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-The Project Gutenberg eBook of Mio figlio!, by Salvatore Farina
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Mio figlio!
-
-Author: Salvatore Farina
-
-Release Date: March 13, 2021 [eBook #64810]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
- http://www.pgdp.net (This file was produced from images made
- available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIO FIGLIO! ***
-
- SALVATORE FARINA
-
-
- MIO FIGLIO!
-
-
- UNDECIMA EDIZIONE
-
-
-
- S. T. E. N.
- Società Tipografico-Editrice Nazionale
- (già: Roux e Viarengo, M. Capra e A. Panizza)
- TORINO, 1915.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- (3135)
-
- Officine grafiche della S. T. E. N.
- (Società Tipografico-Editrice Nazionale) — Torino.
-
-
-
-
-AI MIEI FIGLI
-
-_perchè quando non saranno più bambini, trovino in queste pagine gli
-affetti semplici della loro età presente, e più tardi una maggior parte
-di chi gli ha tanto amati_
-
- Milano, 1º Novembre 1881.
-
-
-
-
-A chi legge
-
-(PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE)
-
-
-_Quando pubblicai la prima volta le parti staccate di questo libro
-modesto, i critici mi avvertirono di due cose, cioè che io andava
-troppo per le lunghe, insistendo soverchiamente nei particolari; e che
-correva troppo senza nemmeno toccare episodii importanti della piccola
-ma eterna epopea domestica. Con la scorta di questi due criteri, io,
-come è accaduto ad altri, continuai a fare a modo mio. Ora che il
-libro, bene o male, è compiuto, mi credo in obbligo di avvertire chi
-legge che non ho voluto scrivere un romanzo, e che per ciò non si
-aspetti una narrazione filata. Qua e là, fra le parti del libro, ho
-lasciato di proposito un intervallo dove fosse posto ad altre gioie e
-ad altri dolori, per la ragione medesima che mi consigliò di rifiutare
-le considerazioni troppo personali e gli avvenimenti non volgari.
-Dirò tutto: Questa volgarità di casi e queste lacune mi daranno un
-collaboratore in ogni padre che voglia leggere il mio libro._
-
-_D'un altro disinganno a cui va incontro il lettore non sarà male che
-io mi scagioni a bella prima._
-
-_Mio Figlio!_ non è un protagonista, non è nemmeno un personaggio vero
-e proprio; è un sentimento, è il grido di tutta l'umanità, anzi di
-tutta la natura._
-
-_Quale intento mi sono io proposto? Non lo so bene; mi ricordo che
-quando una voce di là dalle Alpi mandò un grido che a molti non
-piacque, e in casa nostra altre voci gridarono anche più forte e in
-un modo che dispiacque a moltissimi, più d'uno sentì il bisogno di
-mettersi alla finestra e di gridare: _Mio Figlio!_ Forse lo sentii
-anch'io questo bisogno, e allora, per vizio d'abitudine, presi la
-penna... e peccai. Oggi che le vociferazioni cominciano a cessare,
-questo libro non vuole aver punto l'aria di una protesta. — Che cosa
-vuole esso dunque? Vuole che un padre di famiglia, dopo la lettura,
-faccia una carezza ai suoi bambini._
-
- S. FARINA
-
-
-
-
-PRIMA CHE NASCESSE
-
-
-I.
-
-Non lo aspettavamo più: anzi, per dire il vero, non lo avevamo
-aspettato mai. Ci eravamo sposati senza secondi fini, unicamente per
-isposarci, e il giorno delle nozze parve a me il più bello di tutta
-la mia vita, perchè con esso incominciava finalmente la vita nostra.
-Vedere qualche cosa di là da un grande amore, immaginare un'altra gioia
-diversa da quella di attraversare il mondo a braccetto nello stesso
-sentiero, Evangelina ed io, mi sarebbe sembrata l'offesa d'un nano al
-gigante che nutrivamo nel petto. Io scrivo «nutrivamo», perchè anche
-Evangelina mi amava molto, senza di che non si sarebbe adattata a
-diventare la signora Placidi.
-
-A quel tempo non avevo ancora scavato la miniera del codice di
-procedura civile, e lo studio dell'avvocato Placidi era poco più di una
-buona intenzione. Per giunta avevo allora, ed ho anche oggi, un nome di
-battesimo grottesco, di quelli che smorzerebbero un incendio amoroso.
-Mia moglie mi chiama Onda (ed è già una tribolazione), ma il mio vero
-nome — non lo credereste — tutto quanto il mio nome è Epaminonda.
-
-Si diceva dunque che non lo aspettavamo più, cioè che non lo avevamo
-aspettato mai, perchè ci eravamo sposati senza secondi fini. E sì che
-non erano mancati gli eccitamenti!
-
-Al nostro ritorno dal viaggio di nozze, parenti, amici, amiche, quanti
-ci aspettavano alla stazione, ci accolsero con certi sorrisi, che mi
-avrebbero messo in impiccio se non mi fossi preparato a ridere; la mia
-Evangelina, poveretta, era indifesa, e quanto più io rideva, tanto più
-essa si faceva rossa. Era quello che i parenti e gli amici volevano; si
-sarebbe detto che non mancasse altro alla loro felicità.
-
-— Ce l'hai? ce l'avete? — E guardavano negli occhi di mia moglie,
-la sottoponevano a un interrogatorio pieno di allusioni, di cui la
-poverina non capiva gran cosa, poi guardavano me dandosi l'aria di
-complici, o mi cacciavano un gomito nelle costole, socchiudendo un
-occhio. Mio suocero, un ometto pieno di buon umore e di vivacità, non
-faceva altro che girare intorno alla sua figliuola, e chiederle: — Me
-l'hai portato? — come se dovesse averlo nella valigia.
-
-Ci fu persino un professore di aritmetica, il quale, abusando della
-sua professione e della sua scienza, fece un calcolo ardito dinanzi
-alla mia Evangelina, e sostenne che, siccome noi ci eravamo sposati in
-luglio, _lui_ doveva venire in marzo, con le prime viole. Naturalmente
-tutti costoro non dicevano mai chiaro di chi parlassero; ma non era
-difficile intendere che si trattava di mio figlio.
-
-Poi venne il quesito del sesso, e qui la disparità dei pronostici fu
-inconciliabile. Per mio suocero non correva dubbio, era un maschio (un
-ingegnere), ma la vecchia zia Simplicia, la quale si offriva di tenere
-la nostra creatura al fonte battesimale, diceva che doveva essere
-una femmina, e lasciava intendere in mille modi, senza dirlo, che il
-meglio che la nascitura Semplicetta potesse fare sarebbe di copiare
-col tempo le grazie semplici della madrina. Per accontentarli tutti,
-io rispondeva invariabilmente che mio figlio era neutro. E lo diceva
-ridendo, senza farmi un'idea della tortura inflitta a tutti i padri
-in erba di dover adorare per molti mesi un figliuolo senza sesso. Ma
-quando m'immaginavo di averli indotti in buon'ora a lasciare in pace la
-mia poveretta, non mancava mai un pensatore più arguto di me, il quale
-suggeriva serio serio a mia moglie il modo migliore di accontentare il
-babbo e la madrina: — Faccia il paio — diceva lui — posto che ci si è
-messa.
-
-Ma no, benedett'uomo, che non ci si era messa! A quattr'occhi avremmo
-riso dell'inganno di quella buona gente, se non ci fossimo fatto
-uno scrupolo. Ci parve d'essere in obbligo di aspettarla, la povera
-creaturina, che ad ogni costo doveva venire con le viole; di parlarne
-qualche volta come se vi credessimo, tanto per non aver l'aria di
-respingerla dall'amplesso di babbo e di mamma.
-
-L'aritmetica del professore cominciò a servire anche a noi, ma senza
-ansie nè sgomenti. Si diceva: — Le viole verranno prima di lui — e si
-era già rassegnati a vederlo venire co' mughetti e con le ciliege.
-
-E ogni mese che passava, mentre leggevamo lo sconforto sulla faccia
-di mio suocero, la zia Simplicia, i parenti, gli amici e le amiche,
-con tutte le gradazioni della pietà e della misericordia, ci facevano
-intendere che eravamo due buoni a nulla.
-
-Ci puntigliammo e fu inutile: vennero le viole, vennero i mughetti, non
-recando altro che il loro profumo; e vennero le ciliege, ma ahimè!...
-sole.
-
-Questo figliuolo, che non si decideva a nascere, turbava già la nostra
-pace; io vedeva bene che sotto il riso allegro di mia moglie si celava
-un'ansia segreta, e tante volte non mi riusciva di cancellare coi baci
-le nuvole della sua fronte.
-
-Spesso la sorprendevo seduta in un canto, curva sul cucito, ma senza
-mettere un punto, con gli occhi fissi a terra; me le accostavo pian
-pianino, la baciavo sul collo, ella dava un tremito, poi mi diceva:
-— Cattivo! — perchè le avevo fatto paura, e in ultimo mi mostrava la
-faccia sorridente; ma checchè ella facesse e dicesse, io indovinava
-una lagrima nei suoi occhi buoni, e in quel suo sorriso dolce, vedevo
-ancora un pensiero fuggitivo e mesto. Quale?
-
-Me lo disse un giorno: tremava, la poverina, di non bastare alla
-mia felicità; era vergognosa e sgomenta di non sapermi regalare un
-bamboletto color di rosa. E per quanto io le dicessi che non me ne
-importava, che non sapevo che farmene, ella, guardandomi negli occhi e
-sospirando, soggiungeva:
-
-— Lo vedi bene; il matrimonio non è quello che pensavamo noi, e quando
-ti sarai persuaso che il nostro poteva metter meglio...
-
-Non le lasciavo finire la frase; le chiudevo la bocca con un bacio, la
-costringevo a fare per la camera un giro di valzer, e se non bastava
-ancora, me la pigliavo in braccio come una bambina e la portavo per
-tutte le stanze del nostro appartamento, che erano quattro, senza
-contare un bugigattolo per la fantesca. Finiva col ridere.
-
-Mia moglie non era leggiera, ed io non la deponeva mai a terra senza
-protestare che per un uomo come me il peso di una moglie come lei
-era sufficiente, e per carità non istesse a mettermi sulle spalle un
-marmocchio che non conoscevo.
-
-Beffavo la mia prole futura allegramente; avrei fatto di peggio; non mi
-sarebbe spiaciuto di sembrare un padre snaturato, tanto per mostrarmi a
-lei quello che ero per davvero: un marito esemplare.
-
-Con queste arti mi riuscì di persuaderla che il meglio che le rimanesse
-a fare era di mostrarmi la sua faccia gioconda, e di allietarmi la vita
-col lume dei suoi occhi sereni.
-
-E una volta mi disse:
-
-— È proprio vero che tu non l'hai desiderato mai?
-
-— Chi?
-
-— Tuo figlio.
-
-— Mai — risposi solennemente.
-
-Essa inorridì per celia; poi tirò innanzi.
-
-— Io m'era proprio messa in capo che tu lo aspettassi, che non potessi
-più far di meno di lui, che lo amassi più di me... e ne ero gelosa.
-
-— To'! — esclamai — se non era nemmeno concepito, come lo poteva amare?
-
-— È quello che pensavo anch'io: come fa ad adorare un nascituro, che
-non vuol nascere, solo perchè nascendo dovrebbe essere suo figlio? In
-fin dei conti è uno sconosciuto. E pure ti guardavo di nascosto, ti
-vedevo pensoso e dicevo dentro di me: «Vi pensa, non sa darsi pace, lo
-adora!».
-
-Povera Evangelina! Mi amava proprio.
-
-Amava anche l'ordine, anzi qualche cosa di più dell'ordine, la
-simmetria; poichè non bisogna confondere queste due virtù domestiche.
-L'ordine può essere un abito; la simmetria è un sentimento, ed è sempre
-più severa.
-
-Per comprendere quanti piccoli sacrifici mi fosse costato
-l'accontentare quella simmetria tiranna, bisogna essersi trovati a
-metter su casa con una borsa magra ed aver avuto dinanzi agli occhi
-quattro pareti, in cui decentemente non potevano stare che quattro
-quadri od otto, mentre voi avevate la mezza dozzina giusta.
-
-Basta, mia moglie amava prima me, poi la simmetria, ed io sosterrò in
-faccia a tutti che essa aveva collocato bene i suoi affetti, almeno
-rispetto alla simmetria. Quando mi conduceva misteriosamente per mano
-in una stanza, e mi abbandonava poi al mio stupore dicendomi: — Guarda
-— ed io guardavo e non vedevo nulla, e finalmente vedevo e mi stupivo
-che ella avesse trovato modo di migliorare una simmetria che pareva
-perfettissima, allora non tralasciavo mai di dirle: Brava!
-
-Talvolta soggiungevo: — Vedi un po' queste sei seggiole disposte
-così bene, due ai capi della tavola, quattro a farsi riscontro nelle
-pareti; non ti hanno l'aria di avere un intendimento e di obbedire ad
-una intelligenza tacita? Muovine una, e l'intelligenza che le anima se
-ne va, le seggiole ridiventano niente più che seggiole; e pazienza se
-fossero di un legno prezioso e foderate di damasco, ma sono di noce e
-hanno il fondo di paglia.
-
-Evangelina rideva, perchè era contenta; ed io tiravo innanzi:
-
-— Se quel monello che a quest'ora doveva essere al mondo si decidesse
-mai a venire per davvero, sai tu la bella prodezza che imparerebbe
-col tempo?... Imparerebbe a tormentare la tua simmetria, a cacciarla
-di casa come fanno certi artisti che conosco io, i quali, invece di
-dipingere dei bei quadri o scrivere dei buoni libri, trovano più comodo
-di passar per genii, facendo la guerra agli istinti da borghesuccio, al
-_convenzionalismo_ ed ai sentimenti comuni.
-
-— Ci pensi ancora? — mi domandava Evangelina con uno sgomento adorabile.
-
-Si sott'intende: «a quel monello».
-
-E mi toccava ripeterle per la centesima volta che ero felice così, che
-non desideravo nulla, e che _anzi_...
-
-— Dillo, dillo, che _anzi_...
-
-Lo devo dire? Non solo ero felice e non desideravo nulla, ma mi pareva
-che un figlio mi avrebbe dato più noia che piacere. Che farne di un
-erede prima d'aver avviato benino lo studio di avvocato per affidarlo
-a lui nella mia vecchiaia? Aspettavo con una certa impazienza la
-clientela, questa sì: ma alla progenitura non pensavo quasi senza un
-po' di terrore.
-
-Tiravamo innanzi a forza di risparmio, peccando sette volte al giorno
-di desiderio, e fabbricando certi castelli, che sfidavano con arroganza
-tutte le leggi dell'equilibrio. Poveretti tutti e due, Evangelina
-con la sua dote mingherlina, io co' miei codici e col mio diploma
-dottorale, facevamo galloria spendendo l'avvenire.
-
-Pensandoci bene, doveva esser chiaro a tutti che un figlio per noi
-sarebbe stato un lusso pernicioso; e non capivo come quel buon uomo
-di mio suocero, che aveva sudato a mettere insieme la dote e sui miei
-tesori non s'era mai fatto alcuna illusione, si ostinasse a credere che
-l'appendice di un figlio fosse necessaria alla nostra felicità.
-
-— I figli — diceva io filosoficamente — vengono al mondo nudi e pieni
-di appetito.
-
-E questa massima semplice e profonda ispirava altre riflessioni meno
-semplici, e non meno profonde, a mia moglie, la quale era in tutto
-della mia opinione.
-
-— Un figlio — diceva essa — sarebbe forse una bella cosa, ma
-bisognerebbe non andar più al caffè la sera, nè al teatro.
-
-— Quanto a questo — rispondevo — basterebbe che io smettessi di
-fumare... è un sacrifizio, ma per mio figlio lo farei.
-
-E mi pareva d'essere un eroe ogni volta che accendevo il sigaro.
-
-
-II.
-
-Avevamo preso l'abitudine d'andarcene a desinare alla trattoria,
-variando ogni giorno.
-
-— Che bella cosa! — diceva mia moglie ingenuamente. Io non mi secco
-a far la spesa, non mi adiro mai perchè la fantesca abbia pagato
-troppo cari i legumi primaticci; non ho la noia di veder soffiare
-in un fornello che non si vuol accendere, quando ho appetito; non
-vi è pericolo che lo stufato pigli il bruciaticcio o che la minestra
-sappia di fumo. La nostra mensa è imbandita a tutte le ore del giorno;
-d'inverno si va in una bella sala, molto più larga delle nostre quattro
-stanze insieme, si sceglie un deschetto accanto ai vetri per veder
-la gente che passa; d'estate si sta al fresco in giardino, e basta
-picchiar sul bicchiere con la forchetta per aver tutto quanto si può
-desiderare... proprio come nei palazzi delle fate.
-
-— Pagando all'ultimo — notava io ridendo.
-
-Ma allora Evangelina, facendosi forte della sua esperienza di buona
-massaia, mi dimostrava come due e due fan quattro che, tirati bene
-i conti, lo stesso desinare della trattoria ci sarebbe costato molto
-più in casa; e a me non rimaneva che inchinarmi alla sua dottrina, e
-pregarla con un sorriso di perdonare ad un grosso ignorante la felicità
-di cui non aveva merito.
-
-Avevamo scelto a modello del nostro più tardo avvenire una coppia di
-vecchietti pieni di rughe e di buon umore. Costoro venivano ogni giorno
-alla trattoria; lei si toglieva un certo cappellino che pareva un
-imbuto, lui si affrettava ad appenderlo pe' nastri all'attaccapanni,
-poi si mettevano a sedere, mostrando la loro canizie intatta. Si
-consultavano a bassa voce e lungamente prima di decidersi a chiedere
-il medesimo cibo, poi lo chiedevano col cuore leggiero, e lo vedevano
-venire sorridenti, e se lo mangiavano con raccoglimento, rallegrandosi
-ogni tanto con un'occhiata della scelta giudiziosa che avevano
-fatto. Quando se ne andavano a braccetto, pareva che fosse scomparsa
-l'allegria. Evangelina ed io si stava un po' zitti; poi l'uno o l'altro
-diceva:
-
-— Anche noi faremo quella figura; non avendo figliuoli nè altri
-impicci, noi pure ce ne andremo sempre a desinare alla trattoria.
-
-Insomma ci volevamo bene, ed eravamo persuasi entrambi che il mondo
-cominciasse e finisse in noi.
-
-Bisognava vederci, quando uscivamo a braccetto dalla trattoria: io con
-lo stuzzicadenti in bocca, ritto, impettito, superbo; la mia Evangelina
-serena e sorridente; lieti l'uno e l'altro della bella luce del
-tramonto, o del bel temporale estivo che minacciava di farci correre
-a casa, o della magnifica nevicata; bisognava vederci allora per
-comprendere quanto sentimento squisito emani da una digestione facile
-compiuta in due.
-
-Si va? Si rimane? Si corre o si tira innanzi adagino? Si faceva come si
-voleva.
-
-Non vi era pericolo che, durante la nostra assenza, i nostri figliuoli
-rotolassero giù dalle scale, o si picchiassero da buoni fratelli, o
-mettessero fuoco alle lenzuola del letto con un fiammifero rubato in
-cucina.
-
-Senti? E' un marmocchio che strilla come una prima donna, od è una
-prima donna, che...? Non vi è dubbio, è proprio un marmocchio.
-
-Si alza uno sguardo di compassione al terzo piano, donde scendono
-quelle note di soprano, e si tira innanzi; quel marmocchio non è il
-nostro. E si pensa: pazienza, povere mammine, i vostri angioletti ve li
-manda il cielo!
-
-Poco più oltre s'incontra un altro bimbo, che fa i primi passi; quanto
-è carino! barcolla tutto, vi viene voglia di corrergli sempre dietro
-con un guanciale in mano per buttarglielo ai piedi prima che cada
-e si faccia male. Ma eccolo che si pianta in mezzo alla via e non
-si vuol più muovere; la madre, il padre, la fantesca s'ingegnano di
-persuaderlo; non riescono a nulla: provano a pigliarlo per mano, e
-l'omino caccia strilli così forti da far cessare a un tratto quelli del
-suo collega del terzo piano, il quale sta probabilmente ad ascoltare.
-A quel chiasso si raduna un po' di gente... Che è stato? Niente di
-strano; un fenomeno naturale; la povera madre si fa rossa, il padre
-si guarda intorno cercando un abisso, la fantesca raccoglie ogni cosa
-e tira innanzi; la famigliuola affretta i passi verso casa, qualcuno
-ride, la folla si dirada.
-
-E noi ci guardiamo in faccia alla muta; poi dico scherzando:
-
-— Sono le prime consolazioni che un marmocchio bene allevato si crede
-in dovere di dare a babbo e mamma.
-
-— E sono nulla forse al paragone di quelle che riserba loro nella
-vecchiaia — dice Evangelina.
-
-— Quando sarà all'Università di Pavia — proseguo io — e farà la
-conoscenza d'una certa signora Rosa, amica degli studenti, e del venti
-per cento il mese.
-
-— E quando, per due parole dette troppo forte al caffè, andrà sul
-terreno, come dicono, con un compagno di scuola.
-
-— Quando... ah! — m'interrompo, colpito da un'idea compassionevole — se
-quel povero padre potesse vedere fin d'ora tutti i dolori che gli serba
-questo marmocchio, gli darebbe una sculacciata di sicuro... ma non ora
-— soggiungo, pensando meglio.
-
-— Perchè non ora? — domanda Evangelina.
-
-Io rido, essa mi comprende, e ripiglia a ridere così forte, che i
-passanti ci guardano, poi si voltano indietro per guardarci ancora.
-Ne sentiamo di quelli che dicono: — Sono sposi freschi, sono felici!
-— Mi volto anch'io e li guardo con indulgenza, e mi piglia una gran
-tentazione di dir loro:
-
-— Sissignori, questa è la mia Evangelina, non è molto che ci siamo
-sposati, ci vogliamo bene e siamo felici.
-
-
-III.
-
-Nel nostro egoismo ci eravamo scelti un compagno, ma con giudizio: era
-un amico discreto che cantava tutto il giorno il nostro epitalamio,
-pigliava parte alle nostre gioie, senza mai pretendere più di quello
-che gli potevamo dare. Non era una fenice, come potreste credere, ma
-solo della famiglia. E come si chiamava? Si chiamava _merlo_, senza
-perciò essere propriamente un merlo. Non era neppure uno storno e
-nemmeno un passero solitario; cantava come un tenore di cartello,
-fischiava come un abbonato; allo stato in cui era rimasta la scienza
-ornitologica per me e mia moglie, quel pennuto era un merlo. E ad ogni
-modo esso visse e morì portando questo nome non suo e facendone l'uso
-migliore.
-
-Ancora me lo ricordo quel giorno crudele; dal mattino il nostro
-compagno, potrei dire nostro figlio, se ne stava in un cantuccio
-della gabbia, immobile, con gli occhi velati; ogni tanto si provava a
-beccare svogliatamente un insetto che gli cadeva dal becco; rimaneva
-indifferente alle seduzioni dei lombrichi più squisiti che possano fare
-la felicità d'un merlo; mia moglie non sapeva che pensare, chiedeva
-ai vicini ed ai lontani che malattia poteva essere quella del suo
-merlo, e come andasse curata. E in un'occasione tanto dolorosa essa
-diede prova di un cuore veramente materno, prodigando mille tenerezze
-a quella povera bestiola, chiamandola con cento vezzeggiativi; invano.
-Dopo essere stato ingiustamente merlo in vita, quella creaturina alata
-doveva morire nel fiore degli anni, come si dice, senza farci sapere
-il suo nome vero. E nessuno me lo toglierà dal capo: quel poveretto
-si era dato volontariamente la morte per sottrarsi ad un mondo pieno
-d'ingiustizia e d'ignoranza — perchè il portinaio che lo aveva avuto in
-cura negli ultimi giorni e prometteva solennemente di salvarlo, scoprì,
-facendo l'autopsia, che il defunto aveva trangugiato un ago da cucire.
-Il ferro micidiale gli aveva passato il ventricolo da parte a parte;
-il portinaio inorridiva, inorridivo anch'io, e tra tutti e due si andò
-d'accordo di dar sepoltura onorata al morto, senza svelare a mia moglie
-l'occulto dramma di cui avevamo sotto'cchio la catastrofe crudele.
-
-Non vorrei fare un sospetto maligno a danno del mio prossimo, ma lo
-feci allora, ed a ripeterlo oggi non mi pare che la colpa si aggravi
-tanto da non poterla portare: da un certo impaccio del portinaio, da
-una penna traditrice che gli si era attaccata come un'accusa ad un
-lembo della giacchetta, e più che altro dalla singolare premura di
-farmi sapere che il nostro merlo era stato sepolto in giardino, io fui
-fatalmente indotto a credere che la sepoltura viva fosse lui, come se
-gli leggessi l'epitaffio sul panciotto.
-
-Sì, perchè il defunto era grasso; i dispiaceri non gli avevano tolto
-l'appetito, e fino al giorno in cui aveva fatto il nero proposito di
-uccidersi con un ago da cucire rubato a mia moglie, egli aveva beccato
-gli insetti e le bricciole di carne con l'avidità del merlo più ben
-intenzionato della creazione. E vorrei sbagliare, e vi troverei una
-specie di conforto, ma temo che appunto perchè non era un merlo, sia
-stato il più saporito dei merli.
-
-Più tardi, passata l'oppressione della catastrofe, io trovai la forza
-di ridere e di scrivere un epitaffio, e il mio solo rammarico fu di non
-poterlo scolpire sul sepolcro autentico.
-
-La perdita di quella creaturina incognita che ci salutava ogni mattina
-a gola spiegata, che veniva a beccarci amorosamente le dita, e che non
-ci era costata alcun dispiacere, aveva commosso anche me. Per un pezzo,
-sempre che vidi una gabbia vuota, mi tornò in mente il compagno del
-nostro talamo infecondo e beato. Vero è che, vedendo la mia Evangelina
-intenerita, mi affrettavo a consolarla dicendole che, stando alla
-migrazione delle anime, il nostro merlo doveva essere a quest'ora un
-cagnolino, o forse, col tempo, farsi degno di nascere uomo... e figlio
-alla signora Evangelina, moglie dell'avvocato Placidi.
-
-L'idea era bislacca, ma produceva il suo effetto, che era di metterci
-di buon umore.
-
-— Pensa un po' — mi diceva qualche volta mia moglie — se, invece di
-perdere un merlo, avessimo perduto un figlio!
-
-Io vi pensava, e mi venivano in mente dieci madri disperate per aver
-perduto le loro creature, un padre impazzito, un altro padre suicida
-per la stessa causa; e conchiudevo serio serio che per non vedersi
-morire un figliuolo, la sola precauzione consigliata dall'esperienza è
-di non vederlo mai nascere.
-
-E mi fregavo le mani, e ridevo, ed ero contento, e sentivo di far
-contenta la compagna della mia esistenza, non mettendo di mezzo fra noi
-e la nostra felicità altro che un desiderio vivo, un desiderio modesto,
-— il primo cliente.
-
-Oh! il primo cliente!
-
-Lo aspettavo da mattina a sera, frugando nei codici per esser preparato
-a riceverlo degnamente, davo sesto ai miei libri, mettevo in fascio
-le mie carte, che, così disposte, sfidavano l'occhio più esercitato a
-riconoscere che non fossero pratiche bene avviate. Qualche volta il mio
-primo cliente veniva, aveva un caso intricato, io gli dava udienza con
-sussiego, lo eccitavo a fare la lite e mi proponevo di trascinarmelo
-dietro senza soverchia fretta per le scale di tutti i tribunali
-competenti, iniziandolo ai misteri della procedura civile.
-
-Egli mi stava ad ascoltare; ad ogni parolone difficile che mi usciva
-di bocca, spalancava certi occhi che parevano finestre, e se ne andava
-sbalordito della mia scienza e disposto a farmi la procura _ad lites_.
-Cari sogni!... Da questo sonnambulismo egoistico e dolce mi svegliai un
-giorno di repente.
-
-La mia Evangelina soffriva; da una settimana non mangiava quasi,
-si lamentava di certe doglie, di un certo malessere, di un po' di
-languore. — Non sarà nulla — diceva; e per consolarla ripetevo anch'io:
-— Non sarà nulla.
-
-Ma una mattina si svegliò più malata del solito.
-
-— Oh, cielo! — pensai — se mi morisse!
-
-E scesi le scale per chiamare un celebre medico che stava al primo
-piano, faceva le sue visite in carrozza, e doveva guadagnare in un
-giorno tutta la mia rendita d'un mese.
-
-Mentre egli veniva su, pensavo: — Il difficile sarà pagarlo, ma avrò
-tempo; ora bisogna salvare la mia Evangelina. — E prima di entrare in
-casa fui tentato di dire a quell'uomo celebre: — Per carità, mi salvi
-la mia Evangelina! — Me ne trattenne una certa dignità virile che
-volevo serbare anche nella sventura.
-
-Il medico visitò mia moglie, le guardò la lingua e le toccò il polso,
-le fece certe interrogazioni, a cui essa rispose titubando; all'ultimo
-rise, e sentenziò che non era nulla.
-
-— Non vi è pericolo? — chiesi con voce tremante.
-
-— Signor no, almeno per ora. — E mi trasse in un canto per dirmi
-furbescamente: — Gliela dia lei la notizia alla signora...
-
-— Sarebbe mai?...
-
-— Sicuro.
-
-Invece di accompagnare il medico sul pianerottolo, come volevo, mi
-pare d'averlo spinto garbatamente fuori dell'uscio; dopo di che, senza
-nemmeno chiudere la porta, corsi al capezzale della mia ammalata.
-
-— Lo sai come si chiama la tua malattia? Non lo sai? Vuoi saperlo?
-
-— Come si chiama?
-
-— Si chiama Augusto...
-
-Evangelina mi gettò le braccia al collo e mi coprì di baci, mormorando
-fra le lagrime:
-
-— Era dunque per questo che io sentivo di amarti di più! Perchè eravamo
-in due a volerti bene.
-
-
-IV.
-
-— Sono guarita! — mi disse Evangelina.
-
-— Lo vedo!... Ma che fai ora?
-
-— Mi levo, non so più stare in letto...
-
-Io la trattenni dolcemente, le accomodai i guanciali sotto il capo, le
-tirai le coperte fino alla gola, le lisciai la rimboccatura e la fronte
-e stetti un istante a contemplare la mia opera in silenzio.
-
-Evangelina mi aveva lasciato fare senza resistere, perchè le piaceva
-godersi lo spettacolo della mia gravità carezzevole; ma quando mi vide
-ritto e immobile dinanzi a lei, prima mi pregò di non guardarla in quel
-modo, poi tornò a dire che assolutamente non voleva stare a letto, che
-si sentiva benissimo, e perchè io tenni duro, essa mi voltò le spalle
-con l'atto dispettoso d'un fanciullo viziato, subito si volse ancora e
-mi sorrise.
-
-Allora le dissi serio serio:
-
-— Non bisogna far pazzie; il tempo vano è passato, il tempo frivolo non
-tornerà più; dobbiamo mettere giudizio e pensare alla famiglia.
-
-— Sentitelo! — esclamò Evangelina. — Il tempo vano in cui ci volevamo
-bene è passato; non tornerà più quel tempo frivolo, quando il signorino
-non pensava ad altro che a farmi contenta.
-
-Le volli chiudere la bocca con un bacio, e non riuscii, essa si lasciò
-baciare mezza la bocca, e, con l'altra metà, continuò a dire:
-
-— Già, il signorino me lo dice in faccia; quando avrà suo figlio non mi
-guarderà neppure; ma non l'ha ancora suo figlio, ed io sono capace...
-
-Bontà divina! Di che cosa non doveva essere capace quella mia pallida
-faterella, che stava facendo il miracolo eterno!
-
-— Taci — le dissi sottovoce — taci; non bisogna scherzare su questo,
-non dobbiamo sfidare la sorte. Lo sai bene quanto t'amo; e non hai
-detto tu pure che ti pareva d'amarmi di più, ora che siete in due a
-volermi bene?
-
-Evangelina stette un po' in silenzio, sorridendo alle prime sue idee
-materne; poi mi disse sbadatamente:
-
-— Amalo, sì, amalo; non ne sono gelosa.
-
-Il suo pensiero era altrove, il mio correva per l'aperta campagna.
-
-In quel mentre la nostra fantesca ci portò il caffè; noi ci guardammo
-alla sfuggita, sorbimmo la bevanda gravemente, e non ci uscì parola di
-bocca, finchè la nostra gazza domestica non si accinse a tornarsene in
-cucina.
-
-— Mi farai il piacere di fermarti un poco di più — le disse allora mia
-moglie; — il signore deve uscire, io non sto molto bene e non voglio
-rimaner sola.
-
-— Che cos'ha? — domandò la fantesca.
-
-— Sono un po' costipata, non sarà nulla.
-
-— La mia cara costipata! — esclamai quando fummo soli — come le sai
-dire le bugie!
-
-— Ho fatto male forse? Dovevo dire le cose come stanno a quella
-ciarliera perchè fra un quarto d'ora tutta la casa, dal pianterreno al
-soffitto, e tutti gli inquilini, a cominciare dai cavalli del dottore
-in scuderia fino ai passeri del tetto, sapessero che io sono...?
-
-— Hai fatto benissimo, anzi bisognerà tenerla segreta la nostra
-felicità; ci sembrerà più nostra; non la deve conoscere anima viva,
-neppur tuo padre.
-
-— E perchè mio padre no?
-
-— Ebbene tuo padre sì, ma lui solo; nessun altro ne sospetti fino a
-tanto che non sia più possibile nasconderla.
-
-E facevo un gesto largo, un gesto enorme, alla cui vista la mia
-Evangelina fu presa da terrore.
-
-— Non voglio — disse; ed io ridendo restrinsi successivamente le
-linee circolari de' miei gesti, finchè mi parve che li vedesse con
-rassegnazione.
-
-— Perchè hai detto che _il signore_ deve uscire? — le domandai.
-
-— Ma... l'ho detto senza pensarci... mi pareva...
-
-— Mi mandi via — dissi — confessa che sei tu che vuoi rimaner sola...
-me ne vado...
-
-E mi valsi di questo per non confessare che anch'io sentivo un bisogno
-prepotente di andarmene a girellare un pochino co' miei pensieri,
-mentre non sapevo indurmi a lasciar sola la mia malata preziosa.
-
-— Vado — dissi.
-
-— Aspetta... ed ora va, e pensa sempre a me.
-
-Dove ho messo tanti puntini, si capisce che allora era bisognato
-mettere un bacio.
-
-— Sempre a te — risposi, e fuggii con la spensieratezza mista di
-rammarico di un marito frivolo, il quale corra ad una festa, lasciando
-a casa la moglie.
-
-
-V.
-
-Scesi le scale a salti come un monello, sotto gli occhi meravigliati
-d'un inquilino del secondo piano, che usciva lui pure di casa, e
-dovette abbrancarsi alla ringhiera per lasciare passare la mia valanga.
-
-Sul portone di strada mi arrestai come uno smemorato. Guardavo a destra
-e a mancina, probabilmente per decidere da qual parte mi convenisse
-meglio avviarmi, ma non ne avevo coscienza; e quando l'inquilino che mi
-ero lasciato alle spalle m'ebbe raggiunto e, datami un'occhiata rapida
-ed indagatrice, si fu incamminato verso i bastioni, io lo seguii a
-passo lesto e gli passai innanzi un'altra volta.
-
-Che diamine mi frullasse pel capo, ancora non lo sapevo; erano
-molte cose insieme; fra tutte una idea indistinta si affacciava ogni
-tanto, ed era che io fossi uscito di casa ed avessi sceso le scale
-a precipizio per incontrar sulla via un cotale che poi non v'era. E
-chi poteva essere costui? Io non lo sapevo, ma mi pareva proprio che
-qualcuno mi mancasse, ed alla prima cantonata mi fermai da capo a
-guardare di qua e di là.
-
-Vidi distrattamente l'inquilino del secondo piano, il quale, avendomi
-raggiunto un'altra volta, si credette in diritto di lanciarmi in
-piena faccia un'occhiata di rimprovero, dopo di che affrettò il passo
-singolarmente, perchè io vedessi bene che non era stato lui, con la sua
-sbadataggine, a cagionare la disgrazia dei nostri tre incontri in tre
-minuti.
-
-— Povero diavolo! — pensai.
-
-Nient'altro. E mi venne la tentazione di raggiungerlo, di infilare
-il mio braccio nel suo e di tirarmelo dietro riluttante per le vie
-luminose della mia festa; invece non mi mossi e lo lasciai dilungare
-nel suo squallore.
-
-A un tratto mi sentii stringere le gambe; dalle nuvole, in cui
-girellavo col pensiero, abbassai lo sguardo ai piedi... e vidi allora
-quel che cercavo: un bambinello sgambucciato, con gli omeri ignudi, la
-faccia ridente.
-
-Tutto si faceva chiaro! Se avevo sceso le scale a precipizio, doveva
-essere perchè sentivo il bisogno segreto di portare una carezza ad un
-bimbo; e se due volte ero passato innanzi all'inquilino del secondo
-piano, certo lo aveva fatto, perchè, senza pensarlo, mi pareva che
-non potessi uscire di casa con altro fine; e volevo essere il primo a
-pigliarmi sulle braccia questo omino che aspettava sulla cantonata.
-
-Lo presi, lo baciai, volli sapere se mi volesse bene, ed egli,
-ripetendo la sua prima lezione, mi rispose che me ne voleva _tanto
-così_. Non era poco, perchè, nel dire, allargava le braccia come se
-volesse toccare i confini di due orizzonti.
-
-Si adirino pure i filosofi, i quali corrono dietro alla verità: io dico
-che quella piccola bugia su quelle piccole labbra mi rese più felice
-d'ogni loro vero più verosimile.
-
-Mi guardai intorno; non passava anima viva in quel punto, e il bimbo
-mi sorrideva; era da far venire la tentazione di nasconderlo sotto
-la giacchetta e rubarlo... Ad impedire il delitto si affacciò da una
-bottega vicina la testa gioconda d'una mammina gentile che aveva visto
-tutto.
-
-Ella chiamò con accento, che non sapeva essere severo, una volta, due:
-— Emilio, Emilio!
-
-Ma Emilietto non si mosse: fissava gli occhioni stupefatti in un mio
-bottoncino da camicia, che era di vetro sfaccettato e pareva a lui un
-brillante d'acqua purissima.
-
-Allora la giovane madre uscì, attraversò la via e venne a pigliarmi
-dalle braccia il bambinello dicendo:
-
-— È mio.
-
-E soggiunte poche parole di scusa che io non intesi, se ne andò col suo
-tesoro.
-
-Io tirai innanzi a mani vuote, ma col cuore pieno d'una dolcezza
-insolita, con la mente scompigliata da un turbine di nuovi pensieri.
-
-Ogni tanto, di mezzo a una folla d'immagini ancora indistinta, usciva
-una donna sorridente, la mammina di poc'anzi, e mi ripeteva con dolce
-sicurezza:
-
-— È mio.
-
-Allora io spingeva lo sguardo su quel cielo purissimo, e co' pochi
-cirri vaganti, mi componevo le sembianze d'una creaturina di paradiso
-impaziente di venire al mondo, e dicevo io pure con baldanza:
-
-— È mia!
-
-Già ne sentivo la presenza: l'avevo al fianco, o mi precedeva facendo
-tutte le moine dell'infanzia, ma certo era là per darmi dei baci che
-sembrassero aliti d'un venticello smarrito nella infinita calma di quel
-mattino di maggio.
-
-Così fantasticavo; ma ad un tratto mi pareva sentirmi abbandonato, e
-dicevo a me stesso:
-
-— Ora è corso a casa per non ingelosire la mamma: tornerà fra poco...
-
-L'aspettavo davvero, piantandomi in mezzo al viale e porgendo la faccia
-alle sue carezze.
-
-Non occorre d'essere molto poeti per avere delle idee simili; è lecito
-essere anche avvocati senza clientela, come vedete. Quello che non
-vi parrà vero è che possiate invecchiare, e che tutta l'esperienza
-degli anni e il senno maturo non vi sappiano far dono migliore che
-restituirvi le care stravaganze di un tempo. Oggi ho settant'anni
-sonati (non sono molti, no, non sono molti) e ricomincio a sognare
-press'a poco come allora (però senza aspettare più nessuno; sono
-arrivati tutti da un pezzo!), e dico che vi sono sentimenti veri in
-un quarto d'ora della vita soltanto, e che bisogna trovarne uno, dopo
-averli dimenticati tutti, per riconoscere come quello che diciamo
-stravagante, il più delle volte sia solo naturale e semplice.
-
-Oggi ho settant'anni sonati e non mi paiono molti; quel giorno che
-camminavo in quel viale a passo concitato, con la testa alta, chiedendo
-le carezze al venticello e interrogando la natura, quel giorno ne avevo
-appena venticinque, e mi parevano troppi.
-
-Abbracciavo tutta la mia vita passata con uno sguardo di misericordia
-e mi facevo rimprovero di aver perduto la gioventù, perchè in essa non
-ritrovavo un pensiero, un sentimento degni del mio stato presente.
-
-— Sono stato cieco fino a mezz'ora fa — dicevo — ho attraversato la
-giovinezza brancicando fra le ombre; mio figlio ha avuto pietà di me,
-e mi ha tolto la benda; io non ho mosso un dito per cavarmela dagli
-occhi. Ho fatto il cinico per vezzo, lo scioperato per abitudine, gli
-esami di laurea per necessità, il marito per imitazione; e il pensiero
-che oggi occupa tutto me stesso non l'ho avuto mai, ed io nulla ho
-fatto per rendermi degno della mia nuova missione. Se è vero che
-d'ogni azione, buona o cattiva, commessa da scapoli, c'è il pericolo di
-specchiarsi nei propri figli, quante cosaccie rischio di vedere nel mio
-povero nascituro! Ah! egli meritava un padre migliore!
-
-E mentre mi facevo questi rimproveri ed esalavo i miei lamenti, mi
-meravigliavo di non sentire il minimo strazio di rimorso, nè alcuna
-desolazione di sconforto; al contrario, ero contento, ero soddisfatto
-di me medesimo; padre generoso e felice, assolvevo tutte le mie colpe
-di giovinotto.
-
-E se vi fu giorno che avessi un altissimo concetto del mio valore,
-non è quello temuto, in cui vinsi la prova dell'esame di diritto
-canonico all'Università di Pavia, nè l'altro memorando in cui mi furono
-infilati l'enorme anello dottorale e la toga sterminata, nè l'altro
-in cui, dinanzi al sindaco, mi pigliai la mia Evangelina per sempre;
-l'altissimo concetto del mio valore l'ebbi quel giorno solo in cui
-sentii d'essere padre.
-
-Mi pareva che, solo guardandomi alla sfuggita, si dovesse vedere la
-mia grandezza. E quando in quei viali solitari, ritrovo di amanti e di
-sfaccendati, dove sembra che non si debba fare altro che passi lenti,
-qualcuno si voltava a guardare questo genitore superbo, che camminava
-frettoloso e con la testa alta, allora io mi sentiva lusingato come di
-una lode concessa al mio segreto trionfo.
-
-All'ombra delle acacie, sopra una panca di granito, vedevo un
-vecchierello canuto, che guardava la sabbia lucente del viale con
-occhi spenti, e mi ricordavo d'averlo visto tante volte nella medesima
-panca, nella stessa positura, con quello sguardo tale e quale, e
-pensavo: — Se costui, quando correva dietro ai pazzi tripudii, si fosse
-arrestato un istante nella sua via a considerare i granelli luminosi
-che gli parevano gemme preziose ed erano sabbia, certo avrebbe piegato
-a diritta od a mancina, si sarebbe messo per i sentieri erbosi e
-tranquilli che menano al matrimonio e alla paternità. Ed avrebbe ora
-una casa, e avrebbe un figlio forte e generoso, una giovine quercia,
-che lo proteggerebbe nei giorni di vento, lui, povera canna fragile e
-cadente.
-
-Il vecchio alzava il capo vedendomi passare; pensava, certo, che i suoi
-figli avrebbero avuto la mia età, e che ora sarebbero alla vigilia di
-farlo nonno... Poveretto! non gli dite che per lui il mondo è stato un
-gran tavoliere; che ha voluto le commozioni del giocatore, che si è
-giocato la vita e l'ha perduta; non glielo dite... Io, crudele nella
-mia felicità, ero tentato di tornare indietro per dirglielo. E se
-resistevo alla tentazione, non era perchè quel vecchio poteva ridermi
-in faccia e dirmi: «Io ho moglie e figliuoli; ho fatto colazione poco
-fa e mi piace venirmene a digerire in questo bel viale»; ma perchè
-poteva rompere in un singhiozzo, che avrebbe amareggiato tutta la mia
-gioia, ed esclamare: «I miei figliuoli sono morti; il povero padre è
-rimasto solo a piangerli; quando guardo la sabbia del viale, penso ad
-_essi_ che dormono là sotto...».
-
-E poi mi piaceva porgere orecchio a tutte le voci del mio cuore
-contento.
-
-Ecco un abete bruno e melanconico; sono tanti anni che lo vedo, sempre
-immobile ed immutabile, con quella faccia scura d'ogni stagione e di
-ogni giorno. Ma oggi è lieto e stende le sue cento braccia nere per
-mostrarmi il verde pallido delle sue ultime foglie, i piccoli germi dei
-suoi frutti, dei suoi figli.
-
-Ecco un ippocastano gigantesco, che ad ogni folata del venticello
-blando accarezza con le larghe foglie la sua prole ispida e pungente;
-ed ecco un olmo, le cui foglioline sono agitate da un tremito continuo,
-come nell'aspettazione e nella trepidanza: gli è nato un piccolo
-rampollo ai piedi, sa che fra poco il giardiniere passerà col falcetto,
-e trema pel suo neonato.
-
-Preceduto dalle immagini del mio pensiero, che si muovono nell'azzurro
-del cielo, io cammino spedito e passo oltre. Ma qualcuno tirandomi
-per le falde dell'abito mi trattiene: è l'acacia spinosa della siepe;
-e mentre io m'arresto a districarmi e sorrido di quello scherzo
-innocente d'una bella annoiata, essa col fruscìo delle frondi mi dice
-qualche cosa che non capisco. Poi spingo l'occhio nel fitto dei suoi
-rami e vedo il nido incominciato d'un fringuello. Ed ecco il futuro
-padre della prole alata; esso si posa sulla sabbia del viale con una
-pagliuzza in bocca, ad aspettare che io me ne vada pei fatti miei;
-l'acacia mi abbandona; io le raccomando col pensiero di celare il suo
-tesoro agli occhi delle civette e dei monelli; e tiro innanzi.
-
-Più oltre trovo il laghetto, le anitrelle che si inseguono e i
-pesciolini d'oro, e in ultimo mi abbandono sopra un sedile di sasso
-a contemplare una processione di formiche, che si avviano cariche di
-fardelli enormi al formicaio lontano.
-
-E da quelle sabbie popolose, dalle frondi dell'acacia, dell'olmo,
-dell'ippocastano, dalle acque tranquille del piccolo lago, per tutto,
-dalla terra e dal cielo si alza una voce trepida che ripete: — Mio
-figlio!
-
-Io guardo all'azzurro profondo, in cui si apre l'occhio del sole, alla
-prateria tranquilla e verde, alle acque rugose; sento l'aria balsamica
-agitata appena dai voli e dai canti, e indovino il fine segreto, il
-fine unico e grande di tutte le cose create; mi par di penetrare il
-fascino occulto della bellezza, l'irresistibile ed ignota potenza
-dell'amore, ed esclamo commosso: — Oh! i dolci inganni della natura!
-
-Tutto ciò che ride ai baci del sole, tutto ciò che lavora nel silenzio,
-tutto ciò che abbella e si fa bello, tutto tende allo stesso fine.
-
-Quale?
-
-Per l'occhio distratto che ammira, pel senso che si diletta, per lo
-spirito leggiero che si compiace, per l'anima che obbedisce credendo
-di costringere l'universo ai suoi voleri, è l'amore. Per la mente
-indagatrice, per l'occhio scrutatore, per lo spirito non mai contento,
-è la figliolanza.
-
-Vaghi fiori del prato e delle aiuole, uno solo è il segreto della
-vostra bellezza ed io l'ho nel cuore; domani sarete appassiti e
-spregevoli per gli altri, non per me che spingo l'occhio fra le chiuse
-cortine dei vostri letti nuziali.
-
-Mi guardo intorno con l'anima piena della mia idea e dico:
-
-— Quell'albero ama, quel passero ama, amano quei fiori e quegli insetti
-e quella nuvola che porta in grembo tante consolazioni di rugiada; ama
-il sole che ci guarda, ed amano le stelle che ammiccano agli amanti
-nelle notti serene, e tutto ciò che ama è vittima d'un caro inganno dei
-sensi.
-
-Alla svolta d'un viale, in una panca di sasso che si nasconde fra le
-spire della glicinia, ecco appunto due vittime.
-
-Essa non è bella, ma ha una faccetta capricciosa, un naso aquilino,
-due occhioni azzurri, e porta con grazia un monte di capelli biondi;
-a _lui_ non guardo; ma dev'essere bello, perchè quella donnina ha buon
-gusto.
-
-Sono così occupati a interrogarsi negli occhi, che non mi vedono
-neppure, ed ho tempo di piegare a mancina.
-
-Me ne vado per non disturbare quelle due creature semplici, che vanno
-cercando insieme una felicità ignota. Io le so tutte le bugie che va
-loro dicendo il cuore.
-
-Perchè quella donnina bionda ha messo un fiore del prato fra tanti
-capelli non suoi? — Perchè l'ippocastano si è vestito di foglie, perchè
-il bruco deforme ha sfoderato le ali di farfalla.
-
-La parola che trema in ogni labbro di giovinetta è l'_amore_; ma le
-mille voci della natura ripetono come nenia carezzevole un accento più
-profondo e più vero: — Mio figlio! Mio figlio!
-
-_Mio figlio!_ Tutta la vita è in queste parole; svelate alla famiglia
-il santo inganno dell'amore che la prepara, svelate alla società i
-cento inganni o generosi o stolti delle passioni, dei bisogni che la
-tengono insieme; che rimane? — _Mio figlio!_
-
-
-VI.
-
-Avevo fantasticato abbastanza; il pensiero ritornava alla mia casetta,
-dove mi aspettava un cuore di donna pieno di quell'inganno tanto
-dolce al mio cuore, e le gambe mi portavano frettoloso dove correva il
-pensiero.
-
-Rividi passando la processione delle formiche, che si disegnava come
-un filo nero sulla sabbia lucente; rividi l'acacia discreta, il pioppo
-tremante, l'ippocastano enorme, e poichè era destino che io, così
-felice, dovessi quel giorno dare un'afflizione al mio prossimo, rividi
-anche il vicino del secondo piano, il quale se ne tornava a casa col
-suo passo invariabile. Che importa? egli probabilmente mi mandò al
-diavolo, ma io non v'andai, gli venni innanzi, infilai l'uscio di casa
-prima di lui, e feci i gradini a quattro a quattro non mi arrestando
-che sull'ultimo pianerottolo, dove per verità stentai a ripigliare
-fiato.
-
-Mentre allungavo la mano per afferrare il pomo del campanello un
-tremendo pensiero venne a mozzarmi le aluccie d'oro che mi sentivo
-alle spalle: — Se non fosse vero niente, se io avessi fatto un sogno
-baldanzoso... — Di repente la porta mi si schiuse in faccia; mi apriva
-Evangelina medesima, Evangelina che si era levata da letto e mi aveva
-visto venire dal finestrino, Evangelina in cui io fissava gli occhi
-sospettosi ed inquieti.
-
-— Sai? — mi disse sfuggendo al mio sguardo con un certo impaccio — sai?
-non era vero niente.
-
-Ma il sorriso che avevo posto sul labbro domandava misericordia, e la
-poveretta n'ebbe e mi buttò le braccia al collo. Mi disse subito che
-mi voleva castigare, perchè ero stato tanto tempo fuori di casa; ma mi
-perdonava e perciò tutto andava benissimo.
-
-— Che hai fatto in quest'ora? — le chiesi.
-
-Tante cose aveva fatto in quell'ora e un quarto (perchè era passata
-un'ora e un quarto, anzi un'ora e venti minuti, e dovetti convenirne
-io stesso per non dar del bugiardo al nostro unico orologio a pendolo),
-aveva fatto tante cose. Prima di tutto si era levata dal letto, poi si
-era vestita, aveva dato sesto alle stanze, ed aveva avuto voglia di una
-limonata.
-
-— E l'hai bevuta?
-
-Non l'aveva bevuta, perchè le era mancato lo zucchero e non aveva il
-limone.
-
-— Bisognava mandarne a prendere... — esclamai — bisognava...
-
-Evangelina m'interruppe:
-
-— Bisognava mettere giudizio e farsi venire un'altra voglia.
-
-— E che voglia ti sei fatta venire?
-
-— Di darti un bacio — mi rispose — ed ora me la cavo, questa è una
-voglia lecita, perchè non costa nulla. Non siamo ricchi!
-
-— Lo so! — esclamai — la colpa è mia!
-
-— Di tutti e due — corresse Evangelina ridendo.
-
-— Di nessuno — soggiunsi ridendo anch'io. — La colpa è del mio primo
-cliente, che non sa risolversi a litigare; venuto il primo, gli altri
-seguiranno; vedrai.
-
-— Vedremo — disse Evangelina, parlando per sè e pel nascituro.
-
-— Pure — insistei — una limonata non è una fiumana e non può travolgere
-neppur una casa spiantata come questa... E pensa se la nostra
-creaturina avesse a venire al mondo con la faccia color di limone!
-
-— Corbellerie! — mi disse Evangelina con molto sussiego — i medici
-assicurano che le così dette voglie non dipendono tanto dalla voglia
-sentita, quanto dall'ansia di certe madri sciocche, che si mettono in
-capo questo sproposito. La _gestazione_...
-
-Io la guardava a bocca aperta.
-
-— Quali medici? — interruppi.
-
-Volle dirmi una bugia; non le riuscì e mi confessò tutto. Fra le
-tante cose fatte nell'ora e un quarto della mia assenza, era questa:
-arrampicarsi sullo scaleo con un coraggio da matrona, prendere
-nell'ultimo palchetto della mia libreria un grosso volume in _folio_,
-che trattava d'ostetricia. Facendo salti enormi e pericolosi, poteva
-dirlo d'averlo letto tutto.
-
-Ringraziai la Provvidenza che in quei salti le aveva risparmiato la
-caduta in un certo capitolo, dove si parla di certi ferri e del modo di
-servirsene, con un linguaggio che a suo tempo mi aveva messo i brividi.
-
-Evangelina, avendo confessato il proprio peccato, mi svelò anche la sua
-intenzione di rileggere con comodo quel libraccio, senza perderne una
-sillaba; ma io la pregai tanto di rinunziare a quell'idea, che ella si
-arrese e mi pose fra le braccia il grosso volume. Più tardi lo chiusi a
-chiave nella scrivania, come un cattivo soggetto.
-
-Qualche giorno dopo quel memorando mattino di maggio, venne mio
-suocero dalla campagna; gli avevamo dato la strepitosa notizia, ed egli
-accorreva, lasciando i bacherozzoli, per portarci i consigli della sua
-esperienza.
-
-A sentir lui, il nascituro _doveva essere_ un maschio, un ingegnere
-alto e robusto, bruno, con la barba nera, pieno di ingegno; non
-pretendeva che gli somigliasse nel naso e negli occhi, perchè
-riconosceva modestamente che in fatto di nasi e di occhi si poteva far
-meglio; ma infine, se mai... non sarebbe scontento, tutt'altro.
-
-Quando la mia Evangelina sentì parlare della barba nera del suo
-nascituro, cominciò a ridere e non smise per un pezzo.
-
-La sera però mi chiese:
-
-— E' proprio necessario che sia un maschio?
-
-— Necessario, no...
-
-E non aggiunsi altro per timore d'offendere la mia figliuola, se mai
-fosse tale.
-
-Rispetto alle sembianze, non andavo d'accordo con mio suocero; il mio
-piccino io lo voleva biondo, ricciuto e bianco, almeno fino a tanto che
-non fosse in età di portare i baffi o il cappellino; e mia moglie era
-della mia opinione.
-
-Quanto all'ingegno poi, se davo fede alla statistica, avevo da starmene
-contento; perchè, a conti fatti, mio figlio doveva nascere in gennaio
-e questo pare il mese in cui vengono al mondo i più grandi intelletti
-dell'umanità. Veramente la cosa mi era parsa stramba, quando l'avevo
-appresa la prima volta, ma allora mio figlio non era concepito e io
-poteva beffarmi della statistica.
-
-Non me ne beffavo più ora.
-
-Molte altre cose avevo letto, che mi tornavano in mente, ed altre ne
-andavo leggendo ogni giorno sulle influenze dirette ed indirette che
-uomini e cose hanno sui nascituri.
-
-L'esame delle influenze dirette mi lasciava contento; mio padre e
-mio nonno non andavano soggetti a certe malattie che si chiamano
-ereditarie; io neppure; altrettanto poteva dire Evangelina, cosicchè
-nostro figlio si doveva rallegrare che non gli toccherebbe un'eredità
-di malanni, invece dei quattrini che ci mancavano.
-
-Quanto alle influenze indirette, non seppi resistere alla tentazione
-di portarmene una favorevole in casa. Quando si è letto in un libro
-serio che se le donne greche d'oggi hanno i grand'occhi e le belle
-forme, lo devono a Fidia ed a Prassitele, e che il tipo greco si è
-conservato in virtù dell'arte ellenica, quando si è letto questo e
-altro, a un povero padre in erba non rimane scampo; bisogna che egli si
-faccia amiche le belle arti. Così feci io, al più buon patto possibile.
-Comprai due copie di capolavori, due puttini di gesso, nudi, grassocci,
-tondi come amorini; erano veramente la stessa personcina in due diversi
-momenti della giornata; in uno rideva, perchè aveva preso un uccellino;
-piangeva all'altro perchè le era scappato. Feci ridere il mio bimbo
-di gesso in stanza da letto, lo lasciai piangere in salotto; così, in
-qualunque ora della giornata, o si svegliasse dal sonnellino meridiano,
-o lavorasse di cucito a preparare le fasce, o ricevesse le amiche, o
-leggesse nel vano della finestra, la mia Evangelina doveva sempre avere
-dinanzi agli occhi il suo modello classico.
-
-Passavano i giorni, le settimane e i mesi.
-
-La grossa minaccia che io aveva creduto di fare per celia alla mia
-Evangelina si veniva compiendo e pareva oramai certo che sarebbe
-superata dal fatto. Mia moglie, consolata alla meglio dalla sarta, si
-rassegnava.
-
-Cominciavo a sperare anch'io che mio figlio fosse un maschio, posto che
-doveva essere un colosso.
-
-Naturalmente non ne dicevo nulla alla mia Evangelina, guardavo con
-sospetto i camicini che ella preparava con compiacenza, mi parevano
-soverchiamente piccoli, e lo tenevo per me.
-
-Un giorno, per altro, preso nascostamente uno di codesti indumenti
-minuscoli, provai a misurarlo al puttino di gesso, a quello che rideva.
-La cosa non fu facile, ma mi riuscì. La mia statuetta faceva una
-bizzarra figura così conciata, e non volli privare mia moglie di uno
-spettacolo curioso. Essa venne e rise, ed io allora notai, senza aver
-l'aria di insistere, che il camicino mi pareva un po' stretto.
-
-— Per la statua — disse Evangelina, — per lui sarà fin troppo largo;
-l'ho tenuto più grande del modello.
-
-— Sarà grosso — osservai scherzando.
-
-— Sarà come deve essere — mi rispose rassegnata.
-
-
-VII.
-
-Nostro figlio era già vivo prima che nascesse; ci consolava, ci
-migliorava, educando la nostra mente ed il nostro cuore.
-
-Fu da lui che mia moglie apprese come, per quanto possa parere il
-contrario, sia fredda ed uggiosa la casa in cui non ardono i fornelli,
-dove non si consuma il sagrifizio del pane e del vino a colazione, a
-desinare, e magari anche a cena. E fu da lui che io imparai a rifornire
-il mio bagaglio scientifico, senza disperare della clientela che non
-veniva.
-
-Egli era savio, dotto, arguto, indulgente e severo; trovava tutte
-le vie per giungere al nostro cuore; prestava un pensiero occulto
-a ogni cosa e affinava la nostra mente, tanto da poterlo leggere ed
-approfondire; egli ci rendeva attenti alla vita che si moveva intorno
-a noi; ci dava la pietà, la pazienza e la rassegnazione; quando era
-l'ora ne infondeva il coraggio, la forza e l'audacia. E rese me umile
-e superbo, come deve essere l'uomo che pensa e sente; parlandoci di sè
-stesso, obbligandoci a fingercelo dinanzi alla mente in mille modi,
-nelle diverse età, ad indovinare fin d'allora i suoi futuri bisogni,
-ci schiuse mille scrigni riposti dove stanno le piccole verità date
-all'uomo nella vita: e ci fece ricercatori desiderosi della verità
-grande che si cela.
-
-Sì, nostro figlio era vivo assai prima che nascesse; nè mai amico
-o parente era penetrato così addentro nell'anima nostra come quel
-nascituro.
-
-Lo aspettavamo pazienti, con la trepidanza con cui si attenderebbe un
-vecchio amico morto, al quale fosse concesso di tornare al mondo.
-
-Il solo che non sapesse aspettare con tranquillità era mio suocero.
-
-Nei primi giorni di gennaio egli ci piombò improvvisamente in casa,
-dicendo: — _Deve_ venire oggi o domani, perchè io non ho tempo da
-perdere. — Parlava del nipotino, il quale, per obbedienza, la mattina
-successiva avvisò la mia povera Evangelina della sua venuta.
-
-Fu in casa uno scompiglio silenzioso. Evangelina cominciò col piangere,
-perchè aveva paura; poi si fece forza, e io la vidi, sbigottito, andare
-e venire per la casa come un'eroina.
-
-Avevo perduto più di mezza la testa, e mio suocero l'aveva perduta
-tutta quanta; camminava su e giù per la camera toccando le fasce, i
-camicini, le pezzuole senza far nulla e credendo in buona fede di darci
-un aiuto poderoso. Venne la levatrice, venne un'amica zelante, e venne
-il medico, che doveva rimanere con noi in salotto.
-
-Mi pare che, dopo tutto quel via vai, un silenzio profondo occupasse
-le nostre povere stanze; ero come smemorato; mio suocero mi veniva
-ogni tanto innanzi, mi guardava negli occhi senza dirmi nulla: io
-non istaccava lo sguardo pauroso di dosso al dottore, il quale,
-indifferente e tranquillo, leggeva un libro che aveva trovato sul
-tavolino.
-
-Ma quando dalla porta socchiusa ci giunse un gemito straziante, io
-mi feci così pallido e mio suocero si fece così rosso, che il medico
-si rizzò, toccò il polso ad entrambi senza averne l'aria e ci pregò
-d'andare a spasso un quarticino d'ora.
-
-— Che fanno qua tanto tanto?
-
-A noi pareva di far molto; in verità non facevamo nulla; e il medico
-espresse più chiaro il suo pensiero dicendoci: che «se mai occorresse
-l'opera sua, saremmo di impiccio».
-
-— Ma non occorrerà?... — chiesi io.
-
-— Non occorrerà di sicuro; però, diano retta, se ne vadano.
-
-Ce ne andammo come due scolari cacciati dal signor maestro.
-
-Giunti sulla via ci arrestammo istintivamente entrambi, mio suocero
-ed io, ad ascoltare se mai si udisse ancora uno di quei gemiti che ci
-avevano toccato il cuore. Se l'avessimo udito, saremmo tornati indietro
-di sicuro. Non si udiva nulla; ci avviammo.
-
-Mio suocero infilò il suo braccio destro nel mio, e sentendo che il
-cuore mi batteva forte, cominciò a consolarmi a modo suo.
-
-— Sarà un maschio — mi disse.
-
-Io non risposi nulla; ed accelerai il passo verso i bastioni.
-
-La campagna era desolata, gl'ippocastani nudi e coperti di neve, la
-sabbia dei viali indurita dal gelo. Non vedevo più i bei frutti, nè le
-formiche operose; faceva un freddo rigido che teneva nascoste tutte le
-creature; solo qualche passero affamato saltellava qua e là.
-
-A una svolta nota rividi l'acacia che mi aveva trattenuto, e spinsi
-l'occhio fra i suoi rami spogli, cercando il nido — era scomparso;
-certamente, dopo d'avere scaldato l'amore d'una famigliuola alata,
-aveva fatto la gioia di un monello.
-
-Con che sguardo diverso vedevo tutte quelle cose! La mia Evangelina
-soffriva crudelmente, ed io avrei quasi rinunziato a una felicità che
-doveva costarle tanti dolori. Mio suocero, dopo di avermi incoraggiato
-dieci volte dicendomi: — Sarà un maschio! — ebbe un momento di
-sconforto, e mi disse come parlando a sè stesso: — Se non fosse un
-maschio!
-
-Io sorrisi, pensando che, fortunatamente, se non era un maschio, doveva
-essere una femmina.
-
-A un tratto il nonno impaziente voltò le spalle e mi disse con
-sicurezza:
-
-— Andiamo, a quest'ora è nato.
-
-Ed io sentii un brivido dolce per tutto il corpo.
-
-Camminavano a passi celeri, come se davvero fossimo aspettati.
-
-Entrando nel portone di casa mia ci guardammo in volto; nessuno era là
-a dirci con lo sguardo la nostra sorte. La portinaia attendeva alle sue
-faccende in un'altra stanza, e s'affacciò appena appena a guardarci.
-
-Mi pareva che doveva essere informata di tutto; invece, disgraziata!
-non sapeva nulla.
-
-E vidi uscire dal buco profondo, in cui si erano celati, i cento
-avversari crudeli ed impotenti d'ogni umana felicità, terrori,
-sospetti, minaccie di disgrazie orribili...
-
-Mi diedi a correre, salii le scale a precipizio... Ad un tratto mi
-arrestai, mi volsi ansante, mi buttai nelle braccia di mio suocero.
-
-Avevo udito il grido, che è una nota di paradiso; la vocetta, che è una
-musica; il pianto, che è una carezza!
-
-
-
-
-LE TRE NUTRICI
-
-
-I.
-
-In quell'occasione solenne mio suocero perdette assolutamente la
-misura; appena ebbe udito il grido del neonato, mi afferrò per un
-braccio, mi guardò con due occhi spiritati, poi si avviò di corsa
-tirandosi me dietro, come se fossi un padre ribelle, e non volessi
-saperne di riconoscere la mia prole.
-
-Venni così, impreparato alla gioia, fin sul limitare del nostro nuovo
-amore; colà mio suocero mi voleva indurre a starlo ad aspettare un
-momentino di fuori, mentre egli, forte della sua esperienza di nonno,
-andrebbe ad accertare il sesso; ma si era fatto un po' di rumore, ci
-avevano uditi di dentro, l'uscio si aprì, e il medico, affacciandosi
-nel vano, ci disse sottovoce:
-
-— Silenzio... è un maschio!
-
-Volli passare la soglia, ma mio suocero, sempre sregolato nella
-manifestazione dei suoi sentimenti, mi si avvinghiò al collo con un
-pretesto d'amplesso e per poco non mi tolse il fiato; poi mi lasciò
-stare e mi ripetè sottovoce:
-
-— Silenzio... è un bel maschio!
-
-Entrammo.
-
-La mia pallida Evangelina, appena mi vide, mi sorrise dal suo letto,
-e allungò una mano verso di me; corsi a lei, la baciai sulla fronte,
-le mormorai sottovoce certe parole strane che intendevamo noi soli;
-ma nel fare tutto ciò mandavo in giro per la camera uno sguardo
-indagatore, e tenevo d'occhio mio suocero, un po' per gelosia che egli
-si impadronisse della mia creaturina prima di me, più per timore che,
-nel suo entusiasmo di nonno, ne facesse scempio con un bacio enorme o
-con una carezza smisurata. Io sì, mi sentiva la vocazione, e mi sentiva
-l'arte di portare in braccio mio figlio!
-
-Ma dov'era mio figlio?
-
-Il nonno impaziente si era accostato in punta di piedi alla culla nuova
-e tirava su con mille precauzioni un lembo della cortina di mussola.
-Evangelina lo stava a guardare, sorridendo con malizia: aveva lo
-stesso sorriso di complicità il medico, lo aveva più ancora la signora
-Geltrude.
-
-— Dov'è? — chiesi sottovoce.
-
-Evangelina volse verso di me gli occhi pieni d'amore, e sollevando un
-tantino le lenzuola, mi mostrò al suo fianco un corpicino minuscolo
-stretto in una fascia candida, con una faccetta rossa nascosta fra i
-merletti di una cuffia troppo larga.
-
-Lo riconoscevo: era lui, mio figlio!
-
-Appena sentì penetrare sotto le lenzuola l'aria più fredda della
-camera, egli aprì gli occhi. Lo chiamai per nome «Augusto!» e mi guardò
-senza stupore: fatto audace, allungai la mano e sentii sotto un mio
-dito una guancia morbida e vellutata. Mio figlio fu bonino; prese la
-carezza senza cacciare uno strillo, ed io ne argomentai subito che
-dovesse avere un'indole paziente e rassegnata.
-
-Non mi saziavo di guardarlo: era tanto bello! Quando finalmente
-sollevai il capo, facendo ricadere a malincuore il lenzuolo sotto
-cui mio figlio spariva come se non esistesse, vidi in faccia a me,
-all'altra sponda del letto, mio nonno, tutt'occhi e bocca per guardare
-e per ridere alla muta.
-
-— Lo hai contemplato abbastanza? — mi disse. — Ora dàllo qua, che me lo
-goda anch'io.
-
-E siccome non gli davo retta e facevo il giro del letto per andargli a
-dire che il nostro Augusto si trovava bene al caldo e che era meglio
-lasciarvelo, egli allungò le braccia, e con un garbo da far piangere
-i sassi, ghermì la mia creaturina e se la prese in braccio. Quando
-gli fui accanto, egli aveva già la sua preda ed andava su e giù per la
-camera, niente affatto disposto a cederla. Prima lo guardai con un po'
-di terrore, poi gli andai dietro come un mendicante; da ultimo, vedendo
-che mio figlio lasciava fare senza piangere, mi arrestai presso ad
-Evangelina, presi una sua mano nelle mie e sorrisi io pure con lei, col
-medico e con la signora Geltrude.
-
-La cosa andò bene finchè mio suocero si accontentò di guardare il
-nipotino, di chiamarlo «gioia, amore» e simili, di sorridergli, di
-dondolarlo lievemente nelle braccia, di lisciargli le guancie con la
-punta delle dita; ma quando, vinto dal fascino di quegli occhietti che
-lo guardavano sbigottiti, sedotto da un sorriso che egli pretendeva di
-vedere sui labbruzzi rosei, volle dargli un bacio, allora mio figlio
-gli fece intendere con uno strillo che smettesse, perchè non gli
-piacevano i baci della gente baffuta. Accorsi subito a proteggerlo,
-temendo che mio suocero tornasse da capo, ma il povero uomo era
-contrito e non sapeva che fare per indurre il piccolo disgustato a
-tacere.
-
-— Dàllo a me — gli dissi solennemente.
-
-E non glielo dissi, ma gli feci intendere che col babbo sarebbe subito
-stato zitto.
-
-— Dàllo a me — insistei.
-
-Mi guardò in aria di canzonatura e me lo diede.
-
-Fu il caso o una specie di miracolo? Io non vorrei vantarmi, ma mio
-figlio tacque di repente, apri gli occhietti e me li fissò in faccia
-estatico.
-
-Sentivo bene che il povero nonno doveva esser mortificato, ma non
-vedevo nulla in quel momento, fuorchè gli occhietti della mia creatura.
-
-Una risata mi tolse alla contemplazione; non mi mossi neppure; era
-il nonno che si vendicava. Rise anche il medico, e rise Evangelina, e
-perfino la signora Geltrude; allora alzai gli occhi.
-
-— Guardati nello specchio — suggerì mio suocero.
-
-Avevo accanto la specchiera di mia moglie, e mi bastò volgere il capo
-per sentire anch'io la tentazione di corbellarmi. Non avrei mai creduto
-che vi potesse essere più d'una maniera di portare in braccio la
-propria prole primogenita, nè sopratutto che ve ne fosse una tanto più
-burlesca d'ogni altra. Questa appunto avevo scelta. Non ve la starò a
-descrivere, perchè è indescrivibile come tutte le cose sublimi.
-
-Non importa: mio figlio mi guardava e mi sorrideva — giuro che mi
-sorrideva — ed io era il babbo più felice di tutto quanto lo stato
-civile. Per non commettere anch'io lo sproposito di far piangere il mio
-sangue con un bacio, e per non rinunciare ai miei diritti, ero tentato
-di mozzarmi i baffi in presenza di tutti o di farmeli mozzare da mio
-suocero; trovai di meglio, qualche cosa che, se non era un bacio vero
-e proprio, gli somigliava molto. Con infinite precauzioni mi riuscì
-d'accostare alla faccetta di Augusto tutte le parti presso a poco
-liscie del mio viso.
-
-Ossia che il tepore gli ricordasse le sensazioni più dolci della sua
-vita passata, ossia che il mio naso gli rivelasse le prime dolcezze che
-lo aspettavano nella vita estrauterina, ad ogni modo _sta in fatto_,
-come diciamo noi avvocati, che mio figlio trovò quell'amplesso paterno
-di suo genio. E sfido la parte avversaria a provare il contrario.
-
-La parte avversaria quel giorno era mio suocero, il quale, perchè
-Augusto non solo si godeva il tepore, ma mi aveva afferrato il naso
-coi labbruzzi e dondolava la testina, ansimando forte, pretendeva
-che quelle dimostrazioni erano dirette a tutt'altri che al padre
-vanaglorioso.
-
-Io lasciava dire.
-
-— Ti piglia per la sua balia — insistè mio suocero — ed è da compatire
-perchè non ha la pratica. La mia Evangelina appena nata faceva così.
-
-Guardai la mia pallida compagna, che sorrideva nel suo letto, poi il
-naso di mio suocero, e crollai risolutamente il capo dicendo:
-
-— Non può essere.
-
-Li feci ridere tutti. Perfino la signora Geltrude, la quale andava e
-veniva in punta di piedi facendo tante cosuccie, prima si arrestò per
-ridere, poi venne a prendermi di mano la mia creatura con tutto il
-sussiego di collaboratrice.
-
-— Signora no — le dissi, sfoderando per la prima volta i diritti
-paterni — mi piace tenermelo ancora un poco, e me lo tengo. Loro ridano
-se hanno voglia.
-
-Allora quell'eccellente donna andò a prendere in un canto un bicchiere
-d'acqua tiepida bene inzuccherata, mi accennò di mettermi a sedere
-dinanzi a un deschetto, vi pose il bicchiere e nel bicchiere immerse
-una specie di fantoccino di tela che mi cacciò in mano addirittura,
-dicendo:
-
-— Glielo dia da succhiare.
-
-La stavo a guardare sbalordito della sua disinvoltura; quand'ebbi
-compreso di che si trattava, mi posi a sedere, accomodai malamente
-mio figlio sul braccio mancino, e con la mano libera cominciai il mio
-uffizio di nutrice.
-
-Il pasto di Augusto fu lungo; ogni volta che dovevo immergere il
-poppatoio nell'acqua inzuccherata, mandavo in giro un'occhiata
-ammirativa, come per dire: «Che appetito!». E ad uno ad uno, ripetevano
-tutti: «Che appetito!... e che balia!».
-
-Mio suocero si venne a mettere dietro la mia sedia, appoggiò
-tranquillamente i gomiti alla spalliera, e stette un pezzo senza
-parlare; si accontentava di fare a mio figlio dei cenni, delle smorfie
-e certi suoi sorrisi sgangherati; finalmente, quando Augusto mostrò
-d'averne abbastanza, gli disse:
-
-— Lo sai, furfantello, che tu succhi da maestro? Chi ti ha insegnato a
-succhiare così? Non è stata la mamma di sicuro... dunque chi è stato?
-Non ci vorrai far credere che senza un corso regolare di studi, un
-uomo mortale, fosse anche un talentone come te, possa venire al mondo
-per isbalordire suo nonno con la propria dottrina. Dunque chi ti ha
-insegnato a succhiare così? Ho capito, ho capito... non mi stare a dir
-altro; è un segreto.
-
-Mio figlio approfittò della licenza, chiuse gli occhietti, piegò la
-testina per sentire il caldo del mio petto, e si addormentò. Allora, da
-uomo sicuro del fatto mio, annunziai al nonno incredulo che Augusto era
-tornato con gli angeli, e lo andai a riporre con infinite precauzioni
-accanto alla mamma sorridente.
-
-
-II.
-
-L'uffizio di prima balia di mio figlio durò tre giorni interi, ed io lo
-tenni scrupolosamente per me fino all'ultima ora, contrastandolo a mio
-suocero, che ne voleva la sua parte.
-
-Il terzo giorno, all'ora della prima colazione, quando con l'orologio
-in mano mi feci al capezzale del letto per annunziare a mio figlio
-che si dava in tavola, che vidi mai?... Vidi commosso, ed allargai
-le braccia in cui si gettò mio suocero delirante, vidi il nostro
-angioletto attaccato al seno di sua madre, la quale guardava ora noi
-ora lui sorridendo. Si stette un pezzo in contemplazione dinanzi a
-quello spettacolo amoroso, senza timore di dar noia al poppante, che
-appena appena s'era degnato di alzare il capo per chiedere scusa della
-licenza alla prima balia.
-
-Estatico dinanzi a quel quadro, quasi non mi avvidi che mio suocero
-usciva dalle mie braccia come vi era entrato. Egli andò a prendere
-il deschetto e lo cacciò in un canto, pose il bicchiere dell'acqua
-inzuccherata sul canterano, ed in tutte le movenze svelte e gioconde mi
-faceva intendere: «Questi arnesi in avvenire non saranno buoni a nulla,
-ed io ne sono proprio contento».
-
-Pover'uomo! era geloso; da un pezzo io me ne era accorto. Non gli
-sembrava vero che mio figlio, il sangue della sua figliuola, dovesse
-appartenere più a me che a lui. Io mi sentiva pieno d'indulgenza,
-ma egli ne abusava. E quando, perchè me le faceva più grosse, lo
-scongiuravo scherzando d'aver riguardo al mio stato di puerperio, egli
-alzava le mani al soffitto con un atto buffo che non mi faceva ridere,
-perchè quasi quasi aveva l'aria di esprimere la convinzione che non ci
-entrassi per nulla e che mio figlio si fosse fatto da sè.
-
-Trovai ben io il mezzo di fargli smettere lo scherzo feroce; finsi di
-pigliar sul serio quanto diceva per isvilire la mia paternità, anzi
-andai oltre esagerando e conchiusi:
-
-— Noi diventiamo genitori a buon mercato; i figliuoli nostri ci
-appartengono appena per quel tanto che ne cedono a noi le loro madri;
-mio figlio, ne convengo, è più di Evangelina che mio, come Evangelina è
-più di sua madre buonanima che tua.
-
-Allora mio suocero volle _distinguere_, tale e quale come un avvocato,
-per provarmi che le figlie sono un'altra cosa.
-
-— Che cosa sono? — insistei.
-
-— Sono un altro paio di maniche — balbettò; ma non seppe dir altro.
-
-Intanto, era venuto per due giorni soli, ne erano passati tre, e non si
-moveva: lo aspettavano mille faccende, ed egli non sapeva staccarsi dal
-nipotino.
-
-Finalmente il medico dichiarò che tutto andava benissimo, che Augusto
-stava a meraviglia, che la puerpera era fuor di pericolo; suggerì una
-regola severa e non tornò più.
-
-La signora Geltrude venne alcuni giorni ancora, tanto per dar lezioni a
-Evangelina, la quale faceva prodigi d'intelligenza e di buona volontà,
-e si veniva formando sotto gli occhi nostri una mammina perfetta.
-
-Da ultimo se ne andò anche la buona signora. Solo mio suocero non se
-ne andava; aveva messo radici. Pensava spesso alle proprie faccende e
-diceva: «Chi sa come andranno le cose? Senza di me, qualche diavoleria
-capiterà di sicuro! Partirò domani; non mi state più a dire di fermarmi
-perchè sarà inutile!».
-
-Ma il domani noi tornavamo all'assalto, imperterriti entrambi: «Rimani
-oggi ancora, oggi solo». E il pover'uomo rimaneva quel giorno, e non se
-ne andava l'altro.
-
-La mattina del venerdì, che aveva proprio fermato di lasciarci, si
-svegliò di umore bisbetico. Era da compatire, gli capitavano tutte
-quella mattina.
-
-Pensate. La valigia si trovò, non si sa come, divenuta stretta; i pochi
-panni che da Monza a Milano avevano viaggiato comodamente, non dovevano
-avere la stessa fortuna da Milano a Monza. Quando mio suocero, perdendo
-la pazienza, provava in fretta e furia a stendere sotto quel che aveva
-steso sopra, poi, per la ventesima volta, chiudeva il coperchio della
-valigia e ci si metteva su in ginocchio, alzando le mani al cielo,
-avrebbe impietosito i sassi; ma la valigia era inesorabile. Mancavano
-sempre due buone dita a poterla chiudere.
-
-— È una stregheria — diceva allora fra i denti — una perfidia; tutta
-questa robaccia è pur venuta da Monza, o perchè ora non vuol tornare a
-casa?
-
-Evangelina, che intanto s'era levata da letto, venne sorridendo ad
-assistere alla scenetta; portava in braccio il piccino, e mi si mise al
-fianco senza far rumore.
-
-— Torniamo da capo — soggiungeva mio suocero con la calma della
-disperazione. — Proviamo a lasciar queste camicie della disgrazia per
-ultime; a riempire i vani faremo servire queste calze del demonio...
-Angiolo bello... gioia, amore, tesoruccio mio!
-
-E il povero nonno, che si era finalmente accorto della presenza
-d'Evangelina, balzò in piedi di botto dando un calcio alla valigia per
-portare una carezza ad Augusto.
-
-Si era trasformato in volto; aveva spianato le rughe della fronte e
-faceva gli occhi dolci. Dove l'aveva trovato quel sorriso bonario? Chi
-gliela aveva data quella serenità gioconda? Mio figlio.
-
-Quando ebbe prodigato le carezze ed i nomignoli ad Augusto senza
-farlo uscire dalla sua olimpica indifferenza, tornò ai preparativi del
-viaggio.
-
-— Vieni qua — diceva, mettendosi in modo da non perdere d'occhio
-il bimbo e parlando ora alla valigia, ora a suo nipote — vieni qua,
-birbona; mi hai fatto disperare abbastanza. Sentiamo che cosa ti dà
-noia? Sono queste ciabatte della malora?... Caro!... gli vuoi bene
-al nonno? Sì?... To' un bacio... E tu smettila, ne ho abbastanza,
-altrimenti ti pianto e me ne vado senza di te a Monza. È questo che tu
-vuoi, cenciosa maledetta?... Ah! ora vorresti chiuderti, mi pare; ti
-lascerai chiudere?
-
-Così dicendo cadeva in ginocchio per la ventunesima volta; si aspettava
-che la valigia facesse ancora la ribelle, ma invece si lasciò chiudere,
-ed egli, che non era preparato alla nuova arrendevolezza, mi parve per
-verità più dispettoso che consolato.
-
-— Il nonno se ne va! — disse poi rialzandosi e portando un sospiro ed
-altre carezze al bimbo; — lo sai che se ne va il nonno?
-
-I malumori di mio suocero non erano finiti; già era venerdì e bisognava
-aspettarselo, lo diceva lui.
-
-Basti dire che quando la valigia si fu lasciata chiudere, mio suocero
-si avvide con un orrore novissimo in lui (era il disordine in persona),
-che stava per mettersi in viaggio senza la cravatta. Si andò in giro
-per tutta la stanza a cercare l'indumento birbone, che si era cacciato
-chi sa dove, e naturalmente (quest'avverbio è di mio suocero) e
-naturalmente non si trovò nulla.
-
-In quanti luoghi impossibili può un uomo di giudizio cercare una
-cravatta che si nasconde! Io non me ne sarei fatta un'idea mai, se non
-avessi visto quel brav'uomo sollevare il coperchio della zuccheriera,
-con la speranza che un prestigiatore invisibile avesse voluto fargli la
-burletta.
-
-All'ultimo Evangelina ebbe un'idea piena di luce.
-
-— L'avrai cacciata per isbaglio nella valigia!
-
-Fu un lampo nel buio; sissignori, la cravatta era nella valigia, la
-quale, in penitenza di quest'ultimo tiro, ricevette dal suo padrone
-un ultimo calcio, di cui non aveva punto bisogno per campare i giorni
-assegnati in questo mondo fragile a una valigia.
-
-I malumori di mio suocero ancora non dovevano finire; non era per nulla
-venerdì, e bisognava aspettarselo; era sempre lui che lo diceva.
-
-La partenza del treno era segnata nell'orario alle undici e mezza,
-bastava uscir di casa alle undici per arrivare in tempo, senza
-scalmanarsi; se non che quando il nostro infallibile orologio a pendolo
-segnava i tre quarti, l'orologio da tasca di mio suocero voleva che
-fosse poco più della mezza, ed era infallibile anch'esso.
-
-A chi credere?
-
-— Il mio orologio è in regola — brontolò il povero viaggiatore — quella
-vostra baracca vuol mandarmi via dieci minuti prima.
-
-— Se avesse coscienza e giudizio — entrò a dire Evangelina, chiedendo
-scusa con un'occhiata al nostro unico orologio — se avesse coscienza e
-giudizio farebbe proprio il contrario. Ma segna l'ora di Roma, e il tuo
-segnerà quella di Monza.
-
-— E siccome io vado a Monza e non a Roma, ha ragione il mio.
-
-— Ne ha cento! — esclamai ridendo.
-
-— Ne ha mille — rispose mio suocero.
-
-Non ne aveva nemmeno una, e il viaggiatore ostinato giunse alla
-stazione in tempo per vedersi chiudere sul muso lo sportello dei
-biglietti.
-
-Con mia gran meraviglia, prese la cosa allegramente.
-
-— In fin dei conti — disse con una serenità insolita — ha forse ragione
-lui; è meglio ch'io non parta oggi, è venerdì...
-
-— Il meno che ti potesse capitare — interruppi ridendo — era che
-la locomotiva uscisse dalle rotaie e se ne andasse pei campi del
-territorio milanese minacciando le gambe dei gelsi punto frettolosi di
-tirarsi da banda per lasciarla passare.
-
-Mio suocero non aveva l'aria di viaggiatore corbellato, tutta propria
-di chi ha perduta la corsa e se ne torna soletto a casa con la valigia;
-pareva anche lui arrivato appena, camminava spedito, e fu il primo a
-passare sotto gli occhi dei gabellieri, i quali si accontentarono di
-prendere la valigia in mano e di pesarla per aver tempo di leggere
-sulla faccia del bravo uomo il candore della sua coscienza, dopo di che
-ci lasciarono passare.
-
-— Me ne è andata bene una! — esclamò il poveraccio.
-
-— Tutte ti andranno bene se rimarrai una settimana ancora con noi e se
-vorrai tenere a battesimo il nostro piccolo Augusto.
-
-In quel momento mio suocero non rispose, ma quando ebbe riveduto il
-nipotino e ne ebbe udito la vocetta di pianto, allora buttò in un canto
-la valigia e il pastrano, e togliendosi i guanti e soffiandosi le dita
-per riscaldarle:
-
-— Epaminonda mio — disse — una settimana no, non posso; ho mille
-faccende a Monza, non posso proprio; ma se vuoi che io battezzi tuo
-figlio, te lo battezzo domenica, parola di cristiano battezzato.
-
-— Bravo babbo! — esclamò la pallida mammina — bravo babbo! La zia
-Simplicia mi ha scritto poc'anzi, è guarita, è disposta a venire da
-Pavia per far la madrina.
-
-— Le manderemo un dispaccio perchè venga subito — aggiunsi.
-
-Mio suocero non diceva nulla; s'era scaldato le dita abbastanza per
-poter accarezzare il bimbo senza farlo strillare, e non badava ad
-altro.
-
-Quando credeva che la funzione solenne dovesse compiersi senza di
-lui, unicamente sotto gli auspicii della zia Simplicia, ne parlava
-perfino con eresia, facendo dell'acqua benedetta una complice della
-costipazione. Ora no; il battesimo, se doveva dire il suo pensiero, era
-una bella cosa.
-
-E volle che lo facessimo con solennità, invitando gli amici a mangiare
-i confetti; pagava lui.
-
-
-III.
-
-La zia Simplicia giunse la mattina della domenica; notai subito che era
-già entrata sul serio nella sua parte di madrina; non era una zia come
-un'altra, anzi non era più donna, era una corporazione religiosa, una
-missione, e nella sua piccola valigia, sembrava portare tutta quanta la
-fede cristiana.
-
-La zia Simplicia aveva desiderato una femmina, e mio suocero lo
-sapeva; per lui questo solo desiderio era una colpa, e si sentiva poco
-disposto a perdonare, ma quando udì la madrina chiamare il cielo in
-testimonio che il piccolo Augusto era il ritratto parlante del nonno,
-allora cominciai a vedere sulle labbra del povero uomo un sorriso di
-beatitudine che vi doveva rimanere tutto quel giorno.
-
-Non dirò le peripezie battesimali; ad Augusto non piacque il sale della
-sapienza, ma si lasciò immergere nell'acqua benedetta con uno stoicismo
-ammirando, e permise al nonno di rinunziare per lui al demonio, in
-latino.
-
-Bisognava vederlo e sentirlo il nonno! Quanto a me non sapevo
-resistere; quando il latino usciva più tormentato dalla sua bocca era
-inutile, il demonio era più forte di me: mi tiravo di là o giravo sui
-tacchi, mi tenevo le costole e commettevo un sacrilegio.
-
-D'una cosa mi stupii grandemente quel giorno, ed è che i convitati al
-battesimo, dopo d'essere andati in estasi contemplando mio figlio,
-vantandone tutte le virtù fisiche e morali, cioè il nasino non più
-grosso di un cece, i labbruzzi rosei, la pelle liscia e il sorriso
-visto cogli occhi della fede, e poi la pazienza e la prudenza, dopo
-aver vantato questo ed altro, non sentissero il bisogno di star tutta
-la sera in contemplazione di tante meraviglie, e preferissero parlar
-della politica estera od empirsi le tasche di confetti. Anche mio
-suocero ne fu mortificato, e quando, dopo d'essere andato in giro per
-la quarta volta col nipotino in braccio per far vedere come sapeva
-dormire senza che nessuno mai glielo avesse insegnato, comprese che
-bisognava rimettere in culla il piccino e non chiedere altro, perchè
-l'indifferenza aveva dato tutta la tenerezza di cui era capace; allora
-si andò a sedere in un canto, e fece il broncio.
-
-Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero concorde dichiararono
-di non potersene andare senza rivedere il piccolo battezzato in culla;
-ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio suocero.
-
-Andarono nella stanza da letto, due alla volta, gli uomini preceduti
-da me, le signore da Evangelio, e invariabilmente seguiti dal nonno
-festoso. Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano un tantino,
-poi sottovoce uno esclamava: — Come è bello! — e l'altro: — Non ho
-mai visto un bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro! Si farebbe
-mangiare!
-
-Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il cuore.
-
-D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno; quando tutti se ne furono
-andati, quando il ciaramellìo di tante voci estranee fu cessato, quando
-l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi ci trovammo in tre
-accanto alla culla, ad interrogare in silenzio il sonno della nostra
-creatura, mi stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di quella
-malinconia, che segue il finire d'ogni festa; anzi, passando poi col
-lume in mano nel salotto, e notando lo scompiglio delle seggiole, mi
-parve che la riunione degli amici risalisse a un tempo lontano, tanto
-rapidamente si era cancellata dal mio spirito.
-
-Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora sulla via la voce
-di un convitato allegro, e mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo
-di una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano men larga della
-buona intenzione, e pure ero tentato di chiedere a me stesso se davvero
-ci fosse stata una festa in casa mia.
-
-Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra; ed anche
-allora che tutti si rallegravano con noi e ci colmavano di lusinghe,
-in salotto ed in anticamera, Evangelina ed io eravamo altrove, e
-rispondendo parole e sorrisi, lo facevamo da lontano.
-
-La mattina successiva tutto andò benissimo; la valigia si lasciò
-chiudere senza il secondo fine di nascondere la cravatta alle ricerche
-del suo proprietario, gli orologi si trovarono d'accordo, mio suocero
-baciò una volta noi melanconicamente, diede una dozzina di baci
-tremendi alla _sua_ creatura, e uscì di casa rassegnato. E non perdette
-la corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti prima della
-chiusura degli sportelli. Mi parve veramente che si rammaricasse di
-aver fatto male i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; però non
-lo disse. E come credete che egli spendesse il tempo prezioso che gli
-era rimasto? Ve la do in mille.
-
-— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo mio, _te lo raccomando_.
-
-Misericordie celesti!
-
-Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre avevo inteso
-benissimo, ed egli ebbe la incredibile faccia tosta di guardar prima
-l'orologio, poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi di
-averne cura, di non lasciarlo costipare esponendolo all'aria fredda, di
-aver pazienza, di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno di
-carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino di sciroppo di cicoria, e
-per poco non aggiunse «di volergli bene».
-
-Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato gli gridava nelle orecchie:
-«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito,
-data un'altra guardatina all'orologio, tornava da capo.
-
-Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a raccomandare proprio a
-me, d'aver pazienza con mio figlio, di far delle carezze a mio figlio,
-perchè i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio figlio all'aria
-fredda, come se io non aspettassi altro che la partenza del nonno per
-cavarmi questo capriccio paterno!
-
-— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!
-
-— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va, altrimenti chiudono e
-perdi la corsa... Buon viaggio!
-
-Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala d'aspetto, e prima
-d'infilare l'androne, si volse, mi sorrise, sollevò un dito in aria e
-mi disse:
-
-— Non dimenticare la cicoria!
-
-
-IV.
-
-L'uomo si avvezza a tutto, dicono i filosofi; ed io che ho dovuto
-avvezzarmi a tante cose, non istento a ripetere che l'uomo si avvezza a
-tutto, tranne forse alla colica e al mal di denti, sebbene i filosofi
-non lo dicano. Ma di quante sono abitudini al mondo, affermo che non
-ve n'ha una che si pigli più presto di quella d'esser felice. Nè so se
-convenga argomentarne che la felicità sia lo stato naturale dell'uomo,
-o che lo stato naturale dell'uomo sia l'infelicità, poichè quando
-abbiamo una contentezza, l'abitudine ce la scolorisce e la sciupa, e
-inclino a credere che queste due massime contraddittorie e vane possano
-essere patrocinate con la stessa eloquenza inutile da un medesimo
-avvocato; ma ripeto con sicurezza, che non è cosa a cui l'uomo si
-avvezzi meglio che alla felicità.
-
-Queste idee non mi vengono ora per la prima volta; quando ero padre
-novellino, avevo altro per il capo. E pure ruminando oggi accanto al
-fuoco la mia filosofia sconquassata e cercando esempi per puntellarla,
-uno ne vado a pigliare proprio in quel tempo beato e lontano in cui ero
-padre novellino.
-
-Sbalordito ancora dalla grandezza dell'appartamento di suo padre,
-Augusto non attraversava mai le nostre quattro stanze, senza girare
-intorno gli occhietti sbigottiti; se era avviato a piangere, bastava
-fargli toccare con mano un candeliere inargentato od un bicchiere, o un
-vetro della finestra, o una qualsiasi meraviglia che nella confusione
-gli fosse sfuggita, ed egli subito stava zitto ad ammirare; la sera,
-quando accendevo il lume, era capace di smettere il suo pasto per
-contemplare lungamente la misteriosa fiammella che ardeva in casa del
-babbo; per dir tutto in poche parole, Augusto era venuto al mondo da
-quindici giorni soltanto, e pure a me pareva di averlo avuto sempre. La
-sua faccetta rotonda era quella di un vecchio amico d'infanzia, la sua
-vocina svegliava un'eco nel mio cuore; era di pianto, e sonava dentro
-di me come una nota allegra; gli occhi suoi attoniti, i dondolamenti
-del capo, i moti delle gambuccie intolleranti della fasciatura,
-tutto ciò mi ricordava cose dimenticate, cose a cui non avevo badato
-abbastanza, cose dolci e belle.
-
-Quei quindici giorni di vita nuova si allargavano stranamente, fino ad
-invadere tutta la mia vita passata, fino a parermi impossibile l'avere
-vissuto altrimenti; ero proprio tentato di crederlo: mio figlio ed io
-ci conoscevamo da un pezzo.
-
-Tante volte, nel mezzo della notte, mi svegliavo sul mio letto da un
-cattivo sogno in cui non ero più padre, e dopo aver teso l'orecchio
-per udire la respirazione soave del mio piccolo innocente, mi lasciavo
-portare senza resistere molto dall'onda dei pensieri, che andavano
-verso il tempo in cui non ero padre ancora.
-
-Ma mi allontanavo a malincuore; era come se avessi deposto sulla
-strada il fardello della mia paternità, e potesse passare un ladro
-e rapirmelo; perciò non lo perdevo di vista, camminavo a ritroso e
-tornavo indietro ogni tanto; però le memorie tentatrici spesso mi
-portavano lontano; ritrovavo tutti i miei dolori più acuti, ed erano
-scioccherie; tutte le mie dolcezze più care, e mi parevano senza
-sapore; mancava a tutte qualche cosa — mio figlio.
-
-Quanto più lietamente, ripigliato il fardello della mia nuova felicità,
-io me lo portavo senza sgomento attraverso il labirinto dell'avvenire!
-
-In quel viaggio amoroso, mio figlio pigliava mille aspetti; ora si
-accontentava di saltare poco più d'un annetto, era slattato appena,
-moveva i primi passi barcollanti, passava sotto la mensa senza curvarsi
-e veniva ad appoggiare la testina ricciuta al mio ginocchio; subito
-dopo era uno studente chiassoso all'università, camminava con un grosso
-bastone in mano, empiva le strade di Pavia delle sue prodezze notturne,
-giocava al biliardo e si beccava l'esame di diritto canonico; poi
-tornava a Milano addottorato _in utroque_, a meravigliare con la sua
-eloquenza mio suocero, il quale l'avrebbe sempre creduto un ingegnere;
-proteggeva i pupilli e le vedove — furfantello! — poi s'innamorava
-d'una bella fanciulla di 18 anni, io dava il consenso e lui se la
-sposava e mi faceva nonno.
-
-Ed io? Non c'era più verso di sognare per me solo; in ogni mio castello
-in aria io metteva un castellano — ed era lui. Non mi pareva possibile
-immaginare la mia clientela, la mia fama d'avvocato, i miei guadagni
-e i miei risparmi senza quel caro bimbo venuto al mondo due settimane
-prima.
-
-Io gli metteva un dito nella mano ed egli me lo stringeva con tutte le
-sue forze, e mi guardava:
-
-— Siamo intesi — dicevo scherzosamente per far sorridere la pallida
-mamma; e ripetevo dentro di me sul serio, con una saldezza di proposito
-che mi pareva capace di sfidare il destino: «siamo intesi!... finchè la
-morte non ci divida!».
-
-
-V.
-
-Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo ancora, ma infinitamente
-meno: il fantasma bieco aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio
-figlio era al mondo; già non era più che forma vaporosa nel lontano
-orizzonte, e a quella distanza non mi faceva paura.
-
-Fino a pochi mesi innanzi avevo avuto mille malanni; ero stato prima
-tisico, poi apopletico, e in un quarto d'ora più crudele, financo
-idropico; — la mia Evangelina mi aveva guarito da molti morbi: pur me
-ne rimaneva qualcuno non confessato, più lento nei suoi effetti, men
-formidabile della tisi e della idropisia, ma similmente fatale; e mi
-accadeva tante volte di interrompere a mezzo una ciancia allegra perchè
-essendosi fatta allusione all'età senile di un Tizio qualunque, io
-diceva subito fra me e me: «a quell'età non ci arrivo di sicuro».
-
-La mia morte precoce doveva trovarmi preparato; ecco perchè vi pensavo
-tanto; mi ero anche prefisso di mettere in iscritto le mie ultime
-volontà; doveva essere un testamento olografo per risparmiare le spese
-notarili, e se non lo aveva fatto, è perchè i malanni che minavano la
-mia esistenza facevano la cosa tanto alla sordina da lasciarmi a volte
-l'illusione che io dovessi campare più di Matusalemme.
-
-Venne mio figlio, e tutte le melanconie mi uscirono dal capo. Mi sentii
-forte, sano e longevo. Non istentai a persuadermi che l'idropisia
-dovesse rispettare il babbo d'una creaturina venuta al mondo ieri
-l'altro, e mi parve che la mia vita si allungasse per lo meno di tutto
-il tempo necessario a tirar su il mio figliuolo; avevo, a dir poco,
-vent'anni buoni dinanzi a me. La morte mi concedeva una proroga alla
-vigilia di presentarmi al tribunale, e non vi fu mai avvocato più
-felice di averla ottenuta. Mi uscirono dunque dal capo l'idropisia,
-la tisi, l'apoplessia e perfino il testamento olografo — non avevo io
-forse un erede legittimo?
-
-Ma poichè la natura umana fa le sue cose per via di compensazione, a
-volte mi veniva l'idea contraria. A tutti i miei malanni implacabili
-avevo già opposto una rassegnazione stoica; avevo detto, contando i
-miei nemici cronici: «Siete in tanti e siete cronici, ma è tutt'uno,
-non mi farete morire più d'una volta»; — ora invece sentivo bene che
-il mio stoicismo non mi avrebbe servito a nulla; se non fosse stata la
-generosità degli avversari che deponevano le armi, non avrei saputo
-rassegnarmi di sicuro ad andarmene, a lasciar mio figlio, a vivere
-press'a poco tranquillamente fino all'ora della partenza.
-
-Fra queste idee e le altre, tirati bene i conti, ero proprio felice: mi
-venivo facendo certe abitudini nuove di cui mi trovavo benone. Volevo
-bene alla mia casa, e cominciavo a pensare che chi ne possiede una
-non ha punto bisogno d'andarsene al caffè a leggere la gazzetta ed a
-spoliticare cogli amici. Uscivo dopo la colazione e dopo il desinare,
-portando un bacio di Evangelina sulla bocca e una stretta di mano di
-mio figlio legata all'indice della mano destra; camminavo diritto e
-fiero, accelerando il passo se vedevo le larghe spalle d'una balia
-brianzola che portasse in braccio un bimbo, rallentando l'andatura
-quando l'avevo raggiunta per aver agio di esaminare quel piccino non
-mio.
-
-E volevo esser giusto, e mi pareva d'esserlo; pure tutti i bimbi che
-passavano nella via — e non ve n'era mai passati tanti — erano meno
-belli del mio. Se ne trovavo qualcuno bianco come la neve, biondo e
-ricciuto come un amore, con due occhioni azzurri, prima mi provavo a
-darne il merito all'età, poi vedendo proprio che mio figlio non poteva
-diventare nè bianco come neve, nè biondo, e forse nemmeno ricciuto,
-non avendo l'esempio in famiglia, finivo col trovare in Augusto qualche
-cosa di magnifico che l'altro non aveva.
-
-Tutti quei lattanti che invadevano le vie di Milano per godersi il
-sole di gennaio, mi guardavano curiosamente; a volte erano patiti e
-mesti, e pure mi sorridevano perchè io gesticolava alle spalle della
-loro corpulenta nutrice, e tutti, sani ed infermicci, poveri e ricchi,
-avevano l'aria di dirmi: «Tante cose ad Augusto!».
-
-Accadeva ora più spesso d'una volta, che un omino alto due spanne,
-spadroneggiando sul marciapiedi, mi si cacciasse fra le gambe e
-sollevasse la testina a guardarmi, e non si volesse staccare dai miei
-calzoni, non ostante i consigli d'una mammina rossa dalla vergogna e
-dalla compiacenza; — il piccolo prepotente non apriva bocca se non per
-la meraviglia, ma io lo intendevo benissimo; diceva: «Ti conosco, io ti
-ho visto quando ero piccino, io, l'anno scorso; allora non camminavo
-ancora, e tu non ti degnavi neppure di guardarmi perchè non eri babbo
-allora!».
-
-«Bimbo mio, hai ragione, non ero babbo e non pensavo neppure a
-diventarlo — ecco perchè non badavo ai bimbi; — più vedevo la gente
-grossa e pettoruta, e più la pigliavo sul serio, e leggendo nella
-gazzetta le alte astuzie della politica e la profetica filosofia
-del listino della borsa, ammiravo l'umanità operosa e forte. Ora sì,
-bimbo mio, ti vedo; e so una cosa che tu non sai: so che tu e i tuoi
-compagni siete i padroni bisbetici e amorosi di tutta questa gente
-grossa che lavora a spingere in alto la borsa o a dipanare la politica.
-E le astuzie finissime, e le grandi imprese degli uomini — te lo dico
-perchè non m'intendi e non ne puoi abusare — tutte, tutte, non una
-eccettuata, fanno capo a te. Noi par che si faccia cose grandi, cose
-enormi (dico noi, per modo di dire, perchè io solo aspetto un cliente
-che non viene), e invece, bimbo mio, lavoriamo ad allattare voi altri,
-a tirarvi su felici, almeno contenti; diventiamo ricchi ed avari per
-voi, ci facciamo un nome onorato per lasciarlo a voi, sudiamo nelle
-scienze per iscoprire qualche cosa che vi renda più cara la vita, e
-prepariamo le opere d'arte che ve la facciano parere più bella; e tutto
-questo e altro con un conforto unico: che le vostre vocette cessino di
-piangere e ci dicano: bravi! Qualcuno vi dimentica davvero, altri crede
-di dimenticarvi, ma tutti, e in ogni momento della vita, lavoriamo per
-voi; quando l'umanità s'immagina di fare le rivoluzioni, le battaglie,
-le patrie, essa fa una cosa sola sempre: tira su i propri bimbi. Addio,
-furfantello vezzoso, tu non hai capito un'acca, ma non importa, perchè
-non hai nemmeno bisogno di capire».
-
-Tornavo a casa, dove mi aspettava la mia festa tranquilla: il bimbo
-color di rosa, la mammina pallida e sorridente.
-
-
-VI.
-
-Ma un giorno Augusto piangeva forte, attaccandosi al seno della povera
-madre, che era più pallida del solito, ed aveva gli occhi rossi.
-
-Mi arrestai sulla soglia, côlto da quello sbigottimento che prepara il
-cuore a ricevere le sciagure.
-
-— Che cosa è stato? — balbettai.
-
-Evangelina chinò la fronte e guardò con occhi lagrimosi il povero bimbo
-piangente.
-
-— Che ha? — insistei con più coraggio.
-
-— Non so, non so... — rispose la poveretta, e chinava la fronte per
-nascondermi le lagrime.
-
-— Che hai?... Che cosa ha Augusto?...
-
-— Io, nulla... — balbettava la povera madre.
-
-Mi si piegavano le ginocchia; Evangelina mi guardò. Lesse forse, nel
-fondo del mio cuore di padre, uno sgomento più tremendo dello stesso
-suo dolore, perchè gettandomi un braccio al collo, e tirandomi presso
-a lei, e coprendomi il volto di baci e di lagrime, mi disse con voce
-rotta dall'angoscia:
-
-— Nostro figlio ha fame!
-
-Da principio non compresi; guardavo ora lei, ora il bimbo e ripetevo
-come uno smemorato: «Ha fame!», e fissando gli occhi nel pallore della
-mia povera compagna, lessi tutto, in silenzio, col cuore stretto. Poi
-mi curvai sopra Evangelina, le asciugai il viso con la pezzuola, e
-facendo una carezza a lei e una ad Augusto perchè stesse zitto:
-
-— Da quando? — interrogai dolcemente.
-
-— Da ieri — mi rispose la povera madre dandomi uno sguardo di
-riconoscenza — da ieri soltanto; ne avevo ancora stamane, poco poco:
-non te ne ho detto nulla, credevo che mi tornasse; ma poc'anzi, quando
-ho inteso piangere nostro figlio, ho sentito un rivolgimento per tutto
-il corpo, ed ho pensato: «Sia lodato il Cielo, il latte mi ritorna!»,
-ed ho detto ad Augusto: «Non piangere», e me lo sono stretto al seno.
-Il poverino avrà creduto che sua madre lo ingannasse, perchè non ha
-trovato nulla... più nulla. Ha pianto ed ho pianto anch'io.
-
-E così dicendo la poveretta non istaccava gli occhi attoniti da me;
-sembrava chiedermi scusa.
-
-— Il pianto non rimedia a nulla — dissi dolcemente — rasserenati, il
-latte tornerà — e vedendo che si sentiva come umiliata, soggiunsi:
-— Sono tante le madri a cui è toccata prima di te questa piccola
-disgrazia... e vi hanno rimediato tutte...
-
-— Come hanno fatto?...
-
-— Non si sono disperate, hanno preso a prestito il latte d'un'altra
-donna, oppure hanno nutrito il bimbo col poppatoio, aspettando
-tranquillamente che il latte tornasse.
-
-— E tornava?...
-
-— Tornava.
-
-— Presto?
-
-— A volte nello stesso giorno.
-
-Gli occhi d'Evangelina ringraziavano me, invocavano il cielo.
-
-— Ed ecco come avresti dovuto fare — soggiunsi ridendo per farle
-cuore. — Dove diamine aveva cacciato il poppatoio tuo padre?... Ah!
-eccolo!... Manderemo a prendere del latte fresco, lo dilungheremo con
-l'acqua tiepida, condiremo la miscela di zucchero di prima qualità e
-faremo intendere ad Augusto che oggi la sua prima nutrice lo invita a
-desinare, e che babbo e mamma gli dànno il permesso.
-
-Evangelina si provò a ridere del mio sussiego, ma il suo riso
-nascondeva male tutta l'ansia materna.
-
-— Farò io — mi disse poi, e mi voleva pigliare di mano il poppatoio e
-il bimbo.
-
-— Signora no — risposi — è un diritto acquisito...
-
-Per un po' la faccenda andò benino; Augusto, sentendosi qualche cosa
-fra le labbra, cessò di piangere, diè una succhiatina piena di avidità,
-sentì il liquor saporito e tirò innanzi; già io mi voltava verso la
-povera madre che mi stava a guardare con le lagrime agli occhi, per
-dirle: «Vedi, ora metti il cuore in pace e lascia fare a me»; ma
-Augusto diè il primo segno di scontentezza, scostò la testina dal
-poppatoio, e la scosse gemendo, poi, riafferrando il mio arnese, tacque
-per succhiare da capo, poi cessò e pianse un'altra volta, e così di
-seguito; da ultimo non ne volle più sapere, e lasciò il pasto cacciando
-uno strillo.
-
-Tutte le ansie crudeli riassalsero la povera madre; la quale pigliò la
-creaturina in braccio, e la portò su e giù per la stanza dondolandola e
-mormorandole fra i baci cento parole amorose.
-
-— È naturale! — dicevo io andandole dietro — è naturale che faccia lo
-scontento dopo una scorpacciata, non sarebbe un uomo mortale se non
-facesse così... vedi quanto latte è rimasto in fondo al bicchiere...
-
-Ma sì, Evangelina non mi dava retta, e nostro figlio, ostinandosi
-nella sua idea, appoggiava la testina al seno della madre addolorata, e
-agitava il corpicino in una maniera propriamente bisbetica.
-
-— È una cattiveria — insistevo — ha mangiato come un lupo, non può aver
-appetito... è un piccolo ostinato... ecco...
-
-Ero quasi indispettito sul serio; Evangelina, per alleviare a nostro
-figlio il rigore paterno, lo baciò e ribaciò con frenesia; ma egli
-saldo nella sua idea e tenace nel proposito di farla trionfare
-piangendo...
-
-Quella giornata passò alla meglio; e passò pure la notte; e qual notte!
-
-Il domani bisognò decidere; il latte non tornava, la mia Evangelina ne
-era non so se più sgomenta o vergognosa.
-
-— Crederà che faccia a posta — diceva coprendo di baci il piccolo
-insoddisfatto; e guardando me con occhi sbigottiti, mormorava: — Non
-sono buona a fare la mamma... non sono buona a nulla!
-
-Le consolazioni di parole erano vane, finchè Augusto non istava zitto;
-aveva torto, perchè il latte che gli offrivo io era tale e quale
-come quello della mamma, per confessione della stessa Evangelina,
-anzi più dolce, più saporito; ed io nel porgerlo mettevo un garbo
-singolarissimo; aveva torto, ma provatevi a mettere la ragione in
-un cervellino di poche settimane; il meno che si rischi è di perdere
-la propria, e me ne avvedevo io, ma in tempo, quando per poco non mi
-pigliava il dispetto.
-
-Bisognò decidere: l'allattamento artificiale non andava a genio ad
-Augusto, e nemmeno di noi due, dunque...
-
-— Proviamo un giorno ancora — disse Evangelina — chi sa che il latte
-non mi ritorni...
-
-— Proviamo...
-
-Il latte non tornò, e il poppatoio non entrò nelle grazie del bimbo.
-
-La gran parola fu detta, ed Evangelina l'udì come l'eco di una voce che
-già aveva suscitato a tumulto il suo cuore di madre, l'udì lagrimosa,
-ma rassegnata.
-
-— Bisogna procurargli una balia!
-
-Avevo inteso dire molto male di queste disgraziate madri, che il più
-delle volte abbandonano i propri figli ad altre donne, per allattare i
-figliuoli dei ricchi.
-
-— Calunnie! — pensai — bisognerebbe invece dir male della società, che
-le riduce a campare a prezzo del sentimento materno; e poi ne troveremo
-una che abbia perduto davvero suo figlio, e a cui paia di ritrovarlo
-nel nostro Augusto.
-
-Ma questa idea, che consolava me, non andava a versi di Evangelina; il
-soverchio amore di una nutrice prezzolata offendeva l'amor suo; non me
-lo diceva, anzi mi assicurava il contrario, ma io vedevo benissimo che
-essa preferiva una balia piena di latte e di pazienza, e un tantino
-indifferente. Se avesse osato esprimere tutto il suo pensiero, mi
-avrebbe detto — e io l'intendeva come se lo dicesse davvero: «Gli dia
-pure il latte, posto che non so dargliene io; ma non gli voglia bene
-come una madre, perchè a questo basto io sola».
-
-Dopo essere andato a raccomandarmi al medico, alla signora Geltrude,
-al farmacista del canto della via, ed avere avuto da tutti e tre
-la promessa di una balia pel domani, tornando a casa mi grattavo
-l'orecchio, d'onde erano entrate tre paroline del farmacista.
-
-— Vuole una balia che rimanga in casa con loro? — mi aveva detto.
-
-— Sicuro — avevo risposto — mia moglie non potrebbe separarsi dal
-piccino.
-
-E il savio farmacista aveva soggiunto che mia moglie era da
-_compatire_, che anzi faceva benissimo, perchè _quando si può_ è
-meglio.
-
-_Quando si può_. Queste tre paroline, che mi avevano solleticato
-dandomi l'illusione d'essere già un giureconsulto pieno di clientela,
-mi si erano appiccicate all'orecchio; e perciò io me lo grattavo per
-via.
-
-Non isvelai le mie ansie e le mie paure alla povera Evangelina; la
-quale quando seppe che tre balie si disputavano l'onore di allattare il
-nostro piccino, prima lo baciò, poi sorrise e da ultimo mi disse:
-
-— Sono contenta.
-
-Beata lei! A me le tre paroline del farmacista non lasciavano requie;
-gran parte della notte la spesi tentando di puntellare nel buio della
-mia cameretta certi miei calcoli audaci, che si sfasciavano e perdevano
-ciffe da tutti i lati.
-
-— Devo aver fatto male i conti — dicevo — oppure le balie si fanno
-pagare più di quello che io credo; possibile che il latte costi tanto
-caro? Alimentare una balia campagnuola non deve poi essere l'ira del
-cielo; mangerò un po' meno io, tanto mettevo pancia... il salario si sa
-che cosa può essere; non andremo più al caffè, magari cesserò di fumare
-se sarà necessario...
-
-Allineavo le cifre nel buio, sommavo, sottraevo; oh gioia! mi rimaneva
-un piccolo residuo; e pure non sapevo fidarmi a quell'aritmetica
-confortatrice; nessuna delle quattro operazioni reggeva alla prova
-tremenda delle paroline farmaceutiche. Vi doveva essere sbaglio...
-tornavo da capo, sommavo, sottraevo, e mi rimaneva sempre un piccolo
-residuo. Finalmente trovai il sonno e la pace.
-
-
-VII.
-
-Nelle prime ore del mattino una tremenda scampanellata annunziò una
-visita straordinaria, una delle tre nutrici probabilmente, o forse
-tutte e tre insieme.
-
-Andai io stesso ad aprire, e vidi ammirato una mole rubiconda e fresca,
-che empiva tutto il vano dell'uscio. Quella contadina grassa e tonda,
-già fornita a dovizia di fianchi e cose analoghe, aveva spropositato
-le sue forme, indossando, a dir poco, sei gonnelle; io ne vedeva tre
-spuntare una sotto l'altra; aveva una pezzuola di seta in capo, e due
-grossi orecchini che facevano un chiasso da non si dire intorno alla
-faccia paffuta.
-
-— Sono la balia — mi annunziò, irrompendo nell'anticamera e girando
-intorno l'occhio curioso — mi ha mandato il farmacista...
-
-Non udii altro; mi parve come se repentinamente qualcuno mi avesse
-attaccato all'orecchio gli enormi pendenti della balia, tanto era il
-chiasso che facevano le tre paroline del farmacista.
-
-— Venite avanti — dissi raccogliendo tutto il mio sussiego — venite
-pure avanti, buona donna.
-
-Io l'avevo chiamata _buona donna_ con malizia; sentivo che quella
-nutrice enorme rimpiccioliva me, e mi pareva così di ridurre lei a
-proporzioni più modeste.
-
-— L'avvocato... l'avvocato... Acidi...
-
-— Placidi...
-
-— Placidi o Acidi fa lo stesso... È lei l'avvocato?
-
-— Sì, sono io.
-
-La scrutai nel viso per vedere come accogliesse questa notizia; sulla
-sterminata superficie carnosa apparve un lieve sorriso e nient'altro.
-
-Io mi avviai, essa mi seguì; vedevo con la coda dell'occhio che si
-guardava sempre intorno, e notai che, passando in salotto, toccò la
-stoffa delle tende.
-
-Non isperavo nulla di buono.
-
-— È permesso? — dissi sull'uscio della stanza da letto, tanto per far
-intendere a quella balia spropositata che se le nostre tende erano di
-lana e cotone, nelle maniere e nel resto non volevamo che di cotone ne
-entrasse nemmeno un filo.
-
-Le contadine hanno il criterio corto, ma non lo hanno grosso come
-si dice; al contrario, fin dove arrivano, sono fine, finissime,
-sopraffine; la buona donna, che quasi spingeva me perchè spingessi
-l'uscio, intese la lezione, si arrestò, mi diede un'occhiata alla
-sfuggita, ed aspettò per entrare che Evangelina avesse detto: — Avanti.
-
-Era però incorreggibile; appena entrata, sbirciò la culla, il letto,
-il canterano, le tende; poi rimase impettita dinanzi a mia moglie, la
-quale si faceva rossa rossa.
-
-— Come vi chiamate buona donna? — domandò Evangelina, radunando tutto
-il suo coraggio.
-
-— Benedetta, mi chiamo... Benedetta Corti... il mio uomo fa il
-carrettiere, e non è mai in casa lui... il mio figlio se l'è voluto
-prendere il Signore... e per questo vado a far la balia... è la seconda
-volta che vado in casa dei _signori_...
-
-Aveva parlato di suo figlio morto con una gran forza d'animo; nel
-pronunziare la parola _signori_, diede ancora una sbirciatina fuggitiva
-al canterano.
-
-Che cosa non avrei pagato allora per avere in casa i mobili dorati e
-una cassa forte, tanto da opprimere quel colosso villereccio sotto il
-peso delle mie ricchezze! Avrei pagato, immagino, una grossa somma che
-non avevo.
-
-— E anche la prima volta vi era morto il figlio?
-
-— Sissignora — rispose quella femmina — noi povera gente abbiamo _la
-croce che ci aiuta_.
-
-La croce che ci aiuta! Queste strane parole significavano nè più nè
-meno che la _mortalità dei bambini!_ E allora quasi me ne adirai;
-ma dacchè ho parlato con parecchie madri contadine, so che tutte
-hanno la stessa idea e usano lo stesso frasario, senza perciò essere
-cattive di cuore; amano i loro piccini finchè sono vivi, si consolano
-d'averli perduti con l'immagine della croce che aiuta la povera gente.
-La miseria ha la sua logica, e l'uomo si consola facilmente con una
-metafora.
-
-— Avete molto latte? — s'arrischiò a domandare Evangelina.
-
-— Altro! — esclamò la balia, e senza dire nemmeno «si guardi» sprigionò
-dal busto due recipienti enormi, due minaccie d'indigestione.
-
-Io vidi col pensiero il mio piccolo Augusto scomparire in
-quell'abbondanza, mangiucchiare, satollarsi e crescere a vista
-d'occhio.
-
-— E potete venir subito? — chiese Evangelina...
-
-Benedetta Corti sorrise, mettendo in mostra certi denti larghi come
-palette, ma candidissimi, poi rispose che «non sapeva». Ed io intesi, e
-intese anche Evangelina che ciò significava: «secondo i casi».
-
-— Vediamo — entrai a dire, mettendomi a sedere e rovesciando il corpo
-indietro come se dessi udienza ad un cliente — vediamo: che cosa vi
-s'ha a dare?
-
-Presa così di fronte, Benedetta Corti ebbe un momento di debolezza,
-si dondolò sui fianchi, guardò le sedie ed i quadri, e nella ricerca
-affannosa delle parole, fu poco fortunata, perchè trovò soltanto
-queste:
-
-— Mi hanno mandata e sono venuta, io non ne ho colpa!
-
-Ebbi l'intuizione del vero, ed ammutolii.
-
-— Quanto vi dobbiamo dare? — domandò Evangelina.
-
-— Ecco, se ho da dire... la casa è piccola; ma è ben esposta —
-rispose Benedetta — non ci starei malvolontieri... quanto al mese?...
-trentacinque lire... me le davano anche gli altri _signori_.
-
-Io non respirava più e la balia proseguì:
-
-— Gli usi lor signori li sanno?...
-
-— Sì, li sappiamo — risposi — ma è sempre meglio intendersi.
-
-Benedetta fu della mia opinione.
-
-— Sicuro che è meglio — asserì — una cosa o conviene o non conviene;
-dico bene?
-
-Io le assicurai che diceva benissimo e che la sua osservazione era
-profonda; mi pareva così di placarla.
-
-— Dunque abbiamo detto trentacinque lire il mese — ricominciò quel
-donnone — al primo dente cento lire; altre cento ai primi passi, e
-alla fine dell'allattamento cinquecento... me le hanno date gli altri
-signori...
-
-Evangelina non mi staccava più gli occhi di dosso; io, ricevuta la
-botta formidabile senza batter ciglio, avevo preso il mio partito.
-
-— Le par molto? — mi domandò Benedetta Corti.
-
-— Mi pare abbastanza..., molto veramente no — risposi con sussiego, ed
-ebbi gusto di vedere che quella mole contadinesca si lasciava prendere
-e cominciava a non saper più come pensare dei fatti miei. Mandava in
-giro certe occhiate scrutatrici piene di un'incertezza deliziosa.
-
-Poi si rinfrancò e proseguì, contando sulle dita:
-
-— Due abiti ogni stagione, gli orecchini, il medaglione d'oro, e
-l'_argento nuovo_ in testa... niente altro...
-
-— Non avete dimenticato nulla?... — dissi alzandomi da sedere.
-
-— Che sappia io, no — fu la risposta ingenua.
-
-— Quand'è così, siamo intesi, proseguii.
-
-— Sì... Proprio?... Devo venire domani?... Vuole che dia un po' di
-latte al piccino?
-
-— No, non importa, siamo intesi, noi penseremo e vi faremo dare la
-risposta dal farmacista.
-
-Benedetta Corti cadde dall'alto, e non si fece male; sorrise, salutò
-con grande inchino mia moglie, e si avviò solennemente, empiendo della
-sua presenza ognuna delle nostre quattro stanze. Sull'uscio si volse,
-mi raccomandò di conservarmi e sparve.
-
-Ero contento di me, e corsi a portare una risata allegra al capezzale
-della mia Evangelina.
-
-La povera madre si era presa in grembo la nostra creatura piangente e
-la copriva di carezze e di lagrime.
-
-
-VIII.
-
-Non mi diceva nulla, a me bastava guardare nel mio cuore per leggere
-nel suo; stavo zitto, e la lasciavo piangere; pensavo: «Le faranno bene
-le lagrime»; ma quando, parendomi che avesse pianto abbastanza, e fosse
-venuto il momento di dirle due parole confortatrici, mi curvai sopra
-il nostro bimbo, e lo baciai per farmi cuore, allora sentii svanire la
-strana serenità della mia desolazione, qualche cosa mi fe' intoppo alla
-gola, volli parlare e singhiozzai. Singhiozzai davvero, non mi vergogno
-di dirlo, singhiozzai proprio nel momento che mi pareva d'aver trovato
-la sola idea capace di asciugare le lagrime della povera madre.
-
-L'idea era questa: «L'aria dei campi farà bene a nostro figlio», e mi
-era sembrata una consolazione; solo nel provarmi a dirla, ne sentii
-tutta l'ironia amara.
-
-Evangelina non era un'eroina; pure, se le facevo toccare con mano che
-essa non era neppure la moglie di un eroe, subito pigliava animo, mi
-diventava un'altra. Già ne avevo fatto l'esperimento più d'una volta,
-e lo rifeci allora. La poveretta ribaciò il bimbo, cancellò le lagrime
-con la pezzuola, e mi fece vedere gli occhioni rossi, ma asciutti.
-
-— Epaminonda — mi disse — non far così anche tu; bisogna aver coraggio.
-Che pena veder pianger te!
-
-— Un uomo grande e grosso, un uomo togato! — dissi io — hai ragione,
-bisogna aver coraggio... bisogna pigliar le cose come vengono... del
-resto due lagrime non fanno male neppure a un avvocato... purchè non le
-vedano i clienti... e i miei non le possono vedere... sono lontani...
-sa Dio dove sono.
-
-Volevo ridere, come vedete, e vi riuscivo male.
-
-Intanto a forza di baci, Evangelina aveva saputo tranquillare la nostra
-creatura.
-
-— Non siamo abbastanza ricchi! — disse mia moglie senza staccar gli
-occhi dal visino di Augusto e parlando al piccolo innocente. — Babbo e
-mamma sono due poveretti. Tu te ne andrai lontano, ci dimenticherai, e
-vorrai bene a chi ti darà il latte.
-
-Allora entrai a dire:
-
-— L'aria dei campi gli farà bene; tanti ricchi sfondati fanno allattare
-le proprie creature in campagna... per igiene... perchè l'ossigeno
-allarga i polmoni... domandane ai medici, ti diranno tutti che l'aria
-dei campi fa tanto bene ai bimbi, e che l'ossigeno...
-
-Evangelina mi sorrise melanconicamente, e non lo disse, ed io intesi
-benissimo quel che ella mi avrebbe voluto rispondere:
-
-— Epaminonda mio — mi avrebbe detto se non avesse temuto di affliggermi
-— anche le carezze della mamma fanno tanto bene ai bimbi.
-
-Sospirai di nascosto e non dissi altro.
-
-Più tardi trovammo entrambi la forza di ritornare sull'argomento di
-Benedetta Corti, e di parlarne quasi mettendo lei e noi in canzonatura.
-
-— Trentacinque lire ogni mese! — esclamai — non sarebbe bastato
-separarmi dal sigaro per sempre; forse avrei dovuto fare qualche altro
-sacrificio.
-
-— E le cento lire al primo dente, dove si andavano a prendere?
-
-— E le altre cento ai primi passi?
-
-— E le cinquecento ultime? E l'argento nuovo e gli orecchini d'oro?
-
-— E le due vesti ogni stagione?
-
-Ci stringemmo la mano forte, e ridemmo sommessamente per non isvegliare
-il bimbo.
-
-— Povero Augusto! — dissi parlando al caro dormente. — Tu non
-pretenderai l'impossibile da babbo e mamma, e ci vorrai bene
-egualmente, e verrai su sano, forte e buono; metterai il primo
-dente senza farti pregare, farai i primi passi senza cadere, e senza
-trascinare nella tua caduta i tuoi genitori poveretti. Non avrai, no,
-una balia enorme, come Benedetta Corti...
-
-M'interruppi colpito da un'idea che non mi era venuta prima e dissi a
-mia moglie:
-
-— Se ci pigliavamo in casa quella mole contadinesca, come si faceva a
-nutrirla? Vi avevi pensato tu?
-
-Evangelina non vi aveva pensato neppur lei, e mi guardava con due
-occhioni sbalorditi; il mio terrore comico quasi la faceva ridere; ed
-io ripigliai il filo del mio discorsetto ad Augusto:
-
-— Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta Corti, una balia che,
-per nutrire te, avrebbe forse mangiato tuo padre, ma avrai un balietta
-giovine, fresca, bella, che ti sorriderà sempre e ti darà del latte
-saporito; respirerai l'aria pura dei campi, e ogni tanto noi verremo a
-vederti.
-
-Queste erano veramente idee consolatrici, ed Evangelina me ne
-ringraziava con gli occhi.
-
-Un'ora dopo io faceva sapere al farmacista del canto della via che mi
-ero ingannato, che avevo creduto di _potere_ e invece non _potevo_, e
-lo pregavo di trovarmi una balia meno colossale di Benedetta Corti, ma
-bella, fresca, e che vivesse poco distante da Milano.
-
-L'ottimo farmacista non parve punto meravigliato del mio mutamento
-di proposito; e dopo d'aver osservato con la stessa profondità della
-prima volta che _quando non si può... è meglio_, mi disse che aveva il
-fatto mio, una _sposa_ di Musocco, e che l'avrebbe mandata ad avvertire
-subito.
-
-Ed io me ne andai a casa a raccomandare a mia moglie ed a mio figlio
-che stessero allegri, perchè avevamo una sposa di Musocco, fresca,
-giovine e bella.
-
-Si chiamava Marianna; era piccina, bianca, carnosa, e quando entrò in
-casa mia seguita dal suo uomo, mi parve che entrasse il buon umore.
-
-Anch'essa cominciò con le parole sacramentali: «sono la balia!» — ma le
-accompagnò con una risatina gioconda; poi, come ravvedendosi, aggiunse:
-«Se mi vogliono...» — e rise ancora.
-
-Ci bastò un'occhiata a quella donnina ed una di intelligenza fra
-di noi, per decidere fermamente tutti e due, Evangelina ed io, che
-Marianna allatterebbe nostro figlio.
-
-Facemmo alcune domande ora alla _sposa_, ora all'_uomo_; ma rispondeva
-sempre la sposa; l'_uomo_, quando era interpellato direttamente,
-pigliava un'aria curiosissima; lo vedevamo dibattersi un momento con
-un avversario invisibile, finchè Marianna non lo toglieva d'impiccio
-rispondendo lei e ridendo.
-
-Rideva di tutto quella balietta vezzosa; la sua boccuccia pareva fatta
-unicamente per ridere e per lasciar vedere i denti piccolissimi ed
-immacolati; perfino quando le chiesi se da Milano a Musocco si poteva
-andare a piedi senza faticar troppo, essa mi rispose che _erano quattro
-passi_; e rise.
-
-Un quarto d'ora dopo eravamo d'accordo in tutto, e Marianna dava ad
-assaggiare il proprio latte ad Augusto, il quale non trovò nulla a
-ridire.
-
-Fu convenuto che la _sposa_ resterebbe con noi un paio di giorni,
-l'_uomo_ se ne andrebbe a Musocco, e tornerebbe poi con la carriola a
-prendersi la moglie e il poppante.
-
-— Va bene? — chiesi al marito.
-
-— Va benissimo — rispose Marianna; e rivolgendosi al suo uomo gli
-ordinò d'andarsene e di tornare due giorni dopo con la carriola; e
-tutto ciò ridendo.
-
-— Come si chiama il vostro uomo? — domandai.
-
-Questa volta, dalla rapida lotta impegnata col suo avversario
-invisibile, il balio uscì vincitore; aveva capito che non era bello
-lasciar rispondere la _sposa_ anche in una domanda così _ad hominem_.
-
-— Giuseppe! — disse, e si fece tutto rosso in viso; poi rinfrancato dal
-suono della propria voce, ripetè: — Mi chiamo Giuseppe — ed aggiunse
-animosamente: — per servirla.
-
-Proprio vero che un eroismo ne tira un altro, e che anche nelle imprese
-più difficili tutto sta ad incominciare.
-
-Marianna rideva come se avesse udita un'arguzia piena di sale: ridemmo
-anche noi, e allora Giuseppe si asciugò la fronte sudata col rovescio
-della manica e ci fece vedere che anche lui aveva i denti bianchi
-come neve; ma fingeva solo di ridere, non rideva, non ne era capace in
-momenti simili.
-
-— Vado — disse, dopo essersi provato invano ad andare senza dirlo; ma
-quando l'ebbe detto, pur troppo bisognava andare; ed era difficile:
-fare l'inchino, voltarsi, infilar l'uscio, e rinchiuderselo alle
-spalle. Dio! quanto è mai penosa la vita in casa dei signori! Non
-sapendo probabilmente risolversi a tanta mimica, il poveraccio ne
-faceva un'altra: guardava di qua e di là, per avere il pretesto di
-interrogare sua moglie con un'occhiata fuggitiva.
-
-— Vado — ripetè, senz'altro frutto che peggiorare la sua condizione,
-perchè ancora non si moveva.
-
-Allora Marianna si staccò dal seno il nostro Augusto, lo depose con
-garbo nel letto accanto alla mamma, e venne a piantarsi in faccia al
-marito e a dirgli ridendo:
-
-— Va, che cosa aspetti?
-
-— Vado — disse Giuseppe per la terza volta, e se ne andò davvero, a
-ritroso, inchinandosi senza perderci d'occhio, finchè ebbe urtato col
-piede nell'uscio. Allora si voltò rapidamente, si cacciò in testa il
-cappello e sparve.
-
-Marianna sprigionò la sua risatina d'argento, disse: «Con permesso», e
-venne dietro al suo uomo.
-
-Rimasti soli, mia moglie ed io sentimmo il bisogno di abbracciarci;
-doveva essere l'istinto della imitazione, perchè in quel momento
-Giuseppe e Marianna facevano altrettanto in anticamera.
-
-— Il mio Giuseppe — ci disse la balia rientrando — è un po' timido, se
-ne saranno accorti anche loro, è un buon figliuolo.
-
-Non rideva.
-
-— Adesso è andato! — soggiunse; e anche questa volta non rise.
-
-Quando mia moglie le disse: «Si vede che vi vuol bene...», Marianna
-ritrovò tutto il suo buon umore.
-
-— Altro che! — rispose, e ricominciò i trilli ed il gorgheggio.
-
-Marianna fu subito di casa; i nostri mobili non le mettevano
-soggezione, noi neppure; si pigliò Augusto in braccio e lo portò di qua
-e di là tutto il giorno, dando una mano a tante cosuccie.
-
-La mia povera Evangelina non la lasciava un momento; aveva sempre un
-pretesto per venirle dietro, e se anche le mancavano i pretesti, le era
-dietro ugualmente come un automa; ogni tanto metteva la faccia amorosa
-sotto il visino di Augusto; e se il piccino allungava la mano mostrando
-di voler andare con la mamma, che festa!
-
-Ma bisognava avvezzarlo a star con Marianna, perchè più tardi non
-avesse a patirne troppo!
-
-«Più tardi! — pensavo — doman l'altro! povero cuor di madre!».
-
-Augusto era bonino e Marianna gentile; si piacquero, si vollero bene;
-anche senza gli stimoli dell'appetito, era chiaro che nostro figlio
-stava volentieri con la sua balia.
-
-— Spero che si avvezzerà! — diceva Evangelina.
-
-— Lo _spero_ anch'io — dicevo, e ne ero sicuro.
-
-
-IX.
-
-Quei due giorni volarono.
-
-Fra una risata e l'altra, Marianna ci descrisse il suo paese, ci menò
-attraverso il labirinto del suo parentado complicato, enumerò i vicini
-e le vicine, ed i frequentatori assidui della stalla. Entrata nella
-stalla, non ne uscì per un pezzo: fece una descrizione così amorosa
-dell'unica giovenca bianca e del cavallo balzano, che fu per me come se
-conoscessi da un pezzo le due ottime bestie; c'informò per filo e per
-segno della canapa che vi si filava, dei discorsi che vi si facevano,
-dei matrimoni che vi si erano combinati e degli amori che vi nascevano
-ogni anno.
-
-Cianciava volentieri e bene Marianna, e quando parlava della sua
-stalla, credevate proprio di vederla, tutta coperta di stoppia, con
-l'unico finestrino chiuso da un'intelaiatura di carta da gazzette;
-vedevate le connocchie canute e tremanti come vecchierelle, i fusi
-giranti fra le gambe degli innamorati, le occhiate lucenti nell'ombra;
-e udivate ogni tanto, in mezzo alle risate e alle maldicenze, la nota
-lamentosa della giovenca. Io poi vi aggiungeva mentalmente un'altra
-nota, quella della mia creatura, perchè sapevo bene che il povero
-Augusto avrebbe passato in quella stalla il rimanente del suo primo
-inverno.
-
-La mattina del giorno in cui Giuseppe doveva arrivare con la carriola
-per pigliar la _sposa_ e il bimbo, io notai che Evangelina si
-affaccendava di qua e di là, per le stanze, camminando più ritta del
-solito, e movendosi a scatti; adunava fasce e camicini, camicini e
-fasce, e poi cuffiotti e pannilani; ma annodava a volte il fardello
-senza aver finito di riporvi la roba, poi lo snodava senza aggiungervi
-nulla. Avrei fatto così anch'io.
-
-Potendo stare in ozio, mi ero preso Augusto in braccio, e gli facevo
-sottovoce le mie raccomandazioni.
-
-Gli dicevo d'essere buono, di non piangere, di star sano, e anche di
-voler bene alla Marianna ed a Giuseppe, ma di non dimenticare il babbo
-e la mamma!
-
-Ad ogni rumore di ruote sulla via, sentivo che mi si mozzava il
-respiro, cercavo Evangelina con gli occhi, e la vedevo immobile,
-intenta, senza fiato anch'essa.
-
-Giuseppe ritardava. Il poveraccio venne quando meno ce l'aspettavamo,
-senza farsi precedere da alcun rumore; egli confessò veramente a sua
-moglie di aver tirato il cordone del campanello, ma così poco, che non
-aveva sonato neppure. Gli era mancato il coraggio di tornare da capo e
-se n'era rimasto sul pianerottolo aspettando la provvidenza, la quale
-ebbe misericordia di lui mezz'ora dopo e lo fece entrare quando uscì la
-fantesca per attingere acqua.
-
-E la carriola? Forse che aveva una ruota spezzata? O il cavallo balzano
-era incomodato? Io lo sperai un istante. Ahimè! Non era capitata
-nessuna disgrazia; il cavallo stava benissimo e la carriola era tutta
-intera a nostra disposizione; solamente per non disturbare il nostro
-portinaio, costringendolo a spalancare il portone, Giuseppe aveva
-lasciato il cavallo e la carriola da un oste fuori di porta.
-
-Queste cose non le disse propriamente col linguaggio volgare dell'umana
-razza, ma fece tanto che le lasciò intendere.
-
-Era giunta l'ora: bisognava proprio andare; il nostro orologio a
-pendolo sembrava avere gran fretta di vedere partito nostro figlio...
-
-Evangelina prese in braccio Augusto, gli assestò la cuffia e i merletti
-del camicino perchè facesse la sua brava figura in mezzo alla gente,
-lo baciò una volta e due, ripetè cento raccomandazioni a Marianna, e
-ribaciò suo figlio dieci volte.
-
-In quel momento pareva proprio un'eroina.
-
-— Vedranno che starà benissimo — veniva ripetendo Marianna.
-
-— Oh! sì! sì! — aggiunse Giuseppe ingrossando la voce — starà benissimo.
-
-Io mi sentiva il cuore stretto, presi nella mia la mano di Evangelina e
-dissi precipitosamente:
-
-— Andate... adesso... subito... verremo presto a vedere come sta...
-
-La balia comprese, si tirò dietro per la falda della giacchetta il suo
-uomo, e infilò le scale.
-
-Allora Evangelina non si potè trattenere, mi si rovesciò addosso e mi
-bagnò il viso di lagrime... poi staccandosi improvvisamente venne sul
-pianerottolo... voleva rivedere suo figlio ancora una volta.
-
-Ma la balia era in fondo alle scale.
-
-— Vuoi che la richiami? — dissi con voce tremante.
-
-— Sì... cioè no, è meglio che non lo veda, non saprei più separarmi...
-è meglio che anche lui, poverino, non mi veda piangere... forse gli
-farebbe male.
-
-Le lasciai quest'illusione, e non le dissi un mio pensiero cattivo:
-«Augusto non ci voleva bene, poichè ci abbandonava senza angoscia, come
-se andasse a una festa».
-
-Ci facemmo alla finestra per vederlo passare «Eccolo là in braccio di
-Marianna!». La buona donnina lo sollevava sulle braccia, gli diceva
-probabilmente di guardare alla finestra del quarto piano, dove era la
-mamma, ma egli non le badava neppure.
-
-Vedemmo la faccetta rosea, poi la vesticciuola bianca, poi ancora
-l'ultimo lembo del nastro azzurro sotto il portico... poi più nulla,
-fuorchè gli occhi curiosi dei vicini di casa alle finestre dirimpetto.
-
-Ed io, pigliando mia moglie per un braccio, la ritrassi con dolce
-violenza dal davanzale, richiusi le vetrate con una mano, trattenendo
-con l'altra la madre sconsolata.
-
-— Evangelina — dissi.
-
-— Epaminonda!
-
-— Che hai?
-
-Sorrise melanconicamente; aveva l'aria di dirmi che me lo potevo
-immaginare quello che aveva.
-
-— È andato — soggiunsi — non va lontano, potremo vederlo spesso, tutte
-le settimane, anche tutti i giorni.
-
-Evangelina non mi dava retta; mi aveva seguìto nel mio studiolo senza
-resistere, e mandava in giro per la stanza uno sguardo attonito e
-spento.
-
-— Dov'è Musocco? — mi chiese all'improvviso.
-
-— A pochi chilometri dalla porta; ci si va in dieci minuti con la
-strada ferrata; a piedi, lo hai inteso tu stessa, sono quattro passi; e
-li vogliamo fare allegramente più di una volta... domani, se vuoi.
-
-Evangelina non badava a me, si era accostata alla parete dove era
-appesa una carta geografica dell'Italia e cercava Musocco.
-
-Ah! Musocco mancava! il geografo, che aveva disegnata quella carta non
-aveva un bimbo a Musocco.
-
-— Dev'essere qua — diss'io, correggendo con la matita la dimenticanza
-del geografo — vedi, ecco Rho, ecco Milano; Musocco è in mezzo.
-
-Evangelina guardò il punto che la matita aveva lasciato sulla carta,
-poi guardò me, e si provò a sorridermi.
-
-— Fa freddo — balbettò.
-
-Faceva freddo nelle nostre stanze abbandonate.
-
-
-X.
-
-Sveglio da un'ora, avevo già interrogato nell'ombra tutte le fisionomie
-note della nostra camera solitaria; ed erano tutte meste perchè la
-culla era vuota.
-
-Mi abbandonavo alla mia melanconia liberamente; Evangelina dormiva.
-
-Appena essa fu desta, perchè non mi leggesse in fronte le idee nere, e
-non ne provasse il contagio, entrai a dire con voce allegra:
-
-— Evangelina mia, si va a Musocco stamane?
-
-Così non ebbe tempo di ricordare la sua angoscia materna senza aver
-sotto mano il rimedio.
-
-— Bisogna essere forti — mi rispose titubando — è forse meglio
-aspettare ancora, dar tempo al nostro piccino d'avvezzarsi alla nuova
-vita...
-
-E a queste parole vide essa pure al par di me il caro innocente, in un
-camerone troppo grande, entro una culla di vimini accanto a un letto
-enorme con la coperta a scacchi rossi; vide certamente tutto questo,
-perchè s'interruppe e disse sospirando:
-
-— Chissà come avrà passato la notte...
-
-— Si va a Musocco? — mi affrettai a rispondere.
-
-— È forse meglio aspettare... se Augusto ci vede, piange di sicuro,
-soffre, si ammala...
-
-Ma l'idea era messa innanzi, ed aveva tante seduzioni, che non fu
-possibile resisterle; e quando la terza volta ripetei: «Si va a
-Musocco?», eravamo quasi fuor dell'uscio, avviati ad andarvi.
-
-Vi andammo, non a piedi, lungo la via maestra, staccando le spine alle
-acacie delle siepi, come avevo detto io, per abbellire la mia proposta,
-ma con la strada ferrata per fare più presto.
-
-La nostra apparizione nella via principale di Musocco fu segnalata da
-uno stupore immenso dei borghigiani; in molte finestre s'incorniciavano
-faccie petulantelle e curiose di fanciulle spettinate, e quando eravamo
-passati dinanzi ad una porta io vedeva con la coda dell'occhio sporgere
-una testina a guardarci.
-
-Si diceva: «Sono i signori della Marianna, vanno dalla Marianna».
-
-E una sposa di buona volontà ci passò innanzi di corsa.
-
-— Scommetto che va ad avvisare Marianna — dissi con un po' di dispetto
-— perchè non si lasci sorprendere dai signori, senza aver tempo di fare
-un po' d'apparato scenico intorno al nostro bimbo.
-
-Mia moglie sospirò e non disse nulla.
-
-— Del resto è naturale — soggiunsi.
-
-Camminavamo a casaccio; giunti a una cantonata, ci arrestammo non
-sapendo che via seguire.
-
-— Da quella parte, il terz'uscio — ci gridò dietro una donna.
-
-Mi voltai meravigliato che in paese tutti sapessero chi eravamo noi e
-dove volevamo andare...
-
-La buona donna, vedendoci perplessi, ci raggiunse e ripetè, sicura del
-fatto suo:
-
-— Da questa parte, il terz'uscio... ecco la Marianna!
-
-Era proprio lei, ci veniva incontro col nostro Augusto in braccio, e
-rideva.
-
-Evangelina voleva prendere il piccino, sotto gli occhi dei curiosi,
-a costo di sciuparsi la mantellina, si trattenne, e ci avviammo verso
-casa.
-
-Dopo l'angoscia d'un esercito di donne d'ogni età, che ci chiesero se
-eravamo stati sempre bene, come se fossimo vecchie conoscenze, dopo
-l'agonia delle presentazioni del parentado e del vicinato, io per
-tagliar corto chiesi di Giuseppe, e saputo che l'uomo era al lavoro,
-entrai addirittura nella camera nuziale.
-
-Là almeno fummo press'a poco liberi, sebbene ogni tanto qualche
-contadinella si avvicinasse troppo all'uscio socchiuso, a causa d'uno
-spintone ricevuto da un'amica d'infanzia.
-
-Evangelina baciava e ribaciava Augusto, io gli teneva una mano sulla
-testina, e mi guardavo intorno.
-
-Era proprio il camerone che avevo visto come in sogno; solo che la
-culla era di legno e non di vimini, e la coperta del letto a gran
-fiorami gialli; in un canto sorgeva un forziere enorme e in un altro un
-grosso mucchio di grano.
-
-E com'era andata?
-
-Benissimo. Augusto era stato buono, docile, pieno di appetito.
-
-E come aveva passato la notte? A meraviglia, mangiando e dormendo, non
-aveva messo una lagrima.
-
-— E voi? — chiese Evangelina a Marianna.
-
-Prima la balia rise di cuore (era la sua missione in terra), poi
-rispose:
-
-— Gli voglio già bene, povero angioletto.
-
-Povero angioletto! aveva proprio l'aria d'essere contento; ci guardò
-sbigottito, mi parve che ci sorridesse; niente altro.
-
-Poi mostrò d'avere appetito; e Marianna se lo attaccò al seno.
-
-— Hai mangiato tanto poco fa — gli disse — ma non importa, to'...
-
-Augusto nascose le faccetta rossa nel seno della nutrice, e si
-addormentò. L'appetito era un pretesto.
-
-— È furbo! — disse Marianna — io me ne sono già accorta.
-
-E non so perchè, mi sentii tutto consolato all'idea che mio figlio
-fosse tanto furbo.
-
-Non avevamo tempo da perdere, volendo approfittare del treno; senza
-abbandonare il piccino, visitammo la stalla dove Marianna ci presentò
-la giovenca bianca. Il cavallo era andato con Giuseppe.
-
-— Peccato! — disse Marianna.
-
-— Sarà per un'altra volta — risposi per consolarla.
-
-Si consolò infatti, e rise.
-
-Pur troppo bisognò separarci, lasciare di nuovo nostro figlio. Ma
-eravamo più tranquilli, più rassegnati; solo ci afflisse segretamente
-il vedere che Augusto, svegliatosi per ricevere le nostre ultime
-carezze, si mostrò di malumore, e non ci restituì i baci e i sorrisi.
-
-— Addio! — disse un'ultima volta Evangelina dallo sportello del vagone.
-
-— Addio! — ripetei sommessamente, salutando da lontano mio figlio, che
-si perdeva nell'orizzonte come un punto bianco.
-
-Poi vidi una forma umana che si allontanava nella strada maestra,
-Marianna; non discernevo più Augusto.
-
-Il viaggio era breve e parve lungo, perchè non fu detta una parola.
-
-— Che hai? che pensi? — chiesi ad Evangelina nel salire le scale di
-casa.
-
-— Ho come una spina nel cuore — mi rispose mestamente — penso che
-nostro figlio non ci ama più.
-
-— Non dir così — le mormorai all'orecchio, stringendomela al seno sul
-pianerottolo, di' piuttosto che non ci ama ancora.
-
-Era una consolazione anche questa.
-
-In salotto ne trovammo un'altra: un uomo di aspetto massiccio, solenne,
-un fittaiuolo della _bassa_, che aveva un _caso_ complicato da espormi
-e non se ne voleva andare senza avermi consultato.
-
-Me lo feci dire due volte: avevo una gran voglia di chiedergli come mai
-avesse fatto a conoscere il mio nome ed il mio recapito, ma pensai che
-bisognava «rispettare i segreti della gente», e resistei come un eroe.
-
-— Favorisca — gli dissi con molto sussiego; e lo precedei
-grandiosamente nel mio studio; quando vi fu, lo pregai d'aspettarmi un
-momento finchè mi fossi tolto il cappello e il pastrano.
-
-Ma non mi tolsi nulla, buttai tutto all'aria; e alla mia Evangelina
-sbigottita annunziai con un bacio sonoro una scoperta che avevo fatto
-allora.
-
-— Il cielo — le dissi — fa le sue cose per via di compensazione; dov'è
-un gran dolore, mette subito una gran gioia.
-
-— Qual gioia? — chiese.
-
-— Dunque non l'hai conosciuto? È lui, ti dico, è lui: il primo cliente!
-
-
-
-
-CORAGGIO E AVANTI!
-
-
-I.
-
-— Ed ora va — mi disse mia moglie — non farlo aspettare.
-
-— Lascia che aspetti — risposi allegramente — l'ho aspettato tanto
-anch'io. Mi vendico.
-
-Ma in così dire fui colto da una strana paura, cioè che il mio primo
-cliente, abbandonato a sè stesso, si pentisse e pigliasse l'uscio
-alla chetichella. Non ero nemmeno ben sicuro che fosse una persona
-vera, sebbene grassa e tonda; poteva essere una visione, un'ombra che
-fingesse la mole carnosa d'una parte contendente. Mi uscirono dal cuore
-tutti i sentimenti di vendetta; mi mossi, attraversai il salotto con
-quattro passi affrettati, ed entrai nello studio senza nemmeno mettermi
-indosso un cencio di sussiego dottorale.
-
-Il mio cliente non era dileguato, e mentre mi adattavo sulla faccia una
-gravità non mai veduta, sorridevo e ridevo dentro di me della sciocca
-paura che mi era passata per la testa.
-
-— Prego... si acco... modi — dissi, e lo dissi con tanta solennità,
-mettendo un intervallo così lungo tra una sillaba e l'altra, che la mia
-prima vittima potè magari credere un momento che io la volessi pregare
-di accopparsi per risparmiarne a me la noia.
-
-— È per un muro divisorio — cominciò a dire quell'uomo prezioso; io lo
-interruppi chiedendogli scusa e pregandolo di dirmi prima il suo nome e
-cognome, la patria, la professione.
-
-— Venanzio Solera da Cuggiono, possidente.
-
-Scrissi quel nome e quel domicilio sul primo foglietto capitato,
-come se vi fosse pericolo di dimenticarmene, poi feci un sorriso che
-significava: — noi avvocati abbiamo una tale confusione di nomi per
-la testa!... — E il signor Venanzio Solera ne cominciò un altro, che
-probabilmente voleva dire: — Già loro avvocati... — Io lo interruppi
-rifacendomi serio:
-
-— Dunque si tratta d'un muro divisorio?
-
-— Sissignore, d'un muro divisorio.
-
-E man mano, prima con la gravità suggeritagli dal mio sussiego, poi
-con la vivacità della sua indole litigiosa, che si veniva accalorando
-al pensiero delle torture morali patite da un anno, Venanzio Solera mi
-espose l'iliade di certi infissi che voleva far togliere da un muro.
-
-Il mio cliente aveva tutte le ragioni di esercitare un diritto
-sacrosanto che gli era stato assicurato dalla prudenza di suo nonno
-buon'anima; aveva in suo favore un atto notarile, il codice, la
-giurisprudenza; solo aveva contrario il signor Luigi Magni del fu
-Pietro, e gli _infissi_ rimanevano nel muro.
-
-— Mi fanno male — diceva candidamente il signor Venanzio, e si toccava
-il petto come se li avesse cacciati attraverso il corpo.
-
-Ma io non lo potevo compiangere; lo ammiravo nè più nè meno; il suo
-male mi pareva uno di quei fenomeni meravigliosi che si manifestano
-in terra per incominciare la clientela di un avvocato novellino; quel
-muro coi suoi _infissi_ io me lo vedeva dinanzi alto e solenne come un
-baluardo.
-
-— Dietro quel muro è il tuo avvenire — dicevo mentalmente a me stesso;
-— dietro quel muro è la tua clientela numerosa; dietro quel muro sono i
-trionfi forensi, gli agi di Evangelina e di tuo figlio.
-
-E a questi pensieri sentivo dentro un rimescolìo strano, in cui si
-perdeva il mio sussiego posticcio, e insieme col lampo oratorio che mi
-balenava negli occhi appariva il sorriso bonario del padre di famiglia
-contento. Non dicevo nulla a parole, ma dovevo avere un poema scritto
-sulla faccia, perchè il mio cliente, che da un po' parlava a spizzico e
-senza staccarmi gli occhi di dosso, a un tratto ammutolì e sorrise.
-
-— Dica, dica — balbettai, cercando di richiamare la mia gravità
-fuggitiva.
-
-— Le ho domandato se voleva trattare la mia causa, ed ha fatto di no
-col capo.
-
-— Scusi — diss'io — ero distratto; noi andremo in tribunale e vinceremo
-la lite.
-
-— Sarà una cosa lunga?
-
-Mentii.
-
-— Sarà una cosa spiccia; abbiamo tutto in nostro favore; lei mi faccia
-la procura _ad lites_, penso io al resto.
-
-E senza dargli tempo a riflettere, mi tirai dinanzi un foglio di grossa
-carta, su cui scrissi in rondo: _Solera contro Magni_, poi sollevai il
-capo e dissi:
-
-— È fatto.
-
-Lo dissi con una cert'aria di trionfo che mi doveva parere stranissima
-più tardi, pensandoci, ma che in quel punto mi veniva fuori così
-naturale da indurre in errore il mio cliente, il quale si credette in
-obbligo di curvarsi per ammirare da vicino il mio rondo e lasciarmi
-intendere che approvava pienamente la mia maniera energica di spingere
-innanzi le cose.
-
-Ebbi paura che mi canzonasse, e senza guardarlo in faccia lo pregai di
-dirmi che cosa avesse fatto dal canto suo per evitare la lite.
-
-_Evitare la lite!_ Sì, io ebbi il disperato coraggio di pronunziare
-queste parole, e quando le ebbi sillabate interamente senza trattenerne
-neppure un briciolo coi denti, alzai gli occhi. Ero rassegnato a
-contemplare un orrore: Venanzio Solera che si pentiva di aver voluto
-trascinare in tribunale Luigi Magni del fu Pietro, e che ringraziandomi
-infinitamente d'avergli fatto venire un buon pensiero, si rizzava in
-piedi, mi stringeva la mano, infilava l'uscio... spariva!
-
-Invece no; il mio cliente non si moveva; gli era passata da un pezzo la
-voglia di pigliar con le buone quell'_orso male allevato_; era venuto
-perchè era tempo di farla finita, e non se ne voleva andare senza
-lasciarmi nelle mani il suo litigio.
-
-— Dio ti benedica! — volli esclamare in un impeto di contentezza.
-Invece domandai con sussiego: — Che uomo è?
-
-Intese subito che parlavo della parte avversaria, e rispose
-semplicemente: — _Un orso!_...
-
-Ma mentre egli me lo metteva innanzi tinto dei più neri colori, io lo
-guardava con gratitudine, quasi con amore.
-
-Vedevo in Luigi Magni del fu Pietro il cardine, il fondamento della mia
-clientela, il capo stipite d'una razza di gente litigiosa disposta ad
-andare fino in cassazione contro di me prima, poi contro mio figlio, e
-mi pareva che avrei voluto averlo dinanzi per ringraziarlo, stringergli
-la mano, chiedergli la sua fotografia, poi farlo condannare nelle spese
-e nei danni.
-
-Un'altra via si apriva al mio pensiero. — Come mai — dicevo mentalmente
-guardando in faccia Venanzio Solera — come mai è venuta in capo a
-questo brav'uomo l'idea di farsi rappresentare in tribunale da me?
-
-Pensavo a mio suocero che dal giorno del matrimonio di sua figlia non
-aveva fatto se non consigliare inutilmente le liti più spropositate
-ai suoi amici e conoscenti di Monza, e che invano era diventato egli
-stesso intrattabile nei negozi, dacchè aveva un genero avvocato. Ma non
-era stato lui a mandarmi il mio cliente, perchè, avendo interrogato
-abilmente il signor Venanzio, egli mi fece intendere che non si
-occupava nè di seta, nè di bozzoli, nè di bachi, e che a Monza non era
-stato mai.
-
-Non mi sarebbe spiaciuto andar debitore della clientela a mio suocero;
-pure quando ebbi dal signor Venanzio l'assicurazione del contrario,
-provai un senso di piacere affatto nuovo ed inesplicabile, pensando che
-la mia fama era volata fino a Cuggiono. E come aveva fatto a volare, se
-non mi ero accorto che le fossero spuntate le ali?
-
-Dolce mistero! Nè mi affannai a volerlo svelato; in sostanza, è sempre
-meglio per l'amor proprio di un avvocato che l'origine della sua
-clientela si perda in un'incertezza deliziosa.
-
-Venanzio Solera fu docilissimo; ascoltò tutti i miei consigli, promise
-di fare quello che io gli raccomandai, e siccome era letterato,
-sottoscrisse la procura, tirando un po' in lungo questa delicata
-operazione, ma in sostanza con onore; e in fine, senza che io gli
-dicessi nulla, da uomo ben informato, fece il deposito per le prime
-spese processuali.
-
-A tutti questi miracoli io assisteva senza stupore, perchè già mi ero
-avvezzato alla mia fortuna.
-
-— Basteranno? — mi chiese il mio cliente miracoloso, accennando il
-mucchietto di biglietti di banca che aveva deposto sulla scrivania.
-
-Compresi, e senza dir parola contai la somma e feci la ricevuta. Allora
-il signor Venanzio ebbe paura di aver ferito la mia dignità e ripetè
-con diverso accento: — Basteranno?
-
-Feci un gesto sibillino, e il mio cliente dovette accontentarsene. La
-_seduta_ era finita e ci avviammo.
-
-— Bisognerà pure che paghi _lui_ in ultimo — diss'egli allegramente.
-
-— Non dubiti — risposi con un sorriso.
-
-E come se avessi detta un'arguzia saporita, Venanzio Solera si arrestò
-in anticamera, mi prese le mani, me le strinse, e rise forte.
-
-Indovinai che era uno di quegli uomini i quali arrivano tardi nelle
-ciancie, e che incominciano soltanto quando si può ragionevolmente
-credere che il discorso sia finito. Gli leggevo in faccia il desiderio
-di trattenermi una buona mezz'ora sull'uscio a ripetermi la storiella
-del muro. Il suo ideale sarebbe stato di poter discutere la lite fra di
-noi, e condannare Luigi Magni in contumacia; invece io non vedeva l'ora
-che il mio cliente se ne fosse andato per ridiventare fanciullo con la
-mia Evangelina, che, proprio come se la vedessi, era già lì, dinanzi
-alla mia scrivania, piena di felicità e d'impazienza.
-
-— E glieli faremo staccare! — insistè il signor Venanzio.
-
-Parlava degli _infissi_, ed io lo feci ridere chiassosamente un'altra
-volta, dicendo:
-
-— Bisognerà pure che li stacchi!
-
-— Dovesse anche staccarli con le sue proprie mani — aggiunse il mio
-cliente.
-
-E mi guardò in faccia aspettando un'altra arguzia. Ebbi uno scrupolo di
-coscienza e lo accontentai.
-
-— Dovesse anche staccarli coi denti!
-
-La felicità del signor Venanzio non si descrive; basti dir questo che
-egli ebbe paura della soverchia gioia, ed aprì l'uscio per darsi alla
-fuga. Sperava certo che io lo trattenessi, perchè lo vidi farsi serio
-come per tirarsi in mente qualche cosa, in realtà perchè cercava un
-pretesto di chiudere un'altra volta l'uscio e ripigliare la posizione
-di prima. Ma io avevo spinto prudentemente un piede nel vano aperto,
-rasente allo stipite, e non lo ritrassi. Venanzio Solera dopo essersi
-provato a dondolare un paio di volte la porta senza che gli potesse
-tornare in mente la cosa importantissima che ancora mi voleva dire,
-diede un'occhiata disperata al mio piede, si battè la fronte per
-punirla della sua smemorataggine, e se n'andò a malincuore, promettendo
-di tornar presto.
-
-— Non dimentichi di mandarmi tutte le carte — gli dissi, quando ebbe
-sceso un paio di gradini.
-
-Si arrestò di botto e si volse; col sorriso rassegnato diceva: «Sono
-quaggiù misero e sconsolato, non posso far altro che sorridere prima di
-andarmene».
-
-Egli continuò a scendere, ed io tornai nel mio scrittoio, dove
-Evangelina, che aveva preso il mucchietto di banconote e le stava
-contando, appena mi vide mi buttò le braccia al collo, e scrollandomi
-tutto mi fece perdere in un attimo l'ultimo avanzo del mio sussiego
-dottorale.
-
- *
- * *
-
-— Ed ora, coraggio e avanti! — esclamò mia moglie — il primo cliente ce
-l'hai.
-
-— Ce l'abbiamo, devi dire; il signor Venanzio Solera è patrimonio
-comune, è mio, è tuo, è di nostro figlio; la sua lite è entrata in casa
-per non uscirne mai più.
-
-— Per non uscirne mai più? — balbettò Evangelina guardandomi negli
-occhi con una specie di terrore ingenuo — dunque quel povero uomo
-litigherà sempre?
-
-— Sì — asseverai con enfasi — Venanzio Solera litigherà sempre con
-Luigi Magni del fu Pietro.
-
-Spiegai subito l'allegoria ardita:
-
-— Venanzio Solera è la clientela. _Solera contro Magni_ è l'impresa
-della mia vita.
-
-Allora Evangelina, facendosi rossa in viso pel piacere, battè le mani
-ed entrò in metafora anche lei.
-
-— Venanzio Solera ci empirà la guardaroba di bella biancheria con le
-cifre; Venanzio Solera metterà una bella tavola di mogano in salotto,
-un attaccapanni di rovere in anticamera, tanto bel rame lucente in
-cucina. Non è vero che farà tutto questo?
-
-Io aveva preso i biglietti di banca che erano sulla scrivania e li
-venivo contando con molta freddezza d'animo; alla domanda singolare
-della mia Evangelina sorrisi, ma proseguii a contare, e solo quando
-ebbi finito risposi tranquillamente:
-
-— Sì, credo anch'io che Venanzio Solera abbia questa missione in terra,
-e chi sa?... egli farà forse di meglio.
-
-— Che cosa? — domandò mia moglie, che trovava gusto ad anticipare col
-pensiero tutte le prodigalità della mia clientela.
-
-— Per esempio — risposi — ci allargherà la casa; cinque stanze sono
-veramente troppo poche per un avvocato, ce ne vogliono almeno nove,
-e non sarà male che l'abitazione abbia due ingressi sul medesimo
-pianerottolo, per uno dei quali passeranno soltanto i clienti...
-
-— E ci si metterà tanto di scritta: _Avvocato Placidi_... di porcellana
-o d'ottone.
-
-— Meglio di porcellana... è meno comune.
-
-— Meglio d'ottone... — disse Evangelina — è meno fragile. Un bel giorno
-poi — soggiunse — per l'anniversario del nostro matrimonio, mi regalerà
-una bella macchina da cucire...
-
-— A doppio punto e col pedale — dissi ridendo.
-
-Prima mia moglie mandò un sospiro a quel tempo lontano, poi rise
-anch'essa delle fanciullaggini del nostro bel tempo presente.
-
-Ma era rimasta un'ombra sulla sua fronte, e non ce l'aveva potuta
-mettere la macchina Howe a doppio punto.
-
-— Per incominciare — dissi mutando tono — Venanzio Solera farà qualche
-cosa oggi stesso...
-
-L'ombra non se ne andava, e mia moglie non si affrettò a chiedere: _che
-cosa?_
-
-— Oggi stesso — ripetei misteriosamente.
-
-— Che cosa? — domandò Evangelina.
-
-— Me l'hai da dire tu che cosa hai, e perchè, mentre si parla della
-nostra reggia futura, tu mi pianti qui per andartene col pensiero...
-dove? dimmelo subito; a che pensavi?
-
-— Pensavo — rispose Evangelina melanconicamente — che se Venanzio
-Solera fosse arrivato un anno prima, non sarebbe stato necessario
-mandare Augusto a Musocco.
-
-Io la consolai facendole osservare che, per pigliarci la balia in casa,
-un anno di patrocinio non sarebbe bastato.
-
-— Che cosa farà oggi stesso? — mi chiese poi alludendo a Venanzio
-Solera.
-
-— Ti comprerà un calendario, perchè sa che ne hai piacere... un bel
-calendario da appendere sopra il caminetto. È un lusso che ci possiamo
-permettere.
-
-Evangelina approvò la spesa, osservando giudiziosamente che un bel
-calendario si doveva poterlo comprare con ribasso, essendo già passato
-tutto gennaio e più di mezzo febbraio.
-
- *
- * *
-
-Bisognava informare della nostra fortuna anche mio suocero, perchè
-trovasse requie e non perdesse il suo tempo correndo dietro ai clienti
-dei suoi figli; bisognava descrivergli la bellezza di Musocco, il latte
-della balia, l'appetito di Augusto, la rassegnazione d'Evangelina, e
-tutto ciò fu fatto in quattro pagine fitte, in principio da me, poi da
-mia moglie.
-
-Rileggendo la lettera prima di mandarla, Evangelina si avvide che aveva
-dimenticato di parlare del balio; il povero Giuseppe, facendosi piccino
-piccino, trovò posto nei margini; dopo di che, chiuso il foglio nella
-busta, uscimmo per andarlo a gettare insieme in una buca.
-
-Al momento di appiccicare sulla lettera il francobollo, guardai mia
-moglie, che mi guardava sorridendo. Il suo sorriso, espresso a voce
-alta ed _intelligibile_, significava che quello era un francobollo
-speso bene, ed io, che era della medesima opinione, mentre cacciavo la
-lettera nella buca ripetei:
-
-— Ecco un francobollo bene speso!
-
-Invece no, quello era un francobollo sprecato, tanto è fallace la
-contentezza umana!
-
-Tornati a casa, mezz'ora dopo, chi trovammo a braccia aperte,
-ingombrando il vano dell'uscio e gridando con voce stentorea che per
-entrare in casa ci bisognava passare sul suo corpo?
-
-— Il babbo! — esclamò Evangelina.
-
-Proprio lui, mio suocero.
-
-L'amarezza del francobollo sprecato per un po' scomparve travolta nel
-piccolo tumulto della gioia, poi si mostrò un istante, per sparire di
-nuovo in eterno.
-
-— Peccato! — disse mia moglie.
-
-— Peccato ch'io sia venuto? — interrogò mio suocero, fingendo di
-intendere così per farsi fare un'altra carezza.
-
-— No — rispose ingenuamente Evangelina — peccato che ti abbiamo scritto
-una lunga lettera, e non sono dieci minuti che l'abbiamo impostata.
-
-— Sicuro — insistei — non sono dieci minuti.
-
-Era invece una mezz'ora buona e lo sapevamo benissimo; ma ogni dolore
-vuole il suo balsamo e la sua vendetta, e dopo d'aver sagrificato quei
-venti minuti alla rettorica tiranna, il francobollo ci parve vendicato
-abbastanza e non ci fece ombra di male.
-
-Nell'abbracciare sua figlia, mio suocero era quell'eccellente
-allevatore di bachi che avevo sempre conosciuto; nel baciar me, nello
-stringerci la mano, nel guardarmi, aveva una certa aria diplomatica che
-non gli avevo visto mai.
-
-— Ho bisogno di parlarti — mi disse solennemente quando fummo soli.
-
-E perdendo ad un tratto la pazienza, e con la pazienza la solennità,
-aggiunse alla buona:
-
-— Ti porto una lite.
-
-— Una lite! — esclamai guardando con occhio sospettoso.
-
-Egli rimase serio e ripetè gravemente:
-
-— Ti porto una lite, una bella e buona lite; si tratta d'un
-compromesso. Giovanni Resta si era obbligato a comprare dei bozzoli ad
-un dato prezzo, ora nega il suo obbligo... ed io...
-
-— Tu!... sei dunque tu l'avversario?
-
-— Sicuro; non ti pare che io possa stare in giudizio come un altro?
-Ho detto a Giovanni Resta che ha torto, e deve sentirselo ripetere in
-tribunale, in appello ed in cassazione. Litigheremo, e vogliamo ridere;
-sarà una cosa lunga...
-
-— C'è un contratto? — domandai.
-
-— Di scritto nulla, ed è perciò che si fa la lite; se avessi in mano
-un po' di nero sul bianco, credi tu che Giovanni Resta andrebbe in
-tribunale con la sicurezza di farsi dar torto? Ma noi sosterremo la
-validità del contratto verbale, lo faremo giurare, e se giura, lo
-accuseremo d'aver giurato il falso. Io dico _faremo_, ma sei tu che
-farai tutto questo; io torno a Monza col primo treno.
-
-— C'erano dei testimoni? — domandai con una pacatezza che metteva mio
-suocero alla desolazione.
-
-— Ce n'era uno, ma non si ricorda di nulla. Che importa? ti dico che tu
-lo fai giurare, e che se giura...
-
-— Se dài retta a me — interruppi solennemente — accomodi le cose alla
-buona, non litighi e non ti guasti con Giovanni Resta, di cui puoi aver
-bisogno.
-
-— Dunque credi che mi darebbero torto?
-
-— Ne ho paura.
-
-— Non importa; ho detto a Giovanni Resta che lo volevo trascinare in
-tribunale, e lo trascineremo.
-
-Io scrollava il capo così risolutamente, che mio suocero, sbalordito,
-s'interruppe lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.
-
-— Hai sbagliato carriera — mi disse beffandomi senza amarezza — dovevi
-farti prete. Evangelina sarebbe venuta a confessarsi da te, avresti
-conciliato tutti i litigi terreni al cospetto del tribunale celeste; la
-tua eloquenza, perchè io sono sicuro che ne hai una, sebbene non sappi
-che farne, ti avrebbe servito a far la predica.
-
-L'idea di vedermi prete e di confessare la mia Evangelina mi metteva di
-buon umore; mio suocero tirava innanzi a ferirmi con le sue ironie, ma
-era come se mi facesse il solletico.
-
-— Non c'è da ridere — mi disse ad un tratto — bada che rifiuti il tuo
-primo cliente... bada che...
-
-— Ma dunque non sai? — proruppi. — È vero, tu non puoi sapere... te
-l'abbiamo scritto poc'anzi, e siccome la lettera è impostata, mi pareva
-quasi che tu dovessi sapere...
-
-— Che cosa?
-
-— Che ho un cliente, che ho una lite!
-
-— Davvero? — balbettò il pover'uomo; e, cosa strana! nella sua faccia
-si alternavano luci ed ombre, come se alla contentezza si mescesse un
-po' di dispetto. — E come si chiama?
-
-— Si chiama Venanzio Solera, il suo avversario è Luigi Magni del fu
-Pietro; stanno a Cuggiono tutti e due, sono vicini di casa; v'è un muro
-divisorio comune in cui Luigi Magni ha piantato certi infissi che il
-mio cliente è in diritto di fargli staccare.
-
-— Sono vicini di casa?
-
-— Già.
-
-— Hanno un muro comune?
-
-— E Luigi Magni ha piantato gli infissi.
-
-— Non v'è dunque pericolo che facciano la pace, non è vero?... se sono
-vicini di casa ed hanno un muro comune? Ah! quanto sono contento!
-
-Mi buttò le braccia al collo e mi confessò commosso che aveva voluto
-litigare con Giovanni Resta tanto per darmi una causa, che del
-rimanente Giovanni Resta era un galantuomo, ed avrebbe benissimo potuto
-giurare il falso in buona fede.
-
-In quel punto rientrava Evangelina.
-
-— Vieni qua — le disse suo padre, aprendo le braccia con un gesto
-teatrale.
-
-L'abbracciò e baciò in silenzio, poi la spinse verso di me perchè io
-facessi altrettanto.
-
-— Il primo passo è fatto — soggiunse il padre contento — coraggio e
-avanti! Ed ora parliamo del piccino... È un bel paese Musocco? La balia
-è bella? Augusto ne è soddisfatto? E non ha sofferto troppo non vedendo
-più il nonno?
-
-Vide negli occhi di Evangelina un luccichìo sospetto, e soggiunse
-abbassando la voce ed accarezzandole il viso:
-
-— L'aria dei campi gli farà bene!
-
-
-II.
-
-Coraggio e avanti!
-
-Dopo Evangelina mio suocero, e dopo mio suocero qualcuno dentro di me
-venne ripetendomi in ogni ora della vita: «Coraggio e avanti!».
-
-Ah quanto bene mi fecero queste dolci parole! A noi piace prefiggere
-un termine ai nostri sacrifizi per aiutarci a sopportarli. Diciamo
-volentieri: porterò il mio fardello fin là, poi camminerò libero
-e spedito; e così aveva detto anche io. Facendo il mio piccolo
-sacrifizio quotidiano, già aveva pensato: «Ancora uno oggi, e un paio
-ancora domani e doman l'altro, la sorte farà il resto, mi manderà un
-cliente!».
-
-E il primo cliente era venuto, ma senza portarci se non cose che
-avevamo in casa: una maggiore contentezza e una speranza più robusta,
-non contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo ancora alcune
-finestre senza cortine, e ce ne consolavamo ancora amando smodatamente
-la luce, ed io portava bravamente il mio cappello a staio delle nozze,
-il più lisciato di tutti i cappelli del mondo incivilito, col pretesto
-sempre nuovo che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi di simili
-bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato, come volevo parere;
-ci accadeva ancora di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io,
-unicamente per andare a gettare una lettera in una buca lontana.
-
-Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè ci dava abbastanza da fare
-l'impiego delle nostre rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi
-profondi; io devo a lei la convinzione che ogni lira si compone di un
-gran numero di centesimi; molto prima di lei me l'aveva detto mia madre
-buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi.
-
-Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia per isvagarsi, o
-va alla commedia od all'opera, noi ce ne andavamo a braccetto lungo
-le vie fiorite del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute,
-orizzonti più dorati di quelli del tropico, castelli ricolmi d'ogni
-delizia, teatri in cui assistevamo a scene attraenti e udivamo canti
-consolatori, accompagnati da suoni, che parevano carezze.
-
-Quelli erano i giorni di sole.
-
-E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui ricordo mia moglie
-rabbrividisce ancora ed io sorrido. Per lo più erano i lunedì
-dell'ultima settimana del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano
-inaspettati, anzi contro tutte le nostre previsioni; si era allegri,
-quasi spensierati, il calendario segnava _tempo costante;_ ed ecco
-Evangelina si accostava alla finestra e tornava a dirmi che pioveva;
-cioè che nei nostri calcoli della vigilia avevamo dimenticato il conto
-della legna, o quello della lavandaia, e che in sostanza prima del
-mezzodì in tutta la casa dell'avvocato Placidi non sarebbe rimasto un
-soldo, a pagarlo un milione.
-
-Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava per ricevere le
-ispirazioni del suo genio, e il suo genio, senza perder tempo, gli
-suggeriva di cavare dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un
-Vacheron di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di bambagia in uno
-scatolino di cartone, cacciare lo scatolino col suo contenuto in una
-tasca, abbottonarsi ben bene ed incamminarsi senza paura. E l'avvocato
-Placidi, fatto docile dalla esperienza, non si ribellava più come la
-prima volta; quanto era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia
-l'esecuzione; egli cavava dal taschino il suo orologio, gli domandava
-scusa per celia, o gli faceva un discorsetto sulla sorte degli orologi,
-che vengono al mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le calotte e
-le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno il loro lato cattivo anzi
-pessimo; e quando con la sua parlatina era riuscito a far ridere sua
-moglie, che lo stava guardando con occhi di pietà, allora si rifaceva
-serio, si abbottonava per resistere in strada all'istinto di guardar
-l'ora e si avviava senza paura...
-
-Si avviava; mi avviavo.
-
-Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura non era
-esposta a dure prove; tutto al più qualche monello, vedendomi
-abbottonato fin sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e poi
-ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi chiedeva che ora era.
-
-Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo allungando il
-passo: — Sono le otto e mezza.
-
-Entrando nella viottola deserta, dove si apriva la nota porticina
-col numero 3, sentivo battere il cuore, e giravo intorno sguardi
-sospettosi; dalle finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati
-ai miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale mi pareva che
-tutti i segreti bisbigli di cui ero consapevole alzassero il tono a un
-tratto.
-
-L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un po' di sicurezza,
-in questo non mi servì a nulla, perchè a ogni mia apparizione
-nella viottola paurosa, io aveva prima la coscienza, poi la prova
-testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname del canto era
-il primo a vedermi e subito lasciava il suo banco e veniva sull'uscio
-con la pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al richiamo,
-alzava il capo. E giungevano al mio orecchio dialoghetti come questo:
-
-— È lui, l'amico del numero 3.
-
-— Chi sa mai chi sia?
-
-— Chi lo sa?
-
-Tacevano.
-
-Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano due donnette di buon
-umore, che ridevano sempre non badavo a nessuno, tiravo dritto con
-lo sguardo fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva d'udire
-il falegname ed il calzolaio, che mi avevano seguìto con gli occhi,
-esclamare quasi all'unissono: — È entrato!
-
-Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito, quei due potevano
-ripigliare il lavoro senza scrupoli, badando solo ad alzar gli occhi
-ogni tanto per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni non
-sempre erano al termine. Se avevo la fortuna d'affacciarmi solo allo
-sportello, la cosa era facile e spiccia; la _padrona_ mi conosceva,
-mi salutava come un vecchio avventore, domandandomi notizie della mia
-salute con una segreta e rispettosa pietà nell'accento e nelle parole;
-io cavava di tasca l'orologio; essa diceva: _È sempre quello_, non
-già per canzonarmi, solo per farmi intendere che non era necessario
-raschiarlo con un temperino, nè sfregarlo sulla pietra di paragone.
-— _Sempre quello_ — rispondevo. Anche la somma che mi veniva prestata
-era sempre quella; ma per un'abitudine del suo commercio la buona donna
-prima me l'annunziava: _Cinquanta lire!_ Chinavo la testa sul petto,
-intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva la _padrona_, e io la
-ringraziava con un sorriso, perchè avevo notato che quando poi tornavo
-a riscattare il pegno, essa non mi diceva più a _rivederla_, sebbene
-avesse molte ragioni di sperare che mi rivedrebbe ancora.
-
-A volte non ero solo; giungevo in coda ad un drappello di donne,
-e mi toccava aspettare in un canto, sotto le occhiate curiose, col
-cuore stretto dalla miseria di quella povera gente, che per due lire
-impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi veniva un pensiero maligno
-e dolce, cioè che la mia umiliazione doveva servire almeno a qualche
-cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere che nella gente
-che essi guardano con occhio di invidia vi può essere chi soffre più di
-loro, perchè è costretto a vergognarsi della propria miseria.
-
-In quella brigata di donne vi erano le ardite che scherzavano del
-dolore e parlavano della sventura a voce alta; vi erano le timide e
-le dolenti; io ne vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime e
-guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere il riso sguaiato
-per sorridermi, facendo omaggio a una miseria che credevano peggiore
-della loro, perchè era diversa.
-
-Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di consegnare
-il mio orologio sotto gli occhi di quelle donne, non mi pareva più
-di essere l'avvocato Placidi, d'avere una casa, una clientela e un
-avvenire. Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato il canto della
-viottola tremenda, e non ostante la consapevolezza di dovervi tornare,
-dimenticavo nelle braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni
-patite.
-
-Forse il merito era un po' del mio umore bonario, e certamente ne
-aveva la sua gran parte la faccia melanconica e sorridente della mia
-Evangelina; ma non devo tacere che, nell'andare e nel tornare e per
-tutto il tempo della difficile operazione del pegno, qualcuno mi era
-venuto continuamente ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi
-retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo non badare
-una volta e dieci a una voce che ci dice: — Coraggio! — viene poi il
-momento che questa parola benefica trova la via del nostro cuore.
-
-— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina.
-
-— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole.
-
-— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto qualcuno di nostra
-conoscenza? E quella donna ti ha riconosciuto?
-
-— È andata benissimo — dicevo io; e quando era andata malissimo, non
-aggiungevo altro.
-
-— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato Epaminonda Placidi! Non vi
-andrai più, non i vero?
-
-— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio orologio. Sai?... ieri
-notte mi ero dimenticato di caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure
-poverino! camminava ancora... si fermerà alle dieci.
-
-— A riscattarlo manderemo qualcuno.
-
-— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi, chi sa? sarà forse
-l'ultima volta.
-
-Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete credere, finchè mi fu
-possibile, non le tolsi la dolce illusione.
-
-E venne una domenica in cui corsi trionfando a riscattare il mio
-Vacheron, ma venne pure un lunedì in cui attraversai la viottola
-paurosa per andarlo ad impegnare un'altra volta.
-
-
-III.
-
-Augusto intanto cresceva a vista d'occhio, si faceva rosso e tondo come
-un puttino modellato senza economia, nel gesso.
-
-Le passeggiate a piedi fanno bene alla salute. Ci avviammo spesso,
-Evangelina e io, prima a braccetto lungo la strada maestra, poi pel
-sentieruolo, tenendoci per mano come due innamorati, fino a Musocco,
-dove ci aspettava lo spettacolo meraviglioso della nostra creatura
-indifferente, non d'altro occupata che di vantare con le opere
-l'eccellentissimo latte della balia.
-
-Io, l'indifferenza sublime di mio figlio la pigliavo con una certa
-filosofia; Evangelina no; la sua superbiuzza materna non le dava tanta
-forza da nascondere a' miei sguardi che era gelosa.
-
-Ed era forse geloso io pure, quando, mettendo la faccia presso a quella
-di mio figlio, egli per un po' mi guardava stupito, poi invece di
-buttarmi le braccia al collo, come gli doveva consigliare la voce del
-sangue, cacciava uno strillo.
-
-Questo disastro seguiva raramente, ma ci piombava entrambi nella
-desolazione. Quei giorni si tirava in lungo la visita, dimenticando
-Milano, il tribunale e i clienti; non si avrebbe avuto cuore di venir
-via senza prima aver fatta la pace con nostra figlio, e all'ultimo,
-riconfortati alla meglio da un'ombra di sorriso che era passata
-sui suoi labbruzzi, o da una carezza che egli aveva ricevuto con
-rassegnazione, ci avviavamo a passi lenti a Milano.
-
-Poi ritrovavamo il nostro passo spedito, la nostra piccola filosofia
-quotidiana, noi stessi. E ci consolavamo a vicenda dell'ingiustizia
-di Augusto, e io ridiventava l'avvocato Placidi per difendere la mia
-progenitura.
-
-— La voce del sangue! — dicevo cinicamente — chi vi crede oramai? Non
-si fa sentire nemmeno più sul palcoscenico. E non bisogna lagnarsene;
-aveva detto tante corbellerie questa voce famosa! Invece la voce del
-latte!...
-
-Ma non avendo la lena di andar oltre, mi provavo a ridere. Evangelina
-non rideva, ed io tirava innanzi con crescente convinzione.
-
-— Corrono molte voci nel mondo che nessuno ha mai udito: la voce del
-popolo, la voce di Dio, la voce della coscienza, eccetera; invece non
-si sente mai dire: la voce della minestra, la voce dell'arrosto, come
-se non parlassero ogni santo giorno, non escluse le vigilie, ad ogni
-uomo digiuno. Non ho io ragione?
-
-— Hai ragione — mi rispondeva Evangelina — ma bisognerà tornare presto
-a trovarlo; è necessario che egli si avvezzi fin d'ora a vederci, a
-conoscerci, a volere un po' di bene a noi, che gliene vogliamo tanto.
-
-Parlava di lui, ed io che non aveva cessato un momento di pensarvi, mi
-rifacevo grave per dire:
-
-— Lo svezzeremo presto e lo toglieremo da balia. Fino a che età poppano
-i bimbi? Lo sai tu?
-
-— Secondo i casi — rispondeva la povera mammina sospirando — fino a un
-anno e mezzo; ve n'è di quelli che vogliono il latte fino a due anni,
-magari fino a tre.
-
-«Il nostro non sarà di quelli — sentenziava il padre, baldanzoso in
-apparenza, sgomentato in fondo. — Intanto hai ragione, bisogna andar
-spesso a vederlo; è necessario che egli impari a volerci bene».
-
- *
- * *
-
-A quel che bisognava fare non mancavamo davvero; l'ottima Marianna
-non doveva avere più nemmeno una settimana di sicurezza, sapendo che
-da un momento all'altro le potevamo capitare alle spalle e coglierla
-in flagrante reato di disamore alla nostra creatura, ma non perciò si
-sgominava o smetteva il suo bel riso; aveva anch'essa il suo talismano:
-voleva un gran bene ad Augusto.
-
-— È proprio come se fosse mio — diceva per rassicurarci; e a queste
-parole ingenue io, da un piccolo tumulto che seguiva dentro di me,
-indovinava una battaglia nel cuore di Evangelina.
-
-— È furbo — asseriva talvolta la vezzosa balietta — sa farsi voler
-bene; quando vuole poppare, le sa ben lui le piccole moine... è proprio
-pieno di malizia. Io dico che diventerà _qualche cosa_... perchè ha
-talento.
-
-Ascoltavamo in silenzio, tra contenti e mortificati di dover apprendere
-tutto il valore della nostra creatura da un'estranea; poi Evangelina
-si chinava a baciucchiare il piccolo tesoro, ed io, che non mi potevo
-permettere altrettanto a causa dei baffi, invece di dichiararmi lieto
-di apprendere che mio figlio era pieno di malizia, balbettavo che _lo
-sapevamo._
-
-Allora la balia mi faceva vedere i denti immacolati, e approfittando di
-un momento in cui la faccia rosea di Augusto era scoperta, gli scoccava
-con disinvoltura un bacio rumoroso che il piccino si pigliava senza
-mormorare.
-
-Se avessimo fatto noi altrettanto, Dio sa che strilli!
-
-— Mi conosce, da me lascia fare — diceva Marianna — non c'è pericolo
-che voglia andare con altri... la notte, quando ha freddo, si fa
-sentire: allora me lo piglio in letto, ed egli sa dove mettere la
-faccetta per sentire il calduccio.
-
-Tutte queste notizie ci davano una consolazione strana, che ci faceva
-molto felici e un po' desolati. Avevamo pure raccomandato cento volte
-alla balia che di notte non si pigliasse in letto nostro figlio; ma
-non volevamo nemmeno che egli piangesse nella culla o che patisse il
-freddo.
-
-— Dio buono! — mormorava Evangelina — e se lo soffocasse?
-
-— Soffocarlo! — esclamava la balia — dillo un po' tu se ti faccio
-male?...
-
-E siccome Augusto non diceva nulla, ella spiegava minutamente alla
-mammina mal pratica l'arte sua amorosa di tener in letto il bimbo
-senza alcun pericolo, ed era così felice e così allegra nella sua
-dimostrazione, che Evangelina doveva finire col dichiararsi interamente
-soddisfatta.
-
-E non era vero, povera Evangelina, che tu fossi interamente soddisfatta.
-
- *
- * *
-
-Io che mi venivo ammaestrando sui libri nell'arte di allevare i
-figliuoli, un giorno dissi alla balia:
-
-— Bisognerebbe cominciare fin d'ora a dargli la pappa...
-
-— La pappa! — balbettò Marianna sbigottita — è troppo presto; non ha
-che sei mesi.
-
-Mia moglie mi guardava non osando darmi torto, come le suggeriva il suo
-istinto di madre, e forse sperando che io avessi ragione.
-
-— Dovrà cominciare dal poco — insistei gravemente — in principio il
-guscio d'un uovo sarà la sua scodella; prima una volta il giorno, poi
-due; siano le pappe di semolina di buona qualità, non molto dense e ben
-cotte in buon brodo di pollo o di manzo...
-
-Una risata interruppe la lezione che io sapeva così bene a memoria.
-
-Era la balia che, non ostante il rispetto da me ispiratole, non aveva
-saputo frenare il suo buon umore.
-
-— Scusi — diceva — è più forte di me.
-
-Sì, l'idea del brodo di pollo era più forte di lei.
-
-— Per fare il brodo di pollo o di manzo — osservò correggendo con un
-tantino di gravità il suo irriverente buon umore — ci vuole il pollo
-o per lo meno il manzo; i signori come loro queste cose le hanno
-sempre... ma noi....
-
-Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i signori come noi...» e
-un mio sorriso finì la frase: «queste cose le hanno sempre...», poi mi
-venne un'idea luminosa:
-
-— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna prometterci di dare per
-davvero le pappe al bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un
-uovo... la semolina ben cotta...
-
-Aveva inteso, prometteva tutto.
-
-Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi le lessi in faccia che
-ella aveva indovinato la mia bell'idea.
-
-Quella sera, al momento di assestare i conti della giornata,
-aggiungemmo allegramente al nostro bilancio la spesa mensile di un
-vasetto di estratto di carne.
-
-
-IV.
-
-La nostra casa intanto si veniva facendo bella; quasi non passava
-settimana che non si arricchisse di qualche piccolo ornamento utile;
-oltre del calendario, che faceva bella mostra di sè nel mio studiolo,
-avevamo un termometro Réamur, le cortine bianche in quasi tutte
-le finestre, dei geranii, delle rose, dei garofani in anticamera,
-sopra una gradinata di legno fatta a posta e inverniciata come la
-guardaroba, in modo da fingere benissimo il legno di rovere (pensiero
-applauditissimo di Evangelina); sopra il tavolino della sala un
-portasigari sempre pieno di _virginie_ che invecchiavano al servizio
-del nostro decoro domestico (pensiero poco applaudito dell'avvocato
-Epaminonda che non fumava) — e non era tutto: possedevamo un orologio
-a muro, che sonava le ore e le mezz'ore con una gravità insolita,
-un cannocchiale da teatro, un bel calamaio di vetro, e perfino due
-candelabri di porcellana. Possedevamo pure altre cose che sarebbe
-non difficile ma noioso enumerare, e altre ne venivamo aggiungendo
-festosamente man mano. Una però ci mancava ancora, desideratissima fra
-tutte e più costosa di tutte, una lampada che scendesse dal soffitto
-del salotto, proprio nel mezzo della stanza, sopra il tavolino.
-
-Ci eravamo ingegnati in mille modi di resistere a quel pensiero
-rovinoso; io, per esempio, aveva comprato un albo di ritratti, e
-l'aveva messo sopra il tavolino, parendomi che così dovessi rinunziare
-più facilmente alla lampada; Evangelina un giorno mi aveva fatto
-trovare all'improvviso un successore al nostro merlo buon'anima, di cui
-la gabbia portava il lutto da più d'un anno.
-
-Tutto ciò era qualche cosa, anzi era molto, ci faceva felici, ma non
-contenti; dopo di aver distribuito con molta simmetria i parenti e
-gli amici nell'albo, istintivamente Evangelina alzava gli occhi al
-soffitto, e io, quando avevo ascoltato per un po' il fischio del merlo
-nel vano della finestra, io stesso mi trovava senz'avvedermene in
-contemplazione dinanzi alla famosa lampada che ancora non pendeva sul
-tavolino.
-
-Doveva pendere, era necessario, era fatale; giudicatene voi stessi.
-
-Senza dirmi nulla, non così segretamente che io non fiutassi, tornando
-a casa, il mistero, Evangelina era venuta preparandomi con le sue mani
-una bella improvvisata.
-
-Io fingeva, per contentarla, di non mi avvedere di nulla, e solo la
-vigilia del gran giorno, quando un'allegria insolita di mia moglie
-e certi suoi sorrisi strani avrebbero fatto scorgere a un cieco che
-l'improvvisata era pronta, solo allora mi credei in dovere di far
-l'uomo avveduto, e le dissi molto astutamente: — «Evangelina mia, tu me
-n'hai fatta qualcuna, o me la stai facendo».
-
-Se avessi insistito un po' la poveretta mi avrebbe detto tutto allora,
-come ne aveva gran voglia, ma io non le volli permettere di sprecare
-in un momento di fragilità mezza la compiacenza a cui aveva diritto;
-volevo pagare con un grande stupore e a tempo opportuno tutto il prezzo
-della sua segreta fatica; pigliai per buona moneta la sua prima bugia,
-mutai discorso, e uscii dicendo dentro di me: «Sarà per domani; e che
-cosa sarà mai?».
-
-Non dovevo aspettare tanto a saperlo. Evangelina ebbe pietà di me e di
-lei, e al mio ritorno mi fece trovare — indovinate — appeso al mezzo
-del soffitto del nostro salotto, un magnifico cestello di carta di
-varii colori, sorretto da ghirlande pure di carta e da cui uscivano
-fiori ed erbe a profusione.
-
-— Ti piace? — mi chiese Evangelina con un tremito di contentezza nella
-voce.
-
-— Bravissima! — le risposi prontamente — hai avuto un'idea bella,
-proprio bella.
-
-— Non è vero che sta bene?
-
-— Sì, sta proprio bene; è come se ci fosse la lampada; almeno l'effetto
-è identico.
-
-— È quello che ho pensato anch'io: quando dal mezzo del soffitto
-penderà un cestello, rinunzieremo più facilmente alla lampada che costa
-troppo, almeno per ora, finchè non fiocchino i clienti.
-
-— Hai ragione, alla lampada ora non ci si penserà più.
-
-Ahi! vanità dei propositi umani! e quanto è mai fallace la medicina
-delle nostre passioni!
-
-Il cestello, che doveva farci dimenticare la lampada, ce la ricordava
-invece ad ogni momento.
-
-«Vi pare che io qui stia bene, e non avete torto: ma al mio posto starà
-meglio la lampada; io poi starò benissimo nel vano della finestra, fra
-le cortine bianche di bucato!».
-
-Così parlava il cestello, ora grazioso, ora beffardo, ora brutale,
-sempre con insistenza muta.
-
-Per farla corta, dopo una settimana di quell'ossessione, una mattina
-mia moglie ed io uscimmo di casa come cacciati dal nostro destino,
-andammo di buon passo al più prossimo bazar, entrammo senza titubanza,
-e dopo una scelta penosissima, ce ne tornammo a casa seguìti da un
-facchino che portava la nostra lampada.
-
-Entrando nel salotto, il cestello per la prima volta mi fece pietà, ma
-non lo dissi; fu Evangelina a esclamare allegramente guardandolo: «Oh!
-miseria! e dire che ci pareva una bella cosa!»
-
-Due ore dopo ci tenevamo per mano sul limitare dell'uscio per giudicare
-dell'effetto che faceva il nostro salotto guardato in distanza, con la
-meravigliosa lampada nel mezzo e il cestello nel vano della finestra.
-
-Era uno spettacolo magnifico; noi, fatti accorti dall'esperienza e
-frenando il nostro entusiasmo, ci accontentavamo di dire che la casa
-dell'avvocato Placidi «cominciava a pigliare un certo aspetto...».
-
- *
- * *
-
-Ancora Augusto non aveva visitato la casa paterna; prima il freddo
-invernale, poi le pioggie di primavera, e il tempo incostante avevano
-consigliato la prudenza; ma ora splendeva il magnifico sole di luglio,
-le giornate erano lunghe, egli poteva venire senza pericolo la mattina
-e andarsene la sera.
-
-Venne.
-
-Ci eravamo levati di buon'ora, perchè ci pareva d'avere tante cose
-da fare per prepararci degnamente alla nostra festa; dopo aver dato
-alcuni ordini in cucina e assestato i mobili della casa, Evangelina,
-non sapendo che altro fare, se ne venne ad assistere alla delicata
-operazione della mia barba.
-
-— Or ora sarà qui — mi disse col tremito dell'impazienza nella voce.
-E siccome non le potevo rispondere, si andò a mettere dinanzi ai vetri
-per guardare in cortile e vederlo passare, non accorgendosi neppure che
-mi toglieva la luce.
-
-— Evangelina... — dissi dolcemente.
-
-Essa si volse, mi comprese, e senza dir nulla lasciò la finestra. Io
-con un'occhiata fuggitiva le lessi in faccia che era in uno di quei
-momenti difficili in cui la felicità soverchia le nostre forze, e per
-sopportarla abbiamo bisogno come di un pretesto di dolore.
-
-— Quanto tempo oggi per quella barba! — disse mia moglie un momento
-dopo.
-
-Mi volsi e le sorrisi. Pensavo: «Ecco come è fatto l'uomo! se non ci si
-bada, si è insoddisfatti, irascibili, maligni, unicamente perchè si è
-felici». E con una calma feroce:
-
-— Non vedi l'ora, non è vero? — le dissi.
-
-— Non ho la tua _placidezza_ — mi rispose — è tardi, egli non viene, e
-tu sei sempre lì dinanzi allo specchio. Che cosa ti è venuto in mente
-stamane di raderti?
-
-— Che cosa ti viene in mente stamane di darti alla desolazione perchè
-mi rado?
-
-La _desolazione_ era di troppo; me ne pentii subito, ma era tardi.
-
-Evangelina non mi rispose, cominciava a farmi il broncio. Per un po'
-tirai innanzi tranquillamente poi non seppi reggere:
-
-— Ahi! — dissi.
-
-Speravo che mi domandasse almeno se m'ero fatto male col rasoio; non
-fiatò neppure; toccò a me soggiungere con un po' d'ironia:
-
-— Consolati, è stato uno sbaglio, non mi sono fatto nulla.
-
-Ella si rizzò da sedere di scatto, ed io, vinto alla mia volta dal mio
-piccolo demonio, era disposto a lasciarla uscire dalla camera, senza
-correrle dietro per impedirle di piangere, quando un rumore di passi
-mi ferì l'orecchio e curvandomi istintivamente a guardare attraverso i
-vetri, vidi lui, proprio lui, che attraversava il cortile in braccio
-della balia, la quale cercava inutilmente di farlo guardare alla
-finestra del babbo.
-
-— Evangelina! — dissi voltandomi; ed essa, che aveva indovinata al pari
-di me, fu pronta a ricevere la carezza del babbo felice.
-
-— Perdonami — mormorò con un bacio... — stavo diventando cattiva.
-
-— Lo stavo diventando anch'io — risposi in fretta... — ora è passato,
-andiamogli incontro.
-
-Evangelina non mi ascoltava più; aveva aperto la porta di casa ed era
-già sulle scale per essere la prima ad impadronirsi di suo figlio.
-
- *
- * *
-
-Quel giorno fu festa in casa dell'avvocato Placidi.
-
-Io aveva lasciato un bel po' che Evangelina si tenesse Augusto in
-braccio a mormorargli fra baci, che non finivano mai, certe paroline
-senza senso, a ripetergli mille volte con voce di carezza una domanda
-melanconica e dolce: «Non la conosci ancora la mamma?» Sì, da uomo
-che sa aspettare, io aveva lasciato che ella facesse i suoi comodi;
-doveva venire la mia volta e mi accontentavo di sorridere ad Augusto da
-lontano, andando dietro a mia moglie per la camera, appoggiandomi alla
-spalliera della sua seggiola.
-
-E poi la balia si credeva forse in dovere di non staccarsi dal
-piccino, e sebbene non osasse mettersi a sedere sulle nuove seggiole
-imbottite che le davano soggezione, era sempre lì, non se ne andava.
-M'indispettivo pensando come non le venisse voglia di girellare un po'
-per Milano, di andare a vedere la galleria, o il duomo, e non sapevo
-come mandarla via senza offenderla.
-
-Fortunatamente ci pensava anche mia moglie.
-
-— Marianna — le disse a un tratto con molto garbo — va in cucina e di'
-alla fantesca che ti faccia scaldare un po' di brodo; mangerai pure una
-zuppa?
-
-Marianna non disse di no, raccomandò a mio figlio di aspettarla senza
-piangere e sparve.
-
-E io le venni dietro tranquillamente e le chiusi l'uscio alle spalle
-senza far rumore. Poi mi volsi, Evangelina mi presentò il bimbo e me lo
-accomodò sulle braccia. Pareva una cosa intesa.
-
-Feci sapere a mio figlio che mi ero raso lungamente poco prima a posta
-per lui, non avesse paura di avvicinare la sua faccetta al faccione
-del babbo, e gli spiegai che cosa fosse il babbo, quanto amore e quanta
-gratitudine egli dovesse all'autore de' suoi giorni.
-
-Augusto fu buono e mi lasciò dire senza piangere; ogni tanto mi
-guardava in bocca con molta curiosità, come se avesse visto uscirne le
-mie stranissime parole, poi girava gli occhi sbigottiti per la camera.
-Allora presi ardire e lo condussi a visitare tutta la casa paterna,
-salvo la cucina, arrestandomi per toccare ogni cosa che dava un suono,
-mettendolo dinanzi a tutti gli specchi di casa, che erano tre, compreso
-quello della barba, per veder crescere il suo stupore.
-
-Ma il suo stupore non cresceva; era, come la nostra festa, come il
-nostro amore, una cosa profonda ed eguale, inalterabile, tranquilla.
-Egli non piangeva, e noi non sapevamo che fare per dimostrargli la
-nostra gratitudine.
-
-— Gli diamo la pappa?
-
-— Diamogliela.
-
-Mia moglie andò in cucina, lasciando Augusto in mie mani, ed io non fui
-tranquillo finchè non la vidi rientrare con uno scodellino e... senza
-la balia.
-
-Augusto prima si schermì, poi assaggiò la pappa e parve trovarla
-saporita, perchè ne volle ancora; noi non rifinivamo di lodarlo per la
-sua valentìa e d'incoraggiarlo ad ogni cucchiaio.
-
-— Proviamo a sfasciarlo — dissi poi — gli farà piacere sentirsi libero.
-
-Provammo, e quando quella fascia che pareva doversi allungare
-all'infinito fu snodata interamente, e ci apparve nostro figlio col
-solo camicino indosso, ritto come un piccolo personaggio mitologico sul
-tavolino:
-
-— Voglio vederlo tutto — sclamai.
-
-Gli slacciammo il camicino, ed egli si mostrò nudo nudo al nostro
-sguardo amoroso.
-
-— Frine dinanzi all'areopago! — dissi celiando sulla nostra felicità.
-
-Evangelina mi guardò, sorrise per acconsentire alla mia malizia, poi
-soggiunse seria seria:
-
-— E più bello!
-
-
-V.
-
-Quella giornata non doveva finire, e finì più presto delle altre.
-
-Venne l'ora crudele, in cui nostro figlio, rifasciato, rivestito con la
-cuffia in testa, sebbene nelle braccia della mamma, non altro aspettava
-che Giuseppe per andarsene.
-
-E venne anche Giuseppe col berretto in una mano e una grande incertezza
-di movimenti nell'altra. Poi la notte entrò nelle nostre stanze piene
-ancora del caro assente, senza che noi ci accorgessimo del buio.
-
-Fu la fantesca a portare molto tempo dopo il lume acceso; allora anche
-l'amato fantasma se ne andò; rimanemmo interamente soli.
-
-— A quest'ora dorme — mi disse Evangelina rispondendo al mio pensiero.
-
-— E sogna babbo e mamma.... il babbo sopratutto...
-
-Siccome lo scherzo non bastava, chiamai la fantesca, e le feci un cenno
-che essa comprendeva benissimo.
-
-Allora soltanto Evangelina sorrise.
-
-Aspettai un po' trattenendo mia moglie con una gravità teatrale, e
-interrogando con gli occhi il nostro orologio a pendolo, dissi:
-
-— Possiamo andare.
-
-Diedi il braccio a Evangelina, e ci avviammo tutti e due, io grave,
-essa ridente, a goderci il magnifico lume della nostra lampada accesa
-in salotto.
-
- *
- * *
-
-Dopo quel giorno le visite d'Augusto e le nostre si fecero più
-frequenti, e sul finire d'autunno tornando da Musocco a casa non
-avevamo più il segreto affanno di una volta. Fra nostro figlio e noi si
-era fatta amicizia: egli ormai conosceva _babbo e mamma_, e facendosi
-pregare un po' pronunziava malamente questi teneri nomi per mandarci in
-estasi.
-
-La via maestra non ci pareva più tanto polverosa e la pianura lombarda
-apriva agli occhi nostri orizzonti nuovi, deliziose vedute.
-
-— Hai badato? Mi ha riconosciuta da lontano ed ha agitato le braccia
-per l'allegrezza! — diceva la mamma.
-
-— Verissimo — rispondeva il babbo — ci ha riconosciuti subito; e quando
-io gli feci vedere i bei grappoli d'uva che avevamo portato per lui...
-te ne sei accorta?... ha allungato tutte e due le mani...
-
-— Sì, e diceva _due_, perchè voleva averne un grappolo in ciascuna mano.
-
-Tutto questo era verissimo; nostro figlio conosceva noi, conosceva
-l'uva, sebbene la vendemmia non fosse incominciata ancora, e quando
-d'una cosa che gli andava a genio ne voleva molta, per misurare la
-quantità e la capacità massime, egli pigliava le sue mani, che erano
-_due_.
-
-Sì, Augusto faceva tutto questo, mettendo di buon umore sua madre, e
-svegliando gl'istinti filosofici del babbo, il quale faceva — ahi! non
-sempre dentro di sè — delle considerazioni, che avrebbero dovuto essere
-curiose, sulla proprietà e sul possesso.
-
-— Osserva — dissi un giorno — come si manifesta l'istinto della
-proprietà in Augusto; egli vede sulla tavola una cosa che gli piace, ne
-piglia con tutte e due le mani; quanto ha afferrato è _suo_; tutto quel
-che è rimasto sulla tavola non gli appartiene. — E entrando mentalmente
-nella mia toga di avvocato, soggiunsi con un tantino di enfasi
-oratoria: — Quanto è dunque vero che la proprietà richiede il possesso!
-Badiamo però a non esagerare il principio, argomentandone che in ogni
-caso il possesso tenga luogo di titolo, cioè che la proprietà sia il
-furto. La proprietà non nasce mai senza il possesso, ma può senza il
-possesso mantenersi... — A poco a poco avevo preso il tono giusto, cioè
-mi canzonavo coscienziosamente, ma parendomi di vedere io stesso nelle
-mie ultime parole una luce che i giurisperiti non ci avevano messo;
-m'infervorai sul serio.
-
-— Senti bene, Evangelina, perchè è una trovata; senti bene.
-
-Evangelina voltò la faccia verso di me, ma pensava ad altro, e io,
-benchè sicuro che non mi ascoltava, ripetei, contando le sillabe d'ogni
-parola, e dando un giro più elegante alla mia frase:
-
-— La proprietà senza il possesso non nasce, ma può senza il possesso
-mantenersi.
-
-Evangelina disse _ah!_ appena appena; io mi dichiarai soddisfatto.
-
-Si tornò a parlare di Augusto.
-
-Se ne parlava sempre, era la nostra felicità futura.
-
-— In marzo avrà quattordici mesi; del latte della balia non saprà più
-che farne; ha già messo quattro dentuzzi bellissimi; ne sta mettendo
-altri due; per mangiar le pappe e le minestre basteranno; non è vero
-che basteranno?
-
- *
- * *
-
-E un giorno, un bellissimo giorno d'aprile, Augusto venne con un
-mazzolino di viole in ogni mano. Le viole piacevano tanto alla mamma,
-e la balia lo sapeva, ma qualcuno forse aveva detto a mio figlio che,
-regalate da lui, le viole sarebbero piaciute tanto anche al babbo, e
-perciò egli ne aveva voluto due.
-
-Quel giorno Augusto entrò in casa, com'era sempre entrato, girando
-sguardi curiosi di qua e di là, sorrise a babbo e mamma, come lui
-solo sapeva sorridere, si lasciò menare in giro per le stanze senza
-piangere, e dormì il sonnellino di un'ora nella culla, tal quale come
-le altre volte; ma facendo tutto ciò che aveva sempre fatto, egli aveva
-forse una solennità insolita, un'amorevolezza nuova, perchè metteva nel
-nostro cuore una gioia più luminosa e più grave? No: Augusto veniva per
-non andarsene più.
-
-Tutto quel giorno vidi luccicare due grosse lagrime negli occhi della
-balia. Non perciò la compiangevo. La felicità mi rendeva crudele.
-
-E quando fu l'ora degli addii, Evangelina venne a porgere a Marianna
-il bambinello, perchè lo baciasse, e prima la povera donna rise per
-obbedienza al proprio temperamento, poi pianse senza far piangere mio
-figlio, poi rise un'altra volta del suo Giuseppe, che si asciugava le
-lagrime con l'ala del cappello, io ebbi un rimescolìo di sentimenti
-buoni e cattivi, e un sentimento sopra tutti: la gioia di veder mio
-figlio indifferente.
-
-E glielo dissi tra il serio e il faceto:
-
-— Bravo, tu sei un eroe!
-
-Allora la balia non rise.
-
-Evangelina mi diede uno sguardo di pietà che mi fece vedere il fondo
-del mio cuore di padre, e mi consegnò Augusto per essere libera di
-baciare replicatamente quella faccia lagrimosa in cui nostro figlio
-aveva imparato a sorridere.
-
-E allora la balia rise.
-
-A quella scena, di cui più tardi dovevano venirmi in mente tutti i
-particolari penosi, allora io assisteva con un'impazienza dissimulata
-appena; tutto il dolore della povera donna, che cessava d'esser madre
-di Augusto, diventava piccino al paragone della nuova grandezza che
-pigliava a un tratto il sentimento della mia paternità.
-
-Tenevo Augusto in braccio, pensando che fra pochi minuti egli
-comincerebbe a essere interamente mio figlio. Sorridevo al disgraziato
-Giuseppe, e intanto pensavo che lo avrei spinto volentieri fuori
-dell'uscio.
-
-Se n'andarono — e Augusto non pianse!
-
-Rimasti soli col piccolo eroe, ci sentimmo per un po' come impacciati
-della nostra felicità; non sapevamo in che modo fargli festa, e
-dimostrargli la consolazione che ci dava col suo contegno esemplare, e
-glielo dicevamo fra i baci come se ci dovesse intendere. E chi sa? egli
-forse ci capiva benissimo.
-
-— È un omino — dicevamo — è pieno di giudizio!
-
-— Sei un omino, sei pieno di giudizio!
-
-— Mi guardi? Sono il babbo...
-
-— Sono io la tua mamma!...
-
-Non piangeva!
-
-— Ridi — gli dicevamo, stuzzicandolo sui labbruzzi — ridi, così, bravo:
-di' un po' «mamma!» dillo...
-
-Egli non rideva, nè diceva _mamma_, ed era tutt'uno come se facesse
-quanto gli chiedevamo, perchè non piangeva.
-
-Ma la sera, quando fu l'ora di metterlo a dormire, ed egli si vide in
-un'altra culla, in un luogo diverso dal camerone enorme in cui aveva
-passato tutta la sua esistenza, parve cercare intorno qualche cosa
-e qualcuno. Ci curvammo sopra di lui, mettendo tutto il nostro amore
-negli occhi, per dargli forza — invano. Augusto mandò un grido, che mi
-passò il cuore, e pianse.
-
-Pianse molto, pianse troppo, pianse tanto da farmi pietà e dispetto.
-
-— Ha sonno — dicevo — e si ostina a stare sveglio per piangere. Non lo
-guardiamo più. Strilli quanto vuole.
-
-Egli strillava più forte, appena facevamo atto di allontanarci dalla
-culla, e noi tornavamo al suo capezzale commossi e lusingati.
-
-— Fa il cattivo, ma ci vuol bene — dicevo a mia moglie — ci vuol
-proprio bene!
-
-Finalmente il sonno lo pigliò a tradimento. Fu un gran silenzio in casa
-dell'avvocato Placidi.
-
- *
- * *
-
-Con che gioia salutai l'alba del domani, che ce lo mostrò nella
-culla, tranquillo e con gli occhi aperti! E con quanto terrore vidi
-approssimarsi l'ora fatale di metterlo a dormire un'altra volta!
-
-— Ora sentirai che smanie — dicevo ad Evangelina, quasi per tentare mio
-figlio a darmi una mentita.
-
-Evangelina non mi rispose, e Augusto non si lasciò pigliare nel mio
-tranello, e pianse come non si piange nemmeno nelle grandi afflizioni;
-però questa volta pianse con metodo, concedendosi ogni tanto un
-brevissimo intervallo di silenzio per ripigliare fiato. In uno di tali
-intervalli mi giunsero all'orecchio queste parole pronunziate dal mio
-vicino di casa, con l'intenzione palese di farle passare attraverso la
-parete:
-
-— Che cosa fanno a quel bambino? Gli cavano la pelle?
-
-— No, signore — risposi imitando il suo accento — lo fasciamo appena.
-
-Evangelina rise, Augusto ricominciò a piangere.
-
-La cosa andò così per parecchi giorni ancora; provammo di tutto, a
-fasciarlo in un'altra camera, ad aspettare che il sonno lo pigliasse
-in braccio alla mamma per adagiarlo poi nella culla; ma quando ci
-allontanavamo in punta di piedi, il piccolo disgraziato si svegliava,
-riconosceva la _situazione_ e ci richiamava con uno strillo.
-
-Si vedeva chiaro, era un puntiglio; ogni sera mi pareva di non doverlo
-perdonare vita natural durante a mio figlio; e ogni mattina, alla sua
-prima occhiata innocente, si faceva la pace.
-
-E poi, s'egli faceva le bizze al momento di andare a letto, tutto il
-giorno invece era buono come il pane, buono come la pappa e come le
-minestrine che gli piacevano tanto.
-
-Già cominciava a sorridermi, ad allungare la mano quando voleva
-afferrarmi per la barba, a dirmi certe sue paroline garbate che io
-intendeva benissimo, se dalle braccia della mamma voleva venire nelle
-mie. Faceva anche di più; stava ritto senza cadere, sol che avesse una
-seggiola a cui appoggiarsi ed il suo bubbolino coi sonagli per passare
-il tempo.
-
-Insomma ci faceva felici, e prometteva di farci felicissimi più tardi.
-
-Avere nella vita uno scopo che si è prossimi ad ottenere e che,
-ottenuto, non mozzerà le ali di nessuna illusione, non è forse la
-maggiore delle felicità della terra? — Lo scopo nostro era di vedere
-Augusto camminare da solo di stanza in stanza, per pigliar possesso di
-tutta la casa paterna.
-
-
-VI.
-
-Una mattina, appena levati da letto, prima ancora di prendere il caffè,
-chi trovammo in cucina? La balia!
-
-Era partita da Musocco all'alba, in compagnia del suo Giuseppe,
-unicamente per vedere la _sua_ creatura; Giuseppe era andato per certa
-faccenda di semente di bachi, tornerebbe più tardi, perchè anche lui,
-poverino, non sapeva più resistere senza vedere Augusto.
-
-Dicendo queste cose, la povera Marianna rideva ancora; ma in quale
-maniera!
-
-La sua visita ci dava noia, e a me faceva dispetto; pareva che ce lo
-leggesse in cuore, ce ne domandava scusa cogli occhi.
-
-Evangelina era impietosita; io no; pensando agli strilli notturni
-di Augusto, durati quasi fino alla vigilia, non trovavo dentro di me
-neppure tanta forza di carità cristiana da nascondere il malumore.
-
-— Non sono che otto giorni! — dissi — la vostra visita ci fa sempre
-piacere; che vogliate bene ad Augusto lo comprendiamo, ma se Augusto vi
-vede, si torna da capo...
-
-La mia vanità paterna era mortificata nel fare questa confessione;
-nondimeno la feci intera.
-
-— Se Augusto vi vede, vorrà tornare con voi; ancora non è avvezzo bene
-alla separazione; ha pianto anche ieri... (non era vero, da due notti
-non piangeva) domani non avrà più pace...
-
-Marianna, che aveva chinata la testa, la sollevò sorridendo fra le
-lagrime.
-
-— Ha pianto perchè voleva me, non è così? Voleva proprio me?...
-
-— Già... probabilmente... sicuro, voleva voi; è avvezzo a voi; se vi
-vede è capace di piangere una settimana di seguito... potrebbe anche
-ammalarsi...
-
-Non avendo potuto difendere il mio amor proprio di padre, esageravo il
-pericolo.
-
-Evangelina non diceva nulla, perchè probabilmente non sapeva che
-risolvere, quando si udì il gemito di Augusto, che si era svegliato e
-ci chiamava.
-
-— Anima cara! — esclamò Marianna.
-
-Non udii altro, perchè mi avviai di corsa, non volendo far aspettare
-mio figlio.
-
-Poco dopo Evangelina mi raggiunse per aiutarmi a vestirlo, ma Augusto
-ed io ci eravamo affrettati a fare una bella sorpresa alla mamma, e
-quando essa entrava, noi terminavamo appunto d'infilare il vestitino
-azzurro.
-
-Volevo assaporare il nostro trionfo, ma mia moglie non me ne diede
-tempo.
-
-— L'ho persuasa — disse melanconicamente.
-
-— Chi?
-
-— La balia. L'ho persuasa, si rassegna ad andarsene.
-
-— Se n'è andata?
-
-— Se ne andrà subito; è di là anche Giuseppe...
-
-— Possono ben fare colazione prima... — mi suggerì il rimorso.
-
-— La stanno facendo.
-
-— Sia lodato il cielo! — esclamai un po' scrollato — tornino fra
-un mese, magari fra quindici giorni, quando questo piccolo mariuolo
-abbia imparato tutta la differenza che corre fra i suoi genitori e la
-balia... allora potranno vederlo quanto vogliono.
-
-— Ho promesso che lo vedranno lo stesso — disse Evangelina
-tranquillamente.
-
-— Vederlo?
-
-La mia cattiveria non ebbe tempo di tornare a galla, perchè subito
-mia moglie mi spiegò in che modo innocente intendeva di lasciar vedere
-nostro figlio alla balia.
-
-— Essa starà in cucina dietro l'uscio, noi in salotto; lo vedrà dal
-buco della serratura.
-
-Era una magnifica idea, e non trovai a ridire, se non che mi offersi di
-stare anch'io in cucina dietro all'uscio.
-
-— Perchè?
-
-— Non si sa mai.
-
-Mia moglie andò in salotto con Augusto, io corsi in cucina. Trovai
-Marianna pronta; Giuseppe, che aveva un grosso boccone in bocca, lo
-mandò giù a rischio di soffocarsi per darmi il buon giorno.
-
-— È pronto — dissi — se volete vederlo...
-
-La balia, senza rispondere, accostò l'occhio alla toppa: «Eccolo! —
-balbettò, e proseguì a mormorare delle parole incoerenti che erano
-carezze... — Dio! com'è bello! — disse poi — guardalo anche tu,
-Giuseppe...».
-
-Ma non si scostava dall'uscio, e il suo uomo dovette farle intendere i
-propri diritti con uno spintone.
-
-Allora Giuseppe disse: «Con permesso» e si pose anche lui in
-osservazione.
-
-La balia era impaziente, guardava me, guardava il marito, e ripeteva
-a tutti e due: «Com'è bello!» — finchè, parendole d'aver concesso
-troppo al suo uomo, lo avvertì col medesimo linguaggio da lui adoperato
-poc'anzi, e il povero balio si rizzò e mi fece vedere una faccia
-trasfigurata, dicendomi con una filosofia di cui non vidi il fondo, che
-«era un destino fatto così».
-
-Intanto Marianna mormorava:
-
-— Caro! la signora gli dice di guardare di qua, e lui, povero
-innocente, lui guarda; non lo sa che sono qua io... non lo sai... anima
-bella! Ah! se potessi baciarmelo tutto!
-
-E si voltava a buttarmi un'occhiata per vedere se vi fosse ancora una
-speranza di ottenere questa grazia, poi senza aspettare la risposta,
-rimetteva l'occhio alla toppa.
-
-— Fra un mese — rispondevo io — fra quindici giorni forse... ora
-sarebbe volergli male.
-
-E chiedevo con gli occhi l'approvazione di Giuseppe, che me la dava
-docilmente, a malincuore.
-
- *
- * *
-
-— To' — esclamò ad un tratto Marianna — pare che voglia camminare.....
-la signora l'ha messo accanto alla sedia ed egli si stacca... si
-stacca...
-
-Non seppi più resistere.
-
-— Voglio vederlo anch'io!
-
-Marianna mi lasciò il posto: guardai.
-
-Augusto si era veramente staccato dalla seggiola, stava in bilico alla
-meglio, ma non osava muoversi, benchè Evangelina, china a due passi
-dinanzi a lui e protendendo le mani per essere pronta a sostenerlo, lo
-tentasse con le parole e con le moine.
-
-Si vedeva chiaro, Augusto aveva una gran voglia di correre a buttarsi
-nelle braccia di sua madre, e la distanza che lo separava gli faceva
-paura.
-
-Pensai: «Andrò io a fargli coraggio» e dissi forte: — Mi raccomando,
-non facciamo imprudenze.
-
-Spinsi l'uscio il tanto appena da lasciarmi passare, ed entrai dicendo
-a mio figlio: — C'è qua anche il babbo.
-
-Intese benissimo che quando c'è il babbo non si deve aver paura di
-nulla, e appena mi fui curvato anch'io facendogli delle mie braccia un
-baluardo, egli prima si mosse imperterrito, poi, atterrito dalla sua
-audacia, venne a buttarsi disperatamente nelle braccia... della mamma.
-
-Attraverso l'uscio della cucina giunse fino a me un piccolo grido
-d'entusiasmo; Augusto non l'udì, ed io scoccandogli un bacio sulla
-bocca:
-
-— Bravo! — gli dissi solennemente — il primo passo l'hai fatto; ed ora,
-figlio mio, coraggio e avanti!
-
-
-
-
-MIO FIGLIO STUDIA
-
-
-I.
-
-Quell'anno nostro figlio ci aveva promesso solennemente di studiare, di
-essere uno dei primi della scuola.
-
-Evangelina ed io gli avevamo detto:
-
-— Bravissimo! — soggiungendo però con un tacito accordo d'indiscrezione
-che non doveva bastargli d'essere fra i primi, ma che bisognava
-mettersi primo addirittura. E allora Augusto aveva spalancato gli
-occhioni e ci aveva detto con una specie di terrore che il Panseri era
-troppo forte.
-
-Subito quel signor Panseri cominciò a farmi stizza: solo al pensare che
-mio figlio aveva tanta paura di lui, mi venivano in mente certe idee
-prive di senso comune, certi propositi indeterminati, certe baldanze
-inesplicabili, come se io dovessi cacciarmi non visto nell'ultima panca
-della scuola, poi, dal posto dell'asino, rizzarmi in piedi e con una
-vocetta tremenda pronunziare queste parole solenni: — Signor maestro,
-sfido l'imperatore romano! — E al cospetto di tutta la scolaresca
-sbigottita, farmi innanzi a lui, all'imperatore Panseri, e chiamarlo
-sul terreno dell'analisi grammaticale e logica, e tentarlo nei
-soggetti, nei verbi e negli attributi, poi avvolgerlo in un sillogismo
-traditore, spingerlo in un dilemma senza uscita e fargli perdere
-scettro e corona.
-
-Questa singolare idea di prestare la mia scienza a mio figlio perchè
-ne facesse un uso tanto fatale al signor Panseri, continuò a trottarmi
-per la testa anche quando seppi che nelle scuole comunali di Milano
-non usavano più i tornei meravigliosi d'una volta, e che da un pezzo,
-fin da quando non si studiava più il _qui quae quod_ in versi, e non
-vi era bisogno di nascondere la _ferula_ del signor maestro se non
-si sapeva la lezione, fin d'allora nessuno aveva più inteso parlare
-dell'imperatore romano e dell'imperatore cartaginese suo rivale.
-
-In altri momenti, disperando di poter compiere alcuna di quelle mie
-prodezze, guardavo le cose con occhio diverso; vedevo mio figlio che
-era piccino e gracile, più gracile e piccino; pensavo quanto il suo
-corpicciuolo irrequieto dovesse trovarsi a disagio fra le panche della
-scuola, sotto gli occhi del signor maestro, o me lo immaginavo curvo
-per lunghe ore sopra una lezione ribelle; allora la vantata forza del
-signor Panseri non mi tirava a cimento, mi rassegnavo a permettere
-che quell'imperatore minuscolo si avvolgesse nella sua porpora, senza
-provare la tentazione di strappargliela di dosso e di far palesi a
-tutta la scolaresca le sue vergogne grammaticali.
-
-E dicevo ad Augusto pargole riboccanti di senno:
-
-— Tu studia la lezione per aprire la mente alla verità, fa il còmpito
-giornaliero per esercitarti in ciò che avrai imparato; al Panseri non
-badare neppure, come se non esistesse, e chissà che un giorno o l'altro
-non ti trovi d'essergli passato innanzi senza aver patito le ansie del
-cimento. La scienza, figlio mio, ha questo di divino...
-
-Mio figlio non istava ad ascoltare che cosa avesse di divino la
-scienza; l'idea di passare innanzi al signor Panseri non gli poteva
-entrare per nessun verso; bastava accennargliela di passata perchè egli
-vi si fermasse, sbigottito del mio coraggio, e facesse di no col capo.
-Assolutamente il signor Panseri era troppo forte, ed io non lo poteva
-soffrire.
-
-
-II.
-
-Intanto Augusto mi veniva svelando il segreto del suo nuovo e
-straordinario amore allo studio; quell'anno doveva avere dei
-libri nuovi, non so quali e quanti, un'infinità, ed uno più grosso
-dell'altro, ma tutti grossi abbastanza!
-
-— Costeranno un occhio del capo — diceva Evangelina, non ancora guarita
-del tutto dai piccoli terrori economici che l'avevano tormentata nei
-primi anni del nostro matrimonio, quando il mio primo cliente non si
-voleva decidere a chiamare in tribunale la parte avversaria.
-
-— La scienza non costa mai troppo — rispondevo con un sorriso da
-milionario; così rasserenavo mia moglie e mettevo in capo a mio
-figlio una massima; ed era bella e buona economia anche questa. Ma sì,
-Augusto non dava retta a me, non badava a sua madre, lasciava dissipare
-l'interruzione e ripigliava a fare sulle dita il conto dei suoi libri.
-
-— Il _Compendio di Storia_, uno, l'_Aritmetica_, due, i _Diritti e i
-doveri del cittadino_, tre, la _Storia Sacra_, e la _Grammatica_.
-
-— Non l'hai già la _Grammatica_? — chiedeva sua madre.
-
-— Quella _era_ la _Grammatichetta_ — rispondeva Augusto.
-
-E bisognava vedere a che cosa si riduceva in bocca di mio figlio quella
-che un tempo _era_ la _Grammatichetta_, per comprendere che in avvenire
-non poteva essere più nulla.
-
-Veramente non era più gran cosa. Quando io volli vederla, sebbene
-piccola ed indegna, per non so quale recondito istinto di misericordia
-verso la specie grammaticale, prima Augusto si schermì dicendo che
-l'aveva nel cassetto, e che nel cassetto non ce l'aveva più, e che
-non sapeva dov'era, poi portò a sua madre un arnese irriconoscibile.
-Aveva uno o più occhi disegnati e non finiti in ogni pagina un numero
-d'orecchi incalcolabili, senza l'aiuto della piccola _Aritmetica_ sua
-compagna, che non istava meglio, come accertammo subito dopo. Con tanti
-occhi e tanti orecchi, sarebbe stata una crudeltà abbandonare i due
-libriccini in questo mondo di calcoli sbagliati e di sgrammaticature,
-ed io vidi senza stupore che la mia Evangelina se n'andava a riporre
-quegli invalidi in un cassetto.
-
-— Farai lo stesso trattamento ai libri di quest'anno? — domandai a mio
-figlio senza rancore, ma con un biasimo sottinteso.
-
-Augusto mi rispose assolutamente di no; perchè i libri di quell'anno
-erano tanti, ed erano grossi, ed erano belli, perciò li avrebbe tenuti
-con mille riguardi. Ed era proprio come se li avesse davanti; li
-contemplava con amore e faceva atto di lisciarne la coperta.
-
-— Quando me li compri, babbo?
-
-— Domani.
-
-— Oggi no? — insistè con quella sua civetteria a cui non potevo
-resistere.
-
-— E perchè no? — chiesi maliziosamente.
-
-Allora lo sfacciatello spiccò un salto, e corse a portare alla mamma
-la buona novella che il babbo andrebbe subito subito a comprare i libri
-nuovi.
-
-Non andai solo; venne anche lui, e quando ebbe tutti i suoi libri in
-un fascio, non li volle più abbandonare; se li prese a braccetto come
-buoni amici, e con ansia mista di sussiego mi consigliò di far presto
-per farli vedere subito alla mamma.
-
-Per via non diceva nulla; la sua testina ricciuta aveva pensieri gravi.
-A quell'età i pensieri gravi rendono il passo leggiero, e io stentava a
-tener dietro a mio figlio.
-
-Quando fu alla porta di casa, Augusto spiccò un salto così audace, che
-la nuova Grammatica, novissima agli esercizi della scolaresca, non potè
-reggere, gli scivolò dal braccio e cadde.
-
-Cadde, e non si fece male, perchè il pianerottolo era pulito: e io ne
-resi grazia agli Eterni e alla fantesca, pensando all'afflizione che
-mio figlio avrebbe provato se avesse visto solo un'ombra nell'azzurro
-della copertina immacolata.
-
-In questa come in molte altre cose, Evangelina non aveva le opinioni di
-suo figlio; essa diceva, per esempio, che si mettono troppi libri nelle
-mani della gioventù, per avere il pretesto di chiamarla studiosa, e si
-permetteva di dubitare che Augusto avesse poi a leggere tutte quelle
-pagine.
-
-Il piccolo studioso era sicuro del contrario e lo affermava a viso
-aperto, senza placare la mamma. La quale insisteva:
-
-— Io invece temo che non le leggerai nemmeno mezze; e sono poi sicura
-d'una cosa... di una cosa...
-
-— Di che cosa?
-
-— Sono sicura che fra una settimana tutti questi bei libri avranno
-perduta la coperta...
-
-— Come devono fare a perderla? — domandava Augusto fingendo di non
-capire.
-
-— Se non lo sai tu...
-
-Allora il piccolo furbo faceva un atto dispettosetto e minacciava di
-andarsi a chiudere in camera e di leggere tutti i libri nuovi d'un
-fiato, per farla vedere alla mamma. Quanto alle coperte... quanto alle
-coperte.... Le lisciava con delicatezza, le guardava con amore; aveva
-ragione lui intanto.
-
-E io dissi senza ridere:
-
-— Serbala sempre questa tenerezza per le coperte dei tuoi libri, non
-lasciarti vincere mai dalla tentazione di strapparle per fartene un
-cappello da carabiniere, nè una barca, nè un'oca; bada a non versarvi
-sopra il contenuto del tuo calamaio; accontentati di scrivervi il
-tuo nome, senza illustrarlo col ritratto dei tuoi compagni di scuola
-e tanto meno del signor maestro. Serbala, sì, serbala sempre questa
-tenerezza che ora dimostri, perchè l'amore delle coperte dei libri è il
-fondamento...
-
-Avevo un'idea vaga che l'amore delle coperte dei libri fosse il
-fondamento di qualche cosa; ma non sapevo bene di che, e per non dirla
-grossa volli tacere, sperando, un po' tardi, che mio figlio non mi
-avesse dato retta. Invece era là, tutt'occhi e tutt'orecchi, e mi toccò
-spingere innanzi la frase a ogni costo.
-
-E fu così che quel giorno affermai solennemente in faccia a mio figlio,
-il quale non ne capì una sillaba, essere l'amore delle coperte e dei
-frontispizi il fondamento d'ogni dottrina vera... o falsa.
-
-Se riuscimmo a star serii, Evangelina ed io, dopo esserci scambiati
-un'occhiata, bisogna dire che la coscienza dei nostri doveri seppe
-fare un miracolo. Augusto ad ogni modo lesse qualche cosa nella nostra
-faccia, capì che ne avevo detto una grossa, probabilmente veniva
-ripetendo fra sè e sè la mia frase sconclusionata, ingegnandosi
-di vederne il fondo; ed io, per fargli perdere il filo delle sue
-idee e correggere alla meglio lo sproposito paterno, mi affrettai a
-commetterne un altro.
-
-— Fra tutti quei libri — domandai a mio figlio — quale preferisci?
-
-Non mi capiva.
-
-— Quale ti è più caro? A quale vuoi più bene?
-
-Li guardò alla sfuggita, con poca speranza di scorgere in qualcuno
-delle qualità straordinarie che meritassero un affetto speciale; erano
-tutti nuovi, non sapeva che rispondere, voleva bene a tutti.
-
-— E pure — insistei con malizia — ve n'è uno che non ti seccherà mai,
-che non ti darà mai un dispiacere, nè un affanno, nè uno sgomento, che
-ti sarà amico discreto tutto l'anno... ed è quello lì... quello, sì,
-proprio quello...
-
-— Il vocabolario! — balbettò Augusto; e soggiunse pigliandolo in mano:
-
-— Ah! sì, perchè è legato, e poi è più grosso.
-
-— Già, è più grosso ed è legato... per questo... Del resto bisogna
-amarli tutti i libri di scuola, che ci aprono l'intelletto e ci
-spezzano il primo pane della scienza...
-
-In fondo era l'idea di mio figlio; anzi egli andava più in là: li
-amava tutti senza secondo fine, e non entrava ombra di metafora nel suo
-istinto amoroso.
-
-
-III.
-
-Augusto non era il solo ad amare i propri libri; vi era in casa chi
-li amava più di lui, e d'un amore più cieco: Laura, sua sorella, una
-personcina alta due spanne, che si reggeva benissimo sulle gambuccie e
-non barcollava più camminando, ma ancora non sapeva leggere.
-
-Quello era un amore sviscerato! Se vedeva da lontano un libro d'Augusto
-dimenticato sulla tavola, accorreva festosa, immaginandosi di poterlo
-pigliare, ma giunta presso la tavola non vedeva neanche più il libro, e
-allora mandava in giro certe occhiate smarrite, che facevano ridere il
-fratello maggiore.
-
-Non rise un pezzo: nella testina di Laura germinò un'ideuzza baldanzosa
-(quell'idea, coltivata con amore, crebbe rapidamente, diventò sublime)
-ed un giorno la personcina alta due spanne, visto il _Compendio di
-Storia_ sul tavolino, accorse a gran passi, afferrò il tappeto e tirò
-con tutte le forze centuplicate dalla passione. Non pensava al pericolo
-di farsi venire addosso una valanga, o per dire meglio vi pensava, ma
-era preparata a tutto, perchè seguitò a tirare; solo all'ultimo momento
-chiuse gli occhi, non altro. Il _Compendio di Storia_ cadde travolto
-nelle pieghe dell'ampio tappeto; Laurina, rimasta incolume, rialzò il
-caro caduto, se lo strinse al seno palpitante ancora della prodezza
-compita, e venne a posarlo sulle ginocchia del babbo, il quale aveva
-visto ogni cosa e rideva.
-
-— Non ridere — mi disse Laurina.
-
-Ammutolii. Essa mi scrutò prima attentamente in faccia per vedere se
-dovesse fidarsi della mia gravità, poi aprì alla rovescia il _Compendio
-di Storia_ di suo fratello, e, con un seriume bizzarro, cominciò a
-leggere sopprimendo le virgole:
-
-— «Due più due quattro più due sei più due otto più due ventidue più
-due ventiquattro più due dodici più due quaranta...».
-
-Chiuse il libro e soggiunse gravemente:
-
-— Ecco, l'ho letto tutto! — poi se n'andò contenta perchè il babbo era
-stato serio.
-
-
-IV.
-
-Ancora la scienza dei miei figli non mi aveva fatto male ed io
-poteva crederla assolutamente innocua; delle ariuzze d'omino saputo
-che pigliava Augusto al ritorno dalla scuola non avevo diffidenza
-nè sospetto, anzi me ne compiacevo e lo incoraggiavo con tutta la
-rettorica paterna.
-
-— Studia — gli dicevo solennemente — figliuolo mio, studia con coraggio
-se vuoi farti uomo.
-
-La frase non aveva bisogno di commento, perchè, almeno per mio figlio,
-io era un _uomo fatto_ da un pezzo; ma la mia Evangelina credeva
-necessario soggiungere:
-
-— Piglia esempio dal babbo, studia e diventerai come lui.
-
-— Diventerò anch'io avvocato?
-
-— Senza dubbio — entravo a dire — ed avrai una magnifica clientela, e
-sarai famoso.
-
-— Tu sei famoso!
-
-— Altro che!
-
-Questa bugia enorme è di mia moglie.
-
-— Quanti libri bisogna studiare per diventare avvocato famoso?
-
-— Tanti.
-
-— Anche il _Compendio di Storia_?
-
-— Anche quello.
-
-— E bisogna saperlo tutto?
-
-— Sicuramente.
-
-Senza avvedermene, io avevo commesso il più grosso sproposito della mia
-carriera di genitore.
-
-Augusto mi lasciò in gran pensiero e poco dopo l'udii cantare nella
-camera attigua la sua lezione; rileggeva con una specie di puntiglio
-insolito lo stesso periodo, si provava poi a ripeterlo a memoria, e
-sbagliava, e si correggeva, e tornava da capo, cantando sempre:
-
-— _Il re di Persia, Dario; figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle
-scegliere una moglie tra le più oneste...
-
-— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche... detto
-anche..._ (pausa).
-
-— _Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle
-scegliere una moglie fra le più oneste ed avvenenti_...
-
-Ed io, ignaro della mia sorte miseranda, mi fregavo le mani e non
-pensavo nemmeno a domandarmi qual donna onesta ed avvenente avesse poi
-menato in moglie quel Dario figliuolo d'Istaspe, detto anche _Assuero_,
-che non voleva entrare in capo a mio figlio.
-
-— Gli entrerà — pensavo. — Augusto è ostinato come suo padre: vedrai
-che Dario finirà col darsi vinto, ed entrerà prigioniero con tutto il
-suo seguito.
-
-Nel seguito di Dario, per mia disgrazia, vi era della gente di cui non
-udivo più parlare da un pezzo, e a me allora non poteva nemmeno passare
-per il capo che fosse prudente rinfrescarmene la memoria.
-
-Il dì dipoi, Augusto mi venne incontro con un'aria soddisfatta.
-
-— La so tutta! — mi disse da lontano.
-
-— Che cosa?
-
-Incominciò addirittura:
-
-— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche _Assuero_...
-
-Ma io aveva alle calcagna un cliente melanconico che bisognava mandare
-in appello, e con tutta la buona volontà di far felice Augusto, non gli
-potei dar retta.
-
-La faccia scura del mio cliente era appena scomparsa dietro l'uscio,
-quando si affacciò più sotto, nel vano, la faccetta maliziosa di mio
-figlio.
-
-— Dunque — dissi aprendogli le braccia perchè vi si slanciasse con
-un salto, come usava fare — dunque il re di Persia, Dario, figlio
-d'Istaspe, detto anche _Assuero_?...
-
-Augusto non si moveva; era pieno di scienza.
-
-— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque voleva scegliere
-una moglie tra le più oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata?
-
-— _Lo sai bene_ che l'ha trovata?
-
-Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva spinto la mia imprudenza;
-perchè, ahi! non lo sapevo nè bene nè male; me ne ero dimenticato
-interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il quale poteva darmi a
-credere, se glie ne venisse la tentazione, che il re di Persia aveva
-sposato la sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci una
-ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po' mi riuscì; avevo già
-strappato ad Augusto la confessione che la moglie di Dario si chiamava
-Ester, ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo; quando venne
-ad Augusto la curiosità di sapere perchè Mardocheo non si fosse dato a
-conoscere al re suo parente. Un perchè ci doveva essere, «tanto più —
-soggiungeva mio figlio — che se Mardocheo non avesse fatto così, Dario
-non si sarebbe fidato tanto di _quell'altro_, sai, _quell'altro_...
-aspetta...»
-
-Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare, ma (pensi chi ha
-cuor di padre la mia tortura) _quell'altro_ non sapevo proprio chi
-fosse. Aspettavo e sorridevo; _quell'altro_ non venne.
-
-— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto, e sollevava gli
-occhioni al soffitto, o me li metteva in faccia alla sfuggita sperando
-l'impossibile, cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo.
-
-Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile.
-
-— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina ci vuole...
-
-— L'ho qui... aspetta...
-
-Questa volta uscì di corsa.
-
-Quando egli tornò trionfante a dirmi che quell'altro si chiamava
-Amanno, io mi era tirato dinanzi un grosso volume di Pandette, e potei
-far credere a mio figlio di essere immerso nella scienza, mentre non
-facevo che ripetere a me stesso: — Dottore mio, sei un asino!
-
-
-V.
-
-La natura benigna non ha permesso all'uomo, e sia pure l'asino più
-convinto, d'incrudelire contro sè stesso. Quelle _Pandette_, che avevo
-dinanzi agli occhi e non vedevo, erano mie buone amiche da un pezzo:
-approfittando dello stupore che segue ogni gran disastro dell'amor
-proprio, esse mi parlarono blandamente così:
-
-— _Justiniani Institutionum libri quatuor_... I bei tempi passati
-dell'Università! Le belle notti vegliate insieme!
-
-Io sospirava e voltava le pagine senza interrompere.
-
-— _Capitis diminutio tria genera sunt_ — insistevano le dotte pagine;
-ed io proseguiva rialzando gli occhi dal libro con una compiacenza
-istintiva; — _maxima, media, minima; tria enim sunt quae habemus:
-libertatem, civitatem, familiam. Igitur quum omnia haec amittimus...
-Omnia haec_ le so ancora.
-
-Mandavo un sospiro a Mardocheo e voltavo pagina.
-
-— _Proetoris verba dicunt: Infamia notatur_....
-
-Ed io sorridevo e senza avvedermene tiravo innanzi a ripetere a occhi
-chiusi le parole confortatrici del pretore.
-
-Ad ogni sentenza latina veniva dietro un codazzo di memorie allegre;
-mi ricordavo in che luogo, in qual'ora e in compagnia di chi
-avevo imparato a distinguere le _res mancipi_ dalle _nec mancipi_,
-l'_hereditas_ dalla _bonorum possessio_, mi era persino rimasto in
-mente che il _vadimonium_ (quel _vadimonium_ che gli studenti di terzo
-anno mandano inevitabilmente al diavolo per far ridere i matricolini)
-aveva prima messo di buon umore me, poi mi aveva servito a far lo
-spiritoso con altri.
-
-Ah! Giustiniano! quello era un gran re! Altro che Dario figlio
-d'Istaspe!
-
-E mentre una voce nemica mi gridava da lontano: «E che ne sai tu di
-Dario figlio di Istaspe?» Giustiniano mi metteva sotto gli occhi una
-sentenza, che diede un altro corso ai miei pensieri.
-
-— _Nasciturus pro jam nato habetur_, — dicevano le _Pandette_; ed
-io, colpito da un senso nuovo che mi si rivelava in quella massima,
-esclamavo:
-
-— È vero! mio figlio era vivo prima che nascesse!
-
-Lieto di questa chiosa, che mi pareva più profonda di tutta la dottrina
-del pretore, me ne andai allegramente ai tempi lontani, in cui non
-avevo nè un figlio, nè un cliente.
-
-Ritrovando più tardi il re di Persia implacabile, prima mi strinsi
-nelle spalle, poi lo mandai a farsi benedire.
-
-— Il tuo regno è finito — gli dissi — è finito da... (qui, se lo
-avessi saputo, avrei messo un numero preciso d'anni, di mesi e di
-giorni per dar solennità al mio periodo), è finito da secoli, e ad un
-galantuomo dev'essere lecito vivere senza immischiarsi nei fatti tuoi.
-Io poi faccio l'avvocato, e lo faccio bene, domandane al tuo collega
-Giustiniano; ho tante faccende io, e se a suo tempo mi sono rotto la
-testa per fartici entrare, oggi sono nel mio diritto pretendendo che tu
-ne esca tutto d'un pezzo.
-
-E per istinto d'arte oratoria agitavo la testa come se vi fosse rimasto.
-
-La mimica che accompagnava il mio monologo durava ancora e il monologo
-era finito, quando mi avvidi d'avere un testimonio. Augusto, il quale
-con lo zaino ad armacollo veniva a darmi il bacio, prima di andar a
-scuola.
-
-Per solito quella scenetta seguiva così: «Si può?» diceva mio figlio.
-Non altro, ed io intendevo: «Sono qua per il bacio», e subito, da
-qualunque lontananza di codice, accorrevo col pensiero, aprivo le
-braccia, egli vi si slanciava facendo un tentativo per respingere lo
-zaino, che entrava sempre di mezzo, in quell'amplesso, ed i nostri
-tre corpi si allacciavano stretti. «Mi raccomando», dicevo poi con
-solennità paterna, sprigionando Augusto, il quale se ne andava seguito
-dal suo zaino enorme, ed io stentavo a ritrovare _l'alinea_ in cui
-ero rimasto, perchè mettevo bensì gli occhi sul codice, ma il pensiero
-accompagnava un tratto mio figlio.
-
-Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche cosa s'era mutato
-nei rapporti tra me e lui, e che il mio amore paterno, l'unico amore
-in cui credevo non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso le
-sua vanità.
-
-Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli uomini, e non avevo
-mai rifiutata nessuna delle perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè
-me lo mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in giro per la
-camera, egli mi ammirava dicendo: — Come sei forte! — ed era perfino
-andato a dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era più forte di
-lui.
-
-Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi volumi, e contare i
-palchetti della mia libreria per non dubitar più che io fossi un
-portento di dottrina.
-
-— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui egli non sapeva nulla, e
-in questa idea trovava un conforto alla sua ignoranza.
-
-— Tu sai più del maestro! — affermava qualche volta, ed io capivo
-subito che quel giorno il signor maestro aveva abusato della sua
-scienza per tormentarlo.
-
-Non dico che fossi propriamente in buona fede intascando tutta
-quell'ammirazione, ma vi trovavo gusto e sapevo di far felice mio
-figlio.
-
-Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era fatta del babbo non poteva
-più durare! Già Dario figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla
-mia grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un altro personaggio
-famoso non dovesse uscire dalle pagine del _Compendio di Storia per
-isvergognarmi in faccia a mio figlio!_
-
-Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che mi ero messo dinanzi
-per farne una barricata in cui la mia ignoranza si avesse a trovare
-al sicuro, mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e ragionando
-precisamente all'opposto di poco prima, mi parve che non mi fosse
-lecito vivere un'ora di più su questa terra se non mi fossi ficcato
-bene in capo tutta la storiella dello zio della moglie del re di
-Persia.
-
-Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne estrassi una storia antica
-e vi cercai avidamente la tranquillità della mia coscienza turbata.
-
-Non lo avessi mai fatto!
-
-In capo a mezz'ora io era il più desolato degli uomini; e dopo aver
-sfogliato il volume, leggicchiando qua e là e trovando in ogni pagina
-un capo d'accusa, arrestai l'occhio attonito nell'indice che pareva
-messo a posta in fine del libro come una requisitoria, a dimostrarmi
-compendiosamente quello che io era colpevole di sapere male o di non
-sapere niente affatto.
-
-Era caduta la benda alla mia ignoranza! Poc'anzi mi potevo illudere
-pensando che, perchè tante cose me l'ero messe in capo _in illo
-tempore_ e non le avevo mai mandate via come Dario, _potessero_
-esservi rimaste. M'accorgevo ora che tutta quella buona gente ebraica,
-assira, persiana, se n'era andata alla chetichella, lasciando una gran
-confusione di date e di regni nel mio cervello.
-
-Non era più luogo a dubbiezze; mi trovavo in faccia a un dilemma
-inesorabile: o rassegnarmi a passare per un asino agli occhi di mio
-figlio, o rifare coraggiosamente il mio bagaglio storico.
-
-— La storia è la maestra della vita — diceva qualcuno dentro di me
-— non ti è lecito goderti il tuo presente se non hai sulle dita il
-passato dell'umanità.
-
-— Baie! — rispondeva dentro di me un altro — te lo sei pur goduto
-finora il tuo tempo senza l'aiuto di alcuna gente morta; tu continui
-a far così in avvenire e te la ridi. Che poi la storia sia la maestra
-della vita, lo vanno dicendo da un pezzo, ma ancora non è provato;
-se te l'ho a dire in confidenza, questa mi pare una bella frase messa
-lì come un puntello, per reggere una scienza enorme e vana. La storia
-non ha mai generato alcuna cosa al mondo, fuorchè compendi di storia e
-monografie storiche. Le dinastie dei Faraoni si succedono, passano, e
-che cosa lasciano all'umanità? Poche piramidi che non servono a nulla.
-Eccoti la storia.
-
-Queste parole dell'anonimo che ragionava dentro di me furono un
-raggio di luce al mio spirito rabbuiato; io aveva trovata un'uscita al
-terribile dilemma, e quest'uscita era la _filosofia_.
-
-Si sa che la filosofia serve i dotti e gl'indotti senza guardar in
-faccia a nessuno: io vado più oltre e dico che per un ignorante non vi
-ha altra via di scampo che diventar filosofo e farsi _un sistema_.
-
-Il mio sistema filosofico doveva servirmi ad inculcare a mio figlio la
-necessità di studiare tutte le cose che il babbo aveva studiato _per
-aver poi_ _il diritto_ di dimenticarle tutte come il babbo.
-
-Era un'idea grande ed ardita; da principio mi piacque, l'ammirai, poi
-mi parve d'un'arditezza impertinente, d'una grandezza spropositata;
-nuovo alla ginnastica dei filosofi, ebbi vergogna, lo confesso, e
-tornai a sentimenti più umili.
-
-Quel giorno, invece di recarmi in tribunale con la baldanza d'un uomo
-preparato a tutte le sorprese della procedura civile, vi andai col fare
-dimesso di uno scolaro che non sappia bene la lezione.
-
-E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue ragioni e citava
-non so quale sentenza della Corte Suprema per ottenere addirittura
-il sequestro della roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul
-presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando sotto quelle toghe
-e quei berrettoni la mia gente persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi
-all'improvviso a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo, chi di
-costoro me lo direbbe? quel giudice che sonnecchia no certo; e nemmeno
-il presidente con tutto il suo sussiego!»
-
-Quando poi toccò a me rispondere alle enormi pretese della parte
-avversaria, sorsi baldanzosamente a dire che mi opponevo al sequestro,
-invocando il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle buone
-ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo essere ascoltati!» — E
-soggiunsi eloquentemente: — «Non siamo più ai tempi dei Faraoni e dei
-re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare Amanno senza dargli il
-tempo di _provvedersi in appello_».
-
-Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la frase fece effetto, e al
-mio cliente non fu sequestrata la roba; segno che la storia può servire
-a qualche cosa.
-
-
-VI.
-
-Radunai tutta la mia buona volontà, e rubando ogni sera mezz'ora alle
-mie cause e il compendio di storia a mio figlio, mi avviai anch'io
-in mezzo agli Assiri e ai Persiani. Camminavo senza fretta, non
-ero punto assetato di scienza storica, come potreste credere, e mi
-bastava precedere d'un passo mio figlio nel suo compendio, tanto da
-non essere esposto a tavola a certe sorprese, che avrebbero guastato a
-me la digestione, a mio figlio il rispetto ammirativo che egli doveva
-all'autore dei suoi giorni.
-
-Le cose andarono bene per un po'; ma venne un disgraziato mattino in
-cui la scolaresca, che era rimasta meco in Persia, e precisamente al
-regno di Dario III Codomano, se n'andò, senza avvertirmi, in Assiria,
-e la sera medesima mio figlio, non immaginando quanto male mi facesse,
-nominò alla mia presenza Salmanassarre e Sennacheribbo.
-
-Io prima finsi di non intendere, e fatto un vano tentativo per
-ricondurlo in Persia, dove mi sarei ritrovato come in casa mia, fui
-costretto a lasciarlo dire.
-
-Poi vennero altre sorprese; la geografia, la storia sacra e perfino
-l'aritmetica di mio figlio avevano conservato meco dei segreti.
-Incoraggiati dall'esempio del catechismo, che era con me pieno di
-misteri, quei tre libriccini di poche pagine mi tormentarono mattina e
-sera, mi guastarono regolarmente il desinare per parecchie settimane, e
-turbarono i miei sonni.
-
-Io lasciava un sacramento per seguire il corso di un fiume americano,
-che a farlo apposta non poteva essere più tortuoso; scendevo un monte
-dopo aver interrogato l'aspetto di un paese, e trovavo la geometria
-piana, una geometria che mi facea venir la tentazione di rifar la
-salita del monte e non scendere più alla pianura.
-
-Cieli misericordiosi! Quanto era grande la mia ignoranza! Non sapevo
-più nulla, peggio ancora: sapevo degli errori, perchè quel po' che mi
-era rimasto in mente era confuso ed inesatto.
-
-Ripigliare da bel principio tutti i miei studi, come se dovessi ancora
-presentarmi agli esami, rifarmi una dottrina nuova, ecco il rimedio
-eroico; ma io fui vile, mi accontentai di rattoppare la mia scienza
-dove lasciava vedere i gomiti e le ginocchia.
-
-E non andò molto che Augusto mi colse in fallo una volta, due, dieci,
-prima con istupore, poi con dolore, da ultimo con malizia. Non mi
-diceva più, come nei bei tempi della sua innocenza: tu sai tutto:
-al contrario gli accadeva di spropositare coraggiosamente in faccia
-mia nelle cose più elementari, perfino nei diritti e nei doveri dei
-cittadini, che erano il mio pane quotidiano, e di rifiutare senza
-arroganza, ma con sicurezza, la mia correzione, dicendomi la frase
-sacramentale, che ha fatto impallidire tanti genitori:
-
-— L'ha detto il maestro!
-
-Evangelina si provava a difendermi, metteva tutte le sue forze
-centuplicate dall'affetto e dalla buona fede nel sollevare me sopra il
-signor maestro; ma era inutile. Augusto non diceva già che non fosse
-vero; se non che alla prima occasione mi lasciava intendere che sulla
-mia dottrina famosa non si faceva più alcuna illusione, ripetendo quasi
-sottovoce:
-
-— L'ha detto il maestro!
-
-Ed io studiava in segreto, con un disordine che dipingeva lo
-stato della mia mente, le montagne, le popolazioni, il quadrato
-dell'ipotenusa, l'eucarestia.
-
-Invano. Incalzato dal mio destino, venni finalmente in faccia alla
-prova suprema.
-
-
-VII.
-
-Avevano dato a mio figlio un difficile problema da risolvere, e il
-poveretto, che non era forte nelle matematiche, non se ne poteva
-cavare.
-
-— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne a dire Evangelina. Questi
-maestri non so dove si abbiano la testa. La bella maniera di tormentare
-un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo curvo a tavolino; mi
-fa proprio pena: dovresti aiutarlo.
-
-— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli giova l'andare a scuola?
-Se i problemi glieli dànno, è segno che deve saperli risolvere; e se
-non sa, è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la spiegazione;
-e poi, sono tanto occupato!
-
-Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente a provarsi lei a fare
-quel che io non volevo, perchè poco dopo tornò a dirmi:
-
-— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria piana. Augusto non
-può risolverlo, piange...
-
-— Piange?
-
-Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello stanzino in cui
-Augusto si torturava da un'ora, ebbi come il presentimento d'una
-catastrofe. Ma non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai a mio
-figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso, poi, con un po' di
-sussiego:
-
-— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di mattoni deve consegnare tanti
-mattoni quanti ne occorrono all'ammattonato di una stanza di forma
-trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è difficile — dissi. — E
-non sei buono a cavartene?
-
-Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione ingenua di
-altri tempi mista a un tantino di stupore. E io soggiunsi:
-
-— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il còmpito; se i tuoi còmpiti
-dovessi farli io, sarebbe inutile che tu andassi a scuola. Ora però
-hai lavorato troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi torna su e ti
-sarà più facile.
-
-— È troppo difficile — disse lui.
-
-— È facile — dissi io.
-
-Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo posto dinanzi al
-tavolino.
-
-La misericordia celeste risparmi a ogni padre la tortura che provai
-quella mattina. Ciò che mi sembrava facile da lontano, mi apparve irto
-di mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina mi stava a
-guardare, indovinando anche essa il mio imbarazzo; io sentiva Augusto
-che faceva il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsa
-urgente che avevo lasciata sulla mia scrivania, e continuavo a star
-lì come inchiodato, sfogliando dispettosamente la geometria piana,
-calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati.
-
-A poco a poco la testa mi si empì siffattamente di cifre, che non mi
-raccapezzai più; sbagliavo perfino le somme, e per ritrovare l'errore
-d'unità (un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso. Mi vennero
-a dire che un cliente mi voleva parlare; gli feci rispondere che ero
-occupatissimo e non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce nel mio
-cervello; il problema mi si affacciò netto, e io non istentai cinque
-minuti a risolverlo.
-
-— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non era facile; io poi non ci
-ho più pratica...
-
-Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina mi ammirava, nè più
-nè meno; e io vidi quella sua ammirazione passare tutta d'un pezzo
-nello spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su e trovò il
-problema risoluto.
-
-E non mi parve davvero di aver perduto il mio tempo; anzi, rientrando
-nel mio studio, avevo una certa solennità, come se vi portassi la
-fiaccola della scienza.
-
-A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece di tornare da scuola
-allegro e di far irruzione nella mia camera a dirmi che aveva preso
-dieci decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in casa come un
-cane battuto, e se ne stette in cucina.
-
-E quando io volli sapere che cosa avesse, mi rispose di mala voglia che
-il problema era sbagliato.
-
-— È impossibile! — esclamai.
-
-— Guarda — mi disse melanconicamente mio figlio; — doveva dare 4526
-mattoni, e invece ne dà 3916.
-
-Io guardai, non vidi nulla. Se tutti quei mattoni mi fossero caduti
-addosso, non mi avrebbero fatto tanto male.
-
-Ma accanto alle sventure il cielo mette le consolazioni, e io ne trovai
-una dinanzi alla scrivania. Era Laurina, la piccola studiosa; essa
-si era arrampicata sulla poltrona e leggeva attentamente il codice di
-procedura.
-
-— Senti, babbo — mi disse appena mi vide entrare — senti; la so tutta:
-«due più due quattro più due otto più due dieci più due ventidue più
-due ventiquattro più due trenta.»
-
-
-
-
-INTERMEZZO
-
-
-_Qui l'avvocato Epaminonda Placidi narra una scenetta che assolutamente
-non lo riguarda._
-
-Erano alle frutta; aspettavano il caffè.
-
-Dopo aver dato una frasetta a dieci argomenti, tanto per iscoprire,
-senza averne l'aria, il sentiero in cui si era avviata la mente di
-suo marito, essa fece una smorfietta e tacque. Ma egli, che aveva
-risposto a monosillabi quando essa parlava, non si avvide nemmeno che
-ora incominciava a star zitta di proposito, e tirò innanzi per la sua
-viottola solitaria.
-
-Non camminò un pezzo.
-
-Essa (cioè la signora Ermenegilda) non tardò a capire che bisognava
-ricorrere a un rimedio eroico, e ruppe il silenzio un'altra volta.
-
-— Ti ho detto quel che mi è capitato stamane?
-
-— No... che cosa ti è capitato?
-
-— Era sul Corso... usciva dalla bottega della guantaia, no... dalla
-bottega del... aspetta...
-
-Il marito (cioè il signor Ermenegildo), pregato così di aspettare, non
-osava muoversi, ma tanto era lontano. Aspettò un pochino; Ermenegilda
-non diceva parola.
-
-Allora il poveraccio fece uno sforzo eroico, diede un'occhiata
-melanconica ai propri pensieri, e piantando gli occhi in faccia alla
-moglie:
-
-— Dunque uscivi dalla bottega della guantaia... — le disse. — E poi?
-
-Ermenegilda fece un atto di trionfo modesto, e rispose con un sorriso:
-
-— Tu eri partito per un paese ignoto; credo volessi scoprire le
-sorgenti del Nilo...
-
-— Bada che le hanno già scoperte — interruppe Ermenegildo ridendo.
-
-— Davvero? Io non me n'era accorta — disse la moglie con un vezzo
-infantile... — Dunque eri assente, viaggiavi coi treni celeri, e io non
-isperava vederti tornare per un gran pezzo... quando mi venne la bella
-idea d'entrare nella bottega della mia guantaia; uscendo, veggo che sei
-lì, ritornato col treno celerissimo. Hai fatto buon viaggio?
-
-— Grazie — disse il marito levandosi da sedere e facendo il giro della
-breve tavola per deporre un bacio su quella bocca scherzosa.
-
-Ermenegilda pigliò il bacio con dignità, ma non restituì nulla; e dopo
-aver aspettato invano, il signor marito rifece il giro della tavola e
-si andò a sedere al suo posto.
-
-— Era proprio distratto — disse.
-
-Nessun pericolo che si distraesse ancora; teneva i gomiti appoggiati
-alla mensa, le mani sulle tempie e gli occhi spalancati come due
-finestre a guardare in faccia sua moglie.
-
-— Sentiamo, a che pensavi? — domandò Ermenegilda abbandonandosi
-sull'alto schienale della seggiola.
-
-— Te lo voglio dire; pensavo all'amico Santi. L'ultima volta che fu
-qui, te ne ricordi? Saranno due settimane...
-
-— Più di venti giorni — corresse la moglie.
-
-— Già, venti! Come corre il tempo!
-
-— Questo poi sì; corre!...
-
-— Dunque — si affrettò a proseguire il marito — dunque l'ultima volta
-che l'amico Santi fu qui... ma prima di tutto, come lo giudichi tu
-l'amico Santi? Che indole ti pare che abbia? Sotto la vernice fredda
-dell'uomo che ha sposato la scienza...
-
-— Scusa, l'amico non ha anche sposato sua moglie?
-
-— Sicuro, gli scienziati hanno i loro momenti di distrazione...
-
-— Bada che ti avvii male — disse Ermenegilda, senza uscire dalla sua
-indolenza posticcia.
-
-— Sei tu che m'interrompi sempre. Ti domandavo come giudichi l'amico.
-
-— È un amico tuo, un amico di casa... io non lo giudico.
-
-— Sei crudele oggi.
-
-— Mi vendico.
-
-— Ebbene te lo dirò io che cosa vi è sotto la vernice fredda di quello
-scienziato: vi è un cuore caldo, un'anima poetica, un'immaginazione di
-cui non gli è facile aver sempre le redini in mano.
-
-— E tutto questo tu l'hai veduto l'ultima volta che l'amico Santi fu
-qui?...
-
-— Precisamente; ventidue giorni fa, dunque...
-
-— Ventitré — corresse la moglie — era un mercoledì; non potendo uscire
-di casa a fare la nostra solita passeggiata dopo il desinare, ve ne
-andaste voi due soli, a braccetto come due scapoli, e il signorino
-tornò dopo la mezzanotte...
-
-— Ora sbagli tu; mancava un quarto d'ora alla mezzanotte; l'amico Santi
-aveva preso il treno delle undici e venti; salvo aver le ali del nostro
-merlo, non era possibile essere a casa prima...
-
-— Sentiamo il resto — disse Ermenegilda con indulgenza.
-
-Allora Ermenegildo provò a farsi serio, e con un tantino di gravità
-insolita, un tantino appena, senza mai staccare gli occhi dal viso
-della moglie, spiccicando le parole con lentezza, parlò così:
-
-— Si discorreva della vita matrimoniale... non so perchè si era venuti
-su questo discorso... ah! perchè pioveva, perchè tu eri rimasta a
-casa sola... Egli mi diceva che fa press'a poco la stessa mia vita,
-che se sua moglie sta a casa, egli appena appena si muove a far due
-passi dopo il desinare, poi torna al suo studiolo a leggicchiare, a
-scrivere accanto al fuoco, e che per quanto paia monotona un'abitudine
-tranquilla, la felicità non è mai molto diversa.
-
-Sebbene Ermenegildo avesse continuato a leggere negli occhi della
-moglie l'effetto d'ogni parola, a questo punto s'interruppe per
-giudicarne meglio.
-
-Ermenegilda era impassibile.
-
-— Non è diversa niente affatto — esclamai, e gli dissi come la penso
-io riguardo alla felicità. — Tu sai come la penso; dinanzi alla
-felicità...
-
-— Dinanzi alla felicità — proseguì la moglie, come se recitasse una
-lezione — gli uomini sono tutti eguali: la felicità è nel desiderio;
-l'uomo che più desidera è più felice...
-
-— Sbagli — Corresse dolcemente il marito filosofo — la felicità è
-nel desiderio d'una cosa che si possa ottenere, condito d'un tantino
-d'incertezza.
-
-— Ottenuta una cosa — proseguì Ermenegilda — bisogna saperne desiderare
-un'altra...
-
-— Ma che non sia troppo improbabile o difficile. Di coloro che, appena
-hanno formato un desiderio, subito possono soddisfarlo, si deve dire
-che non conoscono la felicità...
-
-— La quale è un intervallo fra un desiderio e la sua soddisfazione. Ed
-ecco perchè i ricchi e i poveri, dove cessano i bisogni imperiosi della
-fame, della sete, del caldo e del freddo, cominciano a essere eguali.
-
-— Bravissima! — diceva Ermenegildo — bravissima! — Ma si vedeva chiaro
-che aveva perduto il filo e non sapeva come andare innanzi.
-
-Ermenegilda gli venne in aiuto.
-
-— Dicevamo che la vita dell'amico Santi non è _molto_ diversa dalla
-felicità... E quella di sua moglie è _molto_ diversa?
-
-— Non lo so, non mi sono informato; in simili casi uno non può parlare
-che per conto proprio. Ti credo felice perchè... perchè sono felice io
-con te; ma se andassi a dire agli altri che ti faccio felice, che tu
-mi adori, e che io merito la tua adorazione, mi piglierebbero per uno
-sciocco. E poi — proseguì con un'aria baldanzosetta — e poi che ne so
-io veramente se tu sei molto o poco felice con me? Posso forse scendere
-in fondo al tuo cuore, visitare tutte le più piccole celle del tuo
-cervello, dove s'annicchia talvolta l'immaginazione scontenta?
-
-Invece di rispondere Ermenegilda sospirò, e il povero Ermenegildo non
-riuscì a capire se facesse per canzonatura o per impazienza.
-
-Era come se avesse infilato una veste nuova in cui si trovasse a
-disagio, e non potesse mutarsela perchè già fuori di casa. Veramente la
-sua disinvoltura gli faceva strane smorfie sulla persona; ma oramai era
-avviato, e tirò innanzi.
-
-— Ermenegildo — mi diceva l'amico Santi — noi gente di scienze o
-di lettere o d'arti abbiamo forse un avversario più degli altri;
-quell'immaginazione medesima, che ci dà tante dolcezze, che ci
-incoraggia a salire le alture faticose del vero e del bello con la
-promessa di più ampi orizzonti, può darci e ci dà talvolta aspre
-battaglie. Mentre noi siamo tranquilli a casa, al focolare, e guardiamo
-la felicità nella faccia serena della nostra compagna, negli occhioni
-delle nostre creature, v'è una parte di noi che se ne va... Dove?...
-Lontano; a sognare cose nuove: affetti, sorrisi, lagrime; a indovinare
-gli aspetti ignorati della bellezza.
-
-Ermenegildo pigliò fiato; Ermenegilda, che aspettava quel momento, si
-accontentò di dire con una ironia lieve lieve:
-
-— In sostanza, voialtri uomini di arti o di scienze o di lettere
-non dovreste prender moglie. È una idea vecchiotta, ma non quanto la
-verità, che è eterna.
-
-— Chi dice questo? — interruppe il marito con la forza della
-convinzione. — Lo dicono gli scapoli fino a trent'anni; dopo i
-trent'anni nessuno più lo pensa; dopo i quaranta nessuno più lo dice...
-
-— Il pittore Vaghi lo dice ancora, ed ha sessantacinque anni sonati —
-osservò Ermenegilda con malizia.
-
-— Il vecchio pittore Vaghi ha ricominciato a dirlo dieci anni fa,
-quando si rassegnò a perdere interamente la speranza di trovar una
-moglie giovane e bella.
-
-— Come lo sai?
-
-— Lo immagino. Egli ha sempre adorato la gioventù e la bellezza delle
-donne; ora ha i capelli bianchi e non è ricco... Torniamo all'amico
-Santi.
-
-Ermenegilda mandò un sospiro o uno sbadiglio all'amico Santi, e
-ripigliò la positura di prima.
-
-— Vi sono due esseri in noi — prosegui Ermenegildo; — uno casalingo,
-bonaccione, pieno di giudizio e d'ordine; l'altro fantastico,
-insoddisfatto; uno si appaga delle cose, l'altro vorrebbe le ombre
-delle cose; forse non è bene, appunto quando l'uno dei due ha tutto,
-che l'altro non abbia nulla; potendolo fare senza peccato, perchè
-quella parte di noi che sogna non dovrebbe avere il suo alimento? —
-Così mi parlava l'amico Santi. — Vi sono sentimenti (dice lui) che a
-mia moglie non posso esprimere; mi darebbe del matto o si spaventerebbe
-fuor di misura; bisogni, anzi sfumature di bisogni, aspirazioni
-indefinite dell'anima, estasi del pensiero (è sempre lui che parla),
-delle quali io mi compiaccio perchè sono una parte non indegna del mio
-essere, e che mia moglie non capisce. Un legame di due intelligenze, un
-interrogarsi ed un rispondersi, magari da lontano, di due anime che si
-comprendono, non dovrebbe offendere il patto sacro del matrimonio.
-
-— Amore platonico... — mormorò Ermenegilda.
-
-— Io direi _platonico_, se vuoi, ma non direi _amore_...
-
-— Diciamo _affetto_... diciamo...
-
-— Diciamo anche _affetto_...
-
-Non sapeva che dire; ora la docilità pensosa di sua moglie lo
-imbarazzava peggio della beffa.
-
-— Insomma tu mi hai capito — ripigliò accalorandosi; — l'amico Santi è
-incapace di fare una cosa che possa gettare la più piccola ombra sopra
-sua moglie... e pure... non dovrei dirtelo, perchè è una confidenza...
-e pure...
-
-— Se non devi dirlo, non lo dire, Ermenegildo: è forse meglio.
-
-Balenava una strana luce negli occhi della bella indolente.
-Era curiosità? era malizia? Ermenegildo ne cercò inutilmente il
-significato, e riprese smorzando di repente quel po' di fuoco che prima
-aveva messo nelle sue parole:
-
-— Sbagliavo; anzi te lo devo dire. Chi fa una confidenza a un uomo
-ammogliato o a una donna maritata, deve sapere di farla a marito e
-moglie. Non è lecito al primo venuto mettere un segreto fra due coniugi
-che si vogliono bene.
-
-Voleva soggiungere, ed avrebbe fatto bell'effetto oratorio: «che fra
-due coniugi che si vogliono bene non deve frapporsi mai nemmeno l'ombra
-di un segreto;» ma si avvide in tempo che egli era precisamente avviato
-a provare l'opposto.
-
-— Pur troppo! — soggiunse con una faccia da sant'Ignazio — pur troppo,
-poichè la natura umana non è perfetta, e vi sono cose che ci affliggono
-senza ragione, qualche piccolo segreto innocente nasce talvolta
-inosservato nel letto nuziale.
-
-La tenera sposa esalò un sospiro, che poteva benissimo significare:
-«Pur troppo!»
-
-— Per farla corta: l'amico Santi ha un affetto purissimo per una donna.
-Quest'affetto è la sua gioia segreta; e mi ha confessato che spesso,
-ricevendo una lettera di questa lontana amica, a cui egli svela i suoi
-pensieri più riposti, gli pare di sentire come una carezza dell'ideale;
-allora si sente più forte, più generoso, più buono e, lo crederesti?...
-anche più affettuoso con la moglie.
-
-— È strano! — si contentò di dire Ermenegilda.
-
-— Non è strano niente affatto! Egli sa, cioè teme, di fare un torto a
-sua moglie... e più si sente felice, e più crescono i suoi scrupoli.
-
-— Ha degli scrupoli?...
-
-— Sì; chiedeva a me se dovesse smettere o no quella corrispondenza...
-
-— E tu?
-
-— Io gli dissi... che cosa gli poteva dire io?... che, giudicando
-così all'ingrosso, se non vi era pericolo di male, nè di dispiaceri
-domestici... mi pareva... ch'egli potesse alimentare un sentimento, che
-in fondo... non aveva nulla d'ingeneroso.
-
-— E lui?
-
-— Egli mi assicura che dispiaceri non ne possono nascere, perchè le
-lettere gli arrivano con un recapito segreto.
-
-— E quella donna ti ha egli detto chi sia?
-
-— Non mi ha detto altro se non che essa pure ha marito.
-
-— Ti ha detto che fosse giovine e bella?
-
-— Giovine sì; della bellezza non ne so nulla... non se n'è parlato...
-
-— Si vedono qualche volta?
-
-— Raramente; egli la vede quando viaggia, ma viaggia poco:
-s'incontrano, ed è come se non fosse nulla fra di loro; si riconoscono
-appena. Tutte queste cose, io dico, non accadrebbero, se la società
-stupida e le piccinerie dell'anima umana non avessero reso impossibile
-l'amicizia schietta e palese fra un uomo e una donna; se, fuori del
-matrimonio, la malignità non vedesse sempre l'adulterio. Io sostengo
-che se è prezioso avere un amico fidato...
-
-— Tanto più dolce sarebbe avere un'amica, alla quale poter affidare i
-pesi più delicati dell'anima, perchè ci aiutasse a portarli. Forse non
-hai torto; ma io penso a lei, a quella donna maritata, che alimenta una
-fiamma innocente, ma segreta; segreta, ma lontana... Ho degli scrupoli
-per essa. A te che ne pare?
-
-Ermenegildo confessò candidamente che non vi aveva mai pensato.
-
-— Ma non mi sembra che la cosa cambi... — disse.
-
-— Io temo di sì...
-
-— Lo temo anch'io...
-
-— E pure — si affrettò a dire Ermenegilda — perchè un uomo ammogliato
-possa avere innocentemente una... come diciamo?... una corrispondenza
-d'amorosi sensi con la moglie d'un altro, bisogna pure che questa
-moglie d'un altro acconsenta e corrisponda...
-
-— Sicuramente — disse Ermenegildo agitando il capo con energia — è
-sempre il vecchio vizio di noi uomini di guardare le cose da un lato
-solo... Sicuramente, perchè un uomo ammogliato possa... bisogna pure
-che ci sia la moglie di un altro, che...
-
-— E quella incognita non perde nulla ai tuoi occhi? La stimi tu
-egualmente come se non nascondesse nulla al marito?
-
-— Sicuro che la stimo; non dico proprio egualmente... cioè sì, la stimo
-egualmente. La colpa non è sua, se il mondo, se il marito... Certo la
-stimerei di più se... ma bisognerebbe che il marito non fosse un uomo
-volgare...
-
-Ermenegilda gli aveva fissato gli occhi bene aperti in faccia, ed è
-forse questo che gli imbrogliava di nuovo il filo delle idee.
-
-— Volevo dire che la stimerei di più se potesse dir tutto al marito;
-ma probabilmente se non gli dice nulla è perchè suo marito non saprebbe
-ricevere bene una confidenza simile.
-
-— Sarebbe pur bello — sospirò Ermenegilda — che si potesse dire tutto,
-proprio tutto al marito! Che estasi quell'accordo di tre anime!
-
-Ermenegildo, trionfatore modesto, ancora non era arrivato a convincersi
-della propria vittoria, quando a un tratto vide sua moglie sollevarsi
-a mezzo e porgergli la mano attraverso la tavola. Ed egli prese quella
-bella manina, e riconobbe che era bianca, grassoccia e bella, proprio
-bella, ma come in sogno.
-
-— Amico — gli disse Ermenegilda con un tantino di enfasi teatrale,
-che lo svegliò del tutto; — amico, io ti ho già troppo offeso tacendo,
-dissimulando, facendo la commedia finora; tu sei degno di saper tutto:
-quella donna, quell'amica lontana del signor Santi, sono io! Da un anno
-egli mi scriveva segretamente e io gli...
-
-Ma era già stretta fra le braccia del marito, e un bacio le chiudeva la
-bocca, non potè terminare la frase.
-
-Si provò più volte a condurre alla fine la sua confessione, sempre
-invano. Ermenegildo la baciava e rideva.
-
-— Sì, ho detto la verità — soggiunse Ermenegilda fra i baci — io non
-credeva di far male... ma non ne ero sicura; il nostro buon amico era
-turbato anche lui... dal rimorso... l'ultima volta che fu da noi a
-desinare, ventidue giorni fa... quel mercoledì che pioveva... per poco
-non ti svelò il suo segreto... il nostro segreto... innocente. Ripetimi
-— soggiunse sprigionandosi dalle carezze — ripetimi che questa nostra
-corrispondenza non ti offende, che questa tenerezza di due anime...
-
-A questo punto il contagio dell'ilarità di lui aveva preso anche lei.
-
-— Pietà di me... — mormorò il marito stringendosi le costole — non
-farmi morire così...
-
-Il riso dell'incredulo Ermenegildo durava ancora, quando Ermenegilda si
-era di già rifatta seria.
-
-Era entrata nel cervello di quella donnina una idea vendicativa.
-
-— Sì, sono io — ripetè con faccia seria; e il marito rise ancora.
-
-— Sì, sono io — insistè; e il marito non rise più, ma venne a lei
-gravemente, e pigliandole il mento con due dita, cominciò:
-
-— Ho compreso, so tutto quello che mi vuoi dire: facili sono le
-teoriche fatte sulle spalle degli altri; l'esempio invece prova...
-
-Sua moglie lo interruppe:
-
-— L'esempio non prova nulla di nulla, l'esempio è l'accidente, è
-il caso; la teorica è la dottrina. Ma lo vedo bene io, tu non mi
-credi, non mi vuoi credere. E pure te l'assicuro, Ermenegildo mio, la
-consolatrice lontana del comune amico Santi sono io; te ne posso dare
-le prove...
-
-Ermenegilda frugò nelle proprie tasche, poi porgendo un foglio al
-marito, che non fu pronto a pigliarlo, soggiunse semplicemente:
-
-— Leggi.
-
-Questa volta Ermenegildo si fece pallido; Ermenegilda battè le mani.
-
-— Ti ho fatto paura! — esclamò l'astuta donnina con un impeto di gioia
-— ora sono vendicata!
-
-— Dammi quel foglio — balbettò Ermenegildo...
-
-Lo prese e lo lesse da cima a fondo con molta gravità.
-
-Era un autografo della modista; vi si parlava di un cappellino
-di paglia di Firenze, con piume, nastri, blonde, fiori e simili,
-d'un cappellino non ancora saldato che costava meno di nulla, d'un
-cappellino assolutamente indegno di coprire una testina così accorta.
-
-— Signora — disse Ermenegildo con una severità burlesca — questo foglio
-mi appartiene.
-
-Ermenegilda chinò il capo, rassegnata alla propria sorte. Più volte
-in quella giornata memoranda, la risata nacque sulle labbra dei due
-coniugi; rinacque repentinamente e rimorì fra gli spasimi d'una lunga
-agonia.
-
-
-
-
-LA PAGINA NERA
-
-
-I.
-
-Avevo il cuore turbato, ma la faccia ridente per ingannare Evangelina.
-
-— Che hai? — mi disse vedendomi.
-
-— Nulla; i bambini?
-
-— Giocano.
-
-Sorrisi meglio, e volli darle un bacio, ma a mezza via ella tirò
-indietro il capo per guardarmi negli occhi. Allora mi vidi scoperto.
-
-— Che hai? — insistette; e la paura, entrando nel suo cuore di sposa e
-di madre, le faceva abbassare la voce.
-
-— Nulla — ripetei. — I bambini giocano?
-
-— Sì... Augusto! Laurina! — gridò la povera mamma.
-
-Giungono di corsa i due cari monelli. Augusto è il primo, e con un
-salto mi viene sulle braccia; Laurina, che lo segue da vicino, mi si
-butta tra le gambe.
-
-È un assalto di baci e di domande: Augusto parla, Laura ripete le sue
-parole. Ma oggi io non ascolto quella musica, quasi non l'intendo.
-Le guardo a lungo, poi le bacio a lungo, le mie creature; sento
-per la prima volta un sapore amaro alla mia grande dolcezza. Uno
-sguardo pietoso di Evangelina mi va cercando l'anima; comprendo che
-la poveretta soffre, spiccico dalle mie gambe la tenace Laurina, poi
-lascio scivolare Augusto.
-
-— Andate a giocare, ma state buoni, non correte troppo, per non
-sudare... la finestra è chiusa?
-
-I bimbi non rispondono; sono già in cucina.
-
-— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti Augusto che fa le due parti
-di tamburino e di generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta alle
-calcagna per fare l'esercito.
-
-La poveretta stette zitta un momento, poi mi chiese con voce in cui
-tremavano tutte le corde materne:
-
-— Che è stato?
-
- *
- * *
-
-— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi tanto pensiero, come se
-dovesse subito toccare la stessa disgrazia anche a noi.
-
-— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva meno rinfrancata.
-
-— Quando un tegolo casca sul capo d'una persona di nostra conoscenza...
-
-Io vidi sulla faccia della mia povera compagna qualche cosa che non
-m'aspettavo dal mio paragone spropositato; allora m'interruppi e dissi
-cambiando tono di voce:
-
-— Via, non ti spaventare anche tu più del necessario; all'avvocato
-Marozzi è morto il figlio l'altra notte, ecco tutto... e ti dicevo
-appunto che non è una buona ragione...
-
-— È morto di angina maligna? — interruppe Evangelina, che si era fatta
-pallidissima.
-
-— Già, di angina maligna — balbettai; — ma venivo dicendo a me stesso
-che non è una buona ragione di spaventarsi tanto... che quando una
-tegola cade sul capo, mettiamo pure di un amico, non perciò esciamo di
-casa con la tremarella e abbiamo paura di tutte le grondaie.
-
-Evangelina mi fe' cenno di star zitto, e stette in ascolto; dalla
-cucina e dall'anticamera giungeva fino a noi il chiasso del tamburo
-di guerra, interrotto con gran frequenza dagli ordini del generale. La
-disciplina non impediva all'esercito di unire ogni tanto la sua voce a
-quella del comando.
-
-— Era un bel ragazzo — disse mia moglie fissando gli occhi nella parete
-— robusto, forte, ed è morto così?
-
-— In pochi giorni...
-
-— E i medici?
-
-— I medici non ne capivano nulla, gli bruciavano la gola, gli davano
-del chinino; ieri l'altro stava meglio, ieri è morto.
-
-Evangelina si coprì la faccia con le mani, poi si scosse, e le brillava
-negli occhi un'energia selvaggia quando chiamò una seconda volta:
-
-— Augusto! Laura!
-
- *
- * *
-
-Si udì nella stanza vicina la voce del generale, che ordinava di
-rompere le file, e immediatamente fu visto l'esercito approfittare
-della licenza per venire ad abbracciare la mamma.
-
-Augusto, non essendo potuto arrivare prima della sorella, aspettò
-d'essere chiamato una seconda volta e si affacciò all'uscio; ma era
-ancora occupato a cacciare le molle del comando in un fodero ideale.
-
-— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina scherzosamente — dritti
-tutti e due; bene; ora mettete fuori la lingua... benone; ed ora
-ricacciatela dentro...
-
-Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di aver trovato quest'altro
-giuoco, che si poteva fare con la mamma, e continuarono a star lì,
-a bocca aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un riso rauco,
-giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca d'Augusto per farli smettere
-tutti e due, perchè quando Laurina non si credette nell'obbligo di
-secondare il fratello maggiore, disse col suo solito sussiego: «che
-ridere!» e non rise più.
-
-— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu, Augusto, non ti senti
-un po' male al capo, e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite
-dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire?
-
-Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca.
-
-— Sta a vedere — disse; e ne addentò un grosso boccone che fece sparire
-prontamente.
-
-— Sta a vedere... — cominciò a dire Laurina frugando nel suo vestitino
-senza tasche; la mamma la interruppe con un bacio.
-
-— Bisogna dirlo subito alla mamma appena vi sentite un po' di male al
-capo o in gola. Ed ora andate pure a giocare; ma non correte troppo per
-non sudare.
-
-Invece di sfoderare le molle del comando, mio figlio sciolse alla
-nostra presenza la corda che gli serviva di cinturino, e dichiarò alla
-sorella che bisognava cambiar giuoco.
-
-— Faremo il giuoco del medico — disse; — tu sarai l'ammalata ed io
-verrò a guarirti.
-
-— Sì, sì, — disse Laurina — facciamo il giuoco del medico.
-
-
-II.
-
-Era entrato un nemico in casa nostra, la paura. La nostra felicità
-medesima gettava una grande ombra intorno a sè; ogni nostra contentezza
-moriva in un'idea superstiziosa: «siamo stati troppo fortunati
-finora!».
-
-Con la speranza di leggere che l'angina maligna era scomparsa
-interamente, o che avevano trovato il rimedio infallibile per
-combatterla, io apprendeva mattina e sera il numero dei _casi_, e tutte
-le dicerie strane che si facevano intorno alla nuova malattia.
-
-— Un giorno un medico condotto, che subito pigliò agli occhi miei
-l'aspetto di un genio sagrificato in un paesello, mandò la prima
-ricetta contro l'angina maligna, assicurando che con quel sistema di
-cura tutti i suoi ammalati erano guariti.
-
-Ed io sentii la tentazione di correre in piazza e radunarmi molta gente
-intorno per leggere la ricetta, e mi domandai sul serio se non vi fosse
-mezzo di obbligare tutti i medici, fossero anche famosi, a tentare la
-cura di quel medico condotto.
-
-«Perchè già, pensavo malignamente, a questi signori medici della
-città non parrà decoroso lasciarsi fare la lezione da un collega della
-campagna».
-
-A buon conto io tagliai con le forbici quella ricetta preziosa e la
-serbai nel taccuino.
-
-Ma il giorno dopo, altri due medici di campagna si credettero in dovere
-di far conoscere al pubblico il loro metodo di cura; ed erano due
-metodi differentissimi fra di loro; e, cosa bizzarra ma crudele nella
-sua amenità, non rassomigliavano neppure al metodo del primo medico,
-sebbene fossero infallibili tutti e due.
-
-Io tagliai con le forbici anche quelle ricette, e serbai anche quelle
-per iscarico di coscienza, salvo a decidere se meritasse la preferenza
-il sugo di limone, l'acido fenico, o il ghiaccio puro. Un po' di
-scetticismo era già entrato nella mia mente turbata, ma credevo ancora
-che uno di quei tre rimedi fosse il _buono_.
-
-In seguito le ricette si moltiplicarono, e i _casi_ pure.
-
-Continuavo per abitudine la mia raccolta, finchè un giorno Evangelina
-mi disse con un sorriso amaro:
-
-— Che cosa dovrebbe fare una povera madre? Mettere tutte le ricette in
-un cappello e farne estrarre una dal suo piccolo ammalato...
-
-— Oppure — dissi — provarle una dopo l'altra.
-
-— Ieri — mi rispose con voce rauca — un bambino di sei anni fu colto
-dalla malattia mentre giocava ed è morto stamane; l'altro giorno il
-figlio di un medico se ne andò all'altro mondo in poche ore.
-
-— Come lo sai? — chiesi.
-
-Anche mia moglie da qualche tempo leggeva le gazzette.
-
-
-III.
-
-Io la udiva da un pezzo la voce arcana che annunzia il dolore, ma
-cercavo d'ingannare me stesso e di riconfortare Evangelina.
-
-— Le nostre traversie le abbiamo avute — dicevo; — abbiamo penato la
-nostra parte.
-
-E frugavo nel passato cercando di radunare tutti i dolori dimenticati
-della nostra vita per farmene uno scongiuro, o per lo meno una
-speranza.
-
-— Ti ricordi quel giorno che in tutta la casa dell'avvocato Placidi non
-era rimasto un quattrino?
-
-— E che ti toccò mettere a pegno il tuo _Vacheron_... Se me lo ricordo!
-— sospirava mia moglie.
-
-— Non fu una volta sola — insistevo frugando ancora; mi sta fisso in
-mente un certo Natale che ci rimangiammo il povero _Vacheron_, tante
-volte mangiato e rimangiato. E ti ricordi quando Augusto s'ammalò
-stando a balia! che sgomento! E quando Laurina ebbe quel grosso
-furuncolo e bisognò far venire un chirurgo dell'Ospedale Maggiore per
-tagliarlo — che orrore!... E la costipazione tremenda che ti aveva
-tolto la voce! E... e...
-
-— E la morte violenta del nostro merlo per avere inghiottito un ago da
-cucire? — diceva Evangelina mettendo una nota schietta in quella falsa
-elegia.
-
-— Tu scherzi ora; ma di' non fu anche quello un dolore?
-
-— Non dico di no.
-
-— Sta zitta — concludevo con un gemito da ipocrita — che abbiamo
-sofferto abbastanza.
-
-Non era vero, e lo sentii ben io quando Evangelina soggiunse in buona
-fede:
-
-— Sì, ma è passato tanto tempo, ed ora siamo così felici! E quante
-gioie non abbiamo avuto in compenso!
-
-Stette un po' a pensare, e in un momento potè raccogliere nel passato
-tante contentezze comuni, e le vide uscire dalla dimenticanza così vive
-e così fresche ancora, che la sua faccia s'illuminò d'un sorriso.
-
-— Non ci badasti mai? — mi disse poi. — Le nostre gioie ci seguono
-nella vita; i dolori no, il cuore li seppellisce.
-
-— No, non me ne sono mai accorto.
-
-— Io sì; quando mi provo a rifarmi col pensiero i godimenti vecchi vi
-riesco, ed è un godimento nuovo; e se volessi addolorarmi sul serio
-perchè tanti anni fa ti toccò mettere a pegno il tuo _Vacheron_, o
-perchè l'anno scorso Laurina ebbe un rosso furuncolo...
-
-— E se fosse morta? — interruppi brutalmente.
-
-Essa ammutolì e mi guardò in viso sbigottita.
-
-Povero cuor di madre!
-
-Invano io mi chiudo all'immagine del dolore; il dolore è qua, e mi
-dice: — «prepàrati a soffrire».
-
-
-IV.
-
-Eravamo a tavola.
-
-Augusto aveva mangiato la zuppa dichiarando che lo faceva per
-accontentare la mamma; non gli avevamo badato — era tanto burlone!
-Ma quando venne in tavola il lesso, egli prese il suo piatto e lo
-capovolse bruscamente.
-
-— Che maniere sono queste? — domandò mia moglie.
-
-— Non voglio mangiare — rispose Augusto.
-
-— Che hai? Non ti senti bene?
-
-Sostenne che non aveva nulla, ma che non voleva mangiare.
-
-— Fa come il Nini — entrò a dire Laurina. — L'ha visto fare al Nini; il
-Nini fa sempre così a tavola.
-
-Poteva essere. La vigilia era stato invitato a desinare da un vicino
-di casa per far compagnia al Nini, una personcina potentissima, che
-trattava i suoi genitori con molta severità.
-
-— È uno scherzo — dissi allora.
-
-Non era uno scherzo.
-
-— È un capriccio? — chiesi sentendo che mi bisognava far la voce
-grossa. — Dà qua il piatto.
-
-Allora Augusto, invece di ubbidire, mi guardò in viso, scostò la
-seggiola dalla mensa, e lasciandosi scivolare a terra, fece atto di
-allontanarsi.
-
-Fummo in piedi a un tempo, Evangelina ed io, tremanti entrambi.
-
-— Augusto! — balbettai.
-
-— Augusto mio — gridò la povera madre — che hai?
-
-— Non ho nulla — disse il piccolo ribelle.
-
-Gli toccai la fronte. Scottava.
-
-Sentendosi finalmente compreso, Augusto non si ribellò più. Io lo presi
-in braccio e corsi a deporlo, così vestito, nel suo lettuccio.
-
-Evangelina mi era venuta dietro.
-
-Pallidi, muti, ci curvammo sopra di lui.
-
-Egli non aveva voglia di rispondere alle nostre domande, ed era già
-pentito d'aver fatto il cattivo; per contentarci cercava di sorridere.
-
-— Bisognerà avvertire il medico — mi disse Evangelina affannosamente; —
-manda la fantesca, io lo spoglio e lo metto a letto.
-
-M'avviai come un condannato; gli occhi di Augusto mi accompagnarono
-fino sull'uscio.
-
-Passando dinanzi alla stanza da pranzo, vidi Laurina, che era rimasta a
-sedere sulla sua seggiola alta.
-
-Essa mi chiamò:
-
-— Babbo? perchè Augusto faceva il cattivo?
-
-— È ammalato — risposi senza muovermi.
-
-— Senti, babbo — mi disse — vieni qua.
-
-E quando le fui vicino, volle che mi chinassi per dirmi all'orecchio:
-
-— Non l'hai sgridato, non è vero?
-
-
-V.
-
-Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco a visitare il piccolo
-ammalato.
-
-Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!» È il trastullo
-degli sventurati. Quando un vento maligno ha scoperchiato la casa e
-si è portato via tutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa
-l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine, raccoglie i fuscelli
-e le bricciole e se ne fa uno strano balocco. Ogni cosa intorno a lui
-piange, ed egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a una voce che
-canta.
-
-A me quella voce aveva detto che la malattia di Augusto era una cosa da
-nulla, una infreddatura, una leggera gastrica; e me lo continuò a dire
-con un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale del mio caro
-infermo, quando la faccia del medico si era oscurata, e già l'anima mia
-aveva letto la propria condanna.
-
-Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo interrogare il medico
-mentre scriveva la ricetta, quando egli si rivolse a me per dirmi che
-bisognava mettere le pezzuole fredde sulla gola del piccolo ammalato e
-mutargliele con frequenza, e che si doveva fargli tenere continuamente
-dei pezzetti di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata di chinino
-ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo a ogni consiglio, ma non osava
-domandare come si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo.
-
-In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio di chiedere:
-
-— V'è pericolo?
-
-— Non si può dire nulla per ora — rispose il medico: — queste malattie
-sono insidiose; vedremo stasera. Bisognerà pure allontanare la
-sorellina.
-
-Allora soltanto balbettai:
-
-— Angina maligna, non è vero?
-
-— Già, già — disse il medico — angina maligna.
-
-— Però non è delle più gravi?
-
-Volevo essere ingannato ed egli mi comprese:
-
-— Non pare delle più gravi; vedremo stasera.
-
-Se ne andò; noi ci trovammo soli nelle braccia l'un dell'altro,
-dimentichi della vita, del dovere, del nostro dolore medesimo, perfino
-della nostra creatura, per singhiozzare come fanciulli.
-
-— Ah! non piangere così, almeno tu — mi disse Evangelina; — mi fa
-troppo male.
-
-E io sorrisi, me ne ricordo...
-
-In quel mentre udii parlare nella cameretta di Augusto; accorsi. La
-piccola Laurina era là, al capezzale del fratellino, e si rizzava in
-punta di piedi per guardarlo.
-
-— Va via — gridai con collera.
-
-Essa mi guardò, non mi comprese e venne a buttarmisi fra le ginocchia
-ridendo.
-
-Quella sera medesima Laurina ci abbandonava; quando attraversò il
-cortile tenuta per mano da un amico, che non aveva avuto paura di
-portarsi a casa il contagio, e si volse a salutare i genitori che
-stavano alla finestra; quando ci gridò: «torno subito», mi parve che se
-ne andasse l'ultima immagine ancora intatta della nostra felicità.
-
-La piccina sparve, e una voce mi disse: «tu non la rivedrai se non
-quando il tuo destino sarà compiuto». E un'altra voce mi disse:
-_Coraggio_. Era quella di Evangelina.
-
-Ci stringemmo per mano, e così uniti movemmo incontro al fantasma della
-morte.
-
-
-VI.
-
-Cominciarono giorni crudeli, passati nell'aspettazione delle paure
-notturne.
-
-Ah! quelle notti eterne vegliate al capezzale di una creatura adorata,
-solo, con la mente ingombra di terrori, in una cameretta, le cui
-sembianze si trasformavano paurosamente agli occhi miei allucinati dal
-sonno!
-
-Io lo vedo ancora il mio bimbo malato; veglio e mi par di dormire,
-dormo e mi par di vegliare, e ancora lo guardo, povera sentinella
-dell'amore, quando non discerno più nulla.
-
-Poi mi scuoto, interrogo l'orologio, mi avvicino, muto le pezzuole
-agghiacciate sulla gola del mio bimbo e comincio l'invariabile tortura.
-
-— Augusto!
-
-Non mi risponde: apre un occhio, mi guarda, m'implora.
-
-— Augusto, bisogna prendere la medicina.
-
-Egli geme; il chinino non gli piace, e suo padre è inesorabile.
-
-— È la cosa d'un momento, un sorso solo. Piglialo per farmi piacere.
-
-Egli guarda me, guarda la medicina, vuol farsi forza.
-
-— Sì, sì... ora la piglio, ecco... un momento ancora... aspetta.
-
-Prego e comando, scherzo e minaccio d'andar in collera, poi guardo
-l'orologio... ah! i minuti volano, e se non piglia il chinino, il mio
-bimbo morrà!
-
-— Senti — gli dico allegramente — lo piglierai da solo; io vado un
-momento di là, torno e tu lo hai preso. Vediamo un po' se sei capace di
-far questo!... Poi lo diremo alla mamma, che sarà contenta di te.
-
-Allora egli ha pietà del mio strazio e trangugia la bevanda amara; ed
-io respiro perchè ho mezz'ora di pace!
-
-Ecco, ripassano dinanzi agli occhi miei tutti gli spettri melanconici
-della veglia; i mobili scricchiolano, e a ogni nuovo rumore è una
-orrenda immagine.
-
-A intervalli guardo nell'anima mia, e mi piglia un'immensa pietà di
-me stesso. Quale rovina! Nulla più vi rimane, nemmeno l'amore forse.
-Mi pare che si venga formando nel mio cervello un pensiero egoistico
-capace di lottare con la sventura e vincerla. Già dico fra me e me:
-«che bella cosa essere indifferenti a tutto!»
-
-Non è forse il principio dell'indifferenza? Vi penso.
-
-«Che m'importa della casa, della mia poca ricchezza che m'è costata
-tanto? Che m'importa del mio nome, della mia fama? Sono stato veramente
-uno sventato. Ero forte e baldanzoso, potevo rimanere solo a sfidare la
-povertà e la vita!
-
-Non avrei oggi mio figlio morente! E dove sarebbe Augusto? E di chi
-sarebbe la mia Evangelina che amavo tanto? L'amore! Che cosa è l'amore?
-Il dolore forse. E il dolore che cos'è?»
-
-Una mano mi regge il capo, che lotta a fatica col sonno.
-
-— Vatti a riposare — mi dice Evangelina — sono qua io.
-
-Apro gli occhi e guardo quel viso bianco e melanconico. Mi sembra
-d'amare ancora.
-
-— Hai dormito? — domando a mia moglie.
-
-— Sì, e ho fatto un bel sogno; come ho io potuto fare un bel sogno?
-
-— Un bel sogno! — ripeto senza avvedermene.
-
-Essa mi comprende, mi piglia per mano e mi conduce presso al letto
-della nostra creatura.
-
-— Non ti sembra che stia meglio? — mi dice. — Il suo sonno è
-tranquillo. Tu sei stanco — soggiunge: — povero Epaminonda!
-
-— Povero Epaminonda! — ripeto con un sorriso amaro.
-
-Allora essa mi stringe forte la mano, si rizza in punta dei piedi e mi
-porge la guancia.
-
-— Bacia qua — mi ordina con dolcezza; — così; ora bacia tuo figlio in
-fronte senza svegliarlo, e ora va a riposare.
-
-Sento che un po' di quella forza femminile penetra nel mio cuore.
-
-
-VII.
-
-Mi vado a buttare vestito sopra un letto, e provo a chiamare il sonno;
-ma il sonno, cacciato per lunghe ore come un importuno, ora non viene.
-Chiudendo gli occhi vedo delle figure strane accostarsi al mio letto;
-mi sembra d'essere caduto in mezzo a una popolazione smorfiosa e
-occupata unicamente di me. Sono faccette sorridenti o beffarde; e basta
-ch'io apra gli occhi perchè si rimpiattino negli angoli della stanza.
-
-Porgo orecchio e non odo verun rumore. Potessi almeno dormire! Potessi
-dimenticare per un'ora sola la mia sventura!
-
-Richiudo gli occhi; ecco ancora i fantasmi; provo a fissare col
-pensiero altre immagini, e riesco, e spesso la mia mente è lontana; ma
-essi, tenaci, sempre al mio capezzale.
-
-Ora sono con la mia Laurina, voglio essere con lei sola; il dolore mi
-ha fatto ingiusto; e in questi giorni l'ho dimenticata. Che fa essa in
-questo momento? Dorme. E io la vedo in una camera ignota, in un letto
-non suo, con la manina sotto la guancia e con le labbra socchiuse.
-
-Mentre pensavo alla mia bimba, e coll'intensità del desiderio me la
-raffiguravo in quell'atto, cento fantasmi mi sono passati dinanzi e
-mi hanno fatto la loro smorfia; eccone degli altri; un visino di donna
-che sorride, una testa scapigliata di fanciulla che sorride ancora, una
-faccia dolente che non sorride più, un volto rugoso che minaccia.
-
-Per un pezzo è questo il mio sonno; poi, non so quando, non so come,
-la folla si dirada, scompare, e io torno al capezzale d'Augusto.
-Finalmente dormo.
-
-Dormo, ed ecco il mio sogno.
-
-È notte alta. Evangelina si riposa nella camera vicina, e io veglio co'
-miei pensieri al capezzale di Augusto. Rifaccio tutta la via percorsa
-dal giorno che ho conosciuto Evangelina; ritrovo tutte le mie gioie,
-e m'avvedo ch'erano nient'altro che speranze; perchè quando io avea
-assaporato una comodità domestica o una soddisfazione d'amor proprio,
-si sottintendeva sempre che tutto ciò era per i miei figli.
-
-Ritrovo pure i miei vecchi dolori, e misurandoli con l'immenso dolore
-presente, mi sembrano indegni d'avermi fatto soffrire. Non aveva io
-perduto l'appetito la prima volta che il cronista di una gazzetta
-aveva scritto di me che ero troppo grave, e della mia eloquenza che
-era vecchiotta e sentimentale, portando invece alle stelle l'arguzia
-e l'efficacia dell'avvocato Righi mio rivale? E sentendomi ripetere
-dallo stesso cronista le medesime censure, e sentendo dire ancora
-dell'avvocato Righi che era _arguto_ ed _efficace_, e ciò alla
-distanza di un mese, con le identiche parole, come se l'industrioso
-cronista le avesse incise nell'acciaio o nel marmo, anzichè stampate in
-un'effemeride, non avevo io avuto la dabbenaggine di perdere un'ora del
-mio tempo a far la critica coscienziosa della mia eloquenza e della mia
-gravità per vedere d'emendarmi?
-
-Sì, io aveva fatto questo e altro nel buon tempo.
-
-E penso: se quel cronista mi volesse fare la compitezza di stampare
-domani che io sono un asino, anzi un cretino, che ho scroccato la mia
-riputazione nel foro, e che invece l'avvocato Righi è un colosso?
-
-Non avrebbe poi torto; io devo essere un asino; l'altro è un colosso, e
-io non me ne avvedo perchè sono un cretino.
-
-E proseguo a fare io stesso l'opera del cronista; mordo la mia vanità
-d'avvocato per calmare l'ambascia paterna; così nei dolori cocenti
-troviamo un sollievo pizzicandoci a sangue le carni.
-
-E se domani quel critico mi venisse innanzi per godersi il mio
-imbarazzo, ed io dovessi aprirmi il petto con le mie unghie, per
-dirgli: «Guarda, il mio bimbo è morto».
-
-Io grido nel sonno, e mi pare di svegliarmi a quel grido, e che il mio
-bimbo mi chiami al suo capezzale per dirmi:
-
-«Babbo, non piangere; non lo dire alla mamma, io muoio».
-
-Allora mi sveglio davvero, e mentre riconosco d'essere nel mio letto
-e d'aver sognato, spalanco gli occhi nel buio e tremo. Se il mio
-sogno fosse un avviso, e il mio Augusto dovesse proprio morire! Se
-agonizzasse ora! Se fosse morto!
-
-Ascolto; per un po' non si ode nessun rumore, poi il canterano
-scricchiola e l'armadio gli risponde. Ah! È un segnale!...
-
-— Evangelina! — chiamo affacciandomi all'uscio della cameretta.
-
-E mi si offre allo sguardo l'aspetto invariato della mia sventura; il
-nostro bambino che soffre, la povera madre, che volge verso di me la
-faccia patita ma serena.
-
-
-VIII.
-
-Non sono ancora uscito di casa dacchè pende sopra mio figlio la
-minaccia della morte.
-
-Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa, spingo l'occhio,
-a traverso il cortile, fino al portone d'ingresso, e di là sopra un
-pezzo della via solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di cui
-non vedo altro che l'estremità, come un compasso dimezzato. Ed il mio
-pensiero si stacca istintivamente dalla sua ambascia per fantasticare
-su quelle monche visioni.
-
-«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano calzoni di tela
-azzurra, dunque erano sicuramente di un operaio; e queste invece sono
-di un accattone; si muovono così lente, che ho il tempo di esaminarle,
-pare che fatichino a trattenere i cenci di cui sono coperte, ed hanno
-ai piedi certe ciabatte senza tempo e senza nome».
-
-La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando, che quasi dimentica la
-mia sventura.
-
-Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio bimbo soffre mi
-stringe il cuore come uno sconforto nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso
-il chinino poc'anzi, mi posso trastullare ancora.
-
-Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro per lasciarmi
-riaffacciare alla vita.
-
-Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui l'impreveduto soltanto mi
-pare formare la grande attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre.
-
-«Scommetti, dico a me stesso, che prima a passare sarà una donna?» —
-«No, sarà un uomo». — Si ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho
-vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma che uomo? Presto, si avvicina...
-Non vi può essere dubbio, un damerino; ha stivali canterini.
-
-Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono portati da due
-gambe sbilenche che i calzoni non hanno potuto seguire in quella via
-tortuosa fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del piede.
-
-Dunque non l'impreveduto soltanto forma la grande attrattiva del mio
-giuoco; vi è anche la sorpresa.
-
-E vi è altro.
-
-Uno strano rumore giunge fino a me; non è un passo, non è la ruota
-d'una carriola a mano, non è una gruccia, non è nemmeno il picchio
-sordo d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un rumore strascicato
-come d'un fardello di cenci che venga spinto sul marciapiedi... Eccolo!
-
-O severa natura, quale spettacolo!
-
-Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto il mio prossimo che
-fino all'altezza del ginocchio, mi appare tutta quanta una figura
-umana, che giace quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo
-appoggiata sopra una base di legno, e cammina con le mani, trascinando
-le gambe paralitiche e contorte.
-
-Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava una mano dalla grossa
-ciabatta in cui la nasconde, e rimanendo appoggiato a terra coll'altra,
-si asciuga il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia.
-
-Dove va? Dove andiamo?
-
-Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di mio figlio:
-
-— Augusto, bisogna prendere la medicina.
-
-
-IX.
-
-Un giorno Evangelina vuole che io esca, che vada a respirare una
-boccata d'aria buona, ed io ascolto la strana proposta crollando il
-capo. E mia moglie insiste.
-
-— Non vi è nessun pericolo — dice. — Augusto non istà peggio del
-solito; va a spasso, ti farà bene.
-
-È vero, Augusto non sta peggio del solito; e io non sto meglio affatto.
-Una boccata di aria buona mi farà bene: se dovrò vegliare, chi sa
-quante notti ancora, non mi devo ammalare. Dò retta ad Evangelina,
-esco.
-
-Giunto sul cortile, mi volto, e sono tentato di risalire le scale; non
-ho cuore di abbandonare la mia creatura.
-
-Ma Evangelina ha preso le sue precauzioni, è dietro i vetri, mi sorride
-per incoraggiarmi. Veggo un vicino di casa, che mi guarda curiosamente;
-mi incammino.
-
-Andrò ai giardini pubblici, dove l'aria di Milano è più buona, farò un
-giro sui bastioni, uno solo, poi tornerò a casa.
-
-Per via, la gente che mi conosce mi guarda e mi saluta in una maniera
-insolita, in cui mi pare di scorgere una specie d'ammirazione, e non me
-ne stupisco; bensì, mi fa meraviglia la strana compiacenza da cui sono
-dilettato nel mio dolore, e il senso di vanità che provo al pensiero
-che molti diranno: — Quanto deve soffrire l'avvocato Placidi! — Vi
-penso e cerco di spiegarmi perchè, mentre io stesso ho di me un più
-alto concetto, mentre non trovo chi mi superi tra quanti soffrono, e
-non veggo chi mi eguagli tra la gente felice, pure sono fatto tanto
-umile, da non sapere nemmanco più che cosa sia la superbia.
-
-«Sarà, dico, perchè il dolore matura per poco in noi certe qualità che
-si perdono nella contentezza; e forse sarà perchè l'uomo quando soffre
-è sempre un po' bambino; egli ha conservato un balocco, almeno uno, e
-lo vuol nascondere.
-
-«Perchè nasconderlo?
-
-«Se mio figlio guarisce, io giocherò con lui alla palla, alla trottola,
-a rimpiattino. Se mio figlio guarisce!»
-
-Intanto, senz'avvedermene, ho preso la via più lunga per andare ai
-giardini.
-
-«Ho sbagliato strada!» penso; e mi avvedo allora che l'istinto mi sta
-portando verso la casa in cui abita la mia Laurina.
-
-L'addormentato desiderio si sveglia e grida dentro di me: «Voglio
-vederla!»
-
-Ma è impossibile: io porto meco il contagio dell'angina maligna;
-poc'anzi un amico, vedendomi da lontano, ha scantonato, ed io gli
-perdono: ha una figlioletta che adora.
-
-Ecco le finestre della casa; a quest'ora la mia bimba giuoca con la
-bambola, pensa a me forse, forse piange, e una voce segreta non le dice
-di accostare una sedia alla finestra, per salutare il babbo attraverso
-i vetri.
-
-L'aspetto un po'; la gente che mi vede guardare in su, alza gli occhi,
-crolla il capo e sorride, e una donnetta volonterosa, passandomi
-rasente, mi getta un'occhiata ad uncino.
-
-Io vedo tutto ciò come in sogno, poi mi scuoto e mi stacco da quel
-posto di osservazione; ma mentre mi volto ancora, con la speranza
-che la mia bimba sia venuta in questo mentre alla finestra, mi sento
-stringere le gambe in una maniera conosciuta. Abbasso lo sguardo....
-anima mia! è proprio Laurina!
-
-Essa tornava dalla passeggiata con la fantesca, mi ha visto da lontano,
-e mi è corsa incontro.
-
-— Babbo — mi dice — conducimi con te; voglio tornare a casa, voglio
-vedere la mamma!
-
-— Laurina! Laurina mia! — balbetto — sei tu? e come stai?
-
-Un terrore mi lega le membra, non oso chinarmi per carezzarla, non oso
-accostare il suo visino alla mia faccia.
-
-— Babbo, perchè non mi dài un bacio?
-
-La piglio, la sollevo, me la stringo al petto, e la bacio sulla fronte
-e sui capelli.
-
-Poi la depongo in terra, le raccomando di star buona, le prometto di
-venire a prenderla per portarla a casa; le parlo di Augusto, della
-mamma; le riempio la testina di speranze, di idee gentili e allegre;
-le getto in cuore disordinatamente tutte le dolcezze che trovo, la
-promessa di una bambola nuova, i baci della mamma, le passeggiate
-col babbo, i giuochi col fratello guarito; poi l'abbandono un po'
-sbigottita ancora, e fuggo per non lasciarmi tentare un'altra volta.
-
-Essa mi grida dietro:
-
-— Babbo, tanti baci alla mamma! — e s'avvia tranquillamente come una
-donnina.
-
-Allora io mi arresto a guardarla, e la seguo con gli occhi finchè
-scompare: poi guardo in alto cercando qualcuno per dirgli amaramente:
-
-«Puniscimi; non ho saputo trattenermi, ed ho baciato in fronte mia
-figlia».
-
-Prima di rientrare nella camera del mio dolore, svanisce l'imagine di
-Laurina, ed io dico per consolarmi:
-
-«Non l'ho baciata in bocca!»
-
-
-X.
-
-La mia fibra è forte; dopo il primo giorno non ho pianto più; ma da
-due giorni il mio piccino mi sgomenta; egli non sta peggio, il medico
-anzi nota un leggero miglioramento, e pure io non oso guardare nel mio
-cuore, dove è entrata una strana paura.
-
-Una mattina, dopo la visita del medico, rimaniamo soli al capezzale di
-Augusto, sua madre e io; egli ci guarda per un poco faticando a tener
-gli occhi aperti, poi si abbandona a quel sopore greve da cui suole
-uscire ad intervalli, afferrandosi la gola con tutte e due le mani e
-spasimando.
-
-È acceso in volto, e quel rossore della febbre non ci lascia scorgere
-quanto sia patito.
-
-Lo fissiamo entrambi senza dir nulla; a un tratto Evangelina si scosta
-dal letto e va nella camera vicina, io le vengo dietro e la trovo con
-la testa appoggiata al muro. Piange.
-
-— Ah! non fare così — le dico — perchè piangi?
-
-— Tu pure piangi.
-
-— Non è vero....
-
-— Sì, è vero; guarda. E perchè piangi? Non lo sai nemmeno. Lo so io,
-perchè non speri più nulla.
-
-Piangiamo tutti e due liberamente; poi Evangelina si asciuga gli occhi
-e dice:
-
-— Poc'anzi mi è sembrato di vederlo morto; ma il poveretto vive ancora,
-non dobbiamo abbandonarlo. Vieni.
-
-Mi prende per mano, ed io mi lascio condurre come un fanciullo.
-
- . . . . . . .
-
-Egli visse!
-
-Lasciatemi rompere questa penosa ricostruzione del mio dolore; mi pare
-d'essere un ingrato se non grido la mia gioia.
-
-Sì, Augusto visse. Augusto vive, per far felice il babbo e la mamma.
-
-Evangelina ha ragione: le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori
-no, perchè il cuore li seppellisce.
-
-
-
-
-MIO FIGLIO S'INNAMORA
-
-
-I.
-
-Era stato un tempo, quando mio figlio non studiava ancora la storia
-antica, che egli pigliava me a confidente dei suoi segreti pensieri,
-e mi faceva cento domande difficili. Voleva sapere, ed era nel suo
-diritto, se le stelle fossero veramente lumicini, e perchè il sole si
-nascondesse ogni sera, e se, camminando sempre diritti per tante ore di
-seguito, s'incontrasse poi la fine del mondo. Ma quando, non contento
-di penetrare in compagnia del babbo nei più ardui misteri cosmici,
-chiedeva che io gli svelassi tutti i segretuzzi paterni, per esempio,
-chi è che fa i bambini, e come li fa, allora io mi raccomandava alla
-più savia delle figure rettoriche, e con una serie di reticenze ben
-combinate riuscivo in breve a mettergli una castissima confusione
-d'idee nel cervello.
-
-— Ho capito — diceva quando disperava assolutamente di capire, e se
-n'andava a giocare, dandomi però di nascosto una certa occhiata nella
-quale a me pareva di leggere: «Bada bene, fra noi due c'è un segreto, e
-non ce l'ho messo io».
-
-Ne ero sconfortato e dispettoso, e pure che farci? Evangelina, mio
-suocero, i parenti, gli amici, le amiche, i moralisti, i pedagoghi,
-quelli del vecchio e quelli del nuovo sistema, tutti, dalla cattedra,
-dal pulpito, dal confessionale, dai libri, tutti quanti erano e sono
-d'accordo nel sentenziare che «certe cose i fanciulli non le devono
-sapere.»
-
-— Sciocchezze! — diceva io, quando mi pungeva l'estro della ribellione
-— anzi asinerie! Questa massima si riduce nella pratica ad una
-commedia ridevole, e pazienza se fosse soltanto ridevole, ma è anche
-pericolosa. Augusto fingerà di non saper nulla, e noi faremo sembiante
-di credere alla sua innocenza fin che egli abbia baffi e mosca! Allora
-ci degneremo di confessargli che non lo abbiamo comprato alla fiera, nè
-trovato sotto un cavolo dell'orto; ma egli probabilmente non ci verrà
-più a domandare, come oggi, perchè per trovare dei figli sotto i cavoli
-dell'orto bisogna mettersi in due, e se è proprio necessario che prima
-siano sposati.
-
-Evangelina non trovava nulla da opporre, quando io sentenziava che non
-bisognava confondere l'ignoranza con l'innocenza. Era pronta essa pure
-a ribellarsi teoricamente; ma quanto a mettere la mia ribellione in
-pratica, cioè svelare e spiegare ad Augusto, alla prima occasione, che
-lei ed io, che lui, eccetera, non sentiva proprio il cuore. Non me lo
-sentiva nemmeno io.
-
-La conseguenza fu che Augusto continuò a dichiararci d'aver capito,
-quando altro non aveva inteso se non che gli si voleva nascondere la
-verità, finchè si fu avviato alla scuola pubblica per intraprendere più
-gravi e nobili studi.
-
-Per far uscire dal capo dei fanciulli certe curiosità malsane, ancora
-non si è trovato di meglio che l'antico testamento; e la virtù del
-testo sacro deve essere miracolosa.
-
-Infatti appena messo il piede nel paradiso terrestre, veduto un po' da
-vicino il pericoloso albero del bene e del male, intesa all'ingrosso
-la storia del pomo e della foglia del fico, mio figlio non mi fece più
-alcuna domanda.
-
-Quel silenzio sgomentava il mio cuore di padre; avevo paura d'una
-dottrina segreta che si veniva formando tutta a scuola, e avrei pagato
-qualche cosa per sapere almeno a che punto si trovasse. Speravo che
-i colleghi di mio figlio non ne sapessero molto più di lui, e pure in
-ogni monello che passava per la via, trascinando lo zaino sul lastrico
-del marciapiedi, vedevo un maestro dotto e pericoloso. A tavola mi
-provavo talvolta a tentare Augusto; gli dicevo per esempio:
-
-— Non mangiare troppo in fretta, potresti fare un'indigestione, e noi
-non vogliamo perderti; ci sei costato caro.
-
-E la piccola Laurina interrompeva:
-
-— Anch'io sono costata tanti soldi?
-
-Allora l'enigmatico fratello le rispondeva con un po' di canzonatura:
-
-— Tu sei costata un po' meno, perchè sei una donna; le donne —
-soggiungeva, dando un'occhiata maliziosa alla mamma, per farle
-intendere che scherzava — le donne costano meno degli uomini.
-
-Laurina era d'opinione contraria.
-
-— Non è vero — asseriva senza scomporsi — costano più.
-
-— Costano meno — insisteva Augusto.
-
-— E allora — diceva Laurina che in fondo era indifferente — quando avrò
-dei soldi, io comprerò bambine soltanto, per averne di più.
-
-— E che cosa ne faresti delle bambine? — chiedeva io.
-
-— Le vestirei.
-
-— E il latte? — interrompeva mio figlio bruscamente — glielo daresti tu
-il latte?
-
-Laura era pronta a tutto, anche a dare il latte alle sue bambine, e
-Augusto si lasciava sfuggire:
-
-— Per dare il latte ci vogliono... ci vuole una cosa che tu non hai.
-
-Si faceva rosso in viso, e io non riusciva a capire se quella parte
-della sua dottrina mi dovesse far paura.
-
-— Per dare il latte ai bambini — diceva Evangelina — prima bisogna
-diventar grandi.
-
-— E per diventar grandi bisogna essere sempre buoni — sentenziava
-Laurina col suo sussieguzzo di donnina minuscola.
-
-
-II.
-
-— Quando sarò grande, sposerò te, babbo — mi disse un giorno mia figlia.
-
-Col medesimo accento, con le identiche parole, tale e quale aveva
-parlato in altri tempi Augusto. Ora non più.
-
-Senza nemmeno sollevare gli occhi dal piatto, crollò il capo
-sdegnosamente e continuò a mangiare la sua porzione di lesso.
-
-— Sì, che lo sposerò — insistè Laura; — non è vero che ti sposerò?
-
-— Sì, mi sposerai.
-
-— Lo vedi!
-
-Mio figlio non seppe resistere e disse alla sorellina:
-
-— Fa per celia, non capisci? Quando tu sarai grande, il babbo
-sarà vecchio vecchio.... avrà i capelli bianchi — (mi guardava per
-anticipare con la immaginazione i guasti che il tempo avrebbe fatto
-nella mia persona) — avrà la faccia tutta così — (e me la tagliava
-intenzionalmente a fette con la mano); non avrà più denti...
-
-Io lo interruppi in quella disgraziata rappresentazione, dicendogli che
-denti ne avrei in ogni tempo, perchè me li farei rimettere.
-
-— Ah! — disse Augusto senza scomporsi; — e allora ti metterai anche la
-parrucca...
-
-— No, perchè avrò i capelli bianchi, l'hai detto tu stesso...
-
-— Sì... ma pochi, pochi, pochi; appena un po' qui e qui — (si toccava
-dietro le orecchie) — come il nostro direttore...
-
-Laurina aveva inteso benissimo che quel deterioramento di suo padre
-sarebbe stato un ostacolo grave alle nozze, e rinunziò subito al suo
-fidanzato, per sceglierne un altro.
-
-— Ebbene — disse — io sposerò te, mamma!
-
-Ma allora Augusto rise così forte, che sua sorella ebbe paura d'aver
-detto una corbelleria, e guardò prima la mamma, poi me, interrogandoci
-alla muta.
-
-Stavamo serii entrambi per far intendere a nostro figlio che il suo
-buonumore passava il segno, ma non glielo volevamo dire apertamente per
-non metterlo in sospetto del nostro intimo sgomento.
-
-— Sposare la mamma! — esclamò finalmente Augusto — non lo sai che per
-sposarsi bisogna essere un uomo e una donna...
-
-— E poi — entrò a dire Evangelina — quando tu sarai in età di sposarti,
-sarò vecchia anch'io come il babbo; avrò anch'io la faccia tutta così e
-i capelli bianchi.... sarò brutta, non piacerò più a nessuno.
-
-— A me piacerai sempre — disse Laurina.
-
-— Anche a me — disse Augusto; e di passata, con la frettolosità di chi
-ha un'idea fissa che vuol esprimere, si lasciò scappare una sentenza
-che io raccolsi e pagai con un bacio.
-
-— Le mamme non diventano mai brutte — disse egli; prese il mio bacio
-con rassegnazione e proseguì: — ma non è questo; per sposarsi bisogna
-essere un uomo e una donna.
-
-Laurina trovò un'uscita alla legge inesorabile:
-
-— L'uomo sarò io — disse — mi metterò i calzoni!
-
-Pensate l'ilarità impertinente di quello scolaro di quarta elementare!
-
-Avevamo voglia di ridere anche noi, e stavamo sempre serii, fin troppo.
-
-— Bella figura che faresti tu _facendo l'amore_ coi calzoni.
-
-_Facendo l'amore!_ pensai annuvolandomi.
-
-— _Facendo l'amore!_ — dissi forte — che significa ciò? Che parole son
-queste? Le hai imparate a scuola?
-
-— No — mi rispose Augusto candidamente — hai detto tu stesso un giorno
-che prima di sposarsi _si fa l'amore._
-
-Ah! Era vero, e io me n'ero dimenticato; prima di sposarsi si fa
-l'amore!
-
-E diedi a mio figlio un altro bacio che egli mi restituì con una certa
-diffidenza.
-
-A troncare quella scenetta pericolosa venne in tavola il pesce.
-
-— Ragazzi — esclamai solennemente — bisogna smettere le ciancie
-e badare bene alle spine; tu, Augusto, non hai bisogno di
-raccomandazioni, e tu, pallina mia, sta bene attenta, perchè se ti va
-una spina in corpo, muori.
-
-Laurina non mi rispose, aveva gli occhi fissi nel proprio piatto, dove
-Evangelina, non si fidando interamente alla mia raccomandazione, veniva
-levando essa stessa le spine dalla porzioncella di pesce.
-
-— Mamma, come fanno i pesci che hanno le spine in corpo a non morire?
-
-
-III.
-
-Con tutta quella dottrina in capo, non era sperabile che mio figlio
-si accontentasse lungamente della teorica, e io mi aspettava che da
-un giorno all'altro si provasse a farne l'applicazione, innamorandosi.
-Ma quando immaginavo di veder prorompere l'incendio amoroso, la prima
-fiamma di mio figlio era già spenta; nata e alimentata in segreto,
-egli l'aveva soffocata senza ricercare la perduta confidenza di babbo
-e mamma, i quali non ne avrebbero nemmeno veduto la traccia, se il caso
-non li avesse fatti padroni di un piccolo documento, che diceva così:
-
- «_Cara_ Giovanna,
-
- Ieri sera ridevi troppo, tu ridi sempre troppo, e poi sei troppo
- magra, non mi piaci più. Ti scrivo per farti sapere che ti
- tradisco...
-
- AUGUSTO».
-
-Povera Giovanna! Io non sapevo chi fosse, ma l'idea di quel coricino
-così precocemente ulcerato dall'abbandono, mi faceva ripetere tra il
-serio ed il faceto:
-
-— Povera Giovanna! Povera bimba tradita!
-
-Evangelina mi aveva preso il foglio di mano, lo rileggeva senza poter
-frenare l'ilarità.
-
-— È crudele, ma schietto — osservai — il piccolo traditore...
-
-Mia moglie mi interrompeva per raccomandarsi...
-
-— Taci: non ne posso più...
-
-— Il piccolo traditore — proseguivo — conserva ancora delle abitudini
-generose che perderà più tardi; tradisce le innamorate magre, ma
-annunzia il tradimento. Ahi! Povera Giovanna, povera bimba abbandonata!
-
-E mi veniva un altro pensiero.
-
-— Il tradimento amoroso è un fatto complesso — dicevo a Evangelina, che
-continuava inutilmente a farmi cenno di star zitto: — suppone un altro
-amore neonato. Augusto, ci scommetto, pianta la sua cara Giovanna... la
-chiama _cara_, non è vero?... ultima ipocrisia involontaria...
-
-— _Cara_, sì, _cara_, ed è sottolineato — mi rispose mia moglie.
-
-— È sottolineato? Dunque è un'ironia? E nostro figlio è solo in quarta
-elementare! Pensa che uso disgraziato farà della rettorica in ginnasio
-e in liceo! Ma dicevamo... Che cosa dicevamo?
-
-— Dicevi che Augusto pianta la sua cara Giovanna per un'altra _donna_...
-
-— _Donna_... già, donna. E bisogna sapere chi è la fortunata rivale...
-Ma prima di tutto, chi è Giovanna? Lo sai tu?
-
-— Sì che lo so — mi rispose Evangelina ridendo sempre — è la bambinaia
-del padrone di casa.
-
-— Una bambina di vent'anni almeno!
-
-— Ne confessa ventidue.
-
-La conoscevo anch'io quella bimba lunga e magra come il digiuno,
-capelli rossi, sul musetto biricchino una gran contentezza di tutta la
-sua persona.
-
-Si erano veduti e amati in cortile, alla luce del crepuscolo, quando,
-dopo il desinare, tutti gli inquilini mandavano i bimbi a scorrazzare
-e le bambinaie a far stragi in quei teneri cuori; ma senza far torto
-a Giovanna, mi pareva che mio figlio si fosse comportato come qualche
-volta a tavola, quando, docile ai consigli della ghiottoneria più che
-a quelli del buon gusto, sceglieva la porzione più grossa o il confetto
-più lungo.
-
-Fra le bimbe dell'età sua che si rincorrevano in giardino, ve n'erano
-parecchie assai carine, e una fra le altre che si chiamava Angela,
-e aveva la singolare abilità di svegliare la _musa_ (dico la _musa_)
-dell'avvocato Placidi. In fatti, io che da tempo immemorabile non aveva
-più chiamato gli occhi, la bocca e i capelli altrimenti che col loro
-nome di vocabolario, dicevo volentieri che gli occhi di Angela erano
-due spiragli di cielo, i suoi capelli uno strano tessuto di seta e
-d'oro, e che quando era aperta al sorriso la sua bella boccuccia — Dio
-ne scampi e liberi ogni bella donnina! — pareva una ciliegia matura
-beccata da un passero intelligente.
-
-E poichè nella classica terra di Dante è destino di ogni umana creatura
-di sesso maschio che a nove anni perda la testa per una Beatrice, io
-avrei visto di buon occhio che la Beatrice di mio figlio si chiamasse
-Angela. E sapendo per pratica che degli amori di uno scolaro non si
-vantaggiano se non la calligrafia e la letteratura nelle sue forme
-epistolare e poetica, mi pareva che mi sarei rassegnato più facilmente
-a vederlo maltrattare la storia antica e l'aritmetica per farne omaggio
-ai due spiragli di cielo della sua innamorata.
-
-Ma Angela aveva un grave difetto agli occhi di mio figlio; era una
-bambina, non toccava ancora i nove anni! Augusto giocava a nascondersi
-con lei come con le altre, nè la cercava di preferenza, nè la trovava
-con gioia maggiore, nè, trovatala, se la stringeva al petto col
-pretesto di non lasciarla scappare. Lo vedeva bene io stando alla
-finestra; non voleva saperne di fare l'amore con lei!
-
-E la tradita Giovanna intanto? La tradita Giovanna portava la sua croce
-con bastante rassegnazione, a volte esalando dei sospiri esagerati,
-smaniando a volte per gelosia, ma per lo più ridendo. Spesso, in un
-trasporto d'amorosa follia, si pigliava in braccio il ricalcitrante
-innamorato, e lo baciava a forza, al cospetto di tutta la gente
-minuscola del cortile, per punirlo della sua perfidia; subito dopo si
-calmava, e una volta accettò perfino di farsi la mediatrice dei novelli
-amori di Augusto recapitando un suo bigliettino calligrafico... a chi?
-Alla bella Giulia, alla sorella maggiore di Angela.
-
-Questa giovinetta non scendeva mai in cortile, aveva diciott'anni
-compiti ed era alla vigilia di farsi sposa ad un ufficiale di
-cavalleria. Tanti ostacoli insieme non avevano sgomentato l'eroica
-audacia di mio figlio, il quale appena ebbe visto Giulia alla
-finestra, subito le scrisse che la voleva sposare, e che la sciabola
-dell'ufficiale di cavalleria non gli faceva paura.
-
-Giovanna aveva portato la lettera e la risposta in forma d'un cartoccio
-di confetti, e il piccolo Don Giovanni, sempre più ardito, una
-domenica, all'ora in cui Giulia soleva uscire per andare alla messa,
-l'aveva aspettata sulle scale per darle un bacio; ma vedendola, si era
-sentito mancare il coraggio ed era fuggito ignominiosamente.
-
-Il tiro a ogni modo era fatto, perchè, saputo del cartoccio di
-confetti, dopo aver sgridato suo figlio, soffocando a stento una gran
-voglia di ridere, Evangelina si sentì in dovere di far visita alla
-famiglia della bella Giulia, e una settimana dopo Augusto con le sue
-maniere strambe aveva sedotto padroni e servi in quella casa, non
-escluso l'ufficiale di cavalleria suo rivale, a cui dichiarava in
-faccia d'avergli rubato la sposa.
-
-Che farci? Ridevano tutti e ridevamo anche noi. Per un po' Augusto
-servì di legame fra i due fidanzati senza saperlo, e non tardò forse
-a notare che quando egli aveva colto un bacio sulla bocca di Giulia,
-subito l'uffizialetto lo chiamava a sè per pigliarselo caldo caldo. Una
-volta manifestò innanzi a tutti il suo sospetto.
-
-— Perchè non la baci anche tu? — conchiuse — te lo permetto.
-
-La cavalleria fu proprio sgominata; per la prima volta in vita mia quel
-giorno vidi un uffiziale dell'esercito farsi rosso.
-
-Poi Augusto spiccò un salto sulle ginocchia della bella fanciulla e
-la baciucchiò sulle guancie, sugli occhi, sui capelli, perfino sulle
-orecchie; per pigliarne possesso, diceva lui.
-
-— Ora sei mia — asserì — ti ho baciata tutta.
-
-L'uffizialetto cercava di fare il disinvolto, sorrideva, rideva, e non
-riusciva a nascondere una gran voglia di fare altrettanto, e in fondo
-faceva una grama figura.
-
-— Tu sei _invidioso_? — gli chiese poi mio figlio, e come se
-gli leggesse nell'anima, soggiunse per consolarlo: — Non te l'ho
-guastata... e poi è mia.
-
-— Non sono _geloso_ — ripetè l'uffizialetto, e lo ripetè inutilmente: —
-non sono _geloso_.
-
-Augusto, senza perdere il filo della sua idea, sentenziò con un
-sussiego corbellatorio:
-
-— L'invidia è un peccato mortale; andrai a bruciare all'inferno.
-
-L'uffizialetto prima fece come gli altri, rise; poi sospirò come un
-mantice, guardando negli occhi la sua Giulia, poi disse che, senza fare
-un viaggio così lungo, gli pareva già di bruciare benino.
-
-Anche Giulia sospirò leggermente, appena il tanto da tenersi accesa,
-dopo di che continuarono a bruciare in silenzio tutti e due.
-
-
-IV.
-
-L'inferno dell'uffizialetto durò ancora parecchie settimane; una
-mattina la bella Giulia lo pigliò per mano e lo introdusse solennemente
-nel paradiso del palazzo municipale, e subito dopo in chiesa, come chi
-dicesse in un nuovo purgatorio. Poi gli sposi, più pallidi del solito,
-si avviarono a casa per fare una refezione leggera prima di partire.
-
-Qui gli aspettava di piè fermo mio figlio; aveva la faccia un po'
-stravolta, gli occhi lucenti, e quando cominciò a parlare gli tremava
-la voce. Non smanie, nè rimproveri, nè collere di gelosia, ma qualche
-cosa di peggio: versi!
-
- _In questo giorno sospirato e bello_
-
-egli aveva chiesto un prestito alla Musa, che non doveva ispirarlo
-se non più tardi, in seconda ginnasiale; e la Musa gli aveva concesso
-nientemeno che quattordici versi, di quei lunghi, endecasillabi e anche
-più, tutti facilmente riconoscibili alle rime chiare e lampanti, salvo
-una.
-
-Fin d'allora le Muse corsero rischio di pentirsi della loro
-arrendevolezza, perchè Augusto, anticipando i novissimi tempi, voleva
-leggersi stampato, e toccò a me suo padre, in quel giorno nefasto (egli
-diceva_ sospirato e bello_; ma si sa... i poeti!) in cui un ufficiale
-di cavalleria gli rapiva legalmente l'innamorata, toccò a me, suo
-padre, negargli un'innocente consolazione, col pretesto specioso che
-_velo_ della seconda quartina non rimava perfettamente con _bello_ nè
-con _anello_ della prima.
-
-Gli sposi partirono, e mio figlio, dopo aver detto addio
-tranquillamente alla bella fuggitiva, se ne tornò a casa a piangere
-in versi. Pianse l'abbandono e maledisse l'esistenza, ma con la
-maledizione ancora calda calda sul labbro mi confessò che faceva _per
-celia_, e che in fondo non era mai stato così contento di vivere come
-ora, che aveva trovato quel giochetto nuovo.
-
-— Non bisogna dire le bugie — consigliò sua madre.
-
-— Non sono bugie — spiegò Augusto — è poesia... la poesia è così; non è
-vero, babbo?.
-
-Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi mal contati
-in quel cervellino di poeta. Augusto aveva trovato, in un vecchio
-scaffale, un arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo
-compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva fare in quel codice
-amoroso, egli battezzava la sua nuova fiamma anonima ora Filli, ora
-Clori; vittima volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura lenta
-di intarsiare le rime del suo autore nei propri versi; così non gli
-accadde più di far rimare _velo_ con _anello_, senza averne la poetica
-licenza. Ne venivano fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda, e
-pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare, in cui il rancidume
-arcadico era temperato molto opportunamente da un po' di _realismo_
-anticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino.
-
-E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo al mio cuore di padre
-vi avrebbe visto un'indulgenza strana, anzi una specie di contentezza
-stupida di sapere mio figlio, a dieci anni, _autore_ recidivo di
-birbonate simili.
-
-Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto ancora non mi avevano
-dato ombra di afflizione; il piccolo poeta, quando aveva preso commiato
-dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia della sua Giulia,
-se n'andava tranquillamente a studiare la lezione e fare il còmpito;
-a scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno, con prodezze
-verbali e scritte, fece onore a babbo e mamma, a Filli, a Clori e alla
-Musa. Ma ahi! un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere andato al
-ginnasio con la febbre d'un conquistatore, Augusto tornò a casa come un
-vinto. Là, sulle panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa, ma
-non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica Musa, bensì un'altra,
-priva di rime, piena di dittonghi e di desinenze strane; _Musa, Musae_,
-la musa della prima declinazione latina!
-
-Egli mi confessò che da principio era stato tentato di farle festa,
-come a una vecchia amica, la quale gli fosse venuta incontro per
-introdurlo nel tempio della grammatica latina; ma da quel poco che
-avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva poca speranza
-di stare allegri in seguito, nelle declinazioni in us e in es, nei
-verbi e nei pronomi.
-
-Già nel numero plurale della prima declinazione, quando la musa
-diventava _musarum_, cominciava ad essere irriconoscibile... «E che
-necessità, diceva lui, che necessità di studiare il latino, dal momento
-che è una lingua morta?». Io gli spiegava che la lingua latina è la
-lingua madre, cioè la lingua di Cicerone, che è il babbo dei grandi
-avvocati, cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante, cioè la
-lingua di Orazio, che è il babbo della buona satira, cioè la lingua di
-Giustiniano, eccettera, eccettera.
-
-E soggiungevo con sussiego:
-
-— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il latino per intendere gli
-antichi codici; anche se sarai medico, questa lingua morta ed immortale
-non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo fa le ricette si
-facevano in latino; la scienza antica è scritta in latino: quasi tutte
-le citazioni con cui si dà una certa grandezza agli argomenti piccini,
-quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli argomenti zoppi sono
-latine.
-
-Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza intendere gran che, ma
-con uno sgomento crescente.
-
-— Allora deve essere molto difficile! — sospirava.
-
-— No — dicevo — è facilissimo; in principio sembra così, ma poi è cosa
-da nulla.
-
-— Tu l'hai studiato?
-
-— Altro che!
-
-— L'hai studiato tutto?
-
-— Tutto.
-
-— Anche i verbi? Anche _hic, haec e hoc_? Anche _dies, diei_?
-
-L'insistenza di mio figlio aveva un significato occulto. Più d'una
-volta con la sua geometria fresca fresca, o con la sua storia antica
-della vigilia, egli aveva colto in fallo la mia scienza; ora mi
-pigliavo la rivincita.
-
-— L'ho studiato otto anni — rispondevo con sicurezza — e non me ne
-pento; quando l'avrai studiato otto anni anche tu...
-
-Augusto m'interruppe:
-
-— Allora, se ti dànno qualunque scritto in latino, tu lo capisci tutto?
-
-Il tranello era perfido.
-
-— Quando l'avrai studiato otto anni anche tu — proseguii senza
-batter ciglio — ne saprai quanto ne so io! ma non devi scoraggiarti
-da principio, nè stancarti in seguito: bisogna studiare molto le
-declinazioni, le coniugazioni, e più tardi il reggimento dei verbi...
-
-— Il reggimento dei verbi? — balbettò Augusto.
-
-E gli si dipinse in volto un'immensa paura di non poter mai resistere
-all'urto d'un avversario simile.
-
-— Il reggimento dei verbi — soggiunsi ridendo — non è un reggimento
-come l'intendi tu.
-
-Gli spiegai all'ingrosso come lo intendeva io, senza rassicurarlo
-interamente.
-
-
-V.
-
-Contro ogni mia aspettazione, la cosa andò peggiorando in seguito; dopo
-aver dato del tu alle nove muse, non era più possibile che mio figlio
-si rassegnasse a studiare il latino con un po' di metodo.
-
-— Le regole! — diceva lui con una ribellione da monello: — non so che
-farne io delle regole! A che servono le regole? Chi le ha fatte le
-regole della grammatica latina?
-
-— Le hanno fatte i grammatici — rispondevo con molta serenità —
-studiando gli autori classici, lo spirito della lingua...
-
-— E perchè non le hanno fatte anche per il milanese?
-
-— Perchè il milanese non è una lingua, ma un dialetto...
-
-Egli stette un po' in pensiero, e parve trovare dentro di sè un
-argomento convincente.
-
-— Già il milanese è più facile; la Laurina, senza declinazioni e senza
-coniugazioni, a due anni e mezzo parlava il milanese benissimo...
-invece per il latino ci vogliono otto anni.
-
-Mi scappò detto:
-
-— E non bastano — e mi pentii subito e soggiunsi serio serio: — bisogna
-poi esercitarsi tutta la vita.
-
-— Tu ti sei esercitato sempre? — mi domandò a bruciapelo Augusto. — Non
-ne fai più degli errori?
-
-Non vi era scampo; per mettere in salvo la dignità paterna senza dire
-una bugia, bisognava rispondere in latino.
-
-— _Errare humanum est; homo sum et nihil humani a me alienum puto_.
-
-Augusto prima mi guardò in bocca curiosamente, poi si strinse nelle
-spalle e se ne andò mugolando fra i denti: _nominativo domus la casa,
-genitivo domi della casa, dativo domo alla casa, accusativo_...
-
-Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare dentro di sè quello
-strano linguaggio, a un certo punto credette di aver capito, e mi venne
-a dire trionfando:
-
-— Babbo, io lo so quello che dice Augusto.
-
-— Davvero, e che cosa dice?
-
-— Dice che il duomo è più grande di una casa.
-
-— E non ha forse torto...
-
-Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva che fosse
-necessario ripeterlo tante volte. Era andata anche lei in duomo, e
-aveva ben visto che era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto
-era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna con le mani giunte, in
-mezzo a tanti angeli rotti.
-
-Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere che gli
-_angeli rotti_ di mia figlia erano testine alate.
-
-Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente la sua declinazione:
-_singolare nominativo, domus la casa..._
-
-La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva tenera, poi
-beffarda, per diventar dispettosa al primo intoppo, e tornar da capo
-con ferocia.
-
-Presa per quel verso, anche la seconda declinazione s'impuntava a non
-volergli entrare in capo.
-
-— Smetti — gli dissi — va a giocare, divàgati; ora studieresti
-inutilmente, perchè pensi ad altro.
-
-Ammutolì, segno che avevo indovinato.
-
-— A che pensavi studiando?
-
-— Pensavo che Laurina non sa il milanese soltanto, ma sa anche
-l'italiano, senza essere mai andata a scuola; pensavo che a scuola...
-
-— Ebbene a scuola?... — chiesi raccogliendo in un'interrogazione tutta
-la severità paterna.
-
-Non volle finire il suo pensiero, ed io intesi benissimo che egli
-cominciava a pensare quello che ai miei tempi avevo pensato io, senza
-confessarlo in casa.
-
-
-VI.
-
-Fu per opera della disperazione.
-
-Non sapendo come consolarsi altrimenti della grama figura che faceva a
-scuola col latino, mio figlio decise in cuor suo d'innamorarsi un'altra
-volta. Quando uno studente ha preso una deliberazione così fatale alla
-sua pace, per solito si guarda attorno, e se la fortuna lo aiuta, non
-tarda a ritrovare il _caro oggetto_. Così fece mio figlio, e io ne fui
-testimonio.
-
-Una sera, verso il tramonto, le mammine e i babbi stavano alle finestre
-del cortile a godersi le risate dei bimbi e la frescura.
-
-Si giocava a mosca cieca, un giuoco allegro e senza pericoli, a cui i
-_grandi_ avevano lasciato che pigliassero parte anche i più piccini,
-per contentarli. E io raccomandava appunto alla mia Evangelina di non
-perdere d'occhio le mosse furbe d'un marioletto alto una spanna, il
-quale si accostava in punta di piedi per tirare la falda dell'abito a
-_mosca cieca_, poi fuggiva un gran tratto, credendosi inseguito, poi si
-fermava in distanza e alzava la testina trionfante verso un balcone del
-terzo piano, per ricevere il plauso di uno spettatore indulgente.
-
-Augusto no, non ci guardava; ci aveva interamente dimenticati; egli
-aveva fatto alleanza con Angela, con la bionda Angela, quella dei
-labbruzzi di ciliegia, ed era attentissimo a non lasciarla cadere nelle
-mani di _mosca_.
-
-Angela veniva su a vista d'occhio, ed era sempre la più vaga creaturina
-che io avessi mai veduto; giocando si era fatta rossa rossa in viso, e
-alcuni ricciolini di capelli erano sfuggiti al pettine; vi potete bene
-immaginare che non ci perdeva nulla. Correndo intorno al penitente, e
-voltandosi bruscamente quando aveva gridato _mosca_, si trovava ogni
-tanto nelle braccia di mio figlio; allora si pigliavano per mano,
-e mentre correvano così allacciati, Evangelina mi faceva notare che
-Angela era due buone dita più alta di Augusto.
-
-— Non può essere — diceva io — è la pettinatura che la fa sembrare così.
-
-Invece era proprio _così_, anzi per ciò solo aveva dato nell'occhio ad
-Augusto.
-
-Egli le parlava senza impaccio, la maltrattava anche un tantino, col
-pretesto di darle un savio consiglio o uno spintone salutare, ma ogni
-tanto, guardandola di nascosto, pareva stupito di vedere cose a cui
-non aveva mai badato, cioè un nasino birichino, due occhioni aperti e
-sereni, e il resto.
-
-A volte si distraeva in questa contemplazione e toccava ad Angela a
-pigliarlo per un braccio, salvarlo da _mosca_ e tirarselo dietro un
-tratto.
-
-Una di quelle distrazioni fu fatale ai due futuri innamorati: _mosca_
-venne presso a loro, allungò le mani, afferrò qualche cosa, strinse, e
-tutto il coro dei bambini squillò battendo le mani: _presa! presa!_
-
-Sì, Angela era presa; il disgraziato, che da mezz'ora brancolava nel
-buio, si era già tolta la benda, si fregava gli occhi abbagliati e
-rideva del proprio trionfo.
-
-Angela pure rideva. Si fecero innanzi per metterle la benda tre dei
-più impazienti e dei più audaci, ma così piccini che sarebbero stati
-imbarazzati a cavarsene con onore, se Angela non si fosse chinata.
-
-Allora entrò di mezzo mio figlio:
-
-— Che cosa volete fare voi altri?
-
-Prese la benda, appoggiò le labbra all'orecchio di Angela, per dirle
-qualche cosa che nessuno doveva intendere, poi fece egli stesso la
-bendatura, una bendatura che era una carezza, senza stringere troppo,
-senza tappare le orecchie, senza imprigionare i ricciolini belli.
-
-Insospettiti da tante precauzioni e dalle parole che mio figlio aveva
-pronunziato all'orecchio di _mosca_, qualcuno, chinandosi a guardare
-sotto il naso di Angela, insinuò: _ci vede_!
-
-— Non vedo niente! — protestò la fanciulla.
-
-A ogni modo bisognava stringere un po' più la benda per salvare le
-apparenze della giustizia, e mio figlio non lasciò che altri se ne
-immischiasse.
-
-Una risata, un gridio confuso: _mosca! mosca!_; tre o quattro spinte
-di qua e di là, e tutti i monelli si sbandarono lasciando la povera
-ragazza sola nel mezzo del cortile.
-
-La biondina era proprio impacciata, si moveva, appena chinandosi,
-allungando le mani, ma non osando fare un passo per non cadere.
-
-Si faceva già un gran ridere della sua disadattaggine e ne rideva anche
-lei.
-
-— State a vedere — disse Augusto con molto sussiego — state a vedere
-che la vado a baciare e non mi piglia.
-
-— Anch'io! — esclamò un altro.
-
-— Tu no — rispose Augusto — soltanto io.
-
-E come se avesse dato le migliori ragioni per convincere un avversario,
-con queste quattro parole e con uno spintone il piccolo prepotente
-ottenne che l'altro rinunziasse all'impresa; dopo di che vi si accinse
-lui.
-
-Si accostò in punta di piedi un tratto; poi tossì, poi disse «sono
-qua» e si fece indietro, poi si spinse innanzi, la rasentò e fuggì —
-impostore! — come se avesse paura d'esser preso; all'ultimo afferrò
-Angela per le mani e la baciò più volte sulla bocca ridente. Ma o la
-fanciulla era forte davvero, o mio figlio s'indebolì di troppo; il
-fatto è che fu preso, e rimase lungamente stretto fra le braccia di
-Angela, in mezzo alle risate del coro, che di nuovo strillava in buona
-fede: _mosca! mosca!_
-
-
-VII.
-
-A tarda sera, quando le voci delle mammine timorose dell'umidità
-scesero dalle finestre in cortile a richiamare i bimbi, e s'udì a
-un tratto: — _Angela!_ — e noi aggiungemmo: _Augusto! Laura!_ — due
-piccole ombre si staccarono dal muro, salutandosi alla libera, senza
-stringersi la mano, senza guardarsi neppure in faccia, e si separarono
-(ipocriti!) senza voltarsi.
-
-Più difficile fu staccare Laura da un marioletto precoce, di tre
-anni appena, il quale, perchè mia figlia gli faceva da mammina con
-una pazienza da angelo, strillava come un piccolo demonio e voleva
-portarsela a casa.
-
-Quella notte Augusto vegliò a tavolino un'ora più tardi del solito,
-perchè doveva rifare il còmpito, diceva lui. Quel còmpito, fatto e
-rifatto dieci volte, incominciava invariabilmente, ineluttabilmente
-così: «adorata fanciulla!»
-
-Egli si provò anche, e io ne ritrovai le traccie, a scriverle dei
-versi, ma vedendo forse che non gli tornava comodo dire a sillabe
-contate e in rima tutto il suo pensiero, vi rinunziò quella notte,
-e non credo che ricadesse mai più in tentazione. Perchè voleva amare
-sul serio, amò in prosa; ma, o Muse! quale prosa e quanta! In ogni ora
-del giorno io trovava mio figlio intento a consegnare a un pezzetto di
-carta il suo grande amore.
-
-Egli non si confidava meco, come potete immaginare: aveva al contrario
-una gran paura dei miei sorrisi, delle mie parole buttate all'aria come
-per proporgli la mia complicità, e custodiva gelosamente i tentativi
-mal riusciti del suo stile epistolare, ma non così che io non trovassi
-modo di seguirne nascostamente la formazione e lo sviluppo.
-
-Nei primi giorni era uno stile saltellante a stento, come certa prosa
-moderna; ma a poco a poco il suo periodo si allargò per lasciar entrare
-in folla gli aggettivi, gli avverbi, le metafore e perfino qualche
-pensiero originale e qualche sentimento genuino. E allora il suo stile
-apparve gonfio, come certa prosa moderna. In capo a due mesi di tale
-esercizio, Augusto era il primo della scuola per l'italiano, e il
-signor maestro, uomo di modestia antica, si domandava in buona fede
-come avesse fatto il birboncello a cavar tanto sugo dalle sue lezioni.
-
-
-VIII.
-
-E come accoglieva Angela la prosa di mio figlio? Tranquillamente, con
-una gravità che era per me una rivelazione sempre nuova.
-
-Lo dissi una volta a Evangelina, ed Evangelina trovò che avevo ragione:
-«le fanciulle sono sempre mature per l'amore».
-
-Forse perchè ancora non le erano spuntate le ali della rettorica, e
-di quelle della grammatica e della ortografia non si poteva fidare
-interamente, forse perciò solo era restia a scrivere, o lo faceva
-con un laconismo degno dei bei tempi di Sparta; ma a ogni modo
-quella prudente parsimonia di parole otteneva un doppio e magnifico
-effetto: il suocero curioso ammirava l'anticipata dignità femminile
-di sua nuora, non badando a qualche peccatuzzo contro l'ortografia, e
-all'adorato Augusto, anche con doppia t, non pareva d'essere _adorato_
-abbastanza.
-
-Se quella fiamma avesse continuato un pezzetto ancora ad ardere
-con la medesima felicità, non turbata da un alito di vento maligno,
-probabilmente sarebbe andata a finire come le altre; un bel giorno
-Augusto avrebbe scritto ad Angela per farle sapere che la tradiva, e si
-sarebbe guastato un'altra volta col latino. Ma ad alimentare il fuoco
-amoroso interveniva ogni tanto qualche piccolo litigio, e vegliava come
-una rigida vestale, indovinate chi... la gelosia!
-
-Sì, Augusto era geloso, e ah! non aveva che troppe occasioni di
-esperimentare il morso del suo piccolo demonio. I giuochi innocenti
-del crepuscolo erano dolcezza e fiele che la sorte gli mesceva
-quotidianamente; i baci che egli otteneva di nascosto, squisita
-ambrosia, erano attossicati da quelli che taluno più di lui ardito
-carpiva in palese; vi era fra gli altri un suo compagno di scuola,
-anche meno forte di lui nel latino, che non è dir poco, ma più forte
-a pugni, il quale baciava impunemente tutte le ragazze e dava degli
-scapaccioni ai maschi. Mio figlio restituiva coscienziosamente gli
-scapaccioni, ma era impotente a vendicare i baci.
-
-— Ti sei lasciata baciare! — rimproverava egli.
-
-Angela non vi aveva colpa, era stata presa alla sprovveduta, e poi
-giurava di non voler niente bene a quel monello.
-
-— Che cosa devo fare? — diceva.
-
-Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava un po'; non sapeva
-nemmeno lui.
-
-— Mordilo — consigliava a casaccio.
-
-Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste scenette finivano
-così, e finivano bene; ma a volte si tiravano dietro uno strascico di
-musoneria crudele.
-
-Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito dopo il
-desinare, con una freddezza calcolata si accingeva, contro l'igiene,
-a fare il còmpito, il còmpito vero e proprio, o studiava la lezione
-ad alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto io, senza
-far le meraviglie del caso nuovo, mi andava a mettere alla finestra.
-Angela, col musetto melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei;
-pensavo con una contentezza che ora mi sembra singolare: «gli vuol
-proprio bene!»
-
-Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei anche voluto
-andare a prendere mio figlio per un orecchio e trascinarlo ai piedi
-della sua innamorata; ma il mio dovere di padre era di non accorgermi
-di nulla.
-
-Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo sbadato; e quando io,
-dopo un breve silenzio, chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara
-fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio prima gridava
-più forte il suo latino della lezione, alzandone improvvisamente il
-tono a simiglianza degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone
-estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al mormorìo, poi
-deponeva il libro sulla scrivania e si veniva a mettere accanto a me
-per farsi vedere da Angela.
-
-Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene essa non dicesse
-parola e chinasse a terra la faccia arrossata dal piacere, un repentino
-rivolgimento accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora vengo»
-annunziava: «la so tutta!» soggiungeva rivolgendosi a me con poca
-speranza di corbellarmi. — «Bravo!» conchiudeva io con molto sussiego.
-
-Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto d'Angela, e
-interroga sospettoso la finestra del babbo, il quale guarda una nuvola,
-come gl'insegna il suo dovere di padre.
-
-
-IX.
-
-Vedersi all'alba dalle finestre, affidare all'etere compiacente il
-principio di un bacio che sarà compiuto con sicurezza più tardi,
-incontrarsi poi su per le scale, in cortile, per via andando a scuola,
-e potersi abbandonare verso il tramonto, col pretesto di rimpiattello
-o di mosca cieca, ai teneri cicalecci dell'amore; ditelo voi che
-dalla strada, perduti in mezzo alla folla, mandate i sospiri a una
-finestra del quarto piano, chiusa da un padre severo, ditelo voi: non è
-soverchia felicità?
-
-E pure mio figlio non ne aveva abbastanza; gli rimaneva un desiderio
-insoddisfatto, un desiderio prepotente: impadronirsi di Angela, non
-lasciarla più... sposarla, sissignori! Povero Augusto! Io indovinava
-la strana condizione del suo spirito innamorato; il tempo severo, il
-tempo inesorabile non trattava la futura coppia allo stesso modo; era
-con _lui_ lento, pigro, sgarbato; con _lei_ era vario, industrioso,
-galante.
-
-Già, sebbene minore di due anni, Angela era quattro dita più alta di
-Augusto; e crescendo ogni giorno a vista d'occhio, rimaneva bella.
-
-Un giorno scese in cortile coi capelli annodati in una foggia più
-semplice, e un altro giorno la mamma le allungò le vesti, e un altro
-giorno, tornando da scuola, non portò più i libri in mano, ma li
-consegnò alla fantesca. Era semplice e innamorata ancora; ma non era
-più la bimba d'una volta.
-
-Augusto assisteva a questa trasformazione col cuore sgomento;
-maltrattato dall'età, egli aveva il naso fiorito e la fronte piena di
-bernoccoli; dimagrava senza crescere in proporzione e la sua faccetta
-espressiva era oscurata da pensieri amari.
-
-Fu un periodo di torture.
-
-Dopo tutti i guasti che l'amore, l'età e il latino avevano fatto nel
-corpo di mio figlio, la sorte gli riserbava un'altra afflizione ben più
-amara: la partenza d'Angela!
-
-Angela _partiva_, cioè a dire abbandonava a Pasqua il cortile e
-la casa. Addio facili colloqui, addio sicuri baci, addio giuochi
-innocenti, addio per sempre, addio, addio, addio!
-
-Così scrivevano gl'innamorati, esagerando il tono pel gusto d'essere
-molto infelici.
-
-— Giurami che sarai mia o di niun altro — scriveva mio figlio, e Angela
-giurava, per non sbagliare, su ciò che aveva di più sacro al mondo.
-
-Venne il giorno crudele della separazione; Angela portò l'amor suo
-in una via lontana, in un quartierino con le finestre verso corte. Il
-disastro era compiuto.
-
-No, ancora il disastro non era compiuto; ma che si dovesse compiere era
-destino.
-
-Facendo ogni giorno una carezza ad Angela, dando ogni giorno uno
-scapaccione ad Augusto, aggiungendo un vezzo a lei, un furuncolo a lui,
-il tempo maligno intraprese l'opera villana di separare l'inseparabile,
-di distaccare due cuori che si erano giurati «su ciò che di più caro
-eccetera» di battere l'uno per l'altro.
-
-Solo un mese dopo la _partenza_ d'Angela, essendo andati a far visita
-ai suoi genitori, la nostra nuora ci apparve trasformata; già Augusto
-nel farsele intorno provava una soggezione istintiva.
-
-Si adoravano ancora per iscritto, ma a quattr'occhi la bimba d'ieri
-l'altro aveva certe movenze, certi sguardi da donna che sconvolgevano
-tutto il sistema amoroso di mio figlio.
-
-Fu peggio quando Angela, dopo essere rimasta cinque mesi in campagna,
-tornò a Milano in novembre. Io stesso, vedendola, alla presenza
-di mio figlio la chiamai _signorina_. E m'avvidi, dalla risposta,
-dall'accento, da un certo sussiego carino assai, che non per la prima
-volta un uomo barbuto le dava questo titolo che fa battere il cuore a
-tredici anni.
-
-Ma aveva essa tredici anni veramente?
-
-Sì, tredici anni compiti, e li portava come una donnina: Augusto, a
-disagio nei suoi quindici, se ne stava in un canto, solo col suo amore
-spaiato. Non vi era più da farsi illusioni; al paragone di Angela,
-mio figlio era un fanciullo; il giochetto d'amarsi poteva durare
-alcuni mesi ancora, purchè egli si acconciasse alla parte di vittima
-predestinata; doveva poi inevitabilmente finire per una sciabola che
-picchiasse sul lastrico in onore della signorina, o per un sigaro
-votivo che si accendesse nel buio della notte in una finestra borghese
-verso corte.
-
-Mio figlio sentì il destino che gli piombava addosso e lo prevenne. Il
-suo sistema di tradimento perfezionato da una lunga pratica epistolare,
-gli suggeriva di scrivere; ed avendo differito troppo, il caso volle
-che egli si facesse bello d'un eroismo non suo: parlò.
-
-Quel che egli dicesse alla sua bella, quali frasi adoperasse per
-farle intendere che la lasciava libera di accettare gli omaggi
-dell'ufficialità dell'esercito, non lo seppi mai.
-
-Furono probabilmente poche parole dette nel vano della finestra
-in salotto, un giorno che Angela era venuta a farci visita, mentre
-la mamma, Evangelina e io affermavamo con mirabile accordo che la
-temperatura si faceva rigida e che già il termometro segnava...
-
-Che cosa segnava il termometro?
-
-Io seguiva con la coda dell'occhio le mosse dei due che si erano
-avvicinati con un po' di titubanza. Mio figlio parlava, scrivendo col
-dito degli _A_ maiuscoli sui vetri appannati, e cancellandoli tosto;
-Angela ascoltava guardandolo fissamente.
-
-— Va bene — mormorò essa in ultimo.
-
-E mio figlio, scattando come una molla, annunziò con molta disinvoltura:
-
-— Nevica!
-
-— Davvero?
-
-— Davvero?
-
-Ma già avremmo dovuto immaginarlo; da alcuni giorni la temperatura si
-era fatta rigida, il termometro segnava...
-
-Che cosa segnava il termometro?
-
-
-X.
-
-Un'ora dopo Angela se ne volava dalla mia casa come un uccelletto a
-cui avessero aperto la gabbia; doveva essere impaziente di portare nel
-mondo la libertà spensierata dei suoi tredici anni sonati.
-
-Un amore bambinesco è un impaccio quando l'età annunzia alla fanciulla
-che il vero amore non è lontano.
-
-Come se non avesse aspettato mai altro, Angela approfittò così bene
-della licenza, che in pochi mesi nessuno più potè supporre che essa
-avesse avuto qualche cosa di comune col suo primo adoratore.
-
-Ed era sempre più bella, la perfida! sempre più carina, sempre più
-adorabile, la spergiura! Se ne avvedevano tutti, lo dicevano tutti,
-tranne mio figlio.
-
-Dall'alto del suo cielo amoroso, egli era ricaduto nella sua sepoltura
-latina.
-
-Già erano parecchi annetti che lottava con le regole, già si era
-acciuffato con la sintassi e con la prosodia, già ripeteva enfiando
-le gote: _Quousque tandem abutere_, quando un giorno entrò in casa una
-gran notizia: Angela era sposa!
-
-Laurina istintivamente si guardò nello specchio; mio figlio non
-impallidì, non disse verbo; ma la mattina successiva trovai sulla sua
-scrivania un rimasuglio di distico latino andato a male.
-
-Si leggeva ancora non ostante le cassature:
-
- _Non tu, formosa..._
- _Te, pulcherrima... nuptiæ..._
-
-Il resto non aveva voluto venire.
-
-
-
-
-IL MARITO DI LAURINA
-
-
-I.
-
-Laurina dichiarava ancora di volere sposare a ogni costo il babbo,
-o per lo meno la mamma, e già io mi era domandato cento volte tra il
-serio ed il faceto: «Chi sa mai dove vive, dove abita, se è vicino o
-lontano, e che cosa fa in questo momento? È bello? Studia? Si fa onore?
-Io non lo vorrei grasso, nè melanconico. Sarà allegro, sarà magro?»
-
-— Chi? — interrompe un lettore.
-
-Il marito di Laurina.
-
-«Che a quest'ora sia nato, non ne posso dubitare; la mia bimba è piena
-di giudizio, e non commetterà mai la corbelleria di sposarsi a un uomo
-più giovane di lei. Ma chi sa mai dov'è? forse a venti passi di qua;
-forse agli antipodi, e a suo tempo dovrà fare mezzo il giro del mondo
-per venirsi a innamorare di mia figlia».
-
-A volte poi dicevo a Evangelina:
-
-— Pensare che già il destino gli ha appaiati, che nostro genero è là,
-in un punto dello spazio, e che egli, tutto occupato de' suoi studi,
-non sospetta neppure che Laurina cresce e si fa bella, con la missione
-di fargli perdete la testa!
-
-Evangelina crollava il capo, e dava un'occhiata alla sua creatura,
-la quale intanto ingannava il tempo dell'aspettazione facendo un
-sermoncino alla bambola, o leggendo a voce alta in un libro tenuto alla
-rovescia.
-
-Col tempo questo essere mal definito, che se ne viveva in un cantuccio
-dell'orbe terraqueo, aspettando che la sorte gli mettesse innanzi
-mia figlia per avere la degnazione di pigliarsela, col tempo questo
-fidanzato anonimo si andò facendo bello di tutte le virtù.
-
-Non aveva che dieci anni più di Laurina; era alto, snello e bruno;
-portava i baffi e la mosca, e fra i baffi e la mosca un sorriso
-in cui si leggeva la sua anima buona. Apparteneva a una eccellente
-famiglia borghese, e un po' di ben di Dio al sole non gli mancava; più
-che d'altro era ricco della volontà, che insegue la fortuna, della
-perseveranza che la raggiunge, della prudenza che, raggiuntala, non
-se la lascia sfuggire di mano, dell'amore che raddoppia ogni ricchezza
-divisa.
-
-Sì, era innamorato e non si poteva lagnare, perchè era anche
-corrisposto.
-
-Si dovevano sposare fra dieci anni o dodici, una bella mattina di
-maggio, prima dinanzi al Sindaco, poi in chiesa; e appena sposati se ne
-andrebbero per l'Italia, coi treni diretti, per ritornare un mese dopo
-a Milano più innamorati di prima.
-
-Lo conoscevo, gli volevo bene, me n'ero fatto un amico, e chiamavo lui
-pure: «mio figlio»; ma non perciò quel fantasma di genero diventava
-importuno.
-
-Solo nelle ore di ozio di suo suocero, egli veniva qualche volta a
-fargli visita, e appena si annunciava un cliente o appariva un usciere,
-se ne andava alla chetichella. Poi le sue visite si vennero facendo
-tanto più rare e fuggitive, quanto più il tempo dell'avvocato Placidi
-diventava prezioso.
-
-E un giorno, in un viale dei pubblici giardini, mentre io me n'andava
-superbamente a spasso, con mia figlia a braccetto, egli mi disse un
-«addio» melanconico, e mi voltò le spalle per sempre.
-
-Quella scena mi sta sempre dinanzi agli occhi.
-
-Io mi vedo dunque con la mia Laurina a braccetto, in un viale
-dei pubblici giardini, poco prima dell'imbrunire. Ho la testa in
-processione, non penso a nulla: cioè no, penso che sono contento di
-me, che mi è finalmente riuscito di sfuggire ai miei clienti, i quali
-mi seguirebbero volentieri da per tutto, alle preture, in tribunale,
-in appello, in cassazione, alla passeggiata, all'inferno; penso che
-comincio a mettere pancia, ma senza ombra di rammarico, perchè sotto la
-toga un po' di pancia fa bella figura; e penso che mia figlia, la quale
-mi cammina al fianco con passo spedito, gettando ogni tanto nel caro
-vuoto del mio cervello una domanda o una esclamazione, mi arriva oramai
-al mento, sebbene io porti la testa alta. E penso che, nel vedermi
-passare con tanta solennità, la buona gente, che mi conosce di vista,
-appena appena si arrischia a salutarmi, temendo di turbare il corso dei
-miei gravissimi pensieri.
-
-Due giovanotti ci passano innanzi, si voltano, ci guardano, sorridono
-e si comunicano le loro impressioni. Mi pare di comprendere che uno ci
-abbia presi per inglesi, e che l'altro, dandogli pienamente ragione,
-aggiunga che viaggiamo per la luna di miele; e invece di sentire i
-sussulti della mia vanità di uomo ben conservato, mi adiro dentro di me
-e vorrei correr dietro a quei due malaccorti e gridar loro: — «Balordi,
-oh non vedete che la mia Laurina ha sedici anni e che io sono suo
-padre?» Mia figlia mi domanda ridendo:
-
-— A che pensi?
-
-E io rallento il passo che avevo accelerato involontariamente. — Tu,
-quando pensi molto — osserva Laurina — corri e non te ne accorgi.
-
-La guardo, le sorrido, ed ella si contenta, e io riconosco che la gente
-ha ragione, che mia figlia ha propriamente l'aria di una donnina, e che
-vista al fianco d'un uomo... cioè che io... visto al fianco di lei...
-Assolutamente il mio amor proprio d'uomo ben conservato vuole la parte
-sua; ha lasciato passare la colleruzza dell'offeso sentimento paterno,
-ed è rimasto ad aspettare, ma gli hanno fatto l'elemosina e non è punto
-disposto a restituirla.
-
-È l'ora di evocare il fidanzato di Laura: eccolo alla svolta del viale;
-è più grave del solito avendo dovuto invecchiare ad un tratto di tre
-anni, nondimeno sorride perchè il momento sospirato si avvicina.
-
-— Lo conosci quel signore? — mi domanda mia figlia.
-
-«Se lo conosco! è una mia creatura! Sono ormai dodici anni che ci
-conosciamo; quel signore non è un signore; è di casa; guardalo bene, è
-lo sposo che tuo padre ti ha preparato... Sorridigli, te lo permetto,
-fallo felice, amalo...»
-
-Vidi questa risposta come se qualcuno la scrivesse rapidamente innanzi
-a me, e pensai: «verrà un giorno che dovrò risponderle così»; poi volsi
-il capo per seguire con gli occhi il signore che era passato. Appunto
-si voltava egli pure, e io ebbi agio di vederlo.
-
-— Non lo conosco — dissi a mia figlia; — credo di non averlo mai
-veduto, pare un capo d'ufficio o un colonnello giubilato. Ma perchè mi
-fai questa domanda?
-
-— Ci è già passato vicino due volte, e ci ha guardati fisso; e non oggi
-soltanto... anche l'altro giorno...
-
-— Sarà un frequentatore dei giardini pubblici...
-
-— L'altro giorno eravamo in galleria...
-
-— Gli sembrerà di conoscermi... non è una cosa difficile... a Milano
-tutti sanno chi è l'avvocato Placidi...
-
-Mi arrestai in tronco, perchè mia figlia mi strinse più forte il
-braccio, bisbigliando:
-
-— Zitto, è lui!
-
-To'! Laurina riconosceva _quel signore_ al passo!
-
-Era un passo frettoloso, saltellante e accompagnato da una bizzarra
-musica di stivali, ma per averla così bene nell'orecchio, mia figlia
-aveva già dovuto udirla più d'una volta.
-
-Quel signore ci raggiunse, guardò Laurina lungamente, passò oltre,
-sempre saltellando, e giunto alla estremità del viale, tornò indietro a
-passo lento, trovando ancora il modo di saltellare.
-
-Feci in un istante le più strambe congetture.
-
-«Quello è un parente lontano, forse un cugino della madre di mia
-moglie; emigrò all'estero per disperazione amorosa, non essendo potuto
-arrivare al cuore della sua bella, buon'anima, prima di mio suocero;
-è rimasto scapolo, si è fatto milionario; ora ritorna in cerca di
-un erede; dicono che la mia Laurina sia tal quale il ritratto di sua
-nonna a sedici anni; gli sembrerà di rivederla; mia figlia, grazie al
-cielo, non ha bisogno che nessuno s'incomodi dall'America per portarle
-la dote, ma se le piovesse un milioncino nel cestello di nozze non
-offenderebbe nè me, nè lei, nè la misericordia celeste».
-
-Stavo serio, perchè l'incognito si avvicinava, e dentro di me
-ridevo; intanto che venivo pagando alla meglio il tributo d'ilarità a
-quell'idea barocca, altre idee si facevano avanti.
-
-«Quello è un padre di stampo antico, che non si fida del criterio del
-suo primo maschio, e vuole scegliergli lui stesso la sposa. Laurina ha
-un'aria tanto modesta, ed è così carina, che non si potrebbe fare una
-scelta migliore. Rimane a vedersi se a noi conviene il pretendente...».
-
-L'incognito non era più che a pochi passi, e io, guardandolo alla
-sfuggita, vidi con uno sgomento nuovo che egli saltellava peggio di
-prima, e che avea preso una cert'aria civettuola e galante, facendo
-luccicare stranamente le pupille nella loro cornice di rughe e piegando
-la testa con un vezzo tutto suo.
-
-Non volevo credere ai miei occhi; e mi bisognò pure arrendermi alla
-evidenza quando il vecchietto, passandoci rasente, spinse l'ardire fino
-a manifestare il suo incendio con un sospiro.
-
-Proprio così: quello che io credeva un colonnello americano imbarazzato
-nel far testamento cercava forse un erede, ma lo voleva legittimo, e
-aveva messo gli occhi su mia figlia.
-
-— È un matto! — dissi a Laurina in maniera d'essere inteso dallo strano
-pretendente, e attraversai il viale per cacciarmi fra le aiuole.
-
-Speravo così d'avere sgominato il vecchio satiro, ma voltandomi poco
-dopo vidi che egli saltellava per raggiungerci da un'altra parte e
-pigliarci ancora una volta di fronte.
-
-Intanto all'estremità del viale, un giovinotto bello e melanconico
-mi faceva addio con la mano, senza che io trovassi un accento per
-dirgli: — «rimani, tu sei la gioventù, tu sei la forza, tu sei l'amore;
-chiedimi oggi stesso la mano di Laurina, e Laurina è tua». L'audacia di
-un balordo stagionato mi toglieva la forza di trattenere il mio ideale.
-
-— Affretta il passo — dissi a Laurina. Essa senza comprendere, mi
-secondò, e a me parve di averla sottratta a un pericolo, quando alla
-porta di casa vidi che l'incognito non aveva potuto seguire le nostre
-traccie. «Sia ringraziato il cielo — pensai; — l'asma lo ha tradito!»
-
-— Chi era quel vecchio? — mi domandò un'altra volta mia figlia.
-
-Io, per non ispaventarla troppo, svelandole il mio pensiero, le dissi
-che era un matto, che non poteva essere se non un matto.
-
-
-II.
-
-Non era un matto! O almeno egli non si credeva tale.
-
-Ci aspettò un giorno, due, tre, nei viali dei giardini pubblici e
-in galleria; all'ultimo non ne potendo più, fece un rapido esame di
-coscienza, un paio di proponimenti spicciativi, ma saldi, diede un
-addio frettoloso alla sua bella vita di scapolo, e si presentò alla
-porta di casa mia per chiedermi la mano di Laurina.
-
-Io stava meditando un ricorso in cassazione; avevo trovato undici cause
-di nullità nella sentenza d'appello, che dava torto al mio cliente;
-ed ero attento a trovarne ancora una, per fare la dozzina, quando una
-musica in anticamera ruppe la mia industria.
-
-«È lui!» pensai, rizzandomi in piedi di scatto, come per ricacciarlo
-fuori dell'uscio, ma mi rimisi subito a sedere. Uno dei miei scrivani
-mi portò un biglietto di visita.
-
-— Aspetti — dissi, senza nemmeno guardare; e rimasto solo lessi,
-sotto uno stemma coronato, un magnifico nome, uno di quei nomi che non
-invecchiano e sembrano dover essere portati dai giovanotti soltanto:
-Libero de' Liberi.
-
-Guardai all'uscio ripetendo dentro di me: «Non sarà male che faccia
-anticamera».
-
-L'impazienza mi vinse e gridai:
-
-— Fatelo venire innanzi.
-
-Perchè mi tremava la voce?
-
-Il signor Libero de' Liberi entrò. Era proprio lui, ed io potei subito
-notare che si era premunito alla meglio contro la prima impressione e
-che usciva allora allora dalle mani del parrucchiere.
-
-— Ho il piacere di parlare all'avvocato Placidi? — disse sorridendo
-risolutamente.
-
-Avevo avuto tempo di fare anch'io il mio proposito, e mi accontentai
-d'inchinarmi e di accennargli una sedia.
-
-Egli impiegò un tempo relativamente lungo nel mettersi a sedere, e
-parve cercare un istante qualche cosa fra le proprie gambe e quelle
-della seggiola; ma vedendo ch'io non fiatava, si decise a ripigliare la
-parola:
-
-— Vengo per un affare delicato... un affare, dirò così, delicato...
-propriamente delicato...
-
-Non era carità la mia di starmene ad aspettare in silenzio il resto,
-ma volevo che il vecchio temerario pagasse sino all'ultimo quattrino il
-prezzo della sua balordaggine.
-
-Ed egli parlava, sebbene io facessi di tutto per intimorirlo; diceva:
-
-— L'avvocato Placidi non è celebre per nulla: la fama narra che egli ha
-il cuore... pari all'ingegno...
-
-Vedendo che io non apriva bocca nemmeno per interromperlo e per
-respingere la sua adulazione, proseguì mutando accento:
-
-— Quando un uomo ha un negozio... dirò così... difficile per le mani,
-e gli bisogna un valido patrocinio, non vi è meglio che l'avvocato
-Placidi. Non dica di no...
-
-Io non diceva nè sì nè no, ma a questo punto mi venne la debolezza
-di credere che il signor Libero de' Liberi, invece di aver fatto
-quella grande asineria che consiste nell'innamorarsi a sessant'anni
-di una fanciulla di sedici, stesse lì lì per commettere quell'altra
-di trascinare il suo prossimo in tribunale. E siccome, essendo così
-le cose, era mio stretto dovere di non negargli tutto il mio «valido
-patrocinio» e di accogliere con dignitosa gratitudine le sue parole di
-lode, gli staccai gli occhi di dosso un momentino per inchinarmi.
-
-Non l'avessi mai fatto! Gli balenò sulle labbra un sorriso di
-trionfo, e dal modo con cui, senza nemmeno rispondere al mio inchino,
-si accomodò sulla seggiola, appoggiando il dorso alla spalliera ed
-accavallando una gamba sull'altra, io vidi che oramai si teneva sicuro
-della vittoria.
-
-— Il mio negozio è intricato — ripigliò a dire con crescente
-disinvoltura — si tratta del mio futuro matrimonio.
-
-Si cancellò dalla mia fronte fin l'ombra della condiscendenza che
-vi era balenata un istante; ma quell'uomo singolare non se ne avvide
-nemmeno e tirò dritto:
-
-— Sissignore, si tratta del mio matrimonio, poichè sono ancora celibe.
-Dirà che all'età mia è un po' tardi; ma prima di tutto quanti anni
-crede che io abbia?...
-
-Mi lesse in faccia che la risposta non lo avrebbe contentato, e si
-affrettò a togliermi con garbo l'arma che mi aveva messo sbadatamente
-nelle mani.
-
-— Ho cinquantacinque anni, anzi non gli ho compiti ancora; li avrò fra
-un mese e sette giorni... Non credo che sia troppo tardi per pigliar
-moglie... nè troppo presto — soggiunse per rispondere forse ad un
-sorriso ironico che aveva visto sulle mie labbra. — Ho saputo aspettare
-io! Ne conosco più d'uno che a quest'ora è pentito di non avermi dato
-retta, e di aver avuto troppa furia di prender moglie, come se le
-ragazze da marito dovessero mancare... La leggerezza, signorini miei,
-guasta i nove decimi dei matrimoni; il mio non può andar a male...
-perchè vi ho pensato molto.
-
-Ancora non avea messo innanzi la mia figliuola, e io poteva, senza
-commettere villania, cedere alla tentazione di dargli il fatto suo, e
-chi sa? fors'anche prevenire una discussione fastidiosa. Quand'egli
-si vantò d'aver pensato molto al suo matrimonio, io, senza ombra di
-malignità nell'accento, feci la mia timida osservazione:
-
-— Forse troppo!
-
-Fu come se gli avessi avventato una doccia fredda; rimase stordito
-alquanto, subito reagì, baldanzoso come un galletto.
-
-— Le domando scusa, credo d'averci pensato abbastanza e niente più.
-
-— Le domando scusa anch'io — entrai a dire con un magnifico accento da
-minchione che tante volte ho poi cercato inutilmente di imitare; — le
-domando scusa anch'io, ma con le persone che si degnano di richiedere
-il mio patrocinio, ho sempre avuto l'abitudine d'essere schietto. Non
-vi devono essere sottintesi fra un avvocato e il suo cliente; è la mia
-massima.
-
-Egli m'interrompeva col gesto, io avevo infilato la mia dimostrazione,
-e non ero disposto ad arrestarmi fin che fossi andato alla fine.
-
-— Prima d'entrare nei particolari del suo negozio, mi lasci esprimere
-alcune idee generali. Scopo del matrimonio è, o almeno dev'essere, la
-figliolanza; quando gli sposi sono giovani, hanno dinanzi l'avvenire;
-la prole nascitura, salvo impreveduti disastri, è al sicuro, perchè
-crescerà sotto l'occhio amoroso dei genitori, i quali avranno tutto il
-tempo d'invecchiare al servizio della felicità dei loro figli; passata
-una certa età, il matrimonio significa l'abbandono innanzi tempo delle
-creature stentate che si metteranno al mondo.
-
-Vedendo l'inefficacia della sua mimica per troncarmi in bocca il
-periodo, il signor De' Liberi aveva preso bravamente il partito di
-lasciarmi dire, annotando con una fregatina di mani le parole che,
-secondo me, dovevano ferirlo nel vivo.
-
-Quando io tacqui, egli non si affrettò neppure ad interrompermi, e
-solo dopo essersi fregato ancora una volta le mani mi disse, curvando
-il capo verso il pavimento e guardandomi di sotto in su in una maniera
-vezzosa:
-
-— Posso parlare?
-
-— Parli.
-
-— Ecco — incominciò egli, imitando malamente la strana dolcezza del
-mio accento — ella può avere mille ragioni astratte, che al caso mio
-non fanno, per tante altre ragioni concrete che le dirò poi. Ripeto
-che ella può avere mille ragioni astratte, non dico già che le abbia.
-Dirò anzi, se permette, che non nè ha nemmeno una. Mi spiego. Che
-del mio matrimonio sia scopo la figliolanza, passi in rettorica, ma
-logicamente non può passare. La figliolanza è per solito la conseguenza
-del matrimonio, ed io desidero che il mio non faccia eccezione; ma
-lei non mi vorrà dire sul serio che i coniugi senza prole siano come
-chi dicesse i falliti del matrimonio, e che la loro unione riesca
-inutile. Io voglio pigliar moglie anche per avere dei figliuoli, ma
-prima di tutto perchè ho visto abbastanza del mondo da contentare tutte
-le curiosità pericolose per la vita domestica, e posso oramai aprire
-tranquillamente il cuore a un affetto vero e durevole. Piglio moglie
-perchè credo giunta per me l'ora di essere amato e d'amare; e il mio
-affetto non sarà cieco, anzi si vanterà d'essere intelligente. Se non
-isbaglio, ho qualche anno più di lei....
-
-— Quindici — insinuai con garbo.
-
-— Ho qualche anno più di lei, e si può fidare della mia esperienza.
-Ebbene, io le assicuro che i giovani non sanno amare, che prima dei
-quarant'anni nessuno può vantarsi di sapere l'abbici dell'arte di
-rendere felice una donna; io la so tutta...
-
-Si era andato accalorando a poco a poco, e nella foga della
-confutazione aveva smesso l'accento melato dell'esordio; ma a questo
-punto indovinò forse nel mio sorriso il timore che egli avesse
-avuto tempo di dimenticare quell'arte di cui s'impara l'abbici
-a quarant'anni, perchè, abbassando la voce e ripigliando il fare
-carezzevole di prima, ripetè:
-
-— Ho cinquantacinque anni non compiti, sono nel fiore dell'età. Io le
-leggo in faccia, che, sebbene più giovane di me, lei si crede vecchio;
-invecchi per davvero e diventerà della mia opinione. È il difetto
-della nuova generazione, quello di voler essere decrepita. La natura
-aveva assegnato all'uomo un periodo di vita, al cui paragone le nostre
-due età messe insieme fanno appena appena una fiorente virilità. La
-fisiologia delle piante e degli animali ha dimostrato che ogni creatura
-vivente può campare otto volte il tempo che impiega a raggiungere il
-suo massimo sviluppo. L'uomo si forma fino a venticinque anni; faccia
-il conto; sono dugento anni di prova che l'umana impazienza è riuscita
-a ridurre a meno della metà. Ma io non sono impaziente; ho buona salute
-perchè mi sono goduto il mondo con metodo. Faccio conto di campare
-ancora molti anni, di vedere i miei figli maschi nell'esercito o in una
-pubblica amministrazione, e di dare alle mie ragazze dei mariti... che
-mi somiglino...
-
-Sorrise con malizia. Era la prima allusione alla mia Laurina, ma non
-andò oltre. Contentone della parte che gli avevo messo nelle mani, non
-voleva barattarla con un'altra. Senza sfidare apertamente un rifiuto,
-egli difendeva la sua causa con comodo sapendo benissimo d'essere
-inteso. Ed io quasi mi pentiva di non averlo messo con le spalle al
-muro.
-
-— Mettiamo — ripigliò dopo una pausa — per farle piacere, mettiamo che
-scopo del matrimonio sia la figliolanza, mettiamo che mia moglie mi
-dia dei figli, mettiamo anzi allegramente che me ne dia una dozzina, e
-infine mettiamo che un accidente imprevisto mi faccia morire prima del
-tempo e tolga alla mia famiglia il più amoroso dei mariti e dei padri;
-il danno, relativamente alla enorme sventura, sarà irreparabile per me
-solo.
-
-Abbassò la voce e prese un'aria modesta nel soggiungere:
-
-— Sono ricco!
-
-Non sapevo veramente come ribattere; nel campo dei ragionamenti
-astratti tutto quello che ancora potevo opporre era un _ma_.
-
-— Me ne rallegro — risposi — ma...
-
-Egli pensò ch'io volessi maggiori spiegazioni e rincalzò così l'ultimo
-suo argomento:
-
-— Sono ricco, e non me ne vanto, perchè le mie ricchezze non me le
-son fatte io: ad ogni modo, sia ringraziato mio padre buon'anima,
-sono ricco; posseggo ottocentomila franchi quasi tutti in cedole del
-debito pubblico e in risaie. Se sarà necessario, assicurerò la mia
-vita a favore dei miei eredi. Io non ho la sciocca paura di morire
-subito dopo essermi assicurato; tutt'altro; so, perchè me lo insegna
-la statistica, che chi si assicura ha la probabilità di campar molto
-di più, e che solo perciò le società d'assicurazioni spartiscono dei
-grassi dividendi. Ma posso morire d'una caduta da cavallo; posso essere
-fulminato, sebbene la mia casa di città e quella di campagna siano
-munite di parafulmini; posso perire in uno scontro ferroviario...
-
-— Possiamo — interruppi gravemente — essere presi alla sprovveduta in
-una notte serena, ed essere accoppati e seppelliti in un punto solo, da
-un bolide che ci caschi addosso.
-
-— Perciò — prosegui senza scomporsi — mi propongo d'assicurare la mia
-vita; e lo farò la vigilia delle nozze. Sarà una specie di dote che
-porterò io a mia moglie, la quale deve entrare nella casa coniugale col
-suo fardelletto di ragazza e niente più.
-
-Questa volta credette proprio d'avermi soggiogato, perchè mi piantò gli
-occhi in faccia come un creditore. Lasciai durare il silenzio quanto
-bastasse a far perdere al mio avversario un po' di sussiego, poi dissi
-tranquillamente:
-
-— Io sono qui a discutere con lei intorno a una teorica, di cui non
-veggo l'applicazione.
-
-— L'applicazione, l'applicazione.... l'applicazione eccola: lei ha una
-figliuola che mi piace, sissignore, mi piace; mi piace molto, mi piace
-troppo, mi piace tanto che vorrei sposarla. Non conoscendo nessuno per
-farmi presentare — proseguì dopo una breve pausa con accento più umile
-— eccomi qua alla libera; siccome è un negozio che mi sta a cuore,
-ho voluto trattarlo in persona. Non ignoro che corrono pel mondo dei
-pregiudizi contrari alla mia felicità; voglio difenderla io stesso.
-
-Parlava con una gravità inusata, e non pareva più il medesimo uomo di
-prima, quando soggiunse:
-
-— Se dopo queste spiegazioni, rimane ancora qualche cosa di bizzarro
-nella mia condotta, signor avvocato, si metta nei miei panni e mi
-difenda lei.
-
-Era il punto difficile: al momento di dare un'afflizione a quell'uomo
-audace, io lo trovava simpatico, e quasi non mi pareva audace; era
-ben conservato, non bello, ma di lineamenti regolari; se non gli
-aveva ritinti, i capelli che gli rimanevano erano pochi ma neri.
-Pensavo: «quanti babbi e quante mammine si lascerebbero tentare dalle
-sue ottocentomila lire di patrimonio! Palazzo in città, palazzo in
-campagna, risaie, cedole del debito pubblico.... Oh! quante fanciulle
-di sedici anni perderebbero la testa!...
-
-— In tutto ciò — risposi gravemente — io non vedo altro di bizzarro se
-non la sproporzione dell'età; che lei pigli moglie a cinquantacinque
-anni è cosa naturalissima, non avendola presa prima... ma lei forse
-ignora quanti anni ha la mia Laura.
-
-— Laura! Si chiama Laura?
-
-— Si chiama Laura Antonietta Maria Eugenia, e non ha che _sedici_ anni!
-
-Pronunziai queste parole in modo che dovessero colpirlo, e per verità
-egli parve scrollato. Senza dargli tempo di riaversi, proseguii:
-
-— Vedendola alla passeggiata, al braccio del babbo, quando giuoca alla
-signorina, può ingannare, ma è proprio una bimba; va a scuola e veste
-ancora la bambola di nascosto.
-
-Mi ascoltava a bocca aperta; uscito dal primo stordimento, i sedici
-anni di mia figlia non lo scoraggiavano più; tutt'altro; pareva
-estasiarsi a ogni mia parola e ricominciava a farmi dispetto.
-
-— Sedici anni! — balbettò quando io tacqui vedendo che le mie parole
-non facevano altro che solleticare la sua fantasia amorosa... — Sedici
-anni sono pochi... quando non sono abbastanza. Questa volta credo
-che bastino: come lei dice benissimo, la signorina Laura è molto
-sviluppata; vedendola alla passeggiata, non le si darebbero sedici
-anni soltanto... Sedici anni!... compiti beninteso... che significano
-diciassette pel giorno delle nozze. Ebbene in fede mia, tanto meglio:
-io non ho nulla in contrario!...
-
-— Mi spiace di contraddirle — interruppi infastidito; — ma sono
-costretto a ringraziarla dell'onore che vuol fare a mia figlia...
-
-— Un momento: non mi dica di no, senza lasciarmi parlare. Lei stesso
-poco fa diceva naturalissimo che io pigliassi moglie...
-
-— Sicuro... e soggiungerò, se me lo permette, che nei suoi panni la
-vorrei stagionata.
-
-— Mi scusi tanto, ma lei farebbe una corbelleria. Alla mia età non vi
-è altra scelta: o rimanere scapoli, o sposare una fanciulla, non dico
-proprio di diciassette anni...
-
-— Manco male!
-
-— Ma che non abbia passato i venti. Un matrimonio, come lo voglio
-fare io, ha tutte le probabilità di essere felicissimo; non si sono
-ancora ficcati dei grilli in una testina di fanciulla; non vi sono
-entrate delle opinioni storte, quasi non vi sono entrate nemmeno
-delle opinioni; è un terreno vergine, pronto a ricevere ciò che vi
-si saprà seminare. Io non costringerò già mia moglie a fare quello
-che mi piacerà, ma farò mia moglie come mi piacerà che sia, cioè a
-dire felice. E perchè una moglie sia felice, mi pare che debba essere
-affettuosa, modesta, casalinga e innamorata... del marito. Sbaglio?
-A diciassette anni è già una festa il solo entrare in possesso d'un
-mazzo di chiavi; giocando a far la padrona, la fanciulla si innamora
-della casa e si fa un'abitudine dell'amor coniugale. Una felicità
-così incominciata deve sfidare il tempo a dispetto dei teatri, de'
-libri e delle amiche; perchè, dica lei: che cosa mancava quasi sempre
-nei matrimoni andati a male? «Mancava il marito». Le abitudini, le
-curiosità, le irrequietezze dei giovani d'oggi fanno che nella maggior
-parte dei matrimoni il marito sia assente. La moglie abbandonata si dà
-per disperazione ai romanzi e alle amiche. E se una volta sbaglia, e
-per eccesso di disperazione si dà anche a un amico, di chi la colpa?...
-Sorride, signor avvocato? Segno che ho ragione...
-
-— Lei non ha torto, lei dice delle cose piene di giudizio; ma io non
-posso rispondere altro se non che per ora ho tutt'altro per il capo che
-dar marito a mia figlia...
-
-— Ebbene, aspetterò... posso aspettare.
-
-Lo guardai in faccia come si guarda un portento, egli indovinò il mio
-pensiero e soggiunse:
-
-— Non dico d'aver del tempo da buttar via, ma per farle piacere posso
-aspettare... Sentiamo, quanto tempo vuole che io aspetti? Un anno,
-due?...
-
-— Si va fuori di strada, caro signore; io da lei non voglio nulla; se
-mi fa l'onore di chiedermi la mia opinione astratta in proposito del
-suo matrimonio, io glie la dò nuda e cruda. I ragionamenti con cui lei
-difende la sua causa sono speciosi, sono belli, fanno, come diciamo
-noi, _effetto_; ma a chi ne ricerca il fondo appaiono quello che sono:
-i sofismi dell'impotenza.
-
-Quest'ultima parola per poco non lo fece andare in collera, e
-gli bisognò adoperare tutta la sua forza d'animo per respingerla
-pacatamente.
-
-— Impotenza no... tutto quello che vuole, signor avvocato, ma
-impotenza, no; io sono nelle sue mani; maltratti me, se crede, ma non
-offenda le verità fisiologiche...
-
-— Non ho voluto offendere la fisiologia, e se l'ho offesa senza saperlo
-ne chiedo scusa — proseguii: — le dicevo dunque il mio parere astratto;
-ed è che il matrimonio deve essere comunanza d'idee, di istinti,
-di bisogni, di aspirazioni, di sentimenti, cementata dall'amore. Le
-sproporzioni enormi di età creano quasi sempre un legame fittizio, in
-cui deve essere o tutto sacrifizio da una parte o tutta condiscendenza
-dall'altra...
-
-— Un po' di sacrifizio da una parte — interruppe con accento melato —
-un po' di condiscendenza dall'altra....
-
-— Se poi mi chiede mia figlia — proseguii senza badargli — le dirò
-che io non ne dispongo come una derrata; se ne disponessi, mi piace
-parlarle schietto, non gliela darei.
-
-— E, a parer suo, si stenterà a trovar un padre che voglia dare alla
-propria figliuola un uomo come me, senza il costo d'un quattrino?...
-perchè io non voglio dote...
-
-— Non dico questo; credo anzi che lei non istenterà niente affatto: ma
-le consiglio di riservare sempre per ultimo, come fa oggi, l'argomento
-della dote. Dare la dote alla propria figliuola, anche se costa un
-sacrifizio, è un diritto che i genitori si tengono caro, a cui essi non
-vogliono rinunziare.
-
-Mi guardò con una gran voglia di contraddire al mio ottimismo, ma io
-guardai lui bene in faccia, s'inchinò e tacque.
-
-— Forse — disse poi freddamente — quando la signorina Laura saprà...
-
-— Mia figlia — interruppi levandomi da sedere — non saprà nulla; essa è
-in età che non mi obbliga a consultarla.
-
-Con questa dichiarazione esplicita gli diedi un colpo tremendo.
-
-— È singolare — balbettò — lei dispone così della felicità di sua
-figlia senza nemmeno interrogarla.
-
-— Scusi, ma io non dispongo di nulla; lascio mia figlia libera di fare
-a suo tempo, e con giudizio, la propria felicità.
-
-— La felicità — sentenziò quell'ostinato — non si presenta sempre due
-volte; io ho la coscienza di poter fare felice la signorina Laura, e
-mi pare che non vi sarebbe alcun male se la signorina conoscesse le mie
-intenzioni...
-
-— La signorina Laura — ribattei con pacatezza — fino a due anni fa era
-contenta di sposare il babbo: dica un po' lei se mi devo pigliare la
-briga di metterle in capo il suo strano progetto.
-
-— Voleva sposare il babbo! — esclamò con gioia quell'innamorato
-testardo; — voleva sposare il babbo!...
-
-— Scusi — dissi per troncare la sua estasi — dimenticavo che sono
-aspettato.
-
-— Ritornerò — diss'egli prontamente — ci pensi...
-
-Mi porgeva la mano, ed io la presi un momentino; s'inchinò, m'inchinai,
-sparve.
-
-Rimasto solo, mi sentii come sopraffatto dal peso di una sventura che
-le mie forze paterne non bastassero a sopportare, e corsi a gettare il
-mio sgomento nel seno di Evangelina.
-
-
-III.
-
-Evangelina rise. L'idea che Laura a sedici anni avesse suscitato
-la follìa amorosa d'un vecchio celibe, e sopratutto che io me ne
-affliggessi come d'una sventura toccata alla nostra bambina, questa
-idea la metteva di buon umore.
-
-— Me lo farai conoscere — diceva; — quando egli tornerà mi avvertirai,
-e io starò al finestrino per vederlo passare. Ma perchè non ridi anche
-tu?
-
-Provavo, ed era inutile; mi pareva che il vecchio pretendente fosse
-rimasto lì, in qualche cantuccio della stanza, a crollare il capo
-dicendo: «Tu ridi pure, io tanto tanto sposerò tua figlia».
-
-— Ridi — insisteva Evangelina.
-
-— Che ci vuoi fare? non posso. Mi sento umiliato per Laurina,
-mi pento sinceramente di non essere stato abbastanza villano con
-quell'imbecille, perchè in sostanza egli ha quasi avuto gli onori della
-giornata co' suoi argomenti...
-
-— La ragazza non glie l'hai data!
-
-— È tutt'uno, egli si crede sicuro di pigliarsela; lo dice chiaro che
-è ricco, che è ben conservato, che sa tutta l'arte di amare. Laura non
-potrà resistergli, egli ne è persuaso... Torna, torna, vecchio balordo,
-e te lo darò io l'irresistibile...
-
-Evangelina non ne poteva più; le mie parole non le lasciavano trovare
-un po' d'equilibrio; rideva dondolandosi di qua e di là come una pianta
-tormentata dal vento, e a un mio ultimo gesto essa aprì disperatamente
-le braccia e si buttò, per ridere meglio, sul canapè.
-
-— Sia ringraziato quel signore... come si chiama? Non avevo mai riso
-tanto in vita mia.
-
-Io ero interamente placato; avrei riso volentieri anch'io, ma
-m'ingegnavo di mantenere il seriume perchè Evangelina se lo potesse
-godere.
-
-— Ha da capitare proprio a Laurina! — esclamai.
-
-— E che vi è di male? — interruppe mia moglie. — A trovare un
-pretendente come lo vogliamo noi, nostra figlia ha tempo, ma uno come
-questo non le si presenterà mai più.
-
-— Che ne sappiamo noi? Io comincio a credere che per ogni fanciulla
-che arriva alla maturità, vi sono almeno due vecchi ben conservati ed
-impazienti che aspettano.
-
-— Io ne sono persuasa.
-
-— La società è fatta così — proseguii: — i giovani vanno in cerca delle
-donne stagionate... degli altri, e i vecchi si pigliano le fanciulle.
-Ma pensa un po' che orrore! la nostra Laurina!...
-
-Ammutolii. Laurina entrava allora. Con quel suo sennino perspicace,
-capì subito che stavamo troppo zitti, buttò un'occhiatina qua e là,
-tanto da non aver l'aria d'accorgersi che ci dava noia, e s'avviò
-all'uscio opposto per andarsene com'era venuta.
-
-— Laura!
-
-Si arrestò sulla soglia, volgendo a me la faccia sorridente; le feci un
-cenno ch'ella comprese e corse a buttarmisi nelle braccia. Stringendole
-il mento con una carezza, e tenendo la sua testina alla distanza di
-tutto il mio braccio allungato cominciai burlescamente una specie di
-esame malizioso, che a un tratto, pensando all'avvenire ignoto di mia
-figlia, si volse in tenerezza profonda, e subito dopo in dispetto.
-
-E mi venne detto senza avvedermene: animale! perchè mi si presentava
-alla mente quel vecchio egoista, che a lasciarlo fare...
-
-Evangelina ripigliò a ridere, come se io avessi dato il segnale, mentre
-nostra figlia veniva interrompendo ora il babbo, ora la mamma:
-
-— Che cosa è stato? Perchè ridete?
-
-
-IV.
-
-Provai da quel giorno un bizzarro sentimento verso mia figlia, un misto
-di tenerezza e di rispetto, come se a un punto medesimo si fosse fatta
-donna e rifatta si fosse bambina.
-
-Anche Evangelina sentiva a quel modo.
-
-— Se penso che Laura ha già avuto una proposta di matrimonio, non mi
-pare neanche più la mia figliuola; e quando faccio il conto e trovo
-che il pretendente può quasi essere suo nonno, mi sembra ieri che mi fu
-resa dalla balia.
-
-Per non dire il vero a nostra figlia, ci credemmo in obbligo
-d'inventare una storiella, tanto da acquetare la sua curiosità; ma
-Laura ci fece intendere in silenzio che accettava le nostre parole come
-già aveva fatto dell'ultimo balocco, per chiuderlo senza scontentarci
-in un cassetto.
-
-— Scriviamone al babbo — suggerì Evangelina.
-
-— Andrà in collera.
-
-— Al contrario, si farà un po' di buon sangue, povero vecchio!
-
-Povero vecchio! Ohimè, sì, il tempo passa e mio suocero non era più
-quel vecchietto vivace, che saltava intorno ai nipotini; era oramai un
-nonno venerando, sebbene egli non ne volesse convenire ed ammettesse
-appena appena che cominciava a declinare. Aveva passato la sessantina
-e serbava, ultimo fiore della sua folta canizie, il buonumore schietto.
-Lavorava ancora per non darsi vinto, per non invitare la morte, diceva
-lui, a fargli visita prima del tempo; la filanda di Monza era il suo
-castello, e da qualche tempo ne usciva di mala voglia per non essere
-preso in un agguato.
-
-In compenso delle visite che ci faceva desiderare troppo, mandava
-frequenti lettere a sua figlia, a suo genero e sopratutto a suo nipote.
-Aveva trovato non so dove un certo stile semplice, snello e pieno di
-malizia, che gli stava bene in pugno e che egli maneggiò alla prima
-senza impaccio; quattro facciate di una scrittura fitta fitta spesso
-non bastavano a esaurire il suo umore giocoso; ve n'entrava anche in un
-_poscritto_ nei margini.
-
-Erano confidenze, erano consigli, erano gai sermoncini che egli
-faceva ad Augusto, e sopratutto disegni per l'avvenire. Sì, l'amabile
-vecchietto assicurava a mio figlio, studente di leggi all'Università
-di Pavia, che verrebbe un giorno in cui se la spasserebbero insieme.
-«L'avvenire è di chi sa aspettarlo». Questa frase, che ricorreva spesso
-nelle sue lettere, era per lui tutta la filosofia consolatrice della
-vecchiaia.
-
-Naturalmente nell'epistolario del nonno era un posticino anche per
-Laura, un posticino appena, tre pagine in tutto. «Non so che cosa
-scriverti», diceva per iscusarsi di lasciare una pagina bianca; «ho
-dimenticato come si fanno le letterine alle fanciulle; ai miei tempi
-l'educazione delle ragazze era già una cosa tanto complicata, che se
-per poco è andata peggiorando come il resto, si corre il rischio di
-fare uno sproposito dopo quattro parole».
-
-Quando io gli scrissi della domanda di matrimonio del signor De'
-Liberi, seguì quello che ci aspettavamo.
-
-— Non bastando un intiero volume a raccogliere la sua vena, vedrai —
-avevo detto a Evangelina — vedrai che verrà a Milano.
-
-— E vorrà vedere da vicino il pretendente, non vi è ombra di dubbio.
-
-Venne infatti, e parve che avessimo indovinato tutte le sue intenzioni,
-perchè, penetrando in casa all'improvviso, era splendente ed irrequieto
-come un fuoco d'artifizio, e la sua prima domanda fu:
-
-— Dov'è?
-
-Credevamo che parlasse del signor De' Liberi, egli invece voleva vedere
-Laurina, e quando seppe che fino alle due era sempre a scuola, ripetè
-con una meraviglia ingenua:
-
-— A scuola! È in età da marito e me la mandate ancora a scuola!
-
-Si avvicinò alla finestra per vedere se per caso Laura attraversasse
-in quel punto il cortile tornando a casa; poi guardò l'orologio senza
-veder l'ora, poi lo guardò un'altra volta per veder l'ora, e finalmente
-disse:
-
-— E come sta Augusto? Benone; mi ha scritto anche l'altro ieri; — però
-studia troppo, si vuole ammazzare quel povero ragazzo... Che bisogno
-vi è di studiare tanto per far gli esami? Io glie lo raccomando sempre;
-gli esami si fanno come si può, si passa a scappellotto, poi si diventa
-avvocati famosi.
-
-Mi pose una mano sull'omero per avvertirmi che parlava per celia, e
-proseguì:
-
-— La vostra lettera mi ha fatto venire una magnifica idea; quella
-ragazza non bisogna più mandarla a scuola, è ora di darle marito...
-anzi, mi meraviglio di non avervi pensato prima.
-
-— Volevi darle marito a quindici anni?
-
-— Darglielo è un conto, pensarvi è un altro; mi pare che se avessi
-pensato a questo per cacciar la malinconia...
-
-— Hai la malinconia tu? — chiesi con accento incredulo.
-
-Egli alzò una mano e cominciò solennemente:
-
-— Ragazzo mio...
-
-Ma si pentì subito, e finì la frase in una risatina, fra le braccia di
-sua figlia.
-
-— E che cosa fa Laurina a scuola?
-
-— Studia...
-
-— L'arte di far felice il nonno gliela insegnano a scuola? Quelle
-letterine francesi che mi manda le scrive a scuola? Sa la storia, sa
-sonare il pianoforte, sa far di conto... che altro studia?
-
-— Le ragazze d'oggi devono sapere la storia naturale, la fisica, la
-geometria, la chimica, il tedesco e qualcos'altro...
-
-Egli alzò gli occhi al cielo per chiamarlo in testimonio di quanto
-stava per dire, e disse un'eresia. Disse, il cielo glielo perdoni,
-disse che per mettere al mondo dei figliuoli le ragazze non hanno
-bisogno di sapere la chimica.
-
-Non ci domandava conto del signor De' Liberi, ed io, impaziente di
-veder mio suocero in preda alle convulsioni dell'ilarità, fui il primo
-a mettergli innanzi quell'argomento saporito.
-
-— E il signor De' Liberi? Non dimentichiamo il signor De' Liberi.
-
-Immaginavo d'essere interrotto da uno scoppio di buon umore; ma siccome
-mio suocero sembrava aspettare la spiegazione del mio accento beffardo,
-mi toccò soggiungere:
-
-— Ah! quanto ne abbiamo riso!
-
-— È ritornato? — domandò senza ridere.
-
-— Ancora no, e mi stupisce; alla sua età non si ha tempo da buttar
-via...
-
-Mio suocero fu pronto a interrompermi.
-
-— Quanti anni ha?
-
-— Te l'abbiamo scritto, cinquantacinque sonati.
-
-Egli mi guardò in faccia e sentenziò severamente:
-
-— A cinquantacinque anni si è ancora giovani; a quaranta qualche volta
-si è ancora ragazzi.
-
-— E a sedici?
-
-— A sedici anni — prosegui il vecchio rasserenato e sorridente — a
-sedici anni si è bambine o si è donnine, secondo i casi. Laura, per
-esempio, è una donnina e bisognerà darle marito presto.
-
-— Diamole il signor De' Liberi! — insinuai.
-
-— Lascia stare il signor De' Liberi; che cosa ti ha fatto il signor De'
-Liberi?
-
-— Mi ha chiesto Laurina in moglie, ed io propongo di contentarlo; egli
-è ancor giovane, è nel fiore de' suoi cinquantacinque anni sonati... la
-sproporzione d'età non gli fa paura...
-
-— È la sproporzione d'età che lo attira — mormorò mio suocero come
-rispondendo a sè stesso — è l'infanzia che ci attira tutti; quando i
-nostri capelli cominciano a incanutire, sono le larve della gioventù e
-dell'amore che...
-
-Ci voleva un po' di silenzio in coda a questa reticenza filosofica, ma
-noi forse ne mettemmo troppa, perchè il vecchietto si scosse, ci guardò
-in faccia, e questa volta ridendo in modo esuberante, dichiarò che se
-le ragazze a sedici anni sono la vera e propria calamita della gente
-calva o canuta, uno che sotto la calvizie o la canizie conservi almeno
-un dito di cervello deve farsi forza e resistere; e che il signor De'
-Liberi era un asino calzato e vestito se pigliava un istinto per un
-bisogno e la propria debolezza per la propria forza.
-
-— Però s'ha a compatirlo — si affrettò a soggiungere... — e levarcelo
-dai piedi con garbo. Me ne incarico io, purchè...
-
-Ogni tanto gettava un'occhiata in cortile, attraverso i vetri; a un
-tratto s'interruppe e passò un raggio di luce sulla sua faccia.
-
-— Eccola! — mormorò appoggiando il viso alla vetrata... — quanto è
-cresciuta! quanto è bella! Ma chi è quel signore che l'accompagna?
-
-— È lui — esclamai picchiando il vetro colla fronte.
-
-Era il signor De' Liberi! Sempre saltellante e disinvolto, e
-accompagnato sempre dalla sua musica, che attraversava i vetri e
-giungeva fino a noi, egli camminava accanto a mia figlia, la quale
-non sospettando la perfidia in un uomo di quell'età, gli fissava
-in volto gli occhi innocenti, mentre egli le diceva... Che cosa mai
-le diceva?... E la fantesca? Stupida creatura! Eccola là che arriva
-tranquillamente in ritardo, dando un'ultima occhiata e buttando un
-ultimo pezzo di dialogo al portinaio.
-
-Un momento dopo Laura venne di corsa a portarmi una carezza, a mezza
-strada vide il nonno che aspettava a braccia aperte, sviò e fu prima da
-lui.
-
-— Ci è di là un signore... vecchio — disse quando potè uscire
-dall'amplesso.
-
-— Chi è quel signore _vecchio_? Che cosa ti diceva? Come mai ti seguiva?
-
-— È quello stesso che abbiamo visto insieme nei giardini, te ne
-ricordi? quello che porta gli stivali canterini... Ieri uscendo da
-scuola lo incontrai per via e mi salutò, oggi pure, per combinazione
-veniva da te... Montiamo nell'_omnibus_ e monta anch'egli; ci troviamo
-a sedere dirimpetto... — La signorina Placidi? — mi domanda. — Sì,
-signore — rispondo. — Ho fatto male?
-
-— No, no, tira via...
-
-— Conosco il babbo — prosegue lui; — lo vado appunto a trovare; crede
-che sarà in casa a quest'ora? — Credo di sì — rispondo. — Poi l'omnibus
-si ferma, egli scende, m'aiuta a scendere e lascia che Margherita
-faccia da sè. E ora è là che ti aspetta per parlarti di un negozio
-importante.
-
-— Come lo sai?
-
-— Me l'ha detto lui che ha un negozio importante con te; mi sembra un
-po' chiaccherino quel signore e anche un po' curioso; voleva sapere se
-vado volentieri a scuola... Nel salutarmi mi ha detto di conservarmi
-_sempre così_... Sempre così... come?
-
-Mio suocero non istette ad ascoltare altro, e s'avviò incontro al
-signor De' Liberi; io, temendo che ne facesse scempio, gli venni
-dietro.
-
-
-V.
-
-Non si sgominò niente affatto vedendo comparire due persone invece
-d'una; ci accolse con un inchino, con un sorriso, e appena fu a tiro,
-s'impadronì della mia mano.
-
-— Mio suocero — cominciai a dire...
-
-— Il nonno! — esclamò egli — l'avrei indovinato; è il suo ritratto!
-
-Con questa bugia enorme egli metteva fuor di combattimento un
-avversario, ma inaspriva l'altro; perciò soggiunse, rivolgendosi a me:
-
-— È strano che uno possa somigliare a molte persone, che poi fra loro
-non hanno ombra di somiglianza.
-
-Io ammisi concisamente che era strano, e pregai il signor De' Liberi di
-mettersi a sedere.
-
-— Il signore — dissi parlando a mio suocero, con l'aria d'informarlo
-per la prima volta — il signore ci ha fatto l'onore di chiedere la mano
-di Laurina.
-
-Era inutile proseguire perchè mio suocero, ancora gongolante della
-sua somiglianza strana con mia figlia, faceva intendere col capo e col
-sorriso che sapeva tutto, e che era disposto a compatire ogni cosa.
-
-— Vengo per la risposta — disse il signor De' Liberi, rivolgendosi
-addirittura al nonno.
-
-— La risposta... — balbettò il pover'uomo imbarazzatissimo nel
-dover dare un'afflizione in cambio di una lusinga; — la risposta
-non deve offenderla... Noi comprendiamo... io capisco benissimo e so
-compatire... alla nostra età... lo dicevo poc'anzi con mio genero...
-l'infanzia ci attira...
-
-Il signor De' Liberi pareva in un'angustia grande; gli era penetrata
-una spina in una parte molto sensibile... non poteva star fermo...
-
-— Scusi... — diceva; ma mio suocero non era uomo da lasciarsi
-interrompere al momento di prendere il filo.
-
-— Scusi lei... — ribatteva: — Laura è proprio una ragazza, sebbene
-paia una donnina a vederla, non è possibile pensare a questo matrimonio
-sul serio. Si figuri un po' l'avvenire; pochi anni ancora e noi saremo
-vecchi quando Laura...
-
-Questa volta il signor De' Liberi non potè resistere.
-
-— Quanti anni ha il signore?
-
-— Capisco che cosa vuol dire — rispose mio suocero; — ho infatti
-qualche anno più di lei; ma questo non fa nulla; non siamo ancora
-vecchi nè io nè lei, ma abbiamo intenzione di invecchiare; almeno io ce
-l'ho...
-
-— Ce l'ho anch'io, ma col tempo... mentre lei, mi scusi...
-
-— Io... scusi... alle ragazze di sedici anni ho rinunziato da un pezzo,
-e se dà retta a me, deve rinunziare anche lei.
-
-Mio suocero, dicendo queste parole, non somigliava niente affatto
-a Laurina; aveva messo nella voce un piccolo tremito d'impertinenza
-garbata, e gli lucevano gli occhi nella cornice ispida di peli bianchi.
-Il signor De' Liberi fu impassibile.
-
-— Vi rinunzio — disse con sussiego impagabile; — aspetterò che ne abbia
-venti.
-
-Mio suocero ed io ci guardammo esterrefatti da quella minaccia; poi
-ridemmo senza pigliarci soggezione. Rise anche il signor De' Liberi, ma
-solo per farci smettere, poi proseguì:
-
-— E siccome sono un galantuomo, oso sperare che il signor avvocato non
-mi vorrà chiudere le porte di casa sua come a un monello o a un nemico.
-
-Che cosa rispondergli? Che al contrario le sue visite ci avrebbero
-sempre fatto piacere...
-
-— Grazie — disse egli rizzandosi da sedere; — un'altra volta la
-pregherò di presentarmi alla sua signora; ora me ne vado...
-
-— Creda pure — entrò a dire mio suocero interamente placato.
-
-— Creda... — dissi io.
-
-— Credano — disse lui — non mi dispero mai, perchè so aspettare.
-
-— L'avvenire è di chi aspetta — sentenziò mio suocero.
-
-— A ben rivederla.
-
-— A ben rivederli. — Infilò l'uscio, e seguìto da noi, attraversò le
-stanze senza voltarsi; sulla porta d'ingresso fece un ultimo inchino e
-sparve.
-
-Un momento dopo attraversava il cortile a passo di conquista, e
-sollevava gli occhi alla finestra, forse con la speranza di vedere la
-piccola dama de' suoi pensieri. Ci ritirammo in fretta per non farci
-scorgere; ed io, lasciando spenzolare le braccia dinanzi a mio suocero
-che mi stava a guardare a bocca aperta:
-
-— Mia figlia è condannata — dissi. — Non ho più speranza di salvarla.
-
-— Che cosa dici mai?
-
-— Dico che quell'uomo è capace di aspettare quattro anni e di
-sposarsela; è il destino che lo vuole.
-
-Un po' del mio timore superstizioso era penetrato nell'animo del povero
-nonno.
-
-— Vedremo anche questa — diceva. — È impossibile che Laurina stia
-quattro anni ancora senza trovar marito. Gliene troveremo uno, bisogna
-trovargliene uno subito... io ti aiuterò.
-
-— Stando a Monza!
-
-— Che credi? Se appena appena mi tenti, sono capace di piantare la
-filanda per cacciarmi in casa tua come un invalido... Mi vuoi?
-
-— Vieni — esclamai solennemente — vieni a ripetere queste parole in
-faccia a tua figlia e a tua nipote.
-
-Io lo trascinai meco, ed egli lasciò fare ridendo.
-
-
-VI.
-
-A forza d'invocare la parola data e di ripetere che l'uomo deve a
-sè stesso, non già nella vecchiaia, ma prima, un po' di riposo nel
-seno della propria famiglia, mio suocero si indusse a scrivere al
-suo ragioniere, affidandogli l'incarico di assestare ogni cosa e di
-affittare o vendere la filanda; e al momento di abbandonarmi la lettera
-preziosa perchè io pensassi ad avviarla a Monza, egli prima vi mandò
-un gran sospiro, poi mi spiattellò in viso che tutte le mie insistenze
-e tutte le moine di sua figlia e la stessa parola che gli era sfuggita
-non gli avrebbero impedito di andarsene se non fosse stato di...
-
-— Di Laurina?
-
-— No d'un'idea, d'un capriccio che m'è venuto.
-
-Non volle dir altro e parve accomodarsi con sufficiente rassegnazione
-alla nuova vita. Però la sera di quel medesimo giorno mi disse:
-
-— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato alla filanda, non
-ho mai sentito come ora il bisogno di andarmene... non dubitare,
-rimango... non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono un
-egoista, un impertinente, uno sfacciato...
-
-Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi sempre più il
-cervello.
-
-— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono fatto così e non mi sono
-fatto io. Ho un'idea ardita — ripeteva — e non te la voglio dire.
-
-Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma quella era un'idea così
-ardita, ch'egli stentava a esprimerla ad alta voce per timore d'essere
-castigato.
-
-Quando meno vi pensavo, rompendo un altro filo di ciancie che pareva
-dovesse durare un gran pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con
-voce malsicura:
-
-— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo voglio proprio dire quello
-che mi sono messo in capo: dar marito, il più presto possibile, alla
-mia Laurina.
-
-— Sapevamcelo! — esclamai.
-
-Egli mi diede un'occhiata compassionevole e soggiunse maliziosamente,
-senza badare all'interruzione:
-
-— Darle marito perchè ti faccia presto nonno. Tu non sai cosa sia
-essere nonno e non te ne puoi fare un'idea.
-
-— Grazie — gli dissi con falsa solennità; — la tua premura mi commuove,
-io non ho fretta.
-
-— Se non l'hai tu, l'ho ben io.
-
-— Tu sei già nonno; che te ne importa?
-
-Ma la luce che era sulla faccia gongolante del povero vecchio, illuminò
-il mio cervello: il gran segreto mi fu svelato.
-
-— Bisnonno! — esclamai.
-
-— Bisnonno — disse abbassando la voce — voglio essere bisnonno, sono
-forse ancora in tempo, e Laurina non è capace di farmi penare.
-
-Quando questa idea fu entrata nel cervello di mio suocero l'occupò
-tutto, e vi regnò dispoticamente, mattina, sera e parte della notte.
-Gli venivano da Monza notizie incerte e contraddittorie sulla filanda
-che lo aveva tenuto prigioniero tutta la vita; il compratore non si
-trovava; il compratore era trovato; il compratore era pentito. E mio
-suocero rimaneva impassibile e sicuro del fatto suo.
-
-— So già come andrà a finire — diceva — il compratore c'è, ma tarda
-a farsi innanzi per spendere meglio il suo denaro; all'ultimo momento
-arriverà di corsa; intanto... diamo marito a Laurina.
-
-— Non ha che sedici anni — osservava mia moglie.
-
-— Compiti, quasi diciassette; tu non ti sei forse maritata a
-diciassette anni?
-
-— Scusa babbo, ne avevo quasi diciotto.
-
-— Non gli avevi compiti. Vediamo, che vita fate voi altri? Non avete
-una sera di ricevimento? Non andate in qualche casa dove Laurina possa
-farsi vedere?
-
-— Andiamo in casa del Cavaliere...
-
-— E che si fa dal Cavaliere?
-
-— Si discorre, si giuoca, si suona il pianoforte.
-
-— Laurina sonerà a quattro mani; io starò attento a voltar le pagine...
-E quando si va in casa del Cavaliere?
-
-— La casa del Cavaliere è aperta ogni giorno.
-
-— In casa del Cavaliere — proseguì Evangelina — si trova sempre la
-mensa imbandita, una chicchera di caffè, un bicchiere di birra e uno di
-rosolio.
-
-— Le ragazze vi trovano marito?
-
-— Qualche volta sì...
-
-— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse mio suocero gravemente.
-
-La casa del Cavaliere, come la chiamavano per abbreviazione, era
-veramente la casa degli amici, di cui si notava una straordinaria
-affluenza in tutte le stagioni dell'anno.
-
-Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto di sessantacinque
-anni, senza un pelo di barba sulla faccia rifiorita; aveva avuto in
-passato un solo nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato
-battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la cordialità con gli
-uomini e la galanteria con le signore. E la cordialità e la galanteria
-avevano in lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più
-infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie e affliggersi di
-non poter rimorchiare la terza nei passi difficili, mettersi addosso,
-sotto il sole di luglio, gli scialli di tutta una comitiva di donnine
-timorate della costipazione, offrirsi primo a far le strade più
-disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente dieci
-lettere di quattro pagine per raccomandare una persona ignota senza
-dar fastidio a dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese
-erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli davate una piccola
-noia; se gliela davate grande, ve ne serbava una gratitudine eterna.
-Sacrificarsi per il prossimo era la sua ambizione, se pure non era il
-suo destino, se pure non era la sua condanna. Glielo dissi una notte
-che, dopo essergli andato incontro alla stazione, egli non aveva avuto
-pace finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino all'uscio di
-casa mia.
-
-— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche colpa orrenda; in un'altra
-vita, Dio sa quante me ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho
-perdonato.
-
-Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero si proponeva di
-trovare il marito di Laurina.
-
-
-VII.
-
-Il mercoledì successivo era giorno di gala per il Cavaliere. La
-notte prima, all'ora di entrare in letto, un telegramma era venuto a
-dirgli che il colonnello Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli
-credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe arrivato all'una dopo
-mezzanotte per ripartire all'alba.
-
-Bisognava andargli incontro alla stazione perchè il colonnello
-Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel linguaggio telegrafico che ha
-tanta somiglianza col linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati
-alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello scampato
-alla mitraglia passava tre o quattro ore in una sala d'aspetto, che
-doveva essere stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno, sapere
-tutto questo e rimanersene nel proprio letto e non vegliare e non
-annoiarsi egli pure, sarebbe stato un egoismo feroce, degno della
-sua vita passata, e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva promesso
-solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi.
-
-Era adunque andato alla stazione ed aveva trovato l'antico compagno
-d'armi in gran collera contro l'Amministrazione delle strade ferrate,
-per un involto che si era perduto; al Cavaliere era riuscito di placare
-il Colonnello, di trovare l'involto e di incaricarsi a farlo pervenire
-al suo recapito; poi egli aveva cenato, senza averne voglia, al caffè
-della stazione, pagando lui. Insomma aveva passato una bellissima
-notte.
-
-Spuntava il sole del mercoledì quando il Cavaliere se ne tornava a
-casa beato. Non si fregava le mani perchè le aveva occupate tutte due
-da quell'involto birbone, causa di tanta collera e di tante fatiche,
-non essendosi trovato, a quell'ora mattutina, altro che un cocchiere
-il quale dormiva a cassetta così profondamente che sarebbe stato una
-crudeltà svegliarlo.
-
-Dunque quel giorno il Cavaliere era beato; veramente, per una di quelle
-inesplicabili contraddizioni a cui cedono anche le nature più generose,
-egli si provava a farci credere che mandava al diavolo il Colonnello;
-ma il sorriso lo tradiva, e gli si leggeva benissimo in faccia l'intima
-compiacenza di aver perduta la notte.
-
-Erano tutti là, i fedeli frequentatori della casa comune del
-Cavaliere. Si trovavano benone ed accorrevano dai quattro punti
-cardinali, sfidando ogni sorta d'intemperie, se ne andavano intorno
-alla mezzanotte, e il Cavaliere li accompagnava fin sulla strada per
-ringraziarli un'ultima volta dell'incomodo che si erano preso.
-
-La padrona di casa aiutava con molto garbo il Cavaliere suo marito a
-compiere la missione che gli era stata affidata in terra, sopportando
-con disinvoltura la propria porzione di noie.
-
-Erano dunque tutti là; il vecchio maggiore giubilato, dando alla
-comitiva ordini e contrordini che il solo cavaliere eseguiva per tutti;
-l'avvocato M., mio buon collega, conosciuto in tribunale per la sua
-eloquenza non meno che per la sua pancia; Arturo, il bello, giovine
-impiegato d'ordine, che aveva di sè un altissimo concetto; il signore
-A, la signora B, il conte C, e le altre lettere dell'alfabeto.
-
-Mio suocero fece prima straordinariamente lieto il padrone di casa,
-poi fu condotto in giro a dichiararsi anche lui lietissimo di far la
-conoscenza degli altri, e, dopo questa iniziazione, trovandosi libero
-di fare il suo comodo, cioè d'andarsene a spasso in giardino o in
-sala da pranzo a fare una fumatina, egli si sdraiò in un seggiolone a
-dondolo e cominciò l'esame dei giovani, senza perder d'occhio Laurina
-la quale se ne stava accanto al pianoforte, in un crocchio di fanciulle
-dell'età sua, che sfogliavano della musica, minacciandoci di molte
-sonate a quattro mani.
-
-Ogni tanto il mio vecchietto mi chiamava per chiedermi:
-
-— Chi è quel giovane alto e biondo, con l'occhialetto a sghimbescio,
-che volta le spalle alle ragazze?
-
-— È il bell'Arturo; viene qui regolarmente per farsi rapire, ma queste
-povere ragazze non hanno ancora abbastanza coraggio per un'impresa
-simile.
-
-— E quell'altro che legge, chi è?
-
-— È il signor Paolo, un buon figliuolo; viene qui a leggere la gazzetta
-sotto la protezione della mamma; così almeno una volta alla settimana è
-informato di quanto accade nel mondo.
-
-— E gli altri sei giorni?
-
-— Studia, dipinge, suona e se ne vergogna; temo che faccia dei versi,
-ma non ne sono sicuro.
-
-— Bisognerà domandarglielo.
-
-— Guardatene bene; spirerebbe ai tuoi piedi...
-
-— E perchè viene?
-
-— Perchè ci viene sua madre, quella vecchietta che trema in
-quell'angolo.
-
-— Non mi piacciono i timidi — brontolava mio suocero, e ripigliava a
-guardare di qua e di là...
-
-A un tratto nel vano dell'uscio, in fondo alla sala, apparve agli occhi
-nostri una visione...
-
-— Il signor De' Liberi — balbettai.
-
-Egli si fece innanzi, ci passò rasente, fingendo di non vederci, mosse
-incontro alla padrona di casa, sempre seguìto dal Cavaliere, si fece
-presentare alle signore, salutò con sussiego i signori, e, passando
-dinanzi al crocchio di fanciulle, mi parve che gettasse un'occhiata
-come si getta un laccio quando ci si ha molta pratica. Allora qualcuno
-sospirò dentro di me: «L'ha presa!».
-
-Mio suocero ed io ci guardavamo negli occhi.
-
-Il signor De' Liberi, che perseguitava mia figlia fin fra le pareti
-della casa del Cavaliere, pareva a tutti e due uno di quei personaggi
-fatali che frequentano i vecchi romanzi.
-
-Ma come mai quell'uomo era riuscito a penetrare nella casa dell'amico
-nostro?
-
-La spiegazione che ne ebbi dal Cavaliere doveva empirmi di
-superstizioso terrore, perchè si faceva chiaro che un destino
-rimbambito favoriva i disegni del vecchio innamorato. Pensate:
-l'involto, il pernicioso involto che il Cavaliere aveva portato con le
-sue proprie mani, per incarico del colonnello Ipsilonne, era diretto
-appunto al signor Libero De' Liberi!
-
-Non potendo tardare un minuto a compiere il mandato — (egli diceva:
-«volendo sbarazzarsi della seccatura») — il Cavaliere era andato a
-quell'ora mattutina fino alla porta di casa De' Liberi, e colà aveva
-lasciato nelle mani del portinaio l'involto, un biglietto di visita
-ed una piccola bugia scritta con la matita: «Il Cavaliere Tal dei tali
-manda da parte del colonnello Ipsilonne».
-
-Il signor Libero De' Liberi, che sapeva il fatto suo, si avviò, dopo
-il mezzodì, a casa del Cavaliere col pretesto di ringraziarlo; e parlò
-dell'avvocato Placidi come d'una vecchia conoscenza.
-
-— Gli amici dei nostri amici... — cominciò il Cavaliere incalzato dal
-suo destino e dal mio.
-
-Il signor De' Liberi l'aiutò a stiracchiare con grazia il vecchio
-proverbio... e si fece invitare ai famosi mercoledì.
-
-Il resto si capisce. Per non perder tempo, l'ardito vecchio cominciava
-dalla stessa sera.
-
-Bisognava vederlo, il signor De' Liberi, per farsi un'idea della sua
-faccia tosta! Un'ora dopo il suo ingresso aveva stretto un'altra volta
-la mano a tutte le signore, senza scontentare gli uomini.
-
-Aveva la barzelletta pronta, un repertorio di aneddoti e di sciarade, e
-il caro dono di quel bizzarro seriume che fa ridere tanto.
-
-Tutta quella gente, che non lo aveva ancora visto in faccia alla luce
-del sole, era pronta ad aprirgli il proprio cuore.
-
-Egli trionfava modestamente, ed io, che lo teneva d'occhio, lo vidi,
-più d'una volta, raccogliere con un sorriso gli omaggi della comitiva
-e deporli, con un'occhiata, ai piedi di mia figlia, che non si avvedeva
-di nulla.
-
-Le ragazze intanto avevano lasciato il pianoforte per vedere i giuochi
-di prestigio, e chi faceva i giuochi di prestigio era sempre lui, il
-signor De' Liberi.
-
-Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece udire un accordo
-secco. Era il bell'Arturo che si lagnava dell'abbandono in cui veniva
-lasciato. Allora il signor Paolo gli venne accanto:
-
-— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro.
-
-Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente! Questa idea mostruosa gli
-fece paura, volle fuggire, ed ecco il drappello di fanciulle che alla
-nota voce del pianoforte accorre e lo circonda.
-
-Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e ripete:
-
-— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa!
-
-Ahi! Povero signor Paolo!
-
-Egli si guarda intorno smarrito, non vuol dire di sì, non può dire di
-no, è preso, è spinto, è messo a sedere, e le sue dita strappano dalla
-tastiera l'accordo della disperazione.
-
-— In si bemolle! — esclama una voce.
-
-Mi volto, ci voltiamo tutti: è il signor De' Liberi.
-
-Egli si alza, fa il giro dell'ampia tavola da giuoco e, col pretesto
-di mettersi alle spalle dell'infelice pianista, si spinge in mezzo alle
-ragazze fino al fianco di mia figlia.
-
-Il signor Paolo non ode più nulla; suona un galoppo vertiginoso,
-come per istordirsi, suona a capo basso, guardando sotterra; e suona
-benissimo.
-
-Poi si alza e fugge senza raccogliere gli applausi.
-
-— Un pezzo a quattro mani! — raccomanda la padrona di casa.
-
-Ma la modestia è contagiosa e nessuna delle ragazze si vuol cimentare.
-Allora il signor De' Liberi si volge a mia figlia e, pigliandola per
-mano:
-
-— Lo soneremo noi un pezzo a quattro mani, non è vero signorina?
-
-Evangelina, disgraziata!, ride.
-
-Mio suocero ed io, invece, saltiamo in piedi tutti due. La vecchia
-volpe incomincia a farci paura sul serio.
-
-
-VIII.
-
-Il signor De' Liberi, sia fatta giustizia, attaccò con grande
-sicurezza, e perchè la mia figliuola, alquanto sbigottita in principio,
-toccò un bemolle che non era in chiave, egli le disse che andava
-benissimo, ma che in chiave non v'erano che quattro bemolli. Dopo
-di che camminarono di conserva entrambi, senza alcun intoppo, fino
-all'ultima battuta.
-
-Fu un subisso d'applausi, di cui il vecchio mariuolo non volle
-pigliare la porzione che gli spettava per farne omaggio a mia figlia,
-aggiungendovi anzi i propri battimani tranquilli.
-
-Avvenne poi un rimescolìo di persone, durante il quale mia figlia si
-trovò respinta dal pianoforte per lasciare il posto a tre signorine
-impazienti di sonare a quattro mani. Si udì appena, appena:
-
-— Sonate voi altre...
-
-— No, voialtre.
-
-E quella che si era tirata alquanto indietro per aggiungere un po' di
-mimica modesta alle proprie parole, fu subito lasciata in disparte.
-
-Le due povere ragazze sonarono, sonarono bene, sonarono anche forte
-per vincere il chiasso delle ciancie, ma tanto tanto nessuno le udì,
-tranne, forse, la terza signorina la quale era rimasta in piedi alle
-loro spalle, e, voltando le pagine, misurava la distanza che separava
-le amiche dall'ultima battuta.
-
-Il Cavaliere dichiarava il signor De' Liberi un pianista di prima
-forza, e il signor De' Liberi rifiutava quest'onore dicendo che tutto
-il merito era di mia figlia; che quanto a lui da più di un anno non
-toccava un pianoforte — (Doppio merito!» osservava giustamente il
-Cavaliere); — che quando si fa la vita disordinata dello scapolo non
-si trova tempo a nulla, e non ci vuole meno di una piccola maliarda
-per stimolare l'estro artistico (io gli scagliai un piccolo fulmine, ma
-egli guardava Laurina che era distratta); che del resto si proponeva di
-risvegliare il proprio pianoforte più tardi.
-
-Dicendo le ultime parole mi guardava; io guardai lui fissamente e
-gli dissi alla muta no; egli resse all'urto e ripetè sì, poi cercò lo
-sguardo di Laurina.
-
-— Va a correre in giardino se n'hai voglia — dissi a mia figlia — ed
-essa vi andò, ma senza correre.
-
-Subito il signor De' Liberi troncò le ciancie, prese a braccetto il
-padrone di casa e lo trasse in giardino.
-
-Si udirono benissimo gli accordi del pezzo a quattro mani che giungeva
-al termine; grandi applausi che le due signorine fecero benone a non
-raccogliere, poi silenzio.
-
-E uno uscì a dire all'improvviso:
-
-— Che persona simpatica quel signor de' Liberi!
-
-— Quanti anni avrà? — chiese un altro.
-
-— Cinquantacinque soltanto — risposi malignamente.
-
-— Ne dimostra sessanta! — esclamò una voce vendicativa.
-
-Era il bell'Arturo, che parlava per la prima volta; ma con poca
-fortuna, perchè tutte le signore e le signorine rimaste in sala
-protestarono in coro che era una calunnia, che il signor De' Liberi non
-dimostrava più di cinquant'anni, anzi meno, non più di quarantacinque,
-anzi meno.
-
- *
- * *
-
-Dopo il trionfo di quella sera, il signor De' Liberi diventò uno dei
-più assidui in casa del Cavaliere. Era là il suo palcoscenico, dove
-egli metteva in mostra tutti i suoi talenti a uno a uno, senza mai
-tradire la smania impaziente che guasta tante belle imprese terrene.
-
-Egli imitava i varii rumori della sega, lo sbuffare accelerato d'una
-locomotiva e il canto del gallo con tanta perfezione da ingannare
-gl'inquilini del pollaio: e quando, dopo essere stati tutti zitti ad
-ascoltare, giungeva da lontano, nel silenzio della notte, la risposta
-d'un galletto corbellato, e si usciva a ridere in coro, il signor De'
-Liberi si faceva serio per dichiarare che non voleva darci noia.
-
-Invano le fanciulle, le signore e noi stessi, sì noi stessi, compreso
-mio suocero, lo scongiuravamo di fare ancora il temporale cogli occhi,
-o il fuoco d'artifizio con la bocca e con le braccia; egli si schermiva
-con arte sopraffina, e cambiava discorso.
-
-In sostanza quell'ultimo arrivato era già l'anima dei mercoledì del
-Cavaliere; l'ombra sua non solamente oscurò, ma cancellò perfino dalla
-memoria d'un tempo divenuto rapidamente antico le sembianze di un paio
-di burloni di seconda e di terza qualità, che tante volte erano stati
-i soli a ridere delle proprie celie. Costoro continuavano a venire per
-forza d'inerzia, ma si erano fatti singolarmente gravi tutti e due, e
-per istinto si andavano a sedere l'uno accanto l'altro; così quando il
-signor De' Liberi ne faceva una delle sue, si provavano invano a star
-serii, puntellandosi a vicenda; in ultimo bisognava che ridessero anche
-loro.
-
-Naturalmente, come aveva subito approfittato della licenza scroccatami
-per venire a far visita «alla mia signora,» così approfittò della
-domestichezza nata e cresciuta in casa del Cavaliere per trapiantarla
-in casa mia. Egli fece questo con tutte le cautele che richiedeva una
-pianticella neonata, preparandole prima il terreno e dandole poi un
-tutore robusto, mio suocero; così dopo alcuni giorni si potè vantare in
-faccia mia che la nostra amicizia saprebbe sfidare le tempeste.
-
-Niente di male, dico io, purchè avesse rinunziato a ogni pazza idea
-sopra mia figlia. Ma no, egli abusava dell'ospitalità e dell'amicizia
-per insinuarsi perfidamente nell'animo di Laurina, la quale rideva ad
-ogni parola di lui, e cominciava a trovare che egli tardava sempre a
-venire e che se ne andava troppo presto.
-
-Però facciamogli giustizia: se il signor De' Liberi s'industriava per
-piacere a mia figlia, se qualche volta, in presenza di tutti noi, le
-dichiarava con accento scherzoso che era innamorato di lei e che la
-voleva sposare, non gli uscì mai di bocca una parola che la nostra
-Laura potesse pigliare sul serio. Il suo disegno, che parrà per lo
-meno ardito, se a me pareva impertinente, era questo: «innamorare la
-fanciulla dei suoi pensieri, indurla a non poter vivere senza di lui,
-costringere i genitori ed il nonno a buttargliela nelle braccia per
-disperazione».
-
-Per riuscire a ciò, egli curava e variava molto gli abiti, dalle cui
-maniche faceva uscire quattro buone dita di polsini insaldati e lucidi,
-si radeva ogni mattina e si faceva pettinare dal parrucchiere. Così
-accomodato, a me pareva una rovina, ed avrei gridato a mia figlia:
-«guardati!» — ma all'occhio inesperto d'una fanciulla che cosa
-sembrava?
-
-Faceva anche qualche cosa di peggio, l'amico De' Liberi, per
-guadagnarsi la sposa: screditava la gioventù, metteva in burletta i
-giovani.
-
-Seguendo a dritto filo una delle sue teoriche, si arrivava a questa
-conclusione che, passata la infanzia, noi attraversiamo gli anni in
-una specie di sonnambulismo erotico, per risvegliarci, intorno ai
-cinquantacinque sonati, maturi per _l'amore_.
-
-La sua dottrina insegnava ancora che i giovani d'oggi sono guasti, sono
-frolli, sono scontenti e corrono incontro al suicidio.
-
-— Vi vadano soli! — esclamava: — le ragazze di buona famiglia
-dovrebbero rifiutarsi di accompagnarli!
-
-E perchè i colpi astratti non gli sembravano abbastanza sicuri, egli
-pigliava ad uno ad uno i giovanotti che frequentavano la casa del
-Cavaliere e la mia, e con un'industria felicissima ne scopriva le
-debolezze, le imitava, esagerandole, e ci faceva ridere alle loro
-spalle. Diceva, per esempio, del signor Paolo:
-
-— Gran bravo giovane! ottimo cuore, bell'ingegno... un po' timido; — e
-dicendo queste parole, i gesti serrati alla persona, l'accento dimesso,
-il sorriso che chiedeva misericordia e perfino gli occhi del signor De'
-Liberi erano quelli del signor Paolo tali e quali.
-
-La volpe astuta spacciava così i suoi avversari col ridicolo, senza
-ricorrere alla maldicenza.
-
-Intanto passavano i mesi, e mariti non se ne presentavano. Mia figlia,
-per quello che mi pareva, si veniva facendo sempre più belloccia;
-andava a genio a molti, non dispiaceva a nessuno, e tutto ciò
-inutilmente.
-
-Se non fosse stato di mio suocero, il quale perdeva la pazienza, e
-del signor De' Liberi che non la perdeva, i diciassette anni di Laura
-avrebbero fatto tranquillo me, come facevano tranquilla sua madre; ma
-con quei due vecchi al fianco, il problema d'un marito a mia figlia
-cominciava ad inquietarmi.
-
-Talora vi pensavo non senza terrore; e per avere il diritto di
-scusarmi agli occhi miei di una inquietudine intempestiva, cominciava
-dall'accusare tutti i padri dell'universo mondo per la trascuranza che
-mettono nel ricercare a tempo un buon marito alle loro figliuole.
-
-Non erano poche le ragazze di mia conoscenza che non avevano trovato
-marito. Mi venivano dinanzi a una a una: la rassegnata, l'inquieta,
-l'irascibile, l'ascetica e la sentimentale; le bionde, tutte troppo
-magre o troppo grasse; le brune col labbro e col mento ornato da una
-peluria maligna. Un tempo erano state belloccie anch'esse, alcune
-bellissime e ricche; ed avevano tutte indistintamente fatto per lunghi
-anni le scale del pianoforte senza arrivare a nulla.
-
-«Povera e bruna Laurina, se ti dovesse toccare la stessa sorte!»
-
-Fatti audaci dalla nuova debolezza, tutti i nemici della mia felicità,
-nemici vecchi e codardi che avevo sbaragliato lavorando ed amando, mi
-mostravano il pugno da lontano.
-
-«Tu non sei più giovane, gridavano, tu non sei più robusto come una
-volta; già le tue digestioni sono lente, la tua vista si è indebolita
-e il tuo sistema nervoso è offeso; tu stai morendo a bocconcini; un
-giorno te ne andrai del tutto, ma consolati, ti faremo un bel funerale,
-v'interverrà tutto il foro milanese».
-
-Quando l'idea della mia prossima fine mi perseguitava, facendomi vedere
-la mia creatura sola nel mondo, senza una casa sua, senza un amore
-suo, mi accadeva d'invidiare il forte signor De' Liberi, il quale, con
-quindici anni più di me sulle spalle, se la rideva, sicuro di arrivare
-all'ottantina.
-
-— È tutt'uno — dicevo — ha una magnifica fibra.
-
-— Peccato che non abbia dieci anni di meno! — sospirava mio suocero.
-
-— Dieci anni di meno, ti pare che basterebbero? Ce ne vorrebbero almeno
-venti.
-
-Era quella la mia convinzione, che le dottrine del vecchietto ardito
-venivan scrollando a poco a poco.
-
- *
- * *
-
-Il tempo passa e il Signor De' Liberi invecchia; sì, invecchia; non
-ostante il pettine, il rasoio e i polsini inamidati; a dispetto del
-sarto, del parrucchiere, del dentista; checchè egli faccia e dica,
-cammini o salti, o lampeggi con gli occhi nelle collere d'un temporale,
-o sbuffi come una locomotiva, egli invecchia, ed io ne sono contento.
-Osservo con un piacere amaro che dopo il temporale egli non si
-rasserena mai interamente, perchè gli rimangono tre rughe sulla fronte,
-e che al contrario nell'imitare la pioggia e i fuochi d'artifizio ha
-ancora perfezionato l'arte sua, perchè gli è caduto un altro dente.
-
-Ma quando su quella faccia tosta sono venuto scoprendo i segni del
-tempo vendicatore, non è raro che sorga qualche donnina o qualche
-fanciulla a dichiarare che il signor De' Liberi ringiovanisce ogni
-giorno.
-
-Aimè! anche Laurina è della stessa opinione!
-
-— Questo è ancora nulla — osserva imprudentemente il signor De' Liberi:
-— bisognerà vedermi un giorno!
-
-Qual giorno? È il suo segreto.
-
- *
- * *
-
-E il tempo passa e di mariti nemmeno l'ombra. Se dopo aver fatto tante
-smorfie, si dovesse finire col dare la nostra Laura a questo vecchio
-ben conservato, non sarebbe meglio dargliela addirittura? Sebbene il
-signor De' Liberi faccia intendere che egli sa e può aspettare, perchè
-la fisiologia gliene dà il permesso, anche mio suocero è d'opinione che
-si vanti.
-
-Questo pensiero ipocondriaco balena appena, ed è subito ricacciato. È
-rimasto ancora un grosso capitale di buon senso in casa nostra, ed è
-Evangelina che ne ha la chiave. Io posso spendere allegramente per un
-pezzo, pensando che mia figlia va alla scuola e studia la storia, ed è
-coi re longobardi. Prima che arrivi all'evo moderno ci vorrà del tempo,
-ed io non avrei nemmanco piacere che Laura andasse a nozze senza essere
-informata almeno almeno della rivoluzione francese.
-
-In fondo chi ogni tanto mi mette in capo la malinconia di pensare al
-matrimonio di mia figlia, è il nonno impaziente, quel povero vecchio
-che non ha tempo da buttar via, e lo sa, ed è tutt'occhi e tutt'orecchi
-per cogliere in casa e fuori di casa un'occhiata incendiaria, o un
-sospiro assassino che siano diretti a Laurina.
-
-«Lo assistano i cieli! — dico a me stesso — io non voglio più pensare;»
-— e i cieli non lo assistono, e io vi ripenso.
-
-
-IX.
-
-Fu in casa del Cavaliere la notte di san Silvestro dell'anno....
-Lasciamo stare l'anno.
-
-Al solito vi si era radunata molta gente, per salutare col bicchiere in
-mano il primo vagito dell'anno nuovo. Io dico vagito, non per amore di
-metafora, ma solo perchè quell'anno si annunziò con un vero e proprio
-vagito, che ci venne fatto udire attraverso l'uscio della sala, con
-voce di ventriloquo, dal signor De' Liberi.
-
-Ho una memoria confusa di ciò che seguì in quella notte: ricordo che
-il Cavaliere fu molto occupato a stappar bottiglie venerabili ed a
-mandare in giro dei pasticcini; ricordo che le fanciulle ballarono
-con frenesia, per lo più fra di loro, non bastando i nuovi cavalieri
-reclutati nella guarnigione di Milano, e che qualcuno fu messo a sedere
-dinanzi al pianoforte un po' prima delle nove, e tenuto là, a forza
-di ringraziamenti, di sorrisi e di pasticcini, fino alla mezzanotte in
-punto. Quando l'orologio a pendolo prese a sonare le dodici, fu prima
-un gran silenzio, poi qualcuno cominciò ad apostrofare con enfasi
-l'anno spirato, senza poter dir altro che «Va, va, va,» perchè il
-vagito dell'anno nuovo ci fa voltare tutti insieme e ridere in coro...
-
-E ricordo che risi più forte più tardi, quando mi fu appreso che
-cosa avrebbe detto qual tale se gli avessero lasciato finire la sua
-invettiva: «Va, va, va, — avrebbe detto — e non ritornare mai più;»
-raccomandazione di cui l'anno mille ottocento e tanti non aveva alcun
-bisogno.
-
-Altro non ricordo, se non che il signor De' Liberi abbracciava le più
-belle ragazze e sgambettava come un ossesso, col pretesto di polca e
-di mazurca, che sparlava più del solito e a voce alta della gioventù
-frolla dei nostri tempi, e che perseguitava la mia Laurina per farla
-ridere quando le permetteva di ballare con altri.
-
-Non ricordo proprio null'altro, fino al momento in cui, usciti
-all'aperto per tornarcene a casa, mio suocero, invece di pigliarsi
-a braccetto mia moglie, lasciò che le nostre donne — egli disse
-proprio le _nostre donne_ — si avviassero innanzi e prese me con molto
-mistero, e trascinandomi prima alcuni passi in silenzio, mi disse poi
-solennemente e semplicemente:
-
-— L'ho trovato.
-
-— Chi?
-
-— Il marito di Laurina!... cioè l'innamorato, che diventerà marito a un
-nostro cenno; ne aveva già un sospetto, ma ora ne sono certo; indovina
-chi è; ma già è inutile, non lo puoi indovinare, è l'ultimo a cui avrei
-pensato... indovina...
-
-— Come vuoi che faccia, se è tanto difficile?... ho anche la testa un
-po' confusa...
-
-— È il signor Paolo!...
-
-— Possibile! il signor Paolo innamorato di mia figlia!
-
-Aveva ballato il signor Paolo? Io non me ne era accorto.
-
-— È rimasto tutta sera al pianoforte — mi disse mio suocero — non si è
-mosso un momento, e io l'ho potuto osservare con comodo; ho veduto dove
-andavano i suoi sguardi, mentre le mani correvano sulla tastiera, ho
-notato che la sua faccia buona... ha la faccia buona il signor Paolo...
-pareva una luminaria, appena Laura cessava di ballare ed andava a
-ringraziarlo, e si faceva scura quando Laura ballava con quel signore
-lungo... Chi è quel signore lungo? me l'hanno presentato, ma il nome mi
-è uscito di mente.
-
-Era nello stesso caso anch'io; avevano presentato anche a me quel
-signore lungo, ma al nome non avevo nemmeno badato.
-
-— Dicevi che il signor Paolo...
-
-— Il signor Paolo è cotto appuntino... ne ho le prove.
-
-Mi pareva che vantasse troppo la propria perspicacia; ma egli era
-sicuro del fatto suo.
-
-— Laura! — disse forte, affrettando il passo — l'hai tu la mia pezzuola
-di seta?
-
-— Io no — rispose Laura, senza fermarsi, ma tastandosi istintivamente
-nelle tasche.
-
-— Mi pareva d'avertela data per bendare quel signore lungo, nel
-_cotillon_...
-
-— Sì, ma te l'ho restituita...
-
-— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse mio suocero dopo aver
-frugato in tutte le tasche.
-
-Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il nonno le ripetesse che
-era inutile...
-
-— È strano! — disse Laurina — non trovo più la mia; l'ho perduta.
-
-— La troverai — dissi io — non sbottonare il soprabito; fa freddo... ti
-puoi buscare qualche malanno.
-
-— Non la troverà mai più — mormorò mio suocero al mio orecchio —
-gliel'ha rubata...
-
-— Chi?
-
-— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due occhi cogliere il momento
-in cui Laura aveva deposto la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene
-facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di asciugarsi il sudore,
-per baciarla, e cacciarsela in tasca; dopo di che si è fatto così
-pallido, che io sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco...
-
-— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la mamma: — tu perdi sempre
-qualche cosa... anche l'altro giorno perdesti un guanto.
-
-— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà.
-
-— Così dicevi del guanto... e non si è trovato...
-
-Al lume di un lampione io vidi che mio suocero era gongolante.
-
-— Anche il guanto!
-
-— Crederesti?
-
-— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro.
-
-— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore.
-
-— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono capaci di tutto.
-
-— E Laura?
-
-— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro; a suo tempo si innamorerà
-anch'essa, e li sposeremo. Mi sono informato: il signor Paolo è un
-partito eccellente; sua madre non è molto ricca, ma non ha altri figli;
-lui è ingegnere meccanico, studia, lavora e guadagna; si sta facendo il
-nido, m'hanno detto...
-
-Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.
-
- *
- * *
-
-Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi
-sgomento.
-
-«Succede sempre così — pensai. — In fondo al calice d'ogni allegria è
-un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».
-
-Non era di questa opinione il nonno.
-
-— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte;
-egli ha toccato il tasto che significa _segreto amore_; e Laura l'ha
-capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po'
-più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia
-la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene
-io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di
-chimica.
-
-Era l'impazienza che lo faceva parlare così.
-
-Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina
-di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo,
-si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato,
-e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure
-la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa
-guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento,
-senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero
-trovarsi legati l'uno all'altra per sempre.
-
-— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.
-
-— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.
-
-Non vi era pericolo che _egli_ parlasse. Era diventato maestro
-nell'arte di toccare tutto ciò che Laura aveva toccato, di rubarle i
-mazzolini e gli spilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo
-di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure guardarla.
-
-Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito tasto del
-segreto amore e successivamente quelli dell'amore ardente, dell'amore
-disperato; ma dite un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare
-un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva di voglia, ma non
-vi fu verso; si dichiarava incapace, e all'ultimo, non sapendo come
-schermirsi, si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il quale
-non si faceva pregare.
-
-Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani con mia figlia! Egli
-pigliava anche delle libertà innocenti, quella, per esempio, di darle
-dei colpetti sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a toccare
-una nota acuta che non era scritta sulla musica, passando audacemente
-sopra tutte e due le mani di Laurina.
-
-E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava, gli diceva _bravo_
-e _bravissimo_ (non osava dir _bravissima_ e nemmeno _brava_), voltava
-le pagine ed era felice.
-
-Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli pigliava proprio la via
-più lunga: si attaccava istintivamente al signor De' Liberi.
-
-Quando non era il primo a ridere delle arguzie del vecchio rivale,
-perchè troppo tardi aveva sollevato il capo dalla gazzetta, era lui che
-nel coro delle risate metteva la nota robusta.
-
-Se per disgrazia qualche motto saporito del signor De' Liberi,
-giungendo in mal punto, era caduto a terra senza che alcuno se ne
-avvedesse, chi pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione del
-prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo ripetesse? e quando il
-vecchio astuto non si voleva arrendere, chi si pigliava la parte goffa
-di ripetere la frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo.
-
-Si può bene immaginare che di quel passo egli non avanzava gran
-fatto incontro alla sposa; ma, vedendo il vecchio amico suo in tanta
-dimestichezza con la fanciulla amata, a lui pareva di far loro cammino.
-
-— Quel povero giovane — mi faceva osservare mio suocero — è capace
-di pigliare a confidente delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla
-finita; invitalo a venire a casa il sabato...
-
-— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato; me l'ha promesso.
-
-Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva
-accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto
-d'una emicrania non aveva voluto salire le scale.
-
-Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana;
-ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio.
-Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo
-regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor
-Paolo.
-
-— Disgraziato! — gli gridammo insieme.
-
-Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte
-nella vetrata.
-
-E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava
-vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi.
-
-
-X.
-
-Una sera, entrando in casa del Cavaliere, mi sentii tirare per la
-manica in anticamera.
-
-— Ho bisogno di parlarle — mi disse il Cavaliere.
-
-— Agli ordini suoi — risposi.
-
-Ma il Cavaliere era prima di tutto agli ordini di mia moglie e di mia
-figlia, per aiutarle a deporre il manicotto, lo sciallo e il cappello;
-altri gravi uffici lo attendevano in sala, offrire un complimento alle
-signore, una seggiola a chi stava ritto, un argomento di conversazione
-ai taciturni; dimodochè, dopo aver svegliata la mia curiosità, mi
-obbligò a tenermela insoddisfatta per più d'un'ora. Me ne chiese più
-tardi mille scuse, e, dopo essersi assicurato ancora una volta che
-tutto andava benino, che la conversazione era animata, che le ragazze
-facevano cerchio intorno al signor De' Liberi, e che il pianoforte
-gemeva per virtù del signor Paolo, cominciò così:
-
-— Ho una missione delicata da compiere presso di lei... le chiedo scusa
-fin d'ora, io non ne ho colpa...
-
-L'esordio prometteva un cattivo cliente. Sorrisi per incoraggiare la
-confidenza e stetti ad ascoltare il resto.
-
-— Si ricorda d'aver visto in casa mia il dottor Lelli, un medico di
-reggimento, un giovane pieno d'ingegno...
-
-— L'avrò veduto, ma non me ne ricordo...
-
-— Venne in casa mia una volta sola, di passaggio; andava a Pavia per
-concorrere ad una cattedra operativa... ha poi vinto il concorso e
-lascerà il reggimento... non ha che ventinove anni...
-
-Il disordine con cui il Cavaliere mi veniva descrivendo il dottor Lelli
-prometteva non un cliente buono o cattivo, ma un marito per Laurina.
-Cercai mio suocero cogli occhi; egli era là alle spalle del signor
-Paolo che aveva messo al pianoforte, e gli voltava le pagine della
-musica.
-
-Il signor Paolo sonava una nota romanza scelta da lui non senza
-malizia; le parole che egli si guardava bene dal pronunziare,
-esprimevano appunto lo stato d'animo d'un giovanotto senza giudizio,
-il quale vorrebbe dire tante cose alla innamorata, e non osa, e si
-raccomanda successivamente alle quattro stagioni dell'anno e ai quattro
-elementi perchè vadano a fare la difficile ambasciata.
-
-Il dottor Lelli era stato più pratico.
-
-— È un caro giovane — proseguì il Cavaliere — figlio d'un mio antico
-compagno d'armi, rimase orfano a venti anni e deve il proprio stato
-a se stesso; non già che sia senza un soldo; ha anzi un piccolo
-patrimonio... Ma dunque non si ricorda proprio d'averlo visto, un bel
-giovane alto?...
-
-— Molto alto?
-
-— Sì molto alto... ma non troppo... una magnifica statura...
-
-— Bruno?
-
-— Baffi neri e capelli neri, occhi dolci...
-
-— Mi pare di ricordarmelo; ed è dottore di reggimento?
-
-— Era dottore di reggimento fino a ieri l'altro; ora è professore
-all'Università di Pavia.
-
-— Ebbene? — chiesi.
-
-— Ebbene, quel povero giovane ha visto la sua Laurina, ha ballato con
-essa, se n'è innamorato... e vorrebbe sposarla! Ho detto.
-
- Aura di maggio tepida
- Le parla al cor commosso,
- Svela l'occulto palpito
- Ch'io dir non posso,
-
-canticchiava il signor De' Liberi in tono minore, e tutte le ragazze
-erano attente ad ascoltarlo.
-
-— Possibile! — dissi — una sera è bastata...
-
-— Sono bastate poche ore; a queste cose devono bastare pochi minuti
-— sentenziò il Cavaliere; — mi scrive una lunga lettera che le farò
-leggere se permette.
-
-(A questo punto troncò la frase e si precipitò a raccogliere il
-ventaglio caduto ad Evangelina).
-
-— Io non so dare consigli ad una faccenda così grave — proseguì tornato
-al mio fianco — mi accontento di esporre i fatti. Il dottor Lelli è
-giovane, robusto, studioso, ha uno stato che deve al proprio ingegno;
-farà certamente felice la donna che...
-
-— Laura è proprio una fanciulla — osservai — ha diciassette anni.
-
-— I diciassette anni della sposa non hanno mai guastato un buon
-matrimonio.
-
-Questa era anche l'opinione del signor De' Liberi, il quale, non
-vedendo la nube che oscurava il suo orizzonte matrimoniale, cantava,
-dando delle occhiate a mia figlia:
-
- Estivo sol, che al gelido
- Labbro non dài calore.
- Tu la segreta illumina
- Ansia del core!
-
-E il signor Paolo accompagnava tutto questo!
-
-Feci un cenno a mio suocero ed egli accorse; protetti dal chiasso
-vocale ed istrumentale, ci mettemmo d'accordo così: il dottor Lelli
-verrebbe a far visita al Cavaliere; noi ci troveremmo _per caso_ in un
-dato giorno, e quando il candidato piacesse a mia figlia...
-
-E _dille_, cantò il vecchio pazzo:
-
- E dille, o melanconica
- Stagion dell'anno estrema,
- L'amor che, in petto indocile,
- Sul labbro trema.
-
-Fu un subisso d'applausi; dopo di che il signor De' Liberi dichiarò
-che il protagonista della canzonetta era un imbecille; che le stagioni
-dell'anno non servono per dire a una bella ragazza che le si vuol bene,
-se non si ha la lingua in bocca...
-
-— O negli occhi — soggiunse bersagliando mia figlia.
-
-Si scostò dal pianoforte e venne difilato incontro a noi.
-
-Io credo che fiutasse il pericolo.
-
-— I tempi si fanno brutti — sospirò mio suocero; — il commercio ch'è il
-termometro, il vero termometro, ci avverte...
-
-Non vi starò a dire di che cosa il commercio ci avvertisse per bocca di
-mio suocero.
-
-
-XI.
-
-Vi era da tare una cosa difficile: informare Laurina, perchè,
-trovandosi poi col dottor Lelli, si desse la briga di guardarlo e di
-dichiararci se le piaceva o no. Questa parte spettava di diritto a
-Evangelina, e la povera madre non si sapeva decidere, e vedeva delle
-difficoltà.
-
-— Sarebbe quasi meglio che non sapesse nulla — diceva: — non ci perderà
-la sua disinvoltura di fanciulla...
-
-— Ma corre il rischio — opponeva il nonno — di trovarsi quasi sposata
-senza sapere com'è fatto il naso dello sposo.
-
-Evangelina non si spaventava di questo pericolo.
-
-— Una ragazza — asseriva essa — vede sempre un giovanotto, anche se non
-lo guarda.
-
-— Laura! — chiamai per troncare ogni titubanza, e la piccina che non
-era molto lontana, accorse innanzi al domestico tribunale.
-
-Al primo vederla, acquistai la coscienza che non avevamo nulla di nuovo
-da dirle.
-
-— Questa briccona sa tutto! — osservai forte.
-
-Laura si fece rossa in viso, ma protestò che non sapeva nulla.
-
-— Quand'è così, avvicinati — e le presi le due mani perchè non mi
-fuggisse. — Vi è un signore lungo lungo che ti vuol bene, che ti
-vorrebbe sposare; ma egli è troppo lungo e tu sei troppo bambina; quel
-signore non mai finito è un dottore, e si chiama Lelli; tu hai ballato
-con lui l'altra sera, e non te ne ricordi di sicuro, non sai se ti
-piaccia o non ti piaccia...
-
-Approfittò d'un momento che allentai la stretta per isprigionarsi e
-fuggire piangendo.
-
-Sua madre le andò dietro.
-
- *
- * *
-
-Recandomi in casa del Cavaliere per il noto colloquio, eravamo tutti un
-po' impacciati, ma meno di tutti Laurina.
-
-Essa si stringeva al braccio della mamma e sorrideva; si sentiva donna,
-e questo sentimento nuovo era una forza.
-
-Quanto a me, non mi ero mai sentito così minchione.
-
-Il cavaliere ci vide da lontano e ci venne incontro; il giovane
-dottore stava ritto in fondo, ma gli occhi suoi e quelli di Laurina
-s'incontrarono subito e dissero: «per tutta la vita!»
-
-Non fu la desolazione che io aveva temuto; feci il disinvolto senza
-avvedermene, e quando me ne avvidi non mi stupì niente affatto.
-
-— Il dottor Lelli, figlio d'un mio ottimo amico — disse il Cavaliere.
-
-— Ci conosciamo! — gridò mio suocero.
-
-Intanto la signora Amalia, non dimenticando la scenetta combinata col
-marito, dichiarò senza batter ciglio che non si aspettava la nostra
-visita. Questa bugia enorme ne suggerì un'altra a mia moglie.
-
-— Volevamo andare a teatro e vi abbiamo rinunciato all'ultimo momento.
-
-Il dottor Lelli ci salutò ad uno ad uno con molta gravità.
-
-— Signorina... — balbettò in ultimo, pigliando la mano di mia figlia.
-
-Egli non soggiunse altro, ed essa non aprì bocca.
-
- *
- * *
-
-— A primavera le nozze — sentenziò più tardi mio suocero; — intanto
-Laurina non andrà a scuola, e prometterà solennemente al babbo di
-studiare la storia moderna in casa; fino a primavera silenzio con
-tutti!
-
-— Silenzio!
-
-Era cosa giurata.
-
-Forse perciò il sabato successivo gli amici erano informati di ogni
-cosa. Chi aveva parlato? Chi era il traditore? Ci guardammo in faccia e
-ridemmo.
-
-Quel sabato il signor De' Liberi non venne, e per tutta la settimana
-successiva non si lasciò vedere. Non era ammalato, tutt'altro;
-sopportava con coraggio la propria sventura e stava benone. Un giorno
-finalmente ci piombò in casa all'improvviso: era ilare, svelto. Si
-rallegrò con mia figlia e con noi, strinse la mano dello sposo e ci
-annunciò le sue nozze future.
-
-— La sposa? — fu chiesto da ognuno; — chi è la sposa?
-
-La sposa era la signorina Alice, compagna di scuola di Laurina.
-
-— È proprio una bambina — esclamò il vecchio pazzo in aria compunta. —
-Non ha ancora diciotto anni.
-
-— Chi è questa signorina Alice? — mi domandò mio suocero. — Qualche
-mostriccino in gonnella, spero?
-
-Ohimè, no! la disgraziata era anche bella!
-
-Il signor Paolo, protetto dall'amica notte, fu visto per alcune sere
-aggirarsi nei dintorni di casa mia, come un'anima di pena; poi se ne
-tornò al suo cantuccio e ripigliò eroicamente la gazzetta.
-
-
-
-
-NONNO!
-
-
-I.
-
-Se ne vanno! Ecco Laurina che asciuga in fretta le lagrime e si
-affaccia allo sportello per darci l'ultimo addio, mentre lui è contento
-come una pasqua — il mostro! — e continua a sorriderci dal finestrino
-accanto.
-
-Anche noi continuiamo a sorridere: mio suocero, Evangelina e io, tutti
-e tre abbiamo messo fuori il nostro lumicino acceso. Ma la luminaria
-sta per ispegnersi; la locomotiva fischia e sbuffa, il treno si scuote,
-rincula e si avvia.
-
-Voglio dare un'ultima stretta di mano a mia figlia, e riesco appena
-a toccarle la punta delle dita, perchè qualcuno mi avverte di tirarmi
-indietro. Accompagno un po' il visino bianco che si perde nello spazio:
-poi veggo sventolare la pezzuola che ha asciugato tante lagrime...
-poi non veggo più nulla, perchè ho anch'io negli occhi qualche lagrima
-ribelle.
-
-Mi volto: mio suocero e la mia Evangelina, che avevo dimenticato un
-istante, non sorridono più; la luminaria è spenta.
-
-In questo momento vi è un uomo solo al mondo che sorrida? Sì, ve n'è
-uno di sicuro, ed è lui, che si porta via la nostra creatura, per
-sempre.
-
-Io continuo a vederlo nello spazio: Laurina piange in un canto, ed egli
-si curva per dirle che i compagni di vagone la guardano, poi si volta e
-sorride.
-
-I compagni di vagone, me ne sono accertato, sono due vecchietti
-soltanto; essi non hanno avuto paura di assistere alle tenerezze di
-due sposi che fanno il loro viaggio di nozze, e sono rimasti, mentre un
-giovinotto e due signore mature fuggivano.
-
-— Avranno buona compagnia — dissi. — Quei vecchietti hanno il biglietto
-per Parma.
-
-— Viaggeranno meglio da Parma a Firenze — osservò mio suocero,
-provandosi ad essere malizioso — purchè siano soli.
-
-Allora Augusto, senza dir nulla, diede il braccio a sua madre; ci
-avviammo.
-
-— È stato un buon pensiero — uscì a dire mio suocero per rompere la
-monotonia del silenzio — è stato un buon pensiero quello di avvertire
-gli amici e i conoscenti che non s'incomodassero a portare altri
-augurii agli sposi fino alla stazione.
-
-— Sì, è stato un buon pensiero — risposi subito.
-
-Mia moglie si voltò un momentino verso di noi, e disse anch'essa:
-
-— Sì, è stato un buon pensiero — dopo di che proseguimmo taciturni fino
-a casa.
-
-Sulla soglia mio suocero s'impadronì del braccio d'Augusto e gli disse:
-
-— Avvocatino, vieni a spasso con me; mi parlerai dell'università, ma
-dell'università senza esami, tutta scolaresca e niente professori.
-
-Passò sulle labbra dell'avvocatino in erba un sorriso di ambizione
-contenta.
-
-— Dove andiamo? — chiese; salutò la mamma e il babbo con un cenno del
-capo, e si allontanò con molta disinvoltura a braccetto del nonno.
-
-Gli accompagnammo un breve tratto con lo sguardo; parevano due vecchi
-amici.
-
- *
- * *
-
-Evangelina non era proprio allegra.
-
-— I nostri figli ci abbandonano — mi disse appena entrati in casa,
-lasciandosi cadere sopra un canapè. — Noi peniamo tanto a metterli al
-mondo, a tirarli su, a circondarli d'amore, finchè un giorno ci voltano
-le spalle per seguire il mondo che li chiama.
-
-Un pensiero press'a poco simile stavo facendo anch'io. Mi ero accorto
-che Augusto aveva imparato all'università a salutare il babbo e la
-mamma con un grazioso movimento del capo di sotto in su, quando vi
-era pericolo di essere colto in flagrante reato di tenerezza filiale;
-poc'anzi poi avevo notato che, dopo quel saluto molto contegnoso,
-che doveva dare ai passanti un'idea della sua anticipata virilità,
-mio figlio aveva tirato diritto, a braccetto del nonno, senza
-neppure voltarsi. E da dieci minuti, aspettando che io gli badassi,
-l'avvocato Placidi veniva raccogliendo tutti gli elementi di difesa
-per patrocinare la causa d'Augusto innanzi al tribunale della mia
-indulgenza paterna.
-
-Accolsi dunque le parole di mia moglie con un sospiro spontaneo e
-genuino, che arrivai però in tempo a prolungare esorbitantemente per
-pigliare il tono della celia.
-
-— Hai proprio ragione — dissi: — i nostri figli ci abbandonano,
-pigliano marito e partono col treno diretto, oppure, col pretesto di
-studiare la legge, se ne vanno all'università. E lasciano noi, che
-abbiamo penato tanto a metterli al mondo...
-
-Non rise, come io sperava, anzi crollò il capo melanconicamente, ed io
-mi feci serio.
-
-— Hai visto come ci saluta Augusto se qualcuno può vederlo?
-
-— No, non ho visto — risposi; e allora essa mi fece vedere, dicendo:
-
-— Così ha fatto.
-
-Aveva proprio fatto così.
-
-— E non si è neppure voltato!
-
-— To'! — esclamai — perchè volevi che si voltasse? Ci siamo separati
-sul portone...
-
-Evangelina lesse l'anima mia con un'occhiata pietosa, e crollò ancora
-il capo dicendo:
-
-— S'egli non ha sentito che gli occhi di suo padre e di sua madre lo
-accompagnavano, di chi la colpa? Una volta lo sentiva. La colpa è anche
-nostra — soggiunse; — noi vogliamo che i nostri figli imparino tante
-cose belle, ma credo che non ci occupiamo abbastanza d'insegnare loro
-ad amarci.
-
-— L'amore filiale non s'insegna; è un istinto.
-
-— E l'istinto si educa — ribattè mia moglie, che era disposta a
-sentirsi infelice. — Augusto ci vuol bene, io lo so, ma in pubblico se
-ne vergogna.
-
-— Distinguo — interruppi; — non si vergogna di volerci bene, solo
-di dimostrarcelo; egli crede che, per esser uomo quanto vorrebbe,
-gli bisogni prima di tutto parere; non può sapere ancora che, per
-parere uomo, basta esserlo. Per affrettare la propria virilità, egli
-comincia dal romperla pubblicamente con tutte le tenerezze passate. La
-tenerezza, non è la forza, egli ne è sicuro. Come vedi, è una piccola
-evoluzione intima, in cui la scuola non entra per nulla. Chi terrebbe
-cattedra di amor filiale all'università?
-
-Non pretendeva questo nemmeno Evangelina, solo che qualche cosa
-bisognasse fare.
-
-— Se sulla porta d'una scuola — proposi — s'incidesse per esempio:
-onora tuo padre e tua madre?
-
-— Ti pare che sarebbe inutile? Io credo di no, dal momento che Augusto,
-perchè ha ventidue anni, si vergogna di baciare sua madre in pubblico!
-
-— Non si vergognerà fra un anno o due; e poi contentiamoci della
-sostanza delle cose: io so che tuo figlio ti adora, e mi basta.
-
-— Basta anche a me — disse volgendomi la faccia melanconica; — ma mi
-sento così sola, ora che quella poveretta è partita...
-
-— Così _sola_! — mormorai, cercando nel suono di questa parola il suo
-senso arcano — così _sola_.
-
- *
- * *
-
-Laura non è _sola_ — cominciai lentamente dopo un breve silenzio. —
-Laura non è _sola_, nè poveretta. Il suo sposo è per lei sua madre, suo
-padre, suo nonno. Egli è buono, e l'ama. Consoliamoci.
-
-Avevo indovinato il sentimento di Evangelina, la quale mi guardò e mi
-sorrise.
-
-— Dacchè Laura è partita — mi disse con accento più vivace — ho sempre
-dinanzi agli occhi la sua cameretta abbandonata; appena entrata in
-casa, volevo andare a visitarla, me n'è mancata la forza; ora mi
-ritorna, andiamo.
-
-Mi prese per mano, attraversammo a passo frettoloso le stanze... Eccoci
-nella cameretta gentile, in cui prima di noi è entrato un raggio di
-sole.
-
-Ci fermiamo un momento sul limitare, respirando appena, per non far
-fuggire il caro fantasma che abita ancora quel luogo; poi mia moglie
-va lentamente a curvarsi sul letticciuolo e nasconde la faccia nel
-guanciale di sua figlia.
-
-
-II.
-
-Io guardava con occhio attonito. Le note sembianze di quella cameretta,
-indifferenti al raggio di sole che penetrava dalla finestra, non
-mi sorridevano più come una volta. Persino i putti rosei, che
-avevamo messo a folleggiare sul parato e sulle tende, si lamentavano
-dell'abbandono.
-
-Vidi spuntare uno stivaletto di sotto una seggiola, e vi fissai
-l'occhio fantasticando.
-
-Mia moglie non si moveva; io mi avvicinai alla piccola scrivania di
-Laura, su cui erano sparse poche carte, e istintivamente radunavo le
-pagine sparse, quando mi fermarono gli occhi alcune parole scritte con
-mano mal sicura:
-
-«Alla mia cara mamma — dicevano — perchè sappia che l'ultimo mio
-pensiero di fanciulla è stato per essa».
-
-Leggendo queste due righe, io vedeva mia figlia ritta al mio posto,
-in abitò di nozze; scriveva coi guanti e in fretta per non farsi
-aspettare, poi si voltava per guardarsi intorno prima di lasciare per
-sempre il nido che suo padre e sua madre avevano fatto bello per lei;
-intanto deponeva la penna sulla scrivania... dov'è la penna? Ma la
-penna rotolava a terra... Eccola appunto!
-
-— Evangelina! — chiamai con voce commossa. Mia moglie sollevò il capo a
-guardarmi, e fu indovina.
-
-— Leggi — le dissi; e intanto che essa leggeva, io mi chinai a
-raccogliere la penna.
-
-— Angelo caro! — mormorò la povera madre contenta.
-
- *
- * *
-
-— L'ultimo suo pensiero di fanciulla è stato per te — cominciai a
-dire lasciandomi cadere sopra una seggiola, a piedi del letto; — ma il
-penultimo fu per il babbo, ne sono sicuro, sebbene non sia scritto.
-
-Evangelina temette di scorgere nelle mie parole un'ombra di gelosia, e
-mi guardò alla sfuggita; io la rassicurai soggiungendo:
-
-— A quest'ora pensa a tutti e due, e quel dabbenuomo di suo marito,
-perchè la vede sorridere, immagina che abbia dimenticato il babbo e
-la mamma, la casa e il mondo, per pensare solo ad essere innamorata di
-lui: tutti così i mariti.
-
-— Angelo caro! — mormorò Evangelina e venne a sedersi in faccia a
-me, nell'unica seggiola rimasta, al capezzale del letto. Sembrava che
-visitassimo una cara ammalata, e io ne feci subito l'osservazione.
-
-— Invece visitiamo un'assente: — disse la povera madre; ed era svanita
-ogni nube dalla sua fronte, e già gli occhi suoi lucevano ricercando,
-nell'avvenire, la felicità di sua figlia.
-
-— Laurina — entrai a dire con la gravità di un giudice — Laurina è
-buona, e ha diritto d'essere felice.
-
-— La felicità — rispose mia moglie, abbassando la voce — non è sempre
-di chi la merita. Vi sono delle anime tanto buone, che paiono venute al
-mondo per far bella la sventura.
-
-Io dissipai quella idea superstiziosa assicurandole che Laurina,
-diventando moglie, saprebbe trovare un paio di difetti nel suo sangue
-paterno... — (O materno — interruppe Evangelina ridendo: e io feci
-l'aggiunta senza ridere; — o materno)... tanto da meritare il castigo
-della felicità per sè, per il marito e per i figli nascituri.
-
-— Suo marito è buono — disse Evangelina contenta — è proprio buono.
-
-— Ha un cuore d'oro, e vuol bene a nostra figlia.
-
-— Non vi è pericolo che egli si guasti, come è accaduto a tanti; è un
-uomo serio... fin troppo... Ecco — prosegui mia moglie trattenuta da
-quell'idea maligna — se dovessi proprio dire tutto il mio pensiero, mi
-pare troppo serio...
-
-— Se dovessi dire tutto il mio pensiero — soggiunsi — mi pare anche
-troppo lungo.
-
-Rise e subito l'idea maligna la lasciò andare.
-
-— La serietà del marito — dissi allora — è un pericolo quando la moglie
-è frivola, o quando il marito non ha conosciuto il mondo.
-
-— Il dottor Lelli lo ha conosciuto?
-
-— Lo ha conosciuto.
-
-— Come lo sai?
-
-— Me lo diceva lui stesso. A formare l'uomo moralmente sano — mi
-diceva — devono concorrere alcuni elementi malsani, che si formano
-e si dissolvono. È press'a poco ciò che il signor De' Liberi, suo
-rivale, te ne ricordi? chiamava «le curiosità contente dell'uomo maturo
-pel matrimonio». Salvo che egli aveva avuto troppe curiosità, e per
-contentarle tutte ci aveva messo del gran tempo.
-
-— E il dottore ti ha confidato?...
-
-— Non mi ha confidato... ma ho capito; ho capito che non è un ingenuo,
-che sa la sua parte di mondo...
-
-Mia moglie non era soddisfatta; trattandosi del marito di sua figlia,
-aveva anch'essa una grande curiosità da contentare. Allora mi ricordai
-d'essere avvocato. Nei momenti difficili dell'arte oratoria, che cosa
-mai ci salva, se non è la rettorica?
-
-— Bisogna avere bevuto una volta almeno un po' di feccia, per imparare
-a bever la vita senza intorbidarla.
-
-— Nostro genero ne ha bevuto della feccia?
-
-— Nostro genero ha imparato a vivere.
-
-Evangelina stette un po' in silenzio, e a me parve di poterla
-abbandonare un istante alle sue fantasticherie, per seguire col
-pensiero gli sposi che si allontanavano col treno diretto.
-
-A un tratto mia moglie esclamò:
-
-— A quest'ora sono a Codogno, stanno per arrivare a Piacenza.
-
-— Sbagli — dissi; — non possono essere che a Lodi.
-
-— Vediamo l'orario?
-
-— Vediamo l'orario.
-
-E alla povera madre sembrò d'essere ancora avvicinata alla
-sua creatura, quando, interrogato l'orario, l'ora e il minuto,
-potè affermare che gli sposi dovevano essere a mezza via tra
-Casalpusterlengo e Codogno.
-
-— Un po' più che a mezza via — corressi scrupolosamente.
-
-Per tacito accordo, tenendo l'orologio in mano, aspettammo che il treno
-si fermasse a Codogno; allora ci guardammo in viso senza dubitare della
-serietà di quell'atto.
-
-— Sono arrivati a Codogno! — disse mia moglie gravemente.
-
-— Non ancora — esclamai con uno scatto che la fece ridere; — il treno è
-in ritardo di due minuti.
-
- *
- * *
-
-Cominciò da Codogno il nostro viaggio attraverso l'avvenire dei nostri
-figli; in quelle terre incognite io veniva innanzi aprendo il passo
-a mia moglie; e quando l'inquietudine materna faceva spuntare uno
-sgomento dove il padre ingenuo aveva seminato una speranza, affrettavo
-l'andatura e volgevo gli occhi a un altro orizzonte. Ma per quanto io
-facessi, il nostro cielo si oscurava ogni tanto; noi e i figli nostri
-e i figliuoli dei nostri figli avevamo cento maniere accertate d'essere
-felici, e una sola di non essere; ma quest'una valeva più di cento, si
-chiamava l'_ignoto_.
-
-— La felicità non si governa con le leggi delle probabilità — disse ad
-un certo punto Evangelina.
-
-— Beati gl'infelici! — soggiunsi io tra il serio e il faceto. — Essi
-possono sperare.
-
-E mia moglie ripetè con un tremito nella voce, e proprio sul serio:
-
-— Beati gl'infelici! Essi possono sperare.
-
-Ma giunse fino a noi un rumore di passi che si avvicinavano. Ci rimase
-appena il tempo di sorriderci a vicenda per prepararci a sorridere al
-nonno.
-
-Vidi, abbandonato sulla specchiera, il nastrino azzurro che mia figlia
-portava al collo la vigilia; me ne impadronii passando e lo cacciai nel
-taschino del panciotto.
-
-Mia moglie non si avvide di nulla, e io senza sapere perchè, ne fui
-contento.
-
-— Dov'è Augusto? — domandò Evangelina a suo padre, che entrando nella
-camera di Laurina sembrava provare qualche cosa di cui egli medesimo si
-stupiva.
-
-— È di là che studia; quel povero ragazzo non ha in capo che la sua
-laurea. Già!... — sospirò guardandosi intorno — la gabbietta era
-graziosa, ma vi mancava il nido, e la rondinella è andata a farselo.
-Dite un po'; eravate qui a sospirare voi altri?
-
-— Manco per sogno! — proruppi. — Lo sai? Tutto ben esaminato e
-ponderato, Laurina ha fatto un matrimonio magnifico, e sarà felice e
-farà felice suo marito.
-
-Mio suocero prese a guardare prima me, poi sua figlia, e di nuovo me
-con una curiosità corbellatoria.
-
-— Saranno felici — mormorò Evangelina.
-
-— Proprio? — chiese lui con una gran voglia di beffarci; ma non seppe
-vincersi ed esclamò ingrossando la voce:
-
-— Io vi dico che saranno felici e che avranno dei figliuoli! Questo ve
-lo dico io: e li avranno presto... almeno uno!
-
-— Maschio? — domandai.
-
-— Non lo so — rispose ingenuamente il povero uomo.
-
-Si capiva che oramai egli era di facile contentatura, e che, pur
-d'avere un pronipote, non avrebbe guardato al sesso.
-
-
-III.
-
-Lo dissi un giorno: i nostri figli sono la nostra seconda gioventù,
-anzi sono la gioventù vera; chi non ha avuto moglie e figliuoli non è
-stato mai giovane, _tutt'al più_ celibe.
-
-_Tutt'al più_ era detto per celia, il rimanente sul serio, e mia moglie
-l'aveva inteso alla prima, senza altro commento fuor quello degli
-avvenimenti della vigilia.
-
-Una mattina era arrivata la prima lettera di Laura sposa; aspettata con
-ansia, letta con trepidanza, quella lettera, dettata dal nuovo amore
-di moglie e dal vecchio amore di figlia, ci diceva felicità che noi
-conoscevamo.
-
-E un altro giorno erano finalmente arrivati gli sposi medesimi, che,
-con un inganno dolcissimo, ci erano piombati in casa ventiquattro ore
-prima dell'ora prefissa: quel ritorno non somigliava menomamente a un
-altro; mancavano gli indifferenti, mancavano i via vai delle carrozze
-e la voce rauca che gridava le gazzette del giorno innanzi. E pure a
-me, a Evangelina, e probabilmente anche a mio suocero, ne ricordava un
-altro: il nostro.
-
-Il nonno non aveva dimenticato la sua parte: egli girava in salotto
-attorno a Laurina con la stessa curiosità maliziosa con cui venticinque
-anni prima, alla stazione, aveva fatto arrossire sua figlia. Ecco
-un'altra porzione del nostro passato che ci veniva restituita.
-
-Poi era venuta l'ora di separarci un'altra volta dai nostri figli,
-poichè l'università di Pavia voleva il suo professore e il suo
-studente, e il professore non era disposto a rendere la propria preda.
-
-Mio suocero un po' imbronciato, non così per la partenza dei nipotini,
-come per non avere ancora potuto fare la minima scoperta sicura nel
-bagaglio degli sposi — egli diceva propriamente _bagaglio_ — per
-consolarci dell'abbandono in cui eravamo lasciati, non sapeva far altro
-che dirci:
-
-— Ora lo dovete intendere che cosa significa avere cuore di padre;
-quando mi piantavate in Monza per venirvene a Milano, non lo
-sospettavate neppure... la gran lezione ce la dànno i figli.
-
-Sì, la gran lezione ce la dànno i figli; essi ci ridanno il meglio di
-noi stessi, ci rivelano i genitori nostri, ci riconducono così fino
-alla sorgente degli affetti!
-
- *
- * *
-
-Fu per un po' una gran melanconia.
-
-La nostra casa abbandonata, che ci parlava così forte dei nostri
-assenti, era come un amico nella desolazione; le volevamo un gran bene,
-ma la sfuggivamo per istinto. Andavamo volontieri a spasso, Evangelina
-e io; e ci accadeva di ritrovare per via una traccia perduta dai nostri
-figli con maggior piacere che a casa.
-
-Gli è che i viali e i cespugli dei giardini si ricordavano allegramente
-delle nostre creature che avevano conosciuto appena, mentre in casa
-ogni cantuccio che aveva giocato a rimpiattino con essi, ogni mobile,
-ogni tenda parlavano dei loro compagni con accento lagrimoso.
-
-Si faceva volontieri della filosofia in quel tempo, anche per consolare
-il nonno, il quale era scontento di certe notizie contraddittorie
-che giungevano periodicamente da Pavia, e minacciava ogni tanto di
-lasciarci per andarsene a stare coi nipoti e farli morire di vergogna.
-
-Si faceva anche il sofisma:
-
-— Che ci manca? — dicevamo. — Non siamo noi propriamente felici?
-Forse lo siamo troppo ed è ciò che ci offende. Noi possiamo pensare
-continuamente che ogni antico voto è stato esaudito, e goderci così
-a tutte le ore lo spettacolo della nostra felicità. Ma ciò soverchia
-le forze umane. Avremmo bisogno di esser messi a contatto della
-felicità medesima, perchè l'abitudine ce la scolorisse e ce la rendesse
-sopportabile, facendo nascere in noi altri desiderii.
-
-E un altro momento, senza badare alla contraddizione, ci trovammo
-d'accordo a dire:
-
-— Ci manca qualche cosa? Sì, qualche cosa ci manca: ebbene, godiamocelo
-questo qualche cosa che ci manca, perchè esso fa più sicura e durevole
-la nostra felicità. Ci vuole un pizzico di desiderio a condire
-un'esistenza felice.
-
-Il nostro caro vecchio ci lasciava dire, ma crollava il capo. Il
-pizzico di desiderio egli ce l'aveva, e pure non era felice.
-
-Esagera la dose — si diceva.
-
-E indagando ancora filosoficamente, si venne a concludere che il
-desiderio puro e semplice non serve se non è corretto da un po' di
-speranza, e sopratutto se lo inacidisce l'impazienza.
-
-Il povero uomo aveva un desiderio robusto e non gli mancava la
-speranza; ma era impaziente e guastava ogni cosa.
-
-Non gli si poteva dar torto: procedendo per via d'indagini, Evangelina
-riusciva ad accertare che il nostro caro vecchio doveva aver passato
-i... Ma che non vi fosse modo di sapere appuntino quanti anni aveva?
-
-— Molti e troppi — rispondeva lui, scotendoseli dalle spalle; — gli
-anni sono come i quattrini che i bambini buttano nel salvadanaio; non
-contandoli più, si moltiplicano.
-
-La nuova amica di casa, la filosofia, mi tirava per la falda dell'abito
-e mi assicurava che a una certa età io pure sarei ridiventato bambino
-per non contare più gli anni.
-
-A me pareva d'essere già rassegnato ad invecchiare; ma l'amica mi
-faceva osservare con malizia che rassegnarsi prima del tempo non è
-difficile.
-
-
-IV.
-
-A contentare il nonno, il quale non vedeva l'ora di recarsi a Pavia
-_per vedere_, e non aveva cuore di abbandonarci, sopraggiunse un
-avvenimento festoso: la laurea del nostro Augusto.
-
-Io chiesi una dozzina di _rinvii_, dando la posta ai clienti ed agli
-avversari per la quindicina successiva, e me ne andai a Pavia con la
-gioia di uno scolaretto in vacanza.
-
-Sapevo che mio figlio aveva scelto a tema della sua tesi la _persona
-giuridica_ secondo il diritto romano, ed avevo notato con molto piacere
-che, sapendo le lingue morte come me, aveva nondimeno potuto puntellare
-tutti i suoi argomenti con citazioni latine, come avevo fatto io al mio
-tempo.
-
-Una tesi di diritto romano è sempre una tesi rispettata dalla
-scolaresca, ed anche dai professori, e forse mio figlio l'aveva scelta
-per questo; ma non per questo solamente. Giudicatene: la _persona
-giuridica_ richiede anzitutto la persona fisica; e la persona fisica
-che cosa richiede? Qui nasce baruffa fra i commentatori; vi è chi si
-accontenta che la creatura umana sia nata viva, e vi è chi la vuole
-vitale. A ventidue anni Augusto si era fatto delle opinioni salde su
-questo proposito, e non gli spiaceva di far vedere al mondo che alla
-vigilia di diventare dottore in _utroque_, non vi è ombra di dubbio, si
-è già uomini consumati.
-
-Egli mi sbalordì propriamente con la quantità di testi che si era messo
-in bocca per confondere i contraddittori. Quando io mi provai a fingere
-l'eloquenza degli avversari e sfoderai la mia citazione irruginita:
-_Septimo mense nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter
-auctoritatem Hippocratis doctissimi viri..._ passò un sorriso sulle
-sue labbra — o dottissimo Ippocrate, quale sorriso! — poi gridò:
-_distinguo_!
-
-E distinse fra il _perfecte natus_ e il _parto vitale_ con tanta
-sottigliezza, e invocò in suo aiuto tanti celebri fisiologi ed
-anatomisti contemporanei, compreso suo cognato presente, che il
-_doctissimus vir_ fece la più grama delle figure.
-
-Fu anche peggio alla laurea.
-
-Quando mio figlio si sentì addosso la mantellina nera del candidato,
-quella mantellina stretta e svolazzante, che non copre nulla, che
-non promette nulla, salvo il ridicolo al laureando il quale per sua
-sciagura fosse per diventare mutolo; quando Augusto si sentì preso per
-gli omeri e per il collo da quel desiderio di toga, capì che la sua ora
-era venuta, s'inchinò dinanzi ai professori senza guardare in faccia a
-nessuno, ed aspettò di piè fermo la prima botta.
-
-Allora fu visto il professore di diritto canonico dire una parolina
-all'orecchio del professore di medicina legale, poi salutare il
-candidato.
-
-«Ci siamo! — pensò un altro dentro di me: il diritto canonico è il
-rivale del diritto romano; chissà dove andrà a trovare il lato debole?
-ad ogni modo l'urto sarà tremendo».
-
-— _Septimo mense_ — cominciò il professore masticando le parole a
-una a una — _nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter
-auctoritatem doctissimi viri Hippocratis..._
-
-Il professore s'interruppe, per assicurarsi che le signore presenti non
-avevano capito un'acca e per aumentare la propria disinvoltura con una
-presa di tabacco; dopo di che soggiunse:
-
-— Così sta scritto nei codici; o perchè dunque Ella sostiene che la
-vitalità non è necessaria alla persona fisica dei Romani?
-
-Udendo l'argomentatore incominciare come avevo incominciato io,
-capii che mi verrebbe voglia di ridere più tardi; ma non ero ancora
-rassicurato; temevo che il sussiego del professore facesse perdere la
-bussola al mio laureando. Egli era là, rigido come un arco teso, pronto
-a scoccare la sua risposta; guardava davanti a sè, proprio in faccia a
-Ippocrate, e non mi vedeva.
-
-Aspettando le prime parole di Augusto, le udivo innanzi che
-gli uscissero di bocca, dimesse e timide, oppure baldanzose e
-spropositate... Tacevano tutti; — toccava a lui...
-
-Fu un colpo da maestro.
-
-Mio figlio cominciò in latino tale e quale come il professore, e
-continuando la citazione interrotta, disse:
-
-— «_... et ideo credendum est, eum qui ex justis nuptiis septimo
-mense natus est, justum filium esse_. — Dunque l'autorità d'Ippocrate
-— proseguì in lingua volgare rinvigorita da un sorriso di trionfo —
-è invocata per stabilire la presunta legittimità dei figli, non per
-determinare la personalità _fisica_...
-
-«Se non che questa _auctoritas doctissimi viri_ — proseguì temendo
-che non gli si presentasse più l'occasione di confondere Ippocrate
-(che non gli aveva fatto nulla) — dev'essere accettata _con beneficio
-d'inventario..._ (il professore di diritto civile sorrise, il
-professore di medicina legale si dimenò in modo da lasciar intendere a
-tutti che egli era il più competente a giudicare il valore di quanto il
-candidato stava per dire) — giacchè la fisiologia moderna e la benefica
-medicina legale (furbone!) hanno stabilito che la persona fisica può
-essere perfetta anche prima del termine prefisso da Ippocrate.
-
-«Basti ricordare — proseguì Augusto con una eloquenza crescente — il
-caso di Fortunato Licetti, il quale, nato dopo quattro mesi e mezzo
-di gestazione, morì a ottant'anni. Forse che per i Romani Fortunato
-Licetti non sarebbe stato un uomo?»
-
-Il professore di diritto canonico rispose, dandogli torto, ci
-s'intende, con dell'altro latino; col sorriso gli dava tutte le
-ragioni: all'ultimo gli rivolse un cenno di approvazione con la mano, e
-tacque.
-
-Fu la volta del professore di diritto civile, il quale cominciò in
-italiano, col latino alle spalle:
-
-— «Ella ha sostenuto fin qui che la persona giuridica non richiede la
-vitalità, ma solo che la creatura umana sia nata viva: io vado più in
-là, e sostengo che non richiede neppure la nascita, ma si accontenta
-del concepimento...»
-
-« — _Nasciturus pro jam natur abetur_» — interruppe mio figlio.
-
-Egli commetteva un'imprudenza togliendo di bocca al suo professore la
-citazione latina; ma non se n'ebbe a pentire, perchè il professore ne
-aveva in serbo altre dieci e le mise innanzi pacatamente, cercando
-di confondere le idee del candidato. Allora mio figlio invocò un
-altro testo: «_ventri tutor dari non potest, curator potest_» — e il
-professore rimase contento.
-
-Così passando incolume dall'uno all'altro avversario, il laureando si
-coprì di gloria; e quando fu proclamato che Augusto Placidi figlio
-di Epaminonda era dottore in _utroque_, molti mi vennero a dire che
-l'_aula magna_ non vedeva spesso trionfi simili.
-
-La modestia in quel momento solenne non mi abbandonò del tutto, ma
-mi toccò fare una gran fatica per trattenerla. Mio suocero invece si
-vantava; diceva a quanti lo volevano intendere: _è di razza_.
-
-In mezzo a quell'onda di compiacenza, un'idea gli oscurava il volto
-ogni tanto; e appena giunto a casa egli si piantò solennemente in
-faccia a Laurina per dirle:
-
-— Abbraccia tuo fratello, che ha parlato latino come un messale,
-e domandagli che ti spieghi con suo comodo il casetto di Fortunato
-Licetti.
-
-— Che casetto?
-
-— Domandalo a lui — e soggiunse guardando al soffitto: — quattro mesi
-e mezzo possono bastare, ma questa disgraziata ha preso marito per
-giocare con la bambola!
-
-Io feci osservare timidamente che Fortunato Licetti era un fenomeno, ma
-egli crollò le spalle.
-
-Per avere un pronipote avrebbe accettato anche un fenomeno!
-
-
-V.
-
-Nell'autunno successivo mio suocero ammalò. Una mattina, dopo aver
-fatto la sua passeggiata solita, sentendo che le gambe lo reggevano
-male, si era rimesso a letto.
-
-— Non vi spaventate — disse appena ci vide entrare nella sua stanza —
-è una costipazione; appena me la sono sentita venire addosso, ho detto:
-è una costipazione — e siccome non voglio che pigli possesso di questa
-vecchia carcassa che mi serve benissimo, sono tornato a letto. È una
-giornata fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi voi pure.
-Evangelina, sei ben coperta?
-
-Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli, e noi fingemmo
-di pigliare la cosa allegramente per non lasciargli scorgere il nostro
-affanno.
-
-— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile chiamare il medico, perchè
-si capisce che è una cosa da nulla, ma in ogni modo...
-
-Protestò che di medici non ne voleva sapere, che non aveva mai avuto
-fiducia nelle medicine.
-
-— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina.
-
-— Sto benone — rispose battendo i denti.
-
-Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente sarebbe accolto
-male, entrò nella camera dell'ammalato in punta di piedi.
-
-— Se non mi vuole me ne vado — disse stando all'uscio; — vedo già di
-che si tratta, è una cosa da nulla; con quella faccia si seppellisce il
-medico — aggiunse volgendosi a noi.
-
-Ciò detto entrò; e il povero vecchio non trovò modo di andare in
-collera; fors'anche, poichè le apparenze erano salve, poichè non si
-recava offesa a quel decoro che egli metteva nell'essere sempre sano,
-non gli spiaceva sentir l'opinione della scienza, e si offrì all'esame
-del dottore con sufficiente rassegnazione.
-
-Il medico toccò il polso e la fronte, e fece un gesto di approvazione;
-guardò la lingua e si mostrò contento; ascoltò il petto e le spalle e
-parve soddisfatto.
-
-— Quanto a polmoni — disse mio suocero con un'ombra di compiacenza —
-sto benone, ma mi sento stanco, ecco, ho bisogno di riposo.
-
-Il medico gli diede ragione, l'aiutò ad adagiarsi nel letto e gli tirò
-le coltri sul petto, raccomandandogli di star coperto.
-
-Gli parlava come a un bambino; non ancora rassicurati, noi trattenevamo
-il respiro.
-
-— Le scriverò una pozione calmante — disse il dottore; — ne dovrà
-pigliare una buona cucchiaiata ogni ora.
-
-— Purchè non sia troppo dolce.
-
-— Non sarà troppo dolce.
-
-— Non stia a dire a quei ragazzi — raccomandò l'ammalato — che io sono
-in fil di vita; sarebbero capaci di crederlo.
-
-Il medico rise, e noi facemmo eco nell'uscire.
-
-— Ebbene? — domandai.
-
-— La cosa non pare gravissima per sè, ma può diventarlo per l'età.
-Quanti anni ha?
-
-— Quanti anni ha? — domandai a Evangelina.
-
-— Non lo sa nemmeno sua figlia; se è necessario possiamo... (il medico
-accennò che non era necessario); — deve però aver passato i settanta.
-
-— Speriamo — concluse il medico; — stasera avrà la febbre, ritornerò
-domani; bisogna prepararlo a ricevere le mie visite, e fargli pigliare
-le medicine.
-
-Accompagnai il medico fin sull'uscio di casa. All'idea della sventura
-mi sentivo venire un gran coraggio: pensavo ad Evangelina.
-
-Essa era già al capezzale del padre, il quale batteva i denti e cercava
-di leggerle negli occhi la sentenza del medico.
-
-— Ha detto che sono spacciato, non è vero? Non gli date retta.
-
-Evangelina ebbe la forza di ridere.
-
- *
- * *
-
-La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni visita veniva leggendo
-sulla faccia del medico, il quarto giorno vi lessi che rimaneva poca
-speranza di conservarci il caro vecchio.
-
-Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con un telegramma il
-dottor Lelli, nostro genero. Lo accompagnava Laurina, alla quale pochi
-mesi di matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una donna fatta.
-
-Il nonno che stentava a respirare e parlava con affanno, vedendola
-cadere come un fiore al suo capezzale, trovò ancora un accento sonoro
-per esclamare un _oh!_ di gioia: e perchè Laurina, nel vederlo soffrir
-tanto, si oscurò in volto e fu tentata di piangere.
-
-— Sorridi — disse — mi fa bene.
-
-— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti?
-
-— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò sul guanciale la
-testa stanca dalla febbre.
-
-— Dov'è tuo fratello?
-
-Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata.
-
-— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze, a Roma e a Napoli. Ha
-voluto vedere l'Italia, un dottore in utroque è nel suo diritto. Gli
-scriveremo...
-
-Accennò col capo che non era necessario; stette in silenzio, come per
-raccogliere un po' di forza, ma senza abbandonare la mano di Laura, poi
-disse forte:
-
-— Sei venuta per portarmi la buona notizia?
-
-Laura interrogò il marito con un'occhiata, appoggiò le labbra
-all'orecchio dell'infermo, e noi vedemmo la faccia del nonno
-trasfigurata dalla gioia.
-
-Non disse nulla, chiuse gli occhi per assaporare la nuova felicità, e
-non lasciò andare la mano di Laurina.
-
-— Come ti senti? — domandò Laura, quando egli finalmente si decise a
-riaprire gli occhi.
-
-— Sto bene, licenziate i medici — mormorò con voce spenta; e parve
-addormentarsi.
-
-Laura stette lungamente immobile, non osando togliere la propria mano
-da quella stretta amorosa, finchè il nonno non l'ebbe rallentata.
-Allora ci venne incontro lacrimando.
-
-— Che cosa gli hai detto? — domandai; e aveva anch'io un filo di
-speranza dinanzi agli occhi.
-
-— Ho dovuto ingannarlo — rispose Laurina. — Povero nonno!
-
-— Era necessario! — aggiunse mio genero.
-
-— Hai fatto bene! — disse Evangelina.
-
-Convenni anch'io che aveva fatto bene, non potendo far di meglio.
-
- *
- * *
-
-La medicina di mia figlia parve miracolosa a tutti, quando, dopo
-due ore di assopimento, la voce del vecchio tuonò nella stanzetta
-melanconica rompendo il nostro bisbiglio sommesso.
-
-— Laurina! — chiamò egli con accento fermo.
-
-E la buona creatura si affrettò a mettere nelle labbra e negli occhi la
-menzogna innocente per accorrere al capezzale dell'infermo.
-
-Egli la guardò con una specie di affanno, poi chiese titubando:
-
-— Ho sognato, o è proprio vero?...
-
-— È vero.
-
-— Ragazzi — gridò allora la voce del vecchio rifatta limpida come nei
-bei tempi — io vi dico che sono guarito, e che domani sarò in piedi;
-anzi mi leverò subito.
-
-Fece l'atto di mettere una gamba fuori del letto, ma giungemmo in tempo
-a trattenerlo.
-
-— Capisco — disse dolcemente — non bisogna dar scandalo alle signore;
-sarà per domani.
-
-Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono peggiorato,
-sebbene egli protestasse che si sentiva benone.
-
-Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia e la volontà
-del vecchio; quando sembrava soffocato dall'affanno, e lo sgomento
-ci stringeva il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio
-disperato con una parola baldanzosa: _allegri!_
-
-Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la vita.
-
-Ma quando la speranza era ritornata in mezzo a noi, e si era tutti
-intorno al letto porgendo orecchio credulo a ciò che il nostro caro
-ammalato diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro rantoloso
-dissipava ogni dolce visione. Ricominciava l'oppressura.
-
-Dopo una notte più travagliata delle precedenti, una mattina, una bella
-mattina d'ottobre, il vecchio ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno
-del capo. Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era discesa
-sulla sua faccia disfatta.
-
-— Come ti senti? — gli chiesi.
-
-— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma è finita!
-
-Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere, ed egli ci
-obbligò a guardarlo negli occhi.
-
-— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non mi posso lamentare;
-sono stato felice, me ne vado contento...
-
-Poi allungò il braccio con fatica, come cercando qualche cosa.
-
-A uno a uno andammo a mettere la nostra mano nella sua, ed egli ce la
-strinse debolmente.
-
-Disse a ciascuno di noi una parola affettuosa.
-
-A me disse e non me ne vergogno:
-
-— Tu sei buono!
-
-Disse a sua figlia:
-
-— Tu mi chiuderai gli occhi quando sarò morto; e mi darai un bacio, io
-lo sentirò ancora.
-
-E disse a Laurina, con un bisbiglio carezzevole che stringeva il cuore:
-
-— Gli parlerai di me, gli insegnerai a volermi un po' di bene.
-
-Ripigliò un po' di forza e chiese:
-
-— Dov'è Augusto?
-
-— A Napoli; gli abbiamo scritto che tu non stai bene... verrà...
-
-— Sto bene — mormorò; — gli direte che...
-
-Non potè soggiungere altro; una specie di sopore cadde sopra di lui e
-gli troncò le parole.
-
-— Nonno! — gridò Laura stringendo sempre quella mano, imbiancata e
-ingentilita dalla malattia.
-
-Eravamo curvi sul letto; non piangevamo ancora.
-
-Il vecchio riaprì gli occhi e guardò Laura fissamente.
-
-— Poveretta! — disse, e fu l'ultima parola; le sue labbra si schiusero
-a sorriderci dall'altra vita.
-
-— Egli sa tutto! — gridò allora mia figlia e si coprì la faccia con le
-mani.
-
-
-VI.
-
-Me ne ricordo: mio genero e io pensammo a scegliere una sepoltura
-all'aperto, e vi piantammo con le nostre mani un rosaio; poi, facendo
-la scoperta che il nostro caro vecchio era morto a ottant'anni, mi
-venne in mente il paragone del salvadanaio a cui egli ricorreva per
-nascondere l'età, e lo continuai dicendo a me stesso: il salvadanaio è
-spezzato!
-
-Mi ricordo anche d'un passero, che saltellava nel viale del cimitero il
-giorno della sepoltura, ma non mi sovviene più nulla di quanto accadde
-nel mio cuore, fino al giorno in cui nella nostra casa addormentata
-incominciarono a rivivere malinconicamente un desiderio, una speranza,
-un'idea allegra, e poi a uno a uno i doveri, le ansie, le contentezze,
-tutto ciò che aveva accompagnato il caro vecchio nella tomba.
-
-Per quello sbigottimento, che lascia la morte quando ci colpisce in una
-persona cara, ci eravamo sentiti come morti in lui, e allo stesso tempo
-avevamo avuto lui sempre vivo al nostro fianco. — Eravamo stati per un
-po' come in aspettazione di qualche cosa, che correggesse l'errore del
-nostro pensiero melanconico, e riponendo noi dinanzi a noi stessi, ci
-costringesse a guardare in faccia a un sepolto vivo, e dirgli: «tu sei
-l'avvenire!»
-
-Fu una lettera di Augusto che ruppe il fascino della tomba recente.
-Dinanzi all'incanto del golfo di Napoli, egli si sentiva accendere un
-estro nuovo, e servendosi d'uno stile che non aveva nulla di comune con
-l'eloquenza del foro, cercava di far intendere ai genitori il proprio
-entusiasmo, e di tentare il nonno.
-
-«Nonno mio — gli diceva in un proscritto dedicato a lui solo — tu
-non sei vecchio, tu sei ancora capace di gran cose; eccone qua una:
-mandami col telegrafo una sola parola, ma questa sia: aspettami, e io
-ti aspetterò, e passeremo la vita tra Posilippo e Sorrento, chiedendone
-scusa alla mamma e al babbo che saranno costretti a raggiungerci. Se tu
-non mandi il telegramma, partirò fra otto giorni».
-
-Allora Evangelina scoppiò in lagrime, e io singhiozzai per consolarla.
-
-Non avevamo voluto che la notizia dolorosa trovasse nostro figlio
-solo, in un paese non suo, e gli rendesse penoso il lungo viaggio del
-ritorno; perciò non gli avevamo scritto nulla. Ma mentre prima ci era
-sembrato di far bene, ora di quel silenzio avevamo rimorso.
-
-— È una cosa crudele — diceva Evangelina — lasciare quel povero ragazzo
-nell'inganno perchè scriva di queste lettere.
-
-E io ci pensava un po', domandandomi se veramente fosse una cosa
-crudele e verso chi.
-
-Evangelina asciugò le lacrime, andò a sedere affannata alla scrivania,
-e sul primo biglietto di carta capitatole scrisse rapidamente a suo
-figlio. Io lasciai fare continuando a domandarmi se il nostro silenzio
-fosse stato una crudeltà, e se quelle linee nere che Evangelina veniva
-schierando in colonna con mano tremante, fossero l'atto pietoso che
-doveva correggerla.
-
-Quando Evangelina ebbe colmato in breve la prima facciata, voltò
-il foglio per proseguire, ma lo trovò scritto in magnifico rondo da
-uno scrivano dell'avvocato Volli, mio avversario nella quistione di
-un prato irrigatorio, e sottoscritto con uno sgorbio dell'avvocato
-medesimo. Allora mia moglie si arrestò come ad un segnale convenuto;
-depose la penna tranquillamente, e mi disse che forse era meglio
-continuare a tacere fino al ritorno di Augusto.
-
-— Sì, è meglio — dissi.
-
-— Però gli scriverai che venga; se si potesse prepararlo senza fargli
-male?...
-
-«Figlio caro — scrissi subito, sopra un altro foglio, dopo essermi
-assicurato che nè l'avvocato Volli, nè altri mi sarebbe venuto a
-interrompere — prima d'ogni altra cosa, sappi che il nonno è un
-po' ammalato, e che alla sua età lo possiamo perdere da un momento
-all'altro...».
-
-A questo punto però mi arrestai; mi pareva che se il caro vecchio fosse
-stato vivo, non avrei scritto a quel modo...
-
-Ma, per preparare nostro figlio senza farlo soffrire, non vi era altro.
-Ripigliai a scrivere più lentamente, pesando le parole; Evangelina
-leggeva stando dietro la mia seggiola e diceva ogni tanto benissimo,
-quando la porta si aprì alle nostre spalle e apparve il dottor Lelli,
-mio genero.
-
-Quell'apparizione improvvisa mi fece balenare alla mente due idee.
-
-— Disgrazie!
-
-— Niente affatto — diss'egli sorridendo senza l'entusiasmo che avrei
-voluto. E l'altra idea si nascose.
-
-— Augusto — proseguì — arriverà domani.
-
-— Domani! se scrive a noi che arriverà fra otto giorni!
-
-— Arriverà domani o stasera — insistè mio genero.
-
-— È arrivato! — balbettai...
-
-— È di là — esclamò la madre.
-
-Era più vicino ancora, proprio dietro l'uscio, e appena Evangelina
-volle andare di là, si sentì stretta da due braccia poderose.
-
-Una melanconia profonda correggeva la gioia di Augusto.
-
-— Come mai?... — chiesi. Ed egli mi rispose:
-
-— È stata una lettera di mia sorella; ho indovinato tutto; non ho
-potuto rimanere lontano da casa nel momento del dolore.
-
-Non disse altro; volle visitare la cameretta abbandonata dal nonno, e
-stette lungamente a guardare un ritratto del vecchio; poi si avviò, per
-fargli visita, al cimitero.
-
-Faceva tutto ciò con gravità insolita; e io compresi che il primo
-dolore della sua vita maturava a un tratto tutta la parte di lui che
-sarebbe rimasta acerba chi sa quanto.
-
-Mio figlio è uomo.
-
-
-VII.
-
-Non è uomo soltanto, è anche avvocato.
-
-Un bel giorno fece la sua domanda in carta bollata, e saltò bravamente
-l'ultimo fossatello che lo separava dalla curia, giurando nelle mani
-del consigliere Longhi, mio buon amico, di essere il campione della
-vedova e del pupillo, tale e quale come suo padre.
-
-E un altro giorno, Augusto, dopo essere andato in giro per tutta
-la casa con la toga indosso, per misurarsela, consegnò il prezioso
-indumento al vecchio usciere, e si avviò al tribunale, dove giunse
-prima della toga. Era per un furto qualificato. L'accusato, un mariuolo
-di prima forza, più volte recidivo, non poteva ragionevolmente sperare
-di cavarsela senza un po' di carcere.
-
-— Ascolta — avevo detto a mio figlio — nel difendere un accusato, tu
-non domandare nè a lui nè a te stesso se egli è colpevole o no; tu
-cerca di metterti in capo che è innocente. Gli argomenti con cui l'uomo
-riesce a persuadere sè stesso sono sempre i più felici, i più nuovi,
-i più sottili. Sopratutto non ti devi fare dei falsi scrupoli; e se
-credi alla verità assoluta, non istare a cercarla nel foro. Le verità
-assolute nel foro erano due ai miei tempi, cioè che la verità per un
-avvocato è sempre relativa, e che la giustizia umana è fragile. In
-questi ultimi anni se n'è scoperta una terza: ogni reato è un errore
-di ragionamento generato da una anormalità del cranio, per lo più
-dal cervello che si attacca alle pareti ossee. La medicina legale
-lavora a ottenere che tutti i misfatti da far raccapriccio siano
-puniti solamente quando li commettano i galantuomini, perchè si deve
-ragionevolmente supporre che l'_organismo_ della gente onesta sia
-perfetto e la malvagità dell'uomo dotato d'ogni virtù sia tutta in lui;
-quanto ai furfanti, la loro cattiveria è nel cranio, è nella materia
-grigia, è nella membrana, o nel che so io, non in essi.
-
-Augusto si era contentato di sorridere, rispondendo:
-
-— Per me l'accusato non esiste; si fa un'accusa, e io m'ingegno di
-contrapporre una difesa; la giustizia ascolti e pesi.
-
-L'avevo guardato a bocca aperta, vedendo che egli si preparava a
-incominciare dove io, senza quasi averne coscienza, ero andato a finire
-per forza d'abitudine.
-
-Quel giorno, in mezzo al profano volgo che assisteva al dibattimento,
-l'usciere solo, con suo inenarrabile dolore, vide, o indovinò,
-l'avvocato Placidi seniore, il quale, per assistere al trionfo
-dell'avvocato Placidi juniore, senza dargli soggezione, si era
-accontentato di stare in piedi, con le spalle addossate al muro e con
-un garzone macellaio addossato alla propria pancia.
-
-Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto; si dimenava in
-punta di piedi, e ricadeva scoraggiato sulla propria base; non perciò
-io soffriva le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce il
-Pubblico Ministero, prima con le sue domande inutili ai testimoni, poi
-con le conclusioni feroci.
-
-Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio che il mio giovane
-macellaio gli diede in modo da non essere inteso dalle guardie, si
-rimise a sedere.
-
-— La parola alla difesa — disse il presidente.
-
-Allora si alzarono tutti in punta di piedi per vedere bene mio figlio,
-e mi rizzai io pure. Egli era là, tranquillo, disinvolto, magnifico,
-dentro la sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me che gli pareva
-troppo giovane; ma il macellaio, voltandosi, gli assicurò che era
-meglio.
-
-— «Signori — incominciò Augusto, e finse di radunare alcune carte per
-dar tempo all'attenzione di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: —
-Signori!...»
-
-Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato di esordire nella
-carriera del pubblico patrocinio, avendo un còmpito così facile e così
-bello, ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza d'un
-infelice.
-
-Era una bella frase e piacque a tutti; questa che venne dopo era ancora
-più bella:
-
-— «Io sento il bisogno di chiedere una grande indulgenza verso di me,
-ma domanderò solo giustizia per il disgraziato che siede su quella
-panca».
-
-Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo queste parole, e
-sopratutto bisognava sentirselo addosso per comprenderlo. Ma io non
-gli badava più; in quel momento egli era padrone di arrampicarsi su
-qualunque parte della mia persona, e se non lo fece, glie ne dichiaro
-ora tutta la mia gratitudine.
-
-Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo con una compiacenza,
-di cui non mi sarei creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità;
-diceva anch'io: _è di razza!_
-
-Mio figlio parlò, senza arrestarsi, una buona mezz'ora: aveva l'accento
-giusto, la voce armoniosa, il gesto largo, sobrio; ogni tanto metteva
-nel suo discorso delle pause sapienti; faceva — lo posso dire senza
-peccato? — faceva quasi come me; e minacciava di fare — questo lo posso
-dire senza peccato — minacciava di fare anche meglio di me in seguito.
-
-Quando affermò che un padre amoroso, un marito esemplare come quello
-che sedeva sulla panca dell'umiliazione, doveva essere restituito
-alla sua famiglia, corse un mormorio d'approvazione nel pubblico, e il
-presidente dovette minacciare di far sgombrare la sala.
-
-Ah! perchè il macellaio mio vicino non era più là a sancire quel
-trionfo! Egli se n'era andato poco prima della perorazione; dopo aver
-interrogato due volte un grosso orologio d'argento sotto il grembiale
-insanguinato, dopo essersi arrestato un po' sull'uscio, aveva dovuto
-obbedire alla voce del dovere che lo chiamava dal macello.
-
-Il primo cliente di mio figlio fu assolto. Egli venne un giorno con le
-lacrime agli occhi a ringraziare il suo avvocato, e a promettergli di
-scolpirsi in cuore il beneficio ricevuto, per non tornare mai più in
-carcere. Ma l'uomo è debole e il peccato è robusto. Il poveraccio con
-le migliori intenzioni del mondo non potè mantenere la seconda metà
-della promessa; ne fece una più grossa della prima, e fu condannato
-alla reclusione dove si trova ancora.
-
-Io sono disposto a credere che gli sia riuscito più facile a mantenere
-la prima parte della promessa, e che abbia serbato eterna gratitudine
-al suo primo avvocato, ma non ne sono sicuro.
-
-
-VIII.
-
-Le cose si mettevano benone; mio figlio, per mia virtù, non doveva
-attraversare nessuna delle burrasche che a suo tempo avevano sbattuto
-l'avvocato Epaminonda. Egli non doveva logorarsi nell'aspettazione
-inquieta del primo cliente; non aveva che a scegliere nello studio di
-suo padre fra le cinquanta cause vecchie o nuove ch'io spingevo innanzi
-pian pianino, pei sentieruoli della procedura; poteva pigliarsene una
-tutta per sè; oppure passare dall'una all'altra, e fare nello stesso
-giorno una citazione, una comparsa, una domanda d'appello o di rinvio.
-Così faceva, e divenne in breve un collaboratore prezioso.
-
-Essendomi accorto che sopra ogni cosa trovava gusto a presentarsi in
-tribunale, io di buon grado lasciava a lui quest'ufficio; si lavorava
-in comune, a casa mettevamo insieme tutti gli elementi di difesa del
-nostro cliente, ma per lo più era lui che faceva la chiacchierata ai
-signori giudici e ai signori giurati.
-
-Parlava bene, con una bella voce baritonale, non ancora velata da un
-po' di catarro come la mia. Da principio esponeva le cose con ordine e
-con pacatezza, poi man mano si accalorava fino a un impeto che pareva
-irrefrenabile; ma si frenava di repente all'ultimo; e quel passaggio
-rapido dalla foga alla calma produceva, bisogna dirlo, un grande
-effetto oratorio.
-
-Le ultime sue parole erano lente e sommesse, tanto che i giurati, i
-giudici e il pubblico dovevano tendere bene tutte e due gli orecchi per
-udirle. Così egli finiva in mezzo a un silenzio teatrale.
-
-Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria? Non da me. Il mio
-metodo era tutt'altra cosa. Pacata da principio alla fine, amena
-e frizzante, se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava
-a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio, sarcastica
-nell'esposizione dei fatti, diventava tuono un momento solo, nel
-conchiudere. Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto il
-migliore. E anche quando Augusto cominciò a gettare nella mia mente
-il dubbio amaro che vi fosse un genere d'eloquenza più abile del mio,
-persistei nella maniera che mi aveva servito per tanto tempo.
-
-— Signor avvocato — mi dicevano gli amici del tribunale e della
-Corte d'appello — sa che suo figlio si fa onore? _Fortes creantur
-fortibus..._
-
-Io respingeva quel latino tentatore con la più falsa delle modestie,
-una modestia che era la vanità in persona.
-
-— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono tutti: in tribunale non
-si è intesa da un pezzo una parlantina così elegante, così lucida, così
-ordinata... un garbo oratorio così...
-
-E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse il segno;
-parlantine eleganti, lucide, ordinate se n'era sempre udito in
-tribunale; io stesso aveva parlato per un'ora e un quarto la vigilia...
-
-Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso un uscio, e fu
-l'usciere che me lo diede.
-
-Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando un occhio e un
-orecchio alla porta socchiusa della sala d'udienza; mio figlio aveva
-finito allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentire come venisse
-giudicata. Ed ecco quello che, detto confidenzialmente per bocca
-dell'usciere a un caporale di fanteria, infilò il mio orecchio e mi
-passò da parte a parte.
-
-— Suo padre — disse l'usciere con l'accento sentenzioso proprio di
-questa classe d'uomini di legge — suo padre _parlava_ bene anche lui,
-ma _questo qui..._
-
-_Questo qui_ era mio figlio!
-
-Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità e il sentimento
-paterno, da principio parve trionfare la vanità; ma solo perchè
-l'avversario si picchiava con le proprie mani.
-
-Ve lo figurate voi questo modello di padre che coglie sè stesso
-nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio figlio! ha da essere proprio
-mio figlio che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e altre
-tenerezze simili?
-
-Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e si alimenta di una
-vicinanza, e avrei potuto misurare i gradi delle diverse invidie, di
-cui mi onoravano i miei vicini, a cominciare dal sentimento robusto
-dell'agente di cambio, il cui uscio di casa si apriva dirimpetto
-al mio nel medesimo pianerottolo, passando per quello più fiacco
-degli inquilini del piano di sotto, del piano di sopra o della casa
-dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti, fino all'invidia un
-po' scolorita, pronta a rifiorire alla prima occasione, degli abitanti
-del mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra padre e figlio
-anche l'ombra di quel sentimento maligno non l'avevo sospettato mai,
-e mi era sentito al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito
-Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno di noi (meglio io) se
-ne fosse andato all'altro mondo... o per lo meno agli antipodi.
-
-Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io feci allora nel mio cuore
-di padre, e mi affrettai a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel
-giorno, sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori e giudici,
-che l'avvocato Placidi seniore non era più nulla e non aspettava dal
-foro altri trionfi fuor quelli di suo figlio.
-
-— Vi farà onore — mi rispondevano.
-
-— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma vi sono preparato.
-
-Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano che
-questo non poteva succedere, che la mia fama era... che il mio valore
-dovrebbe... e io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio amor
-proprio.
-
-Venne un giorno in cui il mio amor proprio non ebbe più sorrisi,
-perchè non si fece più illusioni. Mio figlio era così famoso per la
-sua parlantina, che metteva me assolutamente nell'ombra; ed io, per
-conservare un po' di lustro alla mia eloquenza, decisi di non parlare
-mai più in tribunale.
-
-Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto, il quale non vuol
-convenirne; sì, fu un bel tiro, un magnifico tiro.
-
-Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama di oratore, e i
-trionfi di mio figlio l'aumentarono; perchè quando egli faceva per
-innalzarsi, coloro che avevano udito me in altri tempi, e specialmente
-chi non mi aveva udito mai, mi portavano al cielo. Più d'una volta mio
-figlio, dopo una difesa splendida, se le ha dovute sentir fischiare
-all'orecchio queste parole, che mi lusingavano, sebbene fossero
-bugiarde:
-
-— Bisognava sentir suo padre!
-
-Egli, invece di adirarsi, assicurava che era verissimo; lo diceva a
-tutti, lo diceva a me stesso.
-
-E io? Ero quasi tentato di crederlo.
-
-
-IX.
-
-Ci eravamo preparati ad aspettare con rassegnazione; la filosofia, la
-fisiologia, l'esempio del nonno e il nostro esempio medesimo avevano
-contribuito a darci quella serenità che, utile in molte occorrenze
-della vita, è poi indispensabile nei nostri rapporti coll'Eterno Padre.
-
-Avevo detto ad Evangelina:
-
-— Tu compivi i vent'anni quando ti venne la prima idea di Augusto...
-te ne ricordi? Farà così anche Laurina; finchè non abbia vent'anni non
-riuscirà a nulla di buono; meglio così: il suo Epaminonda nascerà più
-robusto.
-
-— Spero bene — aveva risposto Evangelina — spero bene che non ti
-metterai in capo di battezzarlo Epaminonda?...
-
-Al che avevo ribattuto solennemente:
-
-— Le colpe dei padri saranno espiate dai figli...
-
-E intanto Laurina aveva compiuto i vent'anni, e non si decideva a farci
-nonni.
-
-— È finita! — dissi un giorno — se vogliamo avere un nipotino, non ci
-rimane altro scampo che pigliare con le buone Augusto, e farlo cadere
-in un tranello.
-
-— Che sarebbe a dire...
-
-— Dargli moglie!
-
-Era una buona idea anche quella. Perchè mai Augusto non pigliava
-moglie? Forse non vi pensava, e basterebbe dirglielo. Quanto a farci
-nonni, non vi poteva essere ombra di dubbio ch'egli spiccierebbe il
-negozio alla lesta. Già, io aveva sempre sospettato un po' di mio
-genero, e cominciavo a mettere tutta la colpa addosso a lui. Mia figlia
-non era capace di comportarsi così; aveva avuto ben altri esempi
-in famiglia; una delle sue bisnonne aveva messo al mondo sei figli:
-l'altra nove, due dei quali gemelli.
-
-— Quel tuo dottore... — dissi, terminando le riflessioni ad alta voce.
-
-— Perchè mio? — domandò Evangelina.
-
-— Perchè io non lo voglio; quel tuo dottore mi era sembrato troppo
-lungo, non avevo torto; è una pianta venuta su all'ombra...
-
-Ma mentre noi ne sparlavamo a questo modo, nostro genero aveva fatto di
-tutto per contentarci; senonchè ingannato da certi falsi indizi e dalla
-propria scienza medica profonda, non si avvide d'essere padre se non
-quando la sua paternità avrebbe cavato gli occhi ad un cieco.
-
-La natura si diletta talvolta a fare simili gherminelle alle mogli dei
-professori di medicina.
-
-Il primo pensiero del dottor Lelli fu di avvisare il suocero e la
-suocera con una lettera piena di dubitativi.
-
-«Se... ma... però... potrebbe essere...» ecco il sugo dell'epistola, la
-quale finiva minacciando a mia figlia un consulto.
-
-— Te li figuri tu i professori della facoltà medica di Pavia, tutti
-intorno a nostra figlia? Quel disgraziato tratta sua moglie come un
-caso patologico... perchè non raduna addirittura un congresso?
-
-Glielo domandai in persona il giorno successivo:
-
-— Perchè non raduni addirittura un congresso? Guarda... fammi il
-piacere... guarda...
-
-Laurina mi fuggì di mano, e io le corsi dietro per raccomandarle di non
-correre.
-
-Mio genero rideva con grande indulgenza; ed Evangelina si asciugava una
-lagrima di nascosto.
-
-— Perchè piangevi poco fa? — le chiesi.
-
-Non me lo volle dire, ma io indovinai.
-
- *
- * *
-
-Viaggiando il giorno dopo col treno omnibus, notai in me due sentimenti
-opposti: il rammarico di abbandonare Pavia, e l'impazienza di arrivare
-a Milano.
-
-Ma era un'impazienza allegra, che da quel giorno doveva accompagnarmi
-perfino nell'andare al tribunale.
-
-Ritrovavo mio suocero in me stesso, comprendevo ora tutte le
-singolarità dell'amore geloso del nonno per i miei figli; sentivo in
-embrione, come cosa che si venisse formando nel mio cervello, quella
-teorica che il nostro caro vecchio mi aveva già dimostrato inutilmente
-a suo tempo: i nostri figli appartengono più al nonno da parte di
-madre, che al padre medesimo. Provasse un po' mio genero a vantare
-diritti più autentici del mio sul nascituro.
-
-Certamente la donna sopporta la gioia meglio dell'uomo, il che
-non significa (come la nostra vanità potrebbe essere tentata di
-soggiungere) che noi altri uomini sopportiamo meglio il dolore. Se non
-sdegnassimo di aprire più spesso le valvole che furono date all'umana
-natura, cioè il riso ed il pianto, saremmo forti per lo meno quanto le
-nostre donne, più forse, ma non ve l'assicuro.
-
-Evangelina mi stava a guardare dal suo cantuccio; con una dolcezza
-penetrante il suo sguardo veniva leggendo tutta l'anima mia senza
-fallare.
-
-Sentivo questo così bene, che a un certo punto mi chiusi bruscamente
-in me stesso, dandomi un'aria svogliata e indifferente, perchè non si
-leggesse d'un mio segreto disegno.
-
-— Tu dove vai? — mi chiese mia moglie un'ora dopo.
-
-— Dò una capata in tribunale, e torno subito e tu?
-
-— Esco anch'io.
-
-Non mi disse dove andava, e io non lo domandai, per risparmiarmi
-un'altra interrogazione.
-
-Uscimmo insieme: ed io accompagnai un buon tratto Evangelina. Fu lei la
-prima a dire:
-
-— Io devo passare di qui.
-
-— Io di qui. Arrivederci...
-
-— Fra quanto?
-
-— Fra un paio d'ore.
-
-Ci separammo alla cantonata della via traversa.
-
-Avevamo conservato un'abitudine d'innamorati e di sposi: quella di
-voltarci, e benchè oramai vecchi, non isbagliavamo mai il momento.
-
-Mi voltai proprio quando essa si voltava, e dandole quell'ultimo
-saluto silenzioso (ne chiedo scusa alla gente seria) trovai alla solita
-tenerezza il sapore leggermente amaro del mio piccolo inganno.
-
-Sì, perchè io aveva detto una bugia, e invece di andare al tribunale,
-mi avviava semplicemente al cimitero.
-
-Non avevo voluto mettere delle idee melanconiche in capo a mia moglie;
-essa probabilmente si sarebbe ostinata a volermi accompagnare in quella
-visita a suo padre, ed io sapeva per esperienza come queste visite
-andavano a finire.
-
-Quanto a me, mi sentiva forte; poteva assaggiare la malinconia senza
-timore che mi desse al capo, come per lo più succede: e poi da un pezzo
-non visitavo più quella tomba... chi sa di quanti seccumi bisognerebbe
-mondare il rosaio? Camminavo a passo celere, ora che Evangelina non mi
-poteva più vedere.
-
-— Sei nonno! — mi diceva qualcuno — _nonno!_ prova a ripetere questa
-parola — e io provavo. — Tu ricominci la vita per la terza volta; ti
-sembrava quasi d'aver finito; d'essere al mondo per far numero; ora
-ecco un altro scopo: la culla d'un altro figlio.
-
-Il rosaio era scomparso; non mi rimaneva più dinanzi alla mente se non
-la tomba di mio suocero, ma aveva le cortine di mussola bianca, come
-una culla.
-
-Quando io fantastico, corro — è Laurina che me n'ha avvertito; — le
-mie gambe avevano vent'anni quel giorno; nondimeno per le giravolte che
-m'era toccato fare, arrivai in cimitero dopo mia moglie.
-
-Proprio così, la poveretta aveva avuto la mia medesima idea; ed era là,
-dinanzi a me, che s'avviava fra le tombe.
-
-Subito mi fermai, guardando all'uscita; essa mi sentì, si volse e mi
-sorrise. Che piacere! poteva ancora sorridere, non era troppo mesta! la
-raggiunsi e la presi a braccetto con molta gravità, senza dir parola,
-mentre essa mi veniva guardando negl'occhi per godersi il mio corruccio
-burlesco.
-
-— Signora! — cominciai tragicamente...
-
-— Signore! — mi rispose con un fil di voce...
-
-Allora io volli ridere, ed Evangelina si affrettò a dirmi con la sua
-voce e con la sua maniera solite:
-
-— Per carità, sta zitto; siamo in camposanto!
-
-— To', è vero — mormorai — siamo in camposanto. Ma come mai —
-soggiunsi, adattando la voce al luogo — come mai ti è venuta la mia
-stessa idea?
-
-— Come mai ti è venuta la mia stessa idea?
-
-— E come hai fatto per arrivare prima di me?
-
-— È un segreto — mi rispose sottovoce.
-
-— Davvero non capisco, eravamo fuori di strada tutti e due, e ho le
-gambe più lunghe delle tue.
-
-— Non ti voglio far penare — mi disse, con l'aria di farmi una gran
-confidenza. — Sono venuta in carrozza.
-
-Mi picchiai la fronte e sclamai come ispirato: _capisco!_ E mia moglie
-conchiuse: _bravo!_
-
-Allora ci fu impossibile tenerci dal ridere, ma lo facemmo con
-discrezione.
-
-— Siamo vecchi — entrò a dire mia moglie — siamo quasi nonni, facciamo
-come i monelli, e forse offendiamo i morti.
-
-— Non aver questo scrupolo — risposi alzando un po' la voce perchè
-mi sentissero i morti più vicini: — se i morti ci possono intendere,
-avranno cara questa allegria serena che visita le loro tombe. Si viene
-sempre in cimitero a dire ai morti che si soffre della vita e che
-si vorrebbe raggiungerli presto. Essi saranno contenti di sapere che
-nella vita si ama ancora, e che quando si ama molto, quasi quasi non si
-soffre.
-
-Evangelina mi strinse il braccio per ringraziarmi di queste parole e si
-staccò da me per rizzare una croce posta come segnale sopra una fossa
-recente. Poi proseguimmo la via in silenzio.
-
-— Gli ho portato un fiore — disse a un tratto Evangelina, mostrandomi
-un mazzolino di viole che teneva sotto il mantello.
-
-Io presi le viole gravemente e ne aspirai il profumo, guardando mia
-moglie negli occhi. Non era mesta, non le tremava la voce, ma ancora
-non ero sicuro che la vista della tomba di suo padre...
-
-Eccola... ecco il salice, che nasconde la colonnina intera, sul cui
-capitello s'intrecciano due corone: a mio padre, a mio nonno...
-
-Evangelina si staccò da me, e corse ad inginocchiarsi dinanzi alla
-tomba, io le rimasi alle spalle cercando con gli occhi i seccumi del
-rosaio fiorito... Poco dopo mia moglie si volse e sollevò il capo per
-farmi vedere che non piangeva. Non mi pareva vero, e spensieratamente
-le dissi: _brava!_
-
-Si rizzò, e incominciammo tutti e due in silenzio l'opera di mondare il
-salice e il rosaio dai seccumi.
-
-— Bada — dissi — non istaccare quelle foglie accartocciate: è una
-specie di bruco intelligente che le ha accomodate così per la sua
-famiglia.
-
-Evangelina si accostò a guardare dentro alle foglioline come in un
-cannocchiale, poi lasciò ricadere il ramo, e sorrise.
-
-Ma fu senza pietà con un ragno che era venuto ad attaccare i suoi fili
-dalla colonna al rosaio; e quando ebbe distrutto con la pezzuola tutta
-quell'opera bella e faticosa, mi disse per giustificarsi:
-
-— Questo non era un nido, era una trappola.
-
-Maggio era già passato sulla campagna, e il muricciuolo del cimitero
-non l'aveva potuto trattenere; l'alito suo aveva risvegliato mille
-forme di vita fra le tombe.
-
-Spingendo l'occhio sotto la pietra di una fossa vicina, io vedeva il
-corpicino d'una lucertola bruna così immobile che pareva di bronzo, e
-chinandomi a sgombrare dalle male erbe la poca terra che appartiene
-ancora oggi a mio suocero, io misi allo scoperto l'ingresso di un
-formicaio, dove si faceva un gran lavoro.
-
-Quelle creaturine che uscivano dalla fossa del nostro caro vecchio,
-per ritornarvi cariche di preziosi fardelli, sembravano lì per essere
-interrogate.
-
-— Se ci potessero rispondere — disse Evangelina, che non sapeva
-staccare lo sguardo da quella piccola gente nera...
-
-— Ti direbbero che i morti non hanno alcun bisogno di noi, e che
-dobbiamo pensare ai nostri figli.
-
-Le mie parole erano solenni; ma l'accento con cui le pronunciai era
-facile e leggiero, come era facile e leggiera, quel giorno, tutta
-l'anima mia.
-
-Non passò alcuna nuvola sul nostro orizzonte, dicemmo addio al caro
-vecchio e ci separammo da lui senza dolore.
-
-Passando accanto a una tomba, Evangelina lesse il nome di una bimba di
-quattro anni, e disse mestamente:
-
-— Anche i bimbi muoiono!
-
-Io sospirai: _pur troppo!_ e il mio egoismo si affrettò a soggiungere
-a bassa voce che questo pericolo per due dei miei figli era passato, e
-che il terzo aveva ancora da nascere... pur troppo.
-
-E sospirai un'altra volta.
-
-Nemmeno quest'ultimo sospiro potè guastare la mia serenità; facevo lo
-scontento per ipocrisia, ma in fondo non desideravo nulla.
-
-Nulla, proprio nulla, no. Desideravo un maschio; avevo anch'io
-questa debolezza, e come a punirmi dell'offesa anticipata che venivo
-facendo alla mia nipotina, mi affrettai a scrivere a mia figlia per
-raccomandarle di nutrirsi bene, di non correre, di scendere le scale
-pacatamente, di non fare degli sforzi gravi (per esempio, sollevare
-dei pesi enormi... e che altro?), insomma di condurre il negozio con
-giudizio, senza badare al _sesso_.
-
- *
- * *
-
-Fu la pallida mammina che, sollevando il corpicciolo della creatura
-tanto aspettata, la collocò con molta precauzione nelle braccia del
-nonno.
-
-Poi disse:
-
-— Babbo, sei contento? — e lo veniva guardando negli occhi con la
-certezza di leggervi la felicità.
-
-Il nonno non rispose neppure; volle baciare la nipotina, che lo
-guardava con molta attenzione, e non seppe come fare; volle accarezzare
-il visino con la mano, ed ebbe paura di soffocarla; volle correre
-col suo prezioso fardello per tutte le stanze, volle ridere, volle
-piangere.
-
-Fino a poche ore prima aveva accarezzato col pensiero un bel maschio,
-robusto più del necessario per quell'età, panciuto come il nonno; e
-dinanzi a quella neonata color di rosa si domandava come avesse potuto
-desiderare _un altro._
-
-Sua moglie e suo genero lo stavano a guardare e ridevano; e la mammina
-gli domandava inutilmente:
-
-— Babbo, sei contento?
-
-Ebbene, no, non era contento, e lo disse:
-
-— Vorrei baciarla e non posso, per causa dei baffi; vorrei farle delle
-carezze, e non posso servirmi che d'un dito; vorrei rapirla, fuggire
-con essa, e non posso perchè ho paura che si costipi. Come vuoi che io
-sia contento?
-
-Per consolare il nonno gli fu detto che la neonata era tutta lui, negli
-occhi, nella fronte e perfino nel naso.
-
-Quando mi ripetono queste cose (perchè sono io il nonno) mi afferro
-gravemente il naso come per pigliarne le misure e lo confronto col
-nasino non più grosso di un cece della neonata. Faccio lo scettico, per
-decoro. Faccio di più: ammetto che la mia bimba somigli anche un poco
-alla nonna, e un po' alla mamma, e un pochino (pochino davvero) a suo
-padre — ma che essa abbia una somiglianza strana con me non vi è ombra
-di dubbio. Me lo dicono tutti.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- A CHI LEGGE (prefazione alla Iª edizione) _Pag_. 9
- PRIMA CHE NASCESSE » 11
- LE TRE NUTRICI » 55
- CORAGGIO E AVANTI » 115
- MIO FIGLIO STUDIA » 169
- INTERMEZZO » 199
- LA PAGINA NERA » 215
- MIO FIGLIO S'INNAMORA » 245
- IL MARITO DI LAURINA » 288
- NONNO! » 357
-
-
-
-
-Cenno Bibliografico di MIO FIGLIO!
-
-
-Pubblicato in frammenti, ebbe parecchie edizioni di ciascuna parte,
-oltre 3 edizioni dell'opera completa, Roux e Favale, Torino.
-
-Nel 1881 fu fatta un'edizione di gran lusso con illustrazioni italiane
-dell'Edel; poi un'edizione economica nell'anno 1882; e la 3ª, 4ª, 5ª e
-6ª edizione, furono pubblicate da A. Brigola.
-
-TRADUZIONI:
-
-Tedesca. — Nella =Deutsche Rundschau=; poi in volume dall'editore
-Paetel, Berlino, 1884, traduttori Dohm e Offmann. — Nuova edizione
-economica, Engelhorn, Stuttgart. — Altre traduzioni: editore Reclam,
-Lipsia, traduttore W. Lange, del solo _Marito di Laurina_. — Altra
-edizione del Marito di Laurina fu pubblicata a Berlino dall'editore
-Auerbach, 1882. — _L'Intermezzo_, che fa parte di _Mio Piglio!_,
-fu pure tradotto dall'illustre poeta R. Hamerling, e pubblicato
-dall'editore Larl Prockasta a Vienna.
-
-Danese. — Editore Schubothes, Copenaghen, traduttore Winkel Horn, con
-bel ritratto.
-
-Belga. — Editore Gilon, Verviers, traduttore Gravrand.
-
-Francese. — Tradotta da F. Reynard, pubblicata nel =Temps=, 1886, poi
-dal Charpentier, Parigi, 1886.
-
-Spagnuola. — Illustrata con incisioni spagnuole e buon ritratto,
-editore D. Cortezo, Barcellona, 1887, trad. Maria de la Pena.
-
-Ungherese. — Nel giornale letterario =Fovarosi Lapok= a Buda-Pest.
-
-Olandese. — Editore Rogge, 1882, traduttori Van der Venter e Dott.
-Epkema.
-
-Svedese. — Molte parti di quest'opera furono pubblicate in giornali e
-riviste.
-
-Croata. — Nei giornali =Vienac= e HRVARSKA VILA di Zagabria.
-
-Boema. — Un'edizione czeca a Praga presso Hynek — Traduzione czeca di
-=Mio figlio studia= nel giornale =Prokok= di Praga. — Altra traduzione
-del =Nonno= nel giornale =Zlata=, Praga.
-
-Traduzione stenografica di PRIMA CHE NASCESSE.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIO FIGLIO! ***
-
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-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
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-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
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-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
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-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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-<body>
-
-<div style='text-align:center; font-size:1.2em; font-weight:bold'>The Project Gutenberg eBook of Mio figlio!, by Salvatore Farina</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
-at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. If you
-are not located in the United States, you will have to check the laws of the
-country where you are located before using this eBook.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: Mio figlio!</div>
-
-<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Salvatore Farina</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>Release Date: March 13, 2021 [eBook #64810]</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>Language: Italian</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>Character set encoding: UTF-8</div>
-
-<div style='display:block; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)</div>
-
-<div style='margin-top:2em; margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIO FIGLIO! ***</div>
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-MIO FIGLIO!
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-SALVATORE FARINA
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-MIO FIGLIO!
-</p>
-
-<p class="pad2">
-UNDECIMA EDIZIONE
-</p>
-
-<p class="pad4">
-S. T. E. N.<br />
-Società Tipografico-Editrice Nazionale<br />
-<span class="small">(già: Roux e Viarengo, M. Capra e A. Panizza)<br />
-TORINO, 1915.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA
-</p>
-
-<p>
-(3135)
-</p>
-
-<p>
-Officine grafiche della S. T. E. N.
-(Società Tipografico-Editrice Nazionale) — Torino.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-
-<h2>
-AI MIEI FIGLI
-</h2>
-
-<div class="blockcit">
-<p>
-<i>perchè quando non saranno più bambini,
-trovino in queste pagine gli affetti semplici
-della loro età presente, e più tardi una
-maggior parte di chi gli ha tanto amati</i>
-</p>
-
-<p class="indl small">
-Milano, 1º Novembre 1881.
-</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<h2 id="prefaz">A chi legge
-<span class="smaller">(PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE)</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-<i>Quando pubblicai la prima volta le parti staccate
-di questo libro modesto, i critici mi avvertirono di
-due cose, cioè che io andava troppo per le lunghe,
-insistendo soverchiamente nei particolari; e che correva
-troppo senza nemmeno toccare episodii importanti
-della piccola ma eterna epopea domestica. Con
-la scorta di questi due criteri, io, come è accaduto
-ad altri, continuai a fare a modo mio. Ora che il
-libro, bene o male, è compiuto, mi credo in obbligo di
-avvertire chi legge che non ho voluto scrivere un romanzo,
-e che per ciò non si aspetti una narrazione
-filata. Qua e là, fra le parti del libro, ho lasciato
-di proposito un intervallo dove fosse posto ad altre
-gioie e ad altri dolori, per la ragione medesima che
-mi consigliò di rifiutare le considerazioni troppo personali
-e gli avvenimenti non volgari. Dirò tutto:
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-Questa volgarità di casi e queste lacune mi daranno
-un collaboratore in ogni padre che voglia leggere il
-mio libro.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>D'un altro disinganno a cui va incontro il lettore
-non sarà male che io mi scagioni a bella prima.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i><span class="upright">Mio Figlio!</span> non è un protagonista, non è nemmeno
-un personaggio vero e proprio; è un sentimento,
-è il grido di tutta l'umanità, anzi di tutta la
-natura.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Quale intento mi sono io proposto? Non lo so bene;
-mi ricordo che quando una voce di là dalle Alpi
-mandò un grido che a molti non piacque, e in casa
-nostra altre voci gridarono anche più forte e in un
-modo che dispiacque a moltissimi, più d'uno sentì il
-bisogno di mettersi alla finestra e di gridare: <span class="upright">Mio
-Figlio!</span> Forse lo sentii anch'io questo bisogno, e allora,
-per vizio d'abitudine, presi la penna... e peccai.
-Oggi che le vociferazioni cominciano a cessare, questo
-libro non vuole aver punto l'aria di una protesta. — Che
-cosa vuole esso dunque? Vuole che un padre di
-famiglia, dopo la lettura, faccia una carezza ai suoi
-bambini.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">S. Farina</span>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-</p>
-
-<h2 id="prima">PRIMA CHE NASCESSE</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Non lo aspettavamo più: anzi, per dire il vero,
-non lo avevamo aspettato mai. Ci eravamo sposati
-senza secondi fini, unicamente per isposarci,
-e il giorno delle nozze parve a me il più bello
-di tutta la mia vita, perchè con esso incominciava
-finalmente la vita nostra. Vedere qualche
-cosa di là da un grande amore, immaginare
-un'altra gioia diversa da quella di attraversare il
-mondo a braccetto nello stesso sentiero, Evangelina
-ed io, mi sarebbe sembrata l'offesa d'un
-nano al gigante che nutrivamo nel petto. Io scrivo
-«nutrivamo», perchè anche Evangelina mi amava
-molto, senza di che non si sarebbe adattata a diventare
-la signora Placidi.
-</p>
-
-<p>
-A quel tempo non avevo ancora scavato la miniera
-del codice di procedura civile, e lo studio
-dell'avvocato Placidi era poco più di una buona
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-intenzione. Per giunta avevo allora, ed ho anche
-oggi, un nome di battesimo grottesco, di quelli
-che smorzerebbero un incendio amoroso. Mia
-moglie mi chiama Onda (ed è già una tribolazione),
-ma il mio vero nome — non lo credereste — tutto
-quanto il mio nome è Epaminonda.
-</p>
-
-<p>
-Si diceva dunque che non lo aspettavamo più,
-cioè che non lo avevamo aspettato mai, perchè
-ci eravamo sposati senza secondi fini. E sì che
-non erano mancati gli eccitamenti!
-</p>
-
-<p>
-Al nostro ritorno dal viaggio di nozze, parenti,
-amici, amiche, quanti ci aspettavano alla stazione,
-ci accolsero con certi sorrisi, che mi avrebbero
-messo in impiccio se non mi fossi preparato a
-ridere; la mia Evangelina, poveretta, era indifesa,
-e quanto più io rideva, tanto più essa si faceva
-rossa. Era quello che i parenti e gli amici volevano;
-si sarebbe detto che non mancasse altro alla
-loro felicità.
-</p>
-
-<p>
-— Ce l'hai? ce l'avete? — E guardavano negli
-occhi di mia moglie, la sottoponevano a un interrogatorio
-pieno di allusioni, di cui la poverina
-non capiva gran cosa, poi guardavano me dandosi
-l'aria di complici, o mi cacciavano un gomito
-nelle costole, socchiudendo un occhio. Mio suocero,
-un ometto pieno di buon umore e di vivacità,
-non faceva altro che girare intorno alla sua
-figliuola, e chiederle: — Me l'hai portato? — come
-se dovesse averlo nella valigia.
-</p>
-
-<p>
-Ci fu persino un professore di aritmetica, il
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-quale, abusando della sua professione e della sua
-scienza, fece un calcolo ardito dinanzi alla mia
-Evangelina, e sostenne che, siccome noi ci eravamo
-sposati in luglio, <i>lui</i> doveva venire in marzo,
-con le prime viole. Naturalmente tutti costoro
-non dicevano mai chiaro di chi parlassero; ma
-non era difficile intendere che si trattava di mio
-figlio.
-</p>
-
-<p>
-Poi venne il quesito del sesso, e qui la disparità
-dei pronostici fu inconciliabile. Per mio suocero
-non correva dubbio, era un maschio (un
-ingegnere), ma la vecchia zia Simplicia, la quale
-si offriva di tenere la nostra creatura al fonte battesimale,
-diceva che doveva essere una femmina,
-e lasciava intendere in mille modi, senza dirlo,
-che il meglio che la nascitura Semplicetta potesse
-fare sarebbe di copiare col tempo le grazie semplici
-della madrina. Per accontentarli tutti, io rispondeva
-invariabilmente che mio figlio era neutro.
-E lo diceva ridendo, senza farmi un'idea della tortura
-inflitta a tutti i padri in erba di dover adorare
-per molti mesi un figliuolo senza sesso. Ma
-quando m'immaginavo di averli indotti in buon'ora
-a lasciare in pace la mia poveretta, non mancava
-mai un pensatore più arguto di me, il quale suggeriva
-serio serio a mia moglie il modo migliore
-di accontentare il babbo e la madrina: — Faccia
-il paio — diceva lui — posto che ci si è messa.
-</p>
-
-<p>
-Ma no, benedett'uomo, che non ci si era messa!
-A quattr'occhi avremmo riso dell'inganno di quella
-buona gente, se non ci fossimo fatto uno scrupolo.
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-Ci parve d'essere in obbligo di aspettarla,
-la povera creaturina, che ad ogni costo doveva
-venire con le viole; di parlarne qualche volta
-come se vi credessimo, tanto per non aver l'aria
-di respingerla dall'amplesso di babbo e di mamma.
-</p>
-
-<p>
-L'aritmetica del professore cominciò a servire
-anche a noi, ma senza ansie nè sgomenti. Si diceva: — Le
-viole verranno prima di lui — e si
-era già rassegnati a vederlo venire co' mughetti
-e con le ciliege.
-</p>
-
-<p>
-E ogni mese che passava, mentre leggevamo
-lo sconforto sulla faccia di mio suocero, la zia
-Simplicia, i parenti, gli amici e le amiche, con
-tutte le gradazioni della pietà e della misericordia,
-ci facevano intendere che eravamo due buoni a
-nulla.
-</p>
-
-<p>
-Ci puntigliammo e fu inutile: vennero le viole,
-vennero i mughetti, non recando altro che il loro
-profumo; e vennero le ciliege, ma ahimè!... sole.
-</p>
-
-<p>
-Questo figliuolo, che non si decideva a nascere,
-turbava già la nostra pace; io vedeva bene che
-sotto il riso allegro di mia moglie si celava
-un'ansia segreta, e tante volte non mi riusciva di
-cancellare coi baci le nuvole della sua fronte.
-</p>
-
-<p>
-Spesso la sorprendevo seduta in un canto, curva
-sul cucito, ma senza mettere un punto, con gli
-occhi fissi a terra; me le accostavo pian pianino,
-la baciavo sul collo, ella dava un tremito, poi mi
-diceva: — Cattivo! — perchè le avevo fatto paura,
-e in ultimo mi mostrava la faccia sorridente; ma
-checchè ella facesse e dicesse, io indovinava una
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-lagrima nei suoi occhi buoni, e in quel suo sorriso
-dolce, vedevo ancora un pensiero fuggitivo e
-mesto. Quale?
-</p>
-
-<p>
-Me lo disse un giorno: tremava, la poverina,
-di non bastare alla mia felicità; era vergognosa
-e sgomenta di non sapermi regalare un bamboletto
-color di rosa. E per quanto io le dicessi che
-non me ne importava, che non sapevo che farmene,
-ella, guardandomi negli occhi e sospirando,
-soggiungeva:
-</p>
-
-<p>
-— Lo vedi bene; il matrimonio non è quello
-che pensavamo noi, e quando ti sarai persuaso
-che il nostro poteva metter meglio...
-</p>
-
-<p>
-Non le lasciavo finire la frase; le chiudevo la
-bocca con un bacio, la costringevo a fare per la
-camera un giro di valzer, e se non bastava ancora,
-me la pigliavo in braccio come una bambina
-e la portavo per tutte le stanze del nostro
-appartamento, che erano quattro, senza contare
-un bugigattolo per la fantesca. Finiva col ridere.
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie non era leggiera, ed io non la deponeva
-mai a terra senza protestare che per un
-uomo come me il peso di una moglie come lei
-era sufficiente, e per carità non istesse a mettermi
-sulle spalle un marmocchio che non conoscevo.
-</p>
-
-<p>
-Beffavo la mia prole futura allegramente; avrei
-fatto di peggio; non mi sarebbe spiaciuto di sembrare
-un padre snaturato, tanto per mostrarmi
-a lei quello che ero per davvero: un marito
-esemplare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-</p>
-
-<p>
-Con queste arti mi riuscì di persuaderla che
-il meglio che le rimanesse a fare era di mostrarmi
-la sua faccia gioconda, e di allietarmi la vita col
-lume dei suoi occhi sereni.
-</p>
-
-<p>
-E una volta mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— È proprio vero che tu non l'hai desiderato
-mai?
-</p>
-
-<p>
-— Chi?
-</p>
-
-<p>
-— Tuo figlio.
-</p>
-
-<p>
-— Mai — risposi solennemente.
-</p>
-
-<p>
-Essa inorridì per celia; poi tirò innanzi.
-</p>
-
-<p>
-— Io m'era proprio messa in capo che tu lo
-aspettassi, che non potessi più far di meno di
-lui, che lo amassi più di me... e ne ero gelosa.
-</p>
-
-<p>
-— To'! — esclamai — se non era nemmeno
-concepito, come lo poteva amare?
-</p>
-
-<p>
-— È quello che pensavo anch'io: come fa ad
-adorare un nascituro, che non vuol nascere, solo
-perchè nascendo dovrebbe essere suo figlio? In
-fin dei conti è uno sconosciuto. E pure ti guardavo
-di nascosto, ti vedevo pensoso e dicevo
-dentro di me: «Vi pensa, non sa darsi pace, lo
-adora!».
-</p>
-
-<p>
-Povera Evangelina! Mi amava proprio.
-</p>
-
-<p>
-Amava anche l'ordine, anzi qualche cosa di più
-dell'ordine, la simmetria; poichè non bisogna confondere
-queste due virtù domestiche. L'ordine può
-essere un abito; la simmetria è un sentimento, ed
-è sempre più severa.
-</p>
-
-<p>
-Per comprendere quanti piccoli sacrifici mi fosse
-costato l'accontentare quella simmetria tiranna,
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-bisogna essersi trovati a metter su casa con una
-borsa magra ed aver avuto dinanzi agli occhi
-quattro pareti, in cui decentemente non potevano
-stare che quattro quadri od otto, mentre voi avevate
-la mezza dozzina giusta.
-</p>
-
-<p>
-Basta, mia moglie amava prima me, poi la
-simmetria, ed io sosterrò in faccia a tutti che
-essa aveva collocato bene i suoi affetti, almeno
-rispetto alla simmetria. Quando mi conduceva
-misteriosamente per mano in una stanza, e mi
-abbandonava poi al mio stupore dicendomi: — Guarda — ed
-io guardavo e non vedevo nulla,
-e finalmente vedevo e mi stupivo che ella avesse
-trovato modo di migliorare una simmetria che
-pareva perfettissima, allora non tralasciavo mai
-di dirle: Brava!
-</p>
-
-<p>
-Talvolta soggiungevo: — Vedi un po' queste
-sei seggiole disposte così bene, due ai capi della
-tavola, quattro a farsi riscontro nelle pareti; non
-ti hanno l'aria di avere un intendimento e di
-obbedire ad una intelligenza tacita? Muovine una,
-e l'intelligenza che le anima se ne va, le seggiole
-ridiventano niente più che seggiole; e pazienza
-se fossero di un legno prezioso e foderate
-di damasco, ma sono di noce e hanno il fondo
-di paglia.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina rideva, perchè era contenta; ed io
-tiravo innanzi:
-</p>
-
-<p>
-— Se quel monello che a quest'ora doveva
-essere al mondo si decidesse mai a venire per
-davvero, sai tu la bella prodezza che imparerebbe
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-col tempo?... Imparerebbe a tormentare la tua
-simmetria, a cacciarla di casa come fanno certi
-artisti che conosco io, i quali, invece di dipingere
-dei bei quadri o scrivere dei buoni libri, trovano
-più comodo di passar per genii, facendo la guerra
-agli istinti da borghesuccio, al <i>convenzionalismo</i> ed
-ai sentimenti comuni.
-</p>
-
-<p>
-— Ci pensi ancora? — mi domandava Evangelina
-con uno sgomento adorabile.
-</p>
-
-<p>
-Si sott'intende: «a quel monello».
-</p>
-
-<p>
-E mi toccava ripeterle per la centesima volta
-che ero felice così, che non desideravo nulla, e
-che <i>anzi</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Dillo, dillo, che <i>anzi</i>...
-</p>
-
-<p>
-Lo devo dire? Non solo ero felice e non desideravo
-nulla, ma mi pareva che un figlio mi
-avrebbe dato più noia che piacere. Che farne di
-un erede prima d'aver avviato benino lo studio
-di avvocato per affidarlo a lui nella mia vecchiaia?
-Aspettavo con una certa impazienza la
-clientela, questa sì: ma alla progenitura non pensavo
-quasi senza un po' di terrore.
-</p>
-
-<p>
-Tiravamo innanzi a forza di risparmio, peccando
-sette volte al giorno di desiderio, e fabbricando
-certi castelli, che sfidavano con arroganza
-tutte le leggi dell'equilibrio. Poveretti tutti e due,
-Evangelina con la sua dote mingherlina, io co'
-miei codici e col mio diploma dottorale, facevamo
-galloria spendendo l'avvenire.
-</p>
-
-<p>
-Pensandoci bene, doveva esser chiaro a tutti
-che un figlio per noi sarebbe stato un lusso pernicioso;
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-e non capivo come quel buon uomo di
-mio suocero, che aveva sudato a mettere insieme
-la dote e sui miei tesori non s'era mai fatto alcuna
-illusione, si ostinasse a credere che l'appendice
-di un figlio fosse necessaria alla nostra
-felicità.
-</p>
-
-<p>
-— I figli — diceva io filosoficamente — vengono
-al mondo nudi e pieni di appetito.
-</p>
-
-<p>
-E questa massima semplice e profonda ispirava
-altre riflessioni meno semplici, e non meno profonde,
-a mia moglie, la quale era in tutto della
-mia opinione.
-</p>
-
-<p>
-— Un figlio — diceva essa — sarebbe forse
-una bella cosa, ma bisognerebbe non andar più
-al caffè la sera, nè al teatro.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto a questo — rispondevo — basterebbe
-che io smettessi di fumare... è un sacrifizio,
-ma per mio figlio lo farei.
-</p>
-
-<p>
-E mi pareva d'essere un eroe ogni volta che
-accendevo il sigaro.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Avevamo preso l'abitudine d'andarcene a desinare
-alla trattoria, variando ogni giorno.
-</p>
-
-<p>
-— Che bella cosa! — diceva mia moglie ingenuamente.
-Io non mi secco a far la spesa, non mi
-adiro mai perchè la fantesca abbia pagato troppo
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-cari i legumi primaticci; non ho la noia di veder
-soffiare in un fornello che non si vuol accendere,
-quando ho appetito; non vi è pericolo che lo
-stufato pigli il bruciaticcio o che la minestra sappia
-di fumo. La nostra mensa è imbandita a tutte le
-ore del giorno; d'inverno si va in una bella sala,
-molto più larga delle nostre quattro stanze insieme,
-si sceglie un deschetto accanto ai vetri per
-veder la gente che passa; d'estate si sta al fresco
-in giardino, e basta picchiar sul bicchiere con la
-forchetta per aver tutto quanto si può desiderare...
-proprio come nei palazzi delle fate.
-</p>
-
-<p>
-— Pagando all'ultimo — notava io ridendo.
-</p>
-
-<p>
-Ma allora Evangelina, facendosi forte della sua
-esperienza di buona massaia, mi dimostrava come
-due e due fan quattro che, tirati bene i conti, lo
-stesso desinare della trattoria ci sarebbe costato
-molto più in casa; e a me non rimaneva che inchinarmi
-alla sua dottrina, e pregarla con un sorriso
-di perdonare ad un grosso ignorante la felicità
-di cui non aveva merito.
-</p>
-
-<p>
-Avevamo scelto a modello del nostro più tardo
-avvenire una coppia di vecchietti pieni di rughe e
-di buon umore. Costoro venivano ogni giorno alla
-trattoria; lei si toglieva un certo cappellino che
-pareva un imbuto, lui si affrettava ad appenderlo
-pe' nastri all'attaccapanni, poi si mettevano a sedere,
-mostrando la loro canizie intatta. Si consultavano
-a bassa voce e lungamente prima di decidersi
-a chiedere il medesimo cibo, poi lo chiedevano col
-cuore leggiero, e lo vedevano venire sorridenti, e
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-se lo mangiavano con raccoglimento, rallegrandosi
-ogni tanto con un'occhiata della scelta giudiziosa
-che avevano fatto. Quando se ne andavano a braccetto,
-pareva che fosse scomparsa l'allegria. Evangelina
-ed io si stava un po' zitti; poi l'uno o l'altro
-diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Anche noi faremo quella figura; non avendo
-figliuoli nè altri impicci, noi pure ce ne andremo
-sempre a desinare alla trattoria.
-</p>
-
-<p>
-Insomma ci volevamo bene, ed eravamo persuasi
-entrambi che il mondo cominciasse e finisse
-in noi.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava vederci, quando uscivamo a braccetto
-dalla trattoria: io con lo stuzzicadenti in bocca,
-ritto, impettito, superbo; la mia Evangelina serena
-e sorridente; lieti l'uno e l'altro della bella luce
-del tramonto, o del bel temporale estivo che minacciava
-di farci correre a casa, o della magnifica
-nevicata; bisognava vederci allora per comprendere
-quanto sentimento squisito emani da una digestione
-facile compiuta in due.
-</p>
-
-<p>
-Si va? Si rimane? Si corre o si tira innanzi
-adagino? Si faceva come si voleva.
-</p>
-
-<p>
-Non vi era pericolo che, durante la nostra assenza,
-i nostri figliuoli rotolassero giù dalle scale,
-o si picchiassero da buoni fratelli, o mettessero
-fuoco alle lenzuola del letto con un fiammifero
-rubato in cucina.
-</p>
-
-<p>
-Senti? E' un marmocchio che strilla come una
-prima donna, od è una prima donna, che...? Non
-vi è dubbio, è proprio un marmocchio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si alza uno sguardo di compassione al terzo
-piano, donde scendono quelle note di soprano, e
-si tira innanzi; quel marmocchio non è il nostro.
-E si pensa: pazienza, povere mammine, i vostri
-angioletti ve li manda il cielo!
-</p>
-
-<p>
-Poco più oltre s'incontra un altro bimbo, che
-fa i primi passi; quanto è carino! barcolla tutto,
-vi viene voglia di corrergli sempre dietro con un
-guanciale in mano per buttarglielo ai piedi prima
-che cada e si faccia male. Ma eccolo che si pianta
-in mezzo alla via e non si vuol più muovere; la
-madre, il padre, la fantesca s'ingegnano di persuaderlo;
-non riescono a nulla: provano a pigliarlo
-per mano, e l'omino caccia strilli così forti da far
-cessare a un tratto quelli del suo collega del terzo
-piano, il quale sta probabilmente ad ascoltare. A
-quel chiasso si raduna un po' di gente... Che è
-stato? Niente di strano; un fenomeno naturale;
-la povera madre si fa rossa, il padre si guarda
-intorno cercando un abisso, la fantesca raccoglie
-ogni cosa e tira innanzi; la famigliuola affretta i
-passi verso casa, qualcuno ride, la folla si dirada.
-</p>
-
-<p>
-E noi ci guardiamo in faccia alla muta; poi dico
-scherzando:
-</p>
-
-<p>
-— Sono le prime consolazioni che un marmocchio
-bene allevato si crede in dovere di dare
-a babbo e mamma.
-</p>
-
-<p>
-— E sono nulla forse al paragone di quelle che
-riserba loro nella vecchiaia — dice Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Quando sarà all'Università di Pavia — proseguo
-io — e farà la conoscenza d'una certa signora
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-Rosa, amica degli studenti, e del venti per cento
-il mese.
-</p>
-
-<p>
-— E quando, per due parole dette troppo forte
-al caffè, andrà sul terreno, come dicono, con un
-compagno di scuola.
-</p>
-
-<p>
-— Quando... ah! — m'interrompo, colpito da
-un'idea compassionevole — se quel povero padre
-potesse vedere fin d'ora tutti i dolori che gli serba
-questo marmocchio, gli darebbe una sculacciata di
-sicuro... ma non ora — soggiungo, pensando
-meglio.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non ora? — domanda Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-Io rido, essa mi comprende, e ripiglia a ridere
-così forte, che i passanti ci guardano, poi si voltano
-indietro per guardarci ancora. Ne sentiamo
-di quelli che dicono: — Sono sposi freschi, sono
-felici! — Mi volto anch'io e li guardo con indulgenza,
-e mi piglia una gran tentazione di dir
-loro:
-</p>
-
-<p>
-— Sissignori, questa è la mia Evangelina, non
-è molto che ci siamo sposati, ci vogliamo bene e
-siamo felici.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Nel nostro egoismo ci eravamo scelti un compagno,
-ma con giudizio: era un amico discreto
-che cantava tutto il giorno il nostro epitalamio,
-pigliava parte alle nostre gioie, senza mai pretendere
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-più di quello che gli potevamo dare. Non
-era una fenice, come potreste credere, ma solo
-della famiglia. E come si chiamava? Si chiamava
-<i>merlo</i>, senza perciò essere propriamente un merlo.
-Non era neppure uno storno e nemmeno un passero
-solitario; cantava come un tenore di cartello,
-fischiava come un abbonato; allo stato in cui era
-rimasta la scienza ornitologica per me e mia moglie,
-quel pennuto era un merlo. E ad ogni modo esso
-visse e morì portando questo nome non suo e
-facendone l'uso migliore.
-</p>
-
-<p>
-Ancora me lo ricordo quel giorno crudele; dal
-mattino il nostro compagno, potrei dire nostro
-figlio, se ne stava in un cantuccio della gabbia,
-immobile, con gli occhi velati; ogni tanto si provava
-a beccare svogliatamente un insetto che gli
-cadeva dal becco; rimaneva indifferente alle seduzioni
-dei lombrichi più squisiti che possano fare
-la felicità d'un merlo; mia moglie non sapeva che
-pensare, chiedeva ai vicini ed ai lontani che malattia
-poteva essere quella del suo merlo, e come andasse
-curata. E in un'occasione tanto dolorosa essa diede
-prova di un cuore veramente materno, prodigando
-mille tenerezze a quella povera bestiola, chiamandola
-con cento vezzeggiativi; invano. Dopo essere
-stato ingiustamente merlo in vita, quella creaturina
-alata doveva morire nel fiore degli anni, come si
-dice, senza farci sapere il suo nome vero. E nessuno
-me lo toglierà dal capo: quel poveretto si
-era dato volontariamente la morte per sottrarsi ad
-un mondo pieno d'ingiustizia e d'ignoranza — perchè
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-il portinaio che lo aveva avuto in cura
-negli ultimi giorni e prometteva solennemente di
-salvarlo, scoprì, facendo l'autopsia, che il defunto
-aveva trangugiato un ago da cucire. Il ferro micidiale
-gli aveva passato il ventricolo da parte a
-parte; il portinaio inorridiva, inorridivo anch'io, e
-tra tutti e due si andò d'accordo di dar sepoltura
-onorata al morto, senza svelare a mia moglie l'occulto
-dramma di cui avevamo sotto'cchio la catastrofe
-crudele.
-</p>
-
-<p>
-Non vorrei fare un sospetto maligno a danno
-del mio prossimo, ma lo feci allora, ed a ripeterlo
-oggi non mi pare che la colpa si aggravi tanto
-da non poterla portare: da un certo impaccio del
-portinaio, da una penna traditrice che gli si era
-attaccata come un'accusa ad un lembo della giacchetta,
-e più che altro dalla singolare premura di
-farmi sapere che il nostro merlo era stato sepolto
-in giardino, io fui fatalmente indotto a credere che
-la sepoltura viva fosse lui, come se gli leggessi
-l'epitaffio sul panciotto.
-</p>
-
-<p>
-Sì, perchè il defunto era grasso; i dispiaceri non
-gli avevano tolto l'appetito, e fino al giorno in
-cui aveva fatto il nero proposito di uccidersi con
-un ago da cucire rubato a mia moglie, egli aveva
-beccato gli insetti e le bricciole di carne con l'avidità
-del merlo più ben intenzionato della creazione.
-E vorrei sbagliare, e vi troverei una specie di conforto,
-ma temo che appunto perchè non era un
-merlo, sia stato il più saporito dei merli.
-</p>
-
-<p>
-Più tardi, passata l'oppressione della catastrofe,
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-io trovai la forza di ridere e di scrivere un epitaffio,
-e il mio solo rammarico fu di non poterlo
-scolpire sul sepolcro autentico.
-</p>
-
-<p>
-La perdita di quella creaturina incognita che ci
-salutava ogni mattina a gola spiegata, che veniva
-a beccarci amorosamente le dita, e che non ci era
-costata alcun dispiacere, aveva commosso anche
-me. Per un pezzo, sempre che vidi una gabbia
-vuota, mi tornò in mente il compagno del nostro
-talamo infecondo e beato. Vero è che, vedendo
-la mia Evangelina intenerita, mi affrettavo a consolarla
-dicendole che, stando alla migrazione delle
-anime, il nostro merlo doveva essere a quest'ora
-un cagnolino, o forse, col tempo, farsi degno di
-nascere uomo... e figlio alla signora Evangelina,
-moglie dell'avvocato Placidi.
-</p>
-
-<p>
-L'idea era bislacca, ma produceva il suo effetto,
-che era di metterci di buon umore.
-</p>
-
-<p>
-— Pensa un po' — mi diceva qualche volta
-mia moglie — se, invece di perdere un merlo,
-avessimo perduto un figlio!
-</p>
-
-<p>
-Io vi pensava, e mi venivano in mente dieci
-madri disperate per aver perduto le loro creature,
-un padre impazzito, un altro padre suicida per la
-stessa causa; e conchiudevo serio serio che per
-non vedersi morire un figliuolo, la sola precauzione
-consigliata dall'esperienza è di non vederlo mai
-nascere.
-</p>
-
-<p>
-E mi fregavo le mani, e ridevo, ed ero contento,
-e sentivo di far contenta la compagna della
-mia esistenza, non mettendo di mezzo fra noi e la
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-nostra felicità altro che un desiderio vivo, un desiderio
-modesto, — il primo cliente.
-</p>
-
-<p>
-Oh! il primo cliente!
-</p>
-
-<p>
-Lo aspettavo da mattina a sera, frugando nei
-codici per esser preparato a riceverlo degnamente,
-davo sesto ai miei libri, mettevo in fascio le mie
-carte, che, così disposte, sfidavano l'occhio più
-esercitato a riconoscere che non fossero pratiche
-bene avviate. Qualche volta il mio primo cliente
-veniva, aveva un caso intricato, io gli dava udienza
-con sussiego, lo eccitavo a fare la lite e mi proponevo
-di trascinarmelo dietro senza soverchia
-fretta per le scale di tutti i tribunali competenti,
-iniziandolo ai misteri della procedura civile.
-</p>
-
-<p>
-Egli mi stava ad ascoltare; ad ogni parolone
-difficile che mi usciva di bocca, spalancava certi
-occhi che parevano finestre, e se ne andava sbalordito
-della mia scienza e disposto a farmi la procura
-<i>ad lites</i>. Cari sogni!... Da questo sonnambulismo
-egoistico e dolce mi svegliai un giorno di repente.
-</p>
-
-<p>
-La mia Evangelina soffriva; da una settimana
-non mangiava quasi, si lamentava di certe doglie,
-di un certo malessere, di un po' di languore. — Non
-sarà nulla — diceva; e per consolarla ripetevo
-anch'io: — Non sarà nulla.
-</p>
-
-<p>
-Ma una mattina si svegliò più malata del solito.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, cielo! — pensai — se mi morisse!
-</p>
-
-<p>
-E scesi le scale per chiamare un celebre medico
-che stava al primo piano, faceva le sue visite in
-carrozza, e doveva guadagnare in un giorno tutta
-la mia rendita d'un mese.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mentre egli veniva su, pensavo: — Il difficile
-sarà pagarlo, ma avrò tempo; ora bisogna salvare
-la mia Evangelina. — E prima di entrare in casa fui
-tentato di dire a quell'uomo celebre: — Per carità,
-mi salvi la mia Evangelina! — Me ne trattenne
-una certa dignità virile che volevo serbare anche
-nella sventura.
-</p>
-
-<p>
-Il medico visitò mia moglie, le guardò la lingua
-e le toccò il polso, le fece certe interrogazioni, a
-cui essa rispose titubando; all'ultimo rise, e sentenziò
-che non era nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi è pericolo? — chiesi con voce tremante.
-</p>
-
-<p>
-— Signor no, almeno per ora. — E mi trasse
-in un canto per dirmi furbescamente: — Gliela
-dia lei la notizia alla signora...
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe mai?...
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro.
-</p>
-
-<p>
-Invece di accompagnare il medico sul pianerottolo,
-come volevo, mi pare d'averlo spinto garbatamente
-fuori dell'uscio; dopo di che, senza
-nemmeno chiudere la porta, corsi al capezzale
-della mia ammalata.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sai come si chiama la tua malattia? Non
-lo sai? Vuoi saperlo?
-</p>
-
-<p>
-— Come si chiama?
-</p>
-
-<p>
-— Si chiama Augusto...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi gettò le braccia al collo e mi
-coprì di baci, mormorando fra le lagrime:
-</p>
-
-<p>
-— Era dunque per questo che io sentivo di
-amarti di più! Perchè eravamo in due a volerti bene.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-— Sono guarita! — mi disse Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Lo vedo!... Ma che fai ora?
-</p>
-
-<p>
-— Mi levo, non so più stare in letto...
-</p>
-
-<p>
-Io la trattenni dolcemente, le accomodai i guanciali
-sotto il capo, le tirai le coperte fino alla gola,
-le lisciai la rimboccatura e la fronte e stetti un
-istante a contemplare la mia opera in silenzio.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi aveva lasciato fare senza resistere,
-perchè le piaceva godersi lo spettacolo della
-mia gravità carezzevole; ma quando mi vide ritto
-e immobile dinanzi a lei, prima mi pregò di non
-guardarla in quel modo, poi tornò a dire che assolutamente
-non voleva stare a letto, che si sentiva
-benissimo, e perchè io tenni duro, essa mi voltò
-le spalle con l'atto dispettoso d'un fanciullo viziato,
-subito si volse ancora e mi sorrise.
-</p>
-
-<p>
-Allora le dissi serio serio:
-</p>
-
-<p>
-— Non bisogna far pazzie; il tempo vano è
-passato, il tempo frivolo non tornerà più; dobbiamo
-mettere giudizio e pensare alla famiglia.
-</p>
-
-<p>
-— Sentitelo! — esclamò Evangelina. — Il tempo
-vano in cui ci volevamo bene è passato; non tornerà
-più quel tempo frivolo, quando il signorino
-non pensava ad altro che a farmi contenta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le volli chiudere la bocca con un bacio, e
-non riuscii, essa si lasciò baciare mezza la bocca,
-e, con l'altra metà, continuò a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Già, il signorino me lo dice in faccia; quando
-avrà suo figlio non mi guarderà neppure; ma non
-l'ha ancora suo figlio, ed io sono capace...
-</p>
-
-<p>
-Bontà divina! Di che cosa non doveva essere
-capace quella mia pallida faterella, che stava facendo
-il miracolo eterno!
-</p>
-
-<p>
-— Taci — le dissi sottovoce — taci; non bisogna
-scherzare su questo, non dobbiamo sfidare
-la sorte. Lo sai bene quanto t'amo; e non hai
-detto tu pure che ti pareva d'amarmi di più, ora
-che siete in due a volermi bene?
-</p>
-
-<p>
-Evangelina stette un po' in silenzio, sorridendo
-alle prime sue idee materne; poi mi disse sbadatamente:
-</p>
-
-<p>
-— Amalo, sì, amalo; non ne sono gelosa.
-</p>
-
-<p>
-Il suo pensiero era altrove, il mio correva per
-l'aperta campagna.
-</p>
-
-<p>
-In quel mentre la nostra fantesca ci portò il
-caffè; noi ci guardammo alla sfuggita, sorbimmo
-la bevanda gravemente, e non ci uscì parola di
-bocca, finchè la nostra gazza domestica non si
-accinse a tornarsene in cucina.
-</p>
-
-<p>
-— Mi farai il piacere di fermarti un poco di
-più — le disse allora mia moglie; — il signore
-deve uscire, io non sto molto bene e non voglio
-rimaner sola.
-</p>
-
-<p>
-— Che cos'ha? — domandò la fantesca.
-</p>
-
-<p>
-— Sono un po' costipata, non sarà nulla.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La mia cara costipata! — esclamai quando
-fummo soli — come le sai dire le bugie!
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto male forse? Dovevo dire le cose
-come stanno a quella ciarliera perchè fra un quarto
-d'ora tutta la casa, dal pianterreno al soffitto, e
-tutti gli inquilini, a cominciare dai cavalli del dottore
-in scuderia fino ai passeri del tetto, sapessero
-che io sono...?
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto benissimo, anzi bisognerà tenerla
-segreta la nostra felicità; ci sembrerà più nostra;
-non la deve conoscere anima viva, neppur tuo
-padre.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè mio padre no?
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene tuo padre sì, ma lui solo; nessun
-altro ne sospetti fino a tanto che non sia più possibile
-nasconderla.
-</p>
-
-<p>
-E facevo un gesto largo, un gesto enorme,
-alla cui vista la mia Evangelina fu presa da terrore.
-</p>
-
-<p>
-— Non voglio — disse; ed io ridendo restrinsi
-successivamente le linee circolari de' miei gesti,
-finchè mi parve che li vedesse con rassegnazione.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè hai detto che <i>il signore</i> deve uscire? — le
-domandai.
-</p>
-
-<p>
-— Ma... l'ho detto senza pensarci... mi pareva...
-</p>
-
-<p>
-— Mi mandi via — dissi — confessa che sei
-tu che vuoi rimaner sola... me ne vado...
-</p>
-
-<p>
-E mi valsi di questo per non confessare che
-anch'io sentivo un bisogno prepotente di andarmene
-a girellare un pochino co' miei pensieri,
-mentre non sapevo indurmi a lasciar sola la mia
-malata preziosa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vado — dissi.
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta... ed ora va, e pensa sempre a me.
-</p>
-
-<p>
-Dove ho messo tanti puntini, si capisce che allora
-era bisognato mettere un bacio.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre a te — risposi, e fuggii con la spensieratezza
-mista di rammarico di un marito frivolo,
-il quale corra ad una festa, lasciando a casa la
-moglie.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Scesi le scale a salti come un monello, sotto gli
-occhi meravigliati d'un inquilino del secondo piano,
-che usciva lui pure di casa, e dovette abbrancarsi
-alla ringhiera per lasciare passare la mia valanga.
-</p>
-
-<p>
-Sul portone di strada mi arrestai come uno
-smemorato. Guardavo a destra e a mancina, probabilmente
-per decidere da qual parte mi convenisse
-meglio avviarmi, ma non ne avevo coscienza; e
-quando l'inquilino che mi ero lasciato alle spalle
-m'ebbe raggiunto e, datami un'occhiata rapida ed
-indagatrice, si fu incamminato verso i bastioni, io
-lo seguii a passo lesto e gli passai innanzi un'altra
-volta.
-</p>
-
-<p>
-Che diamine mi frullasse pel capo, ancora non
-lo sapevo; erano molte cose insieme; fra tutte una
-idea indistinta si affacciava ogni tanto, ed era che
-io fossi uscito di casa ed avessi sceso le scale a
-precipizio per incontrar sulla via un cotale che
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-poi non v'era. E chi poteva essere costui? Io
-non lo sapevo, ma mi pareva proprio che qualcuno
-mi mancasse, ed alla prima cantonata mi
-fermai da capo a guardare di qua e di là.
-</p>
-
-<p>
-Vidi distrattamente l'inquilino del secondo piano,
-il quale, avendomi raggiunto un'altra volta, si credette
-in diritto di lanciarmi in piena faccia un'occhiata
-di rimprovero, dopo di che affrettò il
-passo singolarmente, perchè io vedessi bene che
-non era stato lui, con la sua sbadataggine, a cagionare
-la disgrazia dei nostri tre incontri in tre minuti.
-</p>
-
-<p>
-— Povero diavolo! — pensai.
-</p>
-
-<p>
-Nient'altro. E mi venne la tentazione di raggiungerlo,
-di infilare il mio braccio nel suo e di
-tirarmelo dietro riluttante per le vie luminose della
-mia festa; invece non mi mossi e lo lasciai dilungare
-nel suo squallore.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto mi sentii stringere le gambe; dalle
-nuvole, in cui girellavo col pensiero, abbassai lo
-sguardo ai piedi... e vidi allora quel che cercavo:
-un bambinello sgambucciato, con gli omeri ignudi,
-la faccia ridente.
-</p>
-
-<p>
-Tutto si faceva chiaro! Se avevo sceso le scale
-a precipizio, doveva essere perchè sentivo il bisogno
-segreto di portare una carezza ad un bimbo;
-e se due volte ero passato innanzi all'inquilino del
-secondo piano, certo lo aveva fatto, perchè, senza
-pensarlo, mi pareva che non potessi uscire di casa
-con altro fine; e volevo essere il primo a pigliarmi
-sulle braccia questo omino che aspettava sulla cantonata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-</p>
-
-<p>
-Lo presi, lo baciai, volli sapere se mi volesse
-bene, ed egli, ripetendo la sua prima lezione, mi
-rispose che me ne voleva <i>tanto così</i>. Non era poco,
-perchè, nel dire, allargava le braccia come se
-volesse toccare i confini di due orizzonti.
-</p>
-
-<p>
-Si adirino pure i filosofi, i quali corrono dietro
-alla verità: io dico che quella piccola bugia su
-quelle piccole labbra mi rese più felice d'ogni loro
-vero più verosimile.
-</p>
-
-<p>
-Mi guardai intorno; non passava anima viva
-in quel punto, e il bimbo mi sorrideva; era da
-far venire la tentazione di nasconderlo sotto la
-giacchetta e rubarlo... Ad impedire il delitto si
-affacciò da una bottega vicina la testa gioconda
-d'una mammina gentile che aveva visto tutto.
-</p>
-
-<p>
-Ella chiamò con accento, che non sapeva essere
-severo, una volta, due: — Emilio, Emilio!
-</p>
-
-<p>
-Ma Emilietto non si mosse: fissava gli occhioni
-stupefatti in un mio bottoncino da camicia, che
-era di vetro sfaccettato e pareva a lui un brillante
-d'acqua purissima.
-</p>
-
-<p>
-Allora la giovane madre uscì, attraversò la via
-e venne a pigliarmi dalle braccia il bambinello
-dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— È mio.
-</p>
-
-<p>
-E soggiunte poche parole di scusa che io non
-intesi, se ne andò col suo tesoro.
-</p>
-
-<p>
-Io tirai innanzi a mani vuote, ma col cuore
-pieno d'una dolcezza insolita, con la mente scompigliata
-da un turbine di nuovi pensieri.
-</p>
-
-<p>
-Ogni tanto, di mezzo a una folla d'immagini
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-ancora indistinta, usciva una donna sorridente,
-la mammina di poc'anzi, e mi ripeteva con dolce
-sicurezza:
-</p>
-
-<p>
-— È mio.
-</p>
-
-<p>
-Allora io spingeva lo sguardo su quel cielo
-purissimo, e co' pochi cirri vaganti, mi componevo
-le sembianze d'una creaturina di paradiso impaziente
-di venire al mondo, e dicevo io pure con
-baldanza:
-</p>
-
-<p>
-— È mia!
-</p>
-
-<p>
-Già ne sentivo la presenza: l'avevo al fianco,
-o mi precedeva facendo tutte le moine dell'infanzia,
-ma certo era là per darmi dei baci che
-sembrassero aliti d'un venticello smarrito nella
-infinita calma di quel mattino di maggio.
-</p>
-
-<p>
-Così fantasticavo; ma ad un tratto mi pareva
-sentirmi abbandonato, e dicevo a me stesso:
-</p>
-
-<p>
-— Ora è corso a casa per non ingelosire la
-mamma: tornerà fra poco...
-</p>
-
-<p>
-L'aspettavo davvero, piantandomi in mezzo al
-viale e porgendo la faccia alle sue carezze.
-</p>
-
-<p>
-Non occorre d'essere molto poeti per avere
-delle idee simili; è lecito essere anche avvocati
-senza clientela, come vedete. Quello che non vi
-parrà vero è che possiate invecchiare, e che tutta
-l'esperienza degli anni e il senno maturo non vi
-sappiano far dono migliore che restituirvi le care
-stravaganze di un tempo. Oggi ho settant'anni
-sonati (non sono molti, no, non sono molti) e
-ricomincio a sognare press'a poco come allora
-(però senza aspettare più nessuno; sono arrivati
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-tutti da un pezzo!), e dico che vi sono sentimenti
-veri in un quarto d'ora della vita soltanto, e che
-bisogna trovarne uno, dopo averli dimenticati tutti,
-per riconoscere come quello che diciamo stravagante,
-il più delle volte sia solo naturale e semplice.
-</p>
-
-<p>
-Oggi ho settant'anni sonati e non mi paiono
-molti; quel giorno che camminavo in quel viale
-a passo concitato, con la testa alta, chiedendo le
-carezze al venticello e interrogando la natura, quel
-giorno ne avevo appena venticinque, e mi parevano
-troppi.
-</p>
-
-<p>
-Abbracciavo tutta la mia vita passata con uno
-sguardo di misericordia e mi facevo rimprovero di
-aver perduto la gioventù, perchè in essa non ritrovavo
-un pensiero, un sentimento degni del mio
-stato presente.
-</p>
-
-<p>
-— Sono stato cieco fino a mezz'ora fa — dicevo — ho
-attraversato la giovinezza brancicando
-fra le ombre; mio figlio ha avuto pietà di me, e
-mi ha tolto la benda; io non ho mosso un dito
-per cavarmela dagli occhi. Ho fatto il cinico per
-vezzo, lo scioperato per abitudine, gli esami di
-laurea per necessità, il marito per imitazione; e
-il pensiero che oggi occupa tutto me stesso non
-l'ho avuto mai, ed io nulla ho fatto per rendermi
-degno della mia nuova missione. Se è vero che
-d'ogni azione, buona o cattiva, commessa da scapoli,
-c'è il pericolo di specchiarsi nei propri
-figli, quante cosaccie rischio di vedere nel mio
-povero nascituro! Ah! egli meritava un padre
-migliore!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<p>
-E mentre mi facevo questi rimproveri ed esalavo
-i miei lamenti, mi meravigliavo di non sentire
-il minimo strazio di rimorso, nè alcuna desolazione
-di sconforto; al contrario, ero contento,
-ero soddisfatto di me medesimo; padre generoso
-e felice, assolvevo tutte le mie colpe di giovinotto.
-</p>
-
-<p>
-E se vi fu giorno che avessi un altissimo
-concetto del mio valore, non è quello temuto,
-in cui vinsi la prova dell'esame di diritto canonico
-all'Università di Pavia, nè l'altro memorando
-in cui mi furono infilati l'enorme anello
-dottorale e la toga sterminata, nè l'altro in cui,
-dinanzi al sindaco, mi pigliai la mia Evangelina
-per sempre; l'altissimo concetto del mio valore
-l'ebbi quel giorno solo in cui sentii d'essere
-padre.
-</p>
-
-<p>
-Mi pareva che, solo guardandomi alla sfuggita,
-si dovesse vedere la mia grandezza. E quando in
-quei viali solitari, ritrovo di amanti e di sfaccendati,
-dove sembra che non si debba fare altro che
-passi lenti, qualcuno si voltava a guardare questo
-genitore superbo, che camminava frettoloso e con
-la testa alta, allora io mi sentiva lusingato come
-di una lode concessa al mio segreto trionfo.
-</p>
-
-<p>
-All'ombra delle acacie, sopra una panca di
-granito, vedevo un vecchierello canuto, che guardava
-la sabbia lucente del viale con occhi spenti,
-e mi ricordavo d'averlo visto tante volte nella
-medesima panca, nella stessa positura, con quello
-sguardo tale e quale, e pensavo: — Se costui,
-quando correva dietro ai pazzi tripudii, si fosse
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-arrestato un istante nella sua via a considerare i
-granelli luminosi che gli parevano gemme preziose
-ed erano sabbia, certo avrebbe piegato a diritta od
-a mancina, si sarebbe messo per i sentieri erbosi
-e tranquilli che menano al matrimonio e alla paternità.
-Ed avrebbe ora una casa, e avrebbe un figlio
-forte e generoso, una giovine quercia, che lo proteggerebbe
-nei giorni di vento, lui, povera canna
-fragile e cadente.
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio alzava il capo vedendomi passare;
-pensava, certo, che i suoi figli avrebbero avuto la
-mia età, e che ora sarebbero alla vigilia di farlo
-nonno... Poveretto! non gli dite che per lui il
-mondo è stato un gran tavoliere; che ha voluto
-le commozioni del giocatore, che si è giocato la
-vita e l'ha perduta; non glielo dite... Io, crudele
-nella mia felicità, ero tentato di tornare indietro
-per dirglielo. E se resistevo alla tentazione, non
-era perchè quel vecchio poteva ridermi in faccia
-e dirmi: «Io ho moglie e figliuoli; ho fatto
-colazione poco fa e mi piace venirmene a digerire
-in questo bel viale»; ma perchè poteva rompere
-in un singhiozzo, che avrebbe amareggiato tutta la
-mia gioia, ed esclamare: «I miei figliuoli sono
-morti; il povero padre è rimasto solo a piangerli;
-quando guardo la sabbia del viale, penso ad <i>essi</i>
-che dormono là sotto...».
-</p>
-
-<p>
-E poi mi piaceva porgere orecchio a tutte le
-voci del mio cuore contento.
-</p>
-
-<p>
-Ecco un abete bruno e melanconico; sono tanti
-anni che lo vedo, sempre immobile ed immutabile,
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-con quella faccia scura d'ogni stagione e di ogni
-giorno. Ma oggi è lieto e stende le sue cento
-braccia nere per mostrarmi il verde pallido delle
-sue ultime foglie, i piccoli germi dei suoi frutti,
-dei suoi figli.
-</p>
-
-<p>
-Ecco un ippocastano gigantesco, che ad ogni
-folata del venticello blando accarezza con le larghe
-foglie la sua prole ispida e pungente; ed ecco un
-olmo, le cui foglioline sono agitate da un tremito
-continuo, come nell'aspettazione e nella trepidanza:
-gli è nato un piccolo rampollo ai piedi, sa che fra
-poco il giardiniere passerà col falcetto, e trema pel
-suo neonato.
-</p>
-
-<p>
-Preceduto dalle immagini del mio pensiero, che
-si muovono nell'azzurro del cielo, io cammino
-spedito e passo oltre. Ma qualcuno tirandomi per le
-falde dell'abito mi trattiene: è l'acacia spinosa
-della siepe; e mentre io m'arresto a districarmi e
-sorrido di quello scherzo innocente d'una bella
-annoiata, essa col fruscìo delle frondi mi dice
-qualche cosa che non capisco. Poi spingo l'occhio
-nel fitto dei suoi rami e vedo il nido incominciato
-d'un fringuello. Ed ecco il futuro padre della prole
-alata; esso si posa sulla sabbia del viale con una
-pagliuzza in bocca, ad aspettare che io me ne vada
-pei fatti miei; l'acacia mi abbandona; io le raccomando
-col pensiero di celare il suo tesoro agli
-occhi delle civette e dei monelli; e tiro innanzi.
-</p>
-
-<p>
-Più oltre trovo il laghetto, le anitrelle che si
-inseguono e i pesciolini d'oro, e in ultimo mi
-abbandono sopra un sedile di sasso a contemplare
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-una processione di formiche, che si avviano
-cariche di fardelli enormi al formicaio lontano.
-</p>
-
-<p>
-E da quelle sabbie popolose, dalle frondi dell'acacia,
-dell'olmo, dell'ippocastano, dalle acque
-tranquille del piccolo lago, per tutto, dalla terra e
-dal cielo si alza una voce trepida che ripete: — Mio
-figlio!
-</p>
-
-<p>
-Io guardo all'azzurro profondo, in cui si apre
-l'occhio del sole, alla prateria tranquilla e verde,
-alle acque rugose; sento l'aria balsamica agitata
-appena dai voli e dai canti, e indovino il fine
-segreto, il fine unico e grande di tutte le cose
-create; mi par di penetrare il fascino occulto della
-bellezza, l'irresistibile ed ignota potenza dell'amore,
-ed esclamo commosso: — Oh! i dolci inganni
-della natura!
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò che ride ai baci del sole, tutto ciò che
-lavora nel silenzio, tutto ciò che abbella e si fa
-bello, tutto tende allo stesso fine.
-</p>
-
-<p>
-Quale?
-</p>
-
-<p>
-Per l'occhio distratto che ammira, pel senso
-che si diletta, per lo spirito leggiero che si compiace,
-per l'anima che obbedisce credendo di costringere
-l'universo ai suoi voleri, è l'amore. Per
-la mente indagatrice, per l'occhio scrutatore, per
-lo spirito non mai contento, è la figliolanza.
-</p>
-
-<p>
-Vaghi fiori del prato e delle aiuole, uno solo è
-il segreto della vostra bellezza ed io l'ho nel cuore;
-domani sarete appassiti e spregevoli per gli altri,
-non per me che spingo l'occhio fra le chiuse cortine
-dei vostri letti nuziali.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mi guardo intorno con l'anima piena della mia
-idea e dico:
-</p>
-
-<p>
-— Quell'albero ama, quel passero ama, amano
-quei fiori e quegli insetti e quella nuvola che
-porta in grembo tante consolazioni di rugiada;
-ama il sole che ci guarda, ed amano le stelle che
-ammiccano agli amanti nelle notti serene, e tutto
-ciò che ama è vittima d'un caro inganno dei sensi.
-</p>
-
-<p>
-Alla svolta d'un viale, in una panca di sasso che
-si nasconde fra le spire della glicinia, ecco appunto
-due vittime.
-</p>
-
-<p>
-Essa non è bella, ma ha una faccetta capricciosa,
-un naso aquilino, due occhioni azzurri, e porta con
-grazia un monte di capelli biondi; a <i>lui</i> non
-guardo; ma dev'essere bello, perchè quella donnina
-ha buon gusto.
-</p>
-
-<p>
-Sono così occupati a interrogarsi negli occhi,
-che non mi vedono neppure, ed ho tempo di piegare
-a mancina.
-</p>
-
-<p>
-Me ne vado per non disturbare quelle due creature
-semplici, che vanno cercando insieme una
-felicità ignota. Io le so tutte le bugie che va loro
-dicendo il cuore.
-</p>
-
-<p>
-Perchè quella donnina bionda ha messo un fiore
-del prato fra tanti capelli non suoi? — Perchè
-l'ippocastano si è vestito di foglie, perchè il bruco
-deforme ha sfoderato le ali di farfalla.
-</p>
-
-<p>
-La parola che trema in ogni labbro di giovinetta
-è l'<i>amore</i>; ma le mille voci della natura ripetono
-come nenia carezzevole un accento più profondo
-e più vero: — Mio figlio! Mio figlio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Mio figlio!</i> Tutta la vita è in queste parole;
-svelate alla famiglia il santo inganno dell'amore
-che la prepara, svelate alla società i cento inganni
-o generosi o stolti delle passioni, dei bisogni che
-la tengono insieme; che rimane? — <i>Mio figlio!</i>
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Avevo fantasticato abbastanza; il pensiero ritornava
-alla mia casetta, dove mi aspettava un cuore
-di donna pieno di quell'inganno tanto dolce al mio
-cuore, e le gambe mi portavano frettoloso dove
-correva il pensiero.
-</p>
-
-<p>
-Rividi passando la processione delle formiche,
-che si disegnava come un filo nero sulla sabbia
-lucente; rividi l'acacia discreta, il pioppo tremante,
-l'ippocastano enorme, e poichè era destino che io,
-così felice, dovessi quel giorno dare un'afflizione
-al mio prossimo, rividi anche il vicino del secondo
-piano, il quale se ne tornava a casa col suo passo
-invariabile. Che importa? egli probabilmente mi
-mandò al diavolo, ma io non v'andai, gli venni
-innanzi, infilai l'uscio di casa prima di lui, e feci
-i gradini a quattro a quattro non mi arrestando
-che sull'ultimo pianerottolo, dove per verità stentai
-a ripigliare fiato.
-</p>
-
-<p>
-Mentre allungavo la mano per afferrare il pomo
-del campanello un tremendo pensiero venne a
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-mozzarmi le aluccie d'oro che mi sentivo alle
-spalle: — Se non fosse vero niente, se io avessi
-fatto un sogno baldanzoso... — Di repente la porta
-mi si schiuse in faccia; mi apriva Evangelina medesima,
-Evangelina che si era levata da letto e mi
-aveva visto venire dal finestrino, Evangelina in cui
-io fissava gli occhi sospettosi ed inquieti.
-</p>
-
-<p>
-— Sai? — mi disse sfuggendo al mio sguardo
-con un certo impaccio — sai? non era vero niente.
-</p>
-
-<p>
-Ma il sorriso che avevo posto sul labbro domandava
-misericordia, e la poveretta n'ebbe e mi
-buttò le braccia al collo. Mi disse subito che mi
-voleva castigare, perchè ero stato tanto tempo
-fuori di casa; ma mi perdonava e perciò tutto andava
-benissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai fatto in quest'ora? — le chiesi.
-</p>
-
-<p>
-Tante cose aveva fatto in quell'ora e un quarto
-(perchè era passata un'ora e un quarto, anzi un'ora
-e venti minuti, e dovetti convenirne io stesso per
-non dar del bugiardo al nostro unico orologio a
-pendolo), aveva fatto tante cose. Prima di tutto si era
-levata dal letto, poi si era vestita, aveva dato sesto
-alle stanze, ed aveva avuto voglia di una limonata.
-</p>
-
-<p>
-— E l'hai bevuta?
-</p>
-
-<p>
-Non l'aveva bevuta, perchè le era mancato lo
-zucchero e non aveva il limone.
-</p>
-
-<p>
-— Bisognava mandarne a prendere... — esclamai — bisognava...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina m'interruppe:
-</p>
-
-<p>
-— Bisognava mettere giudizio e farsi venire
-un'altra voglia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E che voglia ti sei fatta venire?
-</p>
-
-<p>
-— Di darti un bacio — mi rispose — ed ora
-me la cavo, questa è una voglia lecita, perchè non
-costa nulla. Non siamo ricchi!
-</p>
-
-<p>
-— Lo so! — esclamai — la colpa è mia!
-</p>
-
-<p>
-— Di tutti e due — corresse Evangelina ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Di nessuno — soggiunsi ridendo anch'io. — La
-colpa è del mio primo cliente, che non sa
-risolversi a litigare; venuto il primo, gli altri seguiranno;
-vedrai.
-</p>
-
-<p>
-— Vedremo — disse Evangelina, parlando per
-sè e pel nascituro.
-</p>
-
-<p>
-— Pure — insistei — una limonata non è una
-fiumana e non può travolgere neppur una casa
-spiantata come questa... E pensa se la nostra creaturina
-avesse a venire al mondo con la faccia color
-di limone!
-</p>
-
-<p>
-— Corbellerie! — mi disse Evangelina con molto
-sussiego — i medici assicurano che le così dette
-voglie non dipendono tanto dalla voglia sentita,
-quanto dall'ansia di certe madri sciocche, che si
-mettono in capo questo sproposito. La <i>gestazione</i>...
-</p>
-
-<p>
-Io la guardava a bocca aperta.
-</p>
-
-<p>
-— Quali medici? — interruppi.
-</p>
-
-<p>
-Volle dirmi una bugia; non le riuscì e mi
-confessò tutto. Fra le tante cose fatte nell'ora e
-un quarto della mia assenza, era questa: arrampicarsi
-sullo scaleo con un coraggio da matrona,
-prendere nell'ultimo palchetto della mia libreria un
-grosso volume in <i>folio</i>, che trattava d'ostetricia.
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-Facendo salti enormi e pericolosi, poteva dirlo
-d'averlo letto tutto.
-</p>
-
-<p>
-Ringraziai la Provvidenza che in quei salti le
-aveva risparmiato la caduta in un certo capitolo,
-dove si parla di certi ferri e del modo di servirsene,
-con un linguaggio che a suo tempo mi aveva
-messo i brividi.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina, avendo confessato il proprio peccato,
-mi svelò anche la sua intenzione di rileggere con
-comodo quel libraccio, senza perderne una sillaba;
-ma io la pregai tanto di rinunziare a quell'idea,
-che ella si arrese e mi pose fra le braccia il grosso
-volume. Più tardi lo chiusi a chiave nella scrivania,
-come un cattivo soggetto.
-</p>
-
-<p>
-Qualche giorno dopo quel memorando mattino
-di maggio, venne mio suocero dalla campagna;
-gli avevamo dato la strepitosa notizia, ed egli accorreva,
-lasciando i bacherozzoli, per portarci i
-consigli della sua esperienza.
-</p>
-
-<p>
-A sentir lui, il nascituro <i>doveva essere</i> un maschio,
-un ingegnere alto e robusto, bruno, con la barba
-nera, pieno di ingegno; non pretendeva che gli
-somigliasse nel naso e negli occhi, perchè riconosceva
-modestamente che in fatto di nasi e di occhi
-si poteva far meglio; ma infine, se mai... non sarebbe
-scontento, tutt'altro.
-</p>
-
-<p>
-Quando la mia Evangelina sentì parlare della
-barba nera del suo nascituro, cominciò a ridere e
-non smise per un pezzo.
-</p>
-
-<p>
-La sera però mi chiese:
-</p>
-
-<p>
-— E' proprio necessario che sia un maschio?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Necessario, no...
-</p>
-
-<p>
-E non aggiunsi altro per timore d'offendere la
-mia figliuola, se mai fosse tale.
-</p>
-
-<p>
-Rispetto alle sembianze, non andavo d'accordo
-con mio suocero; il mio piccino io lo voleva biondo,
-ricciuto e bianco, almeno fino a tanto che non
-fosse in età di portare i baffi o il cappellino; e mia
-moglie era della mia opinione.
-</p>
-
-<p>
-Quanto all'ingegno poi, se davo fede alla statistica,
-avevo da starmene contento; perchè, a conti
-fatti, mio figlio doveva nascere in gennaio e questo
-pare il mese in cui vengono al mondo i più grandi
-intelletti dell'umanità. Veramente la cosa mi era
-parsa stramba, quando l'avevo appresa la prima
-volta, ma allora mio figlio non era concepito e io
-poteva beffarmi della statistica.
-</p>
-
-<p>
-Non me ne beffavo più ora.
-</p>
-
-<p>
-Molte altre cose avevo letto, che mi tornavano
-in mente, ed altre ne andavo leggendo ogni giorno
-sulle influenze dirette ed indirette che uomini e
-cose hanno sui nascituri.
-</p>
-
-<p>
-L'esame delle influenze dirette mi lasciava contento;
-mio padre e mio nonno non andavano
-soggetti a certe malattie che si chiamano ereditarie;
-io neppure; altrettanto poteva dire Evangelina, cosicchè
-nostro figlio si doveva rallegrare che non
-gli toccherebbe un'eredità di malanni, invece dei
-quattrini che ci mancavano.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alle influenze indirette, non seppi resistere
-alla tentazione di portarmene una favorevole
-in casa. Quando si è letto in un libro serio che se
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-le donne greche d'oggi hanno i grand'occhi e le
-belle forme, lo devono a Fidia ed a Prassitele, e
-che il tipo greco si è conservato in virtù dell'arte
-ellenica, quando si è letto questo e altro, a un
-povero padre in erba non rimane scampo; bisogna
-che egli si faccia amiche le belle arti. Così feci io,
-al più buon patto possibile. Comprai due copie di
-capolavori, due puttini di gesso, nudi, grassocci,
-tondi come amorini; erano veramente la stessa personcina
-in due diversi momenti della giornata; in
-uno rideva, perchè aveva preso un uccellino; piangeva
-all'altro perchè le era scappato. Feci ridere
-il mio bimbo di gesso in stanza da letto, lo lasciai
-piangere in salotto; così, in qualunque ora della
-giornata, o si svegliasse dal sonnellino meridiano,
-o lavorasse di cucito a preparare le fasce, o ricevesse
-le amiche, o leggesse nel vano della finestra,
-la mia Evangelina doveva sempre avere dinanzi
-agli occhi il suo modello classico.
-</p>
-
-<p>
-Passavano i giorni, le settimane e i mesi.
-</p>
-
-<p>
-La grossa minaccia che io aveva creduto di fare
-per celia alla mia Evangelina si veniva compiendo
-e pareva oramai certo che sarebbe superata dal
-fatto. Mia moglie, consolata alla meglio dalla sarta,
-si rassegnava.
-</p>
-
-<p>
-Cominciavo a sperare anch'io che mio figlio fosse
-un maschio, posto che doveva essere un colosso.
-</p>
-
-<p>
-Naturalmente non ne dicevo nulla alla mia Evangelina,
-guardavo con sospetto i camicini che ella
-preparava con compiacenza, mi parevano soverchiamente
-piccoli, e lo tenevo per me.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un giorno, per altro, preso nascostamente uno
-di codesti indumenti minuscoli, provai a misurarlo
-al puttino di gesso, a quello che rideva. La cosa
-non fu facile, ma mi riuscì. La mia statuetta faceva
-una bizzarra figura così conciata, e non volli privare
-mia moglie di uno spettacolo curioso. Essa
-venne e rise, ed io allora notai, senza aver l'aria
-di insistere, che il camicino mi pareva un po' stretto.
-</p>
-
-<p>
-— Per la statua — disse Evangelina, — per lui
-sarà fin troppo largo; l'ho tenuto più grande del
-modello.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà grosso — osservai scherzando.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà come deve essere — mi rispose rassegnata.
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-Nostro figlio era già vivo prima che nascesse;
-ci consolava, ci migliorava, educando la nostra
-mente ed il nostro cuore.
-</p>
-
-<p>
-Fu da lui che mia moglie apprese come, per
-quanto possa parere il contrario, sia fredda ed
-uggiosa la casa in cui non ardono i fornelli, dove
-non si consuma il sagrifizio del pane e del vino
-a colazione, a desinare, e magari anche a cena. E
-fu da lui che io imparai a rifornire il mio bagaglio
-scientifico, senza disperare della clientela che non
-veniva.
-</p>
-
-<p>
-Egli era savio, dotto, arguto, indulgente e severo;
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-trovava tutte le vie per giungere al nostro
-cuore; prestava un pensiero occulto a ogni cosa e
-affinava la nostra mente, tanto da poterlo leggere
-ed approfondire; egli ci rendeva attenti alla vita
-che si moveva intorno a noi; ci dava la pietà, la
-pazienza e la rassegnazione; quando era l'ora ne
-infondeva il coraggio, la forza e l'audacia. E rese
-me umile e superbo, come deve essere l'uomo che
-pensa e sente; parlandoci di sè stesso, obbligandoci
-a fingercelo dinanzi alla mente in mille modi,
-nelle diverse età, ad indovinare fin d'allora i suoi
-futuri bisogni, ci schiuse mille scrigni riposti dove
-stanno le piccole verità date all'uomo nella vita:
-e ci fece ricercatori desiderosi della verità grande
-che si cela.
-</p>
-
-<p>
-Sì, nostro figlio era vivo assai prima che nascesse;
-nè mai amico o parente era penetrato così
-addentro nell'anima nostra come quel nascituro.
-</p>
-
-<p>
-Lo aspettavamo pazienti, con la trepidanza con
-cui si attenderebbe un vecchio amico morto, al
-quale fosse concesso di tornare al mondo.
-</p>
-
-<p>
-Il solo che non sapesse aspettare con tranquillità
-era mio suocero.
-</p>
-
-<p>
-Nei primi giorni di gennaio egli ci piombò improvvisamente
-in casa, dicendo: — <i>Deve</i> venire
-oggi o domani, perchè io non ho tempo da perdere. — Parlava
-del nipotino, il quale, per obbedienza,
-la mattina successiva avvisò la mia povera
-Evangelina della sua venuta.
-</p>
-
-<p>
-Fu in casa uno scompiglio silenzioso. Evangelina
-cominciò col piangere, perchè aveva paura;
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-poi si fece forza, e io la vidi, sbigottito, andare e
-venire per la casa come un'eroina.
-</p>
-
-<p>
-Avevo perduto più di mezza la testa, e mio suocero
-l'aveva perduta tutta quanta; camminava su
-e giù per la camera toccando le fasce, i camicini,
-le pezzuole senza far nulla e credendo in buona
-fede di darci un aiuto poderoso. Venne la levatrice,
-venne un'amica zelante, e venne il medico, che
-doveva rimanere con noi in salotto.
-</p>
-
-<p>
-Mi pare che, dopo tutto quel via vai, un silenzio
-profondo occupasse le nostre povere stanze; ero
-come smemorato; mio suocero mi veniva ogni
-tanto innanzi, mi guardava negli occhi senza dirmi
-nulla: io non istaccava lo sguardo pauroso di dosso
-al dottore, il quale, indifferente e tranquillo, leggeva
-un libro che aveva trovato sul tavolino.
-</p>
-
-<p>
-Ma quando dalla porta socchiusa ci giunse un
-gemito straziante, io mi feci così pallido e mio
-suocero si fece così rosso, che il medico si rizzò,
-toccò il polso ad entrambi senza averne l'aria e ci
-pregò d'andare a spasso un quarticino d'ora.
-</p>
-
-<p>
-— Che fanno qua tanto tanto?
-</p>
-
-<p>
-A noi pareva di far molto; in verità non facevamo
-nulla; e il medico espresse più chiaro il suo
-pensiero dicendoci: che «se mai occorresse l'opera
-sua, saremmo di impiccio».
-</p>
-
-<p>
-— Ma non occorrerà?... — chiesi io.
-</p>
-
-<p>
-— Non occorrerà di sicuro; però, diano retta,
-se ne vadano.
-</p>
-
-<p>
-Ce ne andammo come due scolari cacciati dal
-signor maestro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-</p>
-
-<p>
-Giunti sulla via ci arrestammo istintivamente
-entrambi, mio suocero ed io, ad ascoltare se mai
-si udisse ancora uno di quei gemiti che ci avevano
-toccato il cuore. Se l'avessimo udito, saremmo
-tornati indietro di sicuro. Non si udiva nulla; ci
-avviammo.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero infilò il suo braccio destro nel mio,
-e sentendo che il cuore mi batteva forte, cominciò
-a consolarmi a modo suo.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà un maschio — mi disse.
-</p>
-
-<p>
-Io non risposi nulla; ed accelerai il passo verso
-i bastioni.
-</p>
-
-<p>
-La campagna era desolata, gl'ippocastani nudi
-e coperti di neve, la sabbia dei viali indurita dal
-gelo. Non vedevo più i bei frutti, nè le formiche
-operose; faceva un freddo rigido che teneva nascoste
-tutte le creature; solo qualche passero affamato
-saltellava qua e là.
-</p>
-
-<p>
-A una svolta nota rividi l'acacia che mi aveva
-trattenuto, e spinsi l'occhio fra i suoi rami spogli,
-cercando il nido — era scomparso; certamente,
-dopo d'avere scaldato l'amore d'una famigliuola
-alata, aveva fatto la gioia di un monello.
-</p>
-
-<p>
-Con che sguardo diverso vedevo tutte quelle
-cose! La mia Evangelina soffriva crudelmente, ed
-io avrei quasi rinunziato a una felicità che doveva
-costarle tanti dolori. Mio suocero, dopo di avermi
-incoraggiato dieci volte dicendomi: — Sarà un
-maschio! — ebbe un momento di sconforto, e mi
-disse come parlando a sè stesso: — Se non fosse
-un maschio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-</p>
-
-<p>
-Io sorrisi, pensando che, fortunatamente, se non
-era un maschio, doveva essere una femmina.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto il nonno impaziente voltò le spalle
-e mi disse con sicurezza:
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, a quest'ora è nato.
-</p>
-
-<p>
-Ed io sentii un brivido dolce per tutto il corpo.
-</p>
-
-<p>
-Camminavano a passi celeri, come se davvero
-fossimo aspettati.
-</p>
-
-<p>
-Entrando nel portone di casa mia ci guardammo
-in volto; nessuno era là a dirci con lo sguardo la
-nostra sorte. La portinaia attendeva alle sue faccende
-in un'altra stanza, e s'affacciò appena appena
-a guardarci.
-</p>
-
-<p>
-Mi pareva che doveva essere informata di tutto;
-invece, disgraziata! non sapeva nulla.
-</p>
-
-<p>
-E vidi uscire dal buco profondo, in cui si erano
-celati, i cento avversari crudeli ed impotenti d'ogni
-umana felicità, terrori, sospetti, minaccie di disgrazie
-orribili...
-</p>
-
-<p>
-Mi diedi a correre, salii le scale a precipizio...
-Ad un tratto mi arrestai, mi volsi ansante, mi
-buttai nelle braccia di mio suocero.
-</p>
-
-<p>
-Avevo udito il grido, che è una nota di paradiso;
-la vocetta, che è una musica; il pianto, che
-è una carezza!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-</p>
-
-<h2 id="nutrici">LE TRE NUTRICI</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-In quell'occasione solenne mio suocero perdette
-assolutamente la misura; appena ebbe udito il grido
-del neonato, mi afferrò per un braccio, mi guardò
-con due occhi spiritati, poi si avviò di corsa tirandosi
-me dietro, come se fossi un padre ribelle, e
-non volessi saperne di riconoscere la mia prole.
-</p>
-
-<p>
-Venni così, impreparato alla gioia, fin sul limitare
-del nostro nuovo amore; colà mio suocero
-mi voleva indurre a starlo ad aspettare un momentino
-di fuori, mentre egli, forte della sua esperienza
-di nonno, andrebbe ad accertare il sesso; ma si
-era fatto un po' di rumore, ci avevano uditi di
-dentro, l'uscio si aprì, e il medico, affacciandosi
-nel vano, ci disse sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-— Silenzio... è un maschio!
-</p>
-
-<p>
-Volli passare la soglia, ma mio suocero, sempre
-sregolato nella manifestazione dei suoi sentimenti,
-mi si avvinghiò al collo con un pretesto d'amplesso
-e per poco non mi tolse il fiato; poi mi lasciò
-stare e mi ripetè sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Silenzio... è un bel maschio!
-</p>
-
-<p>
-Entrammo.
-</p>
-
-<p>
-La mia pallida Evangelina, appena mi vide, mi
-sorrise dal suo letto, e allungò una mano verso
-di me; corsi a lei, la baciai sulla fronte, le mormorai
-sottovoce certe parole strane che intendevamo
-noi soli; ma nel fare tutto ciò mandavo in
-giro per la camera uno sguardo indagatore, e tenevo
-d'occhio mio suocero, un po' per gelosia
-che egli si impadronisse della mia creaturina prima
-di me, più per timore che, nel suo entusiasmo
-di nonno, ne facesse scempio con un bacio enorme
-o con una carezza smisurata. Io sì, mi sentiva la
-vocazione, e mi sentiva l'arte di portare in braccio
-mio figlio!
-</p>
-
-<p>
-Ma dov'era mio figlio?
-</p>
-
-<p>
-Il nonno impaziente si era accostato in punta
-di piedi alla culla nuova e tirava su con mille
-precauzioni un lembo della cortina di mussola.
-Evangelina lo stava a guardare, sorridendo con
-malizia: aveva lo stesso sorriso di complicità il
-medico, lo aveva più ancora la signora Geltrude.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è? — chiesi sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina volse verso di me gli occhi pieni
-d'amore, e sollevando un tantino le lenzuola, mi
-mostrò al suo fianco un corpicino minuscolo stretto
-in una fascia candida, con una faccetta rossa nascosta
-fra i merletti di una cuffia troppo larga.
-</p>
-
-<p>
-Lo riconoscevo: era lui, mio figlio!
-</p>
-
-<p>
-Appena sentì penetrare sotto le lenzuola l'aria
-più fredda della camera, egli aprì gli occhi. Lo
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-chiamai per nome «Augusto!» e mi guardò senza
-stupore: fatto audace, allungai la mano e sentii
-sotto un mio dito una guancia morbida e vellutata.
-Mio figlio fu bonino; prese la carezza senza cacciare
-uno strillo, ed io ne argomentai subito che
-dovesse avere un'indole paziente e rassegnata.
-</p>
-
-<p>
-Non mi saziavo di guardarlo: era tanto bello!
-Quando finalmente sollevai il capo, facendo ricadere
-a malincuore il lenzuolo sotto cui mio figlio
-spariva come se non esistesse, vidi in faccia a me,
-all'altra sponda del letto, mio nonno, tutt'occhi e
-bocca per guardare e per ridere alla muta.
-</p>
-
-<p>
-— Lo hai contemplato abbastanza? — mi disse. — Ora
-dàllo qua, che me lo goda anch'io.
-</p>
-
-<p>
-E siccome non gli davo retta e facevo il giro
-del letto per andargli a dire che il nostro Augusto
-si trovava bene al caldo e che era meglio lasciarvelo,
-egli allungò le braccia, e con un garbo da
-far piangere i sassi, ghermì la mia creaturina e se
-la prese in braccio. Quando gli fui accanto, egli
-aveva già la sua preda ed andava su e giù per la
-camera, niente affatto disposto a cederla. Prima lo
-guardai con un po' di terrore, poi gli andai dietro
-come un mendicante; da ultimo, vedendo che
-mio figlio lasciava fare senza piangere, mi arrestai
-presso ad Evangelina, presi una sua mano nelle
-mie e sorrisi io pure con lei, col medico e con la
-signora Geltrude.
-</p>
-
-<p>
-La cosa andò bene finchè mio suocero si accontentò
-di guardare il nipotino, di chiamarlo
-«gioia, amore» e simili, di sorridergli, di dondolarlo
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-lievemente nelle braccia, di lisciargli le guancie
-con la punta delle dita; ma quando, vinto dal fascino
-di quegli occhietti che lo guardavano sbigottiti,
-sedotto da un sorriso che egli pretendeva di
-vedere sui labbruzzi rosei, volle dargli un bacio,
-allora mio figlio gli fece intendere con uno strillo
-che smettesse, perchè non gli piacevano i baci della
-gente baffuta. Accorsi subito a proteggerlo, temendo
-che mio suocero tornasse da capo, ma il povero
-uomo era contrito e non sapeva che fare per indurre
-il piccolo disgustato a tacere.
-</p>
-
-<p>
-— Dàllo a me — gli dissi solennemente.
-</p>
-
-<p>
-E non glielo dissi, ma gli feci intendere che col
-babbo sarebbe subito stato zitto.
-</p>
-
-<p>
-— Dàllo a me — insistei.
-</p>
-
-<p>
-Mi guardò in aria di canzonatura e me lo diede.
-</p>
-
-<p>
-Fu il caso o una specie di miracolo? Io non
-vorrei vantarmi, ma mio figlio tacque di repente,
-apri gli occhietti e me li fissò in faccia estatico.
-</p>
-
-<p>
-Sentivo bene che il povero nonno doveva esser
-mortificato, ma non vedevo nulla in quel momento,
-fuorchè gli occhietti della mia creatura.
-</p>
-
-<p>
-Una risata mi tolse alla contemplazione; non
-mi mossi neppure; era il nonno che si vendicava.
-Rise anche il medico, e rise Evangelina, e perfino la
-signora Geltrude; allora alzai gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Guardati nello specchio — suggerì mio suocero.
-</p>
-
-<p>
-Avevo accanto la specchiera di mia moglie, e
-mi bastò volgere il capo per sentire anch'io la
-tentazione di corbellarmi. Non avrei mai creduto
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-che vi potesse essere più d'una maniera di portare
-in braccio la propria prole primogenita, nè sopratutto
-che ve ne fosse una tanto più burlesca d'ogni
-altra. Questa appunto avevo scelta. Non ve la
-starò a descrivere, perchè è indescrivibile come
-tutte le cose sublimi.
-</p>
-
-<p>
-Non importa: mio figlio mi guardava e mi
-sorrideva — giuro che mi sorrideva — ed io era
-il babbo più felice di tutto quanto lo stato civile.
-Per non commettere anch'io lo sproposito di far
-piangere il mio sangue con un bacio, e per non
-rinunciare ai miei diritti, ero tentato di mozzarmi
-i baffi in presenza di tutti o di farmeli mozzare
-da mio suocero; trovai di meglio, qualche cosa
-che, se non era un bacio vero e proprio, gli somigliava
-molto. Con infinite precauzioni mi riuscì
-d'accostare alla faccetta di Augusto tutte le parti
-presso a poco liscie del mio viso.
-</p>
-
-<p>
-Ossia che il tepore gli ricordasse le sensazioni
-più dolci della sua vita passata, ossia che il mio
-naso gli rivelasse le prime dolcezze che lo aspettavano
-nella vita estrauterina, ad ogni modo <i>sta
-in fatto</i>, come diciamo noi avvocati, che mio figlio
-trovò quell'amplesso paterno di suo genio. E sfido
-la parte avversaria a provare il contrario.
-</p>
-
-<p>
-La parte avversaria quel giorno era mio suocero,
-il quale, perchè Augusto non solo si godeva il
-tepore, ma mi aveva afferrato il naso coi labbruzzi
-e dondolava la testina, ansimando forte, pretendeva
-che quelle dimostrazioni erano dirette a tutt'altri
-che al padre vanaglorioso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-Io lasciava dire.
-</p>
-
-<p>
-— Ti piglia per la sua balia — insistè mio
-suocero — ed è da compatire perchè non ha la
-pratica. La mia Evangelina appena nata faceva così.
-</p>
-
-<p>
-Guardai la mia pallida compagna, che sorrideva
-nel suo letto, poi il naso di mio suocero, e crollai
-risolutamente il capo dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Non può essere.
-</p>
-
-<p>
-Li feci ridere tutti. Perfino la signora Geltrude,
-la quale andava e veniva in punta di piedi facendo
-tante cosuccie, prima si arrestò per ridere, poi
-venne a prendermi di mano la mia creatura con
-tutto il sussiego di collaboratrice.
-</p>
-
-<p>
-— Signora no — le dissi, sfoderando per la
-prima volta i diritti paterni — mi piace tenermelo
-ancora un poco, e me lo tengo. Loro ridano se
-hanno voglia.
-</p>
-
-<p>
-Allora quell'eccellente donna andò a prendere in
-un canto un bicchiere d'acqua tiepida bene inzuccherata,
-mi accennò di mettermi a sedere dinanzi
-a un deschetto, vi pose il bicchiere e nel bicchiere
-immerse una specie di fantoccino di tela che mi
-cacciò in mano addirittura, dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Glielo dia da succhiare.
-</p>
-
-<p>
-La stavo a guardare sbalordito della sua disinvoltura;
-quand'ebbi compreso di che si trattava,
-mi posi a sedere, accomodai malamente mio figlio
-sul braccio mancino, e con la mano libera cominciai
-il mio uffizio di nutrice.
-</p>
-
-<p>
-Il pasto di Augusto fu lungo; ogni volta che
-dovevo immergere il poppatoio nell'acqua inzuccherata,
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-mandavo in giro un'occhiata ammirativa,
-come per dire: «Che appetito!». E ad uno ad
-uno, ripetevano tutti: «Che appetito!... e che
-balia!».
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero si venne a mettere dietro la mia
-sedia, appoggiò tranquillamente i gomiti alla spalliera,
-e stette un pezzo senza parlare; si accontentava
-di fare a mio figlio dei cenni, delle smorfie
-e certi suoi sorrisi sgangherati; finalmente, quando
-Augusto mostrò d'averne abbastanza, gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Lo sai, furfantello, che tu succhi da maestro?
-Chi ti ha insegnato a succhiare così? Non è stata
-la mamma di sicuro... dunque chi è stato? Non ci
-vorrai far credere che senza un corso regolare di
-studi, un uomo mortale, fosse anche un talentone
-come te, possa venire al mondo per isbalordire
-suo nonno con la propria dottrina. Dunque chi ti
-ha insegnato a succhiare così? Ho capito, ho capito...
-non mi stare a dir altro; è un segreto.
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio approfittò della licenza, chiuse gli occhietti,
-piegò la testina per sentire il caldo del mio
-petto, e si addormentò. Allora, da uomo sicuro
-del fatto mio, annunziai al nonno incredulo che
-Augusto era tornato con gli angeli, e lo andai a
-riporre con infinite precauzioni accanto alla mamma
-sorridente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-L'uffizio di prima balia di mio figlio durò tre
-giorni interi, ed io lo tenni scrupolosamente per
-me fino all'ultima ora, contrastandolo a mio suocero,
-che ne voleva la sua parte.
-</p>
-
-<p>
-Il terzo giorno, all'ora della prima colazione,
-quando con l'orologio in mano mi feci al capezzale
-del letto per annunziare a mio figlio che si
-dava in tavola, che vidi mai?... Vidi commosso,
-ed allargai le braccia in cui si gettò mio suocero
-delirante, vidi il nostro angioletto attaccato al seno
-di sua madre, la quale guardava ora noi ora lui
-sorridendo. Si stette un pezzo in contemplazione
-dinanzi a quello spettacolo amoroso, senza timore
-di dar noia al poppante, che appena appena s'era
-degnato di alzare il capo per chiedere scusa della
-licenza alla prima balia.
-</p>
-
-<p>
-Estatico dinanzi a quel quadro, quasi non mi
-avvidi che mio suocero usciva dalle mie braccia
-come vi era entrato. Egli andò a prendere il deschetto
-e lo cacciò in un canto, pose il bicchiere
-dell'acqua inzuccherata sul canterano, ed in tutte
-le movenze svelte e gioconde mi faceva intendere:
-«Questi arnesi in avvenire non saranno buoni a
-nulla, ed io ne sono proprio contento».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pover'uomo! era geloso; da un pezzo io me ne
-era accorto. Non gli sembrava vero che mio figlio,
-il sangue della sua figliuola, dovesse appartenere
-più a me che a lui. Io mi sentiva pieno d'indulgenza,
-ma egli ne abusava. E quando, perchè me
-le faceva più grosse, lo scongiuravo scherzando
-d'aver riguardo al mio stato di puerperio, egli alzava
-le mani al soffitto con un atto buffo che non
-mi faceva ridere, perchè quasi quasi aveva l'aria
-di esprimere la convinzione che non ci entrassi
-per nulla e che mio figlio si fosse fatto da sè.
-</p>
-
-<p>
-Trovai ben io il mezzo di fargli smettere
-lo scherzo feroce; finsi di pigliar sul serio quanto
-diceva per isvilire la mia paternità, anzi andai oltre
-esagerando e conchiusi:
-</p>
-
-<p>
-— Noi diventiamo genitori a buon mercato; i figliuoli
-nostri ci appartengono appena per quel tanto
-che ne cedono a noi le loro madri; mio figlio, ne
-convengo, è più di Evangelina che mio, come Evangelina
-è più di sua madre buonanima che tua.
-</p>
-
-<p>
-Allora mio suocero volle <i>distinguere</i>, tale e quale
-come un avvocato, per provarmi che le figlie sono
-un'altra cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa sono? — insistei.
-</p>
-
-<p>
-— Sono un altro paio di maniche — balbettò;
-ma non seppe dir altro.
-</p>
-
-<p>
-Intanto, era venuto per due giorni soli, ne erano
-passati tre, e non si moveva: lo aspettavano mille
-faccende, ed egli non sapeva staccarsi dal nipotino.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente il medico dichiarò che tutto andava
-benissimo, che Augusto stava a meraviglia, che la
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-puerpera era fuor di pericolo; suggerì una regola
-severa e non tornò più.
-</p>
-
-<p>
-La signora Geltrude venne alcuni giorni ancora,
-tanto per dar lezioni a Evangelina, la quale faceva
-prodigi d'intelligenza e di buona volontà, e si veniva
-formando sotto gli occhi nostri una mammina
-perfetta.
-</p>
-
-<p>
-Da ultimo se ne andò anche la buona signora.
-Solo mio suocero non se ne andava; aveva messo
-radici. Pensava spesso alle proprie faccende e diceva:
-«Chi sa come andranno le cose? Senza di
-me, qualche diavoleria capiterà di sicuro! Partirò
-domani; non mi state più a dire di fermarmi perchè
-sarà inutile!».
-</p>
-
-<p>
-Ma il domani noi tornavamo all'assalto, imperterriti
-entrambi: «Rimani oggi ancora, oggi solo».
-E il pover'uomo rimaneva quel giorno, e non
-se ne andava l'altro.
-</p>
-
-<p>
-La mattina del venerdì, che aveva proprio fermato
-di lasciarci, si svegliò di umore bisbetico.
-Era da compatire, gli capitavano tutte quella mattina.
-</p>
-
-<p>
-Pensate. La valigia si trovò, non si sa come,
-divenuta stretta; i pochi panni che da Monza a
-Milano avevano viaggiato comodamente, non dovevano
-avere la stessa fortuna da Milano a Monza.
-Quando mio suocero, perdendo la pazienza, provava
-in fretta e furia a stendere sotto quel che
-aveva steso sopra, poi, per la ventesima volta,
-chiudeva il coperchio della valigia e ci si metteva
-su in ginocchio, alzando le mani al cielo, avrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-impietosito i sassi; ma la valigia era inesorabile.
-Mancavano sempre due buone dita a poterla chiudere.
-</p>
-
-<p>
-— È una stregheria — diceva allora fra i denti — una
-perfidia; tutta questa robaccia è pur venuta
-da Monza, o perchè ora non vuol tornare a casa?
-</p>
-
-<p>
-Evangelina, che intanto s'era levata da letto,
-venne sorridendo ad assistere alla scenetta; portava
-in braccio il piccino, e mi si mise al fianco senza
-far rumore.
-</p>
-
-<p>
-— Torniamo da capo — soggiungeva mio suocero
-con la calma della disperazione. — Proviamo
-a lasciar queste camicie della disgrazia per ultime;
-a riempire i vani faremo servire queste calze
-del demonio... Angiolo bello... gioia, amore, tesoruccio
-mio!
-</p>
-
-<p>
-E il povero nonno, che si era finalmente accorto
-della presenza d'Evangelina, balzò in piedi
-di botto dando un calcio alla valigia per portare
-una carezza ad Augusto.
-</p>
-
-<p>
-Si era trasformato in volto; aveva spianato le
-rughe della fronte e faceva gli occhi dolci. Dove
-l'aveva trovato quel sorriso bonario? Chi gliela
-aveva data quella serenità gioconda? Mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-Quando ebbe prodigato le carezze ed i nomignoli
-ad Augusto senza farlo uscire dalla sua olimpica
-indifferenza, tornò ai preparativi del viaggio.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni qua — diceva, mettendosi in modo
-da non perdere d'occhio il bimbo e parlando ora
-alla valigia, ora a suo nipote — vieni qua, birbona;
-mi hai fatto disperare abbastanza. Sentiamo che
-cosa ti dà noia? Sono queste ciabatte della malora?...
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-Caro!... gli vuoi bene al nonno? Sì?... To'
-un bacio... E tu smettila, ne ho abbastanza, altrimenti
-ti pianto e me ne vado senza di te a Monza.
-È questo che tu vuoi, cenciosa maledetta?... Ah!
-ora vorresti chiuderti, mi pare; ti lascerai chiudere?
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo cadeva in ginocchio per la ventunesima
-volta; si aspettava che la valigia facesse
-ancora la ribelle, ma invece si lasciò chiudere, ed
-egli, che non era preparato alla nuova arrendevolezza,
-mi parve per verità più dispettoso che consolato.
-</p>
-
-<p>
-— Il nonno se ne va! — disse poi rialzandosi
-e portando un sospiro ed altre carezze al bimbo; — lo
-sai che se ne va il nonno?
-</p>
-
-<p>
-I malumori di mio suocero non erano finiti; già
-era venerdì e bisognava aspettarselo, lo diceva lui.
-</p>
-
-<p>
-Basti dire che quando la valigia si fu lasciata
-chiudere, mio suocero si avvide con un orrore novissimo
-in lui (era il disordine in persona), che
-stava per mettersi in viaggio senza la cravatta. Si
-andò in giro per tutta la stanza a cercare l'indumento
-birbone, che si era cacciato chi sa dove, e
-naturalmente (quest'avverbio è di mio suocero) e
-naturalmente non si trovò nulla.
-</p>
-
-<p>
-In quanti luoghi impossibili può un uomo di
-giudizio cercare una cravatta che si nasconde! Io
-non me ne sarei fatta un'idea mai, se non avessi
-visto quel brav'uomo sollevare il coperchio della
-zuccheriera, con la speranza che un prestigiatore
-invisibile avesse voluto fargli la burletta.
-</p>
-
-<p>
-All'ultimo Evangelina ebbe un'idea piena di luce.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'avrai cacciata per isbaglio nella valigia!
-</p>
-
-<p>
-Fu un lampo nel buio; sissignori, la cravatta era
-nella valigia, la quale, in penitenza di quest'ultimo
-tiro, ricevette dal suo padrone un ultimo calcio, di
-cui non aveva punto bisogno per campare i giorni
-assegnati in questo mondo fragile a una valigia.
-</p>
-
-<p>
-I malumori di mio suocero ancora non dovevano
-finire; non era per nulla venerdì, e bisognava
-aspettarselo; era sempre lui che lo diceva.
-</p>
-
-<p>
-La partenza del treno era segnata nell'orario
-alle undici e mezza, bastava uscir di casa alle undici
-per arrivare in tempo, senza scalmanarsi; se
-non che quando il nostro infallibile orologio a
-pendolo segnava i tre quarti, l'orologio da tasca
-di mio suocero voleva che fosse poco più della
-mezza, ed era infallibile anch'esso.
-</p>
-
-<p>
-A chi credere?
-</p>
-
-<p>
-— Il mio orologio è in regola — brontolò il
-povero viaggiatore — quella vostra baracca vuol
-mandarmi via dieci minuti prima.
-</p>
-
-<p>
-— Se avesse coscienza e giudizio — entrò a dire
-Evangelina, chiedendo scusa con un'occhiata al
-nostro unico orologio — se avesse coscienza e
-giudizio farebbe proprio il contrario. Ma segna
-l'ora di Roma, e il tuo segnerà quella di Monza.
-</p>
-
-<p>
-— E siccome io vado a Monza e non a Roma,
-ha ragione il mio.
-</p>
-
-<p>
-— Ne ha cento! — esclamai ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Ne ha mille — rispose mio suocero.
-</p>
-
-<p>
-Non ne aveva nemmeno una, e il viaggiatore
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-ostinato giunse alla stazione in tempo per vedersi
-chiudere sul muso lo sportello dei biglietti.
-</p>
-
-<p>
-Con mia gran meraviglia, prese la cosa allegramente.
-</p>
-
-<p>
-— In fin dei conti — disse con una serenità
-insolita — ha forse ragione lui; è meglio ch'io
-non parta oggi, è venerdì...
-</p>
-
-<p>
-— Il meno che ti potesse capitare — interruppi
-ridendo — era che la locomotiva uscisse dalle rotaie
-e se ne andasse pei campi del territorio milanese
-minacciando le gambe dei gelsi punto frettolosi
-di tirarsi da banda per lasciarla passare.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero non aveva l'aria di viaggiatore corbellato,
-tutta propria di chi ha perduta la corsa e
-se ne torna soletto a casa con la valigia; pareva
-anche lui arrivato appena, camminava spedito, e
-fu il primo a passare sotto gli occhi dei gabellieri,
-i quali si accontentarono di prendere la valigia in
-mano e di pesarla per aver tempo di leggere sulla
-faccia del bravo uomo il candore della sua coscienza,
-dopo di che ci lasciarono passare.
-</p>
-
-<p>
-— Me ne è andata bene una! — esclamò il poveraccio.
-</p>
-
-<p>
-— Tutte ti andranno bene se rimarrai una settimana
-ancora con noi e se vorrai tenere a battesimo
-il nostro piccolo Augusto.
-</p>
-
-<p>
-In quel momento mio suocero non rispose, ma
-quando ebbe riveduto il nipotino e ne ebbe udito
-la vocetta di pianto, allora buttò in un canto la
-valigia e il pastrano, e togliendosi i guanti e soffiandosi
-le dita per riscaldarle:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Epaminonda mio — disse — una settimana
-no, non posso; ho mille faccende a Monza, non
-posso proprio; ma se vuoi che io battezzi tuo figlio,
-te lo battezzo domenica, parola di cristiano battezzato.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo babbo! — esclamò la pallida mammina — bravo
-babbo! La zia Simplicia mi ha scritto
-poc'anzi, è guarita, è disposta a venire da Pavia
-per far la madrina.
-</p>
-
-<p>
-— Le manderemo un dispaccio perchè venga
-subito — aggiunsi.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero non diceva nulla; s'era scaldato le
-dita abbastanza per poter accarezzare il bimbo senza
-farlo strillare, e non badava ad altro.
-</p>
-
-<p>
-Quando credeva che la funzione solenne dovesse
-compiersi senza di lui, unicamente sotto gli auspicii
-della zia Simplicia, ne parlava perfino con eresia,
-facendo dell'acqua benedetta una complice della
-costipazione. Ora no; il battesimo, se doveva dire
-il suo pensiero, era una bella cosa.
-</p>
-
-<p>
-E volle che lo facessimo con solennità, invitando
-gli amici a mangiare i confetti; pagava lui.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-La zia Simplicia giunse la mattina della domenica;
-notai subito che era già entrata sul serio
-nella sua parte di madrina; non era una zia come
-un'altra, anzi non era più donna, era una corporazione
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-religiosa, una missione, e nella sua piccola
-valigia, sembrava portare tutta quanta la fede cristiana.
-</p>
-
-<p>
-La zia Simplicia aveva desiderato una femmina,
-e mio suocero lo sapeva; per lui questo solo desiderio
-era una colpa, e si sentiva poco disposto
-a perdonare, ma quando udì la madrina chiamare
-il cielo in testimonio che il piccolo Augusto era
-il ritratto parlante del nonno, allora cominciai a
-vedere sulle labbra del povero uomo un sorriso
-di beatitudine che vi doveva rimanere tutto quel
-giorno.
-</p>
-
-<p>
-Non dirò le peripezie battesimali; ad Augusto
-non piacque il sale della sapienza, ma si lasciò immergere
-nell'acqua benedetta con uno stoicismo
-ammirando, e permise al nonno di rinunziare per
-lui al demonio, in latino.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava vederlo e sentirlo il nonno! Quanto
-a me non sapevo resistere; quando il latino usciva
-più tormentato dalla sua bocca era inutile, il demonio
-era più forte di me: mi tiravo di là o giravo
-sui tacchi, mi tenevo le costole e commettevo
-un sacrilegio.
-</p>
-
-<p>
-D'una cosa mi stupii grandemente quel giorno,
-ed è che i convitati al battesimo, dopo d'essere
-andati in estasi contemplando mio figlio, vantandone
-tutte le virtù fisiche e morali, cioè il nasino
-non più grosso di un cece, i labbruzzi rosei, la
-pelle liscia e il sorriso visto cogli occhi della fede,
-e poi la pazienza e la prudenza, dopo aver vantato
-questo ed altro, non sentissero il bisogno di
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-star tutta la sera in contemplazione di tante meraviglie,
-e preferissero parlar della politica estera
-od empirsi le tasche di confetti. Anche mio suocero
-ne fu mortificato, e quando, dopo d'essere
-andato in giro per la quarta volta col nipotino in
-braccio per far vedere come sapeva dormire senza
-che nessuno mai glielo avesse insegnato, comprese
-che bisognava rimettere in culla il piccino e non
-chiedere altro, perchè l'indifferenza aveva dato
-tutta la tenerezza di cui era capace; allora si andò
-a sedere in un canto, e fece il broncio.
-</p>
-
-<p>
-Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero
-concorde dichiararono di non potersene andare
-senza rivedere il piccolo battezzato in culla;
-ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio
-suocero.
-</p>
-
-<p>
-Andarono nella stanza da letto, due alla volta,
-gli uomini preceduti da me, le signore da Evangelio,
-e invariabilmente seguiti dal nonno festoso.
-Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano
-un tantino, poi sottovoce uno esclamava: — Come
-è bello! — e l'altro: — Non ho mai visto un
-bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro!
-Si farebbe mangiare!
-</p>
-
-<p>
-Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il
-cuore.
-</p>
-
-<p>
-D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno;
-quando tutti se ne furono andati, quando il ciaramellìo
-di tante voci estranee fu cessato, quando
-l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi
-ci trovammo in tre accanto alla culla, ad interrogare
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-in silenzio il sonno della nostra creatura, mi
-stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di
-quella malinconia, che segue il finire d'ogni festa;
-anzi, passando poi col lume in mano nel salotto,
-e notando lo scompiglio delle seggiole, mi parve
-che la riunione degli amici risalisse a un tempo
-lontano, tanto rapidamente si era cancellata dal mio
-spirito.
-</p>
-
-<p>
-Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora
-sulla via la voce di un convitato allegro, e
-mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo di
-una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano
-men larga della buona intenzione, e pure ero tentato
-di chiedere a me stesso se davvero ci fosse
-stata una festa in casa mia.
-</p>
-
-<p>
-Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra;
-ed anche allora che tutti si rallegravano con noi
-e ci colmavano di lusinghe, in salotto ed in anticamera,
-Evangelina ed io eravamo altrove, e rispondendo
-parole e sorrisi, lo facevamo da lontano.
-</p>
-
-<p>
-La mattina successiva tutto andò benissimo; la
-valigia si lasciò chiudere senza il secondo fine di
-nascondere la cravatta alle ricerche del suo proprietario,
-gli orologi si trovarono d'accordo, mio
-suocero baciò una volta noi melanconicamente,
-diede una dozzina di baci tremendi alla <i>sua</i> creatura,
-e uscì di casa rassegnato. E non perdette la
-corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti
-prima della chiusura degli sportelli. Mi parve
-veramente che si rammaricasse di aver fatto male
-i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; però
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-non lo disse. E come credete che egli spendesse
-il tempo prezioso che gli era rimasto? Ve la do
-in mille.
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo
-mio, <i>te lo raccomando</i>.
-</p>
-
-<p>
-Misericordie celesti!
-</p>
-
-<p>
-Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre
-avevo inteso benissimo, ed egli ebbe la incredibile
-faccia tosta di guardar prima l'orologio,
-poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi
-di averne cura, di non lasciarlo costipare
-esponendolo all'aria fredda, di aver pazienza,
-di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno
-di carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino
-di sciroppo di cicoria, e per poco non aggiunse
-«di volergli bene».
-</p>
-
-<p>
-Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato
-gli gridava nelle orecchie: «Chi parte per Sesto,
-Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito,
-data un'altra guardatina all'orologio, tornava da
-capo.
-</p>
-
-<p>
-Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a
-raccomandare proprio a me, d'aver pazienza con
-mio figlio, di far delle carezze a mio figlio, perchè
-i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio
-figlio all'aria fredda, come se io non aspettassi
-altro che la partenza del nonno per cavarmi questo
-capriccio paterno!
-</p>
-
-<p>
-— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!
-</p>
-
-<p>
-— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va,
-altrimenti chiudono e perdi la corsa... Buon viaggio!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-</p>
-
-<p>
-Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala
-d'aspetto, e prima d'infilare l'androne, si volse,
-mi sorrise, sollevò un dito in aria e mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Non dimenticare la cicoria!
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-L'uomo si avvezza a tutto, dicono i filosofi; ed
-io che ho dovuto avvezzarmi a tante cose, non
-istento a ripetere che l'uomo si avvezza a tutto,
-tranne forse alla colica e al mal di denti, sebbene
-i filosofi non lo dicano. Ma di quante sono abitudini
-al mondo, affermo che non ve n'ha una che
-si pigli più presto di quella d'esser felice. Nè so
-se convenga argomentarne che la felicità sia lo
-stato naturale dell'uomo, o che lo stato naturale
-dell'uomo sia l'infelicità, poichè quando abbiamo
-una contentezza, l'abitudine ce la scolorisce e la
-sciupa, e inclino a credere che queste due massime
-contraddittorie e vane possano essere patrocinate
-con la stessa eloquenza inutile da un medesimo
-avvocato; ma ripeto con sicurezza, che non è cosa
-a cui l'uomo si avvezzi meglio che alla felicità.
-</p>
-
-<p>
-Queste idee non mi vengono ora per la prima
-volta; quando ero padre novellino, avevo altro per
-il capo. E pure ruminando oggi accanto al fuoco
-la mia filosofia sconquassata e cercando esempi
-per puntellarla, uno ne vado a pigliare proprio in
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-quel tempo beato e lontano in cui ero padre novellino.
-</p>
-
-<p>
-Sbalordito ancora dalla grandezza dell'appartamento
-di suo padre, Augusto non attraversava mai
-le nostre quattro stanze, senza girare intorno gli
-occhietti sbigottiti; se era avviato a piangere, bastava
-fargli toccare con mano un candeliere inargentato
-od un bicchiere, o un vetro della finestra,
-o una qualsiasi meraviglia che nella confusione
-gli fosse sfuggita, ed egli subito stava zitto ad ammirare;
-la sera, quando accendevo il lume, era
-capace di smettere il suo pasto per contemplare
-lungamente la misteriosa fiammella che ardeva in
-casa del babbo; per dir tutto in poche parole, Augusto
-era venuto al mondo da quindici giorni soltanto,
-e pure a me pareva di averlo avuto sempre.
-La sua faccetta rotonda era quella di un vecchio
-amico d'infanzia, la sua vocina svegliava un'eco nel
-mio cuore; era di pianto, e sonava dentro di me
-come una nota allegra; gli occhi suoi attoniti, i dondolamenti
-del capo, i moti delle gambuccie intolleranti
-della fasciatura, tutto ciò mi ricordava cose
-dimenticate, cose a cui non avevo badato abbastanza,
-cose dolci e belle.
-</p>
-
-<p>
-Quei quindici giorni di vita nuova si allargavano
-stranamente, fino ad invadere tutta la mia vita passata,
-fino a parermi impossibile l'avere vissuto altrimenti;
-ero proprio tentato di crederlo: mio figlio
-ed io ci conoscevamo da un pezzo.
-</p>
-
-<p>
-Tante volte, nel mezzo della notte, mi svegliavo
-sul mio letto da un cattivo sogno in cui non ero
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-più padre, e dopo aver teso l'orecchio per udire
-la respirazione soave del mio piccolo innocente,
-mi lasciavo portare senza resistere molto dall'onda
-dei pensieri, che andavano verso il tempo in cui
-non ero padre ancora.
-</p>
-
-<p>
-Ma mi allontanavo a malincuore; era come se
-avessi deposto sulla strada il fardello della mia
-paternità, e potesse passare un ladro e rapirmelo;
-perciò non lo perdevo di vista, camminavo a ritroso
-e tornavo indietro ogni tanto; però le memorie
-tentatrici spesso mi portavano lontano; ritrovavo
-tutti i miei dolori più acuti, ed erano scioccherie;
-tutte le mie dolcezze più care, e mi parevano senza
-sapore; mancava a tutte qualche cosa — mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-Quanto più lietamente, ripigliato il fardello della
-mia nuova felicità, io me lo portavo senza sgomento
-attraverso il labirinto dell'avvenire!
-</p>
-
-<p>
-In quel viaggio amoroso, mio figlio pigliava mille
-aspetti; ora si accontentava di saltare poco più
-d'un annetto, era slattato appena, moveva i primi
-passi barcollanti, passava sotto la mensa senza curvarsi
-e veniva ad appoggiare la testina ricciuta al
-mio ginocchio; subito dopo era uno studente chiassoso
-all'università, camminava con un grosso bastone
-in mano, empiva le strade di Pavia delle sue
-prodezze notturne, giocava al biliardo e si beccava
-l'esame di diritto canonico; poi tornava a Milano
-addottorato <i>in utroque</i>, a meravigliare con la sua
-eloquenza mio suocero, il quale l'avrebbe sempre
-creduto un ingegnere; proteggeva i pupilli e le
-vedove — furfantello! — poi s'innamorava d'una
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-bella fanciulla di 18 anni, io dava il consenso e
-lui se la sposava e mi faceva nonno.
-</p>
-
-<p>
-Ed io? Non c'era più verso di sognare per me
-solo; in ogni mio castello in aria io metteva un
-castellano — ed era lui. Non mi pareva possibile
-immaginare la mia clientela, la mia fama d'avvocato,
-i miei guadagni e i miei risparmi senza quel
-caro bimbo venuto al mondo due settimane prima.
-</p>
-
-<p>
-Io gli metteva un dito nella mano ed egli me
-lo stringeva con tutte le sue forze, e mi guardava:
-</p>
-
-<p>
-— Siamo intesi — dicevo scherzosamente per
-far sorridere la pallida mamma; e ripetevo dentro
-di me sul serio, con una saldezza di proposito che
-mi pareva capace di sfidare il destino: «siamo
-intesi!... finchè la morte non ci divida!».
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo
-ancora, ma infinitamente meno: il fantasma bieco
-aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio figlio
-era al mondo; già non era più che forma vaporosa
-nel lontano orizzonte, e a quella distanza non
-mi faceva paura.
-</p>
-
-<p>
-Fino a pochi mesi innanzi avevo avuto mille
-malanni; ero stato prima tisico, poi apopletico, e
-in un quarto d'ora più crudele, financo idropico; — la
-mia Evangelina mi aveva guarito da molti
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-morbi: pur me ne rimaneva qualcuno non confessato,
-più lento nei suoi effetti, men formidabile
-della tisi e della idropisia, ma similmente fatale;
-e mi accadeva tante volte di interrompere a mezzo
-una ciancia allegra perchè essendosi fatta allusione
-all'età senile di un Tizio qualunque, io diceva subito
-fra me e me: «a quell'età non ci arrivo di
-sicuro».
-</p>
-
-<p>
-La mia morte precoce doveva trovarmi preparato;
-ecco perchè vi pensavo tanto; mi ero anche
-prefisso di mettere in iscritto le mie ultime volontà;
-doveva essere un testamento olografo per risparmiare
-le spese notarili, e se non lo aveva fatto, è
-perchè i malanni che minavano la mia esistenza
-facevano la cosa tanto alla sordina da lasciarmi a
-volte l'illusione che io dovessi campare più di Matusalemme.
-</p>
-
-<p>
-Venne mio figlio, e tutte le melanconie mi uscirono
-dal capo. Mi sentii forte, sano e longevo.
-Non istentai a persuadermi che l'idropisia dovesse
-rispettare il babbo d'una creaturina venuta al mondo
-ieri l'altro, e mi parve che la mia vita si allungasse
-per lo meno di tutto il tempo necessario a tirar su
-il mio figliuolo; avevo, a dir poco, vent'anni buoni
-dinanzi a me. La morte mi concedeva una proroga
-alla vigilia di presentarmi al tribunale, e non vi fu
-mai avvocato più felice di averla ottenuta. Mi uscirono
-dunque dal capo l'idropisia, la tisi, l'apoplessia
-e perfino il testamento olografo — non
-avevo io forse un erede legittimo?
-</p>
-
-<p>
-Ma poichè la natura umana fa le sue cose per
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-via di compensazione, a volte mi veniva l'idea contraria.
-A tutti i miei malanni implacabili avevo già
-opposto una rassegnazione stoica; avevo detto,
-contando i miei nemici cronici: «Siete in tanti e
-siete cronici, ma è tutt'uno, non mi farete morire
-più d'una volta»; — ora invece sentivo bene che
-il mio stoicismo non mi avrebbe servito a nulla;
-se non fosse stata la generosità degli avversari che
-deponevano le armi, non avrei saputo rassegnarmi
-di sicuro ad andarmene, a lasciar mio figlio, a
-vivere press'a poco tranquillamente fino all'ora della
-partenza.
-</p>
-
-<p>
-Fra queste idee e le altre, tirati bene i conti, ero
-proprio felice: mi venivo facendo certe abitudini
-nuove di cui mi trovavo benone. Volevo bene
-alla mia casa, e cominciavo a pensare che chi ne
-possiede una non ha punto bisogno d'andarsene
-al caffè a leggere la gazzetta ed a spoliticare cogli
-amici. Uscivo dopo la colazione e dopo il desinare,
-portando un bacio di Evangelina sulla bocca e una
-stretta di mano di mio figlio legata all'indice della
-mano destra; camminavo diritto e fiero, accelerando
-il passo se vedevo le larghe spalle d'una
-balia brianzola che portasse in braccio un bimbo,
-rallentando l'andatura quando l'avevo raggiunta per
-aver agio di esaminare quel piccino non mio.
-</p>
-
-<p>
-E volevo esser giusto, e mi pareva d'esserlo;
-pure tutti i bimbi che passavano nella via — e non
-ve n'era mai passati tanti — erano meno belli del
-mio. Se ne trovavo qualcuno bianco come la neve,
-biondo e ricciuto come un amore, con due occhioni
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-azzurri, prima mi provavo a darne il merito all'età,
-poi vedendo proprio che mio figlio non poteva
-diventare nè bianco come neve, nè biondo, e forse
-nemmeno ricciuto, non avendo l'esempio in famiglia,
-finivo col trovare in Augusto qualche cosa di magnifico
-che l'altro non aveva.
-</p>
-
-<p>
-Tutti quei lattanti che invadevano le vie di Milano
-per godersi il sole di gennaio, mi guardavano
-curiosamente; a volte erano patiti e mesti, e pure
-mi sorridevano perchè io gesticolava alle spalle
-della loro corpulenta nutrice, e tutti, sani ed infermicci,
-poveri e ricchi, avevano l'aria di dirmi:
-«Tante cose ad Augusto!».
-</p>
-
-<p>
-Accadeva ora più spesso d'una volta, che un
-omino alto due spanne, spadroneggiando sul marciapiedi,
-mi si cacciasse fra le gambe e sollevasse
-la testina a guardarmi, e non si volesse staccare
-dai miei calzoni, non ostante i consigli d'una mammina
-rossa dalla vergogna e dalla compiacenza; — il
-piccolo prepotente non apriva bocca se non
-per la meraviglia, ma io lo intendevo benissimo;
-diceva: «Ti conosco, io ti ho visto quando ero
-piccino, io, l'anno scorso; allora non camminavo
-ancora, e tu non ti degnavi neppure di guardarmi
-perchè non eri babbo allora!».
-</p>
-
-<p>
-«Bimbo mio, hai ragione, non ero babbo e non
-pensavo neppure a diventarlo — ecco perchè non
-badavo ai bimbi; — più vedevo la gente grossa e
-pettoruta, e più la pigliavo sul serio, e leggendo
-nella gazzetta le alte astuzie della politica e la profetica
-filosofia del listino della borsa, ammiravo
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-l'umanità operosa e forte. Ora sì, bimbo mio, ti
-vedo; e so una cosa che tu non sai: so che tu e
-i tuoi compagni siete i padroni bisbetici e amorosi
-di tutta questa gente grossa che lavora a spingere
-in alto la borsa o a dipanare la politica. E le astuzie
-finissime, e le grandi imprese degli uomini — te
-lo dico perchè non m'intendi e non ne puoi abusare — tutte,
-tutte, non una eccettuata, fanno capo
-a te. Noi par che si faccia cose grandi, cose enormi
-(dico noi, per modo di dire, perchè io solo aspetto
-un cliente che non viene), e invece, bimbo mio,
-lavoriamo ad allattare voi altri, a tirarvi su felici,
-almeno contenti; diventiamo ricchi ed avari per
-voi, ci facciamo un nome onorato per lasciarlo a
-voi, sudiamo nelle scienze per iscoprire qualche
-cosa che vi renda più cara la vita, e prepariamo
-le opere d'arte che ve la facciano parere più bella;
-e tutto questo e altro con un conforto unico: che
-le vostre vocette cessino di piangere e ci dicano:
-bravi! Qualcuno vi dimentica davvero, altri crede
-di dimenticarvi, ma tutti, e in ogni momento della
-vita, lavoriamo per voi; quando l'umanità s'immagina
-di fare le rivoluzioni, le battaglie, le patrie,
-essa fa una cosa sola sempre: tira su i propri
-bimbi. Addio, furfantello vezzoso, tu non hai capito
-un'acca, ma non importa, perchè non hai nemmeno
-bisogno di capire».
-</p>
-
-<p>
-Tornavo a casa, dove mi aspettava la mia festa
-tranquilla: il bimbo color di rosa, la mammina
-pallida e sorridente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Ma un giorno Augusto piangeva forte, attaccandosi
-al seno della povera madre, che era più pallida
-del solito, ed aveva gli occhi rossi.
-</p>
-
-<p>
-Mi arrestai sulla soglia, côlto da quello sbigottimento
-che prepara il cuore a ricevere le sciagure.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa è stato? — balbettai.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina chinò la fronte e guardò con occhi
-lagrimosi il povero bimbo piangente.
-</p>
-
-<p>
-— Che ha? — insistei con più coraggio.
-</p>
-
-<p>
-— Non so, non so... — rispose la poveretta, e
-chinava la fronte per nascondermi le lagrime.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai?... Che cosa ha Augusto?...
-</p>
-
-<p>
-— Io, nulla... — balbettava la povera madre.
-</p>
-
-<p>
-Mi si piegavano le ginocchia; Evangelina mi
-guardò. Lesse forse, nel fondo del mio cuore di
-padre, uno sgomento più tremendo dello stesso
-suo dolore, perchè gettandomi un braccio al collo,
-e tirandomi presso a lei, e coprendomi il volto di
-baci e di lagrime, mi disse con voce rotta dall'angoscia:
-</p>
-
-<p>
-— Nostro figlio ha fame!
-</p>
-
-<p>
-Da principio non compresi; guardavo ora lei,
-ora il bimbo e ripetevo come uno smemorato:
-«Ha fame!», e fissando gli occhi nel pallore
-della mia povera compagna, lessi tutto, in silenzio,
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-col cuore stretto. Poi mi curvai sopra Evangelina,
-le asciugai il viso con la pezzuola, e facendo una
-carezza a lei e una ad Augusto perchè stesse zitto:
-</p>
-
-<p>
-— Da quando? — interrogai dolcemente.
-</p>
-
-<p>
-— Da ieri — mi rispose la povera madre dandomi
-uno sguardo di riconoscenza — da ieri soltanto;
-ne avevo ancora stamane, poco poco: non te ne
-ho detto nulla, credevo che mi tornasse; ma
-poc'anzi, quando ho inteso piangere nostro figlio,
-ho sentito un rivolgimento per tutto il corpo, ed
-ho pensato: «Sia lodato il Cielo, il latte mi ritorna!»,
-ed ho detto ad Augusto: «Non piangere»,
-e me lo sono stretto al seno. Il poverino
-avrà creduto che sua madre lo ingannasse, perchè
-non ha trovato nulla... più nulla. Ha pianto ed ho
-pianto anch'io.
-</p>
-
-<p>
-E così dicendo la poveretta non istaccava gli
-occhi attoniti da me; sembrava chiedermi scusa.
-</p>
-
-<p>
-— Il pianto non rimedia a nulla — dissi dolcemente — rasserenati,
-il latte tornerà — e vedendo
-che si sentiva come umiliata, soggiunsi: — Sono
-tante le madri a cui è toccata prima di te questa
-piccola disgrazia... e vi hanno rimediato tutte...
-</p>
-
-<p>
-— Come hanno fatto?...
-</p>
-
-<p>
-— Non si sono disperate, hanno preso a prestito
-il latte d'un'altra donna, oppure hanno nutrito
-il bimbo col poppatoio, aspettando tranquillamente
-che il latte tornasse.
-</p>
-
-<p>
-— E tornava?...
-</p>
-
-<p>
-— Tornava.
-</p>
-
-<p>
-— Presto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-</p>
-
-<p>
-— A volte nello stesso giorno.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi d'Evangelina ringraziavano me, invocavano
-il cielo.
-</p>
-
-<p>
-— Ed ecco come avresti dovuto fare — soggiunsi
-ridendo per farle cuore. — Dove diamine aveva
-cacciato il poppatoio tuo padre?... Ah! eccolo!...
-Manderemo a prendere del latte fresco, lo dilungheremo
-con l'acqua tiepida, condiremo la miscela
-di zucchero di prima qualità e faremo intendere
-ad Augusto che oggi la sua prima nutrice lo invita
-a desinare, e che babbo e mamma gli dànno il permesso.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina si provò a ridere del mio sussiego, ma
-il suo riso nascondeva male tutta l'ansia materna.
-</p>
-
-<p>
-— Farò io — mi disse poi, e mi voleva pigliare
-di mano il poppatoio e il bimbo.
-</p>
-
-<p>
-— Signora no — risposi — è un diritto acquisito...
-</p>
-
-<p>
-Per un po' la faccenda andò benino; Augusto,
-sentendosi qualche cosa fra le labbra, cessò di
-piangere, diè una succhiatina piena di avidità, sentì
-il liquor saporito e tirò innanzi; già io mi voltava
-verso la povera madre che mi stava a guardare
-con le lagrime agli occhi, per dirle: «Vedi, ora
-metti il cuore in pace e lascia fare a me»; ma
-Augusto diè il primo segno di scontentezza, scostò
-la testina dal poppatoio, e la scosse gemendo, poi,
-riafferrando il mio arnese, tacque per succhiare da
-capo, poi cessò e pianse un'altra volta, e così di
-seguito; da ultimo non ne volle più sapere, e
-lasciò il pasto cacciando uno strillo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tutte le ansie crudeli riassalsero la povera madre;
-la quale pigliò la creaturina in braccio, e la portò
-su e giù per la stanza dondolandola e mormorandole
-fra i baci cento parole amorose.
-</p>
-
-<p>
-— È naturale! — dicevo io andandole dietro — è
-naturale che faccia lo scontento dopo una scorpacciata,
-non sarebbe un uomo mortale se non
-facesse così... vedi quanto latte è rimasto in fondo
-al bicchiere...
-</p>
-
-<p>
-Ma sì, Evangelina non mi dava retta, e nostro
-figlio, ostinandosi nella sua idea, appoggiava la
-testina al seno della madre addolorata, e agitava
-il corpicino in una maniera propriamente bisbetica.
-</p>
-
-<p>
-— È una cattiveria — insistevo — ha mangiato
-come un lupo, non può aver appetito... è un piccolo
-ostinato... ecco...
-</p>
-
-<p>
-Ero quasi indispettito sul serio; Evangelina,
-per alleviare a nostro figlio il rigore paterno, lo
-baciò e ribaciò con frenesia; ma egli saldo nella
-sua idea e tenace nel proposito di farla trionfare
-piangendo...
-</p>
-
-<p>
-Quella giornata passò alla meglio; e passò pure
-la notte; e qual notte!
-</p>
-
-<p>
-Il domani bisognò decidere; il latte non tornava,
-la mia Evangelina ne era non so se più sgomenta
-o vergognosa.
-</p>
-
-<p>
-— Crederà che faccia a posta — diceva coprendo
-di baci il piccolo insoddisfatto; e guardando
-me con occhi sbigottiti, mormorava: — Non sono
-buona a fare la mamma... non sono buona a
-nulla!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le consolazioni di parole erano vane, finchè
-Augusto non istava zitto; aveva torto, perchè il
-latte che gli offrivo io era tale e quale come quello
-della mamma, per confessione della stessa Evangelina,
-anzi più dolce, più saporito; ed io nel porgerlo
-mettevo un garbo singolarissimo; aveva
-torto, ma provatevi a mettere la ragione in un
-cervellino di poche settimane; il meno che si
-rischi è di perdere la propria, e me ne avvedevo
-io, ma in tempo, quando per poco non mi pigliava
-il dispetto.
-</p>
-
-<p>
-Bisognò decidere: l'allattamento artificiale non
-andava a genio ad Augusto, e nemmeno di noi
-due, dunque...
-</p>
-
-<p>
-— Proviamo un giorno ancora — disse Evangelina — chi
-sa che il latte non mi ritorni...
-</p>
-
-<p>
-— Proviamo...
-</p>
-
-<p>
-Il latte non tornò, e il poppatoio non entrò nelle
-grazie del bimbo.
-</p>
-
-<p>
-La gran parola fu detta, ed Evangelina l'udì come
-l'eco di una voce che già aveva suscitato a tumulto
-il suo cuore di madre, l'udì lagrimosa, ma rassegnata.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna procurargli una balia!
-</p>
-
-<p>
-Avevo inteso dire molto male di queste disgraziate
-madri, che il più delle volte abbandonano i
-propri figli ad altre donne, per allattare i figliuoli
-dei ricchi.
-</p>
-
-<p>
-— Calunnie! — pensai — bisognerebbe invece
-dir male della società, che le riduce a campare a
-prezzo del sentimento materno; e poi ne troveremo
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-una che abbia perduto davvero suo figlio, e
-a cui paia di ritrovarlo nel nostro Augusto.
-</p>
-
-<p>
-Ma questa idea, che consolava me, non andava
-a versi di Evangelina; il soverchio amore di una
-nutrice prezzolata offendeva l'amor suo; non me
-lo diceva, anzi mi assicurava il contrario, ma io
-vedevo benissimo che essa preferiva una balia piena
-di latte e di pazienza, e un tantino indifferente. Se
-avesse osato esprimere tutto il suo pensiero, mi
-avrebbe detto — e io l'intendeva come se lo dicesse
-davvero: «Gli dia pure il latte, posto che
-non so dargliene io; ma non gli voglia bene come
-una madre, perchè a questo basto io sola».
-</p>
-
-<p>
-Dopo essere andato a raccomandarmi al medico,
-alla signora Geltrude, al farmacista del canto della
-via, ed avere avuto da tutti e tre la promessa di
-una balia pel domani, tornando a casa mi grattavo
-l'orecchio, d'onde erano entrate tre paroline del
-farmacista.
-</p>
-
-<p>
-— Vuole una balia che rimanga in casa con
-loro? — mi aveva detto.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro — avevo risposto — mia moglie non
-potrebbe separarsi dal piccino.
-</p>
-
-<p>
-E il savio farmacista aveva soggiunto che mia
-moglie era da <i>compatire</i>, che anzi faceva benissimo,
-perchè <i>quando si può</i> è meglio.
-</p>
-
-<p>
-<i>Quando si può</i>. Queste tre paroline, che mi avevano
-solleticato dandomi l'illusione d'essere già un
-giureconsulto pieno di clientela, mi si erano appiccicate
-all'orecchio; e perciò io me lo grattavo
-per via.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non isvelai le mie ansie e le mie paure alla
-povera Evangelina; la quale quando seppe che tre
-balie si disputavano l'onore di allattare il nostro
-piccino, prima lo baciò, poi sorrise e da ultimo
-mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Sono contenta.
-</p>
-
-<p>
-Beata lei! A me le tre paroline del farmacista
-non lasciavano requie; gran parte della notte la
-spesi tentando di puntellare nel buio della mia
-cameretta certi miei calcoli audaci, che si sfasciavano
-e perdevano ciffe da tutti i lati.
-</p>
-
-<p>
-— Devo aver fatto male i conti — dicevo — oppure
-le balie si fanno pagare più di quello che
-io credo; possibile che il latte costi tanto caro?
-Alimentare una balia campagnuola non deve poi
-essere l'ira del cielo; mangerò un po' meno io,
-tanto mettevo pancia... il salario si sa che cosa può
-essere; non andremo più al caffè, magari cesserò
-di fumare se sarà necessario...
-</p>
-
-<p>
-Allineavo le cifre nel buio, sommavo, sottraevo;
-oh gioia! mi rimaneva un piccolo residuo; e pure
-non sapevo fidarmi a quell'aritmetica confortatrice;
-nessuna delle quattro operazioni reggeva alla prova
-tremenda delle paroline farmaceutiche. Vi doveva
-essere sbaglio... tornavo da capo, sommavo, sottraevo,
-e mi rimaneva sempre un piccolo residuo.
-Finalmente trovai il sonno e la pace.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-Nelle prime ore del mattino una tremenda scampanellata
-annunziò una visita straordinaria, una delle
-tre nutrici probabilmente, o forse tutte e tre insieme.
-</p>
-
-<p>
-Andai io stesso ad aprire, e vidi ammirato una
-mole rubiconda e fresca, che empiva tutto il vano
-dell'uscio. Quella contadina grassa e tonda, già
-fornita a dovizia di fianchi e cose analoghe, aveva
-spropositato le sue forme, indossando, a dir poco,
-sei gonnelle; io ne vedeva tre spuntare una sotto
-l'altra; aveva una pezzuola di seta in capo, e due
-grossi orecchini che facevano un chiasso da non
-si dire intorno alla faccia paffuta.
-</p>
-
-<p>
-— Sono la balia — mi annunziò, irrompendo
-nell'anticamera e girando intorno l'occhio curioso — mi
-ha mandato il farmacista...
-</p>
-
-<p>
-Non udii altro; mi parve come se repentinamente
-qualcuno mi avesse attaccato all'orecchio
-gli enormi pendenti della balia, tanto era il chiasso
-che facevano le tre paroline del farmacista.
-</p>
-
-<p>
-— Venite avanti — dissi raccogliendo tutto il
-mio sussiego — venite pure avanti, buona donna.
-</p>
-
-<p>
-Io l'avevo chiamata <i>buona donna</i> con malizia;
-sentivo che quella nutrice enorme rimpiccioliva me,
-e mi pareva così di ridurre lei a proporzioni più
-modeste.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato... l'avvocato... Acidi...
-</p>
-
-<p>
-— Placidi...
-</p>
-
-<p>
-— Placidi o Acidi fa lo stesso... È lei l'avvocato?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sono io.
-</p>
-
-<p>
-La scrutai nel viso per vedere come accogliesse
-questa notizia; sulla sterminata superficie carnosa
-apparve un lieve sorriso e nient'altro.
-</p>
-
-<p>
-Io mi avviai, essa mi seguì; vedevo con la coda
-dell'occhio che si guardava sempre intorno, e
-notai che, passando in salotto, toccò la stoffa delle
-tende.
-</p>
-
-<p>
-Non isperavo nulla di buono.
-</p>
-
-<p>
-— È permesso? — dissi sull'uscio della stanza
-da letto, tanto per far intendere a quella balia
-spropositata che se le nostre tende erano di lana
-e cotone, nelle maniere e nel resto non volevamo
-che di cotone ne entrasse nemmeno un filo.
-</p>
-
-<p>
-Le contadine hanno il criterio corto, ma non
-lo hanno grosso come si dice; al contrario, fin
-dove arrivano, sono fine, finissime, sopraffine; la
-buona donna, che quasi spingeva me perchè spingessi
-l'uscio, intese la lezione, si arrestò, mi diede
-un'occhiata alla sfuggita, ed aspettò per entrare che
-Evangelina avesse detto: — Avanti.
-</p>
-
-<p>
-Era però incorreggibile; appena entrata, sbirciò
-la culla, il letto, il canterano, le tende; poi rimase
-impettita dinanzi a mia moglie, la quale si faceva
-rossa rossa.
-</p>
-
-<p>
-— Come vi chiamate buona donna? — domandò
-Evangelina, radunando tutto il suo coraggio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Benedetta, mi chiamo... Benedetta Corti... il
-mio uomo fa il carrettiere, e non è mai in casa
-lui... il mio figlio se l'è voluto prendere il Signore...
-e per questo vado a far la balia... è la seconda
-volta che vado in casa dei <i>signori</i>...
-</p>
-
-<p>
-Aveva parlato di suo figlio morto con una gran
-forza d'animo; nel pronunziare la parola <i>signori</i>,
-diede ancora una sbirciatina fuggitiva al canterano.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa non avrei pagato allora per avere in
-casa i mobili dorati e una cassa forte, tanto da
-opprimere quel colosso villereccio sotto il peso
-delle mie ricchezze! Avrei pagato, immagino, una
-grossa somma che non avevo.
-</p>
-
-<p>
-— E anche la prima volta vi era morto il figlio?
-</p>
-
-<p>
-— Sissignora — rispose quella femmina — noi
-povera gente abbiamo <i>la croce che ci aiuta</i>.
-</p>
-
-<p>
-La croce che ci aiuta! Queste strane parole
-significavano nè più nè meno che la <i>mortalità dei
-bambini!</i> E allora quasi me ne adirai; ma dacchè
-ho parlato con parecchie madri contadine, so che
-tutte hanno la stessa idea e usano lo stesso frasario,
-senza perciò essere cattive di cuore; amano
-i loro piccini finchè sono vivi, si consolano d'averli
-perduti con l'immagine della croce che aiuta la
-povera gente. La miseria ha la sua logica, e l'uomo
-si consola facilmente con una metafora.
-</p>
-
-<p>
-— Avete molto latte? — s'arrischiò a domandare
-Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Altro! — esclamò la balia, e senza dire nemmeno
-«si guardi» sprigionò dal busto due recipienti
-enormi, due minaccie d'indigestione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-Io vidi col pensiero il mio piccolo Augusto
-scomparire in quell'abbondanza, mangiucchiare, satollarsi
-e crescere a vista d'occhio.
-</p>
-
-<p>
-— E potete venir subito? — chiese Evangelina...
-</p>
-
-<p>
-Benedetta Corti sorrise, mettendo in mostra certi
-denti larghi come palette, ma candidissimi, poi rispose
-che «non sapeva». Ed io intesi, e intese
-anche Evangelina che ciò significava: «secondo
-i casi».
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo — entrai a dire, mettendomi a
-sedere e rovesciando il corpo indietro come se
-dessi udienza ad un cliente — vediamo: che cosa
-vi s'ha a dare?
-</p>
-
-<p>
-Presa così di fronte, Benedetta Corti ebbe un
-momento di debolezza, si dondolò sui fianchi,
-guardò le sedie ed i quadri, e nella ricerca affannosa
-delle parole, fu poco fortunata, perchè trovò
-soltanto queste:
-</p>
-
-<p>
-— Mi hanno mandata e sono venuta, io non
-ne ho colpa!
-</p>
-
-<p>
-Ebbi l'intuizione del vero, ed ammutolii.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto vi dobbiamo dare? — domandò
-Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, se ho da dire... la casa è piccola; ma
-è ben esposta — rispose Benedetta — non ci
-starei malvolontieri... quanto al mese?... trentacinque
-lire... me le davano anche gli altri <i>signori</i>.
-</p>
-
-<p>
-Io non respirava più e la balia proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— Gli usi lor signori li sanno?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, li sappiamo — risposi — ma è sempre
-meglio intendersi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-</p>
-
-<p>
-Benedetta fu della mia opinione.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro che è meglio — asserì — una cosa
-o conviene o non conviene; dico bene?
-</p>
-
-<p>
-Io le assicurai che diceva benissimo e che la
-sua osservazione era profonda; mi pareva così di
-placarla.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque abbiamo detto trentacinque lire il
-mese — ricominciò quel donnone — al primo
-dente cento lire; altre cento ai primi passi, e alla
-fine dell'allattamento cinquecento... me le hanno
-date gli altri signori...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non mi staccava più gli occhi di
-dosso; io, ricevuta la botta formidabile senza batter
-ciglio, avevo preso il mio partito.
-</p>
-
-<p>
-— Le par molto? — mi domandò Benedetta Corti.
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare abbastanza..., molto veramente no — risposi
-con sussiego, ed ebbi gusto di vedere
-che quella mole contadinesca si lasciava prendere
-e cominciava a non saper più come pensare dei
-fatti miei. Mandava in giro certe occhiate scrutatrici
-piene di un'incertezza deliziosa.
-</p>
-
-<p>
-Poi si rinfrancò e proseguì, contando sulle dita:
-</p>
-
-<p>
-— Due abiti ogni stagione, gli orecchini, il medaglione
-d'oro, e l'<i>argento nuovo</i> in testa... niente
-altro...
-</p>
-
-<p>
-— Non avete dimenticato nulla?... — dissi alzandomi
-da sedere.
-</p>
-
-<p>
-— Che sappia io, no — fu la risposta ingenua.
-</p>
-
-<p>
-— Quand'è così, siamo intesi, proseguii.
-</p>
-
-<p>
-— Sì... Proprio?... Devo venire domani?... Vuole
-che dia un po' di latte al piccino?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No, non importa, siamo intesi, noi penseremo
-e vi faremo dare la risposta dal farmacista.
-</p>
-
-<p>
-Benedetta Corti cadde dall'alto, e non si fece
-male; sorrise, salutò con grande inchino mia moglie,
-e si avviò solennemente, empiendo della sua
-presenza ognuna delle nostre quattro stanze. Sull'uscio
-si volse, mi raccomandò di conservarmi e
-sparve.
-</p>
-
-<p>
-Ero contento di me, e corsi a portare una risata
-allegra al capezzale della mia Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-La povera madre si era presa in grembo la
-nostra creatura piangente e la copriva di carezze
-e di lagrime.
-</p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-
-<p>
-Non mi diceva nulla, a me bastava guardare nel
-mio cuore per leggere nel suo; stavo zitto, e la
-lasciavo piangere; pensavo: «Le faranno bene
-le lagrime»; ma quando, parendomi che avesse
-pianto abbastanza, e fosse venuto il momento di
-dirle due parole confortatrici, mi curvai sopra il
-nostro bimbo, e lo baciai per farmi cuore, allora
-sentii svanire la strana serenità della mia desolazione,
-qualche cosa mi fe' intoppo alla gola, volli
-parlare e singhiozzai. Singhiozzai davvero, non mi
-vergogno di dirlo, singhiozzai proprio nel momento
-che mi pareva d'aver trovato la sola idea capace
-di asciugare le lagrime della povera madre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'idea era questa: «L'aria dei campi farà bene
-a nostro figlio», e mi era sembrata una consolazione;
-solo nel provarmi a dirla, ne sentii tutta
-l'ironia amara.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non era un'eroina; pure, se le facevo
-toccare con mano che essa non era neppure la
-moglie di un eroe, subito pigliava animo, mi diventava
-un'altra. Già ne avevo fatto l'esperimento
-più d'una volta, e lo rifeci allora. La poveretta
-ribaciò il bimbo, cancellò le lagrime con la pezzuola,
-e mi fece vedere gli occhioni rossi, ma
-asciutti.
-</p>
-
-<p>
-— Epaminonda — mi disse — non far così
-anche tu; bisogna aver coraggio. Che pena veder
-pianger te!
-</p>
-
-<p>
-— Un uomo grande e grosso, un uomo togato! — dissi
-io — hai ragione, bisogna aver coraggio...
-bisogna pigliar le cose come vengono... del resto
-due lagrime non fanno male neppure a un avvocato...
-purchè non le vedano i clienti... e i miei
-non le possono vedere... sono lontani... sa Dio
-dove sono.
-</p>
-
-<p>
-Volevo ridere, come vedete, e vi riuscivo male.
-</p>
-
-<p>
-Intanto a forza di baci, Evangelina aveva saputo
-tranquillare la nostra creatura.
-</p>
-
-<p>
-— Non siamo abbastanza ricchi! — disse mia
-moglie senza staccar gli occhi dal visino di Augusto
-e parlando al piccolo innocente. — Babbo
-e mamma sono due poveretti. Tu te ne andrai
-lontano, ci dimenticherai, e vorrai bene a chi ti
-darà il latte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora entrai a dire:
-</p>
-
-<p>
-— L'aria dei campi gli farà bene; tanti ricchi
-sfondati fanno allattare le proprie creature in campagna...
-per igiene... perchè l'ossigeno allarga i
-polmoni... domandane ai medici, ti diranno tutti
-che l'aria dei campi fa tanto bene ai bimbi, e che
-l'ossigeno...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi sorrise melanconicamente, e non
-lo disse, ed io intesi benissimo quel che ella mi
-avrebbe voluto rispondere:
-</p>
-
-<p>
-— Epaminonda mio — mi avrebbe detto se non
-avesse temuto di affliggermi — anche le carezze
-della mamma fanno tanto bene ai bimbi.
-</p>
-
-<p>
-Sospirai di nascosto e non dissi altro.
-</p>
-
-<p>
-Più tardi trovammo entrambi la forza di ritornare
-sull'argomento di Benedetta Corti, e di parlarne
-quasi mettendo lei e noi in canzonatura.
-</p>
-
-<p>
-— Trentacinque lire ogni mese! — esclamai — non
-sarebbe bastato separarmi dal sigaro per
-sempre; forse avrei dovuto fare qualche altro
-sacrificio.
-</p>
-
-<p>
-— E le cento lire al primo dente, dove si andavano
-a prendere?
-</p>
-
-<p>
-— E le altre cento ai primi passi?
-</p>
-
-<p>
-— E le cinquecento ultime? E l'argento nuovo
-e gli orecchini d'oro?
-</p>
-
-<p>
-— E le due vesti ogni stagione?
-</p>
-
-<p>
-Ci stringemmo la mano forte, e ridemmo sommessamente
-per non isvegliare il bimbo.
-</p>
-
-<p>
-— Povero Augusto! — dissi parlando al caro
-dormente. — Tu non pretenderai l'impossibile da
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-babbo e mamma, e ci vorrai bene egualmente, e
-verrai su sano, forte e buono; metterai il primo
-dente senza farti pregare, farai i primi passi senza
-cadere, e senza trascinare nella tua caduta i tuoi
-genitori poveretti. Non avrai, no, una balia enorme,
-come Benedetta Corti...
-</p>
-
-<p>
-M'interruppi colpito da un'idea che non mi era
-venuta prima e dissi a mia moglie:
-</p>
-
-<p>
-— Se ci pigliavamo in casa quella mole contadinesca,
-come si faceva a nutrirla? Vi avevi pensato
-tu?
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non vi aveva pensato neppur lei, e
-mi guardava con due occhioni sbalorditi; il mio
-terrore comico quasi la faceva ridere; ed io ripigliai
-il filo del mio discorsetto ad Augusto:
-</p>
-
-<p>
-— Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta
-Corti, una balia che, per nutrire te, avrebbe
-forse mangiato tuo padre, ma avrai un balietta
-giovine, fresca, bella, che ti sorriderà sempre e ti
-darà del latte saporito; respirerai l'aria pura dei
-campi, e ogni tanto noi verremo a vederti.
-</p>
-
-<p>
-Queste erano veramente idee consolatrici, ed
-Evangelina me ne ringraziava con gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Un'ora dopo io faceva sapere al farmacista del
-canto della via che mi ero ingannato, che avevo
-creduto di <i>potere</i> e invece non <i>potevo</i>, e lo pregavo
-di trovarmi una balia meno colossale di Benedetta
-Corti, ma bella, fresca, e che vivesse poco distante
-da Milano.
-</p>
-
-<p>
-L'ottimo farmacista non parve punto meravigliato
-del mio mutamento di proposito; e dopo d'aver
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-osservato con la stessa profondità della prima volta
-che <i>quando non si può... è meglio</i>, mi disse che aveva
-il fatto mio, una <i>sposa</i> di Musocco, e che l'avrebbe
-mandata ad avvertire subito.
-</p>
-
-<p>
-Ed io me ne andai a casa a raccomandare a
-mia moglie ed a mio figlio che stessero allegri,
-perchè avevamo una sposa di Musocco, fresca,
-giovine e bella.
-</p>
-
-<p>
-Si chiamava Marianna; era piccina, bianca, carnosa,
-e quando entrò in casa mia seguita dal suo
-uomo, mi parve che entrasse il buon umore.
-</p>
-
-<p>
-Anch'essa cominciò con le parole sacramentali:
-«sono la balia!» — ma le accompagnò con una
-risatina gioconda; poi, come ravvedendosi, aggiunse:
-«Se mi vogliono...» — e rise ancora.
-</p>
-
-<p>
-Ci bastò un'occhiata a quella donnina ed una di
-intelligenza fra di noi, per decidere fermamente
-tutti e due, Evangelina ed io, che Marianna allatterebbe
-nostro figlio.
-</p>
-
-<p>
-Facemmo alcune domande ora alla <i>sposa</i>, ora
-all'<i>uomo</i>; ma rispondeva sempre la sposa; l'<i>uomo</i>,
-quando era interpellato direttamente, pigliava un'aria
-curiosissima; lo vedevamo dibattersi un momento
-con un avversario invisibile, finchè Marianna non
-lo toglieva d'impiccio rispondendo lei e ridendo.
-</p>
-
-<p>
-Rideva di tutto quella balietta vezzosa; la sua
-boccuccia pareva fatta unicamente per ridere e per
-lasciar vedere i denti piccolissimi ed immacolati;
-perfino quando le chiesi se da Milano a Musocco
-si poteva andare a piedi senza faticar troppo, essa
-mi rispose che <i>erano quattro passi</i>; e rise.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un quarto d'ora dopo eravamo d'accordo in tutto,
-e Marianna dava ad assaggiare il proprio latte ad
-Augusto, il quale non trovò nulla a ridire.
-</p>
-
-<p>
-Fu convenuto che la <i>sposa</i> resterebbe con noi
-un paio di giorni, l'<i>uomo</i> se ne andrebbe a Musocco,
-e tornerebbe poi con la carriola a prendersi
-la moglie e il poppante.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene? — chiesi al marito.
-</p>
-
-<p>
-— Va benissimo — rispose Marianna; e rivolgendosi
-al suo uomo gli ordinò d'andarsene e di
-tornare due giorni dopo con la carriola; e tutto
-ciò ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Come si chiama il vostro uomo? — domandai.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta, dalla rapida lotta impegnata col
-suo avversario invisibile, il balio uscì vincitore;
-aveva capito che non era bello lasciar rispondere
-la <i>sposa</i> anche in una domanda così <i>ad hominem</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Giuseppe! — disse, e si fece tutto rosso in
-viso; poi rinfrancato dal suono della propria voce,
-ripetè: — Mi chiamo Giuseppe — ed aggiunse
-animosamente: — per servirla.
-</p>
-
-<p>
-Proprio vero che un eroismo ne tira un altro,
-e che anche nelle imprese più difficili tutto sta ad
-incominciare.
-</p>
-
-<p>
-Marianna rideva come se avesse udita un'arguzia
-piena di sale: ridemmo anche noi, e allora Giuseppe
-si asciugò la fronte sudata col rovescio della
-manica e ci fece vedere che anche lui aveva i denti
-bianchi come neve; ma fingeva solo di ridere, non
-rideva, non ne era capace in momenti simili.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Vado — disse, dopo essersi provato invano
-ad andare senza dirlo; ma quando l'ebbe detto, pur
-troppo bisognava andare; ed era difficile: fare l'inchino,
-voltarsi, infilar l'uscio, e rinchiuderselo alle
-spalle. Dio! quanto è mai penosa la vita in casa
-dei signori! Non sapendo probabilmente risolversi
-a tanta mimica, il poveraccio ne faceva un'altra:
-guardava di qua e di là, per avere il pretesto di
-interrogare sua moglie con un'occhiata fuggitiva.
-</p>
-
-<p>
-— Vado — ripetè, senz'altro frutto che peggiorare
-la sua condizione, perchè ancora non si
-moveva.
-</p>
-
-<p>
-Allora Marianna si staccò dal seno il nostro
-Augusto, lo depose con garbo nel letto accanto
-alla mamma, e venne a piantarsi in faccia al marito
-e a dirgli ridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Va, che cosa aspetti?
-</p>
-
-<p>
-— Vado — disse Giuseppe per la terza volta,
-e se ne andò davvero, a ritroso, inchinandosi
-senza perderci d'occhio, finchè ebbe urtato col piede
-nell'uscio. Allora si voltò rapidamente, si cacciò in
-testa il cappello e sparve.
-</p>
-
-<p>
-Marianna sprigionò la sua risatina d'argento, disse:
-«Con permesso», e venne dietro al suo uomo.
-</p>
-
-<p>
-Rimasti soli, mia moglie ed io sentimmo il bisogno
-di abbracciarci; doveva essere l'istinto della
-imitazione, perchè in quel momento Giuseppe e
-Marianna facevano altrettanto in anticamera.
-</p>
-
-<p>
-— Il mio Giuseppe — ci disse la balia rientrando — è
-un po' timido, se ne saranno accorti
-anche loro, è un buon figliuolo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non rideva.
-</p>
-
-<p>
-— Adesso è andato! — soggiunse; e anche
-questa volta non rise.
-</p>
-
-<p>
-Quando mia moglie le disse: «Si vede che
-vi vuol bene...», Marianna ritrovò tutto il suo buon
-umore.
-</p>
-
-<p>
-— Altro che! — rispose, e ricominciò i trilli
-ed il gorgheggio.
-</p>
-
-<p>
-Marianna fu subito di casa; i nostri mobili non
-le mettevano soggezione, noi neppure; si pigliò
-Augusto in braccio e lo portò di qua e di là
-tutto il giorno, dando una mano a tante cosuccie.
-</p>
-
-<p>
-La mia povera Evangelina non la lasciava un
-momento; aveva sempre un pretesto per venirle
-dietro, e se anche le mancavano i pretesti, le era
-dietro ugualmente come un automa; ogni tanto
-metteva la faccia amorosa sotto il visino di Augusto;
-e se il piccino allungava la mano mostrando di
-voler andare con la mamma, che festa!
-</p>
-
-<p>
-Ma bisognava avvezzarlo a star con Marianna,
-perchè più tardi non avesse a patirne troppo!
-</p>
-
-<p>
-«Più tardi! — pensavo — doman l'altro! povero
-cuor di madre!».
-</p>
-
-<p>
-Augusto era bonino e Marianna gentile; si
-piacquero, si vollero bene; anche senza gli stimoli
-dell'appetito, era chiaro che nostro figlio stava volentieri
-con la sua balia.
-</p>
-
-<p>
-— Spero che si avvezzerà! — diceva Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Lo <i>spero</i> anch'io — dicevo, e ne ero sicuro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-</p>
-
-<h3>IX.</h3>
-
-<p>
-Quei due giorni volarono.
-</p>
-
-<p>
-Fra una risata e l'altra, Marianna ci descrisse il
-suo paese, ci menò attraverso il labirinto del suo
-parentado complicato, enumerò i vicini e le vicine,
-ed i frequentatori assidui della stalla. Entrata nella
-stalla, non ne uscì per un pezzo: fece una descrizione
-così amorosa dell'unica giovenca bianca e del
-cavallo balzano, che fu per me come se conoscessi
-da un pezzo le due ottime bestie; c'informò per
-filo e per segno della canapa che vi si filava, dei
-discorsi che vi si facevano, dei matrimoni che vi
-si erano combinati e degli amori che vi nascevano
-ogni anno.
-</p>
-
-<p>
-Cianciava volentieri e bene Marianna, e quando
-parlava della sua stalla, credevate proprio di vederla,
-tutta coperta di stoppia, con l'unico finestrino chiuso
-da un'intelaiatura di carta da gazzette; vedevate le
-connocchie canute e tremanti come vecchierelle, i
-fusi giranti fra le gambe degli innamorati, le occhiate
-lucenti nell'ombra; e udivate ogni tanto, in
-mezzo alle risate e alle maldicenze, la nota lamentosa
-della giovenca. Io poi vi aggiungeva mentalmente
-un'altra nota, quella della mia creatura,
-perchè sapevo bene che il povero Augusto avrebbe
-passato in quella stalla il rimanente del suo primo
-inverno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-</p>
-
-<p>
-La mattina del giorno in cui Giuseppe doveva
-arrivare con la carriola per pigliar la <i>sposa</i> e il
-bimbo, io notai che Evangelina si affaccendava di
-qua e di là, per le stanze, camminando più ritta
-del solito, e movendosi a scatti; adunava fasce e
-camicini, camicini e fasce, e poi cuffiotti e pannilani;
-ma annodava a volte il fardello senza aver
-finito di riporvi la roba, poi lo snodava senza aggiungervi
-nulla. Avrei fatto così anch'io.
-</p>
-
-<p>
-Potendo stare in ozio, mi ero preso Augusto
-in braccio, e gli facevo sottovoce le mie raccomandazioni.
-</p>
-
-<p>
-Gli dicevo d'essere buono, di non piangere, di
-star sano, e anche di voler bene alla Marianna ed
-a Giuseppe, ma di non dimenticare il babbo e la
-mamma!
-</p>
-
-<p>
-Ad ogni rumore di ruote sulla via, sentivo che
-mi si mozzava il respiro, cercavo Evangelina con
-gli occhi, e la vedevo immobile, intenta, senza
-fiato anch'essa.
-</p>
-
-<p>
-Giuseppe ritardava. Il poveraccio venne quando
-meno ce l'aspettavamo, senza farsi precedere da
-alcun rumore; egli confessò veramente a sua moglie
-di aver tirato il cordone del campanello, ma
-così poco, che non aveva sonato neppure. Gli era
-mancato il coraggio di tornare da capo e se n'era
-rimasto sul pianerottolo aspettando la provvidenza,
-la quale ebbe misericordia di lui mezz'ora dopo e
-lo fece entrare quando uscì la fantesca per attingere
-acqua.
-</p>
-
-<p>
-E la carriola? Forse che aveva una ruota spezzata?
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-O il cavallo balzano era incomodato? Io lo
-sperai un istante. Ahimè! Non era capitata nessuna
-disgrazia; il cavallo stava benissimo e la carriola
-era tutta intera a nostra disposizione; solamente
-per non disturbare il nostro portinaio, costringendolo
-a spalancare il portone, Giuseppe aveva lasciato
-il cavallo e la carriola da un oste fuori di
-porta.
-</p>
-
-<p>
-Queste cose non le disse propriamente col linguaggio
-volgare dell'umana razza, ma fece tanto
-che le lasciò intendere.
-</p>
-
-<p>
-Era giunta l'ora: bisognava proprio andare; il
-nostro orologio a pendolo sembrava avere gran
-fretta di vedere partito nostro figlio...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina prese in braccio Augusto, gli assestò
-la cuffia e i merletti del camicino perchè facesse
-la sua brava figura in mezzo alla gente, lo baciò
-una volta e due, ripetè cento raccomandazioni a
-Marianna, e ribaciò suo figlio dieci volte.
-</p>
-
-<p>
-In quel momento pareva proprio un'eroina.
-</p>
-
-<p>
-— Vedranno che starà benissimo — veniva ripetendo
-Marianna.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! sì! sì! — aggiunse Giuseppe ingrossando
-la voce — starà benissimo.
-</p>
-
-<p>
-Io mi sentiva il cuore stretto, presi nella mia
-la mano di Evangelina e dissi precipitosamente:
-</p>
-
-<p>
-— Andate... adesso... subito... verremo presto a
-vedere come sta...
-</p>
-
-<p>
-La balia comprese, si tirò dietro per la falda
-della giacchetta il suo uomo, e infilò le scale.
-</p>
-
-<p>
-Allora Evangelina non si potè trattenere, mi si
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-rovesciò addosso e mi bagnò il viso di lagrime...
-poi staccandosi improvvisamente venne sul pianerottolo...
-voleva rivedere suo figlio ancora una
-volta.
-</p>
-
-<p>
-Ma la balia era in fondo alle scale.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi che la richiami? — dissi con voce
-tremante.
-</p>
-
-<p>
-— Sì... cioè no, è meglio che non lo veda, non
-saprei più separarmi... è meglio che anche lui,
-poverino, non mi veda piangere... forse gli farebbe
-male.
-</p>
-
-<p>
-Le lasciai quest'illusione, e non le dissi un mio
-pensiero cattivo: «Augusto non ci voleva bene,
-poichè ci abbandonava senza angoscia, come se
-andasse a una festa».
-</p>
-
-<p>
-Ci facemmo alla finestra per vederlo passare
-«Eccolo là in braccio di Marianna!». La buona
-donnina lo sollevava sulle braccia, gli diceva probabilmente
-di guardare alla finestra del quarto
-piano, dove era la mamma, ma egli non le badava
-neppure.
-</p>
-
-<p>
-Vedemmo la faccetta rosea, poi la vesticciuola
-bianca, poi ancora l'ultimo lembo del nastro azzurro
-sotto il portico... poi più nulla, fuorchè gli
-occhi curiosi dei vicini di casa alle finestre dirimpetto.
-</p>
-
-<p>
-Ed io, pigliando mia moglie per un braccio, la
-ritrassi con dolce violenza dal davanzale, richiusi
-le vetrate con una mano, trattenendo con l'altra
-la madre sconsolata.
-</p>
-
-<p>
-— Evangelina — dissi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Epaminonda!
-</p>
-
-<p>
-— Che hai?
-</p>
-
-<p>
-Sorrise melanconicamente; aveva l'aria di dirmi
-che me lo potevo immaginare quello che aveva.
-</p>
-
-<p>
-— È andato — soggiunsi — non va lontano,
-potremo vederlo spesso, tutte le settimane, anche
-tutti i giorni.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non mi dava retta; mi aveva seguìto
-nel mio studiolo senza resistere, e mandava in
-giro per la stanza uno sguardo attonito e spento.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è Musocco? — mi chiese all'improvviso.
-</p>
-
-<p>
-— A pochi chilometri dalla porta; ci si va in
-dieci minuti con la strada ferrata; a piedi, lo hai
-inteso tu stessa, sono quattro passi; e li vogliamo
-fare allegramente più di una volta... domani, se
-vuoi.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non badava a me, si era accostata
-alla parete dove era appesa una carta geografica
-dell'Italia e cercava Musocco.
-</p>
-
-<p>
-Ah! Musocco mancava! il geografo, che aveva
-disegnata quella carta non aveva un bimbo a
-Musocco.
-</p>
-
-<p>
-— Dev'essere qua — diss'io, correggendo con
-la matita la dimenticanza del geografo — vedi,
-ecco Rho, ecco Milano; Musocco è in mezzo.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina guardò il punto che la matita aveva
-lasciato sulla carta, poi guardò me, e si provò a
-sorridermi.
-</p>
-
-<p>
-— Fa freddo — balbettò.
-</p>
-
-<p>
-Faceva freddo nelle nostre stanze abbandonate.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-</p>
-
-<h3>X.</h3>
-
-<p>
-Sveglio da un'ora, avevo già interrogato nell'ombra
-tutte le fisionomie note della nostra camera
-solitaria; ed erano tutte meste perchè la culla era
-vuota.
-</p>
-
-<p>
-Mi abbandonavo alla mia melanconia liberamente;
-Evangelina dormiva.
-</p>
-
-<p>
-Appena essa fu desta, perchè non mi leggesse
-in fronte le idee nere, e non ne provasse il contagio,
-entrai a dire con voce allegra:
-</p>
-
-<p>
-— Evangelina mia, si va a Musocco stamane?
-</p>
-
-<p>
-Così non ebbe tempo di ricordare la sua angoscia
-materna senza aver sotto mano il rimedio.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna essere forti — mi rispose titubando — è
-forse meglio aspettare ancora, dar tempo al
-nostro piccino d'avvezzarsi alla nuova vita...
-</p>
-
-<p>
-E a queste parole vide essa pure al par di me
-il caro innocente, in un camerone troppo grande,
-entro una culla di vimini accanto a un letto enorme
-con la coperta a scacchi rossi; vide certamente
-tutto questo, perchè s'interruppe e disse sospirando:
-</p>
-
-<p>
-— Chissà come avrà passato la notte...
-</p>
-
-<p>
-— Si va a Musocco? — mi affrettai a rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— È forse meglio aspettare... se Augusto ci
-vede, piange di sicuro, soffre, si ammala...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma l'idea era messa innanzi, ed aveva tante seduzioni,
-che non fu possibile resisterle; e quando
-la terza volta ripetei: «Si va a Musocco?», eravamo
-quasi fuor dell'uscio, avviati ad andarvi.
-</p>
-
-<p>
-Vi andammo, non a piedi, lungo la via maestra,
-staccando le spine alle acacie delle siepi, come
-avevo detto io, per abbellire la mia proposta, ma
-con la strada ferrata per fare più presto.
-</p>
-
-<p>
-La nostra apparizione nella via principale di
-Musocco fu segnalata da uno stupore immenso
-dei borghigiani; in molte finestre s'incorniciavano
-faccie petulantelle e curiose di fanciulle spettinate,
-e quando eravamo passati dinanzi ad una porta
-io vedeva con la coda dell'occhio sporgere una
-testina a guardarci.
-</p>
-
-<p>
-Si diceva: «Sono i signori della Marianna, vanno
-dalla Marianna».
-</p>
-
-<p>
-E una sposa di buona volontà ci passò innanzi
-di corsa.
-</p>
-
-<p>
-— Scommetto che va ad avvisare Marianna — dissi
-con un po' di dispetto — perchè non si lasci
-sorprendere dai signori, senza aver tempo di fare
-un po' d'apparato scenico intorno al nostro bimbo.
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie sospirò e non disse nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Del resto è naturale — soggiunsi.
-</p>
-
-<p>
-Camminavamo a casaccio; giunti a una cantonata,
-ci arrestammo non sapendo che via seguire.
-</p>
-
-<p>
-— Da quella parte, il terz'uscio — ci gridò dietro
-una donna.
-</p>
-
-<p>
-Mi voltai meravigliato che in paese tutti sapessero
-chi eravamo noi e dove volevamo andare...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-</p>
-
-<p>
-La buona donna, vedendoci perplessi, ci raggiunse
-e ripetè, sicura del fatto suo:
-</p>
-
-<p>
-— Da questa parte, il terz'uscio... ecco la Marianna!
-</p>
-
-<p>
-Era proprio lei, ci veniva incontro col nostro
-Augusto in braccio, e rideva.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina voleva prendere il piccino, sotto gli
-occhi dei curiosi, a costo di sciuparsi la mantellina,
-si trattenne, e ci avviammo verso casa.
-</p>
-
-<p>
-Dopo l'angoscia d'un esercito di donne d'ogni
-età, che ci chiesero se eravamo stati sempre bene,
-come se fossimo vecchie conoscenze, dopo l'agonia
-delle presentazioni del parentado e del vicinato, io
-per tagliar corto chiesi di Giuseppe, e saputo che
-l'uomo era al lavoro, entrai addirittura nella camera
-nuziale.
-</p>
-
-<p>
-Là almeno fummo press'a poco liberi, sebbene
-ogni tanto qualche contadinella si avvicinasse troppo
-all'uscio socchiuso, a causa d'uno spintone ricevuto
-da un'amica d'infanzia.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina baciava e ribaciava Augusto, io gli
-teneva una mano sulla testina, e mi guardavo intorno.
-</p>
-
-<p>
-Era proprio il camerone che avevo visto come
-in sogno; solo che la culla era di legno e non di
-vimini, e la coperta del letto a gran fiorami gialli;
-in un canto sorgeva un forziere enorme e in un
-altro un grosso mucchio di grano.
-</p>
-
-<p>
-E com'era andata?
-</p>
-
-<p>
-Benissimo. Augusto era stato buono, docile, pieno
-di appetito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-</p>
-
-<p>
-E come aveva passato la notte? A meraviglia,
-mangiando e dormendo, non aveva messo una
-lagrima.
-</p>
-
-<p>
-— E voi? — chiese Evangelina a Marianna.
-</p>
-
-<p>
-Prima la balia rise di cuore (era la sua missione
-in terra), poi rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Gli voglio già bene, povero angioletto.
-</p>
-
-<p>
-Povero angioletto! aveva proprio l'aria d'essere
-contento; ci guardò sbigottito, mi parve che ci
-sorridesse; niente altro.
-</p>
-
-<p>
-Poi mostrò d'avere appetito; e Marianna se lo
-attaccò al seno.
-</p>
-
-<p>
-— Hai mangiato tanto poco fa — gli disse — ma
-non importa, to'...
-</p>
-
-<p>
-Augusto nascose le faccetta rossa nel seno della
-nutrice, e si addormentò. L'appetito era un pretesto.
-</p>
-
-<p>
-— È furbo! — disse Marianna — io me ne
-sono già accorta.
-</p>
-
-<p>
-E non so perchè, mi sentii tutto consolato all'idea
-che mio figlio fosse tanto furbo.
-</p>
-
-<p>
-Non avevamo tempo da perdere, volendo approfittare
-del treno; senza abbandonare il piccino,
-visitammo la stalla dove Marianna ci presentò
-la giovenca bianca. Il cavallo era andato con
-Giuseppe.
-</p>
-
-<p>
-— Peccato! — disse Marianna.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà per un'altra volta — risposi per consolarla.
-</p>
-
-<p>
-Si consolò infatti, e rise.
-</p>
-
-<p>
-Pur troppo bisognò separarci, lasciare di nuovo
-nostro figlio. Ma eravamo più tranquilli, più rassegnati;
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-solo ci afflisse segretamente il vedere che
-Augusto, svegliatosi per ricevere le nostre ultime
-carezze, si mostrò di malumore, e non ci restituì
-i baci e i sorrisi.
-</p>
-
-<p>
-— Addio! — disse un'ultima volta Evangelina
-dallo sportello del vagone.
-</p>
-
-<p>
-— Addio! — ripetei sommessamente, salutando
-da lontano mio figlio, che si perdeva nell'orizzonte
-come un punto bianco.
-</p>
-
-<p>
-Poi vidi una forma umana che si allontanava
-nella strada maestra, Marianna; non discernevo più
-Augusto.
-</p>
-
-<p>
-Il viaggio era breve e parve lungo, perchè non
-fu detta una parola.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai? che pensi? — chiesi ad Evangelina
-nel salire le scale di casa.
-</p>
-
-<p>
-— Ho come una spina nel cuore — mi rispose mestamente — penso
-che nostro figlio non ci ama più.
-</p>
-
-<p>
-— Non dir così — le mormorai all'orecchio,
-stringendomela al seno sul pianerottolo, di' piuttosto
-che non ci ama ancora.
-</p>
-
-<p>
-Era una consolazione anche questa.
-</p>
-
-<p>
-In salotto ne trovammo un'altra: un uomo di
-aspetto massiccio, solenne, un fittaiuolo della <i>bassa</i>,
-che aveva un <i>caso</i> complicato da espormi e non
-se ne voleva andare senza avermi consultato.
-</p>
-
-<p>
-Me lo feci dire due volte: avevo una gran voglia
-di chiedergli come mai avesse fatto a conoscere
-il mio nome ed il mio recapito, ma pensai
-che bisognava «rispettare i segreti della gente»,
-e resistei come un eroe.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Favorisca — gli dissi con molto sussiego;
-e lo precedei grandiosamente nel mio studio; quando
-vi fu, lo pregai d'aspettarmi un momento finchè
-mi fossi tolto il cappello e il pastrano.
-</p>
-
-<p>
-Ma non mi tolsi nulla, buttai tutto all'aria; e
-alla mia Evangelina sbigottita annunziai con un
-bacio sonoro una scoperta che avevo fatto allora.
-</p>
-
-<p>
-— Il cielo — le dissi — fa le sue cose per via
-di compensazione; dov'è un gran dolore, mette
-subito una gran gioia.
-</p>
-
-<p>
-— Qual gioia? — chiese.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque non l'hai conosciuto? È lui, ti dico,
-è lui: il primo cliente!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<h2 id="avanti">CORAGGIO E AVANTI!</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-— Ed ora va — mi disse mia moglie — non
-farlo aspettare.
-</p>
-
-<p>
-— Lascia che aspetti — risposi allegramente — l'ho
-aspettato tanto anch'io. Mi vendico.
-</p>
-
-<p>
-Ma in così dire fui colto da una strana paura,
-cioè che il mio primo cliente, abbandonato a sè
-stesso, si pentisse e pigliasse l'uscio alla chetichella.
-Non ero nemmeno ben sicuro che fosse
-una persona vera, sebbene grassa e tonda; poteva
-essere una visione, un'ombra che fingesse la mole
-carnosa d'una parte contendente. Mi uscirono dal
-cuore tutti i sentimenti di vendetta; mi mossi,
-attraversai il salotto con quattro passi affrettati, ed
-entrai nello studio senza nemmeno mettermi indosso
-un cencio di sussiego dottorale.
-</p>
-
-<p>
-Il mio cliente non era dileguato, e mentre mi
-adattavo sulla faccia una gravità non mai veduta,
-sorridevo e ridevo dentro di me della sciocca paura
-che mi era passata per la testa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Prego... si acco... modi — dissi, e lo dissi
-con tanta solennità, mettendo un intervallo così
-lungo tra una sillaba e l'altra, che la mia prima
-vittima potè magari credere un momento che io
-la volessi pregare di accopparsi per risparmiarne
-a me la noia.
-</p>
-
-<p>
-— È per un muro divisorio — cominciò a dire
-quell'uomo prezioso; io lo interruppi chiedendogli
-scusa e pregandolo di dirmi prima il suo nome
-e cognome, la patria, la professione.
-</p>
-
-<p>
-— Venanzio Solera da Cuggiono, possidente.
-</p>
-
-<p>
-Scrissi quel nome e quel domicilio sul primo
-foglietto capitato, come se vi fosse pericolo di
-dimenticarmene, poi feci un sorriso che significava: — noi
-avvocati abbiamo una tale confusione
-di nomi per la testa!... — E il signor Venanzio
-Solera ne cominciò un altro, che probabilmente
-voleva dire: — Già loro avvocati... — Io lo interruppi
-rifacendomi serio:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque si tratta d'un muro divisorio?
-</p>
-
-<p>
-— Sissignore, d'un muro divisorio.
-</p>
-
-<p>
-E man mano, prima con la gravità suggeritagli
-dal mio sussiego, poi con la vivacità della sua
-indole litigiosa, che si veniva accalorando al pensiero
-delle torture morali patite da un anno, Venanzio
-Solera mi espose l'iliade di certi infissi che
-voleva far togliere da un muro.
-</p>
-
-<p>
-Il mio cliente aveva tutte le ragioni di esercitare
-un diritto sacrosanto che gli era stato assicurato
-dalla prudenza di suo nonno buon'anima; aveva
-in suo favore un atto notarile, il codice, la giurisprudenza;
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-solo aveva contrario il signor Luigi
-Magni del fu Pietro, e gli <i>infissi</i> rimanevano nel
-muro.
-</p>
-
-<p>
-— Mi fanno male — diceva candidamente il
-signor Venanzio, e si toccava il petto come se li
-avesse cacciati attraverso il corpo.
-</p>
-
-<p>
-Ma io non lo potevo compiangere; lo ammiravo
-nè più nè meno; il suo male mi pareva uno
-di quei fenomeni meravigliosi che si manifestano
-in terra per incominciare la clientela di un avvocato
-novellino; quel muro coi suoi <i>infissi</i> io me
-lo vedeva dinanzi alto e solenne come un baluardo.
-</p>
-
-<p>
-— Dietro quel muro è il tuo avvenire — dicevo
-mentalmente a me stesso; — dietro quel muro
-è la tua clientela numerosa; dietro quel muro sono i
-trionfi forensi, gli agi di Evangelina e di tuo figlio.
-</p>
-
-<p>
-E a questi pensieri sentivo dentro un rimescolìo
-strano, in cui si perdeva il mio sussiego posticcio,
-e insieme col lampo oratorio che mi balenava negli
-occhi appariva il sorriso bonario del padre di famiglia
-contento. Non dicevo nulla a parole, ma
-dovevo avere un poema scritto sulla faccia, perchè
-il mio cliente, che da un po' parlava a spizzico e
-senza staccarmi gli occhi di dosso, a un tratto
-ammutolì e sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Dica, dica — balbettai, cercando di richiamare
-la mia gravità fuggitiva.
-</p>
-
-<p>
-— Le ho domandato se voleva trattare la mia
-causa, ed ha fatto di no col capo.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi — diss'io — ero distratto; noi andremo
-in tribunale e vinceremo la lite.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sarà una cosa lunga?
-</p>
-
-<p>
-Mentii.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà una cosa spiccia; abbiamo tutto in nostro
-favore; lei mi faccia la procura <i>ad lites</i>, penso
-io al resto.
-</p>
-
-<p>
-E senza dargli tempo a riflettere, mi tirai dinanzi
-un foglio di grossa carta, su cui scrissi in rondo:
-<i>Solera contro Magni</i>, poi sollevai il capo e dissi:
-</p>
-
-<p>
-— È fatto.
-</p>
-
-<p>
-Lo dissi con una cert'aria di trionfo che mi
-doveva parere stranissima più tardi, pensandoci,
-ma che in quel punto mi veniva fuori così naturale
-da indurre in errore il mio cliente, il quale
-si credette in obbligo di curvarsi per ammirare da
-vicino il mio rondo e lasciarmi intendere che approvava
-pienamente la mia maniera energica di
-spingere innanzi le cose.
-</p>
-
-<p>
-Ebbi paura che mi canzonasse, e senza guardarlo
-in faccia lo pregai di dirmi che cosa avesse
-fatto dal canto suo per evitare la lite.
-</p>
-
-<p>
-<i>Evitare la lite!</i> Sì, io ebbi il disperato coraggio
-di pronunziare queste parole, e quando le ebbi
-sillabate interamente senza trattenerne neppure un
-briciolo coi denti, alzai gli occhi. Ero rassegnato
-a contemplare un orrore: Venanzio Solera che si
-pentiva di aver voluto trascinare in tribunale Luigi
-Magni del fu Pietro, e che ringraziandomi infinitamente
-d'avergli fatto venire un buon pensiero,
-si rizzava in piedi, mi stringeva la mano, infilava
-l'uscio... spariva!
-</p>
-
-<p>
-Invece no; il mio cliente non si moveva; gli
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-era passata da un pezzo la voglia di pigliar con
-le buone quell'<i>orso male allevato</i>; era venuto perchè
-era tempo di farla finita, e non se ne voleva andare
-senza lasciarmi nelle mani il suo litigio.
-</p>
-
-<p>
-— Dio ti benedica! — volli esclamare in un
-impeto di contentezza. Invece domandai con sussiego: — Che
-uomo è?
-</p>
-
-<p>
-Intese subito che parlavo della parte avversaria,
-e rispose semplicemente: — <i>Un orso!</i>...
-</p>
-
-<p>
-Ma mentre egli me lo metteva innanzi tinto dei
-più neri colori, io lo guardava con gratitudine,
-quasi con amore.
-</p>
-
-<p>
-Vedevo in Luigi Magni del fu Pietro il cardine,
-il fondamento della mia clientela, il capo stipite
-d'una razza di gente litigiosa disposta ad andare
-fino in cassazione contro di me prima, poi contro
-mio figlio, e mi pareva che avrei voluto averlo
-dinanzi per ringraziarlo, stringergli la mano, chiedergli
-la sua fotografia, poi farlo condannare nelle
-spese e nei danni.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra via si apriva al mio pensiero. — Come
-mai — dicevo mentalmente guardando in faccia
-Venanzio Solera — come mai è venuta in capo a
-questo brav'uomo l'idea di farsi rappresentare in
-tribunale da me?
-</p>
-
-<p>
-Pensavo a mio suocero che dal giorno del matrimonio
-di sua figlia non aveva fatto se non consigliare
-inutilmente le liti più spropositate ai suoi
-amici e conoscenti di Monza, e che invano era
-diventato egli stesso intrattabile nei negozi, dacchè
-aveva un genero avvocato. Ma non era stato
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-lui a mandarmi il mio cliente, perchè, avendo interrogato
-abilmente il signor Venanzio, egli mi
-fece intendere che non si occupava nè di seta, nè
-di bozzoli, nè di bachi, e che a Monza non era
-stato mai.
-</p>
-
-<p>
-Non mi sarebbe spiaciuto andar debitore della
-clientela a mio suocero; pure quando ebbi dal signor
-Venanzio l'assicurazione del contrario, provai
-un senso di piacere affatto nuovo ed inesplicabile,
-pensando che la mia fama era volata fino a Cuggiono.
-E come aveva fatto a volare, se non mi
-ero accorto che le fossero spuntate le ali?
-</p>
-
-<p>
-Dolce mistero! Nè mi affannai a volerlo svelato;
-in sostanza, è sempre meglio per l'amor proprio
-di un avvocato che l'origine della sua clientela
-si perda in un'incertezza deliziosa.
-</p>
-
-<p>
-Venanzio Solera fu docilissimo; ascoltò tutti i
-miei consigli, promise di fare quello che io gli
-raccomandai, e siccome era letterato, sottoscrisse
-la procura, tirando un po' in lungo questa delicata
-operazione, ma in sostanza con onore; e in fine,
-senza che io gli dicessi nulla, da uomo ben informato,
-fece il deposito per le prime spese processuali.
-</p>
-
-<p>
-A tutti questi miracoli io assisteva senza stupore,
-perchè già mi ero avvezzato alla mia fortuna.
-</p>
-
-<p>
-— Basteranno? — mi chiese il mio cliente miracoloso,
-accennando il mucchietto di biglietti di
-banca che aveva deposto sulla scrivania.
-</p>
-
-<p>
-Compresi, e senza dir parola contai la somma
-e feci la ricevuta. Allora il signor Venanzio ebbe
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-paura di aver ferito la mia dignità e ripetè con
-diverso accento: — Basteranno?
-</p>
-
-<p>
-Feci un gesto sibillino, e il mio cliente dovette
-accontentarsene. La <i>seduta</i> era finita e ci
-avviammo.
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà pure che paghi <i>lui</i> in ultimo — diss'egli
-allegramente.
-</p>
-
-<p>
-— Non dubiti — risposi con un sorriso.
-</p>
-
-<p>
-E come se avessi detta un'arguzia saporita, Venanzio
-Solera si arrestò in anticamera, mi prese
-le mani, me le strinse, e rise forte.
-</p>
-
-<p>
-Indovinai che era uno di quegli uomini i quali
-arrivano tardi nelle ciancie, e che incominciano
-soltanto quando si può ragionevolmente credere
-che il discorso sia finito. Gli leggevo in faccia il
-desiderio di trattenermi una buona mezz'ora sull'uscio
-a ripetermi la storiella del muro. Il suo
-ideale sarebbe stato di poter discutere la lite fra
-di noi, e condannare Luigi Magni in contumacia;
-invece io non vedeva l'ora che il mio cliente se
-ne fosse andato per ridiventare fanciullo con la
-mia Evangelina, che, proprio come se la vedessi,
-era già lì, dinanzi alla mia scrivania, piena di felicità
-e d'impazienza.
-</p>
-
-<p>
-— E glieli faremo staccare! — insistè il signor
-Venanzio.
-</p>
-
-<p>
-Parlava degli <i>infissi</i>, ed io lo feci ridere chiassosamente
-un'altra volta, dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà pure che li stacchi!
-</p>
-
-<p>
-— Dovesse anche staccarli con le sue proprie mani — aggiunse
-il mio cliente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<p>
-E mi guardò in faccia aspettando un'altra arguzia.
-Ebbi uno scrupolo di coscienza e lo accontentai.
-</p>
-
-<p>
-— Dovesse anche staccarli coi denti!
-</p>
-
-<p>
-La felicità del signor Venanzio non si descrive;
-basti dir questo che egli ebbe paura della soverchia
-gioia, ed aprì l'uscio per darsi alla fuga. Sperava
-certo che io lo trattenessi, perchè lo vidi farsi serio
-come per tirarsi in mente qualche cosa, in realtà
-perchè cercava un pretesto di chiudere un'altra
-volta l'uscio e ripigliare la posizione di prima. Ma
-io avevo spinto prudentemente un piede nel vano
-aperto, rasente allo stipite, e non lo ritrassi. Venanzio
-Solera dopo essersi provato a dondolare un
-paio di volte la porta senza che gli potesse tornare
-in mente la cosa importantissima che ancora
-mi voleva dire, diede un'occhiata disperata al mio
-piede, si battè la fronte per punirla della sua smemorataggine,
-e se n'andò a malincuore, promettendo
-di tornar presto.
-</p>
-
-<p>
-— Non dimentichi di mandarmi tutte le carte — gli
-dissi, quando ebbe sceso un paio di gradini.
-</p>
-
-<p>
-Si arrestò di botto e si volse; col sorriso rassegnato
-diceva: «Sono quaggiù misero e sconsolato,
-non posso far altro che sorridere prima di andarmene».
-</p>
-
-<p>
-Egli continuò a scendere, ed io tornai nel mio
-scrittoio, dove Evangelina, che aveva preso il mucchietto
-di banconote e le stava contando, appena
-mi vide mi buttò le braccia al collo, e scrollandomi
-tutto mi fece perdere in un attimo l'ultimo
-avanzo del mio sussiego dottorale.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-— Ed ora, coraggio e avanti! — esclamò mia
-moglie — il primo cliente ce l'hai.
-</p>
-
-<p>
-— Ce l'abbiamo, devi dire; il signor Venanzio
-Solera è patrimonio comune, è mio, è tuo, è di
-nostro figlio; la sua lite è entrata in casa per non
-uscirne mai più.
-</p>
-
-<p>
-— Per non uscirne mai più? — balbettò Evangelina
-guardandomi negli occhi con una specie di
-terrore ingenuo — dunque quel povero uomo
-litigherà sempre?
-</p>
-
-<p>
-— Sì — asseverai con enfasi — Venanzio Solera
-litigherà sempre con Luigi Magni del fu Pietro.
-</p>
-
-<p>
-Spiegai subito l'allegoria ardita:
-</p>
-
-<p>
-— Venanzio Solera è la clientela. <i>Solera contro
-Magni</i> è l'impresa della mia vita.
-</p>
-
-<p>
-Allora Evangelina, facendosi rossa in viso pel
-piacere, battè le mani ed entrò in metafora anche lei.
-</p>
-
-<p>
-— Venanzio Solera ci empirà la guardaroba di
-bella biancheria con le cifre; Venanzio Solera metterà
-una bella tavola di mogano in salotto, un
-attaccapanni di rovere in anticamera, tanto bel
-rame lucente in cucina. Non è vero che farà tutto
-questo?
-</p>
-
-<p>
-Io aveva preso i biglietti di banca che erano
-sulla scrivania e li venivo contando con molta
-freddezza d'animo; alla domanda singolare della
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-mia Evangelina sorrisi, ma proseguii a contare, e
-solo quando ebbi finito risposi tranquillamente:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, credo anch'io che Venanzio Solera abbia
-questa missione in terra, e chi sa?... egli farà forse
-di meglio.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa? — domandò mia moglie, che
-trovava gusto ad anticipare col pensiero tutte le
-prodigalità della mia clientela.
-</p>
-
-<p>
-— Per esempio — risposi — ci allargherà la
-casa; cinque stanze sono veramente troppo poche
-per un avvocato, ce ne vogliono almeno nove, e
-non sarà male che l'abitazione abbia due ingressi
-sul medesimo pianerottolo, per uno dei quali passeranno
-soltanto i clienti...
-</p>
-
-<p>
-— E ci si metterà tanto di scritta: <i>Avvocato
-Placidi</i>... di porcellana o d'ottone.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio di porcellana... è meno comune.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio d'ottone... — disse Evangelina — è
-meno fragile. Un bel giorno poi — soggiunse — per
-l'anniversario del nostro matrimonio, mi regalerà
-una bella macchina da cucire...
-</p>
-
-<p>
-— A doppio punto e col pedale — dissi ridendo.
-</p>
-
-<p>
-Prima mia moglie mandò un sospiro a quel
-tempo lontano, poi rise anch'essa delle fanciullaggini
-del nostro bel tempo presente.
-</p>
-
-<p>
-Ma era rimasta un'ombra sulla sua fronte, e
-non ce l'aveva potuta mettere la macchina Howe
-a doppio punto.
-</p>
-
-<p>
-— Per incominciare — dissi mutando tono — Venanzio
-Solera farà qualche cosa oggi stesso...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'ombra non se ne andava, e mia moglie non
-si affrettò a chiedere: <i>che cosa?</i>
-</p>
-
-<p>
-— Oggi stesso — ripetei misteriosamente.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa? — domandò Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Me l'hai da dire tu che cosa hai, e perchè,
-mentre si parla della nostra reggia futura, tu mi
-pianti qui per andartene col pensiero... dove? dimmelo
-subito; a che pensavi?
-</p>
-
-<p>
-— Pensavo — rispose Evangelina melanconicamente — che
-se Venanzio Solera fosse arrivato
-un anno prima, non sarebbe stato necessario mandare
-Augusto a Musocco.
-</p>
-
-<p>
-Io la consolai facendole osservare che, per pigliarci
-la balia in casa, un anno di patrocinio non
-sarebbe bastato.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa farà oggi stesso? — mi chiese poi
-alludendo a Venanzio Solera.
-</p>
-
-<p>
-— Ti comprerà un calendario, perchè sa che
-ne hai piacere... un bel calendario da appendere
-sopra il caminetto. È un lusso che ci possiamo
-permettere.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina approvò la spesa, osservando giudiziosamente
-che un bel calendario si doveva poterlo
-comprare con ribasso, essendo già passato tutto
-gennaio e più di mezzo febbraio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Bisognava informare della nostra fortuna anche
-mio suocero, perchè trovasse requie e non perdesse
-il suo tempo correndo dietro ai clienti dei suoi
-figli; bisognava descrivergli la bellezza di Musocco,
-il latte della balia, l'appetito di Augusto, la rassegnazione
-d'Evangelina, e tutto ciò fu fatto in
-quattro pagine fitte, in principio da me, poi da
-mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-Rileggendo la lettera prima di mandarla, Evangelina
-si avvide che aveva dimenticato di parlare
-del balio; il povero Giuseppe, facendosi piccino
-piccino, trovò posto nei margini; dopo di che,
-chiuso il foglio nella busta, uscimmo per andarlo
-a gettare insieme in una buca.
-</p>
-
-<p>
-Al momento di appiccicare sulla lettera il francobollo,
-guardai mia moglie, che mi guardava
-sorridendo. Il suo sorriso, espresso a voce alta
-ed <i>intelligibile</i>, significava che quello era un francobollo
-speso bene, ed io, che era della medesima
-opinione, mentre cacciavo la lettera nella buca
-ripetei:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco un francobollo bene speso!
-</p>
-
-<p>
-Invece no, quello era un francobollo sprecato,
-tanto è fallace la contentezza umana!
-</p>
-
-<p>
-Tornati a casa, mezz'ora dopo, chi trovammo
-a braccia aperte, ingombrando il vano dell'uscio
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-e gridando con voce stentorea che per entrare in
-casa ci bisognava passare sul suo corpo?
-</p>
-
-<p>
-— Il babbo! — esclamò Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-Proprio lui, mio suocero.
-</p>
-
-<p>
-L'amarezza del francobollo sprecato per un po'
-scomparve travolta nel piccolo tumulto della gioia,
-poi si mostrò un istante, per sparire di nuovo in
-eterno.
-</p>
-
-<p>
-— Peccato! — disse mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Peccato ch'io sia venuto? — interrogò mio
-suocero, fingendo di intendere così per farsi fare
-un'altra carezza.
-</p>
-
-<p>
-— No — rispose ingenuamente Evangelina — peccato
-che ti abbiamo scritto una lunga lettera,
-e non sono dieci minuti che l'abbiamo impostata.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro — insistei — non sono dieci minuti.
-</p>
-
-<p>
-Era invece una mezz'ora buona e lo sapevamo
-benissimo; ma ogni dolore vuole il suo balsamo
-e la sua vendetta, e dopo d'aver sagrificato quei
-venti minuti alla rettorica tiranna, il francobollo
-ci parve vendicato abbastanza e non ci fece ombra
-di male.
-</p>
-
-<p>
-Nell'abbracciare sua figlia, mio suocero era quell'eccellente
-allevatore di bachi che avevo sempre
-conosciuto; nel baciar me, nello stringerci la mano,
-nel guardarmi, aveva una certa aria diplomatica
-che non gli avevo visto mai.
-</p>
-
-<p>
-— Ho bisogno di parlarti — mi disse solennemente
-quando fummo soli.
-</p>
-
-<p>
-E perdendo ad un tratto la pazienza, e con la
-pazienza la solennità, aggiunse alla buona:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ti porto una lite.
-</p>
-
-<p>
-— Una lite! — esclamai guardando con occhio
-sospettoso.
-</p>
-
-<p>
-Egli rimase serio e ripetè gravemente:
-</p>
-
-<p>
-— Ti porto una lite, una bella e buona lite;
-si tratta d'un compromesso. Giovanni Resta si era
-obbligato a comprare dei bozzoli ad un dato prezzo,
-ora nega il suo obbligo... ed io...
-</p>
-
-<p>
-— Tu!... sei dunque tu l'avversario?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro; non ti pare che io possa stare in
-giudizio come un altro? Ho detto a Giovanni
-Resta che ha torto, e deve sentirselo ripetere in
-tribunale, in appello ed in cassazione. Litigheremo,
-e vogliamo ridere; sarà una cosa lunga...
-</p>
-
-<p>
-— C'è un contratto? — domandai.
-</p>
-
-<p>
-— Di scritto nulla, ed è perciò che si fa la lite;
-se avessi in mano un po' di nero sul bianco, credi
-tu che Giovanni Resta andrebbe in tribunale con
-la sicurezza di farsi dar torto? Ma noi sosterremo
-la validità del contratto verbale, lo faremo giurare,
-e se giura, lo accuseremo d'aver giurato il falso.
-Io dico <i>faremo</i>, ma sei tu che farai tutto questo;
-io torno a Monza col primo treno.
-</p>
-
-<p>
-— C'erano dei testimoni? — domandai con
-una pacatezza che metteva mio suocero alla desolazione.
-</p>
-
-<p>
-— Ce n'era uno, ma non si ricorda di nulla.
-Che importa? ti dico che tu lo fai giurare, e che
-se giura...
-</p>
-
-<p>
-— Se dài retta a me — interruppi solennemente — accomodi
-le cose alla buona, non litighi
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-e non ti guasti con Giovanni Resta, di cui puoi
-aver bisogno.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque credi che mi darebbero torto?
-</p>
-
-<p>
-— Ne ho paura.
-</p>
-
-<p>
-— Non importa; ho detto a Giovanni Resta
-che lo volevo trascinare in tribunale, e lo trascineremo.
-</p>
-
-<p>
-Io scrollava il capo così risolutamente, che mio
-suocero, sbalordito, s'interruppe lasciando cadere
-le braccia lungo i fianchi.
-</p>
-
-<p>
-— Hai sbagliato carriera — mi disse beffandomi
-senza amarezza — dovevi farti prete. Evangelina
-sarebbe venuta a confessarsi da te, avresti conciliato
-tutti i litigi terreni al cospetto del tribunale
-celeste; la tua eloquenza, perchè io sono sicuro
-che ne hai una, sebbene non sappi che farne, ti
-avrebbe servito a far la predica.
-</p>
-
-<p>
-L'idea di vedermi prete e di confessare la mia
-Evangelina mi metteva di buon umore; mio suocero
-tirava innanzi a ferirmi con le sue ironie, ma
-era come se mi facesse il solletico.
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è da ridere — mi disse ad un tratto — bada
-che rifiuti il tuo primo cliente... bada
-che...
-</p>
-
-<p>
-— Ma dunque non sai? — proruppi. — È vero,
-tu non puoi sapere... te l'abbiamo scritto poc'anzi,
-e siccome la lettera è impostata, mi pareva quasi
-che tu dovessi sapere...
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Che ho un cliente, che ho una lite!
-</p>
-
-<p>
-— Davvero? — balbettò il pover'uomo; e, cosa
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-strana! nella sua faccia si alternavano luci ed
-ombre, come se alla contentezza si mescesse un
-po' di dispetto. — E come si chiama?
-</p>
-
-<p>
-— Si chiama Venanzio Solera, il suo avversario
-è Luigi Magni del fu Pietro; stanno a Cuggiono
-tutti e due, sono vicini di casa; v'è un muro
-divisorio comune in cui Luigi Magni ha piantato
-certi infissi che il mio cliente è in diritto di fargli
-staccare.
-</p>
-
-<p>
-— Sono vicini di casa?
-</p>
-
-<p>
-— Già.
-</p>
-
-<p>
-— Hanno un muro comune?
-</p>
-
-<p>
-— E Luigi Magni ha piantato gli infissi.
-</p>
-
-<p>
-— Non v'è dunque pericolo che facciano la pace,
-non è vero?... se sono vicini di casa ed hanno un
-muro comune? Ah! quanto sono contento!
-</p>
-
-<p>
-Mi buttò le braccia al collo e mi confessò commosso
-che aveva voluto litigare con Giovanni Resta
-tanto per darmi una causa, che del rimanente
-Giovanni Resta era un galantuomo, ed avrebbe
-benissimo potuto giurare il falso in buona fede.
-</p>
-
-<p>
-In quel punto rientrava Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Vieni qua — le disse suo padre, aprendo le
-braccia con un gesto teatrale.
-</p>
-
-<p>
-L'abbracciò e baciò in silenzio, poi la spinse
-verso di me perchè io facessi altrettanto.
-</p>
-
-<p>
-— Il primo passo è fatto — soggiunse il padre
-contento — coraggio e avanti! Ed ora parliamo
-del piccino... È un bel paese Musocco? La balia
-è bella? Augusto ne è soddisfatto? E non ha sofferto
-troppo non vedendo più il nonno?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-</p>
-
-<p>
-Vide negli occhi di Evangelina un luccichìo
-sospetto, e soggiunse abbassando la voce ed accarezzandole
-il viso:
-</p>
-
-<p>
-— L'aria dei campi gli farà bene!
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Coraggio e avanti!
-</p>
-
-<p>
-Dopo Evangelina mio suocero, e dopo mio suocero
-qualcuno dentro di me venne ripetendomi in
-ogni ora della vita: «Coraggio e avanti!».
-</p>
-
-<p>
-Ah quanto bene mi fecero queste dolci parole!
-A noi piace prefiggere un termine ai nostri sacrifizi
-per aiutarci a sopportarli. Diciamo volentieri:
-porterò il mio fardello fin là, poi camminerò libero
-e spedito; e così aveva detto anche io. Facendo
-il mio piccolo sacrifizio quotidiano, già aveva
-pensato: «Ancora uno oggi, e un paio ancora domani
-e doman l'altro, la sorte farà il resto, mi
-manderà un cliente!».
-</p>
-
-<p>
-E il primo cliente era venuto, ma senza portarci
-se non cose che avevamo in casa: una maggiore
-contentezza e una speranza più robusta, non
-contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo
-ancora alcune finestre senza cortine, e ce
-ne consolavamo ancora amando smodatamente la
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-luce, ed io portava bravamente il mio cappello a
-staio delle nozze, il più lisciato di tutti i cappelli
-del mondo incivilito, col pretesto sempre nuovo
-che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi
-di simili bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato,
-come volevo parere; ci accadeva ancora
-di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io,
-unicamente per andare a gettare una lettera in una
-buca lontana.
-</p>
-
-<p>
-Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè
-ci dava abbastanza da fare l'impiego delle nostre
-rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi profondi;
-io devo a lei la convinzione che ogni lira
-si compone di un gran numero di centesimi;
-molto prima di lei me l'aveva detto mia madre
-buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi.
-</p>
-
-<p>
-Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia
-per isvagarsi, o va alla commedia od all'opera,
-noi ce ne andavamo a braccetto lungo le vie fiorite
-del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute,
-orizzonti più dorati di quelli del tropico,
-castelli ricolmi d'ogni delizia, teatri in cui assistevamo
-a scene attraenti e udivamo canti consolatori,
-accompagnati da suoni, che parevano carezze.
-</p>
-
-<p>
-Quelli erano i giorni di sole.
-</p>
-
-<p>
-E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui
-ricordo mia moglie rabbrividisce ancora ed io sorrido.
-Per lo più erano i lunedì dell'ultima settimana
-del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano
-inaspettati, anzi contro tutte le nostre
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-previsioni; si era allegri, quasi spensierati, il calendario
-segnava <i>tempo costante;</i> ed ecco Evangelina
-si accostava alla finestra e tornava a dirmi che
-pioveva; cioè che nei nostri calcoli della vigilia
-avevamo dimenticato il conto della legna, o quello
-della lavandaia, e che in sostanza prima del mezzodì
-in tutta la casa dell'avvocato Placidi non
-sarebbe rimasto un soldo, a pagarlo un milione.
-</p>
-
-<p>
-Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava
-per ricevere le ispirazioni del suo genio, e il suo
-genio, senza perder tempo, gli suggeriva di cavare
-dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un Vacheron
-di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di
-bambagia in uno scatolino di cartone, cacciare lo
-scatolino col suo contenuto in una tasca, abbottonarsi
-ben bene ed incamminarsi senza paura. E
-l'avvocato Placidi, fatto docile dalla esperienza,
-non si ribellava più come la prima volta; quanto
-era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia l'esecuzione;
-egli cavava dal taschino il suo orologio,
-gli domandava scusa per celia, o gli faceva un
-discorsetto sulla sorte degli orologi, che vengono al
-mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le
-calotte e le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno
-il loro lato cattivo anzi pessimo; e quando con la
-sua parlatina era riuscito a far ridere sua moglie,
-che lo stava guardando con occhi di pietà, allora
-si rifaceva serio, si abbottonava per resistere in
-strada all'istinto di guardar l'ora e si avviava senza
-paura...
-</p>
-
-<p>
-Si avviava; mi avviavo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-</p>
-
-<p>
-Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura
-non era esposta a dure prove; tutto al
-più qualche monello, vedendomi abbottonato fin
-sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e
-poi ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi
-chiedeva che ora era.
-</p>
-
-<p>
-Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo
-allungando il passo: — Sono le otto e mezza.
-</p>
-
-<p>
-Entrando nella viottola deserta, dove si apriva
-la nota porticina col numero 3, sentivo battere il
-cuore, e giravo intorno sguardi sospettosi; dalle
-finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati ai
-miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale
-mi pareva che tutti i segreti bisbigli di cui ero
-consapevole alzassero il tono a un tratto.
-</p>
-
-<p>
-L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un
-po' di sicurezza, in questo non mi servì a nulla,
-perchè a ogni mia apparizione nella viottola paurosa,
-io aveva prima la coscienza, poi la prova
-testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname
-del canto era il primo a vedermi e subito
-lasciava il suo banco e veniva sull'uscio con la
-pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al
-richiamo, alzava il capo. E giungevano al mio
-orecchio dialoghetti come questo:
-</p>
-
-<p>
-— È lui, l'amico del numero 3.
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa mai chi sia?
-</p>
-
-<p>
-— Chi lo sa?
-</p>
-
-<p>
-Tacevano.
-</p>
-
-<p>
-Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano
-due donnette di buon umore, che ridevano sempre
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-non badavo a nessuno, tiravo dritto con lo sguardo
-fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva
-d'udire il falegname ed il calzolaio, che mi avevano
-seguìto con gli occhi, esclamare quasi all'unissono: — È
-entrato!
-</p>
-
-<p>
-Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito,
-quei due potevano ripigliare il lavoro senza scrupoli,
-badando solo ad alzar gli occhi ogni tanto
-per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni
-non sempre erano al termine. Se avevo la
-fortuna d'affacciarmi solo allo sportello, la cosa
-era facile e spiccia; la <i>padrona</i> mi conosceva, mi
-salutava come un vecchio avventore, domandandomi
-notizie della mia salute con una segreta e rispettosa
-pietà nell'accento e nelle parole; io cavava di
-tasca l'orologio; essa diceva: <i>È sempre quello</i>, non
-già per canzonarmi, solo per farmi intendere che
-non era necessario raschiarlo con un temperino,
-nè sfregarlo sulla pietra di paragone. — <i>Sempre
-quello</i> — rispondevo. Anche la somma che mi veniva
-prestata era sempre quella; ma per un'abitudine
-del suo commercio la buona donna prima me
-l'annunziava: <i>Cinquanta lire!</i> Chinavo la testa sul
-petto, intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva
-la <i>padrona</i>, e io la ringraziava con un sorriso,
-perchè avevo notato che quando poi tornavo
-a riscattare il pegno, essa non mi diceva più a
-<i>rivederla</i>, sebbene avesse molte ragioni di sperare
-che mi rivedrebbe ancora.
-</p>
-
-<p>
-A volte non ero solo; giungevo in coda ad
-un drappello di donne, e mi toccava aspettare in
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-un canto, sotto le occhiate curiose, col cuore stretto
-dalla miseria di quella povera gente, che per due
-lire impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi
-veniva un pensiero maligno e dolce, cioè che la
-mia umiliazione doveva servire almeno a qualche
-cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere
-che nella gente che essi guardano con occhio di
-invidia vi può essere chi soffre più di loro, perchè
-è costretto a vergognarsi della propria miseria.
-</p>
-
-<p>
-In quella brigata di donne vi erano le ardite che
-scherzavano del dolore e parlavano della sventura
-a voce alta; vi erano le timide e le dolenti; io ne
-vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime
-e guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere
-il riso sguaiato per sorridermi, facendo omaggio
-a una miseria che credevano peggiore della loro,
-perchè era diversa.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di
-consegnare il mio orologio sotto gli occhi di quelle
-donne, non mi pareva più di essere l'avvocato
-Placidi, d'avere una casa, una clientela e un avvenire.
-Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato
-il canto della viottola tremenda, e non ostante la
-consapevolezza di dovervi tornare, dimenticavo nelle
-braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni
-patite.
-</p>
-
-<p>
-Forse il merito era un po' del mio umore bonario,
-e certamente ne aveva la sua gran parte la
-faccia melanconica e sorridente della mia Evangelina;
-ma non devo tacere che, nell'andare e nel
-tornare e per tutto il tempo della difficile operazione
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-del pegno, qualcuno mi era venuto continuamente
-ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi
-retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo
-non badare una volta e dieci a una voce che ci
-dice: — Coraggio! — viene poi il momento che
-questa parola benefica trova la via del nostro cuore.
-</p>
-
-<p>
-— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole.
-</p>
-
-<p>
-— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto
-qualcuno di nostra conoscenza? E quella
-donna ti ha riconosciuto?
-</p>
-
-<p>
-— È andata benissimo — dicevo io; e quando
-era andata malissimo, non aggiungevo altro.
-</p>
-
-<p>
-— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato
-Epaminonda Placidi! Non vi andrai più, non i
-vero?
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio
-orologio. Sai?... ieri notte mi ero dimenticato di
-caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure poverino!
-camminava ancora... si fermerà alle dieci.
-</p>
-
-<p>
-— A riscattarlo manderemo qualcuno.
-</p>
-
-<p>
-— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi,
-chi sa? sarà forse l'ultima volta.
-</p>
-
-<p>
-Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete
-credere, finchè mi fu possibile, non le tolsi la
-dolce illusione.
-</p>
-
-<p>
-E venne una domenica in cui corsi trionfando
-a riscattare il mio Vacheron, ma venne pure un
-lunedì in cui attraversai la viottola paurosa per
-andarlo ad impegnare un'altra volta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Augusto intanto cresceva a vista d'occhio, si
-faceva rosso e tondo come un puttino modellato
-senza economia, nel gesso.
-</p>
-
-<p>
-Le passeggiate a piedi fanno bene alla salute.
-Ci avviammo spesso, Evangelina e io, prima a braccetto
-lungo la strada maestra, poi pel sentieruolo,
-tenendoci per mano come due innamorati, fino a
-Musocco, dove ci aspettava lo spettacolo meraviglioso
-della nostra creatura indifferente, non d'altro
-occupata che di vantare con le opere l'eccellentissimo
-latte della balia.
-</p>
-
-<p>
-Io, l'indifferenza sublime di mio figlio la pigliavo
-con una certa filosofia; Evangelina no; la sua superbiuzza
-materna non le dava tanta forza da nascondere
-a' miei sguardi che era gelosa.
-</p>
-
-<p>
-Ed era forse geloso io pure, quando, mettendo
-la faccia presso a quella di mio figlio, egli per un
-po' mi guardava stupito, poi invece di buttarmi le
-braccia al collo, come gli doveva consigliare la
-voce del sangue, cacciava uno strillo.
-</p>
-
-<p>
-Questo disastro seguiva raramente, ma ci piombava
-entrambi nella desolazione. Quei giorni si
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-tirava in lungo la visita, dimenticando Milano, il
-tribunale e i clienti; non si avrebbe avuto cuore
-di venir via senza prima aver fatta la pace con
-nostra figlio, e all'ultimo, riconfortati alla meglio
-da un'ombra di sorriso che era passata sui suoi
-labbruzzi, o da una carezza che egli aveva ricevuto
-con rassegnazione, ci avviavamo a passi lenti a
-Milano.
-</p>
-
-<p>
-Poi ritrovavamo il nostro passo spedito, la nostra
-piccola filosofia quotidiana, noi stessi. E ci consolavamo
-a vicenda dell'ingiustizia di Augusto, e io
-ridiventava l'avvocato Placidi per difendere la mia
-progenitura.
-</p>
-
-<p>
-— La voce del sangue! — dicevo cinicamente — chi
-vi crede oramai? Non si fa sentire nemmeno
-più sul palcoscenico. E non bisogna lagnarsene;
-aveva detto tante corbellerie questa voce famosa!
-Invece la voce del latte!...
-</p>
-
-<p>
-Ma non avendo la lena di andar oltre, mi provavo
-a ridere. Evangelina non rideva, ed io tirava
-innanzi con crescente convinzione.
-</p>
-
-<p>
-— Corrono molte voci nel mondo che nessuno
-ha mai udito: la voce del popolo, la voce di Dio,
-la voce della coscienza, eccetera; invece non si
-sente mai dire: la voce della minestra, la voce
-dell'arrosto, come se non parlassero ogni santo
-giorno, non escluse le vigilie, ad ogni uomo digiuno.
-Non ho io ragione?
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione — mi rispondeva Evangelina — ma
-bisognerà tornare presto a trovarlo; è necessario
-che egli si avvezzi fin d'ora a vederci, a
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-conoscerci, a volere un po' di bene a noi, che
-gliene vogliamo tanto.
-</p>
-
-<p>
-Parlava di lui, ed io che non aveva cessato un
-momento di pensarvi, mi rifacevo grave per dire:
-</p>
-
-<p>
-— Lo svezzeremo presto e lo toglieremo da
-balia. Fino a che età poppano i bimbi? Lo sai tu?
-</p>
-
-<p>
-— Secondo i casi — rispondeva la povera mammina
-sospirando — fino a un anno e mezzo; ve
-n'è di quelli che vogliono il latte fino a due anni,
-magari fino a tre.
-</p>
-
-<p>
-«Il nostro non sarà di quelli — sentenziava il
-padre, baldanzoso in apparenza, sgomentato in
-fondo. — Intanto hai ragione, bisogna andar spesso
-a vederlo; è necessario che egli impari a volerci
-bene».
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-A quel che bisognava fare non mancavamo davvero;
-l'ottima Marianna non doveva avere più
-nemmeno una settimana di sicurezza, sapendo che
-da un momento all'altro le potevamo capitare alle
-spalle e coglierla in flagrante reato di disamore
-alla nostra creatura, ma non perciò si sgominava
-o smetteva il suo bel riso; aveva anch'essa il suo
-talismano: voleva un gran bene ad Augusto.
-</p>
-
-<p>
-— È proprio come se fosse mio — diceva per
-rassicurarci; e a queste parole ingenue io, da un
-piccolo tumulto che seguiva dentro di me, indovinava
-una battaglia nel cuore di Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È furbo — asseriva talvolta la vezzosa balietta — sa
-farsi voler bene; quando vuole poppare,
-le sa ben lui le piccole moine... è proprio
-pieno di malizia. Io dico che diventerà <i>qualche
-cosa</i>... perchè ha talento.
-</p>
-
-<p>
-Ascoltavamo in silenzio, tra contenti e mortificati
-di dover apprendere tutto il valore della nostra
-creatura da un'estranea; poi Evangelina si
-chinava a baciucchiare il piccolo tesoro, ed io, che
-non mi potevo permettere altrettanto a causa dei
-baffi, invece di dichiararmi lieto di apprendere che
-mio figlio era pieno di malizia, balbettavo che <i>lo
-sapevamo.</i>
-</p>
-
-<p>
-Allora la balia mi faceva vedere i denti immacolati,
-e approfittando di un momento in cui la
-faccia rosea di Augusto era scoperta, gli scoccava
-con disinvoltura un bacio rumoroso che il piccino
-si pigliava senza mormorare.
-</p>
-
-<p>
-Se avessimo fatto noi altrettanto, Dio sa che
-strilli!
-</p>
-
-<p>
-— Mi conosce, da me lascia fare — diceva Marianna — non
-c'è pericolo che voglia andare con
-altri... la notte, quando ha freddo, si fa sentire:
-allora me lo piglio in letto, ed egli sa dove mettere
-la faccetta per sentire il calduccio.
-</p>
-
-<p>
-Tutte queste notizie ci davano una consolazione
-strana, che ci faceva molto felici e un po' desolati.
-Avevamo pure raccomandato cento volte alla balia
-che di notte non si pigliasse in letto nostro figlio;
-ma non volevamo nemmeno che egli piangesse
-nella culla o che patisse il freddo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dio buono! — mormorava Evangelina — e
-se lo soffocasse?
-</p>
-
-<p>
-— Soffocarlo! — esclamava la balia — dillo un
-po' tu se ti faccio male?...
-</p>
-
-<p>
-E siccome Augusto non diceva nulla, ella spiegava
-minutamente alla mammina mal pratica l'arte
-sua amorosa di tener in letto il bimbo senza alcun
-pericolo, ed era così felice e così allegra nella sua
-dimostrazione, che Evangelina doveva finire col
-dichiararsi interamente soddisfatta.
-</p>
-
-<p>
-E non era vero, povera Evangelina, che tu fossi
-interamente soddisfatta.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Io che mi venivo ammaestrando sui libri nell'arte
-di allevare i figliuoli, un giorno dissi alla
-balia:
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerebbe cominciare fin d'ora a dargli
-la pappa...
-</p>
-
-<p>
-— La pappa! — balbettò Marianna sbigottita — è
-troppo presto; non ha che sei mesi.
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie mi guardava non osando darmi torto,
-come le suggeriva il suo istinto di madre, e forse
-sperando che io avessi ragione.
-</p>
-
-<p>
-— Dovrà cominciare dal poco — insistei gravemente — in
-principio il guscio d'un uovo sarà
-la sua scodella; prima una volta il giorno, poi
-due; siano le pappe di semolina di buona qualità,
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-non molto dense e ben cotte in buon brodo di
-pollo o di manzo...
-</p>
-
-<p>
-Una risata interruppe la lezione che io sapeva così
-bene a memoria.
-</p>
-
-<p>
-Era la balia che, non ostante il rispetto da me
-ispiratole, non aveva saputo frenare il suo buon
-umore.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi — diceva — è più forte di me.
-</p>
-
-<p>
-Sì, l'idea del brodo di pollo era più forte di lei.
-</p>
-
-<p>
-— Per fare il brodo di pollo o di manzo — osservò
-correggendo con un tantino di gravità il suo
-irriverente buon umore — ci vuole il pollo o per
-lo meno il manzo; i signori come loro queste
-cose le hanno sempre... ma noi....
-</p>
-
-<p>
-Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i
-signori come noi...» e un mio sorriso finì la frase:
-«queste cose le hanno sempre...», poi mi venne
-un'idea luminosa:
-</p>
-
-<p>
-— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna
-prometterci di dare per davvero le pappe al
-bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un
-uovo... la semolina ben cotta...
-</p>
-
-<p>
-Aveva inteso, prometteva tutto.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi
-le lessi in faccia che ella aveva indovinato la
-mia bell'idea.
-</p>
-
-<p>
-Quella sera, al momento di assestare i conti della
-giornata, aggiungemmo allegramente al nostro
-bilancio la spesa mensile di un vasetto di estratto
-di carne.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-La nostra casa intanto si veniva facendo bella;
-quasi non passava settimana che non si arricchisse
-di qualche piccolo ornamento utile; oltre del calendario,
-che faceva bella mostra di sè nel mio
-studiolo, avevamo un termometro Réamur, le cortine
-bianche in quasi tutte le finestre, dei geranii,
-delle rose, dei garofani in anticamera, sopra una
-gradinata di legno fatta a posta e inverniciata
-come la guardaroba, in modo da fingere benissimo
-il legno di rovere (pensiero applauditissimo di
-Evangelina); sopra il tavolino della sala un portasigari
-sempre pieno di <i>virginie</i> che invecchiavano al
-servizio del nostro decoro domestico (pensiero poco
-applaudito dell'avvocato Epaminonda che non fumava) — e
-non era tutto: possedevamo un orologio
-a muro, che sonava le ore e le mezz'ore con una gravità
-insolita, un cannocchiale da teatro, un bel calamaio
-di vetro, e perfino due candelabri di porcellana.
-Possedevamo pure altre cose che sarebbe non difficile
-ma noioso enumerare, e altre ne venivamo aggiungendo
-festosamente man mano. Una però ci mancava
-ancora, desideratissima fra tutte e più costosa
-di tutte, una lampada che scendesse dal soffitto del
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-salotto, proprio nel mezzo della stanza, sopra il
-tavolino.
-</p>
-
-<p>
-Ci eravamo ingegnati in mille modi di resistere
-a quel pensiero rovinoso; io, per esempio, aveva
-comprato un albo di ritratti, e l'aveva messo sopra
-il tavolino, parendomi che così dovessi rinunziare
-più facilmente alla lampada; Evangelina un giorno
-mi aveva fatto trovare all'improvviso un successore
-al nostro merlo buon'anima, di cui la gabbia portava
-il lutto da più d'un anno.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò era qualche cosa, anzi era molto, ci
-faceva felici, ma non contenti; dopo di aver distribuito
-con molta simmetria i parenti e gli amici
-nell'albo, istintivamente Evangelina alzava gli occhi
-al soffitto, e io, quando avevo ascoltato per un po'
-il fischio del merlo nel vano della finestra, io stesso
-mi trovava senz'avvedermene in contemplazione
-dinanzi alla famosa lampada che ancora non pendeva
-sul tavolino.
-</p>
-
-<p>
-Doveva pendere, era necessario, era fatale; giudicatene
-voi stessi.
-</p>
-
-<p>
-Senza dirmi nulla, non così segretamente che
-io non fiutassi, tornando a casa, il mistero, Evangelina
-era venuta preparandomi con le sue mani
-una bella improvvisata.
-</p>
-
-<p>
-Io fingeva, per contentarla, di non mi avvedere
-di nulla, e solo la vigilia del gran giorno, quando
-un'allegria insolita di mia moglie e certi suoi sorrisi
-strani avrebbero fatto scorgere a un cieco che
-l'improvvisata era pronta, solo allora mi credei in
-dovere di far l'uomo avveduto, e le dissi molto
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-astutamente: — «Evangelina mia, tu me n'hai
-fatta qualcuna, o me la stai facendo».
-</p>
-
-<p>
-Se avessi insistito un po' la poveretta mi avrebbe
-detto tutto allora, come ne aveva gran voglia, ma
-io non le volli permettere di sprecare in un momento
-di fragilità mezza la compiacenza a cui
-aveva diritto; volevo pagare con un grande stupore
-e a tempo opportuno tutto il prezzo della sua segreta
-fatica; pigliai per buona moneta la sua prima
-bugia, mutai discorso, e uscii dicendo dentro di
-me: «Sarà per domani; e che cosa sarà mai?».
-</p>
-
-<p>
-Non dovevo aspettare tanto a saperlo. Evangelina
-ebbe pietà di me e di lei, e al mio ritorno mi fece
-trovare — indovinate — appeso al mezzo del
-soffitto del nostro salotto, un magnifico cestello
-di carta di varii colori, sorretto da ghirlande pure
-di carta e da cui uscivano fiori ed erbe a profusione.
-</p>
-
-<p>
-— Ti piace? — mi chiese Evangelina con un
-tremito di contentezza nella voce.
-</p>
-
-<p>
-— Bravissima! — le risposi prontamente — hai
-avuto un'idea bella, proprio bella.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero che sta bene?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sta proprio bene; è come se ci fosse la
-lampada; almeno l'effetto è identico.
-</p>
-
-<p>
-— È quello che ho pensato anch'io: quando
-dal mezzo del soffitto penderà un cestello, rinunzieremo
-più facilmente alla lampada che costa troppo,
-almeno per ora, finchè non fiocchino i clienti.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione, alla lampada ora non ci si penserà
-più.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ahi! vanità dei propositi umani! e quanto è mai
-fallace la medicina delle nostre passioni!
-</p>
-
-<p>
-Il cestello, che doveva farci dimenticare la lampada,
-ce la ricordava invece ad ogni momento.
-</p>
-
-<p>
-«Vi pare che io qui stia bene, e non avete
-torto: ma al mio posto starà meglio la lampada;
-io poi starò benissimo nel vano della finestra, fra
-le cortine bianche di bucato!».
-</p>
-
-<p>
-Così parlava il cestello, ora grazioso, ora beffardo,
-ora brutale, sempre con insistenza muta.
-</p>
-
-<p>
-Per farla corta, dopo una settimana di quell'ossessione,
-una mattina mia moglie ed io uscimmo
-di casa come cacciati dal nostro destino, andammo
-di buon passo al più prossimo bazar, entrammo
-senza titubanza, e dopo una scelta penosissima, ce
-ne tornammo a casa seguìti da un facchino che
-portava la nostra lampada.
-</p>
-
-<p>
-Entrando nel salotto, il cestello per la prima
-volta mi fece pietà, ma non lo dissi; fu Evangelina
-a esclamare allegramente guardandolo: «Oh! miseria!
-e dire che ci pareva una bella cosa!»
-</p>
-
-<p>
-Due ore dopo ci tenevamo per mano sul limitare
-dell'uscio per giudicare dell'effetto che faceva
-il nostro salotto guardato in distanza, con la meravigliosa
-lampada nel mezzo e il cestello nel
-vano della finestra.
-</p>
-
-<p>
-Era uno spettacolo magnifico; noi, fatti accorti
-dall'esperienza e frenando il nostro entusiasmo, ci
-accontentavamo di dire che la casa dell'avvocato
-Placidi «cominciava a pigliare un certo aspetto...».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Ancora Augusto non aveva visitato la casa paterna;
-prima il freddo invernale, poi le pioggie di primavera,
-e il tempo incostante avevano consigliato
-la prudenza; ma ora splendeva il magnifico sole
-di luglio, le giornate erano lunghe, egli poteva
-venire senza pericolo la mattina e andarsene la sera.
-</p>
-
-<p>
-Venne.
-</p>
-
-<p>
-Ci eravamo levati di buon'ora, perchè ci pareva
-d'avere tante cose da fare per prepararci degnamente
-alla nostra festa; dopo aver dato alcuni ordini in
-cucina e assestato i mobili della casa, Evangelina,
-non sapendo che altro fare, se ne venne ad assistere
-alla delicata operazione della mia barba.
-</p>
-
-<p>
-— Or ora sarà qui — mi disse col tremito
-dell'impazienza nella voce. E siccome non le potevo
-rispondere, si andò a mettere dinanzi ai vetri per
-guardare in cortile e vederlo passare, non accorgendosi
-neppure che mi toglieva la luce.
-</p>
-
-<p>
-— Evangelina... — dissi dolcemente.
-</p>
-
-<p>
-Essa si volse, mi comprese, e senza dir nulla
-lasciò la finestra. Io con un'occhiata fuggitiva le lessi
-in faccia che era in uno di quei momenti difficili
-in cui la felicità soverchia le nostre forze, e per sopportarla
-abbiamo bisogno come di un pretesto di
-dolore.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto tempo oggi per quella barba! — disse
-mia moglie un momento dopo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mi volsi e le sorrisi. Pensavo: «Ecco come è
-fatto l'uomo! se non ci si bada, si è insoddisfatti,
-irascibili, maligni, unicamente perchè si è felici».
-E con una calma feroce:
-</p>
-
-<p>
-— Non vedi l'ora, non è vero? — le dissi.
-</p>
-
-<p>
-— Non ho la tua <i>placidezza</i> — mi rispose — è
-tardi, egli non viene, e tu sei sempre lì dinanzi
-allo specchio. Che cosa ti è venuto in mente stamane
-di raderti?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ti viene in mente stamane di darti
-alla desolazione perchè mi rado?
-</p>
-
-<p>
-La <i>desolazione</i> era di troppo; me ne pentii subito,
-ma era tardi.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non mi rispose, cominciava a farmi
-il broncio. Per un po' tirai innanzi tranquillamente
-poi non seppi reggere:
-</p>
-
-<p>
-— Ahi! — dissi.
-</p>
-
-<p>
-Speravo che mi domandasse almeno se m'ero
-fatto male col rasoio; non fiatò neppure; toccò a
-me soggiungere con un po' d'ironia:
-</p>
-
-<p>
-— Consolati, è stato uno sbaglio, non mi sono
-fatto nulla.
-</p>
-
-<p>
-Ella si rizzò da sedere di scatto, ed io, vinto
-alla mia volta dal mio piccolo demonio, era disposto
-a lasciarla uscire dalla camera, senza correrle
-dietro per impedirle di piangere, quando un rumore
-di passi mi ferì l'orecchio e curvandomi istintivamente
-a guardare attraverso i vetri, vidi lui, proprio lui,
-che attraversava il cortile in braccio della balia, la
-quale cercava inutilmente di farlo guardare alla
-finestra del babbo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Evangelina! — dissi voltandomi; ed essa, che
-aveva indovinata al pari di me, fu pronta a ricevere
-la carezza del babbo felice.
-</p>
-
-<p>
-— Perdonami — mormorò con un bacio... — stavo
-diventando cattiva.
-</p>
-
-<p>
-— Lo stavo diventando anch'io — risposi in
-fretta... — ora è passato, andiamogli incontro.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non mi ascoltava più; aveva aperto
-la porta di casa ed era già sulle scale per essere
-la prima ad impadronirsi di suo figlio.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Quel giorno fu festa in casa dell'avvocato Placidi.
-</p>
-
-<p>
-Io aveva lasciato un bel po' che Evangelina si
-tenesse Augusto in braccio a mormorargli fra baci,
-che non finivano mai, certe paroline senza senso,
-a ripetergli mille volte con voce di carezza una domanda
-melanconica e dolce: «Non la conosci ancora
-la mamma?» Sì, da uomo che sa aspettare, io aveva
-lasciato che ella facesse i suoi comodi; doveva venire
-la mia volta e mi accontentavo di sorridere ad
-Augusto da lontano, andando dietro a mia moglie
-per la camera, appoggiandomi alla spalliera della
-sua seggiola.
-</p>
-
-<p>
-E poi la balia si credeva forse in dovere di non
-staccarsi dal piccino, e sebbene non osasse mettersi
-a sedere sulle nuove seggiole imbottite che le
-davano soggezione, era sempre lì, non se ne andava.
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-M'indispettivo pensando come non le venisse
-voglia di girellare un po' per Milano, di andare a
-vedere la galleria, o il duomo, e non sapevo come
-mandarla via senza offenderla.
-</p>
-
-<p>
-Fortunatamente ci pensava anche mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Marianna — le disse a un tratto con molto
-garbo — va in cucina e di' alla fantesca che ti
-faccia scaldare un po' di brodo; mangerai pure una
-zuppa?
-</p>
-
-<p>
-Marianna non disse di no, raccomandò a mio
-figlio di aspettarla senza piangere e sparve.
-</p>
-
-<p>
-E io le venni dietro tranquillamente e le chiusi
-l'uscio alle spalle senza far rumore. Poi mi volsi,
-Evangelina mi presentò il bimbo e me lo accomodò
-sulle braccia. Pareva una cosa intesa.
-</p>
-
-<p>
-Feci sapere a mio figlio che mi ero raso lungamente
-poco prima a posta per lui, non avesse
-paura di avvicinare la sua faccetta al faccione del
-babbo, e gli spiegai che cosa fosse il babbo, quanto
-amore e quanta gratitudine egli dovesse all'autore
-de' suoi giorni.
-</p>
-
-<p>
-Augusto fu buono e mi lasciò dire senza piangere;
-ogni tanto mi guardava in bocca con molta
-curiosità, come se avesse visto uscirne le mie stranissime
-parole, poi girava gli occhi sbigottiti per la
-camera. Allora presi ardire e lo condussi a visitare
-tutta la casa paterna, salvo la cucina, arrestandomi
-per toccare ogni cosa che dava un suono, mettendolo
-dinanzi a tutti gli specchi di casa, che
-erano tre, compreso quello della barba, per veder
-crescere il suo stupore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma il suo stupore non cresceva; era, come la
-nostra festa, come il nostro amore, una cosa profonda
-ed eguale, inalterabile, tranquilla. Egli non
-piangeva, e noi non sapevamo che fare per dimostrargli
-la nostra gratitudine.
-</p>
-
-<p>
-— Gli diamo la pappa?
-</p>
-
-<p>
-— Diamogliela.
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie andò in cucina, lasciando Augusto
-in mie mani, ed io non fui tranquillo finchè non
-la vidi rientrare con uno scodellino e... senza la
-balia.
-</p>
-
-<p>
-Augusto prima si schermì, poi assaggiò la pappa
-e parve trovarla saporita, perchè ne volle ancora;
-noi non rifinivamo di lodarlo per la sua valentìa e
-d'incoraggiarlo ad ogni cucchiaio.
-</p>
-
-<p>
-— Proviamo a sfasciarlo — dissi poi — gli farà
-piacere sentirsi libero.
-</p>
-
-<p>
-Provammo, e quando quella fascia che pareva
-doversi allungare all'infinito fu snodata interamente,
-e ci apparve nostro figlio col solo camicino indosso,
-ritto come un piccolo personaggio mitologico sul
-tavolino:
-</p>
-
-<p>
-— Voglio vederlo tutto — sclamai.
-</p>
-
-<p>
-Gli slacciammo il camicino, ed egli si mostrò
-nudo nudo al nostro sguardo amoroso.
-</p>
-
-<p>
-— Frine dinanzi all'areopago! — dissi celiando
-sulla nostra felicità.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi guardò, sorrise per acconsentire
-alla mia malizia, poi soggiunse seria seria:
-</p>
-
-<p>
-— E più bello!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Quella giornata non doveva finire, e finì più
-presto delle altre.
-</p>
-
-<p>
-Venne l'ora crudele, in cui nostro figlio, rifasciato,
-rivestito con la cuffia in testa, sebbene nelle braccia
-della mamma, non altro aspettava che Giuseppe per
-andarsene.
-</p>
-
-<p>
-E venne anche Giuseppe col berretto in una
-mano e una grande incertezza di movimenti nell'altra.
-Poi la notte entrò nelle nostre stanze piene
-ancora del caro assente, senza che noi ci accorgessimo
-del buio.
-</p>
-
-<p>
-Fu la fantesca a portare molto tempo dopo il
-lume acceso; allora anche l'amato fantasma se ne
-andò; rimanemmo interamente soli.
-</p>
-
-<p>
-— A quest'ora dorme — mi disse Evangelina
-rispondendo al mio pensiero.
-</p>
-
-<p>
-— E sogna babbo e mamma.... il babbo sopratutto...
-</p>
-
-<p>
-Siccome lo scherzo non bastava, chiamai la fantesca,
-e le feci un cenno che essa comprendeva
-benissimo.
-</p>
-
-<p>
-Allora soltanto Evangelina sorrise.
-</p>
-
-<p>
-Aspettai un po' trattenendo mia moglie con una
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-gravità teatrale, e interrogando con gli occhi il
-nostro orologio a pendolo, dissi:
-</p>
-
-<p>
-— Possiamo andare.
-</p>
-
-<p>
-Diedi il braccio a Evangelina, e ci avviammo
-tutti e due, io grave, essa ridente, a goderci il magnifico
-lume della nostra lampada accesa in salotto.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Dopo quel giorno le visite d'Augusto e le nostre
-si fecero più frequenti, e sul finire d'autunno
-tornando da Musocco a casa non avevamo più
-il segreto affanno di una volta. Fra nostro figlio e
-noi si era fatta amicizia: egli ormai conosceva <i>babbo
-e mamma</i>, e facendosi pregare un po' pronunziava
-malamente questi teneri nomi per mandarci in
-estasi.
-</p>
-
-<p>
-La via maestra non ci pareva più tanto polverosa
-e la pianura lombarda apriva agli occhi nostri orizzonti
-nuovi, deliziose vedute.
-</p>
-
-<p>
-— Hai badato? Mi ha riconosciuta da lontano
-ed ha agitato le braccia per l'allegrezza! — diceva
-la mamma.
-</p>
-
-<p>
-— Verissimo — rispondeva il babbo — ci ha
-riconosciuti subito; e quando io gli feci vedere i
-bei grappoli d'uva che avevamo portato per lui...
-te ne sei accorta?... ha allungato tutte e due le mani...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, e diceva <i>due</i>, perchè voleva averne un
-grappolo in ciascuna mano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tutto questo era verissimo; nostro figlio conosceva
-noi, conosceva l'uva, sebbene la vendemmia
-non fosse incominciata ancora, e quando d'una cosa
-che gli andava a genio ne voleva molta, per misurare
-la quantità e la capacità massime, egli pigliava
-le sue mani, che erano <i>due</i>.
-</p>
-
-<p>
-Sì, Augusto faceva tutto questo, mettendo di buon
-umore sua madre, e svegliando gl'istinti filosofici
-del babbo, il quale faceva — ahi! non sempre dentro
-di sè — delle considerazioni, che avrebbero dovuto
-essere curiose, sulla proprietà e sul possesso.
-</p>
-
-<p>
-— Osserva — dissi un giorno — come si manifesta
-l'istinto della proprietà in Augusto; egli vede
-sulla tavola una cosa che gli piace, ne piglia con
-tutte e due le mani; quanto ha afferrato è <i>suo</i>;
-tutto quel che è rimasto sulla tavola non gli appartiene. — E
-entrando mentalmente nella mia toga
-di avvocato, soggiunsi con un tantino di enfasi
-oratoria: — Quanto è dunque vero che la proprietà
-richiede il possesso! Badiamo però a non esagerare
-il principio, argomentandone che in ogni caso il
-possesso tenga luogo di titolo, cioè che la proprietà
-sia il furto. La proprietà non nasce mai
-senza il possesso, ma può senza il possesso mantenersi... — A
-poco a poco avevo preso il tono
-giusto, cioè mi canzonavo coscienziosamente, ma
-parendomi di vedere io stesso nelle mie ultime
-parole una luce che i giurisperiti non ci avevano
-messo; m'infervorai sul serio.
-</p>
-
-<p>
-— Senti bene, Evangelina, perchè è una trovata;
-senti bene.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-</p>
-
-<p>
-Evangelina voltò la faccia verso di me, ma pensava
-ad altro, e io, benchè sicuro che non mi ascoltava,
-ripetei, contando le sillabe d'ogni parola, e
-dando un giro più elegante alla mia frase:
-</p>
-
-<p>
-— La proprietà senza il possesso non nasce, ma
-può senza il possesso mantenersi.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina disse <i>ah!</i> appena appena; io mi dichiarai
-soddisfatto.
-</p>
-
-<p>
-Si tornò a parlare di Augusto.
-</p>
-
-<p>
-Se ne parlava sempre, era la nostra felicità futura.
-</p>
-
-<p>
-— In marzo avrà quattordici mesi; del latte della
-balia non saprà più che farne; ha già messo quattro
-dentuzzi bellissimi; ne sta mettendo altri due; per
-mangiar le pappe e le minestre basteranno; non è
-vero che basteranno?
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-E un giorno, un bellissimo giorno d'aprile, Augusto
-venne con un mazzolino di viole in ogni mano.
-Le viole piacevano tanto alla mamma, e la balia
-lo sapeva, ma qualcuno forse aveva detto a mio figlio
-che, regalate da lui, le viole sarebbero piaciute
-tanto anche al babbo, e perciò egli ne aveva voluto
-due.
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno Augusto entrò in casa, com'era
-sempre entrato, girando sguardi curiosi di qua e di
-là, sorrise a babbo e mamma, come lui solo sapeva
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-sorridere, si lasciò menare in giro per le stanze
-senza piangere, e dormì il sonnellino di un'ora
-nella culla, tal quale come le altre volte; ma facendo
-tutto ciò che aveva sempre fatto, egli aveva
-forse una solennità insolita, un'amorevolezza nuova,
-perchè metteva nel nostro cuore una gioia più luminosa
-e più grave? No: Augusto veniva per non
-andarsene più.
-</p>
-
-<p>
-Tutto quel giorno vidi luccicare due grosse lagrime
-negli occhi della balia. Non perciò la compiangevo.
-La felicità mi rendeva crudele.
-</p>
-
-<p>
-E quando fu l'ora degli addii, Evangelina venne
-a porgere a Marianna il bambinello, perchè lo
-baciasse, e prima la povera donna rise per obbedienza
-al proprio temperamento, poi pianse senza
-far piangere mio figlio, poi rise un'altra volta del
-suo Giuseppe, che si asciugava le lagrime con l'ala
-del cappello, io ebbi un rimescolìo di sentimenti
-buoni e cattivi, e un sentimento sopra tutti: la gioia
-di veder mio figlio indifferente.
-</p>
-
-<p>
-E glielo dissi tra il serio e il faceto:
-</p>
-
-<p>
-— Bravo, tu sei un eroe!
-</p>
-
-<p>
-Allora la balia non rise.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi diede uno sguardo di pietà che mi
-fece vedere il fondo del mio cuore di padre, e mi
-consegnò Augusto per essere libera di baciare replicatamente
-quella faccia lagrimosa in cui nostro
-figlio aveva imparato a sorridere.
-</p>
-
-<p>
-E allora la balia rise.
-</p>
-
-<p>
-A quella scena, di cui più tardi dovevano venirmi
-in mente tutti i particolari penosi, allora io assisteva
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-con un'impazienza dissimulata appena; tutto
-il dolore della povera donna, che cessava d'esser
-madre di Augusto, diventava piccino al paragone
-della nuova grandezza che pigliava a un tratto il sentimento
-della mia paternità.
-</p>
-
-<p>
-Tenevo Augusto in braccio, pensando che fra pochi
-minuti egli comincerebbe a essere interamente
-mio figlio. Sorridevo al disgraziato Giuseppe, e intanto
-pensavo che lo avrei spinto volentieri fuori
-dell'uscio.
-</p>
-
-<p>
-Se n'andarono — e Augusto non pianse!
-</p>
-
-<p>
-Rimasti soli col piccolo eroe, ci sentimmo per
-un po' come impacciati della nostra felicità; non sapevamo
-in che modo fargli festa, e dimostrargli la consolazione
-che ci dava col suo contegno esemplare,
-e glielo dicevamo fra i baci come se ci dovesse
-intendere. E chi sa? egli forse ci capiva benissimo.
-</p>
-
-<p>
-— È un omino — dicevamo — è pieno di giudizio!
-</p>
-
-<p>
-— Sei un omino, sei pieno di giudizio!
-</p>
-
-<p>
-— Mi guardi? Sono il babbo...
-</p>
-
-<p>
-— Sono io la tua mamma!...
-</p>
-
-<p>
-Non piangeva!
-</p>
-
-<p>
-— Ridi — gli dicevamo, stuzzicandolo sui labbruzzi — ridi,
-così, bravo: di' un po' «mamma!»
-dillo...
-</p>
-
-<p>
-Egli non rideva, nè diceva <i>mamma</i>, ed era tutt'uno
-come se facesse quanto gli chiedevamo, perchè
-non piangeva.
-</p>
-
-<p>
-Ma la sera, quando fu l'ora di metterlo a dormire,
-ed egli si vide in un'altra culla, in un luogo diverso
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-dal camerone enorme in cui aveva passato tutta la
-sua esistenza, parve cercare intorno qualche cosa e
-qualcuno. Ci curvammo sopra di lui, mettendo tutto
-il nostro amore negli occhi, per dargli forza — invano.
-Augusto mandò un grido, che mi passò
-il cuore, e pianse.
-</p>
-
-<p>
-Pianse molto, pianse troppo, pianse tanto da
-farmi pietà e dispetto.
-</p>
-
-<p>
-— Ha sonno — dicevo — e si ostina a stare sveglio
-per piangere. Non lo guardiamo più. Strilli
-quanto vuole.
-</p>
-
-<p>
-Egli strillava più forte, appena facevamo atto di
-allontanarci dalla culla, e noi tornavamo al suo
-capezzale commossi e lusingati.
-</p>
-
-<p>
-— Fa il cattivo, ma ci vuol bene — dicevo a
-mia moglie — ci vuol proprio bene!
-</p>
-
-<p>
-Finalmente il sonno lo pigliò a tradimento. Fu
-un gran silenzio in casa dell'avvocato Placidi.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Con che gioia salutai l'alba del domani, che ce
-lo mostrò nella culla, tranquillo e con gli occhi
-aperti! E con quanto terrore vidi approssimarsi l'ora
-fatale di metterlo a dormire un'altra volta!
-</p>
-
-<p>
-— Ora sentirai che smanie — dicevo ad Evangelina,
-quasi per tentare mio figlio a darmi una
-mentita.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non mi rispose, e Augusto non si lasciò
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-pigliare nel mio tranello, e pianse come non si piange
-nemmeno nelle grandi afflizioni; però questa volta
-pianse con metodo, concedendosi ogni tanto un
-brevissimo intervallo di silenzio per ripigliare
-fiato. In uno di tali intervalli mi giunsero all'orecchio
-queste parole pronunziate dal mio vicino
-di casa, con l'intenzione palese di farle passare
-attraverso la parete:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa fanno a quel bambino? Gli cavano
-la pelle?
-</p>
-
-<p>
-— No, signore — risposi imitando il suo accento — lo
-fasciamo appena.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina rise, Augusto ricominciò a piangere.
-</p>
-
-<p>
-La cosa andò così per parecchi giorni ancora;
-provammo di tutto, a fasciarlo in un'altra camera,
-ad aspettare che il sonno lo pigliasse in braccio alla
-mamma per adagiarlo poi nella culla; ma quando ci
-allontanavamo in punta di piedi, il piccolo disgraziato
-si svegliava, riconosceva la <i>situazione</i> e ci richiamava
-con uno strillo.
-</p>
-
-<p>
-Si vedeva chiaro, era un puntiglio; ogni sera
-mi pareva di non doverlo perdonare vita natural
-durante a mio figlio; e ogni mattina, alla sua prima
-occhiata innocente, si faceva la pace.
-</p>
-
-<p>
-E poi, s'egli faceva le bizze al momento di andare
-a letto, tutto il giorno invece era buono come
-il pane, buono come la pappa e come le minestrine
-che gli piacevano tanto.
-</p>
-
-<p>
-Già cominciava a sorridermi, ad allungare la mano
-quando voleva afferrarmi per la barba, a dirmi
-certe sue paroline garbate che io intendeva benissimo,
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-se dalle braccia della mamma voleva venire nelle
-mie. Faceva anche di più; stava ritto senza cadere,
-sol che avesse una seggiola a cui appoggiarsi ed il
-suo bubbolino coi sonagli per passare il tempo.
-</p>
-
-<p>
-Insomma ci faceva felici, e prometteva di farci
-felicissimi più tardi.
-</p>
-
-<p>
-Avere nella vita uno scopo che si è prossimi ad
-ottenere e che, ottenuto, non mozzerà le ali di nessuna
-illusione, non è forse la maggiore delle felicità
-della terra? — Lo scopo nostro era di vedere
-Augusto camminare da solo di stanza in stanza,
-per pigliar possesso di tutta la casa paterna.
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Una mattina, appena levati da letto, prima ancora
-di prendere il caffè, chi trovammo in cucina?
-La balia!
-</p>
-
-<p>
-Era partita da Musocco all'alba, in compagnia
-del suo Giuseppe, unicamente per vedere la <i>sua</i>
-creatura; Giuseppe era andato per certa faccenda
-di semente di bachi, tornerebbe più tardi, perchè
-anche lui, poverino, non sapeva più resistere senza
-vedere Augusto.
-</p>
-
-<p>
-Dicendo queste cose, la povera Marianna rideva
-ancora; ma in quale maniera!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-</p>
-
-<p>
-La sua visita ci dava noia, e a me faceva dispetto;
-pareva che ce lo leggesse in cuore, ce ne
-domandava scusa cogli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina era impietosita; io no; pensando
-agli strilli notturni di Augusto, durati quasi fino
-alla vigilia, non trovavo dentro di me neppure
-tanta forza di carità cristiana da nascondere il malumore.
-</p>
-
-<p>
-— Non sono che otto giorni! — dissi — la
-vostra visita ci fa sempre piacere; che vogliate
-bene ad Augusto lo comprendiamo, ma se Augusto
-vi vede, si torna da capo...
-</p>
-
-<p>
-La mia vanità paterna era mortificata nel fare
-questa confessione; nondimeno la feci intera.
-</p>
-
-<p>
-— Se Augusto vi vede, vorrà tornare con voi;
-ancora non è avvezzo bene alla separazione; ha
-pianto anche ieri... (non era vero, da due notti non
-piangeva) domani non avrà più pace...
-</p>
-
-<p>
-Marianna, che aveva chinata la testa, la sollevò
-sorridendo fra le lagrime.
-</p>
-
-<p>
-— Ha pianto perchè voleva me, non è così?
-Voleva proprio me?...
-</p>
-
-<p>
-— Già... probabilmente... sicuro, voleva voi; è
-avvezzo a voi; se vi vede è capace di piangere una
-settimana di seguito... potrebbe anche ammalarsi...
-</p>
-
-<p>
-Non avendo potuto difendere il mio amor proprio
-di padre, esageravo il pericolo.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non diceva nulla, perchè probabilmente
-non sapeva che risolvere, quando si udì il
-gemito di Augusto, che si era svegliato e ci chiamava.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Anima cara! — esclamò Marianna.
-</p>
-
-<p>
-Non udii altro, perchè mi avviai di corsa, non
-volendo far aspettare mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-Poco dopo Evangelina mi raggiunse per aiutarmi
-a vestirlo, ma Augusto ed io ci eravamo
-affrettati a fare una bella sorpresa alla mamma, e
-quando essa entrava, noi terminavamo appunto
-d'infilare il vestitino azzurro.
-</p>
-
-<p>
-Volevo assaporare il nostro trionfo, ma mia
-moglie non me ne diede tempo.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho persuasa — disse melanconicamente.
-</p>
-
-<p>
-— Chi?
-</p>
-
-<p>
-— La balia. L'ho persuasa, si rassegna ad andarsene.
-</p>
-
-<p>
-— Se n'è andata?
-</p>
-
-<p>
-— Se ne andrà subito; è di là anche Giuseppe...
-</p>
-
-<p>
-— Possono ben fare colazione prima... — mi
-suggerì il rimorso.
-</p>
-
-<p>
-— La stanno facendo.
-</p>
-
-<p>
-— Sia lodato il cielo! — esclamai un po' scrollato — tornino
-fra un mese, magari fra quindici
-giorni, quando questo piccolo mariuolo abbia imparato
-tutta la differenza che corre fra i suoi genitori
-e la balia... allora potranno vederlo quanto vogliono.
-</p>
-
-<p>
-— Ho promesso che lo vedranno lo stesso — disse
-Evangelina tranquillamente.
-</p>
-
-<p>
-— Vederlo?
-</p>
-
-<p>
-La mia cattiveria non ebbe tempo di tornare a
-galla, perchè subito mia moglie mi spiegò in che
-modo innocente intendeva di lasciar vedere nostro
-figlio alla balia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Essa starà in cucina dietro l'uscio, noi in salotto;
-lo vedrà dal buco della serratura.
-</p>
-
-<p>
-Era una magnifica idea, e non trovai a ridire,
-se non che mi offersi di stare anch'io in cucina
-dietro all'uscio.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Non si sa mai.
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie andò in salotto con Augusto, io corsi
-in cucina. Trovai Marianna pronta; Giuseppe, che
-aveva un grosso boccone in bocca, lo mandò giù
-a rischio di soffocarsi per darmi il buon giorno.
-</p>
-
-<p>
-— È pronto — dissi — se volete vederlo...
-</p>
-
-<p>
-La balia, senza rispondere, accostò l'occhio alla
-toppa: «Eccolo! — balbettò, e proseguì a mormorare
-delle parole incoerenti che erano carezze... — Dio!
-com'è bello! — disse poi — guardalo anche tu,
-Giuseppe...».
-</p>
-
-<p>
-Ma non si scostava dall'uscio, e il suo uomo dovette
-farle intendere i propri diritti con uno spintone.
-</p>
-
-<p>
-Allora Giuseppe disse: «Con permesso» e si
-pose anche lui in osservazione.
-</p>
-
-<p>
-La balia era impaziente, guardava me, guardava
-il marito, e ripeteva a tutti e due: «Com'è bello!» — finchè,
-parendole d'aver concesso troppo al suo
-uomo, lo avvertì col medesimo linguaggio da lui
-adoperato poc'anzi, e il povero balio si rizzò e mi
-fece vedere una faccia trasfigurata, dicendomi con
-una filosofia di cui non vidi il fondo, che «era
-un destino fatto così».
-</p>
-
-<p>
-Intanto Marianna mormorava:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Caro! la signora gli dice di guardare di qua,
-e lui, povero innocente, lui guarda; non lo sa
-che sono qua io... non lo sai... anima bella! Ah!
-se potessi baciarmelo tutto!
-</p>
-
-<p>
-E si voltava a buttarmi un'occhiata per vedere
-se vi fosse ancora una speranza di ottenere questa
-grazia, poi senza aspettare la risposta, rimetteva
-l'occhio alla toppa.
-</p>
-
-<p>
-— Fra un mese — rispondevo io — fra quindici
-giorni forse... ora sarebbe volergli male.
-</p>
-
-<p>
-E chiedevo con gli occhi l'approvazione di Giuseppe,
-che me la dava docilmente, a malincuore.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-— To' — esclamò ad un tratto Marianna — pare
-che voglia camminare..... la signora l'ha
-messo accanto alla sedia ed egli si stacca... si stacca...
-</p>
-
-<p>
-Non seppi più resistere.
-</p>
-
-<p>
-— Voglio vederlo anch'io!
-</p>
-
-<p>
-Marianna mi lasciò il posto: guardai.
-</p>
-
-<p>
-Augusto si era veramente staccato dalla seggiola,
-stava in bilico alla meglio, ma non osava muoversi,
-benchè Evangelina, china a due passi dinanzi a lui
-e protendendo le mani per essere pronta a sostenerlo,
-lo tentasse con le parole e con le moine.
-</p>
-
-<p>
-Si vedeva chiaro, Augusto aveva una gran voglia
-di correre a buttarsi nelle braccia di sua madre,
-e la distanza che lo separava gli faceva paura.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pensai: «Andrò io a fargli coraggio» e dissi
-forte: — Mi raccomando, non facciamo imprudenze.
-</p>
-
-<p>
-Spinsi l'uscio il tanto appena da lasciarmi passare,
-ed entrai dicendo a mio figlio: — C'è qua
-anche il babbo.
-</p>
-
-<p>
-Intese benissimo che quando c'è il babbo non
-si deve aver paura di nulla, e appena mi fui curvato
-anch'io facendogli delle mie braccia un baluardo,
-egli prima si mosse imperterrito, poi, atterrito dalla
-sua audacia, venne a buttarsi disperatamente nelle
-braccia... della mamma.
-</p>
-
-<p>
-Attraverso l'uscio della cucina giunse fino a me
-un piccolo grido d'entusiasmo; Augusto non l'udì,
-ed io scoccandogli un bacio sulla bocca:
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — gli dissi solennemente — il primo
-passo l'hai fatto; ed ora, figlio mio, coraggio e
-avanti!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-</p>
-
-<h2 id="studia">MIO FIGLIO STUDIA</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Quell'anno nostro figlio ci aveva promesso solennemente
-di studiare, di essere uno dei primi
-della scuola.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina ed io gli avevamo detto:
-</p>
-
-<p>
-— Bravissimo! — soggiungendo però con un
-tacito accordo d'indiscrezione che non doveva bastargli
-d'essere fra i primi, ma che bisognava mettersi
-primo addirittura. E allora Augusto aveva
-spalancato gli occhioni e ci aveva detto con una
-specie di terrore che il Panseri era troppo forte.
-</p>
-
-<p>
-Subito quel signor Panseri cominciò a farmi
-stizza: solo al pensare che mio figlio aveva tanta
-paura di lui, mi venivano in mente certe idee prive
-di senso comune, certi propositi indeterminati, certe
-baldanze inesplicabili, come se io dovessi cacciarmi
-non visto nell'ultima panca della scuola, poi, dal
-posto dell'asino, rizzarmi in piedi e con una vocetta
-tremenda pronunziare queste parole solenni: — Signor
-maestro, sfido l'imperatore romano! — E
-al cospetto di tutta la scolaresca sbigottita, farmi
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-innanzi a lui, all'imperatore Panseri, e chiamarlo
-sul terreno dell'analisi grammaticale e logica, e tentarlo
-nei soggetti, nei verbi e negli attributi, poi
-avvolgerlo in un sillogismo traditore, spingerlo in
-un dilemma senza uscita e fargli perdere scettro
-e corona.
-</p>
-
-<p>
-Questa singolare idea di prestare la mia scienza
-a mio figlio perchè ne facesse un uso tanto fatale
-al signor Panseri, continuò a trottarmi per la testa
-anche quando seppi che nelle scuole comunali di
-Milano non usavano più i tornei meravigliosi d'una
-volta, e che da un pezzo, fin da quando non si
-studiava più il <i>qui quae quod</i> in versi, e non vi
-era bisogno di nascondere la <i>ferula</i> del signor
-maestro se non si sapeva la lezione, fin d'allora
-nessuno aveva più inteso parlare dell'imperatore
-romano e dell'imperatore cartaginese suo rivale.
-</p>
-
-<p>
-In altri momenti, disperando di poter compiere
-alcuna di quelle mie prodezze, guardavo le cose
-con occhio diverso; vedevo mio figlio che era
-piccino e gracile, più gracile e piccino; pensavo
-quanto il suo corpicciuolo irrequieto dovesse trovarsi
-a disagio fra le panche della scuola, sotto
-gli occhi del signor maestro, o me lo immaginavo
-curvo per lunghe ore sopra una lezione ribelle;
-allora la vantata forza del signor Panseri non mi
-tirava a cimento, mi rassegnavo a permettere che
-quell'imperatore minuscolo si avvolgesse nella sua
-porpora, senza provare la tentazione di strappargliela
-di dosso e di far palesi a tutta la scolaresca le sue
-vergogne grammaticali.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-</p>
-
-<p>
-E dicevo ad Augusto pargole riboccanti di senno:
-</p>
-
-<p>
-— Tu studia la lezione per aprire la mente alla
-verità, fa il còmpito giornaliero per esercitarti in ciò
-che avrai imparato; al Panseri non badare neppure,
-come se non esistesse, e chissà che un giorno o
-l'altro non ti trovi d'essergli passato innanzi senza
-aver patito le ansie del cimento. La scienza, figlio
-mio, ha questo di divino...
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio non istava ad ascoltare che cosa avesse
-di divino la scienza; l'idea di passare innanzi al signor
-Panseri non gli poteva entrare per nessun verso;
-bastava accennargliela di passata perchè egli vi si
-fermasse, sbigottito del mio coraggio, e facesse di
-no col capo. Assolutamente il signor Panseri era
-troppo forte, ed io non lo poteva soffrire.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Intanto Augusto mi veniva svelando il segreto
-del suo nuovo e straordinario amore allo studio;
-quell'anno doveva avere dei libri nuovi, non so
-quali e quanti, un'infinità, ed uno più grosso dell'altro,
-ma tutti grossi abbastanza!
-</p>
-
-<p>
-— Costeranno un occhio del capo — diceva
-Evangelina, non ancora guarita del tutto dai piccoli
-terrori economici che l'avevano tormentata nei primi
-anni del nostro matrimonio, quando il mio primo
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-cliente non si voleva decidere a chiamare in tribunale
-la parte avversaria.
-</p>
-
-<p>
-— La scienza non costa mai troppo — rispondevo
-con un sorriso da milionario; così rasserenavo
-mia moglie e mettevo in capo a mio figlio una
-massima; ed era bella e buona economia anche
-questa. Ma sì, Augusto non dava retta a me, non
-badava a sua madre, lasciava dissipare l'interruzione
-e ripigliava a fare sulle dita il conto dei suoi libri.
-</p>
-
-<p>
-— Il <i>Compendio di Storia</i>, uno, l'<i>Aritmetica</i>, due,
-i <i>Diritti e i doveri del cittadino</i>, tre, la <i>Storia Sacra</i>,
-e la <i>Grammatica</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Non l'hai già la <i>Grammatica</i>? — chiedeva sua
-madre.
-</p>
-
-<p>
-— Quella <i>era</i> la <i>Grammatichetta</i> — rispondeva
-Augusto.
-</p>
-
-<p>
-E bisognava vedere a che cosa si riduceva in bocca
-di mio figlio quella che un tempo <i>era</i> la <i>Grammatichetta</i>,
-per comprendere che in avvenire non poteva
-essere più nulla.
-</p>
-
-<p>
-Veramente non era più gran cosa. Quando io
-volli vederla, sebbene piccola ed indegna, per non
-so quale recondito istinto di misericordia verso la
-specie grammaticale, prima Augusto si schermì
-dicendo che l'aveva nel cassetto, e che nel cassetto
-non ce l'aveva più, e che non sapeva dov'era, poi
-portò a sua madre un arnese irriconoscibile. Aveva
-uno o più occhi disegnati e non finiti in ogni pagina
-un numero d'orecchi incalcolabili, senza l'aiuto
-della piccola <i>Aritmetica</i> sua compagna, che non
-istava meglio, come accertammo subito dopo. Con
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-tanti occhi e tanti orecchi, sarebbe stata una crudeltà
-abbandonare i due libriccini in questo mondo
-di calcoli sbagliati e di sgrammaticature, ed io vidi
-senza stupore che la mia Evangelina se n'andava
-a riporre quegli invalidi in un cassetto.
-</p>
-
-<p>
-— Farai lo stesso trattamento ai libri di quest'anno? — domandai
-a mio figlio senza rancore,
-ma con un biasimo sottinteso.
-</p>
-
-<p>
-Augusto mi rispose assolutamente di no; perchè
-i libri di quell'anno erano tanti, ed erano grossi,
-ed erano belli, perciò li avrebbe tenuti con mille
-riguardi. Ed era proprio come se li avesse davanti;
-li contemplava con amore e faceva atto di lisciarne
-la coperta.
-</p>
-
-<p>
-— Quando me li compri, babbo?
-</p>
-
-<p>
-— Domani.
-</p>
-
-<p>
-— Oggi no? — insistè con quella sua civetteria
-a cui non potevo resistere.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè no? — chiesi maliziosamente.
-</p>
-
-<p>
-Allora lo sfacciatello spiccò un salto, e corse a
-portare alla mamma la buona novella che il babbo
-andrebbe subito subito a comprare i libri nuovi.
-</p>
-
-<p>
-Non andai solo; venne anche lui, e quando ebbe
-tutti i suoi libri in un fascio, non li volle più abbandonare;
-se li prese a braccetto come buoni
-amici, e con ansia mista di sussiego mi consigliò
-di far presto per farli vedere subito alla mamma.
-</p>
-
-<p>
-Per via non diceva nulla; la sua testina ricciuta
-aveva pensieri gravi. A quell'età i pensieri gravi
-rendono il passo leggiero, e io stentava a tener
-dietro a mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando fu alla porta di casa, Augusto spiccò un
-salto così audace, che la nuova Grammatica, novissima
-agli esercizi della scolaresca, non potè reggere,
-gli scivolò dal braccio e cadde.
-</p>
-
-<p>
-Cadde, e non si fece male, perchè il pianerottolo
-era pulito: e io ne resi grazia agli Eterni e alla fantesca,
-pensando all'afflizione che mio figlio avrebbe
-provato se avesse visto solo un'ombra nell'azzurro
-della copertina immacolata.
-</p>
-
-<p>
-In questa come in molte altre cose, Evangelina
-non aveva le opinioni di suo figlio; essa diceva, per
-esempio, che si mettono troppi libri nelle mani della
-gioventù, per avere il pretesto di chiamarla studiosa,
-e si permetteva di dubitare che Augusto avesse poi
-a leggere tutte quelle pagine.
-</p>
-
-<p>
-Il piccolo studioso era sicuro del contrario e lo
-affermava a viso aperto, senza placare la mamma.
-La quale insisteva:
-</p>
-
-<p>
-— Io invece temo che non le leggerai nemmeno
-mezze; e sono poi sicura d'una cosa... di
-una cosa...
-</p>
-
-<p>
-— Di che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Sono sicura che fra una settimana tutti questi
-bei libri avranno perduta la coperta...
-</p>
-
-<p>
-— Come devono fare a perderla? — domandava
-Augusto fingendo di non capire.
-</p>
-
-<p>
-— Se non lo sai tu...
-</p>
-
-<p>
-Allora il piccolo furbo faceva un atto dispettosetto
-e minacciava di andarsi a chiudere in camera e di
-leggere tutti i libri nuovi d'un fiato, per farla vedere
-alla mamma. Quanto alle coperte... quanto
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-alle coperte.... Le lisciava con delicatezza, le guardava
-con amore; aveva ragione lui intanto.
-</p>
-
-<p>
-E io dissi senza ridere:
-</p>
-
-<p>
-— Serbala sempre questa tenerezza per le coperte
-dei tuoi libri, non lasciarti vincere mai dalla
-tentazione di strapparle per fartene un cappello da
-carabiniere, nè una barca, nè un'oca; bada a non
-versarvi sopra il contenuto del tuo calamaio; accontentati
-di scrivervi il tuo nome, senza illustrarlo
-col ritratto dei tuoi compagni di scuola e tanto meno
-del signor maestro. Serbala, sì, serbala sempre
-questa tenerezza che ora dimostri, perchè l'amore
-delle coperte dei libri è il fondamento...
-</p>
-
-<p>
-Avevo un'idea vaga che l'amore delle coperte
-dei libri fosse il fondamento di qualche cosa;
-ma non sapevo bene di che, e per non dirla grossa
-volli tacere, sperando, un po' tardi, che mio figlio
-non mi avesse dato retta. Invece era là, tutt'occhi
-e tutt'orecchi, e mi toccò spingere innanzi la frase
-a ogni costo.
-</p>
-
-<p>
-E fu così che quel giorno affermai solennemente
-in faccia a mio figlio, il quale non ne capì una
-sillaba, essere l'amore delle coperte e dei frontispizi
-il fondamento d'ogni dottrina vera... o falsa.
-</p>
-
-<p>
-Se riuscimmo a star serii, Evangelina ed io,
-dopo esserci scambiati un'occhiata, bisogna dire
-che la coscienza dei nostri doveri seppe fare un
-miracolo. Augusto ad ogni modo lesse qualche
-cosa nella nostra faccia, capì che ne avevo detto
-una grossa, probabilmente veniva ripetendo fra sè
-e sè la mia frase sconclusionata, ingegnandosi di
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-vederne il fondo; ed io, per fargli perdere il filo
-delle sue idee e correggere alla meglio lo sproposito
-paterno, mi affrettai a commetterne un altro.
-</p>
-
-<p>
-— Fra tutti quei libri — domandai a mio figlio — quale
-preferisci?
-</p>
-
-<p>
-Non mi capiva.
-</p>
-
-<p>
-— Quale ti è più caro? A quale vuoi più
-bene?
-</p>
-
-<p>
-Li guardò alla sfuggita, con poca speranza di
-scorgere in qualcuno delle qualità straordinarie
-che meritassero un affetto speciale; erano tutti
-nuovi, non sapeva che rispondere, voleva bene a
-tutti.
-</p>
-
-<p>
-— E pure — insistei con malizia — ve n'è
-uno che non ti seccherà mai, che non ti darà mai
-un dispiacere, nè un affanno, nè uno sgomento,
-che ti sarà amico discreto tutto l'anno... ed è quello
-lì... quello, sì, proprio quello...
-</p>
-
-<p>
-— Il vocabolario! — balbettò Augusto; e soggiunse
-pigliandolo in mano:
-</p>
-
-<p>
-— Ah! sì, perchè è legato, e poi è più grosso.
-</p>
-
-<p>
-— Già, è più grosso ed è legato... per questo...
-Del resto bisogna amarli tutti i libri di scuola, che
-ci aprono l'intelletto e ci spezzano il primo pane
-della scienza...
-</p>
-
-<p>
-In fondo era l'idea di mio figlio; anzi egli andava
-più in là: li amava tutti senza secondo fine, e non
-entrava ombra di metafora nel suo istinto amoroso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Augusto non era il solo ad amare i propri libri;
-vi era in casa chi li amava più di lui, e d'un amore
-più cieco: Laura, sua sorella, una personcina alta
-due spanne, che si reggeva benissimo sulle gambuccie
-e non barcollava più camminando, ma ancora non
-sapeva leggere.
-</p>
-
-<p>
-Quello era un amore sviscerato! Se vedeva da
-lontano un libro d'Augusto dimenticato sulla tavola,
-accorreva festosa, immaginandosi di poterlo pigliare,
-ma giunta presso la tavola non vedeva neanche
-più il libro, e allora mandava in giro certe occhiate
-smarrite, che facevano ridere il fratello maggiore.
-</p>
-
-<p>
-Non rise un pezzo: nella testina di Laura germinò
-un'ideuzza baldanzosa (quell'idea, coltivata
-con amore, crebbe rapidamente, diventò sublime)
-ed un giorno la personcina alta due spanne, visto
-il <i>Compendio di Storia</i> sul tavolino, accorse a gran
-passi, afferrò il tappeto e tirò con tutte le forze
-centuplicate dalla passione. Non pensava al pericolo
-di farsi venire addosso una valanga, o per dire
-meglio vi pensava, ma era preparata a tutto, perchè
-seguitò a tirare; solo all'ultimo momento chiuse gli
-occhi, non altro. Il <i>Compendio di Storia</i> cadde travolto
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-nelle pieghe dell'ampio tappeto; Laurina, rimasta
-incolume, rialzò il caro caduto, se lo strinse
-al seno palpitante ancora della prodezza compita, e
-venne a posarlo sulle ginocchia del babbo, il quale
-aveva visto ogni cosa e rideva.
-</p>
-
-<p>
-— Non ridere — mi disse Laurina.
-</p>
-
-<p>
-Ammutolii. Essa mi scrutò prima attentamente in
-faccia per vedere se dovesse fidarsi della mia gravità,
-poi aprì alla rovescia il <i>Compendio di Storia</i> di suo
-fratello, e, con un seriume bizzarro, cominciò a
-leggere sopprimendo le virgole:
-</p>
-
-<p>
-— «Due più due quattro più due sei più due
-otto più due ventidue più due ventiquattro più due
-dodici più due quaranta...».
-</p>
-
-<p>
-Chiuse il libro e soggiunse gravemente:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, l'ho letto tutto! — poi se n'andò
-contenta perchè il babbo era stato serio.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Ancora la scienza dei miei figli non mi aveva
-fatto male ed io poteva crederla assolutamente innocua;
-delle ariuzze d'omino saputo che pigliava
-Augusto al ritorno dalla scuola non avevo diffidenza
-nè sospetto, anzi me ne compiacevo e lo
-incoraggiavo con tutta la rettorica paterna.
-</p>
-
-<p>
-— Studia — gli dicevo solennemente — figliuolo
-mio, studia con coraggio se vuoi farti uomo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-</p>
-
-<p>
-La frase non aveva bisogno di commento, perchè,
-almeno per mio figlio, io era un <i>uomo fatto</i>
-da un pezzo; ma la mia Evangelina credeva necessario
-soggiungere:
-</p>
-
-<p>
-— Piglia esempio dal babbo, studia e diventerai
-come lui.
-</p>
-
-<p>
-— Diventerò anch'io avvocato?
-</p>
-
-<p>
-— Senza dubbio — entravo a dire — ed avrai
-una magnifica clientela, e sarai famoso.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei famoso!
-</p>
-
-<p>
-— Altro che!
-</p>
-
-<p>
-Questa bugia enorme è di mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti libri bisogna studiare per diventare
-avvocato famoso?
-</p>
-
-<p>
-— Tanti.
-</p>
-
-<p>
-— Anche il <i>Compendio di Storia</i>?
-</p>
-
-<p>
-— Anche quello.
-</p>
-
-<p>
-— E bisogna saperlo tutto?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuramente.
-</p>
-
-<p>
-Senza avvedermene, io avevo commesso il più
-grosso sproposito della mia carriera di genitore.
-</p>
-
-<p>
-Augusto mi lasciò in gran pensiero e poco dopo
-l'udii cantare nella camera attigua la sua lezione;
-rileggeva con una specie di puntiglio insolito lo
-stesso periodo, si provava poi a ripeterlo a memoria,
-e sbagliava, e si correggeva, e tornava da capo,
-cantando sempre:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Il re di Persia, Dario; figlio d'Istaspe, detto anche
-Assuero, volle scegliere una moglie tra le più oneste</i>...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto
-anche... detto anche...</i> (pausa).
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto
-anche Assuero, volle scegliere una moglie fra le più
-oneste ed avvenenti</i>...
-</p>
-
-<p>
-Ed io, ignaro della mia sorte miseranda, mi fregavo
-le mani e non pensavo nemmeno a domandarmi
-qual donna onesta ed avvenente avesse poi
-menato in moglie quel Dario figliuolo d'Istaspe, detto
-anche <i>Assuero</i>, che non voleva entrare in capo
-a mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-— Gli entrerà — pensavo. — Augusto è ostinato
-come suo padre: vedrai che Dario finirà col
-darsi vinto, ed entrerà prigioniero con tutto il suo
-seguito.
-</p>
-
-<p>
-Nel seguito di Dario, per mia disgrazia, vi era
-della gente di cui non udivo più parlare da un pezzo,
-e a me allora non poteva nemmeno passare per il
-capo che fosse prudente rinfrescarmene la memoria.
-</p>
-
-<p>
-Il dì dipoi, Augusto mi venne incontro con
-un'aria soddisfatta.
-</p>
-
-<p>
-— La so tutta! — mi disse da lontano.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-Incominciò addirittura:
-</p>
-
-<p>
-— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto
-anche <i>Assuero</i>...
-</p>
-
-<p>
-Ma io aveva alle calcagna un cliente melanconico
-che bisognava mandare in appello, e con tutta la
-buona volontà di far felice Augusto, non gli potei
-dar retta.
-</p>
-
-<p>
-La faccia scura del mio cliente era appena scomparsa
-dietro l'uscio, quando si affacciò più sotto, nel
-vano, la faccetta maliziosa di mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — dissi aprendogli le braccia perchè
-vi si slanciasse con un salto, come usava fare — dunque
-il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto
-anche <i>Assuero</i>?...
-</p>
-
-<p>
-Augusto non si moveva; era pieno di scienza.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque
-voleva scegliere una moglie tra le più
-oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata?
-</p>
-
-<p>
-— <i>Lo sai bene</i> che l'ha trovata?
-</p>
-
-<p>
-Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva
-spinto la mia imprudenza; perchè, ahi! non lo sapevo
-nè bene nè male; me ne ero dimenticato
-interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il
-quale poteva darmi a credere, se glie ne venisse
-la tentazione, che il re di Persia aveva sposato la
-sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci
-una ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po'
-mi riuscì; avevo già strappato ad Augusto la confessione
-che la moglie di Dario si chiamava Ester,
-ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo;
-quando venne ad Augusto la curiosità di sapere
-perchè Mardocheo non si fosse dato a conoscere
-al re suo parente. Un perchè ci doveva essere,
-«tanto più — soggiungeva mio figlio — che se
-Mardocheo non avesse fatto così, Dario non si sarebbe
-fidato tanto di <i>quell'altro</i>, sai, <i>quell'altro</i>... aspetta...»
-</p>
-
-<p>
-Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare,
-ma (pensi chi ha cuor di padre la mia tortura) <i>quell'altro</i>
-non sapevo proprio chi fosse. Aspettavo e
-sorridevo; <i>quell'altro</i> non venne.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto,
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-e sollevava gli occhioni al soffitto, o me li
-metteva in faccia alla sfuggita sperando l'impossibile,
-cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo.
-</p>
-
-<p>
-Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile.
-</p>
-
-<p>
-— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina
-ci vuole...
-</p>
-
-<p>
-— L'ho qui... aspetta...
-</p>
-
-<p>
-Questa volta uscì di corsa.
-</p>
-
-<p>
-Quando egli tornò trionfante a dirmi che quell'altro
-si chiamava Amanno, io mi era tirato dinanzi
-un grosso volume di Pandette, e potei far
-credere a mio figlio di essere immerso nella scienza,
-mentre non facevo che ripetere a me stesso: — Dottore
-mio, sei un asino!
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-La natura benigna non ha permesso all'uomo,
-e sia pure l'asino più convinto, d'incrudelire contro
-sè stesso. Quelle <i>Pandette</i>, che avevo dinanzi agli
-occhi e non vedevo, erano mie buone amiche da un
-pezzo: approfittando dello stupore che segue ogni
-gran disastro dell'amor proprio, esse mi parlarono
-blandamente così:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Justiniani Institutionum libri quatuor</i>... I bei
-tempi passati dell'Università! Le belle notti vegliate
-insieme!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-</p>
-
-<p>
-Io sospirava e voltava le pagine senza interrompere.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Capitis diminutio tria genera sunt</i> — insistevano
-le dotte pagine; ed io proseguiva rialzando
-gli occhi dal libro con una compiacenza istintiva; — <i>maxima,
-media, minima; tria enim sunt quae habemus:
-libertatem, civitatem, familiam. Igitur quum omnia
-haec amittimus... Omnia haec</i> le so ancora.
-</p>
-
-<p>
-Mandavo un sospiro a Mardocheo e voltavo
-pagina.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Proetoris verba dicunt: Infamia notatur</i>....
-</p>
-
-<p>
-Ed io sorridevo e senza avvedermene tiravo innanzi
-a ripetere a occhi chiusi le parole confortatrici
-del pretore.
-</p>
-
-<p>
-Ad ogni sentenza latina veniva dietro un codazzo
-di memorie allegre; mi ricordavo in che luogo,
-in qual'ora e in compagnia di chi avevo imparato
-a distinguere le <i>res mancipi</i> dalle <i>nec mancipi</i>, l'<i>hereditas</i>
-dalla <i>bonorum possessio</i>, mi era persino rimasto
-in mente che il <i>vadimonium</i> (quel <i>vadimonium</i>
-che gli studenti di terzo anno mandano inevitabilmente
-al diavolo per far ridere i matricolini)
-aveva prima messo di buon umore me, poi mi
-aveva servito a far lo spiritoso con altri.
-</p>
-
-<p>
-Ah! Giustiniano! quello era un gran re! Altro
-che Dario figlio d'Istaspe!
-</p>
-
-<p>
-E mentre una voce nemica mi gridava da lontano:
-«E che ne sai tu di Dario figlio di Istaspe?» Giustiniano
-mi metteva sotto gli occhi una sentenza, che
-diede un altro corso ai miei pensieri.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Nasciturus pro jam nato habetur</i>, — dicevano
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-le <i>Pandette</i>; ed io, colpito da un senso nuovo che
-mi si rivelava in quella massima, esclamavo:
-</p>
-
-<p>
-— È vero! mio figlio era vivo prima che nascesse!
-</p>
-
-<p>
-Lieto di questa chiosa, che mi pareva più profonda
-di tutta la dottrina del pretore, me ne andai
-allegramente ai tempi lontani, in cui non avevo nè
-un figlio, nè un cliente.
-</p>
-
-<p>
-Ritrovando più tardi il re di Persia implacabile,
-prima mi strinsi nelle spalle, poi lo mandai a farsi
-benedire.
-</p>
-
-<p>
-— Il tuo regno è finito — gli dissi — è finito
-da... (qui, se lo avessi saputo, avrei messo un numero
-preciso d'anni, di mesi e di giorni per dar
-solennità al mio periodo), è finito da secoli, e ad
-un galantuomo dev'essere lecito vivere senza immischiarsi
-nei fatti tuoi. Io poi faccio l'avvocato,
-e lo faccio bene, domandane al tuo collega Giustiniano;
-ho tante faccende io, e se a suo tempo
-mi sono rotto la testa per fartici entrare, oggi
-sono nel mio diritto pretendendo che tu ne esca
-tutto d'un pezzo.
-</p>
-
-<p>
-E per istinto d'arte oratoria agitavo la testa
-come se vi fosse rimasto.
-</p>
-
-<p>
-La mimica che accompagnava il mio monologo
-durava ancora e il monologo era finito, quando
-mi avvidi d'avere un testimonio. Augusto, il quale
-con lo zaino ad armacollo veniva a darmi il bacio,
-prima di andar a scuola.
-</p>
-
-<p>
-Per solito quella scenetta seguiva così: «Si può?»
-diceva mio figlio. Non altro, ed io intendevo: «Sono
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-qua per il bacio», e subito, da qualunque lontananza
-di codice, accorrevo col pensiero, aprivo le
-braccia, egli vi si slanciava facendo un tentativo
-per respingere lo zaino, che entrava sempre di
-mezzo, in quell'amplesso, ed i nostri tre corpi si
-allacciavano stretti. «Mi raccomando», dicevo poi
-con solennità paterna, sprigionando Augusto, il
-quale se ne andava seguito dal suo zaino enorme,
-ed io stentavo a ritrovare <i>l'alinea</i> in cui ero rimasto,
-perchè mettevo bensì gli occhi sul codice, ma il
-pensiero accompagnava un tratto mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche
-cosa s'era mutato nei rapporti tra me e lui, e che
-il mio amore paterno, l'unico amore in cui credevo
-non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso
-le sua vanità.
-</p>
-
-<p>
-Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli
-uomini, e non avevo mai rifiutata nessuna delle
-perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè me lo
-mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in
-giro per la camera, egli mi ammirava dicendo: — Come
-sei forte! — ed era perfino andato a
-dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era
-più forte di lui.
-</p>
-
-<p>
-Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi
-volumi, e contare i palchetti della mia libreria per
-non dubitar più che io fossi un portento di dottrina.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui
-egli non sapeva nulla, e in questa idea trovava
-un conforto alla sua ignoranza.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sai più del maestro! — affermava qualche
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-volta, ed io capivo subito che quel giorno il
-signor maestro aveva abusato della sua scienza per
-tormentarlo.
-</p>
-
-<p>
-Non dico che fossi propriamente in buona fede
-intascando tutta quell'ammirazione, ma vi trovavo
-gusto e sapevo di far felice mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era
-fatta del babbo non poteva più durare! Già Dario
-figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla mia
-grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un
-altro personaggio famoso non dovesse uscire dalle
-pagine del <i>Compendio di Storia per isvergognarmi
-in faccia a mio figlio!</i>
-</p>
-
-<p>
-Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che
-mi ero messo dinanzi per farne una barricata in
-cui la mia ignoranza si avesse a trovare al sicuro,
-mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e
-ragionando precisamente all'opposto di poco prima,
-mi parve che non mi fosse lecito vivere un'ora
-di più su questa terra se non mi fossi ficcato bene
-in capo tutta la storiella dello zio della moglie del
-re di Persia.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne
-estrassi una storia antica e vi cercai avidamente la
-tranquillità della mia coscienza turbata.
-</p>
-
-<p>
-Non lo avessi mai fatto!
-</p>
-
-<p>
-In capo a mezz'ora io era il più desolato degli
-uomini; e dopo aver sfogliato il volume, leggicchiando
-qua e là e trovando in ogni pagina un
-capo d'accusa, arrestai l'occhio attonito nell'indice
-che pareva messo a posta in fine del libro come
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-una requisitoria, a dimostrarmi compendiosamente
-quello che io era colpevole di sapere male o di
-non sapere niente affatto.
-</p>
-
-<p>
-Era caduta la benda alla mia ignoranza! Poc'anzi
-mi potevo illudere pensando che, perchè tante cose
-me l'ero messe in capo <i>in illo tempore</i> e non le
-avevo mai mandate via come Dario, <i>potessero</i> esservi
-rimaste. M'accorgevo ora che tutta quella
-buona gente ebraica, assira, persiana, se n'era andata
-alla chetichella, lasciando una gran confusione
-di date e di regni nel mio cervello.
-</p>
-
-<p>
-Non era più luogo a dubbiezze; mi trovavo in
-faccia a un dilemma inesorabile: o rassegnarmi a
-passare per un asino agli occhi di mio figlio, o
-rifare coraggiosamente il mio bagaglio storico.
-</p>
-
-<p>
-— La storia è la maestra della vita — diceva
-qualcuno dentro di me — non ti è lecito goderti
-il tuo presente se non hai sulle dita il passato
-dell'umanità.
-</p>
-
-<p>
-— Baie! — rispondeva dentro di me un altro — te
-lo sei pur goduto finora il tuo tempo senza
-l'aiuto di alcuna gente morta; tu continui a far
-così in avvenire e te la ridi. Che poi la storia sia
-la maestra della vita, lo vanno dicendo da un
-pezzo, ma ancora non è provato; se te l'ho a
-dire in confidenza, questa mi pare una bella frase
-messa lì come un puntello, per reggere una scienza
-enorme e vana. La storia non ha mai generato
-alcuna cosa al mondo, fuorchè compendi di storia
-e monografie storiche. Le dinastie dei Faraoni si
-succedono, passano, e che cosa lasciano all'umanità?
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-Poche piramidi che non servono a nulla. Eccoti
-la storia.
-</p>
-
-<p>
-Queste parole dell'anonimo che ragionava dentro
-di me furono un raggio di luce al mio spirito rabbuiato;
-io aveva trovata un'uscita al terribile dilemma,
-e quest'uscita era la <i>filosofia</i>.
-</p>
-
-<p>
-Si sa che la filosofia serve i dotti e gl'indotti
-senza guardar in faccia a nessuno: io vado più oltre
-e dico che per un ignorante non vi ha altra via
-di scampo che diventar filosofo e farsi <i>un sistema</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il mio sistema filosofico doveva servirmi ad inculcare
-a mio figlio la necessità di studiare tutte
-le cose che il babbo aveva studiato <i>per aver poi</i>
-<i>il diritto</i> di dimenticarle tutte come il babbo.
-</p>
-
-<p>
-Era un'idea grande ed ardita; da principio mi
-piacque, l'ammirai, poi mi parve d'un'arditezza
-impertinente, d'una grandezza spropositata; nuovo
-alla ginnastica dei filosofi, ebbi vergogna, lo confesso,
-e tornai a sentimenti più umili.
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno, invece di recarmi in tribunale con
-la baldanza d'un uomo preparato a tutte le sorprese
-della procedura civile, vi andai col fare dimesso di
-uno scolaro che non sappia bene la lezione.
-</p>
-
-<p>
-E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue
-ragioni e citava non so quale sentenza della Corte
-Suprema per ottenere addirittura il sequestro della
-roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul
-presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando
-sotto quelle toghe e quei berrettoni la mia gente
-persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi all'improvviso
-a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo,
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-chi di costoro me lo direbbe? quel giudice che
-sonnecchia no certo; e nemmeno il presidente con
-tutto il suo sussiego!»
-</p>
-
-<p>
-Quando poi toccò a me rispondere alle enormi
-pretese della parte avversaria, sorsi baldanzosamente
-a dire che mi opponevo al sequestro, invocando
-il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle
-buone ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo
-essere ascoltati!» — E soggiunsi eloquentemente: — «Non
-siamo più ai tempi dei Faraoni
-e dei re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare
-Amanno senza dargli il tempo di <i>provvedersi
-in appello</i>».
-</p>
-
-<p>
-Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la
-frase fece effetto, e al mio cliente non fu sequestrata
-la roba; segno che la storia può servire a
-qualche cosa.
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Radunai tutta la mia buona volontà, e rubando
-ogni sera mezz'ora alle mie cause e il compendio
-di storia a mio figlio, mi avviai anch'io in mezzo
-agli Assiri e ai Persiani. Camminavo senza fretta,
-non ero punto assetato di scienza storica, come
-potreste credere, e mi bastava precedere d'un passo
-mio figlio nel suo compendio, tanto da non essere
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-esposto a tavola a certe sorprese, che avrebbero
-guastato a me la digestione, a mio figlio il rispetto
-ammirativo che egli doveva all'autore dei suoi
-giorni.
-</p>
-
-<p>
-Le cose andarono bene per un po'; ma venne
-un disgraziato mattino in cui la scolaresca, che era
-rimasta meco in Persia, e precisamente al regno
-di Dario III Codomano, se n'andò, senza avvertirmi,
-in Assiria, e la sera medesima mio figlio, non immaginando
-quanto male mi facesse, nominò alla
-mia presenza Salmanassarre e Sennacheribbo.
-</p>
-
-<p>
-Io prima finsi di non intendere, e fatto un vano
-tentativo per ricondurlo in Persia, dove mi sarei
-ritrovato come in casa mia, fui costretto a lasciarlo
-dire.
-</p>
-
-<p>
-Poi vennero altre sorprese; la geografia, la storia
-sacra e perfino l'aritmetica di mio figlio avevano
-conservato meco dei segreti. Incoraggiati dall'esempio
-del catechismo, che era con me pieno di
-misteri, quei tre libriccini di poche pagine mi tormentarono
-mattina e sera, mi guastarono regolarmente
-il desinare per parecchie settimane, e turbarono
-i miei sonni.
-</p>
-
-<p>
-Io lasciava un sacramento per seguire il corso
-di un fiume americano, che a farlo apposta non
-poteva essere più tortuoso; scendevo un monte
-dopo aver interrogato l'aspetto di un paese, e trovavo
-la geometria piana, una geometria che mi
-facea venir la tentazione di rifar la salita del monte
-e non scendere più alla pianura.
-</p>
-
-<p>
-Cieli misericordiosi! Quanto era grande la mia
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-ignoranza! Non sapevo più nulla, peggio ancora:
-sapevo degli errori, perchè quel po' che mi era
-rimasto in mente era confuso ed inesatto.
-</p>
-
-<p>
-Ripigliare da bel principio tutti i miei studi,
-come se dovessi ancora presentarmi agli esami,
-rifarmi una dottrina nuova, ecco il rimedio eroico;
-ma io fui vile, mi accontentai di rattoppare la mia
-scienza dove lasciava vedere i gomiti e le ginocchia.
-</p>
-
-<p>
-E non andò molto che Augusto mi colse in fallo
-una volta, due, dieci, prima con istupore, poi con
-dolore, da ultimo con malizia. Non mi diceva più,
-come nei bei tempi della sua innocenza: tu sai tutto:
-al contrario gli accadeva di spropositare coraggiosamente
-in faccia mia nelle cose più elementari,
-perfino nei diritti e nei doveri dei cittadini, che
-erano il mio pane quotidiano, e di rifiutare senza
-arroganza, ma con sicurezza, la mia correzione,
-dicendomi la frase sacramentale, che ha fatto impallidire
-tanti genitori:
-</p>
-
-<p>
-— L'ha detto il maestro!
-</p>
-
-<p>
-Evangelina si provava a difendermi, metteva tutte
-le sue forze centuplicate dall'affetto e dalla buona
-fede nel sollevare me sopra il signor maestro; ma
-era inutile. Augusto non diceva già che non fosse
-vero; se non che alla prima occasione mi lasciava
-intendere che sulla mia dottrina famosa non si faceva
-più alcuna illusione, ripetendo quasi sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-— L'ha detto il maestro!
-</p>
-
-<p>
-Ed io studiava in segreto, con un disordine che
-dipingeva lo stato della mia mente, le montagne,
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-le popolazioni, il quadrato dell'ipotenusa, l'eucarestia.
-</p>
-
-<p>
-Invano. Incalzato dal mio destino, venni finalmente
-in faccia alla prova suprema.
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-Avevano dato a mio figlio un difficile problema
-da risolvere, e il poveretto, che non era forte nelle
-matematiche, non se ne poteva cavare.
-</p>
-
-<p>
-— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne
-a dire Evangelina. Questi maestri non so dove si
-abbiano la testa. La bella maniera di tormentare
-un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo
-curvo a tavolino; mi fa proprio pena: dovresti
-aiutarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli
-giova l'andare a scuola? Se i problemi glieli dànno,
-è segno che deve saperli risolvere; e se non sa,
-è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la
-spiegazione; e poi, sono tanto occupato!
-</p>
-
-<p>
-Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente
-a provarsi lei a fare quel che io non volevo, perchè
-poco dopo tornò a dirmi:
-</p>
-
-<p>
-— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria
-piana. Augusto non può risolverlo, piange...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Piange?
-</p>
-
-<p>
-Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello
-stanzino in cui Augusto si torturava da un'ora,
-ebbi come il presentimento d'una catastrofe. Ma
-non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai
-a mio figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso,
-poi, con un po' di sussiego:
-</p>
-
-<p>
-— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di
-mattoni deve consegnare tanti mattoni quanti ne
-occorrono all'ammattonato di una stanza di forma
-trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è
-difficile — dissi. — E non sei buono a cavartene?
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione
-ingenua di altri tempi mista a un
-tantino di stupore. E io soggiunsi:
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il
-còmpito; se i tuoi còmpiti dovessi farli io, sarebbe
-inutile che tu andassi a scuola. Ora però hai lavorato
-troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi
-torna su e ti sarà più facile.
-</p>
-
-<p>
-— È troppo difficile — disse lui.
-</p>
-
-<p>
-— È facile — dissi io.
-</p>
-
-<p>
-Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo
-posto dinanzi al tavolino.
-</p>
-
-<p>
-La misericordia celeste risparmi a ogni padre
-la tortura che provai quella mattina. Ciò che mi
-sembrava facile da lontano, mi apparve irto di
-mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina
-mi stava a guardare, indovinando anche essa
-il mio imbarazzo; io sentiva Augusto che faceva
-il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsa
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-urgente che avevo lasciata sulla mia scrivania,
-e continuavo a star lì come inchiodato,
-sfogliando dispettosamente la geometria piana,
-calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati.
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco la testa mi si empì siffattamente
-di cifre, che non mi raccapezzai più; sbagliavo
-perfino le somme, e per ritrovare l'errore d'unità
-(un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso.
-Mi vennero a dire che un cliente mi voleva parlare;
-gli feci rispondere che ero occupatissimo e
-non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce
-nel mio cervello; il problema mi si affacciò netto,
-e io non istentai cinque minuti a risolverlo.
-</p>
-
-<p>
-— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non
-era facile; io poi non ci ho più pratica...
-</p>
-
-<p>
-Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina
-mi ammirava, nè più nè meno; e io vidi quella
-sua ammirazione passare tutta d'un pezzo nello
-spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su
-e trovò il problema risoluto.
-</p>
-
-<p>
-E non mi parve davvero di aver perduto il mio
-tempo; anzi, rientrando nel mio studio, avevo una
-certa solennità, come se vi portassi la fiaccola della
-scienza.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece
-di tornare da scuola allegro e di far irruzione
-nella mia camera a dirmi che aveva preso dieci
-decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in
-casa come un cane battuto, e se ne stette in cucina.
-</p>
-
-<p>
-E quando io volli sapere che cosa avesse, mi
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-rispose di mala voglia che il problema era sbagliato.
-</p>
-
-<p>
-— È impossibile! — esclamai.
-</p>
-
-<p>
-— Guarda — mi disse melanconicamente mio
-figlio; — doveva dare 4526 mattoni, e invece ne
-dà 3916.
-</p>
-
-<p>
-Io guardai, non vidi nulla. Se tutti quei mattoni
-mi fossero caduti addosso, non mi avrebbero fatto
-tanto male.
-</p>
-
-<p>
-Ma accanto alle sventure il cielo mette le consolazioni,
-e io ne trovai una dinanzi alla scrivania.
-Era Laurina, la piccola studiosa; essa si era arrampicata
-sulla poltrona e leggeva attentamente il codice
-di procedura.
-</p>
-
-<p>
-— Senti, babbo — mi disse appena mi vide entrare — senti;
-la so tutta: «due più due quattro
-più due otto più due dieci più due ventidue più
-due ventiquattro più due trenta.»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<h2 id="intermezzo">INTERMEZZO</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-</p>
-
-<h3><i>Qui l'avvocato Epaminonda Placidi
-narra una scenetta
-che assolutamente non lo riguarda.</i></h3>
-</div>
-
-<p>
-Erano alle frutta; aspettavano il caffè.
-</p>
-
-<p>
-Dopo aver dato una frasetta a dieci argomenti,
-tanto per iscoprire, senza averne l'aria, il sentiero
-in cui si era avviata la mente di suo marito, essa
-fece una smorfietta e tacque. Ma egli, che aveva
-risposto a monosillabi quando essa parlava, non
-si avvide nemmeno che ora incominciava a star
-zitta di proposito, e tirò innanzi per la sua viottola
-solitaria.
-</p>
-
-<p>
-Non camminò un pezzo.
-</p>
-
-<p>
-Essa (cioè la signora Ermenegilda) non tardò a
-capire che bisognava ricorrere a un rimedio eroico,
-e ruppe il silenzio un'altra volta.
-</p>
-
-<p>
-— Ti ho detto quel che mi è capitato stamane?
-</p>
-
-<p>
-— No... che cosa ti è capitato?
-</p>
-
-<p>
-— Era sul Corso... usciva dalla bottega della
-guantaia, no... dalla bottega del... aspetta...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il marito (cioè il signor Ermenegildo), pregato
-così di aspettare, non osava muoversi, ma tanto
-era lontano. Aspettò un pochino; Ermenegilda non
-diceva parola.
-</p>
-
-<p>
-Allora il poveraccio fece uno sforzo eroico, diede
-un'occhiata melanconica ai propri pensieri, e piantando
-gli occhi in faccia alla moglie:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque uscivi dalla bottega della guantaia... — le
-disse. — E poi?
-</p>
-
-<p>
-Ermenegilda fece un atto di trionfo modesto, e
-rispose con un sorriso:
-</p>
-
-<p>
-— Tu eri partito per un paese ignoto; credo
-volessi scoprire le sorgenti del Nilo...
-</p>
-
-<p>
-— Bada che le hanno già scoperte — interruppe
-Ermenegildo ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero? Io non me n'era accorta — disse
-la moglie con un vezzo infantile... — Dunque eri
-assente, viaggiavi coi treni celeri, e io non isperava
-vederti tornare per un gran pezzo... quando
-mi venne la bella idea d'entrare nella bottega della
-mia guantaia; uscendo, veggo che sei lì, ritornato
-col treno celerissimo. Hai fatto buon viaggio?
-</p>
-
-<p>
-— Grazie — disse il marito levandosi da sedere
-e facendo il giro della breve tavola per deporre
-un bacio su quella bocca scherzosa.
-</p>
-
-<p>
-Ermenegilda pigliò il bacio con dignità, ma non
-restituì nulla; e dopo aver aspettato invano, il signor
-marito rifece il giro della tavola e si andò a
-sedere al suo posto.
-</p>
-
-<p>
-— Era proprio distratto — disse.
-</p>
-
-<p>
-Nessun pericolo che si distraesse ancora; teneva
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-i gomiti appoggiati alla mensa, le mani sulle tempie
-e gli occhi spalancati come due finestre a guardare
-in faccia sua moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamo, a che pensavi? — domandò Ermenegilda
-abbandonandosi sull'alto schienale della
-seggiola.
-</p>
-
-<p>
-— Te lo voglio dire; pensavo all'amico Santi.
-L'ultima volta che fu qui, te ne ricordi? Saranno
-due settimane...
-</p>
-
-<p>
-— Più di venti giorni — corresse la moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Già, venti! Come corre il tempo!
-</p>
-
-<p>
-— Questo poi sì; corre!...
-</p>
-
-<p>
-— Dunque — si affrettò a proseguire il marito — dunque
-l'ultima volta che l'amico Santi fu qui...
-ma prima di tutto, come lo giudichi tu l'amico
-Santi? Che indole ti pare che abbia? Sotto la vernice
-fredda dell'uomo che ha sposato la scienza...
-</p>
-
-<p>
-— Scusa, l'amico non ha anche sposato sua
-moglie?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, gli scienziati hanno i loro momenti
-di distrazione...
-</p>
-
-<p>
-— Bada che ti avvii male — disse Ermenegilda,
-senza uscire dalla sua indolenza posticcia.
-</p>
-
-<p>
-— Sei tu che m'interrompi sempre. Ti domandavo
-come giudichi l'amico.
-</p>
-
-<p>
-— È un amico tuo, un amico di casa... io non
-lo giudico.
-</p>
-
-<p>
-— Sei crudele oggi.
-</p>
-
-<p>
-— Mi vendico.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene te lo dirò io che cosa vi è sotto la
-vernice fredda di quello scienziato: vi è un cuore
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-caldo, un'anima poetica, un'immaginazione di cui
-non gli è facile aver sempre le redini in mano.
-</p>
-
-<p>
-— E tutto questo tu l'hai veduto l'ultima volta
-che l'amico Santi fu qui?...
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente; ventidue giorni fa, dunque...
-</p>
-
-<p>
-— Ventitré — corresse la moglie — era un
-mercoledì; non potendo uscire di casa a fare la
-nostra solita passeggiata dopo il desinare, ve ne
-andaste voi due soli, a braccetto come due scapoli,
-e il signorino tornò dopo la mezzanotte...
-</p>
-
-<p>
-— Ora sbagli tu; mancava un quarto d'ora alla
-mezzanotte; l'amico Santi aveva preso il treno
-delle undici e venti; salvo aver le ali del nostro
-merlo, non era possibile essere a casa prima...
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamo il resto — disse Ermenegilda con
-indulgenza.
-</p>
-
-<p>
-Allora Ermenegildo provò a farsi serio, e con
-un tantino di gravità insolita, un tantino appena,
-senza mai staccare gli occhi dal viso della moglie,
-spiccicando le parole con lentezza, parlò così:
-</p>
-
-<p>
-— Si discorreva della vita matrimoniale... non
-so perchè si era venuti su questo discorso... ah!
-perchè pioveva, perchè tu eri rimasta a casa sola...
-Egli mi diceva che fa press'a poco la stessa mia
-vita, che se sua moglie sta a casa, egli appena appena
-si muove a far due passi dopo il desinare,
-poi torna al suo studiolo a leggicchiare, a scrivere
-accanto al fuoco, e che per quanto paia monotona
-un'abitudine tranquilla, la felicità non è mai molto
-diversa.
-</p>
-
-<p>
-Sebbene Ermenegildo avesse continuato a leggere
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-negli occhi della moglie l'effetto d'ogni parola,
-a questo punto s'interruppe per giudicarne meglio.
-</p>
-
-<p>
-Ermenegilda era impassibile.
-</p>
-
-<p>
-— Non è diversa niente affatto — esclamai, e
-gli dissi come la penso io riguardo alla felicità. — Tu
-sai come la penso; dinanzi alla felicità...
-</p>
-
-<p>
-— Dinanzi alla felicità — proseguì la moglie,
-come se recitasse una lezione — gli uomini sono
-tutti eguali: la felicità è nel desiderio; l'uomo che
-più desidera è più felice...
-</p>
-
-<p>
-— Sbagli — Corresse dolcemente il marito filosofo — la
-felicità è nel desiderio d'una cosa che
-si possa ottenere, condito d'un tantino d'incertezza.
-</p>
-
-<p>
-— Ottenuta una cosa — proseguì Ermenegilda — bisogna
-saperne desiderare un'altra...
-</p>
-
-<p>
-— Ma che non sia troppo improbabile o difficile.
-Di coloro che, appena hanno formato un desiderio,
-subito possono soddisfarlo, si deve dire
-che non conoscono la felicità...
-</p>
-
-<p>
-— La quale è un intervallo fra un desiderio e
-la sua soddisfazione. Ed ecco perchè i ricchi e i
-poveri, dove cessano i bisogni imperiosi della fame,
-della sete, del caldo e del freddo, cominciano a
-essere eguali.
-</p>
-
-<p>
-— Bravissima! — diceva Ermenegildo — bravissima! — Ma
-si vedeva chiaro che aveva perduto
-il filo e non sapeva come andare innanzi.
-</p>
-
-<p>
-Ermenegilda gli venne in aiuto.
-</p>
-
-<p>
-— Dicevamo che la vita dell'amico Santi non è
-<i>molto</i> diversa dalla felicità... E quella di sua moglie
-è <i>molto</i> diversa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non lo so, non mi sono informato; in simili
-casi uno non può parlare che per conto proprio.
-Ti credo felice perchè... perchè sono felice
-io con te; ma se andassi a dire agli altri che ti
-faccio felice, che tu mi adori, e che io merito la
-tua adorazione, mi piglierebbero per uno sciocco.
-E poi — proseguì con un'aria baldanzosetta — e
-poi che ne so io veramente se tu sei molto o poco
-felice con me? Posso forse scendere in fondo al
-tuo cuore, visitare tutte le più piccole celle del tuo
-cervello, dove s'annicchia talvolta l'immaginazione
-scontenta?
-</p>
-
-<p>
-Invece di rispondere Ermenegilda sospirò, e il
-povero Ermenegildo non riuscì a capire se facesse
-per canzonatura o per impazienza.
-</p>
-
-<p>
-Era come se avesse infilato una veste nuova in
-cui si trovasse a disagio, e non potesse mutarsela
-perchè già fuori di casa. Veramente la sua disinvoltura
-gli faceva strane smorfie sulla persona; ma
-oramai era avviato, e tirò innanzi.
-</p>
-
-<p>
-— Ermenegildo — mi diceva l'amico Santi — noi
-gente di scienze o di lettere o d'arti abbiamo
-forse un avversario più degli altri; quell'immaginazione
-medesima, che ci dà tante dolcezze, che
-ci incoraggia a salire le alture faticose del vero e
-del bello con la promessa di più ampi orizzonti,
-può darci e ci dà talvolta aspre battaglie. Mentre
-noi siamo tranquilli a casa, al focolare, e guardiamo
-la felicità nella faccia serena della nostra
-compagna, negli occhioni delle nostre creature,
-v'è una parte di noi che se ne va... Dove?... Lontano;
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-a sognare cose nuove: affetti, sorrisi, lagrime;
-a indovinare gli aspetti ignorati della bellezza.
-</p>
-
-<p>
-Ermenegildo pigliò fiato; Ermenegilda, che aspettava
-quel momento, si accontentò di dire con una
-ironia lieve lieve:
-</p>
-
-<p>
-— In sostanza, voialtri uomini di arti o di scienze
-o di lettere non dovreste prender moglie. È una
-idea vecchiotta, ma non quanto la verità, che è
-eterna.
-</p>
-
-<p>
-— Chi dice questo? — interruppe il marito con
-la forza della convinzione. — Lo dicono gli scapoli
-fino a trent'anni; dopo i trent'anni nessuno
-più lo pensa; dopo i quaranta nessuno più lo dice...
-</p>
-
-<p>
-— Il pittore Vaghi lo dice ancora, ed ha sessantacinque
-anni sonati — osservò Ermenegilda
-con malizia.
-</p>
-
-<p>
-— Il vecchio pittore Vaghi ha ricominciato a
-dirlo dieci anni fa, quando si rassegnò a perdere
-interamente la speranza di trovar una moglie giovane
-e bella.
-</p>
-
-<p>
-— Come lo sai?
-</p>
-
-<p>
-— Lo immagino. Egli ha sempre adorato la
-gioventù e la bellezza delle donne; ora ha i capelli
-bianchi e non è ricco... Torniamo all'amico
-Santi.
-</p>
-
-<p>
-Ermenegilda mandò un sospiro o uno sbadiglio
-all'amico Santi, e ripigliò la positura di prima.
-</p>
-
-<p>
-— Vi sono due esseri in noi — prosegui Ermenegildo; — uno
-casalingo, bonaccione, pieno
-di giudizio e d'ordine; l'altro fantastico, insoddisfatto;
-uno si appaga delle cose, l'altro vorrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-le ombre delle cose; forse non è bene, appunto
-quando l'uno dei due ha tutto, che l'altro non abbia
-nulla; potendolo fare senza peccato, perchè quella
-parte di noi che sogna non dovrebbe avere il suo
-alimento? — Così mi parlava l'amico Santi. — Vi
-sono sentimenti (dice lui) che a mia moglie
-non posso esprimere; mi darebbe del matto o si
-spaventerebbe fuor di misura; bisogni, anzi sfumature
-di bisogni, aspirazioni indefinite dell'anima,
-estasi del pensiero (è sempre lui che parla), delle
-quali io mi compiaccio perchè sono una parte non
-indegna del mio essere, e che mia moglie non capisce.
-Un legame di due intelligenze, un interrogarsi
-ed un rispondersi, magari da lontano, di due
-anime che si comprendono, non dovrebbe offendere
-il patto sacro del matrimonio.
-</p>
-
-<p>
-— Amore platonico... — mormorò Ermenegilda.
-</p>
-
-<p>
-— Io direi <i>platonico</i>, se vuoi, ma non direi <i>amore</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Diciamo <i>affetto</i>... diciamo...
-</p>
-
-<p>
-— Diciamo anche <i>affetto</i>...
-</p>
-
-<p>
-Non sapeva che dire; ora la docilità pensosa di
-sua moglie lo imbarazzava peggio della beffa.
-</p>
-
-<p>
-— Insomma tu mi hai capito — ripigliò accalorandosi; — l'amico
-Santi è incapace di fare una
-cosa che possa gettare la più piccola ombra sopra
-sua moglie... e pure... non dovrei dirtelo, perchè
-è una confidenza... e pure...
-</p>
-
-<p>
-— Se non devi dirlo, non lo dire, Ermenegildo:
-è forse meglio.
-</p>
-
-<p>
-Balenava una strana luce negli occhi della bella
-indolente. Era curiosità? era malizia? Ermenegildo
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-ne cercò inutilmente il significato, e riprese smorzando
-di repente quel po' di fuoco che prima aveva
-messo nelle sue parole:
-</p>
-
-<p>
-— Sbagliavo; anzi te lo devo dire. Chi fa una
-confidenza a un uomo ammogliato o a una donna
-maritata, deve sapere di farla a marito e moglie.
-Non è lecito al primo venuto mettere un segreto
-fra due coniugi che si vogliono bene.
-</p>
-
-<p>
-Voleva soggiungere, ed avrebbe fatto bell'effetto
-oratorio: «che fra due coniugi che si vogliono
-bene non deve frapporsi mai nemmeno l'ombra di
-un segreto;» ma si avvide in tempo che egli era
-precisamente avviato a provare l'opposto.
-</p>
-
-<p>
-— Pur troppo! — soggiunse con una faccia da
-sant'Ignazio — pur troppo, poichè la natura umana
-non è perfetta, e vi sono cose che ci affliggono
-senza ragione, qualche piccolo segreto innocente
-nasce talvolta inosservato nel letto nuziale.
-</p>
-
-<p>
-La tenera sposa esalò un sospiro, che poteva
-benissimo significare: «Pur troppo!»
-</p>
-
-<p>
-— Per farla corta: l'amico Santi ha un affetto
-purissimo per una donna. Quest'affetto è la sua
-gioia segreta; e mi ha confessato che spesso, ricevendo
-una lettera di questa lontana amica, a cui
-egli svela i suoi pensieri più riposti, gli pare di
-sentire come una carezza dell'ideale; allora si sente
-più forte, più generoso, più buono e, lo crederesti?...
-anche più affettuoso con la moglie.
-</p>
-
-<p>
-— È strano! — si contentò di dire Ermenegilda.
-</p>
-
-<p>
-— Non è strano niente affatto! Egli sa, cioè
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-teme, di fare un torto a sua moglie... e più si sente
-felice, e più crescono i suoi scrupoli.
-</p>
-
-<p>
-— Ha degli scrupoli?...
-</p>
-
-<p>
-— Sì; chiedeva a me se dovesse smettere o no
-quella corrispondenza...
-</p>
-
-<p>
-— E tu?
-</p>
-
-<p>
-— Io gli dissi... che cosa gli poteva dire io?...
-che, giudicando così all'ingrosso, se non vi era
-pericolo di male, nè di dispiaceri domestici... mi
-pareva... ch'egli potesse alimentare un sentimento,
-che in fondo... non aveva nulla d'ingeneroso.
-</p>
-
-<p>
-— E lui?
-</p>
-
-<p>
-— Egli mi assicura che dispiaceri non ne possono
-nascere, perchè le lettere gli arrivano con un
-recapito segreto.
-</p>
-
-<p>
-— E quella donna ti ha egli detto chi sia?
-</p>
-
-<p>
-— Non mi ha detto altro se non che essa pure
-ha marito.
-</p>
-
-<p>
-— Ti ha detto che fosse giovine e bella?
-</p>
-
-<p>
-— Giovine sì; della bellezza non ne so nulla...
-non se n'è parlato...
-</p>
-
-<p>
-— Si vedono qualche volta?
-</p>
-
-<p>
-— Raramente; egli la vede quando viaggia, ma
-viaggia poco: s'incontrano, ed è come se non fosse
-nulla fra di loro; si riconoscono appena. Tutte
-queste cose, io dico, non accadrebbero, se la società
-stupida e le piccinerie dell'anima umana non
-avessero reso impossibile l'amicizia schietta e palese
-fra un uomo e una donna; se, fuori del matrimonio,
-la malignità non vedesse sempre l'adulterio.
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-Io sostengo che se è prezioso avere un amico
-fidato...
-</p>
-
-<p>
-— Tanto più dolce sarebbe avere un'amica, alla
-quale poter affidare i pesi più delicati dell'anima,
-perchè ci aiutasse a portarli. Forse non hai torto;
-ma io penso a lei, a quella donna maritata, che
-alimenta una fiamma innocente, ma segreta; segreta,
-ma lontana... Ho degli scrupoli per essa. A
-te che ne pare?
-</p>
-
-<p>
-Ermenegildo confessò candidamente che non vi
-aveva mai pensato.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non mi sembra che la cosa cambi... — disse.
-</p>
-
-<p>
-— Io temo di sì...
-</p>
-
-<p>
-— Lo temo anch'io...
-</p>
-
-<p>
-— E pure — si affrettò a dire Ermenegilda — perchè
-un uomo ammogliato possa avere innocentemente
-una... come diciamo?... una corrispondenza
-d'amorosi sensi con la moglie d'un altro, bisogna
-pure che questa moglie d'un altro acconsenta e
-corrisponda...
-</p>
-
-<p>
-— Sicuramente — disse Ermenegildo agitando
-il capo con energia — è sempre il vecchio vizio
-di noi uomini di guardare le cose da un lato solo...
-Sicuramente, perchè un uomo ammogliato possa...
-bisogna pure che ci sia la moglie di un altro, che...
-</p>
-
-<p>
-— E quella incognita non perde nulla ai tuoi
-occhi? La stimi tu egualmente come se non nascondesse
-nulla al marito?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro che la stimo; non dico proprio egualmente...
-cioè sì, la stimo egualmente. La colpa non
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-è sua, se il mondo, se il marito... Certo la stimerei
-di più se... ma bisognerebbe che il marito non
-fosse un uomo volgare...
-</p>
-
-<p>
-Ermenegilda gli aveva fissato gli occhi bene
-aperti in faccia, ed è forse questo che gli imbrogliava
-di nuovo il filo delle idee.
-</p>
-
-<p>
-— Volevo dire che la stimerei di più se potesse
-dir tutto al marito; ma probabilmente se non gli
-dice nulla è perchè suo marito non saprebbe ricevere
-bene una confidenza simile.
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe pur bello — sospirò Ermenegilda — che
-si potesse dire tutto, proprio tutto al marito!
-Che estasi quell'accordo di tre anime!
-</p>
-
-<p>
-Ermenegildo, trionfatore modesto, ancora non
-era arrivato a convincersi della propria vittoria,
-quando a un tratto vide sua moglie sollevarsi a
-mezzo e porgergli la mano attraverso la tavola.
-Ed egli prese quella bella manina, e riconobbe che
-era bianca, grassoccia e bella, proprio bella, ma
-come in sogno.
-</p>
-
-<p>
-— Amico — gli disse Ermenegilda con un tantino
-di enfasi teatrale, che lo svegliò del tutto; — amico,
-io ti ho già troppo offeso tacendo, dissimulando,
-facendo la commedia finora; tu sei degno di saper
-tutto: quella donna, quell'amica lontana del signor
-Santi, sono io! Da un anno egli mi scriveva segretamente
-e io gli...
-</p>
-
-<p>
-Ma era già stretta fra le braccia del marito, e
-un bacio le chiudeva la bocca, non potè terminare
-la frase.
-</p>
-
-<p>
-Si provò più volte a condurre alla fine la sua
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-confessione, sempre invano. Ermenegildo la baciava
-e rideva.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ho detto la verità — soggiunse Ermenegilda
-fra i baci — io non credeva di far male...
-ma non ne ero sicura; il nostro buon amico era
-turbato anche lui... dal rimorso... l'ultima volta che
-fu da noi a desinare, ventidue giorni fa... quel
-mercoledì che pioveva... per poco non ti svelò il
-suo segreto... il nostro segreto... innocente. Ripetimi — soggiunse
-sprigionandosi dalle carezze — ripetimi
-che questa nostra corrispondenza non ti
-offende, che questa tenerezza di due anime...
-</p>
-
-<p>
-A questo punto il contagio dell'ilarità di lui aveva
-preso anche lei.
-</p>
-
-<p>
-— Pietà di me... — mormorò il marito stringendosi
-le costole — non farmi morire così...
-</p>
-
-<p>
-Il riso dell'incredulo Ermenegildo durava ancora,
-quando Ermenegilda si era di già rifatta seria.
-</p>
-
-<p>
-Era entrata nel cervello di quella donnina una
-idea vendicativa.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sono io — ripetè con faccia seria; e il
-marito rise ancora.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sono io — insistè; e il marito non rise
-più, ma venne a lei gravemente, e pigliandole il
-mento con due dita, cominciò:
-</p>
-
-<p>
-— Ho compreso, so tutto quello che mi vuoi
-dire: facili sono le teoriche fatte sulle spalle degli
-altri; l'esempio invece prova...
-</p>
-
-<p>
-Sua moglie lo interruppe:
-</p>
-
-<p>
-— L'esempio non prova nulla di nulla, l'esempio
-è l'accidente, è il caso; la teorica è la dottrina. Ma
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-lo vedo bene io, tu non mi credi, non mi vuoi
-credere. E pure te l'assicuro, Ermenegildo mio, la
-consolatrice lontana del comune amico Santi sono
-io; te ne posso dare le prove...
-</p>
-
-<p>
-Ermenegilda frugò nelle proprie tasche, poi porgendo
-un foglio al marito, che non fu pronto a
-pigliarlo, soggiunse semplicemente:
-</p>
-
-<p>
-— Leggi.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta Ermenegildo si fece pallido; Ermenegilda
-battè le mani.
-</p>
-
-<p>
-— Ti ho fatto paura! — esclamò l'astuta donnina
-con un impeto di gioia — ora sono vendicata!
-</p>
-
-<p>
-— Dammi quel foglio — balbettò Ermenegildo...
-</p>
-
-<p>
-Lo prese e lo lesse da cima a fondo con molta
-gravità.
-</p>
-
-<p>
-Era un autografo della modista; vi si parlava di
-un cappellino di paglia di Firenze, con piume,
-nastri, blonde, fiori e simili, d'un cappellino non
-ancora saldato che costava meno di nulla, d'un
-cappellino assolutamente indegno di coprire una
-testina così accorta.
-</p>
-
-<p>
-— Signora — disse Ermenegildo con una severità
-burlesca — questo foglio mi appartiene.
-</p>
-
-<p>
-Ermenegilda chinò il capo, rassegnata alla propria
-sorte. Più volte in quella giornata memoranda,
-la risata nacque sulle labbra dei due coniugi;
-rinacque repentinamente e rimorì fra gli spasimi
-d'una lunga agonia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-</p>
-
-<h2 id="pagnera">LA PAGINA NERA</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Avevo il cuore turbato, ma la faccia ridente per
-ingannare Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai? — mi disse vedendomi.
-</p>
-
-<p>
-— Nulla; i bambini?
-</p>
-
-<p>
-— Giocano.
-</p>
-
-<p>
-Sorrisi meglio, e volli darle un bacio, ma a
-mezza via ella tirò indietro il capo per guardarmi
-negli occhi. Allora mi vidi scoperto.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai? — insistette; e la paura, entrando
-nel suo cuore di sposa e di madre, le faceva abbassare
-la voce.
-</p>
-
-<p>
-— Nulla — ripetei. — I bambini giocano?
-</p>
-
-<p>
-— Sì... Augusto! Laurina! — gridò la povera
-mamma.
-</p>
-
-<p>
-Giungono di corsa i due cari monelli. Augusto
-è il primo, e con un salto mi viene sulle braccia;
-Laurina, che lo segue da vicino, mi si butta tra le
-gambe.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-</p>
-
-<p>
-È un assalto di baci e di domande: Augusto
-parla, Laura ripete le sue parole. Ma oggi io non
-ascolto quella musica, quasi non l'intendo. Le guardo
-a lungo, poi le bacio a lungo, le mie creature; sento
-per la prima volta un sapore amaro alla mia grande
-dolcezza. Uno sguardo pietoso di Evangelina mi
-va cercando l'anima; comprendo che la poveretta
-soffre, spiccico dalle mie gambe la tenace Laurina,
-poi lascio scivolare Augusto.
-</p>
-
-<p>
-— Andate a giocare, ma state buoni, non correte
-troppo, per non sudare... la finestra è chiusa?
-</p>
-
-<p>
-I bimbi non rispondono; sono già in cucina.
-</p>
-
-<p>
-— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti
-Augusto che fa le due parti di tamburino e di
-generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta
-alle calcagna per fare l'esercito.
-</p>
-
-<p>
-La poveretta stette zitta un momento, poi mi
-chiese con voce in cui tremavano tutte le corde
-materne:
-</p>
-
-<p>
-— Che è stato?
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi
-tanto pensiero, come se dovesse subito toccare la
-stessa disgrazia anche a noi.
-</p>
-
-<p>
-— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva
-meno rinfrancata.
-</p>
-
-<p>
-— Quando un tegolo casca sul capo d'una persona
-di nostra conoscenza...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-</p>
-
-<p>
-Io vidi sulla faccia della mia povera compagna
-qualche cosa che non m'aspettavo dal mio paragone
-spropositato; allora m'interruppi e dissi cambiando
-tono di voce:
-</p>
-
-<p>
-— Via, non ti spaventare anche tu più del necessario;
-all'avvocato Marozzi è morto il figlio
-l'altra notte, ecco tutto... e ti dicevo appunto che
-non è una buona ragione...
-</p>
-
-<p>
-— È morto di angina maligna? — interruppe
-Evangelina, che si era fatta pallidissima.
-</p>
-
-<p>
-— Già, di angina maligna — balbettai; — ma
-venivo dicendo a me stesso che non è una buona
-ragione di spaventarsi tanto... che quando una tegola
-cade sul capo, mettiamo pure di un amico,
-non perciò esciamo di casa con la tremarella e
-abbiamo paura di tutte le grondaie.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi fe' cenno di star zitto, e stette
-in ascolto; dalla cucina e dall'anticamera giungeva
-fino a noi il chiasso del tamburo di guerra, interrotto
-con gran frequenza dagli ordini del generale.
-La disciplina non impediva all'esercito di unire ogni
-tanto la sua voce a quella del comando.
-</p>
-
-<p>
-— Era un bel ragazzo — disse mia moglie fissando
-gli occhi nella parete — robusto, forte, ed
-è morto così?
-</p>
-
-<p>
-— In pochi giorni...
-</p>
-
-<p>
-— E i medici?
-</p>
-
-<p>
-— I medici non ne capivano nulla, gli bruciavano
-la gola, gli davano del chinino; ieri l'altro
-stava meglio, ieri è morto.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina si coprì la faccia con le mani, poi
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-si scosse, e le brillava negli occhi un'energia selvaggia
-quando chiamò una seconda volta:
-</p>
-
-<p>
-— Augusto! Laura!
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Si udì nella stanza vicina la voce del generale,
-che ordinava di rompere le file, e immediatamente
-fu visto l'esercito approfittare della licenza per venire
-ad abbracciare la mamma.
-</p>
-
-<p>
-Augusto, non essendo potuto arrivare prima della
-sorella, aspettò d'essere chiamato una seconda volta
-e si affacciò all'uscio; ma era ancora occupato a
-cacciare le molle del comando in un fodero ideale.
-</p>
-
-<p>
-— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina
-scherzosamente — dritti tutti e due; bene; ora
-mettete fuori la lingua... benone; ed ora ricacciatela
-dentro...
-</p>
-
-<p>
-Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di
-aver trovato quest'altro giuoco, che si poteva fare
-con la mamma, e continuarono a star lì, a bocca
-aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un
-riso rauco, giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca
-d'Augusto per farli smettere tutti e due, perchè
-quando Laurina non si credette nell'obbligo di secondare
-il fratello maggiore, disse col suo solito
-sussiego: «che ridere!» e non rise più.
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu,
-Augusto, non ti senti un po' male al capo,
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite
-dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire?
-</p>
-
-<p>
-Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca.
-</p>
-
-<p>
-— Sta a vedere — disse; e ne addentò un
-grosso boccone che fece sparire prontamente.
-</p>
-
-<p>
-— Sta a vedere... — cominciò a dire Laurina
-frugando nel suo vestitino senza tasche; la mamma
-la interruppe con un bacio.
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna dirlo subito alla mamma appena vi
-sentite un po' di male al capo o in gola. Ed ora
-andate pure a giocare; ma non correte troppo per
-non sudare.
-</p>
-
-<p>
-Invece di sfoderare le molle del comando, mio
-figlio sciolse alla nostra presenza la corda che gli
-serviva di cinturino, e dichiarò alla sorella che bisognava
-cambiar giuoco.
-</p>
-
-<p>
-— Faremo il giuoco del medico — disse; — tu
-sarai l'ammalata ed io verrò a guarirti.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì, — disse Laurina — facciamo il giuoco
-del medico.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Era entrato un nemico in casa nostra, la paura.
-La nostra felicità medesima gettava una grande
-ombra intorno a sè; ogni nostra contentezza moriva
-in un'idea superstiziosa: «siamo stati troppo
-fortunati finora!».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-</p>
-
-<p>
-Con la speranza di leggere che l'angina maligna
-era scomparsa interamente, o che avevano trovato
-il rimedio infallibile per combatterla, io apprendeva
-mattina e sera il numero dei <i>casi</i>, e tutte le dicerie
-strane che si facevano intorno alla nuova malattia.
-</p>
-
-<p>
-— Un giorno un medico condotto, che subito
-pigliò agli occhi miei l'aspetto di un genio sagrificato
-in un paesello, mandò la prima ricetta contro
-l'angina maligna, assicurando che con quel sistema
-di cura tutti i suoi ammalati erano guariti.
-</p>
-
-<p>
-Ed io sentii la tentazione di correre in piazza
-e radunarmi molta gente intorno per leggere la
-ricetta, e mi domandai sul serio se non vi fosse
-mezzo di obbligare tutti i medici, fossero anche
-famosi, a tentare la cura di quel medico condotto.
-</p>
-
-<p>
-«Perchè già, pensavo malignamente, a questi
-signori medici della città non parrà decoroso lasciarsi
-fare la lezione da un collega della campagna».
-</p>
-
-<p>
-A buon conto io tagliai con le forbici quella
-ricetta preziosa e la serbai nel taccuino.
-</p>
-
-<p>
-Ma il giorno dopo, altri due medici di campagna
-si credettero in dovere di far conoscere al pubblico
-il loro metodo di cura; ed erano due metodi
-differentissimi fra di loro; e, cosa bizzarra ma
-crudele nella sua amenità, non rassomigliavano neppure
-al metodo del primo medico, sebbene fossero
-infallibili tutti e due.
-</p>
-
-<p>
-Io tagliai con le forbici anche quelle ricette, e
-serbai anche quelle per iscarico di coscienza, salvo
-a decidere se meritasse la preferenza il sugo di
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-limone, l'acido fenico, o il ghiaccio puro. Un po'
-di scetticismo era già entrato nella mia mente turbata,
-ma credevo ancora che uno di quei tre rimedi
-fosse il <i>buono</i>.
-</p>
-
-<p>
-In seguito le ricette si moltiplicarono, e i <i>casi</i>
-pure.
-</p>
-
-<p>
-Continuavo per abitudine la mia raccolta, finchè
-un giorno Evangelina mi disse con un sorriso
-amaro:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa dovrebbe fare una povera madre?
-Mettere tutte le ricette in un cappello e farne
-estrarre una dal suo piccolo ammalato...
-</p>
-
-<p>
-— Oppure — dissi — provarle una dopo l'altra.
-</p>
-
-<p>
-— Ieri — mi rispose con voce rauca — un bambino
-di sei anni fu colto dalla malattia mentre giocava
-ed è morto stamane; l'altro giorno il figlio
-di un medico se ne andò all'altro mondo in poche
-ore.
-</p>
-
-<p>
-— Come lo sai? — chiesi.
-</p>
-
-<p>
-Anche mia moglie da qualche tempo leggeva le
-gazzette.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Io la udiva da un pezzo la voce arcana che annunzia
-il dolore, ma cercavo d'ingannare me stesso
-e di riconfortare Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Le nostre traversie le abbiamo avute — dicevo; — abbiamo
-penato la nostra parte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-</p>
-
-<p>
-E frugavo nel passato cercando di radunare tutti
-i dolori dimenticati della nostra vita per farmene
-uno scongiuro, o per lo meno una speranza.
-</p>
-
-<p>
-— Ti ricordi quel giorno che in tutta la casa
-dell'avvocato Placidi non era rimasto un quattrino?
-</p>
-
-<p>
-— E che ti toccò mettere a pegno il tuo <i>Vacheron</i>...
-Se me lo ricordo! — sospirava mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Non fu una volta sola — insistevo frugando
-ancora; mi sta fisso in mente un certo Natale che
-ci rimangiammo il povero <i>Vacheron</i>, tante volte
-mangiato e rimangiato. E ti ricordi quando Augusto
-s'ammalò stando a balia! che sgomento! E quando
-Laurina ebbe quel grosso furuncolo e bisognò far
-venire un chirurgo dell'Ospedale Maggiore per
-tagliarlo — che orrore!... E la costipazione tremenda
-che ti aveva tolto la voce! E... e...
-</p>
-
-<p>
-— E la morte violenta del nostro merlo per
-avere inghiottito un ago da cucire? — diceva Evangelina
-mettendo una nota schietta in quella falsa
-elegia.
-</p>
-
-<p>
-— Tu scherzi ora; ma di' non fu anche quello
-un dolore?
-</p>
-
-<p>
-— Non dico di no.
-</p>
-
-<p>
-— Sta zitta — concludevo con un gemito da
-ipocrita — che abbiamo sofferto abbastanza.
-</p>
-
-<p>
-Non era vero, e lo sentii ben io quando Evangelina
-soggiunse in buona fede:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma è passato tanto tempo, ed ora siamo
-così felici! E quante gioie non abbiamo avuto in
-compenso!
-</p>
-
-<p>
-Stette un po' a pensare, e in un momento potè
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-raccogliere nel passato tante contentezze comuni,
-e le vide uscire dalla dimenticanza così vive e così
-fresche ancora, che la sua faccia s'illuminò d'un
-sorriso.
-</p>
-
-<p>
-— Non ci badasti mai? — mi disse poi. — Le
-nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori no, il
-cuore li seppellisce.
-</p>
-
-<p>
-— No, non me ne sono mai accorto.
-</p>
-
-<p>
-— Io sì; quando mi provo a rifarmi col pensiero
-i godimenti vecchi vi riesco, ed è un godimento
-nuovo; e se volessi addolorarmi sul serio
-perchè tanti anni fa ti toccò mettere a pegno il
-tuo <i>Vacheron</i>, o perchè l'anno scorso Laurina ebbe
-un rosso furuncolo...
-</p>
-
-<p>
-— E se fosse morta? — interruppi brutalmente.
-</p>
-
-<p>
-Essa ammutolì e mi guardò in viso sbigottita.
-</p>
-
-<p>
-Povero cuor di madre!
-</p>
-
-<p>
-Invano io mi chiudo all'immagine del dolore; il
-dolore è qua, e mi dice: — «prepàrati a soffrire».
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Eravamo a tavola.
-</p>
-
-<p>
-Augusto aveva mangiato la zuppa dichiarando
-che lo faceva per accontentare la mamma; non
-gli avevamo badato — era tanto burlone! Ma
-quando venne in tavola il lesso, egli prese il suo
-piatto e lo capovolse bruscamente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che maniere sono queste? — domandò mia
-moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Non voglio mangiare — rispose Augusto.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai? Non ti senti bene?
-</p>
-
-<p>
-Sostenne che non aveva nulla, ma che non voleva
-mangiare.
-</p>
-
-<p>
-— Fa come il Nini — entrò a dire Laurina. — L'ha
-visto fare al Nini; il Nini fa sempre così a
-tavola.
-</p>
-
-<p>
-Poteva essere. La vigilia era stato invitato a desinare
-da un vicino di casa per far compagnia al
-Nini, una personcina potentissima, che trattava i
-suoi genitori con molta severità.
-</p>
-
-<p>
-— È uno scherzo — dissi allora.
-</p>
-
-<p>
-Non era uno scherzo.
-</p>
-
-<p>
-— È un capriccio? — chiesi sentendo che mi
-bisognava far la voce grossa. — Dà qua il piatto.
-</p>
-
-<p>
-Allora Augusto, invece di ubbidire, mi guardò
-in viso, scostò la seggiola dalla mensa, e lasciandosi
-scivolare a terra, fece atto di allontanarsi.
-</p>
-
-<p>
-Fummo in piedi a un tempo, Evangelina ed io,
-tremanti entrambi.
-</p>
-
-<p>
-— Augusto! — balbettai.
-</p>
-
-<p>
-— Augusto mio — gridò la povera madre — che
-hai?
-</p>
-
-<p>
-— Non ho nulla — disse il piccolo ribelle.
-</p>
-
-<p>
-Gli toccai la fronte. Scottava.
-</p>
-
-<p>
-Sentendosi finalmente compreso, Augusto non
-si ribellò più. Io lo presi in braccio e corsi a deporlo,
-così vestito, nel suo lettuccio.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi era venuta dietro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pallidi, muti, ci curvammo sopra di lui.
-</p>
-
-<p>
-Egli non aveva voglia di rispondere alle nostre
-domande, ed era già pentito d'aver fatto il cattivo;
-per contentarci cercava di sorridere.
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà avvertire il medico — mi disse
-Evangelina affannosamente; — manda la fantesca,
-io lo spoglio e lo metto a letto.
-</p>
-
-<p>
-M'avviai come un condannato; gli occhi di
-Augusto mi accompagnarono fino sull'uscio.
-</p>
-
-<p>
-Passando dinanzi alla stanza da pranzo, vidi
-Laurina, che era rimasta a sedere sulla sua seggiola
-alta.
-</p>
-
-<p>
-Essa mi chiamò:
-</p>
-
-<p>
-— Babbo? perchè Augusto faceva il cattivo?
-</p>
-
-<p>
-— È ammalato — risposi senza muovermi.
-</p>
-
-<p>
-— Senti, babbo — mi disse — vieni qua.
-</p>
-
-<p>
-E quando le fui vicino, volle che mi chinassi
-per dirmi all'orecchio:
-</p>
-
-<p>
-— Non l'hai sgridato, non è vero?
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco
-a visitare il piccolo ammalato.
-</p>
-
-<p>
-Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!»
-È il trastullo degli sventurati. Quando un vento
-maligno ha scoperchiato la casa e si è portato via
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-tutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa
-l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine,
-raccoglie i fuscelli e le bricciole e se ne fa uno
-strano balocco. Ogni cosa intorno a lui piange, ed
-egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a
-una voce che canta.
-</p>
-
-<p>
-A me quella voce aveva detto che la malattia
-di Augusto era una cosa da nulla, una infreddatura,
-una leggera gastrica; e me lo continuò a dire con
-un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale
-del mio caro infermo, quando la faccia del medico
-si era oscurata, e già l'anima mia aveva letto la
-propria condanna.
-</p>
-
-<p>
-Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo
-interrogare il medico mentre scriveva la ricetta,
-quando egli si rivolse a me per dirmi che bisognava
-mettere le pezzuole fredde sulla gola del
-piccolo ammalato e mutargliele con frequenza, e
-che si doveva fargli tenere continuamente dei pezzetti
-di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata
-di chinino ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo
-a ogni consiglio, ma non osava domandare come
-si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo.
-</p>
-
-<p>
-In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio
-di chiedere:
-</p>
-
-<p>
-— V'è pericolo?
-</p>
-
-<p>
-— Non si può dire nulla per ora — rispose il
-medico: — queste malattie sono insidiose; vedremo
-stasera. Bisognerà pure allontanare la sorellina.
-</p>
-
-<p>
-Allora soltanto balbettai:
-</p>
-
-<p>
-— Angina maligna, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Già, già — disse il medico — angina maligna.
-</p>
-
-<p>
-— Però non è delle più gravi?
-</p>
-
-<p>
-Volevo essere ingannato ed egli mi comprese:
-</p>
-
-<p>
-— Non pare delle più gravi; vedremo stasera.
-</p>
-
-<p>
-Se ne andò; noi ci trovammo soli nelle braccia
-l'un dell'altro, dimentichi della vita, del dovere, del
-nostro dolore medesimo, perfino della nostra creatura,
-per singhiozzare come fanciulli.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! non piangere così, almeno tu — mi
-disse Evangelina; — mi fa troppo male.
-</p>
-
-<p>
-E io sorrisi, me ne ricordo...
-</p>
-
-<p>
-In quel mentre udii parlare nella cameretta di
-Augusto; accorsi. La piccola Laurina era là, al
-capezzale del fratellino, e si rizzava in punta di
-piedi per guardarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Va via — gridai con collera.
-</p>
-
-<p>
-Essa mi guardò, non mi comprese e venne a
-buttarmisi fra le ginocchia ridendo.
-</p>
-
-<p>
-Quella sera medesima Laurina ci abbandonava;
-quando attraversò il cortile tenuta per mano da
-un amico, che non aveva avuto paura di portarsi
-a casa il contagio, e si volse a salutare i genitori
-che stavano alla finestra; quando ci gridò: «torno
-subito», mi parve che se ne andasse l'ultima immagine
-ancora intatta della nostra felicità.
-</p>
-
-<p>
-La piccina sparve, e una voce mi disse: «tu
-non la rivedrai se non quando il tuo destino sarà
-compiuto». E un'altra voce mi disse: <i>Coraggio</i>.
-Era quella di Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-Ci stringemmo per mano, e così uniti movemmo
-incontro al fantasma della morte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Cominciarono giorni crudeli, passati nell'aspettazione
-delle paure notturne.
-</p>
-
-<p>
-Ah! quelle notti eterne vegliate al capezzale di
-una creatura adorata, solo, con la mente ingombra
-di terrori, in una cameretta, le cui sembianze si
-trasformavano paurosamente agli occhi miei allucinati
-dal sonno!
-</p>
-
-<p>
-Io lo vedo ancora il mio bimbo malato; veglio
-e mi par di dormire, dormo e mi par di vegliare,
-e ancora lo guardo, povera sentinella dell'amore,
-quando non discerno più nulla.
-</p>
-
-<p>
-Poi mi scuoto, interrogo l'orologio, mi avvicino,
-muto le pezzuole agghiacciate sulla gola del mio
-bimbo e comincio l'invariabile tortura.
-</p>
-
-<p>
-— Augusto!
-</p>
-
-<p>
-Non mi risponde: apre un occhio, mi guarda,
-m'implora.
-</p>
-
-<p>
-— Augusto, bisogna prendere la medicina.
-</p>
-
-<p>
-Egli geme; il chinino non gli piace, e suo padre
-è inesorabile.
-</p>
-
-<p>
-— È la cosa d'un momento, un sorso solo.
-Piglialo per farmi piacere.
-</p>
-
-<p>
-Egli guarda me, guarda la medicina, vuol farsi
-forza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì... ora la piglio, ecco... un momento
-ancora... aspetta.
-</p>
-
-<p>
-Prego e comando, scherzo e minaccio d'andar
-in collera, poi guardo l'orologio... ah! i minuti
-volano, e se non piglia il chinino, il mio bimbo
-morrà!
-</p>
-
-<p>
-— Senti — gli dico allegramente — lo piglierai
-da solo; io vado un momento di là, torno e tu
-lo hai preso. Vediamo un po' se sei capace di far
-questo!... Poi lo diremo alla mamma, che sarà
-contenta di te.
-</p>
-
-<p>
-Allora egli ha pietà del mio strazio e trangugia
-la bevanda amara; ed io respiro perchè ho mezz'ora
-di pace!
-</p>
-
-<p>
-Ecco, ripassano dinanzi agli occhi miei tutti gli
-spettri melanconici della veglia; i mobili scricchiolano,
-e a ogni nuovo rumore è una orrenda
-immagine.
-</p>
-
-<p>
-A intervalli guardo nell'anima mia, e mi piglia
-un'immensa pietà di me stesso. Quale rovina!
-Nulla più vi rimane, nemmeno l'amore forse. Mi
-pare che si venga formando nel mio cervello un
-pensiero egoistico capace di lottare con la sventura
-e vincerla. Già dico fra me e me: «che bella
-cosa essere indifferenti a tutto!»
-</p>
-
-<p>
-Non è forse il principio dell'indifferenza? Vi penso.
-</p>
-
-<p>
-«Che m'importa della casa, della mia poca ricchezza
-che m'è costata tanto? Che m'importa del
-mio nome, della mia fama? Sono stato veramente
-uno sventato. Ero forte e baldanzoso, potevo rimanere
-solo a sfidare la povertà e la vita!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non avrei oggi mio figlio morente! E dove
-sarebbe Augusto? E di chi sarebbe la mia Evangelina
-che amavo tanto? L'amore! Che cosa è
-l'amore? Il dolore forse. E il dolore che cos'è?»
-</p>
-
-<p>
-Una mano mi regge il capo, che lotta a fatica
-col sonno.
-</p>
-
-<p>
-— Vatti a riposare — mi dice Evangelina — sono
-qua io.
-</p>
-
-<p>
-Apro gli occhi e guardo quel viso bianco e
-melanconico. Mi sembra d'amare ancora.
-</p>
-
-<p>
-— Hai dormito? — domando a mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, e ho fatto un bel sogno; come ho io
-potuto fare un bel sogno?
-</p>
-
-<p>
-— Un bel sogno! — ripeto senza avvedermene.
-</p>
-
-<p>
-Essa mi comprende, mi piglia per mano e mi
-conduce presso al letto della nostra creatura.
-</p>
-
-<p>
-— Non ti sembra che stia meglio? — mi dice. — Il
-suo sonno è tranquillo. Tu sei stanco — soggiunge: — povero
-Epaminonda!
-</p>
-
-<p>
-— Povero Epaminonda! — ripeto con un sorriso
-amaro.
-</p>
-
-<p>
-Allora essa mi stringe forte la mano, si rizza in
-punta dei piedi e mi porge la guancia.
-</p>
-
-<p>
-— Bacia qua — mi ordina con dolcezza; — così;
-ora bacia tuo figlio in fronte senza svegliarlo,
-e ora va a riposare.
-</p>
-
-<p>
-Sento che un po' di quella forza femminile penetra
-nel mio cuore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-Mi vado a buttare vestito sopra un letto, e provo
-a chiamare il sonno; ma il sonno, cacciato per
-lunghe ore come un importuno, ora non viene.
-Chiudendo gli occhi vedo delle figure strane accostarsi
-al mio letto; mi sembra d'essere caduto
-in mezzo a una popolazione smorfiosa e occupata
-unicamente di me. Sono faccette sorridenti o beffarde;
-e basta ch'io apra gli occhi perchè si rimpiattino
-negli angoli della stanza.
-</p>
-
-<p>
-Porgo orecchio e non odo verun rumore. Potessi
-almeno dormire! Potessi dimenticare per un'ora
-sola la mia sventura!
-</p>
-
-<p>
-Richiudo gli occhi; ecco ancora i fantasmi;
-provo a fissare col pensiero altre immagini, e
-riesco, e spesso la mia mente è lontana; ma essi,
-tenaci, sempre al mio capezzale.
-</p>
-
-<p>
-Ora sono con la mia Laurina, voglio essere con
-lei sola; il dolore mi ha fatto ingiusto; e in questi
-giorni l'ho dimenticata. Che fa essa in questo momento?
-Dorme. E io la vedo in una camera ignota,
-in un letto non suo, con la manina sotto la guancia
-e con le labbra socchiuse.
-</p>
-
-<p>
-Mentre pensavo alla mia bimba, e coll'intensità
-del desiderio me la raffiguravo in quell'atto, cento
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-fantasmi mi sono passati dinanzi e mi hanno fatto
-la loro smorfia; eccone degli altri; un visino di
-donna che sorride, una testa scapigliata di fanciulla
-che sorride ancora, una faccia dolente che non
-sorride più, un volto rugoso che minaccia.
-</p>
-
-<p>
-Per un pezzo è questo il mio sonno; poi, non
-so quando, non so come, la folla si dirada, scompare,
-e io torno al capezzale d'Augusto. Finalmente
-dormo.
-</p>
-
-<p>
-Dormo, ed ecco il mio sogno.
-</p>
-
-<p>
-È notte alta. Evangelina si riposa nella camera
-vicina, e io veglio co' miei pensieri al capezzale
-di Augusto. Rifaccio tutta la via percorsa dal giorno
-che ho conosciuto Evangelina; ritrovo tutte le mie
-gioie, e m'avvedo ch'erano nient'altro che speranze;
-perchè quando io avea assaporato una comodità
-domestica o una soddisfazione d'amor proprio, si
-sottintendeva sempre che tutto ciò era per i miei
-figli.
-</p>
-
-<p>
-Ritrovo pure i miei vecchi dolori, e misurandoli
-con l'immenso dolore presente, mi sembrano indegni
-d'avermi fatto soffrire. Non aveva io perduto
-l'appetito la prima volta che il cronista di una
-gazzetta aveva scritto di me che ero troppo grave,
-e della mia eloquenza che era vecchiotta e sentimentale,
-portando invece alle stelle l'arguzia e l'efficacia
-dell'avvocato Righi mio rivale? E sentendomi
-ripetere dallo stesso cronista le medesime
-censure, e sentendo dire ancora dell'avvocato Righi
-che era <i>arguto</i> ed <i>efficace</i>, e ciò alla distanza di un
-mese, con le identiche parole, come se l'industrioso
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-cronista le avesse incise nell'acciaio o nel marmo,
-anzichè stampate in un'effemeride, non avevo io
-avuto la dabbenaggine di perdere un'ora del mio
-tempo a far la critica coscienziosa della mia eloquenza
-e della mia gravità per vedere d'emendarmi?
-</p>
-
-<p>
-Sì, io aveva fatto questo e altro nel buon tempo.
-</p>
-
-<p>
-E penso: se quel cronista mi volesse fare la
-compitezza di stampare domani che io sono un
-asino, anzi un cretino, che ho scroccato la mia
-riputazione nel foro, e che invece l'avvocato Righi
-è un colosso?
-</p>
-
-<p>
-Non avrebbe poi torto; io devo essere un asino;
-l'altro è un colosso, e io non me ne avvedo perchè
-sono un cretino.
-</p>
-
-<p>
-E proseguo a fare io stesso l'opera del cronista;
-mordo la mia vanità d'avvocato per calmare l'ambascia
-paterna; così nei dolori cocenti troviamo un
-sollievo pizzicandoci a sangue le carni.
-</p>
-
-<p>
-E se domani quel critico mi venisse innanzi per
-godersi il mio imbarazzo, ed io dovessi aprirmi
-il petto con le mie unghie, per dirgli: «Guarda,
-il mio bimbo è morto».
-</p>
-
-<p>
-Io grido nel sonno, e mi pare di svegliarmi a
-quel grido, e che il mio bimbo mi chiami al suo
-capezzale per dirmi:
-</p>
-
-<p>
-«Babbo, non piangere; non lo dire alla mamma,
-io muoio».
-</p>
-
-<p>
-Allora mi sveglio davvero, e mentre riconosco
-d'essere nel mio letto e d'aver sognato, spalanco
-gli occhi nel buio e tremo. Se il mio sogno fosse
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-un avviso, e il mio Augusto dovesse proprio morire!
-Se agonizzasse ora! Se fosse morto!
-</p>
-
-<p>
-Ascolto; per un po' non si ode nessun rumore,
-poi il canterano scricchiola e l'armadio gli risponde.
-Ah! È un segnale!...
-</p>
-
-<p>
-— Evangelina! — chiamo affacciandomi all'uscio
-della cameretta.
-</p>
-
-<p>
-E mi si offre allo sguardo l'aspetto invariato
-della mia sventura; il nostro bambino che soffre,
-la povera madre, che volge verso di me la faccia
-patita ma serena.
-</p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-
-<p>
-Non sono ancora uscito di casa dacchè pende
-sopra mio figlio la minaccia della morte.
-</p>
-
-<p>
-Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa,
-spingo l'occhio, a traverso il cortile, fino al portone
-d'ingresso, e di là sopra un pezzo della via
-solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di
-cui non vedo altro che l'estremità, come un compasso
-dimezzato. Ed il mio pensiero si stacca istintivamente
-dalla sua ambascia per fantasticare su
-quelle monche visioni.
-</p>
-
-<p>
-«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano
-calzoni di tela azzurra, dunque erano sicuramente
-di un operaio; e queste invece sono di un
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-accattone; si muovono così lente, che ho il tempo
-di esaminarle, pare che fatichino a trattenere i cenci
-di cui sono coperte, ed hanno ai piedi certe ciabatte
-senza tempo e senza nome».
-</p>
-
-<p>
-La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando,
-che quasi dimentica la mia sventura.
-</p>
-
-<p>
-Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio
-bimbo soffre mi stringe il cuore come uno sconforto
-nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso il chinino
-poc'anzi, mi posso trastullare ancora.
-</p>
-
-<p>
-Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro
-per lasciarmi riaffacciare alla vita.
-</p>
-
-<p>
-Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui
-l'impreveduto soltanto mi pare formare la grande
-attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre.
-</p>
-
-<p>
-«Scommetti, dico a me stesso, che prima a
-passare sarà una donna?» — «No, sarà un uomo». — Si
-ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho
-vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma
-che uomo? Presto, si avvicina... Non vi può essere
-dubbio, un damerino; ha stivali canterini.
-</p>
-
-<p>
-Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono
-portati da due gambe sbilenche che i calzoni
-non hanno potuto seguire in quella via tortuosa
-fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del
-piede.
-</p>
-
-<p>
-Dunque non l'impreveduto soltanto forma la
-grande attrattiva del mio giuoco; vi è anche la
-sorpresa.
-</p>
-
-<p>
-E vi è altro.
-</p>
-
-<p>
-Uno strano rumore giunge fino a me; non è
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-un passo, non è la ruota d'una carriola a mano,
-non è una gruccia, non è nemmeno il picchio sordo
-d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un
-rumore strascicato come d'un fardello di cenci che
-venga spinto sul marciapiedi... Eccolo!
-</p>
-
-<p>
-O severa natura, quale spettacolo!
-</p>
-
-<p>
-Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto
-il mio prossimo che fino all'altezza del ginocchio,
-mi appare tutta quanta una figura umana, che giace
-quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo
-appoggiata sopra una base di legno, e cammina
-con le mani, trascinando le gambe paralitiche e
-contorte.
-</p>
-
-<p>
-Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava
-una mano dalla grossa ciabatta in cui la nasconde,
-e rimanendo appoggiato a terra coll'altra, si asciuga
-il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia.
-</p>
-
-<p>
-Dove va? Dove andiamo?
-</p>
-
-<p>
-Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di
-mio figlio:
-</p>
-
-<p>
-— Augusto, bisogna prendere la medicina.
-</p>
-
-<h3>IX.</h3>
-
-<p>
-Un giorno Evangelina vuole che io esca, che
-vada a respirare una boccata d'aria buona, ed io
-ascolto la strana proposta crollando il capo. E mia
-moglie insiste.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non vi è nessun pericolo — dice. — Augusto
-non istà peggio del solito; va a spasso, ti farà
-bene.
-</p>
-
-<p>
-È vero, Augusto non sta peggio del solito; e
-io non sto meglio affatto. Una boccata di aria
-buona mi farà bene: se dovrò vegliare, chi sa
-quante notti ancora, non mi devo ammalare. Dò
-retta ad Evangelina, esco.
-</p>
-
-<p>
-Giunto sul cortile, mi volto, e sono tentato di
-risalire le scale; non ho cuore di abbandonare la
-mia creatura.
-</p>
-
-<p>
-Ma Evangelina ha preso le sue precauzioni, è
-dietro i vetri, mi sorride per incoraggiarmi. Veggo
-un vicino di casa, che mi guarda curiosamente; mi
-incammino.
-</p>
-
-<p>
-Andrò ai giardini pubblici, dove l'aria di Milano
-è più buona, farò un giro sui bastioni, uno solo,
-poi tornerò a casa.
-</p>
-
-<p>
-Per via, la gente che mi conosce mi guarda e
-mi saluta in una maniera insolita, in cui mi pare
-di scorgere una specie d'ammirazione, e non me
-ne stupisco; bensì, mi fa meraviglia la strana compiacenza
-da cui sono dilettato nel mio dolore, e il
-senso di vanità che provo al pensiero che molti
-diranno: — Quanto deve soffrire l'avvocato Placidi! — Vi
-penso e cerco di spiegarmi perchè, mentre
-io stesso ho di me un più alto concetto, mentre
-non trovo chi mi superi tra quanti soffrono, e non
-veggo chi mi eguagli tra la gente felice, pure sono
-fatto tanto umile, da non sapere nemmanco più
-che cosa sia la superbia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Sarà, dico, perchè il dolore matura per poco
-in noi certe qualità che si perdono nella contentezza;
-e forse sarà perchè l'uomo quando soffre è sempre
-un po' bambino; egli ha conservato un balocco,
-almeno uno, e lo vuol nascondere.
-</p>
-
-<p>
-«Perchè nasconderlo?
-</p>
-
-<p>
-«Se mio figlio guarisce, io giocherò con lui
-alla palla, alla trottola, a rimpiattino. Se mio figlio
-guarisce!»
-</p>
-
-<p>
-Intanto, senz'avvedermene, ho preso la via più
-lunga per andare ai giardini.
-</p>
-
-<p>
-«Ho sbagliato strada!» penso; e mi avvedo
-allora che l'istinto mi sta portando verso la casa
-in cui abita la mia Laurina.
-</p>
-
-<p>
-L'addormentato desiderio si sveglia e grida dentro
-di me: «Voglio vederla!»
-</p>
-
-<p>
-Ma è impossibile: io porto meco il contagio
-dell'angina maligna; poc'anzi un amico, vedendomi
-da lontano, ha scantonato, ed io gli perdono: ha
-una figlioletta che adora.
-</p>
-
-<p>
-Ecco le finestre della casa; a quest'ora la mia
-bimba giuoca con la bambola, pensa a me forse,
-forse piange, e una voce segreta non le dice di
-accostare una sedia alla finestra, per salutare il babbo
-attraverso i vetri.
-</p>
-
-<p>
-L'aspetto un po'; la gente che mi vede guardare
-in su, alza gli occhi, crolla il capo e sorride, e
-una donnetta volonterosa, passandomi rasente, mi
-getta un'occhiata ad uncino.
-</p>
-
-<p>
-Io vedo tutto ciò come in sogno, poi mi scuoto
-e mi stacco da quel posto di osservazione; ma
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-mentre mi volto ancora, con la speranza che la
-mia bimba sia venuta in questo mentre alla finestra,
-mi sento stringere le gambe in una maniera conosciuta.
-Abbasso lo sguardo.... anima mia! è proprio
-Laurina!
-</p>
-
-<p>
-Essa tornava dalla passeggiata con la fantesca,
-mi ha visto da lontano, e mi è corsa incontro.
-</p>
-
-<p>
-— Babbo — mi dice — conducimi con te; voglio
-tornare a casa, voglio vedere la mamma!
-</p>
-
-<p>
-— Laurina! Laurina mia! — balbetto — sei
-tu? e come stai?
-</p>
-
-<p>
-Un terrore mi lega le membra, non oso chinarmi
-per carezzarla, non oso accostare il suo visino
-alla mia faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Babbo, perchè non mi dài un bacio?
-</p>
-
-<p>
-La piglio, la sollevo, me la stringo al petto, e
-la bacio sulla fronte e sui capelli.
-</p>
-
-<p>
-Poi la depongo in terra, le raccomando di star
-buona, le prometto di venire a prenderla per portarla
-a casa; le parlo di Augusto, della mamma;
-le riempio la testina di speranze, di idee gentili e
-allegre; le getto in cuore disordinatamente tutte le
-dolcezze che trovo, la promessa di una bambola
-nuova, i baci della mamma, le passeggiate col babbo,
-i giuochi col fratello guarito; poi l'abbandono un
-po' sbigottita ancora, e fuggo per non lasciarmi
-tentare un'altra volta.
-</p>
-
-<p>
-Essa mi grida dietro:
-</p>
-
-<p>
-— Babbo, tanti baci alla mamma! — e s'avvia
-tranquillamente come una donnina.
-</p>
-
-<p>
-Allora io mi arresto a guardarla, e la seguo
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-con gli occhi finchè scompare: poi guardo in alto
-cercando qualcuno per dirgli amaramente:
-</p>
-
-<p>
-«Puniscimi; non ho saputo trattenermi, ed ho
-baciato in fronte mia figlia».
-</p>
-
-<p>
-Prima di rientrare nella camera del mio dolore,
-svanisce l'imagine di Laurina, ed io dico per consolarmi:
-</p>
-
-<p>
-«Non l'ho baciata in bocca!»
-</p>
-
-<h3>X.</h3>
-
-<p>
-La mia fibra è forte; dopo il primo giorno non
-ho pianto più; ma da due giorni il mio piccino
-mi sgomenta; egli non sta peggio, il medico anzi
-nota un leggero miglioramento, e pure io non oso
-guardare nel mio cuore, dove è entrata una strana
-paura.
-</p>
-
-<p>
-Una mattina, dopo la visita del medico, rimaniamo
-soli al capezzale di Augusto, sua madre e
-io; egli ci guarda per un poco faticando a tener
-gli occhi aperti, poi si abbandona a quel sopore
-greve da cui suole uscire ad intervalli, afferrandosi
-la gola con tutte e due le mani e spasimando.
-</p>
-
-<p>
-È acceso in volto, e quel rossore della febbre
-non ci lascia scorgere quanto sia patito.
-</p>
-
-<p>
-Lo fissiamo entrambi senza dir nulla; a un tratto
-Evangelina si scosta dal letto e va nella camera
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-vicina, io le vengo dietro e la trovo con la testa
-appoggiata al muro. Piange.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! non fare così — le dico — perchè piangi?
-</p>
-
-<p>
-— Tu pure piangi.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero....
-</p>
-
-<p>
-— Sì, è vero; guarda. E perchè piangi? Non
-lo sai nemmeno. Lo so io, perchè non speri più
-nulla.
-</p>
-
-<p>
-Piangiamo tutti e due liberamente; poi Evangelina
-si asciuga gli occhi e dice:
-</p>
-
-<p>
-— Poc'anzi mi è sembrato di vederlo morto; ma
-il poveretto vive ancora, non dobbiamo abbandonarlo.
-Vieni.
-</p>
-
-<p>
-Mi prende per mano, ed io mi lascio condurre
-come un fanciullo.
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Egli visse!
-</p>
-
-<p>
-Lasciatemi rompere questa penosa ricostruzione
-del mio dolore; mi pare d'essere un ingrato se
-non grido la mia gioia.
-</p>
-
-<p>
-Sì, Augusto visse. Augusto vive, per far felice
-il babbo e la mamma.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina ha ragione: le nostre gioie ci seguono
-nella vita; i dolori no, perchè il cuore li seppellisce.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-</p>
-
-<h2 id="sinnamora">MIO FIGLIO S'INNAMORA</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Era stato un tempo, quando mio figlio non studiava
-ancora la storia antica, che egli pigliava me
-a confidente dei suoi segreti pensieri, e mi faceva
-cento domande difficili. Voleva sapere, ed era nel
-suo diritto, se le stelle fossero veramente lumicini, e
-perchè il sole si nascondesse ogni sera, e se, camminando
-sempre diritti per tante ore di seguito,
-s'incontrasse poi la fine del mondo. Ma quando,
-non contento di penetrare in compagnia del babbo
-nei più ardui misteri cosmici, chiedeva che io gli
-svelassi tutti i segretuzzi paterni, per esempio, chi
-è che fa i bambini, e come li fa, allora io mi raccomandava
-alla più savia delle figure rettoriche, e
-con una serie di reticenze ben combinate riuscivo
-in breve a mettergli una castissima confusione
-d'idee nel cervello.
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito — diceva quando disperava assolutamente
-di capire, e se n'andava a giocare, dandomi
-però di nascosto una certa occhiata nella
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-quale a me pareva di leggere: «Bada bene, fra
-noi due c'è un segreto, e non ce l'ho messo io».
-</p>
-
-<p>
-Ne ero sconfortato e dispettoso, e pure che farci?
-Evangelina, mio suocero, i parenti, gli amici, le
-amiche, i moralisti, i pedagoghi, quelli del vecchio
-e quelli del nuovo sistema, tutti, dalla cattedra, dal
-pulpito, dal confessionale, dai libri, tutti quanti
-erano e sono d'accordo nel sentenziare che «certe
-cose i fanciulli non le devono sapere.»
-</p>
-
-<p>
-— Sciocchezze! — diceva io, quando mi pungeva
-l'estro della ribellione — anzi asinerie! Questa
-massima si riduce nella pratica ad una commedia
-ridevole, e pazienza se fosse soltanto ridevole, ma
-è anche pericolosa. Augusto fingerà di non saper
-nulla, e noi faremo sembiante di credere alla sua
-innocenza fin che egli abbia baffi e mosca! Allora
-ci degneremo di confessargli che non lo abbiamo
-comprato alla fiera, nè trovato sotto un cavolo
-dell'orto; ma egli probabilmente non ci verrà più
-a domandare, come oggi, perchè per trovare dei
-figli sotto i cavoli dell'orto bisogna mettersi in due,
-e se è proprio necessario che prima siano sposati.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non trovava nulla da opporre, quando
-io sentenziava che non bisognava confondere l'ignoranza
-con l'innocenza. Era pronta essa pure a ribellarsi
-teoricamente; ma quanto a mettere la mia
-ribellione in pratica, cioè svelare e spiegare ad
-Augusto, alla prima occasione, che lei ed io, che
-lui, eccetera, non sentiva proprio il cuore. Non me
-lo sentiva nemmeno io.
-</p>
-
-<p>
-La conseguenza fu che Augusto continuò a dichiararci
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-d'aver capito, quando altro non aveva
-inteso se non che gli si voleva nascondere la verità,
-finchè si fu avviato alla scuola pubblica per
-intraprendere più gravi e nobili studi.
-</p>
-
-<p>
-Per far uscire dal capo dei fanciulli certe curiosità
-malsane, ancora non si è trovato di meglio
-che l'antico testamento; e la virtù del testo sacro
-deve essere miracolosa.
-</p>
-
-<p>
-Infatti appena messo il piede nel paradiso terrestre,
-veduto un po' da vicino il pericoloso albero
-del bene e del male, intesa all'ingrosso la storia
-del pomo e della foglia del fico, mio figlio non
-mi fece più alcuna domanda.
-</p>
-
-<p>
-Quel silenzio sgomentava il mio cuore di padre;
-avevo paura d'una dottrina segreta che si veniva
-formando tutta a scuola, e avrei pagato qualche
-cosa per sapere almeno a che punto si trovasse.
-Speravo che i colleghi di mio figlio non ne sapessero
-molto più di lui, e pure in ogni monello
-che passava per la via, trascinando lo zaino sul
-lastrico del marciapiedi, vedevo un maestro dotto e
-pericoloso. A tavola mi provavo talvolta a tentare
-Augusto; gli dicevo per esempio:
-</p>
-
-<p>
-— Non mangiare troppo in fretta, potresti fare
-un'indigestione, e noi non vogliamo perderti; ci
-sei costato caro.
-</p>
-
-<p>
-E la piccola Laurina interrompeva:
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io sono costata tanti soldi?
-</p>
-
-<p>
-Allora l'enigmatico fratello le rispondeva con
-un po' di canzonatura:
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei costata un po' meno, perchè sei una
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-donna; le donne — soggiungeva, dando un'occhiata
-maliziosa alla mamma, per farle intendere che scherzava — le
-donne costano meno degli uomini.
-</p>
-
-<p>
-Laurina era d'opinione contraria.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero — asseriva senza scomporsi — costano
-più.
-</p>
-
-<p>
-— Costano meno — insisteva Augusto.
-</p>
-
-<p>
-— E allora — diceva Laurina che in fondo era
-indifferente — quando avrò dei soldi, io comprerò
-bambine soltanto, per averne di più.
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa ne faresti delle bambine? — chiedeva
-io.
-</p>
-
-<p>
-— Le vestirei.
-</p>
-
-<p>
-— E il latte? — interrompeva mio figlio bruscamente — glielo
-daresti tu il latte?
-</p>
-
-<p>
-Laura era pronta a tutto, anche a dare il latte
-alle sue bambine, e Augusto si lasciava sfuggire:
-</p>
-
-<p>
-— Per dare il latte ci vogliono... ci vuole una
-cosa che tu non hai.
-</p>
-
-<p>
-Si faceva rosso in viso, e io non riusciva a capire
-se quella parte della sua dottrina mi dovesse
-far paura.
-</p>
-
-<p>
-— Per dare il latte ai bambini — diceva Evangelina — prima
-bisogna diventar grandi.
-</p>
-
-<p>
-— E per diventar grandi bisogna essere sempre
-buoni — sentenziava Laurina col suo sussieguzzo
-di donnina minuscola.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-— Quando sarò grande, sposerò te, babbo — mi
-disse un giorno mia figlia.
-</p>
-
-<p>
-Col medesimo accento, con le identiche parole,
-tale e quale aveva parlato in altri tempi Augusto.
-Ora non più.
-</p>
-
-<p>
-Senza nemmeno sollevare gli occhi dal piatto,
-crollò il capo sdegnosamente e continuò a mangiare
-la sua porzione di lesso.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, che lo sposerò — insistè Laura; — non
-è vero che ti sposerò?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, mi sposerai.
-</p>
-
-<p>
-— Lo vedi!
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio non seppe resistere e disse alla sorellina:
-</p>
-
-<p>
-— Fa per celia, non capisci? Quando tu sarai
-grande, il babbo sarà vecchio vecchio.... avrà i capelli
-bianchi — (mi guardava per anticipare con
-la immaginazione i guasti che il tempo avrebbe
-fatto nella mia persona) — avrà la faccia tutta
-così — (e me la tagliava intenzionalmente a fette
-con la mano); non avrà più denti...
-</p>
-
-<p>
-Io lo interruppi in quella disgraziata rappresentazione,
-dicendogli che denti ne avrei in ogni
-tempo, perchè me li farei rimettere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ah! — disse Augusto senza scomporsi; — e
-allora ti metterai anche la parrucca...
-</p>
-
-<p>
-— No, perchè avrò i capelli bianchi, l'hai detto
-tu stesso...
-</p>
-
-<p>
-— Sì... ma pochi, pochi, pochi; appena un po'
-qui e qui — (si toccava dietro le orecchie) — come
-il nostro direttore...
-</p>
-
-<p>
-Laurina aveva inteso benissimo che quel deterioramento
-di suo padre sarebbe stato un ostacolo
-grave alle nozze, e rinunziò subito al suo fidanzato,
-per sceglierne un altro.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene — disse — io sposerò te, mamma!
-</p>
-
-<p>
-Ma allora Augusto rise così forte, che sua sorella
-ebbe paura d'aver detto una corbelleria, e guardò
-prima la mamma, poi me, interrogandoci alla muta.
-</p>
-
-<p>
-Stavamo serii entrambi per far intendere a nostro
-figlio che il suo buonumore passava il segno, ma
-non glielo volevamo dire apertamente per non metterlo
-in sospetto del nostro intimo sgomento.
-</p>
-
-<p>
-— Sposare la mamma! — esclamò finalmente
-Augusto — non lo sai che per sposarsi bisogna
-essere un uomo e una donna...
-</p>
-
-<p>
-— E poi — entrò a dire Evangelina — quando
-tu sarai in età di sposarti, sarò vecchia anch'io come
-il babbo; avrò anch'io la faccia tutta così e i capelli
-bianchi.... sarò brutta, non piacerò più a nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— A me piacerai sempre — disse Laurina.
-</p>
-
-<p>
-— Anche a me — disse Augusto; e di passata,
-con la frettolosità di chi ha un'idea fissa che vuol
-esprimere, si lasciò scappare una sentenza che io
-raccolsi e pagai con un bacio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Le mamme non diventano mai brutte — disse
-egli; prese il mio bacio con rassegnazione e proseguì: — ma
-non è questo; per sposarsi bisogna
-essere un uomo e una donna.
-</p>
-
-<p>
-Laurina trovò un'uscita alla legge inesorabile:
-</p>
-
-<p>
-— L'uomo sarò io — disse — mi metterò i
-calzoni!
-</p>
-
-<p>
-Pensate l'ilarità impertinente di quello scolaro di
-quarta elementare!
-</p>
-
-<p>
-Avevamo voglia di ridere anche noi, e stavamo
-sempre serii, fin troppo.
-</p>
-
-<p>
-— Bella figura che faresti tu <i>facendo l'amore</i> coi
-calzoni.
-</p>
-
-<p>
-<i>Facendo l'amore!</i> pensai annuvolandomi.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Facendo l'amore!</i> — dissi forte — che significa
-ciò? Che parole son queste? Le hai imparate
-a scuola?
-</p>
-
-<p>
-— No — mi rispose Augusto candidamente — hai
-detto tu stesso un giorno che prima di sposarsi
-<i>si fa l'amore.</i>
-</p>
-
-<p>
-Ah! Era vero, e io me n'ero dimenticato; prima
-di sposarsi si fa l'amore!
-</p>
-
-<p>
-E diedi a mio figlio un altro bacio che egli mi
-restituì con una certa diffidenza.
-</p>
-
-<p>
-A troncare quella scenetta pericolosa venne in
-tavola il pesce.
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzi — esclamai solennemente — bisogna
-smettere le ciancie e badare bene alle spine; tu,
-Augusto, non hai bisogno di raccomandazioni, e
-tu, pallina mia, sta bene attenta, perchè se ti va
-una spina in corpo, muori.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-</p>
-
-<p>
-Laurina non mi rispose, aveva gli occhi fissi
-nel proprio piatto, dove Evangelina, non si fidando
-interamente alla mia raccomandazione, veniva levando
-essa stessa le spine dalla porzioncella di pesce.
-</p>
-
-<p>
-— Mamma, come fanno i pesci che hanno le
-spine in corpo a non morire?
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Con tutta quella dottrina in capo, non era sperabile
-che mio figlio si accontentasse lungamente
-della teorica, e io mi aspettava che da un giorno
-all'altro si provasse a farne l'applicazione, innamorandosi.
-Ma quando immaginavo di veder prorompere
-l'incendio amoroso, la prima fiamma di mio
-figlio era già spenta; nata e alimentata in segreto,
-egli l'aveva soffocata senza ricercare la perduta
-confidenza di babbo e mamma, i quali non ne
-avrebbero nemmeno veduto la traccia, se il caso
-non li avesse fatti padroni di un piccolo documento,
-che diceva così:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-«<i>Cara</i> Giovanna,
-</p>
-
-<p>
-Ieri sera ridevi troppo, tu ridi sempre troppo,
-e poi sei troppo magra, non mi piaci più. Ti
-scrivo per farti sapere che ti tradisco...
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Augusto</span>».
-</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-</p>
-
-<p>
-Povera Giovanna! Io non sapevo chi fosse, ma
-l'idea di quel coricino così precocemente ulcerato
-dall'abbandono, mi faceva ripetere tra il serio ed
-il faceto:
-</p>
-
-<p>
-— Povera Giovanna! Povera bimba tradita!
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi aveva preso il foglio di mano, lo
-rileggeva senza poter frenare l'ilarità.
-</p>
-
-<p>
-— È crudele, ma schietto — osservai — il piccolo
-traditore...
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie mi interrompeva per raccomandarsi...
-</p>
-
-<p>
-— Taci: non ne posso più...
-</p>
-
-<p>
-— Il piccolo traditore — proseguivo — conserva
-ancora delle abitudini generose che perderà più
-tardi; tradisce le innamorate magre, ma annunzia
-il tradimento. Ahi! Povera Giovanna, povera bimba
-abbandonata!
-</p>
-
-<p>
-E mi veniva un altro pensiero.
-</p>
-
-<p>
-— Il tradimento amoroso è un fatto complesso — dicevo
-a Evangelina, che continuava inutilmente
-a farmi cenno di star zitto: — suppone un altro
-amore neonato. Augusto, ci scommetto, pianta la
-sua cara Giovanna... la chiama <i>cara</i>, non è vero?...
-ultima ipocrisia involontaria...
-</p>
-
-<p>
-— <i>Cara</i>, sì, <i>cara</i>, ed è sottolineato — mi rispose
-mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-— È sottolineato? Dunque è un'ironia? E nostro
-figlio è solo in quarta elementare! Pensa che uso
-disgraziato farà della rettorica in ginnasio e in
-liceo! Ma dicevamo... Che cosa dicevamo?
-</p>
-
-<p>
-— Dicevi che Augusto pianta la sua cara Giovanna
-per un'altra <i>donna</i>...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-</p>
-
-<p>
-— <i>Donna</i>... già, donna. E bisogna sapere chi
-è la fortunata rivale... Ma prima di tutto, chi è
-Giovanna? Lo sai tu?
-</p>
-
-<p>
-— Sì che lo so — mi rispose Evangelina ridendo
-sempre — è la bambinaia del padrone di
-casa.
-</p>
-
-<p>
-— Una bambina di vent'anni almeno!
-</p>
-
-<p>
-— Ne confessa ventidue.
-</p>
-
-<p>
-La conoscevo anch'io quella bimba lunga e magra
-come il digiuno, capelli rossi, sul musetto biricchino
-una gran contentezza di tutta la sua persona.
-</p>
-
-<p>
-Si erano veduti e amati in cortile, alla luce del
-crepuscolo, quando, dopo il desinare, tutti gli
-inquilini mandavano i bimbi a scorrazzare e le bambinaie
-a far stragi in quei teneri cuori; ma senza
-far torto a Giovanna, mi pareva che mio figlio si
-fosse comportato come qualche volta a tavola,
-quando, docile ai consigli della ghiottoneria più
-che a quelli del buon gusto, sceglieva la porzione
-più grossa o il confetto più lungo.
-</p>
-
-<p>
-Fra le bimbe dell'età sua che si rincorrevano in
-giardino, ve n'erano parecchie assai carine, e una
-fra le altre che si chiamava Angela, e aveva la
-singolare abilità di svegliare la <i>musa</i> (dico la <i>musa</i>)
-dell'avvocato Placidi. In fatti, io che da tempo
-immemorabile non aveva più chiamato gli occhi,
-la bocca e i capelli altrimenti che col loro nome di
-vocabolario, dicevo volentieri che gli occhi di Angela
-erano due spiragli di cielo, i suoi capelli uno strano
-tessuto di seta e d'oro, e che quando era aperta
-al sorriso la sua bella boccuccia — Dio ne scampi
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-e liberi ogni bella donnina! — pareva una ciliegia
-matura beccata da un passero intelligente.
-</p>
-
-<p>
-E poichè nella classica terra di Dante è destino
-di ogni umana creatura di sesso maschio che a
-nove anni perda la testa per una Beatrice, io avrei
-visto di buon occhio che la Beatrice di mio figlio
-si chiamasse Angela. E sapendo per pratica che
-degli amori di uno scolaro non si vantaggiano se
-non la calligrafia e la letteratura nelle sue forme
-epistolare e poetica, mi pareva che mi sarei rassegnato
-più facilmente a vederlo maltrattare la storia
-antica e l'aritmetica per farne omaggio ai due spiragli
-di cielo della sua innamorata.
-</p>
-
-<p>
-Ma Angela aveva un grave difetto agli occhi di
-mio figlio; era una bambina, non toccava ancora
-i nove anni! Augusto giocava a nascondersi con
-lei come con le altre, nè la cercava di preferenza,
-nè la trovava con gioia maggiore, nè, trovatala, se
-la stringeva al petto col pretesto di non lasciarla
-scappare. Lo vedeva bene io stando alla finestra;
-non voleva saperne di fare l'amore con lei!
-</p>
-
-<p>
-E la tradita Giovanna intanto? La tradita Giovanna
-portava la sua croce con bastante rassegnazione,
-a volte esalando dei sospiri esagerati, smaniando
-a volte per gelosia, ma per lo più ridendo.
-Spesso, in un trasporto d'amorosa follia, si pigliava
-in braccio il ricalcitrante innamorato, e lo baciava
-a forza, al cospetto di tutta la gente minuscola del
-cortile, per punirlo della sua perfidia; subito dopo
-si calmava, e una volta accettò perfino di farsi la
-mediatrice dei novelli amori di Augusto recapitando
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-un suo bigliettino calligrafico... a chi? Alla bella
-Giulia, alla sorella maggiore di Angela.
-</p>
-
-<p>
-Questa giovinetta non scendeva mai in cortile,
-aveva diciott'anni compiti ed era alla vigilia di farsi
-sposa ad un ufficiale di cavalleria. Tanti ostacoli
-insieme non avevano sgomentato l'eroica audacia
-di mio figlio, il quale appena ebbe visto Giulia alla
-finestra, subito le scrisse che la voleva sposare, e
-che la sciabola dell'ufficiale di cavalleria non gli
-faceva paura.
-</p>
-
-<p>
-Giovanna aveva portato la lettera e la risposta
-in forma d'un cartoccio di confetti, e il piccolo
-Don Giovanni, sempre più ardito, una domenica,
-all'ora in cui Giulia soleva uscire per andare alla
-messa, l'aveva aspettata sulle scale per darle un
-bacio; ma vedendola, si era sentito mancare il
-coraggio ed era fuggito ignominiosamente.
-</p>
-
-<p>
-Il tiro a ogni modo era fatto, perchè, saputo del
-cartoccio di confetti, dopo aver sgridato suo figlio,
-soffocando a stento una gran voglia di ridere,
-Evangelina si sentì in dovere di far visita alla
-famiglia della bella Giulia, e una settimana dopo
-Augusto con le sue maniere strambe aveva sedotto
-padroni e servi in quella casa, non escluso l'ufficiale
-di cavalleria suo rivale, a cui dichiarava in faccia
-d'avergli rubato la sposa.
-</p>
-
-<p>
-Che farci? Ridevano tutti e ridevamo anche noi.
-Per un po' Augusto servì di legame fra i due
-fidanzati senza saperlo, e non tardò forse a notare
-che quando egli aveva colto un bacio sulla bocca
-di Giulia, subito l'uffizialetto lo chiamava a sè per
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-pigliarselo caldo caldo. Una volta manifestò innanzi
-a tutti il suo sospetto.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non la baci anche tu? — conchiuse — te
-lo permetto.
-</p>
-
-<p>
-La cavalleria fu proprio sgominata; per la prima
-volta in vita mia quel giorno vidi un uffiziale dell'esercito
-farsi rosso.
-</p>
-
-<p>
-Poi Augusto spiccò un salto sulle ginocchia della
-bella fanciulla e la baciucchiò sulle guancie, sugli
-occhi, sui capelli, perfino sulle orecchie; per pigliarne
-possesso, diceva lui.
-</p>
-
-<p>
-— Ora sei mia — asserì — ti ho baciata tutta.
-</p>
-
-<p>
-L'uffizialetto cercava di fare il disinvolto, sorrideva,
-rideva, e non riusciva a nascondere una gran
-voglia di fare altrettanto, e in fondo faceva una
-grama figura.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei <i>invidioso</i>? — gli chiese poi mio figlio,
-e come se gli leggesse nell'anima, soggiunse per
-consolarlo: — Non te l'ho guastata... e poi è mia.
-</p>
-
-<p>
-— Non sono <i>geloso</i> — ripetè l'uffizialetto, e lo
-ripetè inutilmente: — non sono <i>geloso</i>.
-</p>
-
-<p>
-Augusto, senza perdere il filo della sua idea,
-sentenziò con un sussiego corbellatorio:
-</p>
-
-<p>
-— L'invidia è un peccato mortale; andrai a
-bruciare all'inferno.
-</p>
-
-<p>
-L'uffizialetto prima fece come gli altri, rise; poi
-sospirò come un mantice, guardando negli occhi
-la sua Giulia, poi disse che, senza fare un viaggio
-così lungo, gli pareva già di bruciare benino.
-</p>
-
-<p>
-Anche Giulia sospirò leggermente, appena il
-tanto da tenersi accesa, dopo di che continuarono
-a bruciare in silenzio tutti e due.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-L'inferno dell'uffizialetto durò ancora parecchie
-settimane; una mattina la bella Giulia lo pigliò
-per mano e lo introdusse solennemente nel paradiso
-del palazzo municipale, e subito dopo in chiesa,
-come chi dicesse in un nuovo purgatorio. Poi gli
-sposi, più pallidi del solito, si avviarono a casa
-per fare una refezione leggera prima di partire.
-</p>
-
-<p>
-Qui gli aspettava di piè fermo mio figlio; aveva
-la faccia un po' stravolta, gli occhi lucenti, e quando
-cominciò a parlare gli tremava la voce. Non smanie,
-nè rimproveri, nè collere di gelosia, ma qualche
-cosa di peggio: versi!
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>In questo giorno sospirato e bello</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-egli aveva chiesto un prestito alla Musa, che non
-doveva ispirarlo se non più tardi, in seconda ginnasiale;
-e la Musa gli aveva concesso nientemeno
-che quattordici versi, di quei lunghi, endecasillabi
-e anche più, tutti facilmente riconoscibili alle rime
-chiare e lampanti, salvo una.
-</p>
-
-<p>
-Fin d'allora le Muse corsero rischio di pentirsi
-della loro arrendevolezza, perchè Augusto, anticipando
-i novissimi tempi, voleva leggersi stampato,
-e toccò a me suo padre, in quel giorno nefasto
-(egli diceva<i> sospirato e bello</i>; ma si sa... i poeti!) in
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-cui un ufficiale di cavalleria gli rapiva legalmente l'innamorata,
-toccò a me, suo padre, negargli un'innocente
-consolazione, col pretesto specioso che
-<i>velo</i> della seconda quartina non rimava perfettamente
-con <i>bello</i> nè con <i>anello</i> della prima.
-</p>
-
-<p>
-Gli sposi partirono, e mio figlio, dopo aver detto
-addio tranquillamente alla bella fuggitiva, se ne tornò
-a casa a piangere in versi. Pianse l'abbandono e
-maledisse l'esistenza, ma con la maledizione ancora
-calda calda sul labbro mi confessò che faceva <i>per
-celia</i>, e che in fondo non era mai stato così contento
-di vivere come ora, che aveva trovato quel
-giochetto nuovo.
-</p>
-
-<p>
-— Non bisogna dire le bugie — consigliò sua
-madre.
-</p>
-
-<p>
-— Non sono bugie — spiegò Augusto — è
-poesia... la poesia è così; non è vero, babbo?.
-</p>
-
-<p>
-Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi
-mal contati in quel cervellino di poeta.
-Augusto aveva trovato, in un vecchio scaffale, un
-arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo
-compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva
-fare in quel codice amoroso, egli battezzava la sua
-nuova fiamma anonima ora Filli, ora Clori; vittima
-volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura
-lenta di intarsiare le rime del suo autore nei propri
-versi; così non gli accadde più di far rimare <i>velo</i>
-con <i>anello</i>, senza averne la poetica licenza. Ne venivano
-fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda,
-e pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare,
-in cui il rancidume arcadico era temperato
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-molto opportunamente da un po' di <i>realismo</i>
-anticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino.
-</p>
-
-<p>
-E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo
-al mio cuore di padre vi avrebbe visto un'indulgenza
-strana, anzi una specie di contentezza stupida
-di sapere mio figlio, a dieci anni, <i>autore</i> recidivo
-di birbonate simili.
-</p>
-
-<p>
-Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto
-ancora non mi avevano dato ombra di afflizione;
-il piccolo poeta, quando aveva preso commiato
-dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia
-della sua Giulia, se n'andava tranquillamente
-a studiare la lezione e fare il còmpito; a
-scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno,
-con prodezze verbali e scritte, fece onore a babbo
-e mamma, a Filli, a Clori e alla Musa. Ma ahi!
-un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere
-andato al ginnasio con la febbre d'un conquistatore,
-Augusto tornò a casa come un vinto. Là, sulle
-panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa,
-ma non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica
-Musa, bensì un'altra, priva di rime, piena di dittonghi
-e di desinenze strane; <i>Musa, Musae</i>, la musa
-della prima declinazione latina!
-</p>
-
-<p>
-Egli mi confessò che da principio era stato tentato
-di farle festa, come a una vecchia amica, la
-quale gli fosse venuta incontro per introdurlo nel
-tempio della grammatica latina; ma da quel poco che
-avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva
-poca speranza di stare allegri in seguito, nelle
-declinazioni in us e in es, nei verbi e nei pronomi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-</p>
-
-<p>
-Già nel numero plurale della prima declinazione,
-quando la musa diventava <i>musarum</i>, cominciava ad
-essere irriconoscibile... «E che necessità, diceva
-lui, che necessità di studiare il latino, dal momento
-che è una lingua morta?». Io gli spiegava che
-la lingua latina è la lingua madre, cioè la lingua
-di Cicerone, che è il babbo dei grandi avvocati,
-cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante,
-cioè la lingua di Orazio, che è il babbo della buona
-satira, cioè la lingua di Giustiniano, eccettera, eccettera.
-</p>
-
-<p>
-E soggiungevo con sussiego:
-</p>
-
-<p>
-— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il
-latino per intendere gli antichi codici; anche se
-sarai medico, questa lingua morta ed immortale
-non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo
-fa le ricette si facevano in latino; la scienza antica
-è scritta in latino: quasi tutte le citazioni con cui
-si dà una certa grandezza agli argomenti piccini,
-quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli
-argomenti zoppi sono latine.
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza
-intendere gran che, ma con uno sgomento crescente.
-</p>
-
-<p>
-— Allora deve essere molto difficile! — sospirava.
-</p>
-
-<p>
-— No — dicevo — è facilissimo; in principio
-sembra così, ma poi è cosa da nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Tu l'hai studiato?
-</p>
-
-<p>
-— Altro che!
-</p>
-
-<p>
-— L'hai studiato tutto?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Anche i verbi? Anche <i>hic, haec e hoc</i>? Anche
-<i>dies, diei</i>?
-</p>
-
-<p>
-L'insistenza di mio figlio aveva un significato
-occulto. Più d'una volta con la sua geometria fresca
-fresca, o con la sua storia antica della vigilia, egli
-aveva colto in fallo la mia scienza; ora mi pigliavo
-la rivincita.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho studiato otto anni — rispondevo con
-sicurezza — e non me ne pento; quando l'avrai
-studiato otto anni anche tu...
-</p>
-
-<p>
-Augusto m'interruppe:
-</p>
-
-<p>
-— Allora, se ti dànno qualunque scritto in latino,
-tu lo capisci tutto?
-</p>
-
-<p>
-Il tranello era perfido.
-</p>
-
-<p>
-— Quando l'avrai studiato otto anni anche tu — proseguii
-senza batter ciglio — ne saprai quanto
-ne so io! ma non devi scoraggiarti da principio,
-nè stancarti in seguito: bisogna studiare molto le
-declinazioni, le coniugazioni, e più tardi il reggimento
-dei verbi...
-</p>
-
-<p>
-— Il reggimento dei verbi? — balbettò Augusto.
-</p>
-
-<p>
-E gli si dipinse in volto un'immensa paura di
-non poter mai resistere all'urto d'un avversario
-simile.
-</p>
-
-<p>
-— Il reggimento dei verbi — soggiunsi ridendo — non
-è un reggimento come l'intendi tu.
-</p>
-
-<p>
-Gli spiegai all'ingrosso come lo intendeva io,
-senza rassicurarlo interamente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Contro ogni mia aspettazione, la cosa andò peggiorando
-in seguito; dopo aver dato del tu alle
-nove muse, non era più possibile che mio figlio
-si rassegnasse a studiare il latino con un po' di
-metodo.
-</p>
-
-<p>
-— Le regole! — diceva lui con una ribellione
-da monello: — non so che farne io delle regole!
-A che servono le regole? Chi le ha fatte le regole
-della grammatica latina?
-</p>
-
-<p>
-— Le hanno fatte i grammatici — rispondevo
-con molta serenità — studiando gli autori classici,
-lo spirito della lingua...
-</p>
-
-<p>
-— E perchè non le hanno fatte anche per il milanese?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè il milanese non è una lingua, ma un
-dialetto...
-</p>
-
-<p>
-Egli stette un po' in pensiero, e parve trovare
-dentro di sè un argomento convincente.
-</p>
-
-<p>
-— Già il milanese è più facile; la Laurina, senza
-declinazioni e senza coniugazioni, a due anni e
-mezzo parlava il milanese benissimo... invece per
-il latino ci vogliono otto anni.
-</p>
-
-<p>
-Mi scappò detto:
-</p>
-
-<p>
-— E non bastano — e mi pentii subito e soggiunsi
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-serio serio: — bisogna poi esercitarsi tutta
-la vita.
-</p>
-
-<p>
-— Tu ti sei esercitato sempre? — mi domandò
-a bruciapelo Augusto. — Non ne fai più degli errori?
-</p>
-
-<p>
-Non vi era scampo; per mettere in salvo la dignità
-paterna senza dire una bugia, bisognava rispondere
-in latino.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Errare humanum est; homo sum et nihil humani
-a me alienum puto</i>.
-</p>
-
-<p>
-Augusto prima mi guardò in bocca curiosamente,
-poi si strinse nelle spalle e se ne andò mugolando
-fra i denti: <i>nominativo domus la casa, genitivo domi
-della casa, dativo domo alla casa, accusativo</i>...
-</p>
-
-<p>
-Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare
-dentro di sè quello strano linguaggio, a un certo
-punto credette di aver capito, e mi venne a dire
-trionfando:
-</p>
-
-<p>
-— Babbo, io lo so quello che dice Augusto.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero, e che cosa dice?
-</p>
-
-<p>
-— Dice che il duomo è più grande di una casa.
-</p>
-
-<p>
-— E non ha forse torto...
-</p>
-
-<p>
-Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva
-che fosse necessario ripeterlo tante volte. Era
-andata anche lei in duomo, e aveva ben visto che
-era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto
-era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna
-con le mani giunte, in mezzo a tanti angeli rotti.
-</p>
-
-<p>
-Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere
-che gli <i>angeli rotti</i> di mia figlia erano
-testine alate.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-</p>
-
-<p>
-Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente
-la sua declinazione: <i>singolare nominativo,
-domus la casa...</i>
-</p>
-
-<p>
-La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva
-tenera, poi beffarda, per diventar dispettosa al
-primo intoppo, e tornar da capo con ferocia.
-</p>
-
-<p>
-Presa per quel verso, anche la seconda declinazione
-s'impuntava a non volergli entrare in capo.
-</p>
-
-<p>
-— Smetti — gli dissi — va a giocare, divàgati;
-ora studieresti inutilmente, perchè pensi ad
-altro.
-</p>
-
-<p>
-Ammutolì, segno che avevo indovinato.
-</p>
-
-<p>
-— A che pensavi studiando?
-</p>
-
-<p>
-— Pensavo che Laurina non sa il milanese soltanto,
-ma sa anche l'italiano, senza essere mai andata
-a scuola; pensavo che a scuola...
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene a scuola?... — chiesi raccogliendo
-in un'interrogazione tutta la severità paterna.
-</p>
-
-<p>
-Non volle finire il suo pensiero, ed io intesi
-benissimo che egli cominciava a pensare quello che
-ai miei tempi avevo pensato io, senza confessarlo
-in casa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Fu per opera della disperazione.
-</p>
-
-<p>
-Non sapendo come consolarsi altrimenti della
-grama figura che faceva a scuola col latino, mio
-figlio decise in cuor suo d'innamorarsi un'altra
-volta. Quando uno studente ha preso una deliberazione
-così fatale alla sua pace, per solito si guarda
-attorno, e se la fortuna lo aiuta, non tarda a ritrovare
-il <i>caro oggetto</i>. Così fece mio figlio, e io ne
-fui testimonio.
-</p>
-
-<p>
-Una sera, verso il tramonto, le mammine e i
-babbi stavano alle finestre del cortile a godersi le
-risate dei bimbi e la frescura.
-</p>
-
-<p>
-Si giocava a mosca cieca, un giuoco allegro e
-senza pericoli, a cui i <i>grandi</i> avevano lasciato che
-pigliassero parte anche i più piccini, per contentarli.
-E io raccomandava appunto alla mia Evangelina
-di non perdere d'occhio le mosse furbe d'un
-marioletto alto una spanna, il quale si accostava
-in punta di piedi per tirare la falda dell'abito a
-<i>mosca cieca</i>, poi fuggiva un gran tratto, credendosi
-inseguito, poi si fermava in distanza e alzava la
-testina trionfante verso un balcone del terzo piano,
-per ricevere il plauso di uno spettatore indulgente.
-</p>
-
-<p>
-Augusto no, non ci guardava; ci aveva interamente
-dimenticati; egli aveva fatto alleanza con
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-Angela, con la bionda Angela, quella dei labbruzzi
-di ciliegia, ed era attentissimo a non lasciarla cadere
-nelle mani di <i>mosca</i>.
-</p>
-
-<p>
-Angela veniva su a vista d'occhio, ed era sempre
-la più vaga creaturina che io avessi mai veduto;
-giocando si era fatta rossa rossa in viso, e alcuni
-ricciolini di capelli erano sfuggiti al pettine; vi potete
-bene immaginare che non ci perdeva nulla.
-Correndo intorno al penitente, e voltandosi bruscamente
-quando aveva gridato <i>mosca</i>, si trovava ogni
-tanto nelle braccia di mio figlio; allora si pigliavano
-per mano, e mentre correvano così allacciati,
-Evangelina mi faceva notare che Angela era due
-buone dita più alta di Augusto.
-</p>
-
-<p>
-— Non può essere — diceva io — è la pettinatura
-che la fa sembrare così.
-</p>
-
-<p>
-Invece era proprio <i>così</i>, anzi per ciò solo aveva
-dato nell'occhio ad Augusto.
-</p>
-
-<p>
-Egli le parlava senza impaccio, la maltrattava
-anche un tantino, col pretesto di darle un savio consiglio
-o uno spintone salutare, ma ogni tanto, guardandola
-di nascosto, pareva stupito di vedere cose
-a cui non aveva mai badato, cioè un nasino birichino,
-due occhioni aperti e sereni, e il resto.
-</p>
-
-<p>
-A volte si distraeva in questa contemplazione e
-toccava ad Angela a pigliarlo per un braccio, salvarlo
-da <i>mosca</i> e tirarselo dietro un tratto.
-</p>
-
-<p>
-Una di quelle distrazioni fu fatale ai due futuri innamorati:
-<i>mosca</i> venne presso a loro, allungò le
-mani, afferrò qualche cosa, strinse, e tutto il coro
-dei bambini squillò battendo le mani: <i>presa! presa!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sì, Angela era presa; il disgraziato, che da mezz'ora
-brancolava nel buio, si era già tolta la benda,
-si fregava gli occhi abbagliati e rideva del proprio
-trionfo.
-</p>
-
-<p>
-Angela pure rideva. Si fecero innanzi per metterle
-la benda tre dei più impazienti e dei più audaci,
-ma così piccini che sarebbero stati imbarazzati a cavarsene
-con onore, se Angela non si fosse chinata.
-</p>
-
-<p>
-Allora entrò di mezzo mio figlio:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa volete fare voi altri?
-</p>
-
-<p>
-Prese la benda, appoggiò le labbra all'orecchio
-di Angela, per dirle qualche cosa che nessuno doveva
-intendere, poi fece egli stesso la bendatura,
-una bendatura che era una carezza, senza stringere
-troppo, senza tappare le orecchie, senza imprigionare
-i ricciolini belli.
-</p>
-
-<p>
-Insospettiti da tante precauzioni e dalle parole
-che mio figlio aveva pronunziato all'orecchio di
-<i>mosca</i>, qualcuno, chinandosi a guardare sotto il naso
-di Angela, insinuò: <i>ci vede</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Non vedo niente! — protestò la fanciulla.
-</p>
-
-<p>
-A ogni modo bisognava stringere un po' più la
-benda per salvare le apparenze della giustizia, e
-mio figlio non lasciò che altri se ne immischiasse.
-</p>
-
-<p>
-Una risata, un gridio confuso: <i>mosca! mosca!</i>;
-tre o quattro spinte di qua e di là, e tutti i monelli
-si sbandarono lasciando la povera ragazza sola
-nel mezzo del cortile.
-</p>
-
-<p>
-La biondina era proprio impacciata, si moveva,
-appena chinandosi, allungando le mani, ma non
-osando fare un passo per non cadere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si faceva già un gran ridere della sua disadattaggine
-e ne rideva anche lei.
-</p>
-
-<p>
-— State a vedere — disse Augusto con molto
-sussiego — state a vedere che la vado a baciare e
-non mi piglia.
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io! — esclamò un altro.
-</p>
-
-<p>
-— Tu no — rispose Augusto — soltanto io.
-</p>
-
-<p>
-E come se avesse dato le migliori ragioni per
-convincere un avversario, con queste quattro parole
-e con uno spintone il piccolo prepotente ottenne
-che l'altro rinunziasse all'impresa; dopo di
-che vi si accinse lui.
-</p>
-
-<p>
-Si accostò in punta di piedi un tratto; poi tossì,
-poi disse «sono qua» e si fece indietro, poi si
-spinse innanzi, la rasentò e fuggì — impostore! — come
-se avesse paura d'esser preso; all'ultimo afferrò
-Angela per le mani e la baciò più volte sulla
-bocca ridente. Ma o la fanciulla era forte davvero,
-o mio figlio s'indebolì di troppo; il fatto è che
-fu preso, e rimase lungamente stretto fra le braccia
-di Angela, in mezzo alle risate del coro, che di
-nuovo strillava in buona fede: <i>mosca! mosca!</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-A tarda sera, quando le voci delle mammine timorose
-dell'umidità scesero dalle finestre in cortile
-a richiamare i bimbi, e s'udì a un tratto: — <i>Angela!</i> — e
-noi aggiungemmo: <i>Augusto! Laura!</i> — due
-piccole ombre si staccarono dal muro, salutandosi
-alla libera, senza stringersi la mano, senza
-guardarsi neppure in faccia, e si separarono (ipocriti!)
-senza voltarsi.
-</p>
-
-<p>
-Più difficile fu staccare Laura da un marioletto
-precoce, di tre anni appena, il quale, perchè mia
-figlia gli faceva da mammina con una pazienza da
-angelo, strillava come un piccolo demonio e voleva
-portarsela a casa.
-</p>
-
-<p>
-Quella notte Augusto vegliò a tavolino un'ora
-più tardi del solito, perchè doveva rifare il còmpito,
-diceva lui. Quel còmpito, fatto e rifatto dieci
-volte, incominciava invariabilmente, ineluttabilmente
-così: «adorata fanciulla!»
-</p>
-
-<p>
-Egli si provò anche, e io ne ritrovai le traccie, a
-scriverle dei versi, ma vedendo forse che non gli
-tornava comodo dire a sillabe contate e in rima
-tutto il suo pensiero, vi rinunziò quella notte, e
-non credo che ricadesse mai più in tentazione.
-Perchè voleva amare sul serio, amò in prosa; ma,
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-o Muse! quale prosa e quanta! In ogni ora del
-giorno io trovava mio figlio intento a consegnare
-a un pezzetto di carta il suo grande amore.
-</p>
-
-<p>
-Egli non si confidava meco, come potete immaginare:
-aveva al contrario una gran paura dei miei
-sorrisi, delle mie parole buttate all'aria come per
-proporgli la mia complicità, e custodiva gelosamente
-i tentativi mal riusciti del suo stile epistolare,
-ma non così che io non trovassi modo di
-seguirne nascostamente la formazione e lo sviluppo.
-</p>
-
-<p>
-Nei primi giorni era uno stile saltellante a stento,
-come certa prosa moderna; ma a poco a poco il
-suo periodo si allargò per lasciar entrare in folla
-gli aggettivi, gli avverbi, le metafore e perfino
-qualche pensiero originale e qualche sentimento genuino.
-E allora il suo stile apparve gonfio, come
-certa prosa moderna. In capo a due mesi di tale
-esercizio, Augusto era il primo della scuola per
-l'italiano, e il signor maestro, uomo di modestia
-antica, si domandava in buona fede come avesse
-fatto il birboncello a cavar tanto sugo dalle sue
-lezioni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-</p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-
-<p>
-E come accoglieva Angela la prosa di mio figlio?
-Tranquillamente, con una gravità che era per
-me una rivelazione sempre nuova.
-</p>
-
-<p>
-Lo dissi una volta a Evangelina, ed Evangelina
-trovò che avevo ragione: «le fanciulle sono sempre
-mature per l'amore».
-</p>
-
-<p>
-Forse perchè ancora non le erano spuntate le
-ali della rettorica, e di quelle della grammatica e
-della ortografia non si poteva fidare interamente,
-forse perciò solo era restia a scrivere, o lo faceva con
-un laconismo degno dei bei tempi di Sparta; ma
-a ogni modo quella prudente parsimonia di parole
-otteneva un doppio e magnifico effetto: il suocero
-curioso ammirava l'anticipata dignità femminile di
-sua nuora, non badando a qualche peccatuzzo contro
-l'ortografia, e all'adorato Augusto, anche con
-doppia t, non pareva d'essere <i>adorato</i> abbastanza.
-</p>
-
-<p>
-Se quella fiamma avesse continuato un pezzetto
-ancora ad ardere con la medesima felicità, non turbata
-da un alito di vento maligno, probabilmente
-sarebbe andata a finire come le altre; un bel giorno
-Augusto avrebbe scritto ad Angela per farle sapere
-che la tradiva, e si sarebbe guastato un'altra volta
-col latino. Ma ad alimentare il fuoco amoroso interveniva
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-ogni tanto qualche piccolo litigio, e vegliava
-come una rigida vestale, indovinate chi... la
-gelosia!
-</p>
-
-<p>
-Sì, Augusto era geloso, e ah! non aveva che
-troppe occasioni di esperimentare il morso del suo
-piccolo demonio. I giuochi innocenti del crepuscolo
-erano dolcezza e fiele che la sorte gli mesceva quotidianamente;
-i baci che egli otteneva di nascosto,
-squisita ambrosia, erano attossicati da quelli che
-taluno più di lui ardito carpiva in palese; vi era
-fra gli altri un suo compagno di scuola, anche meno
-forte di lui nel latino, che non è dir poco, ma più
-forte a pugni, il quale baciava impunemente tutte
-le ragazze e dava degli scapaccioni ai maschi. Mio
-figlio restituiva coscienziosamente gli scapaccioni,
-ma era impotente a vendicare i baci.
-</p>
-
-<p>
-— Ti sei lasciata baciare! — rimproverava egli.
-</p>
-
-<p>
-Angela non vi aveva colpa, era stata presa alla
-sprovveduta, e poi giurava di non voler niente bene
-a quel monello.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa devo fare? — diceva.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava
-un po'; non sapeva nemmeno lui.
-</p>
-
-<p>
-— Mordilo — consigliava a casaccio.
-</p>
-
-<p>
-Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste
-scenette finivano così, e finivano bene; ma a volte
-si tiravano dietro uno strascico di musoneria crudele.
-</p>
-
-<p>
-Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito
-dopo il desinare, con una freddezza calcolata
-si accingeva, contro l'igiene, a fare il còmpito, il
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-còmpito vero e proprio, o studiava la lezione ad
-alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto
-io, senza far le meraviglie del caso nuovo,
-mi andava a mettere alla finestra. Angela, col musetto
-melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei;
-pensavo con una contentezza che ora mi sembra
-singolare: «gli vuol proprio bene!»
-</p>
-
-<p>
-Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei
-anche voluto andare a prendere mio figlio
-per un orecchio e trascinarlo ai piedi della sua innamorata;
-ma il mio dovere di padre era di non
-accorgermi di nulla.
-</p>
-
-<p>
-Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo
-sbadato; e quando io, dopo un breve silenzio,
-chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara
-fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio
-prima gridava più forte il suo latino della lezione,
-alzandone improvvisamente il tono a simiglianza
-degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone
-estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al
-mormorìo, poi deponeva il libro sulla scrivania e
-si veniva a mettere accanto a me per farsi vedere
-da Angela.
-</p>
-
-<p>
-Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene
-essa non dicesse parola e chinasse a terra la faccia
-arrossata dal piacere, un repentino rivolgimento
-accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora
-vengo» annunziava: «la so tutta!» soggiungeva
-rivolgendosi a me con poca speranza di corbellarmi. — «Bravo!»
-conchiudeva io con molto
-sussiego.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto
-d'Angela, e interroga sospettoso la finestra
-del babbo, il quale guarda una nuvola, come gl'insegna
-il suo dovere di padre.
-</p>
-
-<h3>IX.</h3>
-
-<p>
-Vedersi all'alba dalle finestre, affidare all'etere
-compiacente il principio di un bacio che sarà compiuto
-con sicurezza più tardi, incontrarsi poi su per
-le scale, in cortile, per via andando a scuola, e potersi
-abbandonare verso il tramonto, col pretesto
-di rimpiattello o di mosca cieca, ai teneri cicalecci
-dell'amore; ditelo voi che dalla strada, perduti in
-mezzo alla folla, mandate i sospiri a una finestra
-del quarto piano, chiusa da un padre severo, ditelo
-voi: non è soverchia felicità?
-</p>
-
-<p>
-E pure mio figlio non ne aveva abbastanza; gli
-rimaneva un desiderio insoddisfatto, un desiderio
-prepotente: impadronirsi di Angela, non lasciarla
-più... sposarla, sissignori! Povero Augusto! Io indovinava
-la strana condizione del suo spirito innamorato;
-il tempo severo, il tempo inesorabile non
-trattava la futura coppia allo stesso modo; era con
-<i>lui</i> lento, pigro, sgarbato; con <i>lei</i> era vario, industrioso,
-galante.
-</p>
-
-<p>
-Già, sebbene minore di due anni, Angela era
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-quattro dita più alta di Augusto; e crescendo ogni
-giorno a vista d'occhio, rimaneva bella.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno scese in cortile coi capelli annodati
-in una foggia più semplice, e un altro giorno la
-mamma le allungò le vesti, e un altro giorno, tornando
-da scuola, non portò più i libri in mano, ma
-li consegnò alla fantesca. Era semplice e innamorata
-ancora; ma non era più la bimba d'una volta.
-</p>
-
-<p>
-Augusto assisteva a questa trasformazione col
-cuore sgomento; maltrattato dall'età, egli aveva il
-naso fiorito e la fronte piena di bernoccoli; dimagrava
-senza crescere in proporzione e la sua faccetta
-espressiva era oscurata da pensieri amari.
-</p>
-
-<p>
-Fu un periodo di torture.
-</p>
-
-<p>
-Dopo tutti i guasti che l'amore, l'età e il latino
-avevano fatto nel corpo di mio figlio, la sorte gli
-riserbava un'altra afflizione ben più amara: la partenza
-d'Angela!
-</p>
-
-<p>
-Angela <i>partiva</i>, cioè a dire abbandonava a Pasqua
-il cortile e la casa. Addio facili colloqui, addio sicuri
-baci, addio giuochi innocenti, addio per sempre,
-addio, addio, addio!
-</p>
-
-<p>
-Così scrivevano gl'innamorati, esagerando il tono
-pel gusto d'essere molto infelici.
-</p>
-
-<p>
-— Giurami che sarai mia o di niun altro — scriveva
-mio figlio, e Angela giurava, per non sbagliare,
-su ciò che aveva di più sacro al mondo.
-</p>
-
-<p>
-Venne il giorno crudele della separazione; Angela
-portò l'amor suo in una via lontana, in un
-quartierino con le finestre verso corte. Il disastro
-era compiuto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-</p>
-
-<p>
-No, ancora il disastro non era compiuto; ma che
-si dovesse compiere era destino.
-</p>
-
-<p>
-Facendo ogni giorno una carezza ad Angela,
-dando ogni giorno uno scapaccione ad Augusto,
-aggiungendo un vezzo a lei, un furuncolo a lui, il
-tempo maligno intraprese l'opera villana di separare
-l'inseparabile, di distaccare due cuori che si
-erano giurati «su ciò che di più caro eccetera»
-di battere l'uno per l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Solo un mese dopo la <i>partenza</i> d'Angela, essendo
-andati a far visita ai suoi genitori, la nostra nuora
-ci apparve trasformata; già Augusto nel farsele intorno
-provava una soggezione istintiva.
-</p>
-
-<p>
-Si adoravano ancora per iscritto, ma a quattr'occhi
-la bimba d'ieri l'altro aveva certe movenze,
-certi sguardi da donna che sconvolgevano tutto il
-sistema amoroso di mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-Fu peggio quando Angela, dopo essere rimasta
-cinque mesi in campagna, tornò a Milano in novembre.
-Io stesso, vedendola, alla presenza di mio
-figlio la chiamai <i>signorina</i>. E m'avvidi, dalla risposta,
-dall'accento, da un certo sussiego carino assai, che
-non per la prima volta un uomo barbuto le dava
-questo titolo che fa battere il cuore a tredici anni.
-</p>
-
-<p>
-Ma aveva essa tredici anni veramente?
-</p>
-
-<p>
-Sì, tredici anni compiti, e li portava come una
-donnina: Augusto, a disagio nei suoi quindici, se
-ne stava in un canto, solo col suo amore spaiato.
-Non vi era più da farsi illusioni; al paragone di
-Angela, mio figlio era un fanciullo; il giochetto
-d'amarsi poteva durare alcuni mesi ancora, purchè
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-egli si acconciasse alla parte di vittima predestinata;
-doveva poi inevitabilmente finire per una sciabola
-che picchiasse sul lastrico in onore della signorina,
-o per un sigaro votivo che si accendesse nel buio
-della notte in una finestra borghese verso corte.
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio sentì il destino che gli piombava addosso
-e lo prevenne. Il suo sistema di tradimento
-perfezionato da una lunga pratica epistolare, gli
-suggeriva di scrivere; ed avendo differito troppo,
-il caso volle che egli si facesse bello d'un eroismo
-non suo: parlò.
-</p>
-
-<p>
-Quel che egli dicesse alla sua bella, quali frasi
-adoperasse per farle intendere che la lasciava libera
-di accettare gli omaggi dell'ufficialità dell'esercito,
-non lo seppi mai.
-</p>
-
-<p>
-Furono probabilmente poche parole dette nel
-vano della finestra in salotto, un giorno che Angela
-era venuta a farci visita, mentre la mamma,
-Evangelina e io affermavamo con mirabile accordo
-che la temperatura si faceva rigida e che già il termometro
-segnava...
-</p>
-
-<p>
-Che cosa segnava il termometro?
-</p>
-
-<p>
-Io seguiva con la coda dell'occhio le mosse dei
-due che si erano avvicinati con un po' di titubanza.
-Mio figlio parlava, scrivendo col dito degli <i>A</i> maiuscoli
-sui vetri appannati, e cancellandoli tosto;
-Angela ascoltava guardandolo fissamente.
-</p>
-
-<p>
-— Va bene — mormorò essa in ultimo.
-</p>
-
-<p>
-E mio figlio, scattando come una molla, annunziò
-con molta disinvoltura:
-</p>
-
-<p>
-— Nevica!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Davvero?
-</p>
-
-<p>
-— Davvero?
-</p>
-
-<p>
-Ma già avremmo dovuto immaginarlo; da alcuni
-giorni la temperatura si era fatta rigida, il termometro
-segnava...
-</p>
-
-<p>
-Che cosa segnava il termometro?
-</p>
-
-<h3>X.</h3>
-
-<p>
-Un'ora dopo Angela se ne volava dalla mia casa
-come un uccelletto a cui avessero aperto la gabbia;
-doveva essere impaziente di portare nel mondo la
-libertà spensierata dei suoi tredici anni sonati.
-</p>
-
-<p>
-Un amore bambinesco è un impaccio quando
-l'età annunzia alla fanciulla che il vero amore non
-è lontano.
-</p>
-
-<p>
-Come se non avesse aspettato mai altro, Angela
-approfittò così bene della licenza, che in pochi
-mesi nessuno più potè supporre che essa avesse
-avuto qualche cosa di comune col suo primo adoratore.
-</p>
-
-<p>
-Ed era sempre più bella, la perfida! sempre più
-carina, sempre più adorabile, la spergiura! Se ne
-avvedevano tutti, lo dicevano tutti, tranne mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-Dall'alto del suo cielo amoroso, egli era ricaduto
-nella sua sepoltura latina.
-</p>
-
-<p>
-Già erano parecchi annetti che lottava con le regole,
-già si era acciuffato con la sintassi e con la
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-prosodia, già ripeteva enfiando le gote: <i>Quousque
-tandem abutere</i>, quando un giorno entrò in casa
-una gran notizia: Angela era sposa!
-</p>
-
-<p>
-Laurina istintivamente si guardò nello specchio;
-mio figlio non impallidì, non disse verbo; ma la
-mattina successiva trovai sulla sua scrivania un rimasuglio
-di distico latino andato a male.
-</p>
-
-<p>
-Si leggeva ancora non ostante le cassature:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Non tu, formosa...</i></p>
-<p class="i01"><i>Te, pulcherrima... nuptiæ...</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il resto non aveva voluto venire.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-</p>
-
-<h2 id="marito">IL MARITO DI LAURINA</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Laurina dichiarava ancora di volere sposare a
-ogni costo il babbo, o per lo meno la mamma, e
-già io mi era domandato cento volte tra il serio
-ed il faceto: «Chi sa mai dove vive, dove abita,
-se è vicino o lontano, e che cosa fa in questo momento?
-È bello? Studia? Si fa onore? Io non lo
-vorrei grasso, nè melanconico. Sarà allegro, sarà
-magro?»
-</p>
-
-<p>
-— Chi? — interrompe un lettore.
-</p>
-
-<p>
-Il marito di Laurina.
-</p>
-
-<p>
-«Che a quest'ora sia nato, non ne posso dubitare;
-la mia bimba è piena di giudizio, e non commetterà
-mai la corbelleria di sposarsi a un uomo più
-giovane di lei. Ma chi sa mai dov'è? forse a
-venti passi di qua; forse agli antipodi, e a suo
-tempo dovrà fare mezzo il giro del mondo per venirsi
-a innamorare di mia figlia».
-</p>
-
-<p>
-A volte poi dicevo a Evangelina:
-</p>
-
-<p>
-— Pensare che già il destino gli ha appaiati, che
-nostro genero è là, in un punto dello spazio, e
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-che egli, tutto occupato de' suoi studi, non sospetta
-neppure che Laurina cresce e si fa bella, con la
-missione di fargli perdete la testa!
-</p>
-
-<p>
-Evangelina crollava il capo, e dava un'occhiata
-alla sua creatura, la quale intanto ingannava il
-tempo dell'aspettazione facendo un sermoncino alla
-bambola, o leggendo a voce alta in un libro tenuto
-alla rovescia.
-</p>
-
-<p>
-Col tempo questo essere mal definito, che se ne
-viveva in un cantuccio dell'orbe terraqueo, aspettando
-che la sorte gli mettesse innanzi mia figlia
-per avere la degnazione di pigliarsela, col tempo
-questo fidanzato anonimo si andò facendo bello di
-tutte le virtù.
-</p>
-
-<p>
-Non aveva che dieci anni più di Laurina; era
-alto, snello e bruno; portava i baffi e la mosca, e
-fra i baffi e la mosca un sorriso in cui si leggeva
-la sua anima buona. Apparteneva a una eccellente
-famiglia borghese, e un po' di ben di Dio al sole
-non gli mancava; più che d'altro era ricco della
-volontà, che insegue la fortuna, della perseveranza
-che la raggiunge, della prudenza che, raggiuntala,
-non se la lascia sfuggire di mano, dell'amore che
-raddoppia ogni ricchezza divisa.
-</p>
-
-<p>
-Sì, era innamorato e non si poteva lagnare,
-perchè era anche corrisposto.
-</p>
-
-<p>
-Si dovevano sposare fra dieci anni o dodici, una
-bella mattina di maggio, prima dinanzi al Sindaco,
-poi in chiesa; e appena sposati se ne andrebbero
-per l'Italia, coi treni diretti, per ritornare un mese
-dopo a Milano più innamorati di prima.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-</p>
-
-<p>
-Lo conoscevo, gli volevo bene, me n'ero fatto un
-amico, e chiamavo lui pure: «mio figlio»; ma non
-perciò quel fantasma di genero diventava importuno.
-</p>
-
-<p>
-Solo nelle ore di ozio di suo suocero, egli veniva
-qualche volta a fargli visita, e appena si annunciava
-un cliente o appariva un usciere, se ne
-andava alla chetichella. Poi le sue visite si vennero
-facendo tanto più rare e fuggitive, quanto più il
-tempo dell'avvocato Placidi diventava prezioso.
-</p>
-
-<p>
-E un giorno, in un viale dei pubblici giardini,
-mentre io me n'andava superbamente a spasso, con
-mia figlia a braccetto, egli mi disse un «addio»
-melanconico, e mi voltò le spalle per sempre.
-</p>
-
-<p>
-Quella scena mi sta sempre dinanzi agli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Io mi vedo dunque con la mia Laurina a braccetto,
-in un viale dei pubblici giardini, poco prima
-dell'imbrunire. Ho la testa in processione, non
-penso a nulla: cioè no, penso che sono contento
-di me, che mi è finalmente riuscito di sfuggire ai
-miei clienti, i quali mi seguirebbero volentieri da
-per tutto, alle preture, in tribunale, in appello, in
-cassazione, alla passeggiata, all'inferno; penso che
-comincio a mettere pancia, ma senza ombra di
-rammarico, perchè sotto la toga un po' di pancia
-fa bella figura; e penso che mia figlia, la quale mi
-cammina al fianco con passo spedito, gettando ogni
-tanto nel caro vuoto del mio cervello una domanda
-o una esclamazione, mi arriva oramai al mento,
-sebbene io porti la testa alta. E penso che, nel vedermi
-passare con tanta solennità, la buona gente,
-che mi conosce di vista, appena appena si arrischia
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-a salutarmi, temendo di turbare il corso dei miei
-gravissimi pensieri.
-</p>
-
-<p>
-Due giovanotti ci passano innanzi, si voltano, ci
-guardano, sorridono e si comunicano le loro impressioni.
-Mi pare di comprendere che uno ci abbia
-presi per inglesi, e che l'altro, dandogli pienamente
-ragione, aggiunga che viaggiamo per la luna di
-miele; e invece di sentire i sussulti della mia vanità
-di uomo ben conservato, mi adiro dentro di
-me e vorrei correr dietro a quei due malaccorti e
-gridar loro: — «Balordi, oh non vedete che la mia
-Laurina ha sedici anni e che io sono suo padre?»
-Mia figlia mi domanda ridendo:
-</p>
-
-<p>
-— A che pensi?
-</p>
-
-<p>
-E io rallento il passo che avevo accelerato involontariamente. — Tu,
-quando pensi molto — osserva
-Laurina — corri e non te ne accorgi.
-</p>
-
-<p>
-La guardo, le sorrido, ed ella si contenta, e io
-riconosco che la gente ha ragione, che mia figlia
-ha propriamente l'aria di una donnina, e che vista
-al fianco d'un uomo... cioè che io... visto al fianco
-di lei... Assolutamente il mio amor proprio d'uomo
-ben conservato vuole la parte sua; ha lasciato passare
-la colleruzza dell'offeso sentimento paterno, ed
-è rimasto ad aspettare, ma gli hanno fatto l'elemosina
-e non è punto disposto a restituirla.
-</p>
-
-<p>
-È l'ora di evocare il fidanzato di Laura: eccolo
-alla svolta del viale; è più grave del solito avendo
-dovuto invecchiare ad un tratto di tre anni, nondimeno
-sorride perchè il momento sospirato si avvicina.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lo conosci quel signore? — mi domanda
-mia figlia.
-</p>
-
-<p>
-«Se lo conosco! è una mia creatura! Sono ormai
-dodici anni che ci conosciamo; quel signore non
-è un signore; è di casa; guardalo bene, è lo sposo
-che tuo padre ti ha preparato... Sorridigli, te lo
-permetto, fallo felice, amalo...»
-</p>
-
-<p>
-Vidi questa risposta come se qualcuno la scrivesse
-rapidamente innanzi a me, e pensai: «verrà
-un giorno che dovrò risponderle così»; poi volsi il
-capo per seguire con gli occhi il signore che era
-passato. Appunto si voltava egli pure, e io ebbi
-agio di vederlo.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo conosco — dissi a mia figlia; — credo
-di non averlo mai veduto, pare un capo d'ufficio
-o un colonnello giubilato. Ma perchè mi fai
-questa domanda?
-</p>
-
-<p>
-— Ci è già passato vicino due volte, e ci ha
-guardati fisso; e non oggi soltanto... anche l'altro
-giorno...
-</p>
-
-<p>
-— Sarà un frequentatore dei giardini pubblici...
-</p>
-
-<p>
-— L'altro giorno eravamo in galleria...
-</p>
-
-<p>
-— Gli sembrerà di conoscermi... non è una cosa
-difficile... a Milano tutti sanno chi è l'avvocato
-Placidi...
-</p>
-
-<p>
-Mi arrestai in tronco, perchè mia figlia mi strinse
-più forte il braccio, bisbigliando:
-</p>
-
-<p>
-— Zitto, è lui!
-</p>
-
-<p>
-To'! Laurina riconosceva <i>quel signore</i> al passo!
-</p>
-
-<p>
-Era un passo frettoloso, saltellante e accompagnato
-da una bizzarra musica di stivali, ma per
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-averla così bene nell'orecchio, mia figlia aveva già
-dovuto udirla più d'una volta.
-</p>
-
-<p>
-Quel signore ci raggiunse, guardò Laurina lungamente,
-passò oltre, sempre saltellando, e giunto
-alla estremità del viale, tornò indietro a passo lento,
-trovando ancora il modo di saltellare.
-</p>
-
-<p>
-Feci in un istante le più strambe congetture.
-</p>
-
-<p>
-«Quello è un parente lontano, forse un cugino
-della madre di mia moglie; emigrò all'estero per
-disperazione amorosa, non essendo potuto arrivare
-al cuore della sua bella, buon'anima, prima di mio
-suocero; è rimasto scapolo, si è fatto milionario;
-ora ritorna in cerca di un erede; dicono che la mia
-Laurina sia tal quale il ritratto di sua nonna a sedici
-anni; gli sembrerà di rivederla; mia figlia,
-grazie al cielo, non ha bisogno che nessuno s'incomodi
-dall'America per portarle la dote, ma se le
-piovesse un milioncino nel cestello di nozze non
-offenderebbe nè me, nè lei, nè la misericordia celeste».
-</p>
-
-<p>
-Stavo serio, perchè l'incognito si avvicinava, e
-dentro di me ridevo; intanto che venivo pagando
-alla meglio il tributo d'ilarità a quell'idea barocca,
-altre idee si facevano avanti.
-</p>
-
-<p>
-«Quello è un padre di stampo antico, che non
-si fida del criterio del suo primo maschio, e vuole
-scegliergli lui stesso la sposa. Laurina ha un'aria
-tanto modesta, ed è così carina, che non si potrebbe
-fare una scelta migliore. Rimane a vedersi
-se a noi conviene il pretendente...».
-</p>
-
-<p>
-L'incognito non era più che a pochi passi, e io,
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-guardandolo alla sfuggita, vidi con uno sgomento
-nuovo che egli saltellava peggio di prima, e che
-avea preso una cert'aria civettuola e galante, facendo
-luccicare stranamente le pupille nella loro
-cornice di rughe e piegando la testa con un vezzo
-tutto suo.
-</p>
-
-<p>
-Non volevo credere ai miei occhi; e mi bisognò
-pure arrendermi alla evidenza quando il vecchietto,
-passandoci rasente, spinse l'ardire fino a manifestare
-il suo incendio con un sospiro.
-</p>
-
-<p>
-Proprio così: quello che io credeva un colonnello
-americano imbarazzato nel far testamento cercava
-forse un erede, ma lo voleva legittimo, e
-aveva messo gli occhi su mia figlia.
-</p>
-
-<p>
-— È un matto! — dissi a Laurina in maniera
-d'essere inteso dallo strano pretendente, e attraversai
-il viale per cacciarmi fra le aiuole.
-</p>
-
-<p>
-Speravo così d'avere sgominato il vecchio satiro,
-ma voltandomi poco dopo vidi che egli saltellava
-per raggiungerci da un'altra parte e pigliarci ancora
-una volta di fronte.
-</p>
-
-<p>
-Intanto all'estremità del viale, un giovinotto bello
-e melanconico mi faceva addio con la mano, senza
-che io trovassi un accento per dirgli: — «rimani,
-tu sei la gioventù, tu sei la forza, tu sei l'amore;
-chiedimi oggi stesso la mano di Laurina, e Laurina
-è tua». L'audacia di un balordo stagionato
-mi toglieva la forza di trattenere il mio ideale.
-</p>
-
-<p>
-— Affretta il passo — dissi a Laurina. Essa
-senza comprendere, mi secondò, e a me parve di
-averla sottratta a un pericolo, quando alla porta
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-di casa vidi che l'incognito non aveva potuto seguire
-le nostre traccie. «Sia ringraziato il cielo — pensai; — l'asma
-lo ha tradito!»
-</p>
-
-<p>
-— Chi era quel vecchio? — mi domandò un'altra
-volta mia figlia.
-</p>
-
-<p>
-Io, per non ispaventarla troppo, svelandole il
-mio pensiero, le dissi che era un matto, che non
-poteva essere se non un matto.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Non era un matto! O almeno egli non si credeva
-tale.
-</p>
-
-<p>
-Ci aspettò un giorno, due, tre, nei viali dei
-giardini pubblici e in galleria; all'ultimo non ne
-potendo più, fece un rapido esame di coscienza,
-un paio di proponimenti spicciativi, ma saldi, diede
-un addio frettoloso alla sua bella vita di scapolo,
-e si presentò alla porta di casa mia per chiedermi
-la mano di Laurina.
-</p>
-
-<p>
-Io stava meditando un ricorso in cassazione;
-avevo trovato undici cause di nullità nella sentenza
-d'appello, che dava torto al mio cliente; ed ero
-attento a trovarne ancora una, per fare la dozzina,
-quando una musica in anticamera ruppe la mia
-industria.
-</p>
-
-<p>
-«È lui!» pensai, rizzandomi in piedi di scatto,
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-come per ricacciarlo fuori dell'uscio, ma mi rimisi
-subito a sedere. Uno dei miei scrivani mi portò
-un biglietto di visita.
-</p>
-
-<p>
-— Aspetti — dissi, senza nemmeno guardare;
-e rimasto solo lessi, sotto uno stemma coronato,
-un magnifico nome, uno di quei nomi che non
-invecchiano e sembrano dover essere portati dai
-giovanotti soltanto: Libero de' Liberi.
-</p>
-
-<p>
-Guardai all'uscio ripetendo dentro di me: «Non
-sarà male che faccia anticamera».
-</p>
-
-<p>
-L'impazienza mi vinse e gridai:
-</p>
-
-<p>
-— Fatelo venire innanzi.
-</p>
-
-<p>
-Perchè mi tremava la voce?
-</p>
-
-<p>
-Il signor Libero de' Liberi entrò. Era proprio
-lui, ed io potei subito notare che si era premunito
-alla meglio contro la prima impressione e che usciva
-allora allora dalle mani del parrucchiere.
-</p>
-
-<p>
-— Ho il piacere di parlare all'avvocato Placidi? — disse
-sorridendo risolutamente.
-</p>
-
-<p>
-Avevo avuto tempo di fare anch'io il mio proposito,
-e mi accontentai d'inchinarmi e di accennargli
-una sedia.
-</p>
-
-<p>
-Egli impiegò un tempo relativamente lungo nel
-mettersi a sedere, e parve cercare un istante qualche
-cosa fra le proprie gambe e quelle della seggiola;
-ma vedendo ch'io non fiatava, si decise a ripigliare
-la parola:
-</p>
-
-<p>
-— Vengo per un affare delicato... un affare, dirò
-così, delicato... propriamente delicato...
-</p>
-
-<p>
-Non era carità la mia di starmene ad aspettare
-in silenzio il resto, ma volevo che il vecchio temerario
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-pagasse sino all'ultimo quattrino il prezzo
-della sua balordaggine.
-</p>
-
-<p>
-Ed egli parlava, sebbene io facessi di tutto per
-intimorirlo; diceva:
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato Placidi non è celebre per nulla:
-la fama narra che egli ha il cuore... pari all'ingegno...
-</p>
-
-<p>
-Vedendo che io non apriva bocca nemmeno per
-interromperlo e per respingere la sua adulazione,
-proseguì mutando accento:
-</p>
-
-<p>
-— Quando un uomo ha un negozio... dirò
-così... difficile per le mani, e gli bisogna un valido
-patrocinio, non vi è meglio che l'avvocato Placidi.
-Non dica di no...
-</p>
-
-<p>
-Io non diceva nè sì nè no, ma a questo punto
-mi venne la debolezza di credere che il signor
-Libero de' Liberi, invece di aver fatto quella grande
-asineria che consiste nell'innamorarsi a sessant'anni
-di una fanciulla di sedici, stesse lì lì per commettere
-quell'altra di trascinare il suo prossimo in tribunale.
-E siccome, essendo così le cose, era mio stretto
-dovere di non negargli tutto il mio «valido patrocinio»
-e di accogliere con dignitosa gratitudine
-le sue parole di lode, gli staccai gli occhi di dosso
-un momentino per inchinarmi.
-</p>
-
-<p>
-Non l'avessi mai fatto! Gli balenò sulle labbra
-un sorriso di trionfo, e dal modo con cui, senza
-nemmeno rispondere al mio inchino, si accomodò
-sulla seggiola, appoggiando il dorso alla spalliera
-ed accavallando una gamba sull'altra, io vidi che
-oramai si teneva sicuro della vittoria.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il mio negozio è intricato — ripigliò a dire
-con crescente disinvoltura — si tratta del mio futuro
-matrimonio.
-</p>
-
-<p>
-Si cancellò dalla mia fronte fin l'ombra della
-condiscendenza che vi era balenata un istante; ma
-quell'uomo singolare non se ne avvide nemmeno
-e tirò dritto:
-</p>
-
-<p>
-— Sissignore, si tratta del mio matrimonio, poichè
-sono ancora celibe. Dirà che all'età mia è un po'
-tardi; ma prima di tutto quanti anni crede che io
-abbia?...
-</p>
-
-<p>
-Mi lesse in faccia che la risposta non lo avrebbe
-contentato, e si affrettò a togliermi con garbo
-l'arma che mi aveva messo sbadatamente nelle
-mani.
-</p>
-
-<p>
-— Ho cinquantacinque anni, anzi non gli ho compiti
-ancora; li avrò fra un mese e sette giorni...
-Non credo che sia troppo tardi per pigliar moglie...
-nè troppo presto — soggiunse per rispondere forse
-ad un sorriso ironico che aveva visto sulle mie
-labbra. — Ho saputo aspettare io! Ne conosco più
-d'uno che a quest'ora è pentito di non avermi dato
-retta, e di aver avuto troppa furia di prender moglie,
-come se le ragazze da marito dovessero mancare...
-La leggerezza, signorini miei, guasta i nove decimi
-dei matrimoni; il mio non può andar a male...
-perchè vi ho pensato molto.
-</p>
-
-<p>
-Ancora non avea messo innanzi la mia figliuola,
-e io poteva, senza commettere villania, cedere alla
-tentazione di dargli il fatto suo, e chi sa? fors'anche
-prevenire una discussione fastidiosa. Quand'egli si
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-vantò d'aver pensato molto al suo matrimonio, io,
-senza ombra di malignità nell'accento, feci la mia
-timida osservazione:
-</p>
-
-<p>
-— Forse troppo!
-</p>
-
-<p>
-Fu come se gli avessi avventato una doccia fredda;
-rimase stordito alquanto, subito reagì, baldanzoso
-come un galletto.
-</p>
-
-<p>
-— Le domando scusa, credo d'averci pensato
-abbastanza e niente più.
-</p>
-
-<p>
-— Le domando scusa anch'io — entrai a dire
-con un magnifico accento da minchione che tante
-volte ho poi cercato inutilmente di imitare; — le
-domando scusa anch'io, ma con le persone che si
-degnano di richiedere il mio patrocinio, ho sempre
-avuto l'abitudine d'essere schietto. Non vi devono
-essere sottintesi fra un avvocato e il suo cliente;
-è la mia massima.
-</p>
-
-<p>
-Egli m'interrompeva col gesto, io avevo infilato
-la mia dimostrazione, e non ero disposto ad arrestarmi
-fin che fossi andato alla fine.
-</p>
-
-<p>
-— Prima d'entrare nei particolari del suo negozio,
-mi lasci esprimere alcune idee generali. Scopo del
-matrimonio è, o almeno dev'essere, la figliolanza;
-quando gli sposi sono giovani, hanno dinanzi
-l'avvenire; la prole nascitura, salvo impreveduti disastri,
-è al sicuro, perchè crescerà sotto l'occhio
-amoroso dei genitori, i quali avranno tutto il tempo
-d'invecchiare al servizio della felicità dei loro figli;
-passata una certa età, il matrimonio significa l'abbandono
-innanzi tempo delle creature stentate che
-si metteranno al mondo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-</p>
-
-<p>
-Vedendo l'inefficacia della sua mimica per troncarmi
-in bocca il periodo, il signor De' Liberi
-aveva preso bravamente il partito di lasciarmi dire,
-annotando con una fregatina di mani le parole che,
-secondo me, dovevano ferirlo nel vivo.
-</p>
-
-<p>
-Quando io tacqui, egli non si affrettò neppure
-ad interrompermi, e solo dopo essersi fregato ancora
-una volta le mani mi disse, curvando il capo
-verso il pavimento e guardandomi di sotto in su
-in una maniera vezzosa:
-</p>
-
-<p>
-— Posso parlare?
-</p>
-
-<p>
-— Parli.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco — incominciò egli, imitando malamente
-la strana dolcezza del mio accento — ella può
-avere mille ragioni astratte, che al caso mio non
-fanno, per tante altre ragioni concrete che le dirò
-poi. Ripeto che ella può avere mille ragioni astratte,
-non dico già che le abbia. Dirò anzi, se permette,
-che non nè ha nemmeno una. Mi spiego. Che
-del mio matrimonio sia scopo la figliolanza, passi
-in rettorica, ma logicamente non può passare. La
-figliolanza è per solito la conseguenza del matrimonio,
-ed io desidero che il mio non faccia eccezione;
-ma lei non mi vorrà dire sul serio che i
-coniugi senza prole siano come chi dicesse i falliti
-del matrimonio, e che la loro unione riesca inutile.
-Io voglio pigliar moglie anche per avere dei figliuoli,
-ma prima di tutto perchè ho visto abbastanza del
-mondo da contentare tutte le curiosità pericolose
-per la vita domestica, e posso oramai aprire tranquillamente
-il cuore a un affetto vero e durevole.
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-Piglio moglie perchè credo giunta per me l'ora di
-essere amato e d'amare; e il mio affetto non sarà
-cieco, anzi si vanterà d'essere intelligente. Se non
-isbaglio, ho qualche anno più di lei....
-</p>
-
-<p>
-— Quindici — insinuai con garbo.
-</p>
-
-<p>
-— Ho qualche anno più di lei, e si può fidare
-della mia esperienza. Ebbene, io le assicuro che i
-giovani non sanno amare, che prima dei quarant'anni
-nessuno può vantarsi di sapere l'abbici dell'arte di
-rendere felice una donna; io la so tutta...
-</p>
-
-<p>
-Si era andato accalorando a poco a poco, e nella
-foga della confutazione aveva smesso l'accento melato
-dell'esordio; ma a questo punto indovinò forse
-nel mio sorriso il timore che egli avesse avuto
-tempo di dimenticare quell'arte di cui s'impara
-l'abbici a quarant'anni, perchè, abbassando la voce
-e ripigliando il fare carezzevole di prima, ripetè:
-</p>
-
-<p>
-— Ho cinquantacinque anni non compiti, sono
-nel fiore dell'età. Io le leggo in faccia, che, sebbene
-più giovane di me, lei si crede vecchio; invecchi
-per davvero e diventerà della mia opinione. È il
-difetto della nuova generazione, quello di voler
-essere decrepita. La natura aveva assegnato all'uomo
-un periodo di vita, al cui paragone le nostre due
-età messe insieme fanno appena appena una fiorente
-virilità. La fisiologia delle piante e degli animali ha
-dimostrato che ogni creatura vivente può campare
-otto volte il tempo che impiega a raggiungere il
-suo massimo sviluppo. L'uomo si forma fino a
-venticinque anni; faccia il conto; sono dugento
-anni di prova che l'umana impazienza è riuscita a
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-ridurre a meno della metà. Ma io non sono impaziente;
-ho buona salute perchè mi sono goduto
-il mondo con metodo. Faccio conto di campare
-ancora molti anni, di vedere i miei figli maschi
-nell'esercito o in una pubblica amministrazione, e
-di dare alle mie ragazze dei mariti... che mi somiglino...
-</p>
-
-<p>
-Sorrise con malizia. Era la prima allusione alla
-mia Laurina, ma non andò oltre. Contentone della
-parte che gli avevo messo nelle mani, non voleva
-barattarla con un'altra. Senza sfidare apertamente un
-rifiuto, egli difendeva la sua causa con comodo sapendo
-benissimo d'essere inteso. Ed io quasi mi
-pentiva di non averlo messo con le spalle al
-muro.
-</p>
-
-<p>
-— Mettiamo — ripigliò dopo una pausa — per
-farle piacere, mettiamo che scopo del matrimonio
-sia la figliolanza, mettiamo che mia moglie mi dia
-dei figli, mettiamo anzi allegramente che me ne
-dia una dozzina, e infine mettiamo che un accidente
-imprevisto mi faccia morire prima del tempo
-e tolga alla mia famiglia il più amoroso dei mariti
-e dei padri; il danno, relativamente alla enorme
-sventura, sarà irreparabile per me solo.
-</p>
-
-<p>
-Abbassò la voce e prese un'aria modesta nel
-soggiungere:
-</p>
-
-<p>
-— Sono ricco!
-</p>
-
-<p>
-Non sapevo veramente come ribattere; nel campo
-dei ragionamenti astratti tutto quello che ancora
-potevo opporre era un <i>ma</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Me ne rallegro — risposi — ma...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-</p>
-
-<p>
-Egli pensò ch'io volessi maggiori spiegazioni e
-rincalzò così l'ultimo suo argomento:
-</p>
-
-<p>
-— Sono ricco, e non me ne vanto, perchè le
-mie ricchezze non me le son fatte io: ad ogni
-modo, sia ringraziato mio padre buon'anima, sono
-ricco; posseggo ottocentomila franchi quasi tutti
-in cedole del debito pubblico e in risaie. Se sarà
-necessario, assicurerò la mia vita a favore dei
-miei eredi. Io non ho la sciocca paura di morire
-subito dopo essermi assicurato; tutt'altro; so, perchè
-me lo insegna la statistica, che chi si assicura ha
-la probabilità di campar molto di più, e che solo
-perciò le società d'assicurazioni spartiscono dei
-grassi dividendi. Ma posso morire d'una caduta da
-cavallo; posso essere fulminato, sebbene la mia
-casa di città e quella di campagna siano munite
-di parafulmini; posso perire in uno scontro ferroviario...
-</p>
-
-<p>
-— Possiamo — interruppi gravemente — essere
-presi alla sprovveduta in una notte serena,
-ed essere accoppati e seppelliti in un punto solo,
-da un bolide che ci caschi addosso.
-</p>
-
-<p>
-— Perciò — prosegui senza scomporsi — mi
-propongo d'assicurare la mia vita; e lo farò la
-vigilia delle nozze. Sarà una specie di dote che
-porterò io a mia moglie, la quale deve entrare
-nella casa coniugale col suo fardelletto di ragazza
-e niente più.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta credette proprio d'avermi soggiogato,
-perchè mi piantò gli occhi in faccia come un creditore.
-Lasciai durare il silenzio quanto bastasse a
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-far perdere al mio avversario un po' di sussiego,
-poi dissi tranquillamente:
-</p>
-
-<p>
-— Io sono qui a discutere con lei intorno a
-una teorica, di cui non veggo l'applicazione.
-</p>
-
-<p>
-— L'applicazione, l'applicazione.... l'applicazione
-eccola: lei ha una figliuola che mi piace, sissignore,
-mi piace; mi piace molto, mi piace troppo, mi
-piace tanto che vorrei sposarla. Non conoscendo
-nessuno per farmi presentare — proseguì dopo
-una breve pausa con accento più umile — eccomi
-qua alla libera; siccome è un negozio che mi sta
-a cuore, ho voluto trattarlo in persona. Non ignoro
-che corrono pel mondo dei pregiudizi contrari alla
-mia felicità; voglio difenderla io stesso.
-</p>
-
-<p>
-Parlava con una gravità inusata, e non pareva più
-il medesimo uomo di prima, quando soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Se dopo queste spiegazioni, rimane ancora
-qualche cosa di bizzarro nella mia condotta, signor
-avvocato, si metta nei miei panni e mi difenda lei.
-</p>
-
-<p>
-Era il punto difficile: al momento di dare
-un'afflizione a quell'uomo audace, io lo trovava
-simpatico, e quasi non mi pareva audace; era ben
-conservato, non bello, ma di lineamenti regolari;
-se non gli aveva ritinti, i capelli che gli rimanevano
-erano pochi ma neri. Pensavo: «quanti babbi e
-quante mammine si lascerebbero tentare dalle sue
-ottocentomila lire di patrimonio! Palazzo in città,
-palazzo in campagna, risaie, cedole del debito pubblico....
-Oh! quante fanciulle di sedici anni perderebbero
-la testa!...
-</p>
-
-<p>
-— In tutto ciò — risposi gravemente — io
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-non vedo altro di bizzarro se non la sproporzione
-dell'età; che lei pigli moglie a cinquantacinque anni
-è cosa naturalissima, non avendola presa prima...
-ma lei forse ignora quanti anni ha la mia Laura.
-</p>
-
-<p>
-— Laura! Si chiama Laura?
-</p>
-
-<p>
-— Si chiama Laura Antonietta Maria Eugenia,
-e non ha che <i>sedici</i> anni!
-</p>
-
-<p>
-Pronunziai queste parole in modo che dovessero
-colpirlo, e per verità egli parve scrollato. Senza
-dargli tempo di riaversi, proseguii:
-</p>
-
-<p>
-— Vedendola alla passeggiata, al braccio del
-babbo, quando giuoca alla signorina, può ingannare,
-ma è proprio una bimba; va a scuola e veste
-ancora la bambola di nascosto.
-</p>
-
-<p>
-Mi ascoltava a bocca aperta; uscito dal primo
-stordimento, i sedici anni di mia figlia non lo
-scoraggiavano più; tutt'altro; pareva estasiarsi a
-ogni mia parola e ricominciava a farmi dispetto.
-</p>
-
-<p>
-— Sedici anni! — balbettò quando io tacqui
-vedendo che le mie parole non facevano altro che
-solleticare la sua fantasia amorosa... — Sedici anni
-sono pochi... quando non sono abbastanza. Questa
-volta credo che bastino: come lei dice benissimo, la
-signorina Laura è molto sviluppata; vedendola alla
-passeggiata, non le si darebbero sedici anni soltanto...
-Sedici anni!... compiti beninteso... che significano
-diciassette pel giorno delle nozze. Ebbene in fede
-mia, tanto meglio: io non ho nulla in contrario!...
-</p>
-
-<p>
-— Mi spiace di contraddirle — interruppi infastidito; — ma
-sono costretto a ringraziarla dell'onore
-che vuol fare a mia figlia...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Un momento: non mi dica di no, senza lasciarmi
-parlare. Lei stesso poco fa diceva naturalissimo
-che io pigliassi moglie...
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro... e soggiungerò, se me lo permette,
-che nei suoi panni la vorrei stagionata.
-</p>
-
-<p>
-— Mi scusi tanto, ma lei farebbe una corbelleria.
-Alla mia età non vi è altra scelta: o rimanere
-scapoli, o sposare una fanciulla, non dico proprio
-di diciassette anni...
-</p>
-
-<p>
-— Manco male!
-</p>
-
-<p>
-— Ma che non abbia passato i venti. Un matrimonio,
-come lo voglio fare io, ha tutte le probabilità
-di essere felicissimo; non si sono ancora
-ficcati dei grilli in una testina di fanciulla; non vi
-sono entrate delle opinioni storte, quasi non vi
-sono entrate nemmeno delle opinioni; è un terreno
-vergine, pronto a ricevere ciò che vi si saprà seminare.
-Io non costringerò già mia moglie a fare
-quello che mi piacerà, ma farò mia moglie come
-mi piacerà che sia, cioè a dire felice. E perchè una
-moglie sia felice, mi pare che debba essere affettuosa,
-modesta, casalinga e innamorata... del marito.
-Sbaglio? A diciassette anni è già una festa il solo
-entrare in possesso d'un mazzo di chiavi; giocando
-a far la padrona, la fanciulla si innamora della
-casa e si fa un'abitudine dell'amor coniugale. Una
-felicità così incominciata deve sfidare il tempo a
-dispetto dei teatri, de' libri e delle amiche; perchè,
-dica lei: che cosa mancava quasi sempre nei matrimoni
-andati a male? «Mancava il marito». Le
-abitudini, le curiosità, le irrequietezze dei giovani
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-d'oggi fanno che nella maggior parte dei matrimoni
-il marito sia assente. La moglie abbandonata
-si dà per disperazione ai romanzi e alle
-amiche. E se una volta sbaglia, e per eccesso di
-disperazione si dà anche a un amico, di chi la
-colpa?... Sorride, signor avvocato? Segno che ho
-ragione...
-</p>
-
-<p>
-— Lei non ha torto, lei dice delle cose piene di
-giudizio; ma io non posso rispondere altro se non
-che per ora ho tutt'altro per il capo che dar marito
-a mia figlia...
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, aspetterò... posso aspettare.
-</p>
-
-<p>
-Lo guardai in faccia come si guarda un portento,
-egli indovinò il mio pensiero e soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Non dico d'aver del tempo da buttar via,
-ma per farle piacere posso aspettare... Sentiamo,
-quanto tempo vuole che io aspetti? Un anno,
-due?...
-</p>
-
-<p>
-— Si va fuori di strada, caro signore; io da lei
-non voglio nulla; se mi fa l'onore di chiedermi
-la mia opinione astratta in proposito del suo matrimonio,
-io glie la dò nuda e cruda. I ragionamenti
-con cui lei difende la sua causa sono speciosi, sono
-belli, fanno, come diciamo noi, <i>effetto</i>; ma a chi
-ne ricerca il fondo appaiono quello che sono: i sofismi
-dell'impotenza.
-</p>
-
-<p>
-Quest'ultima parola per poco non lo fece andare
-in collera, e gli bisognò adoperare tutta la sua
-forza d'animo per respingerla pacatamente.
-</p>
-
-<p>
-— Impotenza no... tutto quello che vuole, signor
-avvocato, ma impotenza, no; io sono nelle sue
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-mani; maltratti me, se crede, ma non offenda le
-verità fisiologiche...
-</p>
-
-<p>
-— Non ho voluto offendere la fisiologia, e se
-l'ho offesa senza saperlo ne chiedo scusa — proseguii: — le
-dicevo dunque il mio parere astratto;
-ed è che il matrimonio deve essere comunanza
-d'idee, di istinti, di bisogni, di aspirazioni, di sentimenti,
-cementata dall'amore. Le sproporzioni
-enormi di età creano quasi sempre un legame fittizio,
-in cui deve essere o tutto sacrifizio da una
-parte o tutta condiscendenza dall'altra...
-</p>
-
-<p>
-— Un po' di sacrifizio da una parte — interruppe
-con accento melato — un po' di condiscendenza
-dall'altra....
-</p>
-
-<p>
-— Se poi mi chiede mia figlia — proseguii
-senza badargli — le dirò che io non ne dispongo
-come una derrata; se ne disponessi, mi piace parlarle
-schietto, non gliela darei.
-</p>
-
-<p>
-— E, a parer suo, si stenterà a trovar un padre
-che voglia dare alla propria figliuola un uomo
-come me, senza il costo d'un quattrino?... perchè
-io non voglio dote...
-</p>
-
-<p>
-— Non dico questo; credo anzi che lei non
-istenterà niente affatto: ma le consiglio di riservare
-sempre per ultimo, come fa oggi, l'argomento
-della dote. Dare la dote alla propria figliuola, anche
-se costa un sacrifizio, è un diritto che i genitori si
-tengono caro, a cui essi non vogliono rinunziare.
-</p>
-
-<p>
-Mi guardò con una gran voglia di contraddire
-al mio ottimismo, ma io guardai lui bene in faccia,
-s'inchinò e tacque.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Forse — disse poi freddamente — quando
-la signorina Laura saprà...
-</p>
-
-<p>
-— Mia figlia — interruppi levandomi da sedere — non
-saprà nulla; essa è in età che non mi
-obbliga a consultarla.
-</p>
-
-<p>
-Con questa dichiarazione esplicita gli diedi un
-colpo tremendo.
-</p>
-
-<p>
-— È singolare — balbettò — lei dispone così
-della felicità di sua figlia senza nemmeno interrogarla.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, ma io non dispongo di nulla; lascio
-mia figlia libera di fare a suo tempo, e con giudizio,
-la propria felicità.
-</p>
-
-<p>
-— La felicità — sentenziò quell'ostinato — non
-si presenta sempre due volte; io ho la coscienza di
-poter fare felice la signorina Laura, e mi pare che
-non vi sarebbe alcun male se la signorina conoscesse
-le mie intenzioni...
-</p>
-
-<p>
-— La signorina Laura — ribattei con pacatezza — fino
-a due anni fa era contenta di sposare il
-babbo: dica un po' lei se mi devo pigliare la briga
-di metterle in capo il suo strano progetto.
-</p>
-
-<p>
-— Voleva sposare il babbo! — esclamò con
-gioia quell'innamorato testardo; — voleva sposare
-il babbo!...
-</p>
-
-<p>
-— Scusi — dissi per troncare la sua estasi — dimenticavo
-che sono aspettato.
-</p>
-
-<p>
-— Ritornerò — diss'egli prontamente — ci
-pensi...
-</p>
-
-<p>
-Mi porgeva la mano, ed io la presi un momentino;
-s'inchinò, m'inchinai, sparve.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rimasto solo, mi sentii come sopraffatto dal
-peso di una sventura che le mie forze paterne
-non bastassero a sopportare, e corsi a gettare il
-mio sgomento nel seno di Evangelina.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Evangelina rise. L'idea che Laura a sedici anni
-avesse suscitato la follìa amorosa d'un vecchio
-celibe, e sopratutto che io me ne affliggessi come
-d'una sventura toccata alla nostra bambina, questa
-idea la metteva di buon umore.
-</p>
-
-<p>
-— Me lo farai conoscere — diceva; — quando
-egli tornerà mi avvertirai, e io starò al finestrino
-per vederlo passare. Ma perchè non ridi anche tu?
-</p>
-
-<p>
-Provavo, ed era inutile; mi pareva che il vecchio
-pretendente fosse rimasto lì, in qualche cantuccio
-della stanza, a crollare il capo dicendo: «Tu ridi
-pure, io tanto tanto sposerò tua figlia».
-</p>
-
-<p>
-— Ridi — insisteva Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Che ci vuoi fare? non posso. Mi sento umiliato
-per Laurina, mi pento sinceramente di non
-essere stato abbastanza villano con quell'imbecille,
-perchè in sostanza egli ha quasi avuto gli onori
-della giornata co' suoi argomenti...
-</p>
-
-<p>
-— La ragazza non glie l'hai data!
-</p>
-
-<p>
-— È tutt'uno, egli si crede sicuro di pigliarsela;
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-lo dice chiaro che è ricco, che è ben conservato,
-che sa tutta l'arte di amare. Laura non potrà resistergli,
-egli ne è persuaso... Torna, torna, vecchio
-balordo, e te lo darò io l'irresistibile...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non ne poteva più; le mie parole
-non le lasciavano trovare un po' d'equilibrio; rideva
-dondolandosi di qua e di là come una pianta tormentata
-dal vento, e a un mio ultimo gesto essa
-aprì disperatamente le braccia e si buttò, per ridere
-meglio, sul canapè.
-</p>
-
-<p>
-— Sia ringraziato quel signore... come si chiama?
-Non avevo mai riso tanto in vita mia.
-</p>
-
-<p>
-Io ero interamente placato; avrei riso volentieri
-anch'io, ma m'ingegnavo di mantenere il seriume
-perchè Evangelina se lo potesse godere.
-</p>
-
-<p>
-— Ha da capitare proprio a Laurina! — esclamai.
-</p>
-
-<p>
-— E che vi è di male? — interruppe mia moglie. — A
-trovare un pretendente come lo vogliamo
-noi, nostra figlia ha tempo, ma uno come questo
-non le si presenterà mai più.
-</p>
-
-<p>
-— Che ne sappiamo noi? Io comincio a credere
-che per ogni fanciulla che arriva alla maturità, vi
-sono almeno due vecchi ben conservati ed impazienti
-che aspettano.
-</p>
-
-<p>
-— Io ne sono persuasa.
-</p>
-
-<p>
-— La società è fatta così — proseguii: — i giovani
-vanno in cerca delle donne stagionate... degli
-altri, e i vecchi si pigliano le fanciulle. Ma pensa
-un po' che orrore! la nostra Laurina!...
-</p>
-
-<p>
-Ammutolii. Laurina entrava allora. Con quel suo
-sennino perspicace, capì subito che stavamo troppo
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-zitti, buttò un'occhiatina qua e là, tanto da non
-aver l'aria d'accorgersi che ci dava noia, e s'avviò
-all'uscio opposto per andarsene com'era venuta.
-</p>
-
-<p>
-— Laura!
-</p>
-
-<p>
-Si arrestò sulla soglia, volgendo a me la faccia
-sorridente; le feci un cenno ch'ella comprese e
-corse a buttarmisi nelle braccia. Stringendole il
-mento con una carezza, e tenendo la sua testina
-alla distanza di tutto il mio braccio allungato cominciai
-burlescamente una specie di esame malizioso,
-che a un tratto, pensando all'avvenire ignoto
-di mia figlia, si volse in tenerezza profonda, e
-subito dopo in dispetto.
-</p>
-
-<p>
-E mi venne detto senza avvedermene: animale!
-perchè mi si presentava alla mente quel vecchio
-egoista, che a lasciarlo fare...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina ripigliò a ridere, come se io avessi
-dato il segnale, mentre nostra figlia veniva interrompendo
-ora il babbo, ora la mamma:
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa è stato? Perchè ridete?
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Provai da quel giorno un bizzarro sentimento
-verso mia figlia, un misto di tenerezza e di rispetto,
-come se a un punto medesimo si fosse fatta donna
-e rifatta si fosse bambina.
-</p>
-
-<p>
-Anche Evangelina sentiva a quel modo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Se penso che Laura ha già avuto una proposta
-di matrimonio, non mi pare neanche più la
-mia figliuola; e quando faccio il conto e trovo che
-il pretendente può quasi essere suo nonno, mi
-sembra ieri che mi fu resa dalla balia.
-</p>
-
-<p>
-Per non dire il vero a nostra figlia, ci credemmo
-in obbligo d'inventare una storiella, tanto da acquetare
-la sua curiosità; ma Laura ci fece intendere
-in silenzio che accettava le nostre parole come già
-aveva fatto dell'ultimo balocco, per chiuderlo senza
-scontentarci in un cassetto.
-</p>
-
-<p>
-— Scriviamone al babbo — suggerì Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Andrà in collera.
-</p>
-
-<p>
-— Al contrario, si farà un po' di buon sangue,
-povero vecchio!
-</p>
-
-<p>
-Povero vecchio! Ohimè, sì, il tempo passa e mio
-suocero non era più quel vecchietto vivace, che
-saltava intorno ai nipotini; era oramai un nonno
-venerando, sebbene egli non ne volesse convenire
-ed ammettesse appena appena che cominciava a
-declinare. Aveva passato la sessantina e serbava,
-ultimo fiore della sua folta canizie, il buonumore
-schietto. Lavorava ancora per non darsi vinto, per
-non invitare la morte, diceva lui, a fargli visita
-prima del tempo; la filanda di Monza era il suo
-castello, e da qualche tempo ne usciva di mala voglia
-per non essere preso in un agguato.
-</p>
-
-<p>
-In compenso delle visite che ci faceva desiderare
-troppo, mandava frequenti lettere a sua figlia, a
-suo genero e sopratutto a suo nipote. Aveva trovato
-non so dove un certo stile semplice, snello e
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-pieno di malizia, che gli stava bene in pugno e che
-egli maneggiò alla prima senza impaccio; quattro
-facciate di una scrittura fitta fitta spesso non bastavano
-a esaurire il suo umore giocoso; ve n'entrava
-anche in un <i>poscritto</i> nei margini.
-</p>
-
-<p>
-Erano confidenze, erano consigli, erano gai sermoncini
-che egli faceva ad Augusto, e sopratutto
-disegni per l'avvenire. Sì, l'amabile vecchietto assicurava
-a mio figlio, studente di leggi all'Università
-di Pavia, che verrebbe un giorno in cui se la spasserebbero
-insieme. «L'avvenire è di chi sa aspettarlo».
-Questa frase, che ricorreva spesso nelle
-sue lettere, era per lui tutta la filosofia consolatrice
-della vecchiaia.
-</p>
-
-<p>
-Naturalmente nell'epistolario del nonno era un
-posticino anche per Laura, un posticino appena,
-tre pagine in tutto. «Non so che cosa scriverti»,
-diceva per iscusarsi di lasciare una pagina bianca;
-«ho dimenticato come si fanno le letterine alle fanciulle;
-ai miei tempi l'educazione delle ragazze era
-già una cosa tanto complicata, che se per poco è
-andata peggiorando come il resto, si corre il rischio
-di fare uno sproposito dopo quattro parole».
-</p>
-
-<p>
-Quando io gli scrissi della domanda di matrimonio
-del signor De' Liberi, seguì quello che ci
-aspettavamo.
-</p>
-
-<p>
-— Non bastando un intiero volume a raccogliere
-la sua vena, vedrai — avevo detto a Evangelina — vedrai
-che verrà a Milano.
-</p>
-
-<p>
-— E vorrà vedere da vicino il pretendente, non
-vi è ombra di dubbio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-</p>
-
-<p>
-Venne infatti, e parve che avessimo indovinato
-tutte le sue intenzioni, perchè, penetrando in casa
-all'improvviso, era splendente ed irrequieto come
-un fuoco d'artifizio, e la sua prima domanda fu:
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è?
-</p>
-
-<p>
-Credevamo che parlasse del signor De' Liberi,
-egli invece voleva vedere Laurina, e quando seppe
-che fino alle due era sempre a scuola, ripetè con
-una meraviglia ingenua:
-</p>
-
-<p>
-— A scuola! È in età da marito e me la mandate
-ancora a scuola!
-</p>
-
-<p>
-Si avvicinò alla finestra per vedere se per caso
-Laura attraversasse in quel punto il cortile tornando
-a casa; poi guardò l'orologio senza veder l'ora,
-poi lo guardò un'altra volta per veder l'ora, e
-finalmente disse:
-</p>
-
-<p>
-— E come sta Augusto? Benone; mi ha scritto
-anche l'altro ieri; — però studia troppo, si vuole
-ammazzare quel povero ragazzo... Che bisogno vi
-è di studiare tanto per far gli esami? Io glie lo
-raccomando sempre; gli esami si fanno come si
-può, si passa a scappellotto, poi si diventa avvocati
-famosi.
-</p>
-
-<p>
-Mi pose una mano sull'omero per avvertirmi che
-parlava per celia, e proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— La vostra lettera mi ha fatto venire una magnifica
-idea; quella ragazza non bisogna più mandarla
-a scuola, è ora di darle marito... anzi, mi
-meraviglio di non avervi pensato prima.
-</p>
-
-<p>
-— Volevi darle marito a quindici anni?
-</p>
-
-<p>
-— Darglielo è un conto, pensarvi è un altro;
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-mi pare che se avessi pensato a questo per cacciar
-la malinconia...
-</p>
-
-<p>
-— Hai la malinconia tu? — chiesi con accento
-incredulo.
-</p>
-
-<p>
-Egli alzò una mano e cominciò solennemente:
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzo mio...
-</p>
-
-<p>
-Ma si pentì subito, e finì la frase in una risatina,
-fra le braccia di sua figlia.
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa fa Laurina a scuola?
-</p>
-
-<p>
-— Studia...
-</p>
-
-<p>
-— L'arte di far felice il nonno gliela insegnano
-a scuola? Quelle letterine francesi che mi manda
-le scrive a scuola? Sa la storia, sa sonare il pianoforte,
-sa far di conto... che altro studia?
-</p>
-
-<p>
-— Le ragazze d'oggi devono sapere la storia
-naturale, la fisica, la geometria, la chimica, il tedesco
-e qualcos'altro...
-</p>
-
-<p>
-Egli alzò gli occhi al cielo per chiamarlo in testimonio
-di quanto stava per dire, e disse un'eresia.
-Disse, il cielo glielo perdoni, disse che per mettere
-al mondo dei figliuoli le ragazze non hanno bisogno
-di sapere la chimica.
-</p>
-
-<p>
-Non ci domandava conto del signor De' Liberi,
-ed io, impaziente di veder mio suocero in preda
-alle convulsioni dell'ilarità, fui il primo a mettergli
-innanzi quell'argomento saporito.
-</p>
-
-<p>
-— E il signor De' Liberi? Non dimentichiamo
-il signor De' Liberi.
-</p>
-
-<p>
-Immaginavo d'essere interrotto da uno scoppio
-di buon umore; ma siccome mio suocero sembrava
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-aspettare la spiegazione del mio accento beffardo,
-mi toccò soggiungere:
-</p>
-
-<p>
-— Ah! quanto ne abbiamo riso!
-</p>
-
-<p>
-— È ritornato? — domandò senza ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Ancora no, e mi stupisce; alla sua età non
-si ha tempo da buttar via...
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero fu pronto a interrompermi.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti anni ha?
-</p>
-
-<p>
-— Te l'abbiamo scritto, cinquantacinque sonati.
-</p>
-
-<p>
-Egli mi guardò in faccia e sentenziò severamente:
-</p>
-
-<p>
-— A cinquantacinque anni si è ancora giovani;
-a quaranta qualche volta si è ancora ragazzi.
-</p>
-
-<p>
-— E a sedici?
-</p>
-
-<p>
-— A sedici anni — prosegui il vecchio rasserenato
-e sorridente — a sedici anni si è bambine o
-si è donnine, secondo i casi. Laura, per esempio,
-è una donnina e bisognerà darle marito presto.
-</p>
-
-<p>
-— Diamole il signor De' Liberi! — insinuai.
-</p>
-
-<p>
-— Lascia stare il signor De' Liberi; che cosa
-ti ha fatto il signor De' Liberi?
-</p>
-
-<p>
-— Mi ha chiesto Laurina in moglie, ed io propongo
-di contentarlo; egli è ancor giovane, è nel
-fiore de' suoi cinquantacinque anni sonati... la sproporzione
-d'età non gli fa paura...
-</p>
-
-<p>
-— È la sproporzione d'età che lo attira — mormorò
-mio suocero come rispondendo a sè stesso — è
-l'infanzia che ci attira tutti; quando i nostri
-capelli cominciano a incanutire, sono le larve della
-gioventù e dell'amore che...
-</p>
-
-<p>
-Ci voleva un po' di silenzio in coda a questa
-reticenza filosofica, ma noi forse ne mettemmo
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-troppa, perchè il vecchietto si scosse, ci guardò in
-faccia, e questa volta ridendo in modo esuberante,
-dichiarò che se le ragazze a sedici anni sono la
-vera e propria calamita della gente calva o canuta,
-uno che sotto la calvizie o la canizie conservi
-almeno un dito di cervello deve farsi forza e resistere;
-e che il signor De' Liberi era un asino calzato
-e vestito se pigliava un istinto per un bisogno
-e la propria debolezza per la propria forza.
-</p>
-
-<p>
-— Però s'ha a compatirlo — si affrettò a soggiungere... — e
-levarcelo dai piedi con garbo. Me
-ne incarico io, purchè...
-</p>
-
-<p>
-Ogni tanto gettava un'occhiata in cortile, attraverso
-i vetri; a un tratto s'interruppe e passò un
-raggio di luce sulla sua faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Eccola! — mormorò appoggiando il viso
-alla vetrata... — quanto è cresciuta! quanto è bella!
-Ma chi è quel signore che l'accompagna?
-</p>
-
-<p>
-— È lui — esclamai picchiando il vetro colla
-fronte.
-</p>
-
-<p>
-Era il signor De' Liberi! Sempre saltellante e
-disinvolto, e accompagnato sempre dalla sua musica,
-che attraversava i vetri e giungeva fino a noi, egli
-camminava accanto a mia figlia, la quale non sospettando
-la perfidia in un uomo di quell'età, gli
-fissava in volto gli occhi innocenti, mentre egli le
-diceva... Che cosa mai le diceva?... E la fantesca?
-Stupida creatura! Eccola là che arriva tranquillamente
-in ritardo, dando un'ultima occhiata e buttando
-un ultimo pezzo di dialogo al portinaio.
-</p>
-
-<p>
-Un momento dopo Laura venne di corsa a portarmi
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-una carezza, a mezza strada vide il nonno
-che aspettava a braccia aperte, sviò e fu prima da
-lui.
-</p>
-
-<p>
-— Ci è di là un signore... vecchio — disse
-quando potè uscire dall'amplesso.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è quel signore <i>vecchio</i>? Che cosa ti diceva?
-Come mai ti seguiva?
-</p>
-
-<p>
-— È quello stesso che abbiamo visto insieme
-nei giardini, te ne ricordi? quello che porta gli
-stivali canterini... Ieri uscendo da scuola lo incontrai
-per via e mi salutò, oggi pure, per combinazione
-veniva da te... Montiamo nell'<i>omnibus</i> e
-monta anch'egli; ci troviamo a sedere dirimpetto... — La
-signorina Placidi? — mi domanda. — Sì,
-signore — rispondo. — Ho fatto male?
-</p>
-
-<p>
-— No, no, tira via...
-</p>
-
-<p>
-— Conosco il babbo — prosegue lui; — lo
-vado appunto a trovare; crede che sarà in casa a
-quest'ora? — Credo di sì — rispondo. — Poi
-l'omnibus si ferma, egli scende, m'aiuta a scendere
-e lascia che Margherita faccia da sè. E ora è là
-che ti aspetta per parlarti di un negozio importante.
-</p>
-
-<p>
-— Come lo sai?
-</p>
-
-<p>
-— Me l'ha detto lui che ha un negozio importante
-con te; mi sembra un po' chiaccherino quel
-signore e anche un po' curioso; voleva sapere se
-vado volentieri a scuola... Nel salutarmi mi ha detto
-di conservarmi <i>sempre così</i>... Sempre così... come?
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero non istette ad ascoltare altro, e
-s'avviò incontro al signor De' Liberi; io, temendo
-che ne facesse scempio, gli venni dietro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Non si sgominò niente affatto vedendo comparire
-due persone invece d'una; ci accolse con un
-inchino, con un sorriso, e appena fu a tiro, s'impadronì
-della mia mano.
-</p>
-
-<p>
-— Mio suocero — cominciai a dire...
-</p>
-
-<p>
-— Il nonno! — esclamò egli — l'avrei indovinato;
-è il suo ritratto!
-</p>
-
-<p>
-Con questa bugia enorme egli metteva fuor di
-combattimento un avversario, ma inaspriva l'altro;
-perciò soggiunse, rivolgendosi a me:
-</p>
-
-<p>
-— È strano che uno possa somigliare a molte
-persone, che poi fra loro non hanno ombra di
-somiglianza.
-</p>
-
-<p>
-Io ammisi concisamente che era strano, e pregai
-il signor De' Liberi di mettersi a sedere.
-</p>
-
-<p>
-— Il signore — dissi parlando a mio suocero, con
-l'aria d'informarlo per la prima volta — il signore
-ci ha fatto l'onore di chiedere la mano di Laurina.
-</p>
-
-<p>
-Era inutile proseguire perchè mio suocero, ancora
-gongolante della sua somiglianza strana con
-mia figlia, faceva intendere col capo e col sorriso
-che sapeva tutto, e che era disposto a compatire
-ogni cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Vengo per la risposta — disse il signor De'
-Liberi, rivolgendosi addirittura al nonno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La risposta... — balbettò il pover'uomo imbarazzatissimo
-nel dover dare un'afflizione in cambio
-di una lusinga; — la risposta non deve offenderla...
-Noi comprendiamo... io capisco benissimo e so
-compatire... alla nostra età... lo dicevo poc'anzi con
-mio genero... l'infanzia ci attira...
-</p>
-
-<p>
-Il signor De' Liberi pareva in un'angustia grande;
-gli era penetrata una spina in una parte molto
-sensibile... non poteva star fermo...
-</p>
-
-<p>
-— Scusi... — diceva; ma mio suocero non era
-uomo da lasciarsi interrompere al momento di
-prendere il filo.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi lei... — ribatteva: — Laura è proprio
-una ragazza, sebbene paia una donnina a vederla,
-non è possibile pensare a questo matrimonio sul
-serio. Si figuri un po' l'avvenire; pochi anni ancora
-e noi saremo vecchi quando Laura...
-</p>
-
-<p>
-Questa volta il signor De' Liberi non potè
-resistere.
-</p>
-
-<p>
-— Quanti anni ha il signore?
-</p>
-
-<p>
-— Capisco che cosa vuol dire — rispose mio
-suocero; — ho infatti qualche anno più di lei; ma
-questo non fa nulla; non siamo ancora vecchi nè
-io nè lei, ma abbiamo intenzione di invecchiare;
-almeno io ce l'ho...
-</p>
-
-<p>
-— Ce l'ho anch'io, ma col tempo... mentre lei,
-mi scusi...
-</p>
-
-<p>
-— Io... scusi... alle ragazze di sedici anni ho
-rinunziato da un pezzo, e se dà retta a me, deve
-rinunziare anche lei.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero, dicendo queste parole, non somigliava
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-niente affatto a Laurina; aveva messo nella
-voce un piccolo tremito d'impertinenza garbata, e
-gli lucevano gli occhi nella cornice ispida di peli
-bianchi. Il signor De' Liberi fu impassibile.
-</p>
-
-<p>
-— Vi rinunzio — disse con sussiego impagabile; — aspetterò
-che ne abbia venti.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero ed io ci guardammo esterrefatti da
-quella minaccia; poi ridemmo senza pigliarci soggezione.
-Rise anche il signor De' Liberi, ma solo
-per farci smettere, poi proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— E siccome sono un galantuomo, oso sperare
-che il signor avvocato non mi vorrà chiudere le
-porte di casa sua come a un monello o a un
-nemico.
-</p>
-
-<p>
-Che cosa rispondergli? Che al contrario le sue
-visite ci avrebbero sempre fatto piacere...
-</p>
-
-<p>
-— Grazie — disse egli rizzandosi da sedere; — un'altra
-volta la pregherò di presentarmi alla
-sua signora; ora me ne vado...
-</p>
-
-<p>
-— Creda pure — entrò a dire mio suocero
-interamente placato.
-</p>
-
-<p>
-— Creda... — dissi io.
-</p>
-
-<p>
-— Credano — disse lui — non mi dispero mai,
-perchè so aspettare.
-</p>
-
-<p>
-— L'avvenire è di chi aspetta — sentenziò mio
-suocero.
-</p>
-
-<p>
-— A ben rivederla.
-</p>
-
-<p>
-— A ben rivederli. — Infilò l'uscio, e seguìto
-da noi, attraversò le stanze senza voltarsi; sulla
-porta d'ingresso fece un ultimo inchino e sparve.
-</p>
-
-<p>
-Un momento dopo attraversava il cortile a passo
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-di conquista, e sollevava gli occhi alla finestra, forse
-con la speranza di vedere la piccola dama de' suoi
-pensieri. Ci ritirammo in fretta per non farci scorgere;
-ed io, lasciando spenzolare le braccia dinanzi
-a mio suocero che mi stava a guardare a bocca
-aperta:
-</p>
-
-<p>
-— Mia figlia è condannata — dissi. — Non ho
-più speranza di salvarla.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa dici mai?
-</p>
-
-<p>
-— Dico che quell'uomo è capace di aspettare
-quattro anni e di sposarsela; è il destino che lo
-vuole.
-</p>
-
-<p>
-Un po' del mio timore superstizioso era penetrato
-nell'animo del povero nonno.
-</p>
-
-<p>
-— Vedremo anche questa — diceva. — È impossibile
-che Laurina stia quattro anni ancora senza
-trovar marito. Gliene troveremo uno, bisogna trovargliene
-uno subito... io ti aiuterò.
-</p>
-
-<p>
-— Stando a Monza!
-</p>
-
-<p>
-— Che credi? Se appena appena mi tenti, sono
-capace di piantare la filanda per cacciarmi in casa
-tua come un invalido... Mi vuoi?
-</p>
-
-<p>
-— Vieni — esclamai solennemente — vieni a
-ripetere queste parole in faccia a tua figlia e a tua
-nipote.
-</p>
-
-<p>
-Io lo trascinai meco, ed egli lasciò fare ridendo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-A forza d'invocare la parola data e di ripetere
-che l'uomo deve a sè stesso, non già nella vecchiaia,
-ma prima, un po' di riposo nel seno della
-propria famiglia, mio suocero si indusse a scrivere
-al suo ragioniere, affidandogli l'incarico di assestare
-ogni cosa e di affittare o vendere la filanda; e al momento
-di abbandonarmi la lettera preziosa perchè
-io pensassi ad avviarla a Monza, egli prima vi
-mandò un gran sospiro, poi mi spiattellò in viso
-che tutte le mie insistenze e tutte le moine di sua
-figlia e la stessa parola che gli era sfuggita non
-gli avrebbero impedito di andarsene se non fosse
-stato di...
-</p>
-
-<p>
-— Di Laurina?
-</p>
-
-<p>
-— No d'un'idea, d'un capriccio che m'è venuto.
-</p>
-
-<p>
-Non volle dir altro e parve accomodarsi con
-sufficiente rassegnazione alla nuova vita. Però la
-sera di quel medesimo giorno mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato
-alla filanda, non ho mai sentito come ora il
-bisogno di andarmene... non dubitare, rimango...
-non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono
-un egoista, un impertinente, uno sfacciato...
-</p>
-
-<p>
-Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi
-sempre più il cervello.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono
-fatto così e non mi sono fatto io. Ho un'idea
-ardita — ripeteva — e non te la voglio dire.
-</p>
-
-<p>
-Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma
-quella era un'idea così ardita, ch'egli stentava a
-esprimerla ad alta voce per timore d'essere castigato.
-</p>
-
-<p>
-Quando meno vi pensavo, rompendo un altro
-filo di ciancie che pareva dovesse durare un gran
-pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con
-voce malsicura:
-</p>
-
-<p>
-— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo
-voglio proprio dire quello che mi sono messo in
-capo: dar marito, il più presto possibile, alla mia
-Laurina.
-</p>
-
-<p>
-— Sapevamcelo! — esclamai.
-</p>
-
-<p>
-Egli mi diede un'occhiata compassionevole e
-soggiunse maliziosamente, senza badare all'interruzione:
-</p>
-
-<p>
-— Darle marito perchè ti faccia presto nonno.
-Tu non sai cosa sia essere nonno e non te ne
-puoi fare un'idea.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie — gli dissi con falsa solennità; — la
-tua premura mi commuove, io non ho fretta.
-</p>
-
-<p>
-— Se non l'hai tu, l'ho ben io.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei già nonno; che te ne importa?
-</p>
-
-<p>
-Ma la luce che era sulla faccia gongolante del
-povero vecchio, illuminò il mio cervello: il gran
-segreto mi fu svelato.
-</p>
-
-<p>
-— Bisnonno! — esclamai.
-</p>
-
-<p>
-— Bisnonno — disse abbassando la voce — voglio
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-essere bisnonno, sono forse ancora in tempo,
-e Laurina non è capace di farmi penare.
-</p>
-
-<p>
-Quando questa idea fu entrata nel cervello di
-mio suocero l'occupò tutto, e vi regnò dispoticamente,
-mattina, sera e parte della notte. Gli venivano
-da Monza notizie incerte e contraddittorie sulla
-filanda che lo aveva tenuto prigioniero tutta la
-vita; il compratore non si trovava; il compratore
-era trovato; il compratore era pentito. E mio suocero
-rimaneva impassibile e sicuro del fatto suo.
-</p>
-
-<p>
-— So già come andrà a finire — diceva — il
-compratore c'è, ma tarda a farsi innanzi per spendere
-meglio il suo denaro; all'ultimo momento
-arriverà di corsa; intanto... diamo marito a Laurina.
-</p>
-
-<p>
-— Non ha che sedici anni — osservava mia
-moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Compiti, quasi diciassette; tu non ti sei forse
-maritata a diciassette anni?
-</p>
-
-<p>
-— Scusa babbo, ne avevo quasi diciotto.
-</p>
-
-<p>
-— Non gli avevi compiti. Vediamo, che vita
-fate voi altri? Non avete una sera di ricevimento?
-Non andate in qualche casa dove Laurina possa
-farsi vedere?
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo in casa del Cavaliere...
-</p>
-
-<p>
-— E che si fa dal Cavaliere?
-</p>
-
-<p>
-— Si discorre, si giuoca, si suona il pianoforte.
-</p>
-
-<p>
-— Laurina sonerà a quattro mani; io starò
-attento a voltar le pagine... E quando si va in casa
-del Cavaliere?
-</p>
-
-<p>
-— La casa del Cavaliere è aperta ogni giorno.
-</p>
-
-<p>
-— In casa del Cavaliere — proseguì Evangelina
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-— si trova sempre la mensa imbandita, una chicchera
-di caffè, un bicchiere di birra e uno di rosolio.
-</p>
-
-<p>
-— Le ragazze vi trovano marito?
-</p>
-
-<p>
-— Qualche volta sì...
-</p>
-
-<p>
-— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse
-mio suocero gravemente.
-</p>
-
-<p>
-La casa del Cavaliere, come la chiamavano per
-abbreviazione, era veramente la casa degli amici,
-di cui si notava una straordinaria affluenza in tutte
-le stagioni dell'anno.
-</p>
-
-<p>
-Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto
-di sessantacinque anni, senza un pelo di barba sulla
-faccia rifiorita; aveva avuto in passato un solo
-nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato
-battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la
-cordialità con gli uomini e la galanteria con le
-signore. E la cordialità e la galanteria avevano in
-lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più
-infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie
-e affliggersi di non poter rimorchiare la terza nei
-passi difficili, mettersi addosso, sotto il sole di luglio,
-gli scialli di tutta una comitiva di donnine timorate
-della costipazione, offrirsi primo a far le strade più
-disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente
-dieci lettere di quattro pagine per raccomandare
-una persona ignota senza dar fastidio a
-dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese
-erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli
-davate una piccola noia; se gliela davate grande,
-ve ne serbava una gratitudine eterna. Sacrificarsi
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-per il prossimo era la sua ambizione, se pure non
-era il suo destino, se pure non era la sua condanna.
-Glielo dissi una notte che, dopo essergli andato
-incontro alla stazione, egli non aveva avuto pace
-finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino
-all'uscio di casa mia.
-</p>
-
-<p>
-— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche
-colpa orrenda; in un'altra vita, Dio sa quante me
-ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho perdonato.
-</p>
-
-<p>
-Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero
-si proponeva di trovare il marito di Laurina.
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-Il mercoledì successivo era giorno di gala per
-il Cavaliere. La notte prima, all'ora di entrare in
-letto, un telegramma era venuto a dirgli che il colonnello
-Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli
-credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe
-arrivato all'una dopo mezzanotte per ripartire all'alba.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava andargli incontro alla stazione perchè
-il colonnello Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel
-linguaggio telegrafico che ha tanta somiglianza col
-linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati
-alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello
-scampato alla mitraglia passava tre o
-quattro ore in una sala d'aspetto, che doveva essere
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno,
-sapere tutto questo e rimanersene nel proprio letto
-e non vegliare e non annoiarsi egli pure, sarebbe
-stato un egoismo feroce, degno della sua vita passata,
-e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva
-promesso solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi.
-</p>
-
-<p>
-Era adunque andato alla stazione ed aveva trovato
-l'antico compagno d'armi in gran collera
-contro l'Amministrazione delle strade ferrate, per
-un involto che si era perduto; al Cavaliere era
-riuscito di placare il Colonnello, di trovare l'involto
-e di incaricarsi a farlo pervenire al suo recapito;
-poi egli aveva cenato, senza averne voglia, al caffè
-della stazione, pagando lui. Insomma aveva passato
-una bellissima notte.
-</p>
-
-<p>
-Spuntava il sole del mercoledì quando il Cavaliere
-se ne tornava a casa beato. Non si fregava
-le mani perchè le aveva occupate tutte due da quell'involto
-birbone, causa di tanta collera e di tante
-fatiche, non essendosi trovato, a quell'ora mattutina,
-altro che un cocchiere il quale dormiva a
-cassetta così profondamente che sarebbe stato una
-crudeltà svegliarlo.
-</p>
-
-<p>
-Dunque quel giorno il Cavaliere era beato; veramente,
-per una di quelle inesplicabili contraddizioni
-a cui cedono anche le nature più generose, egli si
-provava a farci credere che mandava al diavolo il
-Colonnello; ma il sorriso lo tradiva, e gli si leggeva
-benissimo in faccia l'intima compiacenza di
-aver perduta la notte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-</p>
-
-<p>
-Erano tutti là, i fedeli frequentatori della casa
-comune del Cavaliere. Si trovavano benone ed accorrevano
-dai quattro punti cardinali, sfidando ogni
-sorta d'intemperie, se ne andavano intorno alla
-mezzanotte, e il Cavaliere li accompagnava fin sulla
-strada per ringraziarli un'ultima volta dell'incomodo
-che si erano preso.
-</p>
-
-<p>
-La padrona di casa aiutava con molto garbo il
-Cavaliere suo marito a compiere la missione che
-gli era stata affidata in terra, sopportando con disinvoltura
-la propria porzione di noie.
-</p>
-
-<p>
-Erano dunque tutti là; il vecchio maggiore giubilato,
-dando alla comitiva ordini e contrordini
-che il solo cavaliere eseguiva per tutti; l'avvocato
-M., mio buon collega, conosciuto in tribunale per
-la sua eloquenza non meno che per la sua pancia;
-Arturo, il bello, giovine impiegato d'ordine, che
-aveva di sè un altissimo concetto; il signore A, la
-signora B, il conte C, e le altre lettere dell'alfabeto.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero fece prima straordinariamente lieto
-il padrone di casa, poi fu condotto in giro a dichiararsi
-anche lui lietissimo di far la conoscenza
-degli altri, e, dopo questa iniziazione, trovandosi
-libero di fare il suo comodo, cioè d'andarsene a
-spasso in giardino o in sala da pranzo a fare una
-fumatina, egli si sdraiò in un seggiolone a dondolo
-e cominciò l'esame dei giovani, senza perder d'occhio
-Laurina la quale se ne stava accanto al pianoforte,
-in un crocchio di fanciulle dell'età sua,
-che sfogliavano della musica, minacciandoci di
-molte sonate a quattro mani.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ogni tanto il mio vecchietto mi chiamava per
-chiedermi:
-</p>
-
-<p>
-— Chi è quel giovane alto e biondo, con l'occhialetto
-a sghimbescio, che volta le spalle alle
-ragazze?
-</p>
-
-<p>
-— È il bell'Arturo; viene qui regolarmente per
-farsi rapire, ma queste povere ragazze non hanno
-ancora abbastanza coraggio per un'impresa simile.
-</p>
-
-<p>
-— E quell'altro che legge, chi è?
-</p>
-
-<p>
-— È il signor Paolo, un buon figliuolo; viene
-qui a leggere la gazzetta sotto la protezione della
-mamma; così almeno una volta alla settimana è
-informato di quanto accade nel mondo.
-</p>
-
-<p>
-— E gli altri sei giorni?
-</p>
-
-<p>
-— Studia, dipinge, suona e se ne vergogna;
-temo che faccia dei versi, ma non ne sono sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerà domandarglielo.
-</p>
-
-<p>
-— Guardatene bene; spirerebbe ai tuoi piedi...
-</p>
-
-<p>
-— E perchè viene?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè ci viene sua madre, quella vecchietta
-che trema in quell'angolo.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi piacciono i timidi — brontolava mio
-suocero, e ripigliava a guardare di qua e di là...
-</p>
-
-<p>
-A un tratto nel vano dell'uscio, in fondo alla
-sala, apparve agli occhi nostri una visione...
-</p>
-
-<p>
-— Il signor De' Liberi — balbettai.
-</p>
-
-<p>
-Egli si fece innanzi, ci passò rasente, fingendo
-di non vederci, mosse incontro alla padrona di casa,
-sempre seguìto dal Cavaliere, si fece presentare
-alle signore, salutò con sussiego i signori, e, passando
-dinanzi al crocchio di fanciulle, mi parve che
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-gettasse un'occhiata come si getta un laccio quando
-ci si ha molta pratica. Allora qualcuno sospirò
-dentro di me: «L'ha presa!».
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero ed io ci guardavamo negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Il signor De' Liberi, che perseguitava mia figlia
-fin fra le pareti della casa del Cavaliere, pareva a
-tutti e due uno di quei personaggi fatali che frequentano
-i vecchi romanzi.
-</p>
-
-<p>
-Ma come mai quell'uomo era riuscito a penetrare
-nella casa dell'amico nostro?
-</p>
-
-<p>
-La spiegazione che ne ebbi dal Cavaliere doveva
-empirmi di superstizioso terrore, perchè si faceva
-chiaro che un destino rimbambito favoriva i disegni
-del vecchio innamorato. Pensate: l'involto, il pernicioso
-involto che il Cavaliere aveva portato con le sue
-proprie mani, per incarico del colonnello Ipsilonne,
-era diretto appunto al signor Libero De' Liberi!
-</p>
-
-<p>
-Non potendo tardare un minuto a compiere il
-mandato — (egli diceva: «volendo sbarazzarsi
-della seccatura») — il Cavaliere era andato a quell'ora
-mattutina fino alla porta di casa De' Liberi,
-e colà aveva lasciato nelle mani del portinaio l'involto,
-un biglietto di visita ed una piccola bugia
-scritta con la matita: «Il Cavaliere Tal dei tali
-manda da parte del colonnello Ipsilonne».
-</p>
-
-<p>
-Il signor Libero De' Liberi, che sapeva il fatto
-suo, si avviò, dopo il mezzodì, a casa del Cavaliere
-col pretesto di ringraziarlo; e parlò dell'avvocato
-Placidi come d'una vecchia conoscenza.
-</p>
-
-<p>
-— Gli amici dei nostri amici... — cominciò il
-Cavaliere incalzato dal suo destino e dal mio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor De' Liberi l'aiutò a stiracchiare con
-grazia il vecchio proverbio... e si fece invitare ai
-famosi mercoledì.
-</p>
-
-<p>
-Il resto si capisce. Per non perder tempo, l'ardito
-vecchio cominciava dalla stessa sera.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava vederlo, il signor De' Liberi, per farsi
-un'idea della sua faccia tosta! Un'ora dopo il suo
-ingresso aveva stretto un'altra volta la mano a tutte
-le signore, senza scontentare gli uomini.
-</p>
-
-<p>
-Aveva la barzelletta pronta, un repertorio di
-aneddoti e di sciarade, e il caro dono di quel bizzarro
-seriume che fa ridere tanto.
-</p>
-
-<p>
-Tutta quella gente, che non lo aveva ancora
-visto in faccia alla luce del sole, era pronta ad
-aprirgli il proprio cuore.
-</p>
-
-<p>
-Egli trionfava modestamente, ed io, che lo teneva
-d'occhio, lo vidi, più d'una volta, raccogliere con
-un sorriso gli omaggi della comitiva e deporli, con
-un'occhiata, ai piedi di mia figlia, che non si avvedeva
-di nulla.
-</p>
-
-<p>
-Le ragazze intanto avevano lasciato il pianoforte
-per vedere i giuochi di prestigio, e chi faceva i
-giuochi di prestigio era sempre lui, il signor De'
-Liberi.
-</p>
-
-<p>
-Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece
-udire un accordo secco. Era il bell'Arturo che si
-lagnava dell'abbandono in cui veniva lasciato. Allora
-il signor Paolo gli venne accanto:
-</p>
-
-<p>
-— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente!
-Questa idea mostruosa gli fece paura, volle fuggire,
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-ed ecco il drappello di fanciulle che alla nota voce
-del pianoforte accorre e lo circonda.
-</p>
-
-<p>
-Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e
-ripete:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa!
-</p>
-
-<p>
-Ahi! Povero signor Paolo!
-</p>
-
-<p>
-Egli si guarda intorno smarrito, non vuol dire di
-sì, non può dire di no, è preso, è spinto, è messo a
-sedere, e le sue dita strappano dalla tastiera l'accordo
-della disperazione.
-</p>
-
-<p>
-— In si bemolle! — esclama una voce.
-</p>
-
-<p>
-Mi volto, ci voltiamo tutti: è il signor De' Liberi.
-</p>
-
-<p>
-Egli si alza, fa il giro dell'ampia tavola da giuoco
-e, col pretesto di mettersi alle spalle dell'infelice
-pianista, si spinge in mezzo alle ragazze fino al
-fianco di mia figlia.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Paolo non ode più nulla; suona un
-galoppo vertiginoso, come per istordirsi, suona a
-capo basso, guardando sotterra; e suona benissimo.
-</p>
-
-<p>
-Poi si alza e fugge senza raccogliere gli applausi.
-</p>
-
-<p>
-— Un pezzo a quattro mani! — raccomanda
-la padrona di casa.
-</p>
-
-<p>
-Ma la modestia è contagiosa e nessuna delle ragazze
-si vuol cimentare. Allora il signor De' Liberi
-si volge a mia figlia e, pigliandola per mano:
-</p>
-
-<p>
-— Lo soneremo noi un pezzo a quattro mani,
-non è vero signorina?
-</p>
-
-<p>
-Evangelina, disgraziata!, ride.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero ed io, invece, saltiamo in piedi
-tutti due. La vecchia volpe incomincia a farci paura
-sul serio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-</p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-
-<p>
-Il signor De' Liberi, sia fatta giustizia, attaccò
-con grande sicurezza, e perchè la mia figliuola,
-alquanto sbigottita in principio, toccò un bemolle che
-non era in chiave, egli le disse che andava benissimo,
-ma che in chiave non v'erano che quattro
-bemolli. Dopo di che camminarono di conserva
-entrambi, senza alcun intoppo, fino all'ultima battuta.
-</p>
-
-<p>
-Fu un subisso d'applausi, di cui il vecchio mariuolo
-non volle pigliare la porzione che gli spettava
-per farne omaggio a mia figlia, aggiungendovi
-anzi i propri battimani tranquilli.
-</p>
-
-<p>
-Avvenne poi un rimescolìo di persone, durante
-il quale mia figlia si trovò respinta dal pianoforte
-per lasciare il posto a tre signorine impazienti di
-sonare a quattro mani. Si udì appena, appena:
-</p>
-
-<p>
-— Sonate voi altre...
-</p>
-
-<p>
-— No, voialtre.
-</p>
-
-<p>
-E quella che si era tirata alquanto indietro per
-aggiungere un po' di mimica modesta alle proprie
-parole, fu subito lasciata in disparte.
-</p>
-
-<p>
-Le due povere ragazze sonarono, sonarono bene,
-sonarono anche forte per vincere il chiasso delle
-ciancie, ma tanto tanto nessuno le udì, tranne, forse,
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-la terza signorina la quale era rimasta in piedi
-alle loro spalle, e, voltando le pagine, misurava la
-distanza che separava le amiche dall'ultima battuta.
-</p>
-
-<p>
-Il Cavaliere dichiarava il signor De' Liberi un
-pianista di prima forza, e il signor De' Liberi rifiutava
-quest'onore dicendo che tutto il merito era di
-mia figlia; che quanto a lui da più di un anno
-non toccava un pianoforte — (Doppio merito!»
-osservava giustamente il Cavaliere); — che quando
-si fa la vita disordinata dello scapolo non si trova
-tempo a nulla, e non ci vuole meno di una piccola
-maliarda per stimolare l'estro artistico (io gli
-scagliai un piccolo fulmine, ma egli guardava Laurina
-che era distratta); che del resto si proponeva
-di risvegliare il proprio pianoforte più tardi.
-</p>
-
-<p>
-Dicendo le ultime parole mi guardava; io guardai
-lui fissamente e gli dissi alla muta no; egli resse
-all'urto e ripetè sì, poi cercò lo sguardo di Laurina.
-</p>
-
-<p>
-— Va a correre in giardino se n'hai voglia — dissi
-a mia figlia — ed essa vi andò, ma senza
-correre.
-</p>
-
-<p>
-Subito il signor De' Liberi troncò le ciancie,
-prese a braccetto il padrone di casa e lo trasse in
-giardino.
-</p>
-
-<p>
-Si udirono benissimo gli accordi del pezzo a
-quattro mani che giungeva al termine; grandi applausi
-che le due signorine fecero benone a non
-raccogliere, poi silenzio.
-</p>
-
-<p>
-E uno uscì a dire all'improvviso:
-</p>
-
-<p>
-— Che persona simpatica quel signor de' Liberi!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quanti anni avrà? — chiese un altro.
-</p>
-
-<p>
-— Cinquantacinque soltanto — risposi malignamente.
-</p>
-
-<p>
-— Ne dimostra sessanta! — esclamò una voce
-vendicativa.
-</p>
-
-<p>
-Era il bell'Arturo, che parlava per la prima volta;
-ma con poca fortuna, perchè tutte le signore e le
-signorine rimaste in sala protestarono in coro che
-era una calunnia, che il signor De' Liberi non dimostrava
-più di cinquant'anni, anzi meno, non
-più di quarantacinque, anzi meno.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Dopo il trionfo di quella sera, il signor De' Liberi
-diventò uno dei più assidui in casa del Cavaliere.
-Era là il suo palcoscenico, dove egli metteva
-in mostra tutti i suoi talenti a uno a uno, senza
-mai tradire la smania impaziente che guasta tante
-belle imprese terrene.
-</p>
-
-<p>
-Egli imitava i varii rumori della sega, lo sbuffare
-accelerato d'una locomotiva e il canto del gallo
-con tanta perfezione da ingannare gl'inquilini del
-pollaio: e quando, dopo essere stati tutti zitti ad
-ascoltare, giungeva da lontano, nel silenzio della
-notte, la risposta d'un galletto corbellato, e si usciva
-a ridere in coro, il signor De' Liberi si faceva
-serio per dichiarare che non voleva darci noia.
-</p>
-
-<p>
-Invano le fanciulle, le signore e noi stessi, sì
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-noi stessi, compreso mio suocero, lo scongiuravamo
-di fare ancora il temporale cogli occhi, o il fuoco
-d'artifizio con la bocca e con le braccia; egli si
-schermiva con arte sopraffina, e cambiava discorso.
-</p>
-
-<p>
-In sostanza quell'ultimo arrivato era già l'anima
-dei mercoledì del Cavaliere; l'ombra sua non solamente
-oscurò, ma cancellò perfino dalla memoria
-d'un tempo divenuto rapidamente antico le sembianze
-di un paio di burloni di seconda e di terza
-qualità, che tante volte erano stati i soli a ridere
-delle proprie celie. Costoro continuavano a venire
-per forza d'inerzia, ma si erano fatti singolarmente
-gravi tutti e due, e per istinto si andavano a sedere
-l'uno accanto l'altro; così quando il signor De' Liberi
-ne faceva una delle sue, si provavano invano
-a star serii, puntellandosi a vicenda; in ultimo bisognava
-che ridessero anche loro.
-</p>
-
-<p>
-Naturalmente, come aveva subito approfittato
-della licenza scroccatami per venire a far visita
-«alla mia signora,» così approfittò della domestichezza
-nata e cresciuta in casa del Cavaliere per
-trapiantarla in casa mia. Egli fece questo con tutte
-le cautele che richiedeva una pianticella neonata,
-preparandole prima il terreno e dandole poi un
-tutore robusto, mio suocero; così dopo alcuni
-giorni si potè vantare in faccia mia che la nostra
-amicizia saprebbe sfidare le tempeste.
-</p>
-
-<p>
-Niente di male, dico io, purchè avesse rinunziato
-a ogni pazza idea sopra mia figlia. Ma no, egli
-abusava dell'ospitalità e dell'amicizia per insinuarsi
-perfidamente nell'animo di Laurina, la quale rideva
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-ad ogni parola di lui, e cominciava a trovare che
-egli tardava sempre a venire e che se ne andava
-troppo presto.
-</p>
-
-<p>
-Però facciamogli giustizia: se il signor De' Liberi
-s'industriava per piacere a mia figlia, se qualche
-volta, in presenza di tutti noi, le dichiarava con
-accento scherzoso che era innamorato di lei e che
-la voleva sposare, non gli uscì mai di bocca una
-parola che la nostra Laura potesse pigliare sul serio.
-Il suo disegno, che parrà per lo meno ardito, se
-a me pareva impertinente, era questo: «innamorare
-la fanciulla dei suoi pensieri, indurla a non poter
-vivere senza di lui, costringere i genitori ed il
-nonno a buttargliela nelle braccia per disperazione».
-</p>
-
-<p>
-Per riuscire a ciò, egli curava e variava molto
-gli abiti, dalle cui maniche faceva uscire quattro
-buone dita di polsini insaldati e lucidi, si radeva
-ogni mattina e si faceva pettinare dal parrucchiere.
-Così accomodato, a me pareva una rovina, ed
-avrei gridato a mia figlia: «guardati!» — ma
-all'occhio inesperto d'una fanciulla che cosa sembrava?
-</p>
-
-<p>
-Faceva anche qualche cosa di peggio, l'amico
-De' Liberi, per guadagnarsi la sposa: screditava la
-gioventù, metteva in burletta i giovani.
-</p>
-
-<p>
-Seguendo a dritto filo una delle sue teoriche, si
-arrivava a questa conclusione che, passata la infanzia,
-noi attraversiamo gli anni in una specie di
-sonnambulismo erotico, per risvegliarci, intorno ai
-cinquantacinque sonati, maturi per <i>l'amore</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-</p>
-
-<p>
-La sua dottrina insegnava ancora che i giovani
-d'oggi sono guasti, sono frolli, sono scontenti e
-corrono incontro al suicidio.
-</p>
-
-<p>
-— Vi vadano soli! — esclamava: — le ragazze
-di buona famiglia dovrebbero rifiutarsi di accompagnarli!
-</p>
-
-<p>
-E perchè i colpi astratti non gli sembravano
-abbastanza sicuri, egli pigliava ad uno ad uno i
-giovanotti che frequentavano la casa del Cavaliere
-e la mia, e con un'industria felicissima ne scopriva
-le debolezze, le imitava, esagerandole, e ci faceva
-ridere alle loro spalle. Diceva, per esempio, del
-signor Paolo:
-</p>
-
-<p>
-— Gran bravo giovane! ottimo cuore, bell'ingegno...
-un po' timido; — e dicendo queste parole,
-i gesti serrati alla persona, l'accento dimesso,
-il sorriso che chiedeva misericordia e perfino gli
-occhi del signor De' Liberi erano quelli del signor
-Paolo tali e quali.
-</p>
-
-<p>
-La volpe astuta spacciava così i suoi avversari
-col ridicolo, senza ricorrere alla maldicenza.
-</p>
-
-<p>
-Intanto passavano i mesi, e mariti non se ne
-presentavano. Mia figlia, per quello che mi pareva,
-si veniva facendo sempre più belloccia; andava a
-genio a molti, non dispiaceva a nessuno, e tutto
-ciò inutilmente.
-</p>
-
-<p>
-Se non fosse stato di mio suocero, il quale perdeva
-la pazienza, e del signor De' Liberi che non
-la perdeva, i diciassette anni di Laura avrebbero
-fatto tranquillo me, come facevano tranquilla sua
-madre; ma con quei due vecchi al fianco, il problema
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-d'un marito a mia figlia cominciava ad inquietarmi.
-</p>
-
-<p>
-Talora vi pensavo non senza terrore; e per
-avere il diritto di scusarmi agli occhi miei di una
-inquietudine intempestiva, cominciava dall'accusare
-tutti i padri dell'universo mondo per la trascuranza
-che mettono nel ricercare a tempo un buon marito
-alle loro figliuole.
-</p>
-
-<p>
-Non erano poche le ragazze di mia conoscenza
-che non avevano trovato marito. Mi venivano
-dinanzi a una a una: la rassegnata, l'inquieta, l'irascibile,
-l'ascetica e la sentimentale; le bionde, tutte
-troppo magre o troppo grasse; le brune col labbro
-e col mento ornato da una peluria maligna. Un
-tempo erano state belloccie anch'esse, alcune bellissime
-e ricche; ed avevano tutte indistintamente
-fatto per lunghi anni le scale del pianoforte senza
-arrivare a nulla.
-</p>
-
-<p>
-«Povera e bruna Laurina, se ti dovesse toccare
-la stessa sorte!»
-</p>
-
-<p>
-Fatti audaci dalla nuova debolezza, tutti i nemici
-della mia felicità, nemici vecchi e codardi che
-avevo sbaragliato lavorando ed amando, mi mostravano
-il pugno da lontano.
-</p>
-
-<p>
-«Tu non sei più giovane, gridavano, tu non
-sei più robusto come una volta; già le tue digestioni
-sono lente, la tua vista si è indebolita e il tuo
-sistema nervoso è offeso; tu stai morendo a bocconcini;
-un giorno te ne andrai del tutto, ma consolati,
-ti faremo un bel funerale, v'interverrà tutto
-il foro milanese».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando l'idea della mia prossima fine mi perseguitava,
-facendomi vedere la mia creatura sola
-nel mondo, senza una casa sua, senza un amore
-suo, mi accadeva d'invidiare il forte signor De' Liberi,
-il quale, con quindici anni più di me sulle
-spalle, se la rideva, sicuro di arrivare all'ottantina.
-</p>
-
-<p>
-— È tutt'uno — dicevo — ha una magnifica
-fibra.
-</p>
-
-<p>
-— Peccato che non abbia dieci anni di meno! — sospirava
-mio suocero.
-</p>
-
-<p>
-— Dieci anni di meno, ti pare che basterebbero?
-Ce ne vorrebbero almeno venti.
-</p>
-
-<p>
-Era quella la mia convinzione, che le dottrine
-del vecchietto ardito venivan scrollando a poco a
-poco.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Il tempo passa e il Signor De' Liberi invecchia;
-sì, invecchia; non ostante il pettine, il rasoio e i
-polsini inamidati; a dispetto del sarto, del parrucchiere,
-del dentista; checchè egli faccia e dica, cammini
-o salti, o lampeggi con gli occhi nelle collere
-d'un temporale, o sbuffi come una locomotiva, egli
-invecchia, ed io ne sono contento. Osservo con
-un piacere amaro che dopo il temporale egli non
-si rasserena mai interamente, perchè gli rimangono
-tre rughe sulla fronte, e che al contrario nell'imitare
-la pioggia e i fuochi d'artifizio ha ancora
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-perfezionato l'arte sua, perchè gli è caduto un
-altro dente.
-</p>
-
-<p>
-Ma quando su quella faccia tosta sono venuto
-scoprendo i segni del tempo vendicatore, non è
-raro che sorga qualche donnina o qualche fanciulla
-a dichiarare che il signor De' Liberi ringiovanisce
-ogni giorno.
-</p>
-
-<p>
-Aimè! anche Laurina è della stessa opinione!
-</p>
-
-<p>
-— Questo è ancora nulla — osserva imprudentemente
-il signor De' Liberi: — bisognerà vedermi
-un giorno!
-</p>
-
-<p>
-Qual giorno? È il suo segreto.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-E il tempo passa e di mariti nemmeno l'ombra.
-Se dopo aver fatto tante smorfie, si dovesse finire
-col dare la nostra Laura a questo vecchio ben
-conservato, non sarebbe meglio dargliela addirittura?
-Sebbene il signor De' Liberi faccia intendere che
-egli sa e può aspettare, perchè la fisiologia gliene
-dà il permesso, anche mio suocero è d'opinione
-che si vanti.
-</p>
-
-<p>
-Questo pensiero ipocondriaco balena appena, ed
-è subito ricacciato. È rimasto ancora un grosso
-capitale di buon senso in casa nostra, ed è Evangelina
-che ne ha la chiave. Io posso spendere allegramente
-per un pezzo, pensando che mia figlia va
-alla scuola e studia la storia, ed è coi re longobardi.
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-Prima che arrivi all'evo moderno ci vorrà del
-tempo, ed io non avrei nemmanco piacere che
-Laura andasse a nozze senza essere informata almeno
-almeno della rivoluzione francese.
-</p>
-
-<p>
-In fondo chi ogni tanto mi mette in capo la
-malinconia di pensare al matrimonio di mia figlia,
-è il nonno impaziente, quel povero vecchio che
-non ha tempo da buttar via, e lo sa, ed è tutt'occhi
-e tutt'orecchi per cogliere in casa e fuori
-di casa un'occhiata incendiaria, o un sospiro assassino
-che siano diretti a Laurina.
-</p>
-
-<p>
-«Lo assistano i cieli! — dico a me stesso — io
-non voglio più pensare;» — e i cieli non lo
-assistono, e io vi ripenso.
-</p>
-
-<h3>IX.</h3>
-
-<p>
-Fu in casa del Cavaliere la notte di san Silvestro
-dell'anno.... Lasciamo stare l'anno.
-</p>
-
-<p>
-Al solito vi si era radunata molta gente, per salutare
-col bicchiere in mano il primo vagito dell'anno
-nuovo. Io dico vagito, non per amore di
-metafora, ma solo perchè quell'anno si annunziò
-con un vero e proprio vagito, che ci venne fatto
-udire attraverso l'uscio della sala, con voce di
-ventriloquo, dal signor De' Liberi.
-</p>
-
-<p>
-Ho una memoria confusa di ciò che seguì in
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-quella notte: ricordo che il Cavaliere fu molto
-occupato a stappar bottiglie venerabili ed a mandare
-in giro dei pasticcini; ricordo che le fanciulle
-ballarono con frenesia, per lo più fra di loro, non
-bastando i nuovi cavalieri reclutati nella guarnigione
-di Milano, e che qualcuno fu messo a
-sedere dinanzi al pianoforte un po' prima delle
-nove, e tenuto là, a forza di ringraziamenti, di
-sorrisi e di pasticcini, fino alla mezzanotte in punto.
-Quando l'orologio a pendolo prese a sonare le dodici,
-fu prima un gran silenzio, poi qualcuno cominciò
-ad apostrofare con enfasi l'anno spirato,
-senza poter dir altro che «Va, va, va,» perchè il
-vagito dell'anno nuovo ci fa voltare tutti insieme
-e ridere in coro...
-</p>
-
-<p>
-E ricordo che risi più forte più tardi, quando
-mi fu appreso che cosa avrebbe detto qual tale se
-gli avessero lasciato finire la sua invettiva: «Va,
-va, va, — avrebbe detto — e non ritornare mai
-più;» raccomandazione di cui l'anno mille ottocento
-e tanti non aveva alcun bisogno.
-</p>
-
-<p>
-Altro non ricordo, se non che il signor De' Liberi
-abbracciava le più belle ragazze e sgambettava
-come un ossesso, col pretesto di polca e di
-mazurca, che sparlava più del solito e a voce alta
-della gioventù frolla dei nostri tempi, e che perseguitava
-la mia Laurina per farla ridere quando le
-permetteva di ballare con altri.
-</p>
-
-<p>
-Non ricordo proprio null'altro, fino al momento
-in cui, usciti all'aperto per tornarcene a casa, mio
-suocero, invece di pigliarsi a braccetto mia moglie,
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-lasciò che le nostre donne — egli disse proprio
-le <i>nostre donne</i> — si avviassero innanzi e prese me
-con molto mistero, e trascinandomi prima alcuni
-passi in silenzio, mi disse poi solennemente e semplicemente:
-</p>
-
-<p>
-— L'ho trovato.
-</p>
-
-<p>
-— Chi?
-</p>
-
-<p>
-— Il marito di Laurina!... cioè l'innamorato, che
-diventerà marito a un nostro cenno; ne aveva già
-un sospetto, ma ora ne sono certo; indovina chi
-è; ma già è inutile, non lo puoi indovinare, è l'ultimo
-a cui avrei pensato... indovina...
-</p>
-
-<p>
-— Come vuoi che faccia, se è tanto difficile?...
-ho anche la testa un po' confusa...
-</p>
-
-<p>
-— È il signor Paolo!...
-</p>
-
-<p>
-— Possibile! il signor Paolo innamorato di mia
-figlia!
-</p>
-
-<p>
-Aveva ballato il signor Paolo? Io non me ne
-era accorto.
-</p>
-
-<p>
-— È rimasto tutta sera al pianoforte — mi disse
-mio suocero — non si è mosso un momento, e
-io l'ho potuto osservare con comodo; ho veduto
-dove andavano i suoi sguardi, mentre le mani correvano
-sulla tastiera, ho notato che la sua faccia
-buona... ha la faccia buona il signor Paolo... pareva
-una luminaria, appena Laura cessava di ballare
-ed andava a ringraziarlo, e si faceva scura
-quando Laura ballava con quel signore lungo... Chi
-è quel signore lungo? me l'hanno presentato, ma
-il nome mi è uscito di mente.
-</p>
-
-<p>
-Era nello stesso caso anch'io; avevano presentato
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-anche a me quel signore lungo, ma al nome
-non avevo nemmeno badato.
-</p>
-
-<p>
-— Dicevi che il signor Paolo...
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Paolo è cotto appuntino... ne ho
-le prove.
-</p>
-
-<p>
-Mi pareva che vantasse troppo la propria perspicacia;
-ma egli era sicuro del fatto suo.
-</p>
-
-<p>
-— Laura! — disse forte, affrettando il passo — l'hai
-tu la mia pezzuola di seta?
-</p>
-
-<p>
-— Io no — rispose Laura, senza fermarsi, ma
-tastandosi istintivamente nelle tasche.
-</p>
-
-<p>
-— Mi pareva d'avertela data per bendare quel
-signore lungo, nel <i>cotillon</i>...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ma te l'ho restituita...
-</p>
-
-<p>
-— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse
-mio suocero dopo aver frugato in tutte le tasche.
-</p>
-
-<p>
-Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il
-nonno le ripetesse che era inutile...
-</p>
-
-<p>
-— È strano! — disse Laurina — non trovo più
-la mia; l'ho perduta.
-</p>
-
-<p>
-— La troverai — dissi io — non sbottonare
-il soprabito; fa freddo... ti puoi buscare qualche
-malanno.
-</p>
-
-<p>
-— Non la troverà mai più — mormorò mio
-suocero al mio orecchio — gliel'ha rubata...
-</p>
-
-<p>
-— Chi?
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due
-occhi cogliere il momento in cui Laura aveva deposto
-la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene
-facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di
-asciugarsi il sudore, per baciarla, e cacciarsela in
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-tasca; dopo di che si è fatto così pallido, che io
-sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco...
-</p>
-
-<p>
-— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la
-mamma: — tu perdi sempre qualche cosa... anche
-l'altro giorno perdesti un guanto.
-</p>
-
-<p>
-— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà.
-</p>
-
-<p>
-— Così dicevi del guanto... e non si è trovato...
-</p>
-
-<p>
-Al lume di un lampione io vidi che mio suocero
-era gongolante.
-</p>
-
-<p>
-— Anche il guanto!
-</p>
-
-<p>
-— Crederesti?
-</p>
-
-<p>
-— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro.
-</p>
-
-<p>
-— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore.
-</p>
-
-<p>
-— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono
-capaci di tutto.
-</p>
-
-<p>
-— E Laura?
-</p>
-
-<p>
-— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro;
-a suo tempo si innamorerà anch'essa, e li sposeremo.
-Mi sono informato: il signor Paolo è un
-partito eccellente; sua madre non è molto ricca,
-ma non ha altri figli; lui è ingegnere meccanico,
-studia, lavora e guadagna; si sta facendo il nido,
-m'hanno detto...
-</p>
-
-<p>
-Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Il domani Laura mi parve un po' più mesta del
-solito, ma non ne ebbi sgomento.
-</p>
-
-<p>
-«Succede sempre così — pensai. — In fondo
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-al calice d'ogni allegria è un po' d'amaro: bisogna
-imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».
-</p>
-
-<p>
-Non era di questa opinione il nonno.
-</p>
-
-<p>
-— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto
-parlare il pianoforte; egli ha toccato il tasto che significa
-<i>segreto amore</i>; e Laura l'ha capito a volo:
-perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un
-po' più presto. Quanto a me mi rassegno a darle
-marito senza che sappia la storia moderna. Non
-ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene io sostengo
-che per mettere al mondo dei figliuoli basta
-un po' di chimica.
-</p>
-
-<p>
-Era l'impazienza che lo faceva parlare così.
-</p>
-
-<p>
-Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni
-a Laurina di non perdere un'altra
-pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo, si fece
-bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato,
-e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto,
-ma acquistammo pure la convinzione che
-Laura non era informata di nulla. E mentre essa
-guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in
-cuore il turbamento, senza saperlo, pareva perfino
-impossibile che un giorno potessero trovarsi legati
-l'uno all'altra per sempre.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.
-</p>
-
-<p>
-— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.
-</p>
-
-<p>
-Non vi era pericolo che <i>egli</i> parlasse. Era diventato
-maestro nell'arte di toccare tutto ciò che
-Laura aveva toccato, di rubarle i mazzolini e gli
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-spilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo
-di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure
-guardarla.
-</p>
-
-<p>
-Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito
-tasto del segreto amore e successivamente quelli
-dell'amore ardente, dell'amore disperato; ma dite
-un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare
-un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva
-di voglia, ma non vi fu verso; si dichiarava
-incapace, e all'ultimo, non sapendo come schermirsi,
-si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il
-quale non si faceva pregare.
-</p>
-
-<p>
-Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani
-con mia figlia! Egli pigliava anche delle libertà innocenti,
-quella, per esempio, di darle dei colpetti
-sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a
-toccare una nota acuta che non era scritta sulla
-musica, passando audacemente sopra tutte e due
-le mani di Laurina.
-</p>
-
-<p>
-E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava,
-gli diceva <i>bravo</i> e <i>bravissimo</i> (non osava dir
-<i>bravissima</i> e nemmeno <i>brava</i>), voltava le pagine ed
-era felice.
-</p>
-
-<p>
-Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli
-pigliava proprio la via più lunga: si attaccava istintivamente
-al signor De' Liberi.
-</p>
-
-<p>
-Quando non era il primo a ridere delle arguzie
-del vecchio rivale, perchè troppo tardi aveva sollevato
-il capo dalla gazzetta, era lui che nel coro
-delle risate metteva la nota robusta.
-</p>
-
-<p>
-Se per disgrazia qualche motto saporito del signor
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-De' Liberi, giungendo in mal punto, era caduto
-a terra senza che alcuno se ne avvedesse, chi
-pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione
-del prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo
-ripetesse? e quando il vecchio astuto non si voleva
-arrendere, chi si pigliava la parte goffa di ripetere la
-frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo.
-</p>
-
-<p>
-Si può bene immaginare che di quel passo egli
-non avanzava gran fatto incontro alla sposa; ma,
-vedendo il vecchio amico suo in tanta dimestichezza
-con la fanciulla amata, a lui pareva di far
-loro cammino.
-</p>
-
-<p>
-— Quel povero giovane — mi faceva osservare
-mio suocero — è capace di pigliare a confidente
-delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla finita;
-invitalo a venire a casa il sabato...
-</p>
-
-<p>
-— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato;
-me l'ha promesso.
-</p>
-
-<p>
-Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi
-che egli aveva accompagnato fin sull'uscio il signor
-De' Liberi, ma che col pretesto d'una emicrania
-non aveva voluto salire le scale.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una
-camera lontana; ci ponemmo in osservazione dietro
-i vetri d'una finestra, al buio. Stando zitti non si
-tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo
-regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo
-passare il signor Paolo.
-</p>
-
-<p>
-— Disgraziato! — gli gridammo insieme.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e
-picchiò della fronte nella vetrata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-</p>
-
-<p>
-E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte,
-che cantava vittoria in sala, sotto le dita nervose
-del signor De' Liberi.
-</p>
-
-<h3>X.</h3>
-
-<p>
-Una sera, entrando in casa del Cavaliere, mi
-sentii tirare per la manica in anticamera.
-</p>
-
-<p>
-— Ho bisogno di parlarle — mi disse il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Agli ordini suoi — risposi.
-</p>
-
-<p>
-Ma il Cavaliere era prima di tutto agli ordini di
-mia moglie e di mia figlia, per aiutarle a deporre
-il manicotto, lo sciallo e il cappello; altri gravi
-uffici lo attendevano in sala, offrire un complimento
-alle signore, una seggiola a chi stava ritto, un argomento
-di conversazione ai taciturni; dimodochè,
-dopo aver svegliata la mia curiosità, mi obbligò a
-tenermela insoddisfatta per più d'un'ora. Me ne
-chiese più tardi mille scuse, e, dopo essersi assicurato
-ancora una volta che tutto andava benino,
-che la conversazione era animata, che le ragazze
-facevano cerchio intorno al signor De' Liberi, e
-che il pianoforte gemeva per virtù del signor Paolo,
-cominciò così:
-</p>
-
-<p>
-— Ho una missione delicata da compiere presso
-di lei... le chiedo scusa fin d'ora, io non ne ho
-colpa...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'esordio prometteva un cattivo cliente. Sorrisi per
-incoraggiare la confidenza e stetti ad ascoltare il resto.
-</p>
-
-<p>
-— Si ricorda d'aver visto in casa mia il dottor
-Lelli, un medico di reggimento, un giovane pieno
-d'ingegno...
-</p>
-
-<p>
-— L'avrò veduto, ma non me ne ricordo...
-</p>
-
-<p>
-— Venne in casa mia una volta sola, di passaggio;
-andava a Pavia per concorrere ad una cattedra
-operativa... ha poi vinto il concorso e lascerà
-il reggimento... non ha che ventinove anni...
-</p>
-
-<p>
-Il disordine con cui il Cavaliere mi veniva descrivendo
-il dottor Lelli prometteva non un cliente
-buono o cattivo, ma un marito per Laurina. Cercai
-mio suocero cogli occhi; egli era là alle spalle del
-signor Paolo che aveva messo al pianoforte, e gli
-voltava le pagine della musica.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Paolo sonava una nota romanza scelta
-da lui non senza malizia; le parole che egli si guardava
-bene dal pronunziare, esprimevano appunto
-lo stato d'animo d'un giovanotto senza giudizio, il
-quale vorrebbe dire tante cose alla innamorata, e
-non osa, e si raccomanda successivamente alle quattro
-stagioni dell'anno e ai quattro elementi perchè
-vadano a fare la difficile ambasciata.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Lelli era stato più pratico.
-</p>
-
-<p>
-— È un caro giovane — proseguì il Cavaliere — figlio
-d'un mio antico compagno d'armi, rimase
-orfano a venti anni e deve il proprio stato a se
-stesso; non già che sia senza un soldo; ha anzi
-un piccolo patrimonio... Ma dunque non si ricorda
-proprio d'averlo visto, un bel giovane alto?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Molto alto?
-</p>
-
-<p>
-— Sì molto alto... ma non troppo... una magnifica
-statura...
-</p>
-
-<p>
-— Bruno?
-</p>
-
-<p>
-— Baffi neri e capelli neri, occhi dolci...
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare di ricordarmelo; ed è dottore di reggimento?
-</p>
-
-<p>
-— Era dottore di reggimento fino a ieri l'altro;
-ora è professore all'Università di Pavia.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene? — chiesi.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, quel povero giovane ha visto la sua
-Laurina, ha ballato con essa, se n'è innamorato...
-e vorrebbe sposarla! Ho detto.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Aura di maggio tepida</p>
-<p class="i02"> Le parla al cor commosso,</p>
-<p class="i02"> Svela l'occulto palpito</p>
-<p class="i02"> Ch'io dir non posso,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-canticchiava il signor De' Liberi in tono minore,
-e tutte le ragazze erano attente ad ascoltarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Possibile! — dissi — una sera è bastata...
-</p>
-
-<p>
-— Sono bastate poche ore; a queste cose devono
-bastare pochi minuti — sentenziò il Cavaliere; — mi
-scrive una lunga lettera che le farò leggere
-se permette.
-</p>
-
-<p>
-(A questo punto troncò la frase e si precipitò
-a raccogliere il ventaglio caduto ad Evangelina).
-</p>
-
-<p>
-— Io non so dare consigli ad una faccenda così
-grave — proseguì tornato al mio fianco — mi accontento
-di esporre i fatti. Il dottor Lelli è giovane,
-robusto, studioso, ha uno stato che deve al proprio
-ingegno; farà certamente felice la donna che...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Laura è proprio una fanciulla — osservai — ha
-diciassette anni.
-</p>
-
-<p>
-— I diciassette anni della sposa non hanno mai
-guastato un buon matrimonio.
-</p>
-
-<p>
-Questa era anche l'opinione del signor De' Liberi,
-il quale, non vedendo la nube che oscurava il suo
-orizzonte matrimoniale, cantava, dando delle occhiate
-a mia figlia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Estivo sol, che al gelido</p>
-<p class="i02"> Labbro non dài calore.</p>
-<p class="i02"> Tu la segreta illumina</p>
-<p class="i02"> Ansia del core!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E il signor Paolo accompagnava tutto questo!
-</p>
-
-<p>
-Feci un cenno a mio suocero ed egli accorse;
-protetti dal chiasso vocale ed istrumentale, ci mettemmo
-d'accordo così: il dottor Lelli verrebbe a
-far visita al Cavaliere; noi ci troveremmo <i>per caso</i>
-in un dato giorno, e quando il candidato piacesse
-a mia figlia...
-</p>
-
-<p>
-E <i>dille</i>, cantò il vecchio pazzo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E dille, o melanconica</p>
-<p class="i02"> Stagion dell'anno estrema,</p>
-<p class="i02"> L'amor che, in petto indocile,</p>
-<p class="i02"> Sul labbro trema.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Fu un subisso d'applausi; dopo di che il signor
-De' Liberi dichiarò che il protagonista della canzonetta
-era un imbecille; che le stagioni dell'anno
-non servono per dire a una bella ragazza che le
-si vuol bene, se non si ha la lingua in bocca...
-</p>
-
-<p>
-— O negli occhi — soggiunse bersagliando mia
-figlia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si scostò dal pianoforte e venne difilato incontro
-a noi.
-</p>
-
-<p>
-Io credo che fiutasse il pericolo.
-</p>
-
-<p>
-— I tempi si fanno brutti — sospirò mio suocero; — il
-commercio ch'è il termometro, il vero
-termometro, ci avverte...
-</p>
-
-<p>
-Non vi starò a dire di che cosa il commercio
-ci avvertisse per bocca di mio suocero.
-</p>
-
-<h3>XI.</h3>
-
-<p>
-Vi era da tare una cosa difficile: informare Laurina,
-perchè, trovandosi poi col dottor Lelli, si desse
-la briga di guardarlo e di dichiararci se le piaceva
-o no. Questa parte spettava di diritto a Evangelina,
-e la povera madre non si sapeva decidere, e
-vedeva delle difficoltà.
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe quasi meglio che non sapesse nulla — diceva: — non
-ci perderà la sua disinvoltura
-di fanciulla...
-</p>
-
-<p>
-— Ma corre il rischio — opponeva il nonno — di
-trovarsi quasi sposata senza sapere com'è fatto
-il naso dello sposo.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina non si spaventava di questo pericolo.
-</p>
-
-<p>
-— Una ragazza — asseriva essa — vede sempre
-un giovanotto, anche se non lo guarda.
-</p>
-
-<p>
-— Laura! — chiamai per troncare ogni titubanza,
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-e la piccina che non era molto lontana, accorse
-innanzi al domestico tribunale.
-</p>
-
-<p>
-Al primo vederla, acquistai la coscienza che non
-avevamo nulla di nuovo da dirle.
-</p>
-
-<p>
-— Questa briccona sa tutto! — osservai forte.
-</p>
-
-<p>
-Laura si fece rossa in viso, ma protestò che non
-sapeva nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Quand'è così, avvicinati — e le presi le due
-mani perchè non mi fuggisse. — Vi è un signore
-lungo lungo che ti vuol bene, che ti vorrebbe sposare;
-ma egli è troppo lungo e tu sei troppo bambina;
-quel signore non mai finito è un dottore, e
-si chiama Lelli; tu hai ballato con lui l'altra sera,
-e non te ne ricordi di sicuro, non sai se ti piaccia
-o non ti piaccia...
-</p>
-
-<p>
-Approfittò d'un momento che allentai la stretta
-per isprigionarsi e fuggire piangendo.
-</p>
-
-<p>
-Sua madre le andò dietro.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Recandomi in casa del Cavaliere per il noto colloquio,
-eravamo tutti un po' impacciati, ma meno
-di tutti Laurina.
-</p>
-
-<p>
-Essa si stringeva al braccio della mamma e sorrideva;
-si sentiva donna, e questo sentimento nuovo
-era una forza.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a me, non mi ero mai sentito così minchione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il cavaliere ci vide da lontano e ci venne incontro;
-il giovane dottore stava ritto in fondo, ma gli occhi
-suoi e quelli di Laurina s'incontrarono subito e dissero:
-«per tutta la vita!»
-</p>
-
-<p>
-Non fu la desolazione che io aveva temuto; feci
-il disinvolto senza avvedermene, e quando me ne
-avvidi non mi stupì niente affatto.
-</p>
-
-<p>
-— Il dottor Lelli, figlio d'un mio ottimo amico — disse
-il Cavaliere.
-</p>
-
-<p>
-— Ci conosciamo! — gridò mio suocero.
-</p>
-
-<p>
-Intanto la signora Amalia, non dimenticando la
-scenetta combinata col marito, dichiarò senza batter
-ciglio che non si aspettava la nostra visita. Questa
-bugia enorme ne suggerì un'altra a mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Volevamo andare a teatro e vi abbiamo rinunciato
-all'ultimo momento.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Lelli ci salutò ad uno ad uno con molta
-gravità.
-</p>
-
-<p>
-— Signorina... — balbettò in ultimo, pigliando
-la mano di mia figlia.
-</p>
-
-<p>
-Egli non soggiunse altro, ed essa non aprì bocca.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-— A primavera le nozze — sentenziò più tardi
-mio suocero; — intanto Laurina non andrà a
-scuola, e prometterà solennemente al babbo di studiare
-la storia moderna in casa; fino a primavera
-silenzio con tutti!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Silenzio!
-</p>
-
-<p>
-Era cosa giurata.
-</p>
-
-<p>
-Forse perciò il sabato successivo gli amici erano
-informati di ogni cosa. Chi aveva parlato? Chi era
-il traditore? Ci guardammo in faccia e ridemmo.
-</p>
-
-<p>
-Quel sabato il signor De' Liberi non venne, e
-per tutta la settimana successiva non si lasciò vedere.
-Non era ammalato, tutt'altro; sopportava con
-coraggio la propria sventura e stava benone. Un
-giorno finalmente ci piombò in casa all'improvviso:
-era ilare, svelto. Si rallegrò con mia figlia e
-con noi, strinse la mano dello sposo e ci annunciò
-le sue nozze future.
-</p>
-
-<p>
-— La sposa? — fu chiesto da ognuno; — chi
-è la sposa?
-</p>
-
-<p>
-La sposa era la signorina Alice, compagna di
-scuola di Laurina.
-</p>
-
-<p>
-— È proprio una bambina — esclamò il vecchio
-pazzo in aria compunta. — Non ha ancora diciotto
-anni.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è questa signorina Alice? — mi domandò
-mio suocero. — Qualche mostriccino in gonnella,
-spero?
-</p>
-
-<p>
-Ohimè, no! la disgraziata era anche bella!
-</p>
-
-<p>
-Il signor Paolo, protetto dall'amica notte, fu
-visto per alcune sere aggirarsi nei dintorni di casa
-mia, come un'anima di pena; poi se ne tornò al
-suo cantuccio e ripigliò eroicamente la gazzetta.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-</p>
-
-<h2 id="nonno">NONNO!</h2>
-</div>
-
-<div class="break-before">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Se ne vanno! Ecco Laurina che asciuga in fretta
-le lagrime e si affaccia allo sportello per darci l'ultimo
-addio, mentre lui è contento come una pasqua — il
-mostro! — e continua a sorriderci dal finestrino
-accanto.
-</p>
-
-<p>
-Anche noi continuiamo a sorridere: mio suocero,
-Evangelina e io, tutti e tre abbiamo messo fuori
-il nostro lumicino acceso. Ma la luminaria sta per
-ispegnersi; la locomotiva fischia e sbuffa, il treno
-si scuote, rincula e si avvia.
-</p>
-
-<p>
-Voglio dare un'ultima stretta di mano a mia figlia,
-e riesco appena a toccarle la punta delle dita,
-perchè qualcuno mi avverte di tirarmi indietro. Accompagno
-un po' il visino bianco che si perde
-nello spazio: poi veggo sventolare la pezzuola che
-ha asciugato tante lagrime... poi non veggo più
-nulla, perchè ho anch'io negli occhi qualche lagrima
-ribelle.
-</p>
-
-<p>
-Mi volto: mio suocero e la mia Evangelina, che
-<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
-avevo dimenticato un istante, non sorridono più;
-la luminaria è spenta.
-</p>
-
-<p>
-In questo momento vi è un uomo solo al mondo
-che sorrida? Sì, ve n'è uno di sicuro, ed è lui, che
-si porta via la nostra creatura, per sempre.
-</p>
-
-<p>
-Io continuo a vederlo nello spazio: Laurina
-piange in un canto, ed egli si curva per dirle che
-i compagni di vagone la guardano, poi si volta e
-sorride.
-</p>
-
-<p>
-I compagni di vagone, me ne sono accertato, sono
-due vecchietti soltanto; essi non hanno avuto paura
-di assistere alle tenerezze di due sposi che fanno
-il loro viaggio di nozze, e sono rimasti, mentre
-un giovinotto e due signore mature fuggivano.
-</p>
-
-<p>
-— Avranno buona compagnia — dissi. — Quei
-vecchietti hanno il biglietto per Parma.
-</p>
-
-<p>
-— Viaggeranno meglio da Parma a Firenze — osservò
-mio suocero, provandosi ad essere malizioso — purchè
-siano soli.
-</p>
-
-<p>
-Allora Augusto, senza dir nulla, diede il braccio
-a sua madre; ci avviammo.
-</p>
-
-<p>
-— È stato un buon pensiero — uscì a dire mio
-suocero per rompere la monotonia del silenzio — è
-stato un buon pensiero quello di avvertire gli
-amici e i conoscenti che non s'incomodassero a
-portare altri augurii agli sposi fino alla stazione.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, è stato un buon pensiero — risposi subito.
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie si voltò un momentino verso di noi,
-e disse anch'essa:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, è stato un buon pensiero — dopo di che
-proseguimmo taciturni fino a casa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sulla soglia mio suocero s'impadronì del braccio
-d'Augusto e gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— Avvocatino, vieni a spasso con me; mi parlerai
-dell'università, ma dell'università senza esami,
-tutta scolaresca e niente professori.
-</p>
-
-<p>
-Passò sulle labbra dell'avvocatino in erba un sorriso
-di ambizione contenta.
-</p>
-
-<p>
-— Dove andiamo? — chiese; salutò la mamma
-e il babbo con un cenno del capo, e si allontanò
-con molta disinvoltura a braccetto del nonno.
-</p>
-
-<p>
-Gli accompagnammo un breve tratto con lo
-sguardo; parevano due vecchi amici.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Evangelina non era proprio allegra.
-</p>
-
-<p>
-— I nostri figli ci abbandonano — mi disse appena
-entrati in casa, lasciandosi cadere sopra un
-canapè. — Noi peniamo tanto a metterli al mondo,
-a tirarli su, a circondarli d'amore, finchè un giorno
-ci voltano le spalle per seguire il mondo che li
-chiama.
-</p>
-
-<p>
-Un pensiero press'a poco simile stavo facendo
-anch'io. Mi ero accorto che Augusto aveva imparato
-all'università a salutare il babbo e la mamma
-con un grazioso movimento del capo di sotto in su,
-quando vi era pericolo di essere colto in flagrante
-reato di tenerezza filiale; poc'anzi poi avevo notato
-che, dopo quel saluto molto contegnoso, che
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-doveva dare ai passanti un'idea della sua anticipata
-virilità, mio figlio aveva tirato diritto, a braccetto
-del nonno, senza neppure voltarsi. E da dieci minuti,
-aspettando che io gli badassi, l'avvocato Placidi
-veniva raccogliendo tutti gli elementi di difesa
-per patrocinare la causa d'Augusto innanzi al tribunale
-della mia indulgenza paterna.
-</p>
-
-<p>
-Accolsi dunque le parole di mia moglie con un
-sospiro spontaneo e genuino, che arrivai però in
-tempo a prolungare esorbitantemente per pigliare il
-tono della celia.
-</p>
-
-<p>
-— Hai proprio ragione — dissi: — i nostri figli
-ci abbandonano, pigliano marito e partono col treno
-diretto, oppure, col pretesto di studiare la legge,
-se ne vanno all'università. E lasciano noi, che abbiamo
-penato tanto a metterli al mondo...
-</p>
-
-<p>
-Non rise, come io sperava, anzi crollò il capo
-melanconicamente, ed io mi feci serio.
-</p>
-
-<p>
-— Hai visto come ci saluta Augusto se qualcuno
-può vederlo?
-</p>
-
-<p>
-— No, non ho visto — risposi; e allora essa
-mi fece vedere, dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Così ha fatto.
-</p>
-
-<p>
-Aveva proprio fatto così.
-</p>
-
-<p>
-— E non si è neppure voltato!
-</p>
-
-<p>
-— To'! — esclamai — perchè volevi che si
-voltasse? Ci siamo separati sul portone...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina lesse l'anima mia con un'occhiata
-pietosa, e crollò ancora il capo dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— S'egli non ha sentito che gli occhi di suo
-padre e di sua madre lo accompagnavano, di chi
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-la colpa? Una volta lo sentiva. La colpa è anche
-nostra — soggiunse; — noi vogliamo che i nostri
-figli imparino tante cose belle, ma credo che non
-ci occupiamo abbastanza d'insegnare loro ad amarci.
-</p>
-
-<p>
-— L'amore filiale non s'insegna; è un istinto.
-</p>
-
-<p>
-— E l'istinto si educa — ribattè mia moglie, che
-era disposta a sentirsi infelice. — Augusto ci vuol
-bene, io lo so, ma in pubblico se ne vergogna.
-</p>
-
-<p>
-— Distinguo — interruppi; — non si vergogna
-di volerci bene, solo di dimostrarcelo; egli crede
-che, per esser uomo quanto vorrebbe, gli bisogni
-prima di tutto parere; non può sapere ancora che,
-per parere uomo, basta esserlo. Per affrettare la
-propria virilità, egli comincia dal romperla pubblicamente
-con tutte le tenerezze passate. La tenerezza,
-non è la forza, egli ne è sicuro. Come vedi,
-è una piccola evoluzione intima, in cui la scuola
-non entra per nulla. Chi terrebbe cattedra di amor
-filiale all'università?
-</p>
-
-<p>
-Non pretendeva questo nemmeno Evangelina,
-solo che qualche cosa bisognasse fare.
-</p>
-
-<p>
-— Se sulla porta d'una scuola — proposi — s'incidesse
-per esempio: onora tuo padre e tua
-madre?
-</p>
-
-<p>
-— Ti pare che sarebbe inutile? Io credo di no,
-dal momento che Augusto, perchè ha ventidue
-anni, si vergogna di baciare sua madre in pubblico!
-</p>
-
-<p>
-— Non si vergognerà fra un anno o due; e
-poi contentiamoci della sostanza delle cose: io so
-che tuo figlio ti adora, e mi basta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Basta anche a me — disse volgendomi la
-faccia melanconica; — ma mi sento così sola, ora
-che quella poveretta è partita...
-</p>
-
-<p>
-— Così <i>sola</i>! — mormorai, cercando nel suono
-di questa parola il suo senso arcano — così <i>sola</i>.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Laura non è <i>sola</i> — cominciai lentamente
-dopo un breve silenzio. — Laura non è <i>sola</i>, nè
-poveretta. Il suo sposo è per lei sua madre, suo
-padre, suo nonno. Egli è buono, e l'ama. Consoliamoci.
-</p>
-
-<p>
-Avevo indovinato il sentimento di Evangelina,
-la quale mi guardò e mi sorrise.
-</p>
-
-<p>
-— Dacchè Laura è partita — mi disse con accento
-più vivace — ho sempre dinanzi agli occhi
-la sua cameretta abbandonata; appena entrata in
-casa, volevo andare a visitarla, me n'è mancata la
-forza; ora mi ritorna, andiamo.
-</p>
-
-<p>
-Mi prese per mano, attraversammo a passo frettoloso
-le stanze... Eccoci nella cameretta gentile,
-in cui prima di noi è entrato un raggio di sole.
-</p>
-
-<p>
-Ci fermiamo un momento sul limitare, respirando
-appena, per non far fuggire il caro fantasma che
-abita ancora quel luogo; poi mia moglie va lentamente
-a curvarsi sul letticciuolo e nasconde la
-faccia nel guanciale di sua figlia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Io guardava con occhio attonito. Le note sembianze
-di quella cameretta, indifferenti al raggio di
-sole che penetrava dalla finestra, non mi sorridevano
-più come una volta. Persino i putti rosei, che
-avevamo messo a folleggiare sul parato e sulle
-tende, si lamentavano dell'abbandono.
-</p>
-
-<p>
-Vidi spuntare uno stivaletto di sotto una seggiola,
-e vi fissai l'occhio fantasticando.
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie non si moveva; io mi avvicinai alla
-piccola scrivania di Laura, su cui erano sparse poche
-carte, e istintivamente radunavo le pagine sparse,
-quando mi fermarono gli occhi alcune parole scritte
-con mano mal sicura:
-</p>
-
-<p>
-«Alla mia cara mamma — dicevano — perchè
-sappia che l'ultimo mio pensiero di fanciulla è stato
-per essa».
-</p>
-
-<p>
-Leggendo queste due righe, io vedeva mia figlia
-ritta al mio posto, in abitò di nozze; scriveva coi
-guanti e in fretta per non farsi aspettare, poi si
-voltava per guardarsi intorno prima di lasciare per
-sempre il nido che suo padre e sua madre avevano
-fatto bello per lei; intanto deponeva la
-penna sulla scrivania... dov'è la penna? Ma la
-penna rotolava a terra... Eccola appunto!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Evangelina! — chiamai con voce commossa.
-Mia moglie sollevò il capo a guardarmi, e fu indovina.
-</p>
-
-<p>
-— Leggi — le dissi; e intanto che essa leggeva,
-io mi chinai a raccogliere la penna.
-</p>
-
-<p>
-— Angelo caro! — mormorò la povera madre
-contenta.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-— L'ultimo suo pensiero di fanciulla è stato per
-te — cominciai a dire lasciandomi cadere sopra
-una seggiola, a piedi del letto; — ma il penultimo
-fu per il babbo, ne sono sicuro, sebbene non
-sia scritto.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina temette di scorgere nelle mie parole
-un'ombra di gelosia, e mi guardò alla sfuggita; io
-la rassicurai soggiungendo:
-</p>
-
-<p>
-— A quest'ora pensa a tutti e due, e quel dabbenuomo
-di suo marito, perchè la vede sorridere,
-immagina che abbia dimenticato il babbo e la
-mamma, la casa e il mondo, per pensare solo ad
-essere innamorata di lui: tutti così i mariti.
-</p>
-
-<p>
-— Angelo caro! — mormorò Evangelina e venne
-a sedersi in faccia a me, nell'unica seggiola rimasta,
-al capezzale del letto. Sembrava che visitassimo
-una cara ammalata, e io ne feci subito l'osservazione.
-</p>
-
-<p>
-— Invece visitiamo un'assente: — disse la povera
-madre; ed era svanita ogni nube dalla sua
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-fronte, e già gli occhi suoi lucevano ricercando,
-nell'avvenire, la felicità di sua figlia.
-</p>
-
-<p>
-— Laurina — entrai a dire con la gravità di
-un giudice — Laurina è buona, e ha diritto d'essere
-felice.
-</p>
-
-<p>
-— La felicità — rispose mia moglie, abbassando
-la voce — non è sempre di chi la merita. Vi sono
-delle anime tanto buone, che paiono venute al
-mondo per far bella la sventura.
-</p>
-
-<p>
-Io dissipai quella idea superstiziosa assicurandole
-che Laurina, diventando moglie, saprebbe trovare
-un paio di difetti nel suo sangue paterno... — (O
-materno — interruppe Evangelina ridendo: e io
-feci l'aggiunta senza ridere; — o materno)... tanto
-da meritare il castigo della felicità per sè, per il
-marito e per i figli nascituri.
-</p>
-
-<p>
-— Suo marito è buono — disse Evangelina contenta — è
-proprio buono.
-</p>
-
-<p>
-— Ha un cuore d'oro, e vuol bene a nostra figlia.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi è pericolo che egli si guasti, come
-è accaduto a tanti; è un uomo serio... fin troppo...
-Ecco — prosegui mia moglie trattenuta da quell'idea
-maligna — se dovessi proprio dire tutto il
-mio pensiero, mi pare troppo serio...
-</p>
-
-<p>
-— Se dovessi dire tutto il mio pensiero — soggiunsi — mi
-pare anche troppo lungo.
-</p>
-
-<p>
-Rise e subito l'idea maligna la lasciò andare.
-</p>
-
-<p>
-— La serietà del marito — dissi allora — è un
-pericolo quando la moglie è frivola, o quando il
-marito non ha conosciuto il mondo.
-</p>
-
-<p>
-— Il dottor Lelli lo ha conosciuto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lo ha conosciuto.
-</p>
-
-<p>
-— Come lo sai?
-</p>
-
-<p>
-— Me lo diceva lui stesso. A formare l'uomo
-moralmente sano — mi diceva — devono concorrere
-alcuni elementi malsani, che si formano e si
-dissolvono. È press'a poco ciò che il signor De' Liberi,
-suo rivale, te ne ricordi? chiamava «le curiosità
-contente dell'uomo maturo pel matrimonio».
-Salvo che egli aveva avuto troppe curiosità, e per
-contentarle tutte ci aveva messo del gran tempo.
-</p>
-
-<p>
-— E il dottore ti ha confidato?...
-</p>
-
-<p>
-— Non mi ha confidato... ma ho capito; ho
-capito che non è un ingenuo, che sa la sua parte
-di mondo...
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie non era soddisfatta; trattandosi del
-marito di sua figlia, aveva anch'essa una grande
-curiosità da contentare. Allora mi ricordai d'essere
-avvocato. Nei momenti difficili dell'arte oratoria,
-che cosa mai ci salva, se non è la rettorica?
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna avere bevuto una volta almeno un
-po' di feccia, per imparare a bever la vita senza
-intorbidarla.
-</p>
-
-<p>
-— Nostro genero ne ha bevuto della feccia?
-</p>
-
-<p>
-— Nostro genero ha imparato a vivere.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina stette un po' in silenzio, e a me parve
-di poterla abbandonare un istante alle sue fantasticherie,
-per seguire col pensiero gli sposi che si
-allontanavano col treno diretto.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto mia moglie esclamò:
-</p>
-
-<p>
-— A quest'ora sono a Codogno, stanno per
-arrivare a Piacenza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sbagli — dissi; — non possono essere che
-a Lodi.
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo l'orario?
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo l'orario.
-</p>
-
-<p>
-E alla povera madre sembrò d'essere ancora avvicinata
-alla sua creatura, quando, interrogato l'orario,
-l'ora e il minuto, potè affermare che gli sposi
-dovevano essere a mezza via tra Casalpusterlengo
-e Codogno.
-</p>
-
-<p>
-— Un po' più che a mezza via — corressi scrupolosamente.
-</p>
-
-<p>
-Per tacito accordo, tenendo l'orologio in mano,
-aspettammo che il treno si fermasse a Codogno;
-allora ci guardammo in viso senza dubitare della
-serietà di quell'atto.
-</p>
-
-<p>
-— Sono arrivati a Codogno! — disse mia moglie
-gravemente.
-</p>
-
-<p>
-— Non ancora — esclamai con uno scatto che
-la fece ridere; — il treno è in ritardo di due
-minuti.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Cominciò da Codogno il nostro viaggio attraverso
-l'avvenire dei nostri figli; in quelle terre
-incognite io veniva innanzi aprendo il passo a mia
-moglie; e quando l'inquietudine materna faceva
-spuntare uno sgomento dove il padre ingenuo
-aveva seminato una speranza, affrettavo l'andatura
-e volgevo gli occhi a un altro orizzonte. Ma per
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-quanto io facessi, il nostro cielo si oscurava ogni
-tanto; noi e i figli nostri e i figliuoli dei nostri
-figli avevamo cento maniere accertate d'essere felici,
-e una sola di non essere; ma quest'una valeva
-più di cento, si chiamava l'<i>ignoto</i>.
-</p>
-
-<p>
-— La felicità non si governa con le leggi delle
-probabilità — disse ad un certo punto Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Beati gl'infelici! — soggiunsi io tra il serio
-e il faceto. — Essi possono sperare.
-</p>
-
-<p>
-E mia moglie ripetè con un tremito nella voce,
-e proprio sul serio:
-</p>
-
-<p>
-— Beati gl'infelici! Essi possono sperare.
-</p>
-
-<p>
-Ma giunse fino a noi un rumore di passi che
-si avvicinavano. Ci rimase appena il tempo di sorriderci
-a vicenda per prepararci a sorridere al nonno.
-</p>
-
-<p>
-Vidi, abbandonato sulla specchiera, il nastrino
-azzurro che mia figlia portava al collo la vigilia;
-me ne impadronii passando e lo cacciai nel taschino
-del panciotto.
-</p>
-
-<p>
-Mia moglie non si avvide di nulla, e io senza
-sapere perchè, ne fui contento.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è Augusto? — domandò Evangelina a
-suo padre, che entrando nella camera di Laurina
-sembrava provare qualche cosa di cui egli medesimo
-si stupiva.
-</p>
-
-<p>
-— È di là che studia; quel povero ragazzo non
-ha in capo che la sua laurea. Già!... — sospirò
-guardandosi intorno — la gabbietta era graziosa,
-ma vi mancava il nido, e la rondinella è andata a
-farselo. Dite un po'; eravate qui a sospirare voi
-altri?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Manco per sogno! — proruppi. — Lo sai?
-Tutto ben esaminato e ponderato, Laurina ha fatto
-un matrimonio magnifico, e sarà felice e farà felice
-suo marito.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero prese a guardare prima me, poi
-sua figlia, e di nuovo me con una curiosità corbellatoria.
-</p>
-
-<p>
-— Saranno felici — mormorò Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio? — chiese lui con una gran voglia
-di beffarci; ma non seppe vincersi ed esclamò ingrossando
-la voce:
-</p>
-
-<p>
-— Io vi dico che saranno felici e che avranno
-dei figliuoli! Questo ve lo dico io: e li avranno
-presto... almeno uno!
-</p>
-
-<p>
-— Maschio? — domandai.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo so — rispose ingenuamente il povero
-uomo.
-</p>
-
-<p>
-Si capiva che oramai egli era di facile contentatura,
-e che, pur d'avere un pronipote, non avrebbe
-guardato al sesso.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Lo dissi un giorno: i nostri figli sono la nostra
-seconda gioventù, anzi sono la gioventù vera; chi
-non ha avuto moglie e figliuoli non è stato mai
-giovane, <i>tutt'al più</i> celibe.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span>
-</p>
-
-<p>
-<i>Tutt'al più</i> era detto per celia, il rimanente sul
-serio, e mia moglie l'aveva inteso alla prima, senza
-altro commento fuor quello degli avvenimenti della
-vigilia.
-</p>
-
-<p>
-Una mattina era arrivata la prima lettera di Laura
-sposa; aspettata con ansia, letta con trepidanza,
-quella lettera, dettata dal nuovo amore di moglie
-e dal vecchio amore di figlia, ci diceva felicità che
-noi conoscevamo.
-</p>
-
-<p>
-E un altro giorno erano finalmente arrivati gli
-sposi medesimi, che, con un inganno dolcissimo,
-ci erano piombati in casa ventiquattro ore prima
-dell'ora prefissa: quel ritorno non somigliava menomamente
-a un altro; mancavano gli indifferenti,
-mancavano i via vai delle carrozze e la voce rauca
-che gridava le gazzette del giorno innanzi. E pure
-a me, a Evangelina, e probabilmente anche a mio
-suocero, ne ricordava un altro: il nostro.
-</p>
-
-<p>
-Il nonno non aveva dimenticato la sua parte:
-egli girava in salotto attorno a Laurina con la
-stessa curiosità maliziosa con cui venticinque anni
-prima, alla stazione, aveva fatto arrossire sua figlia.
-Ecco un'altra porzione del nostro passato che ci
-veniva restituita.
-</p>
-
-<p>
-Poi era venuta l'ora di separarci un'altra volta
-dai nostri figli, poichè l'università di Pavia voleva
-il suo professore e il suo studente, e il professore
-non era disposto a rendere la propria preda.
-</p>
-
-<p>
-Mio suocero un po' imbronciato, non così per
-la partenza dei nipotini, come per non avere ancora
-potuto fare la minima scoperta sicura nel bagaglio
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-degli sposi — egli diceva propriamente
-<i>bagaglio</i> — per consolarci dell'abbandono in cui
-eravamo lasciati, non sapeva far altro che dirci:
-</p>
-
-<p>
-— Ora lo dovete intendere che cosa significa
-avere cuore di padre; quando mi piantavate in
-Monza per venirvene a Milano, non lo sospettavate
-neppure... la gran lezione ce la dànno i figli.
-</p>
-
-<p>
-Sì, la gran lezione ce la dànno i figli; essi ci
-ridanno il meglio di noi stessi, ci rivelano i genitori
-nostri, ci riconducono così fino alla sorgente
-degli affetti!
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Fu per un po' una gran melanconia.
-</p>
-
-<p>
-La nostra casa abbandonata, che ci parlava così
-forte dei nostri assenti, era come un amico nella
-desolazione; le volevamo un gran bene, ma la
-sfuggivamo per istinto. Andavamo volontieri a
-spasso, Evangelina e io; e ci accadeva di ritrovare
-per via una traccia perduta dai nostri figli con
-maggior piacere che a casa.
-</p>
-
-<p>
-Gli è che i viali e i cespugli dei giardini si ricordavano
-allegramente delle nostre creature che
-avevano conosciuto appena, mentre in casa ogni
-cantuccio che aveva giocato a rimpiattino con essi,
-ogni mobile, ogni tenda parlavano dei loro compagni
-con accento lagrimoso.
-</p>
-
-<p>
-Si faceva volontieri della filosofia in quel tempo,
-<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span>
-anche per consolare il nonno, il quale era scontento
-di certe notizie contraddittorie che giungevano
-periodicamente da Pavia, e minacciava ogni
-tanto di lasciarci per andarsene a stare coi nipoti
-e farli morire di vergogna.
-</p>
-
-<p>
-Si faceva anche il sofisma:
-</p>
-
-<p>
-— Che ci manca? — dicevamo. — Non siamo
-noi propriamente felici? Forse lo siamo troppo ed
-è ciò che ci offende. Noi possiamo pensare continuamente
-che ogni antico voto è stato esaudito,
-e goderci così a tutte le ore lo spettacolo della
-nostra felicità. Ma ciò soverchia le forze umane.
-Avremmo bisogno di esser messi a contatto della
-felicità medesima, perchè l'abitudine ce la scolorisse
-e ce la rendesse sopportabile, facendo nascere
-in noi altri desiderii.
-</p>
-
-<p>
-E un altro momento, senza badare alla contraddizione,
-ci trovammo d'accordo a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Ci manca qualche cosa? Sì, qualche cosa ci
-manca: ebbene, godiamocelo questo qualche cosa
-che ci manca, perchè esso fa più sicura e durevole
-la nostra felicità. Ci vuole un pizzico di desiderio
-a condire un'esistenza felice.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro caro vecchio ci lasciava dire, ma crollava
-il capo. Il pizzico di desiderio egli ce l'aveva,
-e pure non era felice.
-</p>
-
-<p>
-Esagera la dose — si diceva.
-</p>
-
-<p>
-E indagando ancora filosoficamente, si venne a
-concludere che il desiderio puro e semplice non
-serve se non è corretto da un po' di speranza, e
-sopratutto se lo inacidisce l'impazienza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il povero uomo aveva un desiderio robusto e
-non gli mancava la speranza; ma era impaziente
-e guastava ogni cosa.
-</p>
-
-<p>
-Non gli si poteva dar torto: procedendo per via
-d'indagini, Evangelina riusciva ad accertare che il
-nostro caro vecchio doveva aver passato i... Ma
-che non vi fosse modo di sapere appuntino quanti
-anni aveva?
-</p>
-
-<p>
-— Molti e troppi — rispondeva lui, scotendoseli
-dalle spalle; — gli anni sono come i quattrini
-che i bambini buttano nel salvadanaio; non contandoli
-più, si moltiplicano.
-</p>
-
-<p>
-La nuova amica di casa, la filosofia, mi tirava
-per la falda dell'abito e mi assicurava che a una
-certa età io pure sarei ridiventato bambino per non
-contare più gli anni.
-</p>
-
-<p>
-A me pareva d'essere già rassegnato ad invecchiare;
-ma l'amica mi faceva osservare con malizia
-che rassegnarsi prima del tempo non è difficile.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-A contentare il nonno, il quale non vedeva l'ora
-di recarsi a Pavia <i>per vedere</i>, e non aveva cuore
-di abbandonarci, sopraggiunse un avvenimento festoso:
-la laurea del nostro Augusto.
-</p>
-
-<p>
-Io chiesi una dozzina di <i>rinvii</i>, dando la posta
-ai clienti ed agli avversari per la quindicina successiva,
-<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span>
-e me ne andai a Pavia con la gioia di uno
-scolaretto in vacanza.
-</p>
-
-<p>
-Sapevo che mio figlio aveva scelto a tema della
-sua tesi la <i>persona giuridica</i> secondo il diritto romano,
-ed avevo notato con molto piacere che,
-sapendo le lingue morte come me, aveva nondimeno
-potuto puntellare tutti i suoi argomenti con
-citazioni latine, come avevo fatto io al mio tempo.
-</p>
-
-<p>
-Una tesi di diritto romano è sempre una tesi
-rispettata dalla scolaresca, ed anche dai professori,
-e forse mio figlio l'aveva scelta per questo; ma
-non per questo solamente. Giudicatene: la <i>persona
-giuridica</i> richiede anzitutto la persona fisica; e la
-persona fisica che cosa richiede? Qui nasce baruffa
-fra i commentatori; vi è chi si accontenta che la
-creatura umana sia nata viva, e vi è chi la vuole
-vitale. A ventidue anni Augusto si era fatto delle
-opinioni salde su questo proposito, e non gli spiaceva
-di far vedere al mondo che alla vigilia di
-diventare dottore in <i>utroque</i>, non vi è ombra di
-dubbio, si è già uomini consumati.
-</p>
-
-<p>
-Egli mi sbalordì propriamente con la quantità
-di testi che si era messo in bocca per confondere
-i contraddittori. Quando io mi provai a fingere
-l'eloquenza degli avversari e sfoderai la mia citazione
-irruginita: <i>Septimo mense nasci perfectum partum
-videtur jam receptum est propter auctoritatem Hippocratis
-doctissimi viri...</i> passò un sorriso sulle sue
-labbra — o dottissimo Ippocrate, quale sorriso! — poi
-gridò: <i>distinguo</i>!
-</p>
-
-<p>
-E distinse fra il <i>perfecte natus</i> e il <i>parto vitale</i>
-<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span>
-con tanta sottigliezza, e invocò in suo aiuto tanti
-celebri fisiologi ed anatomisti contemporanei, compreso
-suo cognato presente, che il <i>doctissimus vir</i>
-fece la più grama delle figure.
-</p>
-
-<p>
-Fu anche peggio alla laurea.
-</p>
-
-<p>
-Quando mio figlio si sentì addosso la mantellina
-nera del candidato, quella mantellina stretta e svolazzante,
-che non copre nulla, che non promette
-nulla, salvo il ridicolo al laureando il quale per
-sua sciagura fosse per diventare mutolo; quando
-Augusto si sentì preso per gli omeri e per il collo
-da quel desiderio di toga, capì che la sua ora era
-venuta, s'inchinò dinanzi ai professori senza guardare
-in faccia a nessuno, ed aspettò di piè fermo
-la prima botta.
-</p>
-
-<p>
-Allora fu visto il professore di diritto canonico
-dire una parolina all'orecchio del professore di
-medicina legale, poi salutare il candidato.
-</p>
-
-<p>
-«Ci siamo! — pensò un altro dentro di me:
-il diritto canonico è il rivale del diritto romano;
-chissà dove andrà a trovare il lato debole? ad ogni
-modo l'urto sarà tremendo».
-</p>
-
-<p>
-— <i>Septimo mense</i> — cominciò il professore masticando
-le parole a una a una — <i>nasci perfectum
-partum videtur jam receptum est propter auctoritatem
-doctissimi viri Hippocratis...</i>
-</p>
-
-<p>
-Il professore s'interruppe, per assicurarsi che le
-signore presenti non avevano capito un'acca e per
-aumentare la propria disinvoltura con una presa di
-tabacco; dopo di che soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Così sta scritto nei codici; o perchè dunque
-<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span>
-Ella sostiene che la vitalità non è necessaria alla
-persona fisica dei Romani?
-</p>
-
-<p>
-Udendo l'argomentatore incominciare come avevo
-incominciato io, capii che mi verrebbe voglia di
-ridere più tardi; ma non ero ancora rassicurato;
-temevo che il sussiego del professore facesse perdere
-la bussola al mio laureando. Egli era là, rigido
-come un arco teso, pronto a scoccare la sua risposta;
-guardava davanti a sè, proprio in faccia a
-Ippocrate, e non mi vedeva.
-</p>
-
-<p>
-Aspettando le prime parole di Augusto, le udivo
-innanzi che gli uscissero di bocca, dimesse e timide,
-oppure baldanzose e spropositate... Tacevano tutti; — toccava
-a lui...
-</p>
-
-<p>
-Fu un colpo da maestro.
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio cominciò in latino tale e quale come
-il professore, e continuando la citazione interrotta,
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— «<i>... et ideo credendum est, eum qui ex justis
-nuptiis septimo mense natus est, justum filium esse</i>. — Dunque
-l'autorità d'Ippocrate — proseguì in
-lingua volgare rinvigorita da un sorriso di trionfo — è
-invocata per stabilire la presunta legittimità
-dei figli, non per determinare la personalità <i>fisica</i>...
-</p>
-
-<p>
-«Se non che questa <i>auctoritas doctissimi viri</i> — proseguì
-temendo che non gli si presentasse più
-l'occasione di confondere Ippocrate (che non gli
-aveva fatto nulla) — dev'essere accettata <i>con beneficio
-d'inventario...</i> (il professore di diritto civile
-sorrise, il professore di medicina legale si dimenò
-in modo da lasciar intendere a tutti che egli era
-<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span>
-il più competente a giudicare il valore di quanto
-il candidato stava per dire) — giacchè la fisiologia
-moderna e la benefica medicina legale (furbone!)
-hanno stabilito che la persona fisica può essere perfetta
-anche prima del termine prefisso da Ippocrate.
-</p>
-
-<p>
-«Basti ricordare — proseguì Augusto con una
-eloquenza crescente — il caso di Fortunato Licetti,
-il quale, nato dopo quattro mesi e mezzo di gestazione,
-morì a ottant'anni. Forse che per i Romani
-Fortunato Licetti non sarebbe stato un uomo?»
-</p>
-
-<p>
-Il professore di diritto canonico rispose, dandogli
-torto, ci s'intende, con dell'altro latino; col sorriso
-gli dava tutte le ragioni: all'ultimo gli rivolse un
-cenno di approvazione con la mano, e tacque.
-</p>
-
-<p>
-Fu la volta del professore di diritto civile, il
-quale cominciò in italiano, col latino alle spalle:
-</p>
-
-<p>
-— «Ella ha sostenuto fin qui che la persona
-giuridica non richiede la vitalità, ma solo che la
-creatura umana sia nata viva: io vado più in là, e
-sostengo che non richiede neppure la nascita, ma
-si accontenta del concepimento...»
-</p>
-
-<p>
-« — <i>Nasciturus pro jam natur abetur</i>» — interruppe
-mio figlio.
-</p>
-
-<p>
-Egli commetteva un'imprudenza togliendo di
-bocca al suo professore la citazione latina; ma non
-se n'ebbe a pentire, perchè il professore ne aveva
-in serbo altre dieci e le mise innanzi pacatamente,
-cercando di confondere le idee del candidato. Allora
-mio figlio invocò un altro testo: «<i>ventri tutor dari
-non potest, curator potest</i>» — e il professore rimase
-contento.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span>
-</p>
-
-<p>
-Così passando incolume dall'uno all'altro avversario,
-il laureando si coprì di gloria; e quando fu
-proclamato che Augusto Placidi figlio di Epaminonda
-era dottore in <i>utroque</i>, molti mi vennero a dire che
-l'<i>aula magna</i> non vedeva spesso trionfi simili.
-</p>
-
-<p>
-La modestia in quel momento solenne non mi
-abbandonò del tutto, ma mi toccò fare una gran
-fatica per trattenerla. Mio suocero invece si vantava;
-diceva a quanti lo volevano intendere: <i>è di
-razza</i>.
-</p>
-
-<p>
-In mezzo a quell'onda di compiacenza, un'idea
-gli oscurava il volto ogni tanto; e appena giunto
-a casa egli si piantò solennemente in faccia a Laurina
-per dirle:
-</p>
-
-<p>
-— Abbraccia tuo fratello, che ha parlato latino
-come un messale, e domandagli che ti spieghi con
-suo comodo il casetto di Fortunato Licetti.
-</p>
-
-<p>
-— Che casetto?
-</p>
-
-<p>
-— Domandalo a lui — e soggiunse guardando
-al soffitto: — quattro mesi e mezzo possono bastare,
-ma questa disgraziata ha preso marito per
-giocare con la bambola!
-</p>
-
-<p>
-Io feci osservare timidamente che Fortunato Licetti
-era un fenomeno, ma egli crollò le spalle.
-</p>
-
-<p>
-Per avere un pronipote avrebbe accettato anche
-un fenomeno!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span>
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Nell'autunno successivo mio suocero ammalò.
-Una mattina, dopo aver fatto la sua passeggiata
-solita, sentendo che le gambe lo reggevano male,
-si era rimesso a letto.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi spaventate — disse appena ci vide
-entrare nella sua stanza — è una costipazione;
-appena me la sono sentita venire addosso, ho detto:
-è una costipazione — e siccome non voglio che
-pigli possesso di questa vecchia carcassa che mi
-serve benissimo, sono tornato a letto. È una giornata
-fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi
-voi pure. Evangelina, sei ben coperta?
-</p>
-
-<p>
-Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli,
-e noi fingemmo di pigliare la cosa allegramente
-per non lasciargli scorgere il nostro affanno.
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile
-chiamare il medico, perchè si capisce che è una
-cosa da nulla, ma in ogni modo...
-</p>
-
-<p>
-Protestò che di medici non ne voleva sapere,
-che non aveva mai avuto fiducia nelle medicine.
-</p>
-
-<p>
-— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Sto benone — rispose battendo i denti.
-</p>
-
-<p>
-Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente
-sarebbe accolto male, entrò nella camera
-dell'ammalato in punta di piedi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Se non mi vuole me ne vado — disse stando
-all'uscio; — vedo già di che si tratta, è una cosa
-da nulla; con quella faccia si seppellisce il medico — aggiunse
-volgendosi a noi.
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto entrò; e il povero vecchio non trovò
-modo di andare in collera; fors'anche, poichè le
-apparenze erano salve, poichè non si recava offesa
-a quel decoro che egli metteva nell'essere sempre
-sano, non gli spiaceva sentir l'opinione della scienza,
-e si offrì all'esame del dottore con sufficiente rassegnazione.
-</p>
-
-<p>
-Il medico toccò il polso e la fronte, e fece un
-gesto di approvazione; guardò la lingua e si mostrò
-contento; ascoltò il petto e le spalle e parve soddisfatto.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto a polmoni — disse mio suocero con
-un'ombra di compiacenza — sto benone, ma mi
-sento stanco, ecco, ho bisogno di riposo.
-</p>
-
-<p>
-Il medico gli diede ragione, l'aiutò ad adagiarsi
-nel letto e gli tirò le coltri sul petto, raccomandandogli
-di star coperto.
-</p>
-
-<p>
-Gli parlava come a un bambino; non ancora
-rassicurati, noi trattenevamo il respiro.
-</p>
-
-<p>
-— Le scriverò una pozione calmante — disse
-il dottore; — ne dovrà pigliare una buona cucchiaiata
-ogni ora.
-</p>
-
-<p>
-— Purchè non sia troppo dolce.
-</p>
-
-<p>
-— Non sarà troppo dolce.
-</p>
-
-<p>
-— Non stia a dire a quei ragazzi — raccomandò
-l'ammalato — che io sono in fil di vita; sarebbero
-capaci di crederlo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il medico rise, e noi facemmo eco nell'uscire.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene? — domandai.
-</p>
-
-<p>
-— La cosa non pare gravissima per sè, ma può
-diventarlo per l'età. Quanti anni ha?
-</p>
-
-<p>
-— Quanti anni ha? — domandai a Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo sa nemmeno sua figlia; se è necessario
-possiamo... (il medico accennò che non era
-necessario); — deve però aver passato i settanta.
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo — concluse il medico; — stasera
-avrà la febbre, ritornerò domani; bisogna prepararlo
-a ricevere le mie visite, e fargli pigliare le
-medicine.
-</p>
-
-<p>
-Accompagnai il medico fin sull'uscio di casa.
-All'idea della sventura mi sentivo venire un gran
-coraggio: pensavo ad Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-Essa era già al capezzale del padre, il quale
-batteva i denti e cercava di leggerle negli occhi
-la sentenza del medico.
-</p>
-
-<p>
-— Ha detto che sono spacciato, non è vero?
-Non gli date retta.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina ebbe la forza di ridere.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni
-visita veniva leggendo sulla faccia del medico, il
-quarto giorno vi lessi che rimaneva poca speranza
-di conservarci il caro vecchio.
-</p>
-
-<p>
-Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con
-un telegramma il dottor Lelli, nostro genero. Lo
-<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span>
-accompagnava Laurina, alla quale pochi mesi di
-matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una
-donna fatta.
-</p>
-
-<p>
-Il nonno che stentava a respirare e parlava con
-affanno, vedendola cadere come un fiore al suo
-capezzale, trovò ancora un accento sonoro per
-esclamare un <i>oh!</i> di gioia: e perchè Laurina, nel
-vederlo soffrir tanto, si oscurò in volto e fu tentata
-di piangere.
-</p>
-
-<p>
-— Sorridi — disse — mi fa bene.
-</p>
-
-<p>
-— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti?
-</p>
-
-<p>
-— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò
-sul guanciale la testa stanca dalla febbre.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è tuo fratello?
-</p>
-
-<p>
-Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata.
-</p>
-
-<p>
-— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze,
-a Roma e a Napoli. Ha voluto vedere l'Italia, un
-dottore in utroque è nel suo diritto. Gli scriveremo...
-</p>
-
-<p>
-Accennò col capo che non era necessario; stette
-in silenzio, come per raccogliere un po' di forza,
-ma senza abbandonare la mano di Laura, poi disse
-forte:
-</p>
-
-<p>
-— Sei venuta per portarmi la buona notizia?
-</p>
-
-<p>
-Laura interrogò il marito con un'occhiata, appoggiò
-le labbra all'orecchio dell'infermo, e noi
-vedemmo la faccia del nonno trasfigurata dalla gioia.
-</p>
-
-<p>
-Non disse nulla, chiuse gli occhi per assaporare
-la nuova felicità, e non lasciò andare la mano di
-Laurina.
-</p>
-
-<p>
-— Come ti senti? — domandò Laura, quando
-egli finalmente si decise a riaprire gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sto bene, licenziate i medici — mormorò con
-voce spenta; e parve addormentarsi.
-</p>
-
-<p>
-Laura stette lungamente immobile, non osando
-togliere la propria mano da quella stretta amorosa,
-finchè il nonno non l'ebbe rallentata. Allora ci
-venne incontro lacrimando.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa gli hai detto? — domandai; e
-aveva anch'io un filo di speranza dinanzi agli
-occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Ho dovuto ingannarlo — rispose Laurina. — Povero
-nonno!
-</p>
-
-<p>
-— Era necessario! — aggiunse mio genero.
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto bene! — disse Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-Convenni anch'io che aveva fatto bene, non
-potendo far di meglio.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-La medicina di mia figlia parve miracolosa a
-tutti, quando, dopo due ore di assopimento, la voce
-del vecchio tuonò nella stanzetta melanconica rompendo
-il nostro bisbiglio sommesso.
-</p>
-
-<p>
-— Laurina! — chiamò egli con accento fermo.
-</p>
-
-<p>
-E la buona creatura si affrettò a mettere nelle
-labbra e negli occhi la menzogna innocente per
-accorrere al capezzale dell'infermo.
-</p>
-
-<p>
-Egli la guardò con una specie di affanno, poi
-chiese titubando:
-</p>
-
-<p>
-— Ho sognato, o è proprio vero?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È vero.
-</p>
-
-<p>
-— Ragazzi — gridò allora la voce del vecchio
-rifatta limpida come nei bei tempi — io vi dico
-che sono guarito, e che domani sarò in piedi;
-anzi mi leverò subito.
-</p>
-
-<p>
-Fece l'atto di mettere una gamba fuori del letto,
-ma giungemmo in tempo a trattenerlo.
-</p>
-
-<p>
-— Capisco — disse dolcemente — non bisogna
-dar scandalo alle signore; sarà per domani.
-</p>
-
-<p>
-Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono
-peggiorato, sebbene egli protestasse che si
-sentiva benone.
-</p>
-
-<p>
-Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia
-e la volontà del vecchio; quando sembrava
-soffocato dall'affanno, e lo sgomento ci stringeva
-il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio
-disperato con una parola baldanzosa: <i>allegri!</i>
-</p>
-
-<p>
-Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la
-vita.
-</p>
-
-<p>
-Ma quando la speranza era ritornata in mezzo
-a noi, e si era tutti intorno al letto porgendo
-orecchio credulo a ciò che il nostro caro ammalato
-diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro
-rantoloso dissipava ogni dolce visione. Ricominciava
-l'oppressura.
-</p>
-
-<p>
-Dopo una notte più travagliata delle precedenti,
-una mattina, una bella mattina d'ottobre, il vecchio
-ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno del capo.
-Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era
-discesa sulla sua faccia disfatta.
-</p>
-
-<p>
-— Come ti senti? — gli chiesi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma
-è finita!
-</p>
-
-<p>
-Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere,
-ed egli ci obbligò a guardarlo negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non
-mi posso lamentare; sono stato felice, me ne
-vado contento...
-</p>
-
-<p>
-Poi allungò il braccio con fatica, come cercando
-qualche cosa.
-</p>
-
-<p>
-A uno a uno andammo a mettere la nostra mano
-nella sua, ed egli ce la strinse debolmente.
-</p>
-
-<p>
-Disse a ciascuno di noi una parola affettuosa.
-</p>
-
-<p>
-A me disse e non me ne vergogno:
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei buono!
-</p>
-
-<p>
-Disse a sua figlia:
-</p>
-
-<p>
-— Tu mi chiuderai gli occhi quando sarò morto;
-e mi darai un bacio, io lo sentirò ancora.
-</p>
-
-<p>
-E disse a Laurina, con un bisbiglio carezzevole
-che stringeva il cuore:
-</p>
-
-<p>
-— Gli parlerai di me, gli insegnerai a volermi
-un po' di bene.
-</p>
-
-<p>
-Ripigliò un po' di forza e chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è Augusto?
-</p>
-
-<p>
-— A Napoli; gli abbiamo scritto che tu non stai
-bene... verrà...
-</p>
-
-<p>
-— Sto bene — mormorò; — gli direte che...
-</p>
-
-<p>
-Non potè soggiungere altro; una specie di sopore
-cadde sopra di lui e gli troncò le parole.
-</p>
-
-<p>
-— Nonno! — gridò Laura stringendo sempre
-quella mano, imbiancata e ingentilita dalla malattia.
-</p>
-
-<p>
-Eravamo curvi sul letto; non piangevamo ancora.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio riaprì gli occhi e guardò Laura fissamente.
-</p>
-
-<p>
-— Poveretta! — disse, e fu l'ultima parola; le
-sue labbra si schiusero a sorriderci dall'altra vita.
-</p>
-
-<p>
-— Egli sa tutto! — gridò allora mia figlia e si
-coprì la faccia con le mani.
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Me ne ricordo: mio genero e io pensammo a
-scegliere una sepoltura all'aperto, e vi piantammo
-con le nostre mani un rosaio; poi, facendo la scoperta
-che il nostro caro vecchio era morto a ottant'anni,
-mi venne in mente il paragone del salvadanaio
-a cui egli ricorreva per nascondere l'età,
-e lo continuai dicendo a me stesso: il salvadanaio
-è spezzato!
-</p>
-
-<p>
-Mi ricordo anche d'un passero, che saltellava nel
-viale del cimitero il giorno della sepoltura, ma non
-mi sovviene più nulla di quanto accadde nel mio
-cuore, fino al giorno in cui nella nostra casa addormentata
-incominciarono a rivivere malinconicamente
-un desiderio, una speranza, un'idea allegra, e poi
-a uno a uno i doveri, le ansie, le contentezze, tutto
-ciò che aveva accompagnato il caro vecchio nella
-tomba.
-</p>
-
-<p>
-Per quello sbigottimento, che lascia la morte
-quando ci colpisce in una persona cara, ci eravamo
-<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span>
-sentiti come morti in lui, e allo stesso tempo avevamo
-avuto lui sempre vivo al nostro fianco. — Eravamo
-stati per un po' come in aspettazione di
-qualche cosa, che correggesse l'errore del nostro
-pensiero melanconico, e riponendo noi dinanzi a
-noi stessi, ci costringesse a guardare in faccia a
-un sepolto vivo, e dirgli: «tu sei l'avvenire!»
-</p>
-
-<p>
-Fu una lettera di Augusto che ruppe il fascino
-della tomba recente. Dinanzi all'incanto del golfo
-di Napoli, egli si sentiva accendere un estro nuovo,
-e servendosi d'uno stile che non aveva nulla di
-comune con l'eloquenza del foro, cercava di far
-intendere ai genitori il proprio entusiasmo, e di
-tentare il nonno.
-</p>
-
-<p>
-«Nonno mio — gli diceva in un proscritto
-dedicato a lui solo — tu non sei vecchio, tu sei
-ancora capace di gran cose; eccone qua una: mandami
-col telegrafo una sola parola, ma questa sia:
-aspettami, e io ti aspetterò, e passeremo la vita tra
-Posilippo e Sorrento, chiedendone scusa alla mamma
-e al babbo che saranno costretti a raggiungerci. Se
-tu non mandi il telegramma, partirò fra otto giorni».
-</p>
-
-<p>
-Allora Evangelina scoppiò in lagrime, e io singhiozzai
-per consolarla.
-</p>
-
-<p>
-Non avevamo voluto che la notizia dolorosa
-trovasse nostro figlio solo, in un paese non suo,
-e gli rendesse penoso il lungo viaggio del ritorno;
-perciò non gli avevamo scritto nulla. Ma mentre
-prima ci era sembrato di far bene, ora di quel
-silenzio avevamo rimorso.
-</p>
-
-<p>
-— È una cosa crudele — diceva Evangelina — lasciare
-<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span>
-quel povero ragazzo nell'inganno perchè
-scriva di queste lettere.
-</p>
-
-<p>
-E io ci pensava un po', domandandomi se veramente
-fosse una cosa crudele e verso chi.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina asciugò le lacrime, andò a sedere
-affannata alla scrivania, e sul primo biglietto di
-carta capitatole scrisse rapidamente a suo figlio. Io
-lasciai fare continuando a domandarmi se il nostro
-silenzio fosse stato una crudeltà, e se quelle linee
-nere che Evangelina veniva schierando in colonna
-con mano tremante, fossero l'atto pietoso che doveva
-correggerla.
-</p>
-
-<p>
-Quando Evangelina ebbe colmato in breve la
-prima facciata, voltò il foglio per proseguire, ma
-lo trovò scritto in magnifico rondo da uno scrivano
-dell'avvocato Volli, mio avversario nella quistione
-di un prato irrigatorio, e sottoscritto con uno
-sgorbio dell'avvocato medesimo. Allora mia moglie
-si arrestò come ad un segnale convenuto; depose
-la penna tranquillamente, e mi disse che forse era
-meglio continuare a tacere fino al ritorno di
-Augusto.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, è meglio — dissi.
-</p>
-
-<p>
-— Però gli scriverai che venga; se si potesse
-prepararlo senza fargli male?...
-</p>
-
-<p>
-«Figlio caro — scrissi subito, sopra un altro
-foglio, dopo essermi assicurato che nè l'avvocato
-Volli, nè altri mi sarebbe venuto a interrompere — prima
-d'ogni altra cosa, sappi che il nonno è
-un po' ammalato, e che alla sua età lo possiamo
-perdere da un momento all'altro...».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span>
-</p>
-
-<p>
-A questo punto però mi arrestai; mi pareva che
-se il caro vecchio fosse stato vivo, non avrei scritto
-a quel modo...
-</p>
-
-<p>
-Ma, per preparare nostro figlio senza farlo soffrire,
-non vi era altro. Ripigliai a scrivere più
-lentamente, pesando le parole; Evangelina leggeva
-stando dietro la mia seggiola e diceva ogni tanto
-benissimo, quando la porta si aprì alle nostre spalle
-e apparve il dottor Lelli, mio genero.
-</p>
-
-<p>
-Quell'apparizione improvvisa mi fece balenare
-alla mente due idee.
-</p>
-
-<p>
-— Disgrazie!
-</p>
-
-<p>
-— Niente affatto — diss'egli sorridendo senza
-l'entusiasmo che avrei voluto. E l'altra idea si
-nascose.
-</p>
-
-<p>
-— Augusto — proseguì — arriverà domani.
-</p>
-
-<p>
-— Domani! se scrive a noi che arriverà fra otto
-giorni!
-</p>
-
-<p>
-— Arriverà domani o stasera — insistè mio
-genero.
-</p>
-
-<p>
-— È arrivato! — balbettai...
-</p>
-
-<p>
-— È di là — esclamò la madre.
-</p>
-
-<p>
-Era più vicino ancora, proprio dietro l'uscio, e
-appena Evangelina volle andare di là, si sentì stretta
-da due braccia poderose.
-</p>
-
-<p>
-Una melanconia profonda correggeva la gioia
-di Augusto.
-</p>
-
-<p>
-— Come mai?... — chiesi. Ed egli mi rispose:
-</p>
-
-<p>
-— È stata una lettera di mia sorella; ho indovinato
-tutto; non ho potuto rimanere lontano da
-casa nel momento del dolore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non disse altro; volle visitare la cameretta abbandonata
-dal nonno, e stette lungamente a guardare
-un ritratto del vecchio; poi si avviò, per fargli
-visita, al cimitero.
-</p>
-
-<p>
-Faceva tutto ciò con gravità insolita; e io compresi
-che il primo dolore della sua vita maturava a
-un tratto tutta la parte di lui che sarebbe rimasta
-acerba chi sa quanto.
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio è uomo.
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-Non è uomo soltanto, è anche avvocato.
-</p>
-
-<p>
-Un bel giorno fece la sua domanda in carta bollata,
-e saltò bravamente l'ultimo fossatello che lo
-separava dalla curia, giurando nelle mani del consigliere
-Longhi, mio buon amico, di essere il campione
-della vedova e del pupillo, tale e quale come
-suo padre.
-</p>
-
-<p>
-E un altro giorno, Augusto, dopo essere andato
-in giro per tutta la casa con la toga indosso, per
-misurarsela, consegnò il prezioso indumento al
-vecchio usciere, e si avviò al tribunale, dove giunse
-prima della toga. Era per un furto qualificato. L'accusato,
-un mariuolo di prima forza, più volte recidivo,
-non poteva ragionevolmente sperare di cavarsela
-senza un po' di carcere.
-</p>
-
-<p>
-— Ascolta — avevo detto a mio figlio — nel
-<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span>
-difendere un accusato, tu non domandare nè a lui
-nè a te stesso se egli è colpevole o no; tu cerca
-di metterti in capo che è innocente. Gli argomenti
-con cui l'uomo riesce a persuadere sè stesso sono
-sempre i più felici, i più nuovi, i più sottili. Sopratutto
-non ti devi fare dei falsi scrupoli; e se credi
-alla verità assoluta, non istare a cercarla nel foro.
-Le verità assolute nel foro erano due ai miei tempi,
-cioè che la verità per un avvocato è sempre relativa,
-e che la giustizia umana è fragile. In questi
-ultimi anni se n'è scoperta una terza: ogni reato
-è un errore di ragionamento generato da una anormalità
-del cranio, per lo più dal cervello che si
-attacca alle pareti ossee. La medicina legale lavora
-a ottenere che tutti i misfatti da far raccapriccio
-siano puniti solamente quando li commettano i
-galantuomini, perchè si deve ragionevolmente supporre
-che l'<i>organismo</i> della gente onesta sia perfetto
-e la malvagità dell'uomo dotato d'ogni virtù sia
-tutta in lui; quanto ai furfanti, la loro cattiveria
-è nel cranio, è nella materia grigia, è nella membrana,
-o nel che so io, non in essi.
-</p>
-
-<p>
-Augusto si era contentato di sorridere, rispondendo:
-</p>
-
-<p>
-— Per me l'accusato non esiste; si fa un'accusa,
-e io m'ingegno di contrapporre una difesa; la giustizia
-ascolti e pesi.
-</p>
-
-<p>
-L'avevo guardato a bocca aperta, vedendo che
-egli si preparava a incominciare dove io, senza
-quasi averne coscienza, ero andato a finire per
-forza d'abitudine.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno, in mezzo al profano volgo che
-assisteva al dibattimento, l'usciere solo, con suo
-inenarrabile dolore, vide, o indovinò, l'avvocato
-Placidi seniore, il quale, per assistere al trionfo
-dell'avvocato Placidi juniore, senza dargli soggezione,
-si era accontentato di stare in piedi, con le
-spalle addossate al muro e con un garzone macellaio
-addossato alla propria pancia.
-</p>
-
-<p>
-Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto;
-si dimenava in punta di piedi, e ricadeva scoraggiato
-sulla propria base; non perciò io soffriva
-le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce
-il Pubblico Ministero, prima con le sue domande
-inutili ai testimoni, poi con le conclusioni feroci.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio
-che il mio giovane macellaio gli diede in modo da
-non essere inteso dalle guardie, si rimise a sedere.
-</p>
-
-<p>
-— La parola alla difesa — disse il presidente.
-</p>
-
-<p>
-Allora si alzarono tutti in punta di piedi per
-vedere bene mio figlio, e mi rizzai io pure. Egli
-era là, tranquillo, disinvolto, magnifico, dentro la
-sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me
-che gli pareva troppo giovane; ma il macellaio,
-voltandosi, gli assicurò che era meglio.
-</p>
-
-<p>
-— «Signori — incominciò Augusto, e finse di
-radunare alcune carte per dar tempo all'attenzione
-di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: — Signori!...»
-</p>
-
-<p>
-Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato
-di esordire nella carriera del pubblico patrocinio,
-avendo un còmpito così facile e così bello,
-<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span>
-ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza
-d'un infelice.
-</p>
-
-<p>
-Era una bella frase e piacque a tutti; questa che
-venne dopo era ancora più bella:
-</p>
-
-<p>
-— «Io sento il bisogno di chiedere una grande
-indulgenza verso di me, ma domanderò solo giustizia
-per il disgraziato che siede su quella panca».
-</p>
-
-<p>
-Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo
-queste parole, e sopratutto bisognava sentirselo addosso
-per comprenderlo. Ma io non gli badava più;
-in quel momento egli era padrone di arrampicarsi
-su qualunque parte della mia persona, e se non lo
-fece, glie ne dichiaro ora tutta la mia gratitudine.
-</p>
-
-<p>
-Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo
-con una compiacenza, di cui non mi sarei
-creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità;
-diceva anch'io: <i>è di razza!</i>
-</p>
-
-<p>
-Mio figlio parlò, senza arrestarsi, una buona
-mezz'ora: aveva l'accento giusto, la voce armoniosa,
-il gesto largo, sobrio; ogni tanto metteva
-nel suo discorso delle pause sapienti; faceva — lo
-posso dire senza peccato? — faceva quasi come
-me; e minacciava di fare — questo lo posso dire
-senza peccato — minacciava di fare anche meglio
-di me in seguito.
-</p>
-
-<p>
-Quando affermò che un padre amoroso, un marito
-esemplare come quello che sedeva sulla panca
-dell'umiliazione, doveva essere restituito alla sua
-famiglia, corse un mormorio d'approvazione nel
-pubblico, e il presidente dovette minacciare di far
-sgombrare la sala.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ah! perchè il macellaio mio vicino non era più
-là a sancire quel trionfo! Egli se n'era andato poco
-prima della perorazione; dopo aver interrogato due
-volte un grosso orologio d'argento sotto il grembiale
-insanguinato, dopo essersi arrestato un po'
-sull'uscio, aveva dovuto obbedire alla voce del dovere
-che lo chiamava dal macello.
-</p>
-
-<p>
-Il primo cliente di mio figlio fu assolto. Egli
-venne un giorno con le lacrime agli occhi a ringraziare
-il suo avvocato, e a promettergli di scolpirsi
-in cuore il beneficio ricevuto, per non tornare
-mai più in carcere. Ma l'uomo è debole e il
-peccato è robusto. Il poveraccio con le migliori
-intenzioni del mondo non potè mantenere la seconda
-metà della promessa; ne fece una più grossa
-della prima, e fu condannato alla reclusione dove
-si trova ancora.
-</p>
-
-<p>
-Io sono disposto a credere che gli sia riuscito
-più facile a mantenere la prima parte della promessa,
-e che abbia serbato eterna gratitudine al
-suo primo avvocato, ma non ne sono sicuro.
-</p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-
-<p>
-Le cose si mettevano benone; mio figlio, per
-mia virtù, non doveva attraversare nessuna delle
-burrasche che a suo tempo avevano sbattuto l'avvocato
-Epaminonda. Egli non doveva logorarsi
-<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span>
-nell'aspettazione inquieta del primo cliente; non
-aveva che a scegliere nello studio di suo padre fra
-le cinquanta cause vecchie o nuove ch'io spingevo
-innanzi pian pianino, pei sentieruoli della procedura;
-poteva pigliarsene una tutta per sè; oppure
-passare dall'una all'altra, e fare nello stesso giorno
-una citazione, una comparsa, una domanda d'appello
-o di rinvio. Così faceva, e divenne in breve
-un collaboratore prezioso.
-</p>
-
-<p>
-Essendomi accorto che sopra ogni cosa trovava
-gusto a presentarsi in tribunale, io di buon grado
-lasciava a lui quest'ufficio; si lavorava in comune,
-a casa mettevamo insieme tutti gli elementi di difesa
-del nostro cliente, ma per lo più era lui che
-faceva la chiacchierata ai signori giudici e ai signori
-giurati.
-</p>
-
-<p>
-Parlava bene, con una bella voce baritonale, non
-ancora velata da un po' di catarro come la mia.
-Da principio esponeva le cose con ordine e con
-pacatezza, poi man mano si accalorava fino a un
-impeto che pareva irrefrenabile; ma si frenava di
-repente all'ultimo; e quel passaggio rapido dalla
-foga alla calma produceva, bisogna dirlo, un grande
-effetto oratorio.
-</p>
-
-<p>
-Le ultime sue parole erano lente e sommesse,
-tanto che i giurati, i giudici e il pubblico dovevano
-tendere bene tutte e due gli orecchi per
-udirle. Così egli finiva in mezzo a un silenzio
-teatrale.
-</p>
-
-<p>
-Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria?
-Non da me. Il mio metodo era tutt'altra cosa.
-<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span>
-Pacata da principio alla fine, amena e frizzante,
-se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava
-a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio,
-sarcastica nell'esposizione dei fatti, diventava
-tuono un momento solo, nel conchiudere.
-Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto
-il migliore. E anche quando Augusto cominciò
-a gettare nella mia mente il dubbio amaro che vi
-fosse un genere d'eloquenza più abile del mio,
-persistei nella maniera che mi aveva servito per
-tanto tempo.
-</p>
-
-<p>
-— Signor avvocato — mi dicevano gli amici
-del tribunale e della Corte d'appello — sa che suo
-figlio si fa onore? <i>Fortes creantur fortibus...</i>
-</p>
-
-<p>
-Io respingeva quel latino tentatore con la più
-falsa delle modestie, una modestia che era la vanità
-in persona.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono
-tutti: in tribunale non si è intesa da un pezzo
-una parlantina così elegante, così lucida, così ordinata...
-un garbo oratorio così...
-</p>
-
-<p>
-E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse
-il segno; parlantine eleganti, lucide, ordinate
-se n'era sempre udito in tribunale; io stesso aveva
-parlato per un'ora e un quarto la vigilia...
-</p>
-
-<p>
-Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso
-un uscio, e fu l'usciere che me lo diede.
-</p>
-
-<p>
-Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando
-un occhio e un orecchio alla porta socchiusa
-della sala d'udienza; mio figlio aveva finito
-allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentire
-<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span>
-come venisse giudicata. Ed ecco quello che, detto
-confidenzialmente per bocca dell'usciere a un caporale
-di fanteria, infilò il mio orecchio e mi passò
-da parte a parte.
-</p>
-
-<p>
-— Suo padre — disse l'usciere con l'accento
-sentenzioso proprio di questa classe d'uomini di
-legge — suo padre <i>parlava</i> bene anche lui, ma
-<i>questo qui...</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Questo qui</i> era mio figlio!
-</p>
-
-<p>
-Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità
-e il sentimento paterno, da principio parve
-trionfare la vanità; ma solo perchè l'avversario si
-picchiava con le proprie mani.
-</p>
-
-<p>
-Ve lo figurate voi questo modello di padre che
-coglie sè stesso nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio
-figlio! ha da essere proprio mio figlio
-che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e
-altre tenerezze simili?
-</p>
-
-<p>
-Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e
-si alimenta di una vicinanza, e avrei potuto misurare
-i gradi delle diverse invidie, di cui mi onoravano
-i miei vicini, a cominciare dal sentimento
-robusto dell'agente di cambio, il cui uscio di casa
-si apriva dirimpetto al mio nel medesimo pianerottolo,
-passando per quello più fiacco degli inquilini
-del piano di sotto, del piano di sopra o della
-casa dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti,
-fino all'invidia un po' scolorita, pronta a
-rifiorire alla prima occasione, degli abitanti del
-mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra
-padre e figlio anche l'ombra di quel sentimento
-<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span>
-maligno non l'avevo sospettato mai, e mi era sentito
-al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito
-Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno
-di noi (meglio io) se ne fosse andato all'altro
-mondo... o per lo meno agli antipodi.
-</p>
-
-<p>
-Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io
-feci allora nel mio cuore di padre, e mi affrettai
-a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel giorno,
-sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori
-e giudici, che l'avvocato Placidi seniore non era
-più nulla e non aspettava dal foro altri trionfi fuor
-quelli di suo figlio.
-</p>
-
-<p>
-— Vi farà onore — mi rispondevano.
-</p>
-
-<p>
-— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma
-vi sono preparato.
-</p>
-
-<p>
-Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano
-che questo non poteva succedere, che
-la mia fama era... che il mio valore dovrebbe... e
-io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio
-amor proprio.
-</p>
-
-<p>
-Venne un giorno in cui il mio amor proprio
-non ebbe più sorrisi, perchè non si fece più illusioni.
-Mio figlio era così famoso per la sua parlantina,
-che metteva me assolutamente nell'ombra;
-ed io, per conservare un po' di lustro alla mia
-eloquenza, decisi di non parlare mai più in tribunale.
-</p>
-
-<p>
-Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto,
-il quale non vuol convenirne; sì, fu un bel tiro,
-un magnifico tiro.
-</p>
-
-<p>
-Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama
-di oratore, e i trionfi di mio figlio l'aumentarono;
-<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span>
-perchè quando egli faceva per innalzarsi, coloro
-che avevano udito me in altri tempi, e specialmente
-chi non mi aveva udito mai, mi portavano
-al cielo. Più d'una volta mio figlio, dopo una difesa
-splendida, se le ha dovute sentir fischiare
-all'orecchio queste parole, che mi lusingavano,
-sebbene fossero bugiarde:
-</p>
-
-<p>
-— Bisognava sentir suo padre!
-</p>
-
-<p>
-Egli, invece di adirarsi, assicurava che era verissimo;
-lo diceva a tutti, lo diceva a me stesso.
-</p>
-
-<p>
-E io? Ero quasi tentato di crederlo.
-</p>
-
-<h3>IX.</h3>
-
-<p>
-Ci eravamo preparati ad aspettare con rassegnazione;
-la filosofia, la fisiologia, l'esempio del nonno
-e il nostro esempio medesimo avevano contribuito
-a darci quella serenità che, utile in molte occorrenze
-della vita, è poi indispensabile nei nostri rapporti
-coll'Eterno Padre.
-</p>
-
-<p>
-Avevo detto ad Evangelina:
-</p>
-
-<p>
-— Tu compivi i vent'anni quando ti venne la
-prima idea di Augusto... te ne ricordi? Farà così
-anche Laurina; finchè non abbia vent'anni non riuscirà
-a nulla di buono; meglio così: il suo Epaminonda
-nascerà più robusto.
-</p>
-
-<p>
-— Spero bene — aveva risposto Evangelina — spero
-<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span>
-bene che non ti metterai in capo di battezzarlo
-Epaminonda?...
-</p>
-
-<p>
-Al che avevo ribattuto solennemente:
-</p>
-
-<p>
-— Le colpe dei padri saranno espiate dai figli...
-</p>
-
-<p>
-E intanto Laurina aveva compiuto i vent'anni,
-e non si decideva a farci nonni.
-</p>
-
-<p>
-— È finita! — dissi un giorno — se vogliamo
-avere un nipotino, non ci rimane altro scampo che
-pigliare con le buone Augusto, e farlo cadere in
-un tranello.
-</p>
-
-<p>
-— Che sarebbe a dire...
-</p>
-
-<p>
-— Dargli moglie!
-</p>
-
-<p>
-Era una buona idea anche quella. Perchè mai
-Augusto non pigliava moglie? Forse non vi pensava,
-e basterebbe dirglielo. Quanto a farci nonni,
-non vi poteva essere ombra di dubbio ch'egli spiccierebbe
-il negozio alla lesta. Già, io aveva sempre
-sospettato un po' di mio genero, e cominciavo a
-mettere tutta la colpa addosso a lui. Mia figlia non
-era capace di comportarsi così; aveva avuto ben
-altri esempi in famiglia; una delle sue bisnonne
-aveva messo al mondo sei figli: l'altra nove, due
-dei quali gemelli.
-</p>
-
-<p>
-— Quel tuo dottore... — dissi, terminando le
-riflessioni ad alta voce.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè mio? — domandò Evangelina.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè io non lo voglio; quel tuo dottore
-mi era sembrato troppo lungo, non avevo torto;
-è una pianta venuta su all'ombra...
-</p>
-
-<p>
-Ma mentre noi ne sparlavamo a questo modo,
-nostro genero aveva fatto di tutto per contentarci;
-<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span>
-senonchè ingannato da certi falsi indizi e dalla propria
-scienza medica profonda, non si avvide d'essere
-padre se non quando la sua paternità avrebbe
-cavato gli occhi ad un cieco.
-</p>
-
-<p>
-La natura si diletta talvolta a fare simili gherminelle
-alle mogli dei professori di medicina.
-</p>
-
-<p>
-Il primo pensiero del dottor Lelli fu di avvisare
-il suocero e la suocera con una lettera piena di
-dubitativi.
-</p>
-
-<p>
-«Se... ma... però... potrebbe essere...» ecco il
-sugo dell'epistola, la quale finiva minacciando a
-mia figlia un consulto.
-</p>
-
-<p>
-— Te li figuri tu i professori della facoltà medica
-di Pavia, tutti intorno a nostra figlia? Quel
-disgraziato tratta sua moglie come un caso patologico...
-perchè non raduna addirittura un congresso?
-</p>
-
-<p>
-Glielo domandai in persona il giorno successivo:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non raduni addirittura un congresso?
-Guarda... fammi il piacere... guarda...
-</p>
-
-<p>
-Laurina mi fuggì di mano, e io le corsi dietro
-per raccomandarle di non correre.
-</p>
-
-<p>
-Mio genero rideva con grande indulgenza; ed
-Evangelina si asciugava una lagrima di nascosto.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè piangevi poco fa? — le chiesi.
-</p>
-
-<p>
-Non me lo volle dire, ma io indovinai.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Viaggiando il giorno dopo col treno omnibus,
-notai in me due sentimenti opposti: il rammarico
-di abbandonare Pavia, e l'impazienza di arrivare a
-Milano.
-</p>
-
-<p>
-Ma era un'impazienza allegra, che da quel giorno
-doveva accompagnarmi perfino nell'andare al tribunale.
-</p>
-
-<p>
-Ritrovavo mio suocero in me stesso, comprendevo
-ora tutte le singolarità dell'amore geloso del
-nonno per i miei figli; sentivo in embrione, come
-cosa che si venisse formando nel mio cervello,
-quella teorica che il nostro caro vecchio mi aveva
-già dimostrato inutilmente a suo tempo: i nostri
-figli appartengono più al nonno da parte di madre,
-che al padre medesimo. Provasse un po' mio genero
-a vantare diritti più autentici del mio sul nascituro.
-</p>
-
-<p>
-Certamente la donna sopporta la gioia meglio
-dell'uomo, il che non significa (come la nostra vanità
-potrebbe essere tentata di soggiungere) che
-noi altri uomini sopportiamo meglio il dolore. Se
-non sdegnassimo di aprire più spesso le valvole
-che furono date all'umana natura, cioè il riso ed
-il pianto, saremmo forti per lo meno quanto le
-nostre donne, più forse, ma non ve l'assicuro.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi stava a guardare dal suo cantuccio;
-<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span>
-con una dolcezza penetrante il suo sguardo
-veniva leggendo tutta l'anima mia senza fallare.
-</p>
-
-<p>
-Sentivo questo così bene, che a un certo punto
-mi chiusi bruscamente in me stesso, dandomi un'aria
-svogliata e indifferente, perchè non si leggesse d'un
-mio segreto disegno.
-</p>
-
-<p>
-— Tu dove vai? — mi chiese mia moglie un'ora
-dopo.
-</p>
-
-<p>
-— Dò una capata in tribunale, e torno subito
-e tu?
-</p>
-
-<p>
-— Esco anch'io.
-</p>
-
-<p>
-Non mi disse dove andava, e io non lo domandai,
-per risparmiarmi un'altra interrogazione.
-</p>
-
-<p>
-Uscimmo insieme: ed io accompagnai un buon
-tratto Evangelina. Fu lei la prima a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Io devo passare di qui.
-</p>
-
-<p>
-— Io di qui. Arrivederci...
-</p>
-
-<p>
-— Fra quanto?
-</p>
-
-<p>
-— Fra un paio d'ore.
-</p>
-
-<p>
-Ci separammo alla cantonata della via traversa.
-</p>
-
-<p>
-Avevamo conservato un'abitudine d'innamorati e
-di sposi: quella di voltarci, e benchè oramai vecchi,
-non isbagliavamo mai il momento.
-</p>
-
-<p>
-Mi voltai proprio quando essa si voltava, e dandole
-quell'ultimo saluto silenzioso (ne chiedo scusa
-alla gente seria) trovai alla solita tenerezza il sapore
-leggermente amaro del mio piccolo inganno.
-</p>
-
-<p>
-Sì, perchè io aveva detto una bugia, e invece di
-andare al tribunale, mi avviava semplicemente al
-cimitero.
-</p>
-
-<p>
-Non avevo voluto mettere delle idee melanconiche
-<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span>
-in capo a mia moglie; essa probabilmente si
-sarebbe ostinata a volermi accompagnare in quella
-visita a suo padre, ed io sapeva per esperienza
-come queste visite andavano a finire.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a me, mi sentiva forte; poteva assaggiare
-la malinconia senza timore che mi desse al
-capo, come per lo più succede: e poi da un pezzo
-non visitavo più quella tomba... chi sa di quanti
-seccumi bisognerebbe mondare il rosaio? Camminavo
-a passo celere, ora che Evangelina non mi
-poteva più vedere.
-</p>
-
-<p>
-— Sei nonno! — mi diceva qualcuno — <i>nonno!</i>
-prova a ripetere questa parola — e io provavo. — Tu
-ricominci la vita per la terza volta; ti sembrava
-quasi d'aver finito; d'essere al mondo per far numero;
-ora ecco un altro scopo: la culla d'un altro
-figlio.
-</p>
-
-<p>
-Il rosaio era scomparso; non mi rimaneva più
-dinanzi alla mente se non la tomba di mio suocero,
-ma aveva le cortine di mussola bianca, come
-una culla.
-</p>
-
-<p>
-Quando io fantastico, corro — è Laurina che
-me n'ha avvertito; — le mie gambe avevano vent'anni
-quel giorno; nondimeno per le giravolte che
-m'era toccato fare, arrivai in cimitero dopo mia
-moglie.
-</p>
-
-<p>
-Proprio così, la poveretta aveva avuto la mia
-medesima idea; ed era là, dinanzi a me, che s'avviava
-fra le tombe.
-</p>
-
-<p>
-Subito mi fermai, guardando all'uscita; essa mi
-sentì, si volse e mi sorrise. Che piacere! poteva
-<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span>
-ancora sorridere, non era troppo mesta! la raggiunsi
-e la presi a braccetto con molta gravità,
-senza dir parola, mentre essa mi veniva guardando
-negl'occhi per godersi il mio corruccio burlesco.
-</p>
-
-<p>
-— Signora! — cominciai tragicamente...
-</p>
-
-<p>
-— Signore! — mi rispose con un fil di voce...
-</p>
-
-<p>
-Allora io volli ridere, ed Evangelina si affrettò
-a dirmi con la sua voce e con la sua maniera
-solite:
-</p>
-
-<p>
-— Per carità, sta zitto; siamo in camposanto!
-</p>
-
-<p>
-— To', è vero — mormorai — siamo in camposanto.
-Ma come mai — soggiunsi, adattando la
-voce al luogo — come mai ti è venuta la mia
-stessa idea?
-</p>
-
-<p>
-— Come mai ti è venuta la mia stessa idea?
-</p>
-
-<p>
-— E come hai fatto per arrivare prima di me?
-</p>
-
-<p>
-— È un segreto — mi rispose sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero non capisco, eravamo fuori di strada
-tutti e due, e ho le gambe più lunghe delle tue.
-</p>
-
-<p>
-— Non ti voglio far penare — mi disse, con
-l'aria di farmi una gran confidenza. — Sono venuta
-in carrozza.
-</p>
-
-<p>
-Mi picchiai la fronte e sclamai come ispirato:
-<i>capisco!</i> E mia moglie conchiuse: <i>bravo!</i>
-</p>
-
-<p>
-Allora ci fu impossibile tenerci dal ridere, ma lo
-facemmo con discrezione.
-</p>
-
-<p>
-— Siamo vecchi — entrò a dire mia moglie — siamo
-quasi nonni, facciamo come i monelli, e forse
-offendiamo i morti.
-</p>
-
-<p>
-— Non aver questo scrupolo — risposi alzando
-un po' la voce perchè mi sentissero i morti più
-<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span>
-vicini: — se i morti ci possono intendere, avranno
-cara questa allegria serena che visita le loro tombe.
-Si viene sempre in cimitero a dire ai morti che
-si soffre della vita e che si vorrebbe raggiungerli
-presto. Essi saranno contenti di sapere che nella
-vita si ama ancora, e che quando si ama molto,
-quasi quasi non si soffre.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina mi strinse il braccio per ringraziarmi
-di queste parole e si staccò da me per rizzare una
-croce posta come segnale sopra una fossa recente.
-Poi proseguimmo la via in silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Gli ho portato un fiore — disse a un tratto
-Evangelina, mostrandomi un mazzolino di viole che
-teneva sotto il mantello.
-</p>
-
-<p>
-Io presi le viole gravemente e ne aspirai il profumo,
-guardando mia moglie negli occhi. Non era
-mesta, non le tremava la voce, ma ancora non ero
-sicuro che la vista della tomba di suo padre...
-</p>
-
-<p>
-Eccola... ecco il salice, che nasconde la colonnina
-intera, sul cui capitello s'intrecciano due corone:
-a mio padre, a mio nonno...
-</p>
-
-<p>
-Evangelina si staccò da me, e corse ad inginocchiarsi
-dinanzi alla tomba, io le rimasi alle spalle
-cercando con gli occhi i seccumi del rosaio fiorito...
-Poco dopo mia moglie si volse e sollevò il capo
-per farmi vedere che non piangeva. Non mi pareva
-vero, e spensieratamente le dissi: <i>brava!</i>
-</p>
-
-<p>
-Si rizzò, e incominciammo tutti e due in silenzio
-l'opera di mondare il salice e il rosaio dai seccumi.
-</p>
-
-<p>
-— Bada — dissi — non istaccare quelle foglie
-<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span>
-accartocciate: è una specie di bruco intelligente che
-le ha accomodate così per la sua famiglia.
-</p>
-
-<p>
-Evangelina si accostò a guardare dentro alle foglioline
-come in un cannocchiale, poi lasciò ricadere
-il ramo, e sorrise.
-</p>
-
-<p>
-Ma fu senza pietà con un ragno che era venuto ad
-attaccare i suoi fili dalla colonna al rosaio; e quando
-ebbe distrutto con la pezzuola tutta quell'opera
-bella e faticosa, mi disse per giustificarsi:
-</p>
-
-<p>
-— Questo non era un nido, era una trappola.
-</p>
-
-<p>
-Maggio era già passato sulla campagna, e il muricciuolo
-del cimitero non l'aveva potuto trattenere;
-l'alito suo aveva risvegliato mille forme di vita fra
-le tombe.
-</p>
-
-<p>
-Spingendo l'occhio sotto la pietra di una fossa
-vicina, io vedeva il corpicino d'una lucertola bruna
-così immobile che pareva di bronzo, e chinandomi
-a sgombrare dalle male erbe la poca terra che appartiene
-ancora oggi a mio suocero, io misi allo
-scoperto l'ingresso di un formicaio, dove si faceva
-un gran lavoro.
-</p>
-
-<p>
-Quelle creaturine che uscivano dalla fossa del
-nostro caro vecchio, per ritornarvi cariche di preziosi
-fardelli, sembravano lì per essere interrogate.
-</p>
-
-<p>
-— Se ci potessero rispondere — disse Evangelina,
-che non sapeva staccare lo sguardo da quella
-piccola gente nera...
-</p>
-
-<p>
-— Ti direbbero che i morti non hanno alcun
-bisogno di noi, e che dobbiamo pensare ai nostri
-figli.
-</p>
-
-<p>
-Le mie parole erano solenni; ma l'accento con
-<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span>
-cui le pronunciai era facile e leggiero, come era facile
-e leggiera, quel giorno, tutta l'anima mia.
-</p>
-
-<p>
-Non passò alcuna nuvola sul nostro orizzonte,
-dicemmo addio al caro vecchio e ci separammo da
-lui senza dolore.
-</p>
-
-<p>
-Passando accanto a una tomba, Evangelina lesse
-il nome di una bimba di quattro anni, e disse mestamente:
-</p>
-
-<p>
-— Anche i bimbi muoiono!
-</p>
-
-<p>
-Io sospirai: <i>pur troppo!</i> e il mio egoismo si
-affrettò a soggiungere a bassa voce che questo pericolo
-per due dei miei figli era passato, e che il
-terzo aveva ancora da nascere... pur troppo.
-</p>
-
-<p>
-E sospirai un'altra volta.
-</p>
-
-<p>
-Nemmeno quest'ultimo sospiro potè guastare la
-mia serenità; facevo lo scontento per ipocrisia, ma
-in fondo non desideravo nulla.
-</p>
-
-<p>
-Nulla, proprio nulla, no. Desideravo un maschio;
-avevo anch'io questa debolezza, e come a punirmi
-dell'offesa anticipata che venivo facendo alla mia
-nipotina, mi affrettai a scrivere a mia figlia per raccomandarle
-di nutrirsi bene, di non correre, di scendere
-le scale pacatamente, di non fare degli sforzi
-gravi (per esempio, sollevare dei pesi enormi... e
-che altro?), insomma di condurre il negozio con
-giudizio, senza badare al <i>sesso</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Fu la pallida mammina che, sollevando il corpicciolo
-della creatura tanto aspettata, la collocò
-con molta precauzione nelle braccia del nonno.
-</p>
-
-<p>
-Poi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Babbo, sei contento? — e lo veniva guardando
-negli occhi con la certezza di leggervi la
-felicità.
-</p>
-
-<p>
-Il nonno non rispose neppure; volle baciare la
-nipotina, che lo guardava con molta attenzione, e
-non seppe come fare; volle accarezzare il visino
-con la mano, ed ebbe paura di soffocarla; volle correre
-col suo prezioso fardello per tutte le stanze,
-volle ridere, volle piangere.
-</p>
-
-<p>
-Fino a poche ore prima aveva accarezzato col
-pensiero un bel maschio, robusto più del necessario
-per quell'età, panciuto come il nonno; e dinanzi
-a quella neonata color di rosa si domandava come
-avesse potuto desiderare <i>un altro.</i>
-</p>
-
-<p>
-Sua moglie e suo genero lo stavano a guardare
-e ridevano; e la mammina gli domandava inutilmente:
-</p>
-
-<p>
-— Babbo, sei contento?
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, no, non era contento, e lo disse:
-</p>
-
-<p>
-— Vorrei baciarla e non posso, per causa dei
-baffi; vorrei farle delle carezze, e non posso servirmi
-che d'un dito; vorrei rapirla, fuggire con
-<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span>
-essa, e non posso perchè ho paura che si costipi.
-Come vuoi che io sia contento?
-</p>
-
-<p>
-Per consolare il nonno gli fu detto che la neonata
-era tutta lui, negli occhi, nella fronte e perfino
-nel naso.
-</p>
-
-<p>
-Quando mi ripetono queste cose (perchè sono
-io il nonno) mi afferro gravemente il naso come
-per pigliarne le misure e lo confronto col nasino
-non più grosso di un cece della neonata. Faccio
-lo scettico, per decoro. Faccio di più: ammetto che
-la mia bimba somigli anche un poco alla nonna,
-e un po' alla mamma, e un pochino (pochino davvero)
-a suo padre — ma che essa abbia una somiglianza
-strana con me non vi è ombra di dubbio.
-Me lo dicono tutti.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE.
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><span class="smcap">A chi legge</span> (prefazione alla Iª edizione)</td> <td class="pag"><i>Pag.</i> <a href="#prefaz">9</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">Prima che nascesse</span></td> <td class="pag"><a href="#prima">11</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">Le tre nutrici</span></td> <td class="pag"><a href="#nutrici">55</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">Coraggio e avanti</span></td> <td class="pag"><a href="#avanti">115</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">Mio figlio studia</span></td> <td class="pag"><a href="#studia">169</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">Intermezzo</span></td> <td class="pag"><a href="#intermezzo">199</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">La pagina nera</span></td> <td class="pag"><a href="#pagnera">215</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">Mio figlio s'innamora</span></td> <td class="pag"><a href="#sinnamora">245</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">Il marito di Laurina</span></td> <td class="pag"><a href="#marito">288</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="smcap">Nonno!</span></td> <td class="pag"><a href="#nonno">357</a></td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-
-</div>
-
-<div class="chapter small">
-<p class="title">
-Cenno Bibliografico di MIO FIGLIO!
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Pubblicato in frammenti, ebbe parecchie edizioni di ciascuna
-parte, oltre 3 edizioni dell'opera completa, Roux e Favale,
-Torino.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1881 fu fatta un'edizione di gran lusso con illustrazioni
-italiane dell'Edel; poi un'edizione economica nell'anno
-1882; e la 3ª, 4ª, 5ª e 6ª edizione, furono pubblicate
-da A. Brigola.
-</p>
-
-<p class="title">
-TRADUZIONI:
-</p>
-
-<p>
-Tedesca. — Nella <b>Deutsche Rundschau</b>; poi in volume
-dall'editore Paetel, Berlino, 1884, traduttori Dohm e Offmann. — Nuova
-edizione economica, Engelhorn, Stuttgart. — Altre
-traduzioni: editore Reclam, Lipsia, traduttore
-W. Lange, del solo <i>Marito di Laurina</i>. — Altra edizione
-del Marito di Laurina fu pubblicata a Berlino dall'editore
-Auerbach, 1882. — <i>L'Intermezzo</i>, che fa parte di
-<i>Mio Piglio!</i>, fu pure tradotto dall'illustre poeta R. Hamerling,
-e pubblicato dall'editore Larl Prockasta a Vienna.
-</p>
-
-<p>
-Danese. — Editore Schubothes, Copenaghen, traduttore
-Winkel Horn, con bel ritratto.
-</p>
-
-<p>
-Belga. — Editore Gilon, Verviers, traduttore Gravrand.
-</p>
-
-<p>
-Francese. — Tradotta da F. Reynard, pubblicata nel <b>Temps</b>,
-1886, poi dal Charpentier, Parigi, 1886.
-</p>
-
-<p>
-Spagnuola. — Illustrata con incisioni spagnuole e buon ritratto,
-editore D. Cortezo, Barcellona, 1887, trad. Maria
-de la Pena.
-</p>
-
-<p>
-Ungherese. — Nel giornale letterario <b>Fovarosi Lapok</b> a
-Buda-Pest.
-</p>
-
-<p>
-Olandese. — Editore Rogge, 1882, traduttori Van der Venter
-e Dott. Epkema.
-</p>
-
-<p>
-Svedese. — Molte parti di quest'opera furono pubblicate in
-giornali e riviste.
-</p>
-
-<p>
-Croata. — Nei giornali <b>Vienac</b> e <span class="smcap">Hrvarska Vila</span> di Zagabria.
-</p>
-
-<p>
-Boema. — Un'edizione czeca a Praga presso Hynek — Traduzione
-czeca di <b>Mio figlio studia</b> nel giornale <b>Prokok</b>
-di Praga. — Altra traduzione del <b>Nonno</b> nel giornale
-<b>Zlata</b>, Praga.
-</p>
-
-<p>
-Traduzione stenografica di <span class="smcap">Prima che nascesse.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIO FIGLIO! ***</div>
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- </div>
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-</div>
-
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-1.F.
-</div>
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-additions or deletions to any Project Gutenberg&#8482; work, and (c) any
-Defect you cause.
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg&#8482;
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg&#8482;&#8217;s
-goals and ensuring that the Project Gutenberg&#8482; collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg&#8482; and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation&#8217;s EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state&#8217;s laws.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Foundation&#8217;s business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation&#8217;s website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; depends upon and cannot survive without widespread
-public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
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-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
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-</div>
-
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-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
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-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 5. General Information About Project Gutenberg&#8482; electronic works
-</div>
-
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-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg&#8482; concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg&#8482; eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
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-Project Gutenberg&#8482; eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
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-Most people start at our website which has the main PG search
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-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
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