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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Il tesoro di Donnina - -Author: Salvatore Farina - -Release Date: December 22, 2020 [eBook #64106] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at - http://www.pgdp.net (This file was produced from images made - available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TESORO DI DONNINA *** - - S. FARINA - - - IL - TESORO DI DONNINA - - _(Quarta edizione)_ - - - - MILANO - A. BRIGOLA & C., EDITORI - Via Manzoni, 5 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - _Milano, 1884 — Stabilimento tipografico F. Pagnoni._ - - - - -I. - -UN GIORNO DI NATALE. - - -Gran bella mattinata davvero! Chi direbbe che siamo in dicembre e quasi -alle porte di gennaio, vedendo questo cielo azzurro e questo sole in -gran pompa di raggi? È molto se l'aria frizzante fa pensare a novembre, -e pure la neve è raccolta qua e là a monticelli nel cortile, ed i -diacciuoli si appendono con civetteria alle grondaie e riflettono i -colori dell'arcobaleno entro i nidi deserti delle rondini. - -Gran bella mattinata davvero, perchè annunzia un giorno ancora più -bello — il Natale. - -Per le vie è un gran silenzio, ma un silenzio dolce, il silenzio -della gioia, assai più profonda e più pura quando tace che quando -schiammazza. Non uno strider di ruote, non uno scalpitar di cavalli, -e nemmeno quel sordo mormorio lontano, che segnala il ridestarsi -della vita cittadina. Gli è che la vita della città è oggi la vita del -focolare; gli è che migliaia di uomini, i quali forse fino ad ieri non -ebbero se non buone o cattive passioni, si ricordano d'essere padri, -mariti, fratelli, e di aver degli affetti: gli è che la società e la -famiglia — due mondi che spesso roteano in un'orbita differente — si -sono incontrate. - -Qui, nel cortile in cui ci siamo introdotti, la segreta vitalità del -silenzio si indovina meglio; fra le alte mura che separano questo -luogo dal resto del mondo, e gli danno aria d'un chiostro, lo spirito -è un maliardo più attento, l'immaginazione un cavallo di battaglia più -focoso. - -Noi ci sentiamo qui padroni del segreto di Asmodeo, e ci trastulliamo -a scoperchiare le case per ritrovarvi i diversi aspetti d'una stessa -gioia, per udirvi le stesse vocette infantili che confrontano i doni -del Bambino che è venuto, e si anticipano le dolcezze di quelli dei Re -Magi, che hanno ancora da venire, fantasticandone il reame di confetti -e di cavallucci. - -È la stessa nota da per tutto: due labbruzzi che interrogano, un volto -sereno di madre che guarda amorosamente, e mille domande, e mille -risposte che si compendiano alla stessa maniera — un bacio sopra una -guancia color di rosa. - -La reggia ed il tugurio sono pieni della stessa dolcezza: l'infanzia -che schiamazza, la vecchiaia che sorride. - -Da per tutto è la festa del focolare; il tizzo che arde nel camino -scoppietta allegramente per rispondere alle ciancie dei vecchi -fanciulli che si scaldano al suo fuoco; però che oggi più di ieri ogni -uomo si senta vicino all'infanzia — e non gli state a dire che egli non -crede ai Re Magi, è facile che non vi dia ascolto. - -Accanto a queste gioie, vi è il dolore, vi è di peggio: la noia; -— accanto ai felici che specchiano il loro sorriso nelle papille -attonite dei bambini, vi ha chi dorme fino a tardo mattino un sonno -greve, agitato dalle nauseabonde immagini dell'orgia della vigilia, e -nondimeno più dolce del ridestarsi che lo attende; vi è la casa che non -ha teste ricciute e bionde; vi è il cuore vuoto d'affetti e sordo agli -echi d'una gioia tranquilla.... Ma l'Asmodeo che ci ha confidato il suo -segreto non ci ha dato la sua malignità, e noi vogliamo pure illuderci -che alcuna miseria non oscuri il sole di questo giorno, se per ciò non -occorre altro che chiudere bonariamente gli occhi. - -Ritorniamo al cortile ingombro di mucchi di neve. - -È più di un'ora che un uomo va su e giù, rasentando la muraglia -col capo basso e le braccia penzoloni. Quante volte ha misurato -la larghezza dello spazio? Forse egli lo sa, poi che a vedere con -qual aria severa e con quanto scrupolo attende alla sua bisogna, -senza affrettare il passo mai e senza voltare mai un pollice prima, -si direbbe che egli abbia prefisso un numero inesorabile alle sue -misteriose evoluzioni, e che dalla esattezza dipendano le sorti di un -disegno occulto. - -Non vi ha viaggio che, coll'aiuto della Provvidenza, non abbia presto -o tardi un termine; tutto sommato quello del nostro incognito è ancora -dei più brevi, perchè ha durato un'ora, dieci minuti ed un certo numero -di secondi di cui non terremo conto per non essere più scrupolosi -dell'enorme orologio che ci sta in faccia, il quale ha due sole -frecce, — una per le ore, l'altra per i minuti — nè per ciò si crede un -orologio da poco. - -Quell'infaticabile camminatore s'arresta di botto colla precisione -d'un automa, solleva il capo, gira lo sguardo intorno e muove difilato -verso una porticina a vetri, senza badare ai mucchi di neve nei quali -inciampa ad ogni passo gettandosi innanzi un polverio luccicante; gira -la gruccetta di ottone e sparisce chiudendosi l'uscio alle spalle — non -però così presto da impedire il passaggio a chi avesse la buona volontà -di tenergli dietro, come l'abbiamo noi. - -Appena il nostro sconosciuto ha posto il piede nella stanza, una voce -cavernosa e tremante, ma raddolcita ed assottigliata ad arte, lo saluta -per nome: - -— Buon giorno, babbo Jacopo. - -— Buon giorno, figliuolo mio. - -— Hai dormito bene, babbo? - -— Benissimo, grazie. - -La voce infantile tace, ed il signor Jacopo passa oltre, tirandosi -dietro la più bizzarra creatura che si possa immaginare. È un vecchio -curvato, assottigliato, rimpicciolito dagli anni, ma tuttavia alto -più del comune; ha capelli bianchi, cadenti in ciocche arruffate -sulle spalle, e cammina a piccoli passi saltellanti, sforzandosi -evidentemente di dare ai suoi modi un'apparenza bambinesca. Il viso -scolorito e scarno ed il corpo mingherlino lo fanno somigliare ad una -gigantesca pergamena. — Non domandate la storia di questa pergamena -vivente. Non chiedete quali avvenimenti ha enumerato il cuore di questo -uomo in settant'anni. E sono proprio settanta? Poi che egli se n'è -dimenticato, poi che il suo cuore non invecchia, può essere che la -canizie mentisca. Se i fanciulli sono prima di tutto creature ingenue -ed innocenti, mastro Paolo è il miglior fanciullo che noi conosciamo; -e nessuna volgare considerazione ci tratterrà dal chiamarlo Paoluccio, -come egli vuol esser chiamato. - -Il signor Jacopo e Paoluccio formano un contrasto piuttosto bizzarro, -come ognuno può immaginare, e nondimeno le molte persone radunate in -quell'ampia sala non sembrano darsene alcun pensiero, e continuano a -seguire con raccoglimento le fasi d'una partita di carambola, giocata -con molto maggior gravità che di solito non se ne richiegga per simile -occupazione, da due atleti fatti più formidabili dalla rivalità. - -Oltre il cerchio compatto che si stringe attorno al biliardo è uno -spazio vuoto, con panche e tavolini lungo le pareti, e nel mezzo una -stufa enorme. Qui ritroviamo alcuni volti curvi sopra i giornali della -vigilia. - -— Badi, dice uno levando gli occhi furbi dal giornale, per guardare -maliziosamente il signor Jacopo e Paoluccio, i quali si scaldano in -silenzio accanto alla stufa, badi alla faccia di mastro Paolo; che cosa -ci legge lei? - -— Nulla, risponde il vicino spalancando due occhietti grigi attraverso -i vetri degli occhiali. - -— La natura le ha posto gli occhi in fronte per burla... si capisce... -non fu che un pretesto per farle portare gli occhiali, anzi gli -occhiali sono un pretesto trovato bene per far credere che gli occhi ce -li ha. - -— Ce li ho, ribatte l'altro, levandosi gravemente gli occhiali e -passando una mano sugli organi calunniati, come per accertare la cosa. - -Il calunniatore sorride in aria compassionevole, e si affretta a -confortare il suo vicino assicurandogli che ha voluto fare una celia: -poi ritorna alla prima indagine. - -— Crede lei che abbia messo fuori la scarpetta? - -L'interrogato si accontenta di ridere fra sè e sè, ma non risponde. - -E l'altro insiste: - -— Crede lei che ci abbia trovato qualche cosa? - -Ma l'interrogato sembra aver paura di arrischiare le sue credenze e -s'inabissa in una riflessione molto profonda, che minaccia d'essere -altrettanto lunga. - -— A che pensa, reverendo? - -A questo titolo che gli ricorda il suo carattere sacro, una mistica -luce sembra animare il viso del pensatore, il quale immagina di -rispondere direttamente alla domanda col primo versetto latino -dell'orazione domenicale. - -Questa furberia liturgica non è però molto fortunata e fa una meschina -figura in faccia al sorriso laicale dell'altro. - -— Reverendo, dice costui, è furbo lei! - -— Le pare, professore? - -— Se mi pare! interrompe cattedraticamente il professore, se mi pare! -Ma ci è ben altro che mi pare! E prima di tutto ci è che mastro Paolo -ha messo fuori la scarpetta, un demonio di scarpetta, che se non fosse -scarpetta potrebbe essere una barca... - -— Proprio? - -— Proprio.... e contenere una mezza dozzina di barcaiuoli, a due remi, -in tutto dodici remi, senza contare il timoniere. - -— È curioso. - -— È vero.... In secondo luogo ci è che la scarpetta deve avergli -fornito le pasticche di menta per tutto il mese, a masticazione -continua; ed eccolo appunto che incomincia. - -— È vero. - -— È curioso.... questo sì, reverendo, è curioso; in tutta la sua -diocesi lei non incontrerà mai una creatura più curiosa di mastro -Paolo. Quale stravaganza, con quel paio di carnovali sulla coscienza, -essersi posto in capo di essere un bambino svezzato da poco!... Oh! -perchè non addirittura da latte? - -Il reverendo sembra meditare sul quesito e trovarlo insolubile; il -professore continua: - -— È proprio una pazzia bizzarra, non è vero? Ma io domando: è mai -possibile essere pazzi a tal segno? Un gramma di pazzia tutti quanti ce -l'abbiamo, dobbiamo averlo, questo è in natura, ma o che mastro Paolo -ne ha invece una tonnellata, o che tutto il suo cervello non pesa più -di un gramma. Che dico?... ma egli è tutto pazzo, dai capelli bianchi -fino alla pianta dei piedi, anzi fino alle scarpette... ah! ah! ah! - -Messo di buon umore dalla sua arguzia, il professore batte -amichevolmente sull'omero del reverendo, il quale s'ingegna -d'associarsi a quell'ilarità per dimostrare la propria gratitudine. - -Quando anche avessi in animo di torturare la curiosità dei lettori e -fare d'ogni capitolo un indovinello, le ciarle del professore Rigoli -non mi permetterebbero di andare innanzi lungamente senza guastare il -sistema; ora poichè non si deve farne un mistero, meglio è dire subito -che ci siamo introdotti nella sala di ricreazione d'un manicomio di -Milano, e che i personaggi che vi abbiamo incontrato hanno tutti, -secondo il linguaggio del professore, il loro gramma di pazzia, quando -non ne hanno una tonnellata. - -Il professore Rigoli per altro — ognuno se ne sarà accorto — è uomo -ragionevolissimo, il che non toglie che egli ami la barzelletta e la -forma caustica, quando si dimentica d'essere professore. Parla con -sussiego di molte cose, anche di quelle che non sa, ed in mancanza di -meglio possiede un silenzio così scientifico, che non ha confronti se -non nei geroglifici egiziani. Tutto questo suole nel mondo condurre -a gran cose. Il nostro professore ebbe però la disgrazia di non aver -saputo coltivare la scienza, senza trascurare la moglie, la quale, -giovine e bella, incontrò alla prima cantonata un giovinotto, che si -era fatto un dovere di trascurare la scienza per coltivare le mogli -degli altri. Avvenne che la scienza rimase fedele al professore, ma -la moglie no, ed il marito dopo varie peripezie finì coll'innamorarsi -d'un sistema scientifico capace di mettere la botanica in rivoluzione, -voglio dire il sistema di «seminare i raggi di sole.» Questa scoperta, -che doveva spalancargli le porte della gloria, fu dai profani accolta -con diffidenza e gli aprì tutti gli usci del manicomio. - -La partita di carambola è finita, ed il vincitore riceve modestamente -le felicitazioni della _galleria_, mentre il perdente si conforta -dandosi dell'asino colla convinzione di un carambolista ragionevole, -il quale sa di non poter salvare il decoro di giocatore senza questo -rimedio eroico. - -Quasi nello stesso tempo l'orologio del cortile brontola le undici ore. -La voce nota non si fa mai udire senza che qualcuno dei personaggi -raccolti nella sala sollevi il capo dal giornale od esca dalla sua -meditazione per tendere l'orecchio e stare in ascolto molto tempo dopo -che l'onda sonora si sia smarrita nello spazio; questa volta però non -una di quelle fisionomie si conturba; sorridono anzi, e le ciancie, un -istante interrotte, sono ripigliate con maggior ardore, ed i capannelli -si ingrossano dei più melanconici, che se ne stavano in disparte, ed -un'allegria meno sospettosa del consueto esala da quelle povere anime. - -Si capisce all'insolito pigiarsi l'uno contro l'altro, all'aria di -affaccendarsi che tutti pongono nel far nulla, che i loro spiriti -lavorano irrequieti alla prospettiva d'un avvenimento aspettato. Laggiù -è uno, il quale sfoga la sua impazienza pestando con un certo garbo -un valzer di Strauss sopra un pianoforte verticale; qui un altro che -cammina a gran passi fregandosi le mani e sorridendo benignamente ai -fantasmi del suo pensiero. In verità, il viso più tetro della comitiva -è quello del guardiano del luogo, il quale, seduto in un canto, sembra -meditare sulla idea melanconica d'aver conservato la ragione, ed ha -l'aria di sentirsi umiliato perchè non riesce a darsi saviamente la -metà dello spasso di quei cervelli malati. - -Fra i più impazienti ve n'ha uno a cui viene un'idea luminosa; egli -esce all'aperto, dà un'occhiata d'intelligenza segreta all'orologio, -poi rientra contentissimo della sua gherminella... Ecco... battono le -undici e mezza... - -Ancora poche battute di valzer, ancora due ciancie animate, poi -tutti escono dalla sala, dandosi un contegno grave più che forse -non si richieda da gente piena d'appetito ed avviata alla mensa; ma -l'ipocrisia, come tutte le altre scienze della vita, non può pretendere -nei manicomi ai trionfi che l'accompagnano nel mondo ragionevole. - -Nell'attraversare il cortiletto i poveretti sollevano il capo e -dirigono gli occhi verso uno stesso punto, e fanno un saluto della mano -colla regolarità di chi obbedisce ad una abitudine, e, prima di sparire -ad uno ad uno nell'uscio del refettorio, si voltano e spingono il capo -indietro e sprigionano il più dolce sorriso come per prendere commiato. -Da chi? Da un'adorabile figurina bionda, da un volto color di rosa, che -si protende fuor del davanzale d'una finestra poco lontana, inviando -per l'aria un saluto amichevole. - -L'avete udita la sua vocetta d'argento? - -— Buon appetito! - -Il cuore dei poveretti ha risposto «grazie.» - -Sono scomparsi tutti... anche gli occhi della curiosa personcina... Si -dà in tavola. - -Il refettorio è trasformato; sono sparite le note mense, piccole e -solitarie, disposte in giro per l'ampia sala, ed in loro vece pompeggia -nel mezzo — proprio in quello spazio vuoto che tanti occhi sogliono -guardare melanconicamente durante i pasti d'ogni giorno — una lunga -tavola imbandita con una certa pompa appetitosa. Una mensa sola, una -sola famiglia! Qual gioia! ciascuno prende posto con un impaccio non -dissimulato, ma senza disordine; chi ha un amico con cui divide più -intimamente le sue idee se gli fa accosto senza complimenti; ma in -fondo non vi ha vero contrasto d'idee fra nessuno, e poi la gioia -d'essere uniti e di sedere ad un banchetto, avvicina ogni antagonismo — -l'appetito fa il resto. - -Paoluccio è in preda ad una giocondità nervosa, perchè ha notato -alla prima che la sua posata si è, per l'occasione straordinaria, -accresciuta di un coltello, un vero coltello a punta rotonda, -pochissimo tagliente, ma col manico d'ebano e colla sua lama di ferro -genuino lucente come specchio. Pensate che beatitudine per quella -povera creatura, e che sorriso infantile fra le sue rughe! - -Egli non è però il solo a rallegrarsi, perchè ciascuno dei suoi -colleghi ha il proprio coltello a punta arrotondata e col manico -d'ebano, e tutti se ne sono accorti alla prima e ne fanno festa! E come -non far festa ad una _infrazione del regolamento_? - -Però la vigilanza dei guardiani è raddoppiata: è avvenuto molte volte -che qualcuno degli ospiti del luogo si ostinasse a non trovare di -suo genio questo mondo e a volersene andare all'altro — e provatevi a -persuadere del contrario un matto che si ostina!... il minor rischio -è di buscarvi del matto. I bravi guardiani hanno pensato che, con un -po' di buona volontà, adoperando molto ingegnosamente, è possibile -tagliarsi la gola anche con quei coltelli simbolici, ed hanno l'occhio -a tutto, fuorchè al cuore dei poveretti, dove è scritto a caratteri -maiuscoli che quest'ora è una delle più belle della loro vita. - -Oh! gli eloquenti silenzi delle prime mense! Oh! i sereni preludi -d'ogni allegro concerto di piatti e di bicchieri! - -Quel raccoglimento solenne dura più che non sia costume fra gente -che ha la testa sana; vi è chi figge gli occhi nel desco e non sa -distaccarneli; i servitori attendono a mutare le stoviglie e le -vivande con una specie di premura compassionevole; ogni tanto uno -dei commensali china il capo sul petto, o muove gli occhi in giro -lentamente, e dimentica la sua occupazione, e si oscura in volto — -ma un servitore gli offre del burro fresco o dei sedani... eccolo che -riattacca il filo e sorride. - -Tutta la buona volontà dei guardiani non può fare per altro che, -cessato il primo impeto di gioia, il banchetto pigli un aspetto grave e -taciturno. - -È permesso a Paoluccio di avere un'opinione sua e d'esporla? - -«Ecco... egli pensa che il fritto era eccellente, e che il brodo non -teme confronti nella cronaca dei brodi dello stabilimento.» - -Bravissimo! tutti sono dello stesso parere; il professore Rigoli -aggiunge anzi con enfasi che la zuppa fu scodellata con soverchia -parsimonia, e domanda scherzosamente il permesso di far replica; e -l'ottimo reverendo, che gli sta al fianco, dopo essere stato il primo a -trovare quell'idea piena di giudizio, si risolve a fare altrettanto. - -La conversazione è così posta sopra un terreno che non offre pericoli -di male intelligenze; l'istintiva diffidenza dei commensali più -ritrosi scompare, ed un bagliore d'entusiasmo brilla sulla fronte di -ciascuno. Si esce dal silenzio ad un tratto per cadere nella verbosità; -si ciancia molto, si scherza spesso e si balbetta qualche volta, -intendendosi meno che è possibile. — I savi non sanno far meglio. - -Un vinello color di rosa circola con una dotta parsimonia, il tanto che -basti a snodare la lingua ai melanconici, ad imbrogliarla ai parolai. - -Vi è uno che ha fatto allusione all'equilibrio europeo, un altro che -ha rievocato le fasi contrastate della partita di carambola, un terzo -il quale confida ad alta voce a chi vuol sentirlo il suo occulto -disegno di bandire una riforma sociale, ed il professore, ghignando -in disparte, con un fare tra l'olimpico e lo sdegnoso, resiste alla -superba tentazione di confondere i suoi colleghi coll'esposizione -particolareggiata del sistema di seminare i raggi di sole. - -Ma improvvisamente l'Europa, dimentica della statica, ripiglia col -rimanente del globo le sue evoluzioni intorno al sole, la partita di -carambola rientra nel passato, la riforma sociale nell'avvenire, ed il -professore, tolto alla contemplazione del suo sistema, è il primo ad -annunziare lo arrosto. - -Così, o all'incirca, è del resto degli uomini: mille che disegnano, -mille che fantasticano, mille che rammentano, mille che sognano, poco -d'accordo le unità, pochissimo le decine e le centinaia, quasi mai le -migliaia, ma un pensiero in cima agli altri, ed un sublime accordo in -quell'immensa discordanza — l'arrosto! - -Il desinare volge al termine; il professore trova bella la vita -e ne fa la confidenza al reverendo, il quale dà prova d'una rara -perspicacia, aggiungendo che il pranzo era eccellente; Paoluccio si -è empito le tasche di zuccherini, e babbo Jacopo ha smesso la sua -aria melanconica, quando improvvisamente apparisce, senza che alcuno -l'abbia visto venire, un uomo sulla sessantina, di statura alta e -maestosa, ma benevolo e sorridente, seguito da un ometto rotondo, -paffutello, biondo, specie di amorino a quarant'anni sonati, non buono, -a giudicarne dall'aspetto, se non a sorridere perennemente. L'atto -con cui ciascuno dei commensali risponde alla famigliarità di quei -due, dice chiaro che essi hanno sopra i disgraziati una dolce autorità -che ispira gratitudine. In fatti il più vecchio è il direttore, ed il -più giovane il medico dello stabilimento. Voi non avete visto mai un -direttore più alla mano, un medico più di buon umore. - -Il signor Fulgenzio, sebbene non abbia ancor toccato la sessantina, -usa chiamare _figliuoli_ i suoi ospiti; i poveretti gliene sono grati, -e Paoluccio più di tutti. Quanto al rubicondo dottore, è opinione -incrollabile nel luogo che non vi sia un compagnone ed un amico più -piacevole di lui. E bisogna vedere com'egli stringe la mano a tutti, e -come dà del tu, e come ammica furbescamente ai più furbi, quasi a dire: -«ne abbiamo fatte di belle, noi, eh! chi sa? ne faremo ancora!» Bisogna -vederlo! - -Certo è che la sua dimestichezza gli ha guadagnato la fiducia d'ognuno. -«Per il dottor Parenti non si hanno segreti; innanzi al dottor Parenti -non vi devono essere melanconie; questo bisogna farlo per il dottor -Parenti, e quest'altro per il dottor Parenti.» - -Era stato naturalmente il dottor Parenti a mettere in corso questa -specie di moneta spicciola di aforismi; e siccome egli stesso mostrava -d'averli in conto di verità di fede, tutti li pigliavano per tali, ed -il reverendo avrebbe giurato senza scrupoli sul nuovo evangelio. - -Il signor Fulgenzio aveva accostato una sedia presso a babbo Jacopo, -e gli parlava amorosamente; e gli altri lo guardavano colla coda -dell'occhio, ma senza invidia, perchè babbo Jacopo, avendo intervalli -di buon umore assai radi o melanconie assai lunghe, sebbene non si -sapesse null'altro dei fatti suoi, passava per il più sventurato del -luogo, e la preferenza del direttore era considerata saviamente quello -che era — un triste privilegio della sventura. - -Da qualche tempo il professore Rigoli guarda il soffitto di nascosto; -lasciatelo fare, non gli manca più che una rima. Eccolo che si alza con -impeto, solleva il bicchiere come uno che non possa più resistere, e -getta un altro sguardo al soffitto, dove si deve supporre che abiti la -musa prepotente e tentatrice. - -Ma la maggior parte dei commensali hanno il bicchiere vuoto... -incomincia... non incomincia... perde il rimario, perde il metro, gli -si oscura la fronte... occorre un rimedio eroico, parlerà in prosa. - -«Io bevo, dice egli, alla salute del nostro eccellente ed amoroso -padre, del nostro amico dilettissimo, ed auguro che per molti anni -ancora, questo giorno ci trovi...» - -Al professore viene il sospetto che stia per dire una castroneria, ma -la frase è incominciata, e perciò egli conchiude con un paralogismo -appena perdonabile ad uno scolaro: - -«Questo giorno ci trovi... col cuore pieno degli stessi sentimenti di -affetto e di riconoscenza verso il nostro eccellente ed amoroso padre -ed il nostro amico dilettissimo.» - -— Evviva! gridano i commensali — e l'altro prosegue: - -«Possa la memoria di questo giorno non cancellarsi mai, come non si -cancellano i raggi del sole che tramonteranno nell'altro emisfero per -ritornare domani splendidi come prima.» - -Il professore sorride non solo in qualità di poeta contento della -similitudine, ma come scienziato, che con due paroline ha messo il -suo prossimo alle porte di un edifizio scientifico, in cui egli fa da -padrone. - -Il dottor Parenti se ne accorge, indovina pure che il brindisi ha -bisogno di essere interrotto, e corre a stringere la mano all'oratore -colla sua maggior serietà. - -Il primo a ridere è il professore; non per nulla si ha dello spirito! - - . . . . . . . - -Quando siamo felici, la terra ci fugge sotto i piedi; ecco, è il -meriggio.... ecco, è il tramonto, è la notte. - -Svaniscono i giocondi fantasmi, il pensiero si abbruna, i commensali si -guardano l'un l'altro freddamente... «È finito!» - -Non è finito — si apparecchia il focolare; entro un enorme camino che -non si accende mai, si butta una gran catasta di legna secca, e tosto -cento lingue di fuoco si fanno beffa della stufa enorme. Che splendida -rivincita! - -Quanto dura il bagliore della prima fiammata, il cuore dei poveretti -batte più forte, ma la seconda non ha la stessa virtù; l'abitudine è -nemica d'ogni nuova gioia. - -Alle ciance un istante riprese con ardore, succede un silenzio -profondo; i più felici si addormentano, gli altri si rincantucciano o -leggono i caratteri che si disegnano nelle brage, o tendono l'orecchio -alle parole misteriose mormorate dalla fiamma. - -Quanta vita in quel silenzio, quanta melanconia in quei quattro tizzoni -che si consumano splendidamente! - -A poco a poco il silenzio e la melanconia si abbarbicano, diventano -i padroni del luogo, la fiamma si ripiega sopra sè stessa, i tizzi -rotolano, e la bragia si scolorisce sotto la cenere — ma chi vi pone -mente? Ognuno ha l'occhio ad un proprio focolare, ne vede la fiamma -viva, ricerca sotto le ceneri la bragia ardente, e interroga volti -assenti che gli sorridono. - -È tardi... invano l'orologio ha fatto l'appello molte volte; non -gli si dà ascolto; Paoluccio si è addormentato appoggiando la testa -all'omero di babbo Jacopo, il quale guarda tristamente nel vuoto, ed il -professore singhiozza in un canto. - -Tutta la vacua dimenticanza di quei cervelli è scomparsa, quella -melanconia ha un significato: è un dolore, è una gioia, è una casa, è -una famiglia che riappare nell'ombra; quel giorno di Natale ne ha fatto -rivivere un altro, un altro, un altro... - - - - -II. - -MOLTE COSE IN UNA CHICCHERA DI TÈ. - - -Che casa allegra quella del dottor Parenti! Di giorno la luce vi fa -galleria; il sole ci si tuffa entro dal primo mattino e non se ne va -se non poche ore innanzi il tramonto, quasi a malincuore, e quando -scompare dietro i tetti della casa dirimpetto, sembra che, rizzandosi -sulle punte dei piedi, si tenga un istante appeso ai comignoli per -darle un'ultima occhiata. Che casa allegra quella del dottor Parenti! -Domandate a quei canarini perchè cinguettino con tanto gusto e perchè -scuotano le testine con tanta spensieratezza entro i fili di ferro -della gabbia. Ed a quel micio bianco che russa saporitamente sopra -una seggiola, perchè ogni tanto socchiuda gli occhi ed ammicchi tra -il furbesco e l'indolente ai suoi compagni ciarlieri. Osservate come -tutto è in ordine, come ogni oggetto sa la sua parte a memoria, e che -disciplina e che nettezza! A chi obbedisce tutto ciò? Qual è la fata -che prepara l'incantesimo? - -Il dottor Parenti no certo; egli fa le sue faccende, cura i suoi -ammalati, e tutta la malìa si compie durante la sua assenza. Quando -è di ritorno batte le mani e si stringe al seno la fata della sua -casa, la qual fata è una faterella di quindici anni, bionda, con -due grand'occhi color della pervinca, con un corpicino snello ed -irrequieto, ed un visino incarnato e sorridente — un bocciuolo di rosa -che si chiama Olimpia, amica dei pazzerelli, fedele all'amore della sua -bambola. - -Che casa allegra quella del dottor Parenti! Quand'è la notte, non -importa che sia la notte; d'estate ci è la terrazzina, in cui si -annodano le ciance guardando le stelle; d'inverno il focolare, innanzi -al quale si sta così bene in due. Le ombre che si allungano nella -stanza, sono ombre note e non danno la melanconia, i canarini dormono, -il micio si aggomitola accanto al fuoco, ed una bella lampada con un -globo disegnato di figurine chinesi manda una certa luce gioconda che -fa allegria. La neve che scende di fuori guarda curiosamente attraverso -i vetri quella scena di pace e vuol la sua parte dei riflessi rossigni -del focolare allegro. - -A questo punto il signor Fulgenzio si guarda intorno, come timoroso che -si abbia potuto leggergli nella mente, e rassicurato dalle apparenze, -conchiude le sue fantasie con un lungo sospiro, che ha tutta l'aria di -ripetere: - -«Che casa allegra quella del dottor Parenti!» - -Ma non per nulla il dottor Parenti porta in fronte due occhietti -scintillanti; ci si vede chiaro con quei lampioncini; e se ti fidi al -risolino da spensierato che gli socchiude le labbra o credi la felicità -mal'accorta, metti il tuo cuore allo scoperto. - -Il signor Fulgenzio immagina di aver sospirato al sicuro, e che i due -compagni, durante il breve monologo del suo pensiero, fossero così -intenti ad amarsi da non badare più al prossimo; ma egli non ha ancora -ripreso fiato coll'intenzione di ricominciare, quando sente due manine -intorno al collo, e si vede un volto d'una bellezza quasi infantile -dinanzi, così vicino, così vicino, che è impossibile resistere alla -tentazione.... Un bacio, un bel bacio, uno di quelli che ricacciano -indietro un reggimento di sospiri; il dottor Parenti accosta la sedia -al focolare, Olimpia si curva dinanzi ai tizzoni e li ricompone, e ci -soffia entro perchè mandino una bella fiammata, ed eccoli tutti e tre -serrati l'un contro l'altro. - -Ma non si dice verbo; chi sarà primo a rompere un silenzio, in cui -hanno parte il cuore ed il cervello, con una frase vuota e menzognera? - -Olimpia non ha siffatti scrupoli. - -— Babbo, dice ella con una vocetta che pare il tintinnio d'un -campanello, il Natale sta per passare, e per poco non ce ne avvediamo, -manca un'ora alla mezzanotte; chi sa che cosa fanno in questo momento i -miei pazzerelli? - -— I tuoi pazzerelli fanno come la tua bambola, dormono, risponde il -dottor Parenti, e tu da un pezzo dovresti fare come i tuoi pazzerelli e -come la tua bambola. - -Ma Olimpia crolla la testa con molta gravità e ripete che il Natale -bisogna finirlo come si è incominciato, allegramente, e per aggiungere -in qualche modo il fatto alle parole dà un balzo e tira il cordone del -campanello, che fa udire da lontano la sua voce festosa. Subito dopo si -sente un passo strascicato, ed apparisce nel vano della porta una donna -enorme portando un enorme vassoio con sopra quattro chicchere ed un -enorme bricco di tè. - -Quel donnone si chiamava Simplicia, ma fa ribattezzato Semplicetta, e -non si sa proprio perchè, essendo che di semplice non ha che il nome, -ed incominciando dal suo corpo, in cui è la materia prima per due -Semplicette, anche non semplicissime, fino alle rotondità carnose che -le incorniciano il mento, essa ha tutto doppio. - -La maniera grave e composta con cui porta il vassoio e lo posa sulla -tavola, fa uscire Olimpia in una risata, a cui fa eco il dottor Parenti -e di rimbalzo la stessa Semplicetta, la quale non ha la debolezza di -lasciarsi sgominare da checchessia. - -Ma perchè quattro chicchere invece di tre? - -Per la bambola? - -Chi avesse fatto questa domanda ad Olimpia l'avrebbe posta -evidentemente in imbarazzo: infatti ella scosta una chicchera, e -cerca di nasconderla, senza riuscirvi così presto che il signor -Fulgenzio non se ne avveda. Si capisce: in quattro si doveva tentare il -prosciugamento di quell'oceano di tè. Ma che cosa trattiene l'assente? - -Nessuno ne fiata parola, ed il signor Fulgenzio, che ha nascosto un -istante la fronte fra le mani, la rialza colle rughe non del tutto -spianate per ricevere dall'amabile padrona di casa la sua chicchera. -Niente di meglio d'una tazza di tè molto caldo per nascondere i moti -dell'animo; il signor Fulgenzio ci soffia entro a pieni polmoni la -sua commozione, ed il dottor Parenti fa altrettanto per non mostrare -di avvedersene. La sola Olimpia nel mescere il latte caldo non sa -trattenere un tremito delle mani, e Semplicetta, che in fondo capisce -le cose a volo, guarda la quarta chicchera rimasta vuota, come -minacciando di schiacciarla con tutto il proprio peso. - -La cerimonia del tè, che doveva essere lietissima, riesce invece -freddina; checchè facciano i tre amici non riescono a riattaccare -il filo del buon umore, a dopo una mezz'ora misurata a monosillabi, -Olimpia dà la buona notte all'amico, si butta nelle braccia del babbo e -se ne va a letto. - -Non appena la bionda creatura ha passato l'uscio, il signor Fulgenzio -balza dalla sedia e si dà a camminare a gran passi. - -Il dottor Parenti sa il fatto suo e lascia che si ammorzi il primo -impeto; si china intanto a frugare attentamente nella cenere senza -sperare di trovarvi nulla di buono. Dopo aver fatto una mezza dozzina -di giri per la stanza, l'altro infatti ricade sulla seggiola lasciata -vuota poc'anzi, proprio nel momento in cui il dottore rialza il capo -non cessando di brandire la paletta. - -— Non mi dirai più che quello scapestrato in fondo ha del cuore! - -Il dottor Parenti veramente non aveva mai detto nulla, ma siccome -egli sa che tutti sono eguali in faccia alla fisiologia, scapestrati e -timorati di Dio, non esita a fare una crollatina di capo, come a dire -che avrebbe intenzione di sostenerlo ancora. - -Ma il vecchio direttore non bada al gesto o non lo capisce, e fissa gli -occhi tristamente nei carboni; il dottore tira più vicino la sua sedia, -si gratta il rovescio della mano in forma di esordio, poi domanda, col -tono di chi entra addirittura in materia: - -— Che cosa ne è di tuo figlio? - -Questa parola sembra risonare duramente nel seno del vecchio, il quale -tentenna il capo in atto di profonda amarezza e non risponde. - -— Che cosa ne è di Mario? ripete dolcemente l'altro. - -— E lo so io? Non sono forse l'ultimo a saperle io lo cose di _mio -figlio_? - -Il dottore concede un minuto di silenzio al risentimento dell'amico, -poi soggiunge lentamente e dando alla sua voce un'espressione quasi -carezzevole: - -— Forse tu sei troppo severo con lui! - -— Severo! Non ha sempre fatto quello che ha voluto? ho io mai cercato -di sostituire il mio volere al suo? e non si serve appunto della -sconfinata libertà che gli ho dato per affannare la mia vecchiaia? - -E siccome il dottore non lo interrompe subito, egli aggiunge con -accento più sereno: - -— Sai tu dirmi perchè, invece di passare la notte di Natale con noi, se -n'è andato fuori di casa subito dopo il desinare e non si è più visto? -È cuore questo? È affetto? È gratitudine, domando io, è gratitudine? - -E il povero padre tormenta colle molle i tizzoni che levano miriadi di -scintille. - -— Mario non ha che ventidue anni... - -— Gli ho avuti anch'io ventidue anni e so come si ama a quell'età! Ma -stolto chi ne ha sessanta sonati e non ha ancora imparato a conoscere -gli uomini, o quando gli ha conosciuti una volta, non ha saputo -odiarli, ed ha preferito starsene solo per continuare ad amarli. Che -bisogno avevo io di conchiudere la mia vita da scapolo con qualche -opera meritoria, come se il vivere in questo mondo di egoisti non fosse -già un'opera meritoria? Mi sono dato una famiglia di disgraziati; -doveva bastarmi.... Ma mi venne lo sciocco appetito di far qualcuno -felice, e pensai a darmi un figlio... Ho creduto che un estraneo non -dovesse più rimanere tale in faccia al beneficio e che la riconoscenza -potesse mutarsi in amore. Dovevo aspettarmelo: ho voluto domare -l'egoismo d'un mio simile, e la belva mansuefatta, invece di pigliare -le sembianze dell'ipocrisia, ha preso quelle dell'ingratitudine. Ciò fa -più male, ma è più schietto; non è vero che è più schietto? - -L'insistenza della domanda è di quelle che non vogliono risposta; il -dottore infatti se la cava cacciando tre o quattro volte la paletta -nella cenere in modo da lasciarvi l'impronta. Il vecchio intende quel -linguaggio a modo suo, ed aggiunge: - -— So che cosa mi vuoi dire, non proseguire. - -Nulla di più facile per il dottor Parenti, il quale presta l'orecchio -attento e curioso. - -— So che la mia vita manca di logica; che dopo aver dubitato di -tutto ero in obbligo di tirar dritto fino all'ultimo, e che, avendo -rinunziato alla famiglia, dovevo andare incontro senza paure alla -solitudine della vecchiaia; ho sbagliato; un barbone od un bracco, che -avrei battezzato Melampo od Azor, era il fatto mio meglio di un animale -della umana specie a cui ho dato il mio nome. Non è così? - -— È così. E se a quel tempo io fossi stato in età di dare consigli e -tu me n'avessi chiesto uno, avrei dato il mio voto a Melampo, come alla -sola creatura riconoscente che respiri sulla crosta del globo. - -L'enfasi che il dottore pone in queste parole, lascia evidentemente -incredulo il suo compagno, il quale, dopo breve titubanza, fa una -professione di fede, che in fondo non è se non una domanda. - -— Il cielo mi guardi dallo sfrondare le illusioni di chicchessia; beato -te se potessi credere alla riconoscenza degli uomini come vi ho creduto -io alla tua età! - -— Io non vi ho mai creduto, risponde l'altro senza batter ciglio. - -E siccome il vecchio insiste collo sguardo, egli aggiunge collo stesso -accento pacato: «La colpa non è però dei beneficati.» - -— No, ma del benefizio. - -— O dei benefattori... - -Il signor Fulgenzio non pare comprendere, e lascia dire. - -— Il beneficio, com'è inteso dai più, è il capitale che si vuole -impiegare ad usura; nella massima parte dei casi il meccanismo di -un'opera buona si spiega così: uno che spende parte del suo superfluo a -comprare l'indipendenza d'uno che non ha il necessario. Tutti i quesiti -possono ridursi a quest'unica formula. - -— E chi facesse il bene per la sola soddisfazione di farlo? - -— A costui basterebbe la sola soddisfazione d'averlo fatto; ma è -un'eccezione. La regola è l'usura. Ora il beneficio strozzino fa la -riconoscenza bancarottiera. - -— Spiegati meglio. - -— Mi spiego meglio. A rigor di logica la riconoscenza comprende averi, -vita, pensieri, opere, parole, libertà e coscienza. Con pochi spiccioli -in moneta di beneficio si vorrebbe assicurarsi un canone perpetuo in -moneta di gratitudine. Il balzello è così grave ed uggioso, che la più -spiccia è non pagarlo. E si fa bancarotta. - -Il vecchio non dice parola. Quel silenzio sembra pesare sull'animo del -dottore, il quale prosegue a dire, come pentito della sua franchezza: - -— Parlo della maggior parte dei benefattori, ma vi possono essere -eccezioni. - -— Lascia le eccezioni, interrompe bruscamente il vecchio direttore, -e conchiudi la tua regola, e di' pure, poi che lo pensi, che -l'ingratitudine è l'assenza d'un vizio, anzi una virtù; che per aver -cuore aperto alla riconoscenza conviene essere nati a servire, deboli -e pieghevoli come il giunco; che le umane querce debbono ribellarsi -alla schiavitù del benefizio e trovar la forza di mostrarsi liberamente -ingrate. Via, di' tutto questo, poi che lo pensi. - -Il dottore prosegue pacato: - -— Io penso che la riconoscenza non esiste, e non dico che sia bene -o male: esistono solo i benefattori ed i beneficati; uomini che col -benefizio credono di aver comprato un loro simile, ed uomini che -hanno in conto di prestito il benefizio ricevuto. I cattivi debitori -ti vedrebbero agonizzare e ti lascerebbero morire professandotisi -eternamente _grati_; i buoni smaniano aspettando un'occasione che non -viene, molto più beneficati se tu porgi loro maniera di saldare il -primo debito, capitale ed interessi. - -— Costoro non sono riconoscenti meglio degli altri. - -— I poveretti credono d'esserlo.... e bisogna compatirli perchè sono in -buona fede... - -— Io non vorrei altro che un po' d'affetto! - -— Una bagattella! Lo comprendo, ma la cosa è impossibile. Il beneficio -si misura a soldi ed a centesimi e la riconoscenza pure: ma la -moneta del cuore non ha prezzo. Di gente oppressa sotto il peso della -gratitudine, pronta a buttarsi nel fuoco per il benefattore pur di -sottrarsi a quel fardello, ne ho conosciuta.... - -Che sta per aggiungere il dottor Parenti? - -Fortunatamente il suo vecchio amico lo interrompe. - -— Mario forse? - -— Non parlo di Mario, io non lo conosco abbastanza. - -Perchè il signor Fulgenzio non risponde? E perchè abbandona ancora -il capo fra le mani, e guarda attraverso le dita, attonito, i tizzoni -fumiganti nel caminetto? - -Per un momento il silenzio non è rotto che dal respiro sommesso dei due -amici. Alla fine il vecchio solleva il capo, fissa gli occhi in volto -al compagno e dice con un filo di voce: - -— Lo conosco io meglio di te? Mi chiama suo padre, ma io sono rimasto -per lui un estraneo. So io come pensa, come sente? - -— Forse non ti sei preso la briga d'indovinarlo, arrischia a dire il -dottore. - -— L'ho creduto dieci volte, e mi sono ingannato sempre; sapendo che -egli non mi avrebbe aperto l'animo suo, ho cercato d'imparare a leggere -in quel libro chiuso. Quante vie non ho tentato per arrivargli al -cuore, senza che egli se ne avvedesse? Tutto inutile. Le sue abitudini -all'Università di Pavia mi sono note. Non ci ho nulla a ridire. Ha -studiato, studia, avrà presto finito il suo corso con onore; non ne -so altro. L'ho visto dalla spensieratezza arrendevole dell'adolescenza -passare un po' per volta alla calma, alla riflessione, alla melanconia, -ed irrigidirsi, e farsi contegnoso e severo; da qualche tempo quella -melanconia è divenuta tetraggine, e i suoi modi hanno preso una -dolcezza di gelo che mi fa male al cuore. Il disgraziato è quasi -riuscito a convincermi ch'io ho commesso una cattiva azione e ch'egli è -la mia vittima. - -L'affanno del vecchio è cresciuto man mano, e le ultime sue parole sono -rotte dal singhiozzo. - -Il dottor Parenti non sa più come tenersi, quando l'orologio batte le -dodici ore. - -A quel suono il povero padre si pianta un istante ritto ed immobile, -come a far prova della sua saldezza, porge la mano all'amico e se ne va -augurando la buona notte. - -— Buona notte, dice il dottore accompagnandolo fin sull'uscio; e finchè -si ode il rumore dei passi che scendono la scalinata, egli non si muove -dal pianerottolo, e ripete ancora una volta: «Buona notte.» - -Oh! i tristi pensieri che accompagnano il vecchio fra le vuote pareti -della sua casa! giunto sulla soglia si guarda intorno stando in -ascolto; un lumicino col lucignolo carbonizzato arde in un canto, il -servitore russa sopra una seggiola! Oimè! a qual notte fitta fa pensare -quella agonia di luce, di qual silenzio profondo è l'immagine quel -sonno! - -Al rumore dei passi il servo si rizza ancora dormente sulla sedia. - -— Sono io, Tomaso. - -— Scusi, credevo che fosse il signor Mario. - -— Non è ancora rientrato mio figlio? - -— Nossignore... almeno... mi pare... - -Il signor Fulgenzio non dice parola, attraversa le stanze silenziose e -deserte e muove dritto alla camera di suo figlio. Non vi è nessuno... -Il vecchio sta un momento immobile a guardare le pareti, il tavolino, -il letticciuolo, come se vegga tutto ciò per la prima volta, mentre -Tomaso tiene alti i lumi lottando vigorosamente col sonno. - -— Quando mio figlio ritornerà, gli dirai che dormo. - -— Non vuole che l'aiuti a spogliarsi? - -— Farò da me. - -Senza aggiungere parola, il povero padre prende un lume dalle mani del -servo e se ne va nelle sue camere. - -Proprio in quel momento il dottor Parenti, dopo aver dato di catenaccio -alle porte ed origliato all'uscio della camera della figliuola per -udirne la respirazione tranquilla, passa col lume in mano dinanzi alla -gabbia dei canarini; uno dei quali si sveglia, batte le alucce e dà un -moto di altalena al cerchio in cui è accoccolato. - -— È Piccolino, pensa il dottore, e dice forte: «Addio, Piccolino.» - -Che casa allegra quella del dottor Parenti! - - - - -III. - -LA FAMIGLIA DEL MAESTRO DI SCUOLA. - - -Mi si permetta di nascondere dietro la prima lettera dell'alfabeto il -nome del paese in cui stiamo per recarci — si sa che un narratore può -avere cento ottime ragioni per celare il _teatro_ degli avvenimenti -che narra. Per arrivarvi la via non è lunga; si esce da una porta, -si infila una strada fiancheggiata di olmi, si fanno tre chilometri -in linea retta, si volta a mancina, e poi a diritta, e poi di nuovo a -mancina, altri due chilometri in tutto, e si è nel bel mezzo di A..., -frazione di B..., mandamento di C..., provincia di Milano. - -La chiesuola e la casa comunale si guardano faccia a faccia, alle due -estremità d'una larga piazza, tagliata in due dalla strada _maestra_ ed -unica, che incomincia con un filare di gelsi e finisce con un filare -di gelsi. A cinquanta passi fuor dell'abitato dei vivi è l'abitato -dei morti: un campicello quadrato, con un muricciuolo di cinta assai -meglio intonacato degli edifizi del paese; con una cancellata di ferro -all'ingresso ed il suo _Memento_ che i latinisti del luogo traducono -in volgare di generazione in generazione. All'estremo punto del paese, -in una casetta color di rosa, che pare voglia prendere la via dei -campi, penzola un'insegna con un'altra scritta che non ha bisogno -d'interpreti: _Vino buono_, e in faccia, sopra una porticina stretta, -come ha fama d'esservene una in paradiso, un'altra scritta: _Scuola -comunale_. Tutti gli edifizi si rassomigliano, e paiono rachitici -e sciancati, posti in fila per una rassegna burlesca; sporgono il -ventre, barcollano sulle gambe e si tengono in piedi raccomandandosi -all'intercessione dei Santi del territorio. In sostanza il paese di -A.... non ha aspetto molto leggiadro. Quando il sole entra nella via -maestra vi passa solo un paio d'ore melanconiche, non vi trovando -nulla che faccia festa ai suoi raggi. Le finestre non hanno vetri, e -sono invece coperte di fogli di carta, che il più delle volte hanno -già servito agli esercizi calligrafici dei _letterati_ del paese. È -impossibile trovare un metodo più economico per impedire alla luce di -entrare; l'ospitalità è meglio intesa per gli altri elementi: il vento -e la pioggia vi fanno da padroni; anzi, quando piove accompagnato da -vento, i più accorti spalancano addirittura le finestre. - -La campagna circostante non è molto più allegra; sempre filari di -gelsi, che nella bella stagione incorniciano campi di grano turco; -qua e là un olmo che deve aver côlto un momento di distrazione del -proprietario per nascere, e si è poi ingegnato di campare la vita -contorcendosi e piegandosi per non levar troppo alto il capo ed avere -il meglio possibile l'aria d'un gelso. - -Tutto ciò non toglie che, quando alla domenica un merciaiuolo della -città giunge ad A.... colla sua famiglia, per domandare all'_Osteria -della Salute_ un po' di oblio delle noie della _capitale_, non trovi -nel paese la beata semplicità rusticana che innamora, ed un certo -aspetto di benessere bonario che fa bene al sangue. Per la semplicità -rusticana ci sto anch'io, ma per il benessere dico che l'ottimo padre -di famiglia confonde il paese di A... coll'_Osteria della Salute_, in -cui veramente si trova del _vino buono_ che fa bene al sangue. - -Nel momento in cui abbiamo posto il piede nel paesello il sole se -n'è andato, e qualche finestra comincia ad illuminarsi. Non vi è -persona sulla via, e la neve che imbianca i tetti, ricama gli alberi, -si appende ai muri screpolati, e si ammucchia nel mezzo della via, -lasciando solo ai due lati un picciol passo fangoso, cresce la -tristezza di quest'ora melanconica. - -Pure anche qui è gente felice, vecchi che tentennano il capo e -sorridono alle baldanze giovanili, fanciulli che schiamazzano, madri -che fanno peggio per correggerli; e stamane dopo la messa avresti -potuto vedere una dozzina di giovinette colle guance vermiglie farsi -più vermiglie vedendosi adocchiate, e raccogliersi ridendo forte, e -sparpagliarsi ridendo più forte; ed il sindaco far gli augurii al -curato, ed il curato raccomandare a Dio il sindaco, ed il vecchio -maestro di scuola salutato dai suoi piccoli allievi irriconoscibili -colla vesticciuola delle feste, e l'oste della _Salute_, roseo come -la sua osteria, con un sorriso cordiale appeso sulle labbra come -un'insegna, su cui anche i più mal pratici leggevano: _Vino buono_. -Tutti avevano un'allegria inconsueta sul volto, una patriarcale -arrendevolezza di modi, e si separavano stringendosi la mano, e si -salutavano per nome incontrandosi, e gli augurî s'incrociavano: «Buon -Natale!» - -Ora tutto tace, poichè la gioia, in campagna come in città, quanto è -più schietta e meno schiamazza e più si nasconde; la via è deserta, -l'orizzonte s'oscura, e ad una ad una le finestre aprono gli occhi -a guardare nelle tenebre. Oh! chi sapesse leggere ora gli sgorbii -calligrafici degli antenati che dormono nel cimitero! - -Ingegniamoci di passare attraverso la fessura, che serve d'ingresso -alla _scuola comunale_. - -È un ampio rettangolo a terreno, con tre finestroni che mettono nella -via, colle pareti tappezzate di lavagne e di carte geografiche, col -soffitto a travicelli ed il pavimento di mattoni. - -In un capo del rettangolo è qualche cosa che, dovendo raffigurare una -cattedra, ha il diritto di non assomigliare punto ad un tavolino, ma -ne approfitta male, e dietro di essa una vecchia sedia a bracciuoli -coperta di cuoio che fu verde in una età molto remota, ma che ora tira -al nero. In faccia a quel simulacro di cattedra tre file di panche. - -Queste panche hanno una leggenda. Da tempo immemorabile i naturali -di A.... vanno alla scuola per imparare a leggere, scrivere e far di -conto; quando credono di essere abbastanza approfonditi nei tre rami -dello scibile, incidono il loro nome sul _posto_ che hanno occupato -e non ci tornano più. A forza di incisioni di tal natura le tre file -di panche hanno l'aria di reliquie, le quali non stiano al mondo se -non per dichiarare quanto si può togliere di panca ad una panca, senza -farle smarrire la sua natura. A lato delle panche l'ammattonato è roso -per lo lungo dai passi del maestro, ed in fondo al rettangolo, di -rimpetto al seggio magistrale, sorge un ampio camino, la cui foggia -patriarcale rammenta il primitivo ufficio del luogo. Non è raro che -nell'inverno vi si veda al fuoco una pentola, ma è rarissimo vedervene -due. Per compiere la descrizione della scuola comunale di A... conviene -dire che le vetrate dei finestroni sono fatte di piccoli vetri genuini, -limpidissimi, quasi tutti intatti, e che solo ogni tanto, per non -dare agli studiosi una cattiva idea dell'amministrazione della cosa -pubblica, quel lusso è opportunamente temperato a spese del Comune, da -fogli di carta oleata che sostituiscono mano mano i vetri che vengono a -mancare. Il signor maestro ha fatto il calcolo aritmetico che, durando -la proporzione, occorrono ancora dieci anni perchè tutti i vetri -di vetro diventino vetri di carta, e siccome egli ha già passato la -settantina, si conforta e dice sospirando che non vedrà quel giorno. - -Il signor maestro si chiama propriamente Ciro Neri, ma non è chiamato -in paese altrimenti che _signor maestro_. Eccolo là, nella sua scranna -di cuoio, accanto al focolare, in cui scoppiettano alcuni tizzoni che -non vogliono ardere, colla fronte serena, cogli occhietti scintillanti, -coi pomelli delle gote arrossati dal calore — una bella testa -espressiva lieta della sua bella cornice di capelli bianchi. - -— Maestro, dice una voce di donna che viene dall'ombra, ti sei accorto? - -L'interrogato esce con un sussulto dalla sua beata fantasticheria, e -non sapendo che rispondere, si frega le mani. - -— Nessuno mi toglie dal capo, prosegue la voce, che essa ci nasconde -qualche affanno. Non pare anche a te? - -— Qualche affanno! E quale affanno, Teresa mia? - -— Teresa mia! L'ho da saper io! L'ho da saper io che non so nulla! Lo -domando a te, a te che leggi nei libri, che da quella pancaccia parli -come fa il curato dal pulpito. Via, dimmelo tu che cosa ha la nostra -Donnina. - -— La nostra creatura ha qualche cosa, ed io non me ne sono accorto! -esclama il povero vecchio sbigottito. - -— Se non te ne sei accorto, è perchè te ne vivi nelle nuvolo, coi tuoi -_a_, e coi tuoi _b_ e coi tuoi numeri. Tu pensi solo a quella frotta -di biricchini che ti mettono a soqquadro la casa; e lasci che la tua -vecchia compagna, finchè le rimane un occhio, lo consumi a vederci per -due. La non può durare. - -La donna che così parla a poco a poco è uscita dall'ombra, ed a queste -ultime parole si è rizzata in tutta la sua lunghezza, che non è gran -cosa, ed è venuta dinanzi al focolare. - -— E che vuoi ch'io faccia! osserva dolcemente maestro Ciro. - -— Nulla... nulla, balbetta la vecchierella sconcertata da tanta -arrendevolezza, non dico che tu debba occuparti della cucina e della -dispensa... sono cose che non danno molto da fare neppure a me... e tu -hai altro... hai di meglio, lo so, ti dico che lo so; ma mi stupisco -che non ti sia accorto che Donnina tutto ieri e tutt'oggi è più mesta -del solito. - -— Oggi non mi pare; mi è venuta incontro sorridendo, mi ha dato un -bacio; piuttosto, mi ci fai pensare, ieri non volle che io facessi -scuola ai piccoli, volle fare essa la mia parte e finì col dare _brevis -letio_. - -— E gli ho sentiti, quei piccoli rompicolli, a dir «grazie!...» ma non -diranno così i parenti, nè il sindaco... - -— L'ho pensato anch'io... noi siamo pagati per fare la scuola... - -— Siamo pagati! Bella paga davvero! Seicento lire ogni anno per -insegnare tutti i tuoi _a_ e b, e le aste, ed i numeri, e cento altre -cose ad un paio di dozzine di mariuoli... - -Il signor maestro non può udire gli epiteti che la degna consorte -regala ai suoi allievi senza sentirsi ferito nel vivo; la signora -Teresa se ne avvede, e leva gli occhi al cielo. - -— Che cuore ha questo sant'uomo! Per me già non gli amo niente affatto -quei... disgraziati che ti fan perdere il capo... - -— È il mio mestiere... - -— Mestiere! non posso sentirti a dire così. Si provino a trovarne un -altro che sappia quello che sai tu, ed insegni ai loro figli tutto ciò -che tu insegni; si provino se sono buoni! - -Maestro Ciro pensa modestamente che _essi_ ne troverebbero cento, ma si -accontenta di dire: - -— Io sono vecchio; vi è chi crede che un giovine farebbe meglio la -scuola. - -— E lo dica costui! Lo venga a dire a me! Un giovine! vuoi dire un -fanciullone; non sei forse giovine tu? Non hai quattro buoni anni meno -di me, e ti pare che sia tanto vecchia, io? - -Così dicendo l'impetuosa signora Teresa drizza tutto il suo sistema -osseo con un moto risoluto ed imprime ai muscoli delle braccia un -movimento ondulatorio che le dà una bizzarra energia. - -— Tu dicevi che Donnina... interrompe il marito. - -— Donnina ha qualche cosa per la testa; ci scommetto; ma appena torna -la piglio io in disparte e mi ha da confessare tutto; così non la può -durare... - -— Non è che da ieri, tu dici... - -— Ha già durato troppo... Mi deve sentire!... Eccola. - -Il signor maestro si frega le mani con nuovo ardore e sorride, o la -irascibile signora Teresa sparisce nell'ombra senza aggiunger verbo. - -Eccola! Al passo leggiero, al fruscio dell'abito, a quel misterioso -fascino che la precede, non si può ingannarsi; è dessa — l'angiolo -della casa. - -È una giovinetta di diciotto anni, alta di statura, con un visino -pallido e due grandi occhi profondi, serena la fronte, lo sguardo, il -sorriso, il portamento — serena, ma mesta. Da tutta la sua persona -spira qualche cosa di misteriosamente leggiadro; i lineamenti del -suo volto sono pur belli, più bella è l'anima che vi si riflette -limpidamente. Un'anima mite, ingenua, soave, pieghevole, ma non -debole nè timida — serena. La stessa mestizia non pare conturbarla; -approfondisce vieppiù il suo sguardo, cancella il suo sorriso, non le -oscura la fronte. Quand'era bambina ed abitava il paese di S... vi fu -chi le trovò una certa somiglianza con la madonna della parrocchia; -non ci volle altro perchè il vicinato, accertata la cosa, desse alla -fanciulla il nome di Madonnina; ma il curato lo seppe, parlò dal -pulpito contro i sacrilegi, ed ottenne che Madonnina fosse troncato in -Donnina. Siccome quest'ultimo battesimo aveva la tacita approvazione -della persona incaricata di rappresentare ad S... il paradiso, non ci -fu chi chiamasse altrimenti la fanciulla. - -Donnina del resto giustificava pienamente il nuovo nome. A soli sette -anni, quando ritornava dalla messa con molta serietà, o quando, rimasta -sola in casa a vigilare, non si arrendeva all'invito delle compagne che -la volevano a giocare nel prato, quanti la incontravano le dicevano: -«addio, Donnina», e ripetevano fra sè e sè: «la par proprio una -donnina!» - -Essa entra recando in mano un lume acceso che depone sopra la vecchia -cattedra: le ombre fuggono in rotta dinanzi a lei, le lavagne appese -alle pareti si accendono di un allegro riflesso, le reliquie di -panche zoppicanti par che danzino allegramente, come quando arriva -la scolaresca, il signor maestro si frega fervorosamente le mani -e si china vie più sul focolare, guardando sottecchi la sua ossea -compagna, la quale, ora che le vien tolta l'ombra dattorno, non sa come -contenersi. - -— Mamma Teresa, dice la giovinetta, andando direttamente a lei, il -letto è pronto. - -— Il letto è pronto! E chi ti ha detto di andare a prepararlo? Siamo -alle solite! Ti paiono fatiche da far tu? Non ci sono io in questa -casa? Non sono più buona da nulla io? - -Mamma Teresa nel dire queste parole di rimprovero si ingegna di non -guardare in viso la colpevole, ma tanto tanto non riesce ad afferrare -il tono giusto. E il signor maestro continua a fregarsi le mani ed a -chinarsi sul focolare. - -— Cascherai nel fuoco, dice la vecchia, rivolgendo la sua collera -formidabile al marito; o che hai tanto freddo tu!... - -Ma Donnina le si è accostata, le ha sorriso, ha posto il visino soave -così presso alle sue rughe, che non ci è più verso di tenere il broncio -— e la pace è fatta, con un bacio. - -— Oh! sospira allegramente il signor maestro rizzandosi sulla seggiola; -ma uno sguardo severo della sua compagna lo ricompone. - -— Volevo andare in collera; non è possibile; hai una certa maniera di -guardarmi, di sorridermi! Chi ti ha insegnato a guardare ed a sorridere -a questo modo? Ma non credere d'averla passata liscia... oggi è Natale, -ma domani mi sentirai. - -— E perchè non oggi? Che cosa ho fatto? - -— Hai fatto... nulla, hai fatto! Hai fatto che da ieri sei più mesta -del solito... Ecco, perchè vuoi che lo dica, l'ho detto... - -— Teresa, osserva con accento dolcissimo il signor Ciro, temendo che le -parole della moglie abbiano turbato la sua creatura, Teresa teme... - -— Non temo, sono sicura. Ma già la signorina dirà che non è vero, e lo -dirà con una maniera così schietta, che me lo farà credere... - -— Ebbene, sì, risponde Donnina dopo di aver meditato un momento, ieri -ed oggi ho avuto ragione di essere più mesta, ma credevo di non essermi -fatta scorgere. - -Il signor maestro non si frega più le mani, non si piega sul focolare, -ma si drizza sulla seggiola di cuoio, la spinge dietro di sè con -una mano e muove un passo verso la giovinetta senza più badare alla -consorte, la quale, più lesta, ha preso le mani di Donnina nelle sue, -se l'è tirata vicino e l'interroga con uno sguardo che non ha proprio -nulla di severo. - -— Una fantasia, sapete, una sciocchezza, dice Donnina cercando di -sorridere, mi è parso di vedere una persona che non ho più vista da -molti anni... - -— In sogno? - -— No, ero desta, l'altro ieri notte, qui in questo stesso luogo. - -— Qualcuno è entrato in casa? chiese trepidando la vecchia. - -— No, ma un volto si è affacciato ai vetri, là nella finestra di -mezzo... un momento solo... ho gettato un grido ed è sparito. - -— Ed era? - -— Non so chi fosse, ma aveva una somiglianza singolare con Ognissanti; -vi ricordate di Ognissanti? - -— Io me ne ricordo, dice il vecchio, era il mio miglior scolaro della -scuola di S... un po' bisbetico, un po' caparbio... - -— Ma molto buono, osservò Donnina, a saperlo pigliare pel suo verso. - -— Per te che sapresti pigliare pel suo verso anche lo spirito -maligno!... interrompe la vecchia; era un arnesaccio superbo e -fantastico quel tuo Ognissanti; me ne ricordo anch'io; partì cinque -anni sono... - -— Sei... - -— Saranno sei, già io non gli ho contati, partì sei anni sono da S... -col babbo e non se n'ebbero più novelle; suppongo che sarà finito male. -Ma come vuoi che egli sia venuto qua?... - -— Non lo so, non lo immagino. Ma mi è venuto in mente che fosse morto e -che il suo fantasma... - -— Sciocchezze! Hai tu visto mai che i morti del nostro cimitero si -piglino il gusto di andare a zonzo pel paese! E ti pare che dovrebbe -apparire a te un fantasma, e non piuttosto a me che sono, si può dire, -della loro famiglia... o almeno poco ci manca...? - -— Non dire questo, mamma. - -— Teresa! balbetta il signor maestro. - -— Eh! lo so che non sono cose da dire, ma se le penso, mi pare!... La -più vecchia di tutti... sono io! ed è naturale... - -— Teresa! ripetè il marito, cacciando una mano tremante nei capelli -bianchi. - -— Via, non se ne parli, ma nemmeno tu hai da star mesta per simili -cose. Ti pare, un fantasma! E qual fantasma! Il fantasma di un -birichino che rideva sempre, ma a cui non si potevano dire due parole -serie senza vederlo piangere. - -— Per troppo cuore... - -— No, per dispetto... - -A questo punto Donnina, che teneva gli occhi rivolti alla finestra, -mandò un piccolo grido. - -— Che è stato? - -— Là... in quella finestra. - -La signora Teresa non sta ad udire, altro, corre alla porta, leva la -stanghetta e guarda nella via... non vi è nessuno... Rientra, richiude -e dice a Donnina: - -— Sei proprio sicura che fosse il fantasma di Ognissanti quello che hai -visto? - -— Sicura, veramente no, anzi... ora non mi è sembrato più che gli -somigliasse tanto... - -— Di' che non gli somiglia niente, e che è fantasma come te e me; lo -so io chi è, è il nipote dell'oste della Salute qui rimpetto, quello -scioccherello che non sa distaccare gli occhi da te, quando vai a -messa... Ma è tardi, mi pare... - -— Sono le otto, dice il vecchio maestro, cavando dal taschino del -panciotto un'enorme scodella che gli fa ufficio d'orologio. - -— A quest'ora le altre notti russi saporitamente, risponde mamma Teresa. - -— Russo io!... non me ne sono mai accorto... - -— Lo credo... me ne accorgo ben io... - -— E tu svegliami. - -— Già, perchè poi tu mi venga ammalato! Credi che sia divenuta così -delicata, che non ti possa più udire a russare dopo quarantacinque anni -di matrimonio? - -— Quarantacinque anni! ripete il signor maestro; quarantacinque anni! - -— Già, quarantacinque anni! ripiglia a dire la vecchia, e per resistere -al sentimento di tenerezza che la vince a questa riflessione, si butta -al collo di Donnina. - -Il signor maestro si volta da una parte per asciugare una lagrima. - -— Sei pure il gran fanciullone! dice la vecchia.... il gran -fanciullone, dotto come non so chi, ma sempre un gran fanciullone! - -E in così dire si è fatto passare innanzi il marito e lo spinge -dolcemente su per le scale, proteggendolo come si fa ad un bambino. - -Donnina li precede facendo lume, e si volta indietro sorridendo. - - - - -IV. - -CIÒ CHE INTENDONO LE SIEPI. - - -Al di fuori il cielo si è fatto più scuro e l'aria più rigida; nel -fondo nero del firmamento le stelle splendono senza scintillio, e -paiono punti di fuoco che si sprofondino nell'infinito quanto più li -guardi. Alcune nuvole corrono pazzamente, si adunano, e proseguono la -loro corsa, ed il vento gelido ruba alle siepi ed ai gelsi larghe falde -di neve che sparpaglia in pioggia di brina. - -È un silenzio profondo; per l'unica strada di A... non si ode una -pedata umana; qua e colà, nel nero spazio, brilla un lume ad una -finestra; dalla porta socchiusa dell'osteria della Salute, insieme con -un filo di luce che traccia una linea d'argento sulla neve, esce ad ora -ad ora un confuso rumore di voci ebbre. Donnina ha aperto la finestra -della sua cameretta che mette nell'orticello contiguo, e spinge lo -sguardo sulla via maestra. La luce che le batte sul capo sfiorando le -sue guance, ne disegna nettamente i contorni. Invano il vento soffia -sul lume per cancellare la cara visione; la fiamma si agita, si piega, -resiste e sembra accarezzare coi mobili riflessi la leggiadra testina. - -Ma perchè il cuore di Donnina batte così forte? Perchè le è sembrato -di vedere un'ombra attraversare la via ed accostarsi alla siepe, e di -udire — ma non sa se sia inganno della fantasia o beffa del vento — una -voce, un soffio, che l'ha chiamata per nome: - -«Donnina!» - -Non risponde; non sa, nè l'oserebbe: qualcuno potrebbe udirla, bisogna -lasciare la finestra, e chiuderla, e piangere perchè la gioia non la -uccida. Ma la voce ripete un'altra volta il suo nome, e con un accento -di preghiera così intenso, che ella si sente come incatenata e non sa -staccarsi dal davanzale. Succede un istante di silenzio, un raggio di -sole che risveglia un mondo di atomi nel buio. - -Le passano in capo mille idee in un punto. - -«È lui? è lui? E perchè fuggirlo, perchè nascondermi? Egli ritorna! -Dunque mi ama! Che importa il tempo che è passato, se egli mi ama? Ma -perchè a quest'ora? E perchè tale mistero? Non lo so, ma egli me lo -dirà, perchè è ritornato, ed è ritornato perchè mi ama! E non l'amo io -forse? - -Ah! il cuore le batte così forte! - -Non pensa, non ragiona, non fantastica più. La serenità della sua -natura diventa una forza; può forse esitare un istante, e vedere -pericoli, e temere minacce, chi ha la sicurezza dell'innocenza e la -baldanza dell'amore? Si toglie alla finestra, apre l'usciolo della -cameretta che gira sui cardini senza far rumore, passa il pianerottolo -sulla punta dei piedi, porge orecchio per accertarsi che nessuno -possa udirla, e scende le scale all'oscuro... apre la porta che mette -all'orticello, e stringendosi lo scialletto intorno al collo, è d'un -balzo presso alla siepe. - -Udite come fremono flagellati dal vento i nudi virgulti. - -— Donnina! dice la nota voce, rotta dall'ansia, Donnina! Che tu sia -benedetta per questa immensa felicità che mi dai! Parlami, ho bisogno -di udire la tua voce, ho bisogno di sentirmi chiamare per nome come io -ti chiamo: Donnina mia! - -— Mio Ognissanti! risponde la fanciulla commossa, mio Ognissanti! - -Ma non sa dir altro. - -— La riconosco! questa è la musica che io sognava, la tua dolce voce -di fata. Non sapevo come fare per venirti innanzi e dirti: «Donnina, -guardami in volto, sono il tuo fidanzato.» Oh! qual dolere se tu non mi -avessi riconosciuto! - -Donnina non risponde; non le pare di aver nulla a dire che già non -dica la sua presenza in quel luogo. Ma il suo silenzio è più eloquente -d'ogni parola. - -— Ho avuto paura che tu diffidassi di me e del tempo passato, e che -potessi credermi mutato ed attribuirmi intenzioni perverse. - -— Il passato è come un sogno lungo, e il ridestarsi lo cancella; questo -momento compendia per me sei anni, Donnina tua è come l'hai lasciata. - -— E non hai paura di me? - -— Paura di te! E perchè dovrei aver paura di te? Ti ho aspettato e sei -giunto; il mio cuore batte forte, ma non ho paura. - -— Ah! non hai visto il mondo, tu! - -— E tu l'hai visto? - -— Ti parlerò di me un'altra volta; ora potremmo essere scoperti; avevo -bisogno di sapere che tu vuoi essere mia, che tu sei rimasta mia, che -non hai cessato un istante di pensare al nostro giuramento. Ripetimelo. - -— Non sarei qui se fosse altrimenti. - -— È vero, prosegue la voce affannosa. E avevo anche bisogno di dirti -che t'amo, che t'ho sempre amata, che lontano da te, te sola ho posto -in cima ai miei pensieri, e che in tutto il tempo passato non ho -sospirato ardentemente altro giorno che questo. Lo credi? - -Donnina non risponde. L'altro ripiglia a dire soffocando un gemito: - -— Te lo giuro su ciò che gli uomini hanno di più caro, sopra la -disgraziata che fu mia madre e ch'io non conobbi! - -Donnina manda un lieve grido. - -— Me lo credi ora? insiste Ognissanti. - -— Te lo credo. - -— Grazie! Ti dirò poi come non mi sia riuscito di rivederti prima -d'oggi, di ritrovare le tue traccie smarrite, di riannodare il -nostro amore reciso. Ti dirò come io ti abbia pianto perduta, non -di te dubitando, ma del destino; ti dirò quello che la mia anima ha -crudelmente sofferto fino ad oggi; ti dirò tutto; ora non interrogarmi, -è tardi, e se qualcuno mi vedesse qui, in quest'ora, non risparmierebbe -la tua innocenza. Io so come sono fatti gli uomini! - -— Tu non mi domandi di... mio padre, di mia madre... - -— Le ho viste con te alla messa, le buone creature!.... So che ti amano -e che tu le fai felici... - -— E tuo... padre? - -La voce del giovine non è ratta a rispondere; nè la siepe può soffocare -così un gemito, che non giunga all'orecchio di Donnina. La povera -fanciulla comprende. - -— Tu sei solo nel mondo? - -— Solo, risponde Ognissanti come a malincuore, solo fino ad oggi; ma in -avvenire non più, perchè ti ho ritrovata, e sarai mia. Ora addio... - -— Aspetta, dice Donnina obbedendo ad un impeto del cuore; non posso -lasciarti partire così! Saperti solo forse, ramingo, infelice, e -rimanermene qui, ignara del tuo destino... - -— Il mio destino è lieto, perchè è il tuo destino. Avrai mie notizie -presto, saprai tutto, ora non chiedere altro, ti fida... - -— Oh! sì, mi fido, non ti domanderò nulla, ma voglio vederti in viso, e -leggere negli occhi tuoi che non sei un infelice. Aspettami... - -E senza aggiungere parola, Donnina attraversa l'orticello, accende un -lume, entra nella scuola ed apre senza far rumore l'uscio di strada. - -Chi le dà quel coraggio? Non lo sa, non lo domanda neppure, ella compie -tutto ciò come chi si sente d'obbedire ud un dovere. - -Ognissanti ha appena avuto il tempo di scostarsi dalla siepe e ritrarsi -nell'ombra, ed ecco vede la porticina socchiusa ed un volto angelico -incorniciato nel vano. Il desiderio non è più ratto. — Ognissanti -è presso alla fanciulla. Ma tutta la baldanza che spirava dal suo -linguaggio è svanita; conviene che la mano di Donnina lo tragga come un -fanciullo dalla soglia che egli non sa determinarsi a varcare. - -La debole luce del lumicino rischiara un'epopea: il pallore di due -giovani volti, due sguardi che sfavillano, due mani che si stringono. - -Ognissanti non dice parola; un sorriso di Donnina, una stretta di mano -più tenace lo avvertono che sta per isvegliarsi, che la visione sta -per sparire — ed egli protende innanzi le braccia come per trattenerla -ancora un istante. - -— Addio, dice Donnina, addio; ora sono contenta. - -— Come sei bella! come sei bella! mormora il giovane, non sapendo -risolversi ad abbandonare la manina della fanciulla. - -— Se hai un segreto, aspetterò che tu me lo confidi, e se mi toccherà -aspettare molto... aspetterò... Addio. - -— Come sei bella! come sei bella! - -Quando la porta si richiude, ed il leggiadro fantasma svanisce, e ogni -luce si spegne alla finestra, Ognissanti fissa ancora l'occhio nel buio -e ripete: «come sei bella!» - -È un silenzio profondo; per l'unica strada di A.... non si ode una -pedata umana; solo dalla porta socchiusa dell'osteria della _Salute_ -esce ad ora ad ora un rumore di voci avvinazzate, e l'orologio della -chiesa batte nove ore. - -Cinque minuti dopo il giovinetto, ebbro della sua gioia, corre -all'impazzata lungo la via maestra. - -Le nere nuvole lo inseguono, il vento gelido lo involge, rubando alle -siepi ed ai gelsi larghe falde di neve che sparpaglia in pioggia di -brina sopra il suo capo... - - - - -V. - -IN CUI SI SPEGNE IL LUME E CI SI VEDE PIÙ CHIARO. - - -Donnina si fa leggiera come una piuma nel risalire le scale, e rivede -la propria cameretta che non le è mai parsa così piccina come ora. Come -farà a contenere la sua immensa felicità? - -Si guarda intorno; la finestra è ancora aperta, e fa un gran freddo; -bisogna chiuderla; si accosta, si appoggia senza avvedersene al -davanzale come poc'anzi, e spinge lo sguardo nel buio, poi chiude a -malincuore e si guarda un'altra volta intorno. Com'è piccina la sua -cameretta!... Ma perchè il lume si trova sul cassettone e non sul -tavolino di mezzo? Ella si ricorda benissimo di averlo lasciato sul -tavolino di mezzo! Si ricorda proprio benissimo?... Potrebbe averlo -posto sul cassettone prima di scendere le scale, anzi le pare.... -no.... l'ha lasciato sul tavolino di mezzo.... no.... l'ha posto sul -cassettone... Ha perduto la testa, la poverina! Bisogna andare a letto, -dormire, acquetare nel sonno quella ridda di fantasmi che le passa in -mente! Ma che leggiadri fantasmi! Che piacere nell'abbandonarsi tutta -alle memorie e risalire la facile corrente della vita! No, è tardi; -ecco, battono le nove; e a quest'ora di solito ella sogna.... Ma i cari -sogni che si fanno ad occhi aperti! - -Non ci è verso; finchè non chiude l'usciolo, finchè non si caccia nel -lettuccio, e non spegne il lume, non le riuscirà di serenarsi. - -Ecco fatto; il silenzio è profondo, la tenebra fitta — bisogna dormire. - -Per un momento tutte le belle fantasime si confondono, come ad un -soffio gli atomi dell'aria; è il caos, ma a poco a poco apparisce -un'immagine distinta, chiara e bella innanzi agli occhi, nè vale il -chiuderli ed il tenerli stretti, chè tanto tanto la vede. Bisogna -voltarsi sull'altro fianco; ma la bella immagine fa il giro del -lettuccio ed apparisce tal quale. - -È l'immagine d'Ognissanti, è il suo pallido volto, è il suo dolce -sorriso, la sua melanconica estasi, il suo sguardo innamorato. Come è -bello! - -Per un istante Donnina dimentica la lotta, guarda quel fantasma e cerca -di ricomporlo intero alla mente e di dargli la vita che gli manca; poi -si avvede, e si volta ancora sul lettuccio — bisogna dormire. - -È inutile; ora non c'è più un solo Ognissanti; ne vede due, uno -pazzerello e scherzoso che ha quindici anni, l'altro che ha il volto -serio, la parola melanconica, lo sguardo profondo. - -Il confronto le sfoglia innanzi il picciol libro delle sue memorie -che ella ha letto tante volte. Quel picciol libro è assai voluminoso; -perchè ogni parola ha cento significati; ci è un sasso su cui si è -seduta ad aspettar _lui_, un rigagnolo in cui, un giorno d'estate, -ella ha tuffato i piedi ridendo innanzi a _lui_, una svolta di via da -cui _egli_ soleva apparirle, e tutto un mondo di vecchi amici che la -chiamano per nome: «Donnina!» - -Che giova il dormire? Ora il cuore non le batte più così celere, può -pensare, può fissare lo sguardo su tante care fisionomie e riconoscerle -— ecco: quest'è il paese di S..., quest'è la casicciuola del maestro, -quest'è la scuola, ora giunge la scolaresca chiassosa; vedi il -campanile del villaggio, ed il praticello dietro la chiesa, in cui per -la prima volta udì ripetere da Ognissanti il giuramento di non vivere -se non per essa! - -Ed ecco l'ora melanconica di lasciarsi e l'ultimo addio... e poi più -nulla, fuorchè il ritorno, il fantasma visto attraverso i vetri, la -voce udita dietro la siepe, il volto sfavillante guardato innanzi al -lume! Come è bello Ognissanti! - -Le vengono in mente molte cose a cui non aveva pensato prima — il modo -di vestire di Ognissanti, la sua baldanza di fanciullo, il suo timido -mistero d'uomo. Ha un segreto, ma non bisogna pensarci; ritornerà, dirà -tutto, lo ha promesso! - -E chi sa come egli l'avrà trovata diversa da quello che era! - -Prima d'ora ella non aveva pensato mai a farsi una domanda — ora se la -fa: «sono bella?» Ognissanti, ha già risposto per lei. Ha detto che è -bella! - -E quanto è bello Ognissanti! - -A poco a poco le immagini si oscurano, si confondono — scende il sonno -lungamente aspettato, il sonno che non è se non una nuova maniera di -fantasticare. - -L'orologio della chiesa batte le due del mattino, per Donnina è corso -veloce il tempo. - -Quando l'alba si affaccia alla finestra della cameretta non trova la -fanciulla desta secondo l'usato — ed allora soltanto che il sole getta -attraverso i vetri la sua festa di raggi, essa si rizza sul lettuccio, -sbigottita della propria negligenza. - -Ai piedi del letto vi è una larga cuffia, candida come neve, che -incornicia un volto pieno di rughe e di amore, due occhi che guardano -maliziosi ed indulgenti, un corpo osseo e mingherlino che si curva -sopra di lei, e vi è in aria una mano tremante che minaccia con vezzo -bizzarro — vi è insomma la terribile mamma Teresa! - -Donnina si copre un istante la faccia colle mani, e guarda attraverso -le dita allargate. - -— L'ho fatta grossa! dice furbamente, l'ho fatta grossa! il sole è -alto, deve essere tardi... - -— Sono le nove, dice dal pianerottolo la voce del maestro Ciro; hai -dormito bene? - -— Taci tu, ribatte la vecchia voltandosi a minacciare col pugno la -porta chiusa; se ha dormito è segno che aveva sonno, mi pare! - -— Così pare anche a me, risponde maestro Ciro; temevo solo che non -istesse bene e volevo assicurarmi prima d'andare a far scuola. - -— Grazie, babbo, risponde Donnina, sto benissimo, non sono mai stata -così bene. - -— Vedi un po' se ti riesce di far che quei monelli tacciano! aggiunge -mamma Teresa. - -In fatti gli scolari radunati da basso pongono a profitto l'assenza del -maestro per lanciarsi reciprocamente delle pallottole sul naso, e ciò -con molto maggior rumore che non richieda questo esercizio clandestino. - -Si ode maestro Ciro che scende le scale, ed un istante dopo il silenzio -è profondo. Frattanto Donnina si è vestita in furia, si ha tirato -indietro i capelli, ha aperto la finestra perchè i raggi del sole -possano entrare liberamente, e tutto ciò evitando di guardare in viso -la terribile mamma Teresa, la quale continua a starsene immobile, collo -stesso sorriso furbesco, colla medesima malizia negli occhi. - -Donnina non sa dire perchè quello sguardo e quel riso le diano -soggezione più del consueto. - -Non ci è verso; dopo di aver assestato tutto ciò che è possibile -assestare voltando le spalle alla vecchia, bisogna pure che ella si -determini a guardarla in faccia. - -— Alla buon'ora, borbotta l'altra, alla buon'ora, credevo già che non -ti voltassi più. - -— Tu hai qualche cosa meco, dice la fanciulla uscendo all'improvviso in -lagrime senza saper perchè. - -Mamma Teresa è una creatura terribile, non vi è dubbio, ma ha il suo -debole, ed alle lagrime di Donnina non ha mai saputo resistere. Bisogna -vedere come lascia d'un balzo il suo atteggiamento da sfinge per farsi -presso alla figliuola, e scostarle le mani dal viso, e premersi contro -il petto la soave testina. - -— Che vuoi che abbia? Non ho nulla! - -— Mi hai fatto una paura... - -— Già, ti faccio paura, io! E ci è subito da piangere! Sicuro, la mamma -Teresa è una tristaccia che fa paura e fa piangere! - -— Non hai proprio nulla con me? - -— Non ho proprio nulla, cioè, sì, ho qualche cosa; ho che la signorina -non ha confidenza nella sua vecchia mamma, ho che... - -La vecchia mamma è arrestata un'altra volta dall'espressione attonita -del volto di Donnina... - -— Ma non starmi a piangere ancora, veh! Non ti si può dunque più -parlare, a te? Ma già nessuno me la ricaccia in gola, quando l'ho da -dire, la verità... tu non hai più confidenza in noi... - -— Che dici? - -Prima di rispondere, la vecchia piglia le sue precauzioni: accarezza -colle mani scarne il volto della fanciulla, col pretesto di cacciarle -sotto la reticella un ricciolino che sfugge, e la guarda bene in viso, -evidentemente per farle paura, poi dice: - -— So tutto! - -Pronunziata con un po' di mistero, questa frase ha un effetto -irresistibile, anche quando quegli a cui è diretta non sappia nulla. -Pensate come ne rimanesse sbigottita la povera fanciulla, la quale -correva col pensiero dietro al suo fantasma notturno. - -— E che cosa sai? chiese titubando. - -— So tutto, ti dico, so tutto; alla vecchia Teresa non la si dà ad -intendere così facilmente; ti dico che so tutto... voglio dire quello -che ho visto con questi occhi ed udito con queste orecchie, non ciò che -la signorina ha nel cuore... perchè io non ho l'abitudine di origliare -agli usci chiusi. - -Per Donnina fu un raggio di luce. Si ricordò benissimo che ella aveva -lasciato dietro di sè tutti gli usci aperti, ma non parve trovare la -cosa molto differente, e mostrò nel viso il proprio pensiero. - -— Dilla pur forte la parolaccia che pensi; ti ho spiato, certo ti ho -_spiato_; è la prima volta che l'insonnia mi serve a qualche cosa, -perchè almeno ho potuto esserle vicina, e proteggerla senza che la -signorina si avvedesse, mentre dava ascolto alle frasi di zucchero di -quei bellimbusto. - -Questa volta Donnina non sa più contenersi e si butta singhiozzando -nelle braccia della mamma. - -— L'hai fatta grossa! l'hai detto tu stessa, prosegue la vecchia -cercando di dissimulare il tremolio della voce commossa, l'hai fatta -grossa; ma almeno sei ancora in tempo a riparare, a dimenticare, ed -apprezzare per quello che valgono le scipitezze dei damerini della -città. - -— Ognissanti non è un damerino, non è un bellimbusto, dice Donnina, -sollevando il capo ed asciugando le lagrime per dare maggior valore -alla sua protesta. - -— Non è, non sarà... che ne so io del tuo Ognissanti? Ma i suoi panni -non m'ispirano fiducia; come fa egli, che non aveva la croce di un -quattrinello in tasca, ora che gli è morto il babbo, come dice... vedi -bene ch'io so tutto! come fa a vestire gli abiti smorfiosi della città? -Già tu non ti sarai nemmeno accorta, tu! - -— Al contrario mi sono accorta benissimo. - -— E dici? - -— E dico che non ne so nulla, ma che Ognissanti mi vuol bene, che -se è venuto a ripetermelo dopo sei anni, non può avere che buone -intenzioni... - -— Ti ha forse detto qualche cosa di ciò che fa, di ciò che pensa di -fare? - -— Nulla, ma mi ha detto che sarà mio. - -— E tu gli hai detto che sarai sua; vi ho sentiti! - -— E che male c'è? chiese Donnina; non poteva fare altrimenti; non era -io la sua fidanzata? - -— La sua fidanzata! esclama la vecchia tirandosi indietro d'un passo, -come per lasciar posto all'enormità del suo stupore. - -— Non lo sapevi? - -— No... cioè sì, ti dico che so tutto; ma questa poi non me -l'aspettavo, e da quando in qua? - -— Da sei anni. - -Mamma Teresa leva gli occhi al soffitto e congiunge le mani invocando -la misericordia del cielo. - -Poi si lascia cadere sopra una vecchia seggiola a braccioli; Donnina -accosta uno sgabello e si accoccola ai suoi piedi. Il sole sembra -raccogliere tutti i suoi raggi sul fantastico quadro. - -— Mi prometti di non andare in collera? chiede la giovinetta, lisciando -le mani nodose della vecchia. - -Poi, pigliando il silenzio per consenso, soggiunge: - -— E di lasciarmi dire fine alla fine? Sì?... Ebbene, ascoltami e ti -dirò tutto. - -La fanciulla appoggia un istante la fronte alle ginocchia della mamma -per scegliere il punto di partenza del suo racconto, e la signora -Teresa la guarda di nascosto con un'espressione di amorevolezza -indulgente, che è il massimo segreto della sua formidabile esistenza. - -In quel momento di silenzio profondo si ode dal basso la voce grave di -maestro Ciro che dice: - -«Lei, signor Pastori, quante sono le operazioni fondamentali -dell'aritmetica?...» - -Ed il signor Pastori che risponde in falsetto: - -«Le operazioni fondamentali dell'aritmetica sono...» - -Donnina solleva il capo sorridendo e domanda: - -— Incomincio?... - - - - -VI. - -IL ROMANZO DI DONNINA. - - -«Ti ricordi del campicello dietro la chiesa di S..., dove la domenica, -quando era piccina piccina, andavo a giocare colle compagne di scuola? -Te ne ricordi? Io lo vedo ancora il bel tappeto di trifoglio, sul -quale scorrazzavamo e facevamo cento pazzie. Non ci volevo andare, -ti ricordi? Ma tu mi ci mandavi e dicevi che bisognava giocare come -giocavano le _altre_ per non farsi voler male. Non è vero che mi dicevi -così? Ubbidivo, e ci andavo, ed è là che conobbi Ognissanti. Come vedi, -io non ci ho colpa. - -— Già, ce l'avrò io! interrompe la vecchia. - -«Lasciami dire, mi hai promesso di lasciarmi dire. Veramente io l'avevo -visto prima Ognissanti, perchè veniva tutti i giorni a scuola dal -babbo, ma fu là che lo conobbi e che diventammo amici. Egli volle che -diventassimo amici, avevo da dirgli di no? Ora ti conterò come avvenne. -Io era china sul praticello, perchè giocavamo a trovare il trifoglio -di quattro foglie. Tu sai che chi trova il trifoglio di quattro -foglie trova la fortuna... Veramente non potevo immaginare quale altra -fortuna mi potesse toccare; mi pareva di essere così felice colla mia -vesticciola nuova (poichè era domenica), così felice!... - -«Basta, per fare come le altre, cercavo il trifoglio della buona -fortuna. Ognissanti e due o tre fanciulli del vicinato, dopo averci -guardato un pezzo, si diedero a cercare anch'essi. Lo crederesti? il -trifoglio di quattro foglie fu trovato proprio vicino a me, e da chi? -da Ognissanti. Un momento ancora e l'avrei colto io. Ma nossignore, lo -aveva colto lui! Lo guardai in faccia, si mise a ridere e mi offrì il -trifoglio in cambio d'un bacio. La fortuna per un bacio? Tutte le mie -compagne si offrivano di baciarlo allo stesso prezzo. Ma Ognissanti -voleva contrattare con me sola. Quando lo baciai le mie compagne risero -forte, egli si fece rosso, ed io custodii il trifoglio. Il giorno dopo, -quando Ognissanti venne a scuola, volli nascondermi per non vederlo; -non so perchè, non avendo arrossito baciandolo, ora arrossivo d'averlo -baciato. Ma invece di abusare della mia debolezza, egli, vedendomi, -chinò gli occhi a terra. Pensai che non avesse studiato bene la -lezione, e perciò fosse mortificato. Ma alla sera domandai al babbo, e -seppi che Ognissanti la lezione l'aveva saputa e la sapeva sempre. Non -puoi credere come ciò mi facesse piacere. - -«Due giorni dopo ero ancora andata a giocare nel praticello. Ognissanti -ci venne pure, e ne fui contenta. Giocavamo a mosca cieca, si faceva -un chiasso, un chiasso... tu immagini che chiasso! M'infastidii e -sedei sull'erba. Ognissanti mi venne vicino, e mi disse: «Vuoi che -cerchiamo ancora il trifoglio?» e si curvò a terra. Ma io lo lasciai -fare. Non trovò nulla. Gli dissi: «La fortuna non si incontra due -volte, e chi l'ha avuta non l'ha più a cercare». «Facevo per darlo -a te», mi rispose. «Ma io non saprei che farmene». «E nemmen io». «E -allora perchè cercarlo?» «Perchè volevo un bacio». «E perchè volevi un -bacio?» «Perchè ti voglio bene». Nessuno ci aveva uditi. Gliene avrei -dati cento di baci, se non me li avesse chiesti con quell'aria; perchè -infine che cosa è un bacio? — ma siccome egli mostrava di dargli molto -valore, feci la preziosa e non l'ebbe proprio. Gli dissi che gli volevo -bene anch'io; allora mi offrì d'essere amici, accettai; mi raccomandò -di non dirlo alle mie compagne, e via di corsa. - -«Alla notte non potei levarmi dal capo le parole di Ognissanti: cercavo -di comprenderne il senso arcano che doveva farmisi noto più tardi, -e senza sapere perchè, era lieta e commossa dell'amicizia che avevo -promesso. Io sapeva, tu lo dicevi con tutti, che per la mia età ero una -donna fatta, che vi era nella mia testa tanto giudizio per il doppio -dei miei anni: ma a comprendere quello che io provavo non ci arrivavo -davvero. M'ero avvezzata a considerare Ognissanti come un fanciullo, -sebbene avesse quattro anni più di me, solo perchè era tardo a crescere -e se ne rimaneva piccino di statura; allora mi parve d'un tratto uomo, -e pigliai molto sul serio le sue parole, e le commentai in cento modi, -senza trovar mai il buono. Anche il suo volto, che non mi era mai -sembrato diverso da quello degli altri scolari della età sua, cominciò -a parermi simpatico. Del rimanente, siccome fino a quel giorno egli -aveva avuto un modo così rumoroso di ridere, che non era l'eguale in -tutto il paese, converrai anche tu che averlo visto melanconico ed aver -udito la sua voce mesta doveva darmi ragione di fantasticare. Anche il -saperlo studioso e sempre il primo della scuola mi aveva fatto stupore; -perchè io aveva immaginato il contrario vedendolo, fuor di scuola, -tanto allegro e scherzoso tanto. - -«A poco a poco divenne con me quello che era sempre stato con tutti: -piacevole e motteggiatore. Ci vedevamo molto spesso; prima e dopo la -scuola, nel praticello, per la via, sulla porta di casa, nei campi; -le occasioni non mancavano; facevamo mille castelli, cioè era lui -l'architetto, io non aveva che gridar: «bello!» Tutto il suo vanto era -di farmi ridere e ne trovava cento modi; a volte m'impuntavo a star -seria, ed allora ci cascavo più presto. Bastava mi dicesse: «Scommetti -che ti faccio ridere», ed io rispondevo: «Scommetto», o non rispondevo -nulla, ed egli diceva serio serio: «Ridi». Ed io rideva. Ne era così -lieto lui! Una volta sola lo vidi piangere, e fu in cimitero. Vi -eravamo andati sbadatamente, la vista delle croci mi fece scendere al -cuore una mestizia profonda! quando levai gli occhi, vidi Ognissanti -che piangeva. Oh! come mi commosse quella vista! «Che hai?» gli chiesi. -Mi rispose stringendo forte la mia mano nelle sue, e trascinandomi di -corsa. Quando fummo lontani, si volse a guardare il muricciuolo del -camposanto e disse: «Tutti hanno colà dei parenti, noi soli non ne -abbiamo, perchè non abbiamo parenti». «T'inganni, gli risposi, io ho -babbo e mamma, e il babbo ce l'hai anche tu». «Tu sei una disgraziata -come me e per questo ti voglio bene». Allora non mi disse altro, più -tardi seppi che intendeva parlare d'un'altra mamma e d'un altro babbo -di cui nè io nè lui avevamo avuto le carezze. Che dirgli? Che io non -ero infelice perchè amata ed accarezzata fin troppo. No, perchè avevo -paura, dicendogli questo, che non mi avesse più a voler bene. E poi -quel lampo di fierezza e quell'ora di mestizia furono presto scontati -con cento ore gioconde. Non se ne parlò altro.» - -A questo punto Donnina si arresta, leva gli occhi in volto a mamma -Teresa, e dice bonariamente: - -— Ti annoio? - -— Sì, mi annoia il sentirti tanto parlare di quel... disgraziato. - -La fanciulla non sa quanto è costato alla signora Teresa lo scegliere -un epiteto così benevolo, fra tanti che le sono venuti sulla punta -della lingua! - -— Mi spiccio, dice Donnina con un sorriso malizioso: «Ognissanti amava -molto molto Donnina, e Donnina amava molto Ognissanti.» - -— E la mamma non si accorgeva di nulla. - -— Non si accorgeva di nulla... - -— E il babbo meno della mamma... immagino. - -Non immagina giusto, a giudicare dal silenzio della fanciulla, durante -il quale maestro Ciro, come se si accorgesse che si tratta di lui, -alza la voce per discolparsi pitagoricamente: «Cinque per cinque, -venticinque; cinque per sei, trenta; cinque per sette...» - -— Gran buon uomo! mormora la vecchia tentennando il capo, e guardando -fisso il pavimento in direzione della scuola, eccolo lì, dinanzi alla -sua lavagna. E come me li tratta a bacchetta quei numeri! Che testa, -sia detto ora che non ci sente, che testa!... - -«L'affetto di Ognissanti, prosegue a dire Donnina senza accorgersi -dell'inopportunità dell'interruzione, l'affetto di Ognissanti mi era -divenuto necessario. Egli mi diceva sempre di voler studiare tanto da -divenire un giorno... non sapeva bene che cosa, ma _qualche cosa_ di -sicuro.» - -— Oh! sicuro! - -— Non te ne beffare; era un poveretto, e se voleva aprirsi una via nel -mondo ere per me sola. Domanda al babbo quante volte, nei giorni di -festa, mentre egli si sedeva sull'atrio della chiesuola, gli è toccato -di far scuola ad Ognissanti che veniva a fargli cento interrogazioni. E -domanda al babbo se era contento di avere un allievo come Ognissanti, a -cui poteva parlare di cose che gli altri scolari non comprendevano. - -— A me di tutto questo non si è mai detto nulla! - -— Se non ti si è detto, è perchè probabilmente ci avresti trovato mille -malanni. - -— E sa Dio se ce n'erano; quel povero vecchio affaticato tanto a -profitto di... - -— D'uno che, quando ci disse addio per andarsene non so dove, baciò -piangendo la mano del vecchio maestro, il quale piangeva anch'esso... - -— Non ci mancava altro, farmelo piangere... - -— Fu un triste giorno, prosegue a dire Donnina; ma a me non è mai -uscito di mente. Era venuto a dirci addio, e mi salutò sebbene -mi avesse detto di trovarmi verso il tramonto nel praticello del -trifoglio, per l'ultima volta. Mi volò un'ora con lui senza quasi -parlare; i due anni che avevamo passati amandoci ci avevano congiunti -come se ci fossimo sempre voluti bene; ne avevamo fatto di bei -castelli, di bei propositi! Destarci così, dopo tanti sogni, ci -pareva impossibile; non credevamo alla sorte; e pure era inesorabile: -il domani all'alba egli doveva partire per lontani paesi. Perchè? -Nessuno poteva dirlo, Ognissanti nemmeno; il vecchio babbo, le cui -faccende erano andate a male dal dì che aveva perduto la moglie e i -figli, si era messo in capo che la fortuna fosse fuor del paese e che -bisognasse andarle dietro, e non ci fu modo di trattenerlo. Così diceva -Ognissanti. E piangeva. Poi mi accarezzava i capelli, stringeva la -mia testa e mi domandava se sperassi nell'avvenire. Io sì, sperava; -non sapevo dire perchè, ma avevo più forza di lui, piangevo, ma non -disperavo. Mi fece giurare di volergli sempre bene, di pensare sempre -a lui, di serbarmi per lui; giurai; egli giurò altrettanto, e quando fu -l'ora di separarci io per la prima lo baciai in fronte stretto stretto; -tornai a casa col cuore gonfio. Al mattino uscii sperando in una -determinazione improvvisa, in un ostacolo impreveduto che avesse fatto -differire la partenza; il cuore mi batteva così forte, che ero quasi -sicura di non ingannarmi. M'ingannavo. Ognissanti aveva lasciato il -paese. Fu allora che io compresi tutto lo strazio della separazione. Fu -allora che, presami in disparte, tu mi chiedesti che cosa avessi, e ti -dissi che ero molto infelice, e piansi tanto tanto sulle tue ginocchia! -Il tempo ed il mio silenzio ti fecero più tardi credere che avessi -dimenticato, ma non era vero. - -— Mi hai ingannata. - -— Te lo meritavi, perchè ti avevo sentito dire col babbo che era una -fanciullaggine, e che mi sarebbe uscita subito dal capo. Il babbo no, -non mi diceva così... - -— Il babbo, il babbo, sempre questo tuo benedetto babbo! Non conto più -nulla io? Via? Hai finito ora? - -— Ho finito. - -Mamma Teresa non vuol parere, ma dentro di sè è scossa nelle sue -opinioni; le pare che quell'Ognissanti qualche cosa di buono ce -l'abbia, che questo ritorno dopo sei anni, significhi, se non amore, -almeno proposito onesto e virile. Le pare, ma non vuol dirlo, perchè -ci sono in aria tanti ma da porre in fuga il più agguerrito esercito di -belle speranze messo in armi da una testolina di diciotto anni. - -Che fa ora Ognissanti? di che vive? che spera per l'avvenire? che può -offrire alla fanciulla? Senza contare che il pensiero di separarsi da -Donnina sta in fondo a tutte le dolcezze per amareggiarle tutte venuto -il buon momento; ma a questo egoismo la vecchia è disposta a dare -temporanea sepoltura con un sospiro, certo che la morte ne scaverà una -più profonda non molto dopo, lo dice lei... - -Si alza, passeggia per la camera, borbotta. Donnina lascia fare; alla -fine, quando si accorge dell'espressione del viso della vecchia amica -d'aver vinto la propria causa e quella di Ognissanti, le balza al -collo, facendola barcollare tutta, la tira presso il canterano, apre un -cassetto, ne cava un involto, e dice sorridendo: - -— Vuoi vederlo? - -— Che ci hai là dentro? - -Donnina apre l'involto con religiosa cura, e mostra uno stelo a cui -sono appese poche fogliuzze disseccate. - -— Che roba è questa? - -— Non lo conosci?... È il trifoglio di quattro foglie! - -— Quello che deve recarti fortuna? - -— Quello che mi ha fatto voler bene ad Ognissanti. - -— Eh! via, finiscila col tuo Ognissanti. - -Ma il tono di voce non è più aspro, il gesto non è brusco, gli occhi -non sfavillano le terribili saette del vecchio arsenale di guerra... -Assolutamente la causa è vinta. - -«Signor Nosedi, dica lei: per qual fine Dio ci ha creati?» interroga la -voce di maestro Ciro. - -Il signor Nosedi tenta di rispondere colla sua voce di falsetto, ma -non è persuaso di quanto deve dire, o non ha compreso la dimanda, come -avviene a molti scolari quando non trovano subito la risposta... o più -verosimilmente non ha studiato la lezione. - -Oh! se invece di chiedere al signor Nosedi, si avesse domandato a -Donnina: «Per qual fine Dio ci ha creati?» - - - - -VII. - -ENTRANO IN ISCENA PERSONAGGI NUOVI E COSE NUOVE. - - -Idee picciolette, affetti mingherlini, volgari cure — i vostri -personaggi sono tutti pazzi ad un modo; chi fa festa come Donnina ad un -raggio di sole è molto vicino a volerlo seminare secondo il sistema del -professore Rigoli: parlateci d'altro. - -Domandiamo scusa al savio che c'interrompe. - -Intorno a quel tempo i savi della città erano tutti alle loro grandi -imprese; formicolavano per le vie molto affaccendati quando non avevano -ancora raggiunto il supremo intento della vita, o camminavano pettoruti -sfoggiando il lusso della loro vanagloria. I primi si sberrettavano -incontrando i secondi, ed i secondi concedevano qualche volta un cenno -di protezione e d'incoraggiamento ai primi. Un eccellente negozio da -ambo le parti, però che l'umile credesse di comperare il superbo ed il -superbo l'umile. - -Si usa ripetere volentieri essere il mondo passato per varie età; ci -furono età patriarcali, età religiose, età artistiche, età mercantili, -ed ora, si dice, è l'età bancaria. Ma dappoi che le banche hanno -svelato il loro organismo, ai più increduli è chiarito come non ci -fosse se non un'età, in ogni tempo, in ogni luogo — l'età bancaria -appunto. Eterna come l'uomo è la banca. Le passioni avevano la -loro borsa; gli affetti, i sentimenti, le opinioni e le opere si -presentavano allo sconto al tempo dei patriarchi come nel tempo degli -strozzini, allora ed oggi, domani e sempre. - -Milano conta molti pazzi, ma i savi sono in maggioranza, e di -questi ve n'ha che sarebbero terribili ragionatori sol che volessero -darsi la pena di ragionare. Costoro sanno benissimo il valore delle -derrate umane; ci è l'uomo che costa dieci e quello che costa cento. -L'adulazione ha la sua tariffa ed è pagata per parlare; la maldicenza e -l'invidia hanno la loro tariffa e si fanno pagare per tacere; la vanità -compra e l'egoismo vende. A Milano come altrove ci sono donne che fanno -pagare a mille il desiderio d'un solo e passano per cortigiane... e -son riverite. Allora è la vanità che vende e la lussuria che compra. -Al sole, alle stelle e alla luna i suoi di Milano non pensano mai, ed -hanno ragione; alla miseria che geme, al dolore che tace nemmeno, e non -hanno torto. - -Hanno una classe di gente pagata per guardare il sole e le stelle, ed -un'altra per nascondere la miseria ed il dolore a buon mercato. - -Hanno uomini, e li pagano (poco) per pensare, per scrivere la prosa od -il verso; uomini e donne per tenerli allegri e non lasciarli pensare, -e li pagano molto. Hanno servitori per tutto, per aprire lo sportello -delle loro carrozze, per augurar loro il buon giorno ogni mattina, per -ricevere un buon desinare, per far la giustizia e per non lasciarla -fare, per allestire la casa di città, la casa di campagna e la loro -porzione di paradiso. L'appetito lavora, l'ozio e la sazietà vanno -svogliamente al mercato — così a Milano, come altrove, ieri, oggi, -sempre, da per tutto dove sono pazzi e savi. - -Di codesti savi ve n'ha che non fanno se non tre cose: la digestione, -non potendo pagare chi la faccia per loro, la maldicenza per aiutare -la digestione... e nulla. Quest'ultima è la più difficile e la più -costosa; quante veglie, quante febbri, quante fatiche per riuscire! -E non tutti riescono; vi è sempre qualche inetto che abbandona la -partita. - -Intorno a quel tempo una comitiva delle teste meglio pettinate di -Milano soleva radunarsi nelle sale di un caffè molto riputato per -attendere alle sue occupazioni favorite. Colà, fra uno sbadiglio ed -una boccata di fumo, si dicevano le migliori arguzie della giornata -e si beveva l'assenzio sopraffino; si parlava di lettere, di arti, -di scienze, di donne, di avventure avvenute e di avventure avvenire; -chi non aveva nulla da raccontare e non era forte nell'invenzione, -ascoltava e rideva o negava l'autenticità delle narrazioni degli altri -— ma tutto ciò con un garbo squisito, con un'eleganza di maniere di -cui nulla può dare l'immagine, colla scioltezza del _buon genere_, e -coi polsini inamidati sporgenti quattro buone dita dalle maniche del -farsetto. - -E siccome ogni testa ha i suoi argomenti favoriti e gli idoli suoi, -anche le teste pettinate della nostra comitiva avevano idoli ed -argomenti favoriti. - -Erano quattro o cinque in tutto negli ultimi tempi: la bionda Fanny, -prima ballerina assoluta d'un teatro dell'opera, e la bruna Fanny, -cavalla inglese di proprietà del banchiere Redi; poi un capitolo -inedito tolto al romanzo di una bella donna apparsa da poco tempo nel -mondo colla fama di esser vedova e ricca, col nome di Serena e colle -sembianze di una pallida sirena (il bisticcio è degli adoratori); e -poi un paio di madrigaletti scritti dal signor Maurizio, un letterato -d'ingegno, il quale faceva parlare molto dei fatti suoi, dacchè avendo -avuto l'eredità d'uno zio supposto milionario, non aveva più scritto -nulla e si era dato alla vita del _buon genere_. - -Fanny, la bruna ed inglese, e la vedova sirena portavano ogni tanto il -discorso sul banchiere Redi, il quale possedeva la prima e mostrava un -vivo desiderio di possedere la seconda. - -Si diceva di costui che era ricco come un Creso e splendido come -un Cesare, che tutti i negozii gli andavano a meraviglia, che le -operazioni _a fine mese_ le imbroccava giuste lui solo: che quando -il banchiere Redi comprava, i venditori facevano bancarotta, e quando -vendeva, tristo il compratore! - -Chi era il banchiere Redi? - -Un bel giorno era apparso alla Borsa e vi si era segnalato con uno di -quei colpi di fortuna che fanno vantaggiosamente le veci dei voli del -genio; poco dopo il banchiere Redi aprì la banca Redi, rimasta un mito -prima di quel tempo. La banca Redi fece lo sconto delle cambiali con -tre firme, ricevette valori in deposito, aprì crediti in conto corrente -con garanzia, fece anticipazioni e prestiti sopra depositi — in una -parola tutto quanto fanno le altre banche per il bene dell'industria e -dell'umanità. Il suo credito era saldo come la sua cassa forte, la sua -fortuna era considerata alla Borsa siccome un valore effettivo, e molte -volte più. - -Chi era il banchiere Redi? - -Alla Borsa una potenza, fuori un'incognita. Al caffè si parlava meno -di lui che dei suoi cavalli e delle sue cene; chi aveva visto la sua -enorme bocca ridere stupidamente entro la cornice dei favoriti biondi, -od aveva scandagliato i suoi due occhioni attoniti che gli uscivano dal -capo, lucenti come due scudi di zecca, ma senza maggior espressione, -costui aveva, a dispetto dei quattrini e della fortuna, un lontano -sospetto ch'egli fosse uno scimunito; ma i più, partendo dalla massima -sacrosanta non poter essere scimunito chi abbia l'arte di ammucchiare -i napoleoni d'oro o di spenderli, asserivano che quella sua aria -inebetita era un sublime artifizio della natura, ed il riso fatuo e -lo sguardo bonario, la quintessenza della furberia e dell'accortezza. -«Il suo segreto, il segreto dei grandi della sua fatta, si diceva, -è appunto questo: che tutti si fidano, ed a tutti vien voglia di -gabbarlo, e tutti restano gabbati.» - -Una sola cosa non gli si perdonava nemmanco da chi divorava le sue -cene, ed era l'aver pensato a fissare i due lucernarii che portava in -fronte sopra il volto angelico della vedova ricca e bella, la quale -faceva girare il cervello perfino a quanti godevano riputazione di -non averne punto. Pensate un volto candido come l'alabastro, due occhi -profondi e neri, una capigliatura copiosa e bruna che scendeva a ricci -inanellati, con un vezzo infantile, ed una bocca tutta sorrisi, con -un picciol neo sull'orlo del labbro superiore. Pensate un collo fatto -al torno, un corpo modellato come quello d'una Venere, forse un po' -piccino, ma svelto, agile, pieno di eleganza e di fascino, due manucce -da fata, due piedini da adorare in ginocchio! Tutte queste leggiadre -cose, ed altre più leggiadre, gliele avevano dette cento volte i suoi -adoratori, i quali, per quanto s'ingegnassero di variare il frasario, -non vi riuscivano così che la furba non se ne avvedesse e non beffasse -colla miglior grazia di questo mondo i diplomatici della sua corte. - -Gli aveva ridotti a tale, i disgraziati, che i più abbandonavano -l'assedio per mancanza di munizioni da guerra. E dite voi quanto -dovesse parer burlesca la fiamma d'un banchiere Redi, con due occhioni -tondi, da spiritato, ed una bocca che si apriva come una voragine e -si chiudeva non lasciando sulla faccia carnosa altro che una lunga -cicatrice trasversale, con due favoriti di stoppa, e coi capelli -spartiti sulla nuca ed appiccicati dietro le orecchie e sulle ossa -parietali, come due larghi cerotti. - -Immaginate questa testa sopra due spalle tozze, sorrette da due gambe -esili, e le gambe terminate da due piedi enormi... e dite se la signora -Serena dovesse ridere di quell'ultimo trofeo delle proprie vittorie. - -Dapprima non si era voluto credere, ma bisognò poi arrendersi -all'evidenza: il banchiere Redi metteva in opera tutte le seduzioni -del suo sesso per arrivare al cuore della bella creatura dell'altro. -Non fu mai visto un banchiere caracollare con tanta grazia, nè un -uomo rotolare giù dalla cinquantina più a malincuore. I polsini -della sua camicia presero proporzioni inusate, il taglio dei suoi -abiti sfidò l'eleganza del figurino, ed i cerotti che portava in capo -divennero il ritrovo di tutte le essenze più irresistibili. La sua -vita divenne una continua cavalcata, e per farne il prossimo convinto -non si lasciò più cogliere fuori di casa senza gli speroni, e non si -permise più di gesticolare se non collo scudiscio. Alla Borsa quanti -si erano attaccati al carro della sua fortuna, veneravano anche questo -capriccio; quelli che erano stati rovesciati dalla sua corsa trionfale, -nella foga del maledirlo, non si avvedevano di nulla. Ma al caffè era -ben altro; le teste fine del luogo, gli occhi non ce li hanno solo -per portare l'occhialetto, e ci vedono chiaro, ed alla fregola del -banchiere avevano dato il nome che si conveniva... - -Ma un dì si seppe che la sirena vedova sembrava accogliere, senza -ridere, l'incenso del banchiere; fu argomento inesauribile. Il vecchio -quesito dell'origine del Creso divenne nuovo; il suo abito silenzioso -trovò interpreti benigni; il sorriso stupido commentatori più accorti, -i quali ci videro di repente una scintilla nascosta. «Perchè, si -diceva, come credere che una donna giovine, bella, ricca e piena di -spirito pigli sul serio il culto d'uno sciocco... se fosse proprio uno -sciocco?» - -«Non lo piglia sul serio» rispondeva uno. - -«Non è uno sciocco» ribatteva un altro. - -«Vedrete che se ne beffa» pronosticava un terzo. - -Tutte queste affermazioni e profezie si facevano in un caffè molto -riputato, da un paio di dozzine delle teste meglio pettinate di Milano. - - - - -VIII. - -LA CORTE DELLA SIRENA. - - -Fra tanti che ambiscono l'onore _d'essere presentati_ alla Venere della -giornata, io scelgo chi legge, sol ch'egli voglia darsi la pena di -seguirmi. - -La leggiadra vedova abita in uno dei quartieri più eleganti della -città, in una delle case meglio costrutte, al primo piano, un -quartierino di cinque o sei stanze in tutto, un vero paradiso -maomettano, dove si respira un'aria corretta e migliorata dai più -squisiti profumi e si vede una luce vaporosa e fantastica che sfuma i -contorni delle cose e dà alle persone una somiglianza di famiglia colle -visioni de' sogni. - -Il salotto è un prodigio del genere; colle pareti tappezzate di seta -azzurra e cogli stipiti dorati, in cui si riflette la luce di tutti i -colori che passa attraverso i trasparenti, colla vôlta in cui è una -processione di amorini di stucco che s'inseguono arrampicandosi a -ghirlande di fiori pure di stucco, ha l'aspetto d'un piccolo tempio -preparato a riti misteriosi. Un ricco tappeto pseudo-orientale -attutisce i passi del visitatore, e due enormi specchi, collocati -uno rimpetto all'altro, ne moltiplicano all'infinito le sembianze. -Tutto ciò si vede alla prima; quando vi siete seduti sopra i larghi -seggioloni di velluto azzurro con borchie e frange d'oro, vi apparisce -un mondo d'inezie a far nuova testimonianza del lusso, dell'eleganza e -del buon gusto. Nel vano delle finestre, da piccole cestelle di giunco -dorato, pendono i festoni verdi di certe crassulacee e dell'edera, -e sopra appositi tripodi gran vasi di porcellana miniata alimentano -splendidi caladii dei più vaghi colori. Sui tavolini è sparso un -infinito numero di ninnoli, album da ritratti che, aprendosi, vi -cantano una strofetta, vaschette di cristallo colle loro famiglie di -pesciolini rossi, lampade, paralumi, libri, la cui rilegatura paga -dieci volte il valore del contenuto. A tutto ciò gettano dalle pareti -uno sguardo sbadato quattro tele raffiguranti le virtù cardinali. Sono -quattro belle virtù, molto vezzose, molto espressive, molto tentatrici -e molto ignude, le quali sembrano aver spogliato insieme cogli abiti -ogni rigidità, ed essersi acconciate, per mortificazione, a rallegrare -il rito d'una suprema virtù amorosa, che è l'abitatrice del luogo. - -Non certo per dar tempo a chi aspetta di vedere tutto ciò, la leggiadra -vedova si fa sospirare, perocchè chi aspetta ha avuto tempo di ammirare -due volte tutti gli oggetti ammirabili e di farne l'inventario con -crescente stupore. Chi aspetta è uomo che di poco ha passato la -trentina, bello del volto, della persona e più degli abiti. Immaginate -la splendida uniforme di luogotenente del reggimento delle Guide, -già per sè stessa seducentissima, fatta più seducente e più elegante -dalla suprema disinvoltura di chi la indossa e dalla bizzarra armonia -dei colori delle pareti o dei mobili. Il giovane luogotenente si è -seduto sopra un seggiolone e si è lasciato andare sulla spalliera -senza complimenti, ha posto la sciabola fra le gambe ed è passato di -meraviglia in meraviglia guardandosi intorno; ma siccome il tempo se -ne va e nessuno viene, ed i suoi pensieri non bastano a quell'ozio, -ha preso un _album_ dal tavolino e ne ha sfogliato le pagine ad una ad -una, intanto che il docile filarmonico nascosto fa eseguire dalla sua -orchestrina una pastorale svizzera. Alle ultime note della pastorale -si apre finalmente una portiera, ed apparisce qualche cosa di vaporoso -somigliante meno ad una donna che ad una divinità evocata da quella -musica. Il bel guerriero si rizza in piedi, depone l'_album_, afferra -la sciabola con una mano; fa un saluto mezzo borghese mezzo militare -coll'altra, e muove un passo verso l'apparizione. - -— Cuginetta, mi hai fatto fare trentatre minuti e dodici secondi di -anticamera. - -Il tono di voce con cui l'amabile luogotenente pronuncia queste -parole, il sorriso di compiacenza che gli sta sul labbro, e l'atto -cavalleresco, ma compassato, dicono molte cose, e prima di tutto -ch'egli è stupito di quanto vede, e poi che alla sua volta si aspetta -legittimamente di cagionare alla bella un magnifico stupore. Ma la -bella lo guarda senza commuoversi, gli porge la mano esaminando nello -specchio la propria acconciatura, e dice con un'indolenza adorabile: - -— Sei venuto trentatre minuti e dodici secondi troppo presto. - -— Ecco un bizzarro complimento in bocca d'una bella cugina che non si -vede da un anno. - -— Non è un complimento; mi hai côlta allo specchio; il più che potessi -fare per te era di farti aspettare. Non è forse vero? - -E dicendo così, la vedovella che non ha cessato di guardarsi alla -sfuggita nello specchio, leva per la prima volta gli occhi in viso al -cugino e lo fissa come sfidandolo ingenuamente a dir di no. - -— Sì, certo, balbetta il cavaliere, sebbene veramente pensi tutt'altro. - -— Anzi, soggiunge la vedova, poichè tu sei il primo a farmi visita, -dimmi che ti pare della mia acconciatura... - -— È un miracolo di eleganza, risponde il luogotenente ridendo. - -— Di che ridi? - -— Dell'accoglienza che mi fai; immaginavo di averti preparato -un'improvvisata. - -— Sapevo dell'arrivo del tuo reggimento in Milano; ti aspettavo. - -— E se devo proprio dirti tutto, mi lusingavo di farti piacere... - -— E me ne fai, dice Serena porgendo la mano che l'altro stringe fra le -sue; ti pare che questa camelia mi stia bene? - -— Tu stai sempre meglio senza fiori in capo, lasciando cadere i ricci -come vogliono. Te l'ho sempre detto, ti ricordi?... - -— Può essere... è un'_alba ploena_... me le provvede il Ferrario. È -bella, non è vero?... - -— Bellissima. - -La vezzosa vedova si determina finalmente a sedersi, e lo fa con una -mollezza piena di fascino. - -Il luogotenente continua a lasciar vagare sotto i baffi biondi un -risolino che fra i compagni d'armi gli ha dato riputazione d'uomo -_superiore_, e guarda intento la cuginetta! - -È pur bella la cuginetta! - -Quella espressione languida del viso è corretta meravigliosamente -dal lampo degli occhi; non è una creatura svenevole, come ce ne sono -tante, è una bella indolente, un'annoiata del _gran genere_. Eccola che -porta una manina alla bocca, e trattiene uno sbadiglio! È impagabile -in quell'atto, un pittore ci perderebbe il capo... ma un luogotenente -delle guide! - -— Scusami, sai, dice Serena, non appena vede sparire il riso che -illuminava il volto del cavalleresco cugino; parlami di te, dove sei -stato tutto l'anno? - -— A Firenze. - -— E che c'è di bello a Firenze? - -— Il palazzo Pitti, il giardino Boboli, il Palazzo Vecchio, il -Lung'Arno... - -Ed il luogotenente allunga le gambe ed esce in una larga risata. - -— Che c'è di nuovo? chiede la cugina senza sgominarsi. - -— Sai che ti trovo molto mutata? - -— Davvero? - -— Davvero. - -— È passato un anno. - -— È passato; anch'io sono molto diverso da quel tempo... - -S'interrompe per essere interrotto... ma siccome Serena pare molto -attenta a districare i fili d'una larga frangia del suo abito che si -sono arruffati, gli tocca ripigliare, e dice con un po' di malumore: - -— L'acconciatura deve renderti molto feroce coi tuoi ammiratori... - -— Sei un ammiratore tu? - -— Sincero... - -— E dicevi? - -— Dicevo che è passato un anno e che sono molto mutato... - -— Davvero? - -— Non pare anche a te? - -— Mi sembri lo stesso; hai sempre i tuoi baffetti attorcigliati e la -tua bella uniforme azzurra; sei forse un po' più calvo, ma tutt'insieme -mi sembri lo stesso. - -— Al contrario tu ti sei fatta più bella... - -— Vuol dire che io ho imparato a farmi più bella. Se sapessi come è -difficile! ma devi saperne qualche cosa.... - -— Taci, profanatrice, interrompe il luogotenente con voce scherzosa; ti -paiono cose queste che una bella donnina debba dire ad un luogotenente -delle guide? - -— Oh! mio Dio! sì; dopo quello che è passato tra noi possiamo parlarci -chiaro, mi pare. - -Questa risposta finisce di gettare lo scompiglio nella logica del -luogotenente, il quale — bisogna sapere anche questo — era riuscito a -mettersi in capo che il contegno della cuginetta adorabile fosse una -parte studiata a memoria. - -— Il nostro passato, tu dici... Lo crederesti? ho avuto per un momento -il pensiero che, invece di farti piacere, fossi capitato in mal punto e -ti dolesse di rivedermi... - -— Perchè mi avrebbe a dolere? - -— È quello che dicevo io pure... perchè? - -— Ci siamo separati come buoni amici... - -— Come i migliori amici. - -— Tu mi lasciasti per una modistina, bella fanciulla bionda meritevole -della sua fortuna. - -— E tu per... - -— Ed io ti dissi che non me ne importava niente... - -— Tutto ciò è verissimo. Ed ora ti ritrovo in Milano, dove, appena -giunto, odo parlare di te come della più leggiadra vedova che aspiri -a passare a seconde nozze. Ti vedo per la via, ti riconosco, e mi -propongo di farti visita, ed eccomi. Tuo marito, dunque, è morto? - -— Sì. - -Questo monosillabo contrae le labbra della leggiadra creatura; la cosa -di un baleno, ed il sorriso riappare subito. - -— Ed ami? chiese il cugino dopo un momento di silenzio. - -— Sei molto indiscreto, risponde la bella; guardati intorno. - -— Hai un quartierino splendido e di molto buon gusto. - -— Di mio, non ci è che il buon gusto. - -— La qual cosa vuol dire che tu ami... - -— Molto. - -— Molto?... - -— O molti, è tutt'uno. - -Ella pronunzia queste parole coll'usata indolenza, senza commuoversi -e guardando in faccia il suo interlocutore, il quale, parendogli -finalmente di trovarsi a suo agio, si alza e va innanzi allo specchio. - -— Te ne vai già? dice allora Serena sollevandosi a mezzo e stendendo il -braccio a tirare il cordone d'un campanello. - -Ma il luogotenente protesta di non aver punto questa intenzione e con -un accento scherzoso scongiura la crudele cuginetta di non mandarlo -via. La crudele cuginetta risponde con uno sbadiglio che questa volta -si degna appena di nascondere. - -— Dunque, tu non sei ricca, cugina Serena? - -— Non più di te, cugino Ferdinando. - -— Pur troppo! perchè saresti ancora mia; ho solo il mio grado! - -— Ed io il mio. - -— Il mondo però ti crede ricca... - -Serena non risponde; ricaduta nella fatuità indolente, che sembra -formare il fondo della sua indole, segue con occhio sbadato le pieghe -della splendida veste di seta color d'arancio. - -— In fede mia! dice il luogotenente, non mi so più tenere dal dirti una -cosa che mi sta sulle labbra. - -— Dilla. - -— Tu sei magnificamente bella! - -— Ah! - -— Non ti ho mai vista così bella! E do ragione al mondo che impazzisce -per te. - -Serena è in piedi d'un balzo, trasfigurata in volto, e si fa presso al -guerriero galante. - -— C'è della gente che impazzisce per me, hai detto?... - -— Il mondo! - -— E che importa a me del tuo mondo di sciocchi? - -— Cuginetta, confessalo, tu sei in collera meco, hai un segreto -rancore, non mi sai perdonare... - -La vedovella non si degna di rispondere, e si lascia ricadere -mollemente sul seggiolone. - -— Tu ricevi?... chiede il luogotenente mutando tono di voce. - -— Il giovedì. - -— Non farai per me un'eccezione? - -— Vieni quando vuoi, ti riceverò se ne avrò voglia. - -— Questo almeno è parlar schietto. - -E pensa: - -— Non vuol mostrarlo, ma in fondo è ancora innamorata di me. - -In questo punto un servitore viene ad annunciare il banchiere Redi. - -— Passi — risponde la bella, e rizzandosi dice al cugino: — È il mio -banchiere. - -— Devo andarmene? chiede l'altro. - -— È meglio. - -Il luogotenente serra le ànche, piega il corpo con un atto che sta tra -la rigidità militare e la scioltezza del damerino, prende la manina -della bella vedova, poi si volta con un moto risoluto ed esce. - -Sulla porta s'incontra cogli occhioni da spiritato, coi favoriti -biondi, colla bocca madornale e coi cerotti lucenti che compongono -il viso del banchiere Redi; fa un saluto poco percettibile e se ne -va colla sciabola sotto il braccio, pensando che la cuginetta è molto -bella e che il banchiere della cuginetta è molto brutto. - - - - -IX. - -IL SECONDO CORTIGIANO. - - -Il banchiere Redi mette il capo alla portiera del salotto, e sta un -momento immobile sul limitare, intanto che l'incantatrice del luogo si -è lasciata andare sopra una seggiola ed accarezza fra le mani un riccio -dei propri capelli. - -— Se non disturbassi, dice alla fine il banchiere arrischiandosi a -mettere tutto il corpo nel tempio, se non disturbassi dovrei dire alla -signora Serena... - -Il sorriso grazioso con cui il banchiere accompagna le proprie parole, -spalanca la più larga bocca del regno d'Italia, e mette in mostra due -file di denti bianchissimi. - -— Dite, interrompe la signora Serena senza voltarsi. - -Il banchiere si fa innanzi, guardando con la coda dell'occhio la bella -indolente, trae dal portafogli alcune carte, e dopo averle osservate -attentamente, ne fa un piccolo fascio che depone sul tavolino. - -— Sono le scadenze che lei sa... sol che volesse guardare se tutto è in -regola... - -— Tutto è in regola, risponde fieramente la bella. - -— Mi lusingo anch'io... - -— Sono quindicimila lire, credo. - -— Diciasette. - -— Tutto è pagato? - -— Tutto. Se lei volesse degnarsi di sottoscrivere questa carta... - -La vedova rizza il capo e guarda in faccia il banchiere, i cui occhi, -attoniti, non sanno staccarsi dal viso leggiadro. - -— Una nuova obbligazione, una nuova ipocrisia. Quanto vi debbo a -quest'ora? - -— Una bazzecola. - -— Che non potrò pagarvi mai. - -— La signora scherza... - -— Non ischerzo e lo sapete meglio di me; vi ringrazio della -delicatezza, ma è inutile. - -— Lei sa... - -— Io so quel che mi volete dire; ci penso. - -— I miei voti... - -— Portate via quelle carte, non ho testa a badare a nulla... Lasciatemi. - -— E devo sperare? - -— Ritornate fra otto giorni. - -— È l'ultima dilazione?... - -— Non lo so. - -— La signora mi permette che le baci la mano? - -La vedova risponde stringendosi nelle spalle, e volta la faccia da un -altro lato; in un attimo il banchiere ha preso la morbida manina e se -la porta avidamente alla bocca. No, signori, non si è mai vista una -manina più appetitosa ed una bocca meglio capace di farne un boccone -solo. - -Poi il Creso galante esce a ritroso, continuando a saettare con uno -sguardo assassino la donna insensibile e leggiadra. - -Rimasta sola, la vaga creatura si leva in piedi repentinamente -coll'atto di chi voglia divincolarsi dalle strette della noia e si -invola nella stanza da letto, un vero tabernacolo color di rosa. Una -bella donna che corre tanto ratta allo specchio e si siede innanzi al -segreto complice dei propri trionfi con tanta impazienza, deve avere -una gran paura che le caschi una treccia o se le sia scomposto un -riccio. La signora Serena ha preso un foglio di carta aperto, ma non ne -dubitate, non ne fa un cartoccio, non si guarda nemmeno nello specchio -e legge colla curiosità d'un'annoiata: - - «_Signora_, - - »Per la quarta volta mi presento alla porta di vostra casa, e mi - si risponde che non ricevete. Che v'ho fatto io? Sono sceso dentro - di me ed ho interrogato il mio cuore — non so d'aver meritato - la vostra collera. Solo se l'amarvi vi offende, avete diritto di - castigarmi così, perchè io vi ho offesa molto. - - »Lasciate che lontano da voi io ponga su questa carta ciò che - innanzi al vostro sguardo affascinante si rannicchia paurosamente - nel cuore — io vi amo; sorridete pure, non può il vostro glaciale - sorriso fare che io non vi ami... È un sentimento più forte della - mia volontà, più forte del mio stesso orgoglio che io depongo - ai vostri piedi. Altri avrà per voi più lusinghevoli omaggi, ma - nessuno potrà dirvi parola più sincera di questa: vi amo. Avvezza a - vedere, nell'ammirazione di quanti vi circondano, lo specchio della - vostra suprema bellezza, vi farà meraviglia che io non vi abbia - detto mai che siete bella. A me non importa della vostra bellezza; - v'hanno forse nel mondo altre creature più belle di voi a cui non - darei il mio cuore. A voi l'ho dato. Non so perchè, non so quando, - nè come incominciai ad amarvi, so che mi trovai incatenato senza - avvedermi. Volli rompere il laccio, sdegnoso non di voi, ma della - mia debolezza, e sfibrai invano i miei muscoli; divenni debole - come un fanciullo per amarvi, ma non voglio rimanermi eternamente - fanciullo. Ho bisogno di amarvi altrimenti. - - »Non so se parlandovi questo linguaggio sincero mi esporrò alle - vostre beffe; so ch'esso merita altra fortuna. Nell'infinita turba - dei vostri adoratori non ne troverete un solo, il quale vi dica - tutto ciò che gli sta in cuore. Io lo dirò. Lasciate che venga a - voi e vi sveli un sogno che ho fatto. Quanto ho da dirvi merita - che mi ascoltiate; accordatemi un quarto d'ora, non lo spenderò - a ripetervi il vacuo frasario che dovete sapere a memoria. A me - abbisogna la suprema felicità o l'abbandono; deciderete voi la mia - sorte; qualunque essa sia, mi sarà cara se mi toglierà dal viso la - maschera volgare d'un insipido adoratore. Attribuite l'arditezza di - questo linguaggio all'amore, e la sincerità alla mia stima grande - quanto l'amore. - - »MAURIZIO.» - -La signora Serena si lascia cadere la lettera di mano e segue -sbadatamente un raggio di sole che è penetrato attraverso le tendine -calate, ad illuminare un mondo di atomi color di rosa. All'improvviso -si alza in piedi e sorride. Io non vorrei che il signor Maurizio -vedesse il sorriso di trionfo di cui s'illumina quel volto; il -raggio di sole si vergogna al confronto e si nasconde, e la leggiadra -incantatrice va in giro per la camera a gran passi. Ma a poco a poco -quella foga si allenta, il bel viso si oscura, e le due candide manine -arrivano appena in tempo a soffocare un singhiozzo. - -Un vero singhiozzo? una bizzarria? un capriccio nuovo?... - -Quel raggio curioso di sole che si affaccia un'altra volta alla -finestra, è pratico del luogo, e deve saperlo. Ve' come rianima -allegramente la fantastica danza degli atomi color di rosa! - - - - -X. - -IL TERZO. - - -Il signor Maurizio! disse improvvisamente una voce dietro la portiera. - -Serena parve uscire da una lunga fantasticheria, sollevò il capo con un -moto risoluto, e rispose senza voltarsi: - -— Passi! - -Poi si guardò nello specchio, chiamò sul labbro il più bel sorriso, e -mosse incontro al nuovo visitatore. - -Costui è uomo che sta a cavallo della quarantina, alto della persona -e piuttosto esile, ma di forme proporzionata e di aspetto dignitoso. -Il volto pallido esce come da una cornice fuor della barba nera, che -gli scende lungo l'orecchio e si riunisce sotto il mento. Due rughe -trasversali gli solcano la fronte, e gli occhi nerissimi mandano -baleni nel cavo delle orbite profonde. Veste con massima eleganza e -semplicità, ed ha il portamento d'uomo che, avvezzo a vivere fra gli -uomini, sa di bastare a sè stesso. Nondimeno, mentr'egli se ne sta -immobile sul limitare, un lieve tremito nervoso scorre per tutto il -suo corpo irrigidito da uno sforzo di volontà, e quando il servitore -ritorna e lo invita con un cenno ad andare innanzi, egli è costretto -ad appoggiarsi al muro un brevissimo istante. Nel porre il piede nel -salotto due occhi ammalianti lo trattengono un'altra volta: è l'ultima -debolezza, ed egli s'inchina profondamente a nasconderla, poi muove -verso la vezzosa padrona di casa, la quale si è rizzata a mezzo sulla -poltroncina per porgergli la mano con adorabile languore. - -— Mi aspettavate? chiede Maurizio dopo aver stretto nelle sue mani quei -ditini di fata. - -— Veramente no, risponde la bella, invitando il visitatore a sedere con -un cenno. - -— Sono venuto in mal punto? - -— Mi annoiavo. - -— Ciò che ho da dirvi vi divertirà, forse... - -— Tanto meglio... - -E vedendo che il volto del signor Maurizio si fa scuro, soggiunge -sorridendo: - -— Scusate, io non so che cosa m'abbiate a dire. - -— Non lo indovinate? - -— No, davvero; se pure non volete ripetermi quanto mi avete scritto, -che mi amate... - -— E non vi diverte questo? - -— Mi annoia, perchè me lo dicono tutti. - -Serena pronuncia queste ultime parole senza ombra di fatuità nè di -collera, prolungando l'incantevole sorriso, agitando lievemente la mano -in cadenza; poi fissa i grandi occhi abbaglianti in volto al signor -Maurizio, il quale ne regge per poco la luce e si dà vinto. - -— Voi siete schietta, ripiglia a dire il visitatore dopo una lieve -titubanza; e ciò rende più facile il colloquio che vi ho chiesto. - -La bella vedova continua a guardare, a sorridere, a muovere la mano in -cadenza senza mostrare curiosità di sorta. L'altro prosegue: - -— Non vi dirò che vi amo, nè quanto vi ami; non mi credereste, ed alla -mia età non sta bene non essere creduti. - -— Alla vostra età! - -— Ho trentanove anni compiti. - -— Cioè quaranta non compiti... vi credevo più giovine. - -— Vi pare ch'io sia troppo vecchio? - -— Al contrario, che siete troppo giovine per gli anni che avete. - -— Gli anni però non si cancellano. - -— Qualche volta sì; io per esempio ne voglio avere ventidue soltanto e -me ne cancello parecchi. Vi pare che io abbia più di ventidue anni? - -Maurizio getta alla sua volta un lungo sguardo nella tenebra di -quell'incantevole enigma vivente. - -— Ho promesso d'esser breve, abbrevio, e vi scongiuro di rispondere -schiettamente ad una domanda, per quanto vi possa parere indiscreta. - -— Dite. - -— Amate voi qualcuno? - -Serena sta alquanto dubbiosa. - -— Aspettate.... mi pare di no.... anzi ne sono sicura; lo credereste? -non avevo mai fatta a me stessa la domanda che mi fate voi. - -— E stimate qualcuno? - -— Pochi. - -— Io sono nel numero? - -— Certo. - -— Quand'è così, dice Maurizio protendendo le mani congiunte, come per -darsi forza, io vi offro di divenire mia moglie. - -Oh! se egli avesse potuto cogliere il lampo che brillò nell'occhio di -Serena! Ma, com'ebbe pronunziata la dimanda, non si sentì la forza di -leggere subito la risposta nei volto della bella e chinò lo sguardo. - -— La vostra offerta mi onora, mi insuperbisce, dice Serena con gravità -insolita. - -— Accettate dunque?... - -— La stima che mi dimostrate, prosegue Serena misurando le parole, -merita la maggior schiettezza. Il mondo ha sul mio conto molte opinioni -bizzarre... - -— Che importa a me del mondo?... - -— Una fra le altre più bizzarra di tutte, quella cioè che io sia ricca. - -Serena si arresta per guardare in volto Maurizio, il quale non batte -palpebra. - -— Il mondo s'inganna, aggiunge la bella; io non sono ricca. - -— Lo sapevo, risponde l'altro, o almeno lo immaginavo; poichè voi -stessa me lo dite, tanto meglio; non mi si perdonerà certo la mia -felicità, ma almeno non si potrà dire che volli fare un buon negozio. - -— Siete fiero voi? - -— È la mia maggior ricchezza; me pure si crede molto ricco; sappiatelo, -mi rimane solo il tanto che basti ad una vita modesta; non avrete da -arrossire accettando, sono povero anche io. - -— Lo sapevo. - -— Lo sapevate?... e dite? - -— Tanto peggio. - -Serena sembra fare uno sforzo sopra sè stessa per mantenersi grave, ma -è inutile; il riso le sta sul labbro, gli occhi le sfavillano giocondi. -E ripete: - -— Tanto peggio. Io sono avvezzata male; ho provato a vivere -negli agi, nelle mollezze e mi ci trovo bene; mi piace avere un -bell'appartamento.... non badate a questo, è una bicocca se lo -confronto co' miei sogni... mi piacciono le veglie, i viaggi, le -villeggiature, i bagni; mi ci annoio qualche volta, ma vi ha noia -e noia; quella che voglio io è una bella noia; il mio desiderio più -ardente è di avere una magnifica pariglia ed una splendida carrozza con -due servitori; ma se anche dovessi rinunziare a questo bel fantasma, -non saprei distaccarmi dai miei abiti di seta e di velluto, dai miei -merletti, dai miei pizzi... e tutto ciò costa caro, orribilmente caro. - -La bella si arresta, getta uno sguardo fuggitivo a Maurizio, il quale -ha rialzato il capo con superbo disprezzo. - -— Che cosa potete darmi voi? continua Serena con crescente -disinvoltura. Il vostro cuore, il vostro affetto; ciò potrebbe bastare -ad un altro cuore, forse anche al mio, ma non basta alla mia fantasia, -alle mie abitudini, ai miei bisogni. Dovrei vivere una vita modesta, -accudire alle faccende domestiche, vestirmi sempre degli stessi abiti, -di falsi pizzi e di falsi gioielli, rinunziare al mondo, alle feste, -alle ville, ai palchetti in teatro, ai bagni, e tutto ciò a soli... -ventidue anni! Voi stesso comprenderete che non è possibile; siete -fiero e sta bene; io no, non sono fiera; non vorreste che il mondo vi -accusasse di aver fatto un buon negozio sposandomi; a me invece un buon -negozio è indispensabile, ed io del mondo non mi curo. E poi, il mondo -è galante con noi donne, e dirà ancora ch'io mi sono rovinata, che ho -fatto male i miei conti... - -Maurizio si è alzato in piedi senza dir parola; la leggiadra vedova -s'interrompe e gli porge la mano sorridendo. - -— Lo sapevo io che vi avrei posto in fuga; eccovi guarito, immagino. -Mi avete voluto sincera e vi ho svelato tutta me stessa. Me ne terrete -rancore? - -— Vi ringrazio, dice Maurizio, sfiorando appena la mano della bella. - -Ed esce senza più rivolgersi, con un amaro ghigno sulle labbra, col -cuore in tumulto. - -Serena continua a sorridere finchè il visitatore sia scomparso, poi si -getta sul divano e piange. - - - - -XI. - -LA SIGNORINA OLIMPIA FA GLI ONORI DI CASA. - - -Queste cose ed altre molte, tutte savie e sapienti ad un modo, -avvenivano nel mondo dei savi intorno alla vigilia del Natale. -Ritorniamo ai nostri pazzerelli. - -Il dottor Parenti che li cura ha forse bisogno egli stesso dei propri -rimedii, poichè a frugar bene nella sua testa ci si trovano alcune idee -fantastiche e bizzarre, le quali alla Borsa non hanno, fra i pubblici -valori, un valore certo e definito; ad ogni modo egli è creduto un -sottile ragionatore, dotato d'un'avvedutezza rara, e sempre intento ad -aguzzare lo sguardo per farlo passare attraverso i corpi più duri. È -opinione fra i suoi ammalati che nulla gli abbia mai saputo resistere -(il granito da un pezzo gli ha svelato il suo segreto); e quando fissa -gli occhietti scintillanti in faccia a qualcuno, state sicuri che gli -scompagina il cervello e gli sfibra il cuore — e il peggio è che non -pare, perchè sorride come la più buona pasta d'uomo che esista sulla -terra. - -Con un oculare di quella fatta — povero dottor Parenti! — ha dovuto -vederne di brutte cose! - -Al domani del Natale passato melanconicamente al focolare in compagnia -dell'amico Fulgenzio, egli si levò molto di buon umore, misurò tre o -quattro volte la stanza da letto e finì fregandosi le mani, rialzando -il capo, e piantandosi nel mezzo della camera. Allora terminò di -vestirsi in fretta, diè il bacio del buon giorno ad Olimpia, sorbì -prosaicamente la sua chicchera di caffè e latte, poi misurò di nuovo a -gran passi la sala da pranzo e finì un'altra volta fregandosi le mani, -rialzando il capo e piantandosi come un pilastro. - -Olimpia, che lo guardava aprendo tanto d'occhi, non ci capiva nulla e -se ne rimaneva anch'essa immobile come una statua della curiosità. - -— Ma che bella statua! pensò il babbo volgendo finalmente lo sguardo -alla sua creatura. - -Per carità paterna, avrebbe dovuto dirle qualche cosa, ma non le disse -nulla, e sedette accanto al fuoco. Trasse il taccuino, ne staccò un -foglietto e scrisse colla matita, poi chiamò un servo e gli ordinò di -recare lo scritto al signor Mario. - -— È ammalato il signor Mario? chiese Olimpia, che non aveva tolto un -istante gli occhi di dosso al padre. - -— E chi ti dice che sia ammalato? - -— Poichè gli mandi una ricetta. - -— E chi ti dice che sia una ricetta? - -— Fai sempre così a farle... - -Il dottor Parenti rise allegramente dell'equivoco, ma non disse altro. - -Pochi minuti dopo ritornò il servo ed avvertì che il signor Mario s'era -appena levato e che sarebbe venuto subito. - -Non andò molto che si udì il tintinnio del campanello alla porta -d'ingresso. - -Il dottor Parenti si rizzò come spinto da una molla e fece per uscire -dalla stanza. - -— Te ne vai? chiese Olimpia. - -— Vado e vengo; trattienilo un momento tu... - -— Ma io... - -— Vengo subito, ti dico... - -E senza ascoltar altro, il dottore sparve chiudendosi l'uscio dietro le -spalle, mentre la porta rimpetto si apriva lasciando il passo al signor -Mario. - -Il signor Mario è a rigore un bel giovinotto, ma ha una aria di Amleto -precoce che mette in dosso la melanconia; porta l'abito abbottonato fin -sotto al mento ed ha i lineamenti corrugati, come uomo che abbia fatto -scommessa di non ridere. - -Olimpia vorrebbe muovergli incontro, tanto più che il nuovo venuto, -vedendo sola la fanciulla, si è arrestato sulla soglia e sembra -disposto a non se ne staccare, se la signorina non gli viene in aiuto. -Ma come fare? È così difficile ricevere un giovinotto! - -— Signor Mario, dice la bella creatura, prendendo il proprio coraggio a -due mani, si accomodi; il babbo viene subito, subito... - -E intanto guarda colla coda dell'occhio verso l'uscio. - -Dio sia lodato! il signor Mario apre la bocca per parlare! - -— Buon giorno, signorina. - -Non dice altro e s'inoltra un passo. - -— Segga qui, dice Olimpia a cui pare di sentirsi in petto un cuore di -bronzo, vicino al fuoco; deve fare molto freddo, tutti i vetri erano -arabescati di ghiaccio stamane. - -— È vero, deve fare molto freddo. - -— Non se n'è accorto lei? - -— Non sono ancora uscito di casa. - -Qui ha luogo un intervallo di silenzio che entrambi spendono a guardare -molto curiosamente le vetrate. - -— È un pezzo che non la vediamo, dice Olimpia; non viene mai a -trovarci? Perchè non viene mai? - -— È vero; ma in questi pochi giorni di vacanze, ho dovuto studiar -molto... - -— Le farà male studiar tanto; lo dice il babbo che le farà male. - -Il signor Mario si determina ad abbozzare colle labbra qualche cosa che -rassomiglia lontanamente ad un sorriso. - -— Ieri l'abbiamo aspettato; credevamo che venisse a passar la sera con -noi, aggiunge Olimpia, tutta sbigottita di essere un'eroina. - -Il signor Mario risponde che fu trattenuto fuori dagli amici, gli duole -di essersi fatto aspettare inutilmente. - -— L'abbiamo aspettato un pezzo; il babbo diceva sempre: verrà, verrà. - -Non era vero, ma di che parlare con uno studente di medicina così -patologicamente taciturno? - -— Il dottor Parenti è troppo buono con me... - -— Le vuol bene... - -— Non lo merito... - -— Oh! sì sì che lo merita!... - -La fanciulla si è lasciata scappare queste parole con tanto candore che -ne arrossisce essa stessa. Il silenzio diviene un'altra volta profondo; -il signor Mario guarda i carboni accesi, confronta il pomello d'ottone -delle molle col pomello d'ottone della paletta e nota che fanno un -paio di pomelli d'ottone assolutamente simili, poi leva gli occhi al -soffitto, li figge sulle pareti, sul pavimento, da per tutto fuorchè -sul volto imporporato della fanciulla, la quale guarda i vetri, la -volta, il pavimento ed il focolare, tutto fuorchè la faccia scura del -signor Mario. Ed i canarini svolazzano per la gabbia, e spendono i loro -trilli senza riuscire a farsi intendere. - -Quella situazione diventa sempre più imbarazzante, perchè Olimpia -non trova assolutamente più nulla da dire, ed il signor Mario non -pare nemmeno si dia la pena di cercare. L'aiuto della Provvidenza è -indispensabile e deve giungere dall'uscio dello studio del dottore.... -Oh! perchè non giunge? - -Non si mormori contro la Provvidenza; ecco, l'usciolo si apre e ne esce -frettoloso l'ottimo babbo. - -Olimpia fa un lieve inchino e se ne svolazza via, lasciando il sorriso -del dottore alle prese col broncio del signor Mario. - - - - -XII. - -IN CUI IL DOTTOR PARENTI INCOMINCIA UNA CURA. - - -Il dottore entra in materia senza preamboli; prende nelle proprie le -mani del signor Mario e lo guarda fissamente in volto. - -— Mi devi promettere di essere schietto con me. - -Il signor Mario, non preparato al repentino scongiuro, non risponde -nulla; quel silenzio può significare cento cose, ma il dottor Parenti -non istà in forse e si attiene all'interpretazione che gli conviene -meglio. - -— Così va bene, dice egli; tu sai se ti sono amico e se di me ti -puoi fidare; quel che ho da dirti, da un pezzo mi sta in mente; se tu -sei uomo, la schiettezza non deve offenderti, ed io ti voglio parlar -schietto. - -Mario leva fieramente il capo e pronunzia una sola parola, ma con molta -fermezza: - -«Parli.» - -— Parlo, prosegue a dire il dottore, fregando le palme della mano -contro le ginocchia e dondolando lievemente il corpo; e dico che tu sei -un gran colpevole verso tutti coloro che ti vogliono bene, che la tua -tetraggine è un affanno per tuo padre e la tua taciturnità un'ingiuria -per me. Chi sono io? Non te lo ricordi più? Una volta il signorino -sapeva venire dal dottor Parenti; era il suo vocabolario medico, il -suo balocco, il suo passatempo. Ma sissignori che a poco a poco ella -mi si imbroncia, mi si rincupisce, mi fugge! È questo che ti hanno -insegnato all'Università? Non sei ancora medico, e già mi tratti corno -un tuo collega, odiandomi cordialmente. E Dio sa a quanti hai detto -che io sono un asino calzato e vestito, coll'intenzione di rubarmi la -clientela! - -Il dottor Parenti ha incominciato molto seriamente ed ha finito con un -accento così burlesco, che lo stesso Mario è costretto, a ridere. - -— Lei scherza! - -— Io scherzo, sicuro che scherzo, voglio scherzare fino... alla fine; -tu no, non ischerzi! In fede mia, la tua clientela è fatta fin d'ora; -hai in te stesso un ammalato che ha bisogno di tutta la tua dottrina, -se ne hai... se ne hai, perchè lo so io forse se ne hai? Ti sei tu -degnato più di interrogare il tuo antico maestro? Alle corte, ecco -quello che ti devo dire: se ti rimane ancora un briciolo di amicizia -per me, esigo che tu mi confidi tutto quanto hai nel cuore... - -— Non ho nulla io! - -— E se della mia amicizia non t'importa, allora serba i tuoi segreti -a chi ne sia più degno, e vattene, ma che almeno sappia con chi ho da -fare. - -Il giovane, a queste ultime parole, china il capo sul petto con uno -scoraggiamento profondo. - -Il dottor Parenti prosegue con dolcezza: - -— Via, dimmi tutto; una buona confessione può sanare molti mali, anche -quando è fatta ad un cattivo medico. E poi, chi sa che io non abbia -proprio il rimedio che ti abbisogna; il tuo _caso_ non è disperato.... -al contrario.... e ti prometto che se il rimedio dipende in qualche -modo da me, io non saprò negartelo. - -In queste parole, pronunziate con lentezza e quasi con finta -sbadataggine, è nascosta un'intenzione che al signor Mario sfugge -interamente, perchè non batte ciglio, nè muta positura. Il dottore sta -alquanto in forse, poi aggiunge: - -— Devo aiutarti a farmi questa confessione? Sì?... Ebbene, tu sei -innamorato! - -Il giovane leva il capo con un moto repentino che il dottore, per -generosità, finge di non vedere. - -— Tu sei innamorato e disperi, come fanno tutti gli innamorati, di -veder mai avverato il tuo bel sogno. Non è così?... - -«Come fanno tutti gli innamorati...» è evidentemente un pleonasmo, -perchè Mario dà una risposta che rovescia la regola generale. - -— Non è così, dic'egli, non potrebbe essere così, io non amerei mai -alcuna fanciulla senza esser certo di poterla far mia. - -— Al cuore non si comanda, giovinotto. - -— Il mio cuore mi ubbidisce, risponde semplicemente Mario. - -— E poi le difficoltà, i contrasti... - -— Non vi sono difficoltà per chi ama. - -— Benissimo, benissimo, benissimo, ripete il dottor Parenti, curvandosi -sempre più sul focolare e fregando con crescente fervore le palme delle -mani sulle ginocchia. Rimane adunque perfettamente stabilito che tu non -sei innamorato. - -Mario non risponde nulla; l'altro prosegue: - -— Ebbene, mi dispiace dirlo, ma quando è così il negozio diventa più -grave e ti fa maggior torto. Se non sei un innamorato, sei qualche cosa -di peggio, un cattivo amico... - -— Dica tutto il suo pensiero, un cattivo figlio. - -— Ebbene sì, un cattivo figlio! Io non so per quali pretesti il tuo -cuore, che è buono, si mantenga in questa selvatichezza che fa tanto -male a tutti; so che vi è un vecchio, il quale sperava di avere un -figlio in te, e che tu fai di tutto per parere a lei un estraneo; -so che quel vecchio soffre, e che tu soffri, e so che, invece di -confortare la sua vecchiaia e te stesso, tu gli sei cagione di dolore e -di affanno. - -Il volto del dottore è serio come nei momenti solenni, e la sua parola -amorevole ha una gravità insolita; il giovine sembra fare un gran -sforzo per mantenersi indifferente, ma l'occhio indagatore del medico -gli si appunta in viso e non lo lascia un istante, finchè, incapace di -dissimulare più oltre, Mario dà in un singhiozzo soffocato. - -Il dottor Parenti balza in piedi, prende la testa del giovane fra le -mani e se la tira sul petto come avrebbe fatto ad un fanciullo viziato. -Non dice nulla. - -Mario si toglie a poco a poco a quel laccio amorevole, e leva gli occhi -in alto per mostrare che non piange più. - -— Preferirei che tu piangessi, dice il dottore comprendendo il -significato di quello sguardo, che ti spogliassi del tuo orgoglio -insensato. - -— E che mi rimarrebbe allora? chiede fieramente il giovine. - -— La tua famiglia, un padre. - -— Io non ho padre, prorompe Mario con voce sorda. Dica pure che io -sono un ingrato, l'ingratitudine è la mia sola virtù. Mi hanno dato una -casa, un nome, una professione; cose ottime che io non chiedeva, e che -accettai con giubilo; ma si vorrebbe che io scontassi tutto ciò a caro -prezzo; che portassi scritto sulla fronte il benefizio ricevuto e lo -pagassi coll'umiliazione e colla vergogna. È troppo caro; se non posso -estinguere il mio debito, voglio almeno mostrare che la mia anima non -si vende — sono un miserabile, lo so, ma non sono un vigliacco; meglio -ingrato che codardo. - -Mario ha parlato con impeto ed ammutolisce a un tratto; il dottore -osserva con voce commossa: - -— Il cuore di tuo padre è buono. - -— Chi lo sa? - -— E non vuole che un po' d'affetto... - -— Me n'ha egli dato dell'affetto? Quando io me gli mostrai amorevole, -credette egli forse che la riconoscenza avesse in me preso gli aspetti -dell'amor filiale? Lo credette egli mai? E quando io, coll'anima piena -di affettuosa gratitudine, provando il bisogno d'essere stimato e di -trovare un po' di quell'affetto che nissuno più doveva darmi in terra, -feci di tutto per giungere al suo cuore, credette egli forse alla mia -sincerità? Io era fanciullo, ma gli leggevo dentro meglio che egli non -leggesse in me perchè avevo la doppia vista della sventura. E vidi, -lo sa lei che vidi? Vidi che egli mi teneva per un egoista e per un -dappoco. Fu buono, arrendevole, non mi lasciò mancare nulla, tranne -la sola cosa che io spiava inutilmente nei suoi occhi: un pensiero di -stima sincera, un sentimento di vero affetto. Si era imposto il dovere -di far di me suo figlio, ma non fu mai, un solo istante, mio padre. - -E poichè il dottor Parenti fa atto d'interromperlo, tace, ma continua -a tentennare il capo come per respingere, innanzi di udirli, tutti gli -argomenti che gli si possono opporre. - -Ma il dottore non ha argomenti veri da opporre a quel grido partito dal -cuore; e se interrompe il dire affannoso del giovine, lo fa da medico -accorto, perchè egli non si sfibri nell'impeto e gli rimanga forza di -proseguire più pacato. - -— Vi fu certo un equivoco, gli dice; tuo padre è mio amico, e lo -conosco come ti conosco, e più, perchè mi si è dato a conoscere più -presto. Egli ti vuol bene. - -— Non lo creda, ribatte Mario amaramente; l'amore non passa se non dove -prima è passata la fede, ed il cuore di quell'uomo non crede in nulla. -Ho poco studiato nei libri; ho molto studiato nel cuore di... mio -padre; appena mi avvidi del suo contegno con me, volli darmene ragione, -e come gli ebbi letto dentro ciò che doveva fare d'un figlio affettuoso -un indifferente, non passò giorno senza che io meditassi il mio nuovo -supplizio; ogni sua parola, ogni sua opinione divennero oggetto di una -tormentosa e puntigliosa analisi, che mi lasciava sempre più ebbro di -dolore e di orgoglio; ma il mio dolore era la mia debolezza; il mio -orgoglio, la mia forza; divenni ingrato. - -— Mario, dice il dottor Parenti pigliando la mano del giovine, tu hai -cuore e ne ha egli pure; voi dovrete amarvi. - -— Oh! ch'egli non sappia mai, prosegue Mario senza mostrare di aver -inteso quelle parole; oh! ch'egli non sappia mai, se è vero che ha -cuore, con quale occhio d'invidia io ho guardato i miei fratelli che -camminano per le vie come un gregge, che portano un camiciotto grigio -ed hanno una sola famiglia, l'ospizio! Coloro almeno sono in diritto di -non arrossire della loro sventura; a me quel diritto non rimane più; mi -fu pagato con un nome, con un'educazione; agli altri resta il potere di -serbarsi liberi, onesti e forti; a me non è concesso se non di parere -un docile parassita od uno schiavo ribelle. Per chi ha anima d'uomo in -petto, la massima infelicità non è il non aver padre, nè nome; ma è il -portare un nome imprestato, è l'avere un padre che non è padre. - -La voce di Mario è passata per tutte le gradazioni della commozione e -finisce in un rantolo. - -— Il tuo orgoglio è generoso, dice il dottore tanto per rompere -l'affanno del silenzio; io lo stimo quello che vale, e vale molto; -ma tu gli dai certo maggior prezzo che non abbia. Se tu avessi preso -ad amare l'uomo che ti ha dato il suo nome e la sua casa, non avresti -patito tante torture. Questo di buono ha l'affetto, che basta al cuore -e ne caccia o vi soffoca le altre passioni... - -— S'inganna, interrompe il giovane coll'accento di una convinzione -profonda; s'inganna; l'affetto è una malattia del cuore che ne rende -più sensibili e più delicate le fibre; corrisposto, è un balsamo; non -corrisposto, è un veleno; e se non si può cessare di amare, si odia. - -— Tu non hai cessato d'amarlo, dunque? - -Mario non risponde, e si alza in piedi con un moto risoluto. - -— Ho già detto troppo, ho già troppo sofferto. Lasci che me ne vada e -grazie, grazie della sua amicizia. - -Il dottore si alza anch'egli, e pone le sue mani sugli omeri del -giovine. - -— Il tuo male è grave, gli dice, ma spero di guarirti, poichè il cuore -è sano. - -Mario scuote il capo melanconicamente e si allontana senza aggiungere -parola. E il dottore, rimasto solo, si afferra il mento colla mano -manca, il gomito manco colla mano destra, e rimane in quell'atto, -immobile, senza avvedersi che Olimpia, l'angelo biondo della sua casa, -fa il broncio in un canto. - -— Tu qui! dice finalmente togliendosi alla meditazione. E come hai -fatto a venire senza ch'io ti abbia udita? - -— E come hai fatto tu a non udirmi? - -— È vero; ma che hai? - -— Ho che so tutto.... - -— Tutto? - -— Tutto!... - -— Avresti per caso origliato all'uscio? - -— Non ne sono capace!... Ma so tutto... - -— Tutto? - -— Tutto... - -— Fammene sapere qualche cosa anche a me. - -— Io so perchè hai fatto venire il signor Mario, e so perchè sei andato -nel tuo studiolo e mi hai lasciata sola con lui. - -— Proprio! dice il dottor Parenti spalancando tanto d'occhi, e pensa -fra sè e sè: «mia figlia è mia figlia!» - -— Tu hai creduto ch'io volessi bene al signor Mario! - -— Che! esclama il padre; ed ho sbagliato, non è vero? - -— Sicuro, io non gli voglio bene niente, proprio niente... Che ne -importa a me del signor Mario? - -— È quel che dicevo anch'io; Olimpia ha quindici anni, e vuol bene -soltanto alla sua bambola! Che deve importare ad Olimpia del signor -Mario? - -— Nossignore, tu non dicevi questo, perchè tu non lo sapevi. - -— Ed ora che lo so, ti dico che la tua avvedutezza ti ha ingannata, e -che ho fatto venire il signor Mario per altro... - -— Anche per altro, questo lo so. - -— E come lo sai? - -— Lo immagino; avete parlato un pezzo. - -— Ci ascoltavi? - -— Propriamente no; stavo zitta per veder d'udire senza ascoltare. Ma -dall'altra stanza non si sente nulla, ci sono due usci; se fossi stata -nello studiolo, forse... - -Il dottor Parenti si affretta a soggiungere: - -— Ebbene, poichè la signorina è curiosa, vuol sapere che cosa il suo -babbo aveva sospettato? Che ella non volesse niente affatto bene al -signor Mario, ma che il signor Mario ne volesse a lei. - -— E non è vero niente! - -— E non è vero niente... - -— Bastava che l'avessi chiesto a me, ti avrei subito detto che il -signor Mario non mi vuol bene. - -— E tu lo sapevi, tu? - -— Oh! sì, sì che lo sapevo! - -La piccola Olimpia ha una gran voglia di piangere, e corre nella sua -stanza a versare nel seno della bambola la piena dell'immenso dolore. - - - - -XIII. - -ANCORA DELLA CURA INCOMINCIATA. - - -Il dottor Parenti, dopo aver accompagnato cogli occhi la propria -creatura, esce dalla stanza tentennando il capo, scende le scale, muove -difilato verso il gabinetto del direttore e viene innanzi all'amico -Fulgenzio, col viso, contro il costume, oscurato dal pensiero. - -Fulgenzio, sebbene intento ad esaminare documenti che si riferiscono a -qualche nuovo membro della sua numerosa famiglia, è colpito alla prima -dalla singolarità del caso che si legge sulla faccia del suo giovine -amico, e si rivolge a lui colla premura impaziente di chi si aspetta -una disgrazia. - -— Buone nuove! dice il dottore per tranquillarlo. - -— Buone nuove? ripete l'altro sbigottito, e me le rechi con quella -faccia? - -— Hai visto tuo figlio? domanda il dottore mutando accento e spianando -le rughe della fronte. - -— Non mi parlar di lui. - -— Sono venuto a posta per parlarti di lui... - -Il povero padre non risponde; l'altro soggiunge: - -— E per dirti una millesima volta che Mario ha cuore, che Mario ti vuol -bene. - -— T'inganni, non ti credo, non ti voglio credere. - -— Tanto è vero che non m'inganno, quanto è vero che tu mi credi e che -vuoi credermi. - -E dopo un istante di silenzio, durante il quale il direttore ha -appuntato i gomiti al tavolino e stringe la fronte fra le mani, -prosegue a dire, pronunziando le parole ad una ad una: - -— Mario ti vuol bene, la sua tetraggine ha la stessa origine della tua; -al pari di te egli non si crede amato e ti nasconde l'amore. - -Le buone nuove sono come certe medicine che non bisogna trangugiare -tutte d'un fiato; quelle parole cadute a goccia a goccia sul cuore del -vecchio devono essere un balsamo, se bisogna giudicare dall'espressione -di gioia quasi paurosa che si dipinge sulle sue severe sembianze. - -— Vuoi dire?... - -— Voglio dire che tra te e tuo figlio ci è di mezzo l'orgoglio -d'entrambi, risponde il medico con accento un po' scherzoso; se -Domeneddio avesse voluto fare il miracolo di darti un figlio autentico, -non avrebbe potuto dartene uno che avesse meglio di questo il marchio -di fabbrica; Mario ti assomiglia. - -— Senti, interrompe Fulgenzio con voce commossa, tu non m'inganni, -non è vero? perchè tu sei il mio amico migliore; io ti domando in nome -della nostra amicizia: non ti parve mai che la mia testa vacillasse? - -— Quale idea! - -— Idea vecchia e tormentosa! I melanconici compagni della mia esistenza -possono avermi attaccato il loro male; a volte penso che io stesso sono -forse un pazzo senza avvedermene, e che tu mi curi di nascosto. - -— Quale idea! - -— Idea da pazzo!... - -— Sicuro, idea da pazzo, e da pazzo della peggior specie che io conosca. - -Ed il dottor Parenti sghignazzava così allegro, che è impossibile -proseguire in quell'argomento. - -— Mario dunque?... - -— Mario si è accorto che tu non avresti stimato l'affetto che voleva -darti se non come una moneta di basso conio, ed ha nascosto il suo -borsello... E ti so dire che è un borsello gonfio, grosso così, e che -ci è dentro un bel gruzzolo di napoleoni d'oro lampanti, e che potrebbe -essere tutto tuo, solo che tu volessi. Non dico che Mario abbia tutta -la ragione, ma ha certo il minor torto... - -— Il maggior torto... - -— L'hai tu; non stare a ribattere, l'hai tu. A te, esperimentato -dagli anni, toccava leggere in quel libro aperto, che è il cuore -della giovinezza, e fu lui il primo a leggere nel tuo libro chiuso. -Se tu, invece di immaginare di aver tutto fatto col benefizio, ti -fossi dato pensiero di studiare l'indole di tuo figlio, avresti -saputo che egli è superbo, e gli avresti risparmiato il peso della -gratitudine sollevandolo coll'amore. Dovevi mostrarti padre, e -non sapesti essere che un benefattore. Le tue massime, tutto lo -scetticismo dell'educazione che è passato sulla tua anima, lasciandola -miracolosamente buona, non facevano per Mario se non affermare la sua -salda credenza che, ritrovando un padre, non aveva cessato d'esser -orfano. - -— E come sai tutto ciò? chiede sospettoso il signor Fulgenzio. - -— Me l'ha detto egli stesso; ho avuto con lui un colloquio or ora; -piangeva... - -— Piangeva!... Ed ha detto che mi ama? - -— Ha detto che ti ama... - -Il dottore sa benissimo che ha invece detto di odiarlo; ma per lui è -tutt'uno. - -Succede un lungo silenzio. Il vecchio preme più forte la fronte colle -mani, ed il dottore lo guarda intento. - -— Che cosa mi consigli di fare? dice alla fine il direttore senza -levare il capo. - -— Che cosa ti consiglia di fare il tuo cuore? - -— Il mio cuore è impotente; io non so neppure se mi rimanga un cuore -per altro che per soffrire; e il mio orgoglio si ribella. S'egli... - -Il dottore comprende e l'interrompe. - -— Non verrà... nè tu devi andare a lui; ma bisogna che v'incontriate -sulla stessa via per caso; le parole non valgono; al punto in cui sono -le cose, occorrono le opere: tu devi dargli una prova del tuo amore, -senza che te la chieda e senza mostrar di volergliela dare. - -— E quale? - -— Non lo so; so per altro che Mario mi nasconde un segreto che mi -bisogna scoprire. Stamane mi pareva di averci posto la mano sopra, ed -ho sbagliato. - -— Spiegati. - -— Credevo che Mario si fosse innamorato di mia figlia, e che perciò -fosse tetro e taciturno. - -— E non è vero, per buona sorte? - -— Per buona sorte! Ecco una parola che non è da padre. - -— Mario in faccia al mondo sarà sempre un orfano. - -— Lascia che questo lo pensi lui, come fa pur troppo, ma tu non lo -dire. Se il mio sospetto si fosse avverato... - -— Avresti allontanato tua figlia... - -— L'avrei data in moglie a Mario. - -Il signor Fulgenzio aveva una esclamazione ammirativa sulle labbra, ma -la trattenne, vergognoso di parer più debole dell'amico. - -— Disgraziatamente avevo visto le cose alla rovescia. - -— Non è vero? - -— Non è vero, ed è invece verissimo che Olimpia vuol bene a Mario. - -— Ti pare? - -— Ne sono sicuro; non tanto però quanto ne vuole alla sua bambola, e -questo mi conforta. Torniamo a Mario; il poveretto ha dunque un altro -segreto. - -— Quale? - -— Quando lo saprò non sarà più un segreto. - -Il disgraziato padre è venuto a poco a poco abbandonando il cuore -alla gioia della nuova rivelazione, ed a queste parole, incapace di -trattenersi, si alza commosso e si butta nelle braccia dell'amico. - -— E non ti pare che la mia testa vacilli, non è vero? - -— Al contrario, mi pare; oh! se mi pare! - -L'avete udita la risata sonora che prorompe dal labbro del dottor -Parenti? - - - - -XIV. - -QUATTRO MILA E SEICENTO LIRE ALLA CASSA DI RISPARMIO DI MILANO. - - -Che fa Donnina? I passeri le hanno cantato una bella canzone per -risvegliarla; e ne aveva bisogno, sebbene tenesse gli occhi aperti. È -scesa da basso, lieta di non essere stata prevenuta, come la vigilia, -da mamma Teresa, e vuole che la vecchia abbia a trovare ogni cosa in -ordine quando si desterà. Vedete come corrono agili quelle manine -gentili! In breve ora tutto è in sesto; «già non ci vuol molto!» -direbbe mamma Teresa. - -Quando ha finito, siede accanto al focolare per invigilare il bricco -dove riscalda l'acqua del caffè, e pensa. Pensa prima di tutto che -mamma Teresa tarda più del solito a comparire, e che ci sarà tempo di -prepararle un magnifico stupore, facendole trovare il caffè fatto. -Oh! il magnifico stupore!... E verrà poi oggi? Ne riceverà almeno -notizie?... Chi?... - -Ripetano pure i passeri le loro più belle canzoni ed il focolare -scoppietti allegramente, e il bricco del caffè incominci a -canticchiare, e mamma Teresa tardi pure a discendere, tutto ciò non -può fare che Donnina non pensi ad Ognissanti. E verrà poi oggi? E ne -riceverà almeno notizie?... Non è più sola; i cari fantasmi le fanno -compagnia. - -Possiamo lasciarla, e andare nella camera dei vecchi perchè -assolutamente mamma Teresa tarda troppo a discendere. Dalla porta -socchiusa si può vedere la vecchia, che passeggia per la camera a gran -passi, continuando a dire di sì; e la testa di maestro Ciro, coperta -ancora da un berretto da notte non meno bianco dei suoi capelli, che -segue cogli occhi tutti i movimenti della terribile donna ed accenna -quasi impercettibilmente di no. - -— Sì, conchiude mamma Teresa, piantandosi improvvisamente in faccia -al marito, che diviene immobile d'un tratto; sì, chi manda denaro di -nascosto, ha cattive intenzioni. - -— Il beneficio che si nasconde, dice maestro Ciro coll'accento con cui -enuncia le definizioni ai suoi allievi, il beneficio che si nasconde... - -Ma la terribile compagna non lo lascia finire. - -— Tutto ciò che si nasconde ha paura di essere veduto, ed io sostengo -ancora che dopo quest'elemosina mi diventa più inesplicabile, e temo -peggio pell'avvenire della nostra Donnina. - -Evidentemente si parla d'Ognissanti. «E chi altri mai, aveva detto la -vecchia nel ricevere l'avviso postale che annunziava l'arrivo di una -somma, può mandarci mille lire? — _mille lire!_ — al domani della sua -apparizione? - -— E se non fosse lui? osservò un'altra volta il maestro di scuola. - -— E dalli, coi tuoi dubbi! dev'esser lui. Non ha avuto bisogno di -comparire a Donnina di notte, come fanno i malfattori? E non le ha -forse taciuto l'esser suo? - -— È vero, ma pensa che non è la prima volta che noi riceviamo del -denaro senza sapere chi ce lo mandi. Sono oramai cinque anni. - -— Appunto. E sono sei anni che Ognissanti partì col padre a cercar la -fortuna; l'avranno trovata subito, e chi sa in quali strade. - -— Teresa, il sospettare del prossimo... - -— Non sono sospetti, sono fatti; tu già colla tua placidezza finirai -col farmi andare all'altro mondo più presto. - -— Teresa... mormora il vecchio con voce compassionevole. - -— Eh! via, ripiglia la vecchia, ti pare che io dica sul serio? ma -se ti vedessi una volta andare in collera, credo che mi toglieresti -dieci anni di dosso. Ti dico che quell'Ognissanti io l'ho visto co' -miei occhi, e che se mi sono lasciata pigliare alle parole di Donnina, -tanto tanto ho subito detto a me stessa: «quel giovine è una vecchia -birba e vuol perdere la nostra creatura.» Le prime impressioni non si -cancellano, ed ora mi pare di vedermelo lì dinanzi... come lo vedevo... -ed il suo denaro glielo vo' buttare sul viso appena osi portarlo a -tiro, e gli voglio dire... lo so io che cosa gli voglio dire. - -Maestro Ciro si tira le coltri fin sotto il mento e minaccia di sparire. - -— Mille lire! ripiglia la vecchia, mille lire! E sono là a B... a -nostra disposizione, e non ci rimane che andarle a prendere. Mille -lire! Hai tu mai visto come sono fatti i biglietti da mille?» - -Il vecchio sorride come farebbe un banchiere e non risponde. - -— E dire che noi credevamo di poterli spendere onestamente, aggiunge, -quei denari che parevano piovuti dal cielo! Non erano mai tanti come -questa volta; e pure quanto piacere ci davano! - -— Potrebbe essere.... - -— Eccolo lì l'uomo del potrebbe o non potrebbe; non sei ancora ben -sveglio dai tuoi sogni? - -— E mi sveglio mal volontieri, anzi non voglio svegliarmi punto. Se -anche questi denari non vengono da un padre... - -— Se anche!... - -— Nissuno mi leva dal capo che Donnina è figlia di qualche principe o -di qualche nobilone ricco a milioni, e che un giorno ritroverà la sua -fortuna. - -— Bei nobili da milioni, che le lascerebbero patire anche la fame se -non fosse... - -— E se invece quei denari sono, come abbiamo sempre creduto?... - -— Abbiamo sempre creduto ciò che non è; questi danari e gli altri -vengono da Ognissanti, e sa Dio che origine hanno, e non bisogna -tenerli proprio. - -— Mille lire! dice maestro Ciro ad alta voce, come parlando fra sè e -sè, mille lire aggiunte alle altre farebbero quattromila e seicento -lire... al sicuro... là negli scrigni della Cassa di Risparmio, a -Milano, finchè Donnina avesse a prendere marito; allora si andrebbe -a pigliarle tutte, e si direbbe a Donnina: «Questa è la dote, non te -l'abbiamo fatta noi, perchè siamo poveretti, ma i tuoi parenti, i quali -devono essere qualche cosa di grosso...» - -— Non le si direbbe nulla di tutto ciò per non farla soffrire. - -— È vero... Ma! - -Questo _ma_, preceduto e seguito da un sospiro, significa che tutto ciò -è un sogno, e che se si hanno a restituire le mille lire, bisognerà, -a rigore, restituire anche le altre, così bene al sicuro negli scrigni -della Cassa di risparmio di Milano... - -— Ma!... ripete con un altro sospiro mamma Teresa, la quale capisce le -cose a volo... addio dote! addio avvenire! bisognerà dare Donnina ad un -poveretto o lasciarla sola nel mondo a soffrire. - -Quest'idea è più forte dello scrupolo; la vecchia soggiunge: - -— Nossignore, non bisogna restituir nulla, questi denari sono stati -mandati a te, non è vero che sono stati mandati a te? Ci è forse -in paese un altro _Egregio signor Ciro Neri, maestro delle scuole -comunali_? - -Maestro Ciro protesta col capo che non ce n'è nessuno. - -— E non sei tu l'_Egregio Signor Ciro Neri, maestro delle scuole -comunali_? - -Il vecchio sorride come por attestare la propria identità. - -— Dunque questi denari sono tuoi, e farai bene a tenerli. - -— Sicuro, e li terrò per far la dote a Donnina — fossero anche... - -— Fossero anche dell'inferno... Non gli hai mica chiesti a nessuno -tu! nè rubati! Sono danari mandati a te, che tu riscuoti facendo la -tua bella firma sul vaglia — sono danari tuoi. Tu non stai a domandare -chi li manda, e d'onde vengano, o perchè; sei uno spensierato tu, uno -scimunito, uno che non sa far altro che la sua firma, e mettere in -tasca il danaro... - -— Verissimo, grida giubilante il vecchio, io sono uno spensierato, uno -scimunito, non so nulla io, e non voglio saper nulla. Ora mi alzo e -vado subito a B... per riscuotere... - -— Già, credi che ti lasci andare solo fino a B... col freddo che fa? - -— Non ho freddo io... - -— E poi la scuola... - -— È vero, mi era uscita di mente anche la scuola. - -— Ci andrò io, tu scriverai il tuo nome sotto questo pezzo di -carta..... mi conoscono a B..... Tutti sanno che da quarantacinque anni -sono tua moglie.... - -— Bravissima! e non si hanno a restituire a nessuno! - -— A nessuno. - -— E domani stesso andremo a Milano a portarli alla Cassa di Risparmio... - -— Che felicità! - -Il vecchio maestro di scuola, nel fervore della gioia, è uscito a -mezzo il corpo dalle lenzuola, ma la sua formidabile compagna gli corre -addosso e lo obbliga a rientrare nel guscio. - -— E bada bene a non levarti prima che io ti abbia scaldato i panni. - -Maestro Ciro vede in aria il dito minaccioso della sua piccola tiranna -senza nemmeno spaventarsi. Eroico maestro Ciro! E quando è solo, egli -osa levare le braccia al cielo in atto di ringraziamento, e ridere di -quelle minacce, e dire a voce alta: «Gran buona donna! Tutta fuoco! ha -quindici anni quella creatura! ha quindici anni non ancora compiti! E -finisce sempre col fare a modo degli altri!» - -Si frega le mani, il furbo, e sorride lungamente per conchiudere: «Gran -buona donna! peccato che non sappia leggere!» - - - - -XV. - -IL SIGNOR MAESTRO SPIEGA LA MOLTIPLICAZIONE. - - -Chi non ha visto mamma Teresa colla sua veste di lana nera, tagliata -alla moda di mezzo secolo fa, collo sciallo nero ricamato a gran -fiorami in rilievo, e l'enorme cappellino, ultima reliquia d'una razza -spenta di colossi, non ha visto mai nulla di bello. L'oste della -_Salute_, da persona igienica che sa quanto bene al sangue faccia -un grazioso spettacolo, e quanto i graziosi spettacoli sieno rari in -paese, è venuto sull'uscio e sorride un sorriso che non ha prezzo. Due -o tre donnicciole, dopo aver dato il buon giorno alla vecchierella, -si voltano a guardarla, e maestro Ciro, ritto nel piccolo vano della -porta della scuola, segue cogli occhi la compagna, finchè alla prima -cantonata ella si volge a fargli un cenno d'addio che ad altri potrebbe -parere una minaccia. - -Il vecchio si frega le mani fervorosamente e spira dalla faccia -rubiconda una benevola felicità. Gli scolari che giungono in frotta, -e se ne intendono, dicono a sè stessi che il signor maestro è di buon -umore, ed il signor Nosedi, che non ha studiato la lezione, si confida -col signor Pastori, il quale gli assicura che oggi la passerà liscia... -se pure non si avrà _brevis letio_. _Brevis letio!_ La magica parola -corre per tutta la scolaresca, ed in breve le panche stesse sembrano -far festa. L'aria è solcata in tutte le direzioni da pallottole di -carta masticata che si attaccano alle pareti ed al soffitto; col -pretesto di deporre sull'ampio camino il ceppo che ogni studioso di -A... deve contribuire due volte la settimana, i più arditi monelli si -armano delle molle o della paletta e fanno le evoluzioni militari, si -mettono a sedere sul vecchio seggiolone di cuoio del signor maestro, e -si somministrano vicendevolmente qualche pugno. - -E il signor maestro continua a starsene immobile nel vano dell'uscio, -mostrando di non avvedersi di nulla, voltando ogni tanto il capo, -ma col pensiero a mamma Teresa, a Milano, alla Cassa di Risparmio, a -Donnina alla dote. - -E non si scuote finchè il chiasso diviene così assordante da sembrare -una rivoluzione. Allora si volta e gira l'occhio intorno intorno. I -piccoli monelli subito fanno a gara a chi guarda più attentamente il -libro ed a chi mormora più a bassa voce la lezione, e il signor maestro -conchiude la sua severa occhiata dicendo tra sè e sè: «Nessuno mi -farà credere che Donnina non sia la figlia d'un principe o d'un duca, -o almeno d'un milionario». Intanto, coll'occhio amorevole, guarda -verso il focolare lontano, dove la figlia del principe, del duca o del -milionario è circondata da cinque marmocchi, alti due spanne l'uno, a -cui essa insegna a balbettare a bassa voce l'_abbici_. - -Il signor Pastori ed altri sei o sette signori sono uno alla volta -pregati molto compitamente dal signor maestro di dire la lezione. Le -campane del paese dovrebbero sonare a festa perchè tutta la generazione -nuova di A.... ha detto i due paragrafi della dottrina cristiana ed -ha coniugato un verbo senza sbagliare nemmeno una sillaba; perfino -il signor Nosedi trova il modo di farsi dir bravo recitando ad occhi -bassi. È sempre stato eccessivamente timido quel signor Nosedi! si ha -da incoraggiarlo... «tenga la testa alta.» La rialzerà quando avrà -finito, ma se ha da dire la lezione bisogna che abbassi gli occhi a -guardare sotto la panca — è un vizio organico. - -Ha finito anch'egli, «Bravissimo!» - -Dal canto suo Donnina non ha mai trovato i suoi cinque allievi più -intelligenti; sono un prodigio di talento, anzi cinque prodigi di -talento e trattano le lettere dell'alfabeto proprio come vecchie -conoscenze. Vedrete ora come scriveranno! Donnina piglia i loro -cartolari, ed in certe pagine assai più nere che bianche fa la traccia, -cinque belle aste colla coda, che di solito si moltiplicano sotto gli -occhi della maestra. - -Quest'oggi però la maestra non sa star ferma, ha bisogno di muoversi, -di andar nella sua camera, di trovarsi sola, perciò raccomanda ai -suoi allievi di fare attenzione ed esce sulla punta dei piedi per non -disturbare il babbo, il quale, tutto attento a fare sulla lavagna una -magnifica sottrazione, la guarda colla coda dell'occhio, e ripete fra -sè e sè: «nessuno mi toglie dal capo che quella figurina da nicchia -diventerà una duchessa, una principessa, ricca a milioni.» - -E rivede col pensiero per la centesima volta l'ufficio postale di B..., -mamma Teresa, e la Cassa di Risparmio, e le 4600 lire in biglietti di -Banca. Dalla finestra della sua camera Donnina guarda il sole di quello -splendido mattino, gli alberelli freddolosi e la pianura scintillante -di neve, senza vedere in tutto ciò altro che Ognissanti. - -Passano ogni tanto carrettieri e contadine con cesti e sporte e -cogli zoccoli che picchiano sordamente sul ghiaccio, passano carrozze -affrettate. Tutta quella gente ha uno scopo, una meta, a cui si propone -di arrivare... Ognissanti non arriva. Ma ecco un'altra carrozza; -questa, invece di andar oltre, lasciandosi alle spalle il paese, entra -di corsa nella via maestra. Il cuore di Donnina fa uno scampanio di -festa... la carrozza si ferma innanzi all'osteria della _Salute_, -qualcuno n'esce... è lui... non è lui... è un piccolo signore, che ha -l'aria cittadinesca non ostante un ampio cappello di feltro a larghe -tese; quell'uomo entra nell'osteria, e subito la carrozza si allontana -senza voltare. - -Ah! Donnina ha mandato un grido di gioia. Questa volta non è più una -carrozza, nè una contadina, nè un carrettiere; quello che essa vede in -fondo alla strada è lui... proprio lui... Ognissanti! - -Nell'impeto della gioia non nota che l'uomo dall'aria cittadinesca e -dal cappello di feltro, si è arrestato sulla soglia dell'osteria e la -guarda curiosamente dietro i vetri. - -«Volendo moltiplicare un numero per dieci gli si aggiunge uno zero; -pigliamo un numero qualunque: quattro mila e seicento, per esempio, se -voglio moltiplicarlo per dieci, aggiungo uno zero ed avrò quarantasei -mila; se voglio moltiplicarlo per cento, aggiungo due zeri ed avrò -quattrocentosessantamila; ma io lo moltiplico per mille, ed aggiungo -tre zeri ed avrò quattro milioni e seicentomila! Quattro milioni e -seicentomila! E tutto ciò aggiungendo soli tre zeri». - -E maestro Ciro, nel suo entusiasmo moltiplicatorio, traccia una dozzina -di zeri fino a formare un numero favoloso che le paia degno della sua -Donnina. - -Gli scolari guardano sbigottiti al miracolo compiutosi sotto i loro -occhi, senza capirne molto; ma in quella s'apre la porta che mette -verso strada, e l'altra che mette in cucina; appariscono ad un tempo -Donnina ed Ognissanti. - -Il signore dal cappello a larghe tese ha continuato a guardare dietro -i vetri senza badare all'oste della _Salute_, il quale, per accoglierlo -degnamente, ha in pronto il suo più bel sorriso della domenica. - - - - -XVI. - -OGNISSANTI ED IL SIGNORE DAL CAPPELLO A LARGHE TESE. - - -All'apparire d'un uomo vestito meglio dell'oste, del sindaco e del -farmacista, la scolaresca si è rizzata in piedi con un movimento -concorde, che di solito riesce di molto effetto e solletica l'amor -proprio del maestro. Questa volta però Donnina soltanto ne rimane -impressionata; vedendosi dinanzi quella triplice schiera di monelli, -a cui non aveva pensato nel discendere, non osa inoltrarsi, domanda -scusa con un angelico sorriso, e ritorna indietro. Quanto a maestro -Ciro, egli non capisce nulla, o piuttosto gli par di capire troppe cose -in un punto — che è tutt'uno; ritto sulla cattedra, guarda verso il -giovinotto come sbigottito. - -Il giovinotto, appena vede sparire la fanciulla, si accosta al vecchio -con franchezza e gli dice: «Io sono Ognissanti!» - -Il maestro di scuola gli prende le mani, lo scosta da sè, ed allontana -il capo per vederlo meglio, fino a tanto che non lo vede più perchè -le lagrime gli fanno velo agli occhi, ed esclama: «È proprio lui! è -proprio lui!» - -Eccoli nelle braccia l'uno dell'altro. Per la scolaresca rimasta in -piedi corrono occhiate che hanno un gran significato; i più ardimentosi -nascondono il capo dietro le spalle del vicino e pronunziano la parola -d'ordine: _brevis letio_, sperando di farne venire la buona idea al -maestro; ma siccome costui non pare udirli, ed esce dalla cattedra, un -altro la ripete più forte coll'accento di chi dà un buon consiglio del -tutto disinteressato. - -Maestro Ciro sa però il fatto suo, e non vuole che gli scolari siano -visti per le strade nell'ora della scuola. «Raccomando a lor signori -di star buoni, io sono di là ed odo tutto» — ed esce tirandosi dietro -Ognissanti. - -Non era andata molto lontano Donnina, perchè appena Ognissanti -passa l'uscio, egli se la vede innanzi colla testa alta, cogli occhi -illuminati da una espressione di profonda felicità. La fanciulla gli -porge la mano con un atto schietta ed affettuoso, ed Ognissanti la -prende timidamente fra le sue. - -Maestro Ciro li guarda entrambi, confronta la serenità robusta del -corpicino di fata della sua creatura e l'atto quasi pauroso di quel -magnifico pezzo di giovinotto vestito alla cittadinesca, e riesce, non -so per qual labirinto di logica, a conchiudere che sono fatti l'uno per -l'altra. - -La timidezza di Ognissanti svanisce presto; rialza il capo, e guardando -il vecchio maestro, gli dice: - -— Vi ricordate di me? - -— Se me ne ricordo! tu eri, lascia che io ti parli così, tu eri il mio -orgoglio, la mia consolazione, il mio amico; quando ti insegnavo il -poco che sapevo, dicevo a me stesso: «Ognissanti diventerà qualche cosa -di grosso, perchè ha una testa...» non ho sbagliato, mi pare! - -Così dicendo, guarda superbamente il giovine da capo a piedi, come per -misurare la grandezza dell'opera sua. «Sei proprio il mio capolavoro, -tu, sei proprio il mio capolavoro!» - -Ognissanti pare turbato da quelle parole, e soggiunge melanconicamente: - -— Io chieggo solo di non parere indegno del vostro affetto. - -— Indegno! - -— E perciò vi domando se vi ricordate di me, e se mi credete capace -d'una bassezza o d'una menzogna. - -— D'una bassezza tu! Il cielo mi danni se me lo faranno credere mai. - -— E tu, Donnina? - -Donnina non trova parole; ma quali parole possono valere quel sorriso, -quello sguardo sereno, quella stretta di mano tenace? - -— Ebbene, soggiunge Ognissanti, maestro Ciro, se me ne credete degno, -io vi chiedo la mano di Donnina. - -— Ed io te l'accordo, la mia Teresa te l'accorda, tutti te l'accordano. -Ma ci devi dire... - -— Che io amo Donnina, che farò la sua felicità, che essa farà la mia, -che da quando l'ho lasciata non ho nemmeno con un pensiero fatto cosa -che possa rendermi immeritevole del suo amore... tutto ciò lo giuro. - -— Non bisogna giurarlo, e nemmeno dirlo; ti si legge in volto... ma -la mia Teresa... la miglior creatura della terra in fondo... ed una -testa!... peccato che non sappia leggere!... la mia Teresa per esempio -vorrà sapere che ne è di tuo padre. - -— È morto. - -Il maestro di scuola ammutolisce un momento e si sente il cuore -gonfio non così per la notizia, come per racconto lagrimevole con cui -Ognissanti ha pronunziato la triste parola. - -— Perdona, se ti ho rammentato un dolore!... e poi vedi, la mia Teresa, -ne sono sicuro, vorrà sapere che fu di te in questo tempo, e come e -perchè non ci desti mai tue novelle, e poi... - -Lo sguardo del vecchio dice chiaro il suo pensiero. Ognissanti lo -interrompe. - -— Non badate alle apparenze, io sono povero. - -— Povero!... proprio?... cioè, poichè lo dici, lo credo. - -Donnina non fa un atto, non dice parola a dimostrare che approvi o -disapprovi le domande del vecchio padre. Per essa tutto è indifferente, -fuorchè l'amore del suo Ognissanti, e l'amore è prima di tutto fede -sterminata e senza condizioni. - -— Io sono povero, ripete Ognissanti, non ho null'altro che un avvenire, -e l'offro a Donnina; essa è povera come me. - -— Sicuro, Donnina è povera, dice maestro Ciro con un risolino -impercettibile — e chiude gli occhi per vedere lo scrigno della Cassa -di Risparmio di Milano, e si frega le mani per contenersi. - -— Non mi chiedete altro, soggiunge Ognissanti; non è ancora il momento -di dirvi tutto; è un povero segreto e ve lo nasconderò ancora per -poco; se m'interrogate, per non mentire, vi dirò tutto, ma non mi -comprenderete e vi sembrerò diverso da quello che sono. - -— Io ho fede, dice Donnina, e non voglio saper altro. - -— Ed anch'io ho fede e non voglio saper altro; cioè, voglio sapere una -sola cosa; tu sei povero, non ne dubito, ma ci è povero e povero... -quanto sei povero tu? - -— Più che non crediate; questi abiti che porto in dosso non mi -appartengono; io stesso non mi appartengo... - -— Che dici? - -— No, io mi appartengo, l'avvenire mi appartiene, soggiunge Ognissanti -con forza, è la mia sola ricchezza, dopo Donnina. - -A questo punto il sordo mormorio della scolaresca ha preso le -proporzioni d'un vero tumulto. A star bene attenti, si può udire la -voce ingrossata d'un monello, il quale si studia d'imitare il signor -maestro, per imporre silenzio, ottenendo, perchè la satira sia più -piacevole, che si gridi più forte. - -Maestro Ciro non può lasciar malmenare di tal guisa la sua dignità -magistrale, e lascia un istante i due innamorati per portare il suo -formidabile aspetto nelle file dei piccoli rivoltosi. - -Rimasti soli, Ognissanti guarda fissamente in volto Donnina, e dice: - -— Domani dovrò partire, andar lontano da te, e non più vederti per -qualche mese; e forse quando sarò di ritorno non potrò ancora farti -mia... non ti stancherai di aspettare, non è vero? - -— Ho aspettato sei anni, posso aspettare ancora. - -— Addio, dunque, per ora. - -La mano del giovine afferra tremante quella di Donnina. - -— Addio, risponde la fanciulla con accento fermo e tranquillo, ed -avvicina ella stessa la fronte alle labbra di Ognissanti, che vi -imprimono un bacio fuggitivo. - -Maestro Ciro, che rientrava in quella, si volge indietro e mette il -capo fuor dell'uscio a raccomandare un'ultima volta il silenzio a suoi -scolari. - -Quand'egli si determina finalmente ad entrare, Ognissanti ha il volto -imporporato dal rossore, e Donnina gli sorride senza sgominarsi. - -«Essa è innocente ed egli è timido» pensa il maestro di scuola, e -conchiude alla sua maniera, fregandosi fervorosamente le mani. - -Un quarto d'ora dopo il giovine dà un'ultima volta l'ultimo addio, -bacia le rughe del vecchio, stringe la mano della sua fidanzata, e -s'allontana, comprimendosi il cuore che vuole uscirgli dal petto, -finchè, giunto alla svolta dello stradale, balza dentro una carrozza -che l'aspetta, e via di corsa. Press'a poco nell'istesso momento, -il signore dal largo cappello di feltro, attraversata l'unica via di -A..., raggiunge la sua carrozza che l'aspetta, vi balza dentro, e via -anch'egli di corsa. - - . . . . . . . - -— Mio caro Fulgenzio, guardami bene, perchè tu hai dinanzi un uomo -soddisfatto di sè medesimo. - -Al direttore del manicomio, per una vecchia abitudine, passa per un -istante in mente che gli stia invece innanzi un pazzo; ma il volto del -dottor Parenti spira una giocondità così schietta, che non è possibile -nemmeno l'ombra d'un dubbio. - -— Che cappello è questo che porti? - -— Il mio travestimento; non si può andare ad A..., immagino, col nostro -solito cappello a staio, che fra i selvaggi della campagna ci dà l'aria -di spauracchi da passeri... - -— Tu sei andato ad A...? - -— Sono andato ad A... - -— Per che fare? - -— Colazione prima di tutto, poi la conoscenza dell'oste della _Salute_, -uomo piacevole e copioso parlatore. - -— Null'altro?... - -— Ti par poco? Per via ho anche sciolto un indovinello, il segreto di -Mario! - -— Che! - -— Una bagatella! Vuoi saperlo? Mario è innamorato! - -— Di tua figlia? - -— No, di una signorina molto bella, molto virtuosa e molto povera, -che si chiama Donnina! Ed ora, se vuoi, Mario è in tue mani, ed in una -settimana può divenire il figlio più affettuoso della terra... - -Il signor Fulgenzio è balzato in piedi ed ascolta sbigottito figgendo -gli occhi negli occhi dell'amico. - - . . . . . . . - -Maestro Ciro è risalito sulla cattedra per far sentire tutti i rigori -della disciplina al piccolo drappello irrequieto, e Donnina esamina i -saggi calligrafici dei suoi cinque allievi. È impossibile, se non si è -forniti di molta immaginazione, farsi un'idea di ciò che quei cinque -hanno posto sui loro cartolari col pretesto di fare delle aste. Ma -Donnina ha il cuore pieno d'indulgenza. - -Passano le ore lente; alla fine battono le undici. Che gioia immensa -per tutti! In un baleno la strada risuona di voci squillanti; -nella scuola non rimangono più che Donnina e maestro Ciro, i quali -irresistibilmente si sentono attratti nelle braccia l'un dell'altra. - -— Quanto tarda mamma Teresa! Dice Donnina, e si affaccia all'uscio di -strada. - -Ed ecco, spunta dalla cantonata il formidabile mortaio in forma di -cappellino, in fondo al quale, pronto a partire come una bomba, è il -volto irrequieto e vivace della vecchierella. - -— Gran novelle! le dice Donnina movendole incontro. - -— Gran novelle! ripete maestro Ciro, dando un'occhiata d'intelligenza -alla moglie. - -— Indovina chi è stato qui. - -— Chi è stato? - -— Ognissanti! - -La vecchia non pare molto allegrata dalla gran novella, e passa oltre -senza chieder altro. - -— E sai che cosa è venuto a fare? - -— Me l'immagino... - -— Non te l'immagini... a chiedermi in isposa. - -— Già, ripete il vecchio, a chieder Donnina in isposa... - -— E ti ha detto che fa, come vive, se è un pitocco o se ha denari? - -— Sicuro, interrompe Donnina, ha detto che è povero e che mi vuol -bene... - -— I poveri non dovrebbero pensare a prender moglie... sentenzia la -vecchia, stringendo nelle tasche il biglietto da mille. - -— Che dici mamma? - -— Dico... dico... - -— Dice... dice... dice così per dire, interrompe il maestro Ciro. - -— Tu taci; dico che dovrebbero prima di tutto pensare a far denari, che -sono la prima arte della vita.... con piccoli cenci di carta i signori -fanno le cose grandi e le gran novelle... la povera gente invece... - -Mamma Teresa ne dirà di grosse, se non si tappa prudentemente la bocca. - -— La conclusione è? - -— È ch'io sono la fidanzata d'Ognissanti. - -— E tu hai permesso? dice la vecchia, scagliando un piccolo fulmine sul -volto rubizzo del marito. - -— Ho permesso... gli avrei sposati subito io... - -Tenuto conto di tutto, la gran notizia non sembra impressionare gran -fatto mamma Teresa. - -Ella si leva il cappellino e lo sciallo e consegna a Donnina le -preziose reliquie perchè le riponga nella guardaroba. È un pretesto par -rimaner sola col marito. - -— Ci sono! dice tirando fuori da un abisso che le sta appeso al fianco -in forma di tasca, un mucchio di biglietti... eccole... mille lire, -proprio mille, le ho contate quattro volte... - -— Le conterò anch'io! - -— Domani si hanno a portare a Milano, alla Cassa di Risparmio... - -— Sicuro... si potrebbe sapere che siamo ricchi e venircele a rubare... - -Mamma Teresa abbassa la voce e soggiunge: - -— Il _vaglia_ era arrivato da otto giorni, ma all'uffizio postale di -B... non c'era abbastanza in cassa... capisci... non c'era abbastanza -in cassa! e si dovette aspettare che il danaro venisse da Milano... -Comprendi tu che cosa ciò significa? - -— Che cosa? - -— Che quel danaro è arrivato prima che Ognissanti riapparisse; non vi è -più dunque ragione di credere che sia stato Ognissanti a mandarceli.. - -— Io sono sicuro che non è lui. - -— Ne sei sicuro? - -— Si perchè Ognissanti ha detto di essere povero. - -— Ah! Ha detto di essere povero! Ed ha osato chiedere in isposa la -nostra Donnina che è ricca?... E tu hai lasciato che facessero il -piacer loro? Ed io non ci ho da entrare per nulla, io!... - -Mamma Teresa si arresta, guarda il mucchio di biglietti che maestro -Ciro conta senza badarle, e ripiglia con impeto nuovo: - -— Non finirai mai di contarli quei quattro cenci? La bella cosa! per -poco non abbiamo calunniato i nostri vicini; è la prima volta che -temiamo dei ladri... Bel guadagno ad aver i quattrini! si diffida -del prossimo, si disprezzano i poveretti... io dico che non sta bene -diffidare del prossimo e disprezzare i poveretti; quell'Ognissanti -potrà essere un soggettaccio, io non lo so e non ti voglio sostenere il -contrario, ma se è poveretto... non ce n'ha colpa, e in fin dei conti è -meglio così! Vorresti dirmi il contrario tu? - -— Novecento... mille! dice maestro Ciro, proprio mille, e colle tremila -e seicento che sono là (ed indica col dito il luogo preciso) fanno -quattromila e seicento! E tutte per Donnina! - - - - -XVII. - -UN ESAME DI COSCIENZA. - - -Al signor Fulgenzio l'insistenza del dottor Parenti fece in fondo un -gran bene; a forza di sentirsi dire che Mario aveva un cuore buono, -egli che non vi era arrivato mai, incominciò a temere d'aver sbagliato -la via. La sua natura sdegnosa si ribellava non tanto all'idea di -aver errato, quanto alla necessità che per farsi amare gli bisognasse -adoperare le arti dell'innamorato. - -Infine chi era Mario? Un disgraziato a cui egli aveva dato nome, -famiglia, casa, educazione, avvenire, chiedendogli solo in cambio un -po' di affetto e di gratitudine. - -Vero è che l'affetto che egli domandava doveva essere palese, -testimoniato a tutte le ore in mille modi con un continuo rendimento di -grazie, e che se Mario si fosse acconciato a questa parte, egli forse -avrebbe dato un altro nome a quegli atti, a quell'affetto; ma questo -non se l'era detto mai. - -Il signor Fulgenzio era una di quelle nature tutte fuoco, che sono -diventate fredde alla superficie a forza di riflessione, incapaci di -male e desiderose di bene, ma fatalmente portate a credere tutti gli -uomini incapaci di bene. - -Di queste anime deboli, che girano attorno al cinismo senza -adagiarvisi, ghignando beffardamente, ce n'ha più che non si creda; -l'educazione ed il contatto dei primi anni le fanno tali per tutta la -vita. Osservate chi nei crocchi giovanili porta un po' di fede e di -entusiasmo ed una natura pensierosa più che non si convenga all'età, -costui, se pure non si imbatte in un ostacolo, ha la sua mala via -tracciata: il disprezzo degli uomini. - -Così era stato di Fulgenzio; rimasto ricco e solo al mondo di buon'ora, -col cuore pieno di sentimenti miti, colla mente invasa dalle indefinite -aspirazioni dei suoi vent'anni, timido nelle maniere perchè fiero nel -cuore, gentile cogli altri per istinto della sua stessa timidezza, -trovò ai suoi passi la spensierata e sistematica beffa d'ogni -sentimento, ed il precoce cinismo filosofico con cui si maschera il -libertinaggio. - -Disprezzò i suoi compagni, ma gli imitò; non volendone accettare i -modi e le scioperatezze, ne chiese ed ottenne scusa accettandone la -filosofia. Ciò che per gli altri era verbiloquio a fior di labbro, -balbettato come un pretesto ad orgie oscene, nella sua mente si -aguzzò come una freccia e gli si piantò in cuore per sempre; quando -la riflessione gli ebbe fatto vedere sè stesso e gli altri da tutti i -lati, comprese il disprezzo, e fu la sua forza per non corrompere il -cuore. - -Triste forza! Nelle massime della sua fede filosofica vi era che -l'amicizia è una chimera, che l'amore è un inganno del senso, -e la fedeltà un rilassamento della fibra; non ebbe amici, passò -tenebrosamente la gioventù senza amore, gli anni volsero per lui in -arida solitudine. Una donna, una casa, una famiglia, la gioia d'esser -padre gli avrebbero serenato il cuore e volto la mente ad altra e più -profonda filosofia, quella dell'amore; non ebbe moglie, nè casa, nè -famiglia. - -Un giorno, guardandosi nello specchio, vide un capello bianco e se lo -strappò sorridendo. Ma non sorrise gran tempo. - -Quel disprezzo infinito degli uomini non gli bastò più; sentì un gran -vuoto, comprese come non si potesse vivere senza più serene idee, senza -un affetto, e quanto dissimile avrebbe potuto essere la sua esistenza -senza la sfiducia dei primi anni. - -Troppo tardi; lo specchio accusatore aveva ogni giorno nuove -rivelazioni. La via della solitudine e dell'apatia che aveva percorso -fino a quel punto gli si allungava innanzi agli occhi, inesorabile. Ma -il bisogno di affetti, avvertito una volta, non gli lasciò più pace. - -Egli aveva svegliato un gigante che sonnecchiava nel suo cuore; la -lotta incominciava allora, tremenda, continua, inutile. - -Quel disprezzo dell'umanità, che aveva bastato a tutta la sua vita, -non si arrendeva alle strette del nuovo atleta — ma la sua forza d'un -tempo divenne la sua debolezza. Il suo pensiero, vestito fino allora di -cinismo, cedeva un'altra volta alle aspirazioni incomprese della prima -giovinezza; l'indefinito di vent'anni prese contorni netti, le fantasie -sognate divennero tesori perduti. - -Quella lotta gli tolse a poco a poco la sicurezza, gli sfibrò la -volontà, fece tentennare le sue convinzioni. Fu preso da una indomabile -smania di riguadagnare il tempo perduto, di amare per quanto non aveva -mai amato, di spendere la vita a far del bene, di farsi una casa, una -famiglia, un amico. Avrebbe forse potuto trovare ancora ogni cosa — ma -non ci credeva, diffidava di sè, degli altri, delle altrui miserie e -delle proprie ricchezze, e nei suoi affetti temette si nascondessero -tante male passioni tardive. - -Fare il bene! Non è facile per tutti; per lui, vissuto fra gli uomini -solo quanto basta a disprezzarli, fu cosa difficilissima. Vi sono -nel mondo poche nature ribelli, le quali confondono superbamente il -beneficio coll'elemosina e lo sdegnano, ma i molti non arrossiscono di -tendere le mani all'elemosina purchè non siano visti da chi passa. - -Ai benefici istinti di Fulgenzio si offersero solo di questi ultimi; -egli volle fare il bene e non potè fare se non la carità; la sua casa -fu assediata da tapini, i quali non possedevano al mondo altro che la -loro umiliazione e la sfruttavano perennemente. - -Cercò amici ed ebbe parassiti adulatori, e come si seppe aver egli -danaro, e volerne spendere, gli fu offerto in vendita amore, amicizia, -onore. Ogni giorno più egli ebbe ragione di vedere il mondo sotto -l'aspetto d'un osceno mercato, e di ripetere a sè stesso: «io ho il mio -denaro, essi hanno la loro codardia — siamo pari.» - -Il disprezzo dei suoi simili crebbe più forte, gli si fece maggiore il -vuoto nel seno, e la solitudine più grave, ed il bisogno di affetti più -irresistibile. - -Un giorno conobbe il dottor Parenti, il quale, giovanissimo, godeva -riputazione di valente alienista; fu vinto dalla schietta natura di -lui e più dalla giovialità del suo umore, che era in così bizzarro -contrasto col proprio. Ritroso da prima, finì col sentire un bisogno -irresistibile di quell'uomo; senza avvedersene, e senza saper dire -perchè, gli volle bene. - -La vista d'un manicomio lo impressionò vivamente; quivi nessun calcolo -di codardia nei beneficati, nè alcuna arte di adulazione: «Nel vostro -ospizio, disse un giorno al dottore, tace l'egoismo!» - -— O se non tace del tutto, rispose scherzosamente il dottore, -sproposita, che torna quasi lo stesso. - -— E non è pericoloso? - -— Coll'aiuto dei guardiani, no. - -Pensandoci, un'idea balenatagli in mente, divenne intenzione, -l'intenzione proposito, ed il proposito fu messo in atto coll'istituire -una casa di ricovero pei pazzerelli, di cui egli stesso diveniva -direttore, medico il dottore Parenti. - -Credette di aver trovato una famiglia, ed ebbe un amico; così Fulgenzio -si riconciliò alquanto col mondo e con sè stesso. - -Ma il dottor Parenti aveva una creatura sua, un piccolo amorino biondo -che gli balzava sulle ginocchia e gli diceva di volergli bene tanto -col suo miglior senno, e lo baciava in volto e lo accarezzava colle -sue manine, senza bisogno che il babbo aspettasse un momento di lucido -intervallo. Il dottore confessava candidamente come in quell'angioletto -fosse tutta la sua felicità, e diceva quello essere il segreto del -suo cuore gioviale, ma lasciava capire che per guadagnarselo aveva -dovuto amar molto profondamente una donna e piangerla molto amaramente, -perduta, essere felicissimo prima ed infelicissimo poi, fino a tanto -che il tempo non lo avesse guarito. - -Fulgenzio ad ogni passo si accorgeva d'aver sbagliato cammino, ma non -era più tempo di dare indietro. Per avere chi lo amasse e portasse il -suo nome, una sola via gli era aperta. - -Il caso lo favorì mettendogli innanzi uno che rimaneva solo nel mondo, -senza amore e senza nome — e così Ognissanti divenne Mario. - -Il resto è noto. Gli errori di cui aveva sparso la propria vita erano -entrati a far parte della sua natura. Diffidente per vecchio abito, -lo fu anche col figlio; sdegnoso dei suoi simili, non seppe arrendersi -neppure con Mario; venne a poco a poco all'amore, ma ne vergognò quasi -e non volle mai passare per l'amorevolezza. - -Parevagli d'aver fatto tutto, e che, seminato il beneficio, non gli -rimanesse se non raccogliere la gratitudine e l'affetto. Gli toccò una -più terribile disillusione: aveva sempre trovato la bassezza e s'era -nauseato di adulazioni e di vergognose condiscendenze; trovò presto -nel cuore del giovinetto l'ingratitudine, la ribellione muta, la fredda -sterilità del cuore. - -Prima che il dottor Parenti gli parlasse aperto, non aveva pensato mai -che potesse quella freddezza essere orgoglio, e quella ingratitudine -fierezza d'animo, e quella muta ribellione, opera dell'affetto -disprezzato. - -Ora una luce si faceva nel suo spirito, un balsamo nuovo gli scendeva -in cuore. - -Bisognava rompere al più presto l'impaccio dell'orgoglio, vincere la -ritrosia, spogliare il vecchio abito della fierezza e riguadagnare la -confidenza perduta. Non era difficile, bastava lasciar fare al cuore, -tirarsi sul seno il figlio, cingere il giovinetto colle braccia, -baciarlo in volto e piangere con esso. Un istante di abbandono poteva -pagare tutte le lotte lungamente tormentose; spesso una lagrima -cancella il passato; bisognava piangere, bisognava amare, bisognava -lasciarsi amare. - -Gran parte della notte che succedette alla rivelazione del dottore, -passò per il vecchio nell'insonnia; i propositi buoni gli si -affollavano al pensiero, il cuore gli batteva come a venti anni, gli -ardeva le vene una febbre impaziente. Si rimproverava di non aver -fatto prima tutto ciò, pensava che avrebbe potuto trascorrere felice, -amato e benedetto, tanti lunghi anni passati invece a rodersi l'anima -in una sterile sfiducia. Provava un benessere insolito, una novissima -gioia; gli pareva d'uscire da una lunga malattia, e che le forze gli -ritornassero d'un subito più gagliarde di prima. Non era illusione; il -pentimento è la forza dei deboli. - -La notte era lenta a passare; Mario doveva partire al mattino. - -Egli se lo immaginava nella sua cameretta, addormentato, e pensava -che due sole stanze ne lo separavano, e che poteva uscire sulla punta -dei piedi, e picchiare all'uscio, e dire: «figlio, apri a tuo padre.» -Avrebbe bastato questo; non ne dubitava, avrebbe bastato, poichè, -pensandoci, si ricordava di non averlo più da gran tempo chiamato -con quel nome. E che gioia, nel vederselo balzare incontro, e nel -confondere palpito a palpito, lagrima con lagrima, e non dir parola, -nemmeno una, ma baciarsi in volto e piangere, perdonati entrambi, -rinati entrambi agli affetti, e quindi innanzi confidenti, l'uno -coll'altro, proprio come i migliori amici che Dio ha posto sulla terra -— il padre ed il figlio. - -Per poco il signor Fulgenzio non pose in atto quella dolce fantasia; ma -era notte calata, che avrebbe detto Mario? - -Cedendo finalmente al sonno, il vecchio continuò a veder suo figlio, -a stringerlo nelle proprie braccia, a guardarlo fisso negli occhi ed a -dirgli con fremito d'amore: «Guardami, sono proprio tuo padre.» - -L'alba lo trovò intento a dibattere il quesito se fosse meglio recarsi -egli stesso nella camera del figlio e spiarne ai piedi del letto il -ridestarsi, oppure aspettare ch'egli fosse levato e fargli dire che -venisse. - -La paternità e la vecchiezza hanno i loro diritti e non era biasimevole -orgoglio mantenerli. - -E, in sostanza, più giovava forse parlare aperto, senza lagrime, da -uomo, da padre; dire: «noi ci siamo ingannati a vicenda, io so che tu -mi ami e so d'amarti; smetti la tua fierezza, io butterò in un canto la -mia; tu sei alla vigilia d'essere uomo, ed io alla vigilia d'essere più -nulla; è tuo dovere farmi lieta la vecchiezza, perchè sei mio figlio; -di amarmi perchè ti amo.» Oppure: «tu hai un segreto, ed io so qual è; -non ti accuso di nulla, solo di avermelo celato; dovevi risparmiarmi la -pena d'indovinarlo... ora che so tutto...» - -Ed ora che sapeva tutto... Chi era questa Donnina? doveva egli -acconsentire ciecamente a tutte le fanciullesche pazzie di suo figlio, -solo per ottenere che non gli facesse il broncio? Bisognava prima -pensarci, interrogare, vedere. Infine Mario era suo figlio innanzi alla -legge: egli lo aveva educato, gli aveva dato un nome, una famiglia, una -professione... - -Tutte le argomentazioni del vecchio incominciavano e finivano collo -stesso ritornello. - -«Non bisogna pensare a questo, non bisogna pensare a questo.» - -Verissimo; ma e se la ritrosia di Mario era indomabile? e se il -dottor Parenti si era ingannato? Il primo passo incontro a Mario -non era difficile, pur di essere sicuro che il figlio avrebbe fatto -il secondo. Che dico il secondo? Ed il terzo, e superare d'un balzo -tutta la distanza, e domandare perdono di non essere stato il primo ad -arrendersi. Questo doveva fare, se vero è che aveva cuore di figlio! Ma -se non era vero? - -La tortura incominciò più forte; poche ore ancora e Mario sarebbe -partito... Che fare? - -Il mattino era alto quando il vecchio si lasciò andare scorato sopra un -seggiolone. - -Proprio in quel punto il servitore picchiò all'uscio, e gli annunziò -che Mario chiedeva di parlargli. - -Perchè non balza in piedi, e non corre incontro a suo figlio, e non -pone in atto il bel sogno di quella notte insonne? - -«Desidera parlarmi e manda ad avvertire!» ripete amaramente in cuore, -ma, aggiunge coll'accento rigido d'una abitudine implacabile: «venga.» - -Un istante dopo padre e figlio sono in faccia l'uno dell'altro. Il -vecchio non si è mosso dal seggiolone, non volge la testa e non ha nè -un gesto nè uno sguardo più benevolo del consueto. - -Mario, in piedi sul limitare, colla fronte levata, guarda superbamente -e fisso innanzi a sè, ma non suo padre. - -— Sono venuto a prendere i tuoi ordini, dice freddo freddo il giovane; -fra due ore parto. - -Il vecchio sembra lottare un istante dentro di sè. - -Poi, facendosi forte, leva gli occhi a guardare il figlio, che sostiene -quello sguardo senza batter palpebra. - -— Fa il dover tuo, dice allora Fulgenzio con voce lenta, e levandosi -in piedi, aggiunge: come hai sempre fatto. Non ho null'altro a dirti, -addio. - -Mario tocca alla sfuggita la mano che gli viene porta con riluttanza, -volge le spalle mormorando un addio, ed esce col cuore gonfio. - -Ed il povero padre ricade sulla seggiola. - - - - -XVIII. - -PAOLUCCIO. - - -Mario, prima di partire, scende da basso e si fa aprire la porta -ferrata che conduce al manicomio. Il mattino è freddo, ma limpido, ed -il sole scintilla allegro sulle ultime reliquie di neve. - -Babbo Jacopo passeggia in silenzio; un altro, postosi nel mezzo del -cortile, declama le proprie glorie e fa pompa di bizzarre decorazioni -che si è messo sul petto; un altro se ne sta seduto sopra una panca di -granito e la guarda fisso, pensando forse che il granito è molto duro, -mentre un guardiano non lo abbandona dell'occhio per paura che gli -venga in mente di assicurarsene col proprio cranio. - -Tutti costoro, coll'apparire di Mario, si fermano o levano gli occhi -curiosi sopra di lui; solo il declamatore continua a gridar più forte -ed a sfoggiare la propria vanagloria. - -Mario fa un cenno amichevole ad uno, un sorriso stentato ad un altro -che gli si fa accosto colle braccia legate a guardarlo con puerile -curiosità, ed entra nella sala comune. Quivi si fa un chiasso -assordante: i soliti atleti del biliardo si contendono gli onori -della carambola e l'ammirazione della _galleria_; qualcuno legge i -giornali della vigilia accanto al reverendo che medita il breviario; -il professore Rigoli concentra tutta la sua scienza sopra una partita -agli scacchi giocata con un suo nuovo allievo, ed il filarmonico della -comitiva picchia sulla tastiera il suo Strauss. Quanto a Paoluccio, -egli passeggia su e giù per l'ampia sala, col passo strascicato, come -fanno i bambolucci dell'età sua quando non hanno forza di levar le -gambe, guarda curiosamente di qua e di là, e parla fra sè e sè, colla -bocca piena di zuccherini. - -Mario si è tirato in disparte e segue coll'occhio commosso i passi -vacillanti di quell'uomo, il quale pare avvedersi di lui, perchè -quando gli viene vicino si ferma un istante a guardarlo meravigliato, -coll'indiscreta insistenza propria della prima età, poi tentenna il -capo canuto e prosegue la singolare passeggiata. - -E si ode il rumore delle palle urtantisi sul biliardo, il bisbiglio -del curato che legge il breviario, la cadenza ritmica dei suoni del -pianoforte. Mario non ha occhi che per Paoluccio. - -L'armeggìo di costui dura alcuni minuti; ad ogni volta che -viene innanzi al giovine egli si arresta più a lungo, e se ne va -tentennando il capo più forte; finalmente gli si fa vicino e gli -dice melanconicamente: «è inutile, sai? è inutile; datti pace, non ci -sono più figli; vedi, il mondo è pieno di padri che cercano le loro -creature; l'infanzia è spenta, rimango io solo...» - -Mario piglia la mano tremante del vecchio e la stringe fra le sue. - -«Non mi danno retta, prosegue il vecchio abbassando la voce, tutti -piangono, piangono, non sanno far altro. E _lui_ ride, _lui_! - -— Chi? balbetta Mario, vedendo che il vecchio s'interrompe. - -«_Lui!_» E per spiegare il proprio concetto leva gli occhi al -soffitto; poi soggiunge: «sono stanco, mi annoio.... Lo crederesti? mi -annoio!.... Sono solo, non ho con chi giocare al cerchio, al cavallo; -se mi nascondo non vi è un cane che venga a cercarmi; e se getto la -palla, nessuno me la rimbalza... Non ne vogliono sapere... piangono, ed -io solo rido per far la smorfia a _lui_!» - -Paoluccio si scioglie dalla stretta del giovine e ricomincia la -passeggiata, Mario abbandona il suo posto colle lagrime agli occhi. Ed -ecco il professore Rigoli si alza a mezzo il corpo sulla sedia, appunta -il dito sullo scacchiere e dice trionfante all'avversario: _scacco -matto!_ Scacco matto! Il suono di queste parole sembra impressionarlo e -fargli venire un'idea curiosa, perchè si lascia cadere sulla seggiola e -ride. - -Un istante dopo giungono all'orecchio di Mario, già fuor dell'uscio, i -battimani della _galleria_ plaudente al vincitore della carambola. - -Il giovine non ha ancora attraversato il cortile, quando sente dietro -di sè alcuni passi affrettati, una voce che lo chiama a nome ed una -mano robusta che lo raggiunge e gli scende sull'omero — tutto ciò quasi -prima di aver avuto il tempo di voltarsi; voltandosi, incontra gli -occhietti scintillanti e la bocca ridente del dottore, e gli pare che -i raggi visuali, aguzzi più del consueto, si appuntino coll'intenzione -di passar meglio attraverso, e che la bocca sorrida tra furbesca e -benevola. - -— Te ne vai, lo so io che te ne vai; me l'ha detto il dito mignolo; di' -un po' che te ne vai? - -— Fra un'ora, risponde Mario freddamente. - -— E di' un po' che te ne andavi senza nemmeno venirmi a salutare. Non è -così? - -— Non è così; venivo diritto da voi. - -— Tanto meglio, giovinotto, tanto meglio; io so che tu hai un cuore, un -cuore... - -E, come a sincerar la cosa, fissa lo sguardo sul panciotto di Mario, il -quale, senza sapere bene perchè, si sente imbarazzato. - -— Hai visto tuo padre? gli domanda il dottore, passando amichevolmente -il braccio in quello del giovine. - -— L'ho visto. - -— E...? - -Un breve silenzio ed un sospirone lungo del dottore, il quale prosegue -a dire: — Ho capito, ho capito; si fa il ritroso, ma tanto tanto dovete -amarvi e vi amerete. Scommetto che vi amerete... fra otto giorni, o fra -quindici, o fra un mese... non più tardi... Scommetti che fra un mese -vi amerete...? - -La scommessa non è accettata, ma per il dottore è tutt'uno. - -— Benissimo... benissimo, siamo perfettamente intesi... ed il -signorino, appena sia medico laureato, ci mostrerà che anche i medici -vanno soggetti a malattie di cuore e ci farà la diagnosi d'un vecchio -vizio cardiaco che a me pare di indovinare, solo guardando il suo -panciotto a scacchi color caffè. - -Se Mario non avesse avuto una forza d'animo singolare, avrebbe ceduto -al suo istinto, ed il suo istinto era di abbottonare il soprabito, -tanto per nascondere il panciotto a scacchi color caffè. - - . . . . . . . - -Nessuno immagina il garbo bizzarro di Semplicetta nell'aiutare a -vestire la bambola della padroncina. Veramente, ella dice, che non ci -ha garbo di sorta, che non ci è nata, ma non bisogna crederle, è tanto -modesta! Olimpia ride, a volte, di gran gusto, ma ciò non vuol dire -che non creda Semplicetta eccellente in quelle funzioni; anzi essa -riconosce volentieri che la bambola non ha mai avuto da lamentarsi, e -ride più forte. - -Bisogna sapere che la bambola di Olimpia è una bambola viziata, piena -di capricci, di dispettuzzi, di collere, ma in fondo una gran buona -pasta di bambola. E sì che ne potrebbe pretendere di attenzioni e di -cure, perchè di pari sue non se ne incontrano da per tutto, neppure -a Norimberga, sua patria. Venuta in Milano, aveva da prima voluto un -amore sconfinato ed un'obbedienza senza condizioni; ma a poco a poco -si era abituata a vedersi posta in un canto nell'ora delle faccende -domestiche, ed oggi si accontenta di uscire una volta la settimana -dall'armadio, di abbigliarsi sulla tavola e rientrare in casa col suo -più bell'abito; è diventata taciturna e melanconica e si lascia ridere -sotto il naso senza dolersene, contentandosi di essere amata un poco -quando non ci è più nulla a fare. Le cose sono in questi termini tra -Olimpia e la sua bambola, e benchè il dottor Parenti non sospetti di -nulla, qualche volta si va fino a freddezze. - -Olimpia guardava attraverso i vetri nel cortile dei pazzerelli, in -quella appunto che il babbo correva dietro a Mario, e quando entrambi -sono scomparsi, ella si è tolta alla finestra e si è accostata alla -bambola con una certa intenzione di piangere. Ma la bella norimberghese -è in gran gala e vedrebbe mal volontieri che le si gualcissero gli -abiti, e Semplicetta, la quale non aspetta altro, affida alla padrona -la piccola dama e se ne va alla finestra opposta borbottando. - -— Il signor Mario, dice ella alcuni momenti dopo, ha in mano la valigia -e si separa dal dottore... - -— Buon viaggio, buon viaggio, ripetè due volte Olimpia, una volta -probabilmente per conto della bambola. - -— Non viene a vederlo partire? - -— Che ne importa a me di vederlo partire? Che ne importa a me di -vederlo partire? - -Semplicetta sta zitta e continua a guardare dai vetri. Olimpia aggiusta -il cappellino sulla testa pettinata della bambola. - -— È partito! dice finalmente Semplicetta lasciando la finestra. - -Ed Olimpia si stringe al petto la bella norimberghese, e le mormora -sotto voce: «è partito! è partito!» - - - - -XIX. - -OGNISSANTI A DONNINA. - - -È giorno di vacanza. - -Maestro Ciro, uscito per andare a spasso alla campagna, è rientrato -più presto che non sia suo costume e si è accostato furbescamente a -Donnina, colle mani dietro la schiena, con un risolino piacevole sul -labbro. Non le ha detto nulla, e la maliziosa ha compreso tutto, e gli -è venuta dietro in un balzo, ed ha visto ciò che egli le nasconde, e -gliel'ha preso di mano — una lettera di Ognissanti! - -La formidabile mamma Teresa se ne sta in un canto, immobile, solenne; -non vi è pericolo che rivolga gli occhi dalla parte di Donnina e del -marito, o faccia atto che accenni la sua intenzione di uscire dalle -ostilità; oh! non vi è pericolo! Solo ogni tanto getta una sbirciatina -di traverso, una sbirciatina curiosa se vogliamo, ma d'una curiosità -misurata, tutta dignitosa. Maestro Ciro è uscito a ridere sonoramente, -e Donnina s'è fatta presso alla mamma e le ha gridato nell'orecchio: «è -di lui!» - -L'impertinente! E quel maestro Ciro che continua a ridere ed a fregarsi -le mani! - -Mamma Teresa si è provata a resistere, a tener duro, ma ride, e quando -Donnina le circonda il corpo colle braccia, le vien fuori senza volerlo -uno sguardo di misericordia, e quando infine l'impaziente fanciulla -ha rotto i suggelli e tratto fuor dalla busta, devotamente, una mezza -dozzina di fogli bianchi tutti neri di scrittura, la terribile fortezza -crolla, e mamma Teresa esce a parlamentare: - -— È lui che scrive? Ebbene, che me ne importa? Non scrive già a me, -immagino; e poi io non saprei leggere tanto tanto; ti dirà le solite -cose che si dicono. - -— La lettera è diretta a Donnina, osserva maestro Ciro, a Donnina, -proprio a lei. - -— Proprio a lei, proprio a lei! Come se io non sia più nulla, come se -ciò che è diretto a Donnina non sia diretto a me? - -E siccome Donnina ha squadernato i fogli un paio di volte e si è seduta -al fianco della mamma, senza badare ai pericoli della collera di lei, -la vecchia, crollando il capo, strascica con suprema degnazione una -parola: - -— Sentiamo! - -E maestro Ciro fa eco: - -— Sentiamo! - -E Donnina, con un lieve tremito nella voce, incomincia: - -«Il luogo da cui ti scrivo e ciò che ti voglio scrivere saranno per -te cagione di meraviglia e forse di affanno; ma è giunto il momento -di dirti tutto. Temo che il segreto del nostro amore non sia più un -segreto per taluno a cui desideravo nasconderlo ancora, e non voglio -che tu possa da altri nulla apprendere sul conto mio che io già non ti -abbia detto. Confessarmi a te è il mio diritto ed il mio dovere; e poi -chi sa se non ti ingannerebbero — io no, non ti potrei ingannare.» - -Mamma Teresa, guardando al soffitto e dimenandosi, ha l'aria di dire -che per conto suo non ci crede moltissimo; ma Donnina non pone mente al -sospetto ingiurioso e tira innanzi. - -«Ti ricordi di quando eravamo entrambi ad S...? A me non fu data gioia -più bella della sventura d'allora, perchè in premio dei dolori patiti -fu là che ti conobbi e che mi amasti. Ma io ero sventurato, e tu lo -ignorasti sempre, e nessuno lo seppe mai. Intorno a me si magnificava -la mia fortuna, perchè, nato in un ospizio ed ivi cresciuto, m'era -toccata la sorte di essere raccolto da un vecchio pieno di cuore, -il quale mi avrebbe fatto da padre e data una professione. Tutto ciò -era verissimo, e nei primi mesi che entrai a far parte della desolata -famigliuola di mastro Paolo, mi parve di avervi portato come un barlume -della immensa luce di gioia che si era fatta nel mio cuore e nel mio -cervello nel momento di mettere il piede fuor dell'ospizio. Mi pareva -d'incominciare allora ad essere me stesso, e che prima non fossi stato -altro se non una cosa che si raccoglie nei trivii e si numera.... -perchè non dia inciampo ai passanti. Ero lieto, ero felice, ero libero! -Avevo dieci anni soli, ed il mondo mi apparteneva. - -«Mastro Paolo aveva ancora un figlio, l'ultimo di cinque; i primi -quattro erano morti un dopo l'altro, alla stessa età, dello stesso -indomabile malore, e la madre gli aveva preceduti tutti sotterra. - -«Luigi, l'ultimo figlio, aveva diciott'anni, era scolorito in volto, -esile, dolce nelle maniere e nell'accento; un'ottima creatura; mi prese -ad amare appena mi vide, e mi chiamò _fratello_. Immagina tu quanto -bene mi facesse quella parola! Mastro Paolo invece non mi chiamava mai -_figlio_; non me ne dolsi, comprendendone la ripugnanza. - -«Un giorno lo vidi piangere in un canto, nell'ombra della camera; Luigi -ci volgeva le spalle e se ne stava immobile, ritto nel vano dell'uscio -a contemplare il tramonto. Il povero padre non sapea distaccar gli -occhi da quel corpo che, per effetto dell'estrema luce sempre più -indebolita, pareva disegnarsi sempre più lontanamente nell'infinito -orizzonte. E piangeva premendo forte la mano alla bocca a soffocare -i singhiozzi, per non farsi udire dal figlio. Io me gli accostai col -cuore gonfio, egli circondò la mia testa con un braccio, se la strinse -al cuore che gli batteva concitato e non mi disse nulla. Fu la sola -volta che mi mostrasse affetto di padre. - -«Luigi pareva assottigliarsi sempre più; a me invece la nuova vita, la -gioia d'esser libero e di appartenere ad una famiglia, davano forza, -vigore ed apparenza di salute. Mastro Paolo, nel vedere il contrasto -tra me e suo figlio, mi disse una volta, facendosi forza per sorridere: -«si direbbe che quanto perde Luigi lo acquisti tu!» Io lo guardai -in volto senza troppo comprendere; oh! come era amaro quel sorriso! -Compresi... fu una rivelazione e me gli feci istintivamente presso -perchè mi battesse. Egli dovea sentire un bisogno irresistibile di -battermi per vendicarsi della sorte, ma era buono, si accontentò di -respingermi con un cenno, e chinò la testa sul petto con uno scoramento -profondo. - -«La vita che facevamo non era certo larga; il povero vecchio, assiduo -alla fatica del suo mestiere di falegname, guadagnava appena il tanto -da vivere; la casicciuola gli apparteneva; un gramo campicello, e più -il risparmio gli venivano in aiuto quando il lavoro mancava: ma delle -sue condizioni economiche non lo udii mai lamentarsi, ed al figlio -non voleva permettere il lavoro, a me permetteva appena di aiutarlo. -Mi mandava a scuola, e non mostrava mai di volermi apprendere la sua -professione. - -«Il giorno lungamente temuto venne: Luigi stava per entrare nel -ventesimo anno ed aveva sembianza più di fantasma che d'uomo; parlava -ansimante: non visto dal padre, se ne stava lunghe ore immobile, a -fissare un punto dello spazio; per noi aveva sempre un sorriso. Un -giorno si sentì più debole; voleva starsene a letto e non sapeva come -fare per non affliggere il vecchio; si vestì, scese da basso, sedette -sfinito in un canto. Mastro Paolo da qualche tempo aveva acquistato una -forza d'animo insolita, la forza d'animo che proviene dall'imminenza -d'una sciagura. - -«Appena vide il figlio, lesse la propria sorte, e non battè palpebra; -gli chiese con amore come si sentisse; gli fece dolce rampogna perchè -non fosse rimasto in letto, e volle ci si rimettesse subito, e lo aiutò -a risalire le scale ed a svestirsi, non cessando di ripetere che doveva -essersi costipato la vigilia stando all'aperto dopo l'imbrunire, e che -sarebbe stata cosa da nulla. - -«Luigi rispondeva che così era senza dubbio. Inutile, pietoso e -vicendevole inganno. Io fui mandato pel medico, il quale ordinò un -calmante, ma non volle dir nulla. Il domani non avevo più chi mi -chiamasse «fratello.» - -«Non credere, buona Donnina, che la lunga aspettazione d'una sventura -la faccia parere meno amara quando sopraggiunge. - -«Io appresi allora come l'uomo non si arrenda mai al dolore, e -come la stessa disperata rassegnazione altro non sia che un inganno -della fibra. Il dolore, anche preveduto ed aspettato, giunge sempre -improvviso, se pure il lungo affanno non fa più deboli e più sensibili, -negando perfino quello sbigottimento che dà un repentino disastro. - -«Il vecchio padre non versò una lagrima, dacchè il figlio si fu -posto a letto per l'ultima volta, ma non lo abbandonò più un istante, -ne raccolse l'ultimo sguardo e l'ultima parola, e quando tutto era -finito, se ne stette ancora lungamente immobile a contemplarlo a ciglio -asciutto. - -«Io piangevo in un canto. - -« — Così lo vedo da quattro anni, diss'egli finalmente, coll'attonita -immobilità e colla voce monotona di chi parla a sè stesso, lo vedi tu -ora? così io lo vedo da quattro anni. Egli giocava, o mi sorrideva, od -attendeva tranquillamente al melanconico lavoro, mi era dinanzi, od era -assente, ed io lo vedeva sempre così come ora lo vedo. - -«Bisognò separarlo quasi a forza dalla _sua creatura_; i vicini -spendevano vane parole a confortarlo; egli non ascoltava, e rispondeva -invariabilmente a tutti: «così lo vedo da quattro anni.» E anche quando -fu allontanato da casa sua, continuò a guardare fissamente nella stessa -direzione ed a mormorare ogni tanto fra sè: «così lo vedo da quattro -anni.» - -«Nel giorno seguente egli si sottrasse con violenza agli amici che lo -trattenevano e volle ritornare a _vederlo_. - -« — Se si fosse svegliato! diceva. - -«Bisognò lasciarlo andare; io, dimenticato da tutti, e quasi dimentico -di me stesso, gli tenni dietro; sentivo qualcuno che diceva: «il povero -uomo perde la testa; ne impazzirà.» - -«Quando mastro Paolo ebbe riveduto il cadavere di suo figlio, parve -acquistare una forza singolare, scese da basso, andò in bottega e si -pose al lavoro. - -«Si cercò di allontanarlo, e nessuno osò chiedergli che cosa volesse -fare. Io stesso compresi inorridito. - -« — C'è forse in paese un altro che faccia le bare meglio di mastro -Paolo? chiese agli astanti; si mostri se ci è! - -«E continuava a pigliare le misure, ed a segare le tavole con sinistra -energia. Ma quando ebbe preparato i pezzi e le commessure e volle -inchiodarli, il primo colpo di martello parve cadergli sul petto, gli -vennero meno le forze, e si gettò bocconi sul pancaccio, piangendo.» - -A questo punto il tremito della voce di Donnina è cresciuto tanto che -le bisogna troncare la lettura. Nessuno dice parola. Mamma Teresa non -sa come tenersi per starsene in contegno, il signor maestro fa i suoi -comodi ed asciuga una lagrima colla pezzuola. A poco a poco una mano -della vecchia incontra, sull'omero di Donnina, una mano di babbo Ciro e -non si ritrae... E Donnina prosegue: - -«Luigi fu sepolto la notte, accanto ai suoi fratelli, e il povero padre -parve ritornare a poco a poco in sè. - -«Per tutto il tempo corso dalla morte alla sepoltura io mi era -tenuto in disparte timoroso, comprendendo per istinto che la mia -vista doveva fargli più male; mi sentivo una gran voglia di venirgli -incontro e di dirgli: «vedi, tu hai ancora un figlio; io ti amerò qual -padre.» Ma qual merito in me? Avevo forse io altri da amare? Temei -d'essere accolto male, non dissi nulla a lui, ma sentii il bisogno di -prometterlo a qualcuno, ed andai in cimitero e lo dissi piangendo a -Luigi, sulla sua fossa. - -«Venne appunto allora mastro Paolo; pallido, severo, si inginocchiò -accanto a me senza mostrare di avermi visto, poi se ne andò fuggendo, -come per sottrarsi ad un sinistro pensiero. - -«Ebbi paura. Mi passarono in mente mille disegni; volevo fuggire, -andare a Milano, chiedere al mondo ciò che solo può dare: del lavoro ed -un padrone, e non mendicare l'affetto dai padri di altri figli. - -«Avevo dodici anni, e mi sentivo forte, ma non ero abile a nulla, mi -scorai, ed accettai la mia sorte. Contro quel che credevo, mastro Paolo -quel giorno fu meco amorevole più del solito, e, venuta la sera, mi -prese fra le sue ginocchia ed appoggiò la testa tremante sulla mia. - -Tu solo mi rimani!» - -«Egli diceva queste parole con un accento che mi strappava le lagrime: -io solo! gli _altri_ erano tutti morti! Gli altri... i suoi figli veri! - -«-È venuto il momento, mi disse poco dopo, ti ho preso meco apposta; -io prevedevo questo giorno; era il solo libro in cui sapessi leggere -spedito, la mia sciagura! Sapevo che sarei rimasto solo, che mi -avrebbero ritolto ad una ad una le mie creature dopo avermele date per -vederle agonizzare; lo sapevo. Ora sono solo, solo, solo! - -«E siccome io continuava a piangere, egli soggiunse: - -« — Non bisogna piangere; provati a ridere, provati; quando i tuoi -fratelli avevano la tua età, ridevano essi, e queste pareti risonavano -di allegrie; e finchè la morte non ebbe imparato la strada che -conduceva alla mia felicità, ridevo anche io perchè ero felice; provati -a ridere; basto io solo a piangere. - -«Un altro giorno, appena desto, mi chiamò a sè e mi disse: - -« — Hai da essere tu il mio figlio; sono _essi_ che lo vogliono; tu sei -solo ed anch'io; non saremo più soli; porterai il mio nome; andremo dal -sindaco, gli chiederemo che cosa bisogna fare per essere proprio padre -e figlio. - -« — Volerci bene, gli risposi baciandolo sulla guancia. - -«Egli mi guardò come sbigottito, e mi chiese: «e potrai tu volermi -bene?» - -« — Sì, tanto. - -«Il pensiero di adottarmi in faccia al mondo e di darmi il suo nome -gli ritornò più volte ad intervalli lunghi, ma pareva non sapesse -determinarsi a porlo in atto. - -« — Sai, ci sono tante seccature... una carta che dica quando sei nato, -un'altra che dica quando son nato io, un'altra in cui si provi che tu -sei orfano, e poi andare innanzi ai giudici, e dirlo là e far scritture -lunghe... v'è da perdere la testa; e mi hanno anche detto che bisogna -spendere del danaro, oppure farsi fare un'altra carta a provare che -sono miserabile... Lo sanno tutti che io sono miserabile, lo domandino -al becchino dove è il mio tesoro... nossignori, vogliono una carta -scritta!... - -«Quand'egli così parlava, cedendo ad una lieve collera, io lo guardava -in volto non potendo allontanare un sospetto pauroso; e mi venivano in -mente quelle parole udite per via: «il poveruomo ne impazzirà.» - -«Erano passati parecchi mesi, ed il vecchio continuava a parlare di -Luigi come se fosse morto il giorno innanzi: attendeva tutto il dì al -lavoro facendosi aiutare da un apprendista, e voleva che io andassi -alla scuola. - -«A me pungeva d'essergli di aggravio, e gli dissi più volte piacermi la -professione di falegname, me la insegnasse. - -« — Non è vero, mi rispose un giorno, non è vero, a te piace leggere -e scrivere come a Luigi; a te piace divenire maestro di scuola, come -a Luigi; tu devi imparare a leggere e scrivere e diverrai maestro di -scuola; finchè mi rimane forza, basto io al lavoro; quando non ne avrò -più, sarai maestro di scuola e soccorrerai tu il tuo vecchio. Luigi ti -voleva bene... non puoi essere un ingrato. - -«Non diceva più _padre_, non mi chiamava più _figlio_! - -«A poco a poco sparve anche quella specie d'intimità che era fra noi; -vedendo come nei giorni di vacanza, toccandomi di rimanere in casa, -egli fosse collerico ed alcune volte ingiusto, mi venne in mente che mi -mandasse alla scuola per non avermi sempre innanzi agli occhi. - -«Incominciò per me una più terribile solitudine di quella che prima -avessi temuto — la solitudine dell'uomo respinto. Accorgendomi che la -mia vista faceva male a mastro Paolo, nella bella stagione me ne andavo -coi libri in campagna a studiare, molte volte a piangere. Esaurii in -breve tutte le mie lagrime. - -«La mia natura gioconda riprese a poco a poco il sopravvento... - -«Provati a ridere» mi aveva detto mio padre; io mi stordiva ridendo. - -«Era una maschera, una livrea per riuscir meno ingrato ai miei -compagni, e mi conveniva deporla alla porta di casa. - -«Non ero, no, felice. A dispetto degli sforzi che faceva per darmene -le apparenze, mi pareva che tutto quel cumulo di sciagure ch'io doveva -sanare pesasse sul mio capo come una condanna, e che in me si dovesse -leggere solo il dolore, e che tutti mi fuggissero. - -«In quell'abbandono, in quella ridente desolazione dell'anima mia, -nella tenebra fitta del mio pensiero, penetrò un raggio di sole — -l'amor tuo, Donnina. E bastò a tutto; ritrovai fede, avvenire, ritrovai -il mio cuore; ebbi perfino l'ardimento di venire innanzi a mastro -Paolo e di amarlo in palese; parevami che la mia felicità mi desse un -gran diritto sugli uomini e che tutto quanto mi aveva respinto dovesse -accogliermi a braccia aperte. - -«Non era illusione la mia; la felicità è una forza a cui non si sa -resistere; abbandonato prima dai compagni, ritrovai allora qualche -amico, e, migliore amico di tutti, il mio maestro, il tuo ottimo padre. - -«Trovai cento porte aperte, ma non quella della sventura; il cuore di -colui che aveva promesso di essermi padre mi rimase chiuso. - -«Mi convenne dissimulare, ma nol seppi tanto che il vecchio non si -avvedesse. - -«Un giorno mi minacciò col pugno udendomi canticchiare. Io canticchiava -perchè mi passasse più presto l'ora che mi separava da te; fuggii, -venni ad aspettarti, non ti dissi nulla. - -«Maestro Paolo la sera mi mosse incontro, mi guardò fisso in volto, e -mi passò leggermente una mano sul capo — era pentito. - -«Ma non mai parola buona, non mai carezza: mi sfuggiva, gli ero -divenuto odioso. - -«Una mattina non lo vidi scendere al lavoro, l'aspettai trepidante -prima di andare alla scuola, allora salii nella sua camera e vidi -che passeggiava seminudo colla finestra aperta; ed eravamo nel cuore -dell'inverno! - -«Gli parlai, non mi rispose, e continuò a passeggiare ed a mormorare -fra sè. Alla fine si arrestò, si vestì in silenzio, mi passò innanzi e -scese da basso. - -« — Domani partiremo, mi disse al ritorno dalla scuola; andremo a -Milano; bisogna provare a fuggire, non sei tu del mio parere? - -«Io lo guardai temendo che fosse impazzito; anch'egli mi guardava -fisso, ma con fermezza insolita. Non dissi parola — ed il domani, tu -lo sai, partimmo. Sul far dell'alba, a piedi, con pochi panni annodati -entro una pezzuola, io, col cuore gonfio, cogli occhi rossi di lagrime. -Mi voltai più volte a guardare la casicciola che mastro Paolo aveva -venduto ad un suo creditore, a guardare il noto campanile, e, nella -direzione di quello, la scuola comunale ove erano i miei soli amici, -dove eri tu, Donnina! I gelsi, che io mi lasciava indietro coi rami -nudi imbiancati dalla brina, non mi erano mai sembrati così belli -nemmeno nell'estate, quando gettavano la loro ombra circolare, e quando -da ognuno di essi partiva la canzone degli sfogliatori. - -«In breve la casicciola sparì dietro la svolta della via, il campanile -si perdette nella bruma, ed i nuovi gelsi nudi, muti, irrigiditi, -continuarono a passarmi innanzi lentamente e mi parevano dirigersi ad -S... che io lasciava a malincuore. - -«Mastro Paolo camminava spedito, guardando innanzi a sè, come ad una -meta prefissa, senza arrestarsi od allentare il passo, senza volgersi -mai, tentennando ad ora ad ora il capo in sinistra maniera. Io faticava -a tenergli dietro. - -«Quel viaggio melanconico durò due ore; un immenso ed indefinito -ronzìo si fece udire a poco a poco, — la voce della città — Milano! -Mi ero preparato a resistere alle mie sensazioni, e seppi soffocare un -singhiozzo. - -«Guardando attraverso la nebbia quelle file d'alberi di forme così -regolari, la punta estrema del Duomo, e tutto intorno quel viluppo -immenso di tetti, di cupole, di terrazzine, di campanili, quel mondo -ignoto in cui io avevo vissuto la prima età, mi sentivo invaso da -una invincibile ripugnanza. Fissai coll'occhio un punto, e dissi a me -stesso: «quello è l'ospizio in cui sono nato.» — Non vidi altro. - -«Passammo la porta in silenzio; vedendo tanta gente affrettata, tante -carrozze incrociantisi, pensai che tutti dovevano avere uno scopo per -affaccendarsi così, e noi... - -«Guardai mastro Paolo — egli continuava a camminar diritto, dello -stesso passo. - -« — Dove andiamo? gli chiesi. - -« — Dove andiamo? ripetè a sè stesso, come se non comprendesse il -significato della domanda. Poi soggiunse, parlandomi sotto voce ed in -aria di volermi fare una confidenza: fra i vivi; qui di gente vivace -n'ha, mi pare, laggiù erano tutti morti. - -«Lo sguardo fisso, il ghigno delle labbra e quell'accento sinistramente -singolare, mi tolsero le ultime forze; uscii in dirotto pianto. Temevo -di comprendere una sciagura immensa. - -«Il povero vecchio mi guardò meravigliato, mi prese per mano, mi -condusse innanzi ad un sedile di pietra, e mi disse: - -« — Siedi, tu sei stanco. - -« Sedei, asciugando le lagrime, e facendomi forte per guardarlo in -viso. Egli stette alcuni istanti sopra pensiero, e si assise accanto a -me. - -« — Padre, mormorai. - -« — Padre, ripetè senza voltarsi; poi voltandosi d'un subito, mi disse -con impeto: «non sono tuo padre, non sono più padre, non ci sono padri. -Tutti costoro che passano sono gente orfana come tu ed io. Padre! Lo -conosci tu tuo padre? Gli ho io i miei figli? Ti dico che non ci sono -più padri.» - -«Non mi rimase più dubbio, mi guardai intorno, cercando un soccorso, ma -non piansi più; pensai che quel vecchio, fattosi mia guida, era in mie -mani, che mi bisognava esser uomo. - -«Mastro Paolo s'adirò del mio silenzio e proseguì a dire: - -« — Padre! che ho io fatto per esser tuo padre? Ho forse pianto -per te, ho preso la misura della tua bara? Muori anche tu, e sarò -tuo padre. Vedi quel cielo azzurro; non pare, ma è un invidioso, un -cattivo invidioso della terra; è colpa sua se noi siamo orfani. Ti -sei riposato? Affrettiamo; tutta quella gente cerca i proprii figli; -andiamo a dar loro la notizia, a dir loro che non ci siamo che noi due. - -« — Mastro Paolo, gli dissi pigliando le sue mani e stringendole -forte nelle mie, mastro Paolo, voi non vi sentite bene.... provate -a ragionare, a ricordarvi; guardatemi in volto, ditemi se mi -riconoscete... Chi sono io? - -«Il vecchio, commosso un istante dalla veemenza delle mie parole, uscì -a ridere, ma non rispose. - -« — Chi sono io, per pietà, dite, dite, chi sono io?... - -« — Chi sei tu? rispose il vecchio, balzando in piedi, vuoi proprio -saperlo chi sei tu? Sei l'uomo che io odio, sei l'uomo per cui sono -morti i miei figli, dei quali volevi occupare il posto nel mio cuore! -Ecco chi sei tu! Ma hai fatto male i tuoi conti; guarda, qui dentro non -ci è più cuore, l'ho seppellito con essi. - -«Così dicendo, il disgraziato vecchio schiudeva colle mani tremanti le -vesti e la camicia, e mi mostrava il povero petto ignudo. - -« — Ed ora che ti sei fatto dire chi sei, vattene, soggiunse, vattene -a ridere di me altrove; credi forse che non ti abbia visto ridere delle -mie miserie? Ebbene, vattene, e ridi.» - -«_Piangi?_» - -Quest'ultima dimanda non è nella lettera, ed avrebbe potuto esser -rivolta a Donnina, che pure è stata la prima a farla a mamma Teresa. -È un'indiscrezione, ed il signor maestro si affretta a rimediare a -quell'imprudenza dicendo: - -— È il fumo; sono due giorni che il camino manda fumo; ti pare che -Teresa possa piangere? - -— E perchè no? interrompe l'intrattabile signora asciugandosi -rapidamente gli occhi col rovescio della manica; e perchè no? - -Maestro Ciro, che ha anch'egli gli occhi rossi dal fumo, non si prova -a ribattere, ma urta del gomito nel gomito di Donnina ed esce a ridere -senza paura al mondo, mentre la fanciulla ripiglia il filo. - -«Alcuni passanti si erano arrestati e ci guardavano senza accostarsi; -io non aveva lagrime, non udivo più nemmeno le parole del vecchio, il -cuore mi batteva forte e mi sentivo un vigore insolito, ma non sapevo -che fare. - -« — Che ha quel vecchio? mi chiese una voce. - -«Mi volsi e vidi un signore dalla faccia benevola. - -« — Vaneggia, risposi, gli sono morti cinque figli, io solo gli rimango -e non sono suo figlio; mi volle seco, ora mi respinge perchè vaneggia; -ma il suo cuore è buono. - -« — Qua entro non ci è più cuore, aggiunse mastro Paolo facendosi -innanzi - -« — È vero, gli rispose lo sconosciuto, fingendo di guardargli in -petto, è vero; e che intendete di fare? - -« — Di fare? di andar per il mondo a dare la cattiva notizia... La -sapete voi la cattiva notizia? - -« — No, rispose il signore, accompagnandosi col vecchio verso una -carrozza che si accostava. - -« — Non ci sono più figli; siamo tutti orfani; quell'azzurro di cielo è -un inganno, ed il cielo è un cattivo invidioso della terra. - -« — Possibile! allora bisogna far presto. - -«In così dire, lo sconosciuto spingeva il disgraziato vecchio entro -la carrozza, vi saliva egli stesso e mi faceva cenno di seguirlo; un -istante dopo la carrozza partiva di galoppo, rompendo la folla che -s'era radunata intorno a noi. - -«Per via, mastro Paolo non disse più nulla, e continuò a guardare -attraverso il vetro degli sportelli con una specie di stupore ingenuo; -lo sconosciuto ne seguiva attento ogni gesto, ed io non distaccava -gli occhi da quella sua faccia sbigottita, come timoroso di leggervi -qualche nuova e più terribile sciagura. - -«Ahi! Donnina mia, nissuna sciagura più terribile di quella per me: -mastro Paolo era impazzito; il benevolo che ci aveva raccolti era un -medico, ed il luogo ove ci condusse, un ospizio di pazzi. Me ne avvidi -all'aspetto melanconico del cortile in cui eravamo scesi di carrozza, -ai cancelli ed alle grate di ferro e di legno che tenevano luogo di -porte e finestre. Lo sconosciuto invitò mastro Paolo a seguirlo; a -me fe' cenno di rimanermi un istante. Rimasi col cuore gonfio, col -pensiero smarrito in una profonda dimenticanza; mi si cancellarono -dalla mente i fantasmi del passato e dell'avvenire, per non vedere -più se non quel momento, quel luogo melanconico, quelle grate, quella -solitudine e quel cancello che si era chiuso dietro di me. - -«Ebbi un terribile pensiero: che io stesso fossi impazzito o fossi per -impazzire, e mi premei il capo colle mani, e cercai di comporre dinanzi -a me la tua soave immagine. - -«Quella penosa solitudine durò poco; lo sconosciuto ritornò alcuni -istanti dopo con un vecchio dall'aspetto severo, il quale si raddolcì -meco singolarmente. - -«Il più giovane mi prese per mano e mi condusse in una stanza tutta -coperta di scaffali, ed il più vecchio mi passò innanzi, si pose -a sedere ad una scrivania, aprì un gran registro ed incominciò ad -interrogarmi. - -«Vollero che dicessi tutto quanto io sapeva di mastro Paolo, quali -fossero i miei rapporti con lui, quali i suoi mezzi d'esistenza, quali -le sue sventure; ripetei ad essi ciò che ho scritto a te, ma senza -piangere, senza batter palpebra, con una specie di attonitaggine nuova. - -«Quand'ebbi finito di dire, ed essi d'interrogare, ed il vecchio di -scrivere nel registro, il medico (ora lo chiamo così) si chinò e disse -all'orecchio dell'altro una parola che io non compresi; ma tosto, -seguendo il movimento della penna dello scrivente, lessi: _lipemania_. - -«Che voleva dire? io non aveva mai udito quella parola ma ne intesi -subito il significato. - -« — Mastro Paolo è pazzo? ebbi la forza di chiedere. - -«Non mi risposero. - -« — Guarirà? insistei. - -« — Senza dubbio, figliuolo mio, mi disse il medico; senza dubbio. - -« — E lo guarirà lei, signore? - -« — Io stesso, figliuolo, coll'aiuto dell'arte, della natura e del -tempo.... - -« — E quanto tempo occorre perchè un pazzo guarisca? - -« — Un paio di settimane, qualche volta più.... qualche volta meno. - -«Il vecchio teneva il capo basso e non diceva parola. - -« — Ed io? balbettai... potrò venire a vederlo? - -« — Tu rimarrai qui finchè mastro Paolo sia guarito, disse il vecchio, -che era il direttore del luogo... se ti piace. - -«Pensa se accettassi! La gratitudine mi diede le lagrime che mi aveva -negato il dolore. - -«Mi fu dato uno stanzino in casa del vecchio; uno stanzino pulito, con -bei mobili, con un bel lettuccio, in cui non potei chiuder occhio la -prima notte, tanto si stava bene. - -«Pensavo: babbo Paolo avrà uno stanzino come questo ed un lettuccio -come questo? - -«Al giorno successivo trovai panni nuovi e biancheria di bucato; -non usciva già dalle mie valigie; non sapevo che dire; mi tornavano -in mente i racconti delle fate, e Milano mi pareva una città di -incantesimi. - -«Il signor Fulgenzio, così si chiamava la mia buona fata, mi parlava -rare volte, ma amorevole. Non osavo chiedere di rivedere il babbo, per -paura stesse peggio, e perchè temevo di far dispiacere ai buoni che mi -avevano colmato di tanti benefizi; ma il vecchio direttore fu il primo -a dirmi che potevo andare da mastro Paolo quando volessi. - -«Ci andai subito. - -«Ah! Donnina mia, quale spettacolo orribile! vedere tanta gente, tutta -fatta come noi, che pare sana e robusta, e dire che non ragiona, che -non sa pensare nè amare! Quella prima impressione come di sgomento -cedette ad un dolore più profondo, perchè, appena mastro Paolo mi vide, -diede in ismanie, e mi venne incontro coi pugni stretti, dicendomi -che io gli aveva strappato il cuore, che io gli aveva ucciso le sue -creature. Appena fu acquetato mi volse le spalle e passeggiò per la -sala senza più badare a me, finalmente sedette in un canto e prese a -guardarmi curiosamente, come se mi vedesse per la prima volta. - -« — Babbo, gli dissi colla voce tremante, babbo... - -«Non mi rispose. - -« — Mastro Paolo, mastro Paolo! e muovevo un passo incontro a lui. - -«Ma egli si raggomitolò nel suo cantuccio e mostrò di aver paura di me, -e mi scongiurò col gesto di non fargli male... - -«Mi arrestai, e mormorai ancora una volta: «babbo!» - -«Il disgraziato non mi conosceva più, e continuava a guardarmi con quel -suo sguardo attonito e curioso. - -«Passarono otto giorni senza che osassi più venire innanzi al vecchio. -Quando l'osai fui accolto alla stessa maniera; solamente non si adirò -meco, ma la ripugnanza e la paura mi facevano più male della sua -collera. - -«Un'altra volta, mentre io me ne stavo in un canto a guardarlo con -tenerezza compassionevole, ed egli era là, immobile, fingendo di non -vedermi, ma gettandomi ogni tanto uno sguardo fuggitivo, venne il -dottore. Allora fui testimonio del singolare potere che aveva dato a -quest'uomo la benevolenza schietta e quasi ruvida, perchè, appena egli -fu entrato, mastro Paolo gli venne incontro trasfigurato in viso, e -gli prese la mano colla gioia riconoscente d'un uomo scampato ad un -pericolo. - -«Mi allontanai coll'anima in tumulto. - -«Il dottore mi raggiunse subito dopo, e mi pose confidenzialmente una -mano sull'omero. - -« — È inutile ch'io rimanga qui, balbettai, l'orrore che egli prova per -me mi dice che non potrà amarmi mai; quando egli sarà guarito, io non -avrò padre ugualmente — non ho più padre. - -« — Non hai più padre perchè quella è pazzia di cui non si guarisce in -quell'età se non colla morte. Fa conto che sia morto. - -«La durezza di queste parole era temperata dall'accento — e me ne dolsi -solo per l'uomo che fino allora avevo chiamato padre. A me non pensai. - -« — Ebbene, dissi, bisogna che io lasci questo luogo, e pensi a -guadagnarmi la vita. - -« — Che sai fare tu? - -« — So leggere, scrivere e far di conto; sono andato alla scuola ed ho -voglia di studiare. - -« — Non altro? - -« — No, ma imparerò. - -« — E intanto?... - -«Il dottore mi lasciò in pensiero. Il giorno successivo fui chiamato -nella camera del mio vecchio ospite. - -« — Quanti anni hai? mi chiese. - -« — Sedici. - -« — Io ne ho cinquantaquattro; potrei quasi essere tuo nonno; vuoi -esser mio figlio?» - -— Suo figlio! esclama mamma Teresa sollevandosi quattro buoni pollici -sulla sedia e girando intorno uno sguardo pieno di dubitosa meraviglia. - -— Suo figlio! ripete più forte il signor maestro curvandosi a leggere -egli stesso dietro le spalle della giovinetta, la quale non pare punto -commossa, e risponde col sorriso sereno alla ingenua curiosità dei due -vecchi. - -Mamma Teresa, trasfigurata in volto, cogli occhi immobilmente fissi -nelle labbra di Donnina, vi legge le parole prima che la fanciulla le -proferisca. - -«Non risposi; quell'improvvisa proposta era così straordinaria, e le -porte dischiusemi per essa mi lasciavano vedere un mondo così diverso -da quello immaginato dianzi, che mi parve tutt'uno come se mi si -proponesse un'altra vita, in un altro mondo, sotto un cielo di altro -colore. - -« — Dice davvero! esclamai; suo figlio! e che ho da fare io per -divenire suo figlio? - -« — Nulla. - -« — Ma allora lei mi vuol bene, se vuol essere mio padre! E che ho -fatto io perchè lei mi voglia bene? - -« — Nulla; tu hai sedici anni, ed io non ho un figlio; vuoi tu essere -quello? - -« — E mastro Paolo? mormorai, che dirà mastro Paolo? - -« — Non saprà nulla. - -«Mi passò in mente che io stessi per commettere una bassezza e che -fosse dover mio rinunziare alle gioie finchè il vecchio babbo soffriva. -Anche ora sono talvolta assalito da tali dubbi, ed oggi il tormento è -più forte. - -«Ma potevo io gettarmi nel mondo, senza consiglio, senza mezzi, senza -professione? - -«Pensai allo squallore che la sorte, oggi così lusinghiera, poteva -minacciarmi domani, pensai che mi si offriva di scegliere tra la -miseria e la pace, tra l'andar ramingo e l'avere una casa ed un -nome, ricordai l'orrore intenso mostrato per me dal vecchio babbo, ed -accettai l'offerta sciogliendo un inno puerile di grazie. - -«Pochi giorni dopo, il signor Fulgenzio compieva ciò che mastro Paolo -aveva voluto fare, senza indurvisi mai: mi dava il suo nome, mi faceva -suo figlio di adozione. - -«Ecco il mio segreto, Donnina: io ho un padre che non è mastro Paolo, -ed il disgraziato non è morto, come ti ha detto, ma agonizza fra le -care larve dei suoi veri figli. - -«Io non mi nascondo come questa che pare la mia fortuna sia la mia -colpa; dovevo accettare la miseria, l'abbandono, l'oscurità, le lotte -della vita, ma non tradire quell'uomo che mi aveva primo chiamato a -far parte della sua famiglia. Io l'ho lasciato solo nella sventura -per far me lieto — accettai di vestire di gai colori la mia sciagura, -volli entrare nella schiera degli eletti, io reietto da colei che -fu mia madre! Che penserai tu di me? Potrai tu essere più benigna di -me stesso? E con quali occhi vedrai la mia arrendevolezza alle prime -carezze della sorte? Ho un nome, ho una famiglia, sto per avere una -posizione onorata nel mondo; una sola cosa mi manca — la stima di me -medesimo. - -«E quando tu saprai che l'uomo stesso da cui fui chiamato figlio, non -ricava dal suo benefizio altro che l'ingratitudine? Tanta è la miseria, -Donnina mia, che questa stessa ingratitudine è il solo mio orgoglio, la -mia sola virtù. Sappilo, fra il vecchio ed il nuovo padre, il mio cuore -è rimasto orfano, la mia sorte non si è mutata. Quest'uomo, di cui -porto il nome, non mi ama, non mi ha amato mai; volle pagare alla virtù -a cui non crede, alla società che disprezza, alla famiglia che offende -collo scetticismo nella donna, il suo debito d'uomo, di cittadino, di -figlio: volle fare un'opera buona ed un ingrato. Egli lo sapeva già -prima, e mi disprezzava già prima che io cessassi d'amarlo. Perchè io -l'ho amato come si può amare un vero padre, e forse lo amo ancora. - -«Quanto debole ed intristito ti parrà il mio cuore! - -«E non mi accuserai dentro di te di averti dimenticata sei anni per -aver mutato fortuna? E non crederai Mario (quest'è la mia livrea -d'oggi), vergognoso dei cenci di Ognissanti? - -«Tu sei buona e facile al perdono, lo so; ma le mie non sono colpe che -si cancellino col pentimento, solo si espiano, ed io le ho duramente -espiate. - -«Il giorno che dovei rinunziare al mio bel sogno di correre a te, di -venirti a dire: «Donnina, io ho trovato un padre che mi ama e che amo, -un padre che sarà il tuo, quando tu sarai mia; io studierò, la larva -dei miei sonni si farà persona, diventerò uomo, avrò una professione -e basterò col lavoro e coll'amore a farti felice!» oh! tu non immagini -quant'io soffrissi quel giorno. - -«La mia colpa, ingigantita dalla freddezza che ogni giorno mi si -faceva meglio palese nel cuore del mio nuovo padre, mi disse che io -era indegno di te, che non dovevo più pensare a te, che coll'avere -abbandonato la mia miseria io aveva perduto il diritto alla felicità -che doveva andarle compagna. E poi con qual cuore rivederti per -ingannarti, o per dirti la mia desolazione? E avresti tu compreso altro -fuor che io aveva, volontariamente, posto una barriera tra te e me, -che più non mi appartenevo, che la nostra felicità, dove pure tu me -ne credessi ancora degno, dipendeva dalla volontà d'un altro uomo, il -quale si faceva chiamare mio padre? - -«Pensai che fosse meglio uccidere in germe l'affetto deposto nel tuo -cuore; volli venire a dirti: non ti amo più, amane un altro. — Un -altro!... Non ne ebbi forza. - -«Poi mi venne un amaro pensiero. - -«Forse, dicevo a me stesso, Donnina mi dimenticherà davvero: tra -l'aspettare molti anni per esser mia ed il divenir sposa più presto, -sceglierà d'amare un altro. - -«Frattanto il signor Fulgenzio mi dava maestri, dai quali appresi -rapidamente, con una specie di febbre continua che mi rendeva meno -amara la nuova condizione. Pensando di potere collo studio farmi un -avvenire, e, padrone un giorno di me stesso, chiamar te a dividerlo, -studiavo senza riposo; mi pareva come se ogni nuova cognizione mi -avvicinasse a te, mi desse un nuovo diritto alla felicità pensata di -nostro capo ad S... nel praticello dietro la chiesuola. - -«Presto fui in grado di presentarmi ad alcuni esami, ed un anno dopo -a nuovi esami, e finalmente, a 19 anni compiti, nell'università per -istudiare medicina — fra quattro mesi sarò dottore! - -«Ora che il mio lungo disegno sta per aver compimento e la mia -ambizione è presso ad essere soddisfatta, ora che io so come il tuo -cuore sia rimasto mio, forse la tua stima mi manca, la mia stima... - -«Volli indugiare per poterti dire: «io sono padrone di me stesso, ho -uno stato, posso darti una onorata miseria per ora, l'agiatezza poi; -eccoti la mia mano, cancelliamo il passato.» - -«Oggi non posso più tacere, sai tutto; ma sappi anche, qualunque sia -la sentenza che uscirà dal tuo labbro, che io voglio rimanere per te -sempre, come fui sempre - - «OGNISSANTI.» - - -Donnina ha proferito le ultime parole della lettera lentamente, e si -è arrestata a scandere le sillabe del nome del suo fidanzato come per -separarsene più tardi... poi volge uno sguardo alla vecchia. In quello -sguardo è la sicurezza di sè, d'Ognissanti, dell'avvenire, ed è una -tacita domanda a cui mamma Teresa è sollecita a rispondere: - -— È vero, dice ella accarezzando severamente, con un garbo tutto -suo, la testa della fanciulla, è vero; comincio a credere anch'io che -Ognissanti sia un bravo figliuolo, comincio a crederlo... e se non ti -basta... lo credo... ne sono convinta... Non ti basta ancora? Vuoi che -gli domandi scusa d'aver sospettato di lui? Te lo leggo in cuore il tuo -trionfo; ma tu sbagli di grosso perchè il tuo trionfo è pure il mio; -avrei dato un paio di dozzine di giorni, dei pochi che mi rimangono, -per vedere smentiti i miei sospetti. Ma tu dirai che mamma Teresa sa -solo brontolare e non ci vede chiaro. E se fosse anche?... Per chi non -ci vede chiaro, il meno male è il non fidarsi mai alle apparenze. Dici -di no tu? - -E siccome Donnina le bacia il volto rugoso senza rispondere, tutta la -stizza della vecchia si rivolge al signor maestro. Ma costui, dacchè la -moglie ha preso a parlare, s'è dato a fregare le mani sulle ginocchia, -infervorandosi vie più e facendo festa ai fantasmi del pensiero. - -Poco stante la terribile mamma si abbandona anch'essa alle meditazioni, -che le fanno fare, senza avvedersene, la smorfia d'un sorriso -bonario... - -Quando dopo brev'ora escono entrambi ad un tempo da quel muto -fantasticare, rompono insieme il silenzio con una parola: - -«E Donnina?» - -Donnina non è più nella stanza, se n'è andata di soppiatto, ha salito -le scale e si è raccolta nella sua cameretta... A che fare? - -— Io lo so che cosa è andata a fare! dice maestro Ciro. - -— E anch'io lo so! Bella cosa! - -Sappia chi nol sapesse che Donnina si è ritirata per rileggere la -lettera del suo Ognissanti, e che il signor maestro aveva indovinato -davvero. Quanto a mamma Teresa, la presuntuosa si vantava, e maestro -Ciro lo sapeva benissimo. Forse che la cara dolcezza di rileggere in -segreto una lettera, può essere compresa da chi, come la terribile -mamma, non aveva voluto addimesticarsi mai coll'alfabeto?... - -Maestro Ciro è pronto a giurare di no. - - - - -XX. - -CHI FOSSE IL SIGNOR MAURIZIO. - - -Chi legge si compiaccia di fare più intima conoscenza col signor -Maurizio, personaggio molto chiuso, molto taciturno, ma che ha -anch'esso il suo romanzo intimo a dire, sol che se ne porga occasione. -Così almeno assicurano i curiosi, razza di affamati, la quale ha questo -innocentissimo privilegio di vedere un palazzo incantato quando non -vede nulla, e divide sapientemente il prossimo in due bocconi: quelli -che hanno un segreto da nascondere e quelli che non l'hanno più. - -Se è vero che il signor Maurizio lo abbia ancora, è un miracolo -genuino, perchè fino a questo giorno furono poste in giro parecchie -dozzine di segreti, e tutti sottratti, per quanto si diceva, allo -scrigno del letterato. - -Codesto signore appartiene solo da quindici anni al suo prossimo: -prima nessuno si occupava dei fatti suoi, nemmeno la portinaia (perchè -abitava una casa che non si poteva concedere questo lusso), nemmeno -i vicini, creature occupatissime delle miserie della terra, sebbene -paressero aver scelto di starsene vicino al cielo. Era allora un bel -x, abbandonato intero alle proprie meditazioni; ma l'algebra della vita -non gli pareva nè amara nè penosa, perciò solo che egli la condiva col -rimario, con raggi economici di luna al davanzale della finestra, con -civetterie di stelle, e, quando il cielo era a nugoli, con una buona -e schietta imprecazione in versi sciolti, atta a sbarazzare il suo -cielo di poeta ed a serenargli la coscienza. Certo più erano le volte -che il vate convitava a lauto banchetto la musa, di quelle in cui -l'uomo si trovasse ad un vero e proprio desinare; i suoi pranzi e le -sue cene avevano quasi sempre l'aria di mutilati, i quali portassero -melanconicamente il loro battesimo pomposo; ma se ad un disgraziato -mancano due braccia e due gambe, al rimanente si dà tuttavia il nome di -uomo; così era di quei pranzi o di quelle cene, le cui gambe e braccia -Maurizio non aveva visto da tempo immemorabile. - -Per queste prove d'astinenza s'impoveriscono le vene, tranne la -poetica, la quale invece si fa torrente. - -Tutto ciò per dire come la lirica occupasse onoratamente la prima parte -della vita di Maurizio. Che sarebbe stato di lui, se avesse tirato -innanzi a passo di rimario, nessuno può dire, ma a tutti è lecito -immaginare. Volle fortuna che la musa, in un momento di buon umore, -lo consigliasse a scrivere in prosa; fu un'apostasia, non dico di no, -ma un'apostasia magnificamente riuscita, rispetto alla gloria ed al -ventricolo, perchè mentre parecchie migliaia di versi editi ed inediti -non gli avevano dato nè un bricciolo di gloria, nè una bricciola di -pane, un paio di articoletti fatti coll'amarezza dell'apostata, il -quale si vendica del proprio delitto, gli schiusero la porta del piano -terreno d'uno dei più grandiosi e quotidiani edifizi di carta del suo -tempo. - -Fu una specie di trionfo, e fornì l'argomento a mille dicerie; -Maurizio diveniva di moda, si sentiva accarezzato, lodato, adulato, -gli piovevano nuove amicizie ogni giorno, gli fioccavano le strette di -mano, e non udiva se non ripetere: «ho letto il tuo ultimo articolo!» -Questa frase, accompagnata da un punto d'esclamazione, compendiava -tutta la sua vita, compresa fra due articoli. Una metà della settimana -era spesa a raccogliere il frutto dell'_ultimo_, l'altra metà a -preparare il _prossimo_. Ad un'anima della tempra di Maurizio non -poteva bastare. - -Veramente non si è detto ancora di che tempra fosse l'animo di -Maurizio. Giudichi il lettore da questo, divenuto notorio, che quando -il giornalista era crisalide, cioè poeta, viveva negli stenti di -una misera pensione pagatagli da uno zio milionario, il quale si era -posto in capo di far del suo unico nipote un console od un senatore. -La fedeltà alla musa costava dunque a Maurizio gli agi della vita, ed -anche ora che la crisalide era divenuta farfalla, cioè giornalista, -l'apostolato della critica gli costava forse ancora gli agi della vita, -ed indubitabilmente un consolato. - -Quell'aureola di vittima aveva contribuito la sua buona parte al rumore -che si era fatto intorno a Maurizio; ma, ripeto, l'anima di lui non se -ne accontentava. Aver inseguito per tanti anni i fantasmi di una gloria -poetico-letteraria, per starsene pago ad una fuggitiva nomea comprata -a prezzo di un po' di spirito e di molta maldicenza, gli pareva cosa -bassa. Comprendeva benissimo essere il pubblico così fatto che, mentre -fa buon viso alle inezie che punzecchiano, lascia dimenticato in un -canto tutto ciò che approfondisce e pensa: ma, sazio del plauso della -folla, volle il plauso degli eletti, invece di una gloriuzza volle una -superba gloria tanto fatta. - -Affettò primo egli stesso di disprezzare le proprie chiacchiere -settimanali, e non col falso disprezzo di chi vuol collocare i capitali -ad interesse più alto, ma con un disprezzo vero e profondo. «Ho letto -il tuo ultimo articolo.» «Sciocchezze! rispondeva, sto preparando un -altro lavoro!» «Che lavoro?» «Uno studio sui filosofi della rivoluzione -francese.» «Ah!» - -Non ci volle altro. È possibile leggere ancora, e trovar belle, le -scritture d'uno che premediti uno studio sui filosofi della rivoluzione -francese? Le teste meglio pettinate del caffè... furono le prime -ad accorgersi come da qualche tempo la stella di Maurizio andasse -declinando, ed il suo spirito si esaurisse, e perdesse egli i denti -della satira. Ciò in parte era vero; sbollite le prime collere contro -la società, Maurizio cedette alla propria natura e ridivenne benigno; -e poi la sua fierezza si ribellava a questo scendere in piazza collo -staffile, ed occuparsi delle persone col dispetto, colle ire e colle -ironie che non devono ispirare se non le cose e le istituzioni; era -troppo superbo per mordere dalla sua cuccia alle gambe degli inermi; -non lasciò la cuccia perchè vi trovava un po' di pane, ma lasciò di -mordere, raddolcì l'amaro della critica; dimenticò sè stesso nello -scrivere, per ricordarsi solo delle cose di cui doveva parlare; non -forzò gli argomenti ad atteggiarsi come piedestalli, per mettervisi -in mostra, come aveva fatto per lo innanzi; invece del getto continuo -di spirito, di cui frodava i lettori, provò a dar loro idee vere e -pensate. Fu come lo sfasciarsi d'un idolo. - -Rientrò nell'ombra, per escirne periodicamente visto da pochi; -l'oscurità non lo sbigottì, se ne compiacque, e si adoperò a farsi più -oscuro, sostituendo al proprio nome, a' piedi dei suoi articoli, due -iniziali. Parevagli che il disdegno interno dovesse così apparire al -di fuori; fu invece accusato di debolezza, e divenne l'esempio di un -critico col cilicio e coll'amor del prossimo. A poco a poco nessuno -ricordò che sotto le iniziali di Maurizio era Maurizio. Egli poteva -dire, a confortarsi, che fuor delle mura, lontano, questo incognito -era un benefizio; che il nascondere la persona dà maggior autorità -alla parola, che gli dèi della commedia parlano dietro le quinte; ma -nemmeno di questa commedia si dava pensiero, solo gli premeva lo studio -sui filosofi che prepararono la rivoluzione francese. Gli bisognarono -parecchi anni di vita oscura per compiere questo lavoro; quando lo -diede alle stampe non ne ricavò un centesimo, nè una lode. - -Per tutti questi contrasti inselvatichì, divenne intrattabile; passava -come uno spettro; quando s'imbatteva in uno degli antichi ammiratori, -scantonava ad una svolta di via o fissava ostinatamente un punto dello -spazio. Allora meditò una magnifica vendetta degli uomini che non lo -comprendevano, intinse la penna nel fiele che gli aveva dato i primi -allori, lanciò una mezza dozzina di saette, infine rovesciò la faretra -ed uscì ringhioso per sempre dalla sua appendice. Fu un momentaneo -sgomento, poi una generale risata. I curiosi, di quanto si passava nel -cervello e nel cuore del vecchio idolo non sapevano nulla di nulla. -Erano stati d'accordo in dire che Maurizio aveva un segreto. Quale? ne -bisbigliarono dieci; poi tacquero; ora finalmente vedevano chiaro; il -segreto di Maurizio era che gli aveva dato volta il cervello! - -E non averci pensato prima! quando si dice!... - -Pochi mesi dopo questa catastrofe, lo zio milionario se n'andò _ab -intestato_ all'altro mondo, senza potersi tirar dietro i milioni che -non aveva, e che toccarono, per eredità legittima, al nipote. - -Il disgraziato Maurizio, a forza di prefiggere a scopo della sua -vita l'ambizione letteraria, era venuto a disprezzare sinceramente il -denaro, che vedeva così di rado; trovatosi di botto quasi ricco, sulle -prime fu sbigottito; poi si ricordò di aver pensato e scritto che il -denaro fa le gran cose del mondo e gli parve il portinaio del tempio -della gloria non aspettasse se non la prima manciata di scudi per -spalancargli l'uscio a due battenti. Tutti gli antichi sogni ambiziosi -risorsero; pensò il cerchio dei vecchi e dei nuovi ammiratori fatto -più compatto intorno a sè, ed il proprio disprezzo superbo circondato -dalla invidia, ed il suo nome portato lontano sulle ali della fama. -Gli si forniva un'occasione di far chiaro ai nulli carichi d'oro il -disprezzo, mostrando come del suo proprio oro egli facesse poco conto. -Comparve nelle brigate, nei caffè, al _club_, nei teatri, nelle sale -da biliardo. In pochi giorni ebbe amici, ammiratori, scimmie dei suoi -modi, delle sue vesti, gente che s'informava del suo sarto e della sua -stiratrice. Di lettere nessuno gli fiatava. Il mondo pensava che il -meglio di Maurizio fosse il suo borsello. - -A poco a poco prese l'abito elegante. Il suo quartierino da scapolo -fu il ritrovo dei più leggiadri bellimbusti; vi si dissero le più gaie -maldicenze, vi si sturarono le migliori bottiglie di sciampagna, vi si -fecero le cose più matte e più di buon gusto. Se la gloria gli rimaneva -chiusa, la nomea gli ritornava incontro a tiro da quattro. - -I milioni di Maurizio divennero proverbiali. - -Ma la fama di milionario costa cara, specie se non si hanno i milioni. - -Maurizio, sprezzante della sua nuova fortuna, non volle però -lasciarsela ghermire dallo scialacquo. Egli non diceva più a sè stesso -l'ingegno esser tutto nel mondo, nè tutto essere il denaro, ma che il -meglio è il piacere, e che a prolungarlo gli bisognava porre un argine -alle spese. Lo fece senza curarsi di quanto il mondo avesse a dire -e con maggior fortuna che non pensasse; nessuno ne malignò; la sua -riputazione di milionario si trovò essere così solidamente fabbricata, -che i cenci stessi non l'avrebbero demolita; i suoi nuovi modi -parvero frutto di balzano umore; la sua parsimonia sazietà. Vero è che -questa parsimonia era ancora la lauta vita colle sue orgie e coi suoi -bagliori, e che in fondo aveva solo mutato l'andatura, ma la meta era -la stessa, la rovina. Di questo però non si dava pensiero; si proponeva -d'arrestarsi in tempo; dove? quando? non sapeva. Era avido di piaceri; -pareva volersi stordire da qualche secreto tarlo; anelava ad ebbrezze -ogni volta nuove; sentiva, soddisfatti, riardere con altro fuoco gli -stessi desiderii; in fondo era il vuoto ed un indefinito sgomento di -sè. Lo sbigottiva la vacuità della sua vita, l'avvenire diverso tanto -da quello che aveva sognato. In tutto il suo stato d'oggi, qual parte -aveva la propria volontà, qual parte il proprio ingegno, a cui aveva -tutto immolato? La sua stessa agiatezza gli era uggiosa; portava sulla -fronte il marchio del sacerdozio fallito; era un disertore che la -fortuna aveva comprato co' suoi favori. - -Un giorno si avvide che invecchiava, e che nel suo cuore era un posto -vacante per un amor di donna. Qual donna amare? Non importa quale; -gli bisognava una donna che non si potesse comprare, un affetto che -non avesse origine dal suo denaro; qualche cosa di veramente suo, ad -accarezzare il proprio egoismo e la propria superbia. Lasciò le orgie, -dicendo agli amici essere stanco dei vezzi noleggiati dalle belle, ed -alle belle esser sazio degli affetti imprestati dagli amici; — le belle -e gli amici sentenziarono: «Maurizio è colpevole d'innamoramento.» - -Non era ancora vero. Alcuni mesi dopo, Serena fece la sua apparizione -in Milano. Fu un avvenimento. Non parlò più se non della sua bellezza -sovrumana, del suo lusso, del suo passato, delle sue ricchezze; le si -diedero in prestito altri milioni, come a Maurizio; le si compose un -romanzo molto intricato. - -Maurizio cercò ed ottenne _la fortuna d'esserle presentato_, e tanto -s'accostò alla fiamma di quei due occhioni, che vi ritrovò — miracolo -nuovo — le proprie alucce di poeta, ed uscì in un madrigale che fece il -giro del mondo elegante in ventiquatt'ore. Allora chi aveva accusato -Maurizio di innamoramento, lo rimandò assolto, non so con quanta -logica. - -I mille adoratori della nuova divinità, apparsa nell'Olimpo molto -pagano della ricca borghesia, non badarono nemmeno all'autore del -madrigale, il quale non dava ombra a chicchessia coll'insistenza -simmetrica del suo culto e colle quotidiane intercessioni. Il segreto -di Maurizio stette nell'ombra, immolato sull'altare del segreto di -Serena. - -Costei non rimase lungamente come era apparsa; era vedova, sola, senza -amanti conosciuti, circondata da vecchi e nuovi tentatori; chi era -penetrato nel suo tempio, vi aveva visto gli arredi del culto proprio -d'una divinità ricca e superba; tutto ciò è qualche cosa, poniamo anche -sia molto; ma non è una _posizione_ chiara e definita. Si discuteva, -si almanaccava, ma in questo almeno si era d'accordo, che il mistero -avviluppava tutta la bella figura di Serena, come il fondo nero d'un -quadro, da cui esce più fascinatrice la superba bellezza d'una venere -fiamminga. Con questa sola differenza, che la bella incognita aveva -tutto delle veneri e nulla di fiammingo. - -Non si andò fino a darle il carattere di avventuriera, ma si aggiunsero -colla fantasia i casi più bizzarri al suo romanzo ipotetico; taluno -più accorto ritirò nello scrigno i milioni concessi al primo apparire -di lei. Si sa che nel mondo vi ha della brava gente, avara fino allo -scrupolo dei proprii milioni. - -A Maurizio non si pose mente gran fatto. Era suo desiderio vivere -ignorato da tutti, noto a lei sola, ed alimentare nel proprio segreto -la nuova fiamma, scaldarsi a quel fuoco insolito, rinascere alla nuova -vita. Ambizione, gloria, ricchezze, piaceri — vecchio mondo in rovina, -l'amore — ecco la vera vita, ecco l'avvenire, e gli sorrideva sulle -labbra di Serena. - -Quest'ultima frase non vuol essere presa se non come una figura della -rettorica innamorata di Maurizio; il vero è che Serena non fu con -altri tanto severa quanto fu con Maurizio, il quale fra tutti era il -solo devoto e sincero. Arti di bella capricciosa? Bisognò che Maurizio -se lo dicesse almeno dieci volte il giorno per non impazzire. Per -lui non esisteva se non Serena, quel volto candido come l'alabastro, -quegli occhioni di fuoco, quei capelli nerissimi; scopo della sua vita -fu giungere al tesoro chiuso in quel magnifico scrigno di donna — al -cuore. - -Quando ebbe la certezza che il magnifico scrigno era vuoto, ch'egli -aveva affidato ad una vana sembianza tutti i suoi affetti, che quella -suprema bellezza era da vendere al miglior offerente, che tutto quel -lusso di forme apparteneva di diritto a chi lo avesse coperto con lusso -maggiore di vesti e di gioielli, che il proprio amore era sprezzato, la -nobiltà delle sue intenzioni quasi derisa, fu la fierezza dell'anima il -medico della profonda ferita del cuore; si armò di disprezzo disposto -ad entrare coraggiosamente in convalescenza. - -Ma il disprezzo, che talvolta è forza, si ritorce di frequente contro -chi l'adopera; uno che disprezzasse sinceramente tutto quanto lo -circonda, finirebbe, di necessità, col disprezzare sè stesso. - -Uscito dal primo impeto, Maurizio non potè tanto disprezzare Serena che -non disprezzasse il mondo, nè tanto il mondo, da dimenticare come egli -ne facesse parte. - -Per la prima volta vide nelle veglie tormentose delle sue ultime febbri -tutto sè stesso, la povertà dei desiderii seminati e la miseria del -raccolto. Amore, piaceri, ambizioni, ogni cosa fa fatta spregevole -o vana, e disistimabile tutto e sè stesso nell'immensa disistima del -mondo. - -Ad una di queste lunghe notti nevose era succeduta un'alba povera di -luce, ed all'alba un mezzodì che pareva un tramonto, quando Maurizio, -rizzandosi sui gomiti nel tormentoso letto, gettò alle proprie -sembianze, riflesse da uno specchio, queste parole che gli venivano in -mente per la prima volta: «stupido! il denaro fa tutto; puoi tu darmi -un milioncino?» - -L'altro non rispose, ed il servitore bussò colla nocca del dito alla -porta. - -Recava una lettera. - -Quella lettera diceva così: - - «_Signore_, - - «Sul punto di lasciare Milano, per non tornarvi forse mai più, - sento il dovere di rivolgervi una parola di ringraziamento e - di addio. Non mi importa di ciò che dirà il mondo, ma di quanto - potrete pensare voi sono gelosa. La proposta sincera che mi avete - fatto vi dà il diritto di giudicarmi severamente. Fatelo; la mia - colpa non trovi pietà nel vostro cuore, io lo merito. Ma sappiate - almeno che sotto la maschera del cinismo e dell'indifferenza era il - rossore della vergogna, e che il cumulo di menzogne, di cui feci - pompa con voi, nascondeva un cuore. Non oso stringere la mano che - mi avete offerto. Siate felice. - - «SERENA». - - - - -XXI. - -IL SECONDO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA. - - -Mezz'ora dopo Maurizio attendeva nel leggiadro salotto di Serena, col -cuore agitato da una febbre più gagliarda di tutte le precedenti, colle -mani contratte come per forzare la propria impazienza a contenersi. - -Era uscito da casa ed aveva fatto la strada senza pensieri, o piuttosto -con un solo pensiero, che era insieme un delirio: «ella mi ama!» - -Tutte le idee si confondevano in quest'una: dubbii, ansie, paure, -affannose notti, più nulla, nebbia ogni cosa; egli aveva l'occhio ad un -raggio di sole: «ella mi ama!» - -Pensava egli a quanto stava per fare, a ciò che stava per dire? Che -importava? Si sentiva più grande degli avvenimenti, gigante quanto era -il fascino di queste parole: «ella mi ama!» - -Serena si fe' molto aspettare. - -Quando apparve nel vano della porta, come una cara visione lungamente -evocata, Maurizio mandò un piccolo grido e fece un passo incontro ad -essa; ma la bella volse il capo a sbarazzare lo strascico della serica -veste, che si era molto opportunamente impigliata nello stretto passo, -e Maurizio si sentì inchiodato al suolo. - -Nel sorriso, nella fredda e cerimoniosa disinvoltura di Serena, non era -proprio nulla della donna innamorata; invano, su quel pallido volto -incantevolmente bello, Maurizio si adoperava a leggere una sillaba -di ciò che aveva creduto di leggere nella preziosa lettera... proprio -nulla! - -Serena fe' cenno al visitatore di sedere, e sedette ella stessa. -Maurizio si lasciò cadere sopra uno dei seggioloni azzurri a frange -d'oro, senza poter profferire parola e non distaccando gli occhi dalla -bella indolente. - -— Vi ho scritto, fu la prima a dire Serena. - -— E per questo io sono qui, rispose Maurizio con voce commossa. Se -quanto siete bella, voi siete generosa, dovete abbreviare la tortura -che provo, promettermi d'esser schietta come sono io. - -— Non vi comprendo, rispose freddamente Serena. - -— Mi comprendete; lo leggo nel vostro cuore che mi comprendete; -promettetemi di essere sincera. - -— Prometto, disse Serena con lieve atto dispettoso; non abuserete, -immagino, della fiducia che ho riposto in voi e della volontaria -parte di rea da me scelta, per farmi un interrogatorio. Volete essere -mio giudice? Ve ne ho concesso il diritto, aspettate però che io sia -lontana. - -— Voglio essere il mio giudice, riprese a dire Maurizio con un accento -pacato e grave che dava solennità alle sue parole, e socchiudendo gli -occhi profondi, come per nasconderne il lampo: voglio essere il mio -giudice; mi sta dinanzi agli occhi un superbo fantasma, ho fatto un -sogno audace; se vero è quel sogno, voi mi amate. - -Serena, sorrise in singolare maniera, e rispose scherzosamente: -«Svegliatevi.» - -— Non ancora, soggiunse Maurizio trattenendo invano l'impeto della -passione; non ancora. Non prima d'avervi detto che il vostro amore -mi è necessario, che è il mio delirio, tutta la mia vita. Non prima -d'avervi detto che le cento ambizioni meschine per cui è passato il mio -cuore hanno ora fatto una grande ambizione: essere amato da voi; che -l'amor vostro sarebbe ad un tempo una pietà, che nessuno potrete mai -rendere tanto felice con una parola quanto me. Ora dite, ho io sognato -scioccamente, od è vero che mi amate? - -«Svegliatevi» ripetè Serena collo stesso accento, collo stesso atto, -collo stesso sorriso. - -E siccome Maurizio la guardava fisso in volto tentando di cogliere -nelle sembianze di lei una mentita alle parole, soggiunse: - -— Vi ho dato la mia stima, vi ho dato la mia fiducia, e sono cose -che vengono dal cuore; potrei darvi un effimero affetto, e sarebbe -capriccio, dire d'amarvi e sarebbe menzogna. Uscite dal vostro inganno. -Risalendo il mio passato non trovo per gran tratto di via una parola -schietta come la vostra, un'offerta generosa come la vostra, un cuore -più nobile del vostro — ecco perchè mi duole d'essere da voi creduta -più trista di quello che sono — ed ecco perchè vi ho scritto. Mi -sentivo disprezzata e volevo essere rammentata senza maggior disprezzo -domani... Non credevo di rivedervi... - -— Sentite, interruppe Maurizio pigliando con audacia lontanissima dalla -impertinenza la mano della bella, io ho gli anni in cui le passioni -sono fatali, e nondimeno mi rimarrebbe tanta forza da soffocarle se -le credessi ignobili: sentite, io non chieggo del vostro passato, io -non voglio guardare in un tempo che non mi appartiene; qualunque sia -la colpa da cui siete uscita così bella e così forte, io so già che è -una sciagura. Ebbene, sappiatelo; ho anch'io una colpa, e la nascondo -anch'io invano a me stesso; accettate di divenire mia moglie, farete -una generosa azione, e mi aiuterete ad espiare e riparare il passato. -Devo dire di più? - -— No, ve ne scongiuro. - -Serena non disse altro, pareva le mancassero le parole ad una folla -d'idee e di sentimenti. - -Maurizio approfittò di quell'istante di debolezza e soggiunse: - -— Non sono ricco, lo sapete, pure mi rimane tanto da vivere in -un'onesta oscurità; non mi dite che vi piace il lusso, che amate -la pompa e gli agi d'una splendida esistenza; ho potuto crederlo un -istante, ma oggi non la crederei. - -— Avreste torto, osservò Serena ritrovando un'uscita al suo imbarazzo. - -Maurizio non l'udì. - -— Andremo lungi da Milano, andremo dove vorrete, il mondo è vasto ed -offre mille nascondigli alla vera felicità; ne cercheremo uno insieme. - -Dicendo queste parole, il volto severo di Maurizio brillava di una -luce insolita, e la voce gli tremava come per affanno. Serena rimaneva -impassibile; od almeno se ne dava l'aria. - -— È inutile, diss'ella, questa bella cornice non si adatta a me; vi -pare che, se anche potessi accettare di divenir vostra, l'ombra mi -accontenterebbe? Mi crediate o no, io amo la luce, tutti mi dicono che -sono bella, ed a forza di sentirlo dire mi piace crederlo; finchè ciò -dura bisogna metterlo in mostra; è la mia parte. - -— Cessate, interruppe Maurizio con dolcezza pietosa, cessate; io vi -leggo in cuore che non sentite una parola di quanto dite per guarirmi. -Non sono un ammalato che risani; finchè durerà la mia speranza sarò -un audace sognatore, se risvegliandomi non sarò nelle vostre braccia, -impazzirò. - -Serena si rizzò in piedi e guardò intorno a sè come sgomentata, poi si -fece presso a Maurizio col volto in fiamme. - -— È vero, sì, è vero, io vi ho ingannato, io vi amo! - -E gettandogli senza ritegno le braccia al collo, ruppe in un singhiozzo -le ultime parole. - -Quell'atto fu così repentino, che Maurizio rimase un istante -trasognato. Uscendo dal suo torpore, sentendosi fra le braccia il -bel corpo di Serena, e sul volto l'alito della sua bocca ed i ricci -dei suoi capelli, e sul cuore il martellare affrettato di quel cuore -rimasto fino allora un mistero, diè un grido. - -— Oh! ch'io non impazzisca ora per l'immensa gioia! - -— Tacete, per pietà; tacete! mormorò la bella, e chiuse colla mano -tremante la bocca di Maurizio. - -In quell'atto, in quella sconfinata ebbrezza dei sensi, Maurizio non si -sentiva più uomo; nascose il capo nell'onda dei ricci della bella, ne -baciò le labbra, le guance, la fronte, e tacque. Quanta parte pigliava -Serena a quella muta frenesia? - -A poco a poco l'ansia del suo petto si quetò, cessò l'affanno, e fu -essa la prima a sciogliersi dolcemente da quell'amplesso. - -— Se voi mi amate, mormorò Maurizio prolungando quanto poteva la sua -felicità, se voi mi amate siate mia. - -Serena non rispose, allontanò per l'ultima volta la mano che le cingeva -il corpo e riuscì a sedersi sopra un seggiolone. Aveva ripreso tutto -l'imperio di sè medesima, era ancora la bella indolente di prima. -Quanto a Maurizio, nell'atto d'uno a cui sia stato tolto dalle mani un -tesoro, la guardava con occhi sbigottiti, avendo l'aria di non credere -alla sua felicità di poc'anzi. - -— Siate mia, insistette Maurizio facendosi più presso: ho guardato -nel mio avvenire ed ho visto che non mi riserba altra felicità se non -l'amarvi; siate voi dunque tutto il mio avvenire, siate mia. - -Maurizio nel dire queste parole aveva riguadagnato un po' della sua -consueta fermezza; pregava, ma come un superbo. - -— Sono vostra, rispose Serena con semplicità; la parola che mi è uscita -dal labbro mi fa vostra. Le donne mie pari quando hanno detto di amare -sono fortezze smantellate; l'amore è la parola d'ordine. Sono vostra... - -Quelle parole trattennero Maurizio, il quale sulle prime aveva -dato loro un altro significato. Ciò che ora comprendeva era tanto -inverisimile, che stentava a darvi fede. Nulla rispose, ma l'atto -quasi pauroso con cui si ritrasse, ed il fiero modo con cui sollevò la -fronte, dissero chiaro il suo pensiero. - -Serena lo guardava senza sbigottimento. - -— Mi avete detto di stimarmi, prese poi a dire Maurizio con voce grave, -mi avete ingannato. Io non sono venuto per farvi ingiuria; è un'altra -maniera d'amore quella che vi chieggo. - -— Non ne ho altra, rispose Serena. - -Maurizio non udì. - -— Non parlo alla donna che ha l'incenso di tutti, parlo a quella che -ha il mio cuore. Il passato qualunque sia non è cosa mia; non voglio -di voi altro che voi sola! A me basta sapermi amato e sapervi moglie -virtuosa. Non potete voi divenirlo? - -— Non posso, rispose Serena senza esitare, non posso. La colpa è la mia -sorte, la porto meco, non mi abbandona, non può abbandonarmi mai... nè -con voi, nè con altri... - -— Mi basta, mormorò Maurizio, mi basta. - -Ma non era vero; non gli poteva bastare; lottava dentro di sè tra la -superbia e l'amore, e si guardava intorno con occhio smarrito. - -Serena vide quello sguardo e n'ebbe paura, e fu di nuovo in piedi d'un -balzo, ma invece di farsi presso a Maurizio, rimase immobile, severa, -quasi minacciosa, cogli occhi fissi all'uscio della sua camera. - -Maurizio si volse, e vide nella stessa cornice, dove poc'anzi gli era -apparsa la soave figura di Serena, un uomo tozzo, una faccia spartita -per metà dal sorriso d'una bocca enorme, due occhioni da coniglio sotto -una piccola fronte, e tutto ciò in atto tra l'umile ed il beffardo. - -Allo sguardo di Serena il banchiere Redi si ripiegò sopra sè stesso e -scomparve; e Maurizio, a cui l'ingrata apparizione apriva gli occhi, -non seppe resistere al primo istinto della propria superbia, s'inchinò -lievemente e fece atto di uscire. - -Non aveva mosso un passo, e già era pentito, e voleva rimanere; -ma Serena non fe' cenno, non disse parola per trattenerlo, ed -il disgraziato si trovò fuori dell'uscio senza avvedersi che gli -sanguinava il cuore. - -Questa volta Serena non pianse, non uscì in singhiozzi, ma rimase in -piedi immobile gran tratto dopo che Maurizio fu lontano. - -Quando si risovvenne del banchiere Redi, entrò nella propria camera che -trovò deserta; il prudente milionario se n'era andato. - -Ma aveva lasciato di sè il profumo, un irresistibile olezzo di -bergamotto che doveva guidare la fantasia più ritrosa dietro i suoi -passi. Forse per resistere più coraggiosamente alla tentazione, Serena -ritornò nel salotto e sedette dove sedeva poc'anzi, e fissò l'occhio -dove poc'anzi era Maurizio, e così rimase a lungo. - -Fu tolta, o piuttosto non fu tolta, ai suoi pensieri, da un servitore -che recava un bigliettino olezzante di mammola. Serena riconobbe -l'essenza favorita del vago luogotenente delle guide, e si lasciò -cadere di mano il pistolotto senza degnarlo d'uno sguardo. - -Così passava il tempo; già la luce invernale incominciava ad -affievolirsi; a poco a poco si abbrunarono successivamente le quattro -virtù delle pareti, i ninnoli di bronzo ed i mobili di palissandro, -poi l'azzurro delle stoffe e le dorature, e da ultimo non rimasero di -quell'allegra comitiva di colori, altro che i bianchi amorini di stucco -appesi alla vôlta a ghirlande della propria natura. - -Serena fantasticava sempre, fissando la candida boccia d'una lampada; -e solo quando l'ebbe perduta di vista, perchè l'ultimo tizzo si spense -nel caminetto, solo allora si avvide dell'oscurità e del freddo. - -Chiamò; due minuti dopo tutti i colori, che si erano sottratti ad uno -ad uno e come di nascosto, riapparvero in frotta a far festa al lame -giocondo della lampada ed alle fiammate allegre del focolare. - -Ecco: le frange d'oro dei mobili e gli stipiti dorati si rimandano -i riflessi, ogni spigolo sfoggia la sua pennellata di splendore, -le quattro virtù sembrano sorridere agli amorini, e gli amorini -ricominciano più allegramente che mai le loro tentazioni sul capo delle -quattro virtù. - -È il buon momento. - -Il cugino Ferdinando, l'amabile luogotenente delle guide, domanda -d'esser ricevuto. - -La bella pensosa rialza il capo e fa un cenno sbadato che si può -tradurre: «venga.» - -E l'amabile luogotenente viene, colle gambe sparate, colla sciabola -sotto il braccio, come un eroe che muove alla conquista. Deh! se la -vittoria ha un minuzzolo di cervello non tardi a buttarglisi nelle -braccia. - - - - -XXII. - -IL LUOGOTENENTE DELLE GUIDE TORNA ALLA CARICA. - - -Cuginetta, disse l'azzurro cavaliere, sono stato più volte al punto -di credermi meno fortunato; dentro di me qualche cosa scommetteva che -non mi avreste ricevuto. Il cuore ha vinto la posta; lasciate che vi -ringrazi. - -— Di che? rispose Serena, volgendo appena il capo dalla parte del nuovo -venuto, senza però staccare gli occhi da un punto fisso che non era -nella sala. - -— Di aver aderito alla mia preghiera. - -— Quale preghiera? - -Il luogotenente parve sbigottito da quella ostinata distrazione. - -— Non avete ricevuta la mia lettera? - -— Mi pare di sì, ma non ho avuto tempo di leggerla. - -E si volse senza affettazione; in aria di sincero pentimento, ricercò -e mostrò sulla tavola, ancora intatta, l'odorosa missiva del galante -guerriero; l'aspetto del quale è intraducibile colla penna; quello -stentato sorriso, quella violenta contrazione dei muscoli della faccia -per non fare il broncio, e quel dimenarsi per non parere sgominato, gli -davano un'aria burlesca di vittima niente affatto rassegnata. - -— Vi domando scusa, disse Serena ridendo forte, come se non potesse -resistere all'impeto del suo umore giocondo; mi direte voi stesso che -cosa contiene questa lettera, caro cugino. - -Il cugino Ferdinando aveva perduta la testa, ed infilò due spropositi -uno in coda all'altro. Il primo sproposito fu di non far eco alla -gaia risata della bella, il secondo di rispondere pregando la bella di -leggere ora il suo biglietto. - -Il lettore avveduto non ha bisogno che gli si dica quanto magra figura -faccia un innamorato, il quale assiste alla lettura della propria -_dichiarazione d'amore_. Ma era proprio un innamorato, il luogotenente -delle Guide? Questo non è certo, quanto è certo è che la sua lettera -era una dichiarazione profumata, a bruciapelo. - -Serena si arrese all'invito con molta grazia, spiegò la lettera, ne -fiutò il profumo con un atto di lieve beffa, e lesse a voce alta, -facendo scherzosamente tutte le fermate delle virgole e dei punti. -Quell'omaggio all'ortografia del luogotenente fu ricevuto male, perchè, -invece di esserne lusingato, il guerriero continuò a dimenarsi sulla -seggiola non sapendo come tenersi. - -Finita la lettura, la bella depose sbadatamente la missiva dove l'aveva -presa e si rivolse al cugino: - -— Dunque voi mi amate? Ne siete sicuro? - -Il luogotenente, a sentire enunciato il suo tema, fece uno sforzo -coraggioso per non darsi l'aria d'uno scolaretto, ed incominciò -l'amplificazione così: - -— Credetelo, cugina, ve ne prego. So tutte le idee che possono venirvi -in mente, so che il passato sta contro di me per quella volgare -opinione che non si ama due volte la stessa persona; potrei dirvi che -non ho mai cessato di amarvi, ma sarò schietto; è vero, io ho potuto -cessare d'amarvi; non so come, non so perchè; ed ora vi amo più della -prima volta. Ho ritrovato in voi tutta la vostra bellezza che mi -accese, e per giunta un fascino nuovo che m'incatena. - -Il linguaggio del luogotenente era divenuto a poco a poco sicuro e -determinato. - -Serena lo lasciò dire senza interromperlo. - -— Siete bella come non foste mai, tutti vi adorano, ed io sono geloso. -Non voglio mascherare i miei sentimenti, attribuiteli voi a voi stessa, -non a merito mio; ma se la schiettezza merita un premio, siate schietta -anche voi con me, ditemi se vi pare proprio che non possiate amarmi -mai. - -— Mi pare proprio, rispose Serena. - -Il cugino insisteva collo sguardo. - -— Vi comprendo, disse la bella, con un leggiadro sorriso; voi stesso -vi fate illusione sui vostri sentimenti; non volete ingannarmi perchè -siete schietto e generoso, ma vi ingannate, perchè nessun uomo è -padrone d'essere schietto e generoso con sè stesso. Credete di amarmi -per le mie nuove bellezze, per un mio fascino nuovo; se poteste leggere -dentro di voi come io vi leggo, vedreste che in me non amate più la -donna, ma la cortigiana in voga. - -— Cugina... disse l'uffiziale accostandosi. - -— Cugino... ribattè la bella, fredda, ma senza collera, il vostro amore -è un'impertinenza. - -Il disgraziato amatore ammutolì. - -— Domani lascio Milano, proseguì Serena, ridiventando la creatura -indolente di prima. - -— È dunque vero? - -— Lo sapete? - -— Si diceva al caffè; non ho voluto credere, e per questo vi ho scritto -e sono venuto. - -— E si diceva dove mi recherò? - -— A Parigi. - -— Sono meglio informati di me, perchè io stessa non lo so ancora. Non -si diceva altro? - -— Null'altro. Ebbene, vi scongiuro... - -— Cugino, ci rimettete uno scongiuro; è deciso che io parta. - -— Sola? - -— No. - -— E l'uomo che vi accompagna, lo amate? - -Serena si strinse nelle spalle e non rispose. - -— Sentite, riprese a dire il luogotenente dopo un breve ed affannoso -silenzio; se una cosa vera è mai uscita dalle mie labbra, ve lo giuro -sul mio onore, è questa, ch'io vi amo. Non vogliate vendicarvi di -me, oppure vendicatevi meglio, ridatemi avaramente una bricciola del -passato, ridatemi... - -— Io non mi do, interruppe Serena con tono indifferente, mi vendo. - -— E il vostro compratore? rispose incollerito il cugino. - -— Mi paga cara, e potrebbe comprare dieci mie pari; non vi fu detto il -suo nome al caffè? - -— Non mi fu detto, ma ora l'indovino; il banchiere Redi. - -Serena non rispose. - -— Lo ucciderò, disse il guerriero, mettendo il pugno sull'elsa della -sciabola. - -— Un milionario non si lascia uccidere; e poi, ucciso uno se ne trova -un altro; non vorrete uccidere tutti i milionari, immagino. Cugino -Ferdinando, ridiventate uomo di spirito, come siete sempre stato fino a -questo momento. - -E la bella, senza muoversi dall'indolente positura, fece un cenno di -commiato al galante guerriero e sonò un campanello. - -Un pezzo di servitore alto sei piedi apparve nel vano dell'uscio. Di -mala voglia il luogotenente si rizzò, fece un lieve inchino, uscì. - -E la bella continuò a fissare lungamente un punto immobile, che non era -nel suo salotto. - -Il domani Serena era partita. Appena la novella si sparse per la città, -i frequentatori del caffè e del circolo tennero adunanza e discussero -_a posteriori_ tutti i segni infallibili che avevano annunziato -la catastrofe. E che fosse una catastrofe non fu posto menomamente -in dubbio dagli adoratori, i quali spiegavano così la fortuna del -banchiere a danno delle loro legittime speranze. Del resto tutti si -consolavano e ricevevano consolazioni a vicenda, col riso e l'arguzia -sulle labbra. Rimaneva un paio d'inconsolabili, i quali, ciascuno per -proprio conto, si erano vantati che la bella ritrosa non avesse saputo -resistere alle loro seduzioni; ma costoro non furono visti al circolo -nè al caffè. - -In fondo la fuga (s'era finito coll'accettare questa espressione), -la fuga di Serena col banchiere Redi fu una vera fortuna. Gli echi -del caffè e del circolo non udirono mai tanti motteggi, e gli specchi -dovettero credersi disoccupati, non avendo più a riflettere alcuno -sbadiglio. - -Quanto a Maurizio la notizia gli venne solo a tardo mattino. Nella -notte il disgraziato aveva fatto pazzi sogni ad occhi aperti. Per -la prima volta, dacchè il cuore aveva preso la mano alla fantasia -ambiziosa, il senso prese la mano al cuore. «Quella donna, quel -miracolo di forme, poteva esser sua!» - -Quando spuntava l'alba egli diceva a sè stesso che gli bisognava -ritornare da Serena prima che partisse, trattenerla o seguirla, -stringersela al cuore, e dimenticare in quello spasimo dolce ogni altro -spasimo. - - - - -XXIII. - -SERENA A MAURIZIO. - - -«Parto, reco altrove la mia vergogna, senza rammarico, senza dolore, -senza gioia; non mi importa dove, purchè sia lontano. - -«Non ritornerò forse, non vi rivedrò forse mai più; queste parole sono -il testamento che mi separa da tutto ciò che ho amato. Mi spinge a -scrivervi non una vanitosa compiacenza od una fantasia melanconica di -donna colpevole; ma un bisogno, un dovere. L'offerta che mi avete fatto -vi dà ogni diritto sopra di me; ora che io non potrò più arrossire in -faccia a voi, sappiate tutto il vero. - -«Non potevo esser vostra nè d'altri; nella terribile vedovanza che mi -sono fatta intorno al cuore, mi rimane il primo vincolo, mio marito! Ho -ucciso tatti i miei affetti, tutte le mie gioie, tutto il mio avvenire -con una colpa sola, ma è sopravvissuta la colpa, implacabile, continua. -Io non sono vedova. - -«È la sorte di molte, è la storia d'ogni giorno. - -«Se vi dicessi che l'uomo a cui fui sposa io lo amava, che egli mi -amava e che un istante di dimenticanza mi tolse alla casa mia, all'uomo -mio, agli affetti miei, per restituirmi più tardi al pubblico corrotto, -non ancora corrotta io stessa al pari del pubblico; se vi dicessi che -la _passione_ da cui venni tolta alla famiglia, divenuta sazietà, mi -respinse colla fredda ingiuria e mi lasciò sola, vi direi la storia di -mille. - -«Ad ogni sole che tramonta si offusca insieme la pace d'una famiglia; -ogni alba nuova saluta il primo ghigno di una cortigiana. - -«Leggetemi in cuore. Vi hanno momenti della mia triste vita in cui -rivedo una casicciuola in fondo ad una viuzza di Modena, ed in quella -casa il cumulo dei miei sogni di fanciulla, ed i nuovi sogni di sposa, -e la felicità di avere una famiglia mia, d'essere come il primo anello -d'un mondo fatto per me, ed un sorriso sereno in premio della mia -gioia, e la mia gaia e spensierata natura di donna riflessa in un -maschio volto d'uomo occupato nei suoi studii, ma buono, affettuoso, -pieno di fiducia, fatto cieco dalla sua stima; Quella casa serena io -l'ho fuggita, quel volto sereno io l'ho oscurato per sempre, per me -quell'anima mite maledice la esistenza, e quell'intelletto che viveva -di due amori, della scienza e della famiglia, ora... E tutto ciò -per una creatura fatua, insipida, volgare, che, coll'arditezza e con -quattro freddure imparate a memoria, trionfò della mia virtù. - -«Rinsavita, più pel nuovo senno del mio innamorato che per proprio -mio senno, mi rimaneva una sola via aperta — scendere ad uno ad uno i -gradini che menano alla colpa. - -«Feci scrivere a colui che mi fu padre; mi fece rispondere «la mia -dote restituitagli da mio marito essere a mia disposizione presso il -banchiere Redi; vivessi di quella non ignominiosamente, _se mi era -possibile_». Nulla più. _Non mi era possibile._ Rientrare nel mondo -come una pentita, rinnovare la mia riputazione, non far parlare di me -la gente maligna; tutto ciò era possibile; ridivenire onesta, no. La -mia anima ebbe una singolare fierezza e non volle ricomprare con un -facile pentimento l'impunità della mia colpa. Uscita dal santuario -della mia casa, io doveva avvoltolarmi nel fango; era la sola -riparazione possibile; — onesta moglie o cortigiana pubblica — non è -via di mezzo per chi, oltre all'anima corrotta ed al corpo contaminato, -non vuol mascherarsi coll'ipocrisia. Volli essere spregievole, poichè -avevo cessato d'essere stimabile. - -«Le porte della mia casa erano chiuse dietro di me, e mio padre non mi -chiamava più figlia; cento altre braccia si aprivano per accogliermi -nella caduta. - -«Volli stordirmi; mi concessi il lusso, le feste, le adorazioni; -accettai la mia parte quale io me l'era fatta; disprezzai me stessa per -arrivare più presto e più forte allo sprezzo del mondo. - -« — Fa di venderti caro, mi ripeteva la mia nuova saggezza e sarai -onorata. Gli uomini ingiuriano i piccoli mercati, applaudono ai grandi; -inflessibile colla colpa coperta di cenci, si piegano in arco quando -passa la colpa coperta di velluto. — Mi parai di gioielli falsi e di -velluti e scesi al mercato. Ecco, ora ho i gioielli veri! - -«Disprezzatemi, siate più forte di chi mi ingiuria e si strugge dal -desiderio o dall'invidia, abbiate in cuore ciò che i meschini hanno sul -labbro — disprezzatemi. - -«È la mia pena e la invoco. - -«Ma non siate ingiusto; non mi fate carico di aver preferito -all'affetto vostro le ricchezze d'un uomo che mi è odioso. Dite -piuttosto a voi stesso che ho scelto la colpa che contamina la persona -meglio di quella che fa battere il cuore, che volli rimaner cortigiana -anzi che amante di un uomo amato; e che questo è il mio volontario -supplizio. Ogni altra espiazione mi è negata; amarvi, essere vostra e -felice del vostro amore, mi parve maggiore ingiuria all'uomo tradito. - -«Non dico di più; non gioverebbe a nulla. Disprezzatemi solo quanto io -mi disprezzo e vi basterà a cancellare interamente dal petto il tristo -amore d'una sciagurata. - - «SERENA». - - - - -XXIV. - -CIÒ CHE RIMANE A MAURIZIO. - - -Il suo amore! pensò Maurizio; ambizioso sentimentalismo di cortigiana, -ipocrisia di un cuore di donna che batte fra le braccia di un -compratore!» - -Stette lungamente immobile, come istupidito, cogli occhi fissi in quei -caratteri che andava rileggendo a spizzico senza più comprenderne il -significato. - -Gli passavano in mente, in folla disordinata, mille fantasie; vedeva -quella donna in cento aspetti, se la immaginava in viaggio, entro la -carrozza, all'albergo, al braccio del banchiere, ora con un triste -sorriso sulle labbra, ora colla fronte annuvolata, carezzevole e -dispettosa, innamorata e cortigiana, pensosa e beffarda. Questa folla -pazza di fantasmi si avviava tutta per una strada, dietro la fuggitiva, -e passava innanzi a lui lasciandolo solo nel mezzo del cammino, a -ghignare in silenzio, senza nemmeno volgere il capo per accompagnarli -un tratto di via. Quelle ombre passavano, si riflettevano un istante -sopra di lui, che se ne stava immobile e non ne serbava alcuna -traccia: pareva che tutti quei pensieri fossero gente frettolosa e -gli domandassero la via per cui Serena era passata, e che il suo cuore -dovesse rispondere: «per di qua» — ma la sua mente era altrove. - -Quella donna che fuggiva, quella bellezza di forme che si cancellava -nello spazio, non era più se non una visione; il suo disgraziato amore -una leggenda. Egli si sentiva la forza di strapparsi dal petto ogni -sentimento estraneo; ritrovava sè stesso; il suo orgoglio medicava con -sinistra pietà la sua ferita. - -E pensava... A che pensava egli? - -Tutte le belle fantasime giovanili gli riapparivano colla beffa sul -labbro; le meditate opere del suo ingegno, le vergini collere e le -ardenze dei primi anni avevano il ghigno della parodia: più oltre erano -le sospirose miserie allietate da un inno e le gagliarde fami contente -ad un pane e ad una strofa, e più oltre... Più oltre i vent'anni, la -balda e ridente stagione della vita... E nondimeno egli ne rifuggiva, -ritornava indietro, rifaceva il suo cammino fino ad arrivare -all'amarezza dell'oggi; allora fissava l'occhio più intento, e lo -spalancava vie più, e dallo sguardo immoto gli balenava una tetra luce. - -E pensava... A che pensava egli? - -Alla sua credulità beffata dallo esperimento degli uomini, all'intatta -fede d'una volta ed allo scetticismo datogli dalla pratica del mondo. - -E forse, pigliando le parti del volgo — volgo oramai egli stesso — -contro le proprie utopie generose, si diceva che tutte le sue ambizioni -erano stolte, tutte le sue speranze sciocche, ridevole ogni sua -chimera; e che l'aver voluto attendere dallo ingegno e dal cuore altra -moneta da quella dell'elemosina era la massima ingenuità. E che in fin -dei conti il mondo è un mercato, e che se ci vai con una moneta che -nessuno conosce, dovrai spenderla per vilissima, e chiamarti fortunato -se non ti si lasci morire di fame. L'ingegno! Tutti ne hanno!... -Ma tu parli del tuo proprio che vale di più... E quanto vale? E chi -ti dice se più valga lo appaiare due endecasillabi ed il mettere in -prosa elegante ciò che ti frulla per il capo, ovvero la speculazione -profetica che ha l'occhio al rialzo ed al ribasso, e la dotta fiducia -che accetta allo sconto una cambiale? E che fan di buono le tue strofe -e la tua prosa, quando non fanno del marcio? E poi, via, perchè questa -sorta d'ingegno, letterario od artistico, pretende di andare innanzi -all'altro? A condurre con garbo un negozio, a stringere i nodi della -borsa quando è il momento buono, si richiede uno squisito acume -d'intelletto; a fare che la lira, invece d'un soldo, ne renda due, -occorre un'arte greca sopraffina. Tu te la intendi benissimo coi numeri -del verso, ma io me la rifaccio coi numeri dell'abbaco; invertiamo le -parti e ti farò ridere, e mi farai ridere; ma io riderò più forte ed -il coro farà eco al mio buon umore. Non è così grand'uomo che non sia -più piccolo del suo portinaio, a sentire il portinaio. «Egli fa libri, -sapesse così fare i conti di casa sua!» «Codesti signori eruditi non -capiscono nulla; hanno il capo nelle nuvole, fossi io nei suoi panni, -questo vorrei fare! o questo! o questo!... un po' di buon senso come ce -lo dà la madre natura vale meglio di tutti i genii dell'universo!» - -Conclusione: non è uomo più corto dell'uomo di genio. Invece se tu -entri nel mondo col borsello ripieno, ti basterà mostrarlo perchè ti -si apra ogni rupe; avrai servitori e clienti che ti faranno codazzo, -attratti dalla musica dei tuoi scudi; se distribuisci le mancie, -meglio, ma non occorre nemmeno; ti fuggiranno i parassiti, ma ti -rimarrà la immensa maggioranza, la quale se ne sta contenta a sapere -che, se tu volessi, potresti comprare tutte le loro virtù insieme; -non vuoi, ma è tutt'uno, un milionario è come una cassa forte, e dà -lo stesso religioso stupore: non importa che sia chiusa con mille -congegni, e non ne esca uno spicciolo, e sia a prova di incendio e di -lagrime. - -Accuserai tu il prossimo tuo perchè non ammira abbastanza il tuo -ingegno, o la tua prodezza, o la tua virtù, quando il mondo è pieno di -falsi prodi, di ipocriti e di cerretani? Sii schietto: la sola cosa -schietta è il denaro; lo conti e sai il fatto tuo; hai mille lire in -tasca e le mostri al tuo vicino; se il tuo vicino frugando in tutte le -sue tasche non vi trova una lira, dirà nel segreto del suo cuore che tu -vali novecentonovantanove volte più di lui. - -Questo pensava Maurizio. Due giorni dopo egli aveva speso il rimanente -del suo patrimonio nell'acquistare azioni di una certa impresa -umanitaria, che prometteva dividendi del trentacinque per cento. - -A calcoli fatti, rivendendo le azioni quando fossero raddoppiate di -valore, comprandone altre alla pari in una nuova impresa, e così di -seguito, un soffio di fortuna ed un paio d'annetti dovevano bastare a -dare a Maurizio il fatato milioncino. - - - - -XXV. - -DONNINA AD OGNISSANTI. - - -«Vedi tu chi mi sta dietro le spalle minacciando di non andar via -prima ch'io non abbia incominciato a scriverti? Gli ho pur detto che se -rimane non ne faccio nulla, ma egli ride e non si muove. - -«Questa volta ride più forte e se ne va... se n'è andato — ottimo -maestro Ciro, ottimo babbo! - -«Ti volevo scrivere ieri, appena letta la tua lettera, e mi pareva di -non poter tanto affrettare da tener dietro all'immenso desiderio che -avevo di consolarti. Ma ero io stessa così mesta, e le tue parole ed -i casi tuoi mi avevano tanto conturbata, che sarei riuscita a fare il -contrario del mio proposito ed a rattristarti peggio. Per quanto mi -dovesse costare, meglio che mandarti il mio improvviso di lagrime, ho -preferito dormirci su una notte e scriverti i pensieri del mattino, che -sono i più sereni. - -«Ora sono lieta e soddisfatta di me; e penso che se avessi ceduto a -quell'impeto melanconico, non solamente ti avrei afflitto, ma ingannato -anche, e mi avresti creduta dolente mentre io non sono stata mai -allegra e felice tanto. Perchè, vedi, a forza di pensare a tutte le -improvvise melanconie che mi assalsero nel leggere le tue parole, non -me n'è rimasta nemmeno una, e non è più uno sgomento, dei tanti d'ieri -sera, di cui ora non mi senta in vena di sorridere. - -«Io so pure che ti parrò pazzerella, ma poichè tale pazzia non fa male -e l'attingo in una sconfinata fiducia nel tuo avvenire, nel nostro, -mi pare che non vi sia grave danno. Non ti venga in mente che io non -comprenda quanto tu devi aver sofferto per tutti quegli schianti del -cuore. Tutto io m'immagino: la tua generosa fierezza ribelle alla -servilità fino a pigliar sembianze d'ingratitudine, e lo scrupolo del -volermi bene così intenso da parerti per ogni nonnulla di meritare che -io te ne volessi più; ho come costretto il mio cuore a picchiar qua -dentro alla maniera del tuo, e so quanto devi aver patito. Ma so pure, -se vero è che tu mi vuoi bene, ed è verissimo, che io ho il rimedio -pronto; mi basterà dirti che la nostra sorte, qualunque essa sia, non -potrà mutare il cuore di due poveretti che si chiamavano Ognissanti e -Donnina, per ridonarti il tuo sorriso giocondo di allora. - -«Che tu sia un medico, un sapiente, non fa proprio nulla. Nel nostro -patto era compreso l'avvenire, ed io sapeva già che saresti divenuto -qualche cosa di grosso. Non fosti forse tu a trovar il trifoglio dalle -quattro foglie? Lo vendesti a me, è vero, ma dovevo sapere che la -fortuna non si vende. - -«Dunque se il tuo cuore non è mutato, nulla di te è mutato da quel che -eri allora; e come io vorrei essere una principessa solo per rimaner -sempre la tua Donnina, così tu sei l'Ognissanti mio. Se ti avessi -scritto ieri, avrei scritto altrimenti — e ne sarei pentita. Il cuore -è un gran ciarliero, e quando non ti grida un vero sacrosanto, ti -bisbiglia cento innocenti bugiuzze... innocenti a patto di avere il -cervello a casa. - -«Non ti pare che io ragioni bene? Quanto all'altro tuo affanno non -ci vedo conforto, se non nella tua stessa coscienza; e poi è tale che -quasi non lo comprendo, tanto mi pare che tutti ti dovrebbero amare. Un -padre poi! uno che ti volle seco egli stesso, che ti diede l'educazione -e l'avvenire! Dico anch'io con te: chi lo costringeva a chiamartisi -padre se poi non te ne voleva dare l'affetto? Poi che ebbe la scelta -della sua creatura dovrebbe volerti bene il doppio, mi pare, e ne ho un -esempio in cuore: maestro Ciro! - -«Ma non so come avvenga, in mezzo a tutto ciò, io veggo sempre più -limpida l'immagine dell'avvenire nostro. Stamane la mia testa è come -un prisma allegro e tutti i barlumi che vi passano attraverso vi -vestono i colori dell'iride. E non so come, invece di odiare quel tuo -cattivo babbo per tutto il bene che non ti dimostra, gli voglio bene -per quanto ha fatto per te. E penso che forse null'altro gli manca se -non una voce, la quale gli scenda al cuore e lo costringa a guardarti -nell'anima. Potesse essere la mia quella voce! - -«Com'è il tuo babbo? Come si chiama? Senti se assomiglia all'immagine -che me ne son fatta. - -«È alto, smilzo, con due occhi grigi affondati nell'orbita, ha la -fronte spaziosa ed un poco di rughe sopra il ciglio, una barba rara ed -incanutita, e due labbra sottili che non ridono mai, cammina impettito -ed abbottonato, porta gli occhiali... - -«Ti fa paura questo ritratto? - -«Ebbene, lo crederai se ti pare, a forza di guardarlo da ogni lato gli -ho trovato il suo lato buono, ed in poche ore me l'ho addomesticato, -per modo che, se l'originale corrisponde proprio alla mia copia -fantastica, è un uomo nostro. - -«Io scherzo col tuo dolore, ma non so star seria perchè mi sento felice. - -«Conchiudo colla massima gravità: se la tua coscienza non ti rimprovera -nulla, metti pure il cuore in pace. - -«È doloroso, lo comprendo, ma io ti vorrò bene anche la parte degli -altri, e se proprio ti abbisogna un babbo che ti ami, ci ho il mio che -sarà il tuo. Maestro Ciro ha un cuore tanto fatto, capace per farmi -piacere di amare in una volta sola tutto l'universo. - -«Quanto a pagare il tuo debito di riconoscenza verso quell'uomo che ti -ha aperto la via del mondo e dell'avvenire, ci voglio pensare io. Farò -la tua parte io che non sono superba. E poi è così facile farsi amare! -E quando uno è arrivato all'amore (bada quando vi è proprio arrivato), -ricorda forse più dove s'era messo in cammino? - -«Sai? da otto giorni il cielo faceva il broncio alla campagna; nugoli -fitti o nebbie fitte, ed al sole non riusciva di passare un raggio -attraverso quel dispettoso mantello per fare una carezza al piano e -distaccare i diacciuoli dai gelsi che ne devono essere stanchi; sono -otto giorni che tace il concerto dei passeri, otto brutti giorni in cui -si ebbe una vera carestia di luce; or eccoti un'allegra novella — il -sole! E forse ora appunto tu guardi in alto e ti allieti allo stesso -raggio che mi fa lieta, pensando a me, e vorresti sapere che faccio in -questo momento, ed immagini tutt'altra cosa... come io ora di te forse. -Ma non importa. Le cose sono come noi le vediamo, e quando non possiamo -vederle, come ce le colora la fantasia, tal quali. E se anche taluno -potesse dirmi di sicuro che in questo momento tu dormi stanco d'una -studiosa veglia, io non gli crederei e mi ostinerei a vederti così: gli -occhi a questo raggio di sole, il pensiero... a Donnina. - -«In sostanza questa credulità che si fida alle proprio fantasime vale -più e meglio di certo scetticismo dubitoso anche di ciò che vede. Non è -vero? - -«Te lo voglio dire; la tua lettera ci ha fatto piangere; il mesto -racconto dei sei anni passati lontano e la tarda rivelazione di quanto -già prima avevi patito al fianco di quel poveretto che fu il tuo primo -padre, ci ha commossi. Me non solo, ma anche la mamma, la terribile -mamma. - -«Ciò mi fa pensare che anch'io ti devo una confessione generale. Che -cosa ho fatto durante la tua assenza? - -«Prima di tutto sono ingrandita sei buoni pollici, e poi sono diventata -una donna, una vera donna, sebbene mi si continui a chiamare Donnina. -Ho imparato a tenere in sesto le faccende di casa, ho rubato ogni -giorno un po' della sconfinata autorità di mamma Teresa, e mi sono -avvezzata poco alla volta a fare la massaia. Ti farò meravigliare colla -mia dotta economia. - -«Ho anche compito la mia educazione tanto da potere, all'occasione, -supplire il vecchio babbo nelle sue lezioni. So spiegare le regole -dell'abbaco e guidar la mano ai miei allievi di calligrafia. Nelle -ore perdute ho studiato il ricamo e la storia, ma pochino, pochino. E -poi, devo dirlo? il più del mio tempo l'ho speso pensando a te. Ogni -santo giorno ti mandavo il pensiero dietro, per la via di Milano, ma -senza saper dove. E dicevo a me stessa: «egli, almeno, dovunque sia, -può venirmi incontro colla mente, perchè sa dove trovarmi di sicuro; -io no, non posso.» Ma non dubitavo di te, non ti faceva colpa del tuo -silenzio; solo me ne affliggevo come d'una disgrazia. - -«Ogni sera pregavo per te, per noi, e quando (raramente), mi assaliva -uno sgomento, non di noi, ma della sorte nostra, ricorrevo al mio -amuleto e mi rasserenavo. Quell'amuleto tu lo sai, o l'indovini, è il -trifoglio delle quattro foglie. - -«Ti ho solo detto il bene. Ma ti puoi immaginare che la fanciulla non -è divenuta donna senza passare per le tentazioni del peccato; sono -anch'io un po' vanerella, un po' capricciosa, un po' impertinente... al -par di tante altre, ed anche un po' maligna, come vedi... - -«Infine, tal quale, sono tua. - -«Sono tua! Che piacere infinito a poterlo dire, a poterlo scrivere, -e dopo di averlo detto e scritto non dovermi destare per accorgermi -che sognavo, per chiudere un'altra volta gli occhi e cacciare la testa -fra i guanciali invocando lo stesso sogno! Ma in virtù di quei sogni -ora mi pare di non essere mai stata divisa da te... E poi anche il -passato non è forse un sogno? Questi sei anni vissuti melanconicamente -mi paiono dimenticati da un pezzo; si cancellano i contorni dei giorni -melanconici numerati nella solitudine, e non rimane altra sembianza -tranne la tua, che mi era sempre dinanzi. Non è vero che siano passati -sei anni; fu un sogno, un brutto sogno, ed io voglio tenere gli occhi -aperti per paura di addormentarmi ora che sono felice. - -«Ecco: il raggio del sole è arrivato a poco a poco fino al mio -letticciuolo; la scolaresca arriva in frotta, ed il babbo incomincerà -la sua lezione. Ho aperto la finestra; non fa freddo, i passeri -cianciano saltellando sulle nude braccia dell'olmo; v'ha ancora per -aria una nebbiuzza sottile, trasparente, che si dirada mano mano e -scintilla ai raggi del sole come un polverìo luminoso. Tutto ciò mi -farebbe pensare al cielo del tropico che ho visto solo nei libri, se -non fossero la nudità degli alberi e la tinta gialliccia delle zolle. - -«Vuoi saperla la gran novità del nostro paese? Da otto giorni non si -parla d'altro, ed io che l'ho tutto il santo dì innanzi agli occhi -sarei pur disgraziata se non te ne dicessi nulla. Parlo della nuova -insegna dell'_Osteria della Salute_. Rappresenta una figura umana -rotonda e carnosa, molto rotonda e molto carnosa, la quale solleva -ridendo un bicchiere colmo di vino e lo guarda con occhio di amore. - -«A dare il meglio possibile l'immagine della salute, il pittore ha -prodigato il rosso sulle guance del suo ideale e gli ha disegnato -tre curve parallele sotto la fossetta del mento. Così come è, pare il -ritratto dell'apoplessia. - -«Dirai che t'intrattengo d'inezie, ma se avessi solo dovuto scriverti -delle gran cose che accadono, avrei finito prima d'incominciare. Ora -a me scrivendoti pare di esser teco e qualunque sciocchezza mi passi -per il capo la voglio dire, purchè tu intanto legga quanto mi sta nel -cuore: che ti voglio un gran bene, un gran bene, e che sono la tua - - «DONNINA.» - - - - -XXVI. - -VIAGGIO DI SCOPERTA. - - -I passeri lo hanno detto ai gelsi, alle acacie delle siepi ed ai bassi -virgulti che levano le braccia nude dal letto di neve: il tempaccio è -finito, la bruma è in rotta, i nugoli si disperdono come un esercito -sgominato, ecco il sole. - -Ecco il sole! L'immenso piano di neve è tutto uno scintillìo, -interrotto dalle lunghe ombre nere gettate da ogni stelo. -Un'impalpabile nebbia nuota nell'aria, ma così lieve e così -trasparente, che la diresti un polverìo di rose e d'oro; i colori -fanno festa; il poco verde delle foglie pare più verde, la limpidezza -del cielo, da tanto tempo vestito a bruno, sembra cosa nuova ed -allegra oltre l'usato. Da ogni ramo gocciola la neve disciolta, e le -mille pozzanghere improvvisate, in cui si specchia il mattino, hanno -sembianza di pezzi di firmamento caduti sulla via maestra. - -A poco a poco l'aria si fa più trasparente, il cielo che pare d'argento -e di porpora per i riflessi della neve e del sole nascente, si tinge -d'un azzurro purissimo, e l'astro radioso si innalza nell'orizzonte. - -L'unica via di A... è inondata di luce; l'_Osteria della Salute_ è -tutta tripudio, e non sentì mai così forte l'orgoglio di aver tutti i -suoi vetri intatti; gran dire! la nuova insegna sembra più bella, ed il -signore che vi è dipinto più rosso del solito. - -Un venticello lieve stacca dai rami degli alberi le ultime falde di -neve; nè hanno tempo di giungere a terra che già sono squagliate; -l'orizzonte ristretto dalle brume si è allargato sterminatamente, tanto -che dalla finestra di Donnina si vedono splendere al sole le nevi delle -montagne lecchesi. - -Ma Donnina ha l'occhio ad un altro cielo, ad un altro orizzonte. Il -suo pensiero corre per la pianura verso Milano, si lascia indietro la -guglia del Duomo e va oltre, e va oltre... poi rifà la via percorsa. Si -ravvede e rilegge la lettera scritta poc'anzi, e le pare di non aver -detto nulla di quanto voleva dire, fino a che il sole, baciandola in -volto, la costringe a togliersi dalla finestra e dal suo Ognissanti per -assettare la cameretta. - -Proprio allora che Donnina staccò l'occhio dalla via maestra apparve -all'estremità una carrozza, la quale ebbe in pochi istanti percorso -quel tratto di via e fu innanzi alla porta ospitale dell'_Osteria della -salute_. - -Il saluberrimo proprietario del luogo mandò il suo più balsamico -sorriso incontro ai nuovi arrivati, che erano due e salutò in uno di -essi una vecchia conoscenza. - -— Ha buona memoria l'amico, disse il dottor Parenti accennando l'oste. - -Il signor Fulgenzio pareva sopra pensiero e non rispose. - -Poco stante i nuovi arrivati attraversavano il tratto di via che -separa la locanda dalla scuola comunale, e si arrestavano innanzi alla -nota porticina. Li seguiva furtivamente l'oste, ma solo cogli occhi -che teneva appiccicati alle vetrate. Il signor Fulgenzio non voleva -passare per il primo, ed il dottor Parenti si fece innanzi; usciva dal -vano sottile dell'uscio socchiuso il dotto mugolìo che esala da ogni -scientifico banchetto di fanciulli punto punto affamati di scienza. -Il dottore picchiò tre volte colla nocca, e subito ogni rumore cessò; -un istante dopo la testa canuta del signor maestro s'incorniciava nel -vano innanzi ai due visitatori, e si ritraeva con un atto di meraviglia -che ben valeva un saluto, e la porta si spalancava, e i due visitatori -si trovavano innanzi alla scolaresca, la quale balzava in piedi -rispettosamente con molto maggior rumore del necessario. - -Tutto ciò, ripeto, in un istante. Maestro Ciro, mal pratico dei -cerimoniali, non domandò «a che cosa dovesse l'onore di quella visita,» -ma era tutt'occhi per indovinarlo, e tutt'orecchi per non farselo dire -due volte. - -Il dottore fu il primo a parlare. - -— Lei, se non isbaglio, è il signor maestro della scuola comunale di -A... - -— Da sei anni sono io quello, per servirla. - -— Il signor Ciro Neri...? - -— Appunto... - -— Noi abbiamo bisogno di parlarle di cose che riguardano la sua -famiglia... - -Ed aggiunse, additando prima il compagno, poi facendosi innanzi egli -stesso: «Il signor Fulgenzio, il dottor Parenti.» - -Maestro Ciro s'inchinò profondamente, ed intanto colla coda dell'occhio -guardava se mai gli venisse fatto di vedere due seggiole, le quali -non ci erano mai state, e pensava che una cameretta decente, dietro la -scuola, avrebbe servito tanto bene a ricevere i visitatori. - -Il dottor Parenti si avvide alla prima dell'imbarazzo del signor -maestro, e gli disse col più amabile sorriso: - -— Se lei potesse lasciare i suoi allievi alcuni istanti e volesse -seguirci a due passi, nell'osteria della Salute qui rimpetto... vi ha -una stanzetta in cui si starebbe soli... Ed è sempre meglio... le pare? - -A maestro Ciro pare di sicuro; e poi quella visita inaspettata, -la benevolenza del dottore e la contegnosa taciturnità del signor -Fulgenzio gli hanno messo innanzi tanta folla di fantasia, che non sa -più raccapezzarsi. - -Ed ecco, Donnina, la quale ha finito di dar sesto alla sua camera, -scende appunto da basso; il vecchio babbo le va incontro, la chiama e -se la fa venire dietro nella scuola. Stamane la fanciulla è così lieta, -che pare le stia ancora sulla fronte il raggio di sole che la baciava -poc'anzi; entra senza titubanza, vede i due sconosciuti e si arresta un -tantino, mentre maestro Ciro le dice: - -— Ti affido i miei scolari; se Teresa domanda di me, io sono alla -_Salute_ coi signori... - -E si volge per mettersi a disposizione _dei signori_, i quali non sanno -staccar gli occhi di dosso alla giovinetta. - -— È Donnina, la mia creatura, balbetta allora. - -— È lei! aggiunge il dottore tentando il gomito del signor Fulgenzio. - -Ma Donnina s'è già accostata ad uno dei suoi allievi per avvertirlo -che il sillabario non è propriamente fatto per lacerarne i margini e -masticarli; intanto il dottor Parenti ha infilato l'uscio, e il signor -Fulgenzio dietro, ed il signor maestro in coda, ruminando un sospetto -nuovo ed un timore antico. - -«È Donnina... la mia creatura!...» aveva detto. Oh! perchè non aveva -detto semplicemente «la mia figliuola!» Ohimè! E se l'altro, quel -vecchio taciturno e severo, gli avesse risposto: «non è vero, non è -tua, tu mi hai rubato un affetto che è cosa mia; son io suo padre!» Ah! -qual gioia infinita e quale infinito dolore! - -Nei venti passi che separano la scuola dall'osteria, babbo Ciro non -stacca un istante gli occhi di dosso al signor Fulgenzio, come per -trovargli nel naso e nel mento le prove autentiche della paternità. - -Il dottor Parenti, persuaso che uno scherzo è la via più spiccia -per arrivare alla domestichezza d'un colloquio intimo, dice: «quanta -filosofia nella vita paesana! il nutrimento del corpo ed il nutrimento -dello spirito a poche spanne; e le due cose si fanno dirimpetto, perchè -nessuno ne dimentichi la necessità.» - -Il signor maestro tira il fiato lungo ed assicura che del nutrimento -dello spirito i filosofi del luogo se ne dimenticano volontieri; ed -avrebbe aggiunto, ma sta zitto, che dimenticherebbero, a lasciar fare, -anche di nutrire il corpo del signor maestro. - -L'oste della _Salute_ non sa discendere dalle regioni iperboliche -della sua meraviglia, vedendo babbo Ciro coi due ospiti, e quando gli -si domanda un boccale del suo miglior vino bianco, ed egli lo reca e -lo depone sopra una tavola nella cameretta solitaria, non sa come fare -per non andarsene. Ma il dottor Parenti lo spinge fuor dell'uscio con -un'amorevolezza tutta sua, e dice mettendosi a sedere: - -— Poveraccio! questo camerino sembra fatto a posta per mortificare la -curiosità d'un oste. - -Bisogna fare una certa violenza a maestro Ciro per indurlo a sedere fra -i due; quando la cosa è riuscita, e l'unanime consenso ha dichiarato -il vinello bianco molto salutifero, il dottore, parendogli il momento -buono, entra addirittura in materia senza ombra di preambolo. - -— Caro signor maestro, noi siamo qui per parlare della sua Donnina, -della sua figliuola... - -Maestro Ciro si sente venire i sudori, e per rinfrancarsi vuota d'un -sorso ciò che gli rimane nel bicchiere; il dottore si affretta a -colmarglielo, non ostante la resistenza, poi prosegue: - -— Il signor Fulgenzio qui presente, ha bisogno di sapere qualche cosa -su quel tesoro di giovinetta... - -— Lor signori sanno?... balbettò il vecchio. - -— Che Donnina non è propriamente sua figlia; non è un segreto, lo -devono saper tutti in paese, posto che lo sa l'oste... - -Il povero padre ha un esercito di domande che gli sfilano nella mente, -gli arrivano a fior di labbro e si inabissano in gola; fa cenno al -dottore di proseguire e non dice nulla. - -Ma il signor Fulgenzio, a cui non è sfuggita la lotta che si combatte -in quel petto, entra a dire: - -— Non le paia curiosità importuna la nostra; abbiamo gravi ragioni... -si fa pel bene della sua figliuola... - -— Benedetti! risponde maestro Ciro, perchè vuole che mi paia curiosità? -Un giorno o l'altro già io me l'aspettava... mi ci ero preparato. Lor -signori conoscono dunque il padre?... - -Il maestro di scuola ha smozzicato l'ultima domanda con due colpi di -tosse, che sono in realtà due singhiozzi belli e buoni. Fulgenzio e -l'amico si guardano in viso, coll'aria di dire: «a questo non avevamo -pensato.» - -— Ci è un equivoco, osserva il signor Fulgenzio; noi non veniamo per -ciò che lei suppone. Una domanda ci farà intendere: Conosce Mario? - -— Mario! dice il maestro fra sè, e lo ripete due volte senza che gli -venga in mente dove ha udito quel nome. - -— Conosce Ognissanti? interroga sorridendo il dottor Parenti. - -— Se conosco Ognissanti! se lo conosco!... è vero, lo chiamano anche -Mario. - -— Mario è mio figlio, dice il signor Fulgenzio; e senza dar tempo -al vecchio di riaversi dalla meraviglia, prosegue: Mario ama la sua -Donnina, si è promesso a lei, io so tutto; - -— Quand'è così, la saprà che i due poveretti si erano promessi da -bimbi, si può dire... e che... - -— E che Donnina ha un cuore d'angelo, e farà un'ottima moglie come ha -fatto un'ottima figlia... aggiunge il signor Fulgenzio. - -I pomelli lucenti delle gote di maestro Ciro ricevono un insolito -lustro da due grosse lagrime che è impossibile trattenere. - -— So tutto, prosegue a dire l'altro; e non domando di meglio che di -fare la felicità di mio figlio, se lei non ci ha nulla in contrario. - -A questo punto la porta si spalanca con impeto, ed entra mamma Teresa. - -La terribile donna, dal fondo del suo enorme cappellino, guarda come -inorridita lo spettacolo di quell'orgia e si arresta sulla soglia. Il -dottor Parenti le va incontro cavallerescamente, le offre una seggiola -e la invita a sedere; la vecchia non si fa pregare ed apre bocca per -parlare, ma il signor maestro si mette un dito in croce sul labbro, ed -il dottor Parenti dà all'oste, il quale ha creduto opportuno di venire -a prendere gli ordini dei signori, il consiglio di recare un altro -bicchiere. - -Intanto che l'oste va e torna, la vecchia, fiutando in aria lo -_straordinario_, dice abbassando la voce, come per farsi scusare: «ero -uscita a far la spesa, torno e non trovo più il mio vecchio; dov'è il -mio vecchio? domando a Donnina; — alla _Salute_ con due signori che -avevano bisogno di lui; se avevano bisogno di lui, dico io, avranno -bisogno anche di me; maestro Ciro non ha mai fatto nulla senza di -me, tranne la scuola; ci vado, e se non mi vorranno ritornerò... Devo -andarmene?» - -Il dottor Parenti le sorride amorosamente, il signor Fulgenzio la -guarda con curiosità, ed il marito mette un'altra volta l'indice sul -labbro. Ritorna l'oste col bicchiere. «Grazie, amico mio, gli dice il -dottore; ci farete un regalone, chiudendo l'uscio e badando che nessuno -venga a disturbarci. - -L'oste fa un sorriso apocrifo e se ne va, ed il signor Fulgenzio -ripiglia a dire, come se nulla lo avesse interrotto: - -— Dunque, se lei non ci ha nulla in contrario, Ognissanti sposerà la -sua Donnina. - -— Ma le pare? risponde mamma Teresa, a cui di repente si è chiarita -ogni cosa; la nostra Donnina vuol bene ad Ognissanti, e gli vogliamo -bene anche noi; lo abbiamo conosciuto piccino piccino, alto così; era -un amore, un vero amore, un po' birichino, un po' bisbetico, ma un -amore; se la meritava proprio la fortuna che gli è toccata di trovare -un padre come lei... Dicevamo dunque che non solo non abbiamo nulla -in contrario, ma siamo felici, felicissimi... Via, parla anche tu, -soggiunge, toccando col gomito il marito, devo sempre dirle io le cose? -parla tu, che sai come si fa coi signori... - -Il signor maestro si frega le mani, come nelle grandi allegrezze, ed -approva del capo ogni parola della vecchia. - -— Facciamo conto che abbia parlato io stesso. - -— Dunque, a quando le nozze? domanda mamma Teresa, avanzando il corpo -per modo che il cappello le ricade sulle spalle ed il viso rugoso esce -dal vano enorme. - -Il signor Fulgenzio non può trattenere un sorriso a quell'accento ed -a quell'atto, ma il dottor Parenti accorre serio serio in aiuto della -signora, e le riadatta in capo il cupolone, sebbene la vecchia dica che -non occorre. - -— Presto, risponde il signor Fulgenzio, se non vi sono altre difficoltà. - -— E che difficoltà v'hanno a essere? - -— Donnina, che lei sappia, ha padre o madre viventi? - -Maestro Ciro, a cui è rivolta la domanda, guarda in faccia mamma -Teresa, la quale ha gli occhi altrove e tende le orecchie per non -perdere una sillaba. - -— Ecco, la mamma non ce l'ha più di sicuro, ma il padre, almeno credo, -vive ancora, sebbene non si sia più visto. Anzi, da cinque anni ci -giunge ogni tanto del denaro, che non sappiamo da chi venga, e poco -tempo fa abbiamo ricevuto per la stessa via _mille lire_; quel denaro -lo abbiamo messo alla Cassa di Risparmio di Milano per Donnina... Non è -vero, Teresa? - -— Se è vero? lo sai pure che è vero! risponde la vecchia tentennando -il capo per l'impazienza; ma a che serve tutto ciò? Contenta Donnina, -contenti noi, e contenti noi contenti tutti! Quel padre doveva farsi -vivo prima, e non lasciare la povera creatura in abbandono col rischio -di mandarla all'altro mondo. Dico bene? - -— Dice benissimo, risponde il signor Fulgenzio, a cui è diretta la -domanda, e per me... - -— Ah! interrompe la vecchia, meno male! Non siamo forse noi che -l'abbiamo raccolta, allevata, chiamata figlia? Donnina è cosa nostra, -tutta nostra, lo domandi a lei e sentirà. E se suo padre se n'è -dimenticato, peggio per lui. Mi pare di ragionare, mi pare... - -— Lei ragiona benissimo; ma la legge... - -— Che legge, che legge! Io non so di legge, non so leggere io, non -ne voglio sapere; e maestro Ciro se ne dimenticherà, se occorre, ma -Donnina deve fare quello che vogliamo noi, e noi vogliamo che faccia -quanto le pare e piace. - -Maestro Ciro, tra i monosillabi del signor Fulgenzio e le sfuriate -della moglie, non capisce nulla di nulla, ed ha piuttosto l'aria di uno -scolaro, che del signor maestro. - -— Vediamo, dice il dottor Parenti, non complichiamo le cose, lasciamo -le querele da una parte; il codice mettiamolo da banda per ora, e -poichè ci siamo intesi circa lo scopo del nostro colloquio, badiamo -d'andare con ordine. Ora, per andare con ordine, si deve incominciare -dal conoscere la storia di Donnina... Maestro Ciro, ci vuol dire lei -quanto ne sa? - -— Dall'_a_ fino alla _zeta_, risponde mamma Teresa, lieta di poter fare -quest'allusione al carattere scientifico del marito. E sentiranno loro -se quello è un padre... - -Maestro Ciro, posto al cimento di una narrazione, sembra raccogliere -le idee e pigliare in pugno le redini della grammatica; dopo di che, -incomincia con un lieve tono cattedratico: - -«Sono quindici anni che Donnina è con noi; ora essa ne ha diciotto -compiti, quasi diciannove, dunque, quando divenne nostra figlia, non -ne aveva ancora quattro. Allora io era maestro di scuola ad S... un -allegro paesello lungo la ferrovia; la scuola era poco frequentata, -una ventina di allievi in tutto; ma l'onorario era proporzionato al -numero degli scolari, non alla fatica nè ai bisogni. Perciò alla prima -occasione, e si fece aspettar molto, mutai residenza. - -«Era nel paese una coppia di giovani sposi, Brigida e Tommaso; la -moglie sfrondava i gelsi nella stagione, il marito era cantoniere sulla -ferrovia; s'erano sposati perchè si volevano bene, ma erano tutti e -due soli al mondo e non possedevano se non il loro affetto e le loro -braccia. In paese erano amati molto, vivevano nella solitudine della -campagna, nel piccolo casotto, con quattro spanne di orticello; erano -felici di poco, ma felici davvero e molto. - -— Sicuro, interrompe mamma Teresa, e siccome i felici fanno ombra a -quella razza d'invidiosi che manipola le cose di questo mondaccio... - -— Teresa... - -— Lasciami dire, tanto lo penso, ed è tutt'uno... e così un giorno il -povero Tommaso cade e si fiacca uno stinco, e gli viene la cancrena, e -se ne va all'altro mondo... - -Maestro Ciro, sentendosi incapace d'arrestare la moglie intanto che -parla, continua ad approvare col capo ognuna delle sue parole, poi -ripiglia: - -«La povera Brigida rimase sola col cuore gonfio dell'affanno, colla -salute affranta dalle veglie e dagli stenti, e per di più madre. Venne -al paese; visse o piuttosto non morì subito; ebbe una figlia, e la -restituì al cielo pochi giorni dopo. Qualche pietoso le consigliò di -recarsi a Milano e di offrirsi per nutrice. Così fece; andò a piedi, -stette via un paio di giorni, al terzo ritornò dando il latte ad una -bambina non sua, a Donnina. La povera creatura aveva perduto la madre -nel venire al mondo; il padre non doveva essere agiato, perchè pagava -un meschino compenso alla Brigida. Come si chiamava la fanciulla? -Camilla. Come si chiamava il padre? Non sapeva dirlo. Sapeva solo che -abitava in una via stretta, in stanze molto piccine, e poste in alto in -alto. - -«Ci fu un po' di curiosità in paese per conoscere il padre di quella -creaturina. Un giorno, dopo parecchi mesi, si vide venire a piedi un -giovine tra i ventidue ed i venticinque; era lui; «aveva un'aria molto -patita,» così almeno si diceva. Stette un paio d'ore, se ne andò come -era venuto, a piedi; ritornò un'altra volta parecchi mesi dopo, ed -un'altra; poi nessuno più lo vide. Donnina aveva quasi tre anni ed era -graziosissima; veniva considerata come la figlia del Comune e non le -mancavano i baci; ma le mancò la madre. La povera Brigida, non bastando -al lavoro, ammalò; da qualche tempo non riceveva più ogni mese le -poche lire dal padre di Camilla, e non sapeva a chi scrivere, perchè -quell'uomo non le aveva mai detto il suo nome. Per farla corta, morì -anch'essa; allora la mia Teresa ed io, vecchi e senza figliuoli, si -pensò di far nostra la creaturina. Molti dissero che avevamo fatto una -buona azione; qualcuno sospettò che il padre si fosse nascostamente -rivolto a me, e m'avesse incaricato della sua figliuola, e sparse la -voce essere Camilla la figlia d'un ricco signore, il quale non voleva -farsi conoscere; nessuno indovinò il vero, cioè che noi, la mia vecchia -ed io, ci eravamo tirati in casa la felicità. - -— E del padre di Donnina non ebbero più notizie? chiese il dottor -Parenti. - -— Una volta sola e da altri, e senza sicurezza d'indizii, seppi che -un giovine alto, _sotto la trentina_, era stato sul far dell'alba ad -informarsi di Brigida, e saputala morta, ed inteso che Camilla era -stata raccolta da noi, non aveva chiesto altro e se n'era andato. -Sperai di ricevere qualche lettera che mi togliesse dall'incertezza; -non ricevei mai nulla. Finalmente, cinque anni sono, mi pervenne da -Milano, entro una busta da lettere, un _vaglia_ in mio nome. - -— E chi mandava quel vaglia? - -— La signora _Donnina Neri_... il nome che portava la fanciulla. Era lo -stesso come dirmi che quel denaro veniva mandato per Donnina e che il -padre non voleva farsi conoscere. - -— E qual prova che fosse il padre e non altri a mandare il denaro? -chiese il signor Fulgenzio. - -— Veramente, nessuna... ma noti che Donnina era il nuovo nome venuto -dall'uso alla piccina; e se colui lo sapeva era segno che aveva avuto -informazioni della sua creatura e che non l'aveva dimenticata del -tutto. - -— Dunque, secondo lei, il padre di Donnina vive? - -— Lo credo. - -— E non ha veruna prova che la sua Donnina sia nata fuori di matrimonio? - -— Nessuna. - -Il signor Fulgenzio stette un istante in meditazione sotto gli sguardi -impazienti e curiosi dei due vecchi, poi riprese a dire crollando il -capo: - -«Se il padre vive ed è padre legittimo, Donnina non può prender marito -senza il suo consenso.» - -Mamma Teresa fece un balzo sulla seggiola ed appuntò le mani sulla -tavola. - -— Donnina non può sposare Ognissanti? - -— Nè Ognissanti nè altri... - -— Senza il consenso di lui... di quella birba che non ha fatto altro -se non metterla al mondo... E questa è la legge? Ma dove avevano il -cervello quei signori che hanno fatto la legge? Dunque se a quello -sciagurato venisse in mente di non farsi conoscere mai o di non volere -mai, Donnina dovrebbe starsene ad ammuffire in casa in eterno? - -— Fino a che non avesse vent'un anno almeno. - -— La cosa è diversa, osserva maestro Ciro, il quale ha sempre avuto un -gran rispetto alla legge. - -— Non è diversa niente affatto, ribatte mamma Teresa; fino a vent'un -anno! e Donnina, tu lo sai, non ne ha ancora diciannove, e noi siamo -vecchi e non abbiamo gran tempo da aspettare per vederla felice... - -— Noi forse, osserva il maestro di scuola, ma Donnina può aspettare un -pezzo! - -— Non può, ti dico io che non può, e che questa è una birbonata -della legge; già, l'ho sempre detto, la legge è fatta per favorire -i furfanti, i quali o l'hanno per sè e se ne approfittano, o l'hanno -contro e non ci badano. - -Sbollito l'impeto, mamma Teresa tace per non saper più che dire, e -siccome nessuno parla, ella va girando gli occhi dall'uno all'altro dei -tre, ed aspetta che da quel silenzio esca qualche cosa di buono. - -Il dottor Parenti è il primo a parlare e lo fa colla sua consueta -sicurezza, togliendo se non altro il pensiero dalla contemplazione -della propria impotenza. - -— Bisogna assolutamente trovare il padre di Donnina, e lo troveremo -vivo o morto. - -— Meglio morto, osserva mamma Teresa, e se lei lo trova vivo, gli dica -pure da parte di mamma Teresa che se ne muoia, che ci farà un regalone -a tutti. - -— Lo troveremo, prosegue il dottore senza badare all'interruzione; -non ci bisogna altro se non sapere in qual parrocchia è stata tenuta a -battesimo Donnina. - -— Nemmeno questo non lo sappiamo, dice melanconicamente maestro Ciro. - -— Benissimo, nemmeno questo non si sa; benissimo, vediamo un po' che -cosa si sa: l'anno in cui nata? - -— 185... - -Il dottor Parenti scrive il numero nel suo taccuino. - -— Il mese? - -— Maggio. - -— Il giorno? - -— La prima settimana, giorno più o meno. - -— Il paese? - -— Milano, ma non è certo. - -Il dottore legge forte: - -«L'anno 185... nella prima settimana del mese di maggio nacque a Milano -e fu battezzata nella parrocchia di... una bambina a cui fa posto il -nome di Camilla...» - -— Ecco fatto, prosegue a dire ricacciando in tasca il taccuino; mi -basterà andare in giro per le ventisette parrocchie di Milano; non -domando per questo più d'una settimana. Ed ora che il padre di Donnina -è trovato, amico Fulgenzio, non so che cosa ti trattenga dal fare la -tua domanda ufficiale: maestro Ciro, mamma Teresa, il signor Fulgenzio -ed io abbiamo l'onore di chiedervi la mano di vostra figlia Donnina per -il nostro figlio Mario, ovverosia Ognissanti... - -L'accento con cui è fatta questa domanda di nozze, ridona a tutti il -buon umore. - -Maestro Ciro risponde colla voce rotta dalla tenerezza, e mamma Teresa -spinge il suo entusiasmo fino a dire che quello è parlare a dovere, e -ch'è un negozio fatto, e non se ne parli altro. - -Rimangono ancora quattro buone dita di vino bianco in fondo alla -bottiglia, ed il dottor Parenti ha il pensiero di empire mezzo il -bicchiere di mamma Teresa, e mezzo il proprio e quello di maestro -Ciro. E siccome il signor Fulgenzio è stato dimenticato, egli avanza -sorridendo il bicchiere e chiede la sua parte. - -— Alla salute di Donnina ed alla loro salute, dice a mezza voce il -dottore. - -— E di Ognissanti, risponde maestro Ciro nello stesso tono. - -— E di lor signori, aggiunge la vecchia in un'ottava più alta. - -Poi si muovono ed escono. - -L'oste della _Salute_ è tutto sorrisi; ne regala un paio a mamma -Teresa, uno a maestro Ciro, uno di prima qualità al signor Fulgenzio e -sciorina i fondi di magazzino al dottore, rimasto ultimo per pagare il -conto. - -— Grazie infinite, ed a ben vederla. - -— E presto, forse, rispose il dottore. - -— Ai suoi comandi (e qui un altro sorriso), tutta la _Salute_ è ai suoi -comandi. - -— Vi ringrazio per i miei ammalati. - -— Vossignoria è medico? interroga l'oste, felice di apprendere qualche -cosa. - -— Sono medico, ma non abbiate paura, le mie visite alla vostra osteria -sono innocenti. - -L'oste comprende lo scherzo. - -— Già!... noi siamo sani sempre. - -— Tranne la vostra insegna; non mi piace dissanguare il mio prossimo, -ma a quel signore ordinerei volontieri una cavata di sangue. - -L'oste ride da quell'uomo di eccellente umore che egli è, e rimane -sull'uscio persuaso di non saperne più di prima. - - - - -XXVII. - -IL POSCRITTO DELLA LETTERA DI DONNINA. - - -Bizzarre cose aveva detto il cuore a Donnina. Al primo vedere i due -sconosciuti che cercavano del babbo, ed il babbo che se n'andava con -essi, ella aveva sentito come il segnale di uno scampanìo di festa, -e rimasta sola per accudire ai piccoli scolari, non ci fu verso di -mettersi sul serio a far la maestra. Le passavano in mente cento -fantasie, sentiva in petto cento sussulti nuovi; era proprio la donna -più disadatta in quel momento a tener in freno una brigata di monelli. -Le bisognava la pace, e parevale di poterla trovare altrimenti che -nelle cure della scolaresca. Dal canto suo la scolaresca metteva a -profitto quegli istanti di ozio coll'entusiasmo di chi li immagina -troppo brevi. Donnina salì sulla cattedra del babbo, e raccomandò il -silenzio, accordando a questo patto dieci minuti di riposo: avvertì che -se non sapessero tacere, farebbe dire a tutti la lezione; e se invece -sapessero, ella ne avrebbe tanto piacere. - -Tutte queste considerazioni messe insieme dovevano avere un gran peso, -perchè ognuno tacque o all'incirca, e nel primo quarto d'ora il sordo -mormorìo che quegli studiosi spacciavano per silenzio non fa rotto se -non da uno scapellotto che un piccolo signore diede al suo vicino di -destra e che costui restituì scrupolosamente al suo vicino di sinistra. - -Donnina intanto aveva levato di tasca la lettera preparata per -Ognissanti e vi aggiungeva in coda il seguente poscritto: - -«_P. S._ Riapro la lettera per dirti che il cuore mi batte forte, che -io sono sola nella cattedra del babbo innanzi alla scolaresca, e che -il babbo è all'osteria rimpetto con due signori venuti poco fa, e che -mamma Teresa è uscita a fare alcune spesuccie e che io penso a te... -ah! il cuore mi batte forte! - -«Non so perchè, o piuttosto lo so benissimo, ma ho timore d'ingannarmi; -dei due signori uno l'ho già veduto vestiva altrimenti, ma mi è -sembrato di riconoscerlo; il giorno in cui tu fosti da noi l'ultima -volta, pochi minuti prima di veder te, avevo visto lui che entrava -nell'osteria della _Salute_. - -«Oh! perchè allora non venne dal babbo ed ora ci viene? - -«L'altro è un uomo più maturo, ha la barba grigia, l'aspetto severo; e -mi ha guardato fisso ed a lungo; io gli volgeva le spalle, ma ho visto -tutto. Che diranno essi in questo momento? - -«Mi passa un gran pensiero in capo, e invano lo caccio, ed esso -ritorna; ed ho riaperto la lettera per dirti l'animo mio a costo di -dovermi pentire della mia credulità. È così ingannevole il desiderio! - -«Te lo voglio dire, a patto che tu ne rida poi se avrò errato; ho in -mente...» - -Donnina ebbe appena tempo di nascondere la lettera, e mamma Teresa -entrò; appena la vecchia seppe dove era il marito, via di galoppo... -ma il filo era spezzato, la prima titubanza riprese vigore, e insieme -colla titubanza il dubbio più forte. Donnina non aggiunse una sillaba -al poscritto ed aspettò una buona mezz'ora. Ci fu un momento in cui -era così pentita di aver dato fede ad un sogno, che voleva cancellare -quanto aveva scritto e copiare tutta la pagina prima di mandarla. -Per resistere alla tentazione esaminò i saggi calligrafici dei suoi -allievi, e le parvero perfetti. Quanto tempo passò a quel modo? Un -tempo lungo, penoso. Ma alla fine la porta di strada si aprì, mamma -Teresa comparve la prima sulla soglia, e senza dir parola si buttò -nelle braccia della fanciulla. La quale comprese, guardò maestro -Ciro ed i due sconosciuti che le sorridevano, e infine spinta dalla -terribile mamma si trovò quasi senza avvedersene fra le braccia del -signor Fulgenzio. - -Un'ora dopo la scolaresca, tumultuando per l'allegrezza, usciva dallo -stretto varco, e Donnina riattaccava il filo del suo poscritto così: - -«Ognissanti mio! Non è più sospetto, è certezza: quanto sono felice -di essere la prima a darti questa notizia! erano proprio essi, come -avevo pensato, il tuo babbo e l'amico tuo, il dottore! E sappi anche -che il tuo babbo mi ha baciata in fronte per te e che non è vero che -sia cattivo, nè superbo. Vorrei dirti un mondo di cose; ma le compendio -tutte in un pensiero, Ognissanti mio!» - - - - -XXVIII. - -SECONDA TAPPA DEL VIAGGIO DI SCOPERTA. - - -Non è luogo più acconcio alla meditazione di una carrozza chiusa. Vi -si entra col cervello vuoto, se ne esce iniziati alle dolcezze del -mestiere di filosofo. - -Il signor Fulgenzio ed il dottor Parenti, seduti l'uno a fianco -dell'altro, indifferenti alla bellezza della pianura nevosa che si -stendeva dai due lati dietro gli sportelli, pensavano. Vi hanno cose -che si pensano e non si dicono, ve n'ha che si direbbero, ma non si -gridano: ciò che passava in capo ai due compagni di viaggio era di -questa seconda natura, e le ruote del carrozzone facevano tanto rumore, -da rendere impossibile l'intendersi senza gridare. - -Il signor Fulgenzio ed il dottore pensavano adunque ciascuno per -proprio conto. - -Evidentemente col dire la scoperta del padre di Donnina una bazzecola, -il dottor Parenti aveva detto troppo, e domandando, per condurre a -buon fine l'impresa, una settimana, aveva domandato poco. Tutti gli -ostacoli intravveduti appena e tolti di mezzo con un atto baldanzoso di -buona volontà, riapparivano ora ad uno ad uno; e più il pensiero vi si -accostava e più li vedeva grandeggiare e farsi irti di difficoltà non -prima sospettate. - -Andare in traccia dell'atto di nascita di Donnina per le ventisette -parrocchie di Milano, era bensì una bazzeccola per un uomo della -fatta del dottore, a patto però che Donnina fosse veramente nata in -quel tratto di tempo indicato ed in Milano. Vero è che le probabilità -gli parevano favorevoli a queste due condizioni, ma di certezza non -ne aveva l'ombra. Quanto al ritrovare il padre, ora non gli sembrava -più una bagattella; poteva essere andato in paese straniero, in modo -che se ne fossero smarrite le pedate, ed allora... Questi pensieri, -avvicendati con altri mille, angustiavano visibilmente il dottore. -Non tanto però che nello smontare dalla carrozza egli non avesse il -suo magnifico sorriso per aiutare a discendere il vecchio amico. A -costui si vedevano in volto più fitte le nebbie delle nere fantasie di -viaggio. - -Non s'erano detti una parola, e non erano in vena di dirsene; il signor -Fulgenzio si ritrasse meditabondo nel gabinetto, il dottore continuò il -suo sorriso per non darsi una mentita ed andò a visitare gli ammalati. - -Ritornò poco dopo. - -— Non si è più padroni di muoversi, disse con un accento tra -melanconico e scherzoso, senza che ce ne facciano qualcuna. - -— Che c'è di nuovo? domandò il direttore. - -— Quel fanciullone di Paoluccio, il quale approfitta proprio del -momento ch'io non ci sono per ammalarsi... - -— Gravemente? - -— A quell'età ed in quello stato, ogni malanno è grave. - -Il signor Fulgenzio era in tale disposizione di spirito che ogni -novella non lieta gli pareva un aggravio di più al proprio fardello; -crollò il capo e non disse nulla. - -— Delira, dice qualche corbelleria più del solito; gli ho ordinato del -ghiaccio, non sarà niente... non vi è pericolo... - -Il signor Fulgenzio si levò in piedi e passeggiò a gran passi. - -— Che pensi? gli chiese il dottore. - -— Lo sai pure... - -— Lo so... a Donnina ed a Mario, ci ho pensato anch'io; poveretti, -bisognerà farli felici... - -— Lo speri tu? - -— Ne sono sicuro; in fine due anni non sono eterni quando si ha la loro -età, ed amandosi _col permesso dei superiori_ possono parer brevi. - -— Dunque tu disperi di scoprire? - -— Al contrario... sono certo di scoprire ogni cosa, ma dico per dire... - -— Sei certo? Non hai pensato che Donnina potrebbe non essere nata a -Milano? - -— Ci ho pensato, ma ho conchiuso che... dev'essere nata a Milano. - -— E che il padre potrebbe non essere qui, che i sussidii mandati a -maestro Ciro potrebbero venire da altri... - -— E che il padre potrebbe essere andato agli antipodi... Ho pensato -anche a questo; ma, grazie al modo con cui è ordinata la nostra -polizia, grazie ai consolati, grazie alle navigazioni transoceaniche, -alle vie ferrate, ai telegrafi ed alle poste, se pure quell'uomo, dopo -aver messo al mondo una creaturina adorabile come Donnina, non se n'è -andato nelle foreste della Papuasia o nelle terre incognite dell'Africa -australe, in mezzo ai selvaggi, è facile scoprirlo e fargli pervenire -una lettera e riceverne la risposta. Ma io preferisco che quell'uomo -non si sia mosso dall'Italia e da Milano, e vedrai che sarà in Italia -ed in Milano per farmi piacere... senza contare... - -Non pare che tutto il rimanente avesse molto rassicurato il signor -Fulgenzio, perchè a questa reticenza dell'amico si affrettò a -incoraggiarlo a proseguire. - -— Senza contare?... - -— Senza contare che da tutto il romanzetto di Donnina, argomento -che ella non ha padre legittimo di cui le bisogni il consenso per il -matrimonio. Se l'atto di nascita dirà che quel bottoncino di rose non -è frutto di giuste nozze, non avremo più altro a fare, e lo dirà... -spero. - -— Lo spero anch'io, disse il direttore, sebbene questa speranza mi paia -una colpa. - -— Non entriamo in sottigliezze, interruppe il dottore; per non perder -tempo, io corro da don Alfonso, il curato della parrocchia più vicina. -Già... potrei incominciare dalla più lontana, e sarebbe meglio, perchè -sono sicuro che non ritroverò il fatto mio prima di aver visto la sacra -polvere dei registri di tutte le ventisette basiliche di Milano. - -Un po' dell'anima del dottore era passata nell'anima del signor -Fulgenzio, il quale rise allegramente. - -Il dottore aggiunse serio serio: - -— Ma, se cominciassi dalla più lontana, allora la fede di nascita di -Camilla X, figlia dei coniugi X, nata nel giorno X del mese di maggio -dell'anno 185... si troverebbe nella parrocchia più vicina. - -E, senza attendere oltre, volse le spalle all'amico, infilò l'uscio e -scomparve. - -Don Alfonso, don Michele, don Alessandro, e successivamente un altro -paio di reverendi, avevano permesso al dottor Parenti di frugare colle -sue mani profane nei registri dei nati del 185..., ed aiutato essi -stesse le ricerche senza frutto alcuno. Il dottor Parenti gli aveva -pagati largamente con cinque dei suoi sorrisi, ed aveva rimandato al -giorno successivo la visita al sesto parroco. - -Al signor Fulgenzio, il quale lo aveva interrogato in proposito, aveva -risposto che tutto andava a meraviglia, che, avvezzo a non fare fidanza -colla fortuna, era certo di non poter risparmiare nè un passo nè una -parrocchia, e che infine quello era un viaggio di nuovo genere, e -voleva farlo in tutte le ventisette tappe... - -Il curato della parrocchia di San... (si tace il nome del santo, perchè -l'ottimo reverendo non amerebbe di vedere la sua persona sacra in un -libro profano) il curato della parrocchia di San... è uomo faceto, e -sta volontieri allo scherzo. Vide alla prima il lato vulnerabile della -singolare dimanda del dottore, e si offerì pronto «ai suoi comandi» -con una lieve tinta d'ironia, pregandolo, intanto ch'egli finiva di far -colazione, di aspettarlo in sacristia. - -Il dottor Parenti non aveva niente più di quello che si meritava; era -venuto troppo di buon mattino, e non voleva mettersi sulla coscienza il -digiuno d'un reverendo. Questo almeno pareva significare l'inchino con -cui rispose alle parole del curato, e l'accento con cui lo scongiurò -di fare i suoi comodi. Rientrò in sacristia e vi rimase un buon quarto -d'ora che spese, poichè una simile occasione non gli si era mai offerta -in vita, a studiare l'_Oratio dicenda a sacerdote cum lavat manus_. -Quando il curato entrò, il dottore, il quale aveva acquistato un'aria -liturgica tutta sua, lo salutò come uomo ben intenzionato, capace di -fargli gli onori di sacristia. - -Il reverendo si piegò appena, quanto permetteva la delicata condizione -d'uno che si levava allora da tavola, andò diritto ad un antico armadio -di legno di noce lavorato ad intagli ed a bassorilievi, lo aprì e -mostrò una schiera di enormi libri venerandi, coperti di carta pecora, -coll'indicazione dell'anno scritta sul dorso. - -— La persona di cui lei fa ricerca è nata?... chiese il curato col suo -risolino evangelico. - -— Nel 185... - -— Nel mese? - -— Di maggio. - -— E si chiama? - -— Camilla... - -Il reverendo intanto s'era messo dinanzi il registro del 185... e lo -sfogliava senza interrompere il risolino incominciato... - -— Lei dice che si chiama? - -— Camilla..... rispose il dottore imperturbabile, null'altro che -Camilla... - -— Capisco... capisco... ed è nata nel giorno... - -— Nella prima settimana del mese... - -— I genitori si chiamavano... - -Il dottore non rispose; la malizia del curato diveniva maligna. - -— Si chiamavano? insistè. - -Ma il dottore zitto. - -«N. 181... _è nato alle ore 3 antimeridiane del giorno 1_, incominciò -a borbottare il curato leggendo nel registro, _un bambino maschio..._ -niente... N. 182... _alle ore 8 antimeridiane del giorno 1, e fu -battezzata nello stesso giorno, Teresa Giovanna Maria..._ niente -Camilla... N. 183... _alle ore 7 pomeridiane, e fu battezzata nello -stesso giorno, Margherita Camilla..._ — Camilla! interruppe il dottore, -e curvandosi sul registro proseguì: _Margherita Camilla legittima; da -Maria Longhi e Giovanni Bergoni, cattolici, padrini Marianna S. e Luigi -V..._ Se permette, trascrivo questi nomi, mi pare di aver trovato... - -E senza aspettare altra risposta, levò di tasca il taccuino e si -accinse a copiare tutta la dicitura, intanto che il curato, facendo -correre l'indice di colonna in colonna, seguitava a leggere come se -nulla lo avesse interrotto: - -«N. 184... _alle ore 9 pom. del giorno 3, e fu battezzato al giorno 4 -un bambino..._ - -«N. 185... _alle ore 5 ant. del giorno 5, e battezzata nello stesso -giorno Camilla..._ - -— Camilla! interruppe un'altra volta il dottore arrestandosi di botto -nello scrivere. - -«_Camilla Maria Luigia, legittima, di Teresa Altani e di Giorgio Boli, -cattolici..._ - -Quelle due Camille gettavano un po' di scompiglio nella mente del -dottore; nondimeno egli s'affrettò a trascrivere le indicazioni di -entrambe, seguendo paurosamente cogli occhi ogni movimento delle labbra -del reverendo, il quale continuava a leggere ed a sorridere, come se le -due cose non facessero in realtà che una sola. - -Finalmente il curato tacque; era giunto al giorno 10, e di Camille non -ne aveva trovato altre. - -Era un orizzonte nuovo per il dottore; gli venivano in bocca cento -domande, ma comprese che il curato non avrebbe avuto risposta per -nessuna, serrò il taccuino fra le mani, ringraziò caldamente, fece un -saluto profondo, sorrise con una devozione esemplare, ed uscì fuor del -sacrato per darsi dell'asino con l'entusiasmo di un vero credente. - -«Asino! Asino! E non avere pensato prima! Ma se in questa sola -parrocchia di Camille ce n'ha due, quante non ne incontrerò io prima -di essere arrivato all'ultima? Se dura la proporzione posso far conto -sulla dozzina...» - -E s'avviava a passi affrettati, come per togliersi più presto dal campo -della sua sconfitta. Poco dopo si fermò e disse: - -«A Milano, su per giù, nascono venti milanesi il giorno, il che in una -settimana dà un totale di 140 milanesi. Così, o all'incirca, doveva -accadere anche vent'anni sono. Di questi 140, la metà sono maschi; e -di settanta tra Caroline, Clotildi, Amelie, Marie, ecc., quante possono -essere le Camille?» - -La cosa pigliava un aspetto tutto differente; ora, tra la certezza di -dover visitare ad una ad una le 27 parrocchie e l'impazienza d'aver -finito di raccogliere tutte le Camille, per poi accingersi al difficile -còmpito di sceverare la buona, il meglio era di balzare in una carrozza -da nolo. - -E così fece, a dispetto della sua igienica abitudine di camminare a -piedi. - -«A Sant'Alessandro! ordinò al cocchiere.» - -E via di galoppo. - -Quattro giorni dopo, quelle peregrinazioni erano finite, ed i -risultati, stando all'opinione del dottore, non potevano essere più -soddisfacenti, però che egli fosse andato in cerca d'una Camilla e ne -avesse invece incontrato sette. - -Il signor Fulgenzio non prese la cosa ridendo come il dottore gliela -aveva detta, ma tolse di mano all'amico il taccuino e ne lesse le -annotazioni, tentando il mestiere dell'indovino. Se il cuore fosse la -buona pasta di consigliere intimo che tanti vogliono che sia, fra le -sette Camille avrebbe indicato Donnina con una martellata di quelle -famose nel petto del vecchio; ma, o la regola è sbagliata, o il cuore -del signor Fulgenzio faceva eccezione. - -— E come faremo?... parve dire costui restituendo il taccuino senza dir -parola. - -— Tu non farai nulla, farò io, rispose il dottore alla stessa maniera, -ed aggiunse forte: «tutte queste Camille sono legittime; tanto meglio, -e tanto peggio; ma di queste sette io ne ho già messe da banda tre... -_Camilla Margherita_, figlia di Maria Longhi e di Giovanni Bergoni, -_Eugenia Maria Camilla_, figlia di Concetta Lavini e di Tommaso Gori; -_Fortunata Camilla_, figlia d'Innocenza Baldi e di Rocco Sani, ed a -queste non voglio nemmeno pensare o ci penserò in ultimo.» - -Il direttore seguiva attentamente il filo del sistema d'indagini che -doveva guidare sulle tracce del padre di Donnina; al dottor Parenti -splendeva in faccia il genio inquisitorio. - -— E lo ho escluse, proseguì egli a dire, perchè i signori Giovanni -Bergoni, Tommaso Gori e Rocco Sani sono venuti in terra il primo per -fare il cenciaiuolo, il secondo il fabbro ed il terzo il calderaio, -tre mestieri onorati, che non mi paiono corrispondere alle indicazioni -avute circa il padre di Donnina... - -— E quali indicazioni abbiamo che si possano dire certe e si -riferiscano proprio al padre di Donnina? - -— D'indicazioni certe e che si riferiscano proprio al padre di Donnina, -ne abbiamo una sola: Donnina, e mi pare che basti! Oh! vorresti credere -quel capolavoro di fanciulla uscita dalle mani di un calderaio? - -L'argomento non aveva di stringente altro che la fede dell'oratore, -ma doveva bastare ad un uditorio desideroso di credere come il signor -Fulgenzio. - -— Rimangono le altre quattro: _Grazia Maria Camilla..._ - -Due colpi frettolosi battuti all'uscio ruppero le parole in bocca al -dottore, ed un infermiere entrò a dire che mastro Paolo era stato côlto -da un nuovo accesso di febbre e di delirio. - - - - -XXIX. - -UN ALTRO VIAGGIO ED ALTRI VIAGGIATORI. - - -Sono trascorsi otto giorni da quello che negli annali del bel mondo -segna la fuga di Serena e del banchiere Redi, ed in questo tempo sono -avvenute incredibili cose sulla faccia del Creso seduttore. Salvo gli -occhi, che si sono ostinati a non voler rientrare nel loro guscio, ed -i capelli rimasti fedeli all'intonaco odoroso che li appiccica sulle -tempie, tutto il resto pare mutato; l'enorme bocca sgangherata si è -come ricomposta per tener stretto fra le labbra un sorriso ironico; -gli sguardi cadono spesso di sotto le palpebre e di sbieco, come al -domani di un trionfo; le gambe, sempre bonariamente frettolose, si -muovono con una certa indolenza piena di mistero; tutta la persona dice -cose sì nuove e bizzarre tanto, che le orecchie sembrano protendersi -innanzi sul viso per ascoltare, ed il naso ha l'aria d'un punto -d'interrogazione nel mezzo d'una superficie carnosa. - -È probabile che a tale metamorfosi del suo Plutone, la bella Proserpina -non avrebbe neanche posto mente, dove l'accento e le maniere non ne -l'avessero fatta accorta. Non era più in fede mia quell'ossequioso -e riverente imbecille, che aveva quasi l'aria di offrire i suoi -milioni come si stende la mano all'elemosina; era un uomo sicuro -di sè, impertinente quanto era stato umile, sprezzante quanto era -stato desideroso. Aveva modi da gentiluomo colla sua dama; ma da un -piccolo gesto, da una lievissima sbadataggine, da un tono di voce più -alto o più basso, la sua dama era avvertita che l'usar quei modi era -degnazione o galanteria di abitudine. - -Sulle prime, come fu detto, Serena non si avvide; fatta accorta, -continuò a mostrare di non avvedersi fino a tanto che le fu possibile -senza ostentazione; e quando dovette deporre quello scudo ed uscir -dalla sua indifferenza e guardare alle nuove sembianze con cui le -si offriva l'avvenire, allora si armò di disprezzo e combattè a -viso aperto. Fu una lotta muta, tenace, in cui il banchiere portava -l'astuzia del non parere e Serena la schietta sicurezza di chi legge in -cuore all'avversario. - -La posta era palese; il banchiere, avendo trionfato della cortigiana, -voleva ora trionfare della donna e farla docile ai propri voleri; la -donna, più convinta nel disprezzo, e sprezzante tanto da non curarsi di -mantenere alcun imperio, si accontentava di resistere. - -Quella scherma di tutte l'ore senza frutto alcuno venne a noia al -banchiere prima dell'ottavo giorno. Per uscirne egli fece un errore -di tattica. Aveva detto fin dalla vigilia che avrebbe avuto bisogno -di trovarsi a Rouen presto, altro non attendere se non un avviso per -lasciare Parigi. In quel mattino ordinò venissero preparate le sue -valige e «quelle della signora.» - -La _signora_ seduta in un canto non mostrò di aver udito e lasciò che -il _signore_ uscisse senza nemmeno guardare dalla sua parte. Quando il -banchiere tornò, le sue valigie erano pronte, non quelle della signora. - -— Avevo pur detto...! gridò incollerito alla cameriera. - -— La signora non ha voluto, rispose costei. - -Il banchiere ebbe il torto d'aspettare che Serena entrasse a dire -qualche cosa, ma l'indolente non disse verbo. Era una mezza sconfitta, -a cui non mancava nemmeno la ritirata, poichè il disgraziato sentì -improvvisamente il bisogno di andare nelle sue stanze. - -Ritornò quasi subito, del tutto mutato nelle maniere. Serena non s'era -mossa. - -Questa volta la _signora_ fu avvertita in bel modo della necessità -della partenza. - -— Vi duole? aggiunse il banchiere, radunando in questa interrogazione -tutto il fascino della sua galanteria. - -— Prepara le mie valige, disse Serena alla cameriera. - -Tre ore dopo partivano alla volta di Rouen. - -Per via il banchiere fu taciturno fuor dell'usato; chiudeva gli occhi -fingendo di dormire e pensava. A che pensava? Evidentemente la partita -era perduta od almeno non rimaneva speranza di vittoria; quella donna -non sarebbe mai divenuta uno strumento nelle sue mani. Non era però tal -cosa da doverlo rendere inquieto, come ad ora ad ora si mostrava. A che -altro pensava egli dunque? - -Il domani, a Rouen, nel movimento incessante di quella città -manifatturiera, il banchiere ritrovò la vena del suo prezioso buon -umore. - -Erano i primi giorni di febbraio, ma splendeva un magnifico sole, che -anticipava alla natura ancora arsiccia i gai colori della primavera. - -Non si vide mai un uomo tanto contento di sè quanto pareva il banchiere -in quel giorno; era come uscito dal contegnoso torpore che gli -irrigidiva le membra, e camminava ancora coi passi frettolosi e brevi -con cui fino a pochi giorni innanzi s'era tirato dietro il carro della -propria fortuna. Rideva forte e per ogni nonnulla, e si adoperava -invano a comunicare un po' dell'anima propria al bel marmo di Paro -che aveva pagato a peso d'oro. L'impassibilità di Serena faceva un -singolare contrasto con quella specie di frenesia gioconda; deposte le -armi della lotta, la bella rientrava nel castello merlato della propria -indolenza, sdegnosa perfino della vittoria. Conveniamone: non si può -avere una innamorata più noiosa. - -Il banchiere, non potendo far di meglio, ordinò uno splendido desinare -in una sala appartata, una specie di festino a due, e se ne andò a -spasso per «mettersi in appetito.» La qual cosa gli riuscì benissimo. - -A tavola Serena, cui il contegno insolito del suo compagno riusciva -inesplicabile, ne interrogava il volto arrossato dalle libazioni, -parendole di notare un po' di stento in quell'allegria balzana, e -nella pompa di quel banchetto un proposito che non le veniva fatto -d'indovinare. Il banchiere assaggiava di tutto e portava ad ogni tanto -il bicchiere alla bocca, ma in realtà faceva più ciance che bocconi, -e spesso non si avvedeva che il bicchiere era vuoto. Due o tre volte -parve raccogliersi in pensiero ed uscì da quella breve meditazione -con un diluvio di parole. Serena parlava poco ed il più sovente a -monosillabi; ma i suoi sospetti erano divenuti certezza, ed alla -frutte non esitò ad interrompere il verboso commensale per dirgli a -bruciapelo: - -— Perchè tante parole? Voi avete qualche cosa da dirmi; dite. - -Il signor Redi fu lievemente sbigottito; pur non istette un pezzo in -forse prima di prendere il suo partito, vuotò d'un fiato le poche -goccie di vino che rimanevano in fondo al bicchiere, per darsi un -contegno, spinse la sedia più presso al desco e fissando gli occhioni -spiritati in volto alla sua donna, tentò un risolino ribelle. - -— Ho infatti qualche cosa da dirvi, una gran cosa, una cosa bizzarra. - -La curiosità di Serena non ebbe testimoni indiscreti nel sangue o nei -nervi, poichè nulla ne parve fuori; il banchiere proseguì: - -— Non avete domandato mai a voi stessa, nell'atto di stringere il -negozio che doveva farmi il più felice degli uomini... quanti milioni -possedesse il vostro banchiere? No?... Ebbene, in questo momento a -Milano non si pensa che ai miei milioni: solo invece di domandare -quanti ne ho, si vuol sapere quanti sono quelli che mi mancano. - -Serena guardò in volto il banchiere, per questo solo atto accennando -che ella prendeva interesse alle parole di lui. - -— Mi spiego. Stamane, alle undici in punto, la banca Redi ha annunziato -la sospensione dei pagamenti, o in altri termini, ha fallito per tre -milioni. Una bagattella, direte, mi avreste creduto più ricco; ma non -ho saputo far di meglio. - -Il banchiere ebbe bisogno di attingere nuova disinvoltura e vide -un'altra volta il fondo al bicchiere vuoto. Serena, riavutasi dallo -stupore, non trovava parole. - -— Voi siete dunque rovinato? chiese poco dopo con freddo accento. - -— Se chiamate rovina il dover rinunziare ai milioni che non ho mai -avuti, il trovarmi qui a tavola colla più bella donna dell'universo ed -il poter dire che quella donna e il mondo mi hanno appartenuto... - -Serena lo interruppe ripetendo la domanda collo stesso tono di voce: - -— Voi siete dunque rovinato? - -— Press'a poco; mi rimangono solo cinquecento mila lire. - -— Che non sono vostre... - -— Che sono mie. Comprendo quanto vi passa in mente; ognuno ha la -sua propria virtù e voi tenete a quella che chiamate la lealtà dei -negozi; e anch'io ci tengo; solo, per giudicarne, non uso il criterio -delle moltitudini, ma quello della mia coscienza. Dando ascolto a chi -strilla si sostituirebbe il sentimentalismo all'onestà commerciale. Non -sorridete, signora mia; vi spiego il mio pensiero. - -Prima di spiegare il suo pensiero, il banchiere Redi ebbe l'aria di -raccogliere le idee. - -— Se vent'anni sono avessi chiesto al mondo qualche migliaio di -lire per porre in atto un mio buon disegno economico, non avrei -probabilmente ottenuto nulla. Supponete ch'io l'abbia fatto, ed abbia -raccolto ciò che da simili credulità infantili si raccoglie, la beffa -e la miseria, e che allora abbia detto: «bada, il mondo vuole essere -ingannato, e mentre non saprebbe perdonarsi d'essersi lasciato gabbare -dal sentimento e diffida della compassione che sente e di ciò in cui -può veder chiaro, ti apre il cuore e la borsa e ti corre dietro per -cacciarla nelle tue tasche sol che tu mostri di andartene per la via -della fortuna; bada, tutti vogliono essere onesti, ma tutti credono -nella sorte e nel danaro, nell'onestà non credono. Pensaci.» Supponete -che io abbia detto tutto ciò in un momento di sfiducia. Questo buon -senso, badate, è molto facile a parole, raro in pratica; ed io l'ho -avuto, mi faccio giustizia da me. Divenni banchiere. Per quali vie, -sarebbe lungo a dire ed inutile, nè mi comprendereste; in questo si -compendiano tutte: il disprezzo del danaro, la fede nella fortuna. A -molti manca o l'una o l'altra delle due cose: io seppi averle entrambe. -In pochi anni la mia riputazione era fatta; cosa difficile nel mio -genere di commercio più che in ogni altro; perchè se ad un fabbricante -basta produrre merce migliore e darla più a buon mercato per trionfare -della concorrenza, a me bisognava ispirare la fiducia col mio solo -nome, cogli atti della mia vita, col mio contegno, colle mie parole. -La Banca non dà che una derrata, la più difficile, la più soggetta ad -avarie — la buona fede. È nulla ed è tutto. Vi tocca dar valore ad un -pezzo di carta che non ne ha, fare che una firma diventi una moneta, -e la parola una caparra. È difficile molto, ma non tanto come l'avere -denaro a prestito da un amico per non morir di fame. - -«Non andò molto ed ebbi la soddisfazione di vedere la fiducia pubblica -regolarsi dalle mie azioni; il termometro capriccioso della Borsa -segnò i miei capricci; gente che non mi avrebbe dato uno spicciolo -d'elemosina, per non far la fatica di snodare i cordoni della borsa, -non pareva aver altra ambizione fuor quella di mettere al sicuro -il suo oro nella mia cassa forte; mille piccole fortune timorose si -attaccarono al carro della mia fortuna; fu un'apoteosi. Si commentava -ogni mia parola, si almanaccava intorno ad un mio sorriso; alla Borsa, -dove non hanno fede se non nella fortuna, mi credevano accorto; fuori -mi dicevano sciocco perchè ne avevo un po' l'aria, mi dicevano furbo -perchè non ne avevo l'aria. Ebbi anch'io i miei adoratori come voi, -e come voi li pagai con un sorriso, con una stretta di mano, con -una buona parola; voi colla pompa dei vostri vezzi, io col bagliore -dei miei vasellami d'argento e dei miei scudi d'oro. Siamo schietti: -guardandovi nello specchio, se pure non siete d'una modestia feroce, -dovete confessare a voi stessa che siete bella; io, specchiandomi negli -occhi cupidi della folla, finii col convincermi che qua dentro vi era -qualche cosa di buono. - -Il banchiere appuntò l'indice nel mezzo della fronte e guardò in -singolare maniera la sua compagna, la quale sembrava porgere ascolto -sbadatamente. - -— Non crediate, ripigliò a dire il fallito, che tutto ciò mi costasse -alcuna fatica; ebbi le mie brutte giornate, i miei pessimi quarti -d'ora, provai gli spasimi d'un'idea che sfugge, d'un consiglio che -non viene. Il mio fu lavoro assiduo, indefesso, senza riposo. Non so -se voi comprendiate che cosa sia lo struggimento affannoso di chi è -costretto a puntellare di continuo un edifizio che può cadere ad un -soffio di mala fede; io so quanto valga e vi posso dire che non è -lusso, compiacenza o potere che lo paghi. Un uomo d'ingegno, dopo aver -faticato tanto, ha diritto, mi pare, agli ozii beati dell'età matura; -ed io sono abbastanza maturo per oziare... - -A questo punto della sua argomentazione, il banchiere credette di poter -spendere opportunamente una sonora risata; ma gli echi di quell'ilarità -morirono nello stanzino senza percuotere una sola fibra della statua -indifferente che il Don Giovanni in rovina aveva convitato alla sua -mensa. - -— Ma io non intendo che vi sia capitale dove non fu prima l'economia; -ora appunto i cinquecentomila franchi che mi avanzano, rappresentano i -miei piccoli risparmi di ogni annata cogli interessi degli interessi, -accumulati nel tempo felice. Cinquecentomila lire sono una miseria, ne -convengo, ma chi ha saputo sparagnarle sulle spesucce di casa, deve -saper vivere lautamente anche con meno. È il doppio benefizio della -economia domestica, la quale, come tutte le umane virtù, non dà mai un -beneficio solo. - -Serena non diceva nulla, ed il banchiere incominciava a sentire il -bisogno di essere interrotto. - -— Persistete in credere che quei cinquecentomila franchi appartengano -di diritto (lasciamo la legge da una parte, che non è sempre tutto uno) -ai creditori del fallimento? - -Invece di rispondere direttamente, la bella disse, lasciando cadere ad -una ad una le parole: - -— Il vostro è un fallimento doloso? - -L'interrogato esitò alquanto a rispondere. - -— Non conosco se non due maniere di fallimenti, disse poi; vi è chi -fallisce bene e chi fallisce male; comprenderete che non si nasce col -genio del banchiere per finire la vita in prigione, e che io ho fallito -bene. Non dubitate, i cinquecentomila franchi che mi rimangono non -mi saranno tolti, nè mi manderanno in carcere; i miei registri sono -in regola. Io sono un galantuomo che ha scelto un mestiere costoso ed -ha fatto male i suoi negozi, dopo di aver reso servigio all'umanità. -Che sono i tre milioni consumati in confronto di quelli che passarono -per le mie mani? E chi può fare la somma dei benefizi che il mondo ha -ricavato dalla mia Banca? Domandatelo agli economisti. - -Gli occhioni del banchiere mandarono il lampo di due napoleoni nuovi -di zecca e si aguzzarono per leggere in volto alla bella ciò che le -passava in cuore. - -Vi fu un istante penosissimo di silenzio. Nessuna domanda diretta era -stata fatta dal Creso rovinato, e pure era evidente ch'egli attendeva -una risposta. - -Serena stette alcuni istanti in pensiero, poi disse con voce pacata: - -— Se tutto questo mira a liberarvi di me, è una cosa intesa. - -Come se la malìa da cui attingeva vigore si sciogliesse di repente -al suono di uno scongiuro cabalistico, il banchiere Redi si scolorì -in volto a quelle parole, e rispose con voce che aveva insieme del -supplice e dello sfiduciato: - -— Ho voluto solo giustificarmi in faccia a voi... - -— Ed a qual fine? Mi avete ingannata; giungo tardi al banchetto dei -vostri milioni. Che importa? Salvo gli otto giorni della mia vita che -vi ho dato, domani, lontana da voi, sarò la stessa di prima, nè più -stimabile, nè meno. - -— Volete lasciarmi? - -— Deve essere il nostro comune desiderio; io basto a me stessa, e le -vostre cinquecentomila lire non possono quasi bastare a voi solo. - -Sul volto del banchiere passò una nube di mestizia. Aprì le labbra, -protese le mani, nascose in esse il volto e chinò il capo sulla mensa. - -La beffa contraeva le labbra di Serena. - -Lo sfatato comensale parve lottare alcuni istanti dentro di sè, infine -sollevò la testa lento lento, senza staccare le mani dal volto, appuntò -i gomiti sulla tavola e disse penosamente: - -— Io vi amo, io vi ho sempre amata, io per voi ho affrettato la mia -rovina; non mi lasciate; non vi domando amore, nè stima, rimanete -mia; voi non sapete quanto mi costi ora il parlarvi così, e quanto mi -costasse il mascherare la mia febbre sotto il capriccio d'un milionario -per non farmi beffare; non mi guardate in viso, ma lasciatemi dire che -vi amo. - -Il banchiere continuò a tener celato il volto. Serena lo guardava con -disdegno e non rispondeva. - -— Mi amate, disse poco dopo, senza alcuna commozione nella voce, e che -ne importa a me? - -— Tutto quanto mi rimane è vostro, insistè l'innamorato, rialzando il -capo e fissando gli occhi desiderosi nel volto della bella. - -— Io ho la mia vergogna, e mi basta, rispose costei, non voglio farmi -complice della vostra. - -La fronte del banchiere si curvò vie più e picchiò sulla mensa; Serena -si levò e si ritrasse nella sua camera. - -Un'ora dopo il signor Redi la raggiunse, e le venne innanzi con un -contegno insolitamente rude. - -— È inutile che affrettiate la vostra partenza, disse; poichè dobbiamo -separarci, sarò io a lasciarvi libera! - -— Non prima che vi abbia restituito quanto ebbi da voi... rispose -freddamente Serena. - -— Ciò che diedi, rispose ruvidamente il banchiere, è cosa vostra; -a quel tempo non era fallito; lasciate gli scrupoli voi lo avete -guadagnato quel denaro. - -— È vero, disse Serena, e volse il capo a guardare alteramente da -un'altra parte. - -Il banchiere stette un istante sulla soglia, poi si allontanò in -silenzio. - -La bella, rimasta sola, non si mosse, non battè palpebra, fin che il -superbo sguardo non fu oscurato da una lagrima di vergogna. - -Poi giunse il tramonto melanconico, e la notte, la tetra notte. - - - - -XXX. - -SOLA! - - -Marta, la cameriera della signora, viene in punta di piedi fin sulla -soglia, getta uno sguardo nella tenebra della camera, si ritrae e -ritorna subito dopo con due candelabri accesi. - -Ecco la luce gioconda, i riflessi rossigni, le mobili ombre. — Serena -non dice nulla; intorno al suo cuore è sempre la notte, la tetra notte. -Fa un cenno, rimane sola. - -Sola no; un mondo di fantasmi le sta intorno; appariscono in silenzio -dagli angoli oscuri della camera, si svolgono dalle ampie pieghe delle -cortine da letto, od escono dal vano delle finestre, si fanno innanzi -ad uno ad uno, le passano rasente, ne sfiorano le vesti e si curvano -per mettere il loro volto dimenticato sotto gli occhi della bella; -beffano, o lagrimano; si rialzano, girano intorno intorno senza far -rumore e rientrano nel loro nascondiglio. - -Serena non si muove, non respira quasi, pensa. - -Una mano ignota le sfoglia innanzi agli occhi il libro della vita; qui -era un trastullo infantile, la carezza mormorata da un labbro di donna, -qui, dopo i sogni fatti dalla fronte serena di una madre, i primi -sogni della vergine, e le prime armi civettuole della fanciulla, e più -oltre il primo battito del cuore alla prima parola uscita da un labbro -lusinghiero, e poi l'amore... l'amore colle sue care febbri, coi suoi -spasimi dolci, fiducia intensa d'un'anima che si congiunge ad un'altra -anima, d'un pensiero che corre dietro ad un altro pensiero — l'amore, -che fantastica giocondo, che legge nell'avvenire, che assoggetta la -sorte e placa la stessa sciagura, il sereno amore di sposa in cui -sorride la futura madre... - -E poi una frenesia nuova, un turbamento insolito, un bugiardo bisogno, -una bugiarda parola proferita nell'ansia tentatrice, ed una falsa -riluttanza della fibra stanca, e il tradimento che invoca ed il -tradimento che si arrende, e lo abbandono nelle braccia di un altro -uomo quasi ignoto... - -E a poco a poco, nell'inconsapevole volto del tradito una accusa -perenne, nella sua nota voce un'eco paurosa, nelle sue carezze uno -strazio; ed a poco a poco, col rimorso che illumina, la doppia -vista che legge in petto all'ospite nuovo del cuore e vi scopre -l'indifferenza, la sazietà, il disgusto, quando non è più tempo, -quando, in un ultimo impeto virtuoso, si ha volto le spalle alla casa -profanata per non aggiungere alla bassezza della colpa la bassezza -della ipocrisia. - -Ed allora, allora solo, il grido soffocato della vergogna che si copre -il volto... Che fare? Oh! se la coscienza le balbettasse una scusa, -se le potesse dire che tutta sua non fu la colpa, che potente era la -seduzione e fragili troppo le forze per combatterla, che un dispetto o -una collera l'aveva indotta alla prima arrendevolezza, ed un momento di -febbre o di oblio all'ultima. Ma la coscienza morde la fibra del cuore, -e tace od impreca. Perchè non è scusa alcuna a tal colpa; nemmeno -la complicità, sollievo a tante colpe. No, nemmeno la complicità del -seduttore; costui ti è venuto innanzi senza maschera, e ti ha offerto -il disonore, e tu lo hai accettato; quali che siano le parole belle che -ti ha bisbigliato all'orecchio, egli non poteva nascondere che quanto -ti offriva era il disonore, e tu lo sapevi, e tu l'hai accettato! Non -è via di scampo; guardati intorno, sei sola; non hai più casa, non hai -più famiglia; la tua casa è il mondo, la tua famiglia il pubblico, la -prostituzione incomincia. - -Ed ecco l'amore un'altra volta, ma l'amore merciaiuolo, colla faretra -sdruscita, piena di dardi usati che han perduta la punta; ecco l'amore -dalle ali spennate; ecco la folla innamorata! - -In cambio del sereno e robusto affetto che ti sei tolta dal cuore, -hai mille galanterie leggiadre per riempirne il vuoto; scegli tra -il vecchio libertino che paga e il giovine che ti offre un amore -_disinteressato_ perchè tu lo faccia pagare da un altro. Ti si -preparano cento trionfi; la tua vanità non fu convitata mai a così -lauto banchetto; hai gemme, vesti strascicanti ed immodeste che prima -non avevi; la tua bellezza si riflette in mille occhi desiderosi; -i tuoi amici sono tutti maestri di belle parole, di belle maniere, -ammirano il tuo spirito, ti prestano il loro; tu li torturi con un -capriccio, li metti in croce con un'emicrania, li manderesti in capo -al mondo con una parola; sono così bonini, così dotti di garbuzzi e di -manieruzze gentili... bisogna credere: «li manderesti in capo al mondo -con una parola!» Non potresti così con due levarteli dai piedi, ma non -monta; hanno imparato la ginnastica per cui si cammina senza inciampare -nello strascico d'una veste, sono affatto innocui, non ti fanno -dimenticare la casa che non hai, non ti possono più nulla togliere di -cui non ti rimanga abbastanza: e poi la solitudine è così paurosa ed il -pensiero così indocile alla nuova vita! - -E ti amano! Da quanti l'hai sentita, impassibile, quella parola che un -giorno ti ha fatto battere il cuore? - -Ecco, perfino l'amabile luogotenente ritorna, è geloso del mondo, gli è -venuta una fantasia amorosa tardiva; aveva creduto spento l'incendio, -ma gli era rimasta una scintilla; non ti scalderai tu con essa il -gelido petto? E anche il banchiere Redi ha un cuore, tutti intorno a te -hanno cuore, e te l'offrono con manierine leggiadre. Scegli dunque il -tuo amore! - -E se mai da questa folla uscisse una parola schietta, un gagliardo -affetto, lo respingi, perchè non è cosa tua; se ti sentissi riardere in -una fibra sola, ti trattieni in tempo, è un ardore non tuo, fuor della -folla prodiga non è che l'avarizia; ora tu ti doni al mondo e il mondo -ti ridona a te stessa, se ti conservi ad un amore geloso non sarai più -tua. E poi non l'hai tu detto a te stessa? Nella vergogna più scendi -basso e meno contamini il cuore; se ti risolvi ad un affetto sincero ed -unico sarai più sciagurata di prima; quell'uomo che tu hai abbandonato -ha diritto alla tua vergogna, tu espii per esso, tu lo vendichi; -sentirti in petto il cuore e non strappartelo sarebbe un'altra -ingiuria, un tradimento nuovo; nulla più ti è concesso della donna; -oltre la soglia della tua casa era il pubblico, e tu l'hai varcata! -Da tutta questa folla indifferente che passa per le vie affaccendata, -togli le donne ed i fanciulli e gli onesti che hanno una casa, il resto -è tuo, qui ed a Milano e dovunque, e infin che il sole rischiari la tua -bellezza. - -Ancora una volta, ecco i fantasmi che escono dal vano delle finestre, -e si staccano dagli angoli in cui tremolano le ombre gettate dai -candelabri, ecco il trastullo infantile, la carezzevole parola -mormorata in un bacio di donna, la fronte pensosa d'un padre, ed i -sogni sereni d'una madre, e le confidenze ingenue della vergine, e -l'amore primo ed ultimo... - -Ohimè, tutto ciò è morto per sempre, ogni fantasma che hai visto è una -tua menzogna; il tempo non rifà la via percorsa, e se giunta è sotterra -alcuna notizia di te, colei che fu tua madre si è scavata una fossa più -profonda. - -Guardati intorno: gli spettri non iscoperchiano le tombe; sei sola. Un -unico fantasma ghigna tristamente in un canto, ma è il fantasma d'un -vivo... Lo fissa in volto, lo riconosci... - -Serena uscì con un grido dalla sua melanconica inerzia. L'avveduta -cameriera l'intese ed accorse. - -— Che fa il signore? - -— È uscito testè dall'albergo mandandosi innanzi le sue valige; non mi -ha detto parola, gli ho chiesto i suoi ordini, e mi ha posto in mano -due napoleoni d'oro. - -Siccome la padrona non gli dava più ascolto, tacque. - -— Domani partiremo all'alba; ora vattene a dormire, deve essere tardi. - -— Non vuole che l'aiuti a svestirsi? - -— Farò da me. - -L'alba trovò la leggiadra Serena addormentata sopra un divano, e i -candelabri ancora accesi. In quella stanza e nel cuore di quella donna -era ancora la notte, la tetra notte... - - -E il banchiere Redi? - -Fallitogli il tentativo di legare alle ruote della sua fortuna la bella -Serena, se ne andava solo da Rouen ad Havre. - -Il _Velox_ nave a tre alberi, mercantile, doveva far rotta il domani -diretto a Nuova-York, ed al banchiere occorreva un nuovo mondo. - -Ah! egli sarebbe rimasto molto volontieri nel vecchio, solo che avesse -avuto nel suo portafogli la metà della somma di cui si era vantato -possessore in faccia a Serena; ma dire che gli rimanevano centomila -lire era forse più ancora del vero, e qual'è l'intelletto audace che -con simile bazzecola possa uscire incolume da un fallimento di tre -milioni? - -Messo da parte ogni vantamento, il banchiere doveva convenirne — era -stato meno furbo di sè stesso. E forse con quel viaggio somigliante -molto ad una fuga, contava di far tacere una voce brontolona che gli -ripeteva ogni tanto il fastidioso ritornello: - -— Hai tu _fallito bene_? - - - - -XXXI. - -LO SCOPPIO DELLA BOMBA. - - -La notizia del fallimento della banca Redi aveva fatto molto rumore. -Novelle siffatte hanno le gambe lunghe; epperò alle due il cassiere -annunziava la sospensione dei pagamenti, alle quattro mezza Milano avea -ripetuto le parole del cassiere alle orecchie dell'altra metà. Quanto -alla somma del fallimento, salvo leggiere oscillazioni di rialzo o -di ribasso, aveva seguito una progressione decrescente; lo sgomento -balbettò la prima parola, una bagatella, come sarebbe a dire una -ventina di milioni e più; ma la cifra, passando mano mano allo sconto -degli accorti o degli indifferenti, scese rapidamente fin presso alla -vera somma, ed alle quattro anche questo era notorio, che la banca Redi -falliva per tre milioni circa. - -Le meraviglie, i dolori, le gioie segrete che seguono ogni disastro -finanziario, non entrano in questa narrazione. Alla Borsa nessuna -meraviglia, chè lo stupore è degli inetti, ed il genio speculativo non -ci dà tempo; un fallimento può essere una buona od una cattiva notizia -per A o per B, alla Borsa non è che un _affare_. - -Nella stessa giornata abili calcolatori, tenendo conto di tutto, -erano giunti alla convinzione che le rovine di quel magnifico edifizio -che era stato la banca Redi, avrebbero appena potuto dare il due per -cento ai creditori. E ci fu un nobile cuore, il quale, a risparmiare a -tanta gente noie e brighe interminabili, offrì di comprare i crediti -ad uno e novanta; più tardi si disse sottovoce che il banchiere Redi -faceva forse un fallimento di speculazione e riscattava egli stesso -di soppiatto i suoi debiti. Tale sospetto, tassato in Borsa, produsse -un fenomeno curioso e frequente, voglio dire che chi poc'anzi aveva -venduto ad uno e novanta ricomperò a due e dieci. - -E così le cose tornarono allo stato di prima, salvo che i creduli ed i -timorosi aveano messo qualche spicciolo del loro borsello nelle tasche -degli avveduti e degli arditi. In fondo le ruote delle banche non si -muovono altrimenti. - -I mille nodi che fan capo e si annodano sotto i suggelli delle porte -d'un fallito, formano un'epopea che attende ancora il suo Omero. - -Il colosso Redi, cadendo, aveva schiacciato parecchie dozzine di -piccoli galantuomini che stavano sotto. Quei tre milioni rovinati -pomposamente assorbivano il mille ed il cento del padre di famiglia, -che aveva creduto di porre i suoi risparmi al sicuro. - -Due giorni appena dopo la catastrofe, incominciarono le notizie -aspettate e temute; erano società disciolte, imprese andate a -picco prima d'uscire di porto, e fallimenti in processione. Nuove -lagrime, nuovi sgomenti, e negozi nuovi; la Borsa accoglieva tutte le -notizie, le metteva in circolazione, ed il giuoco non interrotto mai, -ricominciava ogni tanto colle stesse vicende. Una sola novella riuscì -a scuotere l'olimpica indifferenza della speculazione, e fu il sapere -che le splendide argenterie sequestrate in casa Redi, ultima reliquia -preziosa della miniera bancaria, erano, come i vantati milioni... -_cristophle_. - -La speculazione, che barattava sulla soglia del tempio, per la prima -volta dacchè era cominciato l'_affare_, si arrestò senza parole. - -Il genio del banchiere Redi poteva vantare l'ultimo trionfo. - - - - -XXXII. - -RITORNO. - - -Rouen è una cara cittadina; conta una prefettura, una zecca, un -museo, molte accademie, parecchie antichità, ha una magnifica torre -ed una biblioteca di molte migliaia di volumi, bei dintorni, belle -donne..., ma per una viaggiatrice della fatta di Serena doveva essere -assolutamente un paese noioso. Questo pensava l'avveduta Marta intanto -che la signora farneticava in silenzio nella propria camera. E quando -fu ora di dichiarare se si rimanesse o no nell'albergo per quel giorno, -la premurosa fanciulla venne arditamente ad informarsi, dispostissima a -dare il suo buon consiglio solo che se ne porgesse l'opportunità. - -— La signora intende rimanere a Rouen? - -Serena fe' cenno di no. - -La cameriera aspettò qualche schiarimento, poi s'arrischiò a dire: - -— Devo preparare le valige della signora? - -Serena fe' cenno di sì. - -E l'altra pigliando animo: - -— La signora vuol recarsi?... - -— Dovunque!... - -— Vuoi ritornare a Milano? - -— No, rispose Serena con prontezza, ed aggiunse poco stante: dovunque, -fuorchè a Milano. - -— Se mi permette di darle un consiglio, Parigi non è lontana, vi si -stava assai bene; e poi lei non è in grado di fare un lungo viaggio. - -— Sta bene... Parigi, disse Serena, ed abbandonò il capo fra le -palme. Marta uscì in punta di piedi, dicendo in cuore che la signora -incominciava a divenirle insopportabile, e che, se durava a questo -modo, la poteva far conto di _provvedersi_. - -Verso il mezzodì Serena volse le spalle alla via percorsa nella notte -dal banchiere Redi e ritornò a Parigi. - -Durante il viaggio parve alla cameriera di scorgerle in volto i segni -d'un pensiero importuno; poco prima di giungere alla gran città, Serena -infatti ruppe il silenzio così: - -— Antonio è rimasto a Milano? - -La cameriera mandò un sospirone non all'indirizzo dell'atletico -servitore, ma a Parigi da cui le pareva d'allontanarsi prima ancora -d'esservi giunta. - -— Sì, signora. - -Questa volta era la padrona che desiderava gli schiarimenti e la -cameriera che stentava a metter fuori le parole. - -— La mia casa è rimasta tal quale, come avevo dato ordine? - -— Sì, signora. - -Un altro sospiro. - -— Non furono toccati i mobili, nè i tappeti? Erano queste le mie -istruzioni?... - -— Erano queste. - -Ahi! ogni domanda respingeva la fatata città un buon centinaio di -chilometri. - -— Piglierai i biglietti per Milano, disse Serena. - -Erano allora alle porte di Parigi, ma la povera cameriera guardando -innanzi a sè non seppe vedere se non la guglia del Duomo. - -Il domani, Serena rientrava nella sua deliziosa dimora, dove -l'aspettavano i variopinti caladii a cui il bravo Antonio non aveva -lasciato mancare nè una goccia d'acqua, nè un raggio di luce, nè un -grado di calore. - -Era tornata in Milano con una singolare riluttanza, quasi di soppiatto, -in una carrozza chiusa di cui aveva calato le cortine, e s'era guardata -intorno nello smontare, non certo per paura che alcuno la vedesse, ma -come obbedendo ad un istinto. - -La furba cameriera, per mettere in pace la propria curiosità, diceva a -sè stessa che la padroncina era vergognosa d'essere andata all'estero -con un fallito. La riputazione di una cortigiana ha le sue verginità -che giova rispettare, e il parer vittima del fallimento del banchiere -Redi ne avrebbe offuscato la bella aureola. Ma il ragionamento -zoppicava; rendeva conto della timorosa inquietudine di Serena, non -della sua determinazione di venire a Milano. - -E perchè a Milano appunto, dopo aver detto che sarebbe andata dovunque, -a Milano eccettuato? - -La cameriera ricordava benissimo d'aver udito quel proposito sulle -labbra della sua padrona un'altra volta, contraddetto poi dal fatto -nella stessa maniera. E fu precisamente quando il luogotenente -Ferdinando, lasciata in una villetta sulla riviera ligure l'amabile -compagna, non s'era più visto. Anche allora l'abbandonata voleva andare -in capo al mondo, tranne che a Milano, dove era poi andata per davvero. -In tutto ciò doveva essere un segreto che la padroncina aveva avuto il -torto di non confidare, come nei melodrammi e nelle commedie, alla sua -Vespina. Quanto ad indovinarlo, la giovinetta, piena di buona volontà, -vi si era pur provata, ma non era venuta a capo di nulla. Ah! se si -avesse avuto bisogno dei suoi servigi un paio di anni o un paio di mesi -prima, tanto che non le mancassero le fondamenta per un solido edifizio -di congetture, voglio dire le nozioni indispensabili ad ogni cameriera, -allora il segreto di Serena non sarebbe più un segreto, e da un pezzo -Marta ne avrebbe detto qualche cosa a chi legge. Ma così costretta -a congetturare sovra congetture, ad appoggiare ipotesi sovra altre -ipotesi, la poveretta non ci ha colpa davvero se non ne sa nulla. - -Una cosa colpì Serena al primo entrare nella sua abitazione e fu -l'apprendere che il giorno innanzi era stato a chiedere di lei... -chi?... Maurizio. Maurizio il quale doveva saperla partita! Ed a qual -fine? E che aveva detto? E che aspetto mostrava? Il colossale Antonio -non sapeva rispondere a siffatte domande e ad altre tali che la signora -aveva sulle labbra. Il signor Maurizio era venuto alla vigilia, intorno -alle due, vestiva di nero e portava neri i guanti, aveva chiesto della -signora colla massima naturalezza; inteso come fosse assente da Milano, -aveva lasciato il suo biglietto di visita e promesso di ritornare -il giorno di poi...; «oggi...» aggiunse il servitore in maniera di -commento. - -«Oggi!» balbettò la bella tra sè e sè, pigliando il biglietto di visita -che le veniva presentato. - -Il servitore stette alcuni istanti in aspettazione, poi vedendo che -più non gli si badava si allontanò in silenzio; Serena rimase ritta -nel mezzo del salotto, immobile e mutola, finchè lo scatto improvviso -d'una molla la fece sobbalzare. Si volse e guardò l'orologio a pendolo -intanto che sonava le due. - -Prima che fosse battuta la seconda squilla, Serena d'un balzo fu -nella stanza da letto, dove la cameriera le preparava le vesti per -l'acconciatura. - -— Non sono in casa per nessuno, disse a Marta, la quale non ebbe tempo -di riaversi dallo stupore di quell'ordine precipitoso e di quelle -singolari maniere perchè si udì il tintinnio del campanello alla porta -d'ingresso. - -La cameriera si mosse vivamente per uscire, ma la mano di Serena le -afferrò il braccio e la trattenne. - -Un istante, un brevissimo istante, che parve lungo alla curiosità della -giovinetta, la signora stette dubbiosa; poi con quella variabilità -che aggiunge un fascino di più a tutte le Serene della terra per -la disperazione di tutte le Marte dell'universo mondo, prese un -atteggiamento rigido e disse con voce ferma: - -— Se è il signor Maurizio, passi. - - - - -XXXIII. - -TERZO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA. - - -Era il signor Maurizio. - -Serena non si dissimulava le conseguenze di quel colloquio; venire -innanzi al severo amatore, udirne per la terza volta la calda e -schietta parola, e resistere colla simulazione non le era più possibile -dopo quanto era avvenuto. Anche volendo, le sarebbero mancate le -armi alla lotta; chè da gran tempo essa aveva cessato d'essere una -_donna_ ed in quel mentre non era ancora rientrata nella sua corazza -di cortigiana. Nè solo di lottare, ma non si sentiva nemmeno la forza -di volere; tacevano le voci della coscienza; guardando agli scrupoli -che l'avevano trattenuta dal venire prima, amante ella stessa, nelle -braccia di così caldo amatore, le parevano singolari e ridevoli, faceto -capriccio del cuore. Pensava, se pure era pensiero la fuggevole schiera -dei fantasmi, pensava che, volendosi concedere un sentimento generoso, -aveva scelto una stravaganza. E poi amava essa Maurizio? In quel -momento no, od almeno dell'amore non aveva la consapevolezza; altro non -era se non una donna, la quale, pur d'uscire da sè stessa, sceglieva di -buttarsi nelle braccia del primo venuto. - -Davvero Maurizio indovinava il buon momento. - -All'atto di porre il piede nel salotto, la bella chiuse un istante gli -occhi, come per radunare le proprie forze, poi mosse diritta incontro -al nuovo padrone. - -Costui se ne stava immobile nel mezzo della sala, gli occhi fissi -in Serena, con una singolare espressione di meraviglia; non profferì -parola. - -La bella gli fe' cenno di sedersi e sedette ella stessa; le batteva il -cuore affrettato, ma aveva il pensiero lucido e ritrovò un po' di forza -per non dar tempo all'imbarazzo di porsi di mezzo nel loro colloquio. - -— Signor Maurizio, diss'ella con accento fermo, io non immaginava di -rivedervi così presto; voi però vi tenevate sicuro che sarei ritornata? - -Maurizio la guardava fisso; e quand'ella tacque, rispose solo con un -cenno del capo. Serena proseguì con un singolare accento, tra il serio -e lo scherzoso: - -— A me non è lecito adontarmi di ciò che vi ha d'offensivo in tale -certezza; non voglio parer diversa da quella che sono; se avete creduto -impossibile che io seguissi la sorte d'un fallito, non mi avete fatto -ingiuria, e forse avreste pensato che, non volendo parer complice -di quel fallimento, il mio _onore_ doveva ricondurmi a Milano. Avete -pensato questo? - -Maurizio, senza staccare gli occhi dal volto leggiadro, rispose: - -— Non so che cosa ho pensato, non lo so proprio. Sono venuto ieri, -e sarei venuto domani se oggi non vi avessi incontrata. Ero io certo -che sareste tornata? Mi pare di sì. Mi avevate detto tante volte che -facevate un negozio. Il banchiere era fallito, ed io sono venuto. - -La singolare maniera con cui Maurizio parlava, a periodi rapidi e -concisi, facendo una pausa in fine di ciascuno, come per scegliere -le parole, fermò l'attenzione di Serena, la quale si aspettava altri -modi ed altro linguaggio. Non le stava innanzi un innamorato ardente -ed impetuoso, nè un beffardo giudice, nè un volgare vezzeggiatore di -cortigiane; le maniere di lui non erano nè timide, nè impertinenti, -nè fredde, nè appassionate; la sola insistenza dello sguardo poteva -sembrare indizio di un occulto sentimento. Quello sguardo era fisso e -pareva scrutatore. Serena lo sentiva ardere sul volto e suo malgrado -arrossiva. - -— E perchè siete venuto? chiese la bella per uscire dall'imbarazzo. - -E l'altro rispose collo stesso accento: - -— Sono venuto a prendere il posto vacante, perchè ora io sono ricco, e -posso concedermi il lusso del vostro amore. - -Serena non battè palpebra; Maurizio soggiunse: - -— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io; -ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io -sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete -di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio. - -Sempre quello sguardo insistente, quel volto impassibile, quel -linguaggio rotto, e quei brevi intervalli di silenzio misurati -dall'affanno di Serena. - -Alla sciagurata donna venne meno la forza di resistere; le passarono -in mente mille fantasie, mille sospetti, mille paure in un baleno; -non le parole di lui l'offendevano, ma quelle sembianze impallidite, -quell'accento monotono e freddo come un destino crudele. Si rizzò in -piedi ed andò a sedersi altrove; Maurizio non mutò positura, non battè -ciglio e continuò a tener l'occhio fisso sulla seggiola rimasta vuota. -E dopo un istante di silenzio, durante il quale Serena, colta da un -nuovo e terribile sospetto, guardava Maurizio paurosamente, la voce -fredda, sommessa, uguale del visitatore ripetè come prima: - -— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io; -ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io -sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete -di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio. - -E da capo quel silenzio, quello sguardo fisso, quell'immobilità -dell'atto. Serena, dopo breve interna lotta, fu d'un balzo presso a -Maurizio, e pigliandogli le mani e mettendo la leggiadra fronte presso -al volto di lui, mormorò con voce spenta e carezzevole: - -— Maurizio, Maurizio mio! - -E siccome non le veniva risposto, crollò il bel capo disperatamente, e -le anella dei suoi neri capelli sferzarono il volto severo. - -A quel contatto Maurizio si scosse e passò lievemente una mano fra i -morbidi ricci, ma senza distrarre l'occhio dalla seggiola vuota, senza -mutar positura. - -E dopo un altro momento di silenzio, ripetè non variando un accento, -colla stessa monotona lentezza: - -«Potete fare un buon negozio, i milioni del banchiere Redi li ho io...» - -Serena non lo lasciò finire, diede un piccolo grido, balzò in piedi -col volto scolorato dal terrore, si guardò intorno stupidamente ed uscì -dalla camera. - -Maurizio rimasto solo, continuò: - -«Ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito, io -sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete -di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.» - -Poi tacque, continuando a guardare fissamente nel vuoto. - -Antonio, il servitore alto sei piedi, era entrato cautamente nella -camera e se ne stava in disparte, mentre la povera Marta, vittima dei -doveri del suo ufficio, si teneva presso alla padroncina, la quale non -voleva rimaner sola. - -Maurizio stette lungamente immobile e mutolo; alla fine volse in -giro uno sguardo sbigottito, si levò ed uscì a passi lenti senza mai -profferire parola. Antonio lo seguì sino al pianerottolo, poi venne -a dire alla signora che colui se n'era andato.... E la disgraziata -Marta, rimasta finalmente libera, corse alla finestra per veder passare -_colui_... - - - - -XXXIV. - -IL DOTTOR PARENTI AL SIGNOR MAURIZIO. - - - «N. 24. Oggetto - (Particolare) - - Milano. - - Si rende noto alla S. V. che Camilla *** figlia di Maurizio *** - e di Camilla *** dimorante ad A... in casa del signor Ciro Neri, - maestro di scuola, dovendo farsi moglie a Mario P., figlio adottivo - del signor Fulgenzio P., ha bisogno del consenso de' suoi genitori - legittimi, i quali lo devono dare a voce o per iscritto con atto di - notaio. - - «Il sottoscritto si permette di aggiungere che Camilla *** vuole - tanto bene a Mario, che Mario vuole tanto bene a Camilla, che - entrambi si sono giurati di essere l'un dell'altro, e che sarebbe - una crudeltà inutile il volerli tener divisi due anni ancora, fino - all'età maggiore della fanciulla. Il sottoscritto a buon conto pone - la propria persona ed il proprio domicilio a disposizione del padre - di Camilla; e se sarà necessario, verrà a ricevere una risposta. - - «_Dottor_ PARENTI - - «Medico della Casa di Salute, in via *** N. ***.» - - - - -XXXV. - -PAOLUCCIO LASCIA L'OSPIZIO. - - -Prima di scegliere la forma epistolare, l'ottimo dottore aveva -lungamente almanaccato se per avventura non gli convenisse trattare -il negozio a quattr'occhi nell'intimità d'un colloquio, coll'eloquenza -della parola e del gesto. E si sentiva in petto un paio di polmoni da -oratore ed al bisogno una faccia tosta corrispondente. Certo sarebbe -stato più spiccio e più sicuro, secondo egli diceva, ma diffidò della -forma d'una domanda a bruciapelo, la quale non dà tempo a pensare, ed -ebbe timore che la soggezione, od il dispetto, o qualunque altra delle -tante meschinità del cuore pigliasse la mano al sentimento di padre a -cui voleva fare appello. In fondo, a dar tempo al rimorso, era meglio -scrivere. - -Quanto alla forma della lettera, da prima non ne vide che una: -commovente _esordio_, concisa esposizione del fatto, lunghissima -_mozione degli affetti_. Poi ne vide cento, e facendo l'inventario -della propria rettorica, trovò ch'era meglio sopprimere l'esordio, e -poi la perorazione, e si domandò se non fosse più conveniente scrivere -pacato e grave, esponendo le condizioni legali della fanciulla; -finalmente si attenne alla forma d'ufficio, scevra insieme da ogni -affettazione e da ogni indiscretezza. Quando ebbe finito la sua lettera -credette d'aver fatto un capolavoro. - -Rispetto al modo per cui era venuto a scoprire che Maurizio era il -padre di Donnina, la cosa fu facile quanto era sembrata e quanto poteva -essere difficile; appena ebbe intraprese le indagini, seppe che delle -quattro Camille rimastegli, una era morta, un'altra era andata a nozze -l'anno prima e la terza aspettava marito nel tetto paterno. La quarta -era figlia di Maurizio — era Donnina. - -Se il dottore non isbagliava la prognosi, si preparavano tali cose, per -cui era necessaria la presenza di Mario in Milano, e volendo lasciare -in tutte le faccende del cuore la parte all'improvviso e non guastare -gli effetti con importune riflessioni anticipate, senza fiatarne parola -a Fulgenzio, scrisse nello stesso giorno a Mario, raccomandandogli di -venire subito, perchè Paoluccio era forse in fin di vita. - -La cosa era vera, ma in altra occasione il dottore non si sarebbe fatto -alcuno scrupolo di lasciar spegnere quel misero avanzo di vita, senza -darne il triste spettacolo al giovane studente. - -Ed oh! il triste spettacolo! - -Quando Mario arrivò, corse difilato alla casa paterna, ma trovò il -signor Fulgenzio assente; poco dopo gli venne innanzi il dottore, -il quale contro il consueto non ebbe per salutarlo nè lo splendido -sorriso, nè le replicate strette di mano; si mostrava invece frettoloso -ed affannato. - -Mario, commosso da quanto gli pareva d'indovinare in quegli atti, -appena osò domandare: - -— È morto? - -— Non ancora. - -Non ancora!... - -Il dottore si avviò frettoloso, e Mario dietro. - -Attraversarono il cortile, salirono le scale, e percorsero un lungo -corridoio, in capo al quale era la camera del disgraziato Paoluccio; -solo quando furono all'uscio, il dottore si arrestò, tese l'orecchio un -istante, e ripetè, volgendosi al giovine: - -«Non ancora!» - -Mario fece per andare oltre, ma il dottore lo trattenne e stringendogli -per la prima volta la mano, così gli parlò pacato: - -— Ha chiesto di te, voleva vederti, diceva d'aver gran cose a dirti. - -Il pensiero del giovane lesse nel desideroso pensiero del dottore. - -— E credete che prima di morire riacquisterà il senno? chiese Mario. - -— Questo avviene raramente; è il rimedio ultimo, e non è in mano degli -alienisti...; lo spero per te. - -Il giovane tentennò il capo melanconicamente, ma senza amarezza, e -disse, additando l'uscio socchiuso: - -— Se _egli_ sa qualche cosa del mio albero genealogico, meglio è che -porti il mio segreto nella tomba. - -Il dottore spinse lievemente la porta socchiusa e passò oltre; Mario lo -seguì. - -Ed oh! il triste spettacolo! - -Sopra un piccolo letto, inondato di luce, giaceva il moribondo, col -volto, le mani ed il petto incadaveriti, cogli occhi spalancati e fissi -nell'ampia finestra da cui si vedeva il cielo azzurro, colle labbra -agitate come per mormorare una risposta a qualche domanda segreta. - -Gli occhi del giovine si arrestarono subito sul noto volto, in cui -per tanti anni egli aveva letta l'impronta del dolore, e non videro il -signor Fulgenzio, il quale se ne stava in un canto. - -Ad un cenno del dottore, Mario si fe' presso al capezzale, e si pose -fra il letticciolo e la finestra per modo di arrestare lo sguardo del -moribondo. - -Paoluccio tenne un istante gli occhi fissi sul giovane, poi li -socchiuse e disse qualche parola al suo invisibile interlocutore. - -Mario si chinò sul capezzale, toccò la fronte del vecchio e cercò i -polsi che misuravano gli ultimi istanti di quella miserabile vita. - -Un sorriso rianimò fugacemente il volto del moribondo, il quale guardò -fisso il giovane e mostrò di riconoscerlo. - -— Ti aspettavo, disse finalmente ad alta voce con un accento fermo, che -commosse i tre astanti. - -Ma lo sforzo fatto per parlare forte gli cagionò l'affanno; non potè -soggiungere altro. - -— Sai? ripigliò a dire poco dopo con voce più sommessa ed -interrompendosi ogni tanto; ho una buona notizia da darti... Non è vero -che siano là sotto, ti ricordi?... là sotto... non è vero. Fu un brutto -scherzo... invece sono là, non ne manca uno, mi aspettano. - -Tacque, e per brev'ora si udì solo il rantolo dell'agonia. - -Il dottore si accostò al letticciuolo, guardò il moribondo e poi Mario -con un triste sguardo. - -Cessò il rantolo... un breve silenzio, poi un lungo sospiro. L'ultimo? -No, tutto non è ancora finito. Improvvisamente il vecchio levò il -braccio e sembrò fare un ultimo sforzo per cercare la mano di Mario, -e quando l'ebbe nella sua la strinse forte, fe' un cenno del capo, e -ripigliò a dire: - -— Sai?... fu un brutto scherzo... - -Ma non si udì altro, nè una voce, nè un soffio; il disgraziato aveva -finito il delirio e la vita. - -Aveva gli occhi aperti, e la mano fredda stringeva ancora la mano del -giovane. - -Il quale si svincolò della gelida stretta, chiuse gli occhi del morto -e si ritrasse dal capezzale, senza una lagrima, col cuore impietrito -dall'affanno. - -Allora gli venne fatto per la prima volta di scorgere il signor -Fulgenzio, ma non l'ebbe per anco visto, che già il pover'uomo lo -teneva stretto nelle braccia e lo baciava in volto, carezzevole, come -non aveva mai fatto, come non aveva mai saputo fare, e lo chiamava col -nome di «figlio.» - -— Padre, padre mio! - -Mario non seppe dir altro, ma la tenerezza aprì le vie che il -dolore aveva chiuso; le lagrime bagnarono i due volti riavvicinati -dall'affetto. - -Paoluccio, i cui occhi non avevano voluto rimaner chiusi, pareva -guardare dal letto di morte e sorridere, intento che il dottor Parenti, -col cuore grosso, cercava di spingere i suoi due amici fuori della -melanconica cameretta. - -Il dottore non veniva mai meno alla sua accortezza naturale, e sapeva, -checchè gliene costasse, mettere in disparte la propria persona quando -era necessario. Comprese che tra padre e figlio, per la prima volta -egli avrebbe fatto la parte dell'importuno, e trovò un pretesto per -lasciarli soli, come due innamorati che si fossero fatti il broncio un -pezzo ed avessero allora riannodato il filo. - -Il paragone non parrà capriccioso a chi abbia esperienza della vita; -il cuore non batte in due maniere la corda dell'affetto, nè altro è -l'amore se non affetto misto di desiderio. - -Non bastano le lagrime a quei due petti allacciati per la prima volta -nei nodi d'un gagliardo sentimento; non bastano la parola mormorata -ed il fremer delle fibre nella tenerezza del ravvedimento; hanno tutto -detto e non basta, bisogna tornar da capo, rifare colla parola la via -fatta col pensiero, rivedersi riluttanti, diffidenti l'un dell'altro, -rievocare quei tristi giorni in cui erano insieme ed eran soli, in cui -il loro affetto era uno strazio dissimulato, una simulata freddezza, -mentre ora è una gioia così pura! - -E dire: «Ti ricordi? Ti ricordi? In quel giorno io ti parlai aspro, e -ti amavo. Ti ricordi? Una volta ti vidi mesto e non ti venni incontro, -e non ti chiesi che avessi, e non ebbi una parola per rasserenarti, e -sognavo ad occhi aperti la felicità di poter fare tutto ciò, perchè ti -amavo! Ti ricordi?...» - -Non fu mai confidenza così intera d'amico ad amico, nè tenerezza -di innamorati così schietta, nè entusiasmo più bello di quel che -s'incornicia nei grigi capelli del vecchio, nè così salda sicurezza di -sè come nel baldo aspetto giovanile di Mario. - -Sono come due viaggiatori che già si abbiano vôlte le spalle, e dopo -aver camminato sempre dritto, scostandosi sempre più, si incontrino ora -faccia a faccia per rimpiangere la via non fatta insieme. - -Si riconoscono e si leggono in petto. - -E cianciano amorosamente senza riserve, senza diffidenze; tatto ciò -che viene loro in mente è buono, perchè apre meglio la via del cuore, -ogni sentimento che si mostra è una meraviglia nuova; così essi avevano -sognato il loro affetto; e così era e così lo ritrovano! - -Una folla disordinata d'idee, di memorie, di speranze, di propositi, -trabocca dalle loro parole, dai loro atti, dai loro sguardi -intenti. Chiedete il nome della fata che gli ha guidati in quel caro -labirinto... Donnina! - -La faterella ha fatto davvero il miracolo, le è bastato mostrarsi per -farsi amare; udite la confessione del signor Fulgenzio: anch'esso è -innamorato della sua futura nuora! - -Oh! come batte forte il cuore di Mario! - - -Intanto la notizia della morte di Paoluccio si è sparsa per lo -stabilimento. Costui che parla sottovoce col reverendo, è stato uno dei -primi a saperla, in grazia del sistema di spionaggio in cui persiste -da dieci anni per la difesa propria e de' suoi compagni; egli vuol -persuadere il reverendo, il quale lo ascolta a bocca aperta, che se -Paoluccio è morto, segno è che non poteva più durare in quella vita, -e che bisognerà in avvenire raddoppiare la vigilanza. Altrove si -vuol sapere di qual malattia è morto, e nessuno lo sa dire: gli uni -escono nel cortile e levano il capo verso la finestra della stanza -mortuaria, altri si accoccolano nel canto più oscuro, e babbo Jacopo -passeggia su e giù senza badare a nissuno, ma col volto rincupito più -del consueto e col passo malfermo. Il solo indifferente è il professore -Rigoli, su cui pare che il dolore non possa assolutamente nulla. Se -alcuna cosa lo tocca da vicino, è il vedere come un avvenimento tanto -naturale, qual è, nell'ordine dei fatti, la morte d'un uomo decrepito, -impressioni tanto quelle teste vacillanti. E siccome nessuno gli -bada e gli cuoce il non veder la solita allegria, spinge le palle a -carambolare sul biliardo, muove le pedine sullo scacchiere, mescola e -taglia i tarocchi, legge forte i giornali e picchia sulla tastiera del -pianoforte. - - -E in quello stesso mentre, in una camera al primo piano i canarini -ripetono una strofetta spensierata alle orecchie di un grosso micio, -che socchiude ogni tanto gli occhi per non far villania ai concertisti, -e una bionda creatura con un volto che pare un bocciolo di rosa, si -stringe amorosamente al petto del dottor Parenti, il quale ha qualche -cosa che non vuol dire. - -Ma tanto fa la fanciulla, che egli è costretto a dirla: - -«Paoluccio non è più pazzo!...» - -Due lagrime, che la piccola Olimpia aveva sul ciglio da un pezzo, -sgorgano in silenzio e rigano il bel volto. - - -Il giorno successivo si annunziò con uno splendido mattino. I rami -degli alberelli nudi che crescevano nel cortile del manicomio, parevano -levare in alto le loro gemme per scaldarle ai raggi di quel sole -primaverile; le vetrate scintillavano, ed un magnifico cielo azzurro si -incorniciava nelle quattro ale di muro. E nondimeno, quanta mestizia in -quel luogo! - -Una cerimonia lugubre si era compiuta all'alba. Il povero Paoluccio era -stato vestito coi suoi migliori panni, e gli si era presa la misura per -la bara, che aveva dovuto essere molto lunga; il falegname, sapendo di -aver da fare con un collega, s'era fatto scrupolo di servir a dovere -il suo cliente ed aveva scelto assicelle di abete stagionate, e s'era -vantato che il morto stesso non avrebbe fatto meglio; tutte queste -cose, se non erano verissime, formavano l'argomento dei melanconici -crocchi dei pazzi. Quella mattina passò tristamente; si aspettava la -sera, e non si sapeva far altro. - -E la sera venne, e finalmente la triste curiosità fu paga: una lunga -bara chiusa attraversò il cortile e fu deposta nella cappella; a quella -vista taluno fuggì pauroso, altri rimase come istupidito a guardare, -senza lagrime e senza parole, i più vennero dietro la bara. - -Si udì un lieve bisbiglio come ai preci; poi la bara ruppe un'altra -volta la piccola folla e fu posta sopra un carro. Così Paoluccio lasciò -l'ospizio. - -I suoi antichi amici si sbandarono allora e si raccolsero, in vari -capannelli, ma non ritrovarono le liete ciancie; il solo professore -protestava mani e piedi contro l'incomprensibile inerzia dei compagni. - -Mario aveva voluto accompagnare il povero vecchio fino al cimitero e -lo vide calar nella fossa a ciglio asciutto, senza dolore, anzi con -una specie di tenerezza profonda, con un sentimento quasi di gioia. -Un istante pensò a rendersi conto di quanto avveniva dentro di sè, e -parendogli colpa il non avere il cuore rotto dall'affanno, provò ad -affliggersi. Ma la sua stessa pietà fu ribelle a quell'ipocrisia. E poi -no, non era luogo a mestizie; guardando il fondo della fossa tranquilla -ed il magnifico azzurro del cielo ampio come una promessa, e sentendo -l'alito fresco del mattino, pensò che quel viaggiatore smarrito aveva -cessato allora solo d'essere meritevole di lagrime. - -E poi, poteva egli impedire al cuore di battergli forte e giocondo? -Non si era mai sentito tanta vita nè tanta felicità; ritrovava insieme -l'affetto d'un padre, e nel padre un amico, e sè stesso e la fede dei -primi anni smarrita nella ritrosia dell'amor proprio. E sopra tutto -ciò l'amore per Donnina, l'amore di Donnina ed il carezzevole pensiero -dell'avvenire, ampio tanto quando si hanno ventitre anni e si ama! - -Guardata dietro il prisma dei suoi affetti, anche la bara di Paoluccio -gli sembrava sorridente, e quella sepoltura aveva quasi i colori di -una festa. Ebbene, sì, una festa, ora che la terra ha cancellato le -tracce del dolore, se le voci dell'anima non sono una menzogna, se quel -cielo infinito non è un deserto, qualche cosa di colui che fu Paoluccio -rimane ancora... e fa festa! - - - - -XXXVI. - -POVERA OLIMPIA! - - -Olimpia ha spiato dalle persiane socchiuse i passi di Mario, e non -oggi solo, ma ieri, e ad ogni volta che egli è uscito di casa od ha -attraversato il cortiletto. Ella sa tutto, la disgraziata fanciulla, -sa tutto! Ed oh! se le rimanesse tempo e comodità di piangere, quante -lagrime verserebbe sulla propria sorte! Ma sì! Non si ha mai finito di -dar sesto alla casa, e poi ci è sempre quella Semplicetta che ha l'aria -di aspettare la prima lacrima per versarne un torrente, oppure il -babbo, il malizioso babbo, con quegli occhi fatti apposta per sgominare -ogni proposito in petto alle figliuole melanconiose. - -Basta, è un gran dolore non essere padrona delle proprie lagrime, e -non poterne versare nemmeno una quando vorrebbe versarle tutte per -_fargli_ dispetto. Potesse almeno dirgli, poichè il cattivaccio ne ama -un'altra e vuole sposarsela, che a lei non ne importa un bel niente, -e che anch'essa ama un altro e se lo sposerà! Potesse _dirgli_ questo, -via, sarebbe già una magnifica vendetta! Ma nemmeno, nemmeno! Non ci è -_un cane_ che la guardi, la poverina! Se vuole sfogare il malumore non -le rimane che Semplicetta; ma la matrona dei fornelli mette tanto buon -volere a lasciarsi tormentare dai capricci della padroncina, che costei -si pente prima ancora di stancarsi. - -Ditelo voi, non è vero che è una disgraziata creatura? Vi sono dei -momenti in cui crede proprio che ne morrà, e si guarda nello specchio -e si trova un'aria patita, e si prova a tossire per vedere se potrà -buscarsi una bronchite! E immagina di vedersi morta, di veder _lui_ -lagrimoso dietro la bara, col petto straziato dai rimorsi. Anche questa -sarebbe una magnifica vendetta! - -Oppure vivere eternamente zitella, per non lasciargli più pace e -perchè egli fosse costretto a pensare a tutte le ore: «Quella poverina -invecchia senz'amore, ed è colpa mia; sono io la causa della sua -sventura, povera Olimpia!» - -Oh! sì, povera Olimpia! Ma il vedersi zitellona non finisce di -piacerle; meglio morta di tisi, meglio sotterra come Paoluccio! - -Talvolta pensa anche alla sua rivale, a quella ladra che le ha rapito -il cuore di Mario. Senza dubbio sarà bella, _più bella..._ - -E specchia il volto da cherubino... oh! che colpa ne ha lei se è tanto -brutta!... tanto brutta poi no, via, no davvero! - -Ah! le pare di sentirsi ribollire il sangue nelle vene al pensiero -della sua rivale, si sente il cuore capace d'odio, non ne è sicura, -ma incomincia ad odiar forte quella donna. Le vengono in mente tante -terribili vendette consigliate dalla gelosia; ripensa mille torture; -ah! se avesse la forza di far del male, se fosse buona d'essere -cattiva! - -Ma bisogna reprimere tutte queste fantasie, giova farsi forza, e venire -ad una determinazione seria, e fermarsi in quella. Un giorno o l'altro -dovrà trovarsi in faccia alla sposa — _alla sposa!_ — dovrà parlarle -come un'indifferente, sorriderle anche; ci vuol coraggio, bisogna -preparare un contegno, e non lasciarsi cogliere alla sprovveduta per -non farci una triste figura, poichè in fin dei conti è meglio che -quella smorfiosetta non abbia a godere del trionfo. E immagina qual -veste indosserà... oh! certo la veste color di rosa... peccato che -non abbia lo strascico, anzi che le arrivi appena alla caviglia!... -peccato! E le dirà... Che cosa le dirà? Ci pensa molto... è difficile! - -Ma a poco a poco si fa strada un altro pensiero; quella fanciulla, -dicono, è poveretta, è orfana, è buona! Perchè armarsi contro di lei, -invece di volerle bene? Ah! le pare che le vorrebbe tanto bene se non -la odiasse! - -Odiarla! una tapina che non ebbe mai le carezze della mamma come lei, e -che, di lei più disgraziata, non ha nemmeno il babbo... nè fratello... -nè sorella... Oh! ma Mario basta a tutto. Proprio? A tutto? All'amore -del babbo, per esempio, no: se scende in fondo al cuore, ella trova -d'amar più il babbo che Mario, senza paragone!... - -Dopo lunga contesa, Olimpia ha formato il suo proposito. Ed il primo -momento che si trova con Mario si fa forza e gli dice senza preamboli: - -— Signor Mario, come si chiama la sua fidanzata? - -Il giovane sorride e rispondo arrossendo un tantino: - -— Donnina! - -— Ebbene, soggiunge la fanciulla, dica a Donnina che io voglio esserle -amica. Glielo dirà? - -— Glielo dirò. - -Ed Olimpia corre, senza ascoltar altro, nella propria camera col cuore -che le batte forte, proprio come in petto ad un'eroina. - - - - -XXXVII. - -UN GIORNO DI VACANZA IN CASA DEL MAESTRO DI SCUOLA. - - -Come fuggì ratta quella domenica! Ognissanti era venuto in carrozza -per far più presto, e fidandosi al desiderio aveva tanto anticipato -il viaggio da giungere ad A... assai prima che non promettesse la sua -lettera, e tuttavia non prima che Donnina si fosse affacciata dieci -volte alla finestra ed avesse sentito martellare il cuore a dieci -nugoli di polvere che aveva visto levarsi in fondo in fondo, sulla via -maestra. - -Maestro Ciro se ne stava alle vedette da basso, sul limitare della -scuola, nel piccolo vano della porta come in una cornice, e non -usciva dalla sua immobilità se non per fregarsi le mani e sorridere -benignamente ai passanti. L'oste della _Salute_ gli rimandava quel -sorriso illeggiadrito dalla più prepotente smania di attaccar discorso -che abbia travagliato il petto d'un oste, ma il maestro di scuola non -ci badava nemmeno. - -Mamma Teresa andava e veniva dai fornelli alle spalle del marito, tanto -più impaziente quanto più non voleva parere, e poneva nel mentre le -fondamenta di uno splendido desinare, il calderino per lessare un pollo -nato e domiciliato ad A..., cresciuto sotto gli occhi della scolaresca -e morto la vigilia. - -Finalmente Ognissanti venne; anticipava di un'ora e ritardava d'un'ora. -Maestro Ciro se lo strinse al petto per il primo, e non lo avrebbe -lasciato se mamma Teresa non glielo avesse tolto di mano per ispingerlo -contro Donnina. - -La cara fanciulla non ebbe parole; Ognissanti la baciò in fronte ed -ella gli restituì quel bacio senza rossore. La gioia su quei volti -ravvicinati aveva una serenità profonda, che contrastava colla febbrile -ardenza di maestro Ciro. Costui intendeva l'allegria un po' alla -maniera dei suoi scolari, e se il decoro magistrale e le gambe glielo -avessero permesso, avrebbe fatto a saltare le panche di scuola anche -sotto gli occhi della terribile mamma Teresa. Al contrario, Ognissanti -aveva come una lieve nube di mestizia, e dagli occhi di Donnina spirava -quella dolcezza pacata e tranquilla che pareva esserle compagna nelle -maggiori commozioni. - -A spicciar le cose, mamma Teresa concesse al giovine un amplesso -pieno di dignità, poi spinse in cucina i tre fanciulli, maestro Ciro -compreso, e sbattacchiò l'uscio di scuola per impedirne l'ingresso -a due sguardi curiosi, in cui si era concentrata tutta la vitalità -dell'oste della _Salute_. - -Incominciò la festicciuola di ciance. Donnina ed Ognissanti avevan -tante cose da dirsi, anche a non dirsi nulla che già non sapessero. -E poi gran cose erano avvenute: la visita del signor Fulgenzio, -il colloquio all'osteria, le indagini sul padre della giovinetta. -Tutto ciò fornì al signor maestro occasione d'un lucido racconto che -mamma Teresa ascoltò a bocca aperta all'ora del desinare, ben inteso -protestando quello essere il momento di far bocconi e non chiacchiere. - -Anche Ognissanti aveva le sue novelle da dare, ed una melanconica, -che non avrebbe fatto bella figura a tavola — la morte di Paoluccio. -Questa, naturalmente, tenne per sè; e parlò del signor Fulgenzio, della -vita universitaria, del tempo che ancora gli rimaneva per pigliar la -laurea, e guardava Donnina, mentre maestro Ciro si fregava le mani -ridendo del suo meglio per far capire alla moglie che la laurea e -Donnina erano tutt'uno. - -La fanciulla ascoltava tenendo gli occhioni fissi nel volto -d'Ognissanti; essa non aveva nessuna novella da dare, e l'avvenire le -parlava sulle labbra del futuro sposo. Ma si sentiva felice quanto non -era mai stata, perchè per la prima volta Ognissanti le appariva come lo -aveva in cuore, senza quell'inquieta ansia dell'avvenire, senza quello -sconforto di sè medesimo, non più in lotta tra i proprii sentimenti ed -il proprio orgoglio. Poteva essere buono, poteva mostrarsi affettuoso, -riconoscente, poteva svelare il tesoro della sua anima gentile; era -come restituito a sè medesimo. Egli, di solito chiuso e taciturno, -diveniva verboso, non per abbondanza di parole, ma per trabocchevole -onda di sentimenti e di affetti; e non bastandogli la lingua, favellava -cogli occhi, col sorriso. Pareva impaziente di apparire a Donnina -come egli si sentiva di essere; ad ogni motto che svelava una riposta -pagina del suo cuore, fissava l'occhio in Donnina per vedere come essa -accogliesse la nuova rivelazione. E continuava a dire, ad interrompersi -per dar luogo ad una improvvisa idea, ad un improvviso ricordo, -rifacendosi indietro col pensiero nel cammino della vita, ripetendo il -già detto, o tornandoci su per dargli valore con una considerazione -fresca fresca, con un episodio nuovo. E quando finalmente gli parve -d'aver mostrato di sè ogni aspetto, allora tacque, e ricompose il volto -a quel dolce e melanconico entusiasmo d'innamorato che ha come paura -della propria felicità. - -Quando il desinare fu al termine («un desinare luculliano» disse -maestro Ciro, ammiccando degli occhi ai fidanzati perchè facessero lo -stesso complimento alla cuoca), quando il desinare fu al termine, i -commensali stettero ancora a tavola. - -Maestro Ciro non aveva mai finito d'interrogare, sebbene da un pezzetto -Donnina ed Ognissanti si stringessero le man sotto la tovaglia e non -parlassero altrimenti che cogli occhi; l'intervento della formidabile -mamma era necessario. - -— Non vorrai finirla colle tue chiacchiere? Non vedi? essi hanno altro -per il capo che badare a te; lasciali in pace e vattene a far due -passi... - -Ed in così dire la vecchia si levò da tavola e si tirò dietro il -marito, che non potè, tenersi dalle risa. - -I due giovani, rimasti soli, continuarono a guardarsi in volto senza -dir nulla, prova evidente non già che non avessero nulla a dire, ma che -quel muto linguaggio diceva abbastanza. - -— Fra tre mesi! disse finalmente Ognissanti, stringendo, più forte la -mano della fanciulla. - -— Fra tre mesi, ripetè Donnina senza chinar gli occhi con falso pudore. - -— E saremo sempre felici? domandò il giovine quasi pauroso del -contrario. - -— Sempre, rispose la fanciulla con accento fermo, come se ne fosse -sicura. - -— Sempre, sempre, sempre! entrò a dire il signor maestro, che era -sfuggito dalle mani della sua tiranna, ed aveva inteso ogni cosa, e si -allontanò subito «per non dar soggezione.» - -Ognissanti si accostò vie più a Donnina, e, lisciandole con una mano i -capelli, disse: - -— Saremo poveretti; io non voglio costar molto a mio padre; ha -già troppo fatto per me, voglio vivere con quanto ora mi dà fino a -che basti l'opera mia. Vorrei pure esser ricco per circondarti di -agiatezze! Ma dì un po', mi ameresti egualmente s'io fossi ricco, e -vorresti esser mia? - -— Ti amerei lo stesso, e vorrei esser tua egualmente; tua, non delle -tue ricchezze. Non mi vorresti tu se io fossi ricca? - -Ognissanti non rispose, e portò alle labbra la mano della fanciulla. - -— Siamo entrambi poveretti, ripetè poco dopo; saremo poveretti. - -— Saremo ricchi, perchè avremo pochi bisogni; io so come si conduca -una casa; chiederemo al cielo il necessario soltanto, e faremo che il -necessario nostro sia il meno possibile; ci rimarrà sempre abbondanza -d'amore, e sarà il nostro lusso. Alla città vi è tanta gente che vive -di rendita, noi vivremo di risparmio. - -Come tenersi da faro un bacio su quella bocca tanto savia, e tanto -leggiadra! - -Mamma Teresa, che giungeva allora, s'era, per buona sorte, voltata -proprio in quella da un'altra parte, e maestro Ciro, il quale non -aveva perduta una sillaba, si allontanava, contando con gli occhi le -quattromila e seicento lire custodite _negli scrigni_ della Cassa di -risparmio di Milano per conto di Donnina, della poveretta piena di -giudizio... e di scudi! - -Fuggì ratta quella domenica! - - - - -XXXVIII. - -IN CUI SI VEDE COME MARIO NON RITORNASSE A MILANO SOLO. - - -Ed ora Mario se ne ritorna verso Milano a piedi non avendo alcuna -fretta di arrivare, ed invece di pigliare la via maestra, infila, senza -avvedersene, una scorciatoia, non già per far più presto, ma perchè da -quella parte può, volgendosi, veder più lungamente la casicciola che -biancheggia in mezzo al verde dei gelsi abbrunati dal crepuscolo. - -Cammina a passo lento, ma il suo cuore va di trotto serrato e la -fantasia più che di galoppo. - -Passa per lo stretto sentieruolo costeggiato da prunai che gli -afferrano le vesti per trattenerlo; quella muta campagna non ha -una voce; ne avesse mille, non giungerebbero fino a lui, chè la sua -fantasia lo precede o ritorna indietro, ed ora è a Milano, ora non ha -lasciato il povero tetto del maestro di scuola; pensa all'avvenire a -cui muove incontro, pensa a Donnina! - -Il sentiero si restringe tanto che appena vi può passare una persona; -ed ecco, senza avvedersene e d'un subito, Mario si trova alle spalle -d'un uomo che lo precede camminando assai più lento di lui. Il giovine, -tolto bruscamente alle proprie fantasie, è costretto ad arrestarsi, -aspettando che l'altro gli ceda il passo, ma colui nè si piega da un -lato, nè affretta, e Mario finisce col toccargli lievemente la spalla. -Lo sconosciuto si volge, e si pianta ritto in faccia al giovine. -L'atto può sembrare arrogante, ma nel volto di quell'uomo è dipinta una -sciagura che toglie le parole aspre di bocca a Mario. E lo sconosciuto, -con un singolare accento misto di fierezza, di umiltà e di mistero, -prende a dire: - -— Voi venite da A... non è vero? La conoscete voi, la mia figliuola? -Un amorino, la più cara bambina di A... la conoscete?... Si chiama -Camilla! - -E tende l'orecchio come timoroso di non afferrare subito la risposta, e -fissa gli occhi spalancati in volto al giovane, o lo eccita, crollando -il capo e sorridendo amorevolmente, a rispondere. - -Mario non sa credere ai propri sensi: quell'uomo che vede, quelle -parole che sente, il pensiero melanconico che gli balena, ed insieme la -grandiosa speranza che gli empie il cuore, gli paiono cose di sogno. Sa -come Camilla sia il nome vero di Donnina, e come Donnina abbia un padre -che non è babbo Ciro! - -Allora guarda il volto severo dello sconosciuto, interroga le -vesti ch'egli indossa e tenta di indovinare quell'enigma. Maurizio -(il lettore l'ha riconosciuto), continua a crollare il capo ed a -sorridergli. - -— Conosco una fanciulla che si chiama Camilla, ma non so se sia la -vostra figliuola... - -— È la mia, vi dico che è la mia... - -— Quella che io conosco ha un padre, il maestro di scuola... - -Le labbra di Maurizio incominciano un amaro sorriso, che subito si -cancella. - -— Il maestro di scuola non è suo padre, ribatte con faticosa dolcezza; -il padre di quell'amorino sono io: quella bambina cara mi appartiene, -vi dico che mi appartiene, che è mia... e posso provarlo. - -La voce di Maurizio ha preso a poco a poco l'accento della collera; -ma quella collera è così paurosa e quella paura così straziante, e -quei modi così singolari, che Mario ne è commosso e si affretta ad -interromperlo: - -— Non ne dubito, voi dovete saperlo... - -Maurizio sembra meditare su questa parola, e prima si rasserena, e poi -si rattrista in volto, ed infine ripiglia a dire melanconicamente: - -— È vero, io devo saperlo... ma è passato tanto tempo... dite, credete -voi che quell'uomo... quel maestro di scuola acconsentirà a privarsi -della sua... della mia figliuola? E vorrà restituirmela? - -— Io credo di sì... - -— Non ne siete sicuro? E perchè non ne siete sicuro? - -— Ne sono sicuro. - -Ma la profonda nube che oscura il volto dello sciagurato padre non -si dirada. Intanto Mario ha cercato di spingere oltre quell'uomo per -uscir dal sentieruolo che poco più innanzi mette nella via maestra, ma -Maurizio si è ribellato senza dir parola, e non si è mosso un pollice -dal luogo in cui si trovava. - -— E se anche il maestro di scuola non me la rifiuta, essa, la -poveretta, Camilluccia mia, vorrà venire? Non mi conosce! — aggiunge -abbassando la voce — non mi conosce! - -Mario non sa che rispondere, ed il disgraziato insiste collo sguardo. - -— Quali sono le vostre intenzioni? chiede il giovine per uscire da quel -silenzio penoso. - -Maurizio crolla il capo melanconicamente e balbetta: - -— Non so. - -— Perchè siete venuto qui? - -— Non so. - -— Volevate andare dal maestro di scuola, o presentarvi a Camilla? - -— Non so. - -E continua a crollare il capo. Poco stante soggiunge: - -— Sono venuto perchè avevo bisogno di sapermele vicino; anche ieri -sono venuto; ho cercato di vederla, ho attraversato il paese... ma non -ho visto nessuna bambina che rassomigli alla mia. Oggi sono tornato, -tornerò domani. - -Tace un'altra volta, poi soggiunge abbassando la voce e guardandosi -intorno: «Ah! se potessi farle sapere in qualche modo che io sono -ricco, molto ricco, ricco a milioni, che venendo col babbo, ella -avrebbe scudi lucenti per giocare, e se potessi offrire al maestro di -scuola un bel gruzzolo per la vecchiaia! - -— Ebbene? - -— Ebbene! La bella dimanda! Così fatto è il mondo. La mia figliuola -sarà come tutti gli altri, è come tutti gli altri; non l'ho da saper io -che sono suo padre? - -Ah! il cuore del giovine non ribollisce per dispetto, ma si gonfia per -l'affanno! Ha tutto compreso! - -Guarda intorno per la deserta pianura; non sa che risolvere, non sa che -fare. - -Maurizio se ne sta mutolo, immobile, cogli occhi fissi alla casicciola -che non apparisce più se non come uno sgorbio bianco confuso in mezzo -al verde. - -La notte scende rapidamente. - -— Ecco, dice Mario, obbedendo come ad un istinto; è meglio che vi -allontaniate di qui: mi piglio io il carico di parlare a maestro Ciro, -di dire alla vostra figliuola che siete ricco... - -— Ricco a milioni... - -— A milioni, che ella avrà ogni ben di Dio. - -— E scudi lucenti. - -— Sicuro... le dirò che suo padre la vuole con sè, per farla felice, -per volerle tanto bene... le dirò tutto. - -Ed in così dire Mario passa innanzi e prende per mano il povero padre, -che non esita più a seguirlo. Giunti sulla via maestra, si arrestano un -istante. - -Il giovine si guarda intorno per vedere se mai non giunga qualche -carrozza vuota, ma per tutta la bianca linea della via maestra, che si -stende lunga lunga alle sue spalle, non si vede nulla. Intanto Maurizio -guarda curiosamente Mario e sembra incerto se o no seguirlo; ma il -giovine medico, che si avvede di quella lotta e ne indovina la cagione, -non gli dà tempo di pensarci, e si muove a passo rapido verso Milano -senza dirgli nulla. E Maurizio gli vien dietro coma un automa. - -Fanno così gran tratto di via senza dir parola. Ma improvvisamente -Maurizio accelera il passo e raggiunge il nuovo amico e gli dice: - -— Chi siete voi? - -— Sono un poveretto, risponde Mario senza arrestarsi, un poveretto che -vuole il vostro bene ed il bene della vostra creatura. - -Maurizio sembra aver udito una sola parola e la ripete più volte fra sè -e sè: - -«Poveretto! Poveretto!» - -— Ebbene, aggiunge poco dopo, raggiungendo un'altra volta il compagno -che accelerava quanto più poteva il passo — ebbene, se siete poveretto, -io sono ricco e basto a tutti; sarete ricco anche voi, purchè abbia la -mia Camilla — voglio che siate tutti ricchi, anche quel dottore che mi -ha scritto... - -— Il dottor Parenti? - -— Lo conoscete? Anche lui, anche lui... tutti! - -L'oscurità a poco a poco si è fatta profonda; gli alberi che -costeggiano la via, a poca distanza sembrano fantasmi; il silenzio è -alto nei campi circostanti, chè le zolle non hanno ancora i loro ospiti -canori, e le prime foglie degli alberi attendono mute le nozze degli -insetti. - -— Come vi chiamate? domandò Maurizio dopo un lungo intervallo di -silenzio. - -— Mario. - -Il disgraziato ripete fra sè quel nome e non dice altro. - -Sono giunti alle porte di Milano, Maurizio si arresta di botto, piglia -le mani di Mario, le stringe nelle sue, gli dice _addio_ e si allontana -a passi rapidi, voltandosi indietro come timoroso d'esser seguito. - -Il giovine rimane alcuni istanti sbigottito da quella improvvisa -diffidenza e non cerca di vincerla, al contrario finge d'andar da -un'altra parte, poi si volge, e rasentando le muraglie per non esser -visto, segue Maurizio a distanza fino alla sua abitazione. Allora -ritorna indietro, ma non ha fatto dieci passi e si sente battere -sull'omero da una mano larga e pesante. Si volge, e si trova faccia a -faccia col dottor Parenti sempre lieto e giocondo. - -— Vi trovo a tempo, dice Mario, ho seguito finora uno che ha bisogno -della vostra scienza. - -— Il signor Maurizio, il padre di Donnina. - -— Lo sapete? Ed è dunque vero?... - -— È verissimo. - -— Sapevate anche che era?... - -— Ne ebbi un sospetto; da tre giorni io tengo dietro alle fasi della -vita di quest'uomo, e vedo che si compie in maniera molto irregolare. -Oggi sono andato per parlargli di Donnina e di te: non l'ho trovato, -era uscito alle nove del mattino e non s'era più visto; sono ritornato -più tardi; non era rientrato; allora l'ho atteso. Te lo confesso, -mi era venuta un'idea senza senso comune, cioè che, ricevuta la mia -lettera, egli avesse preso la fuga. Sono contento di essermi ingannato; -Donnina ritroverà ancora suo padre! - -— Ma quell'uomo è pazzo! - -— Può essere, ma meglio pazzo che briccone; qualche volta i pazzi -guariscono; i bricconi sono incurabili. - - - - -XXXIX. - -MAESTRO CIRO RIMANE SOLO. - - -I due amici passarono la prima metà della notte a strologare insieme -sul da fare, ed il signor Fulgenzio fu terzo nella consulta. Nella -fitta tenebra che avvolgeva il passato di Maurizio, questo almeno -sembrava farsi chiaro: che il cuore era buono. Il dottor Parenti ne -era sicuro, e giungeva a tal sicurezza per una via di argomentazioni -non forse molto stringenti, ma avvalorate dall'accento e dai modi -dell'argomentatore. Quand'egli diceva: «quell'uomo ha il cuore buono» -appuntava i gomiti al tavolino, corrugava le sopracciglia e fissava gli -occhietti indagatori nello spazio vuoto in una certa maniera singolare, -come se «quell'uomo» gli stesse dinanzi col petto scavato e col cuore -allo scoperto. Del rimanente Mario e Fulgenzio non desideravano se non -di credergli. - -Quanto al da far, si erano intesi senza molte parole. Al domani il -giovine doveva recarsi in casa di Maurizio, fargli credere d'aver -parlato alla figliuola ed indurlo a seguirlo, intanto che il dottore -e Fulgenzio l'avrebbero preceduto ad A... per prevenire Donnina ed i -due vecchi. Il dottor Parenti non solo affrettava quell'incontro per -troncare una situazione penosa, ma ci contava come sopra una medicina -eroica. - -— Il mio amico Maurizio non è veramente pazzo, diceva al suo amico -Fulgenzio; ha un po' di confusione di idee nel capo, e guarirà... - -— Ma tu non l'hai visto, osservava l'altro. - -— Non importa: la sua condotta mi basta; le parole che egli ha -proferito non sono da vero pazzo; e bada che la sua idea fissa non è -nel falso, ma obbedisce ai suoi sentimenti ed ai suoi bisogni; questo -è ottimo indizio; da due giorni si reca ad A... per vedere la figlia -e non osa mostrarsele; ritornerà domani, e forse non oserebbe ancora -senza la spinta di Mario; ci è dell'ordine nella sua pazzia, ci è -uno scopo determinato, giusto, corrispondente ai moti del cuore; e la -scelta dei mezzi è la più logica: vuol vedere la propria figlia, che è -ad A..., e va ad A.... Un savio farebbe forse altrimenti? - -H signor Fulgenzio sorrideva di questa singolare maniera di fare la -diagnosi, ma in fondo vi scorgeva qualche cosa di vero. Ed il dottore -continuava: - -— Prova a farti ragione di tutti gli atti di quell'uomo e lo vedrai -sempre logico; il suo ravvedimento lo riconduce alla figlia dimenticata -da tanti anni; è un bisogno ed egli obbedisce: ma giunto ad A.... gli -vengono meno le forze... perchè? - -— Perchè non è più padrone della sua volontà e non sa mantenere quel -che propone. - -— Non per questo, ma perchè ragiona; un pazzo sbaglia strada, o si -svia a metà cammino, o passa la meta, ma non vi si trattiene dinanzi -a riflettere. Il mio amico Maurizio, quando si trova in faccia alla -casicciuola dove sta Camilla, pensa a tutto il suo passato; numera gli -anni dell'abbandono; si vede col pensiero in faccia alla figlia che -forse non riconoscerà nemmeno, sconosciuto egli stesso, comprende di -venir tardi a domandare un posto nel cuore della fanciulla che altri ha -già occupato intero; teme di apparire in quella casa come una minaccia, -e non ci va, e ritorna indietro, per rifar la stessa via al domani. Più -ci penso e più mi persuado che quel pazzo è savio come noi, anzi che ha -fior di criterio nel cervello. - -Il signor Fulgenzio non ribatteva sillaba, ed il dottore faceva da sè -stesso e per sè stesso la tara alle proprie argomentazioni. - -Venne il domani. - -Il dottor Parenti, incontrando l'amico Fulgenzio, gli avea dato una -mezza dozzina di buone notizie; prima di tutto splendeva un magnifico -sole, e poi avrebbero avuto una buona carrozza ed un eccellente -cavallo, e infine tutti i dozzinanti stavano benissimo, il che -permetteva di rimanersene una mezza giornata assenti senza alcun danno; -tutte cose che il signor Fulgenzio sapeva a memoria; ma il signor -Fulgenzio non sapea che da quel cumulo di cose liete si doveva a rigor -di logica dedurre, come pronostico infallibile, la buona riuscita dei -disegni fatti la vigilia. - -Intorno alle dieci ore i due amici voltavano le spalle alla città, e -Mario saliva le scale dell'abitazione di Maurizio. - -La via è breve e pare lunga all'impazienza del dottore. - -— Pensa, dice egli al suo compagno, pensa alla gioia di Donnina -quando la piglierò in disparte per dirle: «Piccina mia, il tuo babbo -è trovato, e ti cerca e verrà a momenti.» — Gran brava bestia! chi -direbbe che è un animale da nolo? è lo Spartaco della sua razza; vedi -come sopporta nobilmente la sua miseria! - -Queste ultime parole sono rivolte al cavallo, il quale veramente fa di -tutto per meritarsi quegli elogi senza riuscire a togliere loro ogni -carattere d'adulazione. - -Ma il dottore è in buona fede e mortifica così la propria impazienza. - -Fulgenzio non risponde; pensa al dolore profondo dei due vecchi, -all'amarezza dei loro cuori dissimulata sotto un sorriso straziante, -e intanto che il dottor Parenti mena la frusta sulle groppe dello -Spartaco della razza cavallina, per poco non obbedisce all'istinto -di appoggiarsi colla schiena ed appuntare le gambe e far forza per -ritardare quella corsa niente affatto sfrenata. - -Ma il tempo corre più veloce del cavallo; tre quarti d'ora sono -passati; ecco il noto filare di gelsi, ecco l'unica via di A..., ecco -l'insegna della _Salute_, e la scuola comunale, e la scolaresca che -esce chiassosa dalla lezione del mattino, ed il melanconico sorriso di -maestro Ciro, il quale indovina tutto e s'ingegna di fare accoglienze -festose ai nuovi arrivati. - -Il dottor Parenti premette, in forma di preambolo, che i preamboli sono -inutili; si fa venire innanzi Donnina, le piglia le mani, e le domanda -ridendo se sarebbe contenta di ritrovare il suo padre vero. - -Il padre falso, il quale non era molto lontano, nè molto occupato a -sfogliare un libro, come voleva far credere, a questo punto si ricorda -d'aver dimenticato qualche cosa e corre di sopra frettoloso. E mamma -Teresa, che non lo ha perduto di vista un momento, dietro. - -Il povero maestro Ciro, giunto nella sua camera, si butta colle braccia -protese sul letto matrimoniale, e nasconde la testa fra i guanciali, -di modo che la faccia sparisce e la canizie si confonde con lieve -disuguaglianza di tono nel candore delle lenzuola. Ma la formidabile -mamma Teresa lo raggiunge, gli afferra un braccio, lo scrolla, una -volta, due, finchè il poveretto è costretto a rialzarsi ed a mostrare -la faccia rigata da due grosse lagrime. - -Mamma Teresa si prova due volte ad avventare la sua terribile collera, -ma un importuno singhiozzo le toglie le parole — alla terza riesce. - -— Ti pare questa la maniera? Proprio questa? Venire qui solo?... perchè -poi?... per piangere.... come un fanciullone?... Già tu credevi di -farla franca... e che io non ti avessi a vedere? Che dirà Donnina? - -Ma mentre così parla, la sua voce è rotta dall'affanno, e quelle parole -di rimbrotto le vengono fuori tenere e dolci come una carezza. - -— Hai ragione, dice il signor maestro, asciugando gli occhi e rizzando -il corpo; hai ragione; che dirà Donnina? Io sono un egoista, un ingrato -verso la Provvidenza, un cattivo amico della mia creatura; ho in petto -un cuore feroce.... non dire di no.... ho in petto un cuore feroce, -che invece di rallegrarsi del bene di Donnina se ne addolora... Tu -non crederesti che io sono giunto fino a desiderare che quel babbo non -s'avesse a ritrovare, ebbene, sì, io ho desiderato questo! - -La confessione, che dovrebbe far inorridire la vecchia, le fa solo -crollare il capo melanconicamente. - -— Povero Ciro! mormora come parlando a sè stessa. - -Poco dopo, mutando tono e maniere, ripiglia a dire: - -— Bisogna essere uomini; bisogna farsi forti; io sono forte, io! e non -lo sarai tu? - -Ma questo argomento, invece di rinfrancare il povero uomo, sembra -togliergli un'altra volta ogni vigore. - -— Per te la cosa è diversa, dice lasciandosi cadere sopra una seggiola; -tu sei sua madre ancora e sempre; Donnina non ritroverà le carezze -d'un'altra madre; io solo non sarò più nulla per essa, io solo non avrò -più figlia! - -— Padre! padre mio! - -È Donnina! Donnina, la quale, non vedendo i suoi vecchi amici, si è -sciolta dal dottor Parenti, ed è corsa di sopra ed ha udito le ultime -parole. - -Maestro Ciro se la stringe al cuore, poi la scosta lievemente da sè e -la guarda in viso. La fanciulla non batte ciglio, ha la fronte serena, -il labbro sorridente. - -— Non darmi retta, le dice il maestro di scuola, lisciandole i capelli -colle mani tremanti, non darmi retta, non ti affliggere per me, bambina -mia. - -E il disgraziato si prova a ridere. - -— Vedi, è passato, è stato un momento di debolezza; alla mia età non -si ha la forza di resistere alle prime impressioni, che sono di solito -bugiarde.... domandalo a Teresa; questo giorno l'ho tanto sospirato.... -non è vero?... l'ho sempre detto che tu dovevi essere figlia di un -ricco sfondato, il quale avrebbe finito coll'accorgersi che il suo più -bel tesoro era fuori di casa e sarebbe venuto a domandarmelo. Ho fatto -il babbo come ho fatto il maestro di scuola; ora esco di carica; sarò -un babbo a riposo. - -Maestro Ciro parlava guardando in volto ora Donnina ora mamma Teresa; -ma l'accento scherzoso pigliava ogni tanto inflessioni tenere e cadenze -lagrimose. Donnina, senza titubanza, getta le braccia al collo del -vecchio, e gli ripete sottovoce: - -— Tu solo! tu solo! - -— Che dici mai? È tuo padre, bisogna amarlo, fanciulla mia, bisogna -amarlo molto. - -La fanciulla sorride melanconicamente. - -— Mi proverò. - -— Non basta, mi devi promettere che l'amerai, e che lo amerai più di -me; a lui devi la vita. - -— A te quella del cuore, risponde Donnina. - -Mamma Teresa non può dignitosamente stare testimonio di tante -fanciullaggini, e se ne va da basso brontolando. - -Il dottor Parenti, rimasto solo col signor Fulgenzio, avea da prima -provato a parlar di cose indifferenti, ma vedendo che il suo compagno -se ne stava taciturno, diede un'occhiata alla scala di legno per cui -erano spariti prima i due vecchi e poi Donnina, ed esclamò: «povera -gente!» come per avvertire che si cacciava anch'egli nello stesso -melanconico sentiero delle meditazioni. - -All'apparire di mamma Teresa, uscì però di botto dalla sue fantasie, -per mostrare alla vecchia tutta la luminaria del suo volto sorridente. - -— Ecco, disse, tenuto conto del tempo che Mario deve avere impiegato -prima di salire in carrozza, fra venti minuti al più dovrebbe esser -qui, e siccome ho le mie ragioni per credere che oggi tutto debba -andare senza inciampi, così vi annunzio che Mario e Maurizio saranno -qui fra venti minuti. - -Ma aveva appena finito di dire queste parole, che si udì un rumore -di ruote sul lastrico della via; una carrozza si arrestò dinanzi alla -porticina della scuola comunale, ed apparve Mario, solo! - -Il giovine narrò come avesse trovato il signor Maurizio in peggior -stato che non fosse alla vigilia; lo dipinse colla faccia stravolta, -coi capelli arruffati e coll'occhio fisso, e disse come, introdotto -da una vecchia donna nella camera dove l'infermo se ne stava soletto, -dapprima non fosse stato riconosciuto, e come finalmente il povero -delirante, venutogli incontro e guardatolo negli occhi, fosse stato -a rimirarlo un pezzo curiosamente prima di sorridergli. Mario aveva -nominato Camilla per dar contezza di sè, e non era bastato; quando -finalmente ogni diffidenza era scomparsa dal volto del signor Maurizio, -allora egli aveva ripetuto un'altra volta il nome di Camilla, ed -il disgraziato padre s'era posto l'indice attraverso le labbra, -raccomandando il silenzio. - -«Dorme!» gli aveva detto. Ed aveva soggiunto che la sua creatura era -venuta nella notte a perdonargli tutto, e ch'egli aspettava fosse -desta. Il giovine aveva pur cercato di toglierlo dal suo inganno e -ricondurlo a poco a poco al vero, ma il povero demente s'era ostinato -nella sua idea. Allora Mario s'era accomiatato, ed avea lasciato quella -casa, raccomandando il pover'uomo alla vecchia governante, perchè, se -fosse possibile, lo inducesse a mettersi a letto e gli facesse sapere -che la sua Camilla sarebbe venuta a trovare il babbo. - -La vecchia levando al cielo due occhi pieni di lagrime aveva promesso -di così fare, ed egli aveva sceso le scale a precipizio, era balzato -in una carrozza da nolo ed aveva fatta la strada di galoppo, col cuore -commosso, con un tumulto d'idee nel cervello, ed ora era lì a chiedere -che cosa bisognasse fare... o piuttosto non dava più retta a nessuno, -perchè in quella due volti amorosi apparvero sul limitare, e maestro -Ciro aprì le braccia al giovine, ed il giovine si buttò nelle braccia -di Donnina. - -A Mario riuscì finalmente di dire che non sapeva se avesse fatto -bene o male promettendo che la fanciulla sarebbe andata in persona -in casa del babbo; ma il dottor Parenti, dall'alto della cattedra in -cui s'era accomodato, sentenziò che aveva fatto benissimo, ed aperta -la discussione in proposito, prese la parola per conto proprio, parlò -sempre lui senza lasciarsi interrompere e finì col dichiarare che -l'assemblea aveva votato all'unanimità quanto segue: - -«Donnina doveva andare dal babbo accompagnata da mamma Teresa, -mentre maestro Ciro sarebbe rimasto per non far perdere la lezione -agli studiosi di A..., e, dovendo starsene solo, avrebbe alloggiato -all'albergo della _Salute_; l'oste, suo buon amico, si sarebbe fatto -premura di dargli la miglior camera dell'albergo e di servirlo di tutto -il necessario.» - -Mamma Teresa si provò a ribattere, ma il medico protestò che non -si poteva ritornare sulla votazione, ed aggiunse che la presenza di -Donnina era necessaria per la guarigione del padre, che la compagnia di -mamma Teresa era indispensabile a Donnina e che maestro Ciro avrebbe -fatto per un paio di giorni la vita dello scapolo allegramente. La -terribile mamma borbottò, per non perdere l'abitudine, e domandò almeno -un giorno per i preparativi della partenza; il dottore volle fare il -generoso ed accordò un quarto d'ora. E tutti a ridere, compresa la -mamma, la quale mezz'ora dopo era in carrozza allato di Mario; costui, -dovendo stare in mezzo per tenere le redini, aveva al fianco Donnina. - -Maestro Ciro, rimasto solo, accompagnò collo sguardo melanconico le due -carrozze, ma invece di lagrime trovò un sorriso tutto paterno, ed un -bacio niente affatto magistrale per salutare l'allievo che venne primo -alla scuola. - - - - -XL. - -IN CARROZZA. - - -Ma Donnina non era più lieta; abbandonava la sua mano fiduciosa in -quella di Mario, e pensava. Fino a tanto che le avevano parlato del -padre suo come d'un incognito al quale era stato possibile vivere -tanti anni lontano, arbitro tuttavia dell'avvenire di lei, d'uno che -poteva riapparire domandandole il cuore per tanto tempo sprezzato e -gli affetti da essa dati ad altrui; fino a tanto che quell'uomo non -aveva in favor suo altro che il nome di padre, ella si era acconciata -all'idea di rivederlo quando che sia con freddezza, e, se non con -severità, colla dignitosa indulgenza del giudice. Si sentiva forte -dei propri diritti, sicura dei moti del cuore, pronta ai doveri di -figlia, riluttante agli affetti. E quando, alla domanda del dottore, -se le piacerebbe ritrovare il suo padre vero, ella era scesa dentro -di sè a domandarsi conto del perchè quella notizia la lasciasse -fredda, non aveva potuto farsene una colpa. Ma ora sapeva che l'uomo -a cui doveva la vita era infelice, solo nel mondo, senza affetti, -vaneggiante per rimorsi, affranto forse dai patiti dolori, non di altro -desideroso che della sua creatura, ultima larva d'un passato cancellato -col pentimento. Se lo immaginava debole, pauroso, vacillante, e la -compassione faceva ciò che non poteva fare l'istinto, ridestava il -sentimento filiale, le faceva battere forte il cuore, le toglieva -quella serenità di cui aveva fatto prova fino allora, e che prima le -pareva giusta ed ora le sarebbe sembrata colpevole. - -Quante volte la sua mano tremò in quella di Mario, e tante il giovane -si volse a guardare la fanciulla, la quale aprì la bocca per fare una -dimanda e la trattenne, e di nuovo venutale sulle labbra, ancora la -trattenne, e infine la fece cogli occhi inumiditi: - -— Com'è mio padre? - - - - -XLI. - -IL SIGNOR MAURIZIO RICEVE. - - -Maurizio s'era stancato d'aspettare che la sua ipotetica creatura si -svegliasse, e dopo una serie di giri, a cui la governante aveva tenuto -dietro paurosamente cogli occhi, senza però contarli e senza riuscirle -di farsi dare ascolto, il poveretto era entrato nella camera contigua -— e la governante dietro. Invece di dare in ismanie, come era da -temere, Maurizio si era seduto in un canto ed era rimasto un gran pezzo -immobile senza dir verbo; poi ritornato nel salotto, aveva ricominciato -ad andar su e giù... ed ecco... si udiva appunto il rumore monotono dei -passi lenti ed uguali. - -Tutto questo, con assai più parole, narrò la vecchia al dottor Parenti, -il quale non ostante la verbosità della buona donna, quando ella ebbe -finito e si tacque, parve non averne abbastanza, e stette ancora come -in ascolto e si fece ripetere a spizzico, rovinandone l'effetto, la -bella narrazione filata. - -Donnina guardava fisso il dottore; trepidava d'ansia, di timore, -sbigottita per mille affetti nuovi, per mille idee non prima pensate. -In ogni affetto che si palesa novello è alcuna parte paurosa, anche nei -più dolci e nei più santi. È un nuovo padrone, forse un nuovo tiranno, -e chi sa se farà buon viso agli amici vecchi del cuore! - -Per alcuni istanti tutti stettero in silenzio ad ascoltare quei passi, -e più di tutti il dottore, il quale, gli si leggeva in volto, avrebbe -preferito che il signor Maurizio si fosse dato a correre su e giù per -la casa come un forsennato. - -Anche la terribile mamma Teresa stringeva le labbra per trattenere il -respiro ed ascoltare meglio, ed intanto stringeva una mano di Donnina, -ed aveva in faccia dieci volumi di scritto. - -Il dottor Parenti stette per poco ancora in meditazione, poi ne uscì di -botto, e, per iscuotersi di dosso l'incertezza, disse alla vecchia: - -— Il signor Maurizio riceve? - -La buona donna sbarrò tanto d'occhi, e per poco non pensò che il medico -non aveva il cervello più sano dell'ammalato. - -E l'altro soggiunse, sorridendo: - -— Andate ad annunziare al signor Maurizio la nostra visita. - -E mentre, per avvalorare la raccomandazione, spingeva gentilmente -innanzi la governante, aggiunse, vôlto a Mario ed a Fulgenzio: «Non ci -si perde nulla; egli non ci conosce ed è in casa sua; prima medicina di -un pazzo è il non avvedersi della sua pazzia; sono sottili ragionatori -i matti, e se si avvedono che li avete per tali, non si fidano, -diventate un nemico.» - -Così dicendo, s'era fatto all'uscio socchiuso e si teneva alla portiera -pronto a pigliare l'atteggiamento cerimonioso d'un visitatore. - -Il dottor Parenti non s'era ingannato; poco stante la faccia stravolta -di Maurizio apparve nel vano. - -Donnina soffocò un piccolo grido, pose la mano sul cuore e si ritrasse -indietro, come per acquistare nuove forze, ed intanto non istaccava gli -occhi dalle sembianze paterne. - -E mamma Teresa, sentendo tremar nella propria la mano della fanciulla, -pensò assai giudiziosamente che il signor maestro, il quale leggeva -tanto spedito, aveva fatto bene a rimanere ad A... così non si trovava -allora a leggere in cuore della figliuola! - -Il dottore fece un profondo inchino, e, senza aspettare di farselo -dire, passò oltre; Mario veniva dietro, e presa la mano di Maurizio, -gliela strinse forte; lo trasse dolcemente in un canto dell'ampia sala -e gli disse: - -— È venuta! - -— Camilla? chiese il povero padre, e parve che un lampo di ragione -balenasse in quell'impeto dell'affetto. - -— Camilla, rispose il giovine, ed eccola... - -— Non ancora, non ancora... - -In quel mentre la fanciulla entrava nella camera lagrimando; mamma -Teresa sentiva ribollire il dispetto vedendo la propria creatura -piangere, ma invece di parole di collera le venivano fuori lagrime. - -Il signor Fulgenzio seguiva le due donne, ed il dottor Parenti faceva -gli onori di casa ed offriva a tutti da sedere. - -— Bisogna esser forti, disse alla giovinetta; vedete, io rido e non ne -ho voglia, ve lo assicuro; non bisogna piangere... - -— Non piangerò più, sarò forte, rispose Donnina asciugandosi le -lagrime; è passato... ma dite, soffre molto mio padre?... - -— Vi guarda, vi cerca coll'occhio, disse il dottore senza rivolgersi -e senza rispondere direttamente alle domanda..., posso allontanarmi, -siete sicura di voi? - -La fanciulla pose la mano in quella del medico e gli sorrise un sorriso -melanconico, ma forte. L'altro si ritrasse e venne presso a Maurizio -componendosi una faccia gioviale che faceva allegria a vederla. - -Gli occhi di Maurizio, allontanandosi da Donnina, avevano seguito -amorosamente il dottore, come se una parte della cara fanciulla -gli venisse incontro con lui, ed ora interrogavano tra impazienti e -timorosi. - -Tutto questo armeggio s'era compiuto rapidamente, tanto che non erano -corsi due minuti dal primo inchino del dottore al secondo. - -— Che cosa vi diceva? chiese Maurizio. - -— La cara fanciulla osservava che le sembrate pallido, abbattuto, e -come uscito di fresco da malattia, e mi diceva di mandarvi a letto... - -In così dire il dottore aveva preso il polso di Maurizio e ne contava i -battiti. - -— Com'è bella! disse il povero padre senza badare al medico; vorrei, ma -mi manca il cuore; c'è qualcuno che mi trattiene... vorrei... - -Il dottore comprendeva benissimo, e rispose: - -— Sarete a tempo poi; avete commesso una imprudenza levandovi; avete -la febbre; date retta a chi vi vuol bene; andate a letto; Camilla verrà -poi.. - -— Non se ne andrà? - -— È venuta per rimanere sempre col babbo... - -Bisognò far lieve forza per togliere Maurizio dalla sua estasi ed -indurlo a mettersi a letto; e quando finalmente il povero padre sparve, -accompagnato dalla governante, dal dottore: e da Mario, Donnina, -rimasta fino allora sorridente, cancellò il sorriso con un'onda copiosa -di lagrime e si abbandonò fra le braccia di mamma Teresa, la quale si -fece da capo ad arrabbiarsi peggio ed a piangere più forte. Il signor -Fulgenzio guardava intenerito, avrebbe voluto dire... e non sapeva che -dire... - -Poco stante tornò il dottore, pigliò per mano Donnina e la condusse -nella camera dell'infermo. Mamma Teresa e Fulgenzio le erano venuti -dietro. - -Il povero padre teneva gli occhi chiusi, ma li riaprì più volte alla -sfuggita e guardò il volto pietosamente bello della fanciulla che le -stava a fianco; poi stette lungamente immobile. - -L'ansietà mozzava il respiro ad ognuno. - -Finalmente Maurizio si scosse, e volgendosi dall'altro fianco, chiamò a -sè Mario, lo fece curvare e gli bisbigliò, non tanto sommessamente che -non si udissero nel profondo silenzio, queste parole che agghiacciarono -il cuore degli astanti: - -«Non è lei!» - -Mario fissò uno sguardo attonito in volto al dottore, il quale girò -intorno al letticciuolo e venne accanto al giovine. - -— Non è lei, ripetè Maurizio crollando il capo melanconicamente, non è -lei; la mia Camilla, soggiunse poi stendendo il braccio fuori del letto -ed abbassando quanto più poteva la mano aperta, la mia Camilla era -piccina così... vedete... così... - -Il singhiozzo di Donnina nessuno l'udì, perchè la poveretta nascondeva -la faccia nel guanciale e tutti avevan l'occhio al dottore, il quale, -senza sgominarsi, rispose: - -— È vero. - -— Non più di così, ecco, non più di così, continuava l'infermo -crollando il capo. - -— Diciotto anni sono, disse il dottor Parenti. - -Maurizio levò gli occhi e li fissò nella faccia sorridente del dottore -e parve meditare un istante; finalmente disse: - -— Siete in errore... sono sedici anni... - -Poi chiuse gli occhi e stette nella positura di prima. - -Un'ora dopo nella cameretta non rimaneva altri che Donnina e mamma -Teresa, e l'infermo continuava a tenere gli occhi chiusi. - -E Mario e Fulgenzio lungo la via avevano preso in mezzo il dottore; -quell'atto compendiava mille interrogazioni, alle quali il medico -s'ingegnò di rispondere così: - -— Quell'uomo non è pazzo, ripeto, ha un po' di confusione nel cervello, -cosa che può capitare ad ogni galantuomo che viaggi in questo basso -mondo, ma vi dico io che è un viaggiatore metodico, e non tarderà a -mettere in perfetto ordine le sue valigie. - -— Può essere, può essere! - -Sì, ma un pensiero importuno teneva Mario inquieto, e checchè egli -facesse per non lasciarlo parere, non gli riusciva, e sebbene gli -avvenimenti sembrassero dare una ragione a quell'inquietudine, il -dottore si avvide che ve ne doveva essere un'altra. E però, appena potè -trovarsi un istante solo col giovane, gli venne innanzi petto a petto e -gli disse a bruciapelo: - -— Che hai?... Bisogna dirlo. Che ti manca ora? Nei tuoi panni (e -coll'età tua) vorrei far salti da acrobata, e non mi terrebbe davvero -la mia dignità di uomo fatto. Sei alla vigilia d'avere il lauro di -dottore e qualche cosa che vale meglio assai nella botanica della vita, -un bocciolo di rosa in moglie; per giunta la tua Donnina ritrova il -padre, un padre un po' avariato, ma che m'incarico io di rimettere a -nuovo; via, se ti lagni della sorte, sei incontentabile, e se non salti -fino a dar le capate nel soffitto, va là che hai garretti di pasta -frolla... - -Ma non ci era verso che Mario sorridesse. Ed il dottore tornava -all'assalto. - -— Che hai? - -— Ho, disse finalmente il giovine tra il melanconico ed il dispettoso, -che il padre di Donnina è ricco... - -— Tanto meglio... - -— Ed io sono povero, ed avrò l'aria di fare un buon negozio, -sposandola; e poi chi sa se egli non si arrenderà di mala voglia alle -nostre nozze... - -Il dottor Parenti lasciò penzolare le braccia lungo i fianchi e fece -una smorfia così grottesca, che fu impossibile non ridere. - -— Lasciami stare, è atroce, è atroce; quando ad un galantuomo si dànno -di questi colpi sullo stomaco, gli si dice almeno: «guardati.» - -Poi ridiventando serio, parlò colla massima gravità così: - -— Generose ubbie, ma in fondo sciocchezze; tu hai da sposar Donnina, -non il babbo, e l'avresti sposata anche senza i milioni del babbo, e -forse sarai ancora in tempo, perchè ai milioni dei pazzi io non credo -finchè non gli ho contati — in fine tu non sei il primo venuto, sei -medico, chirurgo, ostetrico, hai un pozzo di scienza, che nissuno sa -quanto valga... meglio di noi. Pensiamo a guarire Maurizio, il resto -verrà da sè... - -— E lo guariremo? - -— Cioè, lasceremo che guarisca; è una gran concessione in bocca nostra. -Quell'uomo ha seco il suo medico e la sua medicina... Camilla! - - - - -XLII. - -AL CAPEZZALE DELL'INFERMO. - - -Il dottor Parenti si contraddiceva un pochino per desiderio che le cose -andassero a meraviglia, ma aveva ragione di dire che Maurizio aveva -seco il suo miglior medico e la sua sola medicina... Camilla! - -La buona giovinetta aveva preso l'ufficio d'infermiera con un -entusiasmo tranquillo, punto punto parolaio, che le traluceva nello -sguardo e nel sorriso, melanconico insieme e lieto, con cui s'ingegnava -d'incoraggiare la terribile mamma Teresa al sacrifizio di lasciarle -fare quel che voleva, vale a dire vegliare fino a tarda notte al letto -del babbo, e non istaccarsi quasi mai dal fianco dell'infermo. - -Quanto a Maurizio, pareva essersi rassegnato all'idea di starsene a -letto, e non cercava nemmeno più di alzarsi; solo, per non dire le -matte stravaganze, sembrava aver fatto proposito di non fiatar parola, -e di solito se ne stava lunghe ore cogli occhi socchiusi, salvo a -riaprirli ogni volta che Donnina faceva atto d'uscire dalla camera o -solo di muoversi. - -«In fondo una pazzia tirannica, la peggiore delle pazzie e delle -tirannie,» avrebbe detto mamma Teresa se avesse osato manifestare tutto -il suo pensiero. Per il dottore invece lo stare in silenzio, il tener -gli occhi chiusi, il ricercare Donnina cogli sguardi erano tutti buoni -indizii. - -Certo qualche gran cosa avveniva nell'animo di Maurizio. A Donnina, -la quale lo spiava attenta, non era più accaduto di vedergli in volto -quello smarrimento che l'aveva tanto sbigottita sulle prime; e nei -fuggevoli momenti in cui l'infermo riapriva gli occhi e s'incontrava -collo sguardo della sua creatura, egli pareva lottare un istante -dentro di sè, poi si ricomponeva alle sembianze del sonno. Molte -volte aveva l'aria di dormire davvero, e quando Donnina, fidandosi a -quell'apparenza, si buttava vestita sul lettuccio in fondo alla camera -e cedeva ella stessa al sonno, allora il povero infermo si rizzava -trattenendo il respiro a mezzo il corpo, ed appuntando i gomiti al -guanciale, figgeva l'occhio avido e timoroso nel caro viso dormente, e -rimaneva così un gran pezzo, agitato da un lieve tremito, e finalmente -usciva in un dirotto pianto senza singhiozzi. - -Pur non sapendo nulla di questo, e più per potenza fatidica del -desiderio che per accortezza di medico, il dottor Parenti aveva -sentenziato che Maurizio «faceva l'esame di coscienza ed era bell'e -guarito.» - -Erano così passati tre giorni. Il quarto mattino, quando Donnina venne -presso al letto del babbo e gli baciò la fronte senza dir parola, -Maurizio aprì gli occhi e li tenne lungamente fissi nel leggiadro volto -della sua creatura, e si guardò intorno, e parve lottare senza sapersi -indurre ad una determinazione, finchè entrò sulla punta dei piedi mamma -Teresa, a decidere l'esito della lotta; Maurizio richiuse gli occhi e -non disse verbo. - -Passò quel giorno, e parve lento; venne la notte. A Donnina riuscì -di mandare la mamma a letto più presto del solito per rimaner sola -coll'infermo; e non appena fu sola la disse per la prima volta la soave -parola, che le tremò nelle labbra come confessione d'innamorata: - -«Babbo!» - -Maurizio pose un braccio sull'omero della fanciulla, e le favellò sotto -voce con un singolare accento carezzevole, come se parlasse ad una -bambina: - -— Tu gli vuoi bene al babbo; io ti leggo in cuore; so che tu sei buona: -tu gli vuoi bene al babbo! - -E siccome la fanciulla fece atto di portare la mano dell'infermo alle -labbra, egli la trattenne, e le accennò di andare alla scrivania, e -come vi fu, di aprire un cassetto. Donnina l'aprì e ne trasse alcuni -fogli piegati che portò sul letto del padre. Il quale spiegò i fogli -e li pose sotto gli occhi della fanciulla. In capo alla pagina erano -queste parole scritte con mano tremante: - - «_A mia figlia_» - -Maurizio aveva chiuso un'altra volta gli occhi e stringeva nelle -proprie una mano di Donnina. - -Era la notte alta, il silenzio profondo tutt'intorno, ed al lume della -lampada notturna, la giovinetta lesse quei caratteri diletti che vedeva -per la prima volta. - -Il cuore le batteva forte. - - - - -XLIII. - -A MIA FIGLIA. - - -«Sì, queste parole che io scrivo sono per la mia piccina, per te, -Camilla mia, per te sola! Hai tu pensato mai al tuo babbo? E ti hanno -insegnato a pregare per lui? E se hai chiesto perchè non venisse ad -abbracciarti ed a portarti le chicche e la bambola, ti fu risposto che -era un poveretto, e che solo la disgrazia lo teneva lontano dalla sua -creatura? E ti hanno almeno detto che avevi un altro babbo, che non era -il maestro di scuola? - -»Ebbene, se non lo sapesti mai, apprendilo ora che tu hai un -babbo vero, un babbo che fu molto infelice se non potè averti al -fianco, un babbo che ancor oggi ti scrive non osando mostrarsi a te -all'improvviso, per paura d'apparirti come uno sconosciuto, o forse -come un nemico dei tuoi affetti. - -»E pensa pure le mille colpe per fargliene carico, e poi le confronta -con questa unica immagine d'un padre, il quale non osa mostrarsi alla -sua figliuola, e teme di non ritrovare mai aperto l'ingresso del cuore -di lei, e di' solo allora che egli non merita la beatitudine per tanti -anni rifiutata. - -»Tu non sai che io venni ad A... per vederti, per udire la tua voce, -per abbracciarti, e mi mancò il cuore; e che dopo avere sognato per -via il tuo sorriso, la tua parola, le tue lagrime dolci, t'immaginai -fredda, impassibile, muta, ed ebbi paura e fuggii. E che ritornai il -dì di poi, e mi spinsi fino alla svolta del sentiero, e gettai uno -sguardo sulla via sperando il caso te la facesse attraversare allora -perchè io ti vedessi un istante, e che, nascosto dietro una acacia, -da prima contai le acacie che mi separavano da te, ed eran cinque, -e poi cercai cogli occhi la tua finestra, e dissi che doveva esser -quella, quella o nessun altra, e vidi un vetro rotto, e pensai che il -vento avrebbe potuto ammalarmiti; e che immaginai la felicità di poter -attraversare quel breve tratto di via, entrare nella porticina della -scuola, chiedere di te, e condurvi meco te, il maestro Ciro e la mamma, -e spartire fra voi le mie ricchezze, conservandomi solo l'amor tuo — e -intanto non mi moveva, e se qualcuno passava pel sentieruolo, mi davo -l'aria d'un indifferente perchè non si comprendesse quest'orribile -segreto di un padre che non osa mostrarsi alla sua creatura. E quando, -stanco di un'inutile lotta, assalito da mille idee insieme, mi provavo -a fuggire, dicendo a me stesso che il mio passato era un sogno, che non -avevo figli, che non avevo affetti, che altro non mi rimaneva al mondo -se non i miei cumuli d'oro, inutili ed odiosi, pareva che qualche cosa -mi trattenesse, e rifacevo la via indietro, e ti venivo più presso, -più presso, più presso ancora, e finalmente me ne andavo voltandomi -ogni tanto per vedere se mai qualche segreta voce avendoti parlato del -padre tuo, non fossi tu pure venuta a vedermi di nascosto attraverso la -siepe. - -»Ma finchè durava il giorno, io era solo; alla notte no, chè allora -tu mi seguivi davvero, e sentivo i tuoi piccoli passi frettolosi, -e rallentavo l'andatura per stancarti meno; ma se mi fermavo ad -aspettarti, e tu pure ti fermavi; e se mi volgevo, ti appiattavi dietro -un gelso della via maestra, ed altro non mi lasciavi vedere se non -i ricci de' tuoi capelli. Erano fantasmi, erano sogni, erano paure; -all'ingresso della città, dov'io ti aveva dimenticato per tanto tempo, -tu mi abbandonavi. Rientravo in casa solo! - -»Non oggi per la prima volta mi venne in mente di scriverti, ma -oggi solo mi sento la forza di tornare indietro nella mia miserabile -esistenza, ed il coraggio di guardare nel mio cuore. Anche ieri lo -tentai, e feci prova di radunare le mie memorie, ma non mi parve -di poter resistere alla lenta tortura dello scrivere; le idee mi si -presentavano in folla, l'impazienza mi vinse, e ancora volli parlarti, -ed ancora me ne venne meno la forza. Oggi sono tranquillo. Pure avrei -già dovuto essere lontano, ed incomincio appena. - -»Sono molti anni, non so bene quanti; parlo di un tempo in cui io era -un giovinetto baldo, e la tua mamma che ora dorme nel cimitero, una -ingenua sognatrice, la quale nelle mie braccia vedeva ad occhi aperti -un avvenire leggiadro per la sua creatura, per te. - -»Poveretti eravamo entrambi, ma ricchi di speranze e d'amore. Ci -eravamo sposati a dispetto d'un mio zio, unico parente rimastomi, -il quale mi dava una misera pensione pur vivevamo lieti in una -cameretta, sotto il soffitto, non d'altro allegri che dei raggi del -sole e dell'ampio spettacolo dei monti. Sopportavamo gli stenti senza -avvedercene; io componeva strofe ed essa le cantava; aspettavamo -l'avvenire, avevamo molto tempo dinanzi. - -»Portava il tuo nome — Camilla — e mi amava. Ella era tutto per me; -la mia famiglia incominciava e finiva in lei. Il padre mi era morto -da alcuni anni, e non mi avea lasciato in cuore la memoria delle -sue carezze. Era uomo severo, taciturno; non mi dava dimestichezza, -ed immaginava di essere il migliore dei padri, perchè ingegnoso in -mille modi di provvedere al mio avvenire. La morte lo interruppe -in quell'opera; mi lasciò povero d'oro e di conforti; non mi diede -l'avvenire pensato nè la cara memoria del suo affetto. Lo zio aveva -presa altra via; era rimasto scapolo e s'era arricchito col risparmio; -ma aveva la stessa natura rigida, e voleva facessi non so che, e -sposassi non so chi per fargli piacere. Ma io amava Camilla e la sposai -essa mi fu madre, amica, sorella — fu tutta la mia vita. Facevamo -insieme mille disegni, mille fanciullaggini; dall'alto del nostro -nido guardavamo alla folla che passava sotto con una specie di pietà -sincera; non ci pareva che il mondo avesse due più felici di noi. -D'inverno mancava la legna al focolare, e la neve disciolta gocciolava -nella camera; ma non perciò si soffriva; ci rimaneva il sole; e quando -mancava anch'esso avevamo la giovanile baldanza, inesauribile, ed un -altro cielo senza stagioni, ed un altro sole senza tramonti. - -»La mia Camilla era bella, era buona, e mi amava, e l'amavo — morì, -dopo averti dato la vita. Ah! se io avessi potuto anticipare di una -dozzina d'anni il nostro sogno, e darle gli agi che ella fantasticava -meco per farmi piacere, ma senza desiderio; se avessi potuto condurla -ad abitare in una camera molto calda, e farla curare da un medico -non frettoloso, come i medici della povera gente, e nutrirla di cibi -sani!... Ma io era povero, l'inverno rigidissimo — e la mia compagna -mi lasciò solo. Da principio non mi parve vero; la morte le aveva -lasciato la sua bellezza ed il suo sorriso; ma quando, allontanato ogni -estraneo, feci prova di risvegliarla, e compresi che tutto era finito, -mi buttai per terra smaniando, e, come vennero a portarmela via, -lasciai fare sbigottito. - -»Si bisbigliava di me che ero pazzo, che mi si erano confuse le idee; -io sapeva d'averne una chiara e mi andavo dicendo che la finestrella -dell'abbaino era alta e metteva sul lastrico sottoposto, e che avrei -potuto per quella via raggiungere la mia diletta. - -»A te non pensavo; ti avevo vista appena; quasi mi ero dimenticato -d'esser padre; mi fu ricordato in buon punto un istante di compassione, -non l'amore, mi fece accettar la vita. Ciò che io provava in vederti -era un sentimento angoscioso, indefinibile; invece di rallegrarmi, -davo in ismanie, e se tu, allattata da una vicina, piangevi, forse per -iscarsità di cibo, mi pareva d'udire la voce prepotente d'un tiranno -che avesse voluto venire al mondo camminando sulle rovine del mio -cuore. In fondo era quasi un sentimento d'odio; ti accusavo di avermi -ritolto tutto e di non potermi dare nulla in compenso. Non ti amavo, -no; la paternità non è un sentimento istintivo quanto si dice, e tu non -sapevi se non piangere, come se fossi nel tuo diritto. - -»Provando a rendermi ragione di ciò che mi passava in cuore, vi fu -un istante in cui mi accusai d'ingiustizia, e per darmi pace colorai -col pensiero un avvenire con te, una vita consacrata a te, e sorrisi -lacrimando a quell'immagine, e dissi a me stesso che tutto di Camilla -io non aveva perduto, se tu mi rimanevi, e te chiamai Camilla; ti vidi -col pensiero cresciuta, carezzevole, somigliante alla mamma nel volto -e nel cuore, cercai nelle tue sembianze infantili le traccie di quelle -che mi stavano sempre innanzi agli occhi; mi accesi d'un improvviso -entusiasmo e giurai di consacrare a te sola la mia vita; quando venne -l'ora di doverti lasciare colla nutrice, credei di provare una vera -pena, e rimasto solo mi chiusi in camera e piansi, e piansi... ma non -te, colei soltanto che era scesa sotterra, e la terribile solitudine -e l'assoluta vedovanza del cuore! Non ti amavo, no; e poteva io amarti -allora? Sapevo la perduta immensità degli affetti e delle speranze; a -te, piangente, senza lagrime sul cumulo di quelle rovine ed incapace di -conforti, già più non pensavo. - -»In quei giorni lo zio, saputo della morte di Camilla, mi scrisse — una -lettera fredda, pacata, in cui, senza dirlo, appariva la contentezza -dell'uomo che vede la via aperta ai primi disegni; di te non parlava -come se non esistessi; incollerito risposi che avrei continuato a -vivere a modo mio, mi togliesse anche ogni suo piccolo soccorso, gli -sarei grato se così potesse affrettarmi la morte; la mia ira santa era -per la morta; di te non dissi parola. - -»Venni rare volte a vederti, a lunghi intervalli, e sempre mi trattenni -poco; m'imponevo con giubilo mille sacrifizii per provvedere al tuo -mantenimento; avessi io potuto vivere senza spendere uno spicciolo, -tutto avrei speso per te, ma il mio cuore era uno scrigno vuoto — non -ti amavo. Tu crescevi e ti facevi bella; la tua nutrice ti voleva bene -come a creatura sua, e tu per lei sola trovavi il riso giocondo e le -carezze; me non conoscevi e guardavi appena. - -»Fu una nuova ingiustizia la mia, te ne feci carico! il vedere -un'estranea — io così chiamava la tua nutrice, l'unica persona al mondo -che t'amasse — preferita a me, tuo padre, era una crudele ferita alla -mia superbia. - -»Intanto le tribolazioni della mia vita crescevano; lo zio insisteva -colle lettere e col silenzio perchè mi ponessi in altro ordine di studi -da quelli che prediligevo, e quando vide ogni suo tentativo vano, -ricorse all'estremo: mi tolse la mesata. Allora per la prima volta -sentii nel cuore una forza nuova; accettai la miseria francamente, -cullandomi d'ambiziosi sogni e vivendo fra indicibili stenti. A te non -pensavo; e pure mi fu forza cessare per qualche tempo di mandare alla -tua nutrice, povera anch'essa, il denaro pattuito. - -»Alcuni mesi di poi, venni al paesello con animo di rimediare a quella -dimenticanza; avevo qualche centinaio di lire, mi pareva d'essere -padrone della mia sorte; trovai la nota casicciuola abitata da altri -e seppi che la tua nutrice era morta e che tu eri stata raccolta dal -vecchio maestro di scuola del villaggio. Volli venire a vederti; ma -erano passati tanti mesi, non osai mostrarmi a quella gente; volli -trovare un pretesto per discolparmi, ma la mia fierezza si ribellò; -lottai dentro di me, e finii col volgere le spalle al paesello senza -averti visto. - -»Facevo proposito di scriverti e di venir più tardi, quando avessi -prevenuto il maestro di scuola; ma appena fui a Milano pensai ai casi -miei, mi chiesi che avrei fatto di te, inesperto ancora della vita, -povero e solo; temei, svelandomi a maestro Ciro, che egli volesse -ridonare al padre la sua creatura, e feci proposito di tenermi -nascosto. Non si sapeva il mio nome; e mi sarebbe stato facile -soccorrere i nuovi genitori senza svelarmi. Avrei aspettato che tu -fossi cresciuta e ch'io avessi fatto fortuna, poi sarei venuto a -riprenderti... E intanto? - -»Intanto io sapeva di vincolarmi a non vederti, a non avere tue -novelle, e lasciarti crescere orfana, a permettere che il tuo cuore si -aprisse a tutti gli affetti senza passare per quello di figlia! Ma di -questo non mi doleva, perchè ti conosceva appena; nel mio cielo eri -come un cirro che si dilegua al più lieve soffio di vento — e già mi -soffiava in petto l'uragano. - -»Per questa serie di errori, io non sapeva però di perderti per -sempre; non m'ero arrestato ad immaginare tutte le conseguenze della -mia condotta, non avevo misurato le mie forze e non avevo tenuto -conto degli ostacoli che mi avrebbero creato la mia fierezza e la -tua fierezza, ed i tuoi nuovi affetti, e l'aridità del mio cuore, più -tardi, quando fosse giunta l'ora di mettere in atto il bel sogno. Ma -altro era il mio sogno. Fra i molti idoli che formano il trastullo -della vita, me n'ero scelto uno che credevo di non dover infrangere -capricciosamente mai — l'indipendenza. Più tardi fu l'ambizione, più -tardi la ricchezza, e più tardi assai, riconosciuto stolto ogni culto -in cui non abbia parte il cuore, mi arse la febbre di ricostrurre i -vecchi altari colle loro rovine. - -»Divenuto ricco — e fu vicenda necessaria che avrei indovinato se -avessi avuto in cuore l'affetto non ingannevole, invece delle bugiarde -passioni — divenuto ricco, arrossii di me stesso, ebbi vergogna di -mostrarmi nel mondo che mi aveva aperto le sue porte con una figlia -apparsa all'improvviso, e t'immaginai indifferente al padre tuo, -rimasto per te un estraneo, amantissima di coloro che ti avevano date -le carezze, aperto il pensiero, ed educato il cuore — mi rassegnai a -perderti. - -»Allora incominciò il rimorso, incominciò il dolore; e venne l'angoscia -delle notti insonni, e vennero gli sgomenti dell'età, e le paure della -solitudine; e una smania segreta, indefinibile, tormentosa d'uscir da -me stesso, di soffocare nel piacere la coscienza; e poi la sazietà, -il disgusto, il martello del pensiero e del cuore, e finalmente il -supplizio della ragione che si ecclissa e ritorna a balzi a farmi -accorto e pauroso di me stesso. - -»Questo fu lo sciagurato tuo padre; uscendo dalla ignara dimenticanza -in cui ha vissuto lieta finora, per saper d'aver un padre, prima di -respingerlo da te, ecco tu puoi almeno dire a te stessa: «questo fu il -mio padre sciagurato!» - - . . . . . . . - -Non era qui tutto; seguivano due pagine di fitto carattere, che -apparivano scritte più di recente; in esse il povero padre riepilogava -a stento le proprie idee, e molte volte ripeteva il già detto; e molto -parlava con insistenza delle proprie ricchezze, che pareva voler -mettere in mostra come una tentazione. Quel caos d'idee sconnesse -era rotto a mezzo con uno sgorbio. Era caduta la penna di mano allo -scrittore, e da quel che pareva, insieme colla penna una lagrima... -Ma per quell'una, Donnina ne verserà cento; la poveretta ha il cuore -gonfio, le vengono alle labbra mille tenere parole; le si oscura -la vista ed appoggia il viso, più leggiadro nell'espressione della -tenerezza e del dolore, al volto del padre. - -Maurizio ha sentito fremere nella sua la mano di Donnina; il cuore gli -batte... - -Ed anche ora che il volto della fanciulla si appoggia al suo volto, e -che sente le lagrime di lei confondersi colle proprie lagrime, anche -ora non osa guardare a viso aperto una felicità a cui non sa credere, -e, come timoroso che il caro fantasma notturno si involi, continua -a tener gli occhi chiusi ed a stringersi al cuore agitato la propria -creatura. - -E finalmente apre gli occhi, guarda, sorride, e lagrima di nuovo senza -dir nulla; e quando, passato un tempo lungo, che par brevissimo, in -quella muta contemplazione, schiude le labbra per parlare, un bacio -lungo, insistente, quasi autorevole, gli impone silenzio, ed una vocina -sommessa e dolce come una musica gli mormora all'orecchio: - -— Dormi ora, è tardi, babbo mio. - -Babbo mio! - -Ma il poveretto non ode, ha bisogno di sentire un'altra volta quella -voce e quella parola, e se la fa ripetere; e venuta l'ora dell'ultimo -bacio e dell'ultima raccomandazione, finge di ubbidire, e quando la -lunga veglia ha chiuso finalmente gli occhi della fanciulla, riapre i -suoi clandestinamente, si rizza sui gomiti, come suol fare ogni notte, -e guarda amoroso la propria figliuola e le domanda «perdono, perdono, -perdono» a bassa voce, così che l'oda solo l'orecchio vigile della -propria coscienza pentita. - -E più non piange. - - - - -XLIV. - -I MILIONI DI MAURIZIO. - - -È un buon spirito quello che ha indotto Mario a frenare l'impazienza -fin presso al mezzodì, ed a recarsi prima di quell'ora in casa di -Maurizio. Poco fa l'infermo dormiva, ed ora invece padre e figlia -parlano appunto di lui. - -— Lo ami tanto?... - -— Tanto. - -— E t'ama? - -Vi rispondono il rossore della fanciulla ed un picciol grido di gioia, -perchè eccolo, è lui — Mario. - -Mario, il quale sembra recar negli occhi due raggi del sole di mezzodì, -ed ha nel sorriso, nella scioltezza delle maniere tutta l'aria di chi -porta una buona notizia. - -— Mario, dice Maurizio porgendogli la destra, spero di non aver più -bisogno di medico; non di meno toccami il polso; ho la febbre? - -— Nulla. - -— E pure me la sento in dosso, una febbre nuova, da cui spero di non -guarire mai. - -Mario non sa ancora che credere; l'occhio di medico gli dice che -quell'uomo è guarito; le sottigliezze degli alienisti gli pongono mille -dubbi in capo; sente il bisogno di dar fede a quella gioia, ma ha lo -scientifico dovere di dubitarne. - -— Tu ami la mia creatura, prosegue a dire Maurizio, ed ella t'ama: io -sono l'unico ostacolo alla vostra felicità, non è vero? - -È verissimo, come è vero che non si può ragionare meglio di così, nè -dire cosa più assennata. Assolutamente Maurizio non è pazzo! - -— Ebbene, soggiunge costui dopo breve silenzio, sarete felici; ma non -quanto io vorrei... - -Si arresta, si turba, sembra pauroso di svelare un ultimo secreto. - -— Ho paura di avervi ingannato... anzi ne sono sicuro... Mario... -Camilla... non pensate ai milioni che vi ho promesso; vostro padre è un -poveretto. - -E il disgraziato nasconde la faccia fra le mani per disperazione. - -«Tanto meglio» dice una voce. - -Maurizio guarda Camilla e poi Mario e li vede sorridenti entrambi, nè -punto sgomentati dalla terribile notizia. - -— Io lo sapeva, dice Mario senza nascondere la propria gioia. - -— E tu? - -Donnina sorride indovinando il pensiero di Mario, e risponde più -semplicemente e con più efficacia: - -— Io non lo sapeva. - -«Tanto meglio» ripete la voce di prima. - -È la terribile mamma Teresa, la quale non così sentenzia per vana -affettazione, ma perchè pensa alla gioia di maestro Ciro, quando saprà -di poter fare la dote alla sposa colle quattromila e seicento lire che -aspettano negli scrigni della Cassa di risparmio di Milano... e anche -perchè, in fin dei conti, non vi è rimedio. - -E ripete una terza volta, più filosoficamente delle prime due: - -«Tanto meglio!» - - - - -XLV. - -CASI DI COSCIENZA. - - -Al domani un fattorino recava un pacco diretto alla signorina Camilla -***. Donnina, tra per la novità del battesimo, e perchè a Milano -non conosceva nessuno, e perchè il fattorino domandava la ricevuta -dell'involto, stette alcuni istanti dubbiosa e si consigliò con mamma -Teresa, la quale fu d'opinione che a ricevere un involto che non pesava -nemmeno sei oncie ed a farne la ricevuta non vi era nulla di male. - -Avuto l'involto, fu ancora la terribile mamma ad insistere perchè -Donnina lo aprisse, ed apertolo, fu sempre la vecchia a spalancar -tanto d'occhi ed a scompaginare un mazzetto di fogli bianchi, mentre la -fanciulla guardava senza nulla comprendere. - -— Ne ho visto una volta sola, dice tra sè mamma Teresa, ma il cielo mi -danni se questi non sono biglietti da mille! — ed aggiunge volgendosi a -Donnina: — Di' tu: che ci sta scritto qui sopra? - -— Mille lire! - -— Mille lire, e anche su questo, e su questo, e su tutti; so leggere -anch'io, ora! Stelle del firmamento! e di queste mille lire ve ne sono -trenta! - -La vecchia non usciva dal suo sbigottimento, se non infilzando l'uno -in coda all'altro i modi ammirativi del proprio repertorio; e si -affliggeva solo che maestro Ciro non fosse lì, per vederlo smaniare -dall'allegrezza. - -Frattanto Donnina aveva preso un foglio di carta piegato, e vi leggeva -e rileggeva queste parole, come se non riescisse ad intenderne bene il -significato: - -«Questo denaro è una restituzione al padre vostro: chi la fa desidera -rimanere incognito.» - -— È proprio come nei racconti delle fate! esclamò la vecchia; tale e -quale; ma che bel racconto questo, acid... acid'erba, che bel racconto! - -E siccome Donnina continuava a tenere il foglio spiegato dinanzi, ed al -denaro non badava, proseguì a dire: - -— Ma che almanacchi tanto! La è chiara come l'acqua di sorgente! -Qualcuno a cui tuo padre ha prestato denaro! — To'!... - -Ma Donnina crollò il capo, e rispose: - -— Non si nasconderebbe... - -— Allora qualcuno che gliel'ha rubato; ma lascia un po' quel cencio, -qui hai da leggere, fanciulla mia! - -Donnina si arrese, ma continuò a pensare senza averne l'aria. La -vecchia però vide chiaro in cuore alla fanciulla, e d'improvviso le -disse: - -— Che ti affanna ancora? dillo. - -— Ecco, perchè quest'incognito ha mandato il danaro a me invece del -babbo? - -— Perchè... perchè... oh bella! perchè sapeva che il tuo babbo non -aveva il cervello sano, mi pare! - -— Pare anche a me, ma sapeva anche che io sono sua figlia, dunque è -molto bene informato... - -— Niente di male che chi è disposto a cavarsi di tasca un esercito di -lire, s'informi e sappia quel che si fa... - -A conti fatti, la via più sicura di sincerar la cosa è di informarne -Maurizio. - -— È la più spiccia, aggiunge mamma Teresa, facendo per avviarsi; ma -Donnina la trattiene. - -— Più tardi, ora dorme. - -Mamma Teresa pensa che se non devono destare un galantuomo trentamila -lire, non lo desterà nemmeno la tromba del giudizio. - -E se in quel pomeriggio Maurizio non avesse avuto il sonno greve, si -sarebbe desto non una volta solo, ma dieci, a certi impeti di tosse -che presero mamma Teresa nella vicina stanza: finalmente si desta — -finalmente sa tutto! - -E prima egli osserva che non ha mai prestato danaro a chicchessia, e -nemmeno non gliene fu mai rubato. - -A mamma Teresa non par vero, ma è proprio così. Poi anche Maurizio -nota che se il danaro fu diretto a Donnina, e si sa che Donnina è -sua figlia, l'incognito è informato appuntino, e che per essere così -informato deve aver bazzicato in qualche modo per casa negli ultimi -giorni. - -Non ci è male; per un cervello guasto, mamma Teresa conviene dentro -di sè che non è mal ragionato; ma perchè tante smorfie per intascare -trentamila lire che han da servire a Donnina? Ella no, non ha fatto -così, quando riceveva quei bei _vaglia_ che parevano piovuti dal -cielo... To', e se questi venissero dalla stessa sorgente? Questa poi -vuol dirla e la dice «tanto per gettare un barlume nell'oscuro,» ma -in verità per dare al cervello di Maurizio una buona idea. Il padre -sorride melanconicamente e crolla il capo. - -— Quel denaro, buona mamma, avete fatto bene a riceverlo, perchè allora -Donnina non sapevate di chi fosse figlia; ma ora il padre è noto, e chi -manda il denaro non può essere che un estraneo. - -Si chiamò la governante, e fu sollecitata a dire se nei passati giorni -non fosse mai venuto nessuno a domandare di Maurizio... - -— Sì, balbetta la buona donna, il dottor Parenti.... - -— Ed altri? - -— Non so.... ecco.... non so se devo dirlo, perchè mi fu fatto -promettere di tacere, ma se la cosa è grave... se bisogna proprio.... - -— Bisogna proprio.... - -— Quand'è così, sissignore, è venuto qualcun altro. - -— E chi mai? - -— Una signora. - -— Una signora? - -— Ed un servitore a nome di quella signora.... la quale era bella, -bella come un amore, un po' patita, pallida, con due grandi occhi, -vestita di nero, portava un velo sul viso; e mi domandava di lei, e -saputo che era con lei una fanciulla, sua figlia, volle sapere quel che -io sapeva e le dissi ogni cosa; non avrò fatto male, spero; mandò poi -il servitore più volte per avere notizie... - -Maurizio fino dalle prime parole ha piegato il capo sul petto, e -quando la buona donna tace e guarda ora Donnina ora mamma Teresa -per comprendere qualche cosa, egli continua a rimaner pensieroso ed -immobile. Finalmente si scuote, prendo Donnina per mano, la bacia in -fronte, e si fa dare l'occorrente per iscrivere. - -E scrive: - - «_Signora_, - - «Voi avete avuto pietà della mia sventura, e vi siete consigliata - col cuore solamente. Non vi faccio carico di quanto vi può essere - di umiliante per me nella vostra generosità; sarebbe forse una - giusta fierezza, ma crudele; mi preme solo di rimandarvi il vostro - denaro e di farvi sapere, perchè non vi vinca una grande pietà - delle cose mie, che ho ritrovato la mia vera ricchezza in mia - figlia, e che essa avrà presto la sua ricchezza, uno sposo che - l'ama e che ama il lavoro. - - «Se il vostro cuore ha bisogno di un'azione generosa, non vi sarà - difficile fare un po' di bene con questa somma che vi rimando. - - «MAURIZIO.» - -Donnina che aveva seguito coll'occhio la penna, appena il babbo ebbe -finito di scrivere il proprio nome, gli balzò al collo e gli ridonò il -bacio ricevuto, e mamma Teresa, la quale non capiva altro se non che i -trenta biglietti da mille avrebbero rifatto la via che avevano percorso -per venire, tanto tanto si provò a dire: «meglio così,» e lo disse, ma -alle parole mandò dietro un sospirone. - -Due ore dopo, veniva così risposto a Maurizio: - - _«Signore,_ - - «Perdonate la mia cecità, ma non attribuitemi, vi prego, alcuna - intenzione di offendervi. Il mio danaro è sospetto e non può fare - il bene senza nascondersi; ma non per questo io mi celai; non un - benefizio, nè un'azione generosa io contava di fare, ma veramente - una specie di restituzione, poichè so che il vostro patrimonio fu - ingoiato dal banchiere Redi. In fondo, avete ragione, la cosa non - muta aspetto, e perciò vi prego nuovamente di perdonarmi. Siate - felice come meritate. - - «SERENA.» - - - - -XLVI. - -IL PROFESSORE RIGOLI RICEVE UNA VISITA. - - -Alcuni giorni dopo gli avvenimenti narrati poco prima del mezzodì, il -signor Fulgenzio era nel camerino intento ad interrogare un enorme -registro, quando un inserviente venne a dirgli che una signora -domandava di lui. - -La signora entrò: vestiva a bruno ed attraverso un velo nero che le -scendeva fin sopra il mento, mostrava un viso giovane e bello: si -lasciò cadere sulla seggiola offertale dal vecchio direttore, e si -volse a guardare la porta d'onde era venuta, con visibile titubanza. -Pure nel parlare, salvo un tremito quasi impercettibile, si mostrò -franca. - -— Perdoni, diss'ella, il mio imbarazzo; è la prima volta che mi accade -di entrare in un manicomio, e vengo a compiere una missione dilicata; -non sono un'eroina, come vede. - -E lasciò indovinare un sorriso mesto, che non apparve attraverso il -velo. - -Il signor Fulgenzio s'inchinò e prese quell'aspetto arrendevole di -fanciullone che fa serene e paterne tante belle teste di vecchi. - -— Io ho un'amica, continuò a dire l'incognita rinfrancata, e -quest'amica ha qui un parente... da qualche anno, di cui non ebbe mai -notizie, e che non osa venire a vedere essa stessa... - -L'incognita s'interruppe per interrogare il volto benevolo del -direttore, poi prosegui: - -— Ha pregato me, la disgraziata... e sono giunta... - -— Il parente della sua amica si chiama....? - -Prima di rispondere, la donna velata parve fare uno sforzo. - -— Il professore Guido Rigoli, disse, e fissò più intento lo sguardo -come timorosa d'una cattiva notizia. - -— Il professore Guido Rigoli, prese a dire il direttore, è uno de' miei -migliori amici e sta benissimo, salvo, s'intende, la sua pazzia, che è -delle più innocue. - -La signora non perdeva sillaba, e quando il direttore tacque, col -silenzio e coll'atteggiamento lo pregò di continuare. - -— Fra tanti disgraziati che passano la vita in questa casa di dolori e -di malinconie, il professore è uno dei meno infelici... - -— Soffrono dunque molto i pazzi? - -— Non più dei savi, signora; qualche volta sono come dimentichi di sè -stessi, ed allora paiono felici. - -Dal lieve sollevarsi ed abbassarsi del velo, il signor Fulgenzio -comprese l'ansia dell'incognita, e come per rispondere a quel -sentimento di commiserazione, soggiunse: - -— Il parente della sua amica ha indole mite e gentile, e non dà mai -in ismanie; è passato da una breve melanconia ad una spensieratezza -gioconda che dura ancora; gli piacciono i motteggi e non sembra pensoso -del suo triste passato... che per me non è un mistero. - -Siccome la signora non rispose subito, impressionata forse dal sapere -il segreto dell'amica svelato, o forse, per un'ultima diffidenza, -timorosa di inganno, il direttore soggiunse: - -— Sempre che riceviamo un nuovo infermo, dobbiamo fare indagini sul -suo passato; il conoscere le cause che hanno determinato la pazzia è -condizione necessaria per il trattamento; e se non sapessi ogni cosa -del professore Rigoli, la pregherei schiettamente di dirmi tutto quanto -ne sa ella stessa... e dovrebbe dirmelo in coscienza. - -Certo l'incognita approvava col silenzio quelle parole ferme e dolci ad -un tempo; poco stante disse: - -— Quand'è così non mi rimane altro che farle noto lo scopo della mia -visita... - -Ma si arrestò ancora titubante, e come per dar tempo alla propria -commozione, levò di tasca una pezzuola, l'appoggiò alle labbra e tossì. - -Il signor Fulgenzio pareva la creatura più ingenua che avesse mai -esistito sulla terra. - -— La sciagurata donna, prese a dire la visitatrice con tremula voce, -la sciagurata donna, cagione di tanta infelicità, è molto infelice -ella stessa, e vorrebbe far qualche cosa... rimediare no, perchè non -si rimedia mai alla colpa, ma uscire da un'apparente indifferenza che -è continuazione di colpa... Che potrebbe fare... la mia amica per... -colui che fu suo marito? - -— Nulla da lontano, rispose il direttore, parlando lentamente e con -persuasiva dolcezza, tutto coll'affettuosa ed amorevole assiduità -d'ogni giorno... - -— E dovrebbe?... - -— Ridonargli ciò che gli ha tolto, la sua casa; fargli ritrovare le sue -vecchie abitudini... amarlo con affetto materno... consacrarsi tutta a -quella sventura; questo potrebbe fare. - -L'incognita uscì dal silenzio affannoso con un'affannosa domanda. - -— E guarirebbe? - -— Forse... - -— E sarebbe felice? - -— Io credo di sì. - -— E perdonerebbe alla sciagurata? - -— Ne sono sicuro. - -— Ma lo stesso perdono farebbe più grande il rimorso della colpevole? - -— Sì. - -Questo monosillabo fu mormorato appena, come a temperarne la durezza. -Nuovo silenzio. - -— Molti, prese a dire lentamente il direttore, molti infelici escono -da queste mura risanati, perchè sanno di ritrovare una famiglia che -li aspetta, una casa nota, una parola affettuosa, e cuori aperti alla -nuova luce della loro intelligenza. Chi non ha una casa, una famiglia, -lascia più raramente il manicomio, che è tutto per lui. - -— Se la sua amica venisse in questo triste luogo e si mostrasse a me, -a me solo, che sono vecchio ed ho la paternità di tante sventure, e -mi dicesse tutto il suo pensiero e mi chiedesse di vedere, non vista, -l'uomo che le fu già compagno, quello spettacolo le darebbe la forza -che le manca ad intraprendere l'opera della carità e del pentimento. E -se lei ha ancora influenza sul cuore di quella infelice, la consigli a -venire, e rassicuri che non reggerà, no, a tal vista, e si sentirà più -grande della propria sciagura e saprà compiere l'ultimo sagrificio. - -L'incognita pareva profondamente commossa, ed aveva chinato la testa -sul petto ansimante. Il signor Fulgenzio, non si accorgendo di nulla, -proseguì: - -— Immagino lo sgomento di quell'anima affranta dal dolore, le sue -paurose lotte, le sue febbri, le sue notti vegliate e lo struggimento -d'essere stata causa di tanto male... ebbene, le dica che ad uscire -da questo strazio, a muovere incontro alla pace del cuore, basta un -passo solo; non sarà felicità spensierata ed intera, ma una serenità -melanconica e confortata; e forse più tardi sorgeranno giorni più -lieti, maturati dal pentimento. E poi, se veramente l'amica sua è -desiderosa di bene... - -Un singhiozzo l'interruppe; l'incognita sollevò il velo, mostrò il bel -volto in lagrime, prese le mani del vecchio e vi appoggiò le labbra -arse. - -— L'ho ingannata, mormorò, perdoni; sono io, sono io stessa!... - -E le mancarono le parole a compiere la frase. - -Era dessa, il lettore lo ha indovinato, sì, era dessa — Serena! - - -Il signor Fulgenzio non pronunciò accenti di falso stupore, e facendosi -più presso alla sciagurata donna, perchè ella nascondesse meglio le -lagrime, e carezzandole lievemente i capelli come avrebbe fatto con una -propria creatura, le fe' intendere che aveva compreso ogni cosa e che -ella poteva fidarsi interamente a lui, e che bisognava farlo, e che non -v'era via aperta all'espiazione... fuor una... - -Nè disse parola. Serena neppure; piangeva liberamente, come da gran -tempo non aveva potuto fare; aveva il petto pieno di singhiozzi, e -le deboli sue fibre sussultavano con uno spasimo nuovo; se ne stava -nell'atto di una bambina; pure era la prima volta che si sentiva la -forza di misurare la propria colpa con altro occhio da quello pauroso -con cui si misura un abisso. - -— Non avrò mai il coraggio, balbettò poco dopo, senza rialzare il capo, -non l'avrò mai. - -Il signor Fulgenzio non rispose. - -— E poi, proseguì Serena, è certo lei che sia il modo migliore di -espiazione? E vi ha una espiazione, oltre quella del rimorso della -coscienza, concessa alla donna colpevole? Perchè non solo io l'ho -abbandonato, lui buono ed affettuoso, ma mi sono imbrattata nel mio -fango. Ritornare a lui è l'impunità dopo la colpa... bisognava farlo -prima, ora è tardi. - -— Non è mai tardi per fare il bene; riapra le porte della sua casa -abbandonata, è il dover suo; e non a lei nè alla colpa deve avere il -pensiero, ma prima di tutto alla sventura di lui; il rimorso inoperoso -è accasciamento, non espiazione; ed è pure un inganno della debolezza; -perchè le pare che le manchi la forza del sagrifizio e il coraggio di -vederselo innanzi ad ogni ora del giorno.... le pare, ma non è... - -Serena rialzò il capo e riasciugò le lagrime, respinse una ciocca di -capelli con un atto febbrile, guardò in viso il signor Fulgenzio, parve -adunare tutte le forze in uno sforzo estremo, e disse: - -— Voglio vederlo! - -Ma come se il pensiero divenisse atto al semplice suono di quelle -parole, tutta la fittizia energia le venne meno, diè indietro quasi le -stesse in faccia uno spettro temuto, si addossò alla spalliera della -seggiola, e coprì ancora il volto colle mani. - -— Lo vedrà, disse il direttore dopo alcuni istanti di affannoso -silenzio. - -— No, no, io non reggerò al suo sguardo. - -— Egli non vedrà lei, non deve vederla; la sua malattia non è di quelle -a cui un'improvvisa commozione possa dare un felice avviamento; anzi -potrebbe accadere il contrario; bisognerà prepararlo prima... ma lei -sì, può vederlo e lo deve... - -Ed unendo l'atto alle parole, sonò il campanello. - -Serena lasciò fare, sbigottita, e volse il capo da un'altra parte per -non farsi scorgere dall'inserviente accorso subito alla chiamata. -Il direttore si levò, mosse incontro al nuovo venuto e gli parlò -all'orecchio. Rimasero un'altra volta soli; Serena tremante da capo a -piedi, collo sguardo fisso nella propria sciagura, il signor Fulgenzio -ritto accanto a lei, commosso più che non lasciasse parere. - -Poco stante il direttore toccò lievemente la spalla della donna, la -quale a quel contatto diè un sussulto e balbettò: «non ancora, non -ancora.» - -Poi, volgendosi al vecchio, lo interrogò con uno sguardo pieno -d'angoscia. Il signor Fulgenzio andò alla vicina finestra che metteva -nel cortile, ne aprì le vetrate, lasciò socchiuse le persiane e guardò -attraverso il vano; poi si volse e disse melanconicamente: «eccolo!» - -Serena rispose con un gemito, ma non si mosse; il direttore le venne -presso stando in un silenzio discreto, quasi carezzevole. - -— Com'è? mi dica se sta bene, che fa, se sospetta nulla, se guarda da -questa parte... - -E in così dire si sollevò dalla seggiola, ed abbrancandosi con una mano -all'omero del vecchio fece due passi e si trovò innanzi alla finestra. - -Il professore Guido Rigoli se ne stava nel mezzo del cortile -sull'estremo lembo della lunga ombra gettata da un'ala dell'edifizio, -guardava con visibile compiacenza ai raggi del sole che dardeggiava -sulle vetrate dirimpetto, e sorrideva a sè medesimo. - -Serena lo vide, e spalancando le imposte gridò con voce straziante: -«Guido, Guido!» - -Sentendosi chiamare a nome e vedendo una signora in faccia a lui, -il professore non venne meno alla propria educazione eletta ed alla -naturale squisitezza delle sue maniere, e fece due o tre inchini -profondi. - -Serena si rovesciò come istupidita nelle braccia del signor Fulgenzio. - -Alcuni istanti dopo la disgraziata donna, uscendo come da una lunga -dimenticanza, si vide in una camera ignota, sopra un lettuccio, e vide -chino sul suo un volto color di rosa, d'una bellezza quasi infantile, -ed un sorriso pietoso più splendido dei capelli d'oro, il sorriso di -solito tanto birichino d'Olimpia. - - - - -XLVII. - -L'ULTIMO. - - -Gli avvenimenti che rimangono sono in gran parte preveduti da chi ha -seguito fin qui la narrazione: formano come un programma che attende -la esecuzione dal tempo, dal tempo che non dimentica, dal tempo che non -falla. - -E viene un giorno — un melanconico giorno — in cui il professore Rigoli -deve lasciare i compagni e volgere le spalle al manicomio. - -Gli hanno domandato con mille giri di parole se ricorda il suo passato, -ed ha risposto ridendo di sì; gli hanno domandato se amerebbe riveder -la sua casa e ripigliar le sue abitudini di padre di famiglia ed -assidersi a mensa ed andare a letto all'ora che gli accomodasse, ed ha -risposto di sì; e finalmente gli hanno pronunciato il pauroso nome... -_Serena!_ — e collo sguardo intento gli hanno chiesto se serbi rancore -alla disgraziata donna e se le perdonerebbe, ed alle due domande egli -ha risposto col più amabile sorriso di sì. E non l'ha detto, perchè -ripugna alla sua benigna natura, ma tutto quell'interrogatorio lo ha -fastidito, gli è parso inutile ed uggioso; e non ha pensato fuor che -alla gioia di mutar domicilio, di esser libero, di vedere il sole da -una finestra senza le inferriate, e di aver dei lumi alla notte. - -Ed è felice, e dice addio ai vecchi amici colla spensierata giocondità -d'un giovinetto che lasci il collegio. - -È tutt'uno; quella scena è triste; alcuni dei poveretti, ai quali il -professore stringe la mano coi modi d'un conquistatore, lo guardano -sbigottiti senza comprendere, e vi è chi lo segue alcuni passi, -scongiurandolo di condurlo seco, ed un altro che se ne sta in un canto -a guardare colla faccia scura — babbo Jacopo. - -Perfino il dottor Parenti, il quale dà braccio al professore, non -riesce a parer disinvolto quanto vorrebbe, ed Olimpia dalla finestrella -guarda senza sorridere. - -Una cancellata gira sui cardini, un'altra, ed un'altra, l'ultima... si -è all'aperto, si sale in carrozza... si parte. - -Al rumore delle ruote sul lastrico, il professore batte amichevolmente -sulle ginocchia dell'amico dottore, e gli dice: - -— Temevo che voleste farmi uno scherzo... e dove andiamo? - -— In casa vostra... vostra moglie vi aspetta. - -— È un pezzo che aspetta! osserva il professore. - -— Sicuro. - -— Ho una casa io? - -Nessun pensiero del passato, nessuna inquietudine dell'avvenire. - -Si arriva; il signor Fulgenzio apre lo sportello; una donna è con lui, -pallida, cogli occhi smarriti, ma senza lagrime. - -— Mia moglie... dice il professore ed ha quasi l'aria di fare una -domanda. - -— Vostra moglie. - -Il professore si fa innanzi due passi, e saluta con un garbo tutto suo. - -— Come sta, signora? Bene? Ne ho tanto piacere... anch'io, grazie. - -Serena è forte, non piangerà, ha promesso di non far vedere le sue -lagrime, che le ricadono ad una ad una sul cuore. - - -Vengono giorni più lieti. Mario è diventato il dottor Mario e nulla -più si oppone a diventar sposo di Donnina. «Gli manca la pratica,» dice -lui. «Ma per fare il marito, risponde il dottor Parenti, la pratica non -è necessaria, per fare il medico ti rimane tempo; e finchè te ne stai -colla teorica avrai la coscienza netta; la teorica è innocentissima, te -lo dice un uomo... che ha pratica.» - -E viene il giorno in cui i naturali di A*** leggono sull'albo -municipale i nomi e le qualità di Camilla (Donnina), nubile, e di -Mario (Ognissanti) celibe, dottore in medicina, appaiati col più bel -_rotondo_ del segretario comunale, e finalmente gli sponsali e le -nozze, due cose che fanno con giudizio un giorno solo. - -Donnina fin dalla vigilia ha provato la veste bianca di sposa, e s'è -mostrata in quell'acconciatura al babbo, a maestro Ciro ed a mamma -Teresa; ad Ognissanti no, chè non era ancora il momento. Ma la notte -misurata da mille fantasie gioconde, sorride a tante impazienze e se ne -va veloce; e giunge l'alba serena che schiude le porte dell'avvenire -sognato... Eccoli nelle braccia l'un dell'altro, eccoli sposi, eccoli -uniti per sempre. Per sempre. La cara minaccia! - -Quanto al contratto di nozze, la quistione dotale diede molto da fare -al notaio, il quale prima di _sottoscriversi colle parti_, come di -prammatica, ed apporre la impronta del suo tabellionato, non dovette -numerare meno di 12 paragrafi da capo. Il signor Fulgenzio faceva -donazione ai due sposi _in comunione di beni_ della somma di 30,000 -lire (dico _trentamila_) in cedole del Debito pubblico; Maurizio, -radunando le reliquie delle proprie ricchezze, faceva alla figlia -una dote di lire 16,000 (dico _sedicimila_) in titoli della Banca -Nazionale, e maestro Ciro aumentava la dote aggiungendovi lire 4600 -(dico _quattromila e seicento_) in libretti della Cassa di Risparmio di -Milano. - -Senza dire che Maurizio faceva conto di lavorare e di far vita comune -coi figli, e che Mario intendeva, fatta la pratica, di bastare ai -bisogni della sua nuova famiglia; in tutto una ricchezza da Cresi; più -l'amore infinito e la stima profonda. - -Quello fu un bel giorno! Domandatelo a mamma Teresa se quello fu un -bel giorno! ed a maestro Ciro, il quale per l'occasione straordinaria -aveva messo un cappello nuovo a staio! Peccato che al mezzodì piovesse -un momento, e che, cessata la pioggia, quando l'ottimo maestro Ciro -ed il suo cappello si fidavano bonariamente, le gronde di Milano -facessero il tiro di lasciar cadere goccioloni pesanti come tegole, e -dove?... proprio sul cappello nuovo di maestro Ciro, quasi volessero -sfondarlo!... Ma tanto tanto, provate a domandargli se quello fu un bel -giorno!... - -E il tempo fugge a Camilla e Mario che si amano... - -Una notte giunge un triste messaggio dal paesello; la mamma Teresa sta -male assai, vorrebbe abbracciare le sue creature. E come è l'alba, i -due sposi partono. - -Maestro Ciro è sul limitare, ha udito il rumore delle ruote nella via -maestra ed ha indovinato che erano essi, e li aspetta per avvertirli -che mamma Teresa dirà molte stravaganze, non le pongano mente, non si -affliggano invano; non è vero che ella stia per morire, egli lo sa, non -è vero. Mamma Teresa si ostina a dir di sì, ma finirà col far di no, -come ha sempre fatto. - -Ma così dicendo il povero maestro Ciro ha gli occhi gonfi di lacrime -che non vogliono uscire, ed il petto travagliato da un singhiozzo -represso. - -Mamma Teresa è nel lettuccio, un po' abbattuta, un po' più scarna e -più ossea del consueto, ma conserva negli occhi una luce ribelle, e le -rimane tanta forza da sorridere e tanto senno da allontanare il marito -con un pretesto, per rimanere sola con Donnina e con Mario. Allora -si rizza sul guanciale, bacia tremando per commozione le guance della -fanciulla inumidite di lagrime, e dice carezzevole: - -— Non ti ho visto molte volte piangere; ebbene no, non bisogna -piangere..., che ci è da piangere? avrei forse da vivere in eterno? E -poi è tempo che qualcuno porti lassù le buone novelle, e vada a dire a -tua madre, Donnina, ed anche alla tua, Mario, che voi vi amate e siete -felici... andrò io... Solo mi affanna il lasciare quel fanciullone di -maestro Ciro: così come lo vedete, è un fanciullone, ed ha bisogno -d'essere curato molto, perchè egli non si cura niente affatto; a te -tocca, Donnina, gli farai da mamma.... Eccolo che ritorna.... non gli -dite che io morrò questa sera, non glielo dite; ci soffrirebbe troppo, -e tu asciuga le lagrime e sorridi...» - -Maestro Ciro entra col passo leggiero e l'occhio fisso come un -fantasma. Mamma Teresa lo guarda con un lungo sguardo che pare una -carezza, poi chiude gli occhi e sembra dormire... - -«Non è vero, sapete, non è vero che ella debba morire...» - -Ma in quella, Mario, il quale non si era scostato dal lettuccio, -appoggia la mano sulla fronte della vecchia, e poi sul cuore, e ne -ricerca i polsi, ed infine si rialza pallido come il lenzuolo di quel -letto di morte. - -Donnina ha compreso tutto, e trova la forza di non piangere per -allontanare con dolce violenza il povero babbo Ciro, il quale continua -a dire, guardando al letticciuolo: - -«Dorme tranquilla; non le credete... ha sempre fatto così... si ostina, -si ostina, ma infine fa sempre a modo mio...» - -E se interrogassimo il tempo che non falla, il tempo che non dimentica, -esso ci mostrerebbe forse in una bella cornice il banchiere Redi, -reduce dal Nuovo Mondo con qualche annetto di più sulle spalle, ma -sempre colla bocca sgangherata, coi capelli appiccicati sulla nuca, -col sorriso da milionario; e lo vedremmo, per un felice rivolgimento -della sua carriera, novellamente riverito ed ammirato ed invidiato, a -capo d'una nuova casa bancaria, farsi promotore di cento imprese che -tirano gli azionisti, dimentico del passato, ed incrollabile come prima -nella sua massima sacrosanta di «arrischiare il denaro degli altri come -cosa propria; e custodire il proprio denaro come un deposito sacro.» -Questa postulato semplicissimo è il segreto della sua vecchia e della -sua nuova fortuna e di tutte le fortune che assomigliano alla sua. -Perchè, via, che altro è la Banca se non l'arte di collocare al più -alto interesse i capitali altrui per farsene una rendita di moltissime -migliaia di lire? - -Il banchiere Redi, il quale ne sa un dito più di me, scaverna il suo -più grazioso sorriso per dirvi che non è altro. - -E vi ricordate del leggiadro luogotenente delle guide, dell'amabile -cugino Ferdinando? - -Il tempo, che nulla dimentica, gli recherà la nomina di capitano, e più -tardi, quando le rughe non gli consentano più di aver le mogli degli -amici, gli darà una moglie propria, e farà trovare al marito capitano -un luogotenente giovine e leggiadro... che gli sia molto amico. - -Ma non passiamo innanzi agli eventi; ritorniamo indietro, sono solo -passati pochi mesi dal matrimonio di Mario e di Donnina, e tre mesi -appena dalla morte di mamma Teresa... ed ecco l'alba d'un altro giorno -sospirato — il Natale. - - . . . . . . . - -Ancora il Natale! - -Ancora il sorriso che illumina le rughe della vecchiaia, ancora i -confetti ed i balocchi che empiono di tante fantasie gioconde lo -testoline dell'infanzia; ed ecco il cortile ingombro dai mucchi di -neve, ed i diacciuoli delle gronde che aspettano un raggio di sole -dal cielo annuvolato; ed ecco, la voce dell'enorme orologio brontola -il mezzodì, la processione dei pazzerelli attraversa il cortile e -s'avvia alla sospirata mensa comune; ed ecco il saluto di Olimpia dalla -finestrella. E poi l'immenso silenzio, la pace immensa. - -Entriamo nella casa del signor Fulgenzio, già così melanconica, ora -tanto lieta... Laggiù, in fondo, come raccolta in sè stessa, perchè -l'eco della festicciuola non esali di fuori, è una mensa imbandita ed -un focolare in cui arde un fuoco patriarcale, ed intorno a quel fuoco -le ciancie di quattro uomini e d'un patriarca vero — maestro Ciro. Sì, -maestro Ciro, che è venuto a fare una casa sola cogli sposi novelli, -con Maurizio e col signor Fulgenzio... - -Per quelle stanze paurose, già misurate dai passi solitarii del padre -dei pazzerelli, ora è un continuo via vai che mette allegria. - -Negli angoli oscuri, ognuno dei quali aveva un brutto fantasma, se -ne stanno rannicchiati sereni e vispi spiritelli, amici di casa, e -le pieghe delle cortine non scendono più come lunghe rughe di faccio -imbronciate; dov'era la tetra, uggiosa solitudine del cuore, ora è una -brigatella di affetti che si raduna intorno agli sposi novelli. - -Oggi è Natale; ed a quella brigata si è aggiunto l'affetto sincero -dell'amico, il cuore tanto fatto, il perenne sorriso e gli occhi -dardeggianti del dottor Parenti. Fa freddo fuori di casa; ma, curvi -dinanzi al focolare, quei cinque volti sereni, come lambiti dai rossi -bagliori della fiamma, spiranti in vario modo le tepide esalazioni -d'una stessa gioia, provano che fa caldo in cuore! E quando tace per -poco la ciancia, ecco giunge all'orecchio l'allegra squilla di due -voci che si avvicendano e di due risate che si confondono... Donnina -ed Olimpia dànno mano a Semplicetta perchè affretti... perchè si ha -appetito. - -«Ah! se mamma Teresa non si fosse ostinata! pensa maestro Ciro, o -se almeno potesse tornare un istante, e rizzargli innanzi, là, in -quel vano, quant'era lunga e formidabile, ed ancora una volta lo -minacciasse, tenendo alta la mano che dava tanto spavento!... - -Ma no, non è ora di melanconie; a che giova piangere? Ella non se ne è -già andata per sempre, è solo arrivata prima, aspetterà... - -E, pensando a questo, maestro Ciro si curva a guardare la bragia perchè -nessuno veda la lagrima solitaria che gli scende nel solco d'una ruga -profonda. - -Ma no, non ò ora di melanconie; ecco, il sole ha vinta la partita, si -affaccia tra nugolo e nugolo e manda un raggio curioso nella stanza. - -Il dottor Parenti leva il capo, tocca col gomito il signor Fulgenzio e -non dice nulla. Quel raggio scende per un vano della finestra e disegna -una striscia dorata che si allunga sul pavimento, si arrampica per la -tovaglia e si arresta ad accarezzare il collo di una bottiglia. - -I due amici si guardano, si sono intesi, si sono incontrati in una -medesima idea: il professore Rigoli che avrebbe fatto tanta festa a -quel raggio di sole. E lo vedono col pensiero nella sua casa modesta, -sempre lieto ad un modo, immemore del passato, felice di avere una casa -propria, un pezzo di giardino da coltivare ed un bel volto di donna -che si prova a sorridergli, ed una mano industre ed operosa che lavora -tuttodì e parte della notte a nascondergli la povertà. Poichè sì, -il professore è povero, sebbene abbia una casetta propria e dei lumi -alla notte, è povero e non ne sa nulla; Serena ha fatto dono di quanto -potesse parere acquistato male ad un ospizio; più non le rimangono se -non le reliquie della dote ed il lavoro delle proprie mani... - -— A quest'ora, dice il dottor Parenti, rompendo il fascino di quelle -melanconie, a quest'ora i nostri commensali hanno avviato le loro -ciancie, mi pare di sentirli, peccato che il professore non sia là -meditando di nascosto il brindisi da improvvisare alle frutta! - -— Peccato! ripete sbadatamente il direttore. - -Ma siccome continua a stare meditabondo, il dottor Parenti non è -contento e domanda a bruciapelo: - -— A che pensi? - -— Penso che il mondo ha l'aria di un manicomio, e che un po' pazzi lo -siamo tutti. - -— Di' che lo siamo molto, interrompe il dottor Parenti, di' che siamo -pazzi da legare; e che a far bene i conti i più savi sono i matti. -Tutto il tuo mondo a cui pensi, se pure vale che ci si pensi, banchetta -oggi in comune, nè più nè meno di quel che fanno i nostri malati. -Domani li ritroverai pazzi come prima: pazzi ambiziosi che sognano -onori e grandezze e camminano sui trampoli della boria; pazzi libertini -che corrono dietro ai piaceri; pazzi fanatici che si arrovellano nella -politica; e pazzi annoiati che si consumano nell'inerzia, — tutta -gente che ha un'idea fissa e le corre dietro finchè non inciampa nella -propria fossa. - -— Il tempo è il medico di queste pazzie, dice Maurizio. - -— Cattivo medico, ribattè il dottor Parenti, non lo dice per gelosia -di mestiere; cattivo medico che viene sempre troppo tardi, quando il -meglio della vita è passato, quando si comincia ad aver le rughe ed i -capelli bianchi... Un buon medico è la fortuna, vi sto garante; quella -che vi manda fra i piedi, nell'età in cui non avete ancora ubbie per -il capo, un buon esempio, una parola buona, un consiglio sano, o vi fa -incontrare a vent'anni in una fanciulla la quale vi ami davvero, e cura -di sbarazzarvi la via da tutte le incantatrici del giardino fatato, -in cui si entra a vent'anni e da cui si esce solo a cinquanta sonati. -Questa fortuna tocca a moltissimi, ma spesso è rifiutata; i pochi che -chiamano in casa la felicità, e ve la chiudono a chiave e le fanno la -guardia dì e notte, sono i soli savi ed i soli felici... perchè, se -l'ho da dire, non ho punto fede nella felicità dei pazzi. - -Si fa silenzio, si porge l'orecchio, si ha come bisogno di udire, -e si ode ancora la voce scherzosa delle giovinette a cui fan capo -tutti quegli affetti, a cui si annoda tanta felicità. Mario, che non -ha mai aperto bocca, non resiste più, si leva, facendo lo sbadato, -dal focolare, si accosta alla finestra, poi alla mensa, e finalmente -sguscia fuor dalla camera e corre a baciare sulle due guance Donnina, -senza un riguardo al mondo per la bionda Olimpia, la quale dà un grido -e si copre il viso col grembiale per non veder quell'orrore!... - -«Non vi è un cane che le voglia bene alla poveretta!» - -Guardatela ora che non ha più il grembiale sul viso: due occhi del -colore d'un limpido cielo, capelli che mandano i riflessi del sole, -guance ridenti come una primavera, e il corpiccino snello ed elegante -che non sta mai fermo; tutto ciò a sedici anni appena, con un ottimo -cuore, ignaro d'altri affetti fuor quelli del babbo e della bambola. -E dite ora se non si troverà presto chi l'adori come una faterella, o -della faterella aspiri a fare una sposina magnifica?... - -Un istante dopo le due giovinette rientrano mandandosi innanzi una -festa di sorrisi, seguite dall'enorme Semplicetta, la quale porta in -trionfo la zuppiera fumante... - -Quando si è felici la terra ci fugge sotto i piedi — ecco, è il -meriggio, è il tramonto, è la notte. - -Non la paurosa notte popolata da fantasime nere, non la notte dalle -cieche angosce, dagli stolti terrori, ma la notte silenziosa, che -ascolta i battiti dei cuori che amano. - -E quando tutti gli occhi sono chiusi dal sonno, quelli di chi misura la -propria felicità, non ancora stanchi, resistono. - -E Donnina, la quale ha quasi voglia di piangere perchè è troppo felice, -sente il bisogno di rivedere un prezioso amuleto, apre un cassettino -riposto, e mostra ad Ognissanti il proprio tesoro. - -Ognissanti sorride, e dice per la centesima volta a Donnina che il -tesoro di lei è il cuore buono, è l'anima gentile... - -Ma Donnina no, non vuole sentirlo, e per la centesima volta ribatte che -il proprio tesoro è il trifoglio dalle quattro foglie. - -E lo richiude nel cassetto. - - - FINE - - - - -INDICE - - - I. Un giorno di Natale Pag. 5 - II. Molte cose in una chicchera di tè » 21 - III. La famiglia del Maestro di scuola » 33 - IV. Ciò che intendono le siepi » 46 - V. In cui si spegne il lume e ci si vede più - chiaro » 52 - VI. Il romanzo di Donnina » 61 - VII. Entrano in iscena personaggi nuovi e cose - nuove » 70 - VIII. La corte della sirena » 77 - IX. Il secondo cortigiano » 86 - X. Il terzo » 91 - XI. La signora Olimpia fa gli onori di casa » 98 - XII. In cui il dottor Parenti incomincia una - cura » 102 - XIII. Ancora della cura incominciata » 111 - XIV. Quattromila e seicento lire alla cassa di - Risparmio di Milano » 116 - XV. Il signor Maestro spiega la moltiplicazione » 123 - XVI. Ognissanti ed il signore dal cappello a - larghe tese » 128 - XVII. Un esame di coscienza » 138 - XVIII. Paoluccio » 148 - XIX. Ognissanti a Donnina » 154 - XX. Chi fosse il signor Maurizio » 180 - XXI. Il secondo colloquio di Maurizio e Serena » 191 - XXII. Il luogotenente delle guide torna alla - carica » 200 - XXIII. Serena a Maurizio » 206 - XXIV. Ciò che rimane a Maurizio » 210 - XXV. Donnina ad Ognissanti » 214 - XXVI. Viaggio di scoperta » 221 - XXVII. Il poscritto della lettera di Donnina » 238 - XXVIII. Seconda tappa del viaggio di scoperta » 241 - XXIX. Un altro viaggio ed altri viaggiatori » 251 - XXX. Sola! » 263 - XXXI. Lo scoppio della bomba » 269 - XXXII. Ritorno » 272 - XXXIII. Terzo colloquio di Maurizio e Serena » 277 - XXXIV. Il dottor Parenti al signor Maurizio » 282 - XXXV. Paoluccio lascia l'ospizio » 283 - XXXVI. Povera Olimpia » 293 - XXXVII. Un giorno di vacanza in casa del Maestro - di scuola » 297 - XXXVIII. In cui si vede come Mario non ritornasse - a Milano solo » 303 - XXXIX. Maestro Ciro rimane solo » 310 - XL. In carrozza » 320 - XLI. Il signor Maurizio riceve » 322 - XLII. Al capezzale dell'infermo » 330 - XLIII. A mia figlia » 333 - XLIV. I milioni di Maurizio » 343 - XLV. Casi di coscienza » 346 - XLVI. Il professore Rigoli riceve una visita » 352 - XLVII. L'ultimo » 360 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TESORO DI DONNINA *** - -***** This file should be named 64106-0.txt or 64106-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - https://www.gutenberg.org/6/4/1/0/64106/ - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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