui, lasciatelo. - -«— Ma, padre mio, gli chiesi, come volete che faccia a vivere e a far -vivere la mia povera cognata? - -«— Uno dei miei penitenti, mi disse egli, mi ha in molta stima, e -mi ha incaricato di trovargli un uomo di confidenza. Volete essere -quest’uomo? vi dirigerò a lui. - -«— Oh! padre mio, gridai, quanta bontà! - -«— Ma mi giurate che non avrò mai a pentirmene? - -«Stesi la mano per fare il mio giuramento. - -«— È inutile, diss’egli, conosco ed amo i Corsi: ecco la mia -raccomandazione. — E scrisse le poche linee ch’io vi portai, e per le -quali V. E. ebbe la bontà di prendermi al suo servigio. Ora domando con -orgoglio a V. E.: ha ella mai avuto a lamentarsi di me? - -— No, rispose il conte, e lo dico con piacere, siete un buon servitore, -quantunque manchiate di confidenza. - -— Io signor conte! - -— Sì, voi. E come va: avete una cognata ed un figlio adottivo, e non mi -avete mai parlato di loro? - -— Ahimè! eccellenza, questo è quanto mi rimane a dirvi, ed è la parte -più trista della mia vita. Io partii per la Corsica: aveva fretta, come -potete bene immaginarvi, d’andare a consolare quella ch’io chiamava -mia sorella, ma quando giunsi a Rogliano, trovai la casa in lutto. -Era accaduta una scena orribile, e di cui i vicini conservavano ancora -memoria! La mia povera sorella, giusta quanto io le aveva consigliato, -resistè alle pretensioni di Benedetto, che ad ogni momento voleva tutto -il danaro di casa. Una mattina ei la minacciò, e poi disparve per tutto -il giorno. Ella pianse, quella povera Assunta aveva pel miserabile una -tenerezza materna. Giunse la sera, e lo aspettò senza andare in letto. -Allorchè alle undici entrò con due dei suoi amici, compagni di tutte -le sue follie, ella gli stese le braccia ma questi s’impossessarono -di lei, ed uno dei tre, io temo che non sia stato quel diabolico -fanciullo, l’uno dei tre gridò: - -«— Diamole la tortura, bisognerà bene allora che confessi ove tiene -nascosto il suo danaro. — Il vicino Wasilio per l’appunto era a -Bastia, e sua moglie soltanto era rimasta in casa. Nessuno eccettuata -lei, poteva vedere o sentire ciò che accadeva in casa mia. Due di -loro tenevano ferma la povera Assunta, che non potendo credere alla -possibilità di un simile eccesso, sorrideva a quelli che ne divenivano -i carnefici, il terzo andò a barricare le porte e le finestre, indi -ritornò, e tutti e tre riuniti, soffocando le grida che il terrore le -strappava in faccia a questi preparativi che divenivano sempre più -seri, avvicinarono i piedi di Assunta ad un braciere sul quale essi -contavano per farle confessare dove era stato nascosto il piccolo -tesoro; ma nella lotta il fuoco le si appiccò alle vesti: lasciarono -allora la paziente per non essere bruciati anche essi. Fra le fiamme -ella corse alla porta, ma era chiusa, si slanciò verso le finestre, -ma erano barricate. Allora la vicina intese dei gridi orribili; era -Assunta che chiamava soccorso. Ben presto la sua voce fu soffocata, -e le grida divennero gemiti; la dimane, dopo una notte di terrore, e -d’angoscia, quando la moglie di Wasilio si avventurò ad uscir di casa, -e fare aprire la porta dal giudice, fu ritrovata la povera Assunta -per metà bruciata, ma che respirava ancora; gli armadi sforzati, ed -il piccolo tesoro sparito. Benedetto aveva lasciato Rogliano per non -ritornarvi più, e da quel giorno non l’ho più nè veduto, nè ho inteso -parlare di lui. Dopo queste triste notizie, venni da V. E. Io non -poteva più parlarvi di Benedetto, perchè era sparito, nè di Assunta -perchè era morta. - -— E che avete pensato di ciò? domandò Monte-Cristo. - -— Che questo era stato il castigo del delitto che io aveva commesso, -rispose Bertuccio. Ah! questi Villefort, sono una razza maledetta! - -— Lo credo anch’io, mormorò il conte con accento lugubre. - -— Ed ora, n’è vero, riprese Bertuccio, V. E. comprenderà, che questa -casa che d’allora non avevo più veduta, che questo giardino ove mi sono -ritrovato d’improvviso, che questo luogo ove ho ammazzato un uomo, -devono avermi procurato triste commozioni, delle quali avete voluto -conoscere l’origine; poi perchè in fine non sono sicuro che davanti -a me, là, ai miei piedi, Villefort non sia stato sepolto nella fossa -ch’egli aveva scavata per suo figlio. - -— Infatto tutto è possibile, disse Monte-Cristo levandosi dal banco su -cui era assiso; ed anche, soggiunse a bassa voce, che il procuratore -del re non sia morto. L’abate Busoni ha fatto bene ad indirizzarvi a -me. E voi parimente avete fatto bene a raccontarmi la vostra storia, -perchè non avrò più cattivi pensieri a vostro riguardo. In quanto a -codesto mal chiamato Benedetto, non avete mai cercato di sapere ciò che -ne sia avvenuto? - -— Giammai. S’io avessi saputo ov’egli era, invece d’andare a lui, sarei -fuggito come davanti ad un mostro. No, fortunatamente, non ne ho inteso -mai parlare da chicchesia al mondo; e spero che sia morto. - -— Non lo sperate, Bertuccio, disse il conte; i cattivi non muoiono -così, poichè sembra che Dio li prenda sotto la sua custodia per farne -gli strumenti della sua giustizia. - -— Sia, disse Bertuccio. Tutto ciò però che io domando al cielo si è che -non lo abbia mai a rivedere. Ora, continuò l’intendente abbassando la -testa, voi sapete tutto, sig. conte, siete il mio giudice quaggiù, non -vorrete dirmi qualche parola di consolazione? - -— In fatto avete ragione, ed io posso dirvi ciò che vi direbbe -l’abate Busoni. Quegli che avete colpito, meritava un castigo per -ciò che aveva fatto a voi e fors’anche a qualcun altro. Benedetto, -s’egli vive, servirà a qualche giustizia divina, poi a sua volta sarà -anch’esso punito. In quanto a voi, non avete che un rimprovero a farvi: -chiedetevi perchè, avendo salvato questo fanciullo dalla morte non lo -avete reso a sua madre; là sta il delitto, Bertuccio. - -— Sì signore, là sta il mio delitto, ed il vero delitto, perchè in -questo sono stato un vile. Una volta che avevo richiamato alla vita -il fanciullo, non avevo più che una sola cosa da fare, voi lo diceste, -era di farlo sapere a sua madre. Ma per conseguir ciò, mi necessitava -fare delle ricerche, attirare l’attenzione, e forse scoprirmi; non -volli morire, era attaccato alla vita pel sostentamento di mia sorella; -per l’amore di sè stesso, innato in ciascuno, di rimaner sani e liberi -nelle nostre vendette; quindi finalmente, era attaccato alla vita anche -per l’amore stesso della vita. Oh! non sono un bravo, come lo era mio -fratello! — E Bertuccio si nascose il viso fra le mani. Monte-Cristo -fissò su lui un lungo e indefinito sguardo, indi dopo un momento di -silenzio reso ancora più solenne dall’ora e dal luogo. — Per terminare -degnamente questa conversazione che sarà l’ultima su tali avventure, -Bertuccio, disse il conte, ritenete bene le mie parole, le ho spesso -intese pronunciare dallo stesso abate Busoni. A tutti i mali vi sono -due rimedii, il tempo ed il silenzio. Ora, Bertuccio, lasciatemi -passeggiare un momento in questo giardino; ciò che porta a voi una -emozione ripugnante, autore di questa orribile scena, sarà per me una -sensazione quasi dolce, che darà un doppio prezzo a questa proprietà. -Gli alberi non piacciono se non perchè danno ombra, e l’ombra stessa -non piace se non perchè è piena di sogni e di visioni. Ecco che compro -un giardino, credendo d’acquistare un semplice recinto circondato di -muri, e d’improvviso esso si cambia in un giardino pieno di fantasmi -non descritti nel contratto. Io amo i fantasmi, e non ho mai inteso -dire che i morti abbiano in seimila anni, fatto tanto male, quanto ne -fanno i vivi in un solo giorno. Rientrate dunque, Bertuccio, e andate a -dormire in pace. - -Bertuccio s’inchinò profondamente davanti al conte, e si allontanò -mandando un sospiro. - -Monte-Cristo rimase solo; e facendo quattro passi in avanti, -mormorò: — Qui, vicino a questa pianta la fossa in cui fu deposto il -fanciullo; laggiù la piccola porta per cui si entrava nel giardino; in -quest’angolo la scala segreta che conduce alla camera da letto. Credo -di non aver bisogno di descrivere tutto ciò nel mio taccuino, perchè -ecco qua, davanti ai miei occhi, intorno a me, sotto i miei piedi, il -piano in rilievo; il piano vivente. — Ed il conte dopo un ultimo giro -in quel giardino andò a trovare la sua carrozza. - -Bertuccio che lo vide astratto, s’assise presso il cocchiere. La -carrozza riprese la strada di Parigi. La sera stessa, al suo ritorno -nella casa dei Campi-Elisi, il conte di Monte-Cristo visitò tutta -l’abitazione come avrebbe potuto fare hun uomo a cui essa fosse stata -famigliare da molti anni; neppure una volta, sebbene andasse pel primo, -aprì una porta per un’altra, o prese un corridore o una scala che non -lo conducesse direttamente nel luogo ove aveva stabilito d’andare. Alì -lo accompagnava in questa visita notturna. Il conte dette a Bertuccio -molti ordini per l’abbellimento e la nuova distribuzione degli -appartamenti; e cavando l’orologio disse all’attento moro: — Sono le -11 e mezzo, Haydée non può tardare a giungere. Sono state avvertite le -cameriere francesi? - -Alì stese la mano verso l’appartamento destinato alla bella Greca -(talmente isolato, che nascondendo la porta dietro la tappezzeria, la -casa poteva essere visitata per intero, senza che alcuno avesse potuto -sospettare esservi un salotto e due camere abitate), mostrò il numero -tre colla mano sinistra, e su questa mano, messa a piatto, appoggiò la -testa, e chiuse gli occhi a guisa di dormiente. - -— Ah! fece Monte-Cristo, abituato a questo linguaggio, sono tre che -aspettano nella camera da letto, non è così? - -— Sì, fece Alì, agitando la testa d’alto in basso. - -— La signora sarà stanca questa sera, e senza dubbio vorrà dormire, -continuò Monte-Cristo, che nessuno la faccia parlare; le cameriere -francesi devono soltanto salutare la loro nuova padrona e ritirarsi; -voi sorveglierete perchè la cameriera greca non abbia comunicazione -colle cameriere francesi. — Alì s’inchinò. Ben presto fu inteso -chiamare il portinaro; il cancello s’aprì, una carrozza percorse il -viale e si fermò davanti alla scalinata. Il conte discese; la portiera -era già aperta, egli stese la mano ad una giovane avvolta in un manto -di seta verde ricamato in oro che la copriva tutta, fin dalla testa. -Allora, preceduti da Alì che portava una torcia col profumo di rose, la -giovane fu condotta al suo appartamento, quindi il conte si ritirò nel -padiglione che erasi riserbato. - -Mezz’ora dopo mezza notte tutti i lumi erano spenti nella casa, -sarebbesi potuto credere che tutti dormissero. - - - - -XLV. — IL CREDITO ILLIMITATO. - - -La dimane verso le due dopo mezzo giorno, una carrozza calesse tirata -da due magnifici cavalli inglesi, si fermò davanti alla porta di -Monte-Cristo; un uomo vestito con un abito blu, con bottoni di seta -dello stesso colore, un gilè bianco sormontato da una enorme catena -d’oro, con pantaloni neri, acconciato con capelli talmente neri e che -discendevano tanto in basso sulle sopracciglia, da dubitare che non -fossero naturali, tanto erano poco in armonia colle rughe sottoposte -che non giungevano a nascondere; un uomo finalmente di 50 a 55 anni, -e che cercava di dimostrarne 40, cavò la testa del finestrino della -carrozza, sullo sportello della quale era dipinta una corona di -barone, e mandò il _groom_ a dimandare al portinaro, se il conte di -Monte-Cristo era in casa. - -Mentre aspettava, quest’uomo osservava con un’attenzione così minuta, -che quasi era impertinente, l’esterno della casa, quanto poteva -distinguersi dal giardino, e la livrea di quei domestici che si -potevano vedere andare e venire. L’occhio n’era vivace, ma piuttosto -furbo che spiritoso. Le labbra erano così sottili che in vece di -sporgere infuori si ripiegavano in dentro. Finalmente la larghezza e la -protuberanza degli zigomi, segno infallibile d’astuzia, la depressione -della fronte, il rigonfiamento dell’occipite che sorpassava un paio -d’orecchie che non erano punto aristocratiche, contribuivano a dare -per ciascun fisonomista un’indole ributtante alla fisonomia di questo -personaggio, che molto si raccomandava agli occhi del volgo pei suoi -magnifici cavalli, per l’enorme diamante che portava alla camicia, e -pel nastro rosso che si estendeva da un capo all’altro della bottoniera -dell’abito. - -Il _groom_ bussò all’invetriata del portinaro, domandando: - -— Non è qui che abita il conte di Monte-Cristo? - -— È qui che abita S. E., rispose il portinaro, ma... E consultò con uno -sguardo Alì, che fece un segno negativo. - -— Ma? domandò il _groom_. - -— S. E. non è visibile, rispose il portinaro. - -— In questo caso, ecco il biglietto di visita del mio padrone, il -barone Danglars: voi lo consegnerete al conte di Monte-Cristo, e gli -direte che andando alla _Camera_, il mio padrone è passato di qui per -avere l’onore di vederlo. - -— Io non parlo a S. E., rispose il portinaro, però il cameriere farà -l’ambasciata. — Il _groom_ ritornò alla carrozza. - -— Ebbene? domandò Danglars. — Il ragazzo, abbastanza svergognato dalla -lezione che aveva ricevuta, ripetè al padrone la risposta che gli aveva -data il portinaro. - -— Oh! fece questi, è dunque un principe questo signore che viene detto -eccellenza, e di cui il solo cameriere abbia il diritto di parlargli? -Non importa, poichè ha un credito su me, bisogna bene che lo veda -quando avrà bisogno di danaro. — E Danglars si rigettò nel fondo -della carrozza, gridando al cocchiere in modo che si sarebbe sentito -dall’altra parte della strada: — Alla _Camera_ dei Deputati! - -Fra una griglia del padiglione, Monte-Cristo, avvisato in tempo, aveva -veduto il barone, e lo aveva osservato, coll’aiuto di un eccellente -occhialino, con non minore attenzione di quella che Danglars stesso -aveva mossa ad analizzare la casa, il giardino, e le livree. — Davvero, -diss’egli con un gesto di disgusto e facendo rientrare le lenti -dell’occhialino nel loro manico d’avorio; Ah! davvero che quest’uomo -è una laida creatura. Come mai, dalla prima volta che lo vedono, non -riconoscono il serpente dalla fronte appiattita, l’avvoltoio dal cranio -rotondeggiante, lo sparviere dal becco stracciante? Alì, gridò egli: -indi battè un colpo sul campanello di rame. — Alì comparve. - -— Chiamate Bertuccio, diss’egli. - -Nello stesso momento entrò Bertuccio. - -— V. E. mi faceva chiamare? disse l’intendente. - -— Sì, signore, disse il conte. Avete veduti i cavalli che si sono -fermati davanti alla mia porta? - -— Certamente, eccellenza; sono ancor molto belli. - -— E come accade dunque, disse Monte-Cristo aggrottando il sopracciglio, -che mentre ho ordinato i due più bei cavalli che fossero a Parigi, vi -siano ancora dei cavalli più belli dei miei, che non siano nelle mie -scuderie? — All’aggrottarsi delle sopracciglia, ed al tuono severo di -quella voce, Alì abbassò la testa ed impallidì. — Non è tua colpa, buon -Alì, disse in arabo il conte con una dolcezza che non sarebbesi creduto -poterla incontrare nè nella sua voce, nè sul suo viso, tu non t’intendi -di cavalli inglesi. — La serenità ricomparve sui lineamenti d’Alì. — -Signor conte, disse Bertuccio, i cavalli di cui mi parlate non erano da -vendersi. - -Monte-Cristo si strinse nelle spalle: — Sappiate, signor intendente, -diss’egli, che tutto è sempre da vendersi per chi sa fissare il prezzo. - -— Il sig. Danglars li ha pagati 16 mila fr. sig. conte. - -— Ebbene, bisognava offrirgliene 32 mila; egli è un banchiere, ed un -banchiere non lascia mai sfuggirsi l’occasione di raddoppiare il suo -capitale. - -— Il sig. conte parla sul serio? domandò Bertuccio. - -Monte-Cristo guardò l’intendente come un uomo meravigliato che si fosse -ardito fargli una simile interrogazione. - -— Questa sera, diss’egli, ho una visita da restituire, voglio che quei -due cavalli siano attaccati alla mia carrozza con finimenti nuovi. -— Bertuccio si ritirò salutando; vicino alla porta si fermò: — A che -ora, diss’egli, V. E. conta di fare la visita? — Alle cinque, disse -Monte-Cristo. - -— Farò osservare a V. E. che sono già le due, si arrischiò a dire -l’intendente. — Lo so, si contentò di rispondere Monte-Cristo. -Poi rivolgendosi ad Alì. — Fate passare tutti i cavalli davanti -alla signora, diss’egli, e che ella scelga la pariglia che più le -piace; e che mi faccia dire se vuole pranzar meco; in questo caso -che sia apparecchiato nell’appartamento di lei. Andate, discendendo -mandatemi il cameriere. — Non appena uscito Alì, entrò il cameriere. -— Battistino, disse il conte, è ormai un anno che voi siete al mio -servizio; questo è il tempo di esperimento che d’ordinario fisso alla -mia servitù: son contento di voi. — Battistino s’inchinò. — Resta ora a -sapersi se voi siete contento di me. - -— Oh! sig. conte! si affrettò di dire Battistino. - -— Ascoltatemi fino alla fine, riprese il conte. Voi avete 1500 fr. -l’anno di salario, vale a dire il soldo di un buono e bravo ufficiale -che arrischia la sua vita tutti i giorni; avete una tavola che molti -capi di ufficio, servitori disgraziati, infinitamente più occupati di -voi, non potrebbero desiderare di meglio. Domestico, voi stesso avete -dei domestici che hanno cura della vostra biancheria e dei vostri -effetti. Oltre a 1500 fr. di paga, voi mi rubate negli acquisti del mio -vestiario, circa altri 1500 fr. ogni anno. - -— Oh! eccellenza! - -— Io non me ne lamento, Battistino, questa è cosa naturale; però -desidererei che la cosa si limitasse qui. Voi dunque non ritrovereste -in alcun altro luogo un posto simile a quel che vi ha dato la vostra -buona fortuna. Io non percuoto mai la mia servitù, non bestemmio mai, -non mentisco mai, non vado mai in collera, perdono sempre uno sbaglio, -mai però una negligenza od una dimenticanza. I miei ordini sono -ordinariamente brevi, ma chiari e precisi; amo meglio di ripeterli due -ed anco tre volte che vederli male interpretati. Sono abbastanza ricco -per sapere tutto quel che voglio sapere, e sono curiosissimo, ve ne -prevengo. Se io sapessi adunque che voi aveste parlato di me in bene od -in male, che aveste fatti dei commenti sulle mie azioni, sorvegliata -la mia condotta, uscireste sul momento da casa mia: io non avverto un -servitore che una sola volta. Ora siete avvertito. Andate! — Battistino -s’inchinò e fece tre o quattro passi per ritirarsi. — A proposito, -riprese il conte, dimenticava di dirvi che ogni anno io metto a frutto -un certo capitale sulla vita dei miei domestici. Quelli che licenzio -dal mio servizio perdono necessariamente questa somma, che va in -profitto di quelli che rimangono, e della quale andranno in possesso -dopo la mia morte. È passato l’anno che siete al mio servizio, ed il -vostro capitale è già incominciato; sappiatelo far continuare. — Questo -discorso, fatto davanti ad Alì che rimaneva impassibile, poichè non -capiva una parola di francese, produsse su Battistino un effetto che -sarà facile ad essere capito da quelli che hanno qualche poco studiata -la fisiologia del domestico francese. - -— Cercherò di conformarmi su tutti punti alla volontà di V. E., -diss’egli, e per far meglio, seguirò l’esempio di Alì. - -— Oh! niente affatto, disse il conte con una freddezza di marmo. Alì -ha molti difetti mescolati alle sue qualità; non vi modellate dunque -su di lui, perchè egli è un’eccezione; egli non ha stipendio, non è un -domestico, è uno schiavo, è il mio cane; se non facesse il suo dovere, -non lo caccerei, ma lo ammazzerei. — Battistino aprì due grandi occhi. - -— Voi ne dubitate? disse Monte-Cristo. — E ripetè in arabo ad Alì le -stesse parole che aveva dette in francese a Battistino. Alì ascoltò, -sorrise, si avvicinò al padrone, mise un ginocchio a terra e gli baciò -rispettosamente la mano. - -Questo piccolo corollario alla lezione mise al colmo lo stupore di -Battistino, cui il conte fece segno di ritirarsi, ed Alì lo seguì. -Entrambi passarono nel suo gabinetto, e là si trattennero lungamente. -Alle cinque il conte battè tre colpi sul campanello. Un colpo chiamava -Alì, due colpi Battistino, tre colpi Bertuccio. L’intendente entrò. - -— I miei cavalli! disse Monte-Cristo. - -— Sono attaccati alla carrozza, eccellenza, rispose Bertuccio. Devo -accompagnar V. E.? - -— No, soltanto il cocchiere, Battistino, ed Alì. - -Il conte discese e vide attaccati alla sua carrozza i cavalli che nella -mattina aveva ammirati alla carrozza di Danglars. - -Passando vicino ad essi vi gettò un’occhiata: - -— Di fatto, sono belli, diss’egli, e voi avete fatto bene a comprarli, -solo lo avete fatto un poco tardi. - -— Ho durato molta fatica ad averli, e sono costati un po’ cari. — Non -per questo i cavalli sono meno belli; disse il conte stringendosi nelle -spalle. - -— Se V. E. è soddisfatta, disse Bertuccio, tutto va bene; dove va V. E.? - -— Strada Chaussée-d’Antin dal barone Danglars. - -Questa conversazione si faceva dall’alto della scalinata. Bertuccio -fece un passo per discendere il primo scalino. - -— Aspettate signore, disse Monte-Cristo. Ho bisogno di una terra in -Normandia sulla riva del mare, per esempio fra Havre e Boulogne. Vi -do uno spazio vasto, come vedete. Bisognerebbe che in questo luogo -vi fosse un piccolo porto, un piccolo seno, una piccola baia, ove -potesse entrare ed uscire la mia corvetta, essa non pesca che 15 -piedi d’acqua. Il bastimento sarà sempre in ordine per mettere alla -vela, a qualunque ora del giorno o della notte mi piaccia di dargli -il segnale. Voi v’informerete da tutti i notari di una proprietà che -abbia le condizioni che vi ho dette; quando l’avrete trovata, andrete -a visitarla, e se rimarrete contento la comprerete in vostro nome. La -corvetta deve essere in viaggio per Fécamp, non è vero? - -— La stessa sera che noi abbiamo lasciato Marsiglia, io la vidi mettere -alla vela. — Ed il _yacht_? — Il _yacht_ ha ordine di star fermo -alle Martigues. — Va bene; voi corrisponderete di tanto in tanto coi -due padroni che comandano affinchè essi non si addormentino. — E pel -battello a vapore? - -— Non è a Châlons? — Sì. — Gli stessi ordini che pei due bastimenti a -vela. — Bene! — Subito che sarà comprata questa proprietà mi fisserete -dei cambi di 10 in 10 leghe tanto sulla strada del nord, che su quella -del mezzo giorno. - -— V. E. può fidarsi di me. — Il conte fece un segno di soddisfazione, -discese i gradini, e saltò nella carrozza, che trascinata al trotto -dalla magnifica pariglia non si fermò che alla porta del banchiere. — -Danglars presiedeva una commissione nominata per una strada di ferro, -allorchè vennero ad annunziargli la visita del conte di Monte-Cristo. -La seduta del resto era quasi finita. Al nome del conte egli si alzò: — -Signori, diss’egli indirizzandosi ai suoi colleghi fra i quali v’erano -molti onorevoli membri dell’una e dell’altra camera; perdonatemi -se vi lascio così; ma immaginatevi che la casa Thomson e French di -Roma m’indirizza un certo conte di Monte-Cristo aprendogli su di -me un credito illimitato. Questo è lo scherzo più buffo che i miei -corrispondenti all’estero si siano permessi verso di me. In fede mia, -lo capirete bene, sono preso e trattenuto dalla più grande curiosità. -Questa mattina sono passato da questo preteso conte; se fosse un vero -conte, capirete bene, che non sarebbe così ricco: il signore non era -visibile. Che ve ne pare? Queste maniere che si permette il nostro -Monte-Cristo non sono esse proprie di qualche Altezza o di qualche -bella donna? Del rimanente, la casa ai Campi-Elisi, che è sua, me ne -sono informato, mi sembrò molto conveniente. Ma un credito illimitato, -riprese Danglars ridendo col suo villano sorriso, rende molto esigente -il banchiere sul quale viene aperto. Ho dunque fretta di vedere il -nostro uomo. Mi credo mistificato. Ma quelli laggiù non sanno con chi -hanno che fare: riderà bene chi riderà l’ultimo... — Terminando queste -parole, e dandogli un’enfasi che gli gonfiò le narici lasciò i suoi -ospiti, e passò in un salone bianco e oro che faceva gran chiasso -nella Chaussée-d’Antin. Là aveva ordinato che fosse introdotto il -visitatore onde abbagliarlo di primo colpo. Il conte era in piedi, e -stava considerando alcune copie dell’Albano e del Fattore vendute per -originali al banchiere, e che, per quanto fossero copie, spiccavano -molto sugli arabeschi di oro di tutti i colori che adornavano la volta. -Al rumore che Danglars fece entrando, il conte si rivolse. Danglars -fe’ una leggiera inclinazione di testa, indicando colla mano al conte -di sedersi in una seggiola di legno dorato, con cuscini di seta bianca -broccata in oro. - -Il conte si assise. - -— Ho l’onore di parlare al sig. di Monte-Cristo? - -— Ed io, rispose il conte, al sig. barone Danglars, cavaliere della -legion di onore, membro della _Camera_ dei Deputati? — Monte-Cristo -ridiceva tutti i titoli che aveva ritrovati sul biglietto da visita del -barone. — Danglars sentì la botta e si morse le labbra: — Scusatemi, -signore, diss’egli, di non avervi dato subito il titolo sotto il -quale mi siete stato annunziato; ma voi lo sapete, noi viviamo sotto -un governo popolare, ed io sono un rappresentante degl’interessi del -popolo. - -— Di modo che, rispose Monte-Cristo, conservando l’abitudine di farvi -chiamare barone, avete perduta quella di chiamare gli altri conte. — -Ah! non vi pongo nessun’idea, neppure per me, disse negligentemente -Danglars; mi hanno fatto barone e cavaliere della legione d’onore pei -servigi resi, ma... — Ma voi avete abdicato ai titoli, come in altro -tempo hanno fatto Montmorency e la Fayette? quest’è un bell’esempio da -seguire, signore. — Però non del tutto, riprese Danglars impacciato; -pei domestici capirete... - -— Sì, voi siete barone per la servitù, e cittadino pei giornalisti, -e pei vostri committenti. Queste sono gradazioni applicatissime al -governo costituzionale. Capisco perfettamente. - -Danglars si morse le labbra; egli vide che su quel terreno non era -della forza di Monte-Cristo, cercò dunque di venire sopra un terreno -che gli era più famigliare. - -— Sig. conte, diss’egli inchinandosi, ho ricevuto una lettera d’avviso -dalla casa Thomson e French. - -— Ne sono contento, sig. Barone. Permettetemi di trattarvi come la -vostra servitù; è una cattiva abitudine presa nei paesi ove vi sono -ancora dei baroni, precisamente perchè non se ne fanno più. Ne sono -contento, diceva; non avrò bisogno di presentarmi io stesso, la qual -cosa è sempre impacciante. Voi dunque avete ricevuto una lettera -d’avviso? - -— Sì, rispose Danglars; ma vi confesso che non ne ho bene inteso il -senso. — Bah! — Ed anzi aveva avuto l’onore di passare da voi per -domandarvene la spiegazione. - -— Fatelo, signore, eccomi, io ascolto, e sono pronto a rispondervi. -— Questa lettera, rispose Danglars, credo d’averla meco. — Si frugò -per le tasche. — Eccola, sì. Questa lettera apre al sig. conte di -Monte-Cristo un credito illimitato sulla mia casa. - -— Ebbene, sig. barone, che vi trovate d’oscuro? - -— Niente, signore, fuorchè la parola _illimitato_... - -— Ebbene, questa parola non è forse francese? capirete che sono -Anglo-alemanni che scrivono. - -— Oh! sia, signore, e dalla parte della sintassi non vi è niente da -dire, ma non è così dal lato della contabilità. - -— È che la casa Thomson e French, chiese Monte-Cristo coll’aria più -ingenua che avesse potuto assumere, non è a vostro avviso abbastanza -sicura, sig. barone? Diavolo! mi spiacerebbe, perchè ho depositati ad -essi alcuni capitali! - -— Ah! perfettamente sicura, rispose Danglars con un sorriso quasi -beffardo, ma la parola _illimitato_, in materia di finanza, è tanto -vaga, che... - -— Che è illimitata, n’è vero? disse Monte-Cristo. - -— Precisamente questo voleva dire. Ora il vago è dubbio, ed il saggio -dice, astienti dal dubbio. - -— Che è quanto dire, rispose Monte-Cristo, che se la casa Thomson e -French è disposta a fare delle pazzie, la casa Danglars non è disposta -a seguirne l’esempio. - -— Come ciò, sig. conte. - -— Sì senza dubbio, Thomson e French fanno gli affari senza cifre; ma il -sig. Danglars ha un limite alle sue; è un uomo saggio, come le diceva -poco fa. - -— Signore! rispose orgogliosamente il banchiere, nessuno ha ancora -fatti i conti alla mia cassa. - -— Allora, rispose freddamente Monte-Cristo, sembra che sarò io che -comincerò. - -— E chi vi ha detto questo? — Le spiegazioni che voi mi chiedete, e che -si rassomigliano molto all’esitazione. - -Danglars si morse le labbra; era la seconda volta che veniva abbattuto -da quest’uomo, e questa volta sopra un terreno ch’era il suo. La sua -compitezza mordace non era che apparente e toccava quell’estremo che -si accosta alla impertinenza. Monte-Cristo al contrario sorrideva -colla buona grazia del mondo, e quando voleva, possedeva una cert’aria -ingenua che gli dava molti vantaggi. - -— Finalmente, signore, disse Danglars dopo un momento di silenzio, -cercherò di farmi intendere, pregandovi di fissare voi stesso la somma -che contate riscuotere da me. - -— Ma, signore, rispose Monte-Cristo, risoluto a non perdere un pollice -di terreno nella discussione, se ho chiesto un credito illimitato su -voi, fu precisamente perchè non sapeva di qual somma poteva aver io -bisogno. — Il banchiere credè che finalmente fosse giunto il momento -da prendere il sopravvento; si rovesciò sul suo seggio, e con un -grossolano ed orgoglioso sorriso: — Ah! signore non abbiate alcun -timore nel desiderare, potrete convincervi che le cifre della casa -Danglars, per quanto siano limitate, possono soddisfare alle più grandi -esigenze, e potreste anche chiedermi un milione. - -— Sarebbe a dire? disse Monte-Cristo. — Dico un milione, disse Danglars -colla sostenutezza dello stolido. - -— E a che mi servirebbe un milione? disse il conte. Buon Dio! signore, -se non mi fosse abbisognato che un milione, non avrei fatto aprire -un credito su voi per una simile miseria. Un milione! ma ho sempre -un milione nel mio portafogli, o nel mio scrigno da viaggio. — E -Monte-Cristo cavò dal piccolo taccuino, entro cui teneva i biglietti -da visita, due boni di 500 mila fr. l’uno, pagabili dal tesoro al -portatore. Bisognava accoppare, e non pungere un uomo come Danglars. -Il colpo di mazza fece il suo effetto, il banchiere vacillò, ed ebbe la -vertigine, spalancò su Monte-Cristo due occhi ebeti, la cui pupilla si -dilatò spaventevolmente. - -— Vediamo, confessatemi, disse Monte-Cristo, che diffidate della -casa Thomson e French? Mio Dio! La cosa è semplicissima. Io però -ho preveduto il caso, e sebbene estraneo agli affari ho preso le -mie cautele. Ecco dunque due altre lettere simili a quella che vi -fu scritta; una è della casa Arstein e Eskeles di Vienna sopra il -sig. barone Rothschild, l’altra è della casa Baring di Londra sul -sig. Laffitte. Dite una parola, signore, ed io vi toglierò qualunque -preoccupazione, presentandomi all’una o all’altra di queste due case. -— Era finita: Danglars fu vinto; egli aprì con un visibile tremore la -lettera d’Alemagna e quella di Londra che gli venivano presentate sulla -punta delle dita dal conte, verificò l’autenticità delle firme, tanto -minuziosamente, che sarebbe stato un insulto per Monte-Cristo, se non -avesse fatta la parte della confusione del banchiere. - -— Oh! signore, ecco tre firme che valgono bene dei milioni, disse -Danglars alzandosi come per salutare la potenza dell’oro personificata -nell’uomo che aveva davanti. Tre crediti illimitati sulle nostre -tre prime case! Perdonatemi sig. conte, ma mentre cesso di essere -diffidente, mi sarà permesso d’essere meravigliato. - -— Oh non sarà già una casa come la vostra, quella che si maraviglia -di ciò! disse Monte-Cristo con tutta la cortesia; così adunque mi -manderete qualche poco di danaro, n’è vero? - -— Parlate, sig. conte, sono ai vostri ordini. - -— Ebbene! ora che c’intendiamo, perchè già c’intendiamo, n’è vero? - -Danglars fece un segno affermativo colla testa. - -— E non avrete più diffidenza? continuò Monte-Cristo. - -— Oh! non ne ho mai avuta, gridò il banchiere. - -— No, desideravate una prova; ecco tutto. Ebbene! ripetè il conte, ora -che c’intendiamo, ora che non avete più alcuna diffidenza, fissiamo se -volete, una somma generale pel primo anno, sei milioni, per esempio. - -— Sei milioni, sia! disse Danglars soffocato. - -— Se mi bisognerà di più, disse Monte-Cristo con trascuranza, metteremo -di più, ma non conto di restare che un anno in Francia, e non credo -d’oltrepassare questa somma... però vedremo... per cominciare, fatemi -portare domani 300 mila fr.: sarò in casa fino a mezzo giorno, se non -vi sarò, lascerò la ricevuta al mio intendente. - -— Il danaro sarà in casa vostra domattina alle dieci sig. conte, -rispose Danglars. Volete oro, argento, o biglietti di banca? - -— Metà oro, e metà biglietti se vi piace. — Ed il conte si alzò. — -Debbo confessarvi una cosa, disse Danglars a sua volta; io credeva -avere delle cognizioni esatte su tutte le belle fortune d’Europa, e -ciò non pertanto la vostra, che mi sembra considerevole, mi era, ve lo -confesso, del tutto sconosciuta, ella è recente? - -— No, signore, rispose Monte-Cristo, al contrario è di vecchia data. -Era una specie di tesoro di famiglia che era proibito di toccare, e di -cui gl’interessi andando ad accumularsi hanno triplicato il capitale: -l’epoca fissata dal testatore è scaduta da pochi anni soltanto, e -non è che da pochi anni che io ne uso; la vostra ignoranza su questo -argomento è naturale; del rimanente voi la conoscerete meglio fra -qualche tempo. — Ed il conte accompagnò queste parole con uno di quei -languidi sorrisi che facevano tanta paura a Franz d’Épinay. - -— Coi vostri gusti, e colle vostre intenzioni, signore, spiegherete -nella nostra capitale un lusso che ci schiaccerà tutti, noi altri -poveri piccoli milionari; frattanto, siccome mi sembrate dilettante, -mentre quando sono entrato guardavate i miei quadri, vi domando il -permesso di farvi vedere la mia galleria, tutti quadri antichi, tutti -quadri di maestri, garantiti come tali: io non amo i moderni. - -— Avete ragione, perchè hanno in generale un gran difetto, quello cioè -di non avere ancora avuto il tempo di diventare antichi. - -— Poi potrò mostrarvi qualche statua di Torvaldsen, di Bartolini, di -Canova, tutti artisti stranieri, come ben sapete: io non stimo gli -artisti francesi. - -— Voi avete diritto d’essere ingiusto con loro, signore, essi sono -vostri compatriotti. - -— Ma tutto questo sarà per un altro giorno quando avremo fatta -miglior conoscenza: per oggi mi contenterò se però mel permettete, -di presentarvi alla signora Danglars: scusate la mia premura, ma -un cliente come voi, fa quasi parte della famiglia. — Monte-Cristo -s’inchinò come per fargli comprendere che accettava l’onore che voleva -fargli. - -Danglars suonò, un lacchè, vestito con una livrea sontuosa, comparve. - -— La sig.ª baronessa è in casa? domandò Danglars. - -— Sì, sig. barone, rispose il lacchè. — Sola? - -— No, la signora ha gente. - -— Non sarà indiscrezione il presentarvi presente qualcuno; è vero, sig. -conte? non siete in incognito? - -— No, riprese sorridendo Monte-Cristo, non mi riconosco questo diritto. - -— E chi è dalla signora? il sig. Debray? domandò Danglars con una -bonarietà che fece sorridere internamente Monte-Cristo, di già -informato dei trasparenti segreti della casa del banchiere. - -— Il sig. Debray, sì, sig. barone, rispose il lacchè. - -Danglars fece un segno colla testa. - -Poi si volse verso Monte-Cristo. — Il sig. Luciano Debray è un nostro -antico amico, segretario intimo del ministro dell’interno; in quanto a -mia moglie, ella ha derogato sposandomi, perchè appartiene ad un’antica -famiglia, era madamigella de Servieres, vedova in prime nozze del -colonnello marchese de Nargonne. - -— Non ho ancora l’onore di conoscere la sig.ª baronessa Danglars; ma ho -di già incontrato il sig. Debray. - -— Bah! disse Danglars e dove? - -— In casa del sig. de Morcerf. - -— Ah! voi conoscete il piccolo visconte, disse Danglars. - -— Ci siamo trovati insieme a Roma al tempo del Carnevale. - -— Ah! sì, disse Danglars, ho sentito dire qualche cosa di un’avventura -singolare con banditi o ladri fra certe rovine! egli fu salvato -miracolosamente. Credo che abbia raccontato qualche cosa di simile a -mia moglie ed a mia figlia al suo ritorno dall’Italia. - -— La sig.ª baronessa aspetta questi signori, ritornò a dire il lacchè. - -— Vado avanti per indicarvi la strada, disse Danglars salutando. - -— Ed io vi seguo, soggiunse Monte-Cristo. - - - - -XLVI. — LA PARIGLIA GRIGIO-POMELLATA. - - -Il barone, seguito dal conte, traversò una lunga fila d’appartamenti -notevoli per la pesante loro sontuosità, ed il loro fastoso cattivo -gusto, e giunse fino al gabinetto della sig.ª Danglars, piccola -camera ottangolare parata di seta color rosa, ricoperta di mussola -d’India; le seggiole erano di vecchio legno dorato coperte di vecchie -stoffe: le sopraporte rappresentavano paesaggi del genere di Boucher: -finalmente due piccoli medaglioni a pastello, in armonia col rimanente -del mobilio, facevano di questa piccola camera, il solo locale della -casa che avesse un qualche carattere: è vero ch’era sfuggita al piano -generale stabilito fra Danglars ed il suo architetto, una delle più -alte e più eminenti celebrità dell’impero, e la baronessa e Debray soli -si riserbarono di decorarla. Così il signor Danglars, grande ammiratore -dell’antico, al modo che lo intendeva il Direttorio, disprezzava -moltissimo questo elegante piccolo ridotto, ove del resto non era -ammesso senza farsi scusare la sua venuta conducendo qualcuno; non -era dunque in realtà Danglars che presentava, era al contrario egli il -presentato, e ch’era bene o male ricevuto, a seconda che la fisonomia -del visitatore era aggradita o disaggradita dalla baronessa. - -La sig.ª Danglars, la cui bellezza poteva ancora essere citata ad -onta dei suoi 36 anni, era al piano-forte, piccolo capo d’opera -d’intarsiatura, nel mentre che Luciano Debray, seduto ad un tavolino -da lavoro, sfogliava un album. Luciano aveva già avuto il tempo -prima dell’arrivo di raccontare alla baronessa molte cose relative al -conte. Si conosce già quanta impressione Monte-Cristo avesse fatta nei -convitati alla colazione d’Alberto; impressione, che per quanto poco -_impressionabile_, non erasi ancor cancellata in Debray. - -La curiosità della sig.ª Danglars eccitata dalle informazioni anche -di Morcerf, e dalle recenti di Debray, era dunque al colmo. Perciò -questo accomodamento al piano-forte, ed all’album, non era che una di -quelle piccole furberie del mondo, per mezzo delle quali si velano -le più forti preoccupazioni. La baronessa ricevette Danglars con un -sorriso, cosa che per parte sua era molto comune; quanto al conte, egli -ricevette, in cambio del suo saluto, una cerimoniosa, ma nello stesso -tempo graziosa riverenza. - -Luciano dal canto suo scambiò col conte un saluto di mezza conoscenza, -e con Danglars un gesto d’intimità. - -— Signora baronessa, disse Danglars, permettetemi che io vi presenti -il sig. conte di Monte-Cristo, che mi viene indirizzato dai miei -corrispondenti di Roma colle raccomandazioni più vive; non ho che -una parola da dire per farlo subito diventare il favorito di tutte le -nostre più belle dame; egli viene a Parigi coll’intenzione di restarvi -un anno, e di spendervi sei milioni in questo solo anno; ciò promette -una serie infinita di balli, di pranzi, di festini nei quali voglio -sperare che il sig. conte non vorrà dimenticarci, come certamente -noi non lo dimenticheremo nelle nostre piccole feste. — Quantunque la -presentazione fosse composta di troppo grossolane lodi, in generale, è -una cosa tanto rara che un uomo venga a Parigi per spendervi in un anno -la fortuna di un principe, che la sig.ª Danglars dette una occhiata al -conte non priva d’interessamento. - -— E siete giunto? domandò la baronessa. - -— Da ieri mattina, signora. — E venite, secondo la vostra abitudine a -quanto mi è stato detto, di capo al mondo. - -— Da Cadice, questa volta, puramente e semplicemente da Cadice. - -— Ah! giungete in una trista stagione; Parigi nell’estate è -detestabile; non vi sono più nè balli, nè riunioni, nè feste. L’opera -italiana è a Londra, l’opera francese è da per tutto, fuorchè a Parigi; -e in quanto al teatro francese, voi sapete che non è più in alcun -luogo. Non ci resta dunque per distrarci che qualche disgraziata corsa -al Campo di Marte, ed a Satory. Farete voi correre, sig. conte? - -— Io, signora, farò tutto ciò che si fa a Parigi, rispose Monte-Cristo, -se avrò la fortuna di ritrovare qualcuno che m’informi convenientemente -delle abitudini francesi. - -— Siete dilettante di cavalli, sig. conte? - -— Io ho passata una parte della mia vita in Oriente, e gli orientali, -voi lo sapete, non stimano che due cose in questo mondo: la nobiltà dei -cavalli, e la bellezza delle donne. - -— Ah! signor conte; avreste dovuto avere la galanteria di mettere le -donne per le prime. - -— Vedete, signora, che io aveva ben ragione testè d’augurarmi un -precettore che mi fosse di guida nelle abitudini francesi. — In questo -momento entrò la cameriera favorita della sig.ª baronessa Danglars, ed -avvicinandosi alla padrona le mormorò alcune parole all’orecchio. La -signora Danglars impallidì. — Impossibile! diss’ella. — Eppure questa è -l’esatta verità, signora, rispose la cameriera. - -La sig.ª Danglars si volse al marito: - -— E sarà vero signore? domandò la baronessa. - -— Che cosa? domandò Danglars visibilmente agitato. - -— Ciò che mi disse questa donzella? - -— E che cosa vi ha detto? - -— Che al momento che il _mio_ cocchiere è andato per attaccare i -_miei_ cavalli alla _mia_ carrozza, non li ha trovati in iscuderia; che -significa ciò? io lo domando? - -— Signora, disse Danglars, ascoltatemi. - -— Oh! io vi ascolto, signore, perchè sono ben curiosa di sentire -ciò che voi mi saprete dire: io farò questi signori giudici fra noi, -e comincerò per dir loro come stanno le cose: signori; continuò la -baronessa, il sig. barone Danglars ha dieci cavalli in iscuderia; fra -essi ve ne sono due che sono i miei grigi-pomellati. Ebbene! al momento -in cui la sig.ª Villefort mi chiede in prestito la mia carrozza, ed -io la prometto a lei per domani al bosco, ecco che i due cavalli non -si trovano più. Il signor Danglars avrà trovato a guadagnarvi sopra -qualche migliaio di franchi. Oh! che razza villana, mio Dio! che è -quella degli speculatori. - -— Signora, rispose Danglars, i cavalli erano troppo vivaci, essi -avevano appena quattro anni, e mi facevano delle paure orribili per -voi. - -— Eh! ben sapete, disse la baronessa, che da un mese ho al mio servizio -il miglior cocchiere di Parigi, a meno che non lo abbiate venduto coi -cavalli. - -— Amica cara, ve ne troverò degli uguali, ed anche dei più belli, -se sarà possibile, ma che saranno cavalli docili e quieti che non -ispireranno simili terrori. - -La baronessa si strinse nelle spalle coll’aria del più profondo -disprezzo. Danglars non fece mostra d’essersi accorto di questo gesto -più che coniugale, e volgendosi a Monte-Cristo: — In verità mi dispiace -di non avervi conosciuto prima, sig. conte, diss’egli; voi montate la -vostra casa? - -— Sì, disse il conte. - -— Ve li avrei proposti; chè io li ho ceduti per niente, ma, come vi -dissi, voleva disfarmene, sono cavalli da giovani. - -— Signore, disse il conte, io vi ringrazio; ne ho acquistati questa -mattina due molto buoni, e non a caro prezzo. Anzi, guardate, -signor Debray, voi siete conoscitore, io credo? — Mentre che Debray -si avvicinava alla finestra, Danglars si accostò a sua moglie. — -Immaginatevi, signora, diss’egli a bassa voce, sono venuti ad offrirmi -un prezzo esorbitante di quei cavalli. Non so chi sia il pazzo sulla -via di rovinarsi che mi ha inviato questa mattina il suo intendente, ma -il fatto è che vi ho guadagnato 16 mila fr. Non mi rimproverate, io ne -darò a voi 4 mila, e due mila ad Eugenia. - -La signora Danglars lasciò cadere su Danglars uno sguardo terribile. — -Oh! mio Dio! gridò Debray. - -— Che cos’è? domandò la baronessa. - -— Ma non m’inganno certo, quelli sono i vostri cavalli, attaccati alla -carrozza del conte. - -— I miei grigi-pomellati? gridò la signora Danglars. - -E si slanciò verso la finestra: — In fatto sono essi... - -Danglars rimase stupefatto. - -— Possibile? disse Monte-Cristo, fingendo meraviglia. - -— È incredibile! mormorò il banchiere. — La Baronessa disse due parole -all’orecchio di Debray, che a sua volta si accostò al conte: — La -baronessa mi fa chiedere quanto ve li ha fatti pagare suo marito. - -— Non lo so bene, disse il conte, è una sorpresa che mi ha fatta il mio -intendente, e credo che mi costi 30 mila fr. - -Debray andò a riportare la risposta alla baronessa. - -Danglars era così pallido, e così sconcertato che il conte fece mostra -d’averne pietà: — Vedete come sono ingrate le donne, diss’egli, questa -previdenza per parte vostra non ha commosso per nulla la baronessa; -ingrata non è la parola adatta, dovrei dire pazza; ma che volete farci? -siamo sempre ciò che nuoce, per cui la più corta, credetemi, barone -mio, è quella di lasciarle far sempre di testa loro; se almeno se la -rompono, non hanno a prendersela che con sè stesse. - -Danglars non rispose una parola: egli prevedeva prossima ad avvenire -una scena disastrosa; le sopracciglia della baronessa eransi già -aggrottate, e, come quelle di Giove Olimpico, presagivano un uragano. -Debray che lo sentiva ingrossare, prese pretesto di un affare, e partì. -Monte-Cristo che non voleva, col restar più lungamente, guastare la -posizione di cui contava approfittarsi, salutò la sig.ª Danglars e -si ritirò, abbandonando il barone alla collera della moglie. — Buono! -pensò Monte-Cristo nel ritirarsi, sono pervenuto ove voleva giungere, -ecco che tengo nelle mie mani la pace della famiglia, e che con un sol -tratto vado a guadagnarmi il cuore del signore e della signora, quale -felicità!... Ma in mezzo a tutto questo non sono stato presentato -a madamigella Eugenia Danglars, che pure avrei desiderato molto di -conoscere. Ma, soggiunse egli con quel sorriso suo particolare; eccoci -a Parigi, ed abbiamo innanzi a noi il tempo... ciò sarà per il seguito. - -Con queste riflessioni il conte montò in carrozza, e rientrò in casa -sua. Due ore dopo la sig.ª Danglars ricevette una graziosa lettera -dal conte di Monte-Cristo, nella quale le diceva, che non volendo -cominciare il suo ingresso nel mondo parigino facendo disperare una -bella donna, la supplicava di riprendere i suoi cavalli. Essi avevano -gli stessi finimenti che ella aveva veduti la mattina, soltanto in -ciascuna rosetta che portavano sotto l’orecchia, il conte aveva fatto -mettere un diamante. - -Danglars ebbe pure una lettera. Il conte con essa gli chiedeva il -permesso di condonare alla baronessa un capriccio da milionaria, e lo -pregava di scusare il modo orientale con cui era accompagnato il rinvio -dei cavalli. - -La sera il conte partì per Auteuil, accompagnato da Alì. La dimane -verso le tre, Alì fu chiamato da un tocco del campanello, ed entrò nel -gabinetto del conte. — Alì, diss’egli, tu mi hai spesso fatto capire la -tua destrezza nel lanciare il laccio? - -Alì fece segno di sì, e si raddrizzò con fierezza. - -— Bene!... così col laccio tu fermeresti un bove? - -Alì fece segno colla testa di sì. - -— Una tigre? — Alì fece il medesimo segno. — Un leone? - -Alì fece il gesto dell’uomo che lancia il laccio, ed imitò un ruggito -strangolato. — Bene! capisco, tu hai fatta la caccia del leone. — Alì -fece un segno orgoglioso colla testa. - -— Ma, arresteresti tu nella loro corsa due cavalli furibondi? — Alì -sorrise. - -— Ebbene ascolta, disse Monte-Cristo; in breve passerà di qui una -carrozza trascinata da due cavalli grigi pomellati che avranno tolta -la mano, gli stessi che io aveva ieri. Dovessi tu farti schiacciare, -bisogna che fermi questa carrozza davanti alla mia porta. - -Alì discese nella strada, e tracciò davanti alla porta una linea nella -polve; quindi rientrò e mostrò la linea al conte che lo aveva seguito -cogli occhi. Il conte gli battè dolcemente sulla spalla, era il suo -modo di ringraziare Alì; poi il moro andò a fumare la pipa sul luogo in -cui la strada formava angolo colla casa, nel mentre che Monte-Cristo si -ritirava senza più occuparsi di niente. Frattanto, verso le 3, vale a -dire nell’ora in cui Monte-Cristo aspettava la carrozza, si sarebbero -potuti notare in lui i segni quasi impercettibili di una leggiera -impazienza; egli passeggiava in una camera che guardava sulla strada, -tendendo ad intervalli l’orecchio, e andando a quando a quando alla -finestra da dove scorgeva Alì, che mandava sbuffate di fumo a regolari -intervalli, come se il Nubiano si fosse soltanto occupato di questa -importante operazione. D’improvviso s’intese un rotolar lontano ma che -si avvicinava colla rapidità del fulmine, quindi comparve una carrozza, -il cui cocchiere tentava inutilmente di trattenere i cavalli che si -avanzavano furiosi, coi peli irti, e che si slanciavano con impeto -insensato. In essa, una giovane signora ed un fanciullo di 7 a 8 anni, -che tenevansi abbracciati, avevano perduto, per l’eccesso della paura, -perfino la forza di mandare un grido. Sarebbe bastato un sasso sulla -strada, o un tronco d’albero staccato, per tritolare la carrozza che -già scricchiolava tenendo il mezzo della strada; sentivansi nella via -le grida di terrore di coloro che la vedevano venire. In un baleno Alì -depone la pipa, cava il laccio, lo lancia, avvolge con triplice giro -le gambe davanti del cavallo di sinistra, si lascia trascinare per -tre o quattro passi dalla violenza dell’impulso, ma dopo questi tre o -quattro passi, il cavallo allacciato si abbatte, cade sul timone che -spezza, e paralizza così gli sforzi che fa il cavallo rimasto in piedi -per continuare la corsa; il cocchiere approfitta di questo momento di -respiro per gettarsi giù dal suo seggio, ma già Alì ha afferrato colle -sue dita di ferro il secondo cavallo, il quale nitrendo di dolore si -stende convulsivamente vicino al suo compagno. - -Per tutto ciò non necessitò che il tempo che occorre ad una palla -per cogliere nel segno. Ciò non pertanto bastò perchè un uomo dalla -casa avanti la quale accadeva questo accidente si slanciasse fuori -accompagnato da molti servitori. Nel mentre che il cocchiere apre la -portiera, quegli toglie dalla carrozza la dama che con una mano era -aggrappata al cuscino, coll’altra stringeva al petto il figlio svenuto. -Monte-Cristo li trasporta entrambi nel salone, e li deposita sur un -_canapè_. - -— Non temete più niente, signora, le disse egli, voi siete salva. — -La donna ritornò in sè e per risposta gli presentò il figlio con uno -sguardo più eloquente di tutte le preghiere. In fatto il fanciullo era -sempre svenuto. - -— Sì, signora, capisco, disse il conte esaminando il fanciullo; ma -state tranquilla, non gli è accaduto alcun male, la sola paura lo ha -messo in questo stato. - -— Ah! signore, gridò la madre, non dite questo soltanto per -tranquillarmi! Vedete come è pallido? figlio mio! figlio mio! mio -Edoardo! rispondi dunque a tua madre. Ah! signore! mandate a cercare un -medico, la mia fortuna è a chi mi restituisce il figlio! — Monte-Cristo -fece un gesto per calmare la madre desolata, ed aprendo un bauletto -ne cavò una piccola bottiglia di cristallo di Boemia incrostata d’oro, -contenente un liquore rosso come il sangue, e ne lasciò cadere una sola -goccia sulle labbra del fanciullo, il quale quantunque sempre pallido, -riaprì subito gli occhi. A questa vista la gioia della madre divenne -quasi un delirio: - -— Ove son’io? gridò ella, e a chi devo tanta felicità dopo una prova sì -crudele? - -— Voi siete, signora, rispose Monte-Cristo, in casa di un uomo felice -di avervi potuto risparmiare un dispiacere. - -— Oh! maledetta curiosità! disse la dama; tutta Parigi parla di questi -magnifici cavalli della sig.ª Danglars, ed io ho avuta la follia di -volerli sperimentare. - -— Come! gridò il conte con una sorpresa recitata stupendamente, questi -cavalli sono quelli della baronessa Danglars? - -— Sì, signore, la conoscete voi? - -— La signora Danglars?.... ho questo onore, e la mia gioia è doppia nel -vedervi salva dal pericolo che vi hanno fatto correre questi cavalli, -mentre voi avreste potuto addebitarne me: io aveva acquistati questi -cavalli dal barone, ma la baronessa mi parve talmente afflitta, che -glieli rimandai ieri, pregandola a volerli accettare dalle mie mani. - -— Ma allora dunque siete il conte di Monte-Cristo di cui mi ha tanto -parlato ieri Erminia? - -— Sì, signora, disse il conte. - -— Ed io, signore, Luigia di Villefort. — Il conte la salutò come se -questo cognome gli arrivasse del tutto nuovo. - -— Oh! quanto vi sarà riconoscente il sig. de Villefort, riprese Luigia, -perchè finalmente vi dovrà la vita di noi due, voi gli avete reso la -moglie ed il figlio; certamente, senza il generoso vostro servitore, -questo caro fanciullo ed io saremmo rimasti uccisi. - -— Pur troppo! signora; fremo ancora pensando al pericolo che avete -corso. - -— Oh! spero che mi permetterete di compensare degnamente lo zelo di -quest’uomo. - -— Signora, rispose Monte-Cristo, non mi guastate Alì ve ne prego, nè -con elogi, nè con ricompense; non voglio che prenda queste abitudini. -Alì è mio schiavo; salvandovi la vita ha servito me, ed è suo dovere il -servirmi. - -— Ma egli ha arrischiata la sua vita! disse la sig.ª de Villefort, alla -quale questo tuono di padrone imponeva in un modo singolare. - -— Ed io ho salvata la sua, signora, rispose Monte-Cristo, per -conseguenza essa mi appartiene. — La sig.ª de Villefort si tacque: -forse rifletteva a quest’uomo, che dal primo momento faceva tanta -impressione sugli spiriti. Durante questi momenti di silenzio, il conte -potè considerare con suo comodo quel fanciullo, che la madre copriva di -tanti baci. Egli era piccolo, gracile, bianco di pelle come i fanciulli -rossi, ad onta che una foresta di capelli neri, ribelli ad ogni -acconciatura, ne coprisse la fronte rotondeggiante, e cadendo sulle -spalle ne contornasse il viso, e raddoppiasse la vivacità degli occhi -pieni di furba malizia e di giovanile cattiveria; la bocca, appena -ritornata vermiglia, era sottile nelle labbra, e larga nell’apertura: i -lineamenti di questo fanciullo di otto anni, annunciavano un’età almeno -di 12 anni. Il primo movimento fu di sciogliersi, con una rozza scossa, -dalle braccia di sua madre, e di andare ad aprire il bauletto da dove -il conte aveva tratta la boccetta d’elixir: quindi, senza domandare il -permesso ad alcuno e giusta quanto sogliono fare i fanciulli avvezzi -a soddisfare tutti i loro capricci, si mise a levare il turacciolo a -tutte le ampolle: — Non toccate queste, amico mio, disse prestamente -il conte, alcuni di questi liquori sono pericolosi non solamente a -beversi, ma ancora ad odorarsi. — La sig.ª de Villefort impallidì ed -arrestò il braccio di suo figlio che ricondusse a sè; ma appena sedato -il suo timore, gettò sul bauletto un corto ma espressivo sguardo, -che il conte prese di volo. In questo momento entrò Alì. La sig.ª de -Villefort fece un movimento di gioia, e tirando più vicino a sè il -fanciullo; — Edoardo, gli disse, vedi, questo buon servitore? Egli è -stato molto coraggioso, perchè ha esposto la sua vita per fermare i -cavalli che ci trascinavano, e la carrozza ch’era vicina a fracassarsi, -ringrazialo dunque, perchè, senza lui, a quest’ora forse saremmo morti. -— Il fanciullo allungò le labbra, e voltò sdegnosamente la testa: — -È troppo brutto, diss’egli. — Il conte sorrise come se il fanciullo -compiesse una delle sue speranze. Quanto alla sig.ª de Villefort, -sgridò il figlio tanto blandamente, che non avrebbe certamente dato -nel genio di Giovan-Giacomo Rousseau, se il piccolo Edoardo si fosse -chiamato Emilio. - -— Vedi tu, disse in arabo il conte ad Alì, questa signora prega suo -figlio di ringraziarti per la vita che tu hai salvata ad entrambi, -ed il fanciullo risponde che sei troppo brutto. — Alì per un momento -volse la testa intelligente, ed osservò il fanciullo apparentemente -senza espressione, ma un semplice tremito della sua narice fece accorto -Monte-Cristo, ch’era rimasto ferito nell’anima. - -— Signore, chiese la sig.ª de Villefort alzandosi per ritirarsi, questa -casa è la vostra abitazione continua? - -— No, signora, rispose il conte, è una specie di luogo di riposo, che -ho acquistato: io abito all’entrata dei Campi-Elisi n. 30. Ma vedo che -voi siete del tutto rimessa e che desiderate ritirarvi. Ho ordinato che -siano attaccati alla mia carrozza quei medesimi cavalli; e Alì, quel -servitore così brutto, diss’egli sorridendo al fanciullo, avrà l’onore -di condurvi a casa, mentre che il vostro cocchiere resterà qui per fare -accomodare la vettura. Così appena terminata questa piccola faccenda -indispensabile, una delle mie pariglie lo ricondurrà direttamente dalla -sig.ª Danglars. - -— Ma, disse la sig.ª de Villefort, non avrò mai il coraggio di -ritornare con gli stessi cavalli. - -— Oh! vedrete, signora, che sotto la mano d’Alì diventeranno docili -come agnelli. - -In fatto Alì si era avvicinato ai cavalli, che a grande stento era -riuscito a far ritornare in piedi. Egli teneva in mano una piccola -spugna imbevuta d’aceto aromatico; ne strofinò le narici e le tempia -ai cavalli, coperti di sudore e di schiuma, e quasi subito si misero -a soffiare fortemente, e a fremere in tutte le loro membra per qualche -secondo. - -Quindi in mezzo ad una folla numerosa richiamata dall’avvenimento -e dalla rottura della carrozza innanzi la casa, Alì fe’ attaccare -i cavalli al _coupé_ del conte, riunì le redini, salì sul seggio, -e, con grande stupore di tutti gli assistenti che avevano veduto -questi cavalli slanciati come da un turbine, fu obbligato ad usare -vigorosamente la frusta per farli partire, e anche non potè ottenere -dai famosi grigio-pomellati, ora stupidi, petrificati, morti, che -un trotto tanto mal sicuro e languido che abbisognò alla sig.ª -de Villefort, impiegare quasi due ore per giungere al sobborgo -Sant’Onorato ove abitava. Appena giunta in casa, e calmate le prime -emozioni di famiglia, ella scrisse subito il seguente biglietto alla -sig.ª Danglars. - - «Cara Erminia. - - «Sono stata miracolosamente salvata in un con mio figlio da - quello stesso conte di Monte-Cristo, di cui ieri sera voi mi - avete tanto parlato, e che era lungi dal credere che avrei veduto - ªoggi. Ieri mi parlaste di lui con un entusiasmo tale ch’io non - potei far a meno di scherzarne con tutto il mio piccolo spirito, - ma oggi ritrovo questo entusiasmo molto al disotto dell’uomo che - lo ispirava. I vostri cavalli avevano presa la mano a Ranelangh - come se fossero stati invasi dalla frenesia, e noi probabilmente - saremmo andati in pezzi, Edoardo ed io, contro il primo albero - della strada, od il primo muro del villaggio, quando un arabo, - un moro, uno della Nubia, un uomo nero infine, al servizio del - conte, ha, dietro un suo cenno, io credo, fermato lo slancio dei - cavalli col rischio di essere egli stesso ucciso, ed è proprio - un miracolo che non lo sia stato. Allora il conte è accorso, - e ci ha portati in casa sua, ed ha richiamato mio figlio alla - vita. Nella sua carrozza fui ricondotta a casa; domani vi sarà - rimandata la vostra. Ritroverete i vostri cavalli avviliti dopo - questo accidente; sono divenuti come ebeti; si direbbe che non - possono perdonare a sè stessi di essersi lasciati vincere da un - uomo. Il conte mi ha incaricato di dirvi che due giorni di riposo - sulla paglia, e l’orzo per solo nutrimento, si rimetteranno nello - stesso stato florido, vale a dire spaventoso, come lo erano ieri. - - «Addio! non vi ringrazio della mia passeggiata; e ciò non - pertanto, quando vi rifletto, è un’ingratitudine il conservarvi - rancore pel capriccio della vostra pariglia, poichè ad esso - devo il piacere d’aver veduto il conte di Monte-Cristo, e - l’illustre forestiero mi sembra, prescindendo dai milioni di - cui può disporre, un problema sì curioso e così importante, che - conto di studiarlo ad ogni costo, dovessi ancora rifare un’altra - passeggiata al bosco coi vostri proprii cavalli. - - «Edoardo ha sopportato l’avventura con un coraggio miracoloso. - Egli è svenuto, ma non ha mandato un grido prima, nè versata una - lagrima dopo. Direte ancora che il mio amore materno mi acceca, - ma vi è un’anima di ferro in quel piccolo corpo così gracile e - così delicato. - - «La nostra cara Valentina dice molte cose alla vostra cara - Eugenia; io vi abbraccio di tutto cuore. - - LUIGIA DE VILLEFORT. - - — «P. S. Fatemi dunque trovare in casa vostra in qualunque modo - col conte di Monte-Cristo, voglio assolutamente rivederlo. Del - resto però, ho ottenuto dal sig. de Villefort che gli faccia una - visita; spero che gliela restituirà.» - -Nella sera, l’avventura d’Auteuil formava l’argomento di tutte le -conversazioni; Alberto la raccontava a sua madre, Château-Renaud nel -Jockey-Club, Debray nella sala del ministro, Beauchamp stesso fece al -conte la galanteria d’inserire nel suo giornale, sotto la rubrica dei -_Fatti diversi_, un racconto di venti lunghe linee, che situò il nobile -straniero come un eroe presso tutte le donne dell’aristocrazia. - -Molte persone andarono a farsi inscrivere nell’anticamera della sig.ª -de Villefort, per avere poi il diritto di rinnovare la loro visita in -tempo utile, e di sentire dalla bocca di lei tutti i particolari di -questa pittoresca avventura. - -In quanto al sig. de Villefort, come lo aveva scritto Luigia, indossò -un abito nero, guanti bianchi, e salì nella sua carrozza, che si fermò -alla porta n. 30 all’entrata dei Campi-Elisi. - - - - -XLVII. — IDEOLOGIA. - - -Se il conte di Monte-Cristo avesse vissuto da lungo tempo nella società -parigina avrebbe apprezzato in tutto il suo valore la dimostrazione che -gli faceva Villefort colla sua visita. - -Ben veduto alla corte, tanto se regnava un re del ramo primogenito -o del ramo cadetto, tanto se governava un ministro dottrinario, che -liberale o conservatore; riputato abile da tutti, come si reputano -generalmente abili tutte le persone che non hanno mai provati sinistri -politici; odiato da molti ma caldamente protetto da certuni senza però -essere amato da alcuno, il sig. de Villefort teneva un alto posto nella -magistratura, e si teneva a questa altezza come un Harlay, o come un -Molè. Il suo salone, rimodernato da una giovane sposa e da una figlia -di primo letto dell’età appena di 18 anni, non era però uno di quei -saloni severi di Parigi, in cui si osserva il culto delle tradizioni, -e la religione dell’etichetta. La fredda cortesia, la fedeltà assoluta -ai principii del governo, un disprezzo profondo delle teorie e dei -teoretici, un odio grande alla ideologia, tali erano gli elementi della -vita interna e pubblica professati dal sig. de Villefort. - -Egli non era solamente un magistrato, era quasi un diplomatico. Le -sue relazioni colla vecchia corte, di cui parlava sempre con dignità -e rispetto, lo facevano rispettare dalla nuova; sapeva tante cose, che -non solo era sempre blandito ma spesso ancora consultato; egli abitava -una fortezza inespugnabile. Questa fortezza era la sua carica di -procuratore del re, di cui si avvaleva meravigliosamente, e che avrebbe -lasciata soltanto per esser fatto deputato, e per cambiare così la -neutralità in opposizione. - -In generale faceva o rendeva raramente visite, sua moglie le faceva -in sua vece, cosa accettata in questa società, ove si teneva conto -delle gravi e numerose occupazioni del magistrato, ciò che in realtà -non era che un calcolo d’orgoglio, una quint’essenza d’aristocrazia, -l’applicazione infine di quest’assioma: _fa mostra di stimarti e sarai -stimato_, assioma le mille volte più utile nella nostra società di -quello dei greci: _conosci te da te stesso_, sostituito ai nostri -giorni dall’arte meno difficile e più vantaggiosa del conoscere -gli altri. Pei suoi amici Villefort era un possente protettore; pei -suoi nemici un avversario sordo, ma accanito; per gl’indifferenti la -statua della legge fatta uomo: aspetto altero, fisonomia impassibile, -sguardo fosco ed appannato, o insolentemente penetrante e scrutatore; -tal era l’uomo di cui quattro rivoluzioni, abilmente ammassate -l’una sull’altra, avevano da prima costruito, poscia cementato il -piedistallo. - -Il signor de Villefort aveva la riputazione d’essere l’uomo meno -curioso e meno allegro della Francia. Egli dava un ballo tutti gli -anni, ma non vi compariva che per un quarto d’ora, cioè 45 minuti di -meno che non fa il re ai suoi; egli non si vedeva mai nè ai teatri, nè -nei luoghi pubblici; qualche volta, ma raramente, faceva una partita -di _Whist_, ma allora avevasi cura di scegliergli giuocatori degni di -lui: qualche ambasciatore, qualche primo presidente o infine qualche -duchessa primogenita. - -Ecco qual era l’uomo la cui carrozza si era fermata davanti alla porta -del conte di Monte-Cristo. Il cameriere annunziò il sig. de Villefort, -al momento in cui il conte, chinato sopra una gran tavola, seguiva sur -una carta geografica, un itinerario da Pietroburgo alla China. - -Il procuratore del re entrò con quello stesso passo grave e misurato, -con cui era solito andare al tribunale; era lo stesso uomo, che noi -abbiamo veduto sostituto a Marsiglia. La natura, consentanea ai suoi -principi, nulla aveva cambiato in costui nel corso che aveva dovuto -seguire. Di snello egli era divenuto magro, di pallido giallo, gli -occhi infossati erano cavi, gli occhiali legati in oro appoggiati -sull’orbita, sembravano ora far parte del viso; eccettuata la cravatta -bianca tutto il rimanente del suo vestire era completamente nero; -e questo color funebre non era interrotto che dalla striscia della -fettuccia rossa che si mostrava impercettibilmente dall’occhiello del -suo abito, e che sembrava una linea di sangue tirata col pennello. -Per quanto Monte-Cristo fosse padrone di sè, esaminò con una visibile -curiosità, rendendogli il saluto, il magistrato che, diffidente per -abitudine, e poco credulo soprattutto alle maraviglie sociali, era più -disposto di vedere nel nobile straniero, chiamato Monte-Cristo, un -cavaliere d’industria che tentasse un nuovo teatro, o un malfattore -in istato di rottura di bando, di quello che un principe dello stato -romano, od un sultano delle _Mille ed una notte_. - -— Signore, disse Villefort, con quel tuono lamentevole che assumono -i magistrati nei loro periodi oratori, e di cui non vogliono o non -possono disfarsi nella conversazione; signore, il servigio segnalato -che ieri avete reso a mia moglie ed a mio figlio mi fanno un dovere di -ringraziarvi. Vengo dunque a compiere questo dovere, e ad esprimervi -tutta la mia riconoscenza. — E nel pronunciare queste parole, l’occhio -severo del magistrato nulla aveva perduto della sua abituale arroganza. -Queste parole che aveva dette, le aveva articolate colla voce da -procurator generale, con quella rigidità inflessibile di collo e di -spalle, che faceva dire ai suoi adulatori, come noi lo ripetiamo, -ch’egli era la statua vivente della legge. - -— Signore, disse il conte a sua volta con una freddezza di gelo, io -sono molto fortunato di aver potuto conservare un figlio a sua madre, -perchè si dice che il sentimento di maternità sia il più possente -com’è il più santo di tutti, e questa fortuna che mi sono procurata -vi dispensava, signore, dal compiere un dovere di cui la esecuzione -certamente m’onora, poichè so che il signor de Villefort non prodiga il -favore che mi fa, ma che, per quanto ciò sia prezioso non ostante non -vale per me la interna soddisfazione. - -Villefort meravigliato di questa uscita cui non si aspettava, fremè -come un soldato che sente il colpo che gli viene dato, ad onta -dell’armatura di cui è coperto, ed una piega sdegnosa del suo labbro, -indicò che da bel principio egli non riteneva il conte di Monte-Cristo -per un gentiluomo bene educato. Girò gli occhi intorno a sè, come -per riattaccare su qualche cosa la conversazione che era già caduta -e che sembrava essersi infranta cadendo. Vide la carta che studiava -Monte-Cristo quando egli entrò, e riprese: - -— Vi occupate di geografia, signore? Questo è un ricco studio, per -voi particolarmente, che, a quanto si assicura, avete già veduti tanti -paesi quanti ne sono incisi su quella carta. - -— Sì, signore, rispose il conte; io ho voluto fare sulla specie umana -presa in massa ciò che voi fate ogni giorno sulle eccezioni, vale -a dire uno studio fisiologico. Ho pensato che mi sarebbe più facile -discendere dal tutto al particolare, che dal particolare salire al -tutto. È un assioma algebrico che vuole che si proceda dal conosciuto -allo sconosciuto e non dallo sconosciuto al conosciuto... Ma sedetevi -dunque, io ve ne supplico. — E Monte-Cristo indicò colla mano al -procuratore del Re una sedia, che questi dovette inoltrare da sè -stesso, nel mentre ch’egli non ebbe che quella di lasciarsi ricadere -sulla stessa, su cui era inginocchiato quando entrò il procuratore -del Re; in questo modo il conte si ritrovò per metà voltato verso il -suo visitatore avendo le spalle alla finestra ed il gomito appoggiato -alla carta geografica che pel momento formava il soggetto della -conversazione, la quale prendeva, come era accaduto da Morcerf e da -Danglars, una piega del tutto analoga se non alla situazione, almeno -al personaggio. — Ah! voi filosofate, riprese Villefort dopo un -momento di silenzio, durante il quale, come un atleta che incontra un -forte avversario, aveva riunite le sue forze. Ebbene! signore, parola -d’onore, se come voi non avessi nulla da fare, cercherei un’occupazione -men trista. - -— È vero, signore, rispose Monte-Cristo, e l’uomo è un laido bruco se -si osserva col microscopio solare; ma voi avete detto, che io non ho -niente da fare. Vediamo, credereste per caso di aver voi qualche cosa -da fare? o, per parlare più chiaramente, signore, credete che ciò che -fate possa chiamarsi qualche cosa? — Lo stupore di Villefort raddoppiò -a questo secondo colpo così brutalmente vibrato dal suo strano -avversario; era gran tempo che il magistrato non si era sentito dire un -paradosso di questa forza, o piuttosto, per parlare più rettamente, era -la prima volta che lo sentiva. - -Il procuratore del re si mise all’opera per rispondere. - -— Signore, diss’egli, voi siete straniero, e, lo dite voi stesso, io -credo, una parte della vostra vita l’avete passata nei paesi orientali; -non sapete dunque come la giustizia umana, speditiva in quelle -contrade, ha presso noi un andamento prudente e misurato? - -— Sia, signore, sia, è il _piede zoppo_ degli antichi. So tutto questo, -perchè è particolarmente della giustizia di tutti i paesi che mi -sono occupato, è la procedura criminale di tutte le nazioni che io ho -paragonata colla giustizia naturale; e debbo dirlo, signore, è ancora -la legge dei popoli primitivi, la legge del _taglione_ che ho ritrovata -la più conforme al bisogno e la più speditiva. - -— Se questa legge fosse adottata semplificherebbe molto i nostri -codici, ed allora pel colpo che ne riceverebbero i nostri magistrati, -come dicevate or ora, non avrebbero più gran cosa da fare. - -— Ciò accadrà forse nell’avvenire, disse Monte-Cristo; sapete che -le invenzioni umane progrediscono dal composto al semplice, e che il -semplice è sempre la perfezione. - -— Mentre si aspetta questo avvenire però, disse il magistrato, vi sono -i nostri codici coi loro articoli contraddittorii tolti dai gallici -costumi, dalle leggi romane, e dagli usi franchi; ora la conoscenza -di tutte queste leggi, ne converrete, non si acquista che con lunghi -lavori ed abbisogna un lungo studio per acquistare tale conoscenza, -ed una grande possanza di testa perchè non si abbia a dimenticare, una -volta acquistata. - -— Io sono del vostro parere, signore, ma tutto ciò che sapete in -riguardo a questo codice francese, lo so io pure, ma non solamente -riguardo a questo codice, ma a quello di tutte le nazioni: le leggi -indiane, turche, giapponesi mi sono tanto famigliari quanto le leggi -francesi; aveva dunque ragione di dire che relativamente (perchè tutto -è relativo) a tutto ciò che ho fatto io, voi avete fatto ben poco, -e che relativamente a quanto ho imparato io, voi avete ben molto da -imparare. - -— Ma con quale scopo avete voi appreso tutto ciò? riprese Villefort -meravigliato. - -Monte-Cristo sorrise: — Bene, signore, diss’egli; io vedo che ad onta -della reputazione per la quale si ritiene un uomo superiore agli altri, -voi vedete ogni cosa sotto il punto di vista materiale e volgare della -società, cominciando dall’uomo e terminando all’uomo, cioè sotto il -punto di vista più ristretto, più circoscritto che sia stato permesso -all’umana intelligenza d’abbracciare. - -— Spiegatevi, disse Villefort sempre più maravigliato, non vi -capisco... molto bene. - -— Dico, signore, che cogli occhi fissi sulla organizzazione sociale -delle nazioni, voi non vedete che le molle della macchina, e non -conoscete davanti a voi, e intorno a voi che i titolari dei posti, -i cui diplomi sono stati firmati dai ministri o dal re, e che gli -uomini che Iddio ha messo al di sopra dei titolati, dei ministri, -e dei re, dando loro una missione da compiere e non un posto da -occupare, io dico, che questi sfuggono alla vostra corta vista. Ciò -è proprio dell’umana debolezza, e degli organi deboli ed incompleti. -Tobia prendeva l’angiolo che doveva rendergli la vista per un giovine -comune; le nazioni prendevano Attila, che doveva annientarle, per un -conquistatore come tutti gli altri, e fu d’uopo che entrambi svelassero -la loro missione celeste perchè gli uomini la conoscessero. Abbisognò -che uno dicesse «io sono l’angelo del Signore» e l’altro «io sono il -martello di Dio,» perchè la missione divina d’entrambi fosse rivelata. - -— Allora, disse Villefort con istupore sempre crescente, e credendo di -parlare ad un pazzo o ad un ispirato, voi vi considerate come uno di -questi esseri straordinari che avete nominato. - -— E perchè no? disse freddamente Monte-Cristo. - -— Perdonatemi, signore, riprese Villefort sbalordito, ma mi scuserete -se, presentandomi a voi, non sapeva di presentarmi ad un uomo, il cui -sapere ed il cui spirito sorpassavano di tanto il sapere e lo spirito -ordinario ed abituale degli uomini. Non è usanza, fra noi infelici -corrotti dall’incivilimento, che i gentiluomini possessori come voi di -un’immensa fortuna, almeno a ciò che mi si assicura, notate bene che -io non interrogo, ma ripeto soltanto ciò che ho inteso, non è usanza -fra noi, diceva, che questi privilegiati dalle ricchezze perdano il -loro tempo in ispeculazioni sociali, in astrazioni filosofiche, fatte -tutt’al più per consolare quelli che la sorte ha diseredati dei beni -della terra. - -— Eh! signore, riprese il conte, siete voi dunque giunto al posto -eminente che occupate senza aver mai fatta, o incontrata qualche -eccezione? e non esercitate mai il vostro sguardo, che pure avrebbe -bisogno di molta finezza e sicurezza, ad indovinare con un sol colpo -chi è caduto sotto di questo sguardo? Un magistrato non dovrebb’egli -essere, non il migliore applicatore della legge, non il più furbo -interprete delle oscurità della cabala, ma uno specchio d’acciaio per -provare i cuori, una pietra di paragone per assaggiare l’oro che in -ciascun’anima si trova sempre misto a più o meno lega? - -— Signore, disse Villefort, voi mi confondete, non ho mai inteso -parlare come fate voi. - -— Egli è perchè siete sempre rimasto racchiuso fra il cerchio delle -condizioni generali, perchè non avete mai osato innalzarvi con -un batter d’ali nelle sfere superiori che sono popolate d’esseri -invisibili ed eccezionali. - -— Ammettete dunque, signore, che vi sieno queste sfere, e che gli -esseri eccezionali ed invisibili si mischino a noi? - -— E perchè no? vedete voi forse l’aria che respirate, e senza la quale -non potreste vivere? - -— Allora non vediamo questi esseri di cui parlate? - -— Voi li potete vedere ogni qual volta quegli esseri si materializzano; -voi li toccate allora, li urtate, parlate loro, essi vi rispondono. — -Ah! disse Villefort sorridendo, vi confesso che vorrei essere avvisato -quando uno di questi esseri si ritroverà meco in contatto. — Voi siete -stato servito a seconda del vostro desiderio, signore; poichè testè -siete stato avvisato, ed ora pure vi avviso. - -— Così, voi stesso... - -— Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo; -sino ad oggi nessun uomo si è ritrovato in una posizione simile alla -mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai -fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favella. Il mio regno -è grande come il mondo, perchè non sono nè italiano, nè francese, -nè indiano, nè americano, nè spagnuolo: io sono cosmopolita. Nessuno -può dire di avermi veduto nascere, Dio solo sa quale terra mi vedrà -morire. Io adotto tutti i costumi, io parlo tutte le lingue; voi mi -credete francese, non è vero, perchè parlo il francese colla stessa -facilità e purezza di voi? Ebbene! Alì, il mio moro, mi crede Arabo; -Bertuccio, il mio intendente, mi crede Romano; Haydée, la mia schiava, -mi crede Greco. Dunque capirete, che non essendo di alcun paese, non -domandando protezione ad alcun governo, non riconoscendo alcun uomo per -mio fratello, non un solo scrupolo che arresta i potenti, non un solo -ostacolo che paralizza i deboli, può nè arrestarmi nè paralizzarmi. Non -ho che due avversarii, non dirò due vincitori, perchè li sottometto -colla persistenza; la distanza ed il tempo. Il terzo, ed è il più -terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi -nella strada che percorro, e prima che abbia conseguito lo scopo a -cui miro; tutto il resto, l’ho calcolato. Ciò che gli uomini chiamano -capricci della fortuna, vale a dire la ruina, i cambiamenti, le -eventualità, le ho tutte prevedute, e se qualcuna può colpirmi, nessuna -può rovesciarmi. A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono, ecco -perchè vi dico cose che voi non avete mai intese, neppure dalla bocca -dei re, perchè i re hanno bisogno di voi, e gli altri uomini hanno -paura di voi. Chi è quegli che non supponga, in una società ordinata -tanto ridicolmente quanto la nostra: «forse un giorno posso aver che -fare col procuratore del re»? - -— Ma voi stesso potete dir questo, perchè, dal momento che abitate la -Francia, siete naturalmente sottoposto alle leggi francesi. - -— Lo so, signore, rispose Monte-Cristo, ma quando devo andare in un -paese, comincio dallo studiare, con mezzi che mi sono particolari, -tutti gli uomini dai quali posso avere qualche cosa da sperare o da -temere, e giungo a conoscerli molto bene, forse meglio ancora di quello -che non si conoscono da sè stessi. Ciò porta ad un resultato, che, -il procuratore del re, qualunque egli fosse, con cui avessi da fare -sarebbe certissimamente più impacciato di me. - -— Ciò vuol dire, riprese con esitanza Villefort, che la natura umana -è debole, ed ogni uomo, secondo voi, ha commesso qualche... sbaglio. -— Sbaglio... o delitto, rispose negligentemente Monte-Cristo. — E che -voi solo fra gli uomini, che non riconosceste per fratelli, come avete -detto voi stesso, riprese Villefort con voce leggermente alterata, e -che voi solo siete perfetto. - -— Non perfetto, rispose il conte, impenetrabile, ecco tutto. Ma -tronchiamo quest’argomento, signore; se la conversazione vi dispiace, -molto più che voi non vi trovate maggiormente minacciato dalla mia -doppia vista, di quello che io lo sia dalla vostra giustizia. - -— No! signore, disse vivamente Villefort, che senza dubbio temeva -comparisse aver abbandonato il terreno; no! colla vostra brillante e -quasi sublime conversazione mi avete innalzato al di sopra dei livelli -ordinarii; noi non parliamo più, dissertiamo. Ora, voi sapete come i -professori in cattedra, ed i filosofi nelle loro dispute, si dicono -qualche volta delle crudeli verità. Fingiamo adunque di fare una -disputa sociale e filosofica, vi dirò dunque, per quanto vi sembri -duro: «Caro fratello voi sacrificate all’orgoglio; voi siete al di -sopra degli altri, ma al di sopra di voi sta Dio!» - -— Al di sopra di tutti, signore, rispose Monte-Cristo con un accento -così profondo che Villefort ne fremette involontariamente. Ho il mio -orgoglio per gli uomini, serpenti sempre pronti a drizzarsi contro -colui che li sorpassa di fronte, senza schiacciarli col piede; ma lo -depongo davanti a Dio, che mi ha tolto dal niente per farmi quel che -sono. - -— Allora, sig. conte, vi ammiro, disse Villefort che per la prima -volta, in questo strano dialogo, impiegava questa formula aristocratica -collo straniero, che fino allora aveva soltanto chiamato signore. Sì, -ve lo dico, se siete realmente forte, superiore, sano o impenetrabile, -ciò che torna la stessa cosa, siate superbo, questa è la legge della -dominazione. Ma voi pertanto avrete una qualche ambizione? - -— Ne ho avuta una, signore. - -— E quale? - -— Ho ambito di essere fatto strumento della Provvidenza. - -Villefort guardò Monte-Cristo con somma meraviglia. - -— Signor conte, diss’egli, non avete voi parenti? - -— No, signore, son solo in questo mondo. - -— Tanto peggio! - -— Perchè? domandò Monte-Cristo. — Perchè avreste potuto vedere uno -spettacolo atto ad infrangere il vostro orgoglio. Non temete che la -morte, diceste? - -— Non dico di temerla; dico ch’ella sola può arrestarmi. - -— E la vecchiaia? - -— La mia missione sarà compita prima che sia vecchio. - -— E la pazzia? - -— Poco ha mancato che non diventassi pazzo, e voi sapete l’assioma, -_non due volte nello stesso, non bis in idem:_ è un assioma criminale, -e perciò della vostra sfera. - -— Signore, vi è ancora un’altra cosa da temersi oltre la morte, la -vecchiaia, o la pazzia; vi è, per esempio, l’apoplessia, questo colpo -di fulmine che vi colpisce senza distruggervi, ma dopo il quale però -tutto è finito; siete sempre voi, e ciò non ostante non siete più -voi. Venite, se vi piace, a continuare questa conversazione, venite -in casa mia, sig. conte, un giorno che abbiate volontà d’incontrarvi -in un avversario capace di comprendervi ed avido di confutarvi, e vi -mostrerò mio padre, il sig. Noirtier de Villefort, uno dei più focosi -giacobini della rivoluzione francese, vale a dire la più brillante -audacia messa al servizio della più vigorosa organizzazione; un uomo -che, come voi, non aveva forse veduto tutti i regni della terra, ma -aveva aiutato a rovesciarne uno dei più forti; un uomo finalmente che, -come voi, pretendeva di essere un inviato da Dio, dall’Essere supremo, -dalla Provvidenza. Ebbene! signore, la rottura di un vaso sanguigno -in un lobo del cervello ha rovinato tutto questo; non in un giorno, -non in un’ora, ma in un secondo. Il giorno prima il sig. Noirtier, -antico giacobino, antico senatore, antico carbonaro, rideva della -ghigliottina, rideva del cannone, rideva del pugnale; il sig. Noirtier -che giuocava colle rivoluzioni, egli per cui la Francia non era che una -vasta scacchiera della quale pedine, torri, cavalli e regina dovevano -sacrificarsi perchè il re ricevesse scacco-matto, il sig. Noirtier -tanto temuto e temibile, era il giorno dopo quel povero Noirtier, -vecchio immobile, abbandonato alla volontà dell’essere più debole della -casa, vale a dire della sua nipote Valentina; infine un cadavere muto -ed agghiacciato, che vive senza gioie, e spero, senza soffrire. - -— Ahimè! signore, questo spettacolo non è nuovo nè ai miei occhi, nè -al mio pensiero, disse Monte-Cristo; sono alcun poco medico, e qui -rammenterò che la Provvidenza si appalesa nei fatti che ci cadono -sotto gli occhi, e non potete negarlo. Cento autori, dopo Socrate, -dopo Seneca, hanno fatto in prosa ed in versi il ravvicinamento che -avete fatto voi; ciò non pertanto capisco che le sofferenze di un padre -possono operare grandi cangiamenti nello spirito del figlio; verrò, -signore, poichè mi v’impegnate, verrò a contemplare, a profitto della -mia umiltà, questo tristo spettacolo, che deve molto contristare la -vostra casa. - -— Questo certamente sarebbe, se il cielo non mi avesse dato un largo -compenso. In faccia del vecchio che discende trascinandosi nella tomba, -sorgono due figli che entrano nella vita; Valentina figlia della mia -prima moglie Renata di Saint-Méran, ed Edoardo, quel fanciullo cui -avete salvata la vita. - -— E che concludete da questo confronto, signore? - -— Concludo, rispose Villefort, che mio padre, travolto dalle passioni, -ha commesso qualcuno di quegli errori che sfuggono all’umana giustizia, -ma che si attirano la giustizia di Dio!.... e che Dio non volendo -punire che un solo, non ha percosso che lui solo. - -Monte-Cristo col sorriso sulle labbra, mandò nel profondo del cuore -un ruggito, che avrebbe fatto fuggire Villefort, se lo avesse inteso. -— Addio, signore, riprese il magistrato che si era alzato da qualche -tempo e parlava in piedi; io parto portando meco una memoria di voi -piena di stima e che, spero, vi potrà essere più aggradita quando -mi conoscerete meglio; poichè non sono un uomo leggero quanto può -credersi. D’altra parte vi siete formato della sig.ª de Villefort -un’amica eterna. — Il conte salutò, e si contentò di accompagnare -Villefort soltanto fino alla porta del gabinetto, questi raggiunse -la carrozza, preceduto da due lacchè, che, dietro un segno del loro -padrone, si affrettarono di fargli aprire. Indi quando il procuratore -del re fu disparso: — Andiamo, disse Monte-Cristo, cavando a stento un -sospiro dal petto oppresso; andiamo, abbiamo preso abbastanza di questo -veleno, ora che il cuore ne è pieno, andiamo a cercarne l’antidoto! — E -battè un colpo sul campanello sonoro. — Salgo dalla signora, diss’egli -ad Alì, che fra mezz’ora la carrozza sia pronta! - - - - -XLVIII. — HAYDÉE. - - -Si ricorderanno i nostri lettori quali erano le recenti, o per meglio -dire le antiche conoscenze del conte di Monte-Cristo, che abitavano in -via Meslay: Massimiliano, Giulia, ed Emmanuele. La speranza di questa -buona visita che voleva fare, quei pochi momenti che avrebbe passati, -da questa luce di paradiso sdrucciolando nell’inferno in che si era -volontariamente posto, avevano sparsa la più graziosa serenità sul viso -del conte, dal momento che Villefort era partito, e che Alì, il quale -era accorso al noto tocco, erasi ritirato sulla punta dei piedi. Era -mezzo giorno, il conte si era riserbata un’ora per salire da Haydée. - -La giovane greca era, come abbiamo detto, in un appartamento -interamente separato da quello del conte, per intero ammobiliato -all’uso orientale; vale a dire i pavimenti coperti di fitti tappeti -di Turchia, stoffe di broccato cadevano lungo i muri, ed in ciascuna -camera un largo divano girava intorno con pile di cuscini che si -spostavano a volontà di quelli che se ne servivano. Haydée aveva -tre donne francesi ed una greca. Le tre francesi stavano nella prima -camera, pronte ad accorrere al suono di un piccolo campanello d’oro, e -ad obbedire agli ordini della schiava greca, la quale sapeva abbastanza -il francese per trasmettere la volontà della sua padrona alle tre -cameriere, cui Monte-Cristo aveva raccomandato di avere per Haydée i -riguardi che si sarebbero potuti avere per una regina. Ella era nella -camera più remota del suo appartamento, cioè in una specie di gabinetto -rotondo, che prendeva lume soltanto dall’alto, e la luce passava per -cristalli colorati in rosa: seduta per terra sopra cuscini di seta blu -broccata in argento, circondando la testa col braccio destro mollemente -rotondeggiante, mentre che il sinistro teneva fisso alle labbra il -tubo di corallo al quale era incassata la canna flessibile di una pipa -turca, che non lasciava giungere alla bocca il vapore, se non dopo di -essere stato profumato dall’acqua di benzoino a traverso la quale la -sua dolce inspirazione lo sforzava di passare. Quanto al vestito era -quello delle donne dell’Epiro, cioè, calzoni di seta bianca ricamati a -fiori di rose, che lasciavano scoperti due piedi da fanciullo che si -sarebber creduti di marmo di Paros, se non si fossero veduti agitare -due piccoli zandali colla punta ricurva, orlati d’oro e di perle; una -veste a lunghe righe blu e bianche, con larghe maniche aperte per le -braccia con ricami d’argento, e bottoni di perle; finalmente una specie -di corsaletto che si allacciava al di sotto del seno con tre bottoni di -diamanti. Quanto alla parte inferiore del corsaletto, e superiore dei -calzoni, essa era perduta in una di quelle cinture, a vivi colori e a -larghe frange, che in oggi formano l’ambizione delle nostre eleganti -parigine. La testa era acconciata con una piccola calotta d’oro, orlata -di perle, inclinata sopra un lato, e al disotto della callotta, dalla -parte su cui era inclinata, una bella rosa naturale color porpora, -spiccava intrecciata a capelli così neri che sembravano blu. - -In quanto alla bellezza del viso, era la bella greca in tutta la -purezza del suo tipo, coi grandi occhi neri vellutati, la fronte di -marmo, il naso dritto, le labbra di corallo, e i denti di perle. E su -questo grazioso insieme, il fiore della gioventù era sparso con tutto -il suo splendore e profumo. - -Haydée poteva avere 19, o 20 anni. - -Monte-Cristo chiamò la sua schiava greca, e fece domandare ad Haydée -il permesso di entrare da lei. Per sola risposta, Haydée fece segno -alla schiava di rimuovere la portiera. Monte-Cristo s’avanzò. Ella si -sollevò sul gomito del braccio che teneva la pipa, e stendendo al conte -la mano, lo accolse con un sorriso. — Perchè, diss’ella nella lingua -sonora delle figlie di Sparta e d’Atene, perchè mi fai tu domandare il -permesso d’entrare da me? Non sei più il mio padrone? non son più la -tua schiava? - -Monte-Cristo sorrise a sua volta: — Haydée, non sapete?... - -— Perchè non mi dici _tu_, come d’ordinario? interruppe la giovane -greca; ho dunque commesso qualche mancanza? in questo caso bisogna -punirmi, ma non dirmi _voi_. - -— Haydée, disse il conte, tu sai che siamo in Francia, e per -conseguenza che sei libera? - -— Libera di far che? domandò la giovane. - -— Libera di lasciarmi. — Di lasciarti!... e perchè dovrei lasciarti? — -Che so io?... vedremo gente... - -— Non voglio vedere nessuno. — E se in mezzo ai bei giovani che -incontrerai, qualcuno ti piacesse, non sarò tanto ingiusto... — Non ho -veduto altri, che mio padre e te. - -— Povera fanciulla, disse Monte-Cristo; ti ricordi di tuo padre, -Haydée? — La giovane sorrise: — Egli è qua, è qua, diss’ella mettendo -la mano sul cuore e sugli occhi. - -— Ora, Haydée, tu sai che sei libera, che sei padrona, regina; puoi -conservare il tuo costume, o lasciarlo a tuo capriccio; resterai -qui quanto vuoi restarvi, uscirai quando il vuoi; vi sarà sempre una -carrozza attaccata per te; Alì e Myrtho t’accompagneranno ovunque, e -saranno ai tuoi ordini. Soltanto di una sola cosa ti prego; conserva -il segreto della tua nascita, non dire una parola del tuo passato; non -pronunziare in alcuna occasione il nome dell’illustre tuo padre, nè -quello della tua povera madre. - -— Te l’ho già detto, non voglio vedere nessuno. - -— Ascolta, Haydée, questa reclusione del tutto orientale forse sarà -impossibile a Parigi; continua ad apprendere il genere di vita dei -nostri paesi del Nord, come lo hai fatto a Roma, a Firenze, a Milano, -e a Madrid; ciò ti servirà sempre, tanto se continui a vivere qui, -come se ritorni in Oriente. — La giovane alzò gli occhi sul conte, e -rispose: - -— E che ritorniam forse in Oriente, n’è vero, mio signore? - -— Sì, disse Monte-Cristo. Ma credi tu che ti abituerai qui? — Ebbene! -che mi domandi, signore? — Temo che tu non ti annoi. - -— No, signore, perchè quando sono sola ho grandi ricordi, rivedo -immensi quadri, mi si presentano grandi orizzonti col Pindo e -coll’Olimpo in lontananza. Poi ho nel cuore tre sentimenti coi quali -uno non si annoia mai: la malinconia, l’amore, e la riconoscenza. - -— Sei una degna figlia dell’Epiro; Haydée, graziosa e poetica, si vede -che discendi da quella famiglia di dee che è nata nel tuo paese. Sii -dunque tranquilla. - -Il conte disposto in tal modo alla visita che voleva fare a Morrel ed -alla sua famiglia, partì mormorando alcuni versi di Pindaro. - -Secondo i suoi ordini, la carrozza era preparata, vi salì, e questa -come sempre, partì al galoppo. - - - - -IL. — LA FAMIGLIA MORREL. - - -In pochi minuti la carrozza giunse strada Meslay n.º 7. - -La casa era bianca, ridente, e preceduta da un cortile con due -praticelli guerniti di belli fiori. - -Nel portinaro che gli aprì la porta, il conte riconobbe il vecchio -Coclite, ma come ognuno ricorderà, questi non aveva che un occhio, ed -in nove anni quest’occhio era ancora considerevolmente indebolito. -Coclite non riconobbe il conte. La carrozza, per fermarsi davanti -l’entrata, doveva voltare onde evitare un piccolo getto d’acqua che -cadeva in un bacino di rocce; magnificenza che aveva eccitata la -gelosia del quartiere, e che era causa che questa casa venisse chiamata -la _piccola Versailles_. È superfluo il dire che nel bacino guizzavano -in quantità pesci gialli e rossi. - -La casa eretta sopra le cucine e le cantine, aveva, oltre il piano -terreno, due piani e le soffitte. I giovani l’avevano acquistata colle -dipendenze, che consistevano in un laboratorio, in due padiglioni nel -fondo del giardino, e nel giardino stesso. Emmanuele aveva veduto, -a primo colpo d’occhio, che in questa disposizione di locali v’era -una piccola speculazione da farsi: si era riservata la casa, la metà -del giardino, e aveva tirata una linea, cioè, fabbricato un piccolo -muro fra lui ed il laboratorio, che aveva dato in fitto in un coi -padiglioni e la porzione rimasta di giardino; di modo che si trovava -alloggiato per una somma molto modica, e tanto ben chiuso, quanto il -più scrupoloso proprietario di una casa del sobborgo San-Germano. La -sala da pranzo era di quercia, il salotto di mogano e di velluto blu, -la camera da dormire di cedro e di damasco verde; vi era inoltre un -gabinetto di studio per Emmanuele che nulla studiava, ed un salotto per -musica per Giulia che non n’era dilettante. Il secondo piano per intero -era dedicato a Massimiliano; egli aveva in quello una ripetizione -esatta dell’appartamento della sorella, meno che la sala da pranzo -convertita in sala di bigliardo, ove conduceva i suoi amici. - -Sorvegliava da sè stesso il suo cavallo, e fumava il sigaro -all’ingresso del giardino, quando la carrozza del conte si fermò alla -porta. - -Coclite aprì la porta, come abbiamo detto, e Battistino si slanciò -dal sedile, chiedendo se il sig. e la sig.ª Herbault ed il sig. -Massimiliano Morrel erano visibili pel conte di Monte-Cristo. - -— Pel conte di Monte-Cristo! gridò Morrel gettando il sigaro, e -slanciandosi avanti al visitatore; lo credo bene che siamo visibili -per lui, ah! grazie, cento volte grazie, sig. conte, di non avere -dimenticata la vostra premessa. — Ed il giovine officiale strinse così -cordialmente la mano del conte, che questi non potè ingannarsi sulla -franchezza della manifestazione, e vide bene ch’era stato aspettato -con impazienza e ricevuto con premura. — Venite, venite, disse -Massimiliano, voglio servirvi d’introduttore; un uomo come voi siete, -non deve essere annunziato da un domestico, mia sorella è in giardino a -strappar le rose appassite; mio cognato legge i suoi giornali favoriti, -_la Presse_ ed il _Débats_ a sei passi da lei lontano, perchè ovunque -si ritrova la signora Herbault, si ritrova Emmanuele, e vice versa. - -Il rumore dei passi fe’ alzare la testa ad una giovane donna di 20 a 25 -anni, abbigliata con una veste da camera di seta, e che sfogliava con -una cura particolare un magnifico rosaio. Questa donna era la nostra -piccola Giulia, divenuta, come le era stato predetto dal mandatario -della casa Thomson e French, la moglie di Emmanuele Herbault. Vedendo -uno straniero mandò un piccolo grido. Massimiliano si mise a ridere: — -Non ti scomodare, sorella mia, diss’egli, il sig. conte è a Parigi da -soli due o tre giorni, ma sa già che cosa è una censuaria del Marais, e -se non lo sa tu glielo insegnerai. - -— Ah! signore, condurvi così, disse Giulia, è un tradimento di mio -fratello che non ha per sua sorella la più piccola galanteria... -Penelon!... Penelon!... - -Un vecchio che zappava intorno ad un rosaio bianco del Bengala, piantò -la zappa in terra e si avvicinò, col berretto in mano, dissimulando -il meglio che poteva l’avanzo di sigaro che stava masticando, e che -nascondeva nel fondo della guancia. Qualche capello bianco inargentava -la sua fitta capellatura, nel mentre che il color bronzino e l’occhio -ardito e vivo annunciavano un vecchio marinaro, imbrunito sotto il -sole dell’equatore, e disseccato al soffio delle tempeste: — Mi pare -che mi abbiate chiamato, madamigella Giulia, diss’egli, eccomi. — -Penelon aveva conservato l’abitudine di chiamare la figlia del suo -padrone madamigella Giulia, e non aveva mai potuto prendere quella di -chiamarla sig.ª Herbault. — Penelon, disse Giulia, andate a prevenire -Emmanuele della buona visita che abbiamo, mentre che Massimiliano -condurrà il signore nel salotto. — Indi volgendosi a Monte-Cristo: — -Il signore mi permetterà di fuggire un minuto, n’è vero? diss’ella. — -E senza aspettare il consenso del conte, si slanciò dietro un gruppo -d’alberi, e rientrò in casa per un viale laterale. — E che! mio caro -Morrel, disse Monte-Cristo, m’avveggo bene con dispiacere ch’io faccio -rivoluzione nella vostra famiglia. - -— Guardate, guardate, disse Massimiliano ridendo, vedete laggiù il -marito, che, da sua parte, va a cambiare la veste da camera in un -abito? Oh! è perchè voi siete conosciuto nella strada Meslay, voi -eravate annunziato, vi prego di crederlo. - -— Mi sembra che abbiate qui una felice famiglia, disse il conte -rispondendo al suo pensiero. - -— Oh! sì, ve ne garantisco, sig. conte; che volete? nulla manca loro -per essere felici, sono giovani, sono allegri, si amano, e, colle -loro 25 mila lire di rendita, si figurano possedere le ricchezze di -Rothschild. - -— È poco però 25 mila lire di rendita, disse Monte-Cristo con una -dolcezza così soave che penetrò il cuore di Massimiliano, come avrebbe -potuto farlo la voce di un tenero padre; ma non si fermeranno lì i -nostri giovani, diverrano a loro volta milionari. Il vostro cognato è -avvocato... medico? - -— Era negoziante, sig. conte, ed aveva presa la ditta del mio padre. -Il sig. Morrel è morto lasciando 500 mila fr. di fondi; io ne aveva -una metà, e mia sorella l’altra, perchè non eravamo che due figli. -Suo marito, che l’aveva sposata senza avere altro patrimonio che -la sua nobile probità, la sua intelligenza di prim’ordine, e la sua -riputazione senza macchia, ha voluto possedere egual somma che sua -moglie. Egli lavorò fin ch’ebbe accumulati 250 mila fr.; sei anni -bastarono. Era, ve lo giuro sig. conte, un commovente spettacolo il -vedere questi due giovani sì laboriosi, sì uniti, destinati per la -loro capacità alla più gran fortuna, e che, non avendo voluto fare -alcun cambiamento nelle abitudini della casa paterna, hanno messo sei -anni per accumulare ciò, che dei novatori avrebbero potuto fare in due -o tre; così, Marsiglia risuona tuttora delle lodi che non ha potuto -rifiutare a tanta abnegazione. Finalmente un giorno Emmanuele venne a -ritrovare sua moglie che compiva di pagare le scadenze: - -«— Giulia, le diss’egli, ecco l’ultimo rollo di 100 fr. riscosso da -Coclite, e che compie i 250 mila fr. che abbiamo fissato come limite -del nostro guadagno. Sarai tu soddisfatta di questo poco di cui d’ora -innanzi bisognerà che ci contentiamo? Ascolta, la casa ogni anno fa -affari per un milione di fr., e può produrre un utile di 40mila fr.; -venderemo, se vogliamo, la clientela in un’ora per 300 mila fr. perchè -ecco qui una lettera del sig. Delaunay che ce li offre in cambio dei -nostri fondi, ch’egli vuole riunire ai suoi. Pensa a ciò che credi che -si debba fare. — Amico mio, disse mia sorella, la ditta Morrel non può -essere portata che da un Morrel. Salvare per sempre il nome di nostro -padre da qualunque evento della fortuna, non vale più dei 300 mila fr.? -— Lo pensava anche io, disse Emmanuele; pure ho voluto sentire il tuo -parere. — Ebbene, amico mio, eccolo. Tutti i nostri incassi sono fatti, -tutte le nostre obbligazioni pagate; possiamo tirare un rigo al disotto -dei conti di questa quindicina, e chiudere il banco; facciamolo. - -«Il che fu fatto nello stesso momento. Erano le tre; alle tre e un -quarto un cliente si presentò per fare assicurare il tragitto di due -bastimenti; era un guadagno sicuro di 15 mila fr. in contanti: - -«— Signore, gli disse Emmanuele, abbiate la bontà di volgervi per -queste assicurazioni a qualcun altro dei nostri confratelli, per -esempio al sig. Delaunay, in quanto a noi, abbiamo lasciati gli affari. - -«— E da quanto tempo? domandò il cliente meravigliato. - -«— Da un quarto d’ora. - -— Ed ecco, o signore, continuò sorridendo Massimiliano, in qual modo -mia sorella e mio cognato non hanno che 25 mila lire di rendita. - -Massimiliano terminava appena questa narrazione, durante la quale -il cuore del conte erasi sempre più dilatato, allorchè Emmanuele -ricomparve restaurato di un abito e di un cappello. Egli salutò in modo -da far conoscere che sapeva la visita, quindi, dopo aver fatto fare al -conte il giro del piccolo recinto fiorito, lo condusse verso la casa. -Il salotto era già imbalsamato dai fiori che stavano con gran stento -contenuti in un immenso vaso del Giappone a maniche naturali. Giulia -convenientemente vestita, ed elegantemente pettinata (aveva esauste -tutte le sue forze in dieci minuti!), si presentò sull’ingresso per -ricevere il conte. Si sentivano cinguettare gli uccelli di una vicina -uccelliera; i rami di falso ebano, e dell’acacia rosea venivano coi -loro grappoli di fiori ad ornare i panneggiamenti di velluto blu. -Tutto respirava calma in questo grazioso piccolo ritiro; dal canto -degli uccelli fino al sorriso dei padroni. Il conte, fin dal suo -entrare nella casa, si era di già impregnato di questa felicità; perciò -restava muto e astratto, dimenticando di esser guardato ed atteso -per riprendere la conversazione interrotta dopo i primi complimenti. -Egli s’accorse del suo silenzio che diveniva quasi inconveniente, e -strappandosi con isforzo dalla sua astrazione: — Signora, diss’egli -finalmente, perdonatemi, una emozione che deve maravigliare voi, -assuefatta a questa pace ed a questa felicità; ma per me è cosa tanto -nuova la soddisfazione sul viso umano, che non mi stanco di contemplare -voi e vostro marito. - -— Siamo di fatto molto felici, signore, replicò Giulia; ma abbiamo -sofferto tanto lungamente, che ben poche persone hanno conquistata la -loro felicità ad un sì caro prezzo. - -La curiosità si dipinse sui lineamenti del conte. - -— Oh! questa è una storia di famiglia, come vi diceva l’altro giorno -Château-Renaud, riprese Massimiliano; per voi, sig. conte, assuefatto -a vedere illustri infortunii, e splendide gioie, vi sarebbe poco -interessamento in questo quadro familiare. Tuttavolta abbiamo, come -diceva Giulia, sofferti vivi dolori, quantunque circoscritti in questo -piccolo quadro. - -— E Dio versò su voi, come versa su tutti, la consolazione sulle -disgrazie? domandò Monte-Cristo. - -— Sì, sig. conte, lo possiamo dire, perchè ha fatto per noi, ciò che -potrebbe fare pei suoi eletti; ci ha inviato uno dei suoi angeli. — -Le guance del conte divennero rosse, ed ei tossì per avere un mezzo -di dissimulare la sua emozione, portando alla bocca il fazzoletto. -— Coloro che nacquero in una culla di porpora e che non hanno mai -desiderato cosa alcuna, disse Emmanuele, non sanno ciò che sia il bene -della vita; nello stesso modo che non conoscono il valore di un cielo -puro e sereno coloro che non hanno mai messa la loro vita in balia di -quattro assi gettati sopra un mare in furore. - -Monte-Cristo si alzò, e senza risponder nulla, poichè al tremolio -della sua voce avrebbero forse riconosciuta l’emozione da cui egli era -agitato, si mise a percorrere il salotto passo passo. - -— La nostra magnificenza vi farà sorridere? disse Massimiliano che -seguiva cogli occhi Monte-Cristo. - -— No, no, rispose Monte-Cristo molto pallido, e comprimendosi con una -mano i battiti del cuore, nel mentre coll’altra mostrava al giovine -una campana di cristallo, sotto la quale una borsa di seta stava -preziosamente stesa sopra un cuscino di velluto nero; domando soltanto -a che serve questa borsa che da una parte mi sembra che contenga una -carta, e dall’altra un bel diamante. - -Massimiliano assumendo un’aria grave rispose: - -— Questo, sig. conte, è il più prezioso dei nostri tesori di famiglia. - -— In fatti questo diamante è molto bello, replicò il conte. - -— Oh! mio fratello non vi parla già del prezzo della pietra quantunque -sia stimata 100 mila fr. egli vuole solamente dirvi che gli oggetti -che racchiude questa borsa son le reliquie di quell’angelo di cui vi -parlavamo or’ora. - -— Ecco ciò che non saprei capire, e che ciò non ostante non debbo -domandare, signora, replicò Monte-Cristo inchinandosi; perdonatemi, io -non voleva essere indiscreto. - -— Indiscreto, dite voi? Oh! quanto al contrario ci rendete contenti, -sig. conte, offrendoci un’occasione di trattenerci su questo argomento! -se noi nascondessimo come un segreto la bell’azione che ci ricorda -questa borsa, non la terremmo così esposta alla vista di tutti. Oh! -vorressimo poterla pubblicare in tutto l’universo, perchè un fremito -del nostro sconosciuto benefattore ci svelasse la sua presenza. - -— Davvero? fece Monte-Cristo con voce soffocata. - -— Signore, disse Massimiliano sollevando la campana di cristallo e -baciando divotamente la borsa di seta, questa ha toccato la mano di un -uomo pel quale mio padre è stato salvato dalla morte, dalla rovina, e -dall’infamia; di un uomo mercè il quale, noi poveri ragazzi, destinati -alla miseria ed alle lagrime, possiamo sentire oggi le persone -esaltarsi per la nostra felicità. Questa lettera (e Massimiliano cavò -il biglietto dalla borsa e lo presentò al conte) questa lettera fu -scritta da lui, un giorno in cui mio padre aveva presa una risoluzione -molto disperata, e questo diamante fu dato in dote a mia sorella da -questo generoso sconosciuto. - -Monte-Cristo aprì la lettera e la lesse con un’indefinibile espressione -di felicità; era il biglietto che i nostri lettori conoscono, diretto a -Giulia, e firmato _Sindbad il marinaro_. - -— Sconosciuto, diceste? per tal modo l’uomo che vi ha reso questo -servigio vi è rimasto ignoto? - -— Sì, signore, non abbiamo mai avuta la fortuna di stringergli la -mano! non fu però per nostra mancanza di non aver chiesto a Dio questa -grazia, riprese Massimiliano; ma in tutto questo affare vi fu una così -misteriosa direzione che non siamo ancora giunti a comprender niente: -il tutto fu guidato da una mano invisibile, potente come quella di un -mago. - -— Oh! disse Giulia, non ho ancora perduta del tutto la speranza di -poter un giorno giungere a baciare quella mano, come ora bacio questa -borsa che fu da essa toccata. Sono quattr’anni, Penelon era a Trieste: -Penelon, sig. conte, è quel bravo marinaro che avete veduto colla zappa -alla mano, e che da secondo-mastro è diventato giardiniere, Penelon era -dunque a Trieste, vide sullo scalo un inglese che stava per imbarcarsi -sopra un _yacht_, e riconobbe in lui quello che venne da mio padre il 5 -giugno 1829, e che mi scrisse questo biglietto il 5 settembre. Era bene -lo stesso, a quanto egli assicura; ma non osò di parlargli. - -— Un inglese! fece Monte-Cristo astratto, e che si trovava impacciato -ad ogni sguardo di Giulia. - -— Sì, riprese Massimiliano, un inglese che si presentò da noi come -mandatario della casa Thomson e French di Roma. Ecco perchè allorquando -l’altro giorno diceste da Morcerf che Thomson e French erano i vostri -banchieri, mi avete veduto esultare. In nome del cielo, signore, quanto -vi abbiamo detto accadde nel 1829; avete conosciuto questo inglese? - -— Ma non mi avete detto pure che la casa Thomson e French ha -costantemente negato di avervi reso questo servigio? — Sì. - -— Allora, quest’inglese non potrebbe essere un uomo che riconoscente -verso vostro padre di qualche buona azione che forse aveva anch’egli -dimenticata, avesse preso questo pretesto per rendergli un servizio? - -— Tutto è supponibile in simile congiuntura, anche un miracolo. - -— Come si chiamava? domandò Monte-Cristo. - -— Non ha lasciato altro nome, rispose Giulia guardando il conte con -una profonda attenzione, che quello che ha firmato in calce a questo -biglietto: _Sindbad il marinaro_. - -— Evidentemente questo non è un nome ma un soprannome. Quindi, poichè -Giulia lo guardava più attentamente ancora, e sembrava cogliere a volo -qualche rassomiglianza alle note della sua voce. — Vediamo continuò -egli, non è un uomo della mia persona, forse è un poco più grande, un -poco più magro, imprigionato in un’alta cravatta, abbandonato in un -abito stretto, e sempre con la matita alla mano. — Oh! ma dunque lo -conoscete? gridò Giulia cogli occhi scintillanti di gioia. — No, disse -Monte-Cristo. Ho conosciuto un lord Wilmore che spargeva in tal modo -tratti di generosità. — Senza farsi conoscere? — Era un uomo bizzarro -che non credeva alla riconoscenza. — Oh! mio Dio! gridò Giulia con un -sublime accento e giungendo le mani, e a che cosa credeva dunque il -disgraziato? - -— Egli non vi credeva, almeno al tempo in cui l’ho conosciuto, disse -Monte-Cristo, al quale questa voce dal fondo dell’anima aveva agitato -fin l’ultima fibra, ma da quel tempo forse avrà avuto qualche prova che -la riconoscenza esiste. - -— E voi conoscete quest’uomo? chiese Emmanuele. - -— Oh! se lo conoscete, gridò Giulia, dite, dite, potete guidarci a -lui, mostrarcelo, dirci dov’è? Dite dunque, Massimiliano, dite dunque, -Emmanuele, se lo ritrovassimo bisognerebbe bene che egli credesse alla -memoria del cuore. - -Monte-Cristo sentì due lagrime cadergli dagli occhi, fece ancora -qualche passo nel salotto. - -— In nome del cielo, signore, disse Massimiliano, se sapete qualche -cosa di quest’uomo, diteci ciò che sapete. - -— Ahimè! disse Monte-Cristo comprimendo l’emozione della sua voce, se -il vostro benefattore, è lord Wilmore, temo che non lo ritroverete mai. -Io l’ho lasciato due o tre anni fa a Palermo; ed egli partiva per paesi -tanto favolosi, che dubito che non ritorni più. - -— Ah! signore, siete crudele, gridò Giulia con spavento. E le lagrime -discesero dagli occhi della giovine sposa. - -— Signora, disse con gravità Monte-Cristo divorando collo sguardo le -due perle liquide che scorrevano sulla guancia di Giulia, se lord -Wilmore avesse veduto ciò che vedo io qui, egli amerebbe ancora la -vita, perchè le lagrime che voi versate lo rappacificherebbero col -genere umano. — E stese la mano a Giulia che gli presentò la sua, -trascinata com’era dallo sguardo e dall’accento del conte. - -— Ma questo lord Wilmore, diss’ella, riattaccandosi ad un’ultima -speranza, aveva un paese, una famiglia, dei parenti, infine era -conosciuto? e non potressimo?... - -— Oh! non cercate niente, signora, disse il conte, non fabbricate dolci -chimere sopra queste parole che io mi sono lasciato sfuggire. No, lord -Wilmore probabilmente non è l’uomo che cercate, egli era mio amico, -conosceva tutti i suoi segreti, e non mi ha raccontato mai niente di -tutto ciò. - -— Non vi ha mai detto niente di tutto ciò? gridò Giulia. - -— Niente. - -— Mai una parola che avesse potuto farvi supporre? - -— Giammai. — Ciò non ostante lo avete nominato subito. — Ah! sapete... -in simili casi, si suppone. - -— Ah! sorella mia, sorella mia, disse Massimiliano venendo in soccorso -al conte, il signore ha ragione. Ricordati ciò che ci diceva spesso il -nostro buon padre: Non è un inglese che ci ha procurata questa fortuna. - -Monte-Cristo rabbrividì: — Vostro padre diceva, sig. Morrel?... riprese -vivamente il conte. - -— Mio padre, signore, vedeva in quest’azione un miracolo. Mio -padre credeva ad un benefattore uscito per noi dalla tomba. Oh! -qual commovente superstizione, signore, era questa; e, mentre io -stesso non vi credeva, era ben lontano dal voler distruggere questa -credenza nel suo nobile cuore! Così, quante mai volte vi pensava -egli, pronunciando a bassa voce un nome, un nome di un amico molto -caro, un nome di un amico perduto! E quando fu vicino a morte, quando -l’approssimarsi dell’eternità ebbe dato al suo spirito qualche cosa -della chiaroveggenza della tomba, questo pensiero, che fino allora -non era che un dubbio, divenne una convinzione: e le ultime parole -che pronunziò morendo furono queste: «Massimiliano, egli era Edmondo -Dantès!». - -Il pallore del conte, che da qualche minuto andava crescendo, divenne -spaventoso a queste parole. Tutto il sangue venne ad affluirgli -al cuore, egli non poteva parlare, cavò l’orologio come se avesse -dimenticata l’ora, prese il cappello, e fece alla signora Herbault -un complimento momentaneo ed impacciato, e stringendo la mano ad -Emmanuele e Massimiliano: — Signora, diss’egli: permettetemi di venire -qualche volta a presentarvi i miei doveri. Io amo la vostra casa, e -vi sono riconoscente della vostra accoglienza; è la prima volta da -molt’anni che è passato il tempo senza accorgermene. — Ed uscì a passi -precipitati. - -— Che uomo singolare è questo conte, disse Emmanuele. - -— Sì, disse Massimiliano, ma sono sicuro che ha un cuore eccellente, e -certamente amante. - -— Ed a me, disse Giulia, la sua voce ha toccato il cuore, e due o tre -volte mi è sembrato che non fosse la prima volta che la sentiva. - - - - -L. — PIRAMO E TISBE. - - -A due terzi del sobborgo Sant’Onorato, dietro una bella casa fra le -notevoli abitazioni di questo quartiere si estende un vasto giardino -di cui i marroni fronzuti sorpassano le enormi muraglie, alte come -bastioni, e che lasciano al giunger della primavera cadere i loro -fiori color bianco e rosa in due vasi di pietra scannellata, posti -parallelamente sopra due pilastri quadrangolari, nei quali era -incassato un cancello di ferro dei tempi di Luigi XIII. - -Questo grandioso ingresso è condannato, ad onta dei magnifici -giranei che vegetano nei due vasi, e che librano al vento le loro -foglie marmorizzate ed i loro fiori di porpora dall’epoca in cui i -proprietarii del casamento, e ciò da gran tempo, si sono ristretti a -dividere la casa dal cortile piantato d’alberi che mette al sobborgo, -dal giardino che chiude questo cancello, che altra volta metteva in un -magnifico parco di frutti annesso alla proprietà. Ma da che il demone -della speculazione tirò una linea, cioè una strada all’estremità di -questo parco, e da che la strada prese un nome e anche prima d’esistere -mercè una placca di vetro imbrunito, si pensò a vender questo parco -per fabbricar sulla strada e far concorrenza a questa grande arteria di -Parigi, che chiamasi sobborgo Sant’Onorato. - -In materia di speculazioni però l’uomo propone e il danaro dispone: la -strada battezzata morì in fasce, il comprator del parco dopo averlo -interamente pagato, non potè trovare a rivenderlo per la somma che -voleva; ed in aspettativa di un innalzamento di prezzo che da un giorno -all’altro poteva rivalerlo delle perdite passate, e del suo capitale, -si contentò d’appigionare questo recinto ad ortolani per 300 fr. -annui. Era questo un danaro impiegato al mezzo per cento il che non è -caro pei tempi che corrono; essendovi persone che lo impiegano al 30, -e nondimeno lo trovano impiegato male. Intanto il cancello che altre -volte metteva sul parco, è condannato, e la ruggine ne rode i gangheri: -ma v’è ancor peggio, perchè gl’ignobili sguardi degli ortolani non -avessero a lordare l’interno del recinto aristocratico, un tavolato -fu applicato alle sbarre fino all’altezza di sei piedi. Vero è che le -assi non son tanto ben connesse da non potervisi introdurre uno sguardo -furtivo, ma questa casa ha costumi severi e non teme le indiscrezioni. - -In quest’orto invece di cavoli o carote, di piselli o meloni, vegeta -un alto trifoglio, che fa fede che ancor si pensa a questo luogo -abbandonato. Una piccola porta bassa che apresi sulla strada in -quistione dà ingresso a questo terreno circondato da mura, che i -pigionali hanno abbandonato per cagione della sua sterilità, e che da -otto giorni in vece di fruttare un mezzo per cento come per lo passato -non frutta più niente affatto. - -Dalla parte del casamento i marroni di cui abbiamo parlato coronavano -la muraglia, ciò però non impediva che altre piante di lusso -stendessero i loro rami fioriti fra quelli avidi di aria. In un angolo -ove il fogliame era talmente fitto che la luce appena poteva penetrarvi -alcun poco, un largo banco di pietra ed alcune seggiole da giardino -indicavano esser quello un luogo favorito, o di ritirata di qualcuno -degli abitatori della casa situata a cento passi di distanza, e che -appena si poteva scorgere fra i recinti di verdura che l’avviluppavano: -finalmente la scelta di questo asilo misterioso era giustificata ad -un tempo dall’assenza del sole, dalla continua freschezza anche nei -giorni della più bruciante estate, dal cinguettio degli uccelli, e -dall’allontanamento dalla casa e dalla strada, cioè dagli affari e dal -rumore. - -Verso la sera di una di quelle più calde giornate che la primavera -possa accordare agli abitanti di Parigi v’era su questo banco di pietra -un libro, un ombrellino, un cestello da lavoro, ed un fazzoletto di -battista, di cui era cominciata l’orlatura, e non lungi da questo -banco, vicino al cancello in piedi davanti all’assito, coll’occhio -applicato ad una di quelle fenditure, che lasciavano vedere l’esterno, -una giovinetta che fissava lo sguardo nel terreno deserto che noi -conosciamo. Quasi nello stesso momento la piccola porta di quel terreno -aprivasi senza far rumore e un giovine grande vigoroso vestito con una -_blouse_ di tela greggia, con un berretto di velluto nero, ma di cui -i baffi, la barba, ed i capelli estremamente acconciati erano alcun -poco in opposizione con questo vestito popolare, dopo un rapido sguardo -girato intorno a sè per assicurarsi se era da alcuno spiato, passando -da quella porta che richiudevasi dietro a lui, si diresse con passo -precipitato verso il cancello. Alla vista di quegli che aspettava, -probabilmente forse non in quel costume, la giovinetta dette addietro. -Siccome a traverso la fessura della piccola porta il giovine con quello -sguardo che non è proprio che degli amanti, aveva già veduto ondeggiare -una veste bianca ed una larga cintura blu, si slanciò verso il recinto -ed applicando la bocca ad una apertura: - -— Non abbiate paura, Valentina, sono io. - -La giovinetta si ravvicinò: — Oh! perchè dunque siete venuto così tardi -quest’oggi? Sapete che quanto prima si va a pranzo, e che mi ha fatto -d’uopo di molta politica e prontezza per ispacciarmi di mia matrigna -che mi sorveglia, della cameriera che mi spioneggia, e di mio fratello -che mi tormenta, per venire a lavorare qui a quest’orlatura, che ho -ben paura non sarà finita per ora? Quando poi vi sarete scusato sul -vostro ritardo, mi direte che significa questo nuovo costume che avete -adottato, e che è stato quasi cagione che non vi abbia riconosciuto. - -— Cara Valentina, voi siete troppo al di sopra del mio amore, perchè -io osi parlarvene, e ciò non ostante tutte le volte che vi vedo, ho -bisogno di dirvi che vi adoro perchè l’eco delle mie proprie parole mi -accarezzi dolcemente il cuore, quando non vi vedo più. Ora vi ringrazio -della vostra sgridata, essa è del tutto lusinghiera, perchè mi prova, -non oso dire che mi aspettavate, ma che pensavate a me. Volevate sapere -la causa del mio ritardo, ed il motivo del mio travestimento; ve lo -dirò, e spero che vorrete scusarmi: ho fatto l’elezione di uno stato. - -— Di uno stato!... che volete mai dire Massimiliano? E siamo dunque -così felici perchè possiate parlare scherzando delle cose che ci -riguardano? - -— Oh! il cielo me ne guardi, disse il giovine, di scherzare con ciò -che è la mia vita! ma stanco di essere un uomo che corre i campi e che -scala le mura, seriamente spaventato dall’idea che mi faceste nascere -l’altra sera che vostro padre un giorno o l’altro mi avrebbe fatto -giudicare come un ladro, cosa che metterebbe a cimento l’onore di tutto -l’esercito francese, non meno spaventato dalla possibilità che qualcuno -si meravigli di vedermi continuamente ronzare intorno a questo terreno, -ove non c’è la più piccola cittadella da assediare, o il più piccolo -_blockhaus_ da difendere, così da capitano dei _spahis_, mi sono fatto -ortolano, ed ho adottato il vestiario della mia nuova professione. - -— Buono quale follia! - -— Ella è al contrario la cosa più saggia, che abbia fatto in vita mia, -perchè essa ci garantisce ogni sicurezza; io sono stato a ritrovare -il proprietario di questo recinto, la scritta coll’antico fittaiuolo -era finita ed io l’ho preso di nuovo in fitto. Tutto questo trifoglio -che vedete è mio, Valentina, nulla può impedirmi d’ora innanzi di far -fabbricare una capanna fra questo fieno, e di vivere a venti passi -lontano da voi. Oh! io non posso contenere la mia gioia e la mia -fortuna. Concepite, Valentina che si possa giungere a pagare tutto -questo? È impossibile, n’è vero? Eppure tutta questa felicità, tutta -questa fortuna, tutta questa gioia, per le quali avrei dato dieci -anni della mia vita, mi costano, indovinate un poco?... 500 fr. l’anno -pagabili per trimestre. Per tal modo d’ora innanzi non vi è più nulla -da temere. Io sono qui in casa mia, posso mettere delle scale contro -il mio muro e guardarvi per di sopra, ed ho il dritto, senza che una -qualche pattuglia venga a disturbarmi, di dirvi che vi amo, fino a -tanto che la vostra fierezza non si adonti di sentirsi dire questa -parola dalla bocca di un povero giornaliero vestito con la blouse e -coperto con un berretto. — Valentina mandò un piccolo grido di gioia, -poi d’un subito: — Ahimè! Massimiliano, diss’ella tristamente, e come -se una gelosa nube fosse d’improvviso venuta a velare i raggi del sole -che illuminava il suo cuore; ora noi saremo troppo liberi, la nostra -felicità ci farà tentare Dio; abuseremo della nostra sicurezza, e -questa ci perderà. - -— Potete voi dir questo, amica mia, a me, che da quando vi conobbi, -ogni giorno vi do prove che ho subordinati i miei pensieri e la -mia vita alla vostra vita ed ai vostri pensieri? Chi vi ha ispirato -confidenza in me? il mio onore n’è vero? Quando mi avete detto che un -vago istinto v’assicurava che correvate un gran pericolo, io ho messo -i miei affetti ai vostri ordini, senza chiedervi altra ricompensa che -la felicità di servirvi. Da quel tempo vi ho io dato con una parola, -con un gesto, il motivo di pentirvi di avermi distinto fra quelli -che avrebbero dato la loro vita per voi? Voi mi avete detto, povera -fanciulla, che eravate stata fidanzata al sig. d’Épinay, che vostro -padre aveva stabilito questo matrimonio, vale a dire ch’esso era certo, -perchè tutto ciò che vuole il sig. de Villefort accade infallibilmente. -Ebbene io sono rimasto fra le ombre aspettando tutto, non dalla mia -volontà, non dalla vostra, ma dagli avvenimenti, dalla provvidenza, da -Dio, e frattanto voi mi amate, voi avete avuto pietà di me, Valentina, -me lo avete detto; ed io vi ringrazio di questa dolce parola, che vi -prego di ripetermi di tempo in tempo, e che mi farà dimenticare tutto. - -— Ed ecco ciò che vi ha dato ardimento, Massimiliano, ecco ciò che -rende la mia vita dolce ad un tempo ed infelice al punto, che spesso -domando a me stessa, se sia meglio per me il dispiacere che mi causava -altre volte il rigore di mia matrigna e la sua cieca preferenza per suo -figlio, o la felicità piena di pericoli che provo nel vedervi. - -— Di pericoli! gridò Massimiliano; potete dire una parola sì aspra e -sì ingiusta! avete mai veduto uno schiavo più sottomesso di me? Voi mi -avete permesso di dirigervi qualche volta la parola, Valentina, ma mi -avete proibito di seguirvi, ed io ho ubbidito. Da che ho ritrovato il -mezzo di penetrare in questo recinto, di parlare con voi a traverso -questa porta, di essere sì vicino a voi senza vedervi, ditelo, ho io -mai domandato di toccare l’estremità del vostro vestito a traverso -questo cancello? ho io mai fatto un passo per superare queste mura, -ridicolo ostacolo per la mia forza e la mia giovinezza? Mai un -rimprovero sul vostro rigore, mai un desiderio espresso chiaramente: -sono stato ligio alla mia parola, come un cavaliere dei tempi antichi, -confessatelo almeno, perchè io non vi abbia a credere ingiusta. - -— È vero, disse Valentina passando fra due assi l’apice di uno de’ -suoi diti affilati, sul quale Massimiliano posò le labbra, è vero, -voi siete, un onesto amico. Ma finalmente non avete operato che col -sentimento del vostro _interesse_, mio caro Massimiliano; ben sapevate -che nel giorno in cui lo schiavo fosse divenuto esigente, avrebbe tutto -perduto. Voi avete promesso l’amicizia di un fratello a me, che non ho -amici, che sono dimenticata dal padre, perseguitata dalla matrigna, che -non ho per consolazione che un vecchio immobile, muto, agghiacciato, la -cui mano non può stringere la mia, il cui occhio soltanto può parlarmi, -di cui il cuore batte senza dubbio per me di un residuo di calore. -Derisione amara della sorte che fu nemica a me, vittima di tutti coloro -che sono più forti di me, e che mi danno un cadavere per appoggio, e -per amico. Oh! veramente Massimiliano, ve lo ripeto, son ben infelice, -e voi avete ragione di amarmi per me e non per voi. - -— Valentina, disse il giovine con una profonda emozione, non dirò -che amo soltanto voi a questo mondo, perchè amo ancora mia sorella e -mio cognato, ma per loro provo un amore dolce e tranquillo, che non -rassomiglia in nulla a quello con cui amo voi: quando penso a voi -il sangue mi bolle, il petto si gonfia, il cuore irrompe, ma questa -forza, quest’ardore, questa potenza sovrumana io l’impegnerò ad amar -voi soltanto fino al giorno che mi direte d’impiegarli per servirvi. -Il sig. Franz d’Épinay starà assente ancora un anno, si dice; in un -anno quante eventualità favorevoli possono accadere! Dunque speriamo -sempre; è cosa tanto buona, tanto dolce lo sperare! Ma aspettando, voi -Valentina, voi che mi rimproverate il mio egoismo che cosa siete stata -per me? la bella e fredda statua della Venere pudica. In contraccambio -di questo affetto, di questa obbedienza, di questa riserva, che -mi avete voi promesso? nulla; che mi avete voi accordato? ben poca -cosa. Voi mi parlate del sig. d’Épinay, vostro fidanzato, e sospirate -all’idea d’essere un giorno sua. Vediamo, Valentina, è forse soltanto -questo quello che avete nell’anima? Che? io v’impegno la mia vita, -vi do tutto me stesso, vi consacro fino al più insignificante battito -del mio cuore, e quando sono tutto vostro, quando vi dico in segreto -che morrò se vi perdo, voi non vi spaventate alla sola idea di dover -divenire di un altro. Oh! Valentina, Valentina! se io fossi ciò che voi -siete! se io mi sapessi amato, come voi siete sicura che io vi amo, io -già avrei passato la mano fra le sbarre di questo cancello, ed avrei -stretta quella del povero Massimiliano, dicendogli: «A voi, a voi solo, -Massimiliano, in questo mondo e nell’altro.» - -Valentina non rispose, ma il giovine l’intese sospirare e piangere. - -La reazione fu sollecita su Massimiliano: — Oh gridò egli, Valentina, -Valentina! dimenticate le mie parole, se in esse vi è qualche cosa che -possa offendervi! - -— No, diss’ella, voi avete ragione: ma non vedete che io sono una -povera creatura abbandonata in una casa straniera; e la cui volontà è -stata annullata da dieci anni, giorno per giorno, ora per ora, minuto -per minuto dalla volontà di ferro dei padroni che gravitano su di me? -Nessuno sa quello che io soffro, ed io non l’ho detto ad altri che a -voi. In apparenza, ed agli occhi di tutto il mondo, tutti sono buoni -con me, tutti affettuosi, ed in realtà tutti mi sono nemici. Il mondo -dice: «Il sig. de Villefort è troppo grave e troppo severo per essere -molto tenero con sua figlia, ma ella ha avuto almeno la felicità di -ritrovare nella sig.ª de Villefort una seconda madre.» Ebbene il mondo -s’inganna, mio padre m’abbandona con indifferenza, e mia matrigna mi -odia con un accanimento tanto più terribile, in quanto che è velato da -un eterno sorriso. - -— Odiarvi! Valentina! e come mai può farsi? - -— Ahimè, amico mio, sono forzata a confessarvi che quest’odio per -me, viene da un sentimento quasi naturale. Ella adora suo figlio, mio -fratello Edoardo. — Ebbene? - -— Ebbene! mi sembra strano immischiare a quel che dicevamo una -quistione di denaro; ebbene! amico mio credo almeno che il mio odio -venga di là. Siccome ella non ha beni di sua parte, ed io sono già -ricca anche dal solo lato di mia madre, fortuna che mi verrà un giorno -raddoppiata da quella del sig. e della sig.ª di Saint-Méran, che deve -ricadere su me, ebbene! credo ch’ella sia invidiosa. Oh! mio Dio! se -io potessi regalarle la metà di questa fortuna e ritrovarmi presso il -sig. de Villefort come una figlia nella casa di suo padre, lo farei in -questo medesimo punto. - -— Povera Valentina! - -— Sì, mi sento incatenata, e nello stesso tempo sono così debole, che -mi sembra che questi ceppi mi sostengano, ed ho paura a romperli. -D’altra parte mio padre non è quel tal uomo di cui si possano -infrangere impunemente gli ordini; egli è possente contro di me, e lo -sarebbe ancora contro di voi, lo sarebbe contro il re stesso coperto -come egli è da un irreprensibile passato, e da una posizione quasi -inattaccabile. Oh! Massimiliano, ve lo giuro, non combatto perchè temo -d’infranger voi al pari di me in questa lotta. - -— Ma finalmente, Valentina, riprese Massimiliano, perchè disperarvi -così, e vedere l’avvenire sempre tetro? - -— Oh! amico mio, perchè lo giudico dal passato. - -— Ciò nonostante vediamo, se io non sia un partito illustre sotto il -punto di vista della nobiltà, però sono unito per più di un motivo alla -società nella quale vivete; il tempo in cui vi erano due Francie nella -Francia, più non v’è; le più elevate famiglie della monarchia si sono -fuse in quelle dell’impero; l’aristocrazia della lancia ha sposato -la nobiltà del cannone. Ebbene! io appartengo a quest’ultima; ho una -bella carriera innanzi a me nell’esercito, ho una fortuna limitata; la -memoria infine di mio padre è onorata nel nostro paese, come quella di -uno dei più onesti negozianti che abbiano mai esistito. Dico nel nostro -paese, Valentina, perchè voi siete quasi di Marsiglia. - -— Non mi parlate di Marsiglia, Massimiliano, questa sola parola mi -ricorda la mia buona madre, quell’angelo che fu compianto da tutti, e -che, dopo di avere vegliato sulla sua figlia durante il breve soggiorno -in questa terra, veglia ancora su lei, almeno lo spero, dall’alto -del suo soggiorno nel cielo. Oh! se la mia povera madre vivesse! -Massimiliano, non avrei più nulla a temere; le direi che vi amo, ed -ella ci proteggerebbe. - -— Ahimè, Valentina, disse Massimiliano, s’ella vivesse, io certamente -non vi conoscerei, perchè voi lo avete detto, s’ella vivesse voi -sareste felice, e Valentina felice mi avrebbe guardato con isdegno -dall’alto della sua grandezza. - -— Ah! amico mio, gridò Valentina, questa volta siete voi l’ingiusto... -ma ditemi... — Che volete che vi dica? riprese Massimiliano, vedendo -ch’essa esitava. - -— Ditemi, continuò la giovinetta, in Marsiglia nei tempi passati vi fu -mai qualche cagione di dissensioni fra la vostra famiglia e mio padre? - -— No, che io sappia, rispose Massimiliano, se non è che vostro padre -era un parteggiano zelante dei Borboni, ed il mio un uomo affezionato -all’imperatore. Ciò è, a quanto presumo, la sola causa di cattiva -intelligenza fra loro. Ma perchè mi fate questa domanda, Valentina? - -— Ve lo dirò, riprese la giovinetta, perchè voi dovete sapere tutto. -Ebbene era il giorno in cui fu pubblicata nei giornali la vostra nomina -di ufficiale della legione d’onore. Noi eravamo tutti nella camera di -mio nonno, il sig. Noirtier, e di più vi era ancora il sig. Danglars, -quel banchiere i cui cavalli per poco non hanno ucciso mia madre e mio -fratello. Io leggeva ad alta voce il giornale a mio nonno, mentre gli -altri signori discorrevano fra di loro sul probabile matrimonio fra il -Sig. de Morcerf, e la signorina Danglars, allorquando, come diceva, -io giunsi al paragrafo che vi concerneva; io era ben felice... ma -altrettanto tremante di dover pronunciare ad alta voce il vostro nome, -e lo avrei fors’anche omesso, senza il timore che fosse stato male -interpretato il mio silenzio; io dunque riunii tutto il mio coraggio e -lessi. - -— Cara Valentina! - -— Ebbene tosto che risuonò il vostro nome, mio padre volse la testa, io -era così persuasa, vedete come sono folle! che tutti sarebbero stati -colpiti da questo nome come da un fulmine, che credetti di vedere -fremere mio padre, ed anche il sig. Danglars, quantunque però sia -sicura che fu una mia illusione. - -«— Morrel! disse mio padre, fermatevi, ed aggrottò il sopracciglio. -Sarebbe mai uno di quei Morrel di Marsiglia, uno di quegli arrabbiati -bonapartisti che ci hanno procurato tanto male nel 1815? - -«— Sì, rispose il sig. Danglars, credo anzi che sia il figlio -dell’antico armatore. - -— Davvero, disse Massimiliano, e che rispose vostro padre? - -— Una cosa orribile che non ho il coraggio di ridirvi. - -— Dite pure, riprese sorridendo Massimiliano. - -«— Il loro imperatore, continuò egli con uno sguardo truce, sapeva -mettere tutti questi fanatici al loro posto, ei li chiamava carne da -cannone, ed era il solo nome che meritassero. Vedo però con gioia che -il nuovo governo rimette in vigore questo salutare principio. Se per -questo soltanto vuol conservare l’Algeria, farei le mie felicitazioni -al governo, quantunque ci costi un poco troppo cara». - -— Difatto questa è una politica un po’ brutale, disse Massimiliano, -ma non arrossite, amica mia, di ciò che può aver detto il sig. de -Villefort; mio padre non la cedeva al vostro su questo argomento, -e ripeteva continuamente: «perchè dunque l’imperatore che fa tante -belle cose, non fa un reggimento di giudici ed avvocati, e non li -manda sempre al primo fuoco?» Lo vedete, amica cara, che i partiti -si corrispondono pel pittoresco della espressione, e per la dolcezza -del pensiero. Ma il sig. Danglars che ha detto di questa uscita del -procuratore del re? - -— Oh! egli si mise a ridere di quel sorriso sardonico che gli è -particolare, e che io trovo feroce; poi si alzarono, e momenti dopo -partirono. M’accorsi allora soltanto che il mio buon nonno era molto -agitato. Bisogna che sappiate, Massimiliano, che io sola indovino le -agitazioni di questo povero paralitico, e d’altra parte già dubitavo -che la conversazione, che aveva avuto luogo, dovesse averlo molto -agitato, perchè non usando più alcun riguardo nel parlare, presente -questo povero vecchio, avevano detto male dell’imperatore, e a quanto -sembrami, egli deve essere stato fanatico dell’imperatore. - -— E di fatto è uno dei nomi più conosciuti dell’impero; è stato -senatore ed ha preso parte, come saprete, a tutte le cospirazioni -bonapartiste che hanno avuto luogo sotto la restaurazione. - -— Sì, sento qualche volta dire a bassa voce alcune cose consimili, che -mi sembrano strane; il nonno bonapartista, il padre regio, che volete -che ne capisca?... - -«Io mi voltai dunque verso di lui, egli m’indicò collo sguardo il -giornale. — Che avete mio nonno? gli diss’io, siete contento? — Egli -fece segno di sì. — Di ciò che ha detto mio padre? chiesi io. — Fece -segno di no. — Di ciò che ha detto il sig. Danglars? — Fece ancora -segno di no. - -«— È dunque perchè il sig. Morrel (non osai dire Massimiliano), ha -avuto la nomina di ufficiale della legione d’onore.? — Fe’ segno di sì. -Lo credereste, Massimiliano? Era contento perchè eravate stato nominato -ufficiale della legion d’onore, egli che non vi conosce; questa è forse -una follia da sua parte, perchè dicono che ritorna fanciullo, ma l’amo -ancora di più per questo _sì_. - -— La cosa è bizzarra, pensò Massimiliano; vostro padre mi odierebbe -dunque, mentre vostro nonno al contrario... oh! quale stranezza son -questi amori e questi odii di partito! - -— Zitto, gridò d’improvviso Valentina, nascondetevi, salvatevi, vien -gente. — Massimiliano corse ad una zappa, e si mise a zappare il -trifoglio senza pietà. — Madamigella, madamigella, gridò una voce -dietro gli alberi, la sig.ª de Villefort vi cerca, e vi chiama da -per tutto. Vi è una visita in salotto. — Una visita! disse Valentina -agitata, e chi è che ci fa questa visita? — Un gran signore, un -principe a quanto dicono, il conte di Monte-Cristo. - -— Vengo, disse ad alta voce Valentina. — Questa parola fece tremare -dall’altra parte del cancello, colui al quale la parola _vengo_ di -Valentina serviva di addio. - -— Oh! disse a sè stesso Massimiliano appoggiandosi pensieroso -alla zappa, come mai il conte di Monte-Cristo conosce il sig. de -Villefort?... - - - - -LI. — TOSSICOLOGIA. - - -Era realmente il conte di Monte-Cristo che entrava dalla sig.ª de -Villefort, colla intenzione di restituirle la visita che il procuratore -del re gli aveva fatta, ed a questo nome tutta la casa, come lo si -può ben figurare, s’era messa in emozione. La sig.ª de Villefort, che -non era sola nel salotto, quando fu annunziato il conte, fece subito -chiamare suo figlio, perchè rinnovasse i ringraziamenti al conte, ed -Edoardo, che da due giorni non aveva cessato di sentir parlare di -questo gran personaggio, accorse in fretta, non per ubbidire a sua -madre, non per ringraziare il conte, ma per fare qualche osservazione, -e così pronunciare uno di quei lazzi che facevano dire a sua madre: -oh! che cattivo fanciullo; ma bisogna pure che gli perdoni; ha tanto -spirito! - -Dopo i primi complimenti d’uso, il conte domandò del sig. de Villefort: -— Mio marito è andato a pranzo dal sig. cancelliere, rispose la giovane -sposa; è partito sono pochi momenti, e sarà bene dispiaciuto, ne son -sicura, di essere stato privato della fortuna di vedervi. — Gli altri -due visitatori che avevano preceduto il conte nel salotto, e che lo -divoravano cogli occhi, si ritirarono dopo quel tempo conveniente che -esige l’educazione e la curiosità. — A proposito, che fa dunque tua -sorella Valentina? domandò la sig.ª de Villefort ad Edoardo; ch’ella -sia prevenuta affinchè abbia l’onore di presentarla al sig. conte. - -— Avete una figlia, signora? domandò il conte; ma ella deve essere una -bambina. - -— È la figlia del sig. de Villefort, replicò la giovane sposa; una -figlia del primo matrimonio; una bella giovinetta. - -— Ma malinconica, interruppe il giovine Edoardo, strappando per farsene -un pennacchio al cappello una penna di una magnifica ara, che gridava -pel dolore nella gabbia dorata. La signora de Villefort si limitò a -dire. — Quieto, Edoardo! - -Poi soggiunse. — Questo giovine stordito ha quasi ragione, e ripete -ora ciò che ha sentito dire da me molte volte con dolore; perchè -madamigella de Villefort, per quanto facciano per distrarla, è di -un’indole trista, di un umore taciturno, che spesso nuoce all’effetto -della sua bellezza. Ma ella non viene, Edoardo vedete dunque perchè. - -— Perchè la cercano dove non è. — Dove la cercano? - -— Dal nonno Noirtier. — E credete che non sia là? - -— No, no, no, no, no, non v’è, rispose Edoardo. - -— E dov’è, se lo sapete, ditelo. - -— Ella è sotto il gran marronaio, continuò il cattivo ragazzo offrendo, -non ostante le grida di sua madre, delle mosche ancora vive al -pappagallo che sembrava molto ghiotto di un tal selvaggiume. — La sig.ª -de Villefort stese la mano per suonare, e per indicare alla cameriera -ove stava Valentina quando ella stessa entrò. Difatti sembrava trista, -e guardandola attentamente si sarebbero potute scorgere nei suoi occhi -le tracce delle lagrime. Valentina, che per la rapidità del racconto, -abbiamo presentato ai nostri lettori senza farla conoscere, era un’alta -e snella figura, di 19 anni, coi capelli castagni chiari, la persona -languida, e marcata di quella squisita distinzione che qualificava sua -madre; le sue mani bianche ed affilate, il collo d’avorio, le guance -ombrate di fuggevoli colori, le davano, a primo aspetto l’aria di -quelle belle inglesi, che con molta poesia sono state paragonate nelle -loro mosse a dei cigni che si specchino. Ella entrò dunque, e vedendo -vicino a sua madre lo straniero di cui aveva tanto inteso parlare, -salutò, senza alcuna smorfia di giovinetta, e senza abbassare gli -occhi, con una grazia che raddoppiò l’attenzione del conte, il quale si -alzò. - -— Madamigella de Villefort, mia figliastra, disse la sig.ª de Villefort -a Monte-Cristo inchinandosi sul sofà, e mostrando colla mano Valentina. - -— Ed il sig. di Monte-Cristo, re della China, imperatore della -Cochinchina, disse il ragazzo impertinente lanciando uno sguardo alla -sorella. - -Questa volta la sig.ª de Villefort impallidì, e quasi si adirò -contro questo flagello domestico che rispondeva al nome di Edoardo: -ma il conte al contrario sorrise e parve guardasse il fanciullo con -compiacenza, il che portò al colmo la gioia e l’entusiasmo della -madre. — Ma signora, riprese il conte riannodando la conversazione, e -guardando ora la sig.ª de Villefort, ed ora Valentina, è egli possibile -che io abbia avuto l’onore di veder voi e madamigella in qualche altro -luogo? Or ora di già vi pensava, e quando entrò madamigella, la sua -vista è stata un chiarore di più gettato sur una confusa rimembranza; -perdonatemi questa parola. - -— Non è probabile signore; madamigella de Villefort ama poco la -società, e noi usciamo raramente. - -— Ma non è in società che ho veduto tanto madamigella che voi, come -pure questo grazioso folletto. La società parigina d’altra parte mi è -affatto sconosciuta, perchè, credo di avere avuto l’onore di dirvelo, -sono a Parigi da pochi giorni. No, se permettete che mi ricordi... -aspettate... — Il conte appoggiò la mano alla fronte come per -concentrare le idee. — No, all’estero... è... non so bene. Ma mi sembra -che questo ricordo sia collegato con un bel sole, e con una specie di -festa religiosa... Madamigella teneva dei fiori in mano, il fanciullo -correva dietro un bel pavone in un giardino, e voi signora eravate -sotto un pergolato di foglie... aiutatemi dunque, signora; forse quanto -vi dico non vi fa risovvenire di qualche cosa? - -— No in verità, rispose la sig.ª de Villefort; eppure mi sembra che se -vi avessi incontrato in qualche luogo, il ricordo di voi mi sarebbe -rimasto in memoria. — Il sig. conte ci avrà forse vedute in Italia, -disse timidamente Valentina. - -— Di fatto in Italia... siete stata in Italia, madamigella? - -— La signora ed io ci fummo saranno circa due anni; i medici temevano -pel mio petto, e mi avevano raccomandata l’aria di Napoli. Passammo per -Bologna, Perugia, e Roma. - -— Ah! è vero madamigella, gridò Monte-Cristo, come se questa piccola -indicazione gli fosse bastata per fissare tutte le sue rimembranze. -Fu a Perugia, il giorno di una festa, nell’osteria della locanda della -Posta, ove la combinazione ci riunì, voi, madamigella, vostro figlio ed -io. - -— Mi ricordo perfettamente di Perugia, della locanda della Posta, -della festa di cui mi parlate, disse la sig.ª de Villefort, ma ho un -bell’interrogare i miei ricordi, ed ho onta della mia poca memoria; io -non mi sovvengo di avere avuto l’onore di vedervi. - -— È singolare, neppure io, disse Valentina alzando i suoi begli occhi -sul conte di Monte-Cristo. - -— Ah! me ne ricordo, disse Edoardo. - -— Vi aiuterò, signora, riprese il conte. La giornata era calda, -aspettavate dei cavalli che non venivano a cagione della solennità. -Madamigella si allontanò nel fondo del giardino, vostro figlio disparve -correndo dietro al pavone. - -— E lo raggiunsi, mamma, tu sai, disse Edoardo, che anzi gli strappai -tre penne dalla coda. - -— Voi signora, vi fermaste sotto il pergolato di viti; non vi ricordate -più che mentre eravate assisa sur un banco di pietra, e mentre, come vi -diceva, madamigella de Villefort e vostro figlio erano assenti, di aver -parlato lungamente con qualcuno? - -— Sì, da vero sì, disse la giovane sposa arrossendo; me ne sovvengo; -con un uomo avviluppato in un lungo mantello di lana... con un medico, -credo. - -— Precisamente signora; quest’uomo era io; abitava da 15 giorni in -quell’albergo ove aveva guarito il mio cameriere dalla febbre, ed -il mio locandiere dalla itterizia; di modo che era creduto un gran -dottore. Noi parlammo lungamente, signora, di cose indifferenti, del -Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella -famosa acqua-tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservavano -ancora il segreto a Perugia? - -— Ah! è vero, disse vivamente la sig.ª de Villefort, con una certa -inquietudine, me ne ricordo. - -— Non so più che mi diceste in particolare, signora, riprese il conte -con una perfetta tranquillità, ma mi sovvengo benissimo, che dividendo -voi pure l’errore generale, che si era sparso sul conto mio, mi -consultaste sulla salute di madamigella de Villefort. - -— Ma però, signore, voi eravate realmente medico poichè guariste -degl’infermi. - -— Molière o Beaumarchais vi risponderebbero, signora, che appunto -perchè non era medico, non ho potuto guarire i miei malati; ma essi -si sono guariti da sè. Mi limiterò a dirvi, che ho studiato molto -profondamente la chimica, le scienze naturali, ma soltanto come -dilettante.... capite. - -In questo momento suonarono le sei. — Sono le sei, disse la sig.ª de -Villefort visibilmente agitata; Valentina non andate a vedere se vostro -nonno è all’ordine per pranzare? — Valentina si alzò, e salutando il -conte, uscì dalla camera senza pronunciare una parola. — Oh! mio Dio! -signora, sarebbe mai per colpa mia che licenziate madamigella? disse il -conte quando fu partita Valentina. - -— No, da vero, rispose vivacemente la giovane sposa; ma questa è l’ora -nella quale facciamo fare al sig. Noirtier il suo tristo pasto, che -sostiene la sua anche più trista esistenza. Sapete signore, in quale -deplorabile stato è il padre di mio marito? - -— Sì, signora, il sig. de Villefort me ne ha parlato; credo una -paralisi? - -— Pur troppo! sì, nel povero vecchio vi è completa assenza di -movimenti, l’anima sola veglia in quella macchina umana, ed anche -pallida e tremante come una lampada vicina ad estinguersi... Ma -perdono, signore, di trattenervi sui nostri domestici infortuni, io vi -ho interrotto al momento che dicevate di essere un abile chimico. - -— Oh! io non diceva questo, signora, rispose il conte con un sorriso, -bene diversamente ho studiato la chimica, perchè risoluto a vivere -particolarmente in Oriente ho voluto seguire l’esempio del re -Mitridate. - -— _Mitridates rex Ponticus_, disse lo stordito ragazzo stracciando dei -profili in un magnifico album; quello che faceva colazione tutte le -mattine con una tazza di veleno col fior di latte. - -— Edoardo! cattivo ragazzo! gridò la sig.ª de Villefort strappando il -libro mutilato dalle mani del figlio, siete insopportabile, andate a -raggiungere vostra sorella Valentina presso il nonno. - -— L’album, disse Edoardo. — Come, l’album? - -— Sì, lo voglio... — Perchè avete stracciato i disegni? - -— Perchè ciò mi diverte. — Andatevene; andate! - -— Non me ne andrò, se prima non mi si dà l’album, disse il fanciullo -ponendosi in una gran seggiola. - -— Prendete e lasciateci tranquilli, disse la sig.ª de Villefort. — -E dette l’album ad Edoardo che partì accompagnato da sua madre. — Il -conte seguì cogli occhi la sig.ª de Villefort. — Vediamo s’ella chiude -la porta dietro a lui mormorò egli. — La sig.ª de Villefort chiuse la -porta con la più gran cura dietro al fanciullo, il conte fece mostra -di non accorgersene. Indi gettando un ultimo sguardo intorno e sè la -giovane sposa si mise a sedere sulla poltrona. - -— Permettetemi di farvi osservare, signora, disse il conte con quella -bonarietà che gli conosciamo, esser voi un poco severa con questo -grazioso folletto. - -— È ben necessario, signore, replicò la signora de Villefort con un -vero tuono di madre. - -— Egli recitava il suo _Cornelius Nepos_, parlando del re Mitridate, -disse il conte, e voi lo avete interrotto in una citazione, che prova, -che il suo precettore non ha perduto il tempo con lui, e che vostro -figlio è molto avanti per la sua età. - -— Il fatto è, sig. conte, riprese la madre dolcemente lusingata, -ch’egli ha una grande facilità, e che impara tutto ciò che vuole; -non ha che un difetto, ed è di avere troppa forza di volontà, ma a -proposito di ciò ch’egli diceva, credete forse che Mitridate usasse -queste cautele e che esse fossero efficaci? - -— Lo credo tanto bene, signora, che io che vi parlo ne ho usato per non -essere avvelenato a Napoli, a Palermo, a Livorno, vale a dire in tre -occasioni nelle quali senza queste cautele vi avrei potuto lasciare la -vita. - -— Ed il mezzo è riuscito? — Perfettamente. - -— Sì, è vero, mi ricordo che voi mi avete già detto qualche cosa di -somigliante a Perugia. - -— Veramente! fece il conte con una sorpresa mirabilmente simulata, io -non me ne rammento. - -— Io vi domandai se i veleni operavano egualmente colla stessa -energia sugli uomini del Nord, che su quelli del mezzogiorno, e -voi mi rispondeste, anzi che i temperamenti freddi e linfatici dei -settentrionali non presentano la stessa attitudine che la ricca ed -energica natura delle persone del mezzogiorno. - -— È vero, disse Monte-Cristo, ho veduto dei Russi divorare senza essere -incomodati sostanze vegetabili che avrebbero ucciso infallibilmente un -Napoletano ed un Arabo. - -— Per tal modo credete voi che il risultato sarebbe più sicuro fra noi -che in Oriente, e in mezzo alle nostre nebbie ed alle nostre piogge un -uomo si potrebbe più facilmente che in regioni calde, abituare a questo -lento e progressivo assorbimento del veleno? - -— Certamente, ben inteso però che non si fosse premunito di antidoto -che contro il veleno a cui si fosse assuefatto. - -— Oh! capisco; ed in qual modo ve ne abituereste voi, per esempio; -ovvero in qual modo ve ne siete già abituato? - -— Supponete che sappiate già prima di qual veleno si voglia usare -contro di voi; supponete che sia della _brucnina_.... - -— La _brucnina_ si cava dalla _falsa angustura_, io credo, disse la -sig.ª de Villefort. - -— Precisamente signora, disse Monte-Cristo; ma veggo bene che mi resta -poco ad insegnarvi, abbiatene le mie congratulazioni; simili erudizioni -sono rare nelle donne. - -— Oh! ve lo confesso signore, io ho il più vivo trasporto per le -scienze occulte, che parlano all’immaginazione a guisa di una poesia, -e si risolvono in cifre come una equazione algebrica; ma continuate, vi -prego; ciò che mi dite m’importa al più alto punto. - -— Ebbene, riprese Monte-Cristo, supponete che questo veleno sia la -_brucnina_, per esempio, e che ne prendiate un millesimo di grammo -il primo giorno, due il secondo ecc. Ebbene! in capo a 10 giorni -ne prenderete un centigrammo, in capo a venti giorni aumentando di -un altro milligrammo, ne prenderete tre centigrammi, vale a dire -una dose che supporterete senz’alcuno inconveniente, e che sarebbe -pericolosissima per un’altra persona che non avesse prese le stesse -cautele di voi; finalmente in capo ad un mese, bevendo dell’acqua nello -stesso bicchiere, voi ammazzerete una persona che beve di quest’acqua, -nello stesso tempo che voi senz’accorgervi che da un piccolo mal -essere, che v’era una sostanza velenosa mescolata a quell’acqua. - -— Voi non conoscete altri contravveleni? - -— Non ne conosco altri. - -— Aveva spesso letta e riletta questa storia di Mitridate, disse la -sig.ª de Villefort, e l’aveva creduta una favola. - -— No signora, contro il solito delle storie, questa è una verità; ma -ciò che mi dite signora, ciò che mi domandate non è il risultato di -una domanda capricciosa, da poichè sono già due anni che mi avete fatte -le stesse interrogazioni, ed ora mi dite che la storia di Mitridate vi -preoccupa da molto tempo. - -— È vero, signore, i due studi favoriti della mia gioventù, sono stati -la botanica e la mineralogia, e quando poi ho saputo che l’uso di -questi semplici spiegava spesso tutta la storia dei popoli, e tutta -la vita degl’individui d’Oriente, nello stesso modo con cui i fiori -spiegano tutt’i loro pensieri amorosi; mi è dispiaciuto di non essere -un uomo per non poter diventare un Flamel, un Fontana od un Cabanis. - -— Tanto più signora, riprese Monte-Cristo, che gli orientali non si -limitano, come Mitridate, a servirsi dei veleni, come una corazza, ma -se ne servono eziandio come pugnali; la scienza nelle loro mani diventa -non solo un’arme difensiva, ma anche offensiva, l’una serve loro contro -le sofferenze fisiche, l’altra contro i loro nemici; coll’oppio, colla -bella donna, coll’_hatchis_ si procurano sogni di felicità che il cielo -ha realmente negati; con la falsa angustura, col legno di brionia, col -lauro ceraso addormentano quelli che vorrebbero svegliarli. Non vi è -una fra le donne egiziane, turche, o greche, che qui chiamate buone -donne, e che non sappia in fatto di chimica di che farvi stupire un -medico. - -— Davvero! disse la sig.ª de Villefort, di cui gli occhi brillavano di -uno strano fuoco a questa conversazione. - -— Eh! mio Dio sì, signora. I drammi segreti d’Oriente si annodano -e si sciolgono così, dalla pianta che fa amare fino a quella che fa -morire; dalla bevanda che vi rapisce in estasi, fino a quella che può -far discendere un uomo nella sepoltura. Vi sono tante gradazioni di -ogni genere, quanti sono i capricci e le bizzarrie dell’umana natura, -fisica, e morale, e dirò di più, l’arte di queste chimiche sa adattare -ammirabilmente il rimedio ed i mali ai propri bisogni d’amore, e ai -propri desideri di vendetta. - -— Ma, signore, riprese la giovane sposa, queste società orientali in -mezzo alle quali avete passato gran parte della vostra esistenza sono -dunque fantastiche come i racconti che ci vengono da questi bei paesi? -Un uomo dunque può esservi ucciso impunemente? È dunque una realtà la -Bagdad o la Bassora del sig. Galand? I sultani e i visir che reggono -queste società, e che costituiscono ciò che si chiamerebbe in Francia -il governo sono dunque nel serio tanti Harun-al-Rascid e tanti Giaffar, -che non solo perdonano ad un avvelenatore, ma lo fanno ancora primo -ministro, se questo delitto è stato ingegnoso; e che in questo caso ne -fanno stampare la storia in lettere d’oro per divertirsene nelle loro -ore di noia? - -— No, signora, il fantastico non v’è più, neppure in Oriente; vi -sono laggiù pure mascherati con altri nomi e nascosti sotto altri -costumi, dei commissari di polizia, dei giudici d’istruzione, dei -procuratori del re, e degli esperti. Vi s’impicca, vi si taglia la -testa, vi s’impala molto aggradevolmente; ma i delinquenti, da esperti -frodatori, hanno saputo illudere la giustizia umana ed assicurare -il successo delle loro imprese con abili combinazioni. Presso noi -un imbecille ossesso dal demonio dell’odio e della cupidigia che ha -un nemico da distruggere o un gran parente da annichilire, va da uno -speziale, gli dà un nome falso, che tanto più facilmente fa scoprire -il suo vero, e compra cinque o sei grammi d’arsenico; s’egli è molto -furbo, va da cinque o sei speziali, e non è che cinque o sei volte -conosciuto meglio; poi quando possiede il suo specifico, amministra al -nemico, o al gran parente, una dose d’arsenico che farebbe crepare un -elefante od un rinoceronte, e che senza rima, nè ragione fa mandare -alla sua vittima urli tali da mettere tutto il quartiere sossopra. -Allora giunge un nuvolo di messi di polizia e di gendarmi; si manda -a cercare un medico, che apre il morto, e ne raccoglie nello stomaco -e negl’intestini l’arsenico a cucchiaiate; il giorno dopo cento -giornali raccontano il fatto col nome della vittima e dell’uccisore. -Fin dalla stessa sera lo speziale, o gli speziali, viene o vengono a -dire «sono io che ho venduto l’arsenico al signore» e piuttosto che -non riconoscere il compratore ne riconoscerebbero venti; allora il -goffo reo è preso, imprigionato, interrogato, confrontato, confuso, -condannato e ghigliottinato; o se è una donna di qualche entità, -viene imprigionata a vita. Ecco, signora, il modo con cui i nostri -settentrionali intendono la chimica. Desrues però la intendeva meglio, -debbo confessarlo. - -— Che volete, signore, non tutti hanno i segreti dei Medici! o dei -Borgia! disse la giovane sposa ridendo. - -— Ora, disse il conte stringendosi nelle spalle, volete che vi dica -qual è la causa di tutte queste inezie? si è che sui vostri teatri, -a quanto ho potuto giudicarne io stesso dalla lettura delle opere -che vi si rappresentano, si vede sempre qualcuno inghiottire il -contenuto di un’ampolla, mordere la legatura di un anello, e cadere -intirizzito cadavere, 5 minuti dopo cala il sipario, gli spettatori si -disperdono, s’ignorano le conseguenze dell’omicidio, non si vede mai -nè il commissario di polizia colla sciarpa, nè il caporale coi suoi -quattr’uomini, e ciò autorizza i cervelli meschini a credere che le -cose finiscano così. Ma uscite un po’ dalla Francia, andate ad Aleppo -o al Cairo, e vedrete passeggiare per le strade persone tutte fresche -e color di rosa, delle quali il diavolo zoppo, se vi toccasse col suo -mantello, potrebbe dirvi, «Questo signore è avvelenato da tre settimane -e sarà morto fra un mese». - -— Ma allora, disse la signora de Villefort, hanno dunque ritrovato -il segreto di questa famosa acqua-tofana, che in Perugia mi si diceva -perduto. - -— Eh! signora, e che forse fra gli uomini si perde qualche cosa? -Le arti si spostano e fanno il giro del mondo, le cose cambiano di -nome, ecco tutto, l’uomo volgare s’inganna, ma è sempre lo stesso -resultato, il veleno. Ciascun veleno opera particolarmente sur un tale -o tal’altro organo, l’uno sullo stomaco, l’altro sul cervello, l’altro -infine sugl’intestini. Ebbene, il veleno determina una tosse, questa -un’infiammazione di petto o qualunque altra malattia iscritta nel -libro della scienza, cosa però che non le impedisce di essere del tutto -mortale, e che quand’anche non lo fosse lo diverrebbe mercè i rimedi -che gli sarebbero somministrati da ingenui medici, che in generale sono -cattivi chimici, e che volteranno in favore o contro la malattia come -vi piacerà; ed ecco un uomo ucciso con arte, e con tutte le regole, nel -quale la giustizia non ha che ridire, come diceva un orribile chimico, -mio amico, l’eccellente Adelmonte di Taormina in Sicilia che aveva -molto studiato i fenomeni nazionali. - -— È spaventoso, ma ammirabile, disse la giovane sposa immobile per -l’attenzione; lo confesso, credeva che tutte queste storie fossero -invenzioni del medio evo. - -— Sì, senza dubbio, ma che si sono anche meglio perfezionate a’ giorni -nostri. A che volete dunque che servano i tempi, gl’incoraggiamenti, le -medaglie, le croci, i premi Monthyon, se non per condurre la società -alla sua più grande perfezione? Ora l’uomo non sarà perfetto, che -quando saprà cercare e distruggere, dunque la metà del cammino è fatta. - -— Di modo che, riprese la sig.ª de Villefort, ritornando -invariabilmente al suo scopo, i veleni dei Medici, dei Borgia, dei -Renati, dei Ruggieri, e più tardi probabilmente del barone di Trenk, di -cui ha tanto abusato l’odierno dramma ed il romanzo... - -— Erano oggetti d’arte, signora, non altro, riprese il conte, credete -che il vero sapiente s’indirizzi bonariamente allo stesso individuo? -No, davvero. La scienza ama il recondito, i giri di forza, l’ideale, -se ciò si può dire. Così a mo’ d’esempio, questo eccellente Adelmonte -di cui vi parlava or ora ha fatto su questo rapporto delle eccellenti -esperienze: ve ne citerò una sola. Aveva un bellissimo giardino pieno -di legumi, di fiori, e di frutti. Egli sceglieva il più umile di tutti -questi legumi, per esempio, un cavolo. Per tre giorni lo innaffiava -con una soluzione di arsenico; il terzo giorno il cavolo cadeva malato -ed appassiva; era il momento di tagliarlo; per tutti sembrava maturo -e conservava la normale apparenza; per Adelmonte solo era avvelenato. -Allora egli portava il cavolo a casa, e prendeva un coniglio (Adelmonte -aveva una collezione di conigli, di gatti, di porcellini d’India, -che in nulla cedeva alla collezione di legumi, di fiori e di frutti), -prendeva dunque un coniglio e gli faceva mangiare una foglia di cavolo; -il coniglio moriva. Quale sarebbe il giudice d’istruzione che potrebbe -trovare a ridire su ciò? e qual procuratore del re ha mai sognato di -stabilire una requisitoria contro Magendie o Flourens sul conto dei -conigli, dei porcellini d’India e dei gatti che hanno ucciso? Nessuno, -ecco dunque un coniglio morto senza che la giustizia se ne inquieti. -Morto il coniglio Adelmonte lo faceva sventrare dalla sua cuoca e -gettar gl’intestini sopra un letamaio. Su questo un pollo va a beccare -gl’intestini, cade malato a sua volta e muore la dimane. Mentre che si -dibatte nelle convulsioni dell’agonia passa un avvoltoio (vi sono molti -avvoltoi nel paese di Adelmonte), piomba sul cadavere, lo porta sur una -roccia e pranza. Tre giorni dopo il povero avvoltoio, che dopo questo -pasto si è trovato costantemente indisposto, si sente preso da un -capogiro nel più alto del suo volo, rotola per l’aria e viene a cadere -di piombo in un vostro vivaio di pesci; voi sapete che il luccio, -l’anguilla, la morena mangiano golosamente, essi mordono l’avvoltoio. -Ebbene supponete che la dimane venga servito alla vostra tavola, uno di -questi lucci, una di queste anguille, una di queste morene, avvelenata -alla quarta generazione, il vostro convitato che lo sarà alla quinta, -morrà in capo ad otto o dieci giorni di dolori d’intestini, di male -al cuore, di ascesso al piloro. Verrà fatta l’autopsia, e i medici -diranno: l’individuo è morto di un tumore al fegato o di una febbre -tifoida. - -— Ma, disse la signora de Villefort, tutte queste particolarità che -voi collegate le une alle altre possono essere rotte dal più piccolo -accidente; l’avvoltoio può non passare in tempo, o cadere a cento passi -dal vivaio. - -— Ma ecco dove sta precisamente l’arte. Per essere un gran chimico in -Oriente, bisogna saper prendere l’occasione; e vi si giunge. - -La signora de Villefort era astratta: - -— Ma, diss’ella, l’arsenico è indelebile; in qualunque modo venga -assorbito si trova sempre nel corpo umano, dal momento che vi sia stato -introdotto in quantità sufficiente per dare la morte. - -— Bene, gridò Monte-Cristo, bene! ecco precisamente ciò che dissi al -buono Adelmonte. Egli ristette, sorrise e mi rispose con un proverbio -siciliano, che credo pure sia egualmente un proverbio francese, -«figlio mio il mondo non fu fatto in un giorno, ma in sette, ritornate -domenica». La domenica successiva vi andai, invece di avere innaffiato -il suo cavolo colla dissoluzione di arsenicale, lo aveva innaffiato -con una dissoluzione di sali a base di stricnina _strichnon colubrina_ -come dicono gli scienziati. Questa volta il cavolo non aveva l’aspetto -malato, per cui il coniglio non ne diffidava, e cinque minuti dopo era -morto. Il pollo lo mangiò, ed il giorno dopo esso era morto. Allora -noi facemmo da avvoltoi, prendemmo il pollo che venne aperto. Questa -volta tutti i sintomi particolari erano spariti, e non restavano che -i sintomi generali. Nessuna indicazione sugli organi, esasperazione -soltanto del sistema nervoso, e traccia di congestione cerebrale, -nient’altro, il pollo non era stato avvelenato, era morto d’apoplessia. -È un caso raro nei polli, lo so, ma comunissimo nell’uomo. - -La signora de Villefort sembrava sempre più astratta: - -— È una fortuna, diss’ella, che tali sostanze non possono essere -preparate che dai chimici, perchè in verità una metà del mondo -avvelenerebbe l’altra. - -— Da chimici, e da quelli che si occupano di chimica, rispose -negligentemente Monte-Cristo. - -— E poi, disse la sig.ª de Villefort strappandosi da sè stessa e con -forza dai suoi pensieri, per quanto più sapientemente preparato, il -delitto è sempre un delitto; e se sfugge alle umane investigazioni non -isfugge però allo sguardo di Dio. Gli orientali sono più coraggiosi -di noi nei casi di coscienza, perchè hanno soppresso l’inferno; ecco -tutto. - -— Eh! signora, questo è un pensiero che deve naturalmente nascere in -un’anima onesta come la vostra, ma che i sofismi sradicano ben presto -nei perversi. La vita dell’uomo scorre facendo tali cose, e la sua -intelligenza si stanca a segnarle. Voi troverete ben poche persone che -vadano bestialmente a piantare un coltello nel cuore del loro simile, -o a ministrar loro una dose d’arsenico, come quella di cui vi parlava -or ora. Questa è veramente una eccentricità ed una bestialità. Per -giungere a ciò bisogna che il sangue si riscaldi a 36 gradi, che il -polso batta a 86 pulsazioni, e che l’anima esca dai limiti ordinari. -Ma se come si usa in filologia, si passa dalla parola al sinonimo -mitigato, voi fate una semplice eliminazione, invece di commettere -un’ignobile assassinio, se allontanate puramente e semplicemente dal -vostro sentiero colui che vi dà incomodo, e ciò senza scossa, senza -violenza, senza l’apparecchio di quelle sofferenze che, diventando un -supplizio, fanno della vostra vittima un martire, e di chi opera un -carnefice in tutta l’estensione del termine; se non vi è nè sangue, -nè urli, nè contorsioni, nè soprattutto la pericolosa momentaneità del -compimento, allora voi sfuggite ai colpi della legge umana che vi dice -«Non disturbate la società» Ecco come procedono e riescono le genti -d’Oriente, persone gravi e flemmatiche, che s’inquietano poco sulla -questione del tempo nelle combinazioni di una certa importanza. - -— Resta la coscienza, disse la sig.ª de Villefort con voce commossa -soffocando un sospiro. — Monte-Cristo voleva continuare, ma essa lo -interruppe come per cambiar discorso: — Tutto mi conduce a stimarvi, -diss’ella, per un gran chimico; e quell’elixir che avete fatto prendere -a mio figlio, e che lo ha richiamato sì tosto alla vita... - -— Oh! non ve ne fidate, la interruppe Monte-Cristo. Una goccia di -quell’elixir bastò per richiamare vostro figlio alla vita mentre stava -per morire, ma tre gocce gli avrebbero spinto il sangue ai polmoni, -in modo da procurargli forti palpitazioni di cuore, sei gocce gli -avrebbero sospesa la respirazione, e lo avrebbero posto in una sincope -molto più grave di quella in cui si ritrovava, dieci lo avrebbero -fulminato. Sapete, signora, in qual modo lo allontanai prestamente da -quelle ampolle che egli aveva l’imprudenza di toccare? - -— È dunque un veleno terribile? - -— Oh! mio Dio! no, bisogna da prima ammettere questo, che la parola -veleno non v’è, quindi in medicina si servono dei veleni più violenti, -che divengono, pel modo con cui sono ministrati, i rimedi più salutari. - -— Che cosa è dunque allora? - -— È una sapiente preparazione del mio amico, l’eccellente Adelmonte, e -di cui mi ha insegnato a servirmi. - -— Oh! disse la sig.ª de Villefort, questo dev’essere un eccellente -antispasmodico. - -— Sovrano rimedio, signora, lo avete veduto, rispose il conte, ed io ne -faccio uso frequentemente, con tutta la prudenza possibile ben inteso, -soggiunse egli ridendo. - -— Lo credo, in quanto a me, sì nervosa e sì facile a svenirmi avrei -bisogno di un dottore Adelmonte per inventarmi dei mezzi di farmi -respirare liberamente, e per tranquillarmi sul timore che provo di -morire un bel giorno soffocata. Frattanto, siccome è difficile di -ritrovar ciò in Francia, e che il vostro amico non sarà disposto a -fare per me un viaggio a Parigi, io faccio uso degli antispasmodici -del sig. Planch, e la sua menta e le gocce di Hoffman occupano un gran -posto in casa mia. Osservate, ecco le pastiglie che mi faccio fare -espressamente; sono a dose doppia. - -Monte-Cristo aprì la scatola di madreperla che gli presentava la -giovane sposa, ed odorò le pastiglie come un’intelligente, capace di -apprezzare questa preparazione. - -— Esse sono squisite, diss’egli, ma sottomesse alla necessità della -deglutizione che spesse volte è una funzione impossibile a farsi da una -persona svenuta. Amo meglio il mio specifico. - -— Ma certamente io pure lo preferirei, particolarmente dopo gli effetti -che ne ho veduti: senza dubbio sarà un segreto, nè son tanto indiscreta -da domandarvelo. - -— Ma io sono abbastanza galante per offrirvelo. - -— Oh! signore. - -— Soltanto ricordatevi d’una cosa, ed è che a piccola dose è un -rimedio, ad alta dose è un veleno. Una goccia rende la vita, come lo -avete veduto, cinque o sei ammazzerebbero infallibilmente ed in un -modo tanto più terribile, che disciolte in un bicchier di vino non ne -altererebbero momentaneamente il gusto... mi cheto perchè sembrerebbe -che avessi l’aria di consigliarvi. — Le sei e mezzo erano suonate, -fu annunziato un amico della sig.ª de Villefort che veniva a pranzo -da lei. — Se io avessi l’onore di avervi già veduto per la terza o -quarta volta, invece d’essere la seconda, avrei pure l’onore d’essere -vostr’amica, invece di avere soltanto la fortuna d’esservi obbligata; -insisterei perchè rimaneste a pranzo, e non mi lascerei abbattere da un -primo rifiuto. - -— Mille grazie, signora, rispose Monte-Cristo, io ho un impegno -al quale non posso mancare. Ho promesso di condurre a teatro una -principessa greca mia amica, che non è ancora stata all’_Opera_, e -conta su di me per andarvi. - -— Andate dunque, ma non dimenticate la mia ricetta. - -— E come mai, signora, per far ciò bisognerebbe dimenticare l’ora di -conversazione che ho passato con voi, il che è affatto impossibile. — -Monte-Cristo salutò e partì. - -La signora de Villefort rimase astratta. - -— Ecco un uomo strano, diss’ella, e che mi ha l’aspetto di chiamarsi -Adelmonte per nome di battesimo. - -In quanto a Monte-Cristo il risultato aveva sorpassato la sua -aspettativa. — Andiamo, diss’egli partendo, ecco una buona terra; sono -convinto che il seme che vi si lascia cadere non abortisce. - -Il giorno dopo fedele alla sua promessa inviò la ricetta. - - - - -LII. — ROBERTO IL DIAVOLO. - - -La scusa dell’opera era tanto migliore ad addursi in quanto che -in quella sera vi era solennità per l’accademia reale di musica. -Lavasseur, dopo una lunga indisposizione, si riproduceva rappresentando -la parte di Bertram, e come accade sempre, l’opera del maestro di -moda aveva chiamata la più brillante società di Parigi. Morcerf, -come la maggior parte dei giovani ricchi, aveva il suo posto fisso in -orchestra, più dieci palchi di persone di sua conoscenza cui poteva -dimandare un posto, senza calcolare quello al quale aveva diritto -nel palco dei _lions_. Château-Renaud aveva il posto vicino al suo. -Beauchamp, nella qualità di giornalista, aveva posto da per tutto. -Quella sera Luciano Debray riteneva a sua disposizione il palco del -ministro, e lo aveva offerto al conte di Morcerf, il quale dietro il -rifiuto di Mercedès, lo aveva inviato a Danglars, facendogli dire che -quella sera avrebbe probabilmente fatto una visita alla baronessa ed -a sua figlia, se queste signore avessero accettato il palco che lor -proponeva. Queste dame eransi ben guardate dal rifiutare. Nessuno è -più ingordo di un palco che non costa niente, quanto un milionario. In -quanto a Danglars aveva dichiarato che i suoi principi politici, e la -qualità di deputato dell’opposizione, non gli permettevano di andare -nel palco del ministro. - -In conseguenza la baronessa aveva scritto a Luciano di venirla a -prendere, dappoichè non poteva andare all’_Opera_ sola con Eugenia. -Infatto se le due dame vi fossero andate sole, sarebbesi ciò ritrovato -di cattivo gusto; mentre che nulla v’era a ridire, se madamigella -Danglars, andava all’_Opera_ con sua madre... bisogna pure prendere il -mondo come è fatto. Il sipario si alzò, come d’ordinario, col teatro -quasi vuoto. Questa è ancora una delle abitudini della società elegante -parigina, che va allo spettacolo quando è già cominciato; e ne risulta -che, per gli spettatori già arrivati, il primo atto passa senza esser -guardato ed ascoltato, ma nel vedere gli spettatori che giungono a non -ascoltare altro che il rumore delle porte e quello delle conversazioni. - -— Guarda! disse d’improvviso Alberto, vedendo aprirsi un palco laterale -del prim’ordine, la contessa G***. - -— E chi è questa contessa G***? domandò Château-Renaud. - -— Oh! per bacco, barone, ecco una domanda che non vi perdono; chiedete -chi è la contessa G***? - -— Oh! è vero, disse Château-Renaud, non è quella graziosa veneziana? - -— Precisamente. — In questo momento la contessa G*** s’accorse -d’Alberto, e scambiò con lui un saluto accompagnato da un sorriso. — La -conoscete, disse Château-Renaud? - -— Sì, fece Alberto, le fui presentato a Roma da Franz. - -— Vorreste rendermi a Parigi lo stesso favore? - -— Ben volentieri. - -— Zitti, gridò il pubblico. — I due giovani continuarono la loro -conversazione, senza sembrare di menomamente inquietarsi del desiderio -che manifestava la platea di sentire la musica. - -— Ella era alle corse del Campo di Marte, disse Château-Renaud. - -— Di fatto oggi vi erano le corse, eravate impegnato? - -— Oh! per una miseria, 50 luigi. — Chi ha vinto? - -— _Nautilus_, io scommetteva per lui. - -— Ma vi erano tre corse? - -— Sì, vi era il premio del Jockey-Club, una coppa d’oro. Anzi è -accaduto una cosa bizzarra. — E quale? - -— Zitti dunque, gridò il pubblico. - -— Hanno vinto questa corsa un cavallo ed un jockey del tutto -sconosciuti. — Come? - -— Oh! mio Dio, sì; nessuno aveva fatta attenzione ad un cavallo -inscritto sotto il nome di _Vampa_, e ad un jockey iscritto sotto il -nome _Job_, quando d’un subito si è veduto inoltrarsi un ammirabile -sauro, ed un jockey grosso come un pugno; sono stati costretti di -caricarlo di 20 libbre di piombo in saccoccia, cosa che non gli ha -impedito di giungere alla meta tre lunghezze di cavallo prima d’_Ariel_ -e _Barbaro_ che correvano con lui. - -— E non si è saputo a chi apparteneva il cavallo ed il jockey? — No. - -— Diceste che il cavallo era iscritto sotto il nome di... - -— _Vampa._ - -— Ne so più di voi, so a chi apparteneva il cavallo. - -— Silenzio dunque, gridò per la terza volta la platea. - -Questa volta gli urli erano sì grandi, che i due giovani si accorsero -finalmente ch’erano ad essi indirizzati dal pubblico. Si volsero un -momento, cercando in questa folla chi si rendesse garante di ciò che -essi consideravano come un’insolenza; ma nessuno reiterò l’invito, ed -essi si volsero verso la scena. - -In questo mentre si apriva il palco del ministero, e la sig.ª Danglars -con la figlia e Luciano Debray prendevano i loro posti. — Ah! ah! disse -Château-Renaud, ecco delle persone di vostra conoscenza, visconte; che -diavolo guardate a dritta? siete cercato da quest’altra parte. - -Alberto si volse ed i suoi occhi s’incontrarono in quelli della -baronessa Danglars, che gli fece un piccolo saluto col ventaglio. In -quanto a madamigella Eugenia, fu molto se i suoi occhi si abbassarono -fino all’orchestra. — In verità, mio caro, disse Château-Renaud, non -capisco, prescindendo dalla cattiva alleanza che non credo sia ciò che -vi preoccupi molto, quel che potete avere contro madamigella Danglars; -e pure in verità è una bellissima giovane. - -— Bellissima certamente, disse Alberto, ma vi confesso che in fatto di -bellezza, amerei meglio qualche cosa di più dolce, di più soave, infine -di più femminino. - -— Ecco i giovani che non si contentano mai, disse Château-Renaud, che -nella sua qualità di uomo di 30 anni assumeva un’aria paterna. E come, -mio caro, vi si ritrova una fidanzata costruita sul modello di Diana -cacciatrice, e non siete contento! - -— Ebbene! precisamente l’avrei desiderata piuttosto del genere della -Venere di Milo, o di Capua. Questa Diana cacciatrice, sempre in -mezzo alle sue ninfe, mi spaventa un poco; ho paura che mi tratti -come Atteone. — Di fatto un colpo d’occhio che si fosse dato sulla -giovane, poteva quasi spiegare il sentimento che aveva esposto Morcerf. -Eugenia Danglars era bella, ma, come lo aveva detto Alberto, di una -bellezza un poco sostenuta, i capelli erano di un bel nero, ma nel loro -ondeggiamento naturale si rinveniva qualche cosa di restio alla mano -che voleva impor loro la sua volontà; gli occhi, neri come i capelli, -sottoposti a magnifiche sopracciglia, che non avevano che un difetto, -quello cioè di aggrottarsi qualche volta, erano particolarmente -notevoli per una espressione di fermezza ch’erasi meravigliati di -ritrovare in una donna; il naso aveva quelle proporzioni esatte che -un bravo scultore darebbe alla statua di Giunone, soltanto la bocca -era un po’ grande, ma guarnita di bei denti che facevano risaltare le -labbra il cui carminio troppo vivo risaltava sul pallore del viso; -finalmente un nero neo posto all’angolo della bocca e più largo di -quello che ordinariamente sono questi capricci della natura, compiva -di dare a questa fisonomia un’indole risoluta, ciò che spaventava alcun -poco Morcerf. Del rimanente tutto il restante della persona di Eugenia -corrispondeva a questa testa che abbiamo procurato di descrivere. -Essa era, come l’aveva detto Château-Renaud, la Diana cacciatrice, -ma con qualche cosa di più fermo e di più maschio nella sua bellezza. -In quanto all’educazione che aveva ricevuta, se vi era un rimprovero -a farsi era che sembrava in alcuni punti, come nella sua fisonomia -più propria dell’altro sesso. Difatto parlava due o tre lingue, -disegnava facilmente, faceva versi e componeva musica, era soprattutto -appassionata per quest’ultima arte, che studiava con una delle amiche -del conservatorio, giovanetta senza beni di fortuna, ma che a quanto -veniva assicurato aveva tutte le disposizioni possibili per divenire -una eccellente cantante; si diceva che un gran compositore portava -a questa giovanetta un interessamento quasi paterno, e la faceva -studiare nella speranza che un giorno avrebbe fatto una gran fortuna -con la sua voce. La possibilità che Luisa d’Armilly (era il nome -della giovane virtuosa) potesse un giorno andare sul teatro, faceva -sì che madamigella Danglars, quantunque la ricevesse in casa, non si -facesse vedere con essa in pubblico. Del resto senz’avere nella casa -del banchiere il posto indipendente di un’amica, Luisa godeva di una -posizione superiore a quella delle istitutrici ordinarie. - -Qualche secondo dopo l’ingresso della sig.ª Danglars nel palco, era -calato il sipario, ed in grazia di quella facoltà data dalla lunghezza -degl’intermezzi fra un atto e l’altro, viene lasciato tutto il comodo -di andare a passeggiare nella scala o di fare delle visite per una -mezz’ora; i posti dell’orchestra si erano quasi del tutto vuotati. - -Morcerf e Château-Renaud erano usciti pei primi. Per un momento la -sig.ª Danglars credette che questa sollecitudine di Alberto avesse per -iscopo di farle i suoi complimenti, e si era inclinata all’orecchio -della figlia per annunziarle questa visita; ma colei erasi contentata -di scuotere la testa, sorridendo, e nello stesso tempo, come per -provare quanto era fondata la negativa d’Eugenia, Morcerf comparve nel -palco di fianco del prim’ordine: era quello della contessa G***. - -— Ah! eccovi qui, signor viaggiatore, disse questa stendendogli la -mano con tutta la cordialità di un’antica conoscenza, è un bel tratto -di amabilità per voi di avermi riconosciuta, e soprattutto d’avermi -accordata la preferenza della prima visita. - -— Credetemi, signora, che se avessi conosciuto prima il vostro arrivo -in Parigi, ed avessi saputo il vostro indirizzo, non avrei aspettato -così tardi. Ma vogliate permettermi di presentarvi il sig. barone de -Château-Renaud, mio amico, uno dei pochi galantuomini che rimangano -ancora alla Francia, e dal quale ho saputo che voi eravate alle corse -del Campo di Marte. Château-Renaud salutò. - -— Ah! voi eravate alle corse, signore, disse con vivacità la contessa. -— Sì signora. — Ebbene, riprese la contessa G***, sapreste dirmi di chi -era il cavallo che ha vinto il premio del Jockey-Club? — No signora, -e poco fa faceva la stessa interrogazione ad Alberto. — Vi avete molta -premura sig.ª contessa, domandò Alberto. — A che? - -— A conoscere il padrone del cavallo. — Infinitamente... -immaginatevi... ma sapreste, visconte, chi egli sia? - -— Signora, sembra che voleste contare una storia; avete detto -immaginatevi... - -— Ebbene! immaginatevi che quel grazioso cavallo sauro e quel bello e -piccolo Jockey dalla casacca color di rosa, mi avevano a prima vista -inspirata una così vera simpatia che io faceva voti per l’uno e per -l’altro, come precisamente se avessi scommesso per loro la metà dei -miei beni; per cui quando essi giunsero alla meta, sorpassando gli -altri corridori di tre lunghezze di cavallo, ne fui così contenta, che -mi misi a battere le mani come una pazza. Figuratevi il mio stupore -allorchè rientrando in casa, ho incontrato per le scale il piccolo -Jockey color di rosa; credetti che il vincitore della corsa abitasse -per caso nella stessa casa, ove sono, quando aprendo la porta del -mio salotto, la prima cosa che vidi, fu la coppa d’oro che formava il -premio guadagnato dal cavallo e Jockey sconosciuti. Nella coppa v’era -un pezzetto di carta sul quale erano scritte queste parole: «Alla -contessa G***, Lord Ruthwen.» - -— È precisamente lui, disse Morcerf. - -— Come è precisamente lui, chi volete dire? - -— Voglio dire che è lord Ruthwen in persona. - -— Quale lord Ruthwen? — Il mostro, il vampiro, quello del teatro -Argentina. — Davvero, gridò la contessa egli è dunque qui? — -Precisamente. — E voi lo vedete, lo ricevete, andate da lui. — Egli -è mio amico intimo, ed anche il sig. di Château-Renaud ha l’onore di -conoscerlo. - -— Ma che cosa può farvi credere che sia il vincitore? - -— Il suo cavallo inscritto sotto il nome di _Vampa_. - -— Ebbene avanti. — Non vi ricordate il nome di quel famoso bandito che -mi fece prigioniero? — Ah! è vero. - -— E dalle mani del quale, il conte mi cavò miracolosamente? — È un -fatto. - -— Egli si chiamava _Vampa_, vedete bene che è lui. - -— Ma perchè ha inviata questa coppa a me? - -— Primieramente sig.ª contessa, perchè gli aveva parlato molto di voi, -come potete ben crederlo, secondo perchè sarà rimasto soddisfatto di -aver qui ritrovato una compatriotta, e contento dell’interessamento che -questa compatriotta prendeva per lui. - -— Spero bene che non gli avrete mai raccontate le pazzie che si sono -dette sul conto suo? — In fede mia non lo giurerei, e questo modo -d’offrirvi la coppa sotto il nome di lord Ruthwen.... — Ma è orribile, -l’avrà con me mortalmente! — Il suo procedere è quello di un nemico? - -— No, lo confesso. — Ebbene! — Dunque egli è a Parigi? - -— Sì. — E che sensazione ha fatta? — Se ne è parlato otto giorni, disse -Alberto, poi è succeduta l’incoronazione della Regina d’Inghilterra, ed -il rubamento dei diamanti di madamigella Mars, e non si è più parlato -che di questo. - -— Mio caro, disse Château-Renaud, si vede bene che il conte è vostro -amico, e lo trattate come tale. Non credete sig.ª contessa a ciò che vi -dice Alberto, in tutta Parigi non si fa altro discorso che del conte di -Monte-Cristo. Egli ha cominciato a regalare alla sig.ª Danglars un paio -di cavalli che gli sono costati 30 mila fr., poi ha salvato la vita -alla sig.ª de Villefort, poi ha guadagnato, a quanto sembra, il premio -della corsa del Jockey-Club. Io sostengo al contrario, qualunque sia -l’opinione di Morcerf, che in questo momento tutti si occupano ancora -del conte, e che non si occuperanno per un buon mese ancora che di lui, -molto più se continua a fare delle eccentricità, le quali del resto -sembrano la sua buona maniera di vivere. - -— È possibile, disse Morcerf, ma frattanto chi ha dunque ripreso il -palco dallo ambasciatore di Russia? - -— Qual è? disse la contessa. — Quello fra l’intercolonio del -prim’ordine; mi sembra rimesso a nuovo del tutto. - -— È vero, disse Château-Renaud; non v’era alcuno durante il primo atto? -— Dove? — In quel palco. - -— No, riprese la contessa, non vi ho veduto alcuno; così, continuò, -ritornando alla prima conversazione, credete che il vostro conte di -Monte-Cristo, sia stato quello che ha guadagnato il premio? — Ne son -sicuro. - -— E che mi ha inviato la coppa? — Senz’alcun dubbio. - -— Ma io non lo conosco, ed ho volontà di rimandargliela. - -— Oh! non lo fate, ve ne manderebbe un’altra tagliata in un qualche -zaffiro, o scavata in un qualche rubino. Questi sono i suoi modi -di operare; che volete, bisogna prenderlo com’è. — In questo mentre -s’intesero i campanelli che avvisavano che il secondo atto stava per -cominciare. Alberto si alzò per andare a prendere il suo posto. - -— Vi rivedrò? domandò la contessa. - -— Nell’intermezzo degli atti se lo permettete, verrò a sentire se posso -esservi utile in qualche cosa a Parigi. - -— Signori, disse la contessa, il sabbato la sera sto in casa per -ricevere gli amici, strada di Rivoli n. 22. Entrambi siete avvisati. — -I due giovani salutarono ed uscirono. - -Rientrando in platea videro tutti in piedi con gli occhi fissi -sopra un sol punto del teatro, i loro sguardi seguirono quelli della -direzione generale, e si fermarono sul palco che prima apparteneva -all’ambasciatore di Russia. Vi era entrato un uomo vestito di nero di -35 a 40 anni, con una donna che portava un costume orientale. La donna -era della più gran bellezza, ed il vestito di tale ricchezza che tutti -gli occhi, come si disse, si erano rivolti su lei. - -— Ah! disse Alberto, è Monte-Cristo e la sua greca. - -In fatti erano il conte ed Haydée. In meno di un momento la giovane -greca era l’oggetto dell’attenzione non solo della platea, ma di tutto -il teatro; le donne sporgevansi dai palchi per vedere risplendere al -chiarore dei lumi quella cascata di diamanti. Il secondo atto passò -in mezzo a quel sordo rumore che nelle riunioni ammassate indica un -grande avvenimento. Nessuno pensò a gridare silenzio. Questa donna così -bella, così giovane, così raggiante, era il più bello spettacolo che -si potesse vedere. Questa volta un segno della sig.ª Danglars indicò -chiaramente ad Alberto che la baronessa desiderava avere da lui visita, -finito l’atto. - -Morcerf era di troppo buon gusto per non farsi aspettare, quando gli -veniva chiaramente indicato ch’era aspettato. L’atto finì, ed ei si -affrettò di salire al palco sul proscenio. - -Salutò le due dame e stese la mano a Debray. La baronessa lo accolse -con un grazioso sorriso ed Eugenia colla sua freddezza abituale. — In -fede mia, mio caro, disse Debray, voi vedete un uomo al suo termine, -e che vi chiama in aiuto per sollevarlo. Ecco qui, la signora che mi -ammazza di interrogazioni sul conte, e che vuole ch’io sappia di dov’è, -di dove viene, ove va: in fede mia non sono Cagliostro, e per togliermi -d’impaccio, ho detto: «Domandate tutto ciò a Morcerf, egli conosce -sulla punta delle dita il suo Monte-Cristo»; allora vi hanno fatto -segno. - -— Non è incredibile, disse la baronessa, che quando si ha un mezzo -milione di fondi segreti a sua disposizione, non si sia meglio istruiti -di lui? - -— Signora, disse Luciano, vi prego di credere che se avessi mezzo -milione a mia disposizione, lo impiegherei in tutt’altro, che nel -prendere informazioni su Monte-Cristo, che ai miei occhi non ha altro -merito, se non quello di essere due volte ricco più di un nababbo: ma -ho ceduta la parola a Morcerf; accomodatevi con lui, in ciò non ho più -nulla a fare. - -— Un nababbo non mi avrebbe al certo mandato a regalare un paio di -cavalli di 30 mila fr. con quattro diamanti da cinque mila fr. l’uno. - -— Oh! disse ridendo Morcerf, i diamanti sono la sua manìa. Io credo -che, a guisa di Potemkin, ne abbia sempre in saccoccia, e che ne semini -lungo la strada, come il piccolo Poucet faceva dei sassolini. - -— Ne avrà trovata qualche miniera, disse la signora; sapete che ha un -credito illimitato sul barone? - -— Nol sapeva, ma dev’esser così, rispose Alberto. - -— E che ha avvisato il sig. Danglars che conta di stare a Parigi un -anno e di spendervi sei milioni? - -— Questi è lo _schach_ di Persia che viaggia in incognito. - -— E quella donna, sig. Luciano, disse Eugenia, avete osservato quanto è -bella? - -— In verità madamigella, non conosco che voi per far giustizia alle -persone del vostro sesso. — Luciano si accostò all’occhio l’occhialino: -— Graziosa! diss’egli. - -— Ed il sig. de Morcerf sa chi sia quella signora? - -— Madamigella, disse Alberto, rispondo a questa quasi diretta -interpellazione; ne so presso a poco, come di tutto ciò che riguarda il -personaggio misterioso di cui si parla. Quella signora è una greca. - -— Ciò si conosce facilmente dal vestito, e non mi dite con ciò nulla di -più di quello che a quest’ora sa tutto il teatro. - -— Sono mortificato, disse Morcerf, di essere un cicerone tanto -ignorante; ma debbo confessarvi che le mie cognizioni si limitano a -ciò solo. So di più ch’ella è amante di musica, perchè un giorno che -feci colazione dal conte, intesi il suono di una _guzla_ che certamente -veniva da lei. - -— Il vostro conte riceve? domandò la sig.ª Danglars. - -— In un modo assai splendido, ve lo giuro. - -— Bisogna che io obblighi il sig. Danglars ad offrirgli un pranzo, un -ballo, affinchè ce lo restituisca. - -— Come! andreste da lui, disse Debray ridendo. - -— E perchè no? con mio marito! - -— Ma questo misterioso conte è celibe. - -— Vedete che non è vero, disse ridendo la baronessa mostrando la bella -greca. - -— Quella donna è una schiava, a quanto ci ha detto: ve ne ricordate, -alla vostra colazione, Morcerf. - -— Converrete mio caro Luciano, disse la baronessa, ch’ella ha piuttosto -l’aspetto di qualche principessa. - -— Delle _mille e una notte._ - -— Non dico delle _mille e una notte_; ma che cosa forma la principessa, -caro mio? i diamanti; ed essa ne è ricoperta. - -— Ella ne ha anche troppi, disse Eugenia; sarebbe ancor più bella -senza; perchè il collo ed i polsi, che sono di forme bellissime, -avrebbero maggior spicco. - -— Oh! l’artista, sentite, disse la sig.ª Danglars, come è entusiasta. - -— Amo tutto ciò che è bello, disse Eugenia. - -— Ma che ne dite del conte, mi sembra che non ci sia male. - -— Il conte, disse Eugenia, come se non avesse ancora pensato a -guardarlo; il conte è molto pallido. - -— Di questo pallore precisamente, disse Morcerf, noi studiamo conoscere -la causa. - -— La contessa G*** pretende, voi lo sapete, che sia un vampiro. - -— È dunque di ritorno la contessa? domandò la baronessa. - -— Nel palco di fianco, diss’Eugenia, quasi in faccia al nostro, quella -donna con quei bei capelli biondi, è lei. - -— Ah! disse la sig.ª Danglars. Sapete ciò che dovreste fare Morcerf? - -— Ordinate signora. - -— Dovreste andare a fare una visita al vostro conte di Monte-Cristo e -condurcelo. - -— Perchè farne? diss’Eugenia. - -— Per parlare con lui, non sei tu curiosa di vederlo? - -— Niente affatto. — Strana fanciulla, mormorò la baronessa. — Oh! disse -Morcerf, probabilmente verrà da sè. Osservate, vi ha veduta, signora, -e vi saluta. — La baronessa rese il saluto al conte accompagnandolo -con un grazioso sorriso. — Andiamo, disse Morcerf, io mi sacrifico, vi -lascio per andare a vedere se ci è modo di parlargli. - -— Andate nel palco, la cosa è semplicissima. - -— Ma io non sono stato presentato. — A chi? - -— Alla bella greca. — Ma diceste essere una schiava? - -— Sì, ma voi pretendete che sia una principessa... Spero che quando mi -vedrà uscire, uscirà anch’egli. - -— È possibile, andate. — Vado. — Morcerf salutò ed uscì. Effettivamente -al momento che passava davanti al palco del conte, la porta si aprì: il -conte disse alcune parole in arabo ad Alì, che stava nel corridore, e -prese il braccio di Morcerf: Alì chiuse la porta, e si tenne in piedi -davanti ad essa; nel corridoio v’era una riunione di gente avanti al -moro. — In verità, disse Monte-Cristo, il vostro Parigi è una strana -città, ed i vostri Parigini una popolazione singolare. Si direbbe che -questa è la prima volta che vedano un moro; guardate come si affollano -intorno a questo povero Alì, che non sa che voglia dir questo. Vi dico -però che un Parigino può andare a Tunisi, a Costantinopoli, a Bagdad, -al Cairo e non gli faranno cerchio intorno. - -— Ciò è perchè i vostri orientali sono persone sensate, e non guardano, -che ciò che merita la pena d’essere guardato: ma credetemi, Alì non -gode di questa popolarità se non perchè vi appartiene, ed in questo -momento voi siete l’uomo di moda. - -— Davvero! E chi mi ha procurato questo favore? - -— Per bacco voi stesso, voi regalate delle pariglie da migliaia di -luigi, salvate la vita alle mogli dei procuratori del re; fate correre -sotto il nome del maggiore Black dei cavalli di puro sangue, e dei -jockey grossi come formiche; finalmente vincete delle coppe d’oro, e le -mandate in regalo a delle belle donne. - -— E chi diavolo vi ha raccontato tutte queste fole? - -— Per bacco! la prima la sig.ª Danglars, che muore dalla volontà di -vedervi nel suo palco, o piuttosto di farvici vedere, la seconda il -giornale di Beauchamp; e la terza la mia propria immaginazione. Perchè -nominaste il vostro cavallo _Vampa_ se volevate conservare l’incognito? - -— Ah! è vero! disse il conte, fu un’imprudenza. Ma ditemi dunque, il -conte di Morcerf non viene qualche volta all’_Opera_? L’ho cercato -dappertutto cogli occhi, ma non l’ho scorto da nessuna parte. - -— Egli verrà questa sera. — E dove? — Nel palco della baronessa, credo. -— Quella graziosa giovane che è con lei è sua figlia? — Sì. — Ve ne -faccio i miei rallegramenti. - -Morcerf sorrise: — Parleremo di ciò in altro momento, e con -particolarità, disse egli. Che ne dite della musica? - -— Di quale musica? — Ma... di quella che avete intesa. - -— Dico che è bellissima per musica composta da un compositore umano, -e cantata da uccelli bipedi, e senza penne come diceva Diogene. Quando -voglio sentire della musica quale non è stata mai sentita da orecchio -umano dormo. - -— Ebbene! qui siete situato a meraviglia; dormite, dormite, l’_Opera_ -non è stata inventata per altro scopo. - -— No, in verità la vostra orchestra fa troppo rumore, perchè io possa -dormire del sonno di cui vi parlo, mi abbisogna calma, silenzio, ed una -certa preparazione... - -— Ah! il famoso _hatchis_. - -— Precisamente, visconte, quando vorrete sentire della musica venite a -cena da me. - -— Ma ne ho già inteso venendovi a fare colazione, disse Morcerf. - -— A Roma? — Sì. — Ah! sarà stata la _guzla_ di Haydée. Sì la povera -esiliata si diverte qualche volta a suonare delle arie del suo paese. -— Morcerf non insistè più; dalla sua parte il conte si tacque. In -questo momento suonarono i campanelli. — Voi mi scuserete? disse il -conte riprendendo la via del suo palco. — Come dunque! — Fate mille -complimenti alla Contessa G*** per parte del suo vampiro. - -— Ed alla baronessa? - -— Le direte che avrò l’onore, se mi permette, di andarle a protestare i -miei omaggi nella serata. - -Il terz’atto cominciò. Durante lo stesso il conte de Morcerf venne come -aveva promesso a raggiungere la sig.ª Danglars. - -Il conte non era uno di quegli uomini che fanno rivoluzione in un -teatro; per cui nessuno s’accorse del suo arrivo, meno quelli nel palco -dei quali venne a prendere posto. Ciò non ostante Monte-Cristo lo vide, -ed un leggero sorriso gli sfiorò le labbra. In quanto ad Haydée nulla -vide finchè il sipario rimase alzato; come tutte le nature primitive -ella adorava tutto ciò che parla all’orecchio ed agli occhi. - -Il terzo atto passò come d’ordinario. Le madamigelle Noblet, Julia, e -Leroux eseguirono i loro soliti intermezzi; il principe di Granata fu -sfidato da Roberto-Mario; finalmente questo maestoso re che voi sapete, -fece il giro della scena, per mostrare il suo manto di velluto, tenendo -sua figlia per mano, poi calò il sipario, e la platea sgorgò nella sala -e nei corridori. Il conte uscì dal palco ed un momento dopo fu veduto -in quello della baronessa Danglars, la quale non potè contenere un -leggero grido di sorpresa misto a gioia: - -— Ah! venite dunque, sig. conte, gridò ella, perchè in verità ho sommo -desiderio di unire i miei ringraziamenti verbali a quelli che vi ho già -scritti. - -— Oh! signora, vi ricordate ancora di questa miseria, io l’aveva già -dimenticata. - -— Sì!, ma ciò che non si dimentica, sig. conte si è che il giorno -seguente salvaste la mia buon’amica, la sig.ª de Villefort dal pericolo -che le facevano correre i miei cavalli. - -— Questa volta pure io non merito i vostri ringraziamenti. Alì, il -mio moro ebbe la fortuna di rendere alla sig.ª de Villefort questo -importante servigio. - -— Ma fu pure Alì, domandò il conte di Morcerf, che salvò mio figlio -dalle mani dei banditi romani? - -— No, sig. conte, disse Monte-Cristo stringendo la mano che gli -stendeva il generale, questa volta accetto i ringraziamenti, per conto -mio, ma voi me li avete già fatti, li ho ricevuti, ed in verità sono -felice di ritrovarvi tanto riconoscente. Fatemi dunque l’onore, vi -prego, sig.ª baronessa, di presentarmi a madamigella vostra figlia. - -— Oh! voi siete già presentato, almeno di nome, perchè sono due o tre -giorni che non si parla che di voi; Eugenia, continuò la baronessa -voltandosi verso sua figlia, il sig. conte di Monte-Cristo. — Il conte -s’inchinò, madamigella Danglars fece un leggero movimento con la testa: - -— Voi siete in palco con una bellissima signora, sig. conte, -diss’Eugenia, è vostra figlia? - -— No, madamigella, disse Monte-Cristo maravigliato da questa estrema -ingenuità, o da questa sorprendente destrezza! è una povera greca di -cui io sono il tutore. - -— Come si chiama?... — Haydée, rispose Monte-Cristo. - -— Una greca, mormorò il conte di Morcerf. - -— Sì, conte, disse la sig.ª Danglars, e ditemi se alla corte -d’Alì-Tebelen, ove avete servito gloriosamente, avete mai veduto un -costume così ammirabile, quanto è quello che abbiamo innanzi agli -occhi. - -— Ah! disse Monte-Cristo, voi avete servito a Giannina? - -— Sono stato generale istruttore delle soldatesche del Pascià, rispose -Morcerf, e la mia piccola fortuna, non lo nascondo, mi viene dalla -liberalità di questo illustre capo albanese. - -— Guardate dunque, insistè la sig.ª Danglars. - -— E dove? balbettò Morcerf. — Osservate, disse Monte-Cristo. — E -circondando il conte col braccio, sporse con lui fuori del palco. In -questo momento Haydée che cercava cogli occhi il conte scoperse la sua -pallida testa vicino a quella di Morcerf che teneva abbracciato. Questa -vista produsse sulla giovanetta l’effetto della testa di Medusa; fece -un movimento colla testa in avanti, come per divorarli entrambi collo -sguardo; poi quasi subito si gettò in addietro, mandando un debole -grido, che fu però inteso dalle persone che le erano vicine, e da Alì -che aperse subito la porta. - -— Osservate! disse Eugenia, che accade alla vostra pupilla, sig. conte? -si direbbe che si senta male. - -— Sembra, disse il conte, ma non vi spaventate, madamigella Haydée è -molto nervosa, per conseguenza molto sensibile agli odori; un profumo -che le sia antipatico basta per farla svenire; ma, soggiunse il conte, -cavando una boccettina di saccoccia, ho qui il rimedio. E dopo avere -salutato la baronessa e la figlia, collo stesso e solo saluto strinse -nuovamente la mano a Morcerf e a Debray, ed uscì dal palco della sig.ª -Danglars. Quando rientrò nel suo, Haydée era ancora molto pallida; -appena gli strinse la mano, Monte-Cristo s’accorse essere fredda ad un -tempo ed umida. - -— E con chi dunque parlavi, signore? domandò Haydée. - -— Col conte di Morcerf, rispose Monte-Cristo, che è stato al servizio -del tuo illustre padre, e che confessa di dovergli la sua fortuna. - -— Ah! miserabile, egli lo vendè ai Turchi; e questa fortuna fu il -premio del suo tradimento. Tu dunque non sapevi questo, mio caro -signore? - -— Aveva sentito dire qualche parola su questo proposito in Epiro, disse -Monte-Cristo, ma ne ignoro i particolari; vieni, figlia mia, tu me li -racconterai, devono essere curiosi. - -— Oh! sì vieni, vieni; mi sembra che morrei se dovessi stare più -lungamente in faccia di quest’uomo. - -Ed Haydée s’alzò prestamente, s’inviluppò nella sua _burnous_ di -_cachemire_ bianco, orlata di perle e di corallo ed uscì al momento in -cui si alzava il sipario pel quarto atto. - -— Guardate se quest’uomo fa nulla di quel che fanno gli altri! disse la -contessa G*** ad Alberto ch’era ritornato da lei, ascolta attentamente -il terzo atto del _Roberto_, e se ne va al momento che sta per -cominciare il quarto. - - - - -LIII. — ALTO E BASSO DEI FONDI. - - -Qualche giorno dopo questo incontro Alberto di Morcerf andò a far -visita al conte di Monte-Cristo nella sua casa ai Campi-Elisi, che -aveva già preso quell’aspetto di palazzo, che il conte mercè le sue -immense ricchezze sapeva imprimere alle sue abitazioni anche più -passaggiere. Egli veniva a rinnovargli i ringraziamenti della sig.ª -Danglars che aveva già ricevuti in una lettera firmata baronessa -Danglars, nata Erminia di Servieux. Alberto era accompagnato da Luciano -Debray, il quale unì alle parole dell’amico qualche complimento, non al -certo ufficiale, ma di cui il conte mercè il suo fino colpo d’occhio -non poteva non sospettar la sorgente. Gli sembrò perfino che Luciano -venisse a visitarlo mosso da un doppio sentimento di curiosità, di -cui la metà emanasse dalla strada Chaussée-d’Antin; di fatto poteva -supporre, senza timore di sbagliarsi, che la sig.ª Danglars non potendo -coi suoi propri occhi ispezionare lo appartamento di un uomo che -regalava cavalli da 30 mila fr. ed andava all’_Opera_ con una greca che -portava il valore di un milione in diamanti, aveva incaricato gli occhi -per i quali era solita vedere, di darle su ciò qualche informazione; ma -il conte non parve sospettare la minima correlazione fra la visita di -Luciano e la curiosità della baronessa. - -— Voi siete in rapporto quasi continuo col barone Danglars? domandò ad -Alberto. - -— Sì, sig. conte, sapete ciò che vi ho detto. - -— Dunque resta sempre fermo? - -— Oggi più che mai, disse Luciano, è affar concluso. - -E giudicando senza dubbio che questa parola mista alla conversazione -gli desse il diritto di restarne estraneo, si pose la lente legata in -tartaruga all’occhio, e col pomo del bastoncino in bocca, fe’ il giro -della camera esaminando e le armi ed i quadri. - -— Ah! disse Monte-Cristo, ma a quanto mi diceste, non avrei creduto ad -una così sollecita soluzione. - -— Che volete? le cose camminano da sè; quando voi non pensate a loro, -esse pensano a voi, e quando vi volgete, siete meravigliato del viaggio -che hanno fatto. Mio padre ed il sig. Danglars hanno servito insieme -in Ispagna, mio padre nell’esercito, Danglars nelle forniture. In -questo modo mio padre, rovinato dalle rivoluzioni, e Danglars che non -aveva mai avuto patrimonio, gettarono le prime fondamenta, mio padre -della sua fortuna politico-militare che è bella, Danglars della sua -politico-commerciale che è ammirabile. - -— Sì, infatto, disse Monte-Cristo, credo che nella visita che gli ho -fatta, il sig. Danglars mi abbia parlato di ciò, e continuò dando uno -sguardo al lato dov’era Luciano che stava sfogliando un album, è bella -madamigella Eugenia?... perchè io credo di ricordarmi ch’ella si chiami -Eugenia. - -— Molto bella, o piuttosto molto avvenente, disse Alberto, ma di una -bellezza che non apprezzo; sono un indegno. - -— Ne parlate già come se foste suo marito. - -— Oh! fece Alberto, dando anch’egli uno sguardo a ciò che faceva -Luciano. - -— Sapete, disse Monte-Cristo abbassando la voce, che non mi sembrate -molto entusiasmato per questo matrimonio? - -— Madamigella Danglars è troppo ricca per me, e ciò mi spaventa, disse -Morcerf. - -— Baie! disse Monte-Cristo, questa poi è una bella ragione? E non siete -ricco voi pure? - -— Mio padre ha qualche cosa... circa 50 mila lire di rendita, e -maritandomi me ne cederà forse 10 o 12. - -— La cosa è alquanto modesta, particolarmente a Parigi; ma in questo -mondo il tutto non sta nelle ricchezze, e non è piccola cosa l’avere -un nome ed un’alta posizione in società. Il vostro nome è celebre, la -vostra posizione magnifica, e poi il conte di Morcerf è un soldato, -ed è cosa ricercata la integerrimità di Baiardo, e la povertà di -Duguesclin collegate insieme, il disinteresse è il più bel raggio -di sole al quale possa balenare una nobile spada. Al contrario trovo -questo matrimonio convenientissimo, voi nobiliterete la sig.ª Danglars, -ella vi arricchirà! - -Alberto scosse la testa e rimase pensieroso. - -— Vi sono ancora altre cose, diss’egli. - -— Vi confesso, che non giungo a comprendere tanta ripugnanza per una -giovinetta ricca e bella. - -— Oh! mio Dio! questa ripugnanza, se pur vi è, non viene tutta per -parte mia. - -— Ma da qual parte dunque? perchè mi diceste che vostro padre -desiderava questo matrimonio. - -— Per parte di mia madre, che ha un occhio prudente e sicuro. Ebbene -ella non sorride a quest’unione, ha una certa non so quale prevenzione -contro i Danglars. - -— Oh! disse il conte con un tuono di voce un po’ caricato, ciò si -capisce; la sig.ª contessa di Morcerf che è la stessa distinzione, -aristocrazia, e delicatezza personificata, esita alquanto a toccare una -mano ordinaria, callosa e brutale. - -— Non so se di fatto sia così, disse Alberto, ma quel che so si è, che -mi sembra che questo matrimonio, se si effettua, la renderà infelice. -Vi doveva già essere un congresso di famiglia sei settimane or sono per -parlare di affari, ma sono stato affetto talmente forte dall’emicrania. - -— Vera! disse il conte sorridendo. - -— Oh! sì, vera; la paura senza fallo... e la riunione fu aggiornata -a due mesi. Non v’è nulla che solleciti, come capite, non ho ancora -21 anno, ed Eugenia non ne ha che 17, ma i due mesi compiono nella -settimana ventura. Bisognerà sottoporvisi. Non potete immaginare, mio -caro conte, come io sia impacciato. Ah! quanto siete felice voi che -siete libero! - -— Ebbene! restate libero voi pure; vi domando un poco chi ve lo -impedisce? - -— Oh! questo sarebbe un troppo crudele disinganno per mio padre, se non -isposassi madamigella Danglars. - -— Sposatela dunque, disse il conte con una particolare stretta di -spalle. - -— Sì, disse Morcerf, ma questo per mia madre non sarà un disinganno ma -un dolore. - -— Ed allora non la sposate, disse il conte. - -— Vedrò, proverò, mi consiglierete, n’è vero? se vi è possibile, mi -torrete da quest’impaccio. Oh! per non procurare un dispiacere alla mia -ottima madre credo che mi disgusterei anche il padre. - -Monte-Cristo si voltò, egli era commosso: - -— Che! diss’egli a Debray ch’era seduto in una profonda seggiola -in un angolo del salotto, tenendo con una mano il lapis, coll’altra -un portafogli, e che fate dunque là? fate uno schizzo nel genere di -Poussin? - -— Io, rispose tranquillamente, sì davvero uno schizzo! amo molto la -pittura per questo! Ma questa volta faccio all’opposto, scrivo dei -numeri. — Dei numeri! - -— Sì, calcolo, e ciò riguarda voi indirettamente, visconte, calcolo -ciò che la casa Danglars ha dovuto guadagnare sull’ultima alzata dei -fondi di Haïti: da 206 i fondi sono saliti fino a 409 in tre giorni -ed il prudente banchiere ne aveva acquistati molti a 206. Deve averci -guadagnato 300 mila lire. - -— Non è il suo più bel colpo, disse Morcerf; non ha guadagnato un -milione in quest’anno coi boni di Spagna? - -— Ascoltate, mio caro, disse Luciano, qui vi è il sig. conte di -Monte-Cristo che vi dirà come dicono gl’italiani, _Denaro e santità, -Metà della metà_ — ed è ancora molto: per tal modo quando mi si -raccontano simili storie, mi stringo nelle spalle. - -— Ma voi parlate d’Haïti? disse Monte-Cristo. - -— Oh! Haïti è un’altra cosa, Haïti è il giuoco dell’_écarté_ pel -traffico usurario dei biglietti del commercio francese, si può amare -la _rollina_, prediligere il _Whist_, affollarsi al _boston_, ma -poi ognuno si stancherà sempre di tutti questi giuochi e si tornerà -all’_écarté_ che è un capo d’opera. Così il sig. Danglars ieri ha -venduto a 405 e si è intascato 300 mila fr. Se avesse aspettato fin -oggi i fondi ricadevano a 205 ed invece di guadagnare 300 mila fr. ne -avrebbe perduto 20 o 25 mila. - -— E per qual motivo i fondi sonosi riabbassati da 409 a 205? vi chiedo -scusa, ma sono molto addietro nella conoscenza di quest’intrighi di -borsa. - -— Perchè, rispose ridendo Alberto, le notizie si succedono, ma non si -rassomigliano. - -— Ah! diavolo, fece il conte, il sig. Danglars arrischia di guadagnare -e di perdere 300 mila fr. in un giorno? Egli è dunque enormemente -ricco. — Non è lui, gridò con vivacità Luciano, è la sig.ª Danglars. -Ella è veramente intrepida! - -— Ma voi, Luciano, che siete ragionevole e che conoscete la instabilità -delle notizie, poichè ne siete alla sorgente, dovreste impedirlo, -disse con un sorriso Morcerf. — Come potrò farlo io, se suo marito non -ci riesce? domandò Luciano; voi conoscete l’indole della baronessa, -nessuno ha influenza su lei, ed ella non fa che ciò che vuole. - -— Oh! s’io fossi al vostro posto, disse Alberto. - -— Ebbene? - -— La guarirei; questo sarebbe un buon servizio da rendersi al suo -futuro genero. — E in qual modo? - -— Oh! è ben facile; le darei una buona lezione. - -— Una lezione? - -— Sì, la vostra posiziono come segretario del ministro vi dà una grande -autorità per le notizie, voi non aprite la bocca che i sensali di -cambi non stenografizzino subito le vostre parole; fatele perdere un -centinaio di migliaia di fr. per volta, e ciò la renderà prudente. - -— Non capisco, balbettò Luciano. - -— Eppure la cosa è chiara, rispose il giovine con un’ingenuità -senz’affettazione, un bel mattino annunciatele qualche cosa d’inaudito, -una notizia telegrafica che voi solo possiate sapere; ciò farà salire -i fondi, ella giuocherà il suo colpo di borsa, e perderà certamente, -quando la dimane Beauchamp scriverà nel suo giornale: «È falso che -persone bene informate abbiano saputo la tale notizia, essa è del tutto -inesatta.» - -Luciano si mise a ridere sull’estremità delle labbra. Monte-Cristo -sebbene apparentemente indifferente non aveva perduto una parola di -questo discorso, ed il suo sguardo penetrante aveva perfino preteso -di scoprire un segreto nell’impaccio del segretario intimo; da -quest’impaccio, ch’era pienamente sfuggito ad Alberto, risultò che la -visita fu abbreviata da Luciano, poichè non si sentiva più a suo agio. -Il conte accompagnandolo alla porta gli disse alcune parole a voce -bassa, alle quali rispose: — Ben volentieri, accetto. - -Il conte ritornò dopo al giovine Morcerf. - -— Non credete voi, riflettendovi bene, di avere avuto torto di parlar -così di vostra suocera in presenza di Debray? - -— Conte, disse Morcerf, ve ne prego, non date alla baronessa questo -nome prima del tempo. - -— Da vero adunque, e senz’esagerazione, la contessa è contraria a tal -punto a questo matrimonio? - -— A tal punto che viene raramente dalla mia famiglia, e mia madre, -credo non sia stata più di una o due volte in sua vita a far visita -alla sig.ª Danglars. - -— Allora, disse il conte, eccomi incoraggiato a parlarvi apertamente. -Il sig. Danglars è il mio banchiere, il sig. de Villefort mi ha -ricolmato di gentilezze in ringraziamento della fortunata combinazione -che mi ha messo al caso di potergli rendere un servizio. Indovino sotto -tutto ciò un buon numero di pranzi e di festini. Ora per non sembrare -d’intracciar tutto a bella posta, ed anche per prendere l’iniziativa -se così vi piace, ho ideato di riunire nel mio casino di campagna -d’Auteuil il sig. e la sig.ª Danglars, il sig. e la sig.ª di Villefort. -Se v’invito a questo pranzo unitamente al conte ed alla contessa di -Morcerf, non avrebbe questo l’apparenza di un convegno matrimoniale, -o almeno la contessa di Morcerf, non volterà la cosa in tal modo, -particolarmente se il barone Danglars mi fa l’onore di condurvi sua -figlia? Allora vostra madre mi prenderà in orrore ed io nol voglio -menomamente. Al contrario ho tutta la premura, e ditelo a lei ogni -qualvolta se ne presenti l’occasione, di conservarmi il meglio che sia -possibile nel suo spirito. - -— In fede mia, disse Morcerf, vi ringrazio della franchezza che -adoperate meco ed accetto l’esclusione che mi proponete. Mi dite che -desiderate di conservarvi il meglio che sia possibile nel cuore di mia -madre, vi assicuro che vi siete già a meraviglia. - -— Lo credete? disse Monte-Cristo con interessamento. - -— Oh! ne sono sicuro; quando l’altro giorno ci lasciaste, abbiamo -parlato buona pezza di voi. Ma ritorniamo a ciò che dicevamo. Se mia -madre potesse sapere, ed arrischierò a dirglielo, questo riguardo che -le usate son certo che ve ne sarebbe grata, sebben mio padre dal canto -suo ne sarebbe furioso. - -Il conte si mise a ridere. — Ebbene, eccovi avvisato. Ma vi rifletto, -non solo vostro padre sarà furioso; il sig. e la sig.ª Danglars mi -considereranno come uomo di cattivi modi. Sanno che fra noi passa una -certa intimità, che anzi siete la mia più antica conoscenza parigina, -e non ritrovandovi alla mia villa, mi chiederanno perchè non vi abbia -invitato. Pensate almeno a munirvi di un impegno anteriore che abbia -qualche apparenza di probabilità, e di cui mi darete avviso con un -bigliettino. Ben sapete che i banchieri non riconoscono valide che le -cose scritte. - -— Farò anche meglio, disse Alberto, mia madre suole andare a respirare -l’aria del mare; in che giorno è fissato il vostro pranzo? — Per -sabato. - -— Oggi è martedì, va bene, domani sera partiamo, dopo domani mattina -saremo a Tréport. Sapete, sig. conte, che siete un cortese amico -per mettere così le persone fuor di ogni intrigo? — Io? in verità mi -stimate più di quel che valgo, desidero farvi cosa grata, ecco tutto. - -— In che giorno avete mandati gl’inviti? — Oggi stesso. - -— Bene, corro dal sig. Danglars, gli annunzio che domani mia madre ed -io lasciamo Parigi. Non vi ho veduto, e per conseguenza non so nulla -del vostro pranzo. - -— Pazzo che siete, ed il sig. Debray che vi ha veduto da me? - -— Ah! è giusto. — Al contrario io vi ho veduto e vi ho invitato qui -senza cerimonie; e voi mi avete risposto candidamente che non potevate -essere mio convitato, perché domani partivate per Tréport. — Va bene; -ciò è concluso, ma verrete a visitare mia madre prima di domani? - -— Prima di domani è difficile. Poi verrei a disturbare i vostri -preparativi di partenza. - -— Dunque fate ancor meglio, voi non eravate che un uomo grazioso, -diventereste un uomo adorabile. - -— E che debbo fare per giungere a questa sublimità? - -— Oggi siete libero come l’aria, venite a pranzo con me. Noi saremo -in piccola brigata: voi, mia madre ed io. Avete appena veduto mia -madre, così la conoscerete da vicino. È una donna molto notevole, e mi -spiace solo che non ve ne sia una uguale con vent’anni di meno, poichè -vi assicuro che vi sarebbe presto una contessa ed una viscontessa -Morcerf. Quanto a mio padre non lo troverete in casa, egli fa parte -di una commissione, e pranza dal gran referendario. Venite, parleremo -di viaggi; voi che avete veduto il mondo intero ci racconterete le -vostre avventure, ci direte la storia di quella bella greca che dite -essere vostra schiava, e che trattate come una principessa. Andiamo, -accettate, mia madre ve ne saprà grado. - -— Mille grazie, disse il conte; l’invito non può essere più bello, -e mi spiace vivamente di non poterlo accettare. Non sono libero come -credete, al contrario ho un convegno importantissimo. - -— Ah! state in guardia, mi avete insegnato in qual modo, in fatto di -pranzi uno può disimpegnarsi da un invito disaggradevole. Mi abbisogna -una prova. Fortunatamente non sono un banchiere come Danglars, ma vi -prevengo che sono incredulo quanto lui. - -— Ed io vi do subito la prova, disse il conte; e suonò. - -— Hum! fece Morcerf ecco già due volte che ricusate di pranzare con mia -madre. Questa è una risoluzione stabilita. - -Monte-Cristo rabbrividì: - -— Ah! non lo credete, eppure, ecco la mia pruova. - -Battistino entrò e si fermò sulla porta aspettando. - -— Io non era stato prevenuto della vostra visita, n’è vero? - -— Diamine, siete un uomo tanto straordinario, che non ne risponderei. - -— Non poteva almeno immaginare che mi avreste invitato a pranzo? - -— Oh! in quanto a ciò; è probabile. - -— Ebbene! Ascoltate; Battistino, che vi ho detto questa mattina quando -vi ho chiamato nel mio gabinetto di studio? - -— Di far chiudere la porta del palazzo appena suonate le cinque, disse -il cameriere. — E poi? - -— Oh! sig. conte... disse Alberto. - -— No, no voglio assolutamente tormi quella riputazione d’uomo -misterioso che mi avete fatta, mio caro visconte, è troppo difficile di -rappresentare sempre la parte di Manfredi. Voglio vivere in una casa di -cristallo... E poi, continuate Battistino. - -— E poi di non ricevere che il sig. maggiore Bartolommeo Cavalcanti e -suo figlio. - -— Capite, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti; un uomo della più antica -nobiltà d’Italia, e di cui Dante si è preso la pena d’essere l’Hozier; -vi ricordate, o non vi ricordate, nel X canto dell’Inferno; di più, un -grazioso giovine della vostra età circa, e vostro stesso titolo, e che -fa il suo primo ingresso nel mondo parigino coi milioni di suo padre. -Il maggiore questa sera mi conduce suo figlio Andrea, il _contino_, -come noi diciamo in Italia; egli me lo affida; lo presenterò se ha -qualche merito, voi mi aiuterete, n’è vero? - -— Senza dubbio. Il maggiore Cavalcanti è dunque un vostro antico amico? -chiese Alberto. - -— Niente affatto: è un degno signore molto educato, modesto, e -discreto, come se ne trovano una quantità in Italia fra i discendenti -decaduti delle antiche famiglie. L’ho veduto più volte tanto a Bologna, -che a Firenze e Lucca, e mi ha avvisato del suo arrivo. Le conoscenze -di viaggio sono esigenti; ovunque reclamano quell’amicizia che loro -si è dimostrata una volta per caso; come se l’uomo incivilito, che sa -vivere un’ora senza curarsi di sapere con chi, non avesse sempre i suoi -riservati pensieri! Questo buon maggiore ritorna a rivedere Parigi che -non vide che di passaggio sotto l’impero, quando andò a gelare a Mosca. -Gli darò un buon pranzo, mi lascerà suo figlio, gli prometterò di -sorvegliarlo, ma gli lascerò fare tutte quelle follie che gli piacerà -di fare, e saremo pari. - -— A meraviglia, m’accorgo che siete un prezioso mentore. Addio dunque, -ritorneremo domenica. A proposito, ho ricevuto notizie di Franz. - -— Ah! davvero? disse Monte-Cristo; il soggiorno d’Italia gli piace -sempre? - -— Credo di sì; però vi desidera. Dice che eravate il sole di Roma, e -che senza di voi vi fa buio; non so se giunge fino a dire che vi piova. - -— Si è dunque ricreduto sul conto mio? - -— Al contrario persiste a credervi un essere fantastico in primo grado; -ecco perchè vi desidera. - -— Grazioso giovinotto, disse Monte-Cristo, e pel quale ho sentito una -viva simpatia fin dalla prima sera in cui lo vidi cercare una cena -qualunque, ed in cui volle accettare la mia. Egli è, credo, il figlio -del generale d’Épinay? - -— Precisamente. — Lo stesso che fu così miserabilmente assassinato -nel 1815? — Dai bonapartisti. — È vero, in fede mia io l’amo! Non vi -è anche per lui qualche disegno di matrimonio? — Sì, deve sposare la -figlia del sig. de Villefort. — Davvero? — Come io devo sposare quella -del barone Danglars; riprese Alberto sorridendo. - -— Voi ridete? - -— Sì. — Perchè ridete? - -— Rido, perchè mi sembra di vedere da quel lato tanta simpatia nel -matrimonio, quanta ne vedo da un altro lato fra madamigella Danglars e -me. Ma veramente, mio caro conte, parliamo delle donne, come le donne -degli uomini, questo è imperdonabile. — Alberto si alzò. - -— Volete andarvene? - -— La domanda è buona, sono due ore che vi assedio, e voi avete la -gentilezza di chiedermi se voglio andarmene? In verità, conte, siete -l’uomo più gentile della terra! La vostra servitù com’è educata! -Battistino particolarmente. Non ho mai potuto averne uno simile. I -miei sembrano tutti modellarsi su quelli del teatro francese, che -precisamente perchè non hanno che una parola da dire, vengono sempre -a dirla sulla scala. Se mai aveste a disfarvi di Battistino vi prego -darmi la preferenza. - -— Resta stabilito, visconte. - -— Ma qui non è tutto, aspettate, fate i miei complimenti al vostro -discreto Lucchese Cavalcante dei Cavalcanti; e se per caso avesse -intenzione di dar moglie a suo figlio, trovategli una donna molto -ricca, molto nobile almeno dal lato di sua madre, e baronessa dal lato -di suo padre, io vi aiuterò a trovarla. - -— Oh! oh! rispose Monte-Cristo, da vero, siamo a questi termini? - -— Sì. — In fede mia non bisogna giurare su niente. - -— Ah! conte, gridò Morcerf, qual servizio mi rendereste! E come io -vi amerei cento volte di più ancora, se mercè vostra potessi restare -celibe, altri dieci anni almeno! - -— Tutto è possibile, rispose con gravità Monte-Cristo. - -E prendendo congedo da Alberto rientrò nel suo gabinetto, e battè -tre colpi sul campanello. Bertuccio comparve. — Bertuccio, sapete che -sabato ho ricevimento nel mio casino d’Auteuil. - -Bertuccio ebbe un leggero fremito: — Bene, signore. - -— Ho bisogno di voi, continuò il conte, perchè tutto sia disposto -convenientemente. Quella casa è bella, o per lo meno può diventare -bella. - -— Per far ciò bisognerebbe cambiar tutto, sig. conte, ogni cosa è -invecchiata. - -— Cambiate dunque tutto, ad eccezione di una camera sola, della camera -da letto di damasco rosso. Anzi, la lascerete assolutamente come si -trova. — Bertuccio s’inchinò. - -— Non toccherete niente neppure nel giardino; ma del cortile per -esempio fatene tutto ciò che volete, gradirò anzi assaissimo se sarà -ridotto in modo da non essere più conosciuto. - -— Farò il possibile perchè il sig. conte rimanga contento; sarei più -tranquillo però se volesse dirmi le sue intenzioni sul pranzo. - -— In verità, disse il conte, da che siamo a Parigi vi trovo sconcertato -e tremante; dunque non mi conoscete più? - -— Ma infine V. E. potrebbe dirmi chi riceve? - -— Non so ancora niente, e voi pure non avete bisogno di saperlo. -Lucullo pranza da Lucullo; ecco tutto. - -Bertuccio s’inchinò e partì. - - - - -LIV. — IL MAGGIORE CAVALCANTI. - - -Nè il conte, nè Battistino avevano mentito annunciando a Morcerf questa -visita del maggiore Lucchese, che serviva a Monte-Cristo di pretesto -per rifiutare il pranzo ch’eragli stato offerto. Battevano le sette, -e già da due ore Bertuccio, giusta l’ordine ricevuto, era partito per -Auteuil, quando una carrozza di piazza si fermò al cancello, e fuggì -vergognosa subito dopo aver deposto a terra un uomo di circa 50 anni, -vestito con uno di quei soprabiti verdi con alamari neri, la cui specie -sembra non potersi estinguere in Europa. Larghe brache di panno blu, -stivali abbastanza puliti, sebbene la vernice fosse incerta, e le suola -un po’ troppo grosse, guanti di daino, un cappello che per la forma si -accostava a quello di un gendarme, un colletto nero con un orlo bianco, -che se non fosse stato portato di piena volontà del proprietario, -sarebbesi potuto credere uno di quei cerchi di ferro a cui si -attaccano pel collo i malfattori alla berlina; tal era il pittoresco -abbigliamento della persona che picchiò al cancello domandando se -all’entrata dei Campi-Elisi n. 30 abitasse il conte di Monte-Cristo, -e che dietro la risposta affermativa del portinaro, entrò, richiuse -la porta, e si diresse alla scalinata. La testa piccola e ad angoli -di quest’uomo, i capelli grigi, i fitti baffi lo fecero riconoscere -da Battistino che aveva gli esatti connotati del visitatore da lui -aspettato nel vestibolo. Per tal modo appena pronunciato il suo nome -in faccia all’intelligente servitore, Monte-Cristo era già avvisato -del suo arrivo. Lo straniero fu introdotto nella sala più semplicemente -messa. Il conte ivi lo aspettava, e gli andò incontro sorridendo: — Ah! -caro signore, siate il benvenuto; io vi aspettava. - -— Davvero, disse il Lucchese, V. E. mi aspettava? - -— Sì, ero stato avvisato per oggi del vostro arrivo alle 7. - -— Del mio arrivo? Cosicchè eravate prevenuto? - -— Perfettamente. — Oh! tanto meglio! Temeva, lo confesso, che avessero -dimenticata questa piccola cautela. - -— Quale? — Quella di prevenirvi. — Oh! no! - -— Ma siete sicuro di non ingannarvi? — Ne son sicuro. - -— Ma veramente V. E. aspettava me alle sette? - -— Veramente voi. D’altra parte verifichiamo. - -— Oh! se mi aspettavate, non vale la pena.... - -— No, no, disse Monte-Cristo. - -Il Lucchese parve alquanto commuoversi. - -— Vediamo, non siete il marchese Bartolommeo Cavalcanti? - -— Bartolommeo Cavalcanti, sta bene. - -— E maggiore al servizio dell’Austria? - -— Io era dunque maggiore? domandò timidamente il vecchio soldato. - -— Sì, disse Monte-Cristo, eravate maggiore; questo è il nome che si dà -in Francia al grado che avevate in Italia. - -— Buono, disse il Lucchese, non domando meglio, capite... - -— D’altra parte non venite qui di vostra spontanea elezione, riprese -Monte-Cristo — Oh! sì certamente. - -— Voi mi siete stato indirizzato da qualcuno. — Sì. - -— Dall’eccellente abate Busoni. — Da lui precisamente! gridò tutto -contento il Lucchese. - -— Ed avete una lettera? - -— Eccola. - -— Per bacco, vedete bene che tutto corrisponde. Datemela dunque. — E -Monte-Cristo prese la lettera che aprì e lesse. - -Il maggiore guardava il conte con occhi spalancati e meravigliati che -si portavano con curiosità in giro sopra ciascun oggetto della camera, -ma che ritornavano invariabilmente sul suo scrigno. - -— È ben lui... questo caro Busoni «il maggior Cavalcanti, un degno -patrizio Lucchese, discendente dal Cavalcanti di Firenze, continuò -Monte-Cristo leggendo a voce alta, e che gode una fortuna di mezzo -milione di rendita.» Mezzo milione, salute! mio caro Cavalcanti. - -— Vi è un mezzo milione? domandò il Lucchese. - -— In tutte le lettere; e dev’essere così, l’abate Busoni è l’uomo che -conosce meglio di tutti le più grandi fortune di Europa. - -— Eh? vada per un mezzo milione, disse il Lucchese, ma parola di onore -non credeva che andasse tant’alto. - -— Perchè avete un’intendente che vi ruba; che volete, caro sig. -Cavalcanti, bisogna adattarsi. - -— Voi m’illuminate, disse il Lucchese con gravità, lo metterò alla -porta. - -Monte-Cristo continuò a leggere: «E al quale non manca che una cosa per -essere felice.» - -— Oh! sì una sola cosa, disse il Lucchese con un sospiro. - -— «Di ritrovare un figlio adorato, rapito nella sua prima gioventù, o -da nemici della sua famiglia o da zingari.» - -— All’età di 5 anni, signore, disse il Lucchese con un profondo sospiro -ed alzando gli occhi al cielo. - -— Povero padre! disse Monte-Cristo. «Io gli rendo la speranza, gli -rendo la vita, sig. conte, annunziandogli che questo figlio, che da 15 -anni cerca invano, voi potete farglielo ritrovare.» - -Il Lucchese guardò Monte-Cristo con una indefinibile espressione -d’inquietudine. - -— Lo posso, rispose Monte-Cristo. - -Il maggiore riprese coraggio. - -— Ah! ah! la lettera è dunque vera fino alla fine? - -— Avreste potuto dubitarne? - -— No, mai! E come lo potevo? ad un uomo grave ricoperto di un -rispettabile carattere non sarebbe permessa una simile celia: ma voi -non avete letto tutto, eccellenza! - -— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, v’è un _post-scriptum_. - -— «Per non procurare al maggior Cavalcanti l’impaccio di spostare dei -fondi dal suo banchiere gli mando una tratta di 2,000 fr. per le spese -del viaggio e gli apro credito su voi per 48 mila fr. che rimanete a -darmi.» - -Il maggiore seguiva cogli occhi questo post-scriptum con una visibile -ansietà. — Bene, si contentò di dire il conte. - -— Ha detto bene, mormorò il Lucchese? — E così, signore? riprese egli. - -— E così? domandò Monte-Cristo. - -— Il post-scriptum è accettato da voi collo stesso favore come tutto il -resto della lettera? - -— Certamente. Ho conti con l’abate Busoni; non so se sieno precisamente -48 mila lire che ancora resto a dargli; ma in caso non guasteremo -i nostri affari per qualche biglietto di banca. E che! voi dunque -attaccate una grande importanza a questo _post-scriptum_, caro sig. -Cavalcanti? - -— Vi confesserò, disse il Lucchese, che pieno di fiducia nella firma -dell’abate Busoni, non mi sono provveduto di altri fondi; di modo che -se mi mancasse questa risorsa, mi troverei molto impacciato a Parigi. - -— È possibile che un uomo come voi possa mai trovarsi impacciato in -alcun luogo? disse Monte-Cristo; via dunque! - -— Diavolo, non conoscendo alcuno, disse il Lucchese. - -— Ma siete conosciuto. — Sì son conosciuto di modo che... - -— Terminate, caro sig. Cavalcanti. — Di modo che mi pagherete questi 48 -mila fr. — Alla vostra prima domanda. - -Il maggiore girava gli occhi stralunati. — Ma sedetevi dunque, disse -Monte-Cristo, da vero che non so più quel che mi faccio... è un quarto -d’ora che vi tengo qui in piedi... - -— Non ci fate attenzione. — Il maggiore avanzò una seggiola e vi -si assise. — Ora, disse il conte, volete prendere qualche cosa? un -bicchiere di Xeres, di Porto, d’Alicante? - -— D’Alicante, poichè lo volete, è il mio vino prediletto. - -— Ne ho dell’eccellente. E con un biscotto, n’è vero? - -— Con un biscotto poichè mi forzate. - -Monte-Cristo suonò, Battistino comparve, il conte s’avvicinò a lui. — -Ebbene?... domandò a voce bassa. - -— Il giovine è di là, rispose il cameriere collo stesso tuono. - -— Buono! dove lo avete fatto passare? — Nel salotto blu come ordinò -V. E. — A meraviglia, portate del vino d’Alicante e dei biscotti. — -Battistino uscì. - -— In verità, disse il Lucchese, vi do un incomodo che mi riempie di -confusione. - -— Che dite mai? - -Battistino rientrò coi bicchieri, il vino ed i biscotti. - -Il conte riempì un bicchiere, e versò nell’altro soltanto alcune gocce -del liquido rubino che conteneva la bottiglia tutta ricoperta di tela -di ragno, e di tutti quegli altri segni che indicano la vecchiaia -del vino, molto più sicuramente che non fanno le rughe sulla fronte -dell’uomo. - -Il maggiore non s’ingannò nella scelta, prese il bicchiere pieno ed il -biscotto. Il conte ordinò a Battistino di depositare la sotto coppa -alla portata della mano del suo ospite, che cominciò dal gustare -l’Alicante colla estremità delle labbra, facendo una boccaccia di -soddisfazione ed introdusse delicatamente il biscotto nel bicchiere. - -— Così signore, disse Monte-Cristo, voi abitate Lucca, siete ricco, -siete nobile, godete della stima universale, possedete tutto ciò che -può formare un uomo felice? - -— Tutto, eccellenza, disse il maggiore inghiottendo il suo biscotto, -assolutamente tutto. - -— E non manca che una cosa per fare la vostra felicità? - -— Una sola, disse il Lucchese. - -— Di ritrovar vostro figlio? - -— Ah! fece il maggiore prendendo un secondo biscotto, ma anche questo -mi mancava. — Il degno Lucchese alzò gli occhi al cielo e tentò uno -sforzo per sospirare. - -— Ora vediamo, sig. Cavalcanti, che cosa è questo figlio che tanto -deplorate; perchè mi fu detto, che siete rimasto lungamente celibe. - -— Lo credevano signore, disse il maggiore, ed io stesso... - -— Sì, riprese il conte, e voi stesso avete accreditata questa voce. Un -peccato di gioventù che volevate nascondere agli occhi di tutti. - -Il Lucchese si ricompose, prese le maniere più placide e più degne -nello stesso tempo, ed abbassando modestamente gli occhi, sia per -assicurare la sua condotta, sia per aiutare la sua immaginazione -guardando di sott’occhio il conte il cui sorriso a fior di labbra -annunziava sempre la stessa benevola curiosità. — Sì signore, voleva -nascondere questo fallo agli occhi di tutti. - -— Non per voi. - -— Oh! per me no certamente, disse il maggiore con un sorriso scuotendo -la testa. - -— Ma per sua madre, replicò il conte. - -— Per sua madre! gridò il Lucchese, prendendo il terzo biscotto; per la -sua povera madre. - -— Bevete dunque caro signore, disse Monte-Cristo versando al Lucchese -un secondo bicchiere d’Alicante; l’emozione vi soffoca. - -— Per la sua povera madre! mormorò il Lucchese, provando se la forza -della volontà avesse il potere di operare sulla glandula lagrimale, -affine d’inumidire con una falsa lagrima l’angolo dell’occhio. - -— Che apparteneva ad una delle prime famiglie d’Italia? - -— Patrizia di Fiesole, sig. conte! — E si chiamava? - -— Desiderate saperne il nome? - -— È inutile che me lo diciate, lo so. - -— Il sig. conte sa tutto, disse il Lucchese inchinandosi. - -— Oliva Corsinari, n’è vero? — Oliva Corsinari! - -— Marchesa? — Marchesa! - -— Ed avete finito collo sposarla, ad onta degli ostacoli di famiglia. - -— Mio Dio, sì, ho finito in tal modo. - -— E portate le vostre carte in regola? - -— Quali carte? domandò il Lucchese. - -— L’atto di matrimonio con Oliva Corsinari, e l’atto di nascita di -vostro figlio? - -— La fede di nascita di mio figlio? - -— Sì, l’atto di nascita di Andrea Cavalcanti; vostro figlio, non si -chiama egli Andrea? - -— Credo di sì, disse il Lucchese. — Come! voi lo credete? - -— Diavolo, non oso affermarlo, è tanto tempo che l’ho perduto. — È -giusto, disse Monte-Cristo. Avete dunque tutte queste carte? — Signore, -con dispiacere debbo annunciarvi che non essendo stato prevenuto di -munirmi di questi atti non ho curato di prenderli meco. — Ah! diavolo, -fece Monte-Cristo. — Erano dunque assolutamente necessarii? - -— Indispensabili. — Il Lucchese si grattò la fronte. - -— Ah! per bacco, diss’egli, indispensabili. - -— Senza dubbio, se qui venissero mossi dei dubbi sulla legalità del -vostro matrimonio, sulla legittimità di vostro figlio. - -— È giusto, disse il Lucchese, potrebbero insorgere dubbii. - -— Sarebbe tormentoso per questo giovine. - -— Sarebbe fatale. - -— Ciò potrebbe mandargli a monte qualche magnifico matrimonio. — Oh! -peccato! — In Francia, lo saprete, vi è molto rigore, in Francia vi è -il matrimonio civile, e per maritarsi civilmente vi vogliono le fedi -d’identità. - -— Ecco la disgrazia; non ho queste carte. - -— Fortunatamente le ho io, disse Monte-Cristo. - -— Voi? — Sì. — Le avete? — Le ho. - -— Ah! disse il Lucchese, che vedendo lo scopo del suo viaggio fallire -per la mancanza di queste carte, temeva che questa dimenticanza non -facesse insorgere qualche difficoltà sull’argomento delle 48 mila lire; -ah! per esempio, ecco una fortuna. Sì, riprese egli, perchè non ci -avrei pensato. - -— Per bacco, credo bene, non si può sempre pensare a tutto. Ma -fortunatamente l’abate Busoni vi ha pensato in vece vostra. - -— Guardate un po’ quanto è amabile questo caro abate! - -— È un uomo pieno di cautele. - -— È un uomo ammirabile! disse il Lucchese, ve le ha egli inviate? — -Eccole qui... — Il Lucchese congiunse le mani in segno di ammirazione. - -— Voi avete sposato Oliva Corsinari a Monte Catini; ecco il certificato. - -— Sì, da vero eccolo, disse il maggiore, guardandolo con meraviglia. - -— Ed ecco la fede di nascita di Andrea Cavalcanti rilasciata a -Seravezza. - -— Tutto è in regola, disse il maggiore. - -— Allora, prendete queste carte, delle quali non so che farne, le -darete a vostro figlio che le custodirà con cura. - -— Lo credo bene... s’egli le perdesse... - -— Ebbene! s’egli le perdesse? domandò Monte-Cristo. - -— Ebbene! riprese il Lucchese, sarebbe obbligato di scrivere laggiù, e -vi sarebbero delle grandi difficoltà a procurarsene delle altre. - -— In fatto sarebbe difficilissimo, disse Monte-Cristo. - -— Quas’impossibile, rispose il Lucchese. - -— Son ben contento che comprendiate il valore di queste carte. - -— Vale a dire le riguardo impagabili. - -— Ora, quanto alla madre del giovine... - -— Quanto alla madre del giovine... ripetè il maggiore con inquietudine. - -— In quanto alla Marchesa Corsinari. - -— Mio Dio, disse il Lucchese sotto i passi del quale sembravano nascere -le difficoltà; si avrà forse bisogno di lei? - -— No signore, rispose Monte-Cristo, d’altra parte non ha ella... - -— Sia così, sia così, disse il maggiore ella ha... - -— Pagato il suo tributo alla natura. - -— Ahimè! sì, disse vivamente il Lucchese. - -— Seppi, riprese il conte, ch’era morta da dieci anni. - -— Ed io ne piango ancora la morte, disse il maggiore cavando di -saccoccia un fazzoletto a quadretti ed asciugandosi alternativamente -ora l’orlo dell’occhio destro, ora quello dell’occhio sinistro. - -— Che volete farci, disse Monte-Cristo, noi tutti siamo mortali. Ora -capirete mio caro ch’è inutile che si sappia in Francia che voi siete -stato diviso da vostro figlio per 15 anni. Tutte queste storie di -zingari che rapiscono i ragazzi, non hanno credito presso di noi. Voi -lo avete inviato per la sua educazione in un collegio di provincia, e -volete ch’egli la compisca in mezzo al _gran mondo_ di Parigi. Ecco -perchè avete lasciato Viareggio ove abitate dopo la morte di vostra -moglie. Ciò basterà. - -— Lo credete? — Certamente. — Va benissimo allora. - -— Se mai venisse scoperta qualche cosa di questa separazione. - -— Ah! sì, e che dovrei dire allora? — Che un precettore infedele, -venduto ai nemici della vostra famiglia... - -— Ai Corsinari? — Certamente... ha rapito questo figliuolo, perchè si -estinguesse il vostro nome. — È giusto perchè è figlio unico... — Bene, -ora che tutto è combinato, che le vostre rimembranze essendo state -rinnovate, non vi tradiranno, avrete certamente indovinato che vi ho -preparato una sorpresa? — Aggradevole? domandò il Lucchese. - -— Ah! disse Monte-Cristo, ben m’avveggo che non si può ingannare -l’occhio più di quel che non si possa ingannare il cuore di un padre. -— Hum! fece il maggiore. — Vi è stata fatta qualche rivelazione -indiscreta, o avete indovinato ch’egli è là. — Chi è là? — Il vostro -figlio, il vostro Andrea. - -— L’ho indovinato, rispose il Lucchese colla più gran flemma del mondo, -così egli è qui? - -— In questa stessa casa, disse Monte-Cristo, il cameriere poco fa mi ha -avvisato del suo arrivo. - -— Ah! benissimo, benissimo! disse il maggiore allacciandosi gli alamari -della sua polacca. — Mio caro signore, disse Monte-Cristo, concepisco -tutta la vostra emozione, e bisogna accordarvi un po’ di tempo per -rimettervi, voglio pure disporre il giovine a questo incontro tanto -desiderato, giacchè presumo che non sia meno impaziente di voi. - -— Lo credo, disse Cavalcanti. — Ebbene, fra un quarto d’ora saremo -qui. — Voi dunque me lo conducete? portate la bontà fino al punto di -presentarmelo voi stesso? - -— No, non voglio pormi fra il padre ed il figlio, sarete soli, ma state -tranquillo, nel caso che la voce del sangue rimanesse muta, non potrete -ingannarvi; egli entrerà da questa porta. È un bel giovinetto biondo, -forse anche un po’ troppo biondo, con modi tutti che prevengono in suo -favore, vedrete. - -— A proposito, disse il maggiore, sapete che non ho portato meco che i -due mila fr. che mi ha fatto passare il buon abate Busoni. Su questi ho -levato le spese di viaggio... e... - -— Ed avete bisogno di denaro, è troppo giusto. Prendete, ecco qui un -conto pari, otto biglietti di mille fr.; or ve ne devo altri 40 mila. -— V. E. vuole che le faccia la ricevuta? disse il marchese facendo -scivolare i biglietti nella saccoccia interna della polacca. — Perchè -farne? disse il conte. - -— Ma per darvene discarico nel conto dell’abate Busoni. - -— Ebbene, mi farete una ricevuta generale quando vi sborserò gli ultimi -40 mila fr.; fra galantuomini sono inutili queste cautele. - -— Ah! sì è vero, disse il maggiore; fra galantuomini... - -— Mi permetterete una piccola raccomandazione, n’è vero? - -— E come mai, la domando. — Non sarebbe mal fatto, se lasciate -questa polacca. — Davvero, disse il maggiore guardando con una certa -compiacenza il suo soprabito. - -— Sì, questa a Viareggio si porta ancora, ma è già gran tempo che -questo vestito per quanto sia elegante, è passato di moda a Parigi. — -Mi rincresce, disse il Lucchese. - -— Ma se vi ci siete affezionato, potrete rimetterla al ritorno. - -— Ma intanto che metterò? — Ciò che troverete nei vostri bauli. — Come -nei miei bauli? Non ho portato meco che il porta mantello. — Con voi -lo credo; e perchè avreste dovuto impacciarvi? D’altra parte un vecchio -militare desidera marciare con un piccolo fardello. — Ecco precisamente -perchè... - -— Ma voi siete un uomo pieno di cautele, e perciò avete mandato avanti -i vostri bauli. Sono giunti ieri all’albergo dei Principi, strada -Richelieu, ove avete fatto fissare il vostro alloggio. - -— Allora in questi bauli?... - -— Presumo che avrete avuta la cautela di farvi racchiudere dal vostro -cameriere tutto ciò che vi poteva abbisognare, abiti da città, abiti -d’uniforme. Nelle grandi congiunture vestirete l’uniforme, il che -fa sempre bene. Non dimenticate poi le decorazioni. In Francia se ne -beffano ancora, ma le portano sempre. - -— Benissimo, benissimo, benissimo, disse il maggiore passando da uno -stordimento in un altro. - -— Ed ora che il vostro cuore si è rafforzato contro le sensazioni -troppo vive, preparatevi, mio caro Cavalcanti, a rivedere il vostro -Andrea. - -E facendo un grazioso saluto al Lucchese rapito in estasi, Monte-Cristo -disparve dietro la portiera. - - - - -LV. — ANDREA CAVALCANTI. - - -Il conte di Monte-Cristo entrò nel salotto vicino, che Battistino -aveva indicato col nome di salotto blu, e dov’era stato preceduto da -un giovine di portamento disinvolto vestito con sufficiente eleganza, -che mezz’ora prima era stato gettato alla porta del palazzo da un -_cabriolet_ di piazza. - -Battistino non aveva penato a riconoscerlo; era realmente quel giovine -alto coi capelli biondi, colla tinta vermiglia sopra una candidissima -pelle, come gli era stato contradistinto dal padrone. Il giovine -era negligentemente steso sur un sofà percuotendosi lo stivale con -un sottile bastoncino a pomo d’oro; scorgendo Monte-Cristo si alzò -prestamente. — Il signore è il conte di Monte-Cristo? - -— Sì signore, rispose questi, e credo di aver l’onore di parlare al -sig. conte Andrea Cavalcanti. - -— Il conte Andrea Cavalcanti, riprese il giovine accompagnando queste -parole con un saluto di disinvoltura. - -— Dovete avere una lettera che vi accredita meco? - -— Non ve ne parlavo per cagione della firma che mi è sembrata strana. — -Sindbad il marinaro, non è così? - -— Precisamente, or siccome non ho mai conosciuto altro Sindbad il -marinaro che quello delle _mille e una notte_... - -— Ebbene! egli è uno dei suoi discendenti, uno dei miei amici, molto -ricco, un inglese, qualche cosa più che stravagante, quasi pazzo, il -cui vero nome è Lord Wilmore. - -— Ah! ecco ciò che mi spiega ogni cosa, disse Andrea, allora tutto -va a meraviglia. Egli è quello stesso inglese che conobbi... a... sì; -benissimo, sig. conte, vi son servo. - -— Se ciò che avete l’onore di dirmi è vero, spero che vorrete favorirmi -dei particolari sulla vostra famiglia. - -— Volentieri, rispose il giovine con una volubilità che provava la -sicurezza della sua memoria. Io sono, come diceste, il conte Andrea -Cavalcanti, figlio del maggiore Bartolommeo, discendente dai Cavalcanti -iscritti al libro d’oro di Firenze. La nostra famiglia quantunque -ancora ricca, poichè mio padre gode di mezzo milione di rendita, ha -provato moltissimi infortuni, ed io stesso, signore, all’età di 5 -anni sono stato rapito da un aio infedele, di modo che da 19 anni -non ho più riveduto l’autore dei miei giorni. Dacchè ho l’età della -ragione, dacchè sono libero e padrone di me, lo cerco, ma inutilmente. -Finalmente questa lettera del nostro amico Sindbad mi annunzia, ch’egli -è a Parigi, e mi permette d’indirizzarmi a voi per averne notizia. - -— In verità, signore, tutto ciò che mi raccontate è molto importante, -disse il conte che guardava con una tetra soddisfazione questa -fisonomia disinvolta, marcata di una beltà simile a quella dell’angelo -cattivo; ed avete fatto benissimo a conformarvi in tutto e per tutto -all’invito del buon amico Sindbad, perchè vostro padre in fatto è qui e -vi cerca. - -Il conte fin dal suo entrare nel salotto non aveva perduto di vista -il giovine, ne aveva ammirato la sicurezza dello sguardo e della voce, -ma a queste parole tanto naturali, _vostro padre è qui e vi cerca_, il -giovine Andrea fece uno sbalzo gridando: — Mio padre! mio padre qui? - -— Senza dubbio, rispose Monte-Cristo, vostro padre il maggiore -Bartolommeo Cavalcanti. — L’impressione di terrore sparsa sui tratti -del giovine si cancellò quasi subito. - -— Ah! sì è vero, il maggiore Bartolommeo Cavalcanti. E voi dite, sig. -conte, ch’egli è qui, questo caro padre? - -— Sì, signore, aggiungerò ancora che l’ho lasciato in questo punto; -la storia che mi ha raccontata di questo prediletto figlio altra volta -perduto, mi ha molto commosso, in verità, i suoi dolori, i timori, le -speranze su tal soggetto formerebbero un poema commovente. Finalmente -un giorno ricevette notizie che gli annunziavano che i rapitori di suo -figlio offrivano di renderlo o d’indicare ove egli era mercè una forte -somma. Ma niuna cosa ritenne questo buon padre, la somma fu inviata -alle frontiere del Piemonte unitamente ad un passaporto regolare per -l’Italia. Voi eravate nel mezzogiorno della Francia, credo? - -— Sì signore, rispose Andrea con impaccio; era nel mezzogiorno della -Francia. - -— Una vettura doveva aspettarvi a Nizza? - -— Precisamente così, signore, essa mi condusse da Nizza a Genova, -da Genova a Torino, da Torino a Chambery, da Chambery a Pont-de -Beauvoisin, e di lì a Parigi. - -— A meraviglia, sperava sempre rincontrarvi in cammino, poichè questa -era la strada che faceva egli stesso, ecco perchè il vostro itinerario -era stato in tal modo tracciato. - -— Ma, disse Andrea, se questo caro padre mi avesse incontrato temo che -non mi avrebbe riconosciuto; sono qualche poco cangiato da che l’ho -perduto di vista. - -— Oh! la voce del sangue, disse Monte-Cristo. - -— Ah! sì è vero, riprese il giovine, io non pensava alla voce del -sangue! - -— Ora, riprese Monte-Cristo, una sola cosa agita il marchese -Cavalcanti, ed è ciò che avete fatto durante la vostra lontananza, ed -il modo col quale siete stato trattato dai vostri persecutori; è il -desiderio di sapere se hanno avuto per la vostra nascita i riguardi -che le si dovevano, finalmente se per le sofferenze morali alle quali -siete stato esposto, sofferenze cento volte peggiori delle fisiche, -le vostre facoltà di cui siete stato dotato largamente dalla natura -abbian sofferto qualche indebolimento, e se voi stesso credete poter -rispondere e sostenere nella società il rango che vi appartiene. - -— Signore, balbettò il giovine stordito, spero che nessun falso -rapporto... - -— Intesi parlare di voi per la prima volta dal mio amico Wilmore, -il filantropo. Seppi che vi aveva ritrovato in una posizione molto -dolorosa, però non so quale, non avendogli fatta alcun’interrogazione, -essendo poco curioso. Le vostre disgrazie lo hanno interessato, dunque -voi eravate in istato di potere inspirare interessamento. Mi disse -che voleva rendervi nel mondo la posizione che avevate perduta, che -cercava vostro padre, e che lo avrebbe ritrovato, a quanto sembra -poichè è di là: finalmente mi ha prevenuto ieri del vostro arrivo, -dandomi ancora alcune istruzioni relative alle vostre ricchezze: ecco -tutto; so che questo mio buon amico Wilmore è un originale, ma nello -stesso tempo siccome è un uomo sicuro, ricco quanto una miniera d’oro, -e che per conseguenza può soddisfare le sue originalità senza ch’esse -lo rovinino, ho promesso di seguire le sue istruzioni. Ora, signore, -non vi offendete della mia domanda; siccome sarò obbligato di farvi un -poco da padre, desidererei sapere se le disgrazie che vi sono accadute, -disgrazie indipendenti dalla vostra volontà, e che non diminuiscono in -alcun modo la stima che vi porto, vi abbiano reso estraneo alquanto a -questo mondo nel quale le vostre ricchezze vi chiamano a fare una così -buona figura. - -— Signore, rispose il giovine riprendendo il suo contegno sicuro, a -seconda che il conte parlava, rassicuratevi su questo punto: i rapitori -che mi hanno allontanato da mio padre, e che senza dubbio avevano per -iscopo di rendermi a lui più tardi, come hanno fatto, hanno calcolato -che per cavare un buon partito da me, bisognava lasciarmi tutto il -mio valore personale, ed anzi aumentarlo ancora, se era possibile: -ho dunque ricevuto una buona educazione e sono stato trattato dai -miei rapitori, nello stesso modo circa con cui nell’Asia minore erano -trattati gli schiavi dai loro maestri che erano o grammatici, o medici, -o filosofi, per venderli ad un più caro prezzo nel mercato di Roma. - -Monte-Cristo sorrise con soddisfazione; egli non aveva sperato tanto -dal sig. Andrea Cavalcanti, a quanto sembrava. - -— D’altra parte, riprese il giovine, se vi fosse qualche difetto -nella mia educazione o piuttosto nelle abitudini di società, si avrà, -suppongo, l’indulgenza di scusarmi in considerazione delle disgrazie -che hanno accompagnato la mia nascita, e perseguitata la mia gioventù. - -— Ebbene! disse Monte-Cristo negligentemente; farete ciò che vorrete, -conte, perchè voi siete il padrone, e ciò spetta a voi; ma non direi -un motto di tutte queste avventure; la vostra storia è un romanzo, ed -il mondo che adora i romanzi chiusi fra due copertine di carta gialla, -diffida stranamente di quelli che vede legati in carta velina vivente, -fossero puranche dorati come potete esserlo voi. Ecco la difficoltà che -mi permetterò di farvi notare; tosto che avrete raccontata a qualcuno -la vostra commovente storia essa verrà del tutto snaturata nella -società. Non sarete più un giovine ritrovato, ma un giovine perduto. -Sarete obbligato di prendere la posizione di Antony, ed il tempo degli -Antony è un poco passato. Forse avreste un incontro di curiosità, ma -tutti non amano farsi centro di osservazioni, argomento di commentarii, -ciò forse vi stancherebbe ancor troppo. - -— Credo che abbiate ragione, sig. conte, disse il giovine impallidendo -suo malgrado sotto l’influenza dello sguardo di Monte-Cristo, questo è -un grande inconveniente. - -— Oh! non bisogna però esagerarselo, disse Monte-Cristo, perchè allora -per evitare un errore si cadrebbe in una follia. No, non si tratta che -di stabilire un disegno di condotta, e per un uomo intelligente come -voi, esso è tanto più facile ad adottarsi in quanto che è conforme ai -vostri interessi; bisognerà combattere con testimonianze ed onorevoli -amicizie tutto ciò che può avere di oscuro la vostra vita passata. - -Andrea perdè visibilmente il coraggio. - -— Mi offrirò volentieri per voi come garante, disse Monte-Cristo, ma in -me è un’abitudine morale di dubitare sempre dei miei migliori amici, -ed un bisogno di cercare di far dubitare gli altri; per tal modo io -rappresenterei una parte fuori del mio carattere come dicono i tragici, -e mi esporrei a farmi fischiare, il che è inutile. - -— Pure, sig. conte, disse Andrea con audacia, in riguardo a Lord -Wilmore che mi ha raccomandato a voi... - -— Sì, certamente, rispose Monte-Cristo; ma Lord Wilmore non mi ha -lasciato ignorare, caro sig. Andrea, che avete avuto una gioventù -alquanto procellosa... Oh! disse il conte vedendo il movimento che -faceva Andrea, non vi domando delle confessioni, d’altra parte perchè -non aveste ad aver bisogno di alcuno, fu fatto venire da Lucca il sig. -marchese Cavalcanti vostro padre. - -— Ah! voi mi tranquillate signore; l’ho lasciato da sì lungo tempo che -non avevo più di lui alcuna rimembranza. - -— E poi sapete che le molte ricchezze fanno chiudere un occhio sopra -varie cose. - -— Mio padre è dunque realmente ricco, signore? - -— Milionario... 500 mila lire di rendita. - -— Allora, domandò il giovine con ansietà, mi troverò ben presto in una -posizione... aggradevole? - -— Delle più aggradevoli, mio caro signore, vi assegna 50 mila lire di -rendita per ogni anno durante il tempo che resterete a Parigi. - -— Ma... in questo caso vi resterò sempre? - -— Oh! chi può rispondere delle congiunture, mio caro signore? l’uomo -propone ed Iddio dispone. - -Andrea mandò un sospiro: — Ma finalmente per tutto il tempo che resterò -a Parigi e... che nessuna occasione mi sforzerà di abbandonare; questo -danaro di cui mi parlavate poco fa mi sarà assicurato? - -— Oh! perfettamente. - -— Da mio padre? domandò Andrea con inquietudine. - -— Sì, ma garantito da Lord Wilmore, che ha sulla domanda di vostro -padre aperto un credito di 5 mila fr. il mese presso il sig. Danglars, -uno dei più sicuri banchieri di Parigi. - -— E mio padre conta di restare lungamente a Parigi? - -— Soltanto qualche giorno, rispose Monte-Cristo, il suo servizio non -gli permette di assentarsi più di due o tre settimane. — Oh! che caro -padre! disse Andrea visibilmente incantato per questa pronta partenza. - -— Per cui, soggiunse Monte-Cristo facendo sembiante d’ingannarsi -sull’accento di queste parole, per cui non voglio ritardare più oltre -di un solo momento la vostra riunione. Siete preparato ad abbracciare -questo degno sig. Cavalcanti? - -— Spero che non ne dubiterete. — Ebbene, entrate dunque nel salotto, -mio giovine amico e vi troverete vostro padre che vi aspetta. — -Andrea fece un profondo saluto al conte ed entrò nel salotto. — Il -conte lo seguì con lo sguardo ed avendolo veduto sparire, spinse una -molla corrispondente ad un quadro che scostandosi dal muro lasciava -penetrare la vista nell’interno del salotto, per mezzo d’una fessura -maestrevolmente disposta. Andrea chiuse la porta dietro a sè, e si -avanzò verso il maggiore, che si alzò appena inteso il rumore dei passi -che si avvicinavano. - -— Ah! signore e caro padre, disse Andrea ad alta voce, ed in modo che -il conte lo sentisse al di là della porta chiusa, siete veramente voi? - -— Buon giorno, caro figlio, disse con gravità il maggiore. - -— Dopo tanti anni di separazione, ripetè Andrea, continuando a guardare -dal lato della porta, quale fortuna di rivederci! - -— Difatto la separazione è stata lunga. - -— E non ci abbracciamo signore? riprese Andrea. - -— Come vi piace, figlio mio, soggiunse il maggiore. - -E i due uomini si abbracciarono al modo degli attori del teatro -francese, cioè situando la testa al disopra delle spalle. - -— Eccoci dunque riuniti, disse Andrea. — Eccoci riuniti, ripetè il -maggiore. — Per non più separarci? - -— Sia; però credo, mio caro figlio, che ora considerate la Francia come -la vostra seconda patria. - -— Il fatto è che sarei disperato se dovessi lasciar Parigi. - -— Ed io, capirete, non saprei vivere fuori di Lucca; ritornerò dunque -in Italia appena il potrò. - -— Ma, caro padre, prima di partire mi consegnerete, n’è vero, le carte -con le quali contestar possa la mia nascita? - -— Senza dubbio, son venuto espressamente per questo ed ho già -molto sofferto per ritrovarvi, da non farlo una seconda volta; ciò -occuperebbe il restante dei miei giorni. - -— E le carte? — Eccole. — Andrea afferrò avidamente la fede di -matrimonio di suo padre e quella della sua nascita, e le percorse con -una rapidità ed abitudine che dinotavano un colpo d’occhio esercitato, -ed un vivo interessamento; appena terminato, un’indefinibile gioia gli -brillò sulla fronte, e guardando il maggiore con uno strano sorriso: - -— E che! diss’egli in buon toscano, non vi son più galere in Italia? - -Il maggiore si raddrizzò: — E perchè? diss’egli. - -— Perchè vi si fabbricano impunemente certificati simili; per la metà -di questo, caro padre, in Francia vi manderebbero a respirare per -cinque anni l’aria di Tolone. - -— Come sarebbe a dire? sclamò il Lucchese sforzandosi d’assumere un -tuono maestoso. - -— Mio caro sig. Cavalcanti, disse Andrea stringendo il braccio al -maggiore, quanto vi pagano per essere mio padre... - -Il maggiore volea parlare; ma Andrea soggiunse abbassando la voce: — -Zitto, sarò il primo a darvi l’esempio di confidenza, a me danno 50 -mila fr. l’anno per esser vostro figlio; per conseguenza capirete bene, -che non sarò mai disposto a negare che voi siete mio padre. - -Il maggiore guardò con inquietudine a sè dintorno. - -— Eh! state pur tranquillo, siamo soli, disse Andrea; e d’altra parte -noi parliamo in italiano. - -— Ebbene! ripetè il Lucchese, a me danno 50 mila fr. per una sola -volta. — Sig. Cavalcanti, credete ai racconti delle fate? — Prima non -vi credeva, ma adesso bisogna che vi creda. — Avete dunque avuto delle -prove? — Il maggiore cavò dal taschino un pugno di monete d’oro: — -Palpabili, come vedete. — Credete dunque, ch’io possa aggiustar fede -alle promesse fatte? — Lo credo. - -— E questo brav’uomo del conte le manterrà? - -— Sicuramente, ma capirete che per giungere allo scopo, bisogna che noi -rappresentiamo bene la parte impostane. - -— In qual modo dunque? — Io di tenero padre. — Ed io di figlio -rispettoso, dapoicchè essi desiderano che io discenda da voi? — Chi -essi? — Diavolo nol so, quelli che vi hanno scritto, non avete ricevuta -una lettera? - -— Da un certo abate Busoni. - -— Che non conoscete? - -— Che non ho mai veduto. — Che diceva questa lettera? - -— Voi al certo non mi tradirete? - -— Me ne guarderei bene; abbiamo eguali interessi. - -— Allora tenete; ed il maggiore presentò la lettera al giovine. — -Andrea lesse a voce bassa: - - «Voi siete povero, un’infelice vecchiaia vi attende; volete - diventare, se non ricco, almeno indipendente? Partite sul momento - per Parigi, per reclamare dal conte di Monte-Cristo, Campi-Elisi - n. 30, il figlio che avete avuto con la marchesa Corsinari, e che - vi fu rapito nell’età di 5 anni. - - «Egli chiamasi Andrea Cavalcanti. Perchè non abbiate alcun - dubbio sulle intenzioni che il sottoscritto ha di rendersi a voi - vantaggioso, troverete qui unite: - - «1. Un bono di 2400 lire toscane pagabili dal sig. Gozzi in - Firenze. - - «2. Una lettera di presentazione pel sig. di Monte-Cristo sul - quale vi apro un credito della somma di 48 mila fr. - - «Siate dal conte li 26 maggio alle sette p. m.» - - ABATE BUSONI. - -— È questa. — Come? è questa? che intendete dire? domandò il maggiore. -— Dico che ne ho ricevuta una presso a poco come questa. — Voi? — Sì, -io. — Dall’abate Busoni? — No. — Da chi dunque? Da un inglese, da un -certo Wilmore, che prende il nome di Sindbad il marinaro... - -— E che voi non conoscete più che io l’abate Busoni? - -— È un fatto, ma sono più avanti di voi. - -— L’avete veduto? — Sì una volta. — E dove? - -— Ecco ciò che precisamente non posso dirvi, voi ne sapreste quanto me, -e ciò è inutile. - -— E quella lettera vi diceva? — Leggete: - - «Voi siete povero, e non avete che un avvenire miserabile; volete - avere un nome, esser libero, esser ricco?» - -— Per bacco! fece il giovine librandosi sui talloni, come se una simile -interrogazione gli fosse stata fatta veramente in quel punto. - - «Prendete la carrozza di posta che troverete già allestita - uscendo da Nizza per la porta di Genova. Passate per Torino, - Chambery, e Pont-de-Voisin, e recatevi a Parigi. Presentatevi - al sig. conte di Monte-Cristo, entrate dai Campi-Elisi il 26 - maggio alle 7 p. m. e domandategli di vostro padre. Voi siete - figlio del marchese Bartolommeo Cavalcanti, e della marchesa - Oliva Corsinari, come l’attestano le carte che vi saran rimesse - dal marchese, e che vi permetteranno di potervi presentare - con questo nome nella società di Parigi. In quanto al vostro - rango, una rendita di 50 mila lire l’anno vi metterà in istato - di poterlo sostenere. Unito alla presente troverete un bono di - 5 mila lire pagabili dal sig. Ferrea di Nizza, ed una lettera - di presentazione sul conte di Monte-Cristo, incaricato da me di - provvedere ai vostri bisogni.» - - SINDBAD IL MARINARO. - -— Hum! fece il maggiore, benissimo! avete veduto il conte? - -— L’ho lasciato or ora. — Ed egli ha ratificato?... - -— Tutto. - -— Ne capite qualche cosa? — No in fede mia. - -— In questa faccenda v’è certamente un merlotto. - -— In ogni caso non sarem, nè io, nè voi. - -— No certamente. — Ebbene allora... - -— Poco c’importa, n’è vero?... — Precisamente, ciò voleva dire anch’io, -andiamo fino alla fine e sempre uniti. - -— Vedrete che son degno di giuocare alla vostra partita. - -— Non ne ho dubitato neppur un momento, caro padre. - -— Voi mi fate onore, caro figlio. - -Monte-Cristo scelse questo momento per entrar nel salotto. Sentendo il -rumore dei suoi passi, i due uomini si gettarono nelle braccia l’uno -dell’altro, il conte li trovò abbracciati: — Ebbene, marchese, disse -egli, sembra che abbiate trovato un figlio a seconda del vostro cuore. - -— Ah! conte, la gioia mi soffoca. - -— E voi? — Ah! signore, la felicità mi opprime. - -— Padre fortunato, figlio avventuroso, sclamò Monte-Cristo. - -— Una sola cosa mi rattrista, disse il maggiore, la necessità di dover -così presto lasciar Parigi. - -— Non partirete prima che vi abbia presentato a qualche amico. - -— Sono agli ordini del sig. conte. - -— Or via, giovinotto, confessatevi. — A chi? - -— A vostro padre, ditegli qualche cosa sullo stato delle vostre -finanze. — Ah! diavolo disse Andrea, voi toccate la corda sensibile... -— Capite, maggiore, disse Monte-Cristo. - -— Senza dubbio. — Egli dice che ha bisogno di danaro. - -— E che volete che ci faccia io? — Che gliene diate, per bacco! — Io? — -Sì, voi! Monte-Cristo si pose fra loro: - -— Prendete, disse ad Andrea, lasciandogli scorrer tra le mani dei -biglietti di banca. — E che cos’è? — La risposta di vostro padre; non -gli avete fatto capire che avevate bisogno di danaro? — Ebbene? - -— Ebbene, ed egli m’incarica di rimettervi questi. - -— In conto delle mie rendite? - -— No, per le spese d’istallazione. - -— Oh! caro padre! — Silenzio, disse Monte-Cristo; vedete bene ch’egli -non vuole che vi dica che vengano da lui. - -— Apprezzo questa delicatezza, disse Andrea nascondendo i biglietti -nella saccoccia del calzone. - -— Sta bene, disse Monte-Cristo, ora andate! - -— E quando avrem l’onore di rivedere il sig. conte? domandò il maggiore. - -— Sabato, se vi piace; avrò parecchie persone a pranzo nella mia casa -d’Auteuil, strada Fontana n. 28, fra esse il sig. Danglars, vostro -banchiere; vi presenterò a lui, bisogna ben che faccia la conoscenza di -entrambi per isborsarvi il vostro danaro. - -— In gran tenuta? domandò a mezza voce il maggiore. - -— Sì! uniforme, decorazioni, e calzoni corti. - -— Ed io? domandò Andrea. - -— Oh! voi con gran semplicità: calzoni neri, stivali verniciati, -gilè bianco, abito nero o blu; andate da _Blin_, o _Véronique_ per -abbigliarvi; se non ne sapete gl’indirizzi, Battistino ve li darà, se -prendete cavalli servitevi da _Devedeux_, e se comprate un _phaéton_ -andate da _Baptiste_. - -— A che ora potrem presentarci? — Alle sei e mezzo. - -— Sta bene, disse il maggiore portando la mano al cappello. - -I due Cavalcanti salutarono il conte e partirono. - -Il conte si avvicinò alla finestra e li vide che attraversavano il -cortile, tenendosi sotto il braccio: — In verità, diss’egli, ecco due -gran miserabili! peccato che non siano veramente padre e figlio. — -Dopo un momento di cupa riflessione: — Andiamo dai Morrel, credo che il -disprezzo mi accori ancor più dell’odio. - - - - -LVI. — IL RECINTO A TRIFOGLIO. - - -È d’uopo che i nostri lettori ci permettano di ricondurli a quel -recinto che confina coll’abitazione del sig. de Villefort, e dietro -il cancello investito dai marroni troveremo delle persone di nostra -conoscenza. Questa volta Massimiliano era giunto il primo: era -egli che teneva l’occhio volto all’assito cercando nel fondo del -giardino un’ombra fra gli alberi ed attendendo il calpestio d’uno -stivaletto di seta sulla sabbia dei viali. Finalmente il tanto -desiderato calpestio si fe’ sentire, ma invece di una furon due le -ombre che si avvicinarono. Il ritardo era causato dalla visita della -sig.ª Danglars e di Eugenia, ch’erasi prolungata oltre l’ora in -cui Valentina era attesa. Allora per non mancare al suo ritrovo la -giovinetta aveva proposto a madamigella Danglars una passeggiata nel -giardino, volendo far vedere a Massimiliano non esser da lei causato -il ritardo, pel quale certamente ella soffriva. Il giovine capì tutto -con quella rapidità d’induzione propria degli amanti, ed il suo cuore -ne fu sollevato. D’altra parte senza giungere a portata di voce, -Valentina diresse la sua passeggiata in modo che Massimiliano potesse -vederla passare e ripassare; e ad ogni giro uno sguardo celato alla -compagna, ma vibrato dalla parte del cancello, e dal giovine raccolto, -gli diceva: — «Abbiate pazienza, vedete che non è mia colpa.» — -Massimiliano infatti acquistava pazienza, ammirando il contrasto che vi -era fra quelle due giovanette, tra la bionda dagli occhi languidi e dal -corpo leggermente inclinato come un bel salice; e la bruna dagli occhi -vivi e dal corpo ritto come un pioppo: non è necessario il dirlo, in -questo contrasto tutto il vantaggio stava dal lato di Valentina, almeno -nel cuor del giovine. - -Dopo mezz’ora di passeggiata le due giovanette s’allontanarono; -Massimiliano capì esser giunto il termine della visita della sig.ª -Danglars. Infatto un momento dopo comparve Valentina sola. Per timore -che qualche indiscreto sguardo non ne seguisse il ritorno, ella veniva -pian piano; ed invece di avanzarsi direttamente verso il cancello, andò -ad assidersi sur un banco, dopo aver senz’affettazione esaminato ogni -gruppo d’albero ed internato lo sguardo nel fondo di tutti i viali; -prese queste cautele corse al cancello. — Buon giorno Valentina, disse -una voce — Buon giorno Massimiliano, vi ho fatto attendere, ma ne avete -veduto la causa. - -— Ho veduto Madamigella Danglars, non vi credeva in sì stretta amicizia -con lei. - -— E chi vi ha detto che siam strette amiche? - -— Nessuno, ma ho potuto scorgerlo dal modo come vi tenevate pel -braccio, e come parlavate, si sarebber dette due compagne di -conservatorio che si facevan le lor confidenze. - -— Sì, è vero, infatto, disse Valentina, ella mi confessava la sua -avversione al matrimonio col sig. de Morcerf; ed io la mia infelicità -in isposare il sig. d’Épinay. — Cara la mia Valentina! — Sapete, amico -mio, avete scorta quest’apparenza di abbandono fra me ed Eugenia, -perchè parlando dell’uomo che non amava, pensavo a quello che amo. - -— Quanto siete buona, mia Valentina, avete in voi stessa una cosa che -Eugenia non avrà mai: l’attrattiva indefinibile che per la donna è ciò -che il profumo è pel fiore, il sapore pel frutto, che non è tutto in un -fiore d’esser bello, in un frutto d’esser buono. — L’amor vostro vi fa -vedere così la cosa. - -— No, Valentina, ve lo giuro; sentite; poco fa io vi guardava entrambe, -e sul mio onore rendendo giustizia alla bellezza di Eugenia non poteva -comprendere come un uomo si possa innamorar di lei. — Egli è perchè io -stava là, e la mia presenza vi rendeva ingiusto. — No, ma ditemi... -una domanda di semplice curiosità, che emana da certe idee che mi -son fatto di madamigella Danglars. — Oh! queste idee saran certamente -ingiuste sebbene io non sappia quali sieno; quando giudicate noi povere -donne, non ci dobbiamo aspettare indulgenza. — Ma siete poi ben giuste -quando vi giudicate l’un l’altra fra di voi. — Egli è perchè nei nostri -giudizii vi son quasi sempre mischiate le passioni. - -— È forse perchè Eugenia ama qualche altro, che ella teme il matrimonio -col sig. de Morcerf? — Massimiliano, vi ho già detto che non sono -la sua intima amica. — Oh! mio Dio, senza essere amiche intime le -giovinette si fan delle confidenze... convenite meco, che voi le -avete fatta qualche interrogazione su quest’argomento... vi veggo -sorridere... sentiamo, che cosa vi ha detto? - -— Mi ha detto che non amava alcuno, disse Valentina, che aveva in -orrore il matrimonio, che la sua maggiore gioia sarebbe di menare -una vita libera ed indipendente, e che quasi desiderava che suo padre -perdesse la sua fortuna per divenire artista come la sua amica Luigia -d’Armilly. - -— Ah! vedete dunque... — Ebbene, ciò che cosa prova? domandò Valentina. -— Nulla, rispose sorridendo Massimiliano. — Allora, disse Valentina, -perchè ora voi sorridete? - -— Ah! vedete bene che anche voi guardate, proseguì Massimiliano. -— Volete che mi allontani? — No, no, torniamo a noi. — Sì è vero, -perchè abbiamo appena dieci minuti da stare insieme. — Dio mio! gridò -costernato Massimiliano. - -— Sì, avete ragione, disse malinconicamente Valentina, avete in me una -povera amica, quale esistenza è la vostra, avete tanto ben fatto per -essere felice! credetemi, io mel rimprovero amaramente. - -— Ebbene, che v’importa Valentina se anche in tal guisa io mi trovo -felice? - -— Grazie, sperate per entrambi, Massimiliano, ciò mi rende per metà -felice. — E che cosa dunque vi accade ancora, o Valentina, che dovete -ora lasciarmi sì presto? — Non so; la sig.ª di Villefort m’ha fatto -dire dovermi fare una comunicazione dalla quale ella dice, dipende -metà della mia fortuna. Eh! mio Dio! ch’essi se la prendan tutta, son -ricca abbastanza, ma almeno dopo averla presa, mi lascino tranquilla e -libera. - -— Ma non temete voi che questa comunicazione sia qualche notizia -intorno il vostro matrimonio? - -— Nol credo... - -— Però ascoltatemi Valentina, ma non vi spaventate. - -— Credete tranquillarmi, dicendomi ciò, Massimiliano? - -— Perdono; avete ragione, sono un uomo brutale; ebbene voleva dirvi che -giorni sono ho incontrato il sig. de Morcerf. - -— Ebbene? - -— Il sig. Franz è suo amico, come voi ben sapete. - -— Sì, ebbene? - -— Ebbene egli ha ricevuto da Franz una lettera con cui lo avvisa del -suo vicino ritorno. - -Valentina impallidì, ed appoggiò la testa contro il cancello: - -— Ah! mio Dio, diss’ella, sarà presto! Ma no, una tale comunicazione -non mi verrebbe dalla sig.ª de Villefort. - -— Perchè? - -— Perchè... nol so... ma sembrami che la sig.ª de Villefort, senza -opporvisi francamente, non abbia simpatia per questo matrimonio. - -— Va bene, Valentina, dovrò finire per adorare la sig.ª de Villefort. - -— Oh! non v’affrettate, Massimiliano, disse Valentina con amaro sorriso. - -— Alla fin fine, se le è antipatico questo matrimonio, non fosse altro -che per romperlo, ella forse darebbe ascolto a qualche altra proposta. - -— Nol credete, la sig.ª de Villefort non respinge i mariti, ma il -matrimonio. - -— Come? il matrimonio? se tanto detesta il matrimonio perchè si è -maritata? — Voi non mi capite, Massimiliano; quando un anno fa le -parlai di ritirarmi in un convento, ad onta delle osservazioni ch’ella -si era creduta in dovere di farmi, aveva adottata la mia proposizione -con gioia; ed a sua istigazione, mio padre vi aveva acconsentito, ne -son sicura, non vi fu che il povero nonno che mi trattenne; non potete -figurarvi quanta espressione vi sia negli occhi di questo povero -vecchio, che non ama che me sola al mondo, e che (Dio mi perdoni se -dico una bestemmia) in questo mondo non è amato che da me sola; se -sapeste quando apprese la mia risoluzione, in qual modo mi ha guardato, -quanti rimproveri vi erano in quegli sguardi, quanta disperazione in -quelle lagrime che scorrevano senza lamenti e senza sospiri su quelle -guance immobili: ah! Massimiliano, io provai alcun che come di rimorso, -e mi sono gettata ai suoi piedi gridando: — Perdono! perdono! padre -mio, faranno di me ciò che vorranno, ma io non vi lascerò mai. — Allora -alzò gli occhi al cielo. Massimiliano, io posso soffrire molto; questo -sguardo del mio buon vecchio nonno mi ha ricompensato di tutto ciò che -soffrirò. - -— Cara Valentina, voi siete un angelo, ed io non so come abbia potuto -meritare (sciabolando a dritta e a sinistra dei Beduini, a meno che -Dio non abbia preso in considerazione ch’essi sono infedeli) che voi -vi riveliate a me. Ma finalmente vediamo Valentina, quale dunque può -essere la premura così forte della sig.ª de Villefort, perchè non -abbiate a maritarvi? - -— Non avete inteso ciò che vi diceva poco fa, che cioè, io sono ricca, -Massimiliano, troppo ricca? io ho dal lato di mia madre quasi cinquanta -mila lire di rendita, mio nonno e mia nonna, il marchese e la marchesa -di Saint-Méran, devono lasciarmene altrettanto; il sig. Noirtier ha -egualmente l’intenzione di farmi sua unica erede. Ne risulta adunque, -comparativamente a me, che mio fratello Edoardo che non aspetta -dal lato di sua madre alcuna ricchezza, è povero. Ora la sig.ª de -Villefort ama questo fanciullo all’adorazione, e se io fossi entrata -in un monastero, tutt’i miei beni concentrati sopra mio padre che -erediterebbe dal marchese, dalla marchesa, e da me, sarebbero venuti a -suo figlio. - -— Questa cupidità in una donna giovane e bella è molto strana! - -— Notate però che tutto ciò non è per essa, Massimiliano, ma per suo -figlio, e ciò che voi le rimproverate come un difetto, sotto il punto -di vista dell’amor materno è quasi una virtù. - -— Ma vediamo, Valentina, disse Morrel, se voi rilascereste una porzione -di questi beni a questo figlio. - -— Ma quale sarà il mezzo di fare una simile proposizione, disse -Valentina, e particolarmente con una donna che continuamente ha sulla -bocca la parola disinteressamento? - -— Valentina, mi permettete voi di parlare di questo affare con un amico? - -Valentina fremette: — Ad un amico? diss’ella, mio Dio, Massimiliano, un -fremito mi percorre le membra, nel sentirvi parlar così! ad un amico, e -chi è dunque questo amico? - -— Ascoltate, Valentina, avete mai sentito per qualcuno una di quelle -simpatie irresistibili che fanno sì, che vedendo ancora una persona per -la prima volta, voi credete conoscerla da lungo tempo, e vi domandate -dove e quando l’avete veduta: e tanto che non potendo ricordarvi nè -il luogo, nè il tempo, giungete a credere, che ciò fu in un mondo -anteriore al nostro, e che questa simpatia non sia che una rimembranza -che si risvegli? — Sì. — Ebbene! ecco ciò che io ho provato la prima -volta che ho veduto quest’uomo straordinario. - -— Un uomo straordinario? — Sì. - -— Che voi conoscete da lungo tempo allora? - -— Da otto o dieci giorni. - -— E chiamate vostro amico un uomo che conoscete da soli otto giorni? -Oh! Massimiliano, vi credeva molto più avaro di questo bel nome di -amico. - -— Voi in logica avete ragione, Valentina, ma dite ciò che volete, -niuna cosa mi farà retrocedere su questo sentimento istintivo. Credo -che quest’uomo sarà immischiato a tutto ciò che mi accadrà di bene -nell’avvenire, che perfino il suo sguardo profondo sembra conoscere e -la sua mano possente dirigere. - -— È dunque un indovino? disse sorridendo Valentina. - -— In fede mia, son tentato a credere che spesso indovini.... -particolarmente il bene. - -— Oh! disse Valentina tristamente, fatemi conoscere quest’uomo, che io -sappia da costui, se sarò amata abbastanza per esser ricompensata di -tutto ciò che ho sofferto. - -— Pover’amica! ma voi lo conoscete. — Io? — Sì. È quegli che ha salvato -la vita a vostra matrigna ed a suo figlio. - -— Il conte di Monte-Cristo? — Egli stesso. - -— Oh! gridò Valentina, egli non può mai essere mio amico, lo è troppo -di mia matrigna. - -— Il conte amico di vostra matrigna? Valentina, il mio istinto mi -avrebbe ingannato a questo punto? son sicuro che voi vi sbagliate. - -— Oh! se sapeste Massimiliano, non è più Edoardo che regna nella -casa, ma il conte ricercato dalla sig.ª de Villefort, che vede in lui -il riassunto delle umane conoscenze, ammirato, intendete? ammirato -da mio padre, che dice di non aver mai inteso formolare con maggiore -eloquenza le idee più sublimi, idolatrato da Edoardo che ad onta della -sua paura pe’ grandi occhi neri del conte, corre da lui tosto che lo -vede giungere e gli apre la mano, ove ritrova sempre qualche scherzo -ammirabile: il sig. di Monte-Cristo quando è dalla sig.ª de Villefort, -è come fosse in casa sua. - -— Ebbene! cara Valentina, se le cose sono così, come dite, dovete di -già risentire o risentirete ben presto gli effetti della sua presenza. -Egli incontra Alberto de Morcerf in Italia, e ciò per sottrarlo dalle -mani dei briganti, vede la sig.ª Danglars, e ciò per farle un regalo da -re; vostra matrigna e vostro fratello passano davanti alla sua porta, e -ciò perchè il suo moro salvi loro la vita. Quest’uomo ha evidentemente -ricevuto il potere di avere influenza sugli avvenimenti, sugli uomini, -e sulle cose. Non ho mai veduto gusti più semplici collegati ad una più -alta magnificenza. Il suo sorriso è sì dolce quando me lo indirizza, -che io dimentico come gli altri trovino il suo sorriso amaro: oh! -ditemi, Valentina, vi ha egli sorriso in tal modo? Se lo ha fatto, -sarete felice. - -— No, disse la giovinetta, egli mi guarda appena, o piuttosto se -passo per caso, volge lo sguardo altrove. Oh! Non è generoso, non ha -quello sguardo profondo che legge nell’interno dei cuori, e che voi -gli supponete a torto; poichè se avesse avuto questo sguardo, avrebbe -veduto che io sono l’infelice, perchè se fosse generoso, vedendomi sola -e trista nel mezzo di questa famiglia, mi avrebbe protetta con quella -influenza ch’egli esercita; e poichè rappresenta, a quanto pretendete, -la parte di sole, avrebbe riscaldato il mio cuore ad uno dei suoi -raggi. Voi dite che vi ama, Massimiliano; che ne sapete? gli uomini -fanno sempre viso grazioso ad un ufficiale alto 5 piedi ed 8 pollici -come voi; che ha lunghi baffi, ed una gran sciabola, ma credono di -potere schiacciare senza timore una povera giovinetta che piange. - -— Ah! Valentina, v’ingannate, ve lo giuro! - -— Se fosse altrimenti, se mi trattasse diplomaticamente, cioè come -un uomo che vuole in un modo o nell’altro paoneggiare la famiglia, mi -avrebbe, non fosse stato che una sola volta, onorata di quel sorriso -che voi tanto mi vantate, ma no, mi ha veduta disgraziata, capisce -che non posso essergli buona a niente, e non fa attenzione a me. Chi -sa invece per fare la corte a mio padre, alla signora de Villefort, a -mio fratello, che non mi perseguiti tanto, quando sarà in suo potere -di farlo? vediamo francamente, Massimiliano, io non sono una donna -che si debba disprezzare così senza ragione; voi me lo avete detto... -Ah! perdonate, continuò la giovinetta vedendo la impressione che -producevano le sue parole su Massimiliano, sono cattiva, e vi dico su -quest’uomo cose che non sapeva neppure di avere in cuore. Ascoltate, -non nego che quest’influenza di cui mi parlate, vi sia, e che egli non -la eserciti anche su me; ma s’egli la esercita, è in un modo nocivo e -corruttore, come lo vedete, dei vostri buoni pensieri. - -— Sta bene, Valentina, disse Morrel con un sospiro, non ne parliamo -più, non gli dirò niente. - -— Ahimè! amico mio, disse Valentina, io vi affliggo, lo vedo; oh! ma -finalmente non chiedo di meglio che di esser convinta, dite che ha -dunque fatto per voi questo conte di Monte-Cristo? - -— Voi mi mettete in un grande impaccio domandandomi ciò che ha fatto il -conte per me; niente d’ostensibile, lo so bene. Vi ho già detto che la -mia affezione per lui è tutta d’istinto, e che nulla ha di ragionato. -Il sole mi ha forse fatto qualche cosa? no; egli mi riscalda e colla -sua luce io vedo, ecco tutto. Il tale o tal altro profumo ha fatto -qualche cosa per me? no, il suo odore ricrea aggradevolmente uno dei -miei sensi, non ho altra cosa a dire quando mi si domanda perchè io -vanti quel tale profumo. La mia amicizia per lui è strana, com’è la -sua per me. Una voce segreta m’avverte che vi è qualche cosa più di un -semplice caso in quest’amicizia impreveduta e reciproca, trovo della -correlazione perfino nei suoi più segreti pensieri, fra le mie azioni -ed i miei pensieri. Voi forse riderete di me, Valentina, ma da che -conosco quest’uomo mi è venuta l’assurda idea, che tutto ciò che mi -accade di bene provenga da lui; ciò non ostante ho vissuto trent’anni -senza aver mai avuto bisogno di questo protettore, n’è vero? non -importa, sentite un esempio. Egli mi ha invitato a pranzo per sabato, -questa è una cosa naturale al punto in cui siamo? ebbene! che ho saputo -dopo? che vostro padre è invitato a questo pranzo, che vostra madre -vi verrà. M’incontrerò con essi, e chi sa ciò che potrà risultare per -l’avvenire da questo incontro? ecco delle particolarità semplicissime -in apparenza; ciò non ostante vi scorgo dentro qualche cosa che mi -sorprende, vi pongo una strana confidenza. Mi dico che il conte, -quest’uomo singolare che indovina tutto, ha voluto farmi ritrovare col -sig. e colla sig.ª de Villefort, e qualche volta cerco, ve lo giuro, di -leggere nei suoi occhi se ha indovinato il mio amore. - -— Mio buon amico, disse Valentina, se non sentissi da voi che -ragionamenti simili, vi prenderei per un visionario: ed avrei una vera -paura, pel vostro buon senso. Non è forse un puro caso quest’incontro? -In verità rifletteteci dunque. Mio padre che non esce mai è stato dieci -volte sul punto di negare questo invito alla sig.ª de Villefort, la -quale al contrario arde dal desiderio di vedere in sua casa questo -straordinario nababbo, ed a gran stento ella ottenne che l’avrebbe -accompagnata. No, no, credetemi, per voi Massimiliano, non ho altri a -cui chiedere soccorso, che a mio nonno, un cadavere; altr’appoggio che -in mia madre, un’ombra... - -— Sento che avete ragione, Valentina, e che la logica sta dalla -vostra parte, disse Massimiliano, ma la vostra dolce voce, sempre così -possente in me oggi non mi convince. - -— E la vostra ancor meno, disse Valentina, e vi confesso che se non -avete altro esempio da citarmi... - -— Ne ho uno, disse Massimiliano esitando, ma in vero, Valentina, m’è -forza confessarlo, è ancor più assurdo del primo. - -— Tanto peggio, disse sorridendo Valentina. - -— Eppur, continuò Morrel, non è meno concludente per me, uomo tutto -d’ispirazione e di sentimento, e che ho qualche volta in dieci anni -che servo, dovuto la vita ad uno di quei lampi interni, che vi dicono -di fare un movimento innanzi o indietro, perchè la palla che vi deve -uccidere, vi passi d’accanto. - -— Caro Massimiliano, perchè non fare onore alle preghiere in questa -deviazione delle palle? quando siete in Africa, non prego più Dio per -me, nè per mia madre, ma sol per voi. - -— Sì, dacchè vi conosco, disse sorridendo Morrel, ma prima che vi -conoscessi, Valentina. - -— Vediamo, non volete essermi debitore di cos’alcuna, cattivo, tornate -dunque a questo esempio che voi stesso confessate assurdo. - -— Ebbene! guardate fra gli assi, ed osservate laggiù a quell’albero il -nuovo cavallo col quale son venuto. - -— Oh! che bestia ammirabile! perchè non lo avete condotto vicino al -cancello? gli avrei parlato, ed egli mi avrebbe intesa. - -— Infatto come lo vedete, è un animale di gran prezzo, disse -Massimiliano; voi sapete che la mia fortuna è limitata, e che io altro -non sono, come si dice, che un uomo ragionevole. Ebbene! avevo veduto -da un mercante di cavalli questo magnifico Médéah, così lo chiamo, ne -chiesi il prezzo, mi fu risposto 4500 fr., dovetti astenermi, come -ben lo capirete, dal trovarlo tanto bello, e partii col cuore molto -grosso, perchè il cavallo mi aveva guardato teneramente, mi aveva -accarezzato con la testa, ed aveva corvettato sotto di me nel modo più -elegante e grazioso. La stessa sera aveva in mia casa alcuni amici, il -sig. Château-Renaud, il sig. Debray, e 5 o sei altri cattivi soggetti, -che avete la fortuna di non conoscere neppur di nome. Ho proposta una -partita di _bouillotte_; non giuoco mai perchè non sono abbastanza -ricco da poter perdere, nè abbastanza povero per desiderare di vincere; -io era in casa mia, e non altro avevo a fare che far prendere un mazzo -di carte, e così feci. Quando ci mettemmo al tavolino, giunse il sig. -di Monte-Cristo, si giuocò ed io vinsi, oso appena confessarvelo, -Valentina, guadagnai 5 mila fr. Noi ci lasciammo a mezza notte; io -non potei più contenermi, presi un _cabriolet_, e mi feci condurre -dal mercante di cavalli. Palpitante suonai, egli venne ad aprirmi, -e dovette prendermi per pazzo; io mi slanciai dall’altra parte della -porta appena aperta; entrai in iscuderia, guardai alla rastrelliera. -Oh! fortuna! Médéah rodeva il fieno; prendo una sella, gliela metto -sul dorso, gli pongo le redini; poi depositando i 4500 fr. fra le -mani del mercante stupefatto, ritorno, o piuttosto passo la notte a -passeggiare nei Campi-Elisi. Ebbene! ho veduto il lume alla finestra -del conte: e mi è perfino sembrato di scorgere l’ombra dietro la tenda. -Or Valentina, giurerei, che il conte ha saputo che desideravo questo -cavallo, e che ha espressamente perduto per farmelo guadagnare. - -— Mio caro Massimiliano, disse Valentina, siete troppo fantastico... -non mi amerete lungamente: un uomo sì poetico non saprebbe fissarsi a -suo piacere in una passione monotona come la nostra, ma sentite... mi -chiamano... - -— Oh! Valentina, disse Massimiliano per la piccola fessura -dell’assito... - -— Avevamo detto, Massimiliano, che saremmo stati l’una per l’altro due -voci, due ombre! - -— Come vi piacerà, Valentina. - - - - -LVII. — IL SIG. NOIRTIER DE VILLEFORT. - - -Ecco ciò che accadde nella casa del procuratore del re dopo la partenza -della sig.ª Danglars e di sua figlia durante la conversazione che -abbiamo riferita. Il sig. de Villefort era entrato nella camera di -suo padre, seguito dalla sig.ª de Villefort; in quanto a Valentina noi -sappiamo dov’era. - -Entrambi dopo aver salutato il vecchio e congedato Barrois, antico -domestico, che era al loro servizio da 25 anni, avevano preso posto ai -suoi lati. Il sig. Noirtier assiso in una gran poltrona a carrucole, -dove veniva posto la mattina, e dove era levato la sera, seduto davanti -ad uno specchio che riflettendo tutto l’appartamento gli permetteva di -vedere, senza fare alcun movimento, divenuto impossibile, chi entrava -nella sua camera, chi ne usciva, e tutto ciò che si faceva intorno a -lui; il sig. Noirtier immobile come un cadavere guardava con occhi -intelligenti e vivi i suoi figli, la cui cerimoniosa riverenza gli -annunciava qualche dimostrazione ufficiale ed inattesa. La vista e -l’udito erano i due soli sensi, che a guisa di due scintille animavano -questa materia umana di già per tre quarti apparecchiata per la tomba: -ed anche di questi due sensi un solo poteva rilevare all’esterno la -vita interna che animava la statua; e lo sguardo che denunziava questa -vita interna era paragonabile ad una di quelle luci lontane che, -durante la notte, avvisano il viaggiatore perduto in un deserto che vi -è ancora un essere esistente che veglia in quel silenzio ed in quella -oscurità. - -Così nell’occhio nero del vecchio Noirtier sormontato da un -sopracciglio pur nero, mentre che la capigliatura, ch’egli portava -lunga e pendente sulle spalle, era bianca; in quest’occhio, come accade -in ciascun organo dell’uomo, esercitato a spese degli altri organi, si -erano concentrate tutta l’attività, tutta la destrezza, tutta la forza, -tutta l’intelligenza, sparse altra volta in questo corpo ed in questo -spirito. Certamente mancavano il gesto del braccio, il suono della voce -e l’attitudine del corpo; ma quell’occhio possente suppliva a tutto, -egli comandava cogli occhi, ringraziava cogli occhi; era un cadavere -cogli occhi vivi, e niente poteva essere qualche volta più spaventoso -di questo viso di marmo, nell’atto del quale si accendeva una collera -o rispondeva una gioia. Tre persone soltanto sapevano comprendere il -linguaggio di questo povero paralitico. Villefort, Valentina, ed il -vecchio domestico di cui abbiamo già parlato. Ma siccome Villefort -non vedeva suo padre che rare volte, e per così dire solo quando -non ne poteva far di meno; siccome quando lo vedeva, non cercava di -compiacerlo comprendendolo; tutta la felicità del vecchio era riposta -nella sua nipote Valentina la quale era giunta a forza di affezione, -di amore, e di pazienza a comprendere con lo sguardo tutti i pensieri -di Noirtier. A questo linguaggio muto o inintelligibile per tutt’altri, -ella rispondeva con tutta la sua voce, tutta la sua fisonomia, tutta la -sua anima, di modo che si stabilivano dei dialoghi animati fra questa -giovinetta e questa pretesa argilla quasi ritornata polvere, e che ciò -non ostante era ancora un uomo di un immenso sapere, di un’inaudita -penetrazione, e di una volontà così possente quanto può essere l’anima -racchiusa in una materia che poco si presta. - -Valentina aveva dunque risoluto lo strano problema di capire il -pensiero del vecchio, per fargli comprendere il suo, e mercè questo -studio era ben raro che per le cose ordinarie della vita, ella non -indovinasse con precisione il desiderio di quest’anima vivente, o di -questo cadavere per metà insensibile. - -Quanto al domestico, siccome serviva il padrone da 25 anni come abbiamo -detto, egli conosceva tanto bene tutte le abitudini di lui ch’era -ben difficile che Noirtier avesse bisogno di domandare qualche cosa; -Villefort per conseguenza non aveva bisogno dei soccorsi nè dell’uno, -nè dell’altro, per intavolare con suo padre la strana conversazione -che veniva ad incominciare. Egli stesso, lo dicemmo, conosceva -perfettamente il vocabolario del vecchio, e se non se ne serviva più -spesso, era per noia o per indifferenza. Egli dunque lasciò discendere -Valentina in giardino, allontanò Barrois, e dopo aver preso posto -alla destra di suo padre, mentre che la sig.ª de Villefort sedeva alla -sinistra di lui: - -— Signore, disse, non vi maravigliate che Valentina non sia salita con -noi, e che io abbia allontanato Barrois, perchè la conferenza che siamo -per avere è una di quelle che non può essere fatta, nè davanti ad una -giovinetta, nè davanti ad un domestico; la sig.ª de Villefort ed io -abbiamo una comunicazione a farvi. - -Il viso di Noirtier restò impassibile durante questo preambolo, mentre -che al contrario l’occhio di Villefort sembrava scrutinare fino nel più -profondo del cuore del vecchio. - -— Questa comunicazione, continuò il procuratore del re col suo tuono -ghiacciato, e che sembrava non ammettere mai contestazioni, siamo -sicuri, la signora de Villefort ed io, che vi farà piacere. - -L’occhio del vecchio continuò a restare immobile, ascoltava e niente -più. - -— Signore, riprese Villefort, noi maritiamo Valentina. - -Una figura di cera non sarebbe a questa notizia rimasta più fredda di -quel che fece la figura del vecchio. - -— Il matrimonio avrà luogo fra tre mesi, riprese Villefort. - -La sig.ª de Villefort prese a sua volta la parola e si affrettò di -aggiungere: - -— Abbiamo pensato che questa notizia avrebbe dell’interessamento per -voi, signore, d’altra parte Valentina parve sempre attirar tutta la -vostra attenzione, non ci rimane dunque altro a dirvi, se non che il -nome del giovine che le vien destinato; egli è uno dei più onorevoli -_partiti_, ai quali possa aspirare Valentina; vi sono ricchezze, un bel -nome, e delle garanzie sicure di felicità nella condotta e nei gusti di -colui che le destiniamo, ed il cui nome non dev’esservi sconosciuto: si -tratta del sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay. - -Villefort durante il piccolo discorso di sua moglie attaccava sul -vecchio uno sguardo più attento che mai. Allorchè la sig.ª de Villefort -pronunziò il nome di Franz, l’occhio di Noirtier, che suo figlio -conosceva tanto bene, fremette; e le pupille dilatandosi come fossero -state due labbra al momento di dire una parola, lasciarono travedere un -baleno. - -Il procuratore del Re, che sapeva gli antichi rapporti di inimicizia -politica tra suo padre ed il padre di Franz, capì questo fuoco e -quest’agitazione, ma ciò non ostante lo lasciò passare come non veduto, -e riattaccando la parola ove sua moglie l’aveva lasciata: - -— Signore, diss’egli, è importante, lo capite bene, essendo così -vicina a compiere i 19 anni, che Valentina sia finalmente stabilita. -Non ostante non vi abbiamo dimenticato nelle trattative, e ci siamo -assicurati prima che il marito di Valentina accetterebbe di vivere se -non con noi, la qual cosa incomoderebbe forse le loro private faccende -domestiche, almeno che voi, che siete il prediletto di Valentina, e -che per vostra parte sembrate portarle un’affezione uguale, viviate con -loro, dimodochè non perderete alcuna delle vostre abitudini, ed avrete -soltanto due figli che vi sorveglieranno invece di una sola. - -Il lampo dello sguardo di Noirtier divenne sanguigno... certamente -passava qualche cosa di spaventoso nell’animo di questo vecchio. -Certamente il grido del dolore o della collera gli saliva alla gola, e -non potendo scoppiare lo soffocavano, perchè il viso divenne color di -porpora e le labbra livide. - -Villefort aprì tranquillamente una finestra, dicendo: - -— Fa troppo caldo qui, e questo calore fa male al sig. Noirtier. — Poi -ritornò, ma senza sedersi. - -— Questo matrimonio, soggiunse la sig.ª de Villefort, piace al sig. -d’Épinay ed alla sua famiglia, la quale d’altra parte non si compone -che di uno zio e di una zia, sua madre morì nel darlo alla luce; suo -padre essendo stato assassinato morì nel 1815, cioè quando il fanciullo -aveva due anni appena, egli ora non dipende che dalla sua volontà. - -— Assassinio misterioso, disse Villefort, di cui gli autori sono -rimasti sconosciuti, quantunque il sospetto si era sparso senza urtare -sulla testa di molte persone. - -Noirtier fece un tale sforzo che le labbra si contrassero come per -sorridere. - -— Ora, continuò Villefort, i veri colpevoli, quelli che sanno di aver -commesso il delitto, quelli su i quali può discendere la giustizia -degli uomini durante la loro vita, e la giustizia di Dio dopo la -loro morte, sarebbero ben felici di essere nel nostro posto, e di -avere una figlia da offrire al sig. Franz d’Épinay per ispegnere fino -nell’apparenza questo sospetto. - -Noirtier si era placato con una di quelle forze che non sarebbesi -potuto aspettare da questa organizzazione quasi scomposta. — Sì, -comprendo, rispose egli con uno sguardo a Villefort, e questo sguardo -esprimeva ancora lo sdegno profondo e la collera intelligente. -Villefort dal suo lato, rispose a questo sguardo, nel quale aveva letto -ciò che contenevasi, con una leggera stretta di spalle. - -Indi fece segno a sua moglie di alzarsi. - -— Ora signore, disse la sig.ª de Villefort, aggradite il nostro -rispetto. Permettete che Edoardo venga a presentarvi i suoi ossequi? — -Erasi convenuto che il vecchio esprimeva la sua approvazione chiudendo -gli occhi, ed il suo rifiuto socchiudendoli a più riprese, e quando -li alzava al cielo era segno che aveva qualche desiderio da esprimere. -Quando chiedeva di Valentina serrava l’occhio dritto; se domandava di -Barrois chiudeva l’occhio sinistro. Alla proposizione della sig.ª de -Villefort socchiuse vivamente gli occhi. - -Questa riconoscendo l’evidente rifiuto si morse le labbra: - -— Vi manderò dunque Valentina, disse allora. - -— Sì, fece il vecchio chiudendo gli occhi con vivacità. - -I signori de Villefort salutarono il vecchio ed uscirono ordinando -che si chiamasse Valentina, di già avvisata che avrebbe avuto qualche -cosa da fare nella giornata presso il signor Noirtier. Quando uscirono -entrava Valentina ancor tutta color di rosa per la emozione provata. -Non le fu bisogno che di uno sguardo per capire come soffriva il nonno -e quante cose avrebbe avuto a dirle. - -— Oh! buon papà, gridò ella, e che cosa ti è dunque accaduto. Ti hanno -afflitto, n’è vero, tu sei in collera. - -— Sì, fece egli chiudendo gli occhi. - -— Contro chi dunque? Contro mio padre?... no, contro la sig.ª di -Villefort?... no, contro di me? — Il vecchio fece segno di sì. — Contro -di me? riprese Valentina maravigliata. - -Il vecchio rinnovò il segno affermativo. — E che cosa ti ho dunque -fatto, caro e buon papà? gridò Valentina. - -Non vi fu alcuna risposta, ella continuò: — Io non ti ho veduto nella -giornata, ti hanno dunque riportata qualche cosa sul conto mio. - -— Sì; disse lo sguardo del vecchio con vivacità. - -— Vediamo dunque. Mio Dio! ti giuro, buon padre... ah!... il sig. e la -sig.ª de Villefort escono di qui, n’è vero? - -— Sì. — Ed essi ti han detto queste cose che ti dispiacciono? Vuoi che -io vada a domandarle a loro, per avere il mezzo di scusarmi teco? - -— No, no, fece lo sguardo. - -— Ma tu mi spaventi, che ti han potuto dire? - -Ed ella cercava. — Oh! l’ho indovinato, disse abbassando la voce ed -avvicinandosi al vecchio. Ti hanno forse parlato del mio matrimonio? - -— Sì, replicò lo sguardo corrucciato. - -— Capisco, tu l’hai meco pel mio silenzio. Oh! vedi, fu perchè mi -avevano raccomandato di non dirti niente, perchè nulla mi avevano -detto, e che soltanto aveva strappato di soppiatto qualche parola per -indiscretezza, ecco perchè sono stata così riservata teco. Perdonami -buon papà Noirtier. - -Ritornato fisso ed immobile lo sguardo sembrava rispondere, non è -soltanto il tuo silenzio che mi affligge. - -— Che cosa è dunque? domandò la giovinetta, credi forse che io possa -abbandonarti, buon padre, e che il mio matrimonio mi renda smemorata? - -— No, disse il vecchio. - -— Allora ti hanno detto, che il sig. d’Épinay acconsentiva che -dimorassimo insieme. — Sì. — Allora perchè sei in collera? — Gli -occhi del vecchio assunsero un’espressione d’infinita dolcezza. — Sì, -capisco; disse Valentina, perchè mi ami. — Il vecchio fece segno di sì. -— E temi ch’io sia disgraziata? — Sì. — Tu non ami il sig. Franz? - -Gli occhi ripeterono tre o quattro volte: — No, no, no. - -— Ma sei molto afflitto buon padre? Ebbene, ascolta, disse Valentina -mettendosi in ginocchio davanti a Noirtier e passandogli le braccia -intorno al collo, io pure sono molto afflitta, poichè io pure non amo -il sig. Franz d’Épinay. - -Un baleno di gioia passò avanti gli occhi del nonno. - -— Quando volli ritirarmi in convento, ti ricordi di essere stato tanto -in collera meco? — Una lagrima inumidì l’arida palpebra del vecchio. — -Ebbene, continuò Valentina, lo faceva per isfuggire questo matrimonio -che è la mia disperazione. — Il respiro di Noirtier divenne anelante. - -— Allora questo matrimonio ti fa gran dispiacere, buon padre. Oh! -mio Dio! se tu potessi aiutarmi, se noi due potessimo rompere il loro -disegno. Ma sei senza forza contro essi, tu che hai uno spirito così -vivo, e una volontà così ferma; ma quando si tratta di lottare sei -tanto debole, ed anzi più debole, che non sono io. Ohimè! Saresti -stato per me un protettore possente nei giorni della tua forza e della -tua salute, ma ora non puoi fare altro che capirmi, e rallegrarti, -o affliggerti meco; questa è l’ultima fortuna che Iddio ha voluto -lasciarmi insieme con le altre. - -A queste parole vi fu negli occhi di Noirtier una tale espressione di -malizia e di profondità che la giovinetta credè leggervi queste parole: -— T’inganni, posso ancor molto per te. — Puoi qualche cosa per me, -caro e buon papà? tradusse Valentina. — Sì. — Noirtier alzò gli occhi -al cielo. Questo era il segnale convenuto fra lui e Valentina, quando -aveva bisogno di qualche cosa. - -— Che vuoi, caro padre, vediamo? — Valentina cercò un momento nel suo -spirito, espresse ad alta voce i suoi pensieri a seconda che essi si -presentavano, e vedendo che a tutto quello che poteva dire, il vecchio -rispondeva costantemente di no: - -— Andiamo, fec’ella, ricorriamo ad altri mezzi giacchè sono -così stupida! — Allora recitò una dopo l’altra tutte le lettere -dell’alfabeto, dall’_a_ fino alla _n_, mentre che il suo sorriso -interrogava l’occhio del paralitico, alla lettera _n_ Noirtier fece -segno di sì. — Ah! disse Valentina la cosa dunque che desiderate -comincia dalla lettera _n_, ebbene vediamo ciò che si deve aggiungere -alla lettera _n_. _Na, ne, ni, no_... — Sì, sì, sì, fece il vecchio -— Ah! è no. — Sì. — Valentina andò a cercare un dizionario che posò -sul leggio davanti a Noirtier; ella l’apri e quando ebbe veduti gli -occhi del vecchio fissarsi su i fogli, il suo dito scorse rapidamente -le colonne dell’alto al basso. L’esercizio (da sei anni Noirtier era -caduto nel tristo stato in cui si ritrovava), le aveva rese le prove -così facili, ed indovinava così presto il pensiero del vecchio, come -egli stesso lo avrebbe potuto cercare in un dizionario. - -Alla parola _notaro_ Noirtier le fece segno di fermarsi. - -— _Notaro_, diss’ella, vuoi un notaro, buon papà? - -Il vecchio fece segno che desiderava effettivamente un notaro. - -— Bisogna dunque mandare a cercare un notaro? domandò Valentina. — Sì, -fece il paralitico. — Mio padre deve saperlo? — Sì. — Hai fretta di -avere questo notaro? - -— Sì. — Allora vado per fartelo cercare sul momento, caro padre. È -forse questo tutto ciò che vuoi? — Sì. - -Valentina corse al campanello e chiamò un domestico per far venire il -sig. e la sig.ª de Villefort in camera del nonno. - -— Sei tu contento, disse Valentina? Sì, lo credo bene! non è molto -facile a trovar ciò. — E la giovinetta sorrise al vecchio come lo -avrebbe fatto ad un fanciullo. - -Il sig. de Villefort rientrò condotto da Barrois. - -— Che volete, signore? domandò al paralitico. - -— Mio nonno disse Valentina, domanda un notaro. - -A questa strana e soprattutto inattesa domanda il sig. de Villefort -scambiò uno sguardo col paralitico. - -— Sì, fece quest’ultimo con una fermezza che indicava, che con l’aiuto -di Valentina, e del servitore che già sapeva ciò che desiderava, era -pronto a sostenere la lotta. - -— Voi domandate il notaro? ripetè Villefort. — Sì. - -— Per che farne? — Noirtier non rispondeva. - -— Ma perchè avete bisogno di notaro? domandò Villefort. - -— Ma finalmente, disse Barrois pronto ad insistere con quella -perseveranza abituale ai vecchi domestici, se il signore vuole un -notaro, è perchè apparentemente ne ha bisogno. Così lo vado a cercar -subito. - -Barrois non conosceva altro padrone che Noirtier, e non ammetteva che -la sua volontà fosse contestata menomamente. - -— Sì, voglio un notaro, fece il vecchio chiudendo gli occhi con un aria -di sfida, e come se avesse detto, vediamo un poco se vi sarà qualcuno -che osi opporsi a ciò che voglio. - -— Vi sarà un notaro, poichè ne volete assolutamente uno signore, ma -mi scuserò con lui, e scuserò voi stesso perchè la scena sarà molto -ridicola. - -— Non importa, disse Barrois, vado subito a cercarlo. - -Ed il vecchio uscì trionfante. - - - - -LVIII. — IL TESTAMENTO. - - -Al momento in cui Barrois uscì, Noirtier guardò Valentina con -quell’interessamento malizioso, che annunzia in un tempo tante cose. -La giovinetta capì quello sguardo, e lo capì anche Villefort, perchè -la sua fronte si oscurò ed il sopracciglio si aggrottò. Prese una -sedia e si stabilì nella camera del paralitico per aspettare. Noirtier -lo guardava fare con la più perfetta indifferenza, ma coll’angolo -dell’occhio aveva già ordinato a Valentina di non inquietarsi e di -restare ella pure. Tre quarti d’ora dopo rientrò il domestico col -notaro. — Signore, disse Villefort dopo i primi saluti, voi siete -stato chiamato dal sig. Noirtier de Villefort che qui vedete; una -paralisi generale gli ha tolto l’uso delle membra e della voce, e noi -soltanto ed a gran stento giungiamo ad afferrare qualche brano dei suoi -pensieri. - -Noirtier fece coll’occhio una chiamata a Valentina, chiamata talmente -seria ed imperativa ch’ella rispose sul momento: — Io, signore, capisco -tutto ciò che vuol dire mio nonno. - -— È vero, soggiunse Barrois, tutto, assolutamente tutto come io lo -diceva al signore venendo qua. - -— Permettete, signore, e voi pure madamigella, disse il notaro -indirizzandosi a Villefort ed a Valentina; questo è uno di quei casi -in cui il pubblico ufficiale non può procedere inconsideratamente -senza assumere una responsabilità pericolosa. La prima necessità, -perchè l’atto sia valevole è che il notaro sia ben convinto che sia -fedelmente interpretata la volontà di quello che l’ha dettata. Ora -io non posso essere sicuro dell’approvazione o della disapprovazione -di un cliente che non parla, e siccome l’oggetto dei suoi desideri e -delle sue ripugnanze non può essermi provato chiaramente, atteso il suo -mutismo, il mio ministero, oltre di essere inutile sarebbe esercitato -illegalmente. - -Il notaro fece un passo per ritirarsi. Un impercettibile sorriso di -trionfo si disegnò sulle labbra del procuratore del Re. Da sua parte -Noirtier guardò Valentina, con tale una espressione di dolore ch’ella -si pose davanti al notaro: - -— Signore, diss’ella, il linguaggio ch’io parlo con mio nonno, è un -linguaggio che si può imparare facilmente, e come lo comprendo io, sono -in istato di poterlo in pochi minuti far comprendere egualmente a voi. -Che vi abbisogna, per giungere alla perfetta edificazione della vostra -coscienza? - -— Ciò che è necessario, affinchè i nostri atti sieno valevoli, -Madamigella, rispose il notaro, è la certezza dell’approvazione. Si -può far testamento malato di corpo, ma bisogna sempre farlo sano di -spirito. - -— Ebbene! signore, con due segni voi acquisterete la certezza che -mio nonno ha sempre goduto fin qui la pienezza delle sue facoltà -intellettuali. Il sig. Noirtier, privato della voce, privato dei -movimenti, chiude gli occhi quando vuol dire di sì, e batte le palpebre -a più riprese quando vuol dire di no. Voi ora ne sapete abbastanza per -parlare col sig. Noirtier, provatevici. — Lo sguardo che il vecchio -vibrò a Valentina era sì pieno di tenerezza e di riconoscenza che fu -capito dallo stesso notaro. - -— Voi avete inteso e compreso ciò che ha detto vostra nipote, signore? -domandò il notaro. — Noirtier chiuse dolcemente gli occhi e dopo un -momento li riaprì. - -— Ed approvate ciò che ha detto, cioè che i segni da lei indicati sono -quelli col mezzo dei quali fate comprendere i vostri pensieri? - -— Sì, fece ancora il vecchio. - -— Siete voi che mi avete fatto chiamare? — Sì. - -— Per fare il vostro testamento? — Sì. - -— E non volete che mi ritiri senza averlo fatto? - -Il paralitico battè fortemente le palpebre degli occhi a più riprese. -— Ebbene, signore, lo capite ora? domandò la giovinetta, e la vostra -coscienza potrà stare tranquilla? - -Ma prima che il notaro avesse potuto rispondere il sig. de Villefort -lo tirò in disparte. — Signore, credete che un uomo possa impunemente -sopportare un colpo fisico così terribile quanto quello che ha provato -il sig. Noirtier de Villefort, senza che il morale non abbia gravemente -a risentirsene? - -— Non è precisamente ciò che m’inquieta, ma domando in qual modo -giungeremo ad indovinare i pensieri per provocare le risposte. - -— Non vedete dunque ch’è impossibile? - -Valentina ed il vecchio intesero questo dialogo. Noirtier fermò il suo -sguardo così fiero, e così risoluto su Valentina, che questo sguardo -esigeva evidentemente una risposta. - -— Signore, diss’ella, non v’inquietate per questo; per quanto sia -difficile, o piuttosto per quanto vi sembri difficile, di scoprire -il pensiero di mio nonno, ve lo rivelerò in modo da togliervi ogni -dubbio su questo argomento; sono già sei anni ch’io sono presso il -sig. Noirtier; che vi dica egli stesso, se in sei anni un solo dei -pensieri è rimasto sepolto nel suo cuore per non avermelo potuto far -comprendere. - -— No, fece il vecchio. - -— Proviamo dunque, disse il notaro; accettate voi madamigella per -vostra interprete? — Il paralitico fece segno di sì. - -— Bene vediamo: signore, che desiderate da me, e quale atto è quello -che volete che io faccia? — Valentina articolò tutte le lettere -dell’alfabeto fino alla lettera T. - -A questa lettera l’eloquente occhio di Noirtier la fermò. — È la -lettera T che il signore domanda, la cosa è visibile. — Aspettate, -disse Valentina; poi voltandosi da suo nonno: ta... te.... — Il vecchio -la fermò alla seconda di queste sillabe. Allora Valentina prese il -dizionario e sotto gli occhi dell’attento notaro sfogliò le pagine. - -— _Testamento_ indicò il suo dito fermato dal colpo d’occhio di -Noirtier. - -— _Testamento_, gridò il notaro, la cosa è visibile, il signore vuol -fare testamento. - -— Sì, fece Noirtier a più riprese. - -— Ecco ciò che può dirsi veramente maraviglioso, signore, disse il -notaro a Villefort stupefatto, convenitene. - -— In fatto, replicò egli, questo testamento sarà ancora più -maraviglioso: poichè ritengo che gli articoli non si potranno estendere -sulla carta parola per parola senza l’intelligente aspirazione di mia -figlia. Ora Valentina sarà forse una parte troppo interessata a questo -testamento per essere interprete conveniente delle oscure volontà del -sig. Noirtier de Villefort? - -— No, no, no, fece il paralitico. - -— Come, disse il sig. de Villefort, Valentina non è interessata nel -vostro testamento? - -— No, fece Noirtier. - -— Signore, disse il notaro incantato di questa prova, promettendosi -di raccontare in società i particolari di questo pittoresco episodio; -signore, nulla mi sembra or più facile di quel che poco fa riguardava -come impossibile; e questo testamento sarà semplicemente un testamento -mistico, vale a dire preveduto e permesso dalla legge, purchè sia -letto alla presenza di sette testimoni, approvato dal testatore avanti -ad essi, e chiuso dal notaro sempre alla loro presenza. In quanto al -tempo, durerà appena poco più degli ordinari testamenti. Da prima -vi sono le formole consuete, che sono di rubrica, e sono sempre le -stesse; in quanto ai particolari saranno somministrati dallo stato -medesimo degli affari del testatore, e da voi che avendoli amministrati -li conoscerete. D’altra parte perchè quest’atto non possa essere -attaccato, noi vi daremo la più completa autenticità, uno dei miei -confratelli mi servirà d’aiutante, e contro l’uso assisterà alla -dettatura. Siete soddisfatto, signore? continuò il notaro volgendosi al -vecchio. - -— Sì, rispose Noirtier contento di essere capito. - -— E che farà? — chiedeva a sè stesso Villefort, cui l’alta sua -posizione imponeva tutta la riserva, e che d’altra parte non poteva -indovinare a quale scopo tendesse suo padre. - -Si volse dunque per mandare a cercare il secondo notaro indicato dal -primo; ma Barrois che aveva tutto inteso, e indovinato il desiderio del -padrone, era già partito. - -Allora il procuratore del Re fece dire a sua moglie di salire. In -capo ad un quarto d’ora tutta la famiglia era riunita nella camera -del paralitico, ed il secondo notaro era giunto. In poche parole i due -ufficiali ministeriali si ritrovarono d’accordo. Fu letta a Noirtier -una formula di testamento vago, insignificante, quindi per cominciare -la investigazione per così dire, della sua intelligenza, il primo -notaro gli disse: — Quando si fa testamento, signore, è in favore di -qualcuno, o a pregiudizio di qualche altro. - -— Sì, fece Noirtier. - -— Avete qualche idea sulla cifra della vostra fortuna? - -— Sì. — Vi nominerò alcune cifre che saliranno progressivamente; mi -fermerete quando sarò giunto a quella che credete possa essere il -vostro ammontare. — Sì. - -In questo interrogatorio vi era una specie di solennità; d’altra parte -la lotta dell’intelligenza contro la materia non poteva mai essere -stata più visibile, e se questo non era uno spettacolo sublime, come -vedremo, per lo meno era curioso. Fu fatto cerchio intorno a Noirtier, -il secondo notaro era assiso ad un tavolo pronto a scrivere; il primo -notaro stava in piedi davanti a lui e lo interrogava. - -— La vostra fortuna sorpassa i 300 mila fr.? domandò. - -Noirtier fece segno di sì. — Possedete 400 mila fr.? — domandò il -notaro. Noirtier restò immobile. — 500 mila?... - -La stessa immobilità. — 600 mila?... 700 mila?... 800 mila?... 900 -mila? — Noirtier fece segno di sì. - -— Dunque possedete 900 mila fr.? — Sì. - -— In immobili? domandò il notaro. — Noirtier fece segno di no. — In -iscrizioni di rendite? — Noirtier fece segno di sì. - -— Queste iscrizioni sono nelle vostre mani? - -Un colpo d’occhio diretto a Barrois fece uscire il vecchio servitore, -che ritornò un momento dopo con una piccola cassetta. - -— Permettete che si apra la cassetta? domandò il notaro. - -Noirtier fece segno di sì. Fu aperta la cassetta e si ritrovarono le -iscrizioni sul Gran Libro per 900 mila fr. - -Il primo notaro passò una dopo l’altra ciascuna iscrizione al suo -collega: il conto era quello annunziato da Noirtier. - -— In realtà è così, diss’egli; ciò dimostra evidentemente che la sua -intelligenza è in tutta la forza ed estensione; — indi ritornando -al paralitico: — Dunque, voi possedete 900 mila fr. di capitali, che -nel modo con cui sono situati devono produrvi circa 40 mila lire di -rendita? - -— Sì, fece Noirtier. - -— A chi desiderate lasciare questa fortuna? - -— Oh! disse la sig.ª de Villefort, su ciò non cade dubbio, il sig. -Noirtier ama unicamente sua nipote, madamigella Valentina de Villefort: -ella ne ha avuto tutta la cura per sei anni; colla sua assiduità -ha saputo procurarsi l’affezione di suo nonno, e direi quasi la -sua riconoscenza; è dunque giusto che raccolga il premio della sua -affezione. - -L’occhio di Noirtier sfavillò un baleno, come per far conoscere che -non si lasciava facilmente ingannare dal falso assenso dato dalla -sig.ª de Villefort alle intenzioni che in lui supponeva. — È dunque -a madamigella de Villefort che lasciate 900 mila fr.? — domandò il -notaro, che credeva di non aver più altro da fare che registrare -questa clausola, ma che però voleva essere ben sicuro dell’assenso di -Noirtier, e far constare questo assenso da tutt’i testimoni di questa -straordinaria scena. Valentina aveva fatto un passo addietro e piangeva -ad occhi bassi. Il vecchio la guardò un momento coll’espressione della -più profonda tenerezza; poi voltandosi verso il notaro, socchiuse gli -occhi nel modo più significativo. - -— No? disse il notaro, come, non costituite vostra erede universale -madamigella de Villefort? - -Noirtier fece di no. - -— Voi non vi sbagliate? gridò il notaro meravigliato, dite -effettivamente di no? - -— No! ripetè Noirtier, no! — Valentina rialzò la lesta; ella era -stupefatta, non dell’essere diseredata, ma di aver eccitato quel -sentimento che d’ordinario detta simili atti. - -Ma Noirtier la guardava con un’espressione di tenerezza così profonda -ch’ella gridò: — Oh! buon padre, non mi togliete che le vostre -ricchezze, ma mi lasciate sempre il cuore? - -— Oh! sì, sì certamente, dissero gli occhi del paralitico chiudendosi -con una espressione alla quale non poteva ingannarsi. - -— Grazie, grazie, mormorò la giovinetta. - -Frattanto questo rifiuto aveva fatto nascere nel cuore della sig.ª de -Villefort una inattesa speranza; e si avvicinò al vecchio: — Allora -dunque a vostro nipote Edoardo de Villefort lasciate la vostra fortuna? -domandò la madre. - -Gli occhi di Noirtier si chiusero in un modo che esprimeva quasi l’odio. - -— No, fece il notaro, allora sarà a vostro figlio qui presente? - -— No, replicò il vecchio. - -I due notari, si guardarono stupefatti; Villefort e sua moglie -arrossirono l’uno per l’onta, l’altra pel dispetto. - -— Ma che vi abbiamo dunque fatto, padre? disse Valentina, voi dunque -non ci amate più? - -Lo sguardo del vecchio passò rapidamente sul figlio, sulla nuora, e si -fermò su Valentina con una espressione di profonda tenerezza: — Ebbene! -diss’ella, se tu mi ami, nonno mio, cerca di collegare questo amore con -ciò che stai facendo in questo momento. Tu mi conosci, sai che non ho -mai pensato alle tue ricchezze, d’altra parte dicono che sia ricca dal -lato di mia madre, fors’anco troppo ricca; spiegati dunque. - -Noirtier fissò l’ardente suo sguardo sulla mano di Valentina: — La mia -mano? — Sì, fece Noirtier. - -— La sua mano, ripeterono tutti gli assistenti. - -— Ah! signore, vedete bene che tutto è inutile, e che il mio povero -padre è pazzo, disse Villefort. - -— Oh! gridò d’improvviso Valentina, ora capisco; il mio matrimonio, -nonno, n’è vero? - -— Sì, sì, sì, ripetè tre volte il paralitico vibrando un baleno ogni -volta che si rialzavano le sue palpebre. - -— Tu sei in collera pel mio matrimonio, n’è vero? — Sì. - -— Ma ciò è assurdo, disse Villefort. - -— Perdono, signore, disse il notaro, tutto ciò al contrario è molto -ragionato, e mi sembra che si colleghi perfettamente a quanto si sta -facendo. - -— Tu non vuoi ch’io sposi il sig. Franz d’Épinay? - -— No, non voglio, espresse l’occhio del vecchio. - -— E diseredate vostra nipote, disse il notaro, perchè fa un matrimonio -che non è di vostro genio? - -— Sì, rispose Noirtier. — Di modo che senza di questo matrimonio -sarebbe vostra erede? — Sì. — Un profondo silenzio si sparse allora -in quelli che circondavano il vecchio. I due notari si consultavano. -Valentina con le mani incrociate, guardava suo nonno con un sorriso -riconoscente. Villefort si mordeva le sottili sue labbra: la sig.ª de -Villefort non poteva reprimere un sentimento di gioia, che suo malgrado -le si spandeva sul viso. — Ma, disse finalmente Villefort rompendo -pel primo questo silenzio, mi sembra che io sia il solo giudice delle -convenienze che stanno in favore di questa unione, il solo padrone -della mano di mia figlia; voglio che sposi il sig. Franz d’Épinay, e lo -sposerà. — Valentina cadde piangendo sopra una sedia. — Signore, disse -il notaro indirizzandosi al vecchio, che contate di fare dei vostri -capitali nel caso che madamigella Valentina sposi il sig. Franz? - -Il vecchio rimase immobile. — Ciò non pertanto volete disporne? — Sì, -fece Noirtier. — In favore di qualcuno della vostra famiglia? — No. — -In favore dei poveri allora? — Sì. - -— Ma, disse il notaro, sapete che la legge si oppone che vengano -interamente spogliati i vostri figli? - -— Sì. — Dunque non disponete che della parte che la legge vi autorizza -a distrarre. — Noirtier restò immobile. - -— Continuate a voler disporre di tutto? — Sì. — Ma dopo la vostra morte -verrà attaccato il vostro testamento. - -— No. — Mio padre mi conosce, disse Villefort, sa che la sua volontà -sarà sacra per me; d’altra parte comprende che nella mia posizione, non -posso muovere lite contro i poveri. - -L’occhio di Noirtier espresse il trionfo. - -— Che risolvete, signore? domandò il notaro a Villefort. - -— Niente! questa è una risoluzione presa nello spirito di mio padre, ed -io so che mio padre non cambia le sue risoluzioni. Dunque mi rassegno. -Questi 900 mila fr. usciranno dalla famiglia per arricchir gli -ospedali; ma non cederò al capriccio del vecchio, ed oprerò a seconda -della mia coscienza. — E Villefort si ritirò colla moglie lasciando -suo padre libero di testare come più gli aggradiva. Nello stesso giorno -fu fatto il testamento, furono ritrovati i testimoni, fu approvato dal -vecchio, chiuso alla loro presenza e deposto presso Descamps il notaro -della famiglia. - - - - -LIX. — IL TELEGRAFO. - - -I coniugi Villefort rientrando nel loro appartamento, seppero che il -conte di Monte-Cristo essendo venuto a far loro una visita era stato -introdotto nel salotto ove li aspettava. La sig.ª de Villefort troppo -commossa per essere in istato di potere sì tosto entrare, passò per la -sua camera da letto, mentre che il procuratore del Re più padrone di sè -stesso si avanzò direttamente verso il salotto. Ma per quanto sapesse -dominare le sue sensazioni, per quanto cercasse ricomporre il viso, -Villefort non potè allontanare tanto bene la nube dalla sua fronte, che -al conte, il cui sorriso brillava raggiante, non dinotasse quell’aria -tetra e cogitabonda. - -— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo dopo i primi complimenti; che avete -dunque sig. de Villefort? sono forse giunto in un momento in cui -stavate sostenendo qualche accusa un poco troppo capitale? - -Villefort tentò di ridere: — No, sig. conte, disse, qui non vi è -altra vittima fuori di me, sono io che perdo la causa, ed il caso, -l’ostinazione, la pazzia han vibrata la sentenza. - -— Che intendete di dire? domandò Monte-Cristo con un interessamento -benissimo dissimulato. Vi è forse accaduto in realtà qualche grave -disgrazia? - -— Oh! sig. conte, disse Villefort con una calma piena d’amarezza; ciò -non vale neppur la pena di parlarne; quasi niente, una semplice perdita -di denaro. - -— In fatto, rispose Monte-Cristo, una perdita di danari è poca cosa -per chi goda una fortuna come la vostra, ed uno spirito filosofico ed -elevato come il vostro. - -— Per cui, rispose Villefort, non è la perdita del danaro che -m’inquieta, quantunque 900 mila fr. possono ben valere un dispiacere, -ma mi risento particolarmente di questa disposizione della sorte, -del caso, della fatalità, non so come nominare la potenza che dirige -il colpo che mi percuote, che rovescia le mie speranze di fortuna, e -distrugge quasi l’avvenire di mia figlia, pel capriccio di un vecchio -ricaduto nella infanzia. - -— Eh! mio Dio! ma che cosa è dunque? gridò il conte, 900 mila fr. avete -detto? ma in verità questa somma merita, che se ne affligga anche un -filosofo. E chi vi procura questo dispiacere? - -— Mio padre di cui vi ho parlato. - -— Il sig. Noirtier? Davvero? Non mi diceste che era colpito interamente -dalla paralisi, e che tutte le sue facoltà erano annichilite? - -— Sì, le sue facoltà fisiche, perchè non può nè muoversi nè parlare, -con tutto ciò però pensa, vuole, opera come vedete. L’ho lasciato da -cinque minuti ed in questo momento è occupato a dettare un testamento a -due notari. - -— Ma allora dunque ha parlato? - -— Fa di più, si fa capire. - -— Ed in che modo? - -— Per mezzo dello sguardo, i suoi occhi hanno continuato a vivere, e -come vedete essi uccidono. - -— Amico, disse la sig.ª de Villefort, che entrava in quel punto, forse -voi esagerate la vostra situazione. - -— Signora... disse il conte inchinandosi. - -La sig.ª de Villefort lo salutò col più grazioso sorriso. - -— Ma che cosa dunque mi racconta il sig. de Villefort? domandò -Monte-Cristo, e quale disgrazia incomprensibile?... - -— Incomprensibile, questa per l’appunto è la vera parola; riprese il -procuratore del Re alzando le spalle, un capriccio da vecchio. - -— E non vi è modo di farlo smettere dalla sua risoluzione? - -— Vi sarebbe, disse la sig.ª de Villefort, e dipende anzi da mio -marito, che questo testamento, invece di essere fatto a danno di -Valentina, sia fatto in favore di lei. - -Il conte accorgendosi che i due sposi cominciavano a parlarsi con -parabole, assunse l’apparenza dell’uomo distratto, e guardò colla più -profonda attenzione, e colla più manifesta approvazione Edoardo che -versava dell’inchiostro nei beveratoi degli uccelli. — Mia cara, disse -Villefort rispondendo a sua moglie, sapete che amo poco l’assumere il -tuono patriarcale in casa mia, e che non ho mai creduto che i destini -dell’universo dipendessero da un mio movimento di capo. Ciò non -pertanto è necessario che le mie risoluzioni vengano rispettate in casa -mia, e che la follia di un vecchio ed il capriccio di una fanciulla non -rovescino un disegno stabilito nel mio spirito da molti anni. Il barone -d’Épinay era mio amico, lo sapete, ed una alleanza con suo figlio era -conveniente. - -— Credete, disse la sig.ª de Villefort, che Valentina sia d’accordo con -lui?... in fatto... ella è sempre stata contraria a questo matrimonio, -e non sarei maravigliata che tutto ciò che abbiamo veduto ed inteso, -non sia che l’esecuzione di un disegno concertato fra loro. - -— Signora, disse Villefort, non si rinunzia così, credetemi, ad una -fortuna di 900 mila fr. - -— Ella rinunciava ancora al mondo, signore, poichè un anno fa voleva -entrare in un monastero. - -— Ebbene, io vi dico che questo matrimonio deve farsi. - -— Ad onta della volontà di vostro padre? disse la sig.ª de Villefort -toccando così un’altra corda, ciò è ben grave! - -Monte-Cristo faceva sembiante di non ascoltare, e non perdeva neppure -una parola di ciò che dicevano. - -— N’importa, riprese Villefort, e posso dire che ho sempre rispettato -mio padre, perchè al sentimento naturale della discendenza si univa in -me la conoscenza della sua superiorità morale, perchè infine un padre -è sempre sacro per due titoli, sacro come nostro autore, sacro come -nostro padrone; ma oggi devo rinunziare a riconoscere una intelligenza -in un vecchio che, per una semplice memoria di odio contro il padre, -perseguita il figlio in tal modo; sarebbe dunque ridicolo in me -conformare la mia condotta ai suoi capricci: continuerò ad avere il -più gran rispetto pel sig. Noirtier; soffrirò senza lamentarmene la -punizione pecuniaria che m’infligge; ma resterò irremovibile nella -mia volontà ed il mondo giudicherà da qual lato sia la vera ragione. -In conseguenza, mariterò mia figlia al barone Franz d’Épinay, perchè -questo matrimonio è, a mio avviso, buono ed onorevole, e perchè in fine -voglio maritare mia figlia a chi più mi piace. - -— E che! disse il conte, del quale il procuratore del Re aveva -costantemente sollecitata l’approvazione collo sguardo; e che! il sig. -Noirtier disereda madamigella Valentina perchè sta per isposare il -barone Franz d’Épinay? - -— Eh! mio Dio! sì o signore; ecco la ragione, disse Villefort -stringendosi nelle spalle. - -— La ragione visibile, almeno, soggiunse la sig.ª de Villefort. - -— La vera ragione, credetemi, io conosco mio padre. - -— E come si capisce? rispose la giovane sposa. In che il sig. d’Épinay -può dispiacer più di un altro al sig. Noirtier? - -— In fatto, disse il conte, io ho conosciuto il sig. Franz d’Épinay; -il figlio del generale Quesnel, n’è vero, fatto barone d’Épinay dal re -Luigi XVIII? - -— Precisamente, rispose Villefort. - -— Ebbene! ma egli è un giovine grazioso, mi sembra. - -— Per cui non è che un pretesto, ne sono certa, disse la sig.ª de -Villefort; i vecchi sono tiranni nelle loro affezioni: il sig. Noirtier -non vuole che sua nipote si mariti. - -— Ma, disse Monte-Cristo, non conoscete la causa di quest’odio? - -— Eh! mio Dio! chi può saperla?... - -— Forse qualche antipatia politica... - -— Di fatto mio padre ed il padre d’Épinay hanno vissuto nei tempi -burrascosi, dei quali non ho veduto che gli ultimi giorni, disse -Villefort. - -— Vostro padre non era bonapartista? domandò Monte-Cristo. Mi sembra -ricordarmi che mi avete detto qualche cosa su ciò. - -— Mio padre prima d’ogni altra cosa è stato Giacobino, trasportato -dalla emozione fuori dai confini della prudenza, e la toga da senatore -che Napoleone gli aveva gettata sulle spalle, non faceva che mascherare -l’uomo vecchio, senza averlo cambiato. Quando mio padre cospirava, -non era per l’imperatore, era contro i Borboni, perchè egli non ha mai -combattuto per le utopie non realizzabili, ma per le cose possibili, ed -ha applicato alla riuscita di queste cose possibili le terribili teorie -di Montaigne che non indietreggiava davanti a qualunque ostacolo. - -— Ebbene! disse Monte-Cristo, il sig. Noirtier ed il sig. d’Épinay -si saranno incontrati sul campo della politica, il sig. d’Épinay, -quantunque avesse servito sotto Napoleone, avrebbe forse conservato nel -fondo del cuore qualche sentimento realista? e non è lo stesso che fu -assassinato uscendo da un club napoleonico, ov’era stato attirato nella -speranza di ritrovarvi un fratello? - -Villefort guardò il conte quasi con terrore. - -— M’inganno forse? domandò Monte-Cristo. - -— No, signore, disse la sig.ª de Villefort, anzi è precisamente così; -ed appunto per quanto avete detto, e per vedere estinti questi odii -antichi, il sig. de Villefort aveva avuta l’idea di fare amare i figli -dei padri che si erano odiati. - -— Idea sublime! idea piena di carità, ed alla quale tutto il mondo deve -applaudire. In fatto, sarà bello il sentire madamigella Noirtier de -Villefort chiamarsi la sig.ª Franz d’Épinay. - -Villefort rabbrividì, e guardò Monte-Cristo come se avesse voluto -leggere nel fondo del cuore con quale intenzione avesse pronunciate -queste parole. Ma il conte conservò il benevolo sorriso impresso sulle -sue labbra, ed ancor questa volta, ad onta della penetrazione del suo -sguardo, il procuratore del Re non vide al di là dell’epidermide... - -— Perciò, riprese Villefort, quantunque sia una gran disgrazia -per Valentina di perdere le ricchezze di suo nonno, penso che il -matrimonio non verrà meno per questo; io non credo che il sig. d’Épinay -indietreggi in faccia di questo scacco pecuniario; vedrà che io valgo -forse più della somma, io che la sacrifico al desiderio di mantenere la -mia parola. Calcolerà inoltre che Valentina è ricca anche coi soli beni -di sua madre amministrati dal sig. e dalla sig.ª di Saint-Méran, suoi -avi materni che la prediligono con tutta la tenerezza. - -— E che meritano bene di essere amati al modo che Valentina ha fatto -col sig. Noirtier, disse la sig.ª de Villefort; d’altra parte essi -verranno a Parigi fra un mese al più, e Valentina, sarà dispensata dal -seppellirsi come ha fatto fin qui presso il sig. Noirtier. — Il conte -ascoltava con compiacenza la voce discordante di questi amor-propri -feriti, e di questi interessi falliti. — Ma mi sembra, disse dopo -un momento di silenzio, e vi chiedo prima perdono di ciò che sono -per dirvi; mi sembra che se il sig. Noirtier disereda madamigella de -Villefort, colpevole di volersi maritare con un giovine di cui egli -detesta il padre, non ha lo stesso da rimproverare a questo caro -Edoardo. - -— N’è vero, gridò la sig.ª de Villefort con una intonazione impossibile -a descriversi, che questa è una odiosa ingiustizia? Questo povero -Edoardo è nipote del sig. Noirtier egualmente che Valentina, e ciò non -ostante se Valentina non avesse dovuto sposare il sig. Franz, il sig. -Noirtier le lasciava tutti i suoi beni; e per sopra più, Edoardo porta -il nome della famiglia, e ciò non impedirebbe, quando anche Valentina -venisse diseredata dal nonno, che ella fosse sempre tre volte più ricca -di lui. - -Lanciato questo colpo, il conte ascoltò, ma non parlò più. - -— Basta, riprese Villefort, basta, sig. conte, cessiamo, vi prego, -d’intrattenerci di queste miserie di famiglia; sì è vero, la mia -fortuna andrà ad ingrossare le rendite dei poveri, che in oggi sono i -veri ricchi. Sì, mio padre mi avrà privato di una legittima speranza -e senza una ragione; ma io avrò operato da uomo di sentimento, da uomo -di cuore. Il sig. d’Épinay al quale avevo promesso la rendita di questa -somma, la riceverà, dovessi ancora impormi le più crudeli privazioni. - -— Però, riprese la signora de Villefort, ritornando alla sola idea -che mormorava senza posa in suo cuore, sarebbe forse stato meglio -il confidare questa disavventura al sig. d’Épinay, e ch’egli stesso -ritirasse la sua parola. - -— Oh! sarebbe una gran disgrazia! gridò Villefort. - -— Una gran disgrazia? ripetè Monte-Cristo. - -— Senza dubbio, riprese Villefort raddolcendosi; un matrimonio fallito, -anche per causa d’interesse, è sempre sfavorevole per una giovanetta; -poi, antiche voci ch’io voleva estinguere, riprenderebbero consistenza. -Ma no, non sarà niente; il sig. d’Épinay, se è un onest’uomo, si -ritroverà ancor più impegnato dopo che Valentina è stata diseredata, -di quel che lo era prima, altrimenti egli oprerebbe col semplice scopo -dell’avarizia; no, questo è impossibile. - -— Io la penso come il sig. de Villefort, disse Monte-Cristo fissando -lo sguardo sopra la sig.ª de Villefort; e se io fossi abbastanza fra -il numero dei suoi amici, per permettermi di dargli un consiglio, lo -inviterei, (poichè il sig. d’Épinay sarà in breve di ritorno per quanto -almeno mi è stato detto) ad annodare l’affare così strettamente, che -non si possa più sciogliere; impegnerei finalmente una partita, la cui -riuscita dev’essere tanto onorevole pel sig. de Villefort. - -Quest’ultimo si alzò, trasportato da una gioia visibile, mentre che sua -moglie impallidiva leggermente. - -— Bene, diss’egli, ecco ciò ch’io domandava, ed io mi prevarrò -dell’opinione di un consigliere come siete voi, disse stendendo la mano -a Monte-Cristo. Per tal modo adunque, che tutti qui considerino quel -che oggi è accaduto come non avvenuto; nulla v’è di cambiato nei miei -disegni. - -— Signore, disse il conte, il mondo, per quanto sia ingiusto, vi saprà -grado della vostra risoluzione; i vostri amici ne saranno orgogliosi; -ed il sig. d’Épinay, dovesse ancora sposare madamigella Valentina -senza dote, ciò che non potrà essere, sarà superbo di potere entrare in -una famiglia ove si sa innalzarsi all’altezza di simili sacrifici per -mantenere la parola data. — Dicendo queste parole il conte s’era alzato -e si disponeva a partire. - -— Voi ci lasciate, sig. conte? disse la sig.ª de Villefort. - -— Vi sono costretto, signora, io veniva soltanto a rammentarvi la -vostra promessa per sabato. - -— Temevate che la dimenticassimo? - -— Siete troppo buona, ma il sig. de Villefort ha occupazioni sì gravi, -e qualche volta sì urgenti... - -— Mio marito ha data la sua parola, signore, disse la giovane sposa; ed -avete veduto che la mantiene quand’anche vi è da perdere tutto, a più -forte ragione quando vi è tutto da guadagnare. - -— La riunione ha luogo alla vostra casa dei Campi-Elisi? - -— No disse Monte-Cristo, e ciò renderà il vostro sacrificio anche più -meritorio, è in campagna. - -— In campagna? — Sì. — E dov’è? vicino a Parigi? - -— Alle porte, ad una mezza lega dalla barriera, ad Auteuil. - -— Ad Auteuil! gridò Villefort. Ah! è vero, la signora mi disse che -abitavate ad Auteuil, poichè nella vostra casa la trasportarono. E in -qual posizione d’Auteuil? - -— Strada della Fontana. - -— Strada della Fontana! riprese Villefort con voce strangolata; ed a -qual numero? — Al numero 28. - -— Ma fu dunque venduta a voi la casa del sig. di Saint-Méran? - -— Del sig. di Saint-Méran? domandò Monte-Cristo. Questa casa -apparteneva dunque al sig. di Saint-Méran? - -— Sì, rispose la sig.ª de Villefort; e credereste una cosa? - -— Quale? — Voi trovate bella questa casa, n’è vero? - -— Graziosa. - -— Ebbene! mio marito non ha voluto mai abitarla. - -— Oh! riprese Monte-Cristo, questa in verità è una prevenzione di cui -non mi saprei render conto. - -— Non mi piace Auteuil, signore, rispose il procuratore del Re facendo -uno sforzo sopra sè stesso. - -— Ma non sarò tanto disgraziato, spero, disse con inquietudine -Monte-Cristo, perchè quest’antipatia mi privi del bene di ricevervi? - -— No, credetemi farò tutto ciò che potrò, balbettò Villefort. - -— Oh! rispose Monte-Cristo, non ammetto scuse. Sabato alle sei vi -aspetto, e se non verrete, crederò che so io? che su questa casa -disabitata graviti da vent’anni qualche lugubre tradizione, qualche -sanguinosa leggenda. - -— Vi verrò, sig. conte, disse vivamente Villefort. - -— Grazie, disse Monte-Cristo. Ora bisogna che mi permettiate di -prendere congedo da voi. - -— In fatto avevate detto di essere costretto a lasciarci, sig. conte, -disse la sig.ª de Villefort, e voi ci dicevate, voler fare ancora -qualche cosa, quando siete stato interrotto per passare ad un’altra -idea. - -— In verità signora, disse Monte-Cristo, non so se oserò di dirvi ove -vado. — Bah! dite pure. - -— Io vado, da vero allocco che sono, a visitare una cosa che spesso mi -ha tenuto distratto per delle ore intere. - -— Quale? - -— Un telegrafo: ecco la parola lanciata. - -— Un telegrafo? ripetè la sig.ª de Villefort. - -— Eh! mio Dio, sì, un telegrafo. Ho veduto qualche volta in capo di -una strada sopra un poggio, un giorno di bel sole, innalzarsi queste -braccia nere e snodate, simili alle zampe di una immensa coleoptra, e -ciò non fu mai senza emozione, ve lo giuro, perchè pensava che questi -segni bizzarri fendendo l’aria con precisione, e portando a trecento -leghe la volontà sconosciuta di un uomo assiso ad una tavola ad un -altr’uomo assiso all’estremità della linea davanti ad un’altra tavola, -si disegnavano o sul grigio della nuvola, o sull’azzurro dei cieli per -la sola forza del volere di questo capo possente. Allora io credeva -ai geni, alle silfidi, ai folletti, infine a tutti i poteri occulti, -e rideva. Ora, non mi era mai venuta la volontà di vedere da vicino -questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre, -perchè temeva di ritrovare sotto le loro ali di pietra il piccolo -genio umano, ben saputo, bene imburrato di scienza, di cabala, o di -cancelleria. Ma ecco che un bel mattino intesi che il motore di ciascun -telegrafo era un povero diavolo d’impiegato a 1200 fr. l’anno, occupato -tutto il giorno a guardare, non il cielo come l’astronomo, non l’acqua -come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vòto; ma invece -l’insetto dal ventre bianco e dalle zampe nere, suo corrispondente, -situato 4, o 5 leghe lontano da lui. Allora mi son sentito prendere -da un desiderio curioso di vedere da vicino questa crisalide vivente, -e di assistere alla commedia che dal fondo della sua buccia ella dà -all’altra crisalide tirandogli uno dopo gli altri alcuni capi della -cordicella. - -— E voi volete andare là? — Sì, vi vado. - -— A qual telegrafo? a quello del ministero dell’Interno, o a quello -dell’osservatorio? - -— Oh! no, troverei là delle persone che vorrebbero costringermi ad -imparare delle cose che desidero ignorare, e che mi spiegherebbero -contro mia voglia un mistero che essi non conoscono. Diavolo, voglio -conservare quelle illusioni che ho sugl’insetti; è ben molto che -abbia perduto quelle che avevo sugli uomini. Non andrò dunque, nè al -telegrafo del ministero dell’Interno, nè a quello dell’osservatorio. -Ciò che mi abbisogna, è il telegrafo in piena campagna per ritrovarvi -il solo buon uomo petrificato nella sua torre. - -— Siete un singolar gran signore, disse Villefort. - -— Qual linea mi consigliate di studiare? - -— Quella che in oggi è la più occupata. - -— Bene! quella di Spagna dunque? - -— Precisamente. Volete una lettera del ministero perchè vi facciano -delle spiegazioni?... - -— Ma no, disse Monte-Cristo, poichè vi dico che al contrario io non -ci voglio capir niente. Dal momento in cui capissi qualche cosa, non -vi sarebbe più telegrafo, non vi sarebbe più che un segno del signor -Duchâtel, o del signor Montalivet trasmessi al prefetto di Baiona, -travestiti in due parole greche: _téle, graphéin_. È la bestia dalle -zampe nere, la parola misteriosa che io voglio conservare in tutta la -sua purezza ed in tutta la mia venerazione. - -— Andate dunque, perchè fra due ore sarà notte, e voi allora non -vedreste più niente. - -— Diavolo! voi mi spaventate! qual è il più vicino? - -— Sulla strada di Baiona? - -— Sì, sia sulla strada di Baiona! - -— È quello di Chàtillon. - -— E dopo quello di Chàtillon? - -— Quello della torre Montlhéry, io credo. - -— Grazie! a rivederci! sabato io vi racconterò le mie impressioni. - -Alla porta il conte s’incontrò coi due notari che avevano diseredata -Valentina, e che si ritiravano incantati di aver fatto un atto che -avrebbe certamente procurato loro un grande onore. - - - - -LX. — MEZZO DI LIBERARE UN GIARDINIERE DAI GHIRI CHE GLI MANGIANO LE -PESCHE. - - -Non nella stessa sera come aveva detto, ma la dimane mattina, il -conte di Monte-Cristo uscì dalla barriera d’Enfer, prese la strada di -Orléans, oltrepassò il villaggio di Linas senza fermarsi al telegrafo, -che, precisamente al momento in cui il conte passava, faceva muovere le -sue lunghe braccia scarne, e raggiunse la torre di Montlhéry situata -come ognun sa, sul punto più elevato della pianura che porta questo -nome. A piè della collina il conte discese di carrozza, e per un -piccolo sentiero circolare, largo da 15 a 20 pollici, cominciò a salire -la montagna; giunto alla sommità si trovò fermato da una siepe sulla -quale alcune frutta verdi erano succedute ai fiori color di rosa e -bianchi. - -Monte-Cristo cercò la porta del piccolo recinto, e non istette molto -a trovarla. Era un piccolo cancello di legno che girava su gangheri di -giunco, e si chiudeva con un chiodo ed una funicella. In un momento il -conte fu al caso di conoscere il meccanismo, e la porta fu aperta. Si -trovò allora in un piccolo giardino di circa 20 piedi di lunghezza, 12 -di larghezza, limitato da una parte dalla siepe nella quale era unito -il meccanismo ingegnoso che abbiam descritto sotto nome di cancello, e -dall’altra dalla vecchia torre tutta ricoperta di ellera, e disseminata -di garofani ed altri fiori. Non si sarebbe detto, vedendola così -guernita e fiorita (come una bisavola cui i piccoli nipoti augurino il -giorno della sua festa) che essa potesse raccontare dei drammi assai -terribili, se aggiungesse una voce alle orecchie minaccevoli che un -vecchio proverbio attribuisce alle muraglie. - -Si percorreva questo giardino lungo un piccolo viale ricoperto di -sabbia rossa, sul quale sporgevano, con un tuono che avrebbe rallegrato -l’occhio di Delacroix, nostro Rubens moderno, un contorno di bue -grasso, vecchio di molti anni. Questo viale aveva la forma di un 8, e -girava innalzandosi, in modo da poter fare una passeggiata di 60 piedi -in un giardino lungo 20. Giammai Flora, la ridente e fresca dea dei -giardinieri latini, non era stata onorata da un culto così minuzioso, e -così puro quanto quello che le veniva reso in questo piccolo recinto. - -Infatto dei 25 rosai che componevano il giardino, non una foglia -portava la traccia della mosca, non un piccolo stelo di grancigna -verde che isterilisce e consuma le piante che crescono a lei vicino. -Non mancava umidità a questo giardino, la terra nera come la mota e -l’opacità del fogliame degli alberi lo dicevano abbastanza; d’altra -parte l’umidità artificiale avrebbe prontamente supplito alla naturale, -mercè il foro pieno d’acqua scavato in un angolo del giardino, e nel -quale stazionavano sopra un panno verde una rana ed un rospo che, per -l’incompatibilità senza dubbio dei loro umori si voltavano sempre, e -si mantenevano ai due punti opposti del circolo coi loro dorsi voltati -l’un contro l’altro. - -Non un’erba nei viali, non una pianta parassita vicino alle piante; una -piccola donnicciuola pulisce, e monda con minor cura il suo girannio, -il cactus, e gli altri fiori della sua giardiniera di porcellana di -quel che non faceva il padrone fino allora invisibile del piccolo -recinto. - -Monte-Cristo si fermò dopo aver chiusa la porta aggrappando la -cordicella al chiodo, e con uno sguardo abbracciò tutta la proprietà: -— Sembra, diss’egli, che l’uomo del telegrafo abbia dei giardinieri ad -anno, o ch’egli si abbandoni appassionatamente all’agricoltura. - -D’improvviso inciampò in qualche cosa nascosta dietro una carriola -ripiena di foglie: questo qualche cosa si raddrizzò lasciando sfuggire -un’esclamazione che dipingeva la sua meraviglia, e Monte-Cristo si -trovò in faccia di un uomo di circa 50 anni che raccoglieva delle -fragole cui situava sopra foglie di viti. Vi erano circa 12 foglie, -e quasi altrettante fragole. Il buon uomo nel rialzarsi, per poco non -lasciò cadere le fragole, le foglie, ed il piatto. - -— Fate la vostra raccolta, disse Monte-Cristo. - -— Perdono, rispose il buon uomo portando la mano alla berretta, non -sono lassù, è vero, ma ne sono disceso in questo medesimo punto. - -— Non voglio incomodarvi per niente, raccogliete le vostre fragole se -pur ve ne rimangono ancora. - -— Me ne rimangono ancora 10, disse l’uomo, perchè eccone qui 11, e -ne aveva 21, 5 di più dell’anno scorso. Ma non è da meravigliarsi; -quest’anno la primavera è stata calda, e ciò che abbisogna alle -fragole, è il calore. Ecco perchè, invece di 16 che ne ebbi l’anno -passato, in quest’anno ne ho, guardate, 12 di già raccolte, 13, 14, -15, 16, 17, 18, 19.... ah! mio Dio! me ne mancano due, e v’erano ancor -ieri, io ve le ho contate, ne sono sicuro... il figlio della madre -Simona me le avrà rubate; io l’ho visto ronzare questa mattina. Ah! -piccolo birbo di ladro di recinti, non sa dunque a che lo può condurre -questo? - -— Infatto, è grave, ma voi farete la parte della gioventù del -delinquente, e della sua ghiottoneria. - -— Certamente, disse il giardiniere; ciò non ostante non è cosa meno -disaggradevole. Ma ancora una volta perdono, signore: è forse un mio -superiore che ho fatto in tal modo aspettare? — ed intanto esaminava -con un sguardo timoroso il conte ed il suo abito blu. - -— Tranquillatevi, amico mio, disse il conte con quel sorriso ch’egli -faceva a seconda della sua volontà tanto terribile e tanto benevolo, -e che questa volta non esprimeva se non che la benevolenza: io -non sono un vostro superiore che viene a fare una ispezione, ma un -semplice viaggiatore condotto dalla curiosità, e che già comincia a -rimproverarsi la sua visita, vedendo che vi fa perdere il vostro tempo. - -— Oh! il mio tempo non è caro, replicò il buon uomo con un sorriso di -malinconia. Però è il tempo del governo, e non dovrei perderlo, ma ho -ricevuto il segnale che mi annunziava di poter riposare un’ora, gettò -uno sguardo sulla meridiana solare (perchè vi era tutto nel recinto -della torre di Montlhéry, anche una meridiana solare) e voi lo vedete -ho ancora dieci minuti di avanzo, poi le mie fragole erano mature, e -un giorno di più... d’altra parte, lo credereste, signore, i ghiri le -mangiano! - -— In fede mia, no, non l’avrei creduto, rispose gravemente -Monte-Cristo; sono cattivi vicini, signore, i ghiri, per noi che non li -mangiamo morti nel miele, come facevano i romani. - -— Ah! i romani li mangiavano? disse il giardiniere. - -— Io lessi ciò in Petronio, disse il conte. - -— Davvero non devono esser buoni, quantunque si dica: grasso come -un ghiro. E non è maraviglioso, signore, che i ghiri siano grassi, -atteso che dormono tutta la santa giornata, e non si svegliano che per -rosicare tutta la notte. Osservate, l’anno passato aveva 4 albicocche, -essi ne hanno consumato una; avevo una pesca, una sola, è vero che è -un frutto raro; ebbene! l’hanno divorato per metà dalla parte del muro; -una pesca superba, eccellente: non ne aveva mai mangiati dei migliori. - -— Voi l’avete mangiata? domandò Monte-Cristo. - -— Cioè la metà che restava, capirete bene; era squisita. Ah peccato! -quei signori non scelgono il peggior boccone. Fanno come il figlio -della madre Simona, egli non ha scelto le più cattive fragole! Ma -quest’anno non andrà così, siate tranquillo, ciò non accadrà più, -dovessi, quando i frutti sono per maturare, passare tutta la notte in -sentinella. - -Monte-Cristo ne aveva veduto abbastanza. Ciascun uomo ha la -sua passione che lo rode internamente nel fondo del cuore, come -ciascun frutto ha il suo verme; quello dell’uomo del telegrafo era -l’orticoltura. Egli si mise a raccogliere le foglie di vite che -nascondevano i grappoli al sole, ed in questo modo si conquistò il -cuore del giardiniere. - -— Il signore è venuto per vedere il telegrafo? diss’egli. - -— Sì, se però non è proibito dai regolamenti. - -— Oh! non è proibito affatto, disse il giardiniere, atteso che non vi è -niente di pericoloso, poichè nessuno sa, nè può sapere ciò che diciamo. - -— Mi è stato detto infatto, riprese il conte, che voi ripetete i -segnali senza capirli voi stessi. - -— Certamente, e sono ben contento che sia così. - -— Perchè siete contento che sia così? - -— Perchè, in questo modo, non ho alcuna responsabilità, sono una -macchina, e nient’altro, e purchè faccia le mie funzioni, non mi si -domanda di più. - -— Diavolo! fece Monte-Cristo in sè stesso, sarei forse caduto per caso -sopra un uomo senza ambizione, per bacco! sarebbe una disgrazia. - -— Signore, disse il giardiniere guardando la meridiana, i dieci minuti -sono vicini a spirare, ed io ritorno al mio posto. Avete piacere a -salir meco? - -— Vi seguo. — Monte-Cristo entrò infatto nella torre divisa in tre -piani; il piano terreno contava alcuni istromenti d’agricoltura, come -zappe, rastrelliere, innaffiatoi attaccati al muro; e questo era tutto -il mobilio. Il secondo era l’abitazione ordinaria, o piuttosto notturna -dell’impiegato; conteneva alcuni poveri utensili d’uso, un letto, una -tavola, due sedie, una fontana di pietra bigia, più alcune erbe secche -attaccate al soffitto, e che il conte riconobbe per piselli da sementi, -fagiolini di Spagna, dei quali il buon uomo conservava i grani nella -sua scodella di cocco. Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste -sementi, con quella cura che potrebbe fare il botanico del _Giardino -delle Piante_. - -— Vi vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore? domandò -Monte-Cristo. - -— Lo studio non è lungo, ma il soprannumerariato. - -— E quanto si riceve di paga? — Mille franchi, signore. - -— Non è gran cosa. — No, ma come vedete si ha l’alloggio. — -Monte-Cristo guardò la camera: - -— Purchè non si mettano pretensioni nell’alloggio. - -Passarono al terzo piano; era la camera del telegrafo. Monte-Cristo -guardò attorno attorno le due maniglie di ferro che servono a mettere -in moto la macchina: - -— Ciò è molto importante, diss’egli, ma alla lunga questa è una vita -che deve sembrare un po’ insipida. - -— Sì, nel principio occasiona dei torcicolli per guardare, ma in capo -ad un anno o due vi ci assuefacciamo; poi abbiamo le nostre ore di -ricreazione, e i nostri giorni di congedo. - -— I vostri giorni di congedo? — Sì. — E quali? - -— Quelli in cui fa nebbia. — Ah! è giusto. - -— Per me, quelli sono i miei giorni di festa; in quei giorni scendo nel -giardino, e pianto, taglio, accomodo, lego, insomma il tempo passa. - -— Da quanto tempo siete qui? - -— Da dieci anni, e 5 di soprannumerario che fanno 15. - -— Quanti anni avete?... — 55 anni. - -— Quanto tempo di servizio vi bisogna per aver la pensione? — Oh! -signore, 25 anni. - -— E quant’è questa pensione? — Cento scudi. - -— Povera umanità! mormorò Monte-Cristo. - -— Come dite, signore?... domandò l’impiegato. - -— Dico che tutto ciò è importante. — Che cosa? - -— Tutto ciò che mi mostrate... e non capite assolutamente niente dei -vostri segni? - -— Assolutamente niente. — Voi non avete mai provato a capirli? — Mai; -per che farne? — Ciò non ostante vi sono dei segnali che s’indirizzano -a voi particolarmente? - -— Senza dubbio. — Questi li capirete? - -— Sì, sono sempre gli stessi. — E dicono?... - -— _Niente di nuovo_... o _voi avete un’ora_... o _a dimani_. - -— Queste sono cose assolutamente indifferenti... Ma guardate, non -vedete il vostro corrispondente che si mette in movimento? — Ah! è -vero, grazie, signore. - -— E che vi dice? è qualche cosa che capite? - -— Sì, mi domanda se sono in ordine. — E voi gli rispondete? - -— Coi medesimi segnali, che nello stesso tempo che avvisano al mio -corrispondente di destra che io sono in ordine, invitano pure il -corrispondente di sinistra a tenersi anche egli preparato. - -— È molto ingegnoso, disse il conte. — Starete a vedere, riprese con -orgoglio il buon uomo, fra 5 minuti parlerà. - -— Allora io ho 5 minuti, disse Monte-Cristo, è più del tempo che mi -abbisogna. Mio caro signore, disse egli, mi permettete di farvi una -dimanda? - -— Dite — Amate molto l’agricoltura? — Con passione. - -— E sareste felice, se invece di avere una terrazza di 20 piedi, aveste -un recinto di due iugeri? - -— Signore, ne farei un paradiso terrestre. — Coi vostri mille fr. -vivete male? — Molto male, ma infine vivo. — Sì, ma non avete che -un miserabile giardino. — Ah! è vero, il giardino non è grande. — Ed -anche, tale quale è, è popolato da ghiri che divorano tutto. — Questo è -il mio flagello. - -— Ditemi se aveste la disgrazia di voltare la testa quando il -corrispondente di destra è in movimento? — Io non lo vedrei. — Allora -che vi accadrebbe? — Che non potrei ripetere i segnali. — E dopo?... — -Mi accadrebbe che non avendoli ripetuti per negligenza sarei messo in -multa. — Di quanto? — Di cento fr. — Il decimo della vostra rendita. — -Ah!... fece l’impiegato. — Ciò vi è mai accaduto? disse Monte-Cristo. — -Una sola volta, che potava un rosaio. - -— Bene; ora se vi avvisaste di cambiare un segnale, o di trasmetterne -un altro? — Allora è diverso, sarei licenziato, e perderei la pensione. -— Di 500 fr.? — Cento scudi, sì, signore: così capirete bene che non lo -farò mai. - -— Neppure per 15 anni della vostra paga? Vediamo, ciò merita -riflessione, eh? — Per 15 mila fr.? Signore, voi volete tentarmi -— Precisamente! 15 mila fr. — Signore, lasciatemi guardare il mio -corrispondente di destra! - -— Al contrario; non lo guardate, ma invece guardate qui. - -— Che cosa è questo? — Come! non conoscete questi piccoli pezzi di -carta? — Biglietti di banca! - -— Quadrati; e sono 15. — E per chi sono? - -— Per voi. — Per me! gridò l’impiegato soffocato. - -— Oh! mio Dio! sì, vostri in piena proprietà. - -— Ecco il corrispondente di destra che si muove. - -— Lasciatelo muovere. - -— Mi avete distratto, e sono già in multa. - -— Questa vi costerà 100 fr. vedete bene che ora avete tutta la premura -di prendere i 15 biglietti di banca. - -— Signore, il mio corrispondente di dritta s’impazienta e raddoppia i -segnali. — Lasciatelo fare e prendete. - -Il conte mise l’involto nelle mani dell’impiegato. - -— Ora, ciò non è tutto, coi vostri 15 mila fr. non vivreste. - -— Avrò sempre il mio posto. - -— No, lo perderete; perchè ora farete un altro segno diverso da quello -del vostro corrispondente. - -— Ah! signore, che mi proponete? — Una fanciullaggine. - -— Signore, a meno che non vi sia costretto... - -— E conto bene di costringervi effettivamente. — E Monte-Cristo cavò -di saccoccia un altro mazzetto di biglietti. — Ecco altri dieci mila -fr. coi 15, che avete in saccoccia faranno 25 mila. Con 5 mila fr. -comprerete una piccola casetta e due iugeri di terra, con gli altri 20 -mila, vi farete una rendita di mille fr. - -— Un giardino di due iugeri? — E mille fr. di rendita. - -— Mio Dio! mio Dio! - -— Ma prendete dunque! E Monte-Cristo mise per forza i dieci biglietti -nella mano dell’impiegato. - -— Ma che devo io fare? — Niente di difficile. — Ma pure? - -— Ripetere i segni che qui vedete. — Monte-Cristo cavò di saccoccia una -carta su cui erano bene disegnati tre segnali coi numeri che indicavano -l’ordine col quale dovevano essere fatti. — E questo non sarà lungo, -come vedete. — Sì, ma.. - -— Ciò è pel raccolto che avrete di pesche, e del resto... - -Il pensiero del raccolto la vinse; rosso per la febbre, e sudando a -grosse gocce, il buon uomo seguì l’uno dopo l’altro i tre segnali dati -dal conte, ad onta delle spaventose dislocazioni del corrispondente -di destra che, non comprendendo niente di questo cambiamento, -cominciava a credere che l’uomo delle pesche fosse divenuto pazzo. -In quanto al corrispondente di sinistra, ripetè coscienziosamente i -medesimi segnali, che furono raccolti definitivamente dal ministero -dell’Interno. — Ora eccovi ricco, disse Monte-Cristo. - -— Sì, rispose l’impiegato, ma a qual prezzo? - -— Ascoltate, amico mio, disse Monte-Cristo; non voglio che abbiate -rimorsi, credetemi dunque, non avete fatto torto ad alcuno, ed avete -servito a giustissimi disegni. - -L’impiegato guardava i biglietti di banca, li contava, li palpava; -ora era pallido, ora rosso; finalmente si precipitò nella sua camera -per bere un bicchier d’acqua, ma non ebbe forza di giungere fino alla -fontana, e svenne in mezzo ai fagiuoli secchi. Cinque minuti dopo che -la notizia telegrafica giunse al ministero, Debray fece attaccare i -cavalli al suo _coupé_ e corse all’abitazione di Danglars: - -— Vostro marito ha delle polizze del prestito spagnuolo? diss’egli alla -baronessa. - -— Lo credo bene! ne ha per sei milioni. - -— Ch’egli le venda subito a qualunque prezzo si sia. - -— E perchè questo? — Perchè Carlo si è salvato da Bourges ed è -rientrato in Spagna. — E come lo sapete? — Per bacco! disse Debray -stringendosi nelle spalle, come so le notizie? - -La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito, -il quale recossi subito dal suo agente di cambio, e gli ordinò di -vendere a qualunque prezzo. Quando fu veduto che Danglars vendeva, si -abbassarono subito i fondi spagnuoli. Danglars vi perdè 500 mila fr., -ma si spacciò di tutte queste polizze. - -La sera si lesse nel _Messager_ il seguente dispaccio telegrafico. - -«Il re Don Carlo è sfuggito alla sorveglianza che si esercitava su -di lui a Bourges, ed è rientrato in Spagna dalla frontiera della -Catalogna. Barcellona si è sollevata in suo favore.» - -In tutta la serata non vi fu altro discorso che della previdenza di -Danglars che aveva vendute le sue polizze, e della fortuna dell’usuraio -che non perdeva che soli 500 mila fr. sotto un bel colpo. Quelli che -avevano conservato le loro polizze o le avevano comprate da Danglars, -si ritennero rovinati, e passarono una cattiva notte. - -La dimane si lesse nel _Moniteur_: - -«Senza alcun fondamento il _Messager_ ha ieri annunziato la fuga di don -Carlo e la rivolta di Barcellona. - -«Il re don Carlo non ha lasciato Bourges, e la Penisola gode la più -profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, male interpretato a -causa della nebbia, ha causato questo errore.» - -I fondi risalirono di una cifra doppia di quella da cui erano discesi. -Ciò produsse, fra la perdita e la mancanza del guadagno, la differenza -di un milione per Danglars. - -— Buono! disse Monte-Cristo a Morrel, che si trovava da lui al momento -in cui venne annunziato questo strano rovescio di borsa, di cui -Danglars era stato la vittima. Con 25 mila fr. ho fatto una scoperta -che avrei pagata cento mila. - -— Che avete dunque scoperto? domandò Massimiliano. - -— Ho scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli -mangiavano le pesche. - - - - -LXI. — I FANTASMI. - - -A prima vista, ed esaminata dal di fuori, la casa d’Auteuil nulla aveva -di splendido, nè di tutto ciò che avrebbe potuto aspettarsi da una casa -deputata ad abitazione del magnifico conte di Monte-Cristo; ma questa -semplicità dipendeva dalla volontà del padrone, che aveva positivamente -ordinato che nulla fosse cambiato all’esterno; e per convincersene non -vi era di bisogno che penetrare nell’interno. Di fatto appena la porta -era aperta, lo spettacolo cambiava. - -Bertuccio aveva oltrepassato sè stesso pel gusto del mobilio, e la -rapidità della esecuzione: come in altri tempi il duca d’Antin aveva -fatto abbattere in una notte un viale di alberi che incomodava la -vista di Luigi XIV, così in tre giorni Bertuccio aveva fatto piantare -nel cortile interamente nudo, dei bei pioppi e dei sicomori, fatti -trasportare colle loro enormi masse di radici, che ombreggiavano la -facciata principale della casa, davanti la quale, invece del selciato, -mezzo guastato dall’erba, si stendeva un prato di zolle, la cui verde -crosta era stata posta quella stessa mattina, e formava un vasto -tappeto ove brillavano ancora le gocce di acqua di cui era stato -innaffiato. - -Del rimanente gli ordini emanavano dal conte; egli stesso aveva -rimesso a Bertuccio un disegno ov’erano indicati il numero delle -piante ed il posto ove dovevano essere situate, la forma e lo spazio -del prato che dovevano sostituire il selciato. Veduta così, la casa -era divenuta irriconoscibile; e Bertuccio stesso protestava che non la -riconoscerebbe più, circondata com’era dal suo quadro di verdura. - -L’intendente non sarebbe stato mal contento, da che vi era, di far -soffrire pur qualche cambiamento al giardino, ma il conte aveva -positivamente proibito che si toccasse. Bertuccio se ne risarcì col far -ricolmare di fiori le anticamere, le scale, e i caminetti. - -Ciò che annunziava l’estrema abilità dell’intendente e la profonda -scienza del padrone, l’uno nel servire, l’altro nel farsi servire, -si era che questa casa, deserta da vent’anni, così cupa e trista -anche il giorno innanzi, tutta impregnata di quel disgustoso odore -del tempo, aveva preso in un giorno, coll’aspetto della vita, i -profumi che preferiva il padrone, e perfino il grado della sua luce -favorita; era che il conte giungendo, avrebbe sotto i suoi occhi i -quadri che preferiva, nelle anticamere i cani di cui amava le carezze, -gli uccelli di cui amava il canto; si era che tutta questa casa, -risvegliata dal suo lungo sonno come il palazzo della Bella del bosco -dormente, viveva, cantava, si rallegrava, a guisa di quelle case che -noi abbiamo lungamente predilette, e nelle quali, quando per disgrazia -le abbandoniamo, vi lasciamo una metà dell’anima nostra. I domestici -andavano e venivano allegri in quella bella corte; gli uni possessori -delle cucine, e scorrendo come se avessero sempre abitata questa casa, -sopra scale restaurate il giorno innanzi; gli altri popolavano le -rimesse, ove le carrozze, numerate e fissate, sembravano installate -da 50 anni, e le scuderie ove i cavalli schierati alle rastrelliere -rispondevano col loro nitrito ai palafrenieri che parlavano ad essi -infinitamente con maggior rispetto di quello che molti domestici -parlino coi loro padroni. La biblioteca era distribuita in due scansie, -alle due pareti laterali di una camera, e conteneva circa due mila -volumi: tutto un compartimento era destinato ai romanzi moderni, e -quello che aveva veduta la luce il giorno innanzi, era già collocato al -suo posto, pavoneggiandosi nella sua legatura rossa e oro. Dall’altra -parte della casa, e facendo simmetria alla biblioteca, v’era la stufa, -ripiena di piante rare che si rallegravano di trovarsi in gran vasi -del Giappone, e in mezzo ad essa, meraviglia ad un tempo degli occhi -e dell’odorato, un bigliardo che si sarebbe detto abbandonato da meno -d’un’ora dai giuocatori, che avevano lasciato morire i birilli sul -tappeto. Una sola camera era stata rispettata dal magnifico Bertuccio. -Davanti ad essa, situata all’angolo del primo piano, ed a cui si -poteva salire dalla scala maggiore, e discendere dalla scala segreta, i -domestici passavano con curiosità, e Bertuccio con terrore. - -Il conte arrivò alle cinque precise, seguito da Alì, davanti alla casa -d’Auteuil. Bertuccio aspettava quest’arrivo, con una impazienza mista -ad inquietudine, egli sperava qualche congratulazione di approvazione, -mentre ne temeva l’aggrottamento delle sopracciglia. - -Monte-Cristo disceso nel cortile, percorse tutta la casa, e fece un -giro nel giardino, silenzioso, e senza dare il minimo segno nè di -approvazione nè di mal contento. - -Soltanto entrando nella sua camera da dormire, situata dalla parte -opposta della camera chiusa, stese la mano al cassetto di un piccolo -mobile di legno rosa, che aveva già osservato nel primo viaggio. - -— Questo non può servire, diss’egli, che a mettervi dei guanti. - -— Infatto, eccellenza, rispose tutto contento Bertuccio, aprite e vi -troverete dei guanti. — Negli altri mobili ancora, il conte ritrovò -quello che contava di ritrovarvi, bottiglie, sigari, bigiotterie ecc. — -Bene! diss’egli ancora. - -E Bertuccio si ritirò coll’anima trasportata, tanto era grande, -potente, e reale l’influenza di quest’uomo su tutto ciò che lo -circondava. Alle sei precise s’intese scalpitare un cavallo davanti -alla porta di ingresso. Era il nostro capitano dei _Spahis_ che -giungeva sopra _Médéah_. - -Monte-Cristo l’aspettava nel vestibolo col sorriso sulle labbra. - -— Eccomi pel primo, ne sono ben sicuro, gridò Morrel; l’ho fatto -espressamente per avervi un momento tutto a me solo, prima degli altri. -Giulia, ed Emmanuele vi dicono milioni di cose. Ah! sapete che questo -luogo è magnifico? ditemi, conte, i vostri domestici avranno cura del -mio cavallo? - -— Siatene tranquillo, essi se ne intendono. - -— Ha bisogno di essere ben bene strofinato, se sapeste di che passo è -venuto! è una vera tromba. - -— Diavolo! lo credo bene, un cavallo di 5 mila fr.! disse Monte-Cristo -col tuono di un padre che parli a suo figlio. - -— Vi rincrescono? disse Morrel con un franco sorriso. - -— Io! Dio me ne guardi! rispose il conte, mi spiacerebbe soltanto che -il cavallo non fosse buono. - -— È tanto buono, mio caro conte, che Château-Renaud, l’uomo più -intelligente di cavalli di tutta la Francia, e Debray, che monta i -cavalli arabi del ministero, corrono dietro a me in questo momento, e -sono un poco indietro, come vedete, ed essi sono seguiti dai cavalli -della baronessa Danglars, che vanno di un trotto da poter fare almeno -sei leghe l’ora. - -— Dunque saranno vicini? domandò Monte-Cristo. - -— A voi, eccoli. — Infatto nello stesso momento un _coupé_ con due -cavalli tutti fumanti, e due cavalli da sella anelanti giunsero -al cancello della casa, che si aprì davanti a loro; subito dopo il -_coupé_ descrisse il suo mezzo cerchio, e venne a fermarsi davanti alla -gradinata seguito dai due cavalieri. - -In un punto Debray mise il piede a terra, e si trovò allo sportello. -Offrì la mano alla baronessa, che nel discendere gli fece un gesto -impercettibile a tutti, meno che a Monte-Cristo che nulla perdè di -vista; e in questo gesto vide rilucere un piccolo biglietto bianco -tanto impercettibile, quanto il gesto, che passò dalla mano di madama -Danglars in quella del segretario del ministro con una facilità, che -indicava l’abitudine di questa manovra. - -Dietro sua moglie discese il banchiere, pallido come se invece di -uscire da un _coupé_ fosse uscito da un sepolcro. - -La signora Danglars gettò intorno a sè uno sguardo rapido ed -investigatore, che Monte-Cristo soltanto potè comprendere, e col quale -essa abbracciò il cortile, il peristilio e la facciata della casa; poi -reprimendo una leggera emozione che sarebbe certamente comparsa sul suo -viso, se fosse stato permesso al viso d’impallidire, salì la scalinata, -dicendo al sig. Morrel: — Signore, se foste nel numero dei miei amici -vi chiederei se voleste vendere il vostro cavallo. - -Morrel fece un sorriso che molto rassomigliava ad una boccaccia, e si -voltò verso Monte-Cristo come per pregarlo di toglierlo dall’impaccio -in cui si ritrovava. - -Il conte lo capì; — Ah! signora, rispose egli, perchè mai questa -domanda non è diretta a me? - -— Con voi, signore, disse la baronessa, non si ha il diritto di -desiderare niente, perchè si è troppo sicuri di ottenere. Così era al -sig. Morrel... - -— Disgraziatamente, riprese il conte, sono testimonio che il sig. -Morrel non può cedervi il suo cavallo, essendo messo a rischio il suo -onore. — Ed in che modo? - -— Egli ha scommesso di domare _Médéah_ nello spazio di sei mesi. -Comprenderete ora, baronessa, che se egli se ne privasse prima del -termine della scommessa, non solo la perderebbe, ma si direbbe di più -che ha avuto paura; ed un capitano di _Spahis_, anche per soddisfare -un capriccio di una bella donna, il che, a mio avviso, è una delle cose -più sacre di questo mondo, non può lasciar correre questa voce. - -— Voi vedete, signora... disse Morrel indirizzando a Monte-Cristo, un -sorriso di riconoscenza. - -— Mi sembra d’altra parte, disse Danglars con un tuono rozzo mal -nascosto da un sorriso villano, che abbiate cavalli bastanti. - -Non era fra le abitudini della sig.ª Danglars il lasciar passare simili -assalti senza rispondervi, e ciò non ostante con gran meraviglia -dei giovani, ella fe’ sembiante di non capire e non rispose niente. -Monte-Cristo sorrideva a questo silenzio, che annunziava una umiltà -fuori dell’ordinario, mentre che mostrava alla baronessa due immensi -vasi di porcellana della China, sui quali serpeggiavano delle -vegetazioni marine di una grossezza, e di un lavoro tale, che la sola -natura poteva avere queste ricchezze, questo materiale, questo genio. - -La baronessa era maravigliata. — Eh! qui dentro si potrebbe piantare -uno dei marroni delle Tuglierie, diss’ella, come mai hanno dunque -potuto far cuocere simili enormità? - -— Ah! signora, disse Monte-Cristo, non bisogna domandar questo a noi, -fabbricanti di statuette, e di vetro appannato; è un’opera di altra -età, è una specie d’opera dei genii della terra e del mare. - -— E come mai, e di qual epoca può essere? - -— Non lo so; soltanto ho inteso dire che un Imperatore della China -aveva fatto costruire un forno espressamente, in cui un dopo l’altro, -aveva fatto cuocere 12 vasi come questo. Due si ruppero sotto l’ardore -del fuoco: gli altri furono calati a trecento braccia nel fondo del -mare. Il mare, che sapeva ciò che richiedevasi da lui, gettò sur essi -delle liane, contorse i suoi coralli, incrostò le sue conchiglie; -il tutto fu cementato per 200 anni sotto queste profondità inaudite, -poichè una rivoluzione rapì l’Imperatore che aveva voluto fare questo -esperimento, e non lasciò che il processo verbale che constatava la -cottura dei vasi, e la loro calata nel fondo del mare. Dopo 200 anni si -ritrovò il processo verbale, e si pensò a cavare i vasi. I nuotatori -andarono, sotto macchine fatte espressamente, alla scoperta nella -baia ove erano stati gettati; ma di dieci non ne furono più ritrovati -che tre, gli altri erano stati o dispersi, o rotti dai flutti. Io -amo questi vasi, nel fondo dei quali qualche volta mi figuro che dei -mostri di forme spaventose, e misteriose, come quelli che vedono i soli -nuotatori quando si affondano molto, hanno fissato con meraviglia il -loro sguardo sinistro e freddo, e nei quali hanno dormito delle miriadi -di piccoli pesci che si rifugiavano per salvarsi dalla persecuzione -dei loro nemici. — Durante questo tempo Danglars, poco amatore di -curiosità, strappava distrattamente, l’uno dopo l’altro, i fiori di -un magnifico arancio; quando ebbe finito quell’arancio, si volse ad un -cactus; ma questo di un’indole meno tollerante dell’arancio, lo punse -oltraggiosamente. Allora rabbrividì, e si strofinò gli occhi come se si -svegliasse da un sogno. - -— Signore, gli disse Monte-Cristo sorridendo, voi siete tanto amatore -di quadri, ed avete delle cose magnifiche, non vi raccomando perciò i -miei, però, ecco due Hobbema, un Paolo Potter, un Mieris, due Gérard -Dow, un Raffaello, un Van Dyck, un Zurbaran, e due o tre Murillo, degni -di esservi presentati. - -— Guarda! disse Debray, un Hobbema che io riconosco. - -— Ah! davvero! — Sì, vennero a proporlo al Museo. - -— Che non ne ha, credo? arrischiò di dire Monte-Cristo. - -— No, e ciò non ostante ha rifiutato di comprarlo. - -— E perchè? domandò Château-Renaud. - -— Siete grazioso; perchè il governo non è abbastanza ricco. - -— Ah! perdono, disse Château-Renaud. Io sento dire simili cose tutti i -giorni da otto anni e non mi vi posso abituare. - -— Sarà per l’avvenire, disse Debray. - -— Non lo credo, rispose Château-Renaud. - -— Il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, il conte Andrea Cavalcanti, -annunziò Battistino. - -Un colletto di raso nero che usciva dalle mani del fabbricante, una -barba fatta di recente, due baffi grigi, un occhio sicuro, un abito -da maggiore adorno di tre placche e cinque croci, in somma una tenuta -irreprensibile di vecchio soldato, tale apparve il maggiore Bartolommeo -Cavalcanti, quel tenero padre che noi conosciamo. Vicino a lui, coperto -di abiti nuovi, si avanzava col sorriso sulle labbra il conte Andrea -Cavalcanti, quel rispettoso figlio che egualmente conosciamo. I tre -giovani parlavano insieme, i loro sguardi si portavano dal padre al -figlio, e si fermarono naturalmente più lungo tempo su questo ultimo, -cui particolarmente esaminarono. - -— Cavalcanti! fece Debray. — Un bel nome, disse Morrel, capperi! — -Sì, disse Château-Renaud, è vero, questi Italiani hanno bei nomi, ma -vestono male. - -— Siete difficile a contentare, riprese Debray, i suoi abiti sono di un -eccellente sartore, e affatto nuovi. - -— Ecco precisamente ciò che rimprovero loro. Questo signore ha -l’aspetto di vestirsi oggi per la prima volta. - -— Chi sono questi signori? domandò Danglars al conte di Monte-Cristo. - -— Avete inteso, i Cavalcanti. - -— Ciò non mi dice che il loro nome e niente di più. - -— Ah! è vero, non siete al corrente della nostra nobiltà italiana; chi -dice Cavalcanti, dice razza di principi. - -— Bella fortuna? domandò il banchiere. - -— Favolosa. — Che cosa fanno? - -— Provano di spenderla senza potervi riuscire. Hanno da altra parte -crediti su voi, a quanto mi dissero l’altro giorno quando vennero a -farmi visita. Io anzi li ho invitati per voi, ve li presenterò. - -— Ma mi sembra, che parlino con molta purezza il francese, disse -Danglars. - -— Il figlio è stato allevato in un collegio del mezzo giorno, a -Marsiglia, o nelle vicinanze. Lo ritroverete nell’entusiasmo. — Di che -cosa? domandò la baronessa. - -— Delle francesi, signora, vuole assolutamente prender moglie a Parigi. - -— Bella idea! disse Danglars alzando le spalle. - -La signora Danglars guardò suo marito con un’espressione che, in un -altro momento, sarebbe stata foriera di un uragano; ma per la seconda -volta ella si tacque. - -— Il barone sembra molto tetro quest’oggi, disse Monte-Cristo alla -sig.ª Danglars: lo voglion forse far ministro? - -— Non ancora, credo in vece che abbia speculato alla borsa, e che abbia -perduto, e non sa con chi prendersela. - -— Il signore, e la signora de Villefort, gridò Battistino. - -I due personaggi annunziati entravano; il sig. de Villefort, ad -onta del suo gran potere su sè stesso, era visibilmente commosso. -Toccandogli la mano, Monte-Cristo si accorse che tremava: — Non vi sono -che le donne per sapere dissimulare, disse fra sè stesso Monte-Cristo -guardando la sig.ª Danglars, che sorrideva al procuratore del Re, e -che abbracciava la moglie di lui. Dopo i primi complimenti, il conte -vide Bertuccio che, occupato fino allora degli affari del suo ufficio, -s’introduceva in un piccolo salotto attiguo a quello nel quale erano -tutti riuniti. Egli andò a lui. - -— Che volete, Bertuccio? - -— V. E. non mi ha detto ancora il numero dei convitati. - -— Ah! è vero. — Quante coperte? — Contate voi stesso. - -— Sono giunti tutti, eccellenza? — Sì. - -Bertuccio introdusse lo sguardo a traverso la porta socchiusa. - -Monte-Cristo gli teneva fissi gli occhi in viso. - -— Oh! mio Dio! gridò egli. — Che c’è dunque? domandò il conte. — Quella -donna!... quella donna!... — Quale? - -— Quella vestita di bianco, e con tanti diamanti!... la bionda!... — -La signora Danglars? — Non so come si chiami. Ma è dessa! signore, è -dessa! — Chi? - -— La donna del giardino! quella che era incinta! quella che passeggiava -aspettando... aspettando.... - -Bertuccio rimase a bocca aperta pallido, e coi capelli irti. - -— Aspettando chi? — Bertuccio senza rispondere, mostrò Villefort col -dito, presso a poco col medesimo gesto con cui Macbeth mostrò Banco. — -Oh!... Oh!... mormorò finalmente! vedete? — Che? chi? — Lui! — Lui!... -Il sig. procuratore del Re Villefort? senza dubbio lo vedo. - -— Ma dunque non l’ho ucciso! - -— Ah! ma credo che diventiate pazzo, mio bravo Bertuccio. - -— Ma egli dunque non è morto? - -— Eh! no, egli non è morto, lo vedete bene: invece di colpire fra la -sesta e la settima costa sinistra, come fanno i vostri compatrioti, -avrete colpito più alto o più basso; e le persone di giustizia -hanno l’anima bene incavigliata al corpo; o piuttosto non è vero -ciò che mi avete raccontato, fu un sogno della vostra immaginazione, -un’allucinazione del vostro spirito; vi sarete addormentato avendo -mal digerita la vostra vendetta; ella vi avrà pesato sullo stomaco, -avete avuto l’incubo, ecco tutto. Vediamo, richiamate la vostra calma -e contate: il signore e la signora de Villefort, due; il signore, e la -signora Danglars, quattro; il sig. Château-Renaud, il sig. Debray, il -sig. Morrel, sette; il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, otto. - -— Otto, ripetè Bertuccio. - -— Aspettate dunque! avete molto fretta di andarvene! dimenticate uno -dei miei convitati, che diavolo! Guardate un poco a sinistra... ecco -là... il signor Andrea Cavalcanti, quel giovine in abito nero che -guarda il quadro di Murillo, che ora si volta. — Questa volta Bertuccio -cominciò un grido, che lo sguardo di Monte-Cristo gli spense sulle -labbra: - -— Benedetto! mormorò egli a bassa voce, fatalità! - -— Ecco le sei e mezzo che suonano, Bertuccio, disse severamente il -conte, questa è l’ora in cui ho dato l’ordine che si mettesse in -tavola; sapete che non amo aspettare. - -E Monte-Cristo rientrò nel salotto ove lo aspettavano i suoi convitati, -nel mentre che Bertuccio rientrava nella sala da pranzo, appoggiandosi -contro i muri. - -Cinque minuti dopo, le due porte della sala si aprirono, Bertuccio -comparve, e facendo come Vatel a Chantilly un ultimo ed eroico sforzo: - -— Signor conte è in tavola, diss’egli. - -Monte-Cristo offerse il braccio alla sig.ª de Villefort. - -— Signor de Villefort, diss’egli, fate voi il cavaliere alla baronessa -Danglars, ve ne prego. - -Villefort obbedì, e tutti passarono nella sala da pranzo. - - - - -LXII. — IL PRANZO. - - -Era evidente che nel passare alla sala da pranzo, uno stesso sentimento -animava tutti i convitati. Essi chiedevansi quale bizzarra influenza li -aveva radunati tutti in questa casa, e per quanto alcuni si trovassero -inquieti e maravigliati di trovarvisi, pure nessuno avrebbe voluto non -esservi. - -Non ostante che le relazioni di recente data, la posizione eccentrica, -ed isolata, le ricchezze sconosciute e quasi favolose del conte -imponessero un dovere agli uomini di essere circospetti, ed alle donne -una legge di non penetrare in questa casa ove non v’era una moglie -per riceverle; pure uomini e donne, avevano passato sopra, gli uni -alla circospezione, le altre alla convenienza, e la curiosità, che li -stuzzicava, li aveva trasportati al di sopra di tutto. - -Non v’era alcuno, fino ai Cavalcanti padre e figlio, che, l’uno per -la sua rozzezza, l’altro per la sua disinvoltura non sembrassero -preoccupati per trovarsi uniti presso quest’uomo di cui ignoravano lo -scopo, e ad altri uomini che vedevano per la prima volta. - -La sig.ª Danglars aveva fatto un movimento vedendo, dietro l’invito di -Monte-Cristo, il sig. de Villefort avvicinarsi ad essa per offerirle il -braccio, ed il sig. de Villefort aveva sentito il suo sguardo scomporsi -sotto gli occhiali d’oro quando il braccio della baronessa si posò sul -suo. - -Nessuno di questi due movimenti era sfuggito al conte, e già, in -questa semplice messa a contatto degl’individui, v’era un grande -interessamento per l’osservatore di questa scena. - -Il sig. de Villefort aveva alla sua destra la baronessa Danglars, ed a -sinistra Morrel. - -Il conte era assiso fra la sig.ª de Villefort e Danglars. - -Gli altri intervalli erano riempiti da Debray seduto fra Cavalcanti -padre e Cavalcanti figlio, e da Château-Renaud seduto fra la sig.ª de -Villefort e Morrel. - -Il convito fu magnifico; Monte-Cristo si era preso l’assunto di -rovesciare completamente la simmetria parigina, e di dare più alla -curiosità che all’appetito dei suoi convitati il cibo che desideravano. -Fu un festino orientale quello che fu offerto, ma orientale in tal modo -quale potevano esserlo i festini delle fate arabe. Tutti i frutti che -le quattro parti del mondo possono versare intatti e saporosi nel corno -d’abbondanza dell’Europa, erano riuniti ed ammonticchiati in piramidi -entro vasi della China e sottocoppe del Giappone. Gli uccelli rari, -colla parte più brillante delle loro penne, pesci mostruosi stesi su -lastre d’argento, tutti i vini dell’Arcipelago, dell’Asia minore, del -Capo, racchiusi in ampolle di forme bizzarre, la vista delle quali -sembrava aggiungere anche qualche cosa di più al sapore di questi -vini, passarono successivamente in giro, (come una di quelle riviste -che Apicius passava coi suoi convitati) davanti a questi parigini, che -comprendevano ben potersi spendere mille luigi in un pranzo di dieci -persone, ma a condizione che, come Cleopatra, si mangiassero delle -perle, o che, come Lorenzo dei Medici, si bevesse dell’oro fuso. - -Monte-Cristo vide lo stupore generale, e si mise a ridere ed a -scherzare ad alta voce: - -— Signori, diss’egli, ammettete, n’è vero? che giunti ad un certo grado -di fortuna, non vi è più di necessario che il superfluo, come queste -signore ammetteranno, che giunti ad un certo grado di esaltazione, non -vi è più di positivo che l’ideale. Ora seguendo il ragionamento, che -cosa è il maraviglioso? quello che non comprendiamo. Qual è il bene -che crediamo veramente da desiderarsi? quel che non possiamo avere. -Ora, veder cose che non posso comprendere, procurarmi cose impossibili -ad aversi, questo è lo studio della mia vita. Vi giungo con due mezzi; -il danaro e la volontà; impiego per conseguire una fantasia la stessa -perseveranza che, per esempio, voi mettete, sig. Danglars, a creare -una linea di strada ferrata; voi sig. de Villefort, a far condannare -un uomo alla morte; voi, sig. Debray, a pacificare un regno; voi, -sig. Château-Renaud a piacere ad una donna; e voi, Morrel, a domare un -cavallo che nessuno ha potuto montare. Così, per esempio, vedete questi -due pesci, nati l’uno a 50 leghe da Pietroburgo, l’altro a due leghe da -Napoli. Non è dilettevole il poterli riunire sulla stessa tavola? - -— Quali son dunque questi pesci? domandò Danglars. - -— Ecco qua il sig. Château-Renaud, che ha abitata la Russia, che vi -dirà il nome dell’uno, ed il sig. maggiore Cavalcanti, che è italiano, -che vi dirà il nome dell’altro. - -— Questo qui, disse Château-Renaud, è, credo, uno _sterlet_. - -— E questo, disse Cavalcanti, una lampreda, se non sbaglio. - -— Ora, sig. Danglars, domandate a questi due signori ove si pescano -questi due pesci. - -— Ma, disse Château-Renaud, gli _sterlet_ si pescano soltanto nella -Volga. - -— Ed io, disse Cavalcanti, non conosco che il Fusaro che fornisca -lamprede di questa grossezza. - -— Ebbene! precisamente, l’uno viene dalla Volga, e l’altro dal lago del -Fusaro. - -— Impossibile! gridarono ad un tempo tutti i convitati. - -— Ebbene! ecco appunto ciò che mi diverte, disse Monte-Cristo. Io -sono come Nerone, _desidero l’impossibile_, ecco ciò che diverte voi -stessi in questo momento; ecco finalmente ciò che fa che questa carne, -che forse in realtà non vale quella del salmone e del persico, in -breve vi parrà squisita; egli è perchè nel vostro spirito vi sembrava -impossibile di procurarvela: eppure eccola qui. - -— Ma come han fatto a trasportarli a Parigi? - -— Eh! mio Dio, nulla di più semplice: questi due pesci sono stati -portati, ciascuno entro una gran tinozza imbottita internamente una -di ramoscelli e d’erbe del fiume, l’altra di giunchi e di piante del -lago, sono state messe in un forgone fatto espressamente, ed in tal -modo hanno vissuto lo _sterlet_ 12 giorni, e la lampreda 8; ed entrambi -vivevano perfettamente quando si è impadronito di loro il cuoco per -farli morire uno nel latte, l’altro nel vino. Voi non lo credete, sig. -Danglars? - -— Almeno ne dubito, rispose Danglars col suo grossolano sorriso. — -Battistino, disse Monte-Cristo, fate portare l’altro _sterlet_, e -l’altra lampreda, sapete, quelli che sono venuti nelle altre tinozze e -che vivono ancora. - -Danglars aprì due occhi ebeti; l’assemblea battè le mani. - -Quattro domestici portarono due tinozze guarnite di piante marine, in -ciascuna delle quali palpitava un pesce simile ai due ch’erano stati -serviti in tavola. - -— Ma perchè due di ciascuna specie? domandò Danglars. - -— Perchè uno poteva morire, rispose semplicemente Monte-Cristo. - -— Siete veramente un uomo prodigioso, disse Danglars; ed il filosofo ha -un bel dire, è una bella cosa essere ricchi. - -— E soprattutto di aver delle idee, disse la sig.ª Danglars. - -— Oh! non mi fate onore per questo, signora, ciò era molto in voga -presso i Romani; e Plinio racconta che si mandavano da Ostia a Roma, -con delle mute di schiavi che li portavano sulla loro testa, dei -pesci di quella specie che chiamavano _mulus_, e che, dal ritratto -che ne fa è probabilmente l’orata. Era pure un lusso l’averli vivi, -ed uno spettacolo divertente quello di vederli morire, perchè morendo -cambiavano tre o quattro volte il colore delle loro scaglie, a guisa -di un arcobaleno che svapori, passavano da tutte le gradazioni del -prisma; dopo di che li mandavano al cuoco. La loro agonia faceva parte -del loro merito; se non li vedevano vivi, li disprezzavano morti. - -— Sì, disse Debray, ma da Ostia a Roma non vi sono che sette o otto -leghe. — Ah! è vero! disse Monte-Cristo; ma dove starebbe il merito di -venire 1800 anni dopo Lucullo, se non si facesse meglio di lui? — I due -Cavalcanti aprivano gli occhi enormi, ma avevano il buon senso di non -dire una parola. — Tutto ciò è molto ammirabile, disse Château-Renaud; -però ciò che io ammiro di più si è, lo confesso, l’ammirabile prontezza -colla quale siete servito. N’è vero, avete comprata questa casa sono -appena 5 o 6 giorni? - -— Tutto al più, in fede mia, disse Monte-Cristo. - -— Ebbene, sono sicuro che in otto giorni ha sofferta una completa -trasformazione; se non mi sbaglio essa aveva un’entrata diversa da -questa, ed il cortile era selciato ed orrido, mentre che oggi esso è un -magnifico prato verde, ornato di alberi che sembrano avere cento anni. - -— Che volete! disse il conte, amo la verdura e l’ombra. - -— In fatto, disse la sig.ª de Villefort, per l’addietro si entrava da -una porta che aprivasi sulla strada, ed il giorno della mia miracolosa -liberazione, fu dalla strada, me ne ricordo, che mi faceste entrare in -casa. - -— Sì, signora, disse Monte-Cristo, ma dopo ho preferito un ingresso che -mi permettesse di guardare il bosco di Boulogne a traverso il cancello. - -— In quattro giorni, disse Morrel, questo è un prodigio! - -— In fatto, disse Château-Renaud, d’una vecchia casa farne una casa -nuova, è una cosa miracolosa, perchè in addietro era molto vecchia, ed -anche molto trista. Mi ricordo d’essere stato incaricato da mia madre -di visitarla, quando il sig. conte di Saint-Méran la mise in vendita, -sono due o tre anni. - -— Il sig. di Saint-Méran, disse la sig.ª de Villefort; ma questa casa -dunque apparteneva al sig. di Saint-Méran, prima che la compraste voi, -sig. conte? - -— Parmi di sì, rispose Monte-Cristo. - -— Come, non sapete da chi avete comprata una casa? - -— In fede mia no, il mio intendente si occupa di questi particolari. - -— È vero che da circa dieci anni non era stata abitata, disse -Château-Renaud, ed era una gran tristezza vederla sempre colle sue -persiane chiuse, le porte serrate, ed il cortile pieno d’erba. In -verità se non fosse appartenuta al suocero di un procuratore del Re, si -sarebbe potuta prendere per una di quelle case maledette ove sia stato -consumato qualche gran delitto. - -Villefort, che fino allora non aveva ancora toccato nessuno dei 4 o 5 -bicchieri di vini straordinari posti davanti a lui, ne prese uno a caso -e lo vuotò d’un sol fiato. - -Monte-Cristo lasciò passare un momento; poi, in mezzo al silenzio -succeduto alle parole di Château-Renaud: - -— È bizzarro, sig. barone, diss’egli, ma mi sono venuti gli stessi -pensieri quando vi entrai la prima volta; e questa casa mi parve sì -lugubre che non l’avrei mai comprata, se l’intendente non lo avesse già -fatto per me. Probabilmente il furbo aveva ricevuta qualche senseria -dal notaro. - -— È probabile, balbettò Villefort sforzandosi di sorridere, ma credete -ch’io non entro per niente in questa corruzione. Il sig. di Saint-Méran -ha voluto che questa casa, che forma parte della dote di sua nipote, -fosse venduta, perchè se fosse ancora rimasta tre o quattro anni -disabitata, sarebbe caduta in rovina. — Questa volta Morrel impallidì. - -— Vi era particolarmente una camera, continuò Monte-Cristo; ah! -mio Dio! ben semplice in apparenza, una camera come tutte le altre; -parata di damasco rosso, che mi è sembrata, non so perchè, drammatica -all’estremo. - -— E perchè? domandò Debray, perchè drammatica? - -— Si può forse render conto delle sensazioni d’istinto? disse -Monte-Cristo. Non vi sono forse delle località ove ci sembra di -respirare un’aria malinconica? e perchè? non se ne sa niente; per una -collegazione d’idee, per un capriccio del pensiero che vi trasporta -ad altri tempi, ad altri luoghi, che forse non hanno alcun rapporto -coi tempi ed i luoghi ove ci troviamo; tanto fa, che questa camera -mi ricorda ammirabilmente quella della marchesa di Gange, o quella -di Desdemona. Eh! in fede mia, sentite, giacchè abbiamo finito di -pranzare, bisogna che ve la mostri: indi discenderemo nel giardino a -prendere il caffè; dopo il pranzo, lo spettacolo. - -Monte-Cristo fece un segno per interrogare i convitati; la sig.ª de -Villefort si alzò, Monte-Cristo fece altrettanto, e tutti imitarono il -loro esempio. Villefort e la sig.ª Danglars rimasero ancora qualche -tempo come inchiodati sulle loro sedie; essi interrogavano con gli -occhi freddi, muti, agghiacciati. — Avete inteso? disse la sig.ª -Danglars. - -— Bisogna andarvi, rispose Villefort alzandosi ed offrendole il -braccio. Tutti si erano già sparsi per la casa, spinti dalla curiosità, -perchè tutti pensavano bene che la visita non sarebbesi limitata a -questa camera, e che nello stesso tempo avrebbero percorso tutto il -rimanente di questa abitazione dalla quale Monte-Cristo aveva saputo -cavare un palazzo. Ciascuno dunque si slanciò per le porte aperte. -Monte-Cristo aspettava i due che ritardavano; dipoi quando alla loro -volta furono passati, chiuse la marcia con un sorriso che, se si -fosse potuto comprendere, avrebbe spaventato i convitati molto più di -quella camera nella quale stavano per entrare. Si cominciò infatto dal -percorrere gli appartamenti, le camere erano ammobiliate all’orientale -con divani e cuscini ovunque invece di letti, pipe ed armi invece di -mobili; i saloni adorni dei più bei quadri degli antichi maestri; i -gabinetti erano tappezzati di stoffe della China, a colori capricciosi, -a disegni fantastici, a tessuti maravigliosi; quindi finalmente si -giunse alla famosa camera. Essa nulla aveva di particolare, se non -che, quantunque non fosse che sul declinare del giorno, essa non era -punto illuminata, ed era rimasta nella sua vetustà; mentre tutte le -altre camere avevano rivestito una nuova decorazione. Queste due cause -bastavano in fatto per darle una tinta lugubre. - -— Uh! gridò la signora de Villefort, è spaventosa di fatto. - -La sig.ª Danglars provò di balbettare alcune parole che non furono -intese. Molte osservazioni sorsero e s’incrociarono, di cui il -resultato si fu che in fatto la camera di damasco rosso aveva un -aspetto sinistro. — N’è vero? disse Monte-Cristo. Vedete dunque come -questo letto è bizzarramente posto, quali tetri sanguinosi paramenti! e -questi due ritratti a pastello che l’umidità ha fatto impallidire, non -sembrano essi dire colle loro labbra smunte, e i loro occhi spaventati: -«io ho veduto» — Villefort divenne livido; la sig.ª Danglars cadde -sopra una sedia presso al caminetto. - -— Oh! disse la sig.ª de Villefort sorridendo, avete il coraggio di -sedervi sopra questa sedia, su cui forse è stato commesso il delitto? — -La sig.ª Danglars si alzò, prestamente. - -— E poi disse Monte-Cristo, qui non sta il tutto. - -— Che vi è dunque ancora? domandò Debray, cui non isfuggiva la emozione -della sig.ª Danglars. - -— Ah! sì, che vi è ancora? domandò Danglars, perchè fin qui non vi -trovo gran cosa, e voi sig. Cavalcanti? - -— Ah! disse questi, abbiamo a Pisa la torre d’Ugolino, a Ferrara la -prigione di Tasso, e a Rimini la camera di Paolo e Francesca. — Sì, -ma non avete questa piccola scala segreta, disse Monte-Cristo aprendo -una porta nascosta sotto la tappezzeria; guardatela, e dite ciò che ne -pensate. - -— Qual sinistra curva di scala, disse Château-Renaud ridendo. — Il -fatto è, disse Debray, che non so se sia il vino di Chio che concilia -la malinconia, ma certamente vedo tutta questa casa in nero. — In -quanto a Morrel, dappoichè ebbe inteso parlare della dote di Valentina, -era rimasto tristo, e non aveva pronunziato una parola. — Non -v’immaginate, riprese Monte-Cristo, un Otello, od un Ganges qualunque, -discendere passo a passo in una notte tetra e burrascosa, questa scala -con qualche lugubre fardello, che si solleciti di nascondere alla vista -degli uomini, se non allo sguardo di Dio? - -La sig.ª Danglars svenne a metà al braccio di Villefort, che fu egli -stesso costretto di addossarsi al muro. - -— Ah! mio Dio! signora, gridò Debray, che avete dunque? come -impallidite! - -— Che cos’ha? disse la signora de Villefort, è cosa semplice: il sig. -di Monte-Cristo ci racconta delle storie spaventose, nell’intenzione -senza dubbio di farci morire della paura. - -— Ma sì, disse Villefort, infatto, conte, voi spaventate queste -signore. — Che avete dunque? ripetè a bassa voce Debray alla sig.ª -Danglars. — Niente, niente, diss’ella facendo uno sforzo, ho bisogno -d’aria, ecco tutto. - -— Volete discendere in giardino? domandò Debray offrendo il braccio -alla sig.ª Danglars ed avanzandosi verso la scala segreta. — No, -diss’ella, amo ancor meglio restare qui. - -— In verità, disse Monte-Cristo, avete paura sul serio? - -— No, disse la sig.ª Danglars; ma avete un modo di supporre le cose che -dà all’illusione l’aspetto della realtà. - -— Oh! mio Dio, disse Monte-Cristo sorridendo, e tutto questo è un -affare d’immaginazione; perchè non potrebbe egualmente rappresentarsi -questa camera come quella di una buona e bella madre di famiglia? -Questo letto con le pareti color di porpora come un letto visitato -dalla dea Lucina? e questa scala misteriosa, come il passaggio pel -quale dolcemente, e per non disturbare il sonno riparatore della -addormentata, passi il medico, o la nutrice, o il padre stesso portando -il fanciullo che dorme?... - -Questa volta la sig.ª Danglars, invece di rasserenarsi a questa dolce -pittura, gettò un gemito e svenne del tutto. - -— La signora Danglars sta male, balbettò Villefort; forse bisognerà -trasportarla nella sua carrozza. - -— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo, ed io che ho dimenticata la mia -boccettina! — Io ho la mia, disse la sig.ª de Villefort, e passò a -Monte-Cristo una boccettina ripiena di un liquore rosso, simile a -quello di cui il conte sperimentò sopra Edoardo la benefica influenza. -— Ah! fece Monte-Cristo prendendola dalle mani della sig.ª de -Villefort. - -— Si, mormorò questa, dietro le vostre indicazioni ho provato. — E vi è -riuscito? — Lo credo. - -La sig.ª Danglars era stata trasportata nella camera vicina; -Monte-Cristo lasciò cadere sulle labbra di lei una goccia del liquore -rosso, ed ella ritornò tosto in sè. - -— Oh! diss’ella, qual sogno spaventoso! - -Villefort le strinse fortemente il braccio, per farle capire che non -aveva sognato. Fu cercato il sig. Danglars, ma poco disposto alle -impressioni poetiche, egli era disceso in giardino, e parlava col sig. -Cavalcanti padre di un disegno di strada ferrata da Livorno a Firenze. - -Monte-Cristo sembrava disperato: egli prese il braccio della sig.ª -Danglars, e la condusse in giardino, ove fu ritrovato il sig. Danglars -che prendeva il caffè tra i signori Cavalcanti padre e figlio. — In -verità signora, le diss’egli, è vero che vi ho molto spaventata? - -— No, signore, ma sapete, le cose fanno la impressione a seconda delle -disposizioni di spirito in cui ci troviamo. - -Villefort si sforzò di ridere. — E allora, diss’egli, capirete bene che -basta una supposizione, una chimera... - -— Ebbene! disse Monte-Cristo, non mi crederete, se volete; ma ho la -convinzione che sia stato commesso un delitto in questa casa. - -— Fate attenzione, disse la sig.ª de Villefort, abbiam qui il -procuratore del Re. — In fede mia, riprese Monte-Cristo, poichè si dà -questa combinazione, ne approfitterò per fare la mia dichiarazione. -— La vostra dichiarazione? disse Villefort. — Sì, ed alla presenza di -testimonii. - -— Tutto ciò è molto importante, disse Debray, e se vi fu realmente -delitto, faremo mirabilmente la digestione. - -— Vi fu delitto, disse Monte-Cristo, venite di qui, signori; sig. de -Villefort venite; affinchè la dichiarazione sia valevole, dev’essere -fatta alle autorità competenti. - -Monte-Cristo, preso il braccio di Villefort, e mentre stringeva sotto -il suo quello della sig.ª Danglars, trascinò il procuratore del Re fin -sotto il platano ove l’ombra era più fitta. Tutti gli altri convitati -li seguivano. - -— Tenete, disse Monte-Cristo, qui, in questo medesimo luogo, e batteva -col piede la terra, qui per ringiovanire questi alberi già vecchi, -ho fatto scavare il terreno, e mettere del concime; ebbene i miei -lavoratori nello scavare hanno dissotterrato un baule, ma piuttosto i -ferramenti di un baule, nel mezzo dei quali fu trovato uno scheletro di -un bambino neonato. Questa non è fantasmagoria, spero? - -Monte-Cristo sentì intirizzirsi il braccio della sig.ª Danglars, e -fremere il pugno di Villefort. - -— Un fanciullo neonato, ripetè Debray; diavolo! la cosa diventa seria, -mi sembra. - -— Ebbene, disse Château-Renaud, io non mi sbagliava adunque quando -poco fa pretendeva che le cose avevano un’anima, ed un viso come gli -uomini, e che esse portavano sulla loro fisonomia il riverbero dei loro -intestini. La casa era trista perchè aveva dei rimorsi, essa aveva dei -rimorsi perchè nascondeva un delitto. - -— Oh! chi dice che sia stato un delitto? riprese Villefort tentando un -ultimo sforzo. - -— Come! un fanciullo seppellito vivo in un giardino, non è un delitto? -gridò Monte-Cristo. Come chiamate voi quest’azione, sig. procuratore -del Re? - -— Ma chi dice ch’egli fu seppellito vivo? - -— Perchè seppellirlo là, se era morto? questo giardino non è stato mai -un cimitero. - -— Qual è la pena per gl’infanticidi in questo paese? domandò -ingenuamente il maggiore Cavalcanti. - -— Oh mio Dio! si taglia loro semplicemente il collo, rispose Danglars. - -— Ah! si taglia loro il collo, fece Cavalcanti. - -— Lo credo... n’è vero sig. de Villefort? domandò Monte-Cristo. - -— Sì, signor conte, rispose questi con un accento che non aveva -più dell’umano. — Monte-Cristo vide che questo era tutto quel che -potevasi sopportare dai due individui pei quali era stata preparata -questa scena, e non volendo spinger le cose più oltre: — Ma il caffè, -signori, disse egli; mi sembra che lo dimentichiamo. — E ricondusse i -convitati verso la tavola posta nel mezzo del praticello. — In verità, -sig. conte, disse la sig.ª Danglars, ho vergogna di confessare la mia -debolezza, ma tutte queste storie spaventose mi hanno atterrita; vi -prego lasciarmi sedere. — Ed ella cadde sopra una sedia. - -Monte-Cristo la salutò e si avvicinò alla sig.ª de Villefort. - -— Credo che la sig.ª Danglars abbia ancora bisogno della vostra -boccettina, diss’egli. - -Ma prima che la sig.ª de Villefort si fosse avvicinata alla sua -amica, il procuratore del Re aveva già detto all’orecchio della sig.ª -Danglars: — Bisogna che io vi parli. - -— Quando? — Domani. — Dove? - -— Al mio ufficio, al tribunale, se volete, quello è ancora il luogo più -sicuro. — Vi verrò. - -In questo momento si avvicinò la sig.ª de Villefort. - -— Grazie, mia cara amica, disse la sig.ª Danglars provando di -sorridere, non ho più niente, mi sento assai meglio. - - - - -LXIII. — IL MENDICO. - - -La serata s’inoltrava; la sig.ª de Villefort aveva manifestato il -desiderio di ritornare a Parigi, il che non aveva osato di fare la -sig.ª Danglars, ad onta del mal’essere evidente che provava. Alla -domanda di sua moglie, il sig. de Villefort dette pel primo il -segnale della partenza: offrì un posto nel suo _landau_ alla sig.ª -Danglars, affinchè fosse assistita dalle cure di sua moglie. Quanto -al sig. Danglars, assorbito in una delle conversazioni più importanti -d’industria col sig. Cavalcanti, non fece alcuna attenzione a tutto ciò -che accadeva. Monte-Cristo, mentre domandava la boccettina alla sig.ª -de Villefort, aveva notato che il sig. Villefort si era avvicinato alla -sig.ª Danglars, e, guidato dalla situazione, aveva indovinato ciò che -le aveva detto, quantunque avesse parlato tanto a bassa voce che era -molto se la sig.ª Danglars stessa lo aveva inteso. - -Egli lasciò partire, senza opporsi ad alcun accomodamento, Morrel, -Debray, e Château-Renaud a cavallo, e montare le due dame nel _landau_ -del sig. de Villefort; dal suo lato Danglars, di più in più incantato -di Cavalcanti padre, lo invitò a salire con lui nel suo _coupé_. - -Quanto ad Andrea Cavalcanti, egli raggiunse il suo _tilbury_, che -l’aspettava davanti alla porta, e di cui un _groom_, che esagerava i -comodi della moda inglese, gli teneva, rizzandosi sulla punta degli -stivali, l’enorme cavallo grigio-ferro. Andrea non aveva parlato -molto durante il pranzo, perchè era un giovine molto intelligente, e -naturalmente aveva provato il timore di dire qualche sciocchezza in -mezzo a convitati ricchi e possenti, fra i quali il suo occhio dilatato -non discerneva senza qualche timore un procuratore del Re. - -In seguito era stato accaparrato dal sig. Danglars, che dopo un -rapido colpo d’occhio sul vecchio maggiore, dal collo intirizzito, -e su suo figlio ancora un poco timido, e riavvicinando tutti questi -sintomi dell’ospitalità di Monte-Cristo aveva pensato di aver che -fare con qualche nababbo venuto a Parigi per perfezionare il suo -unico figlio nella vita sociale. Egli aveva dunque contemplato con -una indicibile compiacenza l’enorme diamante che brillava al dito -mignolo del maggiore, poichè questi da uomo prudente ed esperimentato, -per timore che non giungesse qualche disgrazia ai suoi biglietti di -banca, li aveva subito dopo convertiti in un oggetto di valore. Poi -dopo il pranzo, sempre sotto il pretesto d’industria e di viaggio, -aveva interrogato il padre ed il figlio sulla loro maniera di vivere, -e costoro prevenuti che su Danglars era stato aperto il loro credito, -all’uno di 48 mila fr., all’altro quello annuale di 50 mila lire, erano -stati graziosi e pieni di affabilità per il banchiere, ai domestici del -quale, se non si fossero ritenuti, avrebbero stretta la mano, tanto la -loro riconoscenza provava il bisogno di espandersi. - -Una cosa soprattutto aumentò la considerazione, e direm quasi la -venerazione di Danglars per Cavalcanti. Questi fedele al detto -d’Orazio, _non meravigliarti di nulla_, si era contentato, come è stato -veduto, di far prova di scienza nel dire da qual lago si estraevano le -migliori lamprede; indi ne aveva mangiata la sua parte senza dire una -parola. Danglars aveva da ciò concluso che queste specie di sontuosità -erano familiari all’illustre discendente dei Cavalcanti, che forse a -Lucca non mangiava che trote fatte venire dalla Svizzera, o raguste -inviategli dalla Brettagna per mezzo di apparecchi simili a quelli di -cui il conte si era servito per far venire le lamprede dal lago del -Fusaro, e gli _sterlet_ dal fiume Volga. Così egli accolse con una -benevolenza pronunciatissima queste parole di Cavalcanti: — Domani, -signore, avrò l’onore di farvi una visita per affari. - -— Ed io signore, aveva risposto Danglars, sarò fortunato di ricevervi. -— Su di che avea proposto a Cavalcanti, se però ciò non lo privava -troppo di separarsi da suo figlio, di ricondurlo all’albergo dei -Principi. Cavalcanti aveva risposto che da lungo tempo suo figlio aveva -l’abitudine di condurre la sua vita indipendente; e che per conseguenza -egli aveva i suoi cavalli, e le sue carrozze, e che, non essendo venuti -insieme, non vedeva nessuna difficoltà perchè ritornassero divisi. Il -maggiore era dunque salito nella carrozza di Danglars, ed il banchiere -si era assiso al suo fianco, sempre più incantato delle idee di ordine, -e dell’economia di quest’uomo, che pur dava a suo figlio 50 mila fr. -l’anno, ciò che supponeva una fortuna di 5, o 6 mila lire di rendita. - -Quanto ad Andrea, cominciò, per darsi aria, dal rimproverare il -suo _groom_, perchè invece di venirlo a prendere alla scalinata, lo -avesse aspettato alla porta del cortile, cosa che gli aveva procurato -l’incomodo di fare una trentina di passi a piedi per cercare il suo -_tilbury_. - -Il _groom_ ricevette il rimprovero con umiltà, colla mano sinistra -prese il morso per trattenere il cavallo impaziente che batteva il -terreno col piede, mentre con la destra offriva le redini ad Andrea, -che le prese, e posò leggermente lo stivale verniciato sul montatoio. -In questo momento una mano si appoggiò sulla sua spalla. Il giovine -si volse indietro pensando che Danglars, o Monte-Cristo avessero -dimenticato qualche cosa a dirgli, e ritornassero al momento di -partire. - -Ma invece dell’uno o dell’altro non iscoprì che una strana figura; -arsa dal sole, circondata da una barba da modello con occhi brillanti -come carboni accesi, ed un sorriso ironico apparso sopra una bocca su -cui brillavano, disposti in ordine, e senza che ne mancasse alcuno, -32 denti bianchi, acuti, ed allineati come quelli di un lupo o di una -iena. - -Un fazzoletto a quadrati rossi copriva questa testa con capelli -grigiastri e terrei, una giacca delle più sporche e stracciate copriva -questo gran corpo magro ed osseo, di cui sembrava che le ossa, come -quelle di uno scheletro, dovessero scricchiolare camminando; finalmente -la mano che si appoggiava sulla spalla d’Andrea, e che fu la prima cosa -che vide il giovine, gli parve di una dimensione gigantesca. - -Andrea riconobbe questa figura al chiarore della lanterna del suo -_tilbury_, ovvero fu soltanto colpito dall’orribile aspetto di questo -interlocutore? non saprem dirlo; ma il fatto è che egli fremette, ed -indietreggiò vivamente: - -— Che pretendete da me? diss’egli. - -— Perdono! rispose l’uomo portando la mano al fazzoletto rosso, forse -v’incomodo, ma è perchè ho bisogno di parlarvi. - -— La sera non si domanda l’elemosina, disse il _groom_ tentando con un -movimento di spacciare il suo padrone da questo importuno. - -— Io non domando l’elemosina, mio bel ragazzo, disse l’uomo sconosciuto -al domestico con uno sguardo così ironico, ed un sorriso così -spaventoso, che questi si allontanò; desidero soltanto dire due parole -al vostro principale che 15 giorni or sono mi ha incaricato di una -commissione. - -— Vediamo, disse a sua volta Andrea, con abbastanza forza, perchè -il domestico non si accorgesse del suo turbamento, che volete? dite -presto, amico mio. - -— Io vorrei... io vorrei... disse a bassa voce l’uomo del fazzoletto -rosso, che mi risparmiaste l’incomodo di ritornare a Parigi a piedi: -sono molto stanco, e siccome non ho pranzato tanto bene quanto te, -appena posso tenermi in piedi. — Il giovine rabbrividì a questa strana -famigliarità. - -— Ma finalmente, gli diss’egli, vediamo, che volete? - -— Ebbene voglio che tu mi lasci salire nella tua bella carrozza, e -che mi conduca. — Andrea impallidì, ma non rispose. — Oh! mio Dio sì, -disse l’uomo dal fazzoletto rosso immergendo le mani nelle saccocce: -e guardando il giovine con occhi provocatori; questa è un’idea che mi -è venuta, capisci mio piccolo Benedetto? — A questo nome, il giovine -riflettè senza dubbio, perchè si avvicinò al _groom_, e gli disse: — -Quest’uomo fu da me effettivamente incaricato di una commissione di cui -deve rendermi conto. Andate a piedi fino alla barriera; là prenderete -un _cabriolet_, per non ritardare troppo. - -Il servitore rimase sorpreso, e si allontanò. - -— Lasciami almeno raggiunger l’ombra, disse Andrea. - -— Oh! in quanto a questo, io stesso ti condurrò in un bel posto, -aspetta, disse l’uomo dal fazzoletto rosso. - -E preso il cavallo pel morso, condusse il _tilbury_ in un luogo ove era -effettivamente impossibile a chicchessia al mondo di vedere l’onore che -gli accordava Andrea. - -— Oh! no, diss’egli, non è per la gloria di montare nella tua bella -carrozza; no, è soltanto perchè sono affaticato, e poi perchè ho ancora -a parlare alcun poco d’affari teco. - -— Vediamo, salite, disse il giovine. — Era rincrescevole che non -facesse giorno, perchè sarebbe stato uno spettacolo curioso quello di -questo malandrino, seduto con tutto comodo sopra i cuscini ricamati -vicino al conduttore del _tilbury_. - -Andrea spinse il cavallo fino all’ultima casa del villaggio senza dire -una sola parola al compagno, che, dal suo lato, sorrideva e conservava -il silenzio, come se fosse stato esaltato dal passeggiare in una così -buona locomotiva. - -Una volta fuori d’Auteuil, Andrea guardò intorno a sè per assicurarsi -senza dubbio che nessuno poteva nè vederli nè sentirli, e allora, -fermando il cavallo, ed incrociando le braccia davanti all’uomo dal -fazzoletto rosso: - -— A noi, diss’egli, perchè venite a disturbarmi nella mia tranquillità? - -— Ma tu stesso, ragazzo mio, perchè diffidi di me? - -— E in che mi sono diffidato di voi? - -— In che? lo domandi? noi ci lasciammo al ponte di Var, mi dicesti che -andavi a viaggiare in Piemonte ed in Toscana, e niente di tutto questo, -tu vieni a Parigi? - -— Ed in che cosa v’incomoda questo? - -— In niente; spero anzi che ciò mi aiuterà. - -— Ah! ah! disse Andrea, voi speculate su di me. - -— Andiamo, ecco che già cominciano le grosse parole. - -— Il fatto è che avrete torto, padron Caderousse, ve ne prevengo. — Eh -mio Dio, non t’incomodare, devi però sapere che cosa è l’infortunio; -ebbene! l’infortunio, rende geloso. Io ti credeva percorrente il -Piemonte e la Toscana, costretto a farti facchino, o cicerone; ti -compiangeva dal fondo del mio cuore come potrei piangere un figlio: sai -che io ti ho sempre chiamato mio figlio? — Avanti, avanti. - -— Pazienza, dunque, polvere da cannone! - -— Ne ho della pazienza, vediamo, terminate. - -— Ed io ti vedo passare dalla barriera Bonshommes con un _groom_, con -un _tilbury_, con abiti nuovi fiammanti. E che? hai forse scoperto una -miniera, o comprata una carica di agente di cambio? - -— Dimodochè, come lo confessate, siete geloso? - -— No, son contento, tanto contento che ho voluto fare i miei -complimenti al mio piccolo; ma siccome io non era vestito regolarmente, -ho preso le mie cautele per non metterti a cimento. - -— Belle cautele, disse Andrea, voi mi fermate davanti al mio domestico. -— Eh! che vuoi figlio mio? io ti fermo quando posso afferrarti. -Tu hai un cavallo molto vivace, un _tilbury_ molto leggero, guizzi -naturalmente come un’anguilla; se non ti avessi fermato questa sera, -correva il rischio di non poterti raggiungere. - -— Vedete bene che non mi nascondo. - -— Sei ben fortunato, ed io vorrei poter dire altrettanto: ma io mi -nascondo, senza contare che aveva timore che tu non mi riconoscessi; ma -tu mi hai riconosciuto, aggiunse Caderousse con un cattivo sorriso, sei -molto gentile. - -— Vediamo, disse Andrea, che vi abbisogna? - -— Ah! non mi tratti più in tu! è una cattiva cosa, Benedetto; un -antico camerata! guardati, perchè diventerò esigente. — Questa minaccia -fece cadere la collera al giovine; il vento della prepotenza vi aveva -soffiato sopra. - -Egli rimise il cavallo al trotto. - -— È male per te stesso, Caderousse, diss’egli, di prendertela in tal -modo con un antico camerata, come dicevi tu stesso poco fa; tu sei -Marsigliese, io sono... - -— Tu lo sai dunque, ciò che ora tu sei? - -— No, ma sono stato allevato in Corsica, tu sei vecchio e testardo, -io sono giovine e puntiglioso. Fra gente come noi, le minacce sono -cattive, e tutto deve combinarsi all’amichevole. È forse mia colpa, se -la sorte, che continua ad essere cattiva per te, è al contrario buona -per me? - -— È dunque buona, la sorte? Non è dunque un _groom_ ad imprestito, non -è un _tilbury_ ad imprestito, non sono abiti ad imprestito quelli che -abbiamo? Buono! tanto meglio, disse Caderousse con occhi che brillavano -di cupidigia. - -— Oh! lo vedi bene, e tu lo sai, poichè mi fermi, disse Andrea -animandosi sempre più. Se avessi avuto un fazzoletto come il tuo sulla -testa, una giacca unta e lacera sulle spalle, e stivali rotti ai piedi -non mi avresti riconosciuto. - -— Vedi bene che ora mi disprezzi, piccolo, hai torto: adesso che ti ho -ritrovato, niente m’impedisce d’essere vestito a nuovo come un altro, -atteso che conosco il tuo buon cuore: se tu hai due abiti me ne darai -uno; io ti dava la mia porzione di minestra e di fagiuoli quanto tu -avevi troppo fame. - -— È vero, disse Andrea. — Che appetito avevi! hai tu sempre buon -appetito? — Ma sì, disse Andrea ridendo. - -— Come devi aver mangiato da quel principe dal quale esci. — Non è un -principe, ma soltanto un conte. - -— Un conte, ma ricco eh? — Sì, ma non fidartene, è un signore che non -ha l’aria comoda. - -— Oh! mio Dio, sta pur tranquillo! non si ha alcun disegno sul tuo -conte, e ti lascerà tutto per te solo. Ma, soggiunse Caderousse, -riprendendo quel sinistro sorriso che gli aveva già sfiorate le labbra, -bisogna dar qualche cosa per questo, capisci. - -— Vediamo che ti abbisogna? — Credo che con cento fr. il mese... -viverei... — Con cento fr.? - -— Ma male, capisci bene; ma con... 150 fr. sarei molto fortunato. — -Eccotene 200, disse Andrea. - -E mise nelle mani di Caderousse dieci luigi d’oro. - -— Buono, fece Caderousse. — Presentati dal portinaro, il primo di ogni -mese, e là ne ritroverai altrettanti. - -— Andiamo, ecco che ancora tu mi umilii. - -— E in qual modo? — Mi metti in rapporto con dei servitori; no, vedi -non voglio avere da fare che con te. - -— Ebbene! sia così; domanda di me il primo di tutti i mesi, almeno fino -a tanto che riceverò la mia rendita tu riceverai la tua. - -— Andiamo, andiamo, vedo bene che non m’era ingannato; sei un bravo -ragazzo, ed è una benedizione quando la fortuna si versa sopra gente -come te. Vediamo, raccontami la tua buona avventura. - -— Che bisogno hai di saperla? domandò Cavalcanti. - -— Buono! anche diffidenza? - -— Ebbene, ho ritrovato mio padre. - -— Un padre vero? — Diavolo! fin che pagherà.... - -— Tu lo crederai, e lo onorerai; è giusto. - -— Il maggiore Cavalcanti. — Ed egli si contenta di te? - -— Fino al presente pare che gli basti. - -— E chi ti ha fatto ritrovare quel padre? - -— Il conte di Monte-Cristo. — Quello dal quale esci? - -— Sì. — Di’ dunque, cerca di collocarmi presso lui come un gran -parente, giacchè ne tieni l’agenzia. - -— Sia, gli parlerò di te; ma frattanto che farai tu? - -— Sei troppo buono di occuparti di ciò, disse Caderousse. - -— Mi sembra, che come tu prendi interessamento a me io possa bene a mia -volta prendere qualche informazione. - -— È giusto... Prenderò in fitto una camera in una casa onesta, mi -coprirò di abiti decenti, mi farò radere la barba tutti i giorni, e -andrò a leggere i giornali al caffè. La sera entrerò allo spettacolo in -un qualche teatro, ed avrò l’aspetto di un fornaro in ritiro: è il mio -sogno prediletto. - -— Andiamo, è buono! Se vorrai mettere questi disegni in esecuzione, ed -essere saggio, tutto andrà a meraviglia. - -— Ecco qua il sig. Bossuet!... e tu, che diventerai? pari di Francia? — -Eh! eh! disse Andrea, chi sa? - -— Il sig. maggior Cavalcanti forse lo è.... ma disgraziatamente è -abolita l’eredità. — Non parliamo di politica, Caderousse!... Ed ora -che hai ciò che vuoi, e che siamo arrivati, salta abbasso, e sparisci! -— No, amico caro. - -— Come, no? - -— Ma riflettici dunque, mio piccolo, un fazzoletto rosso sulla -testa, quasi senza scarpe, senza carte affatto, e dieci napoleoni -d’oro in saccoccia, senza calcolare ciò che v’era prima, e che forma -precisamente 500 fr. sarei infallibilmente arrestato alla barriera! -allora sarei forzato per giustificarmi, di dire che sei stato tu che -mi hai dato questi dieci napoleoni; di là informazioni, interrogatori; -apprendono che ho lasciato Tolone senza avere avuto il congedo, e vengo -scortato di brigata in brigata fino alla spiaggia del Mediterraneo, -e ritorno puramente e semplicemente il numero 105, e addio al mio -sogno di rassomigliare ad un fornaro in ritiro! No, figlio mio; -preferisco di restare onorevolmente nella capitale. — Andrea aggrottò -il sopracciglio; era, come se ne vantò da sè stesso, una cattiva testa -il figlio putativo del maggior Cavalcanti. Si fermò un momento, gettò -uno sguardo rapido intorno a sè, e quando terminò di compiere il giro -investigatore, la mano discese innocentemente nella saccoccia ove -cominciava ad accarezzare il sopraguardia di una pistola da tasca. -Ma nel tempo stesso Caderousse, che non perdeva di vista il compagno -passava le mani dietro il dorso, ed apriva dolcemente un lungo coltello -spagnuolo che portava indosso per ogni evento. - -I due amici, come si vede, erano degni d’intendersi, e si capivano; la -mano di Andrea uscì inoffensiva dalla tasca e risalì fino ai baffi che -accarezzò per qualche tempo. - -— Buon Caderousse, diss’egli, dunque sarai contento! - -— Farò tutto il possibile per esserlo, rispose l’albergatore del ponte -di Gard ripiegando la lama del coltello. - -— Rientriamo dunque in Parigi. Ma come vuoi fare a passare la barriera -senza svegliare sospetti? mi sembra che abbigliato così, rischi più in -carrozza che a piedi. - -— Aspetta, disse Caderousse, vedrai. - -Prese la pellegrina ad alto colletto che il _groom_ esiliato dal -_tilbury_ aveva lasciata al suo posto, e se la mise indosso, quindi il -cappello di Cavalcanti, e se lo pose sulla testa; dopo ciò assunse la -posizione ardita di un domestico di buona famiglia. - -— Ed io, disse Andrea, resterò senza niente in testa? - -— Peuh! fece Caderousse, tira tanto vento che ben può esserti caduto il -cappello. — Andiamo dunque, disse Andrea, e finiamola. — E chi è che -ti ferma, disse Caderousse, non sono già io, lo spero? — Zitto! fece -Cavalcanti. - -Passarono la barriera senza alcun accidente. - -Alla prima strada traversa, Andrea fermò il cavallo, e Caderousse balzò -a terra. — Ebbene! disse Andrea, il mantello del mio domestico, ed il -mio cappello? - -— Ah! rispose Caderousse, tu non vorrai certamente che io mi raffreddi. -— Ma io? - -— Tu sei giovine mentre io comincio a farmi vecchio; a rivederci, -Benedetto. — E s’internò nel viottolo ove sparì. - -— Ahimè! disse Andrea mandando un sospiro, non si potrà dunque essere -completamente felice in questo mondo? - - - - -LXIV. — SCENA CONIUGALE. - - -Sulla piazza di Luigi XV i tre giovani si erano divisi, Morrel -aveva preso per i Baluardi, Château-Renaud era voltato sul ponte -della Rivoluzione, e Debray aveva seguito la riviera. Morrel e -Château-Renaud, secondo ogni probabilità, raggiunsero i domestici -focolari, come si dice tuttavia dalla tribuna delle camere nei discorsi -ben fatti, ed al teatro della strada Richelieu nelle rappresentazioni -bene scritte; ma non fece lo stesso Debray. Giunto al portello del -Louvre, voltò a sinistra, traversò il Carousel a gran trotto, infilò -per la strada Saint-Roch, sboccò per quella della Michodière, e giunse -alla porta della sig.ª Danglars al momento in cui il _landau_ del sig. -de Villefort, dopo aver deposto il procuratore del Re e la moglie nel -sobborgo Sant’Onorato, si fermava per far discendere la baronessa alla -sua abitazione. - -Debray, come uomo familiare nella casa, entrò pel primo nel cortile, -gettò le redini nelle mani di uno stalliere, e ritornò alla portiera -a ricevere la sig.ª Danglars, alla quale offerse il braccio per -ricondurla nei suoi appartamenti. - -— Che avete dunque, Erminia, disse Debray, e perchè vi sentiste tanto -male al racconto di quella storia o piuttosto favola del conte? - -— Perchè dopo il pranzo ero orribilmente indisposta. - -— Ma no, Erminia, riprese Debray, non mi fareste creder questo. Voi, -al contrario, eravate in ottime disposizioni quando siete giunta dal -conte. Il sig. Danglars era alquanto sguaiato, è vero, ma so quanto -caso facciate del suo mal’umore; qualcuno deve avervi disgustata. -Raccontatemelo; sapete bene ch’io non soffrirò mai che vi sia fatta una -qualche impertinenza. - -— V’ingannate, Luciano, ve ne assicuro, e le cose sono come vi ho -detto; fu il cattivo umore di cui vi siete accorto, e di cui non vi -parlai, credendo che non ne valesse la pena. - -Era evidente che la sig.ª Danglars trovavasi sotto l’influenza di -una di quelle irritazioni nervose, di cui le donne spesso non possono -render conto a sè stesse, o che, come lo aveva indovinato Debray, aveva -provato qualche emozione nascosta che non voleva confessare ad alcuno. - -Da uomo assuefatto a riconoscere i vapori come uno degli elementi della -vita femminina, non insistè più oltre, aspettando il momento opportuno -o di nuova interrogazione, o di una confessione di _motu proprio_. - -Alla porta della camera la baronessa incontrò madamigella Cornelia, la -sua cameriera di confidenza. - -— Che fa mia figlia? domandò la sig.ª Danglars. - -— Ella ha studiato tutta la sera, rispose madamigella Cornelia, quindi -è andata a letto. - -— Mi sembrava però d’aver sentito suonare il piano-forte. - -— È madamigella Luigia d’Armilly che suona, mentre la signorina è in -letto. - -— Bene, disse la sig.ª Danglars, venite a spogliarmi. - -Entrarono nella camera da letto, Debray si stese sopra un gran -_canapè_, e la sig.ª Danglars passò con Cornelia nel gabinetto di -toletta. — Mio caro Luciano, disse la sig.ª Danglars a traverso la -portiera del gabinetto, vi lamentate sempre perchè Eugenia non vi -indirizza la parola. - -— Signora, disse Luciano scherzando col cagnolino della baronessa, -che, riconoscendo in lui la qualità d’amico di casa, aveva l’abitudine -di fargli mille carezze, non sono il solo che le faccia simili -recriminazioni, e credo di aver inteso Morcerf lagnarsi l’altro giorno -con voi stessa, per non poter cavare una sola parola di bocca alla sua -fidanzata. - -— È vero, disse la sig.ª Danglars, ma credo che una di queste mattine -cambierà tutto ciò, e voi vedrete Eugenia entrare nel vostro gabinetto. - -— Nel mio gabinetto! da me? - -— Vale a dire, in quello del ministro. — E per che fare? - -— Per domandarvi una scrittura all’Opera. In verità non ho mai veduto -un tale fanatismo per la musica; è cosa ridicola per una persona di -mondo! - -Debray sorrise: — Ebbene! diss’egli, ch’ella venga col consenso del -barone e col vostro, e noi le faremo questa scrittura, e procureremo -che sia a seconda del suo merito; quantunque siamo ben poveri per -pagare come si conviene un merito uguale al suo. - -— Andate, Cornelia, disse la sig.ª Danglars, io non ho più bisogno di -voi. — Cornelia disparve, ed un momento dopo la sig.ª Danglars uscì dal -suo gabinetto con un elegante abito da camera, e venne a sedersi presso -a Debray. - -Luciano la guardò per un momento in silenzio: - -— Vediamo, Erminia, rispondetemi francamente: qualche cosa vi ha punto, -n’è vero? - -— Niente, riprese la baronessa; — e ciò non pertanto, siccome si -sentiva soffocare, si alzò, cercò di respirare, e andò a guardarsi in -uno specchio. — Io sono da far paura questa sera, diss’ella. — Debray -si alzò sorridendo per andare a tranquillare la baronessa su questo -argomento, quando d’improvviso la porta si aprì, comparve il sig. -Danglars; Debray si rimise a sedere. Al rumore della porta la sig.ª -Danglars si voltò, e guardò suo marito con una meraviglia, che non si -curò menomamente di dissimulare. - -— Buona sera, signora, disse il banchiere; buona sera, sig. Debray. -— La baronessa credette senza dubbio che questa visita impreveduta -significasse qualche cosa come il desiderio di riparare alle amare -parole ch’erano sfuggite al barone nella giornata. Ella si armò di -un’aria di dignità, e voltandosi verso Luciano senza rispondere a suo -marito: - -— Leggetemi dunque qualche cosa, sig. Debray. - -Debray che per questa visita si era sulle prime alquanto inquietato, -si rimise alla calma della baronessa, e stese la mano verso il libro -indicato, in mezzo al quale stava un coltello di tartaruca incrostato -d’oro. - -— Perdono, disse il banchiere, ma voi vi stancherete, baronessa, -vegliando ad ora così tarda; sono le undici, ed il sig. Debray abita -molto lontano di qui. - -Debray rimase preso da stupore, non perchè il tuono di Danglars non -fosse tranquillo e gentile, ma finalmente perchè a traverso di questa -calma e di questa gentilezza si scorgeva una certa velleità di fare, -contro il solito, tutt’altro che favorevole alla volontà di sua moglie. - -La baronessa pure fu sorpresa, e manifestò la sua meraviglia con uno -sguardo che senza dubbio avrebbe dato a pensare a suo marito, se questi -non avesse avuto gli occhi su di un giornale, sopra cui cercava la -chiusa della rendita. - -Ne risultò quindi che questo sguardo tanto fiero fu gettato in pura -perdita, e non fece il suo effetto. - -— Signor Luciano, disse la baronessa, vi dichiaro che non ho la più -piccola volontà di dormire, che ho mille cose da raccontarvi questa -sera, e che voi passerete la notte ascoltandomi, doveste pur dormire in -piedi. - -— Sono ai vostri ordini, rispose flemmaticamente Luciano. - -— Mio caro sig. Debray, disse a sua volta il banchiere, non vi -uccidete, vi prego, ad ascoltare questa notte le follie della sig.ª -Danglars, perchè le potrete ascoltare egualmente anche domani; ma -questa sera è per me, me la riserbo e la consacrerò, se mel permettete, -per parlare di gravi interessi con mia moglie. — Questa volta il colpo -era tanto ben diretto, e cadeva a perpendicolo in modo, che ne rimasero -storditi la baronessa e Luciano: entrambi s’interrogarono collo sguardo -come per chiedersi aiuto reciproco contro quest’aggressione del padron -di casa il quale trionfò, e la forza rimase dal lato del marito. - -— Non vogliate però credere che io vi scacci, mio caro Debray, continuò -Danglars; no, niente affatto; una congiuntura imprevista mi obbliga -questa sera ad avere una conversazione con la baronessa; ciò accade -abbastanza di raro perchè non si abbia a conservarmi risentimento. - -Debray balbettò qualche parola, salutò ed uscì urtando negli angoli, -come Natano nell’_Atalia_. - -— È incredibile, disse quando fu chiusa la porta, come questi mariti, -che pur troviamo tanto ridicoli, prendano facilmente il sopravvento -su noi! — Partito Luciano, Danglars s’istallò nel suo posto, sul -canapè, chiuse il libro rimasto aperto, e prendendo un atteggiamento -orribilmente pieno di pretensioni, continuò a scherzare col cagnolino. -Ma siccome il cane, che non aveva per lui la stessa simpatia, che per -Luciano, lo voleva mordere, lo prese per la pelle del collo, e lo inviò -dall’altra parte della camera sopra una poltrona. L’animale traversando -lo spazio gettò un grido; ma giunto alla sua destinazione si appiattò -dietro un cuscino, e stupefatto da questo trattamento al quale non era -avvezzo si mantenne muto e senza movimento. - -— Sapete, signore, disse la baronessa senza batter ciglio, che fate -dei progressi! ordinariamente non eravate che rozzo; questa sera siete -brutale. - -— Egli è perchè questa sera sono di maggior cattivo umore che -d’ordinario, rispose Danglars. - -Erminia guardò il banchiere con sommo sdegno; ordinariamente queste -occhiate esasperavano l’orgoglioso Danglars, ma questa sera sembrava -appena farvi attenzione. - -— E che importa a me il vostro cattivo umore? rispose la baronessa -irritata dalla impassibilità di suo marito; tali cose mi riguardan -forse? Racchiudete i vostri cattivi umori nel vostro appartamento, o -consegnateli ai vostri banchi, e poichè avete dei commessi che pagate, -passate sur essi i vostri cattivi umori. - -— No, rispose Danglars, voi andate fuori dal diritto cammino nei vostri -consigli, signora; per cui non li seguirò. I miei banchi sono il mio -Pactolo, come dice, credo, Demoustier, e non voglio nè tormentarne il -corso nè turbarne la calma. I miei commessi sono uomini onesti, che -mi fan guadagnare la mia fortuna, e che pago a tasse infinitamente al -di sotto di quel che meritano, se li stimo da quel che mi producono; -non posso dunque mettermi in collera con essi; quelli contro i quali -mi metterò in collera, sono le persone che mangiano i miei pranzi, che -stroppiano i miei cavalli e rovinano la mia cassa. - -— E chi son adunque queste persone, che rovinano la vostra cassa? -spiegatevi più chiaramente ve ne prego. - -— Oh! state tranquilla; se parlo enigmaticamente, non conto di -lasciarvi lunga pezza cercare il significato delle mie parole, riprese -Danglars, le persone che rovinano la mia cassa sono quelle che vi -cavano 700 mila lire in un’ora. - -— Non vi capisco, disse la baronessa cercando di nascondere la forte -emozione della voce, ed il rossore del viso. - -— Voi al contrario mi capite benissimo, disse Danglars: ma se continua -la vostra cattiva volontà, vi dirò che ho perduto 700 mila fr. sul -prestito spagnuolo. - -— Ah! disse la baronessa beffeggiandolo, son fors’io garante di questa -perdita? — E perchè no? - -— È colpa mia se avete perduto settecento mila fr.? - -— In ogni modo non fu mia. - -— Una volta per sempre, signore, riprese aspramente la baronessa, vi ho -detto di non parlarmi mai di cassa; questo è un linguaggio che non ho -imparato nè presso i miei parenti nè nella casa del mio primo marito. - -— Lo credo bene, disse Danglars, non avevano un soldo nè l’uno nè -l’altro. - -— Ragion di più perchè non abbia potuto imparare da essi il gergo della -banca, che mi strazia qui le orecchie dalla mattina alla sera; questo -rumore di scudi che si contano e ricontano m’è odioso; e non so che vi -sia suono più disgustoso di quello, se si eccettui la vostra voce. - -— In verità, disse Danglars, mi riesce strano! credeva che voi -pigliaste interessamento alle mie operazioni! - -— Io! e chi ha potuto farvi credere simile sciocchezza? - -— Voi stessa. — Ah! è curioso! — Senza dubbio. - -— Vorrei bene che mi faceste conoscere in quale occasione. - -— Oh! mio Dio! è cosa facile. Nel mese di febbraio ora scorso mi avete -parlato per la prima dei fondi d’Haïti; avete sognato che un bastimento -entrava nel porto d’Havre, portando la notizia che un pagamento che si -credeva aggiornato alle calende greche, si sarebbe effettuato: conosco -la lucidità del vostro senno; feci dunque sotto mano comprare tutte le -polizze che ho potuto ritrovare sul debito di Haïti, ed ho guadagnato -400 mila fr. di cui ve ne sono stati regolarmente rimessi cento. Voi -ne avete fatto ciò che avete voluto, e questo non mi riguarda. Nel -mese di Marzo si parlava della concessione di una strada ferrata. -Si presentavano tre società offrendo eguali guarentigie. Voi mi -diceste che il vostro istinto (e quantunque vi crediate estranea alle -speculazioni, credo invece il vostro istinto molto sviluppato in certe -materie) vi faceva credere che il privilegio sarebbe stato accordato -alla società del mezzogiorno. Io mi sono fatto iscrivere nel medesimo -punto per i due terzi delle azioni di questa società. Il privilegio -le fu in realtà accordato; come lo aveva preveduto, le azioni hanno -triplicato il loro valore, ed io ho incassato un milione, sul quale vi -sono stati retribuiti 250 mila fr. a titolo di spillatico. Come avete -impiegati questi 250 mila fr.? ciò non mi riguarda affatto. - -— E a che volete venirne, signore? gridò la baronessa fremendo di -dispetto, e d’impazienza. - -— Pazienza, signora, vi giungerò. — È una fortuna! - -— In aprile foste a pranzo dal ministro, si parlò della Spagna, voi -ascoltaste una segreta conversazione; si trattava dell’espulsione di -don Carlo; io comprai dei fondi spagnuoli. L’espulsione si effettuò, -ed il giorno in cui Carlo V ripassò la Bidassoa, io guadagnai 600 mila -fr., e vi furono pagati mille scudi; essi erano vostri, e ne avete -disposto a seconda della vostra fantasia, ed io non ve ne domando -conto; ma non è men vero che voi avete ricevuto in quest’anno 500 mila -lire. - -— Ebbene! in seguito? signore. — Ah! sì; in seguito! precisamente dopo -tutto questo la cosa s’è guastata. - -— Voi avete certi modi di parlare... in verità... - -— Essi mi richiamano le mie idee, e ciò è quanto mi abbisogna... In -seguito, fu tre giorni sono questo in seguito. Tre giorni sono adunque, -avete parlato di politica al sig. Debray, ed avete creduto di vedere -nelle sue parole che don Carlo era rientrato in Ispagna; allora io -vendo le mie polizze, la notizia si spande, sorge un timor panico, non -vendo più, regalo: la dimane si riconosce che la notizia era falsa, e -sopra questa falsa notizia ho perduto 700 mila fr. - -— Ebbene? — Ebbene! da poichè vi regalo un quarto quando guadagno, mi -dovete dunque un quarto quando perdo; il quarto di 700 mila fr. è 175 -mila fr. - -— Ma ciò che mi dite è una stravaganza, e non vedo in che modo -mischiate il nome di Debray a tutta questa storia. - -— Perchè se mai non aveste per caso i 175 mila fr. che reclamo, li -prendereste in prestito dai vostri amici, ed il sig. Debray ne è uno. - -— Finiamola! gridò la baronessa. - -— Oh! signora, non facciamo gesti, non facciamo drammi moderni, se -non mi sforzerete a dirvi, che di qui vedo il sig. Debray sogghignare -vicino ai 500 mila fr. che voi gli avete contati in quest’anno, e dire -a sè stesso aver trovato ciò che non son potuti giungere a trovare i -più esperti giuocatori, vale a dire una rollina ove si guadagna senza -puntare e non si perde quando si perde. - -La baronessa volle irrompere: — Miserabile! diss’ella, osereste dire -che non sapevate ciò di cui or mi fate un rimprovero? - -— Non vi dico che sapeva, nè vi dico che non sapeva, vi dico: osservate -la mia condotta da quattro anni che non siete mia moglie, e che non -sono più vostro marito, e vedrete s’ella è sempre stata consentanea con -sè stessa. Qualche tempo prima della nostra rottura, avete desiderato -di studiare la musica con quel famoso baritono che fece tanto incontro -al teatro Italiano; io volli studiare il ballo con quella famosa -ballerina che fece tanto chiasso a Londra, ciò mi costò tanto per -voi che per me circa centomila fr.; io nulla ho detto perchè ci vuole -l’armonia nelle famiglie; centomila fr. perchè la moglie impari a fondo -la musica, ed il marito il ballo non è molto caro. Ben presto eccovi -disgustata del canto, e vi vien voglia di studiare la diplomazia con -un segretario del ministro; vi lascio studiare; poichè ciò nulla mi -preme, quando pagate le lezioni dalla vostra cassetta; ma or m’accorgo -che avete preso di mira la mia, e che il vostro studio mi può costare -700 mila fr. il mese... Alto là, signora, la cosa non può andar così, o -il diplomatico darà le sue lezioni gratuite, ed io lo tollererò, ovvero -non metterà più piede in casa mia. - -— Oh! quest’è troppo; gridò Erminia soffocata. - -— Ma, disse Danglars, vedo con piacere che non vi siete fermata qua e -che avete volontariamente obbedito all’assioma del codice «la moglie -deve seguire il marito»; ma ragioniamo. Io non mi son mai mischiato dei -vostri affari che pel vostro bene, fate voi pure altrettanto; la mia -cassa, voi dite che non vi riguarda? sia, ma operate colla vostra; e -non empite, nè vuotate la mia. D’altra parte chi sa che ciò non sia un -colpo di stiletto politico? che il ministro furioso di vedermi nella -opposizione, e geloso delle simpatie popolari che mi suscito, non se -la intenda col sig. Debray; chi ha mai veduto una notizia telegrafica -falsa, cioè l’impossibile, o il quasi impossibile; dei segnali affatto -diversi dati dagli ultimi telegrafi? ciò senza dubbio è stato fatto -espressamente per me. - -— Signore, disse umilmente la baronessa, voi non ignorate che -quest’impiegato è stato scacciato, e sarebbe stato chiamato in giudizio -se non si fosse salvato con la fuga, il che prova la sua follia, o la -sua reità; quest’è un errore. - -— Sì, che fa ridere gli stupidi, che fa passare una cattiva notte al -ministero, che fa coprir di nero molta carta ai segretarii di Stato; ma -che a me costa 700 mila fr. - -— Ma, signore, disse d’improvviso Erminia, poichè tutto ciò deriva -a quanto sembra dal sig. Debray, perchè invece di dirlo a lui -direttamente, lo dite a me? - -— Conosco forse il sig. Debray? io! lo voglio forse conoscere, voglio -forse sapere se dà consigli; li seguo forse? arrischio? voi fate tutto -questo; non io. - -— Mi sembra però che dal momento che ne profittate... - -Danglars si strinse nelle spalle: — Sono le gran pazze creature queste -donne che si credono geni, perchè hanno saputo condurre una diecina -d’intrighi in modo da non essere affisse a tutte le cantonate di -Parigi! Ma pensate dunque, se aveste nascoste le vostre sregolatezze -allo stesso vostro marito, che è l’_a b c_ dell’arte, perchè la maggior -parte del tempo i mariti non vogliono vedere, ciò non pertanto non -sareste meno una pallida copia di ciò che fanno la metà delle vostre -amiche, le donne di mondo. Ma non è così per me. Io ho veduto, ed -ho veduto sempre, in 16 anni circa, voi forse mi avrete nascosto un -pensiero, ma non una dimostrazione, non un atto, uno sbaglio; mentre -che, dal vostro canto, vi applaudivate della vostra furberia, e -credevate fermamente d’ingannarmi; che cosa ne risultò? Che mercè la -mia pretesa ignoranza, dal sig. de Villefort fino al sig. Debray, non -vi fu mai uno dei vostri amici, che non tramasse avanti a me. Non ve ne -fu uno che non mi trattasse da padron di casa, mia unica pretensione -presso voi; finalmente non ve ne fu uno che abbia osato dirvi di me, -ciò che ve ne dico io stesso in questa sera. Io vi permetto di rendermi -odioso, ma v’impedirò di rendermi ridicolo: ed in particolare vi -proibisco positivamente, e sopra ogni altra cosa, di rovinarmi. - -Fino al momento in cui fu pronunziato il nome di Villefort, la -baronessa aveva sostenuta una ferma apparenza; ma a questo nome -era impallidita, ed alzandosi come mossa da uno scatto, aveva stese -le braccia come per scongiurare una apparizione, e fatti tre passi -verso suo marito, come per istrappargli la fine del segreto che non -conosceva, o che forse, per qualche odioso secondo fine, come presso a -poco lo erano tutti quei di Danglars, non voleva lasciarsi sfuggire. - -— Sig. de Villefort! che significa ciò? disse la baronessa. - -— Vuol significare, riprese Danglars che il sig. de Nargonne, vostro -primo marito, non essendo nè un filosofo nè un banchiere, e forse -essendo l’uno e l’altro, e vedendo che non v’era da cavare alcun -partito da un procuratore del Re, è morto dal dispiacere e dalla -collera... Ma io sono brutale; non solamente lo so, ma me ne vanto; -è uno dei miei espedienti nelle mie speculazioni commerciali; perchè -invece di ammazzare, si è fatto ammazzare egli stesso? Perchè non -aveva una cassa da salvare, ma io mi devo conservare per la mia -cassa. Il sig. Debray, mio socio, mi ha fatto perdere 700 mila fr.; -che egli sopporti la sua porzione di perdita, e noi continueremo i -nostri affari, se no, mi si dichiari fallito per questi 175 mila fr., -e sparisca. Eh! mio Dio! è un grazioso giovine, lo so, quando le sue -notizie sono esatte; ma quando esse nol sono, ve ne sono cinquanta al -mondo che valgono più di lui. - -La sig.ª Danglars era atterrita, pure fece un estremo sforzo per -rispondere a questo ultimo assalto. Essa cadde sopra un seggio pensando -a Villefort, alla scena del pranzo, a quella strana serie di disgrazie -che da qualche giorno piombavano una dopo l’altra sulla sua casa, e -convertivano in iscandalosi dibattimenti la perfetta calma della sua -famiglia. Danglars non la guardò neppure, quantunque ella facesse tutto -quel che poteva per isvenire. Egli aprì la porta della camera da letto -senza aggiungere alcun’altra parola, e ritornò nel suo appartamento; di -modo che la sig.ª Danglars, rinvenendo dal suo _semi-svenimento_, potè -credere ch’ella aveva soltanto fatto un cattivo sogno. - - - - -LXV. — DISEGNI DI MATRIMONIO. - - -Il giorno seguente, nell’ora che Debray era solito di scegliere per -venire a fare una piccola visita alla sig.ª Danglars nell’andare al -suo ufficio, il suo _coupé_ non apparve nel cortile. In quell’ora, cioè -mezz’ora dopo mezzogiorno, la sig.ª Danglars ordinò la sua carrozza ed -uscì. Danglars, posto dietro una tenda, aveva spiato questa uscita che -aspettava, dette l’ordine d’essere avvisato tosto che fosse ritornata -la signora, ma alle due non era ancora rientrata. - -Alle due domandò i suoi cavalli, si portò alla _Camera_, e si fece -inscrivere per parlare contro il _preventivo delle spese_. Da mezzo -giorno alle due, Danglars era rimasto nel suo gabinetto dissigillando -dispacci, e diventando ognor più tetro, ammassando cifre, e ricevendo -visite, tra le altre quella del maggiore Cavalcanti, che si presentò -nell’ora annunziata il giorno avanti per terminare il suo affare col -banchiere. Uscendo dalla _Camera_, Danglars, che aveva dati molti segni -di grande agitazione durante la seduta, e che sopra tutto era stato -più acerbo che mai contro il ministero risalì in carrozza, ed ordinò al -cocchiere di condurlo all’ingresso dei Campi-Elisi n. 30. Monte-Cristo -era in casa; soltanto era con uno, e pregava Danglars di aspettarlo un -momento nel salone. Mentre il banchiere aspettava, la porta si aprì, e -vide entrare un uomo vestito da abate che invece d’aspettare come lui, -più familiare di lui senza dubbio nella casa, lo salutò, ed entrando -nell’interno degli appartamenti, disparve. Un momento dopo, la porta -per la quale era entrato il prete, si riaprì, e comparve Monte-Cristo. - -— Perdono, diss’egli, caro barone, ma uno dei miei buoni amici, l’abate -Busoni che avete potuto veder passare, è giunto a Parigi; era molto -tempo che eravam divisi, e non ho avuto il coraggio di lasciarlo -subito; spero che in favore della causa mi scuserete di avervi fatto -aspettare. - -— Come, disse Danglars, è cosa semplicissima, sono io che ho scelto -male il momento, e mi ritiro. - -— Niente affatto, anzi al contrario sedetevi. Ma, buon Dio! mi avete -un aspetto molto pensieroso; in verità mi spaventate; un capitalista -afflitto è come una cometa, presagisce sempre qualche gran disgrazia al -mondo. - -— Io ho, mio caro signore, che la cattiva fortuna pesa su me da -qualche giorno, e che non ricevo che sinistre notizie. — Ah! mio Dio! -avete forse avuto qualche altra ricaduta alla borsa? — No, ne sono -guarito, almeno per qualche giorno. Si tratta semplicemente per me -di un fallimento a Trieste. — Davvero? Il banchiere fallito sarebbe -forse Jacopo Manfredi? — Precisamente! Un uomo che ogni anno, non so -per quanto tempo, faceva meco affari per otto, 900 mila fr. Mai uno -sbaglio, mai un ritardo; un uomo allegro che pagava come un principe. -Mi metto in credito di un milione con lui, ed il mio diavolo non vuole -che Jacopo Manfredi sospenda i pagamenti? - -— Davvero? — È una fatalità inaudita. Tiro sopra lui 600 mila lire -che ritornano senz’essere pagate, e di più sono ancora possessore di -altre 400 mila lire di cambiali firmate da lui, e pagabili alla fine -del corrente dal suo corrispondente di Parigi, siamo ai 30, mando a -riscuoterle... ah! sì! il corrispondente è sparito. Col mio affare di -Spagna, ciò mi fa una bella fine di mese. - -— Ma è veramente una perdita il vostro affare di Spagna? - -— Certamente, nient’altro che 700 mila fr. - -— Come diavolo avete mai fatto un simile errore? - -— Eh! è stata colpa di mia moglie. Ella ha sognato che don Carlo era -ritornato in Spagna; ella crede ai sogni. È magnetismo, dic’ella, e -quando sogna una cosa, questa cosa, per quanto essa assicura, deve -infallibilmente accadere. Su questa convinzione io le permetto di -arrischiare; ella ha la sua cassetta, ed il suo agente di cambio, ella -rischia, ed ella perde. È vero che non è mio denaro, ma suo quello -con cui si arrischia; però non importa, capirete che quando escono 700 -mila fr. dalla cassetta della moglie, il marito se ne accorge sempre -alcun poco. Come! non sapevate ciò? Ma la cosa ha fatto pure un enorme -romore. - -— È vero, ne aveva inteso parlare, ma non ne sapeva i particolari; e -poi non si può essere più ignoranti di me in questi affari di borsa. — -E voi non arrischiate mai? - -— Io? e come volete che arrischi se ho già tanti incomodi per tenere -in regola le mie rendite? sarei forzato, oltre il mio intendente, di -prendere ancora un commesso ed un cassiere. Ma a proposito di Spagna, -mi sembra che la baronessa non avesse del tutto sognato la rientrata di -Don Carlo. I giornali non hanno detto qualche cosa su questo argomento? -— Voi dunque credete ai giornali? — Io? niente affatto; ma mi sembrava -che questo onesto _Messager_ facesse eccezione alla regola, e non -annunziasse che le notizie certe, e le notizie telegrafiche. — Ebbene! -ecco ciò che è inesplicabile, riprese Danglars; appunto la rientrata di -don Carlo era una notizia telegrafica. — Dimodochè, disse Monte-Cristo, -in questo mese perdete circa un milione e 700 mila fr. — Non è circa, è -precisamente la somma che perdo. - -— Diavolo! per una fortuna di terz’ordine, disse Monte-Cristo, questo -è un brutto colpo. — Di terz’ordine! disse Danglars, che diavolo -intendete di dire? - -— Senza dubbio, continuò Monte-Cristo, io faccio tre categorie sulle -fortune: fortune di primo ordine, fortune di secondo ordine, fortune di -terzo ordine: chiamo fortune di primo ordine quelle che si compongono -di tesori che si hanno sotto le mani, le terre, le miniere, le rendite -sui grandi stati come la Francia, l’Austria, e l’Inghilterra, purchè -questi tesori, queste miniere, queste rendite formino un totale di -un centinaio di milioni! chiamo fortune di second’ordine le imprese -manifatturiere, le imprese di associazione, i vice-reami, i principati -che non sorpassano un milione e cento mila fr. di rendita, il tutto -formante un capitale di un 500 milioni; finalmente, chiamo fortune di -terzo ordine, i capitali fruttiferi per interessi composti, i guadagni -dipendenti dall’altrui volontà, o dalle combinazioni della sorte che -un fallimento scomoda, ed una notizia telegrafica rovina! le banche, le -speculazioni eventuali, le operazioni sottomesse a quelle combinazioni -della fatalità, che si potrebbe chiamare forza minatrice, paragonandola -alla maggiore che è la forza naturale, il tutto formante un capitale -fittizio, o reale di un 15 milioni circa. Non è questa la vostra -posizione? - -— Ma diavolo! sì, rispose Danglars. - -— Ne risulta che con sei finali di mese come questa, continuò -imperturbabilmente Monte-Cristo, una casa di terzo ordine si troverebbe -all’agonia. — Oh! disse Danglars con un sorriso molto pallido, come vi -ci trasportate! - -— Mettiamo sette mesi, replicò Monte-Cristo nel medesimo tuono. Ditemi: -avete mai pensato qualche volta che sette volte un milione e 700 mila -fr. fanno 12 milioni circa?... no?... ebbene! avete ragione, perchè con -simili riflessioni, non si impegnerebbero mai i propri capitali, che -sono per l’uomo finanziere ciò che è la pelle all’uomo incivilito. Noi -abbiamo i nostri abiti più o meno sontuosi, questo è il nostro credito! -ma quando l’uomo muore non ha che la pelle! di modo che uscendo dagli -affari non avete il vostro capitale reale, 5 o 6 milioni al più! -poichè le fortune di terzo ordine non rappresentano che il terzo o il -quarto delle loro apparenze, come la locomotiva della strada ferrata -non è sempre in mezzo al fumo che l’inviluppa e l’ingrandisce, che una -macchina più o meno forte. Ebbene, su questi 5, o 6 milioni che formano -il vostro attivo reale, ne avete perduti circa due, che diminuiscono -d’altrettanto la vostra fortuna fittizia, o il vostro credito! vale -a dire mio caro Danglars, che la vostra pelle è stata aperta da una -sanguisuga che replicata quattro volte porterebbe la morte. Eh! eh! -fate attenzione. Avete bisogno di danaro? volete che ve ne presti? - -— Come siete mai cattivo calcolatore! gridò Danglars chiamando in suo -soccorso tutta la filosofia, e tutta la dissimulazione dell’apparenza! -a quest’ora il danaro è già rientrato nel mio scrigno con altre -speculazioni che sono riuscite. Il sangue esce per i salassi, e rientra -colla nutrizione: ho perduto una battaglia in Spagna, sono stato -battuto a Trieste, ma la mia armata navale delle Indie avrà preso -qualche galeone, i miei pionieri del Messico avranno scoperto qualche -miniera. - -— Benissimo! benissimo! ma la cicatrice resta, ed alla prima perdita si -riaprirà. - -— No, perchè io cammino sulle certezze, continuò Danglars, colla -facondia giocosa del ciarlatano (il cui stato è di innalzare il suo -credito) per rovesciare il mio credito bisognerebbe che crollassero tre -governi. - -— Diavolo! ciò si è veduto. — Che la terra manchi di raccolto. — -Ricordatevi le sette vacche grasse, e le sette vacche magre. — O che il -mare si ritirasse come ai tempi di Faraone; e poi vi sono molti mari, -ed i miei vascelli ne rimarrebbero liberi per fare le loro carovane. - -— Tanto meglio, caro sig. Danglars, disse Monte-Cristo, ed io vedo che -mi ero sbagliato, e che voi rientrate nelle fortune di secondo ordine. - -— Credo di potere aspirare a questo onore, disse Danglars con uno di -quei sorrisi composti che facevano a Monte-Cristo l’effetto di una -di quelle lune impiastricciate, di cui i cattivi pittori intonacano -le loro rovine; ma giacchè siamo a parlare d’affari, soggiunse egli -contento di ritrovare questo mezzo di cambiare la conversazione, ditemi -dunque un poco ciò che io posso fare per il sig. Cavalcanti. - -— Dargli del danaro, se egli ha su voi un credito che vi sembri buono. - -— Eccellente! si è presentato questa mattina con una cambiale di 40 -mila fr. pagabile a vista sopra di voi, firmata Busoni, e rimandata -da voi a me colla vostra girata! capirete che io gli ho contati sul -momento 40 biglietti quadrati. - -Monte-Cristo fece un segno di testa che indicava la sua adesione. - -— Ma ciò non è tutto, continuava Danglars; egli ha aperto a suo figlio -un credito sopra di me. - -— E quanto, se non è indiscretezza, ha assegnato al giovine? — Cinque -mila fr. il mese. - -— Sessanta mila fr. l’anno. Io ne dubitava, disse Monte-Cristo alzando -le spalle, sono veri spilorci i Cavalcanti. Che può fare un giovine con -5 mila fr. il mese? - -— Ma capirete che se il giovine ha bisogno di qualche mille franchi di -più... - -— Non ne fate niente, il padre ve li lascerebbe in conto vostro; non -conoscete tutti questi milionarii oltramontani: sono veri Arpagoni. E -da chi gli è stato aperto il credito? - -— Oh! dalla casa Fenzi, una delle migliori di Firenze. - -— Non voglio dire che perderete, tanto vale, ma tenete i vostri conti -nei stretti limiti della lettera. - -— Non avreste dunque fiducia in questi Cavalcanti? - -— Darei loro dieci milioni sulla loro firma. La loro fortuna entra in -quelle di second’ordine di cui or vi parlava. - -— È tanto semplice che lo avrei preso per un maggiore, niente di più. - -— E voi gli avreste fatto onore, perchè avete ragione, egli non paga di -apparenza. Quando l’ho veduto per la prima volta mi ha fatto l’effetto -di un sotto tenente ammuffito sotto la spallina. - -— Il giovine è migliore, disse Danglars. - -— Sì, forse un po’ timido; ma in sostanza mi è sembrato conveniente. Io -ne era un poco inquieto. - -— E perchè? — Perchè voi lo avete veduto da me quasi al suo ingresso -nel mondo, per quanto almeno mi è stato detto. Egli ha viaggiato con un -precettore severissimo, e non era mai venuto a Parigi. - -— Tutti questi Italiani di distinzione hanno l’abitudine d’imparentarsi -fra di loro, n’è vero? dimandò negligentemente Danglars, essi amano di -accumulare le loro fortune. - -— D’ordinario fan così, è vero; ma Cavalcanti è un originale che non -fa niente come gli altri. Nessuno mi torrà l’idea, che abbia mandato in -Francia suo figlio perchè vi ritrovi moglie. - -— Lo credete? — Ne son sicuro. — Ed avete inteso parlare della sua -fortuna? — Non si parla che di ciò, se non che gli uni accordano loro -dei milioni, gli altri pretendono che non posseggano un paolo. — E la -vostra opinione? - -— Non bisogna farvi sopra alcun fondamento essendo del tutto personale. -— Ma in fine... - -— La mia opinione è che tutti questi vecchi potestà, tutti questi -antichi condottieri, poichè questi Cavalcanti hanno comandato degli -eserciti, hanno comandato delle province; la mia opinione, diceva, è -che essi han seppellito dei milioni in luoghi conosciuti soltanto dai -loro antenati, e che fan conoscere ai loro primogeniti di generazione -in generazione, e la prova si è che essi sono tutti gialli e secchi -come i loro fiorini dei tempi della repubblica, di cui conservano il -riverbero a forza di guardarli. - -— Perfettamente disse Danglars, e ciò è tanto vero in quando che non si -sa che abbiano un palmo di terreno. - -— Almeno molto poco; non conosco ai Cavalcanti che il solo palazzo che -hanno in Lucca. - -— Ah! hanno un palazzo? disse ridendo Danglars; ciò è già qualche cosa. - -— Sì, ed anche lo danno in fitto al ministero delle finanze, mentre che -egli abita in una casetta. Oh! ve l’ho già detto; credo il buon uomo -avaro. - -— Andiamo, andiamo; voi non l’adulate punto. - -— Ascoltate, lo conosco appena; credo di averlo veduto tre volte -in vita mia; ciò che ne so, è per parte dell’abate Busoni, e da -lui stesso; egli mi parlava questa mattina dei suoi progetti sopra -suo figlio, e mi lasciava travedere che stanco di veder dormire dei -capitali considerevoli in Italia, vorrebbe trovare un mezzo, sia in -Francia, sia in Inghilterra di far fruttare i suoi milioni: ma notate -bene che, quantunque io abbia la più gran fiducia nell’abate Busoni -personalmente, non rispondo di niente. - -— Non importa, grazie del cliente che mi avete procurato; questo è -un gran bel nome da iscrivere sui miei registri, e il mio cassiere, -al quale ho spiegato ciò che erano i Cavalcanti, ne va superbo. A -proposito, e questa è una semplice spiegazione al _turista_, quando -questi personaggi dan moglie ai loro figli gli assegnano alcuna dote? - -— Eh! mio Dio! cioè, secondo: ho conosciuto un principe italiano ricco -come una miniera d’oro, uno dei primi nomi della Toscana, che quando i -figli si ammogliavano a suo genio, loro assegnava dei milioni, e quando -contro il suo beneplacito, si contentava di assegnar loro una rendita -di 30 scudi il mese. Ammettiamo che Andrea si ammogli secondo le vedute -di suo padre, allora gli assegnerà forse uno, due, tre milioni. Se ciò -fosse colla figlia di un banchiere, per esempio, forse prenderebbe un -interesse nella casa del suocero di suo figlio; poi supponete a lato -di ciò che la nuora gli dispiacesse; buona notte, il padre Cavalcanti -mette la mano sulla chiave dello scrigno, dà un doppio giro alla -serratura, ed ecco maestro Andrea obbligato a vivere come un figlio di -famiglia Parigino segnando le carte, o giuocando a dadi falsi. - -— Questo giovine ritroverà una principessa Bavarese o Peruviana; egli -vorrà una corona chiusa, un _Eldorado_ traversato dalla _Potosa_. - -— No; tutti questi gran signori dall’altra parte dei monti sposano -frequentemente delle semplici mortali. Ma perchè mi fate tutte queste -domande, caro sig. Danglars, avete forse intenzione di collocare -Andrea? - -— In fede mia non mi sembrerebbe una cattiva speculazione; io sono -uno speculatore. — Ma non con madamigella Danglars; io presumo non -vorrete fare scannare questo povero Andrea da Alberto? — Alberto, disse -Danglars, alzando le spalle; ah sì, bene! egli se ne cura ben poco! - -— Ma egli è fidanzato a vostra figlia, credo? - -— Cioè il sig. de Morcerf ed io abbiamo qualche volta parlato di questo -matrimonio, ma la sig.ª de Morcerf ed Alberto... - -— Non mi direte che questo non è un buon _partito_? - -— Eh! eh! madamigella Danglars vale bene un Morcerf, mi sembra! — La -dote di madamigella Danglars sarà bella in fatto, e non ne dubito, -particolarmente se il telegrafo non fa più nuove pazzie. — Oh! non è -soltanto la dote... ma a proposito ditemi dunque? — E che? — Per qual -motivo non avete invitato al vostro pranzo Morcerf e la sua famiglia? - -— Lo aveva già fatto, ma egli mi ha addotto un viaggio a Dieppe colla -sig.ª de Morcerf, alla quale è stato raccomandato di respirare l’aria -di mare. - -— Sì, sì, disse Danglars ridendo, essa le deve far bene. - -— E perchè? — Perchè è l’aria che ha respirato nella sua gioventù. — -Monte-Cristo lasciò cadere l’epigramma senza mostrare d’avervi fatta -attenzione. — Ma finalmente, disse il conte, se Alberto non è così -ricco come madamigella Danglars, non potete però negare che non porti -un bel nome? — Sia, ma io amo altrettanto il mio, disse Danglars. - -— Certamente il vostro nome è popolare, ed ha ornato il titolo di cui -si è creduto onorarlo; ma siete un uomo troppo intelligente per non -aver compreso che, per alcuni pregiudizi troppo profondamente radicati -per poterli svellere, una nobiltà di cinque secoli vale molto più di -una nobiltà di venti anni. - -— Ed ecco precisamente il perchè, disse Danglars con un sorriso che si -sforzava di rendere sardonico, ecco perchè io preferirei il sig. Andrea -Cavalcanti ad Alberto de Morcerf. - -— Ma ciò non ostante credo, disse Monte-Cristo, che i Morcerf non la -cedano ai Cavalcanti? - -— I Morcerf!... sentite, mio caro conte, siete un galantuomo, n’è vero? -— Io credo. — E di più conoscitore dei blasoni? — Un poco. — Ebbene! -guardate il colore del mio; esso è più solido di quello del blasone di -Morcerf. - -— E perchè? — Perchè, se io non sono barone di nascita, almeno mi -chiamo Danglars. — E poi? — Mentre che egli non si chiama Morcerf. — -Come! egli non si chiama Morcerf? — Niente affatto. — Eh! via dunque! — -Io da qualcuno sono stato fatto barone, di modo che lo sono; egli si è -fatto conte da sè, per cui non lo è. — Impossibile! - -— Ascoltate mio caro conte, continuò Danglars, il sig. de Morcerf è mio -amico, o piuttosto una mia conoscenza di trent’anni; sapete che faccio -buon mercato dei miei stemmi, poichè non ho mai dimenticato da dove -sono partito. - -— Questa è una pruova, disse Monte-Cristo, o di una grande umiltà, o di -un grande orgoglio. - -— Ebbene! quando era semplice commesso, Morcerf era semplice pescatore. -— E allora si chiamava? — Fernando. - -— Senz’altro? — Fernando Mondego. — Ne siete sicuro? — Per bacco! Mi -ha venduto abbastanza pesce perchè lo conosca. — Allora perchè volevate -dargli vostra figlia? - -— Perchè Fernando e Danglars erano due nobili, due ricchi, due -fortunati di fresca data, in fondo uno valeva l’altro, se si eccettuino -alcune cose che si sono dette di lui, e che non si sono mai potute dire -di me. - -— Che dunque? — Niente. — Ah! sì, ora capisco; ciò che mi dite mi -rinfresca la memoria a proposito del nome di Fernando Mondego. Ho -inteso pronunciare questo nome in Grecia. — A proposito dell’affare di -Alì-Pascià? — Precisamente. — Ecco il mistero, riprese Danglars, e vi -confesso che avrei pagato molto per iscoprirlo. - -— Non era difficile, se ne aveste avuta gran volontà. - -— Ed in che modo? — Senza dubbio avrete qualche corrispondente in -Grecia? — Per bacco! - -— A Giannina? - -— Ne ho da per tutto. - -— Ebbene, scrivete al vostro corrispondente di Giannina, e domandategli -qual parte ha fatta nella catastrofe di Alì-Tebelen un francese -chiamato Fernando. - -— Avete ragione! gridò Danglars alzandosi con vivacità, scriverò oggi -stesso. — Fatelo. — Vado a scrivere. - -— E se avete qualche notizia scandalosa... - -— Ve la comunicherò. - -— Mi farete un piacere - -Danglars si slanciò fuori dell’appartamento, e non fece che un balzo -fino alla sua carrozza. - - - - -LXVI. — Il GABINETTO DEL PROCURATOR DEL RE. - - -Lasciamo il banchiere ritornare a gran trotto e seguiamo la sig.ª -Danglars nella sua escursione: ella mezz’ora dopo mezzo giorno, aveva -ordinati i cavalli, ed era uscita in carrozza. Si diresse dalla parte -del sobborgo San Germano, prese la strada della Senna, e fece fermare -al passaggio del Ponte-nuovo, ivi discese, e traversò il passaggio. -Era vestita con molta semplicità, come si conviene ad una donna di buon -genere che esce la mattina. In Strada Génégaud, montò in una vettura da -nolo indicando come termine della sua corsa la strada Harlay. Appena -entrata in carrozza, levò di saccoccia un velo nero molto fitto, -che attaccò al suo cappello di paglia; quindi si rimise il cappello -in testa, e vide con piacere, guardandosi in un piccolo specchio -tascabile, che non si poteva discernere di lei che la pelle bianca, -e la pupilla scintillante. La carrozza prese pel Ponte-nuovo ed entrò -per la piazza Dauphine nel cortile di Harlay; fu pagata nell’aprire la -portiera, e la sig.ª Danglars, slanciandosi verso la scala, che salì -con leggerezza, giunse ben presto alla sala dei _Passi-Perduti_. Quella -mattina v’erano molti affari, ed ancora molta più gente affaccendata al -Palazzo. - -Le persone affaccendate non guardano molto le donne; la sig.ª Danglars -traversò adunque la sala senz’essere osservata più di altre dieci donne -che stavano ad aspettare i loro avvocati. - -Vi era folla nell’anticamera del sig. de Villefort, ma la sig.ª -Danglars non ebbe neppure il bisogno di pronunciare il suo nome; tosto -che apparve, un usciere si alzò, venne a lei, le chiese se fosse la -persona a cui il sig. procuratore del Re aveva dato convegno, e sulla -sua risposta affermativa, la condusse, per un corridoio riservato, -nel gabinetto del sig. de Villefort. Il magistrato, seduto sopra -un seggio, scriveva tenendo le spalle voltate alla porta; la intese -aprirsi, e l’usciere pronunciare queste parole: «Entrate, signora.» La -porta si rinchiuse senza che avesse fatto il più piccolo movimento; -ma tosto che sentì allontanarsi il rumore dei passi dell’usciere, si -voltò prestamente, mise il catenaccio, tirò le tende, e visitò tutti -gli angoli del gabinetto. Quindi, allorchè ebbe acquistata la certezza -che non poteva essere nè veduto nè udito da alcuno: — Grazie, signora, -diss’egli, grazie della vostra esattezza. — E le offrì una sedia che la -sig.ª Danglars accettò, perchè il cuore le batteva tanto fortemente che -si sentiva vicino a soffocare. - -— Ecco, disse il procuratore del Re sedendo egli pure, e facendo -descrivere un mezzo cerchio al suo seggio in modo da trovarsi -dirimpetto alla sig.ª Danglars, ecco passato ben lungo tempo, signora, -che non ho avuto la fortuna di parlare da solo con voi, e con mio -sommo dispiacere ci ritroviamo per intavolare una conversazione molto -dolorosa. - -— Ciò non pertanto, signore, avete veduto che sono venuta, quantunque -questa conversazione debba riuscire assai più dolorosa per me che per -voi. - -Villefort sorrise amaramente: — È dunque vero, disse egli rispondendo -piuttosto al proprio pensiero che alle parole della sig.ª Danglars, -che tutte le nostre azioni lasciano le loro tracce, le une tetre, le -altre luminose nel nostro passato? È dunque vero che tutti i passi -della nostra vita rassomigliano all’andamento del rettile sulla sabbia -e fanno un solco? Ahimè! per molti questo solco è quello delle loro -lagrime. - -— Signore, voi comprendete la mia emozione, n’è vero? disse la sig.ª -Danglars, abbiatemi dunque dei riguardi, ve ne prego. Questa camera -entro cui sono passati tanti colpevoli tremanti e vergognosi, questo -seggio su cui mi sto a mia volta vergognosa e tremante!... Oh! io ho -bisogno di tutta la mia ragione per non vedere in me una donna molto -colpevole, ed in voi un giudice minaccioso. - -Villefort scosse la testa, e mandò un sospiro: - -— Ed io dico a me stesso; che il mio posto non è sul seggio del -giudice, ma sul banco dell’accusato. - -— Voi? disse la sig.ª Danglars maravigliata. — Sì, io. - -— Credo che per parte vostra, signore, il vostro puritanismo esageri -la situazione, disse la sig.ª Danglars, il cui bell’occhio si illuminò -di un fuggitivo fulgore. Questi solchi di cui parlavate or ora, sono -stati tracciati da tutta la gioventù ardente. Nel fondo delle passioni, -al di là dei piaceri, vi è sempre un poco di rimorso; è perciò che -l’Evangelo, questa eterna risorsa degl’infelici, ha dato per conforto -a noi povere donne l’ammirabile parabola della giovane peccatrice, e -della donna adultera. Così, ve lo confesso, riportandomi ai delirii -della mia gioventù, qualche volta penso che Dio me li perdonerà, poichè -se essi non possono trovare scusa, troveranno mercede in compenso dei -patimenti sofferti dopo; ma voi, che avete a temere di tutto ciò, voi -altri uomini, che il mondo scusa, e che lo scandalo nobilita? - -— Signora, replicò Villefort, mi conoscete, non sono un ipocrita, o -almeno non faccio l’ipocrita, senza qualche ragione. Se la mia fronte -è severa, i molti infortunii l’offuscarono; se il mio cuore si è -petrificato, è stato per poter sopportare i cozzi che ha ricevuto: non -era così nella mia gioventù, non era così nella sera dei miei sponsali, -quando eravamo tutti assisi intorno ad una tavola della strada _Cours_ -a Marsiglia. Ma da quel tempo tutto si è cambiato in me, ed intorno -a me. La mia vita si è consumata a perseguire cose difficili, e ad -infrangere nelle difficoltà tutti coloro che, volontariamente, o -involontariamente, per determinata intenzione o per caso s’incontrarono -sul mio sentiero a suscitarmi difficoltà. È difficile che ciò che si -desidera ardentemente, non sia conteso ardentemente da coloro i quali -han voluto ottenerlo, o dai quali si tenta strapparlo. Così, la maggior -parte delle cattive azioni degli uomini sono venute loro incontro, -mascherate dalle sembianze della necessità; quindi commessa la cattiva -azione in un momento d’esaltazione, di timore, o di delirio, si vede -che si sarebbe potuto passarle vicino evitandola. Il mezzo che sarebbe -stato buono da impiegarsi, e che non si è veduto, ciechi che s’era, -si presenta ai nostri occhi facile e semplice, e dite a voi stessi: «E -come mai non ho fatto questo, invece di fare quest’altro?» Voi donne, -al contrario, ben difficilmente siete tormentate dai rimorsi, perchè -raramente la risoluzione viene da voi; le vostre sventure vi sono quasi -sempre imposte, i vostri sbagli son quasi sempre i delitti degli altri. - -— In ogni modo, signore, convenitene, se ho commesso un errore, rispose -la sig.ª Danglars, sia ancora stato personale, ieri sera ne ho ricevuto -una severa punizione. - -— Povera donna! disse Villefort stringendole la mano, troppo severa per -le vostre forze, perchè per due volte poco vi è mancato a soccombere, -e pure... deggio io dirvelo?... raccogliete tutto il vostro coraggio, -perchè non siete ancora alla fine. - -— Mio Dio! che vi è dunque ancora? - -— Non vedete che il passato, signora, certamente è tetro, ebbene -figuratevi un avvenire... spaventoso certamente... sanguinoso forse!... -— La baronessa conosceva la calma di Villefort, essa fu così spaventata -dalla sua esaltazione, che aprì la bocca per gridare, ma il grido le si -estinse in gola. — E come mai è risorto questo terribile passato, gridò -Villefort; come mai dal fondo della tomba, dal fondo dei nostri cuori -ove dormiva, è uscito come fantasma, per far impallidire le nostre -guance ed arrossir le nostre fronti? - -— Ahimè! diss’Erminia, senza dubbio il caso! - -— Il caso! riprese Villefort, no, no, non è il caso! - -— Ma sì, non fu una combinazione fatale, non è stato il caso che -ha operato tutto ciò? Non fu per caso che il conte di Monte-Cristo -ha comprata quella dimora? non fu per caso ch’egli fece scavare la -terra? non fu per caso finalmente che quel disgraziato fanciullo fu -dissotterrato ai piedi di quell’albero? Povera ed innocente creatura! -nata da me, cui non ho mai potuto dare un bacio, ma per la quale ho -sparso tante lagrime! Ah! il mio cuore è volato per intero incontro -al conte, quando ha parlato di questa cara spoglia ritrovata sotto i -fiori. - -— Ebbene! no, signora, ecco quanto avevo di terribile a dirvi, rispose -Villefort con sorda voce, non si è trovata alcuna spoglia sotto i -fiori, no, non vi è stato alcun fanciullo dissotterrato; no, non -bisogna piangere, no non bisogna gemere, bisogna tremare. - -— Che volete dire? gridò la sig.ª Danglars rabbrividendo. - -— Voglio dire, che il sig. di Monte-Cristo nello scavare ai piedi -di quell’albero, non ha potuto trovare nè scheletro di fanciullo, nè -ferramenti di cassetta, perchè sotto a questi alberi non v’era nè l’uno -nè l’altro. - -— Non v’era nè l’uno nè l’altro? replicò la sig.ª Danglars fissando -sul procuratore del re certi occhi, di cui la spaventosa dilatazione -delle pupille indicava il terrore; non deponeste dunque là la povera -creatura? Perchè ingannarmi? con quale scopo, dite? - -— Fu là, ma ascoltatemi, e compiangerete me, che per vent’anni, senza -parteciparvene la più piccola parte, ho portato il peso dei dolori che -sono per dirvi. - -— Mio Dio! mi spaventate! ma n’importa, vi ascolto. - -— Sapete come passò quella notte dolorosa, in cui voi eravate spirante -sul vostro letto, in quella camera di damasco rosso, mentre ch’io, non -meno anelante di voi, aspettava la vostra liberazione. Il fanciullo -nacque, mi fu consegnato, senza movimenti, senza respirazione, senza -voce: noi lo credemmo morto. - -La sig.ª Danglars fece un movimento rapido, come se avesse voluto -slanciarsi dalla sedia. Ma Villefort la fermò giungendo le mani, come -per implorarne l’attenzione: - -— Noi lo credemmo morto, ripetè egli; io lo misi in una cassetta che -doveva tenergli luogo di bara; discesi in giardino, scavai una fossa, -e ve lo seppellii in fretta. Terminava appena di coprirlo di terra, -che il braccio del Corso si stese contro di me. Vidi come un’ombra -drizzarsi, come un lampo sfolgorare. Sentii un dolore, volli gridare, -un agghiacciato brivido mi percorse tutte le membra, e mi serrò la -gola... Caddi moribondo, e mi credei ucciso: non dimenticherò mai il -vostro sublime coraggio, quando, ritornato in me, mi trascinai spirante -fino ai piè della scala, ove, spirante voi pure, veniste incontro -a me. Necessitava custodire il silenzio sulla terribile catastrofe; -voi aveste il coraggio di ritornare in casa vostra, sostenuta dalla -vostra balia; un duello fu il pretesto della mia ferita. Contr’ogni -aspettativa, il silenzio ci fu mantenuto, fui trasportato a Versailles, -per tre mesi lottai colla morte; finalmente, quando sembrò che -mi riattaccassi alla vita, mi fu ordinato il sole e l’aria del -Mezzogiorno. Quattro uomini mi portarono da Parigi a Châlons, facendo -sei leghe il giorno. La sig.ª de Villefort seguiva la barella nella -sua carrozza. A Châlons fui imbarcato sulla Saona, quindi passai sul -Rodano, e per la sola forza della corrente discesi fino ad Arles, poi -da Arles ripresi la lettiga e continuai la strada per Marsiglia. La -mia convalescenza durò sei mesi; non sentiva più parlare di voi, non -osava informarmi di ciò che n’era avvenuto. Quando ritornai a Parigi -sentii che, vedova del sig. de Nargonne, avevate sposato il sig. -Danglars. A qual cosa aveva sempre pensato dal momento che ricuperai -la conoscenza? incessantemente alla stessa cosa, a quel cadavere di -fanciullo, che ciascuna notte nei miei sonni sorgeva dal seno della -terra, e si fermava al di sopra della fossa minacciandomi collo sguardo -e col gesto. Per cui, appena ritornato a Parigi m’informai, la casa non -era stata frequentata nè visitata da alcuno dal momento che ne eravamo -usciti, ma era stata data in fitto per nove anni. Andai a ritrovare -quegli che l’aveva presa in fitto, finsi di avere un gran desiderio di -non veder passare in mani estranee una casa che apparteneva al padre ed -alla madre di mia moglie, offersi una buona uscita perchè fosse rotta -la scrittura, mi fu chiesto seimila fr., ne avrei dati diecimila, pur -ventimila. Li aveva indosso, feci soscrivere su due piedi la rinunzia; -quindi, allorchè fui possessore di questa tanto desiderata cessione, -partii al galoppo per Auteuil. Nessuno era entrato nella casa dal -momento che ne era uscito io. Erano le cinque dopo mezzogiorno, salii -nella camera rossa ed aspettai la notte. - -«Là, tutto ciò che io mi ripeteva da un anno nella continua mia agonia, -si rappresentò al mio pensiero molto più minaccioso che mai. Questo -Corso che mi aveva dichiarata la sua vendetta, che mi aveva seguito -da Nimes a Parigi, questo Corso che era nascosto nel giardino, che -mi aveva ferito, aveva certamente veduto scavare la fossa, mi aveva -veduto seppellire il fanciullo, egli poteva giungere a conoscervi, -forse vi conosceva già... non vi avrebbe un giorno fatto pagare il -segreto di questo terribile affare?... non sarebbe stata questa per -lui una ben dolce vendetta, quando avesse saputo che io non ero morto -della sua pugnalata? era dunque urgente che prima di ogni altra cosa, -con qualunque siasi rischio, facessi sparire le tracce di questo fatto -passato, che ne distruggessi le materiali vestigia; vi sarebbe sempre -rimasta abbastanza realtà nella mia memoria; per ciò aveva fatto -annullare la scrittura, per ciò era venuto, per ciò io aspettava. -Giunse la notte, la lasciai bene oscurare; io era senza lume in quella -camera, dove i soffi del vento agitavano il cortinaggio, dietro il -quale mi pareva sempre vedere nascondersi qualche spia; a quando a -quando fremevo, mi sembrava dietro a me, e in quel letto, sentire i -vostri lamenti, non osava voltarmi. Il cuore batteva nel silenzio, -ed io lo sentiva battere sì violentemente, che credeva che si sarebbe -riaperta la mia ferita; finalmente intesi spegnersi gli uni dopo gli -altri tutti i rumori della campagna. Capii che non aveva più nulla -a temere, che non poteva essere nè veduto nè inteso, e risolvetti di -discendere. - -«Ascoltate, Erminia, io mi credo tanto coraggioso, quanto un altro -uomo; ma quando mi cavai dal petto questa piccola chiave della scala -segreta, che aveva ritrovata nei miei abiti, che entrambi amavamo -tanto, e che voi avete voluto attaccare ad un anello d’oro; allorchè -aprii la porta, allorchè a traverso alla finestra vidi una pallida -luna gettare sugli scalini a chiocciola una striscia di luce bianca -simile ad uno spettro, mi rattenni al muro, fui vicino a gridare; mi -sembrava di diventar matto. Finalmente giunsi a divenir padrone di -me stesso. Discesi la scala, scalino per scalino; la sola cosa che -non aveva potuto vincere era uno strano tremore che mi aveva preso le -ginocchia: mi aggrappai alla rampa; se l’avessi lasciata un momento -sarei precipitato. - -«Giunsi alla porta di basso; al di fuori di essa una zappa era -appoggiata al muro; la presi, e m’inoltrai verso il gruppo d’alberi: -mi era munito di una lanterna cieca; in mezzo al prato mi fermai per -accenderla, indi continuai il cammino. Novembre stava per finire, -tutta la verdura del giardino era sparita, gli alberi non erano più che -scheletri con lunghe braccia scarne, e le morte foglie rumoreggiavano -con la sabbia sotto i miei piedi. - -«Lo spavento mi colpì sì fortemente il cuore che nell’avvicinarmi agli -alberi cavai una pistola di tasca e la caricai: credeva sempre vedere -la figura del Corso comparire a traverso dei rami. Osservai nei luoghi -più folti con la lanterna cieca; essi erano vuoti. Gettai gli occhi -ovunque intorno a me, io era realmente solo; nessun rumore turbava -il silenzio della notte, se non il canto di una civetta. Attaccai -la lanterna ad un ramo forcuto che aveva già notato un anno avanti, -nella stessa direzione ove mi fermai per iscavare la fossa. L’erba -durante l’estate era cresciuta moltissimo in questo luogo, e, giunto -l’autunno, nessuno era là venuto per tagliarla. Però un luogo meno -fornito attirò la mia attenzione; era evidente che là io voltai la -terra: mi misi all’opera. Era finalmente giunta quell’ora che aspettavo -da un anno! Ma come speravo, come lavoravo, come esaminavo ogni zolla -di terra, credendo sentire della resistenza all’estremità della mia -zappa; niente! eppure aveva fatto una buca due volte più grande della -prima. Credetti di essermi ingannato, di avere sbagliato il posto; mi -orizzontai, guardai gli alberi, cercai di riconoscere i particolari che -mi avevano colpito. Una brezza fredda ed acuta fischiava a traverso i -rami spogliati, e ciò non pertanto il sudore mi grondava dalla fronte. -Mi ricordai che avevo ricevuto il colpo di pugnale nel momento che -stava pestando la terra per fare sparire le tracce della fossa, mentre -pestava questa terra mi appoggiava ad un falso ebano; dietro a me era -una roccia artificiale destinata a servire da banco a chi passeggiava, -perchè cadendo la mia mano che aveva lasciata la zappa aveva sentito -il freddo della pietra: caddi situandomi nella stessa posizione, mi -rialzai, e mi rimisi a scavare allargando la fossa; niente, sempre -niente: la cassetta non v’era più. - -— La cassetta non v’era più! mormorò la sig.ª Danglars. - -— Non crediate che mi limitassi a questo tentativo, esaminai tutto -il dintorno; pensai che l’assassino avendo dissotterrata la cassetta, -credendo che fosse un tesoro, avesse voluto impadronirsene, e l’avesse -portata via, ma poi accorgendosi dell’errore avesse egli pure scavato -una fossa, e ve l’avesse deposta; niente. Quindi mi venne l’idea -che senza prendere tante cautele, l’avesse puramente e semplicemente -gettata in un qualche angolo. In questa ultima ipotesi mi abbisognava -per fare le mie ricerche aspettare il giorno: risalii nella camera ed -aspettai. Venne il giorno, discesi di nuovo, la mia prima visita fu -intorno al gruppo d’alberi, sperava di ritrovarvi delle tracce che mi -fossero sfuggite nell’oscurità. Io aveva rivoltata la terra sopra una -superficie di venti piedi quadrati, e per una profondità di più di due -piedi, una giornata sarebbe appena bastata ad un operaio salariato per -far ciò che io aveva fatto in un’ora. Niente, non vidi assolutamente -niente. Allora mi misi alla ricerca della cassetta; secondo le -supposizioni che aveva fatte, doveva essere sul sentiero che conduceva -alla porticella di uscita; ma questa nuova investigazione fu tanto -inutile quanto la prima, e col cuore serrato, ritornai agli alberi, che -essi pure non mi lasciavano più alcuna speranza. - -— Oh! gridò la sig.ª Danglars, vi era da diventarne pazzo. - -— Lo sperai un momento, disse Villefort, ma non ebbi questa fortuna; -però richiamando la mia forza, e per conseguenza le mie idee: perchè -quest’uomo avrebbe portato via quel cadavere? domandavo a me stesso. - -— Ma voi lo avete detto, per avere una prova. - -— Oh! no, signora, non poteva più essere questo; non si conserva -un cadavere per un anno; si porta ad un magistrato, e si fa la sua -deposizione. Ora non era accaduto niente di tutto ciò. - -— Ebbene, allora?... domandò Erminia palpitante. - -— Allora? vi è qualche cosa di più terribile, di più fatale, di -più spaventoso per noi, ed è che il fanciullo forse era vivo, e che -l’assassino lo aveva salvato. - -La sig.ª Danglars mandò un grido terribile afferrando le mani di -Villefort: — Mio figlio era vivo? diss’ella, avete seppellito mio -figlio vivo, signore! non eravate sicuro che era morto, e lo avete -seppellito! ah!.. - -La sig.ª Danglars si era alzata, e stava ritta davanti al procuratore -del Re, di cui teneva strette le mani tra le sue delicate, quasi -minacciosa. — Che so io? vi dico ciò come vi direi qualunque altra -cosa, rispose Villefort con una immobilità di sguardo che indicava -che questo uomo così potente era vicino a toccare la follia, o la -disperazione. - -— Ah! mio figlio, mio povero figlio! gridò la baronessa ricadendo sulla -sedia, e soffocando i singulti col fazzoletto. - -Villefort ritornò in sè, e comprese che per divergere l’uragano materno -che si accumulava sulla sua testa, bisognava far passare nella sig.ª -Danglars il terrore che egli stesso provava: - -— Comprendete che se la cosa è così, diss’egli alzandosi ed -avvicinandosi alla baronessa per parlare a voce anche più bassa, siam -perduti; questo fanciullo vive, e qualcuno sa che egli vive, qualcuno -è in possesso del nostro segreto; e poichè Monte-Cristo parla in faccia -nostra di un fanciullo dissotterrato là ove questo fanciullo non è più, -egli è certamente in possesso di questo segreto. - -— Dio giusto! Dio vendicatore! mormorò la sig.ª Danglars. - -Villefort non rispose che con una specie di ruggito. - -— Ma questo figlio, signore? riprese la madre ostinata. - -— Oh! quanto l’ho cercato! riprese Villefort contorcendosi le braccia, -quante volte l’ho chiamato nelle mie lunghe notti senza sonno! quante -volte ho desiderato una ricchezza da re, per acquistare un milione di -segreti da un milione d’uomini, e per trovare il mio segreto nel loro? -Finalmente un giorno che per la centesima volta riprendeva la zappa, -domandando a me stesso per la centesima volta ciò che questo Corso -avesse potuto fare del fanciullo; un fanciullo impaccia un fuggitivo; -forse accorgendosi che era ancor vivo lo aveva gettato nel fiume. - -— Oh! impossibile! gridò la sig.ª Danglars, si assassina un uomo per -vendetta, non si annega a sangue freddo un fanciullo! — Forse, continuò -Villefort, lo aveva portato all’ospizio degli esposti. — Oh! sì! sì! -gridò la baronessa, mio figlio è là, signore! — Io corsi all’ospizio, -ed intesi che quella notte stessa, la notte del 20 settembre, un -fanciullo era stato deposto nella ruota; era inviluppato in una mezza -salvietta di tela fina stracciata ad arte. Questa metà di salvietta -portava una metà di corona da barone, e la lettera L. - -— È quello, è quello! gridò la sig.ª Danglars, la mia biancheria era -marcata in tal modo; il sig. di Nargonne era barone, e si chiamava -Luigi; le salviette erano tutte marcate in tal modo. Grazie, mio Dio, -mio figlio non è morto! - -— No, egli non è morto. - -— E voi me lo dite? mi dite questo senza temere di farmi morire di -gioia, signore? ov’è, ov’è mio figlio? - -Villefort alzò le spalle — Lo so io forse? e credete che se il sapessi, -vi farei passare per tutte queste prove, e per tutte queste gradazioni -come farebbe un drammatico, od un romanziere? no, io non lo so. -Una donna, circa sei mesi dopo, era stata a reclamare il fanciullo, -coll’altra metà della salvietta. Questa donna aveva somministrate tutte -le guarentigie che esige la legge, e le fu rimesso. - -— Ma bisogna informarsi di questa donna... scoprirla. - -— E di che credete che mi sia occupato, signora? ho simulata una -istruzione giudiziaria, ed ho messo in cerca, ed in azione, quanto la -polizia possiede di fine lime, e di destri messi. Le sue tracce furono -ritrovate a Châlons; ma a Châlons si sono perdute. - -— Perdute? — Sì, perdute; perdute per sempre. - -La sig.ª Danglars aveva ascoltato questo racconto con un sospiro, una -lagrima, un grido per ciascuna particolarità. - -— E qui sta il tutto? e vi siete limitato a ciò? - -— Oh no, disse Villefort, non ho mai cessato di cercare, di continuare -ad informarmi, però dopo due o tre anni mi era alquanto rallentato. -Oggi però ritornerò a cominciare con maggior accanimento che mai, e vi -riuscirò perchè non è più la coscienza che mi vi spinge, ma bensì la -paura. - -— Ma, il conte di Monte-Cristo non sa niente; senza di che, mi sembra, -non ci cercherebbe come fa. - -— Oh! la cattiveria degli uomini è grandemente profonda, disse -Villefort, poichè è più profonda della bontà di Dio. Avete osservati -gli occhi di quest’uomo mentre ci parlava? l’avete qualche volta -esaminato profondamente? - -— Senza dubbio egli è bizzarro; ma ecco tutto; una cosa soltanto mi ha -colpito, ed è che di tutto quello squisito pranzo che ci ha dato, nulla -ha toccato. - -— Sì, sì! disse Villefort, io pure l’ho notato. Se avessi saputo ciò -che so ora, non avrei toccato niente; avrei creduto che avesse voluto -avvelenarci. - -— E vi sareste sbagliato, ben lo vedete. - -— Sì, senza dubbio; ma, credetemi, quest’uomo nasconde altri disegni, -ecco perchè vi ho voluto vedere, ecco perchè ho domandato parlarvi, -ecco perchè ho voluto premunirvi contro tutti, ma particolarmente -contro di lui. Ditemi, continuò Villefort fissando gli occhi sulla -baronessa ancor più profondamente che non aveva fatto fino allora, -ditemi non avete parlato del nostro legame con alcuno? - -— Giammai, con alcuno, disse la baronessa arrossendo; ve lo giuro. - -— Non avete l’abitudine di scrivere la sera ciò che vi è accaduto nel -giorno? non fate il vostro giornale? - -— No! ahimè! la mia vita passa, trasportata dalle frivolezze, e la -dimentico io stessa. - -— Non parlate sognando? — Ho un sonno da fanciullo. - -— Capisco ciò che mi resta a fare, riprese Villefort; prima di -otto giorni saprò chi è questo sig. di Monte-Cristo, di dove viene, -ove va, e per qual ragione parla alla nostra presenza di fanciulli -dissotterrati nel suo giardino. - -Villefort pronunciò queste parole con un accento che avrebbe fatto -fremere il conte se lo avesse potuto sentire. - -Indi strinse la mano alla baronessa che aveva ripugnanza a dargliela, e -la ricondusse con rispetto fino alla porta. - -La sig.ª Danglars riprese un’altra vettura da nolo che la ricondusse al -passaggio, alla parte opposta del quale ritrovò la sua carrozza ed il -cocchiere che, aspettandola, dormiva tranquillamente al suo posto. - - - - -LXVII. — UN BALLO IN ESTATE. - - -Nello stesso giorno verso l’ora in cui la sig.ª Danglars teneva la -seduta che abbiam descritta nel gabinetto del procuratore del Re, una -carrozza da viaggio entrando nella strada Helder, s’introduceva per -la porta n. 27 e si fermava nel cortile. Un momento dopo si apriva lo -sportello e la sig.ª de Morcerf ne discendeva, appoggiandosi al braccio -di suo figlio. Appena Alberto ebbe accompagnata sua madre alle stanze -di lei, ordinando un bagno ed i suoi cavalli, si fece condurre ai -_Campi-Elisi_ dal conte di Monte-Cristo. - -Il conte lo ricevette col suo abituale sorriso. Era cosa straordinaria; -non sembrava mai di poter fare un passo in avanti nel cuore di -quest’uomo. Quelli che volevano, per dir così, sforzare il passaggio -della sua intimità, ritrovavano un muro. Morcerf, che accorreva a lui a -braccia aperte, lasciò vedendolo, ad onta del suo sorriso amichevole, -cadere le braccia, ed osò appena stendergli la mano. Dal suo canto -Monte-Cristo gliela toccò come faceva sempre, ma senza stringerla. — -Ebbene! eccomi, diss’egli, caro conte. - -— Siate il ben venuto. - -— Sono arrivato da un’ora. — Da Dieppe? - -— No, da Tréport, la mia prima visita è per voi. - -— È grazioso per parte vostra, disse Monte-Cristo nel modo con cui -avrebbe detta qualunque altra cosa. - -— Ebbene! vediamo che novità vi sono? - -— Novità! le chiedete a me, ad uno straniero! - -— M’intendo io: quando vi chiedo novità, vi chiedo se avete fatto -qualche cosa per me. - -— Mi avete voi dunque incaricato di qualche commissione? disse -Monte-Cristo fingendo d’essere inquieto. - -— Via, via, disse Alberto: non simulate indifferenza; si dice che vi -sono delle sensazioni simpatiche che attraversano le distanze. Ebbene -a Tréport ho ricevuto la mia scossa elettrica; se non avete operato per -me, almeno avete pensato a me. - -— Ciò è possibile, disse Monte-Cristo. Ho di fatto pensato a voi, ma -la corrente elettrica di cui era il conduttore operava, ve lo confesso, -indipendentemente dalla mia volontà. - -— Da vero, raccontatemi, ve ne prego. - -— È facile. Il sig. Danglars ha pranzato da me. - -— Lo so bene, poichè per fuggire la sua presenza, mia madre ed io -partimmo. — Ma ha pranzato ancora col sig. Andrea Cavalcanti. — Il -vostro principe italiano. — Non esageriamo, il sig. Andrea si dà -soltanto il titolo di conte. - -— Si dà dite voi? — Dico, si dà. — Dunque non lo è? - -— E lo so io? egli se lo dà, io lo do a lui, tutti a lui lo danno, non -è come se lo avesse? — Uomo strano; avanti! ebbene? - -— Ebbene! che? - -— Il sig. Danglars ha dunque pranzato qui? — Sì. - -— Col vostro conte Andrea Cavalcanti? - -— Col conte Andrea Cavalcanti, il marchese suo padre, la sig.ª -Danglars, il sig. e la sig.ª de Villefort, il sig. Debray, Massimiliano -Morrel, e poi chi altro ancora?... Aspettate.... Ah! il sig. -Château-Renaud. - -— Si è parlato di me? — Non se ne è detta una parola. - -— Tanto peggio. — Perchè tanto peggio? mi pare che se siete stato -dimenticato, non fu fatto, che quel che desideravate! - -— Mio caro conte, se non si è parlato di me, è segno che vi pensano -molto; ed allora sono alla disperazione. - -— Che v’importa, quando madamigella Danglars non era nel numero di -quelli che qui vi pensavano: Ah! è vero, ella poteva pensarvi da casa -sua. - -— Oh! in quanto a questo, no, ne sono sicuro, o, s’ella vi pensava, fu -certo allo stesso modo che io pensava a lei. - -— Commovente simpatia! disse il conte. Allora vi detestate? - -— Ascoltate, disse Morcerf, se madamigella Danglars fosse donna -da prendere pietà del martirio ch’io non soffro per lei, e da -ricompensarmene al di fuori delle convenzioni matrimoniali stabilite -fra le nostre due famiglie, ciò mi andrebbe a meraviglia. Alle corte, -credo che madamigella Danglars sarebbe una graziosissima amica, ma come -moglie, diavolo... - -— Così questo è il vostro modo di pensare sulla vostra fidanzata? - -— Un poco brutale, è vero, ma per lo meno esatto. - -— Siete difficile, visconte. — Sì, perchè spesso penso ad una cosa -impossibile. — A quale? — A trovarmi per moglie una donna come quella -che mio padre ha trovato per lui. - -Monte-Cristo impallidì, e guardò Alberto che scherzava con delle -magnifiche pistole, delle quali faceva rapidamente scoccare le suste. - -— Dunque vostro padre è stato molto felice? diss’egli. - -— Sapete la mia opinione sul conto di mia madre, sig. conte: un -angiolo del cielo: voi la vedete bella ancora, spiritosa sempre, più -buona che mai. Giungo da Tréport; per tutt’altro figlio, eh! mio Dio! -accompagnare sua madre sarebbe una compiacenza od un sacrificio. Ma io, -io passo quattro giorni da solo a sola con lei, più soddisfatto, più -poetico ancora di quel che se avessi accompagnato a Tréport la regina -Mab, o Titania. - -— Questa è una perfezione, che dispera, e voi date a quanti vi sentono -gran volontà di restare celibi. - -— Ecco precisamente, rispose Morcerf, perchè, sapendo ch’esiste al -mondo una donna perfetta, non mi curo di sposare madamigella Danglars. -Avete mai notato come il nostro egoismo riveste dei colori più -brillanti tutto ciò che ci appartiene? Il diamante che luccicava nella -invetriata di Merlé o di Fossin diventa più bello ancora dopo che è -nostro; ma se l’evidenza ci sforza a conoscere che ve n’è un altro di -un’acqua più pura, e che voi siate condannato a portare eternamente -questo diamante inferiore all’altro, capite quanto dev’essere il -soffrire. Ecco perchè io balzerò di gioia il giorno in cui madamigella -Danglars si accorgerà che non sono che un meschino atomo, e che ho -appena tante centinaia di mille fr. per quanti milioni ha lei. - -Monte-Cristo sorrise. — Io aveva ben pensato ad una cosa, continuò -Alberto. Franz ama le cose eccentriche; voleva che si innamorasse di -madamigella Danglars, ma ad onta di quattro lettere che gli ho scritto -nello stile più spaventoso, egli mi ha imperturbabilmente risposto: -«Io sono eccentrico, è vero, ma la mia eccentricità non giunge fino a -ritirare la mia parola quando l’ho impegnata.» - -— Ecco ciò che io chiamo trasporto d’amicizia, dare ad un altro per -moglie la donna che non si vorrebbe per sè, che nella condizione -d’amica. - -Alberto sorrise. — A proposito, giunge questo caro Franz; ma poco -v’importa, voi non lo amate credo? - -— Io! disse Monte-Cristo; eh! mio caro visconte, e da che arguite che -io non amo il sig. Franz? Caro visconte, io amo tutto il mondo. - -— Ed io sono compreso in tutto il mondo... grazie. - -— Oh! non confondiamo, disse Monte-Cristo; amo tutto il mondo nel modo -che Dio ci ordina di amare il nostro prossimo, cristianamente; ma non -odio che certe determinate persone. Ritorniamo al sig. Franz; dite che -ritorna? - -— Sì, chiamato dal sig. de Villefort, anch’egli arrabbiato tanto, a -ciò che sembra, per maritare madamigella Valentina, quanto Danglars per -maritar madamigella Eugenia. Pare certamente che lo stato più faticoso -sia quello di essere padre di giovanette adulte; sembra che questo dia -loro la febbre, e che il loro polso batta 80 volte il minuto fin tanto -che non se ne siano spacciati. - -— Ma il sig. d’Épinay non vi rassomiglia; sembra ch’egli prenda il suo -male con pazienza. - -— Anche meglio così, che egli lo prende sul serio; si mette già la -cravatta bianca e parla della sua famiglia. Del resto ha per Villefort -grandissimo rispetto. - -— Meritato, non è vero? - -— Villefort è sempre passato per un uom severo, ma giusto. - -— Alla buon’ora, eccone finalmente uno, disse Monte-Cristo, che non -trattate come quel povero Danglars. - -— Forse dipenderà dal non essere obbligato a sposarne la figlia, disse -Alberto ridendo. - -— In verità, mio caro signore, ripetè Monte-Cristo, siete di una -fatuità stomachevole. - -— Io? — Sì voi... prendete un sigaro. - -— Ben volentieri, e perchè son fatuo? - -— Ma perchè state là a difendervi, a dibattervi per non voler sposare -madamigella Danglars. Oh mio Dio! lasciate andare le cose, e forse non -sarete il primo a ritirar la parola. - -— Bah! fece Alberto aprendo due grandi occhi. - -— Eh! senza dubbio, sig. visconte, non vi si metterà per forza la testa -fra le porte; che diavolo! Via, sul serio, avete volontà di romperla? - -— Pagherei cento mila franchi per questo. - -— Ebbene! siete felice: il sig. Danglars è disposto a pagare il doppio -per giungere alla stessa meta. - -— Ed è vero questa felicità? disse Alberto, che però dicendo ciò non -potè far a meno di impedire che non passasse una impercettibile nube -sul suo viso. Ma, mio caro conte, il sig. Danglars ha dunque dei -motivi?... - -— Ah! eccoli là, natura orgogliosa ed egoista! alla buon’ora, ritrovo -l’uomo che vuole lacerare l’amor-proprio degli altri a colpi di -mannaia, e che grida quando si fora il suo con una spilla. - -— No, ma perchè mi sembra che il sig. Danglars... - -— Dovesse essere contentissimo di voi, non è vero? Ebbene il sig. -Danglars è un uomo di cattivo gusto, ma è ancor più contento di un -altro... - -— E di chi dunque? - -— Non lo so; studiate, guardate, afferrate le allusioni al loro -passaggio, e ricavatene profitto per voi. - -— Buono, capisco; ascoltate, mia madre... no! non mia madre, mi -sbaglio, mio padre ha concepito l’idea di dare una festa di ballo. - -— Una festa di ballo in questa stagione dell’anno? - -— I balli in estate sono alla moda. - -— Se non vi fossero, la contessa non avrebbe che a desiderarlo, e ve li -metterebbero. - -— Non c’è male; capirete che questi sono balli di sangue purissimo; -quelli che restano a Parigi nel mese di Giugno sono veri parigini. -Vorreste incaricarvi di un invito per i sig. Cavalcanti? - -— Fra quanti giorni avrà luogo questo ballo? — Sabato. - -— Il sig. Cavalcanti padre sarà partito. — Ma il sig. Cavalcanti -figlio vi rimane. Volete voi incaricarvi di accompagnarvelo? — Sentite -visconte, non lo conosco. - -— Non lo conoscete? — No, l’ho veduto per la prima volta tre o quattro -giorni sono, e non ne rispondo per niente. — Ma voi però lo ricevete? - -— Io, è un’altra cosa; mi è stato raccomandato da un bravo abate, che -potrebbe anch’egli essere stato ingannato. Invitatelo direttamente, sta -bene, ma non mi chiedete di presentarlo; se in seguito dovesse sposare -madamigella Danglars, mi accusereste di maneggio, e vi vorreste tagliar -la gola meco; d’altra parte non so se vi andrò io stesso. - -— Dove? — Al vostro ballo. — E perchè non ci verrete? - -— Primieramente non mi avete ancora invitato. - -— Vengo espressamente per portarvi il vostro invito. - -— Oh! siete troppo gentile, ma posso esserne impedito. - -— Quando vi avrò detta una cosa, sarete abbastanza amabile per -sacrificarci tutti i vostri impedimenti. - -— Dite. — Mia madre ve ne prega. - -— La contessa de Morcerf? riprese Monte-Cristo rabbrividendo. - -— Ah! conte, disse Alberto, vi prevengo, che la sig.ª de Morcerf, parla -meco liberamente; e se non vi siete sentito scricchiolare le fibre -simpatiche di cui vi parlavo or ora, è segno che ne siete del tutto -privo, mentre per quattro giorni non abbiam fatto che parlare di voi. - -— Di me? in verità voi mi ricolmate... - -— Ascoltate, questo è il privilegio della vostra posizione, quando si è -un problema vivente. - -— Ah! son dunque un problema pure per vostra madre? In verità, l’avrei -creduta troppo ragionevole per abbandonarsi a simili traviamenti -d’immaginazione! - -— Così, verrete sabato? — Poichè la sig.ª de Morcerf me lo comanda. — -Siete obbligante. — Ed il sig. Danglars? - -— Oh! ha già ricevuto il suo triplice invito; mio padre se n’è -incaricato. Cercheremo pure di avere il gran d’Aguesseau, il sig. de -Villefort; ma ne disperiamo ancora. - -— Non bisogna mai disperare di niente, dice il proverbio. - -— Ballate, caro conte? — Io? — Sì, voi; che vi sarebbe di maraviglioso -se ballaste? — Ah! infatto fin tanto che non si sono oltrepassati i -quarant’anni.... No, non ballo; ma amo veder ballare. E la sig.ª de -Morcerf balla? - -— Mai; parlerete, ella ha tanta volontà di parlar con voi! — Da vero? - -— Vi dichiaro che siete il primo uomo pel quale mia madre ha -manifestato una simile curiosità. — Alberto prese il cappello e si -alzò; il conte lo ricondusse fino alla porta. - -— Mi faccio un rimprovero, diss’egli fermandolo sull’alto della -scalinata. — E quale? — Sono stato indiscreto: non doveva parlarvi del -sig. Danglars. - -— Al contrario, parlatemene pure, spesso, sempre; ma nello stesso modo. - -— Bene! A proposito, quando arriverà d’Épinay? - -— Fra 5, 6 giorni al più. — E quando prenderà moglie? - -— Subito che giungono il sig. e la sig.ª di Saint-Méran. - -— Conducetemelo dunque tosto che sarà a Parigi. Quantunque pretendiate -che non l’ami, vi dichiaro che sarò fortunato di rivederlo. - -— Benissimo, i vostri ordini saranno eseguiti. A rivederci. Sabato, in -ogni caso, di certo, non è vero? - -— Come dunque! ho data la mia parola. — Il conte seguì con gli occhi -Alberto, salutandolo colla mano: indi quando fu risalito sul suo -_phaéton_, si rivoltò, e trovando Bertuccio dietro di sè: — Ebbene? -domandò egli. - -— Ella è andata al palazzo, rispose l’intendente. - -— E vi si è fermata lungo tempo? — Un’ora e mezzo. - -— Ed è rientrata in sua casa? — Direttamente. - -— Ebbene! caro Bertuccio, disse il conte, se ora mi resta un consiglio -da darvi, si è di vedere se in Normandia ritroviate quella piccola -terra di cui vi ho parlato. - -Bertuccio lo salutò, e siccome i suoi desideri erano in perfetta -armonia coll’ordine che aveva ricevuto, partì nella stessa sera. - - - - -LXVIII. — LE INFORMAZIONI. - - -De Villefort mantenne la parola alla signora Danglars, e -particolarmente a sè stesso; di sapere in qual modo il conte di -Monte-Cristo avea potuto conoscere la storia della casa di Auteuil: -scrisse nello stesso giorno ad un certo sig. de Boville, che, dopo di -essere stato in altri tempi ispettore delle prigioni, era impiegato con -un grado superiore alla polizia di sicurezza, per avere le informazioni -che desiderava, e questi chiese due giorni per sapere con giustizia -da chi potrebbe informarsene. Passati i due primi giorni, de Villefort -ricevette la lettera seguente. - -«La persona che si chiama il conte di Monte-Cristo è conosciuta -particolarmente da lord Wilmore, ricco forestiero che qualche volta -si vede a Parigi, e che presentemente vi si trova: egli è conosciuto -egualmente dall’abate Busoni, prete siciliano di grande riputazione in -Oriente, ove ha fatto moltissime buone opere.» - -Il sig. de Villefort rispose coll’ordine di prendere sopra questi -due stranieri le informazioni più sollecite, e più precise; la dimane -a sera i suoi ordini erano eseguiti, ed ecco le informazioni che ne -riceveva: - -«L’abate, il quale non era a Parigi che per un mese, abitava dietro S. -Sulpicio, in una piccola casa composta di un sol piano al disopra, e di -un pian terreno; quattro camere, due in alto e due in basso formavano -tutta l’abitazione, di cui egli era l’unico inquilino. - -«Le due camere di basso si componevano di una sala da pranzo con -tavola, sedie, e credenza di noce, e di un salotto tinto in bianco -senz’ornamenti, senza tappeto, e senza orologio a pendolo. Si -vedeva che l’abate per sè stesso si limitava agli oggetti di stretta -necessità. - -«È vero che egli preferiva di abitare il primo piano: composto di un -salotto, tutto ricoperto di libri di teologia, e di pergamene, fra -le quali lo si vedeva seppellire, al dir del suo cameriere, per mesi -interi; era in realtà piuttosto una biblioteca che un salotto. Questo -cameriere guardava i visitatori a traverso di una specie di feritoia, -ed allorchè la loro figura gli era sconosciuta o non gli piaceva, -rispondeva che il sig. abate non era a Parigi; ciò contentava molti, -sapendo che l’abate viaggiava spesso, e che qualche volta restava -assente lungo tempo. Del resto che sia in casa, o no, che si trovi a -Parigi o al Cairo, l’abate regala sempre, e la feritoia serve di ruota -alle elemosine che il cameriere distribuisce incessantemente a nome del -suo padrone. - -«L’altra camera situata vicino alla biblioteca, era una camera da -dormire. Un letto senza tende, quattro sedie, ed un canapè di velluto -d’Utrecht giallone, ne formavano con un inginocchiatoio tutto il -mobilio. - -«Quanto a lord Wilmore, abitava strada Fontaine-Saint-George. Era uno -di quegli inglesi _toristi_, che mangiano tutta la loro fortuna in -viaggi: prendeva in fitto e mobigliato l’appartamento in cui abitava, -e nel quale passava solo due ore del giorno, e vi dormiva raramente. -Una delle sue manie era di non volere assolutamente parlare la lingua -francese, che però scriveva, assicuravasi, con molta purezza». - -La dimane del giorno in cui erano giunte queste preziose informazioni -al procuratore del re, un uomo, che discendeva di carrozza all’angolo -della strada Férou, venne a bussare ad una piccola porta tinta di verde -oliva, e domandò dell’abate Busoni. - -— L’abate è uscito fin da questa mattina, rispose il cameriere. - -— Potrei non contentarmi di questa risposta, disse il visitatore, -poichè vengo per parte di una persona, per la quale si è sempre in -casa. Ma vogliate rimettere all’abate Busoni... - -— Vi ho già detto che non c’è, riprese il cameriere. - -— Allora, quando ritornerà, consegnategli questa carta e questo foglio -sigillato. Questa sera alle otto il sig. abate sarà in casa? - -— Oh! senza dubbio, a meno che non sia occupato nei suoi lavori, perchè -allora è lo stesso che se fosse uscito. - -— Ritornerò dunque questa sera nell’ora convenuta, riprese il -visitatore; e si ritirò. — Infatto all’ora indicata, lo stesso uomo -ritornò nella stessa carrozza, ma questa volta, invece di fermarsi -all’angolo della strada Férou, si fermò davanti alla porta verde. -Bussò, gli fu aperto, ed entrò. - -Ai segni di rispetto di cui fu prodigo il cameriere verso di lui, -comprese che la lettera aveva fatto l’effetto desiderato. — Il sig. -abate è in casa? - -— Sì, lavora nella sua biblioteca, ma aspetta il signore, rispose il -servitore. — Lo straniero salì una scala abbastanza ripida, e davanti -una tavola, la cui superficie era inondata dalla luce che concentrava -un gran paralume, mentre che il resto dell’appartamento era nell’ombra, -scoperse l’abate in abito ecclesiastico, colla testa coperta da una di -quelle grandi cocolle, sotto le quali si nascondevano il cranio i saggi -in uso del medio evo. - -— Ho l’onore di parlare al sig. Busoni? domandò il visitatore. — -Sì, signore, rispose l’abate; e voi siete la persona che il sig. de -Boville, antico intendente delle prigioni, m’invia per parte del sig. -prefetto di polizia? — Precisamente, signore. — Uno degli uffiziali -soprapposti alla pubblica sicurezza di Parigi? - -— Sì, signore, rispose lo straniero con una specie di esitazione, e -sopra tutto con un poco di rossore. - -L’abate si accomodò i grandi occhiali che gli coprivano gli occhi, e -si mise a sedere, facendo segno al visitatore di fare altrettanto: — -Io vi ascolto, signore, disse l’abate con un accento italiano il più -pronunziato. - -— La missione di cui sono stato incaricato, signore, riprese il -visitatore calcando sopra ciascuna parola come se esse avessero avuto -pena ad uscire, è una missione di confidenza tanto per quegli che la -compie, quanto per quegli per mezzo del quale si compie. — L’abate -s’inchinò. — Sì, riprese lo straniero, la vostra probità, sig. abate, -è tanto conosciuta dal prefetto di polizia, ch’egli come magistrato -vuol da voi sapere una cosa che importa a questa sicurezza pubblica, a -nome della quale sono stato eletto deputato: speriamo dunque, che non -vi saranno nè legami di amicizia, nè considerazioni umane che possano -impegnarvi a nascondere la verità alla giustizia. - -— Purchè, signore, le cose che v’importa sapere non tocchino in alcun -modo gli scrupoli della mia coscienza: son prete, ed i segreti della -confessione devono rimanere fra me e la giustizia di Dio, e non fra me -e la giustizia umana. - -— Oh! siate tranquillo, sig. abate. — A queste parole, l’abate, -passando dalla sua parte il paralume lo alzò dalla parte opposta, di -modo che illuminando il viso dello straniero, il suo rimaneva sempre -nell’ombra. — Perdono, signore abate, disse l’inviato del prefetto di -polizia, ma questa luce mi stanca terribilmente la vista. — L’abate -abbassò il cartone verde. — Ora, signore, vi ascolto, parlate. - -— Eccomi al fatto. Conoscete il sig. di Monte-Cristo? - -— Volete parlare del sig. Zaccone, presumo? - -— Zaccone!... Non si chiama dunque Monte-Cristo? - -— Monte-Cristo è il nome di una terra, o piuttosto di uno scoglio, e -non il nome di famiglia. - -— Ebbene! sia; non discutiamo sulle parole, e poichè il sig. di -Monte-Cristo ed il sig. Zaccone sono lo stesso uomo... - -— Assolutamente lo stesso. — Parliamo del sig. Zaccone. - -— Sia. — Vi domandava se lo conoscete? — Molto. - -— Chi è egli? — Il figlio di un ricco armatore di Malta. - -— Sì, lo so bene, questo è quanto dicesi; ma, capirete, la polizia non -può contentarsi di un _dicesi_. - -— Ciò non ostante, riprese l’abate con un sorriso del tutto affabile, -quando questo _dicesi_ è la verità, bisogna bene che tutti se ne -contentino, e che la polizia faccia come gli altri. - -— Ma siete sicuro di ciò che dite? — Come! se ne son sicuro? — -Osservate, signore, che non ho alcun sospetto sulla vostra buona fede. -Vi dico, siete sicuro? - -— Ascoltate, ho conosciuto il sig. Zaccone padre, e mentre ero -fanciullo ho scherzato dieci volte con suo figlio nei cantieri di -costruzione. - -— Ma pure questo titolo di conte?... — Sapete, che si compra. — In -Italia? — Da per tutto. - -— Ma queste ricchezze immense, a quanto dicesi. - -— Oh! in quanto a ciò, immense, è una parola. - -— Quanto credete che possegga? - -— Oh! egli avrà bene da 150 a 200 mila lire di rendita. - -— Ah! ecco ciò che è ragionevole, disse il visitatore, ma si parlava -di tre, di quattro milioni! — Due cento mila lire di rendita, fanno -precisamente un capitale di quattro milioni. — Ma si parlava di tre, o -quattro milioni di rendita. - -— Oh! ciò non è credibile. — E voi conoscete la sua isola di -Monte-Cristo? — Certamente; chiunque viene da Palermo, da Napoli, o -da Roma in Francia, per la via di mare, la conosce, perchè è passato -vicino ad essa, e l’ha veduta passando. — È un soggiorno incantevole a -quanto assicurasi. — Non è che un semplice scoglio. - -— E perchè dunque il conte ha comprato uno scoglio? - -— Precisamente per essere conte. In Italia per diventar conte vi è -ancora bisogno di una contea. - -— Avrete senza dubbio inteso parlar delle avventure della gioventù del -sig. Zaccone. — Il padre? — No, il figlio. - -— Ah! ecco ove cominciano le mie incertezze, perchè di lì ho perduto di -vista il giovine camerata. - -— Egli ha fatto la guerra? — Credo che abbia servito. - -— In quale arma? — Nella marina. — Vediamo, non siete il suo -confessore? — No, signore; lo credo luterano. - -— Come, luterano? — Dico, che credo; non affermo. D’altra parte credevo -che in Francia fosse stata stabilita la libertà dei culti. - -— Senza dubbio, per cui non ci occupiamo in questo momento delle sue -credenze ma delle sue azioni; in nome del sig. prefetto di polizia, vi -intimo di dire tutto ciò che ne sapete. - -— Egli passa per un uomo molto caritatevole. In Roma è stato fatto -cavaliere del Cristo, per gli eminenti servigi resi ai cristiani -d’Oriente; ha cinque o sei croci per servigi resi ai principi o agli -stati. - -— E non le porta? — No, ma ne va superbo; dice che ama più le -ricompense accordate ai benefattori dell’umanità, che quelle accordate -ai distruttori degli uomini. - -— È dunque un _quacquero_. — Precisamente. — Si conosce che abbia -amici? — Sì, perchè ha per amici tutti quelli che lo conoscono. — Ma -finalmente avrà qualche nemico? - -— Un solo. — Come si chiama? — Lord Wilmore. - -— Dov’è egli? — In questo momento si ritrova a Parigi. - -— E può darmi informazioni? — Preziose. Egli era nell’India nello -stesso tempo di Zaccone. — Sapete dove stia? - -— In qualche parte della Chaussée-d’Antin; ma non so nè il numero, nè -la strada. — Siete in urto con questo inglese? — Io amo Zaccone, egli -lo detesta; siamo freddi per questa ragione. - -— Sig. abate, credete che il conte di Monte-Cristo sia mai stato in -Francia prima di questo viaggio, e che cosa sia venuto a fare a Parigi? - -— Ah! per questo poi posso rispondervene asseverantemente: egli non -c’è mai stato, mentre si è rivolto a me, saran sei mesi, per avere le -informazioni che desiderava. Dal mio lato, siccome non sapeva a qual -epoca io stesso sarei ritornato a Parigi, gli ho indirizzato il sig. -Cavalcanti. - -— Andrea? — No; Bartolommeo, il padre. - -— Benissimo, signore; non ho più a domandarvi che una cosa, e vi intimo -in nome dell’onore, dell’umanità, e della religione di rispondermi -senza raggiri di parole. - -— Dite pure, signore. — Sapete voi con quale scopo il sig. di -Monte-Cristo ha comprato una casa ad Auteuil? - -— Certamente, poichè me lo ha detto. — Con quale scopo, signore? — Con -quello di fondarvi un ospizio per gli alienati, del genere di quello -fondato a Palermo dal barone Pisani. Conoscete questo ospizio? — Di -fama, sì, signore. - -— Ella è una istituzione magnifica. — E con questo, l’abate salutò -lo straniero come uomo che desiderava far conoscere che non sarebbe -dispiacente a rimettersi al lavoro interrotto. Il visitatore sia che -capisse il desiderio dell’abate, sia che fosse al termine delle sue -interrogazioni, si alzò a sua volta; l’abate lo ricondusse fino alla -porta. — Voi fate delle splendide elemosine, disse il visitatore, e -quantunque si dica che siete ricco, oserei offrirvi qualche cosa per i -vostri poveri; dal canto vostro sdegnereste accettare la mia offerta? - -— Grazie, signore, non v’è che una cosa sola di cui io sia -geloso in questo mondo, ed è che il bene che io faccio venga da -me soltanto. Questa è una risoluzione invariabile. Ma cercate -signore, e ritroverete: pur troppo sul sentiero di ciascun ricco, -si urta in molte miserie! — L’abate salutò un’ultima volta aprendo -la porta: lo straniero salutò anch’egli, ed uscì. La carrozza -lo condusse direttamente dal sig. Villefort. Un’ora dopo, la -carrozza uscì nuovamente, e questa volta si diresse verso la strada -Fontaine-Saint-George. - -Al n. 5 si fermò: là abitava lord Wilmore. - -Lo straniero aveva scritto a lord Wilmore per domandargli un convegno -che questi aveva fissato per le dieci. Così, siccome lo inviato del -sig. prefetto di polizia era giunto dieci minuti prima delle dieci, -gli fu risposto che lord Wilmore, che era l’esattezza e la puntualità -in persona, non era ancora rientrato, ma che rientrerebbe per certo al -batter delle dieci. - -Il visitatore aspettò nella sala, che nulla aveva di notevole, ed era -come tutte le sale degli appartamenti ammobigliati. Un caminetto con -due vasi di Sèvres moderni, un orologio a pendolo con un Amore che -teneva l’arco, uno specchio in due pezzi. Da ciascun lato di questo -specchio vi era un’incisione, una rappresentante Omero portante la -sua guida, l’altra Belisario chiedendo l’elemosina; una carta grigia -sul muro, un tavolo ricoperto da un tappeto rosso stampato in nero, -tale era la sala di lord Wilmore. Essa era illuminata da due globi di -vetro appannato che non spandevano che una debolissima luce, disposta -espressamente per gli occhi stanchi dell’inviato dal sig. prefetto di -polizia. In capo a dieci minuti suonarono le dieci; al quinto colpo, la -porta si aprì, e comparve lord Wilmore. - -Era un uomo piuttosto grande, aveva le barbette rade e rosse, la -pelle bianca, ed i capelli biondi grigiastri; era vestito con tutta -la eccentricità inglese, cioè, portava un abito blu coi bottoni di -oro e col colletto alto ed imbottito, un gilè di casimiro bianco, ed -un calzone di nanchina, tre pollici troppo corto, ma che i sottopiedi -della stessa roba impedivano di risalire fino alle ginocchia. La sua -prima parola entrando, fu: - -— Sapete, o signore, che io non parlo il francese. - -— So almeno che non amate parlare la nostra lingua, rispose l’inviato -del prefetto di polizia. — Ma potete parlarla, riprese Lord Wilmore; -perchè se non la parlo, la capisco. — Ed io, riprese il visitatore, -cambiando l’idioma, parlo abbastanza facilmente l’inglese per sostenere -la conversazione in questa lingua. Non vi incomodate dunque, signore, -e gli presentò la lettera d’introduzione. Questi la lesse con tutta la -flemma anglicana; poi, quando ebbe terminato: — Capisco, diss’egli in -inglese, capisco benissimo. - -Allora cominciarono le interrogazioni. Esse furono presso a poco le -stesse di quelle indirizzate all’abate Busoni. Ma siccome Lord Wilmore, -nella sua qualità di nemico del conte di Monte-Cristo, non vi metteva -la stessa ritenutezza dell’abate, furono molto più estese; raccontò la -gioventù di Monte-Cristo, che, secondo lui, era entrato al servizio -all’età di dieci anni presso uno di quei piccoli sovrani dell’India -che fanno la guerra agl’Inglesi; là lo aveva incontrato per la prima -volta, ed essi avevano combattuto l’un contro l’altro; in questa guerra -Zaccone era stato fatto prigioniero, e mandato in Inghilterra, messo -su i pontoni, di dove era fuggito a nuoto. Allora aveva incominciato -i suoi duelli, le sue passioni; giunta l’insurrezione della Grecia, -aveva servito nelle file dei Greci. Mentre che era al loro servizio, -aveva scoperto una miniera d’argento nelle montagne della Tessaglia, -ma si era ben guardato dal parlarne con chicchesia. Dopo la battaglia -di Navarrino, e quando il governo Greco fu consolidato, domandò al -re Ottone un privilegio per lo scavo di questa miniera, e gli fu -accordato. Di là venne quella immensa fortuna che poteva, secondo Lord -Wilmore, calcolarsi a due milioni di rendita, la quale però poteva -d’improvviso cessare, se la miniera cessava. - -— Ma, sapete perchè sia venuto in Francia? - -— Vuole speculare sulle strade ferrate, disse Lord Wilmore; e poi, -essendo un valente chimico, ed un fisico non men distinto, ha scoperto -un nuovo telegrafo di cui cerca l’applicazione. — Quanto spenderà circa -ogni anno? - -— Oh! cinque, o sei cento mila fr. tutto al più, disse Lord Wilmore; -egli è avaro. - -Era evidente che l’odio faceva parlare l’inglese, e che, non sapendo -qual cosa rimproverare al conte, gli rimproverava la sua avarizia. - -— Sapete qualche cosa della sua casa d’Auteuil? - -— Sì certamente. — Ebbene che ne sapete? - -— Domandate con quale scopo l’ha comprata? — Sì. - -— Ebbene! il conte è uno speculatore che certamente si rovinerà in -esperimenti ed in utopie: egli pretende che ad Auteuil, nelle vicinanze -della casa che ha comprato, vi sia una corrente di acqua minerale, che -può rivaleggiare con le acque di Bagnères di Luchon, e di Cauterets. -Egli vuol fare della sua compra un _bad-haus_ come dicono in Germania: -ha già due o tre volte rivoltata tutta la terra del giardino, per -ritrovare la famosa corrente d’acqua; e siccome non l’ha potuta -scoprire, vedrete che in breve comprerà tutte le case che circondano la -sua. Adesso, siccome l’ho con lui, e che spero che nella sua strada di -ferro, nel suo telegrafo elettrico, o nella sua speculazione dei bagni -possa rovinarsi, lo seguito per godere della sua sconfitta che non può -tardare di accadergli, o presto o tardi. - -— E perchè l’odiate? domandò il visitatore. - -— L’odio, rispose Lord Wilmore, perchè passando in Inghilterra ha -sedotto la moglie di uno dei miei amici. - -— Ma se l’odiate, perchè non cercate di vendicarvi di lui? - -— Mi sono già battuto tre volte col conte, la prima volta alla pistola, -la seconda alla spada, la terza allo squadrone: ma la prima volta mi ha -rotto un braccio, la seconda mi ha traversato il polmone, la terza mi -ha fatto questa ferita. - -L’Inglese rivoltò il colletto della camicia che gli saliva fino alle -orecchie, e mostrò una cicatrice, il rossore della quale indicava una -data recente. — Dimodochè io l’ho con lui sempre più, ripetè l’Inglese, -ed egli certamente non morirà che per mia mano. — Ciò era quanto -voleva sapere il visitatore, o piuttosto tutto ciò che sembrava sapesse -l’Inglese. Egli adunque si alzò, e dopo avere salutato Lord Wilmore, -che gli rispose con quella rigidezza e politezza propria degli Inglesi, -si ritirò. Dal suo canto, Lord Wilmore, dopo avere inteso chiudersi la -porta di strada dietro a lui, rientrò nella camera da dormire, ove con -un giro di mano perdette i capelli biondi, le barbette rosse, la falsa -mascella, e la cicatrice, per ritrovare i capelli neri, il colorito -pallido, ed i denti di perla del conte di Monte-Cristo. È vero altresì -che il sig. de Villefort, e non l’inviato del prefetto di polizia, fu -quegli che rientrò in casa del sig. de Villefort. - - - - -LXIX. — LA FESTA DI BALLO. - - -Eravamo giunti alle più calde giornate del mese di luglio, allorchè -venne a presentarsi a sua volta, nell’ordine dei tempi, quel sabato -in cui doveva aver luogo il ballo del sig. de Morcerf. Erano le dieci -della sera: i grandi alberi del giardino del palazzo del conte si -ergevano con vigore, sotto un cielo ove scorrevano, presentando un -fondo azzurro disseminato di stelle d’oro, gli ultimi vapori di un -uragano che aveva minacciosamente mormorato tutta la giornata. - -Nelle sale del pian terreno sentivasi il rumore della musica, e lo -strisciare dei _valzer_ e della galoppa, mentre che i raggi luminosi -delle lampade passavano a traverso le aperture delle persiane. Il -giardino era stato abbandonato ad una diecina di servitori, ai quali la -padrona di casa, rassicurata dal tempo che sempre più si rasserenava, -aveva dato ordine di preparare la cena. Fino a quel momento erasi -esitato se la cena dovesse farsi nella sala da pranzo, o sotto una -lunga tenda di traliccio innalzata sul prato. Quel bel cielo azzurro, -tutto sparso di stelle, aveva risoluto il problema in favore della -tenda e del prato. Si illuminavano i viali del giardino con lampioni -a colore, come si usa in Italia, e si sopraccaricava di candele e di -fiori la tavola da cena, come si usa in tutti i paesi in cui si capisce -un poco il vero lusso della tavola, il più raro di tutti i lussi, -quando si vuole ottenere il perfetto. Nel momento che la contessa di -Morcerf rientrava nelle sale, dopo aver dati gli ultimi ordini, queste -cominciavano a riempirsi d’invitati attirati dalla graziosa ospitalità -della contessa, molto più che della distinta posizione del conte; -perchè si era sicuri che questa festa offrirebbe, mercè il buon gusto -di Mercedès, qualche particolare degno di essere raccontato, o al -bisogno copiato. - -La sig.ª Danglars, cui gli avvenimenti che abbiam narrati avevano -inspirata una profonda inquietezza, esitava di andare dalla sig.ª di -Morcerf, allorquando nella mattinata la sua carrozza incontrò quella di -Villefort: il quale le aveva fatto un segno, e le due carrozze si erano -avvicinate, e dai finestrelli: — Andate dalla sig.ª de Morcerf, n’è -vero? aveva domandato il procuratore del Re. - -— No! aveva risposto la sig.ª Danglars, soffro troppo. - -— Avete torto; sarebbe importante che vi ci vedessero. - -— Ebbene vi andrò. — E le due carrozze ripresero il loro corso in senso -opposto. La sig.ª Danglars era dunque venuta non solamente bella della -sua propria bellezza, ma ancora abbagliante pel lusso; ella entrava da -una porta, nel momento in cui Mercedès entrava dall’altra. - -La contessa mandò avanti Alberto ad incontrare la sig.ª Danglars; -Alberto si avanzò, fece alla baronessa i complimenti meritati per la -sua toletta, e le prese il braccio per condurla a quel posto che le -sarebbe piaciuto di scegliere. - -Alberto guardò intorno a sè. - -— Voi cercate mia figlia? disse sorridendo la baronessa. - -— Lo confesso, avreste avuta la crudeltà di non condurla? - -— Rassicuratevi, ella ha incontrato madamigella de Villefort, e ne ha -preso il braccio; osservate lì che ci seguono tutte e due vestite di -bianco, l’una con un mazzetto di camelie, l’altra con un mazzetto di -miosoti; ma ditemi adunque.... - -— Che cercate voi pure? domandò sorridendo Alberto. - -— Questa sera non avete il conte di Monte-Cristo? - -— Diecisette! rispose Alberto — Che volete dire? - -— Voglio dire, che così va bene, rispose il visconte ridendo, e che -voi siete la 17ª persona che mi fa la stessa domanda; il conte va -avanti!... fategli i miei rallegramenti. - -— E rispondete voi a tutti come a me? - -— Ah! è vero, non vi ho risposto; tranquillatevi, signora; avremo -l’uomo alla moda, siamo fra i suoi privilegiati. - -— Eravate all’_Opera_ ier sera? — No. — Egli v’era. - -— Davvero! l’eccentrico ha fatto qualche originalità? - -— Può farsi vedere senza farne? Ballava la Essler nel _Diavolo Zoppo_; -la principessa greca era trasportata in estasi. Dopo la _cachucha_, ha -infilato un anello magnifico di brillanti nel nastro che legava il suo -mazzetto di fiori, e lo ha gettato alla graziosa ballerina, la quale al -terzo atto, per farle onore, si è presentata col suo anello in dito. E -la sua principessa l’avrete questa sera? - -— No, bisogna rimanerne privi; la sua posizione nella casa del conte -non è abbastanza stabilita. - -— Basta, lasciatemi qui, e salutate la sig.ª de Villefort, disse -la baronessa; vedo che muore dal desiderio di parlarvi. — Alberto -salutò la sig.ª Danglars, e si inoltrò verso la sig.ª de Villefort: — -Scommetto, disse Alberto interrompendola, che so ciò che volete dirmi? - -— Ah! bravo, disse la sig.ª de Villefort. - -— Se indovino giusto, ne converrete? - -— Sì. - -— Stavate per chiedermi se veniva il conte di Monte-Cristo. - -— Niente affatto. Non è di lui che mi occupo in questo momento. Voleva -chiedervi se avete notizia di Franz. - -— Sì, ieri. — Che vi diceva? — Che partiva contemporaneamente alla -lettera. - -— Bene. Ora, il conte...? - -— Il conte verrà, siate tranquilla. — Sapete che Monte-Cristo ha un -altro nome? - -— No, non lo sapeva. - -— Monte-Cristo è il nome di un isola, ma egli ha ancora un nome di -famiglia. — Non l’ho mai sentito pronunciare. - -— Ebbene! son più avanti di voi, si chiama Zaccone. - -— Ciò è possibile. — Egli è maltese. - -— Ciò pure è possibile. — Figlio di un armatore. - -— Oh! ma, davvero che dovreste raccontare simili cose ad alta voce, ne -otterreste un grandissimo incontro. - -— Ha servito nelle Indie, possiede una miniera d’argento nella -Tessaglia, e viene a Parigi per fondare uno stabilimento di acque -minerali ad Auteuil. - -— Ebbene! disse Morcerf, ecco delle notizie! mi permettete di -divulgarle? — Sì, ma poco a poco, una a una, senza dire che vengano da -me. — E perchè? — Perchè è quasi un segreto sorpreso. - -— A chi? — Alla polizia. - -— Allora queste notizie si spargevano... - -— Ier sera, in casa del prefetto. Parigi si è commossa, lo capirete -bene, alla vista di un lusso così straordinario, e la polizia ha prese -le sue informazioni. - -— Sta bene! non vi sarebbe mancato che avessero arrestato il conte come -vagabondo, sotto pretesto che è troppo ricco. - -— In fede mia, ciò era quanto poteva accadergli, se le informazioni non -fossero state così favorevoli. - -— Povero conte! Egli non pensa neppure al pericolo che ha corso. — -Lo credo bene. — Allora è una carità l’avvisarlo. Al suo arrivo non -mancherò. — In questo momento un bel giovine cogli occhi vivi, coi -capelli neri, coi baffi lucidi, venne a salutare rispettosamente -la sig.ª de Villefort. Alberto gli stese la mano. — Signora, disse -Alberto, ho l’onore di presentarvi il sig. Massimiliano Morrel, -capitano dei _Spahis_, uno dei nostri buoni, e soprattutto bravi -ufficiali. - -— Ho già avuto il piacere d’incontrare il signore ad Auteuil, in casa -del conte di Monte-Cristo, rispose la sig.ª de Villefort rivoltandosi -con una marcata freddezza. - -Questa risposta, e soprattutto il tuono con cui fu fatta, strinsero il -cuore del povero Morrel, ma gli era preparato un compenso: nel voltarsi -vide sul limitare della porta una bella e bianca figura, i cui occhi -blu dilatati, e senza una apparente espressione si attaccavano su lui; -mentre che il mazzetto di miosotis saliva lentamente verso le labbra. - -Questo saluto fu così bene inteso, che Morrel colla stessa espressione -di sguardo, avvicinò anch’egli il fazzoletto alla bocca; e le due -statue viventi, il cui cuore batteva tanto fortemente sotto l’apparente -marmo dei loro visi, separate l’una dall’altra quant’era larga la sala, -dimenticarono un momento sè stesse, o per dir meglio dimenticarono la -folla in questa muta contemplazione. Avrebbero potuto restar così per -lungo tempo perduti l’uno nell’altro senza che alcuno s’accorgesse del -loro obblìo d’ogni cosa; ma entrava il conte di Monte-Cristo. - -Abbiamo già detto, fosse prestigio fatuo, o naturale, il conte attirava -l’attenzione universale su di sè in qualunque luogo si presentasse. -Non il suo abito nero, irreprensibile nel taglio, ma semplice e senza -decorazioni; non il gilè bianco senza alcun ricamo, non il calzone -che cadeva su di un piede della forma più delicata, attiravano -l’attenzione; ma il colorito pallido, i capelli neri ondati, il -viso tranquillo e sereno, l’occhio profondo e melanconico; la bocca -disegnata con finitezza maravigliosa, e che prendeva tanto facilmente -l’espressione dell’alto sdegno, che faceva che tutti gli occhi si -fissassero su di lui. - -Vi potevano essere uomini più belli, ma non ve ne potevano essere più -_significanti_ (ci sia permessa questa espressione). E forse non si -sarebbe fatto attenzione a tutto ciò, se non vi fosse stata, sotto a -tutto questo, una misteriosa storia, dorata da un’immensa fortuna. - -Che che ne sia, egli s’inoltrò sotto il peso degli sguardi e nello -scambio di piccoli saluti, fino alla sig.ª de Morcerf, che, in piedi -davanti al caminetto guernito di fiori, lo aveva veduto comparire da -uno specchio posto di contro alla porta e si era preparata a riceverlo. -Ella dunque si voltò verso lui, con un sorriso composto, nello stesso -momento ch’egli si inchinava davanti a lei. Senza dubbio ella credè che -il conte le avrebbe parlato; dal suo lato, il conte credè che ella gli -avrebbe indirizzata la parola; ma da ambedue le parti restarono muti, -tanto sembrava loro indegna d’entrambi una finzione; e dopo essersi -scambiato il saluto, Monte-Cristo si diresse verso Alberto, che gli -veniva incontro a mano aperta. - -— Avete veduta mia madre? domandò Alberto. - -— Ho avuto l’onore di salutarla, disse il conte, ma non ho per anche -veduto il vostro sig. padre. — Osservate! parla laggiù di politica in -quel piccolo gruppo di grandi celebrità. — Da vero! disse Monte-Cristo, -quei signori che vedo là sono celebrità? non l’avrei pensato. E di qual -specie? vi sono delle celebrità di tutte le specie, come sapete. - -— Primieramente vi è uno scienziato, quel signore grande e secco; -ha scoperto nella campagna romana una specie di lucertola che ha una -vertebra di più delle altre, ed è ritornato per far parte all’Istituto -di questa scoperta. La cosa fu per lungo tempo contestata; ma -finalmente il vantaggio è rimasto all’uomo secco. La vertebra aveva -fatto un gran fracasso nel mondo sapiente, il sig. grande e secco, che -era solamente cavaliere della legion d’onore, ne fu nominato ufficiale. - -— Alla buon’ora! disse Monte-Cristo. Ecco una croce che mi sembra -data saggiamente; allora, se ritrova una seconda vertebra, lo faranno -commendatore. - -— È probabile, disse Morcerf. - -— E quell’altro che ha avuta la singolare idea d’imbacuccarsi in un -abito blu orlato di verde; chi può mai essere? - -— Non è sua l’idea di affibbiarsi quell’abito; ma della repubblica, -che, come sapete, era ben poco artista; e che volendo dare un’uniforme -agli accademici, pregò David di disegnar loro un abito. - -— Ah! da vero; in tal guisa quel signore è un accademico? - -— Da otto giorni fa parte della dotta assemblea. - -— E qual è il suo merito, la sua specialità? - -— La sua specialità? credo, ch’egli conficchi gli aghi nella testa dei -conigli, faccia mangiare della robbia ai polli, ed estragga con ossa di -balena la midolla spinale ai cani. - -— E per questo è dell’accademia delle scienze? - -— No, dell’accademia di Francia. — Ma che cosa ha dunque che fare -l’accademia francese con tutto questo? - -— Ve lo dirò; sembra... — Che queste esperienze abbiano fatto fare un -gran passo alla scienza, senza dubbio? - -— No, ma che scriva con molto buon stile. - -— Ciò deve, disse Monte-Cristo, lusingare enormemente l’amor proprio -dei cani ai quali viene tolta la midolla spinale. — Alberto si mise a -ridere. — E quell’altro? domandò il conte. — Ah! l’abito blu-bordò? — -Sì. - -— È un collega del conte; quegli che si è opposto il più calorosamente -alla proposizione che la camera dei pari abbia un’uniforme. Ha avuto un -grand’incontro alla tribuna su questo argomento; era in cattivo aspetto -ai fogli liberali, ma si è riconciliato con essoloro; e si dice che -verrà nominato ambasciatore. - -— E quali sono i suoi titoli per essere divenuto pari? - -— Ha scritto due o tre opere comiche, ha preso 4 o 5 azioni al -_Siècle_, ed ha dato il voto in favore del ministero per cinque o sei -anni. - -— Bravo! visconte, disse Monte-Cristo ridendo, voi siete uno spiritoso -cicerone; ora mi farete un favore, non è vero? - -— Quale? - -— Non mi presenterete a quei signori, e se domandano di essermi -presentati, mi preverrete. - -In questo momento il conte sentì una mano posarsi sul suo braccio; si -voltò, era Danglars. - -— Ah! siete voi, barone? diss’egli. - -— Perchè mi chiamate barone? sapete bene che non metto importanza al -mio titolo. Non son come voi, visconte, voi ci pretendete, non è vero? - -— Certamente, rispose Alberto, perchè se non fossi visconte, non sarei -più niente, mentre che voi potreste sacrificare il vostro titolo di -barone, e restereste sempre milionario. - -— Ch’è il più bel titolo sotto il governo di luglio. - -— Disgraziatamente, disse Monte-Cristo, non si è sempre milionari a -vita, come si può essere barone, pari di Francia, o Accademico; ne -facciano fede i milionari Frank e Poulmann di Francfort che hanno fatto -bancarotta. - -— Davvero? disse Danglars impallidendo. - -— Sulla mia parola, ne ho ricevuta la notizia questa sera da un -corriere: aveva qualche cosa, circa un milione, sopr’essi, ma, -avvertito in tempo, ne ho fatto esigere il rimborso sarà circa un mese. - -— Ah! mio Dio! riprese Danglars, hanno fatta tratta sopra di me per 200 -mila fr. — Ebbene! eccovi avvisato. La loro firma non vale più che il 5 -per cento. - -— Sì, ma io sono avvisato troppo tardi.... ho fatto onore alla loro -firma. — Buono! disse Monte-Cristo. Ecco altri 200 mila fr. che sono -andati a raggiungere... - -— Zitto, disse Danglars: non parlate dunque di questi affari... (indi -avvicinandosi a Monte-Cristo): particolarmente in presenza del sig. -Cavalcanti figlio, aggiunse il banchiere, che, pronunciando queste -parole, si voltò sorridendo dalla parte del giovine. - -Morcerf aveva lasciato il conte per parlare a sua madre. - -Danglars lo lasciò per salutare Cavalcanti figlio. - -Monte-Cristo si ritrovò per un momento solo. - -Frattanto il caldo cominciava a divenire eccessivo. I camerieri -circolavano per le sale con sottocoppe cariche di frutti e di gelati. -Monte-Cristo si asciugò col fazzoletto il viso bagnato di sudore; ma -dette addietro, quando la sottocoppa gli passò davanti, e nulla prese -per rinfrescarsi. - -La signora de Morcerf non lo perdeva di vista; ella vide passare la -sottocoppa senza prender niente; afferrò perfino il movimento che fece -nell’allontanarsi. - -— Alberto, diss’ella, avete osservato che il conte non ha voluto mai -accettare un pranzo dal sig. de Morcerf. - -— Sì, ma ha accettata una colazione da me, poichè per questa colazione -ha fatto il suo ingresso nella società. - -— Da voi non è dal conte, mormorò Mercedès, e da che egli è qui, io -l’ho esaminato... e non ha ancor preso nulla. - -— Il conte è molto sobrio. — Mercedès sorrise tristamente. - -— Riavvicinatevi a lui, diss’ella, ed alla prima sottocoppa che passa, -insistete. — E perchè, madre mia? - -— Fatemi questo piacere, Alberto, disse Mercedès. - -Alberto baciò la mano di sua madre, ed andò a situarsi vicino al conte. -Passò un’altra sottocoppa carica come le precedenti; ella vide Alberto -insistere presso il conte, prendere ancora un gelato e presentarglielo, -ma egli rifiutò ostinatamente. — Ebbene! diss’ella, vedete, ha -rifiutato. - -— Ma in che cosa può preoccuparvi questo? - -— Lo sapete, Alberto, le donne sono singolari. Avrei veduto con piacere -il conte prendere qualche cosa in casa mia, fosse anche stato un solo -grano di melagranata. Del resto forse non saprà adattarsi ai costumi -francesi, forse preferirà qualche cosa d’altro. - -— Mio Dio! no, l’ho veduto in Italia prendere di tutto; senza dubbio -questa sera sarà indisposto. - -— Poi, disse la contessa, avendo sempre abitato nei climi ardenti, -forse sarà men sensibile a questo caldo. - -— Non lo credo, poichè si lagnava di sentirsi soffocare; domandava anzi -perchè, avendo già aperte le finestre, non aprano pure le persiane. - -— In fatto questo è il mezzo per assicurarmi se questa astinenza è un -disegno prestabilito: — Ed ella uscì dalla sala. - -Un momento dopo si aprirono le persiane, e si potè a traverso i -gelsomini, e le clematidi che tappezzavano le finestre, vedere tutto il -giardino illuminato con lanterne, e la cena imbandita sotto una tenda. -Ballerini e ballerine, giuocatori e ciarloni, mandarono un grido di -gioia, tutti quei polmoni alterati aspiravano con delizia l’aria che -entrava a torrenti. Nello stesso punto ricomparve Mercedès, più pallida -di quando era uscita, ma con quella fermezza d’aspetto ch’era in lei -notevole in certe occasioni. Ella andò direttamente al gruppo di cui -suo marito era il centro. - -— Non trattenete questi signori qui, sig. conte, diss’ella, essi -ameranno meglio, se non giuocano, respirare nel giardino, che soffocare -in questa sala. - -— Ah! signora, disse un vecchio generale molto galante, che nel -1809 aveva cantato: _Nel partire per la Siria_, non andremo soli nel -giardino. - -— Sia, disse Mercedès, vi darò il buon esempio. - -E voltandosi verso Monte-Cristo: — Sig. conte, diss’ella, fatemi -l’onore di offrirmi il braccio. — Il conte quasi vacillò a queste -semplici parole; poi guardò un momento Mercedès, questo momento ebbe la -rapidità del baleno, eppure sembrò alla contessa che durasse un secolo, -tanti pensieri aveva Monte-Cristo ammassati in questo sguardo. Egli -offrì il braccio alla contessa, che vi si appoggiò, o, per meglio dire, -lo sfiorò colla sua piccola mano, ed entrambi discesero dai gradini -della scalinata. Dietro ad essi, e per l’altra parte della scalinata, -si slanciarono nel giardino, colle più romorose esclamazioni di -piacere, una ventina di passeggianti. - - - - -LXX. — IL PANE ED IL SALE. - - -La sig.ª de Morcerf entrò col suo compagno sotto una volta di foglie -formata da un viale di tigli che conduceva ad una stufa. - -— Faceva troppo caldo nella sala, n’è vero, sig. conte? - -— Sì, signora, ed è stata una eccellente idea la vostra di fare aprire -le porte e le persiane. — Terminando queste parole il conte s’accorse -che la mano di Mercedès tremava. - -— Ma voi, diss’egli, con questa veste leggera e senz’altro preservativo -intorno al collo che questa sciarpa di velo, avrete freddo. - -— Sapete dove vi conduco? disse la contessa senza rispondere alla -domanda di Monte-Cristo. - -— No, signora, ma, lo vedete, non fo resistenza. - -— A quella stufa che vedete là, in fondo al viale. - -Il conte guardò Mercedès come per interrogarla; ma ella continuò il -cammino senza dir parola, e dal suo canto Monte-Cristo divenne muto. -Giunsero al fabbricato tutto guernito di frutti magnifici che, dal -principio di luglio, giungono alla loro maturità in questa temperatura -sempre calcolata per sostituire il calore del sole, tanto spesso -assente da noi. - -La contessa lasciò il braccio di Monte-Cristo, e colse un grappolo di -uva moscatella. — Prendete, sig. conte, disse ella con un sorriso fatto -più tristo da due lagrime che le spuntavano dagli occhi; prendete, la -nostra uva di Francia non è paragonabile, lo so, alle vostre della -Sicilia e di Cipro, ma sarete indulgente pel nostro debole sole del -Nord. - -Il conte s’inchinò, e fece un passo in addietro. - -— La rifiutate? disse Mercedès con voce tremante. - -— Signora, rispose Monte-Cristo, vi prego umilmente di scusarmi, ma non -mangio mai moscatello. - -Mercedès lasciò cadere il grappolo sospirando. - -Una pesca magnifica pendeva da una spalliera vicina, riscaldata pur -dal calore artificiale della stufa. Mercedès si avvicinò al frutto -vellutato e lo colse. — Allora prendete questa pesca, diss’ella. — Il -conte fece lo stesso gesto di rifiuto. - -— Oh! ancora? in verità son disgraziata. — Un lungo silenzio seguì -questa scena; la pesca, come il grappolo d’uva, era rotolata al suolo. -— Sig. conte, riprese Mercedès guardando Monte-Cristo con occhio -supplichevole, vi è un commovente costume in Arabia che fa eternamente -amici quelli che hanno fra loro diviso il pane ed il sale sotto il -medesimo tetto. - -— Lo conosco, ma noi siamo in Francia e non nell’Arabia; ed in Francia -non vi è divisione di pane e di sale, come non vi sono amicizie eterne. - -— Ma finalmente, disse la contessa palpitante con gli occhi fissi su -quelli di Monte-Cristo, del quale riafferrava quasi convulsivamente il -braccio con ambe le mani, noi siamo amici, n’è vero? — Il sangue affluì -al cuore del conte, che divenne pallido come la morte, poi rifluendo -dal cuore alla gola, ne invase le guance; e gli occhi nuotarono nel -vago per qualche secondo, come quelli di un uomo colpito da improvviso -bagliore: — Certamente che siamo amici, signora, replicò egli; e -d’altra parte perchè non dovremmo esserlo? - -— Grazie, diss’ella. E si rimise a camminare. - -— Signore, riprese dopo dieci minuti di silenziosa passeggiata, è vero -che avete veduto tanto, tanto viaggiato, e sofferto? - -— Ho sofferto moltissimo. — Ma ora siete felice? - -— Senza dubbio, perchè ora nessuno mi sente lamentare. - -— E la vostra felicità presente vi fa l’anima più dolce? - -— No; essa uguaglia la mia passata miseria. - -— Non siete ammogliato? — Ammogliato! no, rispose Monte-Cristo -fremendo, chi ha potuto dirvi ciò? - -— Non mi fu detto, ma più di una volta siete stato veduto condurre -all’_Opera_ una bella e giovane donna. - -— È una schiava che ho comprato a Costantinopoli, la figlia di un -principe, della quale ho formato una figlia, non avendo altre affezioni -in questo mondo. - -— Vivete dunque solo? — Vivo solo. - -— Non avete sorelle... figli... padre?... — Non ho alcuno. - -— Come potete viver così, senza che niente vi attacchi alla vita? - -— Non è mia colpa, signora. A Malta amavo una giovinetta, e stava per -isposarla, quando sopraggiunse la guerra e m’involò da lei lontano, -rapito come da un turbine. Credetti ch’ella mi avesse amato abbastanza -per aspettarmi, per restarmi fedele anche alla tomba. Quando ritornai -era maritata. Questa è la storia di tutti gli uomini che sono passati -per l’età di vent’anni; aveva forse il cuore più debole degli altri, ed -ho sofferto più di quel che avrebbero fatto al mio posto. — La contessa -si fermò un momento come se avesse avuto bisogno di fermarsi per potere -respirare: — Sì; diss’ella, e quest’amore vi è rimasto nel cuore... Non -si ama davvero che una sola volta... Ed avete mai più riveduta questa -donna? - -— Giammai. — Giammai? — Non son più ritornato nel paese dov’ella era. — -A Malta? dunque, ella è a Malta? - -— Lo penso. - -— E le avete perdonato quanto vi ha fatto soffrire? - -— A lei, sì. — Ma ad essa soltanto; odiate sempre quelli che vi hanno -da lei diviso? — Perchè dovrei odiarli? - -La contessa si pose dirimpetto a Monte-Cristo; ella teneva ancora in -mano un resto del grappolo profumato: - -— Prendete, diss’ella. - -— Non mangio mai moscatello, signora. - -La contessa gettò il grappolo nel cespuglio di fiori più vicino con un -gesto di disperazione: — Inflessibile! - -Monte-Cristo restò così impassibile come se il rimprovero non fosse -stato a lui diretto. - -Alberto accorreva in quel momento. - -— Oh! madre mia! diss’egli, una gran disgrazia! - -— Che cosa è accaduto? domandò la contessa raddrizzandosi, come se dopo -il sogno fosse giunta la realtà; una disgrazia, avete detto? infatto -devono accaderne! - -— Il sig. de Villefort è qui. — Ebbene? - -— Viene a cercare sua moglie e sua figlia. — E perchè? - -— Perchè la marchesa di Saint-Méran è giunta a Parigi, portando la -notizia che il sig. di Saint-Méran è morto alla prima posta lasciando -Marsiglia. La sig.ª de Villefort ch’era molto allegra, non voleva nè -comprendere nè credere questa disgrazia; ma madamigella Valentina, alle -prime parole, per quante cautele avesse preso suo padre, ha indovinato -tutto; questo colpo l’ha atterrata come un fulmine, ed è caduta -svenuta. - -— E che cosa è il conte di Saint-Méran a madamigella de Villefort? -chiese il conte. — Suo avo materno. Veniva per ottenere il matrimonio -di sua nipote con Franz. — Ah! davvero! — Ecco Franz aggiornato. Perchè -di Saint-Méran non è egualmente avo di madamigella Danglars? - -— Alberto! Alberto! disse la sig.ª di Morcerf col tuono di un -dolce rimprovero; che dite? Ah! conte, voi per cui egli ha tanta -considerazione, ditegli dunque che ha parlato male. — Ella fece qualche -passo in avanti. Monte-Cristo la guardò così stranamente, e con una -espressione astratta e ad un tempo improntata di una affettuosa -ammirazione, che ella ritornò addietro. Allora ella gli prese la -mano, nello stesso tempo che stringeva quella del figlio, ed unendole -entrambe: — Siamo amici, n’è vero? diss’ella. - -— Oh! vostro amico, signora, non ho questa pretensione, disse il conte, -ma in ogni caso son sempre vostro rispettabilissimo servitore. — La -contessa partì con un’inesprimibile stringimento di cuore, e, prima -che avesse fatto dieci passi, il conte la vide mettersi il fazzoletto -agli occhi. — E che, non siete forse d’accordo con mia madre? domandò -Alberto meravigliato. - -— Al contrario, rispose il conte, poichè ella mi ha detto presente voi -che siamo amici. - -Rientrarono nella sala che era stata allora lasciata da Valentina, dal -signore, e dalla sig.ª de Villefort. - -È superfluo il dire che Morrel partì dietro ad essi. - - - - -LXXI. — LA SIGNORA DI SAINT-MÉRAN. - - -Una scena lugubre infatto accadeva in casa del sig. de Villefort. -Dopo la partenza delle due signore per la festa di ballo, ove tutte -le istanze della sig.ª de Villefort non avevano potuto determinare suo -marito ad accompagnarla, il procurator del Re, secondo il suo costume, -si era chiuso nel gabinetto con una filza di carte, che avrebbe -spaventato tutt’altro, ma che, nei tempi ordinarii della sua vita, -bastava appena per soddisfare il forte appetito del lavoratore. - -Questa volta la filza di carte conteneva cose di pura forma, Villefort -non si rinchiudeva per lavorare, ma per riflettere; e chiusa la porta -ordinò di non essere disturbato che per cose d’importanza; si assise -sopra un seggio, e si mise a riandare anche una volta nella memoria -tutto ciò che, da sette o otto giorni, faceva straripare la coppa -dei suoi tetri dispiaceri, dei suoi amari ricordi. Allora, invece -di portar la mano sul monte di carte ammassate davanti a lui, aprì -un tiratoio dello scrittoio; fece scattare un segreto e cavò fuori -un plico che conteneva le sue note personali, manoscritto prezioso, -nel quale aveva classificato e distinto, con cifre conosciute da lui -solo, i nomi di tutti coloro che, nella sua carriera politica, ne’ -suoi affari d’interesse pecuniario, nelle sue cause criminali e nei -suoi misteriosi amori, eran diventati suoi nemici. Il numero n’era -formidabile, oggi che aveva cominciato a tremare; e ciò non ostante -tutti questi nomi, per quanto possenti o temibili si fossero, lo -avevan fatto ben molte volte sorridere, come sorride il viaggiatore -che dalla più alta montagna guarda ai suoi piedi gli acuti picchi, -le strade impraticabili, gli orli dei precipizi pei quali si è tanto -lungamente arrampicato per poter giungere a quell’altezza. Quando -ebbe ripassati bene tutti questi nomi nella memoria, quando li ebbe -ben studiati, commentati sulle sue liste, scosse la testa: — No, -mormorò egli, nessuno di questi nemici avrebbe atteso pazientemente ed -operosamente fino al giorno in cui siamo, per venirmi ora a schiacciare -con questo segreto. Qualche volta, come dice Hamlet, il romore dalle -cose più profondamente seppellite sotto terra, sorge, e, come il fuoco -nel fosforo, corre follemente per l’aria; ma queste son fiamme che -illuminano in un momento per stravolgere il cervello. La storia sarà -stata raccontata dal Corso a qualche prete, che la avrà a sua volta -raccontata. Il sig. di Monte-Cristo l’avrà saputa, e per venirne in -chiaro... ma con qual pro venirne in chiaro? riprendeva Villefort dopo -un momento di riflessione, qual premura il sig. di Monte-Cristo, il -sig. Zaccone, il figlio di un armatore di Malta, il proprietario di -una miniera d’argento nella Tessaglia, che vien per la prima volta -in Francia, ha da venire in chiaro di un fatto cupo, misterioso, ed -inutile come questo? In mezzo alle informazioni incoerenti che mi sono -state date da quell’abate Busoni, e da Lord Wilmore, da questo amico, e -da quel nemico, una sola cosa ne spicca chiara, precisa, ai miei occhi: -ed è che in nessun tempo, in nessun caso, in nessuna congiuntura egli -non può avere avuto il più piccolo contatto con me. - -Ma Villefort ripeteva spesso queste parole a sè stesso senza credere -a quanto diceva. Il più terribile per lui non era una rivelazione, -perchè poteva negare, od anche rispondere: egli s’inquietava poco di -quel _Mane_, _Thècel_, _Pharès_, che appariva d’improvviso in lettere -di sangue sul muro; ma ciò che io inquietava, era di conoscere il corpo -al quale apparteneva la mano che le aveva tracciate. Al momento che -tentava di tranquillar sè stesso, ed in cui, invece di quell’avvenire -politico che nei suoi sogni d’ambizione aveva qualche volta traveduto, -egli si componeva, nel timore di svegliare questo nemico addormentato -da sì lungo tempo, un avvenire ristretto alle gioie di famiglia, -un romore di carrozza rimbombò nel cortile, indi intese sulla scala -passi di una persona di età, poi dei singhiozzi e dei sospiri, come -ne trovano i servitori quando vogliono divenire _interessanti_ pel -dolore dei loro padroni. Si sollecitò di levare il chiavistello del -gabinetto, e ben presto, senza essere annunciata entrò una vecchia -dama, collo scialle sul braccio, ed il cappello in mano. I capelli -imbiancati coprivano una fronte scura come l’avorio ingiallito, e -gli occhi negli angoli dei quali l’età aveva solcato profonde rughe, -sparivano quasi del tutto sotto il gonfiore prodotto dal pianto: — -Oh! signore, diss’ella, qual disgrazia! Io pur ne morrò. — E cadendo -sul seggio più vicino alla porta, irruppe in singhiozzi. I domestici, -in piè sul limitare, non osavano più venire avanti, guardavano il -vecchio servitore di Noirtier, che, avendo inteso questo romore dalla -camera del padrone, era accorso egli pure, e si teneva dietro gli -altri. Villefort si alzò, e corse incontro a sua suocera, perchè era -ella stessa. — Eh! mio Dio, signora, domandò egli, che è accaduto, che -cosa vi sconvolge così? ed il sig. di Saint-Méran? — È morto, disse la -vecchia marchesa senza espressioni e con una specie di stupore. - -Villefort indietreggiò di un passo, e battè le mani una contro l’altra: -— Morto!... morto così... subitamente? - -— Sono otto giorni, continuò la sig.ª di Saint-Méran, che dopo avere -pranzato montammo insieme in carrozza. Il signor di Saint-Méran -era indisposto da qualche giorno; però l’idea di rivedere la nostra -cara Valentina lo rendeva coraggioso, e, ad onta dei suoi dolori, -aveva voluto partire, allorquando, a sei leghe da Marsiglia, dopo -aver mangiate le consuete pastiglie, fu preso da un sonno profondo, -che non mi sembrava naturale; ciò nonostante esitai a svegliarlo, -quando mi sembrò che il viso diventasse rosso, e le arterie delle -tempia battessero più violentemente del solito. Ma pure, siccome era -sopraggiunta la notte, ed io non vedeva più niente, lo lasciai dormire; -ben tosto mandò un grido sordo e straziante come quello di un uomo che -soffre in un sogno, e con improvviso movimento rovesciò la testa in -addietro. Chiamai il cameriere, feci fermare il postiglione, chiamai il -sig. di Saint-Méran, gli feci respirare la mia boccetta di sali, tutto -era finito, era morto, ed al lato del suo cadavere io giunsi fino ad -Aix. - -Villefort rimase stupefatto, colla bocca aperta. - -— E voi chiamaste un medico? - -— Nello stesso momento; ma, come ve l’ho già detto, era troppo tardi. - -— Senza dubbio, ma almeno egli poteva riconoscere di qual malattia era -morto il povero marchese. - -— Mio Dio! sì, me l’ha detto, sembra che sia stata un’apoplessia -fulminante. — Ed allora che avete fatto? - -— Il sig. di Saint-Méran aveva sempre detto, che se moriva lontano da -Parigi, desiderava che il suo corpo fosse ricondotto nella sepoltura -di famiglia; l’ho fatto mettere in una cassa di piombo, e lo precedo di -pochi giorni. - -— Oh! mio Dio, povera madre! disse Villefort: simili cure dopo un tale -colpo nella vostra età! - -— Dio mi ha dato la forza sino alla fine; d’altra parte il caro -marchese avrebbe fatto per me ciò che ho fatto per lui. È vero che -dal momento in cui l’ho lasciato laggiù, mi sembra di esser pazza: -non posso piangere; alla mia età già non vi sono più lagrime: però mi -sembra che fino a tanto che si soffre, si dovrebbe poter piangere. -Dov’è Valentina, signore? è per lei che ritorniamo, voglio vedere -Valentina. - -Villefort pensò che sarebbe stato orribile il rispondere che Valentina -era al ballo; disse soltanto alla marchesa, che sua nipote era uscita -con la matrigna, e che andavano a prevenirla. - -— In questo medesimo punto signore, ve ne supplico! — Villefort mise il -braccio sotto quello della sig.ª di Saint-Méran, e la condusse al suo -appartamento. - -— Riposatevi, diss’egli, madre mia. — La marchesa alzò la testa a -queste parole, e vedendo quell’uomo che le ricordava questa figlia -tanto pianta, e che rivedeva per lei stessa in Valentina, si sentì -colpita da questo nome di madre, si sciolse in lagrime, e cadde -in ginocchio avanti una sedia, sulla quale nascose la sua testa -venerabile. Villefort la raccomandò alle cure delle cameriere, mentre -che il vecchio Barrois risaliva tutto ansante dal suo padrone; perchè -niente spaventa tanto i vecchi che allorquando la morte abbandona un -momento i loro fianchi per colpire un altro vecchio. - -Indi, mentre che la sig.ª di Saint-Méran, sempre inginocchiata, pregava -dal fondo del cuore, mandò a cercare una carrozza di piazza, e venne -egli stesso in casa della sig.ª de Morcerf, per ricondurre a casa sua -la moglie e la figlia. - -Egli era tanto pallido quando apparve sulla porta della sala, che -Valentina corse a lui gridando: — Oh! padre mio! qual disgrazia è -accaduta? - -— Vostra nonna è giunta, disse il sig. de Villefort. - -— E mio nonno? domandò la giovinetta tremante. - -Il sig. de Villefort non rispose, se non che offrendo il braccio a sua -figlia. Ed era tempo: Valentina, presa da una vertigine, traballava; -la sig.ª de Villefort si affrettò a sostenerla, ed aiutò suo marito -a trascinarla verso la carrozza, dicendo: — Questo può dirsi strano! -chi avrebbe mai potuto dubitar di ciò? — E tutta questa famiglia -desolata se ne fuggiva così, gettando la tristezza come un velo nero -sul resto della società. A piè della scala, Valentina trovò Barrois -che l’aspettava. — Il sig. Noirtier desidera di vedervi questa sera, -diss’egli a bassa voce. - -— Ditegli che andrò da lui quando uscirò dalla camera di mia nonna. -— Nella delicatezza della sua anima, la giovinetta capì bene che -quella che aveva più di tutti bisogno di lei in quell’ora, era la -sig.ª di Saint-Méran. Valentina ritrovò la sua avola in letto; mute -carezze, rigonfiamenti dolorosi di cuore, sospiri interrotti, lagrime -brucianti, ecco quali furono i soli particolari raccontabili di questa -conversazione, alla quale assisteva stando sotto al braccio di suo -marito, la sig.ª de Villefort, piena di rispetto, almeno apparente, -per la povera vedova. In capo ad un minuto essa si accostò all’orecchio -del marito. — Col vostro permesso, diss’ella, è meglio che mi ritiri, -perchè mi sembra che la mia vista affligga ancor di più vostra suocera. -— La sig.ª di Saint-Méran l’intese: - -— Sì, sì, diss’ella all’orecchio di Valentina, che se ne vada: ma tu -resta. — La sig.ª de Villefort uscì, e Valentina rimase sola vicina al -letto della nonna, perchè il procurator del Re, costernato da questa -morte imprevista, seguì sua moglie. Frattanto Barrois era risalito la -prima volta dal vecchio Noirtier; questi, inteso tutto il rumore che si -faceva in casa, aveva inviato il vecchio servitore ad informarsi. - -Al ritorno quest’occhio sì vivo e soprattutto sì intelligente interrogò -il messaggiero: - -— Ah! signore, disse Barrois, è accaduta una grande disgrazia. È giunta -la signora di Saint-Méran, e suo marito è morto. — Noirtier lasciossi -cader la testa sul petto come uomo oppresso, o come uomo che pensa, -indi chiuse un occhio solo. — La sig.ª Valentina? disse Barrois. — -Noirtier fece segno di sì. — Ella è ad un ballo, il signore lo sa bene -ed è venuta a dirgli addio in gran toletta. - -Noirtier chiuse di nuovo l’occhio sinistro. — Sì, volete vederla. — Il -vecchio fece il segno indicante che ciò era quando desiderava. - -— Ebbene si andrà a cercarla, senza dubbio, dalla sig.ª de Morcerf; -l’aspetterò al suo ritorno, e le dirò di salire da voi. È questo? — Sì, -rispose il paralitico. - -Barrois stette dunque esplorando il ritorno di Valentina, e, come lo -abbiam veduto al ritorno di lei le espose il desiderio del nonno. -Valentina salì dal sig. Noirtier, al momento in cui usciva dalle -camere della sig.ª di Saint-Méran, che per quanto fosse agitata aveva -finalmente terminato per soccombere alla fatica, e dormiva di un sonno -febbrile. Le avevano avvicinato alla portata della mano una piccola -tavola sulla quale era una caraffa di Orzata, sua bibita abituale, -ed un bicchiere. Valentina venne ad abbracciare il vecchio che la -guardò tanto teneramente, che la giovinetta sentì di nuovo scaturir -le lagrime, delle quali credeva si fosse disseccata la sorgente. — Il -vecchio insisteva con uno sguardo. - -— Sì, sì, disse Valentina, vuoi dire che ho sempre un buon nonno, n’è -vero? — Il vecchio fece segno che ciò aveva voluto esprimere collo -sguardo. — Senza di che, che cosa diventerei? mio Dio! - -Era un’ora dopo la mezzanotte. Barrois, che aveva volontà di andarsene -egli pure a letto, fece osservare che dopo una serata così dolorosa, -tutti avevan bisogno di riposo. Il vecchio non volle dire che il suo -riposo era quello di veder sua nipote: congedò Valentina, alla quale -effettivamente il dolore e la fatica avevano dato le apparenze di chi -soffra. - -La dimane entrando nella camera di sua nonna, la ritrovò in letto, la -febbre non si era sedata; anzi tutto il contrario, un fuoco nascosto -trapelava dagli occhi della vecchia marchesa, che sembrava in preda ad -una violenta irritazione nervosa. - -— Oh! mio Dio! mia buona nonna, soffrite anche di più? - -— No, figlia mia, no, disse la sig.ª di Saint-Méran; ma aspettavo con -impazienza che tu giungessi, per mandare a chiamare tuo padre. — Mio -padre? domandò Valentina inquieta. — Sì, voglio parlargli. — Valentina -non osò opporsi al desiderio dell’ava, ed un momento dopo entrò -Villefort. - -— Signore, disse la sig.ª di Saint-Méran senza impiegare alcun giro di -parole, e come se le fosse sembrato che le mancasse il tempo, mi avete -scritto che si tratta di un disegno di matrimonio per questa ragazza? - -— Sì, signora, riprese Villefort; è anzi più che un disegno, è già una -convenzione. — Vostro genero si chiama Franz d’Épinay? — Sì, signora. — -È il figlio del generale d’Épinay, che è dei nostri, n’è vero, e che fu -assassinato qualche giorno prima che l’usurpatore ritornasse dall’Isola -d’Elba? — Sì, egli stesso. — Questa parentela colla nipote di un -giacobino, non gli ripugna? - -— Le nostre dissensioni civili si sono fortunatamente estinte, madre -mia, disse Villefort; il sig. d’Épinay era quasi un fanciullo alla -morte di suo padre; conosce pochissimo il sig. Noirtier, e lo vedrà, se -non con piacere almeno con indifferenza. - -— È un partito bene assortito? - -— Sotto tutti i rapporti, ed il giovine gode della stima universale; è -uno degli uomini più distinti che io conosca. - -Durante tutta questa conversazione Valentina era rimasta muta: — -Ebbene! signore, disse dopo qualche secondo di riflessione la sig.ª di -Saint-Méran, bisogna sollecitare, perchè poco mi resta da vivere. - -— Voi, signora! voi buona mammà! gridarono ad un tempo il sig. de -Villefort e Valentina. - -— So quel che dico, bisogna dunque sollecitare, affinchè, non avendo -più sua madre, abbia almeno una nonna per benedire il matrimonio: sono -la sola che le resto dal lato della povera Renata, che avete sì presto -dimenticata. - -— Ah! signora, disse Villefort, obbliate che bisognava dare una madre a -questa povera fanciulla, che non l’aveva più. - -— Una matrigna non è una madre, signore. Ma non è ciò di che si tratta, -si tratta di Valentina; lasciamo dunque i morti tranquilli. — Tutto -ciò era detto con una tale volubilità, ed un tale accento, che vi era -qualche cosa in questa conversazione, rassomigliante ad un principio di -delirio. - -— Sarà fatto il tutto a seconda dei vostri desiderii, disse Villefort, -e ciò tanto meglio in quanto che il vostro desiderio combina puranche -col mio; e tosto che arrivi a Parigi il sig. d’Épinay... - -— Mia buona madre, le convenienze, il lutto così recente... vorrete -fare un matrimonio sotto così tristi auspici? - -— Figlia mia, interruppe vivamente l’avola, non facciamo queste -insussistenti riflessioni che impediscono agli spiriti leggeri di -fabbricare solidamente il loro avvenire. Io pure sono stata maritata al -letto di morte di mia madre, e non sono stata per questo infelice. - -— Ancora questa idea di morte, riprese Villefort. - -— Ancora! sempre!... vi dico che sto per morire, ebbene! prima di -morire, voglio aver veduto mio genero; voglio infine conoscerlo, per -venirlo poi a ritrovare dal fondo della mia tomba se non sarà quel che -deve essere, quel che bisogna ch’egli sia. - -— Signora, disse Villefort, bisogna che allontaniate da voi queste idee -esaltate, che quasi toccano alla follia; i morti una volta rinchiusi -nella tomba, vi rimangono senza muoversi più. - -— Oh! sì, buona mammà, calmati! disse Valentina. - -— Ed io vi dico, signore, che la cosa non è così come voi credete. -Questa notte ho dormito ma... di un sonno terribile; perchè mi vedeva -in qualche modo dormire, come se la mia anima avesse già sciolto i -legami col corpo: gli occhi, che mi sforzava d’aprire, si rinchiudevano -mio malgrado; e ciò non ostante so bene che ciò sembrerà impossibile -a voi, signore, in modo particolare, ma io, coi miei occhi chiusi, -ho veduto, nel luogo ove siete, ho veduto da quell’angolo ov’è la -porticella che mette nel gabinetto di toletta della sig.ª de Villefort, -ho veduto entrare senza rumore un’ombra bianca. - -Valentina mandò un grido. - -— Era la febbre che vi agitava, disse Villefort. - -— Dubitatene quanto volete, io però son sicura di quel che vi dico. -Ho veduta un’ombra bianca, ed ho inteso rimescolare entro al mio -bicchiere... prendete, quello stesso che è lì, lì, sulla tavola. - -— Oh! buona mammà, quest’era un sogno. - -— Era tanto poco un sogno, che ho steso la mano verso il campanello, ed -a questo gesto l’ombra disparve. La cameriera entrò allora con un lume. - -— Ma avete veduto qualcuno? - -— I fantasmi non si mostrano che a quelli che devono vederli: era -l’anima di mio marito. Ebbene, se l’anima di mio marito ritorna per -chiamarmi, perchè non dovrà ritornare per difendere mia nipote? Il -vincolo è ancor più diretto mi sembra. - -— Oh! signora, non date pascolo a queste lugubri idee; voi vivrete -lungamente felice, amata, onorata, e vi faremo dimenticare... - -— Giammai! giammai! Quando ritorna il sig. d’Épinay? - -— Lo aspettiamo da un momento all’altro. - -— Sta bene; tosto che sia arrivato prevenitemi. Sollecitiamoci, vorrei -pure avere un notaro per assicurarmi che tutti i nostri beni passeranno -a Valentina. - -— Oh! madre mia, mormorò Valentina appoggiando le labbra sull’ardente -fronte dell’ava; dunque volete farmi morire? voi avete la febbre. Non è -un notaro che bisogna chiamare, ma un medico! - -— Un medico? io non soffro; ho sete ecco tutto. - -— Che bevete buona mammà? - -— Come, sempre, tu lo sai bene, la mia aranciata. Il bicchiere è lì -su quella tavola; dammelo Valentina; — questa versò l’aranciata dalla -bottiglia nel bicchiere, e lo prese con un certo spavento per porgerlo -a sua nonna, perchè era lo stesso bicchiere, a quanto ella pretendeva, -toccato dall’ombra. La marchesa vuotò il bicchiere d’un sol fiato: indi -si rivoltò sul cuscino, ripetendo: il notaro! il notaro! - -Il sig. de Villefort uscì, Valentina si assise vicino al letto della -nonna. La povera fanciulla sembrava aver gran bisogno ella pure del -medico, che aveva raccomandato alla sua ava. Un rossore simile ad -una fiamma le bruciava gli zigomi delle guance, la respirazione era -anelante, ed il polso batteva come se avesse avuto la febbre. - -Ciò avveniva perchè la povera fanciulla pensava alla disperazione di -Massimiliano, quando avrebbe saputo che la sig.ª di Saint-Méran, invece -di essere una loro alleata, operava senza saperlo, come se fosse stata -una nemica. Più di una volta Valentina aveva pensato di svelare tutto a -sua nonna e non avrebbe esitato un sol momento, se Massimiliano Morrel -si fosse chiamato Alberto di Morcerf, ovvero Raoul di Château-Renaud: -ma Morrel era di estrazione plebea, e Valentina sapeva il disprezzo che -l’orgogliosa marchesa di Saint-Méran portava a tutto quel che non era -della sua razza. Il suo segreto era dunque sempre, al momento che stava -per svelarsi, ricacciato nel cuore da questa trista certezza che ella -lo svelerebbe inutilmente, e che una volta conosciutosi questo segreto -da suo padre e da sua matrigna, tutto sarebbe perduto. - -Due ore circa passarono così. La sig.ª di Saint-Méran dormiva d’un -sonno ardente, ed agitato. Fu annunziato il notaro. - -Quantunque quest’annunzio fosse fatto molto a bassa voce, la sig.ª di -Saint-Méran si alzò dal suo origliere. - -— Il notaro? diss’ella, che venga. — Il notaro era alla porta, ed -entrò: — Vattene, Valentina, disse la sig.ª di Saint-Méran, e lasciami -col notaro. - -La giovinetta baciò la sua avola in fronte, ed uscì col fazzoletto -agli occhi. Alla porta ritrovò il cameriere, che le disse che il medico -aspettava nella sala. - -Valentina discese rapidamente. Il medico era un amico di famiglia, ed -uno dei più abili: amava molto Valentina da lui veduta nascere: aveva -una figlia dell’età circa di madamigella de Villefort, ma nata da -una madre etica, la sua vita era un continuo timore sul conto di sua -figlia. - -— Oh! disse Valentina, caro sig. d’Avrigny, vi aspettavamo con molta -impazienza. Ma prima di tutto, come stanno Maddalena ed Antonietta? — -Maddalena era la figlia del dottore d’Avrigny, ed Antonietta la nipote. - -Il sig. d’Avrigny sorrise tristamente: — Benissimo Antonietta, -diss’egli, ed abbastanza bene Maddalena. Ma voi, cara fanciulla, mi -avete mandato a chiamare? non è, nè vostro padre, ne la sig.ª de -Villefort malata? in quanto a voi quantunque sia visibile che non -possiamo spacciarci dai nostri nervi, non presumo che abbiate bisogno -di me in altro, che per raccomandarvi di non lasciare che la vostra -immaginazione batta la campagna? - -Valentina arrossì; il sig. d’Avrigny spingeva la scienza -dell’indovinare fin quasi al miracolo, perchè era uno di quei medici -che curava sempre il fisico per mezzo del morale. — No, diss’ella, è -per la mia povera nonna: sapete la disgrazia che ci è accaduta, n’è -vero? - -— Non so niente, disse il sig. d’Avrigny. - -— Ahimè! riprese Valentina comprimendo i singhiozzi, mio nonno è morto. - -— Il sig. di Saint-Méran? — Sì. — Improvvisamente? - -— Con un attacco d’apoplessia fulminante. - -— Di una apoplessia? ripetè il medico. - -— Sì, di modo che la povera nonna è colpita dall’idea che suo marito, -ch’ella non aveva mai lasciato, la chiami, e che andrà presto a -raggiungerlo. Oh, signor d’Avrigny, ve la raccomando moltissimo la mia -nonna. - -— Ove si trova? — Nella sua camera col notaro. - -— Ed il sig. Noirtier? — Sempre lo stesso, una lucidità perfetta: ma la -medesima immobilità, lo stesso mutismo. - -— E lo stesso amore per voi, è vero, cara fanciulla? - -— Sì, disse Valentina sospirando, egli mi ama molto. - -— E chi non vi amerebbe? — Valentina sorrise tristamente. — E che cosa -si sente la nonna? - -— Un’esaltazione nervosa particolare, un sonno agitato e strano; -pretendeva questa mattina che durante il sonno, la sua anima era -disgiunta dai legami del corpo, e di aver veduto un fantasma entrare -nella camera, ed inteso il rumore che faceva il preteso fantasma nel -toccare il suo bicchiere. - -— È singolare, disse il dottore; non sapeva che la sig.ª di Saint-Méran -soffrisse di queste allucinazioni. - -— È la prima volta che l’ho veduta così, disse Valentina, e questa -mattina mi ha fatto gran paura; l’ho creduta folle; e mio padre, voi -sig. d’Avrigny conoscete certamente l’indole seria di mio padre, è -sembrato molto impressionato. - -— Ma andiamo a vedere, disse il sig. d’Avrigny, ciò che mi raccontate, -mi sembra strano. - -Il notaro discendeva, e vennero a prevenir Valentina che sua nonna era -sola. — Salite, diss’ella al dottore. — E voi? - -— Non ho coraggio, ella mi aveva proibito di mandarvi a chiamare; poi -come dite, io stessa sono molto agitata, febbricitante, e mal disposta; -vado invece a fare un piccolo giro nel giardino per rimettermi. — -Il dottore strinse la mano a Valentina, e, mentre ch’ei saliva alla -nonna, la giovinetta discendeva dalla scalinata. Non abbiamo bisogno di -dire qual fosse la parte di giardino favorita a Valentina. Dopo aver -fatto due o tre giri sul praticello che circondava la casa, dopo aver -raccolto una rosa per metterla alla cintura, o nei capelli, s’inoltrava -sotto il viale ombroso che conduceva al banco, poi dal banco andava al -cancello. - -Questa volta Valentina fece, secondo la sua abitudine, due o tre -giri in mezzo ai fiori, ma senza raccoglierli; il lutto del cuore, -che non aveva avuto ancora il tempo di estendersi sulla sua persona, -rigettava questo semplice ornamento; indi s’incamminò verso il viale. -A seconda che si inoltrava, le parve sentire una voce che pronunziasse -il suo nome. Ella si fermò maravigliata. Questa volta la voce giunse -più distinta al suo orecchio, ed ella riconobbe esser quella di -Massimiliano. - - - - -LXXII. — LA PROMESSA. - - -Era in fatto Morrel che dalla sera innanzi non viveva più: con -quell’istinto particolare agli amanti, ed alle madri, aveva indovinato, -che in seguito di questo ritorno della sig.ª di Saint-Méran, e della -morte del marchese, succedeva qualche cosa in casa di Villefort che -interessava il suo amore per Valentina. - -Come si vedrà, i suoi presentimenti si erano avverati; non era più una -semplice inquietudine quella che lo conduceva così sconvolto e tremante -al cancello dei marroni. - -Ma Valentina non era prevenuta dell’aspettativa di Morrel, questa non -era l’ora in cui ordinariamente vedevansi, e fu un puro caso, o se si -vuol meglio, una fortunata simpatia che la condusse al giardino. Quando -ella comparve, Morrel la chiamò: ella accorse al cancello. - -— Voi a quest’ora? diss’ella. - -— Sì, vengo a cercare ed a portare cattive notizie. - -— È dunque la casa dell’infortunio? parlate, ma in verità, la somma dei -dolori è già sufficiente. - -— Cara Valentina, ascoltatemi bene, perchè tutto ciò che sono per dirvi -è solenne. A qual epoca contano di maritarvi? - -— Ascoltate, nulla voglio nascondervi, Massimiliano. Questa mattina han -parlato del mio matrimonio, e mia nonna, sulla quale aveva calcolato -come sopra un appoggio che non ci sarebbe mancato, non solo si è -dichiarata pel matrimonio, ma lo desidera ancora a tal punto, che la -sola lontananza del sig. Franz, lo ritarda, e che la dimane del suo -arrivo il contratto sarà firmato. — Un penoso sospiro uscì dal petto -del giovine, che guardò lungamente e tristamente la sua diletta. — Ah! -rispose egli a voce bassa, è spaventoso il sentir dire tranquillamente -dalla donna che si ama; «il momento del nostro supplizio è fissato; fra -poche ore avrà luogo. Ma non importa, bisogna che la cosa sia così, e -dal canto mio non vi apporrò alcuna opposizione.» Ebbene! poichè non si -aspetta che l’arrivo del sig. d’Épinay per sottoscrivere il contratto, -e che voi sarete sua la dimane del suo arrivo, domani voi apparterrete -a lui, perchè egli è giunto a Parigi questa mattina. — Valentina -mandò un grido. — Io era dal conte di Monte-Cristo, sarà un’ora, disse -Morrel; noi parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del -dolore vostro, quando d’improvviso si sente scorrere una carrozza nel -cortile. Ascoltate! fino allora io non credeva ai presentimenti, ma or -bisogna ben che io vi creda: al rumore di quella carrozza sono stato -investito da un fremito in tutto il corpo: ben presto intesi dei passi -sulla scala. Finalmente si apre la porta, Alberto de Morcerf entra pel -primo, stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere d’essermi -ingannato, quando dietro a lui s’avanza un altro giovine, ed il conte -esclama: - -«— Ah! sig. barone Franz d’Épinay!» - -«Quant’ho di forza e di coraggio io lo raccolsi per contenermi. Forse -impallidii, forse tremai, ma a colpo sicuro sono rimasto col sorriso -sulle labbra; cinque minuti dopo sono uscito senza avere inteso una -parola di ciò che fu detto in quei cinque minuti; ero annientato. - -— Povero Massimiliano! mormorò Valentina. - -— Osservatemi, Valentina. Vediamo, rispondetemi come ad un uomo al -quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate di -fare? — Valentina abbassò la testa; ella era oppressa. — Ascoltate, -disse Morrel, non è la prima volta che voi pensate alla situazione -a cui siamo giunti: essa è grave, è pressante, è suprema; non credo -che questo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore: ciò -è buono per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e vi sono di -queste persone; ma chiunque si sente la volontà di lottare, non perde -un tempo prezioso, e rimbalza immediatamente alla fortuna il colpo con -cui fu colpito. Avete volontà di lottare contro l’avversa sorte, dite, -Valentina? Questo è quanto vi domando. - -Valentina fremette, e guardò Morrel con occhi spaventati. L’idea di -resistere a suo padre, a sua nonna, in fine a tutta la famiglia, non le -era ancor venuta. - -— Che dite, Massimiliano? e qual cosa chiamate una lotta? dite -piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l’ordine di mio padre, -contro il desiderio della mia ava moribonda? questo è impossibile. -(Morrel fece un movimento.) Voi avete un cuore troppo nobile per non -potere fare a meno di comprendermi, e mi comprendete tanto bene, che vi -ho ridotto al silenzio. Lottare io! Dio me ne salvi! No, no, riserbo -tutta la mia forza per lottare contro me stessa, e per bere le mie -lagrime, come voi dite; in quanto ad affliggere mio padre, in quanto al -turbare gli ultimi momenti di mia nonna, giammai! - -— Avete ragione, disse flemmaticamente Morrel. - -— In qual modo me lo dite, gridò Valentina offesa. - -— Vi dico ciò, come un uomo che vi ammira, madamigella! - -— Madamigella, gridò Valentina: oh egoista! egli mi vede alla -disperazione, e finge di non capirmi. - -— V’ingannate, anzi vi capisco perfettamente. Voi non volete -contrariare il sig. de Villefort, non volete disobbedire alla marchesa, -e domani sottoscriverete il contratto che deve unirvi a vostro marito. - -— Ma, mio Dio! posso fare altrimenti? - -— Non bisogna appellarsene a me, perchè sono un cattivo giudice in -questa causa, ed il mio egoismo mi accecherà. - -— Che mi avreste dunque proposto, Morrel, se mi aveste ritrovata -disposta ad accettare la vostra proposizione? sentiamo, rispondete, non -si tratta di dire «fate male», si tratta di dare un consiglio. - -— Mi dite ciò seriamente, Valentina? e devo io darvi questo consiglio, -dite? - -— Certamente, caro Massimiliano, perchè se è buono, io lo seguirò: -sapete bene che mi sono interamente data alle mie affezioni. - -— Valentina, disse Morrel compiendo di staccare un’asse di già -sconnessa; ho la testa sconvolta, vedete bene, da un’ora le idee più -insensate hanno percorso una per volta nel mio spirito. Oh! nel caso -che rifiutaste il mio consiglio... - -— Ebbene! questo consiglio? - -— Eccolo, Valentina. - -La giovane alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro. - -— Io son libero, riprese Massimiliano, sono abbastanza ricco per noi -due, sarete mia moglie. - -— Voi mi fate tremare, disse la giovinetta. - -— Seguitemi, continuò Morrel, vi condurrò da mia sorella che è -degna d’essere ancora vostra sorella; c’imbarcheremo per Algeri, per -l’Inghilterra, o per l’America; se non preferite che ci ritiriamo -insieme in qualche provincia, ove aspetteremo che qualche amico abbia -vinta la resistenza della vostra famiglia. - -Valentina scosse la testa: - -— Io me lo aspettava, Massimiliano, diss’ella: questo è un consiglio -insensato, e sarei ancor più insensata di voi, se non vi fermassi con -queste sole parole: «impossibile Morrel, impossibile». - -— Soffrirete dunque la vostra sorte tal quale si presenta, senza neppur -tentare di combatterla? - -— Sì, dovessi ancora morire! - -— Ebbene! Valentina, vi ripeterò di nuovo che avete ragione; infatto -io sono un pazzo, e voi mi provate che la passione acceca gli spiriti -più giusti. Grazie, dunque, a voi che ragionate senza passione. Sia -dunque così: è cosa intesa; domani sarete irrevocabilmente promessa al -sig. d’Épinay, non già con quella formalità teatrale che fu immaginata -per sciogliere gl’interessi delle commedie, e che si chiama la -sottoscrizione del contratto; ma per vostra propria volontà. - -— Anche una volta mi ponete alla disperazione, Morrel, disse Valentina; -e ricacciate il pugnale nella ferita! Che fareste, dite, se vostra -sorella ascoltasse un consiglio come quello che mi date? - -— Madamigella, rispose Morrel con un amaro sorriso, sono un egoista, e -nella mia qualità d’egoista, non penso a quel che farebbero gli altri -nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso che vi -conosco da un anno; che ho riposto, dal giorno in cui vi conobbi, tutte -le possibilità di felicità nel vostro amore: che venne un giorno in cui -mi diceste che mi amavate, che da quel giorno fissai le sorti del mio -avvenire sul vostro possesso, giacchè il possedervi era la mia vita. -Or non penso più a niente, dico solo a me stesso che le eventualità si -sono voltate, che credei aver guadagnata la felicità, e l’ho invece -perduta. Ciò accade sempre al giuocatore che perde non solo quel che -aveva, ma pur quello che non aveva. - -Morrel pronunciò queste parole colla più perfetta calma; Valentina lo -guardò coi suoi grandi occhi scrutatori, e cercando di non lasciar -penetrare quelli di Morrel fino al subbuglio che già si agitava nel -fondo del suo cuore: - -— Ma infine, che farete? - -— Ho l’onore di dirvi addio, madamigella, chiamando in testimonio -Iddio, che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore, -che vi desidero una vita molto pacifica e felice, e tanto ripiena di -contentezza, che non vi rimanga neppur posto per la mia memoria; addio, -Valentina, addio! disse Morrel inchinandosi. - -— Dove andate? gridò, allungando la mano a traverso il cancello, ed -afferrando Massimiliano per l’abito, la giovinetta che comprendeva -dall’interna sua agitazione che la calma del suo amante non poteva -essere reale; dove andate? - -— Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra -famiglia, e dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste -persone che si troveranno nella mia posizione. - -— Prima di lasciarmi ditemi ciò che volete fare. - -Il giovine sorrise con tristezza. - -— Oh! parlate! parlate! disse Valentina, ve ne prego! - -— La vostra risoluzione si è forse cambiata, Valentina? - -— Non può cambiarsi, infelice! voi ben lo sapete! - -— Allora, addio, Valentina! - -Questa scosse il cancello con una forza di cui non si sarebbe creduta -capace, e siccome Morrel si allontanava, passò le due mani attraverso -le sbarre, e congiungendole contorcendosi le braccia: - -— Che andate a fare? voglio saperlo! dove andate? - -— Oh! siate tranquilla, disse Massimiliano fermandosi a tre passi dalla -porta; la mia intenzione non è di rendere un altro uomo garante dei -rigori che la sorte riserba a me solo. Un altro minaccerebbe di andare -a trovare Franz, provocarlo, e battersi con lui; tutto ciò sarebbe -da insensato. Che ha che fare il sig. Franz con tutto ciò? egli mi -ha veduto questa mattina per la prima volta, ha già dimenticato di -avermi veduto; non sapeva neppure che io esistessi quando furono fatte -le convenzioni fra le vostre due famiglie, per mezzo delle quali fu -risoluto che voi due sareste stati l’una dell’altro: non ho dunque che -fare col sig. Franz, e, ve lo giuro, non me la prenderò con lui. - -— Ma con chi ve la prenderete? con me? - -— Con voi, Valentina? oh! Dio me ne guardi! la donna è sacra! - -— Con voi stesso allora: disgraziato, con voi stesso. - -— Sono io il colpevole, n’è vero? disse Morrel. - -— Massimiliano, disse Valentina, venite qui, lo voglio. - -Massimiliano si avvicinò col suo dolce sorriso, e se non fosse stato -il pallore del viso, sarebbesi detto che era nel suo stato ordinario. -— Ascoltatemi, mia adorata Valentina, le persone come noi che non -hanno mai avuto un pensiero di cui abbiano ad arrossire davanti al -mondo, davanti i parenti, e a Dio, possono leggere nel cuore l’uno -dell’altro a libro aperto. Io non ho mai fatto il romantico, non sono -un eroe malinconico, non rappresento nè un Manfredi, nè un Antony; ma -senza parole, senza proteste, senza giuramenti, ho messa la mia vita in -voi, voi mi venite meno, ed avete ragione di far così, ve l’ho detto, -ve lo ripeto; ma finalmente mi venite meno, e la mia vita è perduta. -Dal momento che vi allontanate da me, Valentina, io resto solo nel -mondo. Mia sorella è felice con suo marito, riprese dopo breve pausa -Massimiliano, suo marito non è che un mio cognato, vale a dire un uomo -che le convenzioni sociali soltanto uniscono a me; nessuno dunque -sulla terra ha bisogno della mia esistenza divenuta inutile. Ecco -ciò che io farò: aspetterò fino all’ultimo, che voi siate maritata, -perchè non voglio perdere l’ombra di una delle inattese combinazioni -che qualche volta ci riserba il destino, perchè finalmente di qui a là -Franz d’Épinay può morire; al momento in cui voi vi avvicinate a lui il -fulmine può cadere sull’altare: tutto sembra credibile al condannato -a morte, per lui tutto è possibile; invoca, aspetta anche un miracolo -per lui solo, da che si tratta della salvezza della sua vita. Io -dunque aspetterò fino all’ultimo momento, e quando la mia infelicità -sarà certa, senza rimedio, senza speranze, scriverò una lettera di -confidenza a mio cognato, un’altra lettera al prefetto di polizia per -dar loro avviso del mio disegno, e nell’angolo di un qualche bosco, -sulle rive di qualche fosso, sulle sponde di qualche fiume, mi farò -saltare le cervella, tanto vero, quanto che son il figlio del più -onesto uomo che abbia vissuto in Francia. - -Un tremito convulso agitò le membra di Valentina, ella lasciò il -cancello che teneva con ambe le mani, le braccia ricaddero abbandonate, -e due grosse lagrime gli scorsero sulle guance. - -Il giovine rimase davanti a lei tetro e risoluto. - -— Oh! per pietà, diss’ella, vivrete n’è vero? - -— No, sul mio onore, disse Massimiliano. Ma che importa a voi? avrete -fatto il vostro dovere, e vi rimarrà la vostra coscienza. - -Valentina cadde in ginocchio comprimendosi il cuore, che si rompeva: - -— Massimiliano, diss’ella, amico mio, mio fratello sulla terra, mio -sposo nel cielo, te ne prego, fa come faccio io, vivi e soffri, un -giorno forse saremo riuniti. - -— Addio, Valentina, riprese Morrel. - -— Mio Dio, disse Valentina alzando le mani al cielo con una sublime -espressione, voi lo vedete, ho fatto tutto ciò che ho potuto per -restare una figlia sottomessa; ho pregato, supplicato, implorato; egli -non ha ascoltato le mie preghiere, le mie suppliche, le mie lagrime. -Ebbene, continuò ella asciugando le lagrime, e riprendendo la sua -fermezza, ebbene! non voglio morire di rimorsi, amo piuttosto morire di -vergogna: vivrete, Massimiliano, ed io non sarò di alcuno, fuorchè di -voi. - -Morrel che aveva già fatto nuovamente qualche passo per allontanarsi, -era ritornato di nuovo, pallido di gioia, col cuore commosso, tenendo a -traverso il cancello, nelle sue mani quelle di Valentina. - -— Valentina, diss’egli, amica cara, non è così che bisogna parlarmi, -altrimenti bisogna lasciarmi morire. Perchè dovrò ottenervi dalla -violenza, se mi amate come vi amo? mi sforzate a vivere per umanità? -ecco tutto, in questo caso, amo piuttosto morire. - -— Infatto, mormorò Valentina, chi è che mi ama in questo mondo? lui. -Chi mi ha consolato in tutti i miei dolori? lui. Su chi riposano le mie -speranze? su chi si ferma la mia vista sconvolta? su chi riposa il mio -cuore stillante sangue? su lui, lui, sempre lui. Ebbene tu hai ragione -a tua volta; Massimiliano, ti seguirò; abbandonerò la casa paterna, -tutto! oh! ingrata che sono, gridò Valentina singhiozzando, tutto, -anche il mio buon nonno che dimenticava! - -— No, disse Massimiliano, non lo lascerai. Non mi dicesti che il -sig. Noirtier sembrò provare qualche simpatia per me? ebbene! prima -di fuggire gli dirai tutto, ti farai un’egida davanti a Dio del suo -consenso; poi subito dopo maritati egli verrà con noi, ed invece di uno -avrà due nipoti. Tu mi hai detto come ti parla, e come tu gli rispondi; -imparerò ben presto questa lingua commovente di segni; va Valentina. -Oh! te lo giuro, invece della disperazione che ci aspetta, ti prometto -la felicità. - -— Oh! guarda, Massimiliano, guarda qual è la tua possanza su di me, -tu mi fai quasi credere quanto mi dici, e pure ciò che mi dici è -insensato; perchè mio padre mi maledirà; perchè lo conosco, egli ha il -cuore insensibile, non mi perdonerà mai. Pure, ascoltami, Massimiliano, -se per artefizio, per preghiera, per accidente, che so io, se -finalmente con qualche mezzo qualunque posso ritardare il matrimonio, -mi aspetterai, n’è vero? - -— Sì, lo giuro come mi giurate che questo spaventoso matrimonio non si -farà mai, e che quand’anche vi trascinassero davanti al magistrato, o -davanti al prete, direte sempre di no. - -— Te lo giuro, Massimiliano, per tutto ciò che v’è di più sacro al -mondo, per mia madre. - -— Allora aspettiamo, disse Morrel. - -— Sì, aspettiamo, riprese Valentina che respirava a questa parola, vi -sono tante combinazioni che possono salvare due infelici come noi. - -— Mi fido a voi, Valentina, disse Morrel, tuttocciò che farete sarà -ben fatto; soltanto se non si ascoltano le vostre preghiere, se vostro -padre, se la sig.ª di Saint-Méran, esigono che il sig. d’Épinay sia -chiamato domani a firmare il contratto.... - -— Allora avete la mia parola, Morrel. - -— Invece di firmare... - -— Vengo a raggiungervi, e fuggiremo; ma di qui a là, non tentiamo -Iddio; Morrel, non ci vediamo più; è un miracolo, è una provvidenza, -che non siamo stati ancor sorpresi; se lo fossimo, se si sapesse come -ci vediamo, non avremmo più alcun espediente. - -— Avete ragione, Valentina; ma come sapere... - -— Dal notaio, il signor Deschamps, e da me stessa, vi scriverò. - -— Bene! grazie! adorata Valentina, riprese Massimiliano. - -— Sia così, disse Valentina, io pure vi dirò, tutto ciò che farete sarà -ben fatto; ebbene siete contento di vostra moglie? disse tristamente la -giovinetta. - -— Mia adorata Valentina, è ben poco il dir di sì. - -— Ditelo sempre. A rivederci disse Valentina, togliendosi con uno -sforzo dalla sua felicità: a rivederci. - -— Io dunque avrò una vostra lettera? - -— Sì. - -— Grazie mia cara sposa, a rivederci. - -Valentina fuggì sotto i tigli. - -Morrel ascoltò gli ultimi rumori della sua veste fluttuante contro -i cespugli, e dei piedi che facevano scricchiolare la sabbia, alzò -gli occhi al cielo con un ineffabile sorriso, per ringraziarlo perchè -permetteva che fosse amato in tal guisa, e anch’egli disparve. - -Il giovine rientrò in casa sua, ed aspettò durante tutto il resto della -sera, ed il dì seguente senza nulla ricevere. - -Finalmente il secondo giorno verso le dieci del mattino, mentre -stava per andare da Deschamps, ricevè dalla posta un bigliettino, che -riconobbe essere di Valentina, quantunque non avesse mai veduto il suo -scritto. - -Esso era concepito in questi termini; - - «Lagrime, suppliche, preghiere, nulla hanno ottenuto. Ieri per - due ore sono stata nella chiesa di S. Filippo di Roule e per due - ore ho pregato Dio dal fondo della mia anima; Dio non ha voluto - esaudirmi, e le soscrizioni del contratto sono fissate per questa - sera alle nove. Non ho che una parola sola come non ho che un sol - cuore, Morrel, questa parola è impegnata con voi, questo cuore è - vostro. - - Vostra Sposa - VALENTINA DE VILLEFORT. - - «P. S. La mia povera nonna, va di male in peggio: ieri sera - la sua esaltazione è giunta al delirio, oggi il suo delirio è - quasi una pazzia: mi amerete, per farmi dimenticare che l’avrò - abbandonata in questo stato? Credo che nascondano a mio nonno - Noirtier che la sottoscrizione del contratto deve aver luogo - questa sera.» - -Morrel non si limitò alle informazioni che gli dava Valentina: andò dal -notaro, che gli confermò la notizia che la sottoscrizione del contratto -era fissata per le nove della sera. - -Indi passò da Monte-Cristo; e là ne seppe di più: Franz era venuto -ad annunziargli questa solennità; dal suo canto la sig.ª de Villefort -aveva scritto un biglietto al conte, per pregarlo di scusarla se non -lo invitava; ma la morte del sig. di Saint-Méran, e lo stato in cui -si trovava la vedova, stendevano sopra questa riunione un velo di -tristezza, di cui non voleva offuscare la fronte del conte, cui ella -desiderava ogni sorta di felicità. - -La sera innanzi Franz era stato presentato alla sig.ª di Saint-Méran, -che aveva lasciato il letto per questa cerimonia, ma che lo raggiunse -subito dopo. - -Morrel, è cosa facile a comprendersi, era in uno stato di agitazione -che non poteva sfuggire ad un occhio tanto penetrante, quanto quello -del conte; per cui Monte-Cristo fu per lui più affettuoso che mai; -tanto affettuoso che due o tre volte Massimiliano fu sul punto di -confessargli tutto: ma si ricordò la formale promessa data a Valentina, -ed il segreto rimase sepolto nel fondo del suo cuore. - -Lesse, e rilesse venti volte nel corso della giornata la lettera di -Valentina. - -Era la prima volta ch’ella gli scriveva, ed in quale occasione! -ciascuna volta che rileggeva questa lettera, rinnovava a sè stesso il -giuramento di render felice Valentina, e pensava con una inesprimibile -agitazione a quel momento in cui Valentina giugnerebbe. - -A quando a quando dei fremiti scorrevano per tutto il corpo di Morrel. - -Ma quando trascorse il mezzogiorno, quando Morrel sentì avvicinarsi -l’ora, provò il bisogno di restar solo; il sangue bolliva; le semplici -domande, la sola voce di un amico l’avrebbero irritato: si rinchiuse in -casa sua, provò di leggere; ma lo sguardo strisciò sulle pagine senza -nulla capire e finì col gettare il libro, per ritornare a meditare per -la decima volta il disegno: le scale, il recinto. Finalmente l’ora si -avvicinò. - -Giammai un uomo veramente innamorato ha lasciato fare all’orologio il -suo pacifico cammino. - -Morrel tormentò tanto il suo che finì col segnare le otto e mezzo, -quando non erano ancora le sei. - -Allora disse a sè stesso, che era giunta l’ora di partire, che le nove -erano effettivamente l’ora della sottoscrizione del contratto, ma che, -secondo ogni probabilità, Valentina non aspetterebbe questa inutile -sottoscrizione; per conseguenza, Morrel, dopo essere partito dalla -strada Meslay alle otto e mezzo del suo orologio, entrò nel recinto -quando le otto suonavano a S. Filippo di Roule. Poco a poco cadde il -giorno. - -Allora Morrel uscì dal nascondiglio, e col cuore palpitante venne a -guardare alle fenditure del cancello; non v’era ancora alcuno. - -Suonarono le otto e mezzo. - -Una mezz’ora passò nell’aspettare; Morrel passeggiava in lungo ed in -largo, quindi, ad intervalli sempre più vicini, veniva ad applicare -l’occhio alle assi. - -Il giardino si oscurava sempre più, ma nella oscurità cercava invano la -veste bianca, nel silenzio ascoltava inutilmente il romore dei passi. - -La casa, che si scuopriva attraverso il fogliame restava tetra, e -non presentava alcuno dei caratteri di una casa che si apre per un -avvenimento tanto importante, quanto lo è la sottoscrizione di un -contratto di matrimonio. - -Morrel consultò l’orologio che suonò le nove e tre quarti, ma quasi -subito dopo lo stesso suono dell’orologio già inteso due o tre volte -ratificò l’errore della sua ripetizione e suonò le nove e mezzo. - -Era già mezz’ora di aspettativa di più di quel che aveva fissato la -stessa Valentina: ella aveva detto le nove, anzi piuttosto prima che -dopo. - -Questo fu il momento più terribile pel cuore del giovine, sul quale -ciascun secondo cadeva come un martello di piombo. Il più debole -rumore di foglie, il più piccolo soffio di vento chiamava la sua -attenzione, e faceva spuntare il suo freddo sudore; allora, tutto -tremante, accomodava la scala, e, per non perder tempo, metteva il -piede sul primo scalino. In mezzo a queste alternative di timore e di -speranze, in mezzo a questi stringimenti di cuore, suonarono le dieci -all’orologio della chiesa. - -— Oh! mormorò Massimiliano con terrore, è impossibile che la -sottoscrizione di un contratto duri così lungamente, a meno che -avvenimenti imprevisti non sian sopraggiunti, ho misurato tutte le -possibilità, calcolato il tempo di durata di tutte le formalità, è -dunque accaduta qualche cosa. - -Ed allora un poco passeggiava davanti al cancello, un poco veniva ad -appoggiare la fronte bruciante sul gelido ferro. Valentina sarebbe -forse svenuta dopo il contratto? o sarebbe forse stata fermata mentre -fuggiva? Erano le due sole ipotesi alle quali poteva fermarsi il -giovine, entrambe disperanti. L’idea sulla quale si fermò, fu che a -metà della fuga stessa fosse venuta meno la forza a Valentina, e che -fosse caduta svenuta in mezzo a qualche viale. - -— Oh! se fosse così, gridò egli slanciandosi alla sommità della scala, -la perderei, e per mia colpa! - -Il demone che gli aveva soffiato questo pensiero non lo lasciò più, -e ronzò al suo orecchio con quella perseveranza che fa sì che alcuni -dubbi, in capo a pochi momenti, per la forza del ragionamento, -diventino convinzioni. Gli occhi che cercavano di fendere la crescente -oscurità, credevano di veder sotto l’ombroso viale un oggetto steso; -Morrel arrischiò perfino a chiamare, e gli sembrò che il vento portasse -fino a lui un lamento inarticolato. - -Finalmente battè ancora la mezz’ora: era impossibile di poter -pazientare più lungamente, tutto era supponibile; le tempia di -Massimiliano battevano con forza, cavalcò il muro, e saltò dall’altra -parte. Egli era nella proprietà di Villefort, vi penetrava per mezzo -d’una scalata; pensò allora alle conseguenze che poteva avere una -simile azione; ma non era arrivato tant’oltre per ritornare addietro. - -Per qualche tratto andò rasente il muro, e, traversando il viale con un -salto, si slanciò nel fondo degli alberi. - -In un momento fu all’estremità di questo boschetto. - -Dal punto in cui era giunto, si poteva scorgere la casa. - -Allora si assicurò di una cosa ch’egli aveva già potuto sospettare: e -fu che invece dei lumi che si credeva di veder risplendere a ciascuna -finestra, com’è naturale nei giorni di cerimonia, non vide altro che -una massa grigia e velata ancora da un grande strato d’ombra, che -proiettava un’immensa nube distesa avanti la luna. Un lume scorreva -a quando a quando come perduto, e passava davanti a tre finestre del -primo piano. Queste erano quelle dell’appartamento della sig.ª di -Saint-Méran. Un altro lume restava immobile dietro un tendinaggio -rosso: ch’era quello della camera della sig.ª de Villefort. Morrel -indovinò tutto questo. Tante erano le volte, che per seguire Valentina -col pensiero in tutte le ore del giorno, ch’egli si era fatto -descrivere il piano di questa casa, che conosceva senza aver veduta. - -Il giovine fu ancora più spaventato da questa oscurità e da questo -silenzio, di quel che lo fosse stato per l’assenza di Valentina. -Perduto, folle per dolore, risoluto a cimentar tutto per rivedere -Valentina, ed assicurarsi dell’infortunio che presentiva, qualunque -fosse, Morrel arrivò all’orlo del boschetto, e s’apparecchiava a -traversare il praticello di fiori quanto più poteva sollecitamente, del -tutto allo scoperto, quando giunse fino a lui il suono di voci assai -lontane, ma che il vento gli portava. - -A questo rumore fece un passo addietro, di già uscito a mezzo dalle -foglie, si celò compiutamente, e restò immobile e muto ravvolto nella -oscurità. La sua risoluzione era presa; s’era Valentina sola, egli -l’avvertirebbe con una parola al passaggio di lei: se Valentina era -accompagnata, almeno la vedrebbe, e si assicurerebbe che non le era -accaduta alcuna disgrazia: se fossero estranei afferrerebbe qualche -parola della loro conversazione e giungerebbe a comprendere un mistero -fino allora per lui inesplicabile. - -La luna uscì dalle nubi che la nascondevano, e sulla porta della -scalinata Morrel vide comparire il sig. de Villefort in compagnia di -un uomo vestito di nero. Essi scesero gli scalini, e s’inoltrarono nel -boschetto. Non avevano ancora fatti quattro passi, che in quest’uomo -vestito di nero Morrel aveva riconosciuto il dottore d’Avrigny. - -Il giovine, vedendoli venire alla sua volta, indietreggiò -macchinalmente in faccia a loro, fino a che urtò nel tronco di -un albero che formava il centro del boschetto; là fu costretto di -fermarsi. Ben presto la sabbia cessò di stridere sotto i piedi de’ due -passeggiatori. — Ah! caro dottore, disse il procuratore del Re, ecco -che il cielo si dichiara avverso alla mia casa. Qual morte orribile! -qual colpo di fulmine! Non cercate di consolarmi; ahimè! non vi sono -consolazioni per simili disgrazie, la piaga è troppo viva e troppo -profonda; morta! morta! - -Un sudor freddo fece agghiacciare la fronte del giovine, e battere i -denti. Chi dunque era morta in questa casa, che lo stesso Villefort -diceva maledetta? - -— Mio caro sig. de Villefort, rispose il medico con un accento -che raddoppiò il terrore del giovine, non vi ho qui condotto per -consolarvi, anzi tutto al contrario. - -— Che volete dire? domandò il procurator del Re spaventato. — Voglio -dirvi, che dietro alla disgrazia che vi è accaduta, ve ne è un’altra -fors’anche maggiore. - -— Oh! mio Dio! mormorò Villefort giungendo le mani, che volete dirmi -ancora? — Siamo ben sicuri d’essere soli? - -— Oh! sì, siamo soli. Ma che significano tutte queste cautele? - -— Significano ch’io ho una confidenza terribile a farvi, disse il -dottore; sediamoci. — Villefort cadde piuttosto che assidersi sopra un -banco. Il dottore rimase in piedi davanti a lui, tenendogli una mano -sopra una spalla. Morrel, agghiacciato dallo spavento, con una mano si -reggeva la fronte, e coll’altra si teneva compresso il cuore per timore -che si sentissero le sue pulsazioni: — Morta! morta! ripetè nel suo -pensiero colla voce del suo cuore, ed egli stesso si sentiva morire. - -— Parlate, dottore, vi ascolto, disse Villefort; capite, sono preparato -a tutto. — La sig.ª di Saint-Méran era avanzata in età, non vi è -dubbio, ma godeva ancora di una eccellente salute. - -Morrel per la prima volta respirò dopo dieci minuti. - -— Il dolore l’ha uccisa; disse Villefort, sì, il dispiacere, dottore! -l’abitudine per 40 anni di vivere col marchese... - -— Non fu il dispiacere, caro Villefort, disse il dottore. I dispiaceri -possono uccidere, quantunque i casi sian molto rari, ma non uccidono -in un giorno, in un’ora, in dieci minuti. — Villefort nulla rispose, -soltanto alzò la testa che fino allora aveva tenuta bassa, e guardò il -dottore con occhi atterriti. — Eravate là, durante l’agonia? domandò il -dottore d’Avrigny. - -— Senza dubbio, rispose il procuratore del Re, mi diceste a bassa voce -che non mi allontanassi. - -— Avete osservati i sintomi del male sotto cui ha dovuto soccombere la -sig.ª Saint-Méran? - -— Certamente; ella ha avuto tre assalti successivi, con qualche minuto -di distanza gli uni dagli altri, e ciascuna volta eran fra loro vicini -e più forti. Quando siete giunto, già da qualche minuto la sig.ª di -Saint-Méran era anelante; allora ebbe una crisi che io credetti un -semplice assalto nervoso, e non ho cominciato a spaventarmi realmente -che quando la vidi sollevare dal letto, coi membri ed il collo -irrigiditi. Allora dal vostro viso compresi che la cosa era più grave -di quel che io credeva. Cessata la crisi, cercava i vostri occhi, ma -essi non s’incontrarono coi miei. Voi tenevate fra le vostre dita il -polso, ne contavate le pulsazioni, e comparve la seconda crisi, più -terribile della prima; gli stessi movimenti nervosi si riprodussero, -e la bocca si contrasse, e divenne violetta. Alla terza ella spirò. Io -aveva già riconosciuto il tetano fin dalla fine della prima crisi; voi -mi confermaste in questa opinione. - -— Sì, alla presenza di tutti, disse il dottore; ma or siam soli. — Che -volete dirmi, mio Dio? - -— Che i sintomi del tetano e dell’avvelenamento colle sostanze -vegetabili, sono assolutamente gli stessi. — Villefort si rizzò in -piedi, poi, dopo un minuto d’immobilità e di silenzio, ricadde sul -banco. — Oh! mio Dio! dottore, pensate bene a quel che ora mi dite! - -Morrel non sapeva se faceva un sogno, o vegliava. - -— Ascoltate, conosco l’importanza della mia dichiarazione, ed il -carattere della persona cui la indirizzo. - -— Parlate all’amico o al magistrato? domandò Villefort. - -— All’amico soltanto in questo momento; i rapporti fra i sintomi del -tetano e quelli dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili sono -talmente identici, che se mi bisognasse firmare quant’io vi dico, vi -dichiaro che esiterei. Per cui ve lo ripeto, non è al magistrato ch’io -parlo, ma all’amico. Ebbene! dico all’amico; «Nei tre quarti d’ora -che ha durato, ho studiata l’agonia, le convulsioni, e la morte della -sig.ª di Saint-Méran; e nella mia convinzione, non solo ella è morta -avvelenata, ma direi pure, qual veleno l’ha uccisa.» - -— Signore! signore! - -— Tutto v’era, sonnolenza interrotta da crisi nervose, sopraeccitazione -del cervello. La sig.ª di Saint-Méran è morta per una dose violenta di -brucnina o di stricnina che senza dubbio per caso, o forse per errore -le è stata ministrata. - -Villefort afferrò la mano del dottore: — Oh! è impossibile, diss’egli, -sogno, mio Dio! sogno! È spaventoso il sentire simili cose da un uomo -come voi! In nome del cielo, ve ne supplico, caro dottore, ditemi che -potete esservi sbagliato. - -— Senza dubbio lo posso, ma... non lo credo. - -— Dottore, abbiate pietà di me; da qualche giorno mi accadono cose -tanto inaudite, che credo alla possibilità di diventar pazzo. - -— La sig.ª di Saint-Méran è stata visitata da altro medico? - -— Da nessuno. — È stata presa alla spezieria altra ricetta che non mi -sia stata fatta vedere? — Nessuna. - -— Aveva qualche nemico? — Non le ne conosco alcuno. - -— V’è qualcuno che abbia premura della sua morte? - -— Ma no, mio Dio! ma no, mia figlia ne è la sola ereditiera, Valentina -sola... Oh! se mi potesse venire un simile pensiero, mi conficcherei -da me stesso un pugnale nel cuore per punirlo di aver potuto per un sol -momento fermarsi sopra un tal pensiero. - -— Oh! gridò a sua volta d’Avrigny, caro amico, non piaccia a Dio che io -accusi qualcuno; non parlo che di un accidente, di un errore, capite -bene? ma accidente, o errore, il fatto è là che parla a bassa voce -nella mia coscienza, la quale esige però che io ve ne parli ad alta -voce. Pigliate le vostre informazioni. - -— A chi? come? di qual cosa? - -— Vediamo, Barrois il vecchio domestico si sarebbe sbagliato, e dato -alla sig.ª di Saint-Méran qualche bevanda preparata pel suo padrone? — -Per mio padre? — Sì. - -— Ma come una bevanda preparata per il sig. Noirtier può avvelenare la -sig.ª di Saint-Méran? - -— Niente di più semplice: sapete che in certe malattie i veleni -divengono rimedi; la paralisi è una di queste malattie. Da circa tre -mesi, per esempio, dopo aver tutto tentato per rendere il movimento -della parola al sig. Noirtier, ho risoluto tentare un ultimo mezzo; -lo curo con la brucnina; così nell’ultima bevanda che ho ordinata -per lui, ve ne erano sei centigrammi; essi, senza azione sugli organi -paralizzati del sig. Noirtier, ed ai quali egli si è avvezzato, bastano -per ammazzare qualunque altra persona. - -— Mio caro dottore, non vi è nessuna comunicazione fra l’appartamento -del sig. Noirtier, e quello della sig.ª di Saint-Méran, e Barrois non -è mai entrato nelle camere di mia suocera. Finalmente quantunque io vi -conosca per l’uomo più abile, e soprattutto più coscienzioso del mondo, -quantunque in tutt’altra congiuntura la vostra parola sia per me una -fiaccola che guida al par della luce del sole, pure ho bisogno, ad onta -di questa convinzione, di appoggiarmi su questo assioma, _lo sbagliare -è dell’uomo._ - -— Ascoltate, Villefort, disse il dottore, conoscete uno dei miei -confratelli nel quale possiate avere la stessa confidenza che in me? - -— Perchè dite ciò? a che volete venirne? - -— Chiamatelo, gli dirò ciò che ho veduto, ciò che ho osservato, e poi -faremo l’autopsia. - -— E troverete le tracce dell’avvelenamento? - -— No, niente del veleno, non ho detto questo, ma constateremo -l’esasperazione del sistema, riconosceremo l’asfissia patente, -incontestabile, e vi diremo caro Villefort: «se per negligenza accadde -una tal cosa, vegliate su i vostri servitori: se per odio, vegliate su -i vostri nemici!» - -— Oh! mio Dio! che mi proponete mai, d’Avrigny, rispose Villefort -abbattuto; dal momento che vi sarà un altro oltre voi nel segreto, -vi vorrà un processo, ed in casa mia è impossibile! Pertanto, se -lo volete, se lo esigete assolutamente, lo farò. Infatto, io forse -dovrò dar seguito a quest’affare; il mio carattere me lo comanda. Ma -dottore, mi vedete di già penetrato di tristezza: introdurre nella mia -casa un sì grande scandalo, dopo un sì gran dolore! oh! mia moglie, -e mia figlia ne morrebbero; dottore, lo sapete, un uomo non è stato -procuratore del Re per venti anni senza essersi fatto buon numero di -nemici; ed i miei son molti. Quest’affare scandaloso sarà per essi -un trionfo che li farà esultare di gioia, e coprirà me di vergogna, -perdonatemi queste idee mondane. Se foste un egoista, non oserei -parlarvi così; ma siete un uomo, conoscete gli altri uomini; dottore, -non mi avete detto niente, n’è vero? - -— Mio caro sig. de Villefort, rispose il dottore costernato, il mio -primo dovere è la umanità; se avessi salvata la sig.ª di Saint-Méran, -se la scienza avesse avuto il potere di farlo; ma ella è morta, ed io -devo me stesso ai vivi. Seppelliamo nel più profondo dei nostri cuori -questo terribile segreto: permetterò, se gli occhi di qualcuno si -aprono su ciò, che sia imputato a mia ignoranza il silenzio che avrò -conservato. Però, signore, cercate sempre, ed operosamente, perchè -forse ciò non si fermerà qui... e quando avrete trovato il colpevole, -se pur lo ritrovate, vi dirò: «voi viete magistrato, fate ciò che -volete!». - -— Oh! grazie, dottore! disse Villefort con indicibile gioia, non ho mai -avuto amico miglior di voi. — E quasi che avesse temuto che il dottore -d’Avrigny non si pentisse di questa promessa, si alzò, e trascinò il -dottore dalla parte della casa. Essi si allontanarono. - -Morrel come se avesse avuto bisogno di respirare, mise fuori la testa -dai tigli, e la luna illuminò quel viso tanto pallido, che sarebbesi -potuto prendere per un fantasma. - -— Dio mi protegge con un manifesto, ma terribile modo! diss’egli. Ma -Valentina! povera amica! resisterà a tanti dolori? — Dicendo queste -parole guardava alternativamente la finestra con le tende rosse, e -le tre finestre con le tende bianche. La luce era quasi compiutamente -disparsa dalla finestra con le tende rosse. Senza dubbio la sig.ª de -Villefort aveva spento il suo lume, ed il solo lume da notte mandava -qualche riflesso ai vetri. All’estremità del fabbricato, al contrario, -vide aprirsi una delle tre finestre con le tende bianche. Una candela -posta sul caminetto mandò al di fuori qualche raggio della sua pallida -luce, ed un’ombra venne per un momento ad appoggiarsi al balcone. - -Morrel fremette; gli sembrò avere inteso un singulto. - -Non era meraviglioso che quest’anima ordinariamente tanto coraggiosa -e forte, ora sconvolta ed esaltata dalle due più forti passioni -dell’uomo, l’amore e la paura, si fosse indebolita al punto da soffrire -le allucinazioni superstiziose. - -Quantunque fosse impossibile, nascosto come egli era, che l’occhio -di Valentina lo distinguesse, pure gli parve di vedersi chiamato -dall’ombra della finestra; il suo spirito sconvolto glielo diceva, -il cuore ardente glielo ripeteva. Questo doppio errore divenne una -realtà irresistibile, e, per uno di quegli slanci incomprensibili della -gioventù, balzò fuori del nascondiglio, e in due salti, col pericolo -di essere veduto, di spaventare Valentina, di dare l’allarme, se alla -giovinetta sfuggiva un qualche grido involontario, traversò il prato, -che la luna faceva largo e chiaro come un lago; e raggiunta la fila dei -cassettoni degli aranci che si estendevano davanti alla casa, giunse ai -gradini della scalinata, che salì rapidamente, e spinse la porta, che -si aprì senza alcuna resistenza davanti a lui. Valentina non lo aveva -veduto, gli occhi innalzati al cielo seguivano una nube d’argento che -strisciava l’azzurro, e la cui forma era quella di un’ombra che sale -al cielo; il suo spirito poetico ed esaltato le diceva che quella era -l’ombra di sua nonna. Frattanto Morrel aveva traversata l’anticamera e -ritrovata la rampa della scala; i tappeti stesi sugli scalini tennero -nascosto il romore dei suoi passi: d’altra parte Morrel era giunto a -quel punto di esaltamento che non lo avrebbe spaventato la presenza -stessa del sig. de Villefort. Se questi si fosse presentato ai suoi -occhi, la risoluzione era presa: gli si avvicinava, gli confessava -tutto, pregandolo di scusare, ed approvare quest’amore che lo univa -a sua figlia... Morrel era pazzo. Per fortuna non vide alcuno; -particolarmente allora quella tal conoscenza che aveva imparato da -Valentina sul piano interno della casa gli servì; giunse senza alcun -incidente in alto alla scala, e come arrivato là, si orizzontava, un -singhiozzo, di cui riconobbe l’espressione, gli indicò il cammino che -doveva prendere; si voltò: una porta era socchiusa, e lasciava giungere -a lui il riflesso di una lampada, ed il suono della voce che gemeva. -Spinse questa porta ed entrò. Nel fondo di una alcova, sotto un bianco -drappo che ne ricopriva la testa, e designava la forma, giaceva la -morta, più spaventosa ancora agli occhi di Morrel dopo la rivelazione -segreta di cui il caso lo avea fatto possessore. Di fianco al letto, -in ginocchio, colla testa sepolta nei cuscini di una larga poltrona, -Valentina tremante, e sollevata dai singhiozzi, stendeva al di sopra, -della testa, che non si vedeva, ambo le mani giunte ed irrigidite: -aveva lasciata la finestra aperta, e pregava ad alta voce con accenti -che avrebber commosso il cuore più insensibile; la parola le sfuggiva -dalle labbra, rapida, incoerente, inintelligibile. La luna strisciando -a traverso la apertura delle persiane, faceva impallidire la luce della -lampada, e dava un fondo azzurro alle funebri tinte in questo quadro di -desolazione. - -Morrel non potè resistere a questo spettacolo; egli non era di -una pietà esemplare, non era facile alle impressioni; ma Valentina -sofferente, piangente, e torcentesi le braccia, avanti ai suoi occhi -era più di quanto poteva sopportare in silenzio. Egli mandò un sospiro, -mormorò un nome, e la testa bagnata dalle lagrime, ed impietrata sui -velluti del seggio, si rialzò, e rimase voltata verso di lui. - -Valentina lo vide, e non manifestò alcuna meraviglia. Non vi sono più -emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo dolore. Morrel le -stese la mano, Valentina per tutta scusa del perchè non era stata a -ritrovarlo, gli mostrò il cadavere che giaceva sotto il funebre drappo, -e ricominciò i singulti. Nè l’uno, nè l’altra osavano parlarsi in -questa camera. Ciascuno esitava a rompere quel silenzio che sembrava -venisse raccomandato dalla morte ritta in piedi in un qualche angolo, -col dito sulle labbra. Finalmente Valentina osò parlare per la prima: -— Amico, diss’ella, come mai siete qui? Ahimè! vi direi: «siate il ben -venuto» se non fosse la morte che vi avesse aperta la porta di questa -casa. - -— Valentina, disse Morrel con voce tremante, e con le mani giunte, -io era là dalle otto e mezzo; non vi vedeva venire: fui preso -dall’inquietudine, ho saltato il muro, son penetrato nel giardino; -allora delle voci che si intrattenevano sul fatale accidente... - -— Quali voci? domandò Valentina. - -Morrel fremette perchè tutta la conversazione del dottore e di -Villefort gli ritornava al pensiero, ed a traverso del drappo, credeva -veder quelle braccia contorte, quel collo irrigidito, quelle labbra -violette: — Le voci dei vostri domestici, diss’egli, mi hanno appreso -tutto. - -— Ma venir fin qui, è lo stesso che perderci, amico mio, disse -Valentina senza collera e senza spavento. - -— Perdonatemi, rispose Morrel col medesimo tuono, mi ritiro. - -— No, disse Valentina, sareste incontrato, restate. - -— Ma se qui venissero?... — La giovane scosse la testa: - -— Nessuno verrà, siate tranquillo, ecco la nostra salva guardia. — E -mostrò la forma del cadavere modellata dal drappo che la copriva. - -— Ma che è accaduto del sig. d’Épinay? - -— Il sig. Franz è venuto per soscrivere il contratto al momento in -cui mia nonna rendeva l’ultimo sospiro: ma ciò che raddoppia il mio -dolore, si è che questa povera e cara avola, morendo, mi ordinò che si -compiesse il matrimonio il più presto possibile. - -— Ascoltate! disse Morrel. I due giovani fecero silenzio. - -S’intese una porta aprirsi, e dei passi fecero scricchiolare il -piancito del corridoio ed i gradini della scala: - -— È mio padre che esce dal suo gabinetto, disse Valentina. - -— E che riconduce il dottore, soggiunse Morrel. - -— Come sapete che è il dottore? domandò Valentina meravigliata. — -Lo presumo, disse Morrel. — Valentina guardò il giovine. Frattanto -s’intese chiudere la porta di strada. - -Il sig. de Villefort andò inoltre a dare un doppio giro di chiave a -quella del giardino, indi risalì le scale. - -Giunto nell’anticamera si fermò un momento, come esitante se -dovesse entrare nel suo appartamento, o nella camera della sig.ª di -Saint-Méran. Morrel si gettò dietro una portiera. Valentina non fece -alcun movimento: si sarebbe detto che il sommo dolore la poneva al di -sopra degli ordinari timori. Ma de Villefort entrò nelle sue stanze. - -— Ora, disse Valentina, non potete più uscire nè dalla porta del -giardino, nè da quella di strada. - -Morrel la guardò con meraviglia. — Ora, diss’ella, non vi è più che una -uscita sicura e permessa, ed è quella dello appartamento del mio nonno. -— Ella si alzò: — Venite. - -— E dove? domandò Massimiliano. — Da mio nonno. - -— Io, dal sig. Noirtier? — Sì. - -— Pensateci bene, Valentina. - -— Vi penso, e da lungo tempo. Non ho più che questo amico al mondo, ed -entrambi abbiam bisogno di lui. - -— State attenta, Valentina, disse Morrel esitando a fare ciò che gli -ordinava la giovinetta, state attenta, la benda mi è caduta dagli -occhi. Venendo qui, ho commesso un atto di pazzia. Avete voi stessa -tutta la vostra ragione, cara amica. - -— Sì, disse Valentina, e non ho che uno scrupolo al mondo, quello di -lasciar soli questi ultimi avanzi della mia povera nonna, che mi sono -incaricata di vegliare. - -— Valentina, disse Morrel, la morte è sacra per sè stessa. - -— Sì, rispose la giovinetta; d’altra parte sarà per poco, venite. -— Valentina traversò il corridoio, e discese una piccola scala che -conduceva dal sig. Noirtier. Morrel la seguiva in punta di piedi. -Giunti sul piano dell’appartamento ritrovarono il vecchio domestico. - -— Barrois, disse Valentina, chiudete la porta, e non lasciate entrare -nessuno. - -Ella entrò per la prima. Noirtier, ancora seduto al suo seggio, -attento al più piccolo rumore, istruito dal vecchio servitore di tutto -ciò che accadeva, fissò gli sguardi avidi all’entrata della camera; -vide Valentina, ed il suo occhio brillò. Vi era nel portamento, -nell’attitudine della giovinetta qualche cosa di grave, e di solenne -che sorprese il vegliardo: epperò lo sguardo ch’era brillante divenne -interrogatore. — Caro padre, diss’ella a bassa voce, ascoltami bene: -tu sai che la buona nonna Saint-Méran è morta sarà un’ora, e che -adesso, eccetto te, non ho più alcuno che mi ami in questo mondo. — -Un’espressione d’infinita tenerezza passò sugli occhi del vecchio. — È -dunque a te solo, che io debbo confidar tutti i miei dispiaceri, e le -mie speranze? - -Il paralitico fece segno di sì. - -Valentina prese Massimiliano per la mano: — Allora diss’ella, guarda -bene questo signore. - -Il vecchio fissò lo sguardo scrutatore, e leggermente maravigliato su -Morrel. — Questi è il sig. Massimiliano Morrel, diss’ella, il figlio -di quell’onesto negoziante di Marsiglia di cui tu avrai senza dubbio -inteso parlare. - -— Sì, fece il vecchio. - -— È un nome irreprensibile che Massimiliano è in via di rendere -glorioso, perchè a trent’anni è capitano degli _Spahis_, ed ufficiale -della legione d’onore. - -Il vecchio fece segno che se ne ricordava. - -— Ebbene! buon papà, disse Valentina mettendosi in ginocchio e -mostrando Massimiliano con una mano, io l’amo, e non sarò mai d’altri -che di lui! se mi sforzeranno di sposarne un altro, mi lascerò morire, -o mi ucciderò. - -Gli occhi del paralitico esprimevano una folla di pensieri tumultuosi. -— Tu ami il sig. Morrel, n’è vero, buon papà? domandò la giovinetta. — -Sì, fece il vecchio immobile. - -— E vuoi tu proteggerci, noi siamo i tuoi figli, contro la volontà di -mio padre? - -Noirtier fissò lo sguardo intelligente su Morrel, quasi avesse voluto -dire: - -— Per questo, vedremo. - -Massimiliano capì: — Madamigella, diss’egli, voi avete un sacro dovere -da compiere nella camera di vostra nonna; volete permettermi di aver -l’onore di parlare un momento col sig. Noirtier? - -— Sì, sì, è questo, fece l’occhio del vecchio; poi guardò Valentina con -inquietudine. — Come farà egli per intenderti, vuoi dire, buon nonno. — -Sì. - -— Oh! sta tranquillo; abbiamo tanto spesso parlato di te, che egli sa -bene il modo di trattenersi teco. - -Poi volgendosi a Morrel con un’adorabile sorriso, velato però da -una profonda tristezza: — Egli sa tutto quel che so io, diss’ella. -— Valentina si alzò, avvicinò una sedia per Morrel, raccomandando -a Barrois di non lasciare entrare nessuno, e dopo avere teneramente -abbracciato suo nonno, e detto addio tristamente a Morrel, partì. - -Allora Morrel per provare a Noirtier che egli aveva la confidenza di -Valentina, e che conosceva tutti i loro segreti, prese il dizionario, -la penna, e la carta, e pose il tutto sopra una tavola su cui stava -il lume: — Ma primieramente, disse Morrel, permettetemi, signore, di -raccontarvi chi sono io, come amo madamigella Valentina, e quali sono -le mie vedute sul conto di lei. — Ascolto, fece Noirtier. - -Era uno spettacolo imponente questo vecchio, inutile fardello in -apparenza, diventato il solo protettore, il solo appoggio, il solo -giudice dei due giovani amanti, belli, e robusti che entravano nella -vita. La sua figura nobile ed austera imponeva a Morrel, che cominciò -il racconto tremando. Narrò allora come aveva conosciuto, come -aveva amato Valentina, e come questa nel suo isolamento, e nel suo -infortunio, aveva accolta l’offerta della sua devozione. Gli disse qual -era la sua nascita, la sua posizione, la sua fortuna; e più d’una volta -interrogò lo sguardo del paralitico che gli rispondeva: — Sta bene; -continuate. - -— Ora, disse Morrel, quando ebbe finita questa prima parte del suo -racconto, ora, che vi ho detto, signore, il mio amore, e le mie -speranze, debbo dirvi i miei disegni? - -— Sì, fece il vecchio. - -— Ebbene! ecco ciò che noi avevamo risoluto. - -Allora raccontò tutto a Noirtier, in qual modo un calessino aspettava -nel recinto, come contava rapire Valentina, condurla da sua sorella, -sposarla, e, in una rispettosa aspettativa, sperare il perdono dal sig. -de Villefort. - -— No, disse Noirtier. - -— No, rispose Morrel, non è così, che si deve fare? — No. - -— Questo disegno non ha il vostro assenso? — No. - -— Ebbene! vi è un altro mezzo, disse Morrel. - -Lo sguardo interrogatore del vecchio domandò: quale? - -— Andrò a ritrovare il sig. Franz d’Épinay; sono contento di potervi -dir questo in assenza di madamigella di Villefort; mi condurrò in modo -di sforzarlo ad essere un galantuomo. - -Lo sguardo di Noirtier continuò ad interrogare. - -— Ciò che farò? — Sì. - -— Eccolo: andrò a trovarlo, gli racconterò i legami che mi uniscono -a madamigella Valentina; se gli è uomo delicato, proverà la sua -delicatezza rinunciando da sè stesso alla mano della fidanzata, e -la mia amicizia e devozione gli sono da questo momento devolute per -sempre fino alla morte; se rifiuta, sia che l’interesse lo spinga, sia -che un ridicolo orgoglio lo faccia persistere, dopo avergli provato -che egli costringerebbe la mia sposa, che Valentina mi ama, e non può -amare altri che me, mi batterei con lui, dandogli tutti i vantaggi, o -l’ucciderò, o egli ucciderà me; se l’uccido, non sposerà Valentina, se -mi uccide son ben sicuro che Valentina non lo sposerà. - -Noirtier considerava con un piacere indicibile questa nobile e sincera -fisonomia, sulla quale si dipingevano tutti i sentimenti che la sua -lingua esprimeva, aggiungendovi coll’espressione di un bel viso, tutto -ciò che il colorito aggiunge ad un disegno solido e vero. Frattanto -quando Morrel ebbe finito di parlare, Noirtier chiuse gli occhi a più -riprese, che, come ben sappiamo, era il suo modo di esprimere no. - -— No? disse Morrel, voi dunque disapprovate ancora questo secondo -disegno al pari del primo? - -— Sì lo disapprovo, accennò il vecchio. - -— Ma che fare allora, signore? domandò Morrel. Le ultime parole della -sig.ª di Saint-Méran sono state che il matrimonio di sua nipote non -si faccia aspettare; debbo lasciar compiere le cose? — Noirtier rimase -immobile. - -— Comprendo, disse Morrel, debbo aspettare. — Sì. - -— Ma ogni ritardo può perderci. Valentina è sola, senza forza; -e sarà costretta come un fanciullo. Entrato qui miracolosamente -per saper ciò che accade, ammesso miracolosamente alla vostra -presenza, ragionevolmente non posso sperare che si rinnovino queste -buone avventure. Credetemi, non vi è che l’una o l’altra delle -due risoluzioni che vi propongo (perdonate questa mia vanità alla -giovinezza) che sia buona; ditemi quale delle due preferireste: -autorizzereste madamigella Valentina a confidarsi al mio onore? — No. - -— Preferite che vada a ritrovare il sig. d’Épinay? — No. - -— Ma da chi verrà il soccorso che aspettiamo? dal caso? - -— No. — Da voi? — Sì. - -— Capite bene, ciò che vi domando, scusate la mia insistenza, perchè la -mia vita sta nella vostra risposta; la nostra salute ci verrà da voi? — -Sì. - -— Ne siete sicuro? — Sì. — Mel garantite? — Sì. - -E nello sguardo che dava questa affermativa vi era tal fermezza, da -non dar luogo a dubitare della volontà, se non della possanza. — Oh! -grazie, signore, mille volte grazie! ma in qual modo, a meno che un -miracolo non vi renda la parola, il gesto, il movimento, in qual modo -potrete, inchiodato in questo seggio, muto ed immobile, opporvi a -questo matrimonio? — Un sorriso rischiarò il viso del vecchio... è un -sorriso strano quello degli occhi sur un viso immobile! - -— Debbo dunque aspettare? domandò il giovine. — Sì. - -— Ma il contratto?... — Ricomparve il medesimo sorriso. - -— Volete dirmi che non sarà firmato? — Sì, fece il vecchio. — Il -contratto dunque non sarà firmato? gridò Morrel. Oh! perdonatemi, -signore! all’annunzio di una gran felicità, è ben permesso il dubitare. - -— No, disse il vecchio paralitico. — Ad onta di questa assicurazione, -Morrel esitava a credere. Questa promessa di un vecchio impotente -era sì strana che invece di provenire da una forza di volontà, poteva -emanare da un indebolimento di organi; non è naturale che l’insensato -che ignora la sua follia, pretenda effettuare cose al di sopra del suo -potere? il debole parla dei pesi che innalza, il timido dei giganti -che affronta, il povero del tesoro che maneggia, il più umile dei -contadini, per causa del suo orgoglio, si chiama Giove. - -Sia che Noirtier comprendesse l’irresolutezza del giovine, sia che non -aggiustasse compiutamente fede alla docilità che aveva mostrato, lo -guardò fissamente. — Che volete signore? domandò Morrel, che vi rinnovi -la promessa di nulla tentare? - -La sguardo di Noirtier rimase fermo e stabile, come per dire che una -promessa non bastava, indi passò dal viso alla mano. - -— Volete che giuri? domandò Massimiliano. - -— Sì, fece il paralitico con la stessa solennità, lo voglio. - -Morrel capì che il vecchio metteva grande importanza a questo -giuramento. Egli stese la mano. — Sul mio onore vi giuro di aspettare -ciò che avrete risoluto di fare contro del sig. d’Épinay. - -— Bene, fecero gli occhi del vecchio. - -— Ora, signore, ordinate che mi ritiri? — Sì. - -— Senza rivedere madamigella? — Sì. - -Morrel fece un segno col quale indicava esser pronto ad obbedire: — -Permettete intanto, signore, che vostro figlio vi abbracci, come ha -fatto or ora vostra figlia. - -Non vi era da sbagliare nella espressione degli occhi di Noirtier. Il -giovine posò sulla fronte del vecchio le sue labbra; indi lo salutò -una seconda volta, e partì. Sul pianerottolo trovò Barrois avvisato da -Valentina, che lo guidò nei giri di un corridoio oscuro, che conduceva -per una piccola porta nel giardino. Giunto là, Morrel si portò al -cancello; arrampicandosi su di una spalliera di carpini, giunse ben -presto alla sommità del muro, e per mezzo di una scala, in un secondo -fu nel recinto messo a trifoglio, ove il suo calessino lo aspettava -sempre. Vi montò ed abbattuto da tante emozioni, ma col cuore più -libero, verso mezzanotte rientrò nella strada Meslay, si gettò sul -letto, e dormì come se fosse stato in una profonda ubbriachezza. - - - - -LXXIII. — LA TOMBA DELLA FAMIGLIA VILLEFORT. - - -Due giorni dopo, una folla considerevole si trovava riunita, verso -le sei del mattino, alla porta del sig. de Villefort, ed erasi -veduto inoltrare una lunga fila di carrozze di lutto, e di carrozze -particolari, lungo tutto il sobborgo Sant’Onorato e la strada -Pépinière. In mezzo ad esse ve n’era una di forma particolare, e che -sembrava aver fatto un lungo viaggio. Era una specie di _forgone_ -tinto in nero, e che si era ritrovato tra i primi al convegno. Furono -prese informazioni, e si seppe che, per una strana coincidenza, questa -carrozza racchiudeva il corpo del signor di Saint-Méran, e che quelli -ch’eran venuti per un sol convoglio, seguiterebbero due cadaveri. Il -marchese di Saint-Méran, uno dei dignitarii più zelanti e fedeli del -re Luigi XVIII, e del re Carlo X, aveva conservato gran numero di -amici, che uniti alle persone che le sociali convenienze mettevano in -relazione con Villefort, formavano un seguito considerevole. Furon -tosto prevenute tutte le autorità, e si ottenne che i due convogli -sarebbero usciti nel medesimo tempo. Una seconda carrozza, addobbata -con la stessa pompa mortuaria, fu condotta davanti alla porta del -sig. de Villefort, e la cassa trasportata dal forgone di posta fu -messa sulla carrozza funebre. I due corpi dovevano essere seppelliti -nel cimitero del Padre-Lachaise, ove da lungo tempo il sig. de -Villefort aveva fatto inalzare la tomba destinata alla sepoltura di -tutta la sua famiglia, ed ove era già stato deposto il corpo della -povera Renata, che suo padre e sua madre venivano a raggiungere dopo -dieci anni di separazione. Parigi, sempre curiosa, e commossa per le -pompe funebri, vide con un religioso silenzio passare lo splendido -corteggio che accompagnava alla loro ultima dimora due nomi di quella -vecchia aristocrazia, i più celebri per lo spirito di tradizione, per -la sicurezza del commercio, e per l’ostinata devozione ai principi. -Nella stessa carrozza da lutto Beauchamp, Debray, e Château-Renaud -s’intrattenevano su queste morti quasi subitanee. - -— Ho veduto la sig.ª di Saint-Méran l’anno scorso ancora in Marsiglia, -diceva Château-Renaud; io ritornava dall’Algeria; era una persona -destinata a vivere cent’anni, mercè la sua perfetta salute, lo spirito -sempre pronto, e la sua prodigiosa alacrità. Quanti anni aveva? - -— Sessantasei anni, rispose Alberto, almeno a quanto Franz mi ha -assicurato. Ma non è l’età che l’ha uccisa, è il dispiacere che ha -sofferto per la morte del marchese: sembra che dopo questa morte, -che l’aveva violentemente colpita, non abbia ripresa compiutamente la -ragione. - -— Ma in fine di che male è morta? domandò Debray. - -— Di una congestione cerebrale, a quanto sembra, o di una apoplessia -fulminante. - -— Non è forse la stessa cosa? - -— Presso a poco. - -— Di apoplessia dice Beauchamp, è difficile a credersi. La sig.ª di -Saint-Méran, che io pure ho veduta una o due volte in mia vita, era -piccola, gracile di forme, e di costituzione molto più nervosa che -sanguigna; le apoplessie prodotte da dispiaceri son molto rare in un -corpo di costituzione come quella della sig.ª di Saint-Méran. - -— In ogni caso, disse Alberto, qualunque sia la malattia, o il medico -che la uccise, ecco il sig. de Villefort, o piuttosto madamigella -Valentina, o meglio ancora il nostro amico Franz in possesso di una -magnifica eredità; 80 mila lire di rendita, credo. - -— Eredità che sarà quasi raddoppiata alla morte di quel vecchio -giacobino di Noirtier. - -— Quello è un nonno tenace, disse Beauchamp; _Tenacem propositi virum_; -egli ha promesso colla morte che avrebbe veduto seppellire tutti i -suoi eredi. Sulla mia parola ci riuscirà. È quello stesso vecchio della -convenzione del ’93 che diceva a Napoleone nel 1814: - -«Voi decadete perchè il vostro impero è un giovine stelo affaticato -pel soverchio crescere; prendete la repubblica per tutore, e ritorniamo -con una buona costituzione sui campi di battaglia, e vi garantisco 500 -mila soldati, un altro Marengo, ed un secondo Austerlitz. Le idee non -muoiono, sire, qualche volta sonnacchiano, ma si risvegliano poi più -forti che prima di addormentarsi.» - -— Sembra, disse Alberto, che per lui gli uomini siano come l’idee; ciò -che mi mette in pensiero, si è di sapere, cioè, in qual modo Franz -d’Épinay si accomoderà col vecchio nonno, e che non può fare a meno -della sposa di lui; ma, a proposito, Franz dov’è? - -— Nella prima carrozza col sig. de Villefort, che lo considera già come -uno di famiglia. - -In ciascuna delle carrozze che formavano il corteggio funebre, la -conversazione era presso a poco uguale; ognuno si meravigliava di -queste due morti sì rapide e sì vicine, ma in nessuna si sospettava -il terribile segreto, che il dottore d’Avrigny aveva svelato al sig. -de Villefort nella passeggiata notturna. In capo circa ad un’ora -di cammino, giunsero al cimitero: era una giornata tranquilla, ma -cupa, e per conseguenza in armonia colla funerea cerimonia che si -compiva. Fra i gruppi che si dirigevano verso la tomba della famiglia, -Château-Renaud riconobbe Morrel, venuto solo ed in _cabriolet_: egli -passeggiava solo, pallidissimo e silenzioso sul piccolo sentiero -costeggiato da bossi. - -— Voi qui? disse Château-Renaud passando il braccio sotto quello del -capitano; conoscete il sig. de Villefort? Come va che non vi ho mai -incontrato in sua casa? - -— Non è il sig. de Villefort che io conosco, ma la sig.ª de Saint-Méran. - -In questo momento Alberto li raggiunse con Franz. - -— Il luogo è scelto male per una presentazione, disse Alberto; ma non -importa, non siamo superstiziosi. Sig. Morrel, permettetemi che vi -presenti il sig. Franz d’Épinay, un eccellente compagno di viaggio col -quale ho fatto il giro d’Italia. Mio caro Franz, il sig. Massimiliano -Morrel è un eccellente amico che ho acquistato nella tua assenza, e del -quale tu sentirai spesso ricordarti il suo nome nella mia conversazione -ogni qualvolta io dovrò parlare di coraggio, di spirito e di amabilità. - -Morrel ebbe un momento d’indecisione; egli chiese a sè stesso se poteva -dirsi un tratto di riprovevole ipocrisia il fare un saluto amichevole -a quell’uomo ch’egli combatteva alla sordina: ma gli ritornavano al -pensiero e la gravità della circostanza, ed il suo giuramento, si -sforzò dunque di non fare apparire niente sul suo viso, e salutò Franz -con qualche ritegno. - -— Madamigella de Villefort è molto afflitta, non è vero? disse Debray a -Franz. - -— Oh! signore, rispose Franz, di un’afflizione inesprimibile; questa -mattina era così abbattuta che appena l’ho riconosciuta. - -Queste parole in apparenza tanto semplici, lacerarono il cuore di -Morrel. Costui aveva dunque veduta Valentina, le aveva parlato? - -Fu allora che il giovine e fervido ufficiale ebbe bisogno di tutte le -sue forze per resistere al desiderio di violare il suo giuramento. - -Prese sotto il braccio Château-Renaud e lo trascinò rapidamente verso -la tomba, davanti la quale gli incaricati alle pompe funebri, avevano -deposte le due casse. - -— Magnifica abitazione, disse Beauchamp dando uno sguardo al mausoleo, -palazzo d’estate, e palazzo d’inverno. Verrà pure la vostra volta di -venirci ad abitare, caro d’Épinay, perchè sarete ben presto della -famiglia. Io nella mia qualità di filosofo, voglio una piccola -casa di campagna, una capanna laggiù sotto gli alberi, e non voglio -tanti macigni sul mio povero corpo. Morendo, dirò a quelli che mi -circonderanno ciò che scriveva Voltaire a Piron: «vado in campagna» -e tutto sarà finito... Andiamo, per bacco! Franz, ci vuol coraggio, -vostra moglie eredita. - -— Davvero, Beauchamp, disse Franz, vi siete fatto insopportabile. -Gli affari politici vi hanno data l’abitudine di ridere di tutto, e -gli uomini che maneggiano gli affari, l’abitudine di non credere a -niente. Ma finalmente, quando avete la fortuna di trovarvi con uomini -comuni, e la fortuna di lasciare per un momento la politica, cercate -di riprendere il vostro cuore che voi lasciate nella stanza di deposito -dei bastoni della _Camera_ dei Deputati, o della _Camera_ dei Pari. - -— Eh! mio Dio! che cosa è la vita? una fermata nell’anticamera della -morte. - -— Io prendo Beauchamp in fallo, disse Alberto, e si ritirò a quattro -passi dietro Franz, lasciando Beauchamp continuare le sue dissertazioni -filosofiche con Debray. - -La tomba della famiglia di Villefort formava una specie di quadrato -di pietre bianche dell’altezza di circa venti piedi; una interna -separazione divideva i due compartimenti, la famiglia di Saint-Méran, -e la famiglia Villefort, e ciascun compartimento aveva la sua porta -d’entrata. - -Non si vedevano, come nelle altre tombe, quegli ignobili tiratori -soprapposti, dei quali una economica distribuzione racchiude i morti -con iscrizione che rassomiglia ad una etichetta; tutto ciò che si -vedeva sulle prime era un’anticamera cupa e scura separata da un muro -di vera tomba. - -Era nel mezzo di questo muro che si aprivano le due porte di cui -parlammo or ora, e che comunicavano alle sepolture Villefort, e -Saint-Méran. - -Là potevansi esalare in libertà i dolori senza che gli spensierati -passeggiatori che fanno di una visita al cimitero una partita di -campagna, o un appuntamento amoroso, venissero a disturbare col loro -canto, colle loro grida, o colle loro corse, la muta contemplazione, o -la preghiera bagnata di lagrime dell’abitante della tomba. - -I due cadaveri furono portati nella tomba a diritta; era quella della -famiglia di Saint-Méran. Entrambi furono deposti sopra dei preparati -cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie mortali; -Villefort, Franz, ed alcuni altri prossimi parenti penetrarono soli nel -santuario. - -Siccome le cerimonie religiose si erano terminate alla porta, e -non v’era discorso da farsi, gli assistenti si separarono subito; -Château-Renaud, Alberto, e Morrel si ritirarono da una parte, e Debray -e Beauchamp da un’altra. - -Franz rimase col sig. de Villefort; alla porta del cimitero, Morrel si -fermò col primo pretesto che gli venne al pensiero; egli vide sortire -Franz ed il signor de Villefort in una carrozza di lutto, e concepì un -cattivo presagio da questo avvicinamento. Egli ritornò dunque a Parigi, -e quantunque fosse nella stessa carrozza di Château-Renaud e Alberto, -egli non intese una parola di quel che dissero i due compagni. - -In fatti, quando Franz stava per lasciare il signor de Villefort: - -— Signor barone, aveva detto questi, quando potrò rivedervi? - -— Quando voi vorrete, signore, aveva risposto Franz. - -— Il più presto possibile. - -— Io sono ai vostri ordini, signore; se vi piace, possiamo ritornare -assieme. - -— Se ciò non vi disturba in alcun modo. - -— In nessuno. - -Fu così, che il futuro suocero e il futuro genero salirono nella stessa -carrozza, e che Morrel, vedendoli passare, concepì con ragione gravi -inquietudini. - -Villefort e Franz ritornarono al sobborgo Saint-Honoré. - -Il procuratore del Re senza entrare da nessuno, senza parlare nè a sua -moglie nè a sua figlia, fece passare il giovine nel suo gabinetto, e -mostrandogli una sedia: - -— Signor d’Épinay, diss’egli, io debbo ricordarvi, che il momento non -sarà forse tanto male scelto, quanto potrebbe credersi sul principio, -perchè l’obbedienza ai morti, è la prima offerta che bisogna deporre -sul loro cataletto; io debbo dunque ricordarvi il voto espresso dalla -sig.ª di Saint-Méran fatto or son due giorni al suo letto di agonia, -ed è, che il matrimonio di Valentina non soffra ritardo. Voi sapete che -gli affari della defunta sono in perfetta regola; che il suo testamento -assicura a Valentina tutta la fortuna di Saint-Méran; il notaro mi ha -mostrato ieri questi atti che permettono di potere redigere in un modo -definitivo il contratto di matrimonio. Voi potete vedere il notaro, e -dirgli per parte mia che vi comunichi queste carte. Il notaro è il sig. -Deschamps, piazza Beauveau, sobborgo Saint-Honoré. - -— Signore, rispose d’Épinay, questo forse non è il momento per -madamigella Valentina, immersa come ella è nel dolore, di pensare ad -uno sposo; in verità io temerei... - -— Valentina, interruppe il signor de Villefort, non avrà desiderio più -intenso di quello di compiere le ultime intenzioni di sua nonna; perciò -io vi garantisco che le difficoltà non nasceranno per parte sua. - -— In questo caso, signore, rispose Franz, siccome non verranno -egualmente da parte mia, voi potete fare ciò che più vi conviene; la -mia parola è impegnata, ed io l’adempirò, non solo con piacere, ma -ancora con fortuna. - -— Allora, disse Villefort, non abbiamo più nulla che ci arresti; il -contratto doveva esser firmato tre giorni sono, noi lo troveremo dunque -già preparato; e si potrà firmare oggi stesso. - -— Ma il lutto? disse esitando Franz. - -— Siate tranquillo, signore, rispose Villefort; non sarà in casa mia, -che verranno noncurate le convenienze. Madamigella de Villefort potrà -ritirarsi, durante i tre mesi voluti, nella sua terra di Saint-Méran, -io dico sua terra, perchè da oggi questa proprietà è sua. Là, fra -otto giorni, se voi lo volete senza romore, senza lusso, senza fasto, -sarà concluso il matrimonio civile. Era un desiderio della signora di -Saint-Méran che sua nipote si maritasse in quella terra; concluso il -matrimonio, signore, voi potrete ritornare a Parigi mentre che vostra -moglie passerà il tempo del lutto colla sua matrigna. - -— Come vi piacerà, signore, disse Franz. - -— Allora, riprese il sig. de Villefort, abbiate la pena di aspettare -un poco che fra una mezz’ora Valentina discenderà nel salotto. -Manderò a cercare Deschamps; noi leggeremo e firmeremo il contratto -in una sola seduta, e fino da questa sera, la signora de Villefort -condurrà Valentina nella sua terra, ove fra otto giorni noi anderemo a -raggiungerla. - -— Signore, disse Franz, io ho una domanda a farvi. - -— E quale? - -— Io desidero che Alberto de Morcerf, e Raoul di Château-Renaud siano -presenti a questa sottoscrizione; voi sapete che questi sono i miei due -testimoni. - -— Una mezz’ora basta a prevenirli; volete voi andare a cercarli da voi -stesso, o volete mandarli a cercare? - -— Preferisco l’andarvi da me, signore. - -— Vi aspetto dunque fra una mezz’ora, e fra una mezz’ora Valentina sarà -pronta. - -Franz salutò il sig. de Villefort, e sortì. - -Appena la porta di strada fu chiusa dietro al giovine, Villefort -mandò a prevenire Valentina che doveva discendere nel salotto fra -una mezz’ora perchè si aspettavano il notaro, e i testimoni del sig. -d’Épinay. - -Questa notizia inaspettata produsse una gran sensazione nella famiglia. -La sig.ª de Villefort non voleva crederci, e Valentina ne rimase -atterrata come da un colpo di fulmine. - -Ella guardò intorno a sè, come per cercare a chi poteva domandare -soccorso. - -Ella volle discendere da suo nonno; ma incontrò per la scala il sig. de -Villefort, che la prese per un braccio, e la condusse in salotto. - -Nell’anticamera Valentina incontrò Barrois, e gettò al vecchio -servitore uno sguardo di disperazione. - -Un istante dopo di Valentina, la signora de Villefort entrò in salotto -col piccolo Edoardo. Era visibile che la giovane sposa aveva avuta una -gran parte sui dispiaceri di famiglia; ella era pallida, e sembrava -orribilmente stanca. - -Ella si assise, prese Edoardo sulle sue ginocchia, e di tratto in -tratto comprimeva con movimenti quasi convulsivi contro il suo petto -questo fanciullo, sul quale sembrava concentrarsi tutta intera la sua -vita. - -Ben presto s’intesero due carrozze entrare nel cortile. - -Una era quella del notaro, l’altra quella di Franz con i suoi amici. - -In un istante tutti si riunirono nel salotto. - -Valentina era così pallida, che si vedevano delinearsi le vene blu -delle sue tempie intorno ai suoi occhi, e scorrere lungo le sue guance. - -Franz non potè esimersi dal provare una forte emozione. - -Château-Renaud e Alberto, si guardavano con meraviglia; la cerimonia -che stava per cominciare, non era men trista di quella che da poco era -finita. - -La signora de Villefort si era situata all’ombra, dietro una tenda di -velluto, e siccome era sempre inchinata sopra suo figlio, era difficile -di leggere sul suo viso ciò che accadeva nel suo cuore. - -Il sig. de Villefort era, come sempre, impassibile. - -Il notaro dopo avere, col metodo ordinario alle persone legali, -distribuite sulla tavola le carte, avea preso posto sul suo seggio, e -dopo avere inalzati i suoi occhiali, si voltò verso Franz: - -— Siete voi il sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay? domandò egli, -quantunque lo sapesse perfettamente. - -— Sì, signore, rispose Franz. - -Il notaro gli fece un inchino. - -— Debbo dunque prevenirvi, signore, diss’egli, e ciò per parte del sig. -de Villefort, che il vostro matrimonio progettato con madamigella de -Villefort, ha fatto cambiare le disposizioni testamentarie del signor -de Noirtier verso sua nipote, e che egli aliena interamente la fortuna -che le doveva trasmettere. Sollecitiamo di aggiungere, continuò il -notaro, che il testatore non avendo il diritto di alienare che una sola -parte della sua fortuna, e che avendo alienato tutto, il testamento non -resisterà agli attacchi, e sarà dichiarato nullo, e come non avvenuto. - -— Sì, disse Villefort, soltanto io vi prevengo in antecedenza, sig. -d’Épinay, che finchè vivrò il testamento di mio padre non sarà mai -messo in lite; la mia posizione mi proibisce fin l’ombra di questo -scandalo. - -— Signore, disse Franz, io sono dolente che si sia intavolata una -simile questione in faccia di Valentina. Io non mi sono mai informato -della cifra della sua fortuna, che per quanto possa venire ridotta sarà -sempre maggiore della mia. Ciò che la mia famiglia ha cercato nella -alleanza col signor de Villefort, si è la considerazione; ciò che cerco -io, è la felicità. - -Valentina fece un segno impercettibile di ringraziamento, nel mentre -che due silenziose lagrime scorrevano sulle sue guance. - -— D’altronde, signore, disse Villefort indirizzandosi al suo futuro -genero, fatta astrazione da questa perdita di una parte delle vostre -speranze, questo inatteso testamento non ha niente che debba offendervi -personalmente; ciò si spiega colla debolezza di spirito del sig. -Noirtier. Ciò che dispiace a mio padre, non è che mia figlia si sposi -con voi, ma che mia figlia prenda marito; una unione con qualunque -altro, gli sarebbe egualmente dispiaciuta. La vecchiaia è egoista, -signore, e madamigella de Villefort faceva al sig. Noirtier una fedele -compagnia che non potrà più fargli la sig.ª baronessa d’Épinay. Lo -stato infelice nel quale si ritrova mio padre, fa che gli si parli -raramente di affari seri, che la debolezza del suo spirito non gli -permetta di seguire, e sono pienamente convinto che a quest’ora mentre -conserva la memoria che sua nipote si marita, non si ricorda più -neppure il nome di quello che sta per diventare suo nipote. - -Appena il sig. de Villefort terminava queste parole alle quali Franz -rispondeva con un saluto, a un tratto si aprì la porta del salotto, e -comparve Barrois. - -— Signori, signori, diss’egli con una voce stranamente ferma per un -servitore che parla ai suoi padroni in una circostanza così solenne, -signori, il sig. Noirtier de Villefort desidera parlare sul momento al -sig. Franz de Quesnel barone d’Épinay. - -Egli pure, come aveva fatto il notaro, affinchè non potesse nascere -alcun errore di persona aveva dato al fidanzato tutti i suoi titoli. - -Villefort rabbrividì, la signora de Villefort lasciò scivolare suo -figlio dalle sue ginocchia. Valentina si alzò pallida e muta come una -statua. - -Alberto e Château-Renaud si scambiarono un secondo sguardo più -meravigliati ancora di prima. - -Il notaro guardò Villefort. - -— È impossibile, disse il procuratore del re; d’altronde il sig. -d’Épinay non può in questo momento lasciare il salotto. - -— È precisamente in questo momento, riprese Barrois colla stessa -fermezza, che il sig. Noirtier mio padrone desidera parlare di affari -importanti al sig. Franz d’Épinay. - -— Parla adunque adesso il mio nonno Noirtier? domandò Edoardo con la -sua abituale impertinenza. - -Ma questo lazzo non fece ridere neppure la sig.ª de Villefort, tanto -gli spiriti erano preoccupati, tanto la situazione sembrava solenne. - -— Dite al sig. Noirtier, riprese Villefort, che ciò ch’egli domanda non -si può fare. - -— Allora il sig. Noirtier previene questi signori, riprese Barrois, che -si farà subito portare lui stesso nel salotto. - -Lo stupore era al colmo. - -Una specie di sorriso si disegnò sul viso della signora de Villefort. -Valentina, quasi senza suo consenso, alzò gli occhi al soffitto per -ringraziare il cielo. - -— Valentina, disse il sig. de Villefort, andate un poco a sentire, vi -prego che cosa è questa nuova fantasia di vostro nonno. - -Valentina fece prestamente qualche passo per sortire, ma il sig. de -Villefort cambiò di avviso. - -— Aspettate, diss’egli, io vi accompagno. - -— Perdono, signore, disse Franz a sua volta, mi sembra che, essendo io -quello che il sig. Noirtier ha fatto domandare, stia particolarmente -a me di arrendermi ai suoi desideri. D’altronde io sarei fortunato di -potergli presentare i miei rispetti non avendo ancora avuta l’occasione -di sollecitare questa fortuna. - -— Oh! mio Dio, disse Villefort con una invisibile inquietudine, non -v’incomodate. - -— Scusatemi, signore, disse Franz col tuono di un uomo che ha presa -una risoluzione, io desidero di non tralasciare questa occasione per -provare al sig. Noirtier quanto avrebbe torto di concepire verso di me -delle ripugnanze che sono deciso a vincere, qualunque esse sieno, con -un profondo attaccamento. - -E senza lasciarsi ritenere più lungamente da Villefort, Franz pure -si alzò e seguì Valentina, la quale discendeva di già la scala con la -gioia di un naufrago che mette la mano sopra uno scoglio. - -Il sig. de Villefort li seguì entrambi. - -Château-Renaud e Morcerf si scambiarono un terzo sguardo più -meravigliato ancora dei due precedenti. - - - - -LXXIV. — PROCESSO VERBALE. - - -Noirtier aspettava, vestito di nero, ed installato nel suo seggio a -bracciuoli. - -Allora quando furono entrate le tre persone che calcolava dovessero -venire, egli guardò la porta, che fu subito chiusa dal suo cameriere. - -— State attenta, disse sotto voce Villefort a Valentina che non poteva -celare la sua gioia, che se il sig. Noirtier vi comunica cose che -potessero impedire il vostro matrimonio, io vi proibisco di capirle. - -Valentina arrossì, ma non rispose. - -Villefort si avvicinò a Noirtier. - -— Ecco il signor Franz d’Épinay, gli disse; voi lo avete fatto -chiamare, signore, egli si è arreso ai vostri desiderii. Senza dubbio -noi desideravamo questa visita da lungo tempo, e sarei contento se -questa vi provasse quando poco è fondata la vostra opposizione ad un -tal matrimonio. - -Noirtier non rispose che con uno sguardo che fece correre un brivido -per le vene di Villefort. - -Egli fece coll’occhio segno a Valentina di accostarsi. - -In un momento, mercè i mezzi di cui era abituata a servirsi nelle -conversazioni con suo nonno, ella trovò la parola _chiave_. - -Allora ella consultò lo sguardo del paralitico, che si fissò al -tiratore di un piccolo mobile posto fra le due finestre. - -Ella aprì il tiratore e ritrovò effettivamente una chiave. - -Quando ella ebbe questa chiave, e che il vecchio le fece segno che era -veramente quella che domandava, gli occhi del paralitico si diressero -verso un _secrétaire_ dimenticato da molti anni, e che si credeva non -racchiudesse che delle cartacce inutili. - -— Volete che io apra il _secrétaire_? domandò Valentina. - -— Sì, fece il vecchio. - -— Che io apra i cassetti? - -— Sì. - -— Quelli dai lati? - -— No. - -— Quello di mezzo? - -— Sì. - -Valentina aprì e ne cavò un piego di carte. - -— È questo che desiderate, mio buon nonno? diss’ella. - -— No. - -Ella cavò allora tutte le altre carte, fino a che non rimase -assolutamente niente nel cassetto. - -— Ma il cassetto è vuoto ora, diss’ella. - -Gli occhi del vecchio erano fissi sul dizionario. - -— Sì, buon nonno, io vi capisco, disse la giovinetta. - -Ed ella ripetè una dopo l’altra tutte le lettere dell’alfabeto; -Noirtier si fermò alla lettera _S_. - -Ella aprì il dizionario e cercò fino alla parola _segreto_. - -— Oh! vi è un segreto? disse Valentina. - -— Sì, fece Noirtier. - -Noirtier guardò la porta dalla quale era sortito il domestico. - -— Barrois? diss’ella. - -— Sì, fece Noirtier. - -— Volete ch’io lo chiami? - -— Sì. - -Valentina andò alla porta e chiamò Barrois. - -Durante questo tempo il sudore dell’impazienza irrigava le guance di -Villefort, e Franz rimaneva stupefatto per la meraviglia. - -Il vecchio servitore ricomparve. - -— Barrois, disse Valentina, mio nonno mi ha ordinato di prendere la -chiave da quel mobile, di aprire questo _secrétaire_, e di tirare il -cassettino; ora, in questo cassettino vi è un segreto, e sembra che voi -dobbiate conoscerlo, apritelo. - -Barrois guardò il vecchio. - -— Obbedite, disse l’occhio intelligente di Noirtier. - -Barrois obbedì; aprì un doppio fondo, e apparve un plico di carte -annodate con un nastro nero. - -— È questo che volete; signore? domandò Barrois. - -— Sì, fece Noirtier. - -— A chi volete che si diano queste carte: al signor de Villefort? - -— No. - -— A madamigella Valentina? - -— No. - -— Al sig. Franz d’Épinay? - -— Sì. - -Franz meravigliato fece un passo avanti. - -— A me, signore? diss’egli. - -— Sì. - -Franz ricevette il piego dalle mani di Barrois, gettò gli occhi sulla -sopraccarta e lesse: - - «Per essere depositato dopo la mia morte presso il mio amico il - generale Durand; egli stesso morendo lascerà a suo figlio questo - piego, coll’ingiunzione di conservarlo come contenente un foglio - della più alta importanza.» - -— Ebbene, signore, domandò Franz, che volete che io faccia di questo -piego? - -— Che voi, per certo lo conserviate sigillato come trovasi, disse il -procuratore del Re. - -— No, no, rispose prestamente Noirtier. - -— Desiderate voi forse che il signore lo legga? domandò Valentina. - -— Sì, rispose il vecchio. - -— Voi intendete sig. barone, mio nonno vi prega di leggere quella -carta, disse Valentina. - -— Sì, rispose il vecchio. - -— Allora, sediamoci, fece Villefort con impazienza, perchè vi -s’impiegherà del tempo. - -— Sedetevi, fece coll’occhio il vecchio. - -Villefort si assise, ma Valentina restò in piedi allato del nonno -appoggiata al suo seggio, e Franz in piedi davanti a lui. - -Egli teneva il misterioso foglio fra le mani. - -— Leggete, dissero gli occhi del vecchio. - -Franz dissigillò il piego, e fecesi un gran silenzio nella camera. In -mezzo a questo silenzio egli lesse: - - _Estratto dai processi verbali di una seduta del club - bonapartista della strada Saint-Jacques tenutasi il 5 Febbraio - 1815_ - -Franz si fermò. - -— Il cinque febbraio 1815 fu il giorno in cui mio padre venne -assassinato! diss’egli. - -Valentina e Villefort rimasero muti. Il solo occhio del vecchio disse -chiaramente: — Continuate. - -— Ma fu nel sortire da questo club, continuò Franz, che mio padre -disparve. - -Lo sguardo di Noirtier continuò a dire: — Leggete. - -Egli riprese. - - «I sottoscritti Luigi Giacomo Beaurepaire - luogo-tenente-colonnello d’artiglieria; Stefano Duchampy generale - di brigata, e Claudio Lecharpal, direttore delle acque e foreste. - - «Dichiarano che il 4 Febbraio 1815 giunse una lettera dall’Isola - d’Elba, che raccomandava alla benevolenza ed alla confidenza dei - membri del club bonapartista il generale Flaviano de Quesnel, - che, avendo servito l’imperatore dal 1804 al 1814, doveva essere - tutto dedicato alla dinastia napoleonica, ad onta del titolo di - barone che Luigi XVIII aveva aggiunto alla sua terra d’Épinay. - - «In conseguenza fu indirizzato un biglietto al generale Quesnel, - in cui lo si pregava di assistere alla seduta dell’indomani - 5. Il biglietto non indicava nè la strada, nè il numero della - casa in cui si teneva la riunione; esso non portava alcuna - sottoscrizione, ma annunziava al generale che, s’egli voleva - tenersi in ordine, si sarebbe andato a prenderlo alle 9 di sera. - - «La seduta aveva luogo dalle nove della sera a mezza notte. - - «A nove ore il presidente del club si presentò dal generale; - il generale era pronto; il presidente gli disse che una delle - condizioni alla sua introduzione era, ch’egli ignorerebbe - eternamente il luogo della riunione, e che si lascerebbe bendare - gli occhi, giurando di non cercare di alzare la benda. - - «Il generale Quesnel accettò la condizione, e promise sul - suo onore che non avrebbe tentato di vedere il luogo ove si - conduceva. - - «Il generale aveva fatta preparare la sua carrozza, ma il - presidente gli disse ch’era impossibile servirsene, atteso che - sarebbe stato inutile il bendare gli occhi del padrone, se il - cocchiere rimaneva ad occhi aperti, e riconosceva le strade per - le quali passava. - - «— Come fare allora? domandò il generale. - - «— Io ho la mia carrozza, disse il presidente. - - «— Siete dunque tanto sicuro del vostro cocchiere da confidargli - un segreto che giudicate imprudente di dire al mio? - - «— Il nostro cocchiere è un membro del club, disse il presidente; - noi saremo guidati da un consigliere di stato. - - «— Allora, disse ridendo il generale, correremo un altro - pericolo, quello cioè di rovesciare. - - «Noi trascriviamo questo scherzo come una prova che il generale - non è stato menomamente forzato ad assistere alla seduta, e che - vi è intervenuto di pieno suo aggradimento. - - «Una volta saliti in carrozza, il presidente ricordò al generale - la promessa fatta di lasciarsi bendare gli occhi. Il generale - non mise alcuna opposizione a questa formalità; un fazzoletto, - preparato a tale effetto nella carrozza, fece l’affare. - - «Strada facendo, il presidente credè accorgersi che il generale - cercava di guardare sotto la sua benda: gli ricordò il suo - giuramento. - - «— Ah! è vero, disse il generale. - - «La carrozza si fermò davanti un viale della strada di - Saint-Jacques. Il generale discese appoggiandosi al braccio del - presidente, di cui egli ignorava la dignità, e che prendeva per - un semplice membro del club; si traversò il viale, si montò ad un - piano, e si entrò nella camera delle deliberazioni. - - «La seduta era cominciata. I membri del club, avvisati della - specie di presentazione che doveva farsi quella sera, si - ritrovavano in numero completo. Giunto in mezzo alla sala, il - generale fu invitato a togliersi la benda. Egli si arrese tosto - all’invito, e parve molto maravigliato di ritrovare un sì gran - numero di persone di sua conoscenza, appartenere ad una società - di cui fino allora non aveva neppure sospettata l’esistenza. - - «Fu interrogato sulle sue opinioni, ma egli si limitò a dire, - che le lettere dell’isola dell’Elba avevano dovuto farlo - conoscere...» - -Franz s’interruppe. - -— Mio padre era realista, diss’egli, non vi era bisogno d’interrogarlo -sulle sue opinioni; esse erano conosciute. - -— E di là, disse Villefort, veniva la mia amicizia con vostro padre, -mio caro Franz; si fa presto amicizia quando si dividono le stesse -opinioni. - -— Leggete, continuò l’occhio del vecchio. - -Franz continuò. - - «Il presidente prese allora la parola per impegnare il generale a - spiegarsi esplicitamente; ma il sig. de Quesnel rispose che prima - di tutto desiderava sapere ciò che si attendeva da lui. - - «Allora fu data comunicazione al generale di quella stessa - lettera dell’isola d’Elba che lo raccomandava al club come un - uomo sul concorso del quale si poteva contare. Un paragrafo tutto - intero esponeva il probabile ritorno dall’Isola e prometteva una - nuova lettera con più ampi dettagli all’arrivo del _Faraone_, - bastimento appartenente all’armatore Morrel di Marsiglia, il di - cui capitano era interamente devoto all’imperatore. - - «Durante questa lettura il generale, sul quale si era creduto - poter contare, come sopra un fratello, dette al contrario dei - segni di mal contento e di visibile ripugnanza. - - «Terminata la lettura, egli dimorò silenzioso e col sopracciglio - aggrottato. - - «— Ebbene! domandò il presidente, che dite di questa lettera, - sig. generale? - - «— Io dico che è poco tempo che si è prestato il giuramento al re - Luigi XVIII, per violarlo di già a benefizio dell’ex-imperatore. - - «Questa volta la risposta era troppo chiara perchè si potesse - dubitare dei suoi sentimenti. - - «— Generale, disse il presidente, per noi non vi è più re Luigi - XVIII, non vi è più ex-imperatore. Vi è soltanto Sua Maestà - l’imperatore e re, allontanato da dieci mesi dalla Francia, suo - Stato, dalla violenza e dal tradimento. - - «— Perdono, signori, può darsi che per voi non esista un re Luigi - XVIII, ma vi è per me, attesochè mi ha fatto barone e maresciallo - di campo, ed io non dimenticherò mai che devo questi due titoli - al di lui felice ritorno in Francia. - - «— Signore, disse il presidente alzandosi, e col tuono il - più serio, ponete mente a ciò che dite; le vostre parole ci - addimostrano chiaramente che all’isola d’Elba si sono ingannati - sul conto vostro, e che hanno ingannato noi! La comunicazione che - vi è stata fatta fu in riguardo alla confidenza che si aveva in - voi, e per conseguenza ad un sentimento che vi onora. Noi però - eravamo nell’errore; un titolo ed un grado vi hanno posto al - seguito del nuovo governo che noi vogliamo rovesciare. Noi non vi - costringevamo a prestarci il vostro concorso; noi non arruoliamo - nessuno contro la propria coscienza e volontà, ma vi sforzeremo - ad agire da galantuomo, anche nel caso che non vi foste disposto. - - «— Voi chiamate essere un galantuomo, conoscere la vostra - cospirazione e non rivelarla! Io chiamo ciò essere vostro - complice. Voi vedete che io sono ancora più franco di voi...» - -— Ah! padre mio! disse Franz interrompendosi, capisco ora perchè -l’hanno assassinato. - -Valentina non potè stare dal volgere uno sguardo su Franz; il giovine -era veramente bello nel suo entusiasmo. - -Villefort passeggiava dietro a lui in lungo ed in largo. - -Noirtier seguiva cogli occhi l’espressione di ciascuno, e conservava la -sua attitudine degna e severa. - -Franz ritornò al manoscritto e continuò: - - «— Signore, disse il presidente, vi si pregò di portarvi nel seno - dell’assemblea, e non vi si strascinò per forza; vi si propose - di farvi bendar gli occhi, voi accettaste. Quando voi avete - acconsentito a questa doppia domanda, voi sapevate benissimo - che noi non ci occupavamo di assicurare il trono di Luigi XVIII, - senza di che non ci saressimo prese tante premure di nasconderci - alla polizia. Ora, voi lo capirete, sarebbe troppo comodo di - potersi mettere una maschera col mezzo della quale sorprendere - il segreto delle persone, e non avere poi altro da fare che - togliersi questa maschera per perdere quelli che si sono in voi - fidati. No, no, voi per primo dovrete dire francamente se siete - pel re che a caso ora governa, o per Sua Maestà l’imperatore. - - «— Io sono realista, rispose il generale, io ho fatto giuramento - a Luigi XVIII, io manterrò il mio giuramento. - - «Queste parole furono seguite da un mormorio generale, e potevasi - scorgere dallo sguardo di molti dei membri che componevano il - club, ch’essi discutevano il modo di far pentire il sig. d’Épinay - di queste imprudenti parole. - - «Il presidente si alzò di nuovo e impose silenzio. - - «— Signore, diss’egli, voi siete un uomo troppo sensato per - non comprendere le conseguenze della situazione in cui noi - ci troviamo gli uni in faccia agli altri, e la vostra stessa - franchezza ci detta le condizioni che ci rimangono a farvi. Voi - dunque dovete giurare sul vostro onore di non rivelar niente di - tutto ciò che avete veduto ed inteso. - - «Il generale portò la mano alla sua spada e gridò: - - «— Se voi parlate di onore, cominciate dal non stravisare le sue - leggi, e non imponete niente colla violenza. - - «— E voi, signore, continuò il presidente con una calma forse - più terribile della collera del generale, non toccate la vostra - spada, questo è un consiglio che vi do. - - «Il generale girò intorno a sè degli sguardi da cui trapelava un - principio d’inquietudine. - - «Però egli non si piegò ancora, al contrario, richiamando la sua - forza: - - «— Io non giurerò, diss’egli. - - «— Allora, signore, voi morrete, rispose tranquillamente il - presidente. - - «Il sig. d’Épinay divenne pallidissimo; guardò una seconda volta - intorno a sè; molti membri del club brandivano, o cercavano armi - sotto i loro mantelli. - - «— Generale, disse il presidente, siate tranquillo, voi - siete in mezzo a uomini di onore che tenteranno ogni via di - convincervi, prima di giungere all’ultimo estremo contro di - voi; ma egualmente, voi lo diceste, voi vi trovate in mezzo - a cospiratori, voi possedete il nostro segreto, fa d’uopo - restituircelo. - - «Un silenzio pieno di significato seguì queste parole, e siccome - il generale non rispondeva niente: - - «— Chiudete le porte, disse il presidente agli uscieri. - - «Un eguale silenzio di morte tenne dietro a queste parole. - - «Allora il generale si avanzò, e facendo un violento sforzo su sè - stesso: - - «— Io ho un figlio, disse, e devo pensare a lui nel ritrovarmi in - mezzo a degli assassini. - - «— Generale, disse con nobiltà il capo dell’assemblea, un uomo - solo ha sempre il diritto d’insultarne cinquanta, è il privilegio - della debolezza. Soltanto egli ha torto di far uso di questo - diritto. Credete a me, generale, giurate e non insultate. - - «Il generale domato anche questa volta dalla superiorità del capo - dell’assemblea, esitò un istante; ma finalmente inoltrandosi fino - al banco del presidente: - - «— Qual è la formula? domandò egli. - - «— Eccola: - - «Io giuro sul mio onore di non rivelare a chi che sia al mondo - ciò che ho veduto ed inteso il cinque febbraio 1815 fra le nove e - le dieci ore di sera, e dichiaro essere meritevole di morte se io - infrango il mio giuramento.» - - «Il generale parve provare un fremito nervoso, che per qualche - secondo gli impedì di poter rispondere; finalmente, sormontando - ogni manifesta ripugnanza, pronunciò il richiesto giuramento, ma - con una voce tanto bassa, che a gran stento fu inteso; cosicchè - molti membri vollero ch’egli lo ripetesse a voce più alta e più - distinta, il che fu fatto. - - «— Ora desidero ritirarmi, disse il generale, sono io finalmente - libero? - - «Il presidente si alzò, scelse tre membri dell’assemblea per - accompagnarlo, e montò in carrozza col generale, dopo avergli - bendati gli occhi. - - «Nel numero di questi tre membri era il cocchiere che li aveva - condotti. - - «Gli altri membri del club si separarono in silenzio. - - «— Dove volete voi che vi conduciamo? demandò il presidente. - - «— Ovunque possa essere liberato dalla vostra presenza, rispose - il sig. d’Épinay. - - «— Signore, riprese allora il presidente, guardatevi, voi qui - non siete più nell’assemblea, non avete più a che fare se non - con uomini isolati; non l’insultate adunque se non volete essere - responsabile dell’insulto. - - «Ma invece di capire questo linguaggio, il sig. d’Épinay rispose: - - «— Voi siete sempre tanto coraggioso nella vostra carrozza come - nella vostra assemblea, per la ragione, signore, che quattro - uomini sono sempre più forti di un solo. - - «Il presidente fece fermare la carrozza. - - «Erano precisamente nelle vicinanze dello scalo degli Ormes ove - si ritrova la scalinata che discende sulla riviera. - - «— Perchè fate voi fermar qui? domandò il generale d’Épinay. - - «— Perchè, signore, disse il presidente, voi avete insultato un - uomo, e quest’uomo non vuol fare un passo di più senza domandarvi - una leale riparazione. - - «— Anche un altro modo d’assassinare! disse il generale - stringendosi nelle spalle. - - «— Non fate rumore, signore, rispose il presidente, se non - volete che consideri voi pure come uno di quegli uomini che voi - designavate or ora, vale a dire, come un vile che prende per - suo scudo la sua stessa viltà. Voi siete solo, ed uno solo vi - risponderà; voi avete una spada al fianco, io ne ho una in questa - canna; voi non avete testimoni, uno di questi signori sarà il - vostro. Ora se ciò vi conviene, potete togliervi la benda. - - «Il generale si strappò nello stesso istante il fazzoletto che - aveva innanzi agli occhi. - - «— Finalmente, diss’egli, saprò con chi ho a che fare. - - «Fu aperta la carrozza; i quattro uomini discesero...» - -Franz s’interruppe anche una volta e si asciugò un freddo sudore che -colava dalla sua fronte; vi era qualche cosa di spaventoso a vedere -un figlio, tremante e pallido, leggere ad alta voce i dettagli, fino -allora ignorati, della morte di suo padre. - -Valentina congiunse le mani come se fosse stata pregando. - -Noirtier guardava Villefort con una espressione quasi sublime di -disprezzo e di orgoglio. - -Franz continuò: - - «Si era, come abbiamo detto, ai cinque di Febbraio. Da tre mesi - gelava a cinque o sei gradi; la scalinata era tutta ricoperta - di ghiaccio; il generale era grosso e grande, il presidente gli - additò la parte del declive per discendere. - - «I due testimoni seguivano dietro. - - «Faceva una notte oscura, il terreno della scala alla riviera - era umido di neve e di brina, si vedeva l’acqua scorrere, nera, - profonda, e trasportava dei massi di ghiaccio. - - «Uno dei testimoni andò a trovare una lanterna in un battello da - carbone, ed al chiarore di questa lanterna furono esaminate le - armi. - - «La spada del presidente, ch’era semplicemente, com’egli aveva - detto, la spada che portava nella canna, era cinque pollici più - corta di quella del suo avversario, e non aveva guardia. - - «Il generale d’Épinay propose di tirare a sorte le due spade; ma - il presidente rispose ch’era egli che aveva provocato, e che nel - provocare aveva preteso che ciascuno si servisse delle proprie - armi. - - «I testimoni tentarono d’insistere; il presidente impose loro - silenzio. - - «Fu posta la lanterna in terra, i due avversari si misero ai due - lati: cominciò il combattimento. - - «La luce faceva delle due spade due lampi. Quanto agli uomini era - molto se appena si discernevano, tanto era fitta la oscurità di - quella notte. - - «Il sig. generale d’Épinay passava per una delle migliori lame - dell’armata. Ma fu stretto tanto vivamente fino dalle prime botte - ch’egli ruppe la misura e, rompendo, cadde. - - «I due testimoni lo credettero ucciso, ma il suo avversario che - sapeva di non averlo toccato gli presentò la mano per aiutarlo - ad alzarsi. Questa circostanza invece di calmarlo, irritò il - generale che piombò a sua volta sopra il suo avversario. - - «Ma il suo avversario non ruppe di un palmo. Ricevendolo sulla - sua spada, tre volte il generale indietrò, si trovò troppo - impegnato, e ritornò alla carica. - - «La terza volta, egli cadde ancora. - - «Fu creduto che scivolasse come la prima volta; però i testimoni - vedendo che non si rialzava, si accostarono a lui, e tentarono di - rimetterlo in piedi; ma quegli che l’aveva preso intorno al corpo - sentì la sua mano umida e calda. - - «Era sangue. - - «Il generale che era quasi svenuto, riprese i sentimenti. - - «— Ah! diss’egli, mi hanno mandato qualche spadaccino, qualche - maestro d’armi di reggimento. - - «Il presidente senza rispondere, si avvicinò a quello dei due - testimoni che teneva la lanterna, e, sollevando la manica, mostrò - il suo braccio traforato da due colpi di spada; poi, aprendosi - il suo abito, e sbottonandosi il gilè, fece vedere il suo fianco - rotto da una terza ferita. - - «Ciò non ostante egli non aveva mandato un sospiro. - - «Il generale d’Épinay entrò in agonia, e spirò cinque minuti - dopo...» - -Franz lesse queste ultime parole con una voce così soffocata, che -appena si potè intendere, e dopo aver letto si fermò, portando la sua -mano sugli occhi come per scacciarne un sogno. - -Ma dopo un istante di silenzio, egli continuò: - - «Il presidente rimontò la scala dopo avere rimessa la spada nella - canna; una traccia di sangue segnava il suo tragitto sulla neve. - Egli non era ancora in alto della scalinata che intese un tonfo - sordo nell’acqua; era il corpo del generale che i testimoni - avevano gettato nel fiume dopo avere constatata la sua morte. - - «In fede di che noi abbiamo segnata la presente per stabilire - la verità dei fatti, per paura che un momento arrivi in cui uno - degli attori di questa terribile scena non si trovi accusato di - omicidio premeditato, o di falsario alle leggi d’onore. - - _Sottoscritti_ - - Beaurepaire, Duchampy e Lecharpal. - -Quando Franz ebbe terminata questa lettura tanto terribile per un -figlio, quando Valentina, pallida per l’emozione, ebbe asciugato -una lagrima, quando Villefort tremante e rannicchiato in un cantone, -ebbe tentato scongiurare l’uragano per mezzo di sguardi supplichevoli -diretti al vecchio implacabile: - -— Signore, disse d’Épinay a Noirtier, dappoichè voi conoscete questa -terribile storia in tutti i suoi dettagli, dacchè voi l’avete fatta -testificare da firme onorevoli, dacchè finalmente voi sembrate -prendere interesse per me, quantunque il vostro interesse non si sia -ancora rivelato che per mezzo del dolore, non mi rifiutate un’ultima -soddisfazione, ditemi il nome del presidente del club, che io conosca -finalmente quello che ha ucciso il mio povero padre. - -Villefort cercò, come un alienato, la maniglia della porta; Valentina, -che aveva compreso prima di tutti la risposta del vecchio, e che spesso -aveva notato nel suo avambraccio le tracce di due colpi di spada, si -addietrò di un passo. - -— Nel nome del cielo! madamigella, disse Franz indirizzandosi alla sua -fidanzata, unitevi a me, che io sappia il nome di quell’uomo che mi ha -reso orfano a due anni! - -Valentina restò immobile, e muta. - -— Sentite, signore, disse Villefort, credetemi, non prolungate questa -orribile scena; i nomi d’altronde sono stati nascosti ad arte. Mio -padre stesso non conosce questo presidente, e, se lo conosce non -potrebbe dirlo, i nomi proprii non si trovano nel dizionario. - -— Oh! disgrazia! gridò Franz, la sola speranza che mi ha sostenuto -durante tutta questa lettura, e che mi ha data la forza di andare fino -alla fine, era di conoscere almeno il nome di colui che ha ucciso mio -padre! signore! gridò egli voltandosi a Noirtier, in nome del cielo! -fate ciò che voi potrete... giungete, io ve ne supplico, a indicarmi, o -farmi comprendere... - -— Sì, rispose Noirtier. - -— Oh! madamigella! madamigella! gridò Franz, vostro nonno ha fatto -segno che vuole indicarmi... quest’uomo... aiutatemi... voi lo -capite... concedetemi il vostro soccorso... - -Noirtier guardò il dizionario. - -Franz lo prese con un tremito nervoso, e pronunciò successivamente le -lettere dell’alfabeto fino alla lettera vocale _I_. - -A questa lettera il vecchio fece segno di sì. - -— _I_? ripetè Franz. - -Il dito del giovane strisciò sulle parole, ma a tutte le parole -Noirtier rispondeva con un segno negativo. - -Valentina nascondeva la sua testa fra le sue mani. - -Finalmente Franz giunse alla parola _IO_. - -— Sì! fece il vecchio. - -— Voi! gridò Franz, i di cui capelli si drizzarono sulla sua testa; -voi, sig. Noirtier, siete voi che avete ucciso mio padre? - -— Sì, rispose Noirtier fissando sul giovine uno sguardo maestoso. - -Franz cadde sopra un seggio. Villefort aprì la porta e fuggì, perchè -gli balenava al pensiero l’idea di soffocare quell’avanzo di esistenza, -che ancora restava nel cuore del terribile vecchio. - - - - -LXXV. — I PROGRESSI DEL SIG. CAVALCANTI FIGLIO. - - -Frattanto il sig. Cavalcanti padre era partito per andare a riprendere -il suo servizio, non già nell’armata di Sua Maestà l’imperatore -d’Austria, ma alla rotina dei bagni di Lucca di cui egli era uno dei -più assidui cortigiani. - -Non fa d’uopo il dire che egli aveva ritirato colla più scrupolosa -esattezza fino all’ultimo paolo della somma che gli era stata destinata -pel suo viaggio, e per la ricompensa delle maniere maestose e solenni -colle quali aveva rappresentata la parte di padre. - -Il sig. Andrea aveva ereditato, a questa partenza, tutte le carte -che constatavano che egli aveva avuto l’onore di essere il figlio del -marchese Bartolommeo, e della marchesa Oliva Corsinari. - -Egli era dunque presso a poco inscritto in questa società parigina, -tanto facile a ricevere gli stranieri ed a trattarli, non dietro quello -che sono, ma dietro le apparenze di ciò che vogliono comparire. - -D’altronde che cosa si richiede da un giovine a Parigi? di parlare -presso a poco la sua lingua, di essere vestito convenientemente, di -essere un bel giuocatore, e di pagare in oro. - -Non è mestieri di dirlo che si è meno esigenti per un forestiere, che -per un parigino. - -Andrea dunque aveva preso in una quindicina di giorni una posizione -abbastanza buona; lo chiamavano sig. conte, si diceva che avesse -cinquantamila lire di rendita, e si parlava degli immensi tesori -sepolti da suo padre nei sotterranei di Seravezza. - -Uno scienziato davanti al quale venivano menzionate queste ultime -circostanze come un fatto, dichiarò avere veduti i sotterranei di cui -si parlava, il che dette un gran peso alle asserzioni finora dubbie e -nello stato di fluttuazione, e che da quel momento presero l’aspetto -della consistenza reale. - -Le cose erano a tal punto in questo circolo della società parigina -ove abbiamo introdotti i nostri lettori, allorchè Monte-Cristo venne -a fare visita alla signora Danglars. Il sig. Danglars era sortito, ma -fu proposto al conte d’introdurlo presso la baronessa che allora era -visibile, ed egli accettò. - -Non era mai senza una specie di brivido nervoso che la signora Danglars -sentiva pronunziare il nome di Monte-Cristo dopo il pranzo d’Auteuil, -e gli avvenimenti che lo susseguirono. Se la presenza del conte non -seguiva il romore del suo nome, la sensazione dolorosa diveniva più -intensa; se al contrario il conte compariva, la sua figura aperta, i -suoi occhi brillanti, la sua amabilità, la sua stessa galanteria per -la signora Danglars, scacciavano ben presto fin l’ultima espressione -del timore; sembrava impossibile alla baronessa che un uomo così -grazioso all’esterno potesse nutrire contro essa dei malvagi disegni; -d’altronde, i cuori i più corrotti non possono credere al male, se non -che facendolo riposare sopra un qualunque interesse; il male inutile, e -senza causa ripugna come una anomalia. - -Allorchè Monte-Cristo entrò nel gabinetto, ove noi abbiamo già una -volta introdotti i nostri lettori, ed ove la baronessa seguiva con -occhio molto inquieto alcuni disegni che le passava sua figlia, dopo -averli guardati col sig. Cavalcanti figlio, la sua presenza produsse -l’effetto ordinario, e fu sorridendo che, dopo essere stata qualche -poco sconvolta al suo nome, la baronessa ricevette il conte. - -Questi dal canto suo abbracciò tutta la scena con un colpo d’occhio. - -Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltrona, stava gettata -Eugenia, e Cavalcanti in piedi. - -Cavalcanti vestito di nero come un eroe di Goethe, scarpe verniciate, e -calze di seta bianca a giorno, passava una mano molto bianca, e molto -pulita, nei suoi capelli biondi, in mezzo dei quali scintillava un -diamante, che, malgrado i consigli di Monte-Cristo, il vanitoso giovine -non aveva potuto resistere al desiderio di passarsi al dito mignolo. - -Questo movimento era accompagnato da sguardi assassini lanciati sopra -madamigella Danglars, e da sospiri inviati al medesimo indirizzo che -gli sguardi. - -Madamigella Danglars era sempre la medesima, vale a dire bella, fredda, -e motteggiatrice. Non le sfuggiva un solo dei sospiri, un solo degli -sguardi d’Andrea; si sarebbe detto ch’essi strisciavano sulla corazza -di Minerva; corazza che alcuni filosofi pretendono che qualche volta -ricuopra il petto di Safo. - -Eugenia salutò freddamente il conte, e approfittò delle prime -preoccupazioni della conversazione per ritirarsi nella sua stanza da -studio, da dove ben tosto esalarono due voci scherzose e rumorose, -miste ai primi accordi di un piano, e fecero sapere a Monte-Cristo, che -madamigella Danglars preferiva alla sua ed a quella di Cavalcanti, la -società di madamigella Luigia d’Armilly sua maestra di canto. - -Fu allora particolarmente che, parlando colla signora Danglars, -e sembrando assorbito nella conversazione, il conte rimarcò la -sollecitudine del sig. Andrea Cavalcanti, il suo modo di andare -ad ascoltare la musica alla porta che non osava sorpassare, e di -manifestare la sua ammirazione. - -Ben presto rientrò il banchiere. Il suo primo sguardo fu per -Monte-Cristo, è vero, ma il secondo fu per Andrea. - -In quanto a sua moglie, egli la salutò con quel modo che molti mariti -salutano le loro mogli. - -— Queste signorine forse non vi hanno invitato a far musica assieme? -domandò Danglars ad Andrea. - -— Ahimè! no, signore, rispose Andrea con un sospiro più rimarchevole -ancora degli altri. - -Danglars si avanzò tosto alla porta di comunicazione e l’aprì. - -Si videro allora le due giovinette assise sul medesimo seggio davanti -il medesimo piano. Esse suonavano ciascuna con una mano, esercizio al -quale si erano abituate per fantasia, e nel quale erano riuscite di una -valentia rimarchevole. - -Madamigella d’Armilly, che allora si scorgeva, formava, con Eugenia, -mercè l’inquadratura della porta, uno di quei quadri vivi come se ne fa -spesso in Germania; era di una bellezza molto rimarchevole, o piuttosto -di una gentilezza squisita. Era una piccola donna sottile e bionda come -una fata, con due gran mazzi di ricci che cadevano sul suo collo, un -poco troppo lungo, a guisa di quello che il Perugino qualche volta dà -alle sue figure, e gli occhi velati dalla fatica. Si diceva che ella -avesse il petto debole, e che come Antonia, del _Violino di Cremona_, -sarebbe morta un giorno cantando. - -Monte-Cristo introdusse uno sguardo rapido e curioso in quel gineceo; -era la prima volta che vedeva madamigella d’Armilly di cui aveva inteso -parlare tanto spesso in quella casa. - -— Ebbene! domandò il banchiere a sua figlia, noi altri dunque siamo -esclusi? - -Allora condusse il giovine nella piccola sala e, fosse caso o arte, la -porta fu respinta dietro Andrea in modo che, dal luogo ove erano seduti -Monte-Cristo e la baronessa, non si potesse vedere niente. Ma siccome -il banchiere aveva seguito Andrea, la signora Danglars non parve -rimarcare questa circostanza. - -Poco dopo il conte intese la voce d’Andrea mettersi in accordo col -piano, accompagnando una canzone corsa. - -Nel mentre che il conte ascoltava sorridendo questa canzone, che gli -faceva dimenticare Andrea per ricordarsi di Benedetto, la signora -Danglars vantava a Monte-Cristo la forza di animo di suo marito, che in -quella mattina ancora aveva perduto tre o quattrocento mila fr. in un -fallimento milanese. - -E difatto, l’elogio era meritato; perchè, se il conte non lo avesse -saputo dalla baronessa, o da uno di quei mezzi che forse aveva per -sapere tutto, la figura del barone non ne avrebbe dato il più piccolo -indizio. - -— Buono! pensò Monte-Cristo, egli è già arrivato al punto di dover -tenere nascosto ciò che perde; un mese fa, egli se ne vantava. - -Quindi alzando la voce. - -— Oh! signora, disse il conte, il sig. Danglars conosce così bene la -borsa, che potrà sempre guadagnare là, ciò che perde in altra parte. - -— Io vedo che voi dividete l’errore comune, disse la signora Danglars. - -— E qual è questo errore? disse Monte-Cristo. - -— È che il sig. Danglars speculi sui fondi, mentre non specula mai. - -— Ah! sì, è vero, signora, mi ricordo che Debray mi ha detto... A -proposito, ma che cosa è dunque avvenuto di Debray? sono tre o quattro -giorni che non l’ho veduto. - -— Io pure, disse la signora Danglars con una meravigliosa indifferenza. -Ma voi avete cominciata una frase che è rimasta interrotta. - -— E quale? - -— Il Sig. Debray vi ha detto... avete cominciato. - -— Ah! è vero; il sig. Debray mi ha detto che eravate voi che facevate -sacrifici al demone dell’azzardo. - -— Ho avuto questo gusto per qualche tempo, lo confesso, ma ora non l’ho -più. - -— E voi avete torto, signora. Eh! mio Dio le vicende della fortuna sono -precarie; e se io fossi stato donna, e che la combinazione mi avesse -fatta moglie di un banchiere, qualunque fosse stata la confidenza -che avessi avuto nella prospera sorte di mio marito, avrei sempre -cominciato dall’assicurarmi uno stato indipendente, avessi dovuto anche -acquistare questa fortuna affidando i miei interessi in mani che non -gli fossero conosciute. - -La sig.ª Danglars arrossì suo malgrado. - -— Vedete, disse Monte-Cristo come se non si fosse accorto di niente, si -parla di un bel colpo che è stato fatto ieri sui boni di Napoli. - -— Io non ne ho, disse con vivacità la baronessa, e non ne ho mai avuti; -ma in verità abbiamo parlato abbastanza di borsa fin qui, sig. conte; -noi sembriamo due agenti di cambio. Parliamo un poco di questi poveri -Villefort, così tormentati in questi momenti dalla fatalità. - -— Che cosa dunque è loro accaduto? domandò Monte-Cristo colla più -perfetta semplicità. - -— Ma, voi lo saprete, dopo aver perduto il sig. di Saint-Méran, tre o -quattro giorni dopo la sua partenza, hanno ora perduta la marchesa, tre -o quattro giorni dopo il suo arrivo. - -— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, l’ho sentito; ma come dice Claudio -ad Hamlet, è una legge di natura; i loro padri sono morti prima di -loro, ed essi li avevano pianti: essi moriranno prima dei loro figli, e -questi li piangeranno. - -— Ma qui non sta il tutto. - -— Come non è tutto? - -— No; voi sapete che dovevano maritare la loro figlia... - -— Al sig. Franz d’Épinay... È forse andato a monte il matrimonio? - -— Ieri mattina, a quanto sembra Franz ha loro resa la parola. - -— Ah! davvero?... E si sanno i motivi di questa rottura? - -— No. - -— Cosa mi annunziate! buon Dio! signora... Ed il sig. de Villefort come -sopporta queste disgrazie? - -— Come sempre, con filosofia. - -In questo momento Danglars ritornò solo. - -— Ebbene! disse la baronessa, voi lasciate il sig. Cavalcanti con -vostra figlia? - -— E madamigella d’Armilly, disse il banchiere, per chi la prendete -dunque? - -Poi, voltandosi a Monte-Cristo: - -— Che grazioso giovine, è vero sig. conte, che è il principe -Cavalcanti?.... soltanto, è egli veramente principe? - -— Io non lo garantisco, disse Monte-Cristo. Mi fu presentato suo padre -come Marchese; egli sarebbe conte allora; ma io credo ch’egli stesso -non metta gran pretensione a questo titolo. - -— Perchè? disse il banchiere. S’egli è principe ha torto di non -vantarsene. A ciascuno ciò che è di diritto. Io non amo che si rinneghi -la propria origine. - -— Ah! voi siete un poco democratico, disse Monte-Cristo sorridendo. - -— Ma vedete, disse la baronessa, a che cosa vi esponete; se per caso -venisse il sig. de Morcerf, troverebbe il sig. Cavalcanti in una -camera, ov’egli, fidanzato d’Eugenia, non ha mai avuto il permesso -d’entrare. - -— Voi fate bene a dire se per caso, poichè, in verità, si vede tanto -raramente, che si potrebbe proprio dire che è stato il caso che l’ha -condotto. - -— Ma infine, s’egli venisse e ritrovasse questo giovine vicino a vostra -figlia, egli potrebbe esser mal contento. - -— Egli? oh mio Dio! voi v’ingannate; il sig. Alberto non ci fa l’onore -d’essere geloso della sua fidanzata; non l’ama abbastanza per venire a -questo. D’altronde che importa a me s’egli è o non è malcontento? - -— Però al punto in cui noi siamo... - -— Sì, al punto in cui noi siamo: volete voi sapere a che punto siamo? A -questo, che alla festa di sua madre egli ha ballato una sola volta con -mia figlia, ed il sig. Cavalcanti ha ballato con lei tre volte, senza -neppure che se ne sia accorto. - -— Il sig. visconte Alberto de Morcerf, annunziò il cameriere. - -La baronessa si alzò prestamente. Ella voleva passare nella stanza di -studio della figlia, quando Danglars la trattenne pel braccio. - -— Lasciate, diss’egli. - -Ella lo guardò meravigliata. - -Monte-Cristo finse di non aver veduto tutto questo giuoco da scena. - -Alberto entrò: era molto bello, e molto allegro. Egli salutò la -baronessa con familiarità, Monte-Cristo con affezione. Poi voltandosi -verso la baronessa: — Volete permettermi, sig.ª, le disse, di chiedervi -come sta madamigella Danglars? - -— Benissimo, signore, rispose allegramente Danglars; in questo -momento prova della musica nel piccolo salotto in compagnia del sig. -Cavalcanti. - -Alberto conservò la sua aria tranquilla ed indifferente: forse provava -internamente qualche poco di dispetto, ma sentiva lo sguardo di -Monte-Cristo fisso su lui: — Il sig. Cavalcanti ha una bellissima voce -di tenore, diss’egli, e madamigella Eugenia è un magnifico soprano, -senza calcolare che suona il pianoforte come un Thalberg. Questo -dev’essere un sorprendente concerto. - -— Il fatto è, disse Danglars, che vanno perfettamente di accordo. -— Alberto parve non aver osservato questo equivoco di parole, così -grossolano, che la sig.ª Danglars ne arrossì. - -— Io pure, continuò il giovine, son dilettante, per quanto almeno -dicono i miei maestri. Ebbene! cosa strana, non ho mai potuto ancora -accordare la mia voce con alcun’altra voce, e colle voci da soprano in -particolare, ancor meno che con tutte le altre. - -Danglars fece un piccolo sorriso che significava: — Ma inquietati -dunque! — Così, diss’egli sperando di spingere le cose al punto che -desiderava, il principe e mia figlia ieri hanno formata l’ammirazione -generale. Ieri non eravate là, signor de Morcerf? — Qual principe? -domandò Alberto. - -— Il principe Cavalcanti, riprese Danglars che si ostinava a voler dar -sempre questo titolo al giovine. - -— Ah! perdono, disse Alberto, non sapeva che fosse principe. Ah! il -principe Cavalcanti ha cantato ieri con Eugenia? In verità ciò doveva -rapire in estasi, e mi spiace vivamente di non averli intesi. Ma non -ho potuto arrendermi al vostro invito, perchè sono stato sforzato di -accompagnare la signora de Morcerf dalla baronessa de Château-Renaud -madre, ove cantavano i tedeschi. — Poi dopo un breve silenzio, e come -se non si fosse parlato di niente: - -— Mi sarà permesso, disse Morcerf, di presentare i miei omaggi a -madamigella Danglars? - -— Oh! aspettate, ve ne supplico, disse il banchiere fermando il -giovine; sentite la deliziosa cavatina? Ta, ta, ta, ti, ta, ti, ta, -ta; trasporta! sta per finire... un solo secondo. Perfettamente! bravo! -bravo! — Ed il banchiere si mise ad applaudire con frenesia. - -— In fatto, disse Alberto, è squisita. È impossibile di capir meglio -la musica del proprio paese quanto il principe Cavalcanti; avete -detto principe, è vero? D’altra parte s’egli non è principe, si farà -fare, ciò è facile in Italia. Ma per ritornare ai nostri adorabili -cantanti, dovreste farci un piacere, sig. Danglars, senza dir loro che -vi sia un’estraneo, dovreste pregare madamigella Danglars ed il sig. -Cavalcanti di cominciare un altro _pezzo_. È una cosa tanto deliziosa -il godere la musica, in un poco di distanza, in una mezza luce, -senz’essere veduti, senza vedere, e per conseguenza senza incomodare -i cantanti, che per tal modo possono lasciarsi trasportare da tutto -l’istinto del proprio genio, e da tutto lo slancio del proprio cuore. — -Questa volta Danglars fu sconcertato dalla flemma del giovine, e prese -Monte-Cristo a parte. - -— Ebbene! disse, che ve ne pare del nostro amoroso? - -— Diavolo! mi sembra un poco freddo, è incontrastabile; ma che volete, -vi siete impegnato, riprese Monte-Cristo. - -— Senza dubbio mi sono impegnato, ma a dare mia figlia ad un uomo che -l’ami, e non ad un uomo che non l’ama punto. Vedetelo là freddo come un -marmo, orgoglioso come suo padre; se fosse ricco ancora, se avesse la -fortuna dei Cavalcanti, vi si potrebbe passar sopra. In fede mia non ho -ancora consultata mia figlia, ma s’ella avesse buon gusto... - -— Ah! disse Monte-Cristo, non so se è la mia amicizia per lui che mi -acceca, ma vi assicuro che il sig. de Morcerf è un grazioso giovine, -e che presto o tardi giungerà a qualche cosa; perchè finalmente la -posizione di suo padre è eccellente. - -— Hum! fece Danglars. — Perchè questo dubbio? - -— Vi è sempre il passato... questo passato oscuro. - -— Ma il passato del padre non ha che veder coi figli... non vi montate -la testa; un mese fa trovavate essere eccellente cosa il fare questo -matrimonio... capirete, sono afflittissimo: fu in casa mia che voi -avete veduto questo giovine Cavalcanti, che io non conosco, ve lo -ripeto. - -— Lo conosco io, disse Danglars, e basta così. - -— Lo conoscete? avete dunque prese informazioni sul suo conto? domandò -Monte-Cristo. - -— E v’è bisogno di ciò? a prima vista non si sa subito con chi si ha -che fare?... primieramente è ricco... - -— Io non lo assicuro. — Voi però rispondete per lui? - -— Di una miseria, di 50 mila fr. - -— Egli ha un’educazione distinta. - -— Hum! fece a sua volta Monte-Cristo. — Sa di musica. - -— Tutti gl’Italiani ne sanno. — Vedete, conte, siete ingiusto. - -— Ebbene! sì, lo confesso, vedo con pena, conoscendo i vostri impegni -coi Morcerf, che venga in tal modo a gettarsi di traverso, ed abusare -della sua fortuna. - -Danglars si mise a ridere. — Oh! come siete puritano! diss’egli: ma ciò -accade tutti i giorni nel mondo. - -— Voi però non potete romperla così, mio caro Danglars; i Morcerf -contano su questo matrimonio. - -— Vi contano? — Positivamente. - -— Allora che si spieghino: dovreste gettare due parole su questo -argomento al padre, caro conte, voi che siete tanto nelle buone grazie -della famiglia... - -— Io? e dove diavolo avete veduto questo? - -— Ma, al loro ballo, mi sembra. Come! la contessa, la orgogliosa -Mercedès, la sdegnosa catalana, che si degnò appena d’aprire la bocca -alle sue più antiche conoscenze, vi ha preso pel braccio, è uscita -con voi nel giardino, si è internata nei viali, e non è ricomparsa che -mezz’ora dopo. - -— Ah! barone! c’impedite di sentire; disse Alberto, per un melomaniaco -come voi questa è una barbarie! - -— Sta bene! sta bene! sig. motteggiatore, disse Danglars. - -Indi volgendosi a Monte-Cristo: — V’incaricate di dir ciò al padre? — -Volentieri, se lo desiderate. - -— Ma che questa volta si faccia in un modo esplicito e definitivo; -soprattutto ch’egli mi domandi mia figlia, che fissi un giorno, che -dichiari le condizioni pel danaro, finalmente che si stabilisca o che -si rompa; ma non più dilazioni. - -— Ebbene! la rimostranza sarà fatta. - -— Non vi dirò che lo aspetto con piacere, ma infine l’aspetto; un -banchiere, voi lo sapete, deve essere schiavo della sua parola. — E -Danglars mandò uno di quei sospiri che mandava Cavalcanti mezz’ora -prima. - -— Bravo, bravo, gridò Morcerf, facendo parodia al banchiere; ed -applaudendo alla fine del pezzo. - -Danglars cominciava già a guardare Alberto di traverso, quando gli -vennero a dire due parole all’orecchio. - -— Ritorno, disse il banchiere a Monte-Cristo, aspettatemi, avrò -forse a dirvi due parole or ora, ed uscì. — La baronessa approfittò -dell’assenza di suo marito per aprire la porta della camera di studio -di sua figlia, e videsi il sig. Andrea alzarsi come una statua, -assiso davanti al pianoforte con madamigella Eugenia; Alberto salutò -sorridendo madamigella Danglars, che senza sembrare menomamente -turbata, gli rese il saluto colla consueta freddezza. Cavalcanti -parve evidentemente impacciato; salutò Morcerf, che gli rese il -saluto coll’aria più impertinente del mondo. Allora Alberto cominciò -a diffondersi in elogi sulla voce di madamigella Danglars, e sul -dispiacere che provava per non aver potuto assistere, per ciò che gli -era stato detto alla serata dal giorno innanzi. - -Cavalcanti lasciato a sè stesso, prese a parte Monte-Cristo. - -— Vediamo, disse la sig.ª Danglars. Bastano la musica ed i complimenti -come questi, volete prendere il thè? - -— Vieni, Luigia, disse madamigella Danglars alla sua amica. — Passarono -nel salotto vicino ove effettivamente era preparato il thè. Al momento -in cui si cominciava, all’uso inglese, a lasciare i cucchiarini entro -le tazze, la porta si riaprì, ed entrò Danglars visibilmente agitato. - -Monte-Cristo soprattutto osservò questa agitazione, ed interrogò il -banchiere coll’occhio. — Ebbene, disse Danglars, ricevo in questo -momento il mio corriere dalla Grecia. - -— Ah! ah! e per questo siete stato chiamato? — Sì. - -— Come sta il re Ottone? domandò Alberto col tuono più annoiato. — -Danglars lo guardò di traverso senza rispondergli, e Monte-Cristo si -voltò per nascondere il senso di pietà che era comparso sul suo viso, -ma che tosto disparve. - -— Ce ne andremo insieme, n’è vero? disse Alberto al conte. - -— Sì, se lo volete. — Alberto nulla poteva comprendere di ciò che -riguardava il banchiere; così volgendosi verso Monte-Cristo che aveva -perfettamente capito: — Avete veduto, diss’egli, come mi ha guardato? - -— Sì, rispose il conte; ma trovate qualche cosa di particolare nel suo -sguardo? - -— Lo credo bene; che vuol dire colle sue notizie di Grecia? - -— E come volete che lo sappia io? - -— Perchè, a quanto presumo, avete delle intelligenze in quel paese. — -Monte-Cristo sorrise, come si sorride sempre quando uno si vuol esimere -dal rispondere. - -— Osservate, disse Alberto, eccolo che si avvicina a voi; vado a fare -i miei complimenti a madamigella Danglars sul suo cameo, così il padre -avrà il tempo di parlarvi. - -— Se le fate dei complimenti, fateli almeno sulla sua voce, disse -Monte-Cristo. - -— No, ciò è quello che fanno tutti. - -— Mio caro Visconte, avete la fatuità dell’impertinenza. - -Alberto si avanzò verso Eugenia col sorriso sulle labbra. - -In questo frattempo Danglars si accostò all’orecchio del conte: — Voi -mi avete dato un eccellente consiglio, diss’egli. V’è una intera ed -orribile storia sopra queste due sole parole, Fernando e Giannina. - -— Ah! bah! fece Monte-Cristo. - -— Sì, vi racconterò tutto, ma conducete via il giovine; sarei troppo -impacciato di restare ora con lui. - -— È ciò che faccio, egli mi accompagna. Ora è sempre necessario che vi -mandi il padre? - -— Sì, più che mai. — Bene. — Il conte fece un segno ad Alberto. -Entrambi salutarono le signore ed uscirono: Alberto con un’aria -perfettamente indifferente pel disprezzo di madamigella Danglars; -Monte-Cristo rinnovando alla sig.ª Danglars il consiglio sulla -prudenza che deve avere la moglie di un banchiere di assicurarsi il suo -avvenire. - -Cavalcanti rimase padrone del c ampo di battaglia. - - - - -LXXVI. — HAYDÉE. - - -Appena i cavalli del conte ebbero voltato l’angolo del baluardo, -Alberto si voltò verso di lui scoppiando in una risata troppo rumorosa -per non far scorgere che era sforzata. - -— Ebbene! gli diss’egli, vi domanderò, come il re Carlo IX domandava -a Caterina de’ Medici dopo _la Saint-Barthelemy_, come ritrovate che -abbia rappresentata la mia piccola parte? — A che proposito? domandò -Monte-Cristo. - -— A proposito della installazione del mio rivale in casa del sig. -Danglars... — Qual rivale? - -— Per bacco! il vostro protetto, il sig. Cavalcanti! - -— Non diciamo cattivi scherzi, non proteggo affatto il sig. Andrea, -almeno presso il sig. Danglars. - -— Mi farei forse un rimprovero, se il giovine avesse bisogno di -protezione. Ma, fortunatamente per me, può farne senza. — Come! e -credete ch’egli faccia la sua corte? - -— Me ne garantisco; fa delle girate d’occhi da sospirante, e modula -delle note da innamorato; aspira alla mano della superba Eugenia. - -— Che v’importa, se non si pensa che a voi! - -— Non dite questo, mio caro conte, mi si scava il terreno sotto da due -lati. — Come da due lati? - -— Senza dubbio: madamigella Eugenia mi ha risposto appena, e -madamigella d’Armilly sua confidente non mi ha risposto affatto. — Sì, -ma il padre vi adora, disse Monte-Cristo. - -— Egli? al contrario, mi ha piantato mille pugnali nel cuore, pugnali -però colla lama che rientra nel manico, pugnali da tragedia, ma ch’egli -crede reali. - -— La gelosia indica l’affezione. — Sì, ma non son geloso. - -— Egli lo è. — Di chi? di Debray? - -— No, di voi. - -— Di me? ci scommetto che prima di otto giorni mi ha chiusa la porta -sul naso. — V’ingannate, caro visconte. - -— Una prova. - -— La volete? — Sì. - -— Sono incaricato di pregare il conte de Morcerf di fare una domanda -definitiva al barone. - -— Da chi? — Dallo stesso barone. - -— Oh! disse Alberto con tutta la baloccaggine di cui era capace, nol -farete, è vero caro conte? - -— V’ingannate, Alberto, lo farò poichè l’ho promesso. - -— Allora, disse Alberto con un sospiro, pare che vi stia molto a cuore -ch’io prenda moglie. - -— Ho a cuore di stare in armonia con tutti. Ma a proposito di Debray, -non lo vedo più dalla baronessa. - -— C’è del torbido. — Colla signora? - -— No, col signore. - -— Si è accorto di qualche cosa? - -— Ah! il bello scherzo! - -— Credete che lo sospettasse? disse Monte-Cristo con una graziosa -ingenuità. - -— Ma che! di dove venite dunque, caro conte? - -— Dal Congo, se volete. - -— Non è ancora abbastanza lontano. - -— Conosco forse i vostri mariti parigini? - -— Eh! i mariti sono uguali ovunque. Dal momento che in un qualunque -paese avete studiato un individuo, avete conosciuta la razza. - -— Ma allora che cosa ha potuto intorbidare Debray con Danglars? -sembravano intendersi così bene! disse Monte-Cristo con un rinnovamento -d’ingenuità. - -— Ah! ecco! rientriamo nei misteri d’Iside, ed io non ne sono iniziato. -Quando il sig. Cavalcanti sarà della famiglia, potrete domandarlo a -lui. - -La carrozza si fermò: - -— Eccoci arrivati, disse Monte-Cristo, non sono che le dieci e mezzo, -salite dunque. — Ben volentieri. - -— La mia carrozza vi riaccompagnerà. - -— No, grazie, il mio _coupé_ deve averci seguiti. - -— Infatto eccolo, disse Monte-Cristo, saltando a terra. - -Tutti e due s’introdussero in casa. Il salotto era illuminato, essi vi -rientrarono. - -— Ci farete fare il thè, Battistino, disse Monte-Cristo. - -Battistino uscì senza fiatare; due secondi dopo ricomparve con una -sottocoppa compiutamente servita, e che come le colazioni nelle -commedie di fate, sembrava uscir di sotto terra. - -— In verità, disse Morcerf, ciò che ammiro in voi, non è la vostra -ricchezza, vi son forse persone più ricche di voi; non è il vostro -spirito, Beaumarchais ne aveva di più, se non ne aveva altrettanto, è -il vostro modo di essere servito; senza che vi sia risposta una parola, -al minuto, al secondo, come se s’indovinasse dal modo con cui suonate -quello che desiderate, e come se tutto ciò che desiderate avere, sia -già pronto. - -— Ciò che dite è in parte vero. Si sanno le mie abitudini; per esempio, -state a vedere, non desiderate voi di fare qualche cosa mentre bevete -il thè? - -— Per bacco! desidero fumare. - -Monte-Cristo si avvicinò al campanello e battè un colpo. In capo ad un -secondo si aprì una porta riservata, e comparve Alì con due pipe turche -ripiene di eccellente latakiè. - -— È maraviglioso, disse Morcerf. - -— Ma no, è cosa semplicissima, riprese Monte-Cristo; Alì sa, che -prendendo il thè o il caffè, ordinariamente io fumo; sa che ho -domandato il thè, sa che sono rientrato con voi, sente chiamarsi, e -non dubita del perchè; e siccome egli è di un paese in cui l’ospitalità -si esercita particolarmente con la pipa, invece di una _chibouque_, ne -porta due. - -— Questa certamente è una spiegazione come un’altra; non è però men -vero che non siete che voi... oh! ma che cosa è ciò che sento? — E -Morcerf s’inclinò verso la porta dalla quale effettivamente emanavano -dei suoni come quelli di una chitarra. — Davvero, caro visconte, -siete destinato a sentire della musica; non fuggite il pianoforte di -madamigella Danglars, se non per cadere nella _guzla_ di Haydée. - -— Haydée! che nome adorabile! vi son dunque delle donne che veramente -si chiamano Haydée, oltre quelle che sono nominate nei poemi di Lord -Byron? - -— Certamente; Haydée è un nome molto raro in Francia, ma molto comune -in Albania e nell’Epiro; è come se voi diceste per esempio Castità, -Pudore, Innocenza; è una specie di nome di battesimo, come dicono i -cristiani. - -— Oh! quanto è grazioso! disse Alberto, quanto vedrei volentieri le -nostre francesi chiamarsi madamigella Bontà, madamigella Silenzio, -madamigella Carità cristiana! dite adunque, se madamigella Danglars -invece di chiamarsi Chiara-Maria-Eugenia, come la chiamano, si -chiamasse madamigella Castità-Pudore-Innocenza Danglars, che effetto -farebbe nelle pubblicazioni matrimoniali. - -— Pazzo! disse il conte, non scherzate così ad alta voce, Haydée -potrebbe sentirvi. — Ed ella se ne inquieterebbe? - -— No, disse il conte con la sua aria sostenuta. - -— È buona? domandò Alberto. — Non è bontà, è dovere: una schiava non -deve inquietarsi contro del padrone. - -— Andiamo, via! ora non scherzate voi stesso. Forse che vi sono ancora -degli schiavi? - -— Senza dubbio, poichè Haydée è mia schiava. - -— Infatto voi non fate niente, e non avete niente come gli altri. -Schiava del sig. conte di Monte-Cristo! è una posizione in Francia. -Al modo con cui voi rimescolate l’oro, è un impiego che deve costare -almeno centomila scudi l’anno. - -— Centomila scudi! la povera giovinetta ne ha posseduti ben altri -che questi; ella è venuta al mondo, ed ha dormito sopra tesori tali, -che quelli delle _Mille e una notte_ sono ben poca cosa. — È dunque -veramente una principessa? - -— Lo avete detto, ed anche una delle più grandi del suo paese. — Io non -ne dubitava. Ma in che modo una gran principessa è divenuta schiava? — -Come Dionigi il tiranno diventò maestro di scuola? la eventualità della -guerra, caro visconte, e il capriccio della fortuna. — Ed il suo nome -è un segreto? — Per tutti, sì; ma non per voi, siete dei miei amici e -tacerete, non è vero, se promettete di tacere? - -— Oh! parola d’onore! - -— Conoscete la storia del pascià di Giannina? - -— Di Alì-Tebelen? senza dubbio, poichè al suo servizio mio padre ha -fatto fortuna. — È vero, lo aveva dimenticato. - -— Ebbene! che cosa è Haydée ad Alì-Tebelen? - -— Semplicemente sua figlia. - -— Come? la figlia di Alì pascià!... - -— E della bella Vasiliki. — Ed è vostra schiava? - -— Oh! mio Dio, sì. — In che modo? - -— Diavolo! un giorno sono passato sul mercato di Costantinopoli, e l’ho -comprata. - -— È cosa splendida! con voi, mio caro conte, non si vive, ma si -sogna. Ora ascoltate, forse sarò troppo indiscreto per quanto sono a -domandarvi. — Dite pure. - -— Ma poichè voi uscite con essa, poichè la conducete all’_Opera_... -posso bene arrischiare di domandarvelo. - -— Potete arrischiare di domandarmi tutto quel che volete. - -— Ebbene, caro conte, presentatemi alla vostra principessa. - -— Volentieri; ma a due condizioni. — Le accetto da ora. - -— La prima si è che non confiderete mai ad alcuno questa presentazione. -— Benissimo! Morcerf stese la mano, lo giuro. - -— La seconda che non le direte che vostro padre ha servito il suo. — Lo -giuro anche questo. - -— A meraviglia, vi sapeva un uomo d’onore. - -Il conte battè di nuovo sul campanello; Alì ricomparve. - -— Prevenite Haydée, gli diss’egli, che vado a prendere il caffè da -lei, e fatele comprendere, che le domando il permesso di presentarle -uno dei miei amici. — Alì s’inchinò, ed uscì. — In tal modo, è -convenuto, nessuna interrogazione diretta, caro visconte; se desiderate -sapere qualche cosa domandatelo a me, che lo domanderò a lei. — Siam -convenuti. - -Alì ricomparve per la terza volta, e tenne la portiera sollevata per -indicare al padrone e ad Alberto che potevano passare. — Entriamo, -disse Monte-Cristo. - -Alberto passò una mano nei capelli, si arricciò i baffi; il conte -riprese il cappello, si mise i guanti, e lo precedè nell’appartamento -sorvegliato da Alì, come sentinella avanzata, e difeso dalle tre -cameriere francesi comandate da Myrthe, come una piazza. Haydée -aspettava nella prima camera, che era il salotto, con due grandi occhi -dilatati dalla sorpresa; perchè era la prima volta che un altro uomo, -oltre Monte-Cristo, giungeva fino a lei; ella era seduta sopra un sofà -in un angolo, colle gambe incrociate, e si era fatto per così dire -un nido delle stoffe di seta broccate e rigate più ricche d’Oriente. -Vicino ad essa giacea l’istrumento, il cui suono l’aveva denunziata; in -quella posizione era graziosissima. Scoprendo Monte-Cristo, si sollevò -con quel doppio sorriso di figlia e di amante che non apparteneva che a -lei sola; Monte-Cristo andò a lei, e le stese la mano. - -Alberto era rimasto sulla porta, sotto l’impero di quella strana -beltà, che vedeva per la prima volta, e di cui non si poteva far -un’idea in Francia. — Chi conduci tu, domandò in greco la giovanetta -a Monte-Cristo; un fratello, un amico, una semplice conoscenza, od un -nemico? - -— Un amico, disse Monte-Cristo nella stessa lingua. - -— Il suo nome? — Il conte Alberto, quello stesso che in Roma liberai -dalle mani dei banditi. — In qual lingua vuoi che gli parli? — -Monte-Cristo si voltò ad Alberto: - -— Sapete il greco moderno? domandò egli al giovine. - -— Ahimè! disse Alberto, neppure il greco antico, giammai Omero e -Platone hanno avuto uno scolaro più tristo, e direi quasi, più sdegnoso -di me. - -— Allora, disse Haydée, provando colla domanda stessa che faceva, -ch’ella aveva inteso l’interrogazione di Monte-Cristo e la risposta -d’Alberto, parlerò in francese, od in italiano, se tuttavolta il mio -signore vuole che io parli. - -Monte-Cristo riflettè un momento. — Tu parlerai in italiano, diss’egli. -Poi voltandosi ad Alberto: - -— Mi spiace che non intendiate il greco moderno, o il greco antico, -che Haydée parla ammirabilmente; la povera fanciulla sarà costretta di -parlarvi in italiano, cosa che forse vi darà una falsa idea di lei. — -Egli fece un segno ad Haydée. - -— Sia il ben venuto l’amico che viene col mio signore, e mio padrone, -disse la giovane in eccellente toscano, e con quel dolce accento -romano, che fa la lingua di Dante tanto sonora, quanto quella d’Omero; -Alì, portate il caffè, e le pipe. - -Ed Haydée fece un segno con la mano ad Alberto di avvicinarsi, mentre -che Alì si ritirava per eseguire gli ordini della giovane padrona. -Monte-Cristo mostrò ad Alberto due _pliant_, e ciascuno andò a prendere -il suo per avvicinarlo ad una specie di candelabro, di cui un paniere -formava il centro, sopraccaricato di fiori naturali, di disegni, di -album, e di musica. Alì rientrò, portando il caffè e le pipe; in quanto -a Battistino questa parte di appartamento gli era interdetta. - -Alberto rifiutò la pipa che gli presentava il moro. - -— Oh! prendete, prendete, disse Monte-Cristo; Haydée è quasi -incivilita, quanto una parigina: il fumo di Avana le riesce -disaggradevole, perchè non ama i cattivi odori; ma, lo sapete, il -tabacco di Oriente è un profumo. — Alì uscì. - -Le tazze di caffè erano tutte preparate; era stata aggiunta soltanto -una zuccheriera per Alberto. Monte-Cristo ed Haydée bevevano il liquore -arabo alla maniera degli Arabi, vale a dire senza zucchero. Haydée -allungò la mano, prese colla punta delle dita rosee ed affilate la -tazza di porcellana del Giappone, e la portò alle labbra con l’ingenuo -piacere di un fanciullo che beve o mangia una cosa che gli piace. -Nello stesso tempo entrarono due donne, portando due sottocoppe piene -di gelati e di sorbetti, che depositarono sopra due piccole tavole -destinate a tal uopo. — Mio caro ospite, e voi, signora, disse Alberto -in italiano, scusate il mio stupore: sono del tutto stordito, ed è -molto naturale; ecco che mi ritrovo in Oriente, nel vero Oriente; non -disgraziatamente tal quale l’ho veduto, ma tal quale l’ho sognato, nel -seno di Parigi; poco fa sentiva roteare gli omnibus, e tentennare i -campanelli dei mercanti di limonata. Oh! signora, perchè mai non so -parlare il greco! la vostra conversazione, unita a tutto ciò che ne -circonda d’incantevole, mi comporrebbe una serata di cui mi ricorderei -sempre. - -— Io parlo abbastanza bene l’italiano per discorrere con voi, signore, -disse tranquillamente Haydée, e se amate l’oriente, farò tutto il -possibile per farvelo ritrovare qui. - -— Di che posso parlare? domandò a bassa voce Alberto a Monte-Cristo. - -— Di tutto ciò che vorrete; del suo paese, della sua gioventù, delle -sue rimembranze, indi, se lo desiderate meglio, di Roma, di Napoli, o -di Firenze. - -— Oh! disse Alberto, non sarebbe compenso l’avere innanzi a sè una -greca per parlarle di tutto ciò, di cui si parlerebbe ad una parigina; -lasciatemi parlarle dell’Oriente. - -— Questa è la conversazione che le è più aggradevole. - -Alberto si voltò verso Haydée: — In quale età la signora ha lasciata la -Grecia? domandò. - -— Di cinque anni. — E vi ricordate della vostra patria? - -— Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto ciò che ho veduto. Vi sono due -sguardi: lo sguardo del corpo che può qualche volta dimenticarsi, e -quello dell’anima che non si dimentica mai. - -— Qual è l’epoca più remota di cui possiate ricordarvi? - -— Io camminava appena; mia madre, che si chiamava Vasiliki, e Vasiliki -vuol dire _reale_, aggiunse la giovinetta sollevando la testa, -mia madre mi prendeva per la mano, ed entrambe coperte da un velo, -dopo aver messo nel fondo della borsa tutto l’oro che possedevamo, -andavamo a domandare l’elemosina pei prigionieri dicendo: «Colui che -dà ai poveri, presta all’Eterno.» Indi, quando la borsa era piena, -ritornavamo al palazzo, e senza dir niente a mio padre, mandavamo tutto -il danaro della questua, in cui ci avevano preso per povere donne, allo -elemosiniere del convento, che lo divideva fra i prigionieri. - -— Ed allora quant’anni avevate? — Tre anni, disse Haydée. - -— Vi ricorderete dunque di tutto ciò che accadde intorno a voi dall’età -di tre anni? — Di tutto. - -— Conte, disse sottovoce Morcerf a Monte-Cristo, dovreste permettere -alla signora di raccontarci qualche cosa della sua storia; mi avete -proibito di parlarle di mio padre, ma forse me ne parlerà ella stessa; -oh! quanto sarei felice di sentire il nostro nome uscir da una bocca -così bella. - -Monte-Cristo si voltò ad Haydée, e con un segno di sopracciglio, -col quale le indicava di accordare la più grande attenzione alla -raccomandazione che stava per farle, le disse in greco: - -— Raccontaci la sorte di tuo padre, ma guardati dal nominare nè il -traditore nè il tradimento. - -Haydée mandò un lungo sospiro, ed una tetra nube passò su quella fronte -sì pura. - -— Che le avete detto? domandò sottovoce Morcerf. - -— Le ho ripetuto che siete un amico, e ch’ella non ha a nascondersi in -faccia vostra. - -— Così, il vostro pietoso pellegrinaggio, disse Alberto, a pro dei -prigionieri è la prima rimembranza; e l’altra? - -— L’altra? Io mi veggo sotto l’ombra dei sicomori vicina ad un lago: -scorgo ancora, a traverso il fogliame, lo specchio tremolante; contro -il più vecchio e fronzuto, mio padre era assiso sopra cuscini, ed -io, debole creatura, mentre che mia madre era stesa ai suoi piedi, -scherzava colla sua barba bianca, che gli discendeva sul petto, e col -_cangiar_ dalla impugnatura di diamanti, che gli pendeva dalla cintura; -indi di tempo in tempo venivano a lui degli Albanesi che gli dicevano -alcune parole cui non facevo attenzione, ed alle quali egli rispondeva -sempre collo stesso tuono di voce: Uccidete! o Fate grazia! - -— È strano, disse Alberto, l’udire simili cose dalla bocca di una -giovanetta in tutt’altro luogo che sul teatro, ed il dover dire a -sè stesso: «Questa non è una finzione.» E, domandò egli, come con -un orizzonte così poetico, come con queste rimembranze meravigliose -ritrovate la Francia? - -— Credo che sia un bel paese, disse Haydée, ma vedo la Francia tale -quale è, perchè la vedo con gli occhi di donna, mentre che, mi sembra, -al contrario, che non ho veduto il mio paese che con gli occhi di -fanciulla, e sempre avvolto da una nebbia tetra o luminosa, a seconda -che le mie rimembranze mi rappresentano la mia patria, o come un luogo -di dolcezze, o come un luogo di amari patimenti. - -— Così giovane, signora, disse Alberto, cedendo suo malgrado alla forza -della leggerezza, in che modo avete potuto soffrire? — Haydée volse gli -occhi verso Monte-Cristo il quale con un segno impercettibile mormorò: -— _Eipè_ (racconta). - -— Niente compone tanto il fondo dell’anima quanto le prime rimembranze, -e fatta astrazione delle due che vi ho dette, tutte le altre sono -tristissime. - -— Parlate, signora, disse Alberto, vi giuro che vi ascolto con una -inesprimibile felicità. - -Haydée sorrise tristamente: — Volete dunque che vi racconti gli altri -miei ricordi? diss’ella. - -— Ve ne supplico, disse Alberto. - -— Ebbene! aveva quattro anni quando una sera fui svegliata da mia -madre. Noi eravamo nel palazzo di Giannina; ella mi prese sui cuscini -sui quali riposava, ed aprendo gli occhi, vidi i suoi ripieni di grosse -lagrime. - -«Ella mi trasportò fuori senza dir parola. - -«Vedendola piangere stava per piangere io pure. - -«— Silenzio, fanciulla! diss’ella. Spesso, ad onta delle consolazioni o -delle minacce materne, capricciosa, come tutti i fanciulli, continuavo -a piangere; ma quella volta v’era negli occhi della mia povera madre -una tale intonazione di terrore, che io mi tacqui nel medesimo punto. - -«Ella mi trasportava rapidamente. Vidi allora che discendevamo una -larga scala; davanti a noi tutte le donne di mia madre, portando dei -bauli, dei sacchetti, degli oggetti di ornamento, dei gioielli, e delle -borse d’oro, discendevano, o piuttosto si precipitavano dalla medesima -scala. - -«Dietro alle donne veniva una guardia di venti uomini, armati di lunghi -fucili e di pistole, e vestiti con quel costume che voi conoscete in -Francia dopo che la Grecia è ritornata una nazione. Eravi qualche cosa -di sinistro, questa lunga fila di schiavi e di donne mezzo appesantite -dal sonno, o almeno io mi figurava così, io, che forse credeva gli -altri addormiti, perchè era male svegliata. - -«Per le scale correvano ombre gigantesche, che le torce di frassino -facevano tremare contro le volte. - -«— Facciam presto! disse una voce dal fondo della galleria. Questa voce -fece incurvare tutti, come il vento passando sulla pianura fa curvare -un campo di spighe. - -«Essa mi fece rabbrividire... era la voce di mio padre. - -«Egli camminava l’ultimo, rivestito delle sue splendide vesti, tenendo -in mano la carabina, regalatagli dal vostro imperatore; ed appoggiato -al suo fedele Selim ci spingeva avanti, come un pastore col suo gregge -sparso. - -«Mio padre, era quell’uomo illustre che l’Europa ha conosciuto sotto il -nome d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e davanti al quale la Turchia -ha tremato. - -Alberto, senza sapere perchè, fremeva nel sentire queste parole -pronunciate con un accento indefinibile di fermezza e di dignità; gli -sembrò che qualche cosa di tetro e spaventoso tralucesse dagli occhi -della giovanetta quando, simile ad una pitonessa che evoca uno spettro, -risvegliò la memoria di quella insanguinata figura, che la sua morte -fece comparire gigantesca agli occhi dell’Europa contemporanea. - -— Ben presto, continuò Haydée, la marcia si fermò, noi eravamo a piè -della scala, e sulla riva del lago. Mia madre mi premeva contro il suo -petto anelante, ed io vidi, a due passi dietro a noi, mio padre che -girava da ogni lato lo sguardo inquieto. Davanti a noi rimanevano ancor -quattro scalini, ed al termine del quarto ondulava una barca. - -«Dal luogo ove eravamo si vedeva innalzarsi nel mezzo del lago una -massa nera; era il chiosco (_padiglione sui terrazzi dei giardini -turchi_) al quale ci portavamo; e che mi sembrava ad una distanza -considerevole, forse a cagione della oscurità: discendemmo nella barca, -mi sovvengo che i remi non facevano alcun rumore toccando l’acqua: mi -chinai per guardarli, eran fasciati colle cinture dei nostri Palicari. - -«Nella barca, oltre i rematori, non v’eran che le donne, mio padre, -mia madre, Selim, ed io. I Palicari erano rimasti sulla riva del lago, -pronti a sostenere la ritirata, inginocchiati sull’ultimo gradino, -facendosi riparo degli altri tre, nel caso che fossero stati attaccati. - -«La nostra barca andava come il vento. - -«— Perchè la barca va così forte? domandai a mia madre. - -«— Zitta, figlia mia, diss’ella, perchè noi fuggiamo. - -«Non capii perchè mio padre fuggiva, egli, che poteva tutto, egli -davanti al quale d’ordinario fuggivano gli altri, egli che aveva presa -per divisa: - - «ESSI MI ODIANO, - DUNQUE MI TEMONO! - -«In fatto era una fuga che mio padre operava sul lago. Mi fu detto -dipoi che la guarnigione del castello di Giannina, stanca dal lungo -servizio...» - -Qui Haydée fermò lo sguardo espressivo su Monte-Cristo, il cui occhio -non aveva più lasciati i suoi. La giovanetta continuò dunque lentamente -come fa chi inventa e chi sopprime. - -— Voi dicevate, signora, riprese Alberto che accordava la più grande -attenzione a questo racconto, che la guarnigione di Giannina, stanca -dal lungo servizio... - -— Aveva trattato col seraschiere Kourchid inviato dal Sultano per -impadronirsi di mio padre, il quale prese allora la risoluzione di -ritirarsi, dopo aver spedito al sultano un ufficiale franco, nel quale -aveva tutta la confidenza, nell’asilo ch’egli stesso si era preparato -da lungo tempo, e che chiamava _kataphygion_ vale a dire rifugio. - -— Di quest’ufficiale, domandò Alberto, ricordate il nome? - -Monte-Cristo scambiò colla giovanetta uno sguardo rapido come un -baleno, che rimase inosservato a Morcerf. - -— No, diss’ella, nol ricordo; ma forse più tardi me ne sovverrò, e lo -dirò. — Alberto stava per pronunciare il nome di suo padre, allorchè -Monte-Cristo alzò dolcemente il dito in segno di silenzio. - -Il giovine si ricordò il giuramento, e tacque. - -«Era verso questo chiosco che noi vogavamo. - -«Un pianterreno ornato di arabeschi bagnava i suoi terrazzi nell’acqua, -ed un primo piano che guardava sul lago, ecco quanto il palazzo offriva -di visibile agli occhi. - -«Ma al disotto del pianterreno, prolungandosi nell’isola stava un -sotterraneo, vasta caverna ove fummo condotti, mia madre, io, e le -nostre donne, ed ove giacevano formando un sol monticello, 60 mila -borse, e 200 barili. In queste borse v’erano 25 milioni in oro, e nei -barili 30 mila libbre di polvere. Vicino a questi ultimi stava Selim, -quel favorito di mio padre, di cui vi ho parlato; egli vegliava giorno -e notte, colla lancia alla mano, nell’estremità della quale ardeva una -miccia accesa: aveva l’ordine di far saltare chiosco, guardie, pascià, -donne e oro, al primo segnale di mio padre; mi ricordo che i nostri -schiavi conoscendo questo terribile vicino, passavano il giorno e la -notte a piangere, pregare e gemere. Non vi saprei dire quanti giorni -siam rimasti così. A quell’ora ignorava ancora che cosa fosse il tempo. -Qualche volta, ma raramente, mio padre faceva chiamar me e mia madre -sulla terrazza del palazzo; eran per me le mie ore di festa, poichè nel -sotterraneo non vedeva che ombre gementi, e la lancia ardente di Selim. - -«Mio padre, seduto davanti ad una grande apertura, fissava un tetro -sguardo sulla profondità dell’orizzonte, interrogando ciascun punto -nero che compariva sul lago, mentre che mia madre, semi-stesa vicina -a lui, gli appoggiava la testa sulla spalla, ed io scherzavo ai suoi -piedi ammirando, con quella meraviglia dell’infanzia che ingrandisce -sempre gli oggetti, il pendio del Pinto che s’ergeva sull’orizzonte, -i castelli di Giannina che uscivan bianchi ed angolati dalle acque blu -del lago, i tuffi immensi di verdura oscura attaccati come licheni alle -rocce della montagna, che di lontano sembravano musco, e da vicino son -giganteschi abeti e mirti immensi. Una mattina mio padre ci mandò a -cercare; mia madre avea pianto tutta la notte; noi lo trovammo assai -tranquillo, ma più pallido che d’ordinario. - -«— Abbi pazienza, Vasiliki, diss’egli. Oggi tutto sarà finito, oggi -giunge il firmato del Sultano, e la mia sorte sarà risoluta. Se la -grazia è intera, ritorneremo trionfanti a Giannina; se le notizie son -cattive, fuggiremo questa notte. - -«— Ma se non ci lasciano fuggire? disse mia madre. - -«— Oh! sii tranquilla, rispose Alì sorridendo; Selim e la sua lancia -accesa mi rispondono di loro. Essi vorrebbero che io morissi, ma non a -condizione di morire meco. - -«Mia madre rispondeva con sospiri a queste consolazioni che non -partivano dal cuor di mio padre. - -«Ella gli preparò l’acqua ghiacciata che mio padre beveva ogni momento, -poichè dopo la sua ritirata nel chiosco era arso da una febbre ardente; -gli profumò la bianca barba, e gli accese la pipa, di cui qualche -volta, per ore intere, seguiva distrattamente con gli occhi il fumo che -volteggiava nell’aria. D’improvviso egli fece un movimento sì rapido -ch’io n’ebbi gran paura: indi senza staccare gli occhi dal punto che -fissava la sua attenzione, domandò il cannocchiale. Mia madre glielo -passò, più bianca della statua contro cui si appoggiò. Vidi la mano di -mio padre tremare. - -«— Una barca!... due, tre!... mormorò mio padre; quattro!... — E si -alzò brandendo le armi, e versando, me ne sovvengo, della polvere nel -bacinetto delle pistole: - -«— Vasiliki, diss’egli a mia madre con un visibile fremito, fra -mezz’ora sapremo la risposta del sublime imperatore; ritirati nel -sotterraneo con Haydée. - -«— Io non voglio lasciarvi, disse Vasiliki, se voi morrete, mio -padrone, voglio morire con voi. - -«— Andate presso Selim! gridò mio padre. - -«— Addio, signore! mormorò mia madre obbediente, pieghevole come -all’avvicinarsi della morte. - -«— Traete con voi Vasiliki! disse mio padre ai suoi Palicari. — Ma io -che veniva dimenticata, corsi a lui, stendendo le mie mani dalla sua -parte; egli mi vide, ed inchinandosi verso me, mi premè la fronte con -le sue labbra. - -«Oh! quel bacio, quello fu l’ultimo, ed esso è sempre qua, sulla mia -fronte. Nel discendere distinguemmo, a traverso le inferriate della -terrazza, le barche che ingrandivano sul lago, e che, simili non molto -prima a punti neri, sembravano già uccelli, radenti la superficie delle -acque. In questo mentre, nel chiosco, venti Palicari, seduti a piè -di mio padre e nascosti dai cespugli, spiavano con occhi sanguinosi -l’arrivo di questi battelli, e tenevano pronti i loro lunghi fucili -incrostati d’avorio e di argento: cartucce in gran numero erano sparse -sul terreno. Mio padre guardava l’orologio, e passeggiava con angoscia. -Ecco ciò che mi colpì quando lasciai mio padre dopo l’ultimo bacio che -ricevetti da lui. Mia madre ed io traversammo il sotterraneo. Selim -era sempre al suo posto; egli ci sorrise con tristezza. Noi andammo a -cercar dei cuscini dall’altra parte della caverna, e venimmo a sedere -vicino a Selim: nei grandi pericoli si cercano i cuori affezionati, e -sebbene fossi fanciulla, sentiva per istinto che una gran disgrazia si -aggravava sul nostro capo. - -«Erano le quattro della sera, ma benchè il giorno fosse chiaro e -lucente al di fuori, noi eravamo immersi nell’oscurità del sotterraneo. -Una sola luce brillava nella caverna, a guisa di una tremante stella -sopra un nero cielo, e questa era la miccia di Selim. Mia madre era -cristiana, e pregava. - -«Selim ripeteva a quando a quando queste sante parole: - -«— Dio è grande! — mia madre però aveva ancora qualche speranza. -Nel discendere le era sembrato di riconoscere il Franco ch’era stato -inviato a Costantinopoli, e nel quale mio padre aveva riposta ogni -confidenza, perchè sapeva che i soldati del sultano francese sono -ordinariamente nobili e generosi. Ella si avanzò di qualche passo verso -la scala, ed ascoltò. Si avvicinano, diss’ella; purchè portino la pace -e la vita! - -«— Che temi tu, Vasiliki? rispose Selim colla sua voce soave ad un -tempo e fiera. Se essi non portano la pace, darem loro la guerra; se -non portano la vita darem loro la morte. — E ravvivava la bragia della -lancia con un gesto che lo faceva assomigliare a Dionisio dell’antica -Creta. Ma io, che era così fanciulla e così ingenua, aveva paura di -questo coraggio che trovava feroce ed insensato, e mi atterriva di -quella morte spaventosa nell’aria e fra le fiamme. Mia madre provava le -stesse impressioni perchè la sentiva fremere. - -«— Mio Dio! mio Dio! mamma, gridai, siam forse vicine a morire? — Ed -alla mia voce raddoppiarono i pianti e le preghiere degli schiavi. - -«— Fanciulla, mi disse Vasiliki, Dio ti salvi dal dovere un giorno -desiderare questa morte che oggi ti spaventa. Indi a bassa voce: - -«— Selim, diss’ella, qual è la consegna che tieni dal tuo padrone? - -«— S’egli m’invia il suo pugnale è segno che il sultano rifiuta di -ritornarlo in grazia, ed io do fuoco; se m’invia il suo anello è segno -che il sultano gli perdona ed io libero la polveriera. - -«— Amico, riprese mia madre, quando giungerà l’ordine del padrone, se -t’invia il pugnale invece di ucciderci entrambe con questa morte che ne -spaventa, ti stenderemo la gola, e tu ci ucciderai con quel pugnale. - -«— Sì, Vasiliki, rispose tranquillamente Selim. - -«D’improvviso sentimmo come grandi grida; eran grida di gioia; il nome -del Franco ch’era stato inviato a Costantinopoli echeggiava ripetuto -dai nostri Palicari; era evidente che riportava la risposta del sublime -imperatore, e che questa era favorevole.» - -— E voi non vi ricordate il suo nome? disse Morcerf pronto ad aiutare -la memoria della narratrice. - -Monte-Cristo fe’ un cenno. - -— Non me ne ricordo, rispose Haydée. - -«Il romore raddoppiava; rumoreggiavano passi più vicini; si discendeva -la scala del sotterraneo. Selim preparò la sua lancia. Ben presto -comparve un’ombra nell’incerto crepuscolo che formavano i raggi del -giorno penetrati fino nell’entrata del sotterraneo. - -«— Chi sei tu? gridò Selim. Ma chiunque tu sia, non fare un passo di -più. - -«— Gloria al sultano! disse l’ombra. È fatta piena grazia al visir Alì; -e non solo ha salva la vita, ma gli vengon resi i suoi beni e la sua -fortuna. - -«Mia madre mandò un grido di gioia e mi strinse al suo cuore. - -«— Fermati, le disse Selim, vedendo ch’ella si slanciava di già per -uscire. Tu sai che mi abbisogna l’anello. - -«— È giusto, disse mia madre. E cadde in ginocchio sollevandomi verso -il cielo, come se mentre pregava Dio per me volesse ancor sollevarmi -verso lui.» - -Haydée si fermò, vinta da tale emozione che il sudore le colava dalla -pallida fronte, e che la voce soffocata sembrava non poter sorpassare -l’arida sua gola. - -Monte-Cristo versò un po’ d’acqua gelata in un bicchiere, e lo presentò -a lei dicendo con una dolcezza da cui trapelava un’ombra di comando: — -Coraggio, figlia mia. - -— In questo mentre i nostri occhi, abituati all’oscurità, avevano -riconosciuto l’inviato del sultano, egli era un amico. Selim lo aveva -riconosciuto, ma il bravo giovine non sapeva che una cosa: obbedire! - -«— In nome di chi vieni tu? diss’egli. - -«— Vengo in nome del nostro padrone, Alì-Tebelen. - -«— Se vieni in nome di Tebelen, tu hai da sapere ciò che devi -rimettermi. - -«— Sì, disse l’inviato, ti porto il suo anello. — E nello stesso tempo -alzò la mano al di sopra della testa, ma era troppo lontano, e faceva -troppo buio perchè Selim potesse, dal luogo ov’era, distinguere e -conoscere l’oggetto che gli presentava. - -«— Io non vedo ciò che tu tieni, disse Selim. - -«— Avvicinati, disse il messaggiero, oppure mi avvicinerò io. - -«— Nè l’uno, nè l’altro, rispose il giovine soldato, deponi nel posto -ove sei, sotto quel raggio di luce, l’oggetto che tu mi mostri, e -ritirati fin che io l’abbia veduto. - -«— Ecco, disse il messaggiero. E si ritirò dopo aver deposto il segno -di riconoscimento nel luogo indicato. - -«Ed il nostro cuore palpitava, perchè l’oggetto ci sembrava -effettivamente un anello. Soltanto era l’anello di mio padre? Selim, -tenendo sempre in mano la miccia accesa, andò all’apertura, s’inchinò -contento sotto il raggio di luce, e raccolse il segnale. - -«— L’anello del padrone, diss’egli baciandolo, sta bene! e rovesciando -la miccia contro terra, vi pestò sopra, e la spense. — Il messaggiere -mandò un grido di gioia e battè le mani. A questo segnale, quattro -soldati del serraschiere Kourchid accorsero, e Selim cadde trapassato -da cinque colpi di pugnale. Ciascuno aveva dato il suo. E frattanto, -ebbri pel loro delitto, quantunque ancora pallidi per la paura, -irruppero nel sotterraneo, cercando da per tutto se vi era fuoco, e -rotolandosi sui sacchi d’oro. - -«In questo mentre mia madre mi prese fra le sue braccia, e agile, -balzando per sinuosità conosciute da noi soli, giunse fino alla scala -segreta del chiosco nel quale regnava uno spaventoso tumulto. Le sale -basse erano interamente popolate di Tchodoars di Kourchid, vale a -dire di nostri nemici. Nel momento che mia madre stava per spingere -la piccola porta, sentimmo la voce del pascià risuonare terribile e -minacciosa. Mia madre si pose in ascolto alle fessure delle assi, si -trovava per caso un’apertura davanti la mia, e io guardava. - -«— Che volete? diceva mio padre a persone che tenevano in mano una -carta con caratteri d’oro. - -«— Che vogliamo? rispondeva uno di costoro, comunicarvi la volontà di -Sua Altezza. Vedi tu il firmano? - -«— Lo vedo, disse mio padre. — Ebbene! leggi, egli domanda la tua -testa. — Mio padre mandò uno scoppio di risa più spaventoso che non -avrebbe fatto una minaccia, e non aveva ancora cessato, che due colpi -di pistola erano usciti dalle sue mani, ed avevano uccisi due uomini. I -Palicari, ch’eran tutti distesi intorno a mio padre colla faccia contro -il suolo, si alzarono allora e fecero fuoco. La camera si riempì di -fracasso, di fumo e di fiamme. Nel medesimo punto il fuoco incominciò -dall’altra parte, e le palle vennero a forare le assi intorno a noi. -Oh! quanto era bello! quanto era grande il Visir Alì-Tebelen, mio padre -in mezzo alle palle, colla scimitarra alla mano, il viso nero dalla -polvere! oh! come fuggivano i suoi nemici! - -«— Selim! Selim! guardiano del fuoco, gridò egli, fa il tuo dovere! - -«— Selim è morto, rispose una voce che sembrava uscita dai profondi -del chiosco, e tu Alì, sei perduto! — Nello stesso tempo si fece -sentire una sorda detonazione, ed il piancito saltò in ischegge tutto -all’intorno di mio padre. I Tchodoars tiravano a traverso il piancito -di legno: tre o quattro Palicari caddero feriti dal basso all’alto con -ferite che loro laceravano tutto il corpo. Mio padre ruggì, introdusse -le dita nei fori delle palle, e strappò un asse tutta intera. Ma nello -stesso tempo venti colpi di fuoco scoppiarono da questa apertura, e -le fiamme, uscendo come da un cratere di vulcano, si appiccarono alle -tende e le arsero. In mezzo di tutto questo spaventoso tumulto, in -mezzo a queste grida terribili, due colpi più distinti dagli altri, due -grida più strazianti sopra le altre grida mi agghiacciarono di terrore. -Queste due esplosioni avevano colpito mortalmente mio padre, che aveva -mandate queste grida. Però egli era rimasto in piedi, aggrappato ad una -finestra. Mia madre squassava la porta per andare a morire con lui, -ma la porta era chiusa per di dentro. A lui d’intorno i Palicari si -contorcevano nelle convulsioni dell’agonia; due o tre che erano senza -ferite, o feriti leggermente, si slanciarono dalle finestre. Nello -stesso tempo il piancito tutto intero scricchiolò rotto per di sotto; -mio padre cadde sopra un ginocchio, e subito venti braccia si stesero -armate di sciabole, di pistole e di pugnali, venti colpi colpirono nel -tempo stesso un uomo, e mio padre disparve fra un turbine di fuoco, -attizzato da questi demoni ruggenti, come se l’inferno si fosse aperto -sotto i suoi piedi. - -«Io mi sentii rotolare a terra; era mia madre che cadeva svenuta.» - -Haydée lasciò cadere le braccia mandando un gemito, e guardando il -conte, come per domandargli s’era contento della sua obbedienza. Il -conte si alzò, andò a lei, la prese per mano, e le disse in greco: — -Riposati, cara fanciulla, e riprendi coraggio, pensando che vi è un Dio -che punisce i traditori. - -— Ecco una spaventevole storia, conte, disse Alberto atterrito dal -pallore d’Haydée, ed ora mi pento d’essere stato così crudelmente -indiscreto. - -— Non è niente, rispose Monte-Cristo: indi mettendo la mano sulla testa -della giovanetta: — Haydée, continuò egli, è una donna coraggiosa, e -qualche volta ha trovato sollievo nel racconto delle sue sventure. - -— Perchè mio signore, disse vivamente la giovanetta, le mie sventure mi -ricordano i tuoi beneficii. - -Alberto la guardò con curiosità, perchè ella non aveva ancora -raccontato ciò che egli desiderava più di sapere, vale a dire in qual -modo era divenuta schiava del conte. - -Haydée vide contemporaneamente espresso lo stesso desiderio tanto negli -occhi di Alberto che in quelli del conte; e continuò: - -— Quando mia madre ricuperò l’uso dei sensi, noi eravamo davanti al -serraschiere: — Uccidetemi, diss’ella, ma risparmiate l’onore alla -vedova di Alì. - -«— Non è a me che tu ti devi rivolgere, disse Kourchid. - -«— E a chi dunque? — Al tuo nuovo padrone. - -«— Qual è? — Eccolo. — E Kourchid ci mostrò uno di quelli che avevan -contribuito alla morte di mio padre, continuò la giovanetta con una -cupa collera. - -— Allora, domandò Alberto, diveniste proprietà di quest’uomo? - -— No, rispose Haydée, egli non osò ritenerci, ci vendè a dei mercanti -di schiavi che andavano a Costantinopoli: traversammo la Grecia e -giungemmo morenti alla porta imperiale, ingombra di curiosi che si -aprivano per lasciarci passare, quando d’improvviso mia madre seguì -cogli occhi la direzione degli occhi di tutti, gettò un grido, e cadde -mostrando una testa al di sopra di questa porta. - -«Al di sopra di quella testa, erano scritte queste parole. - - QUESTA È LA TESTA DEL PASCIÀ - DI GIANNINA. - -«Cercai piangendo di rialzar mia madre... era morta! - -«Io fui portata al _bazar_, un ricco armeno mi comprò, mi fece -istruire, mi procurò dei maestri, e quando ebbi tredici anni mi vendè -al sultano Mahomud.» - -— Dal quale, riprese Monte-Cristo, io la riscattai, come vi dissi, -Alberto, per mezzo di quello smeraldo eguale a questo in cui metto le -mie pastiglie di _hatchis_. - -Alberto era rimasto stordito per ciò che aveva inteso. - -— Terminate la vostra tazza di caffè, gli disse Monte-Cristo; la storia -è finita. - - - - -LXXVII. — CI SCRIVONO DA GIANNINA. - - -Franz era uscito dalla camera di Noirtier così tremante, e così fuor di -sè, che Valentina stessa aveva avuta pietà di lui. Villefort, che non -aveva articolato che poche parole senz’ordine, e ch’era fuggito nel suo -gabinetto, ricevette due ore dopo la seguente lettera. - - «Dopo ciò che è stato rivelato questa mattina, il sig. Noirtier - de Villefort non potrà supporre che un’alleanza sia possibile - fra la sua famiglia e quella del sig. Franz d’Épinay, il quale - ha orrore nel pensare che il sig. de Villefort, che sembrava - conoscesse gli avvenimenti raccontati questa mattina, non lo - abbia prevenuto in questo pensiero.» - -Chiunque avesse veduto in questo momento il magistrato, curvato sotto -il colpo, non avrebbe creduto ch’egli l’avesse preveduto; di fatto -non avrebbe pensato che suo padre avesse spinta la sua franchezza, -o piuttosto la sua rozzezza, fino a raccontare una simile storia. È -vero che il sig. Noirtier, sdegnoso dell’opinione di suo figlio, non -si era occupato di schiarire i fatti agli occhi di Villefort, e che -questi aveva sempre creduto che il generale Quesnel, o barone d’Épinay, -secondo che si vorrà chiamare, o col nome che si era fatto, o con -quello che gli era stato fatto, fosse morto assassinato, e non ucciso -lealmente in duello. Questa lettera così aspra da un giovine, fino -allora tanto rispettoso, era mortale per l’orgoglio di un uomo come -Villefort. Appena fu nel suo gabinetto entrò sua moglie. L’uscita di -Franz chiamato da Noirtier, aveva così fattamente maravigliato tutti, -che la posizione della sig.ª de Villefort, rimasta sola col notaro ed i -testimoni, divenne di momento in momento più impacciante. Allora ella -aveva presa la sua risoluzione ed era uscita annunciando che andava a -raccogliere le notizie. - -Il sig. de Villefort si contentò di dirle, che in seguito di alcune -spiegazioni tra lui, il sig. Noirtier ed il sig. Franz d’Épinay, il -matrimonio di Valentina con Franz era rotto. - -Era difficile a riportar quest’ambasciata a coloro che aspettavano; -così, la sig.ª de Villefort rientrando, si limitò a dire, che il -sig. Noirtier avendo avuto nel principio della conferenza una specie -di attacco di apoplessia, il contratto era naturalmente differito a -qualche giorno. - -Questa notizia, per quanto fosse falsa, giungeva tanto singolarmente -al seguito delle altre due disgrazie dello stesso genere, che gli -uditori si guardarono meravigliati, e si ritirarono senza dir parola. -In questo mentre Valentina, felice ad un tempo e spaventata, dopo -avere abbracciato e ringraziato il debole vecchio, che aveva in tal -modo rotta una catena ch’ella riguardava già come indissolubile, aveva -domandato di ritirarsi nelle sue camere per rimettersi, e Noirtier le -aveva accordato il permesso che sollecitava. - -Ma invece di risalire da lei, Valentina, una volta uscita, prese il -corridore, ed uscendo dalla piccola porta, si slanciò nel giardino. -In mezzo a tutti gli avvenimenti che venivano ad accatastarsi gli -uni sugli altri, un sordo terrore le aveva costantemente compresso il -cuore. Ella si aspettava da un momento all’altro di vedersi comparire -Morrel, pallido e minaccioso, come il Laird di Ravenswood al contratto -di Lucia di Lammermoor. Di fatto era tempo che andasse al cancello. -Massimiliano, che aveva sospettato quel che sarebbe accaduto, quando -vide Franz lasciare il cimitero in compagnia del sig. de Villefort, -lo aveva seguito; poi, dopo averlo veduto entrare, lo aveva pur -anche veduto uscire e rientrare nuovamente in compagnia di Alberto e -Château-Renaud. Per lui non vi era dunque più alcun dubbio. Allora si -era gettato nel recinto, pronto a qualunque avvenimento, ben certo che -al primo momento di libertà, che potrebbe afferrare, Valentina sarebbe -corsa a lui. - -Egli non s’era ingannato; il suo occhio attaccato alle assi, vide -infatto comparir la giovanetta che senza prendere le usate cautele, -correva al cancello. Al primo colpo d’occhio che gettò sur essa, -Massimiliano si fe’ tranquillo; alla prima parola che pronunciò, balzò -di gioia. - -— Salvi, disse Valentina. - -— Salvi! ripetè Morrel non potendo credere a tanta felicità; ma da chi? - -— Da mio nonno. Oh! amatelo molto Morrel! - -Questi giurò d’amare il vecchio con tutta l’anima sua. - -— Ma com’è accaduto? domandò Morrel, quale strano mezzo ha egli -impiegato? — Valentina aprì la bocca per raccontar tutto, ma pensò che -in fondo a tutto ciò vi era un segreto terribile che non apparteneva -soltanto a suo nonno. - -— Più tardi, diss’ella, vi racconterò tutto. - -— Ma quando? - -— Quando sarò vostra moglie. - -Questo era un mettere la conversazione sur un campo che rendeva -facile a Morrel l’intendere tutto: egli per tal modo capì ancora che -doveva contentarsi di ciò che sapeva, e che ciò era abbastanza per -quel giorno. Però non acconsentì a ritirarsi che sulla promessa che -Valentina sarebbe ritornata la dimane a sera. Ella promise ciò che -volle Morrel. Tutto era cambiato ai loro occhi, e certo ora era men -difficile a Valentina il credere che avrebbe potuto maritarsi con -Morrel, di quel che un’ora prima non avrebbe sposato il sig. Franz. - -In questo tempo la sig.ª de Villefort era salita dal sig. Noirtier, il -quale la guardò con quell’occhio cupo e severo con cui era assuefatto -a riceverla: — Signore, gli diss’ella, non ho bisogno di dirvi che il -matrimonio di Valentina è rotto poichè qui si operò questa rottura. - -Noirtier rimase impassibile. — Ma ciò che voi non sapete sig., è che -io sono stata sempre contraria a questo matrimonio, e che si faceva -mio malgrado. — Noirtier guardò sua nuora come uno che aspetti una -spiegazione. — Ora, poichè questo matrimonio, pel quale conoscevo -la vostra ripugnanza, è rotto, vengo a farvi una rimostranza che non -possono farvi nè il sig. de Villefort, nè Valentina. - -Gli occhi di Noirtier chiesero qual fosse questa rimostranza. - -— Vengo per pregarvi, signore, come la sola che ne ha il diritto, -perchè sono la sola cui nulla frutterà; vengo a pregarvi di rendere, -non dirò i vostri favori, ella li ha sempre goduti, ma la vostra -fortuna a vostra nipote. - -Gli occhi di Noirtier rimasero un momento incerti: essi cercavano -evidentemente i motivi di questa rimostranza, e non li potevano -ritrovare. — Posso sperare, signore, disse la signora de Villefort, che -le vostre intenzioni siano in armonia colla preghiera che vi faccio? - -— Sì, fece Noirtier. - -— In questo caso mi ritiro, riconoscente ad un tempo e felice. — E, -salutando il sig. de Noirtier, si ritirò. - -In fatto il giorno dopo Noirtier fece venire il notaro; fu stracciato -il primo testamento, ne fu fatto un secondo, nel quale lasciava tutta -la sua fortuna a Valentina, sotto la condizione che non si fosse -separata da lui. - -Alcune persone allora calcolarono pel mondo, che madamigella de -Villefort, ereditiera del marchese e della marchesa di Saint-Méran, e -rientrata nella grazia di suo nonno, avrebbe un giorno potuto godere di -una rendita di 300 mila fr. annui. - -Mentre che si rompeva questo matrimonio presso i Villefort, il conte -de Morcerf aveva ricevuta la visita di Monte-Cristo, e per far vedere -la sua premura a Danglars, indossò la grande uniforme di luogotenente -generale, cui aveva fatto ornare di tutte le decorazioni, ed ordinò i -suoi migliori cavalli. Morcerf così abbigliato si fece condurre alla -strada della Chaussée-d’Antin, e si fe’ annunziare a Danglars che stava -facendo il bilancio della fine del mese. - -Da qualche tempo non era quello il momento da scegliersi per ritrovare -il banchiere di buon umore. - -Così, all’aspetto del suo antico amico, Danglars prese un’aria -maestosa, e si stabilì nel suo seggio. - -Morcerf ordinariamente così serio, aveva assunta un’aria ridente ed -affabile; in conseguenza, quasi sicuro d’essere ben accolto fino dalle -sue prime parole, non fece punto il diplomatico, ed andò direttamente e -di un sol tratto alla meta: - -— Barone, diss’egli, eccomi. Da lungo tempo ci aggiriamo attorno -alle parole d’altra volta... — Morcerf si aspettava, a questi detti, -di vedere rasserenata la figura del banchiere, il cui sussiego egli -attribuiva al proprio silenzio; ma al contrario questa figura divenne, -cosa che pareva quasi impossibile, più impassibile e più fredda ancora. - -Ecco perchè Morcerf si era fermato a metà della frase... - -— Quali parole, sig. conte? domandò il banchiere, come se cercasse -invano nel suo spirito la spiegazione di ciò che voleva dire il -generale. - -— Oh! disse il conte, voi siete amante della formalità, e mi rammentate -che il cerimoniale deve eseguirsi secondo tutti i riti. Benissimo! in -fede mia. Perdonatemi, ma siccome non ho che un sol figlio, e questa -è la prima volta, sono ancora novizio; andiamo, io mi adatto. — E -Morcerf, con un sorriso sforzato, si alzò, fece una profonda riverenza -a Danglars, e gli disse: — Sig. barone, ho l’onore di domandarvi la -mano di madamigella Eugenia Danglars, vostra figlia, per mio figlio il -visconte Alberto de Morcerf. - -Ma Danglars, invece di accogliere queste parole con quel fervore -che Morcerf si aspettava da lui, aggrottò il sopracciglio, e, senza -invitare il conte, che era rimasto in piedi, a sedersi di nuovo: — -Sig. conte, diss’egli, prima di potervi rispondere avrò bisogno di -riflettervi. - -— Di riflettervi! riprese Morcerf di più in più meravigliato; non avete -dunque avuto il tempo di riflettervi da otto anni circa che parliamo di -questo matrimonio? - -— Sig. conte, tutti i giorni accadono cose per le quali le riflessioni -che si credevano fatte sono da rifarsi. - -— E come? non vi comprendo più, barone! - -— Voglio dire, che da 15 giorni nuove congiunture... - -— Permettetemi, disse Morcerf, non è già questa una commedia che -rappresentiamo? — Ed in qual modo una commedia? — Sì, spieghiamoci -categoricamente. - -— Non chiedo di meglio. - -— Avete veduto il conte di Monte-Cristo? - -— Lo vedo spessissimo, disse Danglars, è uno de’ miei amici. - -— Ebbene! una delle ultime volte che lo avete veduto, gli avete detto -ch’io sembravo smemorato, irresoluto sul conto di questo matrimonio? — -È vero. - -— Ebbene! eccomi: non sono nè irresoluto nè smemorato, lo vedete, -poichè vengo a reclamare che mantenghiate la vostra parola. — Danglars -non rispose. - -— Avete voi così presto cambiato d’avviso, soggiunse Morcerf, o non -avete provocata la mia domanda che per darvi il piacere d’umiliarmi? - -Danglars capì che, s’egli continuava la conversazione sul tuono col -quale l’aveva incominciata, la cosa poteva voltarsi a male per lui. — -Sig. conte, dovete essere a buon dritto meravigliato della mia riserva, -lo capisco, così credetemi, sono il primo ad affliggermene; credetemi -bene ch’ella mi è imposta da imperiose congiunture. - -— Queste sono parole in aria, e forse potrebbero soddisfare il primo -arrivato; ma il conte di Morcerf non è un primo arrivato, e quando un -uomo come lui viene a ritrovare un altr’uomo e gli ricorda la parola -data, e questi manca alla sua parola, ha il diritto di esigere sul -momento che almeno gli venga addotta una buona ragione. - -Danglars era vile, ma non voleva comparirlo; fu punto dal tuono che -aveva preso Morcerf: — Non è certo una buona ragione quella che mi -manca. - -— Che pretendete dire? - -— Che ho la buona ragione, ma che è difficile a darsi. - -— Capite frattanto, disse Morcerf, che io non posso appagarmi delle -vostre reticenze, ed una cosa in ogni modo mi sembra chiara, ed è che -voi rifiutate la mia alleanza. - -— No signore, sospendo la mia risoluzione, ecco tutto. - -— Ma non avrete però la pretensione, credo, che mi abbia a -sottoscrivere ai vostri capricci, al punto d’aspettare tranquillamente -ed umilmente il ritorno del vostro favore? - -— Allora sig. conte, se non potete aspettare, consideriamo i nostri -disegni come non fatti. - -Il conte si morse le labbra fino al sangue per non irrompere, come -lo avrebbe portato a fare la sua indole superba ed irritabile: però, -conoscendo che in simile congiuntura il ridicolo sarebbe caduto -dalla parte di lui, aveva già cominciato ad accostarsi alla porta -del salotto, allorchè, pentendosi, ritornò addietro. Una fosca nube -era passata sulla sua fronte, lasciandovi invece di offeso orgoglio -una vaga inquietezza. — Vediamo, diss’egli, caro Danglars, noi ci -conosciamo da molti anni, e per conseguenza dobbiamo averci dei -riguardi l’un per l’altro. Voi mi dovete una spiegazione, ed è che -almeno io sappia a qual disgraziato avvenimento mio figlio debba la -perdita delle vostre buone intenzioni a suo vantaggio. - -— Non è un affare personale al visconte, ecco tutto ciò che posso -dirvi, rispose Danglars, che ritornava impertinente vedendo Morcerf -addolcirsi. - -— Ed a chi dunque è personale? domandò con voce alterata Morcerf, la -cui fronte si coprì di pallore. - -Danglars al quale non isfuggiva veruno di questi sintomi, fissò su -lui uno sguardo più sicuro di quello che non era solito di fare: — -Ringraziatemi, se non mi spiego maggiormente, diss’egli. - -Un tremito nervoso, che senza dubbio veniva dalla collera trattenuta, -agitava Morcerf: - -— Ho il diritto, rispose questi facendo un violento sforzo su se -stesso, di esigere che vi spieghiate: è dunque contro la sig.ª de -Morcerf che avete qualche cosa? È la mia fortuna che non è sufficiente? -Son forse le mie opinioni, che essendo contrarie alle vostre... - -— Niente di tutto queste, signore, disse Danglars; sarei imperdonabile, -perchè mi sono impegnato conoscendo tutto ciò. No, non cercate di -più, son mortificato di costringervi a fare questo esame di coscienza; -fermiamoci qui, credetemi. Prendiamo un termine medio di dilazione, che -non sia nè una rottura, nè un impegno. Niente ne sollecita; mio Dio! -mia figlia ha 17 anni, e vostro figlio ventuno. Nella nostra fermata -il tempo passerà; condurrà gli avvenimenti, le cose che sembrano oscure -oggi, possono divenir chiare domani; qualche volta con una parola in un -giorno cadono le più crudeli calunnie. - -— Calunnie, diceste, signore? gridò Morcerf diventando livido. Son -forse calunniato? - -— Sig. conte, vi dico di non spiegarci di più. - -— Mi abbisognerà soffrir tranquillamente questo rifiuto? - -— Penoso soprattutto per me, perchè io contava sull’onore della nostra -alleanza, ed un matrimonio andato a monte, fa sempre, più torto alla -fidanzata che al fidanzato. - -— Sta bene, signore, non ne parliamo più, disse Morcerf. — E, -strofinando i guanti per la rabbia, uscì dall’appartamento. Danglars -notò che neppure una sola volta Morcerf aveva osato di domandare, -se il matrimonio andava a monte per causa sua. La sera egli ebbe -una lunga conferenza con molti amici, ed il sig. Cavalcanti, che si -era costantemente fermato nel salotto delle signore, uscì l’ultimo -dalla casa del banchiere. La dimane svegliandosi, Danglars domandò i -giornali che gli furono tosto portati: egli ne scartò tre o quattro, -e prese l’_Imparziale_; quello di cui Beauchamp era il redattore. -Ruppe rapidamente le fascette, l’aprì con una precipitazione nervosa, -passò sdegnosamente sul _premier Paris_, e giunto ai _fatti diversi_, -si fermò col suo finissimo sorriso sopra un periodo fra-lineato, che -cominciava con queste parole: - -«_Ci scrivono da Giannina_. - -— Buono, diss’egli dopo di averlo letto; ecco un piccolo principio -d’articolo sul colonnello Fernando, che, secondo tutte le probabilità, -mi dispenserà dal dare delle spiegazioni al sig. conte di Morcerf. — -Nello stesso momento, vale a dire mentre suonavano le nove del mattino, -Alberto de Morcerf, vestito di nero, abbottonato metodicamente, col -portamento agitato, si presentò alla casa dei Campi-Elisi. - -— Il sig. conte è uscito, sarà mezz’ora, disse il portinaro. - -— Ha egli condotto seco Battistino? domandò Morcerf. - -— No, signore. — Chiamate Battistino, voglio parlargli. - -Il portinaro andò in persona a cercare il cameriere, ed un momento -dopo ritornò con lui. — Vi chiedo scusa, disse Alberto, della mia -indiscretezza, ma ho voluto domandare a voi stesso, se il vostro -padrone è realmente uscito. - -— Sì, signore, riprese Battistino. — Anche per me? - -— So quanto il mio padrone è contento di ricevere il signore, e mi -guarderei bene di confonderlo in una misura generale. - -— Tu hai ragione, perchè debbo parlargli di un affare serio. Credi che -tarderà a ritornare? - -— No, perchè ha ordinata la colazione per le dieci. - -— Bene, vado a fare un giro ai Campi-Elisi, alle dieci sarò qui; se il -sig. conte rientra prima di me, ditegli che lo prego di aspettarmi. - -— Non mancherò, il signore può stare tranquillo. - -Alberto lasciò alla porta del conte il _cabriolet_ di piazza che aveva -preso, ed andò a passeggiare a piedi. Passando davanti al viale delle -_Vedove_ credè riconoscere i cavalli del conte, ch’erano fermi davanti -alla porta del tiro di bersaglio di Gosset; si avvicinò, e dopo aver -riconosciuti i cavalli, riconobbe il cocchiere: — Il sig. conte è al -tiro del bersaglio? gli domandò Morcerf. — Sì, signore, rispose il -cocchiere. — Infatto molti colpi regolari si eran fatti sentire da che -Morcerf si era accostato al bersaglio. Egli entrò. Nel primo giardino -stava il servitore. — Perdono, diss’egli, ma il sig. Visconte abbia la -bontà di aspettare un momento. - -— E perchè questo, Filippo? domandò Alberto, ch’essendo uno di quelli -che frequentavano spesso quel luogo, si meravigliava di questo ostacolo -che non capiva. - -— Perchè la persona che si esercita in questo momento, ha preso il -bersaglio a sè, e non tira mai in presenza di altri. - -— Neppure presente voi, Filippo? - -— Vedete, signore, sono alla porta. - -— E chi gli carica le pistole? — Il suo domestico. - -— Un moro? — Sì, un nero. - -— È lui. — Voi dunque conoscete questo signore? - -— Vengo a cercarlo; è un mio amico. - -— Oh! allora è un’altra cosa; entrerò per prevenirlo. - -E Filippo spinto dalla propria curiosità, entrò nella capanna di assi. -Un secondo dopo Monte-Cristo comparve solo sulla soglia. — Perdono -di perseguitarvi fin qui, mio caro conte disse Alberto; ma comincio -dal dirvi, che non è colpa della vostra servitù, e che io solo sono -l’indiscreto. Mi sono presentato alla vostra abitazione, e mi fu detto -che eravate a passeggiare, ma che sareste rientrato alle dieci per fare -colazione. Mi sono messo a passeggiare io pure per aspettare le dieci, -e passeggiando ho riconosciuto i vostri cavalli e la vostra carrozza. - -— Ciò che mi dite, mi fa sperare che venghiate a chiedermi una -colazione. — No, grazie, non si tratta di far colazione a quest’ora: -forse la faremo più tardi, ma in cattiva compagnia, per bacco! - -— Che diavolo mi dite? — Mio caro conte, oggi mi batto. - -— Voi? e per far che? — Per battermi, per bacco! - -— Sì, capisco bene, ma a cagione di che? Ci si batte per tante cause, -capite bene. - -— Per causa d’onore. - -— Ah! quest’è serio. - -— Tanto serio, che vengo a pregarvi di farmi un favore. - -— E quale? — Quello di essere mio testimonio. - -— Allora ciò diventa grave, non ne parliamo qui; ritorniamo a casa mia. -Alì, dammi dell’acqua. - -Il conte rovesciò le maniche, e passò nel piccolo vestibolo che -precedeva il luogo del bersaglio, ed ove coloro che tiravano avevano -l’abitudine di lavarsi le mani. - -— Entrate dunque, sig. visconte, e vedete una cosa singolare, disse a -bassa voce Filippo ad Alberto. - -Morcerf entrò. Sulla placca del bersaglio invece di esservi attaccati i -segni, vi erano incollate delle carte da gioco. - -In distanza, Morcerf credè che fosse un giuoco intero, v’era dall’asso -fino al dieci. - -— Ah! ah! fece Alberto, eravate in voglia di giuocare al _picchetto?_ — -No, era in voglia di fare un giuoco di carte. — E in che modo? - -— Sono assi, e due, che voi vedete, e soltanto le mie palle li hanno -convertiti in tre, in quattro, in cinque, in sei, in nove, e dieci. — -Alberto si avvicinò. - -In fatto le palle avevano, a linee egualmente distanti e perfettamente -esatte, riempiti i segni mancanti, e forate le carte nel posto ove -dovevano essere dipinte. - -Andando alla placca, Morcerf raccolse diverse rondinelle che avevano -avuta l’imprudenza di passare alla portata delle pistole del conte, e -ch’egli aveva abbattute. - -— Diavolo! fece Morcerf. - -— Che volete, caro visconte, disse Monte-Cristo asciugandosi le mani -con biancheria portata da Alì, bisogna bene ch’io occupi i miei momenti -d’ozio; ma venite, vi aspetto. - -Entrambi montarono nel _coupé_ di Monte-Cristo, che in capo a pochi -momenti li depose alla porta n. 30. - -Monte-Cristo condusse Morcerf nel suo gabinetto, e gli mostrò una -sedia. Tutti e due sedettero. - -— Ora parliamo tranquillamente, disse il conte. - -— Vedete ch’io sono perfettamente tranquillo. - -— Con chi volete battervi? — Con Beauchamp. - -— Uno dei vostri amici! — È sempre con amici che uno si batte. — Ma vi -vuole almeno una ragione. - -— E ne ho una. — E che vi ha fatto? - -— Vi è nel suo giornale di ieri sera... Ma prendete, leggete. — Alberto -stese a Monte-Cristo un giornale ove lesse queste parole; - - «_Ci scrivono da Giannina_: — Un fatto fin qui ignorato, o per - lo meno inedito, è giunto a nostra conoscenza: le fortezze che - difendevano la città sono state vendute ai Turchi da un uffiziale - francese, nel quale il Visir Alì-Tebelen aveva riposta tutta la - sua confidenza, e che si chiamava Fernando». - -— Ebbene! disse Monte-Cristo, e che cosa vi è che vi urti? che importa -a voi che i forti di Giannina siano stati venduti da un uffiziale -francese per nome Fernando? - -— M’importa, perchè mio padre, il conte de Morcerf, si chiama Fernando -per nome di battesimo. - -— E vostro padre serviva Alì-Pascià? - -— Vale a dire ch’egli combatteva per l’indipendenza della Grecia; ecco -dov’è la calunnia. - -— A noi, caro visconte, parliamo ragionevolmente; ditemi un po’, chi -diavolo sa in Francia che l’uffiziale Fernando è lo stesso nome del -conte di Morcerf, o chi si occupa a quest’ora di Giannina che è stata -presa nel 1822 o 1823, io credo? - -— Ecco precisamente dov’è la perfidia: si è lasciato passarvi sopra il -tempo, poi oggi si ritorna sur avvenimenti dimenticati per farne uscire -uno scandalo che può ledere un’alta posizione. Ebbene! erede del nome -di mio padre, non voglio che vi ondeggi neppure un’ombra di sospetto: -invierò a Beauchamp, il cui giornale ha pubblicata questa nota, due -testimoni, ed egli la ritratterà. - -— Beauchamp nulla ritratterà. — Allora ci batteremo. - -— No, non vi batterete, perchè Beauchamp vi risponderà che -nell’esercito greco potevano esservi cinquanta uffiziali che si -chiamavano Fernando. - -— Noi ci batteremo ad onta di questa risposta... oh! voglio che -questa sparisca... Mio padre, un sì nobile soldato, una così illustre -carriera... - -— Ovvero, disse il conte, egli metterà: «Noi abbiamo tutto il -fondamento di credere che questo Fernando non abbia niente di comune -col conte di Morcerf, il cui nome di battesimo è egualmente Fernando.» - -— Mi abbisogna una ritrattazione piena ed intera; io non mi contenterei -di questa! - -— E volete mandargli i vostri testimoni? — Sì. - -— Avete torto. - -— Vale a dire mi negate il favore che veniva a chiedervi. - -— Ah! conoscete le mie teorie sul duello, vi ho fatta la mia proposta a -Roma: ve ne ricordate? - -— Però, caro conte, questa mattina, anzi poco fa, vi ho trovato -nell’esercizio di una occupazione che non sta in armonia colle vostre -teorie. - -— Perchè, mio caro, non bisogna mai essere esclusivi. Quando si vive -con pazzi, bisogna pur anche fare il noviziato da insensato; da un -momento all’altro qualche cervello bollente, che non avrà maggior -ragione di muovermi querela di quel che voi ne abbiate di cercar -querela con Beauchamp, mi verrà a trovare per la prima frivolezza -fatta, o mi manderà i suoi testimoni, o m’insulterà in un luogo -pubblico: ebbene! questo cervello bollente bisogna bene che io lo -uccida. - -— Ammettete dunque che voi stesso vi battereste? or dunque perchè non -volete ch’io mi batta? - -— Non dico che non vi dobbiate battere, dico soltanto che il duello è -una cosa grave, ed alla quale bisogna riflettere. - -— Vi ha egli riflettuto per insultare mio padre? - -— S’egli non vi ha riflettuto, e ve lo confessa, non bisogna averla con -lui. — Ah! siete troppo indulgente. - -— E voi troppo rigoroso. Vediamo, suppongo... ascoltate bene questo, -ma non andate in collera per ciò che vi dico! suppongo che il fatto -raccontato sia vero... - -— Un figlio non deve ammettere una simile supposizione contro l’onore -di suo padre. - -— Siamo in un’epoca in cui si ammettono tante cose! - -— È precisamente il vizio dell’epoca. — Avreste la pretensione di -riformarla? — Sì, in rapporto a ciò che mi spetta. - -— Eh! mio Dio! che rigorista che siete. - -— Io sono così. — Siete inaccessibile ai buoni consigli? - -— No, quando mi vengono da un amico. - -— E mi credete vostro amico? — Sì. - -— Ebbene, prima d’inviare i vostri testimoni a Beauchamp, informatevi. -— E da chi? — Per bacco! da Haydée, per esempio. — Immischiare una -donna in questo affare! che può ella farvi? - -— Per esempio, dichiarare che vostro padre non è entrato per niente -nella disfatta e nella morte del suo, ovvero chiarirvi su questo -argomento, nel caso che vostro padre avesse avuta la disgrazia..... - -— Vi ho già detto, caro conte, che non posso ammettere una simile -supposizione. — Rifiutate dunque questo mezzo? - -— Lo rifiuto. — Allora un ultimo consiglio. - -— Sia! ma l’ultimo. — Voi non lo volete? - -— Al contrario ve lo domando. - -— Non mandate i vostri testimonii a Beauchamp. - -— Come? — Andate voi stesso a ritrovarlo. - -— Ciò è contro tutti gli usi. - -— Il vostro affare è al di fuori degli affari ordinari. - -— E perchè debbo andarvi io stesso, sentiamo? - -— Perchè in tal modo la cosa resterà fra voi e Beauchamp: s’egli è -disposto a ritrattarsi, bisogna lasciargli il merito della buona -volontà, la ritrattazione non per questo sarà men fatta. S’egli -rifiuta al contrario, vi sarà tempo di ammettere due estranei al vostro -segreto. - -— Non saranno due estranei, saranno due amici. - -— Gli amici di oggi sono i nemici di domani. - -— Oh! per esempio! — Testimonio Beauchamp. - -— Così?... - -— Così, vi raccomando la prudenza. - -— Credete che debba andar io stesso a ritrovare Beauchamp? — Sì, e -solo. — Solo?... credo che abbiate ragione. - -— Andate, ma farete anche meglio se non vi andate affatto. — È -impossibile. — Fate dunque così; sarà sempre meglio di quel che -volevate fare. - -— Ma, nel caso, che ad onta di tutte le mie cautele, di tutti i miei -riguardi, avessi ad avere un duello, mi farete da testimonio? - -— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo con una gravità suprema, avete -esperimentato che a tempo e luogo son tutto a voi dedicato; ma il -servigio che mi chiedete esce dal cerchio di quelli che possa rendervi. - -— E perchè? — Forse lo saprete un giorno. - -— E frattanto?... - -— Domando la vostra indulgenza pel mio segreto. - -— Sta bene. Prenderò Franz e Château-Renaud. - -— Prendete Franz e Château-Renaud, ed a meraviglia. - -— Ma infine, se avrò a battermi, mi darete almeno una piccola lezione -di spada o di pistola? - -— No, anche questa è una cosa impossibile. - -— Che uomo singolare che siete! andate! allora voi non volete -immischiarvene per niente? - -— Per niente assolutamente. — Non se ne parli più. Addio conte. — -Addio, visconte. — Morcerf prese il cappello ed uscì. - -Alla porta trovò il suo _cabriolet_, e, contenendo il meglio che poteva -la sua collera, si fece condurre da Beauchamp; questi era all’ufficio -del suo giornale. Beauchamp era in uno studio oscuro e polveroso, come -sono dalla fondazione tutti gli uffizii dei giornali. Gli fu annunciato -Alberto de Morcerf. Si fece ripetere due volte l’annunzio; indi, non -convinto ancora, gridò: — Entrate! - -Alberto comparve. Beauchamp mandò un’esclamazione di sorpresa vedendo -il suo amico oltrepassare i pacchi del giornale, e pestare con un piede -male esercitato i giornali di tutte le grandezze che tappezzavano non -già il piancito, ma le pietre rosse del suo uffizio. - -— Per di qui! caro Alberto! diss’egli stendendo la mano al giovine; -qual diavolo vi conduce? siete perduto come il piccolo Poucet, o venite -a chiedermi una colazione? Procurate di trovarvi una sedia; osservate, -laggiù, vicino a quel girannio. - -— Beauchamp, è del vostro giornale che vengo a parlarvi. - -— Voi, Morcerf? che desiderate? — Una rettificazione. - -— Voi una rettificazione? A proposito di che? Ma sedete. - -— Grazie, rispose Alberto per la seconda volta, e con un leggero segno -di testa. — Spiegatevi. - -— Una rettificazione sopra un fatto che offende l’onore di un membro -della mia famiglia, ripigliò Morcerf. - -— Via! disse Beauchamp sorpreso. Che fatto? Non può essere. - -— Il fatto che vi fu scritto da Giannina. — Da Giannina? - -— Sì, da Giannina. Davvero avete l’aria d’ignorare ciò che qui mi -conduce? - -— Sul mio onore!... Battista, un giornale di ieri. - -— È inutile, vi porto il mio. — Beauchamp lesse brontolando: «Ci -scrivono da Giannina etc. etc. - -— Comprenderete che il fatto è grave, disse Morcerf, quando Beauchamp -ebbe finito. - -— Quest’uffiziale è un vostro parente? - -— Sì, disse Alberto arrossendo. - -— Ebbene! che volete che io faccia per aggradirvi? disse Beauchamp con -dolcezza. - -— Vorrei, caro Beauchamp, che ritrattaste questo fatto. - -Beauchamp guardò Alberto con una attenzione, che annunziava certo -molta benevolenza: — Vediamo, diss’egli, ciò andrà ad impegnarci in -una lunga diceria; perchè una ritrattazione è sempre una cosa grave. -Sedetevi; rileggerò queste tre o quattro righe. — Alberto si assise, e -Beauchamp rilesse le linee incriminate dal suo amico con più attenzione -della prima volta: — Ebbene! lo vedete, disse Alberto con fermezza -ed asprezza ancora, si è insultato nel vostro giornale uno della mia -famiglia, ed io voglio una ritrattazione. - -— Voi... volete? — Sì, voglio. - -— Permettetemi di dirvi che non siete parlamentario. - -— Non voglio esserlo, replicò il giovine alzandosi: esigo la -ritrattazione del fatto che avete annunziato ieri, e l’otterrò: siete -abbastanza mio amico, continuò Alberto colle labbra serrate, vedendo -che dal canto suo Beauchamp cominciava ad alzare la testa sdegnosa, e -come tale mi conoscete, io spero, per comprendere la mia tenacità in -simile occasione. - -— Se son vostro amico, Morcerf, finirete per farmelo dimenticare, con -parole come quelle di poco fa... ma vediamo, non ci disgustiamo, o -almeno non ancora... siete inquieto, irritato e punto... vediamo, chi è -questo parente che si chiama Fernando? - -— È mio padre, disse Alberto, egli stesso, e non altri, il sig. -Fernando Mondego, conte di Morcerf, un vecchio militare che ha veduto -venti campi di battaglia, e del quale si vogliono coprire le nobili -cicatrici col fango impuro raccolto nel ruscello. - -— Vostro padre! disse Beauchamp, allora è un altro affare; capisco la -vostra indignazione. Rileggiamo adunque. - -E tornò a leggere la nota, pesando questa volta ciascuna parola. — Ma -dove vedete, domandò Beauchamp, che il Fernando del giornale sia vostro -padre? - -— In nessun luogo, lo so bene; ma altri lo vedranno. Ed è perciò che -voglio che il fatto sia smentito. - -Alla parola _voglio_ Beauchamp alzò gli occhi su Morcerf, ed -abbassandoli quasi subito, restò un momento pensieroso. - -— Voi smentirete questo fatto? ripetè Morcerf con una collera -crescente, quantunque sempre concentrata. - -— Sì, disse Beauchamp. — Ah! alla buon’ora! disse Alberto. — Ma quando -mi sarà assicurato che il fatto è falso. - -— In che modo? — Sì, la cosa vale la pena d’essere rischiarata, ed io -la rischiarerò. - -— Ma che vedete dunque da rischiarare in tutto questo, signore? disse -Alberto alterato fuori di ogni misura. Se non credete che sia mio -padre, ditelo subito, se credete che sia lui, rendetemi ragione di -questa opinione! — Beauchamp guardò Alberto con un sorriso che gli era -particolare, e che sapeva prendere la gradazione di tutte le passioni. -— Signore, ripetè egli (poichè vi è un signore) se è per domandarmi -ragione che siete venuto qui, bisognava farlo dal bel principio, e non -venire a parlare di amicizia, e di altre cose oziose, come quelle che -ho la pazienza di ascoltare da più di mezz’ora. È su questo terreno che -dobbiam d’ora in avanti camminare? - -— Sì, se non ritrattate l’infame calunnia! - -— Un momento! non fate minacce, se vi piace, sig. Alberto Mondego -visconte de Morcerf; non ne tollero dai nemici, molto meno dai miei -amici; dunque volete che smentisca il fatto sul generale Fernando, -fatto al quale non ho, sul mio onore, avuta alcuna parte. - -— Sì, voglio! disse Alberto, la cui testa cominciava ad esaltarsi. — -Senza di che ci batteremo? continuò Beauchamp colla medesima calma. — -Sì, riprese Alberto alzando la voce. - -— Ebbene! disse Beauchamp, ecco la mia risposta, caro signore: questo -fatto non è stato inserito da me, non lo conosceva; ma voi avete, colla -vostra dimostrazione, attirata la mia attenzione su di esso; ella vi ci -si attacca; sussisterà adunque fin che non sia smentito, o confermato -da chi di diritto. - -— Signore! disse Alberto alzandosi, avrò dunque l’onore di mandarvi -i miei testimoni, discuterete con loro sul luogo e sulle armi. — -Perfettamente, caro signore. - -— E questa sera se vi piace, o domani mattina al più tardi, -c’incontreremo. - -— No! no! sarò sul terreno quando abbisognerà, ed a mio avviso (ho il -diritto della scelta poichè sono stato io che ho ricevuto la sfida) -l’ora non è ancor giunta. So che tirate benissimo di spada, io la tiro -passabilmente; so che cogliete tre colpi sopra cinque nel nero del -bersaglio, questa forza è quasi eguale alla mia; so che un duello fra -noi sarà un duello serio, perchè voi siete coraggioso, ed io... io lo -sono altrettanto. Non voglio dunque espormi ad uccidervi, o ad essere -ucciso io stesso da voi, senza una causa. Sono io, che vado, a mia -volta a piantare la questione ca-te-go-ri-ca-men-te. Esigete voi questa -ritrattazione al punto di uccidermi se non la faccio, quantunque vi ho -detto, vi ho ripetuto, quantunque vi ho affermato sul mio onore che non -conosceva il fatto, quantunque vi dichiaro finalmente che è impossibile -a tutt’altro che a un don Japhet come voi d’indovinare il conte di -Morcerf sotto questo nome di Fernando? — Lo esigo assolutamente. - -— Ebbene! caro signore, acconsento a tagliarmi la gola con voi, ma -voglio tre settimane; fra tre settimane mi troverete per dirvi... «sì, -il fatto è falso, lo cancello,» ovvero... «sì il fatto è vero, e cavo -la spada dal fodero, o le pistole dall’astuccio a vostra scelta.» - -— Tre settimane, gridò Alberto, ma son tre secoli durante i quali son -disonorato. - -— Se foste rimasto mio amico vi avrei detto: pazienza amico; voi vi -siete fatto mio nemico, ed io vi dico: che importa a me, signore? - -— Ebbene! fra tre settimane, sia! disse Morcerf. Ma pensateci bene, non -vi sarà dilazione, nè sotterfugio che possa dispensarvi... - -— Sig. Alberto de Morcerf, disse Beauchamp alzandosi anch’egli, non -posso gettarvi dalla finestra, che fra tre settimane, vale a dire fra -ventuno giorni, e voi non avete il diritto d’insultarmi che allora; -siamo ai 29 agosto, ai 19 adunque del mese di settembre. Fin là, -credetemi, ed è un consiglio da gentiluomo che vi do, risparmiamoci -gli abbaiamenti di due cani mastini incatenati ad una certa distanza. -— E Beauchamp, salutando gravemente il giovine, gli voltò le spalle ed -entrò nella stamperia. Alberto si vendicò sopra una fila di giornali, -che disperse frustandoli a colpi di bastone, dopo di che partì, non -senza essersi voltato due o tre volte verso la porta della stamperia. -Mentre che frustava il davanti del suo _cabriolet_, dopo aver frustate -le innocenti carte, Alberto scoprì, traversando il baluardo, Morrel, -che col naso all’aria, l’occhio svegliato, e le braccia sciolte, -passava davanti ai bagni chinesi, venendo dalla parte di San Martino, e -andando da quella della Maddalena. — Ah! diss’egli sospirando, ecco un -uomo felice. - -Per caso Alberto non s’ingannava. - - - - -LXXVIII. — LA LIMONATA. - - -Infatto Morrel era molto felice. Il sig. Noirtier lo aveva mandato -a cercare, ed aveva tanta fretta di sapere ciò che voleva, che non -aveva preso il _cabriolet_, fidandosi molto più delle sue gambe, che -di quelle di un cavallo di piazza; egli dunque era partito correndo -dalla strada Meslay, e si portava al sobborgo Sant’Onorato. Morrel -camminava con un passo ginnastico, ed il povero Barrois lo seguiva alla -meglio. Morrel aveva trentun’anno, Barrois ne aveva sessanta; Morrel -era ebbro d’amore, Barrois era alterato dallo eccessivo calore. Questi -due uomini, così divisi d’interessi e di età, rassomigliavano alle due -linee che formano un triangolo, allontanate alla base, e riunite alla -sommità. - -La sommità era Noirtier, il quale aveva inviato a cercare Morrel, -raccomandandogli di far presto, raccomandazione che Morrel seguiva -alla lettera con gran disperazione di Barrois. Giungendo, Morrel non -era neppure riscaldato; l’amore somministra le ali; ma Barrois, che -da lungo tempo non era più innamorato, Barrois nuotava. Il vecchio -servitore fece entrare Morrel dalla porta segreta, chiuse quella -del gabinetto, e ben presto lo strofinare di una veste sul piancito -annunziò la visita di Valentina, bella da incantare sotto il suo abito -di lutto. Il sogno diveniva così dolce, che Morrel avrebbe fatto anche -a meno di conversare col sig. Noirtier; ma la poltrona del vecchio -rotolò ben presto sul pavimento, ed egli entrò. Noirtier accolse con -uno sguardo benevolo, i ringraziamenti che Morrel gli prodigava per -quella maravigliosa intervenzione che aveva salvati Valentina e lui -dalla disperazione. Indi lo sguardo di Morrel andava a provocare, -sul nuovo favore che gli veniva accordato, la giovinetta che, timida -e assisa lungi da Morrel, aspettava di essere costretta a parlare. -Noirtier la guardò anch’egli. - -— Bisogna dunque che io dica ciò di che mi avete incaricata? domandò -ella. - -— Sì, fece Noirtier. - -— Sig. Morrel, il mio buon papà Noirtier aveva mille cose a dirvi, -che da tre giorni egli ha detto a me; oggi vi manda a cercare perchè -io ve le ripeta; ve le ripeterò adunque, poichè mi ha scelta per suo -interprete, senza cangiare una parola alle sue intenzioni. - -— Oh! io ascolto con molta impazienza, rispose il giovine. - -Valentina abbassò gli occhi; questo fu un presagio che parve dolce a -Morrel. Valentina non era debole che nella felicità. — Mio padre vuol -lasciare questa casa, diss’ella; Barrois si occupa di cercargli un -appartamento conveniente. - -— Ma voi, madamigella, disse Morrel, voi che siete così cara, e così -necessaria al sig. Noirtier....? - -— Io, riprese la giovanetta, non lascerò punto mio nonno, è una cosa -già convenuta fra lui e me. Il mio appartamento sarà vicino al suo; o -avrò il consenso del sig. de Villefort per andare ad abitare col nonno, -o me lo rifiuterà: nel primo caso parto fin da questo momento; nel -secondo, aspetto la mia maggior età, che viene fra dieci mesi. Allora -sarò libera, avrò una fortuna indipendente, e... - -— E?... domandò Morrel. — E colla autorizzazione del mio nonno, -manterrò la promessa che vi ho fatta. - -Valentina pronunciò queste ultime parole con voce sì bassa, che Morrel -non avrebbe potuto intenderle senza l’interesse che aveva a divorarle. -— Non è questo il vostro pensiero buon papà? aggiunse Valentina -indirizzandosi a Noirtier. — Sì, fece il vecchio. - -— Una volta in casa del mio nonno, il sig. Morrel potrà venire a -vedermi in presenza di questo buono e degno protettore: se il legame -che unisce i nostri cuori, forse ignoranti o capricciosi, che aveva -cominciato a formare, sembra convenevole, e offre delle garenzie -di futura felicità alla nostra esperienza (ahimè! si dice, i cuori -infiammati dagli ostacoli si raffreddano nella sicurezza) allora il -sig. Morrel potrà domandarmi a me stessa, io lo aspetterò. - -— Oh! gridò Morrel, tentato d’inginocchiarsi davanti al vecchio, oh! -che ho mai fatto di bene nella mia vita da meritarmi tanta felicità? - -— Fin là, continuò la giovinetta con la sua voce pura e severa, -rispetteremo le convenienze, la stessa volontà dei nostri parenti, -purchè non tenda a separarci per sempre; in una parola, e io ripeto -questa parola perchè dice tutto, noi aspetteremo. - -— Ed i sacrifici che questa parola impone, disse Morrel, io giuro di -compierli, non già con rassegnazione, ma con felicità. - -— Così, continuò Valentina con uno sguardo dolce al cuore di -Massimiliano, non più imprudenze, amico mio, non mettete a cimento -quella che da questo momento si considera come destinata a portare -onorevolmente e degnamente il vostro nome. — Morrel si appoggiò la mano -sul cuore. - -Frattanto Noirtier li guardava entrambi con tenerezza. Barrois, che -era rimasto nel fondo come un uomo a cui non si ha niente a nascondere, -sorrideva asciugandosi le grosse gocce d’acqua che gli cadevano dalla -calva fronte. - -— Oh! mio Dio, come è riscaldato questo buon Barrois, disse Valentina. - -— Ah! disse Barrois, è perchè ho corso bene, ma il sig. Morrel, debbo -rendergli questa giustizia, correva ancor più di me. — Noirtier indicò -coll’occhio una sottocoppa sulla quale era preparata una bottiglia di -limonata, ed un bicchiere. - -Ciò che mancava nella bottiglia era stato bevuto mezz’ora prima dal -sig. Noirtier. - -— Prendi, buon Barrois, disse la giovanetta, prendi che già vedo che tu -covi con gli occhi questa bottiglia smezzata. - -— Il fatto è, disse Barrois, che muoio di sete, e che io beverò ben -volentieri un bicchiere di limonata alla vostra salute. - -— Bevi dunque, disse Valentina, e ritorna subito. - -Barrois portò via la sottocoppa, ed appena fu nel corridore, a traverso -alla porta che aveva dimenticato di chiudere, fu veduto rovesciare -indietro la testa per vuotare il bicchiere che Valentina gli aveva -empito. — Valentina e Morrel si facevano i loro addii in presenza -di Noirtier, quando s’intese risonare il campanello della scala di -Villefort. - -Questo era il segnale di una visita. Valentina guardò l’orologio a -pendolo. — È mezzogiorno, diss’ella, e oggi è sabato buon papà, questi -senza dubbio è il dottore. - -Noirtier fece segno indicante che di fatto doveva essere lui. - -— Egli vien qui, bisogna che il sig. Morrel se ne vada, non è vero, -buon papà? — Sì, rispose il vecchio. - -— Barrois! chiamò Valentina; Barrois! venite! - -— Barrois vi accompagnerà fino alla porta, disse Valentina a Morrel; -ed ora ricordatevi una cosa, sig. ufficiale, ed è che il mio buon papà -vi raccomanda di non tentare alcuna dimostrazione capace di mettere a -rischio la nostra felicità. - -— Ho promesso di aspettare, ed aspetterò. - -In questo momento entrò Barrois. - -— Chi ha suonato? domandò Valentina. - -— Il sig. dottore d’Avrigny, disse Barrois traballando sulle gambe. - -— Ebbene che avete dunque, Barrois? domandò Valentina. - -Il vecchio non rispose, guardava il padrone con occhi stravolti, mentre -che con la sua mano increspata cercava un appoggio per rimanere in -piedi. - -— Ma egli sta per cadere! gridò Morrel. In fatto il tremito da cui -Barrois era preso aumentava gradatamente; i tratti del viso, alterati -dai movimenti convulsivi dei muscoli della faccia, annunziavano un -assalto nervoso assai intenso. - -Noirtier, vedendo Barrois così sconvolto, moltiplicava gli sguardi nei -quali si dipingevano, intelligibili e palpitanti, tutte le emozioni -che agitavano il cuore dell’uomo. Barrois fece qualche passo verso -il padrone. — Ah! mio Dio! mio Dio! signore! diss’egli, ma che ho -dunque?... io soffro.... non ci vedo più... mille punte di fuoco mi -attraversano il cranio. Oh! non mi toccate, non mi toccate! - -Infatto gli occhi divennero sporgenti ed incerti, la testa si -rovesciava in dietro, mentre che la parte inferiore del corpo si -irrigidiva. Valentina spaventata mandò un grido, Morrel la prese nelle -braccia come per difenderla da un qualche sconosciuto periglio. - -— Sig. d’Avrigny! sig. d’Avrigny! gridò Valentina con voce soffocata, -a noi! al soccorso! — Barrois girò su sè stesso, fece tre passi -in addietro, vacillò, e venne a cadere ai piedi di Noirtier, sul -ginocchio del quale appoggiò la mano gridando: — Mio padrone! mio -padrone! — In questo mentre il sig. de Villefort, attirato dalle -grida, comparve sulla soglia della camera. Morrel lasciò Valentina a -metà svenuta, e gettandosi in addietro, si nascose nell’angolo della -camera, e disparve dietro una tenda. Pallido come se avesse veduto -uno spettro sorgere davanti a sè, egli attaccò uno sguardo di ghiaccio -sull’infelice moribondo. Noirtier bolliva d’impazienza e di terrore; -la sua anima volava in soccorso al povero vecchio, suo amico piuttosto -che domestico. Si vedeva il combattimento terribile della vita e della -morte tradursi sopra la sua fronte dal gonfiamento delle vene e la -contrazione di qualche muscolo rimasto vivo intorno ai suoi occhi. - -Barrois colla faccia agitata, gli occhi iniettati di sangue, il collo -rovesciato in addietro, giaceva battendo il pavimento con le mani, -mentre che al contrario le sue gambe intirizzite sembravano doversi -rompere piuttosto che piegarsi. - -Una leggera schiuma gli colava dalle labbra e respirava affannosamente. -Villefort stupefatto restò un minuto cogli occhi fissi su questo -quadro, che attirò i suoi sguardi dal primo entrare nella camera. Egli -non vide Morrel: — Dottore! gridò slanciandosi verso la porta, venite -venite! - -— Signora! signora! gridò Valentina chiamando sua matrigna, ed urtando -nelle pareti della scala, venite! e portate la vostra boccettina di -sali. - -— Che cosa è? domandò la voce metallica e sostenuta della signora de -Villefort. — Oh! venite! venite! - -— Ma dov’è dunque il dottore? gridò Villefort; dov’è? - -La sig.ª de Villefort discese lentamente; si sentivano scricchiolare le -assi sotto i suoi piedi. Con una mano teneva il fazzoletto col quale si -asciugava il viso, coll’altra la boccettina del sale inglese. Il suo -primo sguardo giungendo alla porta fu per Noirtier, il suo sembiante, -salva l’emozione ben naturale in una simile congiuntura annunziava -una salute costante; il suo secondo colpo d’occhio si abbattè nel -moribondo. — Ha mangiato da poco? domandò la sig.ª de Villefort -eludendo la domanda. - -— Ma in nome del cielo, signora; dov’è andato dunque il dottore? È -entrato da voi. Questa è una apoplessia, come vedete bene, che con una -cavata di sangue si può salvare. — Ella impallidì, ed il suo occhio -trabalzò, per così dire, dal servitore sul padrone. — Signora, disse -Valentina, egli non ha fatto colazione, ma ha corso molto questa -mattina per eseguire una commissione di cui l’avea incaricato mio -nonno. Al ritorno soltanto ha preso una limonata. - -— Ah! fece la signora de Villefort, perchè non ha preso del vino? è -molto cattiva la limonata. - -— La limonata era là sotto la sua mano, nella bottiglia del buon papà; -il povero Barrois aveva sete, ha bevuto ciò che ha trovato. — La sig.ª -de Villefort fremette, Noirtier la circondò di uno sguardo profondo. - -— Egli ha il collo così corto! disse ella. - -— Signora, disse Villefort, vi domando dov’è il sig. d’Avrigny, in nome -del cielo, rispondete! - -— È nella camera di Edoardo che si trova un po’ incomodato, disse la -sig.ª de Villefort che non poteva eludere più lungamente. — Villefort -si slanciò per la scala per andarlo a cercare egli stesso. — Prendete, -disse la giovane sposa dando la boccettina a Valentina, risalgo nelle -mie stanze poichè non posso sopportare la vista del sangue. - -Ed ella seguì suo marito. Morrel uscì dall’angolo oscuro dove si era -ritirato, ed ove non era stato veduto da alcuno, tanto era grande la -preoccupazione. - -— Partite presto, Massimiliano! gli disse Valentina, ed aspettate che -io vi richiami. Andate! - -Morrel consultò Noirtier con un gesto. Noirtier, che aveva conservato -tutta la sua prontezza d’animo gli fece segno di sì. - -Egli si strinse la mano di Valentina contro il cuore, ed uscì dal -corridore nascosto. Nello stesso tempo Villefort ed il dottore -rientravano dalla parte opposta. - -Barrois cominciava a ritornare in sè: la crisi era passata, la parola -ritornava gemente, ed egli si sollevava sur un gomito. D’Avrigny -e Villefort portarono Barrois sopra un sofà. — Che cosa ordinate, -dottore? domandò Villefort. - -— Che mi si porti dell’acqua, e dell’etere. Ne avete in casa? — Sì. — -Che si corra a cercarmi dell’olio di trementina e dell’emetico. - -— Andate! disse Villefort. - -— E frattanto che tutti si ritirino, disse il dottore. - -— Io pure? domandò timidamente Valentina. - -— Sì, madamigella, voi sopra tutti! disse bruscamente il dottore. — -Valentina guardò il sig. d’Avrigny con meraviglia, baciò in fronte il -sig. Noirtier, ed uscì. Dietro a lei il dottore chiuse la porta con -aria cupa. — Osservate! osservate dottore, eccolo che rinviene; questo -non era che un attacco di poca importanza. — D’Avrigny, sorrise con -aria cupa: - -— Come vi sentite, Barrois? - -— Un poco meglio, signore. - -— Potete bere un bicchier di etere? - -— Mi proverò, ma non mi toccate. — Perchè? - -— Perchè mi sembra che se mi toccaste, foss’anche colla sola punta di -un dito, l’accesso mi ritornerebbe. - -— Bevete. — Barrois prese il bicchiere, se l’avvicinò alle labbra -violette, e ne vuotò circa la metà. - -— Dove soffrite? domandò il dottore. - -— Da per tutto; provo spaventosissimi crampi. - -— Avete dei bagliori alla vista? — Sì. - -— Del tintinnio alle orecchie? — Spaventoso. - -— Quando vi è cominciato? — Momenti sono. - -— Rapidamente? — Come il fulmine! - -— Niente ieri? ieri l’altro? — Niente. - -— Neppure sonnolenza? peso? — No. - -— Che avete mangiato quest’oggi? - -— Non ho mangiato niente, ho bevuto soltanto un po’ di limonata -del signore, ecco tutto. — E Barrois fece con la testa un segno per -indicare Noirtier, che immobile, nel suo seggio, contemplava questa -terribile scena, senza perderne un movimento, senza lasciare sfuggire -una parola. - -— Dov’è la limonata? domandò vivamente il dottore. - -— Nella caraffa in cucina. - -— Volete che vada a cercarla? domandò Villefort. - -— No, restate qui, e procurate di far bere al malato il restante di -questo bicchier d’acqua. — Ma questa limonata... - -— Vi vado io stesso. — D’Avrigny fece un salto, aprì la porta, si -slanciò dalle scale, e poco mancò che non rovesciasse la sig.ª de -Villefort, che pur discendeva in cucina. - -Ella mandò un grido. D’Avrigny non vi fece neppure attenzione, -trasportato come era dalla possanza di una sola idea; saltò i tre o -quattro ultimi scalini, e scoperse la bottiglia per tre quarti vuota -sulla sua sottocoppa. - -Vi piombò sopra, come un’aquila sulla sua preda. - -Anelante, risalì al pian terreno, e rientrò nella camera. - -La sig.ª de Villefort risaliva lentamente la scala che conduceva da -lei. — Era veramente questa bottiglia quella che era qui? domandò -d’Avrigny. — Sì, signor dottore. - -— Questa limonata è la stessa che avete bevuta? - -— Lo credo. - -— Che gusto ci avete sentito? — Un gusto amaro. - -Il dottore versò qualche goccia di limonata nel concavo della mano, -l’aspirò colle labbra, e dopo averne sciacquata le bocca come si fa -quando si vuole gustare il vino, sputò il liquido nel caminetto. - -— È la stessa, diss’egli. E voi sig. Noirtier ne avete bevuto? - -— Sì, fece il vecchio. — Avete trovato il medesimo gusto amaro? — Sì, -fece il vecchio. - -— Ah! signor dottore, gridò Barrois, ecco che mi riprende! mio Dio, -signore, abbiate pietà di me! - -Il dottore corse al malato: — Questo emetico, Villefort, guardate se -viene. - -Villefort si slanciò gridando: — L’emetico! l’emetico! l’hanno portato? -— Nessuno rispose. Il terrore più profondo regnava nella casa. — Se io -avessi un mezzo di soffiargli dell’aria nei polmoni, disse d’Avrigny, -guardando intorno a lui, avrei il mezzo di prevenire l’asfissia. Ma no! -niente, niente! - -— Ah! signore, gridava Barrois, mi lascerete morire senza soccorso, oh! -io moro! mio Dio! io moro! - -— Una penna! una penna! domandò il dottore; ne vide una sulla tavola. -Egli tentò d’introdurre la penna nella bocca del malato, che faceva in -mezzo alle sue convulsioni, inutili sforzi per vomitare; le mascelle -erano talmente strette che la penna non potè passarvi. Barrois era in -preda ad un assalto nervoso anche più intenso del primo. Era scivolato -dal sofà, e si contorceva sul pavimento. - -Il dottore lo lasciò in preda a questo accesso, al quale non poteva -portare sollievo alcuno, e ritornando a Noirtier: - -— Come vi sentite? gli disse precipitosamente, e sotto voce; bene? — Sì. - -— Leggero di stomaco, o pesante? leggero? — Sì. - -— Come quando pigliate la pillola che vi fo dare tutte le domeniche? — -Sì. - -— Barrois ha fatto la vostra limonata? — Sì. - -— Siete stato voi che l’avete sollecitato a beverne? — No. - -— È stato il sig. de Villefort? — No. - -— La signora? — No. - -— Fu dunque Valentina allora? — Sì. - -Un sospiro di Barrois, uno sbadiglio che gli faceva scricchiolare le -ossa della mascella, richiamarono l’attenzione di d’Avrigny; egli -lasciò il sig. Noirtier, e corse al malato: — Barrois, gli disse, -potete parlare? - -Barrois balbettò qualche parola inintelligibile. - -— Fate uno sforzo, amico mio. — Barrois riaprì gli occhi sanguinolenti. -— Chi ha fatto la limonata? — Io. - -— L’avete subito portata al vostro padrone dopo di averla fatta? — No. -— L’avete lasciata in qualche luogo allora. - -— In credenza; fui chiamato. — Chi la portò qui? - -— Madamigella Valentina. - -D’Avrigny si battè la fronte: — Oh! mio Dio! mio Dio! - -— Dottore! gridò Barrois che sentiva avvicinarsi un terzo accesso. - -— Ma non porteran dunque l’emetico? gridò il dottore. - -— Eccone un bicchiere già preparato, disse Villefort rientrando. — Da -chi? — Dal giovane della farmacia che è venuto con me. — Bevete. - -— Impossibile dottore, è troppo tardi; ho la gola che si restringe! -oh! il cuore! la testa... quale inferno!... e dovrò soffrir lungamente -così? - -— No, disse il dottore, ben presto non soffrirete più. - -— Ah! capisco! gridò il disgraziato; mio Dio! abbiate pietà di me! -— E gettando un grido, cadde rovesciato in addietro, come colpito -dal fulmine. D’Avrigny gli mise una mano sul cuore, gli avvicinò uno -specchio alle labbra. - -— Ebbene? domandò Villefort. - -— Andate a dire in cucina che mi portino subito dello sciroppo di -viole. — Villefort discese nel medesimo punto. - -— Non vi spaventate sig. Noirtier, disse d’Avrigny; trasporto il malato -in un’altra camera per cavargli sangue; davvero questa sorte d’accessi -sono un tristo spettacolo da vedersi. — E prendendo Barrois per sotto -le braccia, lo trascinò in una camera vicina; ma subito dopo rientrò da -Noirtier per prendere il resto della limonata. - -Noirtier chiuse l’occhio dritto. — Valentina, n’è vero? volete -Valentina? dico subito, che ve la mandino. - -Villefort risaliva; d’Avrigny lo incontrò nel corridoio. - -— Ebbene? domandò egli. — Venite, disse d’Avrigny. - -E lo condusse nella camera. - -— Sempre svenuto? domandò il procuratore del Re. - -— Egli è morto. — Villefort dette addietro di due o tre passi, -congiunse le mani al disopra della testa, e con una commiserazione non -equivoca: — Morto così prontamente? diss’egli guardando il cadavere. - -— Sì, molto prestamente, è vero! disse d’Avrigny; ma ciò non vi -deve maravigliare: il sig. e la sig.ª di Saint-Méran sono morti essi -pure così prestamente. Oh! si muore presto in vostra casa, sig. de -Villefort. - -— Che! gridò il magistrato con un accento d’onore e di costernazione, -ritornate a questa terribile idea? - -— Sempre, disse d’Avrigny con solennità, perchè essa non mi ha -abbandonato un momento; e perchè siate ben convinto che questa volta -non m’inganno ascoltatemi bene. - -Villefort tremava convulsivamente. - -— Vi è un veleno che ammazza senza quasi lasciare traccia veruna. -Questo veleno io lo conosco bene, l’ho studiato in tutti gli accidenti -che apporta, in tutti i fenomeni che produce. Questo veleno l’ho -riconosciuto poco fa in questo povero Barrois, come lo aveva egualmente -riconosciuto nella sig.ª di Saint-Méran: vi è un modo di osservarne la -presenza: egli ridona il colore blu alla carta di tornasole arrossita -con un acido, e tinge in verde lo sciroppo di violette. Noi non abbiamo -la carta di tornasole; ma osservate, ecco che portano lo sciroppo di -violette che ho domandato. - -Infatto si sentivano dei passi nel corridoio; il dottore aprì alquanto -la porta, prese dalle mani della cameriera un vaso nel fondo del -quale vi erano due o tre cucchiai di sciroppo, e richiuse la porta. -— Guardate, diss’egli al procuratore del Re, a cui il cuore batteva -sì fortemente, che si sarebbe potuto sentire; ecco in questa tazza -lo sciroppo di violette, ed in questa bottiglia il rimanente della -limonata bevuta da Noirtier e Barrois. Se la limonata è pura ed -inoffensiva, lo sciroppo conserverà il suo colore; se è avvelenata, lo -sciroppo deve diventar verde. Osservate! - -Il dottore versò lentamente qualche goccia di limonata nella tazza, -e si vide nello stesso punto formarsi nel fondo della stessa un -cambiamento di colore che da prima prese la gradazione del blu; poi -dal zaffiro passò all’opale, e dall’opale allo smeraldo. Giunto a -quest’ultimo colore, per così dire, si fissò; l’esperienza non lasciava -più alcun dubbio. - -— L’infelice Barrois è stato avvelenato colla falsa angustura, o con -la noce di S. Ignazio, disse d’Avrigny; ora lo asserirei davanti agli -uomini, e davanti a Dio. - -Villefort nulla disse; ma alzò le braccia al cielo, aprì gli occhi -stravolti, e cadde annientato sopra una sedia. - - - - -LXXIX. — L’ACCUSA. - - -Il sig. d’Avrigny richiamò ben presto a sè stesso il magistrato che -sembrava un secondo cadavere in questa funebre camera: — Oh! la morte è -nella mia casa, gridò Villefort. - -— Dite pure il delitto, ripetè il dottore. - -— Sig. d’Avrigny, gridò Villefort, non posso esprimervi tutto ciò che -succede in me in questo momento: è spavento, dolore, follia. - -— Sì, disse d’Avrigny con una calma imponente, ma credo che sia tempo -di mettere una diga a questo torrente di mortalità. In quanto a me, non -mi sento capace di poter sopportare più a lungo simile segreto senza la -speranza di farne uscir ben presto la vendetta per la società e per le -vittime. - -Villefort girò attorno a sè un tetro sguardo: — In casa mia! - -— Via, magistrato, disse d’Avrigny, siate uomo; interprete della legge, -onoratevi con una completa immolazione. - -— Voi mi fate fremere, dottore! volete che io mi immoli? precisamente -questa è la parola: sospettate dunque qualcuno? - -— Non sospetto alcuno; la morte batte alla vostra porta, entra, va, -non cieca, ma intelligente com’è, di camera in camera. Ebbene io ne -seguo la traccia, ne riconosco il passaggio; adotto la saggezza degli -antichi, vado a tastoni, perchè la mia amicizia per la vostra famiglia, -il mio rispetto per voi, sono come due bende che mi siano state messe -agli occhi; ebbene... - -— Oh! parlate, parlate, dottore, avrò coraggio. - -— Ebbene! signore, voi avete in casa vostra, nel seno della vostra -casa, forse nella vostra famiglia, uno di quegli orribili fenomeni -come ciascun secolo ne produce qualcuno. Locusta ed Agrippina, perchè -vivevano nel medesimo tempo erano una eccezione che provava il furore -della provvidenza per perdere l’impero Romano lordato da tanti delitti. -Brunehault e Fredegonda sono i resultati del lavoro penoso di una -civilizzazione alla sua genesi, nella quale l’uomo impara ad assopire -lo spirito, fosse ancora per inviarlo nelle tenebre. Ebbene, tutte -queste donne erano state, o erano ancora giovani e belle. Si era veduto -fiorire sulla lor fronte, e sulla fronte fioriva ancora questo stesso -fiore d’innocenza che si trova parimente sulla fronte della colpevole -che è in vostra casa. - -Villefort mandò un grido, congiunse le mani, e guardò il dottore con un -gesto supplichevole. Questi però continuò senza pietà: — Guarda a chi è -vantaggioso il delitto, dice un assioma di giurisprudenza. - -— Dottore; gridò Villefort, ahimè! dottore, quante volte la giustizia -degli uomini non si è ingannata sopra queste funeste parole? io non so, -ma mi sembra che questo delitto... - -— Ah! voi confessate dunque finalmente che vi è delitto? - -— Sì, lo riconosco. Che volete? bisogna bene; ma lasciatemi continuare. -Mi sembra, diceva, che questo delitto cada soltanto sopra di me, e -non sulle vittime: sospetto qualche disastro per me sotto tutti questi -strani disastri. - -— Oh! uomo, mormorò d’Avrigny, che si mostra il più egoista di tutti -gli animali, che vuol credere sempre che la terra giri, che il sole -brilli e che la morte si affatichi tutto per lui solo; formica che -mormora della provvidenza dall’alto di un filo d’erba! e quelli -che hanno perduta la vita, non han perduto qualche cosa? il sig. di -Saint-Méran, la sig.ª di Saint-Méran, il sig. Noirtier. - -— Come, il sig. Noirtier... - -— Sì, credete che si sia voluto uccidere questo disgraziato servitore? -no, no... come il Pollonio di Shakespeare, egli è morto per un altro. -Il sig. Noirtier doveva bere la limonata, è Noirtier che l’ha bevuta -secondo l’ordine logico delle cose... l’altro non l’ha bevuta che per -accidente; e quantunque sia stato Barrois quello che è morto, pure era -Noirtier quegli che doveva morire. - -— Ma allora come va che mio padre non ha sofferto? - -— Ve l’ho già detto una sera nel giardino, dopo la morte della sig.ª -di Saint-Méran, perchè il suo corpo è divenuto a guisa di uno stesso -veleno; perchè la dose per lui insignificante, era mortale per un -altro; perchè finalmente nessuno sa, e neppure l’assassino, che da un -anno io curo con la brucnina la paralisi del sig. Noirtier, mentre che -l’assassino non ignora, e se ne è assicurato con l’esperienza, che la -brucnina è un veleno violento. - -— Mio Dio! mormorò Villefort contorcendosi le braccia. - -— Seguitate la traccia del delinquente; egli uccide il sig. di -Saint-Méran... — Oh! dottore! - -— Lo giurerei; ciò che mi è stato detto dei sintomi si accorda troppo -bene con ciò che ho veduto coi miei proprii occhi. - -Villefort cessò di combattere, e mandò un gemito. - -— Egli uccide il signore di Saint-Méran, ripetè il dottore, egli uccide -la sig.ª di Saint-Méran, doppia eredità da raccogliere (Villefort -asciugò il sudore che gli colava dalla fronte). - -— Il sig. Noirtier, ripetè con la sua voce implacabile d’Avrigny, il -sig. Noirtier aveva non ha guari fatto un testamento contro la vostra -famiglia in favore dei poveri; il sig. Noirtier viene risparmiato -perchè non si aspetta niente da lui. Ma egli non appena ne ha fatto -un secondo, che per timore che si penta e non ne faccia un terzo, vien -colpito: il testamento fu fatto ier l’altro, credo; voi lo vedete, non -si è perduto tempo. - -— Oh! grazia! sig. d’Avrigny. - -— Nessuna grazia, signore! il medico ha una missione sacra sulla terra; -e per adempirla egli risale fino alle sorgenti della vita, e discende -nelle misteriose tenebre della morte. Quando il delitto è stato -commesso, sta al medico il dire: eccolo là! - -— Grazia per mia figlia, signore! mormorò Villefort. - -— Vedete bene che siete stato voi che l’avete nominata, voi, suo padre! - -— Grazia per Valentina! ascoltate, è impossibile! amerei meglio -accusare me stesso! Valentina, un cuore di diamante, un giglio -d’innocenza! - -— Nessuna grazia, signor procuratore del Re, il delitto è flagrante. -Madamigella de Villefort ha impacchettati colle sue mani i medicamenti -che furono inviati al sig. di Saint-Méran, ed il sig. di Saint-Méran -è morto. Madamigella de Villefort ha preparato l’orzata alla sig.ª di -Saint-Méran, ed ella è morta. Madamigella de Villefort ha preso dalle -mani di Barrois, che si è mandato fuori, la bottiglia di limonata -che il vecchio ordinariamente vuota nella mattinata, ed il vecchio -non è sfuggito, che per un miracolo. Madamigella de Villefort è la -colpevole! ella è l’avvelenatrice! sig. procuratore del Re, vi denunzio -madamigella de Villefort; fate il vostro dovere! - -— Dottore, non resisto più, non mi difendo più, vi credo; ma -risparmiate la mia vita, il mio onore! - -— Sig. de Villefort, riprese il dottore con una forza crescente, vi -sono delle congiunture in cui sorpasso tutti i limiti della sciocca -circospezione umana. Se vostra figlia avesse commesso soltanto un primo -delitto, e la vedessi meditarne un secondo, vi direi: «avvertitela, -punitela, che ella passi il resto della sua vita in un qualche ritiro, -in un qualche convento a piangere e pregare.» Se avesse commesso -un secondo delitto, vi direi: «prendete, sig. de Villefort, ecco un -veleno che non conosce l’avvelenatrice, un veleno che non ha conosciuto -antidoto, pronto come il pensiero, rapido come il lampo, mortale come -il fulmine; datele questo veleno, raccomandate la sua anima a Dio, e -salvate così il vostro onore e i vostri giorni, perchè ora sta a voi -il divenire la vittima, ed io la vedo avvicinarsi al capezzale coi -suoi sorrisi ipocriti, e le sue dolci esortazioni. Infelice voi, se non -siete il primo a percuotere!» ecco ciò che vi direi se ella non avesse -ucciso che due persone, ma, ella ha veduto l’agonia di tre, ella ha -contemplato tre moribondi, si è inginocchiata vicino a tre cadaveri; -al patibolo l’avvelenatrice! al patibolo! Voi parlate del vostro onore? -fate ciò che vi dico, e l’immortalità vi aspetta. - -Villefort cadde in ginocchio: — Aspettate, diss’egli, io non ho la -forza che voi avete, o piuttosto che voi stesso non avreste se, invece -di mia figlia Valentina, si trattasse di vostra figlia Maddalena. (Il -dottore impallidì.) Dottore, ogni uomo è figlio di donna, è nato per -soffrire e morire; dottore, soffrirò, ed aspetterò la morte. - -— Ma, disse d’Avrigny, essa sarà lenta... la vedrete avvicinarsi dopo -che avrà colpito vostro padre, vostra moglie, e forse vostro figlio -ancora. - -Villefort, soffocando, strinse il braccio del dottore. - -— Ascoltatemi! gridò egli, compiangetemi, soccorretemi.... No, mia -figlia.... non è colpevole... Trascinatela davanti ad un tribunale; -dirò sempre: no mia figlia non è colpevole... Non vi è delitto in casa -mia; perchè allorquando il delitto entra da qualche parte è come la -morte: non entra mai solo. Ascoltate, che importa a voi che io muoia -assassinato?... Siete mio amico, siete un uomo, avete un cuore?.. -No, siete un medico!... Ebbene! ve lo dico, no, mia figlia non sarà -trascinata da me nelle mani del carnefice!... Ah! ecco un’idea che -mi divora, che mi spinge come un insensato a lacerarmi il petto con -le unghie!... E se voi v’ingannaste! se fosse un altro invece di mia -figlia!.... Se un giorno venissi pallido come uno spettro a dirvi: -Assassino! tu hai uccisa mia figlia! Vedete, se ciò accadesse, son -cristiano, sig. d’Avrigny, e ciò nonostante forse mi ucciderei! - -— Sta bene, disse il dottore dopo un momento di silenzio, aspetterò. -— Villefort lo guardò come se dubitasse ancora delle sue parole. — -Soltanto, continuò d’Avrigny con voce lenta e solenne, se qualcuno -della vostra casa cade malato, se voi stesso vi sentiste male, non -mi chiamate, perchè non verrò più. Io voglio divider con voi questo -segreto terribile, ma non voglio che la vergogna ed i rimorsi vadano -in me fruttificandosi ed ingrandendosi nella mia coscienza, come il -delitto e l’infelicità s’ingrandiranno, e fruttificheranno nella vostra -casa. - -— Per tal modo dottore, mi abbandonate? - -— Sì, perchè non posso più seguirvi, e non mi fermo che ai piedi del -patibolo. Verrà qualche altra rivelazione che porterà la fine di questa -terribile tragedia. Addio. - -— Dottore, ve ne supplico! - -— Tutti gli orrori che lordano il mio pensiero mi fanno la vostra casa -odiosa e fatale. Addio, signore. - -— Una parola, una parola sola ancora dottore! vi ritirate, mi lasciate -in tutto l’orrore della situazione, orrore che voi avete aumentato -con ciò che mi avete rivelato. Ma che si dirà della morte subitanea di -questo vecchio servitore? - -— È giusto, accompagnatemi. — Il dottore uscì pel primo, de Villefort -lo seguì, i domestici inquieti erano nel corridoio, e sulle scale da -dove doveva passare il medico. - -— Signore, disse d’Avrigny a Villefort parlando ad alta voce ed in -modo che tutti lo sentissero, il povero Barrois era da qualche anno -troppo sedentario; abituato in altri tempi a correre col padrone, a -cavallo o in carrozza, le quattro parti d’Europa, egli si è ucciso -con questo servizio monotono intorno ad una poltrona. Il sangue è -divenuto pesante. Egli era grasso, aveva il collo grosso e corto, è -stato colpito da una apoplessia fulminante, ed io sono stato avvertito -troppo tardi. A proposito, aggiunse egli a bassa voce, abbiate cura -di gettare nelle ceneri quella tazza collo sciroppo di violette. — Il -dottore, senza toccar la mano di Villefort, senza ritornare su ciò che -aveva detto, uscì accompagnato dalle lagrime e dai lamenti di tutte le -persone di casa. La sera stessa, tutti i domestici di Villefort che si -erano radunati in cucina, e che avevano lungamente parlato fra loro, -vennero a domandare alla sig.ª de Villefort il permesso di ritirarsi -dal servizio. Nessuna istanza, nessuna proposizione di aumento di paga -potè trattenerli; a tutte le parole, essi rispondevano: — Vogliamo -andarcene perchè la morte è entrata nella casa. — Essi partiron dunque -ad onta delle preghiere che loro furono fatte, testimoniando i loro -vivissimi dispiaceri, per dovere abbandonare così buoni padroni, e -particolarmente madamigella Valentina tanto buona, tanto benefattrice, -tanto affabile; Villefort a queste parole guardò Valentina. Ella -piangeva. - -Cosa strana! in mezzo all’emozione che gli fecero provare queste -lagrime, guardò ancora la sig.ª de Villefort, e gli sembrò che un -sorriso fuggitivo e sinistro fosse passato sulle sue labbra sottili, -come quelle meteore che si vedono strisciare, funeste fra due nubi nel -fondo di un cielo tempestoso. - - - - -LXXX. — LA CAMERA DEL FORNAIO IN RITIRO. - - -La sera stessa del giorno in cui il conte de Morcerf era uscito da -Danglars con una vergogna ed un furore, che il rifiuto del banchiere -rendè concepibile, il signor Cavalcanti, coi capelli arricciati e -lucenti, i baffi appuntati, i guanti bianchi che si modellavano sulle -unghie, era entrato, quasi in piedi sul suo _phaéton_, nel cortile del -banchiere della Chaussée-d’Antin. - -In capo a dieci minuti di presentazione nel salone, aveva ritrovato -il mezzo di confinare Danglars nel vano di una finestra, e là dopo -un destro preambolo, aveva esposto i tormenti della sua vita dopo -la partenza del nobile suo padre. Dopo questa partenza egli aveva, -nella famiglia del banchiere, ove era stato ricevuto come un figlio, -trovato tutte le garenzie di felicità, che un uomo deve sempre cercare -prima dei capricci della passione; ed in quanto alla passione stessa, -aveva avuto la felicità di ritrovarla nei begli occhi di madamigella -Danglars. Danglars ascoltava coll’attenzione più profonda; erano -già due o tre giorni che aspettava questa dichiarazione, e quando -finalmente giunse, il suo occhio si dilatò di tanto, quanto si era -corrugato ascoltando Morcerf. Ciò non per tanto non volle accogliere la -proposizione del giovine, senza fare qualche osservazione di coscienza: -— Sig. Andrea, gli disse, non siete ancora un po’ troppo giovine per -pensare ad ammogliarvi? - -— Ma no, sig., riprese Cavalcanti; almeno non lo trovo; in Italia i -gran signori in generale, si maritano giovini; questo è un costume -logico: la vita è così piena di casi, che si deve afferrare la fortuna -tosto che passa alla nostra portata. - -— Però, signore, disse Danglars, ammettendo che le vostre proposizioni, -che mi onorano, siano aggradite da mia moglie e da mia figlia, con -chi tratteremo gl’interessi? questo mi sembra un affare importante che -i soli padri sanno convenevolmente trattare per la felicità dei loro -figli. - -— Signore, mio padre è un uomo saggio, pieno di convenienza e di -ragione. Egli ha preveduto il caso probabile che io potessi provare -il desiderio di stabilirmi in Francia: egli dunque partendo, mi ha -lasciato con tutte le carte che contestano la mia identità, ed una -lettera, colla quale mi assicura, nel caso che io faccia una scelta -che gli sia aggradita, 150 mila lire di rendita dal giorno del mio -matrimonio. Da quanto posso giudicare, questo è il quarto delle rendite -di mio padre. - -— Ma, disse Danglars, ho sempre avuto intenzione di dare a mia figlia -500 mila franchi maritandola; ella inoltre è la mia sola erede. - -— Ebbene! disse Andrea, vedete, la cosa sarà per il meglio, supponendo -che la mia domanda non sia respinta dalla baronessa Danglars, e da -madamigella Eugenia, eccoci alla testa di 165 mila lire di rendita. -Supponiamo che io ottenga dal marchese che invece di pagarmi la -rendita, mi ceda il capitale (cosa che non sarà facile, lo so bene, ma -neppure impossibile), voi farete fruttare questi due o tre milioni, e -due o tre milioni fra le vostre abili mani, possono sempre riportare il -dieci per cento. - -— Io non prendo mai che al quattro, disse il banchiere, ed anche al -tre e mezzo. Ma a mio genero prenderò al cinque, e poi divideremo i -benefizi. - -— Ebbene! a meraviglia, suocero, — disse Cavalcanti lasciandosi -trasportare qualche poco da quella volgare natura che ad onta dei suoi -sforzi, faceva a quando a quando oscurare la vernice aristocratica -con cui cercava di coprirla. Ma ricomponendosi riprese: — Oh! perdono, -signore, diss’egli, vedete, la sola speranza mi rende quasi pazzo, che -sarebbe dunque la realtà? - -— Ma, disse Danglars, che, dal suo canto, non s’accorgeva quanto -questa conversazione, disinteressata sulle prime, piegava prontamente -all’agenzia d’affari, vi è senza dubbio una porzione della vostra -fortuna che vostro padre non può rifiutarvi? - -— E quale? domandò il giovine. - -— Quella che vi proviene da vostra madre. - -— Certamente quella che viene da mia madre Oliva Corsinari. - -— E a quanto può ammontare questa fortuna? - -— In fede mia, disse Andrea, vi assicuro, che non ho mai fermato il mio -pensiero su questo argomento; ma stimo che possa essere per lo meno di -due milioni. - -Danglars risentì quella specie di soffocamento inebriante che sente -o l’avaro che ritrova un tesoro perduto, o l’uomo vicino ad annegarsi -che sente sotto i suoi piedi la terra solida invece del vuoto nel quale -stava per ingoiarsi. - -— Ebbene, signore, disse Andrea salutando il banchiere con un tenero -rispetto, posso sperare?... - -— Sig. Andrea, disse Danglars, sperate, e credete bene che se nessun -ostacolo per parte vostra non arresta l’andamento di questo affare, si -può ritenere concluso. - -— Ah! mi penetrate di gioia, signore! disse Andrea. - -— Ma, riprese Danglars riflettendo, come accade che il sig. conte -di Monte-Cristo, vostro protettore in questo mondo parigino, non sia -venuto con voi a farmi questa domanda? - -Andrea arrossì impercettibilmente: — Io vengo dalla casa del conte, -diss’egli: è incontrastabile che egli sia un uomo grazioso, ma è di -una originalità inconcepibile; mi ha grandemente approvato, anzi mi ha -detto che non credeva che mio padre esitasse a darmi il capitale invece -della rendita; mi ha promesso la sua influenza per ottenere questo -da lui; ma mi ha dichiarato che personalmente non aveva mai preso, e -non prenderebbe mai sopra di sè la garenzia di fare una domanda di -matrimonio: debbo rendergli però questa giustizia, si è degnato di -aggiungere che, se egli aveva mai deplorata questa repugnanza, era in -mio riguardo, poichè pensava che la ideata unione sarebbe felice e bene -assortita. Del rimanente, se non vuol fare cosa alcuna officialmente, -si riserva a rispondervi, mi ha detto, quando voi gli parlerete... - -— Benissimo. — Ora, disse Andrea col suo grazioso sorriso, ho finito di -parlare al suocero, e m’indirizzo al banchiere. - -— Che volete da lui, vediamo? disse ridendo Danglars. - -— Dopo domani devo riscuotere qualche cosa, come quattro mila fr. da -voi, ma il conte ha capito che il mese nel quale siamo per entrare -mi condurrebbe forse a fare un di più di spese, per le quali la mia -piccola rendita da celibe non mi sarebbe sufficiente, ed ecco un bono -di ventimila fr. che egli mi ha, non dirò regalato, ma offerto. È -firmato dalla sua mano come vedete; vi conviene? - -— Portatemene come questo per un milione, ed io ve lo prendo, disse -Danglars mettendolo nella saccoccia; ditemi a che ora domani vi fa -comodo, ed il mio giovine di cassa passerà da voi coll’ammontare di -venti mila franchi. - -— Alle dieci del mattino, se volete; più presto sarà meglio; vorrei -domani andare in campagna. - -— Sia; alle dieci; siete sempre all’albergo dei Principi? - -— Sì. — La dimane, con una esattezza che faceva onore alla -puntualità del banchiere, i 24 mila fr. erano dal giovine, che uscì -effettivamente, lasciando al portiere duecento fr. per Caderousse. -Questa uscita, per parte di Andrea, aveva per scopo principale quello -di evitare il pericoloso amico: per cui rientrò la sera il più tardi -possibile. - -Ma appena ebbe messo piede sul lastricato del cortile, che ritrovò -davanti a sè il portinaro dell’Albergo, che lo aspettava col berretto -in mano. - -— Signore, diss’egli, quell’uomo è venuto. - -— Qual uomo? domandò negligentemente Andrea, come se avesse dimenticato -colui, del quale al contrario si ricordava troppo bene. - -— Quello a cui V. E. ha fatto quel piccolo assegno. - -— Ah! sì, disse Andrea, quell’antico servitore di mio padre. Ebbene, -gli avete dati i 200 fr. che vi ho lasciati? - -— Sì, eccellenza, precisamente. (Andrea si faceva chiamare eccellenza) -Ma, continuò il portinaro, non ha voluto prenderli. — Andrea impallidì; -ma essendo notte, nessuno lo vide impallidire: — Come! non ha voluto -prenderli? diss’egli con voce maggiormente commossa. - -— No, voleva parlare a V. E. Ho risposto che eravate uscito, egli -insistè, ma finalmente è sembrato convincersi, e mi ha data questa -lettera che portava seco già sigillata. - -— Vediamo, disse Andrea. — Egli lesse al chiarore del fanale del -_phaéton_: «Tu sai dove abito; domani ti aspetto alle nove del -mattino.» Andrea guardò il sigillo per vedere se era stato forzato, -e se sguardi indiscreti avevano potuto penetrare nell’interno della -lettera; ma ella era piegata in tale modo, con un tal lusso di pieghe e -di angoli, che per leggerla avrebbe abbisognato rompere il sigillo, il -quale era perfettamente intatto. — Benissimo, diss’egli. Povero uomo! -è un eccellente creatura. — E lasciò il portinaro edificato da queste -parole non sapendo chi dovesse ammirare di più, se il giovine padrone, -o il vecchio servitore. - -— Staccate presto, e salite da me, disse Andrea al _groom_. - -Ed in due salti il giovine fu nella sua camera, e bruciò la lettera di -Caderousse, di cui fece sparire per fino le ceneri. - -Egli terminava quest’operazione quando entrava il domestico. — Tu sei -della mia stessa corporatura, Pietro. - -— Ho questo onore, eccellenza, rispose il servitore. - -— Tu devi avere un’altra livrea nuova che ti fu portata ieri; siccome -ho alcune cosucce da intendermi con una crestaia alla quale non posso -dire nè il mio nome, nè la mia condizione; prestami la tua livrea, e -dammi pure le tue carte affinchè io possa, se fa bisogno, dormire in un -albergo. - -Pietro obbedì. Cinque minuti dopo, Andrea compiutamente travestito -prendeva un _cabriolet_, e si faceva condurre all’albergo del Caval -Rosso, a Picpus. Il giorno dopo uscì da quest’albergo senza essere -osservato; discese il sobborgo Sant’Antonio, seguì il baluardo -fino alla strada Ménilmontant, e fermandosi alla porta della terza -casa a sinistra, cercava in mancanza di portinaro, da chi prendere -informazioni. — Che cercate, mio bel giovinotto? domandò la fruttaiola -di faccia. - -— Il sig. Pailletin, mia cara, rispose Andrea. - -— Un fornaio ritirato? domandò la fruttaiola. - -— Precisamente. - -— Nel fondo del cortile a sinistra al terzo piano. - -Andrea prese la strada indicata, ed al terzo piano ritrovò una zampa -di lepre, che tirò a sè con un sentimento di cattivo umore, di cui -si risentì lo stesso movimento precipitato del campanello. Un momento -dopo la figura di Caderousse comparve sotto la gelosia praticata nella -porta. - -— Ah! tu sei esatto. E nel dir così tolse i catenacci. - -— Per bacco! disse Andrea entrando. — E gittò avanti a sè il berretto -di livrea, il quale, non essendovi sedia, cadde a terra, e fece -rotolando il giro della camera. - -— Andiamo, andiamo, disse Caderousse, non t’inquietare, mio piccolo, -guarda un poco la colazione che avremo: niente di meno che tutte cose -che ti piacciono, tuono dell’aria! - -Andrea sentì infatto un odore di cucina, i cui grossolani aromi non -mancavano di una certa attrattiva per uno stomaco affamato: era la -mescolanza dello strutto e dell’aglio che distinguevano la cucina -provenzale di una classe inferiore: e soprattutto l’aspro profumo della -noce moscata e del garofano. Tutto ciò esalava da due piatti pieni e -coperti, posti sopra due fornelli, e da una casseruola che arrostiva -nel forno da campagna. Nella stanza vicina Andrea vide inoltre una -tavola molto pulita, preparata con due piatti, due bottiglie di vino -sigillate, l’una di verde, e l’altra di rosso, di una buona misura -di acquavite in una bottiglia, ed una fruttiera in forma di una gran -foglia di cavolo, posta con arte sopra una salvietta pulita. — Che -te ne sembra, mio piccolo? disse Caderousse; hein! come tutto ciò -imbalsama! ah diavolo! lo so bene, laggiù io era cuoco: ti ricordi come -si leccavano le dita alla mia cucina? e tu pel primo ne hai gustato dei -miei intingoli, e non li disprezzavi, credo? — E Caderousse si mise a -preparare un supplemento di cipolle. - -— Sta bene, sta bene, disse Andrea col male umore; per bacco! se mi -hai incomodato solo per venire a fare colazione con te, il diavolo ti -porti! - -— Figlio mio, disse sentenziosamente Caderousse, mangiando si parla; e -poi, ingrato che sei! non hai dunque piacere a vedere un poco il tuo -amico? io ne piango dalla contentezza. — Caderousse infatto piangeva -realmente; solo sarebbe stato difficile dire, se era la gioia o le -cipolle che portavano una leggera irritazione sulla glandula lagrimale -dell’antico albergatore del Ponte di Gard. - -— Taci dunque ipocrita! disse Andrea, mi ami tu? - -— Sì, io t’amo, o il diavolo mi porti: è una debolezza, disse -Caderousse, lo so bene, ma essa è più forte di me. - -— Ciò non ti ha impedito di avermi fatto venir qui con qualche perfidia. - -— Via dunque! disse Caderousse asciugando al suo grembiale il largo -coltello; se non ti amassi, sopporterei forse la vita miserabile -che mi fai fare? guarda un poco, tu hai sulle spalle l’abito del tuo -domestico, dunque, hai un domestico, io non ne ho, e sono costretto di -pulire i miei legumi da me stesso: tu disprezzi la mia cucina, perchè -pranzi, o alla tavola rotonda, o all’albergo dei Principi, o al caffè -di Parigi. Ebbene! io pure potrei avere un domestico, potrei avere un -_tilbury_; potrei pranzare ove volessi; ebbene! perchè dunque me ne -privo? per non darti della pena, mio piccolo Benedetto. Parla, confessa -soltanto che lo potrei, hein! — Ed uno sguardo perfettamente chiaro di -Caderousse terminò il senso della frase. - -— Allora, disse Andrea, ammettiamo che mi ami: allora perchè esigi che -io venga a far colazione teco? - -— Ma per vederti, mio piccolo. — Per vedermi, e a che serve? dappoichè -abbiamo già fatto le nostre condizioni... - -— Eh! caro amico, disse Caderousse, vi sono forse testamenti senza -codicilli? Ma tu sei venuto primieramente per far colazione, non -è vero? ebbene! andiamo, sediamoci, e cominciamo con queste alici -e questo butirro fresco che ho messo sopra delle foglie di vite -espressamente per te, cattivo... Ah! sì, tu guardi la mia camera, -le mie quattro sedie di paglia, le mie stampe a tre fr. il quadro. -Diavolo! questo non è l’albergo dei Principi. - -— Andiamo, sei già disgustato del presente; non sei più felice, tu -che non domandavi che di avere l’aspetto di un fornaro in ritiro? — -Caderousse mandò un sospiro. — Ebbene, che hai a dirmi? hai veduto il -tuo sogno effettuato. - -— Ho a dirti che fu un sogno; un fornaio in ritiro, mio povero -Benedetto, è ricco, cioè ha rendite. - -— Per bacco, tu ne hai delle rendite! — Io? - -— Sì tu, poichè ti ho assegnato duecento fr. - -Caderousse si strinse nelle spalle: — È una cosa umiliante, diss’egli, -di ricevere in tal modo del danaro dato di mala voglia, che può mancare -da un giorno all’altro: vedi bene che sono obbligato di fare delle -economie pel caso in cui la tua prosperità non durasse. Eh! amico mio, -la fortuna è incostante, come diceva l’elemosiniere del... reggimento: -io so bene, scellerato, che la tua prosperità è immensa; tu stai per -isposare la figlia di Danglars. - -— Come! di Danglars? - -— Eh, certamente, di Danglars! vi è forse bisogno che dica del barone -Danglars? sarebbe lo stesso che dicessi del conte Benedetto... Era -un mio amico Danglars, e se non aveva la memoria così debole, doveva -invitarmi alle tue nozze, attesochè egli è venuto alle mie... Sì, -sì, sì, alle mie! diavolo! egli non era così superbo in quei tempi, -era piccolo commesso presso l’ottimo sig. Morrel. Ho pranzato più di -una volta con lui ed il conte di Morcerf... vedi che ho delle belle -conoscenze, e che se volessi coltivarle un poco, ci potremmo incontrare -nelle stesse conversazioni. - -— Su via! la tua gelosia ti fa vedere l’arcobaleno. - -— Sta bene, Benedetto mio, si sa ciò che si dice. Forse un giorno si -potrà mettere il proprio abito da festa, e si andrà a dire ad un gran -portone: «una decorazione, se vi piace!» Mentre aspettiamo, siedi, e -mangiamo. - -Caderousse dette l’esempio, e si mise a far colazione con buon -appetito, mentre faceva l’elogio di tutte le vivande che metteva -in tavola davanti al suo ospite. Questi sembrava aver preso la sua -risoluzione, stappò bravamente le bottiglie, ed attaccò un arrostito -merluzzo condito coll’aglio ed olio. - -— Ah! compare, disse Caderousse, sembra che tu ti raccomodi col tuo -antico padrone di locanda? - -— In fede mia, sì, rispose Andrea, presso il quale, giovine e vigoroso -come era, sul momento l’appetito la vinceva sopra ogni altra cosa. - -— E trovi che questo è buono, birbo? - -— Tanto buono che non capisco, come un uomo che cucina e che mangia -così buoni bocconi, possa trovare che la vita è cattiva. - -— Vedi tu, disse Caderousse, egli è perchè tutta la mia felicità è -guastata da un sol pensiero. — E quale? - -— Quello di vivere alle spese di un amico, io che ho sempre guadagnata -la mia esistenza da me solo. - -— Oh! oh! che ciò non ti dia pensiero, disse Andrea, ne ho abbastanza -per due, non t’incomodare. - -— No, davvero: tu mi crederai se vuoi, ma alla fine di ogni mese, provo -dei rimorsi. — Buon Caderousse! - -— Al punto che ieri non ho voluto prendere i 200 fr. - -— Sì, perchè volevi parlar meco; ma fu veramente per rimorsi, vediamo? - -— Il vero rimorso; e poi mi era venuta un’idea. - -Andrea fremette; egli fremeva sempre quando venivano delle idee a -Caderousse. — È una cosa trista, vedi tu, continuò, quella di essere -sempre nell’aspettativa della fine del mese. - -— Eh! disse filosoficamente Andrea, risoluto di far parlare il suo -amico, la vita non viene da noi passata in una continua aspettativa? io -per esempio, faccio altra cosa? ebbene, ho pazienza, non è vero? - -— Sì, perchè invece di aspettare duecento miserabili fr. ne aspetti -cinque o sei mila, forse dieci mila, fors’anche dodici, mila; poichè -sei un misterioso; laggiù avevi sempre qualche cosarella che cercavi di -nascondere a questo povero amico Caderousse. Fortunatamente che l’amico -Caderousse di cui si parla aveva il naso fino. - -— Andiamo, ecco che ti metti di nuovo a divergere il discorso, disse -Andrea, a parlare, e riparlare sempre del passato! ma a che pro -rivangare certe cose, te lo domando? - -— Ah! è perchè tu hai ventun’anno, e puoi dimenticare il passato; -io ne ho cinquanta e son costretto di ricordarmene. Ma non importa, -ritorniamo agli affari. — Sì. - -— Io voleva dire, che se fossi al tuo posto... — Ebbene? - -— Io realizzerei... — Come tu realizzeresti... - -— Sì, domanderei un semestre anticipato, sia sotto il pretesto di -diventare elettore, e di voler comprare una fattoria, poi col mio -semestre me ne scapperei. - -— Io? to, to, fece Andrea, questo forse non è mal pensato! - -— Mio caro amico disse Caderousse, mangia alla mia cucina, e segui i -miei consigli; non te ne troverai male, nè moralmente, nè fisicamente. - -— Ebbene! ma, disse Andrea, perchè non segui tu stesso il consiglio che -mi dai? perchè non realizzi tu un semestre, od anche un anno, e non -ti ritiri a Bruxelles? invece di avere le sembianze di un fornaro in -ritiro, avrai quelle di un fallito in esercizio delle sue funzioni: ciò -è pensato bene. - -— Ma come diavolo vuoi tu che mi ritiri con 1200 fr.? - -— Ah! Caderousse, disse Andrea, come diventi esigente, son due mesi che -morivi dalla fame. - -— L’appetito viene mangiando, disse Caderousse mostrando i denti -come una scimia quando ride, e come una tigre quando ruggisce. Così, -aggiunse egli troncando con questi medesimi denti, bianchi ed acuti ad -onta dell’età, un’enorme boccata di pane, ho stabilito il mio disegno. - -I disegni di Caderousse spaventavano Andrea ancora più delle sue idee; -le idee non erano che il germe, il disegno era la realizzazione. - -— Vediamo questo disegno, diss’egli, dev’esser bello! - -— E perchè no? il disegno mercè il quale abbiam lasciato lo -stabilimento del sig. Chose, da chi veniva, hein? da me, suppongo: non -era cattivo, mi sembra, perchè eccoci qua. - -— Io non dico, riprese Andrea, che qualche volta non ne abbia dei -buoni; ma in fine vediamo la tua idea. - -— Vediamo, proseguì Caderousse, puoi tu, tu, senza sborsare un soldo, -farmi avere un 15 mila fr.?... No, non è abbastanza 15 mila fr. non -posso ritornare un uomo onesto per meno di trenta mila fr. - -— No, rispose seccamente Andrea, no, non lo posso. - -— Tu non mi hai capito, a quanto sembra, rispose freddamente Caderousse -con aspetto tranquillo: ti ho detto, senza sborsare un soldo. - -— Tu certamente non vorrai che io rubi, per guastare tutto il mio -affare, e col mio anche il tuo, e perchè abbiano poi a ricondurci -laggiù? - -— Oh! io, disse Caderousse, per me, è lo stesso che mi riprendano, o -no; ho un corpo furbo, un corpo particolare, mi annoio qualche volta -perfino dei miei camerati; non sono come te, uomo senza cuore, che non -vorresti rivederli più! - -Andrea fece più che fremere, questa volta impallidì, e disse: - -— Vediamo, Caderousse, non facciamo bestialità. - -— Eh! no, sta tranquillo, mio caro Benedetto; indicami piuttosto un -piccolo mezzo di guadagnare questi trenta mila fr. senza mischiarti di -niente; tu mi lascerai fare, ecco tutto! - -— Ebbene! vedrò, cercherò! disse Andrea. - -— Ma mentre si aspetta porterai la mia mesata almeno a 500 fr. non è -vero? io ho una manìa, vorrei prendermi una governante. - -— Ebbene, avrai i tuoi 500 fr., disse Andrea; ma questo sarà troppo -pesante per me, povero Caderousse... Tu abusi.... - -— Bah! giacchè tu attingi in casse che non hanno fondo. - -— Questa è la verità, ed il mio protettore è eccellente per me. - -— Questo caro protettore, disse Caderousse, non ti fa dunque un assegno -mensile di...? - -— Cinque mila franchi, disse Andrea. - -— Tante migliaia, quante centinaia vuoi darmi, riprese Caderousse; -in verità non vi sono che i bastardi che abbiano fortuna. Cinque mila -franchi il mese... Che diavolo puoi farti di tutta questa somma? - -— Eh! mio Dio! è ben presto spesa; così io pure sono come te, amerei -meglio avere il mio capitale. - -— Un capitale!... sì... capisco, tutti desidererebbero avere un -capitale. — Ebbene! me ne verrà fatto uno. - -— E chi è che te lo farà? il tuo principe? - -— Sì, il mio principe; disgraziatamente bisogna che io aspetti. — Che -aspetti che cosa? domandò Caderousse. - -— La sua morte. — La morte del tuo Principe? — Sì. - -— Ed in che modo? — Perchè sono stato notato nel suo testamento. — -Davvero? — Parola d’onore! — Per quanto? — Per 500 mila fr. — Niente -altro che questo? grazia del poco! — La cosa sta, come te la dico. - -— Su, via, non è possibile. - -— Caderousse; tu sei mio amico? — Ed in che modo! per la vita, e per la -morte. — Ebbene ti dirò un segreto. — Di’. - -— Io credo... Andrea si fermò guardando intorno intorno. — Che -credi...? non aver paura, per bacco! siam soli. - -— Credo di aver ritrovato mio padre. — Il tuo vero padre? — Sì. — Non -il padre Cavalcanti? - -— No, poichè quello è partito; il vero, come tu dici. - -— E questo padre è... — Ebbene! Caderousse, questi è il conte di -Monte-Cristo. — Bah! - -— Sì; tu capisci; allora tutto si spiega. Egli non può confessarmi -ciò ad alta voce, per quanto sembra, ma mi fa riconoscere dal sig. -Cavalcanti al quale regala 50 mila fr. per questo. - -— Cinquanta mila fr. per esser tuo padre! ma avrei accettato per la -metà del prezzo, forse per ventimila, per quindicimila; come non hai -pensato a me? - -— E che sapeva tutto questo, io? tutto ciò che si è combinato fu -combinato nella mia assenza, mentre che eravam laggiù. - -— Ah! è vero, e tu dici che nel suo testamento?... - -— Egli mi lascia 500 mila lire. — Ne sei tu sicuro? - -— Egli me lo ha mostrato; ma questo non è il tutto. - -— Vi sarà un codicillo, come ti diceva poco fa? - -— Probabilmente. - -— E in questo codicillo? — Egli mi riconosce. - -— Oh! il buon uomo che è tuo padre! disse Caderousse facendo volare per -l’aria una salvietta, che riprendeva dipoi con ambe le mani. - -— Ecco! di’ ora che ho dei segreti per te. - -— No, e la tua confidenza ti onora ai miei occhi. E il tuo principe -padre è dunque ricco, ricchissimo? - -— Lo credo bene. Egli non conosce a che cosa ammonti la sua fortuna — È -egli possibile? - -— Diamine! lo vedo bene, io che sono ricevuto ad ogni ora. L’altro -giorno vi era un giovine di banca che gli portava 50 mila franchi in -un portafoglio grosso come un piatto; ieri il suo banchiere che portava -cento mila fr. in oro. - -Caderousse era stupefatto; gli sembrava che le parole del giovine -avessero il suono di metallo, e che egli sentisse precipitare delle -cascate di luigi: — E tu vai in quella casa? gridò egli con ingenuità. - -— Quando io voglio. — Caderousse rimase pensieroso un momento. Era -facile vedere che egli ruminava nel suo spirito qualche pensiero. Poi -d’improvviso: - -— Quanto amerei vedere tutto ciò, gridò egli, e come tutto ciò deve -esser bello! - -— Il fatto è, disse Andrea, che è magnifico! - -— E non abita all’entrata dei Campi-Elisi? — Al n.º 30. - -— Ah! disse Caderousse, al n.º 30? — Sì, una bella casa isolata fra il -cortile, ed il giardino, non vi è che quella. - -— È possibile, ma non è l’esterno che mi occupa, è l’interno: i bei -mobili, hein! che cosa vi dev’esser mai là dentro? - -— Hai tu veduto qualche volta la Tuglierie? — No. - -— Ebbene, è ancora più bello. - -— Dici davvero, Andrea? dev’essere cosa buona l’abbassarsi quando -questo buon sig. di Monte-Cristo lascia cadere la sua borsa? - -— Ah! mio Dio, non val la pena di aspettare questo momento, disse -Andrea, il danaro abbonda in quella casa come i frutti in un giardino. - -— Di’, dunque, dovresti condurmivi un giorno con te... - -— È mai possibile, e con qual titolo? - -— Hai ragione, ma tu mi hai fatto venire l’acqua alla bocca, e bisogna -assolutamente che io veda tutto ciò; troverò un mezzo. - -— Non facciamo sciocchezze, Caderousse! - -— Io mi presenterò come spazzatore. - -— Non ne ha bisogno, perchè vi son tappeti in ogni luogo. - -— Ah! peccato! allora bisogna che io mi contenti di vedere ciò con -l’immaginazione. — Questo è ciò che puoi fare di meglio, credimi. — -Cerca almeno di farmi comprendere quel che può essere. — Come vuoi -tu? — Niente di più facile; il palazzo è grande? — Nè troppo grande, -nè troppo piccolo. — Ma come è distribuito? — Diamine! avrei bisogno -dell’inchiostro e della carta per fartene la pianta. - -— Eccone! disse avidamente Caderousse. — Ed andò a cercare sopra un -vecchio scrittoio un foglio di carta bianca, l’inchiostro, ed una -penna: — Prendi, tracciamo tutto ciò sulla carta, figlio mio. - -Andrea prese la penna con un impercettibile sorriso, e cominciò: — La -casa, come ti ho detto, è posta fra un giardino ed il cortile; vedi -in questo modo. — Ed Andrea fece la pianta del giardino, del cortile, -e della casa. — Le mura sono alte? — No; otto, o dieci piedi tutto al -più. - -— Ciò non è troppo prudente, disse Caderousse. - -— Nel cortile vi sono dei cassettoni d’aranci, dei praticelli, dei -fiori, dei cespugli. — Ma non dei lacci da lupo? - -— No. — Le scuderie? — Lateralmente alle due parti del cancello, vedi -tu, là. — Ed Andrea continuava la pianta. - -— Vediamo il pian terreno, disse Caderousse. - -— Al pian terreno, sala da pranzo, due salotti, sala del bigliardo, -scala nel vestibolo, e piccola scala segreta. - -— Le finestre? — Finestre magnifiche, sì belle, e larghe che in fede -mia, credo che un uomo della mia persona passerebbe per il vano di uno -di quei cristalli. - -— E perchè diavolo si fa uso delle scale quando si han simili finestre? -— Che vuoi tu? il lusso. — Ma vi sono persiane? — Sì, persiane, ma di -cui non si servono mai. È un originale Monte-Cristo che ama vedere il -cielo anche durante la notte. — Ed i domestici dove dormono? - -— Oh! essi hanno la loro casa particolare. Figuratevi un buon -padiglione entrando a dritta, dove si custodiscono le scale; ebbene! -sopra questo padiglione vi è una quantità di camere per i domestici con -campanelli corrispondenti alle camere. — Oh diavolo, dei campanelli! — -Che dici?... - -— Io, niente. Dico che costerà caro a situare i campanelli; ed a che -servono? te lo domando? — In altri tempi vi era un cane che passeggiava -la notte nel cortile, ma lo hanno condotto alla casa d’Auteuil, tu -sai a quella in cui sei venuto? — Sì. — Io glielo diceva anche ieri: -«È una cosa imprudente per parte vostra, sig. conte; perchè quando -andate ad Auteuil, e conducete i vostri domestici, la casa resta -sola.» — «Ebbene? domandò; e dopo?» — «Ebbene! un qualche bel giorno vi -ruberanno.» - -— E che cosa ha egli risposto? — Ha risposto: «ebbene! che danno mi -porta se qualcuno mi ruba?» - -— Andrea, egli avrà un qualche scrigno a macchina. - -— Ed in che modo? — Sì, che prende il ladro per una briglia, e che lo -giuoca in aria. Mi è stato detto che all’ultima esposizione ve ne erano -di questo genere. - -— Egli non ha che un semplice scrigno di acacia, al quale ho sempre -veduta attaccata la chiave. — E non gli rubano mai? - -— No, le persone che lo servono gli sono tutte affezionate. - -— Quanto vi sarà in quello scrigno, hein! quanta moneta? - -— Vi sarà forse... non si può sapere ciò che vi sarà. - -— E dove sta questo? — Al primo piano. - -— Fammi dunque la pianta del primo piano, mio piccolo, come mi hai -fatta quella del pian terreno. - -— È facile. — Ed Andrea riprese la penna: — Al primo piano, vedi vi è -l’anticamera, gran salone; a destra del salone biblioteca e gabinetto -da lavoro; a sinistra del salone una camera da dormire, e gabinetto da -toletta, ed in questo precisamente sta il famoso scrigno. - -— Vi sono finestre al gabinetto di toletta? - -— Due, una qua, e una là. — E Andrea disegnò due finestre alla camera -che, sul primo, faceva l’angolo, e che figurava come un quadrato meno -grande, aggiunto al quadrato lungo della camera da dormire. - -Caderousse divenne astratto: — E va spesso ad Auteuil? - -— Due tre volte la settimana; domani per esempio deve passarvi la -giornata e la notte. - -— Ne sei ben sicuro? — Mi ha invitato ad andarvi a pranzo. - -— Alla buon’ora, ecco ciò che si può chiamare esistenza! disse -Caderousse; casa in città, casa in campagna. - -— Ecco ciò che vuol dir esser ricchi. - -— E ci vai tu, a pranzo. — Probabilmente. - -— Quando vi pranzi, vi dormi ancora? - -— Quando ciò mi fa piacere; sono in casa del conte, come se fossi in -casa mia. — Caderousse guardò il giovine come per strappargli la verità -dal fondo del cuore. Ma Andrea cavò un porta-sigari di saccoccia, ne -prese uno d’Avana, l’accese tranquillamente, e cominciò a fumarlo senza -affettazione. - -— Quando vuoi i tuoi 500 fr.? domandò a Caderousse. - -— Ma anche subito se tu li hai. — Andrea tirò fuori di saccoccia 25 -luigi. — Dei gialletti? disse Caderousse; no grazie. - -— Ebbene li disprezzi? - -— Al contrario li stimo; ma non ne voglio. - -— Tu guadagnerai nel cambio, imbecille: l’oro ha un aggio di cinque -soldi. - -— Sarà, e poi il cambia monete fa seguire l’amico Caderousse, e poi -gli mettono le mani sopra, e poi bisognerà che dica quali sono i suoi -fattori che gli pagano queste rendite in oro. Non facciamo bestialità, -mio piccolo; argento semplicemente, pezzi rotondi coll’effigie di un -principe qualunque. Tutti al mondo possono avere una moneta da cinque -fr. - -— Capisci bene che non posso avere 500 fr. d’argento in saccoccia; -avrei avuto bisogno di un facchino. - -— Ebbene! lasciali dunque al tuo portinaro; è un bravo uomo, andrò a -prenderli. — Oggi? - -— No, domani, oggi non ho il tempo. - -— Ebbene, sia domani, quando parto per Auteuil, li lascerò. — Posso -contarci sopra? — Perfettamente. - -— Egli è perchè vado a fissare una governante. - -— Fissa pure, ma tutto sarà finito, n’è vero? non mi tormenterai più? -— Giammai. — Caderousse era diventato così meditabondo, che Andrea -temè di essere forzato ad accorgersi di questo cambiamento. Raddoppiò -adunque la sua allegria e la sua indifferenza. - -— Come sei allegro, disse Caderousse, si direbbe che già possiedi la -tua eredità. - -— No disgraziatamente!... ma il giorno in cui la riceverò... mi -ricorderò degli amici, non ti dico che questo. - -— Sì, siccome tu hai buona memoria, giustamente... - -— Che vuoi? credeva che tu volessi rimproverarmi. - -— Io? oh! quale idea! io che al contrario ti voglio anche dare un -consiglio da amico... — E quale? - -— Quello di lasciar qui, quel diamante che tu hai al dito. E che! tu -vuoi dunque farci prendere tutti e due, a fare simili bestialità? - -— E perchè? disse Andrea. - -— Come! tu prendi una livrea, ti travesti da servitore, e conservi al -dito un diamante di quattro in cinque mila fr.? - -— Peste! come stimi giusto! perchè non ti fanno commissario-stimatore? - -— Conosco il valore dei diamanti perchè ne ho avuti. - -— Ti consiglio a vantartene! disse Andrea, che, senza corrucciarsi, -come lo temeva Caderousse per questa nuova estorsione, lasciò con tutta -compiacenza l’anello. — Caderousse lo guardò tanto da vicino, che fece -chiaramente conoscere, che egli esaminava se gli spigoli del taglio -erano ben vivi. - -— È un diamante falso, disse Caderousse. - -— Su via! fece Andrea, scherzi? - -— Oh! non ti affliggere, si può provare. — E Caderousse andò alla -finestra e strisciando il diamante sul vetro, l’intese crepitare: — -_Confiteor_! disse Caderousse mettendosi lo anello nel dito piccolo, mi -sono sbagliato; ma questi ladri di gioiellieri imitano tanto bene le -pietre vere, che non si ha più coraggio di andare a rubare nelle loro -botteghe, e questo è ancora un altro ramo d’industria paralizzato. - -— Ebbene! disse Andrea, hai finito? hai ancora qualche cosa da -domandarmi? ti abbisogna il mio vestito, il mio berretto? Non ti -prender pena fino a tanto che ci sei. - -— No, alla fine tu sei un bravo compagno. Non ti trattengo di più, e -cercherò di guarire la mia ambizione. - -— Ma guardati che nel vendere questo diamante, non ti accada ciò che -temevi per le monete d’oro. - -— Io non lo venderò, sta pure tranquillo. - -— No, da oggi a domani almeno, pensò il giovine. - -— Furbo felice! disse Caderousse, tu te ne vai a trovare i tuoi -servitori, i tuoi cavalli, la tua carrozza, e la tua fidanzata? - -— Ma, sì, disse Andrea. - -— Di’ dunque, spero che tu mi farai un bel regalo di nozze il giorno -che sposerai la figlia dell’amico mio Danglars? - -— Ti ho già detto, che è una immaginazione che ti sei messo in testa. - -— E quanto di dote? — Ma ti dico... — Un milione? - -Andrea alzò le spalle. — Vada per un milione, disse Caderousse; tu non -ne avrai mai tanti, quanti te ne desidero. - -— Grazie, disse il giovine. - -— Oh! è di buon cuore, aggiunse Caderousse ridendo del suo riso -grossolano. Aspetta che ti accompagni. - -— Non ne val la pena. — Tutt’altro. - -— E perchè? - -— Oh! perchè vi è un piccolo segreto alla porta; cautela che ho creduto -di dover adottare; serratura Huret e Fichet, riveduta e corretta da -Gaspero Caderousse: te ne fabbricherò una simile, quando diventerai -capitalista. - -— Grazie; ti farò prevenire otto giorni prima. - -Essi si separarono. Caderousse restò sul pianerottolo, fino a che ebbe -veduto Andrea, non solo discendere dai tre piani, ma ancora traversare -il cortile. Allora rientrò precipitosamente, richiuse la porta con -cura, e si mise a studiare, come un profondo architetto, la pianta che -gli aveva lasciata Andrea. - -— Questo caro Benedetto, diss’egli, credo non sarà dispiaciuto di -ereditare, e che quegli che solleciterà il giorno in cui deve palpare i -suoi 500 mila fr. non sarà il suo più cattivo amico. - - - - -LXXXI. — LA ROTTURA. - - -La dimane del giorno in cui ebbe luogo la conversazione che abbiam -descritta, il conte di Monte-Cristo partì effettivamente per Auteuil -con Alì, diversi domestici ed alcuni cavalli che voleva provare. Ciò -che particolarmente aveva determinata questa partenza, alla quale non -pensava nemmeno il giorno innanzi, ed alla quale neppure Andrea pensava -più di lui, fu l’arrivo di Bertuccio, che ritornato dalla Normandia, -portava le notizie della casa e della corvetta. La casa era in ordine, -e la corvetta, giunta da otto giorni, era all’àncora in un piccolo -seno, ove, dopo adempite tutte le formalità che si esigevano, era -pronta, con i suoi sei uomini d’equipaggio, a riprendere il mare. Il -conte lodò lo zelo di Bertuccio, e lo invitò a tenersi pronto ad una -sollecita partenza, non dovendo il suo soggiorno in Francia prolungarsi -al di là di un mese. - -— Ora, gli diss’egli, posso aver bisogno di andare da Parigi a Trèport -in una notte. Voglio dei cambii di cavalli stazionati sulla strada, che -mi permettano di fare 50 leghe in dieci ore. - -— V. E. aveva già manifestato questo desiderio, rispose Bertuccio, ed -i cavalli sono già appostati nei luoghi più convenienti; vale a dire in -quei villaggi ove ordinariamente non si ferma nessuno. - -— Sta bene, disse Monte-Cristo, io resto qui un giorno o due, per -conseguenza preparatevi. — Allorchè Bertuccio stava per uscire e per -ordinare tutto ciò che aveva rapporto a questa soggiorno, Battistino -aprì la porta, portando una lettera sopra un vassoio d’argento dorato: -— Che venite a far qui? domandò il conte vedendolo tutto coperto di -polvere, non vi ho fatto chiamare, mi sembra? - -Battistino senza rispondere si avvicinò al conte, e gli presentò la -lettera. - -— Importante e pressante, diss’egli. - -Il conte aprì la lettera e lesse. «Il sig. conte di Monte-Cristo -è avvisato che in questa stessa notte, un uomo s’introdurrà nella -sua casa dei Campi-Elisi per sottrarre delle carte, ch’egli crede -chiuse nel suo scrigno del gabinetto di toletta: si conosce il conte -di Monte-Cristo abbastanza coraggioso, per non avere da ricorrere -all’intervento della polizia, intervento che potrebbe mettere a -rischio grandemente quegli che dà questo avviso. Il sig. conte, sia -da un’apertura che metta dalla camera da letto nel gabinetto, sia -nascondendosi nel medesimo gabinetto, potrà farsi giustizia da sè -stesso. Molte persone e cautele apparenti allontanerebbero certamente -il malfattore, e farebbero perdere al sig. di Monte-Cristo l’occasione -di conoscere un nemico, che il caso ha fatto scoprire alla persona che -dà questo avviso al conte, avviso che non avrebbe forse più l’occasione -di rinnovare, se, andando a vuoto questa prima impresa, il malfattore -ne ritentasse un’altra.» - -Il primo movimento del conte fu quello di credere che fosse una -furberia del ladro, laccio grossolano, che gli scuopriva un pericolo -mediocre per esporlo ad uno più grave. Stava dunque per far portare -la lettera ad un commissario di polizia, ad onta della raccomandazione -dell’anonimo, quando d’improvviso gli venne l’idea, che poteva essere -effettivamente qualche suo nemico particolare, che egli solo poteva -riconoscere, e dal quale, se la cosa era così, egli solo poteva -trarre partito, come aveva fatto Fiesque del Moro che aveva voluto -assassinarlo. Noi conosciamo il conte, non abbiamo quindi bisogno di -dire ch’era uno spirito pieno d’audacia e di vigoria, che si contorceva -contro l’impossibile con quella energia ch’è la caratteristica degli -uomini superiori. Per mezzo della vita che aveva condotta, e per quella -risoluzione presa di non addietrare avanti a cosa alcuna, il conte era -giunto a gustare delle gioie sconosciute nelle lotte ch’egli imprendeva -alle volte contro la natura, e contro il mondo. — Essi non vogliono -rubarmi le mie carte, disse Monte-Cristo, vogliono uccidermi; non sono -ladri, ma assassini. Non voglio che il sig. Prefetto di polizia si -mischi nei miei affari particolari; sono abbastanza ricco, per sgravare -in questo il preventivo della sua amministrazione. — Il conte richiamò -Battistino, ch’era uscito dalla camera dopo aver data la lettera. — -Voi ritornerete a Parigi, e ricondurrete qui tutta la servitù che è -rimasta. Ho bisogno che tutti siano qui ad Auteuil. - -— Ma non resterà dunque nessuno in casa, sig. conte? - -— No, vi rimarrà il portinaro. - -— Ma il sig. conte rifletterà, che vi è distanza fra il casotto del -portinaro e la casa. — Ebbene? - -— Ebbene! si potrebbero svaligiare tutti gli appartamenti, senza che il -portinaro sentisse il più piccol rumore. - -— E da chi si dovrebbe fare? — Dai ladri. - -— Siete uno stupido, Battistino; che i ladri mi svaligino tutta la -casa, non mi disgusteranno tanto, quanto un servizio fatto male. — -Battistino s’inchinò. — Voi mi avete inteso, disse il conte; conducete -qui tutta la servitù, dal primo fino all’ultimo; ma che tutto resti -nello stato ordinario: chiuderete le persiane del pianterreno, e -nient’altro. - -— E quelle del primo? - -— Sapete che non si chiudono mai. Andate. — Il conte fece dire che -pranzava nella sua camera, e che non voleva essere servito che da -Alì. Pranzò con tranquillità e con la sua abituale sobrietà, e, dopo -il pranzo, facendo segno ad Alì di seguirlo, uscì dalla porticina, -raggiunse il bosco di Boulogne come se passeggiasse, prese senza -affettazione la strada di Parigi, ed al cader della notte si trovò -dirimpetto alla sua casa vicino ai Campi-Elisi. Tutto era oscuro: -soltanto una debole lampada ardeva nell’alloggio del portinaro, -distante circa una quarantina di passi dalla casa, come aveva detto -Battistino. Frattanto Monte-Cristo si addossava ad un albero, con -quel colpo d’occhio che sbagliava raramente, esplorò il doppio viale, -esaminò quelli che passavano, ed affondò uno sguardo nelle strade -vicine. In capo a dieci minuti, fu perfettamente convinto che nessuno -lo incomodava. - -Corse alla porta con Alì, entrò precipitosamente, e per una piccola -scala di servizio, di cui aveva la chiave, rientrò nella sua camera -da dormire senza aprire, nè smuovere una sola tenda, senza che il -portinaro potesse neppur dubitare che la casa, che egli credeva vuota, -aveva ritrovato il suo principale abitante. Giunto nella camera -da dormire, il conte fece segno ad Alì di fermarsi, indi passò nel -gabinetto, che esaminò; tutto vi era nello stato abituale. Il prezioso -scrigno era al suo posto, e la chiave di contro: egli lo chiuse a -doppio giro, prese la chiave, e tornò nella camera da dormire, asportò -la ribaditura degli occhielli del catenaccio, e rientrò. In questo -mentre, Alì portava sopra una tavola le armi che il conte stesso gli -aveva domandate, vale a dire una carabina corta, un paio di pistole -a doppio tiro, le cui canne soprapposte permettevano di prendere la -mira con tale certezza come se fossero state pistole da bersaglio. -Armato in tal guisa, il conte poteva tenere fra le sue mani la vita -di cinque uomini suoi nemici. Erano le nove e mezzo circa, il conte -ed Alì mangiarono in fretta del pane, e bevettero un bicchiere di vino -di Spagna, indi Monte-Cristo fece scorrere uno di quei quadri mobili, -che gli permettevano di vedere una stanza stando nell’altra; egli -aveva assai vicine le pistole, la carabina; ed Alì, in piedi vicino a -lui, teneva alla mano una di quelle azze arabe, che non hanno ancora -cangiato forma dall’epoca delle crociate. - -Da una finestra della camera da dormire, simile a quella del gabinetto, -il conte poteva vedere sulla strada. In tal modo passarono due -ore; faceva l’oscurità più profonda, e ciò non pertanto Alì, mercè -la sua natura selvaggia, ed il conte mercè la facoltà acquistata, -distinguevano in questa notte fin la più piccola oscillazione degli -alberi nel cortile. Da lungo tempo, il lume dell’alloggio del portinaro -era stato spento. - -Era da presumersi che l’assalto, se pur vi doveva essere, si sarebbe -effettuato per mezzo della scalata del pianterreno, e non per mezzo -di una scalata data ad una finestra. Nelle idee di Monte-Cristo, i -malfattori tentavano alla sua vita, non al suo danaro. Era dunque nella -sua camera da dormire, ch’essi si attaccherebbero, e perverrebbero -nella sua camera da dormire, sia per la segreta, sia per la finestra -del gabinetto. Mise Alì davanti la porta della scala; ed egli -continuò a sorvegliare il gabinetto. Le undici e tre quarti suonarono -all’orologio degl’Invalidi; il vento di ponente portava col suo umido -soffio la lugubre vibrazione dei tre colpi. Allorchè stava per svanire -il suono dell’ultimo tocco, il conte credè sentire un romore leggero -dalla parte del gabinetto; questo primo romore, o piuttosto questo -primo stridore, fu seguito da un secondo, poi da un terzo; al quarto, -il conte sapeva di che trattavasi. Una mano ferma, ed esercitata -era intenta a tagliare i quattro lati di un vetro per mezzo di un -diamante. Il conte sentì battersi più rapidamente il cuore. Per quanto -l’uomo sia indurito nel pericolo, per quanto sia ben prevenuto contro -di esso, capisce sempre dal fremito del cuore e dal brivido della -persona l’enorme differenza tra il sogno e la realtà, fra il disegno e -l’esecuzione. Ciò non ostante Monte-Cristo non fece che un segno per -prevenire Alì; questi, comprendendo che il pericolo era dalla parte -del gabinetto, fece un passo per avvicinarsi al padrone. Monte-Cristo -era avido di sapere con quale e con quanti nemici aveva da fare. La -finestra su cui si lavorava era dirimpetto all’apertura per la quale il -conte penetrava col suo sguardo nel gabinetto. I suoi occhi adunque si -fissarono verso la finestra: egli vide un’ombra disegnarsi più densa -nella oscurità; indi un vetro diventò del tutto opaco, come se vi -fosse stato incollato per di fuori un foglio di carta, poscia il vetro -crepitò senza cadere. Dall’apertura praticata s’introdusse un braccio -che cercava il catenaccetto; un secondo dopo la finestra girò sui -cardini, ed un uomo entrò. - -L’uomo era solo. — Ecco un ardito birbante, mormorò il conte! — In -questo momento egli sentì che Alì gli toccava leggermente la spalla; -si voltò ed Alì gli mostrò la finestra della camera ov’erano, la -quale guardava sulla strada; Monte-Cristo fece tre passi verso questa -finestra, egli conosceva la squisita delicatezza dei sensi del suo -fedele servitore. Infatto vide un altro uomo che si staccava da una -porta, e, montando sopra un rialto, sembrava cercasse di vedere ciò -che accadeva in casa del conte: — Buono! diss’egli, sono in due; l’uno -opera; l’altro sta alle vedette. - -Fece segno ad Alì di non perdere di vista l’uomo della strada, e -ritornò a quello del gabinetto. - -Il tagliatore di vetri era entrato, e si orizzontava con le braccia -stese in avanti. Finalmente parve essersi reso conto di ogni cosa; -vi erano due porte nel gabinetto, andò a mettere il catenaccio ad -entrambe. Allorchè si avvicinò a quella della camera da dormire, -Monte-Cristo credè che venisse per entrare, e preparò una delle -pistole; ma non intese semplicemente che il romore dei catenacci -striscianti su i loro anelli di cuoio. Questa era una cautela e niente -altro; il notturno visitatore ignorando l’operazione fatta dal conte -di togliere le fermezze dei ganci, poteva ora mai credersi in casa sua, -ed operare con tutta tranquillità. Solo e libero in tutti i movimenti, -l’uomo cavò allora dalla sua larga bisaccia qualche cosa che il conte -non potè distinguere, la posò sopra un tavolino, indi andò direttamente -allo scrigno, lo palpò nella direzione della serratura, e s’accorse -che, contro la sua aspettativa, mancava la chiave. Ma il tagliatore di -vetri era un uomo pieno di cautele, ed aveva tutto preveduto; il conte -intese ben presto il rumore della collisione del ferro contro il ferro, -che produce quando si manovra con pezzi di chiave informe, che portano -i chiavettieri quando si mandano a chiamare per aprire una porta, e che -appellansi comunemente grimaldelli, ma dai ladri hanno avuto il nome -di rosignuoli, senza dubbio a cagione del piacere che essi provano nel -sentire il loro canto notturno, allorchè stridono contro i contrarii -della serratura. - -— Ah! ah! mormorò Monte-Cristo con un sorriso di sconcerto, non è che -un ladro. - -Ma l’uomo nella oscurità non poteva scegliere l’istrumento conveniente. -Fu allora che ricorse a quel qualche cosa che aveva deposto sul -tavolino; fece giuocare una molla, e subito una luce pallida, ma però -abbastanza viva per poter vedere, inviò il suo riflesso dorato sulle -mani e sul viso di quest’uomo. - -— Guarda, fece d’improvviso Monte-Cristo addietrandosi con un movimento -di sorpresa, è... — Alì alzò l’azza. - -— Non ti muovere, gli disse Monte-Cristo a bassa voce, lascia l’azza, -che qui non abbiam più bisogno di armi. - -Indi aggiunse qualche parola abbassando ancor più la voce, perchè -l’esclamazione di sorpresa del conte, per quanto fosse stata debole, -pure era bastata per fare rabbrividire l’uomo che era rimasto -nell’attitudine dell’antico Arruotino. - -Fu un ordine che dette il conte, perchè subito dopo Alì si allontanò -sulla punta dei piedi, staccò dai muri dell’alcova un vestito nero, ed -un cappello triangolare. In questo mentre, Monte-Cristo si toglieva -rapidamente l’abito, il gilè, e la camicia, e si poteva, mercè il -raggio di luce che filtrava dalla fessura della parete, riconoscere -che il conte portava sul petto una di quelle soffici e fine tuniche di -maglia d’acciaio, le cui ultime, in questa Francia ove non si temono -più i pugnali, furono forse portate dal re Luigi XVI. - -Questa tunica disparve ben presto sotto una lunga sottana, come i -capelli del conte sotto una parrucca chiericale: il cappello posto su -questa parrucca terminò di cambiare il conte in un abate. Frattanto -l’uomo non sentendo più niente, si era rialzato, e, durante il tempo -che impiegò Monte-Cristo a fare la sua metamorfosi, era andato -direttamente allo scrigno, la cui serratura cominciava di già a -scricchiare sotto il _rosignuolo_: — Buono! mormorò il conte, il quale -certamente stava tranquillo per qualche segreto del fabbro ferraio che -doveva essere sconosciuto allo sforzatore di serrature, per quanto -si fosse abile, buono! tu ne hai ancora per qualche minuto. — Egli -andò alla finestra. L’uomo che aveva veduto salire sul rialto ne era -disceso, e passeggiava sempre sulla strada; ma, cosa singolare! invece -di inquietarsi di quelli che potevano venire, sia dall’ingresso dei -Campi-Elisi, sia dal sobborgo Sant’Onorato, non sembrava preoccupato -che di ciò che accadeva in casa del conte, e tutti i suoi movimenti -avevano per iscopo di guardare ciò che si faceva nel gabinetto. -Monte-Cristo d’improvviso si battè la fronte, e lasciò scorrere su -le sue labbra semi-aperte un sorriso silenzioso. Indi avvicinandosi -ad Alì: — Sta qui, gli disse a bassa voce, nascosto nella oscurità, e -qualunque sia la cosa che succede, non entrare, e non farti vedere se -non ti chiamo pel tuo nome. — Alì fece segno con la testa che aveva -inteso, e che avrebbe obbedito; allora Monte-Cristo cavò da un armadio -una candela già accesa, e nel momento in cui il ladro era più che mai -occupato alla serratura, aprì dolcemente la porta, avendo cura che la -luce del lume che teneva in mano cadesse tutta sul suo viso. - -La porta girò così dolcemente che il ladro non ne intese il rumore. -Ma, con sua gran sorpresa, vide d’improvviso la camera illuminarsi. -Egli si voltò. — Buona sera, caro sig. Caderousse! disse Monte-Cristo; -che diavolo venite voi a far qui in quest’ora? — L’abate Busoni! gridò -Caderousse. - -E non sapendo come fosse avvenuta questa strana apparizione fin presso -lui, poichè aveva chiuse le porte, lasciò cadere il mazzo di chiavi -false, e restò immobile, e come colpito da stupore. Il conte andò -a situarsi fra Caderousse e la finestra, togliendo per tal modo al -ladro spaventato l’unico mezzo di ritirata. — L’abate Busoni! ripetè -Caderousse fissando sul conte due occhi stravolti. - -— Ebbene! senza dubbio, l’abate Busoni, ripetè Monte-Cristo, egli -medesimo, in persona, ed io sono ben contento che mi riconosciate, caro -sig. Caderousse; ciò prova che abbiamo buona memoria, perchè, se non mi -sbaglio, sono oramai dieci anni che non ci siam veduti. - -Questa calma, quest’ironia, questa possanza colpirono lo spirito di -Caderousse con un terrore vertiginoso. - -— L’abate!... l’abate... mormorò egli stringendo i pugni, e stridendo i -denti. - -— Voi volevate rubare al conte di Monte-Cristo? - -— Sig. abate, mormorò Caderousse cercando di guadagnare la sinistra che -gli veniva intercettata senza pietà dal conte, sig. abate, non so... vi -prego di credere, vi giuro... - -— Un vetro tagliato, continuò il conte, una lanterna cieca, un mazzo di -grimaldelli, uno scrigno per metà sforzato: l’affare è chiaro. - -Caderousse si strangolava con la cravatta, cercava un angolo per -nascondersi, un foro per cui passare. - -— Andiamo, vedo che siete sempre lo stesso, sig. assassino. - -— Sig. abate, da poichè sapete tutto, saprete che non sono stato io, -ma Carconta; ciò è stato riconosciuto dal processo, poichè essi non mi -hanno condannato che alla galera. - -— Voi dunque avete finito il vostro tempo, poichè vi trovo sulla strada -di farvici ricondurre? - -— No, sig. abate, sono stato liberato da qualcuno. - -— Questo qualcuno ha reso un bel servizio alla società! - -— Ah! disse Caderousse, io però aveva promesso... - -— In tal modo siete in rottura di bando? - -— Pur troppo! sì, disse Caderousse inquietissimo. - -— Pessima recidiva... ciò vi condurrà, se non mi sbaglio, sulla piazza -di Grève. Tanto peggio, tanto peggio, diavolo, come dicono i mondani -del mio paese. - -— Sig. abate, ho ceduto ad una tentazione... - -— Tutti i delinquenti dicono così. — Il bisogno... - -— Cessate adunque! disse sdegnosamente Busoni, il bisogno può -strascinare a domandare l’elemosina, a rubare a un fornaio, non -venire a sforzare uno scrigno in una casa che si crede disabitata. Ed -allorquando il gioielliere Giovanni venne da voi per contarvi 45 mila -fr. in cambio del diamante che io vi aveva dato, e che lo avete ucciso -per avere il diamante ed il danaro, fu pure il bisogno? - -— Perdono, sig. abate, disse Caderousse; voi mi avete salvato una -volta, salvatemi ancora una seconda volta. - -— Ciò non m’incoraggia. - -— Siete solo, domandò Caderousse giungendo le mani, o avete di lì i -gendarmi già pronti per prendermi? - -— Son solo, disse l’abate, ed avrei ancora pietà di voi, e vi lascerei -andare, col rischio di nuove disgrazie che possono esser procurate da -questa mia debolezza, se mi diceste la verità. - -— Ah! sig. abate, gridò Caderousse congiungendo le mani, ed -avvicinandosi di un altro passo a Monte-Cristo, posso ben dire che -siete mio salvatore. - -— Pretendete di essere stato liberato dalla galera. - -— Oh! su questo, fede di Caderousse, sig. abate! - -— Chi vi liberò? — Un inglese. — Come si chiamava. - -— Lord Wilmore. — Lo conosco: saprò dunque se mentite. - -— Sig. abate, dico la pura verità. — Quest’inglese dunque vi -proteggeva. — Non proteggeva me, ma un giovine corso mio compagno -di catena. — Come si chiamava questo giovine corso? — Si chiamava -Benedetto. - -— Questo è un nome di battesimo? - -— Egli non ne avea altri, perchè era bastardo. - -— Allora questo giovine, è evaso con voi? — Sì. - -— Ed in che modo? — Noi lavoravamo a Saint-Mandrier, vicino a Tolone. -Conoscete Saint-Mandrier? — Sì, lo conosco. - -— Ebbene! mentre che si dormiva, dal mezzogiorno ad un’ora... — I -forzati fanno la sesta! compiangete quei birbanti! disse l’abate. — -Diamine! disse Caderousse, non si può sempre lavorare, non siam cani. — -Fortunatamente per i cani, riprese Monte-Cristo. — Mentre adunque gli -altri facevano la sesta, ci siamo allontanati un poco, abbiamo segate -le nostre catene con una lima di cui ci aveva provveduti l’inglese, e -ci siamo salvati a nuoto. - -— E che cosa è avvenuto di questo Benedetto? - -— Non ne so niente! — Ciò nonostante dovete saperlo. - -— No, in verità. Noi ci siamo separati a Hyères. - -E per dare più peso alla sua protesta, Caderousse fece ancora un passo -verso l’abate, che rimase immobile al suo posto tuttora tranquillo, -ed interrogando. — Voi mentite! disse l’abate Busoni con un accento -d’irresistibile autorità. — Sig. abate!... — Voi mentite! quest’uomo è -ancora vostro amico, e vi servite di lui forse come di un complice. — -Oh! sig. abate! — Da che avete lasciato Tolone, come avete vissuto? — -Come ho potuto. - -— Mentite! riprese per la terza volta l’abate con un accento ancor -più imperativo. (Caderousse, spaventato, guardò il conte). Voi avete -vissuto, riprese questi, col danaro che vi è stato dato. — Ebbene! -è vero, disse Caderousse. Benedetto è diventato figlio di un gran -signore. - -— In qual modo può egli esser figlio di un gran signore? - -— Figlio naturale. - -— E chi è questo gran signore? - -— Il conte di Monte-Cristo, quello in casa di cui siamo. - -— Benedetto figlio del conte? riprese Monte-Cristo meravigliato a sua -volta. - -— Diamine! bisogna ben crederlo, poichè il conte gli ha trovato un -falso padre, poichè il conte gli passa 4 mila fr. il mese, poichè il -conte gli lascia 500 mila fr. nel suo testamento. - -— Ah! ah! fece il falso abate che cominciava a comprendere; e che nome -porta questo giovine? - -— Si chiama Andrea Cavalcanti. - -— Allora questi è un giovine che il mio amico, il conte di -Monte-Cristo, riceve in casa sua, e che sta per isposare la figlia del -banchiere Danglars? — Precisamente. - -— E voi tollerate ciò, impossibile! voi che conoscete la sua vita ed i -suoi delitti! - -— Perchè volete che io impedisca al mio compagno di riuscire? disse -Caderousse. — È giusto, non sta a voi l’avvisare il sig. Danglars, sta -a me. — Sig. abate, voi non lo farete.... - -— E perchè? - -— Perchè in tal modo ci farete perdere il nostro pane. - -— E credete, che per conservare il pane a miserabili come voi, mi farei -il fautore dei loro raggiri, il complice dei loro delitti. - -— Sig. abate... disse Caderousse avvicinandosi. - -— Io dirò tutto. — A chi? — Al sig. Danglars. - -— Tuono dell’aria! gridò Caderousse cavando un coltello dal gilè -già aperto, e percuotendo il conte nel mezzo del petto, tu non dirai -niente, abate! — A gran sorpresa di Caderousse, il pugnale, invece -di penetrare nel petto del conte, ribalzò smussato. Nello stesso -tempo il conte afferrò colla mano sinistra il polso dell’assassino, -e lo contorse con tal forza, che il coltello gli cadde dalle dita -intirizzite, e Caderousse mandò un forte grido di dolore: ma il conte, -senza fermarsi a questo grido, continuò a contorcere, fino a che, col -braccio quasi lussato, egli da prima cadde in ginocchio, indi colla -faccia contro terra. Il conte gli appoggiò un piede sulla testa, e -gli disse: — non so chi mi trattenga dallo schiacciarti il cranio, -scellerato! - -— Ah! grazia! grazia! gridò Caderousse. - -Il conte ritirò il piede: — Sorgi! diss’egli. - -Caderousse si rialzò: — Potenza di Dio! che mano avete voi sig. abate! -disse Caderousse, strofinandosi il braccio quasi morto per le tenaglie -di carne che lo avevano stretto. - -— Silenzio, Dio mi dà la forza di domare una bestia feroce come sei tu. - -— Ouf! fece Caderousse tutto addolorato. - -— Prendi questa penna e questa carta, e scrivi ciò che ti detto. — Io -non so scrivere, sig. abate. - -— Tu menti; prendi questa penna, e scrivi! — Caderousse, soggiogato da -questa forza superiore, si assise e scrisse. - - «Signore, l’uomo che voi ricevete in casa vostra, ed al quale voi - destinate vostra figlia, è un antico forzato, sfuggito con me - dalla galera di Tolone; egli portava il n. 59, ed io il n. 58. - Si chiama Benedetto; ma egli stesso non sa il suo cognome, non - avendo mai conosciuti i suoi genitori.» - -— Firma! continuò il conte. - -— Ma dunque volete perdermi. - -— Se volessi perderti, imbecille, ti strascinerei fino al primo corpo -di guardia; d’altra parte, prima che il tuo biglietto sia recapitato -all’indirizzo, è probabile che tu non abbia più nulla a temere; firma -dunque. — Caderousse firmò. - -— L’indirizzo: _Al sig. Barone Danglars banchiere, strada della -Chaussée-d’Antin_. - -Caderousse scrisse l’indirizzo. L’abate prese il biglietto: - -— Ora, diss’egli, sta bene, vattene. - -— Per dove? — Per dove sei venuto. - -— Volete che io esca da questa finestra? — Ci sei entrato. - -— Voi meditate qualche cosa contro di me, sig. abate? - -— Imbecille, che vuoi che io mediti? - -— Perchè dunque non aprirmi la porta? - -— Con qual vantaggio vuoi svegliare il portinaro? - -— Sig. abate, ditemi che volete la mia morte. - -— Voglio ciò che vuole Iddio. - -— Ma giuratemi che non mi colpirete mentre discenderò. - -— Pazzo e vile che sei! — Che volete far di me? - -— Lo domando a te! ho cercato di fare di te un uomo felice, e non ne ho -fatto che un assassino! - -— Sig. abate, tentate una seconda prova. - -— Sia! disse il conte, ascolta, sai che sono uom di parola. - -— Sì, disse Caderousse. - -— Se tu rientri in casa tua sano e salvo... - -— A meno che ciò non venga da voi, che ho a temere? - -— Se rientri in casa tua sano e salvo, lascia Parigi, lascia la -Francia, ed in qualunque luogo sarai, fino a che tu ti condurrai -onestamente, ti farò passare una piccola pensione; poichè se tu rientri -in casa tua sano e salvo... - -— Ebbene? domandò Caderousse fremendo. — Ebbene! crederò allora che Dio -ti ha perdonato, e ti perdonerò io pure. - -— Quanto è vero che sono cristiano, balbettò rinculando Caderousse, voi -mi fate morire di paura! - -— Andiamo, vattene! disse il conte mostrando col dito la finestra a -Caderousse. — Questi, ancora mal rassicurato da tale promessa, cavalcò -la finestra, e mise il piede sulla scala. - -Là si fermò tremando. — Ora discendi, disse l’abate incrociando le -braccia sul petto. - -Caderousse cominciò a capire che non aveva niente da temere da questo -lato, e discese. - -Allora il conte si avvicinò colla candela, di modo che un altro uomo -potè distinguere dai Campi-Elisi un uomo che discendeva da una finestra -illuminata. - -— Che fate dunque sig. abate, disse Caderousse; se passasse una -pattuglia... — E soffiò sulla candela. Indi continuò a discendere; ma -non fu che allorquando sentì il suolo del giardino sotto i suoi piedi, -che si credè sufficientemente sicuro. - -Monte-Cristo rientrò nella sua camera da dormire, e gettando un rapido -colpo d’occhio dal giardino alla strada, vide da prima Caderousse -che, dopo essere disceso, faceva un giro nel giardino, poscia -piantare la scala all’estremità del muro, affine di uscire da un -altro posto diverso da quello pel quale era entrato. Indi passando -dal giardino alla strada, vide l’uomo, che sembrava aspettare, correre -parallelamente nella strada, e situarsi dietro l’angolo stesso, vicino -al quale Caderousse stava per discendere. - -Caderousse salì lentamente sulla scala, e giunto agli ultimi gradini, -passò la testa per disopra la cresta del muro per assicurarsi che -la strada era del tutto solitaria. Non si vedeva nessuno, non si -sentiva alcun rumore. Suonò un’ora all’orologio degl’Invalidi. Allora -Caderousse si mise a cavallo sulla cresta della muraglia, e tirando a -sè la scala, la passò per disopra al muro, indi si mise a discendere, -o piuttosto si lasciò strisciare lungo i due montanti, manovra che -operò con tale sveltezza, che provava l’abitudine che aveva in questo -esercizio. Ma lanciato una volta sul pendio, non potè fermarsi. Invano -vide un uomo scagliarsi fra l’ombre, al momento in cui era a mezza -strada; invano vide un braccio alzarsi, al momento che toccava la -terra; prima che avesse potuto mettersi in difesa, questo braccio lo -colpì tanto furiosamente nel dorso, che abbandonò la scala, gridando. - -— Soccorso! — Un secondo colpo gli giunse quasi subito nel fianco, ed -egli cadde gridando: — All’uccisore! — Finalmente, siccome si rotolava -per terra, l’avversario lo prese per i capelli, e gli portò un terzo -colpo nel petto. Questa volta Caderousse volle gridare ancora, ma non -potè mandare che un gemito, e fremendo lasciò scorrere i tre rivi di -sangue che uscivano dalle sue tre ferite. L’assassino, vedendo ch’egli -non gridava più gli sollevò la testa per i capelli; Caderousse aveva -gli occhi chiusi e la bocca contorta. L’assassino lo credè morto, -lasciò ricadere la testa, e disparve. Allora Caderousse sentendolo -allontanarsi, si raddrizzò sul gomito; ed in un supremo sforzo, gridò -con voce morente: - -— All’assassino! io moro! sig. abate venite a me! - -Questa lugubre chiamata fendè le ombre della notte. - -La porta della scala segreta si aprì, indi la piccola porta del -giardino, ed Alì ed il suo padrone accorsero coi lumi. - - - - -LXXXII. — LA MANO DI DIO. - - -Caderousse continuava a gridare con voce lamentevole: - -— Sig. abate, soccorso! soccorso! - -— Che c’è? domandò Monte-Cristo. - -— Venite in mio soccorso; sono stato assassinato. - -— Eccoci! coraggio. - -— Ah! è finita, giungete troppo tardi; giungete per vedermi morire. Che -colpi! quanto sangue! — Ed egli svenne. - -Alì ed il suo padrone presero il ferito, e lo trasportarono in una -camera. Là Monte-Cristo fece segno ad Alì di spogliarlo, e riconobbe le -tre terribili ferite da cui era stato colpito. — Mio Dio! diss’egli. — -Alì guardò il padrone come per domandargli ciò che doveva fare. - -— Va a cercare il procuratore del Re Villefort, che dimora nel sobborgo -Sant’Onorato, e conducilo qui; nel passare, sveglierai il portinaro, -e gli dirai che vada a cercare un medico. — Alì obbedì, e lasciò il -finto abate solo con Caderousse sempre svenuto. Allorchè il disgraziato -riaprì gli occhi, il conte, assiso pochi passi da lui lontano, lo -guardava con una tetra espressione di pietà, e le sue labbra, che si -agitavano, sembravano mormorare una preghiera. - -— Un chirurgo, sig. abate, un chirurgo! disse Caderousse. - -— Si è mandato a cercarlo, rispose l’abate. - -— So bene che è inutile, in quanto alla vita, ma potrà forse darmi -forza, e voglio avere il tempo di fare la mia dichiarazione. - -— Su di che? — Sul mio assassino. - -— Lo conoscete voi dunque? - -— Sì, io l’ho conosciuto! sì lo conosco, fu Benedetto. - -— Quel giovine Corso? — Egli stesso. - -— Il vostro compagno? - -— Sì. Dopo avermi dato il disegno della casa del conte, sperando senza -dubbio che io l’uccidessi, e che per tal mezzo egli ne diventerebbe -l’erede, o che egli uccidesse me, e sarebbe così spacciato di me, mi -aspettò sulla strada, e mi ha assassinato. - -— Nello stesso tempo che ho mandato a cercare un medico ho pur fatto -chiamare il procurator del Re. - -— Egli giungerà troppo tardi, disse Caderousse, sento che tutto il -sangue se ne va. - -— Aspettate, disse Monte-Cristo; — ed uscì: cinque secondi dopo rientrò -con una boccettina. - -Gli occhi del moribondo, spaventosi per la loro immobilità, non avevano -in quest’assenza lasciato un momento quella porta, dalla quale egli -indovinava per istinto che stava per venirgli un qualche soccorso. - -— Spicciatevi, sig. abate, sento che torno a svenire. - -Monte-Cristo si avvicinò, e versò sulle labbra paonazze del ferito tre -o quattro gocce del liquido che conteneva la boccettina. Caderousse -mandò un sospiro. — Oh! diss’egli, voi mi versate in seno la vita; -ancora... ancora... - -— Due gocce di più vi ucciderebbero, rispose l’abate. - -— Oh! che venga dunque qualcuno al quale io possa denunziare il -miserabile. — Volete che io scriva la vostra deposizione? voi la -firmerete. — Sì, disse Caderousse, i cui occhi brillavano per la -speranza di questa postuma vendetta. - -Monte-Cristo scrisse, «Io moro assassinato dal Corso Benedetto, mio -compagno di catena a Tolone sotto il n. 59.» - -— Spicciatevi, spicciatevi, disse Caderousse, o io non potrò più -firmarla. — Monte-Cristo presentò la penna a Caderousse che raccolse -tutte le sue forze, firmò, e ricadde nel suo letto dicendo: — Voi -racconterete il resto, sig. abate; direte che egli si fa chiamare -Andrea Cavalcanti, ch’alloggia nell’albergo dei Principi, che... ah! -mio Dio, ecco che moro! - -E Caderousse svenne per la seconda volta. L’abate gli fece respirare -l’odore della boccettina, il ferito riaprì gli occhi. Il suo desiderio -di vendetta non lo aveva abbandonato durante lo svenimento. — Ah! -direte tutto questo, non è vero, signor abate? - -— Tutto questo, sì, ed altre cose ancora — Che direte? - -— Io dirò, che vi aveva dato la pianta di questa casa nella speranza -che il conte vi uccidesse; dirò ch’egli aveva prevenuto il conte con -un biglietto; dirò che il conte era assente, e che sono stato io che ho -ricevuto questo biglietto, e che ho vegliato per aspettarvi. - -— Ed egli sarà ghigliottinato, non è vero? disse Caderousse; me lo -promettete, io muoio con questa speranza, questa mi aiuterà a morire. - -— Dirò, continuò il conte, ch’egli è giunto dopo di voi, ch’è stato -all’agguato tutto il tempo che siete stato qui, che quando vi ha veduto -uscire, egli è corso all’angolo del muro, si è nascosto... - -— Voi dunque avete veduto tutto ciò? - -— Ricordatevi le mie parole: «e se tu rientri in casa tua sano e salvo, -crederò che Dio ti abbia perdonato, e ti perdonerò io pure.» - -— E voi non mi avete avvertito, gridò Caderousse cercando di sollevarsi -sul gomito; sapevate che avrei corso pericolo di essere ucciso uscendo -di qui, e non mi avete avvertito? - -— No, perchè nella mano di Benedetto vedevo la Giustizia di Dio. — -Caderousse lo guardò con istupore. - -— E poi, disse l’abate, Dio è pieno di misericordia per tutti, come lo -è stato per te: egli è padre prima di essere giudice. - -— Ah! voi dunque credete in Dio? disse Caderousse. - -— Se avessi avuto la disgrazia di non averci creduto fino al presente, -ci crederei vedendoti. - -Caderousse alzò le pugna serrate al Cielo. - -— Ascolta, disse l’abate stendendo la mano sul ferito, come per -comandargli la fede, guarda ciò che ha fatto per te questo Dio, che -tu ricusi di riconoscere nel tuo ultimo momento: egli ti aveva data -salute, lavoro sicuro, ed anche amici, la vita finalmente tale quale -deve presentarsi all’uomo per esser docile colla calma della coscienza -e la soddisfazione dei desideri, che non sono in opposizione alla legge -divina; invece di essere contento di questi doni del signore, così -raramente accordati da lui nella loro pienezza, guarda ciò che ne hai -fatto: ti sei abbandonato al non far niente, ed alla ubbriachezza e -nella ubbriachezza hai tradito uno dei tuoi migliori amici. - -— Soccorso! gridò Caderousse, non ho bisogno di un prete, ma di un -medico; forse non sono ferito mortalmente, forse non sono ancora per -morire, forse mi potran salvare. - -— No, sei tanto ben ferito mortalmente che senza le tre gocce del -liquore che ti ho dato, saresti già spirato. Ascolta. - -— Ah! mormorò Caderousse, che prete strano che siete, invece di -consolare i moribondi, li fate disperare. - -— Ascolta, continuò l’abate; quando hai tradito il tuo amico, Dio ha -cominciato non a punirti, ma ad avvisarti; tu sei caduto nella miseria, -hai sofferta la fame, tu eri passato ad invidiare la metà di una vita, -che potevi passare ad acquistarla, e già pensavi al delitto scusandoti -colla necessità, quando Dio fece per te un miracolo, quando Dio per le -mie mani t’inviò nel seno della tua miseria, una fortuna brillante per -te, disgraziato, che non avevi mai posseduto niente. Ma questa fortuna -inattesa, non isperata, inaudita non ti bastò più, dal momento che la -possedevi, volesti raddoppiarla: con qual mezzo? quello di un omicidio: -l’hai raddoppiata, e Dio allora te l’ha tolta, conducendoti avanti -all’umana giustizia. - -— Non sono stato io, disse Caderousse, che ho voluto uccidere l’ebreo; -fu la Carconta. - -— Sì, disse Monte-Cristo. Così la misericordia di Dio non rivolse lo -sguardo da te neppur questa volta, perchè la sua giustizia ti avrebbe -messo a morte; ma Dio sempre misericordioso, permise che i tuoi giudici -si commovessero alle tue parole, e ti lasciassero la vita. - -— Per bacco! per inviarmi alla galera a vita; bella grazia. - -— Questa grazia, miserabile! tu però la considerasti come una vera -grazia quando ti fu fatta. Il tuo cuore vile, che tremava davanti alla -morte, balzò di gioia all’annunzio della tua perpetua infamia, perchè -dicesti a te stesso come tutti i forzati: «nella galera vi è una porta, -non vi è una tomba.» Ed avevi ragione, perchè la porta della tua galera -è aperta per te in un modo non isperato: un inglese visita Tolone, egli -aveva fatto voto di togliere gli uomini dall’infamia, la sua scelta -cadde sul tuo compagno, una seconda fortuna discende per te dal cielo, -ritrovi danaro ad un tempo e tranquillità, puoi ricominciare a vivere -la vita di tutti gli uomini, tu che eri stato condannato a vivere -quella soltanto dei forzati; allora, miserabile, ti metti a tentare -Dio una terza volta: non ne ho abbastanza, dicesti, quando avevi più -di quel che mai tu abbia posseduto, e commetti un terzo delitto, senza -ragione, senza scusa. Dio si è stancato, Dio ti ha punito. - -Caderousse si indeboliva a vista d’occhio: — Da bere! diss’egli; io -ho sete... io brucio! — Monte-Cristo gli dette un bicchiere d’acqua: — -Scellerato Benedetto, disse Caderousse restituendo il bicchiere; egli -però fuggirà... - -— Nessuno sfuggirà, sono io che te lo dico, Caderousse... Benedetto -sarà punito! - -— Allora sarete punito voi pure, disse Caderousse; perchè non avete -fatto il dovere del vostro ministero... voi dovevate impedire a -Benedetto di uccidermi. - -— Io! disse il conte con un sorriso che agghiacciò di spavento il -moribondo, io impedire a Benedetto di ucciderti, al momento in cui tu -spezzavi il tuo coltello contro la cotta di maglia che mi copriva il -petto?... Sì, forse, se ti avessi ritrovato umile e pentito, avrei -impedito a Benedetto di ucciderti; ma ti ho ritrovato orgoglioso e -sanguinario. - -— Io non credo in Dio! urlò Caderousse, tu pure non vi credi... tu -menti... tu menti! - -— Taci, disse l’abate, perchè fai uscir fuori del tuo corpo le ultime -gocce di sangue... Ah! tu non credi in Dio, mentre muori colpito dalla -sua giustizia!... Ah! tu non credi in Dio, e Dio, che frattanto non -chiede che una preghiera, una lagrima per perdonare... Dio che poteva -dirigere il pugnale dell’assassino in modo che tu spirassi sul colpo... -Dio ti ha dato un quarto d’ora per pentirti... Rientra dunque in te -stesso disgraziato, e pentiti! - -— No, disse Caderousse, io non mi pento, non vi è Dio, non vi è -Provvidenza. - -— Vi è Dio, vi è Provvidenza, disse Monte-Cristo, e la prova si è, che -tu sei là gemente, disperato, rinnegando Dio, e che io sono qui ritto -davanti a te, ricco, felice, sano e salvo, e giungendo le mani davanti -a questo Dio, al quale tu ti sforzi non credere, ma al quale pure tu -credi nel fondo del tuo cuore. - -— Ma chi siete dunque allora? domandò Caderousse fissando gli occhi -moribondi sul conte. - -— Guardami bene, disse Monte-Cristo prendendo il lume, ed avvicinandolo -al viso. - -— Ebbene! l’abate... Busoni. — Monte-Cristo si levò la parrucca che lo -sfigurava, e lasciò ricadere i suoi bei capelli neri che inquadravano -tanto armoniosamente il suo pallido viso. - -— Oh! disse Caderousse spaventato, se non fossero questi capelli neri, -direi che siete l’Inglese, direi che voi siete Lord Wilmore. - -— Io non sono, nè l’abate Busoni, nè Lord Wilmore, disse Monte-Cristo; -guarda meglio, guarda più lontano, guarda nelle tue prime rimembranze. - -In queste parole del conte vi era una vibrazione magnetica nella quale -furon vivificati i sensi sfiniti del miserabile ferito. - -— Oh! in fatto, diss’egli, mi sembra di avervi veduto... di avervi -conosciuto in altri tempi... ma chi dunque siete allora? e perchè, se -mi avete veduto e conosciuto, mi lasciate morire? - -— Perchè non vi ha cosa alcuna che possa salvarti, Caderousse; perchè -le tue ferite sono mortali. Se tu avessi potuto essere salvato avrei -veduto un’ultima misericordia del Signore, ed io pure sarei accorso per -restituirti alla vita ed al pentimento, te lo giuro per la tomba di mio -padre. - -— Per la tomba di tuo padre! disse Caderousse rianimato da un’ultima -scintilla, e sollevandosi per vedere più da vicino l’uomo che faceva -questo giuramento, sacro a tutti gli uomini; eh! chi sei tu dunque? -— Il conte non aveva cessato dal seguire i progressi dell’agonia; -egli capì che questo slancio della vita era l’ultimo, si avvicinò al -moribondo, e coprendolo con uno sguardo pacifico e tristo ad un tempo. - -— Io sono... gli disse all’orecchio, io sono... — E le labbra appena -aperte, lasciarono passare un nome pronunciato tanto a bassa voce, che -il conte sembrava temesse di sentirlo egli pure. - -Caderousse, che si era alzato sulle ginocchia stese le braccia, fece -di tutto per indietreggiare, poi giungendo le mani, ed alzandole con un -estremo sforzo: — Oh! mio Dio! diss’egli, perdono per avervi rinnegato; -voi esistete, sì voi esistete, e nella vostra infinita misericordia -e giustizia, voi siete il padre, il giudice degli uomini. Mio Dio, -e Signore, non vi ho per lungo tempo conosciuto! mio Dio, e Signore -perdonatemi, mio Dio, e Signore ricevetemi! - -Caderousse chiuse gli occhi, cadde rovesciato in addietro con un -ultimo sospiro. Il sangue si fermò subito sulle labbra delle sue larghe -ferite. Egli era morto. - -— _Uno!_ disse misteriosamente il conte, cogli occhi fissi sul cadavere -già sfigurato per questa morte terribile. - -Dieci minuti dopo, il medico ed il procuratore del Re giunsero, -condotti, l’uno dal portinaro, l’altro da Alì, e furono ricevuti -dall’abate Busoni, che pregava vicino al morto. - - - - -LXXXIII. — BEAUCHAMP. - - -Per quindici giorni in Parigi non si parlò d’altro, che del tentativo -di rubamento, fatto con tanta audacia, in casa del conte: il moribondo -aveva firmata una dichiarazione che indicava Benedetto come il suo -assassino. La polizia fu invitata a lanciare tutti i suoi messi sulle -tracce dell’omicida. - -Il coltello di Caderousse, la lanterna cieca, il mazzo di grimaldelli, -e gli abiti, meno il gilè che non potè ritrovarsi, furono deposti alla -polizia, il corpo fu trasportato alla Morgue. Il conte rispondeva -a tutti, che quest’avventura era accaduta mentre che egli era nella -sua casa d’Auteuil, e che per conseguenza non sapeva che ciò che gli -aveva raccontato l’abate Busoni, che in questa sera, per una strana -combinazione, aveva domandato di passare la notte in sua casa, affine -di consultare alcuni libri preziosi, che aveva nella sua biblioteca. -Bertuccio solo impallidiva tutte le volte che veniva pronunciato in -sua presenza il nome di Benedetto; ma non vi era alcun motivo, perchè -qualcuno si accorgesse del pallore di Bertuccio. Villefort, chiamato a -constatare il delitto, aveva reclamato a sè l’affare, ed aveva impresa -l’istruzione con quell’ardore appassionato, che egli metteva in tutte -le cause criminali, nelle quali era chiamato a portare la parola. -Ma tre settimane eran già passate senza che le ricerche più operose -avessero condotto ad alcun resultato, e si cominciava a dimenticare -il rubamento tentato alla casa del conte, e l’assassinio del ladro -commesso dal suo complice, per occuparsi del vicino matrimonio di -madamigella Danglars col conte Andrea Cavalcanti. Questo matrimonio era -quasi dichiarato, ed il giovine veniva ricevuto in casa del banchiere -col titolo di fidanzato. - -Erasi scritto al sig. Cavalcanti padre che aveva molto approvato -questo matrimonio, e che, esprimendo tutto il suo dispiacere, perchè -il servizio gl’impediva assolutamente di lasciare Parma, ov’era di -guarnigione, dichiarava acconsentire di dare un capitale di 150 mila -lire di rendita. Era convenuto che i tre milioni sarebbero stati -collocati nel banco Danglars, ov’egli li farebbe valere; alcune persone -avevano tentato di dare dei dubbi al giovine sulla solidità della -posizione del suo futuro suocero, che da qualche tempo provava alla -borsa reiterate perdite; ma il giovine con un disinteressamento ed una -confidenza sublime, rigettò tutti questi vani propositi sui quali ebbe -la delicatezza di non dire neppure una parola al barone. Per questo -il barone adorava il conte Andrea Cavalcanti. Non era però lo stesso -dal lato di madamigella Danglars. Nel suo odio istintivo contro il -matrimonio, aveva accolto Andrea come un mezzo atto ad allontanare -Morcerf; ma ora che Andrea si avvicinava troppo, incominciava a provare -per lui una visibile repulsione. Forse il barone se ne era accorto; -ma siccome non poteva attribuire questa ripulsione se non che ad un -capriccio, aveva fatto sembiante di non accorgersene. - -Frattanto la dilazione domandata da Beauchamp era quasi percorsa. Del -rimanente, Morcerf aveva potuto apprezzare il valore del consiglio di -Monte-Cristo, quando questi gli aveva detto di lasciar cadere le cose -da sè stesse. Nessuno aveva rilevato la nota sul generale, e nessuno -aveva ravvisato nel generale che aveva venduta la fortezza di Giannina, -il nobile conte che sedeva alla camera dei Pari. Alberto però non si -credeva meno insultato, perchè in quelle poche linee che lo avevano -ferito vi era certamente l’intenzione di offenderlo. Inoltre, il -modo con cui Beauchamp aveva terminata la conferenza, lasciava amare -rimembranze nel suo cuore. Egli dunque accarezzava nel suo spirito -l’idea di questo duello, del quale egli sperava, se Beauchamp voleva -prestarvisi, di coprire la vera causa, anche ai suoi testimonii. In -quanto a Beauchamp, nessuno lo aveva più veduto dopo il giorno della -visita, che gli aveva fatta Alberto, ed a tutti quelli che andavano -a domandare di lui si rispondeva che era assente per un viaggio di -qualche giorno. Ov’era, nessuno lo sapeva. Una mattina Alberto fu -svegliato dal suo cameriere, che gli annunciò Beauchamp. Alberto si -strofinò gli occhi, ordinò che si facesse aspettare Beauchamp nella -piccola sala da fumare nel pian terreno, si vestì prestamente, e -discese. - -Trovò Beauchamp che passeggiava in lungo ed in largo: come lo vide, -Beauchamp si fermò. — La dimostrazione che voi tentate, presentandovi -in casa mia da voi stesso, e senza aspettare la visita che io contava -di farvi in questo stesso giorno, mi sembra di buono augurio, signore, -disse Alberto; vediamo, dite presto, debbo stendervi la mano dicendo: -«Beauchamp, confessate un torto, e conservatemi un amico?» Ovvero debbo -semplicemente domandarvi: «Quali sono le vostre armi?» - -— Alberto, disse Beauchamp con una tristezza che colpì il giovine di -stupore, sediamo da prima, e parliamo. - -— Ma mi sembra, che prima di sederci, dobbiate rispondermi? - -— Alberto, disse il giornalista, vi sono delle occasioni in cui la -difficoltà è precisamente nella risposta. - -— Io ve la renderò facile, signore, ripetendovi la domanda; volete -ritrattarvi, sì, o no? - -— Morcerf, non bisogna limitarsi a rispondere sì o no alle domande che -riguardano l’onore, la posizione sociale, la vita di un uomo, quale è -il sig. tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia... — E che -si fa allora? - -— Si fa ciò che ho fatto io, Alberto; si dice: il danaro, il tempo, -e la fatica sono un nulla, allorchè si tratta della riputazione e -degl’interessi di una intera famiglia; si dice: se incrocio la spada, -o se stringo lo scatto di una pistola sopra un uomo, al quale per due -anni ho stretta la mano, bisogna che io sappia almeno perchè faccio una -cosa simile; finalmente per giungere sul terreno col cuore in riposo, -e quella coscienza tranquilla di cui abbisogna un uomo, quando fa di -mestieri, che col suo braccio si salvi la vita... - -— Ebbene? domandò Morcerf con impazienza, che vuol dir ciò? - -— Ciò vuol dire, che io vengo da Giannina. - -— Da Giannina? voi! — Sì: io. — Impossibile! - -— Mio caro Alberto; eccovi il mio passaporto; guardate i visti: -Ginevra, Milano, Venezia, Trieste, Delvino, Giannina; crederete alla -polizia di una repubblica, di un regno, di un impero? - -Alberto gettò gli occhi sul passaporto, e li rialzò meravigliati sopra -Beauchamp; — Voi siete stato a Giannina. - -— Alberto, se foste stato uno straniero, uno sconosciuto, un semplice -lord, come quell’inglese che tre o quattro mesi fa venne a chiedermi -soddisfazione, e che ho ucciso per ispacciarmene, capirete che non -mi sarei dato una briga simile; ma ho creduto di dovervi dare questo -contrassegno di stima. Ho impiegato otto giorni nell’andare, otto -giorni a ritornare, più quattro giorni di quarantina, e quarantotto -ore di soggiorno; tutto questo forma le mie tre settimane. Sono giunto -questa notte, ed eccomi qua. - -— Mio Dio, quanti giri di parole, Beauchamp, e quanto tardate a dirmi -ciò che aspetto da voi! - -— Egli è in verità, Alberto... — Si direbbe che esitate... - -— Sì; io ho paura... - -— Voi avete paura di confessare che il vostro corrispondente vi aveva -ingannato? Oh! lasciate l’amor proprio, Beauchamp; confessate: il -vostro coraggio non può essere messo in dubbio. - -— Oh! non è questo, mormorò il giornalista; al contrario... - -Alberto impallidì spaventosamente: egli tentò di parlare ma la parola -spirò sulle sue labbra. - -— Amico mio, disse Beauchamp col tuono più affettuoso, credetemi, sarei -felice di potervi fare le mie scuse, e ve le farei con tutto il cuore; -ma ahimè!... - -— Ma che? — La nota aveva ragione, amico mio. - -— Come! quell’ufficiale francese... — Sì. - -— Quel Fernando? — Sì. - -— Quel traditore che cedè la fortezza dell’uomo di cui era al -servizio... — Perdonatemi di dirvi ciò che vi dico, amico mio, -quest’uomo, è vostro padre! - -Alberto fece un movimento furioso per slanciarsi su Beauchamp; ma -questi lo trattenne, più collo sguardo dolce che colla mano stesa. - -— Osservate, amico mio, diss’egli cavando di saccoccia un foglio, -ecco la prova. — Alberto aprì il foglio; era un attestato di quattro -dei più notabili abitanti di Giannina, che contestavano qualmente il -colonnello Fernando Mondego, colonnello istruttore, al servizio del -Visir Alì-Tebelen, aveva ceduto la fortezza di Giannina, ricevendone -in compenso due mila borse. Le firme erano legalizzate dal console. -Alberto vacillò, e cadde atterrato sopra una sedia. - -Questa volta non v’era più alcun dubbio, il nome della sua famiglia -vi era in tutte lettere. Così, dopo un momento di mutuo silenzio e di -dolore, il suo cuore si sgonfiò, le vene del collo s’inturgidirono; un -torrente di lagrime gli sgorgò dagli occhi. - -Beauchamp, che aveva guardato il giovine con una profonda pietà, -mentre cedeva al parossismo del dolore, si avvicinò a lui. — Alberto, -diss’egli, voi ora mi capite, non è vero? io ho voluto veder tutto, -giudicare tutto da me stesso, sperando che la spiegazione sarebbe -stata favorevole a vostro padre, e che avrei potuto rendergli compiuta -giustizia. Ma, al contrario, le informazioni prese contestano che -questo ufficiale istruttore, che questo Fernando Mondego, elevato da -Alì-Pascià al titolo di generale governatore, non è altro che il conte -Fernando de Morcerf; allora sono ritornato, ricordatevi l’onore che mi -avete fatto di ammettermi alla vostra amicizia, e sono accorso a voi. - -Alberto, sempre immobile sul seggio, si teneva le mani sugli occhi, -come avesse voluto impedire alla luce di arrivare fino a lui: — Io sono -accorso, continuò Beauchamp, per dirvi: Alberto, gli errori dei nostri -padri, in quei tempi di azione e di reazione, non possono ricadere sui -figli, Alberto, ben pochi hanno traversato quelle rivoluzioni, in mezzo -alle quali siam nati, senza che qualche macchia di fango o di sangue -abbia lordato la loro uniforme da soldato, o la loro toga da giudice. -Alberto, nessuno al mondo, ora che ho tutte le prove, ora che sono -padrone del vostro segreto, può sforzarmi ad un combattimento che la -vostra coscienza, ne sono certo, si rimprovererebbe come un delitto; ma -ciò che non potete esigere da me, io stesso vengo ad offrirvelo. Queste -prove, queste rivelazioni, questi attestati che io solo posseggo, -volete che spariscano? questo terribile segreto, volete che resti fra -voi e me? confidate alla mia parola d’onore? egli non uscirà mai dalla -mia bocca; dite, lo volete Alberto? - -Alberto si slanciò al collo di Beauchamp: - -— Ah! nobile cuore! - -— Prendete, disse Beauchamp presentandogli il foglio. - -Alberto lo afferrò con mano convulsa, lo strinse, lo spiegazzò, pensò -di stracciarlo; ma temendo che la più piccola particella trasportata -dal vento non venisse un giorno a percuoterlo sulla fronte, andò -alla candela, sempre accesa per i sigari, e ne consumò fin l’ultimo -frammento. - -— Che tutto ciò si dimentichi come un sogno cattivo, disse Beauchamp, -si sperda come queste ultime faville che corrono sulla carta annerita, -che tutto ciò svanisca, come quest’ultimo fumo che sfugge da queste -mute ceneri. - -— Sì, sì, disse Alberto, e che non vi rimanga che l’eterna amicizia -che i miei figli trasmetteranno ai vostri, amicizia che mi ricorderà -sempre che il sangue delle mie vene, la vita del mio corpo, l’onore -del mio nome, le debbo soltanto a voi; perchè se una tal cosa fosse -stata conosciuta, oh! Beauchamp, vi dichiaro che mi sarei bruciate le -cervella... oh, no, povera madre! perchè non avrei voluto ucciderla con -lo stesso colpo... avrei espatriato. - -— Caro Alberto! disse Beauchamp. — Ma il giovine si tolse ben presto -da questa gioia inattesa, e per così dire fatidica, e ricadde più -profondamente nella sua tristezza. - -— Ebbene, domandò Beauchamp, vediamo, che vi è di nuovo, amico mio? - -— C’è, disse Alberto, che ho qualche cosa che mi lacera il cuore. -Ascoltate, Beauchamp. Non so togliermi, così in un secondo da quel -rispetto, da quella confidenza, e da quell’orgoglio, che inspira ad -un figlio il nome senza macchia di suo padre. Oh! Beauchamp come dovrò -ora presentarmi a lui? manderò in addietro la mia fronte quando egli vi -avvicinerà le labbra? ritirerò la mia mano quando egli mi stenderà la -sua?... Beauchamp, sono il più infelice degli uomini. Ah! madre mia, -mia povera madre, disse Alberto guardando, a traverso dei suoi occhi -che nuotavano nelle lagrime il ritratto di sua madre, se aveste saputo -ciò, quanto avreste dovuto soffrire. - -— Coraggio, disse Beauchamp, coraggio, amico! - -— Ma di dove veniva questa prima nota inserita nel vostro giornale? -gridò Alberto; dietro a tutto ciò vi è un odio sconosciuto, un nemico -invisibile. - -— Ebbene! disse Beauchamp, ragione di più. Coraggio, non fate comparire -alcuna traccia d’emozione sul vostro viso; portate questo dolore in -voi, come la nube porta in sè la rovina e la morte; segreto fatale che -non si comprende che al momento in cui scoppia la tempesta. Andate, -amico, riserbate le vostre forze pel momento in cui verrà fatto questo -scoppio. - -— Oh! ma credete dunque che noi non siamo giunti a termine? disse -Alberto spaventato. - -— Ma... non credo niente, amico mio; ma finalmente tutto è possibile. A -proposito... - -— Che cosa? domandò Alberto vedendo Beauchamp esitare. - -— Sposate sempre madamigella Danglars? - -— A qual proposito mi domandate questo in un simile momento, Beauchamp? - -— Perchè nel mio spirito la rottura o il compimento di questo -matrimonio, si riattaccano all’oggetto che ne occupa. - -— In che modo? disse Alberto, la cui fronte s’infiammò, credete che il -sig. Danglars... - -— Vi domando soltanto a che punto siete con questo matrimonio. Che -diavolo! non vedete nelle mie parole altre cose che quelle che vi -metto, e non date loro un’importanza maggiore di quella che non hanno. - -— No, disse Alberto, il matrimonio è rotto. - -— Bene, disse Beauchamp. — Indi, vedendo che il giovine ricadeva nella -sua melanconia: — Osservate, Alberto, diss’egli, se credete a me, -sarebbe bene che uscissimo; un giro al bosco in _phaéton_, o a cavallo -vi distrarrà; indi ritorneremo per far colazione in qualche luogo, e -voi andrete per i vostri affari ed io per i miei. - -— Volentieri, disse Alberto, ma usciamo a piedi, mi sembra che un poco -di fatica mi farà bene. - -— Sia, disse Beauchamp. — Ed i due amici uscendo a piedi s’avviarono al -baluardo. Giunti alla Maddalena: — Sentite, disse Beauchamp, giacchè -siamo sulla strada, andiamo un poco a vedere il sig. di Monte-Cristo, -egli vi distrarrà; è un uomo ammirabile per rimettere gli spiriti, in -quanto che non fa mai domande; ora, a mio avviso, la gente che non fa -interrogazioni è la più abile consolatrice. - -— Andiamo pure da lui, disse Alberto, io lo amo. - - - - -LXXXIV. — IL VIAGGIO. - - -Monte-Cristo mandò un grido di gioia vedendo i due giovani insieme. -— Ah! ah! diss’egli! ebbene! spero che tutto sarà finito, spiegato, -accomodato? - -— Sì, disse Beauchamp. Romori assurdi che sono caduti da sè stessi, -e che ora, se si rinnovassero, mi avrebbero per il loro primo -antagonista. Non ne parliamo più. - -— Alberto vi dirà, riprese il conte, che questo era il consiglio -ch’io stesso gli aveva dato. Osservate, voi mi vedete compire la più -esecrabile mattinata che abbia mai passata. - -— E che cosa fate? mi sembra che siate occupato a mettere in ordine le -vostre carte? - -— Le mie carte? grazie a Dio no; vi è sempre ordine nelle mie carte, -un ordine meraviglioso, atteso che non ho carte; sono le carte del sig. -Cavalcanti. - -— Del sig. Cavalcanti? domandò Beauchamp. - -— Eh! sì, non sapete ch’è un giovinotto ch’è stato lanciato nella -società dal conte? disse Morcerf. - -— No, intendiamoci bene, riprese Monte-Cristo: non ho lanciato alcuno, -ed il sig. Cavalcanti molto meno. - -— E che sposerà madamigella Danglars in vece mia, cosa che, continuò -Alberto sforzandosi di sorridere, come potete bene immaginare, mi -addolora assaissimo, caro Beauchamp. - -— E che? venite forse dal confine del mondo? domandò Monte-Cristo, voi, -un giornalista il marito della _Renommée_! Tutto Parigi non parla che -di questo. - -— E siete voi, conte, che avete fatto questo matrimonio? - -— Io? oh! silenzio, sig. novellista, non raccontate simili cose; io! -mio Dio! fare un matrimonio! No, voi non mi conoscete; mi vi sono anzi -opposto con tutto il mio potere, ho ricusato di fare la domanda. - -— Ah! capisco, per causa del nostro amico Alberto? - -— Per causa mia? disse il giovine; oh! no, in fede mia! Il conte mi -farà giustizia di certificare, che l’ho sempre pregato al contrario di -rompere questo matrimonio che fortunatamente è rotto. Il conte pretende -però che io non debba ringraziare lui. - -— Ascoltate, disse Monte-Cristo, sono entrato tanto poco in questo -affare, che ora sono trattato freddamente dal futuro genero; dal -giovine. Non vi è che madamigella Eugenia la quale conoscendo a qual -punto io era poco disposto a farle perdere la sua cara libertà, mi -abbia conservato un poco d’affezione. - -— E dite che questo matrimonio è sul punto d’effettuarsi? - -— Oh! mio Dio! sì, ad onta di tutto ciò che ho potuto dire: non conosco -il giovine, lo si pretende ricco e di buona famiglia, ma per me tali -cose non son che un semplice _si dice_: ho ripetuto tutto questo fino -alla sazietà al sig. Danglars, ma egli si è ostinato col suo Lucchese. -Sono perfino giunto a fargli parte di una particolarità, che per me è -gravissima: il giovine è stato cambiato a balia, allevato dai zingari, -o perduto dal suo precettore, non so troppo bene. Ma quello ch’io so, -si è che suo padre lo ha perduto di vista per più di dieci anni; ciò -che ha fatto durante questi dieci anni di vita errante, Dio solo lo sa; -le sue carte, eccole. Io le mando a loro, ma me ne lavo le mani. - -— E madamigella d’Armilly, domandò Beauchamp, che cera vi fa, che le -portate via la sua allieva? - -— Diamine! non so troppo: ma sembra che ella parta per l’Italia. La -sig.ª Danglars mi ha parlato di lei, e mi ha domandate delle lettere -per gl’impresarii: io le ho date due righe pel direttore del teatro -Valle, che mi ha qualche obbligazione. Ma che avete dunque, Alberto? -avete l’aria ben trista; sareste forse, senza accorgervene, innamorato -di madamigella Danglars? - -— No, ch’io sappia, disse Alberto sorridendo amaramente. - -Beauchamp si mise a guardare i quadri. - -— Ma finalmente, continuò Monte-Cristo, non siete del solito umore. -Sentiamo, che cosa avete? - -— Ho l’emicrania, disse Alberto. - -— Ebbene! caro visconte, disse Monte-Cristo, ho per questi casi un -rimedio infallibile da proporvi; rimedio che è sempre riuscito a me -stesso, ogni qualvolta ho sofferto qualche contrarietà. - -— E quale? domandò il giovine. - -— Il cambiar luogo. - -— Davvero? disse Alberto. - -— Sì, e sentite; siccome in questo momento soffro eccessive -contrarietà, cambio luogo. Vogliamo cambiarlo insieme? - -— Voi delle contrarietà, disse Beauchamp; e su che? - -— Per bacco! voi ne parlate molto indifferentemente, vorrei vedervi con -una causa criminale che si istituisse in casa vostra! - -— Una causa criminale! qual causa criminale? - -— Eh! quella che il sig. de Villefort istituisce contro il mio amabile -assassino, una specie di brigante fuggito dalla galera, a quanto -sembra. - -— Ah! è vero, disse Beauchamp, ha fatto chiasso sui giornali. Che cosa -è questo Caderousse? - -— Ebbene... mi sembra che sia un provenzale. Il sig. de Villefort -ne ha inteso parlare quando era a Marsiglia, ed il sig. Danglars si -ricorda di averlo veduto; ne risulta che il sig. procuratore del Re -prende l’affare molto a cuore, molto più, ch’egli ha, a quanto sembra -premurato al più alto grado il prefetto di polizia, e che, mercè -questa premura di cui gli sono riconoscente che non si potrebbe dir di -più, mi s’inviano tutti i banditi, che da quindici giorni si possono -raccogliere in Parigi, e nelle vicinanze, sotto il pretesto ch’essi -sono gli assassini di Caderousse, d’onde ne risulta che in tre mesi, -se continua, non vi sarà più un ladro o un assassino, in questo regno -di Francia, che non conosca la pianta della mia casa sulla punta delle -dita. Per cui prendo la risoluzione di abbandonarla loro interamente, -e di andarmene tanto lontano, quanto mi potrà portare la terra. Venite -con me, visconte, io vi conduco. - -— Volentieri. — Allora è convenuto? — Sì, ma dove andremo? — Ve l’ho -detto, dove l’aria è più pura, ed il rumore dorme; ove, per quanto -uno sia orgoglioso, si sente umile, e si ritrova piccolo. Amo questa -umiliazione io, che son chiamato padron dell’Universo come Augusto. - -— Ma infine ove andate? - -— Al mare, visconte, al mare: sono un marinaro, vedete; da fanciullo -sono stato cullato fra le braccia del vecchio Oceano e sul seno della -bella Amfitride; ho scherzato col mantello verde dell’uno, e colla -gonna azzurra dell’altra. Amo il mare come si può amare un amico, e -quando è lungo tempo che non lo vedo, smanio per esso. - -— Andiamo, conte, andiamo! — Al mare? — Sì. - -— Voi accettate? — Io accetto. - -— Ebbene! visconte, questa sera nel mio cortile vi sarà una _brisca_ -da viaggio in cui potremo stenderci come nel proprio letto; a questa -_brisca_ saranno attaccati quattro cavalli di posta. Sig. Beauchamp, vi -si sta in quattro comodamente, volete venire con noi? - -— Grazie, vengo ora dal mare. — Come! venite dal mare? - -— Sì, o quasi; ritorno da un piccolo viaggio alle isole Borromee. - -— Che importa, venite egualmente! disse Alberto. - -— No, caro Morcerf, dovete capire dal modo che io rifiuto, che la cosa -è impossibile. D’altra parte è importante ch’io resti a Parigi, disse -parlando a bassa voce, non fosse per altro, che per sorvegliare la -cassetta del giornale. - -— Ah! siete un ottimo ed eccellente amico, disse Alberto, sì, avete -ragione, vegliate, sorvegliate, Beauchamp, e cercate di scoprire -l’inimico dal quale ebbe origine questa nota. - -Alberto e Beauchamp si separarono; la loro ultima stretta di mano -racchiudeva tutto ciò che le loro labbra non potevano esprimere in -faccia allo straniero. — È un eccellente giovine Beauchamp, disse -Monte-Cristo dopo la partenza del giornalista, non è vero, Alberto? - -— Oh! sì, un uomo di cuore, ve lo garantisco; così che io l’amo con -tutta l’anima mia. Ma ora che siamo soli, quantunque la cosa per me sia -la stessa, dove andiamo? - -— In Normandia, se a voi non dispiace. - -— A meraviglia: saremo del tutto in campagna, non è vero? nessuna -società, nessun vicino? - -— Saremo a quattro occhi, con cavalli per correre, cani per cacciare, -barche per pescare, ed ecco tutto. - -— Questo è quello che mi abbisogna. Avviso mia madre, e sono ai vostri -ordini. - -— Ma, disse Monte-Cristo, vi daranno il permesso? - -— Di che? — Di venire in Normandia? - -— A me? e che non sono più libero? - -— Di andare ove vi piace solo, lo so bene, poichè vi ho incontrato -scappato per l’Italia. — Ebbene? - -— Ma di venire con l’uomo misterioso che si chiama il conte di -Monte-Cristo... - -— Voi avete poca memoria, conte. — In che modo? - -— Non vi ho detta tutta la simpatia che mia madre vi porta? - -— Spesso la donna cambia, ha detto Francesco I; la donna è un’onda, -ha detto Shakespeare: l’uno fu un gran re, l’altro un gran poeta; ed -entrambi dovevan conoscere la donna. - -— Sì, la donna, ma mia madre non è la donna, è una donna. - -— Permettete ad un povero straniero di non conoscere tutta la -sottigliezza di questo giuoco di parole. - -— Voglio dire che mia madre è avara dei suoi sentimenti, ma una volta -che li ha concessi, è per sempre. - -— Ah! davvero? disse sospirando Monte-Cristo; e credete ch’ella -mi faccia l’onore di accordarmi un qualche sentimento di più d’una -perfetta indifferenza? - -— Ascoltate! ve l’ho già detto e ve lo ripeto, riprese Morcerf; -bisogna bene che siate un uomo molto straordinario e molto superiore -agli altri, perchè mia madre si è lasciata prendere, non dirò dalla -curiosità, ma dall’interessamento che avete saputo inspirarle. Quando -siamo soli, non parla che di voi. - -— Vi dice ella di non fidarvi di questo Manfredi? - -— Al contrario mi dice: «Morcerf, credo che il conte abbia un nobile -naturale; cerca di farti amare da lui.» - -Monte-Cristo girò gli occhi e mandò un sospiro: - -— Ah! da vero? - -— Di modo che capirete, continuò Alberto, che invece di opporsi al -mio viaggio, ella lo approverà di tutto cuore, poichè entra nelle -raccomandazioni che mi fa ogni giorno. - -— Andate dunque, disse Monte-Cristo. Questa sera siate qui alle cinque, -arriveremo laggiù a mezza notte o ad un’ora. - -— Come, a Tréport...? — Tréport, o nelle vicinanze. - -— Non ci abbisognano che otto ore per fare 48 leghe? - -— È anche molto, disse Monte-Cristo. - -— Siete davvero l’uomo dei prodigi, e giungerete non solo a superare le -strade ferrate, che non è molto difficile particolarmente in Francia, -ma eziandio a correre più presto di una notizia pel telegrafo. - -— Frattanto, visconte; siccome ci occorrono sempre sette od otto ore -per giungere laggiù, siate esatto. - -— State tranquillo: non ho altro a fare che prepararmici. - -— Alle cinque adunque. — Alle cinque. — Alberto sorrise. - -Monte-Cristo, dopo avergli fatto sorridendo un segno colla testa, restò -un momento pensieroso, e come assorbito da una profonda meditazione. -Finalmente, passando la mano sulla fronte come per allontanare una -distrazione, andò al campanello e battè due colpi. Non appena compiti -i due colpi percossi da Monte-Cristo, entrò Bertuccio: — Bertuccio, -diss’egli, non dopo domani, non domani, come da prima aveva pensato, -ma questa sera stessa ho stabilito d’andare in Normandia: da ora alle -cinque vi è già maggior tempo di quello che vi abbisogna: farete -preparare i cavalli del primo appostamento; il sig. de Morcerf mi -accompagna. Andate. - -Bertuccio obbedì, ed un corriere corse a Pontoise ad annunziare, che la -carrozza di posta sarebbe passata alle sei precise; il palafreniere di -Pontoise ne inviò un altro al secondo appostamento, e questi un altro -al terzo; e, sei ore dopo, tutti i cavalli di cambio disposti lungo la -strada erano prevenuti. Prima di partire il conte salì da Haydée, le -annunziò la sua partenza, le disse il luogo ove andava, e mise tutta -la casa sotto i suoi ordini. Alberto fu esatto. Il viaggio, taciturno -sul principio, si aprì ben presto per l’effetto fisico della rapidità. -Morcerf non aveva un’idea di sì grande celerità. - -— In fatto, disse Monte-Cristo, colla vostra posta che fa due leghe -l’ora, con quella stupida legge che proibisce al viaggiatore di -sorpassare l’altro senza averne ottenuto il permesso, che fa sì che -un viaggiatore ammalato o catarroso ha il diritto di tenersi a seguito -i viaggiatori allegri e che stanno bene, non vi è locomozione che sia -possibile; io evito questo inconveniente, viaggiando col mio proprio -postiglione ed i miei proprii cavalli, non è vero, Alì? — E il conte -mise fuori la testa dallo sportello, ed emise un piccolo grido di -eccitazione che pose le ali ai piedi dei cavalli; non correvano più, -volavano. La carrozza roteò come un fulmine sul pavimento reale, e -ciascuno si voltava per veder passare la meteora fiammeggiate. Alì, -ripetendo questo grido sorrideva, mostrando i denti bianchi, stringendo -fra le sue robuste mani le redini spumeggianti, spronando i cavalli, le -criniere dei quali andavano sparpagliate al vento; Alì, il figlio del -deserto, si ritrovava nel suo elemento. - -— Ma dove diavolo trovate simili cavalli? domandò Alberto; li fate -forse fare espressamente? - -— Precisamente, disse il conte; sono sei anni che ritrovai in Ungheria -un famoso stallone rinomato per la sua celerità; lo comprai, non so -bene per quanto, perchè fu Bertuccio che lo pagò. Nello stesso anno -ebbe trentadue figli. Ora tutta passeremo in rivista la progenitura -di questo medesimo padre. Essi sono tutti eguali, neri, senza alcuna -macchia, fuorchè una stella in fronte, poichè a questa privilegiata -razza furono destinate cavalle tutte scelte come si scelgono ai pascià -tutte le favorite. - -— È ammirabile!... ma ditemi, che fate di tutti questi cavalli? - -— Lo vedete, viaggio con essi. — Ma non viaggiate sempre! — Quando non -ne avrò più bisogno, Bertuccio li venderà, e pretendo che vi guadagnerà -30 o 40 mila fr. - -— Ma in Europa non vi sarà un principe così ricco per comprarli. - -— Allora li venderò ad un qualche semplice Visir d’Oriente, che -vuoterà il suo tesoro per comprarli, e che riempirà il suo tesoro -facendo amministrare delle bastonate sotto la pianta dei piedi dei suoi -sudditi. - -— Conte, volete che vi comunichi un pensiero che mi è venuto? — Fatelo -pure. - -— È che, dopo voi, il sig. Bertuccio deve essere il più ricco privato -d’Europa. - -— Ebbene vi sbagliate, visconte; sono sicuro, che se rovesciate le -saccocce di Bertuccio, non ci ritroverete il valore di dieci soldi. - -— E perchè? domandò il giovine, Bertuccio è dunque un fenomeno?... Ah! -mio caro conte; non vi ingolfate troppo nel meraviglioso, o ch’io non -vi crederò più, ve ne prevengo. - -— Non ritroverete mai il meraviglioso vicino a me, Alberto: cifre e -ragione, ecco tutto; ora ascoltate questo dilemma: un intendente ruba, -ma perchè ruba? - -— Diavolo! perchè è nella sua natura, mi sembra, disse Alberto; ruba -per rubare. - -— Ebbene! no, v’ingannate. Ruba perchè ha moglie, figli, desiderii -ambiziosi per lui e per la sua famiglia; egli ruba, perchè non è -sicuro di non più lasciar il padrone, e vuol farsi un avvenire. Ebbene, -Bertuccio è solo al mondo; usa della mia borsa senza rendermene conto, -è sicuro di non lasciarmi mai. — E perchè? - -— Perchè io non potrei ritrovarne uno migliore. - -— Vi aggirate in un circolo vizioso: quello delle probabilità. - -— Oh! no, sono in quello delle certezze; il buon servitore è per me -quello, sul quale ho diritto della vita e della morte. - -— E voi avete sopra Bertuccio diritto di vita e di morte? - -— Sì, rispose freddamente il conte. — Vi sono delle parole che chiudono -la conversazione come una porta di ferro; il sì del conte era una di -quelle parole. Il rimanente del viaggio si compì colla stessa celerità; -i trentadue cavalli divisi in otto appostamenti, fecero 47 leghe in -otto ore. Si giunse nel mezzo della notte alla porta di un bel parco; -il portinaro era in piedi, e teneva il cancello aperto, essendo stato -avvertito dal palafreniere dell’ultimo appostamento. - -Erano le due e mezzo del mattino, Alberto fu condotto nel suo -appartamento. Ritrovò preparato un bagno ed una cena. Il domestico che -aveva fatta la strada nel seggio dietro la carrozza, fu messo a sua -disposizione. - -Battistino che aveva fatta la strada nel seggio davanti, stava -agli ordini del conte. Alberto prese il bagno, cenò, e se ne andò -a letto. Tutta la notte fu cullato dal melanconico rumore delle -ondate. Alzandosi andò direttamente alla finestra, l’aprì, e si -trovò sur un piccolo terrazzo che guardava innanzi a sè nel mare -cioè nell’immensità, mentre alla parte posteriore un bel parco -conduceva in una piccola foresta. In un seno del lido di una certa -grandezza, galleggiava una piccola corvetta, di stretta carena, con -alberatura svelta, e che portava al corno una bandiera con lo stemma di -Monte-Cristo, stemma che rappresentava una montagna d’oro sopra un mare -azzurro. Intorno alla goletta eravi una quantità di piccole barchette -che appartenevano ai pescatori dei villaggi vicini, e sembravano umili -sudditi che aspettassero gli ordini della loro regina. Là, come in -tutti i luoghi in cui si fermava Monte-Cristo, fosse anche per due -o tre giorni soltanto, la vita era ordinata al termometro di tutti i -comodi e piaceri; in tal modo il vivere diveniva facile nello stesso -momento. Alberto ritrovò nella sua anticamera due fucili, e tutti -gli attrezzi necessarii ad un cacciatore. Un’altra camera, nel piano -terreno, era consacrata a tutti quegli utensili ed a quelle macchinette -ingegnose che gl’Inglesi, grandi pescatori perchè sono pazienti ed -oziosi, non hanno ancora potuto fare adottare ai metodici pescatori -francesi. Tutta la giornata si passò in questi diversi esercizii, -nei quali Monte-Cristo era eccellente; furono uccisi una dozzina di -fagiani nel parco, furono pescate delle trote nei ruscelli, si pranzò -in un padiglione chinese che dava sul mare, e fu servito il thè nella -biblioteca. - -Verso la sera del terzo giorno, Alberto, spossato dalla fatica di -questa laboriosa vita che sembrava uno scherzo per Monte-Cristo, -dormiva sopra un sofà vicino ad una finestra, mentre che il conte -faceva con un architetto il piano di una stufa che voleva istituire -nella casa, allorchè il rumore di un cavallo tritando la breccia della -strada fece alzare la testa al giovine; guardò per la finestra, e, -con una sorpresa delle più disaggradevoli, scoperse nel cortile il suo -cameriere, dal quale non aveva voluto farsi seguire per non impacciare -troppo Monte-Cristo. - -— Florentin qui! gridò egli balzando dal sofà; è forse ammalata mia -madre? — E si precipitò verso la porta della camera. Monte-Cristo -lo seguì cogli occhi, e lo vide fermare il suo cameriere che, tutto -anelante, cavò di saccoccia un piccolo piego sigillato: esso conteneva -una lettera ed un giornale. - -— Di chi è questa lettera? domandò con vivacità Alberto. - -— Del sig. Beauchamp, rispose Florentin. - -— È dunque Beauchamp che vi manda qui? - -— Sì, signore. Mi ha dato il danaro necessario per viaggiare, mi ha -fatto condurre un cavallo di posta, e mi ha fatto promettere che non mi -sarei fermato fino a che non vi avessi raggiunto, signore: ho fatto la -strada in quindici ore. - -Alberto aprì la lettera fremendo; alle prime righe mandò un grido; -afferrò il giornale con un visibile tremito. - -D’improvviso gli occhi gli si oscurarono, le gambe gli vennero meno, -e, vicino a cadere, si appoggiò a Florentin, che stese le braccia per -sostenerlo. — Povero giovine! mormorò Monte-Cristo tanto sommessamente -che neppure egli potè sentire il rumore di queste parole di compassione -che pronunziava; è dunque fissato che le mancanze dei padri debbano -ricadere sui figli fino alla terza od alla quarta generazione! — In -questo mentre Alberto aveva ricuperate le sue forze, e continuando -a leggere si scuoteva i capelli bagnati di sudore sulla fronte, e -scartazzando lettera e giornale: - -— Florentin, disse egli, il vostro cavallo è in istato di riprendere la -strada di Parigi? - -— È un cattivo ronzino di posta, stroppiato. - -— Oh! e com’era la famiglia quando l’avete lasciata? - -— Molto tranquilla; ma ritornando dall’abitazione del sig. Beauchamp, -ho ritrovato la signora immersa nel pianto. Ella mi aveva fatto -chiamare per sapere quando sareste stato di ritorno. Allora le ho -detto che veniva a cercarvi per parte del sig. Beauchamp. Il suo primo -movimento è stato quello di stendere il braccio come per fermarmi, ma -dopo un minuto di riflessione: «sì, andate, Florentin, ella ha detto, e -ch’egli ritorni.» - -— Sì, madre mia, sì, disse Alberto, ritorno, sii tranquilla, e -disgrazia all’infame!... Ma, prima di tutto bisogna che io parta. — E -riprese il cammino della camera ove aveva lasciato Monte-Cristo. Egli -non era più lo stesso uomo, e cinque minuti erano stati sufficienti -per operare in Alberto una trista metamorfosi; era uscito dal suo -stato ordinario, e rientrava colla voce alterata, il viso solcato da un -rossore febbrile; l’occhio sfavillante sotto palpebre venate di blu, e -l’andamento vacillante come quello di un uomo ubriaco. - -— Conte, diss’egli, grazie della vostra ospitalità, della quale avrei -voluto godere più lungamente, ma bisogna che io ritorni a Parigi. - -— E che cosa è dunque accaduto? - -— Una gran disgrazia; ma permettetemi di partire, si tratta di cosa -molto più preziosa della mia vita. Non mi fate domande, conte, ve ne -supplico, ma datemi un cavallo! - -— Le mie scuderie sono al vostro servizio, visconte, disse -Monte-Cristo; ma voi andate a morire di fatica correndo la posta a -cavallo; prendete un calesse, un _coupé_, una qualche carrozza. - -— No, sarebbe troppo lunga, e poi ho bisogno di questa fatica di cui -voi temete; essa mi farà del bene. - -Alberto fece alcuni passi in tondo, come un uomo colpito da una palla, -e andò a cadere sopra una sedia vicina alla porta. Monte-Cristo -non vide questo secondo colpo di debolezza; egli era alla finestra -gridando: - -— Alì, un cavallo per il sig. de Morcerf! che si affrettino, egli ha -premura. - -Queste parole resero la vita ad Alberto; si slanciò fuori della camera, -il conte lo seguì. — Grazie, mormorò il giovine balzando in sella. Voi -ritornerete il più presto che potrete, Florentin. Vi è nessuna parola -d’ordine perchè mi cambino il cavallo, conte? - -— Nient’altro che rilasciare quello che cavalcate; ve ne inselleranno -sul momento un altro. - -Alberto stava per islanciarsi e si fermò. — Voi forse ritroverete -strana, insensata la mia partenza, disse il giovine; non comprenderete -come poche righe di un giornale possano mettere un uomo alla -disperazione. Ebbene, aggiunse egli, gettandogli il giornale, leggete -queste, ma solo quando sarò partito, affinchè non abbiate a vedere il -mio rossore. - -E mentre che il conte raccoglieva il giornale, egli piantò gli speroni, -che allora erano stati attaccati ai suoi stivali, nel ventre del -cavallo, che, meravigliato che vi potesse essere un cavaliere che -credesse esservi bisogno di simile istrumento per lui, partì, come -un dardo di freccia. Il conte seguì il giovine cogli occhi e con un -sentimento di compassione infinita, e non fu che allora quando fu -intieramente sparito che, riportando gli occhi sul giornale, lesse ciò -che segue: - - «Quell’ufficiale francese al servizio di Alì-Pascià di Giannina, - di cui parlava tre settimane sono il giornale l’_Impartial_, e - che non soltanto vendè la fortezza di Giannina, ma ben anche il - suo benefattore ai Turchi, si chiamava di fatto in quell’epoca - Fernando, come lo ha detto il nostro onorevole confratello; ma - d’allora, ha aggiunto al suo vero nome un titolo di nobiltà, ed - un nome di terra. In oggi si chiama il sig. conte di Morcerf, e - fa parte della _Camera_ dei Pari.» - -In tal modo adunque, questo terribile segreto, che Beauchamp aveva -seppellito con tanta generosità, ricompariva come un fantasma armato, -ed un altro giornale, crudelmente informato, aveva pubblicato, il -giorno dopo la partenza d’Alberto per la Normandia, le poche linee che -poco mancarono a far divenir pazzo il giovine. - - - - -LXXXV. — IL GIUDIZIO. - - -Alle otto del mattino, Alberto cadde come un fulmine in casa di -Beauchamp. Il cameriere era prevenuto; egli introdusse Morcerf nella -camera del suo padrone, ch’era allora entrato in bagno. — Ebbene? gli -disse Alberto. - -— Ebbene! io vi aspettava, rispose Beauchamp. - -— Eccomi, non vi dirò, Beauchamp, che vi credo troppo leale e troppo -buono, perchè non abbiate parlato a chi che siasi di tutto ciò; no, -amico mio. D’altra parte il messaggio che mi avete spedito mi è una -guarentigia della vostra affezione. Per cui, non perdiamo tempo in -preamboli; avete voi qualche idea sulla parte da dove possa venire -questo colpo? - -— Ve ne dirò due parole in breve. - -— Ma prima, amico mio, dovete dirmi tutti i particolari della storia di -questo abbominevole tradimento. - -E Beauchamp raccontò al giovine, schiacciato sotto il peso dell’onta e -del dolore, i fatti che racconteremo in tutta la loro semplicità. - -La mattina dell’antivigilia, l’articolo era comparso in un giornale, -tutt’altro che l’_Impartial_, e ciò che dava ancora maggior gravità -all’affare, in un giornale molto diffuso per appartenere al governo. -Beauchamp faceva colazione quando gli venne sott’occhi la nota; mandò -subito a prendere un _cabriolet_, senza finire il pasto, e corse alla -direzione del giornale. Quantunque egli professasse sentimenti politici -diametralmente opposti a quelli del gerente del giornale accusatore, -Beauchamp, cosa che qualche volta accade, e diremo anche di sovente, -era suo intimo amico. Allorchè egli giunse da lui, il gerente leggeva -il proprio giornale, e sembrava compiacersi per vedere in una prima -colonna sotto la data di _Parigi_ un articolo sullo zucchero di -barbabietola, che probabilmente coincideva col suo modo di vedere. - -— Ah! per bacco! disse Beauchamp, poichè voi avete fra le mani il -vostro giornale, mio caro ***, non ho bisogno di dirvi ciò che mi -conduce a voi. - -— Sareste per caso parteggiano dello zucchero di canna? domandò il -gerente del giornale ministeriale. - -— No, sono estraneo alla questione; vengo per tutt’altro. - -— Per che cosa venite? — Per l’articolo Morcerf. - -— Ah! sì, davvero: non è un articolo curioso? - -— Tanto curioso, che correte il rischio d’essere citato per -diffamazione, mi sembra, e che con ciò arrischiate pure un processo -molto pericoloso. - -— Niente affatto; colla nota abbiamo ricevuto tutti i documenti in -appoggio, e siam perfettamente convinti, che il sig. de Morcerf rimarrà -tranquillo: d’altra parte questo è un servigio che si rende al paese, -col denunziare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli onori che -godono. - -Beauchamp rimase interdetto: — Ma chi dunque vi ha tanto bene -informato? perchè il mio giornale, che ha risvegliata l’attenzione -del primo, è stato costretto dall’astenersi d’andar più oltre per -mancanza di prove. E non pertanto noi siamo più interessati di voi di -smascherare il sig. de Morcerf, poichè egli è della _Camera_ dei Pari, -e noi scriviamo per l’opposizione. - -— Oh! mio Dio, la cosa fu semplicissima: non siam noi che siam corsi -dietro allo scandalo, fu esso che venne a ritrovarci; ci è giunto un -uomo da Giannina portando il formidabile registro, e siccome esitavamo -a gettarci sulla via delle accuse, ci ha manifestato che se ci fossimo -ricusati, l’articolo sarebbe comparso sopra un altro giornale. In fede -mia, lo sapete, Beauchamp, che cosa sia una notizia importante; e non -abbiamo voluto lasciar perdere quella. Ora il colpo è dato; esso è -terribile, e rimbomberà fino ai confini di Europa. - -Beauchamp capì che non v’era più che abbassare la testa, ed uscì -disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ciò che aveva potuto -scrivere ad Alberto, perchè le cose che siamo per raccontare avvennero -dopo la partenza del corriere, si fu, che alla _Camera_ dei Pari, -in quello stesso giorno regnava una grande agitazione, e si era -manifestata nei gruppi di questa alta assemblea, ordinariamente tanto -tranquilla. Quasi tutti erano giunti prima dell’ora e conversavano sul -sinistro avvenimento che stava per occupare l’attenzione del pubblico, -e per fissarla sopra uno dei membri più distinti e più conosciuti -di quell’illustre corpo. Erano letture a bassa voce dell’articolo, -commentarii e ricambii di rimembranze che precisavano ancor meglio -i fatti. Il conte de Morcerf non era amato fra i suoi colleghi. Come -tutti gl’innalzati da poco, era stato costretto, per mantenersi al suo -rango, di osservare un eccesso di sostenutezza. L’antica nobiltà rideva -di lui; gl’ingegni lo ripudiavano; le glorie pure lo disprezzavano per -istinto. Il conte era giunto a quell’estremo doloroso della vittima -espiatoria. Il solo conte de Morcerf nulla sapeva. Egli non riceveva il -giornale su cui era riportata la notizia infamatoria, ed aveva passata -tutta la mattinata a scriver lettere, ed a provare un cavallo. - -Giunse dunque all’ora solita, colla testa alta, l’occhio superbo, il -portamento insolente; discese di carrozza, oltrepassò i corridori, -ed entrò nella sala, senza notare la esitazione degli uscieri, ed -i semisaluti dei colleghi. Quando Morcerf entrò, la seduta era già -aperta da mezz’ora. Quantunque il conte ignorasse, come abbiam detto, -tutto ciò che era accaduto, e per conseguenza in nulla avesse cambiato -il suo portamento, pure agli occhi di tutti parve più superbo che -d’ordinario, e la sua presenza in questa occasione parve talmente -insultante a quest’assemblea tanto gelosa del proprio onore, che tutti -osservarono una inconvenienza, molti una bravata, alcuni un insulto. -Era evidente che tutta la _Camera_ ardeva dal desiderio di impiantare -una discussione. Si vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti; -ma, come sempre, ciascuno esitava a prendere sopra di sè la guarentigia -dell’assalto. Finalmente uno di questi onorevoli pari, nemico -dichiarato del conte de Morcerf, salì alla tribuna con una solennità -che annunziava essere giunto il momento che si aspettava. Fu fatto -uno spaventoso silenzio; Morcerf solo ignorava la causa della profonda -attenzione, che questa volta si prestava ad un oratore che non si aveva -sempre l’abitudine d’ascoltare con tanta compiacenza. - -Il conte lasciò passare tranquillamente il preambolo per mezzo del -quale l’oratore stabiliva ch’egli era per parlare di cose talmente -gravi, sacre, e vitali per la camera, ch’egli reclamava tutta -l’attenzione dei suoi colleghi. Alle prime parole di Giannina e del -colonnello Fernando, il conte de Morcerf impallidì così orribilmente, -che non vi fu che un fremito in tutta l’assemblea, ove tutti gli -sguardi si concentrarono sul conte. Le ferite mortali hanno questo -di particolare, ch’esse si nascondono, ma non si chiudono; sempre -dolorose, sempre pronte a grondare sangue quando si toccano, -esse rimangono vive e sensibili nel cuore. Terminata la lettura -dell’articolo sempre in mezzo allo stesso silenzio, interrotto allora -da un fremito che cessò al momento in cui si vide che l’oratore -stava per riprendere nuovamente la parola, l’accusatore espose il -suo scrupolo, e si mise a stabilire in qual modo la sua impresa era -difficile; era l’onore del sig. de Morcerf, era quello di tutta la -camera intera che pretendeva di difendere eccitando un dibattimento -che doveva attaccarsi ad argomenti personali che resultano sempre tanto -rumorosi. - -Finalmente concluse perchè fosse ordinato un processo abbastanza rapido -per confondere la calunnia, prima che avesse il tempo d’ingigantire, -e per ristabilire il sig. de Morcerf, vendicandolo, nel posto che -la pubblica opinione gli aveva formato da lungo tempo. Morcerf era -così oppresso, così tremante in faccia di questa immensa ed inattesa -calamità, che appena potè balbettare alcune parole, guardando i suoi -confratelli con occhio stravolto. Questa timidezza, che si poteva -ancora spiegare per lo stupore che porta all’innocente l’onta del -delitto, gli conciliò simpatia in alcuni. Gli uomini veramente generosi -sono sempre pronti a divenir misericordiosi, quando la disgrazia del -loro nemico oltrepassa i limiti della loro collera. Il presidente -mise a voti se doveva aver luogo la causa; fu votato per mezzo -dell’alzarsi e sedersi, e fu risoluto che si aprirebbe il giudizio. Fu -domandato al conte quanto tempo gli abbisognava per prepararsi alla -sua giustificazione. Era rientrato il coraggio in Morcerf, da che si -era sentito essere ancor vivo dopo un così orribile colpo. — Signori -Pari, rispose egli, non è già col tempo che si respinge un assalto come -quello che in oggi mi viene diretto da nemici, rimasti fra l’ombre -della loro oscurità. È come un fulmine che devo rispondere al baleno -che per un momento mi ha abbagliato! Ah! perchè mai non mi è dato -invece di questa giustificazione, di dover spargere il mio sangue per -provare ai miei nobili colleghi che son degno di camminare al loro -fianco! — Queste parole produssero una favorevole impressione per -l’accusato. — Io domando dunque, diss’egli, che il processo abbia luogo -il più presto possibile, ed io somministrerò alla camera tutte le prove -necessarie per la sua efficacia. - -— Qual giorno fissate? domandò il presidente. - -— Mi metto da oggi a disposizione della _Camera_. - -Il presidente suonò il campanello: — La camera è di parere, domandò -egli, che esso abbia luogo oggi stesso? - -— Sì, fu l’unanime risposta dell’assemblea. - -Fu nominata una commissione di dodici membri per esaminare i documenti -che doveva presentare Morcerf. L’ora della prima seduta di questa -commissione fu stabilita alle otto della sera, negli ufficii della -_Camera_. Se fossero state necessarie diverse sedute sarebbero state -fatte alla stessa ora, e nello stesso luogo. Presa questa risoluzione, -Morcerf domandò il permesso di ritirarsi. Egli doveva radunare i -documenti già da lui preparati da lungo tempo, per far fronte a questo -uragano preveduto dalla sua astuta ed indomabile indole. - -Beauchamp raccontò all’amico tutto ciò che fin qui abbiam narrato; -solamente il suo racconto aveva sul nostro il vantaggio che hanno le -cose vive sulle morte. Alberto lo ascoltò ora fremendo di speranza, -ora fremendo di collera, ora di vergogna; poichè, dalla confidenza -di Beauchamp, sapeva che suo padre era colpevole; e si domandava in -che modo, da poichè era colpevole, poteva giungere a provare la sua -innocenza. Giunto al punto ove siamo, Beauchamp si fermò. - -— E in seguito? domandò Alberto. - -— Amico mio, questa domanda mi trascina ad un’orribile necessità. -Volete sapere il resto? - -— Bisogna necessariamente che io lo sappia, amico mio, e desidero -saperlo piuttosto dalla vostra bocca che da qualunque altra. - -— Ebbene, riprese Beauchamp, preparate tutto il vostro coraggio, non ne -avete mai avuto tanto bisogno. - -Alberto si passò una mano sulla fronte per assicurarsi di tutto il -suo coraggio, come un uomo che si prepara a difendere la propria vita, -prova la sua corazza, e fa piegare la lama della sua spada. Si sentì -forte, perchè prese la febbre per energia: — Avanti! diss’egli. - -— Giunse la sera, continuò Beauchamp. Tutto Parigi era nell’aspettativa -di questo avvenimento. Molti pretendevano che vostro padre non avesse -che a mostrarsi per far crollare tutta l’accusa; molti pure dicevano -che il conte non si sarebbe presentato; ve ne erano certuni che -assicuravano di averlo veduto partire per Bruxelles, altri andarono -alla polizia per vedere se era vero, che il conte fosse andato a -prendere il passaporto. Io vi confesserò che feci tutto il possibile, -continuò Beauchamp, per ottenere da uno dei membri della commissione, -un giovine Pari mio amico, di essere introdotto in una specie di -tribuna. Alle sette egli venne a prendermi, e prima che alcuno fosse -giunto, mi raccomandò al portiere, che mi chiuse in una specie di -palco. Io era nascosto da una colonna, e perduto nell’oscurità più -profonda; potei sperare che avrei veduta ed intesa la terribile scena -che stava per svolgersi. Alle otto precise tutti erano giunti. Il sig. -de Morcerf entrò all’ultimo tocco delle otto. Egli teneva in mano -alcune carte e dal suo contegno sembrava essere tranquillo; contro -il solito, il suo andamento era semplice, il vestire ricercato e -severo, e, secondo il costume degli antichi militari, portava l’abito -abbottonato d’alto in basso. La sua presenza produsse il migliore -effetto: la commissione era lungi dall’essergli ostile, e molti dei -suoi membri andarono incontro al conte, e gli strinsero la mano. - -Alberto sentì che il suo cuore era crivellato da tutti questi -particolari, e ciò non ostante in mezzo al suo dolore s’introduceva un -sentimento di riconoscenza; avrebbe voluto potere abbracciare questi -uomini che avevano dato a suo padre questa dimostrazione di stima in un -tale impaccio pel suo onore. - -— In questo momento entrò un usciere e rimise una lettera al presidente: - -«— Voi avete la parola sig. de Morcerf, disse il presidente mentre -dissigillava la lettera. - -«Il conte incominciò la sua apologia, e vi assicuro Alberto, continuò -Beauchamp, ch’egli spiegò una eloquenza ed una abilità straordinaria. -Egli produsse dei documenti che provavano che il visir di Giannina -lo aveva, fino all’ultima sua ora, onorato della confidenza, poichè -lo aveva incaricato di una negoziazione di vita e di morte collo -stesso imperatore. Mostrò l’anello segnale del comando, e col quale -Alì-Pascià sigillava d’ordinario le sue lettere; e che questi gli -aveva dato perchè egli potesse, al suo ritorno, qualunque fosse -stata l’ora del giorno e della notte, penetrare fino a lui, fosse pur -stato nell’_harem_. Disgraziatamente, diss’egli, le sue trattative -erano andate a vuoto, e quando era ritornato per difendere il suo -benefattore, questi era già morto. Ma, disse il conte, morendo, -Alì-Pascià, tanto era grande la sua fiducia, gli aveva confidata la sua -favorita e la sua figlia. - -Alberto rabbrividì a queste parole, poichè a seconda che Beauchamp -parlava, gli ritornava al pensiero tutto il racconto di Haydée. Egli -si ricordava ciò che la bella greca aveva detto del messaggio, di -questo anello, e del modo con cui ella era stata venduta e condotta in -ischiavitù. - -— E qual fu l’effetto del discorso del conte? domandò con ansietà -Alberto. - -— Vi confesso ch’esso commosse me e tutta la commissione, continuò -Beauchamp. - -«Frattanto il presidente gettò negligentemente gli occhi sulla lettera -che gli era stata portata, ma le prime linee risvegliarono tutta la sua -attenzione; egli la lesse, poi la rilesse, e fissando gli occhi sopra -il sig. de Morcerf: — Signor conte, diss’egli, voi ci avete detto che -il visir di Giannina vi aveva confidato sua moglie e sua figlia? - -«— Sì, signore, rispose Morcerf, ma in ciò come in tutto il rimanente, -la sventura mi perseguitava. Al mio ritorno, Vasiliki e sua figlia -Haydée erano sparite. — Le conoscevate? - -«— La mia intimità col Pascià, e la somma confidenza che aveva nella -mia fedeltà, mi avevano permesso di vederle più di venti volte. - -«— Avete nessuna idea di ciò che sia di loro accaduto? - -«— Sì, signore. Ho inteso dire ch’erano soggiaciute al loro dispiacere -e fors’anche alla loro miseria. Io non era ricco, la mia vita era -circondata da grandi pericoli, non potei mettermi alla loro ricerca, -con mio sommo dispiacere. - -«Il presidente aggrottò impercettibilmente il sopracciglio: — Signori, -diss’egli, avete inteso e tenuto dietro al sig. conte de Morcerf nelle -sue spiegazioni. Sig. conte, potete in appoggio del vostro racconto -fornirci qualche testimonio? - -«— Ahimè! no, signore, rispose il conte; tutti quelli che circondavano -il visir, e che mi hanno conosciuto alla sua corte, sono o morti -o dispersi. Io solo, credo, io solo dei miei compatriotti sono -sopravvissuto a questa spaventosa guerra; non ho che le lettere -di Alì-Tebelen, e le ho poste sotto i vostri occhi; non ho che -l’anello, pegno della sua volontà, ed eccolo; finalmente ho la prova -più convincente che possa fornire, cioè, dopo un assalto anonimo, -l’assenza di ogni testimonianza contro la mia parola d’onore; e la -purezza di tutta la mia vita militare. — Un mormorio d’approvazione -corse per tutta l’assemblea in questo momento, Alberto, e se non fosse -sopravvenuto alcun altro nuovo incidente la causa di vostro padre era -vinta. Non restava più che andare ai voti, allorchè il presidente prese -la parola. - -«— Signori, diss’egli, e voi, sig. conte de Morcerf, non sarete mal -contenti, presumo, di sentire un testimonio importantissimo, a quanto -assicura, e che viene ad offrirsi da sè stesso: questo testimonio, non -ne dubitiamo, dopo ciò che ha detto il conte, è chiamato a provare la -perfetta innocenza del nostro collega. Ecco la lettera che ho ricevuta -a questo riguardo; desiderate che vi sia letta, o risolvete che sia -passata oltre, senza fermarci a questo incidente? — Il signor de -Morcerf impallidì, e raggrinzò le mani sulle carte che aveva davanti, e -che rumoreggiarono sotto le sue dita. - -«La risposta della commissione fu per la lettura: quanto al conte, egli -era passivo, e non aveva opinione da emettere. - -«In conseguenza il presidente lesse la lettera seguente: - - «Signor Presidente. - - «Io posso fornire alla commissione giudicante, incaricata ad - esaminare la condotta in Epiro ed in Macedonia del Luogotenente - generale conte de Morcerf, le informazioni più positive.» - -«Il presidente fece una corta pausa. Il conte de Morcerf impallidì, il -presidente interrogò collo sguardo gli uditori. - -«— Continuate! fu gridato da tutte le parti. - -«Il presidente riprese: - - «Io era sul luogo alla morte d’Alì-Pascià; assisteva ai suoi - ultimi momenti; so che cosa è avvenuto di Vasiliki e di Haydée: - mi metto a disposizione della commissione, ed anzi reclamo - l’onore di farmi ascoltare. Sarò nel vestibolo della _Camera_ - quando vi sarà rimesso il presente biglietto.» - -«— E chi è questo testimonio, o piuttosto questo nemico? domandò il -conte con una voce in cui era facile notare la profonda alterazione. - -«— Lo sapremo ben presto, signore, rispose il presidente. La -commissione è di avviso di sentire questo testimonio? - -«— Sì, sì, dissero ad un tempo tutte le voci. — Fu richiamato -l’usciere. — Usciere, domandò il presidente, vi è qualcuno che aspetta -nel vestibolo? — Sì, sig. presidente. - -«E chi? — Una donna accompagnata da un servitore. - -«Tutti si guardarono in viso l’un l’altro. - -«— Fate entrare questa donna, disse il presidente. - -«Cinque minuti dopo, ricomparve l’usciere; tutti gli occhi erano fissi -sulla porta, ed io stesso, disse Beauchamp, io prendeva parte alla -generale aspettativa ed ansietà. - -«Dietro all’usciere camminava una donna avvolta in un lungo velo che -la nascondeva interamente. S’indovinava bene, alle forme che tradiva -questo velo, ai profumi che ne esalavano, la presenza di una donna -giovane ed elegante ma nient’altro. Il presidente la pregò di alzare il -velo, ed allora si potè vedere una donna vestita alla greca, ed inoltre -una bellezza sorprendente. - -— Ah! disse Morcerf, era dessa. — Come, essa? - -— Sì, Haydée. — Chi ve lo ha detto? - -— Ahimè! l’indovino. Ma continuate, Beauchamp, ve ne prego. Voi vedete -ch’io sono tranquillo e forte. E frattanto dobbiamo accostarci allo -scioglimento. - -«— Il sig. de Morcerf guardava questa donna, continuò Beauchamp, con -sorpresa mista a spavento. Per lui era la vita o la morte che stava per -uscire da questa graziosa bocca. Per tutti gli altri era un’avventura -così strana e così piena di curiosità, che la salvezza o la perdita del -sig. de Morcerf non entrava già più in questo avvenimento che come un -elemento secondario. - -«Il presidente con un segno della mano offerse una sedia a questa -giovane, ma ella fece un segno colla testa che restava in piedi. In -quanto al conte, era ricaduto sul suo seggio, ed era manifesto che le -gambe ricusavano di sostenerlo. - -«— Signora, disse il presidente, avete scritto alla commissione per -darle delle informazioni sull’affare di Giannina, e voi avete avanzato -che siete stata testimone oculare di questi avvenimenti. - -«— E lo fui di fatto, rispose la sconosciuta con una voce piena di -vezzosa malinconia, e marcata da una sonorità particolare alle voci -orientali. - -«— Però, permettetemi di dirvi, che allora dovevate essere molto -giovane. - -«— Aveva quattr’anni; ma siccome allora gli avvenimenti avevano per me -un’importanza sublime, non mi è sfuggita, nè si è cancellata dalla mia -mente una sola particolarità. - -«— Ma quale importanza avevano dunque per voi questi avvenimenti? e -chi siete perchè questa catastrofe vi abbia prodotto una sì grande -impressione? - -«— Si trattava della vita e della morte di mio padre, rispose la -giovinetta, ed io mi chiamo Haydée, figlia d’Alì-Tebelen, pascià di -Giannina, e di Vasiliki sua moglie prediletta. - -«Il rossore modesto e fiero ad un tempo che imporporò le guance -della giovane, il fuoco dello sguardo, e la maestà della rivelazione -produssero su tutta l’assemblea un effetto inesprimibile. In quanto -al conte, non sarebbe stato più annichilito, se il fulmine cadendo -a lui dappresso gli avesse scavato un abisso ai suoi piedi. — -Signora, riprese il presidente, dopo essersi inchinato con rispetto, -permettetemi una semplice domanda, che non è un dubbio, e questa -domanda sarà l’ultima, potete giustificare l’autenticità di ciò che -dite? - -«— Lo posso, signore, disse Haydée cavando dal di sotto del suo velo -una borsa profumata; perchè ecco la fede della mia nascita redatta da -mio padre, e soscritta dai suoi principali uffiziali; perchè ecco qui -la mia fede di battesimo, avendo mio padre acconsentito che venissi -allevata nella religione di mia madre, atto firmato dal primate di -Macedonia e dell’Epiro, munito del suo sigillo; ecco finalmente, e -questo senza dubbio è il più importante, l’atto di vendita che fu -fatta di me e di mia madre al mercante armeno El-Kobbir dall’uffiziale -francese, che nel suo infame mercato colla Porta, si era riservata per -sua parte di bottino la figlia e la moglie del suo benefattore, che -vendè per la somma di mille borse, vale a dire per circa quattrocento -mila fr. - -«Un pallore verdastro invadeva le guance del conte de Morcerf, -gli occhi s’iniettavano di sangue all’annunzio di queste terribili -imputazioni, che furono accolte dall’assemblea con un lugubre silenzio. -Haydée, sempre tranquilla ma molto più minacciosa nella sua calma, -che non lo sarebbe stata nella sua collera, stendeva al presidente -l’atto di vendita redatto in lingua araba. Siccome si era preveduto -che qualcuno degli atti prodotti da Morcerf, sarebbero stati redatti -in arabo, in greco, o in turco, l’interprete della _Camera_ era stato -prevenuto, e fu chiamato. - -«Uno dei nobili Pari, a cui la lingua araba era familiare, per averla -appresa nella famosa campagna dell’Egitto, seguì con gli occhi sulla -carta velina la lettura che il traduttore ne faceva ad alta voce. - - «Io, El-Kobbir, mercante di schiavi, e fornitore dell’_harem_ - di S. A., riconosco di aver ricevuto per rimetterlo al sublime - imperatore, dal sig. franco conte di Monte-Cristo, uno smeraldo - stimato del valore di mille borse, per prezzo di una giovine - schiava cristiana, dell’età di undici anni, di nome Haydée, e - figlia riconosciuta del defunto Alì-Tebelen, pascià di Giannina, - e di Vasiliki sua favorita; la quale mi era stata venduta - sette anni sono unitamente a sua madre, che morì giungendo a - Costantinopoli, da un colonnello franco, al servizio del Visir - Alì-Tebelen, chiamato Fernando Mondego. La suddetta vendita mi - era stata fatta per conto di Sua Altezza, per la quale aveva il - mandato, mediante la somma di mille borse. - - «Fatto a Costantinopoli coll’autorizzazione di S. A. l’anno 1247 - dell’egira.» - - «_Firmato_ El-Kobbir.» - - «Per dare al presente atto ogni fede, ogni credenza ed ogni - autenticità, sarà munito del sigillo imperiale, che il venditore - si obbliga di farvi apporre. - -«Vicino alla firma del mercante, si vedeva infatto il sigillo del -sublime imperatore. A questa lettura, e a questa vista successe un -terribile silenzio; il conte non aveva più che lo sguardo, e questo -sguardo, attaccato suo malgrado sopra Haydée, era di fiamma e di -sangue. - -«— Signora, disse il presidente, si potrebbe interrogare il conte di -Monte-Cristo, che credo sia a Parigi e vicino a voi? - -«— Signore, rispose Haydée, il conte di Monte-Cristo, mio secondo -padre, trovasi da tre giorni in Normandia. - -«— Ma allora, signora, disse il presidente, chi vi ha consigliato -questa dimostrazione, di cui la corte vi ringrazia, e che d’altra parte -è ben naturale per la vostra nascita e per le vostre disgrazie? - -«— Signore, rispose Haydée, questa dimostrazione mi è stata consigliata -dal mio rispetto e dal mio dolore. Dio mi perdoni! ho sempre pensato -a vendicare il mio illustre padre. Ora, quando ho messo il piede in -Francia, quando ho saputo che il traditore abitava Parigi, le mie -orecchie ed i miei occhi sono rimasti costantemente aperti. Io vivo -ritirata nella casa del mio nobile protettore, ma vivo così, perchè amo -l’ombra ed il silenzio, che mi permettono di vivere col mio pensiero -e col mio raccoglimento. Ma il sig. conte di Monte-Cristo mi circonda -di cure paterne, e niente mi è estraneo di ciò che concerne la vita -del _gran mondo_; io però ne accetto soltanto il lontano rumore. Così, -leggo tutti i giornali, come mi vengono inviati, tutti gli _album_, -come ricevo tutte le melodie: ed è seguendo, senza prestarmivi, la -vita degli altri, che ho saputo ciò che è accaduto questa mattina alla -_Camera_ dei Pari, e ciò che doveva accadere questa sera... allora ho -scritto. - -«— Per tal modo il sig. conte di Monte-Cristo non entra per niente in -questa dimostrazione? - -«— Egli la ignora del tutto, signore, ed anzi non ho che un timore, ed -è quello che la disapprovi; però è un bel giorno per me, continuò la -giovanetta alzando al cielo uno sguardo tutto ardente di fiamme, quello -in cui finalmente ritrovo l’occasione di vendicare mio padre! - -«In tutto questo tempo il conte non aveva pronunciata una parola; -i suoi colleghi lo guardavano, e senza dubbio compiangevano questa -fortuna infranta sotto il soffio profumato di una donna; la sua -disgrazia gli si andava a poco a poco scrivendo sulla fronte, a linee -sinistre. - -«— Sig. de Morcerf, disse il presidente, riconoscete la sig.ª per -figlia d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina? - -«— No, disse Morcerf, facendo uno sforzo per alzarsi, ed è una trama -ordita dai miei nemici. - -«Haydée che teneva gli occhi fissi verso la porta, come se aspettasse -qualcuno, si volse all’improvviso, e, vedendo il conte in piedi, mandò -un grido terribile. - -«— Tu non mi riconosci? diss’ella; ebbene! io, fortunatamente -riconosco te! tu sei Fernando Mondego, l’uffiziale franco che -istruiva le soldatesche del mio nobile padre. Sei tu che hai venduta -la fortezza di Giannina! sei tu che, inviato a Costantinopoli per -trattare direttamente della vita o della morte del tuo benefattore, -hai riportato un falso _firmano_ che accordava grazia intera! sei -tu, che con questo _firmano_ hai ottenuto da mio padre l’anello che -doveva farti obbedire da Selim, il guardiano del fuoco! sei tu, che -hai pugnalato Selim! sei tu, che hai venduto mia madre e me al mercante -El-Kobbir! Assassino! assassino! assassino! Tu hai ancora sulla fronte -il sangue del tuo padrone! Guardate tutti! — Queste parole furono -pronunciate con un tale entusiasmo di verità, che tutti gli occhi si -voltarono verso la fronte del conte, e ch’egli stesso vi portò la mano, -come se avesse sentito, tiepido ancora, il sangue d’Alì. - -«— Riconoscete dunque positivamente il conte de Morcerf essere lo -stesso, che l’ufficiale Fernando Mondego? - -«— Sì, lo riconosco! gridò Haydée. Ah! madre mia! tu mi hai detto: «Tu -eri libera, tu avevi un padre che ti amava, tu eri destinata ad essere -quasi una regina! Guarda bene quest’uomo, egli ti ha fatta schiava, -ha fatto innalzare sull’estremità di un’asta la testa di tuo padre, -ci ha vendute, ci ha traditi tutti! Guarda bene la sua mano destra, -quella che ha una larga cicatrice; se tu dimenticassi il suo viso, lo -riconoscerai da questa mano, sulla quale sono cadute una ad una tutte -le monete d’oro del mercante El-Kobbir!» Se lo riconosco! oh! che dica -se ora egli pure riconosce me! - -«Ciascuna parola cadeva come una falce su Morcerf, e strappava una -parte della sua energia; alle ultime parole egli nascose prestamente, -e suo malgrado, la mano nel petto, mutilata infatto da una ferita; -e ricadde sul seggio, inabissato in una cupa disperazione. Questa -scena aveva sconvolti gli spiriti di tutta l’assemblea, come vedonsi -sconvolgere le foglie sotto il possente vento del nord. - -«— Sig. conte de Morcerf, disse il presidente, non vi lasciate -abbattere, rispondete; la giustizia della corte è suprema ed eguale -per tutti, essa non vi lascerà schiacciare dai vostri nemici, senza -lasciarvi i mezzi di combatterli. Volete che io ordini a due membri de -la commissione di andare a fare un viaggio a Giannina? parlate! - -«Morcerf nulla rispose. Allora tutti i membri della commissione si -guardarono con una specie di terrore. Si conosceva l’indole energica -e violenta del conte; abbisognava una prostrazione ben terribile per -annichilire la difesa di quest’uomo; bisognava finalmente pensare, che -a questo silenzio, che somigliava ad un sonno, sarebbe succeduto un -risvegliamento, che somiglierebbe ad un fulmine. - -«— Ebbene? gli domandò il presidente, che risolvete? - -«— Niente! disse il conte con voce sorda alzandosi. - -«— La figlia d’Alì-Tebelen, disse il presidente, ha dunque dichiarata -realmente la verità? ella è dunque realmente quel testimonio terribile -al quale, come sempre accade, il reo non ha coraggio di dire: _NO_? Voi -dunque avete realmente fatte tutte quelle cose di cui siete accusato? - -«Il conte girò intorno a sè uno sguardo disperato che avrebbe commosso -le tigri, ma che non poteva disarmare i giudici; indi alzò gli occhi -verso la volta, ma li abbassò tosto, come se avesse temuto che quella -aprendosi, non facesse risplendere un altro tribunale, che si chiama -cielo, ed un altro giudice che si chiama Dio. Allora, con un subitaneo -movimento, strappò i bottoni di quell’abito chiuso che lo soffocava, -ed uscì dalla sala come un uomo insensato; i suoi passi ripercuoterono -per un momento sotto la volta sonora; indi ben presto il rotearsi della -carrozza che lo trascinava al galoppo rintronò con fracasso sotto il -portico del fiorentino edificio. — Signori, disse il presidente, quando -il silenzio fu ristabilito, il sig. conte de Morcerf è convinto di -fellonia, di tradimento, d’indegnità? - -«— Si! — risposero a voce unanime tutti i membri della commissione -processante. Haydée aveva assistito fino alla fine della seduta; -ella intese pronunciare la sentenza del conte, senza che un solo -dei lineamenti del suo viso esprimesse o la gioia o la pietà. Allora -riportando il velo sul suo viso, salutò maestosamente i consiglieri, ed -uscì di quel passo con cui Virgilio vedeva camminare le sue dee. - - - - -LXXXVI. — LA PROVOCAZIONE. - - -— Allora, continuò Beauchamp, approfittai del silenzio e dell’oscurità -della sala per uscire senza essere veduto. - -«L’usciere che mi aveva introdotto mi aspettava alla porta. Egli mi -condusse attraverso alcuni corridori fino ad una porticella che dava -sulla strada Vaugirard: uscii coll’anima addolorata ad un tempo ed -entusiasmata, perdonatemi questa espressione, Alberto, addolorata -per ciò che ha rapporto a voi, entusiasmata per la nobiltà di questa -giovanetta seguitando la vendetta paterna. Sì, ve lo giuro Alberto, -qualunque sia la parte da cui viene questa rivelazione, dico che può -venire da un nemico, ma esso non è che l’istrumento della Provvidenza. -— Alberto si teneva la testa fra le mani; rialzò il viso rosso per la -vergogna e bagnato di lagrime, ed afferrando il braccio di Beauchamp: — -Amico, diss’egli, la mia vita è finita: mi rimane, non a dire come voi -che la Provvidenza mi ha vibrato il colpo, ma a cercare chi è l’uomo -che mi perseguita colla sua inimicizia; quando lo conoscerò, o io -ucciderò quest’uomo o egli ucciderà me; ora conto sulla vostra amicizia -per aiutarmi, Beauchamp, se tuttavolta il disprezzo non l’ha già uccisa -nel vostro cuore. - -— Il disprezzo, amico mio! ed in che questa disgrazia vi riguarda? No, -grazie a Dio! non siamo in quei tempi in cui un ingiusto pregiudizio -rendeva i figli garanti delle azioni dei padri. Riandate tutta la -vostra vita, Alberto; ella data da ieri, è vero; ma giammai aurora -di un bel giorno fu più pura della vostra alba. No, credetemi, voi -siete ricco; lasciate la Francia, tutto si dimentica in questa grande -Babilonia che ha un’esistenza agitata e gusti passaggieri; ritornerete -fra tre o quattro anni, avrete sposata qualche principessa russa, e -nessuno penserà più a quello che è accaduto da sedici anni. - -— Grazie, caro Beauchamp, grazie dell’eccellente intenzione che -dettavano le vostre parole, ma la cosa non può andar così; vi ho -spiegato il mio desiderio; ora se abbisogna, cambierò la parola -desiderio in quella di volontà: capirete bene che interessato come sono -in quest’affare, non posso veder la cosa con lo stesso occhio con cui -la vedete voi. Ciò che a voi sembra venir da una sorgente celeste, a -me sembra sorger da un luogo men puro. La Provvidenza, vel confesso, -mi sembra affatto estranea a tutto ciò, e fortunatamente, perchè invece -dell’invisibile o dell’impalpabile messaggiere delle punizioni celesti, -troverò un essere palpabile e visibile su cui mi vendicherò; oh! sì, -ve lo giuro, di quanto soffro da un mese; rientrerò nella vita umana -e materiale, e se siete ancor mio amico, Beauchamp, come lo dite, -aiutatemi a ritrovar la mano, che ha scagliato il colpo. - -— Allora sia così, disse Beauchamp, e se vi sta a cuore ch’io discenda -sulla terra, lo farò; se vi sta a cuore di mettervi in cerca di un -nemico vi aiuterò; e lo troverò perchè importa quasi tanto al mio onore -che al vostro di ritrovarlo. - -— Ebbene, allora Beauchamp, in questo punto, senza ritardo, cominciamo -le nostre investigazioni. Ciascun minuto di ritardo è una eternità per -me, il denunciatore non è ancor punito, egli può dunque sperare di non -esserlo più, e sul mio onore, s’egli lo spera, s’inganna. - -— Ebbene, ascoltatemi, Morcerf. - -— Ah! Beauchamp, vedo che voi sapete qualche cosa; sentite, voi mi -ridate la vita. - -— Non vi dico che questa sia la realtà, Alberto; ma per lo meno è un -chiaror nelle tenebre; e seguendo questo chiarore saremo forse condotti -alla meta. - -— Dite, vedete bene ch’io balzo d’impazienza. - -— Ebbene, vi racconterò ciò che non ho voluto dirvi al mio ritorno da -Giannina. Io andai naturalmente dal primo banchiere della città per -prendere le mie informazioni; alla prima parola che dissi dell’affare, -prima ancora che fosse stato pronunciato il nome di vostro padre: — Ah! -diss’egli, indovino che cosa qui vi conduce. — Come! perchè? - -«— Perchè sono appena quindici giorni che sono stato richiesto sullo -stesso soggetto. - -«— Da chi? — Da un banchiere di Parigi mio corrispondente. — Come si -chiama? — Il sig. Danglars.» - -— Egli! gridò Alberto, infatto da lungo tempo ei perseguita il mio -povero padre col suo odio, e colla sua gelosia; egli, l’uomo che si -crede popolare, che non sa perdonare al conte de Morcerf d’essere Pari -di Francia. E, sentite, questa rottura di matrimonio senza darne una -ragione, sì... dipende da ciò. - -— Informatevi, Alberto, non vi lasciate da ora trasportare, e se la -cosa è vera... - -— Oh! sì, gridò il giovine, e se la cosa è vera, egli mi pagherà tutto -ciò che ho sofferto. - -— State in guardia, Morcerf, egli è un uom già vecchio. - -— Avrò riguardo all’onore della mia famiglia; s’egli odiava mio padre, -perchè non ha colpito mio padre? oh! no; ha avuto paura di ritrovarsi -in faccia ad un uomo. - -— Alberto, io non vi condanno, ma operate con prudenza. - -— Oh! non abbiate paura; d’altra parte mi accompagnerete, Beauchamp; -le cose solenni devono essere trattate davanti ad un testimonio. Prima -della fine di questa giornata, se il sig. Danglars è il reo, egli avrà -cessato di vivere, o io sarò morto. Per bacco! Beauchamp, vo’ fare dei -bei funerali al mio onore. - -— Ebbene! allora quando si sono prese tali risoluzioni, Alberto, -bisogna sul momento metterle ad esecuzione. Volete andare dal sig. -Danglars? partiamo. — Fu mandato a chiamare un _cabriolet_ di piazza. -Nell’entrare nel palazzo del banchiere, videro alla porta il _phaéton_ -ed il domestico del sig. Andrea Cavalcanti. — Ah! per bacco! ecco -a chi va bene! disse Alberto con voce cupa. Se il sig. Danglars non -vuol battersi meco, gli ucciderò suo genero. Egli deve essere uomo -da accettare una sfida, dovrebbe battersi, è un Cavalcanti! — Fu -annunciato il giovine al banchiere, che, al nome di Alberto, sapendo -che cosa era accaduto il giorno innanzi, gli fece proibire l’ingresso. -Ma era troppo tardi, Alberto aveva seguito il lacchè; intese l’ordine -dato, e violentando la porta, penetrò, seguito da Beauchamp, fino -nel gabinetto del banchiere. — Ma signore, gridò questi, non si è più -padroni in casa di ricevere chi si vuole, e ricusare chi non si vuole? -mi sembra che voi lo dimentichiate in un modo strano. - -— No, signore, disse freddamente Alberto; vi sono delle occasioni, e -voi siete in una di queste, in cui abbisogna, salvo il caso di viltà, -vi offro questo rifugio, essere in casa sua almeno per certe persone. - -— Allora che volete dunque, o signore? - -— Voglio, disse Morcerf avvicinandosi senza sembrare di fare attenzione -a Cavalcanti che si era appoggiato al caminetto, voglio proporvi un -convegno in un luogo appartato, in cui nessuno possa disturbarci per -dieci minuti, non vi domando di più; ove di due uomini che si saranno -incontrati, uno rimarrà sul terreno. — Danglars impallidì, Cavalcanti -fece un movimento, Alberto si voltò verso il giovine: - -— Oh! mio Dio! diss’egli, venite voi pure, se vi piace, sig. conte, -avete il diritto di esservi, siete quasi della famiglia, e io do -questa specie di convegno a quante persone si trovano per accettarlo. — -Cavalcanti guardò con aria stupefatta Danglars, il quale, facendo uno -sforzo, si levò, e si avanzò fra i due giovani. L’assalto d’Alberto -ad Andrea lo poneva sopra un altro terreno; e sperava che la visita -d’Alberto avesse uno scopo diverso da quello che si era figurato sul -principio. — E che! signore, diss’egli ad Alberto: se venite qui a -muover lite al signore, perchè lo preferisco a voi, vi prevengo che ne -farò oggetto di causa davanti al procuratore del Re. - -— Vi sbagliate, signore, disse Morcerf con un tetro sorriso, non -parlo di matrimonio, e non mi sono indirizzato al sig. Cavalcanti se -non perchè mi è sembrato che per un momento abbia avuta l’intenzione -d’intervenire nella nostra discussione. E poi sentite, voi avete -ragione, diss’egli, io cerco contesa oggi con tutti; ma siate -tranquillo, sig. Danglars, l’anteriorità spetta a voi. - -— Signore, rispose Danglars pallido per la collera e per la paura, vi -avverto che, allorquando ho la disgrazia d’incontrare sul mio sentiero -un cane arrabbiato, lo ammazzo, e che lungi dal credermi colpevole, mi -sembra di avere reso un servizio alla società. Ora se siete arrabbiato, -e tentate di mordermi, vi prevengo che vi ammazzerò senza pietà. È -forse mia colpa, se vostro padre è disonorato? - -— Sì, miserabile! gridò Morcerf, è colpa tua. - -Danglars fece un passo indietro. — Colpa mia? ma siete pazzo! -forse conosco la storia greca? forse ho viaggiato in quei paesi? -ho consigliato vostro padre di vendere la fortezza di Giannina? di -tradire...? - -— Silenzio! disse Alberto con voce sorda. No, non siete stato voi che -direttamente avete fatto questo strepito, e causato questa disgrazia, -ma siete stato voi che ipocritamente l’avete instigata. - -— Io! — Sì, voi! donde viene la rivelazione? - -— Mi sembra che il giornale ve lo abbia detto; da Giannina, per bacco! -— Chi ha scritto a Giannina? - -— Mi sembra, che tutti possano scrivere a Giannina. - -— Un solo però vi ha scritto, e questi siete voi. - -— Io ho scritto senza dubbio; mi sembra che quando uno marita sua -figlia ad un giovine, possa prendere delle informazioni sulla famiglia -di questo giovine; non è soltanto un diritto, ma un dovere. - -— Voi avete scritto, signore, disse Alberto, sapendo perfettamente la -risposta che vi sarebbe venuta. - -— Io! Ah! vi giuro bene, gridò Danglars, con una confidenza ed una -sicurezza che venivano ancor meno dalla sua paura, forse che dalla -premura che sentiva pel disgraziato giovine, vi giuro, che non avrei -mai pensato a scrivere a Giannina. Conosco forse la catastrofe di -Alì-Pascià, io? - -— Allora qualcuno vi ha spinto a scrivere? — Certamente. - -— Voi siete stato instigato? — Sì. - -— Chi è stato?... terminate... dite... - -— Per bacco! niente di più semplice, io parlava degli antecedenti di -vostro padre, diceva che la sorgente della fortuna era sempre rimasta -oscura. La persona mi domandò in che luogo vostro padre aveva fatta -questa fortuna: risposi, «in Grecia.» Allora mi disse «ebbene, scrivete -a Giannina.» - -— E chi vi ha dato questo consiglio? - -— Per bacco! il conte di Monte-Cristo vostro amico. - -— Il conte di Monte-Cristo vi ha detto di scrivere a Giannina? - -— Sì, ed io ho scritto. Volete vedere la mia corrispondenza? ve la -mostrerò. — Alberto e Beauchamp si guardarono. - -— Signore, disse allora Beauchamp che non aveva preso ancora la parola, -mi sembra che voi accusiate il conte, che è assente da Parigi, e che -non può giustificarsi in questo momento. - -— Non accuso alcuno, signore, disse Danglars, racconto; e ripeterò -davanti al sig. conte di Monte-Cristo, ciò che ho detto davanti a voi. - -— Ed il conte sa qual è la risposta che avete ricevuta? - -— Io la mostrai a lui. - -— Sapeva che il nome di battesimo di mio padre era Fernando ed il suo -cognome di famiglia Mondego. - -— Sì, glie lo aveva detto da lungo tempo; per soprappiù, non ho fatto -in ciò che quel che avrebbe fatto qualunque al mio posto, e fors’anche -molto meno. Quando la dimane di questa risposta, sollecitato dal sig. -di Monte-Cristo, venne vostro padre a domandarmi officialmente mia -figlia, come si fa quando la si vuol finire, rifiutai brevemente, è -vero, ma senza spiegazioni, senza rumori. Infatto, perchè avrei dovuto -far del rumore? che cosa poteva importarmi dell’onore o del disonore -dei Morcerf? Ciò non faceva nè alzare, nè abbassare le pubbliche -rendite. - -Alberto sentì il rossore salirgli alla fronte; non v’era più alcun -dubbio. Danglars si difendeva colla bassezza, ma colla sicurezza di un -uomo che dice, se non tutta la verità, almeno una parte di verità, non -per coscienza, ma per terrore. D’altra parte che cercava Morcerf? non -il più o meno di reità di Danglars, o di Monte-Cristo, ma un uomo che -rispondesse alla offesa grave o leggiera, un uomo che si battesse, ed -era evidente che Danglars non si batterebbe. - -E quindi ciascuna delle cose dimenticate o inosservate ritornavano -visibili ai suoi occhi e presenti al suo pensiero. Monte-Cristo sapeva -tutto, poichè avea comprata la figlia di Alì-Pascià; ora, sapendo -tutto, aveva incaricato Danglars di scrivere a Giannina. Conosciuta -la risposta, aveva acconsentito al desiderio, manifestato da Alberto, -di essere presentato ad Haydée; una volta davanti ad essa, aveva -lasciato cadere il discorso sulla morte d’Alì senza opporsi al racconto -di Haydée (ma avendo senza dubbio dato alla giovinetta, nelle poche -parole che aveva pronunziato in greco, le sue istruzioni che non -avevano permesso a Morcerf di riconoscere suo padre); del resto non -aveva pregato Morcerf di non pronunciare il nome di suo padre davanti -ad Haydée? Finalmente aveva condotto Alberto in Normandia nel momento -in cui sapeva che doveva nascere il gran susurro. Non v’era più da -dubitarne, tutto ciò era uno studio, e Monte-Cristo senza dubbio se -la intendeva con i nemici di suo padre. Alberto prese Beauchamp in un -angolo, e gli comunicò tutte queste idee: — Voi avete ragione, disse -questi, il sig. Danglars non entra in questo affare che per la parte -brutale e materiale, ed al sig. di Monte-Cristo voi dovete domandare -una spiegazione. - -Alberto si rivoltò: — Signore, disse egli a Danglars, capirete che io -non prendo ancora da voi un congedo definitivo; mi resta a sapere se le -vostre recriminazioni sono giuste, e vado sul momento ad assicurarmene -presso il sig. conte di Monte-Cristo. — E salutando il banchiere, uscì -con Beauchamp, senza sembrare di occuparsi menomamente di Cavalcanti. -Danglars li ricondusse fino alla porta, rinnovando ad Alberto -l’assicurazione che nessun motivo di odio personale lo guidava contro -il sig. conte de Morcerf. - - - - -LXXXVII. — L’INSULTO. - - -Alla porta del banchiere, Beauchamp fermò Morcerf. - -— Ascoltate; or ora vi ho detto in casa Danglars, che al sig. di -Monte-Cristo dovevate domandare una spiegazione? - -— Sì: e noi andiamo da lui. - -— Un momento, prima di andare dal conte, riflettete. - -— A che cosa? — Alla gravità del passo. - -— È forse più grave, che andar dal sig. Danglars? - -— Sì, il sig. Danglars è un uomo di danaro, e, voi lo sapete, gli -uomini di danaro sanno troppo bene il capitale che arrischiano per -battersi facilmente. L’altro, al contrario, è un gentiluomo, almeno in -apparenza; e non temete sotto il gentiluomo di ritrovare il bravo? - -— Temo solo di trovare un uomo che non si batta. - -— Oh! siate tranquillo, egli si batterà. Ho anzi paura che si batta -troppo bene; state in guardia! - -— Amico, disse Morcerf, con un bel sorriso, questo è ciò che io -domando, questo è ciò che mi può accadere di più avventuroso, vale a -dire di essere ucciso per mio padre: ciò salverà noi tutti. - -— Vostra madre ne morrà. - -— Povera madre! disse Alberto passando la mano sopra i suoi occhi, lo -so bene, ma vale meglio che io muoia per questo che morire di vergogna. - -— Siete ben risoluto, Alberto? Andiamo dunque! - -— Ma credete che lo troviamo? - -— Egli doveva ritornare poche ore dopo di me, e certamente sarà -arrivato. — Essi salirono e si fecero condurre all’entrata dei -Campi-Elisi n. 30. Beauchamp voleva discendere solo, ma Alberto fece -osservare che questo affare, uscendo dalle regole ordinarie, gli -permetteva di allontanarsi dall’etichetta del duello. Il giovine -operava in modo che Beauchamp non aveva altro a fare, che a prestarsi -a tutte le sue volontà; egli cedè dunque a Morcerf, e si contentò di -seguirlo. Alberto non fece che uno slancio dal casotto del portinaro -alla scalinata. Battistino lo ricevette. Il conte era effettivamente -arrivato, ma era nel bagno, ed aveva proibito di ricevere chicchessia. -— Ma dopo il bagno? domandò Morcerf. - -— Il signore pranzerà. - -— E dopo il pranzo? — Il signore dormirà un’ora. - -— E dopo? — Dopo anderà all’_Opera_. - -— Ne siete sicuro? domandò Alberto. - -— Perfettamente sicuro! il signore ha ordinato i cavalli per le otto -precise. - -— Benissimo! replicò Alberto, ecco quanto voleva sapere. — Indi -volgendosi a Beauchamp: — Se avete qualche cosa da fare, Beauchamp, -fatelo presto; se avete ritrovi per questa sera, aggiornateli a -domani. Capirete che io conto su voi per andare all’_Opera_. Se potete, -conducete con voi Château-Renaud. - -Beauchamp approfittò del permesso, e lasciò Alberto, dopo avergli -promesso d’andarlo a prendere alle otto meno un quarto. - -Rientrato in casa, Alberto avvisò con un biglietto Franz, Debray, e -Morrel, del desiderio che aveva di vederli in quella sera all’_Opera_. -Indi andò a visitare sua madre, che dopo l’avvenimento del giorno -innanzi aveva fatto dire non essere visibile, e stava ritirata nella -sua camera. Egli la ritrovò in letto, oppressa dal dolore di quella -pubblica umiliazione. La visita d’Alberto produsse quell’effetto -che è da immaginarsi; ella strinse la mano al figlio, ed irruppe in -singhiozzi. Però queste lagrime la sollevarono. Alberto rimase un -momento in piedi e muto vicino al letto di sua madre. Si scorgeva dal -suo pallido viso, e dal sopracciglio aggrottato, che il desiderio di -vendetta andava sempre più radicandosi nel suo cuore. — Madre mia, -proruppe Alberto, conoscete voi nessun nemico del sig. Morcerf? - -Mercedès fremette; ella aveva osservato che il giovine non aveva detto -di mio padre. — Amico mio, diss’ella, gli uomini nella posizione del -conte hanno molti nemici ch’essi non conoscono. D’altra parte i nemici -che si conoscono, sapete, non sono i più pericolosi. - -— Sì, lo so; ed è per questo che mi rivolgo a tutta la vostra -perspicacia. Madre mia, siete una donna superiore alle altre, e cui -niente sfugge! - -— Perchè mi dite questo? - -— Perchè avete notato, per esempio, che la sera che abbiamo dato il -ballo, il sig. di Monte-Cristo non ha voluto prender niente in casa -nostra. - -Mercedès alzandosi tutta tremante sul suo braccio, ardente per -la febbre: — Il sig. di Monte-Cristo! gridò ella, e qual rapporto -avrebb’egli colla domanda che mi fate? - -— Voi lo sapete, madre mia, il sig. di Monte-Cristo è un uomo -d’Oriente, e gli orientali per conservare la loro libertà di vendetta -non mangiano nè bevono mai in casa dei loro nemici. - -— Il sig. di Monte-Cristo nemico? riprese Mercedès più pallida -del lenzuolo che la copriva. Chi vi ha detto questo? siete folle, -Alberto. Il sig. di Monte-Cristo non ha usato con noi che gentilezze. -Il sig. di Monte-Cristo vi ha salvata la vita, e voi stesso ce lo -avete presentato. Oh! ve ne prego, figlio mio, se avete una simile -idea, allontanatela, e se io ho una raccomandazione a farvi, anzi -dirò di più, se ho una preghiera da indirizzarvi, quella si è che vi -mantenghiate in armonia con quest’uomo. - -— Madre mia, replicò il giovine con uno sguardo sinistro, avete le -vostre ragioni per dirmi di usare de’ riguardi a quest’uomo? - -— Io? gridò Mercedès arrossendo con quella rapidità con cui aveva -impallidito, e ritornando quasi subito più pallida ancora di prima. - -— Sì; senza dubbio, e questa ragione non è, riprese Alberto, perchè -quest’uomo può farci del male? - -Mercedès fremette, e fissando sopra suo figlio uno sguardo scrutatore: -— Voi mi parlate in un modo strano, e mi sembra che abbiate delle -singolari prevenzioni. E che vi ha dunque fatto il conte? sono tre -giorni che eravate con lui in Normandia, sono tre giorni che io lo -riguardava, e lo riguardavate voi stesso, come uno dei vostri migliori -amici.. - -Un sorriso ironico sfiorò le labbra d’Alberto. Mercedès vide questo -sorriso, e con il doppio istinto di donna e di madre, indovinò tutto: -ma prudente e forte seppe nascondere il suo turbamento ed i suoi -fremiti. Alberto lasciò cadere la conversazione; un momento dopo la -contessa la riannodò. - -— Voi siete venuto a chiedermi come stava, diss’ella; vi risponderò -francamente, amico mio, mi sento bene. Voi fermatevi qui, Alberto; mi -dovreste tenere compagnia. Ho bisogno di non rimaner sola. - -— Madre mia, disse il giovine, mi presterei ai vostri ordini, e voi -sapete con quale felicità, se un affare importante non mi obbligasse a -dovervi lasciare tutta la serata. - -— Ah! benissimo, rispose Mercedès con un sospiro, andate, non voglio -rendervi schiavo della vostra pietà filiale. - -Alberto fece sembiante di non capire, salutò sua madre ed uscì. Appena -il giovine ebbe chiusa la porta, Mercedès fece chiamare un servitore -di confidenza, e gli ordinò di seguire Alberto ovunque andasse nella -serata, e di venirlene a rendere conto sul momento. Indi suonò per la -sua cameriera, e quantunque fosse assai debole, si fece vestire per -esser pronta ad ogni avvenimento. - -La commissione data al lacchè non era difficile ad eseguirsi. Alberto -rientrò nelle sue camere, e si rivestì con una specie di ricercata -severità. Beauchamp giunse alle otto meno dieci minuti; egli aveva -veduto Château-Renaud che gli aveva promesso di trovarsi in orchestra -prima dell’alzata del sipario. Salirono entrambi nel _coupé_ d’Alberto -che, non avendo alcun motivo di nascondere ove andava, disse ad alta -voce: — All’_Opera_. Nella sua impazienza era entrato prima assai -dell’alzata del sipario. Château-Renaud era al suo posto; avvisato di -tutto da Beauchamp, Alberto non aveva alcuna spiegazione da dargli. -La condotta di questo figlio che cercava di vendicare suo padre era -così semplice, che Château-Renaud non osò neppure di dissuaderlo e si -contentò di rinnovargli l’assicurazione ch’egli era a sua disposizione. -Debray non era ancora giunto, ma Alberto sapeva che difficilmente -mancava ad una rappresentazione. Alberto andò errando pel teatro fino -all’alzata del sipario. Egli sperava d’incontrare Monte-Cristo, o nei -corridoi o per le scale; il campanello lo richiamò al suo posto, ed -andò a sedersi in orchestra fra Beauchamp e Château-Renaud. - -Ma Alberto non levò un momento gli occhi dal palco dell’intercolunnio, -che durante tutto il primo atto sembrava ostinarsi a rimanere vuoto. -Finalmente, mentre Alberto per la centesima volta guardava l’orologio, -al principio del second’atto la porta del palco si aprì, e Monte-Cristo -vestito di nero, entrò e si appoggiò al parapetto per guardare in -platea; Morrel lo seguì, cercando cogli occhi sua sorella e suo -cognato. Egli li scoperse in un palco del second’ordine e loro fece un -segno. Il conte, gettando il suo colpo d’occhio circolare nella sala, -scoperse una testa pallida, e due occhi scintillanti, che sembravano -evidentemente attirare i suoi sguardi; egli riconobbe Alberto, ma -l’espressione ch’egli notò in questo viso contraffatto lo consigliò -senza dubbio di far sembiante di non averlo osservato. Senza far -dunque alcun movimento che scoprisse il suo pensiero, si assise, cavò -l’occhialetto dall’astuccio, e guardò da un’altra parte. - -Ma senza sembrare di guardare Alberto il conte non lo perdeva di vista -ed allora quando fu calato il sipario alla fine del secondo atto, il -suo colpo d’occhio infallibile e sicuro seguì il giovine che usciva -dall’orchestra accompagnato dai suoi due amici. Indi la stessa testa -ricomparve ai cristalli di un palco posto di rimpetto al suo. Il conte -sentì approssimarglisi la tempesta, e quando intese la chiave girare -nella serratura del suo palco, quantunque in quello stesso punto -parlasse a Morrel col viso più ridente, il conte sapeva che cosa doveva -aspettarsi, e si era preparato a tutto. - -La porta s’apri. Monte-Cristo si voltò soltanto allora, e vide Alberto -livido e tremante; dietro a lui erano Beauchamp e Château-Renaud. - -— Osservate! gridò egli con quella benevola gentilezza che distingueva -il suo saluto dalla fatua civiltà della società, ecco il mio cavaliere -giunto alla meta. Buona sera sig. de Morcerf. — Ed il viso di -quest’uomo straordinariamente padrone di sè stesso, esprimeva la più -perfetta cordialità. Morrel si ricordò soltanto allora della lettera -che aveva ricevuta dal visconte, e nella quale, senz’altra spiegazione, -questi lo pregava di ritrovarsi all’_Opera_, e capì subito che stava -per accadere qualche cosa di terribile. - -— Noi non veniamo qui per ricambiarci ipocrite gentilezze, o false -apparenze d’amicizia, disse il giovine, veniamo a domandarvi una -spiegazione sig. conte. - -La voce tremante del giovine durava fatica e passare fra i suoi denti -stretti. - -— Una spiegazione all’_Opera_? disse il conte con un tuono così -tranquillo, ed un colpo d’occhio così penetrante, che si riconobbe da -questa doppia caratteristica l’uomo eternamente padrone di sè stesso. -Per quanto sia poco familiare alle costumanze parigine, non avrei -creduto, signore, che qui si domandassero spiegazioni. - -— Però, quando le persone si tengono nascoste, disse Alberto, quando -non si può giungere fino a loro sotto il pretesto che son al bagno, a -tavola, o a letto, bisogna bene indirizzarsi loro ove si trovano. - -— Io non sono difficile a ritrovare, perchè ieri ancora, ho buona -memoria, il signore era in casa mia. - -— Ieri, disse il giovine, cui incominciava a confondersi la testa, era -in casa vostra, perchè non sapeva chi foste. - -E dicendo queste parole, Alberto aveva alzata la voce in modo da farsi -sentire dalle persone dei palchi vicini, e da quelle che passavano -pel corridoio. Per ciò, le persone dei palchi si voltarono, quelle del -corridoio si fermarono dietro Beauchamp e Château-Renaud al rumore di -questo alterco. - -— E di dove venite adunque, signore? disse Monte-Cristo senza la menoma -apparente emozione: non mi sembrate godere tutto il vostro buon senso. - -— Purchè io capisca le vostre perfidie, signore, e giunga a farvi -capire che io voglio vendicarmene, sarò sempre abbastanza ragionevole, -disse Alberto furioso. - -— Signore, non vi capisco, replicò Monte-Cristo, e quand’anche vi -capissi, parlereste sempre troppo forte; qui sono in casa mia, signore, -ed io solo ho qui il diritto d’alzare la voce al di sopra degli altri; -uscite, signore! - -E Monte-Cristo mostrò la porta ad Alberto con un ammirabile gesto di -comando. - -— Ah! vi farei uscire di casa vostra? riprese Alberto spiegazzando un -guanto colle sue mani convulse, che Monte-Cristo non perdeva di vista. - -— Bene, bene! disse flemmaticamente Monte-Cristo, voi mi cercate -contesa, signore, lo vedo; ma voglio darvi un consiglio, visconte, e -ritenetelo bene; è un cattivo costume quello di far del susurro nel -provocare; il rumore non accomoda a tutti, sig. de Morcerf. — A questo -nome, un mormorio di meraviglia passò come un fremito in tutti gli -uditori di questa scena. Fin dal giorno innanzi il nome di Morcerf era -nella bocca di tutti. Alberto, meglio degli altri, e prima di tutti, -comprese l’allusione, e fece un gesto per gettare il guanto sul viso -del conte; ma Morrel gli afferrò il pugno, mentre che Beauchamp e -Château-Renaud, temendo che la scena non oltrepassasse i limiti di una -provocazione, lo ritenevano per di dietro. Monte-Cristo, senza alzarsi, -inchinandosi sulla sedia, stese soltanto la mano, e prendendo dalle -mani increspate del giovine il guanto umido e contorto: — Signore, -diss’egli con un accento terribile, ritengo il vostro guanto come -gettato, e ve lo rimetterò avvolto intorno ad una palla. Ora, uscite di -casa mia, o chiamo i miei servitori, e vi faccio gettare alla porta. - -Ebbro, atterrito, cogli occhi sanguinolenti, Alberto fece due passi -in addietro. Morrel ne approfittò per chiudere la porta. Monte-Cristo -riprese l’occhialino e si mise a guardare come se non fosse accaduto -niente di straordinario. Quest’uomo aveva un cuore di bronzo ed un viso -di marmo. - -Morrel gli si accostò all’orecchio: — Che gli avete fatto? - -— Io? niente, almeno personalmente, disse Monte-Cristo. - -— Però questa scena deve avere una causa? - -— L’avventura del conte de Morcerf esaspera il giovine disgraziato. — -Vi avete forse qualche parte? - -— Fu per mezzo di Haydée che la _Camera_ venne istruita del tradimento -del padre di lui. - -— Di fatto, disse Morrel, mi fu detto; ma io non voleva credere, che -questa schiava greca che ho veduto qui, in questo stesso palco, fosse -la figlia d’Alì-Pascià. - -— Eppure è la verità. - -— Oh! mio Dio! ora comprendo tutto, disse Morrel, questa scena era -premeditata. — In qual modo? - -— Sì, Alberto mi ha scritto di trovarmi questa sera all’_Opera_, era -per farmi testimonio dell’insulto che voleva usarvi. - -— Probabilmente, disse Monte-Cristo colla sua imperturbabile -tranquillità. — Ma che farete di lui? - -— Di chi? — D’Alberto! - -— D’Alberto, riprese Monte-Cristo collo stesso tuono, che ne farò, -Massimiliano? Tanto è vero che siete qui, e che vi stringo la mano, -quanto che io lo ucciderò domani prima delle dieci a. m., ecco ciò -che io ne farò. — Morrel a sua volta prese fra le sue la mano di -Monte-Cristo, e rabbrividì nel sentire questa mano placida e fredda. - -— Ah! conte, gli disse, suo padre lo ama tanto! - -— Non mi state a dire tali cose, altrimenti lo farò soffrire! gridò -Monte-Cristo col primo movimento di collera che fino allora sembrasse -provare. — Morrel stupefatto lasciò ricadere la mano di Monte-Cristo. — -Conte! Conte! diss’egli. - -— Caro Massimiliano, ascoltate dunque in che adorabile modo Duprez -canta questo verso; _O Matilde idolo del mio cor_! - -Morrel capì che non v’era più niente da dire. Il sipario che si era -alzato al finire della scena d’Alberto, tornò a calare; quasi subito -dopo fu battuto alla sua porta. - -— Entrate, disse Monte-Cristo, senza che la sua voce manifestasse la -menoma emozione. — Beauchamp comparve. - -— Buona sera, sig. Beauchamp, disse Monte-Cristo, come se vedesse il -giornalista per la prima volta nella serata; sedete adunque. - -Beauchamp salutò, entrò, e si assise: - -— Signore, diss’egli a Monte-Cristo, or ora io accompagnava, come -avrete potuto vedere, il sig. de Morcerf. - -— Ciò vuol dire, riprese Monte-Cristo ridendo, che voi probabilmente -avrete pranzato insieme. Sono ben contento di vedere, signor Beauchamp, -che siete più sobrio di lui. - -— Signore, disse Beauchamp, Alberto ha avuto, ne convengo, torto nel -lasciarsi trasportare, e vengo per proprio mio conto a farvene delle -scuse. Ora che le mie scuse sono fatte, le mie, intendete bene signor -conte? vengo a dirvi che vi credo troppo galantuomo per ricusarvi -dal darmi delle spiegazioni sul soggetto delle vostre relazioni colle -persone di Giannina! indi aggiungerò due parole sul conto della giovine -greca. — Monte-Cristo fece con gli occhi e con le labbra, un piccolo -gesto che comandava il silenzio: — Andiamo, aggiunse egli ridendo, ecco -tutte le mie speranze distrutte. - -— In qual modo? domandò Beauchamp. - -— Senza dubbio, voi vi affannate di farmi un credito di eccentricità; -io sono a parer vostro, un Lara, un Manfredi, un Lord Ruthwen; indi -passato il momento di vedermi eccentrico, guastate il mio tipo, tentate -di farmi diventare un uomo oscuro; mi volete comune volgare; infine -mi domandate quelle spiegazioni. Su via! sig. Beauchamp, voi volete -ridere. - -— Frattanto, riprese Beauchamp con alterigia, vi sono delle congiunture -in cui la probità ordina... - -— Sig. Beauchamp, interruppe l’uomo strano, chi comanda al conte di -Monte-Cristo è il conte di Monte-Cristo. Così dunque non dite una -parola di più su questo argomento, se vi aggrada; faccio ciò che -voglio, sig. Beauchamp, e credetemi, è sempre fatto benissimo. - -— Signore, le persone oneste non si pagano con questa moneta; sono -necessarie delle guarentigie all’onore. - -— Signore, sono una garanzia vivente, rispose Monte-Cristo impassibile, -i cui occhi però s’infiammavano di lampi minacciosi. Entrambi abbiamo -nelle vene del sangue, che abbiamo volontà di versare, ecco la nostra -mutua garanzia. Riportate questa risposta al visconte, e ditegli che -domani alle dieci, avrò veduto il colore del suo. - -— Non rimane adunque, disse Beauchamp, che di stabilire le condizioni -del combattimento. - -— Ciò ancora mi è del tutto indifferente, signore, disse il conte -di Monte-Cristo; era dunque inutile di venirmi a disturbare allo -spettacolo per una cosa di sì poco momento. In Francia, uno si batte -alla spada o alla pistola; nelle colonie si preferisce la carabina; -nell’Arabia si adopera il pugnale. Dite al vostro cliente, che, -quantunque sia io l’insultato, gli lascio la scelta delle armi, e che -accetterò tutto senza contestazione; tutto, intendete bene? tutto, -anche il combattimento per mezzo della sorte, cosa che sempre è -stupida. Ma per me è un affare diverso, sono sicuro di vincere. - -— Sicuro di vincere? ripetè Beauchamp guardando il conte con occhio -atterrito. - -— Eh! certamente, disse Monte-Cristo, alzando leggermente le spalle. -Senza ciò non mi batterei col sig. de Morcerf. Lo ucciderò, ciò è -necessario, e sarà fatto. Soltanto non fate neppure una parola di tutto -ciò in casa mia questa sera, indicatemi l’arme e l’ora, non amo di -farmi sentire. - -— Alla pistola, alle otto del mattino, al bosco di Vincennes, disse -Beauchamp sconcertato, non sapendo se aveva che fare con un fanfarone -tracotante, o con un essere soprannaturale. - -— Sta bene, signore, disse Monte-Cristo; ora che tutto è in regola, -lasciatemi sentire lo spettacolo, ve ne prego, e dite al vostro amico -Alberto di non ritornare questa sera; egli si farebbe un torto con -tutte le sue brutalità di cattivo gusto; che ritorni a casa, e che -dorma. — Beauchamp uscì tutto maravigliato. — Ora, disse Monte-Cristo -voltandosi a Morrel, conto su voi, n’è vero? - -— Certamente, disse Morrel, e potete disporre di me, conte; però... — -Che cosa? - -— Sarebbe importante, che conoscessi la vera causa... - -— Vale a dire che rifiutate? — No. - -— La vera causa Morrel, disse il conte, il giovine che cammina alla -cieca non la conosce neppur lui. La vera causa non è conosciuta che da -me e dal cielo; ma vi do la mia parola d’onore, Morrel, che il cielo la -conosce, e sarà a nostro favore. - -— Basta così, conte, disse Morrel. Chi è il vostro secondo testimonio? - -— Non conosco nessuno a Parigi cui dare questo onore, che voi Morrel -e vostro cognato Emmanuele. Credete che egli vorrà rendermi questo -favore? - -— Vi garantisco per lui, come per me, conte. - -— Bene! ciò è quanto mi abbisogna. Domattina alle sette sarete da me, -non è vero? — Vi saremo. - -— Zitto! ecco che si rialza il sipario, ascoltiamo. Ho il costume di -non perdere una nota di quest’opera; è tanto adorabile la musica del -_Guglielmo Tell_. - - - - -LXXXVIII. — LA NOTTE. - - -Il sig. di Monte-Cristo aspettò, secondo il solito, che Duprez avesse -cantato il suo famoso _Seguitemi!_ e allora soltanto si alzò ed uscì. - -Alla porta Morrel lo lasciò, rinnovandogli la promessa di essere da -lui, con Emmanuele, la dimane alle sette precise: indi montò nel suo -_coupé_, sempre tranquillo e sorridente. - -Cinque minuti dopo era in casa sua. Bisognava soltanto non conoscere il -conte per lasciarsi ingannare dalla espressione colla quale, entrando -in casa, disse ad Alì: - -— Datemi le mie pistole dalla incassatura d’avorio. - -Alì portò il cassettino al suo padrone, e questi si mise ad esaminare -le armi con quella premura tanto naturale ad un uomo che sta per -affidare la sua vita ad un poco di ferro e di piombo. Erano pistole -particolari, che Monte-Cristo aveva fatto costruire appositamente per -tirare al bersaglio nel suo appartamento. Una _capsula_ bastava per -cacciare una palla, e, dalla camera vicina, non si sarebbe potuto -credere che il conte stava, come si dice in termine di bersaglio, -esercitandosi la mano. Stava brandendo l’arma colla mano, e cercando -la mira sur un piccolo pezzetto di tela che serviva di bersaglio, allor -quando si aprì la porta del suo gabinetto ed entrò Battistino. Ma prima -ancora che avesse aperta la bocca, il conte si accorse dalla porta -rimasta semi-aperta, di una donna velata in piedi, posta alla debole -luce della camera vicina, e che aveva seguito Battistino. - -Ella aveva scorto il conte colla pistola alla mano, vedeva due spade -sopra una tavola, e si slanciò dentro. - -Battistino consultò con uno sguardo il suo padrone. - -Il conte fece un segno, Battistino si ritirò, e chiuse la porta dietro -a sè. - -— Chi siete voi, signora? disse il conte alla donna velata. - -L’incognita gettò uno sguardo intorno a sè per assicurarsi, se -veramente erano soli; poi inchinandosi come se avesse voluto -inginocchiarsi, congiunse le mani, e coll’accento della disperazione: — -Edmondo, diss’ella, voi non ucciderete mio figlio! - -Il conte fece un passo in addietro, gettò un debole grido, e lasciò -cadersi l’arme di mano: — Che nome avete pronunciato, sig.ª de Morcerf? -diss’egli. - -— Il vostro! gridò ella gettando il velo, il vostro che, sola io forse -non ho dimenticato mai; Edmondo, non è la sig.ª de Morcerf che viene da -voi, è Mercedès. - -— Mercedès è morta, signora, disse Monte-Cristo, ed io non conosco più -alcuna che porti questo nome. - -— Mercedès vive, signore, e Mercedès vi ricorda, poichè sola vi ha -riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi alla vostra voce. -Edmondo, al solo accento della vostra voce, e da quel tempo ella vi ha -seguito passo passo, ella vi sorveglia, vi teme, non ha avuto bisogno -di cercare la mano, da cui partiva il colpo che ha percosso il sig. de -Morcerf. - -— Fernando, volete dire, signora, riprese Monte-Cristo con -un’amara ironia; poichè siamo in corso di ricordarci i nostri nomi, -ricordiamoceli tutti. — E Monte-Cristo aveva pronunciato il nome di -Fernando, con una tale espressione di odio, che Mercedès sentì il -brivido dello spavento scorrerle per tutto il corpo. - -— Vedete bene, che non mi sono ingannata, gridò Mercedès, e che ho -ragione di dirvi: risparmiatemi il figlio! - -— E chi vi ha detto, che io odio vostro figlio? - -— Nessuno, mio Dio! Ma una madre è dotata di una doppia vista: ho -indovinato tutto: l’ho seguito questa sera all’_Opera_, e, nascosta in -un _baignoire_[4] ho veduto tutto. - -— Allora, se avete veduto tutto, signora, avrete veduto che il figlio -di Fernando mi ha insultato pubblicamente? - -— Oh! per pietà! - -— Avrete veduto, continuò il conte, che mi avrebbe gettato il guanto -in faccia, se uno dei miei amici, Morrel, non gli avesse fermato il -braccio. - -— Ascoltatemi; anche mio figlio vi ha indovinato, ed attribuisce a voi -tutta la disgrazia che opprime suo padre. - -— Signora, disse Monte-Cristo, voi confondete: non è già una disgrazia, -è un castigo. Non sono già io che opprimo il sig. de Morcerf, è la -Provvidenza che lo colpisce. - -— Che importa a voi, Edmondo, di Giannina e del suo Visir? che torto ha -fatto a voi Fernando Mondego, tradendo Alì-Tebelen? - -— E tutto questo, rispose Monte-Cristo, tutto questo è un affare fra -il capitano franco e la figlia di Vasiliki. Ciò non mi riguarda, avete -ragione; e se ho giurato di vendicarmi, non è del capitano franco, -nè del sig. de Morcerf, ma bensì del pescatore Fernando, marito della -catalana Mercedès. - -— Ah! signore, gridò la contessa, qual terribile vendetta per una -colpa, che la fatalità mi ha fatto commettere, poichè la vera colpevole -sono io, Edmondo, e se avete a vendicarvi di qualcuno, è di me, che ho -mancato, costrettavi dalla vostra assenza, e dal mio isolamento. - -— Ma, gridò Monte-Cristo, perchè sono io stato assente? perchè siete -voi rimasta isolata? - -— Perchè foste arrestato, perchè eravate prigioniero. - -— E perchè era io arrestato? perchè era prigioniero? - -— Lo ignoro, disse Mercedès. - -— Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. Ebbene! ve lo dirò. -Io era arrestato, io era prigioniero, perchè sotto il pergolato -dell’osteria la _Réserve_, la stessa vigilia del giorno in cui doveva -sposarvi, un uomo, chiamato Danglars, scrisse questa lettera che il -pescatore Fernando s’incaricò di rimettere da sè stesso alla posta. -— E Monte-Cristo, andando allo scrigno fece uscire un cassettino, da -cui estrasse un foglio che aveva perduto il suo primitivo colore, e la -cui scrittura aveva preso quello della ruggine, ch’egli mise sotto gli -occhi di Mercedès. Era questa la lettera di Danglars al procuratore -del re, che il giorno in cui aveva pagati i 200 mila fr. al sig. de -Boville, il conte di Monte-Cristo, travestito da commesso della casa -Thomson e French, aveva sottratto dalla filza di Edmondo Dantès. - -Mercedès lesse con ispavento le linee seguenti. - - «Il sig. Procuratore del Re è avvisato da un amico del Trono - e della Religione, che il nominato Edmondo Dantès secondo nel - bastimento il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne, dopo - aver toccato Napoli e Porto Ferrajo, è stato incaricato da Murat - di una lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore di una lettera - pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo - delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle - sue tasche, o presso suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del - _Faraone_.» - -— Oh! mio Dio! fece Mercedès passando la mano sulla sua fronte bagnata -di sudore; e questa lettera... - -— L’ho comprata per 200 mila fr. signora, disse Monte-Cristo; ma è -ancora a buon mercato, perchè ella in oggi mi permette di giustificarmi -ai vostri occhi. - -— E il resultato di questa lettera? - -— Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello però che non sapete -è, che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di lega distante -da voi, in una prigione segreta del castello d’If. Ciò che non sapete -è, che ogni giorno di questi quattordici anni ho rinnovato il mio -giuramento di vendetta che avevo fatto il primo giorno, e non pertanto -ignorava, che voi aveste sposato Fernando, il mio denunziatore, e che -mio padre fosse morto, e morto di fame! - -— Giusto Iddio! gridò Mercedès vacillando. - -— Ecco ciò ch’io ho saputo nell’uscire di prigione, quattordici anni -dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a giurare su -Mercedès viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, e... e io mi -vendico. - -— E siete sicuro che il disgraziato Fernando ha fatto ciò? - -— Sull’anima mia, egli ha fatto quel che vi ho detto: d’altra parte -ciò non è molto più odioso che, francese di adozione, essere passato -nelle file degl’inglesi; spagnuolo di nascita, aver combattuto contro -gli spagnuoli; stipendiato da Alì, avere tradito ed assassinato Alì. -In faccia a simili cose, che è la lettera che avete or letta? una -mistificazione galante che deve perdonare, lo vedo e lo confesso, la -donna che ha sposato quest’uomo, ma che non perdona l’amante che doveva -sposarla. Ebbene! i francesi non si sono vendicati del traditore; -gli spagnuoli non hanno fucilato il traditore; Alì, sepolto nella sua -tomba, ha lasciato impunito il traditore; ma io, tradito, assassinato, -gettato vivo in una tomba, dalla quale sono uscito per un miracolo, io -debbo vendicarmi. - -La povera donna lasciò ricadere la testa e le mani; le gambe le si -piegarono sotto, e cadde in ginocchio. - -— Perdonate, Edmondo, diss’ella, perdonate per me che vi amo ancora! — -La dignità della sposa mise un freno allo slancio dell’amante e della -madre. La sua fronte s’inchinò fino a toccare il tappeto. Il conte si -slanciò davanti a lei, e la rialzò. Allora assisa sopra una sedia, -ella potè, a traverso le sue lagrime, guardare il pallido viso di -Monte-Cristo, al quale il dolore e l’odio imprimevano ancora un’indole -minacciosa: — Che io non ischiacci questa razza maledetta! mormorò -egli, impossibile, signora, impossibile! - -— Edmondo, disse la povera madre tentando tutti i mezzi, mio Dio! -quando vi chiamo Edmondo, perchè non mi chiamate Mercedès? - -— Mercedès! ripetè Monte-Cristo, Mercedès! Ebbene! sì, avete ragione, -questo nome mi è dolce ancora a pronunziare, ed ecco la prima volta, -dopo lunghi anni, ch’egli risuona così chiaro all’uscir dalle -mie labbra. Ah! Mercedès! il vostro nome io l’ho pronunciato coi -sospiri della malinconia, coi gemiti del dolore, colla rabbia della -disperazione; l’ho pronunciato agghiacciato pel freddo, attrappito -sulla paglia della mia prigione; l’ho pronunciato, divorato dal caldo; -l’ho pronunciato rotolandomi sul pavimento del mio carcere. Mercedès, -bisogna ch’io mi vendichi, perchè ho sofferto per quattordici anni, -per quattordici anni ho maledetto, per quattordici anni ho pianto, ho -maledetto. Or, ve lo ripeto, Mercedès, bisogna che mi vendichi! - -Ed il conte temendo di cedere alle lagrime di quella che aveva amata -tanto, chiamava in soccorso del suo odio la rimembranza del passato. - -— Vendicatevi, Edmondo, gridò la povera madre, ma vendicatevi sui -colpevoli, vendicatevi su di me, ma non vi vendicate sul figlio mio! - -— Edmondo, continuò Mercedès colle braccia stese verso il conte, -da che vi ho conosciuto ho adorato il vostro nome, ho rispettata la -vostra memoria; Edmondo, amico mio, non mi costringete a cancellare -questa immagine nobile e pura, che incessantemente ha riverberato sul -mio cuore. Edmondo! se sapeste tutte le preghiere che ho innalzato a -Dio per voi, fino a che vi ho sperato vivo, e dopo che vi ho creduto -morto! sì, morto, ahimè! io credeva il vostro cadavere sepolto -nel fondo di qualche torre; credeva il vostro corpo precipitato in -qualcuno di quegli abissi, in cui i carcerieri rotolano i morti, ed -io vi piangeva! Io, che poteva per voi, Edmondo, se non pregare e -piangere? Ascoltatemi: per dieci anni ho fatto ogni notte lo stesso -sogno. Si disse che voi avevate tentato di fuggire, che avevate preso -il posto di un altro prigioniero, che vi eravate introdotto nel sacco -mortuario, e che allora quando avevano gettato il cadavere vivente -dall’alto al basso del castello d’If, e che il grido che avevate emesso -nell’infrangervi sugli scogli, aveva solo rivelata la sostituzione ai -vostri becchini, divenuti i vostri carnefici. Ebbene! Edmondo, ve lo -giuro sulla testa di questo figlio pel quale io v’imploro, Edmondo, -per dieci anni ho veduto ogni notte gli uomini che libravano qualche -cosa d’informe e di sconosciuto dall’alto della roccia; per dieci -anni ho inteso ogni notte un grido terribile che mi ha risvegliata, -rabbrividita, agghiacciata. Ed io pure, credetemi, per quanto sia rea, -io pure ho sofferto molto! - -— Avete sentito morire vostro padre nella vostra assenza? gridò -Monte-Cristo, cacciandosi le mani fra i capelli; avete veduta la donna -che amavate, stendere la sua mano al vostro rivale, nel tempo che -gorgogliavate nell’abisso di un vortice?... - -— No, interruppe Mercedès, ma ho veduto colui che amava pronto a -divenire l’uccisore di mio figlio! - -Mercedès pronunciò queste parole con un dolore così possente, con -un accento così disperato, che a questo accento un singhiozzo sfuggì -dalla gola del conte. Il leone era domato, il vendicatore era vinto: -— Che chiedete da me, diss’egli, che vostro figlio viva? Ebbene, egli -vivrà!... - -Mercedès mandò un grido che fece scaturire due lagrime dalle pupille -di Monte-Cristo, ma queste due lagrime disparvero quasi tosto, poichè -senza dubbio si staccò dal cielo un angiolo per raccoglierle, essendo -esse assai più preziose al Signore che le più ricche perle di Guzarate -e di Ofir. - -— Oh! gridò ella, afferrando la mano del conte ed appressandosela alle -labbra, oh! grazie, Edmondo, grazie! Eccoti tal quale ti ho sempre -sognato, tal quale ti ho sempre amato. Oh! ora posso dirlo. - -— Tanto più, rispose Monte-Cristo, che il povero Edmondo non avrà -molto tempo da essere amato. La morte rientra nella tomba, il fantasma -rientra nella notte. - -— Che intendete di dire, Edmondo? - -— Dico che, poichè l’ordinate, bisogna morire. - -— Morire! e chi è che dice questo? chi parla di morire? d’onde vi -ritornano simili idee di morte? - -— Voi non supporrete che, oltraggiato pubblicamente, in faccia a tutto -un teatro, in presenza dei vostri amici e di quelli di vostro figlio, -provocato da un giovinetto che si glorierebbe del mio perdono come -di una vittoria, non supporrete, diceva, che io abbia il desiderio -di vivere un sol momento. Ciò che io ho amato di più, dopo di voi, -Mercedès, è me stesso, vale a dire la mia dignità, vale a dire quella -forza che mi rendeva superiore agli altri uomini; ch’era la mia vita. -Con una parola, voi la rompete. Io moro. - -— Ma questo duello non avrà luogo, Edmondo, poichè voi perdonate... - -— Avrà luogo, signora, disse solennemente Monte-Cristo. Soltanto, -invece del sangue di vostro figlio che doveva bagnare il terreno, sarà -il mio che sgorgherà. - -Mercedès mandò un grido, e si slanciò verso Monte-Cristo; ma -d’improvviso ella si fermò. — Edmondo, diss’ella, vi è un Dio al di -sopra di noi, poichè io vi ho riveduto, ed io confido in Lui dal più -profondo del mio cuore. Aspettando il suo appoggio, mi affido alla -vostra parola. Voi avete detto che mio figlio vivrà; egli vivrà, non è -vero? - -— Egli vivrà, sì, signora, disse Monte-Cristo sorpreso che senz’altra -esclamazione, senza altra meraviglia, Mercedès avesse accettato -l’eroico sacrificio che le faceva. - -Mercedès stese la mano al conte. — Edmondo, diss’ella, mentre i suoi -occhi si bagnavano di lagrime guardando quello a cui indirizzava queste -parole, quanto è bello dal canto vostro, come è grande ciò che avete -fatto! quanto è sublime l’avere avuto pietà di una povera donna che si -offriva a voi con tutte le probabilità contrarie alla speranza? Ahimè! -sono invecchiata pei dispiaceri più ancora che per gli anni; non posso -neppur più rammentare al mio Edmondo con uno sguardo quella Mercedès -d’altravolta ch’egli passava tante ore a contemplare. Ah! credetemi, -Edmondo, vi ho detto che io pure ho sofferto molto; ve lo ripeto; è -ben tristo il vedersi passare la vita senza ricordarsi una sola gioia, -senza conservare una sola speranza; ma ciò prova che tutto non è finito -sulla terra. No! tutto non è finito, lo sento da ciò che mi rimane -ancora nel cuore. Oh! ve lo ripeto. Edmondo, è cosa bella, grande, -sublime il perdonare come voi fate! - -— Voi dite ciò, Mercedès? e che direste se sapeste tutta l’estensione -del sacrificio che vi faccio? Voi non ne avete una idea, o piuttosto, -no, no, voi non potrete mai farvi una idea di ciò ch’io perdo perdendo -la vita in questo momento. - -Mercedès guardò il conte con un’aria che dipingeva ad un tempo la sua -meraviglia, la sua ammirazione, e la sua riconoscenza. Monte-Cristo -si appoggiò la fronte sulle mani ardenti, come se essa non potesse -più da sè sola sostenere il peso dei suoi pensieri. — Edmondo, disse -Mercedès, non ho più che una parola a dirvi. — Il conte sorrise -amaramente. — Edmondo, continuò ella, voi vedrete che se la mia fronte -è impallidita, se i miei occhi sono spenti, se la mia bellezza è -perduta, se finalmente non rassomiglio più a quella stessa Mercedès per -le forme del viso, voi vedrete ch’ella è sempre la stessa nel cuore!... -Addio dunque, Edmondo; non ho più nulla da chiedere al cielo... vi ho -riveduto, e riveduto egualmente nobile e grande come in altri tempi. -Addio, Edmondo... e grazie! — Ma il conte non rispose. - -Mercedès aveva riaperta la porta del gabinetto, ed era partita prima -ancora ch’egli fosse rinvenuto dalla dolorosa e profonda distrazione -in cui lo aveva immerso la sua fallita vendetta. Suonava un’ora -all’orologio degl’Invalidi quando la carrozza che trasportava la sig.ª -de Morcerf, scorrendo sul terreno dei Campi-Elisi, fece rialzare la -testa al conte di Monte-Cristo: — Insensato, io mi doveva svellere il -cuore il giorno in cui risolvetti di vendicarmi. - - - - -LXXXIX. — L’INCONTRO. - - -Dopo la partenza di Mercedès tutto ricadde nell’ombra presso -Monte-Cristo. Intorno a lui ed entro lui il suo pensiero si fermò; il -suo spirito energico si addormì, come fa il corpo dopo una eccessiva -fatica. — Che! disse a sè stesso, mentre la lampada e le candele si -consumavano tristamente, e che i servitori aspettavano con impazienza -nell’anticamera; che! ecco l’edificio così lentamente preparato, -elevato con tante pene e tanti affanni, che crolla ad un colpo, con una -sola parola, sotto un soffio! Ebbene! sono io che mi credeva qualche -cosa? sono io di cui andava tanto superbo? sono io che mi era veduto sì -piccolo nel carcere d’If, e che era riuscito a rendermi così grande? -sono io la cui salma domani sarà un poco di polvere? Ahimè, non è già -la morte del corpo quella che io piango; questa distruzione della -materia non è il riposo cui tutto tende, cui aspira ogni infelice? -quella calma della materia alla quale m’incamminava per la strada -dolorosa della fame quando Faria comparve nel mio carcere? che cosa è -la morte per me? un grado di più nella calma, e forse due nel silenzio. -No, non è dunque la cessazione della esistenza che io piango, che il -mio spirito sopravvivrà; ma la rovina dei miei disegni così lentamente -elaborati, così faticosamente costrutti, è questo che amaramente io -piango. La Provvidenza, che io aveva loro creduta favorevole, è dunque -ad essi contraria? Dio non vuol dunque che si compiano? Questo fardello -che io aveva sollevato quasi tanto pesante quanto il mondo, e che io -aveva creduto di poter portare fino al termine, era secondo i miei -desideri, ma non secondo la mia forza; secondo la mia volontà, ma -non secondo il mio potere. Bisognerà che io lo deponga giunto appena -alla metà della mia corsa? Oh! diventerei io forse fatalista, che -quattordici anni di disperazione e dieci di speranze avevan formato -previdente? E tutto questo, tutto questo, mio Dio! perchè il mio cuore, -che credeva morto, non era che assopito; perchè si è risvegliato, -perchè ha battuto, perchè ho ceduto al dolore che questo battito -sollevava dal fondo del mio petto per mezzo della voce di una donna! E -frattanto, continuò il conte, inabissandosi sempre più nelle previsioni -di questo domani terribile che aveva accettato Mercedès; e frattanto è -impossibile che questa donna, che ha un cuore sì nobile, abbia in tal -modo per egoismo, acconsentito a lasciarmi uccidere... io così pieno -di forza d’esistenza! è impossibile ch’ella spinga a questo punto, -l’amore, o piuttosto il delirio materno! Vi sono delle virtù in cui -l’esagerazione sarebbe un delitto. Ma, ella avrà immaginato qualche -scena poetica; verrà a gettarsi fra le spade, e sarà una cosa ridicola -per la posizione sublime da me fattami. - -E il rossore dell’orgoglio salì alla faccia del conte. - -— Ridicolo, ripetè egli, e il ridicolo ricadrà su di me... io ridicolo! -andiamo, amo ancor più il morire. - -E a forza di esagerarsi in tal modo le combinazioni che potevano -accadere il dimane nel quale si era condannato promettendo a Mercedès -che lascerebbe vivere suo figlio, il conte terminò col dirsi: — Pazzie! -pazzie! pazzie! il mettersi come una meta inerte davanti alla mira del -giovine! È necessario, lo farò. — E prendendo una penna, e cavando un -foglio dall’armadio, scrisse alcune linee in piè di questo foglio, che -altro non era che il suo testamento fatto dal suo arrivo in Parigi, -ed estese una specie di codicillo nel quale faceva capire la sua morte -anche agli uomini meno creduli. - -— Io faccio questo, pel solo onor mio, e per umiliare me stesso agli -occhi miei. È indispensabile che questi miserabili, che un Danglars, -un Villefort, un Morcerf non si figurino d’essersi spacciati di me -per opera del solo caso, che il solo caso li abbia liberati del loro -nemico. Che sappiano, al contrario, che se la deliberata punizione non -ha avuto luogo, fu perchè è stata corretta dalla mia sola volontà; che -il castigo evitato in questo mondo li aspetta nell’altro, e ch’essi non -hanno fatto altro cambio che quello del tempo colla eternità. - -Mentre ondeggiava in queste cupe incertezze, sogni cattivi di un -uomo svegliato dal dolore, venne il giorno ad imbiancare i vetri ed a -rischiarare sotto le sue mani la carta azzurra sulla quale trascinava -l’ultima sua giustificazione. Erano le cinque del mattino. D’improvviso -giunse al suo orecchio un leggero rumore. Monte-Cristo credè avere -inteso qualche cosa, come un sospiro soffocato; volse la testa, guardò -intorno a sè, e non vide alcuno. Soltanto il rumore si ripetè molto -distintamente, perchè al dubbio successe la certezza. Allora il conte -si alzò, aprì dolcemente la porta del salotto, e sopra una sedia, colla -sua bella testa pallida ed inclinata in addietro, vide Haydée che si -era posta a traverso alla porta, affinchè egli non potesse uscire senza -vederla; ma il sonno così possente nella gioventù, l’aveva sorpresa -dopo la fatica di una lunga veglia. - -Il rumore che fece la porta nell’aprirsi non potè scuotere Haydée dal -suo sonno. Monte-Cristo fissò su di lei uno sguardo pieno di dolcezza -e di dolore. — Ella si è ricordata che aveva un figlio, ed io ho -dimenticato che ho una figlia! - -Indi scuotendo tristamente la testa: - -— Povera Haydée! diss’egli, ha voluto vedermi, ha voluto parlarmi, ella -ha temuto o indovinato qualche cosa... Oh! io non posso partire senza -dirle addio, non posso morire senza confidarla a qualcuno. - -E raggiunse dolcemente di nuovo il suo posto, e scrisse sotto alle -linee già vergate. - - «Faccio legato a Massimiliano Morrel, capitano degli _Spahis_ e - figlio del mio antico padrone Pietro Morrel armatore in Marsiglia - della somma di venti milioni, di cui ne sarà da lui offerta una - parte a sua sorella Giulia ed a suo cognato Emmanuele, quando - però non creda che questo aumento di fortuna possa nuocere alla - loro felicità. Questi venti milioni sono sepolti nella mia grotta - dell’isola di Monte-Cristo, di cui Bertuccio conosce il segreto. - - «Se il suo cuore è libero, e voglia sposare Haydée, figlia d’Alì - pascià di Giannina, che io ho allevata coll’amore di un padre, - e ch’ha avuto per me l’amore e la tenerezza di una figlia, - egli esaudirà, non dirò l’ultima mia volontà, ma l’ultimo mio - desiderio. - - «Il presente testamento ha già fatta Haydée erede del resto della - mia fortuna, consistente in terre, rendite sull’Inghilterra, - l’Austria, e l’Olanda, mobili dei miei diversi palazzi e case, - e che, prelevati i venti milioni, altri legati fatti ai miei - servitori ecc. formerà una somma che potrà ammontare a sessanta - milioni.» - -Terminava appena di scrivere quest’ultima linea, quando un grido emesso -dietro a lui gli fece cadere la penna dalla mano: — Haydée; diss’egli; -voi avete letto. - -In fatto la giovanetta, risvegliata dal chiarore del giorno che aveva -colpito le sue pupille, si era alzata e si era avvicinata al conte -senza che i suoi passi leggeri, ed assorbiti dal tappeto, fossero stati -intesi: — Oh! mio signore, diss’ella giungendo le mani, perchè scrivete -così a quest’ora? Perchè mi lasciate così la vostra fortuna? Mio -signore, mi abbandonate forse? - -— Vado a fare un viaggio, cara fanciulla, disse Monte-Cristo con -espressione di malinconia e di tenerezza infinita, e se mi accadesse -qualche disgrazia... — Il conte si fermò. - -— Ebbene?.... domandò la giovanetta con un accento di autorità che il -conte non le conosceva che lo fece fremere. - -— Ebbene! se mi accade qualche disgrazia, riprese Monte-Cristo, voglio -che mia figlia sia felice. - -Haydée sorrise tristamente scuotendo la testa. - -— Voi pensate a morire, mio signore? diss’ella. - -— È un pensiero salutare, figlia mia, ha detto il saggio. - -— Ebbene, se voi morite, disse ella, lasciate pure la vostra fortuna -in legato ad altri eredi; perchè se voi morite... io non avrò più -bisogno di niente. — E prendendo il foglio ella lo stracciò in quattro -pezzi che gettò in mezzo al salotto. Indi spossata da questo tratto di -energia tanto poco comune ad una schiava, cadde non più addormentata ma -svenuta sul pavimento. Monte-Cristo si chinò vers’ella, la sollevò fra -le sue braccia; e vedendo questa bella tinta impallidita, questi begli -occhi chiusi, questo bel corpo inanimato e come abbandonato, gli venne -per la prima volta l’idea che ella lo amasse ben altrimenti che una -figlia ama suo padre. - -— Me lasso! mormorò egli con un profondo scoraggiamento, avrei ancora -potuto esser felice. - -Indi portò Haydée fino all’appartamento di lei, la rimise sempre -svenuta, fra le mani delle sue donne e, rientrando nel gabinetto, che -questa volta chiuse attentamente, ricopiò il distrutto testamento. -Mentre terminava, si fece sentire il rumore di un _cabriolet_ che -entrava nel cortile. - -Monte-Cristo si avvicinò alla finestra, e vide discendere Massimiliano -ed Emmanuele. — Buono! diss’egli, è giunta l’ora! — Sigillò il suo -testamento con triplo sigillo. - -Un momento dopo intese un rumore di passi nella sala, ed andò ad aprire -egli stesso. Morrel comparve sulla soglia. Egli aveva anticipata l’ora -di venti minuti. - -— Io vengo forse troppo presto, sig. conte, diss’egli; ma vi confesso -francamente che non ho potuto dormire un minuto, e che è accaduto lo -stesso a tutta la famiglia. Io aveva molto bisogno di vedere la vostra -coraggiosa fermezza per ricuperarla io pure. - -Monte-Cristo non potè contenersi a questa prova di affezione, e non fu -la sua mano che stese al giovine, ma le braccia che gli aprì. — Morrel, -gli disse con voce commossa, è per me un bel giorno quello in cui -mi sento amato da un uomo come voi. Buon giorno, sig. Emmanuele. Voi -dunque venite con me, Massimiliano? - -— Per bacco! disse il giovine capitano, ne avete dubitato? - -— Ma pure se avessi torto... - -— Ascoltate, vi ho guardato ieri durante tutta la scena di sfida, ho -pensato alla vostra fermezza tutta questa notte, e ho detto che la -giustizia doveva essere dalla parte vostra o che non si doveva fare più -alcun calcolo sul viso degli uomini. - -— Però, Morrel, Alberto è vostro amico? - -— Una semplice conoscenza, conte. - -— Voi lo avete veduto per la prima volta lo stesso giorno che vedeste -me? - -— Sì, è vero; ma che volete? bisogna che voi me lo ricordiate, perchè -io me ne sovvenga. - -— Grazie, Morrel, indi battendo un colpo sul campanello: — Prendi, -disse egli ad Alì che comparve subito, fa portare questo al mio notaro; -è il mio testamento, Morrel. Quando sarò morto andrete a prenderne -conoscenza. - -— Come! gridò Morrel, voi morto? - -— E non bisogna sempre preveder tutto, amico caro? Ma che cosa avete -fatto ieri sera dopo avermi lasciato? - -— Sono stato al caffè Tortoni, ove, come me lo aspettava, vi ho -ritrovato Beauchamp e Château-Renaud; vi confesso che li cercava. - -— Per farne che, quando tutto era già convenuto? - -— Ascoltate, conte; l’affare è grave ed inevitabile. - -— Ne dubitavate voi? — No, l’offesa è stata pubblica e ciascuno già ne -parla. — Ebbene? - -— Ebbene! io sperava far cambiare le armi, sostituire la spada alla -pistola. La pistola è cieca. - -— Vi siete riuscito? domandò vivamente Monte-Cristo con una -impercettibile luce di speranza. - -— No, perchè si conosce la vostra forza alla spada. - -— Bah! chi mi ha dunque tradito? — I maestri di scherma che voi avete -battuti. - -— E voi non vi siete riuscito? - -— Essi hanno ricusato positivamente. — Morrel, disse il conte, mi avete -voi mai veduto tirare alla pistola? — Mai. - -— Ebbene! noi abbiamo il tempo; guardate. - -Monte-Cristo prese le pistole che aveva in mano quando Mercedès entrò, -ed attaccando un asso di fiori contro il muro, in quattro colpi portò -via successivamente le quattro branche del fiore. - -A ciascun colpo Morrel impallidiva. Esaminò le palle colle quali -Monte-Cristo eseguiva questo esercizio, e vide che esse non erano più -grosse dei pallini da lepre. - -— È cosa spaventosa, disse egli; guardate dunque Emmanuele! — Indi -voltandosi verso Monte-Cristo: - -— Conte, disse egli, in nome del cielo, non uccidete Alberto! il -disgraziato ha una madre! - -— È giusto, disse Monte-Cristo, io non l’ho. - -Queste parole furono pronunciate con un tuono che fece fremere Morrel. -— Voi siete l’offeso, conte. - -— Senza dubbio, e che volete dire con ciò? - -— Voglio dire che siete il primo a tirare. — Io tiro pel primo? - -— Oh! questo io l’ho preteso; noi facciamo loro abbastanza concessioni -perchè essi ci facciano questa. - -— E a quanti passi? — A venti. - -Uno spaventoso sorriso passò sulle labbra del conte. — Morrel, -diss’egli, non dimenticate quel che or ora avete veduto. - -— Così, disse il giovine, io conto sulla vostra emozione per salvare -Alberto. — Io commosso? disse Monte-Cristo. - -— O sulla vostra generosità, amico mio; sicuro come siete del vostro -colpo, posso dirvi una cosa che sarebbe ridicola se la dicessi ad un -altro. — E quale? - -— Rompetegli un braccio, feritelo, ma non lo uccidete. - -— Morrel, ascoltate anche questo, disse il conte, io non ho bisogno -di essere incoraggiato per avere dei riguardi a Morcerf; il sig. -de Morcerf, ve lo avviso prima, sarà ben trattato, egli ritornerà -tranquillamente ed intatto, nel mentre che io... — Ebbene! voi? - -— Oh! è un’altra cosa, sarò trasportato... - -— Su via, dunque! gridò Morrel fuor di sè. - -— La cosa accadrà come ve l’annunzio, mio caro Morrel, il sig. de -Morcerf mi ucciderà. - -Morrel guardò il conte come uomo che non capisce più. - -— Conte, che è dunque accaduto da ier sera in qua? - -— Ciò che accadde a Bruto la vigilia della battaglia di Filippi; ho -veduto un fantasma. - -— E questo fantasma? — Questo fantasma, Morrel, mi ha detto che ho -vissuto abbastanza. - -Massimiliano ed Emmanuele si guardarono; Monte-Cristo cavò l’orologio; -— Partiamo, disse egli; sono le sette e cinque minuti, ed il ritrovo è -per le otto precise. - -Una carrozza li aspettava coi cavalli di già attaccati. Monte-Cristo vi -salì con i suoi due testimoni. - -Traversando il corridore, Monte-Cristo si era fermato per ascoltare -avanti di una porta, e Massimiliano ed Emmanuele che per discrezione -avevano fatto qualche passo in avanti, crederono sentire rispondere -con un sospiro ed un singhiozzo. Ott’ore suonarono al punto in cui -giungevano al convegno: — Eccoci arrivati, disse Morrel mettendo la -testa fuori dello sportello, e noi siamo i primi. - -— Il signore mi scuserà, disse Battistino che aveva seguito il suo -padrone con un indicibile terrore, ma credo di scorgere una carrozza -laggiù sotto quegli alberi. - -Monte-Cristo saltò leggermente a basso dal calesse, e dette la mano -ad Emmanuele e a Massimiliano per aiutarli a smontare. Massimiliano -trattenne la mano del conte fra le sue. — Alla buon’ora, diss’egli, -ecco una mano come io desidero vederla in un uomo la cui vita riposa -sulla bontà della sua causa. - -— Infatto, disse Emmanuele, scorgo due giovani che passeggiano, e che -sembrano aspettare. — Monte-Cristo tirò Morrel, non a parte, ma un -passo o due dietro suo cognato. — Massimiliano, gli domandò egli, avete -il cuor libero? — Morrel guardò Monte-Cristo con meraviglia. - -— Io non vi domando una confidenza, amico caro, vi indirizzo una -semplice domanda; rispondete sì o no, ciò è quanto vi chiedo. - -— Io amo una giovinetta, conte. — L’amate voi molto? - -— Più della mia vita. — Andiamo, disse Monte-Cristo, ecco un’altra -speranza che mi sfugge. — Poi dopo un sospiro: - -— Povera Haydée! mormorò egli. - -— In verità, conte, gridò Morrel, se vi conoscessi meno, vi crederei -men bravo di quel che siete. - -— Perchè io penso a qualcuno che lascerò e che sospiro? Andiamo dunque, -Morrel, è un soldato che deve intendersi così poco di coraggio, è forse -la morte che io temo? e che cosa mi fa mai, a me che ho passato venti -anni fra la vita e la morte, il vivere ed il morire? d’altra parte -siate tranquillo, Morrel, questa debolezza, se pure è tale, è per voi -solo. - -— Alla buon’ora, disse Morrel, ecco quel che si chiama parlare. A -proposito, avete portate le vostre armi? - -— Io, per farne che? spero bene che questi signori avranno le loro. — -Vado ad informarmene, disse Morrel. - -— Sì, ma non fate negoziazioni, capite? — Oh! siate tranquillo. — -Morrel si avanzò verso Beauchamp e Château-Renaud. Questi vedendo il -movimento di Massimiliano fecero qualche passo incontro a lui. I tre -giovani si salutarono, se non con affabilità, almeno con cortesia. - -— Perdono, signori, disse Morrel, ma io non iscorgo il sig. de Morcerf. - -— Questa mattina, rispose Château-Renaud, ci ha fatto avvisare che ci -raggiungerebbe soltanto sul terreno. - -— Ah! fece Morrel. — Beauchamp cavò l’orologio: - -— Ott’ore e cinque minuti, non vi è tempo perduto, sig. Morrel, -diss’egli. - -— Oh! rispose Massimiliano, non è con questa intenzione che io lo -diceva. - -— Del resto, interruppe Château-Renaud, ecco una carrozza. — Infatto -una carrozza si avanzava al gran trotto da uno dei viali che mettevano -capo allo spiazzo ove essi si trovavano. — Signori, disse Morrel, senza -dubbio vi sarete muniti delle pistole? il sig. di Monte-Cristo dichiara -di renunciare al diritto che aveva di servirsi delle sue. - -— Noi abbiamo preveduto questa delicatezza per parte del conte, sig. -Morrel, rispose Beauchamp, e io ho portato delle armi che ho comprato -otto o dieci giorni sono, credendo di dovermene servire per un affare -di questo genere. Esse sono perfettamente nuove e non hanno ancora -servito ad alcuno, volete visitarle? - -— Oh! sig. Beauchamp, disse Morrel inchinandosi, quando voi assicurate -che il sig. de Morcerf non conosce quest’armi, crederete bene, non è -vero, che mi basta la vostra parola? - -— Signori, disse Château-Renaud, non è Morcerf che arriva in questa -carrozza, in fede mia! sono Franz e Debray. - -Infatto i due giovani enunciati si avanzavano. - -— Voi qui, signori! disse Château-Renaud cambiando con ciascuno una -stretta di mano; e per quale combinazione? - -— Perchè, disse Debray, Alberto ci ha fatto dire questa mattina di -ritrovarci sul terreno. — Beauchamp e Château-Renaud si guardarono con -aria di stupore. - -— Signori, disse Morrel, io credo di capire come va la faccenda. — -Sentiamo! - -— Jeri, dopo il mezzo giorno, ho ricevuto una lettera dal sig. de -Morcerf, che mi diceva di trovarmi all’_Opera_. - -— Ed io pure, disse Debray. — Ed io pure, disse Franz. - -— E noi pure, dissero ad un tempo Château-Renaud e Beauchamp. - -— Voleva che fossimo presenti alla sfida, disse Morrel: oggi vuole che -siamo presenti al duello. - -— Sì, dissero i giovani, è così, signor Massimiliano, e secondo ogni -probabilità, avete indovinato giustamente. - -— Ma con tutto ciò, mormorò Château-Renaud, Alberto non si vede, ed è -già in ritardo di dieci minuti. - -— Eccolo, disse Beauchamp, egli è a cavallo; osservate, viene a tutta -carriera, seguito dal suo domestico. - -— Che imprudenza! disse Château-Renaud, venire a cavallo per battersi -alla pistola! gli aveva tanto bene insegnata la lezione! - -— E poi osservate, disse Beauchamp, col goletto alla cravatta, -coll’abito aperto, con un gilè bianco; e perchè non si è fatto ancora -disegnare un bersaglio nello stomaco? sarebbe stata più semplice, e -tutto sarebbe finito più presto! - -Frattanto Alberto era giunto a dieci passi dal gruppo che formavano -i cinque giovani; saltò a terra e gettò le redini sulle braccia del -domestico, indi si avvicinò. - -Egli era pallido, i suoi occhi erano rossi e gonfi, si vedeva che non -aveva dormito un minuto in tutta la notte. - -Su tutta la sua fisonomia era sparsa una nube di tristezza che -non gli era naturale; — Grazie, signori, diss’egli, di aver voluto -portarvi al mio invito; credetemi, vi sono così riconoscente per -questa dimostrazione di amicizia, che non si può dir di più. — -Morrel, all’avvicinarsi d’Alberto, aveva fatto una dozzina di passi in -addietro, e si teneva in disparte. - -— A voi pure, Morrel, disse Alberto, sono diretti i miei -ringraziamenti; avvicinatevi pure, non vi siete di più. - -— Signore, disse Massimiliano, voi forse non sapete che io sono il -testimonio di Monte-Cristo? - -— Io non ne era sicuro, ma ne dubitava. Tanto meglio! Più uomini -d’onore vi saranno e più sarò soddisfatto. - -— Sig. Morrel; disse Château-Renaud, voi potete annunziare al sig. -conte di Monte-Cristo che il sig. Morcerf è giunto, e che siamo a sua -disposizione. - -Morrel fece un movimento per adempiere la commissione. - -Nello stesso tempo Beauchamp cavò dalla carrozza la cassetta delle -pistole. — Aspettate, signori, disse Alberto; io ho due parole da dire -al sig. di Monte-Cristo. - -— In segreto? domandò Morrel. - -— No, signore, in presenza di tutti. - -I testimoni d’Alberto si guardarono con sorpresa; Franz e Debray si -scambiarono alcune parole a bassa voce, e Morrel, contento di questo -inatteso accidente, andò a cercare il conte che passeggiava in un altro -viale con Emmanuele. - -— Che cosa vuole da me? domandò Monte-Cristo. - -— Non lo so, ma chiede di parlarvi. - -— Oh! disse Monte-Cristo, che non si arrischi ad oltraggiarmi di nuovo! - -— Non credo che questa sia la sua intenzione. - -Il conte s’inoltrò, accompagnato da Massimiliano e da Emmanuele. Il suo -viso tranquillo e pieno di serenità faceva un contrasto assai strano -col viso sconvolto d’Alberto, che dal suo lato si avvicinava seguito -dai quattro giovani. - -A tre passi l’uno dall’altro, Alberto ed il conte si fermarono: - -— Signori, disse Alberto, avvicinatevi; desidero che non vada -perduta una parola di quanto avrò l’onore di dire al sig. conte di -Monte-Cristo; perchè quel che avrò l’onore di dirgli deve essere -ripetuto da voi a chi vorrà sentirlo, per quanto strano vi possa -sembrare il mio discorso. - -— Io aspetto, signore, disse il conte. - -— Signore, disse Alberto con voce da prima tremante, ma che poi -andò sempre più a farsi sicura: signore, io vi rimproverava di avere -divulgata la condotta di mio padre nell’Epiro; perchè, per quanto fosse -colpevole il sig. de Morcerf, non credeva che voi aveste il diritto di -punirlo. Ma oggi io so, signore, che voi avete questo diritto. Non è -già il tradimento che Fernando Mondego fece ad Alì-Pascià quello che -mi rende così pronto a scusarvi, ma il tradimento che usò a voi il -pescatore Fernando; sono le disgrazie inudite che hanno fatto seguito a -questo tradimento. Per questo io lo dico, e lo proclamo ad alta voce: -sì, signore, voi avete avuto ragione di vendicarvi di mio padre, ed -io, suo figlio, vi ringrazio di non avergli fatto di più. — Se fosse -caduto un fulmine in mezzo agli spettatori di questa scena inattesa, -non li avrebbe tanto stupefatti quanto questa dichiarazione di Alberto. -In quanto a Monte-Cristo, i suoi occhi erano rivolti al cielo con una -espressione d’infinita riconoscenza, e non poteva abbastanza ammirare -come questa natura focosa d’Alberto, di cui aveva ammirato il coraggio -fra i banditi di Roma, si fosse potuta così d’improvviso piegare ad una -tanta umiliazione. Tosto riconobbe l’influenza di Mercedès, e capì come -questo nobile cuore non si era opposto al suo sacrificio, sapendo già -che sarebbe riuscito vano. - -— Ora, signore, disse Alberto, se voi ritrovate che siano sufficienti -le scuse che vi ho fatte, datemi la vostra mano, vi prego. Dopo il -merito così raro dell’infallibilità, che sembra appartenervi, il primo -di tutti gli altri meriti, a mio avviso, è quello di sapere confessare -i suoi torti. Ma questa confessione appartiene a me solo. Io operava -bene, secondo il parere degli uomini, ma voi operavate bene secondo -il volere della Provvidenza. Un angelo solo poteva salvare l’uno di -noi dalla morte certa omai o per l’uno o per l’altro, e l’angiolo è -comparso, se non per fare di noi due amici (che pur troppo la fatalità -rende la cosa impossibile) almeno per fare di noi due uomini che si -stimino. - -Monte-Cristo, coll’occhio umido, il petto anelante, la bocca -semi-aperta, stese una mano ad Alberto ch’egli strinse con un -sentimento che rassomigliava ad un rispettoso spavento. - -— Signori, diss’egli, il sig. di Monte-Cristo aggradisce ed accetta -le mie scuse. Io aveva operato troppo precipitosamente contro di lui, -la precipitazione dà cattivi consigli: io aveva operato male. Ora il -mio sbaglio è riparato. Spero bene che la società non mi taccerà di -vile, perchè ho fatto ciò che la mia coscienza mi ha ordinato di fare. -Ma, in ogni caso, se qualcuno si sbagliasse sul conto mio, soggiunse -il giovine rialzando la testa con orgoglio, e come se indirizzasse -la sfida ai suoi amici ed ai suoi nemici, cercherò di rettificare le -opinioni. - -— Che cosa è dunque accaduto in questa notte? domandò Beauchamp a -Château-Renaud, mi sembra che noi ci facciamo una gran trista parte. - -— Infatto ciò che ora ha fatto Alberto, o dev’essere molto meschino o -molto bello, rispose il barone. - -— Ah! vediamo, domandò Debray a Franz, che significa tutto ciò? Come! -il conte di Monte-Cristo disonora il sig. de Morcerf, ed ha ragione -agli occhi del figlio! - -In quanto a Monte-Cristo, colla fronte chinata, le braccia inerti, -oppresso dal peso di ventiquattr’anni di reminiscenze, non pensava -nè ad Alberto, nè a Beauchamp, nè a Château-Renaud, nè ad alcuno di -quelli che si trovavano là: pensava a quella coraggiosa donna ch’era -venuta a chiedergli la vita del figlio, alla quale egli aveva offerta -la sua, ch’ella salvava con lo avere scoperto un segreto terribile di -famiglia capace di togliere per sempre dal cuore del giovine qualunque -sentimento di pietà filiale. - - - - -XC. — LA MADRE ED IL FIGLIO. - - -Il conte di Monte-Cristo salutò i giovani con un sorriso pieno di -malinconia e di dignità, e risalì nella sua carrozza con Massimiliano -ed Emmanuele. Alberto, Beauchamp, e Château-Renaud rimasero soli sul -campo di battaglia. - -Il giovine fissò sui suoi testimoni uno sguardo che, senz’essere timido -sembrava però ciò non ostante chiedere il loro parere sull’accaduto. -— In fede mia! mio caro amico disse Beauchamp pel primo, sia che -avesse maggiore sensibilità, sia che avesse minore dissimulazione, -permettetemi di congratularmi con voi; ecco uno scioglimento molto -inatteso ad un dispiacevole affare. - -Alberto restò muto e concentrato nella sua astrazione. - -Château-Renaud si contentò di battere contro lo stivale col suo -bastoncino: — Non partiamo? diss’egli dopo questo impacciante silenzio. - -— Quando vi piacerà, rispose Beauchamp; lasciatemi soltanto il tempo di -fare i miei complimenti a Morcerf; egli ha fatto in quest’oggi una così -gran prova di cavalleresca generosità, tanto rara... - -— Oh! sì, disse Château-Renaud. - -— È cosa magnifica, continuò Beauchamp, il poter conservare su sè -stessi un impero così grande! - -— Certamente; in quanto a me ne sarei stato incapace, disse -Château-Renaud con una freddezza espressiva. - -— Signori, interruppe Alberto, credo che non abbiate capito che fra -il sig. conte di Monte-Cristo e me è accaduto qualche cosa di molto -grave... - -— Sia pure, sia pure, disse subito Beauchamp, ma tutti i nostri -rodomonti non sarebbero a portata di conoscere il vostro eroismo, e -presto o tardi sareste costretto di spiegarlo con un poco più d’energia -di quello che convenga alla salute del vostro corpo, ed alla durata -della vostra vita. Volete ch’io vi dia un consiglio da amico? Partite -per Napoli, per l’Aja, o per Pietroburgo, paesi tranquilli in cui -gli uomini se la intendono di più sul vero punto d’onore che presso -noi teste ardenti di parigini. Una volta là, esercitatevi molto a -tirare al bersaglio colla pistola, e a fare delle finte di terza e di -quarta colla spada; rendetevi o abbastanza dimenticato per ritornare -pacificamente in Francia fra qualche anno, o abbastanza rispettabile -negli esercizii accademici per conquistare la vostra tranquillità. Non -è così sig. Château-Renaud, non ho io ragione? - -— Questo precisamente è pure il mio parere. Non vi è niente che procuri -i veri duelli, quanto un duello che non ha avuto luogo. - -— Grazie, signori, rispose Alberto con un sorriso; seguirò il vostro -consiglio, non perchè me lo avete dato, ma perchè era la mia intenzione -quella di lasciare la Francia. Io vi ringrazio egualmente del favore -che mi avete reso, onorandomi da testimonii. Esso è profondamente -impresso nel mio cuore, poichè, dopo le parole che ho sentito, non mi -ricordo più che di esso. — Château-Renaud e Beauchamp si guardarono. -L’impressione era eguale sopra entrambi, e l’accento col quale Alberto -aveva pronunciato il suo ringraziamento era marcato di una tale -risoluzione, che la posizione si sarebbe fatta impacciante per tutti, -se la conversazione si fosse continuata. — Addio Alberto, disse tosto -Beauchamp stendendo negligentemente la sua mano al giovine, senza che -questi dasse a divedere di uscire dalla sua letargia. - -Infatto egli non rispose all’offerta di questa mano. - -— Addio, disse a sua volta Château-Renaud, tenendo colla mano sinistra -il bastoncino, e salutando con la destra. - -Le labbra del giovine mormorarono appena: addio! il suo sguardo era -più esplicito; egli racchiudeva un poema intero di collere trattenute, -d’orgogliosi sdegni, di generose indignazioni. Quando i due testimoni -furono risaliti in carrozza, conservò per qualche tempo la sua -posizione immobile e malinconica. Indi d’improvviso, staccando il -suo cavallo dal piccolo albero intorno al quale era stata annodata la -redine, saltò leggermente in sella, e riprese al galoppo la strada di -Parigi. Un quarto d’ora dopo rientrava nel palazzo della strada Helder. - -Discendendo da cavallo, gli sembrò, dietro la cortina della finestra -della camera da letto del conte, di scorgere la pallida figura di -suo padre; Alberto girò la testa con un sospiro, e rientrò nel suo -padiglione. - -Giunto là, gettò un ultimo sguardo sopra tutte queste ricchezze che gli -avevano resa la vita così dolce e così felice fin dall’infanzia, guardò -ancora una volta questi quadri, le figure dei quali gli sembravano -sorridergli, e tutti i paesaggi gli sembrarono animarsi di vivi colori. - -Staccò poscia dalla sua intelaiatura di quercia il ritratto di sua -madre, che arrotolò, lasciando vuoto e nero il quadro d’oro che lo -circondava. Poscia mise in ordine le sue belle armi turche, i suoi -bei fucili inglesi, le sue porcellane del Giappone, le sue coppe -cisellate, i suoi bronzi artistici, marcati Feuchères o Barye, visitò -gli armadii e pose le chiavi a ciascuno d’essi; gettò in un cassetto -del suo scrigno che lasciò aperto, tutto il danaro che portava seco in -saccoccia, vi aggiunse i mille gioielli di fantasia, che riempivano le -sue coppe, i suoi scrigni, le sue scansie; fece un inventario esatto e -preciso di tutto, e situò questo inventario nel luogo più esposto della -tavola, dopo averla spacciata da tutti i libri e da tutte le carte -che la ingombravano. Al principio di questo lavoro, il suo domestico, -ad onta dell’ordine che gli aveva dato Alberto di lasciarlo solo, -era entrato nella sua camera. — Che volete? gli chiese Alberto con un -accento più tristo che corrucciato. - -— Perdono, signore, rispose il cameriere; è vero che mi avevate -proibito di incomodarvi, ma il sig. conte de Morcerf mi ha fatto -chiamare. - -— Ebbene? domandò Alberto. - -— Non ho voluto portarmi presso il sig. conte, senza ricevere i vostri -ordini, signore. - -— E perchè questo? - -— Perchè il sig. conte saprà senza dubbio, che io, signore, vi ho -accompagnato sul terreno. - -— È probabile, disse Alberto. - -— E se mi fa chiamare, è senza dubbio per interrogarmi su ciò che è -accaduto laggiù. Che devo io rispondere? - -— La verità. — Allora debbo dirgli ancora che il duello non si è -effettuato? - -— Voi gli direte che io ho chiesto scusa al sig. di Monte-Cristo. -Andate. — Il cameriere s’inchinò e partì. - -Allora Alberto si rimise a fare il suo inventario. Mentre compiva il -lavoro, lo scalpitìo di due cavalli nel cortile, ed il rumore delle -ruote di una carrozza attirarono la sua attenzione; si avvicinò alla -finestra e vide suo padre salire nel calesse e partire. Non appena -il portone fu richiuso dietro al conte, che Alberto si diresse verso -l’appartamento di sua madre, e siccome non ritrovò nessuno in sala per -annunziarlo, penetrò fin nella camera da dormire di Mercedès, e, col -cuore gonfio per quanto vedeva e quanto indovinava, si fermò sulla -soglia. Come se la medesima anima avesse animato questi due corpi, -Mercedès faceva nelle sue camere ciò che Alberto aveva fatto nelle -proprie. - -Tutto era stato messo in ordine; i merletti, le guarnizioni, i -gioielli, la biancheria, il danaro, erano schierati nel fondo -dei cassetti, dei quali la contessa metteva insieme le chiavi con -cura. Alberto vide tutti questi preparativi; egli comprese tutto, e -gridando «Madre mia!» andò a gittare le sue braccia intorno al collo -di Mercedès. Quel pittore che avesse potuto copiare l’espressione di -queste due figure, avrebbe certamente fatto un bel quadro. Infatto -tutti questi preparativi, prodotti da un’energica risoluzione che non -avevano fatto paura ad Alberto per sè stesso, lo spaventavano per sua -madre: — Che fate voi dunque? domandò egli. - -— Che avete fatto voi? rispose ella. - -— Oh! madre mia, gridò Alberto commosso al punto di non poter parlare, -non può essere di voi come di me; no, voi non potete aver risoluto -ciò che io ho stabilito, poichè vengo a prevenirvi che dico addio alla -vostra casa, ed a voi. - -— Io pure, Alberto, rispose Mercedès, io pure parto. Aveva contato, lo -confesso, che mio figlio mi avrebbe accompagnata; mi sono io ingannata? - -— Madre mia, disse Alberto con fermezza, non posso farvi dividere -la sorte che destino a me stesso; bisogna che da ora innanzi io viva -senza nome e senza fortuna; per cominciare il noviziato di questa cruda -esistenza, fa d’uopo che io chieda in prestito ad un amico il pane che -mangerò da questo momento fino a quello in cui potrò guadagnarmene. -Così mia buona madre, me ne vado diritto da Franz a pregarlo di -prestarmi quella piccola somma che ho calcolato essermi necessaria. - -— Tu, mio povero figlio, gridò Mercedès, soffrire la fame! non dirlo, -infrangeresti tutte le mie risoluzioni. - -— Ma non parliamo delle mie, madre mia, rispose Alberto. Io sono -giovine, sono forte, credo di essere coraggioso, e fin da ieri ho -imparato che cosa può la mia volontà. Ahimè! madre mia, vi sono degli -esseri che hanno sofferto tanto, e che non solo non sono morti, ma -che ancora hanno edificato una nuova fortuna, sugli avanzi di tutte -le speranze che Dio avea loro date! Io ho saputo questo, madre mia, -ho veduto questi uomini; so che dal fondo dell’abisso in cui li aveva -immersi il loro nemico, essi si sono rialzati con tanto vigore e tanta -gloria, che hanno dominato il loro antico vincitore e lo hanno a sua -volta precipitato. No, madre mia, no: io ho rotto da quest’oggi col -passato, e non ne accetto più niente, neppure il mio nome, perchè, voi -lo capite, non è vero madre mia? vostro figlio non può portare il nome -di un uomo che deve arrossire davanti ad un altro uomo. - -— Alberto, figlio mio, disse Mercedès, se io avessi avuto un cuore -più forte, sarebbe stato questo il consiglio che ti avrei dato; la -tua coscienza ti ha parlato quando la mia spenta voce taceva; ascolta -la tua coscienza, figlio mio. Tu avevi degli amici, Alberto, tronca -momentaneamente ogni rapporto con loro, ma non disperare, in nome di -tua madre! La vita è ancor bella alla tua età, mio caro Alberto, perchè -tu hai appena ventidue anni; e siccome ad un cuore così puro quale è -il tuo abbisogna un nome senza macchia, prendi quello di mio padre: -egli si chiamava Herrera. Io ti conosco, Alberto mio; qualunque sia la -carriera che tu segua, in breve tempo renderai questo nome illustre. -Allora, amico mio, ricomparisci nel mondo più splendido ancora pel -lustro delle tue passate disavventure; e se non avesse da accadere così -ad onta di tutte le mie previsioni, lasciami almeno questa speranza, a -me che non avrò più altro pensiero, a me che non ho più un avvenire e -per la quale la tomba comincia dalla soglia di questa casa. - -— Io farò secondo i vostri desiderii, madre mia, disse il giovine; sì, -io divido la vostra speranza: la collera del cielo non perseguiterà -voi così pura, me così innocente. Ma poichè noi siamo risoluti, si -operi prontamente. Il sig. de Morcerf ha lasciato il palazzo sarà circa -mezz’ora; l’occasione, come vedete, è favorevole per evitare il rumore -e le spiegazioni. - -— Io vi aspetto, figlio mio, disse Mercedès. - -Alberto corse tosto sul baluardo da dove ritornò in una vettura da nolo -che doveva condurli fuori del palazzo; si ricordò di una certa piccola -casa ammobiliata, nella strada dei SS. Padri, ove sua madre troverebbe -un alloggio modesto ma decente; ritornò adunque a prender la contessa. - -Nel momento in cui la carrozza si fermava davanti alla casa, e quando -Alberto ne discendeva, un uomo si avvicinò a lui e gli consegnò una -lettera. Alberto riconobbe l’intendente di Monte-Cristo. — Dal conte, -disse Bertuccio. - -Alberto prese la lettera, l’aprì, la lesse. Dopo averla letta, cercò -cogli occhi Bertuccio; ma questi era sparito mentre il giovine leggeva. - -Allora Alberto colle lagrime agli occhi, il petto gonfio dall’emozione -rientrò nella camera di Mercedès, e senza pronunziare una sola parola -le presentò la lettera. - -Mercedès lesse: - - «Alberto. - - «Nel farvi conoscere che io ho penetrato il disegno al quale - siete sul punto di abbandonarvi, credo di dimostrarvi egualmente - che ne comprendo la delicatezza. Eccovi libero, voi lasciate il - palazzo del conte, vi ritirate con vostra madre, libera al par - di voi; ma riflettetevi, Alberto; voi le dovete più di quel che - potete pagarle, povero e nobil cuore che siete. Conservate per - voi la lotta, reclamate per voi le sofferenze, ma risparmiatele - quella prima miseria che accompagnerà inevitabilmente i vostri - primi sforzi; poichè ella non merita nemmeno il riverbero della - disgrazia che in oggi la colpisce, e la provvidenza non vuole che - l’innocente paghi pel colpevole. - - «Io so che voi lasciate entrambi la casa della strada Helder - senza portarvi via niente. Non cercate scoprire in qual modo l’ho - saputo. Io lo so: e basta. Ascoltate, Alberto. - - «Ventiquattro anni or sono, io ritornava molto fiero nella mia - patria. Aveva una fidanzata, Alberto, una santa giovinetta che - io adorava, e portava alla mia fidanzata 150 luigi accumulati - penosamente colle mie fatiche senza riposo. Questo danaro era - per lei, io lo destinava a lei, e sapendo quanto il mare è - perfido, aveva seppellito il nostro tesoro in un piccolo giardino - della casa che mio padre abitava a Marsiglia sopra i viali di - Meillan. Vostra madre, Alberto, conosce bene questa povera casa. - Ultimamente, venendo a Parigi, sono passato da Marsiglia. Sono - andato a vedere questa casa dei dolorosi ricordi, e la sera, con - una vanga alla mano, ho esplorato l’angolo ove era sepolto il - mio tesoro. La cassetta di ferro era ancora nel medesimo posto, - nessuno l’aveva toccata; ella è presso un bel fico, piantato da - mio padre il giorno della mia nascita, che la ricopre colla sua - ombra. - - «Ebbene! Alberto, questo danaro, che in altro tempo doveva - provvedere alla vita ed alla tranquillità di questa donna che io - adorava, ecco che oggi, per una strana e dolorosa combinazione, - ha ritrovato lo stesso uso. - - «Oh! capite bene il mio pensiero; io che potrei offrire dei - milioni a questa povera donna, le rendo soltanto il tozzo di pane - nero dimenticato sotto il mio povero tetto, dal giorno in cui fui - separato per sempre da lei. - - «Voi siete un uomo generoso, Alberto, ma ciò non ostante siete - forse acciecato dall’orgoglio o dal risentimento; se ricusate, - se domandate ad un altro ciò che io ho il diritto di offrirvi, - dirò che siete poco generoso nel ricusare la vita di vostra madre - offerta da un uomo a cui vostro padre ha fatto morire il padre - suo negli orrori della fame e della disperazione.» - -Finita questa lettura, Alberto restò pallido ed immobile aspettando ciò -che avrebbe risoluto sua madre. Mercedès alzò al cielo uno sguardo di -una ineffabile espressione. - -— Io accetto, disse ella; egli ha il diritto di pagare la dote che io -porterò in un convento, — e mettendo la lettera sul suo cuore, prese il -braccio di suo figlio, e con un passo più sicuro di quel che forse ella -stessa si aspettava, prese la via delle scale. - - - - -XCI. — Il SUICIDIO. - - -Frattanto Monte-Cristo, egli pure, era rientrato in città con Emmanuele -e Massimiliano. Il ritorno fu allegro. Emmanuele non dissimulava la -gioia di aver veduto succedere la pace alla guerra, e confessava -altamente i suoi gusti filantropici. Morrel, in un angolo della -carrozza, lasciava evaporare in parole l’allegria di suo cognato, -e conservava per sè una gioia altrettanto sincera, ma che brillava -soltanto dai suoi occhi. Alla barriera del Trono fu incontrato -Bertuccio; egli aspettava là, immobile come una sentinella al suo -posto. Monte-Cristo cavò la testa dallo sportello, cambiò con lui -qualche parola a bassa voce, e l’intendente disparve. — Sig. conte, -disse Emmanuele, giungendo vicino alla piazza Reale, fatemi smontare, -vi prego, alla mia porta affinchè mia moglie non abbia ad avere anche -un momento di più di pena nè per voi nè per me. - -— Se non fosse ridicolo l’andare a far mostra del proprio trionfo, -disse Morrel, inviterei il sig. conte ad entrar da noi; ma il sig. -conte senza dubbio ha egli pure dei cuori tremanti da tranquillare. -Eccoci arrivati, Emmanuele, salutiamo il nostro amico, e lasciamolo -continuare la sua strada. - -— Un momento, disse Monte-Cristo, non mi private così in un sol -punto dei miei due compagni; voi Emmanuele rientrate presso la -vostra graziosa moglie, alla quale v’incarico di presentare i miei -complimenti; e voi, Morrel, accompagnatemi fino ai Campi-Elisi. - -— A meraviglia, disse Massimiliano; tanto più che ho alcune faccende -nel vostro quartiere, conte. - -— Dobbiamo aspettarvi per fare la colazione? domandò Emmanuele. - -— No, rispose il giovine. — Lo sportello si richiuse, e la carrozza -continuò la sua strada. — Guardate come io vi ho portato fortuna! disse -Morrel quando fu solo col conte. Non vi avete pensato? - -— Sì, certo, disse Monte-Cristo, ed ecco perchè vorrei sempre tenervi -vicino a me. - -— È miracoloso! continuò Morrel, rispondendo al suo proprio pensiero. - -— Che cosa? disse Monte-Cristo. - -— Quel che è accaduto. - -— Sì, rispose il conte con un sorriso, voi avete usato del termine -conveniente, Morrel, è miracoloso! - -— Perchè, riprese Morrel, Alberto è coraggioso. - -— Coraggiosissimo, disse Monte-Cristo; l’ho veduto dormire mentre gli -stava sospeso sul capo il pugnale. - -— Ed io so ch’egli si è battuto due volte, e si è battuto molto bene, -disse Morrel; conciliate dunque ciò colla sua condotta di questa -mattina! - -— È stata la vostra influenza, riprese sorridendo Monte-Cristo. — È -fortuna per Alberto che non sia soldato. - -— E perchè? — Fare delle scuse sul terreno! fece il giovine Capitano -scuotendo la testa. - -— Andiamo, disse il conte con dolcezza, non andate a cadere nei -pregiudizi degli uomini ordinari, Morrel. Non converrete, poichè -Alberto è coraggioso, che egli non può esser vile? che bisogna ch’egli -abbia avuto una forte ragione per operare come ha fatto questa mattina, -e che, non pertanto, la sua condotta è piuttosto eroica che tutt’altro? - -— Senza dubbio, rispose Morrel; ma dirò come lo spagnuolo: «oggi è -stato meno coraggioso di ieri.» - -— Voi farete colazione meco, n’è vero Morrel? disse il conte per -troncare la conversazione. - -— No, io vi lascio alle dieci. - -— Il vostro ritrovo è dunque per far colazione? - -Morrel sorrise e scosse la testa. — Eppure bisognerà bene che facciate -colazione in qualche luogo? riprese il conte. - -— E se non avessi fame? disse il giovine. - -— Oh! fece il conte, non conosco che due sentimenti che tolgono in tal -modo l’appetito; il dolore (ma siccome vi vedo abbastanza allegro, -fortunatamente non è questo) e l’amore. Ora, dopo ciò che mi avete -detto in proposito del vostro cuore, mi è permesso di credere... - -— In fede mia! replicò gaiamente Morrel, non dico di no. - -— E voi non mi raccontate nulla, Massimiliano? riprese il conte con -un tuono così vivo che si scorgeva il piacere che avrebbe preso a -conoscere questo segreto. - -— Questa mattina vi ho fatto conoscere che aveva un cuore? - -Per tutta risposta Monte-Cristo stese la mano al giovine. - -— Ebbene! continuò questi, dappoichè questo cuore non è più con voi -al bosco di Vincennes, egli è andato ad un’altra parte, ed io vado a -cercarlo. - -— Andate, disse lentamente il conte, andate, amico caro; ma di grazia, -se provaste qualche ostacolo, ricordatevi che ho qualche potere in -questo mondo, e che sono felice d’impiegarlo a profitto delle persone -che amo, ed io v’amo moltissimo, Morrel. - -— Bene, disse il giovine, me ne sovverrò (come i fanciulli egoisti si -sovvengono dei loro parenti quando hanno bisogno di loro); quando avrò -bisogno di voi, e forse questo momento verrà, m’indirizzerò a voi, -conte. - -— Bene, io ritengo la vostra parola. Addio dunque. - -— A rivederci. — Erano giunti alla porta della casa dei Campi-Elisi. -Monte-Cristo aprì lo sportello, Morrel balzò sul pavimento, Bertuccio -aspettava sulla scalinata. - -Morrel disparve all’ingresso di Marigny, e Monte-Cristo camminò -incontro a Bertuccio. — Ebbene? domandò egli. - -— Ebbene! rispose l’intendente; ella lascia la casa. - -— E suo figlio? — Florentin, suo cameriere, crede che faccia -altrettanto. — Venite. — Monte-Cristo condusse Bertuccio nel -suo gabinetto, scrisse la lettera che conosciamo, e la rimise -all’intendente. - -— Andate, diss’egli, e fate con diligenza... A proposito fate avvisare -Haydée ch’io sono ritornato. - -— Eccomi, disse la giovinetta, che al rumore della carrozza era già -discesa, e di cui il viso raggiava di gioia, nel rivedere il conte -salvo. - -Bertuccio uscì. Tutti i trasporti di una figlia nel rivedere un padre -prediletto, tutti i delirii di un’amica nel rivedere l’amante adorato, -Haydée li provò nei primi momenti del ritorno da lei atteso con tanta -impazienza. - -Certamente, quantunque meno espansiva, la gioia di Monte-Cristo non -era men grande; la gioia, pei cuori che hanno lungamente sofferto, è -simile alla rugiada delle terre disseccate dal sole; come le terre -assorbono la pioggia benefattrice che cade sovr’esse, e niente ne -appare al di fuori. Da qualche giorno Monte-Cristo capiva una cosa, che -da qualche tempo non osava credere, ed era, che v’erano due Mercedès al -mondo, e ch’egli poteva ancora essere felice su questa terra; il suo -occhio avido di felicità si immergeva avidamente negli umidi sguardi -d’Haydée, quando d’improvviso la porta si aprì. Il conte aggrottò il -sopracciglio. — Il sig. de Morcerf! disse Battistino, come se questa -sola parola racchiudesse tutta la sua scusa. - -In fatto il viso del conte si rischiarò. — Quale? domandò egli, il -visconte o il conte? — Il conte. - -— Mio Dio! gridò Haydée, non è ancora dunque finita? - -— Non so se sia finita, fanciulla mia diletta, disse Monte-Cristo -prendendo le mani della figlia adottiva; ma ciò che so si è che tu non -hai nulla a temere. - -— Oh! se frattanto il miserabile... - -— Quest’uomo non ha alcun potere sopra di me Haydée, disse -Monte-Cristo; nè quando aveva a che fare con suo figlio vi era di che -temere. - -— Oh! ciò che io ho sofferto, disse la giovinetta, tu non lo saprai -mai, mio signore. - -Monte-Cristo sorrise. — Per la tomba di mio padre! ti giuro, Haydée, -che se accade disgrazia a qualcuno, non sarà a me. - -— Io ti credo, mio signore, come se mi parlasse una voce dal cielo, -disse la giovinetta. - -— Oh! mio Dio! mormorò il conte, permettereste voi che io potessi -ancora amare? Fate entrare il sig. conte de Morcerf nel salotto, — -diss’egli a Battistino mentre riconduceva la bella greca nelle sue -camere per la scala segreta. - -Una parola di spiegazione su questa visita, attesa forse da -Monte-Cristo, ma inaspettata senza dubbio dai nostri lettori. Mentre -che Mercedès, come abbiamo detto, faceva nelle sue camere l’inventario -che Alberto aveva già fatto nelle proprie; mentre classificava i suoi -gioielli, chiudeva i cassetti, riuniva le chiavi, affine di lasciar -tutto nell’ordine più perfetto, ella non si era accorta che una testa -pallida e sinistra era comparsa alla invetriata di una porta che -lasciava passare la luce ad un corridore; di là non solo si poteva -vedere, ma si poteva ancora sentire. Questi che guardava così, senza -essere, secondo tutte le probabilità, nè veduto nè inteso, vide dunque -ed intese tutto ciò che accadeva presso la signora de Morcerf. - -Da questa porta con vetri, l’uomo dal viso pallido si portò nella -camera da dormire del conte di Morcerf, e giunto là, sollevò con una -mano contratta la tendina della finestra che guardava nel cortile. -Per dieci minuti restò così immobile e muto, ascoltando i battiti del -proprio cuore. Per lui dieci minuti erano molto lunghi. Fu allora che -Alberto ritornò dal suo ritrovo, scoperse suo padre che stava alle -vedette sul suo ritorno dietro la tendina, e voltò la testa. L’occhio -del conte si dilatò: sapeva che l’insulto d’Alberto a Monte-Cristo era -stato terribile, che un simile insulto, in tutti i paesi del mondo, -trascinava ad un duello a morte. Ora, Alberto ritornava sano e salvo, -dunque il conte era vendicato. Un lampo di gioia indicibile illuminò -quel lugubre viso, come fa un ultimo raggio di sole prima di perdersi -nelle nubi, che sembrano meno il suo letto di quello che la sua tomba. -Ma, noi lo abbiamo detto, egli aspettava invano che il giovine salisse -nel suo appartamento per rendergli conto del suo trionfo. Che suo -figlio, prima di andarsi a battere, non avesse voluto vedere suo padre -di cui andava a vendicare l’onore, ciò si comprende; ma, una volta -questo onore vendicato, perchè questo figlio non veniva a gettarsi -fra le braccia di suo padre? Fu allora che il conte, non vedendo -venire Alberto, inviò a cercare il suo domestico. Si sa che Alberto -lo aveva autorizzato a non tener nascosta la verità a suo padre. Dieci -minuti dopo si vide comparire sulla scalinata il generale de Morcerf, -vestito in abito nero, col goletto alla militare, i calzoni neri, e -i guanti neri. A quanto pare, aveva già dati degli ordini anteriori, -poichè appena aveva egli toccato l’ultimo gradino della scala, che la -sua carrozza di già attaccata uscì dalla rimessa, e venne a fermarsi -dinanzi a lui: il suo cameriere vi gettò dentro un mantello alla -militare, instecchito per le due spade che avvolgeva; quindi, chiuso -lo sportello, si assise vicino al cocchiere, che s’inchinò davanti al -calesse per domandar l’ordine. — Ai Campi-Elisi, disse il generale, al -palazzo del conte di Monte-Cristo. - -I cavalli si slanciarono sotto il colpo di frusta che li circondò; -cinque minuti dopo essi si fermarono alla casa del conte. Il sig. -de Morcerf aprì da sè lo sportello, la carrozza andava ancora, ed -egli saltò come un giovine, al cancello, suonò, e disparve dalla -porta aperta in compagnia del cameriere. Un minuto secondo dopo -Battistino annunciava al signor conte di Monte-Cristo, il conte de -Morcerf, e Monte-Cristo, riconducendo Haydée, dava l’ordine che il -conte de Morcerf fosse introdotto nel salotto. Il generale misurava -coi passi per la terza volta tutta la lunghezza del salotto, quando, -rivoltandosi, vide Monte-Cristo in piedi sulla soglia! - -— Ah! è il sig. de Morcerf, disse tranquillamente Monte-Cristo; credeva -di aver male inteso. - -— Sì, son io: disse il conte con una spaventevole contrazion di labbra -che gli impediva di articolar le parole. - -— Ora dunque non mi resta che a sapere la causa, disse Monte-Cristo, -che mi procura il piacere di vedere il sig. de Morcerf così di -buon’ora. - -— Questa mattina avete avuto un incontro con mio figlio? - -— Voi sapete questo? rispose il conte. - -— So pure che mio figlio aveva buone ragioni per desiderar di battersi -con voi, e di far tutto ciò che poteva per uccidervi. - -— In fatto, signore, egli ne aveva di buonissime; ma voi vedete che, -ad onta di queste ragioni, non mi ha ucciso, ed anzi non si è neppure -battuto. - -— E ciò non pertanto vi considerava come la causa del disonore di -suo padre, non meno che la causa della terribile rovina che in questo -momento opprime la mia famiglia. - -— È vero, riprese Monte-Cristo colla sua calma spaventosa; causa -secondaria, per esempio, e non principale. - -— Senza dubbio voi gli avrete fatta qualche scusa, e data qualche -spiegazione? - -— Io non gli ho data nessuna spiegazione, ed è stato lui che mi ha -chiesto scusa. - -— Ma a che cosa attribuite questa sua condotta? - -— Probabilmente alla convinzione che in tutto questo affare vi era un -uomo più colpevole di me. - -— E chi è quest’uomo? — Suo padre. - -— Sia, disse il conte impallidendo; ma sapete che anche il più -colpevole non ama sentirsi convincere della sua reità. - -— Lo so... così, io mi era preparato a ciò che accade in questo -momento. — Voi vi eravate preparato a ritrovare in mio figlio un vile? -gridò il conte. - -— Alberto de Morcerf non è un vile! disse Monte-Cristo. - -— Un uomo che tiene in mano una spada, un uomo che, alla portata di -questa spada, ha un nemico mortale; quest’uomo, se non si batte, è un -vile! A che non è egli qui? che io glie lo dica! - -— Signore, rispose freddamente Monte-Cristo, io non presumo che voi -siate venuto a ritrovarmi per raccontarmi i vostri piccoli affari di -famiglia. Andate a dire tutto questo ad Alberto, forse sarà egli che vi -risponderà. - -— Oh! no! no! replicò il generale con un sorriso che sparì non sì tosto -comparso; a noi! voi avete ragione, io non sono venuto qui per questo! -Io sono venuto per dirvi, che io pure vi riguardo per un mio nemico! -Sono venuto per dirvi che vi odio per istinto! che mi sembra d’avervi -sempre conosciuto, sempre odiato! e che finalmente, poichè i giovani -di questo secolo non si battono più, sta a noi il batterci... È questo -pure il vostro parere signore? - -— Precisamente. Così, quando vi ho detto che mi era preparato a quanto -accade, m’intendeva di parlare dell’onore della vostra visita. - -— Tanto meglio... i vostri preparativi son dunque fatti? - -— Essi lo sono sempre, signore. - -— Sapete che noi ci batteremo fino alla morte di uno di noi due! disse -il generale con i denti stretti per la rabbia. - -— Fino alla morte di uno di noi due, ripetè il conte di Monte-Cristo -facendo un leggiero movimento di testa. - -— Partiamo allora, non abbiamo bisogno di testimoni. - -— In fatto, è inutile, ci conosciamo tanto bene! - -— Al contrario, disse il conte, non ci conosciamo. - -— Bah! disse Monte-Cristo colla stessa flemma da disperare, vediamo un -poco. Non siete voi il soldato Fernando che disertò la vigilia della -battaglia di Waterloo? Non siete voi il sotto-tenente Fernando che -ha servito di guida e di spia all’esercito francese in Ispagna? Non -siete voi il capitano Fernando che ha tradito, venduto, assassinato il -suo benefattore, Alì? E tutti questi Fernandi riuniti non hanno essi -formato il tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia? - -— Oh! gridò il generale colpito da queste parole come da un ferro -arroventato; oh! miserabile che mi rimproveri la mia onta, nel momento -forse in cui tu stai per uccidermi! no, non ti ho detto d’esserti -sconosciuto; so bene, demonio, che tu hai penetrato nella notte del -passato, e che tu hai letto al chiarore di qual fiaccola, io l’ignoro! -tutte le pagine della mia vita; ma forse ho ancora più onore, nel -mio obbrobrio, che tu sotto le tue pompose apparenze. No, no, io ti -sono conosciuto, lo so, ma sei tu che io non conosco, avventuriere -ricoperto d’oro e di gemme: tu ti sei fatto chiamare a Parigi conte di -Monte-Cristo; in Italia Sindbad il marinaio; a Malta che so io? l’ho -dimenticato. Ma è il tuo vero nome quello che ti domando, è il tuo vero -nome quello ch’io voglio sapere, fra i tuoi cento nomi, affinchè io lo -pronunci sul terreno del combattimento, nel punto in cui t’immergerò la -mia spada nel cuore. - -Il conte di Monte-Cristo impallidì in un modo terribile, il suo occhio -bieco s’infuocò, fece uno sbalzo nel gabinetto attinente alla sua -camera, ed in men di un secondo, si strappò la cravatta, l’abito ed il -gilè, indossò una piccola giacca da marinaro, si mise un cappello da un -uomo di bastimento, sotto il quale si sciolsero i suoi lunghi capelli -neri. Ritornò così, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia -incrociate incontro al generale, che l’aspettava, e che sentendo i suoi -denti stridere, e le sue gambe piegarglisi sotto, rinculò di un passo, -e non si fermò che trovando in una tavola un punto d’appoggio per la -sua mano increspata. - -— Fernando, gli gridò il conte, dei miei cento nomi, non avrei bisogno -che di dirtene un solo per fulminarti: ma questo nome tu lo indovini, -non è vero? o piuttosto tu te lo ricordi? poichè ad onta di tutti i -miei dispiaceri, di tutte le mie torture, io oggi ti mostro un viso -che la felicità dalla vendetta ringiovanisce, un viso che tu devi -aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... con -Mercedès, mia fidanzata! - -Il generale rimase colla testa rovesciata in addietro, le mani -stese, lo sguardo fisso, divorando in silenzio questo terribile -spettacolo; indi andando a cercare il muro, come per ritrovare un -punto d’appoggio, vi si strisciò lentamente fino alla porta, dalla -quale uscì all’indietro, lasciando sfuggire questo solo grido lugubre, -lamentevole, dilaniante. - -— Edmondo Dantès! — Indi, con dei sospiri che nulla avevano dell’umano, -si trascinò fino al peristilio della casa, traversò il cortile come -un uomo ubbriaco, e cadde fra le braccia del suo cameriere mormorando -soltanto con voce inintelligibile: — A casa! a casa! - -Cammin facendo, la freschezza dell’aria, e l’onta che gli causava -l’attenzione della sua servitù, lo rimisero in istato di raccogliere le -sue idee; ma il tragitto fu corto, e a seconda che si avvicinava alla -sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue angosce. A -qualche passo dalla casa fece fermare e discese. La porta del palazzo -era aperta in tutta la sua grandezza; una vettura da nolo sorpresa -di essere chiamata in quella magnifica dimora, stazionava in mezzo -al cortile; il conte la guardò con terrore, ma senza aver coraggio -d’interrogare alcuno, e si slanciò verso il suo appartamento. Due -persone discendevano la scala; egli non ebbe che il tempo di gettarsi -in un gabinetto per evitarle. Era Mercedès appoggiata al braccio di suo -figlio che abbandonavano la casa. - -Essi passarono a due linee dal disgraziato, che nascosto dietro la -portiera di damasco, fu sfiorato in qualche modo dalla veste di seta di -Mercedès, e sentì il tiepido alito di queste parole pronunciate da suo -figlio: - -— Coraggio, madre mia! venite, venite, noi qui non siamo più in casa -nostra. — Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. Il generale -si raddrizzò tenendosi sospeso colle mani increspate alla portiera di -damasco; egli comprimeva il più orribile singulto che fosse mai uscito -dal petto di un padre, abbandonato ad un tempo dalla moglie, e dal -figlio. Ben presto intese sbattere lo sportello della carrozza, poi la -voce del cocchiere; indi la pesante macchina rintronò nei vetri; allora -si slanciò nella sua camera da dormire per vedere anche una volta -tutto ciò che aveva amato nel mondo; ma la carrozza partì, senza che la -testa di Mercedès o quella d’Alberto fosse comparsa al finestrello per -dare alla casa solitaria, per dare al padre ed allo sposo abbandonato, -l’ultimo sguardo, l’addio ed il rammarico, vale a dire il perdono. -Così, al momento stesso in cui le ruote della carrozza rintronavano sul -pavimento posto sotto la volta, s’intese un colpo di arme da fuoco, ed -un tetro fumo uscì da uno dei vetri di quella finestra della camera da -dormire, infranto dalla forza di quella esplosione. - - - - -XCII. — VALENTINA. - - -S’indovinerà facilmente che cosa aveva da fare Morrel, e con chi aveva -ritrovo. Morrel dunque, lasciando Monte-Cristo, s’incamminò lentamente -verso la casa di de Villefort. Noi diciamo lentamente, perchè Morrel -aveva più di mezz’ora, per fare cinquecento passi; ma ad onta di questo -tempo più che sufficiente, si era affrettato a lasciare Monte-Cristo, -avendo desiderio di rimaner solo coi suoi pensieri. Egli sapeva bene -la sua ora: l’ora nella quale Valentina, assistendo alla colazione di -Noirtier, era sicura di non essere disturbata in questo pietoso dovere. -Noirtier e Valentina gli avevano accordato due visite la settimana, -ed egli veniva ad approfittar dei suoi diritti: alla per fine giunse, -Valentina lo aspettava. Inquieta, quasi astratta, lo prese per la mano -e lo condusse davanti a suo nonno. - -Questa inquietudine spinta, come lo diremo, fin quasi alla follia, -veniva dal rumore che aveva fatta l’avventura di Morcerf; nel -_gran mondo_, si sapeva (il gran mondo sa sempre tutto) l’avventura -dell’_Opera_. In casa di de Villefort nessuno dubitava che questa non -fosse seguita da un duello; Valentina, col suo istinto di donna, aveva -indovinato che Morrel sarebbe stato il testimonio di Monte-Cristo, e -col coraggio ben cognito del giovine, con quell’amicizia profonda, -che ella conosceva in lui pel conte, temeva, che non si sarebbe -limitato alla semplice parte passiva di testimonio, che gli era stata -assegnata. Si comprenderà adunque con quale avidità furono domandati -i particolari, dati e ricevuti, e Morrel potè leggere una indicibile -gioia negli occhi della sua diletta, quando ella seppe che questo -terribile affare aveva avuto uno scioglimento non meno felice che -inatteso. - -— Ora, disse Valentina facendo segno a Morrel di sedersi accanto al -vecchio, e sedendo ella stessa sullo scanno ove riposavano i piedi di -lui, ora parliamo un poco dei nostri affari. Voi sapete Massimiliano -che il mio buon nonno aveva avuto per un momento l’idea di abbandonare -la casa, e di prendere un appartamento fuori del palazzo del sig. de -Villefort? - -— Sì, certo, disse Massimiliano, io mi ricordo questo disegno, e vi -aveva ancora molto applaudito. - -— Ebbene! disse Valentina, applaudite ancora, Massimiliano, poichè il -buon nonno lo rinnova. - -— Bravo! disse Massimiliano. - -— E sapete, disse Valentina, qual ragione dà il buon nonno per lasciare -la casa? — Noirtier guardava la fanciulla per imporle silenzio con -l’occhio; ma Valentina non guardava punto Noirtier; i suoi occhi, il -suo sguardo, il suo sorriso erano tutti per Morrel. — Oh! qualunque -sia la ragione che addurrà il sig. Noirtier, gridò Morrel, dichiaro che -ella è buona. - -— Eccellente, disse Valentina; egli pretende che l’aria del sobborgo -Sant’Onorato non val niente per la mia salute. - -— Infatto, disse Morrel, ascoltate, Valentina; il sig. Noirtier -potrebbe realmente aver ragione; da quindici giorni ritrovo che la -vostra salute si è alterata. - -— Sì, un poco, è vero, rispose Valentina; così il buon nonno si è -costituito mio medico, e siccome sa di tutto, ho la più gran confidenza -in lui. - -— Ma finalmente è dunque vero che voi soffrite, Valentina? domandò -sollecitamente Morrel. - -— Oh! mio Dio, questo non si chiama soffrire: risento un mal essere -generale, ecco tutto; ho perduto l’appetito e mi sembra che il mio -stomaco sostenga una lotta per abituarsi a qualche cosa. — Noirtier non -perdeva una delle parole di Valentina. — E quale è la cura che seguite -per questa sconosciuta malattia? - -— Oh! semplicissima, disse Valentina, prendo tutte le mattine una -cucchiaiata della mistura che si porta a mio nonno; quando dico -una cucchiaiata, intendo che ho incominciato col prenderne una; ora -però ne prendo di già quattro; mio nonno pretende che questa sia una -panacea universale. — Valentina sorrideva; ma vi era qualche cosa di -tristo e sofferente in questo sorriso. Massimiliano ebbro di amore la -guardava in silenzio: ella era bella, ma il suo pallore aveva preso -una tinta più bianca, i suoi occhi brillavano di un fuoco ardente più -che d’ordinario, e le sue mani, che ordinariamente erano di un bianco -d’avorio, sembravano di cera con una velatura giallastra, che le -copriva nello stesso tempo. - -Da Valentina il giovine portò gli occhi su Noirtier; questi considerava -con quella strana e profonda intelligenza la giovinetta assorbita -nel suo amore; ma egli pure, come Morrel, scorgeva queste tracce di -un sordo soffrire, così poco visibile che era sfuggito agli occhi di -tutti, eccetto che a quelli dell’amante e del nonno. - -— Ma, disse Morrel, questa mistura di cui siete giunta a prender -quattro cucchiai, io la credeva un medicamento per il sig. Noirtier? - -— Io so che è molto amara, rispose Valentina, tanto amara, che tutto -ciò che bevo dopo di essa, mi sembra avere lo stesso gusto. — Noirtier -guardò sua nipote in modo da interrogarla. — Sì, buon nonno, disse -Valentina, è così, come vi diceva. Or ora, prima di venire da voi, -ho bevuto un bicchier d’acqua inzuccherata; ebbene! ne ho lasciata la -metà, tanto quest’acqua mi è sembrata amara. - -Noirtier impallidì, e fece segno che voleva parlare. - -Valentina si alzò per andare a cercare il dizionario. - -Noirtier la seguiva cogli occhi, e con una visibile angoscia. Difatto -il sangue saliva alla testa della giovinetta, e le guance le si -coloravano. — Osserva! diss’ella senza perder nulla della sua allegria, -è singolare: un abbagliamento! È dunque il sole che mi ha percosso -negli occhi?... - -Ed ella si appoggiò al parapetto della finestra. - -— Non vi è sole, disse Morrel inquieto anche più della espressione del -viso di Noirtier, che della indisposizione di Valentina. Egli corse a -Valentina. - -La giovinetta sorrise. — Rassicuratevi, buon papà, disse ella a -Noirtier, rassicuratevi, Massimiliano, non è niente, e la cosa è già -passata; ma ascoltate!... non è il rumore di una carrozza quello che io -sento nel cortile? - -Ella aprì la porta di Noirtier, corse ad una finestra del corridoio, -e ritornò precipitosamente. — Sì, disse ella, è la sig.ª Danglars con -sua figlia che vengono a farci una visita. Addio, mi salvo, perchè -verrebbero a cercarmi qui, o piuttosto, a rivederci, restate presso il -nonno, sig. Massimiliano, vi prometto di non far nulla per trattenerle. - -Morrel la seguì con gli occhi, la vide chiudere la porta, e la sentì -salire la piccola scala che metteva ad un tempo nella camera della -sig.ª de Villefort e nelle sue. Dal momento che disparve, Noirtier -fece segno a Morrel di prendere il dizionario. Morrel obbedì; guidato -da Valentina, si era prestamente abituato a capire il vecchio. Però, -per quanto si fosse abituato, siccome bisognava passare in rivista -una gran parte delle lettere dell’alfabeto e ritrovare ciascuna parola -nel dizionario, non fu che in capo a dieci minuti che il pensiero del -vecchio fu tradotto in queste parole. - -«Cercate il bicchier d’acqua e la bottiglia che sono in camera di -Valentina.» — Morrel suonò subito pel domestico che aveva sostituito -Barrois, ed in nome di Noirtier gli dette quest’ordine. Il domestico -ritornò un momento dopo. - -La bottiglia ed il bicchiere erano completamente vuoti. - -Noirtier fece segno che voleva parlare: — Perchè il bicchiere e la -bottiglia son vuoti? domandò egli. Valentina ha detto che non avea -bevuto che la metà. - -La traduzione di questa nuova domanda occupò ancora altri cinque -minuti: — Io non so, disse il domestico; ma la cameriera è -nell’appartamento di madamigella Valentina, forse sarà stata ella che -l’avrà vuotata. - -— Domandatele il perchè, disse Morrel, traducendo questa volta il -pensiero di Noirtier collo sguardo. - -Il domestico uscì, e quasi subito dopo rientrò. - -— Madamigella Valentina è passata per la sua camera per portarsi in -quelle della sig.ª de Villefort, disse egli; e nel passare, siccome -aveva sete, ha bevuto ciò che rimaneva nel bicchiere; in quanto alla -bottiglia, il sig. Edoardo l’ha vuotata per fare un laghetto alle sue -anitre. - -Noirtier alzò gli occhi al cielo come fa un giuocatore che giuoca in un -punto tutto ciò che possede. - -Da quel momento gli occhi del vecchio si fissarono sulla porta e non -lasciarono più questa direzione. - -Era difatto la sig.ª Danglars e sua figlia che Valentina avea vedute; -erano state condotte nella camera della sig.ª de Villefort, che aveva -detto di riceverle nel suo appartamento; ecco perchè Valentina era -passata per le stanze di lei, essendo la sua camera allo stesso piano -di quella di Valentina, e le due camere non erano divise che da quella -di Edoardo. - -Le due signore entrarono nel salotto con quella sostenutezza officiale -che presagisce una comunicazione. - -Fra persone della stessa società una gradazione è presto presa. -La sig.ª de Villefort rispose a questa solennità con altrettanta -solennità. Ed in questo momento Valentina entrò, e le riverenze -ricominciarono da capo: - -— Cara amica, disse la baronessa, mentre che le due giovinette si -prendevano per la mano, vengo con Eugenia ad annunziarvi per la prima -il vicinissimo matrimonio di mia figlia col principe Cavalcanti. — Il -banchiere popolare aveva ritrovato che questo titolo stava meglio che -quello di conte. - -— Allora permettete che io vi faccia i miei sinceri rallegramenti, -rispose la sig.ª de Villefort. Il sig. principe Cavalcanti sembra un -giovine di rare qualità. - -— Ascoltate, disse la baronessa sorridendo; se noi parliamo come due -amiche, debbo dirvi che il principe non ci sembra ancora quel che sarà. -Egli ha in sè un po’ di quella stravaganza, che a noi francesi ci fa -riconoscere al primo colpo d’occhio un gentiluomo italiano o tedesco. -Però annunzia molto buon cuore, molta acutezza di spirito, ed in quanto -alle convenienze, il sig. Danglars pretende che la sua fortuna sia -_maestosa_: questa è la sua parola. - -— E poi, disse Eugenia nello sfogliare l’album della sig.ª de -Villefort, aggiungete, signora, che voi avete una inclinazione -particolare per questo giovine. - -— Eh, disse la sig.ª de Villefort, non ho bisogno di domandarvi se voi -prendete parte a questa inclinazione? - -— Io! rispose Eugenia colla sua serietà ordinaria, oh! niente affatto, -signora; la mia propria vocazione non è d’incatenarmi colle cure di -famiglia, e coi capricci di un uomo qualunque si sia. La mia vocazione -era di essere artista, e per conseguenza libera nel cuore, nel -pensiero, e nelle azioni. - -Eugenia pronunziò queste parole con un accento così vibrato e così -fermo, che il rossore salì al viso di Valentina. La timida fanciulla -non poteva comprendere questa natura vigorosa, che null’aveva di comune -colle solite timidezze della donna. — Del resto, continuò ella, poichè -sono destinata ad essere maritata di buona o di cattiva voglia, debbo -ringraziare la Provvidenza che mi abbia procurato il disprezzo del sig. -Alberto de Morcerf; senza questa Provvidenza, oggi sarei la moglie di -un uomo perduto nell’onore. - -— È pur troppo vero, disse la baronessa con quella strana ingenuità -che qualche volta si ritrova nelle gran signore; è pur troppo vero, -senza questa esitanza dei Morcerf, mia figlia avrebbe sposato il -sig. Alberto; il generale vi aveva molta premura; era anzi venuto -per costringere il sig. Danglars a dare la sua parola; noi l’abbiamo -scappata bella. - -— Ma, disse timidamente Valentina, forse che l’onta del padre ricade -sul figlio? Il sig. Alberto mi sembra innocente di tutti questi -tradimenti del generale. - -— Perdono, cara amica, disse l’implacabile giovinetta, il sig. Alberto -ne reclama, e ne merita la sua parte: pare che dopo avere ieri sera -provocato Monte-Cristo all’Opera, oggi gli abbia fatto le sue scuse sul -terreno. - -— Impossibile! disse la sig.ª de Villefort. - -— Ah! mia cara, disse la sig.ª Danglars, con quella stessa ingenuità -che abbiamo segnalata; la cosa è certa, io la so dal sig. Debray, che -era presente alle spiegazioni. - -Valentina pure sapeva la verità, ma non rispose. Respinta da una -parola nelle sue rimembranze, si ritrovava col pensiero nella camera di -Noirtier, ove Morrel l’aspettava. - -Immersa in questa specie di contemplazione, Valentina aveva da qualche -minuto cessato di prender parte alla conversazione; le sarebbe stato -perfino impossibile di ripetere ciò ch’ella aveva detto pochi minuti -prima, quando d’improvviso la mano della sig.ª Danglars, appoggiandosi -sur un braccio di lei la tolse da questa distrazione. - -— Che c’è signora? disse Valentina rabbrividendo al contatto delle dita -della sig.ª Danglars. - -— C’è, che voi, disse la baronessa, state senza dubbio male. - -— Io? fece la giovinetta passandosi la mano sull’ardente fronte. - -— Sì; guardatevi in questo specchio, avete arrossito ed impallidito tre -o quattro volte nello spazio di un minuto. - -— Infatto, gridò Eugenia, tu sei molto pallida. - -— Oh! non te ne inquietare, Eugenia, io sono così da qualche giorno. — -E per quanto la giovinetta fosse poco astuta, capì che quella era una -buona occasione per uscire. D’altra parte la sig.ª de Villefort venne -in suo soccorso: - -— Ritiratevi, Valentina, diss’ella, voi soffrite realmente e queste -signore vorranno perdonarvi; bevete un bicchiere d’acqua e ciò vi -rimetterà. — Valentina abbracciò Eugenia, salutò la sig.ª Danglars di -già in piedi per partire, ed uscì. - -— Questa povera ragazza, disse la sig.ª de Villefort quando Valentina -andò via, mi tiene in grandissima pena per la sua salute, e non mi -meraviglierei che le accadesse qualche grave accidente. — Frattanto -Valentina, con una specie d’esaltazione di cui non sapeva rendersi -conto, aveva traversata la camera d’Edoardo senza rispondere non so a -quale impertinenza del fanciullo, e dalla sua camera aveva raggiunta -la scaletta. Aveva già discesi tutti gli scalini, meno gli ultimi -tre; ella sentiva già la voce di Morrel, allorquando una nube le passò -davanti gli occhi, il piede irrigidito sbagliò lo scalino, le mani non -ebbero più forza per sostenersi al mantegno, e, rasente la ringhiera, -rotolò anzi che discendere dall’alto dei tre ultimi gradini. Morrel -non fece che uno sbalzo, aprì la porta, e trovò Valentina stesa sul -pianerottolo. - -Rapido come il lampo, l’alzò fra le braccia, ed andò a deporla sopra un -seggio. Valentina riaprì gli occhi. - -— Oh! quanto sono mal destra, diss’ella con una febbrile volubilità; -non so io dunque più tenermi ritta! dimenticava che vi sono tre scalini -prima del pianerottolo. - -— Vi siete forse ferita, Valentina? gridò Morrel, oh! mio Dio! mio -Dio!... — Valentina guardò intorno a sè; vide il più profondo spavento -espresso dagli occhi di Noirtier. - -— Rassicurati, nonno mio, diss’ella sforzandosi di sorridere; non è -niente, non è niente... ho avuto un capo giro. - -— Anche un altro sbalordimento! disse Morrel giungendo le mani, fateci -attenzione, Valentina, ve ne supplico. - -— Ma no, disse Valentina, ma no, vi dico che tutto è passato, e che -non è niente. Ora lasciate, che vi dia una notizia: fra otto giorni -Eugenia si marita, e fra tre giorni vi è una specie di gran festino, -un trattenimento di sponsali. Noi siamo tutti invitati, mio padre, la -sig.ª de Villefort, ed io... Almeno a quanto mi è sembrato di capire. - -— E quando avverrà che tocchi a noi l’occuparci di questi particolari? -Oh! Valentina, voi che avete tanto potere sul vostro buon nonno, -cercate che vi risponda: _ben presto_. - -— Così, domandò Valentina, contate su di me, per stimolare la lentezza, -e per risvegliare la memoria del nonno? - -— Sì, gridò Morrel, mio Dio! mio Dio! fate presto. Fino a che voi non -sarete mia, Valentina, mi sembrerà sempre che possiate sfuggirmi. - -— Oh! rispose Valentina con un movimento convulsivo, oh! in verità, -Massimiliano, siete troppo timoroso per essere un uffiziale, per essere -un soldato che, dicesi, non ha mai conosciuto che cosa sia paura. Ah! -ah! ah! — Ed ella scoppiò in una risata stridula e dolorosa, le braccia -si torsero e si contorsero, la testa si rovesciò sul seggio, e rimase -senza movimenti: il grido di terrore che Iddio incatenava sulle labbra -di Noirtier, scaturì dal suo sguardo. - -Morrel lo comprese, si trattava di chiamare soccorso. Il giovine -si attaccò al campanello, la cameriera che era nell’appartamento di -Valentina, ed il domestico accorsero simultaneamente. Valentina era -così pallida, così fredda, così inanimata, che senza ascoltare ciò -che loro dicevasi, la paura che vegliava in questa maledetta casa li -assalse, ed essi si slanciarono nel corridoio gridando soccorso. - -La sig.ª Danglars ed Eugenia uscivano in questo momento, esse furono in -tempo da essere informate della causa di tutto questo susurro. — Se lo -aveva predetto! gridò la sig.ª de Villefort; povera ragazza! - - - - -XCIII. — LA CONFESSIONE. - - -Nello stesso punto s’intese la voce del sig. de Villefort che gridava -dal suo gabinetto. — Che è stato? - -Morrel consultò con uno sguardo Noirtier, che allora aveva ripreso -tutta la prontezza d’animo, e con un colpo d’occhio gli indicò il -gabinetto ove già un’altra volta, in una occasione presso a poco -simile, si era rifugiato. Non ebbe che il tempo di prendere il -cappello, e di gettarvisi anelante. Si sentivano già i passi del -procuratore del Re nel corridoio. Villefort si precipitò nella camera, -corse a Valentina e la prese fra le sue braccia: — Un medico! un -medico! il sig. d’Avrigny, gridò Villefort; o piuttosto vi andrò io -stesso. — E si slanciò fuori dell’appartamento. - -Dall’altra porta si slanciò Morrel. Egli era stato colpito nel cuore da -una spaventevole rimembranza. La conversazione fra il sig. de Villefort -ed il dottore, che aveva inteso nel giardino la notte in cui morì la -sig.ª de Saint-Méran, gli ritornò tutta alla memoria, questi sintomi -portati ad un grado meno spaventoso, erano gli stessi che avevano -preceduta la morte di Barrois. Nello stesso tempo gli era sembrato -di sentire un rumore al suo orecchio, quella voce di Monte-Cristo che -gli aveva detto, erano circa due ore appena: — Qualunque cosa possiate -avere bisogno, venite da me, io posso molto. — Più rapido del pensiero -corse dunque dal sobborgo Sant’Onorato nella strada Matignon, e dalla -strada Matignon all’ingresso dei Campi-Elisi. - -In questo mentre il sig. de Villefort giungeva in un _cabriolet_ di -piazza alla porta del sig. d’Avrigny; suonò con tanta violenza che il -portinaro venne ad aprirgli tutto spaventato. Villefort balzò sulle -scale senza aver la forza di dire una parola. Il portinaro lo conosceva -e lo lasciò passare gridando soltanto: — Nel suo gabinetto, sig. -procuratore del Re, nel suo gabinetto! — Villefort ne spingeva già, -anzi ne sfondava la porta: — Ah! disse il dottore, siete voi? - -— Sì, disse Villefort richiudendo la porta dietro a sè; sì, dottore, -sono io che vengo a chiedervi a mia volta se siamo soli; dottore, la -mia casa è una casa maledetta? - -— Che! disse questi con apparente freddezza, ma con profonda emozione -interna, avete ancor qualche altro malato? - -— Sì, dottore, gridò Villefort afferrandosi con mano convulsa un pugno -di capelli, sì! — Lo sguardo d’Avrigny significava: — Io ve lo aveva -predetto. — Indi le sue labbra articolarono lentamente queste parole: -— Chi sta dunque per morire in casa vostra? e qual nuova vittima va ad -accusarvi di debolezza avanti a Dio? - -Un doloroso singhiozzo scaturì dal cuore di Villefort, s’avvicinò al -medico, ed afferrandolo pel braccio: — Valentina. — Vostra figlia! -gridò d’Avrigny preso da dolore e da sorpresa. - -— Vedete che vi sbagliavate, mormorò il magistrato; venite a vederla, e -sul suo letto di dolore chiedetele scusa di averla sospettata. - -— Ciascuna volta che voi mi avete chiamato, disse il sig. d’Avrigny, -era sempre troppo tardi; non importa, vengo, ma affrettiamoci, signore; -coi nemici che battono in casa vostra non vi è tempo da perdere. - -— Oh! questa volta, dottore, non mi rimprovererete più la mia -debolezza; riconoscerò l’assassino e lo colpirò. - -— Tentiamo prima di salvare la vittima, poi penseremo a vendicarla, -disse d’Avrigny. Venite! - -Ed il _cabriolet_ che aveva condotto Villefort lo riaccompagnò al gran -trotto in unione al sig. d’Avrigny, nello stesso tempo in cui dal canto -suo Morrel batteva al portone di Monte-Cristo. Il conte era nel suo -gabinetto, e, molto pensieroso, leggeva una parola che Bertuccio gli -aveva inviato in tutta fretta. Per lui come pel conte erano passate -molte cose in queste due ore; poichè il giovine che lo aveva lasciato -col sorriso sulle labbra, adesso ritornava col viso tutto sconvolto. -Egli si alzò, e corse davanti a Morrel. - -— Che cosa c’è dunque, Massimiliano? gli domandò; siete pallido, e la -vostra fronte è irrigata dal sudore. - -Morrel cadde sopra un seggio: — Sì, disse egli, io sono venuto in -fretta; ho bisogno di parlarvi. - -— Stanno tutti bene in casa vostra? domandò il conte con una -benevolenza affettuosa sulla sincerità della quale nessuno avrebbe -potuto ingannarsi. - -— Grazie, conte, grazie, disse il giovine impacciato visibilmente per -cominciare la conversazione; sì, nella mia famiglia tutti stanno bene. - -— Tanto meglio; però voi avete qualche cosa a dirmi? - -— Sì, disse Morrel, è vero, esco da una casa dove è entrata la morte, -per ricorrere a voi. - -— Uscite forse dalla casa del sig. Morcerf? - -— No, è morto qualcuno in casa del sig. Morcerf? - -— Il generale si è bruciato le cervella, rispose freddamente -Monte-Cristo. - -— Oh! disgrazia orribile! gridò Massimiliano. - -— Non però la contessa, non però Alberto, disse Monte-Cristo; -val meglio un padre ed uno sposo morto, che un padre ed uno sposo -disonorato; il sangue laverà l’infamia. - -— Povera contessa! disse Massimiliano, è lei che compiango soprattutto, -una donna così nobile! - -— Compiangete egualmente Alberto, Massimiliano, poichè, credetelo, egli -è un figlio degno della contessa. Ma ritorniamo a voi; voi accorrevate -a me, avete detto; avrei la fortuna che voi aveste bisogno di me? - -— Sì, ho bisogno di voi, cioè ho corso come un insensato per vedere -se mi poteste portar soccorso in una congiuntura in cui Dio solo può -soccorrermi. - -— Dite pure, disse Monte-Cristo. - -— Oh! disse Morrel, in verità non so se mi è permesso di rivelare -un tal segreto ad orecchie umane; ma la fatalità mi vi spinge, la -necessità mi vi costringe; conte... - -Morrel si fermò esitando. - -— Credete voi che io vi ami? disse Monte-Cristo prendendo -affettuosamente la mano del giovine fra le sue. - -— Oh! voi m’incoraggiate! e poichè qualche cosa mi dice qui (Morrel -pose la mano sul suo cuore) che io non debbo aver segreti per voi... - -— Avete ragione, è Dio che parla al vostro cuore, ed il cuore parla a -voi. Riditemi ciò che vi dice il cuore. - -— Conte, volete permettermi di inviare Battistino a domandare per parte -vostra le notizie di una persona che conoscete? - -— Io mi sono messo a vostra disposizione, a più forte ragione vi metto -i miei domestici. - -— Ah! è che io non vivrò fino a tanto che non avrò la certezza che ella -sta meglio. - -— Volete che io suoni per Battistino? - -— No, vado a parlargli io stesso. — Morrel uscì, chiamò Battistino, e -gli disse alcune parole a bassa voce. Il cameriere partì correndo. - -— È fatto? domandò Monte-Cristo vedendo ricomparire Morrel. - -— Sì, ed io sono un poco più tranquillo. - -— Voi sapete che aspetto, disse Monte-Cristo sorridendo. - -— Sì, ed io parlo. Ascoltate. Una sera mi ritrovava in un giardino; -era nascosto dietro un gruppo di alberi; nessuno si pensava che io -potessi esser lì. Due persone passarono vicino a me, permettetemi che -provvisoriamente vi taccia i nomi; esse parlavano a bassa voce, e pure -io aveva una tale premura a sentire le loro parole, che non perdetti un -accento di quanto esse dissero. - -— Ciò si annunzia lugubremente, a giudicarne dal vostro pallore e dal -vostro fremito, Morrel. - -— Oh! sì, molto lugubremente amico mio; era morto qualcuno in casa del -padrone del giardino in cui mi ritrovava; uno di questi due personaggi -di cui ascoltava la conversazione, era il padrone del giardino e -l’altro un medico. Ora il primo confidava al secondo i suoi timori ed i -suoi dolori, poichè questa era la seconda volta in un mese che la morte -piombava rapida ed imprevista su questa casa, che si credeva designata -da qualche angiolo sterminatore alla collera di Dio. - -— Ah! ah! disse Monte-Cristo guardando fissamente il giovine, e girando -il suo seggio, con un movimento impercettibile, in modo da situarsi -nell’ombra mentre che la luce cadeva sul viso di Massimiliano. - -— Sì, continuò questi, la morte era entrata due volte in questa casa in -meno di un mese. - -— E che rispondeva il dottore? domandò Monte-Cristo. - -— Egli rispondeva... egli rispondeva che questa morte non era naturale, -e che bisognava attribuirla... - -— A che? — Al veleno! - -— Davvero! disse Monte-Cristo con quella tosse leggera che nei momenti -di somma emozione, gli serviva a mascherare sia il suo rossore, sia il -suo pallore, sia l’attenzione stessa con la quale ascoltava; davvero, -Massimiliano, avete inteso tali cose? - -— Sì, caro conte, le ho intese, ed il dottore aggiungeva che se -simili avvenimenti si fossero rinnovati, egli si credeva obbligato -di appellarne alla giustizia. — Monte-Cristo ascoltava o sembrava -ascoltare con la più gran calma. - -— Ebbene! disse Massimiliano, la morte ha colpito una terza volta, -conte, e a che cosa credete voi che m’impegni la conoscenza di questo -segreto? - -— Mio caro amico, disse Monte-Cristo, mi sembra che raccontiate -un’avventura che ciascuno di noi sa a memoria. La casa in cui voi -avete sentito questo discorso, la conosco, una casa in cui vi ha un -giardino, un padre di famiglia, un dottore, una casa in cui vi sono -state tre strane morti ed inattese. Ebbene! guardatemi, io che non -ho intercettata alcuna confidenza, e che ciò nonostante so tuttociò -tanto bene quanto voi, ho forse degli scrupoli di coscienza? No! ciò -non mi riguarda. Voi dite che un angiolo sterminatore sembra designare -questa casa alla collera del Signore; ebbene! chi vi dice che la vostra -supposizione non sia una realtà? Non vedete le cose che non vogliono -vedere quelli che han premura a vederle. Se è la giustizia e non la -collera di Dio che passeggia in questa casa, Massimiliano, voltate la -testa, e lasciate passare la giustizia di Dio. - -Morrel fremette. Vi era qualche cosa ad un tempo di lugubre, di solenne -e di terribile negli accenti del conte. - -— D’altra parte, continuò egli con un cambiamento di voce così marcato -che si sarebbe detto che queste ultime parole non uscivano dalla bocca -del medesimo uomo; chi vi dice che ciò dovrà ricominciare? - -— Ciò ricomincia, conte, ed ecco perchè accorro a voi. - -— Ebbene! che volete che vi faccia, Morrel? vorreste per caso che -prevenissi il procuratore del Re? - -Monte-Cristo articolò queste ultime parole con una tal chiarezza, ed -un accento così vibrato, che Morrel, alzandosi ad un colpo, gridò: — -Conte! conte! voi sapete di che voglio parlarvi, non è vero? - -— Perfettamente, mio buon amico, ed io ve lo proverò mettendo il punto -sull’i, e piuttosto i nomi sugli uomini. Voi siete stato a passeggiare -una sera nel giardino del sig. de Villefort; da quanto mi dite, presumo -che fosse la sera in cui morì la sig.ª de Saint-Méran. Voi avete inteso -il sig. de Villefort parlare col sig. d’Avrigny, sulla morte del sig. -de Saint-Méran, e su quella non meno meravigliosa della baronessa. Il -sig. d’Avrigny diceva di credere ad un avvelenamento, ed anzi a due -avvelenamenti; ed ecco voi, uomo onesto per eccellenza, ecco voi da -quel momento occupato a palpare il vostro cuore, a gettare la sonda -nella vostra coscienza per sapere se dovete rivelare questo segreto -oppure tacerlo. Noi non siamo più nel medio evo, caro amico, non vi -sono più i franchi giudici; che diavolo volete domandare a queste -genti? coscienza, che vuoi tu da me? come disse Sterne. Eh! mio caro, -lasciateli dormire se dormono, lasciateli impallidire nelle loro veglie -se non dormono, e, per l’amor di Dio, dormite voi che non avete rimorsi -che v’impediscano di poter dormire. — Un orribile dolore si diffuse sui -lineamenti di Morrel; egli afferrò la mano di Monte-Cristo. - -— Ma ciò ricomincia! vi dico io. - -— Ebbene! disse il conte meravigliato di questa insistenza della quale -non capiva niente, e guardando Massimiliano più attentamente, lasciate -ricominciare: questa è una famiglia di Atridi; Dio li ha condannati, -ed essi soffriranno la loro sentenza; spariranno tutti come quelle -casette che fabbricano i fanciulli con le carte piegate, e che cadono -le une dopo le altre sotto il soffio del loro creatore, ve ne fosse -ancora duecento. Fu il sig. de Saint-Méran tre mesi sono; fu la signora -di Saint-Méran due mesi sono; fu Barrois l’altro giorno; oggi sarà il -vecchio Noirtier o la giovane Valentina. - -— Voi lo sapevate? gridò Morrel in un tal parosismo di terrore che -Monte-Cristo ne rabbrividì, cui la caduta del cielo avrebbe ritrovato -impassibile; lo sapevate, e non dicevate niente? - -— E che m’importa! riprese Monte-Cristo stringendosi nelle spalle, -conosco forse quella gente? bisogna forse che salvi l’uno per perder -l’altro? in fede mia no, poichè fra il colpevole e la vittima non ho -alcuna preferenza. - -— Ma io, gridò Morrel urlando dal dolore, io l’amo! - -— Voi amate chi? gridò Monte-Cristo balzando in piedi, ed afferrando le -due mani che Morrel alzava, contorcendosi, verso il cielo. - -— Io amo perdutamente, amo da insensato; amo come un uomo che darebbe -tutto il suo sangue per risparmiarle una lagrima, amo Valentina de -Villefort, che si assassina in questo momento, intendete bene? l’amo, e -domando a Dio ed a voi, in qual modo posso salvarla! - -Monte-Cristo mandò un grido così selvaggio che appena se ne possono -fare un’idea coloro che hanno inteso il ruggito del leone ferito: -— Infelice! gridò egli torcendosi a sua volta le mani, infelice! tu -ami Valentina! tu ami questa figlia di una razza maledetta! — Giammai -Morrel aveva veduto una simile espressione; giammai un occhio così -terribile aveva balenato avanti il suo viso, giammai il genio del -terrore, che egli aveva veduto tante volte comparire, sia sui campi -di battaglia, sia nelle notti omicide dell’Algeria, non aveva scosso -intorno a lui dei fuochi più sinistri. - -Egli rinculò spaventato. In quanto a Monte-Cristo, dopo questo scoppio -e questo susurro, chiuse un momento gli occhi, come abbagliato dai -lampi interni; durante questo momento, si raccolse con tanta possanza, -che si vedeva poco a poco tranquillarsi il movimento ondulatorio del -suo petto gonfio dalla tempesta, come si vedono dopo il temporale -fondersi sotto il sole i flutti turbolenti e schiumeggianti. - -Questo silenzio, questo raccoglimento, questa lotta, durarono venti -secondi circa. Indi il conte rialzò la sua pallida fronte: — Voi -vedete, disse egli con voce appena alterata, mio caro amico, in qual -modo Iddio sa punire della loro indifferenza gli uomini più fanfaroni e -più freddi davanti ai terribili spettacoli che loro si offrono. Io che -guardava assistendo impassibile e curioso: che guardava lo sviluppo di -questa lugubre tragedia; io che, simile all’angiolo del male, rideva -del male che fanno gli uomini al sicuro dietro il segreto (il segreto -è facile a custodirsi dai ricchi e dai possenti), ecco che a mia volta -mi sento morso da questo serpente di cui guardava la marcia tortuosa, e -morso al cuore. - -Morrel mandò un sordo gemito. — Andiamo, andiamo, continuò il conte, -bastano i pianti fin qui, siate uomo, siate forte, siate pieno di -speranza, poichè io son qui, poichè io veglio su voi. — Morrel scosse -tristamente la testa. - -— Io vi dico di sperare, mi capite? gridò Monte-Cristo. Sappiate -che non ho mai mentito, e che non mi sbaglio mai. È mezzogiorno, -Massimiliano; ringraziate il cielo di essere venuto a mezzogiorno -invece di venire questa sera, invece di venire domattina. Ascoltate -dunque ciò che sono per dirvi, Morrel: è mezzogiorno, se Valentina non -è morta a quest’ora, ella non morrà più. - -— Oh! mio Dio! gridò Morrel, l’ho lasciata moribonda, — e Monte-Cristo -appoggiò una mano sulla fronte. - -Che cosa bolliva in quella testa carica di segreti? che cosa diceva a -quello spirito, implacabile ad un tempo ed umano, l’angiolo luminoso, o -l’angiolo delle tenebre? - -Dio solo lo sa! Monte-Cristo rilevò la fronte anche una volta, e questa -volta essa era placida come quella di un fanciullo che si sveglia: — -Massimiliano, diss’egli, ritornate tranquillamente in casa vostra; vi -ordino di non fare una dimostrazione, di non lasciare fluttuare sul -vostro viso l’ombra di una preoccupazione, vi darò le notizie; andate. - -— Mio Dio! mio Dio! disse Morrel, voi mi spaventate, conte, colla -vostra pacatezza. Potete dunque qualche cosa di più che un uomo? Siete -un angelo? — E il giovine che non aveva mai addietrato di un passo -davanti ad alcun pericolo, addietrava in faccia a Monte-Cristo, vinto -da un indicibile terrore. - -Monte-Cristo lo guardò con un sorriso così malinconico e così dolce -che Massimiliano si sentì spuntare le lagrime sugli occhi. — Io posso -molto, amico mio, rispose il conte, andate: ho bisogno di restar solo. -— Morrel soggiogato da quel prodigioso ascendente che Monte-Cristo -esercitava su tutti quelli che lo circondavano, non cercò neppure di -sottrarvisi, strinse la mano del conte e partì. Alla porta soltanto -si fermò per aspettare Battistino, che vide comparire dal fondo della -strada Matignon, e che ritornava correndo. - -Frattanto Villefort e d’Avrigny si erano affrettati. Al loro ritorno -Valentina era ancora svenuta, ed il medico aveva esaminata l’ammalata -con tutta quella cura che esigevano le cose, e con una profondità che -era raddoppiata dalla conoscenza del segreto. Villefort sospeso dalle -sue labbra e dal suo sguardo aspettava con ansietà il resultato del -suo esame. Noirtier, più pallido della giovinetta, più avido di uno -scioglimento che Villefort stesso, aspettava egli pure, e tutto si -faceva in lui sensibilità ed intelligenza. - -Finalmente d’Avrigny lasciò sfuggirsi lentamente queste parole: — Ella -vive ancora. - -— Ancora? gridò Villefort: che terribile parola avete pronunziata! - -— Sì, ella vive ancora, e ne son ben sorpreso. - -— Ma ella è salva? domandò il padre. - -— Sì, poichè vive. — In questo momento lo sguardo di d’Avrigny -s’abbattè in quello di Noirtier. Esso scintillava di una gioia così -straordinaria, di un pensiero talmente ricco e fecondo, che il medico -ne rimase colpito. Egli lasciò ricadere sul seggio la giovinetta, le -cui labbra appena si distinguevano, tanto eran pallide e bianche, ed -all’unisono con tutto il rimanente del viso, e restò immobile guardando -Noirtier, da cui ogni movimento del dottore era atteso e commentato. - -— Signore, disse allora d’Avrigny a Villefort, chiamate la cameriera di -madamigella Valentina, se vi aggrada. - -Villefort lasciò la testa di sua figlia che sosteneva e corse egli -stesso a chiamare la cameriera. Tosto che Villefort ebbe chiusa la -porta, d’Avrigny si accostò al vecchio: - -— Avete qualche cosa da dirmi? - -Il vecchio strinse con espressione gli occhi, nel modo, come ben -si ricorderà, con cui voleva indicare l’affermativa. — A me solo? — -Sì, fece Noirtier. — Bene, io resterò con voi. — In questo momento -Villefort rientrò, seguito dalla cameriera; e dietro questa la signora -de Villefort. - -— Ma che cosa ha dunque questa cara fanciulla? gridò ella; è uscita -dalle mie camere, lagnandosi di essere indisposta, ma non avrei creduto -che fosse una cosa così seria. - -E la giovane sposa, colle lagrime agli occhi, e con tutti i segni -dell’affezione di una vera madre, si avvicinò a Valentina, di cui prese -la mano. D’Avrigny continuava a guardare Noirtier; egli vide gli occhi -del vecchio dilatarsi ed arrotondarsi, le guance rilasciarsi e tremare; -il sudore gli stillava dalla fronte. — Ah! fece egli involontariamente -seguendo la direzione degli sguardi di Noirtier, cioè fissando i suoi -occhi sulla sig.ª de Villefort che ripeteva: - -— Questa povera fanciulla starà meglio nel suo letto. Venite, Fanny, -noi ve l’adageremo. - -Il sig. d’Avrigny che vedeva in questa proposizione un mezzo di restar -solo con Noirtier, fece segno colla testa che questo era effettivamente -ciò che v’era di meglio a farsi, ma ordinò che non prendesse che quel -che le avrebbe ordinato. - -Fu trasportata Valentina, che aveva ricuperato l’uso dei sensi, ma -che era incapace di fare e quasi di parlare, tanto le sue membra -erano infrante dalla scossa che aveva sofferta. Però ebbe la forza -di salutare con una mossa d’occhi suo nonno, a cui sembrava che -strappassero l’anima nel trasportarla. D’Avrigny seguì l’ammalata, -terminò le sue prescrizioni, ordinò a Villefort di prendere un -_cabriolet_, di andare in persona dal farmacista per far preparare -alla sua presenza le pozioni ordinate, di riportarle egli stesso, ed -aspettarlo nella camera di sua figlia. Indi, dopo di aver rinnovata -l’ingiunzione di non lasciar prender niente a Valentina, ritornò a -discendere da Noirtier, chiuse accuratamente le porte, e dopo essersi -assicurato che nessuno lo ascoltava: — Vediamo, diss’egli; sapete -qualche cosa sulla malattia di vostra nipote? — Sì, fece il vecchio. - -— Ascoltate, non abbiamo tempo da perdere; v’interrogherò e voi mi -risponderete. — Noirtier fece segno ch’era pronto a rispondere: — Avete -preveduto l’accidente che oggi accade a Valentina? — Sì. — D’Avrigny -riflettè un momento; poi riavvicinandosi a Noirtier: — Perdonatemi ciò -che io sto per dirvi, soggiunse, ma non deve essere trascurato nessun -incidente nella situazione terribile in cui siamo: avete veduto morire -il povero Barrois? — Noirtier levò gli occhi al cielo. - -— Sapete voi di che cosa è morto? domandò d’Avrigny posando la mano -sulla spalla del vecchio. — Sì. - -— Credete che la morte sia stata naturale? - -Qualche cosa come un sorriso si abbozzò sulle inerti labbra di -Noirtier. — Allora vi è venuta l’idea che Barrois sia stato avvelenato? -— Sì. - -— Credete che il veleno di cui rimase vittima fosse destinato per lui? -— No. - -— Credete che la stessa mano che colpì Barrois, volendo colpire un -altro, sia quella che colpisce Valentina? — Sì. - -— Ella dunque anderà a soccombere nello stesso modo? domandò d’Avrigny -fissando il suo sguardo profondo sopra Noirtier. — Ed aspettò l’effetto -di questa frase sul vecchio. - -— No! rispose egli con un’aria di trionfo che avrebbe potuto divergere -tutte le congetture del più abile indovino. - -— Allora sperate? disse d’Avrigny con sorpresa. — Sì. - -— Che cosa sperate? — Il vecchio fece comprendere cogli occhi che non -poteva rispondere: — Ah! sì, è vero, mormorò d’Avrigny. Indi ritornando -a Noirtier. - -— Sperate che l’assassino si stancherà? — No. - -— Allora sperate che il veleno non farà il suo effetto sopra Valentina? -— Sì. - -— Poichè io non vi manifesto niente di nuovo, non è vero, aggiunse -d’Avrigny, col dirvi che si è tentato di avvelenarla. — Il vecchio -fece segno con gli occhi che egli non aveva alcun dubbio su questo -argomento. - -— Allora, come sperate voi che Valentina si salverà? - -Noirtier tenne gli sguardi fissi sempre sulla stessa direzione; -d’Avrigny la seguì, e vide che si dirigeva sopra una bottiglia -contenente la pozione che gli veniva data tutte le mattine. - -— Ah! ah! disse d’Avrigny colpito da una subitanea idea, avreste avuto -il pensiero... — Noirtier non lo lasciò terminare. - -— Sì, fece egli. — Di premunirla contro il veleno... — Sì. - -— Abituandola a poco a poco... - -— Sì, sì, sì, fece Noirtier incantato d’essere inteso. - -— Infatto mi avete inteso dire che entrava della brucnina nella pozione -che vi do? — Sì. - -— Ed accostumandola a questo veleno avete voluto neutralizzare gli -effetti di un veleno simile? - -La stessa gioia trionfante di Noirtier. - -— E voi ci siete arrivato di fatto, gridò d’Avrigny. Senza questa -cautela, Valentina oggi sarebbe stata uccisa, uccisa senza nessun -soccorso, uccisa senza misericordia; la scossa è stata violenta, ma -non ne è rimasta che spossata, e per questa volta almeno Valentina non -morrà. - -Una gioia sovrumana appannava gli occhi del vecchio, alzati con -un’espressione d’infinita riconoscenza. - -In questo momento entrò Villefort. — Prendete, dottore, ecco ciò che -avete ordinato. - -— Questa pozione è stata preparata in vostra presenza? - -— Sì, rispose il procuratore del Re. - -— Essa non è uscita dalle vostre mani? — No. - -D’Avrigny prese la bottiglia, versò qualche goccia del contenuto nel -cavo della mano, e l’assaporò: - -— Bene, diss’egli, andiamo da Valentina, darò le mie istruzioni a -tutti, e voi sorveglierete, voi stesso sig. de Villefort, perchè -nessuno se ne allontani. — Nel momento in cui d’Avrigny entrava nella -camera di Valentina, accompagnato dal sig. de Villefort, un prete -italiano, di aspetto severo, con parole placide e risolute prendeva -a pigione per suo uso, la casa attigua al palazzo abitato dal sig. de -Villefort. - -Non si potè sapere in virtù di quale traslocazione i tre inquilini di -questa casa sgombrarono due ore dopo; ma la voce che corse generale nel -quartiere fu, che la casa non era abbastanza sicura nelle fondamenta, e -minacciava di rovinare; cosa però che non impedì al nuovo pigionale di -stabilirvisi col suo modesto mobilio, il giorno stesso verso le cinque. -Questo fitto fu fatto per tre, sei o nove anni col nuovo locatario, -che, secondo l’abitudine stabilita fra i proprietari, pagò sei mesi -anticipati; ei si chiamava Giacomo Busoni. - -Furono immediatamente chiamati gli operai, e la notte stessa, quei -pochi passeggeri che avendo fatto tardi e che passarono per di là, -videro con sorpresa i falegnami ed i muratori occupati a puntellare -colle loro opere la casa vacillante. - - - - -XCIV. — IL PADRE E LA FIGLIA. - - -Abbiamo veduto nel precedente capitolo, la sig.ª Danglars venire ad -annunciare officialmente alla sig.ª de Villefort il vicino matrimonio -di madamigella Eugenia Danglars col sig. Andrea Cavalcanti. Questo -annunzio officiale, che indicava o sembrava indicare una risoluzione -presa da tutte le parti interessate a questo grande affare, era -però stato preceduto da una scena di cui dobbiamo render conto ai -nostri lettori; li pregheremo dunque di fare un passo indietro, e di -trasportarsi la mattina stessa della giornata delle grandi catastrofi, -in quel bel salotto così ben dorato che loro abbiamo fatto conoscere, -e che formava l’orgoglio del suo proprietario, il barone Danglars. In -questo salotto, infatto, verso le dieci del mattino, passeggiava da -qualche minuto, pensieroso e visibilmente agitato, il banchiere stesso, -guardando a ciascuna porta, e fermandosi a ciascun rumore. - -Allora quando la somma della sua pazienza fu esausta, chiamò il -cameriere. — Stefano, gli disse, guardate dunque perchè madamigella -Eugenia mi ha detto di aspettarla in questo salotto, e sappiatemi -dire perchè mi fa aspettare tanto tempo. — Dopo ch’ebbe esalata questa -sbuffata d’impazienza, il barone riprese un po’ di calma. - -Infatto madamigella Danglars, al suo svegliarsi, aveva fatto chiedere -una udienza a suo padre, ed aveva designato il salotto dorato -come luogo di questa udienza. La singolarità di tale capriccio, e -soprattutto il suo carattere ufficiale, non avevano mediocremente -sorpreso il banchiere, che aveva subito obbedito ai desiderii di sua -figlia portandosi pel primo nel salotto. Stefano ritornò ben presto -dalla sua ambasciata: - -— La cameriera di madamigella, diss’egli, mi ha annunziato che -madamigella compiva la toletta, e che non avrebbe tardato molto a -giungere. — Danglars fece un segno con la testa che indicava ch’egli -era soddisfatto. Danglars in faccia alla società, ed in faccia ancora -alle sue persone di servizio, affettava la bonomia, ed il padre -affettuoso e debole: era un brano della parte che si era imposto -nella commedia popolare che rappresentava; era una fisonomia che -aveva adottato, e che sembrava convenirgli, come conveniva ai profili -delle maschere di padre del teatro antico di avere a destra il labbro -rivoltato e ridente, nel mentre che a sinistra avevano il labbro -abbassato e petulante. - -Sollecitiamoci di dire che, nella intimità, il labbro rialzato e -ridente ricalava a livello del labbro abbassato e petulante; di modo -che, nella maggior parte del tempo, la bonomia spariva per dar posto -al marito brutale ed al padre assoluto. — Perchè diavolo questa pazza, -che vuole parlarmi, a quanto pretende, mormorava Danglars, non viene -semplicemente nel mio gabinetto, pensava egli, e perchè soprattutto -vuole parlarmi? — Egli ravvolgeva per la ventesima volta questo -pensiero inquietante nel cervello, quando la porta si aprì, e comparve -Eugenia, vestita di seta nera broccata con fiori pallidi dello stesso -colore, coi capelli acconciati, e coi guanti, come se si fosse trattato -d’andare a sedere sopra il suo buon seggio del Teatro Italiano. - -— Che vi è dunque, Eugenia, e perchè nel salotto di visita, mentre si -sta egualmente bene nel mio gabinetto? - -— Voi avete perfettamente ragione, signore, — rispose Eugenia, facendo -segno a suo padre che poteva sedersi, — impiantando le due questioni -che riassumono tutta la conversazione che avremo. Io dunque risponderò -ad entrambe, e, contro le leggi dell’abitudine, dapprima alla seconda -essendo la meno complessiva; ho scelto il salotto, signore, per luogo -di convegno per evitare le impressioni disaggradevoli e le influenze -del gabinetto di un banchiere. Quei libri di cassa, per quanto siano -ben dorati, quei cassetti chiusi come le porte di una fortezza, quelle -masse di biglietti di banca che vengono non si sa di dove, e quella -quantità di lettere che vengono dall’Inghilterra, dalla Olanda, dalla -Spagna, dalle Indie, dalla China, e dal Perù, in generale operano -stranamente sullo spirito di un padre, e gli fanno dimenticare che -nel mondo vi è un interesse più grande e più sacro di quello della -posizione sociale e l’opinione dei suoi committenti: ho dunque -preferito questo salotto dove voi vedete, sorridenti e felici nei loro -quadri magnifici, il vostro ritratto, il mio, quello di mia madre, -e molte specie di paesaggi villerecci e pastorali che inteneriscono. -Io mi fido molto al potere delle impressioni esterne; forse, a vostro -riguardo particolarmente, m’inganno; ma che volete? non sarei artista -se non mi restasse qualche illusione. - -— Benissimo, rispose il sig. Danglars che aveva ascoltata tutta questa -tirata con un’imperturbabile pacatezza, ma senza comprenderne una -parola, assorto come era, a guisa d’ogni altro uomo pieno di affari, a -cercare il filo della propria idea nelle idee del suo interlocutore. - -— Ecco dunque il secondo punto spiegato, o presso a poco, disse Eugenia -senza il minimo turbamento e con quella sostenutezza maschile che -distingueva il suo gesto e la sua parola, e voi mi sembrate soddisfatto -della spiegazione. Ora veniamo al primo: mi domandate perchè vi ho -chiesta questa udienza, ve lo dirò in due parole, signore; eccole: non -voglio sposare il conte Andrea Cavalcanti. - -Danglars fece un salto sulla sedia, e per la scossa alzò ad un tempo e -braccia ed occhi al cielo. - -— Mio Dio, sì signore, continuò Eugenia, sempre egualmente tranquilla; -siete meravigliato, lo vedo bene; poichè da quando tutta questa piccola -faccenda è in trattativa, io non ho mai manifestata la più piccola -opposizione, certa come era sempre, giunto il momento, d’opporre -francamente alle persone che non mi hanno consultato, ed alle cose -che mi hanno dispiaciuto, una volontà franca ed assoluta. Però -questa volta, la tranquillità, la passività, come dicono i filosofi -veniva da un’altra sorgente: veniva da ciò che, figlia sottomessa ed -affezionata... (un leggiero sorriso si disegnò sulle labbra purpuree -della giovanetta) mi voleva accostumare all’obbedienza. - -— Ebbene? domandò Danglars. - -— Ebbene! signore, riprese Eugenia, ho provato fino all’estremo delle -mie forze, ed ora che è giunto il momento, ad onta di tutti gli sforzi -che ho tentati su me stessa, mi sento incapace di obbedire. - -— Ma finalmente, disse Danglars che, spirito secondario, sembrava -dapprima tutto assorbito dal peso di questa implacabile logica, la cui -flemma accusava tanta premeditazione e forza di volontà, la ragione di -questo rifiuto, Eugenia? la ragione? - -— La ragione, replicò la giovanetta, oh! mio Dio! non è già perchè egli -sia più brutto, più stolido, o più disaggradevole di un altro, no; -il sig. Andrea Cavalcanti può anzi passare, per quelli che guardano -gli uomini dal viso e dalla persona, per essere un bel modello. Non -è neppure perchè il mio cuore sia stato toccato meno da lui che da -tutt’altro; questa sarebbe una ragione da giovanetta che esce di -conservatorio, che io riguardo del tutto al di sotto di me; non amo -assolutamente alcuno, signore, lo sapete bene, non è vero? non vedo -dunque perchè, senza un’assoluta necessità, andrò a legare eternamente -la mia vita ad un compagno. Il saggio non ha egli detto in un luogo: -«_Niente di troppo;_» e in un altro: «_portate tutto con voi stesso_»? -Mi hanno ancora fatto apprendere questi due aforismi in latino ed in -greco; l’uno, credo, è di Fedro, l’altro di Bias. Ebbene! caro padre, -nel naufragio della vita, poichè la vita è un naufragio eterno delle -nostre speranze, getto in mare tutto quanto ho di inutile nel mio -bagaglio, ecco tutto, e resto con la mia volontà, disposta a vivere -perfettamente sola, e per conseguenza perfettamente libera. - -— Disgraziata! disgraziata! mormorò Danglars impallidendo, poichè -conosceva da una lunga esperienza la solidità dell’ostacolo che così -d’improvviso incontrava. - -— Disgraziata! riprese Eugenia, disgraziata! dite voi, signore? Ma no, -in verità l’esclamazione mi sembra del tutto affettata e teatrale. -Felice, al contrario, poichè ve lo domando, che cosa mi manca? Il -mondo mi trova bella, ciò è già qualche cosa per essere accolta -favorevolmente! amo le buone accoglienze; esse rallegrano il viso; e -quelli che mi ascolteranno mi sembreranno allora meno brutti. Io sono -dotata di qualche poco di spirito, e di una certa sensibilità relativa, -che mi permette di tirare dalla esistenza generale, per farlo entrare -nella mia, ciò che vi trovo di buono, come fa la scimmia allorquando -rompe la noce verde per cavare ciò che essa contiene. Io sono ricca, -poichè voi avete una delle più belle fortune di Francia, perchè io sono -figlia unica, e voi non siete così tenace al punto in cui lo sono i -padri del quartiere Saint-Martin e della Gaieté, che diseredano le loro -figlie, perchè esse non vogliono dar loro dei nipoti; d’altra parte -la legge previdente vi ha tolto il diritto di diseredarmi, almeno del -tutto, come vi toglie il potere di costringermi a sposare un signore -tale o tal altro. Così, bella, spiritosa, adorna di qualche dote, come -si dice all’_Opera Comica_, e ricca, ma questa è felicità, signore, -perchè dunque mi chiamate disgraziata? - -Danglars, vedendo sua figlia sorridente e fiera fino all’insolenza, non -potè reprimere un momento di brutalità che si tradì con uno scoppio -di voce, ma questo fu il solo. Sotto lo sguardo interrogatore di -sua figlia, dirimpetto a questo bel sopracciglio nero increspato per -l’interrogazione, si rivoltò con prudenza e si calmò tosto, domato -dalla mano di ferro della circospezione: — Infatto, figlia mia, rispose -egli con un sorriso, voi siete tutto ciò che vi vantate di essere, -ad eccezione di una sola cosa, non voglio dirvi rozzamente qual sia, -desidero piuttosto di lasciarvela indovinare. - -Eugenia guardò Danglars, molto sorpresa che le venisse contestato uno -dei fiori della corona d’orgoglio che ella si era posta superbamente -sulla testa. - -— Figlia mia, continuò il banchiere, voi mi avete perfettamente -spiegati quali sono i sentimenti che presiedano alle risoluzioni di una -figlia come voi, quando ella ha risoluto di non maritarsi; spetta ora -a me il dirvi quali sono i motivi di un padre, come sono io, quando -ha risoluto che sua figlia si mariterà. — Eugenia s’inchinò, non già -come una figlia sottomessa che ascolta, ma come un avversario pronto -a discutere su ciò che ascolta. — Figlia mia, continuò Danglars, -quando un padre domanda a sua figlia di prendere uno sposo, ha sempre -una qualche ragione per desiderare questo matrimonio. Gli uni sono -presi dalla manìa che voi dicevate or ora di vedersi rivivere nei loro -nipoti. Io comincerò dal dirvi che non ho questa debolezza: le gioie di -famiglia mi sono quasi del tutto indifferenti: posso confessar questo -ad una figlia che so essere abbastanza filosofa per comprendere questa -indifferenza e per non farmene un delitto. - -— Alla buon’ora, parliamo francamente, ciò mi piace. - -— Oh! disse Danglars, vedete che senza dividere in tesi generali la -vostra simpatia per la franchezza, mi vi sottometto quando credo che -la occasione mi v’inviti: continuerò adunque: vi propongo un marito, -non per voi, poichè, in verità, non pensava a voi menomamente in questo -momento (voi amate la franchezza, e mi sembra che questa lo sia); ma -perchè io aveva bisogno che voi prendeste questo sposo il più presto -possibile, per certe combinazioni commerciali che sono in questo -momento a portata di stabilire. - -Eugenia fece un movimento. — La cosa è precisamente come ho l’onore di -dirvi, figlia mia, e non per questo dovete essere meco inquieta; perchè -siete voi che mi vi costringete; è mio malgrado, lo capirete bene, che -entro in queste spiegazioni aritmetiche, con un’artista come voi, che -teme d’entrare in un gabinetto di un banchiere per timore di ricevervi, -i filosofi dicono così, per timore di ricevervi delle impressioni o -delle sensazioni disaggradevoli o antipoetiche. Ma in questo gabinetto -di banchiere, nel quale però vi siete compiaciuta di entrare ieri -l’altro per venire a domandarmi i mille franchi che accordo ogni mese -alle vostre fantasie, sappiate, mia cara signorina, che s’imparano -molte cose anche per l’uso delle giovanette che non vogliono maritarsi. -Vi si impara, per esempio, e per riguardo alla vostra suscettibilità -nervosa, ve lo insegno in questo salotto, vi si impara che il credito -di un banchiere è la sua vita fisica e morale, che il credito sostiene -l’uomo come il soffio anima il corpo; ed il sig. Monte-Cristo mi fece -un giorno un discorso su questo proposito che non dimenticherò giammai. -Vi si impara, che a seconda che il credito si ritira, il corpo diviene -cadavere, e che ciò è quanto deve accadere in brevissimo tempo al -banchiere che si onora di essere il padre di una figlia che ha sì buona -logica. - -Ma Eugenia, invece di curvarsi, si raddrizzò d’improvviso: - -— Rovinato! disse ella. - -— Voi avete ritrovato la giusta espressione, figlia mia, la buona -espressione, disse Danglars grattandosi il petto con le unghie, -continuando a conservare sulla rozza figura il sorriso dell’uomo senza -cuore, ma non senza spirito; rovinato! precisamente. - -— Ah! fece Eugenia. - -— Sì, rovinato! ebbene! eccolo dunque conosciuto questo segreto pieno -d’orrore! Ora, figlia mia, imparate dalla mia bocca in qual modo questa -disgrazia può, per mezzo vostro, divenir minore non dirò per me, ma per -voi. - -— Oh! gridò Eugenia, siete un cattivo fisonomista, signore, se vi -figurate che per me io deploro la catastrofe che mi esponete. Io -rovinata! e che m’importa? non mi resta il mio ingegno? non posso -come la Pasta, come la Malibran, come la Grisi, procurarmi ciò che -voi mi avreste potuto dare, qualunque fosse la vostra fortuna, cento -o cento cinquantamila lire di rendita che non dovrei che a me sola, e -che invece di giungermi come mi giungono questi poveri dodicimila fr. -che mi date con dei sguardi arrabbiati e delle parole di rimprovero -sulla mia prodigalità, mi verrebbero accompagnati dalle acclamazioni, -dai _bravo_, e dai fiori? e quando non avessi questa virtù della quale -il vostro sorriso mi fa vedere che dubitate, non mi resterebbe ancora -questo furioso amore per la indipendenza che mi terrebbe sempre le -veci di tutti i tesori, e che domina in me fin più dell’istinto della -conservazione? no, non è per me che mi rattristo, saprei sempre cavarmi -bene d’impaccio; i miei libri, i miei pennelli, il mio piano-forte, -tutte cose che non costano molto care e che potrei sempre procurarmi, -mi resteranno sempre: crederete forse che io mi affligga per la -sig.ª Danglars? disingannatevi pure; o io mi inganno all’ingrosso, o -mia madre ha già prese tutte le cautele contro la catastrofe che vi -minaccia e che passerà senza toccarla; ella si è messa al sicuro lo -spero; e non fu vegliando su di me che ha potuto distrarsi dalle sue -preoccupazioni di fortuna; poichè, grazie a Dio ella mi ha lasciata -tutta la mia indipendenza sotto il pretesto che io amava la mia -libertà. Oh! no, signore, dalla mia infanzia, ho veduto accadere troppe -cose intorno a me, le ho tutte troppo bene capite, perchè la disgrazia -faccia su di me maggiore impressione di quel che meriti di fare; da -che mi conosco, non sono stata amata da alcuno; tanto peggio! Ciò mi ha -condotto naturalmente a non amare nessuno, tanto meglio! Ora voi avete -la mia professione di fede. - -— Allora, disse Danglars, pallido di un dolore che non prendeva la sua -sorgente dall’offeso amore paterno, allora, madamigella, persistete a -voler consumare la mia rovina? - -— La vostra rovina? Io, disse Eugenia, consumare la vostra rovina? Che -intendete di dire? Non capisco. - -— Tanto meglio, mi lasciate un raggio di speranza; ascoltate. - -— Ascolto, disse Eugenia guardando così fissamente suo padre, che -gli bisognò uno sforzo per non abbassare gli occhi sotto lo sguardo -possente della giovanetta. - -— Il sig. Cavalcanti, continuò Danglars, vi sposa, e sposandovi porta -tre milioni di dote che deposita nella mia cassa. - -— Ah! benissimo, fece con supremo disprezzo Eugenia, mentre lisciava i -guanti uno sull’altro. - -— Credete che io voglia abusarmi di questi tre milioni? disse Danglars, -niente affatto. Questi tre milioni sono destinati a produrne almeno -dieci: ho ottenuto, con un banchiere mio confratello, la concessione di -una strada ferrata, sola industria, che ai nostri giorni, presenta la -favolosa eventualità di successo immediato che altra volta Law applicò -per i buoni parigini, quelle eterne goffaggini della speculazione, -ad un Mississipì fantastico. Col mio calcolo si deve possedere un -milionesimo di _rail_, come si possedeva in altri tempi un iugero -di terra incolto sulle rive dell’Ohio. Questa è una investitura -ipotecaria, che è un progresso come vedete, poichè si avrà almeno -quindici, venti, cento libre di ferro in cambio del proprio danaro! -Ebbene! devo di qui ad otto giorni depositare per conto mio quattro -milioni, questi quattro milioni, ve lo dico, ne produrranno almeno -dieci o dodici. - -— Ma durante la visita che vi ho fatta ier l’altro, signore, e di cui -vi dovete ben ricordare, vi ho veduto incassare, mi pare che questo -sia il termine, non è vero? cinque milioni e mezzo. Voi anzi mi avete -mostrata la somma in due _boni_ sul tesoro, e vi maravigliavate come -un pezzo di carta che aveva un sì gran valore, non abbagliasse i miei -sguardi come avrebbe fatto un lampo. - -— Sì, ma questi cinque milioni e mezzo non son miei, eran soltanto -una gran prova della fiducia che si aveva in me; il mio titolo di -banchiere popolare mi ha meritata la confidenza degli ospedali, ed i -cinque milioni e mezzo sono degli ospedali; in tutt’altri tempi non -esiterei un momento a servirmene, ma oggi si sanno le grandi perdite -che ho fatte, e come vi dissi, il credito comincia ad allontanarsi -da me. Da un momento all’altro l’amministrazione può reclamarmi il -deposito, e se io l’avessi impiegato in altre cose, sarei costretto di -fare un fallimento vergognoso: non disprezzo i fallimenti, ma quelli -che arricchiscono, intendiamoci bene, non quelli che rovinano. Ora se -voi sposate il sig. Cavalcanti, e che io tocchi i tre milioni della -dote, o che per lo meno si creda che io li tocchi, il mio credito si -ristabilisce, e la mia fortuna, che da un mese o due si è ingolfata -in abissi scavati sotto i miei piedi da una fatalità inconcepibile, si -rinnova, mi capite ora? - -— Perfettamente; mi mettete in pegno per tre milioni? - -— Più la somma è forte, più essa è lusinghiera, e vi dà una idea del -vostro valore. - -— Grazie. Anche un’ultima parola, signore; mi promettete di servirvi -di quanto vorrete della cifra di questa dote che deve portarvi il -sig. Cavalcanti, ma di non toccare la somma? Questo non è un affare -d’egoismo, è un affare di delicatezza: voglio cooperare a riedificare -la vostra fortuna, ma non voglio essere la complice della rovina degli -altri. - -— Ma vi ho detto, gridò Danglars, che questi tre milioni... - -— Credete di togliervi d’impaccio, signore, senza aver bisogno di -toccare questi tre milioni? - -— Io spero, ma sempre alla condizione che, facendosi il matrimonio, -esso rassodi il mio credito. - -— Potrete pagare al sig. Cavalcanti i 500 mila fr. che mi assegnate nel -contratto? - -— Al ritorno dall’uffizio del _Maire_, gli saranno contati. - -— Bene! — In che modo, bene? che volete dire? - -— Vo’ dire che, chiedendomi la firma, mi lasciate perfettamente libera -della mia persona? — Assolutamente. - -— Allora, _bene_, come vi diceva, signore; son pronta a sposare il Sig. -Cavalcanti. — Ma qual è la vostra idea? - -— Ah! questo è un mio segreto. Dove sarebbe la mia superiorità su voi, -se, avendo il vostro segreto, vi svelassi il mio? - -Danglars si morse le labbra: — Così, diss’egli, siete pronta a fare -tutte le visite officiali che sono indispensabili, assolutamente. - -— Sì, rispose Eugenia. - -— Ed a sottoscrivere il contratto fra tre giorni? — Sì. - -— Allora io pure vi dico, _bene_! — E Danglars prese la mano della -figlia e la strinse con ambo le sue. Ma cosa straordinaria, durante -questa stretta di mano, il padre non osò di dire: «Grazie, figlia -mia!» e la figlia non ebbe un sorriso per suo padre. — La conferenza è -finita? domandò Eugenia alzandosi. — Danglars fece segno con la testa -che non aveva più niente da dire. Cinque minuti dopo, il pianoforte -risuonò sotto le dita di madamigella d’Armilly, e madamigella Danglars -cantava la maledizione di Barbantino nella Desdemone. Alla fine del -_pezzo_, entrò Stefano ed annunziò ad Eugenia che i cavalli erano -attaccati alla carrozza, e che la baronessa l’aspettava per fare le -visite. - -Abbiamo vedute le due donne passare dalla sig.ª de Villefort; di dove -uscirono per continuare le loro corse. - - - - -XCV. — IL CONTRATTO. - - -Tre giorni dopo la scena che abbiam raccontata, vale a dire verso -le 5 p. m. del giorno fissato per la sottoscrizione del contratto di -matrimonio fra madamigella Eugenia Danglars, ed Andrea Cavalcanti, che -il banchiere si era ostinato a mantenere principe; quando una fresca -brezza faceva tremolare tutte le foglie del piccolo giardino, posto -davanti alla casa del conte di Monte-Cristo, nel momento in cui questi -si preparava ad uscire, e nel mentre che i cavalli lo aspettavano -battendo le zampe, trattenuti dalla mano del cocchiere già a cassetta -da un quarto d’ora, l’elegante _phaéton_ col quale abbiam già più volte -fatta conoscenza, e particolarmente nella serata d’Auteuil, venne a -girare rapidamente intorno all’angolo della porta d’entrata, e lanciò -anzi che deporre sulla scalinata il sig. Andrea Cavalcanti, così -splendido, così raggiante, come se dal canto suo, fosse stato sul punto -di sposare una principessa. - -Egli s’informò della salute del conte con quella famigliarità che -gli era abituale, e montando leggermente al primo piano, lo incontrò -sull’alto della scala. Alla vista del giovine il conte si fermò. -In quanto al giovine era lanciato, e quando lo era, niuna cosa lo -tratteneva. — Eh! buon giorno, caro sig. conte di Monte-Cristo, -diss’egli al conte. - -— Sig. Andrea! fe’ questi con voce per metà beffarda, come state? - -— A meraviglia! come vedete; vengo a parlare con voi di mille cose; ma -prima di tutto, voi uscivate? - -— Io usciva, signore. - -— Allora, per non farvi ritardare, monterò, nel vostro calesse, e Tom -ci seguirà conducendo il _phaéton_. - -— No, disse con un impercettibile sorriso di disprezzo il conte, che -non si curava di essere veduto in compagnia del giovine; no, preferisco -di darvi udienza qui, caro sig. Andrea; si parla meglio in una camera, -e non si ha il cocchiere che può sorprendervi a volo le parole. — Il -conte rientrò dunque in un piccolo salotto che faceva parte del primo -piano; si assise, ed incrociando le gambe, fece segno al giovine di -sedere egli pure. Andrea prese l’aspetto più ridente. — Voi sapete, -caro conte, che la cerimonia deve aver luogo questa sera? alle nove si -firma il contratto in casa del suocero. - -— Ah! da vero? disse Monte-Cristo. — Come! è forse una notizia che vi -do? e non eravate prevenuto dal sig. Danglars? - -— Sì, disse il conte, ieri ho ricevuto una sua lettera; ma parmi non vi -fosse indicata l’ora. - -— È possibile, il suocero avrà contato sulla pubblica notorietà. - -— Ebbene! disse Monte-Cristo, eccovi felice, sig. Cavalcanti: è -una delle alleanze meglio assortite, quella che incontrate; e poi -madamigella Danglars è bella. - -— Ma sì, rispose Cavalcanti con accento pien di modestia. - -— Ella è soprattutto ricca, almeno a quanto io credo. - -— Molto ricca, credete? ripetè il giovine. - -— Senza dubbio; si dice che il sig. Danglars nasconda per lo meno la -metà della sua fortuna. - -— Ed egli confessa quindici o venti milioni, disse Andrea con uno -sguardo sfavillante di gioia. - -— Senza contare, aggiunse Monte-Cristo, che è alla vigilia d’entrare in -un genere di speculazione, di già un poco in uso negli Stati-Uniti ed -in Inghilterra, ma del tutto nuovo in Francia. - -— Sì, sì, so di che volete parlare; la strada di ferro che gli è stata -aggiudicata, non è vero? - -— Egli guadagnerà almeno, è la voce universale, almeno dieci milioni in -quest’affare. - -— Dieci milioni, è magnifico! disse Cavalcanti che s’inebriava a questo -rumore metallico di parole dorate. - -— Senza contare, riprese Monte-Cristo, che tutta questa fortuna riverrà -su voi, e che è giustizia, poichè madamigella Danglars è figlia unica. -D’altra parte la vostra propria fortuna, vostro padre almeno me l’ha -detto, è quasi uguale a quella della vostra fidanzata. Ma lasciamo un -poco gli affari monetari. Sapete, sig. Andrea, che voi avete maneggiato -questo affare molto abilmente e molto prestamente? - -— Non c’è male, io era nato per essere diplomatico. - -— Ebbene! vi si farà entrare in diplomazia. La diplomazia, lo sapete, -non s’impara; è una cosa d’istinto... Il cuore è dunque preso? - -— In verità, ne ho paura, rispose Andrea col tuono con cui aveva veduto -al teatro francese Dorante o Valeria rispondere ad Alceste. - -— Siete dunque un poco amato? - -— Bisogna bene poichè ella mi sposa, disse Andrea con un sorriso -vincitore. Ma però non dimentichiamo il punto principale. — E quale? - -— Ed è che in tutto questo sono stato particolarmente aiutato. — Bah! — -Certamente. — Dalle congiunture. - -— No, da voi. - -— Da me? lasciate dunque, principe, disse Monte-Cristo calcando con -affettazione su questo titolo. E che ho potuto far io per voi? forse -che non bastavano il vostro merito e la vostra posizione sociale? - -— No, disse Andrea, no; e voi avete un bel dire, sig. conte, io -sostengo, che la posizione di un uomo quale voi siete, ha fatto di più -che il mio nome, la mia posizione sociale ed il mio merito. - -— V’ingannate compiutamente, signore, disse con freddezza Monte-Cristo -che sentiva la perfida furberia del giovine, e che capì la portata -delle sue parole; non acquistaste la mia protezione che dopo che ebbi -prese le mie informazioni della influenza del vostro sig. padre; -poichè finalmente chi ha procurato a me, che non aveva mai veduto -nè voi nè l’illustre autore dei vostri giorni, la fortuna di fare la -vostra conoscenza? Sono stati due miei buoni amici, lord Wilmore, e -l’abate Busoni. Chi mi ha intonato, non già ad esservi garante, ma a -proteggervi? Fu il nome di vostro padre così conosciuto e così onorato -in Italia; personalmente io non vi conosco. — Questa calma, questa -perfetta sicurezza, fecero conoscere ad Andrea che pel momento era -trascinato da una mano più muscolosa della sua, e che la conversazione -non poteva facilmente rompersi. — Sia; ma, diss’egli; mio padre ha -dunque realmente una così gran fortuna, sig. conte? - -— Pare di sì, signore, rispose Monte-Cristo. - -— Sapete se la dote che mi ha promessa sia giunta? - -— Io ne ho ricevuta la lettera d’avviso. - -— Ma i tre milioni? - -— Saranno per viaggio, secondo tutte le probabilità. - -— Io dunque li toccherò realmente? - -— Ma, diamine! riprese il conte, mi sembra che fino adesso, signore, il -danaro non vi sia mancato. - -Andrea fu talmente sorpreso, che non potè far a meno di rimanere -astratto per qualche minuto. - -— Allora, diss’egli, uscendo dalla sua distrazione, mi rimane a -farvi una domanda, e questa, lo capirete, quand’anche vi riuscisse -disaggradevole... - -— Parlate, disse Monte-Cristo. - -— Mi sono messo in relazione, mercè la mia fortuna, con molte persone -distinte, ed ho eziandio, pel momento almeno, una folla d’amici. Ma, -ammogliandomi, come faccio, in faccia a tutta la società parigina, -devo essere sostenuto da un nome illustre, ed in mancanza della mano -paterna, è una mano possente che deve condurmi all’altare. Ora, mio -padre non viene a Parigi, non è vero? - -— Egli è vecchio, coperto di ferite, e soffre: corre pericolo di morire -ogni volta che viaggia. - -— Capisco. Ebbene! io vengo a farvi una domanda. - -— A me? — Sì, a voi. - -— E quale, mio Dio? — Ebbene! è di sostituirlo. - -— Eh! mio caro signore! che! dopo le numerose relazioni che ho avuto -l’onore di avere con voi, mi conoscete tanto male da farmi una simile -domanda? domandatemi un prestito di mezzo milione, e quantunque -esso sia molto difficile, pure, parola d’onore! m’incomodereste -meno. Sappiate dunque, credeva d’avervelo già detto, che nella sua -partecipazione morale, particolarmente alle cose di questo mondo, -giammai il conte di Monte-Cristo non ha cessato di apportare gli -scrupoli, e dirò di più le superstizioni degli uomini d’Oriente. Io, -che ho un serraglio al Cairo, uno a Smirne, ed uno a Costantinopoli, -presiedere ad un matrimonio? mai! - -— Così, voi ricusate? - -— Nettamente; foste pur mio figlio, mio fratello. - -— Ah! gridò Andrea sconcertato, ma come fare allora? - -— Voi avete cento amici, lo avete detto voi stesso. - -— Son d’accordo, ma voi mi presentaste al sig. Danglars. - -— Niente affatto, ristabiliamo i fatti in tutta la loro verità: sono -stato io che vi ho fatto pranzare con lui ad Auteuil, e foste voi che -vi presentaste da voi stesso; diavolo! questo è ben diverso. - -— Sì, ma il mio matrimonio voi l’avete aiutato. - -— Io! in alcun modo, vi prego di crederlo; ma ricordatevi dunque ciò -che vi dissi quando siete venuto a chiedermi di fare la domanda: «Oh! -io non faccio mai matrimonii, mio caro principe, questo è un principio -da me stabilito.» - -Andrea si morse le labbra: — Ma finalmente, diss’egli, voi almeno vi -ritroverete là? - -— Vi sarà tutta Parigi? — Oh! certamente! - -— Ebbene! vi sarò io come tutta Parigi, disse il conte. - -— Voi firmerete il contratto? — Oh! non vi vedo alcun inconveniente, ed -i miei scrupoli non vanno fin là. - -— Infine, giacchè non volete accordarmi di più, debbo contentarmi di -ciò che mi date: un’ultima parola, conte. - -— Come dunque? — Un consiglio. - -— State in guardia; un consiglio è peggio di un servizio. - -— Oh! questo potete darmelo senza cimentarvi. — Dite. - -— La dote di mia moglie è di 500 mila lire? - -— Questa almeno è la cifra annunziatami da Danglars. - -— Debbo riceverla, o lasciarla nelle mani del notaro? - -— Ecco, in generale, come si trattano queste cose quando si vuole -che succedano con una certa galanteria. I vostri due notari prendono -nota del contratto per la dimane o il dopo domani: poi si scambiano -le doti, delle quali si danno mutuamente ricevuta; indi, celebrato il -matrimonio, mettono i milioni a vostra disposizione, come capo della -comunità. - -— Gli è perchè, disse Andrea con una certa inquietudine mal -dissimulata, mi sembrava di avere inteso dire dal mio futuro suocero, -che egli aveva intenzione d’investire i nostri fondi in quel famoso -affare delle strade ferrate di cui voi mi parlavate or ora. - -— Ebbene! ma, riprese Monte-Cristo, questo è, a quanto assicurasi da -tutti, il mezzo che i vostri capitali siano triplicati in un anno. Il -sig. barone Danglars è un buon padre, e sa far bene i suoi conti. - -— Andiamo dunque, disse Andrea, tutto va bene, salvo il vostro rifiuto -che tuttavolta mi ferisce il cuore. - -— Non lo attribuite che a scrupoli molto naturali in simili -congiunture. — Andiamo, sia dunque fatto come volete. A questa sera -alle nove. - -— A questa sera. — E non ostante una leggera resistenza per parte -di Monte-Cristo, le cui labbra impallidirono, ma che conservarono -però il loro sorriso di cerimonia, Andrea prese la mano del conte, -la strinse, saltò nel suo _phaéton_ e disparve. Le quattro o cinque -ore che gli restavano fino alle nove, Andrea le impiegò in corse, in -visite che interessavano questi amici di cui aveva parlato, a comparire -dal banchiere con tutto il lusso dei loro equipaggi, abbagliandoli -colle promesse di quelle azioni che in seguito fecero girare tutte -le teste, e di cui Danglars in quel momento aveva l’iniziativa. -Infatto alle otto e mezzo della sera la gran sala di Danglars, la -galleria attigua a questa sala, e le tre altre sale di quel piano, -eran piene di una folla profumata, poco attirata dalla simpatia, ma -molto da quell’irresistibile bisogno di ritrovarsi là ove si sa che -accade qualche cosa di nuovo. Un accademico direbbe che le serate di -società sono una collezione di fiori che attirano le incostanti api -affamate, insetti irrequieti. Non fa mestieri di dire che le sale erano -risplendenti di cera, che la luce scorreva ad onde dai candelabri -d’oro, alle tende di seta e su tutti quei mobili di cattivo gusto, -che non avevano per loro che la ricchezza sfolgorante in tutto il suo -splendore. - -Madamigella Eugenia era vestita con la semplicità più elegante: una -rosa bianca perduta per metà nei suoi capelli neri ebano, componeva -tutto il suo abbigliamento, che non era arricchito dal più piccolo -gioiello. Soltanto si poteva leggere su gli occhi di lei quella -perfetta sicurezza destinata a smentire ciò che questa candida toletta -aveva di volgarmente verginale ai proprii occhi. La sig.ª Danglars, a -trenta passi da lei, parlava con Debray, Beauchamp e Château-Renaud. -Debray aveva fatto il suo ritorno in quella casa nell’occasione -di questa grande solennità, ma come tutti gli altri, e senza alcun -privilegio particolare. - -Il sig. Danglars, circondato da deputati e da uomini di finanze, -spiegava una nuova teoria di contribuzioni, che contava di mettere in -esercizio quando la forza delle cose avrebbe costretto il governo di -chiamarlo al ministero. - -Andrea, tenendo sotto il braccio i più noti _dandys_ dell’_Opera_, -spiegava loro abbastanza impertinentemente, atteso che aveva bisogno -di essere ardito per sembrare disinvolto, i suoi disegni della sua -futura vita, ed i progressi che contava di far fare nel lusso, con le -sue 175 mila lire di rendita, alla moda parigina. La folla generale si -aggirava nelle sale come un flusso e riflusso di turchine, di rubini, -di smeraldi, d’opali e di diamanti. Come da pertutto, si osservava -che le più vecchie donne erano le meglio abbigliate, e le più brutte -quelle che si mostravano con maggiore ostinazione. Se v’era qualche -bel giglio bianco, qualche rosa soave e profumata, bisognava cercarla -e scoprirla nascosta in qualche angolo da una madre col turbante, o -da una zia coll’uccello del paradiso. A ciascun momento, in mezzo a -questa calca, a questo mormorio, a queste risa, un cameriere lanciava -un nome conosciuto nelle finanze, rispettato nell’esercito, o illustre -nelle lettere; allora un debole movimento nei gruppi accoglieva questo -nome. Ma per uno che aveva il privilegio di far fremere queste orde -umane, quanti ne passavano o accolti dalla indifferenza, o derisi -dallo sdegno! Al momento in cui la sfera della pendola massiccia, che -rappresentava Endimione addormito, marcava le nove sul suo quadrante -d’oro, ed in cui la molla, fedele riproduttrice del pensiero della -macchina, scoccava le nove, il nome del conte di Monte-Cristo risuonò -esso pure, e come spinta da una fiamma elettrica, tutta l’assemblea -si voltò verso la porta. Il conte era vestito di nero, e colla sua -solita semplicità, il gilè bianco delineava il suo vasto e nobile -petto, la cravatta nera sembrava di una freschezza singolare, tanto -spiccava sotto il languido pallor della sua pelle; per solo gioiello -portava una catena da gilè così sottile, che appena si scorgeva il -piccolo filetto d’oro staccarsi sul picchè bianco. Fu fatto un cerchio -intorno alla porta. Il conte con un sol colpo d’occhio scoperse la -sig.ª Danglars ad una estremità della sala, il sig. Danglars all’altra, -e madamigella Eugenia davanti a lui. Egli si avvicinò da prima alla -baronessa che parlava colla sig.ª de Villefort, venuta sola, Valentina -era sempre malata; e senza deviare, tanto il sentiero si apriva -davanti a lui, passò dalla baronessa ad Eugenia, cui complimentò con -termini così rapidi e così riservati, che l’orgogliosa artista ne fu -tocca. Vicino a lei era madamigella Luigia di Armilly, che ringraziò -il conte delle lettere di raccomandazione che le aveva graziosamente -date per l’Italia, e di cui ella contava, gli disse, di far presto uso. -Lasciando queste signore, si voltò, e si ritrovò presso a Danglars, che -si era avvicinato per stringergli la mano. - -Compiti questi tre doveri sociali, Monte-Cristo si fermò movendo -intorno a sè quello sguardo sicuro, pieno di quella particolare -espressione delle genti di gran società e particolarmente di una certa -portata, sguardo che sembra dire: ho fatto ciò che doveva, ora gli -altri facciano a me ciò che mi è dovuto. Andrea, che era in un salotto -attiguo, sentì quella specie di fremito che Monte-Cristo aveva impresso -alla folla, e corse a salutare il conte. Lo ritrovò compiutamente -circondato; si disputavano le sue parole, come accade generalmente -alle persone che parlano poco, e che non dicono mai una parola senza -significato. I notari fecero la loro entrata in quel momento, e -vennero ad installare le loro scritture bollate sui velluti ricamati -in oro, che coprivano la tavola preparata per la soscrizione, tavola -di legno dorato intagliata a zampe di leone. Uno dei notari si mise a -sedere, l’altro rimase in piedi; si stava per procedere alla lettura -del contratto, che la metà di Parigi, presente questa solennità, -doveva sottoscrivere. Ciascuno prese posto, o piuttosto le donne -fecero un circolo, mentre che gli uomini, più indifferenti sul punto -dello _stile energico_, come dice Boileaux, fecero i loro comentarii -sull’agitazione febbrile di Andrea, sulla attenzione del sig. Danglars, -sulla impassibilità di Eugenia, e sul modo lesto e giocoso con cui la -baronessa trattava questo importante affare. - -Il contratto fu letto in mezzo al più profondo silenzio: ma terminata -la lettura il rumore ricominciò subito nelle sale, raddoppiato -da quello che era prima; queste somme brillanti, questi milioni -rotolanti nell’avvenire dei due giovani, e che venivano a completare -l’esposizione che se ne era fatta, in una camera esclusivamente -consacrata a questo oggetto, del corredo della maritata e dei diamanti -della giovane sposa, avevano risuonato con tutto il loro prestigio -nella gelosa assemblea. Le grazie di madamigella Danglars ne venivano -raddoppiate agli occhi dei giovani, e pel momento esse eclissavano lo -splendore del sole. - -In quanto alle donne, non vi è bisogno di dirlo, mentre invidiavano -questi milioni, credevano di non averne bisogno per esser belle. -Andrea, stretto fra i suoi amici, complimentato, adulato cominciava a -credere alla realtà del sogno che faceva; era sul punto di perdere la -testa. - -Il notaro prese solennemente la penna fra due dita, l’alzò al di sopra -della testa e disse: — Signori, si passa a sottoscrivere il contratto. -— Il barone doveva firmare pel primo; indi il rappresentante dei -poteri del sig. Cavalcanti padre, poi la baronessa, in seguito i futuri -coniugi, come si dice in questo abominevole stile che ha il suo corso -sulla carta bollata. Il barone prese la penna e sottoscrisse, poi il -rappresentante del padre. La baronessa si avvicinò tenendo sotto il -braccio la signora de Villefort. — Amica mia, disse ella, prendendo -la penna, non è una cosa disperante? un inatteso incidente, giunto in -questo affare dell’assassinio e del rubamento, di cui il sig. conte di -Monte-Cristo per poco non è rimasto vittima, ci priva del piacere di -avere il sig. de Villefort. - -— Oh! mio Dio! fece Danglars collo stesso tuono con cui avrebbe detto: -«Ciò mi è del tutto indifferente.» - -— Mio Dio! disse Monte-Cristo nell’avvicinarsi, credo di esser io la -causa involontaria di questa assenza. - -— Come! voi conte? disse la sig.ª Danglars sottoscrivendo. Se fosse -così, guardatevi, non vel perdonerò mai. - -Andrea tendeva le orecchie. — Non è certamente per colpa mia, disse il -conte; così desidero di constatarlo. - -Si ascoltò avidamente: Monte-Cristo, che tanto raramente schiudeva le -labbra, stava per parlare. - -— Voi vi ricorderete, disse il conte in mezzo al più profondo silenzio, -che fu in mia casa che morì quel disgraziato che era venuto per -rubarmi, e che uscendo di mia casa fu ucciso, a quanto si crede, dal -suo complice? - -— Sì, disse Danglars. - -— Ebbene! per arrecargli soccorso fu spogliato, e i suoi abiti furono -gettati in un angolo da dove la giustizia li raccolse; ma la giustizia, -prendendo l’abito ed i calzoni per depositarli al tribunale, aveva -dimenticato il gilè. - -Andrea impallidì visibilmente e si ritirò dolcemente dalla parte -della porta; vedeva comparire una nube sull’orizzonte, e questa gli -sembrava racchiudere nei suoi fianchi una tempesta. — Ebbene, oggi -si è ritrovato questo disgraziato gilè, tutto ricoperto di sangue e -perforato nella direzione del cuore. — Le dame mandarono un grido, e -due o tre di loro si prepararono a svenire. — Mi fu portato. Nessuno -poteva indovinare di dove veniva questo cencio; io solo pensai che era -probabilmente il gilè della vittima, il mio cameriere però frugando con -ribrezzo e cautela questa funebre reliquia, ha sentito una carta nella -saccoccia, e l’ha cavata: questo era un biglietto diretto a chi? a voi, -barone. - -— A me? gridò Danglars. - -— Oh! mio Dio sì, a voi; son pervenuto a leggere il vostro nome sotto -il sangue di cui è macchiato questo biglietto, rispose Monte-Cristo in -mezzo alla irruzione della sorpresa generale. - -— Ma, domandò la sig.ª Danglars, guardando suo marito con inquietudine, -in che modo ciò impedisce il sig. de Villefort?... - -— È semplicissimo, signora, rispose Monte-Cristo, questo gilè e questa -lettera erano ciò che si chiamano _pezzi di convinzione_; la lettera -e il gilè io l’ho inviati al sig. procuratore del Re: capite, mio -caro barone, la via legale è più sicura in materia criminale, era -forse qualche macchinazione contro di voi. — Andrea guardò fissamente -Monte-Cristo, e disparve nella seconda sala. — È possibile, quest’uomo -assassinato non era un antico forzato? - -— Sì, rispose il conte, un antico forzato, Caderousse. - -Danglars impallidì leggermente, Andrea lasciò la seconda sala ed entrò -nell’anticamera. — Ma firmate dunque, disse Monte-Cristo; mi accorgo -che il mio racconto ha messa tutta la società in azione, e ne domando -umilmente perdono a voi, signora baronessa, ed a madamigella Danglars. - -La baronessa, che aveva firmato, rimise la penna al notaro. — Sig. -principe Cavalcanti; disse il notaro, sig. principe Cavalcanti, dove -siete? - -— Andrea! Andrea! ripeterono molte voci di quei giovani che erano di -già arrivati a quel grado di intimità col nobile italiano da chiamarlo -col suo nome di battesimo. - -— Chiamate dunque il principe! prevenitelo dunque che sta a lui il -firmare! gridò Danglars ad un cameriere. - -Ma nel medesimo punto rifluì la folla degli assistenti spaventata, -nella sala principale, come se qualche terribile mostro fosse entrato -negli appartamenti, _cercando quello che doveva divorare_. Vi era -infatto qualche cosa di che rinculare, spaventarsi, gridare. Un -ufficiale di gendarmeria situava due gendarmi alla porta di ciascuna -sala, e si avanzava verso Danglars, preceduto da un commissario di -polizia cinto della sua sciarpa. La sig.ª Danglars gettò un grido e -svenne. Il sig. Danglars, che si credeva minacciato (certe coscienze -non sono mai tranquille) offrì agli occhi dei suoi convitati un viso -sconvolto dal terrore. - -— Che vi è dunque, signore? domandò Monte-Cristo avanzandosi verso il -commissario. - -— Chi di voi signori, domandò il magistrato senza rispondere al conte, -si chiama Andrea Cavalcanti? - -Un grido di stupore partì da tutti gli angoli della sala. - -Si cercò; si interrogò. — Ma che cosa è dunque questo Andrea -Cavalcanti? domandò Danglars quasi fuor di sè. - -— Un antico forzato sfuggito dalle galere di Tolone. - -— E che delitto ha commesso? - -— Egli è prevenuto, disse il commissario colla sua voce impassibile, -di avere assassinato il nominato Caderousse, suo compagno di catena, -al momento in cui questi uscì dal conte di Monte-Cristo. — Monte-Cristo -gettò uno sguardo rapido intorno a sè... Andrea era sparito. - - - - -XCVI. — LA STRADA DEL BELGIO. - - -Alcuni minuti dopo la scena di confusione prodotta nelle sale del sig. -Danglars per la comparsa inattesa del brigadiere di gendarmeria e per -la rivelazione che ne era stata la conseguenza, il vasto palazzo si -era vuotato, con una rapidità simile a quella che avrebbe prodotto -l’annunzio di un caso di peste o di colera-morbus accaduto in mezzo -ai convitati: in pochi minuti da tutte le porte, da tutte le uscite, -ciascuno si era affrettato di ritirarsi, o piuttosto di fuggire; -perchè questa era una di quelle congiunture nelle quali non bisogna -neppure tentare di dare quelle cerimoniose consolazioni che sono -solite a rendersi nelle grandi catastrofi dai migliori amici tanto -importuni. Non era rimasto nel palazzo del banchiere che Danglars, -chiuso nel suo gabinetto, e facendo la sua deposizione fra le mani del -sotto-ufficiale di gendarmeria; che la sig.ª Danglars, spaventata, nel -gabinetto che conosciamo, ed Eugenia, che, coll’occhio altero ed il -labbro sdegnoso, si era ritirata nella sua camera colla sua inseparabil -compagna, madamigella Luigia d’Armilly. In quanto ai numerosi -domestici, più numerosi ancora in quella sera, che d’ordinario, perchè -vi erano stati aggiunti, in occasione della festa, i sorbettieri, i -cerimonieri e i maestri di casa del _Caffè di Parigi_, voltando contro -il loro padrone la collera di ciò ch’essi chiamavano il loro affronto -stazionavano a gruppi nell’officio, nelle cucine, nelle loro camere -inquietandosi molto poco del servizio, che del resto si ritrovava -naturalmente interrotto. In mezzo a questi differenti personaggi, -frementi per interessi diversi, due soli meritano che ci occupiamo di -loro: madamigella Eugenia Danglars, e madamigella Luigia d’Armilly. La -giovane fidanzata, lo abbiamo detto, si era ritirata con aria altera, -col labbro sdegnoso, e con l’andamento di una regina oltraggiata, -seguita dalla sua compagna più pallida e più commossa di lei. Giungendo -nella sua camera, Eugenia chiuse la porta per di dentro, mentre che -Luigia cadeva sur una sedia. - -— Oh! mio Dio! mio Dio! che cosa orribile! disse la giovane cantante; -e chi poteva dubitare di questo? il sig. Andrea Cavalcanti... un -assassino... un forzato fuggito dalla galera.... un forzato!... — Un -sorriso ironico increspò le labbra di Eugenia. - -— In verità, io era predestinata, diss’ella: sfuggo da Morcerf per -cadere in Cavalcanti. - -— Oh! non confondiamo l’uno con l’altro, Eugenia. - -— Taci, tutti gli uomini sono infami, son felice di poter far di più -che detestarli: or li disprezzo. - -— Che faremo? domandò Luigia. - -— Ciò che dovevamo fare fra tre giorni... partire. - -— Così, quantunque non ti mariti più, tu vuoi sempre... - -— Ascolta, Luigia; ho in orrore questa vita della società sempre -ordinata, misurata, regolata come un nostro foglio di musica. Ciò che -sempre ho desiderato, voluto, ciò che ha formato la mia ambizione, è -stata sempre la vita dell’artista, la vita libera, indipendente, in -cui non si ha a render conto che a sè. Restare, per far che? perchè si -tenti fra un mese di maritarmi nuovamente; a chi, al sig. Debray forse -come ne è stato per un momento parola? No, Luigia, no; l’avventura di -questa sera mi servirà di scusa; io non ne cercava, non ne domandava, -Dio mi ha inviato questa, essa sia la benvenuta. - -— Come tu sei forte e coraggiosa! - -— Non mi conosci ancora? Andiamo, Luigia, parliamo dei nostri affari. -La carrozza di posta... - -— È fortunatamente comprata da tre giorni. - -— L’hai fatta condurre dove dobbiam prenderla? - -— Sì. — Il nostro passaporto? — Eccolo. - -Ed Eugenia colla sua abituale freddezza, spiegò la carta bollata e -lesse. - - «Sig. Leone d’Armilly, dell’età di venti anni, professione - artista; capelli neri, occhi neri; viaggiando con sua sorella.» - -— A meraviglia! con che mezzo tel sei procurato? - -— Andando dal sig. di Monte-Cristo a chiedere delle lettere di -raccomandazione per gl’impresari dei teatri di Roma e di Napoli, gli ho -espresso i miei timori di viaggiare da donna; egli li ha perfettamente -capiti, si è messo a mia disposizione per procurarmi un passaporto da -uomo, e due giorni dopo ho ricevuto questo, al quale ho aggiunto di mia -propria mano: _viaggiando con sua sorella_. - -— Ebbene, disse allegramente Eugenia, non si tratta più che di fare -i nostri bauli; partiremo la sera della sottoscrizione del contratto, -invece di partire la sera delle nozze; ecco tutto. - -— Rifletteteci bene, Eugenia. - -— Oh! tutte le mie riflessioni sono fatte; sono stanca di non sentire -parlare che di riporti, di fine del mese, dell’alzarsi e abbassarsi -dei fondi spagnuoli, dei _boni_ di Haïti. Invece di tutto ciò, l’aria, -la libertà, il canto degli uccelli, la pianura della Lombardia, i -canali di Venezia, i palazzi di Roma, la spiaggia di Napoli. Quanto -possediamo, Luigia? - -La giovanetta che s’interrogava cavò da uno scrigno intarsiato un -piccolo portafogli colla serratura che aprì, e nel quale contò 23 -biglietti di banca. - -— Ventitremila franchi, diss’ella. - -— E per altrettanto almeno di perle, di diamanti, e di gioielli, -disse Eugenia: siamo ricche. Con 45mila franchi abbiam di che vivere -da principesse per due anni, o convenevolmente per quattro. Ma prima -di sei mesi, tu colla musica, io colla voce, avrem raddoppiato il -capitale. Andiamo, incaricati del danaro, io m’incarico del bauletto -dei gioielli, dimodochè se una di noi due avesse la disgrazia di -perdere il suo tesoro, l’altra avrebbe sempre il suo. Ora, la valigia, -sollecitiamoci; la valigia. - -— Aspetta, disse Luigia andando ad ascoltare alla porta della sig.ª -Danglars. — Che temi tu? - -— Che qualcuno non ci sorprenda. - -— La porta è chiusa. - -— Che non ci ordinino d’aprire. - -— Che l’ordinino se vogliono, noi non apriremo. - -— Tu sei una vera amazzone, Eugenia! — E le due giovanette, con una -prodigiosa attività, si misero ad affastellare in un baule tutti gli -oggetti da viaggio di cui esse credevano di aver bisogno. - -— Ecco fatto, disse Eugenia; or mentre io cambio di costume, tu chiudi -la valigia. - -— Ma io non posso, non ho forza; chiudila tu. - -— Ah! è giusto, disse ridendo Eugenia, dimenticava che io sono Ercole, -e tu la pallida Omfale. - -E la giovanetta appoggiando il ginocchio sul coperchio del baule, -contrasse le braccia bianche e muscolose fin che le due parti furon -riunite, e madamigella d’Armilly passasse il lucchetto negli anelli -delle due spranche. Terminata questa operazione, Eugenia aprì un -cassetto, del quale portava indosso la chiave, e ne cavò un mantello da -viaggio di seta violetta ovattato: — Prendi, diss’ella, tu vedi che ho -pensato a tutto, con questo mantello tu non avrai freddo. - -— Ma tu? — Oh! io non ho mai freddo, tu lo sai bene; d’altra parte con -questi abiti da uomo... - -— Tu ti vesti qui? — Senza dubbio. - -— Ma ne avrai il tempo? - -— Non aver la minima inquietudine, poltrona; tutte le nostre genti sono -occupate dal grande affare. D’altra parte, vi è niente di maraviglioso, -quando si pensa alla grande disposizione, in cui devo essere, e che io -mi sia rinchiusa? - -— Sì, è vero, tu mi tranquilli... - -— Vieni dunque, aiutami. — E dal medesimo cassetto dal quale aveva -tolto il mantello, che aveva regalato a madamigella d’Armilly, e col -quale questa si era coperte le spalle, cavò un abbigliamento completo -da uomo, dagli stivaletti fino al cappello, con una provvisione di -biancheria in cui non vi era niente di superfluo, ma in cui nulla -mancava del necessario. Allora, con prestezza che faceva conoscere che -senza dubbio, non era la prima volta che vestiva gli abiti di un altro -sesso, Eugenia calzò gli stivaletti, infilò i pantaloni, si annodò la -cravatta, abbottonò fino al collo un gilè a due petti, ed indossò un -soprabito che delineava la sua corporatura svelta e ben fatta. - -— Oh! benissimo! in verità benissimo! disse Luigia guardandola con -ammirazione; ma questi bei capelli neri, queste trecce magnifiche, che -facevano sospirare d’invidia tutte le donne, potranno essere contenute -sotto un cappello da viaggio come questo? - -— Tu starai a vedere, disse Eugenia. — Ed afferrando colla mano -sinistra la folta treccia, sulla quale appena arrivavano a riunirsi le -sue lunghe dita, colla destra prese una forbice, e ben presto sentissi -stridere l’acciaro in mezzo della lunga e splendida chioma, che cadde -tutta intera ai piedi della giovanetta, rovesciata in addietro per -allontanarla dal soprabito. Indi, abbattuta la treccia superiore, passò -a quelle sulle tempia, che abbattè successivamente senza lasciarsi -sfuggire il minimo atto di dispiacere: al contrario, gli occhi -brillarono più vivi e più allegri del consueto sotto le sopracciglia -nere come l’ebano: — Oh! che capelli magnifici! disse Luigia con -rincrescimento. - -— E non sto cento volte meglio così? gridò Eugenia lisciandosi gli -sparsi boccoli della sua pettinatura divenuta mascolina, e non mi trovi -ancor più bella così? - -— Oh! tu sei sempre bella! ma ora dove andiamo? - -— A Bruxelles, se vuoi, è la frontiera più vicina; raggiungeremo -Bruxelles, Liegi, Aix-la-Chapelle; risaliremo il Reno fino a -Strasburgo, traverseremo la Svizzera, e discenderemo in Italia per il -San-Gottardo; ti accomoda così? - -— Sì. — Ma che cosa guardi? - -— Io guardo te. In verità, tu sei così adorabile, si direbbe che mi hai -rapita. - -— E poffar di bacco! si avrebbe ragione. - -— Oh! io credo che tu abbia ragione, Eugenia! - -E le due giovanette, che ciascuno avrebbe credute immerse nelle -lagrime, l’una per conto proprio, l’altra per affezione alla sua amica, -scoppiarono in una risata, facendo sparire tutte le tracce più visibili -del disordine che naturalmente aveva accompagnato gli apparecchi della -loro evasione. Indi, avendo spenti i lumi, coll’occhio interrogatore, -l’orecchie all’erta, il collo teso, le due fuggitive aprirono la porta -di un gabinetto di toletta che metteva in una sala interna e di là fino -al cortile, Eugenia camminando la prima, e sostenendo con un braccio -l’ansa della valigia, dall’altra parte sostenuta da madamigella Armilly -sollevandola appena con ambe le mani. Suonava mezza notte, il cortile -era vuoto. Il portinaro vegliava ancora. Eugenia si accostò dolcemente, -e vide dai vetri il degno svizzero che dormiva in fondo al casotto -sdraiato sul sofà. - -Ella ritornò verso Luigia, riprese il baule che per un momento aveva -deposto a terra, ed entrambe, seguendo l’ombra proiettata dal muro, -raggiunsero la volta. Eugenia fe’ nascondere Luigia in un angolo della -porta, in modo che il portinaro, se per caso avesse voluto alzarsi, -non avesse veduta che una persona. Indi offrendosi al pieno raggio del -lampione che illuminava il cortile: — La porta! gridò ella colla sua -più bella voce da contralto, battendo sulla invetriata. Il portinaro si -alzò, come lo aveva preveduto Eugenia, e fece ancora qualche passo per -riconoscere la persona che usciva, ma vedendo un giovinotto che batteva -impazientemente il bastoncino sui calzoni, aprì sul momento. Luigia -tosto si strisciò come un serpente dalla porta semi-aperta, e balzò -leggermente di fuori. Eugenia, tranquilla in apparenza, quantunque, -secondo ogni probabilità, il suo cuore contasse più pulsazioni che -d’ordinario, uscì a sua volta. Passava un commissionario, fu incaricato -di portare il baule; indi le due giovanette gl’indicarono come meta -della loro corsa la strada della Vittoria n. 36. Esse camminarono -dietro a quest’uomo, la cui presenza tranquillava Luigia; in quanto ad -Eugenia, era forte come Giuditta, o come Dalila. Si giunse al numero -indicato. Eugenia ordinò al commissionario di depositare il baule, gli -regalò alcune monete, e dopo aver battuto ad una persiana, lo licenziò. -Questa persiana era quella di una piccola curandaia di già prevenuta, -che non era ancora andata a dormire. Ella aprì. — Madamigella, disse -Eugenia, fate cavare dal portinaro la carrozza dalla rimessa, e mandate -a prendere i cavalli al palazzo della posta. Ecco cinque fr. per -l’incomodo che gli diamo. - -— In vero, disse Luigia, ti ammiro, e direi quasi, ti rispetto. — La -curandaia guardava con meraviglia; ma siccome era stato convenuto che -vi sarebbero venti luigi per lei, non fece la più piccola osservazione. -Un quarto d’ora dopo, il portinaro ritornava conducendo il postiglione -ed i cavalli che, in un giro di mano, furono attaccati alla carrozza, -sulla quale il portinaro assicurò il baule per mezzo di una corda e di -uno strettoio. - -— Ecco il passaporto, disse il postiglione; che strada prendiamo? - -— Quella di Fontainebleau, rispose Eugenia con voce quasi maschile. - -— Ebbene! che dici dunque? domandò Luigia. - -— Rendo il cambio, disse Eugenia; questa donna alla quale diamo venti -luigi può tradirci per quaranta: sul baluardo prenderemo un’altra -direzione. — E la giovanetta si slanciò nella brisca, preparata con -tutti i comodi, senza neppure toccare il montatore. Un quarto d’ora -dopo, il postiglione, rimesso nel diritto sentiero, oltrepassava, -facendo schioppettare la frusta, il cancello della barriera -Saint-Martin. — Ah! disse Luigia respirando, eccoci dunque uscite di -Parigi. - -— Sì, mia cara, e il ratto è bello e bene combinato. - -— Sì, ma senza violenza. - -— Farò valere questo, come _circostanza attenuante_, rispose Eugenia. -— Queste parole si perderono col rumore che facea la carrozza sul -selciato della Villette. - -Il sig. Danglars non avea più figlia. - - - - -XCVII. — L’ALBERGO DELLA CAMPANA E DELLA BOTTIGLIA. - - -Ed ora lasciamo madamigella Danglars e la sua amica scorrere sulla -strada di Bruxelles, e ritorniamo al povero Andrea Cavalcanti, così -disgraziatamente fermato nello scatto della sua fortuna. Ad onta -della sua giovane età, Andrea Cavalcanti era un uomo molto destro ed -intelligente. Così ai primi rumori che penetrarono nelle sale, lo -abbiam veduto gradatamente accostarsi alla porta, traversare una o -due camere, e finalmente sparire. Una cosa che abbiam dimenticato di -ricordare, e che, non pertanto, non deve essere omessa, si è che in una -di queste due camere, che dovè traversare, stava esposto il corredo -della sposa: scrigni di diamanti, scialli di casimiro, merletti di -Valencienne, veli di Inghilterra, e tutto ciò infine, che in questo -mondo vi è di oggetti tentatori, il cui nome soltanto fa balzare di -gioia il cuore delle giovanette, e che concorre a formare ciò che i -francesi chiamano _corbeille_. Ora, passando da questa camera, cosa che -prova che non solo il giovine era molto destro e molto intelligente, -ma ancor molto previdente, egli afferrò l’astuccio che conteneva il -più ricco adornamento in brillanti di quanti erano là esposti. Munito -di questo compagno Andrea si era sentito di metà più leggero, per -saltare dalla finestra, e sfuggir dalle mani dei gendarmi. Grande e -snello come l’antico giostratore, muscoloso come uno spartano, Andrea -aveva fatta una corsa di un quarto d’ora senza sapere ove andava, e -nello scopo soltanto d’allontanarsi dal luogo, ove per poco non era -stato arrestato. Partendo dalla strada Mont-Blanc, con quell’istinto -dei ladri per le barriere, che i lepri hanno per i cespugli, si era -ritrovato in capo alla strada Lafayette. - -Là, soffocato, anelante, si fermò: era perfettamente solo, ed aveva -alla sinistra il recinto di San Lazzaro, vasto deserto; alla destra -Parigi in tutta la sua profondità. - -— Sono io perduto? domandò a sè stesso. No, posso usare un’attività -superiore a quella dei miei nemici. La mia salvezza è dunque divenuta -semplicemente una questione di miriametri. — In quel momento scoprì, -salendo l’alto del sobborgo Poissoniére, un _cabriolet_ di piazza, il -cui cocchiere meditabondo, fumando la pipa, sembrava voler raggiungere -l’estremità opposta del sobborgo Saint-Denis ove senza dubbio faceva la -sua stazione ordinaria. - -— Ehi! amico! disse Benedetto. — Che c’è? domandò il cocchiere. — Il -vostro cavallo è stanco? - -— Stanco! ah sì davvero! non ha fatto niente in tutta la santa -giornata. Quattro cattive corse e venti soldi di mancia; in tutto sette -fr. ed io devo darne dieci al padrone! - -— Volete aggiungere a questi sette fr. altri venti? - -— Con piacere, venti fr. non sono da disprezzarsi. Che si deve fare? -sentiamo. - -— Una cosa facilissima, semprechè il cavallo non sia stanco. - -— Vi dico che andrà come un zeffiro; il tutto sta di dire da qual parte -volete che io vada. - -— Dalla parte del Louvres. - -— Ah! ah! lo conosco: il paese del ratafià! - -— Precisamente. Si tratta semplicemente di raggiungere un amico, col -quale domani mattina debbo andare alla caccia a Chapelle-en-Serval. -Doveva aspettarmi qui fino alle undici e mezzo, è mezza notte; egli si -sarà stancato di aspettarmi, e sarà partito solo. - -— È probabile. — Ebbene, volete tentare di raggiungerlo? — Non chiedo -di meglio. — Ma se noi non lo raggiungiamo di qui a Bourget, avrete -venti fr. Se non lo raggiungiamo di qui a Louvres, trenta. - -— E se lo raggiungiamo? - -— Quaranta, disse Andrea che aveva avuto un momento di esitazione, ma -che aveva riflettuto che non arrischiava niente a promettere. - -— Così va bene! disse il cocchiere. Montate, e in cammino! - -Andrea montò nel _cabriolet_ che, con una rapida corsa, traversò il -sobborgo Saint-Denis, costeggiò il sobborgo Saint-Martin, traversò -la barriera, e infilò nella interminabile Villette. Si aveva un bel -fare a raggiungere questo amico chimerico; però a quando a quando -ai passaggieri in ritardo, alle bettole ancora aperte, Cavalcanti -chiedeva informazioni di un _cabriolet_ verde, attaccato ad un cavallo -baio-scuro; e, siccome sulla strada dei Paesi-Bassi circola un buon -numero di _cabriolet_ dei quali nove decimi son verdi, le informazioni -piovevano ad ogni passo. Tutti lo avevano sempre poco prima veduto -passare; non aveva più di 500 passi di vantaggio, non ne aveva più -di 200, non ne aveva più di cento; finalmente si raggiungeva, si -sorpassava, non era quello. Una volta il _cabriolet_ fu passato egli -pure, da un calesse rapidamente trasportato al galoppo da due buoni -cavalli da posta: — Ah! disse a sè stesso Cavalcanti, se avessi quel -calesse, quei due buoni cavalli, e soprattutto il passaporto che -abbisogna per prenderli! - -Ed egli sospirò profondamente. Questo calesse era quello che -trasportava madamigella Danglars e madamigella d’Armilly. — Andiamo! -andiamo! disse Andrea, non possiamo tardare a raggiungerlo. — Il -povero cavallo riprese il trotto arrabbiato che aveva continuato dalla -barriera, e giunse fumante a Louvres. — Ah! disse Andrea, vedo bene -che non raggiungerò il mio amico, e che ammazzerei il vostro cavallo. -Così adunque val meglio che mi fermi. Ecco i vostri trenta fr., io me -ne vado a dormire al Cavallo-Rosso, e nella prima carrozza nella quale -troverò un posto, lo prenderò. Buona sera, amico mio. — Ed Andrea, -dopo aver messe sei monete da 5 fr. nella mano del cocchiere, saltò -lestamente sul battuto della strada. Il cocchiere mise allegramente -la somma in saccoccia, e riprese al passo la strada di Parigi; Andrea -finse di andare al Cavallo-Rosso; ma dopo essersi fermato un momento -alla porta, aspettando che il rumore del _cabriolet_ si perdesse -all’orizzonte, riprese la sua strada, e con un passo ginnastico molto -svelto, compì una corsa di due leghe. Là egli si riposò; doveva essere -vicino alla Chapelle-en-Serval ove aveva detto di andare. Non era la -fatica che fermava Andrea Cavalcanti, ma il bisogno di prendere una -risoluzione, la necessità di adottare un disegno. Montare in diligenza -era impossibile; prendere la posta egualmente. Per viaggiare nell’uno o -nell’altro modo il passaporto è di prima necessità. - -Dimorare nel dipartimento dell’Oise, vale a dire in uno dei -dipartimenti più scoperti, e più sorvegliati della Francia era -egualmente impossibile, soprattutto ad un uomo come Andrea, esperto in -materia criminale. Egli si sedè sulle rive del fosso, lasciossi cader -la testa fra le mani e riflettè. Dieci minuti dopo rialzò la testa: la -risoluzione era già presa. Coprì di polvere una parte del _palettò_ che -aveva avuto il tempo di staccare dall’anticamera, e di abbottonarsi al -di sopra del suo abito da ballo, e giungendo alla Chapelle-en-Serval -andò a battere arditamente alla porta del solo albergo del paese. -L’oste venne ad aprire. - -— Amico mio, disse Andrea, io andava da Morte-Fontaine a Senlis, -quando il mio cavallo, che è un animale cattivo, ha fatto una -scartata, e mi ha cacciato a dieci passi. Questa notte mi necessita di -giungere a Compiègne sotto pena di causare le più vive inquietudini -alla mia famiglia, avreste un cavallo da darmi in fitto? — Buono o -cattivo, un albergatore ha sempre un cavallo. L’albergatore della -Chapelle-en-Serval chiamò il garzone di stalla, gli ordinò d’insellare -il _Bianco_, e risvegliò suo figlio, ragazzo di sette anni, il quale -doveva montare in groppa del signore, per ricondurre il quadrupede. -Andrea pagò venti fr. all’albergatore e, cavandoli di saccoccia, lasciò -cadere un biglietto di visita. Questo biglietto era quello di uno dei -suoi amici del caffè di Parigi, dimodochè l’albergatore, quando Andrea -fu partito, ed ebbe raccolto il biglietto di saccoccia, fu convinto -di aver dato infatto il suo cavallo al sig. conte de Maulion strada -S. Domenico n. 25: erano il nome e l’indirizzo che si trovavano sul -biglietto. - -Il _Bianco_ non andava presto, ma andava con un passo uguale e -continuo; in tre ore e mezzo Andrea fece le nove leghe che lo -separavano da Compiègne; suonavano le quattro all’orologio del Palazzo -di Città, quando giunse sulla piazza dove si fermano le diligenze. A -Compiègne vi è un eccellente albergo, di cui si ricordano quelli stessi -che non vi hanno alloggiato che una sola volta. Andrea, che vi aveva -fatta una fermata in una delle sue corse nei dintorni di Parigi, si -risovvenne dell’albergo della Campana e della Bottiglia: si orizzontò, -vide al chiaror del lampione la tabella indicatrice, e dopo aver -congedato il fanciullo, al quale regalò quanto aveva di piccola moneta, -andò a battere alla porta riflettendo con molta aggiustatezza, che egli -aveva tre o quattro ore di vantaggio, e che il meglio era di premunirsi -con un buon sonno, ed una buona cena, contro le fatiche future. Il -cameriere gli venne ad aprire. - -— Amico mio, disse Andrea, vengo da S. Giovanni del Bosco, ove ho -pranzato; contava prendere la carrozza che passa a mezza notte, ma mi -son perduto come uno stupido, e son già quattro ore che passeggio nella -foresta. Datemi una di queste belle camerine che danno sul cortile, e -fatemi portare un pollo freddo ed una bottiglia di vino di Bordò. - -Il cameriere non ebbe alcun sospetto: Andrea parlava con la più -perfetta tranquillità; il sigaro in bocca e le mani nelle saccocce del -_palettò_; i suoi abiti erano eleganti, la barba fatta di recente, gli -stivali irreprensibili; aveva l’aspetto di un vicino che avesse fatto -tardi, ecco tutto. - -Mentre il cameriere preparava la sua camera l’ostessa si alzò; Andrea -l’accolse col più grazioso sorriso, e le domandò se poteva avere la -camera n. 3 in cui aveva già dormito l’ultima volta che era passato -da Compiègne; disgraziatamente il n. 3 era preso da un giovine che -viaggiava con sua sorella. Andrea parve disperato; egli non si consolò -che allorquando l’ostessa lo ebbe assicurato che il n. 7, che si stava -preparando, aveva assolutamente la medesima disposizione del n. 3, -e scaldandosi i piedi, e parlando delle ultime corse di Chantilly, -aspettò che gli venisse annunziato che la camera era in ordine. Non -era senza ragione che Andrea aveva parlato di quei belli appartamenti -che davano sul cortile; il cortile dell’albergo della Campana aveva -una triplice fila di galleria che gli dava l’aspetto di un anfiteatro, -con i suoi gelsomini e le sue clematidi, che salivano lungo le colonne -leggiere come una decorazione naturale e uno dei più graziosi ingressi -d’albergo che sieno al mondo. Il pollo era fresco, il vino vecchio, -il fuoco chiaro e favillante; Andrea cenando si sorprese del suo buon -appetito, come se nulla gli fosse accaduto, indi andò a letto, e si -addormentò subito con quel sonno implacabile che l’uomo di trent’anni -trova sempre, anche quando ha dei rimorsi. Ora noi siamo sforzati di -confessare che Andrea avrebbe potuto avere dei rimorsi, ma che non ne -aveva. Ecco qual era l’idea di Andrea, idea che gli aveva portata la -maggior parte della sua sicurezza. - -Col giorno si sarebbe alzato, uscirebbe dall’albergo dopo aver -pagato scrupolosamente i suoi conti; s’internerebbe nella foresta, -comprerebbe, sotto pretesto di fare degli studii di pittura, -l’ospitalità di un contadino; si procurerebbe un abito da campagnuolo -spogliandosi della pelle di leone per prendere quella dell’artista; -indi colle mani terrose, i capelli imbruniti da un pettine di piombo, -colla tinta della pelle alterata da una preparazione di cui i suoi -antichi camerati gli avevan data la ricetta, di foresta in foresta -giungerebbe alla frontiera più vicina, camminando la notte, dormendo -il giorno nel bosco, senza avvicinarsi ai luoghi abitati che per -comprare a quando a quando del pane. Superata una volta la frontiera, -Andrea avrebbe fatto denari coi suoi diamanti, riunito il prezzo che -ne avrebbe ricavato, ad una diecina di biglietti di banca che portava -sempre indosso per qualunque accidente, si ritroverebbe ancora padrone -di un 50 mila fr. che non sembravano alla sua filosofia un peggio -andare troppo rigoroso. D’altra parte egli contava molto sulla premura -che avevano i Danglars ad estinguere il rumore della loro disavventura. - -Ecco perchè, oltre la stanchezza, Andrea dormì così presto e così -bene. D’altra parte per esser sveglio di buon mattino, Andrea non aveva -chiuse le persiane, si era soltanto contentato di mettere il catenaccio -alla porta, e di tenere aperto, sulla sua tavola da notte, un certo -coltello molto puntuto, di cui conosceva la eccellente tempra, e che -non lasciava mai. Circa alle sette del mattino fu svegliato da un -raggio di sole che gli veniva tiepido e brillante sul viso. - -In tutti i cervelli bene organizzati l’idea dominante, (ve ne è sempre -una) è quella che dopo essersi addormita per l’ultima, illumina per la -prima il pensiero nello svegliarsi. Andrea non aveva ancora interamente -aperti gli occhi, che il suo pensiero dominante già lo possedeva, e gli -soffiava all’orecchio che aveva dormito troppo lungamente. - -Saltò a basso dal letto e corse ad una finestra. - -Un gendarme traversava il cortile. Un gendarme è uno di quegli oggetti -che più colpiscono in questo mondo, anche per l’occhio di un uomo senza -inquietudini; ma per ogni coscienza timorosa e che ha qualche motivo -di esserlo, il giallo, il blu ed il bianco di cui si compone la sua -uniforme, diventano colori spaventevoli: — Perchè un gendarme? domandò -a sè stesso Andrea: indi si rispose con quella logica che il lettore ha -di già notato in lui: - -— Un gendarme non ha niente che debba meravigliare in un’osteria: non -ce ne meravigliamo adunque, ma vestiamoci. — Ed il giovine si vestì -con una rapidità che non aveva potuto fargli perdere il suo cameriere, -durante i pochi mesi di vita elegante che aveva condotta a Parigi. - -— Buono! disse Andrea nel vestirsi, aspetterò che sia partito, e -quando sarà partito lui, signerò io. — E mentre diceva queste parole, -e mettendosi la cravatta, ritornò dolcemente alla finestra, e sollevò -una seconda volta la tendina di mussola. Non solo il primo gendarme -non era partito, ma il giovine scoperse una seconda uniforme blu, -gialla e bianca alla fine della scala, la sola per la quale si poteva -discendere, mentre che una terza a cavallo e colla carabina in mano -stava di sentinella sulla porta di strada, la sola per la quale si -poteva uscire. Questo terzo gendarme era significativo all’ultimo -grado; perchè davanti a lui si estendeva un semi-cerchio di curiosi che -bloccavano ermeticamente la porta dell’albergo. — Io son cercato! fu -il primo pensiero di Andrea. Diavolo! — Il pallore investi la fronte -del giovine, egli guardò intorno a sè con ansietà. La sua camera, -come tutte quelle di questo piano, non aveva altra uscita che dalla -galleria esterna scoperta agli sguardi di tutti. — Io son perduto! -fu il suo secondo pensiero. — Infatto per un uomo nella situazione -di Andrea, l’arresto voleva dire: sedute, giudizio, morte, morte -senza misericordia e senza dilazione. Per un momento egli compresse -convulsivamente la testa fra le mani; e poco mancò che non diventasse -pazzo dalla paura. Ma ben presto, da questa folla di pensieri che si -urtavano nella sua testa ne uscì un pensiero di speranza; un pallido -sorriso si delineò sulle sue labbra tremanti e sulle guance contratte: -guardò intorno a sè; gli oggetti che cercava si ritrovavano riuniti sul -marmo di un tavolino: erano una penna, un calamaio e della carta: ed -ei scrisse, con una mano alla quale comandò di esser ferma, le linee -seguenti sul primo foglio del quaderno. - - «Io non ho danaro per pagare, ma sono un uomo onesto; lascio in - pegno questo spillo che vale dieci volte la spesa che ho fatto. - Mi si perdonerà di essere fuggito alla punta del giorno, io era - vergognoso!» - -Levò lo spillo dalla sua cravatta e lo depose sul foglio. - -Ciò fatto, invece di lasciare i catenacci, li levò, socchiuse anzi la -porta, come se fosse uscito dalla sua camera dimenticando di chiuderla, -ed arrampicandosi nella cappa del camino, come un uomo già avvezzo -a questa specie di ginnastica, attirò innanzi a sè il paracamino -ricoperto con una carta che rappresentava Achille in casa di Deidamia; -cancellò coi piedi anche la traccia dei passi nella camera, e scalò -la cappa che gli offriva la sola via di salvezza nella quale sperava -ancora. In questo momento il primo gendarme che aveva colpito la vista -di Andrea saliva la scala, preceduto da un commissario di polizia, e -sostenuto dal secondo gendarme che guardava l’estremità della scala, -il quale poteva egli stesso aspettare rinforzo da quello che stazionava -alla porta. Ecco a che cosa Andrea doveva questa visita, che con tanta -pena si era dispensata dal ricevere. - -Alla punta del giorno, i telegrafi erano stati messi in moto in -tutte le direzioni e ciascuna località ch’era stata avvisata, quasi -immediatamente aveva risvegliato le autorità e lanciata la forza -pubblica alla ricerca dell’uccisore di Caderousse. Compiègne, residenza -reale; Compiègne città di caccia; Compiègne, città di guarnigione, è -abbondantemente provvista di autorità, di gendarmi e di commissari -di polizia. Le visite eran dunque cominciate subito dopo l’ordine, -ed essendo telegrafico, l’osteria della Campana e della Bottiglia, -la prima osteria della città, si era naturalmente incominciato da -lei. Del resto dopo il rapporto delle sentinelle che erano state di -guardia durante la notte al Palazzo di Città (il Palazzo di Città era -attiguo all’albergo della Campana), era stato constatato che diversi -viaggiatori erano discesi durante la notte al detto albergo. La -sentinella che era stata rilevata alle sei del mattino si ricordava -ancora, che al momento in cui era stata messa in fazione, vale a dire a -quattro ore e alcuni minuti, aveva veduto che un giovine che cavalcava -un cavallo bianco con un ragazzetto in groppa, era andato a bussare -all’albergo della Campana apertosi davanti a lui, e chiuso dopo di lui. - -Su questo giovine, che aveva fatto tanto tardi si erano fermati tutti i -sospetti. Or questo giovine non era altro che Andrea! Per la sicurezza -di questi dati, il commissario di polizia ed il gendarme, che era un -brigadiere, s’incamminavano verso la porta di Andrea. Questa porta era -socchiusa. - -— Oh! oh! disse il brigadiere, vecchia volpe nutrita nelle furberie -dello stato, cattivo indizio una porta aperta! l’avrei meglio amata -chiusa con triplice catenaccio. - -Infatto la piccola lettera e lo spillo lasciati da Andrea sulla tavola -confermarono, o piuttosto appoggiarono la trista verità: Andrea era -fuggito. Noi diciamo appoggiarono, perchè il brigadiere non era uomo -da arrendersi ad una sola prova. Guardò intorno a sè, cacciò l’occhio -sotto il letto, spiegò le tende, aprì gli armadii, e finalmente si -fermò al caminetto. - -Mercè le cautele di Andrea, non era rimasta alcuna traccia del suo -passaggio nelle ceneri. Però questa era una uscita; ed in simili -congiunture, tutte le uscite devono formare l’oggetto di una seria -investigazione. Il brigadiere si fece dunque portare una fascina e -della paglia, ne fece un inviluppo, e lo calcò nel caminetto come -avrebbe fatto in un mortaio da bomba, e vi appiccò il fuoco. Il fuoco -fece crepitare le pareti della cappa; una colonna opaca di fumo -ai slanciò pel condotto e salì verso il cielo, ma non vide cadere -il prigioniere come si aspettava. Ciò era perchè Andrea, in lotta -colla società fin dalla giovinezza, valeva bene un gendarme, fosse -anche stato elevato al grado rispettabile di brigadiere; prevedendo -dunque l’incendio, era salito sul tetto, e si era nascosto dietro il -comignolo. - -Per un momento ebbe qualche speranza di essersi salvato, perchè intese -il brigadiere che, chiamando i due compagni diceva loro ad alta voce, -«non c’è più.» Ma allungando dolcemente il collo, vide i due gendarmi -che, invece di ritirarsi, come sembrava naturale dopo un simile -annunzio, raddoppiavano l’attenzione. Allora a sua volta girò intorno a -sè lo sguardo: il Palazzo di Città, fabbrica colossale del sedicesimo -secolo, s’innalzava come un tetro muro alla sua destra, e, per le -aperture del monumento, si poteva scorgere in tutti gli angoli e contro -angoli del tetto, come dall’alto della montagna si vede nella vallata. -Andrea comprese che in breve avrebbe veduto comparire la testa del -brigadiere di gendarmeria a qualcuna di quelle aperture. Scoperto, egli -era perduto, una caccia sul tetto non gli si presentava con probabilità -di successo. - -Risolvè dunque di ritornare a discendere, non per lo stesso camino da -cui era venuto, ma per un camino analogo. Cercò con gli occhi quella -cappa di camino che non mandava fumo, la raggiunse andando carpone sul -tetto, e disparve dal suo orifizio senza essere stato veduto da alcuno. -Un momento dopo si aprì una piccola finestra del Palazzo di Città, e -lasciò vedere la testa del brigadiere di gendarmeria, che rimase per -alcuni minuti immobile, come uno di quei bassi rilievi di pietra che -decoravano il fabbricato, indi con un lungo sospiro d’inquietudine la -testa disparve. Il brigadiere tranquillo e degno, come la legge di cui -era il rappresentante, passò senza rispondere alle mille interrogazioni -della folla riunita sulla piazza e rientrò nell’albergo: — Ebbene? -domandarono alla loro volta i due gendarmi. - -— Ebbene! figli miei, rispose il brigadiere, bisogna veramente che il -brigante sia evaso questa mattina di buon’ora; ma ora lo faremo seguire -sulla strada di Villers-Cotterêts e di Noyon, e faremo frugare la -foresta, ove lo raggiungeremo infallibilmente. L’onorevole funzionario -aveva appena finita la frase, con quel tuono particolare proprio ai -brigadieri di gendarmeria, nel pronunziare questo avverbio sonoro, -allor quando un lungo grido di spavento, accompagnato dal tintinnio -di un campanello, echeggiarono nel cortile dell’albergo. — Oh! oh! che -cosa è questo? gridò il brigadiere. - -— Ecco un viaggiatore che sembra aver molta fretta, disse l’oste; a -qual numero suonano? - -— Al numero 3. — Correte, cameriere. — In questo momento le grida ed il -rumore del campanello raddoppiarono, il cameriere si mise a correre. - -— No, fermatevi! disse il brigadiere trattenendolo, quello che suona fa -conoscere che chiede ben altra cosa che un cameriere, gli manderemo un -gendarme per servirlo. Chi alloggia al n. 3? - -— Il giovinetto giunto con sua sorella questa notte per la posta, e che -ha domandato una camera a due letti. - -Il campanello suonò per la terza volta con una intonazione piena -d’angoscia. — A me, signor commissario! seguitemi, ed affrettate il -passo! disse il brigadiere. - -— Un momento, disse l’oste, nella camera numero 3 vi sono due uscite, -una interna e l’altra esterna. - -— Buono! disse il brigadiere, prenderò l’interna, è il mio -dipartimento. Le carabine sono cariche? — Sì, brigadiere. — Ebbene! -voi altri vegliate all’esterno, e se vuol fuggire, fuoco addosso: è un -gran colpevole, a quanto dice il telegrafo. — Il brigadiere, seguito -dal commissario, disparve subito per la scala interna accompagnato -dal rumore che le sue rivelazioni sopra Andrea avevano ridestato nella -folla. Ecco ciò ch’era accaduto. Andrea era disceso con molta destrezza -fin oltre la metà del camino, ma giunto là, un piede gli era mancato, -e, ad onta dell’appoggio delle mani, era disceso con maggior prestezza, -e soprattutto con maggior susurro di quel che avrebbe desiderato. -Non sarebbe stato niente, se la camera fosse stata solitaria, ma per -disgrazia, era abitata. Due donne dormivano in un letto, questo rumore -le aveva svegliate, i loro sguardi si eran fissati sul punto, da -dove veniva il rumore, e, dall’apertura del caminetto, avevan veduto -comparire un uomo. Una di queste due donne, la bionda, aveva mandato -quel grido terribile che aveva echeggiato per tutta la casa, mentre -l’altra, che era bruna, slanciandosi al cordone del campanello, aveva -dato l’allarme, agitandolo con tutte le sue forze. Come si vede, Andrea -cadeva di disgrazia in disgrazia. - -— Per pietà! gridò egli, pallido, confuso, senza vedere le persone alle -quali s’indirizzava; per pietà! non chiamate, salvatemi! non voglio -farvi del male. - -— Andrea! l’assassino! gridò una delle due donne. - -— Eugenia, madamigella Danglars! mormorò Cavalcanti, passando dallo -spavento allo stupore. - -— Soccorso! soccorso! gridò madamigella d’Armilly levando il cordone -del campanello dalle mani inerti d’Eugenia, e suonando con forza -maggiore ancora della compagna. - -— Salvatemi! non mi perseguitate! disse Andrea giungendo le mani, per -pietà per grazia, non mi consegnate alla forza! - -— È troppo tardi, salgono, rispose Eugenia. - -— Ebbene! nascondetemi in qualche luogo: direte che avete avuta paura -senza motivi d’aver paura: allontanerete i sospetti, mi avrete salvata -la vita. - -— Ebbene, sia, disgraziato! riprendete la via per la quale siete -venuto; partite, e non diremo niente. - -— Eccolo! gridò una voce sul pianerottolo: io lo vedo. - -In fatto il brigadiere aveva accostato l’occhio al buco della serratura -ed aveva scoperto Andrea in piedi e supplicante. - -Un violento colpo d’incassatura fe’ saltare il catenaccio, due altri -fecero saltare i gangheri; la porta infranta cadde al di dentro. Andrea -corse all’altra porta che metteva nella galleria del cortile, volle -precipitarvisi dopo aperta. I due gendarmi erano là con le carabine in -mira. - -Andrea si fermò su due piedi; ritto, pallido, col corpo un poco -rovesciato in dietro, teneva il suo inutile coltello nella mano -intirizzita: — Fuggite dunque! gridò madamigella di Armilly nel cuore -della quale rientrava la pietà, a seconda che ne usciva lo spavento, -fuggite dunque. - -— O uccidetevi! disse Eugenia col tuono e coll’atteggiamento di una -di quelle vestali che nel circo ordinavano coll’indice al gladiatore -vittorioso di finire l’avversario atterrato. — Andrea fremette e -guardò la giovinetta con un sorriso di disprezzo col quale provò che -la corruzione non comprendeva questa sublime ferocia dell’onore. — -Uccidermi, disse egli gettando il coltello, per far che? - -— Ma lo diceste, gridò la Danglars, sarete condannato a morte, e -giustiziato come l’ultimo dei delinquenti. - -— Bah! replicò Cavalcanti incrociando le braccia, si hanno amici. — Il -brigadiere si avanzò verso di lui con la sciabola alla mano. — Andiamo, -andiamo, disse Cavalcanti, acquietatevi, mio bravo uomo, non val la -pena di fare tanto schiamazzo, perchè io mi arrendo. — Ed egli stese -le sue mani alle manette. Le due giovanette guardarono con terrore -questa schifosa metamorfosi che si operava sotto i loro occhi, l’uomo -di società che si spogliava del suo inviluppo per ritornare un uomo di -galera. Andrea si rivolse verso di esse, e col sorriso dell’impudenza: -— Avete qualche commissione per il vostro sig. padre, madamigella -Eugenia? disse egli, poichè secondo tutte le probabilità torno a -Parigi. — Eugenia nascose la testa fra le mani. — Oh! oh! disse Andrea, -non vi è ragione di essere vergognosa, ed io non son malcontento che -abbiate presa la posta per corrermi dietro... non era forse quasi -vostro marito? — e detto questo lazzo, Andrea uscì lasciando le -due fuggitive in preda alle sofferenze dell’onta ed ai commentarii -dell’assemblea. Un’ora dopo, vestite entrambe dei loro abiti da donna, -montavano nel calesse da posta. Era stata chiusa la porta dell’albergo -per sottrarle ai primi sguardi; ma non si potè evitare quando questa -fu riaperta, di passare in mezzo ad una doppia fila di curiosi, cogli -occhi fiammeggianti e le labbra mormoranti. Eugenia abbassò le tendine, -ma se ella non vedeva più, sentiva ancora il rumore delle ingiurie che -giungeva fino a lei. — Oh! perchè il mondo non è un deserto? gridò -ella gettandosi nelle braccia di madamigella d’Armilly cogli occhi -sfavillanti di rabbia, che facevano desiderare a Nerone che tutto il -mondo romano avesse una sola testa per poterla tagliare di un colpo -solo. - -La dimane esse discesero all’albergo delle Fiandre a Bruxelles. Fin dal -giorno innanzi Andrea era incarcerato alla Conciergerie. - - - - -XCVIII. — LA LEGGE. - - -Si è veduto con quale tranquillità madamigella Danglars e madamigella -d’Armilly avevano potuto compiere la loro trasformazione, e la loro -fuga: era perchè ciascuno si occupava dei proprii affari, in modo da -non potersi incaricar di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere -col sudore alla fronte, porre in fila, dirimpetto al fantasma del -fallimento, le enormi colonne del suo passivo, e seguiremo la baronessa -che, dopo essere rimasta un momento schiacciata sotto la violenza del -colpo che l’aveva atterrata, era andata a ritrovare il suo consigliere -ordinario, il sig. Luciano Debray. Egli è che infatto la baronessa -calcolava su questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela -che, con una figlia dell’indole di Eugenia, non cessava di essere molto -penosa; egli è che in questa specie di contratti taciti che mantengono -i legami di gerarchia in una famiglia, la madre non è realmente padrona -di sua figlia, se non che a condizione di essere continuamente per -essa un esempio di saggezza e un tipo di perfezione. Ora la sig.ª -Danglars temeva la perspicacia di Eugenia, ed i consigli di madamigella -d’Armilly; ella aveva sorpresi alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da -sua figlia a Debray, sguardi che sembravano significare che sua figlia -conosceva tutto il mistero delle sue relazioni galanti e pecuniarie -col segretario intimo, mentre che una interpretazione più sagace e -più approfondita, avrebbe al contrario dimostrato alla baronessa, che -Eugenia detestava Debray, non già perchè egli era nella casa paterna -una pietra d’inciampo e di scandalo, ma perchè ella lo riguardava -nella categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare più -uomini, e che Diogene designava per parafrasi animali a due piedi e -senza penne. - -La sig.ª Danglars, nel suo modo di vedere, (e disgraziatamente a questo -mondo tutti hanno il loro modo di vedere a sè proprio, che impedisce -di vedere il modo con cui vedono gli altri) era dunque infinitamente -dolente che fosse andato a monte anche questo matrimonio di Eugenia, -non perchè esso fosse conveniente, bene accoppiato, e dovesse formare -la felicità di sua figlia, ma perchè le rendeva tutta la sua libertà. -Ella corse adunque, come lo abbiam detto, da Debray, che dopo avere, -come tutta Parigi, assistito alla serata del contratto ed allo scandalo -che ne era stata la conseguenza, si era affrettato di ritirarsi al suo -_club_, ove con alcuni amici parlava dell’avvenimento che formava in -quell’ora la conversazione di tre quarti di questa città eminentemente -pettegola, che si chiama la capitale del mondo. Al momento in cui la -sig.ª Danglars, vestita con un abito nero, e nascosta sotto un lungo -velo, saliva la scala che conduceva all’appartamento di Debray, ad onta -della certezza che le aveva data il portinaro che il giovine non era -ancora rientrato, Debray si occupava a respingere le argomentazioni -di un amico che tentava di provargli, che dopo il terribile scandalo -che aveva avuto luogo, era suo dovere come amico di casa di sposare -madamigella Eugenia Danglars e i suoi due milioni. Debray si difendeva -come un uomo che non chiede che di esser vinto; poichè spesso questa -idea si era presentata da sè stessa al suo spirito; ma siccome -conosceva Eugenia, e la sua indole indipendente ed altiera, assumeva -a quando a quando un’attitudine completamente difensiva, dicendo che -questa unione era impossibile, lasciandosi tutta volta sordamente -stuzzicare dalle idee cattive, che al dire di tutti i moralisti, -preoccupano incessantemente l’uomo più probo e più puro, vegliando al -fondo della sua anima. - -Il thè, il giuoco, la conversazione importante, come si crederà, -poichè vi si discutevano affari così gravi, durarono fino ad un’ora -del mattino. Durante questo tempo, la sig.ª Danglars, introdotta -dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel piccolo -salotto verde, fra due cestelle di fiori che ella stessa aveva inviate -la mattina, e che Debray, bisogna dirlo, aveva egli stesso accomodate, -distribuite, montate, con una cura, che fece perdonare la sua assenza -alla povera donna. Alle undici e 40 minuti, la signora Danglars, stanca -di attendere inutilmente, risalì in carrozza e si fece ricondurre a -casa sua. Le donne di una certa condizione hanno questo di comune con -le crestaie di buona avventura, che queste non ritornano ordinariamente -mai dopo la mezza notte. La baronessa rientrò nel palazzo con tanta -cautela, quanta ne aveva impiegata Eugenia nell’uscirne; ella salì -leggermente, col cuore stretto, la scala del suo appartamento, -contiguo, come si sa, a quello di Eugenia; temeva tanto di provocare -qualche movimento, perchè credeva così fermamente, povera donna, -rispettabile almeno in questo punto, all’innocenza di sua figlia, ed -alla fedeltà del focolare paterno! Rientrata nelle sue stanze, ascoltò -alla porta di Eugenia, indi, non sentendo alcun rumore, tentò di -entrare; ma era stato messo il catenaccio. La sig.ª Danglars credè che -Eugenia, stanca dalle forti emozioni della serata, si fosse messa in -letto e che dormisse. Ella chiamò la cameriera, e la interrogò. - -— Madamigella Eugenia, rispose la cameriera, è rientrata nel suo -appartamento con madamigella d’Armilly, indi hanno preso il thè -insieme, dopo di che mi hanno congedata dicendo che non avevano -più bisogno di me. — Da questo momento la cameriera si era ritirata -nella sua camera, e credeva, come tutti gli altri di casa, che le due -giovanette fossero nel loro appartamento. - -La sig.ª Danglars dunque andò a letto senza l’ombra di un sospetto; ma -tranquilla sugl’individui, il suo spirito si portò sugli avvenimenti. -A seconda che le idee si rischiaravamo nella sua testa, ingrandivano -le proporzioni della scena del contratto: non era più uno scandalo, -ma un fracasso, non era più un’onta, ma un’ignominia. Suo malgrado -allora, la baronessa si ricordò che ella era stata senza pietà per la -povera Mercedès, colpita non ha guari nel suo sposo e nel suo figlio -di una sventura così grande. — Eugenia, diceva a se stessa, è perduta, -e noi egualmente. L’affare tal quale sarà rappresentato, ci ricopre -d’obbrobrio; poichè, in una società come la nostra, certe ridicolezze -sono piaghe vive, sanguinose ed incurabili. Quale felicità, mormorava -ella, che Dio abbia dato ad Eugenia un’indole così stravagante che mi -ha fatto più di una volta tremare! - -Ed il suo sguardo riconoscente si alzava verso il cielo dove la -misteriosa provvidenza dispone tutto in antecedenza, a seconda degli -avvenimenti che devono accadere; e da un difetto, e qualche volta anche -da un vizio, ne fa una contentezza: indi il suo pensiero oltrepassò lo -spazio, come fa stendendo le ali l’uccello da un abisso, e si fermò su -Cavalcanti. - -Questo Andrea era un miserabile, un ladro, un assassino; e ciò -nonostante possedeva dei modi che indicavano una mezza educazione, -quasi compita; questo Andrea si era presentato nella società -coll’apparenza di una gran fortuna, e coll’appoggio di nomi onorevoli. -Come veder chiaro in questo dedalo? a chi indirizzarsi per uscire -da questa crudele posizione? Debray, al quale ella aveva ricorso col -primo slancio della donna che cerca un soccorso nell’uomo che ama, e -che qualche volta la perde, Debray non poteva darle che un consiglio: -era qualche altro più possente di lui al quale doveva indirizzarsi. -La baronessa pensò allora al sig. de Villefort. Egli aveva voluto fare -arrestare Cavalcanti; senza pietà, aveva portata la confusione in mezzo -alla sua famiglia come se fosse stata una famiglia estranea. - -Ma no; riflettendovi; non era un uomo senza pietà il procuratore -del Re; era un magistrato schiavo dei suoi doveri, un amico leale e -coraggioso, che brutalmente sì, ma con mano sicura, aveva vibrato il -colpo di scalpello nella corruzione; non era un boia, era un chirurgo -che aveva voluto isolare agli occhi di tutto il mondo l’onore della -famiglia Danglars, dalla ignominia di questo giovine perduto che essi -presentavano alla società come il loro genero. - -Dal momento che il sig. de Villefort, amico della famiglia Danglars, -operava in tal modo, non vi era più da supporre che il banchiere avesse -saputo nulla di più o avesse preso alcuna parte alle mene d’Andrea. -La condotta di de Villefort, riflettendovi bene, compariva dunque alla -baronessa sotto un aspetto, che si spiegava a loro comune vantaggio. - -Ma la inflessibilità del procuratore del Re doveva fermarsi a questo -punto; ella sarebbe andata a trovarlo la dimane, ed avrebbe da lui -ottenuto, se non che mancasse ai suoi doveri di magistrato, almeno che -lasciasse andar le cose con tutta la pienezza della sua indulgenza. - -La baronessa invocherebbe il passato, supplicherebbe in nome del tempo -colpevole, ma felice; il sig. de Villefort assopirebbe l’affare, o -almeno lascerebbe (e per giungere a questo non avrebbe che voltar gli -occhi da un’altra parte) fuggire Cavalcanti, e non continuerebbe il -processo che sotto l’ombra del reo che si dice in contumacia. Allora -soltanto ella si addormì più tranquilla. - -La dimane alle nove, ella si alzò, e senza chiamare la cameriera, -senza dar segno d’esistenza a chi che sia, si abbigliò, e, vestita -colla stessa semplicità della sera innanzi, discese la scala, uscì dal -palazzo, camminò fino alla strada di _Provenza_, salì in una carrozza -da nolo, e si fece condurre alla casa del sig. de Villefort. Da un mese -questa casa maledetta presentava l’aspetto lugubre di un lazzaretto in -cui si fosse dichiarato la peste: una parte degli appartamenti erano -chiusi all’interno ed all’esterno. Le persiane chiuse non si aprivano -che per momenti, onde dare un poco l’aria. Si vedeva allora comparire -a queste finestre la testa spaventata di un lacchè, indi la finestra -si rinchiudeva come la lapide di una tomba ricade sur una sepoltura, ed -i vicini si dicevano a bassa voce: forse che siamo per vedere un’altra -bara uscire dalla casa del sig. procuratore del Re? - -La signora Danglars fu presa da un tremito all’aspetto di questa -casa desolata; ella discese di carrozza, e colle ginocchia tremanti, -si accostò a quella porta chiusa e suonò. Non fu che dopo la terza -volta ch’ella ebbe fatto risuonare il campanello, che col suo -lugubre tintinnio sembrava partecipare alla tristezza generale, che -un portinaro comparve ad uno sportello della porta, grande appena -abbastanza per lasciare passare le sue parole. Egli vide una donna, -una donna di distinzione, una donna vestita elegantemente, e ciò non -ostante la porta continuò a restare sempre chiusa. — Ma, aprite dunque! -disse la baronessa. - -— Prima di tutto, signora, chi siete? domandò il portinaro. - -— Chi sono io? ma voi mi conoscete. - -— Noi non conosciamo più nessuno, signora. - -— Ma siete pazzo, amico mio, gridò la baronessa. - -— Da parte di chi venite? — Oh questo è forte! - -— Signora, scusatemi ma questo è l’ordine: il vostro nome? - -— La baronessa Danglars, mi avrete veduta venti volte. - -— È possibile, signora. Ora chi volete? - -— Oh! quanto siete strambo! ed io mi lagnerò col sig. de Villefort -della impertinenza della sua servitù. - -— Signora, questa non è impertinenza, ma cautela; nessuno entra più -qui senza una parola d’ordine del sig. dottor d’Avrigny, o senza aver -parlato al sig. procuratore del Re. - -— Ebbene, è precisamente a lui che debbo parlare. - -— Per affare di premura? - -— Dovete bene accorgervene, dappoichè non sono ancora risalita in -carrozza. Ma finiamola: ecco il mio biglietto di visita, portatelo al -vostro padrone. - -— La signora aspetterà il mio ritorno? — Sì, andate. - -Il portinaro richiuse lo sportello lasciando la baronessa sulla strada. -La baronessa, è vero, non aspettò lungamente; un momento dopo la -porta si aprì in una larghezza sufficiente da dar passaggio alla sig.ª -Danglars: ella passò, e la porta si richiuse subito dopo dietro a lei. -Arrivati nel cortile, il portinaro senza perdere un momento di vista la -porta, cavò un fischietto e fischiò. Il cameriere del sig. de Villefort -comparve sulla scala. — La signora scuserà questo brav’uomo, diss’egli -venendo incontro alla baronessa, ma i suoi ordini sono precisi: il sig. -de Villefort mi ha incaricato di dire alla signora, che egli non poteva -fare altrimenti. - -Nel cortile vi era un fornitore, introdotto con le stesse cautele, di -cui si esaminavano le mercanzie. - -La baronessa salì la scala: e le causava una grandissima impressione -quella tristezza, che dilatava, per così dire, il circolo della sua, -e, sempre guidata dal cameriere, fu introdotta nel gabinetto del -magistrato, senza che la sua guida l’avesse un momento perduta di -vista. - -Per quanto la sig.ª Danglars fosse preoccupata dal motivo che la -guidava in quel luogo, il ricevimento che le era stato fatto da tutto -quel servitorame le era sembrato così indegno, ch’ella cominciò dal -lamentarsene. Ma Villefort sollevò la testa appesantita dal dolore, e -la guardò con un sorriso così triste, che le lagnanze le si spensero -sulle labbra. - -— Scusate i miei servitori per un terrore di cui non posso lor fare -un delitto; caduti in sospetto, sono divenuti sospettosi. — La sig.ª -Danglars aveva spesse volte sentito a parlare in società di quel -terrore che accusava Villefort, ma ella non avrebbe mai potuto credere, -se non lo avesse sperimentato coi proprii occhi, che questo sentimento -avesse potuto essere portato ad un tal punto. — Voi pure, diss’ella, -siete dunque infelice! - -— Sì, signora, rispose il magistrato. — Voi dunque allora mi -compiangerete? — Sinceramente, signora. - -— Capirete ciò che mi conduce a voi? — Voi venite per parlarmi di -quanto vi accade, non è vero? — Sì, signore, una terribile disgrazia. — -Vale a dire una sventura. - -— Una sventura! gridò la baronessa. - -— Ahimè! signora, rispose il procuratore del re colla sua calma -imperturbabile, son giunto a non chiamare disgrazia che le cose -irreparabili. - -— Signore, credete voi che si dimenticherà? - -— Tutto si dimentica, signora, disse Villefort; il matrimonio di vostra -figlia si farà domani, se non si fa oggi; fra otto giorni, se non si -fa domani, e non credo che sia vostra idea desiderare il fidanzato di -madamigella Eugenia. - -La sig.ª Danglars guardò Villefort stupefatta di vedergli questa -tranquillità quasi scherzosa: — Sono io venuta qui da un amico? domandò -ella con tuono pieno di dolorosa dignità. - -— Voi sapete che sì, signora, rispose Villefort, le cui guance si -copersero, nel fare questa assicurazione, di un leggero rossore. — In -fatto questa assicurazione faceva allusione ad avvenimenti diversi da -quelli che occupavano in questo momento la baronessa e lui: — Ebbene! -allora, disse la baronessa, siate più affettuoso, mio caro Villefort, -portatevi da amico, e non da magistrato, e quando io mi ritrovo -profondamente infelice, non mi dite d’essere gaia. - -Villefort s’inchinò. — Quando sento a parlare di disgrazie, signora, -diss’egli, ho preso da tre mesi la dolorosa abitudine di pensare alle -mie, ed ancora nel mio spirito si fa, mio malgrado, questa egoistica -operazione di parallelo. Ecco perchè, in faccia alle mie disgrazie, le -vostre mi sembrano disavventure; ecco perchè, vicino alla mia funesta -posizione, la vostra mi sembra una posizione da invidiarsi; ma ciò vi -dispiace, lasciamolo. Voi dicevate, signora... - -— Io veniva per sapere, a che ne è l’affare di questo impostore? - -— Impostore! replicò Villefort; davvero, signora, voi avete stabilito -di esagerare sul conto vostro alcune cose, e di attenuarne altre; -impostore; il sig. Andrea Cavalcanti, o piuttosto il sig. Benedetto, vi -sbagliate, signora, il sig. Benedetto è bello e bene un assassino. - -— Signore, non nego l’aggiustatezza della vostra rettificazione, ma -più vi armerete severamente contro questo disgraziato, più colpirete -la nostra famiglia. Vediamo, dimenticatelo per un momento; invece di -perseguitarlo, lasciatelo fuggire. - -— Voi venite troppo tardi, gli ordini sono stati già dati. - -— Ebbene! se si arresta... Credete che verrà arrestato? - -— Io lo spero. - -— Se si arresta, (ascoltate, sento sempre dire che le prigioni -rigurgitano) ebbene, lasciatelo in prigione. - -Il procuratore del Re fece un movimento negativo. - -— Almeno fino a che mia figlia si sia maritata! - -— Impossibile, signora, la giustizia ha le sue formalità. - -— Anche per me? disse la baronessa metà ridente e metà seria. — -Villefort la guardò con uno sguardo con cui esplorava il pensiero. — -Sì, io so quel che volete dire, riprese egli; voi fate allusione a quei -rumori sparsi nella società, che tutti questi morti che da tre mesi mi -vestono a lutto, che questa morte alla quale è sfuggita Valentina quasi -per miracolo, non sien naturali? - -— Io non pensava a ciò, disse vivamente la sig.ª Danglars. - -— Se vi pensavate, era giusto, perchè non potete far a meno di -pensarvi, e di dire a voi stessa sotto voce: — Tu che perseguiti il -delitto, rispondi, come va dunque che intorno a te vi sono dei delitti -che restano impuniti? - -La baronessa impallidì. - -— Voi vi dicevate così, non è vero, signora? - -— Ebbene! lo confesso. - -— Io vi risponderò. - -Villefort avvicinò la sua sedia al seggio della sig.ª Danglars; indi -appoggiando le due mani sullo scrittoio, e prendendo una intonazione -più sorda del consueto: - -— Vi sono dei delitti che restano impuniti, diss’egli, perchè non si -conoscono i rei, e si teme di colpire una testa innocente invece della -colpevole. Ma quando questi colpevoli saranno conosciuti, chiunque -essi siano, lo giuro, morranno. Ora, dopo il giuramento che ho fatto, e -che manterrò, signora, avrete il coraggio di chiedermi grazia per quel -miserabile? - -— Eh! signore, riprese la baronessa, siete sicuro ch’egli sia tanto -colpevole quanto si dice? - -— Ascoltate, ecco la sua filza: Benedetto, condannato da prima a -cinque anni di galera per falsario, nell’età di sedici anni; il giovine -prometteva bene, come vedete; indi evaso, poi assassino. - -— E chi è questo disgraziato? - -— E chi lo sa! un vagabondo, un Corso. - -— Non è stato dunque reclamato da nessuno? - -— Da nessuno, non si conoscono i suoi parenti. - -— Ma quell’uomo ch’era venuto da Lucca? - -— Un altro barattiere come lui, forse il suo complice. - -La baronessa congiunse le mani: — Villefort! diss’ella con la sua più -dolce ed accarezzante intenzione. - -— Per bacco! signora, rispose il procurator del Re, con una fermezza -che non era esente da secchezza. Non mi domandate dunque mai grazia -per un delinquente! Chi sono io? la legge. Forse che la legge ha occhi -per vedere la vostra tristezza? forse che la legge ha orecchi per -sentire la dolce vostra voce? forse che la legge ha una memoria per -fare l’applicazione dei vostri delicati pensieri? No, signora no, la -legge ordina, e quando la legge ordina, colpisce! mi direte che sono un -essere vivente, e non un codice, un uomo, e non un volume; guardatemi, -signora, guardate intorno a me; gli uomini, mi hanno essi trattato -come un fratello? mi hanno amato? hanno avuto dei riguardi per me? mi -hanno risparmiato? qualcuno ha domandato grazia pel sig. de Villefort, -e questo qualcuno ha ottenuta la grazia del sig. de Villefort? No! -no! no! percosso, sempre percosso! Voi persistete, donna, o piuttosto -sirena che siete, a guardarmi con quell’occhio attraente ed espressivo -che mi ricorda che io debbo arrossire. Ebbene! sia, sì, arrossirò di -ciò che sapete, e forse forse di altre cose! Ma finalmente, dopo che -ho mancato a me stesso, e forse più fortemente degli altri, ebbene! da -quel tempo io ho scosso le vesti degli altri, per ritrovar l’ulcera, -e l’ho sempre ritrovata, a dir di più, ho ritrovato con felicità, -con gioia, questo suggello della debolezza, o della umana perversità! -poichè ciascun uomo che riconosceva colpevole, e ciascun colpevole che -io colpiva, mi sembrava una prova vivente, e una prova novella, che io -non era una schifosa eccezione! Ahimè! ahimè! ahimè! tutti gli uomini -non sono cattivi, non sono cattivi, signora, proviamoli, e colpiamo i -cattivi! - -Villefort pronunciò queste ultime parole con una rabbia febbrile, che -dava al suo linguaggio una feroce eloquenza. - -— Ma, riprese la sig.ª Danglars provando di tentare un ultimo sforzo, -voi dite che questo giovine è un vagabondo, un orfano, un abbandonato -da tutti. - -— Tanto peggio! o piuttosto tanto meglio; la provvidenza ha disposto -così, perchè nessuno abbia da pianger su lui. - -— Questo è un accanirsi sul debole, signore. - -— Il debole che assassina. - -— Il disonore ricade sulla mia famiglia. - -— Non ho forse la morte nella mia? - -— Ah! signore, gridò la baronessa, voi siete senza pietà per gli altri! -ebbene, son io che ve lo dico, gli altri saranno senza pietà per voi! - -— Sia! disse Villefort innalzando le braccia al cielo. - -— Rimettete almeno la causa di questo disgraziato, se lo arrestano, -alle prossime sedute, ciò accorderà almeno sei mesi di tempo acciò -venga tutto dimenticato. - -— No, disse Villefort, ho ancora cinque giorni: l’informazione del -processo è fatta; cinque giorni è un tempo anche maggiore di quel che -mi abbisogna; del resto, non capite, signora, che io pure ho bisogno di -dimenticare? Ebbene! quando lavoro, e lavoro notte e giorno, vi sono -dei momenti in cui dimentico me stesso; e quando non mi sovvengo di -me, sono felice alla maniera dei morti; ma questo è anche meglio che -soffrire. - -— Signore, egli è fuggito: lasciatelo fuggire, l’inerzia è una clemenza -facile. - -— Ma io vi dico che è troppo tardi; alla punta del giorno il telegrafo -lavorava, ed a quest’ora forse... - -— Signore, disse un cameriere entrando, un dragone ha portato questo -dispaccio del ministro dell’Interno. - -Villefort afferrò la lettera, e la dissigillò. La sig.ª Danglars -fremette di terrore, Villefort rabbrividì di gioia. - -— Arrestato! gridò Villefort; è stato arrestato a Compiègne; è finito. - -La sig.ª Danglars si alzò fredda e pallida: - -— Addio, signore, diss’ella. - -— Addio, signora, rispose il procurator del Re quasi allegro nel -ricondurla fino alla porta. Indi ritornando allo scrittoio: - -— Andiamo, diss’egli percuotendo la lettera col dorso della mano -destra; aveva un falsario, aveva tre furti, aveva due incendi, non mi -mancava che un assassinio, eccolo; la sessione sarà bella! - - - - -IC. — L’APPARIZIONE. - - -Come lo aveva detto il procurator del Re alla sig.ª Danglars, Valentina -non era ancor rimessa. Spossata dalla fatica, ella era infatto -obbligata a letto, e fu nella sua camera, e dalla bocca della sig.ª -de Villefort, ch’ella seppe gli avvenimenti che abbiam raccontati, -vale a dire, la fuga di Eugenia e l’arresto di Cavalcanti, o piuttosto -di Benedetto, come portava contro di lui l’accusa d’assassinio. Ma -Valentina era così debole, che questo racconto non le fece forse tutto -quell’effetto che avrebbe prodotto su lei, quando fosse stata nel pieno -possesso della sua salute. Infatto, non furono che vaghe idee, formule -irrisolute, mischiate a strani pensieri, ed a fantasmi fuggitivi, quali -sono quelli che nascono in un cervello malato, o che passano davanti -agli occhi, ma ben presto si cancellano, per lasciar riprendere tutte -le loro forze alle sensazioni personali. - -Durante il giorno, Valentina era ancora mantenuta nella realtà dalla -presenza di Noirtier, che si faceva portare nella camera di sua nipote, -e si tratteneva là covando Valentina col suo sguardo paterno; indi, -quando ritornava da Palazzo, era a sua volta il sig. de Villefort che -passava una o due ore fra suo padre e sua figlia. Alle sei Villefort -si ritirava nel suo gabinetto; alle otto veniva il sig. d’Avrigny -che portava da sè stesso la pozione della notte, preparata per la -giovanetta; indi Noirtier veniva trasportato nelle sue stanze. Allora -un’infermiera scelta dal dottore, sostituiva tutti, ed essa stessa -non si ritirava, che verso le dieci o le undici, quando Valentina si -era addormentata. Nel discendere rimetteva le chiavi della camera di -Valentina al sig. de Villefort stesso, di modo che non si poteva più -entrare dalla malata, se non che traversando dall’appartamento della -sig.ª de Villefort, e dalla camera del piccolo Edoardo. Morrel veniva -tutte le mattine da Noirtier, per sentire le notizie di Valentina; ma -Morrel, cosa straordinaria, sembrava di giorno in giorno meno inquieto. -Prima di tutto perchè di giorno in giorno Valentina, quantunque in -preda ad una esaltazione nervosa, stava meglio; indi Monte-Cristo -non gli aveva detto, quando tutto perduto corse a lui, che se in due -ore Valentina non era morta, era salva? Ora, Valentina viveva ancora, -ed erano passati quattro giorni. Questa esaltazione nervosa, di cui -abbiam parlato, perseguitava Valentina fino nel suo sonno, o piuttosto -nello stato di sonnolenza che succedeva alla veglia: era allora che -nel silenzio della notte e nella mezza oscurità che lasciava regnare -il lume notturno posto sul caminetto, che bruciava nel suo inviluppo -d’alabastro, essa vedeva passare quelle ombre che vanno a popolare la -camera dei malati, e che scuotono la febbre dalle loro ali fremebonde. -Allora le sembrava di vedere a volte Morrel che le stendeva le braccia, -a volte degli esseri quasi stranieri alla sua vista ordinaria, come -il conte di Monte-Cristo; non vi era fino ai mobili, che in questi -momenti di delirio, non le sembrassero muoversi, ed errare: e ciò -durava così fino alle due o alle tre dopo la mezza notte, momento in -cui un sonno di piombo s’impadroniva della giovanetta, e la conduceva -fino a giorno. La sera che seguiva quella mattina, in cui Valentina -aveva appreso la fuga di Eugenia e l’arresto di Benedetto, ed in cui, -dopo essersi immischiati un momento alle sensazioni della propria -esistenza, questi avvenimenti cominciavano ad uscire a poco a poco dal -suo pensiero, dopo la successiva realtà di Villefort, di d’Avrigny, e -di Noirtier, mentre che suonavano le undici all’orologio di San Filippo -di Roule, e che l’infermiera, dopo aver messa alla portata della mano -della malata la bevanda preparata dal dottore, e chiusa la porta della -camera, ascoltava fremendo, nella camera da lavoro ove era ritirata, -i comentari dei domestici, ed arricchiva la sua memoria delle lugubri -istorie, che da tre mesi spaventavano le serate dell’anticamera del -procurator del Re, una scena inattesa accadeva in questa camera chiusa -tanto accuratamente. Erano già dieci minuti circa che la infermiera -si era ritirata. Valentina, in preda da un’ora a quella febbre che -ritornava ogni notte, lasciava la testa, non più sottomessa alla sua -volontà, continuare quel lavorio attivo monotono ed implacabile del -cervello che si affatica a riprodurre incessantemente gli stessi -pensieri o a generare le stesse immagini. Dal lucignolo del lume -notturno si slanciavano mille e mille raggi tutti abbelliti di strane -significazioni, quando d’un subito al suo riflesso tremulo, Valentina -credè vedere la scansia dei suoi libri, posta di fianco al caminetto -in uno scavo del muro, aprirsi lentamente, senza che i cardini sui -quali essa sembrava raggirarsi producessero il minimo rumore. In altri -tempi Valentina avrebbe afferrato il campanello, e ne avrebbe tirato -il cordone per chiamare soccorso: ma niente la meravigliava più nella -situazione in cui si ritrovava. Ella aveva la coscienza che tutte -queste visioni che la circondavano erano le figlie del suo delirio, -e questa convinzione le era venuta da ciò, che la mattina non era mai -rimasta alcuna traccia di tutti quei fantasmi della notte che sparivano -col giorno. - -Dietro la porta comparve una figura umana. Valentina si era, mercè la -sua febbre, troppo familiarizzata con questa specie di apparizione -per spaventarsi; ella aperse soltanto due grand’occhi sperando di -riconoscere Morrel. - -La figura continuò ad avanzarsi verso il letto, indi si fermò, e parve -ascoltare con profonda attenzione. - -In questo momento un riflesso del lume andò sul viso del notturno -visitatore. — Non è lui, mormorò ella. - -Ed aspettò convinta di sognare, che questo uomo, come accade nei sogni, -sparisse, o si cambiasse in qualche altra persona. Si toccò soltanto il -polso, e sentendolo battere violentemente, si ricordò che il miglior -mezzo di fare sparire queste importune visioni, era quello di bere; -la freschezza della bevanda, composta d’altra parte nello scopo di -calmare le agitazioni di cui Valentina si era lamentata col dottore, -che facendole diminuire la febbre, le arrecava un rinnovamento di -sensazione del cervello; quando ella aveva bevuto per un momento si -sentiva meglio. - -Valentina stese dunque la mano a fine di prendere il bicchiere dal -piatto di cristallo su cui posava, ma mentre che ella allungava fuori -del letto il braccio tremante, l’apparizione fece ancora due passi più -sollecitamente degli altri e giunse così vicina alla giovanetta, che -ella ne intese il soffio, e credè sentire la pressione della sua mano. - -Questa volta l’illusione o piuttosto la realtà sorpassava tutto ciò -che Valentina aveva provato fino allora; ella si cominciò a credere -realmente viva e sveglia; ebbe la coscienza che godeva di tutta la sua -ragione, e fremette. - -La pressione che aveva risentita Valentina, aveva per iscopo di -fermarle il braccio. Valentina lo ritirò lentamente a sè. Allora questa -figura, da cui non poteva staccare lo sguardo, e che sembrava piuttosto -protettrice che minacciante, prese il bicchiere, e si avvicinò al lume -e guardò la bevanda, come se avesse voluto giudicarne la trasparenza -e la limpidezza. Ma questa prima prova non bastò a quest’uomo, o -piuttosto a questo fantasma, poichè camminava così dolcemente, che -il tappeto soffocava il rumore dei suoi passi; quest’uomo prese dal -bicchiere un cucchiaio di bevanda e l’inghiottì. Valentina guardava -ciò che accadeva davanti ai suoi occhi con un profondo sentimento di -stupore. Ella credeva bene che tutto ciò era vicino a sparire per dar -posto ad un altro quadro; ma l’uomo, invece di svanire come un’ombra, -si riavvicinò a lei, e stendendo il bicchiere a Valentina, e con -una voce piena di emozione: — Ora, diss’egli, bevete!... — Valentina -rabbrividì. Questa era la prima volta che una delle sue visioni le -parlava con quel suono vivente; aprì la bocca per mandare un grido. -L’uomo posò un dito sulle labbra. - -— Il sig. di Monte-Cristo! mormorò ella. — Allo spavento che si dipinse -negli occhi della giovanetta, al tremito delle sue mani, al gesto -rapido che fece per nascondersi sotto le lenzuola, si poteva conoscere -l’ultima lotta del dubbio contro la convinzione; ciò nonostante la -presenza di Monte-Cristo nella sua camera in simile ora, la sua entrata -misteriosa, fantastica, inesplicabile da un muro, sembravano una -impossibilità alla sconvolta ragione di Valentina. - -— Non chiamate, non vi spaventate, disse il conte, non abbiate neppure -in fondo al cuore l’ombra di un sospetto, di una inquietudine; l’uomo -che vedete innanzi a voi (perchè infatto questa volta avete ragione, -Valentina, e questa non è un’illusione), l’uomo che vedete innanzi -a voi è il più tenero padre, il più rispettoso amico che possiate -figurarvi. — Valentina non trovò niente da rispondere; aveva una -paura così grande di questa voce, che le rivelava la reale presenza di -colui che parlava, che temeva di associarvi la sua, ma il suo sguardo -spaventato voleva dire: se le vostre intenzioni son pure, perchè siete -qui? - -Colla sua meravigliosa sagacità il conte capì tutto ciò che accadeva -nel cuore della giovinetta. - -— Ascoltatemi, disse egli, o piuttosto guardatemi, vedete i miei occhi -arrossiti e il mio viso più pallido ancora dell’ordinario? questo -è perchè da quattro notti non ho più chiuso l’occhio un minuto; da -quattro notti veglio su voi, vi proteggo, vi conservo al nostro amico -Massimiliano. - -Un’onda di sangue montò rapidamente alle guance dell’ammalata; poichè -il nome che avea pronunziato il conte le toglieva il residuo di -diffidenza che le aveva inspirato. - -— Massimiliano!... ripetè Valentina, tanto questo nome le sembrava -dolce a pronunziare; Massimiliano! egli dunque vi ha confessato tutto? - -— Tutto: mi ha detto che la vostra vita era la sua, ed io gli ho -promesso che vivreste. - -— Voi gli avete promesso che io vivrei? — Sì. - -— Infatto, signore, avete parlato di vigilanza e di protezione. Siete -dunque medico? - -— Sì, ed il migliore che il cielo possa ora mandarvi, credetemi. - -— Voi dite che vegliate? e dove? non vi ho veduto. - -Il conte stese la mano nella direzione della scansia: - -— Io era nascosto dietro a quella porta, disse egli; questa porta mette -in una casa vicina che ho presa in fitto. - -Valentina per un momento di pudico orgoglio, voltò gli occhi e con -un sovrano terrore: — Signore, diss’ella, ciò che voi avete fatto è -una demenza senza esempio, e questa protezione che mi avete accordata -assomiglia molto ad un insulto. - -— Valentina, diss’egli, durante questa lunga veglia, ecco le sole -cose che ho vedute: quali persone venivano da voi, quali alimenti vi -preparavano, quali bevande vi servivano, poi quando queste bevande mi -sembravano pericolose, come ho fatto ora, vuotava il vostro bicchiere -e sostituiva al vostro veleno una bevanda benefattrice, che invece -della morte che vi era stata preparata, facesse circolare la vita nelle -vostre vene. - -— Il veleno! la morte! gridò Valentina, credendosi nuovamente sotto -l’impero di qualche febbrile allucinazione; che dite dunque, signore? - -— Zitta! figlia mia, disse Monte-Cristo portando nuovamente il dito -alle labbra; ho detto il veleno, ho detto la morte, ciò ripeto, la -morte; ma prima bevete questo. - -Il conte cavò dalla saccoccia una boccettina contenente un liquore -rosso del quale versò alcune goccie nel bicchiere; — E quando avrete -bevuto non pigliate più niente in tutta la notte. — Valentina allungò -la mano; ma appena ebbe toccato il bicchiere la ritirò con ispavento. -— Monte-Cristo prese il bicchiere, ne bevè la metà, e lo presentò -a Valentina che trangugiò sorridendo il restante del liquore che -conteneva, — Oh! sì, diss’ella, riconosco il gusto delle mie bevande -notturne, e quest’acqua che apportava un poco di freddo al mio petto, -un poco di calma al mio cervello. Grazie, signore, grazie. - -— Ecco in che modo avete vissuto da quattro notti, Valentina, disse il -conte; ma in che modo viveva io? Oh! quali ore crudeli mi avete fatto -passare! Oh! quali terribili torture non ho sofferto, quando vedeva -versare nel vostro bicchiere il veleno mortale, quanto tremava che -aveste il tempo di beverlo, prima che io avessi quello di spanderlo nel -caminetto! - -— Voi dite, signore, riprese Valentina al colmo del terrore, che avete -sofferto mille torture, vedendo versare nel mio bicchiere un veleno -mortale? Ma se avete veduto versare il veleno nel mio bicchiere, avrete -pur veduto la persona che lo versava? - -— Sì. — Valentina si sollevò a sedere riportando sul suo petto più -pallido della neve, la battista ricamata ancor molle dal sudore freddo -del delirio al quale cominciava ad associarsi il sudore più ghiacciante -ancora del terrore: - -— Voi l’avete veduta? ripetè la giovanetta. - -— Sì, disse una seconda volta il conte. - -— Ciò che mi dite è terribile, signore, ciò che mi volete far credere -ha qualche cosa di infernale. Che! nella casa di mio padre! nella mia -camera! sul mio letto di patimento si continua ad assassinarmi? Oh! -ritrattatevi, signore, voi tentate la mia coscienza, voi bestemmiate la -divina bontà; è impossibile, ciò non può essere. - -— Siete voi dunque la prima che questa mano colpisce, Valentina? non -avete veduto cadere intorno a voi il sig. de Saint-Méran, Barrois? non -avreste veduto cadere il sig. Noirtier, se la cura che egli fa da tre -anni non lo avesse protetto, combattendo il veleno coll’abitudine del -veleno? - -— Oh! mio Dio! fu dunque per questo, disse Valentina, che da circa un -mese il mio buon nonno esige che io prenda una parte della sua pozione? - -— E queste pozioni, disse Monte-Cristo, hanno un gusto amaro come -quello della scorza d’arancio mezza secca. - -— Sì, mio Dio! sì! - -— Oh! ciò mi spiega tutto, disse Monte-Cristo; egli sa che qui si -avvelena, e forse chi avvelena. Egli ha premunito voi, sua figlia -prediletta, contro la sostanza mortale, e la sostanza mortale è venuta -a spezzarsi contro questo principio di abitudine; ecco in qual modo -vivete ancora: cosa che non sapeva spiegare, dopo che eravate stata -avvelenata con una sostanza che non la perdona. - -— Ma chi è dunque l’assassino, l’uccisore? - -— Io prima vi domanderò: non avete mai veduto entrare nessuno nella -notte in questa vostra camera? - -— Può darsi. Spesso ho creduto veder passar delle ombre, che si -avvicinavano, si allontanavano, e sparivano. - -— Per cui non conoscete chi attenta alla vostra vita? - -— No; e perchè vi può essere qualcuno che desideri la mia morte? — Lo -conoscerete in breve, disse Monte-Cristo tendendo le orecchie. — E in -che modo? disse Valentina, guardando con terrore intorno a sè. - -— Perchè questa sera, non avete più nè febbre nè delirio, perchè questa -sera siete ben svegliata, perchè ora suona la mezzanotte, e questa è -l’ora degli assassini. - -— Mio Dio! mio Dio! disse Valentina asciugandosi con la mano il sudore -che le stillava dalla fronte. - -Infatto mezzanotte suonava lentamente e tristemente; si sarebbe detto -che ciascun colpo del martello di bronzo ripercuoteva sul cuore della -giovanetta! — Valentina, continuò il conte, richiamate tutte le forze -in vostro soccorso, comprimete il vostro cuore nel petto, chiudete la -vostra voce nella gola, fingete di dormire, e vedrete, vedrete... - -Valentina afferrò la mano del conte: — Mi sembra di sentir del rumore, -ritiratevi. - -— Addio, o piuttosto a rivederci, rispose il conte; — indi con un -sorriso così tristo e così paterno, che la giovanetta ne fu penetrata -da riconoscenza, raggiunse sulla punta dei piedi la porta dietro la -scansia. Ma fermandosi prima di richiuderla dietro a sè: — Non un -gesto, diss’egli, non una parola; che vi si creda addormita, senza di -che, forse sareste uccisa prima che avessi il tempo d’accorrere. - -E dopo questa spaventosa ingiunzione, il conte disparve dietro la -scansia, che si richiuse sollecitamente dopo il suo passaggio. - - - - -C. — LOCUSTA. - - -Valentina rimase sola; due altri orologi a pendolo, che erano in -ritardo con quello di San Filippo di Roule, suonarono ancora mezza -notte a differenti intervalli. - -Indi, ad eccezione del rumore di qualche carrozza lontana, tutto -ricadde nel silenzio. Allora l’attenzione di Valentina si concentrò -sulla pendola della sua camera, nella quale il bilanciere marcava i -secondi. Ella se li mise a contare ed osservò ch’erano il doppio più -lenti delle pulsazioni del suo cuore. - -E frattanto ella ancora dubitava: l’inoffensiva Valentina non si poteva -figurare che qualcuno desiderasse la sua morte; perchè? con quale -scopo? che male aveva ella fatto da poterle suscitare un nemico? Non -v’era timore ch’ella si addormisse. Una sola idea, una idea terribile -teneva il suo spirito attento: era che potesse essere qualcuno che -avesse tentato d’avvelenarla, e che stava per tentarlo una seconda -volta. Se questa volta una tal persona, stanca di vedere l’inefficacia -del veleno, come lo aveva detto Monte-Cristo, avesse ricorso al ferro, -se il conte non avesse avuto il tempo di accorrere? se ella fosse -prossima all’ultimo suo momento? Se non avesse più potuto rivedere -Morrel? - -A questo pensiero, che la copriva ad un tempo di livido pallore, -e di agghiacciato sudore, Valentina era preparata ad afferrare -il cordone del campanello, ed a chiamare soccorso. Ma le sembrava -vedere, a traverso la scansia dei libri sfavillare l’occhio del conte, -quest’occhio che vegliava sul suo avvenire, che, quando vi pensava, -l’opprimeva di una tale vergogna, ch’ella domandava a se stessa, -se mai la riconoscenza giungerebbe a cancellare il penoso effetto -dell’indiscreta amicizia del conte. Venti minuti, venti eterni minuti -passarono in tal modo, poi altri dieci minuti ancora; finalmente la -pendola stridendo un minuto secondo prima; finì col battere un colpo -sulla molla sonora. - -In questo stesso momento, il grattare impercettibile di un’unghia -contro il legno della scansia avvisò Valentina che il conte vegliava, e -le raccomandava di vegliare. - -In fatto dalla parte opposta, vale a dire verso la camera di Edoardo, -sembrò a Valentina di sentire cigolare il piancito di legno, ella -tese l’orecchio, trattenne la respirazione quasi soffocata; si sentì -stridere la maniglia della serratura, e la porta girò sopra i gangheri. -Valentina si era sollevata sul gomito, ed appena ebbe il tempo di -lasciarsi ricadere sul letto coprendosi gli occhi con un braccio. - -Indi tremante, agitata, col cuore stretto da indicibile spavento, ella -aspettò. Qualcuno si avvicinò al letto e ne sfiorò il cortinaggio. - -Valentina raccolse tutte le sue forze, e lasciò sentire quel mormorio -regolare della respirazione, che annunzia un sonno tranquillo. — -Valentina! disse una voce sommessa. - -La giovanetta fremette fino al fondo del cuore, ma non rispose. — -Valentina! ripetè con lo stesso tuono la stessa voce. — Il medesimo -silenzio: Valentina aveva promesso di non svegliarsi. Poscia rimase -immobile. Soltanto ella intese il rumore appena sensibile di un liquido -che cadeva in un bicchiere ch’ella aveva vuotato. Allora ella osò, -sotto il riparo del suo braccio steso, di socchiudere le palpebre. Ella -vide una donna, in pettinatore bianco, che vuotava nel suo bicchiere -un liquore che prima era contenuto in una boccetta. In questo breve -momento, Valentina forse trattenne la respirazione o fece senza dubbio -qualche movimento, poichè la donna inquieta, si fermò e si chinò sul -letto per meglio vedere s’ella dormiva realmente: era la sig.ª de -Villefort. - -Valentina, nel riconoscere sua matrigna, fu presa da un fremito acuto -che impresse un movimento al suo letto. - -La sig.ª de Villefort si addossò tosto al muro, e là, nascosta dietro -al cortinaggio del letto, muta e attenta, spiò fino al minimo dei -movimenti di Valentina. - -Questa si ricordò le terribili parole di Monte-Cristo, e le era -sembrato nella mano che non teneva la boccetta, di veder brillare una -specie di coltello lungo e affilato. - -Allora Valentina, richiamando tutto il potere della volontà in -soccorso, si sforzò di chiudere gli occhi; ma questa funzione del più -timoroso dei nostri sensi, questa funzione d’ordinario così semplice, -diveniva in questo momento quasi impossibile ad eseguirsi, tanto -l’avida curiosità faceva sforzi per respingere questa palpebra e -riconoscere la verità. Però, rassicurata dal silenzio nel quale aveva -ricominciato a farsi sentire il rumore eguale della respirazione di -Valentina, e che ella dormiva, la sig.ª de Villefort stese di nuovo il -braccio, e, rimanendo per metà nascosta dietro il cortinaggio riunito -al capezzale del letto, terminò di vuotare nel bicchiere di Valentina -il contenuto della sua boccetta. Indi si ritirò senza che il minimo -rumore avvertisse Valentina ch’ella era partita. - -Il grattare di un’unghia nella scansia tolse Valentina da quello stato -di torpore nel quale era immersa, e che rassomigliava ad un’asfissia. - -Ella sollevò la testa a stento, la scansia, sempre silenziosamente, -girò una seconda volta e Monte-Cristo ricomparve. — Ebbene! domandò il -conte, dubitereste ancora? - -— Oh! mio Dio! mormorò la giovanetta. - -— Avete veduto? - -— Ahimè! — Valentina mandò un gemito. — Sì, diss’ella, ma non vi posso -credere. - -— Desiderate piuttosto morire, e far morire Massimiliano?... - -— Mio Dio! mio Dio! ripetè la giovanetta quasi smarrita; ma non posso -dunque lasciare la casa? salvarmi? - -— Valentina, la mano che vi perseguita vi raggiungerà da per tutto; a -forza d’oro, verranno sedotti i vostri domestici, e si presenterà a voi -la morte mascherata sotto tutti gli aspetti, nell’acqua inzuccherata -che beverete, nel frutto che coglierete dall’albero... - -— Ma non mi avete detto che la cautela presa dal mio buon nonno mi -aveva premunito contro il veleno? - -— Contro uno dei veleni, ed anche non impiegato a forte dose; si -cambierà il veleno o si aumenterà la dose. - -Egli prese il bicchiere e vi accostò le labbra. - -— E guardate, diss’egli, ciò è già fatto. Non è più colla brucnina -che vi si avvelena, è con un semplice narcotico. Riconosco il gusto -dell’alcool nel quale è stato sciolto. Se aveste bevuto ciò che la -sig.ª de Villefort ha versato in questo bicchiere, Valentina! sareste -perduta! - -— Ma; mio Dio! perchè dunque son perseguitata in tal modo? - -— Come! voi siete tanto buona, tanto dolce, tanto poco credula del -male, che non avete capito, Valentina? - -— No, disse la giovanetta, non le ho mai fatto male. - -— Ma voi siete ricca, Valentina, avete 200 mila lire di rendita, e le -togliete a suo figlio. - -— In che modo? I miei beni mi vengon dai miei parenti. - -— Senza dubbio, e se il sig. e la sig.ª di Saint-Méran son morti, -fu perchè voi ereditaste dai vostri parenti; ecco perchè, dal giorno -in cui anche il sig. Noirtier vi fece sua erede, egli fu condannato -a morte: ora è la vostra volta, voi dovete morire, Valentina; e ciò -affinchè vostro padre erediti da voi, e vostro fratello divenuto figlio -unico, erediti da vostro padre. - -— Edoardo? ed è per lui che si commettono tanti delitti? - -— Ah! voi capite finalmente. - -— Ah! mio Dio! purchè tutto questo non ricada su lui! - -— Voi siete un angiolo, Valentina. - -— Ma hanno dunque rinunciato ad uccidere mio nonno? - -— Si è riflettuto che, morta voi, meno il caso di una diseredazione, -i beni di lui andranno naturalmente a vostro fratello, e si è pensato -che questo delitto, in fin dei conti, era inutile, ed anzi doppiamente -pericoloso a commetterlo. - -— Ed è nello spirito di una donna che ha potuto nascere una simile -combinazione? Oh! mio Dio! mio Dio! - -— Ricordatevi Perugia, il pergolato dell’albergo della Posta, l’uomo -del mantello scuro che vostra madre interrogava sull’_acqua-tofana_; -ebbene da allora tutto questo infernale disegno ha maturato nel suo -cervello. - -— Oh! signore, gridò la giovanetta struggendosi in lagrime, quando è -così, vedo bene che son condannata a morire. - -— No, Valentina, no, poichè io ho preveduti tutti i complotti; no, -perchè la nostra nemica è vinta, poichè è indovinata; no, voi vivrete, -Valentina, vivrete per amare ed essere amata, vivrete per essere -felice, e per rendere felice un cuor nobile; ma, Valentina, per vivere, -bisogna avere piena confidenza in me. - -— Ordinate, signore, che debbo fare? - -— Bisogna inghiottire ciecamente quel che vi darò. - -— Oh! Dio mi è testimonio, gridò Valentina, che se fossi sola amerei -meglio lasciarmi uccidere. - -— Non vi confiderete a nessuno, neppur a vostro padre? - -— Mio padre non entra in questo spaventoso complotto, non è vero -signore? disse Valentina giungendo le mani. - -— No. Eppure vostro padre, uomo abituato alle scuse criminali, deve -avere dei sospetti che tutte queste morti che accadono nella sua casa -non siano naturali. Vostro padre, avrebbe dovuto vegliare su voi, -avrebbe dovuto essere a quest’ora nel posto che occupo io; avrebbe -dovuto aver di già vuotato questo bicchiere; avrebbe dovuto infine -indirizzarsi contro l’assassino. Spettro contro spettro, — mormorò egli -terminando la sua frase sotto voce. - -— Signore, farò di tutto per vivere, perchè vi son due esseri al mondo -che mi amano, e che morrebbero se io morissi: mio nonno e Massimiliano. - -— Io veglierò su loro come ho vegliato su voi. - -— Ebbene, disponete di me, — disse Valentina: indi soggiunse a bassa -voce: — Oh mio Dio! che accadrà di me? - -— Qualunque cosa vi accada, Valentina, non vi spaventate se soffrite, -se perdete la vista, l’udito, il tatto, non temete di niente; se vi -risvegliate senza saper dove siete, non abbiate paura, doveste nello -svegliarvi, trovarvi in qualche caverna sepolcrale, o chiusa in una -bara; richiamate subito il vostro spirito e dite a voi stessa: «In -questo momento un amico, un padre, un uomo che vuole la mia felicità e -quella di Massimiliano, veglia su me.» - -— Ahimè! ahimè! quale terribile estremità! - -— Valentina; preferite denunziar la vostra matrigna? - -— Amerei meglio morir cento volte! oh! sì, morire! - -— No, voi non morrete, qualunque cosa vi accada, mi promettete, che non -vi lamenterete, che spererete! - -— Io penserò a Massimiliano. - -— Siete la mia prediletta; io sol posso salvarvi, vi salverò. - -Valentina al colmo del terrore congiunse le mani (ella s’accorgeva bene -che era giunto il momento di domandare a Dio coraggio), e si dirizzò -per pregare, mormorando delle parole interrotte, e dimenticando che le -sue bianche spalle non avevano altro velo che la lunga capigliatura, e -che le si vedeva battere il cuore sotto il fino merletto del corpetto -da notte. Il conte appoggiò dolcemente la mano sul braccio della -giovanetta, ricondusse fino al collo il trapunto di velluto, e con un -sorriso tutto paterno: - -— Figlia mia, diss’egli, credete nella mia affezione, come credete -nella bontà di Dio, e nell’amore di Massimiliano. - -Valentina fissò su lui uno sguardo di riconoscenza, e restò docile, -come un fanciullo, sotto i suoi veli. - -Allora il conte cavò dal taschino del gilè la scatola di smeraldo, -sollevò il coperchio d’oro, e versò nella mano di Valentina una piccola -pastiglia rotonda della grandezza di un pisello. Valentina la prese -coll’altra mano, e guardò il conte attentamente: vi era sui lineamenti -di questo intrepido protettore un riflesso della maestà della celeste -possanza. Era evidente che Valentina lo interrogava collo sguardo. - -— Sì, rispose questi. — Valentina portò la pastiglia alla bocca, e -l’inghiottì. — Ed ora, a rivederci, figlia mia, diss’egli; vado a -provar di dormire perchè ora siete salvata. - -— Andate, disse Valentina; qualunque cosa mi accada, vi prometto non -aver paura. — Monte-Cristo tenne lungamente gli occhi fissi sulla -giovanetta, che a poco a poco si addormiva, vinta dalla forza del -narcotico che il conte le aveva dato. Allora prese il bicchiere, ne -vuotò tre quarti nel caminetto, perchè si fosse potuto credere che -Valentina avesse bevuto ciò che mancava, lo rimise sul tavolino da -notte; indi passando dietro alla scansia, disparve, dopo aver dato un -ultimo sguardo a Valentina, che si addormiva con quella confidenza e -candore con cui un angiolo riposa ai piedi del Signore. - - - - -CI. — VALENTINA. - - -Il lume da notte continuava ad ardere sul caminetto di Valentina, -consumando le ultime gocce d’olio che galleggiavano ancora sull’acqua; -di già un cerchio più rossigno colorava l’alabastro del globo, di già -la fiamma più viva lasciava sentire gli ultimi crepitii che sembrano, -negli esseri inanimati, le ultime convulsioni dell’agonia, tanto -spesso paragonate a quelle delle povere creature umane: una luce cupa -e sinistra rifletteva un colore opale sul cortinaggio bianco e sulle -coperte della giovanetta. - -Tutti i rumori della strada erano cessati per questa volta, ed il -silenzio interno era spaventoso. Allora si aprì la porta della camera -di Edoardo, ed una testa, che abbiamo già veduta un’altra volta, -comparve sullo specchio opposto alla porta. Era la sig.ª de Villefort -che ritornava per vedere l’effetto della sua bevanda. - -Ella si fermò sulla soglia, ascoltò il crepitio della lampada, solo -rumore percettibile in questa camera, che si sarebbe creduta deserta, -indi si avanzò dolcemente verso la tavola da notte per vedere se -il bicchiere di Valentina era stato vuotato. Non ve ne era che un -quarto, come abbiam veduto. La sig.ª de Villefort lo prese, e lo andò -a versare nelle ceneri, che ella smosse per facilitare l’assorbimento -del liquido, indi pulì con cura il cristallo, lo asciugò col proprio -fazzoletto, e lo rimise sulla tavola da notte. - -Se lo sguardo di qualcuno avesse potuto penetrare nell’interno di -quella camera avrebbe veduta l’esitanza della sig.ª de Villefort nel -fissare i suoi occhi su Valentina ed accostarsi al letto. Quella -lugubre luce, quel silenzio, quella terribile poesia della notte, -venivano senza fallo a cambiarsi colla spaventevole poesia della sua -coscienza; l’avvelenatrice aveva paura di guardare l’opera sua. - -Prese finalmente ardire, allontanò la cortina, si appoggiò al capezzale -del letto, e si curvò su Valentina. - -La giovinetta non respirava più; i suoi denti chiusi a metà, non -lasciavano sfuggire un atomo di quel soffio che manifesta la vita; le -labbra imbiancandosi avevan cessato di fremere; gli occhi velati da -un vapore violetto, che sembrava essersi infiltrato sotto la pelle, -formavano una sporgenza più bianca nella direzione in cui il globo -gonfiava la palpebra, e le lunghe ciglia nere rigavano una pelle già -pallida come la cera. La sig.ª de Villefort contemplò quel viso con una -espressione eloquentissima nella sua immobilità; allora si aumentò il -suo ardire, e sollevò la sua mano sul cuore della giovanetta... Esso -era muto e agghiacciato. - -Ciò che batteva sotto la sua mano, erano le arterie delle sue dita; -ella ritirò la mano rabbrividita. - -Il braccio di Valentina pendeva fuori del letto; questo braccio, -con tutta la sua parte superiore dalla spalla al cubito sembrava -modellato su quello di una delle Grazie di Germano Pilon; ma -l’avambraccio leggermente deforme per un increspamento, ed il polso -di una forma purissima, si appoggiavano, un poco irrigiditi, e colle -dita allontanate, sull’acacia del letto. La radice delle unghie era -bluastra. - -Per la sig.ª de Villefort non v’era più dubbio, tutto era finito; -l’opera terribile, l’ultima che volesse compire, era consumata. -L’avvelenatrice nulla più aveva da fare in quella camera; ella -addietrò con tanta cautela ch’era visibile ch’ella temeva il romor -dei suoi piedi sul tappeto; ma nel ritirarsi teneva ancora sollevata -la cortina, assorbendo quello spettacolo della morte, che porta in -sè una irresistibile attrazione fin che la morte non ha prodotta -la decomposizione, ma soltanto la immobilità; mentre finchè dura il -mistero, non vi è ancora il ribrezzo. - -I minuti passavano, la sig.ª de Villefort sembrava non potersi staccare -da quella cortina che teneva sospesa come una sindone al disopra della -testa di Valentina. Ella pagò il suo tributo alla meditazione. La -meditazione del delitto deve essere il rimorso. In questo momento i -crepitii del lume raddoppiarono. A questo romore la sig.ª de Villefort -fremette, e lasciò ricadere la cortina. Nello stesso punto il lume si -spense, e la camera fu immersa in una spaventosa oscurità. Allora la -pendola suonò le quattro e mezzo. - -L’avvelenatrice, spaventata da queste successive commozioni, cercò a -tastoni la porta, e rientrò nelle sue camere col sudore dell’angoscia -sulla fronte. L’oscurità continuò per due ore dopo. Indi, a poco a -poco, una sinistra e debole luce penetrò nell’appartamento, filtrando -dagli interstizi delle persiane, poscia si fe’ maggiore, e venne a -restituire il colore e la forma agli oggetti ed ai corpi. - -Fu in questo momento che si sentì per le scale la tosse della -infermiera che entrò nella camera di Valentina, con una tazza in mano. -Per un padre, per un’amante il primo sguardo sarebbe stato risolutivo, -Valentina era morta; per questa mercenaria, Valentina dormiva. - -— Buono! diss’ella avvicinandosi alla tavola da notte, ella ha bevuto -una parte della sua pozione, il bicchiere è a due terzi vuoto; — indi -andò al caminetto, riaccese il fuoco, s’istallò in una poltrona, e -quantunque uscisse allora dal letto approfittò del sonno di Valentina -per dormire ancora alcuni momenti. La pendola la svegliò suonando le -otto. - -Allora meravigliata di questo sonno ostinato, spaventata da quel -braccio pendente fuori del letto, e che l’addormentata non aveva ancora -ricondotto a sè, ella si avanzò verso il letto, ed allora soltanto notò -quelle labbra fredde, e quel petto agghiacciato. Voleva riportare il -braccio vicino al corpo, ma il braccio non obbedì che con una certa -rigidezza spaventosa, sulla quale non poteva ingannarsi un’infermiera. -Mandò un orribile grido. - -Indi correndo alla porta: — Soccorso! gridò ella, soccorso! — Come -soccorso? chiese dal fondo della scala il sig. d’Avrigny. — Era l’ora -in cui il dottore aveva presa l’abitudine di venire. — Come soccorso? -gridò la voce del sig. de Villefort uscendo precipitosamente dal -gabinetto; dottore, avete udito chiamar soccorso? - -— Sì, sì, montiamo, rispose il sig. d’Avrigny, montiamo presto; è dalla -camera di Valentina. — Ma prima che il padre ed il dottore fossero -entrati, gl’inservienti che si ritrovavano nello stesso piano, sparsi -per le camere o pei corridori, erano entrati, e vedendo Valentina -pallida ed immobile sul letto, alzando le mani al cielo, vacillavano -come se avessero avuto le vertigini. — Chiamate la sig.ª de Villefort, -svegliate la sig.ª de Villefort, — gridò il procurator del Re, dalla -porta della camera, nella quale sembrava non osasse entrare. Ma i -domestici, invece di rispondere, guardavano il sig. d’Avrigny ch’era -entrato, era corso a Valentina e la sollevava sulle braccia: — Anche -questa... mormorò egli, lasciandola ricadere. Oh! mio Dio! mio Dio! e -quando vi stancherete? - -Villefort si slanciò nell’appartamento: — Che dite, mio Dio! gridò -alzando le mani al cielo, dottore! - -— Dico che Valentina è morta, rispose il sig. d’Avrigny con voce -solenne, e terribile nella sua solennità. - -Il sig. de Villefort stramazzò, come se le gambe si fossero incrociate, -e cadde colla testa contro il letto di Valentina. - -Alle parole del dottore, alle grida del padre i domestici spaventati -fuggirono mandando sorde imprecazioni. S’intesero pei corridori e per -le sale i loro passi precipitati, poscia un movimento nei cortili, -indi tutto finì; il rumore si estinse; dal primo fino all’ultimo, essi -avevano disertato da quella casa maledetta. - -In quel momento la sig.ª de Villefort, col braccio per metà infilzato -nel pettinatore da mattina, sollevava la portiera; per un momento -restò sulla soglia in atto di interrogare gli assistenti, e chiamando -in suo aiuto alcune lagrime ribelli. D’un subito ella fece un passo, -o piuttosto uno sbalzo colle braccia stese verso la tavola da notte: -aveva veduto d’Avrigny piegarsi con curiosità su questa tavola, e -prendere il bicchiere ch’ella era certa di aver vuotato nella notte. -Il bicchiere si ritrovava pieno per un terzo, precisamente come era -quando ella ne aveva gettato il contenuto nelle ceneri. Lo spettro di -Valentina ritto davanti l’avvelenatrice avrebbe prodotto minor effetto -su di lei. - -Di fatto era quello il colore della bevanda che aveva versata nel -bicchiere di Valentina, e da questa bevuta; era quello il veleno che -non poteva ingannare l’occhio del sig. d’Avrigny, e che d’Avrigny -guardava attentamente; era quello un miracolo che senza dubbio -faceva Dio, affinchè restasse, ad onta di tutte le cautele prese -dall’assassino, una prova, una denunzia del delitto. Frattanto, -mentre la sig.ª de Villefort era rimasta immobile, come la statua del -terrore, mentre Villefort, colla testa nascosta nelle lenzuola del -letto mortuario, non vedeva niente di ciò che accadeva intorno a lui, -d’Avrigny si avvicinava alla finestra per meglio esaminare coll’occhio -il contenuto del bicchiere, e gustandone una goccia presa sulla punta -di un dito: - -— Ah! mormorò egli, ora non è più la brucnina; vediamo che cosa è! — -Allora corse ad uno degli armadii della camera di Valentina, armadio -trasformato in farmacia, e cavando dalla sua piccola nicchia d’argento -una boccetta d’acido nitrico, ne lasciò cadere alcune gocce nello opale -del liquido, che in un subito si cambiò in un mezzo bicchiere di sangue -vermiglio. — Ah! fece d’Avrigny coll’orrore del giudice a cui si scopre -la verità, e colla soddisfazione dello scienziato a cui si svela un -problema. - -La sig.ª de Villefort si girò un minuto su sè stessa, i suoi occhi -lanciarono fiamme, indi si spensero; ella cercò vacillante la porta -colla mano, e disparve. - -Un momento dopo s’intese il rumore di un corpo che cadde sull’assito. -Ma nessuno vi fece attenzione; la infermiera stava occupata a guardare -l’analisi chimica, Villefort era sempre annientato. Il sig. d’Avrigny -soltanto aveva seguito con gli occhi la sig.ª de Villefort, ed aveva -notata la sua precipitata sparizione. Egli sollevò la portiera della -camera di Valentina, ed il suo sguardo, a traverso dell’appartamento -di Edoardo, potè penetrare in quello della sig.ª de Villefort, ch’egli -vide priva di sensi e stesa sul piancito: — Andate a soccorrere la -sig.ª de Villefort, diss’egli all’infermiera, ella si sente male! - -— Ma madamigella Valentina? balbettò questa. - -— Madamigella Valentina non ha più bisogno di soccorsi, d’Avrigny -disse, poichè ella è morta. - -— Morta! morta! sospirò Villefort nel suo parossismo, tanto più -dilaniante, che questa era una notizia incognita, inudita pel suo cuore -di bronzo. - -— Morta! dite voi? gridò una terza voce; chi ha detto che Valentina sia -morta? — I due personaggi si rivolsero, e sulla porta scopersero Morrel -dritto in piedi, pallido, sconvolto, e terribile. Ecco ciò ch’era -accaduto. - -All’ora solita, e per la piccola porta che conduceva al sig. Noirtier, -Morrel si era presentato. Contro il solito ritrovò la porta aperta; -non ebbe dunque bisogno di suonare il campanello: entrò. Nel vestibolo -aspettò un momento chiamando un domestico qualunque che lo introducesse -presso il sig. Noirtier. Ma nessuno aveva risposto; i domestici, come -si sa, eran tutti disertati dalla casa. Ma Morrel in quel giorno non -aveva alcun particolare motivo di inquietudine. Egli aveva la promessa -di Monte-Cristo, che Valentina sarebbe vissuta, e fino a quel giorno -la promessa era stata mantenuta fedelmente. Ogni sera il conte gli dava -delle buone notizie che la dimane venivano confermate dallo stesso sig. -Noirtier. Però questa solitudine gli sembrò cosa singolare; chiamò -una seconda, una terza volta, ma sempre lo stesso silenzio. Allora -risolvette salire. - -La porta del sig. Noirtier era aperta come tutte le altre. - -La prima cosa che vide, fu il vecchio nel suo seggio, al suo posto -ordinario; ma gli occhi dilatati sembravano esprimere un interno -spavento, che veniva ancor confermato dallo strano pallore sparso su -tutti i suoi lineamenti. - -— Come state, signore? domandò il giovine non senza un certo -stringimento di cuore. - -— Bene, fece il vecchio col suo battere di palpebra. - -Ma la sua fisonomia sembrò aumentar d’inquietudine. - -— Voi siete preoccupato, continuò Morrel, avete bisogno di qualche -cosa; volete che chiami qualcuno dei servitori? — Sì, fece Noirtier. - -Morrel si sospese al cordone del campanello, ma ebbe un bel tirare fino -a romperlo, non venne alcuno. - -Egli si voltò verso Noirtier; il pallore e l’angoscia andavano -crescendo sul viso del vecchio: — Ma, Dio mio! disse Morrel, ma perchè -non viene qualcuno? forse che vi è un malato nella casa? — Gli occhi -di Noirtier sembrarono sul punto di schizzare dalle loro orbite: — -Ma che avete dunque? continuò Morrel, voi mi spaventate... Valentina, -Valentina... — Sì, sì, fece Noirtier. - -Massimiliano aprì la bocca per parlare, ma la lingua non potè -articolare alcuna parola: egli vacillò e si rattenne ad un mobile: indi -stese la mano verso la porta. - -— Sì, sì, sì, fece il vecchio. — Massimiliano si slanciò verso la -piccola scala, che montò in due salti, mentre Noirtier sembrava -gridargli cogli occhi: - -— Più presto! più presto! — Bastò un minuto al giovine per traversare -molte camere solitarie, come tutto il rimanente della casa, e per -giunger fino a quella di Valentina: non ebbe bisogno di spingere la -porta, essa era aperta in tutta la sua grandezza. Un singhiozzo fu -il primo rumore che sentì, egli vide, come attraverso una nube, una -figura nera inginocchiata e perduta in un ammasso confuso di drappi -bianchi. Il timore, lo spaventevole timore, lo inchiodava sulla soglia. -Fu allora che intese una voce che diceva: — Valentina è morta, — e una -seconda voce che, come un eco, rispondeva: — Morta! morta! - - - - -CII. — MASSIMILIANO. - - -Villefort si rialzò quasi vergognoso di essere stato sorpreso -nell’accesso di questo dolore. Il terribile stato che egli esercitava -da 25 anni, era giunto a farne più o meno che un uomo. Il suo sguardo, -un momento perduto, si fissò su Morrel. — Chi siete voi, signore? disse -egli, voi che dimenticate che non si entra così in una casa abitata -dalla morte? Uscite! signore, uscite! — Ma Morrel restava immobile; -egli non poteva staccare gli occhi dal terribile spettacolo di questo -letto in disordine, e dalla pallida figura che vi era stesa sopra. — -Uscite! capite? gridò Villefort mentre d’Avrigny si avanzava dal suo -canto per far uscire Morrel. - -Questi guardò con aria smarrita il cadavere, quei due uomini, tutta la -camera, sembrò esitare un momento, aprì la bocca, indi finalmente, non -trovando una parola da pronunziare, e dall’innumerevole ammasso d’idee -fatali che agitavano il suo cervello, ritornò addietro cacciandosi -le mani fra i capelli, in modo tale che de Villefort e d’Avrigny, un -momento distratti dalla loro preoccupazione, dopo averlo seguito con -gli sguardi, scambiarono fra di loro un’occhiata che voleva dire: — -Egli è pazzo! - -Ma prima che fossero passati cinque minuti, s’intese gemere la scala -sotto un peso considerevole, e si vide Morrel che, con una forza -sovrumana, sollevava il seggio di Noirtier colle braccia e portava il -vecchio al primo piano della scala. Morrel posò il seggio a terra e lo -rotolò rapidamente fino nella camera di Valentina. - -Tutto questo si eseguì con una forza raddoppiata dalla esaltazione -frenetica del giovine. Ma una cosa era spaventosa soprattutto; la -figura di Noirtier, avanzandosi verso il letto di Valentina, spinto da -Morrel, la figura di Noirtier sulla quale l’intelligenza spiegava tutti -i suoi espedienti, di cui gli occhi riunivano tutta la loro possanza -per supplire alle altre facoltà. Così questo viso pallido, collo -sguardo infiammato, fu per de Villefort una spaventevole apparizione. -Ogni volta che egli si era ritrovato a contatto con suo padre, era -sempre accaduto qualche cosa di terribile. - -— Guardate ciò che essi ne han fatto! gridò Morrel appoggiato ancora -con una mano allo schienale del seggio che aveva spinto fin contro il -letto, e l’altra stesa verso Valentina, guardate! padre mio, guardate! - -Villefort rinculò di un passo e guardò con meraviglia questo giovine -che gli era quasi sconosciuto e che chiamava Noirtier suo padre. -In questo momento tutta l’anima del vecchio sembrò passare nei suoi -occhi, che da prima s’iniettarono di sangue, indi gli si gonfiarono le -vene del collo, un colore bluastro, come quello che invade la pelle -dell’epilettico, gli coprì il collo, le guance, e le tempia; non -mancava a questa esplosione interna di tutto l’essere, se non che un -grido e questo uscì, per così dire, da tutti i pori, spaventoso nel suo -mutismo, dilaniante nel suo silenzio. - -D’Avrigny si precipitò verso il vecchio, e gli fece respirare un -violento revulsivo. — Signore, gridò Morrel afferrando la mano inerte -del paralitico, si domanda chi son io, e qual diritto ho di essere -qui. Oh! voi che lo sapete, ditelo, ditelo! — E la voce del giovine -si spense con un singulto. In quanto al vecchio, la sua respirazione -anelante gli scuoteva il petto. Si sarebbe detto che egli era in preda -a quelle agitazioni che precedono l’agonia. - -Finalmente alcune lagrime stillarono dagli occhi di Noirtier, più -felice del giovine che singhiozzava senza poter piangere. Non potendo -piegare la testa, chiuse gli occhi. - -— Dite, continuò Morrel con voce strangolata, dite che io era il suo -fidanzato! dite che ella era la mia nobile amica, il mio solo amore -sulla terra; dite, che questo cadavere mi appartiene! — ed il giovine, -dando il terribile spettacolo di una gran forza che si rompe, cadde -pesantemente in ginocchio davanti a questo letto, che le sue dita -increspate strinsero con violenza. - -Questo dolore era così penetrante che d’Avrigny si voltò per nascondere -la sua emozione, e che Villefort, senza chiedere altra spiegazione, -attirato da quella specie di magnetismo che ci spinge verso quelli che -hanno amato coloro che noi piangiamo, stese la mano al giovine. - -Ma Morrel che nulla vedeva, aveva presa la mano agghiacciata di -Valentina, e, non potendo piangere, mordeva le lenzuola arrossendo. -Per qualche tempo non s’intese in questa camera che il conflitto dei -singulti, delle imprecazioni, e della preghiera. E frattanto un rumore -dominava tutto questo: era la respirazione rauca e straziante, che -sembrava, ad ogni ripresa d’aria, rompere le molle della vita nel petto -di Noirtier. Finalmente Villefort, il più padrone di sè stesso fra -tutti, dopo aver per così dire ceduto per qualche tempo il suo posto -a Massimiliano, prese la parola: — Signore, diss’egli a Massimiliano, -voi amavate Valentina, dite voi, eravate suo fidanzato, ignoravo questo -amore, questo impegno; eppure, io suo padre, vi perdono; poichè, lo -vedo, il vostro dolore è grande, reale e vero. Del resto in me pure il -dolore è grande, perchè resti nel mio cuore posto alla collera. Ma, voi -lo vedete, l’angiolo che speravate ha lasciato la terra, ella non sa -più che fare delle adorazioni degli uomini, ella che a quest’ora, adora -il Signore; fate dunque i vostri addii alla trista spoglia, che ella ha -dimenticato fra noi; stringete un’ultima volta la mano che aspettavate, -e separatevi da lei per sempre; Valentina or non ha più bisogno che di -un prete che la benedica. - -— Vi sbagliate, signore, gridò Morrel, rialzandosi sur un ginocchio, -col cuore traversato da un dolore più acuto di quelli da lui finora -intesi, vi sbagliate! Valentina, è morta, e nel modo che è morta, -non solo ha bisogno di un prete ma ancora di un vendicatore; sig. de -Villefort, mandate a cercare il prete, io sarò il suo vendicatore. - -— Che volete dire, signore? mormorò Villefort, tremante per questa -nuova inspirazione del delirio di Morrel. - -— Voglio dire, continuò Morrel, che in voi esistono due esseri, -signore; il padre ha pianto abbastanza, ora il procurator del Re -cominci il suo ministero. - -Gli occhi di Noirtier sfavillarono, d’Avrigny si avvicinò. — Signore, -continuò il giovine, raccogliendo dagli occhi di tutti gli assistenti -i sentimenti che si risvegliavano sui loro volti, so quel che dico, e -voi sapete, tanto bene quanto me, tutto ciò che son per dire: Valentina -è morta assassinata! — Villefort abbassò la testa; d’Avrigny avanzò -ancora di un passo; Noirtier fece di sì cogli occhi. - -— Ora, signore, continuò Morrel, ai tempi in cui viviamo, una creatura, -ancorchè non così giovane, così bella, così adorabile, una creatura -non dispare sì violentemente dal mondo senza che si domandi conto -della sua sparizione. Andiamo! sig. procurator del Re, aggiunse Morrel -con una veemenza sempre crescente, non vi sia pietà! vi denunzio il -delitto, cercate l’assassino! — E il suo occhio implacabile interrogava -Villefort, che dal canto suo sollecitava uno sguardo, ora da -Noirtier, ora da d’Avrigny. Ma invece di trovar soccorso da suo padre -e dal dottore, Villefort non ritrovò in essi che uno sguardo tanto -inflessibile, quanto quello di Morrel. — Sì, fece il vecchio. - -— Certamente, disse d’Avrigny. - -— Signore, replicò Villefort, tentando di lottare ancor contro questa -triplice volontà, e contro la propria emozione; signore, vi sbagliate, -non si commettono delitti in casa mia, la fatalità mi colpisce, Dio mi -prova, è orribile a pensarsi, ma in casa mia non si assassina nessuno! - -Gli occhi di Noirtier fiammeggiarono, d’Avrigny aprì la bocca per -parlare. Morrel stese la mano raccomandando il silenzio: — Ed io vi -dico che qui si uccide! gridò Morrel abbassando la voce, ma senza -perder nulla della sua terribile vibrazione: vi dico che questa è la -quarta vittima, che si colpisce in quattro mesi! vi dico che si era già -provato una volta, quattro giorni sono, di avvelenare Valentina, e che -questo delitto era andato a vuoto, mercè le cautele che avea prese il -sig. Noirtier! vi dico che fu raddoppiata la dose o cambiata la natura -del veleno, e questa volta è riuscito! vi dico che voi sapete tutto ciò -tanto ben quanto me, poichè il signore, che è qui presente, ve ne ha -avvisato e come medico, e come amico. - -— Oh! siete in delirio! disse Villefort, tentando invan di battersi -entro il cerchio in cui era stato ristretto. - -— Io sono in delirio! gridò Morrel: ebbene! me ne appello al sig. -d’Avrigny stesso. Domandategli, signore, se si ricorda ancora delle -parole che ha pronunziate nel vostro giardino, nel giardino di questo -palazzo, la sera stessa della morte della sig.ª de Saint-Méran, allor -quando entrambi, voi e lui, credevate esser soli; vi trattenevate su -questa morte tragica nella quale quella fatalità di cui parlate, e -Dio che accusavate ingiustamente, non potevano esser contati che per -una sola cosa, vale a dire per aver creato l’assassino di Valentina! -— Villefort e d’Avrigny si guardarono. — Sì, sì, ricordatevi, disse -Morrel, perchè quelle parole, che credevate sciolte al silenzio ed alla -solitudine, sono cadute nelle mie orecchie. Certamente da quella sera, -vedendo la colpevole compiacenza del sig. de Villefort pei suoi, avrei -dovuto scoprir tutto alle autorità; non sarei complice come lo sono in -questo momento della tua morte Valentina! mia Valentina prediletta! -ma il complice diventerà il vendicatore; questo quarto omicidio è in -flagrante, è visibile agli occhi di tutti, e se tuo padre ti abbandona, -Valentina, sta a me, te lo giuro, di perseguitare l’assassino. - -E questa volta, come se la natura avesse avuto alfine pietà di questa -vigorosa organizzazione, pronta ad infrangersi in virtù della propria -forza, le parole gli si spensero nella gola, il petto scoppiò in -singulti, le lagrime, tanto lungamente ribelli, scaturirono dai suoi -occhi, si piegò su sè stesso, e ricadde in ginocchio e piangente vicino -al letto di Valentina. - -Allora toccò la sua volta a d’Avrigny: - -— Ed io pure, disse con voce forte, io pure mi unisco al sig. Morrel -per domandarvi giustizia del delitto; poichè il mio cuore si ribella -all’idea che la mia vile compiacenza ha incoraggiato l’assassino! - -— Oh! mio Dio! mio Dio! mormorò Villefort annientato. — Morrel rialzò -la testa, e leggendo negli occhi del vecchio che lanciavano fiamme -soprannaturali: - -— Osservate, diss’egli, il sig. Noirtier vuol parlare. - -— Sì, fece Noirtier con una espressione tanto più terribile, che tutte -le facoltà di questo povero vecchio impotente eran concentrate nello -sguardo. - -— Conoscete l’assassino? disse Morrel. - -— Sì, replicò Noirtier. - -— E ci guiderete? gridò il giovine. Ascoltiamo, sig. d’Avrigny, -ascoltiamo. — Noirtier indirizzò all’infelice Morrel un sorriso -malinconico, uno di quei sorrisi con gli occhi che tante volte avevan -resa felice Valentina, e in tal modo fissò la sua attenzione: indi, -avendo attaccati, per così dire, gli occhi del suo interlocutore ai -suoi, li voltò verso la porta. - -— Volete che io esca, signore? gridò dolorosamente Morrel. - -— Sì! fece Noirtier. — Ahimè! ahimè! signore, ma abbiate dunque pietà -di me! — Gli occhi del vecchio restarono irremovibilmente fissi verso -la porta. - -— Potrò almeno ritornare? domandò Morrel. - -— Sì. — Debbo uscir solo? — No. — Chi deve dunque venir meco, il sig. -procuratore del Re? — No. - -— Il dottore? — Sì. — Volete restar solo col sig. de Villefort? — Sì. — -Ma potrà egli capirvi? — Sì. - -— Oh! disse il sig. de Villefort quasi contento che la contestazione -si facesse a quattr’occhi; oh! siate tranquillo, capisco benissimo mio -padre. — E mentre diceva così, con una viva espressione di gioia, gli -sbattevano i denti con violenza. D’Avrigny prese il braccio di Morrel, -e trascinò il giovine nella camera vicina. Si fece allora in tutta -quella casa un silenzio più profondo di quello della morte. - -Finalmente, in capo ad un quarto d’ora, si fece sentire un passo -vacillante, e Villefort comparve sulla soglia del salotto ove si -trattenevano d’Avrigny e Morrel, l’uno assorto, l’altro soffocato: — -Venite, diss’egli. - -E li ricondusse presso il seggio di Noirtier. - -Morrel allora guardò attentamente Villefort. La faccia del procurator -del Re era livida, larghe macchie color di ruggine ne vergavan la -fronte; fra le dita era una penna contorta in mille modi e rotta in -diversi pezzi. - -— Signori, diss’egli con voce soffocata a d’Avrigny ed a Morrel, la -vostra parola d’onore che l’orribile segreto rimarrà sepolto fra di -noi? — I due uomini fecero un movimento: — Io ve ne scongiuro!... -continuò Villefort. - -— Ma, disse Morrel, il colpevole! l’uccisore!... l’assassino!... - -— Siate tranquilli, signori, sarà fatta giustizia, disse Villefort. -Mio padre mi ha rivelato il nome del colpevole; mio padre ha sete -di vendetta al par di voi, eppur mio padre vi scongiura come me di -conservare il segreto del delitto. Non è vero, padre mio? - -— Sì, fece risolutamente Noirtier. — Morrel lasciò sfuggire un -movimento d’orrore e d’incredulità. - -— Oh! gridò Villefort, fermando Morrel per un braccio, oh! signore, -se mio padre, l’uomo che conoscete inflessibile, vi fa questa -domanda, è perchè sa, siate tranquilli, è perchè sa che Valentina sarà -terribilmente vendicata. Non è vero, padre mio? — Il vecchio fece segno -di sì. - -Villefort continuò: — Egli mi conosce, ed è la sua parola che io -impegno. Tranquillatevi dunque signore; tre giorni, non vi domando -che tre giorni, è il meno che potreste domandare alla giustizia, e fra -tre giorni la vendetta che avrò presa dell’uccisor di mia figlia, farà -fremere fin dal profondo del cuore, anche gli uomini più indifferenti. - -Dicendo queste parole, egli strideva i denti, e scuoteva la mano inerte -del vecchio. - -— Tutto ciò che vien promesso, sarà mantenuto, sig. Noirtier? domandò -Morrel mentre d’Avrigny lo interrogava con lo sguardo. - -— Sì, fece il vecchio con uno sguardo di sinistra gioia. - -— Giurate dunque, signori, disse Villefort congiungendo le mani di -d’Avrigny e di Massimiliano; giurate che avrete pietà dell’onore di -mia famiglia, e che mi lascerete la cura di vendicarla? — D’Avrigny -si voltò, e mormorò un sì ben debole; ma Morrel strappò la sua mano -da quella del magistrato, si precipitò verso il letto, impresse le sue -labbra sulle labbra agghiacciate di Valentina, e fuggì col lungo gemito -di un’anima che s’ingolfa nella disperazione. - -Abbiam detto che tutti i domestici erano spariti; il sig. de Villefort -fu dunque obbligato di pregare d’Avrigny d’incaricarsi di tutti quegli -atti, così numerosi e delicati, che seco trascina la morte nelle nostre -grandi città; e particolarmente una morte accompagnata da particolarità -così sospette. In quanto a Noirtier, era qualche cosa di terribile il -vedere questo dolore senza movimenti, questa disperazione senza gesti, -queste lagrime senza voce. Villefort rientrò nel gabinetto; d’Avrigny -andò a cercare il medico della municipalità, che adempiva le funzioni -d’ispettore dei trapassati; e che si chiama con tanta energia il -_medico dei morti_. - -Noirtier non volle più lasciare la salma di sua nipote. - -Una mezz’ora dopo il sig. d’Avrigny ritornò col suo confratello; -erano state chiuse le porte di strada, e siccome il portinaro pure -era disparso con tutti gli altri servitori, Villefort stesso andò -ad aprire. Ma si fermò sul pianerottolo, non aveva più il coraggio -di rientrare nella camera mortuaria, ove i due medici entraron soli. -Noirtier era vicino al letto, pallido come la morte; com’essa immobile -e muto. - -Il medico dei morti si avvicinò con la indifferenza dell’uomo che è -assuefatto a passare la metà della vita fra cadaveri, sollevò il drappo -che copriva la giovanetta, ed aprì un poco le labbra di lei. — Oh! -disse d’Avrigny sospirando, povera fanciulla! ella è realmente morta, -andate. - -— Sì, rispose laconicamente il medico, lasciando ricadere il drappo che -copriva il viso di Valentina. - -Noirtier fe’ sentire un sordo rantolo, d’Avrigny si voltò, gli occhi -del vecchio sfavillavano; il buon dottore capì che Noirtier reclamava -la vista di sua nipote; si riaccostò al letto, e mentre il medico dei -morti si lavava le dita nell’acqua col cloruro, scoperse quel placido e -pallido viso, che rassomigliava a quello di un angelo addormentato. - -Una lagrima ricomparve all’angolo dell’occhio di Noirtier, e fu il -ringraziamento che ricevè il dottore. - -Il medico dei morti scrisse il suo processo verbale sull’angolo di -una tavola, nella stessa camera di Valentina, ed adempita questa -suprema formalità, uscì ricondotto dal dottore. Villefort aspettava che -discendessero, e comparve alla porta del suo gabinetto. In poche parole -ringraziò il medico, e voltandosi a d’Avrigny: — E ora, diss’egli, il -prete? - -— Avete un ecclesiastico che desideriate più particolarmente -d’incaricare di pregare per Valentina? - -— No, disse Villefort, andate a cercare il più vicino. - -— Il più vicino, disse il medico dei morti, è un buon abate italiano -che è venuto a dimorar nella casa contigua alla vostra; volete che nel -passare lo prevenga? - -— D’Avrigny, disse Villefort, volete avere la bontà di accompagnare -il signore? Ecco la chiave perchè possiate entrare ed uscire a vostro -piacere: ricondurrete il prete e v’incaricherete di situarlo nella -camera della mia povera figlia. - -— Desiderate parlargli, amico mio? - -— Desidero di restar solo: mi scuserete, n’è vero? Un prete deve -comprendere tutti i dolori, anche il dolore paterno. — Ed il sig. -de Villefort, consegnando un apritutto a d’Avrigny, salutò un’ultima -volta il dottore straniero, rientrò nel suo gabinetto, e vi si mise a -lavorare. - -Per alcune organizzazioni, il lavoro è un rimedio a tutti i dolori. Nel -momento in cui discendevano nella strada, scopersero un uomo vestito -in sottana che stava sulla soglia della porta vicina. — Ecco quello di -cui vi parlava, — disse il medico dei morti a d’Avrigny. Questi andò -incontro all’ecclesiastico; — Signore, diss’egli, sareste disposto -di rendere un gran favore ad un disgraziato padre che ha perduto sua -figlia, al sig. procuratore del Re Villefort? - -— Ah! signore, rispose il prete con un accento italiano dei più -pronunciati, sì, lo so, la morte è nella sua casa. - -— Allora non ho più bisogno di dirvi qual genere di favore ei si -aspetti da voi? - -— Io stesso veniva ad offrirmi, disse il prete; è nella nostra missione -l’andar incontro ai nostri doveri. - -— È una giovanetta. - -— Sì, l’ho saputo dai domestici che fuggivano di casa: si chiamava -Valentina, ed ho già cominciato a pregar per lei. - -— Grazie, grazie, signore, disse d’Avrigny; e poichè avete di già -cominciato ad esercitare il santo vostro ministero, degnatevi di -continuarlo: vi sederete vicino alla morta, e tutta una famiglia -sepolta nel lutto vi sarà grandemente riconoscente. - -— Vi vado, signore, ed oso dire, che non saranno mai state fatte -preghiere più fervide delle mie. — D’Avrigny prese l’abate per la mano, -e senza incontrare Villefort, chiuso nel suo gabinetto, lo condusse -fino alla camera di Valentina, della quale i becchini non dovevano -impadronirsi che la sera susseguente. Entrando nella camera, lo sguardo -di Noirtier si era abbattuto in quello dell’abate, e senza dubbio -credè leggervi qualche cosa di particolare, perchè non lo lasciò più. -D’Avrigny raccomandò al prete non solo la morta, ma anche il vivo, -ed il prete gli promise di dare le sue preghiere alla morta, e di -prestare le sue cure a Noirtier. L’abate vi si obbligò solennemente, e, -senza dubbio, per non essere disturbato nelle sue preghiere, e perchè -Noirtier non fosse disturbato nel suo dolore, andò tosto che d’Avrigny -ebbe lasciata la camera, a chiudere le serrature, non solo della porta -dalla quale era uscito d’Avrigny, ma ancor di quella che metteva nelle -stanze della sig.ª de Villefort. - - - - -CIII. — LA FIRMA DI DANGLARS. - - -Il giorno dopo sorse tristo e nuvoloso. I becchini nella notte avevano -compito il loro funebre ufficio, accomodato il corpo, deposto sul -letto, avvolto nel sudario che ricuopre lugubremente i trapassati, -prestando loro (che che si dica di eguaglianza in faccia alla morte) -un’ultima testimonianza del lusso ch’essi amavano durante la vita. - -Il sudario non era altro che una pezza di magnifica battista, che la -giovanetta aveva comprata quindici giorni prima. Nella serata, uomini -chiamati a questo effetto avevano trasportato Noirtier dalla camera di -Valentina nella sua, e, contro ogni aspettativa, il vecchio non aveva -fatta alcuna difficoltà ad allontanarsi dal corpo di sua nipote. - -L’abate Busoni aveva vegliato fino a giorno, ed a giorno si era -ritirato in casa sua senza chiamar nessuno. - -Verso le otto della mattina, d’Avrigny era ritornato; egli aveva -incontrato Villefort che passava da Noirtier, e lo aveva accompagnato -per sapere in che modo il vecchio aveva passata la notte. Essi lo -ritrovarono nel suo gran seggio, che gli serviva ancora di letto, -dormendo un sonno dolce e quasi sorridente. Entrambi si fermarono -maravigliati sul limitare della porta. — Osservate, disse d’Avrigny -a Villefort che guardava suo padre addormentato; osservate, la natura -sa calmare i più vivi dolori, certamente non si dirà che Noirtier non -amava sua nipote, eppure egli dorme. - -— Sì, ed avete ragione rispose Villefort con sorpresa, egli dorme, ed -è strano, poichè la più piccola contrarietà lo tiene svegliato delle -notti intere. - -— Il dolore lo ha atterrato, replicò d’Avrigny. - -Ed entrambi ritornavano pensierosi al gabinetto del procuratore del -Re: — Osservate! non ho dormito, disse Villefort mostrando a d’Avrigny -il suo letto intatto; il dolore non mi ha atterrato: son due notti che -non dormo; ma invece, guardate il mio scrittoio, ho io scritto, mio -Dio! in queste due notti?... ho sfogliato filze, ho annotato quest’atto -d’accusa contro Benedetto!... oh! lavoro, lavoro, lavoro! mia gioia, -mia rabbia, appartiene a te l’atterrare tutti i miei dolori! — E -strinse convulsivamente la mano a d’Avrigny. - -— Avete voi bisogno di me? domandò il dottore. - -— No, soltanto vi prego di ritornare alle undici; a mezzo giorno ha -luogo.... la partenza... mio Dio! povera la mia figlia! povera figlia -mia! — Il procuratore del Re ritornando uomo, alzò gli occhi al cielo e -mandò un sospiro. - -— Sarete voi nella sala di ricevimento? - -— No, ho un cugino che s’incarica di questo tristo onore: io lavorerò, -dottore, quando lavoro tutto sparisce. - -Infatto il dottore non era giunto alla porta, che il procurator del -Re si era messo al lavoro. Sulla scalinata d’Avrigny incontrò questo -parente di cui gli aveva parlato Villefort; personaggio insignificante -in questa storia, come in quella famiglia, uno di quegli esseri che -sono destinati nascendo a rappresentare in società la parte della -inutilità. - -Era puntuale, vestito di nero, col velo crespo al braccio, e si era -portato da suo cugino con una figura che si era fatta, e che contava di -conservare finchè vi fosse stato bisogno, per lasciarla poi in seguito. -All’undici le carrozze funebri rumoreggiavano sul selciato del cortile, -e la strada del sobborgo Sant’Onorato si riempiva del mormorio della -folla, avida egualmente delle gioie e dei lutti dei ricchi, e che corre -ad un mortorio pomposo colla stessa fretta che al matrimonio di una -duchessa. A poco a poco la sala mortuaria si riempì, e si vide giungere -da prima una parte delle nostre antiche conoscenze, come sarebbe -Debray, Beauchamp, Château-Renaud, quindi tutte le persone più illustri -del tribunale, delle camere, della letteratura, dell’esercito, poichè -il sig. de Villefort occupava il primo rango di un’alta posizione -sociale, meno per la sua carica, che per i suoi meriti personali. - -Il cugino stava alla porta e faceva entrare tutti, e per -gl’indifferenti era un gran sollievo, bisogna dirlo, quello di -ritrovar là una persona indifferente, che non esigeva dagl’invitati -una fisonomia mentita, o false lagrime, come avrebbe fatto un padre, un -fratello, un fidanzato. - -Quelli che si conoscevano si chiamavano collo sguardo e si riunivano in -gruppi. Uno di questi gruppi era composto di Debray, di Château-Renaud, -e di Beauchamp. — Povera giovanetta! disse Debray pagando, del resto, -come ciascuno, quasi suo malgrado, un tributo a questo doloroso -avvenimento. Povera giovanetta! così ricca! così bella! Lo avreste -pensato, Château-Renaud, quando venimmo, circa due settimane o un mese -al più, per firmare il contratto, che poi non fu firmato? - -— In fede mia no, disse Château-Renaud. - -— La conoscevate? - -— Aveva parlato una o due volte con lei, al ballo della sig.ª de -Morcerf, fra le altre; ella mi sembrò graziosa, quantunque di uno -spirito un po’ malinconico. Ov’è sua matrigna, lo sapete? - -— È andata a passare questo giorno con la moglie di questo degno -signore che ci riceve. - -— E chi è costui? forse un deputato? - -— No, disse Beauchamp; son condannato a vedere i nostri onorevoli tutti -i giorni, ed egli mi è incognito. - -— Avete parlato di questa morte nel vostro giornale? - -— L’articolo non è mio, ma se ne è parlato; e dubito che aggradisca al -sig. de Villefort. Vi è detto, credo: che se quattro morti successive -avessero luogo in tutt’altra casa che in quella del procuratore del Re, -il sig. procurator del Re se ne sarebbe certamente commosso. - -— Del resto, disse Château-Renaud, il dottore d’Avrigny, che è il -medico di mia madre, pretende che Villefort ne sia disperato. Ma che -cercate dunque, Debray? - -— Cerco il conte di Monte-Cristo, rispose il giovine. - -— L’ho incontrato sul baluardo, lo credo sul punto di partire; andava -dal suo banchiere, disse Beauchamp. - -— Dal suo banchiere? il suo banchiere non è Danglars? domandò -Château-Renaud a Debray. - -— Io credo di sì, rispose il segretario intimo con un leggero impaccio; -ma il conte di Monte-Cristo non è solo che manca qui; non vedo Morrel. - -— Morrel! la conosceva forse? domandò Château-Renaud. - -— Credo che sia stato presentato solo alla sig.ª de Villefort. - -— Non importa, avrebbe dovuto venire, disse Debray; di che parlerà egli -questa sera? Questi funerali sono la notizia della giornata; ma zitti, -attenti, ecco il ministro della Giustizia. - -Beauchamp aveva detto il vero; portandosi all’invito mortuario, aveva -incontrato Monte-Cristo, che dal canto suo si dirigeva all’abitazione -di Danglars, strada Chaussée-d’Antin. - -Il banchiere aveva dalla finestra riconosciuta la carrozza del -conte che entrava nel cortile, e gli era venuto incontro con un -viso tristo, ma affabile. — Ebbene, conte, diss’egli stendendo la -mano a Monte-Cristo, venite a farmi una visita di condoglianza; in -verità la disgrazia è entrata nella mia casa; ed al momento in cui -vi ho scorto, stava interrogando me stesso se avevo fatta alcuna -imprecazione a questi poveri Morcerf, cosa che avrebbe giustificato -il proverbio: a chi vuol male accade male. Ebbene! sulla mia parola, -no, non ho augurato male a Morcerf; egli era forse un orgoglioso, per -un uomo venuto dal niente, come me, e che doveva tutto a sè stesso, -come me; ma ciascuno ha i suoi difetti. Ah! state in guardia, conte, -gli uomini della nostra generazione... ma perdono, conte, voi non -siete della nostra generazione, siete ancor giovine. Gli uomini della -nostra generazione non sono punto fortunati in questo anno: ne fa fede -il nostro puritano procurator del Re Villefort, che ha perduto sua -figlia. Così ricapitoliamo: Villefort, come dicevamo, perde tutta la -sua famiglia in un modo così strano; Morcerf disonorato ed ucciso; io -coperto di ridicolo per la scelleratezza di questo Benedetto, e poi... - -— E poi che? domandò il conte. — Ahimè! lo ignorate? - -— Qualche nuova disgrazia? — Mia figlia... - -— Madamigella Danglars? - -— Eugenia ci lascia. - -— Oh! che mi dite mai! - -— La verità, mio caro conte! quanto siete mai fortunato di non aver nè -moglie nè figli! - -— Voi lo credete? - -— Ah! mio Dio! - -— E che dicevate di madamigella Danglars? - -— Ella non ha potuto sopportare l’affronto che ci ha fatto questo -miserabile, e mi ha chiesto il permesso di viaggiare. — Ed è partita? — -L’altra notte. — Colla sig.ª Danglars? - -— No, con una nostra parente... Ma ciò nullameno la perderemo, questa -cara Eugenia; poichè dubito, col naturale che le conosco, ch’ella non -acconsenta giammai a ritornare in Francia! - -— Che volete caro barone? disse Monte-Cristo, dispiaceri di famiglia, -dispiaceri che potrebbero opprimere un povero diavolo che avesse -riposta tutta la sua fortuna nella figlia, ma sopportabile da un -milionario quale voi siete. I filosofi hanno un bel che dire, e gli -uomini pratici daranno loro sempre una mentita su ciò, il danaro -consola molte afflizioni, e voi dovete esser consolato prima di -qualunque altro, se ammettete la virtù di questo balsamo salutare; -voi il re dei finanzieri, il punto d’intersecazione di tutti i poteri. -— Danglars lanciò un colpo d’occhio obliquo sul conte, per vedere se -scherzava, o se parlava sul serio. - -— Sì, diss’egli, il fatto è, che se la fortuna consola, io debbo esser -consolato, perchè son ricco. - -— Tanto ricco, caro barone, che le vostre ricchezze rassomigliano alle -piramidi; se si vogliono demolire, nessuno l’osa, su qualcuno l’osasse, -nol potrebbe. - -Danglars sorrise sulla bonomia del conte. — Ciò mi ricorda, diss’egli, -che quando siete entrato io stava facendo cinque piccoli boni. Ne aveva -già firmati due, volete permettermi di fare gli altri tre? - -— Fate, mio caro barone, fate. — Vi fu un momento di silenzio, -durante il quale s’intese stridere la penna del banchiere, mentre che -Monte-Cristo guardava gl’intagli dorati del soffitto. - -— _Boni_ di Spagna, disse Monte-Cristo, di Haïti, di Napoli? - -— No, disse Danglars col suo viso singolare, boni ai latore, sulla -banca di Francia; osservate, aggiuns’egli, sig. conte, voi che -siete l’imperatore della finanza, se io ne sono il re. Avete veduti -molti pezzi di questa grandezza che valgono ciascuno un milione? — -Monte-Cristo prese in mano, come per pesarli, i cinque pezzi di carta -che gli presentava orgogliosamente Danglars, e lesse: - - «Piaccia al sig. Reggente della Banca di far pagare al mio - ordine, e sui fondi da me depositati la somma di un milione, - valuta in conto, - - «BARONE DANGLARS» - -— Uno, due, tre, quattro e cinque, fece Monte-Cristo, cinque milioni, -in che modo lavorate, sig. Creso! - -— Ecco come faccio gli affari! disse Danglars. - -— È meraviglioso, se soprattutto, come non dubito, questa somma vien -pagata in contanti. — Essa lo sarà. - -— È una bella cosa l’avere un credito simile. In verità non è che in -Francia ove si vedono tali cose; cinque pezzi di carta valer cinque -milioni, bisogna vederlo per crederlo. - -— Ne dubitate voi? — No. - -— Lo dite in un certo modo... Pigliate, prendetevi questo piacere; -conducete il mio commesso alla banca, e vedrete uscirlo con tanti boni -sul tesoro per la stessa somma. - -— No, disse Monte-Cristo, piegando i cinque biglietti, in fede mia, la -cosa è troppo curiosa e ne farò io stesso l’esperimento. Il mio credito -presso voi era fra noi convenuto in sei milioni, ho preso 900 mila -fr., son cinque milioni, e altri cento mila fr. che restate a darmi: -prendo questi cinque pezzi di carta, che credo buoni alla sola vista -della vostra firma, ed ecco una ricevuta generale di sei milioni che -regolarizzano il nostro conto. Io l’aveva già preparata perchè, bisogna -che vi dica, che ho molto bisogno di danaro in oggi. — E con una mano -Monte-Cristo mise i cinque biglietti in tasca, mentre coll’altra -presentava la ricevuta al banchiere. Un fulmine caduto ai piedi di -Danglars non lo avrebbe oppresso di spavento e di terrore più grande. - -— Che! balbettò egli, che! sig. conte! voi prendete questo danaro? ma -perdono, questo è danaro che debbo agli ospizii, un deposito, ed io -avevo promesso di pagar questa mattina. - -— Ah! disse Monte-Cristo, allora l’affare è diverso: non ho alcuna -premura precisamente a questi cinque biglietti, pagatemi in altra -valuta. Era per mia curiosità che aveva presi questi, affin di poter -dire nella società che, senza alcun avviso, senza chiedermi cinque -minuti di dilazione, la casa Danglars mi aveva pagati cinque milioni in -contante! ciò sarebbe stato notevole! Ma ecco i vostri biglietti, e vi -ripeto, pagatemi in altra valuta, e fatemene degli altri. - -E stese i cinque biglietti a Danglars, che livido, da prima allungò -la mano come un avvoltoio allunga gli artigli a traverso le sbarre -della gabbia per ritener la carne che si tenta di levargli. Ma poscia -si pentì, fece uno sforzo violento su sè stesso, e si contenne: indi -si vide il sorriso arrotondare a poco a poco i lineamenti del suo viso -sconvolto. - -— Veniamo al fatto, diss’egli, la vostra ricevuta val danaro contante? - -— Oh! mio Dio! sì, e se foste a Roma, la casa Thomson e French, su di -una mia ricevuta non farebbe minor difficoltà a pagarvi di quel che -fate voi a pagar me. - -— Perdono, sig. conte, perdono! - -— Posso dunque conservare questi biglietti? - -— Sì, disse Danglars asciugandosi il sudore che gli stillava dai -capelli; conservateli, conservateli. - -Monte-Cristo rimise i cinque biglietti in saccoccia con -quell’intraducibile movimento che vuol dire: - -— Diamine! rifletteteci, se vi pentite, siete ancora in tempo. - -— No, disse Danglars, no, conservate la mia firma. Ma lo sapete, -nessuno è tanto pieno di formalità quanto un uomo di danaro; io -destinava questi fondi agli ospizii, e per un momento avrei creduto -derubarli, non dando loro precisamente questi; come uno scudo -non valesse quanto un altro scudo. Scusate! — E si mise a ridere -rumorosamente, ma di un riso nervoso. - -— Io scuso, disse graziosamente Monte-Cristo, e metto in saccoccia. — E -mise i boni dentro al suo portafogli. - -— Ma, disse Danglars, v’è ancora una somma di cento mila fr. - -— Oh! bagattella, disse Monte-Cristo, l’aggio deve montar circa a -questa somma, tenetela, e sarem pari. - -— Conte, disse Danglars, parlate sul serio? — Monte-Cristo lo guardò -con una serietà che toccava l’impertinenza. E s’incamminava verso -la porta, giusto nel punto in cui il cameriere annunziava il sig. -de Boville, ricevitor generale degli ospizii. — In fede mia, disse -Monte-Cristo, sembra che io sia giunto in tempo per goder delle -vostre firme, esse sono in disputa. — Danglars impallidì una seconda -volta, e si affrettò a prendere congedo dal conte; il quale rispose -con un cerimonioso saluto a quello di de Boville, che stava in piedi -nella camera da ricevimento, e che, passato Monte-Cristo, fu subito -introdotto nel gabinetto del sig. Danglars. Si sarebbe potuto vedere -il viso così serio del conte illuminarsi di un passeggiero sorriso nel -vedere il portafogli che teneva in mano il ricevitore degli ospizii. -Alla porta ritrovò la sua carrozza, e si fece condurre sul momento alla -banca. - -In questo mentre Danglars, comprimendo tutta la sua emozione, veniva -incontro al ricevitor generale. - -Non fa mestieri di dire che il sorriso e la graziosità erano -profondamente impresse sulle labbra di lui. - -— Buon giorno, diss’egli, mio caro creditore, poichè scommetterei ch’è -il creditore che giunge. - -— Avete indovinato giustamente, sig. barone, disse il sig. de Boville; -gli ospizii si presentano a voi nella mia persona. Gli ammalati, le -vedove, gli orfani vengono per mio mezzo a domandarvi una elemosina di -cinque milioni. - -— E si dice che gli orfani son da compiangere! disse Danglars -prolungando lo scherzo! poveri fanciulli! - -— Eccomi che vengo in loro nome: disse il sig. de Boville; dovete aver -ricevuta la mia lettera di ieri? — Sì. - -— Sono qui colla mia ricevuta. - -— Mio caro sig. de Boville, disse Danglars, i vostri malati, le vostre -vedove, i vostri orfani avranno, se acconsentite, la bontà d’aspettare -ventiquattr’ore, che il sig. di Monte-Cristo, che voi avete veduto -uscir di qui... n’è vero? - -— Sì, ebbene? — Ebbene il sig. di Monte-Cristo portava seco i loro -cinque milioni. — In che modo? - -— Il conte aveva un credito illimitato su di me, credito aperto dalla -casa Thomson e French di Roma; egli è venuto a domandarmi la somma -di cinque milioni in un sol colpo; gli ho dato un _bono_ sulla banca: -i miei fondi stanno deposti là, e capirete che io temerei, ritirando -dalle mani del Reggente dieci milioni tutti in un giorno, non avesse -a sembrare cosa troppo strana. In due giorni, aggiunse Danglars -sorridendo, è affare diverso. - -— Allora dunque, gridò il sig. de Boville col tuono di una completa -incredulità, cinque milioni a quel signore che è uscito poco fa, e che -mi ha salutato come se lo conoscessi? - -— Può darsi ch’egli conosca voi senza che voi conosciate lui. Il -sig. di Monte-Cristo conosce tutti: ecco la sua ricevuta. Fate come -l’apostolo che non voleva credere, guardate e toccate. — Il sig. de -Boville prese il foglio che gli presentò Danglars, e lesse: - - «Ho ricevuto dal sig. barone Danglars la somma di cinque milioni - e 900 mila fr., di cui egli si rimborserà a suo piacere sulla - casa Thomson e French di Roma.» - - «CONTE DI MONTE-CRISTO» - -— In fede mia è vero! disse questi. - -— Conoscete la casa Thomson e French? - -— Sì, disse il sig. de Boville; ho fatto un’altra volta un affare di -200 mila fr. con questa, ma dopo non ne ho inteso più parlare. - -— È una delle migliori case d’Europa, disse Danglars rigettando -negligentemente sullo scrittoio la ricevuta di Monte-Cristo che aveva -ritirata dalle mani di de Boville. - -— Ed ei teneva così cinque milioni su voi; ma che! è un nababbo questo -conte di Monte-Cristo? - -— In fede mia egli non so che cosa sia; ma aveva tre crediti -illimitati, uno su me, uno su Rothschild, e uno su Laffitte, e, -aggiunse negligentemente Danglars, come vedete, ha dato a me la -preferenza, lasciandomi centomila fr. per l’aggio del cambio. - -Il sig. de Boville dette tutti i segni della più alta ammirazione. — -Bisognerà che io vada a visitarlo, e che ottenga da lui qualche pia -fondazione. - -— Oh! è come se l’aveste già: le sue elemosine sole montano a più di 20 -mila fr. il mese. - -— È cosa magnifica! d’altra parte gli citerò l’esempio della sig.ª de -Morcerf, e di suo figlio. — Quale esempio? - -— Essi hanno donata tutta la loro fortuna agli ospizii. - -— Quale fortuna? — La loro fortuna, quella del generale de Morcerf -defunto. — E a che proposito? — Al proposito ch’essi non vogliono beni -così miseramente acquistati. — E di che cosa vivranno? — La madre si -ritira in provincia, ed il figlio si arruola. — Senti! senti! questi sì -che sono scrupoli! — Ho fatto registrare ieri l’atto di donazione. — E -quanto possedevano? — Oh! non era gran cosa, un milione e 300 mila fr. -Ma ritorniamo ai nostri milioni. - -— Volentieri, disse Danglars colla maggior naturalezza del mondo. Avete -dunque molta fretta di ritirare questo danaro? - -— Ma sì, il riscontro di cassa si fa domani. - -— Domani! perchè non lo avete detto subito! ma è un secolo, domani! a -che ora succede la verifica di cassa? - -— Alle due pomeridiane. - -— Mandate a mezzogiorno, disse Danglars col suo sorriso. - -Il sig. de Boville non rispondeva gran cosa, faceva di sì colla testa, -ed andava voltando e rivoltando il suo portafogli fra le mani. - -— Ma ora che vi penso, disse Danglars, fate anche meglio. - -— Che volete che io faccia? - -— La ricevuta di Monte-Cristo vale danaro contante: passate con questa -ricevuta da Rothschild o da Laffitte; essi ve la prenderanno sul -momento. - -— Quantunque da pagarsi a Roma? - -— Certamente; non vi potrà costare che un piccolo sconto di sei o -settemila fr. — Il ricevitore fece uno sbalzo in addietro. - -— In fede mia, no, desidero di aspettar domani, come dicevate. - -— Ho creduto per un momento, perdonatemi, disse Danglars con una -estrema impudenza, ho creduto che aveste un piccolo _deficit_, una -piccola mancanza da riempire. - -— Oh! fece il ricevitore. — Ascoltate, ciò si è veduto, e, in questo -caso, si fa un sacrificio. — Grazie a Dio no, disse il sig. de Boville. -— Allora, a domani, n’è vero, mio caro sig. ricevitore? — Sì, a domani, -ma senza fallo? - -— Anche! ma ridete! mandate a mezzogiorno e la banca sarà avvisata. — -Verrò io stesso. - -— Meglio ancora, perchè ciò mi procurerà il piacere di rivedervi. — -E si strinsero la mano. — A proposito, disse il sig. de Boville, non -andate al funerale di questa povera madamigella de Villefort, che ho -incontrato sul baluardo? - -— No, disse il banchiere, sono ancora un poco ridicolo dopo l’affare di -Benedetto, e faccio un tuffo. - -— Bah! avete torto; è forse colpa vostra? - -— Ascoltate, mio caro ricevitore, quando si porta un nome senza macchia -come il mio, si è suscettibili. - -— Tutti vi compiangono, siatene persuaso, e soprattutto si compiange -madamigella vostra figlia. - -— Povera Eugenia! fece Danglars con un profondo sospiro! saprete -ch’ella entra in monastero? — No. - -— Non è che disgraziatamente troppo vero. La dimane dell’avvenimento, -ella ha risoluto partire con una religiosa sua amica, ed è andata a -cercare un convento dei più severi in Italia o in Spagna. - -— Oh! è terribile! — Ed il sig. de Boville si ritirò dopo questa -esclamazione, facendo al padre mille complimenti di condoglianza. -Ma non fu appena fuori, che Danglars, con una energia di gesto che -potranno soltanto intendere quelli che hanno veduto rappresentare -Robert Macaire da Frederick, gridò: — Imbecille!!! — E chiudendo -la quietanza di Monte-Cristo in un piccolo portafogli. — Vieni a -mezzogiorno, diss’egli, e a mezzogiorno, io sarò lontano. - -Indi si chiuse a doppio giro di chiave, vuotò tutti i cassettini della -cassa, riunì un 50 mila fr. in biglietti di banca, bruciò diverse -carte, ne pose altre in evidenza, scrisse una lettera che sigillò e -sulla quale mise per soprascritta: - -«Alla signora baronessa Danglars.» — Questa sera, mormorò egli, io -stesso la metterò sulla sua toletta. - -Indi, cavando da un cassetto un passaporto: — Buono! diss’egli, è -ancora valido per due mesi. - - - - -CIV. — IL CIMITERO DEL PADRE LACHAISE. - - -Il sig. de Boville aveva di fatto incontrato il convoglio funebre che -conduceva Valentina all’ultima sua dimora. - -Il tempo era tetro e nuvoloso; un vento ancora tiepido, ma di già -mortale per le foglie ingiallite, le staccava dai rami poco a poco -spogliati, e le faceva veleggiare sulla folla immensa che ingombrava -i baluardi. Il sig. de Villefort, puro parigino, riguardava il -cimitero del Padre-Lachaise, come il solo degno di ricevere le -spoglie mortali di una famiglia parigina. Gli altri gli sembravano -cimiteri da campagna, appartamenti ammobigliati della morte. Soltanto -al Padre-Lachaise un trapassato di buona società poteva essere -alloggiato come in casa sua. Come abbiam veduto, egli aveva comprato la -concessione a perpetuità sulla quale s’innalzava il monumento popolato -così prontamente da tutti i morti della sua prima famiglia. Si leggeva -sul frontone del mausoleo: - - FAMIGLIA SAINT-MÉRAN E VILLEFORT - -Perchè tale era stata l’ultima volontà della povera Renata madre di -Valentina. Era dunque verso il Padre-Lachaise che s’incamminava il -pomposo corteggio, partito dal sobborgo Sant’Onorato. Fu traversato -tutto Parigi, fu preso pel sobborgo del Tempio, indi pei baluardi -esterni fino al cimitero. Più di 50 carrozze padronali seguivano venti -carrozze di lutto, e dietro a queste 50 carrozze, più di 500 persone -ancora camminavano a piedi. Erano quasi tutti giovinetti che questa -morte di Valentina aveva colpiti come un fulmine, e che, ad onta del -vapore ghiacciale del secolo, e del prosaismo del tempo soffrirono -l’influenza poetica di questa bella, di questa casta, di questa -adorabile giovanetta, divelta nel suo fiore. All’uscire di Parigi si -vide giungere rapidamente una carrozza trasportata da quattro cavalli, -che d’improvviso si fermarono, irrigidendo i loro nervosi garetti, come -fossero state suste d’acciaio: era il sig. di Monte-Cristo. Il conte -discese di carrozza, e venne a confondersi fra la folla che camminava -a piedi dietro il carro funebre. Château-Renaud lo scoperse, discese -subito dal suo _coupé_ e venne ad unirsi a lui, Beauchamp egualmente -lasciò il _cabriolet_ di rimessa nel quale si ritrovava. Il conte -guardava attentamente fra tutti gli interstizii che lasciava la folla; -egli cercava visibilmente qualcuno; finalmente non potè più contenersi. -— Ov’è Morrel? domandò egli. Qualcuno di voi, signori, sa niente ove -sia? - -— Ci siam già fatti questa domanda fin dalla casa mortuaria, disse -Château-Renaud, poichè nessun di noi lo ha scorto. - -Il conte tacque, ma continuò a guardare intorno a sè. Finalmente si -giunse al cimitero. L’occhio penetrante di Monte-Cristo guardò in tutti -i boschetti, e ben presto perdè tutte le inquietudini: un’ombra aveva -strisciato sotto i neri cipressi, e Monte-Cristo senza dubbio scopriva -in essa l’oggetto che cercava. Si sa che cosa è un seppellimento in -questa città di morti: gruppi neri disseminati nei bianchi viali, -un silenzio del cielo e della terra, rotto soltanto dal rumore dello -spezzarsi di qualche ramo, dell’affondarsi di qualche siepe intorno -alla tomba; poi il canto malinconico dei preti al quale viene qua e -là mischiato un singhiozzo sfuggito da un cespuglio di fiori, sotto -il quale si vede qualche donna prostrata con le mani giunte. L’ombra -che aveva notata Monte-Cristo traversò rapidamente il sentiero che -passava dietro la tomba di Abelardo ed Eloisa e venne a situarsi, -cogli assistenti ai becchini alla testa dei cavalli che trascinavano -il corpo, e del medesimo passo pervenne alla direzione scelta per la -sepoltura. Ciascuno guardava qualche cosa. Monte-Cristo non guardava -che quest’ombra appena osservata da quelli che l’avvicinavano. - -Due volte il conte uscì dalle file per vedere se le mani di quest’uomo -cercavano qualche arma nascosta nei propri abiti. Quest’ombra, quando -il corteo si fermò, fu riconosciuta esser quella di Morrel che, -coll’abito nero abbottonato fino al collo, la fronte livida, le guance -solcate, il cappello ammaccato in più posti dalle sue mani convulsive, -si era appoggiato ad un albero situato sur un rialto che dominava il -mausoleo, in modo da non perdere alcuno dei particolari della funebre -cerimonia che si compiva. Tutto terminò secondo l’uso. Alcuni uomini, -e, come sempre, erano i meno impressionati, alcuni uomini pronunciarono -dei discorsi. Gli uni compiansero questa morte prematura; gli altri -si estesero sul dolore di suo padre; ve ne furono degl’ingegnosi per -ritrovar che questa giovanetta aveva più di una volta sollecitato il -sig. de Villefort in favor di quei colpevoli sulla testa dei quali -egli teneva alzata la spada della giustizia; finalmente si terminarono -le metafore fiorite ed i periodi dolorosi, cementando in tutti i modi -le sentenze di Malherbe e Duperier. Monte-Cristo nulla ascoltava, -nulla vedeva, o piuttosto non vedeva che Morrel, di cui la calma e -l’immobilità formavano uno spettacolo spaventoso per colui che solo -poteva leggere ciò che accadeva nel fondo del cuore del giovine -ufficiale. - -— Osserva, disse d’improvviso Beauchamp a Debray, ecco là Morrel! -dove diavolo si è andato a cacciare! — Ed essi lo fecero notare a -Château-Renaud. — Come è pallido! disse questi fremendo. - -— Avrà freddo, replicò Debray. - -— No, disse lentamente Château-Renaud, credo che sia commosso: egli è -un uomo impressionabilissimo. - -— Bah! disse Debray, appena conosceva madamigella de Villefort; l’avete -detto voi stesso. - -— È vero. Però, mi ricordo che al ballo della sig.ª de Morcerf -ha ballato tre volte con lei; sapete, conte, che a quel ballo voi -produceste un grande effetto? - -— No, non lo so, rispose Monte-Cristo, senza sapere a che rispondeva, -nè a chi, tanto era occupato a sorvegliare Morrel, le cui guance -si animavano come accade a quelli che comprimono realmente la loro -respirazione. - -— I discorsi son finiti; addio, signori, disse bruscamente il conte. -— E dette il segnale della partenza, sparendo senza saper per dove -fosse passato. La festa mortuaria era terminata, e gli assistenti -ripresero la strada di Parigi. Château-Renaud solo cercò un momento -Morrel con gli occhi; ma, mentre aveva seguito il conte con gli occhi -al punto che si allontanava, Morrel aveva lasciato il suo posto, e -Château-Renaud, dopo averlo invano cercato, aveva seguito Debray e -Beauchamp. Monte-Cristo si era gettato fra i tigli, e nascosto dietro -una larga tomba, spiava fino il più piccolo movimento di Morrel, che -a poco a poco si accostò al Mausoleo, abbandonato prima dai curiosi e -poi dagli operai. Morrel guardò d’intorno a lui lentamente e vagamente, -ma al momento in cui il suo sguardo abbracciava la parte di cerchio -opposta alla sua, Monte-Cristo si riavvicinò ancora di una diecina di -passi senza essere stato veduto. Il giovine s’inginocchiò. Il conte -col collo teso, l’occhio fisso e dilatato, i calcagni piegati come -per islanciarsi al primo segnale, continuava ad avvicinarsi a Morrel. -Morrel chinò la fronte fin sulla pietra, abbracciò il cancello con ambe -le mani, e mormorò: — Oh! Valentina! — Il cuore del conte fu spezzato -dalla esplosione di queste due sole parole; egli fece anche un passo, -e battendo sulla spalla di Morrel: — Siete voi, amico caro, disse egli; -io vi cercava. — Monte-Cristo si aspettava rimproveri e recriminazioni: -egli s’ingannava. Morrel si voltò dalla sua parte e con una calma -apparente: — Il vedete, disse egli, io pregava! — Lo sguardo scrutatore -di Monte-Cristo percorse il giovine dai piedi alla testa. Dopo questo -esame sembrò più tranquillo. — Volete che vi riconduca a Parigi? disse -egli. - -— No, grazie. — Finalmente desiderate qualche cosa? - -— Lasciatemi pregare. — Il conte si inginocchiò senza fare una sola -obbiezione, ma fu per prendere un nuovo posto di dove egli non perdeva -un sol gesto di Morrel, che finalmente si alzò, si pulì i ginocchi -imbianchiti dalla polvere, e riprese la strada di Parigi, senza voltare -una sola volta la testa. Massimiliano discese lentamente la strada -della Roquette. Il conte rimandò la carrozza, che stazionava alla porta -del cimitero, e lo seguì a cento passi di distanza. - -Massimiliano traversò il canale, e rientrò nella strada Meslay per -la parte dei baluardi. Cinque minuti dopo che la porta fu chiusa da -Morrel, ella si riaprì per Monte-Cristo. - -Giulia era all’entrata del giardino, ove guardava colla più profonda -attenzione mastro Penelon che, prendendo la sua professione di -giardiniere sul serio, lavorava intorno ad un rosaio del Bengal. — Ah! -sig. conte di Monte-Cristo! gridò ella con quella gioia che manifestava -d’ordinario ciascun membro della famiglia, quando Monte-Cristo faceva -visita nella strada Meslay. - -— Massimiliano è entrato ora, n’è vero, signora? dimandò il conte. - -— Credo di averlo veduto passare, sì, riprese la giovine sposa; ma vi -prego, chiamate Emmanuele. - -— Perdono, signora, bisogna che io salga al momento da Massimiliano, -replicò Monte-Cristo; ho da dirgli qualche cosa della più alta -importanza. - -— Andate dunque, fece ella, accompagnandolo con suo grazioso sorriso -fin che non fu disparso per le scale. - -Monte-Cristo raggiunse ben presto il secondo piano, che separava il -pian terreno dall’appartamento di Massimiliano. Giunto sul pianerottolo -ascoltò, nessun rumore si faceva sentire. Come nella maggior parte -delle case antiche abitate da un sol padrone, il pianerottolo non era -chiuso che da una sola porta coi vetri, alla quale non v’era chiave. -Massimiliano si era rinchiuso per di dentro, ed era impossibile -penetrare al di là della porta, una tendina di seta rossa foderava i -vetri. L’ansietà del conte si manifestò per mezzo di un vivo rossore, -sintomo di emozione poco ordinario presso questo uomo impassibile. -— Che fare? mormorò egli. — E riflettè un minuto: — Suonare? riprese -egli; Oh! no! spesso il rumore di un campanello, vale a dire di una -visita, accelera la risoluzione di quelli che si ritrovano nella -situazione in cui dev’essere Massimiliano in questo momento ed allora -al rumore del campanello risponde un altro rumore. — Monte-Cristo -fremette dalla testa ai piedi, e siccome in lui la risoluzione aveva -la rapidità del lampo, dette un colpo col gomito contro un cristallo -della invetrata, che andò in pezzi, indi sollevò la tendina, e vide -Morrel davanti ad uno scrittoio con una penna in mano, che aveva -fatto uno sbalzo sulla sua sedia al rumore del cristallo rotto. — Non -è niente, disse il conte, mille perdoni! caro amico, ho scivolato, e -nello scivolare ho percosso col gomito sul cristallo; poichè è rotto -me ne approfitto per entrare da voi, non v’incomodate. — E passando -il braccio dal vano prodotto per la rottura del vetro, il conte aprì -la porta. Morrel si alzò evidentemente contrariato, e venne incontro -a Monte-Cristo più per barricargli il passaggio che per andarlo a -ricevere: — In fede mia; disse Monte-Cristo strofinandosi il gomito, la -colpa è dei vostri domestici, i vostri pianciti sono lisciati come gli -specchi. - -— Vi siete ferito, signore? domandò freddamente Morrel. - -— Non so. Ma che facevate dunque là? scrivevate? — Io? - -— Voi avete le dita macchiate d’inchiostro. - -— Sì, è vero, rispose Morrel, ciò mi accade qualche volta, quantunque -io sia militare. — Monte-Cristo fece qualche passo nell’appartamento, -e Massimiliano fu obbligato di lasciarlo passare, ma lo seguì. — Voi -scrivevate? riprese Monte-Cristo con uno sguardo impacciante per la sua -immobilità. - -— Ho già avuto l’onore di dirvi di sì, disse Morrel. - -Il conte gettò uno sguardo intorno a sè. — Le vostre pistole di fianco -al calamaio? disse egli, mostrando col dito a Morrel le armi poste sul -suo scrittoio. - -— Parto per un viaggio, rispose con dispetto Massimiliano. - -— Amico mio! disse Monte-Cristo con una voce piena di una infinita -dolcezza. — Signore? - -— Amico mio, non fate risoluzioni estreme, ve ne supplico. - -— Io risoluzioni estreme! disse Morrel stringendo le spalle, che -ritrovate di risoluzione estrema in un viaggio? - -— Massimiliano, disse Monte-Cristo, deponiamo ciascun di noi la -maschera che in questo momento portiamo. Massimiliano, non abusate di -questa calma di comando più di quello che non abuso di voi colla mia -frivola sollecitudine. Capirete bene, che per aver fatto ciò che ho -fatto, per aver rotto un vetro, violato il segreto della camera di un -amico, bisognava che avessi una reale inquietudine, o piuttosto una -terribile convinzione? Morrel, voi volevate uccidervi. - -— Bah! disse Morrel fremendo. Di dove cavate queste idee? - -— Vi dico che volevate uccidervi, continuò il conte col medesimo -tuono di voce, ed eccone la pruova. — Ed avvicinandosi allo scrittoio, -sollevò il foglio bianco che il giovine aveva gettato sulla lettera -incominciata, e prese la lettera. Morrel si slanciò per levargliela di -mano. Ma Monte-Cristo prevedeva il movimento, e lo prevenne afferrando -Massimiliano per un polso e fermandolo come la catena di acciaio ferma -la molla nel mezzo della sua evoluzione. - -— Vedete bene, che volevate uccidervi, Morrel, disse il conte; ciò sta -scritto! - -— Ebbene! gridò Morrel, passando senza transizione dall’apparenza della -calma alla espressione della violenza; ebbene! quando ciò fosse, quando -avessi risoluto di voltar su di me la canna di questa pistola, chi -me lo impedirà? chi avrà il coraggio d’impedirmelo? quando io dirò: -Tutte le mie speranze sono rovinate; il mio cuore è spezzato, la mia -vita è estinta, non vi è più che lutto e disgusto intorno a me; la -terra è divenuta cenere, ogni voce umana mi dilania; quando dirò; è -una pietà lasciarmi morire, perchè se non mi lasciate morire, perdo la -ragione, diventerò pazzo! Vediamo, dite, signore, quando dirò così, -quando si vedrà che lo dico con le angosce e le lagrime del cuore, -mi si risponderà forse; avete torto? Mi si impedirà di non esser più -infelice? dite, signore, dite; avreste forse voi questo coraggio? - -— Sì, Morrel, fece il conte con una voce, la cui calma contrastava -stranamente colla esaltazione del giovine. - -— Voi! gridò Morrel, con una espressione crescente di collera e di -rimprovero; voi che mi avete ingannato con una assurda speranza, che mi -avete trattenuto, cullato, addormito con vane promesse, mentre avrei -potuto con qualche colpo rumoroso, con qualche estrema risoluzione, -salvarla, o almeno vederla morir fra le mie braccia; voi che affettate -tutti gli espedienti dell’intelligenza, tutte le potenze della materia; -voi che rappresentate, o che almeno fate sembiante di rappresentar -sulla terra un emissario della Provvidenza, e che non avete neppur il -potere di dare un contraveleno ad una giovanetta avvelenata! ah! in -verità, signore, mi fareste pietà, se non mi fareste orrore! - -— Morrel!... - -— Sì, mi avete detto di deporre la maschera, ebbene! siate soddisfatto, -la depongo. Sì, quando mi avete seguito al cimitero, sì ho ancora -risposto, perchè il mio cuore è buono; quando siete entrato qui, vi -ho lasciato venire fin qui... Ma poichè venite a bravare fin dentro la -mia camera, ove mi era ritirato come dentro una tomba; poichè apportate -una nuova tortura a me, che credeva di averle stancate tutte, conte di -Monte-Cristo, mio preteso benefattore, conte di Monte-Cristo, salvatore -universale, siate soddisfatto, vedrete morire il vostro amico. - -E Morrel, col sorriso della demenza sulle labbra, si slanciò una -seconda volta verso le pistole. Monte-Cristo, pallido come uno spettro, -ma coll’occhio abbagliante di luce, stese la mano sulle armi, e disse -all’insensato: - -— Ed io, ed io vi ripeto che non vi ucciderete! - -— Impeditemelo dunque! replicò Morrel con un ultimo slancio, che come -il primo, venne ad infrangersi contro il braccio d’acciaio del conte. - -— Ve lo impedirò! - -— Ma chi siete dunque per arrogarvi questo tirannico diritto verso le -creature viventi e pensanti? - -— Chi sono io? ripetè Monte-Cristo. Ascoltate, sono il solo uomo al -mondo che abbia il diritto di dirvi: Morrel, non voglio che oggi muoia -il figlio di tuo padre. — E Monte-Cristo, maestoso, trasfigurato, -sublime, si avanzò colle due braccia incrociate verso il giovine, che -palpitante suo malgrado per la possanza di quest’uomo, rinculò di un -passo! - -— Perchè parlate di mio padre? balbettò egli, perchè mischiate la -rimembranza di mio padre con ciò che mi accade oggi? - -— Perchè io son quello che salvò la vita a tuo padre, un giorno che -voleva uccidersi come oggi il vuoi tu; perchè io sono quell’uomo che -mandò la borsa alla tua giovane sorella, ed il _Faraone_ al vecchio -Morrel; perchè io sono Edmondo Dantès che ti ha fatto scherzare sulle -sue ginocchia, quando eri fanciullo! — Morrel fece ancora un passo in -addietro vacillante, anelante, soffocato, oppresso; indi d’un subito -le sue forze lo abbandonarono, e, con un grido, cadde prosternato ai -piedi di Monte-Cristo: poscia in quella ammirabile natura si fece un -movimento di rigenerazione improvvisa e compiuta: si rialzò, balzò -fuori della camera, e si precipitò nella scala gridando con tutta la -forza della sua voce: — Giulia! Giulia! Emmanuele! Emmanuele! - -Monte-Cristo volle slanciarsi a sua volta, ma Massimiliano si sarebbe -piuttosto fatto uccidere che lasciare la maniglia della porta che -tirava a sè il conte. Alle grida di Massimiliano, Giulia, Emmanuele ed -alcuni domestici accorsero spaventati. Morrel li prese per le mani, e -riaprendo la porta: — In ginocchio! gridò egli con voce soffocata dai -singulti; in ginocchio! questi è il salvatore, questi è il benefattore -di nostro padre! egli è..., stava per dire: egli è Edmondo Dantès! — -Il conte lo fermò afferrandogli un braccio. Giulia si slanciò sulla -mano del conte, Emmanuele lo abbracciò come un nume tutelare; Morrel -cadde per la seconda volta alle sue ginocchia e battè colla fronte la -terra. Allora l’uomo di bronzo sentì il suo cuore dilatarsi nel petto, -un getto di fiamma divorante si partì dalla sua gola, e gli salì agli -occhi, chinò la testa, e pianse. - -Avvenne in questa camera, e per alcuni momenti, un concerto di lagrime -e di gemiti sublimi. Giulia fu appena rimessa dalla profonda emozione -che aveva provata, che balzò fuori della camera, discese un piano, -corse alla sala con gioia ineffabile, e sollevò la campana di cristallo -che ricopriva la borsa data dallo sconosciuto nella casa dei viali -di Meillan. In questo mentre Emmanuele con voce interrotta diceva al -conte: — Oh! sig. conte, come mai, sentendoci parlare così spesso del -nostro sconosciuto benefattore, come mai vedendoci ricordare la sua -memoria con tanta riconoscenza ed adorazione, come mai avete aspettato -fino ad oggi per farvi riconoscere? Oh! questa è crudeltà verso di noi, -ed oserei quasi dire, sig. conte, verso di voi medesimo. - -— Ascoltate, amico mio, disse il conte, ed io posso chiamarvi così, -poichè, senza che voi lo pensaste, siete amico mio da undici anni; -la scoperta di questo segreto è stata la conseguenza di un grande -avvenimento, che voi dovete ignorare. Dio mi è testimonio, che avrei -desiderato tenerlo nascosto nel fondo del mio cuore per tutto il tempo -della mia vita. Vostro fratello Massimiliano me lo ha strappato per -mezzo di violenze di cui si pente, ne sono sicuro. - -Indi vedendo Massimiliano che si era gettato in un angolo contro un -sofà, restando però sempre in ginocchio: - -— Vegliate su lui, soggiunse a bassa voce Monte-Cristo, stringendo in -modo significativo la mano di Emmanuele. - -— Perchè questo? domandò il giovine meravigliato. - -— Non posso dirvi di più; ma vegliate su lui. - -Emmanuele girò per la camera uno sguardo circolare, e scoperse le -pistole di Morrel. I suoi occhi si fissarono spaventati su queste armi, -ch’egli designò a Monte-Cristo, levando lentamente un dito alla loro -altezza. - -Monte-Cristo chinò la testa. Emmanuele fece un movimento verso le -pistole: — Lasciate, disse il conte. - -Indi andando da Morrel, lo prese per la mano; i movimenti tumultuosi -che avevano per un momento scosso il cuore del giovine, avevan ceduto -il posto ad uno stupore profondo. Giulia risalì, ella teneva in mano -la borsa di seta, e due lagrime brillanti e gioiose le rilucevano sulle -guance, come due gocce di mattutina rugiada. - -— Ecco la reliquia, diss’ella; non crediate ch’essa mi sia men cara -dopo che mi è stato rivelato il salvatore. - -— Figlia mia, rispose Monte-Cristo arrossendo, permettetemi di -riprendere questa borsa; dopo che voi conoscete i lineamenti del mio -viso, non voglio essere ricordato alla vostra memoria che per mezzo -dell’affezione che vi prego d’accordarmi. - -— Oh! disse Giulia stringendo la borsa sul suo cuore, no, no, ve -ne supplico, perchè un giorno potete lasciarci, perchè un giorno -disgraziatamente, ci lascerete, non è vero? - -— Ci avete indovinato, signora rispose Monte-Cristo sorridendo; fra -otto giorni, avrò lasciata questa città, ove tante persone che avevano -meritata la vendetta celeste vivevano felici, mentre mio padre moriva -di fame e di dolore. - -Annunziando la sua vicina partenza, Monte-Cristo teneva gli occhi -fissi su Morrel, e notò che queste parole, avrò lasciata questa città, -erano state dette senza togliere Morrel dal suo letargo; capì allora -che bisognava sostenere un’ultima lotta col dolore del suo amico, e -prendendo le mani di Giulia e di Emmanuele, ch’egli riunì stringendole -fra le sue, disse loro colla dolce autorità di un padre: - -— Miei buoni amici, vi prego di lasciarmi solo con Massimiliano. — -Questo era un mezzo per Giulia di portar via questa preziosa reliquia, -di cui Monte-Cristo dimenticava di parlare. Ella trascinò vivamente -seco suo marito: - -— Lasciamoli, diss’ella. — Il conte rimase solo con Morrel, che restava -immobile come una statua. - -— Vediamo, disse il conte toccandogli una spalla col suo dito di -fiamma, Massimiliano, ritornate finalmente un uomo? - -— Sì, perchè comincio nuovamente a soffrire. - -La fronte del conte si corrugò, abbandonato, come il sembrava, ad una -cupa esitazione: - -— Massimiliano! Massimiliano! queste idee in cui t’ingolfi sono indegne -di un cristiano. - -— Oh! tranquillatevi, amico, disse Morrel rialzando la testa e -mostrando al conte un sorriso di una ineffabile tristezza, non son più -io che cercherò la morte. - -— Così, non più armi, non più disperazione? - -— No, poichè ho di meglio, per guarirmi dal mio dolore, che la canna di -una pistola o la punta di un coltello. - -— Povero pazzo!... che avete dunque? - -— Ho lo stesso mio dolore che mi ucciderà. - -— Amico, disse Monte-Cristo con una malinconia eguale alla sua, -ascoltatemi. Un giorno in un momento di disperazione, io, come te, -volli uccidermi. Tuo padre un giorno egualmente disperato, ha pure -voluto uccidersi. Se qualcuno avesse voluto dire a tuo padre, nel -momento che dirigeva la canna della pistola verso la sua fronte; se -qualcuno mi avesse voluto dire, quando rigettavo dal mio letto il -pane del prigioniero che non aveva toccato da tre giorni; se qualcuno -finalmente in quei supremi momenti ci avesse voluto dire: Vivete, e -verrà un giorno in cui sarete felici, ed in cui benedirete la vita; da -qualunque parte ci fosse venuta questa voce, noi l’avremmo accolta col -sorriso del dubbio o coll’angoscia della incredulità; eppure quante -volte tuo padre abbracciandoti, non ha benedetta la vita? quante volte -io stesso... - -— Ah! gridò Morrel interrompendo il conte, voi non avevate perduta che -la vostra libertà, mio padre non aveva perdute che le sue ricchezze; e -io? io ho perduto Valentina. - -— Guardami, Morrel, disse Monte-Cristo con quella solennità che in -certe occasioni lo faceva così grande e persuasivo; guardami, non ho -nè lagrime sugli occhi, nè febbre nelle vene; eppure ti vedo soffrire, -Massimiliano, vedo soffrir te, che amo come amerei un mio figlio. -Ebbene! ciò non ti dice, Morrel, che il dolore è come la vita, e che -al di là vi è sempre qualche cosa di sconosciuto? Ora se ti prego, se -ti ordino di vivere, Morrel, è nella convinzione che un giorno tu mi -ringrazierai di averti conservata la vita. - -— Mio Dio! gridò il giovine, che mi dite mai, conte, fate attenzione, -forse non avete mai amato? - -— Fanciullo! rispose il conte. - -— Con amore, riprese Morrel, io m’intendo. Io sono soldato da che sono -uomo, sono giunto fino ai 29 anni senza amare, perchè nessuna delle -sensazioni che ho provato fin là merita di chiamarsi amore. Ebbene! a -29 anni ho veduto Valentina; dunque l’amo da quasi due anni; ho potuto -leggere tutte le virtù di figlia e di donna scritte dalla mano stessa -del Signore in quel cuore aperto per me come un libro. Conte, vi era -per me, con Valentina, una felicità infinita, immensa, sconosciuta; una -felicità troppo grande, troppo superiore a questo mondo, poichè questo -mondo non me l’ha data; ciò è quanto dire che, senza Valentina, non vi -è per me sulla terra che disperazione e desolazione. - -— Io vi dico di sperare, ripetè il conte. - -— State guardingo, allora, ripeterò io pure, disse Morrel, perchè -voi cercate a persuadermi, e mi farete perdere la ragione; perchè mi -fareste credere ch’io posso rivedere Valentina. — Il conte sorrise. - -— Amico mio, padre mio, gridò Morrel, esaltato, state in guardia, -vi ripeterò per la terza volta, poichè l’ascendente che prendete -su di me mi spaventa: state in guardia sul senso delle vostre -parole, perchè ecco qua, i miei occhi si rianimano, il mio cuore si -riaccende e rinasce. State in guardia, perchè mi farete credere a -cose soprannaturali. Io vi obbedirei se mi comandaste di rialzare la -pietra sepolcrale della figlia della vedova; camminerei sulle onde come -l’apostolo, se mi faceste segno colla mano di camminare sui flutti; -state in guardia perchè io obbedirei! - -— Spera, amico mio, ripetè il conte. - -— Ah! disse Morrel ricadendo da tutta l’altezza della sua esaltazione -nell’abisso della sua tristezza, ah! vi prendete giuoco di me: fate -come queste buone madri, o per meglio dire, come queste madri egoiste -che calmano con parole melliflue i dolori del fanciullo, perchè le -sue grida le stancano. No, amico mio, no, io aveva torto di dirvi di -stare in guardia, no, non temete di niente, seppellirò il mio dolore -con tanta cura nel più profondo del petto, lo renderò così oscuro e -segreto, che non avrete neppur la pena di compiangermi. Addio, amico -mio; addio! - -— Al contrario, disse il conte, da questo momento, Massimiliano, tu -vivrai vicino a me, e con me, e non mi lascerai più, e fra otto giorni -avremo lasciata dietro di noi la Francia. - -— E mi dite sempre di sperare? - -— Ti dico sempre di sperare, perchè so il mezzo di guarirti. - -— Conte, voi mi rattristate anche di più, se è possibile: non vedete -come resultato del colpo che mi percuote se non che un dolore sciocco, -e credete consolarmi con un mezzo sciocco, un viaggio. - -E Morrel scosse la testa con una sdegnosa incredulità. - -— Che vuoi che ti dica? riprese Monte-Cristo. Ho fiducia nelle mie -promesse, lasciami fare l’esperienza. - -— Conte, voi prolungate la mia agonia, ecco tutto. - -— Così, disse il conte, debole cuore che sei, non hai la forza di -regalare al tuo amico qualche giorno per la prova che vuol tentare! -Vediamo, sai di che cosa è capace il conte di Monte-Cristo? sai che -egli comanda molte potenze terrestri? sai che egli ha abbastanza fede -in Dio per ottenere dei miracoli da colui che ha detto che l’uomo colla -fede, può sollevare una montagna? ebbene! questo miracolo che io spero, -aspettalo, oppure... - -— Oppure... ripetè Morrel. - -— Oppure guardati, Morrel, ti chiamerò ingrato. - -— Conte, abbiate pietà di me. - -— Ho talmente pietà di te, Massimiliano, ascoltami bene, ho talmente -pietà di te, che se non guarisci dentro un mese, giorno per giorno, -ora per ora, rammenta bene le mie parole, Morrel, io stesso ti metterò -davanti alla canna di due pistole cariche, o ad una tazza del più -sicuro veleno d’Italia, di un veleno più infallibile, più pronto, -credimi, di quello che ha uccisa Valentina. - -— Me lo promettete? - -— Sì, perchè io pure sono un uomo, io pure ho sofferto, io pure come ti -ho detto, volli morire, e spesso, anche dopo che si è allontanato da me -l’infortunio, io pure ho pensato alle delizie del sonno eterno. - -— Voi dunque mi promettete ciò con sicurezza, conte? - -— Non tel prometto, ma tel giuro, disse Monte-Cristo. - -— Fra un mese, sul vostro onore, se non sarò consolato, mi lascerete -libero della mia vita, e qualunque cosa io faccia, non mi chiamerete -ingrato? - -— Fra un mese, in questo stesso giorno, Massimiliano, fra un mese, in -questa stessa ora, la data è sacra, Massimiliano, oggi siamo al 5 di -settembre; ed oggi son dieci anni che io salvai tuo padre che voleva -morire. - -Morrel afferrò le mani del conte e le baciò; il conte lo lasciò fare, -come se avesse conosciuto che questo tratto gli era dovuto. — Fra un -mese, continuò Monte-Cristo, tu avrai sulla tavola, davanti alla quale -saremo entrambi assisi, delle buone armi ed una morte dolce; ma in -compenso mi prometti di aspettar fino a quell’ora e di vivere? - -— Oh! a mia volta, gridò Morrel, ve lo giuro! - -Monte-Cristo attirò il giovine sul suo cuore e ve lo tenne lungamente: -— Ed ora, disse egli, da questo giorno tu verrai a dimorar meco; -prenderai l’appartamento di Haydée, e una figlia almeno sarà sostituita -da mio figlio. - -— Haydée! disse Morrel; e che è dunque avvenuto di lei? - -— Ella è partita questa notte. — Per lasciarvi? - -— Per aspettarmi... tienti dunque pronto a venirmi a raggiungere alla -strada dei Campi-Elisi, e fammi uscire di qui senza che io sia veduto -da alcuno. — Massimiliano abbassò la testa ed obbedì, come un fanciullo -o come un apostolo. - - - - -CV. — LA DIVISIONE. - - -In questa casa della strada di San-Germano dei Prati, che Alberto -de Morcerf aveva scelto per sua madre e per lui, il primo piano -composto di un piccolo appartamento completo, era dato in fitto ad un -personaggio molto misterioso. - -Era un uomo di cui lo stesso portinaro non aveva mai potuto vedere -il viso, sia che entrasse o che uscisse; poichè l’inverno immergeva -il mento in una di quelle cravatte rosse che portano i cocchieri -delle buone famiglie, quando aspettano i loro padroni all’uscita -del teatro, e l’estate si soffiava sempre il naso, precisamente nel -momento in cui avrebbe potuto esser veduto nel passare davanti al -casotto del portinaro. Bisogna dirlo, contro tutte le abitudini in uso, -quest’inquilino di casa, non era stato mai spiato da alcuno, poichè -correva la voce che questo incognito nascondesse un individuo di alta -posizione e che aveva le _braccia lunghe_, ciò fece rispettare le sue -misteriose apparizioni. - -Le sue visite erano ordinariamente ad epoche fisse, quantunque qualche -volta fossero o anticipate o ritardate. Ma quasi sempre, inverno o -estate che fosse, verso le quattro p. m. egli prendeva possesso del -suo appartamento, ove non passava mai la notte. Nell’inverno una -discreta serva accendeva il fuoco alle tre e mezzo, e questa aveva -la sopraintendenza dell’appartamento: nell’estate la stessa serva -preparava il ghiaccio alle tre e mezzo. Alle quattro come abbiam detto, -entrava il misterioso personaggio. - -Venti minuti dopo di lui, una carrozza si fermava davanti alla casa; -una donna vestita di nero o di blu scuro, ma sempre avviluppata in -un gran velo, ne discendeva, passava come un’ombra davanti al posto -del portinaro, saliva la scala, senza che si sentisse scrocchiare un -solo scalino sotto il suo piede leggero. Non era mai accaduto che -le si fosse domandato dove andava. Il suo viso, come quello dello -sconosciuto, era dunque perfettamente estraneo alle due guardie della -porta; questi portinari modelli erano i soli, forse, dell’immensa -confraternita dei portinari della capitale, che fossero capaci di una -simile discrezione. Non fa mestieri di dire ch’ella non saliva più in -alto del primo piano: picchiava ad una porta in un modo particolare; la -porta si apriva, poi si richiudeva ermeticamente, e tutto era fatto. - -Per uscire dall’appartamento, la stessa manovra che per entrarvi. La -sconosciuta usciva per la prima, sempre velata, e risaliva nella sua -carrozza, che alle volte partiva da una parte, alle volte da un’altra -della strada; indi, venti minuti dopo, lo sconosciuto uscendo egli pure -immerso nella cravatta, o nascosto nel fazzoletto spariva egli pure. - -La dimane del giorno in cui il conte di Monte-Cristo aveva fatta la -sua visita a Danglars, giorno in cui fu data sepoltura a Valentina, -l’abitante misterioso entrò verso le dieci della mattina, invece di -rientrare, come il solito, verso le quattro p. m. Quasi subito dopo, -e senza conservare l’ordinario intervallo, giunse una carrozza di -piazza e la dama velata salì rapidamente la scala. La porta si aprì -e si chiuse. Ma prima ancora che la dama fosse entrata, ella aveva -esclamato: — Oh! Luciano! oh amico mio! — Di modo che il portinaro, che -senza volerlo aveva intese queste esclamazioni, seppe allora per la -prima volta che il suo pigionale si chiamava Luciano; ma siccome era -un portinaro modello, si promise di non dirlo neppure a sua moglie: — -Ebbene! che c’è, mia cara amica? — domandò quello di cui la confusione -e la fretta della dama velata avevan scoperto il nome al portinaro, — -parlate, dite. - -— Amico mio, posso contar su di voi? - -— Certamente, e lo sapete bene; ma che c’è? il vostro biglietto di -questa mattina mi ha gettato in una terribile perplessità. Questa -precipitazione, questo disordine del vostro scritto; vediamo, -tranquillatevi, o spaventate me pure del tutto! - -— Luciano, un grande avvenimento! disse la dama fissando su Luciano uno -sguardo scrutatore; il sig. Danglars è partito questa notte. — Partito -il sig. Danglars! e dove è andato? — L’ignoro. - -— Come! lo ignorate? è dunque partito per non ritornar più? — Senza -dubbio! alle dieci di sera, i suoi cavalli lo hanno condotto alla -barriera Charenton, là egli ha ritrovata una berlina di posta con i -cavalli già attaccati, vi è montato dentro col suo cameriere, dicendo -al cocchiere che andava a Fontainebleau. - -— Ebbene! che dicevate dunque? - -— Aspettate, amico mio; mi ha lasciata una lettera! - -— Una lettera? — Sì, leggetela. — E la baronessa cavò dalla sua borsa -una lettera dissigillata che presentò a Debray. - -Debray, prima di leggerla, esitò un momento, come se avesse voluto -tentare di indovinare ciò ch’essa conteneva, o piuttosto come se, -qualunque fosse il contenuto, avesse già presa una risoluzione. Dopo -qualche secondo le sue idee erano certamente fissate, perchè lesse. -Ecco che cosa conteneva questo biglietto, che aveva gettato un così -gran turbamento nel cuore della sig.ª Danglars. - - «Signora e fedelissima sposa.» - -Senza pensarvi, Debray si fermò e guardò la baronessa, che arrossì fino -agli occhi: — Leggete, diss’ella. - -Debray continuò. - - «Quando riceverete questa lettera, non avrete più marito! Oh! non - prendete l’allarme con troppo calore; non avrete più marito come - non avete più figlia: vale a dire che sarò sopra una delle 30, o - 40 strade che conducono fuori della Francia. Io vi debbo delle - spiegazioni, e siccome siete donna da comprenderle benissimo, - ve le darò. Attenta dunque! Questa mattina mi è sopraggiunto - un rimborso di cinque milioni, ed io l’ho fatto: un altro quasi - della stessa somma lo ha susseguito quasi immediatamente; l’ho - aggiornato a domani, ed oggi parto per evitare questo domani, - che sarebbe per me troppo pernicioso ad aspettarsi; capirete - benissimo, signora e preziosissima sposa? Io dico capirete, - perchè voi conoscete i miei affari tanto bene quanto me, li - sapete anzi meglio di me; atteso che, se si trattasse di dire - dov’è passata una buona metà delle mie ricchezze, non ha guari - ancora rilevanti, io ne sarei incapace, mentre voi al contrario, - ne son certo, ve ne caverete perfettamente. Poichè le donne - hanno degli istinti di una sicurezza infallibile; esse spiegano, - con un’algebra particolare che hanno inventato, anche il - maraviglioso. Io che non conosco che le mie cifre, nulla ho più - saputo dal giorno in cui le mie cifre mi hanno ingannato. - - «Avete qualche volta ammirato la rapidità della mia caduta, - signora? Siete rimasta un poco abbagliata da questa incandescente - fusione delle mie verghe d’oro? ve lo confesso, non vi ho veduto - che fuoco; speriamo che abbiate ritrovato un poco d’oro fra - queste ceneri. Con questa consolante speranza mi allontano, - signora e prudentissima sposa, senza che la mia coscienza mi - rimproveri menomamente l’abbandonarvi: a voi restano degli - amici, le ceneri di cui vi parlava, e, per colmo di felicità, la - libertà, che mi affretto a restituirvi. Però, signora, è giunto - il momento di porre in questo paragrafo una parola d’intima - spiegazione. Fin che io ho sperato che voi lavoravate pel bene - della nostra casa, per la fortuna di nostra figlia, ho chiusi gli - occhi, ma siccome avete fatto della mia casa una vasta rovina, - non voglio servire alla fondazione della fortuna degli altri: - vi ho presa ricca, ma poco onorata. Perdonatemi di parlarvi con - franchezza, ma siccome probabilmente non parlo che per noi due, - non vedo il perchè dovrei foderare le mie parole. Ho aumentata - la nostra fortuna, che per anni è andata sempre in aumento, fino - al momento in cui, catastrofi sconosciute, inintelligibili anche - per me, son venute a prendersela corpo a corpo, ed a rovesciarla, - senza che io possa dire che vi sia stato menomamente colpa mia. - - «Voi, signora, avete lavorato soltanto ad accrescere la vostra, - e vi siete riuscita; io ne son moralmente convinto: vi lascio - dunque come vi ho presa, ricca, ma poco onorata. - - «Addio, io pure da questo giorno, lavorerò per conto mio. Credete - a tutta la mia riconoscenza per l’esempio che mi avete dato, e - che io seguirò. - - «Vostro affezionatissimo marito. - «BARONE DANGLARS» - -La baronessa aveva seguito cogli occhi Debray, durante questa lunga -e penosa lettura; ella aveva veduto, ad onta del suo potere ben -conosciuto su di lui, il giovine cambiare una o due volte di colore. -Quando ebbe finito ripigliò lentamente la lettera, e riprese la sua -abitudine pensierosa: - -— Ebbene? domandò la sig.ª Danglars con una ansietà facile a -comprendersi. - -— Ebbene! signora, ripetè macchinalmente Debray. - -— Che idea v’ispira questa lettera? - -— Oh! questo è ben semplicissimo, mi ispira l’idea che il sig. Danglars -è partito con dei sospetti. - -— Senza dubbio; ma ciò è quanto avete a dirmi? - -— Non vi capisco, disse Debray con una freddezza di ghiaccio. - -— Egli è partito! partito del tutto! per non ritornar più! - -— Oh! fece Debray, non lo credete, baronessa. - -— No, ve lo dico io, non ritornerà più. Lo conosco, è un uomo -inamovibile in tutte le risoluzioni che partono dal suo interesse. Se -mi avesse giudicata utile a qualche cosa, mi avrebbe presa seco. Egli -mi lascia a Parigi, e questo è il segno che la nostra separazione può -servire ai suoi disegni; ella è dunque irrevocabile, io son libera -per sempre, aggiunse la sig.ª Danglars colla stessa espressione di -preghiera. - -Ma Debray, invece di rispondere, la lasciò in quella angosciosa -interrogazione dello sguardo e del pensiero: — Oh! diss’ella -finalmente, voi non mi rispondete, signore? - -— Non ho che una domanda a farvi, che contate di divenire? - -— Lo chiedeva a voi stesso, rispose la baronessa palpitando. - -— Ah! fece Debray, è dunque un consiglio che chiedete a me? - -— Sì, disse la baronessa col cuore serrato. - -— Allora se mi chiedete, un consiglio, vi consiglio di viaggiare. - -— Di viaggiare! mormorò la sig.ª Danglars. - -— Certamente; come ha detto Danglars, voi siete ricca, e perfettamente -libera. Un’assenza da Parigi sarà necessaria assolutamente, almeno -per quanto credo; dopo lo strepitoso fracasso che hanno fatto i -due matrimoni andati a monte di madamigella Eugenia, e la duplice -sparizione di vostra figlia e di vostro marito. È soltanto necessario -che tutta la società sappia che siete povera, e vi creda abbandonata; -perchè non si menerebbe buona, alla moglie del banchiere fallito, -la sua ricchezza, e l’opulenza della sua casa. Per primo caso, basta -che restiate a Parigi soltanto 15 giorni, raccontando specialmente a -tutti che siete stata abbandonata, e raccontando ai vostri migliori -amici, che andranno a ripeterlo ovunque, in che modo siete stata -lasciata; indi partirete dal vostro palazzo, lasciandovi tutti i -gioielli, i crediti della vostra dote, e ciascuno loderà il vostro -disinteressamento. Allora vi sapranno abbandonata, e vi crederan -povera; poichè io solo conosco la vostra situazione finanziaria, e -son pronto a rendervi i vostri conti da socio leale. — La baronessa -pallida, atterrita, aveva ascoltato questo discorso con tanto spavento -e disperazione, quanta era stata la calma e l’indifferenza che vi aveva -impiegata Debray nel pronunziarlo: — Abbandonata! ripetè ella, oh! da -vero abbandonata... sì, avete ragione, signore, e nessuno avrà dubbi -sul mio abbandono. — Queste furono le sole parole che questa donna -così altera, così violenta potè rispondere a Debray. — Ma ricca, anzi -ricchissima, continuò Debray cavando dal suo portafogli e stendendo -sul tavolo alcune carte in esso contenute. — La sig.ª Danglars lo -lasciò fare, essendo solo occupata a contenere i battiti del cuore, ed -a ritenere le lagrime che sentiva spuntare all’angolo delle palpebre. -Ma finalmente il sentimento della dignità la vinse nella baronessa; e -se non riuscì a comprimere il cuore, ottenne almeno di non versare una -lagrima. - -— Signora, disse Debray, son circa sei mesi che siamo in società, -voi avete somministrato il capitale dei fondi in centomila fr.; nel -mese d’aprile di questo anno ebbe luogo la nostra società: in maggio -cominciarono le nostre operazioni. - -«In maggio abbiam guadagnato 450 mila fr. In giugno l’utile è montato -a 900 mila fr. In luglio abbiamo fatta un’aggiunta di un milione e 700 -mila fr.; lo sapete, fu sui fondi di Spagna. In agosto perdemmo, sul -principio del mese, 300 mila fr. ma il 15 dello stesso mese li abbiamo -riguadagnati, ed alla fine abbiamo preso la nostra rivincita, perchè -i nostri conti, messi in chiaro, dal giorno della nostra associazione -fino a ieri, in cui li ho chiusi, ci danno un attivo di due milioni -e 400 mila fr., vale a dire un milione e 200 mila fr. per ciascuno. -Ora, continuò Debray, compulsando il libro de’ conti col metodo e la -tranquillità di un agente di cambio, troviamo 80 mila fr. dei frutti di -questa somma rimasta fra le mie mani... - -— Ma, interruppe la baronessa, che son questi frutti, quando non si è -mai messa questa somma a cambio? - -— Vi chiedo scusa, signora, disse freddamente Debray; aveva da voi -l’autorizzazione di far fruttare questo danaro, e me ne son prevalso. -Sono dunque altri 40 mila fr. di vostra parte sugl’interessi, più i -cento mila fr. del primo capitale di fondo, vale a dire, un milione -e 340 mila fr. di vostra parte. Ho avuta la cautela ieri l’altro di -mobilizzare tutto il vostro danaro; non è molto tempo, come vedete, e -si sarebbe detto che io dubitava di essere in breve chiamato a rendervi -i conti. Il vostro danaro è là; metà in biglietti di banca, metà in -_boni_ al latore: ho detto là, ed è vero, perchè, siccome non credeva -la mia casa abbastanza sicura, siccome non credeva i notari abbastanza -segreti, e le proprietà parlano ancora più dei notari, e siccome -finalmente voi non avevate il diritto di comprare niente nè di posseder -niente fuori della comunione coniugale; io ho custodita tutta questa -somma, che in oggi forma il vostro stato, in una cassetta sigillata nel -fondo di questo armadio, e per maggior sicurezza ho fatto da falegname -io stesso. Adesso, continuò Debray, aprendo prima l’armadio, e poi la -cassetta, adesso, signora, ecco qui 800 biglietti da mille fr. l’uno, -che rassomigliano, come vedete, ad un grosso album rilegato in ferro; -vi unisco un mazzetto di biglietti sulle rendite per 25 mila fr., indi -una cambiale di 110 mila fr. che eccola qui, sul mio banchiere, a vista -al latore, e siccome il mio banchiere non è il sig. Danglars, così la -cambiale sarà pagata, potete star tranquilla. — La sig.ª Danglars prese -macchinalmente la cambiale a vista, i boni sulle rendite, ed il pacco -di biglietti di banca. Questa enorme fortuna sembrava ben poca cosa, -disposta là sul tavolo. La sig.ª Danglars, con gli occhi asciutti, -ma il petto gonfio di singulti, la riunì, chiuse l’astuccio d’acciaio -nella borsa, mise i biglietti sulle rendite, e la cambiale a vista nel -suo portafogli, ed in piedi, pallida e muta, aspettava una dolce parola -che la consolasse per essere così ricca. Ma ella aspettò invano. — -Ora, signora, disse Debray, voi avete una esistenza magnifica, qualche -cosa che si accosta ad una rendita di 60 mila fr., il che diventa -enorme per una donna che non potrà tener società almeno per un anno. -Questo è un privilegio per tutte le fantasie che vi passeranno per -la mente: senza calcolare, che se trovate che la vostra parte non sia -sufficiente, potete venire ad attingere nella mia, signora, ed io sono -disposto ad offrirvela; oh! a titolo di prestito, ben inteso, tutto -ciò che possedo, vale a dire un milione e 60 mila fr. sono a vostra -disposizione. - -— Grazie, signore, rispose la baronessa; capirete bene che mi avete -rimesso molto di più di quel che bisogna ad una povera donna che non -conta per molto tempo di ricomparire nella società... — Debray fu per -un momento meravigliato, ma si rimise, fe’ un gesto, che si poteva -spiegare per un mezzo di esprimere in una formula anche più civile -questo pensiero. — Farete come più vi piacerà. — La sig.ª Danglars -aveva forse fino allora sperato qualche cosa, ma quando vide il gesto -di noncuranza ch’era sfuggito a Debray, e lo sguardo obliquo da cui -esso era stato accompagnato, come pure la riverenza profonda, ed il -significante silenzio che lo seguirono, rialzò la testa, aprì la porta, -e senza furore, senza scosse, come senza esitazione, si slanciò per la -scala, sdegnando per fino d’indirizzare un ultimo saluto a colui che -la lasciava partire in questo modo. — Bah! disse Debray quando ella -fu partita, bei disegni che son questi! ella resterà nel suo palazzo, -leggerà dei romanzi e giuocherà al _Faraone_, non potendo più giuocare -alla borsa. — E riprese il suo libro dei conti, tirando un rigo sulle -somme che aveva pagate. - -— Mi resta un milione e 60 mila fr., diss’egli. Che disgrazia che -madamigella di Villefort sia morta! quella giovinetta mi sarebbe -convenuta sotto tutti i rapporti, ed io l’avrei sposata. — E -flemmaticamente, secondo la sua abitudine, aspettò che fossero passati -venti minuti dopo la partenza della sig.ª Danglars per uscir a sua -volta. Durante questi venti minuti, Debray non fece che cifre tenendo -sulla tavola e vicino a lui l’orologio da taschino. Quel personaggio -diabolico che ogni fortunata immaginazione avrebbe potuto creare con -maggiore o minore felicità, se Lesage non ne avesse presa la proprietà -in un capo d’opera, Asmodeo, che toglieva i coperchi dalle case per -vedervi dentro, avrebbe goduto di un singolare spettacolo se avesse -tolta, al momento in cui Debray faceva le sue cifre, la crosta della -piccola casa della strada San-Germano dei Prati. Al disopra di questa -camera in cui Debray aveva fatta la sua divisione colla sig.ª Danglars -di due milioni e mezzo, vi era un’altra camera popolata egualmente da -abitanti di nostra conoscenza, che han rappresentata una parte molto -importante negli avvenimenti da noi raccontati. In questa camera vi -erano Mercedès ed Alberto. Mercedès aveva fatto molti cambiamenti in -pochi giorni, non già che anche nei tempi della maggior ricchezza, -ella fosse attaccata al fasto orgoglioso che spicca visibilmente in -tutte le condizioni, e fa sì che non si riconosca più la donna tosto -ch’ella vi comparisce sotto abiti più semplici; non già nemmeno ch’ella -fosse caduta in quello stato di depressione in cui si cade quando si -è costretti di rivestire la livrea della miseria; no, Mercedès era -cambiata, perchè il suo occhio non brillava più, perchè la sua bocca -non sorrideva più, perchè finalmente un perpetuo impaccio arrestava -sulle sue labbra la rapida parola che altre volte lasciava sempre -preparata. - -Non era la povertà che avviliva lo spirito di Mercedès: non la mancanza -di coraggio che le rendeva pesante la sua povertà. Mercedès discesa -dal centro in cui viveva, perduta nella novella sfera che si era -scelta, come quelle persone che escono da una sala splendidamente -illuminata per passare subitaneamente nelle tenebre, Mercedès sembrava -una regina discesa dal suo palazzo in una capanna, e che, ridotta al -puro necessario, non si riconosceva nè dal vasellame di argilla, ch’era -obbligata di portare da sè sulla tavola, nè dalla cuccetta succeduta -al suo letto. Di fatto la bella Catalana, o la nobile contessa, non -aveva più nè il suo sguardo fiero, nè il suo grazioso sorriso, perchè, -chiudendo gli occhi su ciò che la circondava, non vedeva che oggetti -affliggenti. Era una camera parata con una di quelle carte a chiaro e -scuro grigio, che i proprietari economi scelgono di preferenza come -le meno facili a sporcarsi, era un pavimento senza tappeti, mobili -che richiamavan l’attenzione, e costringevano la vista a fermarsi -sulla povertà di un falso lusso, tutte cose finalmente che rompevano -coi loro tuoni disaccordi l’armonia così necessaria ad occhi abituati -ad un insieme elegante. La sig.ª de Morcerf viveva là dal momento -che aveva abbandonato il suo palazzo; la testa le girava in questo -eterno silenzio, come gira ad un viaggiatore che si ritrova sull’orlo -di un abisso; accorgendosi che ad ogni minuto Alberto la guardava di -nascosto per giudicar dello stato del cuore, ella si era obbligata ad -un monotono sorriso delle labbra, che in assenza di quel fuoco così -dolce del sorriso dei suoi occhi, faceva l’effetto di una semplice -riverberazione di luce, vale a dire di una chiarezza senza colore. Dal -canto suo, Alberto era preoccupato, impacciato, legato da un avanzo -di lusso, che gl’impediva d’essere della condizione sua attuale; egli -voleva uscire senza guanti, e ritrovava le mani troppo bianche; voleva -correre per la città a piedi, e ritrovava gli stivali troppo ben -verniciati. Però queste due creature così nobili e così intelligenti, -riunite indissolubilmente dai legami dell’amor materno e filiale, erano -riuscite ad intendersi senza parlar di niente e ad economizzare tutte -le preparazioni che si devono fra amici, per istabilire quella verità -materiale da cui dipende la vita. Alberto finalmente aveva potuto -dire a sua madre senza farla impallidire: — Madre mia, non abbiam più -danaro. - -Mercedès non aveva mai più conosciuta la vera miseria, ella stessa -aveva spesso in gioventù parlato di povertà; ma non era la stessa cosa; -bisogno e necessità sono due sinonimi fra i quali vi è una grandissima -diversità. Ai Catalani, Mercedès aveva bisogno di mille cose, ma non -mancava mai di certe altre. Fino a che le lenze erano buone si prendeva -pesce, fino a che si vendeva pesce, si prendeva filo per formar delle -reti. E poi isolata da amici, non avendo che un amore, il quale non -entrava per nulla nelle materiali particolarità della sua situazione, -si pensava a sè, ciascuno a sè, nient’altro che a sè. Mercedès, -del poco che aveva, ne faceva parte tanto generosamente quant’era -possibile: in oggi ella aveva da fare due parti, e con niente. -L’inverno si avvicinava, Mercedès in questa camera nuda e di già fredda -non aveva fuoco, ella a cui un calorifero a mille branche riscaldava -poco prima tutta la casa, dalle anticamere fino al gabinetto. Ella non -aveva neppure un piccolo fiore, ella, il cui appartamento si poteva -dire una stufa calda, popolata di fiori a prezzo d’oro! Ma ella aveva -un figlio!... L’esaltazione di un dovere forse esagerato, li aveva -sostenuti fin là nelle sfere superiori. L’esaltazione è quasi un -entusiasmo, e l’entusiasmo rende insensibili alle cose della terra. Ma -l’entusiasmo si era sedato, ed era stato necessario di ridiscendere -a poco a poco dal paese dei sogni al mondo della realtà. Bisognava -finalmente parlare del positivo, dopo avere esausto l’ideale. — Madre -mia, diceva Alberto nello stesso tempo che la sig.ª Danglars discendeva -la scala, contiamo un poco le nostre ricchezze, se vi aggrada: ho -bisogno di un totale per riscaldarmi ai miei disegni. - -— Totale: niente, disse Mercedès con un doloroso sorriso. - -— Non può essere, madre mia; totale: primieramente tre mila fr. ed ho -la pretensione con tre mila fr. di preparare a noi due una adorabile -esistenza. - -— Fanciullo, sospirò Mercedès. - -— Eh! mia buona madre, disse il giovine, pur troppo io vi ho speso -molto danaro per conoscerne ora il prezzo! È una cosa enorme, vedete, -tre mila fr., ed ho fabbricato su questa somma un avvenire miracoloso -d’eterna sicurezza. - -— Voi parlate così, amico mio, continuò la povera madre: ma prima -di tutto accetterem noi questa somma di tre mila fr.? disse Mercedès -arrossendo. - -— Questa è cosa convenuta, mi sembra, disse Alberto con tuono fermo; -l’accettiamo tanto più che non l’abbiamo, perchè essi sono, come -ben sapete, sepolti nel giardino di quella piccola casa dei viali di -Meillan, a Marsiglia. Con 200 fr., continuò Alberto, andremo entrambi a -Marsiglia. - -— Con 200 fr.! lo credete voi, Alberto? - -— Oh! in quanto a questo ho prese le mie informazioni all’ufficio delle -diligenze e dei battelli a vapore, ed i miei calcoli sono fatti. Voi -fisserete il vostro posto per Châlons nel _coupé_, vedete, madre mia, -che vi tratto da regina; 35 fr. — Alberto prese una penna e scrisse. - - _Coupè_ di qui a Châlons fr. 35 - Da Châlons a Lione, col battello - a vapore » 6 - Da Lione ad Avignone sempre col - battello a vapore » 16 - Da Avignone a Marsiglia » 7 - Spese di strada » 50 - —————— - Totale fr. 114 - -— Mettiamo centoventi, soggiunse Alberto sorridendo, vedete che son -generoso, n’è vero, madre mia? - -— Ma tu, mio povero figlio? - -— Io? e non avete veduto che mi riserbo 80 fr.? Un giovine, madre mia, -non ha bisogno di tanti comodi; so del resto che cosa è il viaggiare. - -— In carrozza di posta, e col tuo cameriere? - -— In ogni modo, madre mia... - -— Ebbene! sia, disse Mercedès, ma questi 200 fr.? - -— Questi 200 fr. eccoli, e di più, eccone ancora altri 200 fr. Sentite, -ho venduto il mio orologio, cento fr., e la catena 300: come son -fortunato! delle catenelle che valgono tre volte l’orologio. Sempre per -la famosa istoria delle cose superflue. Eccoci dunque ricchi, poichè -invece di 114 fr. che vi abbisognavano per fare il vostro viaggio, ne -avete 250. - -— Ma dobbiamo pagare qualche cosa in questa casa? - -— Trenta fr., ma li pago io, sui miei 150: questa è cosa convenuta; -e poichè a tutto rigore non mi abbisognano che 80 fr. per fare il mio -viaggio, vedete che io nuoto nel lusso. Ma qui non è tutto: che dite di -questo, madre mia? - -Ed Alberto cavò da un piccolo portafogli con fermaglio d’oro (unico -resto della sua antica galanteria, o fors’anche qualche tenero ricordo -di una di quelle donne che battevano alla piccola porta) un biglietto -di mille fr. - -— Che cosa è questo? domandò Mercedès. - -— Un biglietto di mille fr., madre mia. - -— Ma di dove ti vengono questi mille fr.? - -— Ascoltate, madre mia, ma non vi commovete troppo. - -Ed Alberto si alzò, andò a baciare sua madre nelle guance, e si fermò -a guardarla: — Voi non vi potete formare un’idea, madre mia, del come -vi ritrovo bella! disse il giovine con un profondo amor filiale; siete -in verità la più bella, come siete la più virtuosa delle donne che ho -conosciute. - -— Caro figlio, disse Mercedès, sforzandosi invano di trattenere una -lagrima che le spuntava dal ciglio. - -— In verità, non vi mancava che di divenire infelice per cambiare il -mio amore in adorazione. - -— Non sono infelice, fin che mi resta mio figlio, disse Mercedès; non -sarò infelice fin che l’avrò. - -— Ah! precisamente, disse Alberto; ma ecco ove comincia la prova, -sapete ciò che abbiam convenuto? - -— Abbiam dunque convenuto qualche cosa? - -— Si è convenuto che voi abiterete Marsiglia, e che io partirò per -l’Affrica, ove invece del nome che ho lasciato, mi farò il nome che ho -assunto. — Mercedès mandò un sospiro: — Ebbene! madre mia, da ieri sono -ingaggiato negli _Spahis_, aggiunse il giovine abbassando gli occhi -con una certa vergogna, poichè non sapeva egli stesso quanto v’era di -sublime nel suo abbassamento, o piuttosto ho creduto che il mio corpo -era mio, e che poteva venderlo: mi sono venduto, come si dice, aggiunse -egli tentando di sorridere, più caro di quel che non credeva di valere, -vale a dire per duemila fr. - -— Per cui questi mille fr.?... disse fremendo Mercedès. - -— Son la metà della somma, madre mia, l’altra verrà fra un anno. — -Mercedès alzò gli occhi al cielo con una espressione, che nessuna -cosa saprebbe indicare, e le due lagrime trattenute agli angoli -delle sue palpebre, sgorgarono sotto l’emozione interna, e caddero -silenziosamente lungo le sue guance: — Il prezzo del sangue! mormorò -ella. - -— Sì, se io sarò ucciso, disse ridendo Morcerf; ma ti assicuro, mia -buona madre, che al contrario sono nella intenzione di difendere -vigorosamente questa mia povera pelle; non mi sono mai sentito tanta -buona volontà di vivere, come in questo momento. - -— Mio Dio! mio Dio! fece Mercedès. - -— Del resto, perchè dunque volete che io sia ucciso, madre mia? forse -che Lamorcière, quest’altro Ney del mezzogiorno è stato ucciso? forse -che Changarnier è stato ucciso? forse che Bedeau è stato ucciso? forse -che Morrel, che noi conosciamo, è stato ucciso? Pensate dunque alla -vostra gioia, madre mia, quando mi vedrete ritornare con un’uniforme -ricamata! vi dichiaro che con quella sarò superbo, e che ho scelto -questo reggimento per galanteria. - -Mercedès sospirò, mentre si sforzava di sorridere; ella capiva, questa -santa madre, che stava male a lei il lasciar portare a suo figlio tutto -il peso del sacrificio. - -— Ebbene dunque! riprese Alberto, capite, madre mia, ecco già più di -quattromila fr. assicurati per voi; con questi vivrete due buoni anni. - -— Lo credi tu? disse Mercedès. — Queste parole erano sfuggite alla -contessa, e con un dolore così vero, che il loro vero senso non isfuggì -ad Alberto. Egli sentì restringersi il cuore, e prendendo la mano di -sua madre, la stringeva teneramente fra le sue: — Sì, voi vivrete, -diss’egli. - -— Vivrò, disse Mercedès, ma tu non partirai, n’è vero? - -— Madre mia, io partirò, disse Alberto, con voce placida e ferma; voi -mi amate troppo per non lasciarmi ozioso ed inutile; d’altra parte io -mi sono firmato. - -— Tu farai a seconda della tua volontà, figlio, ed io farò secondo la -volontà di Dio. - -— Non già secondo la mia volontà, madre mia, ma secondo la ragione, -secondo la necessità. Noi siamo due creature disperate, non è vero? Che -cosa è più la vita per voi in oggi? niente. Che cosa è più la vita per -me? Oh! ben poca cosa senza di voi, madre mia; credetelo; perchè senza -di voi questa vita, avrebbe cessato dal giorno in cui concepii qualche -dubbio sull’onore di mio padre, e ne rinnegai il nome! Finalmente io -vivo, se voi mi promettete di sperare ancora; se mi lasciate la cura -della vostra futura felicità, voi raddoppierete la mia forza. Allora -andrò laggiù a ritrovare il governatore dell’Algeria; è un cuore leale -e soprattutto eminentemente soldato: gli racconterò la mia lugubre -istoria, lo pregherò d’andar voltando di tempo in tempo gli occhi alla -parte ove io sarò, e s’egli mi mantiene la parola, s’egli mi guarda -quando io combatto, prima che compian sei mesi, o sarò morto o sarò -uffiziale. Se sono uffiziale la vostra sorte è assicurata, madre mia, -perchè allora avrò del danaro per voi e per me, e di più un nuovo nome -di cui saremo orgogliosi, poichè quello sarà il vostro vero nome. Se -sono ucciso... cara madre, voi morirete se vi piace, ed allora i nostri -infortunii avran termine nei loro stessi eccessi. - -— Sta bene, rispose Mercedès col suo nobile ed eloquente sguardo: -hai ragione, figlio mio; proviamo a certe persone che ci stanno ad -osservare, e che aspettano le nostre azioni per giudicarci, che noi -siam per lo meno degni di essere compianti. - -— Ma, bando ad ogni funebre idea, cara madre! gridò il giovine: vi -giuro che siamo, o almeno che potremo essere felicissimi: siete una -donna piena ad un tempo di spirito e di rassegnazione; io sono divenuto -semplice nei miei gusti, e senza passioni, almeno spero. Una volta al -servizio, eccomi ricco. Una volta che sarete in casa del sig. Dantès, -eccovi tranquilla. Proviamo! ve ne prego, madre mia. - -— Sì, proviamo, figlio mio, perchè tu devi vivere, perchè tu devi esser -felice, rispose Mercedès. - -— Per cui, madre mia, ecco fatta la nostra divisione, aggiunse il -giovine affettando uno sguardo di comodità; possiam partire oggi -stesso. Andiamo, come vi ho detto, ho fermato il vostro posto. - -— Ma il tuo, figlio mio? - -— Debbo ancora restar qui altri due o tre giorni, madre mia; questo -sarà un principio di separazione, ed abbiamo bisogno di abituarci; mi -necessitano alcune raccomandazioni, alcune informazioni sull’Algeria; -vi raggiungerò a Marsiglia. - -— Ebbene! sia così, partiamo! disse Mercedès avviluppandosi nel solo -scialle che aveva portato seco, e che per caso si trovava di essere -nero e di gran valore; partiamo! - -Alberto raccolse in fretta le sue carte, suonò per pagare i trenta -fr. che doveva al padron di casa, ed offrendo il braccio a sua madre, -discese la scala. Qualcuno discendeva davanti a loro; e sentendo di -seta sugli scalini, si rivoltò. - -— Debray! mormorò Alberto. - -— Voi, Morcerf! — rispose il segretario intimo del ministro, fermandosi -sullo scalino su cui si ritrovava. - -La curiosità la vinse in Debray sul desiderio di conservare -l’incognito. Sembravagli infatto curioso di ritrovare in questa casa -remota quel giovine, la cui disgraziata avventura aveva fatta tanto -chiasso in Parigi. - -— Morcerf! — ripetè Debray. Indi scorgendo nella mezza oscurità le -forme ancor giovani di una donna velata: - -— Oh! perdono! soggiunse con un mezzo sorriso, vi lascio, Alberto. — -Questi capì il pensiero di Debray. - -— Madre mia, diss’egli voltandosi verso Mercedès, è il sig. Debray, -segretario intimo del ministro dell’Interno, un mio antico amico. - -— Come! antico! balbettò Debray; che volete dire? - -— Dico questo, sig. Debray, perchè in oggi non ho e non devo più avere -amici: vi ringrazio anzi moltissimo di avermi voluto riconoscere, -signore. — Debray risalì due scalini, e venne a dare una energica -stretta di mano al suo interlocutore: — Credete, Alberto, diss’egli con -tutta l’emozione che si può avere, che io ho preso una parte profonda -alla disgrazia che vi colpisce, e che mi metto a vostra disposizione in -tutto per tutto. - -— Grazie, signore, disse sorridendo Alberto; ma in mezzo a questa -disgrazia noi siam rimasti abbastanza ricchi per non aver bisogno di -ricorrere a nessuno: lasciamo Parigi, e, pagato il nostro viaggio, ci -rimangono ancora cinque mila fr. - -Il rossore salì alla fronte di Debray, che portava un milione nel suo -portafogli; e per quanto fosse poco poetico questo spirito esatto, -non potè a meno di riflettere che la stessa casa aveva contenuto poco -prima, due donne delle quali una, giustamente disonorata, se ne andava -con un milione e 500mila fr. sotto le pieghe del suo scialle, e l’altra -ingiustamente colpita, ma sublime nella sua infelicità, si riteneva -ricca per pochi denari. Questo parallelo sviò le sue combinazioni di -gentilezza; la filosofia dell’esempio lo oppresse; balbettò qualche -parola di generica civiltà, e discese rapidamente. Ma la sera stessa -egli era già compratore di una bella casa scelta sul baluardo della -Maddalena, che dava una rendita di cinque mila lire. La dimane nell’ora -in cui Debray firmava il contratto, cioè verso le 5 p. m., la sig.ª de -Morcerf, dopo aver teneramente abbracciato suo figlio, e dopo essere -stata teneramente abbracciata da lui, salì nel _coupé_ della diligenza, -che si rinchiuse sur essa. - -Un uomo era nascosto nel cortile dell’amministrazione Laffitte, dietro -una di quelle finestre centinate del piano terreno che sormontano tutti -gli ufficii: vide partire la diligenza, vide Alberto allontanarsi. -Allora ei si passò la mano sulla fronte carica di dubbii, dicendo: - -— Ahimè! con qual mezzo restituirò a questi due innocenti la felicità -che loro ho tolta?... Dio mi aiuterà! - - - - -CVI. — LA FOSSA DEI LEONI. - - -Uno dei quartieri della _Force_, quello che racchiude i detenuti più -arrischiosi e più pericolosi, si chiama il cortile di S. Bernardo. I -prigionieri, nel loro gergo energico, l’hanno soprannominata la _fossa -dei leoni_, probabilmente perchè i detenuti che ivi sono racchiusi -spesso mordono le inferriate, e non di rado i carcerieri. - -Questa è una prigione nella prigione; le mura hanno una grossezza -il doppio delle altre. Ogni giorno un carceriere esplora con somma -cura le inferriate massicce; e si riconosce dalla persona erculea, -dagli sguardi freddi ed incisivi dei guardiani, che sono stati scelti -per regnare col terrore sul loro popolo, e con l’attività della -intelligenza. Il prato di questo quartiere è circondato da mura enormi, -sulle quali penetra obliquamente il sole, quando si risolve a penetrare -in questo golfo di laidume fisico e morale. È là, su questo prato che -fin dalla mattina vanno errando pensierosi, feroci, impalliditi, come -ombre, gli uomini che la giustizia tiene incurvati sotto la mannaia che -sta aguzzando. - -Si vedono addossarsi, raggrupparsi contro il muro, che assorbe e -ritiene la maggior parte del loro calore; essi rimangono là, parlando -a due a due, il più spesso isolati coll’occhio rivolto incessantemente -verso la porta, che si apre per chiamare qualcuno degli abitanti di -questo lugubre soggiorno, o per vomitare nel golfo una nuova feccia -tolta dal crogiuolo della società. Il cortile di S. Bernardo ha il suo -parlatorio particolare, è un quadrato oblungo, diviso in due parti da -due inferriate, piantate parallelamente a tre piedi di distanza l’uno -dall’altra, di modo che il visitatore non possa stringere la mano del -prigioniero, o passargli qualche oggetto. Questo parlatorio è oscuro, -umido, ed orribile in tutti i punti, particolarmente quando si pensa -alle orribili confidenze che sono passate per quelle inferriate, che -hanno arrugginito il ferro delle sbarre. Però, questo luogo, per quanto -sia spaventoso, è un eliso ove vengono a temperarsi, in una società -sperata, gustata, questi uomini ai quali son contati i giorni; tanto è -raro che qualcuno esca dalla fossa dei Leoni, per andare in tutt’altro -luogo che non sia la barriera San Giacomo, o la galera, o il carcere -cellulare! In questo cortile che abbiam descritto, e che trasuda una -fetida umidità, passeggiava, colle mani nelle saccocce del suo abito, -un giovine osservato con molta curiosità dagli abitanti della fossa. -Sarebbe passato per un giovine elegante pel taglio dei suoi abiti, -se questi non fossero stati in lembi; però essi non erano usati, il -panno era fino e lucido, e nei punti in cui era intatto, riprendeva -facilmente il suo lustro sotto la mano accarezzante del prigioniero, -che cercava di farne un abito nuovo. Applicava eziandio la stessa -cura a chiudere una camicia di battista considerevolmente cambiata -di colore dalla sua entrata in prigione; su i suoi stivali verniciati -passava e ripassava un angolo di un fazzoletto con le iniziali ricamate -e sormontate da una corona araldica. Alcuni pensionarii della fossa -dei Leoni consideravano con manifesta premura la ricercata toletta del -prigioniere: — Osserva, ecco là il principe che si fa bello, disse uno -dei ladri. - -— Egli è bellissimo naturalmente, disse un altro, e solo che avesse un -pettine ed un poco di pomata, eclisserebbe tutti i signori dei guanti -bianchi. - -— Il suo abito doveva essere ben nuovo, e gli stivali molto bene -risplendere. È lusinghiero per noi l’avere di confratelli come si deve; -e quei briganti di gendarmi son ben vili. Invidiosi! avere stracciata -una toletta come quella! - -— Sembra che debba essere un soggetto famoso, disse un altro, egli -ha fatto di tutto... e nel genere grande... viene di laggiù, così -giovine! Ah! è una cosa superba!... — E l’obbietto di questa schifosa -ammirazione sembrava gustare gli elogi, o il vapore degli elogi, perchè -non sentiva le parole. - -Terminata la sua toletta, si avvicinò alla porta della cantina alla -quale stava appoggiato il carceriere di guardia. - -— Vediamo, signore, diss’egli, prestatemi venti fr., li riavrete ben -presto; con me non si corre alcun rischio. Pensate che ho dei parenti -che hanno più milioni di quel che voi avete danari... Vediamo, venti -fr. ve ne prego, affinchè possa comprare un paio di pianelle ed una -veste da camera. Io soffro orribilmente a stare sempre in abito e cogli -stivali... che abito! signore, per un principe Cavalcanti. - -Il guardiano gli voltò il dorso, e si strinse nelle spalle; egli non -rise neppur di queste parole che avrebbero fatto ilare ogni altra -fronte; perchè quest’uomo ne aveva intesi molti altri, o piuttosto -aveva sempre udita la stessa cosa. - -— Andate, signore, siete un uomo senza visceri, ed io vi farò perdere -il vostro impiego. — Questa parola fece rivolgere il guardiano, che -questa volta si lasciò sfuggire un gran scoppio di risa. - -Allora i prigionieri si avvicinarono tutti, e fecero cerchio: — -io vi dico, continuò Andrea, che con questa miserabile somma posso -procacciarmi un abito ed una camera, affine di poter ricevere in un -modo decente la visita illustre che aspetto da un momento all’altro. - -— Egli ha ragione! ha ragione! dissero i prigionieri... Perdinci! si -vede ben ch’è un uomo come si deve! - -— Ebbene! prestategli voi altri venti fr.! disse il guardiano -appoggiandosi sull’altra sua spalla colossale, forse che non dovete ciò -ad un camerata? - -— Non sono il camerata di costoro, disse orgogliosamente il giovine, -non m’insultate, non avete questo diritto! - -— Lo sentite? disse il guardiano con un sinistro sorriso, egli vi -accomoda molto bene! prestategli dunque venti fr.! - -I ladri si guardarono con un sordo mormorio, e una tempesta, provocata -più dalle parole del guardiano che da quelle di Andrea, cominciò a -rumoreggiare intorno al prigioniero aristocratico. Il guardiano, sicuro -di poter padroneggiare il susurro, quando il tumulto si facesse troppo -forte, li lasciava poco a poco alterarsi per fare un brutto giuoco -all’importuno sollecitatore, e procurarsi così una ricreazione durante -la lunga guardia della sua giornata. - -Di già i ladri si avvicinavano ad Andrea, parte dicendo: - -— La ciabatta! la ciabatta! — Crudele operazione, che consisteva -a torturare con colpi non già di ciabatta, ma di scarpa ferrata, -un confratello caduto in disgrazia di questi signori. Gli altri -proponevano l’anguilla; altro genere di ricreazione che consisteva nel -riempire di sabbia, di sassolini, e di grossi soldi, quando ne avevano, -un fazzoletto attorcigliato, che i carnefici scaricano come un flagello -sulle spalle e la testa del paziente. — Frustiamo il bel signore, -dissero alcuni altri, il sig. uomo onesto! — Ma Andrea, volgendosi -verso di loro, fece d’occhietto, gonfiò colla lingua la sua guancia, -e fe sentire un scoppietto con la lingua, che equivaleva a mille -segni di convenzione, fra banditi, costretti a tacersi. Questo era -un segno massonico che gli era stato insegnato da Caderousse. Essi lo -riconobbero per uno dei loro. Tosto i fazzoletti ricaddero, la ciabatta -ferrata rientrò nel piede del principale aguzzino. S’intese qualche -voce proclamare che il signore aveva ragione, che il signore poteva -a modo suo essere un uomo onesto, e che i prigionieri volevano dare -l’esempio di libertà di coscienza. - -L’ammutinamento addietrò. Il guardiano ne fu talmente stupefatto -che prese tosto Andrea per le mani e si mise a frugarlo, -attribuendo a qualche manifestazione più significante, di quel che -all’affascinazione, questo cambiamento subitaneo degli abitanti -della fossa dei Leoni. Andrea si lasciò frugare non senza fare forti -proteste. D’improvviso una voce si fe’ subito sentire dalla porta: — -Benedetto! gridò un ispettore. — Il guardiano lasciò la sua preda. — Mi -chiamano! disse Andrea. — Al parlatorio! disse la voce. - -— Vedete se vengo visitato?.. Oh! mio signore, starete a vedere se -si può impunemente trattare un Cavalcanti come un uomo ordinario! — -Ed Andrea, traversando il cortile come un’ombra, si precipitò alla -porta, lasciando nella ammirazione i suoi confratelli ed il guardiano. -Era di fatto chiamato al parlatorio, ed era cosa da meravigliarsene -anche dallo stesso Andrea; poichè l’astuto giovinetto, nel suo entrare -alla _Force_, invece di usare, come le genti comuni, del benefizio -di poter scrivere per farsi reclamare, aveva osservato il più stoico -silenzio. — Io sono, diceva egli, evidentemente protetto da qualche -potente; tutto me lo prova: questa fortuna improvvisa, la facilità -con cui ho appianato tutti gli ostacoli, una famiglia improvvisata, -un nome illustre divenuto mia proprietà, l’oro che pioveva a me -dintorno, le alleanze più magnifiche promesse alla mia ambizione. Un -momentaneo obblìo della mia fortuna, l’assenza del mio protettore mi -han perduto, ma non del tutto, non per sempre! La mano si è ritirata -per un momento, essa deve ritornare su di me, o riafferrarmi di nuovo -al momento in cui mi credeva vicino a piombare nel precipizio. Perchè -arrischierò un’ultima imprudenza nello scrivere? forse mi alienerei -il mio protettore! Egli possiede due mezzi per togliermi d’impaccio; -l’evasione misteriosa comprata a prezzo d’oro, o sforzare la mano ai -giudici per ottener la mia assoluzione. Aspettiamo a parlare ed operare -che mi sia provato che sono stato abbandonato, e allora... - -Andrea aveva fabbricato il suo disegno, che ben si può credere abile; -il disgraziato era intrepido all’attacco, ed astuto nella difesa. La -miseria della prigione in comune, le privazioni di ogni genere, egli -le aveva sopportate; però poco a poco il suo naturale, o piuttosto -l’abitudine aveva preso il sopravvento. Andrea soffriva per ritrovarsi -nudo, sporco, affamato, il tempo per lui era lungo. Fu in questo -momento di noia che l’ispettore lo chiamò al parlatorio. Andrea -sentì il suo cuore balzare di gioia. Era troppo presto perchè quella -fosse una chiamata del suo giudice istruttore, e troppo tardi perchè -fosse una chiamata del direttore delle prigioni o del medico. Dietro -l’inferriata del parlatorio, ove Andrea fu introdotto, egli scoperse, -coi suoi grand’occhi, dilatati ancor più da un’avida curiosità, la -figura cupa ed intelligente di Bertuccio, che guardava con una dolorosa -meraviglia le inferriate, le porte sprangate, e l’ombra che si agitava -dietro le sbarre incrociate. - -— Ah! fece Andrea toccato nel cuore. - -— Buon giorno, Benedetto, disse Bertuccio colla sua voce chiara e -sonora. — Voi! voi! disse il giovine guardando con ispavento intorno a -sè. — Tu non mi conosci più? disse Bertuccio, disgraziato! — Silenzio! -ma silenzio dunque! fece Andrea che conosceva la finezza dell’udito di -quelle muraglie. Mio Dio, non parlate così ad alta voce! - -— Tu vorresti parlar meco, disse Bertuccio, da solo a solo, non è vero? -— Sì, sì! disse Andrea. — Sta bene. - -E Bertuccio frugando nella saccoccia, fece un segno ad un guardiano che -si vedeva dietro la invetriata di un finestrello: — Leggete! diss’egli. - -— Che cosa è quello? disse Andrea. - -— L’ordine di condurti in una camera e di installarviti, e di lasciarmi -comunicare liberamente teco. - -— Oh! fece Andrea, balzando di gioia. — E subito dopo, ripiegandosi -su sè stesso, diceva: — Ancora il protettore sconosciuto! io non son -dimenticato! si cerca il segreto, da poichè mi si vuol parlare in una -camera isolata. Essi sono in mio potere... Bertuccio è stato inviato -dal protettore! - -Il guardiano conferì un momento con un superiore, indi aprì le due -porte sprangate, e li condusse in una camera del primo piano che -guardava nel cortile; Andrea non stava più in sè dalla gioia. La -camera era imbiancata a calce, come è l’uso delle prigioni; aveva -un aspetto di allegria che sembrava raggiante al prigioniere. Un -braciere, un letto, una cassa, una tavola, ne formavano il sontuoso -mobilio. Bertuccio si assise sulla cassa, Andrea si gettò sul letto; il -guardiano si ritirò. - -— Sentiamo, disse l’intendente, che cosa hai da dirmi? - -— E voi? disse Andrea. - -— Ma parla prima... - -— Oh! no; siete voi che avete molte cose da dirmi; poichè siete venuto -a trovarmi. - -— Ebbene! sia. Tu hai continuato il corso delle tue scelleratezze; hai -rubato, hai assassinato... - -— Buono! Se è per dirmi tali cose che mi avete fatto condurre in una -camera appartata, tanto valeva che non v’incomodaste; so tutte queste -cose. Ve ne sono altre invece che non so. Parliamo di quelle, se vi -aggrada. Chi vi ha mandato? - -— Oh! oh! voi andate per le corte, sig. Benedetto. - -— Non è vero? e alla meta. Soprattutto risparmiamo le inutili parole. -Chi vi manda? — Nessuno. - -— E come sapeste che io era in prigione? - -— È molto tempo che ti aveva riconosciuto per quell’insolente -zerbinotto che guidava tanto leggiadramente un cavallo ai Campi-Elisi. - -— I Campi-Elisi... Ah! ah! noi bruciamo, come si dice al giuoco della -pinzetta... I Campi-Elisi!... A noi, parliamo un poco di mio padre, lo -volete? - -— Chi sono io, dunque? - -— Voi, mio bravo signore, siete mio padre adottivo... Ma non siete -voi, m’immagino, che avete disposto in mio favore di un centinaio di -mille fr. che ho divorati in pochi mesi; non siete voi che mi avete -provveduto di un padre italiano e gentiluomo; non siete stato voi che -mi avete fatto entrare nella società, e invitato ad un certo pranzo, -che parmi ancora di mangiare, ad Auteuil, colla miglior compagnia di -Parigi, con un certo procuratore del re, di cui ho avuto grandissimo -torto a non coltivar la conoscenza, che in questo momento mi sarebbe -stata utile; non siete stato voi finalmente che mi avete fatto garanzia -per uno o due milioni, quando mi è accaduto l’accidente fatale della -scoperta del vaso delle rose... Sentiamo, parlate, stimabile Corso, -parlate... - -— Che vuoi tu ch’io ti dica? — Io ti aiuterò. Parlavi dei Campi-Elisi -poco fa, mio degno padre putativo. — Ebbene? - -— Ebbene! ai Campi-Elisi vi abita un signore molto ricco. - -— In casa del quale tu hai rubato ed assassinato, n’è vero? — Io credo -di sì. — Il sig. conte di Monte-Cristo. - -— Siete voi che lo avete nominato, come dice Racine... Ebbene! debbo -gettarmi fra le sue braccia, soffocarlo contro il petto gridando: -«Padre mio! padre mio!» come dice Pixérécourt? - -— Non scherziamo, rispose gravemente Bertuccio, e che un tal nome non -sia qui in tal modo pronunziato. - -— Bah! fece Andrea un poco stordito dal sussiego e dall’attitudine del -sig. Bertuccio, e perchè no? - -— Perchè colui, che porta questo nome, è troppo favorito dal cielo per -essere il padre di un miserabile qual siete. - -— Oh! oh! gran paroloni!... — E grandi effetti se non avrete riguardi. -— Minacce!... non temo niente... io dirò... — Credete voi di avere a -che fare con dei pigmei della vostra specie? disse Bertuccio con un -tuono così tranquillo, ed uno sguardo così sicuro, che Andrea ne fu -commosso fino al profondo delle viscere. Credete di aver che fare coi -vostri scellerati compagni di galera, o coi vostri ingenui ingannati -della società?... Benedetto, siete in mani terribili; esse vogliono -bensì aprirsi per soccorrervi, profittatene. Non scherzate però col -fulmine che per un momento depongono ma che possono riprendere, se -tentate di incomodarle nel libero loro movimento. - -— Padre mio... voglio sapere chi è mio padre... disse l’ostinato; vi -morirò, se abbisogna, ma lo saprò. Che può fare a me lo scandalo? -del bene... del credito... _dei reclami_... come dice Beauchamp il -giornalista. Ma voi altri, persone dell’alta società, avete sempre -qualche cosa da perdere nello scandalo, ad onta dei vostri milioni, e -dei vostri stemmi gentilizi... A noi, chi è mio padre? - -— Son venuto per dirtelo. - -— Ah! gridò Benedetto con gli occhi scintillanti di gioia. - -In questo momento si aprì la porta, ed il carceriere indirizzandosi a -Bertuccio. — Perdono, signore, diss’egli, ma il giudice d’istruzione -aspetta il prigioniere. - -— È la chiusura del mio interrogatorio, disse Andrea al degno -intendente, al diavolo l’importuno! - -— Io ritornerò domani, disse Bertuccio. — Andrea gli stese la mano, -Bertuccio conservò la sua in saccoccia, solo vi fece risuonare alcune -monete. - -— Era quel che voleva dirvi, fe’ Andrea con un sorriso scomposto, ma -soggiogato dalla strana tranquillità di Bertuccio. - -— Mi sarei sbagliato? — disse a sè stesso nel montare in carrozza -oblunga colle persiane di ferro, che viene volgarmente chiamata -il paniere dell’insalata: — vedremo! così a domani, aggiunse egli -voltandosi verso Bertuccio. - -— A domani, rispose l’intendente. - - - - -CVII. — IL GIUDICE. - - -Si ricorderà il lettore che l’abate Busoni era rimasto solo con -Noirtier nella camera mortuaria, e che il nonno ed il prete si -eran costituiti i guardiani del corpo della giovinetta. Forse le -esortazioni dell’abate, la sua dolce carità, la sua parola persuasiva -avevan reso il coraggio al vecchio; poichè dal momento ch’egli aveva -potuto conferire col prete, invece della disperazione che sulle prime -si era impadronita di lui, tutto annunziava in Noirtier una grande -rassegnazione, una calma grandemente sorprendente per tutti quelli -che si ricordavano l’affezione profonda portata da lui a Valentina. -Il sig. de Villefort non aveva più veduto il vecchio dalla mattina di -questa morte. Tutte le persone di servizio erano state rinnovate, un -altro cameriere era stato impegnato per lui, un altro servitore per -Noirtier; due donne erano entrate al servizio della sig.ª de Villefort; -tutti, perfino il portinaro ed il cocchiere offrivano visi nuovi che -si erano eretti, per così dire, fra i diversi padroni di questa casa -maledetta, ed avevano intercettate le relazioni di già molto fredde -che v’erano fra di loro. D’altra parte le sedute si aprivano fra -due o tre giorni, e Villefort, chiuso nel suo gabinetto, proseguiva -con una febbrile attività la procedura ordita contro l’assassino di -Caderousse. Quest’affare, come tutti quelli in cui Monte-Cristo si -ritrovava immischiato, aveva fatto gran rumore nella società parigina. -Le prove non erano convincenti, poichè si fondavano sopra alcune -parole scritte da un forzato moribondo, antico compagno di galera di -quello che veniva accusato, e che poteva accusare il suo compagno o per -odio o per vendetta: si era formata la sola coscienza del magistrato; -il procurator del Re aveva finito col dare a sè stesso la terribile -convinzione, che Benedetto era colpevole, e ch’egli doveva cavare da -questa difficile vittoria uno di quei godimenti di amor proprio, che -sol potevano risvegliare un poco le fibre del suo cuore agghiacciato. - -Il processo adunque s’istruiva, mercè il lavoro incessante di -Villefort, che voleva con questo fare l’apertura delle vicine -sedute. Per cui era stato obbligato di star ritirato più che mai, -affin di evitare di rispondere alla prodigiosa quantità di domande -che gli venivano indirizzate per ottenere dei biglietti d’udienza. -E poi era scorso tanto poco tempo, da che la povera Valentina era -stata trasportata nella tomba; il dolore della famiglia era ancora -sì recente, che nessuno si maravigliava di vedere il padre così -rigorosamente assorto nel suo dovere, cioè nell’unica distrazione -ch’egli poteva provare nel dolore. Una sola volta, ed era la dimane del -giorno in cui Benedetto aveva ricevuto una seconda visita da Bertuccio, -nella quale questi aveva dovuto nominargli suo padre; la dimane di -questo giorno, (domenica) una sola volta, dicevamo, Villefort aveva -veduto suo padre: fu nel momento in cui il magistrato, infuocato dalla -fatica, era disceso nel giardino del suo palazzo; e cupo, curvo sotto -un implacabile pensiero, simile a Tarquinio quando faceva saltare in -aria colla sua bacchettina le teste dei papaveri più elevati, il sig. -de Villefort col suo bastone abbatteva i lunghi ed inariditi steli -delle rose d’ogni mese che ergevansi lungo i viali, come spettri di -quei fiori così brillanti nella stagione che era scorsa. - -Già più d’una volta aveva percorso in lungo tutto il giardino, ed era -giunto a quel famoso cancello che metteva sul recinto abbandonato, -ritornando sempre per lo stesso viale, riprendendo sempre la sua -passeggiata col medesimo passo e con lo stesso gesto, quando i suoi -occhi si portarono macchinalmente verso la casa, nella quale sentiva -scherzare rumorosamente suo figlio, ritornato dal collegio per passare -la domenica ed il lunedì presso sua madre. - -In questo movimento vide ad una delle finestre aperte, il sig. -Noirtier, che si era fatto trascinare nel suo seggiolone fin contro -questa finestra per goder degli ultimi raggi di un sole ancor caldo -che salutava i fiori morenti dei volubili, e le foglie arrossite delle -vergini viti che tappezzavano il muro ed oltrepassavano la finestra. -L’occhio del vecchio era fisso sur un punto solo che Villefort non -iscopriva che imperfettamente. Questo sguardo di Noirtier era così -pieno di odio, così selvaggio, così ardente di impazienza, che -il procuratore del Re, abile ad afferrare tutte le impressioni di -questo viso che tanto ben conosceva, si allontanò dalla linea che -percorreva, per vedere su qual cosa o su qual persona cadeva questo -significativo sguardo. Allora vide, sotto un gruppo di tigli coi rami -già quasi sguarniti, la sig.ª de Villefort che, assisa con un libro -in mano, interrompeva di tempo in tempo la sua lettura per sorridere -a suo figlio, o per ribalzargli la palla elastica, che ostinatamente -lanciava dalla sala nel giardino. Villefort impallidì, poichè capì -che cosa voleva dire il vecchio. Noirtier guardava sempre lo stesso -soggetto; ma all’improvviso il suo sguardo si portò dalla moglie al -marito, e Villefort stesso dovette allora soffrire l’attacco di quegli -occhi fulminanti, che nel cangiare di oggetto, avean pure cambiato -il linguaggio, senza tuttavolta perder niente della loro espressione -minacciosa. - -La sig.ª de Villefort, estranea a tutte queste passioni i cui fuochi -incrociati passavano al di sopra della sua testa, riteneva in quel -momento la palla a suo figlio, facendogli cenno di venirla a prendere -con un bacio; ma Edoardo si fece pregare lungamente, la carezza -materna non gli sembrava probabilmente una ricompensa sufficiente per -l’incomodo che doveva prendersi; finalmente si risolvè, saltò dalla -finestra nel mezzo di un cespuglio di vainiglie e di margherite regine, -e corse alla sig.ª de Villefort colla fronte coperta di sudore: ella -gli asciugò la fronte, posò le sue labbra su questo quasi avorio, -e rimandò il fanciullo colla palla in una mano, e con un pugno di -confetti nell’altra. - -Villefort attirato da una invincibile attrazione, come l’uccello -è attirato dal serpente, si avvicinò alla casa; e secondo che si -avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, ed il fuoco -delle sue pupille sembrava prendere un tal grado di incandescenza, che -Villefort si sentiva divorato da lui fino al fondo del cuore. Infatto -si leggeva in questo sguardo un sanguinoso rimprovero, e nello stesso -tempo una terribile minaccia. Allora le pupille e gli occhi di Noirtier -si alzarono al cielo come se ricordasse a suo figlio un giuramento -dimenticato. — Sta bene! signore, replicò Villefort dal fondo del -cortile, sta bene! abbiate pazienza anche per un giorno; ciò che ho -detto è detto. - -Noirtier parve sedato da queste parole, e i suoi occhi si voltarono con -indifferenza da un’altra parte. - -Villefort si sbottonò violentemente l’abito che lo soffocava, si -passò una mano livida sulla fronte e rientrò nel suo gabinetto. La -notte scorse fredda e tranquilla; tutti andarono a letto e dormirono -come d’ordinario in questa casa. Solo, come egualmente d’ordinario, -Villefort non andò in letto quando vi andarono gli altri, e lavorò -fino alle cinque del mattino, per riveder gli ultimi interrogatorii -fatti il giorno innanzi dai magistrati istruttori, e confrontare le -deposizioni dei testimonii, ed a spargere la chiarezza in tutto il suo -atto d’accusa, uno dei più energici, e dei più abilmente concepiti che -avesse mai esteso. - -Era la dimane il lunedì in cui doveva aver luogo la prima seduta della -Corte delle _Assise_. Quel giorno, Villefort lo vide spuntare tetro e -sinistro, e la sua luce bluastra venne a far rilucere sulla carta le -linee tracciate con l’inchiostro rosso. Il magistrato che si era per -un momento addormito, mentre la sua lucerna mandava gli ultimi sospiri, -si risvegliò al crepitio del lucignolo che stava per ispegnersi, colle -dita umide ed imporporate come se le avesse intinte nel sangue: aprì la -finestra, una gran striscia color d’arancio traversava in lontano il -cielo e troncava in due l’ombra dei sottili pioppi che si disegnavano -sull’orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di là del cancello dei -marroni, un’allodola saliva verso il cielo, facendo sentire il suo -canto chiaro e mattutino. L’aria umida dell’alba inondò la testa di -Villefort, e gli rinfrescò la memoria: - -— Sarà per oggi, diss’egli con uno sforzo; oggi l’uomo che terrà la -spada della giustizia nella sua mano, deve colpire ovunque si ritrovano -dei colpevoli. - -I suoi sguardi si portarono suo malgrado in traccia della finestra di -Noirtier, la finestra in cui il giorno innanzi aveva veduto il vecchio. -La tenda era tirata. - -Eppure l’immagine di suo padre gli era talmente presente, che si voltò -a questa finestra chiusa come se fosse stata aperta, e tuttor vedesse -il vecchio in atto di minacciare. - -— Sì, mormorò egli, sì, sii tranquillo. - -La testa gli cadde sul petto, e colla testa così inchinata, fe’ il giro -del gabinetto, indi finalmente si gettò vestito sur un sofà, meno per -dormire che per ammorbidire le sue membra intirizzite dalla fatica, e -dal freddo del lavoro che penetra fin dentro la midolla delle ossa. - -Un poco per volta tutti gl’individui della famiglia si risvegliarono: -Villefort, dal suo gabinetto, intese i successivi rumori che -costituiscono, per così dire, la vita della casa, le porte messe in -movimento, il tintinnio del campanello della sig.ª de Villefort che -chiamava la cameriera, i primi gridi del fanciullo che si alzava -allegro e contento, come sogliono fare tutti i fanciulli della sua età. - -Villefort suonò egli pure. Il nuovo cameriere entrò da lui portandogli -i giornali ed una tazza di cioccolata. - -— Che cosa mi portate? domandò Villefort. - -— Una tazza di cioccolata. — Non l’ho domandata, chi si prende dunque -questa cura di me? - -— La signora; ella ha detto che il signore oggi parlerà molto senza -dubbio nella causa dell’assassinio, e che avrà bisogno di rinforzarsi. - -Ed il cameriere depose sulla tavola vicina al sofà, tavola come -tutte le altre sopraccaricata di carte, la tazza d’argento dorata. Il -cameriere uscì. Villefort guardò un momento la tazza con sembiante -cupo, indi d’un subito la prese con un movimento convulsivo, e ne -bevve d’un solo fiato il contenuto. Si sarebbe detto che egli sperava -che questa bevanda fosse stata mortale, e che chiamava la morte per -liberarlo da un dovere che gli comandava una cosa più difficile del -morire: indi si alzò e passeggiò pel suo gabinetto con una specie di -sorriso, terribile a vedersi. Il cioccolato era inoffensivo, ed il sig. -de Villefort non ne provò alcun danno. L’ora della colazione giunse, -ed il sig. de Villefort non comparve a tavola. Il cameriere rientrò -nel gabinetto. — La sig.ª fa avvisato il signore, disse egli, che sono -suonate le undici, e che l’udienza è per mezzogiorno. - -— Ebbene! fece Villefort, avanti? - -— La signora ha fatta la sua toletta: ella è pronta, e chiede se andrà -in compagnia del signore? - -— E dove? — Al palazzo. — Per far che? - -— La sig.ª dice che desidera assistere a questa seduta. - -— Ah! fece Villefort con un accento quasi spaventoso, il desidera! — -Il domestico rinculò di un passo: — Se il signore desidera uscire solo, -andrò a dirlo alla signora. - -Villefort restò un momento muto, egli si raschiava colle unghie -la pallida guancia circondata da una barba nera ebano. — Dite alla -signora, rispose egli finalmente, che io desidero di parlarle, e che la -prego di aspettarmi nelle sue camere. — Sì, signore. — Poi ritornate -per farmi la barba e per vestirmi. — Sul momento. — Il cameriere -disparve di fatto per ricomparire, fece la barba a Villefort, e lo -aiutò a vestirsi solennemente di nero. Indi quando ciò fu finito: - -— La signora ha detto che ella aspettava il signore tosto che avesse -finito di vestirsi. - -— Vi vado. — E Villefort, colle filze di carte sotto il braccio, col -cappello in mano, si diresse verso l’appartamento di sua moglie. Alla -porta egli si fermò, si asciugò col fazzoletto il sudore che gli colava -sulla livida fronte. Indi spinse la porta. La sig.ª de Villefort -era assisa sur un divano, sfogliando con impazienza dei giornali -e degli opuscoli che il giovine Edoardo si divertiva a mettere in -pezzi, prima ancora che sua madre avesse avuto il tempo di terminarne -la lettura. Ella era completamente vestita per uscire; il cappello -l’aspettava posto sopra una sedia, ella aveva messo i guanti. — Ah! -eccovi finalmente, disse colla sua voce naturale e tranquilla; mio -Dio! quanto siete pallido, signore! dunque lavorate tutta la notte? -perchè non siete venuto a far colazione con noi? Ebbene! mi condurrete -voi, o andrò sola con Edoardo? — La sig.ª de Villefort, come si vede, -aveva moltiplicate le domande per ottenere una risposta; ma il sig. -de Villefort era rimasto freddo e muto come una statua. — Edoardo, -disse Villefort fissando sul fanciullo uno sguardo imperativo, andate a -scherzare nella sala, bisogna che io parli a vostra madre. — La sig.ª -de Villefort vedendo questo freddo portamento, questo tuono risoluto, -questi preparativi preliminari assai strani, fremette. Edoardo aveva -alzata la testa, aveva guardato sua madre, vedendo che ella non -confermava l’ordine del sig. de Villefort, si era rimesso a tagliar la -testa ai suoi soldati di piombo. — Edoardo! gridò il sig. de Villefort -così rozzamente che il fanciullo balzò sul tappeto, mi capite? andate! - -Il fanciullo, che non era abituato a questo trattamento, si alzò in -piedi ed impallidì, sarebbe stato difficile il dire se era la collera -o la paura. Suo padre andò da lui, lo prese per un braccio, e lo -baciò sulla fronte: — Va, diss’egli, figlio mio, va. — Il sig. de -Villefort andò alla porta e la chiuse dietro a lui con doppio giro -di chiave. — Oh! mio Dio, fece la giovano sposa guardando suo marito -fin nel profondo dell’anima, e sforzando un sorriso che agghiacciò -l’impassibilità di Villefort, che c’è dunque? - -— Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite ordinariamente? — -articolò chiaramente e senza preamboli il magistrato, postosi fra la -moglie e la porta. La sig.ª de Villefort provò ciò che deve provare -la lodola quando vede il falco restringere i suoi cerchi mortali sulla -testa. Un tuono rauco, tronco, che non era nè un grido nè un sospiro, -le sfuggì dal petto, ed ella impallidì fino a diventar livida. - -— Signore, disse ella, io.... io non capisco. — E siccome si era -sollevata in un parossismo di terrore, in un secondo parossismo, -senza dubbio più forte del primo, si lasciò ricadere sul cuscino del -divano. — Io vi domandava, continuò Villefort con voce perfettamente -tranquilla, in qual luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso -mio suocero il sig. di Saint-Méran, mia suocera, Barrois, e mia figlia -Valentina. - -— Ah! gridò la sig.ª de Villefort giungendo le mani, che dite mai? — -Non appartiene a voi l’interrogarmi, a voi sta il rispondere! - -— Al giudice o al marito? balbettò la sig.ª de Villefort. - -— Al giudice, signora! al giudice! — Era uno spettacolo terribile -il vedere il pallore di questa donna, l’angoscia del suo sguardo, il -tremito di tutto il suo corpo. - -— Ah! signore! mormorò ella, ah! signore!:.. e non disse altro. - -— Voi non rispondete, signora! gridò il terribile interrogatore: indi -soggiunse, con un sorriso che spaventava ancor più della sua collera; è -vero però che non negate! - -Ella fece un movimento. - -— E non potreste negarlo, aggiunse Villefort, stendendo la mano verso -di lei come per afferrarla in nome della giustizia; avete compiti -questi diversi delitti con una impudente furberia, ma che però non -poteva ingannare le persone disposte per la loro affezione ad esser -cieche sul vostro conto. Fin dalla morte della sig.ª de Saint-Méran, -ho saputo che v’era un avvelenatore in casa mia, il sig. d’Avrigny me -ne aveva prevenuto; dopo la morte di Barrois, Dio mi perdoni, i miei -sospetti si son portati sopra un altro, sur un angelo! i miei sospetti, -che anche quando non vi è delitto, vegliano incessantemente accesi nel -fondo del mio cuore, ma dopo la morte di Valentina non vi è più alcun -dubbio per me, signora, e non solo per me, ma ancora per altri; così -il vostro delitto conosciuto ora da due persone, sospettato da molti, -diventerà pubblico, e, come vi diceva or ora, non è più un marito che -vi parla, è un giudice! - -La giovane sposa nascose il viso fra le mani. — Oh! signore, ve ne -supplico, non credete alle apparenze. - -— Sareste vile? gridò Villefort con un accento di disprezzo. In fatto -ho sempre notato che gli avvelenatori son sempre vili. Sareste vile, -voi che avete avuto l’orribile coraggio di vedere spirare davanti ai -vostri occhi due vecchi ed una giovanetta assassinata da voi? - -— Signore! Signore! - -— Sareste vile, continuò Villefort con una crescente esaltazione, voi -che avete contati uno a uno i minuti di quattro agonie? voi che avete -combinato i vostri disegni infernali, rimescolate le vostre infami -bevande con una abilità ed una precisione sì miracolosa? Voi che avete -sì ben calcolato tutto, avreste dimenticato di calcolare una cosa sola, -vale a dire che potevate essere condotta alla rivelazione dei vostri -delitti? Oh! questo è impossibile, ed avrete riserbato qualche veleno -più dolce, più sottile, e più mortale degli altri, per isfuggire alla -punizione che vi è dovuta... lo avrete fatto, almeno lo spero. — La -sig.ª de Villefort si contorse le mani, e cadde in ginocchio. — Lo so -bene.... lo so bene, disse egli, confessate; ma la confessione fatta ai -giudici, la confessione fatta nell’ultimo momento, la confessione fatta -quando non si può più negare, è una confessione che non diminuisce -niente la punizione che essi infliggono al colpevole! - -— La punizione! gridò la sig.ª de Villefort, signore! avete pronunziato -due volte questa parola! - -— Senza dubbio. Forse che per essere quattro volte colpevole avete -creduto di sfuggirla? forse che per essere la moglie di quello che -domanda la punizione degli altri rei, avete creduto che la vostra -punizione non vi sarebbe stata? No! signora, no! Chiunque sia, il -patibolo aspetta l’avvelenatore, se soprattutto, come vi diceva poco -fa, l’avvelenatore non ha avuto la cura di conservare per sè qualche -goccia del suo più sicuro veleno. — La sig.ª de Villefort mandò un -grido selvaggio, e lo schifoso ed indomabile terrore invase i suoi -lineamenti scomposti. — Oh! non temete il patibolo, signora, disse il -magistrato, se mi avete ben capito dovete avere capito che non potete -morire sopra un patibolo. — No, io non ho capito; cosa volete dire? -balbettò la disgraziata donna completamente atterrata. - -— Voglio dire, che la moglie del primo magistrato della capitale -non macchierà colla sua infamia un nome rimasto senza macchia, e non -disonorerà nel medesimo tempo suo marito e suo figlio. - -— No! oh! no? — Ebbene! signora, questa sarà una buona azione per parte -vostra, ed io ve ne ringrazio. - -— Mi ringraziate, e di che? — Di ciò che avete detto. - -— E che cosa ho io detto? ho perduto la testa; non comprendo più -niente, mio Dio! mio Dio! — Ed ella si alzò coi capelli sparsi, -e le labbra schiumose. — Voi avete risposto, signora, a quella -interrogazione che vi ho fatta entrando qui; dove avete il veleno di -cui d’ordinario vi servite? — La sig.ª de Villefort alzò le braccia al -cielo, e battè convulsivamente le mani l’una contro l’altra: — No, no, -vociferò ella; no, voi non volete questo. - -— Ciò che io non voglio, signora, si è che compariate al patibolo, -capite? rispose Villefort. - -— Oh! signore, grazia! - -— Ciò che io voglio, è che sia fatta giustizia. Io sono sulla terra -per punire, signora, aggiunse egli con uno sguardo fiammeggiante, e -tutt’altra donna, fosse ancora una regina, io la manderei al carnefice; -ma per voi sarò misericordioso: vi ho detto: non avete voi, signora, -conservato qualche goccia del vostro veleno più dolce, più pronto, più -sicuro? - -— Oh! perdonatemi, signore, lasciatemi vivere! - -— Ella è vile, disse Villefort. — Pensate che son vostra moglie! — Io -penso che voi siete un’avvelenatrice. — In nome del cielo!.... — No! — -In nome dell’amore che avete avuto per me! — No! no! - -— In nome di nostro figlio! ah! lasciatemi vivere! - -— No! no! no! vi dico; se vi lascio vivere, verrà un giorno che -ucciderete lui come tutti gli altri. - -— Io! uccidere mio figlio! gridò questa madre selvaggia slanciandosi -verso Villefort; io uccidere il mio Edoardo!... ah! ah! ah! — Ed un -riso spaventoso, un riso di demonio, un riso di pazza compì la frase e -si perdè in un rantolo sanguinoso. La sig.ª de Villefort era caduta ai -piedi di suo marito. Villefort si era avvicinato a lei: — Pensateci, -signora, diss’egli, se al mio ritorno non è stata fatta giustizia, vi -denunzio di mia propria bocca, e vi arresto colle mie proprie mani. — -Ella ascoltava anelante, abbattuta, oppressa; il suo occhio solo viveva -in lei e copriva un fuoco terribile. — Voi mi capite! disse Villefort; -vado alla seduta per chiedere la morte d’un’assassino... Se al mio -ritorno vi ritrovo viva, questa sera dormirete alla _Conciergerie_. — -La sig.ª de Villefort mandò un sospiro, i suoi nervi si distesero, ella -stramazzò sul tappeto. Il procurator del Re sembrò provare un movimento -di pietà, la guardò men severamente, ed inchinandosi leggermente ad -essa: — Addio, signora, diss’egli; addio! — Questo addio cadde come un -coltello mortale sul cuore della sig.ª de Villefort. Ella svenne. Il -procurator del Re uscì, e, nell’uscire, chiuse la porta a doppio giro. - - - - -CVIII. — LE ASSISE. - - -L’affare di Benedetto, come si diceva allora al Palazzo e nella -società, aveva prodotto una enorme sensazione. Uno dei frequentatori -del Caffè di Parigi, del baluardo di Gand, e del bosco di Boulogne, -il falso Cavalcanti, durante il tempo che era rimasto a Parigi, e nei -due o tre mesi in cui aveva fatto un mondo di conoscenze. I giornali -avevano raccontato le diverse stazioni del prevenuto nella sua -vita di galera; ne risultava la più viva curiosità, in tutti coloro -particolarmente che avevan conosciuto di persona il principe Andrea -Cavalcanti; per cui questi erano soprattutto risoluti ad arrischiare -qualunque cosa per andare a vedere sul banco degli accusati il sig. -Benedetto, l’assassino del suo compagno di catena. Per molte persone, -Benedetto era se non una vittima, almeno un errore della giustizia: -si era veduto a Parigi il sig. Cavalcanti padre, e si aspettava di -vederlo di nuovo comparire per reclamare il suo illustre rampollo. Un -buon numero di persone che non avevano mai inteso parlare del famoso -soprabito alla polacca col quale era sbarcato presso il conte di -Monte-Cristo, si erano sentiti colpire dall’aria di dignità, dalla -nobiltà, e dalla scienza di mondo che aveva mostrato il vecchio -patrizio, il quale, bisogna dirlo, sembrava un signore perfetto, tutte -le volte che non parlava o non faceva calcoli d’aritmetica. - -In quanto allo stesso accusato, molte persone si ricordavano di -averlo veduto così amabile, così bello, così prodigo, ch’essi amavan -meglio credere qualche macchinazione per parte di un nemico, come se -ne trova in questo mondo, in cui le grandi fortune elevano i mezzi -di fare il male ed il bene all’altezza del maraviglioso ed alla -potenza dell’inaudito. Ciascuno accorse adunque alla seduta della -Corte delle Assise, gli uni per gustare lo spettacolo, gli altri per -commentarlo. Fin dalle sette del mattino si faceva la fila al cancello, -ed un’ora prima dell’apertura della seduta, la sala era già piena -di persone privilegiate. Prima dell’ingresso della Corte, e qualche -volta anche dopo, una sala d’udienza nei giorni dei grandi processi -rassomiglia molto ad una sala di conversazione, in cui molte persone si -riconoscono, si parlano, quando sono abbastanza vicini da non perdere i -loro posti, si fanno segni quando son separati da un troppo gran numero -di popolo, d’avvocati e di gendarmi. Era una di quelle magnifiche -giornate di autunno che qualche volta ci compensano di un’estate -assente o accorciata; le nubi che il sig. de Villefort aveva vedute la -mattina velare il sole nascente, si erano dissipate come per magìa, e -lasciavano risplendere in tutta la sua purezza uno degli ultimi, uno -dei più bei giorni di settembre. - -Beauchamp, uno dei re della stampa e che per conseguenza ha il suo -trono da per tutto, guardava coll’occhialino a dritta e a sinistra. -Egli scoperse Château-Renaud e Debray che eran giunti a guadagnarsi le -buone grazie di un sergente di città, e lo avevano risoluto a mettersi -dietro di loro invece di stargli davanti, come sarebbe stato di suo -diritto. Il degno messo aveva odorato il segretario intimo del ministro -ed il milionario; egli si mostrò pieno di riguardi per i suoi nobili -vicini, e lor permise anche di andare a fare una visita a Beauchamp, -promettendo di conservare loro i posti. — Ebbene! disse Beauchamp, noi -dunque veniamo a vedere il nostro amico! - -— Eh! mio Dio! sì! rispose Debray, questo degno principe; vadano al -diavolo tutti i principi senza principato. - -— Un uomo che ha avuto Dante per genealogista, e che rimonta alla -_Divina Commedia_! - -— Nobiltà da corda, disse flemmaticamente Château-Renaud. — Egli sarà -condannato, n’è vero? domandò Debray. - -— Eh! caro mio, rispose il giornalista, è a voi, mi sembra, che bisogna -domandarlo: voi conoscete meglio di noi l’aria degli uffizii; avete -veduto il presidente all’ultima _soirée_ del vostro ministro? - -— Sì. — E che vi ha detto? — Una cosa che vi maraviglierà. - -— Ah! parlate dunque presto, amico caro, è tanto tempo che non abbiam -più detto niente su questo argomento. - -— Ebbene! mi ha detto che Benedetto, che si ritiene come una fenice -di astuzia, come un gigante di furberia, non è che un borsaiolo molto -subalterno, molto stupido, e del tutto indegno delle esperienze che si -faranno, dopo la sua morte sopra i suoi organi frenologici. - -— Bah! fece Beauchamp; egli però rappresentava molto passabilmente la -parte di principe. - -— Per voi Beauchamp, che detestate questi disgraziati principi e che -siete incantato ogni qual volta potete ritrovare in loro dei modi -cattivi; ma non per me che adoro per istinto la nobiltà, e che rilevo -una famiglia aristocratica, qualunque ella sia, da vero bracco del -blasone. - -— Così, non avete mai creduto al suo principato? - -— Alla sua aria da principe, sì... al suo principato no. - -— Non c’è male, disse Debray; vi assicuro che per tutt’altri che per -voi poteva passare; l’ho veduto dai ministri. - -— Ah! sì, disse Château-Renaud; sì davvero che i nostri ministri se ne -intendono di principi! - -— Vi è del buon senso in quanto dite Château-Renaud, rispose Beauchamp -ridendo clamorosamente; la frase è corta, ma bella: vi chiedo il -permesso di poterne usare nel mio rendi-conto. - -— Prendetela, mio caro Beauchamp, disse Château-Renaud, vi regalo la -mia frase per quanto vale. - -— Ma, disse Debray a Beauchamp, se ho parlato al presidente, voi dovete -aver parlato al procuratore del Re? - -— Impossibile! da otto giorni il sig. de Villefort si tien celato; ciò -è naturale: questa strana sequela di dispiaceri domestici, coronati -dalla morte non meno strana di sua figlia... - -— Morte strana! che dite dunque Beauchamp? - -— Ah! sì, fate dunque l’interrogatore, sotto il pretesto che ciò -che accade fra la nobiltà di toga non lo sapete, disse Beauchamp -applicandosi la lente all’occhio e sforzandosi di tenerla ferma col -solo sopracciglio. - -— Mio caro signore, disse Château-Renaud, permettetemi di dirvi che, -per tenere così la lente voi non siete della forza di Debray. Debray, -date dunque una lezione al sig. Beauchamp. - -— Osservate, disse Beauchamp, non mi sbaglio. - -— Che è dunque? — È lei. — Chi è? — La si diceva partita. — Madamigella -Eugenia? domandò Château-Renaud, sarebbe di già ritornata? - -— No, ma sua madre. — La sig.ª Danglars? - -— Andiamo, disse Château-Renaud, è impossibile; dieci giorni dopo -la fuga di sua figlia, tre giorni dopo il fallimento di suo marito! -— Debray arrossì leggermente e seguì la direzione dello sguardo di -Beauchamp. - -— Andiamo diss’egli, è una donna velata, una donna sconosciuta, qualche -principessa straniera, forse anche la madre del principe Cavalcanti; -ma voi dicevate o piuttosto volevate dire una cosa molto interessante, -Beauchamp, mi sembra. - -— Io? — Sì, parlavate della strana morte di Valentina. - -— Ah! è vero: ma perchè la sig.ª de Villefort non è qui? - -— Povera e cara donna! disse Debray, ella senza dubbio è occupata -a distillare l’acqua di melissa, per gli ospedali, ed a comporre -dei cosmetici per sè e per le sue amiche: sapete che ella ha speso -per questo divertimento due o tre mila scudi per anno, a quanto si -assicura. Veniamo al fatto, avete ragione, perchè non è qui la sig.ª de -Villefort? l’avrei veduta con molto piacere, amo molto questa donna. - -— Ed io, disse Château-Renaud, la detesto. - -— Perchè? — Non so niente. Perchè si ama e perchè si detesta? la -detesto per antipatia. — O sempre per istinto. - -— Può darsi... ma torniamo a ciò che dicevate, Beauchamp. - -— Ebbene? non siete curiosi di saper perchè si muore così spesso ed -all’improvviso in casa Villefort? - -— Spesso! la parola è bella, disse Château-Renaud. - -— La parola è vera in casa del sig. de Villefort, ma torniamo a lui. - -— In fede mia! disse Debray, vi confesso che non perdo di vista questa -casa apparata a lutto da tre mesi, e ieri l’altro ancora, a proposito -della morte di Valentina, la sig.ª *** me ne parlava. - -— E chi è la sig.ª ***? domandò Château-Renaud. - -— La moglie del ministro; per bacco! - -— Ah! perdono, disse Château-Renaud, io non vado dai ministri, lascio -andarvi i principi. - -— Voi non eravate che bello, ora diventate fulminante, caro barone; -abbiate pietà di noi, altrimenti ci brucerete come un altro Giove. - -— Non dirò più niente, disse Château-Renaud; ma che diavolo! abbiate -pietà di me, non mi date la replica. - -— Vediamo, cerchiamo di giungere alla meta del nostro dialogo, -Beauchamp; vi diceva dunque che ieri l’altro la sig.ª *** mi domandava -delle informazioni su questo argomento; istruitemi, ed io istruirò lei. - -— Ebbene! signori, se si muore così spesso, io mantengo la frase, nella -casa Villefort, ciò è perchè nella casa vi è un assassino. — I giovani -rabbrividirono poichè già più d’una volta era loro venuta la stessa -idea. - -— E chi è questo assassino? domandarono tutti ad un tempo. - -— Il giovine Edoardo. — Uno scoppio di risa dei due uditori non -isconcertò in alcun modo l’oratore, che continuò: - -— Sì, signori, il giovine Edoardo, fanciullo fenomeno-logico che uccide -già come il padre e la madre. - -— Questo è uno scherzo? - -— Niente affatto; ieri ho preso uno dei domestici che è uscito dalla -casa del sig. de Villefort: ascoltate bene questo. - -— Noi ascoltiamo. - -— E che io licenzio domani, perchè mangia enormemente per rimettersi -dal digiuno di terrore che si era imposto in quella casa. Ebbene? -sembra che questo caro fanciullo abbia messo la mano su qualche -boccetta di droghe di cui egli usa di tempo in tempo contro quelli -che gli dispiacciono. Primieramente toccò al nonno ed alla nonna -Saint-Méran, che gli dispiacquero, e loro versò alcune gocce del -suo elixir: tre gocce bastano; indi toccò al bravo Barrois, vecchio -servitore del Nonno Noirtier, il quale sgridava a quando a quando -l’amabile monello; ei gli versò tre gocce del suo elixir; e fu fatta; -così accadde pure alla povera Valentina, che non lo sgridava, ma di cui -egli era geloso: le versò tre gocce del suo elixir, e per essa come per -tutti gli altri tutto fu finito. - -— Ma che diavol di racconto ci fate? disse Château-Renaud. — Sì, disse -Beauchamp, un racconto dell’altro mondo n’è vero? — È un’assurdità, -disse Debray. - -— Ah! riprese Beauchamp, ecco che già cercate mezzi dilatorii! che -diavolo, domandatelo al mio domestico, o piuttosto a quello che domani -non sarà più mio domestico; questa è la voce che corre in tutta la -famiglia. - -— Ma questo elixir, dov’è? qual è? — Diamine! il fanciullo lo nasconde. - -— Dove l’ha preso? — Nel laboratorio di sua madre. - -— Sua madre ha dunque dei veleni nel suo laboratorio? - -— Lo so io forse? mi fate delle domande da procurator del Re: ripeto -ciò che mi è stato detto, ecco tutto; vi cito nome ed autore: non posso -far di più; il povero diavolo non mangiava più dallo spavento. - -— È incredibile! - -— Ma, no, mio caro, ciò non è incredibile del tutto: avete veduto -l’anno scorso quel fanciullo della strada Richelieu che si divertiva ad -uccidere i suoi fratelli e le sue sorelle immergendo loro delle spille -nelle orecchie mentre dormivano. La generazione che viene dopo di noi, -è molto precoce, mio caro! - -— Caro mio, disse Château-Renaud, scommetto che voi non credete una -parola di tutto ciò che ci avete raccontato... Ma non vedo il conte di -Monte-Cristo; come mai non è qui? - -— Egli è degenerato, fece Debray; e poi non vorrà comparire davanti a -tutti, che è stato ingannato da tutti questi Cavalcanti i quali sono -venuti a lui con delle false lettere credenziali, di modo che egli si -trova allo scoperto di un centinaio di migliaia di franchi, ipotecati -sul suo principato. - -— A proposito, domandò Beauchamp, come sta Morrel? - -— In fede mia, disse il gentiluomo, sono stato tre volte in casa sua, e -non l’ho mai ritrovato, però sua sorella non mi è sembrata inquieta, e -mi ha detto, con molto buon viso, che non lo ha più veduto da due o tre -giorni, ma che è certa ch’egli sta bene. - -— Ah! ora che vi penso! il conte di Monte-Cristo non può venire nella -sala! disse Beauchamp. - -— E perchè? — Perchè egli è attore nel dramma. - -— Ma forse egli pur ha assassinato qualcuno? domandò Debray. - -— Ma no, è lui, al contrario, che hanno voluto assassinare: sapete bene -che uscendo dalla sua casa quel degno signore di Caderousse è stato -assassinato dal suo giovine amico Benedetto: sapete bene che in casa -sua fu trovato quel famoso gilè nel quale era la lettera che venne a -sconvolgere la sottoscrizione del contratto di matrimonio: vedetelo, -è là tutto insanguinato come capo di convinzione. — Ah! molto bene! — -Zitti! signori, ecco la Corte; ai nostri posti! - -Infatto si fece sentire un gran rumore nel pretorio; il sergente -di città chiamò i due protetti con un _hem!_ energico, e l’usciere -comparendo sulla soglia della sala delle deliberazioni, gridò -con quella voce aspra che gli uscieri avevano fin dal tempo di -Beaumarchais: — La corte, signori! - - - - -CIX. — L’ATTO D’ACCUSA. - - -I giudici si collocarono ai loro seggi in mezzo al più profondo -silenzio; i giurati si assisero al loro posto; il sig. de Villefort, -oggetto dell’attenzione, e direm quasi dell’ammirazione generale, -si pose col berretto in testa, sul suo seggio, girando uno sguardo -tranquillo intorno a sè. Ciascuno guardava con maraviglia questa figura -grave e severa, sulla impassibilità della quale sembrava che i dolori -personali non avessero alcuna possa, e si guardava con una specie di -terrore quell’uomo estraneo all’emozioni dell’umanità. — Gendarmi! -disse il presidente, conducete l’accusato. - -A queste parole, la pubblica attenzione divenne più attiva, e tutti gli -occhi si fissarono sulla porta dalla quale doveva entrare Benedetto. -Ben presto questa porta si aprì e comparve l’accusato. La impressione -fu la stessa su tutti, e nessuno s’ingannò alla espressione della -sua fisonomia; i suoi lineamenti non portavano l’impronta di quella -profonda emozione che fa affluire il sangue al cuore e scolora la -fronte e le guance. Le mani, graziosamente poste, una per tenere il -cappello, l’altra all’apertura del gilè di _picchè_ bianco, non erano -agitate da alcun fremito; l’occhio era placido ed anzi brillante. -Appena entrato nella sala, lo sguardo del giovine si mise a percorrere -tutte le file dei giudici e degli assistenti, e si fermò più lungamente -sul presidente e particolarmente sul procuratore del Re. Vicino ad -Andrea si pose l’avvocato ch’egli aveva scelto, avvocato nominato -di ufficio (poichè Andrea non aveva voluto occuparsi di questi -particolari, ai quali sembrava non attaccasse alcuna importanza), -giovine dai capelli d’un biondo chiaro, col viso rosso da una emozione -cento volte più sensibile di quella del prevenuto. Il presidente -domandò la lettura dell’atto di accusa, redatto, come si sa, dalla -penna abile ed implacabile di Villefort. Durante questa lettura, che -fu lunga, e che per tutt’altri sarebbe stata opprimente, la pubblica -attenzione non cessò di portarsi sur Andrea, che ne sostenne il -peso colla tranquillità d’animo di uno Spartano. Giammai Villefort -non era forse stato così conciso nè così eloquente: il delitto era -rappresentato sotto i colori più vivi: gli antecedenti del prigioniero, -la sua trasfigurazione, la filiazione dei suoi atti da una età molto -tenera, erano dedotti con tutta l’abilità che la pratica della vita e -la conoscenza del cuore umano poteva somministrare ad uno spirito così -elevato, qual era quello del procuratore del Re. - -Con questo solo preambolo, Benedetto era perduto per sempre nella -pubblica opinione, mentre essa aspettava, che fosse punito più -materialmente dalla legge. Andrea non presentò la minima attenzione -alle successive accuse che si elevavano e ricadevano su di lui: il sig. -de Villefort che lo esaminava spesso, e che senza dubbio continuava sur -esso gli studii psicologici che aveva avuto così spesso l’occasione -di fare sopra altri accusati, il sig. de Villefort non potè una sola -volta fargli abbassare gli occhi, per quanta fosse la fermezza e la -profondità del suo sguardo. Finalmente terminò la lettura. - -— Accusato, disse il presidente, il vostro nome e cognome. - -Andrea si alzò: — Perdonatemi, disse egli con una voce tranquilla, -il cui suono vibrava perfettamente puro, vedo che voi imprendete un -ordine di domande nel quale non posso seguirvi: ho la pretensione, -che starà a me il giustificare in seguito, di essere una eccezione -agli ordinarii accusati. Vogliate dunque, ve ne prego, permettermi di -rispondere seguendo un ordine diverso; non risponderò neppure a tutto. -— Il presidente sorpreso guardò i giurati, che guardarono il procurator -del Re. Una gran sorpresa si manifestò in tutta l’assemblea. Ma Andrea -non parve menomamente commoversi: — La vostra età? disse il presidente; -risponderete a questa domanda? - -— A questa, come alle altre, risponderò, ma a suo tempo. - -— La vostra età? ripetè il magistrato. - -— Ho 21 anno, o piuttosto li avrò fra qualche giorno, essendo nato -nella notte del 27 al 28 settembre 1817. - -Il sig. de Villefort, che era occupato a prendere una nota, alzò la -testa nel sentire questa data. - -— Dove siete nato? continuò il presidente. - -— Ad Auteuil, vicino a Parigi, rispose Benedetto. - -Il sig. de Villefort alzò una seconda volta la testa, guardò Benedetto -come se avesse guardato la testa di Medusa, e divenne livido. In -quanto a Benedetto, portò graziosamente alle sue labbra l’angolo di un -fazzoletto di fina battista. - -— La vostra professione? domandò il presidente. - -— Prima ho fatto il falsario, disse Andrea con la massima tranquillità -del mondo; in seguito son passato a fare il ladro, e recentemente -mi son fatto assassino. — Un mormorio o piuttosto una tempesta di -indignazione e di sorpresa scoppiò in tutte le parti della sala; i -giudici stessi lo guardarono stupefatti, i giurati manifestarono il -più gran disgusto per quel cinismo, che tanto poco si aspettavano da -un uomo elegante. Il sig. de Villefort appoggiò una mano sulla sua -fronte che, di pallida era divenuta rossa e bollente; di repente si -alzò, guardando intorno a sè come un uomo demente: gli mancava l’aria. -— Cercate qualche cosa, sig. procurator del Re? domandò Benedetto col -suo sorriso più obbligante. — Il sig. de Villefort non rispose, tornò a -sedersi o, per meglio dire, ricadde nel suo seggio. - -— È forse adesso pervenuto, che voi acconsentite di dire il vostro -nome? domandò il presidente. L’affettazione brutale che avete messa -nell’enumerare i vostri differenti delitti, che avete qualificati per -vostra professione; la specie di punto di onore che vi attaccate, cosa -di cui, in nome della morale e del rispetto dovuto alla umanità, la -corte deve biasimarvi severamente, ecco forse la ragione che vi ha -fatto ritardare a dire il vostro nome: volevate far spiccare questo -nome per mezzo dei titoli che lo precedono. - -— Pare incredibile, sig. presidente, disse Benedetto col tuono di voce -più grazioso e colle maniere più gentili, che voi abbiate letto così -bene nel fondo del mio pensiero; fu infatto con questo scopo che vi -pregai d’invertire l’ordine delle domande. — Lo stupore era al colmo; -non vi era più nelle parole dell’accusato nè sfrontatezza, nè cinismo; -l’uditorio commosso presentiva un qualche fulmine rumoreggiante nel -fondo di questa tetra nube. - -— Ebbene! disse il presidente, il vostro nome? - -— Non posso dirvi il mio nome, perchè non lo so; ma so quello di mio -padre e posso dirvelo. - -Un doloroso abbagliamento acciecò Villefort: si videro cadere dalle -guance alcune gocce di sudore ripetute sui fogli, ch’egli rimescolava -con mano convulsiva e smarrita. - -— Allora dite il nome di vostro padre, riprese il presidente. — Non un -soffio, non un respiro turbava il silenzio di questa immensa assemblea; -tutti aspettavano. — Mio padre è un procurator del Re, rispose -tranquillamente Andrea. - -— Procuratore del Re! disse con istupore il presidente senza notare -lo svolgimento che si operava sulla figura del sig. de Villefort; -procurator del Re! - -— Sì, e poichè volete saperne il nome... si chiama de Villefort! — -L’espressione così lungamente trattenuta dal rispetto che si porta in -seduta alla giustizia, si fece campo, come un tuono, dal fondo di tutti -i petti; la corte stessa non pensò a reprimere questo movimento della -moltitudine. Le interiezioni, le ingiurie scagliate contro Benedetto -che rimaneva impassibile, i gesti energici, il movimento dei gendarmi, -il sogghigno di quella parte fangosa che, in tutte le assemblee, -sale alle superficie nei movimenti di commozione e di scandalo, tutto -ciò durò cinque minuti, prima che i magistrati e gli uscieri fossero -riusciti a ristabilire il silenzio. In mezzo a tutto questo rumore -si sentiva la voce del presidente che gridava: — Vi prendete giuoco -della giustizia, accusato, ed oserete dare ai vostri concittadini lo -spettacolo di una corruzione che, in una epoca che però non lascia -niente a desiderare sotto questo rapporto, non avrebbe ancora avuto -il suo eguale! — Dieci persone si sollecitavano intorno al procuratore -del Re, a metà oppresso sul suo seggio, e gli offrivano consolazioni, -incoraggiamenti, proteste di zelo e di simpatia. La calma si era -ristabilita nella sala, ad eccezione d’un punto in cui un gruppo -abbastanza numeroso si agitava e si urtava. Una donna, dicevasi, era -svenuta; le si era fatto respirare dei sali, e si andava rimettendo. -Andrea, durante tutto questo tumulto, aveva voltata la sua faccia -sorridente verso l’assemblea; indi, appoggiandosi con una mano sul -riparo di quercia del banco, e ciò con l’attitudine più graziosa: — -Signori, diss’egli, non piaccia a Dio che io cerchi d’insultare la -corte e di fare, in presenza di questa onorevole assemblea, un inutile -scandalo. Mi si domanda quanti anni ho, lo dico; mi si domanda ove sono -nato, io rispondo; mi si domanda il mio nome, non posso dirlo, perchè -i miei genitori mi hanno abbandonato. Ma posso bene senza dire il mio -nome, poichè non lo so, dire quello di mio padre: ora, lo ripeto, mio -padre si chiama de Villefort, e son pronto a provarlo. - -Nell’accento di questo giovine vi era una certezza, una convinzione, -una energia che ridussero il tumulto in silenzio. Gli sguardi si -voltarono un momento sul procuratore del Re, che conservava nel -suo posto la immobilità di un uomo che il fulmine abbia cambiato in -cadavere. - -— Signori, continuò Andrea comandando il silenzio col gesto e colla -voce, vi devo la prova e la spiegazione delle mie parole. - -— Ma, gridò il presidente irritato, nella istruzione avete dichiarato -di chiamarvi Benedetto, avete detto di essere orfano, e vi siete -assegnata la Corsica per patria. - -— Io nell’istruzione ho detto ciò che mi conveniva di dire, poichè -non voleva che s’indebolisse o che si sospendesse, il che non sarebbe -mancato di accadere, il fragore solenne che voleva dare alle parole. Or -vi ripeto che sono nato ad Auteuil nella notte del 27 al 28 settembre -1817, e che sono figlio del sig. procurator del Re Villefort. Ne volete -voi delle particolarità? sono pronto a darvele. Nacqui al primo piano -della casa N. 28, strada della Fontana, in una camera parata di damasco -rosso. Mio padre mi raccolse nelle sue braccia dicendo a mia madre -che io era morto, mi avvolse in un pannolino marcato con le lettere -L ed N, e mi portò entro una cassetta in giardino ove mi seppellì -vivo. — Un fremito percorse tutti gli assistenti, quando videro che la -sicurezza del prevenuto ingrandiva a seconda dello spavento del sig. -de Villefort. — Ma come sapete voi tutti questi particolari? domandò il -presidente. - -— Ve lo dirò, sig. presidente. Nel giardino in cui mio padre mi aveva -sepolto, si era introdotto in quella stessa notte un uomo che l’odiava -mortalmente, e che lo appostava da lungo tempo per compiere su lui una -vendetta Corsa. L’uomo si era nascosto dietro un albero; egli vide mio -padre nascondere un deposito sotto terra, e lo percosse con un colpo di -coltello, mentre terminava questa operazione: indi, credendo che questo -deposito fosse un qualche tesoro, lo dissotterrò e mi trovò ancor -vivo. Quest’uomo mi portò all’ospizio dei trovatelli ove fui inscritto -sotto il N. 37. Tre mesi dopo sua cognata fece il viaggio da Rogliano -a Parigi per venirmi a cercare, mi reclamò come suo figlio e mi portò -seco. Ecco in che modo, quantunque nato ad Auteuil, fui allevato in -Corsica. — Vi fu un momento di silenzio così profondo, che, senza -l’ansietà che si vedeva respirare da mille petti, si sarebbe creduta -vuota la sala. - -— Continuate, disse la voce del presidente. - -— Certamente, continuò Benedetto, io poteva essere felice presso questa -brava gente, che mi adorava; ma il mio naturale, non so se perverso sin -dal nascer mio, o se per la società dei perversi si pervertisse, e col -crescer degli anni più perverso si facesse, alla fine la vinse su tutte -le virtù che mia madre adottiva cercava di versarmi in seno; ingrandii -nel male, e giunsi a commettere dei delitti. Un giorno, finalmente, -in cui malediceva la provvidenza per avermi fatto, io diceva, così -cattivo per vedermi precipitato in uno stato così schifoso, mio padre -adottivo mi disse: «non bestemmiare, disgraziato! poichè Dio ti ha -dato alla luce senza collera, il delitto viene da tuo padre e non da -te, nè da altri; da tuo padre che ti aveva destinato all’inferno se tu -morivi, alla miseria se un miracolo ti conservava in vita.» Da quel -giorno cessai di bestemmiare, ma maledii mio padre; ed ecco perchè -ho fatto qui sentire le parole, che voi mi avete rimproverate, sig. -presidente; ecco perchè ho causato lo scandalo di cui freme ancora -questa assemblea. Se questo è un delitto di più, punitemi; ma se vi ho -convinto che dal giorno in cui nacqui il mio destino si faceva fatale, -doloroso, lamentevole, amaro, compiangetemi! - -— Ma vostra madre? domandò il presidente. - -— Mia madre mi credeva morto, mia madre non era colpevole: non ho -voluto saperne il nome, e non la conosco. - -In questo momento un grido acuto, che terminò in un singulto, s’intese -nel mezzo del gruppo che circondava, come lo abbiamo detto, una donna. -Questa donna cadde in un violento attacco di nervi, fu portata fuori -dal pretorio, nel tempo che si trasportava, il fitto velo che le -nascondeva il viso si scostò, e fu riconosciuta la sig.ª Danglars. Ad -onta dell’oppressione dei suoi sensi snervati, ad onta del ronzio che -fremeva alle sue orecchie, e della specie di follia che sconvolgeva il -suo cervello, Villefort la riconobbe, e si sollevò. - -— Le prove? le prove? disse il presidente; prevenuto, ricordatevi che -questo tessuto d’orrori ha bisogno di essere sostenuto colle prove più -luminose. - -— Le prove? disse Benedetto ridendo, le volete? — Sì. - -— Ebbene! guardate il sig. de Villefort, e poi domandatemi ancora -delle prove. — Ciascuno si voltò verso il procurator del Re, che sotto -il peso di questi mille sguardi indirizzati su di lui, si avanzò nel -recinto del tribunale, vacillando coi capelli in disordine ed il viso -solcato dalla pressione delle sue unghie. L’assemblea intera mandò un -lungo mormorio di maraviglia. — Mi si domandano delle prove, padre mio, -disse Benedetto a Villefort, volete che io loro le dia? - -— No, balbettò de Villefort con voce soffocata, è inutile. - -— Come inutile? gridò il presidente; che intendete dire? - -— Intendo dire, gridò il procuratore del Re, che io mi dibatterei -invano sotto la pressa mortale che mi schiaccia; signori, io sono, lo -riconosco, colpito dalla mano di Dio vendicatore. Non date prove! non -ve ne bisognano: tutto ciò che ha detto questo giovine è vero. - -Un silenzio cupo e pesante come quello che precede le catastrofi della -natura, avvolse nel suo manto di piombo tutti gli assistenti, ai quali -si drizzavano i capelli sulla lesta. - -— E che! sig. de Villefort, gridò il presidente, voi non cedete ad -una allucinazione! che! voi godete della pienezza delle vostre facoltà -mentali! si concepirebbe facilmente come un’accusa così strana, così -imprevista, così terribile, avesse potuto turbare il vostro spirito; -vediamo, rimettetevi. — Il procuratore del Re scosse la testa. I suoi -denti sbatterono con violenza come nell’uomo divorato dalla febbre, e -non pertanto egli era d’un pallore mortale. - -— Io godo di tutte le mie facoltà, signore, disse egli; il corpo -soffre, e ciò si capisce: mi riconosco colpevole di tutto ciò che -questo giovine ha pronunziato contro di me e fin da questo momento mi -metto in casa mia a disposizione del procuratore del Re mio successore. - -E pronunziando queste parole con voce sorda e quasi estinta, il sig. de -Villefort si diresse vacillando verso la porta, che con un movimento -macchinale gli venne aperta dall’usciere di servizio. L’assemblea, -tutta intera, rimase muta e costernata da questa rivelazione e da -questa confessione, che facevano uno scioglimento così terribile alle -diverse peripezie che da quindici giorni agitavano l’alta società -parigina. — Ebbene! disse Beauchamp, che ci vengano ora a dire che non -v’è il dramma in natura. - -— In fede mia, disse Château-Renaud, amerei meglio finirla come il sig. -de Morcerf: un colpo di pistola mi sembrava più dolce dopo una simile -catastrofe. - -— E poi ammazza, disse Beauchamp. - -— Ed io che per un momento avevo avuto l’idea di sposare sua figlia! -disse Debray. Ha fatto bene a morire, mio Dio! la povera fanciulla! - -— La seduta è finita, signori, disse il presidente, e la causa viene -rimessa alla prossima sessione. L’affare deve essere istruito di nuovo, -e confidato ad un altro magistrato. - -In quanto ad Andrea sempre così tranquillo e molto più _interessante_, -lasciò la sala scortato dai gendarmi, che gli usarono involontariamente -dei riguardi. - -— Ebbene! che ne pensate di tutto ciò, mio bravo uomo! domandò Debray -al sergente di città facendogli sdrucciolare un luigi nella mano. - -— Vi saranno delle _circostanze attenuanti_! rispose questi. - - - - -CX. — L’ESPIAZIONE. - - -Il sig. de Villefort aveva veduto aprirsi davanti a sè le file della -folla, per quanto fosse compatta. I grandi dolori sono talmente -venerabili, che non vi è esempio, anche nei tempi più disgraziati, -che il primo movimento della folla riunita non sia stato un movimento -di simpatia per una gran catastrofe. Molte persone odiate sono state -assassinate in una sommossa; difficilmente un disgraziato, fosse pur -reo, è stato insultato dagli uomini che assistevano al suo giudizio -di morte. Villefort traversò adunque il sentiero di spettatori, di -guardie, di messi del Palazzo, e si allontanò, riconosciuto colpevole -dalla propria confessione, ma protetto dal suo dolore. Vi sono delle -situazioni che gli uomini afferrano per loro istinto, ma che non -possono commentare col loro spirito; il più gran poeta, in questo caso, -è colui che manda il grido più veemente e più naturale. La folla prende -questo grido per un intiero racconto, ed ha ragione di contentarsene, -e più ragione ancora di ritrovarlo sublime quando è vero. Del resto, -sarebbe difficile di dire lo stato di stupore nel quale si trovava -Villefort uscendo dal Palazzo, e di dipingere quella febbre che faceva -battere tutte le sue arterie, che irrigidiva le sue fibre, che gonfiava -e rompeva tutte le sue vene, e che disseccava ciascun punto del suo -corpo mortale con un milione di patimenti. Villefort si trascinò lungo -i corridori, guidato soltanto dall’abitudine, si gettò dalle spalle -la toga magistrale, non perchè pensasse lasciarla per convenienza, ma -perchè ella era un fardello opprimente, una veste di Nesso feconda -di torture: giunse vacillando fino al cortile Delfino, riconobbe la -sua carrozza, risvegliò il cocchiere, nell’aprirla da sè stesso, e si -lasciò cadere sui cuscini mostrando col dito la direzione del sobborgo -Sant’Onorato. Il cocchiere partì. - -Tutto il peso della sua crollata fortuna veniva a ricadergli sulla -testa, e lo schiacciava: egli non ne sapeva le conseguenze; non le -aveva misurate; le sentiva; non ragionava sul codice, come fa il freddo -assassino che ne comenta un articolo conosciuto. Egli aveva Dio in -fondo al cuore. - -— Dio, mormorava egli senza neppure sapere ciò che diceva, Dio! Dio! -— Non vedeva che Dio dietro la frana che si era formata. La carrozza -andava con prestezza; Villefort, nell’agitarsi sul cuscino, sentì -qualche cosa che lo incomodava. Portò la mano a quest’oggetto: era -un ventaglio dimenticato dalla sig.ª de Villefort, fra il cuscino -e lo schienale della carrozza; questo ventaglio risvegliò in lui un -ricordo, e questo fu come un lampo in mezzo alla notte; pensò allora -a sua moglie... — Oh! gridò egli come se un ferro rovente gli avesse -trapassato il cuore. — Infatto da un’ora non aveva più sotto gli occhi -che una prospettiva della sua miseria, ed ecco che di repente se ne -offriva al suo spirito un’altra non meno terribile. - -Questa moglie! egli aveva fatto con lei la parte di giudice -inesorabile, l’aveva condannata a morte, ed ella, colpita dal terrore, -oppressa dai rimorsi, inabissata sotto l’onta che le aveva fatta -coll’eloquenza della sua irreprensibile virtù, ella, povera donna, -debole e senza difesa contro un potere assoluto e supremo, ella forse -si preparava in quel momento medesimo a morire! Era scorsa un’ora dal -momento della sua condanna; senza dubbio in quel momento ella ripassava -tutti i suoi delitti nella memoria, domandava grazia a Dio, scriveva -per implorare in ginocchio il perdono del suo virtuoso consorte, -perdono che ella comprava con la sua morte. — Villefort mandò un -secondo ruggito di dolore e di rabbia. - -— Ah! gridò egli rotolandosi sulla seta della sua carrozza, questa -donna non è divenuta rea, se non perchè mi ha toccato. Io traspiro -il delitto, ed ella ha contratto il delitto come si contrae il tifo, -il colera, la peste, ed io la punisco!... Io oso dirle pentitevi e -morite... Io... Oh! no! no! ella vivrà... mi seguirà... Noi fuggiremo, -lascieremo la Francia dietro di noi finchè la terra potrà portarci. Io -le parlava di patibolo!... Gran Dio! come mai ho osato di pronunziar -questa parola! me pure aspetta il patibolo!... Noi fuggiremo... Sì, -mi confesserò a lei; sì, tutti i giorni le dirò umiliandomi, che io -pure ho commesso un delitto... Oh! alleanza della tigre col serpente! -Oh! degna moglie di un marito quale sono io!... È necessario che ella -viva, è necessario che la mia infamia faccia impallidire la sua! — E -Villefort rompendo un cristallo del davanti: — Presto! gridò con una -voce che fece balzare il cocchiere sul seggio. — I cavalli, trasportati -dalla paura, volarono fino alla casa. - -— Sì! sì! ripeteva a sè stesso Villefort a seconda che si avvicinava -alla casa, sì, bisogna che questa donna viva, bisogna ch’ella -si penta e che allevi mio figlio, il mio povero figlio, il solo, -coll’indistruggibile vecchio, che è sopravvissuto alla distruzione -della mia famiglia. Ella lo ama, per lui ella ha fatto tutto. Non -bisogna mai disperare del cuore di una madre che ama suo figlio; ella -si pentirà: nessuno saprà che fu colpevole; questi delitti commessi in -casa mia e di cui la società già s’inquieta, saranno dimenticati col -tempo, e se qualche nemico se ne risovverrà, ebbene! io li prenderò -sulla lista dei miei delitti. Uno, due, tre di più, che importa: mia -moglie si salverà portando seco dell’oro, e soprattutto portando seco -mio figlio, lungi dal golfo in cui mi sembra che il mondo debba cadere -con me. Ella vivrà, sarà ancora felice, poichè tutto il suo amore è -riposto in suo figlio, e suo figlio non la lascerà. Io avrò fatta una -buona azione; questa mi alleggerisce il cuore. - -Ed il procuratore del re respirò più liberamente. La carrozza si fermò -nel cortile del palazzo. Villefort si slanciò dal montatoio sulla -scala; vide i domestici sorpresi per vederlo ritornare così presto; -non lesse altro sulla loro fisonomia; nessuno gli indirizzò la parola; -si fermavano davanti a lui come d’ordinario, per lasciarlo passare: -ecco tutto. Egli passò davanti alla camera di Noirtier, e, dalla -porta semiaperta, vide due ombre, ma non si curò di sapere chi stava -con suo padre; altrove lo attirava la sua inquietudine: — Andiamo, -diss’egli salendo la scaletta che conduceva al pianerottolo che metteva -all’appartamento di sua moglie ed alla camera vuota di Valentina; -andiamo, qui nulla è stato cambiato. — Prima di tutto chiuse la porta -del pianerottolo. — Bisogna che nessuno ci disturbi, diss’egli; bisogna -che io possa parlarle liberamente, accusarmi davanti a lei, dirle -tutto... — Si avvicinò alla porta, mise la mano sulla maniglia di -cristallo, la porta cedè. - -— Non è chiusa! bene! benissimo! mormorò egli. - -Ed entrò nel salotto ove tutte le sere si erigeva un letto per Edoardo; -poichè quantunque in collegio, Edoardo ritornava la sera; sua madre non -aveva mai voluto nella notte separarsi da lui. Con un colpo d’occhio -abbracciò tutto il salotto: — Nessuno! diss’egli; ella è certamente -nella stanza da dormire. — Si slanciò verso la porta. Vi era il -catenaccio, si fermò fremendo. — Luigia! gridò egli. - -Gli sembrò sentir smuovere un mobile. — Luigia! ripetè. - -— Chi è là? domandò la voce di quella che veniva chiamata. — Gli sembrò -che questa voce fosse più debole dell’ordinario. — Aprite, aprite, -gridò Villefort, sono io! - -Ma ad onta di quest’ordine, e del tuono angoscioso col quale era -stato dato, la porta non si aprì. Villefort la sfondò con un calcio. -All’entrata della camera che metteva nel suo gabinetto, la sig.ª de -Villefort era in piedi, pallida, coi lineamenti contratti e con gli -occhi che guardavano con una spaventosa immobilità. — Luigia, Luigia, -diss’egli, che avete? parlate! — La giovane sposa stese verso di lui la -mano intirizzita e livida. — Tutto è fatto, signore, diss’ella con un -rantolo che sembrava squarciarle la gola, che volete dunque ancora di -più? — E cadde sul tappeto. - -Villefort corse a lei, le afferrò la mano. Questa mano stringeva -convulsivamente una boccetta di cristallo col turacciolo d’oro... La -signora de Villefort era morta. - -Villefort, ebbro d’orrore, rinculò fin sul limitare della camera e -guardò il cadavere: — Mio figlio! gridò egli d’un subito, dov’è mio -figlio? Edoardo! Edoardo! — E si precipitò fuor dell’appartamento -gridando: — Edoardo! Edoardo! — Questo nome era pronunciato con tale un -accento d’angoscia che i domestici accorsero. — Mio figlio, dov’è mio -figlio? domandò Villefort, che si allontani dalla casa... ch’egli non -veda... - -— Il sig. Edoardo non è a basso, signore, rispose il cameriere. - -— Senza dubbio scherzerà in giardino; cercate! cercate! - -— No signore; sua madre lo ha chiamato sarà circa mezz’ora, il sig. -Edoardo è entrato nella stanza della signora, e non è più uscito. — Un -sudore di ghiaccio inondò la fronte di Villefort, i piedi traballarono -sul pavimento, le idee cominciarono a girargli nella testa, come il -sistema di ruote disordinate d’un orologio che si rompe. — Presso la -signora, — mormorò egli, e ritornò lentamente indietro, asciugandosi -la fronte con una mano, appoggiandosi con l’altra alla parete del -muro. Rientrando nella camera bisognava rivedere il corpo della -disgraziata consorte. Per chiamare Edoardo, bisognava risvegliare -l’eco in quell’appartamento cambiato in un feretro: il parlare era -un risvegliare il silenzio della tomba. Villefort sentì la lingua -paralizzarglisi in bocca. - -— Edoardo! Edoardo! balbettò egli. — Il fanciullo non rispondeva. -Il cadavere della sig.ª de Villefort era steso a traverso la porta -del gabinetto nel quale si ritrovava necessariamente Edoardo, questo -cadavere sembrava vegliare sulla soglia cogli occhi fissi ed aperti, -con una spaventevole e misteriosa ironia sulle labbra. Dietro il -cadavere, la portiera rialzata lasciava scorgere una parte del -gabinetto, un piano-forte, e l’estremità di un divano di seta blu. -Villefort fece tre o quattro passi in avanti, e sul divano vide suo -figlio steso. Il fanciullo senza dubbio dormiva. Il disgraziato ebbe -un lampo di gioia, un raggio di pura luce discese in quell’inferno -nel quale si dibatteva: non si trattava dunque che di passare al di -sopra del cadavere, entrar nel gabinetto, prendere il fanciullo fra le -braccia, e fuggir con lui lontano. Villefort non era più quell’essere -la cui squisita corruzione facevano il tipo dell’uomo invilito: era -una tigre colpita a morte, che lascia i denti rotti nella sua ultima -ferita: ei non aveva più paura dei pregiudizii, ma dei fantasmi. Fece -uno slancio e saltò al disopra del cadavere, come se si trattasse di -oltrepassare un braciere ardente; rialzò il fanciullo fra le braccia, -lo scosse, il chiamò: ma il fanciullo non rispose; portò le sue avide -labbra sulle guance di lui, ma esse eran livide, agghiacciate; ne palpò -le membra, erano irrigidite, gli appoggiò la mano sul cuore... il cuore -più non batteva, il fanciullo era morto. - -Un foglio piegato in quattro cadde dal petto di Edoardo. Villefort -fulminato si lasciò cadere sulle sue ginocchia, il fanciullo gli -sfuggì dalle braccia inerti, e rotolò a lato della madre. Villefort -raccolse il foglio, riconobbe il carattere di sua moglie, e lo percorse -avidamente: ecco ciò che conteneva: - - «Voi sapete se io era buona madre, poichè per mio figlio mi resi - colpevole! una buona madre non parte senza suo figlio!» - -Villefort non poteva credere alla sua ragione, si trascinò verso il -corpo di Edoardo, e lo esaminò anco una volta con quell’attenzione che -mette la lionessa nel guardare il lioncello morto; indi un grido gli -sfuggì dal petto: - -— Dio! sempre Dio! — Queste due vittime lo spaventavano; ei sentiva -l’orrore della solitudine popolata da due cadaveri: fin allora -sostenuto dalla rabbia, da quell’immensa facoltà degli uomini forti, -dalla disperazione, da quell’impeto irresistibile dell’agonia, che -spingeva i Titani a dar la scalata al cielo. Villefort curvò la testa -sotto il peso del dolore, si rialzò sulle ginocchia, scosse i capelli -umidi pel sudore, irti per lo spavento, e colui che non aveva mai -avuto pietà d’alcuno, andò a ritrovare il vecchio suo padre per aver -nella sua debolezza qualcuno a cui raccontare la sua infelicità, -qualcuno presso cui piangere; discese la scaletta che conosciamo, entrò -nella camera di Noirtier; questi sembrava attento ad ascoltare tanto -affettuosamente, quanto lo permetteva la sua immobilità l’abate Busoni, -sempre tranquillo e freddo come il solito; Villefort riconoscendo -l’abate si portò la mano alla fronte, il passato gli ritornò come uno -di quei flutti che sollevano più schiuma degli altri; si risovvenne -dalla visita che aveva fatto all’abate alcuni giorni dopo il pranzo -d’Auteuil, e di quella fattagli il giorno stesso della morte di -Valentina. - -— Voi qui, signore, diss’egli, voi dunque non comparite che per -iscortar la morte? — Busoni si alzò; e vedendo l’alterazione del viso -del magistrato, lo splendor feroce dei suoi occhi, capì, o credè capire -che la scena delle Assise era compita: egli ignorava il resto. — Son -venuto per pregare sul corpo di vostra figlia, — rispose l’abate. - -— E oggi che cosa venite a fare? - -— Vengo a dirvi che voi mi avete pagato abbastanza il vostro debito, e -che da questo momento vado a pregare Iddio, affinchè pure si contenti -come me. — Mio Dio! fece Villefort addietrando con lo spavento sulla -fronte, questa non è la voce dell’abate Busoni. — No! — L’abate -si strappò la falsa tonsura, scosse la testa, ed i lunghi capelli -neri, cessando di essere compressi, ricaddero sulle sue spalle ed -inquadrarono il pallido suo viso: — Questo è il viso del sig. di -Monte-Cristo, gridò Villefort con gli occhi stravolti. - -— Non è neppur questo sig. procuratore del Re, cercate meglio, e più -lontano. - -— Questa voce dove mai l’ho intesa per la prima volta? - -— L’avete intesa per la prima volta a Marsiglia, sono ventitrè anni, il -giorno dei vostri sponsali con madamigella de Saint-Méran. Cercate nei -vostri registri. - -— Voi non siete Busoni? non siete Monte-Cristo? Mio Dio siete quel -nemico nascosto, implacabile, mortale!... io senza dubbio ho fatto -qualche cosa contro di voi a Marsiglia; oh! me disgraziato! - -— Sì, tu hai ragione, così disse il conte incrociando le braccia sul -suo largo petto; cerca! cerca! - -— Ma che ti ho dunque fatto? gridò Villefort il cui spirito già -ondeggiava sul limitare ove si confondono la ragione e la demenza in -una caligine che non è più nè sogno nè veglia; che ti ho io dunque -fatto? di’! parla! parla! - -— Voi mi avete condannato ad una morte lenta e schifosa, avete ucciso -mio padre, mi avete tolto l’amore colla libertà, e la felicità con -l’amore! - -— Chi siete? chi siete dunque? mio Dio! - -— Sono lo spettro d’un disgraziato che avete sepolto nelle carceri del -castello d’If. A questo spettro uscito finalmente dalla sua tomba, il -cielo ha messo la maschera del conte di Monte-Cristo, e lo ha ricoperto -di diamanti e d’oro perchè non lo riconosciate che oggi. - -— Ah! ti riconosco, ti riconosco! disse il procuratore del Re; tu sei... - -— Sono Edmondo Dantès! - -— Tu sei Edmondo Dantès! gridò il procuratore del Re, afferrando il -conte pel pugno; allora vieni! - -E lo trascinò per la scala, per la quale Monte-Cristo meravigliato lo -seguì, ignorando egli stesso ove il procuratore del Re lo conducesse, -prevedendo qualche nuova catastrofe. - -— Osserva! Edmondo Dantès, diss’egli mostrando al conte il cadavere -di sua moglie ed il corpo di suo figlio, osserva! guarda, sei tu ben -vendicato?... - -Monte-Cristo impallidì a quest’orribile spettacolo, comprese che aveva -oltrepassato i diritti della vendetta. E si gettò con un sentimento -d’angoscia inesprimibile sul corpo del fanciullo, gli riaprì gli occhi, -ne tastò il polso, e si slanciò con lui nella camera di Valentina, che -chiuse a doppio giro. - -— Il figlio mio! gridò Villefort, egli m’invola il cadavere di mio -figlio! Oh! maledizione! infelicità! morte su te! — E volle slanciarsi -dietro a Monte-Cristo; ma, come in un sogno, sentì i piedi prendere -radice, gli occhi si dilatarono in un modo da rompere le orbite, le -dita, ricurvate sulla carne del petto, vi si internarono gradatamente -finchè il sangue arrossì le sue unghie; le vene delle tempia si -gonfiarono di spiriti bollenti che andarono a sollevare la volta troppo -stretta del suo cranio, ed immersero il cervello in un diluvio di -fuoco. Questa immobilità durò molti minuti, fino a che fu compito lo -spaventoso rovescio della sua ragione. Allora mandò un grido seguito -da un lungo scoppio di risa, e si precipitò per le scale. Un quarto -d’ora dopo, si riaprì la camera di Valentina, ricomparve il conte di -Monte-Cristo pallido, coll’occhio tetro, il petto oppresso, tutti i -lineamenti della sua figura, ordinariamente così tranquilla, erano -sconvolti dal dolore. - -Egli teneva fra le sue braccia il fanciullo al quale nessun soccorso -aveva potuto rendere la vita. Mise un ginocchio a terra, e lo depose -religiosamente vicino a sua madre, colla testa appoggiata sul petto di -lei: indi, rialzandosi, uscì, ed incontrando un domestico sulla scala: -— Dov’è il sig. de Villefort? domandò egli. - -Il domestico senza rispondere, con la mano gli additò la parte che -conduceva al giardino. Monte-Cristo discese la scalinata, si avanzò -verso il luogo designato, e vide in mezzo ai servitori, che facevano -cerchio intorno a lui, Villefort con una vanga in mano che frugava la -terra con una specie di rabbia: — Non è ancor qui, diceva egli; non è -ancor qui! - -E frugava un poco più lontano. Monte-Cristo si avvicinò a lui e gli -disse a bassa voce con un tuono quasi umile: - -— Signore, avete perduto un figlio; ma... - -Villefort lo interruppe: egli non aveva nè ascoltato nè inteso. — Oh! -lo ritroverò, diss’egli; avete un bel pretendere ch’egli non c’è più, -lo ritroverò, dovessi cercarlo fino al giorno del giudizio finale. — -Monte-Cristo addietrò con terrore. — Oh! diss’egli; è pazzo! — E, come -avesse temuto che i muri della casa maledetta crollasser su di lui, -si slanciò nella strada, dubitando per la prima volta se aveva o no il -diritto di fare quel che aveva fatto. - -— Oh! basta, basta così, salviamo l’ultimo. - -E rientrando in casa sua, Monte-Cristo incontrò Morrel, che entrava nel -palazzo dei Campi-Elisi. - -— Preparatevi, Massimiliano, gli disse con un sorriso, domani lasciamo -Parigi. - -— Non avete più niente da fare? domandò Morrel. - -— No, rispose Monte-Cristo, e Dio voglia che non abbia fatto anche -troppo. — La dimane infatto essi partirono. Bertuccio restava presso il -sig. Noirtier. - - - - -CXI. — LA PARTENZA. - - -Gli avvenimenti che erano accaduti tenevano occupata tutta Parigi. -Emmanuele e sua moglie se li raccontavano, con una sorpresa ben -naturale, nel loro salotto della strada Meslay; confrontavano queste -tre catastrofi tanto improvvise, quanto inattese, di Morcerf, di -Danglars e di Villefort. Massimiliano, che era venuto a far loro una -visita, li ascoltava, o piuttosto assisteva alla loro conversazione, -immerso nella sua insensibilità abituale. - -— In verità, diceva Giulia, non si direbbe, Emmanuele, che tutte queste -ricche persone, ieri così felici, avessero dimenticato, nel calcolo sul -quale avevano stabilita la loro fortuna, la loro felicità e la loro -considerazione, la parte dovuta al genio cattivo, e che questi, come -nelle cattive fate dei racconti di Perrault, che avevano dimenticato -d’invitare a qualche nozze, o a qualche festino, fosse poi comparso -d’improvviso per vendicarsi di questa fatale dimenticanza. - -— Quanti disastri, diceva Emmanuele pensando a Morcerf e a Danglars. - -— Quanti patimenti! diceva Giulia, ricordandosi di Valentina, che per -un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello. - -— Se è Dio che li ha colpiti, diceva Emmanuele, ciò è perchè Dio, che -è la suprema bontà, nulla ha ritrovato nella vita passata di quelle -genti, che meritasse l’attenuazione della pena, e perchè quella gente -era maledetta. - -— Non sei tu ben temerario nel tuo giudizio, Emmanuele? disse Giulia. -Quando mio padre, colla pistola alla mano, era sul punto di bruciarsi -le cervella, se qualcuno avesse detto, come tu dicevi: quest’uomo ha -meritata la sua pena, questo qualcuno non si sarebbe sbagliato? - -— Sì, ma Dio non ha permesso che nostro padre soccombesse, come non ha -permesso che Abramo sacrificasse suo figlio; al patriarca, come a noi, -inviò un angelo che tagliò a mezza strada le ali alla morte. - -Terminava appena di pronunziare queste parole, quando risuonò il -campanello. Era il segnale dato dal portinaro che giungeva una visita. -Quasi nel medesimo punto si aprì la porta del salotto, e comparve il -conte di Monte-Cristo sulla soglia. Fu un doppio grido di gioia per -parte dei due giovani sposi. Massimiliano rialzò la testa, e la lasciò -tosto ricadere. — Massimiliano, disse il conte senza far sembiante di -notare le diverse impressioni che la sua presenza aveva prodotte nei -suoi ospiti; io vengo a cercarvi. - -— A cercarmi? disse Morrel, come se fosse uscito da un sogno. - -— Sì, disse Monte-Cristo, non è convenuto che vi avrei condotto meco, -non vi ho prevenuto ieri di tenervi pronto? - -— Eccomi, disse Massimiliano, era venuto a dir loro addio. - -— E dove andate, sig. conte? domandò Giulia. - -— Da prima a Marsiglia, signora. - -— A Marsiglia! ripeterono insieme i due sposi. - -— Sì, e vi prendo vostro fratello. - -— Ah! disse Giulia, riconducetelo guarito. - -Morrel voltò la faccia per nascondere il vivo rossore. - -— Vi siete dunque accorti che non istava bene? - -— Sì, rispose la giovane sposa, ed ho paura ch’egli si annoi a stare -con noi. — Io lo distrarrò, riprese il conte. - -— Son pronto, signore, disse Morrel, addio, miei buoni amici, addio -Emmanuele, addio Giulia! - -— Come! addio? gridò Giulia; voi partite così subito, senza -preparativi, senza passaporti? - -— Questi sono particolari che raddoppiano il dispiacere delle -separazioni, disse Monte-Cristo, e Massimiliano, ne sono sicuro, avrà -operato con cautela, questo è quanto io gli aveva raccomandato. - -— Ho il mio passaporto, e la mia valigia è fatta, disse Morrel colla -sua monotona tranquillità. - -— Benissimo, disse Monte-Cristo sorridendo, si riconosce l’esattezza di -un buon soldato. - -— E ci lasciate in tal modo? disse Giulia, sul momento, voi non ci -accordate neppur un giorno, neppure un’ora? - -— La mia carrozza è alla porta, signora; è necessario che fra cinque -giorni io sia a Roma. - -— Ma Massimiliano non va a Roma? disse Emmanuele. - -— Io vado ove piacerà al conte di condurmi, io appartengo a lui anche -per un mese. - -— Oh! mio Dio, in che modo lo dice, sig. conte! - -— Massimiliano mi accompagna, disse il conte con la sua persuasiva -affabilità, tranquillatevi adunque sul conto di vostro fratello. - -— Addio sorella mia! ripetè Morrel; addio Emmanuele. - -— Egli mi strazia il cuore con la sua non curanza, disse Giulia! oh! -Massimiliano, tu ci nascondi qualche cosa. - -— Bah! disse Monte-Cristo, lo vedrete ritornare gaio, allegro e -contento. — Massimiliano lanciò a Monte-Cristo uno sguardo quasi -sdegnoso, quasi irritato. - -— Partiamo! disse il conte. - -— Prima che partiate, sig. conte, disse Giulia, permetteteci di dirvi -tutto ciò che l’altro giorno... - -— Signora, rispose il conte prendendole le mani, tutto ciò che direste -non varrà mai ciò che io leggo nei vostri occhi, ciò che il vostro -cuore ha pensato, ciò che il mio ha sentito. Come i benefattori -da romanzo, avrei dovuto partire senza rivedervi; ma questa virtù -sarebbe stata al di sopra delle mie forze, perchè sono un uomo debole -e vanitoso, perchè lo sguardo timido, ilare e tenero dei miei simili -mi fa del bene. Ora io parto, e spingo l’egoismo fino a dirvi: non mi -dimenticate, amici miei, poichè probabilmente non mi rivedrete più. - -— Non vi rivedremo più! gridò Emmanuele, mentre che due grosse lagrime -scorrevano sulle guance di Giulia, non vi rivedremo più! non siete -dunque un uomo, siete un angiolo che ci lascia, risalite al cielo dopo -essere comparso sulla terra per farvi del bene! - -— Non parlate così, riprese vivamente Monte-Cristo, non dite mai tali -cose, amici miei; gli angeli non fanno mai del male, essi sanno a qual -punto debbano fermarsi: il caso, le occasioni, le combinazioni non -sono mai più forti di loro. No, io sono un uomo, Emmanuele, e la vostra -ammirazione è tanto ingiusta quanto sono profanazioni le vostre parole, -— e strinse sulle labbra la mano di Giulia che si precipitò fra le sue -braccia, mentre stendeva l’altra mano ad Emmanuele; indi, strappandosi -da questa casa, dolce nido di cui la felicità era l’ospite, con -un segno attirò dietro a sè Massimiliano, passivo, insensibile e -costernato come era dal momento della morte di Valentina. - -— Rendete la gioia a mio fratello! — disse Giulia all’orecchio di -Monte-Cristo: questi le strinse la mano come l’aveva a lei stretta -undici anni prima sulla scala che conduceva al gabinetto di Morrel. — -Vi fidate sempre di Sindbad il Marinaro? le domandò egli sorridendo. — -Oh! sì! - -— Ebbene dunque! addormentatevi in pace e nella confidenza del Signore. -— Come lo abbiam detto, la carrozza di posta aspettava, quattro -vigorosi cavalli sollevavan le criniere, e battevano il pavimento con -impazienza. Ai piè della scalinata, Alì aspettava col viso lucido pel -sudore; sembrava giungere da lunga corsa. — Ebbene! gli domandò il -conte in arabo, sei stato dal vecchio? — Alì fece segno di sì. — E gli -hai aperta la lettera sotto gli occhi nel modo che ti aveva ordinato? - -— Sì, fece ancora rispettosamente lo schiavo. - -— E che cosa ha detto, o piuttosto che cosa ha fatto? - -Alì si pose sotto la luce, in modo che il padrone potesse vederlo, -ed imitando colla sua intelligenza la fisonomia del vecchio, chiuse -gli occhi come faceva Noirtier quando voleva dire: sì. — Bene! egli -accetta, disse Monte-Cristo, partiamo! — Non aveva appena lasciata -sfuggire questa parola, che già la carrozza si mosse, ed i cavalli -sollevarono dal pavimento un nembo di polvere misto a scintille. -Massimiliano si accomodò nel suo angolo senza dire una parola. Passò -una mezz’ora: la carrozza si fermò di repente; il conte aveva tirata la -funicella di seta che corrispondeva al dito d’Alì. Il moro discese ed -aprì lo sportello. La notte sfavillava di stelle. Erano all’alto della -salita di _Villejuif_, sulla spianata di dove si vede Parigi, che, -come un tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano flutti -fosforescenti, più numerosi, più appassionati, più mobili, più furiosi, -più avidi di quelli dell’oceano irritato, flutti che non conoscono -la calma del vasto mare, che si urtano sempre, che schiumeggiano -sempre, che sempre inghiottiscono!.... Il conte restò solo, e dopo un -segno della sua mano, la carrozza fece alcuni passi in avanti. Allora -considerò lungamente, colle braccia incrociate, questa fornace ove -vengono a fondersi, a torcersi tutte quelle idee che si slanciano dal -golfo bollente per andare ad agitare il mondo; indi allorchè ebbe ben -fermato il suo sguardo possente sopra questa babilonia: - -— Gran città! mormorò egli inchinando la testa e giungendo le mani -come se avesse pregato; sono meno di sei mesi che io ho oltrepassato -le tue porte. Io credeva che lo spirito della Provvidenza mi vi avesse -condotto, ora me ne riconduce trionfante; il segreto della mia speranza -nelle tue mura io l’ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto -leggere nel mio cuore, egli solo conosce che mi ritiro senza odio, -senza orgoglio, ma non senza dispiaceri: egli solo sa che io non ho -fatto uso nè per me nè per vane cause del potere di cui mi ha fornito. -O gran città! nel tuo seno palpitante io ritrovai ciò che cercava; -minatore paziente, ho rimescolate le tue viscere per farne uscire il -male; ora la mia opera è compita, quella che ho creduta la mia missione -è terminata; ora tu non puoi più offrirmi nè gioie nè dolori, addio! -Parigi! addio! — Il suo sguardo passeggiò ancora sulla vasta pianura, -come quello di un genio notturno; indi passando la sua mano sulla -sua fronte, risalì nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e che -disparve ben presto dall’altra parte della salita fra un turbine di -polvere e di rumore. - - - - -CXII. — LA CASA DEI VIALI DI MEILLAN. - - -Essi fecero dieci leghe senza pronunziare una sola parola. Morrel -meditava, Monte-Cristo lo guardava meditare. - -— Morrel, gli disse il conte, vi sareste forse pentito di avermi -seguito? — No, sig. conte; ma di lasciar Parigi... - -— Se io avessi creduto che la vostra felicità vi aspettava a Parigi, -Morrel, vi ci avrei lasciato. - -— È a Parigi che Valentina riposa, ed il lasciare Parigi è un perderla -una seconda volta. - -— Massimiliano, disse il conte, gli amici che abbiam perduti non -riposano nella terra, essi sono sepolti nel nostro cuore, e Dio volle -così, perchè noi ne fossimo sempre accompagnati. Ho due amici che mi -accompagnano sempre in tal modo, uno di questi mi ha dato la vita, -l’altro mi ha dato l’intelligenza. Lo spirito d’entrambi è in me. Io li -consulto nei dubbi, e, se faccio qualche cosa di bene, lo debbo ai loro -consigli. Consultate la voce del vostro cuore, Morrel, e domandategli -se dovete continuare a farvi cattivo viso. — Amico mio, disse -Massimiliano, la voce del mio cuore è ben trista e non mi promette che -infortunii. - -— È proprio degli spiriti indeboliti il vedere tutte le cose attraverso -un velo nero; è l’anima che forma a sè stessa i suoi orizzonti: la -vostra anima è tetra, ed essa vi fa vedere un cielo tempestoso. - -— Ciò può essere vero, disse Massimiliano. — E ricadde nelle sue -astrazioni. Il viaggio si fece con quella meravigliosa rapidità -ch’era una delle prerogative del conte: le città passarono come ombre -sulla loro strada; gli alberi, scossi dal primo vento d’autunno, -sembravano venir loro incontro come giganti scapigliati, che fuggissero -rapidamente tosto che li avevano raggiunti. La dimane di buon mattino, -giunsero a Châlons, ove li aspettava il battello a vapore del conte; -senza perdere un minuto, la vettura fu trasportata a bordo, i due -viaggiatori erano già imbarcati. Il battello era tagliato per la corsa, -lo si sarebbe detto un pirogo indiano; le sue due ruote sembravano due -ali, Morrel stesso provava quella specie d’inebriamento che produce -la prestezza, e qualche volta il vento, che faceva ondeggiare i suoi -capelli, sembrava atto per un momento ad allontanare le nubi della sua -fronte. In quanto al conte, a seconda che si allontanava da Parigi, -una serenità quasi sovrumana sembrava circondarlo come un’aureola; -si sarebbe detto un esiliato che ritornava nella patria. Ben presto -Marsiglia, bianca, tiepida e viva: Marsiglia, la sorella cadetta -di Tiro e di Cartagine, lor succeduta nell’impero del Mediterraneo; -Marsiglia, sempre più giovane a seconda che invecchia, comparve ai loro -occhi. Era per entrambi un aspetto fecondo di rimembranze quella torre -rotonda, quel forte san Nicola, e il Palazzo di Città di Puget, questo -porto cogli scali di selce ove entrambi avevano scherzato da fanciulli. -Così si fermarono entrambi di comune accordo sulla Cannebière. - -Una nave partiva per Algieri, i colli, i passeggieri ammassati sul -ponte, la folla dei parenti, degli amici, che dicevano addio, che -gridavano, che piangevano, spettacolo sempre commovente, anche per -quelli che assistono ogni giorno a questo spettacolo; questo movimento -non potè distrarre Massimiliano, da un’idea che aveva afferrata, dal -momento in cui aveva messo il piede sui larghi dadi dello scalo. — -Osservate, diss’egli, stringendo il braccio di Monte-Cristo, ecco il -luogo ove si fermò mio padre quando il _Faraone_ entrò in porto; qui -il bravo uomo, che voi salvaste dalla morte e dal disonore, si gettò -fra le mie braccia; sento ancora l’impressione delle sue lagrime sul -mio viso, ed egli non piangeva solo, molti piangevano nel vederci -piangere. — Monte-Cristo sorrise: — Io era là, diss’egli mostrando a -Morrel l’angolo di una strada. — Mentre diceva così, e nella direzione -che indicava il conte, s’intese un gemito doloroso, e si vide una donna -che faceva segni ad un passeggiero che stava sulla nave in partenza. -Questa donna era velata; Monte-Cristo la seguì con gli occhi, con una -emozione, che Morrel avrebbe facilmente notata, se all’opposto del -conte, i suoi occhi non fossero stati fissi sul bastimento. — Oh! mio -Dio! gridò Morrel, quel giovine che saluta col cappello, quel giovine -in uniforme, con la contro spallina da sottotenente, è Alberto de -Morcerf! - -— Sì, disse Monte-Cristo, io lo aveva riconosciuto. - -— In che modo? guardate dalla parte opposta. - -Il conte sorrise, come faceva quando non voleva rispondere. I suoi -occhi si riportarono sulla donna velata che disparve all’angolo della -strada. Egli allora si rivolse: - -— Amico caro, diss’egli a Massimiliano, non avete alcuna cosa da fare -in questa città? - -— Ho da piangere sulla tomba di mio padre. - -— Sta bene, andate ed aspettatemi laggiù; vi raggiungerò, io pure ho -una pietosa visita da fare. - -Morrel lasciò cadere la sua mano in quella che gli tendeva il conte, -indi, con un movimento di testa, di cui sarebbe impossibile esprimere -la malinconia, lasciò il conte e si diresse verso l’est della città. -Monte-Cristo, allontanatosi Massimiliano, restò nello stesso luogo -fin che fu passato, indi s’incamminò verso i viali di Meillan, -affine di ritrovare quella piccola casa, che il principio di questa -nostra istoria avrà reso famigliare ai nostri lettori. Ella si eleva -ancora all’ombra dei tigli che servono di passeggiata agli oziosi -Marsigliesi, tappezzata di vasti festoni di vite che s’incrociano -sulla pietra ingiallita dall’ardente sole del mezzogiorno in braccia -annerite e disseccate per l’età. Due scalini di pietra consunti dallo -stropicciamento dei piedi conducevano alla porta d’entrata, porta -fatta di tre assi che ad onta delle riparazioni annuali non avevano -conosciuto il mastice e la pittura, aspettando pazientemente che -ritornasse l’umidità per riavvivarle. Questa casa tutta graziosa, ad -onta della sua antichità, tutta allegra, ad onta della sua apparente -miseria, era pur quella che abitava altra volta il padre di Dantès. -Soltanto il vecchio abitava il soffitto, ed il conte aveva messa la -casa tutta intera a disposizione di Mercedès. Là entrò la donna del -lungo velo che Monte-Cristo aveva veduta allontanarsi dal naviglio -in partenza; ella ne chiudeva la porta al momento stesso in cui -egli compariva all’angolo della strada, di modo che egli la vide -sparire quasi subito dopo che la rinvenne. Per lui gli scalini usati -erano antiche conoscenze, sapeva meglio di alcun altro aprire quella -vecchia porta, in cui un chiodo a larga testa serviva per sollevare il -nottolino. Così egli senza bussare, senza prevenire, come un amico, -come un ospite, entrò. In capo ad un corridore lastricato di selci, -apriva, ricco di calore di sole e di luce, un piccolo giardino, quel -medesimo in cui, al posto indicato, Mercedès aveva ritrovata la somma -di cui la delicatezza del conte aveva fatto risalire il deposito a -ventiquattro anni; dalla soglia della porta di strada si scoprivano -i primi alberi di questo giardino. Giunto sulla soglia, Monte-Cristo -intese un sospiro che rassomigliava ad un singulto: questo sospiro -guidò il suo sguardo, e sotto un pergolato di gelsomini della Virginia, -dalle foglie fitte e dai lunghi fiori color di porpora, scoperse -Mercedès assisa, inchinata e piangente. Ella aveva rialzato il velo, -e sola in faccia al cielo, col viso nascosto nelle mani, dava libero -sfogo ai sospiri e ai singulti, così lungamente contenuti per la -presenza di suo figlio. - -Monte-Cristo fece qualche passo in avanti; la sabbia strideva sotto -i suoi piedi. Mercedès rialzò la testa e mandò un grido di spavento -vedendo un uomo davanti a lei. - -— Signora, disse il conte, non è più in mio potere di apportarvi la -felicità, ma vi offro la consolazione: degnatevi di accettarla come -proveniente da un amico. - -— Sono infatto molto disgraziata, son sola al mondo...! non aveva che -mio figlio, ed egli mi ha lasciata. - -— Ed ha fatto bene, signora, replicò il conte, e ciò è prova di un cuor -nobile: egli ha capito che ogni uomo deve un tributo alla sua patria, -gli uni col loro ingegno, gli altri colla loro industria; questi -colle loro veglie, quelli col loro sangue. Restando con voi avrebbe -consumata vicino a voi la sua vita divenuta inutile; non avrebbe -potuto accostumarsi ai vostri dolori: sarebbe divenuto odioso a sè -stesso per impotenza; diventerà grande e forte lottando contro la sua -avversità ch’egli cangerà in fortuna. Lasciatelo ricostruire il vostro -e l’avvenire d’entrambi, signora; io oso promettervi ch’egli si ritrova -fra mani sicure. - -— Oh! disse la povera donna scuotendo tristamente la testa, questa -fortuna di cui parlate, e che dal fondo del mio cuore prego Dio che gli -venga concessa, io non la godrò. Tante cose si sono infrante contro di -me, ed intorno a me che mi sento vicina alla tomba. Voi avete fatto -bene, sig. conte, di avvicinarmi al luogo ove sono stata felice. Nel -luogo ove si è stati felici là si deve morire. - -— Ahimè! disse Monte-Cristo, tutte le vostre parole, signora, cadono -amare e brucianti sul mio cuore; tanto più amare e più brucianti che -voi avete ragione di odiarmi; sono stato io la causa di tutti i vostri -mali; perchè non mi compiangete voi invece di accusarmi! voi così mi -renderete molto più disgraziato ancora. - -— Io odiarvi, accusare voi, voi, Edmondo... odiare, accusare l’uomo che -ha salvata la vita di mio figlio, poichè non era forse vostra fatale -e sanguinosa intenzione quella di uccidere al sig. de Morcerf questo -figlio di cui egli andava superbo? Oh! guardatemi, e vedrete se vi è -in me l’apparenza di un rimprovero. — Il conte sollevò il suo sguardo -e lo fermò su Mercedès, che per metà in piedi, stendeva le mani verso -di lui. — Oh! guardatemi, continuò ella con un sentimento di profonda -malinconia; in oggi si può sopportare tutto lo splendore dei miei -occhi, non è più il tempo in cui io veniva a sorridere ad Edmondo -Dantès, che mi aspettava lassù alla finestra di quella soffitta, che -abitava il suo vecchio padre... da quel tempo sono scorsi molti giorni -dolorosi, che hanno scavato come un abisso fra me e quel tempo. Io -accusare voi, Edmondo, odiarvi, amico mio! no! è me che accuso e che -odio! oh! miserabile che sono, gridò ella giungendo le mani ed alzando -gli occhi al cielo, sono io stata punita...? io aveva la religione, -l’innocenza, l’amore, questi tre beni che formano gli angeli, e, -miserabile che sono stata, ho dubitato di Dio. — Monte-Cristo fece un -passo verso di lei, e le stese silenziosamente la mano. - -— No, diss’ella ritirando dolcemente la sua, no, amico mio, non -mi toccate: mi avete risparmiata, e ciò non ostante io era la più -colpevole di quanti avete colpito. Tutti gli altri hanno operato -per odio, per cupidigia, per egoismo; ma io ho operato per viltà. -Essi desideravano, io ho avuto paura. No, non mi stringete la mano, -Edmondo; voi meditate qualche parola affettuosa, lo sento, non la -dite, riserbatela per un’altra, non ne sono più degna. Guardate... -(ella scoperse del tutto il suo viso) guardate, le disgrazie hanno -fatto i miei capelli grigi; i miei occhi hanno versato tante lagrime, -che essi sono accerchiati di vene violette; la mia fronte si riempie -di rughe. Voi, al contrario, Edmondo, siete sempre giovine, sempre -bello, sempre altiero, e perchè avete avuta la forza, e perchè vi -siete confidato in Dio, e Dio vi ha sostenuto. Io, sono stata vile, -l’ho rinnegato, e Dio mi ha abbandonata. — Mercedès si struggeva in -lagrime; il cuore della donna si spezzava all’urto delle rimembranze. -Monte-Cristo le baciò rispettosamente la mano; ma ella sentì che questo -bacio era senza ardore, come quello che il conte avrebbe deposte sulla -mano di marmo di una statua. — Vi sono, continuò ella, delle esistenze -predestinate cui al primo fallo si spezza tutto il loro avvenire. Io -vi credeva morto, avrei dovuto morire; poichè a che cosa mi ha servito -il portare eternamente il vostro lutto nel mio cuore? a formare di -una donna di 39 anni una donna di cinquant’anni, ecco tutto. A che -ha servito che io sola fra tutti vi abbia riconosciuto? ho soltanto -salvato mio figlio. Non doveva io egualmente salvare l’uomo, per quanto -fosse colpevole, che aveva accettato per marito? però io l’ho lasciato -morire; che dico, mio Dio! io ho contribuito alla sua morte, colla -mia vile insensibilità, col mio disprezzo, non ricordandomi o non -volendo ricordarmi che per me egli diventò spergiuro e traditore! A -che serve finalmente che io abbia accompagnato mio figlio fin qui, se -qui lo abbandono, se qui lo lascio partire, se qui lo getto su quella -terra divoratrice dell’Affrica! Oh! io sono stata vile! ho rinnegato -il mio amore, e, come i rinnegati, porto disgrazia a tutto ciò che mi -circonda! - -— No, Mercedès, disse Monte-Cristo, no; riprendete migliore opinione di -voi stessa. No, voi siete una nobile e buona donna, mi avete disarmato -col vostro dolore. Esaminate il passato, esaminate il presente, cercate -d’indovinare l’avvenire; i più spaventosi infortunii, le più crudeli -sofferenze, l’abbandono di tutti quelli che mi amavano, la persecuzione -di coloro che non mi conoscevano, ecco la prima parte della mia vita; -indi dopo la prigionia, la solitudine, la miseria; l’aria, la libertà, -una fortuna così rumorosa, così fatidica, così smisurata, che, a -meno di essere cieco, ho dovuto pensare che Iddio me la inviava con -dei grandi disegni. Da quel momento questa fortuna mi è sembrata un -sacerdozio, d’allora, non più un pensiero in me per questa vita di -cui voi, povera donna, avete qualche volta assaporata la dolcezza; non -più un’ora di calma; io mi sono sentito spinto come la nube di fuoco è -spinta nel cielo per andare a bruciare le città maledette. Come questi -avventurosi capitani che s’imbarcano per un viaggio pericoloso, che -meditano una pericolosa spedizione, io preparava i viveri, caricava le -armi, ammassava i mezzi di assalto e di difesa, abituando il corpo agli -esercizii più violenti, lo spirito alle cose più faticose, imparando -al braccio l’uccidere, assuefacendo gli occhi a veder uccidere, a -veder soffrire, la bocca a sorridere agli spettacoli più terribili; di -buono, di confidente, di smemorato che era, mi son fatto vendicativo, -dissimulatore, cattivo, o piuttosto impassibile come la sorda e cieca -fatalità. Allora mi sono slanciato nella via che mi era aperta, ho -oltrepassato lo spazio, ho toccata la meta: infelici coloro che ho -incontrati sulla mia strada! - -— Basta! disse Mercedès, basta Edmondo! credete a quella che sola ha -potuto riconoscervi, e sola pur anche ha saputo comprendervi? Ora, -quella che se l’aveste incontrata sulla strada l’avreste infranta come -un vetro, ha dovuto pur anche ammirarvi, Edmondo! Come vi è un abisso -fra me ed il passato, vi è un abisso fra voi e gli altri uomini; e la -mia più dolorosa tortura, ve lo dirò, è di fare dei confronti, perchè -non vi è niente al mondo che vi valga, che vi rassomigli. Ora, ditemi -addio, Edmondo, e separiamoci. - -— Prima che io vi lasci, che desiderate voi, Mercedès? - -— Non desidero che una cosa sola, che mio figlio sia felice. - -— Pregate il Signore, che solo tiene l’esistenza degli uomini fra le -sue mani, di allontanare da lui la morte, io m’incarico del resto. - -— Grazie, Edmondo. — Ma voi, Mercedès? - -— Io non ho bisogno di niente, vivo fra due tombe; l’una è quella di -Edmondo Dantès, morto da lungo tempo; io l’amava! Questa parola non -siede più bene sulle mie labbra, ma il mio cuore si risovviene ancora, -e per niente al mondo vorrei perdere la memoria del cuore. L’altra -è quella di un uomo stato ucciso da Edmondo Dantès: è mio debito di -piangere il morto. - -— Vostro figlio sarà felice, signora, ripetè il conte. - -— Allora io pure sarò felice quanto potrò esserlo. - -— Ma... infine... che farete? — Mercedès sorrise tristamente: — Dirvi -che io vivrò in questo paese come la Mercedès di altra volta, vale a -dire lavorando, non lo credereste; non sono più atta che a pregare, -e non ho bisogno di lavorare; il piccolo tesoro sepolto da voi, si -ritrovò al posto che avete indicato; si cercherà chi sono io, si -domanderà che faccio, non si saprà come vivo, che importa? questo è un -affare fra Dio, voi e me. - -— Mercedès, disse il conte, non ve ne faccio un rimprovero, ma voi -avete esagerato il sacrificio, abbandonando tutta la fortuna fatta dal -sig. de Morcerf, la cui metà vi apparteneva di diritto per la vostra -economia e vigilanza. - -— Io vedo ciò che mi volete proporre; ma non posso accettare, mio -figlio me lo proibirebbe. - -— Per cui mi guarderei bene dal fare cosa alcuna per voi che non -avesse l’approvazione di Alberto: saprò le sue intenzioni e mi vi -sottometterò. Ma se egli accetta ciò che voglio fare, lo imiterete -senza ripugnanza? - -— Voi sapete, Edmondo, che non sono una creatura pensante; non ho altra -determinazione, se non quella di non determinarmi a niente. Dio mi ha -talmente scossa nelle sue tempeste, che ho perduta la volontà: sono -fra le sue mani, come un passero fra gli artigli dell’aquila. Egli non -vuole che io muoia, poichè vivo. Se egli mi manderà dei soccorsi, è -segno che lo vorrà, ed io li prenderò. - -— State all’erta, signora, disse Monte-Cristo, non è così che si adora -Iddio! Dio vuole essere compreso, vuole che si conosca la sua possanza: -egli è per questo che ci ha dato il libero arbitrio. - -— Disgraziato! gridò Mercedès, non mi parlate così, lasciatemi -l’illusione che non aveva il libero arbitrio, senza di che, che cosa -mi resterebbe per salvarmi dalla disperazione? — Monte-Cristo impallidì -leggermente ed abbassò la testa, oppresso dalla veemenza del dolore. - -— Non volete dirmi, a rivederci? fece egli stendendole la mano. - -— Al contrario, vi dirò a rivederci, replicò Mercedès, mostrandogli -solennemente il cielo; questo è un provarvi che io spero ancora. — E -dopo aver toccata la mano del conte colla sua mano tremante, Mercedès -si slanciò nelle scale, e disparve dagli occhi del conte. Monte-Cristo -allora uscì lentamente dalla casa e riprese la strada del porto. - -Ma Mercedès non lo vide allontanarsi quantunque ella fosse alla -finestra della piccola camera del padre di Dantès. I suoi occhi -cercavano di lontano il bastimento che trasportava suo figlio verso il -vasto mare. È però vero che la sua voce, come suo malgrado, mormorava -sommessamente: - -— Edmondo! Edmondo! Edmondo! - - - - -CXIII. — IL PASSATO. - - -Il conte uscì coll’anima oppressa da questa casa ove lasciava Mercedès -per non rivederla mai più, secondo tutte le probabilità. Dopo la -morte del piccolo Edoardo, si era operato un gran cangiamento in -Monte-Cristo. Giunto al sommo della sua vendetta pel declive lento -e tortuoso che aveva seguito, vide dall’altra parte della montagna -l’abisso del dubbio. Vi era di più: la conversazione che aveva avuto -con Mercedès aveva risvegliato tante rimembranze nel suo cuore, che -queste stesse rimembranze avevano bisogno di essere combattute. Un -uomo della tempra del conte non poteva fluttuare lungamente in questa -malinconia, che può far vivere gli spiriti volgari dando loro una -apparente originalità, ma che uccide le anime elevate. Il conte diceva -a sè stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi, bisognava che si -fosse introdotto un qualche sbaglio nei suoi calcoli. - -— Io guardo male il passato, diss’egli, e non posso essermi in tal -modo sbagliato. Che! continuava, lo scopo che mi era proposto sarebbe -forse insensato? che! avrei percorsa una falsa strada per dieci anni? -che! un’ora sarebbe bastata per provare all’architetto che l’opera di -tutte le sue speranze era un’opera se non impossibile almeno perversa. -Io non voglio abituarmi a questa idea, mi renderebbe pazzo. Ciò che -manca ai miei ragionamenti d’oggi, è l’apprezzamento esatto del passato -dall’altra estremità dell’orizzonte. Infatto a seconda che s’avanza, il -passato, simile al paesaggio a traverso il quale si passa, si cancella -dalla memoria a seconda che si allontana. Mi accade ciò che accade a -coloro che si sono feriti in sogno, essi guardano e sentono la loro -ferita e non si ricordano di averla ricevuta. Andiamo dunque, uomo -rigenerato; andiamo, ricco stravagante, andiamo, dormente risvegliato; -andiamo, visionario possente; andiamo, milionario invincibile, riprendi -per un momento questa funesta prospettiva della tua vita miserabile ed -affamata, ripassa pel sentiero in cui ti ha spinto la tua stella, in -cui ti ha condotto l’infortunio, in cui ti ha ricevuto la disperazione; -troppi diamanti, troppo oro, troppa felicità, irradiano oggi sul -cristallo di questo specchio ove Monte-Cristo guarda Dantès; nascondi -questi diamanti, imbratta quest’oro, cancella questi raggi; ricco, -ritorna povero; libero, ritorna prigioniero; risuscitato, ritorna -cadavere. — Tali cose dicendo a sè stesso Monte-Cristo percorreva la -strada della _Caisserie_, era la stessa per la quale, vent’anni prima, -era stato condotto da una guardia silenziosa e notturna; queste case -coll’aspetto ridente e animato erano in quella notte tetre, mute e -chiuse. - -— Eppure sono le stesse, mormorò Monte-Cristo. Soltanto allora faceva -notte, e oggi è giorno chiaro, è il sole che rischiara tutto ciò e che -rende tutto gaio. - -Egli discese allo scalo San Lorenzo e si avanzò verso la _Consigne_, -era il punto ove fu imbarcato. Un battello da passeggiata ivi era a -poca distanza; Monte-Cristo chiamò il barcaruolo, che tosto remò alla -sua volta, colla fretta che mettono in questo esercizio i battellieri -che sfiorano l’onda con una buona barca. Il tempo era magnifico, -il viaggio fu una festa. Il sole discendeva all’orizzonte, rosso -e fiammeggiante, nei flutti che si arrossavano al suo avvicinarsi; -il mare, liscio come uno specchio, s’increspava qualche volta sotto -il guizzo dei pesci che, perseguitati da qualche nascosto nemico, -si slanciavano fuori dell’acqua per chiedere la loro salvezza ad un -altro elemento; finalmente sull’orizzonte si vedevano passare bianche -e graziose come gabbiani viaggiatori, le barche dei pescatori che -ritornavano alle Martigues, o i bastimenti mercantili carichi per -la Corsica o per la Spagna. Ad onta di queste barche coi graziosi -contorni, ad onta di questa luce dorata che inondava il paesaggio, il -conte, avvolto nel suo mantello, si ricordava a uno a uno di tutti -i particolari del terribile viaggio: quel lume unico ed isolato -che ardeva ai Catalani, quella vista del castello d’If che gli fece -comprendere il luogo ove lo conducevano, quella lotta coi gendarmi -allora quando volle precipitarsi in mare, la sua disperazione quando si -sentì vinto, e quella sensazione di freddo al contatto della estremità -della canna di carabina applicata sulle tempia come un anello di -ghiaccio. A poco a poco come quelle sorgenti disseccate dalla state -che, allora quando si ammassano le nubi d’autunno, s’inumidiscono -a poco a poco e cominciano a trasudare goccia a goccia, il conte di -Monte-Cristo sentì trapelare nel suo petto goccia a goccia quel vecchio -fiele stravasato, che aveva altra volta inondato il cuore d’Edmondo -Dantès. Per lui non vi fu più bel cielo, più barche graziose, più luce -ardente; il cielo si velò di nubi, l’apparizione del tetro gigante -che si chiama il castello d’If lo fece rabbrividire, come se gli fosse -comparso di repente il fantasma d’un nemico mortale. Istintivamente il -conte addietrò fino all’estremità della barca. Il barcaiuolo aveva un -bel che dire colla sua voce più accarezzante: - -— Noi siamo a terra, signore. — Monte-Cristo si ricordò che in questo -medesimo luogo, su questo medesimo scoglio, era stato trascinato -violentemente dalle sue guardie, che lo avevano sforzato a salire -questa cordonata pungendogli i reni colla punta di una baionetta. La -strada era sembrata molto lunga in altro tempo a Dantès; Monte-Cristo -l’aveva ritrovata cortissima; ciascun colpo di remo, coll’acqua che -avea fatta spruzzare, aveva ridestato in lui un milione di pensieri e -di ricordi. Dopo la rivoluzione di luglio non vi erano più prigionieri -al castello d’If, un picchetto destinato ad impedire il contrabbando -abitava solo i corpi di guardia; un portinaro aspettava i curiosi -alla porta per mostrar loro questo monumento di terrore, divenuto un -monumento di curiosità. Eppure, quantunque fosse istruito di tutto -ciò, quando entrò sotto la volta, quando discese la nera scala, quando -fu condotto al carcere che aveva chiesto di vedere, un gelido pallore -investì la sua fronte, il cui freddo sudore fu respinto fino al cuore. -Il portinaro che lo conduceva era là soltanto dal 1830. Fu condotto nel -suo proprio carcere. Rivide la pallida luce che filtrava dallo stretto -spiraglio, rivide il posto ove era il letto, tolto di poi, e dietro a -questo letto, quantunque ammurata, ma visibile ancora per le sue pietre -più nuove, rivide l’apertura scavata dall’amico Faria. Monte-Cristo -sentì le gambe indebolirsi, prese uno sgabello di legno e vi si assise -sopra. - -— Si racconta qualche storia su questo castello oltre quella -dell’imprigionamento di Mirabeau? domandò il conte; vi è qualche -tradizione su queste lugubri dimore, ove si esita a credere che uomini -vivi possano giammai esser stati racchiusi? - -— Sì, signore, disse il portinaro, e su questa stessa prigione il -carceriere Antonio me ne ha raccontata una. - -Monte-Cristo fremette. Antonio era stato il suo carceriere, egli ne -aveva quasi dimenticato il nome ed il viso; ma al sentire pronunziare -il suo nome, lo rivide tal qual era, colla figura circondata da barba, -la veste bruna, ed il mazzo di chiavi di cui gli sembrava ancora -risentire il tintinnio. Il conte si rivolse, e credè vederlo nell’ombra -del corridore, resa più oscura dalla luce della torcia che ardeva nelle -mani del portinaro. — Signore, vuole ella ch’io la racconti? domandò il -portinaro. - -— Sì, fece il conte di Monte-Cristo, dite. - -E si mise la mano sul petto per comprimere i frequenti battiti del -cuore spaventato dal sentirsi raccontare la sua propria istoria. — -Dite, ripetè egli. - -— Questo carcere, riprese il portinaro, era abitato da un prigioniero, -è molto tempo, un uomo pericoloso, a quanto sembrava, e tanto più -pericoloso, in quanto che era pieno d’industria. Un altro uomo abitava -questo stesso castello nello stesso tempo di lui; questi però non era -cattivo, era un povero uomo scienziato divenuto pazzo. - -— Ah! sì, pazzo! ripetè Monte-Cristo, qual era la sua pazzia? - -— Egli offriva dei milioni se gli si fosse voluta rendere la libertà. -— Monte-Cristo alzò gli occhi al cielo, ma egli non vide il cielo; vi -era una separazione di pietra fra lui e il firmamento. Pensò allora che -v’era stata una separazione non meno compatta fra Faria che offriva dei -tesori, e gli occhi di coloro ai quali venivano offerti quei tesori. - -— I prigionieri potean vedersi? domandò Monte-Cristo. - -— Oh! no, signore, era espressamente proibito: ma essi delusero la -proibizione scavando un passaggio che andava da una prigione all’altra. - -— Chi fu dei due quello che scavò il passaggio? - -— Oh! fu certamente il giovine, disse il portinaro; il giovine era -industrioso e forte, mentre che il povero scienziato era vecchio e -debole; d’altra parte, egli aveva lo spirito troppo vacillante per -tener fissa un’idea. - -— Ciechi... mormorò Monte-Cristo. - -— Tanto è vero, continuò il portinaro, che il giovine scavò questo -passaggio, con che? non si sa: ma egli lo scavò, e la prova si è che se -ne vedono ancora le tracce; a voi, le vedete? e avvicinò la torcia al -muro. - -— Ah! sì! davvero, fece il conte con una voce affievolita per la -emozione. - -— Ne risultò che i due prigionieri comunicarono insieme. Quanto tempo -durasse questa comunicazione, non si sa: un giorno il vecchio cadde -malato e morì. Indovinate un poco che cosa fece il giovine? disse il -custode interrompendosi: trasportò il defunto e lo pose nel proprio -letto col naso al muro, indi ritornò nel carcere vuoto, chiuse il foro, -e si cacciò dentro al sacco del morto. Avreste mai avuta una simile -idea? — Monte-Cristo chiuse gli occhi, e tornò a risentire tutte le -impressioni che aveva provate allorquando quella grossa tela, ancor -fredda pel cadavere che vi era stato, gli strofinava il viso. Il -custode continuò: - -— Sentite, ecco quale era il suo disegno: credeva che nel castello -d’If i morti si seppellissero, e siccome non dubitava che si fossero -fatte grandi spese per il sotterramento dei prigionieri, così calcolava -di potere essere in istato di rialzare la terra con le sue spalle; -ma disgraziatamente in questo castello vi era un altro costume che -distruggeva tutt’i suoi disegni: i morti non si seppellivano; si -attaccava loro ai piedi una grossa palla da cannone, e si lanciavano -in mare, il che fu fatto. Il nostro uomo fu gettato all’acqua dall’alto -della galleria; il giorno dopo si ritrovò il vero morto nel suo letto, -e fu indovinato tutto, poichè i becchini dissero allora, cosa che non -avevano osato di dire prima, cioè che quando il corpo fu lanciato nel -vuoto, essi avevano inteso un grido terribile soffocato nello stesso -punto dall’acqua nella quale era disparso. Il conte respirava con pena, -il sudore gli colava dalla fronte, l’angoscia gli stringeva il cuore. -— No! mormorò egli, no! quel dubbio che io provai, era un principio -d’obblio! ma qui il cuore si riapre di nuovo e ritorna affamato -di vendetta... E del prigioniero, domandò egli, se n’è mai sentito -parlare? - -— Giammai, giammai; capirete bene che delle due l’una: o egli è caduto -a piatto, e siccome cadeva da una cinquantina di piedi d’altezza, sarà -rimasto ucciso sul colpo. - -— Voi avete detto che gli era stata attaccata una palla ai piedi! sarà -caduto ritto. - -— O egli è caduto ritto, riprese il portinaro, e allora il peso della -palla lo avrà trascinato al fondo, ove è rimasto, povero uomo. - -— Voi lo compiangete? - -— In fede mia, sì, quantunque egli fosse nel suo elemento. - -— Che volete dire con ciò? - -— Che correva una voce che quel disgraziato fosse stato in altri tempi -ufficiale di marina detenuto come bonapartista. - -— Davvero! mormorò il conte, Dio ti ha fatto per galleggiare al di -sopra dei flutti e delle fiamme. Così il povero marinaro vivo nella -memoria di qualche narratore, si racconta la sua terribile istoria -all’angolo del caminetto, e si freme al momento in cui fendè lo spazio -per essere inghiottito nel fondo del mare... Non si è mai saputo il suo -nome? domandò il conte alzando la voce. - -— Ah! sì disse il guardiano in che modo? egli non era conosciuto che -sotto il nome del n.º 34. - -— Villefort! Villefort! mormorò Monte-Cristo, ecco, ciò che molte volte -tu avrai dovuto dirti quando il mio spettro importunava le tue veglie. - -— Il sig. vuol continuare la visita? domandò il portinaro. - -— Sì, volete mostrarmi la camera dello scienziato? - -— Ah! del N. 27. — Sì, del N. 27, ripetè Monte-Cristo. - -E gli sembrò ancora sentire la voce di Faria quando gli aveva domandato -il suo nome, e gli aveva gridato il proprio numero a traverso il muro. -— Venite. - -— Aspettate, disse Monte-Cristo, che io getti un ultimo sguardo su -tutta la superficie di questo carcere. - -— Ciò cade a proposito, disse la guida, ho dimenticata la chiave -dell’altro. - -— Andate a prenderla. — Vi lascio la torcia. - -— No, portatela con voi. — Ma voi resterete all’oscuro. - -— Io la notte ci vedo. — To’, come lui? — Chi lui? - -— Il N. 34. Si dice che egli si era talmente abituato all’oscurità, che -avrebbe veduto una spilla nell’angolo più oscuro di questo carcere. - -— Egli è però stato necessario una diecina d’anni per giungere a -questo, mormorò il conte. - -La guida si allontanò portando seco la torcia. Il conte aveva detto il -vero: dopo che era rimasto alcuni secondi nell’oscurità, cominciò a -distinguere tutto come a giorno chiaro. Allora egli guardò d’intorno -a sè, riconobbe realmente bene il suo carcere. — Sì, diss’egli, ecco -la pietra sulla quale io sedeva! ecco l’impronta delle mie spalle che -hanno consunto il muro! ecco la traccia del sangue che colò dalla mia -fronte il giorno in cui volli infrangermi la testa contro le mura!... -Oh! queste cifre... me ne ricordo... io le feci un giorno che calcolava -l’età di mio padre per sapere se lo avrei veduto vivo; e l’età di -Mercedès per sapere se l’avrei ritrovata libera... ebbi un momento -di speranza dopo aver compito questo calcolo... io contava senza la -fame, e senza l’infedeltà. — Ed un riso amaro sfuggì dalla bocca del -conte. Vide come in un sogno suo padre portato alla tomba.... Mercedès -condotta all’altare! sull’altra parete del muro un’iscrizione colpì la -sua vista. Ella si staccava, ancor bianca, sul muro verdastro: — MIO -DIO, vi lesse Monte-Cristo, CONSERVATEMI LA MEMORIA. — Oh! sì gridò -egli, ecco la sola preghiera dei miei ultimi tempi: non chiedeva più la -libertà, chiedeva la memoria, temeva di divenire pazzo, e dimenticare -tutto; mio Dio, mi avete conservata la memoria, ed io mi sono ricordato -di tutto. Grazie, grazie, mio Dio! — In questo momento la luce della -torcia risplendeva sul muro: era la guida che discendeva. - -Monte-Cristo andò ad incontrarla. — Seguitemi, diss’egli; — e senza -aver bisogno di ritornare verso il chiaro, lo fece continuare per un -corridore sotterraneo che lo condusse ad un’altra entrata. Là pure -Monte-Cristo fu assalito da una folla di pensieri. La prima cosa che -colpì i suoi occhi, fu la meridiana tracciata sul muro, per mezzo della -quale Faria contava le ore, indi i resti del letto sul quale il povero -prigioniero era morto. - -A questa vista, il conte invece di provare le angosce sentite nel -suo carcere, provò un dolce e tenero sentimento; il sentimento della -riconoscenza gli gonfiò il cuore, e due lagrime scorsero dagli occhi. - -— È qui, disse la guida, che abitava il pazzo, è per di là che il -giovine lo veniva a ritrovare, — ed egli fece vedere a Monte-Cristo -l’apertura del passaggio che da questa parte era rimasta aperta. — Al -colore della pietra, continuò egli, un esperto ha riconosciuto che -doveva essere almeno dieci anni che i due prigionieri comunicavano -insieme. Povera gente, essi dovevano essersi molto annoiati in questi -dieci anni! - -Dantès cavò alcuni luigi di saccoccia, e stese la mano verso quest’uomo -che lo compiangeva per la seconda volta senza conoscerlo. Il portinaro -li ricevette, credendo ricevere della piccola moneta; ma allora quando -al chiarore della torcia riconobbe il valore della somma, che gli -era stata data dal visitatore: — Signore, diss’egli, voi vi siete -sbagliato. - -— In che modo? — Mi avete dato dell’oro. — Lo so. - -— Come! lo sapete? — Sì. — La vostra intenzione è dunque stata di darmi -dell’oro? — Sì. — Dunque posso conservarlo in buona coscienza? — Sì. - -Ed il custode guardò Monte-Cristo con meraviglia. - -— _È onestà!_ disse il conte come Hamlet. - -— Signore, rispose il portinaro che non osava credere alla sua fortuna, -non capisco la vostra generosità. - -— Eppure è facile a comprendersi, amico mio, disse il conte: io -sono stato marinaro, e la vostra storia ha dovuto commovermi più di -qualunque altro. - -— Allora, signore, disse la guida, poichè voi siete così generoso, voi -meritate che io vi offra qualche cosa. - -— Che hai da offrirmi, conchiglie, lavori di paglia? grazie. - -— No, qualche cosa che ha rapporto colla storia che vi narrava. - -— Davvero! gridò vivamente il conte, che cosa è dunque? - -— Ascoltate, disse il portinaro, ecco ciò che è accaduto: io dissi -fra me stesso: si ritrova sempre qualche cosa nella camera di un -prigioniero, quando questi vi è rimasto quindici anni, e mi sono messo -ad esplorare i muri. - -— Ah! gridò Monte-Cristo ricordandosi del doppio nascondiglio. - -— A forza di ricerche ritrovai che il muro risuonava sotto il capezzale -del letto e sotto il caminetto. - -— Sì, disse Monte-Cristo, sì! - -— Levai le pietre ed ho ritrovato... - -— Una scala di corde, degli utensili! gridò il conte. - -— E come lo sapete? domandò il portinaro con meraviglia. - -— Non lo so, ma lo indovino, disse il conte; ordinariamente è ciò che -ritrovasi nei nascondigli dei prigionieri. - -— Sì, disse la guida, una scala di corda, e degli utensili. - -— E tu li hai ancora? gridò Monte-Cristo. - -— No, signore; ho venduto questi diversi oggetti ad alcuni visitatori! -ma mi resta un’altra cosa. - -— Che cosa dunque? domandò il conte con impazienza. - -— Mi resta una specie di libro scritto sopra strisce di tela. - -— Oh! gridò Monte-Cristo, ti resta questo libro? - -— Non so se sia un libro, disse il custode. - -— Va, a cercarlo, disse il conte, e se è quel che io presumo, sta pur -tranquillo! non avrai a pentirtene. - -— Io corro, signore. — E la guida uscì. Allora egli andò ad -inginocchiarsi pietosamente davanti ai resti di questo letto che per -lui era stato dalla morte convertito in un altare. - -— Oh! mio secondo padre, diss’egli, tu mi hai data la libertà, la -scienza, la ricchezza, se dal fondo della tua tomba resta ancora -qualche cosa che freme alla voce di quelli che sono rimasti sulla -terra, se nella trasfigurazione che soffre il cadavere qualche cosa -di animato si agita nei luoghi ove noi abbiamo molto amato o molto -sofferto, nobile cuore, spirito superiore, anima profonda, con una -parola, con un segno, con una rivelazione qualunque, te ne scongiuro, -in nome di questo amore paterno che tu mi accordavi, e del rispetto -filiale che ti portava, toglimi questo resto di dubbio, fa che si cambi -in convinzione, e sgombra il rimorso. - -Il conte abbassò la testa e congiunse le mani. — Prendete, signore! -disse una voce dietro a lui. — Monte-Cristo rabbrividì, e si voltò. Il -portinaro gli stese quelle strisce di tela su cui Faria aveva sparso -tutti i tesori della sua scienza. Questo manoscritto era la grande -opera di Faria di cui abbiam parlato. - -Il conte se ne impadronì in tutta fretta, ed i suoi occhi fin dal -principio caddero sull’epigrafe, egli lesse: - -«_Tu strapperai i denti al drago, e calpesterai sotto i tuoi piedi i -leoni, ha detto il Signore._» - -— Ah! gridò egli, ecco la risposta! Grazie padre mio, grazie! — -E cavando di saccoccia un piccolo portafogli che conteneva dieci -biglietti di banca di mille fr. ciascuno: — prendi, diss’egli, questo -portafogli. — Voi me lo regalate? - -— Sì, ma a condizione che tu non vi guarderai dentro che quando io sarò -partito. — E ponendosi sul petto la reliquia che aveva ritrovata, e -che per lui aveva il prezzo del più gran tesoro, si slanciò fuori del -sotterraneo, e rimontando nella barca: — A Marsiglia! diss’egli. — Indi -allontanandosi cogli occhi fissi sulla tetra prigione: — Infortunio! -diss’egli a coloro che mi hanno fatto rinchiudere in questo tetro -carcere, e a coloro che hanno dimenticato che io vi era rinchiuso. — E -ripassando davanti ai Catalani, il conte si rivoltò, ed avviluppando -la testa nel suo mantello, mormorò il nome di una donna. La vittoria -era completa, il conte aveva per due volte atterrato ogni dubbio. -Questo nome, ch’egli pronunciò con una espressione di tenerezza che -si accostava all’amore, era il nome d’Haydée. Mettendo piede a terra, -Monte-Cristo s’incamminò verso il cimitero ove sapeva di ritrovare -Morrel. Là pure, dieci anni prima, aveva pietosamente cercata una tomba -in quel cimitero, e l’aveva cercata inutilmente. Egli, che ritornava -in Francia con dei milioni, non aveva potuto ritrovare la tomba di suo -padre morto di fame. Morrel vi aveva ben fatto mettere una croce, ma -essa era caduta. Il degno negoziante era stato più fortunato; morto -fra le braccia dei suoi figli, fu condotto da loro a riposare vicino a -sua moglie che lo aveva preceduto di due anni nell’eternità. Due larghe -pietre di marmo, sulle quali erano scritti i loro nomi, stavano stese -l’una vicina l’altra in un piccolo recinto chiuso da una balaustrata di -ferro ed ombreggiato da quattro cipressi. - -Massimiliano era appoggiato ad uno di questi alberi, e fissava sulle -due tombe gli occhi che non vedevano. Il suo dolore era profondo, -quasi smarrito. — Massimiliano, gli disse il conte, non è lì che devi -guardare; è là! - -E gli mostrò il cielo. - -— I morti sono dappertutto, disse Morrel: non è ciò che voi stesso mi -avete detto quando uscivam da Parigi? - -— Massimiliano, disse il conte, viaggio facendo, mi avete domandato di -fermarvi qualche giorno a Marsiglia: avete sempre lo stesso desiderio? - -— Non ho più alcun desiderio, disse Morrel, mi sembra soltanto che -aspetterei meno penosamente a Marsiglia che in qualunque altro luogo. - -— Tanto meglio, Massimiliano, perchè io vi lascio, e porto meco la -vostra parola, non è vero? - -— Ah! io la dimenticherò, conte, disse Massimiliano. - -— No! non la dimenticherete, prima di tutto perchè siete un uomo -d’onore, Morrel, perchè lo avete giurato; perchè tornerete a giurarlo. - -— Oh! conte, abbiate pietà di me! son così infelice! - -— Ho conosciuto un uomo più infelice di voi. - -— Impossibile. - -— Ah! disse Monte-Cristo, è uno degli orgogli della nostra povera -umanità, quello che un uomo si crede sempre più disgraziato di un altro -disgraziato che piange e deplora vicino a lui. - -— Che vi è più disgraziato dell’uomo che ha perduto il solo bene che -amava e desiderava al mondo? - -— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, e fissate un momento il vostro -pensiero su ciò che sono per dirvi: ho conosciuto un uomo che, come -voi, aveva fatto riposare tutte le sue speranze di felicità sopra una -donna. Quest’uomo era giovine, aveva un vecchio padre ch’egli amava, -una fidanzata che egli adorava; era sul punto di sposarla; per uno di -quei capricci della sorte, che farebbe quasi dimenticare la bontà di -Dio, se Dio poi non si rivelasse più tardi, mostrando che tutto è per -lui un mezzo di condurre alla sua unità infinita, quando di repente -per un capriccio di sorte, gli fu tolta la libertà, la fidanzata, -l’avvenire che sognava e che credeva suo (poichè cieco ch’egli era -non poteva leggere che nel presente) per seppellirlo nel fondo di un -carcere. — Ah! fece Morrel, si esce dal carcere in capo ad otto giorni, -ad un mese, ad un anno. - -— Egli vi restò quattordici anni, Morrel, disse il conte ponendo una -mano sulla spalla del giovine. - -Massimiliano fremette: — Quattordici anni, mormorò egli. - -— Quattordici anni, ripetè il conte: egli pure, in questi 14 anni, ebbe -dei momenti di disperazione; egli pure, come voi, Morrel, si credeva il -più disgraziato degli uomini; volle uccidersi. - -— Ebbene? domandò Morrel. - -— Ebbene! nel momento supremo, Dio si rivelò a lui con questo mezzo -umano; forse al primo punto non comprese questa misericordia infinita -del Signore, poichè vi vuol del tempo agli occhi velati di lagrime, per -schiudersi del tutto, ma in fine egli prese pazienza, ed aspettò. Un -giorno uscì dalla sua tomba trasfigurato, ricco, possente; il suo primo -grido fu per suo padre; suo padre era morto. - -— A me pure il padre è morto, disse Morrel. - -— Sì, ma vostro padre è morto fra le vostre braccia, amico, felice, -onorato, ricco, pieno di giorni; suo padre invece morì povero, -disperato, e di fame, e allora quando dieci anni dopo la sua morte suo -figlio ne cercò la tomba, la tomba pure era disparsa, e nessuno potè -dirgli: è là che riposa nel Signore il cuore che ti ha tanto amato: -questo era un figlio più disgraziato di voi, Morrel, poichè quegli non -sapeva neppure ove ritrovare la tomba di suo padre. - -— Ma, gli restava almeno la donna che egli aveva amata. - -— Voi vi sbagliate, Morrel; questa donna... — Era morta? - -— Peggio ancora: ella era stata infedele, aveva sposato uno dei -persecutori del suo fidanzato: vedete dunque, Morrel, che quest’uomo -era più disgraziato amante di voi. - -— Ed a quest’uomo, Dio ha inviata la consolazione? - -— Gli ha inviata la calma. - -— E quest’uomo potrà ancora un giorno essere felice? - -— Io lo spero, Massimiliano. — Il giovine lasciò cadersi la testa -sul petto: — Voi avete la mia promessa, diss’egli, dopo un minuto -di silenzio e stendendo la mano a Monte-Cristo: ricordatevi soltanto -che... - -— Il 5 ottobre, Morrel, io vi aspetto all’isola di Monte-Cristo. Il 4 -un _yacht_ vi aspetterà nel porto di Bastia; questo _yacht_ si chiamerà -l’_Euro_: voi vi nominerete al capitano, che vi condurrà da me; è -convenuto, non è vero, Massimiliano? - -— È convenuto, conte, ed io farò ciò che ho detto; ma ricordatevi che -il 5 ottobre... - -— Fanciullo che non sa ancora che cosa sia la promessa di un uomo... vi -ho detto venti volte, che se in quel giorno volete ancora morire, io vi -aiuterò, Morrel. Addio. - -— Voi mi lasciate? - -— Sì, ho alcune faccende in Italia; vi lascio solo, solo alle prese -colla vostra infelicità, solo con quell’aquila dalle ali possenti che -il Signore invia ai suoi eletti, per trasportarli ai suoi piedi. - -— Quando partite? - -— Sul momento; il battello a vapore mi aspetta, fra un’ora sarò molto -lungi da voi; mi accompagnate fino al porto? - -— Io sono tutto per voi, conte. — Abbracciatemi. - -Morrel scortò il conte fino al porto: di già il fumo usciva come un -immenso pennacchio dal tubo nero che lo lanciava al cielo. Ben presto -il naviglio partì, e un’ora dopo, come lo aveva detto Monte-Cristo, -questo fumo biancastro, appena era visibile sull’orizzonte ingombrato -dalla prima nebbia della notte. - - - - -CXIV. — PEPPINO. - - -Al momento stesso in cui il battello a vapore del conte spariva dietro -il capo Morgiou, un uomo correva la posta da Firenze a Roma, passando -dalla piccola città d’Acquapendente. Egli camminava abbastanza presto -per far molta strada, senza tutta volta divenir sospetto. Vestito -con un soprabito che il viaggio aveva consumato, ma che lasciava -vedere brillante e fresco il nastro della Legion d’Onore ripetuto -sul suo abito, questo uomo, non solo da questo doppio segno, ma -ancora dall’accento col quale parlava al postiglione doveva essere -riconosciuto per francese. Una prova ancora ch’egli era nato nel paese -della lingua universale è ch’egli non sapeva altre parole d’italiano, -che quelle della musica che possono come il _goddam_ di Figaro, -sostituir tutte le finezze di una lingua particolare. — _Allegro!_ -diceva egli ai postiglioni ad ogni salita: _moderato!_ faceva ad ogni -discesa. — E Dio sa se vi sono salite e discese da Firenze a Roma -per la strada d’Acquapendente! Queste due parole, del resto, facevano -molto ridere le brave genti alle quali erano indirizzate. In faccia -alla città eterna, vale a dire giungendo alla Storta, punto da dove si -scorge Roma, il viaggiatore non provò quel sentimento di entusiastica -curiosità, che spinge ogni straniero ad alzarsi dal fondo della -carrozza, per scorgere la famosa cupola di S. Pietro, che si vede molto -prima di distinguere qualunque altra cosa. No, egli cavò soltanto il -suo portafoglio di saccoccia, e da esso una carta piegata in quattro, -che spiegò e ripiegò con una attenzione che rassomigliava a rispetto, e -si limitò a dire. - -— Buono! io l’ho sempre. — La carrozza oltrepassò la porta del Popolo, -prese a sinistra e si fermò di rimpetto al palazzo di Spagna. Mastro -Pastrini nostra antica conoscenza, ricevette il viaggiatore sul -limitare della porta col cappello in mano. Il viaggiatore discese, -ordinò un buon pranzo e s’informò dell’indirizzo della casa Thomson e -French, che gli fu indicato sul momento; questa casa era una delle più -conosciute di Roma. - -Ella era situata in via dei Banchi, vicino al ponte sant’Angelo. -A Roma, come dappertutto, l’arrivo d’una carrozza di posta è un -avvenimento. Dieci giovani discendenti da Mario e dai Gracchi, coi -piedi nudi, i gomiti stracciati, ma il pugno sull’anca, e il braccio -pittorescamente ricurvo al di sopra della testa, guardavano il -viaggiatore, la carrozza e i cavalli; a questi birichini della città -per eccellenza, si erano uniti una cinquantina di balordi dello stato -romano, di quelli che fanno dei cerchi sputando nell’acqua del Tevere -dall’alto del ponte di castel sant’Angelo quando nel Tevere vi è acqua. - -Ora, siccome i monelli e i balordi di Roma più felici di quelli di -Parigi, capiscono tutte le lingue, e particolarmente la francese, -capirono che il viaggiatore domandava un appartamento, da pranzo, e -finalmente l’indirizzo della casa Thomson e French. Ne risultò che -allora quando il nuovo arrivato uscì dall’albergo col cicerone d’uso, -un uomo si staccò dal gruppo dei curiosi, e senza esser notato dal -viaggiatore, senza sembrare di essere osservato dalla sua guida, -camminò a poca distanza dallo straniero, seguendolo con tanta maestria, -quanta ne avrebbe potuta avere un messo della polizia parigina. Il -francese era così stimolato dalla fretta di fare la sua visita alla -casa Thomson e French, che non ebbe il tempo d’aspettare che i cavalli -fossero attaccati; la carrozza doveva raggiungerlo per la strada, e -aspettarlo alla porta del banchiere. - -Arrivarono senza che la carrozza li avesse raggiunti. - -Il francese entrò lasciando la sua guida in anticamera che subito si -mise a far conversazione con due o tre di quegli industriosi senza -industria, o meglio di una di quelle mille industrie che si esercitano -a Roma, alla porta dei banchieri, delle chiese, delle ruine, dei musei -o dei teatri. - -Nello stesso tempo del francese entrò pure l’uomo che si era staccato -dal gruppo dei curiosi; il francese bussò ai vetri della bussola e -penetrò nella prima camera. - -— I sig. Thomson e French? domandò lo straniero. — Una specie di lacchè -si alzò dietro un segno di un commesso di confidenza, guardiano formale -del primo ufficio. - -— Chi debbo annunziare? domandò il lacchè disponendosi a camminare -davanti al forestiere. - -— Il sig. barone Danglars, rispose il viaggiatore. - -— Venite, disse il lacchè. — Fu aperta una porta; il lacchè ed il -barone disparvero per essa. L’uomo che era entrato dietro Danglars si -assise sopra un banco. Il commesso continuò a scrivere per circa cinque -minuti; durante i quali l’uomo seduto conservò il più profondo silenzio -e la più assoluta immobilità. Indi la penna cessò di stridere sulla -carta; alzò la testa, guardò attentamente attorno a sè e dopo essersi -assicurato che si ritrovava a quattr’occhi: — Ah! ah! diss’egli, eccoti -qui, Peppino! - -— Sì! rispose questi laconicamente. - -— Hai odorato alcun che di buono intorno a questo signore? - -— Non vi è gran merito per questo, ne siamo stati avvisati. - -— Tu sai dunque ciò che egli viene a far qui, curioso. - -— Viene a riscuotere; rimane soltanto a sapersi la somma. - -— Ti si dirà quanto prima, amico. - -— Ma non mi darai, come l’altro dì, delle false informazioni. - -— Che intendi dire, di chi vuoi parlare? sarebbe forse di -quell’inglese, che giorni sono portò via tremila scudi? - -— No, quello aveva in realtà i tremila scudi, e li abbiamo saputi -ritrovare: m’intendo di parlare del principe russo; tu ci avevi -accusato trentamila lire, e non ne abbiamo ritrovate che ventidue. - -— Avrete cercato male. - -— È stato Luigi Vampa che ha fatto la perquisizione. - -— In questo caso, avrà avuto dei debiti da pagare. - -— Un russo? — Ovvero avrà speso il danaro. - -— Questo è il più possibile di tutto. - -— È sicurissimo; ma, lasciatemi andare al mio osservatorio, altrimenti -il francese farà il fatto suo, senza che io possa sapere il positivo -della cifra. — Peppino fece un segno affermativo con la testa, e -si mise ad osservare alcune incisioni appese al muro, mentre che il -commesso spariva dalla stessa porta che aveva dato passaggio al lacchè -ed al barone. In capo a circa dieci minuti, ricomparve il commesso -tutto raggiante. — Ebbene? domandò Peppino al suo amico. - -— All’erta! all’erta! disse il commesso, la somma è rotonda. - -— Da cinque a sei milioni, n’è vero? — Sì, tu sai la cifra? - -— Sopra una ricevuta di S. E. il conte di Monte-Cristo e della quale è -stato accreditato sopra Roma, Venezia e Vienna. - -— È così, in che modo sei tu tanto bene informato? - -— Te l’ho detto, siamo stati prevenuti, riprese Peppino. - -— Allora, perchè ti sei indirizzato a me? - -— Per essere ben sicuro che questo era l’uomo col quale avevam -che fare. — È veramente lui... cinque milioni. Una bella somma eh! -Peppino? — Sì. — Ma non ne avremo mai altrettanti. — Almeno, rispose -filosoficamente Peppino, avremo gli avanzi. - -— Zitto! ecco il nostro uomo. — Il commesso riprese la sua penna, e -Peppino ritornò di nuovo ad osservare i rami. - -Danglars comparve irradiato, accompagnato da un banchiere che lo -ricondusse fino alla porta. A seconda delle convenzioni, la carrozza -che doveva ricondurre Danglars, aspettava davanti alla porta di Thomson -e French. Il cicerone ne teneva lo sportello aperto; il cicerone è -un essere molto complimentoso e compiacente, che si può impiegare in -ogni cosa. Danglars saltò nella carrozza, leggero come un giovine di -vent’anni. Il cicerone chiuse lo sportello, e salì vicino al cocchiere. -Peppino montò nel posto di dietro. - -— S. E. vuol ella andare a vedere San Pietro? domandò il cicerone. - -— Per farne che? rispose il barone. — Diamine! per vedere! - -— Non sono venuto a Roma per vedere, disse ad alta voce Danglars; indi -aggiunse sommessamente con un rapido sorriso: sono venuto per toccare. -— Ed in fatto toccò il portafoglio, nel quale aveva chiusa una lettera. - -— Allora S. E. va...? — All’Albergo. - -— Casa Pastrini! disse il cicerone al cocchiere. — E la carrozza partì -rapida come una carrozza padronale. Dieci minuti dopo, il barone era -rientrato nel suo appartamento, e Peppino si era istallato sur un banco -posto contro un muro vicino alla porta, dopo aver detto alcune parole -all’orecchio di uno di quei discendenti di Mario e dei Gracchi che -abbiam segnalato al principio di questo capitolo, il quale discendente -prese la strada del Campidoglio con tutta la sveltezza delle sue gambe. -Danglars era stanco, soddisfatto, e aveva sonno. Egli si mise in letto, -pose il suo portafogli sotto il capezzale, e si addormì. Peppino aveva -del tempo superfluo; giuocò alla morra con dei facchini, perdè due o -tre scudi, e, per consolarsi, bevè un fiasco di vino d’Orvieto. La -dimane, Danglars si svegliò tardi, quantunque fosse andato a letto -di buon’ora; erano cinque o sei notti che non dormiva, o che dormiva -malissimo. Fece una copiosa colazione, e poco curante, come lo aveva -detto, di vedere le bellezze della città eterna, ordinò i cavalli da -posta per mezzogiorno. Ma Danglars aveva contato senza le formalità -della polizia, e senza la lentezza del mastro di posta. I cavalli -giunsero soltanto alle due, e il cicerone non portò il passaporto coi -visti che alle tre. Tutti questi preparativi avevano richiamato davanti -alla porta di Mastro Pastrini un buon numero di oziosi. I discendenti -dei Gracchi e di Mario, non mancavano. Il barone traversò trionfalmente -questi gruppi, che lo chiamavano eccellenza per avere un baiocco. -Siccome Danglars, uomo popolarissimo, come si sa, si era contentato -di farsi chiamare barone fino a quel momento, e non era ancora stato -trattato col titolo d’eccellenza, questo titolo lo lusingò, e distribuì -una dozzina di paoli a tutta quella canaglia. — Che strada? domandò il -postiglione in italiano. - -— Strada d’Ancona, rispose il barone. — Mastro Pastrini tradusse la -domanda e la risposta, e la carrozza partì al galoppo. Danglars voleva -effettivamente passare a Venezia, e realizzarvi una parte della sua -fortuna, indi da Venezia andare a Vienna e realizzarvi il resto. La -sua intenzione era di fissarsi in quest’ultima città di piaceri. Appena -ebbe fatto due leghe nella campagna di Roma, cominciò a cader la notte: -Danglars non aveva creduto di dover partire così tardi, altrimenti -sarebbe rimasto, egli domandò al postiglione quanto v’era per giungere -alla prima città. - -— _Non capisco_! rispose in italiano il postiglione. - -Danglars fece un movimento colla testa, che voleva dire: — Benissimo. - -La carrozza continuò la sua strada. — Mi fermerò alla prima posta, -— diceva fra sè Danglars: intanto egli provava ancora un resto di -quel benessere che aveva risentito la sera innanzi, e che gli aveva -procurato una così buona notte: era mollemente steso nella sua buona -carrozza inglese, a doppie molle; e si sentiva strascinato dal galoppo -di due buoni cavalli; la posta era di sette leghe, egli lo sapeva. -Che fare quando uno è banchiere, ed ha fatto facilmente banca rotta? -Danglars pensò dieci minuti a sua moglie rimasta a Parigi; altri dieci -minuti a sua figlia che girava il mondo con madamigella d’Armilly; -dette dieci minuti ai suoi creditori e al modo in cui impiegherebbe -il loro danaro; indi non avendo più niente da fare, chiuse gli occhi -e si addormentò. Qualche volta però, scosso da un urto più forte -degli altri, Danglars riapriva gli occhi; allora si sentiva sempre -trasportato dalla stessa celerità attraverso quella stessa campagna -di Roma tutta seminata di ruderi d’acquedotti, che sembrano giganti -di granito, pietrificati a mezzo della loro corsa. Ma la notte era -fredda, oscura e piovosa, ed era miglior partito per un uomo mezzo -assopito, il rimanere in fondo della carrozza con gli occhi chiusi, -di quel che mettere la testa fuori dello sportello per domandare -dov’era al postiglione, che non sapeva rispondere nient’altro che, _non -capisco_. Danglars continuò dunque a dormire, dicendosi che sarebbe -sempre stato in tempo a svegliarsi quando gli cambiavano i cavalli. -La carrozza si fermò; Danglars, pensò che finalmente giungeva al posto -desiderato. Riaprì gli occhi, guardò a traverso il cristallo, credendo -di ritrovarsi in mezzo a qualche città, o almeno a qualche villaggio; -ma non vide che una specie di capanna isolata, e tre o quattro uomini -che andavano e venivano come ombre: Danglars aspettò un momento che il -postiglione che aveva finita la corsa, venisse a reclamare il danaro -della posta; contava di approfittare di quest’occasione per chiedere -qualche informazione al suo nuovo conduttore; ma i cavalli furono -staccati e cambiati senza che nessuno andasse a chiedere del danaro -al viaggiatore. Danglars meravigliato, aprì lo sportello; ma una -mano vigorosa lo chiuse subito, e la carrozza partì. — Ehi! disse al -postiglione, ehi! _mio caro_! - -Questa pure era una parola italiana di una romanza che Danglars aveva -ritenuta a memoria quando sua figlia cantava dei duetti col Principe -Cavalcanti. Ma il mio caro non gli rispose una parola. Danglars si -contentò allora di calare il cristallo e di dire in francese, mettendo -fuori la testa: - -— Ehi! amico dove andiamo dunque? - -— _Dentro la testa!_ gridò una voce grave ed imperiosa, accompagnata da -un gesto minaccioso. - -Danglars capì che _dentro la testa_, voleva dire _rentrez la tête_. -Egli faceva, come ben si vede, rapidi progressi nella lingua italiana; -obbedì perciò non senza inquietudine, e siccome questa inquietudine -aumentava di minuto in minuto, in capo ad alcuni momenti, il suo -spirito (in vece del vuoto che abbiamo segnalato al momento in cui -si metteva in viaggio, e che gli aveva procurato il sonno) si trovò -riempito di una quantità di pensieri atti gli uni più degli altri a -tenere svegliato l’interesse del viaggiatore, e soprattutto di un -viaggiatore che si ritrovava nella situazione di Danglars. I suoi -occhi nell’oscurità delle tenebre presero quel grado di acutezza -che le forti emozioni comunicano nel primo momento, ma poi cessa più -tardi per essere stato troppo esercitato. Prima di aver paura si vede -giustamente; quando si ha paura si vede in confuso. Danglars vide un -uomo avvolto in un mantello che galoppava allo sportello della diritta. -— Un qualche gendarme, diss’egli. Sarei forse stato segnalato dal -telegrafo francese alle autorità pontificie? - -Egli risolvè di uscire da questa ansietà. — Dove mi conducete voi? -domandò sempre in francese. - -— _Dentro la testa!_ ripetè la stessa voce col medesimo accento di -minaccia. — Danglars si voltò verso lo sportello della sinistra. -Un altro uomo a cavallo galoppava allo sportello della sinistra. — -Davvero, diceva tra sè Danglars col sudore sulla fronte, io sono stato -preso. — E si gettò nel fondo della carrozza, non per dormire questa -volta, ma per pensare. Un momento dopo si alzò la luna. Dal fondo della -carrozza fissò il suo sguardo nella campagna. Egli rivide allora questi -grandi acquedotti, fantasmi di pietra, che aveva notato passando; se -non che, invece di averli a diritta, egli li aveva a sinistra. Capì -allora che avevano fatto fare un mezzo giro alla carrozza e che lo -riconducevano a Roma. - -— Oh! me disgraziato! mormorò egli, avranno ottenuta la mia -estradizione. — La carrozza continuò a correre con una spaventosa -velocità. Un’ora passò terribile, poichè ad ogni nuovo indizio gettato -sul suo passaggio, il fuggitivo riconosceva in modo da non poterne -dubitare, che lo si riconduceva indietro. Finalmente rivide una massa -oscura contro la quale sembrava che la carrozza andasse ad urtare. Ma -la carrozza girò, e corse lungo questa massa oscura, che altro non era -che il cinto di muro che circonda Roma. - -— Oh! oh! mormorò Danglars, noi non rientriamo in città? dunque non è -la giustizia che mi arresta. Buon Dio! un’altra idea, sarebbe forse... -— I capelli gli si drizzarono. - -Egli si ricordò le interessanti istorie dei banditi della campagna -di Roma, tanto poco credute a Parigi, che Alberto de Morcerf aveva -raccontato alla sig.ª Danglars e ad Eugenia, quando vi erano le -trattative pel giovine visconte, di diventare il figlio dell’una, ed il -marito dell’altra. - -— Forse ladri! mormorò egli. — Di repente la carrozza ruotò sur un -terreno più duro del suolo di una strada sabbiosa: Danglars arrischiò -uno sguardo alle due parti della strada; vide dei monumenti di forme -strane, e il suo pensiero preoccupato dal racconto di Morcerf, che ora -si presentava a lui con tutti i suoi particolari, il suo pensiero gli -disse che doveva essere sulla via Appia. A sinistra della carrozza in -una specie di vallata si vedeva uno scavo circolare. Era il circo di -Caracalla. Dietro una parola dell’uomo che galoppava a diritta della -carrozza, questa si fermò. - -Nello stesso tempo lo sportello della sinistra si aprì. - -— Scendi! comandò una voce. — Danglars discese nello stesso punto; -egli non parlava ancora l’italiano, ma cominciava già a capirlo. -Più morto che vivo, il barone guardò intorno a sè. Quattro uomini lo -circondavano, senza contare il postiglione. — _Di qua_, — disse uno -dei quattro uomini discendendo per un piccolo sentiero che conduceva -dalla via Appia in mezzo alle ineguaglianze del terreno della campagna -romana. Danglars seguì la sua guida senza discussione, e non ebbe -bisogno di voltarsi per sapere che egli era seguito da altri tre -uomini. Però gli sembrò che questi uomini si fermassero come in -sentinella a distanze quasi uguali. - -Dopo circa dieci minuti di cammino, durante i quali Danglars non -cambiò neppure una parola colla sua guida, egli si ritrovò fra un -poggio ed un cespuglio formato da alta erba; tre uomini in piedi -e muti formavano un triangolo di cui egli si ritrovava nel centro. -Egli volle parlare; la sua lingua s’impacciò. — _Avanti_, — disse la -medesima voce coll’accento breve ed imperioso. Questa volta Danglars -capì doppiamente: capì dalla parola e dal gesto, poichè l’uomo che -camminava dietro a lui lo spinse così rozzamente in avanti che andò -ad urtare contro la sua guida. Ma era il nostro amico Peppino che si -inoltrò fra le alte erbe per una sinuosità che le faine e le volpi -potevano soltanto riconoscere per un cammino praticabile. Peppino si -fermò davanti ad una roccia sormontata da un fitto cespuglio; questa -roccia, spaccata come una palpebra, concesse il passaggio al giovine -che vi sparì, come spariscono dalle loro botole i diavoli delle nostre -streghe. La voce ed il gesto di quello che seguiva Danglars impegnarono -il banchiere a fare altrettanto. Non vi era più da dubitare, il fallito -francese aveva a che fare coi briganti. Danglars eseguì come un uomo -posto fra due terribili pericoli e che la paura rende coraggioso. -Ad onta del suo ventre, abbastanza mal disposto per penetrare nelle -crepacce della campagna romana, s’infiltrò dietro a Peppino, e -lasciandosi strisciare, chiudendo gli occhi, cadde in piedi. Toccando -la terra egli riaprì gli occhi. Il cammino era largo ma nero. Peppino -poco curandosi di essere riconosciuto ora che si trovava in casa sua, -battè l’acciarino ed accese una torcia. Altri due uomini discesero -appresso a Danglars, formando la retroguardia; e spingendo Danglars -quando per caso si fermava, lo fecero giungere per un dolce declive -al centro di un croce-via di sinistra apparenza. Infatto le pareti dei -muri scavate a sepolture soprapposte le une alle altre, sembravano, in -mezzo alle pietre bianche, aprire quegli occhi neri e profondi che si -vedono nei cranii dei morti. La sentinella fece battere contro la sua -mano sinistra il calcio della carabina e domandò: - -— Chi vive? - -— Amici! Amici! disse Peppino. Dov’è il capitano? - -— Là, disse la sentinella, mostrando per di sopra alla sua spalla una -specie di gran sala scavata nella roccia, e la cui luce si rifletteva -nei corridori per mezzo di grandi aperture concentriche. — Buona -preda, capitano, buona preda, disse Peppino in italiano. — E prendendo -Danglars pel colletto del soprabito, lo condusse verso un’apertura che -rassomigliava ad una porta, e per la quale si penetrava nella sala in -cui sembrava che il capitano avesse formato il suo alloggio. — È questo -quell’uomo? domandò colui che leggeva con molta attenzione la vita di -Alessandro in Plutarco. — Lui stesso, capitano, lui stesso. - -— Benissimo; mostratemelo. — Dietro quest’ordine abbastanza -impertinente, Peppino avvicinò così bruscamente la sua torcia al -viso di Danglars, che questi indietrò vivamente per non avere le -sopracciglia bruciate. Questo viso sconvolto offriva tutti i sintomi -di un pallido e vergognoso terrore. — Quest’uomo è stanco, disse il -capitano, che si conduca tosto al suo letto. - -— Oh! mormorò Danglars, questo letto sarà probabilmente uno dei -sepolcri che sono scavati nel muro, questo sonno sarà la morte che un -pugnale, che già veggo sfavillare nell’ombre, sarà per procurarmi. -— Infatto nella profonda oscurità dell’immensa sala si vedevano -sollevarsi, sulle loro cuccette d’erbe secche o di pelli di lupi, i -compagni di quest’uomo, che Alberto de Morcerf aveva trovato leggendo -_i Commentarii di Giulio Cesare_, e che Danglars trovava leggendo -_le Vite di Plutarco_. Il banchiere mandò un sordo gemito e seguì la -sua guida; egli non ebbe coraggio nè di pregare nè di gridare: non -aveva più nè forza nè volontà, nè potenza nè sentimento; egli andava -perchè lo trascinavano. Urtò in una scalinata, e comprese che aveva -una scala davanti a sè; egli alzò macchinalmente i piedi quattro o -cinque volte. Allora si aprì davanti a lui una porta bassa; egli si -abbassò macchinalmente per non urtare con la fronte, e si ritrovò -in una cella tagliata nella roccia. Questa cella era conveniente, -sebbene nuda; asciutta quantunque situata sotto terra ad una profondità -incommensurabile. Un letto fatto di erbe secche, e ricoperto di pelli -di capre, era non già eretto, ma steso in un angolo della cella. -Danglars, nello scoprirlo, credè vedervi il simbolo radiante della sua -salute. — Oh! sia lodato Iddio! mormorò egli; è un vero letto. — Era -la seconda volta, in un’ora, ch’egli invocava il nome di Dio; e ciò non -gli era accaduto da più di dieci anni. — _Ecco_, disse la guida. - -E, spingendo Danglars nella cella, chiuse la porta dietro a lui. Il -catenaccio cigolò; Danglars era prigioniero. - -D’altra parte, se non vi fosse stato il catenaccio, avrebbe abbisognato -un miracolo per passare in mezzo alla guarnigione che in quel punto -custodiva le catacombe di San Sebastiano, e che era accampata intorno -al suo capo, nel quale i nostri lettori avranno certamente riconosciuto -il famoso Luigi Vampa. Danglars pure aveva riconosciuto questo bandito, -all’esistenza del quale non aveva voluto credere, quando Morcerf -cercava di naturalizzarlo in Francia. - -Non solo egli lo aveva riconosciuto, ma aveva egualmente riconosciuta -la cella nella quale Alberto era stato rinchiuso, e che, secondo tutte -le probabilità, era l’alloggio dei forestieri. Queste rimembranze, -sulle quali del resto Danglars si estendeva con una certa gioia, gli -rendevano la tranquillità. Dal momento in cui non lo avevano ucciso -subito, i banditi non avevano più volontà di ucciderlo. Era stato -arrestato per essere derubato, e siccome non aveva seco che pochi -luigi, gli avrebbero posto un riscatto. Si ricordò che Morcerf era -stato tassato di una certa somma, di circa quattromila scudi; e siccome -egli si attribuiva un’apparenza molto più importante di Alberto, fissò -da sè stesso nel suo spirito il proprio riscatto ad ottomila scudi; 48 -mila lire. Gli restava ancora una somma di circa cinque milioni e 50 -mila fr. Con questa somma ognuno può cavarsi d’impaccio in ogni luogo. -Dunque, quasi certo di togliersi d’impaccio, attesochè non vi è esempio -che si sia tassato un uomo per più di cinque milioni e 50 mila lire, -Danglars si stese sul suo letto, ove, dopo essersi girato e rigirato -due o tre volte, si addormentò colla tranquillità dell’eroe di cui -Luigi Vampa leggeva la storia. - - - - -CXV. — LA CARTA DI LUIGI VAMPA. - - -Ad ogni sonno, che non sia quello temuto da Danglars, vi è il -suo svegliarsi. Danglars si svegliò. Per un parigino abituato al -cortinaggio di seta, alle pareti vellutate dei muri, al profumo che -manda il legno imbianchito nel caminetto, e che discende dalle volte -di seta, lo svegliarsi in una grotta di pietra scabrosa deve essere -come un sogno di cattiva qualità. Tastando i suoi lenzuoli di pelle -di capra, Danglars doveva credere di sognare i Lapponi. Ma in simile -congiuntura bastò un secondo per cambiare il dubbio nella più robusta -certezza. — Sì, sì, mormorò egli, io sono nelle mani dei banditi -di cui ci parlò Alberto de Morcerf. — Il suo primo movimento fu di -respirare, per assicurarsi che non era stato ferito: era un mezzo che -aveva ritrovato in _Don Chisciotte_, il solo libro, non che avesse -letto, ma di cui si ricordasse qualche cosa. — No, diss’egli, essi -non mi hanno nè ucciso nè ferito, ma essi forse mi avranno derubato. -— E portò prestamente le mani alle sue saccocce. Esse erano intatte: i -cento luigi, che si era riserbati in contanti per fare il suo viaggio -da Roma a Venezia, erano realmente nella saccoccia del pantalone, ed -il portafogli nel quale si ritrovava la lettera di credito per cinque -milioni e 50 mila fr. era nella saccoccia da petto del suo abito. — -Che singolari banditi! disse da sè stesso; mi hanno lasciato la borsa -ed il portafogli! come lo diceva ieri quando mi misi in letto, essi -m’imporranno un riscatto. Guarda! ho ancora il mio orologio! sentiamo -un poco che ora è. — L’orologio di Danglars, capo d’opera di Breguet, -che aveva caricato con cura il giorno avanti, prima di mettersi in -viaggio, suonò le cinque e mezzo della mattina. Senza esso, Danglars -sarebbe rimasto incerto sull’ora, la luce del giorno non penetrava -nella cella. Era egli necessario eccitare una spiegazione dei banditi? -aspettar pazientemente ch’essi la domandassero? l’ultima alternativa -era la più prudente: Danglars aspettò. Egli aspettò fino a mezzogiorno. -In tutto questo tempo una sentinella aveva vegliato alla sua porta. - -Alle otto del mattino, la sentinella era stata cambiata. - -Allora era venuto voglia a Danglars di vedere da chi fosse guardato. -Aveva notato che alcuni raggi di luce, non già del giorno, ma della -lampada, filtravano traverso le fessure della porta mal congiunta; egli -si accostò ad una di queste fessure al momento in cui il bandito beveva -alcune sorsate d’acquavite, le quali, mercè l’otre di pelle che le -conteneva, spandevano un odore che molto ripugnava a Danglars. - -— _Pouah!_ — fece egli rinculando fino al fondo della sua cella. A -mezzo giorno l’uomo dell’acquavite fu sostituito da un’altra fazione. -Danglars ebbe la curiosità di guardare il suo nuovo guardiano: egli si -accostò di nuovo alla fessura. Questi era un bandito atletico, un Golia -dagli occhi grossi, dalle labbra rivoltate, e dal naso schiacciato; -i capelli rossigni cadevano sulle spalle a bande contorte a guisa di -serpenti. — Oh! oh! questi rassomiglia più ad una belva che ad una -creatura umana; in ogni caso, son vecchio ed abbastanza coriaceo, -grosso e bianco non son buono a mangiare. — Come si vede, Danglars -aveva ancora abbastanza presenza di spirito per scherzare. Nello stesso -punto come per provargli che non era una belva, il guardiano si assise -in faccia alla porta della sua cella, cavò dalla sua bisaccia del pane -nero, della cipolla e del formaggio, ch’egli si mise subito a divorare. - -— Che il diavolo mi porti! disse Danglars gettando a traverso della -fessura della porta un colpo d’occhio sul pranzo del bandito: se -capisco come si possa fare a mangiare simili porcherie. — Andò a -sedersi sopra le sue pelli, che gli ricordarono l’odore d’acquavite -della prima sentinella. - -Ma Danglars aveva un bel fare, ed i segreti della natura sono -incomprensibili, vi è un’eloquenza in certi inviti materiali che -indirizzano le più grossolane sostanze agli stomachi digiuni. Danglars -sentì d’improvviso che il suo non aveva fondi in quel momento, e -allora vide l’uomo men brutto, il pane meno nero, il formaggio più -fresco. Infatto quelle cipolle crude, orribile alimento del selvaggio, -gli ricordarono certi sughi di Robert e certi intingoli che il suo -cuciniere eseguiva in un modo sorprendente, quando Danglars gli diceva: -Sig. Deniseau, fatemi per oggi un buon piattino. Si alzò e andò a -bussare alla porta. Il bandito alzò la testa. Danglars vide ch’era -stato inteso, e raddoppiò. - -— _Che c’è?_ domandò il bandito. - -— Dite dunque! amico, fece Danglars suonando il tamburo con le dita -contro la porta, mi sembra che sarebbe ora che si pensasse a nutrire -me pure! — Ma sia che egli non capisse il francese, sia che non avesse -ricevuto ordini sul conto del nutrimento di Danglars, il gigante -si rimise a mangiare. Danglars sentì umiliato il suo orgoglio, e, -non volendo maggiormente mettersi a cimento con quella belva, andò -a raggrupparsi sulle pelli, e non disse più una parola. Passarono -quattr’ore; il gigante fu sostituito da un altro bandito; Danglars, -che soffriva orribili stiragliamenti di stomaco, si alzò dolcemente, -applicò l’occhio alle fenditure della porta, e riconobbe la figura -intelligente della sua guida. Infatto era Peppino che si preparava -a montar la guardia la più dolce possibile, sedendosi in faccia alla -porta e ponendosi fra le gambe una teglia di terra che conteneva caldi -e profumanti piselli, cotti in fricassea sul lardo. - -Vicino a questi piselli Peppino depose ancora un bel paniere di uva -fresca di Velletri, ed un fiasco di vino d’Orvieto, Peppino era un -goloso. Vedendo questi preparativi gastronomici venne l’acquolina in -bocca a Danglars. - -— Ah! ah! disse il prigioniero, vediamo un poco se questi è più -trattabile degli altri. — E bussò gentilmente alla sua porta. — Eccomi, -— disse il bandito, che, frequentando la casa di mastro Pastrini, aveva -finito per imparare il francese perfino nei suoi dialetti. Infatto -venne ad aprire. - -Danglars lo riconobbe per quello che gli aveva gridato in un modo -così furioso: «_dentro la testa_.» Ma non era più l’ora delle -recriminazioni; assunse l’aspetto il più aggradevole, e con un grazioso -sorriso: — Perdono, signore, diss’egli, non si darà da pranzo a me -pure? - -— Come mai! gridò Peppino, V. E. avrebbe fame, per caso? - -— Per caso è una parola graziosa, mormorò Danglars, sono precisamente -ventiquattr’ore che non ho mangiato. Ma sì, signore, aggiunse egli -alzando la voce, io ho fame, ed anche molta fame. - -— E V. E. vuol mangiare? - -— Sul momento, se è possibile. - -— Niente di più facile, disse Peppino; qui si può procurare tutto ciò -che desidera, pagando, beninteso, come si usa presso tutti gli onesti -cristiani. - -— Ciò s’intende! gridò Danglars, quantunque in verità le persone -che arrestano, e che imprigionano, dovrebbero almeno nutrire i loro -prigionieri. - -— Ah! eccellenza, ripetè Peppino, qui non c’è questo uso. - -— Questa è una cattiva ragione, riprese Danglars, che contava di -addolcire il suo guardiano colla sua amabilità, eppure io mi contento. -Vediamo, che mi si serva da mangiare - -— Sul momento, eccellenza, che cosa desiderate? - -E Peppino depose la sua teglia per terra in modo tale che il fumo -salisse direttamente alle narici di Danglars. - -— Comandate, continuò egli. - -— Avete delle cucine? domandò il banchiere. - -— Come! se abbiamo delle cucine? cucine perfette! - -— E dei cuochi? — Eccellenti! - -— Ebbene! un pollo, un pesce, del selvaggiume, non importa quello che -è, purchè si mangi. - -— Come piacerà a V. E.; dicevamo dunque un pollo, è vero? - -— Sì, un pollo. — Peppino si voltò, e gridò con tutta la forza dei -suoi polmoni: — Un pollo per S. E. — La voce di Peppino vibrava ancora -sotto le volte, che già compariva un giovinotto, bello, svelto, e mezzo -nudo come gli antichi portatori di pesce; egli portò il pollo sopra -un piatto d’argento, e il pollo si reggeva solo sulla testa. — Uno si -crederebbe al _Caffè di Parigi_, mormorò Danglars. - -— Eccolo! eccellenza, — disse Peppino prendendo il pollo dalle mani -del giovine bandito, e deponendolo sopra una tavola tarlata, che con -uno sgabello e il letto di pelli, formava il complesso della mobilia -della cella. Danglars domandò un coltello ed una forchetta. — Eccoli! -eccellenza, — disse Peppino offrendo un coltello colla punta smussa e -una forchetta di legno. Danglars prese il coltello con una mano e la -forchetta con l’altra, e si mise in atto di tagliare il volatile. - -— Perdono, eccellenza, disse Peppino, ponendo una mano sulla spalla -del banchiere; qui si paga prima di mangiare; si potrebbe non essere -contenti uscendo... - -— Ah! ah! fece Danglars, non è più come a Parigi, senza contare che -probabilmente essi mi scorticheranno; ma facciamo le cose da grandi. -Vediamo, ho sempre inteso parlare del buon mercato della vita in -Italia; un pollo non deve valere più di dodici soldi a Roma. Eccoti, -diss’egli, un luigi, e lo gettò a Peppino. — Peppino raccolse il luigi, -Danglars accostò il coltello al pollo. — Un momento, eccellenza, disse -Peppino rialzandosi; un momento. V. E. mi deve ancora qualche cosa. - -— Quando diceva che mi avrebbero scorticato! — mormorò Danglars, indi, -risoluto di prendere il suo partito da questa estorsione: — Vediamo, -quando vi devo ancora per questo etico volatile? domandò egli. - -— V. E. mi ha dato un luigi a conto. — Un luigi a conto! Un luigi -a conto sopra un pollo? — Senza dubbio, a conto. — Bene... avanti! -avanti! — Non son più che 4999 luigi che V. E. mi deve. — Danglars -aprì due occhi enormi all’annunzio di questa burla gigantesca. — Ah! -furbissimo, mormorò egli, in verità furbissimo! — E volle rimettersi -a tagliare il pollo; ma Peppino gli fermò la mano destra con la mano -sinistra, e stese l’altra sua mano. - -— Andiamo, diss’egli. - -— Che! voi non scherzate? disse Danglars. - -— Noi non scherziamo mai, riprese Peppino con serietà. - -— Come! cento mila fr. per un pollo! - -— Eccellenza, è impossibile il poter credere quanta pena ci costi -l’allevare un pollo in queste maledette grotte. - -— Andiamo! andiamo! disse Danglars, io ritrovo ciò molto buffo, molto -divertente, in verità; ma siccome ho fame, così lasciatemi mangiare. -Prendete, ecco qua un altro luigi per voi, amico mio. - -— Con ciò il vostro debito non sarà più che di 4998 luigi, disse -Peppino conservando la medesima prontezza d’animo; colla pazienza vi si -giungerà. - -— Oh! in quanto a questo, disse Danglars stomacato dalla perseveranza -di questo scherzo, in quanto a questo giammai. Andate al diavolo, non -sapete con chi avete da fare. - -Peppino fece un segno al giovine bandito, e questi allungò tosto le -due mani, e portò via prestamente il pollo. Danglars si gettò sul suo -letto di pelli. Peppino chiuse la porta e si rimise a mangiare i suoi -piselli sul lardo. Danglars non poteva vedere ciò che faceva Peppino, -ma dallo sbattersi dei denti del bandito, non lasciava alcun dubbio al -prigioniere sull’esercizio che lo teneva occupato. Era chiaro ch’egli -mangiava, e che mangiava rumorosamente, come fanno le persone mal -educate. — Ingordo! disse Danglars. - -Peppino fece sembiante di non capire, e senza neppure voltare la testa, -continuò a mangiare con una saggia lentezza. Lo stomaco di Danglars gli -sembrava perforato come la tinozza delle Danaidi, e non poteva credere -ch’egli non giungerebbe mai a riempirlo. Però prese pazienza anche una -mezz’ora; questa mezz’ora gli parve un secolo. Egli si alzò e andò di -nuovo davanti alla porta. — Vediamo, signore, diss’egli, non mi fate -languire lungamente, e ditemi d’un sol colpo ciò che si vuole da me? - -— Ma, eccellenza, dite piuttosto ciò che volete da noi... Dateci i -vostri ordini e li eseguiremo. - -— Allora per prima cosa aprite. — Peppino aprì. - -— Io voglio, disse Danglars, perdinci! voglio mangiare! - -— Avete fame? — E del resto lo sapete. - -— Che cosa desidera di mangiare V. E.? - -— Un tozzo di pane secco, poichè i polli sono di un prezzo esorbitante -in questi maledetti scavi. - -— Del pane! sia, disse Peppino. Olà! del pane! - -Il giovine servente portò un piccolo pane. - -— Eccolo, disse Peppino. - -— Quanto costa? domandò Danglars. - -— 4998 luigi. Vi sono già due luigi pagati. - -— Come, un pane cento mila fr.? - -— Cento mila fr., disse Peppino. - -— Ma voi domandavate cento mila fr. per un pollo! - -— Noi non serviamo alla carta, ma al prezzo fisso. Che si mangi poco, -che si mangi molto, che si chiedano dieci piatti o un solo è sempre la -stessa cifra. - -— Ecco un altro scherzo! amico caro, vi dichiaro che questa è -un’assurdità, una stupidità! ditemi piuttosto che volete che io muoia -di fame, e tutto sarà finito. - -— Ma no, eccellenza, siete voi che volete commettere un suicidio. -Pagate e mangiate. - -— E con che debbo pagare, triplo animale? disse Danglars esasperato. -Credi forse che si portino cento mila fr. in saccoccia? - -— Voi avete cinque milioni e 50 mila fr. nella vostra, eccellenza, -disse Peppino; ciò è buono per cinquanta polli a centomila fr. e un -mezzo pollo a 50 mila. — Danglars fremette, la benda gli cadde dagli -occhi; era bensì uno scherzo, ma alfine lo capiva. Bisogna pure -rendergli giustizia, perchè da quel momento non vedeva più questo -scherzo essere così stupido come prima. — Vediamo, diss’egli, vediamo; -pagando questi cento mila fr. mi riterrete voi assoluto, e potrò -mangiare con tutto il mio comodo? - -— Senza dubbio, disse Peppino. — Ma in che modo dovrò io pagarli? fece -Danglars respirando più liberamente. - -— Non vi è niente di più facile; voi avete un credito aperto presso i -sig. Thomson e French, via dei Banchi a Roma; datemi un _buono_ di 4998 -luigi su questi signori, ed il nostro banchiere lo sconterà. — Danglars -volle almeno darsi il merito della buona volontà, prese la penna e la -carta che gli presentò Peppino: scrisse la cedola e firmò: — Prendete, -diss’egli, ecco il vostro buono al latore. - -— E voi, ecco il vostro pollo. — Danglars squartò il pollo sospirando: -poichè gli sembrava molto magro per una somma così grossa. In quanto -a Peppino lesse attentamente il foglio, se lo mise in saccoccia, e -continuò a mangiare i suoi piselli. - - - - -CXVI. — IL PERDONO. - - -Il giorno dopo Danglars ebbe nuovamente fame; l’aria in quella caverna -era oltre ogni credere appetitosa; il prigioniere credè che, per quel -giorno, non avrebbe avuto alcuna spesa da fare; da uomo economico aveva -nascosto una metà del pollo ed un poco di pane in un angolo della sua -cella. Ma non ebbe tosto mangiato, che gli venne sete: egli non aveva -calcolato su questo. Lottò contro la sete fino al momento in cui si -sentì la lingua disseccata attaccarsi al palato. Allora, non potendo -più resistere al fuoco che lo divorava, egli chiamò. La sentinella aprì -la porta, era un viso nuovo. Pensò che era meglio per lui aver che fare -con una vecchia conoscenza. E chiamò Peppino. — Eccomi, eccellenza, -disse il bandito presentandosi con una premura che parve di buon -augurio a Danglars, che desiderate? - -— Da bere, disse il prigioniero. - -— Eccellenza, disse Peppino, sapete che il vino è di un prezzo -esorbitante nelle vicinanze di Roma. - -— Allora datemi dell’acqua, disse Danglars. - -— Oh! l’acqua è più rara del vino, ora vi è siccità! - -— Andiamo, disse Danglars, noi ricominciamo la storia di ieri. — E, -mentre sorrideva per avere l’aria di scherzare, il disgraziato sentiva -il sudore bagnargli le tempia. - -— Io vi ho già detto, eccellenza, rispose con gravità Peppino, che noi -non vendiamo alla minuta. - -— Ebbene! vediamo allora, datemene una bottiglia. - -— Di quale? — Di quel che costa meno. - -— Costan tutti lo stesso prezzo. - -— E qual n’è il prezzo? — 25 mila fr. la bottiglia. - -— Dite, gridò Danglars con un’amarezza che il solo Arpagone avrebbe -potuto notare sul diapason della voce umana, dite che volete -spogliarmi, e ciò sarà più presto fatto di quel che divorarmi in tal -modo a brani a brani. - -— È possibile, disse Peppino, che questa sia l’idea del padrone. - -— Il padrone, chi è dunque? — Quello al quale vi condussi innanzi -ieri. — E dov’è? — Qui. — Fate che io lo veda. — È facile. — Un minuto -dopo Luigi Vampa era davanti a lui: — Voi mi chiamate? domandò egli al -prigioniere. — Siete voi, signore, il capo di queste genti che mi hanno -qui condotto? - -— Sì, eccellenza; perchè? - -— Che desiderate per il mio riscatto? parlate. - -— Semplicemente i cinque milioni che portate indosso. - -Danglars sentì un orribile spasimo lacerargli il cuore. - -— Io non ho che questi al mondo, signore, questo è il residuo di una -immensa ricchezza; se me li togliete val meglio che mi togliate la -vita. - -— A noi è proibito di versare il sangue di V. E. - -— E da chi vi è stato proibito? — Da quello al quale obbediamo. — Voi -dunque obbedite a qualcuno? — Sì, ad un capo. — Io credeva che voi -stesso foste il capo. — Io sono il capo di questi uomini ma un altro -uomo è il capo mio. - -— E questo capo obbedisce egli a qualcuno? — Sì. - -— A chi? — A Dio. — Danglars rimase un momento pensieroso: — Io non vi -capisco, diss’egli. — È probabile. - -— Questo capo che vi ha ordinato di trattarmi in tal modo? — Sì. — Con -quale scopo? — Io non lo so. - -— Ma la mia borsa si vuoterà. — È probabile. - -— Sentiamo, disse Danglars, volete un milione? - -— No. — Due milioni? — No. — Tre milioni?... quattro... Vediamo, -quattro? ve li do alla condizione che voi mi lasciate andare. - -— Perchè mi offrite voi i milioni di ciò che ne vale 5? disse Vampa; -questa è un’usura, sig. banchiere. - -— Prendete tutto! vi dico, gridò Danglars, e uccidetemi. - -— Andiamo, andiamo, calmatevi, eccellenza, vi farete rimescolare il -sangue, cosa che vi apporterà un appetito da mangiare un milione al -giorno; siate dunque più economico; per bacco! - -— Ma quando non avrò più danaro per pagarvi? - -— Allora avrete fame. - -— Avrò fame? disse Danglars tremante. - -— È probabile, rispose flemmaticamente Vampa. - -— Ma voi dite che non volete uccidermi? — No. - -— E volete lasciarmi morir di fame? - -— Questa è una cosa diversa. - -— Ebbene! miserabili, gridò Danglars, io scomporrò i vostri infami -calcoli; morire per morire, tanto fa finirla subito; fatemi soffrire, -torturatemi, uccidetemi, ma non avrete più la mia firma. - -— Come piacerà a V. E., disse Vampa; — ed uscì dalla cellula. Danglars -si gettò ruggendo sul suo letto di pelli. - -Chi erano questi uomini? chi era questo capo visibile? chi era l’altro -capo invisibile? quale idea avevan su di lui? quando tutti potevano -riscattarsi, perchè egli solo non lo poteva? Oh! certamente la morte, -una morte pronta e violenta era un buon mezzo di deludere questi nemici -accaniti, che sembravano continuare su di lui una incomprensibile -vendetta. Sì, ma morire! Forse per la prima volta nella sua lunga -carriera, Danglars pensava alla morte col desiderio ed il timore di -morire; ma era giunto il momento per lui di fissare la sua vista sullo -spettro implacabile che si erge davanti ad ogni creatura, e che, ad -ogni pulsazione del cuore, dice a lui stesso: — tu morrai! — Danglars -rassomigliava a quelle bestie feroci che la caccia anima, poichè -le dispera, e che a forza di disperazione riescono qualche volta a -salvarsi. Ei pensò ad una evasione. Ma le mura erano la roccia stessa, -ed alla sola uscita che conduceva fuor della cella vi era un uomo che -leggeva; dietro a questo uomo si vedevano passare e ripassare delle -ombre armate di fucili. La sua risoluzione di non firmare durò due -giorni, dopo di che domandò gli alimenti ed offrì un milione. - -Gli fu servita una magnifica colazione, e fu preso il milione. Da -quel momento la vita del disgraziato prigioniere fu una distrazione -continua. Egli aveva tanto sofferto che non voleva più esporsi a -soffrire, e soffriva tutte le esigenze; in capo a dodici giorni, il -dopo pranzo in cui aveva desinato come nei suoi più bei giorni della -sua fortuna, fece i suoi conti e si accorse che aveva dato tante -tratte pagabili al latore che non gli rimanevano più che cinquantamila -franchi. Allora nacque in lui una strana reazione; egli che aveva -abbandonati cinque milioni, tentò di salvare i 50 mila fr. che gli -restavano; piuttosto che cederli risolvè di riprendere una vita di -privazioni, ebbe dei lampi di speranza che si accostavano alla follia; -egli che da sì gran tempo aveva dimenticato Dio, vi pensò per dire a sè -stesso, che Dio qualche volta fa dei miracoli; che la caverna poteva -inabissarsi; che i carabinieri pontificii potevano scoprire questo -maledetto ritiro, e venire in suo soccorso; che allora gli resterebbero -questi 50 mila fr.; che quest’era una somma sufficiente per impedire -ad un uomo di morire di fame; egli pregò Dio di conservargli questi -cinquantamila fr. e pregando pianse. Tre giorni passarono così durante -i quali il nome di Dio fu costantemente, se non nel suo cuore almeno -sulle sue labbra; ad intervalli aveva dei momenti di delirio, durante i -quali credeva di vedere, a traverso una finestra, una povera camera ed -un vecchio agonizzante sopra un lettuccio. Questo vecchio, pure, moriva -di fame. - -Il quarto giorno, non era più un uomo, era un cadavere vivente, egli -aveva raccolto per terra perfino le ultime molliche dei suoi antichi -pasti, e cominciò a divorare la stuoia di cui era coperto il suolo. -Allora supplicò Peppino, come si supplica l’Angelo custode, a dargli -qualche nutrimento; e gli offrì mille fr. per una boccata di pane. -Peppino non rispose. Nel quinto giorno si strascinò all’entrata della -cella. — Ma voi dunque non siete un cristiano, diss’egli ergendosi sui -ginocchi; voi volete assassinare un uomo che è vostro fratello in Dio? -Amici miei di altri tempi, amici miei di altri tempi! — mormorò egli: -e cadde colla faccia contro terra. Indi alzandosi con una specie di -disperazione: — Il capo! gridò egli, il capo! — Eccomi! disse Vampa -comparendo subito; che desiderate ancora? - -— Prendete il mio ultimo oro, balbettò Danglars stendendo il -portafogli, e lasciatemi vivere qui, in questa caverna; non domando più -la libertà, non domando che di vivere. - -— Voi dunque soffrite molto? domandò Vampa. - -— Oh! sì, io soffro, e crudelmente! - -— Eppure vi sono stati degli uomini che hanno sofferto anche più di -voi. — Io non lo credo. - -— È un fatto! quelli che sono morti di fame. - -Danglars pensò a quel vecchio che durante le sue allucinazioni, egli -vedeva a traverso la finestra della sua povera camera, gemere sul -suo letto. Battè la fronte per terra mandando un forte gemito: — Sì, -diss’egli, è vero; ve ne sono che hanno sofferto anche più di me, ma -almeno quelli erano martiri. - -— Vi pentite voi alfine? disse una voce cupa e solenne, che fece -drizzare i capelli sulla testa di Danglars. - -Il suo sguardo indebolito cercò di distinguere gli oggetti, e -vide dietro al bandito un uomo avvolto nel suo mantello, e perduto -nell’ombra di un pilastro di pietra. - -— E di che debbo pentirmi? balbettò Danglars. - -— Di tutto il male che avete fatto, disse la stessa voce. - -— Oh! sì, io mi pento! — gridò Danglars, percuotendosi il petto col suo -scarno pugno. - -— Allora io vi perdono, — disse l’uomo gettando il mantello, e facendo -un passo avanti per esporsi meglio alla luce. - -— Il conte di Monte-Cristo! — disse Danglars più pallido pel terrore, -che non lo era un momento prima per la fame e la miseria. - -— Voi vi sbagliate; non sono il conte di Monte-Cristo. - -— E chi siete voi dunque? - -— Io sono colui che voi avete venduto, denunziato, disonorato; son -colui di cui avete prostituita la fidanzata; son colui sul quale avete -camminato per innalzare le vostre ricchezze; son colui al quale avete -fatto morire il padre di fame; son colui che vi aveva condannato a -morire di fame, e che ciò non ostante vi perdona, perchè egli pure -ha bisogno di perdono; io sono Edmondo Dantès! — Danglars non mandò -che un grido, e cadde prosternato. — Rialzatevi, disse il conte, voi -avete salva la vita. Un’egual fortuna non è avvenuta ai vostri due -altri complici: l’uno è pazzo, l’altro è morto! conservate i 50 mila -fr. che vi restano, ve ne faccio un regalo; in quanto ai vostri cinque -milioni rubati agli ospizii, essi sono di già stati restituiti loro da -una mano sconosciuta. Ora mangiate e bevete; questa sera io vi faccio -mio ospite. Vampa, quando quest’uomo si sarà rimesso, sia posto in -libertà. — Danglars rimase ancora prosternato, mentre che il conte si -allontanava; quando egli rialzò la testa, non vide più che una specie -di ombra che spariva nel corridore, e davanti alla quale s’inchinavano -i banditi. - -Come il conte aveva ordinato, Danglars fu servito da Vampa, che gli -fece portare il miglior vino e i più bei frutti d’Italia, e che, -avendolo indi fatto montare nella sua carrozza da posta, lo lasciò -sulla strada appoggiato ad un albero. Egli vi restò fino a giorno, -ignorando ove era. - -A giorno s’accorse che era vicino ad un ruscello! egli aveva sete, e -si trascinò fino ad esso. Nell’abbassarsi per bevervi, s’accorse che i -suoi capelli erano divenuti bianchi. - - - - -CXVII. — IL CINQUE OTTOBRE. - - -Erano circa le sei di sera; un giorno di color opale, nel quale un bel -sole di autunno infiltrava i suoi raggi d’oro, cadendo dal cielo sul -mare azzurrognolo. Il calore del giorno si era estinto gradatamente, -e cominciava a farsi sentire quella brezza leggiera, che sembra la -respirazione della natura, nel risvegliarsi dopo l’ardente sesta del -mezzogiorno, e che porta di riva in riva il profumo degli alberi misto -all’acre sentore del mare. Sovra questo immenso lago che si estende da -Gibilterra ai Dardanelli, e da Venezia a Tunisi, un leggiero _yacht_, -di forma pura ed elegante strisciava nei primi vapori della sera. Il -suo movimento era quello di un cigno che apre le sue ali al vento -e che sembra lambire l’acqua. Esso si avanzava, rapido ad un tempo -e grazioso, e lasciando dietro a sè un solco fosforescente. Poco a -poco il sole, di cui abbiam salutato gli ultimi raggi, era scomparso -dall’orizzonte occidentale, ma, come per dar ragione ai brillanti sogni -della mitologia, i suoi fuochi indiscreti, ricomparendo alla sommità -di ciascun flutto, sembravano rivelare che il Dio della fiamma era -andato a nascondersi nel seno di Anfitrite, la quale tentava invano di -celare il suo amante fra le pieghe del suo manto azzurro. Il _yacht_ -avanzava rapidamente quantunque in apparenza vi fosse solo abbastanza -vento per agitare la capigliatura a boccoli di una giovanetta. In piedi -sulla prua, un uomo d’alta persona, di carnagione bronzina, coll’occhio -dilatato vedeva venire innanzi a sè la terra sotto la forma di una -tetra massa disposta a cono, e che usciva dal mezzo dei flutti come un -immenso cappello alla catalana. — È quella l’isola di Monte-Cristo? — -domandò con voce grave e marcata da profonda tristezza il viaggiatore, -agli ordini del quale sembrava che momentaneamente fosse sottoposto il -piccolo _yacht_. - -— Sì, eccellenza, rispose il padrone, noi arriviamo. - -— Noi arriviamo! mormorò il viaggiatore con un indefinibile accento di -melanconia: indi soggiunse a bassa voce: - -— Sì, quello sarà il porto. — E ritornò ad immergersi nel suo pensiero -che traspirava da un sorriso più tristo che non sarebbero state le -lagrime. Alcuni minuti dopo si scoperse a terra una fiamma che tosto -si spense, e il rumore di un arme da fuoco giunse fino al _yacht_. -— Eccellenza, disse il padrone, ecco il segnale di terra, volete -rispondervi voi stesso? — Che segnale? domandò quegli. — Il padrone -stese la mano verso l’isola ai fianchi della quale s’avvicinavano, -isolata e biancastra, additando un largo pennacchio di fumo che -si squarciava allargandosi. — Ah! sì, diss’egli come se uscisse da -un sogno; date. — Il padrone gli stese una carabina già carica; il -viaggiatore la prese, l’alzò lentamente e fece fuoco in aria. Dieci -minuti dopo si ammainavano le vele, e si gettava l’ancora a 500 passi -dal porto. La lancia era già in mare con quattro rematori e il pilota; -il viaggiatore discese, e invece di sedere a poppa, per lui coperta da -un tappeto, rimase in piedi a prua colle braccia incrociate. I rematori -aspettavano coi remi alzati, come gli uccelli che si asciugano le ali. -— Andate! disse il viaggiatore. — Gli otto remi caddero in mare di un -sol colpo senza far spruzzare una sola goccia di acqua; indi la barca, -cedendo all’impulsione, strisciò rapidamente. In quel punto giunsero ad -un piccolo seno formato da scavi naturali; la barca toccò fondo sulla -fina sabbia. — Eccellenza, disse il pilota, montate sulle spalle di due -dei nostri uomini, essi vi porteranno a terra. - -Il giovine rispose a questo invito con un gesto di completa -indifferenza, si liberò le gambe dalla barca, e si lasciò calare -nell’acqua che gli giunse fino alla cintola. — Ah! eccellenza, mormorò -il pilota, avete fatto male a far così, ci farete sgridare dal nostro -padrone. - -Il giovine continuò ad avanzarsi verso la riva seguendo i due marinari -che sceglievano il miglior fondo. - -Dopo una trentina di passi erano a terra, il giovine scuoteva i piedi -sopra un terreno secco, e cercava con gli occhi intorno a sè il cammino -probabile che gli verrebbe indicato, poichè faceva assolutamente notte; -al momento in cui voltava la testa una mano si posò sulla sua spalla, -ed una voce lo fece rabbrividire. - -— Buon giorno Massimiliano, diceva questa voce, voi siete esatto, io ve -ne ringrazio. - -— Siete voi, conte, gridò il giovine, con un movimento che -rassomigliava alla gioia, e stringendo con ambe le mani la mano di -Monte-Cristo. - -— Sì, voi lo vedete, così esatto quanto voi stesso; ma voi siete -grondante, caro amico, bisogna cambiarvi di vestito, come diceva -Calipso a Telemaco. Venite adunque, vi è per di qua un alloggio -preparato per voi e nel quale dimenticherete la stanchezza ed il -freddo. — Monte-Cristo s’accorse che Morrel si voltava, egli aspettò. -Il giovine infatto, vedendo con sorpresa che non era stata detta una -parola da quelli che lo avevano là portato, ch’egli non li aveva pagati -e che ciò non ostante erano partiti. Si sentiva anzi di già il battere -dei remi della barca che ritornava al piccolo _yacht_. - -— Ah! sì, disse il conte, voi cercate i vostri marinari? - -— Senza dubbio; io non ho loro dato niente; e ciò non ostante sono -partiti. - -— Non vi occupate di questo, Massimiliano, disse ridendo Monte-Cristo, -ho un contratto colla marina, perchè gli accessi alla mia isola -siano franchi da qualunque spesa: sono _abbonato_ come si direbbe nei -paesi inciviliti. — Morrel guardò il conte con meraviglia. — Conte, -diss’egli, voi non siete più lo stesso qui che a Parigi. - -— In che modo? — Sì, voi ridete. — La fronte di Monte-Cristo si -corrugò d’un subito: — Avete ragione di richiamare me a me stesso, -Massimiliano, diss’egli: il rivedervi era per me una felicità ma -passeggiera. - -— Oh! no, no, conte, gridò Morrel stringendogli di nuovo le mani, -ridete, al contrario, siate felice, e provatemi colla vostra -indifferenza che la vita non è cattiva che per coloro che soffrono. Oh! -voi siete caritatevole, siete buono, siete grande, ed è solo per darmi -coraggio che affettate questa ilarità. - -— Vi sbagliate, gli è perchè sono effettivamente contento. - -— Allora mi dimenticate, tanto meglio! — In che modo? - -— Sì, poichè lo sapete, amico, come diceva il gladiatore entrando nel -circo al sublime imperatore, io dico a voi: «quello che va a morte, vi -saluta.» - -— Non siete consolato? domandò Monte-Cristo con uno strano sguardo. - -— Oh! fece Morrel con uno sguardo pieno d’amarezza, avete creduto -realmente che io potessi esserlo? - -— Ascoltate, disse il conte, voi intendete bene il senso delle mie -parole, non è vero, Massimiliano? non mi prendete per un uomo volgare, -per un istrumento che emette dei suoni vaghi e privi di senso? Quando -io vi domando se siete consolato, vi parlo da uomo pel quale il cuore -umano non ha più segreti. Ebbene! Morrel, discendiamo insieme nel -fondo del vostro cuore, ed esploriamolo. Evvi ancora quella impaziente -foga di dolore che fa balzare il corpo come balza il leone ferito da -un colpo di moschetto? vi è sempre quella sete divorante che non si -estingue che nella tomba? vi è ancora quella idealità di dispiacere -che lancia il vivo fuori della vita, in traccia della morte? ovvero vi -è soltanto la prostrazione del coraggio spossato, la noia che soffoca -i raggi di speranza che vorrebbero rilucere? vi è la perdita della -memoria che produce l’impotenza delle lagrime? Oh! mio caro amico, se -la cosa è così, se non avete più altre forze che in Dio, altri sguardi -che nel cielo, Massimiliano, voi siete consolato, non vi lamentate più. - -— Conte, disse Morrel con tuono di voce dolce e fermo; ascoltatemi, -come si ascolta un uomo che parla col dito steso verso la terra, gli -occhi verso il cielo; io sono venuto vicino a voi per morire fra le -braccia di un amico. Certamente amo ancora qualcuno: amo mia sorella -Giulia, amo suo marito Emmanuele; ma ho bisogno che mi si aprano delle -braccia forti, e che mi si sorrida nell’ultimo mio momento; mia sorella -si struggerebbe in lagrime e svenirebbe; io vedrei soffrire, ed ho -sofferto abbastanza: Emmanuele mi strapperebbe l’arme dalle mani e -riempirebbe la casa delle sue grida; voi, conte, voi di cui io ho la -parola, mi condurrete dolcemente e con tenerezza, n’è vero, fino alle -porte della morte? - -— Amico, disse il conte, non mi resta ancora che un dubbio; avreste -voi così poca forza da mettere dell’orgoglio nell’esagerare il vostro -dolore? - -— No, osservate; io sono tranquillo, disse Morrel stendendo la mano -al conte, e il mio polso non batte nè più forte nè più lentamente -dell’ordinario: mi ritrovo al termine della mia strada e non andrò di -più avanti. Voi mi avete parlato di aspettare e di sperare; sapete ciò -che avete fatto al disgraziato, saggio che siete? io ho aspettato un -mese, vale a dire ho sofferto un mese di più. Io ho sperato; (l’uomo -è una povera e miserabile creatura!) che cosa ho sperato? non lo so, -qualche cosa di sconosciuto, d’assurdo, d’insensato; un prodigio!... -E quale? Dio solo può dirlo che ha mischiato alla nostra ragione il -sentimento della speranza. Sì, ho aspettato; ho sperato, e da un quarto -d’ora che parliamo mi avete cento volte, senza saperlo, torturato e -lacerato il cuore, poichè ciascuna delle vostre parole mi ha provato -che non vi era più speranza per me. Oh! conte, quanto riposerò -dolcemente e voluttuosamente nella morte! - -Morrel pronunziò quest’ultime parole con un’esplosione di energia che -fece fremere il conte. - -— Amico mio, continuò Morrel, vedendo che il conte taceva, voi mi -avete designato il 5 ottobre come termine della dilazione che mi avete -domandata... amico, oggi è il 5 ottobre... — Morrel cavò l’orologio: — -Sono nove ore, ho ancora tre ore da vivere. - -— Sia, rispose Monte-Cristo, venite. — Morrel seguì macchinalmente -il conte, ed essi erano già nella grotta che Massimiliano non se ne -era ancora accorto. Egli trovò i tappeti sotto i suoi piedi, si aprì -una porta, dolci profumi lo avvilupparono, una viva luce colpì i suoi -occhi. Morrel si fermò esitando ad inoltrarsi; egli non si fidava -delle snervate delizie che lo circondavano. Monte-Cristo lo attirò -dolcemente: — Non fa mestieri, disse il conte, che noi impieghiamo le -tre ore che ci rimangono come quegli antichi Romani che, condannati -da Nerone loro imperatore e loro erede, si mettevano a tavola coronati -di fiori, ed aspiravano la morte tra i profumi delle vainiglie e delle -rose? - -Morrel sorrise: — Come vorrete, disse egli; la morte è sempre morte, -vale a dire l’oblio, vale a dire il riposo, vale a dire l’assenza -della vita, e per conseguenza dei dolori della terra. — Egli si assise, -Monte-Cristo si pose in faccia a lui; erano in quella maravigliosa sala -da pranzo che abbiam già descritta, e dove statue di marmo portavano -sulle loro teste cestellini sempre pieni di fiori e di frutti. Morrel -aveva guardato tutto vagamente, ed era possibile che non avesse veduto -niente. — Parliamo da uomini, diss’egli guardando fissamente il conte. - -— Parlate! rispose questi. - -— Conte, riprese Morrel, avete in voi raccolto tutte le conoscenze -umane, e mi fate l’effetto di essere disceso da un mondo più inoltrato -e più erudito del nostro. - -— Nelle vostre parole vi è qualche cosa di vero, Morrel, disse il conte -con quel sorriso melanconico che lo faceva così bello: sono disceso da -un pianeta che si chiama il dolore. - -— Io credo tutto ciò che mi dite, senza cercare di approfondirne il -senso, conte! e la prova si è che voi mi avete detto di sperare, ed -ho quasi sperato: avrò dunque il coraggio di dirvi come se foste già -morto una volta: come è doloroso il morire? — Monte-Cristo guardava -Morrel con una indefinibile espressione di tenerezza. — Sì, disse egli! -sì, senza dubbio è molto doloroso, se voi troncate brutalmente questo -mortale inviluppo che domanda ostinatamente di vivere. Se voi fate -stridere la vostra carne sotto i denti impercettibili di un pugnale! se -vi trapassate con una palla intelligente, e sempre pronta a scartarsi -dalla strada del vostro cervello, che il minimo urto addolora, -certamente voi soffrirete, e lascerete odiosamente la vita, trovandola -nel mezzo della vostra disperata agonia, migliore che un riposo -comprato ad un così caro prezzo. - -— Sì, lo capisco, disse Morrel, la morte, come la vita, ha i suoi -segreti di dolore e di voluttà: il tutto dipende dal saperli conoscere. - -— Precisamente, Massimiliano, e voi avete detta una gran parola. La -morte è, a seconda delle cure che noi poniamo nel metterci in bene o in -male con lei, o una amica che ci culla dolcemente quanto una nutrice, -o una nemica che strappa violentemente l’anima dal corpo. Un giorno, -quando il nostro mondo avrà vissuto ancora un migliaio d’anni, quando -si sarà reso padrone di tutte le forze distruggitrici della natura per -farle servire al ben essere generale dell’umanità, quando l’uomo saprà, -come voi desideravate or ora, i segreti della morte, la morte diverrà -così dolce e così voluttuosa quanto il sonno gustato fra le braccia di -una diletta consorte. - -— E se voi voleste morire, sapreste morire in tal modo? — Sì. - -Morrel gli stese la mano. — Capisco ora, diss’egli, perchè mi avete -dato convegno qui in quest’isola disabitata, nel mezzo dell’Oceano, -in questo palazzo sotterraneo, sepolcro da destare invidia ad un -Faraone: gli è perchè voi mi amate, non è vero conte? è perchè mi -amate abbastanza per darmi una di queste morti di cui parlavate or -ora, una morte senza agonia, una morte che mi permetta di estinguermi -pronunziando il nome di Valentina e stringendovi la mano? - -— Sì, avete colto al segno Morrel, disse il conte con semplicità, ed è -così che io la intendo. - -— Grazie; l’idea che domani non soffrirò più è soave al mio povero -cuore. - -— Non vi dispiace di niente? domandò Monte-Cristo. - -— No! rispose Morrel. - -— Neppur di me? domandò il conte con profonda emozione. — Morrel si -fermò; il suo occhio così puro di repente si oscurò, indi brillò di -straordinaria luce! una grossa lagrima gli scaturì e scorse scavando -un solco d’argento sulla sua guancia. — Che! disse il conte, lasciate -ancora qualche cosa con dispiacere sulla terra, e voi morite! - -— Oh! ve ne supplico, gridò Morrel con voce indebolita, non mi dite una -parola di più conte, non prolungate il mio supplizio. — Il conte credè -che Morrel si fosse indebolito. - -Questa credenza di un momento risuscitò in lui l’orribile dubbio già -atterrato una volta al castello d’If. - -— Io mi occupo, pensò egli, di restituire quest’uomo alla felicità, -guardo questa restituzione come un peso gettato nella bilancia sul -piatto opposto a quello in cui ho gettato tanto male. Ora, se io mi -sbagliassi, se quest’uomo non fosse abbastanza infelice per meritare la -felicità che gli destino? ahimè che addiverrebbe di me che non posso -dimenticare il male se non facendo il bene! — indi rivolgendosi a -Morrel: - -— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, io non ho alcun parente al -mondo, voi lo sapete: mi sono abituato a considerarvi come un mio -figlio. Ebbene! per salvare questo mio figlio, io sacrificherei la mia -vita, a più forte ragione, le mie ricchezze. - -— Che intendete dire? - -— Intendo dire, Morrel, che voi volete lasciare la vita, perchè non -conoscete tutti i piaceri che la vita concede ai possessori di grandi -ricchezze. Massimiliano, io posseggo quasi cento milioni, io ve li -dono; con una simile fortuna voi potrete ottenere qualunque risultato -vi proporrete. Siete ambizioso? tutte le carriere vi saranno aperte. -Mettete sotto sopra il mondo, cambiatene la faccia, abbandonatevi ad -opere insensate, ma vivete. - -— Conte, io ho la vostra parola, rispose freddamente Morrel; e, -aggiunse egli cavando l’orologio, sono le undici e tre quarti. — -Morrel! ci pensate voi, sotto i miei occhi, nella mia casa?... - -— Allora, lasciatemi partire, disse Massimiliano divenuto tetro, oppure -io crederò che voi non mi amate per me, ma per voi! — E si alzò. - -— Sta bene, disse Monte-Cristo, il cui viso si rischiarò a queste -parole; voi lo volete, Morrel, voi siete inflessibile; sì, siete -profondamente infelice, e lo avete detto, un miracolo soltanto potrebbe -guarirvi; sedete adunque, Morrel, e aspettate. — Morrel obbedì; -Monte-Cristo si alzò a sua volta ed andò a frugare in un armadio chiuso -diligentemente, di cui portava la chiave sospesa ad una catenella -d’oro; prese un piccolo bauletto d’argento, maravigliosamente scolpito -e cesellato. Posò il bauletto sulla tavola: indi aprendolo ne cavò una -scatola d’oro il cui coperchio si alzava premendo una molla. Questa -scatola conteneva una sostanza untuosa, quasi solida, di cui il colore -era indefinibile, mercè il riflesso dell’oro forbito, dei zaffiri, dei -rubini, e degli smeraldi che contornavano la scatola. Era un miscuglio -di azzurro, di porpora e d’oro. Il conte prese una piccola quantità -di questa sostanza con un cucchiaio d’argento dorato, e l’offrì a -Morrel, fissando su lui un lungo sguardo. Allora si potè vedere che -questa sostanza era verdastra. — Ecco ciò che voi mi avete domandato, -diss’egli. Ecco ciò che io vi ho promesso. - -— Vivo ancora, disse il giovine, prendendo il cucchiaio dalle mani di -Monte-Cristo, vi ringrazio dal fondo del mio cuore. — Il conte prese un -altro cucchiaio, e lo immerse una seconda volta nella scatola d’oro: — -Che fate voi, amico? domandò Morrel, fermandogli la mano. - -— In fede mia, Morrel, credo di esser stanco quanto voi della vita, e -poichè si presenta l’occasione.... - -— Fermate! gridò il giovine, voi che amate, voi che siete amato, -oh! non fate ciò che faccio io; per parte vostra sarebbe un delitto. -Addio, mio nobile e generoso amico, addio, io vado a dire a Valentina -tutto ciò che voi avete fatto per me. — E lentamente, senz’altra -esitazione che una lunga stretta colla mano sinistra, che stendeva al -conte, Morrel inghiottì, o piuttosto assaporò la misteriosa sostanza -offerta da Monte-Cristo. Allora entrambi si tacquero. Alì, silenzioso -ed attento portò il tabacco e le pipe, servì il caffè e disparve. -Poco a poco le lampade impallidirono nelle mani delle statue di marmo -che le sostenevano, e i profumi dei vasi sembrarono meno penetranti -a Morrel. Assiso a lui di faccia, Monte-Cristo lo guardava dal fondo -dell’ombra, e Morrel non vedeva brillare che gli occhi del conte. Un -immenso dolore s’impadronì del giovine: sentì la pipa sfuggirgli di -mano; gli oggetti perdevano la loro forma e il loro colore; i suoi -occhi turbati vedevano aprirsi come porte e tende nei muri: — Amico, -diss’egli, io sento che muoio; grazie! — Fece uno sforzo per stendergli -un’ultima volta la mano, ma la mano ricadde senza forze vicino a lui. -Allora gli sembrò che Monte-Cristo sorridesse, non più del suo strano -e spaventoso sorriso che molte volte gli aveva fatto intravvedere i -misteri di quest’anima profonda, ma colla benevolenza compassionevole -che i padri hanno pei loro figli irragionevoli. Nello stesso tempo il -conte ingrandiva ai suoi occhi; la sua persona, quasi raddoppiata si -disegnava sulle tendine rosse, egli aveva i capelli neri gettati in -addietro, e compariva in piedi e fiero. Morrel abbattuto e vinto, si -rovesciò sul divano; un torpore voluttuoso s’insinuò nelle sue vene. Un -cambiamento d’idee mobilizzò la sua fronte, come una nuova disposizione -di disegni muove il caleidoscopio. Steso, snervato, anelante, Morrel -non sentì più niente della vita in lui, se non questo sogno: gli -sembrava di entrare a gonfie vele in quel vago delirio che precede -quell’antro sconosciuto, che si chiama morte. Tentò anche una volta di -stendere la mano al conte, ma questa volta la sua mano non si mosse -nemmeno; volle articolare un ultimo addio, la sua lingua gli cadde -pesantemente in gola, come una pietra che chiudesse un sepolcro. I suoi -occhi carichi di languore si chiusero suo malgrado; però dietro alle -sue palpebre si agitava un’immagine ch’egli riconobbe ad onta della -oscurità da cui si credeva avviluppato. - -Era il conte che aveva aperta una porta. Tosto un’immensa chiarezza -irradiò dalla camera vicina, o piuttosto da un palazzo meraviglioso, -venne inondata di luce la sala ove Morrel si lasciava in braccio alla -sua dolce agonia. Allora egli vide venire sulla soglia di questa -sala e sul limitare di queste due camere una donna di meravigliosa -bellezza. Pallida, e dolcemente sorridente, ella sembrava l’angiolo -della misericordia. — È forse il cielo che già si apre per me? pensò -il moribondo; quest’angiolo rassomiglia a quello che ho perduto. — -Monte-Cristo mostrò col dito alla giovanetta il sofà su cui riposava -Morrel. Ella si avanzò verso di lui con le mani giunte e il sorriso -sulle labbra. — Valentina! Valentina! — gridò Morrel nel fondo -dell’anima sua. Ma la bocca non proferì alcun suono; e, come se -tutte le sue forze fossero unite in questa emozione interna, mandò un -sospiro, e chiuse gli occhi. Valentina si precipitò verso di lui. Le -labbra di Morrel fecero ancor un movimento. - -— Egli vi chiama, disse il conte, egli vi chiama dal fondo del suo -sonno; colui al quale voi avete confidato il vostro destino, dal quale -la morte ha voluto separarvi! ma io era là per fortuna, ed ho vinta -la morte! Valentina, d’ora in avanti non dovete separarvi più sulla -terra! poichè per ritrovarvi, egli si precipitava nella tomba. Senza -di me, sareste morti entrambi! possa Iddio tenermi a calcolo queste due -esistenze che ho salvate! — Valentina afferrò la mano di Monte-Cristo, -ed in uno slancio di gioia irresistibile, la portò alle sue labbra. — -Oh! ringraziatemi bene, disse il conte, oh! riditemi, senza stancarvi -di ridirlo, riditemi che io vi ho resa felice! non sapete quanto io -abbia bisogno di questa certezza. - -— Oh! sì, sì, io vi ringrazio con tutta l’anima mia, disse Valentina, -e se dubitate che i miei ringraziamenti non siano sinceri, ebbene! -domandate ad Haydée, interrogate la mia sorella prediletta Haydée, che -dal momento della nostra partenza dalla Francia mi ha fatto aspettare -pazientemente, parlandomi di voi, e del felice giorno che oggi -risplende per me. - -— Voi dunque amate Haydée? domandò Monte-Cristo con una emozione che si -sforzava invano di dissimulare. - -— Oh! con tutta l’anima mia! - -— Ebbene! ascoltate, ho una grazia da chiedervi. - -— A me, gran Dio! sarei abbastanza felice per...? - -— Sì; voi avete chiamata Haydée vostra sorella, ch’ella lo sia in -fatto, Valentina; rendete a lei tutto ciò che voi credete di dovere -a me! proteggetela voi e Morrel, poichè (la voce del conte era vicina -ad estinguersi nella sua gola), poichè d’ora innanzi ella sarà sola al -mondo... - -— Sola al mondo! ripetè una voce dietro il conte, e perchè? — -Monte-Cristo si voltò. Haydée era là, ritta, pallida ed agghiacciata, -guardando il conte con un gesto d’immortale stupore: — Perchè domani, -figlia mia, tu sarai libera, rispose il conte; perchè tu riprenderai -nel mondo il posto che ti è dovuto, perchè non voglio che il mio -destino oscuri il tuo. Figlia di principe! ti restituisco le ricchezze -ed il nome di tuo padre. — Haydée impallidì, aprì i suoi occhi diafani -come la vergine che si raccomanda a Dio, e con voce resa rauca per le -lagrime: - -— Dunque, mio signore, tu mi lasci? disse ella. - -— Haydée! Haydée! tu sei giovane, tu sei bella; dimentica perfino il -mio nome, e sii felice! - -— Sta bene, disse Haydée, i tuoi ordini saranno eseguiti, mio signore; -dimenticherò perfino il tuo nome, e sarò felice. - -Ella fece un passo in addietro per ritirarsi. - -— Oh! mio Dio, gridò Valentina, mentre sosteneva la testa appesantita -di Morrel sopra la sua spalla, non vedete dunque quant’ella soffre? - -Haydée le disse con una espressione dilaniante: — Perchè vuoi dunque, -sorella mia, che egli mi comprenda? egli è mio padrone, io sono la sua -schiava; egli ha il diritto di non veder niente. — Il conte fremette -agli accenti di questa voce che andò a risvegliare per fino le fibre -più secrete del suo cuore; i suoi occhi s’incontrarono in quelli della -giovanetta, e non ne poterono sostenere la forza. - -— Mio Dio! mio Dio! disse Monte-Cristo, sarebbe dunque vero quanto -mi lasciate supporre, Haydée? voi dunque sareste felice se non mi -lasciaste? - -— Io sono giovane, amo la vita che tu mi hai resa sempre così dolce, e -mi dispiacerebbe di morire. - -— Ciò dunque vuol dire che se io ti lasciassi, Haydée?... - -— Io morirei, mio signore, sì! — Tu dunque mi ami? - -— Oh! Valentina, egli chiede se io l’amo! Valentina, digli dunque se tu -ami Massimiliano! - -Il conte sentì il suo petto allargarsi ed il suo cuore dilatarsi, aprì -le braccia, Haydée vi si slanciò, gettando un grido. - -— Oh! sì, io t’amo, diss’ella, t’amo come si ama il padre, il fratello, -il marito! io t’amo come si ama la vita, perchè tu sei per me il più -bello, il migliore, il più grande degli esseri creati! - -— Ebbene! sia dunque fatto come tu vuoi, angelo mio diletto! disse -il conte; Dio mi ha suscitato contro i miei nemici, e chi mi ha fatto -vincitore? Dio! io lo vedo bene. Egli non vuol mettere il pentimento in -mezzo alla mia vittoria! io voleva punirmi, Dio vuol perdonarmi. Amami -dunque, Haydée! chi sa? il tuo amore forse mi farà obbliare ciò che è -necessario che io obblii. - -— Ma che dici dunque mio signore? domandò la giovanetta. - -— Io dico, che una tua parola, Haydée, mi ha illuminato di più che -i venti anni della mia saggezza: non ho più che te al mondo, Haydée! -per te mi riattacco alla vita, per te posso ancora essere felice od -infelice! - -— Lo ascolti tu, Valentina! gridò Haydée, egli dice, che per me può -soffrire, per me che darei la mia vita per lui! - -Il conte si raccolse un minuto: — Ah! io intravedo la verità! -diss’egli. Oh! Vieni, Haydée, vieni... - -E stretta la mano di Valentina disparve con Haydée. - -Circa un’ora passò durante la quale anelante, senza voce, cogli occhi -fissi, Valentina restò vicino a Morrel. Finalmente ella sentì battere -il cuore di lui, un soffio impercettibile aprì le labbra di lui e quel -leggero fremito che annunzia il ritorno della vita, percosse tutto il -corpo del giovine. - -Finalmente gli occhi si riaprirono, ma sulle prime fissi e come -insensati; indi gli ritornò la vista, precisa, reale; colla vista il -sentimento, e col sentimento il dolore: — Oh! gridò egli coll’accento -della disperazione, io vivo ancora, il conte mi ha ingannato! e stese -la mano sulla tavola, ed afferrò un coltello. - -— Amico, disse Valentina col suo adorabile sorriso, svegliati adunque, -e guarda dalla mia parte. - -Morrel mandò un gran grido, e, delirante, pieno di dubbio, come -abbagliato da una visione celeste, cadde alle ginocchia di lei. - -La dimane ai primi raggi del giorno, Morrel e Valentina passeggiavano -sotto il braccio l’uno dell’altro, sulla spiaggia. Valentina raccontava -a Morrel in che modo Monte-Cristo era apparso nella sua camera, come le -aveva tutto svelato, come le aveva fatto toccar col dito il delitto, e -come finalmente l’avea miracolosamente salvata dalla morte, lasciando -credere a tutti ch’ella era morta realmente. - -Essi avevano ritrovata aperta la porta della grotta, ed erano usciti; -il cielo lasciava ancora risplendere sul suo azzurro mattutino le -ultime stelle della notte. Allora Morrel scoprì, nella penombra di -un gruppo di rocce, un uomo che aspettava un segnale per inoltrarsi; -egli lo mostrò a Valentina: — Ah! è Jacopo! diss’ella, il capitano del -_yacht_. - -E con un gesto ella lo chiamò. - -— Avete qualche cosa a dirci? domandò Morrel. - -— Ho da rimettervi questa lettera per parte del conte. - -— Del conte! esclamarono entrambi i giovani. - -— Sì, leggete. — Morrel aprì la lettera e lesse: - - «Mio caro Massimiliano, - - «Ritroverete per voi una feluca all’ancora, Jacopo vi condurrà a - Livorno, ove il sig. Noirtier aspetta sua nipote, che egli vuol - benedire prima che vi segua all’altare. Tutto ciò che è in questa - grotta, amico mio, la mia casa ai Campi-Elisi e il mio piccolo - castello di Trèport sono i regali di nozze che fa Edmondo Dantès - al figlio del suo padrone Morrel; Madamigella de Villefort vorrà - bene prenderne la metà, poichè la supplico di dare ai poveri - di Parigi tutte le ricchezze che le possono venire dal lato di - suo padre divenuto demente, e dal lato di suo fratello morto in - settembre con sua madre. - - «Dite all’angiolo che veglierà sulla vostra vita, Morrel, - di pregare qualche volta per un uomo che, simile a Satana, - follemente per un momento si è creduto uguale a Dio, e che ha - riconosciuto, con tutta l’umiltà di un cristiano, che nelle mani - soltanto di Dio sta il supremo potere e la infinita sapienza. - Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi ch’egli porta seco - nel fondo del suo cuore. - - «In quanto a voi, Morrel, ecco tutto il segreto della condotta - che ho tenuto verso voi: non vi è nè felicità nè infelicità - in questo mondo, vi è soltanto il paragone di uno stato ad un - altro, ecco tutto. Quello che ha provato l’estremo infortunio è - atto a gustare la suprema felicità. Bisogna aver voluto morire, - Massimiliano, per sapere qual bene è il vivere. - - «Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e - non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà - di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà - riposta in queste due parole: _Aspettare e sperare._ - - Vostro amico - EDMONDO DANTÈS - _Conte di Monte-Cristo_.» - -Durante la lettura di questa lettera, che le apprendeva la follia di -suo padre e la morte di suo fratello, morte e follia ch’ella ignorava, -Valentina impallidì, un doloroso sospiro le sfuggì dal petto, e lagrime -non meno pungenti per essere silenziose scorsero sulle sue guance; -la sua felicità le costava ben cara! Morrel guardò intorno a sè con -inquietudine: — Ma, diss’egli, in verità il conte esagera la sua -generosità; Valentina si contenterà della mia modesta fortuna. Dov’è il -conte, amico mio? conducetemi a lui. - -Jacopo stese la mano verso l’orizzonte. - -— Che! che volete dire? domandò Valentina; dov’è il conte? dov’è Haydée? - -— Guardate, disse Jacopo. — Gli occhi dei due giovani si fissarono -sulla linea indicata dal marinaro; e sulla linea di un blu cupo che -separava all’orizzonte il cielo dal Mediterraneo, si scoperse una -bianca vela, grande come l’ala di un gabbiano. - -— Partito! gridò Morrel; partito! Addio, amico mio, addio padre mio. - -— Partita! mormorò Valentina. Addio, amica mia! addio sorella mia! - -— Chi sa se li rivedremo mai più? disse Morrel asciugandosi una lagrima. - -— Amico mio, disse Valentina, il conte non ci ha egli lasciato scritto -che l’umana saggezza tutta intera sta riposta in queste due parole: -_Aspettare e sperare_? - - - FINE. - - - - -INDICE - - - Capitolo Pag. - I. Marsiglia — L’arrivo 1 - II. Il padre ed il figlio 5 - III. I Catalani 8 - IV. Il complotto 13 - V. Il pranzo degli sponsali 16 - VI. Il sostituto del procuratore del Re 22 - VII. L’interrogatorio 27 - VIII. Il castello d’If 32 - IX. La sera degli sponsali 38 - X. Il piccolo gabinetto delle Tuglierie 41 - XI. Il lupo di Corsica 43 - XII. Il padre ed il figlio 46 - XIII. I Cento Giorni 50 - XIV. Il prigioniero furioso ed il prigioniero - pazzo 54 - XV. Il numero 34 ed il numero 27 59 - XVI. Lo scienziato 67 - XVII. La camera dello scienziato 71 - XVIII. Il tesoro 80 - XIX. Il terzo accesso 85 - XX. Il cimitero del castello d’If 89 - XXI. L’isola di Tiboulen 92 - XXII. I contrabbandieri 98 - XXIII. L’isola di Monte-Cristo 101 - XXIV. L’abbagliamento 105 - XXV. Lo sconosciuto 109 - XXVI. L’albergo del ponte di Gard 112 - XXVII. Il racconto 119 - XXVIII. I registri delle prigioni 124 - XXIX. La casa Morrel 127 - XXX. Il 5 settembre 134 - XXXI. Italia — Sindbad il marinaro 141 - XXXII. Risvegliamento 152 - XXXIII. I briganti 155 - XXXIV. Le apparizioni 167 - XXXV. Il patibolo 177 - XXXVI. Il Carnevale di Roma 184 - XXXVII. Le catacombe di San Sebastiano 193 - XXXVIII. Il convegno 201 - XXXIX. La colazione 204 - XL. La presentazione 220 - XLI. Bertuccio 226 - XLII. La casa d’Auteuil 228 - XLIII. La vendetta 232 - XLIV. La pioggia di sangue 242 - XLV. Il credito illimitato 248 - XLVI. La pariglia grigio-pomellata 253 - XLVII. Ideologia 259 - XLVIII. Haydée 264 - IL. La famiglia Morrel 265 - L. Piramo e Tisbe 270 - LI. Tossicologia 275 - LII. Roberto il diavolo 282 - LIII. Alto e basso dei fondi 289 - LIV. Il maggiore Cavalcanti 294 - LV. Andrea Cavalcanti 298 - LVI. Il recinto a trifoglio 303 - LVII. Il signor Noirtier de Villefort 308 - LVIII. Il testamento 312 - LIX. Il telegrafo 315 - LX. Mezzo di liberare un giardiniere dai - ghiri che gli mangiano le pesche 320 - LXI. I fantasmi 324 - LXII. Il pranzo 328 - LXIII. Il mendico 333 - LXIV. Scena coniugale 338 - LXV. Disegni di matrimonio 342 - LXVI. Il gabinetto del procurator del Re 347 - LXVII. Un ballo in estate 352 - LXVIII. Le informazioni 355 - LXIX. La festa di ballo 359 - LXX. Il pane ed il sale 363 - LXXI. La signora di Saint-Méran 365 - LXXII. La promessa 370 - LXXIII. La tomba della famiglia Villefort 383 - LXXIV. Processo verbale 388 - LXXV. I progressi del sig. Cavalcanti figlio 394 - LXXVI. Haydée 399 - LXXVII. Ci scrivono da Giannina 408 - LXXVIII. La limonata 416 - LXXIX. L’accusa 421 - LXXX. La camera del fornaio in ritiro 424 - LXXXI. La rottura 432 - LXXXII. La mano di Dio 438 - LXXXIII. Beauchamp 441 - LXXXIV. Il viaggio 444 - LXXXV. Il giudizio 450 - LXXXVI. La provocazione 456 - LXXXVII. L’insulto 459 - LXXXVIII. La notte 464 - LXXXIX. L’incontro 468 - XC. La madre ed il figlio 473 - XCI. Il suicidio 476 - XCII. Valentina 481 - XCIII. La confessione 484 - XCIV. Il padre e la figlia 490 - XCV. Il contratto 494 - XCVI. La strada del Belgio 500 - XCVII. L’albergo della Campana e della Bottiglia 504 - XCVIII. La legge 508 - IC. L’apparizione 513 - C. Locusta 517 - CI. Valentina 519 - CII. Massimiliano 522 - CIII. La firma di Danglars 527 - CIV. Il cimitero del Padre Lachaise 532 - CV. La divisione 538 - CVI. La fossa dei leoni 546 - CVII. Il giudice 549 - CVIII. Le Assise 554 - CIX. L’atto d’accusa 557 - CX. L’espiazione 560 - CXI. La partenza 564 - CXII. La casa dei viali di Meillan 567 - CXIII. Il passato 570 - CXIV. Peppino 576 - CXV. La carta di Luigi Vampa 582 - CXVI. Il perdono 585 - CXVII. Il cinque ottobre 587 - - - - -NOTE: - - -[1] _Monte-Cristo, piccola isola del mar Tirreno sulla costa -occidentale del Granducato di Toscana vicino a Gianuti a 14 leghe dalla -provincia di Siena da cui dipende, e a 10 leghe Sud dall’isola d’Elba. -Lat. Nord 42° 20′ 26″ long. E. 7° 57′ 55″, anticamente detta_ Oglaia. -(_Nota del Trad. Napol._) - -[2] _Ognun sa che in Italia, forse più che altrove, le donne non -solo del mezzo ceto, ma anche del ceto infimo ricevono o per mezzo di -istituti particolari, o per mezzo degli Asili Infantili, quella decente -educazione scevra da ogni caricatura che può giungere a formare delle -oneste mogli ed eccellenti madri di famiglia. Questa è cosa ormai -tanto conosciuta che l’asserzione del sig. Dumas ha ben poca figura -in confronto ai continui elogi, che uomini di merito e coscienziosi, -tanto Italiani che esteri, elargiscono a quella non piccola classe -di persone di ambo i sessi che in Italia si occupa per l’incremento -dell’educazione, in ispecie delle donne. (T.)_ - -[3] _Io credo ora ai banditi Italiani._ - -[4] _I francesi chiamano _baignoire_ alcuni palchi del piano terreno, -che sono chiusi sul davanti da un graticcio; genere di palchi poco -morale, ma tutto proprio del teatro francese. (T.)_ - - - - - -Nota del Trascrittore - -L'ortografia originale è stata mantenuta, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici (soprattutto incoerenze nei nomi dei -personaggi, le cui diverse varianti sono state riportate alla -stessa grafia). È stato necessario apportare numerose correzioni -alla punteggiatura, in particolare nei dialoghi, per rendere più -comprensibile il testo. - -Per comodità di lettura un indice è stato creato a fine volume. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CONTE DI MONTE-CRISTO *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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