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-The Project Gutenberg eBook of Il tesoro di Donnina, by Salvatore Farina
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-using this eBook.
-
-Title: Il tesoro di Donnina
-
-Author: Salvatore Farina
-
-Release Date: December 22, 2020 [eBook #64106]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
- http://www.pgdp.net (This file was produced from images made
- available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TESORO DI DONNINA ***
-
- S. FARINA
-
-
- IL
- TESORO DI DONNINA
-
- _(Quarta edizione)_
-
-
-
- MILANO
- A. BRIGOLA & C., EDITORI
- Via Manzoni, 5
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- _Milano, 1884 — Stabilimento tipografico F. Pagnoni._
-
-
-
-
-I.
-
-UN GIORNO DI NATALE.
-
-
-Gran bella mattinata davvero! Chi direbbe che siamo in dicembre e quasi
-alle porte di gennaio, vedendo questo cielo azzurro e questo sole in
-gran pompa di raggi? È molto se l'aria frizzante fa pensare a novembre,
-e pure la neve è raccolta qua e là a monticelli nel cortile, ed i
-diacciuoli si appendono con civetteria alle grondaie e riflettono i
-colori dell'arcobaleno entro i nidi deserti delle rondini.
-
-Gran bella mattinata davvero, perchè annunzia un giorno ancora più
-bello — il Natale.
-
-Per le vie è un gran silenzio, ma un silenzio dolce, il silenzio
-della gioia, assai più profonda e più pura quando tace che quando
-schiammazza. Non uno strider di ruote, non uno scalpitar di cavalli,
-e nemmeno quel sordo mormorio lontano, che segnala il ridestarsi
-della vita cittadina. Gli è che la vita della città è oggi la vita del
-focolare; gli è che migliaia di uomini, i quali forse fino ad ieri non
-ebbero se non buone o cattive passioni, si ricordano d'essere padri,
-mariti, fratelli, e di aver degli affetti: gli è che la società e la
-famiglia — due mondi che spesso roteano in un'orbita differente — si
-sono incontrate.
-
-Qui, nel cortile in cui ci siamo introdotti, la segreta vitalità del
-silenzio si indovina meglio; fra le alte mura che separano questo
-luogo dal resto del mondo, e gli danno aria d'un chiostro, lo spirito
-è un maliardo più attento, l'immaginazione un cavallo di battaglia più
-focoso.
-
-Noi ci sentiamo qui padroni del segreto di Asmodeo, e ci trastulliamo
-a scoperchiare le case per ritrovarvi i diversi aspetti d'una stessa
-gioia, per udirvi le stesse vocette infantili che confrontano i doni
-del Bambino che è venuto, e si anticipano le dolcezze di quelli dei Re
-Magi, che hanno ancora da venire, fantasticandone il reame di confetti
-e di cavallucci.
-
-È la stessa nota da per tutto: due labbruzzi che interrogano, un volto
-sereno di madre che guarda amorosamente, e mille domande, e mille
-risposte che si compendiano alla stessa maniera — un bacio sopra una
-guancia color di rosa.
-
-La reggia ed il tugurio sono pieni della stessa dolcezza: l'infanzia
-che schiamazza, la vecchiaia che sorride.
-
-Da per tutto è la festa del focolare; il tizzo che arde nel camino
-scoppietta allegramente per rispondere alle ciancie dei vecchi
-fanciulli che si scaldano al suo fuoco; però che oggi più di ieri ogni
-uomo si senta vicino all'infanzia — e non gli state a dire che egli non
-crede ai Re Magi, è facile che non vi dia ascolto.
-
-Accanto a queste gioie, vi è il dolore, vi è di peggio: la noia;
-— accanto ai felici che specchiano il loro sorriso nelle papille
-attonite dei bambini, vi ha chi dorme fino a tardo mattino un sonno
-greve, agitato dalle nauseabonde immagini dell'orgia della vigilia, e
-nondimeno più dolce del ridestarsi che lo attende; vi è la casa che non
-ha teste ricciute e bionde; vi è il cuore vuoto d'affetti e sordo agli
-echi d'una gioia tranquilla.... Ma l'Asmodeo che ci ha confidato il suo
-segreto non ci ha dato la sua malignità, e noi vogliamo pure illuderci
-che alcuna miseria non oscuri il sole di questo giorno, se per ciò non
-occorre altro che chiudere bonariamente gli occhi.
-
-Ritorniamo al cortile ingombro di mucchi di neve.
-
-È più di un'ora che un uomo va su e giù, rasentando la muraglia
-col capo basso e le braccia penzoloni. Quante volte ha misurato
-la larghezza dello spazio? Forse egli lo sa, poi che a vedere con
-qual aria severa e con quanto scrupolo attende alla sua bisogna,
-senza affrettare il passo mai e senza voltare mai un pollice prima,
-si direbbe che egli abbia prefisso un numero inesorabile alle sue
-misteriose evoluzioni, e che dalla esattezza dipendano le sorti di un
-disegno occulto.
-
-Non vi ha viaggio che, coll'aiuto della Provvidenza, non abbia presto
-o tardi un termine; tutto sommato quello del nostro incognito è ancora
-dei più brevi, perchè ha durato un'ora, dieci minuti ed un certo numero
-di secondi di cui non terremo conto per non essere più scrupolosi
-dell'enorme orologio che ci sta in faccia, il quale ha due sole
-frecce, — una per le ore, l'altra per i minuti — nè per ciò si crede un
-orologio da poco.
-
-Quell'infaticabile camminatore s'arresta di botto colla precisione
-d'un automa, solleva il capo, gira lo sguardo intorno e muove difilato
-verso una porticina a vetri, senza badare ai mucchi di neve nei quali
-inciampa ad ogni passo gettandosi innanzi un polverio luccicante; gira
-la gruccetta di ottone e sparisce chiudendosi l'uscio alle spalle — non
-però così presto da impedire il passaggio a chi avesse la buona volontà
-di tenergli dietro, come l'abbiamo noi.
-
-Appena il nostro sconosciuto ha posto il piede nella stanza, una voce
-cavernosa e tremante, ma raddolcita ed assottigliata ad arte, lo saluta
-per nome:
-
-— Buon giorno, babbo Jacopo.
-
-— Buon giorno, figliuolo mio.
-
-— Hai dormito bene, babbo?
-
-— Benissimo, grazie.
-
-La voce infantile tace, ed il signor Jacopo passa oltre, tirandosi
-dietro la più bizzarra creatura che si possa immaginare. È un vecchio
-curvato, assottigliato, rimpicciolito dagli anni, ma tuttavia alto
-più del comune; ha capelli bianchi, cadenti in ciocche arruffate
-sulle spalle, e cammina a piccoli passi saltellanti, sforzandosi
-evidentemente di dare ai suoi modi un'apparenza bambinesca. Il viso
-scolorito e scarno ed il corpo mingherlino lo fanno somigliare ad una
-gigantesca pergamena. — Non domandate la storia di questa pergamena
-vivente. Non chiedete quali avvenimenti ha enumerato il cuore di questo
-uomo in settant'anni. E sono proprio settanta? Poi che egli se n'è
-dimenticato, poi che il suo cuore non invecchia, può essere che la
-canizie mentisca. Se i fanciulli sono prima di tutto creature ingenue
-ed innocenti, mastro Paolo è il miglior fanciullo che noi conosciamo;
-e nessuna volgare considerazione ci tratterrà dal chiamarlo Paoluccio,
-come egli vuol esser chiamato.
-
-Il signor Jacopo e Paoluccio formano un contrasto piuttosto bizzarro,
-come ognuno può immaginare, e nondimeno le molte persone radunate in
-quell'ampia sala non sembrano darsene alcun pensiero, e continuano a
-seguire con raccoglimento le fasi d'una partita di carambola, giocata
-con molto maggior gravità che di solito non se ne richiegga per simile
-occupazione, da due atleti fatti più formidabili dalla rivalità.
-
-Oltre il cerchio compatto che si stringe attorno al biliardo è uno
-spazio vuoto, con panche e tavolini lungo le pareti, e nel mezzo una
-stufa enorme. Qui ritroviamo alcuni volti curvi sopra i giornali della
-vigilia.
-
-— Badi, dice uno levando gli occhi furbi dal giornale, per guardare
-maliziosamente il signor Jacopo e Paoluccio, i quali si scaldano in
-silenzio accanto alla stufa, badi alla faccia di mastro Paolo; che cosa
-ci legge lei?
-
-— Nulla, risponde il vicino spalancando due occhietti grigi attraverso
-i vetri degli occhiali.
-
-— La natura le ha posto gli occhi in fronte per burla... si capisce...
-non fu che un pretesto per farle portare gli occhiali, anzi gli
-occhiali sono un pretesto trovato bene per far credere che gli occhi ce
-li ha.
-
-— Ce li ho, ribatte l'altro, levandosi gravemente gli occhiali e
-passando una mano sugli organi calunniati, come per accertare la cosa.
-
-Il calunniatore sorride in aria compassionevole, e si affretta a
-confortare il suo vicino assicurandogli che ha voluto fare una celia:
-poi ritorna alla prima indagine.
-
-— Crede lei che abbia messo fuori la scarpetta?
-
-L'interrogato si accontenta di ridere fra sè e sè, ma non risponde.
-
-E l'altro insiste:
-
-— Crede lei che ci abbia trovato qualche cosa?
-
-Ma l'interrogato sembra aver paura di arrischiare le sue credenze e
-s'inabissa in una riflessione molto profonda, che minaccia d'essere
-altrettanto lunga.
-
-— A che pensa, reverendo?
-
-A questo titolo che gli ricorda il suo carattere sacro, una mistica
-luce sembra animare il viso del pensatore, il quale immagina di
-rispondere direttamente alla domanda col primo versetto latino
-dell'orazione domenicale.
-
-Questa furberia liturgica non è però molto fortunata e fa una meschina
-figura in faccia al sorriso laicale dell'altro.
-
-— Reverendo, dice costui, è furbo lei!
-
-— Le pare, professore?
-
-— Se mi pare! interrompe cattedraticamente il professore, se mi pare!
-Ma ci è ben altro che mi pare! E prima di tutto ci è che mastro Paolo
-ha messo fuori la scarpetta, un demonio di scarpetta, che se non fosse
-scarpetta potrebbe essere una barca...
-
-— Proprio?
-
-— Proprio.... e contenere una mezza dozzina di barcaiuoli, a due remi,
-in tutto dodici remi, senza contare il timoniere.
-
-— È curioso.
-
-— È vero.... In secondo luogo ci è che la scarpetta deve avergli
-fornito le pasticche di menta per tutto il mese, a masticazione
-continua; ed eccolo appunto che incomincia.
-
-— È vero.
-
-— È curioso.... questo sì, reverendo, è curioso; in tutta la sua
-diocesi lei non incontrerà mai una creatura più curiosa di mastro
-Paolo. Quale stravaganza, con quel paio di carnovali sulla coscienza,
-essersi posto in capo di essere un bambino svezzato da poco!... Oh!
-perchè non addirittura da latte?
-
-Il reverendo sembra meditare sul quesito e trovarlo insolubile; il
-professore continua:
-
-— È proprio una pazzia bizzarra, non è vero? Ma io domando: è mai
-possibile essere pazzi a tal segno? Un gramma di pazzia tutti quanti ce
-l'abbiamo, dobbiamo averlo, questo è in natura, ma o che mastro Paolo
-ne ha invece una tonnellata, o che tutto il suo cervello non pesa più
-di un gramma. Che dico?... ma egli è tutto pazzo, dai capelli bianchi
-fino alla pianta dei piedi, anzi fino alle scarpette... ah! ah! ah!
-
-Messo di buon umore dalla sua arguzia, il professore batte
-amichevolmente sull'omero del reverendo, il quale s'ingegna
-d'associarsi a quell'ilarità per dimostrare la propria gratitudine.
-
-Quando anche avessi in animo di torturare la curiosità dei lettori e
-fare d'ogni capitolo un indovinello, le ciarle del professore Rigoli
-non mi permetterebbero di andare innanzi lungamente senza guastare il
-sistema; ora poichè non si deve farne un mistero, meglio è dire subito
-che ci siamo introdotti nella sala di ricreazione d'un manicomio di
-Milano, e che i personaggi che vi abbiamo incontrato hanno tutti,
-secondo il linguaggio del professore, il loro gramma di pazzia, quando
-non ne hanno una tonnellata.
-
-Il professore Rigoli per altro — ognuno se ne sarà accorto — è uomo
-ragionevolissimo, il che non toglie che egli ami la barzelletta e la
-forma caustica, quando si dimentica d'essere professore. Parla con
-sussiego di molte cose, anche di quelle che non sa, ed in mancanza di
-meglio possiede un silenzio così scientifico, che non ha confronti se
-non nei geroglifici egiziani. Tutto questo suole nel mondo condurre
-a gran cose. Il nostro professore ebbe però la disgrazia di non aver
-saputo coltivare la scienza, senza trascurare la moglie, la quale,
-giovine e bella, incontrò alla prima cantonata un giovinotto, che si
-era fatto un dovere di trascurare la scienza per coltivare le mogli
-degli altri. Avvenne che la scienza rimase fedele al professore, ma
-la moglie no, ed il marito dopo varie peripezie finì coll'innamorarsi
-d'un sistema scientifico capace di mettere la botanica in rivoluzione,
-voglio dire il sistema di «seminare i raggi di sole.» Questa scoperta,
-che doveva spalancargli le porte della gloria, fu dai profani accolta
-con diffidenza e gli aprì tutti gli usci del manicomio.
-
-La partita di carambola è finita, ed il vincitore riceve modestamente
-le felicitazioni della _galleria_, mentre il perdente si conforta
-dandosi dell'asino colla convinzione di un carambolista ragionevole,
-il quale sa di non poter salvare il decoro di giocatore senza questo
-rimedio eroico.
-
-Quasi nello stesso tempo l'orologio del cortile brontola le undici ore.
-La voce nota non si fa mai udire senza che qualcuno dei personaggi
-raccolti nella sala sollevi il capo dal giornale od esca dalla sua
-meditazione per tendere l'orecchio e stare in ascolto molto tempo dopo
-che l'onda sonora si sia smarrita nello spazio; questa volta però non
-una di quelle fisionomie si conturba; sorridono anzi, e le ciancie, un
-istante interrotte, sono ripigliate con maggior ardore, ed i capannelli
-si ingrossano dei più melanconici, che se ne stavano in disparte, ed
-un'allegria meno sospettosa del consueto esala da quelle povere anime.
-
-Si capisce all'insolito pigiarsi l'uno contro l'altro, all'aria di
-affaccendarsi che tutti pongono nel far nulla, che i loro spiriti
-lavorano irrequieti alla prospettiva d'un avvenimento aspettato. Laggiù
-è uno, il quale sfoga la sua impazienza pestando con un certo garbo
-un valzer di Strauss sopra un pianoforte verticale; qui un altro che
-cammina a gran passi fregandosi le mani e sorridendo benignamente ai
-fantasmi del suo pensiero. In verità, il viso più tetro della comitiva
-è quello del guardiano del luogo, il quale, seduto in un canto, sembra
-meditare sulla idea melanconica d'aver conservato la ragione, ed ha
-l'aria di sentirsi umiliato perchè non riesce a darsi saviamente la
-metà dello spasso di quei cervelli malati.
-
-Fra i più impazienti ve n'ha uno a cui viene un'idea luminosa; egli
-esce all'aperto, dà un'occhiata d'intelligenza segreta all'orologio,
-poi rientra contentissimo della sua gherminella... Ecco... battono le
-undici e mezza...
-
-Ancora poche battute di valzer, ancora due ciancie animate, poi
-tutti escono dalla sala, dandosi un contegno grave più che forse
-non si richieda da gente piena d'appetito ed avviata alla mensa; ma
-l'ipocrisia, come tutte le altre scienze della vita, non può pretendere
-nei manicomi ai trionfi che l'accompagnano nel mondo ragionevole.
-
-Nell'attraversare il cortiletto i poveretti sollevano il capo e
-dirigono gli occhi verso uno stesso punto, e fanno un saluto della mano
-colla regolarità di chi obbedisce ad una abitudine, e, prima di sparire
-ad uno ad uno nell'uscio del refettorio, si voltano e spingono il capo
-indietro e sprigionano il più dolce sorriso come per prendere commiato.
-Da chi? Da un'adorabile figurina bionda, da un volto color di rosa, che
-si protende fuor del davanzale d'una finestra poco lontana, inviando
-per l'aria un saluto amichevole.
-
-L'avete udita la sua vocetta d'argento?
-
-— Buon appetito!
-
-Il cuore dei poveretti ha risposto «grazie.»
-
-Sono scomparsi tutti... anche gli occhi della curiosa personcina... Si
-dà in tavola.
-
-Il refettorio è trasformato; sono sparite le note mense, piccole e
-solitarie, disposte in giro per l'ampia sala, ed in loro vece pompeggia
-nel mezzo — proprio in quello spazio vuoto che tanti occhi sogliono
-guardare melanconicamente durante i pasti d'ogni giorno — una lunga
-tavola imbandita con una certa pompa appetitosa. Una mensa sola, una
-sola famiglia! Qual gioia! ciascuno prende posto con un impaccio non
-dissimulato, ma senza disordine; chi ha un amico con cui divide più
-intimamente le sue idee se gli fa accosto senza complimenti; ma in
-fondo non vi ha vero contrasto d'idee fra nessuno, e poi la gioia
-d'essere uniti e di sedere ad un banchetto, avvicina ogni antagonismo —
-l'appetito fa il resto.
-
-Paoluccio è in preda ad una giocondità nervosa, perchè ha notato
-alla prima che la sua posata si è, per l'occasione straordinaria,
-accresciuta di un coltello, un vero coltello a punta rotonda,
-pochissimo tagliente, ma col manico d'ebano e colla sua lama di ferro
-genuino lucente come specchio. Pensate che beatitudine per quella
-povera creatura, e che sorriso infantile fra le sue rughe!
-
-Egli non è però il solo a rallegrarsi, perchè ciascuno dei suoi
-colleghi ha il proprio coltello a punta arrotondata e col manico
-d'ebano, e tutti se ne sono accorti alla prima e ne fanno festa! E come
-non far festa ad una _infrazione del regolamento_?
-
-Però la vigilanza dei guardiani è raddoppiata: è avvenuto molte volte
-che qualcuno degli ospiti del luogo si ostinasse a non trovare di
-suo genio questo mondo e a volersene andare all'altro — e provatevi a
-persuadere del contrario un matto che si ostina!... il minor rischio
-è di buscarvi del matto. I bravi guardiani hanno pensato che, con un
-po' di buona volontà, adoperando molto ingegnosamente, è possibile
-tagliarsi la gola anche con quei coltelli simbolici, ed hanno l'occhio
-a tutto, fuorchè al cuore dei poveretti, dove è scritto a caratteri
-maiuscoli che quest'ora è una delle più belle della loro vita.
-
-Oh! gli eloquenti silenzi delle prime mense! Oh! i sereni preludi
-d'ogni allegro concerto di piatti e di bicchieri!
-
-Quel raccoglimento solenne dura più che non sia costume fra gente
-che ha la testa sana; vi è chi figge gli occhi nel desco e non sa
-distaccarneli; i servitori attendono a mutare le stoviglie e le
-vivande con una specie di premura compassionevole; ogni tanto uno
-dei commensali china il capo sul petto, o muove gli occhi in giro
-lentamente, e dimentica la sua occupazione, e si oscura in volto —
-ma un servitore gli offre del burro fresco o dei sedani... eccolo che
-riattacca il filo e sorride.
-
-Tutta la buona volontà dei guardiani non può fare per altro che,
-cessato il primo impeto di gioia, il banchetto pigli un aspetto grave e
-taciturno.
-
-È permesso a Paoluccio di avere un'opinione sua e d'esporla?
-
-«Ecco... egli pensa che il fritto era eccellente, e che il brodo non
-teme confronti nella cronaca dei brodi dello stabilimento.»
-
-Bravissimo! tutti sono dello stesso parere; il professore Rigoli
-aggiunge anzi con enfasi che la zuppa fu scodellata con soverchia
-parsimonia, e domanda scherzosamente il permesso di far replica; e
-l'ottimo reverendo, che gli sta al fianco, dopo essere stato il primo a
-trovare quell'idea piena di giudizio, si risolve a fare altrettanto.
-
-La conversazione è così posta sopra un terreno che non offre pericoli
-di male intelligenze; l'istintiva diffidenza dei commensali più
-ritrosi scompare, ed un bagliore d'entusiasmo brilla sulla fronte di
-ciascuno. Si esce dal silenzio ad un tratto per cadere nella verbosità;
-si ciancia molto, si scherza spesso e si balbetta qualche volta,
-intendendosi meno che è possibile. — I savi non sanno far meglio.
-
-Un vinello color di rosa circola con una dotta parsimonia, il tanto che
-basti a snodare la lingua ai melanconici, ad imbrogliarla ai parolai.
-
-Vi è uno che ha fatto allusione all'equilibrio europeo, un altro che
-ha rievocato le fasi contrastate della partita di carambola, un terzo
-il quale confida ad alta voce a chi vuol sentirlo il suo occulto
-disegno di bandire una riforma sociale, ed il professore, ghignando
-in disparte, con un fare tra l'olimpico e lo sdegnoso, resiste alla
-superba tentazione di confondere i suoi colleghi coll'esposizione
-particolareggiata del sistema di seminare i raggi di sole.
-
-Ma improvvisamente l'Europa, dimentica della statica, ripiglia col
-rimanente del globo le sue evoluzioni intorno al sole, la partita di
-carambola rientra nel passato, la riforma sociale nell'avvenire, ed il
-professore, tolto alla contemplazione del suo sistema, è il primo ad
-annunziare lo arrosto.
-
-Così, o all'incirca, è del resto degli uomini: mille che disegnano,
-mille che fantasticano, mille che rammentano, mille che sognano, poco
-d'accordo le unità, pochissimo le decine e le centinaia, quasi mai le
-migliaia, ma un pensiero in cima agli altri, ed un sublime accordo in
-quell'immensa discordanza — l'arrosto!
-
-Il desinare volge al termine; il professore trova bella la vita
-e ne fa la confidenza al reverendo, il quale dà prova d'una rara
-perspicacia, aggiungendo che il pranzo era eccellente; Paoluccio si
-è empito le tasche di zuccherini, e babbo Jacopo ha smesso la sua
-aria melanconica, quando improvvisamente apparisce, senza che alcuno
-l'abbia visto venire, un uomo sulla sessantina, di statura alta e
-maestosa, ma benevolo e sorridente, seguito da un ometto rotondo,
-paffutello, biondo, specie di amorino a quarant'anni sonati, non buono,
-a giudicarne dall'aspetto, se non a sorridere perennemente. L'atto
-con cui ciascuno dei commensali risponde alla famigliarità di quei
-due, dice chiaro che essi hanno sopra i disgraziati una dolce autorità
-che ispira gratitudine. In fatti il più vecchio è il direttore, ed il
-più giovane il medico dello stabilimento. Voi non avete visto mai un
-direttore più alla mano, un medico più di buon umore.
-
-Il signor Fulgenzio, sebbene non abbia ancor toccato la sessantina,
-usa chiamare _figliuoli_ i suoi ospiti; i poveretti gliene sono grati,
-e Paoluccio più di tutti. Quanto al rubicondo dottore, è opinione
-incrollabile nel luogo che non vi sia un compagnone ed un amico più
-piacevole di lui. E bisogna vedere com'egli stringe la mano a tutti, e
-come dà del tu, e come ammica furbescamente ai più furbi, quasi a dire:
-«ne abbiamo fatte di belle, noi, eh! chi sa? ne faremo ancora!» Bisogna
-vederlo!
-
-Certo è che la sua dimestichezza gli ha guadagnato la fiducia d'ognuno.
-«Per il dottor Parenti non si hanno segreti; innanzi al dottor Parenti
-non vi devono essere melanconie; questo bisogna farlo per il dottor
-Parenti, e quest'altro per il dottor Parenti.»
-
-Era stato naturalmente il dottor Parenti a mettere in corso questa
-specie di moneta spicciola di aforismi; e siccome egli stesso mostrava
-d'averli in conto di verità di fede, tutti li pigliavano per tali, ed
-il reverendo avrebbe giurato senza scrupoli sul nuovo evangelio.
-
-Il signor Fulgenzio aveva accostato una sedia presso a babbo Jacopo,
-e gli parlava amorosamente; e gli altri lo guardavano colla coda
-dell'occhio, ma senza invidia, perchè babbo Jacopo, avendo intervalli
-di buon umore assai radi o melanconie assai lunghe, sebbene non si
-sapesse null'altro dei fatti suoi, passava per il più sventurato del
-luogo, e la preferenza del direttore era considerata saviamente quello
-che era — un triste privilegio della sventura.
-
-Da qualche tempo il professore Rigoli guarda il soffitto di nascosto;
-lasciatelo fare, non gli manca più che una rima. Eccolo che si alza con
-impeto, solleva il bicchiere come uno che non possa più resistere, e
-getta un altro sguardo al soffitto, dove si deve supporre che abiti la
-musa prepotente e tentatrice.
-
-Ma la maggior parte dei commensali hanno il bicchiere vuoto...
-incomincia... non incomincia... perde il rimario, perde il metro, gli
-si oscura la fronte... occorre un rimedio eroico, parlerà in prosa.
-
-«Io bevo, dice egli, alla salute del nostro eccellente ed amoroso
-padre, del nostro amico dilettissimo, ed auguro che per molti anni
-ancora, questo giorno ci trovi...»
-
-Al professore viene il sospetto che stia per dire una castroneria, ma
-la frase è incominciata, e perciò egli conchiude con un paralogismo
-appena perdonabile ad uno scolaro:
-
-«Questo giorno ci trovi... col cuore pieno degli stessi sentimenti di
-affetto e di riconoscenza verso il nostro eccellente ed amoroso padre
-ed il nostro amico dilettissimo.»
-
-— Evviva! gridano i commensali — e l'altro prosegue:
-
-«Possa la memoria di questo giorno non cancellarsi mai, come non si
-cancellano i raggi del sole che tramonteranno nell'altro emisfero per
-ritornare domani splendidi come prima.»
-
-Il professore sorride non solo in qualità di poeta contento della
-similitudine, ma come scienziato, che con due paroline ha messo il
-suo prossimo alle porte di un edifizio scientifico, in cui egli fa da
-padrone.
-
-Il dottor Parenti se ne accorge, indovina pure che il brindisi ha
-bisogno di essere interrotto, e corre a stringere la mano all'oratore
-colla sua maggior serietà.
-
-Il primo a ridere è il professore; non per nulla si ha dello spirito!
-
- . . . . . . .
-
-Quando siamo felici, la terra ci fugge sotto i piedi; ecco, è il
-meriggio.... ecco, è il tramonto, è la notte.
-
-Svaniscono i giocondi fantasmi, il pensiero si abbruna, i commensali si
-guardano l'un l'altro freddamente... «È finito!»
-
-Non è finito — si apparecchia il focolare; entro un enorme camino che
-non si accende mai, si butta una gran catasta di legna secca, e tosto
-cento lingue di fuoco si fanno beffa della stufa enorme. Che splendida
-rivincita!
-
-Quanto dura il bagliore della prima fiammata, il cuore dei poveretti
-batte più forte, ma la seconda non ha la stessa virtù; l'abitudine è
-nemica d'ogni nuova gioia.
-
-Alle ciance un istante riprese con ardore, succede un silenzio
-profondo; i più felici si addormentano, gli altri si rincantucciano o
-leggono i caratteri che si disegnano nelle brage, o tendono l'orecchio
-alle parole misteriose mormorate dalla fiamma.
-
-Quanta vita in quel silenzio, quanta melanconia in quei quattro tizzoni
-che si consumano splendidamente!
-
-A poco a poco il silenzio e la melanconia si abbarbicano, diventano
-i padroni del luogo, la fiamma si ripiega sopra sè stessa, i tizzi
-rotolano, e la bragia si scolorisce sotto la cenere — ma chi vi pone
-mente? Ognuno ha l'occhio ad un proprio focolare, ne vede la fiamma
-viva, ricerca sotto le ceneri la bragia ardente, e interroga volti
-assenti che gli sorridono.
-
-È tardi... invano l'orologio ha fatto l'appello molte volte; non
-gli si dà ascolto; Paoluccio si è addormentato appoggiando la testa
-all'omero di babbo Jacopo, il quale guarda tristamente nel vuoto, ed il
-professore singhiozza in un canto.
-
-Tutta la vacua dimenticanza di quei cervelli è scomparsa, quella
-melanconia ha un significato: è un dolore, è una gioia, è una casa, è
-una famiglia che riappare nell'ombra; quel giorno di Natale ne ha fatto
-rivivere un altro, un altro, un altro...
-
-
-
-
-II.
-
-MOLTE COSE IN UNA CHICCHERA DI TÈ.
-
-
-Che casa allegra quella del dottor Parenti! Di giorno la luce vi fa
-galleria; il sole ci si tuffa entro dal primo mattino e non se ne va
-se non poche ore innanzi il tramonto, quasi a malincuore, e quando
-scompare dietro i tetti della casa dirimpetto, sembra che, rizzandosi
-sulle punte dei piedi, si tenga un istante appeso ai comignoli per
-darle un'ultima occhiata. Che casa allegra quella del dottor Parenti!
-Domandate a quei canarini perchè cinguettino con tanto gusto e perchè
-scuotano le testine con tanta spensieratezza entro i fili di ferro
-della gabbia. Ed a quel micio bianco che russa saporitamente sopra
-una seggiola, perchè ogni tanto socchiuda gli occhi ed ammicchi tra
-il furbesco e l'indolente ai suoi compagni ciarlieri. Osservate come
-tutto è in ordine, come ogni oggetto sa la sua parte a memoria, e che
-disciplina e che nettezza! A chi obbedisce tutto ciò? Qual è la fata
-che prepara l'incantesimo?
-
-Il dottor Parenti no certo; egli fa le sue faccende, cura i suoi
-ammalati, e tutta la malìa si compie durante la sua assenza. Quando
-è di ritorno batte le mani e si stringe al seno la fata della sua
-casa, la qual fata è una faterella di quindici anni, bionda, con
-due grand'occhi color della pervinca, con un corpicino snello ed
-irrequieto, ed un visino incarnato e sorridente — un bocciuolo di rosa
-che si chiama Olimpia, amica dei pazzerelli, fedele all'amore della sua
-bambola.
-
-Che casa allegra quella del dottor Parenti! Quand'è la notte, non
-importa che sia la notte; d'estate ci è la terrazzina, in cui si
-annodano le ciance guardando le stelle; d'inverno il focolare, innanzi
-al quale si sta così bene in due. Le ombre che si allungano nella
-stanza, sono ombre note e non danno la melanconia, i canarini dormono,
-il micio si aggomitola accanto al fuoco, ed una bella lampada con un
-globo disegnato di figurine chinesi manda una certa luce gioconda che
-fa allegria. La neve che scende di fuori guarda curiosamente attraverso
-i vetri quella scena di pace e vuol la sua parte dei riflessi rossigni
-del focolare allegro.
-
-A questo punto il signor Fulgenzio si guarda intorno, come timoroso che
-si abbia potuto leggergli nella mente, e rassicurato dalle apparenze,
-conchiude le sue fantasie con un lungo sospiro, che ha tutta l'aria di
-ripetere:
-
-«Che casa allegra quella del dottor Parenti!»
-
-Ma non per nulla il dottor Parenti porta in fronte due occhietti
-scintillanti; ci si vede chiaro con quei lampioncini; e se ti fidi al
-risolino da spensierato che gli socchiude le labbra o credi la felicità
-mal'accorta, metti il tuo cuore allo scoperto.
-
-Il signor Fulgenzio immagina di aver sospirato al sicuro, e che i due
-compagni, durante il breve monologo del suo pensiero, fossero così
-intenti ad amarsi da non badare più al prossimo; ma egli non ha ancora
-ripreso fiato coll'intenzione di ricominciare, quando sente due manine
-intorno al collo, e si vede un volto d'una bellezza quasi infantile
-dinanzi, così vicino, così vicino, che è impossibile resistere alla
-tentazione.... Un bacio, un bel bacio, uno di quelli che ricacciano
-indietro un reggimento di sospiri; il dottor Parenti accosta la sedia
-al focolare, Olimpia si curva dinanzi ai tizzoni e li ricompone, e ci
-soffia entro perchè mandino una bella fiammata, ed eccoli tutti e tre
-serrati l'un contro l'altro.
-
-Ma non si dice verbo; chi sarà primo a rompere un silenzio, in cui
-hanno parte il cuore ed il cervello, con una frase vuota e menzognera?
-
-Olimpia non ha siffatti scrupoli.
-
-— Babbo, dice ella con una vocetta che pare il tintinnio d'un
-campanello, il Natale sta per passare, e per poco non ce ne avvediamo,
-manca un'ora alla mezzanotte; chi sa che cosa fanno in questo momento i
-miei pazzerelli?
-
-— I tuoi pazzerelli fanno come la tua bambola, dormono, risponde il
-dottor Parenti, e tu da un pezzo dovresti fare come i tuoi pazzerelli e
-come la tua bambola.
-
-Ma Olimpia crolla la testa con molta gravità e ripete che il Natale
-bisogna finirlo come si è incominciato, allegramente, e per aggiungere
-in qualche modo il fatto alle parole dà un balzo e tira il cordone del
-campanello, che fa udire da lontano la sua voce festosa. Subito dopo si
-sente un passo strascicato, ed apparisce nel vano della porta una donna
-enorme portando un enorme vassoio con sopra quattro chicchere ed un
-enorme bricco di tè.
-
-Quel donnone si chiamava Simplicia, ma fa ribattezzato Semplicetta, e
-non si sa proprio perchè, essendo che di semplice non ha che il nome,
-ed incominciando dal suo corpo, in cui è la materia prima per due
-Semplicette, anche non semplicissime, fino alle rotondità carnose che
-le incorniciano il mento, essa ha tutto doppio.
-
-La maniera grave e composta con cui porta il vassoio e lo posa sulla
-tavola, fa uscire Olimpia in una risata, a cui fa eco il dottor Parenti
-e di rimbalzo la stessa Semplicetta, la quale non ha la debolezza di
-lasciarsi sgominare da checchessia.
-
-Ma perchè quattro chicchere invece di tre?
-
-Per la bambola?
-
-Chi avesse fatto questa domanda ad Olimpia l'avrebbe posta
-evidentemente in imbarazzo: infatti ella scosta una chicchera, e
-cerca di nasconderla, senza riuscirvi così presto che il signor
-Fulgenzio non se ne avveda. Si capisce: in quattro si doveva tentare il
-prosciugamento di quell'oceano di tè. Ma che cosa trattiene l'assente?
-
-Nessuno ne fiata parola, ed il signor Fulgenzio, che ha nascosto un
-istante la fronte fra le mani, la rialza colle rughe non del tutto
-spianate per ricevere dall'amabile padrona di casa la sua chicchera.
-Niente di meglio d'una tazza di tè molto caldo per nascondere i moti
-dell'animo; il signor Fulgenzio ci soffia entro a pieni polmoni la
-sua commozione, ed il dottor Parenti fa altrettanto per non mostrare
-di avvedersene. La sola Olimpia nel mescere il latte caldo non sa
-trattenere un tremito delle mani, e Semplicetta, che in fondo capisce
-le cose a volo, guarda la quarta chicchera rimasta vuota, come
-minacciando di schiacciarla con tutto il proprio peso.
-
-La cerimonia del tè, che doveva essere lietissima, riesce invece
-freddina; checchè facciano i tre amici non riescono a riattaccare
-il filo del buon umore, a dopo una mezz'ora misurata a monosillabi,
-Olimpia dà la buona notte all'amico, si butta nelle braccia del babbo e
-se ne va a letto.
-
-Non appena la bionda creatura ha passato l'uscio, il signor Fulgenzio
-balza dalla sedia e si dà a camminare a gran passi.
-
-Il dottor Parenti sa il fatto suo e lascia che si ammorzi il primo
-impeto; si china intanto a frugare attentamente nella cenere senza
-sperare di trovarvi nulla di buono. Dopo aver fatto una mezza dozzina
-di giri per la stanza, l'altro infatti ricade sulla seggiola lasciata
-vuota poc'anzi, proprio nel momento in cui il dottore rialza il capo
-non cessando di brandire la paletta.
-
-— Non mi dirai più che quello scapestrato in fondo ha del cuore!
-
-Il dottor Parenti veramente non aveva mai detto nulla, ma siccome
-egli sa che tutti sono eguali in faccia alla fisiologia, scapestrati e
-timorati di Dio, non esita a fare una crollatina di capo, come a dire
-che avrebbe intenzione di sostenerlo ancora.
-
-Ma il vecchio direttore non bada al gesto o non lo capisce, e fissa gli
-occhi tristamente nei carboni; il dottore tira più vicino la sua sedia,
-si gratta il rovescio della mano in forma di esordio, poi domanda, col
-tono di chi entra addirittura in materia:
-
-— Che cosa ne è di tuo figlio?
-
-Questa parola sembra risonare duramente nel seno del vecchio, il quale
-tentenna il capo in atto di profonda amarezza e non risponde.
-
-— Che cosa ne è di Mario? ripete dolcemente l'altro.
-
-— E lo so io? Non sono forse l'ultimo a saperle io lo cose di _mio
-figlio_?
-
-Il dottore concede un minuto di silenzio al risentimento dell'amico,
-poi soggiunge lentamente e dando alla sua voce un'espressione quasi
-carezzevole:
-
-— Forse tu sei troppo severo con lui!
-
-— Severo! Non ha sempre fatto quello che ha voluto? ho io mai cercato
-di sostituire il mio volere al suo? e non si serve appunto della
-sconfinata libertà che gli ho dato per affannare la mia vecchiaia?
-
-E siccome il dottore non lo interrompe subito, egli aggiunge con
-accento più sereno:
-
-— Sai tu dirmi perchè, invece di passare la notte di Natale con noi, se
-n'è andato fuori di casa subito dopo il desinare e non si è più visto?
-È cuore questo? È affetto? È gratitudine, domando io, è gratitudine?
-
-E il povero padre tormenta colle molle i tizzoni che levano miriadi di
-scintille.
-
-— Mario non ha che ventidue anni...
-
-— Gli ho avuti anch'io ventidue anni e so come si ama a quell'età! Ma
-stolto chi ne ha sessanta sonati e non ha ancora imparato a conoscere
-gli uomini, o quando gli ha conosciuti una volta, non ha saputo
-odiarli, ed ha preferito starsene solo per continuare ad amarli. Che
-bisogno avevo io di conchiudere la mia vita da scapolo con qualche
-opera meritoria, come se il vivere in questo mondo di egoisti non fosse
-già un'opera meritoria? Mi sono dato una famiglia di disgraziati;
-doveva bastarmi.... Ma mi venne lo sciocco appetito di far qualcuno
-felice, e pensai a darmi un figlio... Ho creduto che un estraneo non
-dovesse più rimanere tale in faccia al beneficio e che la riconoscenza
-potesse mutarsi in amore. Dovevo aspettarmelo: ho voluto domare
-l'egoismo d'un mio simile, e la belva mansuefatta, invece di pigliare
-le sembianze dell'ipocrisia, ha preso quelle dell'ingratitudine. Ciò fa
-più male, ma è più schietto; non è vero che è più schietto?
-
-L'insistenza della domanda è di quelle che non vogliono risposta; il
-dottore infatti se la cava cacciando tre o quattro volte la paletta
-nella cenere in modo da lasciarvi l'impronta. Il vecchio intende quel
-linguaggio a modo suo, ed aggiunge:
-
-— So che cosa mi vuoi dire, non proseguire.
-
-Nulla di più facile per il dottor Parenti, il quale presta l'orecchio
-attento e curioso.
-
-— So che la mia vita manca di logica; che dopo aver dubitato di
-tutto ero in obbligo di tirar dritto fino all'ultimo, e che, avendo
-rinunziato alla famiglia, dovevo andare incontro senza paure alla
-solitudine della vecchiaia; ho sbagliato; un barbone od un bracco, che
-avrei battezzato Melampo od Azor, era il fatto mio meglio di un animale
-della umana specie a cui ho dato il mio nome. Non è così?
-
-— È così. E se a quel tempo io fossi stato in età di dare consigli e
-tu me n'avessi chiesto uno, avrei dato il mio voto a Melampo, come alla
-sola creatura riconoscente che respiri sulla crosta del globo.
-
-L'enfasi che il dottore pone in queste parole, lascia evidentemente
-incredulo il suo compagno, il quale, dopo breve titubanza, fa una
-professione di fede, che in fondo non è se non una domanda.
-
-— Il cielo mi guardi dallo sfrondare le illusioni di chicchessia; beato
-te se potessi credere alla riconoscenza degli uomini come vi ho creduto
-io alla tua età!
-
-— Io non vi ho mai creduto, risponde l'altro senza batter ciglio.
-
-E siccome il vecchio insiste collo sguardo, egli aggiunge collo stesso
-accento pacato: «La colpa non è però dei beneficati.»
-
-— No, ma del benefizio.
-
-— O dei benefattori...
-
-Il signor Fulgenzio non pare comprendere, e lascia dire.
-
-— Il beneficio, com'è inteso dai più, è il capitale che si vuole
-impiegare ad usura; nella massima parte dei casi il meccanismo di
-un'opera buona si spiega così: uno che spende parte del suo superfluo a
-comprare l'indipendenza d'uno che non ha il necessario. Tutti i quesiti
-possono ridursi a quest'unica formula.
-
-— E chi facesse il bene per la sola soddisfazione di farlo?
-
-— A costui basterebbe la sola soddisfazione d'averlo fatto; ma è
-un'eccezione. La regola è l'usura. Ora il beneficio strozzino fa la
-riconoscenza bancarottiera.
-
-— Spiegati meglio.
-
-— Mi spiego meglio. A rigor di logica la riconoscenza comprende averi,
-vita, pensieri, opere, parole, libertà e coscienza. Con pochi spiccioli
-in moneta di beneficio si vorrebbe assicurarsi un canone perpetuo in
-moneta di gratitudine. Il balzello è così grave ed uggioso, che la più
-spiccia è non pagarlo. E si fa bancarotta.
-
-Il vecchio non dice parola. Quel silenzio sembra pesare sull'animo del
-dottore, il quale prosegue a dire, come pentito della sua franchezza:
-
-— Parlo della maggior parte dei benefattori, ma vi possono essere
-eccezioni.
-
-— Lascia le eccezioni, interrompe bruscamente il vecchio direttore,
-e conchiudi la tua regola, e di' pure, poi che lo pensi, che
-l'ingratitudine è l'assenza d'un vizio, anzi una virtù; che per aver
-cuore aperto alla riconoscenza conviene essere nati a servire, deboli
-e pieghevoli come il giunco; che le umane querce debbono ribellarsi
-alla schiavitù del benefizio e trovar la forza di mostrarsi liberamente
-ingrate. Via, di' tutto questo, poi che lo pensi.
-
-Il dottore prosegue pacato:
-
-— Io penso che la riconoscenza non esiste, e non dico che sia bene
-o male: esistono solo i benefattori ed i beneficati; uomini che col
-benefizio credono di aver comprato un loro simile, ed uomini che
-hanno in conto di prestito il benefizio ricevuto. I cattivi debitori
-ti vedrebbero agonizzare e ti lascerebbero morire professandotisi
-eternamente _grati_; i buoni smaniano aspettando un'occasione che non
-viene, molto più beneficati se tu porgi loro maniera di saldare il
-primo debito, capitale ed interessi.
-
-— Costoro non sono riconoscenti meglio degli altri.
-
-— I poveretti credono d'esserlo.... e bisogna compatirli perchè sono in
-buona fede...
-
-— Io non vorrei altro che un po' d'affetto!
-
-— Una bagattella! Lo comprendo, ma la cosa è impossibile. Il beneficio
-si misura a soldi ed a centesimi e la riconoscenza pure: ma la
-moneta del cuore non ha prezzo. Di gente oppressa sotto il peso della
-gratitudine, pronta a buttarsi nel fuoco per il benefattore pur di
-sottrarsi a quel fardello, ne ho conosciuta....
-
-Che sta per aggiungere il dottor Parenti?
-
-Fortunatamente il suo vecchio amico lo interrompe.
-
-— Mario forse?
-
-— Non parlo di Mario, io non lo conosco abbastanza.
-
-Perchè il signor Fulgenzio non risponde? E perchè abbandona ancora
-il capo fra le mani, e guarda attraverso le dita, attonito, i tizzoni
-fumiganti nel caminetto?
-
-Per un momento il silenzio non è rotto che dal respiro sommesso dei due
-amici. Alla fine il vecchio solleva il capo, fissa gli occhi in volto
-al compagno e dice con un filo di voce:
-
-— Lo conosco io meglio di te? Mi chiama suo padre, ma io sono rimasto
-per lui un estraneo. So io come pensa, come sente?
-
-— Forse non ti sei preso la briga d'indovinarlo, arrischia a dire il
-dottore.
-
-— L'ho creduto dieci volte, e mi sono ingannato sempre; sapendo che
-egli non mi avrebbe aperto l'animo suo, ho cercato d'imparare a leggere
-in quel libro chiuso. Quante vie non ho tentato per arrivargli al
-cuore, senza che egli se ne avvedesse? Tutto inutile. Le sue abitudini
-all'Università di Pavia mi sono note. Non ci ho nulla a ridire. Ha
-studiato, studia, avrà presto finito il suo corso con onore; non ne
-so altro. L'ho visto dalla spensieratezza arrendevole dell'adolescenza
-passare un po' per volta alla calma, alla riflessione, alla melanconia,
-ed irrigidirsi, e farsi contegnoso e severo; da qualche tempo quella
-melanconia è divenuta tetraggine, e i suoi modi hanno preso una
-dolcezza di gelo che mi fa male al cuore. Il disgraziato è quasi
-riuscito a convincermi ch'io ho commesso una cattiva azione e ch'egli è
-la mia vittima.
-
-L'affanno del vecchio è cresciuto man mano, e le ultime sue parole sono
-rotte dal singhiozzo.
-
-Il dottor Parenti non sa più come tenersi, quando l'orologio batte le
-dodici ore.
-
-A quel suono il povero padre si pianta un istante ritto ed immobile,
-come a far prova della sua saldezza, porge la mano all'amico e se ne va
-augurando la buona notte.
-
-— Buona notte, dice il dottore accompagnandolo fin sull'uscio; e finchè
-si ode il rumore dei passi che scendono la scalinata, egli non si muove
-dal pianerottolo, e ripete ancora una volta: «Buona notte.»
-
-Oh! i tristi pensieri che accompagnano il vecchio fra le vuote pareti
-della sua casa! giunto sulla soglia si guarda intorno stando in
-ascolto; un lumicino col lucignolo carbonizzato arde in un canto, il
-servitore russa sopra una seggiola! Oimè! a qual notte fitta fa pensare
-quella agonia di luce, di qual silenzio profondo è l'immagine quel
-sonno!
-
-Al rumore dei passi il servo si rizza ancora dormente sulla sedia.
-
-— Sono io, Tomaso.
-
-— Scusi, credevo che fosse il signor Mario.
-
-— Non è ancora rientrato mio figlio?
-
-— Nossignore... almeno... mi pare...
-
-Il signor Fulgenzio non dice parola, attraversa le stanze silenziose e
-deserte e muove dritto alla camera di suo figlio. Non vi è nessuno...
-Il vecchio sta un momento immobile a guardare le pareti, il tavolino,
-il letticciuolo, come se vegga tutto ciò per la prima volta, mentre
-Tomaso tiene alti i lumi lottando vigorosamente col sonno.
-
-— Quando mio figlio ritornerà, gli dirai che dormo.
-
-— Non vuole che l'aiuti a spogliarsi?
-
-— Farò da me.
-
-Senza aggiungere parola, il povero padre prende un lume dalle mani del
-servo e se ne va nelle sue camere.
-
-Proprio in quel momento il dottor Parenti, dopo aver dato di catenaccio
-alle porte ed origliato all'uscio della camera della figliuola per
-udirne la respirazione tranquilla, passa col lume in mano dinanzi alla
-gabbia dei canarini; uno dei quali si sveglia, batte le alucce e dà un
-moto di altalena al cerchio in cui è accoccolato.
-
-— È Piccolino, pensa il dottore, e dice forte: «Addio, Piccolino.»
-
-Che casa allegra quella del dottor Parenti!
-
-
-
-
-III.
-
-LA FAMIGLIA DEL MAESTRO DI SCUOLA.
-
-
-Mi si permetta di nascondere dietro la prima lettera dell'alfabeto il
-nome del paese in cui stiamo per recarci — si sa che un narratore può
-avere cento ottime ragioni per celare il _teatro_ degli avvenimenti
-che narra. Per arrivarvi la via non è lunga; si esce da una porta,
-si infila una strada fiancheggiata di olmi, si fanno tre chilometri
-in linea retta, si volta a mancina, e poi a diritta, e poi di nuovo a
-mancina, altri due chilometri in tutto, e si è nel bel mezzo di A...,
-frazione di B..., mandamento di C..., provincia di Milano.
-
-La chiesuola e la casa comunale si guardano faccia a faccia, alle due
-estremità d'una larga piazza, tagliata in due dalla strada _maestra_ ed
-unica, che incomincia con un filare di gelsi e finisce con un filare
-di gelsi. A cinquanta passi fuor dell'abitato dei vivi è l'abitato
-dei morti: un campicello quadrato, con un muricciuolo di cinta assai
-meglio intonacato degli edifizi del paese; con una cancellata di ferro
-all'ingresso ed il suo _Memento_ che i latinisti del luogo traducono
-in volgare di generazione in generazione. All'estremo punto del paese,
-in una casetta color di rosa, che pare voglia prendere la via dei
-campi, penzola un'insegna con un'altra scritta che non ha bisogno
-d'interpreti: _Vino buono_, e in faccia, sopra una porticina stretta,
-come ha fama d'esservene una in paradiso, un'altra scritta: _Scuola
-comunale_. Tutti gli edifizi si rassomigliano, e paiono rachitici
-e sciancati, posti in fila per una rassegna burlesca; sporgono il
-ventre, barcollano sulle gambe e si tengono in piedi raccomandandosi
-all'intercessione dei Santi del territorio. In sostanza il paese di
-A.... non ha aspetto molto leggiadro. Quando il sole entra nella via
-maestra vi passa solo un paio d'ore melanconiche, non vi trovando
-nulla che faccia festa ai suoi raggi. Le finestre non hanno vetri, e
-sono invece coperte di fogli di carta, che il più delle volte hanno
-già servito agli esercizi calligrafici dei _letterati_ del paese. È
-impossibile trovare un metodo più economico per impedire alla luce di
-entrare; l'ospitalità è meglio intesa per gli altri elementi: il vento
-e la pioggia vi fanno da padroni; anzi, quando piove accompagnato da
-vento, i più accorti spalancano addirittura le finestre.
-
-La campagna circostante non è molto più allegra; sempre filari di
-gelsi, che nella bella stagione incorniciano campi di grano turco;
-qua e là un olmo che deve aver côlto un momento di distrazione del
-proprietario per nascere, e si è poi ingegnato di campare la vita
-contorcendosi e piegandosi per non levar troppo alto il capo ed avere
-il meglio possibile l'aria d'un gelso.
-
-Tutto ciò non toglie che, quando alla domenica un merciaiuolo della
-città giunge ad A.... colla sua famiglia, per domandare all'_Osteria
-della Salute_ un po' di oblio delle noie della _capitale_, non trovi
-nel paese la beata semplicità rusticana che innamora, ed un certo
-aspetto di benessere bonario che fa bene al sangue. Per la semplicità
-rusticana ci sto anch'io, ma per il benessere dico che l'ottimo padre
-di famiglia confonde il paese di A... coll'_Osteria della Salute_, in
-cui veramente si trova del _vino buono_ che fa bene al sangue.
-
-Nel momento in cui abbiamo posto il piede nel paesello il sole se
-n'è andato, e qualche finestra comincia ad illuminarsi. Non vi è
-persona sulla via, e la neve che imbianca i tetti, ricama gli alberi,
-si appende ai muri screpolati, e si ammucchia nel mezzo della via,
-lasciando solo ai due lati un picciol passo fangoso, cresce la
-tristezza di quest'ora melanconica.
-
-Pure anche qui è gente felice, vecchi che tentennano il capo e
-sorridono alle baldanze giovanili, fanciulli che schiamazzano, madri
-che fanno peggio per correggerli; e stamane dopo la messa avresti
-potuto vedere una dozzina di giovinette colle guance vermiglie farsi
-più vermiglie vedendosi adocchiate, e raccogliersi ridendo forte, e
-sparpagliarsi ridendo più forte; ed il sindaco far gli augurii al
-curato, ed il curato raccomandare a Dio il sindaco, ed il vecchio
-maestro di scuola salutato dai suoi piccoli allievi irriconoscibili
-colla vesticciuola delle feste, e l'oste della _Salute_, roseo come
-la sua osteria, con un sorriso cordiale appeso sulle labbra come
-un'insegna, su cui anche i più mal pratici leggevano: _Vino buono_.
-Tutti avevano un'allegria inconsueta sul volto, una patriarcale
-arrendevolezza di modi, e si separavano stringendosi la mano, e si
-salutavano per nome incontrandosi, e gli augurî s'incrociavano: «Buon
-Natale!»
-
-Ora tutto tace, poichè la gioia, in campagna come in città, quanto è
-più schietta e meno schiamazza e più si nasconde; la via è deserta,
-l'orizzonte s'oscura, e ad una ad una le finestre aprono gli occhi
-a guardare nelle tenebre. Oh! chi sapesse leggere ora gli sgorbii
-calligrafici degli antenati che dormono nel cimitero!
-
-Ingegniamoci di passare attraverso la fessura, che serve d'ingresso
-alla _scuola comunale_.
-
-È un ampio rettangolo a terreno, con tre finestroni che mettono nella
-via, colle pareti tappezzate di lavagne e di carte geografiche, col
-soffitto a travicelli ed il pavimento di mattoni.
-
-In un capo del rettangolo è qualche cosa che, dovendo raffigurare una
-cattedra, ha il diritto di non assomigliare punto ad un tavolino, ma
-ne approfitta male, e dietro di essa una vecchia sedia a bracciuoli
-coperta di cuoio che fu verde in una età molto remota, ma che ora tira
-al nero. In faccia a quel simulacro di cattedra tre file di panche.
-
-Queste panche hanno una leggenda. Da tempo immemorabile i naturali
-di A.... vanno alla scuola per imparare a leggere, scrivere e far di
-conto; quando credono di essere abbastanza approfonditi nei tre rami
-dello scibile, incidono il loro nome sul _posto_ che hanno occupato
-e non ci tornano più. A forza di incisioni di tal natura le tre file
-di panche hanno l'aria di reliquie, le quali non stiano al mondo se
-non per dichiarare quanto si può togliere di panca ad una panca, senza
-farle smarrire la sua natura. A lato delle panche l'ammattonato è roso
-per lo lungo dai passi del maestro, ed in fondo al rettangolo, di
-rimpetto al seggio magistrale, sorge un ampio camino, la cui foggia
-patriarcale rammenta il primitivo ufficio del luogo. Non è raro che
-nell'inverno vi si veda al fuoco una pentola, ma è rarissimo vedervene
-due. Per compiere la descrizione della scuola comunale di A... conviene
-dire che le vetrate dei finestroni sono fatte di piccoli vetri genuini,
-limpidissimi, quasi tutti intatti, e che solo ogni tanto, per non
-dare agli studiosi una cattiva idea dell'amministrazione della cosa
-pubblica, quel lusso è opportunamente temperato a spese del Comune, da
-fogli di carta oleata che sostituiscono mano mano i vetri che vengono a
-mancare. Il signor maestro ha fatto il calcolo aritmetico che, durando
-la proporzione, occorrono ancora dieci anni perchè tutti i vetri
-di vetro diventino vetri di carta, e siccome egli ha già passato la
-settantina, si conforta e dice sospirando che non vedrà quel giorno.
-
-Il signor maestro si chiama propriamente Ciro Neri, ma non è chiamato
-in paese altrimenti che _signor maestro_. Eccolo là, nella sua scranna
-di cuoio, accanto al focolare, in cui scoppiettano alcuni tizzoni che
-non vogliono ardere, colla fronte serena, cogli occhietti scintillanti,
-coi pomelli delle gote arrossati dal calore — una bella testa
-espressiva lieta della sua bella cornice di capelli bianchi.
-
-— Maestro, dice una voce di donna che viene dall'ombra, ti sei accorto?
-
-L'interrogato esce con un sussulto dalla sua beata fantasticheria, e
-non sapendo che rispondere, si frega le mani.
-
-— Nessuno mi toglie dal capo, prosegue la voce, che essa ci nasconde
-qualche affanno. Non pare anche a te?
-
-— Qualche affanno! E quale affanno, Teresa mia?
-
-— Teresa mia! L'ho da saper io! L'ho da saper io che non so nulla! Lo
-domando a te, a te che leggi nei libri, che da quella pancaccia parli
-come fa il curato dal pulpito. Via, dimmelo tu che cosa ha la nostra
-Donnina.
-
-— La nostra creatura ha qualche cosa, ed io non me ne sono accorto!
-esclama il povero vecchio sbigottito.
-
-— Se non te ne sei accorto, è perchè te ne vivi nelle nuvolo, coi tuoi
-_a_, e coi tuoi _b_ e coi tuoi numeri. Tu pensi solo a quella frotta
-di biricchini che ti mettono a soqquadro la casa; e lasci che la tua
-vecchia compagna, finchè le rimane un occhio, lo consumi a vederci per
-due. La non può durare.
-
-La donna che così parla a poco a poco è uscita dall'ombra, ed a queste
-ultime parole si è rizzata in tutta la sua lunghezza, che non è gran
-cosa, ed è venuta dinanzi al focolare.
-
-— E che vuoi ch'io faccia! osserva dolcemente maestro Ciro.
-
-— Nulla... nulla, balbetta la vecchierella sconcertata da tanta
-arrendevolezza, non dico che tu debba occuparti della cucina e della
-dispensa... sono cose che non danno molto da fare neppure a me... e tu
-hai altro... hai di meglio, lo so, ti dico che lo so; ma mi stupisco
-che non ti sia accorto che Donnina tutto ieri e tutt'oggi è più mesta
-del solito.
-
-— Oggi non mi pare; mi è venuta incontro sorridendo, mi ha dato un
-bacio; piuttosto, mi ci fai pensare, ieri non volle che io facessi
-scuola ai piccoli, volle fare essa la mia parte e finì col dare _brevis
-letio_.
-
-— E gli ho sentiti, quei piccoli rompicolli, a dir «grazie!...» ma non
-diranno così i parenti, nè il sindaco...
-
-— L'ho pensato anch'io... noi siamo pagati per fare la scuola...
-
-— Siamo pagati! Bella paga davvero! Seicento lire ogni anno per
-insegnare tutti i tuoi _a_ e b, e le aste, ed i numeri, e cento altre
-cose ad un paio di dozzine di mariuoli...
-
-Il signor maestro non può udire gli epiteti che la degna consorte
-regala ai suoi allievi senza sentirsi ferito nel vivo; la signora
-Teresa se ne avvede, e leva gli occhi al cielo.
-
-— Che cuore ha questo sant'uomo! Per me già non gli amo niente affatto
-quei... disgraziati che ti fan perdere il capo...
-
-— È il mio mestiere...
-
-— Mestiere! non posso sentirti a dire così. Si provino a trovarne un
-altro che sappia quello che sai tu, ed insegni ai loro figli tutto ciò
-che tu insegni; si provino se sono buoni!
-
-Maestro Ciro pensa modestamente che _essi_ ne troverebbero cento, ma si
-accontenta di dire:
-
-— Io sono vecchio; vi è chi crede che un giovine farebbe meglio la
-scuola.
-
-— E lo dica costui! Lo venga a dire a me! Un giovine! vuoi dire un
-fanciullone; non sei forse giovine tu? Non hai quattro buoni anni meno
-di me, e ti pare che sia tanto vecchia, io?
-
-Così dicendo l'impetuosa signora Teresa drizza tutto il suo sistema
-osseo con un moto risoluto ed imprime ai muscoli delle braccia un
-movimento ondulatorio che le dà una bizzarra energia.
-
-— Tu dicevi che Donnina... interrompe il marito.
-
-— Donnina ha qualche cosa per la testa; ci scommetto; ma appena torna
-la piglio io in disparte e mi ha da confessare tutto; così non la può
-durare...
-
-— Non è che da ieri, tu dici...
-
-— Ha già durato troppo... Mi deve sentire!... Eccola.
-
-Il signor maestro si frega le mani con nuovo ardore e sorride, o la
-irascibile signora Teresa sparisce nell'ombra senza aggiunger verbo.
-
-Eccola! Al passo leggiero, al fruscio dell'abito, a quel misterioso
-fascino che la precede, non si può ingannarsi; è dessa — l'angiolo
-della casa.
-
-È una giovinetta di diciotto anni, alta di statura, con un visino
-pallido e due grandi occhi profondi, serena la fronte, lo sguardo, il
-sorriso, il portamento — serena, ma mesta. Da tutta la sua persona
-spira qualche cosa di misteriosamente leggiadro; i lineamenti del
-suo volto sono pur belli, più bella è l'anima che vi si riflette
-limpidamente. Un'anima mite, ingenua, soave, pieghevole, ma non
-debole nè timida — serena. La stessa mestizia non pare conturbarla;
-approfondisce vieppiù il suo sguardo, cancella il suo sorriso, non le
-oscura la fronte. Quand'era bambina ed abitava il paese di S... vi fu
-chi le trovò una certa somiglianza con la madonna della parrocchia;
-non ci volle altro perchè il vicinato, accertata la cosa, desse alla
-fanciulla il nome di Madonnina; ma il curato lo seppe, parlò dal
-pulpito contro i sacrilegi, ed ottenne che Madonnina fosse troncato in
-Donnina. Siccome quest'ultimo battesimo aveva la tacita approvazione
-della persona incaricata di rappresentare ad S... il paradiso, non ci
-fu chi chiamasse altrimenti la fanciulla.
-
-Donnina del resto giustificava pienamente il nuovo nome. A soli sette
-anni, quando ritornava dalla messa con molta serietà, o quando, rimasta
-sola in casa a vigilare, non si arrendeva all'invito delle compagne che
-la volevano a giocare nel prato, quanti la incontravano le dicevano:
-«addio, Donnina», e ripetevano fra sè e sè: «la par proprio una
-donnina!»
-
-Essa entra recando in mano un lume acceso che depone sopra la vecchia
-cattedra: le ombre fuggono in rotta dinanzi a lei, le lavagne appese
-alle pareti si accendono di un allegro riflesso, le reliquie di
-panche zoppicanti par che danzino allegramente, come quando arriva
-la scolaresca, il signor maestro si frega fervorosamente le mani
-e si china vie più sul focolare, guardando sottecchi la sua ossea
-compagna, la quale, ora che le vien tolta l'ombra dattorno, non sa come
-contenersi.
-
-— Mamma Teresa, dice la giovinetta, andando direttamente a lei, il
-letto è pronto.
-
-— Il letto è pronto! E chi ti ha detto di andare a prepararlo? Siamo
-alle solite! Ti paiono fatiche da far tu? Non ci sono io in questa
-casa? Non sono più buona da nulla io?
-
-Mamma Teresa nel dire queste parole di rimprovero si ingegna di non
-guardare in viso la colpevole, ma tanto tanto non riesce ad afferrare
-il tono giusto. E il signor maestro continua a fregarsi le mani ed a
-chinarsi sul focolare.
-
-— Cascherai nel fuoco, dice la vecchia, rivolgendo la sua collera
-formidabile al marito; o che hai tanto freddo tu!...
-
-Ma Donnina le si è accostata, le ha sorriso, ha posto il visino soave
-così presso alle sue rughe, che non ci è più verso di tenere il broncio
-— e la pace è fatta, con un bacio.
-
-— Oh! sospira allegramente il signor maestro rizzandosi sulla seggiola;
-ma uno sguardo severo della sua compagna lo ricompone.
-
-— Volevo andare in collera; non è possibile; hai una certa maniera di
-guardarmi, di sorridermi! Chi ti ha insegnato a guardare ed a sorridere
-a questo modo? Ma non credere d'averla passata liscia... oggi è Natale,
-ma domani mi sentirai.
-
-— E perchè non oggi? Che cosa ho fatto?
-
-— Hai fatto... nulla, hai fatto! Hai fatto che da ieri sei più mesta
-del solito... Ecco, perchè vuoi che lo dica, l'ho detto...
-
-— Teresa, osserva con accento dolcissimo il signor Ciro, temendo che le
-parole della moglie abbiano turbato la sua creatura, Teresa teme...
-
-— Non temo, sono sicura. Ma già la signorina dirà che non è vero, e lo
-dirà con una maniera così schietta, che me lo farà credere...
-
-— Ebbene, sì, risponde Donnina dopo di aver meditato un momento, ieri
-ed oggi ho avuto ragione di essere più mesta, ma credevo di non essermi
-fatta scorgere.
-
-Il signor maestro non si frega più le mani, non si piega sul focolare,
-ma si drizza sulla seggiola di cuoio, la spinge dietro di sè con
-una mano e muove un passo verso la giovinetta senza più badare alla
-consorte, la quale, più lesta, ha preso le mani di Donnina nelle sue,
-se l'è tirata vicino e l'interroga con uno sguardo che non ha proprio
-nulla di severo.
-
-— Una fantasia, sapete, una sciocchezza, dice Donnina cercando di
-sorridere, mi è parso di vedere una persona che non ho più vista da
-molti anni...
-
-— In sogno?
-
-— No, ero desta, l'altro ieri notte, qui in questo stesso luogo.
-
-— Qualcuno è entrato in casa? chiese trepidando la vecchia.
-
-— No, ma un volto si è affacciato ai vetri, là nella finestra di
-mezzo... un momento solo... ho gettato un grido ed è sparito.
-
-— Ed era?
-
-— Non so chi fosse, ma aveva una somiglianza singolare con Ognissanti;
-vi ricordate di Ognissanti?
-
-— Io me ne ricordo, dice il vecchio, era il mio miglior scolaro della
-scuola di S... un po' bisbetico, un po' caparbio...
-
-— Ma molto buono, osservò Donnina, a saperlo pigliare pel suo verso.
-
-— Per te che sapresti pigliare pel suo verso anche lo spirito
-maligno!... interrompe la vecchia; era un arnesaccio superbo e
-fantastico quel tuo Ognissanti; me ne ricordo anch'io; partì cinque
-anni sono...
-
-— Sei...
-
-— Saranno sei, già io non gli ho contati, partì sei anni sono da S...
-col babbo e non se n'ebbero più novelle; suppongo che sarà finito male.
-Ma come vuoi che egli sia venuto qua?...
-
-— Non lo so, non lo immagino. Ma mi è venuto in mente che fosse morto e
-che il suo fantasma...
-
-— Sciocchezze! Hai tu visto mai che i morti del nostro cimitero si
-piglino il gusto di andare a zonzo pel paese! E ti pare che dovrebbe
-apparire a te un fantasma, e non piuttosto a me che sono, si può dire,
-della loro famiglia... o almeno poco ci manca...?
-
-— Non dire questo, mamma.
-
-— Teresa! balbetta il signor maestro.
-
-— Eh! lo so che non sono cose da dire, ma se le penso, mi pare!... La
-più vecchia di tutti... sono io! ed è naturale...
-
-— Teresa! ripetè il marito, cacciando una mano tremante nei capelli
-bianchi.
-
-— Via, non se ne parli, ma nemmeno tu hai da star mesta per simili
-cose. Ti pare, un fantasma! E qual fantasma! Il fantasma di un
-birichino che rideva sempre, ma a cui non si potevano dire due parole
-serie senza vederlo piangere.
-
-— Per troppo cuore...
-
-— No, per dispetto...
-
-A questo punto Donnina, che teneva gli occhi rivolti alla finestra,
-mandò un piccolo grido.
-
-— Che è stato?
-
-— Là... in quella finestra.
-
-La signora Teresa non sta ad udire, altro, corre alla porta, leva la
-stanghetta e guarda nella via... non vi è nessuno... Rientra, richiude
-e dice a Donnina:
-
-— Sei proprio sicura che fosse il fantasma di Ognissanti quello che hai
-visto?
-
-— Sicura, veramente no, anzi... ora non mi è sembrato più che gli
-somigliasse tanto...
-
-— Di' che non gli somiglia niente, e che è fantasma come te e me; lo
-so io chi è, è il nipote dell'oste della Salute qui rimpetto, quello
-scioccherello che non sa distaccare gli occhi da te, quando vai a
-messa... Ma è tardi, mi pare...
-
-— Sono le otto, dice il vecchio maestro, cavando dal taschino del
-panciotto un'enorme scodella che gli fa ufficio d'orologio.
-
-— A quest'ora le altre notti russi saporitamente, risponde mamma Teresa.
-
-— Russo io!... non me ne sono mai accorto...
-
-— Lo credo... me ne accorgo ben io...
-
-— E tu svegliami.
-
-— Già, perchè poi tu mi venga ammalato! Credi che sia divenuta così
-delicata, che non ti possa più udire a russare dopo quarantacinque anni
-di matrimonio?
-
-— Quarantacinque anni! ripete il signor maestro; quarantacinque anni!
-
-— Già, quarantacinque anni! ripiglia a dire la vecchia, e per resistere
-al sentimento di tenerezza che la vince a questa riflessione, si butta
-al collo di Donnina.
-
-Il signor maestro si volta da una parte per asciugare una lagrima.
-
-— Sei pure il gran fanciullone! dice la vecchia.... il gran
-fanciullone, dotto come non so chi, ma sempre un gran fanciullone!
-
-E in così dire si è fatto passare innanzi il marito e lo spinge
-dolcemente su per le scale, proteggendolo come si fa ad un bambino.
-
-Donnina li precede facendo lume, e si volta indietro sorridendo.
-
-
-
-
-IV.
-
-CIÒ CHE INTENDONO LE SIEPI.
-
-
-Al di fuori il cielo si è fatto più scuro e l'aria più rigida; nel
-fondo nero del firmamento le stelle splendono senza scintillio, e
-paiono punti di fuoco che si sprofondino nell'infinito quanto più li
-guardi. Alcune nuvole corrono pazzamente, si adunano, e proseguono la
-loro corsa, ed il vento gelido ruba alle siepi ed ai gelsi larghe falde
-di neve che sparpaglia in pioggia di brina.
-
-È un silenzio profondo; per l'unica strada di A... non si ode una
-pedata umana; qua e colà, nel nero spazio, brilla un lume ad una
-finestra; dalla porta socchiusa dell'osteria della Salute, insieme con
-un filo di luce che traccia una linea d'argento sulla neve, esce ad ora
-ad ora un confuso rumore di voci ebbre. Donnina ha aperto la finestra
-della sua cameretta che mette nell'orticello contiguo, e spinge lo
-sguardo sulla via maestra. La luce che le batte sul capo sfiorando le
-sue guance, ne disegna nettamente i contorni. Invano il vento soffia
-sul lume per cancellare la cara visione; la fiamma si agita, si piega,
-resiste e sembra accarezzare coi mobili riflessi la leggiadra testina.
-
-Ma perchè il cuore di Donnina batte così forte? Perchè le è sembrato
-di vedere un'ombra attraversare la via ed accostarsi alla siepe, e di
-udire — ma non sa se sia inganno della fantasia o beffa del vento — una
-voce, un soffio, che l'ha chiamata per nome:
-
-«Donnina!»
-
-Non risponde; non sa, nè l'oserebbe: qualcuno potrebbe udirla, bisogna
-lasciare la finestra, e chiuderla, e piangere perchè la gioia non la
-uccida. Ma la voce ripete un'altra volta il suo nome, e con un accento
-di preghiera così intenso, che ella si sente come incatenata e non sa
-staccarsi dal davanzale. Succede un istante di silenzio, un raggio di
-sole che risveglia un mondo di atomi nel buio.
-
-Le passano in capo mille idee in un punto.
-
-«È lui? è lui? E perchè fuggirlo, perchè nascondermi? Egli ritorna!
-Dunque mi ama! Che importa il tempo che è passato, se egli mi ama? Ma
-perchè a quest'ora? E perchè tale mistero? Non lo so, ma egli me lo
-dirà, perchè è ritornato, ed è ritornato perchè mi ama! E non l'amo io
-forse?
-
-Ah! il cuore le batte così forte!
-
-Non pensa, non ragiona, non fantastica più. La serenità della sua
-natura diventa una forza; può forse esitare un istante, e vedere
-pericoli, e temere minacce, chi ha la sicurezza dell'innocenza e la
-baldanza dell'amore? Si toglie alla finestra, apre l'usciolo della
-cameretta che gira sui cardini senza far rumore, passa il pianerottolo
-sulla punta dei piedi, porge orecchio per accertarsi che nessuno
-possa udirla, e scende le scale all'oscuro... apre la porta che mette
-all'orticello, e stringendosi lo scialletto intorno al collo, è d'un
-balzo presso alla siepe.
-
-Udite come fremono flagellati dal vento i nudi virgulti.
-
-— Donnina! dice la nota voce, rotta dall'ansia, Donnina! Che tu sia
-benedetta per questa immensa felicità che mi dai! Parlami, ho bisogno
-di udire la tua voce, ho bisogno di sentirmi chiamare per nome come io
-ti chiamo: Donnina mia!
-
-— Mio Ognissanti! risponde la fanciulla commossa, mio Ognissanti!
-
-Ma non sa dir altro.
-
-— La riconosco! questa è la musica che io sognava, la tua dolce voce
-di fata. Non sapevo come fare per venirti innanzi e dirti: «Donnina,
-guardami in volto, sono il tuo fidanzato.» Oh! qual dolere se tu non mi
-avessi riconosciuto!
-
-Donnina non risponde; non le pare di aver nulla a dire che già non
-dica la sua presenza in quel luogo. Ma il suo silenzio è più eloquente
-d'ogni parola.
-
-— Ho avuto paura che tu diffidassi di me e del tempo passato, e che
-potessi credermi mutato ed attribuirmi intenzioni perverse.
-
-— Il passato è come un sogno lungo, e il ridestarsi lo cancella; questo
-momento compendia per me sei anni, Donnina tua è come l'hai lasciata.
-
-— E non hai paura di me?
-
-— Paura di te! E perchè dovrei aver paura di te? Ti ho aspettato e sei
-giunto; il mio cuore batte forte, ma non ho paura.
-
-— Ah! non hai visto il mondo, tu!
-
-— E tu l'hai visto?
-
-— Ti parlerò di me un'altra volta; ora potremmo essere scoperti; avevo
-bisogno di sapere che tu vuoi essere mia, che tu sei rimasta mia, che
-non hai cessato un istante di pensare al nostro giuramento. Ripetimelo.
-
-— Non sarei qui se fosse altrimenti.
-
-— È vero, prosegue la voce affannosa. E avevo anche bisogno di dirti
-che t'amo, che t'ho sempre amata, che lontano da te, te sola ho posto
-in cima ai miei pensieri, e che in tutto il tempo passato non ho
-sospirato ardentemente altro giorno che questo. Lo credi?
-
-Donnina non risponde. L'altro ripiglia a dire soffocando un gemito:
-
-— Te lo giuro su ciò che gli uomini hanno di più caro, sopra la
-disgraziata che fu mia madre e ch'io non conobbi!
-
-Donnina manda un lieve grido.
-
-— Me lo credi ora? insiste Ognissanti.
-
-— Te lo credo.
-
-— Grazie! Ti dirò poi come non mi sia riuscito di rivederti prima
-d'oggi, di ritrovare le tue traccie smarrite, di riannodare il
-nostro amore reciso. Ti dirò come io ti abbia pianto perduta, non
-di te dubitando, ma del destino; ti dirò quello che la mia anima ha
-crudelmente sofferto fino ad oggi; ti dirò tutto; ora non interrogarmi,
-è tardi, e se qualcuno mi vedesse qui, in quest'ora, non risparmierebbe
-la tua innocenza. Io so come sono fatti gli uomini!
-
-— Tu non mi domandi di... mio padre, di mia madre...
-
-— Le ho viste con te alla messa, le buone creature!.... So che ti amano
-e che tu le fai felici...
-
-— E tuo... padre?
-
-La voce del giovine non è ratta a rispondere; nè la siepe può soffocare
-così un gemito, che non giunga all'orecchio di Donnina. La povera
-fanciulla comprende.
-
-— Tu sei solo nel mondo?
-
-— Solo, risponde Ognissanti come a malincuore, solo fino ad oggi; ma in
-avvenire non più, perchè ti ho ritrovata, e sarai mia. Ora addio...
-
-— Aspetta, dice Donnina obbedendo ad un impeto del cuore; non posso
-lasciarti partire così! Saperti solo forse, ramingo, infelice, e
-rimanermene qui, ignara del tuo destino...
-
-— Il mio destino è lieto, perchè è il tuo destino. Avrai mie notizie
-presto, saprai tutto, ora non chiedere altro, ti fida...
-
-— Oh! sì, mi fido, non ti domanderò nulla, ma voglio vederti in viso, e
-leggere negli occhi tuoi che non sei un infelice. Aspettami...
-
-E senza aggiungere parola, Donnina attraversa l'orticello, accende un
-lume, entra nella scuola ed apre senza far rumore l'uscio di strada.
-
-Chi le dà quel coraggio? Non lo sa, non lo domanda neppure, ella compie
-tutto ciò come chi si sente d'obbedire ud un dovere.
-
-Ognissanti ha appena avuto il tempo di scostarsi dalla siepe e ritrarsi
-nell'ombra, ed ecco vede la porticina socchiusa ed un volto angelico
-incorniciato nel vano. Il desiderio non è più ratto. — Ognissanti
-è presso alla fanciulla. Ma tutta la baldanza che spirava dal suo
-linguaggio è svanita; conviene che la mano di Donnina lo tragga come un
-fanciullo dalla soglia che egli non sa determinarsi a varcare.
-
-La debole luce del lumicino rischiara un'epopea: il pallore di due
-giovani volti, due sguardi che sfavillano, due mani che si stringono.
-
-Ognissanti non dice parola; un sorriso di Donnina, una stretta di mano
-più tenace lo avvertono che sta per isvegliarsi, che la visione sta
-per sparire — ed egli protende innanzi le braccia come per trattenerla
-ancora un istante.
-
-— Addio, dice Donnina, addio; ora sono contenta.
-
-— Come sei bella! come sei bella! mormora il giovane, non sapendo
-risolversi ad abbandonare la manina della fanciulla.
-
-— Se hai un segreto, aspetterò che tu me lo confidi, e se mi toccherà
-aspettare molto... aspetterò... Addio.
-
-— Come sei bella! come sei bella!
-
-Quando la porta si richiude, ed il leggiadro fantasma svanisce, e ogni
-luce si spegne alla finestra, Ognissanti fissa ancora l'occhio nel buio
-e ripete: «come sei bella!»
-
-È un silenzio profondo; per l'unica strada di A.... non si ode una
-pedata umana; solo dalla porta socchiusa dell'osteria della _Salute_
-esce ad ora ad ora un rumore di voci avvinazzate, e l'orologio della
-chiesa batte nove ore.
-
-Cinque minuti dopo il giovinetto, ebbro della sua gioia, corre
-all'impazzata lungo la via maestra.
-
-Le nere nuvole lo inseguono, il vento gelido lo involge, rubando alle
-siepi ed ai gelsi larghe falde di neve che sparpaglia in pioggia di
-brina sopra il suo capo...
-
-
-
-
-V.
-
-IN CUI SI SPEGNE IL LUME E CI SI VEDE PIÙ CHIARO.
-
-
-Donnina si fa leggiera come una piuma nel risalire le scale, e rivede
-la propria cameretta che non le è mai parsa così piccina come ora. Come
-farà a contenere la sua immensa felicità?
-
-Si guarda intorno; la finestra è ancora aperta, e fa un gran freddo;
-bisogna chiuderla; si accosta, si appoggia senza avvedersene al
-davanzale come poc'anzi, e spinge lo sguardo nel buio, poi chiude a
-malincuore e si guarda un'altra volta intorno. Com'è piccina la sua
-cameretta!... Ma perchè il lume si trova sul cassettone e non sul
-tavolino di mezzo? Ella si ricorda benissimo di averlo lasciato sul
-tavolino di mezzo! Si ricorda proprio benissimo?... Potrebbe averlo
-posto sul cassettone prima di scendere le scale, anzi le pare....
-no.... l'ha lasciato sul tavolino di mezzo.... no.... l'ha posto sul
-cassettone... Ha perduto la testa, la poverina! Bisogna andare a letto,
-dormire, acquetare nel sonno quella ridda di fantasmi che le passa in
-mente! Ma che leggiadri fantasmi! Che piacere nell'abbandonarsi tutta
-alle memorie e risalire la facile corrente della vita! No, è tardi;
-ecco, battono le nove; e a quest'ora di solito ella sogna.... Ma i cari
-sogni che si fanno ad occhi aperti!
-
-Non ci è verso; finchè non chiude l'usciolo, finchè non si caccia nel
-lettuccio, e non spegne il lume, non le riuscirà di serenarsi.
-
-Ecco fatto; il silenzio è profondo, la tenebra fitta — bisogna dormire.
-
-Per un momento tutte le belle fantasime si confondono, come ad un
-soffio gli atomi dell'aria; è il caos, ma a poco a poco apparisce
-un'immagine distinta, chiara e bella innanzi agli occhi, nè vale il
-chiuderli ed il tenerli stretti, chè tanto tanto la vede. Bisogna
-voltarsi sull'altro fianco; ma la bella immagine fa il giro del
-lettuccio ed apparisce tal quale.
-
-È l'immagine d'Ognissanti, è il suo pallido volto, è il suo dolce
-sorriso, la sua melanconica estasi, il suo sguardo innamorato. Come è
-bello!
-
-Per un istante Donnina dimentica la lotta, guarda quel fantasma e cerca
-di ricomporlo intero alla mente e di dargli la vita che gli manca; poi
-si avvede, e si volta ancora sul lettuccio — bisogna dormire.
-
-È inutile; ora non c'è più un solo Ognissanti; ne vede due, uno
-pazzerello e scherzoso che ha quindici anni, l'altro che ha il volto
-serio, la parola melanconica, lo sguardo profondo.
-
-Il confronto le sfoglia innanzi il picciol libro delle sue memorie
-che ella ha letto tante volte. Quel picciol libro è assai voluminoso;
-perchè ogni parola ha cento significati; ci è un sasso su cui si è
-seduta ad aspettar _lui_, un rigagnolo in cui, un giorno d'estate,
-ella ha tuffato i piedi ridendo innanzi a _lui_, una svolta di via da
-cui _egli_ soleva apparirle, e tutto un mondo di vecchi amici che la
-chiamano per nome: «Donnina!»
-
-Che giova il dormire? Ora il cuore non le batte più così celere, può
-pensare, può fissare lo sguardo su tante care fisionomie e riconoscerle
-— ecco: quest'è il paese di S..., quest'è la casicciuola del maestro,
-quest'è la scuola, ora giunge la scolaresca chiassosa; vedi il
-campanile del villaggio, ed il praticello dietro la chiesa, in cui per
-la prima volta udì ripetere da Ognissanti il giuramento di non vivere
-se non per essa!
-
-Ed ecco l'ora melanconica di lasciarsi e l'ultimo addio... e poi più
-nulla, fuorchè il ritorno, il fantasma visto attraverso i vetri, la
-voce udita dietro la siepe, il volto sfavillante guardato innanzi al
-lume! Come è bello Ognissanti!
-
-Le vengono in mente molte cose a cui non aveva pensato prima — il modo
-di vestire di Ognissanti, la sua baldanza di fanciullo, il suo timido
-mistero d'uomo. Ha un segreto, ma non bisogna pensarci; ritornerà, dirà
-tutto, lo ha promesso!
-
-E chi sa come egli l'avrà trovata diversa da quello che era!
-
-Prima d'ora ella non aveva pensato mai a farsi una domanda — ora se la
-fa: «sono bella?» Ognissanti, ha già risposto per lei. Ha detto che è
-bella!
-
-E quanto è bello Ognissanti!
-
-A poco a poco le immagini si oscurano, si confondono — scende il sonno
-lungamente aspettato, il sonno che non è se non una nuova maniera di
-fantasticare.
-
-L'orologio della chiesa batte le due del mattino, per Donnina è corso
-veloce il tempo.
-
-Quando l'alba si affaccia alla finestra della cameretta non trova la
-fanciulla desta secondo l'usato — ed allora soltanto che il sole getta
-attraverso i vetri la sua festa di raggi, essa si rizza sul lettuccio,
-sbigottita della propria negligenza.
-
-Ai piedi del letto vi è una larga cuffia, candida come neve, che
-incornicia un volto pieno di rughe e di amore, due occhi che guardano
-maliziosi ed indulgenti, un corpo osseo e mingherlino che si curva
-sopra di lei, e vi è in aria una mano tremante che minaccia con vezzo
-bizzarro — vi è insomma la terribile mamma Teresa!
-
-Donnina si copre un istante la faccia colle mani, e guarda attraverso
-le dita allargate.
-
-— L'ho fatta grossa! dice furbamente, l'ho fatta grossa! il sole è
-alto, deve essere tardi...
-
-— Sono le nove, dice dal pianerottolo la voce del maestro Ciro; hai
-dormito bene?
-
-— Taci tu, ribatte la vecchia voltandosi a minacciare col pugno la
-porta chiusa; se ha dormito è segno che aveva sonno, mi pare!
-
-— Così pare anche a me, risponde maestro Ciro; temevo solo che non
-istesse bene e volevo assicurarmi prima d'andare a far scuola.
-
-— Grazie, babbo, risponde Donnina, sto benissimo, non sono mai stata
-così bene.
-
-— Vedi un po' se ti riesce di far che quei monelli tacciano! aggiunge
-mamma Teresa.
-
-In fatti gli scolari radunati da basso pongono a profitto l'assenza del
-maestro per lanciarsi reciprocamente delle pallottole sul naso, e ciò
-con molto maggior rumore che non richieda questo esercizio clandestino.
-
-Si ode maestro Ciro che scende le scale, ed un istante dopo il silenzio
-è profondo. Frattanto Donnina si è vestita in furia, si ha tirato
-indietro i capelli, ha aperto la finestra perchè i raggi del sole
-possano entrare liberamente, e tutto ciò evitando di guardare in viso
-la terribile mamma Teresa, la quale continua a starsene immobile, collo
-stesso sorriso furbesco, colla medesima malizia negli occhi.
-
-Donnina non sa dire perchè quello sguardo e quel riso le diano
-soggezione più del consueto.
-
-Non ci è verso; dopo di aver assestato tutto ciò che è possibile
-assestare voltando le spalle alla vecchia, bisogna pure che ella si
-determini a guardarla in faccia.
-
-— Alla buon'ora, borbotta l'altra, alla buon'ora, credevo già che non
-ti voltassi più.
-
-— Tu hai qualche cosa meco, dice la fanciulla uscendo all'improvviso in
-lagrime senza saper perchè.
-
-Mamma Teresa è una creatura terribile, non vi è dubbio, ma ha il suo
-debole, ed alle lagrime di Donnina non ha mai saputo resistere. Bisogna
-vedere come lascia d'un balzo il suo atteggiamento da sfinge per farsi
-presso alla figliuola, e scostarle le mani dal viso, e premersi contro
-il petto la soave testina.
-
-— Che vuoi che abbia? Non ho nulla!
-
-— Mi hai fatto una paura...
-
-— Già, ti faccio paura, io! E ci è subito da piangere! Sicuro, la mamma
-Teresa è una tristaccia che fa paura e fa piangere!
-
-— Non hai proprio nulla con me?
-
-— Non ho proprio nulla, cioè, sì, ho qualche cosa; ho che la signorina
-non ha confidenza nella sua vecchia mamma, ho che...
-
-La vecchia mamma è arrestata un'altra volta dall'espressione attonita
-del volto di Donnina...
-
-— Ma non starmi a piangere ancora, veh! Non ti si può dunque più
-parlare, a te? Ma già nessuno me la ricaccia in gola, quando l'ho da
-dire, la verità... tu non hai più confidenza in noi...
-
-— Che dici?
-
-Prima di rispondere, la vecchia piglia le sue precauzioni: accarezza
-colle mani scarne il volto della fanciulla, col pretesto di cacciarle
-sotto la reticella un ricciolino che sfugge, e la guarda bene in viso,
-evidentemente per farle paura, poi dice:
-
-— So tutto!
-
-Pronunziata con un po' di mistero, questa frase ha un effetto
-irresistibile, anche quando quegli a cui è diretta non sappia nulla.
-Pensate come ne rimanesse sbigottita la povera fanciulla, la quale
-correva col pensiero dietro al suo fantasma notturno.
-
-— E che cosa sai? chiese titubando.
-
-— So tutto, ti dico, so tutto; alla vecchia Teresa non la si dà ad
-intendere così facilmente; ti dico che so tutto... voglio dire quello
-che ho visto con questi occhi ed udito con queste orecchie, non ciò che
-la signorina ha nel cuore... perchè io non ho l'abitudine di origliare
-agli usci chiusi.
-
-Per Donnina fu un raggio di luce. Si ricordò benissimo che ella aveva
-lasciato dietro di sè tutti gli usci aperti, ma non parve trovare la
-cosa molto differente, e mostrò nel viso il proprio pensiero.
-
-— Dilla pur forte la parolaccia che pensi; ti ho spiato, certo ti ho
-_spiato_; è la prima volta che l'insonnia mi serve a qualche cosa,
-perchè almeno ho potuto esserle vicina, e proteggerla senza che la
-signorina si avvedesse, mentre dava ascolto alle frasi di zucchero di
-quei bellimbusto.
-
-Questa volta Donnina non sa più contenersi e si butta singhiozzando
-nelle braccia della mamma.
-
-— L'hai fatta grossa! l'hai detto tu stessa, prosegue la vecchia
-cercando di dissimulare il tremolio della voce commossa, l'hai fatta
-grossa; ma almeno sei ancora in tempo a riparare, a dimenticare, ed
-apprezzare per quello che valgono le scipitezze dei damerini della
-città.
-
-— Ognissanti non è un damerino, non è un bellimbusto, dice Donnina,
-sollevando il capo ed asciugando le lagrime per dare maggior valore
-alla sua protesta.
-
-— Non è, non sarà... che ne so io del tuo Ognissanti? Ma i suoi panni
-non m'ispirano fiducia; come fa egli, che non aveva la croce di un
-quattrinello in tasca, ora che gli è morto il babbo, come dice... vedi
-bene ch'io so tutto! come fa a vestire gli abiti smorfiosi della città?
-Già tu non ti sarai nemmeno accorta, tu!
-
-— Al contrario mi sono accorta benissimo.
-
-— E dici?
-
-— E dico che non ne so nulla, ma che Ognissanti mi vuol bene, che
-se è venuto a ripetermelo dopo sei anni, non può avere che buone
-intenzioni...
-
-— Ti ha forse detto qualche cosa di ciò che fa, di ciò che pensa di
-fare?
-
-— Nulla, ma mi ha detto che sarà mio.
-
-— E tu gli hai detto che sarai sua; vi ho sentiti!
-
-— E che male c'è? chiese Donnina; non poteva fare altrimenti; non era
-io la sua fidanzata?
-
-— La sua fidanzata! esclama la vecchia tirandosi indietro d'un passo,
-come per lasciar posto all'enormità del suo stupore.
-
-— Non lo sapevi?
-
-— No... cioè sì, ti dico che so tutto; ma questa poi non me
-l'aspettavo, e da quando in qua?
-
-— Da sei anni.
-
-Mamma Teresa leva gli occhi al soffitto e congiunge le mani invocando
-la misericordia del cielo.
-
-Poi si lascia cadere sopra una vecchia seggiola a braccioli; Donnina
-accosta uno sgabello e si accoccola ai suoi piedi. Il sole sembra
-raccogliere tutti i suoi raggi sul fantastico quadro.
-
-— Mi prometti di non andare in collera? chiede la giovinetta, lisciando
-le mani nodose della vecchia.
-
-Poi, pigliando il silenzio per consenso, soggiunge:
-
-— E di lasciarmi dire fine alla fine? Sì?... Ebbene, ascoltami e ti
-dirò tutto.
-
-La fanciulla appoggia un istante la fronte alle ginocchia della mamma
-per scegliere il punto di partenza del suo racconto, e la signora
-Teresa la guarda di nascosto con un'espressione di amorevolezza
-indulgente, che è il massimo segreto della sua formidabile esistenza.
-
-In quel momento di silenzio profondo si ode dal basso la voce grave di
-maestro Ciro che dice:
-
-«Lei, signor Pastori, quante sono le operazioni fondamentali
-dell'aritmetica?...»
-
-Ed il signor Pastori che risponde in falsetto:
-
-«Le operazioni fondamentali dell'aritmetica sono...»
-
-Donnina solleva il capo sorridendo e domanda:
-
-— Incomincio?...
-
-
-
-
-VI.
-
-IL ROMANZO DI DONNINA.
-
-
-«Ti ricordi del campicello dietro la chiesa di S..., dove la domenica,
-quando era piccina piccina, andavo a giocare colle compagne di scuola?
-Te ne ricordi? Io lo vedo ancora il bel tappeto di trifoglio, sul
-quale scorrazzavamo e facevamo cento pazzie. Non ci volevo andare,
-ti ricordi? Ma tu mi ci mandavi e dicevi che bisognava giocare come
-giocavano le _altre_ per non farsi voler male. Non è vero che mi dicevi
-così? Ubbidivo, e ci andavo, ed è là che conobbi Ognissanti. Come vedi,
-io non ci ho colpa.
-
-— Già, ce l'avrò io! interrompe la vecchia.
-
-«Lasciami dire, mi hai promesso di lasciarmi dire. Veramente io l'avevo
-visto prima Ognissanti, perchè veniva tutti i giorni a scuola dal
-babbo, ma fu là che lo conobbi e che diventammo amici. Egli volle che
-diventassimo amici, avevo da dirgli di no? Ora ti conterò come avvenne.
-Io era china sul praticello, perchè giocavamo a trovare il trifoglio
-di quattro foglie. Tu sai che chi trova il trifoglio di quattro
-foglie trova la fortuna... Veramente non potevo immaginare quale altra
-fortuna mi potesse toccare; mi pareva di essere così felice colla mia
-vesticciola nuova (poichè era domenica), così felice!...
-
-«Basta, per fare come le altre, cercavo il trifoglio della buona
-fortuna. Ognissanti e due o tre fanciulli del vicinato, dopo averci
-guardato un pezzo, si diedero a cercare anch'essi. Lo crederesti? il
-trifoglio di quattro foglie fu trovato proprio vicino a me, e da chi?
-da Ognissanti. Un momento ancora e l'avrei colto io. Ma nossignore, lo
-aveva colto lui! Lo guardai in faccia, si mise a ridere e mi offrì il
-trifoglio in cambio d'un bacio. La fortuna per un bacio? Tutte le mie
-compagne si offrivano di baciarlo allo stesso prezzo. Ma Ognissanti
-voleva contrattare con me sola. Quando lo baciai le mie compagne risero
-forte, egli si fece rosso, ed io custodii il trifoglio. Il giorno dopo,
-quando Ognissanti venne a scuola, volli nascondermi per non vederlo;
-non so perchè, non avendo arrossito baciandolo, ora arrossivo d'averlo
-baciato. Ma invece di abusare della mia debolezza, egli, vedendomi,
-chinò gli occhi a terra. Pensai che non avesse studiato bene la
-lezione, e perciò fosse mortificato. Ma alla sera domandai al babbo, e
-seppi che Ognissanti la lezione l'aveva saputa e la sapeva sempre. Non
-puoi credere come ciò mi facesse piacere.
-
-«Due giorni dopo ero ancora andata a giocare nel praticello. Ognissanti
-ci venne pure, e ne fui contenta. Giocavamo a mosca cieca, si faceva
-un chiasso, un chiasso... tu immagini che chiasso! M'infastidii e
-sedei sull'erba. Ognissanti mi venne vicino, e mi disse: «Vuoi che
-cerchiamo ancora il trifoglio?» e si curvò a terra. Ma io lo lasciai
-fare. Non trovò nulla. Gli dissi: «La fortuna non si incontra due
-volte, e chi l'ha avuta non l'ha più a cercare». «Facevo per darlo
-a te», mi rispose. «Ma io non saprei che farmene». «E nemmen io». «E
-allora perchè cercarlo?» «Perchè volevo un bacio». «E perchè volevi un
-bacio?» «Perchè ti voglio bene». Nessuno ci aveva uditi. Gliene avrei
-dati cento di baci, se non me li avesse chiesti con quell'aria; perchè
-infine che cosa è un bacio? — ma siccome egli mostrava di dargli molto
-valore, feci la preziosa e non l'ebbe proprio. Gli dissi che gli volevo
-bene anch'io; allora mi offrì d'essere amici, accettai; mi raccomandò
-di non dirlo alle mie compagne, e via di corsa.
-
-«Alla notte non potei levarmi dal capo le parole di Ognissanti: cercavo
-di comprenderne il senso arcano che doveva farmisi noto più tardi,
-e senza sapere perchè, era lieta e commossa dell'amicizia che avevo
-promesso. Io sapeva, tu lo dicevi con tutti, che per la mia età ero una
-donna fatta, che vi era nella mia testa tanto giudizio per il doppio
-dei miei anni: ma a comprendere quello che io provavo non ci arrivavo
-davvero. M'ero avvezzata a considerare Ognissanti come un fanciullo,
-sebbene avesse quattro anni più di me, solo perchè era tardo a crescere
-e se ne rimaneva piccino di statura; allora mi parve d'un tratto uomo,
-e pigliai molto sul serio le sue parole, e le commentai in cento modi,
-senza trovar mai il buono. Anche il suo volto, che non mi era mai
-sembrato diverso da quello degli altri scolari della età sua, cominciò
-a parermi simpatico. Del rimanente, siccome fino a quel giorno egli
-aveva avuto un modo così rumoroso di ridere, che non era l'eguale in
-tutto il paese, converrai anche tu che averlo visto melanconico ed aver
-udito la sua voce mesta doveva darmi ragione di fantasticare. Anche il
-saperlo studioso e sempre il primo della scuola mi aveva fatto stupore;
-perchè io aveva immaginato il contrario vedendolo, fuor di scuola,
-tanto allegro e scherzoso tanto.
-
-«A poco a poco divenne con me quello che era sempre stato con tutti:
-piacevole e motteggiatore. Ci vedevamo molto spesso; prima e dopo la
-scuola, nel praticello, per la via, sulla porta di casa, nei campi;
-le occasioni non mancavano; facevamo mille castelli, cioè era lui
-l'architetto, io non aveva che gridar: «bello!» Tutto il suo vanto era
-di farmi ridere e ne trovava cento modi; a volte m'impuntavo a star
-seria, ed allora ci cascavo più presto. Bastava mi dicesse: «Scommetti
-che ti faccio ridere», ed io rispondevo: «Scommetto», o non rispondevo
-nulla, ed egli diceva serio serio: «Ridi». Ed io rideva. Ne era così
-lieto lui! Una volta sola lo vidi piangere, e fu in cimitero. Vi
-eravamo andati sbadatamente, la vista delle croci mi fece scendere al
-cuore una mestizia profonda! quando levai gli occhi, vidi Ognissanti
-che piangeva. Oh! come mi commosse quella vista! «Che hai?» gli chiesi.
-Mi rispose stringendo forte la mia mano nelle sue, e trascinandomi di
-corsa. Quando fummo lontani, si volse a guardare il muricciuolo del
-camposanto e disse: «Tutti hanno colà dei parenti, noi soli non ne
-abbiamo, perchè non abbiamo parenti». «T'inganni, gli risposi, io ho
-babbo e mamma, e il babbo ce l'hai anche tu». «Tu sei una disgraziata
-come me e per questo ti voglio bene». Allora non mi disse altro, più
-tardi seppi che intendeva parlare d'un'altra mamma e d'un altro babbo
-di cui nè io nè lui avevamo avuto le carezze. Che dirgli? Che io non
-ero infelice perchè amata ed accarezzata fin troppo. No, perchè avevo
-paura, dicendogli questo, che non mi avesse più a voler bene. E poi
-quel lampo di fierezza e quell'ora di mestizia furono presto scontati
-con cento ore gioconde. Non se ne parlò altro.»
-
-A questo punto Donnina si arresta, leva gli occhi in volto a mamma
-Teresa, e dice bonariamente:
-
-— Ti annoio?
-
-— Sì, mi annoia il sentirti tanto parlare di quel... disgraziato.
-
-La fanciulla non sa quanto è costato alla signora Teresa lo scegliere
-un epiteto così benevolo, fra tanti che le sono venuti sulla punta
-della lingua!
-
-— Mi spiccio, dice Donnina con un sorriso malizioso: «Ognissanti amava
-molto molto Donnina, e Donnina amava molto Ognissanti.»
-
-— E la mamma non si accorgeva di nulla.
-
-— Non si accorgeva di nulla...
-
-— E il babbo meno della mamma... immagino.
-
-Non immagina giusto, a giudicare dal silenzio della fanciulla, durante
-il quale maestro Ciro, come se si accorgesse che si tratta di lui,
-alza la voce per discolparsi pitagoricamente: «Cinque per cinque,
-venticinque; cinque per sei, trenta; cinque per sette...»
-
-— Gran buon uomo! mormora la vecchia tentennando il capo, e guardando
-fisso il pavimento in direzione della scuola, eccolo lì, dinanzi alla
-sua lavagna. E come me li tratta a bacchetta quei numeri! Che testa,
-sia detto ora che non ci sente, che testa!...
-
-«L'affetto di Ognissanti, prosegue a dire Donnina senza accorgersi
-dell'inopportunità dell'interruzione, l'affetto di Ognissanti mi era
-divenuto necessario. Egli mi diceva sempre di voler studiare tanto da
-divenire un giorno... non sapeva bene che cosa, ma _qualche cosa_ di
-sicuro.»
-
-— Oh! sicuro!
-
-— Non te ne beffare; era un poveretto, e se voleva aprirsi una via nel
-mondo ere per me sola. Domanda al babbo quante volte, nei giorni di
-festa, mentre egli si sedeva sull'atrio della chiesuola, gli è toccato
-di far scuola ad Ognissanti che veniva a fargli cento interrogazioni. E
-domanda al babbo se era contento di avere un allievo come Ognissanti, a
-cui poteva parlare di cose che gli altri scolari non comprendevano.
-
-— A me di tutto questo non si è mai detto nulla!
-
-— Se non ti si è detto, è perchè probabilmente ci avresti trovato mille
-malanni.
-
-— E sa Dio se ce n'erano; quel povero vecchio affaticato tanto a
-profitto di...
-
-— D'uno che, quando ci disse addio per andarsene non so dove, baciò
-piangendo la mano del vecchio maestro, il quale piangeva anch'esso...
-
-— Non ci mancava altro, farmelo piangere...
-
-— Fu un triste giorno, prosegue a dire Donnina; ma a me non è mai
-uscito di mente. Era venuto a dirci addio, e mi salutò sebbene
-mi avesse detto di trovarmi verso il tramonto nel praticello del
-trifoglio, per l'ultima volta. Mi volò un'ora con lui senza quasi
-parlare; i due anni che avevamo passati amandoci ci avevano congiunti
-come se ci fossimo sempre voluti bene; ne avevamo fatto di bei
-castelli, di bei propositi! Destarci così, dopo tanti sogni, ci
-pareva impossibile; non credevamo alla sorte; e pure era inesorabile:
-il domani all'alba egli doveva partire per lontani paesi. Perchè?
-Nessuno poteva dirlo, Ognissanti nemmeno; il vecchio babbo, le cui
-faccende erano andate a male dal dì che aveva perduto la moglie e i
-figli, si era messo in capo che la fortuna fosse fuor del paese e che
-bisognasse andarle dietro, e non ci fu modo di trattenerlo. Così diceva
-Ognissanti. E piangeva. Poi mi accarezzava i capelli, stringeva la
-mia testa e mi domandava se sperassi nell'avvenire. Io sì, sperava;
-non sapevo dire perchè, ma avevo più forza di lui, piangevo, ma non
-disperavo. Mi fece giurare di volergli sempre bene, di pensare sempre
-a lui, di serbarmi per lui; giurai; egli giurò altrettanto, e quando fu
-l'ora di separarci io per la prima lo baciai in fronte stretto stretto;
-tornai a casa col cuore gonfio. Al mattino uscii sperando in una
-determinazione improvvisa, in un ostacolo impreveduto che avesse fatto
-differire la partenza; il cuore mi batteva così forte, che ero quasi
-sicura di non ingannarmi. M'ingannavo. Ognissanti aveva lasciato il
-paese. Fu allora che io compresi tutto lo strazio della separazione. Fu
-allora che, presami in disparte, tu mi chiedesti che cosa avessi, e ti
-dissi che ero molto infelice, e piansi tanto tanto sulle tue ginocchia!
-Il tempo ed il mio silenzio ti fecero più tardi credere che avessi
-dimenticato, ma non era vero.
-
-— Mi hai ingannata.
-
-— Te lo meritavi, perchè ti avevo sentito dire col babbo che era una
-fanciullaggine, e che mi sarebbe uscita subito dal capo. Il babbo no,
-non mi diceva così...
-
-— Il babbo, il babbo, sempre questo tuo benedetto babbo! Non conto più
-nulla io? Via? Hai finito ora?
-
-— Ho finito.
-
-Mamma Teresa non vuol parere, ma dentro di sè è scossa nelle sue
-opinioni; le pare che quell'Ognissanti qualche cosa di buono ce
-l'abbia, che questo ritorno dopo sei anni, significhi, se non amore,
-almeno proposito onesto e virile. Le pare, ma non vuol dirlo, perchè
-ci sono in aria tanti ma da porre in fuga il più agguerrito esercito di
-belle speranze messo in armi da una testolina di diciotto anni.
-
-Che fa ora Ognissanti? di che vive? che spera per l'avvenire? che può
-offrire alla fanciulla? Senza contare che il pensiero di separarsi da
-Donnina sta in fondo a tutte le dolcezze per amareggiarle tutte venuto
-il buon momento; ma a questo egoismo la vecchia è disposta a dare
-temporanea sepoltura con un sospiro, certo che la morte ne scaverà una
-più profonda non molto dopo, lo dice lei...
-
-Si alza, passeggia per la camera, borbotta. Donnina lascia fare; alla
-fine, quando si accorge dell'espressione del viso della vecchia amica
-d'aver vinto la propria causa e quella di Ognissanti, le balza al
-collo, facendola barcollare tutta, la tira presso il canterano, apre un
-cassetto, ne cava un involto, e dice sorridendo:
-
-— Vuoi vederlo?
-
-— Che ci hai là dentro?
-
-Donnina apre l'involto con religiosa cura, e mostra uno stelo a cui
-sono appese poche fogliuzze disseccate.
-
-— Che roba è questa?
-
-— Non lo conosci?... È il trifoglio di quattro foglie!
-
-— Quello che deve recarti fortuna?
-
-— Quello che mi ha fatto voler bene ad Ognissanti.
-
-— Eh! via, finiscila col tuo Ognissanti.
-
-Ma il tono di voce non è più aspro, il gesto non è brusco, gli occhi
-non sfavillano le terribili saette del vecchio arsenale di guerra...
-Assolutamente la causa è vinta.
-
-«Signor Nosedi, dica lei: per qual fine Dio ci ha creati?» interroga la
-voce di maestro Ciro.
-
-Il signor Nosedi tenta di rispondere colla sua voce di falsetto, ma
-non è persuaso di quanto deve dire, o non ha compreso la dimanda, come
-avviene a molti scolari quando non trovano subito la risposta... o più
-verosimilmente non ha studiato la lezione.
-
-Oh! se invece di chiedere al signor Nosedi, si avesse domandato a
-Donnina: «Per qual fine Dio ci ha creati?»
-
-
-
-
-VII.
-
-ENTRANO IN ISCENA PERSONAGGI NUOVI E COSE NUOVE.
-
-
-Idee picciolette, affetti mingherlini, volgari cure — i vostri
-personaggi sono tutti pazzi ad un modo; chi fa festa come Donnina ad un
-raggio di sole è molto vicino a volerlo seminare secondo il sistema del
-professore Rigoli: parlateci d'altro.
-
-Domandiamo scusa al savio che c'interrompe.
-
-Intorno a quel tempo i savi della città erano tutti alle loro grandi
-imprese; formicolavano per le vie molto affaccendati quando non avevano
-ancora raggiunto il supremo intento della vita, o camminavano pettoruti
-sfoggiando il lusso della loro vanagloria. I primi si sberrettavano
-incontrando i secondi, ed i secondi concedevano qualche volta un cenno
-di protezione e d'incoraggiamento ai primi. Un eccellente negozio da
-ambo le parti, però che l'umile credesse di comperare il superbo ed il
-superbo l'umile.
-
-Si usa ripetere volentieri essere il mondo passato per varie età; ci
-furono età patriarcali, età religiose, età artistiche, età mercantili,
-ed ora, si dice, è l'età bancaria. Ma dappoi che le banche hanno
-svelato il loro organismo, ai più increduli è chiarito come non ci
-fosse se non un'età, in ogni tempo, in ogni luogo — l'età bancaria
-appunto. Eterna come l'uomo è la banca. Le passioni avevano la
-loro borsa; gli affetti, i sentimenti, le opinioni e le opere si
-presentavano allo sconto al tempo dei patriarchi come nel tempo degli
-strozzini, allora ed oggi, domani e sempre.
-
-Milano conta molti pazzi, ma i savi sono in maggioranza, e di
-questi ve n'ha che sarebbero terribili ragionatori sol che volessero
-darsi la pena di ragionare. Costoro sanno benissimo il valore delle
-derrate umane; ci è l'uomo che costa dieci e quello che costa cento.
-L'adulazione ha la sua tariffa ed è pagata per parlare; la maldicenza e
-l'invidia hanno la loro tariffa e si fanno pagare per tacere; la vanità
-compra e l'egoismo vende. A Milano come altrove ci sono donne che fanno
-pagare a mille il desiderio d'un solo e passano per cortigiane... e
-son riverite. Allora è la vanità che vende e la lussuria che compra.
-Al sole, alle stelle e alla luna i suoi di Milano non pensano mai, ed
-hanno ragione; alla miseria che geme, al dolore che tace nemmeno, e non
-hanno torto.
-
-Hanno una classe di gente pagata per guardare il sole e le stelle, ed
-un'altra per nascondere la miseria ed il dolore a buon mercato.
-
-Hanno uomini, e li pagano (poco) per pensare, per scrivere la prosa od
-il verso; uomini e donne per tenerli allegri e non lasciarli pensare,
-e li pagano molto. Hanno servitori per tutto, per aprire lo sportello
-delle loro carrozze, per augurar loro il buon giorno ogni mattina, per
-ricevere un buon desinare, per far la giustizia e per non lasciarla
-fare, per allestire la casa di città, la casa di campagna e la loro
-porzione di paradiso. L'appetito lavora, l'ozio e la sazietà vanno
-svogliamente al mercato — così a Milano, come altrove, ieri, oggi,
-sempre, da per tutto dove sono pazzi e savi.
-
-Di codesti savi ve n'ha che non fanno se non tre cose: la digestione,
-non potendo pagare chi la faccia per loro, la maldicenza per aiutare
-la digestione... e nulla. Quest'ultima è la più difficile e la più
-costosa; quante veglie, quante febbri, quante fatiche per riuscire!
-E non tutti riescono; vi è sempre qualche inetto che abbandona la
-partita.
-
-Intorno a quel tempo una comitiva delle teste meglio pettinate di
-Milano soleva radunarsi nelle sale di un caffè molto riputato per
-attendere alle sue occupazioni favorite. Colà, fra uno sbadiglio ed
-una boccata di fumo, si dicevano le migliori arguzie della giornata
-e si beveva l'assenzio sopraffino; si parlava di lettere, di arti,
-di scienze, di donne, di avventure avvenute e di avventure avvenire;
-chi non aveva nulla da raccontare e non era forte nell'invenzione,
-ascoltava e rideva o negava l'autenticità delle narrazioni degli altri
-— ma tutto ciò con un garbo squisito, con un'eleganza di maniere di
-cui nulla può dare l'immagine, colla scioltezza del _buon genere_, e
-coi polsini inamidati sporgenti quattro buone dita dalle maniche del
-farsetto.
-
-E siccome ogni testa ha i suoi argomenti favoriti e gli idoli suoi,
-anche le teste pettinate della nostra comitiva avevano idoli ed
-argomenti favoriti.
-
-Erano quattro o cinque in tutto negli ultimi tempi: la bionda Fanny,
-prima ballerina assoluta d'un teatro dell'opera, e la bruna Fanny,
-cavalla inglese di proprietà del banchiere Redi; poi un capitolo
-inedito tolto al romanzo di una bella donna apparsa da poco tempo nel
-mondo colla fama di esser vedova e ricca, col nome di Serena e colle
-sembianze di una pallida sirena (il bisticcio è degli adoratori); e
-poi un paio di madrigaletti scritti dal signor Maurizio, un letterato
-d'ingegno, il quale faceva parlare molto dei fatti suoi, dacchè avendo
-avuto l'eredità d'uno zio supposto milionario, non aveva più scritto
-nulla e si era dato alla vita del _buon genere_.
-
-Fanny, la bruna ed inglese, e la vedova sirena portavano ogni tanto il
-discorso sul banchiere Redi, il quale possedeva la prima e mostrava un
-vivo desiderio di possedere la seconda.
-
-Si diceva di costui che era ricco come un Creso e splendido come
-un Cesare, che tutti i negozii gli andavano a meraviglia, che le
-operazioni _a fine mese_ le imbroccava giuste lui solo: che quando
-il banchiere Redi comprava, i venditori facevano bancarotta, e quando
-vendeva, tristo il compratore!
-
-Chi era il banchiere Redi?
-
-Un bel giorno era apparso alla Borsa e vi si era segnalato con uno di
-quei colpi di fortuna che fanno vantaggiosamente le veci dei voli del
-genio; poco dopo il banchiere Redi aprì la banca Redi, rimasta un mito
-prima di quel tempo. La banca Redi fece lo sconto delle cambiali con
-tre firme, ricevette valori in deposito, aprì crediti in conto corrente
-con garanzia, fece anticipazioni e prestiti sopra depositi — in una
-parola tutto quanto fanno le altre banche per il bene dell'industria e
-dell'umanità. Il suo credito era saldo come la sua cassa forte, la sua
-fortuna era considerata alla Borsa siccome un valore effettivo, e molte
-volte più.
-
-Chi era il banchiere Redi?
-
-Alla Borsa una potenza, fuori un'incognita. Al caffè si parlava meno
-di lui che dei suoi cavalli e delle sue cene; chi aveva visto la sua
-enorme bocca ridere stupidamente entro la cornice dei favoriti biondi,
-od aveva scandagliato i suoi due occhioni attoniti che gli uscivano dal
-capo, lucenti come due scudi di zecca, ma senza maggior espressione,
-costui aveva, a dispetto dei quattrini e della fortuna, un lontano
-sospetto ch'egli fosse uno scimunito; ma i più, partendo dalla massima
-sacrosanta non poter essere scimunito chi abbia l'arte di ammucchiare
-i napoleoni d'oro o di spenderli, asserivano che quella sua aria
-inebetita era un sublime artifizio della natura, ed il riso fatuo e
-lo sguardo bonario, la quintessenza della furberia e dell'accortezza.
-«Il suo segreto, il segreto dei grandi della sua fatta, si diceva,
-è appunto questo: che tutti si fidano, ed a tutti vien voglia di
-gabbarlo, e tutti restano gabbati.»
-
-Una sola cosa non gli si perdonava nemmanco da chi divorava le sue
-cene, ed era l'aver pensato a fissare i due lucernarii che portava in
-fronte sopra il volto angelico della vedova ricca e bella, la quale
-faceva girare il cervello perfino a quanti godevano riputazione di
-non averne punto. Pensate un volto candido come l'alabastro, due occhi
-profondi e neri, una capigliatura copiosa e bruna che scendeva a ricci
-inanellati, con un vezzo infantile, ed una bocca tutta sorrisi, con
-un picciol neo sull'orlo del labbro superiore. Pensate un collo fatto
-al torno, un corpo modellato come quello d'una Venere, forse un po'
-piccino, ma svelto, agile, pieno di eleganza e di fascino, due manucce
-da fata, due piedini da adorare in ginocchio! Tutte queste leggiadre
-cose, ed altre più leggiadre, gliele avevano dette cento volte i suoi
-adoratori, i quali, per quanto s'ingegnassero di variare il frasario,
-non vi riuscivano così che la furba non se ne avvedesse e non beffasse
-colla miglior grazia di questo mondo i diplomatici della sua corte.
-
-Gli aveva ridotti a tale, i disgraziati, che i più abbandonavano
-l'assedio per mancanza di munizioni da guerra. E dite voi quanto
-dovesse parer burlesca la fiamma d'un banchiere Redi, con due occhioni
-tondi, da spiritato, ed una bocca che si apriva come una voragine e
-si chiudeva non lasciando sulla faccia carnosa altro che una lunga
-cicatrice trasversale, con due favoriti di stoppa, e coi capelli
-spartiti sulla nuca ed appiccicati dietro le orecchie e sulle ossa
-parietali, come due larghi cerotti.
-
-Immaginate questa testa sopra due spalle tozze, sorrette da due gambe
-esili, e le gambe terminate da due piedi enormi... e dite se la signora
-Serena dovesse ridere di quell'ultimo trofeo delle proprie vittorie.
-
-Dapprima non si era voluto credere, ma bisognò poi arrendersi
-all'evidenza: il banchiere Redi metteva in opera tutte le seduzioni
-del suo sesso per arrivare al cuore della bella creatura dell'altro.
-Non fu mai visto un banchiere caracollare con tanta grazia, nè un
-uomo rotolare giù dalla cinquantina più a malincuore. I polsini
-della sua camicia presero proporzioni inusate, il taglio dei suoi
-abiti sfidò l'eleganza del figurino, ed i cerotti che portava in capo
-divennero il ritrovo di tutte le essenze più irresistibili. La sua
-vita divenne una continua cavalcata, e per farne il prossimo convinto
-non si lasciò più cogliere fuori di casa senza gli speroni, e non si
-permise più di gesticolare se non collo scudiscio. Alla Borsa quanti
-si erano attaccati al carro della sua fortuna, veneravano anche questo
-capriccio; quelli che erano stati rovesciati dalla sua corsa trionfale,
-nella foga del maledirlo, non si avvedevano di nulla. Ma al caffè era
-ben altro; le teste fine del luogo, gli occhi non ce li hanno solo
-per portare l'occhialetto, e ci vedono chiaro, ed alla fregola del
-banchiere avevano dato il nome che si conveniva...
-
-Ma un dì si seppe che la sirena vedova sembrava accogliere, senza
-ridere, l'incenso del banchiere; fu argomento inesauribile. Il vecchio
-quesito dell'origine del Creso divenne nuovo; il suo abito silenzioso
-trovò interpreti benigni; il sorriso stupido commentatori più accorti,
-i quali ci videro di repente una scintilla nascosta. «Perchè, si
-diceva, come credere che una donna giovine, bella, ricca e piena di
-spirito pigli sul serio il culto d'uno sciocco... se fosse proprio uno
-sciocco?»
-
-«Non lo piglia sul serio» rispondeva uno.
-
-«Non è uno sciocco» ribatteva un altro.
-
-«Vedrete che se ne beffa» pronosticava un terzo.
-
-Tutte queste affermazioni e profezie si facevano in un caffè molto
-riputato, da un paio di dozzine delle teste meglio pettinate di Milano.
-
-
-
-
-VIII.
-
-LA CORTE DELLA SIRENA.
-
-
-Fra tanti che ambiscono l'onore _d'essere presentati_ alla Venere della
-giornata, io scelgo chi legge, sol ch'egli voglia darsi la pena di
-seguirmi.
-
-La leggiadra vedova abita in uno dei quartieri più eleganti della
-città, in una delle case meglio costrutte, al primo piano, un
-quartierino di cinque o sei stanze in tutto, un vero paradiso
-maomettano, dove si respira un'aria corretta e migliorata dai più
-squisiti profumi e si vede una luce vaporosa e fantastica che sfuma i
-contorni delle cose e dà alle persone una somiglianza di famiglia colle
-visioni de' sogni.
-
-Il salotto è un prodigio del genere; colle pareti tappezzate di seta
-azzurra e cogli stipiti dorati, in cui si riflette la luce di tutti i
-colori che passa attraverso i trasparenti, colla vôlta in cui è una
-processione di amorini di stucco che s'inseguono arrampicandosi a
-ghirlande di fiori pure di stucco, ha l'aspetto d'un piccolo tempio
-preparato a riti misteriosi. Un ricco tappeto pseudo-orientale
-attutisce i passi del visitatore, e due enormi specchi, collocati
-uno rimpetto all'altro, ne moltiplicano all'infinito le sembianze.
-Tutto ciò si vede alla prima; quando vi siete seduti sopra i larghi
-seggioloni di velluto azzurro con borchie e frange d'oro, vi apparisce
-un mondo d'inezie a far nuova testimonianza del lusso, dell'eleganza e
-del buon gusto. Nel vano delle finestre, da piccole cestelle di giunco
-dorato, pendono i festoni verdi di certe crassulacee e dell'edera,
-e sopra appositi tripodi gran vasi di porcellana miniata alimentano
-splendidi caladii dei più vaghi colori. Sui tavolini è sparso un
-infinito numero di ninnoli, album da ritratti che, aprendosi, vi
-cantano una strofetta, vaschette di cristallo colle loro famiglie di
-pesciolini rossi, lampade, paralumi, libri, la cui rilegatura paga
-dieci volte il valore del contenuto. A tutto ciò gettano dalle pareti
-uno sguardo sbadato quattro tele raffiguranti le virtù cardinali. Sono
-quattro belle virtù, molto vezzose, molto espressive, molto tentatrici
-e molto ignude, le quali sembrano aver spogliato insieme cogli abiti
-ogni rigidità, ed essersi acconciate, per mortificazione, a rallegrare
-il rito d'una suprema virtù amorosa, che è l'abitatrice del luogo.
-
-Non certo per dar tempo a chi aspetta di vedere tutto ciò, la leggiadra
-vedova si fa sospirare, perocchè chi aspetta ha avuto tempo di ammirare
-due volte tutti gli oggetti ammirabili e di farne l'inventario con
-crescente stupore. Chi aspetta è uomo che di poco ha passato la
-trentina, bello del volto, della persona e più degli abiti. Immaginate
-la splendida uniforme di luogotenente del reggimento delle Guide,
-già per sè stessa seducentissima, fatta più seducente e più elegante
-dalla suprema disinvoltura di chi la indossa e dalla bizzarra armonia
-dei colori delle pareti o dei mobili. Il giovane luogotenente si è
-seduto sopra un seggiolone e si è lasciato andare sulla spalliera
-senza complimenti, ha posto la sciabola fra le gambe ed è passato di
-meraviglia in meraviglia guardandosi intorno; ma siccome il tempo se
-ne va e nessuno viene, ed i suoi pensieri non bastano a quell'ozio,
-ha preso un _album_ dal tavolino e ne ha sfogliato le pagine ad una ad
-una, intanto che il docile filarmonico nascosto fa eseguire dalla sua
-orchestrina una pastorale svizzera. Alle ultime note della pastorale
-si apre finalmente una portiera, ed apparisce qualche cosa di vaporoso
-somigliante meno ad una donna che ad una divinità evocata da quella
-musica. Il bel guerriero si rizza in piedi, depone l'_album_, afferra
-la sciabola con una mano; fa un saluto mezzo borghese mezzo militare
-coll'altra, e muove un passo verso l'apparizione.
-
-— Cuginetta, mi hai fatto fare trentatre minuti e dodici secondi di
-anticamera.
-
-Il tono di voce con cui l'amabile luogotenente pronuncia queste
-parole, il sorriso di compiacenza che gli sta sul labbro, e l'atto
-cavalleresco, ma compassato, dicono molte cose, e prima di tutto
-ch'egli è stupito di quanto vede, e poi che alla sua volta si aspetta
-legittimamente di cagionare alla bella un magnifico stupore. Ma la
-bella lo guarda senza commuoversi, gli porge la mano esaminando nello
-specchio la propria acconciatura, e dice con un'indolenza adorabile:
-
-— Sei venuto trentatre minuti e dodici secondi troppo presto.
-
-— Ecco un bizzarro complimento in bocca d'una bella cugina che non si
-vede da un anno.
-
-— Non è un complimento; mi hai côlta allo specchio; il più che potessi
-fare per te era di farti aspettare. Non è forse vero?
-
-E dicendo così, la vedovella che non ha cessato di guardarsi alla
-sfuggita nello specchio, leva per la prima volta gli occhi in viso al
-cugino e lo fissa come sfidandolo ingenuamente a dir di no.
-
-— Sì, certo, balbetta il cavaliere, sebbene veramente pensi tutt'altro.
-
-— Anzi, soggiunge la vedova, poichè tu sei il primo a farmi visita,
-dimmi che ti pare della mia acconciatura...
-
-— È un miracolo di eleganza, risponde il luogotenente ridendo.
-
-— Di che ridi?
-
-— Dell'accoglienza che mi fai; immaginavo di averti preparato
-un'improvvisata.
-
-— Sapevo dell'arrivo del tuo reggimento in Milano; ti aspettavo.
-
-— E se devo proprio dirti tutto, mi lusingavo di farti piacere...
-
-— E me ne fai, dice Serena porgendo la mano che l'altro stringe fra le
-sue; ti pare che questa camelia mi stia bene?
-
-— Tu stai sempre meglio senza fiori in capo, lasciando cadere i ricci
-come vogliono. Te l'ho sempre detto, ti ricordi?...
-
-— Può essere... è un'_alba ploena_... me le provvede il Ferrario. È
-bella, non è vero?...
-
-— Bellissima.
-
-La vezzosa vedova si determina finalmente a sedersi, e lo fa con una
-mollezza piena di fascino.
-
-Il luogotenente continua a lasciar vagare sotto i baffi biondi un
-risolino che fra i compagni d'armi gli ha dato riputazione d'uomo
-_superiore_, e guarda intento la cuginetta!
-
-È pur bella la cuginetta!
-
-Quella espressione languida del viso è corretta meravigliosamente
-dal lampo degli occhi; non è una creatura svenevole, come ce ne sono
-tante, è una bella indolente, un'annoiata del _gran genere_. Eccola che
-porta una manina alla bocca, e trattiene uno sbadiglio! È impagabile
-in quell'atto, un pittore ci perderebbe il capo... ma un luogotenente
-delle guide!
-
-— Scusami, sai, dice Serena, non appena vede sparire il riso che
-illuminava il volto del cavalleresco cugino; parlami di te, dove sei
-stato tutto l'anno?
-
-— A Firenze.
-
-— E che c'è di bello a Firenze?
-
-— Il palazzo Pitti, il giardino Boboli, il Palazzo Vecchio, il
-Lung'Arno...
-
-Ed il luogotenente allunga le gambe ed esce in una larga risata.
-
-— Che c'è di nuovo? chiede la cugina senza sgominarsi.
-
-— Sai che ti trovo molto mutata?
-
-— Davvero?
-
-— Davvero.
-
-— È passato un anno.
-
-— È passato; anch'io sono molto diverso da quel tempo...
-
-S'interrompe per essere interrotto... ma siccome Serena pare molto
-attenta a districare i fili d'una larga frangia del suo abito che si
-sono arruffati, gli tocca ripigliare, e dice con un po' di malumore:
-
-— L'acconciatura deve renderti molto feroce coi tuoi ammiratori...
-
-— Sei un ammiratore tu?
-
-— Sincero...
-
-— E dicevi?
-
-— Dicevo che è passato un anno e che sono molto mutato...
-
-— Davvero?
-
-— Non pare anche a te?
-
-— Mi sembri lo stesso; hai sempre i tuoi baffetti attorcigliati e la
-tua bella uniforme azzurra; sei forse un po' più calvo, ma tutt'insieme
-mi sembri lo stesso.
-
-— Al contrario tu ti sei fatta più bella...
-
-— Vuol dire che io ho imparato a farmi più bella. Se sapessi come è
-difficile! ma devi saperne qualche cosa....
-
-— Taci, profanatrice, interrompe il luogotenente con voce scherzosa; ti
-paiono cose queste che una bella donnina debba dire ad un luogotenente
-delle guide?
-
-— Oh! mio Dio! sì; dopo quello che è passato tra noi possiamo parlarci
-chiaro, mi pare.
-
-Questa risposta finisce di gettare lo scompiglio nella logica del
-luogotenente, il quale — bisogna sapere anche questo — era riuscito a
-mettersi in capo che il contegno della cuginetta adorabile fosse una
-parte studiata a memoria.
-
-— Il nostro passato, tu dici... Lo crederesti? ho avuto per un momento
-il pensiero che, invece di farti piacere, fossi capitato in mal punto e
-ti dolesse di rivedermi...
-
-— Perchè mi avrebbe a dolere?
-
-— È quello che dicevo io pure... perchè?
-
-— Ci siamo separati come buoni amici...
-
-— Come i migliori amici.
-
-— Tu mi lasciasti per una modistina, bella fanciulla bionda meritevole
-della sua fortuna.
-
-— E tu per...
-
-— Ed io ti dissi che non me ne importava niente...
-
-— Tutto ciò è verissimo. Ed ora ti ritrovo in Milano, dove, appena
-giunto, odo parlare di te come della più leggiadra vedova che aspiri
-a passare a seconde nozze. Ti vedo per la via, ti riconosco, e mi
-propongo di farti visita, ed eccomi. Tuo marito, dunque, è morto?
-
-— Sì.
-
-Questo monosillabo contrae le labbra della leggiadra creatura; la cosa
-di un baleno, ed il sorriso riappare subito.
-
-— Ed ami? chiese il cugino dopo un momento di silenzio.
-
-— Sei molto indiscreto, risponde la bella; guardati intorno.
-
-— Hai un quartierino splendido e di molto buon gusto.
-
-— Di mio, non ci è che il buon gusto.
-
-— La qual cosa vuol dire che tu ami...
-
-— Molto.
-
-— Molto?...
-
-— O molti, è tutt'uno.
-
-Ella pronunzia queste parole coll'usata indolenza, senza commuoversi
-e guardando in faccia il suo interlocutore, il quale, parendogli
-finalmente di trovarsi a suo agio, si alza e va innanzi allo specchio.
-
-— Te ne vai già? dice allora Serena sollevandosi a mezzo e stendendo il
-braccio a tirare il cordone d'un campanello.
-
-Ma il luogotenente protesta di non aver punto questa intenzione e con
-un accento scherzoso scongiura la crudele cuginetta di non mandarlo
-via. La crudele cuginetta risponde con uno sbadiglio che questa volta
-si degna appena di nascondere.
-
-— Dunque, tu non sei ricca, cugina Serena?
-
-— Non più di te, cugino Ferdinando.
-
-— Pur troppo! perchè saresti ancora mia; ho solo il mio grado!
-
-— Ed io il mio.
-
-— Il mondo però ti crede ricca...
-
-Serena non risponde; ricaduta nella fatuità indolente, che sembra
-formare il fondo della sua indole, segue con occhio sbadato le pieghe
-della splendida veste di seta color d'arancio.
-
-— In fede mia! dice il luogotenente, non mi so più tenere dal dirti una
-cosa che mi sta sulle labbra.
-
-— Dilla.
-
-— Tu sei magnificamente bella!
-
-— Ah!
-
-— Non ti ho mai vista così bella! E do ragione al mondo che impazzisce
-per te.
-
-Serena è in piedi d'un balzo, trasfigurata in volto, e si fa presso al
-guerriero galante.
-
-— C'è della gente che impazzisce per me, hai detto?...
-
-— Il mondo!
-
-— E che importa a me del tuo mondo di sciocchi?
-
-— Cuginetta, confessalo, tu sei in collera meco, hai un segreto
-rancore, non mi sai perdonare...
-
-La vedovella non si degna di rispondere, e si lascia ricadere
-mollemente sul seggiolone.
-
-— Tu ricevi?... chiede il luogotenente mutando tono di voce.
-
-— Il giovedì.
-
-— Non farai per me un'eccezione?
-
-— Vieni quando vuoi, ti riceverò se ne avrò voglia.
-
-— Questo almeno è parlar schietto.
-
-E pensa:
-
-— Non vuol mostrarlo, ma in fondo è ancora innamorata di me.
-
-In questo punto un servitore viene ad annunciare il banchiere Redi.
-
-— Passi — risponde la bella, e rizzandosi dice al cugino: — È il mio
-banchiere.
-
-— Devo andarmene? chiede l'altro.
-
-— È meglio.
-
-Il luogotenente serra le ànche, piega il corpo con un atto che sta tra
-la rigidità militare e la scioltezza del damerino, prende la manina
-della bella vedova, poi si volta con un moto risoluto ed esce.
-
-Sulla porta s'incontra cogli occhioni da spiritato, coi favoriti
-biondi, colla bocca madornale e coi cerotti lucenti che compongono
-il viso del banchiere Redi; fa un saluto poco percettibile e se ne
-va colla sciabola sotto il braccio, pensando che la cuginetta è molto
-bella e che il banchiere della cuginetta è molto brutto.
-
-
-
-
-IX.
-
-IL SECONDO CORTIGIANO.
-
-
-Il banchiere Redi mette il capo alla portiera del salotto, e sta un
-momento immobile sul limitare, intanto che l'incantatrice del luogo si
-è lasciata andare sopra una seggiola ed accarezza fra le mani un riccio
-dei propri capelli.
-
-— Se non disturbassi, dice alla fine il banchiere arrischiandosi a
-mettere tutto il corpo nel tempio, se non disturbassi dovrei dire alla
-signora Serena...
-
-Il sorriso grazioso con cui il banchiere accompagna le proprie parole,
-spalanca la più larga bocca del regno d'Italia, e mette in mostra due
-file di denti bianchissimi.
-
-— Dite, interrompe la signora Serena senza voltarsi.
-
-Il banchiere si fa innanzi, guardando con la coda dell'occhio la bella
-indolente, trae dal portafogli alcune carte, e dopo averle osservate
-attentamente, ne fa un piccolo fascio che depone sul tavolino.
-
-— Sono le scadenze che lei sa... sol che volesse guardare se tutto è in
-regola...
-
-— Tutto è in regola, risponde fieramente la bella.
-
-— Mi lusingo anch'io...
-
-— Sono quindicimila lire, credo.
-
-— Diciasette.
-
-— Tutto è pagato?
-
-— Tutto. Se lei volesse degnarsi di sottoscrivere questa carta...
-
-La vedova rizza il capo e guarda in faccia il banchiere, i cui occhi,
-attoniti, non sanno staccarsi dal viso leggiadro.
-
-— Una nuova obbligazione, una nuova ipocrisia. Quanto vi debbo a
-quest'ora?
-
-— Una bazzecola.
-
-— Che non potrò pagarvi mai.
-
-— La signora scherza...
-
-— Non ischerzo e lo sapete meglio di me; vi ringrazio della
-delicatezza, ma è inutile.
-
-— Lei sa...
-
-— Io so quel che mi volete dire; ci penso.
-
-— I miei voti...
-
-— Portate via quelle carte, non ho testa a badare a nulla... Lasciatemi.
-
-— E devo sperare?
-
-— Ritornate fra otto giorni.
-
-— È l'ultima dilazione?...
-
-— Non lo so.
-
-— La signora mi permette che le baci la mano?
-
-La vedova risponde stringendosi nelle spalle, e volta la faccia da un
-altro lato; in un attimo il banchiere ha preso la morbida manina e se
-la porta avidamente alla bocca. No, signori, non si è mai vista una
-manina più appetitosa ed una bocca meglio capace di farne un boccone
-solo.
-
-Poi il Creso galante esce a ritroso, continuando a saettare con uno
-sguardo assassino la donna insensibile e leggiadra.
-
-Rimasta sola, la vaga creatura si leva in piedi repentinamente
-coll'atto di chi voglia divincolarsi dalle strette della noia e si
-invola nella stanza da letto, un vero tabernacolo color di rosa. Una
-bella donna che corre tanto ratta allo specchio e si siede innanzi al
-segreto complice dei propri trionfi con tanta impazienza, deve avere
-una gran paura che le caschi una treccia o se le sia scomposto un
-riccio. La signora Serena ha preso un foglio di carta aperto, ma non ne
-dubitate, non ne fa un cartoccio, non si guarda nemmeno nello specchio
-e legge colla curiosità d'un'annoiata:
-
- «_Signora_,
-
- »Per la quarta volta mi presento alla porta di vostra casa, e mi
- si risponde che non ricevete. Che v'ho fatto io? Sono sceso dentro
- di me ed ho interrogato il mio cuore — non so d'aver meritato
- la vostra collera. Solo se l'amarvi vi offende, avete diritto di
- castigarmi così, perchè io vi ho offesa molto.
-
- »Lasciate che lontano da voi io ponga su questa carta ciò che
- innanzi al vostro sguardo affascinante si rannicchia paurosamente
- nel cuore — io vi amo; sorridete pure, non può il vostro glaciale
- sorriso fare che io non vi ami... È un sentimento più forte della
- mia volontà, più forte del mio stesso orgoglio che io depongo
- ai vostri piedi. Altri avrà per voi più lusinghevoli omaggi, ma
- nessuno potrà dirvi parola più sincera di questa: vi amo. Avvezza a
- vedere, nell'ammirazione di quanti vi circondano, lo specchio della
- vostra suprema bellezza, vi farà meraviglia che io non vi abbia
- detto mai che siete bella. A me non importa della vostra bellezza;
- v'hanno forse nel mondo altre creature più belle di voi a cui non
- darei il mio cuore. A voi l'ho dato. Non so perchè, non so quando,
- nè come incominciai ad amarvi, so che mi trovai incatenato senza
- avvedermi. Volli rompere il laccio, sdegnoso non di voi, ma della
- mia debolezza, e sfibrai invano i miei muscoli; divenni debole
- come un fanciullo per amarvi, ma non voglio rimanermi eternamente
- fanciullo. Ho bisogno di amarvi altrimenti.
-
- »Non so se parlandovi questo linguaggio sincero mi esporrò alle
- vostre beffe; so ch'esso merita altra fortuna. Nell'infinita turba
- dei vostri adoratori non ne troverete un solo, il quale vi dica
- tutto ciò che gli sta in cuore. Io lo dirò. Lasciate che venga a
- voi e vi sveli un sogno che ho fatto. Quanto ho da dirvi merita
- che mi ascoltiate; accordatemi un quarto d'ora, non lo spenderò
- a ripetervi il vacuo frasario che dovete sapere a memoria. A me
- abbisogna la suprema felicità o l'abbandono; deciderete voi la mia
- sorte; qualunque essa sia, mi sarà cara se mi toglierà dal viso la
- maschera volgare d'un insipido adoratore. Attribuite l'arditezza di
- questo linguaggio all'amore, e la sincerità alla mia stima grande
- quanto l'amore.
-
- »MAURIZIO.»
-
-La signora Serena si lascia cadere la lettera di mano e segue
-sbadatamente un raggio di sole che è penetrato attraverso le tendine
-calate, ad illuminare un mondo di atomi color di rosa. All'improvviso
-si alza in piedi e sorride. Io non vorrei che il signor Maurizio
-vedesse il sorriso di trionfo di cui s'illumina quel volto; il
-raggio di sole si vergogna al confronto e si nasconde, e la leggiadra
-incantatrice va in giro per la camera a gran passi. Ma a poco a poco
-quella foga si allenta, il bel viso si oscura, e le due candide manine
-arrivano appena in tempo a soffocare un singhiozzo.
-
-Un vero singhiozzo? una bizzarria? un capriccio nuovo?...
-
-Quel raggio curioso di sole che si affaccia un'altra volta alla
-finestra, è pratico del luogo, e deve saperlo. Ve' come rianima
-allegramente la fantastica danza degli atomi color di rosa!
-
-
-
-
-X.
-
-IL TERZO.
-
-
-Il signor Maurizio! disse improvvisamente una voce dietro la portiera.
-
-Serena parve uscire da una lunga fantasticheria, sollevò il capo con un
-moto risoluto, e rispose senza voltarsi:
-
-— Passi!
-
-Poi si guardò nello specchio, chiamò sul labbro il più bel sorriso, e
-mosse incontro al nuovo visitatore.
-
-Costui è uomo che sta a cavallo della quarantina, alto della persona
-e piuttosto esile, ma di forme proporzionata e di aspetto dignitoso.
-Il volto pallido esce come da una cornice fuor della barba nera, che
-gli scende lungo l'orecchio e si riunisce sotto il mento. Due rughe
-trasversali gli solcano la fronte, e gli occhi nerissimi mandano
-baleni nel cavo delle orbite profonde. Veste con massima eleganza e
-semplicità, ed ha il portamento d'uomo che, avvezzo a vivere fra gli
-uomini, sa di bastare a sè stesso. Nondimeno, mentr'egli se ne sta
-immobile sul limitare, un lieve tremito nervoso scorre per tutto il
-suo corpo irrigidito da uno sforzo di volontà, e quando il servitore
-ritorna e lo invita con un cenno ad andare innanzi, egli è costretto
-ad appoggiarsi al muro un brevissimo istante. Nel porre il piede nel
-salotto due occhi ammalianti lo trattengono un'altra volta: è l'ultima
-debolezza, ed egli s'inchina profondamente a nasconderla, poi muove
-verso la vezzosa padrona di casa, la quale si è rizzata a mezzo sulla
-poltroncina per porgergli la mano con adorabile languore.
-
-— Mi aspettavate? chiede Maurizio dopo aver stretto nelle sue mani quei
-ditini di fata.
-
-— Veramente no, risponde la bella, invitando il visitatore a sedere con
-un cenno.
-
-— Sono venuto in mal punto?
-
-— Mi annoiavo.
-
-— Ciò che ho da dirvi vi divertirà, forse...
-
-— Tanto meglio...
-
-E vedendo che il volto del signor Maurizio si fa scuro, soggiunge
-sorridendo:
-
-— Scusate, io non so che cosa m'abbiate a dire.
-
-— Non lo indovinate?
-
-— No, davvero; se pure non volete ripetermi quanto mi avete scritto,
-che mi amate...
-
-— E non vi diverte questo?
-
-— Mi annoia, perchè me lo dicono tutti.
-
-Serena pronuncia queste ultime parole senza ombra di fatuità nè di
-collera, prolungando l'incantevole sorriso, agitando lievemente la mano
-in cadenza; poi fissa i grandi occhi abbaglianti in volto al signor
-Maurizio, il quale ne regge per poco la luce e si dà vinto.
-
-— Voi siete schietta, ripiglia a dire il visitatore dopo una lieve
-titubanza; e ciò rende più facile il colloquio che vi ho chiesto.
-
-La bella vedova continua a guardare, a sorridere, a muovere la mano in
-cadenza senza mostrare curiosità di sorta. L'altro prosegue:
-
-— Non vi dirò che vi amo, nè quanto vi ami; non mi credereste, ed alla
-mia età non sta bene non essere creduti.
-
-— Alla vostra età!
-
-— Ho trentanove anni compiti.
-
-— Cioè quaranta non compiti... vi credevo più giovine.
-
-— Vi pare ch'io sia troppo vecchio?
-
-— Al contrario, che siete troppo giovine per gli anni che avete.
-
-— Gli anni però non si cancellano.
-
-— Qualche volta sì; io per esempio ne voglio avere ventidue soltanto e
-me ne cancello parecchi. Vi pare che io abbia più di ventidue anni?
-
-Maurizio getta alla sua volta un lungo sguardo nella tenebra di
-quell'incantevole enigma vivente.
-
-— Ho promesso d'esser breve, abbrevio, e vi scongiuro di rispondere
-schiettamente ad una domanda, per quanto vi possa parere indiscreta.
-
-— Dite.
-
-— Amate voi qualcuno?
-
-Serena sta alquanto dubbiosa.
-
-— Aspettate.... mi pare di no.... anzi ne sono sicura; lo credereste?
-non avevo mai fatta a me stessa la domanda che mi fate voi.
-
-— E stimate qualcuno?
-
-— Pochi.
-
-— Io sono nel numero?
-
-— Certo.
-
-— Quand'è così, dice Maurizio protendendo le mani congiunte, come per
-darsi forza, io vi offro di divenire mia moglie.
-
-Oh! se egli avesse potuto cogliere il lampo che brillò nell'occhio di
-Serena! Ma, com'ebbe pronunziata la dimanda, non si sentì la forza di
-leggere subito la risposta nei volto della bella e chinò lo sguardo.
-
-— La vostra offerta mi onora, mi insuperbisce, dice Serena con gravità
-insolita.
-
-— Accettate dunque?...
-
-— La stima che mi dimostrate, prosegue Serena misurando le parole,
-merita la maggior schiettezza. Il mondo ha sul mio conto molte opinioni
-bizzarre...
-
-— Che importa a me del mondo?...
-
-— Una fra le altre più bizzarra di tutte, quella cioè che io sia ricca.
-
-Serena si arresta per guardare in volto Maurizio, il quale non batte
-palpebra.
-
-— Il mondo s'inganna, aggiunge la bella; io non sono ricca.
-
-— Lo sapevo, risponde l'altro, o almeno lo immaginavo; poichè voi
-stessa me lo dite, tanto meglio; non mi si perdonerà certo la mia
-felicità, ma almeno non si potrà dire che volli fare un buon negozio.
-
-— Siete fiero voi?
-
-— È la mia maggior ricchezza; me pure si crede molto ricco; sappiatelo,
-mi rimane solo il tanto che basti ad una vita modesta; non avrete da
-arrossire accettando, sono povero anche io.
-
-— Lo sapevo.
-
-— Lo sapevate?... e dite?
-
-— Tanto peggio.
-
-Serena sembra fare uno sforzo sopra sè stessa per mantenersi grave, ma
-è inutile; il riso le sta sul labbro, gli occhi le sfavillano giocondi.
-E ripete:
-
-— Tanto peggio. Io sono avvezzata male; ho provato a vivere
-negli agi, nelle mollezze e mi ci trovo bene; mi piace avere un
-bell'appartamento.... non badate a questo, è una bicocca se lo
-confronto co' miei sogni... mi piacciono le veglie, i viaggi, le
-villeggiature, i bagni; mi ci annoio qualche volta, ma vi ha noia
-e noia; quella che voglio io è una bella noia; il mio desiderio più
-ardente è di avere una magnifica pariglia ed una splendida carrozza con
-due servitori; ma se anche dovessi rinunziare a questo bel fantasma,
-non saprei distaccarmi dai miei abiti di seta e di velluto, dai miei
-merletti, dai miei pizzi... e tutto ciò costa caro, orribilmente caro.
-
-La bella si arresta, getta uno sguardo fuggitivo a Maurizio, il quale
-ha rialzato il capo con superbo disprezzo.
-
-— Che cosa potete darmi voi? continua Serena con crescente
-disinvoltura. Il vostro cuore, il vostro affetto; ciò potrebbe bastare
-ad un altro cuore, forse anche al mio, ma non basta alla mia fantasia,
-alle mie abitudini, ai miei bisogni. Dovrei vivere una vita modesta,
-accudire alle faccende domestiche, vestirmi sempre degli stessi abiti,
-di falsi pizzi e di falsi gioielli, rinunziare al mondo, alle feste,
-alle ville, ai palchetti in teatro, ai bagni, e tutto ciò a soli...
-ventidue anni! Voi stesso comprenderete che non è possibile; siete
-fiero e sta bene; io no, non sono fiera; non vorreste che il mondo vi
-accusasse di aver fatto un buon negozio sposandomi; a me invece un buon
-negozio è indispensabile, ed io del mondo non mi curo. E poi, il mondo
-è galante con noi donne, e dirà ancora ch'io mi sono rovinata, che ho
-fatto male i miei conti...
-
-Maurizio si è alzato in piedi senza dir parola; la leggiadra vedova
-s'interrompe e gli porge la mano sorridendo.
-
-— Lo sapevo io che vi avrei posto in fuga; eccovi guarito, immagino.
-Mi avete voluto sincera e vi ho svelato tutta me stessa. Me ne terrete
-rancore?
-
-— Vi ringrazio, dice Maurizio, sfiorando appena la mano della bella.
-
-Ed esce senza più rivolgersi, con un amaro ghigno sulle labbra, col
-cuore in tumulto.
-
-Serena continua a sorridere finchè il visitatore sia scomparso, poi si
-getta sul divano e piange.
-
-
-
-
-XI.
-
-LA SIGNORINA OLIMPIA FA GLI ONORI DI CASA.
-
-
-Queste cose ed altre molte, tutte savie e sapienti ad un modo,
-avvenivano nel mondo dei savi intorno alla vigilia del Natale.
-Ritorniamo ai nostri pazzerelli.
-
-Il dottor Parenti che li cura ha forse bisogno egli stesso dei propri
-rimedii, poichè a frugar bene nella sua testa ci si trovano alcune idee
-fantastiche e bizzarre, le quali alla Borsa non hanno, fra i pubblici
-valori, un valore certo e definito; ad ogni modo egli è creduto un
-sottile ragionatore, dotato d'un'avvedutezza rara, e sempre intento ad
-aguzzare lo sguardo per farlo passare attraverso i corpi più duri. È
-opinione fra i suoi ammalati che nulla gli abbia mai saputo resistere
-(il granito da un pezzo gli ha svelato il suo segreto); e quando fissa
-gli occhietti scintillanti in faccia a qualcuno, state sicuri che gli
-scompagina il cervello e gli sfibra il cuore — e il peggio è che non
-pare, perchè sorride come la più buona pasta d'uomo che esista sulla
-terra.
-
-Con un oculare di quella fatta — povero dottor Parenti! — ha dovuto
-vederne di brutte cose!
-
-Al domani del Natale passato melanconicamente al focolare in compagnia
-dell'amico Fulgenzio, egli si levò molto di buon umore, misurò tre o
-quattro volte la stanza da letto e finì fregandosi le mani, rialzando
-il capo, e piantandosi nel mezzo della camera. Allora terminò di
-vestirsi in fretta, diè il bacio del buon giorno ad Olimpia, sorbì
-prosaicamente la sua chicchera di caffè e latte, poi misurò di nuovo a
-gran passi la sala da pranzo e finì un'altra volta fregandosi le mani,
-rialzando il capo e piantandosi come un pilastro.
-
-Olimpia, che lo guardava aprendo tanto d'occhi, non ci capiva nulla e
-se ne rimaneva anch'essa immobile come una statua della curiosità.
-
-— Ma che bella statua! pensò il babbo volgendo finalmente lo sguardo
-alla sua creatura.
-
-Per carità paterna, avrebbe dovuto dirle qualche cosa, ma non le disse
-nulla, e sedette accanto al fuoco. Trasse il taccuino, ne staccò un
-foglietto e scrisse colla matita, poi chiamò un servo e gli ordinò di
-recare lo scritto al signor Mario.
-
-— È ammalato il signor Mario? chiese Olimpia, che non aveva tolto un
-istante gli occhi di dosso al padre.
-
-— E chi ti dice che sia ammalato?
-
-— Poichè gli mandi una ricetta.
-
-— E chi ti dice che sia una ricetta?
-
-— Fai sempre così a farle...
-
-Il dottor Parenti rise allegramente dell'equivoco, ma non disse altro.
-
-Pochi minuti dopo ritornò il servo ed avvertì che il signor Mario s'era
-appena levato e che sarebbe venuto subito.
-
-Non andò molto che si udì il tintinnio del campanello alla porta
-d'ingresso.
-
-Il dottor Parenti si rizzò come spinto da una molla e fece per uscire
-dalla stanza.
-
-— Te ne vai? chiese Olimpia.
-
-— Vado e vengo; trattienilo un momento tu...
-
-— Ma io...
-
-— Vengo subito, ti dico...
-
-E senza ascoltar altro, il dottore sparve chiudendosi l'uscio dietro le
-spalle, mentre la porta rimpetto si apriva lasciando il passo al signor
-Mario.
-
-Il signor Mario è a rigore un bel giovinotto, ma ha una aria di Amleto
-precoce che mette in dosso la melanconia; porta l'abito abbottonato fin
-sotto al mento ed ha i lineamenti corrugati, come uomo che abbia fatto
-scommessa di non ridere.
-
-Olimpia vorrebbe muovergli incontro, tanto più che il nuovo venuto,
-vedendo sola la fanciulla, si è arrestato sulla soglia e sembra
-disposto a non se ne staccare, se la signorina non gli viene in aiuto.
-Ma come fare? È così difficile ricevere un giovinotto!
-
-— Signor Mario, dice la bella creatura, prendendo il proprio coraggio a
-due mani, si accomodi; il babbo viene subito, subito...
-
-E intanto guarda colla coda dell'occhio verso l'uscio.
-
-Dio sia lodato! il signor Mario apre la bocca per parlare!
-
-— Buon giorno, signorina.
-
-Non dice altro e s'inoltra un passo.
-
-— Segga qui, dice Olimpia a cui pare di sentirsi in petto un cuore di
-bronzo, vicino al fuoco; deve fare molto freddo, tutti i vetri erano
-arabescati di ghiaccio stamane.
-
-— È vero, deve fare molto freddo.
-
-— Non se n'è accorto lei?
-
-— Non sono ancora uscito di casa.
-
-Qui ha luogo un intervallo di silenzio che entrambi spendono a guardare
-molto curiosamente le vetrate.
-
-— È un pezzo che non la vediamo, dice Olimpia; non viene mai a
-trovarci? Perchè non viene mai?
-
-— È vero; ma in questi pochi giorni di vacanze, ho dovuto studiar
-molto...
-
-— Le farà male studiar tanto; lo dice il babbo che le farà male.
-
-Il signor Mario si determina ad abbozzare colle labbra qualche cosa che
-rassomiglia lontanamente ad un sorriso.
-
-— Ieri l'abbiamo aspettato; credevamo che venisse a passar la sera con
-noi, aggiunge Olimpia, tutta sbigottita di essere un'eroina.
-
-Il signor Mario risponde che fu trattenuto fuori dagli amici, gli duole
-di essersi fatto aspettare inutilmente.
-
-— L'abbiamo aspettato un pezzo; il babbo diceva sempre: verrà, verrà.
-
-Non era vero, ma di che parlare con uno studente di medicina così
-patologicamente taciturno?
-
-— Il dottor Parenti è troppo buono con me...
-
-— Le vuol bene...
-
-— Non lo merito...
-
-— Oh! sì sì che lo merita!...
-
-La fanciulla si è lasciata scappare queste parole con tanto candore che
-ne arrossisce essa stessa. Il silenzio diviene un'altra volta profondo;
-il signor Mario guarda i carboni accesi, confronta il pomello d'ottone
-delle molle col pomello d'ottone della paletta e nota che fanno un
-paio di pomelli d'ottone assolutamente simili, poi leva gli occhi al
-soffitto, li figge sulle pareti, sul pavimento, da per tutto fuorchè
-sul volto imporporato della fanciulla, la quale guarda i vetri, la
-volta, il pavimento ed il focolare, tutto fuorchè la faccia scura del
-signor Mario. Ed i canarini svolazzano per la gabbia, e spendono i loro
-trilli senza riuscire a farsi intendere.
-
-Quella situazione diventa sempre più imbarazzante, perchè Olimpia
-non trova assolutamente più nulla da dire, ed il signor Mario non
-pare nemmeno si dia la pena di cercare. L'aiuto della Provvidenza è
-indispensabile e deve giungere dall'uscio dello studio del dottore....
-Oh! perchè non giunge?
-
-Non si mormori contro la Provvidenza; ecco, l'usciolo si apre e ne esce
-frettoloso l'ottimo babbo.
-
-Olimpia fa un lieve inchino e se ne svolazza via, lasciando il sorriso
-del dottore alle prese col broncio del signor Mario.
-
-
-
-
-XII.
-
-IN CUI IL DOTTOR PARENTI INCOMINCIA UNA CURA.
-
-
-Il dottore entra in materia senza preamboli; prende nelle proprie le
-mani del signor Mario e lo guarda fissamente in volto.
-
-— Mi devi promettere di essere schietto con me.
-
-Il signor Mario, non preparato al repentino scongiuro, non risponde
-nulla; quel silenzio può significare cento cose, ma il dottor Parenti
-non istà in forse e si attiene all'interpretazione che gli conviene
-meglio.
-
-— Così va bene, dice egli; tu sai se ti sono amico e se di me ti
-puoi fidare; quel che ho da dirti, da un pezzo mi sta in mente; se tu
-sei uomo, la schiettezza non deve offenderti, ed io ti voglio parlar
-schietto.
-
-Mario leva fieramente il capo e pronunzia una sola parola, ma con molta
-fermezza:
-
-«Parli.»
-
-— Parlo, prosegue a dire il dottore, fregando le palme della mano
-contro le ginocchia e dondolando lievemente il corpo; e dico che tu sei
-un gran colpevole verso tutti coloro che ti vogliono bene, che la tua
-tetraggine è un affanno per tuo padre e la tua taciturnità un'ingiuria
-per me. Chi sono io? Non te lo ricordi più? Una volta il signorino
-sapeva venire dal dottor Parenti; era il suo vocabolario medico, il
-suo balocco, il suo passatempo. Ma sissignori che a poco a poco ella
-mi si imbroncia, mi si rincupisce, mi fugge! È questo che ti hanno
-insegnato all'Università? Non sei ancora medico, e già mi tratti corno
-un tuo collega, odiandomi cordialmente. E Dio sa a quanti hai detto
-che io sono un asino calzato e vestito, coll'intenzione di rubarmi la
-clientela!
-
-Il dottor Parenti ha incominciato molto seriamente ed ha finito con un
-accento così burlesco, che lo stesso Mario è costretto, a ridere.
-
-— Lei scherza!
-
-— Io scherzo, sicuro che scherzo, voglio scherzare fino... alla fine;
-tu no, non ischerzi! In fede mia, la tua clientela è fatta fin d'ora;
-hai in te stesso un ammalato che ha bisogno di tutta la tua dottrina,
-se ne hai... se ne hai, perchè lo so io forse se ne hai? Ti sei tu
-degnato più di interrogare il tuo antico maestro? Alle corte, ecco
-quello che ti devo dire: se ti rimane ancora un briciolo di amicizia
-per me, esigo che tu mi confidi tutto quanto hai nel cuore...
-
-— Non ho nulla io!
-
-— E se della mia amicizia non t'importa, allora serba i tuoi segreti
-a chi ne sia più degno, e vattene, ma che almeno sappia con chi ho da
-fare.
-
-Il giovane, a queste ultime parole, china il capo sul petto con uno
-scoraggiamento profondo.
-
-Il dottor Parenti prosegue con dolcezza:
-
-— Via, dimmi tutto; una buona confessione può sanare molti mali, anche
-quando è fatta ad un cattivo medico. E poi, chi sa che io non abbia
-proprio il rimedio che ti abbisogna; il tuo _caso_ non è disperato....
-al contrario.... e ti prometto che se il rimedio dipende in qualche
-modo da me, io non saprò negartelo.
-
-In queste parole, pronunziate con lentezza e quasi con finta
-sbadataggine, è nascosta un'intenzione che al signor Mario sfugge
-interamente, perchè non batte ciglio, nè muta positura. Il dottore sta
-alquanto in forse, poi aggiunge:
-
-— Devo aiutarti a farmi questa confessione? Sì?... Ebbene, tu sei
-innamorato!
-
-Il giovane leva il capo con un moto repentino che il dottore, per
-generosità, finge di non vedere.
-
-— Tu sei innamorato e disperi, come fanno tutti gli innamorati, di
-veder mai avverato il tuo bel sogno. Non è così?...
-
-«Come fanno tutti gli innamorati...» è evidentemente un pleonasmo,
-perchè Mario dà una risposta che rovescia la regola generale.
-
-— Non è così, dic'egli, non potrebbe essere così, io non amerei mai
-alcuna fanciulla senza esser certo di poterla far mia.
-
-— Al cuore non si comanda, giovinotto.
-
-— Il mio cuore mi ubbidisce, risponde semplicemente Mario.
-
-— E poi le difficoltà, i contrasti...
-
-— Non vi sono difficoltà per chi ama.
-
-— Benissimo, benissimo, benissimo, ripete il dottor Parenti, curvandosi
-sempre più sul focolare e fregando con crescente fervore le palme delle
-mani sulle ginocchia. Rimane adunque perfettamente stabilito che tu non
-sei innamorato.
-
-Mario non risponde nulla; l'altro prosegue:
-
-— Ebbene, mi dispiace dirlo, ma quando è così il negozio diventa più
-grave e ti fa maggior torto. Se non sei un innamorato, sei qualche cosa
-di peggio, un cattivo amico...
-
-— Dica tutto il suo pensiero, un cattivo figlio.
-
-— Ebbene sì, un cattivo figlio! Io non so per quali pretesti il tuo
-cuore, che è buono, si mantenga in questa selvatichezza che fa tanto
-male a tutti; so che vi è un vecchio, il quale sperava di avere un
-figlio in te, e che tu fai di tutto per parere a lei un estraneo;
-so che quel vecchio soffre, e che tu soffri, e so che, invece di
-confortare la sua vecchiaia e te stesso, tu gli sei cagione di dolore e
-di affanno.
-
-Il volto del dottore è serio come nei momenti solenni, e la sua parola
-amorevole ha una gravità insolita; il giovine sembra fare un gran
-sforzo per mantenersi indifferente, ma l'occhio indagatore del medico
-gli si appunta in viso e non lo lascia un istante, finchè, incapace di
-dissimulare più oltre, Mario dà in un singhiozzo soffocato.
-
-Il dottor Parenti balza in piedi, prende la testa del giovane fra le
-mani e se la tira sul petto come avrebbe fatto ad un fanciullo viziato.
-Non dice nulla.
-
-Mario si toglie a poco a poco a quel laccio amorevole, e leva gli occhi
-in alto per mostrare che non piange più.
-
-— Preferirei che tu piangessi, dice il dottore comprendendo il
-significato di quello sguardo, che ti spogliassi del tuo orgoglio
-insensato.
-
-— E che mi rimarrebbe allora? chiede fieramente il giovine.
-
-— La tua famiglia, un padre.
-
-— Io non ho padre, prorompe Mario con voce sorda. Dica pure che io
-sono un ingrato, l'ingratitudine è la mia sola virtù. Mi hanno dato una
-casa, un nome, una professione; cose ottime che io non chiedeva, e che
-accettai con giubilo; ma si vorrebbe che io scontassi tutto ciò a caro
-prezzo; che portassi scritto sulla fronte il benefizio ricevuto e lo
-pagassi coll'umiliazione e colla vergogna. È troppo caro; se non posso
-estinguere il mio debito, voglio almeno mostrare che la mia anima non
-si vende — sono un miserabile, lo so, ma non sono un vigliacco; meglio
-ingrato che codardo.
-
-Mario ha parlato con impeto ed ammutolisce a un tratto; il dottore
-osserva con voce commossa:
-
-— Il cuore di tuo padre è buono.
-
-— Chi lo sa?
-
-— E non vuole che un po' d'affetto...
-
-— Me n'ha egli dato dell'affetto? Quando io me gli mostrai amorevole,
-credette egli forse che la riconoscenza avesse in me preso gli aspetti
-dell'amor filiale? Lo credette egli mai? E quando io, coll'anima piena
-di affettuosa gratitudine, provando il bisogno d'essere stimato e di
-trovare un po' di quell'affetto che nissuno più doveva darmi in terra,
-feci di tutto per giungere al suo cuore, credette egli forse alla mia
-sincerità? Io era fanciullo, ma gli leggevo dentro meglio che egli non
-leggesse in me perchè avevo la doppia vista della sventura. E vidi,
-lo sa lei che vidi? Vidi che egli mi teneva per un egoista e per un
-dappoco. Fu buono, arrendevole, non mi lasciò mancare nulla, tranne
-la sola cosa che io spiava inutilmente nei suoi occhi: un pensiero di
-stima sincera, un sentimento di vero affetto. Si era imposto il dovere
-di far di me suo figlio, ma non fu mai, un solo istante, mio padre.
-
-E poichè il dottor Parenti fa atto d'interromperlo, tace, ma continua
-a tentennare il capo come per respingere, innanzi di udirli, tutti gli
-argomenti che gli si possono opporre.
-
-Ma il dottore non ha argomenti veri da opporre a quel grido partito dal
-cuore; e se interrompe il dire affannoso del giovine, lo fa da medico
-accorto, perchè egli non si sfibri nell'impeto e gli rimanga forza di
-proseguire più pacato.
-
-— Vi fu certo un equivoco, gli dice; tuo padre è mio amico, e lo
-conosco come ti conosco, e più, perchè mi si è dato a conoscere più
-presto. Egli ti vuol bene.
-
-— Non lo creda, ribatte Mario amaramente; l'amore non passa se non dove
-prima è passata la fede, ed il cuore di quell'uomo non crede in nulla.
-Ho poco studiato nei libri; ho molto studiato nel cuore di... mio
-padre; appena mi avvidi del suo contegno con me, volli darmene ragione,
-e come gli ebbi letto dentro ciò che doveva fare d'un figlio affettuoso
-un indifferente, non passò giorno senza che io meditassi il mio nuovo
-supplizio; ogni sua parola, ogni sua opinione divennero oggetto di una
-tormentosa e puntigliosa analisi, che mi lasciava sempre più ebbro di
-dolore e di orgoglio; ma il mio dolore era la mia debolezza; il mio
-orgoglio, la mia forza; divenni ingrato.
-
-— Mario, dice il dottor Parenti pigliando la mano del giovine, tu hai
-cuore e ne ha egli pure; voi dovrete amarvi.
-
-— Oh! ch'egli non sappia mai, prosegue Mario senza mostrare di aver
-inteso quelle parole; oh! ch'egli non sappia mai, se è vero che ha
-cuore, con quale occhio d'invidia io ho guardato i miei fratelli che
-camminano per le vie come un gregge, che portano un camiciotto grigio
-ed hanno una sola famiglia, l'ospizio! Coloro almeno sono in diritto di
-non arrossire della loro sventura; a me quel diritto non rimane più; mi
-fu pagato con un nome, con un'educazione; agli altri resta il potere di
-serbarsi liberi, onesti e forti; a me non è concesso se non di parere
-un docile parassita od uno schiavo ribelle. Per chi ha anima d'uomo in
-petto, la massima infelicità non è il non aver padre, nè nome; ma è il
-portare un nome imprestato, è l'avere un padre che non è padre.
-
-La voce di Mario è passata per tutte le gradazioni della commozione e
-finisce in un rantolo.
-
-— Il tuo orgoglio è generoso, dice il dottore tanto per rompere
-l'affanno del silenzio; io lo stimo quello che vale, e vale molto;
-ma tu gli dai certo maggior prezzo che non abbia. Se tu avessi preso
-ad amare l'uomo che ti ha dato il suo nome e la sua casa, non avresti
-patito tante torture. Questo di buono ha l'affetto, che basta al cuore
-e ne caccia o vi soffoca le altre passioni...
-
-— S'inganna, interrompe il giovane coll'accento di una convinzione
-profonda; s'inganna; l'affetto è una malattia del cuore che ne rende
-più sensibili e più delicate le fibre; corrisposto, è un balsamo; non
-corrisposto, è un veleno; e se non si può cessare di amare, si odia.
-
-— Tu non hai cessato d'amarlo, dunque?
-
-Mario non risponde, e si alza in piedi con un moto risoluto.
-
-— Ho già detto troppo, ho già troppo sofferto. Lasci che me ne vada e
-grazie, grazie della sua amicizia.
-
-Il dottore si alza anch'egli, e pone le sue mani sugli omeri del
-giovine.
-
-— Il tuo male è grave, gli dice, ma spero di guarirti, poichè il cuore
-è sano.
-
-Mario scuote il capo melanconicamente e si allontana senza aggiungere
-parola. E il dottore, rimasto solo, si afferra il mento colla mano
-manca, il gomito manco colla mano destra, e rimane in quell'atto,
-immobile, senza avvedersi che Olimpia, l'angelo biondo della sua casa,
-fa il broncio in un canto.
-
-— Tu qui! dice finalmente togliendosi alla meditazione. E come hai
-fatto a venire senza ch'io ti abbia udita?
-
-— E come hai fatto tu a non udirmi?
-
-— È vero; ma che hai?
-
-— Ho che so tutto....
-
-— Tutto?
-
-— Tutto!...
-
-— Avresti per caso origliato all'uscio?
-
-— Non ne sono capace!... Ma so tutto...
-
-— Tutto?
-
-— Tutto...
-
-— Fammene sapere qualche cosa anche a me.
-
-— Io so perchè hai fatto venire il signor Mario, e so perchè sei andato
-nel tuo studiolo e mi hai lasciata sola con lui.
-
-— Proprio! dice il dottor Parenti spalancando tanto d'occhi, e pensa
-fra sè e sè: «mia figlia è mia figlia!»
-
-— Tu hai creduto ch'io volessi bene al signor Mario!
-
-— Che! esclama il padre; ed ho sbagliato, non è vero?
-
-— Sicuro, io non gli voglio bene niente, proprio niente... Che ne
-importa a me del signor Mario?
-
-— È quel che dicevo anch'io; Olimpia ha quindici anni, e vuol bene
-soltanto alla sua bambola! Che deve importare ad Olimpia del signor
-Mario?
-
-— Nossignore, tu non dicevi questo, perchè tu non lo sapevi.
-
-— Ed ora che lo so, ti dico che la tua avvedutezza ti ha ingannata, e
-che ho fatto venire il signor Mario per altro...
-
-— Anche per altro, questo lo so.
-
-— E come lo sai?
-
-— Lo immagino; avete parlato un pezzo.
-
-— Ci ascoltavi?
-
-— Propriamente no; stavo zitta per veder d'udire senza ascoltare. Ma
-dall'altra stanza non si sente nulla, ci sono due usci; se fossi stata
-nello studiolo, forse...
-
-Il dottor Parenti si affretta a soggiungere:
-
-— Ebbene, poichè la signorina è curiosa, vuol sapere che cosa il suo
-babbo aveva sospettato? Che ella non volesse niente affatto bene al
-signor Mario, ma che il signor Mario ne volesse a lei.
-
-— E non è vero niente!
-
-— E non è vero niente...
-
-— Bastava che l'avessi chiesto a me, ti avrei subito detto che il
-signor Mario non mi vuol bene.
-
-— E tu lo sapevi, tu?
-
-— Oh! sì, sì che lo sapevo!
-
-La piccola Olimpia ha una gran voglia di piangere, e corre nella sua
-stanza a versare nel seno della bambola la piena dell'immenso dolore.
-
-
-
-
-XIII.
-
-ANCORA DELLA CURA INCOMINCIATA.
-
-
-Il dottor Parenti, dopo aver accompagnato cogli occhi la propria
-creatura, esce dalla stanza tentennando il capo, scende le scale, muove
-difilato verso il gabinetto del direttore e viene innanzi all'amico
-Fulgenzio, col viso, contro il costume, oscurato dal pensiero.
-
-Fulgenzio, sebbene intento ad esaminare documenti che si riferiscono a
-qualche nuovo membro della sua numerosa famiglia, è colpito alla prima
-dalla singolarità del caso che si legge sulla faccia del suo giovine
-amico, e si rivolge a lui colla premura impaziente di chi si aspetta
-una disgrazia.
-
-— Buone nuove! dice il dottore per tranquillarlo.
-
-— Buone nuove? ripete l'altro sbigottito, e me le rechi con quella
-faccia?
-
-— Hai visto tuo figlio? domanda il dottore mutando accento e spianando
-le rughe della fronte.
-
-— Non mi parlar di lui.
-
-— Sono venuto a posta per parlarti di lui...
-
-Il povero padre non risponde; l'altro soggiunge:
-
-— E per dirti una millesima volta che Mario ha cuore, che Mario ti vuol
-bene.
-
-— T'inganni, non ti credo, non ti voglio credere.
-
-— Tanto è vero che non m'inganno, quanto è vero che tu mi credi e che
-vuoi credermi.
-
-E dopo un istante di silenzio, durante il quale il direttore ha
-appuntato i gomiti al tavolino e stringe la fronte fra le mani,
-prosegue a dire, pronunziando le parole ad una ad una:
-
-— Mario ti vuol bene, la sua tetraggine ha la stessa origine della tua;
-al pari di te egli non si crede amato e ti nasconde l'amore.
-
-Le buone nuove sono come certe medicine che non bisogna trangugiare
-tutte d'un fiato; quelle parole cadute a goccia a goccia sul cuore del
-vecchio devono essere un balsamo, se bisogna giudicare dall'espressione
-di gioia quasi paurosa che si dipinge sulle sue severe sembianze.
-
-— Vuoi dire?...
-
-— Voglio dire che tra te e tuo figlio ci è di mezzo l'orgoglio
-d'entrambi, risponde il medico con accento un po' scherzoso; se
-Domeneddio avesse voluto fare il miracolo di darti un figlio autentico,
-non avrebbe potuto dartene uno che avesse meglio di questo il marchio
-di fabbrica; Mario ti assomiglia.
-
-— Senti, interrompe Fulgenzio con voce commossa, tu non m'inganni,
-non è vero? perchè tu sei il mio amico migliore; io ti domando in nome
-della nostra amicizia: non ti parve mai che la mia testa vacillasse?
-
-— Quale idea!
-
-— Idea vecchia e tormentosa! I melanconici compagni della mia esistenza
-possono avermi attaccato il loro male; a volte penso che io stesso sono
-forse un pazzo senza avvedermene, e che tu mi curi di nascosto.
-
-— Quale idea!
-
-— Idea da pazzo!...
-
-— Sicuro, idea da pazzo, e da pazzo della peggior specie che io conosca.
-
-Ed il dottor Parenti sghignazzava così allegro, che è impossibile
-proseguire in quell'argomento.
-
-— Mario dunque?...
-
-— Mario si è accorto che tu non avresti stimato l'affetto che voleva
-darti se non come una moneta di basso conio, ed ha nascosto il suo
-borsello... E ti so dire che è un borsello gonfio, grosso così, e che
-ci è dentro un bel gruzzolo di napoleoni d'oro lampanti, e che potrebbe
-essere tutto tuo, solo che tu volessi. Non dico che Mario abbia tutta
-la ragione, ma ha certo il minor torto...
-
-— Il maggior torto...
-
-— L'hai tu; non stare a ribattere, l'hai tu. A te, esperimentato
-dagli anni, toccava leggere in quel libro aperto, che è il cuore
-della giovinezza, e fu lui il primo a leggere nel tuo libro chiuso.
-Se tu, invece di immaginare di aver tutto fatto col benefizio, ti
-fossi dato pensiero di studiare l'indole di tuo figlio, avresti
-saputo che egli è superbo, e gli avresti risparmiato il peso della
-gratitudine sollevandolo coll'amore. Dovevi mostrarti padre, e
-non sapesti essere che un benefattore. Le tue massime, tutto lo
-scetticismo dell'educazione che è passato sulla tua anima, lasciandola
-miracolosamente buona, non facevano per Mario se non affermare la sua
-salda credenza che, ritrovando un padre, non aveva cessato d'esser
-orfano.
-
-— E come sai tutto ciò? chiede sospettoso il signor Fulgenzio.
-
-— Me l'ha detto egli stesso; ho avuto con lui un colloquio or ora;
-piangeva...
-
-— Piangeva!... Ed ha detto che mi ama?
-
-— Ha detto che ti ama...
-
-Il dottore sa benissimo che ha invece detto di odiarlo; ma per lui è
-tutt'uno.
-
-Succede un lungo silenzio. Il vecchio preme più forte la fronte colle
-mani, ed il dottore lo guarda intento.
-
-— Che cosa mi consigli di fare? dice alla fine il direttore senza
-levare il capo.
-
-— Che cosa ti consiglia di fare il tuo cuore?
-
-— Il mio cuore è impotente; io non so neppure se mi rimanga un cuore
-per altro che per soffrire; e il mio orgoglio si ribella. S'egli...
-
-Il dottore comprende e l'interrompe.
-
-— Non verrà... nè tu devi andare a lui; ma bisogna che v'incontriate
-sulla stessa via per caso; le parole non valgono; al punto in cui sono
-le cose, occorrono le opere: tu devi dargli una prova del tuo amore,
-senza che te la chieda e senza mostrar di volergliela dare.
-
-— E quale?
-
-— Non lo so; so per altro che Mario mi nasconde un segreto che mi
-bisogna scoprire. Stamane mi pareva di averci posto la mano sopra, ed
-ho sbagliato.
-
-— Spiegati.
-
-— Credevo che Mario si fosse innamorato di mia figlia, e che perciò
-fosse tetro e taciturno.
-
-— E non è vero, per buona sorte?
-
-— Per buona sorte! Ecco una parola che non è da padre.
-
-— Mario in faccia al mondo sarà sempre un orfano.
-
-— Lascia che questo lo pensi lui, come fa pur troppo, ma tu non lo
-dire. Se il mio sospetto si fosse avverato...
-
-— Avresti allontanato tua figlia...
-
-— L'avrei data in moglie a Mario.
-
-Il signor Fulgenzio aveva una esclamazione ammirativa sulle labbra, ma
-la trattenne, vergognoso di parer più debole dell'amico.
-
-— Disgraziatamente avevo visto le cose alla rovescia.
-
-— Non è vero?
-
-— Non è vero, ed è invece verissimo che Olimpia vuol bene a Mario.
-
-— Ti pare?
-
-— Ne sono sicuro; non tanto però quanto ne vuole alla sua bambola, e
-questo mi conforta. Torniamo a Mario; il poveretto ha dunque un altro
-segreto.
-
-— Quale?
-
-— Quando lo saprò non sarà più un segreto.
-
-Il disgraziato padre è venuto a poco a poco abbandonando il cuore
-alla gioia della nuova rivelazione, ed a queste parole, incapace di
-trattenersi, si alza commosso e si butta nelle braccia dell'amico.
-
-— E non ti pare che la mia testa vacilli, non è vero?
-
-— Al contrario, mi pare; oh! se mi pare!
-
-L'avete udita la risata sonora che prorompe dal labbro del dottor
-Parenti?
-
-
-
-
-XIV.
-
-QUATTRO MILA E SEICENTO LIRE ALLA CASSA DI RISPARMIO DI MILANO.
-
-
-Che fa Donnina? I passeri le hanno cantato una bella canzone per
-risvegliarla; e ne aveva bisogno, sebbene tenesse gli occhi aperti. È
-scesa da basso, lieta di non essere stata prevenuta, come la vigilia,
-da mamma Teresa, e vuole che la vecchia abbia a trovare ogni cosa in
-ordine quando si desterà. Vedete come corrono agili quelle manine
-gentili! In breve ora tutto è in sesto; «già non ci vuol molto!»
-direbbe mamma Teresa.
-
-Quando ha finito, siede accanto al focolare per invigilare il bricco
-dove riscalda l'acqua del caffè, e pensa. Pensa prima di tutto che
-mamma Teresa tarda più del solito a comparire, e che ci sarà tempo di
-prepararle un magnifico stupore, facendole trovare il caffè fatto.
-Oh! il magnifico stupore!... E verrà poi oggi? Ne riceverà almeno
-notizie?... Chi?...
-
-Ripetano pure i passeri le loro più belle canzoni ed il focolare
-scoppietti allegramente, e il bricco del caffè incominci a
-canticchiare, e mamma Teresa tardi pure a discendere, tutto ciò non
-può fare che Donnina non pensi ad Ognissanti. E verrà poi oggi? E ne
-riceverà almeno notizie?... Non è più sola; i cari fantasmi le fanno
-compagnia.
-
-Possiamo lasciarla, e andare nella camera dei vecchi perchè
-assolutamente mamma Teresa tarda troppo a discendere. Dalla porta
-socchiusa si può vedere la vecchia, che passeggia per la camera a gran
-passi, continuando a dire di sì; e la testa di maestro Ciro, coperta
-ancora da un berretto da notte non meno bianco dei suoi capelli, che
-segue cogli occhi tutti i movimenti della terribile donna ed accenna
-quasi impercettibilmente di no.
-
-— Sì, conchiude mamma Teresa, piantandosi improvvisamente in faccia
-al marito, che diviene immobile d'un tratto; sì, chi manda denaro di
-nascosto, ha cattive intenzioni.
-
-— Il beneficio che si nasconde, dice maestro Ciro coll'accento con cui
-enuncia le definizioni ai suoi allievi, il beneficio che si nasconde...
-
-Ma la terribile compagna non lo lascia finire.
-
-— Tutto ciò che si nasconde ha paura di essere veduto, ed io sostengo
-ancora che dopo quest'elemosina mi diventa più inesplicabile, e temo
-peggio pell'avvenire della nostra Donnina.
-
-Evidentemente si parla d'Ognissanti. «E chi altri mai, aveva detto la
-vecchia nel ricevere l'avviso postale che annunziava l'arrivo di una
-somma, può mandarci mille lire? — _mille lire!_ — al domani della sua
-apparizione?
-
-— E se non fosse lui? osservò un'altra volta il maestro di scuola.
-
-— E dalli, coi tuoi dubbi! dev'esser lui. Non ha avuto bisogno di
-comparire a Donnina di notte, come fanno i malfattori? E non le ha
-forse taciuto l'esser suo?
-
-— È vero, ma pensa che non è la prima volta che noi riceviamo del
-denaro senza sapere chi ce lo mandi. Sono oramai cinque anni.
-
-— Appunto. E sono sei anni che Ognissanti partì col padre a cercar la
-fortuna; l'avranno trovata subito, e chi sa in quali strade.
-
-— Teresa, il sospettare del prossimo...
-
-— Non sono sospetti, sono fatti; tu già colla tua placidezza finirai
-col farmi andare all'altro mondo più presto.
-
-— Teresa... mormora il vecchio con voce compassionevole.
-
-— Eh! via, ripiglia la vecchia, ti pare che io dica sul serio? ma
-se ti vedessi una volta andare in collera, credo che mi toglieresti
-dieci anni di dosso. Ti dico che quell'Ognissanti io l'ho visto co'
-miei occhi, e che se mi sono lasciata pigliare alle parole di Donnina,
-tanto tanto ho subito detto a me stessa: «quel giovine è una vecchia
-birba e vuol perdere la nostra creatura.» Le prime impressioni non si
-cancellano, ed ora mi pare di vedermelo lì dinanzi... come lo vedevo...
-ed il suo denaro glielo vo' buttare sul viso appena osi portarlo a
-tiro, e gli voglio dire... lo so io che cosa gli voglio dire.
-
-Maestro Ciro si tira le coltri fin sotto il mento e minaccia di sparire.
-
-— Mille lire! ripiglia la vecchia, mille lire! E sono là a B... a
-nostra disposizione, e non ci rimane che andarle a prendere. Mille
-lire! Hai tu mai visto come sono fatti i biglietti da mille?»
-
-Il vecchio sorride come farebbe un banchiere e non risponde.
-
-— E dire che noi credevamo di poterli spendere onestamente, aggiunge,
-quei denari che parevano piovuti dal cielo! Non erano mai tanti come
-questa volta; e pure quanto piacere ci davano!
-
-— Potrebbe essere....
-
-— Eccolo lì l'uomo del potrebbe o non potrebbe; non sei ancora ben
-sveglio dai tuoi sogni?
-
-— E mi sveglio mal volontieri, anzi non voglio svegliarmi punto. Se
-anche questi denari non vengono da un padre...
-
-— Se anche!...
-
-— Nissuno mi leva dal capo che Donnina è figlia di qualche principe o
-di qualche nobilone ricco a milioni, e che un giorno ritroverà la sua
-fortuna.
-
-— Bei nobili da milioni, che le lascerebbero patire anche la fame se
-non fosse...
-
-— E se invece quei denari sono, come abbiamo sempre creduto?...
-
-— Abbiamo sempre creduto ciò che non è; questi danari e gli altri
-vengono da Ognissanti, e sa Dio che origine hanno, e non bisogna
-tenerli proprio.
-
-— Mille lire! dice maestro Ciro ad alta voce, come parlando fra sè e
-sè, mille lire aggiunte alle altre farebbero quattromila e seicento
-lire... al sicuro... là negli scrigni della Cassa di Risparmio, a
-Milano, finchè Donnina avesse a prendere marito; allora si andrebbe
-a pigliarle tutte, e si direbbe a Donnina: «Questa è la dote, non te
-l'abbiamo fatta noi, perchè siamo poveretti, ma i tuoi parenti, i quali
-devono essere qualche cosa di grosso...»
-
-— Non le si direbbe nulla di tutto ciò per non farla soffrire.
-
-— È vero... Ma!
-
-Questo _ma_, preceduto e seguito da un sospiro, significa che tutto ciò
-è un sogno, e che se si hanno a restituire le mille lire, bisognerà,
-a rigore, restituire anche le altre, così bene al sicuro negli scrigni
-della Cassa di risparmio di Milano...
-
-— Ma!... ripete con un altro sospiro mamma Teresa, la quale capisce le
-cose a volo... addio dote! addio avvenire! bisognerà dare Donnina ad un
-poveretto o lasciarla sola nel mondo a soffrire.
-
-Quest'idea è più forte dello scrupolo; la vecchia soggiunge:
-
-— Nossignore, non bisogna restituir nulla, questi denari sono stati
-mandati a te, non è vero che sono stati mandati a te? Ci è forse
-in paese un altro _Egregio signor Ciro Neri, maestro delle scuole
-comunali_?
-
-Maestro Ciro protesta col capo che non ce n'è nessuno.
-
-— E non sei tu l'_Egregio Signor Ciro Neri, maestro delle scuole
-comunali_?
-
-Il vecchio sorride come por attestare la propria identità.
-
-— Dunque questi denari sono tuoi, e farai bene a tenerli.
-
-— Sicuro, e li terrò per far la dote a Donnina — fossero anche...
-
-— Fossero anche dell'inferno... Non gli hai mica chiesti a nessuno
-tu! nè rubati! Sono danari mandati a te, che tu riscuoti facendo la
-tua bella firma sul vaglia — sono danari tuoi. Tu non stai a domandare
-chi li manda, e d'onde vengano, o perchè; sei uno spensierato tu, uno
-scimunito, uno che non sa far altro che la sua firma, e mettere in
-tasca il danaro...
-
-— Verissimo, grida giubilante il vecchio, io sono uno spensierato, uno
-scimunito, non so nulla io, e non voglio saper nulla. Ora mi alzo e
-vado subito a B... per riscuotere...
-
-— Già, credi che ti lasci andare solo fino a B... col freddo che fa?
-
-— Non ho freddo io...
-
-— E poi la scuola...
-
-— È vero, mi era uscita di mente anche la scuola.
-
-— Ci andrò io, tu scriverai il tuo nome sotto questo pezzo di
-carta..... mi conoscono a B..... Tutti sanno che da quarantacinque anni
-sono tua moglie....
-
-— Bravissima! e non si hanno a restituire a nessuno!
-
-— A nessuno.
-
-— E domani stesso andremo a Milano a portarli alla Cassa di Risparmio...
-
-— Che felicità!
-
-Il vecchio maestro di scuola, nel fervore della gioia, è uscito a
-mezzo il corpo dalle lenzuola, ma la sua formidabile compagna gli corre
-addosso e lo obbliga a rientrare nel guscio.
-
-— E bada bene a non levarti prima che io ti abbia scaldato i panni.
-
-Maestro Ciro vede in aria il dito minaccioso della sua piccola tiranna
-senza nemmeno spaventarsi. Eroico maestro Ciro! E quando è solo, egli
-osa levare le braccia al cielo in atto di ringraziamento, e ridere di
-quelle minacce, e dire a voce alta: «Gran buona donna! Tutta fuoco! ha
-quindici anni quella creatura! ha quindici anni non ancora compiti! E
-finisce sempre col fare a modo degli altri!»
-
-Si frega le mani, il furbo, e sorride lungamente per conchiudere: «Gran
-buona donna! peccato che non sappia leggere!»
-
-
-
-
-XV.
-
-IL SIGNOR MAESTRO SPIEGA LA MOLTIPLICAZIONE.
-
-
-Chi non ha visto mamma Teresa colla sua veste di lana nera, tagliata
-alla moda di mezzo secolo fa, collo sciallo nero ricamato a gran
-fiorami in rilievo, e l'enorme cappellino, ultima reliquia d'una razza
-spenta di colossi, non ha visto mai nulla di bello. L'oste della
-_Salute_, da persona igienica che sa quanto bene al sangue faccia
-un grazioso spettacolo, e quanto i graziosi spettacoli sieno rari in
-paese, è venuto sull'uscio e sorride un sorriso che non ha prezzo. Due
-o tre donnicciole, dopo aver dato il buon giorno alla vecchierella,
-si voltano a guardarla, e maestro Ciro, ritto nel piccolo vano della
-porta della scuola, segue cogli occhi la compagna, finchè alla prima
-cantonata ella si volge a fargli un cenno d'addio che ad altri potrebbe
-parere una minaccia.
-
-Il vecchio si frega le mani fervorosamente e spira dalla faccia
-rubiconda una benevola felicità. Gli scolari che giungono in frotta,
-e se ne intendono, dicono a sè stessi che il signor maestro è di buon
-umore, ed il signor Nosedi, che non ha studiato la lezione, si confida
-col signor Pastori, il quale gli assicura che oggi la passerà liscia...
-se pure non si avrà _brevis letio_. _Brevis letio!_ La magica parola
-corre per tutta la scolaresca, ed in breve le panche stesse sembrano
-far festa. L'aria è solcata in tutte le direzioni da pallottole di
-carta masticata che si attaccano alle pareti ed al soffitto; col
-pretesto di deporre sull'ampio camino il ceppo che ogni studioso di
-A... deve contribuire due volte la settimana, i più arditi monelli si
-armano delle molle o della paletta e fanno le evoluzioni militari, si
-mettono a sedere sul vecchio seggiolone di cuoio del signor maestro, e
-si somministrano vicendevolmente qualche pugno.
-
-E il signor maestro continua a starsene immobile nel vano dell'uscio,
-mostrando di non avvedersi di nulla, voltando ogni tanto il capo,
-ma col pensiero a mamma Teresa, a Milano, alla Cassa di Risparmio, a
-Donnina alla dote.
-
-E non si scuote finchè il chiasso diviene così assordante da sembrare
-una rivoluzione. Allora si volta e gira l'occhio intorno intorno. I
-piccoli monelli subito fanno a gara a chi guarda più attentamente il
-libro ed a chi mormora più a bassa voce la lezione, e il signor maestro
-conchiude la sua severa occhiata dicendo tra sè e sè: «Nessuno mi
-farà credere che Donnina non sia la figlia d'un principe o d'un duca,
-o almeno d'un milionario». Intanto, coll'occhio amorevole, guarda
-verso il focolare lontano, dove la figlia del principe, del duca o del
-milionario è circondata da cinque marmocchi, alti due spanne l'uno, a
-cui essa insegna a balbettare a bassa voce l'_abbici_.
-
-Il signor Pastori ed altri sei o sette signori sono uno alla volta
-pregati molto compitamente dal signor maestro di dire la lezione. Le
-campane del paese dovrebbero sonare a festa perchè tutta la generazione
-nuova di A.... ha detto i due paragrafi della dottrina cristiana ed
-ha coniugato un verbo senza sbagliare nemmeno una sillaba; perfino
-il signor Nosedi trova il modo di farsi dir bravo recitando ad occhi
-bassi. È sempre stato eccessivamente timido quel signor Nosedi! si ha
-da incoraggiarlo... «tenga la testa alta.» La rialzerà quando avrà
-finito, ma se ha da dire la lezione bisogna che abbassi gli occhi a
-guardare sotto la panca — è un vizio organico.
-
-Ha finito anch'egli, «Bravissimo!»
-
-Dal canto suo Donnina non ha mai trovato i suoi cinque allievi più
-intelligenti; sono un prodigio di talento, anzi cinque prodigi di
-talento e trattano le lettere dell'alfabeto proprio come vecchie
-conoscenze. Vedrete ora come scriveranno! Donnina piglia i loro
-cartolari, ed in certe pagine assai più nere che bianche fa la traccia,
-cinque belle aste colla coda, che di solito si moltiplicano sotto gli
-occhi della maestra.
-
-Quest'oggi però la maestra non sa star ferma, ha bisogno di muoversi,
-di andar nella sua camera, di trovarsi sola, perciò raccomanda ai
-suoi allievi di fare attenzione ed esce sulla punta dei piedi per non
-disturbare il babbo, il quale, tutto attento a fare sulla lavagna una
-magnifica sottrazione, la guarda colla coda dell'occhio, e ripete fra
-sè e sè: «nessuno mi toglie dal capo che quella figurina da nicchia
-diventerà una duchessa, una principessa, ricca a milioni.»
-
-E rivede col pensiero per la centesima volta l'ufficio postale di B...,
-mamma Teresa, e la Cassa di Risparmio, e le 4600 lire in biglietti di
-Banca. Dalla finestra della sua camera Donnina guarda il sole di quello
-splendido mattino, gli alberelli freddolosi e la pianura scintillante
-di neve, senza vedere in tutto ciò altro che Ognissanti.
-
-Passano ogni tanto carrettieri e contadine con cesti e sporte e
-cogli zoccoli che picchiano sordamente sul ghiaccio, passano carrozze
-affrettate. Tutta quella gente ha uno scopo, una meta, a cui si propone
-di arrivare... Ognissanti non arriva. Ma ecco un'altra carrozza;
-questa, invece di andar oltre, lasciandosi alle spalle il paese, entra
-di corsa nella via maestra. Il cuore di Donnina fa uno scampanio di
-festa... la carrozza si ferma innanzi all'osteria della _Salute_,
-qualcuno n'esce... è lui... non è lui... è un piccolo signore, che ha
-l'aria cittadinesca non ostante un ampio cappello di feltro a larghe
-tese; quell'uomo entra nell'osteria, e subito la carrozza si allontana
-senza voltare.
-
-Ah! Donnina ha mandato un grido di gioia. Questa volta non è più una
-carrozza, nè una contadina, nè un carrettiere; quello che essa vede in
-fondo alla strada è lui... proprio lui... Ognissanti!
-
-Nell'impeto della gioia non nota che l'uomo dall'aria cittadinesca e
-dal cappello di feltro, si è arrestato sulla soglia dell'osteria e la
-guarda curiosamente dietro i vetri.
-
-«Volendo moltiplicare un numero per dieci gli si aggiunge uno zero;
-pigliamo un numero qualunque: quattro mila e seicento, per esempio, se
-voglio moltiplicarlo per dieci, aggiungo uno zero ed avrò quarantasei
-mila; se voglio moltiplicarlo per cento, aggiungo due zeri ed avrò
-quattrocentosessantamila; ma io lo moltiplico per mille, ed aggiungo
-tre zeri ed avrò quattro milioni e seicentomila! Quattro milioni e
-seicentomila! E tutto ciò aggiungendo soli tre zeri».
-
-E maestro Ciro, nel suo entusiasmo moltiplicatorio, traccia una dozzina
-di zeri fino a formare un numero favoloso che le paia degno della sua
-Donnina.
-
-Gli scolari guardano sbigottiti al miracolo compiutosi sotto i loro
-occhi, senza capirne molto; ma in quella s'apre la porta che mette
-verso strada, e l'altra che mette in cucina; appariscono ad un tempo
-Donnina ed Ognissanti.
-
-Il signore dal cappello a larghe tese ha continuato a guardare dietro
-i vetri senza badare all'oste della _Salute_, il quale, per accoglierlo
-degnamente, ha in pronto il suo più bel sorriso della domenica.
-
-
-
-
-XVI.
-
-OGNISSANTI ED IL SIGNORE DAL CAPPELLO A LARGHE TESE.
-
-
-All'apparire d'un uomo vestito meglio dell'oste, del sindaco e del
-farmacista, la scolaresca si è rizzata in piedi con un movimento
-concorde, che di solito riesce di molto effetto e solletica l'amor
-proprio del maestro. Questa volta però Donnina soltanto ne rimane
-impressionata; vedendosi dinanzi quella triplice schiera di monelli,
-a cui non aveva pensato nel discendere, non osa inoltrarsi, domanda
-scusa con un angelico sorriso, e ritorna indietro. Quanto a maestro
-Ciro, egli non capisce nulla, o piuttosto gli par di capire troppe cose
-in un punto — che è tutt'uno; ritto sulla cattedra, guarda verso il
-giovinotto come sbigottito.
-
-Il giovinotto, appena vede sparire la fanciulla, si accosta al vecchio
-con franchezza e gli dice: «Io sono Ognissanti!»
-
-Il maestro di scuola gli prende le mani, lo scosta da sè, ed allontana
-il capo per vederlo meglio, fino a tanto che non lo vede più perchè
-le lagrime gli fanno velo agli occhi, ed esclama: «È proprio lui! è
-proprio lui!»
-
-Eccoli nelle braccia l'uno dell'altro. Per la scolaresca rimasta in
-piedi corrono occhiate che hanno un gran significato; i più ardimentosi
-nascondono il capo dietro le spalle del vicino e pronunziano la parola
-d'ordine: _brevis letio_, sperando di farne venire la buona idea al
-maestro; ma siccome costui non pare udirli, ed esce dalla cattedra, un
-altro la ripete più forte coll'accento di chi dà un buon consiglio del
-tutto disinteressato.
-
-Maestro Ciro sa però il fatto suo, e non vuole che gli scolari siano
-visti per le strade nell'ora della scuola. «Raccomando a lor signori
-di star buoni, io sono di là ed odo tutto» — ed esce tirandosi dietro
-Ognissanti.
-
-Non era andata molto lontano Donnina, perchè appena Ognissanti
-passa l'uscio, egli se la vede innanzi colla testa alta, cogli occhi
-illuminati da una espressione di profonda felicità. La fanciulla gli
-porge la mano con un atto schietta ed affettuoso, ed Ognissanti la
-prende timidamente fra le sue.
-
-Maestro Ciro li guarda entrambi, confronta la serenità robusta del
-corpicino di fata della sua creatura e l'atto quasi pauroso di quel
-magnifico pezzo di giovinotto vestito alla cittadinesca, e riesce, non
-so per qual labirinto di logica, a conchiudere che sono fatti l'uno per
-l'altra.
-
-La timidezza di Ognissanti svanisce presto; rialza il capo, e guardando
-il vecchio maestro, gli dice:
-
-— Vi ricordate di me?
-
-— Se me ne ricordo! tu eri, lascia che io ti parli così, tu eri il mio
-orgoglio, la mia consolazione, il mio amico; quando ti insegnavo il
-poco che sapevo, dicevo a me stesso: «Ognissanti diventerà qualche cosa
-di grosso, perchè ha una testa...» non ho sbagliato, mi pare!
-
-Così dicendo, guarda superbamente il giovine da capo a piedi, come per
-misurare la grandezza dell'opera sua. «Sei proprio il mio capolavoro,
-tu, sei proprio il mio capolavoro!»
-
-Ognissanti pare turbato da quelle parole, e soggiunge melanconicamente:
-
-— Io chieggo solo di non parere indegno del vostro affetto.
-
-— Indegno!
-
-— E perciò vi domando se vi ricordate di me, e se mi credete capace
-d'una bassezza o d'una menzogna.
-
-— D'una bassezza tu! Il cielo mi danni se me lo faranno credere mai.
-
-— E tu, Donnina?
-
-Donnina non trova parole; ma quali parole possono valere quel sorriso,
-quello sguardo sereno, quella stretta di mano tenace?
-
-— Ebbene, soggiunge Ognissanti, maestro Ciro, se me ne credete degno,
-io vi chiedo la mano di Donnina.
-
-— Ed io te l'accordo, la mia Teresa te l'accorda, tutti te l'accordano.
-Ma ci devi dire...
-
-— Che io amo Donnina, che farò la sua felicità, che essa farà la mia,
-che da quando l'ho lasciata non ho nemmeno con un pensiero fatto cosa
-che possa rendermi immeritevole del suo amore... tutto ciò lo giuro.
-
-— Non bisogna giurarlo, e nemmeno dirlo; ti si legge in volto... ma
-la mia Teresa... la miglior creatura della terra in fondo... ed una
-testa!... peccato che non sappia leggere!... la mia Teresa per esempio
-vorrà sapere che ne è di tuo padre.
-
-— È morto.
-
-Il maestro di scuola ammutolisce un momento e si sente il cuore
-gonfio non così per la notizia, come per racconto lagrimevole con cui
-Ognissanti ha pronunziato la triste parola.
-
-— Perdona, se ti ho rammentato un dolore!... e poi vedi, la mia Teresa,
-ne sono sicuro, vorrà sapere che fu di te in questo tempo, e come e
-perchè non ci desti mai tue novelle, e poi...
-
-Lo sguardo del vecchio dice chiaro il suo pensiero. Ognissanti lo
-interrompe.
-
-— Non badate alle apparenze, io sono povero.
-
-— Povero!... proprio?... cioè, poichè lo dici, lo credo.
-
-Donnina non fa un atto, non dice parola a dimostrare che approvi o
-disapprovi le domande del vecchio padre. Per essa tutto è indifferente,
-fuorchè l'amore del suo Ognissanti, e l'amore è prima di tutto fede
-sterminata e senza condizioni.
-
-— Io sono povero, ripete Ognissanti, non ho null'altro che un avvenire,
-e l'offro a Donnina; essa è povera come me.
-
-— Sicuro, Donnina è povera, dice maestro Ciro con un risolino
-impercettibile — e chiude gli occhi per vedere lo scrigno della Cassa
-di Risparmio di Milano, e si frega le mani per contenersi.
-
-— Non mi chiedete altro, soggiunge Ognissanti; non è ancora il momento
-di dirvi tutto; è un povero segreto e ve lo nasconderò ancora per
-poco; se m'interrogate, per non mentire, vi dirò tutto, ma non mi
-comprenderete e vi sembrerò diverso da quello che sono.
-
-— Io ho fede, dice Donnina, e non voglio saper altro.
-
-— Ed anch'io ho fede e non voglio saper altro; cioè, voglio sapere una
-sola cosa; tu sei povero, non ne dubito, ma ci è povero e povero...
-quanto sei povero tu?
-
-— Più che non crediate; questi abiti che porto in dosso non mi
-appartengono; io stesso non mi appartengo...
-
-— Che dici?
-
-— No, io mi appartengo, l'avvenire mi appartiene, soggiunge Ognissanti
-con forza, è la mia sola ricchezza, dopo Donnina.
-
-A questo punto il sordo mormorio della scolaresca ha preso le
-proporzioni d'un vero tumulto. A star bene attenti, si può udire la
-voce ingrossata d'un monello, il quale si studia d'imitare il signor
-maestro, per imporre silenzio, ottenendo, perchè la satira sia più
-piacevole, che si gridi più forte.
-
-Maestro Ciro non può lasciar malmenare di tal guisa la sua dignità
-magistrale, e lascia un istante i due innamorati per portare il suo
-formidabile aspetto nelle file dei piccoli rivoltosi.
-
-Rimasti soli, Ognissanti guarda fissamente in volto Donnina, e dice:
-
-— Domani dovrò partire, andar lontano da te, e non più vederti per
-qualche mese; e forse quando sarò di ritorno non potrò ancora farti
-mia... non ti stancherai di aspettare, non è vero?
-
-— Ho aspettato sei anni, posso aspettare ancora.
-
-— Addio, dunque, per ora.
-
-La mano del giovine afferra tremante quella di Donnina.
-
-— Addio, risponde la fanciulla con accento fermo e tranquillo, ed
-avvicina ella stessa la fronte alle labbra di Ognissanti, che vi
-imprimono un bacio fuggitivo.
-
-Maestro Ciro, che rientrava in quella, si volge indietro e mette il
-capo fuor dell'uscio a raccomandare un'ultima volta il silenzio a suoi
-scolari.
-
-Quand'egli si determina finalmente ad entrare, Ognissanti ha il volto
-imporporato dal rossore, e Donnina gli sorride senza sgominarsi.
-
-«Essa è innocente ed egli è timido» pensa il maestro di scuola, e
-conchiude alla sua maniera, fregandosi fervorosamente le mani.
-
-Un quarto d'ora dopo il giovine dà un'ultima volta l'ultimo addio,
-bacia le rughe del vecchio, stringe la mano della sua fidanzata, e
-s'allontana, comprimendosi il cuore che vuole uscirgli dal petto,
-finchè, giunto alla svolta dello stradale, balza dentro una carrozza
-che l'aspetta, e via di corsa. Press'a poco nell'istesso momento,
-il signore dal largo cappello di feltro, attraversata l'unica via di
-A..., raggiunge la sua carrozza che l'aspetta, vi balza dentro, e via
-anch'egli di corsa.
-
- . . . . . . .
-
-— Mio caro Fulgenzio, guardami bene, perchè tu hai dinanzi un uomo
-soddisfatto di sè medesimo.
-
-Al direttore del manicomio, per una vecchia abitudine, passa per un
-istante in mente che gli stia invece innanzi un pazzo; ma il volto del
-dottor Parenti spira una giocondità così schietta, che non è possibile
-nemmeno l'ombra d'un dubbio.
-
-— Che cappello è questo che porti?
-
-— Il mio travestimento; non si può andare ad A..., immagino, col nostro
-solito cappello a staio, che fra i selvaggi della campagna ci dà l'aria
-di spauracchi da passeri...
-
-— Tu sei andato ad A...?
-
-— Sono andato ad A...
-
-— Per che fare?
-
-— Colazione prima di tutto, poi la conoscenza dell'oste della _Salute_,
-uomo piacevole e copioso parlatore.
-
-— Null'altro?...
-
-— Ti par poco? Per via ho anche sciolto un indovinello, il segreto di
-Mario!
-
-— Che!
-
-— Una bagatella! Vuoi saperlo? Mario è innamorato!
-
-— Di tua figlia?
-
-— No, di una signorina molto bella, molto virtuosa e molto povera,
-che si chiama Donnina! Ed ora, se vuoi, Mario è in tue mani, ed in una
-settimana può divenire il figlio più affettuoso della terra...
-
-Il signor Fulgenzio è balzato in piedi ed ascolta sbigottito figgendo
-gli occhi negli occhi dell'amico.
-
- . . . . . . .
-
-Maestro Ciro è risalito sulla cattedra per far sentire tutti i rigori
-della disciplina al piccolo drappello irrequieto, e Donnina esamina i
-saggi calligrafici dei suoi cinque allievi. È impossibile, se non si è
-forniti di molta immaginazione, farsi un'idea di ciò che quei cinque
-hanno posto sui loro cartolari col pretesto di fare delle aste. Ma
-Donnina ha il cuore pieno d'indulgenza.
-
-Passano le ore lente; alla fine battono le undici. Che gioia immensa
-per tutti! In un baleno la strada risuona di voci squillanti;
-nella scuola non rimangono più che Donnina e maestro Ciro, i quali
-irresistibilmente si sentono attratti nelle braccia l'un dell'altra.
-
-— Quanto tarda mamma Teresa! Dice Donnina, e si affaccia all'uscio di
-strada.
-
-Ed ecco, spunta dalla cantonata il formidabile mortaio in forma di
-cappellino, in fondo al quale, pronto a partire come una bomba, è il
-volto irrequieto e vivace della vecchierella.
-
-— Gran novelle! le dice Donnina movendole incontro.
-
-— Gran novelle! ripete maestro Ciro, dando un'occhiata d'intelligenza
-alla moglie.
-
-— Indovina chi è stato qui.
-
-— Chi è stato?
-
-— Ognissanti!
-
-La vecchia non pare molto allegrata dalla gran novella, e passa oltre
-senza chieder altro.
-
-— E sai che cosa è venuto a fare?
-
-— Me l'immagino...
-
-— Non te l'immagini... a chiedermi in isposa.
-
-— Già, ripete il vecchio, a chieder Donnina in isposa...
-
-— E ti ha detto che fa, come vive, se è un pitocco o se ha denari?
-
-— Sicuro, interrompe Donnina, ha detto che è povero e che mi vuol
-bene...
-
-— I poveri non dovrebbero pensare a prender moglie... sentenzia la
-vecchia, stringendo nelle tasche il biglietto da mille.
-
-— Che dici mamma?
-
-— Dico... dico...
-
-— Dice... dice... dice così per dire, interrompe il maestro Ciro.
-
-— Tu taci; dico che dovrebbero prima di tutto pensare a far denari, che
-sono la prima arte della vita.... con piccoli cenci di carta i signori
-fanno le cose grandi e le gran novelle... la povera gente invece...
-
-Mamma Teresa ne dirà di grosse, se non si tappa prudentemente la bocca.
-
-— La conclusione è?
-
-— È ch'io sono la fidanzata d'Ognissanti.
-
-— E tu hai permesso? dice la vecchia, scagliando un piccolo fulmine sul
-volto rubizzo del marito.
-
-— Ho permesso... gli avrei sposati subito io...
-
-Tenuto conto di tutto, la gran notizia non sembra impressionare gran
-fatto mamma Teresa.
-
-Ella si leva il cappellino e lo sciallo e consegna a Donnina le
-preziose reliquie perchè le riponga nella guardaroba. È un pretesto par
-rimaner sola col marito.
-
-— Ci sono! dice tirando fuori da un abisso che le sta appeso al fianco
-in forma di tasca, un mucchio di biglietti... eccole... mille lire,
-proprio mille, le ho contate quattro volte...
-
-— Le conterò anch'io!
-
-— Domani si hanno a portare a Milano, alla Cassa di Risparmio...
-
-— Sicuro... si potrebbe sapere che siamo ricchi e venircele a rubare...
-
-Mamma Teresa abbassa la voce e soggiunge:
-
-— Il _vaglia_ era arrivato da otto giorni, ma all'uffizio postale di
-B... non c'era abbastanza in cassa... capisci... non c'era abbastanza
-in cassa! e si dovette aspettare che il danaro venisse da Milano...
-Comprendi tu che cosa ciò significa?
-
-— Che cosa?
-
-— Che quel danaro è arrivato prima che Ognissanti riapparisse; non vi è
-più dunque ragione di credere che sia stato Ognissanti a mandarceli..
-
-— Io sono sicuro che non è lui.
-
-— Ne sei sicuro?
-
-— Si perchè Ognissanti ha detto di essere povero.
-
-— Ah! Ha detto di essere povero! Ed ha osato chiedere in isposa la
-nostra Donnina che è ricca?... E tu hai lasciato che facessero il
-piacer loro? Ed io non ci ho da entrare per nulla, io!...
-
-Mamma Teresa si arresta, guarda il mucchio di biglietti che maestro
-Ciro conta senza badarle, e ripiglia con impeto nuovo:
-
-— Non finirai mai di contarli quei quattro cenci? La bella cosa! per
-poco non abbiamo calunniato i nostri vicini; è la prima volta che
-temiamo dei ladri... Bel guadagno ad aver i quattrini! si diffida
-del prossimo, si disprezzano i poveretti... io dico che non sta bene
-diffidare del prossimo e disprezzare i poveretti; quell'Ognissanti
-potrà essere un soggettaccio, io non lo so e non ti voglio sostenere il
-contrario, ma se è poveretto... non ce n'ha colpa, e in fin dei conti è
-meglio così! Vorresti dirmi il contrario tu?
-
-— Novecento... mille! dice maestro Ciro, proprio mille, e colle tremila
-e seicento che sono là (ed indica col dito il luogo preciso) fanno
-quattromila e seicento! E tutte per Donnina!
-
-
-
-
-XVII.
-
-UN ESAME DI COSCIENZA.
-
-
-Al signor Fulgenzio l'insistenza del dottor Parenti fece in fondo un
-gran bene; a forza di sentirsi dire che Mario aveva un cuore buono,
-egli che non vi era arrivato mai, incominciò a temere d'aver sbagliato
-la via. La sua natura sdegnosa si ribellava non tanto all'idea di
-aver errato, quanto alla necessità che per farsi amare gli bisognasse
-adoperare le arti dell'innamorato.
-
-Infine chi era Mario? Un disgraziato a cui egli aveva dato nome,
-famiglia, casa, educazione, avvenire, chiedendogli solo in cambio un
-po' di affetto e di gratitudine.
-
-Vero è che l'affetto che egli domandava doveva essere palese,
-testimoniato a tutte le ore in mille modi con un continuo rendimento di
-grazie, e che se Mario si fosse acconciato a questa parte, egli forse
-avrebbe dato un altro nome a quegli atti, a quell'affetto; ma questo
-non se l'era detto mai.
-
-Il signor Fulgenzio era una di quelle nature tutte fuoco, che sono
-diventate fredde alla superficie a forza di riflessione, incapaci di
-male e desiderose di bene, ma fatalmente portate a credere tutti gli
-uomini incapaci di bene.
-
-Di queste anime deboli, che girano attorno al cinismo senza
-adagiarvisi, ghignando beffardamente, ce n'ha più che non si creda;
-l'educazione ed il contatto dei primi anni le fanno tali per tutta la
-vita. Osservate chi nei crocchi giovanili porta un po' di fede e di
-entusiasmo ed una natura pensierosa più che non si convenga all'età,
-costui, se pure non si imbatte in un ostacolo, ha la sua mala via
-tracciata: il disprezzo degli uomini.
-
-Così era stato di Fulgenzio; rimasto ricco e solo al mondo di buon'ora,
-col cuore pieno di sentimenti miti, colla mente invasa dalle indefinite
-aspirazioni dei suoi vent'anni, timido nelle maniere perchè fiero nel
-cuore, gentile cogli altri per istinto della sua stessa timidezza,
-trovò ai suoi passi la spensierata e sistematica beffa d'ogni
-sentimento, ed il precoce cinismo filosofico con cui si maschera il
-libertinaggio.
-
-Disprezzò i suoi compagni, ma gli imitò; non volendone accettare i
-modi e le scioperatezze, ne chiese ed ottenne scusa accettandone la
-filosofia. Ciò che per gli altri era verbiloquio a fior di labbro,
-balbettato come un pretesto ad orgie oscene, nella sua mente si
-aguzzò come una freccia e gli si piantò in cuore per sempre; quando
-la riflessione gli ebbe fatto vedere sè stesso e gli altri da tutti i
-lati, comprese il disprezzo, e fu la sua forza per non corrompere il
-cuore.
-
-Triste forza! Nelle massime della sua fede filosofica vi era che
-l'amicizia è una chimera, che l'amore è un inganno del senso,
-e la fedeltà un rilassamento della fibra; non ebbe amici, passò
-tenebrosamente la gioventù senza amore, gli anni volsero per lui in
-arida solitudine. Una donna, una casa, una famiglia, la gioia d'esser
-padre gli avrebbero serenato il cuore e volto la mente ad altra e più
-profonda filosofia, quella dell'amore; non ebbe moglie, nè casa, nè
-famiglia.
-
-Un giorno, guardandosi nello specchio, vide un capello bianco e se lo
-strappò sorridendo. Ma non sorrise gran tempo.
-
-Quel disprezzo infinito degli uomini non gli bastò più; sentì un gran
-vuoto, comprese come non si potesse vivere senza più serene idee, senza
-un affetto, e quanto dissimile avrebbe potuto essere la sua esistenza
-senza la sfiducia dei primi anni.
-
-Troppo tardi; lo specchio accusatore aveva ogni giorno nuove
-rivelazioni. La via della solitudine e dell'apatia che aveva percorso
-fino a quel punto gli si allungava innanzi agli occhi, inesorabile. Ma
-il bisogno di affetti, avvertito una volta, non gli lasciò più pace.
-
-Egli aveva svegliato un gigante che sonnecchiava nel suo cuore; la
-lotta incominciava allora, tremenda, continua, inutile.
-
-Quel disprezzo dell'umanità, che aveva bastato a tutta la sua vita,
-non si arrendeva alle strette del nuovo atleta — ma la sua forza d'un
-tempo divenne la sua debolezza. Il suo pensiero, vestito fino allora di
-cinismo, cedeva un'altra volta alle aspirazioni incomprese della prima
-giovinezza; l'indefinito di vent'anni prese contorni netti, le fantasie
-sognate divennero tesori perduti.
-
-Quella lotta gli tolse a poco a poco la sicurezza, gli sfibrò la
-volontà, fece tentennare le sue convinzioni. Fu preso da una indomabile
-smania di riguadagnare il tempo perduto, di amare per quanto non aveva
-mai amato, di spendere la vita a far del bene, di farsi una casa, una
-famiglia, un amico. Avrebbe forse potuto trovare ancora ogni cosa — ma
-non ci credeva, diffidava di sè, degli altri, delle altrui miserie e
-delle proprie ricchezze, e nei suoi affetti temette si nascondessero
-tante male passioni tardive.
-
-Fare il bene! Non è facile per tutti; per lui, vissuto fra gli uomini
-solo quanto basta a disprezzarli, fu cosa difficilissima. Vi sono
-nel mondo poche nature ribelli, le quali confondono superbamente il
-beneficio coll'elemosina e lo sdegnano, ma i molti non arrossiscono di
-tendere le mani all'elemosina purchè non siano visti da chi passa.
-
-Ai benefici istinti di Fulgenzio si offersero solo di questi ultimi;
-egli volle fare il bene e non potè fare se non la carità; la sua casa
-fu assediata da tapini, i quali non possedevano al mondo altro che la
-loro umiliazione e la sfruttavano perennemente.
-
-Cercò amici ed ebbe parassiti adulatori, e come si seppe aver egli
-danaro, e volerne spendere, gli fu offerto in vendita amore, amicizia,
-onore. Ogni giorno più egli ebbe ragione di vedere il mondo sotto
-l'aspetto d'un osceno mercato, e di ripetere a sè stesso: «io ho il mio
-denaro, essi hanno la loro codardia — siamo pari.»
-
-Il disprezzo dei suoi simili crebbe più forte, gli si fece maggiore il
-vuoto nel seno, e la solitudine più grave, ed il bisogno di affetti più
-irresistibile.
-
-Un giorno conobbe il dottor Parenti, il quale, giovanissimo, godeva
-riputazione di valente alienista; fu vinto dalla schietta natura di
-lui e più dalla giovialità del suo umore, che era in così bizzarro
-contrasto col proprio. Ritroso da prima, finì col sentire un bisogno
-irresistibile di quell'uomo; senza avvedersene, e senza saper dire
-perchè, gli volle bene.
-
-La vista d'un manicomio lo impressionò vivamente; quivi nessun calcolo
-di codardia nei beneficati, nè alcuna arte di adulazione: «Nel vostro
-ospizio, disse un giorno al dottore, tace l'egoismo!»
-
-— O se non tace del tutto, rispose scherzosamente il dottore,
-sproposita, che torna quasi lo stesso.
-
-— E non è pericoloso?
-
-— Coll'aiuto dei guardiani, no.
-
-Pensandoci, un'idea balenatagli in mente, divenne intenzione,
-l'intenzione proposito, ed il proposito fu messo in atto coll'istituire
-una casa di ricovero pei pazzerelli, di cui egli stesso diveniva
-direttore, medico il dottore Parenti.
-
-Credette di aver trovato una famiglia, ed ebbe un amico; così Fulgenzio
-si riconciliò alquanto col mondo e con sè stesso.
-
-Ma il dottor Parenti aveva una creatura sua, un piccolo amorino biondo
-che gli balzava sulle ginocchia e gli diceva di volergli bene tanto
-col suo miglior senno, e lo baciava in volto e lo accarezzava colle
-sue manine, senza bisogno che il babbo aspettasse un momento di lucido
-intervallo. Il dottore confessava candidamente come in quell'angioletto
-fosse tutta la sua felicità, e diceva quello essere il segreto del
-suo cuore gioviale, ma lasciava capire che per guadagnarselo aveva
-dovuto amar molto profondamente una donna e piangerla molto amaramente,
-perduta, essere felicissimo prima ed infelicissimo poi, fino a tanto
-che il tempo non lo avesse guarito.
-
-Fulgenzio ad ogni passo si accorgeva d'aver sbagliato cammino, ma non
-era più tempo di dare indietro. Per avere chi lo amasse e portasse il
-suo nome, una sola via gli era aperta.
-
-Il caso lo favorì mettendogli innanzi uno che rimaneva solo nel mondo,
-senza amore e senza nome — e così Ognissanti divenne Mario.
-
-Il resto è noto. Gli errori di cui aveva sparso la propria vita erano
-entrati a far parte della sua natura. Diffidente per vecchio abito,
-lo fu anche col figlio; sdegnoso dei suoi simili, non seppe arrendersi
-neppure con Mario; venne a poco a poco all'amore, ma ne vergognò quasi
-e non volle mai passare per l'amorevolezza.
-
-Parevagli d'aver fatto tutto, e che, seminato il beneficio, non gli
-rimanesse se non raccogliere la gratitudine e l'affetto. Gli toccò una
-più terribile disillusione: aveva sempre trovato la bassezza e s'era
-nauseato di adulazioni e di vergognose condiscendenze; trovò presto
-nel cuore del giovinetto l'ingratitudine, la ribellione muta, la fredda
-sterilità del cuore.
-
-Prima che il dottor Parenti gli parlasse aperto, non aveva pensato mai
-che potesse quella freddezza essere orgoglio, e quella ingratitudine
-fierezza d'animo, e quella muta ribellione, opera dell'affetto
-disprezzato.
-
-Ora una luce si faceva nel suo spirito, un balsamo nuovo gli scendeva
-in cuore.
-
-Bisognava rompere al più presto l'impaccio dell'orgoglio, vincere la
-ritrosia, spogliare il vecchio abito della fierezza e riguadagnare la
-confidenza perduta. Non era difficile, bastava lasciar fare al cuore,
-tirarsi sul seno il figlio, cingere il giovinetto colle braccia,
-baciarlo in volto e piangere con esso. Un istante di abbandono poteva
-pagare tutte le lotte lungamente tormentose; spesso una lagrima
-cancella il passato; bisognava piangere, bisognava amare, bisognava
-lasciarsi amare.
-
-Gran parte della notte che succedette alla rivelazione del dottore,
-passò per il vecchio nell'insonnia; i propositi buoni gli si
-affollavano al pensiero, il cuore gli batteva come a venti anni, gli
-ardeva le vene una febbre impaziente. Si rimproverava di non aver
-fatto prima tutto ciò, pensava che avrebbe potuto trascorrere felice,
-amato e benedetto, tanti lunghi anni passati invece a rodersi l'anima
-in una sterile sfiducia. Provava un benessere insolito, una novissima
-gioia; gli pareva d'uscire da una lunga malattia, e che le forze gli
-ritornassero d'un subito più gagliarde di prima. Non era illusione; il
-pentimento è la forza dei deboli.
-
-La notte era lenta a passare; Mario doveva partire al mattino.
-
-Egli se lo immaginava nella sua cameretta, addormentato, e pensava
-che due sole stanze ne lo separavano, e che poteva uscire sulla punta
-dei piedi, e picchiare all'uscio, e dire: «figlio, apri a tuo padre.»
-Avrebbe bastato questo; non ne dubitava, avrebbe bastato, poichè,
-pensandoci, si ricordava di non averlo più da gran tempo chiamato
-con quel nome. E che gioia, nel vederselo balzare incontro, e nel
-confondere palpito a palpito, lagrima con lagrima, e non dir parola,
-nemmeno una, ma baciarsi in volto e piangere, perdonati entrambi,
-rinati entrambi agli affetti, e quindi innanzi confidenti, l'uno
-coll'altro, proprio come i migliori amici che Dio ha posto sulla terra
-— il padre ed il figlio.
-
-Per poco il signor Fulgenzio non pose in atto quella dolce fantasia; ma
-era notte calata, che avrebbe detto Mario?
-
-Cedendo finalmente al sonno, il vecchio continuò a veder suo figlio,
-a stringerlo nelle proprie braccia, a guardarlo fisso negli occhi ed a
-dirgli con fremito d'amore: «Guardami, sono proprio tuo padre.»
-
-L'alba lo trovò intento a dibattere il quesito se fosse meglio recarsi
-egli stesso nella camera del figlio e spiarne ai piedi del letto il
-ridestarsi, oppure aspettare ch'egli fosse levato e fargli dire che
-venisse.
-
-La paternità e la vecchiezza hanno i loro diritti e non era biasimevole
-orgoglio mantenerli.
-
-E, in sostanza, più giovava forse parlare aperto, senza lagrime, da
-uomo, da padre; dire: «noi ci siamo ingannati a vicenda, io so che tu
-mi ami e so d'amarti; smetti la tua fierezza, io butterò in un canto la
-mia; tu sei alla vigilia d'essere uomo, ed io alla vigilia d'essere più
-nulla; è tuo dovere farmi lieta la vecchiezza, perchè sei mio figlio;
-di amarmi perchè ti amo.» Oppure: «tu hai un segreto, ed io so qual è;
-non ti accuso di nulla, solo di avermelo celato; dovevi risparmiarmi la
-pena d'indovinarlo... ora che so tutto...»
-
-Ed ora che sapeva tutto... Chi era questa Donnina? doveva egli
-acconsentire ciecamente a tutte le fanciullesche pazzie di suo figlio,
-solo per ottenere che non gli facesse il broncio? Bisognava prima
-pensarci, interrogare, vedere. Infine Mario era suo figlio innanzi alla
-legge: egli lo aveva educato, gli aveva dato un nome, una famiglia, una
-professione...
-
-Tutte le argomentazioni del vecchio incominciavano e finivano collo
-stesso ritornello.
-
-«Non bisogna pensare a questo, non bisogna pensare a questo.»
-
-Verissimo; ma e se la ritrosia di Mario era indomabile? e se il
-dottor Parenti si era ingannato? Il primo passo incontro a Mario
-non era difficile, pur di essere sicuro che il figlio avrebbe fatto
-il secondo. Che dico il secondo? Ed il terzo, e superare d'un balzo
-tutta la distanza, e domandare perdono di non essere stato il primo ad
-arrendersi. Questo doveva fare, se vero è che aveva cuore di figlio! Ma
-se non era vero?
-
-La tortura incominciò più forte; poche ore ancora e Mario sarebbe
-partito... Che fare?
-
-Il mattino era alto quando il vecchio si lasciò andare scorato sopra un
-seggiolone.
-
-Proprio in quel punto il servitore picchiò all'uscio, e gli annunziò
-che Mario chiedeva di parlargli.
-
-Perchè non balza in piedi, e non corre incontro a suo figlio, e non
-pone in atto il bel sogno di quella notte insonne?
-
-«Desidera parlarmi e manda ad avvertire!» ripete amaramente in cuore,
-ma, aggiunge coll'accento rigido d'una abitudine implacabile: «venga.»
-
-Un istante dopo padre e figlio sono in faccia l'uno dell'altro. Il
-vecchio non si è mosso dal seggiolone, non volge la testa e non ha nè
-un gesto nè uno sguardo più benevolo del consueto.
-
-Mario, in piedi sul limitare, colla fronte levata, guarda superbamente
-e fisso innanzi a sè, ma non suo padre.
-
-— Sono venuto a prendere i tuoi ordini, dice freddo freddo il giovane;
-fra due ore parto.
-
-Il vecchio sembra lottare un istante dentro di sè.
-
-Poi, facendosi forte, leva gli occhi a guardare il figlio, che sostiene
-quello sguardo senza batter palpebra.
-
-— Fa il dover tuo, dice allora Fulgenzio con voce lenta, e levandosi
-in piedi, aggiunge: come hai sempre fatto. Non ho null'altro a dirti,
-addio.
-
-Mario tocca alla sfuggita la mano che gli viene porta con riluttanza,
-volge le spalle mormorando un addio, ed esce col cuore gonfio.
-
-Ed il povero padre ricade sulla seggiola.
-
-
-
-
-XVIII.
-
-PAOLUCCIO.
-
-
-Mario, prima di partire, scende da basso e si fa aprire la porta
-ferrata che conduce al manicomio. Il mattino è freddo, ma limpido, ed
-il sole scintilla allegro sulle ultime reliquie di neve.
-
-Babbo Jacopo passeggia in silenzio; un altro, postosi nel mezzo del
-cortile, declama le proprie glorie e fa pompa di bizzarre decorazioni
-che si è messo sul petto; un altro se ne sta seduto sopra una panca di
-granito e la guarda fisso, pensando forse che il granito è molto duro,
-mentre un guardiano non lo abbandona dell'occhio per paura che gli
-venga in mente di assicurarsene col proprio cranio.
-
-Tutti costoro, coll'apparire di Mario, si fermano o levano gli occhi
-curiosi sopra di lui; solo il declamatore continua a gridar più forte
-ed a sfoggiare la propria vanagloria.
-
-Mario fa un cenno amichevole ad uno, un sorriso stentato ad un altro
-che gli si fa accosto colle braccia legate a guardarlo con puerile
-curiosità, ed entra nella sala comune. Quivi si fa un chiasso
-assordante: i soliti atleti del biliardo si contendono gli onori
-della carambola e l'ammirazione della _galleria_; qualcuno legge i
-giornali della vigilia accanto al reverendo che medita il breviario;
-il professore Rigoli concentra tutta la sua scienza sopra una partita
-agli scacchi giocata con un suo nuovo allievo, ed il filarmonico della
-comitiva picchia sulla tastiera il suo Strauss. Quanto a Paoluccio,
-egli passeggia su e giù per l'ampia sala, col passo strascicato, come
-fanno i bambolucci dell'età sua quando non hanno forza di levar le
-gambe, guarda curiosamente di qua e di là, e parla fra sè e sè, colla
-bocca piena di zuccherini.
-
-Mario si è tirato in disparte e segue coll'occhio commosso i passi
-vacillanti di quell'uomo, il quale pare avvedersi di lui, perchè
-quando gli viene vicino si ferma un istante a guardarlo meravigliato,
-coll'indiscreta insistenza propria della prima età, poi tentenna il
-capo canuto e prosegue la singolare passeggiata.
-
-E si ode il rumore delle palle urtantisi sul biliardo, il bisbiglio
-del curato che legge il breviario, la cadenza ritmica dei suoni del
-pianoforte. Mario non ha occhi che per Paoluccio.
-
-L'armeggìo di costui dura alcuni minuti; ad ogni volta che
-viene innanzi al giovine egli si arresta più a lungo, e se ne va
-tentennando il capo più forte; finalmente gli si fa vicino e gli
-dice melanconicamente: «è inutile, sai? è inutile; datti pace, non ci
-sono più figli; vedi, il mondo è pieno di padri che cercano le loro
-creature; l'infanzia è spenta, rimango io solo...»
-
-Mario piglia la mano tremante del vecchio e la stringe fra le sue.
-
-«Non mi danno retta, prosegue il vecchio abbassando la voce, tutti
-piangono, piangono, non sanno far altro. E _lui_ ride, _lui_!
-
-— Chi? balbetta Mario, vedendo che il vecchio s'interrompe.
-
-«_Lui!_» E per spiegare il proprio concetto leva gli occhi al
-soffitto; poi soggiunge: «sono stanco, mi annoio.... Lo crederesti? mi
-annoio!.... Sono solo, non ho con chi giocare al cerchio, al cavallo;
-se mi nascondo non vi è un cane che venga a cercarmi; e se getto la
-palla, nessuno me la rimbalza... Non ne vogliono sapere... piangono, ed
-io solo rido per far la smorfia a _lui_!»
-
-Paoluccio si scioglie dalla stretta del giovine e ricomincia la
-passeggiata, Mario abbandona il suo posto colle lagrime agli occhi. Ed
-ecco il professore Rigoli si alza a mezzo il corpo sulla sedia, appunta
-il dito sullo scacchiere e dice trionfante all'avversario: _scacco
-matto!_ Scacco matto! Il suono di queste parole sembra impressionarlo e
-fargli venire un'idea curiosa, perchè si lascia cadere sulla seggiola e
-ride.
-
-Un istante dopo giungono all'orecchio di Mario, già fuor dell'uscio, i
-battimani della _galleria_ plaudente al vincitore della carambola.
-
-Il giovine non ha ancora attraversato il cortile, quando sente dietro
-di sè alcuni passi affrettati, una voce che lo chiama a nome ed una
-mano robusta che lo raggiunge e gli scende sull'omero — tutto ciò quasi
-prima di aver avuto il tempo di voltarsi; voltandosi, incontra gli
-occhietti scintillanti e la bocca ridente del dottore, e gli pare che
-i raggi visuali, aguzzi più del consueto, si appuntino coll'intenzione
-di passar meglio attraverso, e che la bocca sorrida tra furbesca e
-benevola.
-
-— Te ne vai, lo so io che te ne vai; me l'ha detto il dito mignolo; di'
-un po' che te ne vai?
-
-— Fra un'ora, risponde Mario freddamente.
-
-— E di' un po' che te ne andavi senza nemmeno venirmi a salutare. Non è
-così?
-
-— Non è così; venivo diritto da voi.
-
-— Tanto meglio, giovinotto, tanto meglio; io so che tu hai un cuore, un
-cuore...
-
-E, come a sincerar la cosa, fissa lo sguardo sul panciotto di Mario, il
-quale, senza sapere bene perchè, si sente imbarazzato.
-
-— Hai visto tuo padre? gli domanda il dottore, passando amichevolmente
-il braccio in quello del giovine.
-
-— L'ho visto.
-
-— E...?
-
-Un breve silenzio ed un sospirone lungo del dottore, il quale prosegue
-a dire: — Ho capito, ho capito; si fa il ritroso, ma tanto tanto dovete
-amarvi e vi amerete. Scommetto che vi amerete... fra otto giorni, o fra
-quindici, o fra un mese... non più tardi... Scommetti che fra un mese
-vi amerete...?
-
-La scommessa non è accettata, ma per il dottore è tutt'uno.
-
-— Benissimo... benissimo, siamo perfettamente intesi... ed il
-signorino, appena sia medico laureato, ci mostrerà che anche i medici
-vanno soggetti a malattie di cuore e ci farà la diagnosi d'un vecchio
-vizio cardiaco che a me pare di indovinare, solo guardando il suo
-panciotto a scacchi color caffè.
-
-Se Mario non avesse avuto una forza d'animo singolare, avrebbe ceduto
-al suo istinto, ed il suo istinto era di abbottonare il soprabito,
-tanto per nascondere il panciotto a scacchi color caffè.
-
- . . . . . . .
-
-Nessuno immagina il garbo bizzarro di Semplicetta nell'aiutare a
-vestire la bambola della padroncina. Veramente, ella dice, che non ci
-ha garbo di sorta, che non ci è nata, ma non bisogna crederle, è tanto
-modesta! Olimpia ride, a volte, di gran gusto, ma ciò non vuol dire
-che non creda Semplicetta eccellente in quelle funzioni; anzi essa
-riconosce volentieri che la bambola non ha mai avuto da lamentarsi, e
-ride più forte.
-
-Bisogna sapere che la bambola di Olimpia è una bambola viziata, piena
-di capricci, di dispettuzzi, di collere, ma in fondo una gran buona
-pasta di bambola. E sì che ne potrebbe pretendere di attenzioni e di
-cure, perchè di pari sue non se ne incontrano da per tutto, neppure
-a Norimberga, sua patria. Venuta in Milano, aveva da prima voluto un
-amore sconfinato ed un'obbedienza senza condizioni; ma a poco a poco
-si era abituata a vedersi posta in un canto nell'ora delle faccende
-domestiche, ed oggi si accontenta di uscire una volta la settimana
-dall'armadio, di abbigliarsi sulla tavola e rientrare in casa col suo
-più bell'abito; è diventata taciturna e melanconica e si lascia ridere
-sotto il naso senza dolersene, contentandosi di essere amata un poco
-quando non ci è più nulla a fare. Le cose sono in questi termini tra
-Olimpia e la sua bambola, e benchè il dottor Parenti non sospetti di
-nulla, qualche volta si va fino a freddezze.
-
-Olimpia guardava attraverso i vetri nel cortile dei pazzerelli, in
-quella appunto che il babbo correva dietro a Mario, e quando entrambi
-sono scomparsi, ella si è tolta alla finestra e si è accostata alla
-bambola con una certa intenzione di piangere. Ma la bella norimberghese
-è in gran gala e vedrebbe mal volontieri che le si gualcissero gli
-abiti, e Semplicetta, la quale non aspetta altro, affida alla padrona
-la piccola dama e se ne va alla finestra opposta borbottando.
-
-— Il signor Mario, dice ella alcuni momenti dopo, ha in mano la valigia
-e si separa dal dottore...
-
-— Buon viaggio, buon viaggio, ripetè due volte Olimpia, una volta
-probabilmente per conto della bambola.
-
-— Non viene a vederlo partire?
-
-— Che ne importa a me di vederlo partire? Che ne importa a me di
-vederlo partire?
-
-Semplicetta sta zitta e continua a guardare dai vetri. Olimpia aggiusta
-il cappellino sulla testa pettinata della bambola.
-
-— È partito! dice finalmente Semplicetta lasciando la finestra.
-
-Ed Olimpia si stringe al petto la bella norimberghese, e le mormora
-sotto voce: «è partito! è partito!»
-
-
-
-
-XIX.
-
-OGNISSANTI A DONNINA.
-
-
-È giorno di vacanza.
-
-Maestro Ciro, uscito per andare a spasso alla campagna, è rientrato
-più presto che non sia suo costume e si è accostato furbescamente a
-Donnina, colle mani dietro la schiena, con un risolino piacevole sul
-labbro. Non le ha detto nulla, e la maliziosa ha compreso tutto, e gli
-è venuta dietro in un balzo, ed ha visto ciò che egli le nasconde, e
-gliel'ha preso di mano — una lettera di Ognissanti!
-
-La formidabile mamma Teresa se ne sta in un canto, immobile, solenne;
-non vi è pericolo che rivolga gli occhi dalla parte di Donnina e del
-marito, o faccia atto che accenni la sua intenzione di uscire dalle
-ostilità; oh! non vi è pericolo! Solo ogni tanto getta una sbirciatina
-di traverso, una sbirciatina curiosa se vogliamo, ma d'una curiosità
-misurata, tutta dignitosa. Maestro Ciro è uscito a ridere sonoramente,
-e Donnina s'è fatta presso alla mamma e le ha gridato nell'orecchio: «è
-di lui!»
-
-L'impertinente! E quel maestro Ciro che continua a ridere ed a fregarsi
-le mani!
-
-Mamma Teresa si è provata a resistere, a tener duro, ma ride, e quando
-Donnina le circonda il corpo colle braccia, le vien fuori senza volerlo
-uno sguardo di misericordia, e quando infine l'impaziente fanciulla
-ha rotto i suggelli e tratto fuor dalla busta, devotamente, una mezza
-dozzina di fogli bianchi tutti neri di scrittura, la terribile fortezza
-crolla, e mamma Teresa esce a parlamentare:
-
-— È lui che scrive? Ebbene, che me ne importa? Non scrive già a me,
-immagino; e poi io non saprei leggere tanto tanto; ti dirà le solite
-cose che si dicono.
-
-— La lettera è diretta a Donnina, osserva maestro Ciro, a Donnina,
-proprio a lei.
-
-— Proprio a lei, proprio a lei! Come se io non sia più nulla, come se
-ciò che è diretto a Donnina non sia diretto a me?
-
-E siccome Donnina ha squadernato i fogli un paio di volte e si è seduta
-al fianco della mamma, senza badare ai pericoli della collera di lei,
-la vecchia, crollando il capo, strascica con suprema degnazione una
-parola:
-
-— Sentiamo!
-
-E maestro Ciro fa eco:
-
-— Sentiamo!
-
-E Donnina, con un lieve tremito nella voce, incomincia:
-
-«Il luogo da cui ti scrivo e ciò che ti voglio scrivere saranno per
-te cagione di meraviglia e forse di affanno; ma è giunto il momento
-di dirti tutto. Temo che il segreto del nostro amore non sia più un
-segreto per taluno a cui desideravo nasconderlo ancora, e non voglio
-che tu possa da altri nulla apprendere sul conto mio che io già non ti
-abbia detto. Confessarmi a te è il mio diritto ed il mio dovere; e poi
-chi sa se non ti ingannerebbero — io no, non ti potrei ingannare.»
-
-Mamma Teresa, guardando al soffitto e dimenandosi, ha l'aria di dire
-che per conto suo non ci crede moltissimo; ma Donnina non pone mente al
-sospetto ingiurioso e tira innanzi.
-
-«Ti ricordi di quando eravamo entrambi ad S...? A me non fu data gioia
-più bella della sventura d'allora, perchè in premio dei dolori patiti
-fu là che ti conobbi e che mi amasti. Ma io ero sventurato, e tu lo
-ignorasti sempre, e nessuno lo seppe mai. Intorno a me si magnificava
-la mia fortuna, perchè, nato in un ospizio ed ivi cresciuto, m'era
-toccata la sorte di essere raccolto da un vecchio pieno di cuore,
-il quale mi avrebbe fatto da padre e data una professione. Tutto ciò
-era verissimo, e nei primi mesi che entrai a far parte della desolata
-famigliuola di mastro Paolo, mi parve di avervi portato come un barlume
-della immensa luce di gioia che si era fatta nel mio cuore e nel mio
-cervello nel momento di mettere il piede fuor dell'ospizio. Mi pareva
-d'incominciare allora ad essere me stesso, e che prima non fossi stato
-altro se non una cosa che si raccoglie nei trivii e si numera....
-perchè non dia inciampo ai passanti. Ero lieto, ero felice, ero libero!
-Avevo dieci anni soli, ed il mondo mi apparteneva.
-
-«Mastro Paolo aveva ancora un figlio, l'ultimo di cinque; i primi
-quattro erano morti un dopo l'altro, alla stessa età, dello stesso
-indomabile malore, e la madre gli aveva preceduti tutti sotterra.
-
-«Luigi, l'ultimo figlio, aveva diciott'anni, era scolorito in volto,
-esile, dolce nelle maniere e nell'accento; un'ottima creatura; mi prese
-ad amare appena mi vide, e mi chiamò _fratello_. Immagina tu quanto
-bene mi facesse quella parola! Mastro Paolo invece non mi chiamava mai
-_figlio_; non me ne dolsi, comprendendone la ripugnanza.
-
-«Un giorno lo vidi piangere in un canto, nell'ombra della camera; Luigi
-ci volgeva le spalle e se ne stava immobile, ritto nel vano dell'uscio
-a contemplare il tramonto. Il povero padre non sapea distaccar gli
-occhi da quel corpo che, per effetto dell'estrema luce sempre più
-indebolita, pareva disegnarsi sempre più lontanamente nell'infinito
-orizzonte. E piangeva premendo forte la mano alla bocca a soffocare
-i singhiozzi, per non farsi udire dal figlio. Io me gli accostai col
-cuore gonfio, egli circondò la mia testa con un braccio, se la strinse
-al cuore che gli batteva concitato e non mi disse nulla. Fu la sola
-volta che mi mostrasse affetto di padre.
-
-«Luigi pareva assottigliarsi sempre più; a me invece la nuova vita, la
-gioia d'esser libero e di appartenere ad una famiglia, davano forza,
-vigore ed apparenza di salute. Mastro Paolo, nel vedere il contrasto
-tra me e suo figlio, mi disse una volta, facendosi forza per sorridere:
-«si direbbe che quanto perde Luigi lo acquisti tu!» Io lo guardai
-in volto senza troppo comprendere; oh! come era amaro quel sorriso!
-Compresi... fu una rivelazione e me gli feci istintivamente presso
-perchè mi battesse. Egli dovea sentire un bisogno irresistibile di
-battermi per vendicarsi della sorte, ma era buono, si accontentò di
-respingermi con un cenno, e chinò la testa sul petto con uno scoramento
-profondo.
-
-«La vita che facevamo non era certo larga; il povero vecchio, assiduo
-alla fatica del suo mestiere di falegname, guadagnava appena il tanto
-da vivere; la casicciuola gli apparteneva; un gramo campicello, e più
-il risparmio gli venivano in aiuto quando il lavoro mancava: ma delle
-sue condizioni economiche non lo udii mai lamentarsi, ed al figlio
-non voleva permettere il lavoro, a me permetteva appena di aiutarlo.
-Mi mandava a scuola, e non mostrava mai di volermi apprendere la sua
-professione.
-
-«Il giorno lungamente temuto venne: Luigi stava per entrare nel
-ventesimo anno ed aveva sembianza più di fantasma che d'uomo; parlava
-ansimante: non visto dal padre, se ne stava lunghe ore immobile, a
-fissare un punto dello spazio; per noi aveva sempre un sorriso. Un
-giorno si sentì più debole; voleva starsene a letto e non sapeva come
-fare per non affliggere il vecchio; si vestì, scese da basso, sedette
-sfinito in un canto. Mastro Paolo da qualche tempo aveva acquistato una
-forza d'animo insolita, la forza d'animo che proviene dall'imminenza
-d'una sciagura.
-
-«Appena vide il figlio, lesse la propria sorte, e non battè palpebra;
-gli chiese con amore come si sentisse; gli fece dolce rampogna perchè
-non fosse rimasto in letto, e volle ci si rimettesse subito, e lo aiutò
-a risalire le scale ed a svestirsi, non cessando di ripetere che doveva
-essersi costipato la vigilia stando all'aperto dopo l'imbrunire, e che
-sarebbe stata cosa da nulla.
-
-«Luigi rispondeva che così era senza dubbio. Inutile, pietoso e
-vicendevole inganno. Io fui mandato pel medico, il quale ordinò un
-calmante, ma non volle dir nulla. Il domani non avevo più chi mi
-chiamasse «fratello.»
-
-«Non credere, buona Donnina, che la lunga aspettazione d'una sventura
-la faccia parere meno amara quando sopraggiunge.
-
-«Io appresi allora come l'uomo non si arrenda mai al dolore, e
-come la stessa disperata rassegnazione altro non sia che un inganno
-della fibra. Il dolore, anche preveduto ed aspettato, giunge sempre
-improvviso, se pure il lungo affanno non fa più deboli e più sensibili,
-negando perfino quello sbigottimento che dà un repentino disastro.
-
-«Il vecchio padre non versò una lagrima, dacchè il figlio si fu
-posto a letto per l'ultima volta, ma non lo abbandonò più un istante,
-ne raccolse l'ultimo sguardo e l'ultima parola, e quando tutto era
-finito, se ne stette ancora lungamente immobile a contemplarlo a ciglio
-asciutto.
-
-«Io piangevo in un canto.
-
-« — Così lo vedo da quattro anni, diss'egli finalmente, coll'attonita
-immobilità e colla voce monotona di chi parla a sè stesso, lo vedi tu
-ora? così io lo vedo da quattro anni. Egli giocava, o mi sorrideva, od
-attendeva tranquillamente al melanconico lavoro, mi era dinanzi, od era
-assente, ed io lo vedeva sempre così come ora lo vedo.
-
-«Bisognò separarlo quasi a forza dalla _sua creatura_; i vicini
-spendevano vane parole a confortarlo; egli non ascoltava, e rispondeva
-invariabilmente a tutti: «così lo vedo da quattro anni.» E anche quando
-fu allontanato da casa sua, continuò a guardare fissamente nella stessa
-direzione ed a mormorare ogni tanto fra sè: «così lo vedo da quattro
-anni.»
-
-«Nel giorno seguente egli si sottrasse con violenza agli amici che lo
-trattenevano e volle ritornare a _vederlo_.
-
-« — Se si fosse svegliato! diceva.
-
-«Bisognò lasciarlo andare; io, dimenticato da tutti, e quasi dimentico
-di me stesso, gli tenni dietro; sentivo qualcuno che diceva: «il povero
-uomo perde la testa; ne impazzirà.»
-
-«Quando mastro Paolo ebbe riveduto il cadavere di suo figlio, parve
-acquistare una forza singolare, scese da basso, andò in bottega e si
-pose al lavoro.
-
-«Si cercò di allontanarlo, e nessuno osò chiedergli che cosa volesse
-fare. Io stesso compresi inorridito.
-
-« — C'è forse in paese un altro che faccia le bare meglio di mastro
-Paolo? chiese agli astanti; si mostri se ci è!
-
-«E continuava a pigliare le misure, ed a segare le tavole con sinistra
-energia. Ma quando ebbe preparato i pezzi e le commessure e volle
-inchiodarli, il primo colpo di martello parve cadergli sul petto, gli
-vennero meno le forze, e si gettò bocconi sul pancaccio, piangendo.»
-
-A questo punto il tremito della voce di Donnina è cresciuto tanto che
-le bisogna troncare la lettura. Nessuno dice parola. Mamma Teresa non
-sa come tenersi per starsene in contegno, il signor maestro fa i suoi
-comodi ed asciuga una lagrima colla pezzuola. A poco a poco una mano
-della vecchia incontra, sull'omero di Donnina, una mano di babbo Ciro e
-non si ritrae... E Donnina prosegue:
-
-«Luigi fu sepolto la notte, accanto ai suoi fratelli, e il povero padre
-parve ritornare a poco a poco in sè.
-
-«Per tutto il tempo corso dalla morte alla sepoltura io mi era
-tenuto in disparte timoroso, comprendendo per istinto che la mia
-vista doveva fargli più male; mi sentivo una gran voglia di venirgli
-incontro e di dirgli: «vedi, tu hai ancora un figlio; io ti amerò qual
-padre.» Ma qual merito in me? Avevo forse io altri da amare? Temei
-d'essere accolto male, non dissi nulla a lui, ma sentii il bisogno di
-prometterlo a qualcuno, ed andai in cimitero e lo dissi piangendo a
-Luigi, sulla sua fossa.
-
-«Venne appunto allora mastro Paolo; pallido, severo, si inginocchiò
-accanto a me senza mostrare di avermi visto, poi se ne andò fuggendo,
-come per sottrarsi ad un sinistro pensiero.
-
-«Ebbi paura. Mi passarono in mente mille disegni; volevo fuggire,
-andare a Milano, chiedere al mondo ciò che solo può dare: del lavoro ed
-un padrone, e non mendicare l'affetto dai padri di altri figli.
-
-«Avevo dodici anni, e mi sentivo forte, ma non ero abile a nulla, mi
-scorai, ed accettai la mia sorte. Contro quel che credevo, mastro Paolo
-quel giorno fu meco amorevole più del solito, e, venuta la sera, mi
-prese fra le sue ginocchia ed appoggiò la testa tremante sulla mia.
-
-Tu solo mi rimani!»
-
-«Egli diceva queste parole con un accento che mi strappava le lagrime:
-io solo! gli _altri_ erano tutti morti! Gli altri... i suoi figli veri!
-
-«-È venuto il momento, mi disse poco dopo, ti ho preso meco apposta;
-io prevedevo questo giorno; era il solo libro in cui sapessi leggere
-spedito, la mia sciagura! Sapevo che sarei rimasto solo, che mi
-avrebbero ritolto ad una ad una le mie creature dopo avermele date per
-vederle agonizzare; lo sapevo. Ora sono solo, solo, solo!
-
-«E siccome io continuava a piangere, egli soggiunse:
-
-« — Non bisogna piangere; provati a ridere, provati; quando i tuoi
-fratelli avevano la tua età, ridevano essi, e queste pareti risonavano
-di allegrie; e finchè la morte non ebbe imparato la strada che
-conduceva alla mia felicità, ridevo anche io perchè ero felice; provati
-a ridere; basto io solo a piangere.
-
-«Un altro giorno, appena desto, mi chiamò a sè e mi disse:
-
-« — Hai da essere tu il mio figlio; sono _essi_ che lo vogliono; tu sei
-solo ed anch'io; non saremo più soli; porterai il mio nome; andremo dal
-sindaco, gli chiederemo che cosa bisogna fare per essere proprio padre
-e figlio.
-
-« — Volerci bene, gli risposi baciandolo sulla guancia.
-
-«Egli mi guardò come sbigottito, e mi chiese: «e potrai tu volermi
-bene?»
-
-« — Sì, tanto.
-
-«Il pensiero di adottarmi in faccia al mondo e di darmi il suo nome
-gli ritornò più volte ad intervalli lunghi, ma pareva non sapesse
-determinarsi a porlo in atto.
-
-« — Sai, ci sono tante seccature... una carta che dica quando sei nato,
-un'altra che dica quando son nato io, un'altra in cui si provi che tu
-sei orfano, e poi andare innanzi ai giudici, e dirlo là e far scritture
-lunghe... v'è da perdere la testa; e mi hanno anche detto che bisogna
-spendere del danaro, oppure farsi fare un'altra carta a provare che
-sono miserabile... Lo sanno tutti che io sono miserabile, lo domandino
-al becchino dove è il mio tesoro... nossignori, vogliono una carta
-scritta!...
-
-«Quand'egli così parlava, cedendo ad una lieve collera, io lo guardava
-in volto non potendo allontanare un sospetto pauroso; e mi venivano in
-mente quelle parole udite per via: «il poveruomo ne impazzirà.»
-
-«Erano passati parecchi mesi, ed il vecchio continuava a parlare di
-Luigi come se fosse morto il giorno innanzi: attendeva tutto il dì al
-lavoro facendosi aiutare da un apprendista, e voleva che io andassi
-alla scuola.
-
-«A me pungeva d'essergli di aggravio, e gli dissi più volte piacermi la
-professione di falegname, me la insegnasse.
-
-« — Non è vero, mi rispose un giorno, non è vero, a te piace leggere
-e scrivere come a Luigi; a te piace divenire maestro di scuola, come
-a Luigi; tu devi imparare a leggere e scrivere e diverrai maestro di
-scuola; finchè mi rimane forza, basto io al lavoro; quando non ne avrò
-più, sarai maestro di scuola e soccorrerai tu il tuo vecchio. Luigi ti
-voleva bene... non puoi essere un ingrato.
-
-«Non diceva più _padre_, non mi chiamava più _figlio_!
-
-«A poco a poco sparve anche quella specie d'intimità che era fra noi;
-vedendo come nei giorni di vacanza, toccandomi di rimanere in casa,
-egli fosse collerico ed alcune volte ingiusto, mi venne in mente che mi
-mandasse alla scuola per non avermi sempre innanzi agli occhi.
-
-«Incominciò per me una più terribile solitudine di quella che prima
-avessi temuto — la solitudine dell'uomo respinto. Accorgendomi che la
-mia vista faceva male a mastro Paolo, nella bella stagione me ne andavo
-coi libri in campagna a studiare, molte volte a piangere. Esaurii in
-breve tutte le mie lagrime.
-
-«La mia natura gioconda riprese a poco a poco il sopravvento...
-
-«Provati a ridere» mi aveva detto mio padre; io mi stordiva ridendo.
-
-«Era una maschera, una livrea per riuscir meno ingrato ai miei
-compagni, e mi conveniva deporla alla porta di casa.
-
-«Non ero, no, felice. A dispetto degli sforzi che faceva per darmene
-le apparenze, mi pareva che tutto quel cumulo di sciagure ch'io doveva
-sanare pesasse sul mio capo come una condanna, e che in me si dovesse
-leggere solo il dolore, e che tutti mi fuggissero.
-
-«In quell'abbandono, in quella ridente desolazione dell'anima mia,
-nella tenebra fitta del mio pensiero, penetrò un raggio di sole —
-l'amor tuo, Donnina. E bastò a tutto; ritrovai fede, avvenire, ritrovai
-il mio cuore; ebbi perfino l'ardimento di venire innanzi a mastro
-Paolo e di amarlo in palese; parevami che la mia felicità mi desse un
-gran diritto sugli uomini e che tutto quanto mi aveva respinto dovesse
-accogliermi a braccia aperte.
-
-«Non era illusione la mia; la felicità è una forza a cui non si sa
-resistere; abbandonato prima dai compagni, ritrovai allora qualche
-amico, e, migliore amico di tutti, il mio maestro, il tuo ottimo padre.
-
-«Trovai cento porte aperte, ma non quella della sventura; il cuore di
-colui che aveva promesso di essermi padre mi rimase chiuso.
-
-«Mi convenne dissimulare, ma nol seppi tanto che il vecchio non si
-avvedesse.
-
-«Un giorno mi minacciò col pugno udendomi canticchiare. Io canticchiava
-perchè mi passasse più presto l'ora che mi separava da te; fuggii,
-venni ad aspettarti, non ti dissi nulla.
-
-«Maestro Paolo la sera mi mosse incontro, mi guardò fisso in volto, e
-mi passò leggermente una mano sul capo — era pentito.
-
-«Ma non mai parola buona, non mai carezza: mi sfuggiva, gli ero
-divenuto odioso.
-
-«Una mattina non lo vidi scendere al lavoro, l'aspettai trepidante
-prima di andare alla scuola, allora salii nella sua camera e vidi
-che passeggiava seminudo colla finestra aperta; ed eravamo nel cuore
-dell'inverno!
-
-«Gli parlai, non mi rispose, e continuò a passeggiare ed a mormorare
-fra sè. Alla fine si arrestò, si vestì in silenzio, mi passò innanzi e
-scese da basso.
-
-« — Domani partiremo, mi disse al ritorno dalla scuola; andremo a
-Milano; bisogna provare a fuggire, non sei tu del mio parere?
-
-«Io lo guardai temendo che fosse impazzito; anch'egli mi guardava
-fisso, ma con fermezza insolita. Non dissi parola — ed il domani, tu
-lo sai, partimmo. Sul far dell'alba, a piedi, con pochi panni annodati
-entro una pezzuola, io, col cuore gonfio, cogli occhi rossi di lagrime.
-Mi voltai più volte a guardare la casicciola che mastro Paolo aveva
-venduto ad un suo creditore, a guardare il noto campanile, e, nella
-direzione di quello, la scuola comunale ove erano i miei soli amici,
-dove eri tu, Donnina! I gelsi, che io mi lasciava indietro coi rami
-nudi imbiancati dalla brina, non mi erano mai sembrati così belli
-nemmeno nell'estate, quando gettavano la loro ombra circolare, e quando
-da ognuno di essi partiva la canzone degli sfogliatori.
-
-«In breve la casicciola sparì dietro la svolta della via, il campanile
-si perdette nella bruma, ed i nuovi gelsi nudi, muti, irrigiditi,
-continuarono a passarmi innanzi lentamente e mi parevano dirigersi ad
-S... che io lasciava a malincuore.
-
-«Mastro Paolo camminava spedito, guardando innanzi a sè, come ad una
-meta prefissa, senza arrestarsi od allentare il passo, senza volgersi
-mai, tentennando ad ora ad ora il capo in sinistra maniera. Io faticava
-a tenergli dietro.
-
-«Quel viaggio melanconico durò due ore; un immenso ed indefinito
-ronzìo si fece udire a poco a poco, — la voce della città — Milano!
-Mi ero preparato a resistere alle mie sensazioni, e seppi soffocare un
-singhiozzo.
-
-«Guardando attraverso la nebbia quelle file d'alberi di forme così
-regolari, la punta estrema del Duomo, e tutto intorno quel viluppo
-immenso di tetti, di cupole, di terrazzine, di campanili, quel mondo
-ignoto in cui io avevo vissuto la prima età, mi sentivo invaso da
-una invincibile ripugnanza. Fissai coll'occhio un punto, e dissi a me
-stesso: «quello è l'ospizio in cui sono nato.» — Non vidi altro.
-
-«Passammo la porta in silenzio; vedendo tanta gente affrettata, tante
-carrozze incrociantisi, pensai che tutti dovevano avere uno scopo per
-affaccendarsi così, e noi...
-
-«Guardai mastro Paolo — egli continuava a camminar diritto, dello
-stesso passo.
-
-« — Dove andiamo? gli chiesi.
-
-« — Dove andiamo? ripetè a sè stesso, come se non comprendesse il
-significato della domanda. Poi soggiunse, parlandomi sotto voce ed in
-aria di volermi fare una confidenza: fra i vivi; qui di gente vivace
-n'ha, mi pare, laggiù erano tutti morti.
-
-«Lo sguardo fisso, il ghigno delle labbra e quell'accento sinistramente
-singolare, mi tolsero le ultime forze; uscii in dirotto pianto. Temevo
-di comprendere una sciagura immensa.
-
-«Il povero vecchio mi guardò meravigliato, mi prese per mano, mi
-condusse innanzi ad un sedile di pietra, e mi disse:
-
-« — Siedi, tu sei stanco.
-
-« Sedei, asciugando le lagrime, e facendomi forte per guardarlo in
-viso. Egli stette alcuni istanti sopra pensiero, e si assise accanto a
-me.
-
-« — Padre, mormorai.
-
-« — Padre, ripetè senza voltarsi; poi voltandosi d'un subito, mi disse
-con impeto: «non sono tuo padre, non sono più padre, non ci sono padri.
-Tutti costoro che passano sono gente orfana come tu ed io. Padre! Lo
-conosci tu tuo padre? Gli ho io i miei figli? Ti dico che non ci sono
-più padri.»
-
-«Non mi rimase più dubbio, mi guardai intorno, cercando un soccorso, ma
-non piansi più; pensai che quel vecchio, fattosi mia guida, era in mie
-mani, che mi bisognava esser uomo.
-
-«Mastro Paolo s'adirò del mio silenzio e proseguì a dire:
-
-« — Padre! che ho io fatto per esser tuo padre? Ho forse pianto
-per te, ho preso la misura della tua bara? Muori anche tu, e sarò
-tuo padre. Vedi quel cielo azzurro; non pare, ma è un invidioso, un
-cattivo invidioso della terra; è colpa sua se noi siamo orfani. Ti
-sei riposato? Affrettiamo; tutta quella gente cerca i proprii figli;
-andiamo a dar loro la notizia, a dir loro che non ci siamo che noi due.
-
-« — Mastro Paolo, gli dissi pigliando le sue mani e stringendole
-forte nelle mie, mastro Paolo, voi non vi sentite bene.... provate
-a ragionare, a ricordarvi; guardatemi in volto, ditemi se mi
-riconoscete... Chi sono io?
-
-«Il vecchio, commosso un istante dalla veemenza delle mie parole, uscì
-a ridere, ma non rispose.
-
-« — Chi sono io, per pietà, dite, dite, chi sono io?...
-
-« — Chi sei tu? rispose il vecchio, balzando in piedi, vuoi proprio
-saperlo chi sei tu? Sei l'uomo che io odio, sei l'uomo per cui sono
-morti i miei figli, dei quali volevi occupare il posto nel mio cuore!
-Ecco chi sei tu! Ma hai fatto male i tuoi conti; guarda, qui dentro non
-ci è più cuore, l'ho seppellito con essi.
-
-«Così dicendo, il disgraziato vecchio schiudeva colle mani tremanti le
-vesti e la camicia, e mi mostrava il povero petto ignudo.
-
-« — Ed ora che ti sei fatto dire chi sei, vattene, soggiunse, vattene
-a ridere di me altrove; credi forse che non ti abbia visto ridere delle
-mie miserie? Ebbene, vattene, e ridi.»
-
-«_Piangi?_»
-
-Quest'ultima dimanda non è nella lettera, ed avrebbe potuto esser
-rivolta a Donnina, che pure è stata la prima a farla a mamma Teresa.
-È un'indiscrezione, ed il signor maestro si affretta a rimediare a
-quell'imprudenza dicendo:
-
-— È il fumo; sono due giorni che il camino manda fumo; ti pare che
-Teresa possa piangere?
-
-— E perchè no? interrompe l'intrattabile signora asciugandosi
-rapidamente gli occhi col rovescio della manica; e perchè no?
-
-Maestro Ciro, che ha anch'egli gli occhi rossi dal fumo, non si prova
-a ribattere, ma urta del gomito nel gomito di Donnina ed esce a ridere
-senza paura al mondo, mentre la fanciulla ripiglia il filo.
-
-«Alcuni passanti si erano arrestati e ci guardavano senza accostarsi;
-io non aveva lagrime, non udivo più nemmeno le parole del vecchio, il
-cuore mi batteva forte e mi sentivo un vigore insolito, ma non sapevo
-che fare.
-
-« — Che ha quel vecchio? mi chiese una voce.
-
-«Mi volsi e vidi un signore dalla faccia benevola.
-
-« — Vaneggia, risposi, gli sono morti cinque figli, io solo gli rimango
-e non sono suo figlio; mi volle seco, ora mi respinge perchè vaneggia;
-ma il suo cuore è buono.
-
-« — Qua entro non ci è più cuore, aggiunse mastro Paolo facendosi
-innanzi
-
-« — È vero, gli rispose lo sconosciuto, fingendo di guardargli in
-petto, è vero; e che intendete di fare?
-
-« — Di fare? di andar per il mondo a dare la cattiva notizia... La
-sapete voi la cattiva notizia?
-
-« — No, rispose il signore, accompagnandosi col vecchio verso una
-carrozza che si accostava.
-
-« — Non ci sono più figli; siamo tutti orfani; quell'azzurro di cielo è
-un inganno, ed il cielo è un cattivo invidioso della terra.
-
-« — Possibile! allora bisogna far presto.
-
-«In così dire, lo sconosciuto spingeva il disgraziato vecchio entro
-la carrozza, vi saliva egli stesso e mi faceva cenno di seguirlo; un
-istante dopo la carrozza partiva di galoppo, rompendo la folla che
-s'era radunata intorno a noi.
-
-«Per via, mastro Paolo non disse più nulla, e continuò a guardare
-attraverso il vetro degli sportelli con una specie di stupore ingenuo;
-lo sconosciuto ne seguiva attento ogni gesto, ed io non distaccava
-gli occhi da quella sua faccia sbigottita, come timoroso di leggervi
-qualche nuova e più terribile sciagura.
-
-«Ahi! Donnina mia, nissuna sciagura più terribile di quella per me:
-mastro Paolo era impazzito; il benevolo che ci aveva raccolti era un
-medico, ed il luogo ove ci condusse, un ospizio di pazzi. Me ne avvidi
-all'aspetto melanconico del cortile in cui eravamo scesi di carrozza,
-ai cancelli ed alle grate di ferro e di legno che tenevano luogo di
-porte e finestre. Lo sconosciuto invitò mastro Paolo a seguirlo; a
-me fe' cenno di rimanermi un istante. Rimasi col cuore gonfio, col
-pensiero smarrito in una profonda dimenticanza; mi si cancellarono
-dalla mente i fantasmi del passato e dell'avvenire, per non vedere
-più se non quel momento, quel luogo melanconico, quelle grate, quella
-solitudine e quel cancello che si era chiuso dietro di me.
-
-«Ebbi un terribile pensiero: che io stesso fossi impazzito o fossi per
-impazzire, e mi premei il capo colle mani, e cercai di comporre dinanzi
-a me la tua soave immagine.
-
-«Quella penosa solitudine durò poco; lo sconosciuto ritornò alcuni
-istanti dopo con un vecchio dall'aspetto severo, il quale si raddolcì
-meco singolarmente.
-
-«Il più giovane mi prese per mano e mi condusse in una stanza tutta
-coperta di scaffali, ed il più vecchio mi passò innanzi, si pose
-a sedere ad una scrivania, aprì un gran registro ed incominciò ad
-interrogarmi.
-
-«Vollero che dicessi tutto quanto io sapeva di mastro Paolo, quali
-fossero i miei rapporti con lui, quali i suoi mezzi d'esistenza, quali
-le sue sventure; ripetei ad essi ciò che ho scritto a te, ma senza
-piangere, senza batter palpebra, con una specie di attonitaggine nuova.
-
-«Quand'ebbi finito di dire, ed essi d'interrogare, ed il vecchio di
-scrivere nel registro, il medico (ora lo chiamo così) si chinò e disse
-all'orecchio dell'altro una parola che io non compresi; ma tosto,
-seguendo il movimento della penna dello scrivente, lessi: _lipemania_.
-
-«Che voleva dire? io non aveva mai udito quella parola ma ne intesi
-subito il significato.
-
-« — Mastro Paolo è pazzo? ebbi la forza di chiedere.
-
-«Non mi risposero.
-
-« — Guarirà? insistei.
-
-« — Senza dubbio, figliuolo mio, mi disse il medico; senza dubbio.
-
-« — E lo guarirà lei, signore?
-
-« — Io stesso, figliuolo, coll'aiuto dell'arte, della natura e del
-tempo....
-
-« — E quanto tempo occorre perchè un pazzo guarisca?
-
-« — Un paio di settimane, qualche volta più.... qualche volta meno.
-
-«Il vecchio teneva il capo basso e non diceva parola.
-
-« — Ed io? balbettai... potrò venire a vederlo?
-
-« — Tu rimarrai qui finchè mastro Paolo sia guarito, disse il vecchio,
-che era il direttore del luogo... se ti piace.
-
-«Pensa se accettassi! La gratitudine mi diede le lagrime che mi aveva
-negato il dolore.
-
-«Mi fu dato uno stanzino in casa del vecchio; uno stanzino pulito, con
-bei mobili, con un bel lettuccio, in cui non potei chiuder occhio la
-prima notte, tanto si stava bene.
-
-«Pensavo: babbo Paolo avrà uno stanzino come questo ed un lettuccio
-come questo?
-
-«Al giorno successivo trovai panni nuovi e biancheria di bucato;
-non usciva già dalle mie valigie; non sapevo che dire; mi tornavano
-in mente i racconti delle fate, e Milano mi pareva una città di
-incantesimi.
-
-«Il signor Fulgenzio, così si chiamava la mia buona fata, mi parlava
-rare volte, ma amorevole. Non osavo chiedere di rivedere il babbo, per
-paura stesse peggio, e perchè temevo di far dispiacere ai buoni che mi
-avevano colmato di tanti benefizi; ma il vecchio direttore fu il primo
-a dirmi che potevo andare da mastro Paolo quando volessi.
-
-«Ci andai subito.
-
-«Ah! Donnina mia, quale spettacolo orribile! vedere tanta gente, tutta
-fatta come noi, che pare sana e robusta, e dire che non ragiona, che
-non sa pensare nè amare! Quella prima impressione come di sgomento
-cedette ad un dolore più profondo, perchè, appena mastro Paolo mi vide,
-diede in ismanie, e mi venne incontro coi pugni stretti, dicendomi
-che io gli aveva strappato il cuore, che io gli aveva ucciso le sue
-creature. Appena fu acquetato mi volse le spalle e passeggiò per la
-sala senza più badare a me, finalmente sedette in un canto e prese a
-guardarmi curiosamente, come se mi vedesse per la prima volta.
-
-« — Babbo, gli dissi colla voce tremante, babbo...
-
-«Non mi rispose.
-
-« — Mastro Paolo, mastro Paolo! e muovevo un passo incontro a lui.
-
-«Ma egli si raggomitolò nel suo cantuccio e mostrò di aver paura di me,
-e mi scongiurò col gesto di non fargli male...
-
-«Mi arrestai, e mormorai ancora una volta: «babbo!»
-
-«Il disgraziato non mi conosceva più, e continuava a guardarmi con quel
-suo sguardo attonito e curioso.
-
-«Passarono otto giorni senza che osassi più venire innanzi al vecchio.
-Quando l'osai fui accolto alla stessa maniera; solamente non si adirò
-meco, ma la ripugnanza e la paura mi facevano più male della sua
-collera.
-
-«Un'altra volta, mentre io me ne stavo in un canto a guardarlo con
-tenerezza compassionevole, ed egli era là, immobile, fingendo di non
-vedermi, ma gettandomi ogni tanto uno sguardo fuggitivo, venne il
-dottore. Allora fui testimonio del singolare potere che aveva dato a
-quest'uomo la benevolenza schietta e quasi ruvida, perchè, appena egli
-fu entrato, mastro Paolo gli venne incontro trasfigurato in viso, e
-gli prese la mano colla gioia riconoscente d'un uomo scampato ad un
-pericolo.
-
-«Mi allontanai coll'anima in tumulto.
-
-«Il dottore mi raggiunse subito dopo, e mi pose confidenzialmente una
-mano sull'omero.
-
-« — È inutile ch'io rimanga qui, balbettai, l'orrore che egli prova per
-me mi dice che non potrà amarmi mai; quando egli sarà guarito, io non
-avrò padre ugualmente — non ho più padre.
-
-« — Non hai più padre perchè quella è pazzia di cui non si guarisce in
-quell'età se non colla morte. Fa conto che sia morto.
-
-«La durezza di queste parole era temperata dall'accento — e me ne dolsi
-solo per l'uomo che fino allora avevo chiamato padre. A me non pensai.
-
-« — Ebbene, dissi, bisogna che io lasci questo luogo, e pensi a
-guadagnarmi la vita.
-
-« — Che sai fare tu?
-
-« — So leggere, scrivere e far di conto; sono andato alla scuola ed ho
-voglia di studiare.
-
-« — Non altro?
-
-« — No, ma imparerò.
-
-« — E intanto?...
-
-«Il dottore mi lasciò in pensiero. Il giorno successivo fui chiamato
-nella camera del mio vecchio ospite.
-
-« — Quanti anni hai? mi chiese.
-
-« — Sedici.
-
-« — Io ne ho cinquantaquattro; potrei quasi essere tuo nonno; vuoi
-esser mio figlio?»
-
-— Suo figlio! esclama mamma Teresa sollevandosi quattro buoni pollici
-sulla sedia e girando intorno uno sguardo pieno di dubitosa meraviglia.
-
-— Suo figlio! ripete più forte il signor maestro curvandosi a leggere
-egli stesso dietro le spalle della giovinetta, la quale non pare punto
-commossa, e risponde col sorriso sereno alla ingenua curiosità dei due
-vecchi.
-
-Mamma Teresa, trasfigurata in volto, cogli occhi immobilmente fissi
-nelle labbra di Donnina, vi legge le parole prima che la fanciulla le
-proferisca.
-
-«Non risposi; quell'improvvisa proposta era così straordinaria, e le
-porte dischiusemi per essa mi lasciavano vedere un mondo così diverso
-da quello immaginato dianzi, che mi parve tutt'uno come se mi si
-proponesse un'altra vita, in un altro mondo, sotto un cielo di altro
-colore.
-
-« — Dice davvero! esclamai; suo figlio! e che ho da fare io per
-divenire suo figlio?
-
-« — Nulla.
-
-« — Ma allora lei mi vuol bene, se vuol essere mio padre! E che ho
-fatto io perchè lei mi voglia bene?
-
-« — Nulla; tu hai sedici anni, ed io non ho un figlio; vuoi tu essere
-quello?
-
-« — E mastro Paolo? mormorai, che dirà mastro Paolo?
-
-« — Non saprà nulla.
-
-«Mi passò in mente che io stessi per commettere una bassezza e che
-fosse dover mio rinunziare alle gioie finchè il vecchio babbo soffriva.
-Anche ora sono talvolta assalito da tali dubbi, ed oggi il tormento è
-più forte.
-
-«Ma potevo io gettarmi nel mondo, senza consiglio, senza mezzi, senza
-professione?
-
-«Pensai allo squallore che la sorte, oggi così lusinghiera, poteva
-minacciarmi domani, pensai che mi si offriva di scegliere tra la
-miseria e la pace, tra l'andar ramingo e l'avere una casa ed un
-nome, ricordai l'orrore intenso mostrato per me dal vecchio babbo, ed
-accettai l'offerta sciogliendo un inno puerile di grazie.
-
-«Pochi giorni dopo, il signor Fulgenzio compieva ciò che mastro Paolo
-aveva voluto fare, senza indurvisi mai: mi dava il suo nome, mi faceva
-suo figlio di adozione.
-
-«Ecco il mio segreto, Donnina: io ho un padre che non è mastro Paolo,
-ed il disgraziato non è morto, come ti ha detto, ma agonizza fra le
-care larve dei suoi veri figli.
-
-«Io non mi nascondo come questa che pare la mia fortuna sia la mia
-colpa; dovevo accettare la miseria, l'abbandono, l'oscurità, le lotte
-della vita, ma non tradire quell'uomo che mi aveva primo chiamato a
-far parte della sua famiglia. Io l'ho lasciato solo nella sventura
-per far me lieto — accettai di vestire di gai colori la mia sciagura,
-volli entrare nella schiera degli eletti, io reietto da colei che
-fu mia madre! Che penserai tu di me? Potrai tu essere più benigna di
-me stesso? E con quali occhi vedrai la mia arrendevolezza alle prime
-carezze della sorte? Ho un nome, ho una famiglia, sto per avere una
-posizione onorata nel mondo; una sola cosa mi manca — la stima di me
-medesimo.
-
-«E quando tu saprai che l'uomo stesso da cui fui chiamato figlio, non
-ricava dal suo benefizio altro che l'ingratitudine? Tanta è la miseria,
-Donnina mia, che questa stessa ingratitudine è il solo mio orgoglio, la
-mia sola virtù. Sappilo, fra il vecchio ed il nuovo padre, il mio cuore
-è rimasto orfano, la mia sorte non si è mutata. Quest'uomo, di cui
-porto il nome, non mi ama, non mi ha amato mai; volle pagare alla virtù
-a cui non crede, alla società che disprezza, alla famiglia che offende
-collo scetticismo nella donna, il suo debito d'uomo, di cittadino, di
-figlio: volle fare un'opera buona ed un ingrato. Egli lo sapeva già
-prima, e mi disprezzava già prima che io cessassi d'amarlo. Perchè io
-l'ho amato come si può amare un vero padre, e forse lo amo ancora.
-
-«Quanto debole ed intristito ti parrà il mio cuore!
-
-«E non mi accuserai dentro di te di averti dimenticata sei anni per
-aver mutato fortuna? E non crederai Mario (quest'è la mia livrea
-d'oggi), vergognoso dei cenci di Ognissanti?
-
-«Tu sei buona e facile al perdono, lo so; ma le mie non sono colpe che
-si cancellino col pentimento, solo si espiano, ed io le ho duramente
-espiate.
-
-«Il giorno che dovei rinunziare al mio bel sogno di correre a te, di
-venirti a dire: «Donnina, io ho trovato un padre che mi ama e che amo,
-un padre che sarà il tuo, quando tu sarai mia; io studierò, la larva
-dei miei sonni si farà persona, diventerò uomo, avrò una professione
-e basterò col lavoro e coll'amore a farti felice!» oh! tu non immagini
-quant'io soffrissi quel giorno.
-
-«La mia colpa, ingigantita dalla freddezza che ogni giorno mi si
-faceva meglio palese nel cuore del mio nuovo padre, mi disse che io
-era indegno di te, che non dovevo più pensare a te, che coll'avere
-abbandonato la mia miseria io aveva perduto il diritto alla felicità
-che doveva andarle compagna. E poi con qual cuore rivederti per
-ingannarti, o per dirti la mia desolazione? E avresti tu compreso altro
-fuor che io aveva, volontariamente, posto una barriera tra te e me,
-che più non mi appartenevo, che la nostra felicità, dove pure tu me
-ne credessi ancora degno, dipendeva dalla volontà d'un altro uomo, il
-quale si faceva chiamare mio padre?
-
-«Pensai che fosse meglio uccidere in germe l'affetto deposto nel tuo
-cuore; volli venire a dirti: non ti amo più, amane un altro. — Un
-altro!... Non ne ebbi forza.
-
-«Poi mi venne un amaro pensiero.
-
-«Forse, dicevo a me stesso, Donnina mi dimenticherà davvero: tra
-l'aspettare molti anni per esser mia ed il divenir sposa più presto,
-sceglierà d'amare un altro.
-
-«Frattanto il signor Fulgenzio mi dava maestri, dai quali appresi
-rapidamente, con una specie di febbre continua che mi rendeva meno
-amara la nuova condizione. Pensando di potere collo studio farmi un
-avvenire, e, padrone un giorno di me stesso, chiamar te a dividerlo,
-studiavo senza riposo; mi pareva come se ogni nuova cognizione mi
-avvicinasse a te, mi desse un nuovo diritto alla felicità pensata di
-nostro capo ad S... nel praticello dietro la chiesuola.
-
-«Presto fui in grado di presentarmi ad alcuni esami, ed un anno dopo
-a nuovi esami, e finalmente, a 19 anni compiti, nell'università per
-istudiare medicina — fra quattro mesi sarò dottore!
-
-«Ora che il mio lungo disegno sta per aver compimento e la mia
-ambizione è presso ad essere soddisfatta, ora che io so come il tuo
-cuore sia rimasto mio, forse la tua stima mi manca, la mia stima...
-
-«Volli indugiare per poterti dire: «io sono padrone di me stesso, ho
-uno stato, posso darti una onorata miseria per ora, l'agiatezza poi;
-eccoti la mia mano, cancelliamo il passato.»
-
-«Oggi non posso più tacere, sai tutto; ma sappi anche, qualunque sia
-la sentenza che uscirà dal tuo labbro, che io voglio rimanere per te
-sempre, come fui sempre
-
- «OGNISSANTI.»
-
-
-Donnina ha proferito le ultime parole della lettera lentamente, e si
-è arrestata a scandere le sillabe del nome del suo fidanzato come per
-separarsene più tardi... poi volge uno sguardo alla vecchia. In quello
-sguardo è la sicurezza di sè, d'Ognissanti, dell'avvenire, ed è una
-tacita domanda a cui mamma Teresa è sollecita a rispondere:
-
-— È vero, dice ella accarezzando severamente, con un garbo tutto
-suo, la testa della fanciulla, è vero; comincio a credere anch'io che
-Ognissanti sia un bravo figliuolo, comincio a crederlo... e se non ti
-basta... lo credo... ne sono convinta... Non ti basta ancora? Vuoi che
-gli domandi scusa d'aver sospettato di lui? Te lo leggo in cuore il tuo
-trionfo; ma tu sbagli di grosso perchè il tuo trionfo è pure il mio;
-avrei dato un paio di dozzine di giorni, dei pochi che mi rimangono,
-per vedere smentiti i miei sospetti. Ma tu dirai che mamma Teresa sa
-solo brontolare e non ci vede chiaro. E se fosse anche?... Per chi non
-ci vede chiaro, il meno male è il non fidarsi mai alle apparenze. Dici
-di no tu?
-
-E siccome Donnina le bacia il volto rugoso senza rispondere, tutta la
-stizza della vecchia si rivolge al signor maestro. Ma costui, dacchè la
-moglie ha preso a parlare, s'è dato a fregare le mani sulle ginocchia,
-infervorandosi vie più e facendo festa ai fantasmi del pensiero.
-
-Poco stante la terribile mamma si abbandona anch'essa alle meditazioni,
-che le fanno fare, senza avvedersene, la smorfia d'un sorriso
-bonario...
-
-Quando dopo brev'ora escono entrambi ad un tempo da quel muto
-fantasticare, rompono insieme il silenzio con una parola:
-
-«E Donnina?»
-
-Donnina non è più nella stanza, se n'è andata di soppiatto, ha salito
-le scale e si è raccolta nella sua cameretta... A che fare?
-
-— Io lo so che cosa è andata a fare! dice maestro Ciro.
-
-— E anch'io lo so! Bella cosa!
-
-Sappia chi nol sapesse che Donnina si è ritirata per rileggere la
-lettera del suo Ognissanti, e che il signor maestro aveva indovinato
-davvero. Quanto a mamma Teresa, la presuntuosa si vantava, e maestro
-Ciro lo sapeva benissimo. Forse che la cara dolcezza di rileggere in
-segreto una lettera, può essere compresa da chi, come la terribile
-mamma, non aveva voluto addimesticarsi mai coll'alfabeto?...
-
-Maestro Ciro è pronto a giurare di no.
-
-
-
-
-XX.
-
-CHI FOSSE IL SIGNOR MAURIZIO.
-
-
-Chi legge si compiaccia di fare più intima conoscenza col signor
-Maurizio, personaggio molto chiuso, molto taciturno, ma che ha
-anch'esso il suo romanzo intimo a dire, sol che se ne porga occasione.
-Così almeno assicurano i curiosi, razza di affamati, la quale ha questo
-innocentissimo privilegio di vedere un palazzo incantato quando non
-vede nulla, e divide sapientemente il prossimo in due bocconi: quelli
-che hanno un segreto da nascondere e quelli che non l'hanno più.
-
-Se è vero che il signor Maurizio lo abbia ancora, è un miracolo
-genuino, perchè fino a questo giorno furono poste in giro parecchie
-dozzine di segreti, e tutti sottratti, per quanto si diceva, allo
-scrigno del letterato.
-
-Codesto signore appartiene solo da quindici anni al suo prossimo:
-prima nessuno si occupava dei fatti suoi, nemmeno la portinaia (perchè
-abitava una casa che non si poteva concedere questo lusso), nemmeno
-i vicini, creature occupatissime delle miserie della terra, sebbene
-paressero aver scelto di starsene vicino al cielo. Era allora un bel
-x, abbandonato intero alle proprie meditazioni; ma l'algebra della vita
-non gli pareva nè amara nè penosa, perciò solo che egli la condiva col
-rimario, con raggi economici di luna al davanzale della finestra, con
-civetterie di stelle, e, quando il cielo era a nugoli, con una buona
-e schietta imprecazione in versi sciolti, atta a sbarazzare il suo
-cielo di poeta ed a serenargli la coscienza. Certo più erano le volte
-che il vate convitava a lauto banchetto la musa, di quelle in cui
-l'uomo si trovasse ad un vero e proprio desinare; i suoi pranzi e le
-sue cene avevano quasi sempre l'aria di mutilati, i quali portassero
-melanconicamente il loro battesimo pomposo; ma se ad un disgraziato
-mancano due braccia e due gambe, al rimanente si dà tuttavia il nome di
-uomo; così era di quei pranzi o di quelle cene, le cui gambe e braccia
-Maurizio non aveva visto da tempo immemorabile.
-
-Per queste prove d'astinenza s'impoveriscono le vene, tranne la
-poetica, la quale invece si fa torrente.
-
-Tutto ciò per dire come la lirica occupasse onoratamente la prima parte
-della vita di Maurizio. Che sarebbe stato di lui, se avesse tirato
-innanzi a passo di rimario, nessuno può dire, ma a tutti è lecito
-immaginare. Volle fortuna che la musa, in un momento di buon umore,
-lo consigliasse a scrivere in prosa; fu un'apostasia, non dico di no,
-ma un'apostasia magnificamente riuscita, rispetto alla gloria ed al
-ventricolo, perchè mentre parecchie migliaia di versi editi ed inediti
-non gli avevano dato nè un bricciolo di gloria, nè una bricciola di
-pane, un paio di articoletti fatti coll'amarezza dell'apostata, il
-quale si vendica del proprio delitto, gli schiusero la porta del piano
-terreno d'uno dei più grandiosi e quotidiani edifizi di carta del suo
-tempo.
-
-Fu una specie di trionfo, e fornì l'argomento a mille dicerie;
-Maurizio diveniva di moda, si sentiva accarezzato, lodato, adulato,
-gli piovevano nuove amicizie ogni giorno, gli fioccavano le strette di
-mano, e non udiva se non ripetere: «ho letto il tuo ultimo articolo!»
-Questa frase, accompagnata da un punto d'esclamazione, compendiava
-tutta la sua vita, compresa fra due articoli. Una metà della settimana
-era spesa a raccogliere il frutto dell'_ultimo_, l'altra metà a
-preparare il _prossimo_. Ad un'anima della tempra di Maurizio non
-poteva bastare.
-
-Veramente non si è detto ancora di che tempra fosse l'animo di
-Maurizio. Giudichi il lettore da questo, divenuto notorio, che quando
-il giornalista era crisalide, cioè poeta, viveva negli stenti di
-una misera pensione pagatagli da uno zio milionario, il quale si era
-posto in capo di far del suo unico nipote un console od un senatore.
-La fedeltà alla musa costava dunque a Maurizio gli agi della vita, ed
-anche ora che la crisalide era divenuta farfalla, cioè giornalista,
-l'apostolato della critica gli costava forse ancora gli agi della vita,
-ed indubitabilmente un consolato.
-
-Quell'aureola di vittima aveva contribuito la sua buona parte al rumore
-che si era fatto intorno a Maurizio; ma, ripeto, l'anima di lui non se
-ne accontentava. Aver inseguito per tanti anni i fantasmi di una gloria
-poetico-letteraria, per starsene pago ad una fuggitiva nomea comprata
-a prezzo di un po' di spirito e di molta maldicenza, gli pareva cosa
-bassa. Comprendeva benissimo essere il pubblico così fatto che, mentre
-fa buon viso alle inezie che punzecchiano, lascia dimenticato in un
-canto tutto ciò che approfondisce e pensa: ma, sazio del plauso della
-folla, volle il plauso degli eletti, invece di una gloriuzza volle una
-superba gloria tanto fatta.
-
-Affettò primo egli stesso di disprezzare le proprie chiacchiere
-settimanali, e non col falso disprezzo di chi vuol collocare i capitali
-ad interesse più alto, ma con un disprezzo vero e profondo. «Ho letto
-il tuo ultimo articolo.» «Sciocchezze! rispondeva, sto preparando un
-altro lavoro!» «Che lavoro?» «Uno studio sui filosofi della rivoluzione
-francese.» «Ah!»
-
-Non ci volle altro. È possibile leggere ancora, e trovar belle, le
-scritture d'uno che premediti uno studio sui filosofi della rivoluzione
-francese? Le teste meglio pettinate del caffè... furono le prime
-ad accorgersi come da qualche tempo la stella di Maurizio andasse
-declinando, ed il suo spirito si esaurisse, e perdesse egli i denti
-della satira. Ciò in parte era vero; sbollite le prime collere contro
-la società, Maurizio cedette alla propria natura e ridivenne benigno;
-e poi la sua fierezza si ribellava a questo scendere in piazza collo
-staffile, ed occuparsi delle persone col dispetto, colle ire e colle
-ironie che non devono ispirare se non le cose e le istituzioni; era
-troppo superbo per mordere dalla sua cuccia alle gambe degli inermi;
-non lasciò la cuccia perchè vi trovava un po' di pane, ma lasciò di
-mordere, raddolcì l'amaro della critica; dimenticò sè stesso nello
-scrivere, per ricordarsi solo delle cose di cui doveva parlare; non
-forzò gli argomenti ad atteggiarsi come piedestalli, per mettervisi
-in mostra, come aveva fatto per lo innanzi; invece del getto continuo
-di spirito, di cui frodava i lettori, provò a dar loro idee vere e
-pensate. Fu come lo sfasciarsi d'un idolo.
-
-Rientrò nell'ombra, per escirne periodicamente visto da pochi;
-l'oscurità non lo sbigottì, se ne compiacque, e si adoperò a farsi più
-oscuro, sostituendo al proprio nome, a' piedi dei suoi articoli, due
-iniziali. Parevagli che il disdegno interno dovesse così apparire al
-di fuori; fu invece accusato di debolezza, e divenne l'esempio di un
-critico col cilicio e coll'amor del prossimo. A poco a poco nessuno
-ricordò che sotto le iniziali di Maurizio era Maurizio. Egli poteva
-dire, a confortarsi, che fuor delle mura, lontano, questo incognito
-era un benefizio; che il nascondere la persona dà maggior autorità
-alla parola, che gli dèi della commedia parlano dietro le quinte; ma
-nemmeno di questa commedia si dava pensiero, solo gli premeva lo studio
-sui filosofi che prepararono la rivoluzione francese. Gli bisognarono
-parecchi anni di vita oscura per compiere questo lavoro; quando lo
-diede alle stampe non ne ricavò un centesimo, nè una lode.
-
-Per tutti questi contrasti inselvatichì, divenne intrattabile; passava
-come uno spettro; quando s'imbatteva in uno degli antichi ammiratori,
-scantonava ad una svolta di via o fissava ostinatamente un punto dello
-spazio. Allora meditò una magnifica vendetta degli uomini che non lo
-comprendevano, intinse la penna nel fiele che gli aveva dato i primi
-allori, lanciò una mezza dozzina di saette, infine rovesciò la faretra
-ed uscì ringhioso per sempre dalla sua appendice. Fu un momentaneo
-sgomento, poi una generale risata. I curiosi, di quanto si passava nel
-cervello e nel cuore del vecchio idolo non sapevano nulla di nulla.
-Erano stati d'accordo in dire che Maurizio aveva un segreto. Quale? ne
-bisbigliarono dieci; poi tacquero; ora finalmente vedevano chiaro; il
-segreto di Maurizio era che gli aveva dato volta il cervello!
-
-E non averci pensato prima! quando si dice!...
-
-Pochi mesi dopo questa catastrofe, lo zio milionario se n'andò _ab
-intestato_ all'altro mondo, senza potersi tirar dietro i milioni che
-non aveva, e che toccarono, per eredità legittima, al nipote.
-
-Il disgraziato Maurizio, a forza di prefiggere a scopo della sua
-vita l'ambizione letteraria, era venuto a disprezzare sinceramente il
-denaro, che vedeva così di rado; trovatosi di botto quasi ricco, sulle
-prime fu sbigottito; poi si ricordò di aver pensato e scritto che il
-denaro fa le gran cose del mondo e gli parve il portinaio del tempio
-della gloria non aspettasse se non la prima manciata di scudi per
-spalancargli l'uscio a due battenti. Tutti gli antichi sogni ambiziosi
-risorsero; pensò il cerchio dei vecchi e dei nuovi ammiratori fatto
-più compatto intorno a sè, ed il proprio disprezzo superbo circondato
-dalla invidia, ed il suo nome portato lontano sulle ali della fama.
-Gli si forniva un'occasione di far chiaro ai nulli carichi d'oro il
-disprezzo, mostrando come del suo proprio oro egli facesse poco conto.
-Comparve nelle brigate, nei caffè, al _club_, nei teatri, nelle sale
-da biliardo. In pochi giorni ebbe amici, ammiratori, scimmie dei suoi
-modi, delle sue vesti, gente che s'informava del suo sarto e della sua
-stiratrice. Di lettere nessuno gli fiatava. Il mondo pensava che il
-meglio di Maurizio fosse il suo borsello.
-
-A poco a poco prese l'abito elegante. Il suo quartierino da scapolo
-fu il ritrovo dei più leggiadri bellimbusti; vi si dissero le più gaie
-maldicenze, vi si sturarono le migliori bottiglie di sciampagna, vi si
-fecero le cose più matte e più di buon gusto. Se la gloria gli rimaneva
-chiusa, la nomea gli ritornava incontro a tiro da quattro.
-
-I milioni di Maurizio divennero proverbiali.
-
-Ma la fama di milionario costa cara, specie se non si hanno i milioni.
-
-Maurizio, sprezzante della sua nuova fortuna, non volle però
-lasciarsela ghermire dallo scialacquo. Egli non diceva più a sè stesso
-l'ingegno esser tutto nel mondo, nè tutto essere il denaro, ma che il
-meglio è il piacere, e che a prolungarlo gli bisognava porre un argine
-alle spese. Lo fece senza curarsi di quanto il mondo avesse a dire
-e con maggior fortuna che non pensasse; nessuno ne malignò; la sua
-riputazione di milionario si trovò essere così solidamente fabbricata,
-che i cenci stessi non l'avrebbero demolita; i suoi nuovi modi
-parvero frutto di balzano umore; la sua parsimonia sazietà. Vero è che
-questa parsimonia era ancora la lauta vita colle sue orgie e coi suoi
-bagliori, e che in fondo aveva solo mutato l'andatura, ma la meta era
-la stessa, la rovina. Di questo però non si dava pensiero; si proponeva
-d'arrestarsi in tempo; dove? quando? non sapeva. Era avido di piaceri;
-pareva volersi stordire da qualche secreto tarlo; anelava ad ebbrezze
-ogni volta nuove; sentiva, soddisfatti, riardere con altro fuoco gli
-stessi desiderii; in fondo era il vuoto ed un indefinito sgomento di
-sè. Lo sbigottiva la vacuità della sua vita, l'avvenire diverso tanto
-da quello che aveva sognato. In tutto il suo stato d'oggi, qual parte
-aveva la propria volontà, qual parte il proprio ingegno, a cui aveva
-tutto immolato? La sua stessa agiatezza gli era uggiosa; portava sulla
-fronte il marchio del sacerdozio fallito; era un disertore che la
-fortuna aveva comprato co' suoi favori.
-
-Un giorno si avvide che invecchiava, e che nel suo cuore era un posto
-vacante per un amor di donna. Qual donna amare? Non importa quale;
-gli bisognava una donna che non si potesse comprare, un affetto che
-non avesse origine dal suo denaro; qualche cosa di veramente suo, ad
-accarezzare il proprio egoismo e la propria superbia. Lasciò le orgie,
-dicendo agli amici essere stanco dei vezzi noleggiati dalle belle, ed
-alle belle esser sazio degli affetti imprestati dagli amici; — le belle
-e gli amici sentenziarono: «Maurizio è colpevole d'innamoramento.»
-
-Non era ancora vero. Alcuni mesi dopo, Serena fece la sua apparizione
-in Milano. Fu un avvenimento. Non parlò più se non della sua bellezza
-sovrumana, del suo lusso, del suo passato, delle sue ricchezze; le si
-diedero in prestito altri milioni, come a Maurizio; le si compose un
-romanzo molto intricato.
-
-Maurizio cercò ed ottenne _la fortuna d'esserle presentato_, e tanto
-s'accostò alla fiamma di quei due occhioni, che vi ritrovò — miracolo
-nuovo — le proprie alucce di poeta, ed uscì in un madrigale che fece il
-giro del mondo elegante in ventiquatt'ore. Allora chi aveva accusato
-Maurizio di innamoramento, lo rimandò assolto, non so con quanta
-logica.
-
-I mille adoratori della nuova divinità, apparsa nell'Olimpo molto
-pagano della ricca borghesia, non badarono nemmeno all'autore del
-madrigale, il quale non dava ombra a chicchessia coll'insistenza
-simmetrica del suo culto e colle quotidiane intercessioni. Il segreto
-di Maurizio stette nell'ombra, immolato sull'altare del segreto di
-Serena.
-
-Costei non rimase lungamente come era apparsa; era vedova, sola, senza
-amanti conosciuti, circondata da vecchi e nuovi tentatori; chi era
-penetrato nel suo tempio, vi aveva visto gli arredi del culto proprio
-d'una divinità ricca e superba; tutto ciò è qualche cosa, poniamo anche
-sia molto; ma non è una _posizione_ chiara e definita. Si discuteva,
-si almanaccava, ma in questo almeno si era d'accordo, che il mistero
-avviluppava tutta la bella figura di Serena, come il fondo nero d'un
-quadro, da cui esce più fascinatrice la superba bellezza d'una venere
-fiamminga. Con questa sola differenza, che la bella incognita aveva
-tutto delle veneri e nulla di fiammingo.
-
-Non si andò fino a darle il carattere di avventuriera, ma si aggiunsero
-colla fantasia i casi più bizzarri al suo romanzo ipotetico; taluno
-più accorto ritirò nello scrigno i milioni concessi al primo apparire
-di lei. Si sa che nel mondo vi ha della brava gente, avara fino allo
-scrupolo dei proprii milioni.
-
-A Maurizio non si pose mente gran fatto. Era suo desiderio vivere
-ignorato da tutti, noto a lei sola, ed alimentare nel proprio segreto
-la nuova fiamma, scaldarsi a quel fuoco insolito, rinascere alla nuova
-vita. Ambizione, gloria, ricchezze, piaceri — vecchio mondo in rovina,
-l'amore — ecco la vera vita, ecco l'avvenire, e gli sorrideva sulle
-labbra di Serena.
-
-Quest'ultima frase non vuol essere presa se non come una figura della
-rettorica innamorata di Maurizio; il vero è che Serena non fu con
-altri tanto severa quanto fu con Maurizio, il quale fra tutti era il
-solo devoto e sincero. Arti di bella capricciosa? Bisognò che Maurizio
-se lo dicesse almeno dieci volte il giorno per non impazzire. Per
-lui non esisteva se non Serena, quel volto candido come l'alabastro,
-quegli occhioni di fuoco, quei capelli nerissimi; scopo della sua vita
-fu giungere al tesoro chiuso in quel magnifico scrigno di donna — al
-cuore.
-
-Quando ebbe la certezza che il magnifico scrigno era vuoto, ch'egli
-aveva affidato ad una vana sembianza tutti i suoi affetti, che quella
-suprema bellezza era da vendere al miglior offerente, che tutto quel
-lusso di forme apparteneva di diritto a chi lo avesse coperto con lusso
-maggiore di vesti e di gioielli, che il proprio amore era sprezzato, la
-nobiltà delle sue intenzioni quasi derisa, fu la fierezza dell'anima il
-medico della profonda ferita del cuore; si armò di disprezzo disposto
-ad entrare coraggiosamente in convalescenza.
-
-Ma il disprezzo, che talvolta è forza, si ritorce di frequente contro
-chi l'adopera; uno che disprezzasse sinceramente tutto quanto lo
-circonda, finirebbe, di necessità, col disprezzare sè stesso.
-
-Uscito dal primo impeto, Maurizio non potè tanto disprezzare Serena che
-non disprezzasse il mondo, nè tanto il mondo, da dimenticare come egli
-ne facesse parte.
-
-Per la prima volta vide nelle veglie tormentose delle sue ultime febbri
-tutto sè stesso, la povertà dei desiderii seminati e la miseria del
-raccolto. Amore, piaceri, ambizioni, ogni cosa fa fatta spregevole
-o vana, e disistimabile tutto e sè stesso nell'immensa disistima del
-mondo.
-
-Ad una di queste lunghe notti nevose era succeduta un'alba povera di
-luce, ed all'alba un mezzodì che pareva un tramonto, quando Maurizio,
-rizzandosi sui gomiti nel tormentoso letto, gettò alle proprie
-sembianze, riflesse da uno specchio, queste parole che gli venivano in
-mente per la prima volta: «stupido! il denaro fa tutto; puoi tu darmi
-un milioncino?»
-
-L'altro non rispose, ed il servitore bussò colla nocca del dito alla
-porta.
-
-Recava una lettera.
-
-Quella lettera diceva così:
-
- «_Signore_,
-
- «Sul punto di lasciare Milano, per non tornarvi forse mai più,
- sento il dovere di rivolgervi una parola di ringraziamento e
- di addio. Non mi importa di ciò che dirà il mondo, ma di quanto
- potrete pensare voi sono gelosa. La proposta sincera che mi avete
- fatto vi dà il diritto di giudicarmi severamente. Fatelo; la mia
- colpa non trovi pietà nel vostro cuore, io lo merito. Ma sappiate
- almeno che sotto la maschera del cinismo e dell'indifferenza era il
- rossore della vergogna, e che il cumulo di menzogne, di cui feci
- pompa con voi, nascondeva un cuore. Non oso stringere la mano che
- mi avete offerto. Siate felice.
-
- «SERENA».
-
-
-
-
-XXI.
-
-IL SECONDO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.
-
-
-Mezz'ora dopo Maurizio attendeva nel leggiadro salotto di Serena, col
-cuore agitato da una febbre più gagliarda di tutte le precedenti, colle
-mani contratte come per forzare la propria impazienza a contenersi.
-
-Era uscito da casa ed aveva fatto la strada senza pensieri, o piuttosto
-con un solo pensiero, che era insieme un delirio: «ella mi ama!»
-
-Tutte le idee si confondevano in quest'una: dubbii, ansie, paure,
-affannose notti, più nulla, nebbia ogni cosa; egli aveva l'occhio ad un
-raggio di sole: «ella mi ama!»
-
-Pensava egli a quanto stava per fare, a ciò che stava per dire? Che
-importava? Si sentiva più grande degli avvenimenti, gigante quanto era
-il fascino di queste parole: «ella mi ama!»
-
-Serena si fe' molto aspettare.
-
-Quando apparve nel vano della porta, come una cara visione lungamente
-evocata, Maurizio mandò un piccolo grido e fece un passo incontro ad
-essa; ma la bella volse il capo a sbarazzare lo strascico della serica
-veste, che si era molto opportunamente impigliata nello stretto passo,
-e Maurizio si sentì inchiodato al suolo.
-
-Nel sorriso, nella fredda e cerimoniosa disinvoltura di Serena, non era
-proprio nulla della donna innamorata; invano, su quel pallido volto
-incantevolmente bello, Maurizio si adoperava a leggere una sillaba
-di ciò che aveva creduto di leggere nella preziosa lettera... proprio
-nulla!
-
-Serena fe' cenno al visitatore di sedere, e sedette ella stessa.
-Maurizio si lasciò cadere sopra uno dei seggioloni azzurri a frange
-d'oro, senza poter profferire parola e non distaccando gli occhi dalla
-bella indolente.
-
-— Vi ho scritto, fu la prima a dire Serena.
-
-— E per questo io sono qui, rispose Maurizio con voce commossa. Se
-quanto siete bella, voi siete generosa, dovete abbreviare la tortura
-che provo, promettermi d'esser schietta come sono io.
-
-— Non vi comprendo, rispose freddamente Serena.
-
-— Mi comprendete; lo leggo nel vostro cuore che mi comprendete;
-promettetemi di essere sincera.
-
-— Prometto, disse Serena con lieve atto dispettoso; non abuserete,
-immagino, della fiducia che ho riposto in voi e della volontaria
-parte di rea da me scelta, per farmi un interrogatorio. Volete essere
-mio giudice? Ve ne ho concesso il diritto, aspettate però che io sia
-lontana.
-
-— Voglio essere il mio giudice, riprese a dire Maurizio con un accento
-pacato e grave che dava solennità alle sue parole, e socchiudendo gli
-occhi profondi, come per nasconderne il lampo: voglio essere il mio
-giudice; mi sta dinanzi agli occhi un superbo fantasma, ho fatto un
-sogno audace; se vero è quel sogno, voi mi amate.
-
-Serena, sorrise in singolare maniera, e rispose scherzosamente:
-«Svegliatevi.»
-
-— Non ancora, soggiunse Maurizio trattenendo invano l'impeto della
-passione; non ancora. Non prima d'avervi detto che il vostro amore
-mi è necessario, che è il mio delirio, tutta la mia vita. Non prima
-d'avervi detto che le cento ambizioni meschine per cui è passato il mio
-cuore hanno ora fatto una grande ambizione: essere amato da voi; che
-l'amor vostro sarebbe ad un tempo una pietà, che nessuno potrete mai
-rendere tanto felice con una parola quanto me. Ora dite, ho io sognato
-scioccamente, od è vero che mi amate?
-
-«Svegliatevi» ripetè Serena collo stesso accento, collo stesso atto,
-collo stesso sorriso.
-
-E siccome Maurizio la guardava fisso in volto tentando di cogliere
-nelle sembianze di lei una mentita alle parole, soggiunse:
-
-— Vi ho dato la mia stima, vi ho dato la mia fiducia, e sono cose
-che vengono dal cuore; potrei darvi un effimero affetto, e sarebbe
-capriccio, dire d'amarvi e sarebbe menzogna. Uscite dal vostro inganno.
-Risalendo il mio passato non trovo per gran tratto di via una parola
-schietta come la vostra, un'offerta generosa come la vostra, un cuore
-più nobile del vostro — ecco perchè mi duole d'essere da voi creduta
-più trista di quello che sono — ed ecco perchè vi ho scritto. Mi
-sentivo disprezzata e volevo essere rammentata senza maggior disprezzo
-domani... Non credevo di rivedervi...
-
-— Sentite, interruppe Maurizio pigliando con audacia lontanissima dalla
-impertinenza la mano della bella, io ho gli anni in cui le passioni
-sono fatali, e nondimeno mi rimarrebbe tanta forza da soffocarle se
-le credessi ignobili: sentite, io non chieggo del vostro passato, io
-non voglio guardare in un tempo che non mi appartiene; qualunque sia
-la colpa da cui siete uscita così bella e così forte, io so già che è
-una sciagura. Ebbene, sappiatelo; ho anch'io una colpa, e la nascondo
-anch'io invano a me stesso; accettate di divenire mia moglie, farete
-una generosa azione, e mi aiuterete ad espiare e riparare il passato.
-Devo dire di più?
-
-— No, ve ne scongiuro.
-
-Serena non disse altro, pareva le mancassero le parole ad una folla
-d'idee e di sentimenti.
-
-Maurizio approfittò di quell'istante di debolezza e soggiunse:
-
-— Non sono ricco, lo sapete, pure mi rimane tanto da vivere in
-un'onesta oscurità; non mi dite che vi piace il lusso, che amate
-la pompa e gli agi d'una splendida esistenza; ho potuto crederlo un
-istante, ma oggi non la crederei.
-
-— Avreste torto, osservò Serena ritrovando un'uscita al suo imbarazzo.
-
-Maurizio non l'udì.
-
-— Andremo lungi da Milano, andremo dove vorrete, il mondo è vasto ed
-offre mille nascondigli alla vera felicità; ne cercheremo uno insieme.
-
-Dicendo queste parole, il volto severo di Maurizio brillava di una
-luce insolita, e la voce gli tremava come per affanno. Serena rimaneva
-impassibile; od almeno se ne dava l'aria.
-
-— È inutile, diss'ella, questa bella cornice non si adatta a me; vi
-pare che, se anche potessi accettare di divenir vostra, l'ombra mi
-accontenterebbe? Mi crediate o no, io amo la luce, tutti mi dicono che
-sono bella, ed a forza di sentirlo dire mi piace crederlo; finchè ciò
-dura bisogna metterlo in mostra; è la mia parte.
-
-— Cessate, interruppe Maurizio con dolcezza pietosa, cessate; io vi
-leggo in cuore che non sentite una parola di quanto dite per guarirmi.
-Non sono un ammalato che risani; finchè durerà la mia speranza sarò
-un audace sognatore, se risvegliandomi non sarò nelle vostre braccia,
-impazzirò.
-
-Serena si rizzò in piedi e guardò intorno a sè come sgomentata, poi si
-fece presso a Maurizio col volto in fiamme.
-
-— È vero, sì, è vero, io vi ho ingannato, io vi amo!
-
-E gettandogli senza ritegno le braccia al collo, ruppe in un singhiozzo
-le ultime parole.
-
-Quell'atto fu così repentino, che Maurizio rimase un istante
-trasognato. Uscendo dal suo torpore, sentendosi fra le braccia il
-bel corpo di Serena, e sul volto l'alito della sua bocca ed i ricci
-dei suoi capelli, e sul cuore il martellare affrettato di quel cuore
-rimasto fino allora un mistero, diè un grido.
-
-— Oh! ch'io non impazzisca ora per l'immensa gioia!
-
-— Tacete, per pietà; tacete! mormorò la bella, e chiuse colla mano
-tremante la bocca di Maurizio.
-
-In quell'atto, in quella sconfinata ebbrezza dei sensi, Maurizio non si
-sentiva più uomo; nascose il capo nell'onda dei ricci della bella, ne
-baciò le labbra, le guance, la fronte, e tacque. Quanta parte pigliava
-Serena a quella muta frenesia?
-
-A poco a poco l'ansia del suo petto si quetò, cessò l'affanno, e fu
-essa la prima a sciogliersi dolcemente da quell'amplesso.
-
-— Se voi mi amate, mormorò Maurizio prolungando quanto poteva la sua
-felicità, se voi mi amate siate mia.
-
-Serena non rispose, allontanò per l'ultima volta la mano che le cingeva
-il corpo e riuscì a sedersi sopra un seggiolone. Aveva ripreso tutto
-l'imperio di sè medesima, era ancora la bella indolente di prima.
-Quanto a Maurizio, nell'atto d'uno a cui sia stato tolto dalle mani un
-tesoro, la guardava con occhi sbigottiti, avendo l'aria di non credere
-alla sua felicità di poc'anzi.
-
-— Siate mia, insistette Maurizio facendosi più presso: ho guardato
-nel mio avvenire ed ho visto che non mi riserba altra felicità se non
-l'amarvi; siate voi dunque tutto il mio avvenire, siate mia.
-
-Maurizio nel dire queste parole aveva riguadagnato un po' della sua
-consueta fermezza; pregava, ma come un superbo.
-
-— Sono vostra, rispose Serena con semplicità; la parola che mi è uscita
-dal labbro mi fa vostra. Le donne mie pari quando hanno detto di amare
-sono fortezze smantellate; l'amore è la parola d'ordine. Sono vostra...
-
-Quelle parole trattennero Maurizio, il quale sulle prime aveva
-dato loro un altro significato. Ciò che ora comprendeva era tanto
-inverisimile, che stentava a darvi fede. Nulla rispose, ma l'atto
-quasi pauroso con cui si ritrasse, ed il fiero modo con cui sollevò la
-fronte, dissero chiaro il suo pensiero.
-
-Serena lo guardava senza sbigottimento.
-
-— Mi avete detto di stimarmi, prese poi a dire Maurizio con voce grave,
-mi avete ingannato. Io non sono venuto per farvi ingiuria; è un'altra
-maniera d'amore quella che vi chieggo.
-
-— Non ne ho altra, rispose Serena.
-
-Maurizio non udì.
-
-— Non parlo alla donna che ha l'incenso di tutti, parlo a quella che
-ha il mio cuore. Il passato qualunque sia non è cosa mia; non voglio
-di voi altro che voi sola! A me basta sapermi amato e sapervi moglie
-virtuosa. Non potete voi divenirlo?
-
-— Non posso, rispose Serena senza esitare, non posso. La colpa è la mia
-sorte, la porto meco, non mi abbandona, non può abbandonarmi mai... nè
-con voi, nè con altri...
-
-— Mi basta, mormorò Maurizio, mi basta.
-
-Ma non era vero; non gli poteva bastare; lottava dentro di sè tra la
-superbia e l'amore, e si guardava intorno con occhio smarrito.
-
-Serena vide quello sguardo e n'ebbe paura, e fu di nuovo in piedi d'un
-balzo, ma invece di farsi presso a Maurizio, rimase immobile, severa,
-quasi minacciosa, cogli occhi fissi all'uscio della sua camera.
-
-Maurizio si volse, e vide nella stessa cornice, dove poc'anzi gli era
-apparsa la soave figura di Serena, un uomo tozzo, una faccia spartita
-per metà dal sorriso d'una bocca enorme, due occhioni da coniglio sotto
-una piccola fronte, e tutto ciò in atto tra l'umile ed il beffardo.
-
-Allo sguardo di Serena il banchiere Redi si ripiegò sopra sè stesso e
-scomparve; e Maurizio, a cui l'ingrata apparizione apriva gli occhi,
-non seppe resistere al primo istinto della propria superbia, s'inchinò
-lievemente e fece atto di uscire.
-
-Non aveva mosso un passo, e già era pentito, e voleva rimanere;
-ma Serena non fe' cenno, non disse parola per trattenerlo, ed
-il disgraziato si trovò fuori dell'uscio senza avvedersi che gli
-sanguinava il cuore.
-
-Questa volta Serena non pianse, non uscì in singhiozzi, ma rimase in
-piedi immobile gran tratto dopo che Maurizio fu lontano.
-
-Quando si risovvenne del banchiere Redi, entrò nella propria camera che
-trovò deserta; il prudente milionario se n'era andato.
-
-Ma aveva lasciato di sè il profumo, un irresistibile olezzo di
-bergamotto che doveva guidare la fantasia più ritrosa dietro i suoi
-passi. Forse per resistere più coraggiosamente alla tentazione, Serena
-ritornò nel salotto e sedette dove sedeva poc'anzi, e fissò l'occhio
-dove poc'anzi era Maurizio, e così rimase a lungo.
-
-Fu tolta, o piuttosto non fu tolta, ai suoi pensieri, da un servitore
-che recava un bigliettino olezzante di mammola. Serena riconobbe
-l'essenza favorita del vago luogotenente delle guide, e si lasciò
-cadere di mano il pistolotto senza degnarlo d'uno sguardo.
-
-Così passava il tempo; già la luce invernale incominciava ad
-affievolirsi; a poco a poco si abbrunarono successivamente le quattro
-virtù delle pareti, i ninnoli di bronzo ed i mobili di palissandro,
-poi l'azzurro delle stoffe e le dorature, e da ultimo non rimasero di
-quell'allegra comitiva di colori, altro che i bianchi amorini di stucco
-appesi alla vôlta a ghirlande della propria natura.
-
-Serena fantasticava sempre, fissando la candida boccia d'una lampada;
-e solo quando l'ebbe perduta di vista, perchè l'ultimo tizzo si spense
-nel caminetto, solo allora si avvide dell'oscurità e del freddo.
-
-Chiamò; due minuti dopo tutti i colori, che si erano sottratti ad uno
-ad uno e come di nascosto, riapparvero in frotta a far festa al lame
-giocondo della lampada ed alle fiammate allegre del focolare.
-
-Ecco: le frange d'oro dei mobili e gli stipiti dorati si rimandano
-i riflessi, ogni spigolo sfoggia la sua pennellata di splendore,
-le quattro virtù sembrano sorridere agli amorini, e gli amorini
-ricominciano più allegramente che mai le loro tentazioni sul capo delle
-quattro virtù.
-
-È il buon momento.
-
-Il cugino Ferdinando, l'amabile luogotenente delle guide, domanda
-d'esser ricevuto.
-
-La bella pensosa rialza il capo e fa un cenno sbadato che si può
-tradurre: «venga.»
-
-E l'amabile luogotenente viene, colle gambe sparate, colla sciabola
-sotto il braccio, come un eroe che muove alla conquista. Deh! se la
-vittoria ha un minuzzolo di cervello non tardi a buttarglisi nelle
-braccia.
-
-
-
-
-XXII.
-
-IL LUOGOTENENTE DELLE GUIDE TORNA ALLA CARICA.
-
-
-Cuginetta, disse l'azzurro cavaliere, sono stato più volte al punto
-di credermi meno fortunato; dentro di me qualche cosa scommetteva che
-non mi avreste ricevuto. Il cuore ha vinto la posta; lasciate che vi
-ringrazi.
-
-— Di che? rispose Serena, volgendo appena il capo dalla parte del nuovo
-venuto, senza però staccare gli occhi da un punto fisso che non era
-nella sala.
-
-— Di aver aderito alla mia preghiera.
-
-— Quale preghiera?
-
-Il luogotenente parve sbigottito da quella ostinata distrazione.
-
-— Non avete ricevuta la mia lettera?
-
-— Mi pare di sì, ma non ho avuto tempo di leggerla.
-
-E si volse senza affettazione; in aria di sincero pentimento, ricercò
-e mostrò sulla tavola, ancora intatta, l'odorosa missiva del galante
-guerriero; l'aspetto del quale è intraducibile colla penna; quello
-stentato sorriso, quella violenta contrazione dei muscoli della faccia
-per non fare il broncio, e quel dimenarsi per non parere sgominato, gli
-davano un'aria burlesca di vittima niente affatto rassegnata.
-
-— Vi domando scusa, disse Serena ridendo forte, come se non potesse
-resistere all'impeto del suo umore giocondo; mi direte voi stesso che
-cosa contiene questa lettera, caro cugino.
-
-Il cugino Ferdinando aveva perduta la testa, ed infilò due spropositi
-uno in coda all'altro. Il primo sproposito fu di non far eco alla
-gaia risata della bella, il secondo di rispondere pregando la bella di
-leggere ora il suo biglietto.
-
-Il lettore avveduto non ha bisogno che gli si dica quanto magra figura
-faccia un innamorato, il quale assiste alla lettura della propria
-_dichiarazione d'amore_. Ma era proprio un innamorato, il luogotenente
-delle Guide? Questo non è certo, quanto è certo è che la sua lettera
-era una dichiarazione profumata, a bruciapelo.
-
-Serena si arrese all'invito con molta grazia, spiegò la lettera, ne
-fiutò il profumo con un atto di lieve beffa, e lesse a voce alta,
-facendo scherzosamente tutte le fermate delle virgole e dei punti.
-Quell'omaggio all'ortografia del luogotenente fu ricevuto male, perchè,
-invece di esserne lusingato, il guerriero continuò a dimenarsi sulla
-seggiola non sapendo come tenersi.
-
-Finita la lettura, la bella depose sbadatamente la missiva dove l'aveva
-presa e si rivolse al cugino:
-
-— Dunque voi mi amate? Ne siete sicuro?
-
-Il luogotenente, a sentire enunciato il suo tema, fece uno sforzo
-coraggioso per non darsi l'aria d'uno scolaretto, ed incominciò
-l'amplificazione così:
-
-— Credetelo, cugina, ve ne prego. So tutte le idee che possono venirvi
-in mente, so che il passato sta contro di me per quella volgare
-opinione che non si ama due volte la stessa persona; potrei dirvi che
-non ho mai cessato di amarvi, ma sarò schietto; è vero, io ho potuto
-cessare d'amarvi; non so come, non so perchè; ed ora vi amo più della
-prima volta. Ho ritrovato in voi tutta la vostra bellezza che mi
-accese, e per giunta un fascino nuovo che m'incatena.
-
-Il linguaggio del luogotenente era divenuto a poco a poco sicuro e
-determinato.
-
-Serena lo lasciò dire senza interromperlo.
-
-— Siete bella come non foste mai, tutti vi adorano, ed io sono geloso.
-Non voglio mascherare i miei sentimenti, attribuiteli voi a voi stessa,
-non a merito mio; ma se la schiettezza merita un premio, siate schietta
-anche voi con me, ditemi se vi pare proprio che non possiate amarmi
-mai.
-
-— Mi pare proprio, rispose Serena.
-
-Il cugino insisteva collo sguardo.
-
-— Vi comprendo, disse la bella, con un leggiadro sorriso; voi stesso
-vi fate illusione sui vostri sentimenti; non volete ingannarmi perchè
-siete schietto e generoso, ma vi ingannate, perchè nessun uomo è
-padrone d'essere schietto e generoso con sè stesso. Credete di amarmi
-per le mie nuove bellezze, per un mio fascino nuovo; se poteste leggere
-dentro di voi come io vi leggo, vedreste che in me non amate più la
-donna, ma la cortigiana in voga.
-
-— Cugina... disse l'uffiziale accostandosi.
-
-— Cugino... ribattè la bella, fredda, ma senza collera, il vostro amore
-è un'impertinenza.
-
-Il disgraziato amatore ammutolì.
-
-— Domani lascio Milano, proseguì Serena, ridiventando la creatura
-indolente di prima.
-
-— È dunque vero?
-
-— Lo sapete?
-
-— Si diceva al caffè; non ho voluto credere, e per questo vi ho scritto
-e sono venuto.
-
-— E si diceva dove mi recherò?
-
-— A Parigi.
-
-— Sono meglio informati di me, perchè io stessa non lo so ancora. Non
-si diceva altro?
-
-— Null'altro. Ebbene, vi scongiuro...
-
-— Cugino, ci rimettete uno scongiuro; è deciso che io parta.
-
-— Sola?
-
-— No.
-
-— E l'uomo che vi accompagna, lo amate?
-
-Serena si strinse nelle spalle e non rispose.
-
-— Sentite, riprese a dire il luogotenente dopo un breve ed affannoso
-silenzio; se una cosa vera è mai uscita dalle mie labbra, ve lo giuro
-sul mio onore, è questa, ch'io vi amo. Non vogliate vendicarvi di
-me, oppure vendicatevi meglio, ridatemi avaramente una bricciola del
-passato, ridatemi...
-
-— Io non mi do, interruppe Serena con tono indifferente, mi vendo.
-
-— E il vostro compratore? rispose incollerito il cugino.
-
-— Mi paga cara, e potrebbe comprare dieci mie pari; non vi fu detto il
-suo nome al caffè?
-
-— Non mi fu detto, ma ora l'indovino; il banchiere Redi.
-
-Serena non rispose.
-
-— Lo ucciderò, disse il guerriero, mettendo il pugno sull'elsa della
-sciabola.
-
-— Un milionario non si lascia uccidere; e poi, ucciso uno se ne trova
-un altro; non vorrete uccidere tutti i milionari, immagino. Cugino
-Ferdinando, ridiventate uomo di spirito, come siete sempre stato fino a
-questo momento.
-
-E la bella, senza muoversi dall'indolente positura, fece un cenno di
-commiato al galante guerriero e sonò un campanello.
-
-Un pezzo di servitore alto sei piedi apparve nel vano dell'uscio. Di
-mala voglia il luogotenente si rizzò, fece un lieve inchino, uscì.
-
-E la bella continuò a fissare lungamente un punto immobile, che non era
-nel suo salotto.
-
-Il domani Serena era partita. Appena la novella si sparse per la città,
-i frequentatori del caffè e del circolo tennero adunanza e discussero
-_a posteriori_ tutti i segni infallibili che avevano annunziato
-la catastrofe. E che fosse una catastrofe non fu posto menomamente
-in dubbio dagli adoratori, i quali spiegavano così la fortuna del
-banchiere a danno delle loro legittime speranze. Del resto tutti si
-consolavano e ricevevano consolazioni a vicenda, col riso e l'arguzia
-sulle labbra. Rimaneva un paio d'inconsolabili, i quali, ciascuno per
-proprio conto, si erano vantati che la bella ritrosa non avesse saputo
-resistere alle loro seduzioni; ma costoro non furono visti al circolo
-nè al caffè.
-
-In fondo la fuga (s'era finito coll'accettare questa espressione),
-la fuga di Serena col banchiere Redi fu una vera fortuna. Gli echi
-del caffè e del circolo non udirono mai tanti motteggi, e gli specchi
-dovettero credersi disoccupati, non avendo più a riflettere alcuno
-sbadiglio.
-
-Quanto a Maurizio la notizia gli venne solo a tardo mattino. Nella
-notte il disgraziato aveva fatto pazzi sogni ad occhi aperti. Per
-la prima volta, dacchè il cuore aveva preso la mano alla fantasia
-ambiziosa, il senso prese la mano al cuore. «Quella donna, quel
-miracolo di forme, poteva esser sua!»
-
-Quando spuntava l'alba egli diceva a sè stesso che gli bisognava
-ritornare da Serena prima che partisse, trattenerla o seguirla,
-stringersela al cuore, e dimenticare in quello spasimo dolce ogni altro
-spasimo.
-
-
-
-
-XXIII.
-
-SERENA A MAURIZIO.
-
-
-«Parto, reco altrove la mia vergogna, senza rammarico, senza dolore,
-senza gioia; non mi importa dove, purchè sia lontano.
-
-«Non ritornerò forse, non vi rivedrò forse mai più; queste parole sono
-il testamento che mi separa da tutto ciò che ho amato. Mi spinge a
-scrivervi non una vanitosa compiacenza od una fantasia melanconica di
-donna colpevole; ma un bisogno, un dovere. L'offerta che mi avete fatto
-vi dà ogni diritto sopra di me; ora che io non potrò più arrossire in
-faccia a voi, sappiate tutto il vero.
-
-«Non potevo esser vostra nè d'altri; nella terribile vedovanza che mi
-sono fatta intorno al cuore, mi rimane il primo vincolo, mio marito! Ho
-ucciso tatti i miei affetti, tutte le mie gioie, tutto il mio avvenire
-con una colpa sola, ma è sopravvissuta la colpa, implacabile, continua.
-Io non sono vedova.
-
-«È la sorte di molte, è la storia d'ogni giorno.
-
-«Se vi dicessi che l'uomo a cui fui sposa io lo amava, che egli mi
-amava e che un istante di dimenticanza mi tolse alla casa mia, all'uomo
-mio, agli affetti miei, per restituirmi più tardi al pubblico corrotto,
-non ancora corrotta io stessa al pari del pubblico; se vi dicessi che
-la _passione_ da cui venni tolta alla famiglia, divenuta sazietà, mi
-respinse colla fredda ingiuria e mi lasciò sola, vi direi la storia di
-mille.
-
-«Ad ogni sole che tramonta si offusca insieme la pace d'una famiglia;
-ogni alba nuova saluta il primo ghigno di una cortigiana.
-
-«Leggetemi in cuore. Vi hanno momenti della mia triste vita in cui
-rivedo una casicciuola in fondo ad una viuzza di Modena, ed in quella
-casa il cumulo dei miei sogni di fanciulla, ed i nuovi sogni di sposa,
-e la felicità di avere una famiglia mia, d'essere come il primo anello
-d'un mondo fatto per me, ed un sorriso sereno in premio della mia
-gioia, e la mia gaia e spensierata natura di donna riflessa in un
-maschio volto d'uomo occupato nei suoi studii, ma buono, affettuoso,
-pieno di fiducia, fatto cieco dalla sua stima; Quella casa serena io
-l'ho fuggita, quel volto sereno io l'ho oscurato per sempre, per me
-quell'anima mite maledice la esistenza, e quell'intelletto che viveva
-di due amori, della scienza e della famiglia, ora... E tutto ciò
-per una creatura fatua, insipida, volgare, che, coll'arditezza e con
-quattro freddure imparate a memoria, trionfò della mia virtù.
-
-«Rinsavita, più pel nuovo senno del mio innamorato che per proprio
-mio senno, mi rimaneva una sola via aperta — scendere ad uno ad uno i
-gradini che menano alla colpa.
-
-«Feci scrivere a colui che mi fu padre; mi fece rispondere «la mia
-dote restituitagli da mio marito essere a mia disposizione presso il
-banchiere Redi; vivessi di quella non ignominiosamente, _se mi era
-possibile_». Nulla più. _Non mi era possibile._ Rientrare nel mondo
-come una pentita, rinnovare la mia riputazione, non far parlare di me
-la gente maligna; tutto ciò era possibile; ridivenire onesta, no. La
-mia anima ebbe una singolare fierezza e non volle ricomprare con un
-facile pentimento l'impunità della mia colpa. Uscita dal santuario
-della mia casa, io doveva avvoltolarmi nel fango; era la sola
-riparazione possibile; — onesta moglie o cortigiana pubblica — non è
-via di mezzo per chi, oltre all'anima corrotta ed al corpo contaminato,
-non vuol mascherarsi coll'ipocrisia. Volli essere spregievole, poichè
-avevo cessato d'essere stimabile.
-
-«Le porte della mia casa erano chiuse dietro di me, e mio padre non mi
-chiamava più figlia; cento altre braccia si aprivano per accogliermi
-nella caduta.
-
-«Volli stordirmi; mi concessi il lusso, le feste, le adorazioni;
-accettai la mia parte quale io me l'era fatta; disprezzai me stessa per
-arrivare più presto e più forte allo sprezzo del mondo.
-
-« — Fa di venderti caro, mi ripeteva la mia nuova saggezza e sarai
-onorata. Gli uomini ingiuriano i piccoli mercati, applaudono ai grandi;
-inflessibile colla colpa coperta di cenci, si piegano in arco quando
-passa la colpa coperta di velluto. — Mi parai di gioielli falsi e di
-velluti e scesi al mercato. Ecco, ora ho i gioielli veri!
-
-«Disprezzatemi, siate più forte di chi mi ingiuria e si strugge dal
-desiderio o dall'invidia, abbiate in cuore ciò che i meschini hanno sul
-labbro — disprezzatemi.
-
-«È la mia pena e la invoco.
-
-«Ma non siate ingiusto; non mi fate carico di aver preferito
-all'affetto vostro le ricchezze d'un uomo che mi è odioso. Dite
-piuttosto a voi stesso che ho scelto la colpa che contamina la persona
-meglio di quella che fa battere il cuore, che volli rimaner cortigiana
-anzi che amante di un uomo amato; e che questo è il mio volontario
-supplizio. Ogni altra espiazione mi è negata; amarvi, essere vostra e
-felice del vostro amore, mi parve maggiore ingiuria all'uomo tradito.
-
-«Non dico di più; non gioverebbe a nulla. Disprezzatemi solo quanto io
-mi disprezzo e vi basterà a cancellare interamente dal petto il tristo
-amore d'una sciagurata.
-
- «SERENA».
-
-
-
-
-XXIV.
-
-CIÒ CHE RIMANE A MAURIZIO.
-
-
-Il suo amore! pensò Maurizio; ambizioso sentimentalismo di cortigiana,
-ipocrisia di un cuore di donna che batte fra le braccia di un
-compratore!»
-
-Stette lungamente immobile, come istupidito, cogli occhi fissi in quei
-caratteri che andava rileggendo a spizzico senza più comprenderne il
-significato.
-
-Gli passavano in mente, in folla disordinata, mille fantasie; vedeva
-quella donna in cento aspetti, se la immaginava in viaggio, entro la
-carrozza, all'albergo, al braccio del banchiere, ora con un triste
-sorriso sulle labbra, ora colla fronte annuvolata, carezzevole e
-dispettosa, innamorata e cortigiana, pensosa e beffarda. Questa folla
-pazza di fantasmi si avviava tutta per una strada, dietro la fuggitiva,
-e passava innanzi a lui lasciandolo solo nel mezzo del cammino, a
-ghignare in silenzio, senza nemmeno volgere il capo per accompagnarli
-un tratto di via. Quelle ombre passavano, si riflettevano un istante
-sopra di lui, che se ne stava immobile e non ne serbava alcuna
-traccia: pareva che tutti quei pensieri fossero gente frettolosa e
-gli domandassero la via per cui Serena era passata, e che il suo cuore
-dovesse rispondere: «per di qua» — ma la sua mente era altrove.
-
-Quella donna che fuggiva, quella bellezza di forme che si cancellava
-nello spazio, non era più se non una visione; il suo disgraziato amore
-una leggenda. Egli si sentiva la forza di strapparsi dal petto ogni
-sentimento estraneo; ritrovava sè stesso; il suo orgoglio medicava con
-sinistra pietà la sua ferita.
-
-E pensava... A che pensava egli?
-
-Tutte le belle fantasime giovanili gli riapparivano colla beffa sul
-labbro; le meditate opere del suo ingegno, le vergini collere e le
-ardenze dei primi anni avevano il ghigno della parodia: più oltre erano
-le sospirose miserie allietate da un inno e le gagliarde fami contente
-ad un pane e ad una strofa, e più oltre... Più oltre i vent'anni, la
-balda e ridente stagione della vita... E nondimeno egli ne rifuggiva,
-ritornava indietro, rifaceva il suo cammino fino ad arrivare
-all'amarezza dell'oggi; allora fissava l'occhio più intento, e lo
-spalancava vie più, e dallo sguardo immoto gli balenava una tetra luce.
-
-E pensava... A che pensava egli?
-
-Alla sua credulità beffata dallo esperimento degli uomini, all'intatta
-fede d'una volta ed allo scetticismo datogli dalla pratica del mondo.
-
-E forse, pigliando le parti del volgo — volgo oramai egli stesso —
-contro le proprie utopie generose, si diceva che tutte le sue ambizioni
-erano stolte, tutte le sue speranze sciocche, ridevole ogni sua
-chimera; e che l'aver voluto attendere dallo ingegno e dal cuore altra
-moneta da quella dell'elemosina era la massima ingenuità. E che in fin
-dei conti il mondo è un mercato, e che se ci vai con una moneta che
-nessuno conosce, dovrai spenderla per vilissima, e chiamarti fortunato
-se non ti si lasci morire di fame. L'ingegno! Tutti ne hanno!...
-Ma tu parli del tuo proprio che vale di più... E quanto vale? E chi
-ti dice se più valga lo appaiare due endecasillabi ed il mettere in
-prosa elegante ciò che ti frulla per il capo, ovvero la speculazione
-profetica che ha l'occhio al rialzo ed al ribasso, e la dotta fiducia
-che accetta allo sconto una cambiale? E che fan di buono le tue strofe
-e la tua prosa, quando non fanno del marcio? E poi, via, perchè questa
-sorta d'ingegno, letterario od artistico, pretende di andare innanzi
-all'altro? A condurre con garbo un negozio, a stringere i nodi della
-borsa quando è il momento buono, si richiede uno squisito acume
-d'intelletto; a fare che la lira, invece d'un soldo, ne renda due,
-occorre un'arte greca sopraffina. Tu te la intendi benissimo coi numeri
-del verso, ma io me la rifaccio coi numeri dell'abbaco; invertiamo le
-parti e ti farò ridere, e mi farai ridere; ma io riderò più forte ed
-il coro farà eco al mio buon umore. Non è così grand'uomo che non sia
-più piccolo del suo portinaio, a sentire il portinaio. «Egli fa libri,
-sapesse così fare i conti di casa sua!» «Codesti signori eruditi non
-capiscono nulla; hanno il capo nelle nuvole, fossi io nei suoi panni,
-questo vorrei fare! o questo! o questo!... un po' di buon senso come ce
-lo dà la madre natura vale meglio di tutti i genii dell'universo!»
-
-Conclusione: non è uomo più corto dell'uomo di genio. Invece se tu
-entri nel mondo col borsello ripieno, ti basterà mostrarlo perchè ti
-si apra ogni rupe; avrai servitori e clienti che ti faranno codazzo,
-attratti dalla musica dei tuoi scudi; se distribuisci le mancie,
-meglio, ma non occorre nemmeno; ti fuggiranno i parassiti, ma ti
-rimarrà la immensa maggioranza, la quale se ne sta contenta a sapere
-che, se tu volessi, potresti comprare tutte le loro virtù insieme;
-non vuoi, ma è tutt'uno, un milionario è come una cassa forte, e dà
-lo stesso religioso stupore: non importa che sia chiusa con mille
-congegni, e non ne esca uno spicciolo, e sia a prova di incendio e di
-lagrime.
-
-Accuserai tu il prossimo tuo perchè non ammira abbastanza il tuo
-ingegno, o la tua prodezza, o la tua virtù, quando il mondo è pieno di
-falsi prodi, di ipocriti e di cerretani? Sii schietto: la sola cosa
-schietta è il denaro; lo conti e sai il fatto tuo; hai mille lire in
-tasca e le mostri al tuo vicino; se il tuo vicino frugando in tutte le
-sue tasche non vi trova una lira, dirà nel segreto del suo cuore che tu
-vali novecentonovantanove volte più di lui.
-
-Questo pensava Maurizio. Due giorni dopo egli aveva speso il rimanente
-del suo patrimonio nell'acquistare azioni di una certa impresa
-umanitaria, che prometteva dividendi del trentacinque per cento.
-
-A calcoli fatti, rivendendo le azioni quando fossero raddoppiate di
-valore, comprandone altre alla pari in una nuova impresa, e così di
-seguito, un soffio di fortuna ed un paio d'annetti dovevano bastare a
-dare a Maurizio il fatato milioncino.
-
-
-
-
-XXV.
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-DONNINA AD OGNISSANTI.
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-«Vedi tu chi mi sta dietro le spalle minacciando di non andar via
-prima ch'io non abbia incominciato a scriverti? Gli ho pur detto che se
-rimane non ne faccio nulla, ma egli ride e non si muove.
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-«Questa volta ride più forte e se ne va... se n'è andato — ottimo
-maestro Ciro, ottimo babbo!
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-«Ti volevo scrivere ieri, appena letta la tua lettera, e mi pareva di
-non poter tanto affrettare da tener dietro all'immenso desiderio che
-avevo di consolarti. Ma ero io stessa così mesta, e le tue parole ed
-i casi tuoi mi avevano tanto conturbata, che sarei riuscita a fare il
-contrario del mio proposito ed a rattristarti peggio. Per quanto mi
-dovesse costare, meglio che mandarti il mio improvviso di lagrime, ho
-preferito dormirci su una notte e scriverti i pensieri del mattino, che
-sono i più sereni.
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-«Ora sono lieta e soddisfatta di me; e penso che se avessi ceduto a
-quell'impeto melanconico, non solamente ti avrei afflitto, ma ingannato
-anche, e mi avresti creduta dolente mentre io non sono stata mai
-allegra e felice tanto. Perchè, vedi, a forza di pensare a tutte le
-improvvise melanconie che mi assalsero nel leggere le tue parole, non
-me n'è rimasta nemmeno una, e non è più uno sgomento, dei tanti d'ieri
-sera, di cui ora non mi senta in vena di sorridere.
-
-«Io so pure che ti parrò pazzerella, ma poichè tale pazzia non fa male
-e l'attingo in una sconfinata fiducia nel tuo avvenire, nel nostro,
-mi pare che non vi sia grave danno. Non ti venga in mente che io non
-comprenda quanto tu devi aver sofferto per tutti quegli schianti del
-cuore. Tutto io m'immagino: la tua generosa fierezza ribelle alla
-servilità fino a pigliar sembianze d'ingratitudine, e lo scrupolo del
-volermi bene così intenso da parerti per ogni nonnulla di meritare che
-io te ne volessi più; ho come costretto il mio cuore a picchiar qua
-dentro alla maniera del tuo, e so quanto devi aver patito. Ma so pure,
-se vero è che tu mi vuoi bene, ed è verissimo, che io ho il rimedio
-pronto; mi basterà dirti che la nostra sorte, qualunque essa sia, non
-potrà mutare il cuore di due poveretti che si chiamavano Ognissanti e
-Donnina, per ridonarti il tuo sorriso giocondo di allora.
-
-«Che tu sia un medico, un sapiente, non fa proprio nulla. Nel nostro
-patto era compreso l'avvenire, ed io sapeva già che saresti divenuto
-qualche cosa di grosso. Non fosti forse tu a trovar il trifoglio dalle
-quattro foglie? Lo vendesti a me, è vero, ma dovevo sapere che la
-fortuna non si vende.
-
-«Dunque se il tuo cuore non è mutato, nulla di te è mutato da quel che
-eri allora; e come io vorrei essere una principessa solo per rimaner
-sempre la tua Donnina, così tu sei l'Ognissanti mio. Se ti avessi
-scritto ieri, avrei scritto altrimenti — e ne sarei pentita. Il cuore
-è un gran ciarliero, e quando non ti grida un vero sacrosanto, ti
-bisbiglia cento innocenti bugiuzze... innocenti a patto di avere il
-cervello a casa.
-
-«Non ti pare che io ragioni bene? Quanto all'altro tuo affanno non
-ci vedo conforto, se non nella tua stessa coscienza; e poi è tale che
-quasi non lo comprendo, tanto mi pare che tutti ti dovrebbero amare. Un
-padre poi! uno che ti volle seco egli stesso, che ti diede l'educazione
-e l'avvenire! Dico anch'io con te: chi lo costringeva a chiamartisi
-padre se poi non te ne voleva dare l'affetto? Poi che ebbe la scelta
-della sua creatura dovrebbe volerti bene il doppio, mi pare, e ne ho un
-esempio in cuore: maestro Ciro!
-
-«Ma non so come avvenga, in mezzo a tutto ciò, io veggo sempre più
-limpida l'immagine dell'avvenire nostro. Stamane la mia testa è come
-un prisma allegro e tutti i barlumi che vi passano attraverso vi
-vestono i colori dell'iride. E non so come, invece di odiare quel tuo
-cattivo babbo per tutto il bene che non ti dimostra, gli voglio bene
-per quanto ha fatto per te. E penso che forse null'altro gli manca se
-non una voce, la quale gli scenda al cuore e lo costringa a guardarti
-nell'anima. Potesse essere la mia quella voce!
-
-«Com'è il tuo babbo? Come si chiama? Senti se assomiglia all'immagine
-che me ne son fatta.
-
-«È alto, smilzo, con due occhi grigi affondati nell'orbita, ha la
-fronte spaziosa ed un poco di rughe sopra il ciglio, una barba rara ed
-incanutita, e due labbra sottili che non ridono mai, cammina impettito
-ed abbottonato, porta gli occhiali...
-
-«Ti fa paura questo ritratto?
-
-«Ebbene, lo crederai se ti pare, a forza di guardarlo da ogni lato gli
-ho trovato il suo lato buono, ed in poche ore me l'ho addomesticato,
-per modo che, se l'originale corrisponde proprio alla mia copia
-fantastica, è un uomo nostro.
-
-«Io scherzo col tuo dolore, ma non so star seria perchè mi sento felice.
-
-«Conchiudo colla massima gravità: se la tua coscienza non ti rimprovera
-nulla, metti pure il cuore in pace.
-
-«È doloroso, lo comprendo, ma io ti vorrò bene anche la parte degli
-altri, e se proprio ti abbisogna un babbo che ti ami, ci ho il mio che
-sarà il tuo. Maestro Ciro ha un cuore tanto fatto, capace per farmi
-piacere di amare in una volta sola tutto l'universo.
-
-«Quanto a pagare il tuo debito di riconoscenza verso quell'uomo che ti
-ha aperto la via del mondo e dell'avvenire, ci voglio pensare io. Farò
-la tua parte io che non sono superba. E poi è così facile farsi amare!
-E quando uno è arrivato all'amore (bada quando vi è proprio arrivato),
-ricorda forse più dove s'era messo in cammino?
-
-«Sai? da otto giorni il cielo faceva il broncio alla campagna; nugoli
-fitti o nebbie fitte, ed al sole non riusciva di passare un raggio
-attraverso quel dispettoso mantello per fare una carezza al piano e
-distaccare i diacciuoli dai gelsi che ne devono essere stanchi; sono
-otto giorni che tace il concerto dei passeri, otto brutti giorni in cui
-si ebbe una vera carestia di luce; or eccoti un'allegra novella — il
-sole! E forse ora appunto tu guardi in alto e ti allieti allo stesso
-raggio che mi fa lieta, pensando a me, e vorresti sapere che faccio in
-questo momento, ed immagini tutt'altra cosa... come io ora di te forse.
-Ma non importa. Le cose sono come noi le vediamo, e quando non possiamo
-vederle, come ce le colora la fantasia, tal quali. E se anche taluno
-potesse dirmi di sicuro che in questo momento tu dormi stanco d'una
-studiosa veglia, io non gli crederei e mi ostinerei a vederti così: gli
-occhi a questo raggio di sole, il pensiero... a Donnina.
-
-«In sostanza questa credulità che si fida alle proprio fantasime vale
-più e meglio di certo scetticismo dubitoso anche di ciò che vede. Non è
-vero?
-
-«Te lo voglio dire; la tua lettera ci ha fatto piangere; il mesto
-racconto dei sei anni passati lontano e la tarda rivelazione di quanto
-già prima avevi patito al fianco di quel poveretto che fu il tuo primo
-padre, ci ha commossi. Me non solo, ma anche la mamma, la terribile
-mamma.
-
-«Ciò mi fa pensare che anch'io ti devo una confessione generale. Che
-cosa ho fatto durante la tua assenza?
-
-«Prima di tutto sono ingrandita sei buoni pollici, e poi sono diventata
-una donna, una vera donna, sebbene mi si continui a chiamare Donnina.
-Ho imparato a tenere in sesto le faccende di casa, ho rubato ogni
-giorno un po' della sconfinata autorità di mamma Teresa, e mi sono
-avvezzata poco alla volta a fare la massaia. Ti farò meravigliare colla
-mia dotta economia.
-
-«Ho anche compito la mia educazione tanto da potere, all'occasione,
-supplire il vecchio babbo nelle sue lezioni. So spiegare le regole
-dell'abbaco e guidar la mano ai miei allievi di calligrafia. Nelle
-ore perdute ho studiato il ricamo e la storia, ma pochino, pochino. E
-poi, devo dirlo? il più del mio tempo l'ho speso pensando a te. Ogni
-santo giorno ti mandavo il pensiero dietro, per la via di Milano, ma
-senza saper dove. E dicevo a me stessa: «egli, almeno, dovunque sia,
-può venirmi incontro colla mente, perchè sa dove trovarmi di sicuro;
-io no, non posso.» Ma non dubitavo di te, non ti faceva colpa del tuo
-silenzio; solo me ne affliggevo come d'una disgrazia.
-
-«Ogni sera pregavo per te, per noi, e quando (raramente), mi assaliva
-uno sgomento, non di noi, ma della sorte nostra, ricorrevo al mio
-amuleto e mi rasserenavo. Quell'amuleto tu lo sai, o l'indovini, è il
-trifoglio delle quattro foglie.
-
-«Ti ho solo detto il bene. Ma ti puoi immaginare che la fanciulla non
-è divenuta donna senza passare per le tentazioni del peccato; sono
-anch'io un po' vanerella, un po' capricciosa, un po' impertinente... al
-par di tante altre, ed anche un po' maligna, come vedi...
-
-«Infine, tal quale, sono tua.
-
-«Sono tua! Che piacere infinito a poterlo dire, a poterlo scrivere,
-e dopo di averlo detto e scritto non dovermi destare per accorgermi
-che sognavo, per chiudere un'altra volta gli occhi e cacciare la testa
-fra i guanciali invocando lo stesso sogno! Ma in virtù di quei sogni
-ora mi pare di non essere mai stata divisa da te... E poi anche il
-passato non è forse un sogno? Questi sei anni vissuti melanconicamente
-mi paiono dimenticati da un pezzo; si cancellano i contorni dei giorni
-melanconici numerati nella solitudine, e non rimane altra sembianza
-tranne la tua, che mi era sempre dinanzi. Non è vero che siano passati
-sei anni; fu un sogno, un brutto sogno, ed io voglio tenere gli occhi
-aperti per paura di addormentarmi ora che sono felice.
-
-«Ecco: il raggio del sole è arrivato a poco a poco fino al mio
-letticciuolo; la scolaresca arriva in frotta, ed il babbo incomincerà
-la sua lezione. Ho aperto la finestra; non fa freddo, i passeri
-cianciano saltellando sulle nude braccia dell'olmo; v'ha ancora per
-aria una nebbiuzza sottile, trasparente, che si dirada mano mano e
-scintilla ai raggi del sole come un polverìo luminoso. Tutto ciò mi
-farebbe pensare al cielo del tropico che ho visto solo nei libri, se
-non fossero la nudità degli alberi e la tinta gialliccia delle zolle.
-
-«Vuoi saperla la gran novità del nostro paese? Da otto giorni non si
-parla d'altro, ed io che l'ho tutto il santo dì innanzi agli occhi
-sarei pur disgraziata se non te ne dicessi nulla. Parlo della nuova
-insegna dell'_Osteria della Salute_. Rappresenta una figura umana
-rotonda e carnosa, molto rotonda e molto carnosa, la quale solleva
-ridendo un bicchiere colmo di vino e lo guarda con occhio di amore.
-
-«A dare il meglio possibile l'immagine della salute, il pittore ha
-prodigato il rosso sulle guance del suo ideale e gli ha disegnato
-tre curve parallele sotto la fossetta del mento. Così come è, pare il
-ritratto dell'apoplessia.
-
-«Dirai che t'intrattengo d'inezie, ma se avessi solo dovuto scriverti
-delle gran cose che accadono, avrei finito prima d'incominciare. Ora
-a me scrivendoti pare di esser teco e qualunque sciocchezza mi passi
-per il capo la voglio dire, purchè tu intanto legga quanto mi sta nel
-cuore: che ti voglio un gran bene, un gran bene, e che sono la tua
-
- «DONNINA.»
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-XXVI.
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-VIAGGIO DI SCOPERTA.
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-I passeri lo hanno detto ai gelsi, alle acacie delle siepi ed ai bassi
-virgulti che levano le braccia nude dal letto di neve: il tempaccio è
-finito, la bruma è in rotta, i nugoli si disperdono come un esercito
-sgominato, ecco il sole.
-
-Ecco il sole! L'immenso piano di neve è tutto uno scintillìo,
-interrotto dalle lunghe ombre nere gettate da ogni stelo.
-Un'impalpabile nebbia nuota nell'aria, ma così lieve e così
-trasparente, che la diresti un polverìo di rose e d'oro; i colori
-fanno festa; il poco verde delle foglie pare più verde, la limpidezza
-del cielo, da tanto tempo vestito a bruno, sembra cosa nuova ed
-allegra oltre l'usato. Da ogni ramo gocciola la neve disciolta, e le
-mille pozzanghere improvvisate, in cui si specchia il mattino, hanno
-sembianza di pezzi di firmamento caduti sulla via maestra.
-
-A poco a poco l'aria si fa più trasparente, il cielo che pare d'argento
-e di porpora per i riflessi della neve e del sole nascente, si tinge
-d'un azzurro purissimo, e l'astro radioso si innalza nell'orizzonte.
-
-L'unica via di A... è inondata di luce; l'_Osteria della Salute_ è
-tutta tripudio, e non sentì mai così forte l'orgoglio di aver tutti i
-suoi vetri intatti; gran dire! la nuova insegna sembra più bella, ed il
-signore che vi è dipinto più rosso del solito.
-
-Un venticello lieve stacca dai rami degli alberi le ultime falde di
-neve; nè hanno tempo di giungere a terra che già sono squagliate;
-l'orizzonte ristretto dalle brume si è allargato sterminatamente, tanto
-che dalla finestra di Donnina si vedono splendere al sole le nevi delle
-montagne lecchesi.
-
-Ma Donnina ha l'occhio ad un altro cielo, ad un altro orizzonte. Il
-suo pensiero corre per la pianura verso Milano, si lascia indietro la
-guglia del Duomo e va oltre, e va oltre... poi rifà la via percorsa. Si
-ravvede e rilegge la lettera scritta poc'anzi, e le pare di non aver
-detto nulla di quanto voleva dire, fino a che il sole, baciandola in
-volto, la costringe a togliersi dalla finestra e dal suo Ognissanti per
-assettare la cameretta.
-
-Proprio allora che Donnina staccò l'occhio dalla via maestra apparve
-all'estremità una carrozza, la quale ebbe in pochi istanti percorso
-quel tratto di via e fu innanzi alla porta ospitale dell'_Osteria della
-salute_.
-
-Il saluberrimo proprietario del luogo mandò il suo più balsamico
-sorriso incontro ai nuovi arrivati, che erano due e salutò in uno di
-essi una vecchia conoscenza.
-
-— Ha buona memoria l'amico, disse il dottor Parenti accennando l'oste.
-
-Il signor Fulgenzio pareva sopra pensiero e non rispose.
-
-Poco stante i nuovi arrivati attraversavano il tratto di via che
-separa la locanda dalla scuola comunale, e si arrestavano innanzi alla
-nota porticina. Li seguiva furtivamente l'oste, ma solo cogli occhi
-che teneva appiccicati alle vetrate. Il signor Fulgenzio non voleva
-passare per il primo, ed il dottor Parenti si fece innanzi; usciva dal
-vano sottile dell'uscio socchiuso il dotto mugolìo che esala da ogni
-scientifico banchetto di fanciulli punto punto affamati di scienza.
-Il dottore picchiò tre volte colla nocca, e subito ogni rumore cessò;
-un istante dopo la testa canuta del signor maestro s'incorniciava nel
-vano innanzi ai due visitatori, e si ritraeva con un atto di meraviglia
-che ben valeva un saluto, e la porta si spalancava, e i due visitatori
-si trovavano innanzi alla scolaresca, la quale balzava in piedi
-rispettosamente con molto maggior rumore del necessario.
-
-Tutto ciò, ripeto, in un istante. Maestro Ciro, mal pratico dei
-cerimoniali, non domandò «a che cosa dovesse l'onore di quella visita,»
-ma era tutt'occhi per indovinarlo, e tutt'orecchi per non farselo dire
-due volte.
-
-Il dottore fu il primo a parlare.
-
-— Lei, se non isbaglio, è il signor maestro della scuola comunale di
-A...
-
-— Da sei anni sono io quello, per servirla.
-
-— Il signor Ciro Neri...?
-
-— Appunto...
-
-— Noi abbiamo bisogno di parlarle di cose che riguardano la sua
-famiglia...
-
-Ed aggiunse, additando prima il compagno, poi facendosi innanzi egli
-stesso: «Il signor Fulgenzio, il dottor Parenti.»
-
-Maestro Ciro s'inchinò profondamente, ed intanto colla coda dell'occhio
-guardava se mai gli venisse fatto di vedere due seggiole, le quali
-non ci erano mai state, e pensava che una cameretta decente, dietro la
-scuola, avrebbe servito tanto bene a ricevere i visitatori.
-
-Il dottor Parenti si avvide alla prima dell'imbarazzo del signor
-maestro, e gli disse col più amabile sorriso:
-
-— Se lei potesse lasciare i suoi allievi alcuni istanti e volesse
-seguirci a due passi, nell'osteria della Salute qui rimpetto... vi ha
-una stanzetta in cui si starebbe soli... Ed è sempre meglio... le pare?
-
-A maestro Ciro pare di sicuro; e poi quella visita inaspettata,
-la benevolenza del dottore e la contegnosa taciturnità del signor
-Fulgenzio gli hanno messo innanzi tanta folla di fantasia, che non sa
-più raccapezzarsi.
-
-Ed ecco, Donnina, la quale ha finito di dar sesto alla sua camera,
-scende appunto da basso; il vecchio babbo le va incontro, la chiama e
-se la fa venire dietro nella scuola. Stamane la fanciulla è così lieta,
-che pare le stia ancora sulla fronte il raggio di sole che la baciava
-poc'anzi; entra senza titubanza, vede i due sconosciuti e si arresta un
-tantino, mentre maestro Ciro le dice:
-
-— Ti affido i miei scolari; se Teresa domanda di me, io sono alla
-_Salute_ coi signori...
-
-E si volge per mettersi a disposizione _dei signori_, i quali non sanno
-staccar gli occhi di dosso alla giovinetta.
-
-— È Donnina, la mia creatura, balbetta allora.
-
-— È lei! aggiunge il dottore tentando il gomito del signor Fulgenzio.
-
-Ma Donnina s'è già accostata ad uno dei suoi allievi per avvertirlo
-che il sillabario non è propriamente fatto per lacerarne i margini e
-masticarli; intanto il dottor Parenti ha infilato l'uscio, e il signor
-Fulgenzio dietro, ed il signor maestro in coda, ruminando un sospetto
-nuovo ed un timore antico.
-
-«È Donnina... la mia creatura!...» aveva detto. Oh! perchè non aveva
-detto semplicemente «la mia figliuola!» Ohimè! E se l'altro, quel
-vecchio taciturno e severo, gli avesse risposto: «non è vero, non è
-tua, tu mi hai rubato un affetto che è cosa mia; son io suo padre!» Ah!
-qual gioia infinita e quale infinito dolore!
-
-Nei venti passi che separano la scuola dall'osteria, babbo Ciro non
-stacca un istante gli occhi di dosso al signor Fulgenzio, come per
-trovargli nel naso e nel mento le prove autentiche della paternità.
-
-Il dottor Parenti, persuaso che uno scherzo è la via più spiccia
-per arrivare alla domestichezza d'un colloquio intimo, dice: «quanta
-filosofia nella vita paesana! il nutrimento del corpo ed il nutrimento
-dello spirito a poche spanne; e le due cose si fanno dirimpetto, perchè
-nessuno ne dimentichi la necessità.»
-
-Il signor maestro tira il fiato lungo ed assicura che del nutrimento
-dello spirito i filosofi del luogo se ne dimenticano volontieri; ed
-avrebbe aggiunto, ma sta zitto, che dimenticherebbero, a lasciar fare,
-anche di nutrire il corpo del signor maestro.
-
-L'oste della _Salute_ non sa discendere dalle regioni iperboliche
-della sua meraviglia, vedendo babbo Ciro coi due ospiti, e quando gli
-si domanda un boccale del suo miglior vino bianco, ed egli lo reca e
-lo depone sopra una tavola nella cameretta solitaria, non sa come fare
-per non andarsene. Ma il dottor Parenti lo spinge fuor dell'uscio con
-un'amorevolezza tutta sua, e dice mettendosi a sedere:
-
-— Poveraccio! questo camerino sembra fatto a posta per mortificare la
-curiosità d'un oste.
-
-Bisogna fare una certa violenza a maestro Ciro per indurlo a sedere fra
-i due; quando la cosa è riuscita, e l'unanime consenso ha dichiarato
-il vinello bianco molto salutifero, il dottore, parendogli il momento
-buono, entra addirittura in materia senza ombra di preambolo.
-
-— Caro signor maestro, noi siamo qui per parlare della sua Donnina,
-della sua figliuola...
-
-Maestro Ciro si sente venire i sudori, e per rinfrancarsi vuota d'un
-sorso ciò che gli rimane nel bicchiere; il dottore si affretta a
-colmarglielo, non ostante la resistenza, poi prosegue:
-
-— Il signor Fulgenzio qui presente, ha bisogno di sapere qualche cosa
-su quel tesoro di giovinetta...
-
-— Lor signori sanno?... balbettò il vecchio.
-
-— Che Donnina non è propriamente sua figlia; non è un segreto, lo
-devono saper tutti in paese, posto che lo sa l'oste...
-
-Il povero padre ha un esercito di domande che gli sfilano nella mente,
-gli arrivano a fior di labbro e si inabissano in gola; fa cenno al
-dottore di proseguire e non dice nulla.
-
-Ma il signor Fulgenzio, a cui non è sfuggita la lotta che si combatte
-in quel petto, entra a dire:
-
-— Non le paia curiosità importuna la nostra; abbiamo gravi ragioni...
-si fa pel bene della sua figliuola...
-
-— Benedetti! risponde maestro Ciro, perchè vuole che mi paia curiosità?
-Un giorno o l'altro già io me l'aspettava... mi ci ero preparato. Lor
-signori conoscono dunque il padre?...
-
-Il maestro di scuola ha smozzicato l'ultima domanda con due colpi di
-tosse, che sono in realtà due singhiozzi belli e buoni. Fulgenzio e
-l'amico si guardano in viso, coll'aria di dire: «a questo non avevamo
-pensato.»
-
-— Ci è un equivoco, osserva il signor Fulgenzio; noi non veniamo per
-ciò che lei suppone. Una domanda ci farà intendere: Conosce Mario?
-
-— Mario! dice il maestro fra sè, e lo ripete due volte senza che gli
-venga in mente dove ha udito quel nome.
-
-— Conosce Ognissanti? interroga sorridendo il dottor Parenti.
-
-— Se conosco Ognissanti! se lo conosco!... è vero, lo chiamano anche
-Mario.
-
-— Mario è mio figlio, dice il signor Fulgenzio; e senza dar tempo
-al vecchio di riaversi dalla meraviglia, prosegue: Mario ama la sua
-Donnina, si è promesso a lei, io so tutto;
-
-— Quand'è così, la saprà che i due poveretti si erano promessi da
-bimbi, si può dire... e che...
-
-— E che Donnina ha un cuore d'angelo, e farà un'ottima moglie come ha
-fatto un'ottima figlia... aggiunge il signor Fulgenzio.
-
-I pomelli lucenti delle gote di maestro Ciro ricevono un insolito
-lustro da due grosse lagrime che è impossibile trattenere.
-
-— So tutto, prosegue a dire l'altro; e non domando di meglio che di
-fare la felicità di mio figlio, se lei non ci ha nulla in contrario.
-
-A questo punto la porta si spalanca con impeto, ed entra mamma Teresa.
-
-La terribile donna, dal fondo del suo enorme cappellino, guarda come
-inorridita lo spettacolo di quell'orgia e si arresta sulla soglia. Il
-dottor Parenti le va incontro cavallerescamente, le offre una seggiola
-e la invita a sedere; la vecchia non si fa pregare ed apre bocca per
-parlare, ma il signor maestro si mette un dito in croce sul labbro, ed
-il dottor Parenti dà all'oste, il quale ha creduto opportuno di venire
-a prendere gli ordini dei signori, il consiglio di recare un altro
-bicchiere.
-
-Intanto che l'oste va e torna, la vecchia, fiutando in aria lo
-_straordinario_, dice abbassando la voce, come per farsi scusare: «ero
-uscita a far la spesa, torno e non trovo più il mio vecchio; dov'è il
-mio vecchio? domando a Donnina; — alla _Salute_ con due signori che
-avevano bisogno di lui; se avevano bisogno di lui, dico io, avranno
-bisogno anche di me; maestro Ciro non ha mai fatto nulla senza di
-me, tranne la scuola; ci vado, e se non mi vorranno ritornerò... Devo
-andarmene?»
-
-Il dottor Parenti le sorride amorosamente, il signor Fulgenzio la
-guarda con curiosità, ed il marito mette un'altra volta l'indice sul
-labbro. Ritorna l'oste col bicchiere. «Grazie, amico mio, gli dice il
-dottore; ci farete un regalone, chiudendo l'uscio e badando che nessuno
-venga a disturbarci.
-
-L'oste fa un sorriso apocrifo e se ne va, ed il signor Fulgenzio
-ripiglia a dire, come se nulla lo avesse interrotto:
-
-— Dunque, se lei non ci ha nulla in contrario, Ognissanti sposerà la
-sua Donnina.
-
-— Ma le pare? risponde mamma Teresa, a cui di repente si è chiarita
-ogni cosa; la nostra Donnina vuol bene ad Ognissanti, e gli vogliamo
-bene anche noi; lo abbiamo conosciuto piccino piccino, alto così; era
-un amore, un vero amore, un po' birichino, un po' bisbetico, ma un
-amore; se la meritava proprio la fortuna che gli è toccata di trovare
-un padre come lei... Dicevamo dunque che non solo non abbiamo nulla
-in contrario, ma siamo felici, felicissimi... Via, parla anche tu,
-soggiunge, toccando col gomito il marito, devo sempre dirle io le cose?
-parla tu, che sai come si fa coi signori...
-
-Il signor maestro si frega le mani, come nelle grandi allegrezze, ed
-approva del capo ogni parola della vecchia.
-
-— Facciamo conto che abbia parlato io stesso.
-
-— Dunque, a quando le nozze? domanda mamma Teresa, avanzando il corpo
-per modo che il cappello le ricade sulle spalle ed il viso rugoso esce
-dal vano enorme.
-
-Il signor Fulgenzio non può trattenere un sorriso a quell'accento ed
-a quell'atto, ma il dottor Parenti accorre serio serio in aiuto della
-signora, e le riadatta in capo il cupolone, sebbene la vecchia dica che
-non occorre.
-
-— Presto, risponde il signor Fulgenzio, se non vi sono altre difficoltà.
-
-— E che difficoltà v'hanno a essere?
-
-— Donnina, che lei sappia, ha padre o madre viventi?
-
-Maestro Ciro, a cui è rivolta la domanda, guarda in faccia mamma
-Teresa, la quale ha gli occhi altrove e tende le orecchie per non
-perdere una sillaba.
-
-— Ecco, la mamma non ce l'ha più di sicuro, ma il padre, almeno credo,
-vive ancora, sebbene non si sia più visto. Anzi, da cinque anni ci
-giunge ogni tanto del denaro, che non sappiamo da chi venga, e poco
-tempo fa abbiamo ricevuto per la stessa via _mille lire_; quel denaro
-lo abbiamo messo alla Cassa di Risparmio di Milano per Donnina... Non è
-vero, Teresa?
-
-— Se è vero? lo sai pure che è vero! risponde la vecchia tentennando
-il capo per l'impazienza; ma a che serve tutto ciò? Contenta Donnina,
-contenti noi, e contenti noi contenti tutti! Quel padre doveva farsi
-vivo prima, e non lasciare la povera creatura in abbandono col rischio
-di mandarla all'altro mondo. Dico bene?
-
-— Dice benissimo, risponde il signor Fulgenzio, a cui è diretta la
-domanda, e per me...
-
-— Ah! interrompe la vecchia, meno male! Non siamo forse noi che
-l'abbiamo raccolta, allevata, chiamata figlia? Donnina è cosa nostra,
-tutta nostra, lo domandi a lei e sentirà. E se suo padre se n'è
-dimenticato, peggio per lui. Mi pare di ragionare, mi pare...
-
-— Lei ragiona benissimo; ma la legge...
-
-— Che legge, che legge! Io non so di legge, non so leggere io, non
-ne voglio sapere; e maestro Ciro se ne dimenticherà, se occorre, ma
-Donnina deve fare quello che vogliamo noi, e noi vogliamo che faccia
-quanto le pare e piace.
-
-Maestro Ciro, tra i monosillabi del signor Fulgenzio e le sfuriate
-della moglie, non capisce nulla di nulla, ed ha piuttosto l'aria di uno
-scolaro, che del signor maestro.
-
-— Vediamo, dice il dottor Parenti, non complichiamo le cose, lasciamo
-le querele da una parte; il codice mettiamolo da banda per ora, e
-poichè ci siamo intesi circa lo scopo del nostro colloquio, badiamo
-d'andare con ordine. Ora, per andare con ordine, si deve incominciare
-dal conoscere la storia di Donnina... Maestro Ciro, ci vuol dire lei
-quanto ne sa?
-
-— Dall'_a_ fino alla _zeta_, risponde mamma Teresa, lieta di poter fare
-quest'allusione al carattere scientifico del marito. E sentiranno loro
-se quello è un padre...
-
-Maestro Ciro, posto al cimento di una narrazione, sembra raccogliere
-le idee e pigliare in pugno le redini della grammatica; dopo di che,
-incomincia con un lieve tono cattedratico:
-
-«Sono quindici anni che Donnina è con noi; ora essa ne ha diciotto
-compiti, quasi diciannove, dunque, quando divenne nostra figlia, non
-ne aveva ancora quattro. Allora io era maestro di scuola ad S... un
-allegro paesello lungo la ferrovia; la scuola era poco frequentata,
-una ventina di allievi in tutto; ma l'onorario era proporzionato al
-numero degli scolari, non alla fatica nè ai bisogni. Perciò alla prima
-occasione, e si fece aspettar molto, mutai residenza.
-
-«Era nel paese una coppia di giovani sposi, Brigida e Tommaso; la
-moglie sfrondava i gelsi nella stagione, il marito era cantoniere sulla
-ferrovia; s'erano sposati perchè si volevano bene, ma erano tutti e
-due soli al mondo e non possedevano se non il loro affetto e le loro
-braccia. In paese erano amati molto, vivevano nella solitudine della
-campagna, nel piccolo casotto, con quattro spanne di orticello; erano
-felici di poco, ma felici davvero e molto.
-
-— Sicuro, interrompe mamma Teresa, e siccome i felici fanno ombra a
-quella razza d'invidiosi che manipola le cose di questo mondaccio...
-
-— Teresa...
-
-— Lasciami dire, tanto lo penso, ed è tutt'uno... e così un giorno il
-povero Tommaso cade e si fiacca uno stinco, e gli viene la cancrena, e
-se ne va all'altro mondo...
-
-Maestro Ciro, sentendosi incapace d'arrestare la moglie intanto che
-parla, continua ad approvare col capo ognuna delle sue parole, poi
-ripiglia:
-
-«La povera Brigida rimase sola col cuore gonfio dell'affanno, colla
-salute affranta dalle veglie e dagli stenti, e per di più madre. Venne
-al paese; visse o piuttosto non morì subito; ebbe una figlia, e la
-restituì al cielo pochi giorni dopo. Qualche pietoso le consigliò di
-recarsi a Milano e di offrirsi per nutrice. Così fece; andò a piedi,
-stette via un paio di giorni, al terzo ritornò dando il latte ad una
-bambina non sua, a Donnina. La povera creatura aveva perduto la madre
-nel venire al mondo; il padre non doveva essere agiato, perchè pagava
-un meschino compenso alla Brigida. Come si chiamava la fanciulla?
-Camilla. Come si chiamava il padre? Non sapeva dirlo. Sapeva solo che
-abitava in una via stretta, in stanze molto piccine, e poste in alto in
-alto.
-
-«Ci fu un po' di curiosità in paese per conoscere il padre di quella
-creaturina. Un giorno, dopo parecchi mesi, si vide venire a piedi un
-giovine tra i ventidue ed i venticinque; era lui; «aveva un'aria molto
-patita,» così almeno si diceva. Stette un paio d'ore, se ne andò come
-era venuto, a piedi; ritornò un'altra volta parecchi mesi dopo, ed
-un'altra; poi nessuno più lo vide. Donnina aveva quasi tre anni ed era
-graziosissima; veniva considerata come la figlia del Comune e non le
-mancavano i baci; ma le mancò la madre. La povera Brigida, non bastando
-al lavoro, ammalò; da qualche tempo non riceveva più ogni mese le
-poche lire dal padre di Camilla, e non sapeva a chi scrivere, perchè
-quell'uomo non le aveva mai detto il suo nome. Per farla corta, morì
-anch'essa; allora la mia Teresa ed io, vecchi e senza figliuoli, si
-pensò di far nostra la creaturina. Molti dissero che avevamo fatto una
-buona azione; qualcuno sospettò che il padre si fosse nascostamente
-rivolto a me, e m'avesse incaricato della sua figliuola, e sparse la
-voce essere Camilla la figlia d'un ricco signore, il quale non voleva
-farsi conoscere; nessuno indovinò il vero, cioè che noi, la mia vecchia
-ed io, ci eravamo tirati in casa la felicità.
-
-— E del padre di Donnina non ebbero più notizie? chiese il dottor
-Parenti.
-
-— Una volta sola e da altri, e senza sicurezza d'indizii, seppi che
-un giovine alto, _sotto la trentina_, era stato sul far dell'alba ad
-informarsi di Brigida, e saputala morta, ed inteso che Camilla era
-stata raccolta da noi, non aveva chiesto altro e se n'era andato.
-Sperai di ricevere qualche lettera che mi togliesse dall'incertezza;
-non ricevei mai nulla. Finalmente, cinque anni sono, mi pervenne da
-Milano, entro una busta da lettere, un _vaglia_ in mio nome.
-
-— E chi mandava quel vaglia?
-
-— La signora _Donnina Neri_... il nome che portava la fanciulla. Era lo
-stesso come dirmi che quel denaro veniva mandato per Donnina e che il
-padre non voleva farsi conoscere.
-
-— E qual prova che fosse il padre e non altri a mandare il denaro?
-chiese il signor Fulgenzio.
-
-— Veramente, nessuna... ma noti che Donnina era il nuovo nome venuto
-dall'uso alla piccina; e se colui lo sapeva era segno che aveva avuto
-informazioni della sua creatura e che non l'aveva dimenticata del
-tutto.
-
-— Dunque, secondo lei, il padre di Donnina vive?
-
-— Lo credo.
-
-— E non ha veruna prova che la sua Donnina sia nata fuori di matrimonio?
-
-— Nessuna.
-
-Il signor Fulgenzio stette un istante in meditazione sotto gli sguardi
-impazienti e curiosi dei due vecchi, poi riprese a dire crollando il
-capo:
-
-«Se il padre vive ed è padre legittimo, Donnina non può prender marito
-senza il suo consenso.»
-
-Mamma Teresa fece un balzo sulla seggiola ed appuntò le mani sulla
-tavola.
-
-— Donnina non può sposare Ognissanti?
-
-— Nè Ognissanti nè altri...
-
-— Senza il consenso di lui... di quella birba che non ha fatto altro
-se non metterla al mondo... E questa è la legge? Ma dove avevano il
-cervello quei signori che hanno fatto la legge? Dunque se a quello
-sciagurato venisse in mente di non farsi conoscere mai o di non volere
-mai, Donnina dovrebbe starsene ad ammuffire in casa in eterno?
-
-— Fino a che non avesse vent'un anno almeno.
-
-— La cosa è diversa, osserva maestro Ciro, il quale ha sempre avuto un
-gran rispetto alla legge.
-
-— Non è diversa niente affatto, ribatte mamma Teresa; fino a vent'un
-anno! e Donnina, tu lo sai, non ne ha ancora diciannove, e noi siamo
-vecchi e non abbiamo gran tempo da aspettare per vederla felice...
-
-— Noi forse, osserva il maestro di scuola, ma Donnina può aspettare un
-pezzo!
-
-— Non può, ti dico io che non può, e che questa è una birbonata
-della legge; già, l'ho sempre detto, la legge è fatta per favorire
-i furfanti, i quali o l'hanno per sè e se ne approfittano, o l'hanno
-contro e non ci badano.
-
-Sbollito l'impeto, mamma Teresa tace per non saper più che dire, e
-siccome nessuno parla, ella va girando gli occhi dall'uno all'altro dei
-tre, ed aspetta che da quel silenzio esca qualche cosa di buono.
-
-Il dottor Parenti è il primo a parlare e lo fa colla sua consueta
-sicurezza, togliendo se non altro il pensiero dalla contemplazione
-della propria impotenza.
-
-— Bisogna assolutamente trovare il padre di Donnina, e lo troveremo
-vivo o morto.
-
-— Meglio morto, osserva mamma Teresa, e se lei lo trova vivo, gli dica
-pure da parte di mamma Teresa che se ne muoia, che ci farà un regalone
-a tutti.
-
-— Lo troveremo, prosegue il dottore senza badare all'interruzione;
-non ci bisogna altro se non sapere in qual parrocchia è stata tenuta a
-battesimo Donnina.
-
-— Nemmeno questo non lo sappiamo, dice melanconicamente maestro Ciro.
-
-— Benissimo, nemmeno questo non si sa; benissimo, vediamo un po' che
-cosa si sa: l'anno in cui nata?
-
-— 185...
-
-Il dottor Parenti scrive il numero nel suo taccuino.
-
-— Il mese?
-
-— Maggio.
-
-— Il giorno?
-
-— La prima settimana, giorno più o meno.
-
-— Il paese?
-
-— Milano, ma non è certo.
-
-Il dottore legge forte:
-
-«L'anno 185... nella prima settimana del mese di maggio nacque a Milano
-e fu battezzata nella parrocchia di... una bambina a cui fa posto il
-nome di Camilla...»
-
-— Ecco fatto, prosegue a dire ricacciando in tasca il taccuino; mi
-basterà andare in giro per le ventisette parrocchie di Milano; non
-domando per questo più d'una settimana. Ed ora che il padre di Donnina
-è trovato, amico Fulgenzio, non so che cosa ti trattenga dal fare la
-tua domanda ufficiale: maestro Ciro, mamma Teresa, il signor Fulgenzio
-ed io abbiamo l'onore di chiedervi la mano di vostra figlia Donnina per
-il nostro figlio Mario, ovverosia Ognissanti...
-
-L'accento con cui è fatta questa domanda di nozze, ridona a tutti il
-buon umore.
-
-Maestro Ciro risponde colla voce rotta dalla tenerezza, e mamma Teresa
-spinge il suo entusiasmo fino a dire che quello è parlare a dovere, e
-ch'è un negozio fatto, e non se ne parli altro.
-
-Rimangono ancora quattro buone dita di vino bianco in fondo alla
-bottiglia, ed il dottor Parenti ha il pensiero di empire mezzo il
-bicchiere di mamma Teresa, e mezzo il proprio e quello di maestro
-Ciro. E siccome il signor Fulgenzio è stato dimenticato, egli avanza
-sorridendo il bicchiere e chiede la sua parte.
-
-— Alla salute di Donnina ed alla loro salute, dice a mezza voce il
-dottore.
-
-— E di Ognissanti, risponde maestro Ciro nello stesso tono.
-
-— E di lor signori, aggiunge la vecchia in un'ottava più alta.
-
-Poi si muovono ed escono.
-
-L'oste della _Salute_ è tutto sorrisi; ne regala un paio a mamma
-Teresa, uno a maestro Ciro, uno di prima qualità al signor Fulgenzio e
-sciorina i fondi di magazzino al dottore, rimasto ultimo per pagare il
-conto.
-
-— Grazie infinite, ed a ben vederla.
-
-— E presto, forse, rispose il dottore.
-
-— Ai suoi comandi (e qui un altro sorriso), tutta la _Salute_ è ai suoi
-comandi.
-
-— Vi ringrazio per i miei ammalati.
-
-— Vossignoria è medico? interroga l'oste, felice di apprendere qualche
-cosa.
-
-— Sono medico, ma non abbiate paura, le mie visite alla vostra osteria
-sono innocenti.
-
-L'oste comprende lo scherzo.
-
-— Già!... noi siamo sani sempre.
-
-— Tranne la vostra insegna; non mi piace dissanguare il mio prossimo,
-ma a quel signore ordinerei volontieri una cavata di sangue.
-
-L'oste ride da quell'uomo di eccellente umore che egli è, e rimane
-sull'uscio persuaso di non saperne più di prima.
-
-
-
-
-XXVII.
-
-IL POSCRITTO DELLA LETTERA DI DONNINA.
-
-
-Bizzarre cose aveva detto il cuore a Donnina. Al primo vedere i due
-sconosciuti che cercavano del babbo, ed il babbo che se n'andava con
-essi, ella aveva sentito come il segnale di uno scampanìo di festa,
-e rimasta sola per accudire ai piccoli scolari, non ci fu verso di
-mettersi sul serio a far la maestra. Le passavano in mente cento
-fantasie, sentiva in petto cento sussulti nuovi; era proprio la donna
-più disadatta in quel momento a tener in freno una brigata di monelli.
-Le bisognava la pace, e parevale di poterla trovare altrimenti che
-nelle cure della scolaresca. Dal canto suo la scolaresca metteva a
-profitto quegli istanti di ozio coll'entusiasmo di chi li immagina
-troppo brevi. Donnina salì sulla cattedra del babbo, e raccomandò il
-silenzio, accordando a questo patto dieci minuti di riposo: avvertì che
-se non sapessero tacere, farebbe dire a tutti la lezione; e se invece
-sapessero, ella ne avrebbe tanto piacere.
-
-Tutte queste considerazioni messe insieme dovevano avere un gran peso,
-perchè ognuno tacque o all'incirca, e nel primo quarto d'ora il sordo
-mormorìo che quegli studiosi spacciavano per silenzio non fa rotto se
-non da uno scapellotto che un piccolo signore diede al suo vicino di
-destra e che costui restituì scrupolosamente al suo vicino di sinistra.
-
-Donnina intanto aveva levato di tasca la lettera preparata per
-Ognissanti e vi aggiungeva in coda il seguente poscritto:
-
-«_P. S._ Riapro la lettera per dirti che il cuore mi batte forte, che
-io sono sola nella cattedra del babbo innanzi alla scolaresca, e che
-il babbo è all'osteria rimpetto con due signori venuti poco fa, e che
-mamma Teresa è uscita a fare alcune spesuccie e che io penso a te...
-ah! il cuore mi batte forte!
-
-«Non so perchè, o piuttosto lo so benissimo, ma ho timore d'ingannarmi;
-dei due signori uno l'ho già veduto vestiva altrimenti, ma mi è
-sembrato di riconoscerlo; il giorno in cui tu fosti da noi l'ultima
-volta, pochi minuti prima di veder te, avevo visto lui che entrava
-nell'osteria della _Salute_.
-
-«Oh! perchè allora non venne dal babbo ed ora ci viene?
-
-«L'altro è un uomo più maturo, ha la barba grigia, l'aspetto severo; e
-mi ha guardato fisso ed a lungo; io gli volgeva le spalle, ma ho visto
-tutto. Che diranno essi in questo momento?
-
-«Mi passa un gran pensiero in capo, e invano lo caccio, ed esso
-ritorna; ed ho riaperto la lettera per dirti l'animo mio a costo di
-dovermi pentire della mia credulità. È così ingannevole il desiderio!
-
-«Te lo voglio dire, a patto che tu ne rida poi se avrò errato; ho in
-mente...»
-
-Donnina ebbe appena tempo di nascondere la lettera, e mamma Teresa
-entrò; appena la vecchia seppe dove era il marito, via di galoppo...
-ma il filo era spezzato, la prima titubanza riprese vigore, e insieme
-colla titubanza il dubbio più forte. Donnina non aggiunse una sillaba
-al poscritto ed aspettò una buona mezz'ora. Ci fu un momento in cui
-era così pentita di aver dato fede ad un sogno, che voleva cancellare
-quanto aveva scritto e copiare tutta la pagina prima di mandarla.
-Per resistere alla tentazione esaminò i saggi calligrafici dei suoi
-allievi, e le parvero perfetti. Quanto tempo passò a quel modo? Un
-tempo lungo, penoso. Ma alla fine la porta di strada si aprì, mamma
-Teresa comparve la prima sulla soglia, e senza dir parola si buttò
-nelle braccia della fanciulla. La quale comprese, guardò maestro
-Ciro ed i due sconosciuti che le sorridevano, e infine spinta dalla
-terribile mamma si trovò quasi senza avvedersene fra le braccia del
-signor Fulgenzio.
-
-Un'ora dopo la scolaresca, tumultuando per l'allegrezza, usciva dallo
-stretto varco, e Donnina riattaccava il filo del suo poscritto così:
-
-«Ognissanti mio! Non è più sospetto, è certezza: quanto sono felice
-di essere la prima a darti questa notizia! erano proprio essi, come
-avevo pensato, il tuo babbo e l'amico tuo, il dottore! E sappi anche
-che il tuo babbo mi ha baciata in fronte per te e che non è vero che
-sia cattivo, nè superbo. Vorrei dirti un mondo di cose; ma le compendio
-tutte in un pensiero, Ognissanti mio!»
-
-
-
-
-XXVIII.
-
-SECONDA TAPPA DEL VIAGGIO DI SCOPERTA.
-
-
-Non è luogo più acconcio alla meditazione di una carrozza chiusa. Vi
-si entra col cervello vuoto, se ne esce iniziati alle dolcezze del
-mestiere di filosofo.
-
-Il signor Fulgenzio ed il dottor Parenti, seduti l'uno a fianco
-dell'altro, indifferenti alla bellezza della pianura nevosa che si
-stendeva dai due lati dietro gli sportelli, pensavano. Vi hanno cose
-che si pensano e non si dicono, ve n'ha che si direbbero, ma non si
-gridano: ciò che passava in capo ai due compagni di viaggio era di
-questa seconda natura, e le ruote del carrozzone facevano tanto rumore,
-da rendere impossibile l'intendersi senza gridare.
-
-Il signor Fulgenzio ed il dottore pensavano adunque ciascuno per
-proprio conto.
-
-Evidentemente col dire la scoperta del padre di Donnina una bazzecola,
-il dottor Parenti aveva detto troppo, e domandando, per condurre a
-buon fine l'impresa, una settimana, aveva domandato poco. Tutti gli
-ostacoli intravveduti appena e tolti di mezzo con un atto baldanzoso di
-buona volontà, riapparivano ora ad uno ad uno; e più il pensiero vi si
-accostava e più li vedeva grandeggiare e farsi irti di difficoltà non
-prima sospettate.
-
-Andare in traccia dell'atto di nascita di Donnina per le ventisette
-parrocchie di Milano, era bensì una bazzeccola per un uomo della
-fatta del dottore, a patto però che Donnina fosse veramente nata in
-quel tratto di tempo indicato ed in Milano. Vero è che le probabilità
-gli parevano favorevoli a queste due condizioni, ma di certezza non
-ne aveva l'ombra. Quanto al ritrovare il padre, ora non gli sembrava
-più una bagattella; poteva essere andato in paese straniero, in modo
-che se ne fossero smarrite le pedate, ed allora... Questi pensieri,
-avvicendati con altri mille, angustiavano visibilmente il dottore.
-Non tanto però che nello smontare dalla carrozza egli non avesse il
-suo magnifico sorriso per aiutare a discendere il vecchio amico. A
-costui si vedevano in volto più fitte le nebbie delle nere fantasie di
-viaggio.
-
-Non s'erano detti una parola, e non erano in vena di dirsene; il signor
-Fulgenzio si ritrasse meditabondo nel gabinetto, il dottore continuò il
-suo sorriso per non darsi una mentita ed andò a visitare gli ammalati.
-
-Ritornò poco dopo.
-
-— Non si è più padroni di muoversi, disse con un accento tra
-melanconico e scherzoso, senza che ce ne facciano qualcuna.
-
-— Che c'è di nuovo? domandò il direttore.
-
-— Quel fanciullone di Paoluccio, il quale approfitta proprio del
-momento ch'io non ci sono per ammalarsi...
-
-— Gravemente?
-
-— A quell'età ed in quello stato, ogni malanno è grave.
-
-Il signor Fulgenzio era in tale disposizione di spirito che ogni
-novella non lieta gli pareva un aggravio di più al proprio fardello;
-crollò il capo e non disse nulla.
-
-— Delira, dice qualche corbelleria più del solito; gli ho ordinato del
-ghiaccio, non sarà niente... non vi è pericolo...
-
-Il signor Fulgenzio si levò in piedi e passeggiò a gran passi.
-
-— Che pensi? gli chiese il dottore.
-
-— Lo sai pure...
-
-— Lo so... a Donnina ed a Mario, ci ho pensato anch'io; poveretti,
-bisognerà farli felici...
-
-— Lo speri tu?
-
-— Ne sono sicuro; in fine due anni non sono eterni quando si ha la loro
-età, ed amandosi _col permesso dei superiori_ possono parer brevi.
-
-— Dunque tu disperi di scoprire?
-
-— Al contrario... sono certo di scoprire ogni cosa, ma dico per dire...
-
-— Sei certo? Non hai pensato che Donnina potrebbe non essere nata a
-Milano?
-
-— Ci ho pensato, ma ho conchiuso che... dev'essere nata a Milano.
-
-— E che il padre potrebbe non essere qui, che i sussidii mandati a
-maestro Ciro potrebbero venire da altri...
-
-— E che il padre potrebbe essere andato agli antipodi... Ho pensato
-anche a questo; ma, grazie al modo con cui è ordinata la nostra
-polizia, grazie ai consolati, grazie alle navigazioni transoceaniche,
-alle vie ferrate, ai telegrafi ed alle poste, se pure quell'uomo, dopo
-aver messo al mondo una creaturina adorabile come Donnina, non se n'è
-andato nelle foreste della Papuasia o nelle terre incognite dell'Africa
-australe, in mezzo ai selvaggi, è facile scoprirlo e fargli pervenire
-una lettera e riceverne la risposta. Ma io preferisco che quell'uomo
-non si sia mosso dall'Italia e da Milano, e vedrai che sarà in Italia
-ed in Milano per farmi piacere... senza contare...
-
-Non pare che tutto il rimanente avesse molto rassicurato il signor
-Fulgenzio, perchè a questa reticenza dell'amico si affrettò a
-incoraggiarlo a proseguire.
-
-— Senza contare?...
-
-— Senza contare che da tutto il romanzetto di Donnina, argomento
-che ella non ha padre legittimo di cui le bisogni il consenso per il
-matrimonio. Se l'atto di nascita dirà che quel bottoncino di rose non
-è frutto di giuste nozze, non avremo più altro a fare, e lo dirà...
-spero.
-
-— Lo spero anch'io, disse il direttore, sebbene questa speranza mi paia
-una colpa.
-
-— Non entriamo in sottigliezze, interruppe il dottore; per non perder
-tempo, io corro da don Alfonso, il curato della parrocchia più vicina.
-Già... potrei incominciare dalla più lontana, e sarebbe meglio, perchè
-sono sicuro che non ritroverò il fatto mio prima di aver visto la sacra
-polvere dei registri di tutte le ventisette basiliche di Milano.
-
-Un po' dell'anima del dottore era passata nell'anima del signor
-Fulgenzio, il quale rise allegramente.
-
-Il dottore aggiunse serio serio:
-
-— Ma, se cominciassi dalla più lontana, allora la fede di nascita di
-Camilla X, figlia dei coniugi X, nata nel giorno X del mese di maggio
-dell'anno 185... si troverebbe nella parrocchia più vicina.
-
-E, senza attendere oltre, volse le spalle all'amico, infilò l'uscio e
-scomparve.
-
-Don Alfonso, don Michele, don Alessandro, e successivamente un altro
-paio di reverendi, avevano permesso al dottor Parenti di frugare colle
-sue mani profane nei registri dei nati del 185..., ed aiutato essi
-stesse le ricerche senza frutto alcuno. Il dottor Parenti gli aveva
-pagati largamente con cinque dei suoi sorrisi, ed aveva rimandato al
-giorno successivo la visita al sesto parroco.
-
-Al signor Fulgenzio, il quale lo aveva interrogato in proposito, aveva
-risposto che tutto andava a meraviglia, che, avvezzo a non fare fidanza
-colla fortuna, era certo di non poter risparmiare nè un passo nè una
-parrocchia, e che infine quello era un viaggio di nuovo genere, e
-voleva farlo in tutte le ventisette tappe...
-
-Il curato della parrocchia di San... (si tace il nome del santo, perchè
-l'ottimo reverendo non amerebbe di vedere la sua persona sacra in un
-libro profano) il curato della parrocchia di San... è uomo faceto, e
-sta volontieri allo scherzo. Vide alla prima il lato vulnerabile della
-singolare dimanda del dottore, e si offerì pronto «ai suoi comandi»
-con una lieve tinta d'ironia, pregandolo, intanto ch'egli finiva di far
-colazione, di aspettarlo in sacristia.
-
-Il dottor Parenti non aveva niente più di quello che si meritava; era
-venuto troppo di buon mattino, e non voleva mettersi sulla coscienza il
-digiuno d'un reverendo. Questo almeno pareva significare l'inchino con
-cui rispose alle parole del curato, e l'accento con cui lo scongiurò
-di fare i suoi comodi. Rientrò in sacristia e vi rimase un buon quarto
-d'ora che spese, poichè una simile occasione non gli si era mai offerta
-in vita, a studiare l'_Oratio dicenda a sacerdote cum lavat manus_.
-Quando il curato entrò, il dottore, il quale aveva acquistato un'aria
-liturgica tutta sua, lo salutò come uomo ben intenzionato, capace di
-fargli gli onori di sacristia.
-
-Il reverendo si piegò appena, quanto permetteva la delicata condizione
-d'uno che si levava allora da tavola, andò diritto ad un antico armadio
-di legno di noce lavorato ad intagli ed a bassorilievi, lo aprì e
-mostrò una schiera di enormi libri venerandi, coperti di carta pecora,
-coll'indicazione dell'anno scritta sul dorso.
-
-— La persona di cui lei fa ricerca è nata?... chiese il curato col suo
-risolino evangelico.
-
-— Nel 185...
-
-— Nel mese?
-
-— Di maggio.
-
-— E si chiama?
-
-— Camilla...
-
-Il reverendo intanto s'era messo dinanzi il registro del 185... e lo
-sfogliava senza interrompere il risolino incominciato...
-
-— Lei dice che si chiama?
-
-— Camilla..... rispose il dottore imperturbabile, null'altro che
-Camilla...
-
-— Capisco... capisco... ed è nata nel giorno...
-
-— Nella prima settimana del mese...
-
-— I genitori si chiamavano...
-
-Il dottore non rispose; la malizia del curato diveniva maligna.
-
-— Si chiamavano? insistè.
-
-Ma il dottore zitto.
-
-«N. 181... _è nato alle ore 3 antimeridiane del giorno 1_, incominciò
-a borbottare il curato leggendo nel registro, _un bambino maschio..._
-niente... N. 182... _alle ore 8 antimeridiane del giorno 1, e fu
-battezzata nello stesso giorno, Teresa Giovanna Maria..._ niente
-Camilla... N. 183... _alle ore 7 pomeridiane, e fu battezzata nello
-stesso giorno, Margherita Camilla..._ — Camilla! interruppe il dottore,
-e curvandosi sul registro proseguì: _Margherita Camilla legittima; da
-Maria Longhi e Giovanni Bergoni, cattolici, padrini Marianna S. e Luigi
-V..._ Se permette, trascrivo questi nomi, mi pare di aver trovato...
-
-E senza aspettare altra risposta, levò di tasca il taccuino e si
-accinse a copiare tutta la dicitura, intanto che il curato, facendo
-correre l'indice di colonna in colonna, seguitava a leggere come se
-nulla lo avesse interrotto:
-
-«N. 184... _alle ore 9 pom. del giorno 3, e fu battezzato al giorno 4
-un bambino..._
-
-«N. 185... _alle ore 5 ant. del giorno 5, e battezzata nello stesso
-giorno Camilla..._
-
-— Camilla! interruppe un'altra volta il dottore arrestandosi di botto
-nello scrivere.
-
-«_Camilla Maria Luigia, legittima, di Teresa Altani e di Giorgio Boli,
-cattolici..._
-
-Quelle due Camille gettavano un po' di scompiglio nella mente del
-dottore; nondimeno egli s'affrettò a trascrivere le indicazioni di
-entrambe, seguendo paurosamente cogli occhi ogni movimento delle labbra
-del reverendo, il quale continuava a leggere ed a sorridere, come se le
-due cose non facessero in realtà che una sola.
-
-Finalmente il curato tacque; era giunto al giorno 10, e di Camille non
-ne aveva trovato altre.
-
-Era un orizzonte nuovo per il dottore; gli venivano in bocca cento
-domande, ma comprese che il curato non avrebbe avuto risposta per
-nessuna, serrò il taccuino fra le mani, ringraziò caldamente, fece un
-saluto profondo, sorrise con una devozione esemplare, ed uscì fuor del
-sacrato per darsi dell'asino con l'entusiasmo di un vero credente.
-
-«Asino! Asino! E non avere pensato prima! Ma se in questa sola
-parrocchia di Camille ce n'ha due, quante non ne incontrerò io prima
-di essere arrivato all'ultima? Se dura la proporzione posso far conto
-sulla dozzina...»
-
-E s'avviava a passi affrettati, come per togliersi più presto dal campo
-della sua sconfitta. Poco dopo si fermò e disse:
-
-«A Milano, su per giù, nascono venti milanesi il giorno, il che in una
-settimana dà un totale di 140 milanesi. Così, o all'incirca, doveva
-accadere anche vent'anni sono. Di questi 140, la metà sono maschi; e
-di settanta tra Caroline, Clotildi, Amelie, Marie, ecc., quante possono
-essere le Camille?»
-
-La cosa pigliava un aspetto tutto differente; ora, tra la certezza di
-dover visitare ad una ad una le 27 parrocchie e l'impazienza d'aver
-finito di raccogliere tutte le Camille, per poi accingersi al difficile
-còmpito di sceverare la buona, il meglio era di balzare in una carrozza
-da nolo.
-
-E così fece, a dispetto della sua igienica abitudine di camminare a
-piedi.
-
-«A Sant'Alessandro! ordinò al cocchiere.»
-
-E via di galoppo.
-
-Quattro giorni dopo, quelle peregrinazioni erano finite, ed i
-risultati, stando all'opinione del dottore, non potevano essere più
-soddisfacenti, però che egli fosse andato in cerca d'una Camilla e ne
-avesse invece incontrato sette.
-
-Il signor Fulgenzio non prese la cosa ridendo come il dottore gliela
-aveva detta, ma tolse di mano all'amico il taccuino e ne lesse le
-annotazioni, tentando il mestiere dell'indovino. Se il cuore fosse la
-buona pasta di consigliere intimo che tanti vogliono che sia, fra le
-sette Camille avrebbe indicato Donnina con una martellata di quelle
-famose nel petto del vecchio; ma, o la regola è sbagliata, o il cuore
-del signor Fulgenzio faceva eccezione.
-
-— E come faremo?... parve dire costui restituendo il taccuino senza dir
-parola.
-
-— Tu non farai nulla, farò io, rispose il dottore alla stessa maniera,
-ed aggiunse forte: «tutte queste Camille sono legittime; tanto meglio,
-e tanto peggio; ma di queste sette io ne ho già messe da banda tre...
-_Camilla Margherita_, figlia di Maria Longhi e di Giovanni Bergoni,
-_Eugenia Maria Camilla_, figlia di Concetta Lavini e di Tommaso Gori;
-_Fortunata Camilla_, figlia d'Innocenza Baldi e di Rocco Sani, ed a
-queste non voglio nemmeno pensare o ci penserò in ultimo.»
-
-Il direttore seguiva attentamente il filo del sistema d'indagini che
-doveva guidare sulle tracce del padre di Donnina; al dottor Parenti
-splendeva in faccia il genio inquisitorio.
-
-— E lo ho escluse, proseguì egli a dire, perchè i signori Giovanni
-Bergoni, Tommaso Gori e Rocco Sani sono venuti in terra il primo per
-fare il cenciaiuolo, il secondo il fabbro ed il terzo il calderaio,
-tre mestieri onorati, che non mi paiono corrispondere alle indicazioni
-avute circa il padre di Donnina...
-
-— E quali indicazioni abbiamo che si possano dire certe e si
-riferiscano proprio al padre di Donnina?
-
-— D'indicazioni certe e che si riferiscano proprio al padre di Donnina,
-ne abbiamo una sola: Donnina, e mi pare che basti! Oh! vorresti credere
-quel capolavoro di fanciulla uscita dalle mani di un calderaio?
-
-L'argomento non aveva di stringente altro che la fede dell'oratore,
-ma doveva bastare ad un uditorio desideroso di credere come il signor
-Fulgenzio.
-
-— Rimangono le altre quattro: _Grazia Maria Camilla..._
-
-Due colpi frettolosi battuti all'uscio ruppero le parole in bocca al
-dottore, ed un infermiere entrò a dire che mastro Paolo era stato côlto
-da un nuovo accesso di febbre e di delirio.
-
-
-
-
-XXIX.
-
-UN ALTRO VIAGGIO ED ALTRI VIAGGIATORI.
-
-
-Sono trascorsi otto giorni da quello che negli annali del bel mondo
-segna la fuga di Serena e del banchiere Redi, ed in questo tempo sono
-avvenute incredibili cose sulla faccia del Creso seduttore. Salvo gli
-occhi, che si sono ostinati a non voler rientrare nel loro guscio, ed
-i capelli rimasti fedeli all'intonaco odoroso che li appiccica sulle
-tempie, tutto il resto pare mutato; l'enorme bocca sgangherata si è
-come ricomposta per tener stretto fra le labbra un sorriso ironico;
-gli sguardi cadono spesso di sotto le palpebre e di sbieco, come al
-domani di un trionfo; le gambe, sempre bonariamente frettolose, si
-muovono con una certa indolenza piena di mistero; tutta la persona dice
-cose sì nuove e bizzarre tanto, che le orecchie sembrano protendersi
-innanzi sul viso per ascoltare, ed il naso ha l'aria d'un punto
-d'interrogazione nel mezzo d'una superficie carnosa.
-
-È probabile che a tale metamorfosi del suo Plutone, la bella Proserpina
-non avrebbe neanche posto mente, dove l'accento e le maniere non ne
-l'avessero fatta accorta. Non era più in fede mia quell'ossequioso
-e riverente imbecille, che aveva quasi l'aria di offrire i suoi
-milioni come si stende la mano all'elemosina; era un uomo sicuro
-di sè, impertinente quanto era stato umile, sprezzante quanto era
-stato desideroso. Aveva modi da gentiluomo colla sua dama; ma da un
-piccolo gesto, da una lievissima sbadataggine, da un tono di voce più
-alto o più basso, la sua dama era avvertita che l'usar quei modi era
-degnazione o galanteria di abitudine.
-
-Sulle prime, come fu detto, Serena non si avvide; fatta accorta,
-continuò a mostrare di non avvedersi fino a tanto che le fu possibile
-senza ostentazione; e quando dovette deporre quello scudo ed uscir
-dalla sua indifferenza e guardare alle nuove sembianze con cui le
-si offriva l'avvenire, allora si armò di disprezzo e combattè a
-viso aperto. Fu una lotta muta, tenace, in cui il banchiere portava
-l'astuzia del non parere e Serena la schietta sicurezza di chi legge in
-cuore all'avversario.
-
-La posta era palese; il banchiere, avendo trionfato della cortigiana,
-voleva ora trionfare della donna e farla docile ai propri voleri; la
-donna, più convinta nel disprezzo, e sprezzante tanto da non curarsi di
-mantenere alcun imperio, si accontentava di resistere.
-
-Quella scherma di tutte l'ore senza frutto alcuno venne a noia al
-banchiere prima dell'ottavo giorno. Per uscirne egli fece un errore
-di tattica. Aveva detto fin dalla vigilia che avrebbe avuto bisogno
-di trovarsi a Rouen presto, altro non attendere se non un avviso per
-lasciare Parigi. In quel mattino ordinò venissero preparate le sue
-valige e «quelle della signora.»
-
-La _signora_ seduta in un canto non mostrò di aver udito e lasciò che
-il _signore_ uscisse senza nemmeno guardare dalla sua parte. Quando il
-banchiere tornò, le sue valigie erano pronte, non quelle della signora.
-
-— Avevo pur detto...! gridò incollerito alla cameriera.
-
-— La signora non ha voluto, rispose costei.
-
-Il banchiere ebbe il torto d'aspettare che Serena entrasse a dire
-qualche cosa, ma l'indolente non disse verbo. Era una mezza sconfitta,
-a cui non mancava nemmeno la ritirata, poichè il disgraziato sentì
-improvvisamente il bisogno di andare nelle sue stanze.
-
-Ritornò quasi subito, del tutto mutato nelle maniere. Serena non s'era
-mossa.
-
-Questa volta la _signora_ fu avvertita in bel modo della necessità
-della partenza.
-
-— Vi duole? aggiunse il banchiere, radunando in questa interrogazione
-tutto il fascino della sua galanteria.
-
-— Prepara le mie valige, disse Serena alla cameriera.
-
-Tre ore dopo partivano alla volta di Rouen.
-
-Per via il banchiere fu taciturno fuor dell'usato; chiudeva gli occhi
-fingendo di dormire e pensava. A che pensava? Evidentemente la partita
-era perduta od almeno non rimaneva speranza di vittoria; quella donna
-non sarebbe mai divenuta uno strumento nelle sue mani. Non era però tal
-cosa da doverlo rendere inquieto, come ad ora ad ora si mostrava. A che
-altro pensava egli dunque?
-
-Il domani, a Rouen, nel movimento incessante di quella città
-manifatturiera, il banchiere ritrovò la vena del suo prezioso buon
-umore.
-
-Erano i primi giorni di febbraio, ma splendeva un magnifico sole, che
-anticipava alla natura ancora arsiccia i gai colori della primavera.
-
-Non si vide mai un uomo tanto contento di sè quanto pareva il banchiere
-in quel giorno; era come uscito dal contegnoso torpore che gli
-irrigidiva le membra, e camminava ancora coi passi frettolosi e brevi
-con cui fino a pochi giorni innanzi s'era tirato dietro il carro della
-propria fortuna. Rideva forte e per ogni nonnulla, e si adoperava
-invano a comunicare un po' dell'anima propria al bel marmo di Paro
-che aveva pagato a peso d'oro. L'impassibilità di Serena faceva un
-singolare contrasto con quella specie di frenesia gioconda; deposte le
-armi della lotta, la bella rientrava nel castello merlato della propria
-indolenza, sdegnosa perfino della vittoria. Conveniamone: non si può
-avere una innamorata più noiosa.
-
-Il banchiere, non potendo far di meglio, ordinò uno splendido desinare
-in una sala appartata, una specie di festino a due, e se ne andò a
-spasso per «mettersi in appetito.» La qual cosa gli riuscì benissimo.
-
-A tavola Serena, cui il contegno insolito del suo compagno riusciva
-inesplicabile, ne interrogava il volto arrossato dalle libazioni,
-parendole di notare un po' di stento in quell'allegria balzana, e
-nella pompa di quel banchetto un proposito che non le veniva fatto
-d'indovinare. Il banchiere assaggiava di tutto e portava ad ogni tanto
-il bicchiere alla bocca, ma in realtà faceva più ciance che bocconi,
-e spesso non si avvedeva che il bicchiere era vuoto. Due o tre volte
-parve raccogliersi in pensiero ed uscì da quella breve meditazione
-con un diluvio di parole. Serena parlava poco ed il più sovente a
-monosillabi; ma i suoi sospetti erano divenuti certezza, ed alla
-frutte non esitò ad interrompere il verboso commensale per dirgli a
-bruciapelo:
-
-— Perchè tante parole? Voi avete qualche cosa da dirmi; dite.
-
-Il signor Redi fu lievemente sbigottito; pur non istette un pezzo in
-forse prima di prendere il suo partito, vuotò d'un fiato le poche
-goccie di vino che rimanevano in fondo al bicchiere, per darsi un
-contegno, spinse la sedia più presso al desco e fissando gli occhioni
-spiritati in volto alla sua donna, tentò un risolino ribelle.
-
-— Ho infatti qualche cosa da dirvi, una gran cosa, una cosa bizzarra.
-
-La curiosità di Serena non ebbe testimoni indiscreti nel sangue o nei
-nervi, poichè nulla ne parve fuori; il banchiere proseguì:
-
-— Non avete domandato mai a voi stessa, nell'atto di stringere il
-negozio che doveva farmi il più felice degli uomini... quanti milioni
-possedesse il vostro banchiere? No?... Ebbene, in questo momento a
-Milano non si pensa che ai miei milioni: solo invece di domandare
-quanti ne ho, si vuol sapere quanti sono quelli che mi mancano.
-
-Serena guardò in volto il banchiere, per questo solo atto accennando
-che ella prendeva interesse alle parole di lui.
-
-— Mi spiego. Stamane, alle undici in punto, la banca Redi ha annunziato
-la sospensione dei pagamenti, o in altri termini, ha fallito per tre
-milioni. Una bagattella, direte, mi avreste creduto più ricco; ma non
-ho saputo far di meglio.
-
-Il banchiere ebbe bisogno di attingere nuova disinvoltura e vide
-un'altra volta il fondo al bicchiere vuoto. Serena, riavutasi dallo
-stupore, non trovava parole.
-
-— Voi siete dunque rovinato? chiese poco dopo con freddo accento.
-
-— Se chiamate rovina il dover rinunziare ai milioni che non ho mai
-avuti, il trovarmi qui a tavola colla più bella donna dell'universo ed
-il poter dire che quella donna e il mondo mi hanno appartenuto...
-
-Serena lo interruppe ripetendo la domanda collo stesso tono di voce:
-
-— Voi siete dunque rovinato?
-
-— Press'a poco; mi rimangono solo cinquecento mila lire.
-
-— Che non sono vostre...
-
-— Che sono mie. Comprendo quanto vi passa in mente; ognuno ha la
-sua propria virtù e voi tenete a quella che chiamate la lealtà dei
-negozi; e anch'io ci tengo; solo, per giudicarne, non uso il criterio
-delle moltitudini, ma quello della mia coscienza. Dando ascolto a chi
-strilla si sostituirebbe il sentimentalismo all'onestà commerciale. Non
-sorridete, signora mia; vi spiego il mio pensiero.
-
-Prima di spiegare il suo pensiero, il banchiere Redi ebbe l'aria di
-raccogliere le idee.
-
-— Se vent'anni sono avessi chiesto al mondo qualche migliaio di
-lire per porre in atto un mio buon disegno economico, non avrei
-probabilmente ottenuto nulla. Supponete ch'io l'abbia fatto, ed abbia
-raccolto ciò che da simili credulità infantili si raccoglie, la beffa
-e la miseria, e che allora abbia detto: «bada, il mondo vuole essere
-ingannato, e mentre non saprebbe perdonarsi d'essersi lasciato gabbare
-dal sentimento e diffida della compassione che sente e di ciò in cui
-può veder chiaro, ti apre il cuore e la borsa e ti corre dietro per
-cacciarla nelle tue tasche sol che tu mostri di andartene per la via
-della fortuna; bada, tutti vogliono essere onesti, ma tutti credono
-nella sorte e nel danaro, nell'onestà non credono. Pensaci.» Supponete
-che io abbia detto tutto ciò in un momento di sfiducia. Questo buon
-senso, badate, è molto facile a parole, raro in pratica; ed io l'ho
-avuto, mi faccio giustizia da me. Divenni banchiere. Per quali vie,
-sarebbe lungo a dire ed inutile, nè mi comprendereste; in questo si
-compendiano tutte: il disprezzo del danaro, la fede nella fortuna. A
-molti manca o l'una o l'altra delle due cose: io seppi averle entrambe.
-In pochi anni la mia riputazione era fatta; cosa difficile nel mio
-genere di commercio più che in ogni altro; perchè se ad un fabbricante
-basta produrre merce migliore e darla più a buon mercato per trionfare
-della concorrenza, a me bisognava ispirare la fiducia col mio solo
-nome, cogli atti della mia vita, col mio contegno, colle mie parole.
-La Banca non dà che una derrata, la più difficile, la più soggetta ad
-avarie — la buona fede. È nulla ed è tutto. Vi tocca dar valore ad un
-pezzo di carta che non ne ha, fare che una firma diventi una moneta,
-e la parola una caparra. È difficile molto, ma non tanto come l'avere
-denaro a prestito da un amico per non morir di fame.
-
-«Non andò molto ed ebbi la soddisfazione di vedere la fiducia pubblica
-regolarsi dalle mie azioni; il termometro capriccioso della Borsa
-segnò i miei capricci; gente che non mi avrebbe dato uno spicciolo
-d'elemosina, per non far la fatica di snodare i cordoni della borsa,
-non pareva aver altra ambizione fuor quella di mettere al sicuro
-il suo oro nella mia cassa forte; mille piccole fortune timorose si
-attaccarono al carro della mia fortuna; fu un'apoteosi. Si commentava
-ogni mia parola, si almanaccava intorno ad un mio sorriso; alla Borsa,
-dove non hanno fede se non nella fortuna, mi credevano accorto; fuori
-mi dicevano sciocco perchè ne avevo un po' l'aria, mi dicevano furbo
-perchè non ne avevo l'aria. Ebbi anch'io i miei adoratori come voi,
-e come voi li pagai con un sorriso, con una stretta di mano, con
-una buona parola; voi colla pompa dei vostri vezzi, io col bagliore
-dei miei vasellami d'argento e dei miei scudi d'oro. Siamo schietti:
-guardandovi nello specchio, se pure non siete d'una modestia feroce,
-dovete confessare a voi stessa che siete bella; io, specchiandomi negli
-occhi cupidi della folla, finii col convincermi che qua dentro vi era
-qualche cosa di buono.
-
-Il banchiere appuntò l'indice nel mezzo della fronte e guardò in
-singolare maniera la sua compagna, la quale sembrava porgere ascolto
-sbadatamente.
-
-— Non crediate, ripigliò a dire il fallito, che tutto ciò mi costasse
-alcuna fatica; ebbi le mie brutte giornate, i miei pessimi quarti
-d'ora, provai gli spasimi d'un'idea che sfugge, d'un consiglio che
-non viene. Il mio fu lavoro assiduo, indefesso, senza riposo. Non so
-se voi comprendiate che cosa sia lo struggimento affannoso di chi è
-costretto a puntellare di continuo un edifizio che può cadere ad un
-soffio di mala fede; io so quanto valga e vi posso dire che non è
-lusso, compiacenza o potere che lo paghi. Un uomo d'ingegno, dopo aver
-faticato tanto, ha diritto, mi pare, agli ozii beati dell'età matura;
-ed io sono abbastanza maturo per oziare...
-
-A questo punto della sua argomentazione, il banchiere credette di poter
-spendere opportunamente una sonora risata; ma gli echi di quell'ilarità
-morirono nello stanzino senza percuotere una sola fibra della statua
-indifferente che il Don Giovanni in rovina aveva convitato alla sua
-mensa.
-
-— Ma io non intendo che vi sia capitale dove non fu prima l'economia;
-ora appunto i cinquecentomila franchi che mi avanzano, rappresentano i
-miei piccoli risparmi di ogni annata cogli interessi degli interessi,
-accumulati nel tempo felice. Cinquecentomila lire sono una miseria, ne
-convengo, ma chi ha saputo sparagnarle sulle spesucce di casa, deve
-saper vivere lautamente anche con meno. È il doppio benefizio della
-economia domestica, la quale, come tutte le umane virtù, non dà mai un
-beneficio solo.
-
-Serena non diceva nulla, ed il banchiere incominciava a sentire il
-bisogno di essere interrotto.
-
-— Persistete in credere che quei cinquecentomila franchi appartengano
-di diritto (lasciamo la legge da una parte, che non è sempre tutto uno)
-ai creditori del fallimento?
-
-Invece di rispondere direttamente, la bella disse, lasciando cadere ad
-una ad una le parole:
-
-— Il vostro è un fallimento doloso?
-
-L'interrogato esitò alquanto a rispondere.
-
-— Non conosco se non due maniere di fallimenti, disse poi; vi è chi
-fallisce bene e chi fallisce male; comprenderete che non si nasce col
-genio del banchiere per finire la vita in prigione, e che io ho fallito
-bene. Non dubitate, i cinquecentomila franchi che mi rimangono non
-mi saranno tolti, nè mi manderanno in carcere; i miei registri sono
-in regola. Io sono un galantuomo che ha scelto un mestiere costoso ed
-ha fatto male i suoi negozi, dopo di aver reso servigio all'umanità.
-Che sono i tre milioni consumati in confronto di quelli che passarono
-per le mie mani? E chi può fare la somma dei benefizi che il mondo ha
-ricavato dalla mia Banca? Domandatelo agli economisti.
-
-Gli occhioni del banchiere mandarono il lampo di due napoleoni nuovi
-di zecca e si aguzzarono per leggere in volto alla bella ciò che le
-passava in cuore.
-
-Vi fu un istante penosissimo di silenzio. Nessuna domanda diretta era
-stata fatta dal Creso rovinato, e pure era evidente ch'egli attendeva
-una risposta.
-
-Serena stette alcuni istanti in pensiero, poi disse con voce pacata:
-
-— Se tutto questo mira a liberarvi di me, è una cosa intesa.
-
-Come se la malìa da cui attingeva vigore si sciogliesse di repente
-al suono di uno scongiuro cabalistico, il banchiere Redi si scolorì
-in volto a quelle parole, e rispose con voce che aveva insieme del
-supplice e dello sfiduciato:
-
-— Ho voluto solo giustificarmi in faccia a voi...
-
-— Ed a qual fine? Mi avete ingannata; giungo tardi al banchetto dei
-vostri milioni. Che importa? Salvo gli otto giorni della mia vita che
-vi ho dato, domani, lontana da voi, sarò la stessa di prima, nè più
-stimabile, nè meno.
-
-— Volete lasciarmi?
-
-— Deve essere il nostro comune desiderio; io basto a me stessa, e le
-vostre cinquecentomila lire non possono quasi bastare a voi solo.
-
-Sul volto del banchiere passò una nube di mestizia. Aprì le labbra,
-protese le mani, nascose in esse il volto e chinò il capo sulla mensa.
-
-La beffa contraeva le labbra di Serena.
-
-Lo sfatato comensale parve lottare alcuni istanti dentro di sè, infine
-sollevò la testa lento lento, senza staccare le mani dal volto, appuntò
-i gomiti sulla tavola e disse penosamente:
-
-— Io vi amo, io vi ho sempre amata, io per voi ho affrettato la mia
-rovina; non mi lasciate; non vi domando amore, nè stima, rimanete
-mia; voi non sapete quanto mi costi ora il parlarvi così, e quanto mi
-costasse il mascherare la mia febbre sotto il capriccio d'un milionario
-per non farmi beffare; non mi guardate in viso, ma lasciatemi dire che
-vi amo.
-
-Il banchiere continuò a tener celato il volto. Serena lo guardava con
-disdegno e non rispondeva.
-
-— Mi amate, disse poco dopo, senza alcuna commozione nella voce, e che
-ne importa a me?
-
-— Tutto quanto mi rimane è vostro, insistè l'innamorato, rialzando il
-capo e fissando gli occhi desiderosi nel volto della bella.
-
-— Io ho la mia vergogna, e mi basta, rispose costei, non voglio farmi
-complice della vostra.
-
-La fronte del banchiere si curvò vie più e picchiò sulla mensa; Serena
-si levò e si ritrasse nella sua camera.
-
-Un'ora dopo il signor Redi la raggiunse, e le venne innanzi con un
-contegno insolitamente rude.
-
-— È inutile che affrettiate la vostra partenza, disse; poichè dobbiamo
-separarci, sarò io a lasciarvi libera!
-
-— Non prima che vi abbia restituito quanto ebbi da voi... rispose
-freddamente Serena.
-
-— Ciò che diedi, rispose ruvidamente il banchiere, è cosa vostra;
-a quel tempo non era fallito; lasciate gli scrupoli voi lo avete
-guadagnato quel denaro.
-
-— È vero, disse Serena, e volse il capo a guardare alteramente da
-un'altra parte.
-
-Il banchiere stette un istante sulla soglia, poi si allontanò in
-silenzio.
-
-La bella, rimasta sola, non si mosse, non battè palpebra, fin che il
-superbo sguardo non fu oscurato da una lagrima di vergogna.
-
-Poi giunse il tramonto melanconico, e la notte, la tetra notte.
-
-
-
-
-XXX.
-
-SOLA!
-
-
-Marta, la cameriera della signora, viene in punta di piedi fin sulla
-soglia, getta uno sguardo nella tenebra della camera, si ritrae e
-ritorna subito dopo con due candelabri accesi.
-
-Ecco la luce gioconda, i riflessi rossigni, le mobili ombre. — Serena
-non dice nulla; intorno al suo cuore è sempre la notte, la tetra notte.
-Fa un cenno, rimane sola.
-
-Sola no; un mondo di fantasmi le sta intorno; appariscono in silenzio
-dagli angoli oscuri della camera, si svolgono dalle ampie pieghe delle
-cortine da letto, od escono dal vano delle finestre, si fanno innanzi
-ad uno ad uno, le passano rasente, ne sfiorano le vesti e si curvano
-per mettere il loro volto dimenticato sotto gli occhi della bella;
-beffano, o lagrimano; si rialzano, girano intorno intorno senza far
-rumore e rientrano nel loro nascondiglio.
-
-Serena non si muove, non respira quasi, pensa.
-
-Una mano ignota le sfoglia innanzi agli occhi il libro della vita; qui
-era un trastullo infantile, la carezza mormorata da un labbro di donna,
-qui, dopo i sogni fatti dalla fronte serena di una madre, i primi
-sogni della vergine, e le prime armi civettuole della fanciulla, e più
-oltre il primo battito del cuore alla prima parola uscita da un labbro
-lusinghiero, e poi l'amore... l'amore colle sue care febbri, coi suoi
-spasimi dolci, fiducia intensa d'un'anima che si congiunge ad un'altra
-anima, d'un pensiero che corre dietro ad un altro pensiero — l'amore,
-che fantastica giocondo, che legge nell'avvenire, che assoggetta la
-sorte e placa la stessa sciagura, il sereno amore di sposa in cui
-sorride la futura madre...
-
-E poi una frenesia nuova, un turbamento insolito, un bugiardo bisogno,
-una bugiarda parola proferita nell'ansia tentatrice, ed una falsa
-riluttanza della fibra stanca, e il tradimento che invoca ed il
-tradimento che si arrende, e lo abbandono nelle braccia di un altro
-uomo quasi ignoto...
-
-E a poco a poco, nell'inconsapevole volto del tradito una accusa
-perenne, nella sua nota voce un'eco paurosa, nelle sue carezze uno
-strazio; ed a poco a poco, col rimorso che illumina, la doppia
-vista che legge in petto all'ospite nuovo del cuore e vi scopre
-l'indifferenza, la sazietà, il disgusto, quando non è più tempo,
-quando, in un ultimo impeto virtuoso, si ha volto le spalle alla casa
-profanata per non aggiungere alla bassezza della colpa la bassezza
-della ipocrisia.
-
-Ed allora, allora solo, il grido soffocato della vergogna che si copre
-il volto... Che fare? Oh! se la coscienza le balbettasse una scusa,
-se le potesse dire che tutta sua non fu la colpa, che potente era la
-seduzione e fragili troppo le forze per combatterla, che un dispetto o
-una collera l'aveva indotta alla prima arrendevolezza, ed un momento di
-febbre o di oblio all'ultima. Ma la coscienza morde la fibra del cuore,
-e tace od impreca. Perchè non è scusa alcuna a tal colpa; nemmeno
-la complicità, sollievo a tante colpe. No, nemmeno la complicità del
-seduttore; costui ti è venuto innanzi senza maschera, e ti ha offerto
-il disonore, e tu lo hai accettato; quali che siano le parole belle che
-ti ha bisbigliato all'orecchio, egli non poteva nascondere che quanto
-ti offriva era il disonore, e tu lo sapevi, e tu l'hai accettato! Non
-è via di scampo; guardati intorno, sei sola; non hai più casa, non hai
-più famiglia; la tua casa è il mondo, la tua famiglia il pubblico, la
-prostituzione incomincia.
-
-Ed ecco l'amore un'altra volta, ma l'amore merciaiuolo, colla faretra
-sdruscita, piena di dardi usati che han perduta la punta; ecco l'amore
-dalle ali spennate; ecco la folla innamorata!
-
-In cambio del sereno e robusto affetto che ti sei tolta dal cuore,
-hai mille galanterie leggiadre per riempirne il vuoto; scegli tra
-il vecchio libertino che paga e il giovine che ti offre un amore
-_disinteressato_ perchè tu lo faccia pagare da un altro. Ti si
-preparano cento trionfi; la tua vanità non fu convitata mai a così
-lauto banchetto; hai gemme, vesti strascicanti ed immodeste che prima
-non avevi; la tua bellezza si riflette in mille occhi desiderosi;
-i tuoi amici sono tutti maestri di belle parole, di belle maniere,
-ammirano il tuo spirito, ti prestano il loro; tu li torturi con un
-capriccio, li metti in croce con un'emicrania, li manderesti in capo
-al mondo con una parola; sono così bonini, così dotti di garbuzzi e di
-manieruzze gentili... bisogna credere: «li manderesti in capo al mondo
-con una parola!» Non potresti così con due levarteli dai piedi, ma non
-monta; hanno imparato la ginnastica per cui si cammina senza inciampare
-nello strascico d'una veste, sono affatto innocui, non ti fanno
-dimenticare la casa che non hai, non ti possono più nulla togliere di
-cui non ti rimanga abbastanza: e poi la solitudine è così paurosa ed il
-pensiero così indocile alla nuova vita!
-
-E ti amano! Da quanti l'hai sentita, impassibile, quella parola che un
-giorno ti ha fatto battere il cuore?
-
-Ecco, perfino l'amabile luogotenente ritorna, è geloso del mondo, gli è
-venuta una fantasia amorosa tardiva; aveva creduto spento l'incendio,
-ma gli era rimasta una scintilla; non ti scalderai tu con essa il
-gelido petto? E anche il banchiere Redi ha un cuore, tutti intorno a te
-hanno cuore, e te l'offrono con manierine leggiadre. Scegli dunque il
-tuo amore!
-
-E se mai da questa folla uscisse una parola schietta, un gagliardo
-affetto, lo respingi, perchè non è cosa tua; se ti sentissi riardere in
-una fibra sola, ti trattieni in tempo, è un ardore non tuo, fuor della
-folla prodiga non è che l'avarizia; ora tu ti doni al mondo e il mondo
-ti ridona a te stessa, se ti conservi ad un amore geloso non sarai più
-tua. E poi non l'hai tu detto a te stessa? Nella vergogna più scendi
-basso e meno contamini il cuore; se ti risolvi ad un affetto sincero ed
-unico sarai più sciagurata di prima; quell'uomo che tu hai abbandonato
-ha diritto alla tua vergogna, tu espii per esso, tu lo vendichi;
-sentirti in petto il cuore e non strappartelo sarebbe un'altra
-ingiuria, un tradimento nuovo; nulla più ti è concesso della donna;
-oltre la soglia della tua casa era il pubblico, e tu l'hai varcata!
-Da tutta questa folla indifferente che passa per le vie affaccendata,
-togli le donne ed i fanciulli e gli onesti che hanno una casa, il resto
-è tuo, qui ed a Milano e dovunque, e infin che il sole rischiari la tua
-bellezza.
-
-Ancora una volta, ecco i fantasmi che escono dal vano delle finestre,
-e si staccano dagli angoli in cui tremolano le ombre gettate dai
-candelabri, ecco il trastullo infantile, la carezzevole parola
-mormorata in un bacio di donna, la fronte pensosa d'un padre, ed i
-sogni sereni d'una madre, e le confidenze ingenue della vergine, e
-l'amore primo ed ultimo...
-
-Ohimè, tutto ciò è morto per sempre, ogni fantasma che hai visto è una
-tua menzogna; il tempo non rifà la via percorsa, e se giunta è sotterra
-alcuna notizia di te, colei che fu tua madre si è scavata una fossa più
-profonda.
-
-Guardati intorno: gli spettri non iscoperchiano le tombe; sei sola. Un
-unico fantasma ghigna tristamente in un canto, ma è il fantasma d'un
-vivo... Lo fissa in volto, lo riconosci...
-
-Serena uscì con un grido dalla sua melanconica inerzia. L'avveduta
-cameriera l'intese ed accorse.
-
-— Che fa il signore?
-
-— È uscito testè dall'albergo mandandosi innanzi le sue valige; non mi
-ha detto parola, gli ho chiesto i suoi ordini, e mi ha posto in mano
-due napoleoni d'oro.
-
-Siccome la padrona non gli dava più ascolto, tacque.
-
-— Domani partiremo all'alba; ora vattene a dormire, deve essere tardi.
-
-— Non vuole che l'aiuti a svestirsi?
-
-— Farò da me.
-
-L'alba trovò la leggiadra Serena addormentata sopra un divano, e i
-candelabri ancora accesi. In quella stanza e nel cuore di quella donna
-era ancora la notte, la tetra notte...
-
-
-E il banchiere Redi?
-
-Fallitogli il tentativo di legare alle ruote della sua fortuna la bella
-Serena, se ne andava solo da Rouen ad Havre.
-
-Il _Velox_ nave a tre alberi, mercantile, doveva far rotta il domani
-diretto a Nuova-York, ed al banchiere occorreva un nuovo mondo.
-
-Ah! egli sarebbe rimasto molto volontieri nel vecchio, solo che avesse
-avuto nel suo portafogli la metà della somma di cui si era vantato
-possessore in faccia a Serena; ma dire che gli rimanevano centomila
-lire era forse più ancora del vero, e qual'è l'intelletto audace che
-con simile bazzecola possa uscire incolume da un fallimento di tre
-milioni?
-
-Messo da parte ogni vantamento, il banchiere doveva convenirne — era
-stato meno furbo di sè stesso. E forse con quel viaggio somigliante
-molto ad una fuga, contava di far tacere una voce brontolona che gli
-ripeteva ogni tanto il fastidioso ritornello:
-
-— Hai tu _fallito bene_?
-
-
-
-
-XXXI.
-
-LO SCOPPIO DELLA BOMBA.
-
-
-La notizia del fallimento della banca Redi aveva fatto molto rumore.
-Novelle siffatte hanno le gambe lunghe; epperò alle due il cassiere
-annunziava la sospensione dei pagamenti, alle quattro mezza Milano avea
-ripetuto le parole del cassiere alle orecchie dell'altra metà. Quanto
-alla somma del fallimento, salvo leggiere oscillazioni di rialzo o
-di ribasso, aveva seguito una progressione decrescente; lo sgomento
-balbettò la prima parola, una bagatella, come sarebbe a dire una
-ventina di milioni e più; ma la cifra, passando mano mano allo sconto
-degli accorti o degli indifferenti, scese rapidamente fin presso alla
-vera somma, ed alle quattro anche questo era notorio, che la banca Redi
-falliva per tre milioni circa.
-
-Le meraviglie, i dolori, le gioie segrete che seguono ogni disastro
-finanziario, non entrano in questa narrazione. Alla Borsa nessuna
-meraviglia, chè lo stupore è degli inetti, ed il genio speculativo non
-ci dà tempo; un fallimento può essere una buona od una cattiva notizia
-per A o per B, alla Borsa non è che un _affare_.
-
-Nella stessa giornata abili calcolatori, tenendo conto di tutto,
-erano giunti alla convinzione che le rovine di quel magnifico edifizio
-che era stato la banca Redi, avrebbero appena potuto dare il due per
-cento ai creditori. E ci fu un nobile cuore, il quale, a risparmiare a
-tanta gente noie e brighe interminabili, offrì di comprare i crediti
-ad uno e novanta; più tardi si disse sottovoce che il banchiere Redi
-faceva forse un fallimento di speculazione e riscattava egli stesso
-di soppiatto i suoi debiti. Tale sospetto, tassato in Borsa, produsse
-un fenomeno curioso e frequente, voglio dire che chi poc'anzi aveva
-venduto ad uno e novanta ricomperò a due e dieci.
-
-E così le cose tornarono allo stato di prima, salvo che i creduli ed i
-timorosi aveano messo qualche spicciolo del loro borsello nelle tasche
-degli avveduti e degli arditi. In fondo le ruote delle banche non si
-muovono altrimenti.
-
-I mille nodi che fan capo e si annodano sotto i suggelli delle porte
-d'un fallito, formano un'epopea che attende ancora il suo Omero.
-
-Il colosso Redi, cadendo, aveva schiacciato parecchie dozzine di
-piccoli galantuomini che stavano sotto. Quei tre milioni rovinati
-pomposamente assorbivano il mille ed il cento del padre di famiglia,
-che aveva creduto di porre i suoi risparmi al sicuro.
-
-Due giorni appena dopo la catastrofe, incominciarono le notizie
-aspettate e temute; erano società disciolte, imprese andate a
-picco prima d'uscire di porto, e fallimenti in processione. Nuove
-lagrime, nuovi sgomenti, e negozi nuovi; la Borsa accoglieva tutte le
-notizie, le metteva in circolazione, ed il giuoco non interrotto mai,
-ricominciava ogni tanto colle stesse vicende. Una sola novella riuscì
-a scuotere l'olimpica indifferenza della speculazione, e fu il sapere
-che le splendide argenterie sequestrate in casa Redi, ultima reliquia
-preziosa della miniera bancaria, erano, come i vantati milioni...
-_cristophle_.
-
-La speculazione, che barattava sulla soglia del tempio, per la prima
-volta dacchè era cominciato l'_affare_, si arrestò senza parole.
-
-Il genio del banchiere Redi poteva vantare l'ultimo trionfo.
-
-
-
-
-XXXII.
-
-RITORNO.
-
-
-Rouen è una cara cittadina; conta una prefettura, una zecca, un
-museo, molte accademie, parecchie antichità, ha una magnifica torre
-ed una biblioteca di molte migliaia di volumi, bei dintorni, belle
-donne..., ma per una viaggiatrice della fatta di Serena doveva essere
-assolutamente un paese noioso. Questo pensava l'avveduta Marta intanto
-che la signora farneticava in silenzio nella propria camera. E quando
-fu ora di dichiarare se si rimanesse o no nell'albergo per quel giorno,
-la premurosa fanciulla venne arditamente ad informarsi, dispostissima a
-dare il suo buon consiglio solo che se ne porgesse l'opportunità.
-
-— La signora intende rimanere a Rouen?
-
-Serena fe' cenno di no.
-
-La cameriera aspettò qualche schiarimento, poi s'arrischiò a dire:
-
-— Devo preparare le valige della signora?
-
-Serena fe' cenno di sì.
-
-E l'altra pigliando animo:
-
-— La signora vuol recarsi?...
-
-— Dovunque!...
-
-— Vuoi ritornare a Milano?
-
-— No, rispose Serena con prontezza, ed aggiunse poco stante: dovunque,
-fuorchè a Milano.
-
-— Se mi permette di darle un consiglio, Parigi non è lontana, vi si
-stava assai bene; e poi lei non è in grado di fare un lungo viaggio.
-
-— Sta bene... Parigi, disse Serena, ed abbandonò il capo fra le
-palme. Marta uscì in punta di piedi, dicendo in cuore che la signora
-incominciava a divenirle insopportabile, e che, se durava a questo
-modo, la poteva far conto di _provvedersi_.
-
-Verso il mezzodì Serena volse le spalle alla via percorsa nella notte
-dal banchiere Redi e ritornò a Parigi.
-
-Durante il viaggio parve alla cameriera di scorgerle in volto i segni
-d'un pensiero importuno; poco prima di giungere alla gran città, Serena
-infatti ruppe il silenzio così:
-
-— Antonio è rimasto a Milano?
-
-La cameriera mandò un sospirone non all'indirizzo dell'atletico
-servitore, ma a Parigi da cui le pareva d'allontanarsi prima ancora
-d'esservi giunta.
-
-— Sì, signora.
-
-Questa volta era la padrona che desiderava gli schiarimenti e la
-cameriera che stentava a metter fuori le parole.
-
-— La mia casa è rimasta tal quale, come avevo dato ordine?
-
-— Sì, signora.
-
-Un altro sospiro.
-
-— Non furono toccati i mobili, nè i tappeti? Erano queste le mie
-istruzioni?...
-
-— Erano queste.
-
-Ahi! ogni domanda respingeva la fatata città un buon centinaio di
-chilometri.
-
-— Piglierai i biglietti per Milano, disse Serena.
-
-Erano allora alle porte di Parigi, ma la povera cameriera guardando
-innanzi a sè non seppe vedere se non la guglia del Duomo.
-
-Il domani, Serena rientrava nella sua deliziosa dimora, dove
-l'aspettavano i variopinti caladii a cui il bravo Antonio non aveva
-lasciato mancare nè una goccia d'acqua, nè un raggio di luce, nè un
-grado di calore.
-
-Era tornata in Milano con una singolare riluttanza, quasi di soppiatto,
-in una carrozza chiusa di cui aveva calato le cortine, e s'era guardata
-intorno nello smontare, non certo per paura che alcuno la vedesse, ma
-come obbedendo ad un istinto.
-
-La furba cameriera, per mettere in pace la propria curiosità, diceva a
-sè stessa che la padroncina era vergognosa d'essere andata all'estero
-con un fallito. La riputazione di una cortigiana ha le sue verginità
-che giova rispettare, e il parer vittima del fallimento del banchiere
-Redi ne avrebbe offuscato la bella aureola. Ma il ragionamento
-zoppicava; rendeva conto della timorosa inquietudine di Serena, non
-della sua determinazione di venire a Milano.
-
-E perchè a Milano appunto, dopo aver detto che sarebbe andata dovunque,
-a Milano eccettuato?
-
-La cameriera ricordava benissimo d'aver udito quel proposito sulle
-labbra della sua padrona un'altra volta, contraddetto poi dal fatto
-nella stessa maniera. E fu precisamente quando il luogotenente
-Ferdinando, lasciata in una villetta sulla riviera ligure l'amabile
-compagna, non s'era più visto. Anche allora l'abbandonata voleva andare
-in capo al mondo, tranne che a Milano, dove era poi andata per davvero.
-In tutto ciò doveva essere un segreto che la padroncina aveva avuto il
-torto di non confidare, come nei melodrammi e nelle commedie, alla sua
-Vespina. Quanto ad indovinarlo, la giovinetta, piena di buona volontà,
-vi si era pur provata, ma non era venuta a capo di nulla. Ah! se si
-avesse avuto bisogno dei suoi servigi un paio di anni o un paio di mesi
-prima, tanto che non le mancassero le fondamenta per un solido edifizio
-di congetture, voglio dire le nozioni indispensabili ad ogni cameriera,
-allora il segreto di Serena non sarebbe più un segreto, e da un pezzo
-Marta ne avrebbe detto qualche cosa a chi legge. Ma così costretta
-a congetturare sovra congetture, ad appoggiare ipotesi sovra altre
-ipotesi, la poveretta non ci ha colpa davvero se non ne sa nulla.
-
-Una cosa colpì Serena al primo entrare nella sua abitazione e fu
-l'apprendere che il giorno innanzi era stato a chiedere di lei...
-chi?... Maurizio. Maurizio il quale doveva saperla partita! Ed a qual
-fine? E che aveva detto? E che aspetto mostrava? Il colossale Antonio
-non sapeva rispondere a siffatte domande e ad altre tali che la signora
-aveva sulle labbra. Il signor Maurizio era venuto alla vigilia, intorno
-alle due, vestiva di nero e portava neri i guanti, aveva chiesto della
-signora colla massima naturalezza; inteso come fosse assente da Milano,
-aveva lasciato il suo biglietto di visita e promesso di ritornare
-il giorno di poi...; «oggi...» aggiunse il servitore in maniera di
-commento.
-
-«Oggi!» balbettò la bella tra sè e sè, pigliando il biglietto di visita
-che le veniva presentato.
-
-Il servitore stette alcuni istanti in aspettazione, poi vedendo che
-più non gli si badava si allontanò in silenzio; Serena rimase ritta
-nel mezzo del salotto, immobile e mutola, finchè lo scatto improvviso
-d'una molla la fece sobbalzare. Si volse e guardò l'orologio a pendolo
-intanto che sonava le due.
-
-Prima che fosse battuta la seconda squilla, Serena d'un balzo fu
-nella stanza da letto, dove la cameriera le preparava le vesti per
-l'acconciatura.
-
-— Non sono in casa per nessuno, disse a Marta, la quale non ebbe tempo
-di riaversi dallo stupore di quell'ordine precipitoso e di quelle
-singolari maniere perchè si udì il tintinnio del campanello alla porta
-d'ingresso.
-
-La cameriera si mosse vivamente per uscire, ma la mano di Serena le
-afferrò il braccio e la trattenne.
-
-Un istante, un brevissimo istante, che parve lungo alla curiosità della
-giovinetta, la signora stette dubbiosa; poi con quella variabilità
-che aggiunge un fascino di più a tutte le Serene della terra per
-la disperazione di tutte le Marte dell'universo mondo, prese un
-atteggiamento rigido e disse con voce ferma:
-
-— Se è il signor Maurizio, passi.
-
-
-
-
-XXXIII.
-
-TERZO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.
-
-
-Era il signor Maurizio.
-
-Serena non si dissimulava le conseguenze di quel colloquio; venire
-innanzi al severo amatore, udirne per la terza volta la calda e
-schietta parola, e resistere colla simulazione non le era più possibile
-dopo quanto era avvenuto. Anche volendo, le sarebbero mancate le
-armi alla lotta; chè da gran tempo essa aveva cessato d'essere una
-_donna_ ed in quel mentre non era ancora rientrata nella sua corazza
-di cortigiana. Nè solo di lottare, ma non si sentiva nemmeno la forza
-di volere; tacevano le voci della coscienza; guardando agli scrupoli
-che l'avevano trattenuta dal venire prima, amante ella stessa, nelle
-braccia di così caldo amatore, le parevano singolari e ridevoli, faceto
-capriccio del cuore. Pensava, se pure era pensiero la fuggevole schiera
-dei fantasmi, pensava che, volendosi concedere un sentimento generoso,
-aveva scelto una stravaganza. E poi amava essa Maurizio? In quel
-momento no, od almeno dell'amore non aveva la consapevolezza; altro non
-era se non una donna, la quale, pur d'uscire da sè stessa, sceglieva di
-buttarsi nelle braccia del primo venuto.
-
-Davvero Maurizio indovinava il buon momento.
-
-All'atto di porre il piede nel salotto, la bella chiuse un istante gli
-occhi, come per radunare le proprie forze, poi mosse diritta incontro
-al nuovo padrone.
-
-Costui se ne stava immobile nel mezzo della sala, gli occhi fissi
-in Serena, con una singolare espressione di meraviglia; non profferì
-parola.
-
-La bella gli fe' cenno di sedersi e sedette ella stessa; le batteva il
-cuore affrettato, ma aveva il pensiero lucido e ritrovò un po' di forza
-per non dar tempo all'imbarazzo di porsi di mezzo nel loro colloquio.
-
-— Signor Maurizio, diss'ella con accento fermo, io non immaginava di
-rivedervi così presto; voi però vi tenevate sicuro che sarei ritornata?
-
-Maurizio la guardava fisso; e quand'ella tacque, rispose solo con un
-cenno del capo. Serena proseguì con un singolare accento, tra il serio
-e lo scherzoso:
-
-— A me non è lecito adontarmi di ciò che vi ha d'offensivo in tale
-certezza; non voglio parer diversa da quella che sono; se avete creduto
-impossibile che io seguissi la sorte d'un fallito, non mi avete fatto
-ingiuria, e forse avreste pensato che, non volendo parer complice
-di quel fallimento, il mio _onore_ doveva ricondurmi a Milano. Avete
-pensato questo?
-
-Maurizio, senza staccare gli occhi dal volto leggiadro, rispose:
-
-— Non so che cosa ho pensato, non lo so proprio. Sono venuto ieri,
-e sarei venuto domani se oggi non vi avessi incontrata. Ero io certo
-che sareste tornata? Mi pare di sì. Mi avevate detto tante volte che
-facevate un negozio. Il banchiere era fallito, ed io sono venuto.
-
-La singolare maniera con cui Maurizio parlava, a periodi rapidi e
-concisi, facendo una pausa in fine di ciascuno, come per scegliere
-le parole, fermò l'attenzione di Serena, la quale si aspettava altri
-modi ed altro linguaggio. Non le stava innanzi un innamorato ardente
-ed impetuoso, nè un beffardo giudice, nè un volgare vezzeggiatore di
-cortigiane; le maniere di lui non erano nè timide, nè impertinenti,
-nè fredde, nè appassionate; la sola insistenza dello sguardo poteva
-sembrare indizio di un occulto sentimento. Quello sguardo era fisso e
-pareva scrutatore. Serena lo sentiva ardere sul volto e suo malgrado
-arrossiva.
-
-— E perchè siete venuto? chiese la bella per uscire dall'imbarazzo.
-
-E l'altro rispose collo stesso accento:
-
-— Sono venuto a prendere il posto vacante, perchè ora io sono ricco, e
-posso concedermi il lusso del vostro amore.
-
-Serena non battè palpebra; Maurizio soggiunse:
-
-— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io;
-ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io
-sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete
-di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.
-
-Sempre quello sguardo insistente, quel volto impassibile, quel
-linguaggio rotto, e quei brevi intervalli di silenzio misurati
-dall'affanno di Serena.
-
-Alla sciagurata donna venne meno la forza di resistere; le passarono
-in mente mille fantasie, mille sospetti, mille paure in un baleno;
-non le parole di lui l'offendevano, ma quelle sembianze impallidite,
-quell'accento monotono e freddo come un destino crudele. Si rizzò in
-piedi ed andò a sedersi altrove; Maurizio non mutò positura, non battè
-ciglio e continuò a tener l'occhio fisso sulla seggiola rimasta vuota.
-E dopo un istante di silenzio, durante il quale Serena, colta da un
-nuovo e terribile sospetto, guardava Maurizio paurosamente, la voce
-fredda, sommessa, uguale del visitatore ripetè come prima:
-
-— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io;
-ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io
-sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete
-di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.
-
-E da capo quel silenzio, quello sguardo fisso, quell'immobilità
-dell'atto. Serena, dopo breve interna lotta, fu d'un balzo presso a
-Maurizio, e pigliandogli le mani e mettendo la leggiadra fronte presso
-al volto di lui, mormorò con voce spenta e carezzevole:
-
-— Maurizio, Maurizio mio!
-
-E siccome non le veniva risposto, crollò il bel capo disperatamente, e
-le anella dei suoi neri capelli sferzarono il volto severo.
-
-A quel contatto Maurizio si scosse e passò lievemente una mano fra i
-morbidi ricci, ma senza distrarre l'occhio dalla seggiola vuota, senza
-mutar positura.
-
-E dopo un altro momento di silenzio, ripetè non variando un accento,
-colla stessa monotona lentezza:
-
-«Potete fare un buon negozio, i milioni del banchiere Redi li ho io...»
-
-Serena non lo lasciò finire, diede un piccolo grido, balzò in piedi
-col volto scolorato dal terrore, si guardò intorno stupidamente ed uscì
-dalla camera.
-
-Maurizio rimasto solo, continuò:
-
-«Ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito, io
-sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete
-di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.»
-
-Poi tacque, continuando a guardare fissamente nel vuoto.
-
-Antonio, il servitore alto sei piedi, era entrato cautamente nella
-camera e se ne stava in disparte, mentre la povera Marta, vittima dei
-doveri del suo ufficio, si teneva presso alla padroncina, la quale non
-voleva rimaner sola.
-
-Maurizio stette lungamente immobile e mutolo; alla fine volse in
-giro uno sguardo sbigottito, si levò ed uscì a passi lenti senza mai
-profferire parola. Antonio lo seguì sino al pianerottolo, poi venne
-a dire alla signora che colui se n'era andato.... E la disgraziata
-Marta, rimasta finalmente libera, corse alla finestra per veder passare
-_colui_...
-
-
-
-
-XXXIV.
-
-IL DOTTOR PARENTI AL SIGNOR MAURIZIO.
-
-
- «N. 24. Oggetto
- (Particolare)
-
- Milano.
-
- Si rende noto alla S. V. che Camilla *** figlia di Maurizio ***
- e di Camilla *** dimorante ad A... in casa del signor Ciro Neri,
- maestro di scuola, dovendo farsi moglie a Mario P., figlio adottivo
- del signor Fulgenzio P., ha bisogno del consenso de' suoi genitori
- legittimi, i quali lo devono dare a voce o per iscritto con atto di
- notaio.
-
- «Il sottoscritto si permette di aggiungere che Camilla *** vuole
- tanto bene a Mario, che Mario vuole tanto bene a Camilla, che
- entrambi si sono giurati di essere l'un dell'altro, e che sarebbe
- una crudeltà inutile il volerli tener divisi due anni ancora, fino
- all'età maggiore della fanciulla. Il sottoscritto a buon conto pone
- la propria persona ed il proprio domicilio a disposizione del padre
- di Camilla; e se sarà necessario, verrà a ricevere una risposta.
-
- «_Dottor_ PARENTI
-
- «Medico della Casa di Salute, in via *** N. ***.»
-
-
-
-
-XXXV.
-
-PAOLUCCIO LASCIA L'OSPIZIO.
-
-
-Prima di scegliere la forma epistolare, l'ottimo dottore aveva
-lungamente almanaccato se per avventura non gli convenisse trattare
-il negozio a quattr'occhi nell'intimità d'un colloquio, coll'eloquenza
-della parola e del gesto. E si sentiva in petto un paio di polmoni da
-oratore ed al bisogno una faccia tosta corrispondente. Certo sarebbe
-stato più spiccio e più sicuro, secondo egli diceva, ma diffidò della
-forma d'una domanda a bruciapelo, la quale non dà tempo a pensare, ed
-ebbe timore che la soggezione, od il dispetto, o qualunque altra delle
-tante meschinità del cuore pigliasse la mano al sentimento di padre a
-cui voleva fare appello. In fondo, a dar tempo al rimorso, era meglio
-scrivere.
-
-Quanto alla forma della lettera, da prima non ne vide che una:
-commovente _esordio_, concisa esposizione del fatto, lunghissima
-_mozione degli affetti_. Poi ne vide cento, e facendo l'inventario
-della propria rettorica, trovò ch'era meglio sopprimere l'esordio, e
-poi la perorazione, e si domandò se non fosse più conveniente scrivere
-pacato e grave, esponendo le condizioni legali della fanciulla;
-finalmente si attenne alla forma d'ufficio, scevra insieme da ogni
-affettazione e da ogni indiscretezza. Quando ebbe finito la sua lettera
-credette d'aver fatto un capolavoro.
-
-Rispetto al modo per cui era venuto a scoprire che Maurizio era il
-padre di Donnina, la cosa fu facile quanto era sembrata e quanto poteva
-essere difficile; appena ebbe intraprese le indagini, seppe che delle
-quattro Camille rimastegli, una era morta, un'altra era andata a nozze
-l'anno prima e la terza aspettava marito nel tetto paterno. La quarta
-era figlia di Maurizio — era Donnina.
-
-Se il dottore non isbagliava la prognosi, si preparavano tali cose, per
-cui era necessaria la presenza di Mario in Milano, e volendo lasciare
-in tutte le faccende del cuore la parte all'improvviso e non guastare
-gli effetti con importune riflessioni anticipate, senza fiatarne parola
-a Fulgenzio, scrisse nello stesso giorno a Mario, raccomandandogli di
-venire subito, perchè Paoluccio era forse in fin di vita.
-
-La cosa era vera, ma in altra occasione il dottore non si sarebbe fatto
-alcuno scrupolo di lasciar spegnere quel misero avanzo di vita, senza
-darne il triste spettacolo al giovane studente.
-
-Ed oh! il triste spettacolo!
-
-Quando Mario arrivò, corse difilato alla casa paterna, ma trovò il
-signor Fulgenzio assente; poco dopo gli venne innanzi il dottore,
-il quale contro il consueto non ebbe per salutarlo nè lo splendido
-sorriso, nè le replicate strette di mano; si mostrava invece frettoloso
-ed affannato.
-
-Mario, commosso da quanto gli pareva d'indovinare in quegli atti,
-appena osò domandare:
-
-— È morto?
-
-— Non ancora.
-
-Non ancora!...
-
-Il dottore si avviò frettoloso, e Mario dietro.
-
-Attraversarono il cortile, salirono le scale, e percorsero un lungo
-corridoio, in capo al quale era la camera del disgraziato Paoluccio;
-solo quando furono all'uscio, il dottore si arrestò, tese l'orecchio un
-istante, e ripetè, volgendosi al giovine:
-
-«Non ancora!»
-
-Mario fece per andare oltre, ma il dottore lo trattenne e stringendogli
-per la prima volta la mano, così gli parlò pacato:
-
-— Ha chiesto di te, voleva vederti, diceva d'aver gran cose a dirti.
-
-Il pensiero del giovane lesse nel desideroso pensiero del dottore.
-
-— E credete che prima di morire riacquisterà il senno? chiese Mario.
-
-— Questo avviene raramente; è il rimedio ultimo, e non è in mano degli
-alienisti...; lo spero per te.
-
-Il giovane tentennò il capo melanconicamente, ma senza amarezza, e
-disse, additando l'uscio socchiuso:
-
-— Se _egli_ sa qualche cosa del mio albero genealogico, meglio è che
-porti il mio segreto nella tomba.
-
-Il dottore spinse lievemente la porta socchiusa e passò oltre; Mario lo
-seguì.
-
-Ed oh! il triste spettacolo!
-
-Sopra un piccolo letto, inondato di luce, giaceva il moribondo, col
-volto, le mani ed il petto incadaveriti, cogli occhi spalancati e fissi
-nell'ampia finestra da cui si vedeva il cielo azzurro, colle labbra
-agitate come per mormorare una risposta a qualche domanda segreta.
-
-Gli occhi del giovine si arrestarono subito sul noto volto, in cui
-per tanti anni egli aveva letta l'impronta del dolore, e non videro il
-signor Fulgenzio, il quale se ne stava in un canto.
-
-Ad un cenno del dottore, Mario si fe' presso al capezzale, e si pose
-fra il letticciolo e la finestra per modo di arrestare lo sguardo del
-moribondo.
-
-Paoluccio tenne un istante gli occhi fissi sul giovane, poi li
-socchiuse e disse qualche parola al suo invisibile interlocutore.
-
-Mario si chinò sul capezzale, toccò la fronte del vecchio e cercò i
-polsi che misuravano gli ultimi istanti di quella miserabile vita.
-
-Un sorriso rianimò fugacemente il volto del moribondo, il quale guardò
-fisso il giovane e mostrò di riconoscerlo.
-
-— Ti aspettavo, disse finalmente ad alta voce con un accento fermo, che
-commosse i tre astanti.
-
-Ma lo sforzo fatto per parlare forte gli cagionò l'affanno; non potè
-soggiungere altro.
-
-— Sai? ripigliò a dire poco dopo con voce più sommessa ed
-interrompendosi ogni tanto; ho una buona notizia da darti... Non è vero
-che siano là sotto, ti ricordi?... là sotto... non è vero. Fu un brutto
-scherzo... invece sono là, non ne manca uno, mi aspettano.
-
-Tacque, e per brev'ora si udì solo il rantolo dell'agonia.
-
-Il dottore si accostò al letticciuolo, guardò il moribondo e poi Mario
-con un triste sguardo.
-
-Cessò il rantolo... un breve silenzio, poi un lungo sospiro. L'ultimo?
-No, tutto non è ancora finito. Improvvisamente il vecchio levò il
-braccio e sembrò fare un ultimo sforzo per cercare la mano di Mario,
-e quando l'ebbe nella sua la strinse forte, fe' un cenno del capo, e
-ripigliò a dire:
-
-— Sai?... fu un brutto scherzo...
-
-Ma non si udì altro, nè una voce, nè un soffio; il disgraziato aveva
-finito il delirio e la vita.
-
-Aveva gli occhi aperti, e la mano fredda stringeva ancora la mano del
-giovane.
-
-Il quale si svincolò della gelida stretta, chiuse gli occhi del morto
-e si ritrasse dal capezzale, senza una lagrima, col cuore impietrito
-dall'affanno.
-
-Allora gli venne fatto per la prima volta di scorgere il signor
-Fulgenzio, ma non l'ebbe per anco visto, che già il pover'uomo lo
-teneva stretto nelle braccia e lo baciava in volto, carezzevole, come
-non aveva mai fatto, come non aveva mai saputo fare, e lo chiamava col
-nome di «figlio.»
-
-— Padre, padre mio!
-
-Mario non seppe dir altro, ma la tenerezza aprì le vie che il
-dolore aveva chiuso; le lagrime bagnarono i due volti riavvicinati
-dall'affetto.
-
-Paoluccio, i cui occhi non avevano voluto rimaner chiusi, pareva
-guardare dal letto di morte e sorridere, intento che il dottor Parenti,
-col cuore grosso, cercava di spingere i suoi due amici fuori della
-melanconica cameretta.
-
-Il dottore non veniva mai meno alla sua accortezza naturale, e sapeva,
-checchè gliene costasse, mettere in disparte la propria persona quando
-era necessario. Comprese che tra padre e figlio, per la prima volta
-egli avrebbe fatto la parte dell'importuno, e trovò un pretesto per
-lasciarli soli, come due innamorati che si fossero fatti il broncio un
-pezzo ed avessero allora riannodato il filo.
-
-Il paragone non parrà capriccioso a chi abbia esperienza della vita;
-il cuore non batte in due maniere la corda dell'affetto, nè altro è
-l'amore se non affetto misto di desiderio.
-
-Non bastano le lagrime a quei due petti allacciati per la prima volta
-nei nodi d'un gagliardo sentimento; non bastano la parola mormorata
-ed il fremer delle fibre nella tenerezza del ravvedimento; hanno tutto
-detto e non basta, bisogna tornar da capo, rifare colla parola la via
-fatta col pensiero, rivedersi riluttanti, diffidenti l'un dell'altro,
-rievocare quei tristi giorni in cui erano insieme ed eran soli, in cui
-il loro affetto era uno strazio dissimulato, una simulata freddezza,
-mentre ora è una gioia così pura!
-
-E dire: «Ti ricordi? Ti ricordi? In quel giorno io ti parlai aspro, e
-ti amavo. Ti ricordi? Una volta ti vidi mesto e non ti venni incontro,
-e non ti chiesi che avessi, e non ebbi una parola per rasserenarti, e
-sognavo ad occhi aperti la felicità di poter fare tutto ciò, perchè ti
-amavo! Ti ricordi?...»
-
-Non fu mai confidenza così intera d'amico ad amico, nè tenerezza
-di innamorati così schietta, nè entusiasmo più bello di quel che
-s'incornicia nei grigi capelli del vecchio, nè così salda sicurezza di
-sè come nel baldo aspetto giovanile di Mario.
-
-Sono come due viaggiatori che già si abbiano vôlte le spalle, e dopo
-aver camminato sempre dritto, scostandosi sempre più, si incontrino ora
-faccia a faccia per rimpiangere la via non fatta insieme.
-
-Si riconoscono e si leggono in petto.
-
-E cianciano amorosamente senza riserve, senza diffidenze; tatto ciò
-che viene loro in mente è buono, perchè apre meglio la via del cuore,
-ogni sentimento che si mostra è una meraviglia nuova; così essi avevano
-sognato il loro affetto; e così era e così lo ritrovano!
-
-Una folla disordinata d'idee, di memorie, di speranze, di propositi,
-trabocca dalle loro parole, dai loro atti, dai loro sguardi
-intenti. Chiedete il nome della fata che gli ha guidati in quel caro
-labirinto... Donnina!
-
-La faterella ha fatto davvero il miracolo, le è bastato mostrarsi per
-farsi amare; udite la confessione del signor Fulgenzio: anch'esso è
-innamorato della sua futura nuora!
-
-Oh! come batte forte il cuore di Mario!
-
-
-Intanto la notizia della morte di Paoluccio si è sparsa per lo
-stabilimento. Costui che parla sottovoce col reverendo, è stato uno dei
-primi a saperla, in grazia del sistema di spionaggio in cui persiste
-da dieci anni per la difesa propria e de' suoi compagni; egli vuol
-persuadere il reverendo, il quale lo ascolta a bocca aperta, che se
-Paoluccio è morto, segno è che non poteva più durare in quella vita,
-e che bisognerà in avvenire raddoppiare la vigilanza. Altrove si
-vuol sapere di qual malattia è morto, e nessuno lo sa dire: gli uni
-escono nel cortile e levano il capo verso la finestra della stanza
-mortuaria, altri si accoccolano nel canto più oscuro, e babbo Jacopo
-passeggia su e giù senza badare a nissuno, ma col volto rincupito più
-del consueto e col passo malfermo. Il solo indifferente è il professore
-Rigoli, su cui pare che il dolore non possa assolutamente nulla. Se
-alcuna cosa lo tocca da vicino, è il vedere come un avvenimento tanto
-naturale, qual è, nell'ordine dei fatti, la morte d'un uomo decrepito,
-impressioni tanto quelle teste vacillanti. E siccome nessuno gli
-bada e gli cuoce il non veder la solita allegria, spinge le palle a
-carambolare sul biliardo, muove le pedine sullo scacchiere, mescola e
-taglia i tarocchi, legge forte i giornali e picchia sulla tastiera del
-pianoforte.
-
-
-E in quello stesso mentre, in una camera al primo piano i canarini
-ripetono una strofetta spensierata alle orecchie di un grosso micio,
-che socchiude ogni tanto gli occhi per non far villania ai concertisti,
-e una bionda creatura con un volto che pare un bocciolo di rosa, si
-stringe amorosamente al petto del dottor Parenti, il quale ha qualche
-cosa che non vuol dire.
-
-Ma tanto fa la fanciulla, che egli è costretto a dirla:
-
-«Paoluccio non è più pazzo!...»
-
-Due lagrime, che la piccola Olimpia aveva sul ciglio da un pezzo,
-sgorgano in silenzio e rigano il bel volto.
-
-
-Il giorno successivo si annunziò con uno splendido mattino. I rami
-degli alberelli nudi che crescevano nel cortile del manicomio, parevano
-levare in alto le loro gemme per scaldarle ai raggi di quel sole
-primaverile; le vetrate scintillavano, ed un magnifico cielo azzurro si
-incorniciava nelle quattro ale di muro. E nondimeno, quanta mestizia in
-quel luogo!
-
-Una cerimonia lugubre si era compiuta all'alba. Il povero Paoluccio era
-stato vestito coi suoi migliori panni, e gli si era presa la misura per
-la bara, che aveva dovuto essere molto lunga; il falegname, sapendo di
-aver da fare con un collega, s'era fatto scrupolo di servir a dovere
-il suo cliente ed aveva scelto assicelle di abete stagionate, e s'era
-vantato che il morto stesso non avrebbe fatto meglio; tutte queste
-cose, se non erano verissime, formavano l'argomento dei melanconici
-crocchi dei pazzi. Quella mattina passò tristamente; si aspettava la
-sera, e non si sapeva far altro.
-
-E la sera venne, e finalmente la triste curiosità fu paga: una lunga
-bara chiusa attraversò il cortile e fu deposta nella cappella; a quella
-vista taluno fuggì pauroso, altri rimase come istupidito a guardare,
-senza lagrime e senza parole, i più vennero dietro la bara.
-
-Si udì un lieve bisbiglio come ai preci; poi la bara ruppe un'altra
-volta la piccola folla e fu posta sopra un carro. Così Paoluccio lasciò
-l'ospizio.
-
-I suoi antichi amici si sbandarono allora e si raccolsero, in vari
-capannelli, ma non ritrovarono le liete ciancie; il solo professore
-protestava mani e piedi contro l'incomprensibile inerzia dei compagni.
-
-Mario aveva voluto accompagnare il povero vecchio fino al cimitero e
-lo vide calar nella fossa a ciglio asciutto, senza dolore, anzi con
-una specie di tenerezza profonda, con un sentimento quasi di gioia.
-Un istante pensò a rendersi conto di quanto avveniva dentro di sè, e
-parendogli colpa il non avere il cuore rotto dall'affanno, provò ad
-affliggersi. Ma la sua stessa pietà fu ribelle a quell'ipocrisia. E poi
-no, non era luogo a mestizie; guardando il fondo della fossa tranquilla
-ed il magnifico azzurro del cielo ampio come una promessa, e sentendo
-l'alito fresco del mattino, pensò che quel viaggiatore smarrito aveva
-cessato allora solo d'essere meritevole di lagrime.
-
-E poi, poteva egli impedire al cuore di battergli forte e giocondo?
-Non si era mai sentito tanta vita nè tanta felicità; ritrovava insieme
-l'affetto d'un padre, e nel padre un amico, e sè stesso e la fede dei
-primi anni smarrita nella ritrosia dell'amor proprio. E sopra tutto
-ciò l'amore per Donnina, l'amore di Donnina ed il carezzevole pensiero
-dell'avvenire, ampio tanto quando si hanno ventitre anni e si ama!
-
-Guardata dietro il prisma dei suoi affetti, anche la bara di Paoluccio
-gli sembrava sorridente, e quella sepoltura aveva quasi i colori di
-una festa. Ebbene, sì, una festa, ora che la terra ha cancellato le
-tracce del dolore, se le voci dell'anima non sono una menzogna, se quel
-cielo infinito non è un deserto, qualche cosa di colui che fu Paoluccio
-rimane ancora... e fa festa!
-
-
-
-
-XXXVI.
-
-POVERA OLIMPIA!
-
-
-Olimpia ha spiato dalle persiane socchiuse i passi di Mario, e non
-oggi solo, ma ieri, e ad ogni volta che egli è uscito di casa od ha
-attraversato il cortiletto. Ella sa tutto, la disgraziata fanciulla,
-sa tutto! Ed oh! se le rimanesse tempo e comodità di piangere, quante
-lagrime verserebbe sulla propria sorte! Ma sì! Non si ha mai finito di
-dar sesto alla casa, e poi ci è sempre quella Semplicetta che ha l'aria
-di aspettare la prima lacrima per versarne un torrente, oppure il
-babbo, il malizioso babbo, con quegli occhi fatti apposta per sgominare
-ogni proposito in petto alle figliuole melanconiose.
-
-Basta, è un gran dolore non essere padrona delle proprie lagrime, e
-non poterne versare nemmeno una quando vorrebbe versarle tutte per
-_fargli_ dispetto. Potesse almeno dirgli, poichè il cattivaccio ne ama
-un'altra e vuole sposarsela, che a lei non ne importa un bel niente,
-e che anch'essa ama un altro e se lo sposerà! Potesse _dirgli_ questo,
-via, sarebbe già una magnifica vendetta! Ma nemmeno, nemmeno! Non ci è
-_un cane_ che la guardi, la poverina! Se vuole sfogare il malumore non
-le rimane che Semplicetta; ma la matrona dei fornelli mette tanto buon
-volere a lasciarsi tormentare dai capricci della padroncina, che costei
-si pente prima ancora di stancarsi.
-
-Ditelo voi, non è vero che è una disgraziata creatura? Vi sono dei
-momenti in cui crede proprio che ne morrà, e si guarda nello specchio
-e si trova un'aria patita, e si prova a tossire per vedere se potrà
-buscarsi una bronchite! E immagina di vedersi morta, di veder _lui_
-lagrimoso dietro la bara, col petto straziato dai rimorsi. Anche questa
-sarebbe una magnifica vendetta!
-
-Oppure vivere eternamente zitella, per non lasciargli più pace e
-perchè egli fosse costretto a pensare a tutte le ore: «Quella poverina
-invecchia senz'amore, ed è colpa mia; sono io la causa della sua
-sventura, povera Olimpia!»
-
-Oh! sì, povera Olimpia! Ma il vedersi zitellona non finisce di
-piacerle; meglio morta di tisi, meglio sotterra come Paoluccio!
-
-Talvolta pensa anche alla sua rivale, a quella ladra che le ha rapito
-il cuore di Mario. Senza dubbio sarà bella, _più bella..._
-
-E specchia il volto da cherubino... oh! che colpa ne ha lei se è tanto
-brutta!... tanto brutta poi no, via, no davvero!
-
-Ah! le pare di sentirsi ribollire il sangue nelle vene al pensiero
-della sua rivale, si sente il cuore capace d'odio, non ne è sicura,
-ma incomincia ad odiar forte quella donna. Le vengono in mente tante
-terribili vendette consigliate dalla gelosia; ripensa mille torture;
-ah! se avesse la forza di far del male, se fosse buona d'essere
-cattiva!
-
-Ma bisogna reprimere tutte queste fantasie, giova farsi forza, e venire
-ad una determinazione seria, e fermarsi in quella. Un giorno o l'altro
-dovrà trovarsi in faccia alla sposa — _alla sposa!_ — dovrà parlarle
-come un'indifferente, sorriderle anche; ci vuol coraggio, bisogna
-preparare un contegno, e non lasciarsi cogliere alla sprovveduta per
-non farci una triste figura, poichè in fin dei conti è meglio che
-quella smorfiosetta non abbia a godere del trionfo. E immagina qual
-veste indosserà... oh! certo la veste color di rosa... peccato che
-non abbia lo strascico, anzi che le arrivi appena alla caviglia!...
-peccato! E le dirà... Che cosa le dirà? Ci pensa molto... è difficile!
-
-Ma a poco a poco si fa strada un altro pensiero; quella fanciulla,
-dicono, è poveretta, è orfana, è buona! Perchè armarsi contro di lei,
-invece di volerle bene? Ah! le pare che le vorrebbe tanto bene se non
-la odiasse!
-
-Odiarla! una tapina che non ebbe mai le carezze della mamma come lei, e
-che, di lei più disgraziata, non ha nemmeno il babbo... nè fratello...
-nè sorella... Oh! ma Mario basta a tutto. Proprio? A tutto? All'amore
-del babbo, per esempio, no: se scende in fondo al cuore, ella trova
-d'amar più il babbo che Mario, senza paragone!...
-
-Dopo lunga contesa, Olimpia ha formato il suo proposito. Ed il primo
-momento che si trova con Mario si fa forza e gli dice senza preamboli:
-
-— Signor Mario, come si chiama la sua fidanzata?
-
-Il giovane sorride e rispondo arrossendo un tantino:
-
-— Donnina!
-
-— Ebbene, soggiunge la fanciulla, dica a Donnina che io voglio esserle
-amica. Glielo dirà?
-
-— Glielo dirò.
-
-Ed Olimpia corre, senza ascoltar altro, nella propria camera col cuore
-che le batte forte, proprio come in petto ad un'eroina.
-
-
-
-
-XXXVII.
-
-UN GIORNO DI VACANZA IN CASA DEL MAESTRO DI SCUOLA.
-
-
-Come fuggì ratta quella domenica! Ognissanti era venuto in carrozza
-per far più presto, e fidandosi al desiderio aveva tanto anticipato
-il viaggio da giungere ad A... assai prima che non promettesse la sua
-lettera, e tuttavia non prima che Donnina si fosse affacciata dieci
-volte alla finestra ed avesse sentito martellare il cuore a dieci
-nugoli di polvere che aveva visto levarsi in fondo in fondo, sulla via
-maestra.
-
-Maestro Ciro se ne stava alle vedette da basso, sul limitare della
-scuola, nel piccolo vano della porta come in una cornice, e non
-usciva dalla sua immobilità se non per fregarsi le mani e sorridere
-benignamente ai passanti. L'oste della _Salute_ gli rimandava quel
-sorriso illeggiadrito dalla più prepotente smania di attaccar discorso
-che abbia travagliato il petto d'un oste, ma il maestro di scuola non
-ci badava nemmeno.
-
-Mamma Teresa andava e veniva dai fornelli alle spalle del marito, tanto
-più impaziente quanto più non voleva parere, e poneva nel mentre le
-fondamenta di uno splendido desinare, il calderino per lessare un pollo
-nato e domiciliato ad A..., cresciuto sotto gli occhi della scolaresca
-e morto la vigilia.
-
-Finalmente Ognissanti venne; anticipava di un'ora e ritardava d'un'ora.
-Maestro Ciro se lo strinse al petto per il primo, e non lo avrebbe
-lasciato se mamma Teresa non glielo avesse tolto di mano per ispingerlo
-contro Donnina.
-
-La cara fanciulla non ebbe parole; Ognissanti la baciò in fronte ed
-ella gli restituì quel bacio senza rossore. La gioia su quei volti
-ravvicinati aveva una serenità profonda, che contrastava colla febbrile
-ardenza di maestro Ciro. Costui intendeva l'allegria un po' alla
-maniera dei suoi scolari, e se il decoro magistrale e le gambe glielo
-avessero permesso, avrebbe fatto a saltare le panche di scuola anche
-sotto gli occhi della terribile mamma Teresa. Al contrario, Ognissanti
-aveva come una lieve nube di mestizia, e dagli occhi di Donnina spirava
-quella dolcezza pacata e tranquilla che pareva esserle compagna nelle
-maggiori commozioni.
-
-A spicciar le cose, mamma Teresa concesse al giovine un amplesso
-pieno di dignità, poi spinse in cucina i tre fanciulli, maestro Ciro
-compreso, e sbattacchiò l'uscio di scuola per impedirne l'ingresso
-a due sguardi curiosi, in cui si era concentrata tutta la vitalità
-dell'oste della _Salute_.
-
-Incominciò la festicciuola di ciance. Donnina ed Ognissanti avevan
-tante cose da dirsi, anche a non dirsi nulla che già non sapessero.
-E poi gran cose erano avvenute: la visita del signor Fulgenzio,
-il colloquio all'osteria, le indagini sul padre della giovinetta.
-Tutto ciò fornì al signor maestro occasione d'un lucido racconto che
-mamma Teresa ascoltò a bocca aperta all'ora del desinare, ben inteso
-protestando quello essere il momento di far bocconi e non chiacchiere.
-
-Anche Ognissanti aveva le sue novelle da dare, ed una melanconica,
-che non avrebbe fatto bella figura a tavola — la morte di Paoluccio.
-Questa, naturalmente, tenne per sè; e parlò del signor Fulgenzio, della
-vita universitaria, del tempo che ancora gli rimaneva per pigliar la
-laurea, e guardava Donnina, mentre maestro Ciro si fregava le mani
-ridendo del suo meglio per far capire alla moglie che la laurea e
-Donnina erano tutt'uno.
-
-La fanciulla ascoltava tenendo gli occhioni fissi nel volto
-d'Ognissanti; essa non aveva nessuna novella da dare, e l'avvenire le
-parlava sulle labbra del futuro sposo. Ma si sentiva felice quanto non
-era mai stata, perchè per la prima volta Ognissanti le appariva come lo
-aveva in cuore, senza quell'inquieta ansia dell'avvenire, senza quello
-sconforto di sè medesimo, non più in lotta tra i proprii sentimenti ed
-il proprio orgoglio. Poteva essere buono, poteva mostrarsi affettuoso,
-riconoscente, poteva svelare il tesoro della sua anima gentile; era
-come restituito a sè medesimo. Egli, di solito chiuso e taciturno,
-diveniva verboso, non per abbondanza di parole, ma per trabocchevole
-onda di sentimenti e di affetti; e non bastandogli la lingua, favellava
-cogli occhi, col sorriso. Pareva impaziente di apparire a Donnina
-come egli si sentiva di essere; ad ogni motto che svelava una riposta
-pagina del suo cuore, fissava l'occhio in Donnina per vedere come essa
-accogliesse la nuova rivelazione. E continuava a dire, ad interrompersi
-per dar luogo ad una improvvisa idea, ad un improvviso ricordo,
-rifacendosi indietro col pensiero nel cammino della vita, ripetendo il
-già detto, o tornandoci su per dargli valore con una considerazione
-fresca fresca, con un episodio nuovo. E quando finalmente gli parve
-d'aver mostrato di sè ogni aspetto, allora tacque, e ricompose il volto
-a quel dolce e melanconico entusiasmo d'innamorato che ha come paura
-della propria felicità.
-
-Quando il desinare fu al termine («un desinare luculliano» disse
-maestro Ciro, ammiccando degli occhi ai fidanzati perchè facessero lo
-stesso complimento alla cuoca), quando il desinare fu al termine, i
-commensali stettero ancora a tavola.
-
-Maestro Ciro non aveva mai finito d'interrogare, sebbene da un pezzetto
-Donnina ed Ognissanti si stringessero le man sotto la tovaglia e non
-parlassero altrimenti che cogli occhi; l'intervento della formidabile
-mamma era necessario.
-
-— Non vorrai finirla colle tue chiacchiere? Non vedi? essi hanno altro
-per il capo che badare a te; lasciali in pace e vattene a far due
-passi...
-
-Ed in così dire la vecchia si levò da tavola e si tirò dietro il
-marito, che non potè, tenersi dalle risa.
-
-I due giovani, rimasti soli, continuarono a guardarsi in volto senza
-dir nulla, prova evidente non già che non avessero nulla a dire, ma che
-quel muto linguaggio diceva abbastanza.
-
-— Fra tre mesi! disse finalmente Ognissanti, stringendo, più forte la
-mano della fanciulla.
-
-— Fra tre mesi, ripetè Donnina senza chinar gli occhi con falso pudore.
-
-— E saremo sempre felici? domandò il giovine quasi pauroso del
-contrario.
-
-— Sempre, rispose la fanciulla con accento fermo, come se ne fosse
-sicura.
-
-— Sempre, sempre, sempre! entrò a dire il signor maestro, che era
-sfuggito dalle mani della sua tiranna, ed aveva inteso ogni cosa, e si
-allontanò subito «per non dar soggezione.»
-
-Ognissanti si accostò vie più a Donnina, e, lisciandole con una mano i
-capelli, disse:
-
-— Saremo poveretti; io non voglio costar molto a mio padre; ha
-già troppo fatto per me, voglio vivere con quanto ora mi dà fino a
-che basti l'opera mia. Vorrei pure esser ricco per circondarti di
-agiatezze! Ma dì un po', mi ameresti egualmente s'io fossi ricco, e
-vorresti esser mia?
-
-— Ti amerei lo stesso, e vorrei esser tua egualmente; tua, non delle
-tue ricchezze. Non mi vorresti tu se io fossi ricca?
-
-Ognissanti non rispose, e portò alle labbra la mano della fanciulla.
-
-— Siamo entrambi poveretti, ripetè poco dopo; saremo poveretti.
-
-— Saremo ricchi, perchè avremo pochi bisogni; io so come si conduca
-una casa; chiederemo al cielo il necessario soltanto, e faremo che il
-necessario nostro sia il meno possibile; ci rimarrà sempre abbondanza
-d'amore, e sarà il nostro lusso. Alla città vi è tanta gente che vive
-di rendita, noi vivremo di risparmio.
-
-Come tenersi da faro un bacio su quella bocca tanto savia, e tanto
-leggiadra!
-
-Mamma Teresa, che giungeva allora, s'era, per buona sorte, voltata
-proprio in quella da un'altra parte, e maestro Ciro, il quale non
-aveva perduta una sillaba, si allontanava, contando con gli occhi le
-quattromila e seicento lire custodite _negli scrigni_ della Cassa di
-risparmio di Milano per conto di Donnina, della poveretta piena di
-giudizio... e di scudi!
-
-Fuggì ratta quella domenica!
-
-
-
-
-XXXVIII.
-
-IN CUI SI VEDE COME MARIO NON RITORNASSE A MILANO SOLO.
-
-
-Ed ora Mario se ne ritorna verso Milano a piedi non avendo alcuna
-fretta di arrivare, ed invece di pigliare la via maestra, infila, senza
-avvedersene, una scorciatoia, non già per far più presto, ma perchè da
-quella parte può, volgendosi, veder più lungamente la casicciola che
-biancheggia in mezzo al verde dei gelsi abbrunati dal crepuscolo.
-
-Cammina a passo lento, ma il suo cuore va di trotto serrato e la
-fantasia più che di galoppo.
-
-Passa per lo stretto sentieruolo costeggiato da prunai che gli
-afferrano le vesti per trattenerlo; quella muta campagna non ha
-una voce; ne avesse mille, non giungerebbero fino a lui, chè la sua
-fantasia lo precede o ritorna indietro, ed ora è a Milano, ora non ha
-lasciato il povero tetto del maestro di scuola; pensa all'avvenire a
-cui muove incontro, pensa a Donnina!
-
-Il sentiero si restringe tanto che appena vi può passare una persona;
-ed ecco, senza avvedersene e d'un subito, Mario si trova alle spalle
-d'un uomo che lo precede camminando assai più lento di lui. Il giovine,
-tolto bruscamente alle proprie fantasie, è costretto ad arrestarsi,
-aspettando che l'altro gli ceda il passo, ma colui nè si piega da un
-lato, nè affretta, e Mario finisce col toccargli lievemente la spalla.
-Lo sconosciuto si volge, e si pianta ritto in faccia al giovine.
-L'atto può sembrare arrogante, ma nel volto di quell'uomo è dipinta una
-sciagura che toglie le parole aspre di bocca a Mario. E lo sconosciuto,
-con un singolare accento misto di fierezza, di umiltà e di mistero,
-prende a dire:
-
-— Voi venite da A... non è vero? La conoscete voi, la mia figliuola?
-Un amorino, la più cara bambina di A... la conoscete?... Si chiama
-Camilla!
-
-E tende l'orecchio come timoroso di non afferrare subito la risposta, e
-fissa gli occhi spalancati in volto al giovane, o lo eccita, crollando
-il capo e sorridendo amorevolmente, a rispondere.
-
-Mario non sa credere ai propri sensi: quell'uomo che vede, quelle
-parole che sente, il pensiero melanconico che gli balena, ed insieme la
-grandiosa speranza che gli empie il cuore, gli paiono cose di sogno. Sa
-come Camilla sia il nome vero di Donnina, e come Donnina abbia un padre
-che non è babbo Ciro!
-
-Allora guarda il volto severo dello sconosciuto, interroga le
-vesti ch'egli indossa e tenta di indovinare quell'enigma. Maurizio
-(il lettore l'ha riconosciuto), continua a crollare il capo ed a
-sorridergli.
-
-— Conosco una fanciulla che si chiama Camilla, ma non so se sia la
-vostra figliuola...
-
-— È la mia, vi dico che è la mia...
-
-— Quella che io conosco ha un padre, il maestro di scuola...
-
-Le labbra di Maurizio incominciano un amaro sorriso, che subito si
-cancella.
-
-— Il maestro di scuola non è suo padre, ribatte con faticosa dolcezza;
-il padre di quell'amorino sono io: quella bambina cara mi appartiene,
-vi dico che mi appartiene, che è mia... e posso provarlo.
-
-La voce di Maurizio ha preso a poco a poco l'accento della collera;
-ma quella collera è così paurosa e quella paura così straziante, e
-quei modi così singolari, che Mario ne è commosso e si affretta ad
-interromperlo:
-
-— Non ne dubito, voi dovete saperlo...
-
-Maurizio sembra meditare su questa parola, e prima si rasserena, e poi
-si rattrista in volto, ed infine ripiglia a dire melanconicamente:
-
-— È vero, io devo saperlo... ma è passato tanto tempo... dite, credete
-voi che quell'uomo... quel maestro di scuola acconsentirà a privarsi
-della sua... della mia figliuola? E vorrà restituirmela?
-
-— Io credo di sì...
-
-— Non ne siete sicuro? E perchè non ne siete sicuro?
-
-— Ne sono sicuro.
-
-Ma la profonda nube che oscura il volto dello sciagurato padre non
-si dirada. Intanto Mario ha cercato di spingere oltre quell'uomo per
-uscir dal sentieruolo che poco più innanzi mette nella via maestra, ma
-Maurizio si è ribellato senza dir parola, e non si è mosso un pollice
-dal luogo in cui si trovava.
-
-— E se anche il maestro di scuola non me la rifiuta, essa, la
-poveretta, Camilluccia mia, vorrà venire? Non mi conosce! — aggiunge
-abbassando la voce — non mi conosce!
-
-Mario non sa che rispondere, ed il disgraziato insiste collo sguardo.
-
-— Quali sono le vostre intenzioni? chiede il giovine per uscire da quel
-silenzio penoso.
-
-Maurizio crolla il capo melanconicamente e balbetta:
-
-— Non so.
-
-— Perchè siete venuto qui?
-
-— Non so.
-
-— Volevate andare dal maestro di scuola, o presentarvi a Camilla?
-
-— Non so.
-
-E continua a crollare il capo. Poco stante soggiunge:
-
-— Sono venuto perchè avevo bisogno di sapermele vicino; anche ieri
-sono venuto; ho cercato di vederla, ho attraversato il paese... ma non
-ho visto nessuna bambina che rassomigli alla mia. Oggi sono tornato,
-tornerò domani.
-
-Tace un'altra volta, poi soggiunge abbassando la voce e guardandosi
-intorno: «Ah! se potessi farle sapere in qualche modo che io sono
-ricco, molto ricco, ricco a milioni, che venendo col babbo, ella
-avrebbe scudi lucenti per giocare, e se potessi offrire al maestro di
-scuola un bel gruzzolo per la vecchiaia!
-
-— Ebbene?
-
-— Ebbene! La bella dimanda! Così fatto è il mondo. La mia figliuola
-sarà come tutti gli altri, è come tutti gli altri; non l'ho da saper io
-che sono suo padre?
-
-Ah! il cuore del giovine non ribollisce per dispetto, ma si gonfia per
-l'affanno! Ha tutto compreso!
-
-Guarda intorno per la deserta pianura; non sa che risolvere, non sa che
-fare.
-
-Maurizio se ne sta mutolo, immobile, cogli occhi fissi alla casicciola
-che non apparisce più se non come uno sgorbio bianco confuso in mezzo
-al verde.
-
-La notte scende rapidamente.
-
-— Ecco, dice Mario, obbedendo come ad un istinto; è meglio che vi
-allontaniate di qui: mi piglio io il carico di parlare a maestro Ciro,
-di dire alla vostra figliuola che siete ricco...
-
-— Ricco a milioni...
-
-— A milioni, che ella avrà ogni ben di Dio.
-
-— E scudi lucenti.
-
-— Sicuro... le dirò che suo padre la vuole con sè, per farla felice,
-per volerle tanto bene... le dirò tutto.
-
-Ed in così dire Mario passa innanzi e prende per mano il povero padre,
-che non esita più a seguirlo. Giunti sulla via maestra, si arrestano un
-istante.
-
-Il giovine si guarda intorno per vedere se mai non giunga qualche
-carrozza vuota, ma per tutta la bianca linea della via maestra, che si
-stende lunga lunga alle sue spalle, non si vede nulla. Intanto Maurizio
-guarda curiosamente Mario e sembra incerto se o no seguirlo; ma il
-giovine medico, che si avvede di quella lotta e ne indovina la cagione,
-non gli dà tempo di pensarci, e si muove a passo rapido verso Milano
-senza dirgli nulla. E Maurizio gli vien dietro coma un automa.
-
-Fanno così gran tratto di via senza dir parola. Ma improvvisamente
-Maurizio accelera il passo e raggiunge il nuovo amico e gli dice:
-
-— Chi siete voi?
-
-— Sono un poveretto, risponde Mario senza arrestarsi, un poveretto che
-vuole il vostro bene ed il bene della vostra creatura.
-
-Maurizio sembra aver udito una sola parola e la ripete più volte fra sè
-e sè:
-
-«Poveretto! Poveretto!»
-
-— Ebbene, aggiunge poco dopo, raggiungendo un'altra volta il compagno
-che accelerava quanto più poteva il passo — ebbene, se siete poveretto,
-io sono ricco e basto a tutti; sarete ricco anche voi, purchè abbia la
-mia Camilla — voglio che siate tutti ricchi, anche quel dottore che mi
-ha scritto...
-
-— Il dottor Parenti?
-
-— Lo conoscete? Anche lui, anche lui... tutti!
-
-L'oscurità a poco a poco si è fatta profonda; gli alberi che
-costeggiano la via, a poca distanza sembrano fantasmi; il silenzio è
-alto nei campi circostanti, chè le zolle non hanno ancora i loro ospiti
-canori, e le prime foglie degli alberi attendono mute le nozze degli
-insetti.
-
-— Come vi chiamate? domandò Maurizio dopo un lungo intervallo di
-silenzio.
-
-— Mario.
-
-Il disgraziato ripete fra sè quel nome e non dice altro.
-
-Sono giunti alle porte di Milano, Maurizio si arresta di botto, piglia
-le mani di Mario, le stringe nelle sue, gli dice _addio_ e si allontana
-a passi rapidi, voltandosi indietro come timoroso d'esser seguito.
-
-Il giovine rimane alcuni istanti sbigottito da quella improvvisa
-diffidenza e non cerca di vincerla, al contrario finge d'andar da
-un'altra parte, poi si volge, e rasentando le muraglie per non esser
-visto, segue Maurizio a distanza fino alla sua abitazione. Allora
-ritorna indietro, ma non ha fatto dieci passi e si sente battere
-sull'omero da una mano larga e pesante. Si volge, e si trova faccia a
-faccia col dottor Parenti sempre lieto e giocondo.
-
-— Vi trovo a tempo, dice Mario, ho seguito finora uno che ha bisogno
-della vostra scienza.
-
-— Il signor Maurizio, il padre di Donnina.
-
-— Lo sapete? Ed è dunque vero?...
-
-— È verissimo.
-
-— Sapevate anche che era?...
-
-— Ne ebbi un sospetto; da tre giorni io tengo dietro alle fasi della
-vita di quest'uomo, e vedo che si compie in maniera molto irregolare.
-Oggi sono andato per parlargli di Donnina e di te: non l'ho trovato,
-era uscito alle nove del mattino e non s'era più visto; sono ritornato
-più tardi; non era rientrato; allora l'ho atteso. Te lo confesso,
-mi era venuta un'idea senza senso comune, cioè che, ricevuta la mia
-lettera, egli avesse preso la fuga. Sono contento di essermi ingannato;
-Donnina ritroverà ancora suo padre!
-
-— Ma quell'uomo è pazzo!
-
-— Può essere, ma meglio pazzo che briccone; qualche volta i pazzi
-guariscono; i bricconi sono incurabili.
-
-
-
-
-XXXIX.
-
-MAESTRO CIRO RIMANE SOLO.
-
-
-I due amici passarono la prima metà della notte a strologare insieme
-sul da fare, ed il signor Fulgenzio fu terzo nella consulta. Nella
-fitta tenebra che avvolgeva il passato di Maurizio, questo almeno
-sembrava farsi chiaro: che il cuore era buono. Il dottor Parenti ne
-era sicuro, e giungeva a tal sicurezza per una via di argomentazioni
-non forse molto stringenti, ma avvalorate dall'accento e dai modi
-dell'argomentatore. Quand'egli diceva: «quell'uomo ha il cuore buono»
-appuntava i gomiti al tavolino, corrugava le sopracciglia e fissava gli
-occhietti indagatori nello spazio vuoto in una certa maniera singolare,
-come se «quell'uomo» gli stesse dinanzi col petto scavato e col cuore
-allo scoperto. Del rimanente Mario e Fulgenzio non desideravano se non
-di credergli.
-
-Quanto al da far, si erano intesi senza molte parole. Al domani il
-giovine doveva recarsi in casa di Maurizio, fargli credere d'aver
-parlato alla figliuola ed indurlo a seguirlo, intanto che il dottore
-e Fulgenzio l'avrebbero preceduto ad A... per prevenire Donnina ed i
-due vecchi. Il dottor Parenti non solo affrettava quell'incontro per
-troncare una situazione penosa, ma ci contava come sopra una medicina
-eroica.
-
-— Il mio amico Maurizio non è veramente pazzo, diceva al suo amico
-Fulgenzio; ha un po' di confusione di idee nel capo, e guarirà...
-
-— Ma tu non l'hai visto, osservava l'altro.
-
-— Non importa: la sua condotta mi basta; le parole che egli ha
-proferito non sono da vero pazzo; e bada che la sua idea fissa non è
-nel falso, ma obbedisce ai suoi sentimenti ed ai suoi bisogni; questo
-è ottimo indizio; da due giorni si reca ad A... per vedere la figlia
-e non osa mostrarsele; ritornerà domani, e forse non oserebbe ancora
-senza la spinta di Mario; ci è dell'ordine nella sua pazzia, ci è
-uno scopo determinato, giusto, corrispondente ai moti del cuore; e la
-scelta dei mezzi è la più logica: vuol vedere la propria figlia, che è
-ad A..., e va ad A.... Un savio farebbe forse altrimenti?
-
-H signor Fulgenzio sorrideva di questa singolare maniera di fare la
-diagnosi, ma in fondo vi scorgeva qualche cosa di vero. Ed il dottore
-continuava:
-
-— Prova a farti ragione di tutti gli atti di quell'uomo e lo vedrai
-sempre logico; il suo ravvedimento lo riconduce alla figlia dimenticata
-da tanti anni; è un bisogno ed egli obbedisce: ma giunto ad A.... gli
-vengono meno le forze... perchè?
-
-— Perchè non è più padrone della sua volontà e non sa mantenere quel
-che propone.
-
-— Non per questo, ma perchè ragiona; un pazzo sbaglia strada, o si
-svia a metà cammino, o passa la meta, ma non vi si trattiene dinanzi
-a riflettere. Il mio amico Maurizio, quando si trova in faccia alla
-casicciuola dove sta Camilla, pensa a tutto il suo passato; numera gli
-anni dell'abbandono; si vede col pensiero in faccia alla figlia che
-forse non riconoscerà nemmeno, sconosciuto egli stesso, comprende di
-venir tardi a domandare un posto nel cuore della fanciulla che altri ha
-già occupato intero; teme di apparire in quella casa come una minaccia,
-e non ci va, e ritorna indietro, per rifar la stessa via al domani. Più
-ci penso e più mi persuado che quel pazzo è savio come noi, anzi che ha
-fior di criterio nel cervello.
-
-Il signor Fulgenzio non ribatteva sillaba, ed il dottore faceva da sè
-stesso e per sè stesso la tara alle proprie argomentazioni.
-
-Venne il domani.
-
-Il dottor Parenti, incontrando l'amico Fulgenzio, gli avea dato una
-mezza dozzina di buone notizie; prima di tutto splendeva un magnifico
-sole, e poi avrebbero avuto una buona carrozza ed un eccellente
-cavallo, e infine tutti i dozzinanti stavano benissimo, il che
-permetteva di rimanersene una mezza giornata assenti senza alcun danno;
-tutte cose che il signor Fulgenzio sapeva a memoria; ma il signor
-Fulgenzio non sapea che da quel cumulo di cose liete si doveva a rigor
-di logica dedurre, come pronostico infallibile, la buona riuscita dei
-disegni fatti la vigilia.
-
-Intorno alle dieci ore i due amici voltavano le spalle alla città, e
-Mario saliva le scale dell'abitazione di Maurizio.
-
-La via è breve e pare lunga all'impazienza del dottore.
-
-— Pensa, dice egli al suo compagno, pensa alla gioia di Donnina
-quando la piglierò in disparte per dirle: «Piccina mia, il tuo babbo
-è trovato, e ti cerca e verrà a momenti.» — Gran brava bestia! chi
-direbbe che è un animale da nolo? è lo Spartaco della sua razza; vedi
-come sopporta nobilmente la sua miseria!
-
-Queste ultime parole sono rivolte al cavallo, il quale veramente fa di
-tutto per meritarsi quegli elogi senza riuscire a togliere loro ogni
-carattere d'adulazione.
-
-Ma il dottore è in buona fede e mortifica così la propria impazienza.
-
-Fulgenzio non risponde; pensa al dolore profondo dei due vecchi,
-all'amarezza dei loro cuori dissimulata sotto un sorriso straziante,
-e intanto che il dottor Parenti mena la frusta sulle groppe dello
-Spartaco della razza cavallina, per poco non obbedisce all'istinto
-di appoggiarsi colla schiena ed appuntare le gambe e far forza per
-ritardare quella corsa niente affatto sfrenata.
-
-Ma il tempo corre più veloce del cavallo; tre quarti d'ora sono
-passati; ecco il noto filare di gelsi, ecco l'unica via di A..., ecco
-l'insegna della _Salute_, e la scuola comunale, e la scolaresca che
-esce chiassosa dalla lezione del mattino, ed il melanconico sorriso di
-maestro Ciro, il quale indovina tutto e s'ingegna di fare accoglienze
-festose ai nuovi arrivati.
-
-Il dottor Parenti premette, in forma di preambolo, che i preamboli sono
-inutili; si fa venire innanzi Donnina, le piglia le mani, e le domanda
-ridendo se sarebbe contenta di ritrovare il suo padre vero.
-
-Il padre falso, il quale non era molto lontano, nè molto occupato a
-sfogliare un libro, come voleva far credere, a questo punto si ricorda
-d'aver dimenticato qualche cosa e corre di sopra frettoloso. E mamma
-Teresa, che non lo ha perduto di vista un momento, dietro.
-
-Il povero maestro Ciro, giunto nella sua camera, si butta colle braccia
-protese sul letto matrimoniale, e nasconde la testa fra i guanciali,
-di modo che la faccia sparisce e la canizie si confonde con lieve
-disuguaglianza di tono nel candore delle lenzuola. Ma la formidabile
-mamma Teresa lo raggiunge, gli afferra un braccio, lo scrolla, una
-volta, due, finchè il poveretto è costretto a rialzarsi ed a mostrare
-la faccia rigata da due grosse lagrime.
-
-Mamma Teresa si prova due volte ad avventare la sua terribile collera,
-ma un importuno singhiozzo le toglie le parole — alla terza riesce.
-
-— Ti pare questa la maniera? Proprio questa? Venire qui solo?... perchè
-poi?... per piangere.... come un fanciullone?... Già tu credevi di
-farla franca... e che io non ti avessi a vedere? Che dirà Donnina?
-
-Ma mentre così parla, la sua voce è rotta dall'affanno, e quelle parole
-di rimbrotto le vengono fuori tenere e dolci come una carezza.
-
-— Hai ragione, dice il signor maestro, asciugando gli occhi e rizzando
-il corpo; hai ragione; che dirà Donnina? Io sono un egoista, un ingrato
-verso la Provvidenza, un cattivo amico della mia creatura; ho in petto
-un cuore feroce.... non dire di no.... ho in petto un cuore feroce,
-che invece di rallegrarsi del bene di Donnina se ne addolora... Tu
-non crederesti che io sono giunto fino a desiderare che quel babbo non
-s'avesse a ritrovare, ebbene, sì, io ho desiderato questo!
-
-La confessione, che dovrebbe far inorridire la vecchia, le fa solo
-crollare il capo melanconicamente.
-
-— Povero Ciro! mormora come parlando a sè stessa.
-
-Poco dopo, mutando tono e maniere, ripiglia a dire:
-
-— Bisogna essere uomini; bisogna farsi forti; io sono forte, io! e non
-lo sarai tu?
-
-Ma questo argomento, invece di rinfrancare il povero uomo, sembra
-togliergli un'altra volta ogni vigore.
-
-— Per te la cosa è diversa, dice lasciandosi cadere sopra una seggiola;
-tu sei sua madre ancora e sempre; Donnina non ritroverà le carezze
-d'un'altra madre; io solo non sarò più nulla per essa, io solo non avrò
-più figlia!
-
-— Padre! padre mio!
-
-È Donnina! Donnina, la quale, non vedendo i suoi vecchi amici, si è
-sciolta dal dottor Parenti, ed è corsa di sopra ed ha udito le ultime
-parole.
-
-Maestro Ciro se la stringe al cuore, poi la scosta lievemente da sè e
-la guarda in viso. La fanciulla non batte ciglio, ha la fronte serena,
-il labbro sorridente.
-
-— Non darmi retta, le dice il maestro di scuola, lisciandole i capelli
-colle mani tremanti, non darmi retta, non ti affliggere per me, bambina
-mia.
-
-E il disgraziato si prova a ridere.
-
-— Vedi, è passato, è stato un momento di debolezza; alla mia età non
-si ha la forza di resistere alle prime impressioni, che sono di solito
-bugiarde.... domandalo a Teresa; questo giorno l'ho tanto sospirato....
-non è vero?... l'ho sempre detto che tu dovevi essere figlia di un
-ricco sfondato, il quale avrebbe finito coll'accorgersi che il suo più
-bel tesoro era fuori di casa e sarebbe venuto a domandarmelo. Ho fatto
-il babbo come ho fatto il maestro di scuola; ora esco di carica; sarò
-un babbo a riposo.
-
-Maestro Ciro parlava guardando in volto ora Donnina ora mamma Teresa;
-ma l'accento scherzoso pigliava ogni tanto inflessioni tenere e cadenze
-lagrimose. Donnina, senza titubanza, getta le braccia al collo del
-vecchio, e gli ripete sottovoce:
-
-— Tu solo! tu solo!
-
-— Che dici mai? È tuo padre, bisogna amarlo, fanciulla mia, bisogna
-amarlo molto.
-
-La fanciulla sorride melanconicamente.
-
-— Mi proverò.
-
-— Non basta, mi devi promettere che l'amerai, e che lo amerai più di
-me; a lui devi la vita.
-
-— A te quella del cuore, risponde Donnina.
-
-Mamma Teresa non può dignitosamente stare testimonio di tante
-fanciullaggini, e se ne va da basso brontolando.
-
-Il dottor Parenti, rimasto solo col signor Fulgenzio, avea da prima
-provato a parlar di cose indifferenti, ma vedendo che il suo compagno
-se ne stava taciturno, diede un'occhiata alla scala di legno per cui
-erano spariti prima i due vecchi e poi Donnina, ed esclamò: «povera
-gente!» come per avvertire che si cacciava anch'egli nello stesso
-melanconico sentiero delle meditazioni.
-
-All'apparire di mamma Teresa, uscì però di botto dalla sue fantasie,
-per mostrare alla vecchia tutta la luminaria del suo volto sorridente.
-
-— Ecco, disse, tenuto conto del tempo che Mario deve avere impiegato
-prima di salire in carrozza, fra venti minuti al più dovrebbe esser
-qui, e siccome ho le mie ragioni per credere che oggi tutto debba
-andare senza inciampi, così vi annunzio che Mario e Maurizio saranno
-qui fra venti minuti.
-
-Ma aveva appena finito di dire queste parole, che si udì un rumore
-di ruote sul lastrico della via; una carrozza si arrestò dinanzi alla
-porticina della scuola comunale, ed apparve Mario, solo!
-
-Il giovine narrò come avesse trovato il signor Maurizio in peggior
-stato che non fosse alla vigilia; lo dipinse colla faccia stravolta,
-coi capelli arruffati e coll'occhio fisso, e disse come, introdotto
-da una vecchia donna nella camera dove l'infermo se ne stava soletto,
-dapprima non fosse stato riconosciuto, e come finalmente il povero
-delirante, venutogli incontro e guardatolo negli occhi, fosse stato
-a rimirarlo un pezzo curiosamente prima di sorridergli. Mario aveva
-nominato Camilla per dar contezza di sè, e non era bastato; quando
-finalmente ogni diffidenza era scomparsa dal volto del signor Maurizio,
-allora egli aveva ripetuto un'altra volta il nome di Camilla, ed
-il disgraziato padre s'era posto l'indice attraverso le labbra,
-raccomandando il silenzio.
-
-«Dorme!» gli aveva detto. Ed aveva soggiunto che la sua creatura era
-venuta nella notte a perdonargli tutto, e ch'egli aspettava fosse
-desta. Il giovine aveva pur cercato di toglierlo dal suo inganno e
-ricondurlo a poco a poco al vero, ma il povero demente s'era ostinato
-nella sua idea. Allora Mario s'era accomiatato, ed avea lasciato quella
-casa, raccomandando il pover'uomo alla vecchia governante, perchè, se
-fosse possibile, lo inducesse a mettersi a letto e gli facesse sapere
-che la sua Camilla sarebbe venuta a trovare il babbo.
-
-La vecchia levando al cielo due occhi pieni di lagrime aveva promesso
-di così fare, ed egli aveva sceso le scale a precipizio, era balzato
-in una carrozza da nolo ed aveva fatta la strada di galoppo, col cuore
-commosso, con un tumulto d'idee nel cervello, ed ora era lì a chiedere
-che cosa bisognasse fare... o piuttosto non dava più retta a nessuno,
-perchè in quella due volti amorosi apparvero sul limitare, e maestro
-Ciro aprì le braccia al giovine, ed il giovine si buttò nelle braccia
-di Donnina.
-
-A Mario riuscì finalmente di dire che non sapeva se avesse fatto
-bene o male promettendo che la fanciulla sarebbe andata in persona
-in casa del babbo; ma il dottor Parenti, dall'alto della cattedra in
-cui s'era accomodato, sentenziò che aveva fatto benissimo, ed aperta
-la discussione in proposito, prese la parola per conto proprio, parlò
-sempre lui senza lasciarsi interrompere e finì col dichiarare che
-l'assemblea aveva votato all'unanimità quanto segue:
-
-«Donnina doveva andare dal babbo accompagnata da mamma Teresa,
-mentre maestro Ciro sarebbe rimasto per non far perdere la lezione
-agli studiosi di A..., e, dovendo starsene solo, avrebbe alloggiato
-all'albergo della _Salute_; l'oste, suo buon amico, si sarebbe fatto
-premura di dargli la miglior camera dell'albergo e di servirlo di tutto
-il necessario.»
-
-Mamma Teresa si provò a ribattere, ma il medico protestò che non
-si poteva ritornare sulla votazione, ed aggiunse che la presenza di
-Donnina era necessaria per la guarigione del padre, che la compagnia di
-mamma Teresa era indispensabile a Donnina e che maestro Ciro avrebbe
-fatto per un paio di giorni la vita dello scapolo allegramente. La
-terribile mamma borbottò, per non perdere l'abitudine, e domandò almeno
-un giorno per i preparativi della partenza; il dottore volle fare il
-generoso ed accordò un quarto d'ora. E tutti a ridere, compresa la
-mamma, la quale mezz'ora dopo era in carrozza allato di Mario; costui,
-dovendo stare in mezzo per tenere le redini, aveva al fianco Donnina.
-
-Maestro Ciro, rimasto solo, accompagnò collo sguardo melanconico le due
-carrozze, ma invece di lagrime trovò un sorriso tutto paterno, ed un
-bacio niente affatto magistrale per salutare l'allievo che venne primo
-alla scuola.
-
-
-
-
-XL.
-
-IN CARROZZA.
-
-
-Ma Donnina non era più lieta; abbandonava la sua mano fiduciosa in
-quella di Mario, e pensava. Fino a tanto che le avevano parlato del
-padre suo come d'un incognito al quale era stato possibile vivere
-tanti anni lontano, arbitro tuttavia dell'avvenire di lei, d'uno che
-poteva riapparire domandandole il cuore per tanto tempo sprezzato e
-gli affetti da essa dati ad altrui; fino a tanto che quell'uomo non
-aveva in favor suo altro che il nome di padre, ella si era acconciata
-all'idea di rivederlo quando che sia con freddezza, e, se non con
-severità, colla dignitosa indulgenza del giudice. Si sentiva forte
-dei propri diritti, sicura dei moti del cuore, pronta ai doveri di
-figlia, riluttante agli affetti. E quando, alla domanda del dottore,
-se le piacerebbe ritrovare il suo padre vero, ella era scesa dentro
-di sè a domandarsi conto del perchè quella notizia la lasciasse
-fredda, non aveva potuto farsene una colpa. Ma ora sapeva che l'uomo
-a cui doveva la vita era infelice, solo nel mondo, senza affetti,
-vaneggiante per rimorsi, affranto forse dai patiti dolori, non di altro
-desideroso che della sua creatura, ultima larva d'un passato cancellato
-col pentimento. Se lo immaginava debole, pauroso, vacillante, e la
-compassione faceva ciò che non poteva fare l'istinto, ridestava il
-sentimento filiale, le faceva battere forte il cuore, le toglieva
-quella serenità di cui aveva fatto prova fino allora, e che prima le
-pareva giusta ed ora le sarebbe sembrata colpevole.
-
-Quante volte la sua mano tremò in quella di Mario, e tante il giovane
-si volse a guardare la fanciulla, la quale aprì la bocca per fare una
-dimanda e la trattenne, e di nuovo venutale sulle labbra, ancora la
-trattenne, e infine la fece cogli occhi inumiditi:
-
-— Com'è mio padre?
-
-
-
-
-XLI.
-
-IL SIGNOR MAURIZIO RICEVE.
-
-
-Maurizio s'era stancato d'aspettare che la sua ipotetica creatura si
-svegliasse, e dopo una serie di giri, a cui la governante aveva tenuto
-dietro paurosamente cogli occhi, senza però contarli e senza riuscirle
-di farsi dare ascolto, il poveretto era entrato nella camera contigua
-— e la governante dietro. Invece di dare in ismanie, come era da
-temere, Maurizio si era seduto in un canto ed era rimasto un gran pezzo
-immobile senza dir verbo; poi ritornato nel salotto, aveva ricominciato
-ad andar su e giù... ed ecco... si udiva appunto il rumore monotono dei
-passi lenti ed uguali.
-
-Tutto questo, con assai più parole, narrò la vecchia al dottor Parenti,
-il quale non ostante la verbosità della buona donna, quando ella ebbe
-finito e si tacque, parve non averne abbastanza, e stette ancora come
-in ascolto e si fece ripetere a spizzico, rovinandone l'effetto, la
-bella narrazione filata.
-
-Donnina guardava fisso il dottore; trepidava d'ansia, di timore,
-sbigottita per mille affetti nuovi, per mille idee non prima pensate.
-In ogni affetto che si palesa novello è alcuna parte paurosa, anche nei
-più dolci e nei più santi. È un nuovo padrone, forse un nuovo tiranno,
-e chi sa se farà buon viso agli amici vecchi del cuore!
-
-Per alcuni istanti tutti stettero in silenzio ad ascoltare quei passi,
-e più di tutti il dottore, il quale, gli si leggeva in volto, avrebbe
-preferito che il signor Maurizio si fosse dato a correre su e giù per
-la casa come un forsennato.
-
-Anche la terribile mamma Teresa stringeva le labbra per trattenere il
-respiro ed ascoltare meglio, ed intanto stringeva una mano di Donnina,
-ed aveva in faccia dieci volumi di scritto.
-
-Il dottor Parenti stette per poco ancora in meditazione, poi ne uscì di
-botto, e, per iscuotersi di dosso l'incertezza, disse alla vecchia:
-
-— Il signor Maurizio riceve?
-
-La buona donna sbarrò tanto d'occhi, e per poco non pensò che il medico
-non aveva il cervello più sano dell'ammalato.
-
-E l'altro soggiunse, sorridendo:
-
-— Andate ad annunziare al signor Maurizio la nostra visita.
-
-E mentre, per avvalorare la raccomandazione, spingeva gentilmente
-innanzi la governante, aggiunse, vôlto a Mario ed a Fulgenzio: «Non ci
-si perde nulla; egli non ci conosce ed è in casa sua; prima medicina di
-un pazzo è il non avvedersi della sua pazzia; sono sottili ragionatori
-i matti, e se si avvedono che li avete per tali, non si fidano,
-diventate un nemico.»
-
-Così dicendo, s'era fatto all'uscio socchiuso e si teneva alla portiera
-pronto a pigliare l'atteggiamento cerimonioso d'un visitatore.
-
-Il dottor Parenti non s'era ingannato; poco stante la faccia stravolta
-di Maurizio apparve nel vano.
-
-Donnina soffocò un piccolo grido, pose la mano sul cuore e si ritrasse
-indietro, come per acquistare nuove forze, ed intanto non istaccava gli
-occhi dalle sembianze paterne.
-
-E mamma Teresa, sentendo tremar nella propria la mano della fanciulla,
-pensò assai giudiziosamente che il signor maestro, il quale leggeva
-tanto spedito, aveva fatto bene a rimanere ad A... così non si trovava
-allora a leggere in cuore della figliuola!
-
-Il dottore fece un profondo inchino, e, senza aspettare di farselo
-dire, passò oltre; Mario veniva dietro, e presa la mano di Maurizio,
-gliela strinse forte; lo trasse dolcemente in un canto dell'ampia sala
-e gli disse:
-
-— È venuta!
-
-— Camilla? chiese il povero padre, e parve che un lampo di ragione
-balenasse in quell'impeto dell'affetto.
-
-— Camilla, rispose il giovine, ed eccola...
-
-— Non ancora, non ancora...
-
-In quel mentre la fanciulla entrava nella camera lagrimando; mamma
-Teresa sentiva ribollire il dispetto vedendo la propria creatura
-piangere, ma invece di parole di collera le venivano fuori lagrime.
-
-Il signor Fulgenzio seguiva le due donne, ed il dottor Parenti faceva
-gli onori di casa ed offriva a tutti da sedere.
-
-— Bisogna esser forti, disse alla giovinetta; vedete, io rido e non ne
-ho voglia, ve lo assicuro; non bisogna piangere...
-
-— Non piangerò più, sarò forte, rispose Donnina asciugandosi le
-lagrime; è passato... ma dite, soffre molto mio padre?...
-
-— Vi guarda, vi cerca coll'occhio, disse il dottore senza rivolgersi
-e senza rispondere direttamente alle domanda..., posso allontanarmi,
-siete sicura di voi?
-
-La fanciulla pose la mano in quella del medico e gli sorrise un sorriso
-melanconico, ma forte. L'altro si ritrasse e venne presso a Maurizio
-componendosi una faccia gioviale che faceva allegria a vederla.
-
-Gli occhi di Maurizio, allontanandosi da Donnina, avevano seguito
-amorosamente il dottore, come se una parte della cara fanciulla
-gli venisse incontro con lui, ed ora interrogavano tra impazienti e
-timorosi.
-
-Tutto questo armeggio s'era compiuto rapidamente, tanto che non erano
-corsi due minuti dal primo inchino del dottore al secondo.
-
-— Che cosa vi diceva? chiese Maurizio.
-
-— La cara fanciulla osservava che le sembrate pallido, abbattuto, e
-come uscito di fresco da malattia, e mi diceva di mandarvi a letto...
-
-In così dire il dottore aveva preso il polso di Maurizio e ne contava i
-battiti.
-
-— Com'è bella! disse il povero padre senza badare al medico; vorrei, ma
-mi manca il cuore; c'è qualcuno che mi trattiene... vorrei...
-
-Il dottore comprendeva benissimo, e rispose:
-
-— Sarete a tempo poi; avete commesso una imprudenza levandovi; avete
-la febbre; date retta a chi vi vuol bene; andate a letto; Camilla verrà
-poi..
-
-— Non se ne andrà?
-
-— È venuta per rimanere sempre col babbo...
-
-Bisognò far lieve forza per togliere Maurizio dalla sua estasi ed
-indurlo a mettersi a letto; e quando finalmente il povero padre sparve,
-accompagnato dalla governante, dal dottore: e da Mario, Donnina,
-rimasta fino allora sorridente, cancellò il sorriso con un'onda copiosa
-di lagrime e si abbandonò fra le braccia di mamma Teresa, la quale si
-fece da capo ad arrabbiarsi peggio ed a piangere più forte. Il signor
-Fulgenzio guardava intenerito, avrebbe voluto dire... e non sapeva che
-dire...
-
-Poco stante tornò il dottore, pigliò per mano Donnina e la condusse
-nella camera dell'infermo. Mamma Teresa e Fulgenzio le erano venuti
-dietro.
-
-Il povero padre teneva gli occhi chiusi, ma li riaprì più volte alla
-sfuggita e guardò il volto pietosamente bello della fanciulla che le
-stava a fianco; poi stette lungamente immobile.
-
-L'ansietà mozzava il respiro ad ognuno.
-
-Finalmente Maurizio si scosse, e volgendosi dall'altro fianco, chiamò a
-sè Mario, lo fece curvare e gli bisbigliò, non tanto sommessamente che
-non si udissero nel profondo silenzio, queste parole che agghiacciarono
-il cuore degli astanti:
-
-«Non è lei!»
-
-Mario fissò uno sguardo attonito in volto al dottore, il quale girò
-intorno al letticciuolo e venne accanto al giovine.
-
-— Non è lei, ripetè Maurizio crollando il capo melanconicamente, non è
-lei; la mia Camilla, soggiunse poi stendendo il braccio fuori del letto
-ed abbassando quanto più poteva la mano aperta, la mia Camilla era
-piccina così... vedete... così...
-
-Il singhiozzo di Donnina nessuno l'udì, perchè la poveretta nascondeva
-la faccia nel guanciale e tutti avevan l'occhio al dottore, il quale,
-senza sgominarsi, rispose:
-
-— È vero.
-
-— Non più di così, ecco, non più di così, continuava l'infermo
-crollando il capo.
-
-— Diciotto anni sono, disse il dottor Parenti.
-
-Maurizio levò gli occhi e li fissò nella faccia sorridente del dottore
-e parve meditare un istante; finalmente disse:
-
-— Siete in errore... sono sedici anni...
-
-Poi chiuse gli occhi e stette nella positura di prima.
-
-Un'ora dopo nella cameretta non rimaneva altri che Donnina e mamma
-Teresa, e l'infermo continuava a tenere gli occhi chiusi.
-
-E Mario e Fulgenzio lungo la via avevano preso in mezzo il dottore;
-quell'atto compendiava mille interrogazioni, alle quali il medico
-s'ingegnò di rispondere così:
-
-— Quell'uomo non è pazzo, ripeto, ha un po' di confusione nel cervello,
-cosa che può capitare ad ogni galantuomo che viaggi in questo basso
-mondo, ma vi dico io che è un viaggiatore metodico, e non tarderà a
-mettere in perfetto ordine le sue valigie.
-
-— Può essere, può essere!
-
-Sì, ma un pensiero importuno teneva Mario inquieto, e checchè egli
-facesse per non lasciarlo parere, non gli riusciva, e sebbene gli
-avvenimenti sembrassero dare una ragione a quell'inquietudine, il
-dottore si avvide che ve ne doveva essere un'altra. E però, appena potè
-trovarsi un istante solo col giovane, gli venne innanzi petto a petto e
-gli disse a bruciapelo:
-
-— Che hai?... Bisogna dirlo. Che ti manca ora? Nei tuoi panni (e
-coll'età tua) vorrei far salti da acrobata, e non mi terrebbe davvero
-la mia dignità di uomo fatto. Sei alla vigilia d'avere il lauro di
-dottore e qualche cosa che vale meglio assai nella botanica della vita,
-un bocciolo di rosa in moglie; per giunta la tua Donnina ritrova il
-padre, un padre un po' avariato, ma che m'incarico io di rimettere a
-nuovo; via, se ti lagni della sorte, sei incontentabile, e se non salti
-fino a dar le capate nel soffitto, va là che hai garretti di pasta
-frolla...
-
-Ma non ci era verso che Mario sorridesse. Ed il dottore tornava
-all'assalto.
-
-— Che hai?
-
-— Ho, disse finalmente il giovine tra il melanconico ed il dispettoso,
-che il padre di Donnina è ricco...
-
-— Tanto meglio...
-
-— Ed io sono povero, ed avrò l'aria di fare un buon negozio,
-sposandola; e poi chi sa se egli non si arrenderà di mala voglia alle
-nostre nozze...
-
-Il dottor Parenti lasciò penzolare le braccia lungo i fianchi e fece
-una smorfia così grottesca, che fu impossibile non ridere.
-
-— Lasciami stare, è atroce, è atroce; quando ad un galantuomo si dànno
-di questi colpi sullo stomaco, gli si dice almeno: «guardati.»
-
-Poi ridiventando serio, parlò colla massima gravità così:
-
-— Generose ubbie, ma in fondo sciocchezze; tu hai da sposar Donnina,
-non il babbo, e l'avresti sposata anche senza i milioni del babbo, e
-forse sarai ancora in tempo, perchè ai milioni dei pazzi io non credo
-finchè non gli ho contati — in fine tu non sei il primo venuto, sei
-medico, chirurgo, ostetrico, hai un pozzo di scienza, che nissuno sa
-quanto valga... meglio di noi. Pensiamo a guarire Maurizio, il resto
-verrà da sè...
-
-— E lo guariremo?
-
-— Cioè, lasceremo che guarisca; è una gran concessione in bocca nostra.
-Quell'uomo ha seco il suo medico e la sua medicina... Camilla!
-
-
-
-
-XLII.
-
-AL CAPEZZALE DELL'INFERMO.
-
-
-Il dottor Parenti si contraddiceva un pochino per desiderio che le cose
-andassero a meraviglia, ma aveva ragione di dire che Maurizio aveva
-seco il suo miglior medico e la sua sola medicina... Camilla!
-
-La buona giovinetta aveva preso l'ufficio d'infermiera con un
-entusiasmo tranquillo, punto punto parolaio, che le traluceva nello
-sguardo e nel sorriso, melanconico insieme e lieto, con cui s'ingegnava
-d'incoraggiare la terribile mamma Teresa al sacrifizio di lasciarle
-fare quel che voleva, vale a dire vegliare fino a tarda notte al letto
-del babbo, e non istaccarsi quasi mai dal fianco dell'infermo.
-
-Quanto a Maurizio, pareva essersi rassegnato all'idea di starsene a
-letto, e non cercava nemmeno più di alzarsi; solo, per non dire le
-matte stravaganze, sembrava aver fatto proposito di non fiatar parola,
-e di solito se ne stava lunghe ore cogli occhi socchiusi, salvo a
-riaprirli ogni volta che Donnina faceva atto d'uscire dalla camera o
-solo di muoversi.
-
-«In fondo una pazzia tirannica, la peggiore delle pazzie e delle
-tirannie,» avrebbe detto mamma Teresa se avesse osato manifestare tutto
-il suo pensiero. Per il dottore invece lo stare in silenzio, il tener
-gli occhi chiusi, il ricercare Donnina cogli sguardi erano tutti buoni
-indizii.
-
-Certo qualche gran cosa avveniva nell'animo di Maurizio. A Donnina,
-la quale lo spiava attenta, non era più accaduto di vedergli in volto
-quello smarrimento che l'aveva tanto sbigottita sulle prime; e nei
-fuggevoli momenti in cui l'infermo riapriva gli occhi e s'incontrava
-collo sguardo della sua creatura, egli pareva lottare un istante
-dentro di sè, poi si ricomponeva alle sembianze del sonno. Molte
-volte aveva l'aria di dormire davvero, e quando Donnina, fidandosi a
-quell'apparenza, si buttava vestita sul lettuccio in fondo alla camera
-e cedeva ella stessa al sonno, allora il povero infermo si rizzava
-trattenendo il respiro a mezzo il corpo, ed appuntando i gomiti al
-guanciale, figgeva l'occhio avido e timoroso nel caro viso dormente, e
-rimaneva così un gran pezzo, agitato da un lieve tremito, e finalmente
-usciva in un dirotto pianto senza singhiozzi.
-
-Pur non sapendo nulla di questo, e più per potenza fatidica del
-desiderio che per accortezza di medico, il dottor Parenti aveva
-sentenziato che Maurizio «faceva l'esame di coscienza ed era bell'e
-guarito.»
-
-Erano così passati tre giorni. Il quarto mattino, quando Donnina venne
-presso al letto del babbo e gli baciò la fronte senza dir parola,
-Maurizio aprì gli occhi e li tenne lungamente fissi nel leggiadro volto
-della sua creatura, e si guardò intorno, e parve lottare senza sapersi
-indurre ad una determinazione, finchè entrò sulla punta dei piedi mamma
-Teresa, a decidere l'esito della lotta; Maurizio richiuse gli occhi e
-non disse verbo.
-
-Passò quel giorno, e parve lento; venne la notte. A Donnina riuscì
-di mandare la mamma a letto più presto del solito per rimaner sola
-coll'infermo; e non appena fu sola la disse per la prima volta la soave
-parola, che le tremò nelle labbra come confessione d'innamorata:
-
-«Babbo!»
-
-Maurizio pose un braccio sull'omero della fanciulla, e le favellò sotto
-voce con un singolare accento carezzevole, come se parlasse ad una
-bambina:
-
-— Tu gli vuoi bene al babbo; io ti leggo in cuore; so che tu sei buona:
-tu gli vuoi bene al babbo!
-
-E siccome la fanciulla fece atto di portare la mano dell'infermo alle
-labbra, egli la trattenne, e le accennò di andare alla scrivania, e
-come vi fu, di aprire un cassetto. Donnina l'aprì e ne trasse alcuni
-fogli piegati che portò sul letto del padre. Il quale spiegò i fogli
-e li pose sotto gli occhi della fanciulla. In capo alla pagina erano
-queste parole scritte con mano tremante:
-
- «_A mia figlia_»
-
-Maurizio aveva chiuso un'altra volta gli occhi e stringeva nelle
-proprie una mano di Donnina.
-
-Era la notte alta, il silenzio profondo tutt'intorno, ed al lume della
-lampada notturna, la giovinetta lesse quei caratteri diletti che vedeva
-per la prima volta.
-
-Il cuore le batteva forte.
-
-
-
-
-XLIII.
-
-A MIA FIGLIA.
-
-
-«Sì, queste parole che io scrivo sono per la mia piccina, per te,
-Camilla mia, per te sola! Hai tu pensato mai al tuo babbo? E ti hanno
-insegnato a pregare per lui? E se hai chiesto perchè non venisse ad
-abbracciarti ed a portarti le chicche e la bambola, ti fu risposto che
-era un poveretto, e che solo la disgrazia lo teneva lontano dalla sua
-creatura? E ti hanno almeno detto che avevi un altro babbo, che non era
-il maestro di scuola?
-
-»Ebbene, se non lo sapesti mai, apprendilo ora che tu hai un
-babbo vero, un babbo che fu molto infelice se non potè averti al
-fianco, un babbo che ancor oggi ti scrive non osando mostrarsi a te
-all'improvviso, per paura d'apparirti come uno sconosciuto, o forse
-come un nemico dei tuoi affetti.
-
-»E pensa pure le mille colpe per fargliene carico, e poi le confronta
-con questa unica immagine d'un padre, il quale non osa mostrarsi alla
-sua figliuola, e teme di non ritrovare mai aperto l'ingresso del cuore
-di lei, e di' solo allora che egli non merita la beatitudine per tanti
-anni rifiutata.
-
-»Tu non sai che io venni ad A... per vederti, per udire la tua voce,
-per abbracciarti, e mi mancò il cuore; e che dopo avere sognato per
-via il tuo sorriso, la tua parola, le tue lagrime dolci, t'immaginai
-fredda, impassibile, muta, ed ebbi paura e fuggii. E che ritornai il
-dì di poi, e mi spinsi fino alla svolta del sentiero, e gettai uno
-sguardo sulla via sperando il caso te la facesse attraversare allora
-perchè io ti vedessi un istante, e che, nascosto dietro una acacia,
-da prima contai le acacie che mi separavano da te, ed eran cinque,
-e poi cercai cogli occhi la tua finestra, e dissi che doveva esser
-quella, quella o nessun altra, e vidi un vetro rotto, e pensai che il
-vento avrebbe potuto ammalarmiti; e che immaginai la felicità di poter
-attraversare quel breve tratto di via, entrare nella porticina della
-scuola, chiedere di te, e condurvi meco te, il maestro Ciro e la mamma,
-e spartire fra voi le mie ricchezze, conservandomi solo l'amor tuo — e
-intanto non mi moveva, e se qualcuno passava pel sentieruolo, mi davo
-l'aria d'un indifferente perchè non si comprendesse quest'orribile
-segreto di un padre che non osa mostrarsi alla sua creatura. E quando,
-stanco di un'inutile lotta, assalito da mille idee insieme, mi provavo
-a fuggire, dicendo a me stesso che il mio passato era un sogno, che non
-avevo figli, che non avevo affetti, che altro non mi rimaneva al mondo
-se non i miei cumuli d'oro, inutili ed odiosi, pareva che qualche cosa
-mi trattenesse, e rifacevo la via indietro, e ti venivo più presso,
-più presso, più presso ancora, e finalmente me ne andavo voltandomi
-ogni tanto per vedere se mai qualche segreta voce avendoti parlato del
-padre tuo, non fossi tu pure venuta a vedermi di nascosto attraverso la
-siepe.
-
-»Ma finchè durava il giorno, io era solo; alla notte no, chè allora
-tu mi seguivi davvero, e sentivo i tuoi piccoli passi frettolosi,
-e rallentavo l'andatura per stancarti meno; ma se mi fermavo ad
-aspettarti, e tu pure ti fermavi; e se mi volgevo, ti appiattavi dietro
-un gelso della via maestra, ed altro non mi lasciavi vedere se non
-i ricci de' tuoi capelli. Erano fantasmi, erano sogni, erano paure;
-all'ingresso della città, dov'io ti aveva dimenticato per tanto tempo,
-tu mi abbandonavi. Rientravo in casa solo!
-
-»Non oggi per la prima volta mi venne in mente di scriverti, ma
-oggi solo mi sento la forza di tornare indietro nella mia miserabile
-esistenza, ed il coraggio di guardare nel mio cuore. Anche ieri lo
-tentai, e feci prova di radunare le mie memorie, ma non mi parve
-di poter resistere alla lenta tortura dello scrivere; le idee mi si
-presentavano in folla, l'impazienza mi vinse, e ancora volli parlarti,
-ed ancora me ne venne meno la forza. Oggi sono tranquillo. Pure avrei
-già dovuto essere lontano, ed incomincio appena.
-
-»Sono molti anni, non so bene quanti; parlo di un tempo in cui io era
-un giovinetto baldo, e la tua mamma che ora dorme nel cimitero, una
-ingenua sognatrice, la quale nelle mie braccia vedeva ad occhi aperti
-un avvenire leggiadro per la sua creatura, per te.
-
-»Poveretti eravamo entrambi, ma ricchi di speranze e d'amore. Ci
-eravamo sposati a dispetto d'un mio zio, unico parente rimastomi,
-il quale mi dava una misera pensione pur vivevamo lieti in una
-cameretta, sotto il soffitto, non d'altro allegri che dei raggi del
-sole e dell'ampio spettacolo dei monti. Sopportavamo gli stenti senza
-avvedercene; io componeva strofe ed essa le cantava; aspettavamo
-l'avvenire, avevamo molto tempo dinanzi.
-
-»Portava il tuo nome — Camilla — e mi amava. Ella era tutto per me;
-la mia famiglia incominciava e finiva in lei. Il padre mi era morto
-da alcuni anni, e non mi avea lasciato in cuore la memoria delle
-sue carezze. Era uomo severo, taciturno; non mi dava dimestichezza,
-ed immaginava di essere il migliore dei padri, perchè ingegnoso in
-mille modi di provvedere al mio avvenire. La morte lo interruppe
-in quell'opera; mi lasciò povero d'oro e di conforti; non mi diede
-l'avvenire pensato nè la cara memoria del suo affetto. Lo zio aveva
-presa altra via; era rimasto scapolo e s'era arricchito col risparmio;
-ma aveva la stessa natura rigida, e voleva facessi non so che, e
-sposassi non so chi per fargli piacere. Ma io amava Camilla e la sposai
-essa mi fu madre, amica, sorella — fu tutta la mia vita. Facevamo
-insieme mille disegni, mille fanciullaggini; dall'alto del nostro
-nido guardavamo alla folla che passava sotto con una specie di pietà
-sincera; non ci pareva che il mondo avesse due più felici di noi.
-D'inverno mancava la legna al focolare, e la neve disciolta gocciolava
-nella camera; ma non perciò si soffriva; ci rimaneva il sole; e quando
-mancava anch'esso avevamo la giovanile baldanza, inesauribile, ed un
-altro cielo senza stagioni, ed un altro sole senza tramonti.
-
-»La mia Camilla era bella, era buona, e mi amava, e l'amavo — morì,
-dopo averti dato la vita. Ah! se io avessi potuto anticipare di una
-dozzina d'anni il nostro sogno, e darle gli agi che ella fantasticava
-meco per farmi piacere, ma senza desiderio; se avessi potuto condurla
-ad abitare in una camera molto calda, e farla curare da un medico
-non frettoloso, come i medici della povera gente, e nutrirla di cibi
-sani!... Ma io era povero, l'inverno rigidissimo — e la mia compagna
-mi lasciò solo. Da principio non mi parve vero; la morte le aveva
-lasciato la sua bellezza ed il suo sorriso; ma quando, allontanato ogni
-estraneo, feci prova di risvegliarla, e compresi che tutto era finito,
-mi buttai per terra smaniando, e, come vennero a portarmela via,
-lasciai fare sbigottito.
-
-»Si bisbigliava di me che ero pazzo, che mi si erano confuse le idee;
-io sapeva d'averne una chiara e mi andavo dicendo che la finestrella
-dell'abbaino era alta e metteva sul lastrico sottoposto, e che avrei
-potuto per quella via raggiungere la mia diletta.
-
-»A te non pensavo; ti avevo vista appena; quasi mi ero dimenticato
-d'esser padre; mi fu ricordato in buon punto un istante di compassione,
-non l'amore, mi fece accettar la vita. Ciò che io provava in vederti
-era un sentimento angoscioso, indefinibile; invece di rallegrarmi,
-davo in ismanie, e se tu, allattata da una vicina, piangevi, forse per
-iscarsità di cibo, mi pareva d'udire la voce prepotente d'un tiranno
-che avesse voluto venire al mondo camminando sulle rovine del mio
-cuore. In fondo era quasi un sentimento d'odio; ti accusavo di avermi
-ritolto tutto e di non potermi dare nulla in compenso. Non ti amavo,
-no; la paternità non è un sentimento istintivo quanto si dice, e tu non
-sapevi se non piangere, come se fossi nel tuo diritto.
-
-»Provando a rendermi ragione di ciò che mi passava in cuore, vi fu
-un istante in cui mi accusai d'ingiustizia, e per darmi pace colorai
-col pensiero un avvenire con te, una vita consacrata a te, e sorrisi
-lacrimando a quell'immagine, e dissi a me stesso che tutto di Camilla
-io non aveva perduto, se tu mi rimanevi, e te chiamai Camilla; ti vidi
-col pensiero cresciuta, carezzevole, somigliante alla mamma nel volto
-e nel cuore, cercai nelle tue sembianze infantili le traccie di quelle
-che mi stavano sempre innanzi agli occhi; mi accesi d'un improvviso
-entusiasmo e giurai di consacrare a te sola la mia vita; quando venne
-l'ora di doverti lasciare colla nutrice, credei di provare una vera
-pena, e rimasto solo mi chiusi in camera e piansi, e piansi... ma non
-te, colei soltanto che era scesa sotterra, e la terribile solitudine
-e l'assoluta vedovanza del cuore! Non ti amavo, no; e poteva io amarti
-allora? Sapevo la perduta immensità degli affetti e delle speranze; a
-te, piangente, senza lagrime sul cumulo di quelle rovine ed incapace di
-conforti, già più non pensavo.
-
-»In quei giorni lo zio, saputo della morte di Camilla, mi scrisse — una
-lettera fredda, pacata, in cui, senza dirlo, appariva la contentezza
-dell'uomo che vede la via aperta ai primi disegni; di te non parlava
-come se non esistessi; incollerito risposi che avrei continuato a
-vivere a modo mio, mi togliesse anche ogni suo piccolo soccorso, gli
-sarei grato se così potesse affrettarmi la morte; la mia ira santa era
-per la morta; di te non dissi parola.
-
-»Venni rare volte a vederti, a lunghi intervalli, e sempre mi trattenni
-poco; m'imponevo con giubilo mille sacrifizii per provvedere al tuo
-mantenimento; avessi io potuto vivere senza spendere uno spicciolo,
-tutto avrei speso per te, ma il mio cuore era uno scrigno vuoto — non
-ti amavo. Tu crescevi e ti facevi bella; la tua nutrice ti voleva bene
-come a creatura sua, e tu per lei sola trovavi il riso giocondo e le
-carezze; me non conoscevi e guardavi appena.
-
-»Fu una nuova ingiustizia la mia, te ne feci carico! il vedere
-un'estranea — io così chiamava la tua nutrice, l'unica persona al mondo
-che t'amasse — preferita a me, tuo padre, era una crudele ferita alla
-mia superbia.
-
-»Intanto le tribolazioni della mia vita crescevano; lo zio insisteva
-colle lettere e col silenzio perchè mi ponessi in altro ordine di studi
-da quelli che prediligevo, e quando vide ogni suo tentativo vano,
-ricorse all'estremo: mi tolse la mesata. Allora per la prima volta
-sentii nel cuore una forza nuova; accettai la miseria francamente,
-cullandomi d'ambiziosi sogni e vivendo fra indicibili stenti. A te non
-pensavo; e pure mi fu forza cessare per qualche tempo di mandare alla
-tua nutrice, povera anch'essa, il denaro pattuito.
-
-»Alcuni mesi di poi, venni al paesello con animo di rimediare a quella
-dimenticanza; avevo qualche centinaio di lire, mi pareva d'essere
-padrone della mia sorte; trovai la nota casicciuola abitata da altri
-e seppi che la tua nutrice era morta e che tu eri stata raccolta dal
-vecchio maestro di scuola del villaggio. Volli venire a vederti; ma
-erano passati tanti mesi, non osai mostrarmi a quella gente; volli
-trovare un pretesto per discolparmi, ma la mia fierezza si ribellò;
-lottai dentro di me, e finii col volgere le spalle al paesello senza
-averti visto.
-
-»Facevo proposito di scriverti e di venir più tardi, quando avessi
-prevenuto il maestro di scuola; ma appena fui a Milano pensai ai casi
-miei, mi chiesi che avrei fatto di te, inesperto ancora della vita,
-povero e solo; temei, svelandomi a maestro Ciro, che egli volesse
-ridonare al padre la sua creatura, e feci proposito di tenermi
-nascosto. Non si sapeva il mio nome; e mi sarebbe stato facile
-soccorrere i nuovi genitori senza svelarmi. Avrei aspettato che tu
-fossi cresciuta e ch'io avessi fatto fortuna, poi sarei venuto a
-riprenderti... E intanto?
-
-»Intanto io sapeva di vincolarmi a non vederti, a non avere tue
-novelle, e lasciarti crescere orfana, a permettere che il tuo cuore si
-aprisse a tutti gli affetti senza passare per quello di figlia! Ma di
-questo non mi doleva, perchè ti conosceva appena; nel mio cielo eri
-come un cirro che si dilegua al più lieve soffio di vento — e già mi
-soffiava in petto l'uragano.
-
-»Per questa serie di errori, io non sapeva però di perderti per
-sempre; non m'ero arrestato ad immaginare tutte le conseguenze della
-mia condotta, non avevo misurato le mie forze e non avevo tenuto
-conto degli ostacoli che mi avrebbero creato la mia fierezza e la
-tua fierezza, ed i tuoi nuovi affetti, e l'aridità del mio cuore, più
-tardi, quando fosse giunta l'ora di mettere in atto il bel sogno. Ma
-altro era il mio sogno. Fra i molti idoli che formano il trastullo
-della vita, me n'ero scelto uno che credevo di non dover infrangere
-capricciosamente mai — l'indipendenza. Più tardi fu l'ambizione, più
-tardi la ricchezza, e più tardi assai, riconosciuto stolto ogni culto
-in cui non abbia parte il cuore, mi arse la febbre di ricostrurre i
-vecchi altari colle loro rovine.
-
-»Divenuto ricco — e fu vicenda necessaria che avrei indovinato se
-avessi avuto in cuore l'affetto non ingannevole, invece delle bugiarde
-passioni — divenuto ricco, arrossii di me stesso, ebbi vergogna di
-mostrarmi nel mondo che mi aveva aperto le sue porte con una figlia
-apparsa all'improvviso, e t'immaginai indifferente al padre tuo,
-rimasto per te un estraneo, amantissima di coloro che ti avevano date
-le carezze, aperto il pensiero, ed educato il cuore — mi rassegnai a
-perderti.
-
-»Allora incominciò il rimorso, incominciò il dolore; e venne l'angoscia
-delle notti insonni, e vennero gli sgomenti dell'età, e le paure della
-solitudine; e una smania segreta, indefinibile, tormentosa d'uscir da
-me stesso, di soffocare nel piacere la coscienza; e poi la sazietà,
-il disgusto, il martello del pensiero e del cuore, e finalmente il
-supplizio della ragione che si ecclissa e ritorna a balzi a farmi
-accorto e pauroso di me stesso.
-
-»Questo fu lo sciagurato tuo padre; uscendo dalla ignara dimenticanza
-in cui ha vissuto lieta finora, per saper d'aver un padre, prima di
-respingerlo da te, ecco tu puoi almeno dire a te stessa: «questo fu il
-mio padre sciagurato!»
-
- . . . . . . .
-
-Non era qui tutto; seguivano due pagine di fitto carattere, che
-apparivano scritte più di recente; in esse il povero padre riepilogava
-a stento le proprie idee, e molte volte ripeteva il già detto; e molto
-parlava con insistenza delle proprie ricchezze, che pareva voler
-mettere in mostra come una tentazione. Quel caos d'idee sconnesse
-era rotto a mezzo con uno sgorbio. Era caduta la penna di mano allo
-scrittore, e da quel che pareva, insieme colla penna una lagrima...
-Ma per quell'una, Donnina ne verserà cento; la poveretta ha il cuore
-gonfio, le vengono alle labbra mille tenere parole; le si oscura
-la vista ed appoggia il viso, più leggiadro nell'espressione della
-tenerezza e del dolore, al volto del padre.
-
-Maurizio ha sentito fremere nella sua la mano di Donnina; il cuore gli
-batte...
-
-Ed anche ora che il volto della fanciulla si appoggia al suo volto, e
-che sente le lagrime di lei confondersi colle proprie lagrime, anche
-ora non osa guardare a viso aperto una felicità a cui non sa credere,
-e, come timoroso che il caro fantasma notturno si involi, continua
-a tener gli occhi chiusi ed a stringersi al cuore agitato la propria
-creatura.
-
-E finalmente apre gli occhi, guarda, sorride, e lagrima di nuovo senza
-dir nulla; e quando, passato un tempo lungo, che par brevissimo, in
-quella muta contemplazione, schiude le labbra per parlare, un bacio
-lungo, insistente, quasi autorevole, gli impone silenzio, ed una vocina
-sommessa e dolce come una musica gli mormora all'orecchio:
-
-— Dormi ora, è tardi, babbo mio.
-
-Babbo mio!
-
-Ma il poveretto non ode, ha bisogno di sentire un'altra volta quella
-voce e quella parola, e se la fa ripetere; e venuta l'ora dell'ultimo
-bacio e dell'ultima raccomandazione, finge di ubbidire, e quando la
-lunga veglia ha chiuso finalmente gli occhi della fanciulla, riapre i
-suoi clandestinamente, si rizza sui gomiti, come suol fare ogni notte,
-e guarda amoroso la propria figliuola e le domanda «perdono, perdono,
-perdono» a bassa voce, così che l'oda solo l'orecchio vigile della
-propria coscienza pentita.
-
-E più non piange.
-
-
-
-
-XLIV.
-
-I MILIONI DI MAURIZIO.
-
-
-È un buon spirito quello che ha indotto Mario a frenare l'impazienza
-fin presso al mezzodì, ed a recarsi prima di quell'ora in casa di
-Maurizio. Poco fa l'infermo dormiva, ed ora invece padre e figlia
-parlano appunto di lui.
-
-— Lo ami tanto?...
-
-— Tanto.
-
-— E t'ama?
-
-Vi rispondono il rossore della fanciulla ed un picciol grido di gioia,
-perchè eccolo, è lui — Mario.
-
-Mario, il quale sembra recar negli occhi due raggi del sole di mezzodì,
-ed ha nel sorriso, nella scioltezza delle maniere tutta l'aria di chi
-porta una buona notizia.
-
-— Mario, dice Maurizio porgendogli la destra, spero di non aver più
-bisogno di medico; non di meno toccami il polso; ho la febbre?
-
-— Nulla.
-
-— E pure me la sento in dosso, una febbre nuova, da cui spero di non
-guarire mai.
-
-Mario non sa ancora che credere; l'occhio di medico gli dice che
-quell'uomo è guarito; le sottigliezze degli alienisti gli pongono mille
-dubbi in capo; sente il bisogno di dar fede a quella gioia, ma ha lo
-scientifico dovere di dubitarne.
-
-— Tu ami la mia creatura, prosegue a dire Maurizio, ed ella t'ama: io
-sono l'unico ostacolo alla vostra felicità, non è vero?
-
-È verissimo, come è vero che non si può ragionare meglio di così, nè
-dire cosa più assennata. Assolutamente Maurizio non è pazzo!
-
-— Ebbene, soggiunge costui dopo breve silenzio, sarete felici; ma non
-quanto io vorrei...
-
-Si arresta, si turba, sembra pauroso di svelare un ultimo secreto.
-
-— Ho paura di avervi ingannato... anzi ne sono sicuro... Mario...
-Camilla... non pensate ai milioni che vi ho promesso; vostro padre è un
-poveretto.
-
-E il disgraziato nasconde la faccia fra le mani per disperazione.
-
-«Tanto meglio» dice una voce.
-
-Maurizio guarda Camilla e poi Mario e li vede sorridenti entrambi, nè
-punto sgomentati dalla terribile notizia.
-
-— Io lo sapeva, dice Mario senza nascondere la propria gioia.
-
-— E tu?
-
-Donnina sorride indovinando il pensiero di Mario, e risponde più
-semplicemente e con più efficacia:
-
-— Io non lo sapeva.
-
-«Tanto meglio» ripete la voce di prima.
-
-È la terribile mamma Teresa, la quale non così sentenzia per vana
-affettazione, ma perchè pensa alla gioia di maestro Ciro, quando saprà
-di poter fare la dote alla sposa colle quattromila e seicento lire che
-aspettano negli scrigni della Cassa di risparmio di Milano... e anche
-perchè, in fin dei conti, non vi è rimedio.
-
-E ripete una terza volta, più filosoficamente delle prime due:
-
-«Tanto meglio!»
-
-
-
-
-XLV.
-
-CASI DI COSCIENZA.
-
-
-Al domani un fattorino recava un pacco diretto alla signorina Camilla
-***. Donnina, tra per la novità del battesimo, e perchè a Milano
-non conosceva nessuno, e perchè il fattorino domandava la ricevuta
-dell'involto, stette alcuni istanti dubbiosa e si consigliò con mamma
-Teresa, la quale fu d'opinione che a ricevere un involto che non pesava
-nemmeno sei oncie ed a farne la ricevuta non vi era nulla di male.
-
-Avuto l'involto, fu ancora la terribile mamma ad insistere perchè
-Donnina lo aprisse, ed apertolo, fu sempre la vecchia a spalancar
-tanto d'occhi ed a scompaginare un mazzetto di fogli bianchi, mentre la
-fanciulla guardava senza nulla comprendere.
-
-— Ne ho visto una volta sola, dice tra sè mamma Teresa, ma il cielo mi
-danni se questi non sono biglietti da mille! — ed aggiunge volgendosi a
-Donnina: — Di' tu: che ci sta scritto qui sopra?
-
-— Mille lire!
-
-— Mille lire, e anche su questo, e su questo, e su tutti; so leggere
-anch'io, ora! Stelle del firmamento! e di queste mille lire ve ne sono
-trenta!
-
-La vecchia non usciva dal suo sbigottimento, se non infilzando l'uno
-in coda all'altro i modi ammirativi del proprio repertorio; e si
-affliggeva solo che maestro Ciro non fosse lì, per vederlo smaniare
-dall'allegrezza.
-
-Frattanto Donnina aveva preso un foglio di carta piegato, e vi leggeva
-e rileggeva queste parole, come se non riescisse ad intenderne bene il
-significato:
-
-«Questo denaro è una restituzione al padre vostro: chi la fa desidera
-rimanere incognito.»
-
-— È proprio come nei racconti delle fate! esclamò la vecchia; tale e
-quale; ma che bel racconto questo, acid... acid'erba, che bel racconto!
-
-E siccome Donnina continuava a tenere il foglio spiegato dinanzi, ed al
-denaro non badava, proseguì a dire:
-
-— Ma che almanacchi tanto! La è chiara come l'acqua di sorgente!
-Qualcuno a cui tuo padre ha prestato denaro! — To'!...
-
-Ma Donnina crollò il capo, e rispose:
-
-— Non si nasconderebbe...
-
-— Allora qualcuno che gliel'ha rubato; ma lascia un po' quel cencio,
-qui hai da leggere, fanciulla mia!
-
-Donnina si arrese, ma continuò a pensare senza averne l'aria. La
-vecchia però vide chiaro in cuore alla fanciulla, e d'improvviso le
-disse:
-
-— Che ti affanna ancora? dillo.
-
-— Ecco, perchè quest'incognito ha mandato il danaro a me invece del
-babbo?
-
-— Perchè... perchè... oh bella! perchè sapeva che il tuo babbo non
-aveva il cervello sano, mi pare!
-
-— Pare anche a me, ma sapeva anche che io sono sua figlia, dunque è
-molto bene informato...
-
-— Niente di male che chi è disposto a cavarsi di tasca un esercito di
-lire, s'informi e sappia quel che si fa...
-
-A conti fatti, la via più sicura di sincerar la cosa è di informarne
-Maurizio.
-
-— È la più spiccia, aggiunge mamma Teresa, facendo per avviarsi; ma
-Donnina la trattiene.
-
-— Più tardi, ora dorme.
-
-Mamma Teresa pensa che se non devono destare un galantuomo trentamila
-lire, non lo desterà nemmeno la tromba del giudizio.
-
-E se in quel pomeriggio Maurizio non avesse avuto il sonno greve, si
-sarebbe desto non una volta solo, ma dieci, a certi impeti di tosse
-che presero mamma Teresa nella vicina stanza: finalmente si desta —
-finalmente sa tutto!
-
-E prima egli osserva che non ha mai prestato danaro a chicchessia, e
-nemmeno non gliene fu mai rubato.
-
-A mamma Teresa non par vero, ma è proprio così. Poi anche Maurizio
-nota che se il danaro fu diretto a Donnina, e si sa che Donnina è
-sua figlia, l'incognito è informato appuntino, e che per essere così
-informato deve aver bazzicato in qualche modo per casa negli ultimi
-giorni.
-
-Non ci è male; per un cervello guasto, mamma Teresa conviene dentro
-di sè che non è mal ragionato; ma perchè tante smorfie per intascare
-trentamila lire che han da servire a Donnina? Ella no, non ha fatto
-così, quando riceveva quei bei _vaglia_ che parevano piovuti dal
-cielo... To', e se questi venissero dalla stessa sorgente? Questa poi
-vuol dirla e la dice «tanto per gettare un barlume nell'oscuro,» ma
-in verità per dare al cervello di Maurizio una buona idea. Il padre
-sorride melanconicamente e crolla il capo.
-
-— Quel denaro, buona mamma, avete fatto bene a riceverlo, perchè allora
-Donnina non sapevate di chi fosse figlia; ma ora il padre è noto, e chi
-manda il denaro non può essere che un estraneo.
-
-Si chiamò la governante, e fu sollecitata a dire se nei passati giorni
-non fosse mai venuto nessuno a domandare di Maurizio...
-
-— Sì, balbetta la buona donna, il dottor Parenti....
-
-— Ed altri?
-
-— Non so.... ecco.... non so se devo dirlo, perchè mi fu fatto
-promettere di tacere, ma se la cosa è grave... se bisogna proprio....
-
-— Bisogna proprio....
-
-— Quand'è così, sissignore, è venuto qualcun altro.
-
-— E chi mai?
-
-— Una signora.
-
-— Una signora?
-
-— Ed un servitore a nome di quella signora.... la quale era bella,
-bella come un amore, un po' patita, pallida, con due grandi occhi,
-vestita di nero, portava un velo sul viso; e mi domandava di lei, e
-saputo che era con lei una fanciulla, sua figlia, volle sapere quel che
-io sapeva e le dissi ogni cosa; non avrò fatto male, spero; mandò poi
-il servitore più volte per avere notizie...
-
-Maurizio fino dalle prime parole ha piegato il capo sul petto, e
-quando la buona donna tace e guarda ora Donnina ora mamma Teresa
-per comprendere qualche cosa, egli continua a rimaner pensieroso ed
-immobile. Finalmente si scuote, prendo Donnina per mano, la bacia in
-fronte, e si fa dare l'occorrente per iscrivere.
-
-E scrive:
-
- «_Signora_,
-
- «Voi avete avuto pietà della mia sventura, e vi siete consigliata
- col cuore solamente. Non vi faccio carico di quanto vi può essere
- di umiliante per me nella vostra generosità; sarebbe forse una
- giusta fierezza, ma crudele; mi preme solo di rimandarvi il vostro
- denaro e di farvi sapere, perchè non vi vinca una grande pietà
- delle cose mie, che ho ritrovato la mia vera ricchezza in mia
- figlia, e che essa avrà presto la sua ricchezza, uno sposo che
- l'ama e che ama il lavoro.
-
- «Se il vostro cuore ha bisogno di un'azione generosa, non vi sarà
- difficile fare un po' di bene con questa somma che vi rimando.
-
- «MAURIZIO.»
-
-Donnina che aveva seguito coll'occhio la penna, appena il babbo ebbe
-finito di scrivere il proprio nome, gli balzò al collo e gli ridonò il
-bacio ricevuto, e mamma Teresa, la quale non capiva altro se non che i
-trenta biglietti da mille avrebbero rifatto la via che avevano percorso
-per venire, tanto tanto si provò a dire: «meglio così,» e lo disse, ma
-alle parole mandò dietro un sospirone.
-
-Due ore dopo, veniva così risposto a Maurizio:
-
- _«Signore,_
-
- «Perdonate la mia cecità, ma non attribuitemi, vi prego, alcuna
- intenzione di offendervi. Il mio danaro è sospetto e non può fare
- il bene senza nascondersi; ma non per questo io mi celai; non un
- benefizio, nè un'azione generosa io contava di fare, ma veramente
- una specie di restituzione, poichè so che il vostro patrimonio fu
- ingoiato dal banchiere Redi. In fondo, avete ragione, la cosa non
- muta aspetto, e perciò vi prego nuovamente di perdonarmi. Siate
- felice come meritate.
-
- «SERENA.»
-
-
-
-
-XLVI.
-
-IL PROFESSORE RIGOLI RICEVE UNA VISITA.
-
-
-Alcuni giorni dopo gli avvenimenti narrati poco prima del mezzodì, il
-signor Fulgenzio era nel camerino intento ad interrogare un enorme
-registro, quando un inserviente venne a dirgli che una signora
-domandava di lui.
-
-La signora entrò: vestiva a bruno ed attraverso un velo nero che le
-scendeva fin sopra il mento, mostrava un viso giovane e bello: si
-lasciò cadere sulla seggiola offertale dal vecchio direttore, e si
-volse a guardare la porta d'onde era venuta, con visibile titubanza.
-Pure nel parlare, salvo un tremito quasi impercettibile, si mostrò
-franca.
-
-— Perdoni, diss'ella, il mio imbarazzo; è la prima volta che mi accade
-di entrare in un manicomio, e vengo a compiere una missione dilicata;
-non sono un'eroina, come vede.
-
-E lasciò indovinare un sorriso mesto, che non apparve attraverso il
-velo.
-
-Il signor Fulgenzio s'inchinò e prese quell'aspetto arrendevole di
-fanciullone che fa serene e paterne tante belle teste di vecchi.
-
-— Io ho un'amica, continuò a dire l'incognita rinfrancata, e
-quest'amica ha qui un parente... da qualche anno, di cui non ebbe mai
-notizie, e che non osa venire a vedere essa stessa...
-
-L'incognita s'interruppe per interrogare il volto benevolo del
-direttore, poi prosegui:
-
-— Ha pregato me, la disgraziata... e sono giunta...
-
-— Il parente della sua amica si chiama....?
-
-Prima di rispondere, la donna velata parve fare uno sforzo.
-
-— Il professore Guido Rigoli, disse, e fissò più intento lo sguardo
-come timorosa d'una cattiva notizia.
-
-— Il professore Guido Rigoli, prese a dire il direttore, è uno de' miei
-migliori amici e sta benissimo, salvo, s'intende, la sua pazzia, che è
-delle più innocue.
-
-La signora non perdeva sillaba, e quando il direttore tacque, col
-silenzio e coll'atteggiamento lo pregò di continuare.
-
-— Fra tanti disgraziati che passano la vita in questa casa di dolori e
-di malinconie, il professore è uno dei meno infelici...
-
-— Soffrono dunque molto i pazzi?
-
-— Non più dei savi, signora; qualche volta sono come dimentichi di sè
-stessi, ed allora paiono felici.
-
-Dal lieve sollevarsi ed abbassarsi del velo, il signor Fulgenzio
-comprese l'ansia dell'incognita, e come per rispondere a quel
-sentimento di commiserazione, soggiunse:
-
-— Il parente della sua amica ha indole mite e gentile, e non dà mai
-in ismanie; è passato da una breve melanconia ad una spensieratezza
-gioconda che dura ancora; gli piacciono i motteggi e non sembra pensoso
-del suo triste passato... che per me non è un mistero.
-
-Siccome la signora non rispose subito, impressionata forse dal sapere
-il segreto dell'amica svelato, o forse, per un'ultima diffidenza,
-timorosa di inganno, il direttore soggiunse:
-
-— Sempre che riceviamo un nuovo infermo, dobbiamo fare indagini sul
-suo passato; il conoscere le cause che hanno determinato la pazzia è
-condizione necessaria per il trattamento; e se non sapessi ogni cosa
-del professore Rigoli, la pregherei schiettamente di dirmi tutto quanto
-ne sa ella stessa... e dovrebbe dirmelo in coscienza.
-
-Certo l'incognita approvava col silenzio quelle parole ferme e dolci ad
-un tempo; poco stante disse:
-
-— Quand'è così non mi rimane altro che farle noto lo scopo della mia
-visita...
-
-Ma si arrestò ancora titubante, e come per dar tempo alla propria
-commozione, levò di tasca una pezzuola, l'appoggiò alle labbra e tossì.
-
-Il signor Fulgenzio pareva la creatura più ingenua che avesse mai
-esistito sulla terra.
-
-— La sciagurata donna, prese a dire la visitatrice con tremula voce,
-la sciagurata donna, cagione di tanta infelicità, è molto infelice
-ella stessa, e vorrebbe far qualche cosa... rimediare no, perchè non
-si rimedia mai alla colpa, ma uscire da un'apparente indifferenza che
-è continuazione di colpa... Che potrebbe fare... la mia amica per...
-colui che fu suo marito?
-
-— Nulla da lontano, rispose il direttore, parlando lentamente e con
-persuasiva dolcezza, tutto coll'affettuosa ed amorevole assiduità
-d'ogni giorno...
-
-— E dovrebbe?...
-
-— Ridonargli ciò che gli ha tolto, la sua casa; fargli ritrovare le sue
-vecchie abitudini... amarlo con affetto materno... consacrarsi tutta a
-quella sventura; questo potrebbe fare.
-
-L'incognita uscì dal silenzio affannoso con un'affannosa domanda.
-
-— E guarirebbe?
-
-— Forse...
-
-— E sarebbe felice?
-
-— Io credo di sì.
-
-— E perdonerebbe alla sciagurata?
-
-— Ne sono sicuro.
-
-— Ma lo stesso perdono farebbe più grande il rimorso della colpevole?
-
-— Sì.
-
-Questo monosillabo fu mormorato appena, come a temperarne la durezza.
-Nuovo silenzio.
-
-— Molti, prese a dire lentamente il direttore, molti infelici escono
-da queste mura risanati, perchè sanno di ritrovare una famiglia che
-li aspetta, una casa nota, una parola affettuosa, e cuori aperti alla
-nuova luce della loro intelligenza. Chi non ha una casa, una famiglia,
-lascia più raramente il manicomio, che è tutto per lui.
-
-— Se la sua amica venisse in questo triste luogo e si mostrasse a me,
-a me solo, che sono vecchio ed ho la paternità di tante sventure, e
-mi dicesse tutto il suo pensiero e mi chiedesse di vedere, non vista,
-l'uomo che le fu già compagno, quello spettacolo le darebbe la forza
-che le manca ad intraprendere l'opera della carità e del pentimento. E
-se lei ha ancora influenza sul cuore di quella infelice, la consigli a
-venire, e rassicuri che non reggerà, no, a tal vista, e si sentirà più
-grande della propria sciagura e saprà compiere l'ultimo sagrificio.
-
-L'incognita pareva profondamente commossa, ed aveva chinato la testa
-sul petto ansimante. Il signor Fulgenzio, non si accorgendo di nulla,
-proseguì:
-
-— Immagino lo sgomento di quell'anima affranta dal dolore, le sue
-paurose lotte, le sue febbri, le sue notti vegliate e lo struggimento
-d'essere stata causa di tanto male... ebbene, le dica che ad uscire
-da questo strazio, a muovere incontro alla pace del cuore, basta un
-passo solo; non sarà felicità spensierata ed intera, ma una serenità
-melanconica e confortata; e forse più tardi sorgeranno giorni più
-lieti, maturati dal pentimento. E poi, se veramente l'amica sua è
-desiderosa di bene...
-
-Un singhiozzo l'interruppe; l'incognita sollevò il velo, mostrò il bel
-volto in lagrime, prese le mani del vecchio e vi appoggiò le labbra
-arse.
-
-— L'ho ingannata, mormorò, perdoni; sono io, sono io stessa!...
-
-E le mancarono le parole a compiere la frase.
-
-Era dessa, il lettore lo ha indovinato, sì, era dessa — Serena!
-
-
-Il signor Fulgenzio non pronunciò accenti di falso stupore, e facendosi
-più presso alla sciagurata donna, perchè ella nascondesse meglio le
-lagrime, e carezzandole lievemente i capelli come avrebbe fatto con una
-propria creatura, le fe' intendere che aveva compreso ogni cosa e che
-ella poteva fidarsi interamente a lui, e che bisognava farlo, e che non
-v'era via aperta all'espiazione... fuor una...
-
-Nè disse parola. Serena neppure; piangeva liberamente, come da gran
-tempo non aveva potuto fare; aveva il petto pieno di singhiozzi, e
-le deboli sue fibre sussultavano con uno spasimo nuovo; se ne stava
-nell'atto di una bambina; pure era la prima volta che si sentiva la
-forza di misurare la propria colpa con altro occhio da quello pauroso
-con cui si misura un abisso.
-
-— Non avrò mai il coraggio, balbettò poco dopo, senza rialzare il capo,
-non l'avrò mai.
-
-Il signor Fulgenzio non rispose.
-
-— E poi, proseguì Serena, è certo lei che sia il modo migliore di
-espiazione? E vi ha una espiazione, oltre quella del rimorso della
-coscienza, concessa alla donna colpevole? Perchè non solo io l'ho
-abbandonato, lui buono ed affettuoso, ma mi sono imbrattata nel mio
-fango. Ritornare a lui è l'impunità dopo la colpa... bisognava farlo
-prima, ora è tardi.
-
-— Non è mai tardi per fare il bene; riapra le porte della sua casa
-abbandonata, è il dover suo; e non a lei nè alla colpa deve avere il
-pensiero, ma prima di tutto alla sventura di lui; il rimorso inoperoso
-è accasciamento, non espiazione; ed è pure un inganno della debolezza;
-perchè le pare che le manchi la forza del sagrifizio e il coraggio di
-vederselo innanzi ad ogni ora del giorno.... le pare, ma non è...
-
-Serena rialzò il capo e riasciugò le lagrime, respinse una ciocca di
-capelli con un atto febbrile, guardò in viso il signor Fulgenzio, parve
-adunare tutte le forze in uno sforzo estremo, e disse:
-
-— Voglio vederlo!
-
-Ma come se il pensiero divenisse atto al semplice suono di quelle
-parole, tutta la fittizia energia le venne meno, diè indietro quasi le
-stesse in faccia uno spettro temuto, si addossò alla spalliera della
-seggiola, e coprì ancora il volto colle mani.
-
-— Lo vedrà, disse il direttore dopo alcuni istanti di affannoso
-silenzio.
-
-— No, no, io non reggerò al suo sguardo.
-
-— Egli non vedrà lei, non deve vederla; la sua malattia non è di quelle
-a cui un'improvvisa commozione possa dare un felice avviamento; anzi
-potrebbe accadere il contrario; bisognerà prepararlo prima... ma lei
-sì, può vederlo e lo deve...
-
-Ed unendo l'atto alle parole, sonò il campanello.
-
-Serena lasciò fare, sbigottita, e volse il capo da un'altra parte per
-non farsi scorgere dall'inserviente accorso subito alla chiamata.
-Il direttore si levò, mosse incontro al nuovo venuto e gli parlò
-all'orecchio. Rimasero un'altra volta soli; Serena tremante da capo a
-piedi, collo sguardo fisso nella propria sciagura, il signor Fulgenzio
-ritto accanto a lei, commosso più che non lasciasse parere.
-
-Poco stante il direttore toccò lievemente la spalla della donna, la
-quale a quel contatto diè un sussulto e balbettò: «non ancora, non
-ancora.»
-
-Poi, volgendosi al vecchio, lo interrogò con uno sguardo pieno
-d'angoscia. Il signor Fulgenzio andò alla vicina finestra che metteva
-nel cortile, ne aprì le vetrate, lasciò socchiuse le persiane e guardò
-attraverso il vano; poi si volse e disse melanconicamente: «eccolo!»
-
-Serena rispose con un gemito, ma non si mosse; il direttore le venne
-presso stando in un silenzio discreto, quasi carezzevole.
-
-— Com'è? mi dica se sta bene, che fa, se sospetta nulla, se guarda da
-questa parte...
-
-E in così dire si sollevò dalla seggiola, ed abbrancandosi con una mano
-all'omero del vecchio fece due passi e si trovò innanzi alla finestra.
-
-Il professore Guido Rigoli se ne stava nel mezzo del cortile
-sull'estremo lembo della lunga ombra gettata da un'ala dell'edifizio,
-guardava con visibile compiacenza ai raggi del sole che dardeggiava
-sulle vetrate dirimpetto, e sorrideva a sè medesimo.
-
-Serena lo vide, e spalancando le imposte gridò con voce straziante:
-«Guido, Guido!»
-
-Sentendosi chiamare a nome e vedendo una signora in faccia a lui,
-il professore non venne meno alla propria educazione eletta ed alla
-naturale squisitezza delle sue maniere, e fece due o tre inchini
-profondi.
-
-Serena si rovesciò come istupidita nelle braccia del signor Fulgenzio.
-
-Alcuni istanti dopo la disgraziata donna, uscendo come da una lunga
-dimenticanza, si vide in una camera ignota, sopra un lettuccio, e vide
-chino sul suo un volto color di rosa, d'una bellezza quasi infantile,
-ed un sorriso pietoso più splendido dei capelli d'oro, il sorriso di
-solito tanto birichino d'Olimpia.
-
-
-
-
-XLVII.
-
-L'ULTIMO.
-
-
-Gli avvenimenti che rimangono sono in gran parte preveduti da chi ha
-seguito fin qui la narrazione: formano come un programma che attende
-la esecuzione dal tempo, dal tempo che non dimentica, dal tempo che non
-falla.
-
-E viene un giorno — un melanconico giorno — in cui il professore Rigoli
-deve lasciare i compagni e volgere le spalle al manicomio.
-
-Gli hanno domandato con mille giri di parole se ricorda il suo passato,
-ed ha risposto ridendo di sì; gli hanno domandato se amerebbe riveder
-la sua casa e ripigliar le sue abitudini di padre di famiglia ed
-assidersi a mensa ed andare a letto all'ora che gli accomodasse, ed ha
-risposto di sì; e finalmente gli hanno pronunciato il pauroso nome...
-_Serena!_ — e collo sguardo intento gli hanno chiesto se serbi rancore
-alla disgraziata donna e se le perdonerebbe, ed alle due domande egli
-ha risposto col più amabile sorriso di sì. E non l'ha detto, perchè
-ripugna alla sua benigna natura, ma tutto quell'interrogatorio lo ha
-fastidito, gli è parso inutile ed uggioso; e non ha pensato fuor che
-alla gioia di mutar domicilio, di esser libero, di vedere il sole da
-una finestra senza le inferriate, e di aver dei lumi alla notte.
-
-Ed è felice, e dice addio ai vecchi amici colla spensierata giocondità
-d'un giovinetto che lasci il collegio.
-
-È tutt'uno; quella scena è triste; alcuni dei poveretti, ai quali il
-professore stringe la mano coi modi d'un conquistatore, lo guardano
-sbigottiti senza comprendere, e vi è chi lo segue alcuni passi,
-scongiurandolo di condurlo seco, ed un altro che se ne sta in un canto
-a guardare colla faccia scura — babbo Jacopo.
-
-Perfino il dottor Parenti, il quale dà braccio al professore, non
-riesce a parer disinvolto quanto vorrebbe, ed Olimpia dalla finestrella
-guarda senza sorridere.
-
-Una cancellata gira sui cardini, un'altra, ed un'altra, l'ultima... si
-è all'aperto, si sale in carrozza... si parte.
-
-Al rumore delle ruote sul lastrico, il professore batte amichevolmente
-sulle ginocchia dell'amico dottore, e gli dice:
-
-— Temevo che voleste farmi uno scherzo... e dove andiamo?
-
-— In casa vostra... vostra moglie vi aspetta.
-
-— È un pezzo che aspetta! osserva il professore.
-
-— Sicuro.
-
-— Ho una casa io?
-
-Nessun pensiero del passato, nessuna inquietudine dell'avvenire.
-
-Si arriva; il signor Fulgenzio apre lo sportello; una donna è con lui,
-pallida, cogli occhi smarriti, ma senza lagrime.
-
-— Mia moglie... dice il professore ed ha quasi l'aria di fare una
-domanda.
-
-— Vostra moglie.
-
-Il professore si fa innanzi due passi, e saluta con un garbo tutto suo.
-
-— Come sta, signora? Bene? Ne ho tanto piacere... anch'io, grazie.
-
-Serena è forte, non piangerà, ha promesso di non far vedere le sue
-lagrime, che le ricadono ad una ad una sul cuore.
-
-
-Vengono giorni più lieti. Mario è diventato il dottor Mario e nulla
-più si oppone a diventar sposo di Donnina. «Gli manca la pratica,» dice
-lui. «Ma per fare il marito, risponde il dottor Parenti, la pratica non
-è necessaria, per fare il medico ti rimane tempo; e finchè te ne stai
-colla teorica avrai la coscienza netta; la teorica è innocentissima, te
-lo dice un uomo... che ha pratica.»
-
-E viene il giorno in cui i naturali di A*** leggono sull'albo
-municipale i nomi e le qualità di Camilla (Donnina), nubile, e di
-Mario (Ognissanti) celibe, dottore in medicina, appaiati col più bel
-_rotondo_ del segretario comunale, e finalmente gli sponsali e le
-nozze, due cose che fanno con giudizio un giorno solo.
-
-Donnina fin dalla vigilia ha provato la veste bianca di sposa, e s'è
-mostrata in quell'acconciatura al babbo, a maestro Ciro ed a mamma
-Teresa; ad Ognissanti no, chè non era ancora il momento. Ma la notte
-misurata da mille fantasie gioconde, sorride a tante impazienze e se ne
-va veloce; e giunge l'alba serena che schiude le porte dell'avvenire
-sognato... Eccoli nelle braccia l'un dell'altro, eccoli sposi, eccoli
-uniti per sempre. Per sempre. La cara minaccia!
-
-Quanto al contratto di nozze, la quistione dotale diede molto da fare
-al notaio, il quale prima di _sottoscriversi colle parti_, come di
-prammatica, ed apporre la impronta del suo tabellionato, non dovette
-numerare meno di 12 paragrafi da capo. Il signor Fulgenzio faceva
-donazione ai due sposi _in comunione di beni_ della somma di 30,000
-lire (dico _trentamila_) in cedole del Debito pubblico; Maurizio,
-radunando le reliquie delle proprie ricchezze, faceva alla figlia
-una dote di lire 16,000 (dico _sedicimila_) in titoli della Banca
-Nazionale, e maestro Ciro aumentava la dote aggiungendovi lire 4600
-(dico _quattromila e seicento_) in libretti della Cassa di Risparmio di
-Milano.
-
-Senza dire che Maurizio faceva conto di lavorare e di far vita comune
-coi figli, e che Mario intendeva, fatta la pratica, di bastare ai
-bisogni della sua nuova famiglia; in tutto una ricchezza da Cresi; più
-l'amore infinito e la stima profonda.
-
-Quello fu un bel giorno! Domandatelo a mamma Teresa se quello fu un
-bel giorno! ed a maestro Ciro, il quale per l'occasione straordinaria
-aveva messo un cappello nuovo a staio! Peccato che al mezzodì piovesse
-un momento, e che, cessata la pioggia, quando l'ottimo maestro Ciro
-ed il suo cappello si fidavano bonariamente, le gronde di Milano
-facessero il tiro di lasciar cadere goccioloni pesanti come tegole, e
-dove?... proprio sul cappello nuovo di maestro Ciro, quasi volessero
-sfondarlo!... Ma tanto tanto, provate a domandargli se quello fu un bel
-giorno!...
-
-E il tempo fugge a Camilla e Mario che si amano...
-
-Una notte giunge un triste messaggio dal paesello; la mamma Teresa sta
-male assai, vorrebbe abbracciare le sue creature. E come è l'alba, i
-due sposi partono.
-
-Maestro Ciro è sul limitare, ha udito il rumore delle ruote nella via
-maestra ed ha indovinato che erano essi, e li aspetta per avvertirli
-che mamma Teresa dirà molte stravaganze, non le pongano mente, non si
-affliggano invano; non è vero che ella stia per morire, egli lo sa, non
-è vero. Mamma Teresa si ostina a dir di sì, ma finirà col far di no,
-come ha sempre fatto.
-
-Ma così dicendo il povero maestro Ciro ha gli occhi gonfi di lacrime
-che non vogliono uscire, ed il petto travagliato da un singhiozzo
-represso.
-
-Mamma Teresa è nel lettuccio, un po' abbattuta, un po' più scarna e
-più ossea del consueto, ma conserva negli occhi una luce ribelle, e le
-rimane tanta forza da sorridere e tanto senno da allontanare il marito
-con un pretesto, per rimanere sola con Donnina e con Mario. Allora
-si rizza sul guanciale, bacia tremando per commozione le guance della
-fanciulla inumidite di lagrime, e dice carezzevole:
-
-— Non ti ho visto molte volte piangere; ebbene no, non bisogna
-piangere..., che ci è da piangere? avrei forse da vivere in eterno? E
-poi è tempo che qualcuno porti lassù le buone novelle, e vada a dire a
-tua madre, Donnina, ed anche alla tua, Mario, che voi vi amate e siete
-felici... andrò io... Solo mi affanna il lasciare quel fanciullone di
-maestro Ciro: così come lo vedete, è un fanciullone, ed ha bisogno
-d'essere curato molto, perchè egli non si cura niente affatto; a te
-tocca, Donnina, gli farai da mamma.... Eccolo che ritorna.... non gli
-dite che io morrò questa sera, non glielo dite; ci soffrirebbe troppo,
-e tu asciuga le lagrime e sorridi...»
-
-Maestro Ciro entra col passo leggiero e l'occhio fisso come un
-fantasma. Mamma Teresa lo guarda con un lungo sguardo che pare una
-carezza, poi chiude gli occhi e sembra dormire...
-
-«Non è vero, sapete, non è vero che ella debba morire...»
-
-Ma in quella, Mario, il quale non si era scostato dal lettuccio,
-appoggia la mano sulla fronte della vecchia, e poi sul cuore, e ne
-ricerca i polsi, ed infine si rialza pallido come il lenzuolo di quel
-letto di morte.
-
-Donnina ha compreso tutto, e trova la forza di non piangere per
-allontanare con dolce violenza il povero babbo Ciro, il quale continua
-a dire, guardando al letticciuolo:
-
-«Dorme tranquilla; non le credete... ha sempre fatto così... si ostina,
-si ostina, ma infine fa sempre a modo mio...»
-
-E se interrogassimo il tempo che non falla, il tempo che non dimentica,
-esso ci mostrerebbe forse in una bella cornice il banchiere Redi,
-reduce dal Nuovo Mondo con qualche annetto di più sulle spalle, ma
-sempre colla bocca sgangherata, coi capelli appiccicati sulla nuca,
-col sorriso da milionario; e lo vedremmo, per un felice rivolgimento
-della sua carriera, novellamente riverito ed ammirato ed invidiato, a
-capo d'una nuova casa bancaria, farsi promotore di cento imprese che
-tirano gli azionisti, dimentico del passato, ed incrollabile come prima
-nella sua massima sacrosanta di «arrischiare il denaro degli altri come
-cosa propria; e custodire il proprio denaro come un deposito sacro.»
-Questa postulato semplicissimo è il segreto della sua vecchia e della
-sua nuova fortuna e di tutte le fortune che assomigliano alla sua.
-Perchè, via, che altro è la Banca se non l'arte di collocare al più
-alto interesse i capitali altrui per farsene una rendita di moltissime
-migliaia di lire?
-
-Il banchiere Redi, il quale ne sa un dito più di me, scaverna il suo
-più grazioso sorriso per dirvi che non è altro.
-
-E vi ricordate del leggiadro luogotenente delle guide, dell'amabile
-cugino Ferdinando?
-
-Il tempo, che nulla dimentica, gli recherà la nomina di capitano, e più
-tardi, quando le rughe non gli consentano più di aver le mogli degli
-amici, gli darà una moglie propria, e farà trovare al marito capitano
-un luogotenente giovine e leggiadro... che gli sia molto amico.
-
-Ma non passiamo innanzi agli eventi; ritorniamo indietro, sono solo
-passati pochi mesi dal matrimonio di Mario e di Donnina, e tre mesi
-appena dalla morte di mamma Teresa... ed ecco l'alba d'un altro giorno
-sospirato — il Natale.
-
- . . . . . . .
-
-Ancora il Natale!
-
-Ancora il sorriso che illumina le rughe della vecchiaia, ancora i
-confetti ed i balocchi che empiono di tante fantasie gioconde lo
-testoline dell'infanzia; ed ecco il cortile ingombro dai mucchi di
-neve, ed i diacciuoli delle gronde che aspettano un raggio di sole
-dal cielo annuvolato; ed ecco, la voce dell'enorme orologio brontola
-il mezzodì, la processione dei pazzerelli attraversa il cortile e
-s'avvia alla sospirata mensa comune; ed ecco il saluto di Olimpia dalla
-finestrella. E poi l'immenso silenzio, la pace immensa.
-
-Entriamo nella casa del signor Fulgenzio, già così melanconica, ora
-tanto lieta... Laggiù, in fondo, come raccolta in sè stessa, perchè
-l'eco della festicciuola non esali di fuori, è una mensa imbandita ed
-un focolare in cui arde un fuoco patriarcale, ed intorno a quel fuoco
-le ciancie di quattro uomini e d'un patriarca vero — maestro Ciro. Sì,
-maestro Ciro, che è venuto a fare una casa sola cogli sposi novelli,
-con Maurizio e col signor Fulgenzio...
-
-Per quelle stanze paurose, già misurate dai passi solitarii del padre
-dei pazzerelli, ora è un continuo via vai che mette allegria.
-
-Negli angoli oscuri, ognuno dei quali aveva un brutto fantasma, se
-ne stanno rannicchiati sereni e vispi spiritelli, amici di casa, e
-le pieghe delle cortine non scendono più come lunghe rughe di faccio
-imbronciate; dov'era la tetra, uggiosa solitudine del cuore, ora è una
-brigatella di affetti che si raduna intorno agli sposi novelli.
-
-Oggi è Natale; ed a quella brigata si è aggiunto l'affetto sincero
-dell'amico, il cuore tanto fatto, il perenne sorriso e gli occhi
-dardeggianti del dottor Parenti. Fa freddo fuori di casa; ma, curvi
-dinanzi al focolare, quei cinque volti sereni, come lambiti dai rossi
-bagliori della fiamma, spiranti in vario modo le tepide esalazioni
-d'una stessa gioia, provano che fa caldo in cuore! E quando tace per
-poco la ciancia, ecco giunge all'orecchio l'allegra squilla di due
-voci che si avvicendano e di due risate che si confondono... Donnina
-ed Olimpia dànno mano a Semplicetta perchè affretti... perchè si ha
-appetito.
-
-«Ah! se mamma Teresa non si fosse ostinata! pensa maestro Ciro, o
-se almeno potesse tornare un istante, e rizzargli innanzi, là, in
-quel vano, quant'era lunga e formidabile, ed ancora una volta lo
-minacciasse, tenendo alta la mano che dava tanto spavento!...
-
-Ma no, non è ora di melanconie; a che giova piangere? Ella non se ne è
-già andata per sempre, è solo arrivata prima, aspetterà...
-
-E, pensando a questo, maestro Ciro si curva a guardare la bragia perchè
-nessuno veda la lagrima solitaria che gli scende nel solco d'una ruga
-profonda.
-
-Ma no, non ò ora di melanconie; ecco, il sole ha vinta la partita, si
-affaccia tra nugolo e nugolo e manda un raggio curioso nella stanza.
-
-Il dottor Parenti leva il capo, tocca col gomito il signor Fulgenzio e
-non dice nulla. Quel raggio scende per un vano della finestra e disegna
-una striscia dorata che si allunga sul pavimento, si arrampica per la
-tovaglia e si arresta ad accarezzare il collo di una bottiglia.
-
-I due amici si guardano, si sono intesi, si sono incontrati in una
-medesima idea: il professore Rigoli che avrebbe fatto tanta festa a
-quel raggio di sole. E lo vedono col pensiero nella sua casa modesta,
-sempre lieto ad un modo, immemore del passato, felice di avere una casa
-propria, un pezzo di giardino da coltivare ed un bel volto di donna
-che si prova a sorridergli, ed una mano industre ed operosa che lavora
-tuttodì e parte della notte a nascondergli la povertà. Poichè sì,
-il professore è povero, sebbene abbia una casetta propria e dei lumi
-alla notte, è povero e non ne sa nulla; Serena ha fatto dono di quanto
-potesse parere acquistato male ad un ospizio; più non le rimangono se
-non le reliquie della dote ed il lavoro delle proprie mani...
-
-— A quest'ora, dice il dottor Parenti, rompendo il fascino di quelle
-melanconie, a quest'ora i nostri commensali hanno avviato le loro
-ciancie, mi pare di sentirli, peccato che il professore non sia là
-meditando di nascosto il brindisi da improvvisare alle frutta!
-
-— Peccato! ripete sbadatamente il direttore.
-
-Ma siccome continua a stare meditabondo, il dottor Parenti non è
-contento e domanda a bruciapelo:
-
-— A che pensi?
-
-— Penso che il mondo ha l'aria di un manicomio, e che un po' pazzi lo
-siamo tutti.
-
-— Di' che lo siamo molto, interrompe il dottor Parenti, di' che siamo
-pazzi da legare; e che a far bene i conti i più savi sono i matti.
-Tutto il tuo mondo a cui pensi, se pure vale che ci si pensi, banchetta
-oggi in comune, nè più nè meno di quel che fanno i nostri malati.
-Domani li ritroverai pazzi come prima: pazzi ambiziosi che sognano
-onori e grandezze e camminano sui trampoli della boria; pazzi libertini
-che corrono dietro ai piaceri; pazzi fanatici che si arrovellano nella
-politica; e pazzi annoiati che si consumano nell'inerzia, — tutta
-gente che ha un'idea fissa e le corre dietro finchè non inciampa nella
-propria fossa.
-
-— Il tempo è il medico di queste pazzie, dice Maurizio.
-
-— Cattivo medico, ribattè il dottor Parenti, non lo dice per gelosia
-di mestiere; cattivo medico che viene sempre troppo tardi, quando il
-meglio della vita è passato, quando si comincia ad aver le rughe ed i
-capelli bianchi... Un buon medico è la fortuna, vi sto garante; quella
-che vi manda fra i piedi, nell'età in cui non avete ancora ubbie per
-il capo, un buon esempio, una parola buona, un consiglio sano, o vi fa
-incontrare a vent'anni in una fanciulla la quale vi ami davvero, e cura
-di sbarazzarvi la via da tutte le incantatrici del giardino fatato,
-in cui si entra a vent'anni e da cui si esce solo a cinquanta sonati.
-Questa fortuna tocca a moltissimi, ma spesso è rifiutata; i pochi che
-chiamano in casa la felicità, e ve la chiudono a chiave e le fanno la
-guardia dì e notte, sono i soli savi ed i soli felici... perchè, se
-l'ho da dire, non ho punto fede nella felicità dei pazzi.
-
-Si fa silenzio, si porge l'orecchio, si ha come bisogno di udire,
-e si ode ancora la voce scherzosa delle giovinette a cui fan capo
-tutti quegli affetti, a cui si annoda tanta felicità. Mario, che non
-ha mai aperto bocca, non resiste più, si leva, facendo lo sbadato,
-dal focolare, si accosta alla finestra, poi alla mensa, e finalmente
-sguscia fuor dalla camera e corre a baciare sulle due guance Donnina,
-senza un riguardo al mondo per la bionda Olimpia, la quale dà un grido
-e si copre il viso col grembiale per non veder quell'orrore!...
-
-«Non vi è un cane che le voglia bene alla poveretta!»
-
-Guardatela ora che non ha più il grembiale sul viso: due occhi del
-colore d'un limpido cielo, capelli che mandano i riflessi del sole,
-guance ridenti come una primavera, e il corpiccino snello ed elegante
-che non sta mai fermo; tutto ciò a sedici anni appena, con un ottimo
-cuore, ignaro d'altri affetti fuor quelli del babbo e della bambola.
-E dite ora se non si troverà presto chi l'adori come una faterella, o
-della faterella aspiri a fare una sposina magnifica?...
-
-Un istante dopo le due giovinette rientrano mandandosi innanzi una
-festa di sorrisi, seguite dall'enorme Semplicetta, la quale porta in
-trionfo la zuppiera fumante...
-
-Quando si è felici la terra ci fugge sotto i piedi — ecco, è il
-meriggio, è il tramonto, è la notte.
-
-Non la paurosa notte popolata da fantasime nere, non la notte dalle
-cieche angosce, dagli stolti terrori, ma la notte silenziosa, che
-ascolta i battiti dei cuori che amano.
-
-E quando tutti gli occhi sono chiusi dal sonno, quelli di chi misura la
-propria felicità, non ancora stanchi, resistono.
-
-E Donnina, la quale ha quasi voglia di piangere perchè è troppo felice,
-sente il bisogno di rivedere un prezioso amuleto, apre un cassettino
-riposto, e mostra ad Ognissanti il proprio tesoro.
-
-Ognissanti sorride, e dice per la centesima volta a Donnina che il
-tesoro di lei è il cuore buono, è l'anima gentile...
-
-Ma Donnina no, non vuole sentirlo, e per la centesima volta ribatte che
-il proprio tesoro è il trifoglio dalle quattro foglie.
-
-E lo richiude nel cassetto.
-
-
- FINE
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- I. Un giorno di Natale Pag. 5
- II. Molte cose in una chicchera di tè » 21
- III. La famiglia del Maestro di scuola » 33
- IV. Ciò che intendono le siepi » 46
- V. In cui si spegne il lume e ci si vede più
- chiaro » 52
- VI. Il romanzo di Donnina » 61
- VII. Entrano in iscena personaggi nuovi e cose
- nuove » 70
- VIII. La corte della sirena » 77
- IX. Il secondo cortigiano » 86
- X. Il terzo » 91
- XI. La signora Olimpia fa gli onori di casa » 98
- XII. In cui il dottor Parenti incomincia una
- cura » 102
- XIII. Ancora della cura incominciata » 111
- XIV. Quattromila e seicento lire alla cassa di
- Risparmio di Milano » 116
- XV. Il signor Maestro spiega la moltiplicazione » 123
- XVI. Ognissanti ed il signore dal cappello a
- larghe tese » 128
- XVII. Un esame di coscienza » 138
- XVIII. Paoluccio » 148
- XIX. Ognissanti a Donnina » 154
- XX. Chi fosse il signor Maurizio » 180
- XXI. Il secondo colloquio di Maurizio e Serena » 191
- XXII. Il luogotenente delle guide torna alla
- carica » 200
- XXIII. Serena a Maurizio » 206
- XXIV. Ciò che rimane a Maurizio » 210
- XXV. Donnina ad Ognissanti » 214
- XXVI. Viaggio di scoperta » 221
- XXVII. Il poscritto della lettera di Donnina » 238
- XXVIII. Seconda tappa del viaggio di scoperta » 241
- XXIX. Un altro viaggio ed altri viaggiatori » 251
- XXX. Sola! » 263
- XXXI. Lo scoppio della bomba » 269
- XXXII. Ritorno » 272
- XXXIII. Terzo colloquio di Maurizio e Serena » 277
- XXXIV. Il dottor Parenti al signor Maurizio » 282
- XXXV. Paoluccio lascia l'ospizio » 283
- XXXVI. Povera Olimpia » 293
- XXXVII. Un giorno di vacanza in casa del Maestro
- di scuola » 297
- XXXVIII. In cui si vede come Mario non ritornasse
- a Milano solo » 303
- XXXIX. Maestro Ciro rimane solo » 310
- XL. In carrozza » 320
- XLI. Il signor Maurizio riceve » 322
- XLII. Al capezzale dell'infermo » 330
- XLIII. A mia figlia » 333
- XLIV. I milioni di Maurizio » 343
- XLV. Casi di coscienza » 346
- XLVI. Il professore Rigoli riceve una visita » 352
- XLVII. L'ultimo » 360
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TESORO DI DONNINA ***
-
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
-mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
-date contact information can be found at the Foundation's web site and
-official page at www.gutenberg.org/contact
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
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-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
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-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
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-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
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