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-The Project Gutenberg eBook of Il tesoro di Donnina, by Salvatore Farina
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Il tesoro di Donnina
-
-Author: Salvatore Farina
-
-Release Date: December 22, 2020 [eBook #64106]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
- http://www.pgdp.net (This file was produced from images made
- available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TESORO DI DONNINA ***
-
- S. FARINA
-
-
- IL
- TESORO DI DONNINA
-
- _(Quarta edizione)_
-
-
-
- MILANO
- A. BRIGOLA & C., EDITORI
- Via Manzoni, 5
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- _Milano, 1884 — Stabilimento tipografico F. Pagnoni._
-
-
-
-
-I.
-
-UN GIORNO DI NATALE.
-
-
-Gran bella mattinata davvero! Chi direbbe che siamo in dicembre e quasi
-alle porte di gennaio, vedendo questo cielo azzurro e questo sole in
-gran pompa di raggi? È molto se l'aria frizzante fa pensare a novembre,
-e pure la neve è raccolta qua e là a monticelli nel cortile, ed i
-diacciuoli si appendono con civetteria alle grondaie e riflettono i
-colori dell'arcobaleno entro i nidi deserti delle rondini.
-
-Gran bella mattinata davvero, perchè annunzia un giorno ancora più
-bello — il Natale.
-
-Per le vie è un gran silenzio, ma un silenzio dolce, il silenzio
-della gioia, assai più profonda e più pura quando tace che quando
-schiammazza. Non uno strider di ruote, non uno scalpitar di cavalli,
-e nemmeno quel sordo mormorio lontano, che segnala il ridestarsi
-della vita cittadina. Gli è che la vita della città è oggi la vita del
-focolare; gli è che migliaia di uomini, i quali forse fino ad ieri non
-ebbero se non buone o cattive passioni, si ricordano d'essere padri,
-mariti, fratelli, e di aver degli affetti: gli è che la società e la
-famiglia — due mondi che spesso roteano in un'orbita differente — si
-sono incontrate.
-
-Qui, nel cortile in cui ci siamo introdotti, la segreta vitalità del
-silenzio si indovina meglio; fra le alte mura che separano questo
-luogo dal resto del mondo, e gli danno aria d'un chiostro, lo spirito
-è un maliardo più attento, l'immaginazione un cavallo di battaglia più
-focoso.
-
-Noi ci sentiamo qui padroni del segreto di Asmodeo, e ci trastulliamo
-a scoperchiare le case per ritrovarvi i diversi aspetti d'una stessa
-gioia, per udirvi le stesse vocette infantili che confrontano i doni
-del Bambino che è venuto, e si anticipano le dolcezze di quelli dei Re
-Magi, che hanno ancora da venire, fantasticandone il reame di confetti
-e di cavallucci.
-
-È la stessa nota da per tutto: due labbruzzi che interrogano, un volto
-sereno di madre che guarda amorosamente, e mille domande, e mille
-risposte che si compendiano alla stessa maniera — un bacio sopra una
-guancia color di rosa.
-
-La reggia ed il tugurio sono pieni della stessa dolcezza: l'infanzia
-che schiamazza, la vecchiaia che sorride.
-
-Da per tutto è la festa del focolare; il tizzo che arde nel camino
-scoppietta allegramente per rispondere alle ciancie dei vecchi
-fanciulli che si scaldano al suo fuoco; però che oggi più di ieri ogni
-uomo si senta vicino all'infanzia — e non gli state a dire che egli non
-crede ai Re Magi, è facile che non vi dia ascolto.
-
-Accanto a queste gioie, vi è il dolore, vi è di peggio: la noia;
-— accanto ai felici che specchiano il loro sorriso nelle papille
-attonite dei bambini, vi ha chi dorme fino a tardo mattino un sonno
-greve, agitato dalle nauseabonde immagini dell'orgia della vigilia, e
-nondimeno più dolce del ridestarsi che lo attende; vi è la casa che non
-ha teste ricciute e bionde; vi è il cuore vuoto d'affetti e sordo agli
-echi d'una gioia tranquilla.... Ma l'Asmodeo che ci ha confidato il suo
-segreto non ci ha dato la sua malignità, e noi vogliamo pure illuderci
-che alcuna miseria non oscuri il sole di questo giorno, se per ciò non
-occorre altro che chiudere bonariamente gli occhi.
-
-Ritorniamo al cortile ingombro di mucchi di neve.
-
-È più di un'ora che un uomo va su e giù, rasentando la muraglia
-col capo basso e le braccia penzoloni. Quante volte ha misurato
-la larghezza dello spazio? Forse egli lo sa, poi che a vedere con
-qual aria severa e con quanto scrupolo attende alla sua bisogna,
-senza affrettare il passo mai e senza voltare mai un pollice prima,
-si direbbe che egli abbia prefisso un numero inesorabile alle sue
-misteriose evoluzioni, e che dalla esattezza dipendano le sorti di un
-disegno occulto.
-
-Non vi ha viaggio che, coll'aiuto della Provvidenza, non abbia presto
-o tardi un termine; tutto sommato quello del nostro incognito è ancora
-dei più brevi, perchè ha durato un'ora, dieci minuti ed un certo numero
-di secondi di cui non terremo conto per non essere più scrupolosi
-dell'enorme orologio che ci sta in faccia, il quale ha due sole
-frecce, — una per le ore, l'altra per i minuti — nè per ciò si crede un
-orologio da poco.
-
-Quell'infaticabile camminatore s'arresta di botto colla precisione
-d'un automa, solleva il capo, gira lo sguardo intorno e muove difilato
-verso una porticina a vetri, senza badare ai mucchi di neve nei quali
-inciampa ad ogni passo gettandosi innanzi un polverio luccicante; gira
-la gruccetta di ottone e sparisce chiudendosi l'uscio alle spalle — non
-però così presto da impedire il passaggio a chi avesse la buona volontà
-di tenergli dietro, come l'abbiamo noi.
-
-Appena il nostro sconosciuto ha posto il piede nella stanza, una voce
-cavernosa e tremante, ma raddolcita ed assottigliata ad arte, lo saluta
-per nome:
-
-— Buon giorno, babbo Jacopo.
-
-— Buon giorno, figliuolo mio.
-
-— Hai dormito bene, babbo?
-
-— Benissimo, grazie.
-
-La voce infantile tace, ed il signor Jacopo passa oltre, tirandosi
-dietro la più bizzarra creatura che si possa immaginare. È un vecchio
-curvato, assottigliato, rimpicciolito dagli anni, ma tuttavia alto
-più del comune; ha capelli bianchi, cadenti in ciocche arruffate
-sulle spalle, e cammina a piccoli passi saltellanti, sforzandosi
-evidentemente di dare ai suoi modi un'apparenza bambinesca. Il viso
-scolorito e scarno ed il corpo mingherlino lo fanno somigliare ad una
-gigantesca pergamena. — Non domandate la storia di questa pergamena
-vivente. Non chiedete quali avvenimenti ha enumerato il cuore di questo
-uomo in settant'anni. E sono proprio settanta? Poi che egli se n'è
-dimenticato, poi che il suo cuore non invecchia, può essere che la
-canizie mentisca. Se i fanciulli sono prima di tutto creature ingenue
-ed innocenti, mastro Paolo è il miglior fanciullo che noi conosciamo;
-e nessuna volgare considerazione ci tratterrà dal chiamarlo Paoluccio,
-come egli vuol esser chiamato.
-
-Il signor Jacopo e Paoluccio formano un contrasto piuttosto bizzarro,
-come ognuno può immaginare, e nondimeno le molte persone radunate in
-quell'ampia sala non sembrano darsene alcun pensiero, e continuano a
-seguire con raccoglimento le fasi d'una partita di carambola, giocata
-con molto maggior gravità che di solito non se ne richiegga per simile
-occupazione, da due atleti fatti più formidabili dalla rivalità.
-
-Oltre il cerchio compatto che si stringe attorno al biliardo è uno
-spazio vuoto, con panche e tavolini lungo le pareti, e nel mezzo una
-stufa enorme. Qui ritroviamo alcuni volti curvi sopra i giornali della
-vigilia.
-
-— Badi, dice uno levando gli occhi furbi dal giornale, per guardare
-maliziosamente il signor Jacopo e Paoluccio, i quali si scaldano in
-silenzio accanto alla stufa, badi alla faccia di mastro Paolo; che cosa
-ci legge lei?
-
-— Nulla, risponde il vicino spalancando due occhietti grigi attraverso
-i vetri degli occhiali.
-
-— La natura le ha posto gli occhi in fronte per burla... si capisce...
-non fu che un pretesto per farle portare gli occhiali, anzi gli
-occhiali sono un pretesto trovato bene per far credere che gli occhi ce
-li ha.
-
-— Ce li ho, ribatte l'altro, levandosi gravemente gli occhiali e
-passando una mano sugli organi calunniati, come per accertare la cosa.
-
-Il calunniatore sorride in aria compassionevole, e si affretta a
-confortare il suo vicino assicurandogli che ha voluto fare una celia:
-poi ritorna alla prima indagine.
-
-— Crede lei che abbia messo fuori la scarpetta?
-
-L'interrogato si accontenta di ridere fra sè e sè, ma non risponde.
-
-E l'altro insiste:
-
-— Crede lei che ci abbia trovato qualche cosa?
-
-Ma l'interrogato sembra aver paura di arrischiare le sue credenze e
-s'inabissa in una riflessione molto profonda, che minaccia d'essere
-altrettanto lunga.
-
-— A che pensa, reverendo?
-
-A questo titolo che gli ricorda il suo carattere sacro, una mistica
-luce sembra animare il viso del pensatore, il quale immagina di
-rispondere direttamente alla domanda col primo versetto latino
-dell'orazione domenicale.
-
-Questa furberia liturgica non è però molto fortunata e fa una meschina
-figura in faccia al sorriso laicale dell'altro.
-
-— Reverendo, dice costui, è furbo lei!
-
-— Le pare, professore?
-
-— Se mi pare! interrompe cattedraticamente il professore, se mi pare!
-Ma ci è ben altro che mi pare! E prima di tutto ci è che mastro Paolo
-ha messo fuori la scarpetta, un demonio di scarpetta, che se non fosse
-scarpetta potrebbe essere una barca...
-
-— Proprio?
-
-— Proprio.... e contenere una mezza dozzina di barcaiuoli, a due remi,
-in tutto dodici remi, senza contare il timoniere.
-
-— È curioso.
-
-— È vero.... In secondo luogo ci è che la scarpetta deve avergli
-fornito le pasticche di menta per tutto il mese, a masticazione
-continua; ed eccolo appunto che incomincia.
-
-— È vero.
-
-— È curioso.... questo sì, reverendo, è curioso; in tutta la sua
-diocesi lei non incontrerà mai una creatura più curiosa di mastro
-Paolo. Quale stravaganza, con quel paio di carnovali sulla coscienza,
-essersi posto in capo di essere un bambino svezzato da poco!... Oh!
-perchè non addirittura da latte?
-
-Il reverendo sembra meditare sul quesito e trovarlo insolubile; il
-professore continua:
-
-— È proprio una pazzia bizzarra, non è vero? Ma io domando: è mai
-possibile essere pazzi a tal segno? Un gramma di pazzia tutti quanti ce
-l'abbiamo, dobbiamo averlo, questo è in natura, ma o che mastro Paolo
-ne ha invece una tonnellata, o che tutto il suo cervello non pesa più
-di un gramma. Che dico?... ma egli è tutto pazzo, dai capelli bianchi
-fino alla pianta dei piedi, anzi fino alle scarpette... ah! ah! ah!
-
-Messo di buon umore dalla sua arguzia, il professore batte
-amichevolmente sull'omero del reverendo, il quale s'ingegna
-d'associarsi a quell'ilarità per dimostrare la propria gratitudine.
-
-Quando anche avessi in animo di torturare la curiosità dei lettori e
-fare d'ogni capitolo un indovinello, le ciarle del professore Rigoli
-non mi permetterebbero di andare innanzi lungamente senza guastare il
-sistema; ora poichè non si deve farne un mistero, meglio è dire subito
-che ci siamo introdotti nella sala di ricreazione d'un manicomio di
-Milano, e che i personaggi che vi abbiamo incontrato hanno tutti,
-secondo il linguaggio del professore, il loro gramma di pazzia, quando
-non ne hanno una tonnellata.
-
-Il professore Rigoli per altro — ognuno se ne sarà accorto — è uomo
-ragionevolissimo, il che non toglie che egli ami la barzelletta e la
-forma caustica, quando si dimentica d'essere professore. Parla con
-sussiego di molte cose, anche di quelle che non sa, ed in mancanza di
-meglio possiede un silenzio così scientifico, che non ha confronti se
-non nei geroglifici egiziani. Tutto questo suole nel mondo condurre
-a gran cose. Il nostro professore ebbe però la disgrazia di non aver
-saputo coltivare la scienza, senza trascurare la moglie, la quale,
-giovine e bella, incontrò alla prima cantonata un giovinotto, che si
-era fatto un dovere di trascurare la scienza per coltivare le mogli
-degli altri. Avvenne che la scienza rimase fedele al professore, ma
-la moglie no, ed il marito dopo varie peripezie finì coll'innamorarsi
-d'un sistema scientifico capace di mettere la botanica in rivoluzione,
-voglio dire il sistema di «seminare i raggi di sole.» Questa scoperta,
-che doveva spalancargli le porte della gloria, fu dai profani accolta
-con diffidenza e gli aprì tutti gli usci del manicomio.
-
-La partita di carambola è finita, ed il vincitore riceve modestamente
-le felicitazioni della _galleria_, mentre il perdente si conforta
-dandosi dell'asino colla convinzione di un carambolista ragionevole,
-il quale sa di non poter salvare il decoro di giocatore senza questo
-rimedio eroico.
-
-Quasi nello stesso tempo l'orologio del cortile brontola le undici ore.
-La voce nota non si fa mai udire senza che qualcuno dei personaggi
-raccolti nella sala sollevi il capo dal giornale od esca dalla sua
-meditazione per tendere l'orecchio e stare in ascolto molto tempo dopo
-che l'onda sonora si sia smarrita nello spazio; questa volta però non
-una di quelle fisionomie si conturba; sorridono anzi, e le ciancie, un
-istante interrotte, sono ripigliate con maggior ardore, ed i capannelli
-si ingrossano dei più melanconici, che se ne stavano in disparte, ed
-un'allegria meno sospettosa del consueto esala da quelle povere anime.
-
-Si capisce all'insolito pigiarsi l'uno contro l'altro, all'aria di
-affaccendarsi che tutti pongono nel far nulla, che i loro spiriti
-lavorano irrequieti alla prospettiva d'un avvenimento aspettato. Laggiù
-è uno, il quale sfoga la sua impazienza pestando con un certo garbo
-un valzer di Strauss sopra un pianoforte verticale; qui un altro che
-cammina a gran passi fregandosi le mani e sorridendo benignamente ai
-fantasmi del suo pensiero. In verità, il viso più tetro della comitiva
-è quello del guardiano del luogo, il quale, seduto in un canto, sembra
-meditare sulla idea melanconica d'aver conservato la ragione, ed ha
-l'aria di sentirsi umiliato perchè non riesce a darsi saviamente la
-metà dello spasso di quei cervelli malati.
-
-Fra i più impazienti ve n'ha uno a cui viene un'idea luminosa; egli
-esce all'aperto, dà un'occhiata d'intelligenza segreta all'orologio,
-poi rientra contentissimo della sua gherminella... Ecco... battono le
-undici e mezza...
-
-Ancora poche battute di valzer, ancora due ciancie animate, poi
-tutti escono dalla sala, dandosi un contegno grave più che forse
-non si richieda da gente piena d'appetito ed avviata alla mensa; ma
-l'ipocrisia, come tutte le altre scienze della vita, non può pretendere
-nei manicomi ai trionfi che l'accompagnano nel mondo ragionevole.
-
-Nell'attraversare il cortiletto i poveretti sollevano il capo e
-dirigono gli occhi verso uno stesso punto, e fanno un saluto della mano
-colla regolarità di chi obbedisce ad una abitudine, e, prima di sparire
-ad uno ad uno nell'uscio del refettorio, si voltano e spingono il capo
-indietro e sprigionano il più dolce sorriso come per prendere commiato.
-Da chi? Da un'adorabile figurina bionda, da un volto color di rosa, che
-si protende fuor del davanzale d'una finestra poco lontana, inviando
-per l'aria un saluto amichevole.
-
-L'avete udita la sua vocetta d'argento?
-
-— Buon appetito!
-
-Il cuore dei poveretti ha risposto «grazie.»
-
-Sono scomparsi tutti... anche gli occhi della curiosa personcina... Si
-dà in tavola.
-
-Il refettorio è trasformato; sono sparite le note mense, piccole e
-solitarie, disposte in giro per l'ampia sala, ed in loro vece pompeggia
-nel mezzo — proprio in quello spazio vuoto che tanti occhi sogliono
-guardare melanconicamente durante i pasti d'ogni giorno — una lunga
-tavola imbandita con una certa pompa appetitosa. Una mensa sola, una
-sola famiglia! Qual gioia! ciascuno prende posto con un impaccio non
-dissimulato, ma senza disordine; chi ha un amico con cui divide più
-intimamente le sue idee se gli fa accosto senza complimenti; ma in
-fondo non vi ha vero contrasto d'idee fra nessuno, e poi la gioia
-d'essere uniti e di sedere ad un banchetto, avvicina ogni antagonismo —
-l'appetito fa il resto.
-
-Paoluccio è in preda ad una giocondità nervosa, perchè ha notato
-alla prima che la sua posata si è, per l'occasione straordinaria,
-accresciuta di un coltello, un vero coltello a punta rotonda,
-pochissimo tagliente, ma col manico d'ebano e colla sua lama di ferro
-genuino lucente come specchio. Pensate che beatitudine per quella
-povera creatura, e che sorriso infantile fra le sue rughe!
-
-Egli non è però il solo a rallegrarsi, perchè ciascuno dei suoi
-colleghi ha il proprio coltello a punta arrotondata e col manico
-d'ebano, e tutti se ne sono accorti alla prima e ne fanno festa! E come
-non far festa ad una _infrazione del regolamento_?
-
-Però la vigilanza dei guardiani è raddoppiata: è avvenuto molte volte
-che qualcuno degli ospiti del luogo si ostinasse a non trovare di
-suo genio questo mondo e a volersene andare all'altro — e provatevi a
-persuadere del contrario un matto che si ostina!... il minor rischio
-è di buscarvi del matto. I bravi guardiani hanno pensato che, con un
-po' di buona volontà, adoperando molto ingegnosamente, è possibile
-tagliarsi la gola anche con quei coltelli simbolici, ed hanno l'occhio
-a tutto, fuorchè al cuore dei poveretti, dove è scritto a caratteri
-maiuscoli che quest'ora è una delle più belle della loro vita.
-
-Oh! gli eloquenti silenzi delle prime mense! Oh! i sereni preludi
-d'ogni allegro concerto di piatti e di bicchieri!
-
-Quel raccoglimento solenne dura più che non sia costume fra gente
-che ha la testa sana; vi è chi figge gli occhi nel desco e non sa
-distaccarneli; i servitori attendono a mutare le stoviglie e le
-vivande con una specie di premura compassionevole; ogni tanto uno
-dei commensali china il capo sul petto, o muove gli occhi in giro
-lentamente, e dimentica la sua occupazione, e si oscura in volto —
-ma un servitore gli offre del burro fresco o dei sedani... eccolo che
-riattacca il filo e sorride.
-
-Tutta la buona volontà dei guardiani non può fare per altro che,
-cessato il primo impeto di gioia, il banchetto pigli un aspetto grave e
-taciturno.
-
-È permesso a Paoluccio di avere un'opinione sua e d'esporla?
-
-«Ecco... egli pensa che il fritto era eccellente, e che il brodo non
-teme confronti nella cronaca dei brodi dello stabilimento.»
-
-Bravissimo! tutti sono dello stesso parere; il professore Rigoli
-aggiunge anzi con enfasi che la zuppa fu scodellata con soverchia
-parsimonia, e domanda scherzosamente il permesso di far replica; e
-l'ottimo reverendo, che gli sta al fianco, dopo essere stato il primo a
-trovare quell'idea piena di giudizio, si risolve a fare altrettanto.
-
-La conversazione è così posta sopra un terreno che non offre pericoli
-di male intelligenze; l'istintiva diffidenza dei commensali più
-ritrosi scompare, ed un bagliore d'entusiasmo brilla sulla fronte di
-ciascuno. Si esce dal silenzio ad un tratto per cadere nella verbosità;
-si ciancia molto, si scherza spesso e si balbetta qualche volta,
-intendendosi meno che è possibile. — I savi non sanno far meglio.
-
-Un vinello color di rosa circola con una dotta parsimonia, il tanto che
-basti a snodare la lingua ai melanconici, ad imbrogliarla ai parolai.
-
-Vi è uno che ha fatto allusione all'equilibrio europeo, un altro che
-ha rievocato le fasi contrastate della partita di carambola, un terzo
-il quale confida ad alta voce a chi vuol sentirlo il suo occulto
-disegno di bandire una riforma sociale, ed il professore, ghignando
-in disparte, con un fare tra l'olimpico e lo sdegnoso, resiste alla
-superba tentazione di confondere i suoi colleghi coll'esposizione
-particolareggiata del sistema di seminare i raggi di sole.
-
-Ma improvvisamente l'Europa, dimentica della statica, ripiglia col
-rimanente del globo le sue evoluzioni intorno al sole, la partita di
-carambola rientra nel passato, la riforma sociale nell'avvenire, ed il
-professore, tolto alla contemplazione del suo sistema, è il primo ad
-annunziare lo arrosto.
-
-Così, o all'incirca, è del resto degli uomini: mille che disegnano,
-mille che fantasticano, mille che rammentano, mille che sognano, poco
-d'accordo le unità, pochissimo le decine e le centinaia, quasi mai le
-migliaia, ma un pensiero in cima agli altri, ed un sublime accordo in
-quell'immensa discordanza — l'arrosto!
-
-Il desinare volge al termine; il professore trova bella la vita
-e ne fa la confidenza al reverendo, il quale dà prova d'una rara
-perspicacia, aggiungendo che il pranzo era eccellente; Paoluccio si
-è empito le tasche di zuccherini, e babbo Jacopo ha smesso la sua
-aria melanconica, quando improvvisamente apparisce, senza che alcuno
-l'abbia visto venire, un uomo sulla sessantina, di statura alta e
-maestosa, ma benevolo e sorridente, seguito da un ometto rotondo,
-paffutello, biondo, specie di amorino a quarant'anni sonati, non buono,
-a giudicarne dall'aspetto, se non a sorridere perennemente. L'atto
-con cui ciascuno dei commensali risponde alla famigliarità di quei
-due, dice chiaro che essi hanno sopra i disgraziati una dolce autorità
-che ispira gratitudine. In fatti il più vecchio è il direttore, ed il
-più giovane il medico dello stabilimento. Voi non avete visto mai un
-direttore più alla mano, un medico più di buon umore.
-
-Il signor Fulgenzio, sebbene non abbia ancor toccato la sessantina,
-usa chiamare _figliuoli_ i suoi ospiti; i poveretti gliene sono grati,
-e Paoluccio più di tutti. Quanto al rubicondo dottore, è opinione
-incrollabile nel luogo che non vi sia un compagnone ed un amico più
-piacevole di lui. E bisogna vedere com'egli stringe la mano a tutti, e
-come dà del tu, e come ammica furbescamente ai più furbi, quasi a dire:
-«ne abbiamo fatte di belle, noi, eh! chi sa? ne faremo ancora!» Bisogna
-vederlo!
-
-Certo è che la sua dimestichezza gli ha guadagnato la fiducia d'ognuno.
-«Per il dottor Parenti non si hanno segreti; innanzi al dottor Parenti
-non vi devono essere melanconie; questo bisogna farlo per il dottor
-Parenti, e quest'altro per il dottor Parenti.»
-
-Era stato naturalmente il dottor Parenti a mettere in corso questa
-specie di moneta spicciola di aforismi; e siccome egli stesso mostrava
-d'averli in conto di verità di fede, tutti li pigliavano per tali, ed
-il reverendo avrebbe giurato senza scrupoli sul nuovo evangelio.
-
-Il signor Fulgenzio aveva accostato una sedia presso a babbo Jacopo,
-e gli parlava amorosamente; e gli altri lo guardavano colla coda
-dell'occhio, ma senza invidia, perchè babbo Jacopo, avendo intervalli
-di buon umore assai radi o melanconie assai lunghe, sebbene non si
-sapesse null'altro dei fatti suoi, passava per il più sventurato del
-luogo, e la preferenza del direttore era considerata saviamente quello
-che era — un triste privilegio della sventura.
-
-Da qualche tempo il professore Rigoli guarda il soffitto di nascosto;
-lasciatelo fare, non gli manca più che una rima. Eccolo che si alza con
-impeto, solleva il bicchiere come uno che non possa più resistere, e
-getta un altro sguardo al soffitto, dove si deve supporre che abiti la
-musa prepotente e tentatrice.
-
-Ma la maggior parte dei commensali hanno il bicchiere vuoto...
-incomincia... non incomincia... perde il rimario, perde il metro, gli
-si oscura la fronte... occorre un rimedio eroico, parlerà in prosa.
-
-«Io bevo, dice egli, alla salute del nostro eccellente ed amoroso
-padre, del nostro amico dilettissimo, ed auguro che per molti anni
-ancora, questo giorno ci trovi...»
-
-Al professore viene il sospetto che stia per dire una castroneria, ma
-la frase è incominciata, e perciò egli conchiude con un paralogismo
-appena perdonabile ad uno scolaro:
-
-«Questo giorno ci trovi... col cuore pieno degli stessi sentimenti di
-affetto e di riconoscenza verso il nostro eccellente ed amoroso padre
-ed il nostro amico dilettissimo.»
-
-— Evviva! gridano i commensali — e l'altro prosegue:
-
-«Possa la memoria di questo giorno non cancellarsi mai, come non si
-cancellano i raggi del sole che tramonteranno nell'altro emisfero per
-ritornare domani splendidi come prima.»
-
-Il professore sorride non solo in qualità di poeta contento della
-similitudine, ma come scienziato, che con due paroline ha messo il
-suo prossimo alle porte di un edifizio scientifico, in cui egli fa da
-padrone.
-
-Il dottor Parenti se ne accorge, indovina pure che il brindisi ha
-bisogno di essere interrotto, e corre a stringere la mano all'oratore
-colla sua maggior serietà.
-
-Il primo a ridere è il professore; non per nulla si ha dello spirito!
-
- . . . . . . .
-
-Quando siamo felici, la terra ci fugge sotto i piedi; ecco, è il
-meriggio.... ecco, è il tramonto, è la notte.
-
-Svaniscono i giocondi fantasmi, il pensiero si abbruna, i commensali si
-guardano l'un l'altro freddamente... «È finito!»
-
-Non è finito — si apparecchia il focolare; entro un enorme camino che
-non si accende mai, si butta una gran catasta di legna secca, e tosto
-cento lingue di fuoco si fanno beffa della stufa enorme. Che splendida
-rivincita!
-
-Quanto dura il bagliore della prima fiammata, il cuore dei poveretti
-batte più forte, ma la seconda non ha la stessa virtù; l'abitudine è
-nemica d'ogni nuova gioia.
-
-Alle ciance un istante riprese con ardore, succede un silenzio
-profondo; i più felici si addormentano, gli altri si rincantucciano o
-leggono i caratteri che si disegnano nelle brage, o tendono l'orecchio
-alle parole misteriose mormorate dalla fiamma.
-
-Quanta vita in quel silenzio, quanta melanconia in quei quattro tizzoni
-che si consumano splendidamente!
-
-A poco a poco il silenzio e la melanconia si abbarbicano, diventano
-i padroni del luogo, la fiamma si ripiega sopra sè stessa, i tizzi
-rotolano, e la bragia si scolorisce sotto la cenere — ma chi vi pone
-mente? Ognuno ha l'occhio ad un proprio focolare, ne vede la fiamma
-viva, ricerca sotto le ceneri la bragia ardente, e interroga volti
-assenti che gli sorridono.
-
-È tardi... invano l'orologio ha fatto l'appello molte volte; non
-gli si dà ascolto; Paoluccio si è addormentato appoggiando la testa
-all'omero di babbo Jacopo, il quale guarda tristamente nel vuoto, ed il
-professore singhiozza in un canto.
-
-Tutta la vacua dimenticanza di quei cervelli è scomparsa, quella
-melanconia ha un significato: è un dolore, è una gioia, è una casa, è
-una famiglia che riappare nell'ombra; quel giorno di Natale ne ha fatto
-rivivere un altro, un altro, un altro...
-
-
-
-
-II.
-
-MOLTE COSE IN UNA CHICCHERA DI TÈ.
-
-
-Che casa allegra quella del dottor Parenti! Di giorno la luce vi fa
-galleria; il sole ci si tuffa entro dal primo mattino e non se ne va
-se non poche ore innanzi il tramonto, quasi a malincuore, e quando
-scompare dietro i tetti della casa dirimpetto, sembra che, rizzandosi
-sulle punte dei piedi, si tenga un istante appeso ai comignoli per
-darle un'ultima occhiata. Che casa allegra quella del dottor Parenti!
-Domandate a quei canarini perchè cinguettino con tanto gusto e perchè
-scuotano le testine con tanta spensieratezza entro i fili di ferro
-della gabbia. Ed a quel micio bianco che russa saporitamente sopra
-una seggiola, perchè ogni tanto socchiuda gli occhi ed ammicchi tra
-il furbesco e l'indolente ai suoi compagni ciarlieri. Osservate come
-tutto è in ordine, come ogni oggetto sa la sua parte a memoria, e che
-disciplina e che nettezza! A chi obbedisce tutto ciò? Qual è la fata
-che prepara l'incantesimo?
-
-Il dottor Parenti no certo; egli fa le sue faccende, cura i suoi
-ammalati, e tutta la malìa si compie durante la sua assenza. Quando
-è di ritorno batte le mani e si stringe al seno la fata della sua
-casa, la qual fata è una faterella di quindici anni, bionda, con
-due grand'occhi color della pervinca, con un corpicino snello ed
-irrequieto, ed un visino incarnato e sorridente — un bocciuolo di rosa
-che si chiama Olimpia, amica dei pazzerelli, fedele all'amore della sua
-bambola.
-
-Che casa allegra quella del dottor Parenti! Quand'è la notte, non
-importa che sia la notte; d'estate ci è la terrazzina, in cui si
-annodano le ciance guardando le stelle; d'inverno il focolare, innanzi
-al quale si sta così bene in due. Le ombre che si allungano nella
-stanza, sono ombre note e non danno la melanconia, i canarini dormono,
-il micio si aggomitola accanto al fuoco, ed una bella lampada con un
-globo disegnato di figurine chinesi manda una certa luce gioconda che
-fa allegria. La neve che scende di fuori guarda curiosamente attraverso
-i vetri quella scena di pace e vuol la sua parte dei riflessi rossigni
-del focolare allegro.
-
-A questo punto il signor Fulgenzio si guarda intorno, come timoroso che
-si abbia potuto leggergli nella mente, e rassicurato dalle apparenze,
-conchiude le sue fantasie con un lungo sospiro, che ha tutta l'aria di
-ripetere:
-
-«Che casa allegra quella del dottor Parenti!»
-
-Ma non per nulla il dottor Parenti porta in fronte due occhietti
-scintillanti; ci si vede chiaro con quei lampioncini; e se ti fidi al
-risolino da spensierato che gli socchiude le labbra o credi la felicità
-mal'accorta, metti il tuo cuore allo scoperto.
-
-Il signor Fulgenzio immagina di aver sospirato al sicuro, e che i due
-compagni, durante il breve monologo del suo pensiero, fossero così
-intenti ad amarsi da non badare più al prossimo; ma egli non ha ancora
-ripreso fiato coll'intenzione di ricominciare, quando sente due manine
-intorno al collo, e si vede un volto d'una bellezza quasi infantile
-dinanzi, così vicino, così vicino, che è impossibile resistere alla
-tentazione.... Un bacio, un bel bacio, uno di quelli che ricacciano
-indietro un reggimento di sospiri; il dottor Parenti accosta la sedia
-al focolare, Olimpia si curva dinanzi ai tizzoni e li ricompone, e ci
-soffia entro perchè mandino una bella fiammata, ed eccoli tutti e tre
-serrati l'un contro l'altro.
-
-Ma non si dice verbo; chi sarà primo a rompere un silenzio, in cui
-hanno parte il cuore ed il cervello, con una frase vuota e menzognera?
-
-Olimpia non ha siffatti scrupoli.
-
-— Babbo, dice ella con una vocetta che pare il tintinnio d'un
-campanello, il Natale sta per passare, e per poco non ce ne avvediamo,
-manca un'ora alla mezzanotte; chi sa che cosa fanno in questo momento i
-miei pazzerelli?
-
-— I tuoi pazzerelli fanno come la tua bambola, dormono, risponde il
-dottor Parenti, e tu da un pezzo dovresti fare come i tuoi pazzerelli e
-come la tua bambola.
-
-Ma Olimpia crolla la testa con molta gravità e ripete che il Natale
-bisogna finirlo come si è incominciato, allegramente, e per aggiungere
-in qualche modo il fatto alle parole dà un balzo e tira il cordone del
-campanello, che fa udire da lontano la sua voce festosa. Subito dopo si
-sente un passo strascicato, ed apparisce nel vano della porta una donna
-enorme portando un enorme vassoio con sopra quattro chicchere ed un
-enorme bricco di tè.
-
-Quel donnone si chiamava Simplicia, ma fa ribattezzato Semplicetta, e
-non si sa proprio perchè, essendo che di semplice non ha che il nome,
-ed incominciando dal suo corpo, in cui è la materia prima per due
-Semplicette, anche non semplicissime, fino alle rotondità carnose che
-le incorniciano il mento, essa ha tutto doppio.
-
-La maniera grave e composta con cui porta il vassoio e lo posa sulla
-tavola, fa uscire Olimpia in una risata, a cui fa eco il dottor Parenti
-e di rimbalzo la stessa Semplicetta, la quale non ha la debolezza di
-lasciarsi sgominare da checchessia.
-
-Ma perchè quattro chicchere invece di tre?
-
-Per la bambola?
-
-Chi avesse fatto questa domanda ad Olimpia l'avrebbe posta
-evidentemente in imbarazzo: infatti ella scosta una chicchera, e
-cerca di nasconderla, senza riuscirvi così presto che il signor
-Fulgenzio non se ne avveda. Si capisce: in quattro si doveva tentare il
-prosciugamento di quell'oceano di tè. Ma che cosa trattiene l'assente?
-
-Nessuno ne fiata parola, ed il signor Fulgenzio, che ha nascosto un
-istante la fronte fra le mani, la rialza colle rughe non del tutto
-spianate per ricevere dall'amabile padrona di casa la sua chicchera.
-Niente di meglio d'una tazza di tè molto caldo per nascondere i moti
-dell'animo; il signor Fulgenzio ci soffia entro a pieni polmoni la
-sua commozione, ed il dottor Parenti fa altrettanto per non mostrare
-di avvedersene. La sola Olimpia nel mescere il latte caldo non sa
-trattenere un tremito delle mani, e Semplicetta, che in fondo capisce
-le cose a volo, guarda la quarta chicchera rimasta vuota, come
-minacciando di schiacciarla con tutto il proprio peso.
-
-La cerimonia del tè, che doveva essere lietissima, riesce invece
-freddina; checchè facciano i tre amici non riescono a riattaccare
-il filo del buon umore, a dopo una mezz'ora misurata a monosillabi,
-Olimpia dà la buona notte all'amico, si butta nelle braccia del babbo e
-se ne va a letto.
-
-Non appena la bionda creatura ha passato l'uscio, il signor Fulgenzio
-balza dalla sedia e si dà a camminare a gran passi.
-
-Il dottor Parenti sa il fatto suo e lascia che si ammorzi il primo
-impeto; si china intanto a frugare attentamente nella cenere senza
-sperare di trovarvi nulla di buono. Dopo aver fatto una mezza dozzina
-di giri per la stanza, l'altro infatti ricade sulla seggiola lasciata
-vuota poc'anzi, proprio nel momento in cui il dottore rialza il capo
-non cessando di brandire la paletta.
-
-— Non mi dirai più che quello scapestrato in fondo ha del cuore!
-
-Il dottor Parenti veramente non aveva mai detto nulla, ma siccome
-egli sa che tutti sono eguali in faccia alla fisiologia, scapestrati e
-timorati di Dio, non esita a fare una crollatina di capo, come a dire
-che avrebbe intenzione di sostenerlo ancora.
-
-Ma il vecchio direttore non bada al gesto o non lo capisce, e fissa gli
-occhi tristamente nei carboni; il dottore tira più vicino la sua sedia,
-si gratta il rovescio della mano in forma di esordio, poi domanda, col
-tono di chi entra addirittura in materia:
-
-— Che cosa ne è di tuo figlio?
-
-Questa parola sembra risonare duramente nel seno del vecchio, il quale
-tentenna il capo in atto di profonda amarezza e non risponde.
-
-— Che cosa ne è di Mario? ripete dolcemente l'altro.
-
-— E lo so io? Non sono forse l'ultimo a saperle io lo cose di _mio
-figlio_?
-
-Il dottore concede un minuto di silenzio al risentimento dell'amico,
-poi soggiunge lentamente e dando alla sua voce un'espressione quasi
-carezzevole:
-
-— Forse tu sei troppo severo con lui!
-
-— Severo! Non ha sempre fatto quello che ha voluto? ho io mai cercato
-di sostituire il mio volere al suo? e non si serve appunto della
-sconfinata libertà che gli ho dato per affannare la mia vecchiaia?
-
-E siccome il dottore non lo interrompe subito, egli aggiunge con
-accento più sereno:
-
-— Sai tu dirmi perchè, invece di passare la notte di Natale con noi, se
-n'è andato fuori di casa subito dopo il desinare e non si è più visto?
-È cuore questo? È affetto? È gratitudine, domando io, è gratitudine?
-
-E il povero padre tormenta colle molle i tizzoni che levano miriadi di
-scintille.
-
-— Mario non ha che ventidue anni...
-
-— Gli ho avuti anch'io ventidue anni e so come si ama a quell'età! Ma
-stolto chi ne ha sessanta sonati e non ha ancora imparato a conoscere
-gli uomini, o quando gli ha conosciuti una volta, non ha saputo
-odiarli, ed ha preferito starsene solo per continuare ad amarli. Che
-bisogno avevo io di conchiudere la mia vita da scapolo con qualche
-opera meritoria, come se il vivere in questo mondo di egoisti non fosse
-già un'opera meritoria? Mi sono dato una famiglia di disgraziati;
-doveva bastarmi.... Ma mi venne lo sciocco appetito di far qualcuno
-felice, e pensai a darmi un figlio... Ho creduto che un estraneo non
-dovesse più rimanere tale in faccia al beneficio e che la riconoscenza
-potesse mutarsi in amore. Dovevo aspettarmelo: ho voluto domare
-l'egoismo d'un mio simile, e la belva mansuefatta, invece di pigliare
-le sembianze dell'ipocrisia, ha preso quelle dell'ingratitudine. Ciò fa
-più male, ma è più schietto; non è vero che è più schietto?
-
-L'insistenza della domanda è di quelle che non vogliono risposta; il
-dottore infatti se la cava cacciando tre o quattro volte la paletta
-nella cenere in modo da lasciarvi l'impronta. Il vecchio intende quel
-linguaggio a modo suo, ed aggiunge:
-
-— So che cosa mi vuoi dire, non proseguire.
-
-Nulla di più facile per il dottor Parenti, il quale presta l'orecchio
-attento e curioso.
-
-— So che la mia vita manca di logica; che dopo aver dubitato di
-tutto ero in obbligo di tirar dritto fino all'ultimo, e che, avendo
-rinunziato alla famiglia, dovevo andare incontro senza paure alla
-solitudine della vecchiaia; ho sbagliato; un barbone od un bracco, che
-avrei battezzato Melampo od Azor, era il fatto mio meglio di un animale
-della umana specie a cui ho dato il mio nome. Non è così?
-
-— È così. E se a quel tempo io fossi stato in età di dare consigli e
-tu me n'avessi chiesto uno, avrei dato il mio voto a Melampo, come alla
-sola creatura riconoscente che respiri sulla crosta del globo.
-
-L'enfasi che il dottore pone in queste parole, lascia evidentemente
-incredulo il suo compagno, il quale, dopo breve titubanza, fa una
-professione di fede, che in fondo non è se non una domanda.
-
-— Il cielo mi guardi dallo sfrondare le illusioni di chicchessia; beato
-te se potessi credere alla riconoscenza degli uomini come vi ho creduto
-io alla tua età!
-
-— Io non vi ho mai creduto, risponde l'altro senza batter ciglio.
-
-E siccome il vecchio insiste collo sguardo, egli aggiunge collo stesso
-accento pacato: «La colpa non è però dei beneficati.»
-
-— No, ma del benefizio.
-
-— O dei benefattori...
-
-Il signor Fulgenzio non pare comprendere, e lascia dire.
-
-— Il beneficio, com'è inteso dai più, è il capitale che si vuole
-impiegare ad usura; nella massima parte dei casi il meccanismo di
-un'opera buona si spiega così: uno che spende parte del suo superfluo a
-comprare l'indipendenza d'uno che non ha il necessario. Tutti i quesiti
-possono ridursi a quest'unica formula.
-
-— E chi facesse il bene per la sola soddisfazione di farlo?
-
-— A costui basterebbe la sola soddisfazione d'averlo fatto; ma è
-un'eccezione. La regola è l'usura. Ora il beneficio strozzino fa la
-riconoscenza bancarottiera.
-
-— Spiegati meglio.
-
-— Mi spiego meglio. A rigor di logica la riconoscenza comprende averi,
-vita, pensieri, opere, parole, libertà e coscienza. Con pochi spiccioli
-in moneta di beneficio si vorrebbe assicurarsi un canone perpetuo in
-moneta di gratitudine. Il balzello è così grave ed uggioso, che la più
-spiccia è non pagarlo. E si fa bancarotta.
-
-Il vecchio non dice parola. Quel silenzio sembra pesare sull'animo del
-dottore, il quale prosegue a dire, come pentito della sua franchezza:
-
-— Parlo della maggior parte dei benefattori, ma vi possono essere
-eccezioni.
-
-— Lascia le eccezioni, interrompe bruscamente il vecchio direttore,
-e conchiudi la tua regola, e di' pure, poi che lo pensi, che
-l'ingratitudine è l'assenza d'un vizio, anzi una virtù; che per aver
-cuore aperto alla riconoscenza conviene essere nati a servire, deboli
-e pieghevoli come il giunco; che le umane querce debbono ribellarsi
-alla schiavitù del benefizio e trovar la forza di mostrarsi liberamente
-ingrate. Via, di' tutto questo, poi che lo pensi.
-
-Il dottore prosegue pacato:
-
-— Io penso che la riconoscenza non esiste, e non dico che sia bene
-o male: esistono solo i benefattori ed i beneficati; uomini che col
-benefizio credono di aver comprato un loro simile, ed uomini che
-hanno in conto di prestito il benefizio ricevuto. I cattivi debitori
-ti vedrebbero agonizzare e ti lascerebbero morire professandotisi
-eternamente _grati_; i buoni smaniano aspettando un'occasione che non
-viene, molto più beneficati se tu porgi loro maniera di saldare il
-primo debito, capitale ed interessi.
-
-— Costoro non sono riconoscenti meglio degli altri.
-
-— I poveretti credono d'esserlo.... e bisogna compatirli perchè sono in
-buona fede...
-
-— Io non vorrei altro che un po' d'affetto!
-
-— Una bagattella! Lo comprendo, ma la cosa è impossibile. Il beneficio
-si misura a soldi ed a centesimi e la riconoscenza pure: ma la
-moneta del cuore non ha prezzo. Di gente oppressa sotto il peso della
-gratitudine, pronta a buttarsi nel fuoco per il benefattore pur di
-sottrarsi a quel fardello, ne ho conosciuta....
-
-Che sta per aggiungere il dottor Parenti?
-
-Fortunatamente il suo vecchio amico lo interrompe.
-
-— Mario forse?
-
-— Non parlo di Mario, io non lo conosco abbastanza.
-
-Perchè il signor Fulgenzio non risponde? E perchè abbandona ancora
-il capo fra le mani, e guarda attraverso le dita, attonito, i tizzoni
-fumiganti nel caminetto?
-
-Per un momento il silenzio non è rotto che dal respiro sommesso dei due
-amici. Alla fine il vecchio solleva il capo, fissa gli occhi in volto
-al compagno e dice con un filo di voce:
-
-— Lo conosco io meglio di te? Mi chiama suo padre, ma io sono rimasto
-per lui un estraneo. So io come pensa, come sente?
-
-— Forse non ti sei preso la briga d'indovinarlo, arrischia a dire il
-dottore.
-
-— L'ho creduto dieci volte, e mi sono ingannato sempre; sapendo che
-egli non mi avrebbe aperto l'animo suo, ho cercato d'imparare a leggere
-in quel libro chiuso. Quante vie non ho tentato per arrivargli al
-cuore, senza che egli se ne avvedesse? Tutto inutile. Le sue abitudini
-all'Università di Pavia mi sono note. Non ci ho nulla a ridire. Ha
-studiato, studia, avrà presto finito il suo corso con onore; non ne
-so altro. L'ho visto dalla spensieratezza arrendevole dell'adolescenza
-passare un po' per volta alla calma, alla riflessione, alla melanconia,
-ed irrigidirsi, e farsi contegnoso e severo; da qualche tempo quella
-melanconia è divenuta tetraggine, e i suoi modi hanno preso una
-dolcezza di gelo che mi fa male al cuore. Il disgraziato è quasi
-riuscito a convincermi ch'io ho commesso una cattiva azione e ch'egli è
-la mia vittima.
-
-L'affanno del vecchio è cresciuto man mano, e le ultime sue parole sono
-rotte dal singhiozzo.
-
-Il dottor Parenti non sa più come tenersi, quando l'orologio batte le
-dodici ore.
-
-A quel suono il povero padre si pianta un istante ritto ed immobile,
-come a far prova della sua saldezza, porge la mano all'amico e se ne va
-augurando la buona notte.
-
-— Buona notte, dice il dottore accompagnandolo fin sull'uscio; e finchè
-si ode il rumore dei passi che scendono la scalinata, egli non si muove
-dal pianerottolo, e ripete ancora una volta: «Buona notte.»
-
-Oh! i tristi pensieri che accompagnano il vecchio fra le vuote pareti
-della sua casa! giunto sulla soglia si guarda intorno stando in
-ascolto; un lumicino col lucignolo carbonizzato arde in un canto, il
-servitore russa sopra una seggiola! Oimè! a qual notte fitta fa pensare
-quella agonia di luce, di qual silenzio profondo è l'immagine quel
-sonno!
-
-Al rumore dei passi il servo si rizza ancora dormente sulla sedia.
-
-— Sono io, Tomaso.
-
-— Scusi, credevo che fosse il signor Mario.
-
-— Non è ancora rientrato mio figlio?
-
-— Nossignore... almeno... mi pare...
-
-Il signor Fulgenzio non dice parola, attraversa le stanze silenziose e
-deserte e muove dritto alla camera di suo figlio. Non vi è nessuno...
-Il vecchio sta un momento immobile a guardare le pareti, il tavolino,
-il letticciuolo, come se vegga tutto ciò per la prima volta, mentre
-Tomaso tiene alti i lumi lottando vigorosamente col sonno.
-
-— Quando mio figlio ritornerà, gli dirai che dormo.
-
-— Non vuole che l'aiuti a spogliarsi?
-
-— Farò da me.
-
-Senza aggiungere parola, il povero padre prende un lume dalle mani del
-servo e se ne va nelle sue camere.
-
-Proprio in quel momento il dottor Parenti, dopo aver dato di catenaccio
-alle porte ed origliato all'uscio della camera della figliuola per
-udirne la respirazione tranquilla, passa col lume in mano dinanzi alla
-gabbia dei canarini; uno dei quali si sveglia, batte le alucce e dà un
-moto di altalena al cerchio in cui è accoccolato.
-
-— È Piccolino, pensa il dottore, e dice forte: «Addio, Piccolino.»
-
-Che casa allegra quella del dottor Parenti!
-
-
-
-
-III.
-
-LA FAMIGLIA DEL MAESTRO DI SCUOLA.
-
-
-Mi si permetta di nascondere dietro la prima lettera dell'alfabeto il
-nome del paese in cui stiamo per recarci — si sa che un narratore può
-avere cento ottime ragioni per celare il _teatro_ degli avvenimenti
-che narra. Per arrivarvi la via non è lunga; si esce da una porta,
-si infila una strada fiancheggiata di olmi, si fanno tre chilometri
-in linea retta, si volta a mancina, e poi a diritta, e poi di nuovo a
-mancina, altri due chilometri in tutto, e si è nel bel mezzo di A...,
-frazione di B..., mandamento di C..., provincia di Milano.
-
-La chiesuola e la casa comunale si guardano faccia a faccia, alle due
-estremità d'una larga piazza, tagliata in due dalla strada _maestra_ ed
-unica, che incomincia con un filare di gelsi e finisce con un filare
-di gelsi. A cinquanta passi fuor dell'abitato dei vivi è l'abitato
-dei morti: un campicello quadrato, con un muricciuolo di cinta assai
-meglio intonacato degli edifizi del paese; con una cancellata di ferro
-all'ingresso ed il suo _Memento_ che i latinisti del luogo traducono
-in volgare di generazione in generazione. All'estremo punto del paese,
-in una casetta color di rosa, che pare voglia prendere la via dei
-campi, penzola un'insegna con un'altra scritta che non ha bisogno
-d'interpreti: _Vino buono_, e in faccia, sopra una porticina stretta,
-come ha fama d'esservene una in paradiso, un'altra scritta: _Scuola
-comunale_. Tutti gli edifizi si rassomigliano, e paiono rachitici
-e sciancati, posti in fila per una rassegna burlesca; sporgono il
-ventre, barcollano sulle gambe e si tengono in piedi raccomandandosi
-all'intercessione dei Santi del territorio. In sostanza il paese di
-A.... non ha aspetto molto leggiadro. Quando il sole entra nella via
-maestra vi passa solo un paio d'ore melanconiche, non vi trovando
-nulla che faccia festa ai suoi raggi. Le finestre non hanno vetri, e
-sono invece coperte di fogli di carta, che il più delle volte hanno
-già servito agli esercizi calligrafici dei _letterati_ del paese. È
-impossibile trovare un metodo più economico per impedire alla luce di
-entrare; l'ospitalità è meglio intesa per gli altri elementi: il vento
-e la pioggia vi fanno da padroni; anzi, quando piove accompagnato da
-vento, i più accorti spalancano addirittura le finestre.
-
-La campagna circostante non è molto più allegra; sempre filari di
-gelsi, che nella bella stagione incorniciano campi di grano turco;
-qua e là un olmo che deve aver côlto un momento di distrazione del
-proprietario per nascere, e si è poi ingegnato di campare la vita
-contorcendosi e piegandosi per non levar troppo alto il capo ed avere
-il meglio possibile l'aria d'un gelso.
-
-Tutto ciò non toglie che, quando alla domenica un merciaiuolo della
-città giunge ad A.... colla sua famiglia, per domandare all'_Osteria
-della Salute_ un po' di oblio delle noie della _capitale_, non trovi
-nel paese la beata semplicità rusticana che innamora, ed un certo
-aspetto di benessere bonario che fa bene al sangue. Per la semplicità
-rusticana ci sto anch'io, ma per il benessere dico che l'ottimo padre
-di famiglia confonde il paese di A... coll'_Osteria della Salute_, in
-cui veramente si trova del _vino buono_ che fa bene al sangue.
-
-Nel momento in cui abbiamo posto il piede nel paesello il sole se
-n'è andato, e qualche finestra comincia ad illuminarsi. Non vi è
-persona sulla via, e la neve che imbianca i tetti, ricama gli alberi,
-si appende ai muri screpolati, e si ammucchia nel mezzo della via,
-lasciando solo ai due lati un picciol passo fangoso, cresce la
-tristezza di quest'ora melanconica.
-
-Pure anche qui è gente felice, vecchi che tentennano il capo e
-sorridono alle baldanze giovanili, fanciulli che schiamazzano, madri
-che fanno peggio per correggerli; e stamane dopo la messa avresti
-potuto vedere una dozzina di giovinette colle guance vermiglie farsi
-più vermiglie vedendosi adocchiate, e raccogliersi ridendo forte, e
-sparpagliarsi ridendo più forte; ed il sindaco far gli augurii al
-curato, ed il curato raccomandare a Dio il sindaco, ed il vecchio
-maestro di scuola salutato dai suoi piccoli allievi irriconoscibili
-colla vesticciuola delle feste, e l'oste della _Salute_, roseo come
-la sua osteria, con un sorriso cordiale appeso sulle labbra come
-un'insegna, su cui anche i più mal pratici leggevano: _Vino buono_.
-Tutti avevano un'allegria inconsueta sul volto, una patriarcale
-arrendevolezza di modi, e si separavano stringendosi la mano, e si
-salutavano per nome incontrandosi, e gli augurî s'incrociavano: «Buon
-Natale!»
-
-Ora tutto tace, poichè la gioia, in campagna come in città, quanto è
-più schietta e meno schiamazza e più si nasconde; la via è deserta,
-l'orizzonte s'oscura, e ad una ad una le finestre aprono gli occhi
-a guardare nelle tenebre. Oh! chi sapesse leggere ora gli sgorbii
-calligrafici degli antenati che dormono nel cimitero!
-
-Ingegniamoci di passare attraverso la fessura, che serve d'ingresso
-alla _scuola comunale_.
-
-È un ampio rettangolo a terreno, con tre finestroni che mettono nella
-via, colle pareti tappezzate di lavagne e di carte geografiche, col
-soffitto a travicelli ed il pavimento di mattoni.
-
-In un capo del rettangolo è qualche cosa che, dovendo raffigurare una
-cattedra, ha il diritto di non assomigliare punto ad un tavolino, ma
-ne approfitta male, e dietro di essa una vecchia sedia a bracciuoli
-coperta di cuoio che fu verde in una età molto remota, ma che ora tira
-al nero. In faccia a quel simulacro di cattedra tre file di panche.
-
-Queste panche hanno una leggenda. Da tempo immemorabile i naturali
-di A.... vanno alla scuola per imparare a leggere, scrivere e far di
-conto; quando credono di essere abbastanza approfonditi nei tre rami
-dello scibile, incidono il loro nome sul _posto_ che hanno occupato
-e non ci tornano più. A forza di incisioni di tal natura le tre file
-di panche hanno l'aria di reliquie, le quali non stiano al mondo se
-non per dichiarare quanto si può togliere di panca ad una panca, senza
-farle smarrire la sua natura. A lato delle panche l'ammattonato è roso
-per lo lungo dai passi del maestro, ed in fondo al rettangolo, di
-rimpetto al seggio magistrale, sorge un ampio camino, la cui foggia
-patriarcale rammenta il primitivo ufficio del luogo. Non è raro che
-nell'inverno vi si veda al fuoco una pentola, ma è rarissimo vedervene
-due. Per compiere la descrizione della scuola comunale di A... conviene
-dire che le vetrate dei finestroni sono fatte di piccoli vetri genuini,
-limpidissimi, quasi tutti intatti, e che solo ogni tanto, per non
-dare agli studiosi una cattiva idea dell'amministrazione della cosa
-pubblica, quel lusso è opportunamente temperato a spese del Comune, da
-fogli di carta oleata che sostituiscono mano mano i vetri che vengono a
-mancare. Il signor maestro ha fatto il calcolo aritmetico che, durando
-la proporzione, occorrono ancora dieci anni perchè tutti i vetri
-di vetro diventino vetri di carta, e siccome egli ha già passato la
-settantina, si conforta e dice sospirando che non vedrà quel giorno.
-
-Il signor maestro si chiama propriamente Ciro Neri, ma non è chiamato
-in paese altrimenti che _signor maestro_. Eccolo là, nella sua scranna
-di cuoio, accanto al focolare, in cui scoppiettano alcuni tizzoni che
-non vogliono ardere, colla fronte serena, cogli occhietti scintillanti,
-coi pomelli delle gote arrossati dal calore — una bella testa
-espressiva lieta della sua bella cornice di capelli bianchi.
-
-— Maestro, dice una voce di donna che viene dall'ombra, ti sei accorto?
-
-L'interrogato esce con un sussulto dalla sua beata fantasticheria, e
-non sapendo che rispondere, si frega le mani.
-
-— Nessuno mi toglie dal capo, prosegue la voce, che essa ci nasconde
-qualche affanno. Non pare anche a te?
-
-— Qualche affanno! E quale affanno, Teresa mia?
-
-— Teresa mia! L'ho da saper io! L'ho da saper io che non so nulla! Lo
-domando a te, a te che leggi nei libri, che da quella pancaccia parli
-come fa il curato dal pulpito. Via, dimmelo tu che cosa ha la nostra
-Donnina.
-
-— La nostra creatura ha qualche cosa, ed io non me ne sono accorto!
-esclama il povero vecchio sbigottito.
-
-— Se non te ne sei accorto, è perchè te ne vivi nelle nuvolo, coi tuoi
-_a_, e coi tuoi _b_ e coi tuoi numeri. Tu pensi solo a quella frotta
-di biricchini che ti mettono a soqquadro la casa; e lasci che la tua
-vecchia compagna, finchè le rimane un occhio, lo consumi a vederci per
-due. La non può durare.
-
-La donna che così parla a poco a poco è uscita dall'ombra, ed a queste
-ultime parole si è rizzata in tutta la sua lunghezza, che non è gran
-cosa, ed è venuta dinanzi al focolare.
-
-— E che vuoi ch'io faccia! osserva dolcemente maestro Ciro.
-
-— Nulla... nulla, balbetta la vecchierella sconcertata da tanta
-arrendevolezza, non dico che tu debba occuparti della cucina e della
-dispensa... sono cose che non danno molto da fare neppure a me... e tu
-hai altro... hai di meglio, lo so, ti dico che lo so; ma mi stupisco
-che non ti sia accorto che Donnina tutto ieri e tutt'oggi è più mesta
-del solito.
-
-— Oggi non mi pare; mi è venuta incontro sorridendo, mi ha dato un
-bacio; piuttosto, mi ci fai pensare, ieri non volle che io facessi
-scuola ai piccoli, volle fare essa la mia parte e finì col dare _brevis
-letio_.
-
-— E gli ho sentiti, quei piccoli rompicolli, a dir «grazie!...» ma non
-diranno così i parenti, nè il sindaco...
-
-— L'ho pensato anch'io... noi siamo pagati per fare la scuola...
-
-— Siamo pagati! Bella paga davvero! Seicento lire ogni anno per
-insegnare tutti i tuoi _a_ e b, e le aste, ed i numeri, e cento altre
-cose ad un paio di dozzine di mariuoli...
-
-Il signor maestro non può udire gli epiteti che la degna consorte
-regala ai suoi allievi senza sentirsi ferito nel vivo; la signora
-Teresa se ne avvede, e leva gli occhi al cielo.
-
-— Che cuore ha questo sant'uomo! Per me già non gli amo niente affatto
-quei... disgraziati che ti fan perdere il capo...
-
-— È il mio mestiere...
-
-— Mestiere! non posso sentirti a dire così. Si provino a trovarne un
-altro che sappia quello che sai tu, ed insegni ai loro figli tutto ciò
-che tu insegni; si provino se sono buoni!
-
-Maestro Ciro pensa modestamente che _essi_ ne troverebbero cento, ma si
-accontenta di dire:
-
-— Io sono vecchio; vi è chi crede che un giovine farebbe meglio la
-scuola.
-
-— E lo dica costui! Lo venga a dire a me! Un giovine! vuoi dire un
-fanciullone; non sei forse giovine tu? Non hai quattro buoni anni meno
-di me, e ti pare che sia tanto vecchia, io?
-
-Così dicendo l'impetuosa signora Teresa drizza tutto il suo sistema
-osseo con un moto risoluto ed imprime ai muscoli delle braccia un
-movimento ondulatorio che le dà una bizzarra energia.
-
-— Tu dicevi che Donnina... interrompe il marito.
-
-— Donnina ha qualche cosa per la testa; ci scommetto; ma appena torna
-la piglio io in disparte e mi ha da confessare tutto; così non la può
-durare...
-
-— Non è che da ieri, tu dici...
-
-— Ha già durato troppo... Mi deve sentire!... Eccola.
-
-Il signor maestro si frega le mani con nuovo ardore e sorride, o la
-irascibile signora Teresa sparisce nell'ombra senza aggiunger verbo.
-
-Eccola! Al passo leggiero, al fruscio dell'abito, a quel misterioso
-fascino che la precede, non si può ingannarsi; è dessa — l'angiolo
-della casa.
-
-È una giovinetta di diciotto anni, alta di statura, con un visino
-pallido e due grandi occhi profondi, serena la fronte, lo sguardo, il
-sorriso, il portamento — serena, ma mesta. Da tutta la sua persona
-spira qualche cosa di misteriosamente leggiadro; i lineamenti del
-suo volto sono pur belli, più bella è l'anima che vi si riflette
-limpidamente. Un'anima mite, ingenua, soave, pieghevole, ma non
-debole nè timida — serena. La stessa mestizia non pare conturbarla;
-approfondisce vieppiù il suo sguardo, cancella il suo sorriso, non le
-oscura la fronte. Quand'era bambina ed abitava il paese di S... vi fu
-chi le trovò una certa somiglianza con la madonna della parrocchia;
-non ci volle altro perchè il vicinato, accertata la cosa, desse alla
-fanciulla il nome di Madonnina; ma il curato lo seppe, parlò dal
-pulpito contro i sacrilegi, ed ottenne che Madonnina fosse troncato in
-Donnina. Siccome quest'ultimo battesimo aveva la tacita approvazione
-della persona incaricata di rappresentare ad S... il paradiso, non ci
-fu chi chiamasse altrimenti la fanciulla.
-
-Donnina del resto giustificava pienamente il nuovo nome. A soli sette
-anni, quando ritornava dalla messa con molta serietà, o quando, rimasta
-sola in casa a vigilare, non si arrendeva all'invito delle compagne che
-la volevano a giocare nel prato, quanti la incontravano le dicevano:
-«addio, Donnina», e ripetevano fra sè e sè: «la par proprio una
-donnina!»
-
-Essa entra recando in mano un lume acceso che depone sopra la vecchia
-cattedra: le ombre fuggono in rotta dinanzi a lei, le lavagne appese
-alle pareti si accendono di un allegro riflesso, le reliquie di
-panche zoppicanti par che danzino allegramente, come quando arriva
-la scolaresca, il signor maestro si frega fervorosamente le mani
-e si china vie più sul focolare, guardando sottecchi la sua ossea
-compagna, la quale, ora che le vien tolta l'ombra dattorno, non sa come
-contenersi.
-
-— Mamma Teresa, dice la giovinetta, andando direttamente a lei, il
-letto è pronto.
-
-— Il letto è pronto! E chi ti ha detto di andare a prepararlo? Siamo
-alle solite! Ti paiono fatiche da far tu? Non ci sono io in questa
-casa? Non sono più buona da nulla io?
-
-Mamma Teresa nel dire queste parole di rimprovero si ingegna di non
-guardare in viso la colpevole, ma tanto tanto non riesce ad afferrare
-il tono giusto. E il signor maestro continua a fregarsi le mani ed a
-chinarsi sul focolare.
-
-— Cascherai nel fuoco, dice la vecchia, rivolgendo la sua collera
-formidabile al marito; o che hai tanto freddo tu!...
-
-Ma Donnina le si è accostata, le ha sorriso, ha posto il visino soave
-così presso alle sue rughe, che non ci è più verso di tenere il broncio
-— e la pace è fatta, con un bacio.
-
-— Oh! sospira allegramente il signor maestro rizzandosi sulla seggiola;
-ma uno sguardo severo della sua compagna lo ricompone.
-
-— Volevo andare in collera; non è possibile; hai una certa maniera di
-guardarmi, di sorridermi! Chi ti ha insegnato a guardare ed a sorridere
-a questo modo? Ma non credere d'averla passata liscia... oggi è Natale,
-ma domani mi sentirai.
-
-— E perchè non oggi? Che cosa ho fatto?
-
-— Hai fatto... nulla, hai fatto! Hai fatto che da ieri sei più mesta
-del solito... Ecco, perchè vuoi che lo dica, l'ho detto...
-
-— Teresa, osserva con accento dolcissimo il signor Ciro, temendo che le
-parole della moglie abbiano turbato la sua creatura, Teresa teme...
-
-— Non temo, sono sicura. Ma già la signorina dirà che non è vero, e lo
-dirà con una maniera così schietta, che me lo farà credere...
-
-— Ebbene, sì, risponde Donnina dopo di aver meditato un momento, ieri
-ed oggi ho avuto ragione di essere più mesta, ma credevo di non essermi
-fatta scorgere.
-
-Il signor maestro non si frega più le mani, non si piega sul focolare,
-ma si drizza sulla seggiola di cuoio, la spinge dietro di sè con
-una mano e muove un passo verso la giovinetta senza più badare alla
-consorte, la quale, più lesta, ha preso le mani di Donnina nelle sue,
-se l'è tirata vicino e l'interroga con uno sguardo che non ha proprio
-nulla di severo.
-
-— Una fantasia, sapete, una sciocchezza, dice Donnina cercando di
-sorridere, mi è parso di vedere una persona che non ho più vista da
-molti anni...
-
-— In sogno?
-
-— No, ero desta, l'altro ieri notte, qui in questo stesso luogo.
-
-— Qualcuno è entrato in casa? chiese trepidando la vecchia.
-
-— No, ma un volto si è affacciato ai vetri, là nella finestra di
-mezzo... un momento solo... ho gettato un grido ed è sparito.
-
-— Ed era?
-
-— Non so chi fosse, ma aveva una somiglianza singolare con Ognissanti;
-vi ricordate di Ognissanti?
-
-— Io me ne ricordo, dice il vecchio, era il mio miglior scolaro della
-scuola di S... un po' bisbetico, un po' caparbio...
-
-— Ma molto buono, osservò Donnina, a saperlo pigliare pel suo verso.
-
-— Per te che sapresti pigliare pel suo verso anche lo spirito
-maligno!... interrompe la vecchia; era un arnesaccio superbo e
-fantastico quel tuo Ognissanti; me ne ricordo anch'io; partì cinque
-anni sono...
-
-— Sei...
-
-— Saranno sei, già io non gli ho contati, partì sei anni sono da S...
-col babbo e non se n'ebbero più novelle; suppongo che sarà finito male.
-Ma come vuoi che egli sia venuto qua?...
-
-— Non lo so, non lo immagino. Ma mi è venuto in mente che fosse morto e
-che il suo fantasma...
-
-— Sciocchezze! Hai tu visto mai che i morti del nostro cimitero si
-piglino il gusto di andare a zonzo pel paese! E ti pare che dovrebbe
-apparire a te un fantasma, e non piuttosto a me che sono, si può dire,
-della loro famiglia... o almeno poco ci manca...?
-
-— Non dire questo, mamma.
-
-— Teresa! balbetta il signor maestro.
-
-— Eh! lo so che non sono cose da dire, ma se le penso, mi pare!... La
-più vecchia di tutti... sono io! ed è naturale...
-
-— Teresa! ripetè il marito, cacciando una mano tremante nei capelli
-bianchi.
-
-— Via, non se ne parli, ma nemmeno tu hai da star mesta per simili
-cose. Ti pare, un fantasma! E qual fantasma! Il fantasma di un
-birichino che rideva sempre, ma a cui non si potevano dire due parole
-serie senza vederlo piangere.
-
-— Per troppo cuore...
-
-— No, per dispetto...
-
-A questo punto Donnina, che teneva gli occhi rivolti alla finestra,
-mandò un piccolo grido.
-
-— Che è stato?
-
-— Là... in quella finestra.
-
-La signora Teresa non sta ad udire, altro, corre alla porta, leva la
-stanghetta e guarda nella via... non vi è nessuno... Rientra, richiude
-e dice a Donnina:
-
-— Sei proprio sicura che fosse il fantasma di Ognissanti quello che hai
-visto?
-
-— Sicura, veramente no, anzi... ora non mi è sembrato più che gli
-somigliasse tanto...
-
-— Di' che non gli somiglia niente, e che è fantasma come te e me; lo
-so io chi è, è il nipote dell'oste della Salute qui rimpetto, quello
-scioccherello che non sa distaccare gli occhi da te, quando vai a
-messa... Ma è tardi, mi pare...
-
-— Sono le otto, dice il vecchio maestro, cavando dal taschino del
-panciotto un'enorme scodella che gli fa ufficio d'orologio.
-
-— A quest'ora le altre notti russi saporitamente, risponde mamma Teresa.
-
-— Russo io!... non me ne sono mai accorto...
-
-— Lo credo... me ne accorgo ben io...
-
-— E tu svegliami.
-
-— Già, perchè poi tu mi venga ammalato! Credi che sia divenuta così
-delicata, che non ti possa più udire a russare dopo quarantacinque anni
-di matrimonio?
-
-— Quarantacinque anni! ripete il signor maestro; quarantacinque anni!
-
-— Già, quarantacinque anni! ripiglia a dire la vecchia, e per resistere
-al sentimento di tenerezza che la vince a questa riflessione, si butta
-al collo di Donnina.
-
-Il signor maestro si volta da una parte per asciugare una lagrima.
-
-— Sei pure il gran fanciullone! dice la vecchia.... il gran
-fanciullone, dotto come non so chi, ma sempre un gran fanciullone!
-
-E in così dire si è fatto passare innanzi il marito e lo spinge
-dolcemente su per le scale, proteggendolo come si fa ad un bambino.
-
-Donnina li precede facendo lume, e si volta indietro sorridendo.
-
-
-
-
-IV.
-
-CIÒ CHE INTENDONO LE SIEPI.
-
-
-Al di fuori il cielo si è fatto più scuro e l'aria più rigida; nel
-fondo nero del firmamento le stelle splendono senza scintillio, e
-paiono punti di fuoco che si sprofondino nell'infinito quanto più li
-guardi. Alcune nuvole corrono pazzamente, si adunano, e proseguono la
-loro corsa, ed il vento gelido ruba alle siepi ed ai gelsi larghe falde
-di neve che sparpaglia in pioggia di brina.
-
-È un silenzio profondo; per l'unica strada di A... non si ode una
-pedata umana; qua e colà, nel nero spazio, brilla un lume ad una
-finestra; dalla porta socchiusa dell'osteria della Salute, insieme con
-un filo di luce che traccia una linea d'argento sulla neve, esce ad ora
-ad ora un confuso rumore di voci ebbre. Donnina ha aperto la finestra
-della sua cameretta che mette nell'orticello contiguo, e spinge lo
-sguardo sulla via maestra. La luce che le batte sul capo sfiorando le
-sue guance, ne disegna nettamente i contorni. Invano il vento soffia
-sul lume per cancellare la cara visione; la fiamma si agita, si piega,
-resiste e sembra accarezzare coi mobili riflessi la leggiadra testina.
-
-Ma perchè il cuore di Donnina batte così forte? Perchè le è sembrato
-di vedere un'ombra attraversare la via ed accostarsi alla siepe, e di
-udire — ma non sa se sia inganno della fantasia o beffa del vento — una
-voce, un soffio, che l'ha chiamata per nome:
-
-«Donnina!»
-
-Non risponde; non sa, nè l'oserebbe: qualcuno potrebbe udirla, bisogna
-lasciare la finestra, e chiuderla, e piangere perchè la gioia non la
-uccida. Ma la voce ripete un'altra volta il suo nome, e con un accento
-di preghiera così intenso, che ella si sente come incatenata e non sa
-staccarsi dal davanzale. Succede un istante di silenzio, un raggio di
-sole che risveglia un mondo di atomi nel buio.
-
-Le passano in capo mille idee in un punto.
-
-«È lui? è lui? E perchè fuggirlo, perchè nascondermi? Egli ritorna!
-Dunque mi ama! Che importa il tempo che è passato, se egli mi ama? Ma
-perchè a quest'ora? E perchè tale mistero? Non lo so, ma egli me lo
-dirà, perchè è ritornato, ed è ritornato perchè mi ama! E non l'amo io
-forse?
-
-Ah! il cuore le batte così forte!
-
-Non pensa, non ragiona, non fantastica più. La serenità della sua
-natura diventa una forza; può forse esitare un istante, e vedere
-pericoli, e temere minacce, chi ha la sicurezza dell'innocenza e la
-baldanza dell'amore? Si toglie alla finestra, apre l'usciolo della
-cameretta che gira sui cardini senza far rumore, passa il pianerottolo
-sulla punta dei piedi, porge orecchio per accertarsi che nessuno
-possa udirla, e scende le scale all'oscuro... apre la porta che mette
-all'orticello, e stringendosi lo scialletto intorno al collo, è d'un
-balzo presso alla siepe.
-
-Udite come fremono flagellati dal vento i nudi virgulti.
-
-— Donnina! dice la nota voce, rotta dall'ansia, Donnina! Che tu sia
-benedetta per questa immensa felicità che mi dai! Parlami, ho bisogno
-di udire la tua voce, ho bisogno di sentirmi chiamare per nome come io
-ti chiamo: Donnina mia!
-
-— Mio Ognissanti! risponde la fanciulla commossa, mio Ognissanti!
-
-Ma non sa dir altro.
-
-— La riconosco! questa è la musica che io sognava, la tua dolce voce
-di fata. Non sapevo come fare per venirti innanzi e dirti: «Donnina,
-guardami in volto, sono il tuo fidanzato.» Oh! qual dolere se tu non mi
-avessi riconosciuto!
-
-Donnina non risponde; non le pare di aver nulla a dire che già non
-dica la sua presenza in quel luogo. Ma il suo silenzio è più eloquente
-d'ogni parola.
-
-— Ho avuto paura che tu diffidassi di me e del tempo passato, e che
-potessi credermi mutato ed attribuirmi intenzioni perverse.
-
-— Il passato è come un sogno lungo, e il ridestarsi lo cancella; questo
-momento compendia per me sei anni, Donnina tua è come l'hai lasciata.
-
-— E non hai paura di me?
-
-— Paura di te! E perchè dovrei aver paura di te? Ti ho aspettato e sei
-giunto; il mio cuore batte forte, ma non ho paura.
-
-— Ah! non hai visto il mondo, tu!
-
-— E tu l'hai visto?
-
-— Ti parlerò di me un'altra volta; ora potremmo essere scoperti; avevo
-bisogno di sapere che tu vuoi essere mia, che tu sei rimasta mia, che
-non hai cessato un istante di pensare al nostro giuramento. Ripetimelo.
-
-— Non sarei qui se fosse altrimenti.
-
-— È vero, prosegue la voce affannosa. E avevo anche bisogno di dirti
-che t'amo, che t'ho sempre amata, che lontano da te, te sola ho posto
-in cima ai miei pensieri, e che in tutto il tempo passato non ho
-sospirato ardentemente altro giorno che questo. Lo credi?
-
-Donnina non risponde. L'altro ripiglia a dire soffocando un gemito:
-
-— Te lo giuro su ciò che gli uomini hanno di più caro, sopra la
-disgraziata che fu mia madre e ch'io non conobbi!
-
-Donnina manda un lieve grido.
-
-— Me lo credi ora? insiste Ognissanti.
-
-— Te lo credo.
-
-— Grazie! Ti dirò poi come non mi sia riuscito di rivederti prima
-d'oggi, di ritrovare le tue traccie smarrite, di riannodare il
-nostro amore reciso. Ti dirò come io ti abbia pianto perduta, non
-di te dubitando, ma del destino; ti dirò quello che la mia anima ha
-crudelmente sofferto fino ad oggi; ti dirò tutto; ora non interrogarmi,
-è tardi, e se qualcuno mi vedesse qui, in quest'ora, non risparmierebbe
-la tua innocenza. Io so come sono fatti gli uomini!
-
-— Tu non mi domandi di... mio padre, di mia madre...
-
-— Le ho viste con te alla messa, le buone creature!.... So che ti amano
-e che tu le fai felici...
-
-— E tuo... padre?
-
-La voce del giovine non è ratta a rispondere; nè la siepe può soffocare
-così un gemito, che non giunga all'orecchio di Donnina. La povera
-fanciulla comprende.
-
-— Tu sei solo nel mondo?
-
-— Solo, risponde Ognissanti come a malincuore, solo fino ad oggi; ma in
-avvenire non più, perchè ti ho ritrovata, e sarai mia. Ora addio...
-
-— Aspetta, dice Donnina obbedendo ad un impeto del cuore; non posso
-lasciarti partire così! Saperti solo forse, ramingo, infelice, e
-rimanermene qui, ignara del tuo destino...
-
-— Il mio destino è lieto, perchè è il tuo destino. Avrai mie notizie
-presto, saprai tutto, ora non chiedere altro, ti fida...
-
-— Oh! sì, mi fido, non ti domanderò nulla, ma voglio vederti in viso, e
-leggere negli occhi tuoi che non sei un infelice. Aspettami...
-
-E senza aggiungere parola, Donnina attraversa l'orticello, accende un
-lume, entra nella scuola ed apre senza far rumore l'uscio di strada.
-
-Chi le dà quel coraggio? Non lo sa, non lo domanda neppure, ella compie
-tutto ciò come chi si sente d'obbedire ud un dovere.
-
-Ognissanti ha appena avuto il tempo di scostarsi dalla siepe e ritrarsi
-nell'ombra, ed ecco vede la porticina socchiusa ed un volto angelico
-incorniciato nel vano. Il desiderio non è più ratto. — Ognissanti
-è presso alla fanciulla. Ma tutta la baldanza che spirava dal suo
-linguaggio è svanita; conviene che la mano di Donnina lo tragga come un
-fanciullo dalla soglia che egli non sa determinarsi a varcare.
-
-La debole luce del lumicino rischiara un'epopea: il pallore di due
-giovani volti, due sguardi che sfavillano, due mani che si stringono.
-
-Ognissanti non dice parola; un sorriso di Donnina, una stretta di mano
-più tenace lo avvertono che sta per isvegliarsi, che la visione sta
-per sparire — ed egli protende innanzi le braccia come per trattenerla
-ancora un istante.
-
-— Addio, dice Donnina, addio; ora sono contenta.
-
-— Come sei bella! come sei bella! mormora il giovane, non sapendo
-risolversi ad abbandonare la manina della fanciulla.
-
-— Se hai un segreto, aspetterò che tu me lo confidi, e se mi toccherà
-aspettare molto... aspetterò... Addio.
-
-— Come sei bella! come sei bella!
-
-Quando la porta si richiude, ed il leggiadro fantasma svanisce, e ogni
-luce si spegne alla finestra, Ognissanti fissa ancora l'occhio nel buio
-e ripete: «come sei bella!»
-
-È un silenzio profondo; per l'unica strada di A.... non si ode una
-pedata umana; solo dalla porta socchiusa dell'osteria della _Salute_
-esce ad ora ad ora un rumore di voci avvinazzate, e l'orologio della
-chiesa batte nove ore.
-
-Cinque minuti dopo il giovinetto, ebbro della sua gioia, corre
-all'impazzata lungo la via maestra.
-
-Le nere nuvole lo inseguono, il vento gelido lo involge, rubando alle
-siepi ed ai gelsi larghe falde di neve che sparpaglia in pioggia di
-brina sopra il suo capo...
-
-
-
-
-V.
-
-IN CUI SI SPEGNE IL LUME E CI SI VEDE PIÙ CHIARO.
-
-
-Donnina si fa leggiera come una piuma nel risalire le scale, e rivede
-la propria cameretta che non le è mai parsa così piccina come ora. Come
-farà a contenere la sua immensa felicità?
-
-Si guarda intorno; la finestra è ancora aperta, e fa un gran freddo;
-bisogna chiuderla; si accosta, si appoggia senza avvedersene al
-davanzale come poc'anzi, e spinge lo sguardo nel buio, poi chiude a
-malincuore e si guarda un'altra volta intorno. Com'è piccina la sua
-cameretta!... Ma perchè il lume si trova sul cassettone e non sul
-tavolino di mezzo? Ella si ricorda benissimo di averlo lasciato sul
-tavolino di mezzo! Si ricorda proprio benissimo?... Potrebbe averlo
-posto sul cassettone prima di scendere le scale, anzi le pare....
-no.... l'ha lasciato sul tavolino di mezzo.... no.... l'ha posto sul
-cassettone... Ha perduto la testa, la poverina! Bisogna andare a letto,
-dormire, acquetare nel sonno quella ridda di fantasmi che le passa in
-mente! Ma che leggiadri fantasmi! Che piacere nell'abbandonarsi tutta
-alle memorie e risalire la facile corrente della vita! No, è tardi;
-ecco, battono le nove; e a quest'ora di solito ella sogna.... Ma i cari
-sogni che si fanno ad occhi aperti!
-
-Non ci è verso; finchè non chiude l'usciolo, finchè non si caccia nel
-lettuccio, e non spegne il lume, non le riuscirà di serenarsi.
-
-Ecco fatto; il silenzio è profondo, la tenebra fitta — bisogna dormire.
-
-Per un momento tutte le belle fantasime si confondono, come ad un
-soffio gli atomi dell'aria; è il caos, ma a poco a poco apparisce
-un'immagine distinta, chiara e bella innanzi agli occhi, nè vale il
-chiuderli ed il tenerli stretti, chè tanto tanto la vede. Bisogna
-voltarsi sull'altro fianco; ma la bella immagine fa il giro del
-lettuccio ed apparisce tal quale.
-
-È l'immagine d'Ognissanti, è il suo pallido volto, è il suo dolce
-sorriso, la sua melanconica estasi, il suo sguardo innamorato. Come è
-bello!
-
-Per un istante Donnina dimentica la lotta, guarda quel fantasma e cerca
-di ricomporlo intero alla mente e di dargli la vita che gli manca; poi
-si avvede, e si volta ancora sul lettuccio — bisogna dormire.
-
-È inutile; ora non c'è più un solo Ognissanti; ne vede due, uno
-pazzerello e scherzoso che ha quindici anni, l'altro che ha il volto
-serio, la parola melanconica, lo sguardo profondo.
-
-Il confronto le sfoglia innanzi il picciol libro delle sue memorie
-che ella ha letto tante volte. Quel picciol libro è assai voluminoso;
-perchè ogni parola ha cento significati; ci è un sasso su cui si è
-seduta ad aspettar _lui_, un rigagnolo in cui, un giorno d'estate,
-ella ha tuffato i piedi ridendo innanzi a _lui_, una svolta di via da
-cui _egli_ soleva apparirle, e tutto un mondo di vecchi amici che la
-chiamano per nome: «Donnina!»
-
-Che giova il dormire? Ora il cuore non le batte più così celere, può
-pensare, può fissare lo sguardo su tante care fisionomie e riconoscerle
-— ecco: quest'è il paese di S..., quest'è la casicciuola del maestro,
-quest'è la scuola, ora giunge la scolaresca chiassosa; vedi il
-campanile del villaggio, ed il praticello dietro la chiesa, in cui per
-la prima volta udì ripetere da Ognissanti il giuramento di non vivere
-se non per essa!
-
-Ed ecco l'ora melanconica di lasciarsi e l'ultimo addio... e poi più
-nulla, fuorchè il ritorno, il fantasma visto attraverso i vetri, la
-voce udita dietro la siepe, il volto sfavillante guardato innanzi al
-lume! Come è bello Ognissanti!
-
-Le vengono in mente molte cose a cui non aveva pensato prima — il modo
-di vestire di Ognissanti, la sua baldanza di fanciullo, il suo timido
-mistero d'uomo. Ha un segreto, ma non bisogna pensarci; ritornerà, dirà
-tutto, lo ha promesso!
-
-E chi sa come egli l'avrà trovata diversa da quello che era!
-
-Prima d'ora ella non aveva pensato mai a farsi una domanda — ora se la
-fa: «sono bella?» Ognissanti, ha già risposto per lei. Ha detto che è
-bella!
-
-E quanto è bello Ognissanti!
-
-A poco a poco le immagini si oscurano, si confondono — scende il sonno
-lungamente aspettato, il sonno che non è se non una nuova maniera di
-fantasticare.
-
-L'orologio della chiesa batte le due del mattino, per Donnina è corso
-veloce il tempo.
-
-Quando l'alba si affaccia alla finestra della cameretta non trova la
-fanciulla desta secondo l'usato — ed allora soltanto che il sole getta
-attraverso i vetri la sua festa di raggi, essa si rizza sul lettuccio,
-sbigottita della propria negligenza.
-
-Ai piedi del letto vi è una larga cuffia, candida come neve, che
-incornicia un volto pieno di rughe e di amore, due occhi che guardano
-maliziosi ed indulgenti, un corpo osseo e mingherlino che si curva
-sopra di lei, e vi è in aria una mano tremante che minaccia con vezzo
-bizzarro — vi è insomma la terribile mamma Teresa!
-
-Donnina si copre un istante la faccia colle mani, e guarda attraverso
-le dita allargate.
-
-— L'ho fatta grossa! dice furbamente, l'ho fatta grossa! il sole è
-alto, deve essere tardi...
-
-— Sono le nove, dice dal pianerottolo la voce del maestro Ciro; hai
-dormito bene?
-
-— Taci tu, ribatte la vecchia voltandosi a minacciare col pugno la
-porta chiusa; se ha dormito è segno che aveva sonno, mi pare!
-
-— Così pare anche a me, risponde maestro Ciro; temevo solo che non
-istesse bene e volevo assicurarmi prima d'andare a far scuola.
-
-— Grazie, babbo, risponde Donnina, sto benissimo, non sono mai stata
-così bene.
-
-— Vedi un po' se ti riesce di far che quei monelli tacciano! aggiunge
-mamma Teresa.
-
-In fatti gli scolari radunati da basso pongono a profitto l'assenza del
-maestro per lanciarsi reciprocamente delle pallottole sul naso, e ciò
-con molto maggior rumore che non richieda questo esercizio clandestino.
-
-Si ode maestro Ciro che scende le scale, ed un istante dopo il silenzio
-è profondo. Frattanto Donnina si è vestita in furia, si ha tirato
-indietro i capelli, ha aperto la finestra perchè i raggi del sole
-possano entrare liberamente, e tutto ciò evitando di guardare in viso
-la terribile mamma Teresa, la quale continua a starsene immobile, collo
-stesso sorriso furbesco, colla medesima malizia negli occhi.
-
-Donnina non sa dire perchè quello sguardo e quel riso le diano
-soggezione più del consueto.
-
-Non ci è verso; dopo di aver assestato tutto ciò che è possibile
-assestare voltando le spalle alla vecchia, bisogna pure che ella si
-determini a guardarla in faccia.
-
-— Alla buon'ora, borbotta l'altra, alla buon'ora, credevo già che non
-ti voltassi più.
-
-— Tu hai qualche cosa meco, dice la fanciulla uscendo all'improvviso in
-lagrime senza saper perchè.
-
-Mamma Teresa è una creatura terribile, non vi è dubbio, ma ha il suo
-debole, ed alle lagrime di Donnina non ha mai saputo resistere. Bisogna
-vedere come lascia d'un balzo il suo atteggiamento da sfinge per farsi
-presso alla figliuola, e scostarle le mani dal viso, e premersi contro
-il petto la soave testina.
-
-— Che vuoi che abbia? Non ho nulla!
-
-— Mi hai fatto una paura...
-
-— Già, ti faccio paura, io! E ci è subito da piangere! Sicuro, la mamma
-Teresa è una tristaccia che fa paura e fa piangere!
-
-— Non hai proprio nulla con me?
-
-— Non ho proprio nulla, cioè, sì, ho qualche cosa; ho che la signorina
-non ha confidenza nella sua vecchia mamma, ho che...
-
-La vecchia mamma è arrestata un'altra volta dall'espressione attonita
-del volto di Donnina...
-
-— Ma non starmi a piangere ancora, veh! Non ti si può dunque più
-parlare, a te? Ma già nessuno me la ricaccia in gola, quando l'ho da
-dire, la verità... tu non hai più confidenza in noi...
-
-— Che dici?
-
-Prima di rispondere, la vecchia piglia le sue precauzioni: accarezza
-colle mani scarne il volto della fanciulla, col pretesto di cacciarle
-sotto la reticella un ricciolino che sfugge, e la guarda bene in viso,
-evidentemente per farle paura, poi dice:
-
-— So tutto!
-
-Pronunziata con un po' di mistero, questa frase ha un effetto
-irresistibile, anche quando quegli a cui è diretta non sappia nulla.
-Pensate come ne rimanesse sbigottita la povera fanciulla, la quale
-correva col pensiero dietro al suo fantasma notturno.
-
-— E che cosa sai? chiese titubando.
-
-— So tutto, ti dico, so tutto; alla vecchia Teresa non la si dà ad
-intendere così facilmente; ti dico che so tutto... voglio dire quello
-che ho visto con questi occhi ed udito con queste orecchie, non ciò che
-la signorina ha nel cuore... perchè io non ho l'abitudine di origliare
-agli usci chiusi.
-
-Per Donnina fu un raggio di luce. Si ricordò benissimo che ella aveva
-lasciato dietro di sè tutti gli usci aperti, ma non parve trovare la
-cosa molto differente, e mostrò nel viso il proprio pensiero.
-
-— Dilla pur forte la parolaccia che pensi; ti ho spiato, certo ti ho
-_spiato_; è la prima volta che l'insonnia mi serve a qualche cosa,
-perchè almeno ho potuto esserle vicina, e proteggerla senza che la
-signorina si avvedesse, mentre dava ascolto alle frasi di zucchero di
-quei bellimbusto.
-
-Questa volta Donnina non sa più contenersi e si butta singhiozzando
-nelle braccia della mamma.
-
-— L'hai fatta grossa! l'hai detto tu stessa, prosegue la vecchia
-cercando di dissimulare il tremolio della voce commossa, l'hai fatta
-grossa; ma almeno sei ancora in tempo a riparare, a dimenticare, ed
-apprezzare per quello che valgono le scipitezze dei damerini della
-città.
-
-— Ognissanti non è un damerino, non è un bellimbusto, dice Donnina,
-sollevando il capo ed asciugando le lagrime per dare maggior valore
-alla sua protesta.
-
-— Non è, non sarà... che ne so io del tuo Ognissanti? Ma i suoi panni
-non m'ispirano fiducia; come fa egli, che non aveva la croce di un
-quattrinello in tasca, ora che gli è morto il babbo, come dice... vedi
-bene ch'io so tutto! come fa a vestire gli abiti smorfiosi della città?
-Già tu non ti sarai nemmeno accorta, tu!
-
-— Al contrario mi sono accorta benissimo.
-
-— E dici?
-
-— E dico che non ne so nulla, ma che Ognissanti mi vuol bene, che
-se è venuto a ripetermelo dopo sei anni, non può avere che buone
-intenzioni...
-
-— Ti ha forse detto qualche cosa di ciò che fa, di ciò che pensa di
-fare?
-
-— Nulla, ma mi ha detto che sarà mio.
-
-— E tu gli hai detto che sarai sua; vi ho sentiti!
-
-— E che male c'è? chiese Donnina; non poteva fare altrimenti; non era
-io la sua fidanzata?
-
-— La sua fidanzata! esclama la vecchia tirandosi indietro d'un passo,
-come per lasciar posto all'enormità del suo stupore.
-
-— Non lo sapevi?
-
-— No... cioè sì, ti dico che so tutto; ma questa poi non me
-l'aspettavo, e da quando in qua?
-
-— Da sei anni.
-
-Mamma Teresa leva gli occhi al soffitto e congiunge le mani invocando
-la misericordia del cielo.
-
-Poi si lascia cadere sopra una vecchia seggiola a braccioli; Donnina
-accosta uno sgabello e si accoccola ai suoi piedi. Il sole sembra
-raccogliere tutti i suoi raggi sul fantastico quadro.
-
-— Mi prometti di non andare in collera? chiede la giovinetta, lisciando
-le mani nodose della vecchia.
-
-Poi, pigliando il silenzio per consenso, soggiunge:
-
-— E di lasciarmi dire fine alla fine? Sì?... Ebbene, ascoltami e ti
-dirò tutto.
-
-La fanciulla appoggia un istante la fronte alle ginocchia della mamma
-per scegliere il punto di partenza del suo racconto, e la signora
-Teresa la guarda di nascosto con un'espressione di amorevolezza
-indulgente, che è il massimo segreto della sua formidabile esistenza.
-
-In quel momento di silenzio profondo si ode dal basso la voce grave di
-maestro Ciro che dice:
-
-«Lei, signor Pastori, quante sono le operazioni fondamentali
-dell'aritmetica?...»
-
-Ed il signor Pastori che risponde in falsetto:
-
-«Le operazioni fondamentali dell'aritmetica sono...»
-
-Donnina solleva il capo sorridendo e domanda:
-
-— Incomincio?...
-
-
-
-
-VI.
-
-IL ROMANZO DI DONNINA.
-
-
-«Ti ricordi del campicello dietro la chiesa di S..., dove la domenica,
-quando era piccina piccina, andavo a giocare colle compagne di scuola?
-Te ne ricordi? Io lo vedo ancora il bel tappeto di trifoglio, sul
-quale scorrazzavamo e facevamo cento pazzie. Non ci volevo andare,
-ti ricordi? Ma tu mi ci mandavi e dicevi che bisognava giocare come
-giocavano le _altre_ per non farsi voler male. Non è vero che mi dicevi
-così? Ubbidivo, e ci andavo, ed è là che conobbi Ognissanti. Come vedi,
-io non ci ho colpa.
-
-— Già, ce l'avrò io! interrompe la vecchia.
-
-«Lasciami dire, mi hai promesso di lasciarmi dire. Veramente io l'avevo
-visto prima Ognissanti, perchè veniva tutti i giorni a scuola dal
-babbo, ma fu là che lo conobbi e che diventammo amici. Egli volle che
-diventassimo amici, avevo da dirgli di no? Ora ti conterò come avvenne.
-Io era china sul praticello, perchè giocavamo a trovare il trifoglio
-di quattro foglie. Tu sai che chi trova il trifoglio di quattro
-foglie trova la fortuna... Veramente non potevo immaginare quale altra
-fortuna mi potesse toccare; mi pareva di essere così felice colla mia
-vesticciola nuova (poichè era domenica), così felice!...
-
-«Basta, per fare come le altre, cercavo il trifoglio della buona
-fortuna. Ognissanti e due o tre fanciulli del vicinato, dopo averci
-guardato un pezzo, si diedero a cercare anch'essi. Lo crederesti? il
-trifoglio di quattro foglie fu trovato proprio vicino a me, e da chi?
-da Ognissanti. Un momento ancora e l'avrei colto io. Ma nossignore, lo
-aveva colto lui! Lo guardai in faccia, si mise a ridere e mi offrì il
-trifoglio in cambio d'un bacio. La fortuna per un bacio? Tutte le mie
-compagne si offrivano di baciarlo allo stesso prezzo. Ma Ognissanti
-voleva contrattare con me sola. Quando lo baciai le mie compagne risero
-forte, egli si fece rosso, ed io custodii il trifoglio. Il giorno dopo,
-quando Ognissanti venne a scuola, volli nascondermi per non vederlo;
-non so perchè, non avendo arrossito baciandolo, ora arrossivo d'averlo
-baciato. Ma invece di abusare della mia debolezza, egli, vedendomi,
-chinò gli occhi a terra. Pensai che non avesse studiato bene la
-lezione, e perciò fosse mortificato. Ma alla sera domandai al babbo, e
-seppi che Ognissanti la lezione l'aveva saputa e la sapeva sempre. Non
-puoi credere come ciò mi facesse piacere.
-
-«Due giorni dopo ero ancora andata a giocare nel praticello. Ognissanti
-ci venne pure, e ne fui contenta. Giocavamo a mosca cieca, si faceva
-un chiasso, un chiasso... tu immagini che chiasso! M'infastidii e
-sedei sull'erba. Ognissanti mi venne vicino, e mi disse: «Vuoi che
-cerchiamo ancora il trifoglio?» e si curvò a terra. Ma io lo lasciai
-fare. Non trovò nulla. Gli dissi: «La fortuna non si incontra due
-volte, e chi l'ha avuta non l'ha più a cercare». «Facevo per darlo
-a te», mi rispose. «Ma io non saprei che farmene». «E nemmen io». «E
-allora perchè cercarlo?» «Perchè volevo un bacio». «E perchè volevi un
-bacio?» «Perchè ti voglio bene». Nessuno ci aveva uditi. Gliene avrei
-dati cento di baci, se non me li avesse chiesti con quell'aria; perchè
-infine che cosa è un bacio? — ma siccome egli mostrava di dargli molto
-valore, feci la preziosa e non l'ebbe proprio. Gli dissi che gli volevo
-bene anch'io; allora mi offrì d'essere amici, accettai; mi raccomandò
-di non dirlo alle mie compagne, e via di corsa.
-
-«Alla notte non potei levarmi dal capo le parole di Ognissanti: cercavo
-di comprenderne il senso arcano che doveva farmisi noto più tardi,
-e senza sapere perchè, era lieta e commossa dell'amicizia che avevo
-promesso. Io sapeva, tu lo dicevi con tutti, che per la mia età ero una
-donna fatta, che vi era nella mia testa tanto giudizio per il doppio
-dei miei anni: ma a comprendere quello che io provavo non ci arrivavo
-davvero. M'ero avvezzata a considerare Ognissanti come un fanciullo,
-sebbene avesse quattro anni più di me, solo perchè era tardo a crescere
-e se ne rimaneva piccino di statura; allora mi parve d'un tratto uomo,
-e pigliai molto sul serio le sue parole, e le commentai in cento modi,
-senza trovar mai il buono. Anche il suo volto, che non mi era mai
-sembrato diverso da quello degli altri scolari della età sua, cominciò
-a parermi simpatico. Del rimanente, siccome fino a quel giorno egli
-aveva avuto un modo così rumoroso di ridere, che non era l'eguale in
-tutto il paese, converrai anche tu che averlo visto melanconico ed aver
-udito la sua voce mesta doveva darmi ragione di fantasticare. Anche il
-saperlo studioso e sempre il primo della scuola mi aveva fatto stupore;
-perchè io aveva immaginato il contrario vedendolo, fuor di scuola,
-tanto allegro e scherzoso tanto.
-
-«A poco a poco divenne con me quello che era sempre stato con tutti:
-piacevole e motteggiatore. Ci vedevamo molto spesso; prima e dopo la
-scuola, nel praticello, per la via, sulla porta di casa, nei campi;
-le occasioni non mancavano; facevamo mille castelli, cioè era lui
-l'architetto, io non aveva che gridar: «bello!» Tutto il suo vanto era
-di farmi ridere e ne trovava cento modi; a volte m'impuntavo a star
-seria, ed allora ci cascavo più presto. Bastava mi dicesse: «Scommetti
-che ti faccio ridere», ed io rispondevo: «Scommetto», o non rispondevo
-nulla, ed egli diceva serio serio: «Ridi». Ed io rideva. Ne era così
-lieto lui! Una volta sola lo vidi piangere, e fu in cimitero. Vi
-eravamo andati sbadatamente, la vista delle croci mi fece scendere al
-cuore una mestizia profonda! quando levai gli occhi, vidi Ognissanti
-che piangeva. Oh! come mi commosse quella vista! «Che hai?» gli chiesi.
-Mi rispose stringendo forte la mia mano nelle sue, e trascinandomi di
-corsa. Quando fummo lontani, si volse a guardare il muricciuolo del
-camposanto e disse: «Tutti hanno colà dei parenti, noi soli non ne
-abbiamo, perchè non abbiamo parenti». «T'inganni, gli risposi, io ho
-babbo e mamma, e il babbo ce l'hai anche tu». «Tu sei una disgraziata
-come me e per questo ti voglio bene». Allora non mi disse altro, più
-tardi seppi che intendeva parlare d'un'altra mamma e d'un altro babbo
-di cui nè io nè lui avevamo avuto le carezze. Che dirgli? Che io non
-ero infelice perchè amata ed accarezzata fin troppo. No, perchè avevo
-paura, dicendogli questo, che non mi avesse più a voler bene. E poi
-quel lampo di fierezza e quell'ora di mestizia furono presto scontati
-con cento ore gioconde. Non se ne parlò altro.»
-
-A questo punto Donnina si arresta, leva gli occhi in volto a mamma
-Teresa, e dice bonariamente:
-
-— Ti annoio?
-
-— Sì, mi annoia il sentirti tanto parlare di quel... disgraziato.
-
-La fanciulla non sa quanto è costato alla signora Teresa lo scegliere
-un epiteto così benevolo, fra tanti che le sono venuti sulla punta
-della lingua!
-
-— Mi spiccio, dice Donnina con un sorriso malizioso: «Ognissanti amava
-molto molto Donnina, e Donnina amava molto Ognissanti.»
-
-— E la mamma non si accorgeva di nulla.
-
-— Non si accorgeva di nulla...
-
-— E il babbo meno della mamma... immagino.
-
-Non immagina giusto, a giudicare dal silenzio della fanciulla, durante
-il quale maestro Ciro, come se si accorgesse che si tratta di lui,
-alza la voce per discolparsi pitagoricamente: «Cinque per cinque,
-venticinque; cinque per sei, trenta; cinque per sette...»
-
-— Gran buon uomo! mormora la vecchia tentennando il capo, e guardando
-fisso il pavimento in direzione della scuola, eccolo lì, dinanzi alla
-sua lavagna. E come me li tratta a bacchetta quei numeri! Che testa,
-sia detto ora che non ci sente, che testa!...
-
-«L'affetto di Ognissanti, prosegue a dire Donnina senza accorgersi
-dell'inopportunità dell'interruzione, l'affetto di Ognissanti mi era
-divenuto necessario. Egli mi diceva sempre di voler studiare tanto da
-divenire un giorno... non sapeva bene che cosa, ma _qualche cosa_ di
-sicuro.»
-
-— Oh! sicuro!
-
-— Non te ne beffare; era un poveretto, e se voleva aprirsi una via nel
-mondo ere per me sola. Domanda al babbo quante volte, nei giorni di
-festa, mentre egli si sedeva sull'atrio della chiesuola, gli è toccato
-di far scuola ad Ognissanti che veniva a fargli cento interrogazioni. E
-domanda al babbo se era contento di avere un allievo come Ognissanti, a
-cui poteva parlare di cose che gli altri scolari non comprendevano.
-
-— A me di tutto questo non si è mai detto nulla!
-
-— Se non ti si è detto, è perchè probabilmente ci avresti trovato mille
-malanni.
-
-— E sa Dio se ce n'erano; quel povero vecchio affaticato tanto a
-profitto di...
-
-— D'uno che, quando ci disse addio per andarsene non so dove, baciò
-piangendo la mano del vecchio maestro, il quale piangeva anch'esso...
-
-— Non ci mancava altro, farmelo piangere...
-
-— Fu un triste giorno, prosegue a dire Donnina; ma a me non è mai
-uscito di mente. Era venuto a dirci addio, e mi salutò sebbene
-mi avesse detto di trovarmi verso il tramonto nel praticello del
-trifoglio, per l'ultima volta. Mi volò un'ora con lui senza quasi
-parlare; i due anni che avevamo passati amandoci ci avevano congiunti
-come se ci fossimo sempre voluti bene; ne avevamo fatto di bei
-castelli, di bei propositi! Destarci così, dopo tanti sogni, ci
-pareva impossibile; non credevamo alla sorte; e pure era inesorabile:
-il domani all'alba egli doveva partire per lontani paesi. Perchè?
-Nessuno poteva dirlo, Ognissanti nemmeno; il vecchio babbo, le cui
-faccende erano andate a male dal dì che aveva perduto la moglie e i
-figli, si era messo in capo che la fortuna fosse fuor del paese e che
-bisognasse andarle dietro, e non ci fu modo di trattenerlo. Così diceva
-Ognissanti. E piangeva. Poi mi accarezzava i capelli, stringeva la
-mia testa e mi domandava se sperassi nell'avvenire. Io sì, sperava;
-non sapevo dire perchè, ma avevo più forza di lui, piangevo, ma non
-disperavo. Mi fece giurare di volergli sempre bene, di pensare sempre
-a lui, di serbarmi per lui; giurai; egli giurò altrettanto, e quando fu
-l'ora di separarci io per la prima lo baciai in fronte stretto stretto;
-tornai a casa col cuore gonfio. Al mattino uscii sperando in una
-determinazione improvvisa, in un ostacolo impreveduto che avesse fatto
-differire la partenza; il cuore mi batteva così forte, che ero quasi
-sicura di non ingannarmi. M'ingannavo. Ognissanti aveva lasciato il
-paese. Fu allora che io compresi tutto lo strazio della separazione. Fu
-allora che, presami in disparte, tu mi chiedesti che cosa avessi, e ti
-dissi che ero molto infelice, e piansi tanto tanto sulle tue ginocchia!
-Il tempo ed il mio silenzio ti fecero più tardi credere che avessi
-dimenticato, ma non era vero.
-
-— Mi hai ingannata.
-
-— Te lo meritavi, perchè ti avevo sentito dire col babbo che era una
-fanciullaggine, e che mi sarebbe uscita subito dal capo. Il babbo no,
-non mi diceva così...
-
-— Il babbo, il babbo, sempre questo tuo benedetto babbo! Non conto più
-nulla io? Via? Hai finito ora?
-
-— Ho finito.
-
-Mamma Teresa non vuol parere, ma dentro di sè è scossa nelle sue
-opinioni; le pare che quell'Ognissanti qualche cosa di buono ce
-l'abbia, che questo ritorno dopo sei anni, significhi, se non amore,
-almeno proposito onesto e virile. Le pare, ma non vuol dirlo, perchè
-ci sono in aria tanti ma da porre in fuga il più agguerrito esercito di
-belle speranze messo in armi da una testolina di diciotto anni.
-
-Che fa ora Ognissanti? di che vive? che spera per l'avvenire? che può
-offrire alla fanciulla? Senza contare che il pensiero di separarsi da
-Donnina sta in fondo a tutte le dolcezze per amareggiarle tutte venuto
-il buon momento; ma a questo egoismo la vecchia è disposta a dare
-temporanea sepoltura con un sospiro, certo che la morte ne scaverà una
-più profonda non molto dopo, lo dice lei...
-
-Si alza, passeggia per la camera, borbotta. Donnina lascia fare; alla
-fine, quando si accorge dell'espressione del viso della vecchia amica
-d'aver vinto la propria causa e quella di Ognissanti, le balza al
-collo, facendola barcollare tutta, la tira presso il canterano, apre un
-cassetto, ne cava un involto, e dice sorridendo:
-
-— Vuoi vederlo?
-
-— Che ci hai là dentro?
-
-Donnina apre l'involto con religiosa cura, e mostra uno stelo a cui
-sono appese poche fogliuzze disseccate.
-
-— Che roba è questa?
-
-— Non lo conosci?... È il trifoglio di quattro foglie!
-
-— Quello che deve recarti fortuna?
-
-— Quello che mi ha fatto voler bene ad Ognissanti.
-
-— Eh! via, finiscila col tuo Ognissanti.
-
-Ma il tono di voce non è più aspro, il gesto non è brusco, gli occhi
-non sfavillano le terribili saette del vecchio arsenale di guerra...
-Assolutamente la causa è vinta.
-
-«Signor Nosedi, dica lei: per qual fine Dio ci ha creati?» interroga la
-voce di maestro Ciro.
-
-Il signor Nosedi tenta di rispondere colla sua voce di falsetto, ma
-non è persuaso di quanto deve dire, o non ha compreso la dimanda, come
-avviene a molti scolari quando non trovano subito la risposta... o più
-verosimilmente non ha studiato la lezione.
-
-Oh! se invece di chiedere al signor Nosedi, si avesse domandato a
-Donnina: «Per qual fine Dio ci ha creati?»
-
-
-
-
-VII.
-
-ENTRANO IN ISCENA PERSONAGGI NUOVI E COSE NUOVE.
-
-
-Idee picciolette, affetti mingherlini, volgari cure — i vostri
-personaggi sono tutti pazzi ad un modo; chi fa festa come Donnina ad un
-raggio di sole è molto vicino a volerlo seminare secondo il sistema del
-professore Rigoli: parlateci d'altro.
-
-Domandiamo scusa al savio che c'interrompe.
-
-Intorno a quel tempo i savi della città erano tutti alle loro grandi
-imprese; formicolavano per le vie molto affaccendati quando non avevano
-ancora raggiunto il supremo intento della vita, o camminavano pettoruti
-sfoggiando il lusso della loro vanagloria. I primi si sberrettavano
-incontrando i secondi, ed i secondi concedevano qualche volta un cenno
-di protezione e d'incoraggiamento ai primi. Un eccellente negozio da
-ambo le parti, però che l'umile credesse di comperare il superbo ed il
-superbo l'umile.
-
-Si usa ripetere volentieri essere il mondo passato per varie età; ci
-furono età patriarcali, età religiose, età artistiche, età mercantili,
-ed ora, si dice, è l'età bancaria. Ma dappoi che le banche hanno
-svelato il loro organismo, ai più increduli è chiarito come non ci
-fosse se non un'età, in ogni tempo, in ogni luogo — l'età bancaria
-appunto. Eterna come l'uomo è la banca. Le passioni avevano la
-loro borsa; gli affetti, i sentimenti, le opinioni e le opere si
-presentavano allo sconto al tempo dei patriarchi come nel tempo degli
-strozzini, allora ed oggi, domani e sempre.
-
-Milano conta molti pazzi, ma i savi sono in maggioranza, e di
-questi ve n'ha che sarebbero terribili ragionatori sol che volessero
-darsi la pena di ragionare. Costoro sanno benissimo il valore delle
-derrate umane; ci è l'uomo che costa dieci e quello che costa cento.
-L'adulazione ha la sua tariffa ed è pagata per parlare; la maldicenza e
-l'invidia hanno la loro tariffa e si fanno pagare per tacere; la vanità
-compra e l'egoismo vende. A Milano come altrove ci sono donne che fanno
-pagare a mille il desiderio d'un solo e passano per cortigiane... e
-son riverite. Allora è la vanità che vende e la lussuria che compra.
-Al sole, alle stelle e alla luna i suoi di Milano non pensano mai, ed
-hanno ragione; alla miseria che geme, al dolore che tace nemmeno, e non
-hanno torto.
-
-Hanno una classe di gente pagata per guardare il sole e le stelle, ed
-un'altra per nascondere la miseria ed il dolore a buon mercato.
-
-Hanno uomini, e li pagano (poco) per pensare, per scrivere la prosa od
-il verso; uomini e donne per tenerli allegri e non lasciarli pensare,
-e li pagano molto. Hanno servitori per tutto, per aprire lo sportello
-delle loro carrozze, per augurar loro il buon giorno ogni mattina, per
-ricevere un buon desinare, per far la giustizia e per non lasciarla
-fare, per allestire la casa di città, la casa di campagna e la loro
-porzione di paradiso. L'appetito lavora, l'ozio e la sazietà vanno
-svogliamente al mercato — così a Milano, come altrove, ieri, oggi,
-sempre, da per tutto dove sono pazzi e savi.
-
-Di codesti savi ve n'ha che non fanno se non tre cose: la digestione,
-non potendo pagare chi la faccia per loro, la maldicenza per aiutare
-la digestione... e nulla. Quest'ultima è la più difficile e la più
-costosa; quante veglie, quante febbri, quante fatiche per riuscire!
-E non tutti riescono; vi è sempre qualche inetto che abbandona la
-partita.
-
-Intorno a quel tempo una comitiva delle teste meglio pettinate di
-Milano soleva radunarsi nelle sale di un caffè molto riputato per
-attendere alle sue occupazioni favorite. Colà, fra uno sbadiglio ed
-una boccata di fumo, si dicevano le migliori arguzie della giornata
-e si beveva l'assenzio sopraffino; si parlava di lettere, di arti,
-di scienze, di donne, di avventure avvenute e di avventure avvenire;
-chi non aveva nulla da raccontare e non era forte nell'invenzione,
-ascoltava e rideva o negava l'autenticità delle narrazioni degli altri
-— ma tutto ciò con un garbo squisito, con un'eleganza di maniere di
-cui nulla può dare l'immagine, colla scioltezza del _buon genere_, e
-coi polsini inamidati sporgenti quattro buone dita dalle maniche del
-farsetto.
-
-E siccome ogni testa ha i suoi argomenti favoriti e gli idoli suoi,
-anche le teste pettinate della nostra comitiva avevano idoli ed
-argomenti favoriti.
-
-Erano quattro o cinque in tutto negli ultimi tempi: la bionda Fanny,
-prima ballerina assoluta d'un teatro dell'opera, e la bruna Fanny,
-cavalla inglese di proprietà del banchiere Redi; poi un capitolo
-inedito tolto al romanzo di una bella donna apparsa da poco tempo nel
-mondo colla fama di esser vedova e ricca, col nome di Serena e colle
-sembianze di una pallida sirena (il bisticcio è degli adoratori); e
-poi un paio di madrigaletti scritti dal signor Maurizio, un letterato
-d'ingegno, il quale faceva parlare molto dei fatti suoi, dacchè avendo
-avuto l'eredità d'uno zio supposto milionario, non aveva più scritto
-nulla e si era dato alla vita del _buon genere_.
-
-Fanny, la bruna ed inglese, e la vedova sirena portavano ogni tanto il
-discorso sul banchiere Redi, il quale possedeva la prima e mostrava un
-vivo desiderio di possedere la seconda.
-
-Si diceva di costui che era ricco come un Creso e splendido come
-un Cesare, che tutti i negozii gli andavano a meraviglia, che le
-operazioni _a fine mese_ le imbroccava giuste lui solo: che quando
-il banchiere Redi comprava, i venditori facevano bancarotta, e quando
-vendeva, tristo il compratore!
-
-Chi era il banchiere Redi?
-
-Un bel giorno era apparso alla Borsa e vi si era segnalato con uno di
-quei colpi di fortuna che fanno vantaggiosamente le veci dei voli del
-genio; poco dopo il banchiere Redi aprì la banca Redi, rimasta un mito
-prima di quel tempo. La banca Redi fece lo sconto delle cambiali con
-tre firme, ricevette valori in deposito, aprì crediti in conto corrente
-con garanzia, fece anticipazioni e prestiti sopra depositi — in una
-parola tutto quanto fanno le altre banche per il bene dell'industria e
-dell'umanità. Il suo credito era saldo come la sua cassa forte, la sua
-fortuna era considerata alla Borsa siccome un valore effettivo, e molte
-volte più.
-
-Chi era il banchiere Redi?
-
-Alla Borsa una potenza, fuori un'incognita. Al caffè si parlava meno
-di lui che dei suoi cavalli e delle sue cene; chi aveva visto la sua
-enorme bocca ridere stupidamente entro la cornice dei favoriti biondi,
-od aveva scandagliato i suoi due occhioni attoniti che gli uscivano dal
-capo, lucenti come due scudi di zecca, ma senza maggior espressione,
-costui aveva, a dispetto dei quattrini e della fortuna, un lontano
-sospetto ch'egli fosse uno scimunito; ma i più, partendo dalla massima
-sacrosanta non poter essere scimunito chi abbia l'arte di ammucchiare
-i napoleoni d'oro o di spenderli, asserivano che quella sua aria
-inebetita era un sublime artifizio della natura, ed il riso fatuo e
-lo sguardo bonario, la quintessenza della furberia e dell'accortezza.
-«Il suo segreto, il segreto dei grandi della sua fatta, si diceva,
-è appunto questo: che tutti si fidano, ed a tutti vien voglia di
-gabbarlo, e tutti restano gabbati.»
-
-Una sola cosa non gli si perdonava nemmanco da chi divorava le sue
-cene, ed era l'aver pensato a fissare i due lucernarii che portava in
-fronte sopra il volto angelico della vedova ricca e bella, la quale
-faceva girare il cervello perfino a quanti godevano riputazione di
-non averne punto. Pensate un volto candido come l'alabastro, due occhi
-profondi e neri, una capigliatura copiosa e bruna che scendeva a ricci
-inanellati, con un vezzo infantile, ed una bocca tutta sorrisi, con
-un picciol neo sull'orlo del labbro superiore. Pensate un collo fatto
-al torno, un corpo modellato come quello d'una Venere, forse un po'
-piccino, ma svelto, agile, pieno di eleganza e di fascino, due manucce
-da fata, due piedini da adorare in ginocchio! Tutte queste leggiadre
-cose, ed altre più leggiadre, gliele avevano dette cento volte i suoi
-adoratori, i quali, per quanto s'ingegnassero di variare il frasario,
-non vi riuscivano così che la furba non se ne avvedesse e non beffasse
-colla miglior grazia di questo mondo i diplomatici della sua corte.
-
-Gli aveva ridotti a tale, i disgraziati, che i più abbandonavano
-l'assedio per mancanza di munizioni da guerra. E dite voi quanto
-dovesse parer burlesca la fiamma d'un banchiere Redi, con due occhioni
-tondi, da spiritato, ed una bocca che si apriva come una voragine e
-si chiudeva non lasciando sulla faccia carnosa altro che una lunga
-cicatrice trasversale, con due favoriti di stoppa, e coi capelli
-spartiti sulla nuca ed appiccicati dietro le orecchie e sulle ossa
-parietali, come due larghi cerotti.
-
-Immaginate questa testa sopra due spalle tozze, sorrette da due gambe
-esili, e le gambe terminate da due piedi enormi... e dite se la signora
-Serena dovesse ridere di quell'ultimo trofeo delle proprie vittorie.
-
-Dapprima non si era voluto credere, ma bisognò poi arrendersi
-all'evidenza: il banchiere Redi metteva in opera tutte le seduzioni
-del suo sesso per arrivare al cuore della bella creatura dell'altro.
-Non fu mai visto un banchiere caracollare con tanta grazia, nè un
-uomo rotolare giù dalla cinquantina più a malincuore. I polsini
-della sua camicia presero proporzioni inusate, il taglio dei suoi
-abiti sfidò l'eleganza del figurino, ed i cerotti che portava in capo
-divennero il ritrovo di tutte le essenze più irresistibili. La sua
-vita divenne una continua cavalcata, e per farne il prossimo convinto
-non si lasciò più cogliere fuori di casa senza gli speroni, e non si
-permise più di gesticolare se non collo scudiscio. Alla Borsa quanti
-si erano attaccati al carro della sua fortuna, veneravano anche questo
-capriccio; quelli che erano stati rovesciati dalla sua corsa trionfale,
-nella foga del maledirlo, non si avvedevano di nulla. Ma al caffè era
-ben altro; le teste fine del luogo, gli occhi non ce li hanno solo
-per portare l'occhialetto, e ci vedono chiaro, ed alla fregola del
-banchiere avevano dato il nome che si conveniva...
-
-Ma un dì si seppe che la sirena vedova sembrava accogliere, senza
-ridere, l'incenso del banchiere; fu argomento inesauribile. Il vecchio
-quesito dell'origine del Creso divenne nuovo; il suo abito silenzioso
-trovò interpreti benigni; il sorriso stupido commentatori più accorti,
-i quali ci videro di repente una scintilla nascosta. «Perchè, si
-diceva, come credere che una donna giovine, bella, ricca e piena di
-spirito pigli sul serio il culto d'uno sciocco... se fosse proprio uno
-sciocco?»
-
-«Non lo piglia sul serio» rispondeva uno.
-
-«Non è uno sciocco» ribatteva un altro.
-
-«Vedrete che se ne beffa» pronosticava un terzo.
-
-Tutte queste affermazioni e profezie si facevano in un caffè molto
-riputato, da un paio di dozzine delle teste meglio pettinate di Milano.
-
-
-
-
-VIII.
-
-LA CORTE DELLA SIRENA.
-
-
-Fra tanti che ambiscono l'onore _d'essere presentati_ alla Venere della
-giornata, io scelgo chi legge, sol ch'egli voglia darsi la pena di
-seguirmi.
-
-La leggiadra vedova abita in uno dei quartieri più eleganti della
-città, in una delle case meglio costrutte, al primo piano, un
-quartierino di cinque o sei stanze in tutto, un vero paradiso
-maomettano, dove si respira un'aria corretta e migliorata dai più
-squisiti profumi e si vede una luce vaporosa e fantastica che sfuma i
-contorni delle cose e dà alle persone una somiglianza di famiglia colle
-visioni de' sogni.
-
-Il salotto è un prodigio del genere; colle pareti tappezzate di seta
-azzurra e cogli stipiti dorati, in cui si riflette la luce di tutti i
-colori che passa attraverso i trasparenti, colla vôlta in cui è una
-processione di amorini di stucco che s'inseguono arrampicandosi a
-ghirlande di fiori pure di stucco, ha l'aspetto d'un piccolo tempio
-preparato a riti misteriosi. Un ricco tappeto pseudo-orientale
-attutisce i passi del visitatore, e due enormi specchi, collocati
-uno rimpetto all'altro, ne moltiplicano all'infinito le sembianze.
-Tutto ciò si vede alla prima; quando vi siete seduti sopra i larghi
-seggioloni di velluto azzurro con borchie e frange d'oro, vi apparisce
-un mondo d'inezie a far nuova testimonianza del lusso, dell'eleganza e
-del buon gusto. Nel vano delle finestre, da piccole cestelle di giunco
-dorato, pendono i festoni verdi di certe crassulacee e dell'edera,
-e sopra appositi tripodi gran vasi di porcellana miniata alimentano
-splendidi caladii dei più vaghi colori. Sui tavolini è sparso un
-infinito numero di ninnoli, album da ritratti che, aprendosi, vi
-cantano una strofetta, vaschette di cristallo colle loro famiglie di
-pesciolini rossi, lampade, paralumi, libri, la cui rilegatura paga
-dieci volte il valore del contenuto. A tutto ciò gettano dalle pareti
-uno sguardo sbadato quattro tele raffiguranti le virtù cardinali. Sono
-quattro belle virtù, molto vezzose, molto espressive, molto tentatrici
-e molto ignude, le quali sembrano aver spogliato insieme cogli abiti
-ogni rigidità, ed essersi acconciate, per mortificazione, a rallegrare
-il rito d'una suprema virtù amorosa, che è l'abitatrice del luogo.
-
-Non certo per dar tempo a chi aspetta di vedere tutto ciò, la leggiadra
-vedova si fa sospirare, perocchè chi aspetta ha avuto tempo di ammirare
-due volte tutti gli oggetti ammirabili e di farne l'inventario con
-crescente stupore. Chi aspetta è uomo che di poco ha passato la
-trentina, bello del volto, della persona e più degli abiti. Immaginate
-la splendida uniforme di luogotenente del reggimento delle Guide,
-già per sè stessa seducentissima, fatta più seducente e più elegante
-dalla suprema disinvoltura di chi la indossa e dalla bizzarra armonia
-dei colori delle pareti o dei mobili. Il giovane luogotenente si è
-seduto sopra un seggiolone e si è lasciato andare sulla spalliera
-senza complimenti, ha posto la sciabola fra le gambe ed è passato di
-meraviglia in meraviglia guardandosi intorno; ma siccome il tempo se
-ne va e nessuno viene, ed i suoi pensieri non bastano a quell'ozio,
-ha preso un _album_ dal tavolino e ne ha sfogliato le pagine ad una ad
-una, intanto che il docile filarmonico nascosto fa eseguire dalla sua
-orchestrina una pastorale svizzera. Alle ultime note della pastorale
-si apre finalmente una portiera, ed apparisce qualche cosa di vaporoso
-somigliante meno ad una donna che ad una divinità evocata da quella
-musica. Il bel guerriero si rizza in piedi, depone l'_album_, afferra
-la sciabola con una mano; fa un saluto mezzo borghese mezzo militare
-coll'altra, e muove un passo verso l'apparizione.
-
-— Cuginetta, mi hai fatto fare trentatre minuti e dodici secondi di
-anticamera.
-
-Il tono di voce con cui l'amabile luogotenente pronuncia queste
-parole, il sorriso di compiacenza che gli sta sul labbro, e l'atto
-cavalleresco, ma compassato, dicono molte cose, e prima di tutto
-ch'egli è stupito di quanto vede, e poi che alla sua volta si aspetta
-legittimamente di cagionare alla bella un magnifico stupore. Ma la
-bella lo guarda senza commuoversi, gli porge la mano esaminando nello
-specchio la propria acconciatura, e dice con un'indolenza adorabile:
-
-— Sei venuto trentatre minuti e dodici secondi troppo presto.
-
-— Ecco un bizzarro complimento in bocca d'una bella cugina che non si
-vede da un anno.
-
-— Non è un complimento; mi hai côlta allo specchio; il più che potessi
-fare per te era di farti aspettare. Non è forse vero?
-
-E dicendo così, la vedovella che non ha cessato di guardarsi alla
-sfuggita nello specchio, leva per la prima volta gli occhi in viso al
-cugino e lo fissa come sfidandolo ingenuamente a dir di no.
-
-— Sì, certo, balbetta il cavaliere, sebbene veramente pensi tutt'altro.
-
-— Anzi, soggiunge la vedova, poichè tu sei il primo a farmi visita,
-dimmi che ti pare della mia acconciatura...
-
-— È un miracolo di eleganza, risponde il luogotenente ridendo.
-
-— Di che ridi?
-
-— Dell'accoglienza che mi fai; immaginavo di averti preparato
-un'improvvisata.
-
-— Sapevo dell'arrivo del tuo reggimento in Milano; ti aspettavo.
-
-— E se devo proprio dirti tutto, mi lusingavo di farti piacere...
-
-— E me ne fai, dice Serena porgendo la mano che l'altro stringe fra le
-sue; ti pare che questa camelia mi stia bene?
-
-— Tu stai sempre meglio senza fiori in capo, lasciando cadere i ricci
-come vogliono. Te l'ho sempre detto, ti ricordi?...
-
-— Può essere... è un'_alba ploena_... me le provvede il Ferrario. È
-bella, non è vero?...
-
-— Bellissima.
-
-La vezzosa vedova si determina finalmente a sedersi, e lo fa con una
-mollezza piena di fascino.
-
-Il luogotenente continua a lasciar vagare sotto i baffi biondi un
-risolino che fra i compagni d'armi gli ha dato riputazione d'uomo
-_superiore_, e guarda intento la cuginetta!
-
-È pur bella la cuginetta!
-
-Quella espressione languida del viso è corretta meravigliosamente
-dal lampo degli occhi; non è una creatura svenevole, come ce ne sono
-tante, è una bella indolente, un'annoiata del _gran genere_. Eccola che
-porta una manina alla bocca, e trattiene uno sbadiglio! È impagabile
-in quell'atto, un pittore ci perderebbe il capo... ma un luogotenente
-delle guide!
-
-— Scusami, sai, dice Serena, non appena vede sparire il riso che
-illuminava il volto del cavalleresco cugino; parlami di te, dove sei
-stato tutto l'anno?
-
-— A Firenze.
-
-— E che c'è di bello a Firenze?
-
-— Il palazzo Pitti, il giardino Boboli, il Palazzo Vecchio, il
-Lung'Arno...
-
-Ed il luogotenente allunga le gambe ed esce in una larga risata.
-
-— Che c'è di nuovo? chiede la cugina senza sgominarsi.
-
-— Sai che ti trovo molto mutata?
-
-— Davvero?
-
-— Davvero.
-
-— È passato un anno.
-
-— È passato; anch'io sono molto diverso da quel tempo...
-
-S'interrompe per essere interrotto... ma siccome Serena pare molto
-attenta a districare i fili d'una larga frangia del suo abito che si
-sono arruffati, gli tocca ripigliare, e dice con un po' di malumore:
-
-— L'acconciatura deve renderti molto feroce coi tuoi ammiratori...
-
-— Sei un ammiratore tu?
-
-— Sincero...
-
-— E dicevi?
-
-— Dicevo che è passato un anno e che sono molto mutato...
-
-— Davvero?
-
-— Non pare anche a te?
-
-— Mi sembri lo stesso; hai sempre i tuoi baffetti attorcigliati e la
-tua bella uniforme azzurra; sei forse un po' più calvo, ma tutt'insieme
-mi sembri lo stesso.
-
-— Al contrario tu ti sei fatta più bella...
-
-— Vuol dire che io ho imparato a farmi più bella. Se sapessi come è
-difficile! ma devi saperne qualche cosa....
-
-— Taci, profanatrice, interrompe il luogotenente con voce scherzosa; ti
-paiono cose queste che una bella donnina debba dire ad un luogotenente
-delle guide?
-
-— Oh! mio Dio! sì; dopo quello che è passato tra noi possiamo parlarci
-chiaro, mi pare.
-
-Questa risposta finisce di gettare lo scompiglio nella logica del
-luogotenente, il quale — bisogna sapere anche questo — era riuscito a
-mettersi in capo che il contegno della cuginetta adorabile fosse una
-parte studiata a memoria.
-
-— Il nostro passato, tu dici... Lo crederesti? ho avuto per un momento
-il pensiero che, invece di farti piacere, fossi capitato in mal punto e
-ti dolesse di rivedermi...
-
-— Perchè mi avrebbe a dolere?
-
-— È quello che dicevo io pure... perchè?
-
-— Ci siamo separati come buoni amici...
-
-— Come i migliori amici.
-
-— Tu mi lasciasti per una modistina, bella fanciulla bionda meritevole
-della sua fortuna.
-
-— E tu per...
-
-— Ed io ti dissi che non me ne importava niente...
-
-— Tutto ciò è verissimo. Ed ora ti ritrovo in Milano, dove, appena
-giunto, odo parlare di te come della più leggiadra vedova che aspiri
-a passare a seconde nozze. Ti vedo per la via, ti riconosco, e mi
-propongo di farti visita, ed eccomi. Tuo marito, dunque, è morto?
-
-— Sì.
-
-Questo monosillabo contrae le labbra della leggiadra creatura; la cosa
-di un baleno, ed il sorriso riappare subito.
-
-— Ed ami? chiese il cugino dopo un momento di silenzio.
-
-— Sei molto indiscreto, risponde la bella; guardati intorno.
-
-— Hai un quartierino splendido e di molto buon gusto.
-
-— Di mio, non ci è che il buon gusto.
-
-— La qual cosa vuol dire che tu ami...
-
-— Molto.
-
-— Molto?...
-
-— O molti, è tutt'uno.
-
-Ella pronunzia queste parole coll'usata indolenza, senza commuoversi
-e guardando in faccia il suo interlocutore, il quale, parendogli
-finalmente di trovarsi a suo agio, si alza e va innanzi allo specchio.
-
-— Te ne vai già? dice allora Serena sollevandosi a mezzo e stendendo il
-braccio a tirare il cordone d'un campanello.
-
-Ma il luogotenente protesta di non aver punto questa intenzione e con
-un accento scherzoso scongiura la crudele cuginetta di non mandarlo
-via. La crudele cuginetta risponde con uno sbadiglio che questa volta
-si degna appena di nascondere.
-
-— Dunque, tu non sei ricca, cugina Serena?
-
-— Non più di te, cugino Ferdinando.
-
-— Pur troppo! perchè saresti ancora mia; ho solo il mio grado!
-
-— Ed io il mio.
-
-— Il mondo però ti crede ricca...
-
-Serena non risponde; ricaduta nella fatuità indolente, che sembra
-formare il fondo della sua indole, segue con occhio sbadato le pieghe
-della splendida veste di seta color d'arancio.
-
-— In fede mia! dice il luogotenente, non mi so più tenere dal dirti una
-cosa che mi sta sulle labbra.
-
-— Dilla.
-
-— Tu sei magnificamente bella!
-
-— Ah!
-
-— Non ti ho mai vista così bella! E do ragione al mondo che impazzisce
-per te.
-
-Serena è in piedi d'un balzo, trasfigurata in volto, e si fa presso al
-guerriero galante.
-
-— C'è della gente che impazzisce per me, hai detto?...
-
-— Il mondo!
-
-— E che importa a me del tuo mondo di sciocchi?
-
-— Cuginetta, confessalo, tu sei in collera meco, hai un segreto
-rancore, non mi sai perdonare...
-
-La vedovella non si degna di rispondere, e si lascia ricadere
-mollemente sul seggiolone.
-
-— Tu ricevi?... chiede il luogotenente mutando tono di voce.
-
-— Il giovedì.
-
-— Non farai per me un'eccezione?
-
-— Vieni quando vuoi, ti riceverò se ne avrò voglia.
-
-— Questo almeno è parlar schietto.
-
-E pensa:
-
-— Non vuol mostrarlo, ma in fondo è ancora innamorata di me.
-
-In questo punto un servitore viene ad annunciare il banchiere Redi.
-
-— Passi — risponde la bella, e rizzandosi dice al cugino: — È il mio
-banchiere.
-
-— Devo andarmene? chiede l'altro.
-
-— È meglio.
-
-Il luogotenente serra le ànche, piega il corpo con un atto che sta tra
-la rigidità militare e la scioltezza del damerino, prende la manina
-della bella vedova, poi si volta con un moto risoluto ed esce.
-
-Sulla porta s'incontra cogli occhioni da spiritato, coi favoriti
-biondi, colla bocca madornale e coi cerotti lucenti che compongono
-il viso del banchiere Redi; fa un saluto poco percettibile e se ne
-va colla sciabola sotto il braccio, pensando che la cuginetta è molto
-bella e che il banchiere della cuginetta è molto brutto.
-
-
-
-
-IX.
-
-IL SECONDO CORTIGIANO.
-
-
-Il banchiere Redi mette il capo alla portiera del salotto, e sta un
-momento immobile sul limitare, intanto che l'incantatrice del luogo si
-è lasciata andare sopra una seggiola ed accarezza fra le mani un riccio
-dei propri capelli.
-
-— Se non disturbassi, dice alla fine il banchiere arrischiandosi a
-mettere tutto il corpo nel tempio, se non disturbassi dovrei dire alla
-signora Serena...
-
-Il sorriso grazioso con cui il banchiere accompagna le proprie parole,
-spalanca la più larga bocca del regno d'Italia, e mette in mostra due
-file di denti bianchissimi.
-
-— Dite, interrompe la signora Serena senza voltarsi.
-
-Il banchiere si fa innanzi, guardando con la coda dell'occhio la bella
-indolente, trae dal portafogli alcune carte, e dopo averle osservate
-attentamente, ne fa un piccolo fascio che depone sul tavolino.
-
-— Sono le scadenze che lei sa... sol che volesse guardare se tutto è in
-regola...
-
-— Tutto è in regola, risponde fieramente la bella.
-
-— Mi lusingo anch'io...
-
-— Sono quindicimila lire, credo.
-
-— Diciasette.
-
-— Tutto è pagato?
-
-— Tutto. Se lei volesse degnarsi di sottoscrivere questa carta...
-
-La vedova rizza il capo e guarda in faccia il banchiere, i cui occhi,
-attoniti, non sanno staccarsi dal viso leggiadro.
-
-— Una nuova obbligazione, una nuova ipocrisia. Quanto vi debbo a
-quest'ora?
-
-— Una bazzecola.
-
-— Che non potrò pagarvi mai.
-
-— La signora scherza...
-
-— Non ischerzo e lo sapete meglio di me; vi ringrazio della
-delicatezza, ma è inutile.
-
-— Lei sa...
-
-— Io so quel che mi volete dire; ci penso.
-
-— I miei voti...
-
-— Portate via quelle carte, non ho testa a badare a nulla... Lasciatemi.
-
-— E devo sperare?
-
-— Ritornate fra otto giorni.
-
-— È l'ultima dilazione?...
-
-— Non lo so.
-
-— La signora mi permette che le baci la mano?
-
-La vedova risponde stringendosi nelle spalle, e volta la faccia da un
-altro lato; in un attimo il banchiere ha preso la morbida manina e se
-la porta avidamente alla bocca. No, signori, non si è mai vista una
-manina più appetitosa ed una bocca meglio capace di farne un boccone
-solo.
-
-Poi il Creso galante esce a ritroso, continuando a saettare con uno
-sguardo assassino la donna insensibile e leggiadra.
-
-Rimasta sola, la vaga creatura si leva in piedi repentinamente
-coll'atto di chi voglia divincolarsi dalle strette della noia e si
-invola nella stanza da letto, un vero tabernacolo color di rosa. Una
-bella donna che corre tanto ratta allo specchio e si siede innanzi al
-segreto complice dei propri trionfi con tanta impazienza, deve avere
-una gran paura che le caschi una treccia o se le sia scomposto un
-riccio. La signora Serena ha preso un foglio di carta aperto, ma non ne
-dubitate, non ne fa un cartoccio, non si guarda nemmeno nello specchio
-e legge colla curiosità d'un'annoiata:
-
- «_Signora_,
-
- »Per la quarta volta mi presento alla porta di vostra casa, e mi
- si risponde che non ricevete. Che v'ho fatto io? Sono sceso dentro
- di me ed ho interrogato il mio cuore — non so d'aver meritato
- la vostra collera. Solo se l'amarvi vi offende, avete diritto di
- castigarmi così, perchè io vi ho offesa molto.
-
- »Lasciate che lontano da voi io ponga su questa carta ciò che
- innanzi al vostro sguardo affascinante si rannicchia paurosamente
- nel cuore — io vi amo; sorridete pure, non può il vostro glaciale
- sorriso fare che io non vi ami... È un sentimento più forte della
- mia volontà, più forte del mio stesso orgoglio che io depongo
- ai vostri piedi. Altri avrà per voi più lusinghevoli omaggi, ma
- nessuno potrà dirvi parola più sincera di questa: vi amo. Avvezza a
- vedere, nell'ammirazione di quanti vi circondano, lo specchio della
- vostra suprema bellezza, vi farà meraviglia che io non vi abbia
- detto mai che siete bella. A me non importa della vostra bellezza;
- v'hanno forse nel mondo altre creature più belle di voi a cui non
- darei il mio cuore. A voi l'ho dato. Non so perchè, non so quando,
- nè come incominciai ad amarvi, so che mi trovai incatenato senza
- avvedermi. Volli rompere il laccio, sdegnoso non di voi, ma della
- mia debolezza, e sfibrai invano i miei muscoli; divenni debole
- come un fanciullo per amarvi, ma non voglio rimanermi eternamente
- fanciullo. Ho bisogno di amarvi altrimenti.
-
- »Non so se parlandovi questo linguaggio sincero mi esporrò alle
- vostre beffe; so ch'esso merita altra fortuna. Nell'infinita turba
- dei vostri adoratori non ne troverete un solo, il quale vi dica
- tutto ciò che gli sta in cuore. Io lo dirò. Lasciate che venga a
- voi e vi sveli un sogno che ho fatto. Quanto ho da dirvi merita
- che mi ascoltiate; accordatemi un quarto d'ora, non lo spenderò
- a ripetervi il vacuo frasario che dovete sapere a memoria. A me
- abbisogna la suprema felicità o l'abbandono; deciderete voi la mia
- sorte; qualunque essa sia, mi sarà cara se mi toglierà dal viso la
- maschera volgare d'un insipido adoratore. Attribuite l'arditezza di
- questo linguaggio all'amore, e la sincerità alla mia stima grande
- quanto l'amore.
-
- »MAURIZIO.»
-
-La signora Serena si lascia cadere la lettera di mano e segue
-sbadatamente un raggio di sole che è penetrato attraverso le tendine
-calate, ad illuminare un mondo di atomi color di rosa. All'improvviso
-si alza in piedi e sorride. Io non vorrei che il signor Maurizio
-vedesse il sorriso di trionfo di cui s'illumina quel volto; il
-raggio di sole si vergogna al confronto e si nasconde, e la leggiadra
-incantatrice va in giro per la camera a gran passi. Ma a poco a poco
-quella foga si allenta, il bel viso si oscura, e le due candide manine
-arrivano appena in tempo a soffocare un singhiozzo.
-
-Un vero singhiozzo? una bizzarria? un capriccio nuovo?...
-
-Quel raggio curioso di sole che si affaccia un'altra volta alla
-finestra, è pratico del luogo, e deve saperlo. Ve' come rianima
-allegramente la fantastica danza degli atomi color di rosa!
-
-
-
-
-X.
-
-IL TERZO.
-
-
-Il signor Maurizio! disse improvvisamente una voce dietro la portiera.
-
-Serena parve uscire da una lunga fantasticheria, sollevò il capo con un
-moto risoluto, e rispose senza voltarsi:
-
-— Passi!
-
-Poi si guardò nello specchio, chiamò sul labbro il più bel sorriso, e
-mosse incontro al nuovo visitatore.
-
-Costui è uomo che sta a cavallo della quarantina, alto della persona
-e piuttosto esile, ma di forme proporzionata e di aspetto dignitoso.
-Il volto pallido esce come da una cornice fuor della barba nera, che
-gli scende lungo l'orecchio e si riunisce sotto il mento. Due rughe
-trasversali gli solcano la fronte, e gli occhi nerissimi mandano
-baleni nel cavo delle orbite profonde. Veste con massima eleganza e
-semplicità, ed ha il portamento d'uomo che, avvezzo a vivere fra gli
-uomini, sa di bastare a sè stesso. Nondimeno, mentr'egli se ne sta
-immobile sul limitare, un lieve tremito nervoso scorre per tutto il
-suo corpo irrigidito da uno sforzo di volontà, e quando il servitore
-ritorna e lo invita con un cenno ad andare innanzi, egli è costretto
-ad appoggiarsi al muro un brevissimo istante. Nel porre il piede nel
-salotto due occhi ammalianti lo trattengono un'altra volta: è l'ultima
-debolezza, ed egli s'inchina profondamente a nasconderla, poi muove
-verso la vezzosa padrona di casa, la quale si è rizzata a mezzo sulla
-poltroncina per porgergli la mano con adorabile languore.
-
-— Mi aspettavate? chiede Maurizio dopo aver stretto nelle sue mani quei
-ditini di fata.
-
-— Veramente no, risponde la bella, invitando il visitatore a sedere con
-un cenno.
-
-— Sono venuto in mal punto?
-
-— Mi annoiavo.
-
-— Ciò che ho da dirvi vi divertirà, forse...
-
-— Tanto meglio...
-
-E vedendo che il volto del signor Maurizio si fa scuro, soggiunge
-sorridendo:
-
-— Scusate, io non so che cosa m'abbiate a dire.
-
-— Non lo indovinate?
-
-— No, davvero; se pure non volete ripetermi quanto mi avete scritto,
-che mi amate...
-
-— E non vi diverte questo?
-
-— Mi annoia, perchè me lo dicono tutti.
-
-Serena pronuncia queste ultime parole senza ombra di fatuità nè di
-collera, prolungando l'incantevole sorriso, agitando lievemente la mano
-in cadenza; poi fissa i grandi occhi abbaglianti in volto al signor
-Maurizio, il quale ne regge per poco la luce e si dà vinto.
-
-— Voi siete schietta, ripiglia a dire il visitatore dopo una lieve
-titubanza; e ciò rende più facile il colloquio che vi ho chiesto.
-
-La bella vedova continua a guardare, a sorridere, a muovere la mano in
-cadenza senza mostrare curiosità di sorta. L'altro prosegue:
-
-— Non vi dirò che vi amo, nè quanto vi ami; non mi credereste, ed alla
-mia età non sta bene non essere creduti.
-
-— Alla vostra età!
-
-— Ho trentanove anni compiti.
-
-— Cioè quaranta non compiti... vi credevo più giovine.
-
-— Vi pare ch'io sia troppo vecchio?
-
-— Al contrario, che siete troppo giovine per gli anni che avete.
-
-— Gli anni però non si cancellano.
-
-— Qualche volta sì; io per esempio ne voglio avere ventidue soltanto e
-me ne cancello parecchi. Vi pare che io abbia più di ventidue anni?
-
-Maurizio getta alla sua volta un lungo sguardo nella tenebra di
-quell'incantevole enigma vivente.
-
-— Ho promesso d'esser breve, abbrevio, e vi scongiuro di rispondere
-schiettamente ad una domanda, per quanto vi possa parere indiscreta.
-
-— Dite.
-
-— Amate voi qualcuno?
-
-Serena sta alquanto dubbiosa.
-
-— Aspettate.... mi pare di no.... anzi ne sono sicura; lo credereste?
-non avevo mai fatta a me stessa la domanda che mi fate voi.
-
-— E stimate qualcuno?
-
-— Pochi.
-
-— Io sono nel numero?
-
-— Certo.
-
-— Quand'è così, dice Maurizio protendendo le mani congiunte, come per
-darsi forza, io vi offro di divenire mia moglie.
-
-Oh! se egli avesse potuto cogliere il lampo che brillò nell'occhio di
-Serena! Ma, com'ebbe pronunziata la dimanda, non si sentì la forza di
-leggere subito la risposta nei volto della bella e chinò lo sguardo.
-
-— La vostra offerta mi onora, mi insuperbisce, dice Serena con gravità
-insolita.
-
-— Accettate dunque?...
-
-— La stima che mi dimostrate, prosegue Serena misurando le parole,
-merita la maggior schiettezza. Il mondo ha sul mio conto molte opinioni
-bizzarre...
-
-— Che importa a me del mondo?...
-
-— Una fra le altre più bizzarra di tutte, quella cioè che io sia ricca.
-
-Serena si arresta per guardare in volto Maurizio, il quale non batte
-palpebra.
-
-— Il mondo s'inganna, aggiunge la bella; io non sono ricca.
-
-— Lo sapevo, risponde l'altro, o almeno lo immaginavo; poichè voi
-stessa me lo dite, tanto meglio; non mi si perdonerà certo la mia
-felicità, ma almeno non si potrà dire che volli fare un buon negozio.
-
-— Siete fiero voi?
-
-— È la mia maggior ricchezza; me pure si crede molto ricco; sappiatelo,
-mi rimane solo il tanto che basti ad una vita modesta; non avrete da
-arrossire accettando, sono povero anche io.
-
-— Lo sapevo.
-
-— Lo sapevate?... e dite?
-
-— Tanto peggio.
-
-Serena sembra fare uno sforzo sopra sè stessa per mantenersi grave, ma
-è inutile; il riso le sta sul labbro, gli occhi le sfavillano giocondi.
-E ripete:
-
-— Tanto peggio. Io sono avvezzata male; ho provato a vivere
-negli agi, nelle mollezze e mi ci trovo bene; mi piace avere un
-bell'appartamento.... non badate a questo, è una bicocca se lo
-confronto co' miei sogni... mi piacciono le veglie, i viaggi, le
-villeggiature, i bagni; mi ci annoio qualche volta, ma vi ha noia
-e noia; quella che voglio io è una bella noia; il mio desiderio più
-ardente è di avere una magnifica pariglia ed una splendida carrozza con
-due servitori; ma se anche dovessi rinunziare a questo bel fantasma,
-non saprei distaccarmi dai miei abiti di seta e di velluto, dai miei
-merletti, dai miei pizzi... e tutto ciò costa caro, orribilmente caro.
-
-La bella si arresta, getta uno sguardo fuggitivo a Maurizio, il quale
-ha rialzato il capo con superbo disprezzo.
-
-— Che cosa potete darmi voi? continua Serena con crescente
-disinvoltura. Il vostro cuore, il vostro affetto; ciò potrebbe bastare
-ad un altro cuore, forse anche al mio, ma non basta alla mia fantasia,
-alle mie abitudini, ai miei bisogni. Dovrei vivere una vita modesta,
-accudire alle faccende domestiche, vestirmi sempre degli stessi abiti,
-di falsi pizzi e di falsi gioielli, rinunziare al mondo, alle feste,
-alle ville, ai palchetti in teatro, ai bagni, e tutto ciò a soli...
-ventidue anni! Voi stesso comprenderete che non è possibile; siete
-fiero e sta bene; io no, non sono fiera; non vorreste che il mondo vi
-accusasse di aver fatto un buon negozio sposandomi; a me invece un buon
-negozio è indispensabile, ed io del mondo non mi curo. E poi, il mondo
-è galante con noi donne, e dirà ancora ch'io mi sono rovinata, che ho
-fatto male i miei conti...
-
-Maurizio si è alzato in piedi senza dir parola; la leggiadra vedova
-s'interrompe e gli porge la mano sorridendo.
-
-— Lo sapevo io che vi avrei posto in fuga; eccovi guarito, immagino.
-Mi avete voluto sincera e vi ho svelato tutta me stessa. Me ne terrete
-rancore?
-
-— Vi ringrazio, dice Maurizio, sfiorando appena la mano della bella.
-
-Ed esce senza più rivolgersi, con un amaro ghigno sulle labbra, col
-cuore in tumulto.
-
-Serena continua a sorridere finchè il visitatore sia scomparso, poi si
-getta sul divano e piange.
-
-
-
-
-XI.
-
-LA SIGNORINA OLIMPIA FA GLI ONORI DI CASA.
-
-
-Queste cose ed altre molte, tutte savie e sapienti ad un modo,
-avvenivano nel mondo dei savi intorno alla vigilia del Natale.
-Ritorniamo ai nostri pazzerelli.
-
-Il dottor Parenti che li cura ha forse bisogno egli stesso dei propri
-rimedii, poichè a frugar bene nella sua testa ci si trovano alcune idee
-fantastiche e bizzarre, le quali alla Borsa non hanno, fra i pubblici
-valori, un valore certo e definito; ad ogni modo egli è creduto un
-sottile ragionatore, dotato d'un'avvedutezza rara, e sempre intento ad
-aguzzare lo sguardo per farlo passare attraverso i corpi più duri. È
-opinione fra i suoi ammalati che nulla gli abbia mai saputo resistere
-(il granito da un pezzo gli ha svelato il suo segreto); e quando fissa
-gli occhietti scintillanti in faccia a qualcuno, state sicuri che gli
-scompagina il cervello e gli sfibra il cuore — e il peggio è che non
-pare, perchè sorride come la più buona pasta d'uomo che esista sulla
-terra.
-
-Con un oculare di quella fatta — povero dottor Parenti! — ha dovuto
-vederne di brutte cose!
-
-Al domani del Natale passato melanconicamente al focolare in compagnia
-dell'amico Fulgenzio, egli si levò molto di buon umore, misurò tre o
-quattro volte la stanza da letto e finì fregandosi le mani, rialzando
-il capo, e piantandosi nel mezzo della camera. Allora terminò di
-vestirsi in fretta, diè il bacio del buon giorno ad Olimpia, sorbì
-prosaicamente la sua chicchera di caffè e latte, poi misurò di nuovo a
-gran passi la sala da pranzo e finì un'altra volta fregandosi le mani,
-rialzando il capo e piantandosi come un pilastro.
-
-Olimpia, che lo guardava aprendo tanto d'occhi, non ci capiva nulla e
-se ne rimaneva anch'essa immobile come una statua della curiosità.
-
-— Ma che bella statua! pensò il babbo volgendo finalmente lo sguardo
-alla sua creatura.
-
-Per carità paterna, avrebbe dovuto dirle qualche cosa, ma non le disse
-nulla, e sedette accanto al fuoco. Trasse il taccuino, ne staccò un
-foglietto e scrisse colla matita, poi chiamò un servo e gli ordinò di
-recare lo scritto al signor Mario.
-
-— È ammalato il signor Mario? chiese Olimpia, che non aveva tolto un
-istante gli occhi di dosso al padre.
-
-— E chi ti dice che sia ammalato?
-
-— Poichè gli mandi una ricetta.
-
-— E chi ti dice che sia una ricetta?
-
-— Fai sempre così a farle...
-
-Il dottor Parenti rise allegramente dell'equivoco, ma non disse altro.
-
-Pochi minuti dopo ritornò il servo ed avvertì che il signor Mario s'era
-appena levato e che sarebbe venuto subito.
-
-Non andò molto che si udì il tintinnio del campanello alla porta
-d'ingresso.
-
-Il dottor Parenti si rizzò come spinto da una molla e fece per uscire
-dalla stanza.
-
-— Te ne vai? chiese Olimpia.
-
-— Vado e vengo; trattienilo un momento tu...
-
-— Ma io...
-
-— Vengo subito, ti dico...
-
-E senza ascoltar altro, il dottore sparve chiudendosi l'uscio dietro le
-spalle, mentre la porta rimpetto si apriva lasciando il passo al signor
-Mario.
-
-Il signor Mario è a rigore un bel giovinotto, ma ha una aria di Amleto
-precoce che mette in dosso la melanconia; porta l'abito abbottonato fin
-sotto al mento ed ha i lineamenti corrugati, come uomo che abbia fatto
-scommessa di non ridere.
-
-Olimpia vorrebbe muovergli incontro, tanto più che il nuovo venuto,
-vedendo sola la fanciulla, si è arrestato sulla soglia e sembra
-disposto a non se ne staccare, se la signorina non gli viene in aiuto.
-Ma come fare? È così difficile ricevere un giovinotto!
-
-— Signor Mario, dice la bella creatura, prendendo il proprio coraggio a
-due mani, si accomodi; il babbo viene subito, subito...
-
-E intanto guarda colla coda dell'occhio verso l'uscio.
-
-Dio sia lodato! il signor Mario apre la bocca per parlare!
-
-— Buon giorno, signorina.
-
-Non dice altro e s'inoltra un passo.
-
-— Segga qui, dice Olimpia a cui pare di sentirsi in petto un cuore di
-bronzo, vicino al fuoco; deve fare molto freddo, tutti i vetri erano
-arabescati di ghiaccio stamane.
-
-— È vero, deve fare molto freddo.
-
-— Non se n'è accorto lei?
-
-— Non sono ancora uscito di casa.
-
-Qui ha luogo un intervallo di silenzio che entrambi spendono a guardare
-molto curiosamente le vetrate.
-
-— È un pezzo che non la vediamo, dice Olimpia; non viene mai a
-trovarci? Perchè non viene mai?
-
-— È vero; ma in questi pochi giorni di vacanze, ho dovuto studiar
-molto...
-
-— Le farà male studiar tanto; lo dice il babbo che le farà male.
-
-Il signor Mario si determina ad abbozzare colle labbra qualche cosa che
-rassomiglia lontanamente ad un sorriso.
-
-— Ieri l'abbiamo aspettato; credevamo che venisse a passar la sera con
-noi, aggiunge Olimpia, tutta sbigottita di essere un'eroina.
-
-Il signor Mario risponde che fu trattenuto fuori dagli amici, gli duole
-di essersi fatto aspettare inutilmente.
-
-— L'abbiamo aspettato un pezzo; il babbo diceva sempre: verrà, verrà.
-
-Non era vero, ma di che parlare con uno studente di medicina così
-patologicamente taciturno?
-
-— Il dottor Parenti è troppo buono con me...
-
-— Le vuol bene...
-
-— Non lo merito...
-
-— Oh! sì sì che lo merita!...
-
-La fanciulla si è lasciata scappare queste parole con tanto candore che
-ne arrossisce essa stessa. Il silenzio diviene un'altra volta profondo;
-il signor Mario guarda i carboni accesi, confronta il pomello d'ottone
-delle molle col pomello d'ottone della paletta e nota che fanno un
-paio di pomelli d'ottone assolutamente simili, poi leva gli occhi al
-soffitto, li figge sulle pareti, sul pavimento, da per tutto fuorchè
-sul volto imporporato della fanciulla, la quale guarda i vetri, la
-volta, il pavimento ed il focolare, tutto fuorchè la faccia scura del
-signor Mario. Ed i canarini svolazzano per la gabbia, e spendono i loro
-trilli senza riuscire a farsi intendere.
-
-Quella situazione diventa sempre più imbarazzante, perchè Olimpia
-non trova assolutamente più nulla da dire, ed il signor Mario non
-pare nemmeno si dia la pena di cercare. L'aiuto della Provvidenza è
-indispensabile e deve giungere dall'uscio dello studio del dottore....
-Oh! perchè non giunge?
-
-Non si mormori contro la Provvidenza; ecco, l'usciolo si apre e ne esce
-frettoloso l'ottimo babbo.
-
-Olimpia fa un lieve inchino e se ne svolazza via, lasciando il sorriso
-del dottore alle prese col broncio del signor Mario.
-
-
-
-
-XII.
-
-IN CUI IL DOTTOR PARENTI INCOMINCIA UNA CURA.
-
-
-Il dottore entra in materia senza preamboli; prende nelle proprie le
-mani del signor Mario e lo guarda fissamente in volto.
-
-— Mi devi promettere di essere schietto con me.
-
-Il signor Mario, non preparato al repentino scongiuro, non risponde
-nulla; quel silenzio può significare cento cose, ma il dottor Parenti
-non istà in forse e si attiene all'interpretazione che gli conviene
-meglio.
-
-— Così va bene, dice egli; tu sai se ti sono amico e se di me ti
-puoi fidare; quel che ho da dirti, da un pezzo mi sta in mente; se tu
-sei uomo, la schiettezza non deve offenderti, ed io ti voglio parlar
-schietto.
-
-Mario leva fieramente il capo e pronunzia una sola parola, ma con molta
-fermezza:
-
-«Parli.»
-
-— Parlo, prosegue a dire il dottore, fregando le palme della mano
-contro le ginocchia e dondolando lievemente il corpo; e dico che tu sei
-un gran colpevole verso tutti coloro che ti vogliono bene, che la tua
-tetraggine è un affanno per tuo padre e la tua taciturnità un'ingiuria
-per me. Chi sono io? Non te lo ricordi più? Una volta il signorino
-sapeva venire dal dottor Parenti; era il suo vocabolario medico, il
-suo balocco, il suo passatempo. Ma sissignori che a poco a poco ella
-mi si imbroncia, mi si rincupisce, mi fugge! È questo che ti hanno
-insegnato all'Università? Non sei ancora medico, e già mi tratti corno
-un tuo collega, odiandomi cordialmente. E Dio sa a quanti hai detto
-che io sono un asino calzato e vestito, coll'intenzione di rubarmi la
-clientela!
-
-Il dottor Parenti ha incominciato molto seriamente ed ha finito con un
-accento così burlesco, che lo stesso Mario è costretto, a ridere.
-
-— Lei scherza!
-
-— Io scherzo, sicuro che scherzo, voglio scherzare fino... alla fine;
-tu no, non ischerzi! In fede mia, la tua clientela è fatta fin d'ora;
-hai in te stesso un ammalato che ha bisogno di tutta la tua dottrina,
-se ne hai... se ne hai, perchè lo so io forse se ne hai? Ti sei tu
-degnato più di interrogare il tuo antico maestro? Alle corte, ecco
-quello che ti devo dire: se ti rimane ancora un briciolo di amicizia
-per me, esigo che tu mi confidi tutto quanto hai nel cuore...
-
-— Non ho nulla io!
-
-— E se della mia amicizia non t'importa, allora serba i tuoi segreti
-a chi ne sia più degno, e vattene, ma che almeno sappia con chi ho da
-fare.
-
-Il giovane, a queste ultime parole, china il capo sul petto con uno
-scoraggiamento profondo.
-
-Il dottor Parenti prosegue con dolcezza:
-
-— Via, dimmi tutto; una buona confessione può sanare molti mali, anche
-quando è fatta ad un cattivo medico. E poi, chi sa che io non abbia
-proprio il rimedio che ti abbisogna; il tuo _caso_ non è disperato....
-al contrario.... e ti prometto che se il rimedio dipende in qualche
-modo da me, io non saprò negartelo.
-
-In queste parole, pronunziate con lentezza e quasi con finta
-sbadataggine, è nascosta un'intenzione che al signor Mario sfugge
-interamente, perchè non batte ciglio, nè muta positura. Il dottore sta
-alquanto in forse, poi aggiunge:
-
-— Devo aiutarti a farmi questa confessione? Sì?... Ebbene, tu sei
-innamorato!
-
-Il giovane leva il capo con un moto repentino che il dottore, per
-generosità, finge di non vedere.
-
-— Tu sei innamorato e disperi, come fanno tutti gli innamorati, di
-veder mai avverato il tuo bel sogno. Non è così?...
-
-«Come fanno tutti gli innamorati...» è evidentemente un pleonasmo,
-perchè Mario dà una risposta che rovescia la regola generale.
-
-— Non è così, dic'egli, non potrebbe essere così, io non amerei mai
-alcuna fanciulla senza esser certo di poterla far mia.
-
-— Al cuore non si comanda, giovinotto.
-
-— Il mio cuore mi ubbidisce, risponde semplicemente Mario.
-
-— E poi le difficoltà, i contrasti...
-
-— Non vi sono difficoltà per chi ama.
-
-— Benissimo, benissimo, benissimo, ripete il dottor Parenti, curvandosi
-sempre più sul focolare e fregando con crescente fervore le palme delle
-mani sulle ginocchia. Rimane adunque perfettamente stabilito che tu non
-sei innamorato.
-
-Mario non risponde nulla; l'altro prosegue:
-
-— Ebbene, mi dispiace dirlo, ma quando è così il negozio diventa più
-grave e ti fa maggior torto. Se non sei un innamorato, sei qualche cosa
-di peggio, un cattivo amico...
-
-— Dica tutto il suo pensiero, un cattivo figlio.
-
-— Ebbene sì, un cattivo figlio! Io non so per quali pretesti il tuo
-cuore, che è buono, si mantenga in questa selvatichezza che fa tanto
-male a tutti; so che vi è un vecchio, il quale sperava di avere un
-figlio in te, e che tu fai di tutto per parere a lei un estraneo;
-so che quel vecchio soffre, e che tu soffri, e so che, invece di
-confortare la sua vecchiaia e te stesso, tu gli sei cagione di dolore e
-di affanno.
-
-Il volto del dottore è serio come nei momenti solenni, e la sua parola
-amorevole ha una gravità insolita; il giovine sembra fare un gran
-sforzo per mantenersi indifferente, ma l'occhio indagatore del medico
-gli si appunta in viso e non lo lascia un istante, finchè, incapace di
-dissimulare più oltre, Mario dà in un singhiozzo soffocato.
-
-Il dottor Parenti balza in piedi, prende la testa del giovane fra le
-mani e se la tira sul petto come avrebbe fatto ad un fanciullo viziato.
-Non dice nulla.
-
-Mario si toglie a poco a poco a quel laccio amorevole, e leva gli occhi
-in alto per mostrare che non piange più.
-
-— Preferirei che tu piangessi, dice il dottore comprendendo il
-significato di quello sguardo, che ti spogliassi del tuo orgoglio
-insensato.
-
-— E che mi rimarrebbe allora? chiede fieramente il giovine.
-
-— La tua famiglia, un padre.
-
-— Io non ho padre, prorompe Mario con voce sorda. Dica pure che io
-sono un ingrato, l'ingratitudine è la mia sola virtù. Mi hanno dato una
-casa, un nome, una professione; cose ottime che io non chiedeva, e che
-accettai con giubilo; ma si vorrebbe che io scontassi tutto ciò a caro
-prezzo; che portassi scritto sulla fronte il benefizio ricevuto e lo
-pagassi coll'umiliazione e colla vergogna. È troppo caro; se non posso
-estinguere il mio debito, voglio almeno mostrare che la mia anima non
-si vende — sono un miserabile, lo so, ma non sono un vigliacco; meglio
-ingrato che codardo.
-
-Mario ha parlato con impeto ed ammutolisce a un tratto; il dottore
-osserva con voce commossa:
-
-— Il cuore di tuo padre è buono.
-
-— Chi lo sa?
-
-— E non vuole che un po' d'affetto...
-
-— Me n'ha egli dato dell'affetto? Quando io me gli mostrai amorevole,
-credette egli forse che la riconoscenza avesse in me preso gli aspetti
-dell'amor filiale? Lo credette egli mai? E quando io, coll'anima piena
-di affettuosa gratitudine, provando il bisogno d'essere stimato e di
-trovare un po' di quell'affetto che nissuno più doveva darmi in terra,
-feci di tutto per giungere al suo cuore, credette egli forse alla mia
-sincerità? Io era fanciullo, ma gli leggevo dentro meglio che egli non
-leggesse in me perchè avevo la doppia vista della sventura. E vidi,
-lo sa lei che vidi? Vidi che egli mi teneva per un egoista e per un
-dappoco. Fu buono, arrendevole, non mi lasciò mancare nulla, tranne
-la sola cosa che io spiava inutilmente nei suoi occhi: un pensiero di
-stima sincera, un sentimento di vero affetto. Si era imposto il dovere
-di far di me suo figlio, ma non fu mai, un solo istante, mio padre.
-
-E poichè il dottor Parenti fa atto d'interromperlo, tace, ma continua
-a tentennare il capo come per respingere, innanzi di udirli, tutti gli
-argomenti che gli si possono opporre.
-
-Ma il dottore non ha argomenti veri da opporre a quel grido partito dal
-cuore; e se interrompe il dire affannoso del giovine, lo fa da medico
-accorto, perchè egli non si sfibri nell'impeto e gli rimanga forza di
-proseguire più pacato.
-
-— Vi fu certo un equivoco, gli dice; tuo padre è mio amico, e lo
-conosco come ti conosco, e più, perchè mi si è dato a conoscere più
-presto. Egli ti vuol bene.
-
-— Non lo creda, ribatte Mario amaramente; l'amore non passa se non dove
-prima è passata la fede, ed il cuore di quell'uomo non crede in nulla.
-Ho poco studiato nei libri; ho molto studiato nel cuore di... mio
-padre; appena mi avvidi del suo contegno con me, volli darmene ragione,
-e come gli ebbi letto dentro ciò che doveva fare d'un figlio affettuoso
-un indifferente, non passò giorno senza che io meditassi il mio nuovo
-supplizio; ogni sua parola, ogni sua opinione divennero oggetto di una
-tormentosa e puntigliosa analisi, che mi lasciava sempre più ebbro di
-dolore e di orgoglio; ma il mio dolore era la mia debolezza; il mio
-orgoglio, la mia forza; divenni ingrato.
-
-— Mario, dice il dottor Parenti pigliando la mano del giovine, tu hai
-cuore e ne ha egli pure; voi dovrete amarvi.
-
-— Oh! ch'egli non sappia mai, prosegue Mario senza mostrare di aver
-inteso quelle parole; oh! ch'egli non sappia mai, se è vero che ha
-cuore, con quale occhio d'invidia io ho guardato i miei fratelli che
-camminano per le vie come un gregge, che portano un camiciotto grigio
-ed hanno una sola famiglia, l'ospizio! Coloro almeno sono in diritto di
-non arrossire della loro sventura; a me quel diritto non rimane più; mi
-fu pagato con un nome, con un'educazione; agli altri resta il potere di
-serbarsi liberi, onesti e forti; a me non è concesso se non di parere
-un docile parassita od uno schiavo ribelle. Per chi ha anima d'uomo in
-petto, la massima infelicità non è il non aver padre, nè nome; ma è il
-portare un nome imprestato, è l'avere un padre che non è padre.
-
-La voce di Mario è passata per tutte le gradazioni della commozione e
-finisce in un rantolo.
-
-— Il tuo orgoglio è generoso, dice il dottore tanto per rompere
-l'affanno del silenzio; io lo stimo quello che vale, e vale molto;
-ma tu gli dai certo maggior prezzo che non abbia. Se tu avessi preso
-ad amare l'uomo che ti ha dato il suo nome e la sua casa, non avresti
-patito tante torture. Questo di buono ha l'affetto, che basta al cuore
-e ne caccia o vi soffoca le altre passioni...
-
-— S'inganna, interrompe il giovane coll'accento di una convinzione
-profonda; s'inganna; l'affetto è una malattia del cuore che ne rende
-più sensibili e più delicate le fibre; corrisposto, è un balsamo; non
-corrisposto, è un veleno; e se non si può cessare di amare, si odia.
-
-— Tu non hai cessato d'amarlo, dunque?
-
-Mario non risponde, e si alza in piedi con un moto risoluto.
-
-— Ho già detto troppo, ho già troppo sofferto. Lasci che me ne vada e
-grazie, grazie della sua amicizia.
-
-Il dottore si alza anch'egli, e pone le sue mani sugli omeri del
-giovine.
-
-— Il tuo male è grave, gli dice, ma spero di guarirti, poichè il cuore
-è sano.
-
-Mario scuote il capo melanconicamente e si allontana senza aggiungere
-parola. E il dottore, rimasto solo, si afferra il mento colla mano
-manca, il gomito manco colla mano destra, e rimane in quell'atto,
-immobile, senza avvedersi che Olimpia, l'angelo biondo della sua casa,
-fa il broncio in un canto.
-
-— Tu qui! dice finalmente togliendosi alla meditazione. E come hai
-fatto a venire senza ch'io ti abbia udita?
-
-— E come hai fatto tu a non udirmi?
-
-— È vero; ma che hai?
-
-— Ho che so tutto....
-
-— Tutto?
-
-— Tutto!...
-
-— Avresti per caso origliato all'uscio?
-
-— Non ne sono capace!... Ma so tutto...
-
-— Tutto?
-
-— Tutto...
-
-— Fammene sapere qualche cosa anche a me.
-
-— Io so perchè hai fatto venire il signor Mario, e so perchè sei andato
-nel tuo studiolo e mi hai lasciata sola con lui.
-
-— Proprio! dice il dottor Parenti spalancando tanto d'occhi, e pensa
-fra sè e sè: «mia figlia è mia figlia!»
-
-— Tu hai creduto ch'io volessi bene al signor Mario!
-
-— Che! esclama il padre; ed ho sbagliato, non è vero?
-
-— Sicuro, io non gli voglio bene niente, proprio niente... Che ne
-importa a me del signor Mario?
-
-— È quel che dicevo anch'io; Olimpia ha quindici anni, e vuol bene
-soltanto alla sua bambola! Che deve importare ad Olimpia del signor
-Mario?
-
-— Nossignore, tu non dicevi questo, perchè tu non lo sapevi.
-
-— Ed ora che lo so, ti dico che la tua avvedutezza ti ha ingannata, e
-che ho fatto venire il signor Mario per altro...
-
-— Anche per altro, questo lo so.
-
-— E come lo sai?
-
-— Lo immagino; avete parlato un pezzo.
-
-— Ci ascoltavi?
-
-— Propriamente no; stavo zitta per veder d'udire senza ascoltare. Ma
-dall'altra stanza non si sente nulla, ci sono due usci; se fossi stata
-nello studiolo, forse...
-
-Il dottor Parenti si affretta a soggiungere:
-
-— Ebbene, poichè la signorina è curiosa, vuol sapere che cosa il suo
-babbo aveva sospettato? Che ella non volesse niente affatto bene al
-signor Mario, ma che il signor Mario ne volesse a lei.
-
-— E non è vero niente!
-
-— E non è vero niente...
-
-— Bastava che l'avessi chiesto a me, ti avrei subito detto che il
-signor Mario non mi vuol bene.
-
-— E tu lo sapevi, tu?
-
-— Oh! sì, sì che lo sapevo!
-
-La piccola Olimpia ha una gran voglia di piangere, e corre nella sua
-stanza a versare nel seno della bambola la piena dell'immenso dolore.
-
-
-
-
-XIII.
-
-ANCORA DELLA CURA INCOMINCIATA.
-
-
-Il dottor Parenti, dopo aver accompagnato cogli occhi la propria
-creatura, esce dalla stanza tentennando il capo, scende le scale, muove
-difilato verso il gabinetto del direttore e viene innanzi all'amico
-Fulgenzio, col viso, contro il costume, oscurato dal pensiero.
-
-Fulgenzio, sebbene intento ad esaminare documenti che si riferiscono a
-qualche nuovo membro della sua numerosa famiglia, è colpito alla prima
-dalla singolarità del caso che si legge sulla faccia del suo giovine
-amico, e si rivolge a lui colla premura impaziente di chi si aspetta
-una disgrazia.
-
-— Buone nuove! dice il dottore per tranquillarlo.
-
-— Buone nuove? ripete l'altro sbigottito, e me le rechi con quella
-faccia?
-
-— Hai visto tuo figlio? domanda il dottore mutando accento e spianando
-le rughe della fronte.
-
-— Non mi parlar di lui.
-
-— Sono venuto a posta per parlarti di lui...
-
-Il povero padre non risponde; l'altro soggiunge:
-
-— E per dirti una millesima volta che Mario ha cuore, che Mario ti vuol
-bene.
-
-— T'inganni, non ti credo, non ti voglio credere.
-
-— Tanto è vero che non m'inganno, quanto è vero che tu mi credi e che
-vuoi credermi.
-
-E dopo un istante di silenzio, durante il quale il direttore ha
-appuntato i gomiti al tavolino e stringe la fronte fra le mani,
-prosegue a dire, pronunziando le parole ad una ad una:
-
-— Mario ti vuol bene, la sua tetraggine ha la stessa origine della tua;
-al pari di te egli non si crede amato e ti nasconde l'amore.
-
-Le buone nuove sono come certe medicine che non bisogna trangugiare
-tutte d'un fiato; quelle parole cadute a goccia a goccia sul cuore del
-vecchio devono essere un balsamo, se bisogna giudicare dall'espressione
-di gioia quasi paurosa che si dipinge sulle sue severe sembianze.
-
-— Vuoi dire?...
-
-— Voglio dire che tra te e tuo figlio ci è di mezzo l'orgoglio
-d'entrambi, risponde il medico con accento un po' scherzoso; se
-Domeneddio avesse voluto fare il miracolo di darti un figlio autentico,
-non avrebbe potuto dartene uno che avesse meglio di questo il marchio
-di fabbrica; Mario ti assomiglia.
-
-— Senti, interrompe Fulgenzio con voce commossa, tu non m'inganni,
-non è vero? perchè tu sei il mio amico migliore; io ti domando in nome
-della nostra amicizia: non ti parve mai che la mia testa vacillasse?
-
-— Quale idea!
-
-— Idea vecchia e tormentosa! I melanconici compagni della mia esistenza
-possono avermi attaccato il loro male; a volte penso che io stesso sono
-forse un pazzo senza avvedermene, e che tu mi curi di nascosto.
-
-— Quale idea!
-
-— Idea da pazzo!...
-
-— Sicuro, idea da pazzo, e da pazzo della peggior specie che io conosca.
-
-Ed il dottor Parenti sghignazzava così allegro, che è impossibile
-proseguire in quell'argomento.
-
-— Mario dunque?...
-
-— Mario si è accorto che tu non avresti stimato l'affetto che voleva
-darti se non come una moneta di basso conio, ed ha nascosto il suo
-borsello... E ti so dire che è un borsello gonfio, grosso così, e che
-ci è dentro un bel gruzzolo di napoleoni d'oro lampanti, e che potrebbe
-essere tutto tuo, solo che tu volessi. Non dico che Mario abbia tutta
-la ragione, ma ha certo il minor torto...
-
-— Il maggior torto...
-
-— L'hai tu; non stare a ribattere, l'hai tu. A te, esperimentato
-dagli anni, toccava leggere in quel libro aperto, che è il cuore
-della giovinezza, e fu lui il primo a leggere nel tuo libro chiuso.
-Se tu, invece di immaginare di aver tutto fatto col benefizio, ti
-fossi dato pensiero di studiare l'indole di tuo figlio, avresti
-saputo che egli è superbo, e gli avresti risparmiato il peso della
-gratitudine sollevandolo coll'amore. Dovevi mostrarti padre, e
-non sapesti essere che un benefattore. Le tue massime, tutto lo
-scetticismo dell'educazione che è passato sulla tua anima, lasciandola
-miracolosamente buona, non facevano per Mario se non affermare la sua
-salda credenza che, ritrovando un padre, non aveva cessato d'esser
-orfano.
-
-— E come sai tutto ciò? chiede sospettoso il signor Fulgenzio.
-
-— Me l'ha detto egli stesso; ho avuto con lui un colloquio or ora;
-piangeva...
-
-— Piangeva!... Ed ha detto che mi ama?
-
-— Ha detto che ti ama...
-
-Il dottore sa benissimo che ha invece detto di odiarlo; ma per lui è
-tutt'uno.
-
-Succede un lungo silenzio. Il vecchio preme più forte la fronte colle
-mani, ed il dottore lo guarda intento.
-
-— Che cosa mi consigli di fare? dice alla fine il direttore senza
-levare il capo.
-
-— Che cosa ti consiglia di fare il tuo cuore?
-
-— Il mio cuore è impotente; io non so neppure se mi rimanga un cuore
-per altro che per soffrire; e il mio orgoglio si ribella. S'egli...
-
-Il dottore comprende e l'interrompe.
-
-— Non verrà... nè tu devi andare a lui; ma bisogna che v'incontriate
-sulla stessa via per caso; le parole non valgono; al punto in cui sono
-le cose, occorrono le opere: tu devi dargli una prova del tuo amore,
-senza che te la chieda e senza mostrar di volergliela dare.
-
-— E quale?
-
-— Non lo so; so per altro che Mario mi nasconde un segreto che mi
-bisogna scoprire. Stamane mi pareva di averci posto la mano sopra, ed
-ho sbagliato.
-
-— Spiegati.
-
-— Credevo che Mario si fosse innamorato di mia figlia, e che perciò
-fosse tetro e taciturno.
-
-— E non è vero, per buona sorte?
-
-— Per buona sorte! Ecco una parola che non è da padre.
-
-— Mario in faccia al mondo sarà sempre un orfano.
-
-— Lascia che questo lo pensi lui, come fa pur troppo, ma tu non lo
-dire. Se il mio sospetto si fosse avverato...
-
-— Avresti allontanato tua figlia...
-
-— L'avrei data in moglie a Mario.
-
-Il signor Fulgenzio aveva una esclamazione ammirativa sulle labbra, ma
-la trattenne, vergognoso di parer più debole dell'amico.
-
-— Disgraziatamente avevo visto le cose alla rovescia.
-
-— Non è vero?
-
-— Non è vero, ed è invece verissimo che Olimpia vuol bene a Mario.
-
-— Ti pare?
-
-— Ne sono sicuro; non tanto però quanto ne vuole alla sua bambola, e
-questo mi conforta. Torniamo a Mario; il poveretto ha dunque un altro
-segreto.
-
-— Quale?
-
-— Quando lo saprò non sarà più un segreto.
-
-Il disgraziato padre è venuto a poco a poco abbandonando il cuore
-alla gioia della nuova rivelazione, ed a queste parole, incapace di
-trattenersi, si alza commosso e si butta nelle braccia dell'amico.
-
-— E non ti pare che la mia testa vacilli, non è vero?
-
-— Al contrario, mi pare; oh! se mi pare!
-
-L'avete udita la risata sonora che prorompe dal labbro del dottor
-Parenti?
-
-
-
-
-XIV.
-
-QUATTRO MILA E SEICENTO LIRE ALLA CASSA DI RISPARMIO DI MILANO.
-
-
-Che fa Donnina? I passeri le hanno cantato una bella canzone per
-risvegliarla; e ne aveva bisogno, sebbene tenesse gli occhi aperti. È
-scesa da basso, lieta di non essere stata prevenuta, come la vigilia,
-da mamma Teresa, e vuole che la vecchia abbia a trovare ogni cosa in
-ordine quando si desterà. Vedete come corrono agili quelle manine
-gentili! In breve ora tutto è in sesto; «già non ci vuol molto!»
-direbbe mamma Teresa.
-
-Quando ha finito, siede accanto al focolare per invigilare il bricco
-dove riscalda l'acqua del caffè, e pensa. Pensa prima di tutto che
-mamma Teresa tarda più del solito a comparire, e che ci sarà tempo di
-prepararle un magnifico stupore, facendole trovare il caffè fatto.
-Oh! il magnifico stupore!... E verrà poi oggi? Ne riceverà almeno
-notizie?... Chi?...
-
-Ripetano pure i passeri le loro più belle canzoni ed il focolare
-scoppietti allegramente, e il bricco del caffè incominci a
-canticchiare, e mamma Teresa tardi pure a discendere, tutto ciò non
-può fare che Donnina non pensi ad Ognissanti. E verrà poi oggi? E ne
-riceverà almeno notizie?... Non è più sola; i cari fantasmi le fanno
-compagnia.
-
-Possiamo lasciarla, e andare nella camera dei vecchi perchè
-assolutamente mamma Teresa tarda troppo a discendere. Dalla porta
-socchiusa si può vedere la vecchia, che passeggia per la camera a gran
-passi, continuando a dire di sì; e la testa di maestro Ciro, coperta
-ancora da un berretto da notte non meno bianco dei suoi capelli, che
-segue cogli occhi tutti i movimenti della terribile donna ed accenna
-quasi impercettibilmente di no.
-
-— Sì, conchiude mamma Teresa, piantandosi improvvisamente in faccia
-al marito, che diviene immobile d'un tratto; sì, chi manda denaro di
-nascosto, ha cattive intenzioni.
-
-— Il beneficio che si nasconde, dice maestro Ciro coll'accento con cui
-enuncia le definizioni ai suoi allievi, il beneficio che si nasconde...
-
-Ma la terribile compagna non lo lascia finire.
-
-— Tutto ciò che si nasconde ha paura di essere veduto, ed io sostengo
-ancora che dopo quest'elemosina mi diventa più inesplicabile, e temo
-peggio pell'avvenire della nostra Donnina.
-
-Evidentemente si parla d'Ognissanti. «E chi altri mai, aveva detto la
-vecchia nel ricevere l'avviso postale che annunziava l'arrivo di una
-somma, può mandarci mille lire? — _mille lire!_ — al domani della sua
-apparizione?
-
-— E se non fosse lui? osservò un'altra volta il maestro di scuola.
-
-— E dalli, coi tuoi dubbi! dev'esser lui. Non ha avuto bisogno di
-comparire a Donnina di notte, come fanno i malfattori? E non le ha
-forse taciuto l'esser suo?
-
-— È vero, ma pensa che non è la prima volta che noi riceviamo del
-denaro senza sapere chi ce lo mandi. Sono oramai cinque anni.
-
-— Appunto. E sono sei anni che Ognissanti partì col padre a cercar la
-fortuna; l'avranno trovata subito, e chi sa in quali strade.
-
-— Teresa, il sospettare del prossimo...
-
-— Non sono sospetti, sono fatti; tu già colla tua placidezza finirai
-col farmi andare all'altro mondo più presto.
-
-— Teresa... mormora il vecchio con voce compassionevole.
-
-— Eh! via, ripiglia la vecchia, ti pare che io dica sul serio? ma
-se ti vedessi una volta andare in collera, credo che mi toglieresti
-dieci anni di dosso. Ti dico che quell'Ognissanti io l'ho visto co'
-miei occhi, e che se mi sono lasciata pigliare alle parole di Donnina,
-tanto tanto ho subito detto a me stessa: «quel giovine è una vecchia
-birba e vuol perdere la nostra creatura.» Le prime impressioni non si
-cancellano, ed ora mi pare di vedermelo lì dinanzi... come lo vedevo...
-ed il suo denaro glielo vo' buttare sul viso appena osi portarlo a
-tiro, e gli voglio dire... lo so io che cosa gli voglio dire.
-
-Maestro Ciro si tira le coltri fin sotto il mento e minaccia di sparire.
-
-— Mille lire! ripiglia la vecchia, mille lire! E sono là a B... a
-nostra disposizione, e non ci rimane che andarle a prendere. Mille
-lire! Hai tu mai visto come sono fatti i biglietti da mille?»
-
-Il vecchio sorride come farebbe un banchiere e non risponde.
-
-— E dire che noi credevamo di poterli spendere onestamente, aggiunge,
-quei denari che parevano piovuti dal cielo! Non erano mai tanti come
-questa volta; e pure quanto piacere ci davano!
-
-— Potrebbe essere....
-
-— Eccolo lì l'uomo del potrebbe o non potrebbe; non sei ancora ben
-sveglio dai tuoi sogni?
-
-— E mi sveglio mal volontieri, anzi non voglio svegliarmi punto. Se
-anche questi denari non vengono da un padre...
-
-— Se anche!...
-
-— Nissuno mi leva dal capo che Donnina è figlia di qualche principe o
-di qualche nobilone ricco a milioni, e che un giorno ritroverà la sua
-fortuna.
-
-— Bei nobili da milioni, che le lascerebbero patire anche la fame se
-non fosse...
-
-— E se invece quei denari sono, come abbiamo sempre creduto?...
-
-— Abbiamo sempre creduto ciò che non è; questi danari e gli altri
-vengono da Ognissanti, e sa Dio che origine hanno, e non bisogna
-tenerli proprio.
-
-— Mille lire! dice maestro Ciro ad alta voce, come parlando fra sè e
-sè, mille lire aggiunte alle altre farebbero quattromila e seicento
-lire... al sicuro... là negli scrigni della Cassa di Risparmio, a
-Milano, finchè Donnina avesse a prendere marito; allora si andrebbe
-a pigliarle tutte, e si direbbe a Donnina: «Questa è la dote, non te
-l'abbiamo fatta noi, perchè siamo poveretti, ma i tuoi parenti, i quali
-devono essere qualche cosa di grosso...»
-
-— Non le si direbbe nulla di tutto ciò per non farla soffrire.
-
-— È vero... Ma!
-
-Questo _ma_, preceduto e seguito da un sospiro, significa che tutto ciò
-è un sogno, e che se si hanno a restituire le mille lire, bisognerà,
-a rigore, restituire anche le altre, così bene al sicuro negli scrigni
-della Cassa di risparmio di Milano...
-
-— Ma!... ripete con un altro sospiro mamma Teresa, la quale capisce le
-cose a volo... addio dote! addio avvenire! bisognerà dare Donnina ad un
-poveretto o lasciarla sola nel mondo a soffrire.
-
-Quest'idea è più forte dello scrupolo; la vecchia soggiunge:
-
-— Nossignore, non bisogna restituir nulla, questi denari sono stati
-mandati a te, non è vero che sono stati mandati a te? Ci è forse
-in paese un altro _Egregio signor Ciro Neri, maestro delle scuole
-comunali_?
-
-Maestro Ciro protesta col capo che non ce n'è nessuno.
-
-— E non sei tu l'_Egregio Signor Ciro Neri, maestro delle scuole
-comunali_?
-
-Il vecchio sorride come por attestare la propria identità.
-
-— Dunque questi denari sono tuoi, e farai bene a tenerli.
-
-— Sicuro, e li terrò per far la dote a Donnina — fossero anche...
-
-— Fossero anche dell'inferno... Non gli hai mica chiesti a nessuno
-tu! nè rubati! Sono danari mandati a te, che tu riscuoti facendo la
-tua bella firma sul vaglia — sono danari tuoi. Tu non stai a domandare
-chi li manda, e d'onde vengano, o perchè; sei uno spensierato tu, uno
-scimunito, uno che non sa far altro che la sua firma, e mettere in
-tasca il danaro...
-
-— Verissimo, grida giubilante il vecchio, io sono uno spensierato, uno
-scimunito, non so nulla io, e non voglio saper nulla. Ora mi alzo e
-vado subito a B... per riscuotere...
-
-— Già, credi che ti lasci andare solo fino a B... col freddo che fa?
-
-— Non ho freddo io...
-
-— E poi la scuola...
-
-— È vero, mi era uscita di mente anche la scuola.
-
-— Ci andrò io, tu scriverai il tuo nome sotto questo pezzo di
-carta..... mi conoscono a B..... Tutti sanno che da quarantacinque anni
-sono tua moglie....
-
-— Bravissima! e non si hanno a restituire a nessuno!
-
-— A nessuno.
-
-— E domani stesso andremo a Milano a portarli alla Cassa di Risparmio...
-
-— Che felicità!
-
-Il vecchio maestro di scuola, nel fervore della gioia, è uscito a
-mezzo il corpo dalle lenzuola, ma la sua formidabile compagna gli corre
-addosso e lo obbliga a rientrare nel guscio.
-
-— E bada bene a non levarti prima che io ti abbia scaldato i panni.
-
-Maestro Ciro vede in aria il dito minaccioso della sua piccola tiranna
-senza nemmeno spaventarsi. Eroico maestro Ciro! E quando è solo, egli
-osa levare le braccia al cielo in atto di ringraziamento, e ridere di
-quelle minacce, e dire a voce alta: «Gran buona donna! Tutta fuoco! ha
-quindici anni quella creatura! ha quindici anni non ancora compiti! E
-finisce sempre col fare a modo degli altri!»
-
-Si frega le mani, il furbo, e sorride lungamente per conchiudere: «Gran
-buona donna! peccato che non sappia leggere!»
-
-
-
-
-XV.
-
-IL SIGNOR MAESTRO SPIEGA LA MOLTIPLICAZIONE.
-
-
-Chi non ha visto mamma Teresa colla sua veste di lana nera, tagliata
-alla moda di mezzo secolo fa, collo sciallo nero ricamato a gran
-fiorami in rilievo, e l'enorme cappellino, ultima reliquia d'una razza
-spenta di colossi, non ha visto mai nulla di bello. L'oste della
-_Salute_, da persona igienica che sa quanto bene al sangue faccia
-un grazioso spettacolo, e quanto i graziosi spettacoli sieno rari in
-paese, è venuto sull'uscio e sorride un sorriso che non ha prezzo. Due
-o tre donnicciole, dopo aver dato il buon giorno alla vecchierella,
-si voltano a guardarla, e maestro Ciro, ritto nel piccolo vano della
-porta della scuola, segue cogli occhi la compagna, finchè alla prima
-cantonata ella si volge a fargli un cenno d'addio che ad altri potrebbe
-parere una minaccia.
-
-Il vecchio si frega le mani fervorosamente e spira dalla faccia
-rubiconda una benevola felicità. Gli scolari che giungono in frotta,
-e se ne intendono, dicono a sè stessi che il signor maestro è di buon
-umore, ed il signor Nosedi, che non ha studiato la lezione, si confida
-col signor Pastori, il quale gli assicura che oggi la passerà liscia...
-se pure non si avrà _brevis letio_. _Brevis letio!_ La magica parola
-corre per tutta la scolaresca, ed in breve le panche stesse sembrano
-far festa. L'aria è solcata in tutte le direzioni da pallottole di
-carta masticata che si attaccano alle pareti ed al soffitto; col
-pretesto di deporre sull'ampio camino il ceppo che ogni studioso di
-A... deve contribuire due volte la settimana, i più arditi monelli si
-armano delle molle o della paletta e fanno le evoluzioni militari, si
-mettono a sedere sul vecchio seggiolone di cuoio del signor maestro, e
-si somministrano vicendevolmente qualche pugno.
-
-E il signor maestro continua a starsene immobile nel vano dell'uscio,
-mostrando di non avvedersi di nulla, voltando ogni tanto il capo,
-ma col pensiero a mamma Teresa, a Milano, alla Cassa di Risparmio, a
-Donnina alla dote.
-
-E non si scuote finchè il chiasso diviene così assordante da sembrare
-una rivoluzione. Allora si volta e gira l'occhio intorno intorno. I
-piccoli monelli subito fanno a gara a chi guarda più attentamente il
-libro ed a chi mormora più a bassa voce la lezione, e il signor maestro
-conchiude la sua severa occhiata dicendo tra sè e sè: «Nessuno mi
-farà credere che Donnina non sia la figlia d'un principe o d'un duca,
-o almeno d'un milionario». Intanto, coll'occhio amorevole, guarda
-verso il focolare lontano, dove la figlia del principe, del duca o del
-milionario è circondata da cinque marmocchi, alti due spanne l'uno, a
-cui essa insegna a balbettare a bassa voce l'_abbici_.
-
-Il signor Pastori ed altri sei o sette signori sono uno alla volta
-pregati molto compitamente dal signor maestro di dire la lezione. Le
-campane del paese dovrebbero sonare a festa perchè tutta la generazione
-nuova di A.... ha detto i due paragrafi della dottrina cristiana ed
-ha coniugato un verbo senza sbagliare nemmeno una sillaba; perfino
-il signor Nosedi trova il modo di farsi dir bravo recitando ad occhi
-bassi. È sempre stato eccessivamente timido quel signor Nosedi! si ha
-da incoraggiarlo... «tenga la testa alta.» La rialzerà quando avrà
-finito, ma se ha da dire la lezione bisogna che abbassi gli occhi a
-guardare sotto la panca — è un vizio organico.
-
-Ha finito anch'egli, «Bravissimo!»
-
-Dal canto suo Donnina non ha mai trovato i suoi cinque allievi più
-intelligenti; sono un prodigio di talento, anzi cinque prodigi di
-talento e trattano le lettere dell'alfabeto proprio come vecchie
-conoscenze. Vedrete ora come scriveranno! Donnina piglia i loro
-cartolari, ed in certe pagine assai più nere che bianche fa la traccia,
-cinque belle aste colla coda, che di solito si moltiplicano sotto gli
-occhi della maestra.
-
-Quest'oggi però la maestra non sa star ferma, ha bisogno di muoversi,
-di andar nella sua camera, di trovarsi sola, perciò raccomanda ai
-suoi allievi di fare attenzione ed esce sulla punta dei piedi per non
-disturbare il babbo, il quale, tutto attento a fare sulla lavagna una
-magnifica sottrazione, la guarda colla coda dell'occhio, e ripete fra
-sè e sè: «nessuno mi toglie dal capo che quella figurina da nicchia
-diventerà una duchessa, una principessa, ricca a milioni.»
-
-E rivede col pensiero per la centesima volta l'ufficio postale di B...,
-mamma Teresa, e la Cassa di Risparmio, e le 4600 lire in biglietti di
-Banca. Dalla finestra della sua camera Donnina guarda il sole di quello
-splendido mattino, gli alberelli freddolosi e la pianura scintillante
-di neve, senza vedere in tutto ciò altro che Ognissanti.
-
-Passano ogni tanto carrettieri e contadine con cesti e sporte e
-cogli zoccoli che picchiano sordamente sul ghiaccio, passano carrozze
-affrettate. Tutta quella gente ha uno scopo, una meta, a cui si propone
-di arrivare... Ognissanti non arriva. Ma ecco un'altra carrozza;
-questa, invece di andar oltre, lasciandosi alle spalle il paese, entra
-di corsa nella via maestra. Il cuore di Donnina fa uno scampanio di
-festa... la carrozza si ferma innanzi all'osteria della _Salute_,
-qualcuno n'esce... è lui... non è lui... è un piccolo signore, che ha
-l'aria cittadinesca non ostante un ampio cappello di feltro a larghe
-tese; quell'uomo entra nell'osteria, e subito la carrozza si allontana
-senza voltare.
-
-Ah! Donnina ha mandato un grido di gioia. Questa volta non è più una
-carrozza, nè una contadina, nè un carrettiere; quello che essa vede in
-fondo alla strada è lui... proprio lui... Ognissanti!
-
-Nell'impeto della gioia non nota che l'uomo dall'aria cittadinesca e
-dal cappello di feltro, si è arrestato sulla soglia dell'osteria e la
-guarda curiosamente dietro i vetri.
-
-«Volendo moltiplicare un numero per dieci gli si aggiunge uno zero;
-pigliamo un numero qualunque: quattro mila e seicento, per esempio, se
-voglio moltiplicarlo per dieci, aggiungo uno zero ed avrò quarantasei
-mila; se voglio moltiplicarlo per cento, aggiungo due zeri ed avrò
-quattrocentosessantamila; ma io lo moltiplico per mille, ed aggiungo
-tre zeri ed avrò quattro milioni e seicentomila! Quattro milioni e
-seicentomila! E tutto ciò aggiungendo soli tre zeri».
-
-E maestro Ciro, nel suo entusiasmo moltiplicatorio, traccia una dozzina
-di zeri fino a formare un numero favoloso che le paia degno della sua
-Donnina.
-
-Gli scolari guardano sbigottiti al miracolo compiutosi sotto i loro
-occhi, senza capirne molto; ma in quella s'apre la porta che mette
-verso strada, e l'altra che mette in cucina; appariscono ad un tempo
-Donnina ed Ognissanti.
-
-Il signore dal cappello a larghe tese ha continuato a guardare dietro
-i vetri senza badare all'oste della _Salute_, il quale, per accoglierlo
-degnamente, ha in pronto il suo più bel sorriso della domenica.
-
-
-
-
-XVI.
-
-OGNISSANTI ED IL SIGNORE DAL CAPPELLO A LARGHE TESE.
-
-
-All'apparire d'un uomo vestito meglio dell'oste, del sindaco e del
-farmacista, la scolaresca si è rizzata in piedi con un movimento
-concorde, che di solito riesce di molto effetto e solletica l'amor
-proprio del maestro. Questa volta però Donnina soltanto ne rimane
-impressionata; vedendosi dinanzi quella triplice schiera di monelli,
-a cui non aveva pensato nel discendere, non osa inoltrarsi, domanda
-scusa con un angelico sorriso, e ritorna indietro. Quanto a maestro
-Ciro, egli non capisce nulla, o piuttosto gli par di capire troppe cose
-in un punto — che è tutt'uno; ritto sulla cattedra, guarda verso il
-giovinotto come sbigottito.
-
-Il giovinotto, appena vede sparire la fanciulla, si accosta al vecchio
-con franchezza e gli dice: «Io sono Ognissanti!»
-
-Il maestro di scuola gli prende le mani, lo scosta da sè, ed allontana
-il capo per vederlo meglio, fino a tanto che non lo vede più perchè
-le lagrime gli fanno velo agli occhi, ed esclama: «È proprio lui! è
-proprio lui!»
-
-Eccoli nelle braccia l'uno dell'altro. Per la scolaresca rimasta in
-piedi corrono occhiate che hanno un gran significato; i più ardimentosi
-nascondono il capo dietro le spalle del vicino e pronunziano la parola
-d'ordine: _brevis letio_, sperando di farne venire la buona idea al
-maestro; ma siccome costui non pare udirli, ed esce dalla cattedra, un
-altro la ripete più forte coll'accento di chi dà un buon consiglio del
-tutto disinteressato.
-
-Maestro Ciro sa però il fatto suo, e non vuole che gli scolari siano
-visti per le strade nell'ora della scuola. «Raccomando a lor signori
-di star buoni, io sono di là ed odo tutto» — ed esce tirandosi dietro
-Ognissanti.
-
-Non era andata molto lontano Donnina, perchè appena Ognissanti
-passa l'uscio, egli se la vede innanzi colla testa alta, cogli occhi
-illuminati da una espressione di profonda felicità. La fanciulla gli
-porge la mano con un atto schietta ed affettuoso, ed Ognissanti la
-prende timidamente fra le sue.
-
-Maestro Ciro li guarda entrambi, confronta la serenità robusta del
-corpicino di fata della sua creatura e l'atto quasi pauroso di quel
-magnifico pezzo di giovinotto vestito alla cittadinesca, e riesce, non
-so per qual labirinto di logica, a conchiudere che sono fatti l'uno per
-l'altra.
-
-La timidezza di Ognissanti svanisce presto; rialza il capo, e guardando
-il vecchio maestro, gli dice:
-
-— Vi ricordate di me?
-
-— Se me ne ricordo! tu eri, lascia che io ti parli così, tu eri il mio
-orgoglio, la mia consolazione, il mio amico; quando ti insegnavo il
-poco che sapevo, dicevo a me stesso: «Ognissanti diventerà qualche cosa
-di grosso, perchè ha una testa...» non ho sbagliato, mi pare!
-
-Così dicendo, guarda superbamente il giovine da capo a piedi, come per
-misurare la grandezza dell'opera sua. «Sei proprio il mio capolavoro,
-tu, sei proprio il mio capolavoro!»
-
-Ognissanti pare turbato da quelle parole, e soggiunge melanconicamente:
-
-— Io chieggo solo di non parere indegno del vostro affetto.
-
-— Indegno!
-
-— E perciò vi domando se vi ricordate di me, e se mi credete capace
-d'una bassezza o d'una menzogna.
-
-— D'una bassezza tu! Il cielo mi danni se me lo faranno credere mai.
-
-— E tu, Donnina?
-
-Donnina non trova parole; ma quali parole possono valere quel sorriso,
-quello sguardo sereno, quella stretta di mano tenace?
-
-— Ebbene, soggiunge Ognissanti, maestro Ciro, se me ne credete degno,
-io vi chiedo la mano di Donnina.
-
-— Ed io te l'accordo, la mia Teresa te l'accorda, tutti te l'accordano.
-Ma ci devi dire...
-
-— Che io amo Donnina, che farò la sua felicità, che essa farà la mia,
-che da quando l'ho lasciata non ho nemmeno con un pensiero fatto cosa
-che possa rendermi immeritevole del suo amore... tutto ciò lo giuro.
-
-— Non bisogna giurarlo, e nemmeno dirlo; ti si legge in volto... ma
-la mia Teresa... la miglior creatura della terra in fondo... ed una
-testa!... peccato che non sappia leggere!... la mia Teresa per esempio
-vorrà sapere che ne è di tuo padre.
-
-— È morto.
-
-Il maestro di scuola ammutolisce un momento e si sente il cuore
-gonfio non così per la notizia, come per racconto lagrimevole con cui
-Ognissanti ha pronunziato la triste parola.
-
-— Perdona, se ti ho rammentato un dolore!... e poi vedi, la mia Teresa,
-ne sono sicuro, vorrà sapere che fu di te in questo tempo, e come e
-perchè non ci desti mai tue novelle, e poi...
-
-Lo sguardo del vecchio dice chiaro il suo pensiero. Ognissanti lo
-interrompe.
-
-— Non badate alle apparenze, io sono povero.
-
-— Povero!... proprio?... cioè, poichè lo dici, lo credo.
-
-Donnina non fa un atto, non dice parola a dimostrare che approvi o
-disapprovi le domande del vecchio padre. Per essa tutto è indifferente,
-fuorchè l'amore del suo Ognissanti, e l'amore è prima di tutto fede
-sterminata e senza condizioni.
-
-— Io sono povero, ripete Ognissanti, non ho null'altro che un avvenire,
-e l'offro a Donnina; essa è povera come me.
-
-— Sicuro, Donnina è povera, dice maestro Ciro con un risolino
-impercettibile — e chiude gli occhi per vedere lo scrigno della Cassa
-di Risparmio di Milano, e si frega le mani per contenersi.
-
-— Non mi chiedete altro, soggiunge Ognissanti; non è ancora il momento
-di dirvi tutto; è un povero segreto e ve lo nasconderò ancora per
-poco; se m'interrogate, per non mentire, vi dirò tutto, ma non mi
-comprenderete e vi sembrerò diverso da quello che sono.
-
-— Io ho fede, dice Donnina, e non voglio saper altro.
-
-— Ed anch'io ho fede e non voglio saper altro; cioè, voglio sapere una
-sola cosa; tu sei povero, non ne dubito, ma ci è povero e povero...
-quanto sei povero tu?
-
-— Più che non crediate; questi abiti che porto in dosso non mi
-appartengono; io stesso non mi appartengo...
-
-— Che dici?
-
-— No, io mi appartengo, l'avvenire mi appartiene, soggiunge Ognissanti
-con forza, è la mia sola ricchezza, dopo Donnina.
-
-A questo punto il sordo mormorio della scolaresca ha preso le
-proporzioni d'un vero tumulto. A star bene attenti, si può udire la
-voce ingrossata d'un monello, il quale si studia d'imitare il signor
-maestro, per imporre silenzio, ottenendo, perchè la satira sia più
-piacevole, che si gridi più forte.
-
-Maestro Ciro non può lasciar malmenare di tal guisa la sua dignità
-magistrale, e lascia un istante i due innamorati per portare il suo
-formidabile aspetto nelle file dei piccoli rivoltosi.
-
-Rimasti soli, Ognissanti guarda fissamente in volto Donnina, e dice:
-
-— Domani dovrò partire, andar lontano da te, e non più vederti per
-qualche mese; e forse quando sarò di ritorno non potrò ancora farti
-mia... non ti stancherai di aspettare, non è vero?
-
-— Ho aspettato sei anni, posso aspettare ancora.
-
-— Addio, dunque, per ora.
-
-La mano del giovine afferra tremante quella di Donnina.
-
-— Addio, risponde la fanciulla con accento fermo e tranquillo, ed
-avvicina ella stessa la fronte alle labbra di Ognissanti, che vi
-imprimono un bacio fuggitivo.
-
-Maestro Ciro, che rientrava in quella, si volge indietro e mette il
-capo fuor dell'uscio a raccomandare un'ultima volta il silenzio a suoi
-scolari.
-
-Quand'egli si determina finalmente ad entrare, Ognissanti ha il volto
-imporporato dal rossore, e Donnina gli sorride senza sgominarsi.
-
-«Essa è innocente ed egli è timido» pensa il maestro di scuola, e
-conchiude alla sua maniera, fregandosi fervorosamente le mani.
-
-Un quarto d'ora dopo il giovine dà un'ultima volta l'ultimo addio,
-bacia le rughe del vecchio, stringe la mano della sua fidanzata, e
-s'allontana, comprimendosi il cuore che vuole uscirgli dal petto,
-finchè, giunto alla svolta dello stradale, balza dentro una carrozza
-che l'aspetta, e via di corsa. Press'a poco nell'istesso momento,
-il signore dal largo cappello di feltro, attraversata l'unica via di
-A..., raggiunge la sua carrozza che l'aspetta, vi balza dentro, e via
-anch'egli di corsa.
-
- . . . . . . .
-
-— Mio caro Fulgenzio, guardami bene, perchè tu hai dinanzi un uomo
-soddisfatto di sè medesimo.
-
-Al direttore del manicomio, per una vecchia abitudine, passa per un
-istante in mente che gli stia invece innanzi un pazzo; ma il volto del
-dottor Parenti spira una giocondità così schietta, che non è possibile
-nemmeno l'ombra d'un dubbio.
-
-— Che cappello è questo che porti?
-
-— Il mio travestimento; non si può andare ad A..., immagino, col nostro
-solito cappello a staio, che fra i selvaggi della campagna ci dà l'aria
-di spauracchi da passeri...
-
-— Tu sei andato ad A...?
-
-— Sono andato ad A...
-
-— Per che fare?
-
-— Colazione prima di tutto, poi la conoscenza dell'oste della _Salute_,
-uomo piacevole e copioso parlatore.
-
-— Null'altro?...
-
-— Ti par poco? Per via ho anche sciolto un indovinello, il segreto di
-Mario!
-
-— Che!
-
-— Una bagatella! Vuoi saperlo? Mario è innamorato!
-
-— Di tua figlia?
-
-— No, di una signorina molto bella, molto virtuosa e molto povera,
-che si chiama Donnina! Ed ora, se vuoi, Mario è in tue mani, ed in una
-settimana può divenire il figlio più affettuoso della terra...
-
-Il signor Fulgenzio è balzato in piedi ed ascolta sbigottito figgendo
-gli occhi negli occhi dell'amico.
-
- . . . . . . .
-
-Maestro Ciro è risalito sulla cattedra per far sentire tutti i rigori
-della disciplina al piccolo drappello irrequieto, e Donnina esamina i
-saggi calligrafici dei suoi cinque allievi. È impossibile, se non si è
-forniti di molta immaginazione, farsi un'idea di ciò che quei cinque
-hanno posto sui loro cartolari col pretesto di fare delle aste. Ma
-Donnina ha il cuore pieno d'indulgenza.
-
-Passano le ore lente; alla fine battono le undici. Che gioia immensa
-per tutti! In un baleno la strada risuona di voci squillanti;
-nella scuola non rimangono più che Donnina e maestro Ciro, i quali
-irresistibilmente si sentono attratti nelle braccia l'un dell'altra.
-
-— Quanto tarda mamma Teresa! Dice Donnina, e si affaccia all'uscio di
-strada.
-
-Ed ecco, spunta dalla cantonata il formidabile mortaio in forma di
-cappellino, in fondo al quale, pronto a partire come una bomba, è il
-volto irrequieto e vivace della vecchierella.
-
-— Gran novelle! le dice Donnina movendole incontro.
-
-— Gran novelle! ripete maestro Ciro, dando un'occhiata d'intelligenza
-alla moglie.
-
-— Indovina chi è stato qui.
-
-— Chi è stato?
-
-— Ognissanti!
-
-La vecchia non pare molto allegrata dalla gran novella, e passa oltre
-senza chieder altro.
-
-— E sai che cosa è venuto a fare?
-
-— Me l'immagino...
-
-— Non te l'immagini... a chiedermi in isposa.
-
-— Già, ripete il vecchio, a chieder Donnina in isposa...
-
-— E ti ha detto che fa, come vive, se è un pitocco o se ha denari?
-
-— Sicuro, interrompe Donnina, ha detto che è povero e che mi vuol
-bene...
-
-— I poveri non dovrebbero pensare a prender moglie... sentenzia la
-vecchia, stringendo nelle tasche il biglietto da mille.
-
-— Che dici mamma?
-
-— Dico... dico...
-
-— Dice... dice... dice così per dire, interrompe il maestro Ciro.
-
-— Tu taci; dico che dovrebbero prima di tutto pensare a far denari, che
-sono la prima arte della vita.... con piccoli cenci di carta i signori
-fanno le cose grandi e le gran novelle... la povera gente invece...
-
-Mamma Teresa ne dirà di grosse, se non si tappa prudentemente la bocca.
-
-— La conclusione è?
-
-— È ch'io sono la fidanzata d'Ognissanti.
-
-— E tu hai permesso? dice la vecchia, scagliando un piccolo fulmine sul
-volto rubizzo del marito.
-
-— Ho permesso... gli avrei sposati subito io...
-
-Tenuto conto di tutto, la gran notizia non sembra impressionare gran
-fatto mamma Teresa.
-
-Ella si leva il cappellino e lo sciallo e consegna a Donnina le
-preziose reliquie perchè le riponga nella guardaroba. È un pretesto par
-rimaner sola col marito.
-
-— Ci sono! dice tirando fuori da un abisso che le sta appeso al fianco
-in forma di tasca, un mucchio di biglietti... eccole... mille lire,
-proprio mille, le ho contate quattro volte...
-
-— Le conterò anch'io!
-
-— Domani si hanno a portare a Milano, alla Cassa di Risparmio...
-
-— Sicuro... si potrebbe sapere che siamo ricchi e venircele a rubare...
-
-Mamma Teresa abbassa la voce e soggiunge:
-
-— Il _vaglia_ era arrivato da otto giorni, ma all'uffizio postale di
-B... non c'era abbastanza in cassa... capisci... non c'era abbastanza
-in cassa! e si dovette aspettare che il danaro venisse da Milano...
-Comprendi tu che cosa ciò significa?
-
-— Che cosa?
-
-— Che quel danaro è arrivato prima che Ognissanti riapparisse; non vi è
-più dunque ragione di credere che sia stato Ognissanti a mandarceli..
-
-— Io sono sicuro che non è lui.
-
-— Ne sei sicuro?
-
-— Si perchè Ognissanti ha detto di essere povero.
-
-— Ah! Ha detto di essere povero! Ed ha osato chiedere in isposa la
-nostra Donnina che è ricca?... E tu hai lasciato che facessero il
-piacer loro? Ed io non ci ho da entrare per nulla, io!...
-
-Mamma Teresa si arresta, guarda il mucchio di biglietti che maestro
-Ciro conta senza badarle, e ripiglia con impeto nuovo:
-
-— Non finirai mai di contarli quei quattro cenci? La bella cosa! per
-poco non abbiamo calunniato i nostri vicini; è la prima volta che
-temiamo dei ladri... Bel guadagno ad aver i quattrini! si diffida
-del prossimo, si disprezzano i poveretti... io dico che non sta bene
-diffidare del prossimo e disprezzare i poveretti; quell'Ognissanti
-potrà essere un soggettaccio, io non lo so e non ti voglio sostenere il
-contrario, ma se è poveretto... non ce n'ha colpa, e in fin dei conti è
-meglio così! Vorresti dirmi il contrario tu?
-
-— Novecento... mille! dice maestro Ciro, proprio mille, e colle tremila
-e seicento che sono là (ed indica col dito il luogo preciso) fanno
-quattromila e seicento! E tutte per Donnina!
-
-
-
-
-XVII.
-
-UN ESAME DI COSCIENZA.
-
-
-Al signor Fulgenzio l'insistenza del dottor Parenti fece in fondo un
-gran bene; a forza di sentirsi dire che Mario aveva un cuore buono,
-egli che non vi era arrivato mai, incominciò a temere d'aver sbagliato
-la via. La sua natura sdegnosa si ribellava non tanto all'idea di
-aver errato, quanto alla necessità che per farsi amare gli bisognasse
-adoperare le arti dell'innamorato.
-
-Infine chi era Mario? Un disgraziato a cui egli aveva dato nome,
-famiglia, casa, educazione, avvenire, chiedendogli solo in cambio un
-po' di affetto e di gratitudine.
-
-Vero è che l'affetto che egli domandava doveva essere palese,
-testimoniato a tutte le ore in mille modi con un continuo rendimento di
-grazie, e che se Mario si fosse acconciato a questa parte, egli forse
-avrebbe dato un altro nome a quegli atti, a quell'affetto; ma questo
-non se l'era detto mai.
-
-Il signor Fulgenzio era una di quelle nature tutte fuoco, che sono
-diventate fredde alla superficie a forza di riflessione, incapaci di
-male e desiderose di bene, ma fatalmente portate a credere tutti gli
-uomini incapaci di bene.
-
-Di queste anime deboli, che girano attorno al cinismo senza
-adagiarvisi, ghignando beffardamente, ce n'ha più che non si creda;
-l'educazione ed il contatto dei primi anni le fanno tali per tutta la
-vita. Osservate chi nei crocchi giovanili porta un po' di fede e di
-entusiasmo ed una natura pensierosa più che non si convenga all'età,
-costui, se pure non si imbatte in un ostacolo, ha la sua mala via
-tracciata: il disprezzo degli uomini.
-
-Così era stato di Fulgenzio; rimasto ricco e solo al mondo di buon'ora,
-col cuore pieno di sentimenti miti, colla mente invasa dalle indefinite
-aspirazioni dei suoi vent'anni, timido nelle maniere perchè fiero nel
-cuore, gentile cogli altri per istinto della sua stessa timidezza,
-trovò ai suoi passi la spensierata e sistematica beffa d'ogni
-sentimento, ed il precoce cinismo filosofico con cui si maschera il
-libertinaggio.
-
-Disprezzò i suoi compagni, ma gli imitò; non volendone accettare i
-modi e le scioperatezze, ne chiese ed ottenne scusa accettandone la
-filosofia. Ciò che per gli altri era verbiloquio a fior di labbro,
-balbettato come un pretesto ad orgie oscene, nella sua mente si
-aguzzò come una freccia e gli si piantò in cuore per sempre; quando
-la riflessione gli ebbe fatto vedere sè stesso e gli altri da tutti i
-lati, comprese il disprezzo, e fu la sua forza per non corrompere il
-cuore.
-
-Triste forza! Nelle massime della sua fede filosofica vi era che
-l'amicizia è una chimera, che l'amore è un inganno del senso,
-e la fedeltà un rilassamento della fibra; non ebbe amici, passò
-tenebrosamente la gioventù senza amore, gli anni volsero per lui in
-arida solitudine. Una donna, una casa, una famiglia, la gioia d'esser
-padre gli avrebbero serenato il cuore e volto la mente ad altra e più
-profonda filosofia, quella dell'amore; non ebbe moglie, nè casa, nè
-famiglia.
-
-Un giorno, guardandosi nello specchio, vide un capello bianco e se lo
-strappò sorridendo. Ma non sorrise gran tempo.
-
-Quel disprezzo infinito degli uomini non gli bastò più; sentì un gran
-vuoto, comprese come non si potesse vivere senza più serene idee, senza
-un affetto, e quanto dissimile avrebbe potuto essere la sua esistenza
-senza la sfiducia dei primi anni.
-
-Troppo tardi; lo specchio accusatore aveva ogni giorno nuove
-rivelazioni. La via della solitudine e dell'apatia che aveva percorso
-fino a quel punto gli si allungava innanzi agli occhi, inesorabile. Ma
-il bisogno di affetti, avvertito una volta, non gli lasciò più pace.
-
-Egli aveva svegliato un gigante che sonnecchiava nel suo cuore; la
-lotta incominciava allora, tremenda, continua, inutile.
-
-Quel disprezzo dell'umanità, che aveva bastato a tutta la sua vita,
-non si arrendeva alle strette del nuovo atleta — ma la sua forza d'un
-tempo divenne la sua debolezza. Il suo pensiero, vestito fino allora di
-cinismo, cedeva un'altra volta alle aspirazioni incomprese della prima
-giovinezza; l'indefinito di vent'anni prese contorni netti, le fantasie
-sognate divennero tesori perduti.
-
-Quella lotta gli tolse a poco a poco la sicurezza, gli sfibrò la
-volontà, fece tentennare le sue convinzioni. Fu preso da una indomabile
-smania di riguadagnare il tempo perduto, di amare per quanto non aveva
-mai amato, di spendere la vita a far del bene, di farsi una casa, una
-famiglia, un amico. Avrebbe forse potuto trovare ancora ogni cosa — ma
-non ci credeva, diffidava di sè, degli altri, delle altrui miserie e
-delle proprie ricchezze, e nei suoi affetti temette si nascondessero
-tante male passioni tardive.
-
-Fare il bene! Non è facile per tutti; per lui, vissuto fra gli uomini
-solo quanto basta a disprezzarli, fu cosa difficilissima. Vi sono
-nel mondo poche nature ribelli, le quali confondono superbamente il
-beneficio coll'elemosina e lo sdegnano, ma i molti non arrossiscono di
-tendere le mani all'elemosina purchè non siano visti da chi passa.
-
-Ai benefici istinti di Fulgenzio si offersero solo di questi ultimi;
-egli volle fare il bene e non potè fare se non la carità; la sua casa
-fu assediata da tapini, i quali non possedevano al mondo altro che la
-loro umiliazione e la sfruttavano perennemente.
-
-Cercò amici ed ebbe parassiti adulatori, e come si seppe aver egli
-danaro, e volerne spendere, gli fu offerto in vendita amore, amicizia,
-onore. Ogni giorno più egli ebbe ragione di vedere il mondo sotto
-l'aspetto d'un osceno mercato, e di ripetere a sè stesso: «io ho il mio
-denaro, essi hanno la loro codardia — siamo pari.»
-
-Il disprezzo dei suoi simili crebbe più forte, gli si fece maggiore il
-vuoto nel seno, e la solitudine più grave, ed il bisogno di affetti più
-irresistibile.
-
-Un giorno conobbe il dottor Parenti, il quale, giovanissimo, godeva
-riputazione di valente alienista; fu vinto dalla schietta natura di
-lui e più dalla giovialità del suo umore, che era in così bizzarro
-contrasto col proprio. Ritroso da prima, finì col sentire un bisogno
-irresistibile di quell'uomo; senza avvedersene, e senza saper dire
-perchè, gli volle bene.
-
-La vista d'un manicomio lo impressionò vivamente; quivi nessun calcolo
-di codardia nei beneficati, nè alcuna arte di adulazione: «Nel vostro
-ospizio, disse un giorno al dottore, tace l'egoismo!»
-
-— O se non tace del tutto, rispose scherzosamente il dottore,
-sproposita, che torna quasi lo stesso.
-
-— E non è pericoloso?
-
-— Coll'aiuto dei guardiani, no.
-
-Pensandoci, un'idea balenatagli in mente, divenne intenzione,
-l'intenzione proposito, ed il proposito fu messo in atto coll'istituire
-una casa di ricovero pei pazzerelli, di cui egli stesso diveniva
-direttore, medico il dottore Parenti.
-
-Credette di aver trovato una famiglia, ed ebbe un amico; così Fulgenzio
-si riconciliò alquanto col mondo e con sè stesso.
-
-Ma il dottor Parenti aveva una creatura sua, un piccolo amorino biondo
-che gli balzava sulle ginocchia e gli diceva di volergli bene tanto
-col suo miglior senno, e lo baciava in volto e lo accarezzava colle
-sue manine, senza bisogno che il babbo aspettasse un momento di lucido
-intervallo. Il dottore confessava candidamente come in quell'angioletto
-fosse tutta la sua felicità, e diceva quello essere il segreto del
-suo cuore gioviale, ma lasciava capire che per guadagnarselo aveva
-dovuto amar molto profondamente una donna e piangerla molto amaramente,
-perduta, essere felicissimo prima ed infelicissimo poi, fino a tanto
-che il tempo non lo avesse guarito.
-
-Fulgenzio ad ogni passo si accorgeva d'aver sbagliato cammino, ma non
-era più tempo di dare indietro. Per avere chi lo amasse e portasse il
-suo nome, una sola via gli era aperta.
-
-Il caso lo favorì mettendogli innanzi uno che rimaneva solo nel mondo,
-senza amore e senza nome — e così Ognissanti divenne Mario.
-
-Il resto è noto. Gli errori di cui aveva sparso la propria vita erano
-entrati a far parte della sua natura. Diffidente per vecchio abito,
-lo fu anche col figlio; sdegnoso dei suoi simili, non seppe arrendersi
-neppure con Mario; venne a poco a poco all'amore, ma ne vergognò quasi
-e non volle mai passare per l'amorevolezza.
-
-Parevagli d'aver fatto tutto, e che, seminato il beneficio, non gli
-rimanesse se non raccogliere la gratitudine e l'affetto. Gli toccò una
-più terribile disillusione: aveva sempre trovato la bassezza e s'era
-nauseato di adulazioni e di vergognose condiscendenze; trovò presto
-nel cuore del giovinetto l'ingratitudine, la ribellione muta, la fredda
-sterilità del cuore.
-
-Prima che il dottor Parenti gli parlasse aperto, non aveva pensato mai
-che potesse quella freddezza essere orgoglio, e quella ingratitudine
-fierezza d'animo, e quella muta ribellione, opera dell'affetto
-disprezzato.
-
-Ora una luce si faceva nel suo spirito, un balsamo nuovo gli scendeva
-in cuore.
-
-Bisognava rompere al più presto l'impaccio dell'orgoglio, vincere la
-ritrosia, spogliare il vecchio abito della fierezza e riguadagnare la
-confidenza perduta. Non era difficile, bastava lasciar fare al cuore,
-tirarsi sul seno il figlio, cingere il giovinetto colle braccia,
-baciarlo in volto e piangere con esso. Un istante di abbandono poteva
-pagare tutte le lotte lungamente tormentose; spesso una lagrima
-cancella il passato; bisognava piangere, bisognava amare, bisognava
-lasciarsi amare.
-
-Gran parte della notte che succedette alla rivelazione del dottore,
-passò per il vecchio nell'insonnia; i propositi buoni gli si
-affollavano al pensiero, il cuore gli batteva come a venti anni, gli
-ardeva le vene una febbre impaziente. Si rimproverava di non aver
-fatto prima tutto ciò, pensava che avrebbe potuto trascorrere felice,
-amato e benedetto, tanti lunghi anni passati invece a rodersi l'anima
-in una sterile sfiducia. Provava un benessere insolito, una novissima
-gioia; gli pareva d'uscire da una lunga malattia, e che le forze gli
-ritornassero d'un subito più gagliarde di prima. Non era illusione; il
-pentimento è la forza dei deboli.
-
-La notte era lenta a passare; Mario doveva partire al mattino.
-
-Egli se lo immaginava nella sua cameretta, addormentato, e pensava
-che due sole stanze ne lo separavano, e che poteva uscire sulla punta
-dei piedi, e picchiare all'uscio, e dire: «figlio, apri a tuo padre.»
-Avrebbe bastato questo; non ne dubitava, avrebbe bastato, poichè,
-pensandoci, si ricordava di non averlo più da gran tempo chiamato
-con quel nome. E che gioia, nel vederselo balzare incontro, e nel
-confondere palpito a palpito, lagrima con lagrima, e non dir parola,
-nemmeno una, ma baciarsi in volto e piangere, perdonati entrambi,
-rinati entrambi agli affetti, e quindi innanzi confidenti, l'uno
-coll'altro, proprio come i migliori amici che Dio ha posto sulla terra
-— il padre ed il figlio.
-
-Per poco il signor Fulgenzio non pose in atto quella dolce fantasia; ma
-era notte calata, che avrebbe detto Mario?
-
-Cedendo finalmente al sonno, il vecchio continuò a veder suo figlio,
-a stringerlo nelle proprie braccia, a guardarlo fisso negli occhi ed a
-dirgli con fremito d'amore: «Guardami, sono proprio tuo padre.»
-
-L'alba lo trovò intento a dibattere il quesito se fosse meglio recarsi
-egli stesso nella camera del figlio e spiarne ai piedi del letto il
-ridestarsi, oppure aspettare ch'egli fosse levato e fargli dire che
-venisse.
-
-La paternità e la vecchiezza hanno i loro diritti e non era biasimevole
-orgoglio mantenerli.
-
-E, in sostanza, più giovava forse parlare aperto, senza lagrime, da
-uomo, da padre; dire: «noi ci siamo ingannati a vicenda, io so che tu
-mi ami e so d'amarti; smetti la tua fierezza, io butterò in un canto la
-mia; tu sei alla vigilia d'essere uomo, ed io alla vigilia d'essere più
-nulla; è tuo dovere farmi lieta la vecchiezza, perchè sei mio figlio;
-di amarmi perchè ti amo.» Oppure: «tu hai un segreto, ed io so qual è;
-non ti accuso di nulla, solo di avermelo celato; dovevi risparmiarmi la
-pena d'indovinarlo... ora che so tutto...»
-
-Ed ora che sapeva tutto... Chi era questa Donnina? doveva egli
-acconsentire ciecamente a tutte le fanciullesche pazzie di suo figlio,
-solo per ottenere che non gli facesse il broncio? Bisognava prima
-pensarci, interrogare, vedere. Infine Mario era suo figlio innanzi alla
-legge: egli lo aveva educato, gli aveva dato un nome, una famiglia, una
-professione...
-
-Tutte le argomentazioni del vecchio incominciavano e finivano collo
-stesso ritornello.
-
-«Non bisogna pensare a questo, non bisogna pensare a questo.»
-
-Verissimo; ma e se la ritrosia di Mario era indomabile? e se il
-dottor Parenti si era ingannato? Il primo passo incontro a Mario
-non era difficile, pur di essere sicuro che il figlio avrebbe fatto
-il secondo. Che dico il secondo? Ed il terzo, e superare d'un balzo
-tutta la distanza, e domandare perdono di non essere stato il primo ad
-arrendersi. Questo doveva fare, se vero è che aveva cuore di figlio! Ma
-se non era vero?
-
-La tortura incominciò più forte; poche ore ancora e Mario sarebbe
-partito... Che fare?
-
-Il mattino era alto quando il vecchio si lasciò andare scorato sopra un
-seggiolone.
-
-Proprio in quel punto il servitore picchiò all'uscio, e gli annunziò
-che Mario chiedeva di parlargli.
-
-Perchè non balza in piedi, e non corre incontro a suo figlio, e non
-pone in atto il bel sogno di quella notte insonne?
-
-«Desidera parlarmi e manda ad avvertire!» ripete amaramente in cuore,
-ma, aggiunge coll'accento rigido d'una abitudine implacabile: «venga.»
-
-Un istante dopo padre e figlio sono in faccia l'uno dell'altro. Il
-vecchio non si è mosso dal seggiolone, non volge la testa e non ha nè
-un gesto nè uno sguardo più benevolo del consueto.
-
-Mario, in piedi sul limitare, colla fronte levata, guarda superbamente
-e fisso innanzi a sè, ma non suo padre.
-
-— Sono venuto a prendere i tuoi ordini, dice freddo freddo il giovane;
-fra due ore parto.
-
-Il vecchio sembra lottare un istante dentro di sè.
-
-Poi, facendosi forte, leva gli occhi a guardare il figlio, che sostiene
-quello sguardo senza batter palpebra.
-
-— Fa il dover tuo, dice allora Fulgenzio con voce lenta, e levandosi
-in piedi, aggiunge: come hai sempre fatto. Non ho null'altro a dirti,
-addio.
-
-Mario tocca alla sfuggita la mano che gli viene porta con riluttanza,
-volge le spalle mormorando un addio, ed esce col cuore gonfio.
-
-Ed il povero padre ricade sulla seggiola.
-
-
-
-
-XVIII.
-
-PAOLUCCIO.
-
-
-Mario, prima di partire, scende da basso e si fa aprire la porta
-ferrata che conduce al manicomio. Il mattino è freddo, ma limpido, ed
-il sole scintilla allegro sulle ultime reliquie di neve.
-
-Babbo Jacopo passeggia in silenzio; un altro, postosi nel mezzo del
-cortile, declama le proprie glorie e fa pompa di bizzarre decorazioni
-che si è messo sul petto; un altro se ne sta seduto sopra una panca di
-granito e la guarda fisso, pensando forse che il granito è molto duro,
-mentre un guardiano non lo abbandona dell'occhio per paura che gli
-venga in mente di assicurarsene col proprio cranio.
-
-Tutti costoro, coll'apparire di Mario, si fermano o levano gli occhi
-curiosi sopra di lui; solo il declamatore continua a gridar più forte
-ed a sfoggiare la propria vanagloria.
-
-Mario fa un cenno amichevole ad uno, un sorriso stentato ad un altro
-che gli si fa accosto colle braccia legate a guardarlo con puerile
-curiosità, ed entra nella sala comune. Quivi si fa un chiasso
-assordante: i soliti atleti del biliardo si contendono gli onori
-della carambola e l'ammirazione della _galleria_; qualcuno legge i
-giornali della vigilia accanto al reverendo che medita il breviario;
-il professore Rigoli concentra tutta la sua scienza sopra una partita
-agli scacchi giocata con un suo nuovo allievo, ed il filarmonico della
-comitiva picchia sulla tastiera il suo Strauss. Quanto a Paoluccio,
-egli passeggia su e giù per l'ampia sala, col passo strascicato, come
-fanno i bambolucci dell'età sua quando non hanno forza di levar le
-gambe, guarda curiosamente di qua e di là, e parla fra sè e sè, colla
-bocca piena di zuccherini.
-
-Mario si è tirato in disparte e segue coll'occhio commosso i passi
-vacillanti di quell'uomo, il quale pare avvedersi di lui, perchè
-quando gli viene vicino si ferma un istante a guardarlo meravigliato,
-coll'indiscreta insistenza propria della prima età, poi tentenna il
-capo canuto e prosegue la singolare passeggiata.
-
-E si ode il rumore delle palle urtantisi sul biliardo, il bisbiglio
-del curato che legge il breviario, la cadenza ritmica dei suoni del
-pianoforte. Mario non ha occhi che per Paoluccio.
-
-L'armeggìo di costui dura alcuni minuti; ad ogni volta che
-viene innanzi al giovine egli si arresta più a lungo, e se ne va
-tentennando il capo più forte; finalmente gli si fa vicino e gli
-dice melanconicamente: «è inutile, sai? è inutile; datti pace, non ci
-sono più figli; vedi, il mondo è pieno di padri che cercano le loro
-creature; l'infanzia è spenta, rimango io solo...»
-
-Mario piglia la mano tremante del vecchio e la stringe fra le sue.
-
-«Non mi danno retta, prosegue il vecchio abbassando la voce, tutti
-piangono, piangono, non sanno far altro. E _lui_ ride, _lui_!
-
-— Chi? balbetta Mario, vedendo che il vecchio s'interrompe.
-
-«_Lui!_» E per spiegare il proprio concetto leva gli occhi al
-soffitto; poi soggiunge: «sono stanco, mi annoio.... Lo crederesti? mi
-annoio!.... Sono solo, non ho con chi giocare al cerchio, al cavallo;
-se mi nascondo non vi è un cane che venga a cercarmi; e se getto la
-palla, nessuno me la rimbalza... Non ne vogliono sapere... piangono, ed
-io solo rido per far la smorfia a _lui_!»
-
-Paoluccio si scioglie dalla stretta del giovine e ricomincia la
-passeggiata, Mario abbandona il suo posto colle lagrime agli occhi. Ed
-ecco il professore Rigoli si alza a mezzo il corpo sulla sedia, appunta
-il dito sullo scacchiere e dice trionfante all'avversario: _scacco
-matto!_ Scacco matto! Il suono di queste parole sembra impressionarlo e
-fargli venire un'idea curiosa, perchè si lascia cadere sulla seggiola e
-ride.
-
-Un istante dopo giungono all'orecchio di Mario, già fuor dell'uscio, i
-battimani della _galleria_ plaudente al vincitore della carambola.
-
-Il giovine non ha ancora attraversato il cortile, quando sente dietro
-di sè alcuni passi affrettati, una voce che lo chiama a nome ed una
-mano robusta che lo raggiunge e gli scende sull'omero — tutto ciò quasi
-prima di aver avuto il tempo di voltarsi; voltandosi, incontra gli
-occhietti scintillanti e la bocca ridente del dottore, e gli pare che
-i raggi visuali, aguzzi più del consueto, si appuntino coll'intenzione
-di passar meglio attraverso, e che la bocca sorrida tra furbesca e
-benevola.
-
-— Te ne vai, lo so io che te ne vai; me l'ha detto il dito mignolo; di'
-un po' che te ne vai?
-
-— Fra un'ora, risponde Mario freddamente.
-
-— E di' un po' che te ne andavi senza nemmeno venirmi a salutare. Non è
-così?
-
-— Non è così; venivo diritto da voi.
-
-— Tanto meglio, giovinotto, tanto meglio; io so che tu hai un cuore, un
-cuore...
-
-E, come a sincerar la cosa, fissa lo sguardo sul panciotto di Mario, il
-quale, senza sapere bene perchè, si sente imbarazzato.
-
-— Hai visto tuo padre? gli domanda il dottore, passando amichevolmente
-il braccio in quello del giovine.
-
-— L'ho visto.
-
-— E...?
-
-Un breve silenzio ed un sospirone lungo del dottore, il quale prosegue
-a dire: — Ho capito, ho capito; si fa il ritroso, ma tanto tanto dovete
-amarvi e vi amerete. Scommetto che vi amerete... fra otto giorni, o fra
-quindici, o fra un mese... non più tardi... Scommetti che fra un mese
-vi amerete...?
-
-La scommessa non è accettata, ma per il dottore è tutt'uno.
-
-— Benissimo... benissimo, siamo perfettamente intesi... ed il
-signorino, appena sia medico laureato, ci mostrerà che anche i medici
-vanno soggetti a malattie di cuore e ci farà la diagnosi d'un vecchio
-vizio cardiaco che a me pare di indovinare, solo guardando il suo
-panciotto a scacchi color caffè.
-
-Se Mario non avesse avuto una forza d'animo singolare, avrebbe ceduto
-al suo istinto, ed il suo istinto era di abbottonare il soprabito,
-tanto per nascondere il panciotto a scacchi color caffè.
-
- . . . . . . .
-
-Nessuno immagina il garbo bizzarro di Semplicetta nell'aiutare a
-vestire la bambola della padroncina. Veramente, ella dice, che non ci
-ha garbo di sorta, che non ci è nata, ma non bisogna crederle, è tanto
-modesta! Olimpia ride, a volte, di gran gusto, ma ciò non vuol dire
-che non creda Semplicetta eccellente in quelle funzioni; anzi essa
-riconosce volentieri che la bambola non ha mai avuto da lamentarsi, e
-ride più forte.
-
-Bisogna sapere che la bambola di Olimpia è una bambola viziata, piena
-di capricci, di dispettuzzi, di collere, ma in fondo una gran buona
-pasta di bambola. E sì che ne potrebbe pretendere di attenzioni e di
-cure, perchè di pari sue non se ne incontrano da per tutto, neppure
-a Norimberga, sua patria. Venuta in Milano, aveva da prima voluto un
-amore sconfinato ed un'obbedienza senza condizioni; ma a poco a poco
-si era abituata a vedersi posta in un canto nell'ora delle faccende
-domestiche, ed oggi si accontenta di uscire una volta la settimana
-dall'armadio, di abbigliarsi sulla tavola e rientrare in casa col suo
-più bell'abito; è diventata taciturna e melanconica e si lascia ridere
-sotto il naso senza dolersene, contentandosi di essere amata un poco
-quando non ci è più nulla a fare. Le cose sono in questi termini tra
-Olimpia e la sua bambola, e benchè il dottor Parenti non sospetti di
-nulla, qualche volta si va fino a freddezze.
-
-Olimpia guardava attraverso i vetri nel cortile dei pazzerelli, in
-quella appunto che il babbo correva dietro a Mario, e quando entrambi
-sono scomparsi, ella si è tolta alla finestra e si è accostata alla
-bambola con una certa intenzione di piangere. Ma la bella norimberghese
-è in gran gala e vedrebbe mal volontieri che le si gualcissero gli
-abiti, e Semplicetta, la quale non aspetta altro, affida alla padrona
-la piccola dama e se ne va alla finestra opposta borbottando.
-
-— Il signor Mario, dice ella alcuni momenti dopo, ha in mano la valigia
-e si separa dal dottore...
-
-— Buon viaggio, buon viaggio, ripetè due volte Olimpia, una volta
-probabilmente per conto della bambola.
-
-— Non viene a vederlo partire?
-
-— Che ne importa a me di vederlo partire? Che ne importa a me di
-vederlo partire?
-
-Semplicetta sta zitta e continua a guardare dai vetri. Olimpia aggiusta
-il cappellino sulla testa pettinata della bambola.
-
-— È partito! dice finalmente Semplicetta lasciando la finestra.
-
-Ed Olimpia si stringe al petto la bella norimberghese, e le mormora
-sotto voce: «è partito! è partito!»
-
-
-
-
-XIX.
-
-OGNISSANTI A DONNINA.
-
-
-È giorno di vacanza.
-
-Maestro Ciro, uscito per andare a spasso alla campagna, è rientrato
-più presto che non sia suo costume e si è accostato furbescamente a
-Donnina, colle mani dietro la schiena, con un risolino piacevole sul
-labbro. Non le ha detto nulla, e la maliziosa ha compreso tutto, e gli
-è venuta dietro in un balzo, ed ha visto ciò che egli le nasconde, e
-gliel'ha preso di mano — una lettera di Ognissanti!
-
-La formidabile mamma Teresa se ne sta in un canto, immobile, solenne;
-non vi è pericolo che rivolga gli occhi dalla parte di Donnina e del
-marito, o faccia atto che accenni la sua intenzione di uscire dalle
-ostilità; oh! non vi è pericolo! Solo ogni tanto getta una sbirciatina
-di traverso, una sbirciatina curiosa se vogliamo, ma d'una curiosità
-misurata, tutta dignitosa. Maestro Ciro è uscito a ridere sonoramente,
-e Donnina s'è fatta presso alla mamma e le ha gridato nell'orecchio: «è
-di lui!»
-
-L'impertinente! E quel maestro Ciro che continua a ridere ed a fregarsi
-le mani!
-
-Mamma Teresa si è provata a resistere, a tener duro, ma ride, e quando
-Donnina le circonda il corpo colle braccia, le vien fuori senza volerlo
-uno sguardo di misericordia, e quando infine l'impaziente fanciulla
-ha rotto i suggelli e tratto fuor dalla busta, devotamente, una mezza
-dozzina di fogli bianchi tutti neri di scrittura, la terribile fortezza
-crolla, e mamma Teresa esce a parlamentare:
-
-— È lui che scrive? Ebbene, che me ne importa? Non scrive già a me,
-immagino; e poi io non saprei leggere tanto tanto; ti dirà le solite
-cose che si dicono.
-
-— La lettera è diretta a Donnina, osserva maestro Ciro, a Donnina,
-proprio a lei.
-
-— Proprio a lei, proprio a lei! Come se io non sia più nulla, come se
-ciò che è diretto a Donnina non sia diretto a me?
-
-E siccome Donnina ha squadernato i fogli un paio di volte e si è seduta
-al fianco della mamma, senza badare ai pericoli della collera di lei,
-la vecchia, crollando il capo, strascica con suprema degnazione una
-parola:
-
-— Sentiamo!
-
-E maestro Ciro fa eco:
-
-— Sentiamo!
-
-E Donnina, con un lieve tremito nella voce, incomincia:
-
-«Il luogo da cui ti scrivo e ciò che ti voglio scrivere saranno per
-te cagione di meraviglia e forse di affanno; ma è giunto il momento
-di dirti tutto. Temo che il segreto del nostro amore non sia più un
-segreto per taluno a cui desideravo nasconderlo ancora, e non voglio
-che tu possa da altri nulla apprendere sul conto mio che io già non ti
-abbia detto. Confessarmi a te è il mio diritto ed il mio dovere; e poi
-chi sa se non ti ingannerebbero — io no, non ti potrei ingannare.»
-
-Mamma Teresa, guardando al soffitto e dimenandosi, ha l'aria di dire
-che per conto suo non ci crede moltissimo; ma Donnina non pone mente al
-sospetto ingiurioso e tira innanzi.
-
-«Ti ricordi di quando eravamo entrambi ad S...? A me non fu data gioia
-più bella della sventura d'allora, perchè in premio dei dolori patiti
-fu là che ti conobbi e che mi amasti. Ma io ero sventurato, e tu lo
-ignorasti sempre, e nessuno lo seppe mai. Intorno a me si magnificava
-la mia fortuna, perchè, nato in un ospizio ed ivi cresciuto, m'era
-toccata la sorte di essere raccolto da un vecchio pieno di cuore,
-il quale mi avrebbe fatto da padre e data una professione. Tutto ciò
-era verissimo, e nei primi mesi che entrai a far parte della desolata
-famigliuola di mastro Paolo, mi parve di avervi portato come un barlume
-della immensa luce di gioia che si era fatta nel mio cuore e nel mio
-cervello nel momento di mettere il piede fuor dell'ospizio. Mi pareva
-d'incominciare allora ad essere me stesso, e che prima non fossi stato
-altro se non una cosa che si raccoglie nei trivii e si numera....
-perchè non dia inciampo ai passanti. Ero lieto, ero felice, ero libero!
-Avevo dieci anni soli, ed il mondo mi apparteneva.
-
-«Mastro Paolo aveva ancora un figlio, l'ultimo di cinque; i primi
-quattro erano morti un dopo l'altro, alla stessa età, dello stesso
-indomabile malore, e la madre gli aveva preceduti tutti sotterra.
-
-«Luigi, l'ultimo figlio, aveva diciott'anni, era scolorito in volto,
-esile, dolce nelle maniere e nell'accento; un'ottima creatura; mi prese
-ad amare appena mi vide, e mi chiamò _fratello_. Immagina tu quanto
-bene mi facesse quella parola! Mastro Paolo invece non mi chiamava mai
-_figlio_; non me ne dolsi, comprendendone la ripugnanza.
-
-«Un giorno lo vidi piangere in un canto, nell'ombra della camera; Luigi
-ci volgeva le spalle e se ne stava immobile, ritto nel vano dell'uscio
-a contemplare il tramonto. Il povero padre non sapea distaccar gli
-occhi da quel corpo che, per effetto dell'estrema luce sempre più
-indebolita, pareva disegnarsi sempre più lontanamente nell'infinito
-orizzonte. E piangeva premendo forte la mano alla bocca a soffocare
-i singhiozzi, per non farsi udire dal figlio. Io me gli accostai col
-cuore gonfio, egli circondò la mia testa con un braccio, se la strinse
-al cuore che gli batteva concitato e non mi disse nulla. Fu la sola
-volta che mi mostrasse affetto di padre.
-
-«Luigi pareva assottigliarsi sempre più; a me invece la nuova vita, la
-gioia d'esser libero e di appartenere ad una famiglia, davano forza,
-vigore ed apparenza di salute. Mastro Paolo, nel vedere il contrasto
-tra me e suo figlio, mi disse una volta, facendosi forza per sorridere:
-«si direbbe che quanto perde Luigi lo acquisti tu!» Io lo guardai
-in volto senza troppo comprendere; oh! come era amaro quel sorriso!
-Compresi... fu una rivelazione e me gli feci istintivamente presso
-perchè mi battesse. Egli dovea sentire un bisogno irresistibile di
-battermi per vendicarsi della sorte, ma era buono, si accontentò di
-respingermi con un cenno, e chinò la testa sul petto con uno scoramento
-profondo.
-
-«La vita che facevamo non era certo larga; il povero vecchio, assiduo
-alla fatica del suo mestiere di falegname, guadagnava appena il tanto
-da vivere; la casicciuola gli apparteneva; un gramo campicello, e più
-il risparmio gli venivano in aiuto quando il lavoro mancava: ma delle
-sue condizioni economiche non lo udii mai lamentarsi, ed al figlio
-non voleva permettere il lavoro, a me permetteva appena di aiutarlo.
-Mi mandava a scuola, e non mostrava mai di volermi apprendere la sua
-professione.
-
-«Il giorno lungamente temuto venne: Luigi stava per entrare nel
-ventesimo anno ed aveva sembianza più di fantasma che d'uomo; parlava
-ansimante: non visto dal padre, se ne stava lunghe ore immobile, a
-fissare un punto dello spazio; per noi aveva sempre un sorriso. Un
-giorno si sentì più debole; voleva starsene a letto e non sapeva come
-fare per non affliggere il vecchio; si vestì, scese da basso, sedette
-sfinito in un canto. Mastro Paolo da qualche tempo aveva acquistato una
-forza d'animo insolita, la forza d'animo che proviene dall'imminenza
-d'una sciagura.
-
-«Appena vide il figlio, lesse la propria sorte, e non battè palpebra;
-gli chiese con amore come si sentisse; gli fece dolce rampogna perchè
-non fosse rimasto in letto, e volle ci si rimettesse subito, e lo aiutò
-a risalire le scale ed a svestirsi, non cessando di ripetere che doveva
-essersi costipato la vigilia stando all'aperto dopo l'imbrunire, e che
-sarebbe stata cosa da nulla.
-
-«Luigi rispondeva che così era senza dubbio. Inutile, pietoso e
-vicendevole inganno. Io fui mandato pel medico, il quale ordinò un
-calmante, ma non volle dir nulla. Il domani non avevo più chi mi
-chiamasse «fratello.»
-
-«Non credere, buona Donnina, che la lunga aspettazione d'una sventura
-la faccia parere meno amara quando sopraggiunge.
-
-«Io appresi allora come l'uomo non si arrenda mai al dolore, e
-come la stessa disperata rassegnazione altro non sia che un inganno
-della fibra. Il dolore, anche preveduto ed aspettato, giunge sempre
-improvviso, se pure il lungo affanno non fa più deboli e più sensibili,
-negando perfino quello sbigottimento che dà un repentino disastro.
-
-«Il vecchio padre non versò una lagrima, dacchè il figlio si fu
-posto a letto per l'ultima volta, ma non lo abbandonò più un istante,
-ne raccolse l'ultimo sguardo e l'ultima parola, e quando tutto era
-finito, se ne stette ancora lungamente immobile a contemplarlo a ciglio
-asciutto.
-
-«Io piangevo in un canto.
-
-« — Così lo vedo da quattro anni, diss'egli finalmente, coll'attonita
-immobilità e colla voce monotona di chi parla a sè stesso, lo vedi tu
-ora? così io lo vedo da quattro anni. Egli giocava, o mi sorrideva, od
-attendeva tranquillamente al melanconico lavoro, mi era dinanzi, od era
-assente, ed io lo vedeva sempre così come ora lo vedo.
-
-«Bisognò separarlo quasi a forza dalla _sua creatura_; i vicini
-spendevano vane parole a confortarlo; egli non ascoltava, e rispondeva
-invariabilmente a tutti: «così lo vedo da quattro anni.» E anche quando
-fu allontanato da casa sua, continuò a guardare fissamente nella stessa
-direzione ed a mormorare ogni tanto fra sè: «così lo vedo da quattro
-anni.»
-
-«Nel giorno seguente egli si sottrasse con violenza agli amici che lo
-trattenevano e volle ritornare a _vederlo_.
-
-« — Se si fosse svegliato! diceva.
-
-«Bisognò lasciarlo andare; io, dimenticato da tutti, e quasi dimentico
-di me stesso, gli tenni dietro; sentivo qualcuno che diceva: «il povero
-uomo perde la testa; ne impazzirà.»
-
-«Quando mastro Paolo ebbe riveduto il cadavere di suo figlio, parve
-acquistare una forza singolare, scese da basso, andò in bottega e si
-pose al lavoro.
-
-«Si cercò di allontanarlo, e nessuno osò chiedergli che cosa volesse
-fare. Io stesso compresi inorridito.
-
-« — C'è forse in paese un altro che faccia le bare meglio di mastro
-Paolo? chiese agli astanti; si mostri se ci è!
-
-«E continuava a pigliare le misure, ed a segare le tavole con sinistra
-energia. Ma quando ebbe preparato i pezzi e le commessure e volle
-inchiodarli, il primo colpo di martello parve cadergli sul petto, gli
-vennero meno le forze, e si gettò bocconi sul pancaccio, piangendo.»
-
-A questo punto il tremito della voce di Donnina è cresciuto tanto che
-le bisogna troncare la lettura. Nessuno dice parola. Mamma Teresa non
-sa come tenersi per starsene in contegno, il signor maestro fa i suoi
-comodi ed asciuga una lagrima colla pezzuola. A poco a poco una mano
-della vecchia incontra, sull'omero di Donnina, una mano di babbo Ciro e
-non si ritrae... E Donnina prosegue:
-
-«Luigi fu sepolto la notte, accanto ai suoi fratelli, e il povero padre
-parve ritornare a poco a poco in sè.
-
-«Per tutto il tempo corso dalla morte alla sepoltura io mi era
-tenuto in disparte timoroso, comprendendo per istinto che la mia
-vista doveva fargli più male; mi sentivo una gran voglia di venirgli
-incontro e di dirgli: «vedi, tu hai ancora un figlio; io ti amerò qual
-padre.» Ma qual merito in me? Avevo forse io altri da amare? Temei
-d'essere accolto male, non dissi nulla a lui, ma sentii il bisogno di
-prometterlo a qualcuno, ed andai in cimitero e lo dissi piangendo a
-Luigi, sulla sua fossa.
-
-«Venne appunto allora mastro Paolo; pallido, severo, si inginocchiò
-accanto a me senza mostrare di avermi visto, poi se ne andò fuggendo,
-come per sottrarsi ad un sinistro pensiero.
-
-«Ebbi paura. Mi passarono in mente mille disegni; volevo fuggire,
-andare a Milano, chiedere al mondo ciò che solo può dare: del lavoro ed
-un padrone, e non mendicare l'affetto dai padri di altri figli.
-
-«Avevo dodici anni, e mi sentivo forte, ma non ero abile a nulla, mi
-scorai, ed accettai la mia sorte. Contro quel che credevo, mastro Paolo
-quel giorno fu meco amorevole più del solito, e, venuta la sera, mi
-prese fra le sue ginocchia ed appoggiò la testa tremante sulla mia.
-
-Tu solo mi rimani!»
-
-«Egli diceva queste parole con un accento che mi strappava le lagrime:
-io solo! gli _altri_ erano tutti morti! Gli altri... i suoi figli veri!
-
-«-È venuto il momento, mi disse poco dopo, ti ho preso meco apposta;
-io prevedevo questo giorno; era il solo libro in cui sapessi leggere
-spedito, la mia sciagura! Sapevo che sarei rimasto solo, che mi
-avrebbero ritolto ad una ad una le mie creature dopo avermele date per
-vederle agonizzare; lo sapevo. Ora sono solo, solo, solo!
-
-«E siccome io continuava a piangere, egli soggiunse:
-
-« — Non bisogna piangere; provati a ridere, provati; quando i tuoi
-fratelli avevano la tua età, ridevano essi, e queste pareti risonavano
-di allegrie; e finchè la morte non ebbe imparato la strada che
-conduceva alla mia felicità, ridevo anche io perchè ero felice; provati
-a ridere; basto io solo a piangere.
-
-«Un altro giorno, appena desto, mi chiamò a sè e mi disse:
-
-« — Hai da essere tu il mio figlio; sono _essi_ che lo vogliono; tu sei
-solo ed anch'io; non saremo più soli; porterai il mio nome; andremo dal
-sindaco, gli chiederemo che cosa bisogna fare per essere proprio padre
-e figlio.
-
-« — Volerci bene, gli risposi baciandolo sulla guancia.
-
-«Egli mi guardò come sbigottito, e mi chiese: «e potrai tu volermi
-bene?»
-
-« — Sì, tanto.
-
-«Il pensiero di adottarmi in faccia al mondo e di darmi il suo nome
-gli ritornò più volte ad intervalli lunghi, ma pareva non sapesse
-determinarsi a porlo in atto.
-
-« — Sai, ci sono tante seccature... una carta che dica quando sei nato,
-un'altra che dica quando son nato io, un'altra in cui si provi che tu
-sei orfano, e poi andare innanzi ai giudici, e dirlo là e far scritture
-lunghe... v'è da perdere la testa; e mi hanno anche detto che bisogna
-spendere del danaro, oppure farsi fare un'altra carta a provare che
-sono miserabile... Lo sanno tutti che io sono miserabile, lo domandino
-al becchino dove è il mio tesoro... nossignori, vogliono una carta
-scritta!...
-
-«Quand'egli così parlava, cedendo ad una lieve collera, io lo guardava
-in volto non potendo allontanare un sospetto pauroso; e mi venivano in
-mente quelle parole udite per via: «il poveruomo ne impazzirà.»
-
-«Erano passati parecchi mesi, ed il vecchio continuava a parlare di
-Luigi come se fosse morto il giorno innanzi: attendeva tutto il dì al
-lavoro facendosi aiutare da un apprendista, e voleva che io andassi
-alla scuola.
-
-«A me pungeva d'essergli di aggravio, e gli dissi più volte piacermi la
-professione di falegname, me la insegnasse.
-
-« — Non è vero, mi rispose un giorno, non è vero, a te piace leggere
-e scrivere come a Luigi; a te piace divenire maestro di scuola, come
-a Luigi; tu devi imparare a leggere e scrivere e diverrai maestro di
-scuola; finchè mi rimane forza, basto io al lavoro; quando non ne avrò
-più, sarai maestro di scuola e soccorrerai tu il tuo vecchio. Luigi ti
-voleva bene... non puoi essere un ingrato.
-
-«Non diceva più _padre_, non mi chiamava più _figlio_!
-
-«A poco a poco sparve anche quella specie d'intimità che era fra noi;
-vedendo come nei giorni di vacanza, toccandomi di rimanere in casa,
-egli fosse collerico ed alcune volte ingiusto, mi venne in mente che mi
-mandasse alla scuola per non avermi sempre innanzi agli occhi.
-
-«Incominciò per me una più terribile solitudine di quella che prima
-avessi temuto — la solitudine dell'uomo respinto. Accorgendomi che la
-mia vista faceva male a mastro Paolo, nella bella stagione me ne andavo
-coi libri in campagna a studiare, molte volte a piangere. Esaurii in
-breve tutte le mie lagrime.
-
-«La mia natura gioconda riprese a poco a poco il sopravvento...
-
-«Provati a ridere» mi aveva detto mio padre; io mi stordiva ridendo.
-
-«Era una maschera, una livrea per riuscir meno ingrato ai miei
-compagni, e mi conveniva deporla alla porta di casa.
-
-«Non ero, no, felice. A dispetto degli sforzi che faceva per darmene
-le apparenze, mi pareva che tutto quel cumulo di sciagure ch'io doveva
-sanare pesasse sul mio capo come una condanna, e che in me si dovesse
-leggere solo il dolore, e che tutti mi fuggissero.
-
-«In quell'abbandono, in quella ridente desolazione dell'anima mia,
-nella tenebra fitta del mio pensiero, penetrò un raggio di sole —
-l'amor tuo, Donnina. E bastò a tutto; ritrovai fede, avvenire, ritrovai
-il mio cuore; ebbi perfino l'ardimento di venire innanzi a mastro
-Paolo e di amarlo in palese; parevami che la mia felicità mi desse un
-gran diritto sugli uomini e che tutto quanto mi aveva respinto dovesse
-accogliermi a braccia aperte.
-
-«Non era illusione la mia; la felicità è una forza a cui non si sa
-resistere; abbandonato prima dai compagni, ritrovai allora qualche
-amico, e, migliore amico di tutti, il mio maestro, il tuo ottimo padre.
-
-«Trovai cento porte aperte, ma non quella della sventura; il cuore di
-colui che aveva promesso di essermi padre mi rimase chiuso.
-
-«Mi convenne dissimulare, ma nol seppi tanto che il vecchio non si
-avvedesse.
-
-«Un giorno mi minacciò col pugno udendomi canticchiare. Io canticchiava
-perchè mi passasse più presto l'ora che mi separava da te; fuggii,
-venni ad aspettarti, non ti dissi nulla.
-
-«Maestro Paolo la sera mi mosse incontro, mi guardò fisso in volto, e
-mi passò leggermente una mano sul capo — era pentito.
-
-«Ma non mai parola buona, non mai carezza: mi sfuggiva, gli ero
-divenuto odioso.
-
-«Una mattina non lo vidi scendere al lavoro, l'aspettai trepidante
-prima di andare alla scuola, allora salii nella sua camera e vidi
-che passeggiava seminudo colla finestra aperta; ed eravamo nel cuore
-dell'inverno!
-
-«Gli parlai, non mi rispose, e continuò a passeggiare ed a mormorare
-fra sè. Alla fine si arrestò, si vestì in silenzio, mi passò innanzi e
-scese da basso.
-
-« — Domani partiremo, mi disse al ritorno dalla scuola; andremo a
-Milano; bisogna provare a fuggire, non sei tu del mio parere?
-
-«Io lo guardai temendo che fosse impazzito; anch'egli mi guardava
-fisso, ma con fermezza insolita. Non dissi parola — ed il domani, tu
-lo sai, partimmo. Sul far dell'alba, a piedi, con pochi panni annodati
-entro una pezzuola, io, col cuore gonfio, cogli occhi rossi di lagrime.
-Mi voltai più volte a guardare la casicciola che mastro Paolo aveva
-venduto ad un suo creditore, a guardare il noto campanile, e, nella
-direzione di quello, la scuola comunale ove erano i miei soli amici,
-dove eri tu, Donnina! I gelsi, che io mi lasciava indietro coi rami
-nudi imbiancati dalla brina, non mi erano mai sembrati così belli
-nemmeno nell'estate, quando gettavano la loro ombra circolare, e quando
-da ognuno di essi partiva la canzone degli sfogliatori.
-
-«In breve la casicciola sparì dietro la svolta della via, il campanile
-si perdette nella bruma, ed i nuovi gelsi nudi, muti, irrigiditi,
-continuarono a passarmi innanzi lentamente e mi parevano dirigersi ad
-S... che io lasciava a malincuore.
-
-«Mastro Paolo camminava spedito, guardando innanzi a sè, come ad una
-meta prefissa, senza arrestarsi od allentare il passo, senza volgersi
-mai, tentennando ad ora ad ora il capo in sinistra maniera. Io faticava
-a tenergli dietro.
-
-«Quel viaggio melanconico durò due ore; un immenso ed indefinito
-ronzìo si fece udire a poco a poco, — la voce della città — Milano!
-Mi ero preparato a resistere alle mie sensazioni, e seppi soffocare un
-singhiozzo.
-
-«Guardando attraverso la nebbia quelle file d'alberi di forme così
-regolari, la punta estrema del Duomo, e tutto intorno quel viluppo
-immenso di tetti, di cupole, di terrazzine, di campanili, quel mondo
-ignoto in cui io avevo vissuto la prima età, mi sentivo invaso da
-una invincibile ripugnanza. Fissai coll'occhio un punto, e dissi a me
-stesso: «quello è l'ospizio in cui sono nato.» — Non vidi altro.
-
-«Passammo la porta in silenzio; vedendo tanta gente affrettata, tante
-carrozze incrociantisi, pensai che tutti dovevano avere uno scopo per
-affaccendarsi così, e noi...
-
-«Guardai mastro Paolo — egli continuava a camminar diritto, dello
-stesso passo.
-
-« — Dove andiamo? gli chiesi.
-
-« — Dove andiamo? ripetè a sè stesso, come se non comprendesse il
-significato della domanda. Poi soggiunse, parlandomi sotto voce ed in
-aria di volermi fare una confidenza: fra i vivi; qui di gente vivace
-n'ha, mi pare, laggiù erano tutti morti.
-
-«Lo sguardo fisso, il ghigno delle labbra e quell'accento sinistramente
-singolare, mi tolsero le ultime forze; uscii in dirotto pianto. Temevo
-di comprendere una sciagura immensa.
-
-«Il povero vecchio mi guardò meravigliato, mi prese per mano, mi
-condusse innanzi ad un sedile di pietra, e mi disse:
-
-« — Siedi, tu sei stanco.
-
-« Sedei, asciugando le lagrime, e facendomi forte per guardarlo in
-viso. Egli stette alcuni istanti sopra pensiero, e si assise accanto a
-me.
-
-« — Padre, mormorai.
-
-« — Padre, ripetè senza voltarsi; poi voltandosi d'un subito, mi disse
-con impeto: «non sono tuo padre, non sono più padre, non ci sono padri.
-Tutti costoro che passano sono gente orfana come tu ed io. Padre! Lo
-conosci tu tuo padre? Gli ho io i miei figli? Ti dico che non ci sono
-più padri.»
-
-«Non mi rimase più dubbio, mi guardai intorno, cercando un soccorso, ma
-non piansi più; pensai che quel vecchio, fattosi mia guida, era in mie
-mani, che mi bisognava esser uomo.
-
-«Mastro Paolo s'adirò del mio silenzio e proseguì a dire:
-
-« — Padre! che ho io fatto per esser tuo padre? Ho forse pianto
-per te, ho preso la misura della tua bara? Muori anche tu, e sarò
-tuo padre. Vedi quel cielo azzurro; non pare, ma è un invidioso, un
-cattivo invidioso della terra; è colpa sua se noi siamo orfani. Ti
-sei riposato? Affrettiamo; tutta quella gente cerca i proprii figli;
-andiamo a dar loro la notizia, a dir loro che non ci siamo che noi due.
-
-« — Mastro Paolo, gli dissi pigliando le sue mani e stringendole
-forte nelle mie, mastro Paolo, voi non vi sentite bene.... provate
-a ragionare, a ricordarvi; guardatemi in volto, ditemi se mi
-riconoscete... Chi sono io?
-
-«Il vecchio, commosso un istante dalla veemenza delle mie parole, uscì
-a ridere, ma non rispose.
-
-« — Chi sono io, per pietà, dite, dite, chi sono io?...
-
-« — Chi sei tu? rispose il vecchio, balzando in piedi, vuoi proprio
-saperlo chi sei tu? Sei l'uomo che io odio, sei l'uomo per cui sono
-morti i miei figli, dei quali volevi occupare il posto nel mio cuore!
-Ecco chi sei tu! Ma hai fatto male i tuoi conti; guarda, qui dentro non
-ci è più cuore, l'ho seppellito con essi.
-
-«Così dicendo, il disgraziato vecchio schiudeva colle mani tremanti le
-vesti e la camicia, e mi mostrava il povero petto ignudo.
-
-« — Ed ora che ti sei fatto dire chi sei, vattene, soggiunse, vattene
-a ridere di me altrove; credi forse che non ti abbia visto ridere delle
-mie miserie? Ebbene, vattene, e ridi.»
-
-«_Piangi?_»
-
-Quest'ultima dimanda non è nella lettera, ed avrebbe potuto esser
-rivolta a Donnina, che pure è stata la prima a farla a mamma Teresa.
-È un'indiscrezione, ed il signor maestro si affretta a rimediare a
-quell'imprudenza dicendo:
-
-— È il fumo; sono due giorni che il camino manda fumo; ti pare che
-Teresa possa piangere?
-
-— E perchè no? interrompe l'intrattabile signora asciugandosi
-rapidamente gli occhi col rovescio della manica; e perchè no?
-
-Maestro Ciro, che ha anch'egli gli occhi rossi dal fumo, non si prova
-a ribattere, ma urta del gomito nel gomito di Donnina ed esce a ridere
-senza paura al mondo, mentre la fanciulla ripiglia il filo.
-
-«Alcuni passanti si erano arrestati e ci guardavano senza accostarsi;
-io non aveva lagrime, non udivo più nemmeno le parole del vecchio, il
-cuore mi batteva forte e mi sentivo un vigore insolito, ma non sapevo
-che fare.
-
-« — Che ha quel vecchio? mi chiese una voce.
-
-«Mi volsi e vidi un signore dalla faccia benevola.
-
-« — Vaneggia, risposi, gli sono morti cinque figli, io solo gli rimango
-e non sono suo figlio; mi volle seco, ora mi respinge perchè vaneggia;
-ma il suo cuore è buono.
-
-« — Qua entro non ci è più cuore, aggiunse mastro Paolo facendosi
-innanzi
-
-« — È vero, gli rispose lo sconosciuto, fingendo di guardargli in
-petto, è vero; e che intendete di fare?
-
-« — Di fare? di andar per il mondo a dare la cattiva notizia... La
-sapete voi la cattiva notizia?
-
-« — No, rispose il signore, accompagnandosi col vecchio verso una
-carrozza che si accostava.
-
-« — Non ci sono più figli; siamo tutti orfani; quell'azzurro di cielo è
-un inganno, ed il cielo è un cattivo invidioso della terra.
-
-« — Possibile! allora bisogna far presto.
-
-«In così dire, lo sconosciuto spingeva il disgraziato vecchio entro
-la carrozza, vi saliva egli stesso e mi faceva cenno di seguirlo; un
-istante dopo la carrozza partiva di galoppo, rompendo la folla che
-s'era radunata intorno a noi.
-
-«Per via, mastro Paolo non disse più nulla, e continuò a guardare
-attraverso il vetro degli sportelli con una specie di stupore ingenuo;
-lo sconosciuto ne seguiva attento ogni gesto, ed io non distaccava
-gli occhi da quella sua faccia sbigottita, come timoroso di leggervi
-qualche nuova e più terribile sciagura.
-
-«Ahi! Donnina mia, nissuna sciagura più terribile di quella per me:
-mastro Paolo era impazzito; il benevolo che ci aveva raccolti era un
-medico, ed il luogo ove ci condusse, un ospizio di pazzi. Me ne avvidi
-all'aspetto melanconico del cortile in cui eravamo scesi di carrozza,
-ai cancelli ed alle grate di ferro e di legno che tenevano luogo di
-porte e finestre. Lo sconosciuto invitò mastro Paolo a seguirlo; a
-me fe' cenno di rimanermi un istante. Rimasi col cuore gonfio, col
-pensiero smarrito in una profonda dimenticanza; mi si cancellarono
-dalla mente i fantasmi del passato e dell'avvenire, per non vedere
-più se non quel momento, quel luogo melanconico, quelle grate, quella
-solitudine e quel cancello che si era chiuso dietro di me.
-
-«Ebbi un terribile pensiero: che io stesso fossi impazzito o fossi per
-impazzire, e mi premei il capo colle mani, e cercai di comporre dinanzi
-a me la tua soave immagine.
-
-«Quella penosa solitudine durò poco; lo sconosciuto ritornò alcuni
-istanti dopo con un vecchio dall'aspetto severo, il quale si raddolcì
-meco singolarmente.
-
-«Il più giovane mi prese per mano e mi condusse in una stanza tutta
-coperta di scaffali, ed il più vecchio mi passò innanzi, si pose
-a sedere ad una scrivania, aprì un gran registro ed incominciò ad
-interrogarmi.
-
-«Vollero che dicessi tutto quanto io sapeva di mastro Paolo, quali
-fossero i miei rapporti con lui, quali i suoi mezzi d'esistenza, quali
-le sue sventure; ripetei ad essi ciò che ho scritto a te, ma senza
-piangere, senza batter palpebra, con una specie di attonitaggine nuova.
-
-«Quand'ebbi finito di dire, ed essi d'interrogare, ed il vecchio di
-scrivere nel registro, il medico (ora lo chiamo così) si chinò e disse
-all'orecchio dell'altro una parola che io non compresi; ma tosto,
-seguendo il movimento della penna dello scrivente, lessi: _lipemania_.
-
-«Che voleva dire? io non aveva mai udito quella parola ma ne intesi
-subito il significato.
-
-« — Mastro Paolo è pazzo? ebbi la forza di chiedere.
-
-«Non mi risposero.
-
-« — Guarirà? insistei.
-
-« — Senza dubbio, figliuolo mio, mi disse il medico; senza dubbio.
-
-« — E lo guarirà lei, signore?
-
-« — Io stesso, figliuolo, coll'aiuto dell'arte, della natura e del
-tempo....
-
-« — E quanto tempo occorre perchè un pazzo guarisca?
-
-« — Un paio di settimane, qualche volta più.... qualche volta meno.
-
-«Il vecchio teneva il capo basso e non diceva parola.
-
-« — Ed io? balbettai... potrò venire a vederlo?
-
-« — Tu rimarrai qui finchè mastro Paolo sia guarito, disse il vecchio,
-che era il direttore del luogo... se ti piace.
-
-«Pensa se accettassi! La gratitudine mi diede le lagrime che mi aveva
-negato il dolore.
-
-«Mi fu dato uno stanzino in casa del vecchio; uno stanzino pulito, con
-bei mobili, con un bel lettuccio, in cui non potei chiuder occhio la
-prima notte, tanto si stava bene.
-
-«Pensavo: babbo Paolo avrà uno stanzino come questo ed un lettuccio
-come questo?
-
-«Al giorno successivo trovai panni nuovi e biancheria di bucato;
-non usciva già dalle mie valigie; non sapevo che dire; mi tornavano
-in mente i racconti delle fate, e Milano mi pareva una città di
-incantesimi.
-
-«Il signor Fulgenzio, così si chiamava la mia buona fata, mi parlava
-rare volte, ma amorevole. Non osavo chiedere di rivedere il babbo, per
-paura stesse peggio, e perchè temevo di far dispiacere ai buoni che mi
-avevano colmato di tanti benefizi; ma il vecchio direttore fu il primo
-a dirmi che potevo andare da mastro Paolo quando volessi.
-
-«Ci andai subito.
-
-«Ah! Donnina mia, quale spettacolo orribile! vedere tanta gente, tutta
-fatta come noi, che pare sana e robusta, e dire che non ragiona, che
-non sa pensare nè amare! Quella prima impressione come di sgomento
-cedette ad un dolore più profondo, perchè, appena mastro Paolo mi vide,
-diede in ismanie, e mi venne incontro coi pugni stretti, dicendomi
-che io gli aveva strappato il cuore, che io gli aveva ucciso le sue
-creature. Appena fu acquetato mi volse le spalle e passeggiò per la
-sala senza più badare a me, finalmente sedette in un canto e prese a
-guardarmi curiosamente, come se mi vedesse per la prima volta.
-
-« — Babbo, gli dissi colla voce tremante, babbo...
-
-«Non mi rispose.
-
-« — Mastro Paolo, mastro Paolo! e muovevo un passo incontro a lui.
-
-«Ma egli si raggomitolò nel suo cantuccio e mostrò di aver paura di me,
-e mi scongiurò col gesto di non fargli male...
-
-«Mi arrestai, e mormorai ancora una volta: «babbo!»
-
-«Il disgraziato non mi conosceva più, e continuava a guardarmi con quel
-suo sguardo attonito e curioso.
-
-«Passarono otto giorni senza che osassi più venire innanzi al vecchio.
-Quando l'osai fui accolto alla stessa maniera; solamente non si adirò
-meco, ma la ripugnanza e la paura mi facevano più male della sua
-collera.
-
-«Un'altra volta, mentre io me ne stavo in un canto a guardarlo con
-tenerezza compassionevole, ed egli era là, immobile, fingendo di non
-vedermi, ma gettandomi ogni tanto uno sguardo fuggitivo, venne il
-dottore. Allora fui testimonio del singolare potere che aveva dato a
-quest'uomo la benevolenza schietta e quasi ruvida, perchè, appena egli
-fu entrato, mastro Paolo gli venne incontro trasfigurato in viso, e
-gli prese la mano colla gioia riconoscente d'un uomo scampato ad un
-pericolo.
-
-«Mi allontanai coll'anima in tumulto.
-
-«Il dottore mi raggiunse subito dopo, e mi pose confidenzialmente una
-mano sull'omero.
-
-« — È inutile ch'io rimanga qui, balbettai, l'orrore che egli prova per
-me mi dice che non potrà amarmi mai; quando egli sarà guarito, io non
-avrò padre ugualmente — non ho più padre.
-
-« — Non hai più padre perchè quella è pazzia di cui non si guarisce in
-quell'età se non colla morte. Fa conto che sia morto.
-
-«La durezza di queste parole era temperata dall'accento — e me ne dolsi
-solo per l'uomo che fino allora avevo chiamato padre. A me non pensai.
-
-« — Ebbene, dissi, bisogna che io lasci questo luogo, e pensi a
-guadagnarmi la vita.
-
-« — Che sai fare tu?
-
-« — So leggere, scrivere e far di conto; sono andato alla scuola ed ho
-voglia di studiare.
-
-« — Non altro?
-
-« — No, ma imparerò.
-
-« — E intanto?...
-
-«Il dottore mi lasciò in pensiero. Il giorno successivo fui chiamato
-nella camera del mio vecchio ospite.
-
-« — Quanti anni hai? mi chiese.
-
-« — Sedici.
-
-« — Io ne ho cinquantaquattro; potrei quasi essere tuo nonno; vuoi
-esser mio figlio?»
-
-— Suo figlio! esclama mamma Teresa sollevandosi quattro buoni pollici
-sulla sedia e girando intorno uno sguardo pieno di dubitosa meraviglia.
-
-— Suo figlio! ripete più forte il signor maestro curvandosi a leggere
-egli stesso dietro le spalle della giovinetta, la quale non pare punto
-commossa, e risponde col sorriso sereno alla ingenua curiosità dei due
-vecchi.
-
-Mamma Teresa, trasfigurata in volto, cogli occhi immobilmente fissi
-nelle labbra di Donnina, vi legge le parole prima che la fanciulla le
-proferisca.
-
-«Non risposi; quell'improvvisa proposta era così straordinaria, e le
-porte dischiusemi per essa mi lasciavano vedere un mondo così diverso
-da quello immaginato dianzi, che mi parve tutt'uno come se mi si
-proponesse un'altra vita, in un altro mondo, sotto un cielo di altro
-colore.
-
-« — Dice davvero! esclamai; suo figlio! e che ho da fare io per
-divenire suo figlio?
-
-« — Nulla.
-
-« — Ma allora lei mi vuol bene, se vuol essere mio padre! E che ho
-fatto io perchè lei mi voglia bene?
-
-« — Nulla; tu hai sedici anni, ed io non ho un figlio; vuoi tu essere
-quello?
-
-« — E mastro Paolo? mormorai, che dirà mastro Paolo?
-
-« — Non saprà nulla.
-
-«Mi passò in mente che io stessi per commettere una bassezza e che
-fosse dover mio rinunziare alle gioie finchè il vecchio babbo soffriva.
-Anche ora sono talvolta assalito da tali dubbi, ed oggi il tormento è
-più forte.
-
-«Ma potevo io gettarmi nel mondo, senza consiglio, senza mezzi, senza
-professione?
-
-«Pensai allo squallore che la sorte, oggi così lusinghiera, poteva
-minacciarmi domani, pensai che mi si offriva di scegliere tra la
-miseria e la pace, tra l'andar ramingo e l'avere una casa ed un
-nome, ricordai l'orrore intenso mostrato per me dal vecchio babbo, ed
-accettai l'offerta sciogliendo un inno puerile di grazie.
-
-«Pochi giorni dopo, il signor Fulgenzio compieva ciò che mastro Paolo
-aveva voluto fare, senza indurvisi mai: mi dava il suo nome, mi faceva
-suo figlio di adozione.
-
-«Ecco il mio segreto, Donnina: io ho un padre che non è mastro Paolo,
-ed il disgraziato non è morto, come ti ha detto, ma agonizza fra le
-care larve dei suoi veri figli.
-
-«Io non mi nascondo come questa che pare la mia fortuna sia la mia
-colpa; dovevo accettare la miseria, l'abbandono, l'oscurità, le lotte
-della vita, ma non tradire quell'uomo che mi aveva primo chiamato a
-far parte della sua famiglia. Io l'ho lasciato solo nella sventura
-per far me lieto — accettai di vestire di gai colori la mia sciagura,
-volli entrare nella schiera degli eletti, io reietto da colei che
-fu mia madre! Che penserai tu di me? Potrai tu essere più benigna di
-me stesso? E con quali occhi vedrai la mia arrendevolezza alle prime
-carezze della sorte? Ho un nome, ho una famiglia, sto per avere una
-posizione onorata nel mondo; una sola cosa mi manca — la stima di me
-medesimo.
-
-«E quando tu saprai che l'uomo stesso da cui fui chiamato figlio, non
-ricava dal suo benefizio altro che l'ingratitudine? Tanta è la miseria,
-Donnina mia, che questa stessa ingratitudine è il solo mio orgoglio, la
-mia sola virtù. Sappilo, fra il vecchio ed il nuovo padre, il mio cuore
-è rimasto orfano, la mia sorte non si è mutata. Quest'uomo, di cui
-porto il nome, non mi ama, non mi ha amato mai; volle pagare alla virtù
-a cui non crede, alla società che disprezza, alla famiglia che offende
-collo scetticismo nella donna, il suo debito d'uomo, di cittadino, di
-figlio: volle fare un'opera buona ed un ingrato. Egli lo sapeva già
-prima, e mi disprezzava già prima che io cessassi d'amarlo. Perchè io
-l'ho amato come si può amare un vero padre, e forse lo amo ancora.
-
-«Quanto debole ed intristito ti parrà il mio cuore!
-
-«E non mi accuserai dentro di te di averti dimenticata sei anni per
-aver mutato fortuna? E non crederai Mario (quest'è la mia livrea
-d'oggi), vergognoso dei cenci di Ognissanti?
-
-«Tu sei buona e facile al perdono, lo so; ma le mie non sono colpe che
-si cancellino col pentimento, solo si espiano, ed io le ho duramente
-espiate.
-
-«Il giorno che dovei rinunziare al mio bel sogno di correre a te, di
-venirti a dire: «Donnina, io ho trovato un padre che mi ama e che amo,
-un padre che sarà il tuo, quando tu sarai mia; io studierò, la larva
-dei miei sonni si farà persona, diventerò uomo, avrò una professione
-e basterò col lavoro e coll'amore a farti felice!» oh! tu non immagini
-quant'io soffrissi quel giorno.
-
-«La mia colpa, ingigantita dalla freddezza che ogni giorno mi si
-faceva meglio palese nel cuore del mio nuovo padre, mi disse che io
-era indegno di te, che non dovevo più pensare a te, che coll'avere
-abbandonato la mia miseria io aveva perduto il diritto alla felicità
-che doveva andarle compagna. E poi con qual cuore rivederti per
-ingannarti, o per dirti la mia desolazione? E avresti tu compreso altro
-fuor che io aveva, volontariamente, posto una barriera tra te e me,
-che più non mi appartenevo, che la nostra felicità, dove pure tu me
-ne credessi ancora degno, dipendeva dalla volontà d'un altro uomo, il
-quale si faceva chiamare mio padre?
-
-«Pensai che fosse meglio uccidere in germe l'affetto deposto nel tuo
-cuore; volli venire a dirti: non ti amo più, amane un altro. — Un
-altro!... Non ne ebbi forza.
-
-«Poi mi venne un amaro pensiero.
-
-«Forse, dicevo a me stesso, Donnina mi dimenticherà davvero: tra
-l'aspettare molti anni per esser mia ed il divenir sposa più presto,
-sceglierà d'amare un altro.
-
-«Frattanto il signor Fulgenzio mi dava maestri, dai quali appresi
-rapidamente, con una specie di febbre continua che mi rendeva meno
-amara la nuova condizione. Pensando di potere collo studio farmi un
-avvenire, e, padrone un giorno di me stesso, chiamar te a dividerlo,
-studiavo senza riposo; mi pareva come se ogni nuova cognizione mi
-avvicinasse a te, mi desse un nuovo diritto alla felicità pensata di
-nostro capo ad S... nel praticello dietro la chiesuola.
-
-«Presto fui in grado di presentarmi ad alcuni esami, ed un anno dopo
-a nuovi esami, e finalmente, a 19 anni compiti, nell'università per
-istudiare medicina — fra quattro mesi sarò dottore!
-
-«Ora che il mio lungo disegno sta per aver compimento e la mia
-ambizione è presso ad essere soddisfatta, ora che io so come il tuo
-cuore sia rimasto mio, forse la tua stima mi manca, la mia stima...
-
-«Volli indugiare per poterti dire: «io sono padrone di me stesso, ho
-uno stato, posso darti una onorata miseria per ora, l'agiatezza poi;
-eccoti la mia mano, cancelliamo il passato.»
-
-«Oggi non posso più tacere, sai tutto; ma sappi anche, qualunque sia
-la sentenza che uscirà dal tuo labbro, che io voglio rimanere per te
-sempre, come fui sempre
-
- «OGNISSANTI.»
-
-
-Donnina ha proferito le ultime parole della lettera lentamente, e si
-è arrestata a scandere le sillabe del nome del suo fidanzato come per
-separarsene più tardi... poi volge uno sguardo alla vecchia. In quello
-sguardo è la sicurezza di sè, d'Ognissanti, dell'avvenire, ed è una
-tacita domanda a cui mamma Teresa è sollecita a rispondere:
-
-— È vero, dice ella accarezzando severamente, con un garbo tutto
-suo, la testa della fanciulla, è vero; comincio a credere anch'io che
-Ognissanti sia un bravo figliuolo, comincio a crederlo... e se non ti
-basta... lo credo... ne sono convinta... Non ti basta ancora? Vuoi che
-gli domandi scusa d'aver sospettato di lui? Te lo leggo in cuore il tuo
-trionfo; ma tu sbagli di grosso perchè il tuo trionfo è pure il mio;
-avrei dato un paio di dozzine di giorni, dei pochi che mi rimangono,
-per vedere smentiti i miei sospetti. Ma tu dirai che mamma Teresa sa
-solo brontolare e non ci vede chiaro. E se fosse anche?... Per chi non
-ci vede chiaro, il meno male è il non fidarsi mai alle apparenze. Dici
-di no tu?
-
-E siccome Donnina le bacia il volto rugoso senza rispondere, tutta la
-stizza della vecchia si rivolge al signor maestro. Ma costui, dacchè la
-moglie ha preso a parlare, s'è dato a fregare le mani sulle ginocchia,
-infervorandosi vie più e facendo festa ai fantasmi del pensiero.
-
-Poco stante la terribile mamma si abbandona anch'essa alle meditazioni,
-che le fanno fare, senza avvedersene, la smorfia d'un sorriso
-bonario...
-
-Quando dopo brev'ora escono entrambi ad un tempo da quel muto
-fantasticare, rompono insieme il silenzio con una parola:
-
-«E Donnina?»
-
-Donnina non è più nella stanza, se n'è andata di soppiatto, ha salito
-le scale e si è raccolta nella sua cameretta... A che fare?
-
-— Io lo so che cosa è andata a fare! dice maestro Ciro.
-
-— E anch'io lo so! Bella cosa!
-
-Sappia chi nol sapesse che Donnina si è ritirata per rileggere la
-lettera del suo Ognissanti, e che il signor maestro aveva indovinato
-davvero. Quanto a mamma Teresa, la presuntuosa si vantava, e maestro
-Ciro lo sapeva benissimo. Forse che la cara dolcezza di rileggere in
-segreto una lettera, può essere compresa da chi, come la terribile
-mamma, non aveva voluto addimesticarsi mai coll'alfabeto?...
-
-Maestro Ciro è pronto a giurare di no.
-
-
-
-
-XX.
-
-CHI FOSSE IL SIGNOR MAURIZIO.
-
-
-Chi legge si compiaccia di fare più intima conoscenza col signor
-Maurizio, personaggio molto chiuso, molto taciturno, ma che ha
-anch'esso il suo romanzo intimo a dire, sol che se ne porga occasione.
-Così almeno assicurano i curiosi, razza di affamati, la quale ha questo
-innocentissimo privilegio di vedere un palazzo incantato quando non
-vede nulla, e divide sapientemente il prossimo in due bocconi: quelli
-che hanno un segreto da nascondere e quelli che non l'hanno più.
-
-Se è vero che il signor Maurizio lo abbia ancora, è un miracolo
-genuino, perchè fino a questo giorno furono poste in giro parecchie
-dozzine di segreti, e tutti sottratti, per quanto si diceva, allo
-scrigno del letterato.
-
-Codesto signore appartiene solo da quindici anni al suo prossimo:
-prima nessuno si occupava dei fatti suoi, nemmeno la portinaia (perchè
-abitava una casa che non si poteva concedere questo lusso), nemmeno
-i vicini, creature occupatissime delle miserie della terra, sebbene
-paressero aver scelto di starsene vicino al cielo. Era allora un bel
-x, abbandonato intero alle proprie meditazioni; ma l'algebra della vita
-non gli pareva nè amara nè penosa, perciò solo che egli la condiva col
-rimario, con raggi economici di luna al davanzale della finestra, con
-civetterie di stelle, e, quando il cielo era a nugoli, con una buona
-e schietta imprecazione in versi sciolti, atta a sbarazzare il suo
-cielo di poeta ed a serenargli la coscienza. Certo più erano le volte
-che il vate convitava a lauto banchetto la musa, di quelle in cui
-l'uomo si trovasse ad un vero e proprio desinare; i suoi pranzi e le
-sue cene avevano quasi sempre l'aria di mutilati, i quali portassero
-melanconicamente il loro battesimo pomposo; ma se ad un disgraziato
-mancano due braccia e due gambe, al rimanente si dà tuttavia il nome di
-uomo; così era di quei pranzi o di quelle cene, le cui gambe e braccia
-Maurizio non aveva visto da tempo immemorabile.
-
-Per queste prove d'astinenza s'impoveriscono le vene, tranne la
-poetica, la quale invece si fa torrente.
-
-Tutto ciò per dire come la lirica occupasse onoratamente la prima parte
-della vita di Maurizio. Che sarebbe stato di lui, se avesse tirato
-innanzi a passo di rimario, nessuno può dire, ma a tutti è lecito
-immaginare. Volle fortuna che la musa, in un momento di buon umore,
-lo consigliasse a scrivere in prosa; fu un'apostasia, non dico di no,
-ma un'apostasia magnificamente riuscita, rispetto alla gloria ed al
-ventricolo, perchè mentre parecchie migliaia di versi editi ed inediti
-non gli avevano dato nè un bricciolo di gloria, nè una bricciola di
-pane, un paio di articoletti fatti coll'amarezza dell'apostata, il
-quale si vendica del proprio delitto, gli schiusero la porta del piano
-terreno d'uno dei più grandiosi e quotidiani edifizi di carta del suo
-tempo.
-
-Fu una specie di trionfo, e fornì l'argomento a mille dicerie;
-Maurizio diveniva di moda, si sentiva accarezzato, lodato, adulato,
-gli piovevano nuove amicizie ogni giorno, gli fioccavano le strette di
-mano, e non udiva se non ripetere: «ho letto il tuo ultimo articolo!»
-Questa frase, accompagnata da un punto d'esclamazione, compendiava
-tutta la sua vita, compresa fra due articoli. Una metà della settimana
-era spesa a raccogliere il frutto dell'_ultimo_, l'altra metà a
-preparare il _prossimo_. Ad un'anima della tempra di Maurizio non
-poteva bastare.
-
-Veramente non si è detto ancora di che tempra fosse l'animo di
-Maurizio. Giudichi il lettore da questo, divenuto notorio, che quando
-il giornalista era crisalide, cioè poeta, viveva negli stenti di
-una misera pensione pagatagli da uno zio milionario, il quale si era
-posto in capo di far del suo unico nipote un console od un senatore.
-La fedeltà alla musa costava dunque a Maurizio gli agi della vita, ed
-anche ora che la crisalide era divenuta farfalla, cioè giornalista,
-l'apostolato della critica gli costava forse ancora gli agi della vita,
-ed indubitabilmente un consolato.
-
-Quell'aureola di vittima aveva contribuito la sua buona parte al rumore
-che si era fatto intorno a Maurizio; ma, ripeto, l'anima di lui non se
-ne accontentava. Aver inseguito per tanti anni i fantasmi di una gloria
-poetico-letteraria, per starsene pago ad una fuggitiva nomea comprata
-a prezzo di un po' di spirito e di molta maldicenza, gli pareva cosa
-bassa. Comprendeva benissimo essere il pubblico così fatto che, mentre
-fa buon viso alle inezie che punzecchiano, lascia dimenticato in un
-canto tutto ciò che approfondisce e pensa: ma, sazio del plauso della
-folla, volle il plauso degli eletti, invece di una gloriuzza volle una
-superba gloria tanto fatta.
-
-Affettò primo egli stesso di disprezzare le proprie chiacchiere
-settimanali, e non col falso disprezzo di chi vuol collocare i capitali
-ad interesse più alto, ma con un disprezzo vero e profondo. «Ho letto
-il tuo ultimo articolo.» «Sciocchezze! rispondeva, sto preparando un
-altro lavoro!» «Che lavoro?» «Uno studio sui filosofi della rivoluzione
-francese.» «Ah!»
-
-Non ci volle altro. È possibile leggere ancora, e trovar belle, le
-scritture d'uno che premediti uno studio sui filosofi della rivoluzione
-francese? Le teste meglio pettinate del caffè... furono le prime
-ad accorgersi come da qualche tempo la stella di Maurizio andasse
-declinando, ed il suo spirito si esaurisse, e perdesse egli i denti
-della satira. Ciò in parte era vero; sbollite le prime collere contro
-la società, Maurizio cedette alla propria natura e ridivenne benigno;
-e poi la sua fierezza si ribellava a questo scendere in piazza collo
-staffile, ed occuparsi delle persone col dispetto, colle ire e colle
-ironie che non devono ispirare se non le cose e le istituzioni; era
-troppo superbo per mordere dalla sua cuccia alle gambe degli inermi;
-non lasciò la cuccia perchè vi trovava un po' di pane, ma lasciò di
-mordere, raddolcì l'amaro della critica; dimenticò sè stesso nello
-scrivere, per ricordarsi solo delle cose di cui doveva parlare; non
-forzò gli argomenti ad atteggiarsi come piedestalli, per mettervisi
-in mostra, come aveva fatto per lo innanzi; invece del getto continuo
-di spirito, di cui frodava i lettori, provò a dar loro idee vere e
-pensate. Fu come lo sfasciarsi d'un idolo.
-
-Rientrò nell'ombra, per escirne periodicamente visto da pochi;
-l'oscurità non lo sbigottì, se ne compiacque, e si adoperò a farsi più
-oscuro, sostituendo al proprio nome, a' piedi dei suoi articoli, due
-iniziali. Parevagli che il disdegno interno dovesse così apparire al
-di fuori; fu invece accusato di debolezza, e divenne l'esempio di un
-critico col cilicio e coll'amor del prossimo. A poco a poco nessuno
-ricordò che sotto le iniziali di Maurizio era Maurizio. Egli poteva
-dire, a confortarsi, che fuor delle mura, lontano, questo incognito
-era un benefizio; che il nascondere la persona dà maggior autorità
-alla parola, che gli dèi della commedia parlano dietro le quinte; ma
-nemmeno di questa commedia si dava pensiero, solo gli premeva lo studio
-sui filosofi che prepararono la rivoluzione francese. Gli bisognarono
-parecchi anni di vita oscura per compiere questo lavoro; quando lo
-diede alle stampe non ne ricavò un centesimo, nè una lode.
-
-Per tutti questi contrasti inselvatichì, divenne intrattabile; passava
-come uno spettro; quando s'imbatteva in uno degli antichi ammiratori,
-scantonava ad una svolta di via o fissava ostinatamente un punto dello
-spazio. Allora meditò una magnifica vendetta degli uomini che non lo
-comprendevano, intinse la penna nel fiele che gli aveva dato i primi
-allori, lanciò una mezza dozzina di saette, infine rovesciò la faretra
-ed uscì ringhioso per sempre dalla sua appendice. Fu un momentaneo
-sgomento, poi una generale risata. I curiosi, di quanto si passava nel
-cervello e nel cuore del vecchio idolo non sapevano nulla di nulla.
-Erano stati d'accordo in dire che Maurizio aveva un segreto. Quale? ne
-bisbigliarono dieci; poi tacquero; ora finalmente vedevano chiaro; il
-segreto di Maurizio era che gli aveva dato volta il cervello!
-
-E non averci pensato prima! quando si dice!...
-
-Pochi mesi dopo questa catastrofe, lo zio milionario se n'andò _ab
-intestato_ all'altro mondo, senza potersi tirar dietro i milioni che
-non aveva, e che toccarono, per eredità legittima, al nipote.
-
-Il disgraziato Maurizio, a forza di prefiggere a scopo della sua
-vita l'ambizione letteraria, era venuto a disprezzare sinceramente il
-denaro, che vedeva così di rado; trovatosi di botto quasi ricco, sulle
-prime fu sbigottito; poi si ricordò di aver pensato e scritto che il
-denaro fa le gran cose del mondo e gli parve il portinaio del tempio
-della gloria non aspettasse se non la prima manciata di scudi per
-spalancargli l'uscio a due battenti. Tutti gli antichi sogni ambiziosi
-risorsero; pensò il cerchio dei vecchi e dei nuovi ammiratori fatto
-più compatto intorno a sè, ed il proprio disprezzo superbo circondato
-dalla invidia, ed il suo nome portato lontano sulle ali della fama.
-Gli si forniva un'occasione di far chiaro ai nulli carichi d'oro il
-disprezzo, mostrando come del suo proprio oro egli facesse poco conto.
-Comparve nelle brigate, nei caffè, al _club_, nei teatri, nelle sale
-da biliardo. In pochi giorni ebbe amici, ammiratori, scimmie dei suoi
-modi, delle sue vesti, gente che s'informava del suo sarto e della sua
-stiratrice. Di lettere nessuno gli fiatava. Il mondo pensava che il
-meglio di Maurizio fosse il suo borsello.
-
-A poco a poco prese l'abito elegante. Il suo quartierino da scapolo
-fu il ritrovo dei più leggiadri bellimbusti; vi si dissero le più gaie
-maldicenze, vi si sturarono le migliori bottiglie di sciampagna, vi si
-fecero le cose più matte e più di buon gusto. Se la gloria gli rimaneva
-chiusa, la nomea gli ritornava incontro a tiro da quattro.
-
-I milioni di Maurizio divennero proverbiali.
-
-Ma la fama di milionario costa cara, specie se non si hanno i milioni.
-
-Maurizio, sprezzante della sua nuova fortuna, non volle però
-lasciarsela ghermire dallo scialacquo. Egli non diceva più a sè stesso
-l'ingegno esser tutto nel mondo, nè tutto essere il denaro, ma che il
-meglio è il piacere, e che a prolungarlo gli bisognava porre un argine
-alle spese. Lo fece senza curarsi di quanto il mondo avesse a dire
-e con maggior fortuna che non pensasse; nessuno ne malignò; la sua
-riputazione di milionario si trovò essere così solidamente fabbricata,
-che i cenci stessi non l'avrebbero demolita; i suoi nuovi modi
-parvero frutto di balzano umore; la sua parsimonia sazietà. Vero è che
-questa parsimonia era ancora la lauta vita colle sue orgie e coi suoi
-bagliori, e che in fondo aveva solo mutato l'andatura, ma la meta era
-la stessa, la rovina. Di questo però non si dava pensiero; si proponeva
-d'arrestarsi in tempo; dove? quando? non sapeva. Era avido di piaceri;
-pareva volersi stordire da qualche secreto tarlo; anelava ad ebbrezze
-ogni volta nuove; sentiva, soddisfatti, riardere con altro fuoco gli
-stessi desiderii; in fondo era il vuoto ed un indefinito sgomento di
-sè. Lo sbigottiva la vacuità della sua vita, l'avvenire diverso tanto
-da quello che aveva sognato. In tutto il suo stato d'oggi, qual parte
-aveva la propria volontà, qual parte il proprio ingegno, a cui aveva
-tutto immolato? La sua stessa agiatezza gli era uggiosa; portava sulla
-fronte il marchio del sacerdozio fallito; era un disertore che la
-fortuna aveva comprato co' suoi favori.
-
-Un giorno si avvide che invecchiava, e che nel suo cuore era un posto
-vacante per un amor di donna. Qual donna amare? Non importa quale;
-gli bisognava una donna che non si potesse comprare, un affetto che
-non avesse origine dal suo denaro; qualche cosa di veramente suo, ad
-accarezzare il proprio egoismo e la propria superbia. Lasciò le orgie,
-dicendo agli amici essere stanco dei vezzi noleggiati dalle belle, ed
-alle belle esser sazio degli affetti imprestati dagli amici; — le belle
-e gli amici sentenziarono: «Maurizio è colpevole d'innamoramento.»
-
-Non era ancora vero. Alcuni mesi dopo, Serena fece la sua apparizione
-in Milano. Fu un avvenimento. Non parlò più se non della sua bellezza
-sovrumana, del suo lusso, del suo passato, delle sue ricchezze; le si
-diedero in prestito altri milioni, come a Maurizio; le si compose un
-romanzo molto intricato.
-
-Maurizio cercò ed ottenne _la fortuna d'esserle presentato_, e tanto
-s'accostò alla fiamma di quei due occhioni, che vi ritrovò — miracolo
-nuovo — le proprie alucce di poeta, ed uscì in un madrigale che fece il
-giro del mondo elegante in ventiquatt'ore. Allora chi aveva accusato
-Maurizio di innamoramento, lo rimandò assolto, non so con quanta
-logica.
-
-I mille adoratori della nuova divinità, apparsa nell'Olimpo molto
-pagano della ricca borghesia, non badarono nemmeno all'autore del
-madrigale, il quale non dava ombra a chicchessia coll'insistenza
-simmetrica del suo culto e colle quotidiane intercessioni. Il segreto
-di Maurizio stette nell'ombra, immolato sull'altare del segreto di
-Serena.
-
-Costei non rimase lungamente come era apparsa; era vedova, sola, senza
-amanti conosciuti, circondata da vecchi e nuovi tentatori; chi era
-penetrato nel suo tempio, vi aveva visto gli arredi del culto proprio
-d'una divinità ricca e superba; tutto ciò è qualche cosa, poniamo anche
-sia molto; ma non è una _posizione_ chiara e definita. Si discuteva,
-si almanaccava, ma in questo almeno si era d'accordo, che il mistero
-avviluppava tutta la bella figura di Serena, come il fondo nero d'un
-quadro, da cui esce più fascinatrice la superba bellezza d'una venere
-fiamminga. Con questa sola differenza, che la bella incognita aveva
-tutto delle veneri e nulla di fiammingo.
-
-Non si andò fino a darle il carattere di avventuriera, ma si aggiunsero
-colla fantasia i casi più bizzarri al suo romanzo ipotetico; taluno
-più accorto ritirò nello scrigno i milioni concessi al primo apparire
-di lei. Si sa che nel mondo vi ha della brava gente, avara fino allo
-scrupolo dei proprii milioni.
-
-A Maurizio non si pose mente gran fatto. Era suo desiderio vivere
-ignorato da tutti, noto a lei sola, ed alimentare nel proprio segreto
-la nuova fiamma, scaldarsi a quel fuoco insolito, rinascere alla nuova
-vita. Ambizione, gloria, ricchezze, piaceri — vecchio mondo in rovina,
-l'amore — ecco la vera vita, ecco l'avvenire, e gli sorrideva sulle
-labbra di Serena.
-
-Quest'ultima frase non vuol essere presa se non come una figura della
-rettorica innamorata di Maurizio; il vero è che Serena non fu con
-altri tanto severa quanto fu con Maurizio, il quale fra tutti era il
-solo devoto e sincero. Arti di bella capricciosa? Bisognò che Maurizio
-se lo dicesse almeno dieci volte il giorno per non impazzire. Per
-lui non esisteva se non Serena, quel volto candido come l'alabastro,
-quegli occhioni di fuoco, quei capelli nerissimi; scopo della sua vita
-fu giungere al tesoro chiuso in quel magnifico scrigno di donna — al
-cuore.
-
-Quando ebbe la certezza che il magnifico scrigno era vuoto, ch'egli
-aveva affidato ad una vana sembianza tutti i suoi affetti, che quella
-suprema bellezza era da vendere al miglior offerente, che tutto quel
-lusso di forme apparteneva di diritto a chi lo avesse coperto con lusso
-maggiore di vesti e di gioielli, che il proprio amore era sprezzato, la
-nobiltà delle sue intenzioni quasi derisa, fu la fierezza dell'anima il
-medico della profonda ferita del cuore; si armò di disprezzo disposto
-ad entrare coraggiosamente in convalescenza.
-
-Ma il disprezzo, che talvolta è forza, si ritorce di frequente contro
-chi l'adopera; uno che disprezzasse sinceramente tutto quanto lo
-circonda, finirebbe, di necessità, col disprezzare sè stesso.
-
-Uscito dal primo impeto, Maurizio non potè tanto disprezzare Serena che
-non disprezzasse il mondo, nè tanto il mondo, da dimenticare come egli
-ne facesse parte.
-
-Per la prima volta vide nelle veglie tormentose delle sue ultime febbri
-tutto sè stesso, la povertà dei desiderii seminati e la miseria del
-raccolto. Amore, piaceri, ambizioni, ogni cosa fa fatta spregevole
-o vana, e disistimabile tutto e sè stesso nell'immensa disistima del
-mondo.
-
-Ad una di queste lunghe notti nevose era succeduta un'alba povera di
-luce, ed all'alba un mezzodì che pareva un tramonto, quando Maurizio,
-rizzandosi sui gomiti nel tormentoso letto, gettò alle proprie
-sembianze, riflesse da uno specchio, queste parole che gli venivano in
-mente per la prima volta: «stupido! il denaro fa tutto; puoi tu darmi
-un milioncino?»
-
-L'altro non rispose, ed il servitore bussò colla nocca del dito alla
-porta.
-
-Recava una lettera.
-
-Quella lettera diceva così:
-
- «_Signore_,
-
- «Sul punto di lasciare Milano, per non tornarvi forse mai più,
- sento il dovere di rivolgervi una parola di ringraziamento e
- di addio. Non mi importa di ciò che dirà il mondo, ma di quanto
- potrete pensare voi sono gelosa. La proposta sincera che mi avete
- fatto vi dà il diritto di giudicarmi severamente. Fatelo; la mia
- colpa non trovi pietà nel vostro cuore, io lo merito. Ma sappiate
- almeno che sotto la maschera del cinismo e dell'indifferenza era il
- rossore della vergogna, e che il cumulo di menzogne, di cui feci
- pompa con voi, nascondeva un cuore. Non oso stringere la mano che
- mi avete offerto. Siate felice.
-
- «SERENA».
-
-
-
-
-XXI.
-
-IL SECONDO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.
-
-
-Mezz'ora dopo Maurizio attendeva nel leggiadro salotto di Serena, col
-cuore agitato da una febbre più gagliarda di tutte le precedenti, colle
-mani contratte come per forzare la propria impazienza a contenersi.
-
-Era uscito da casa ed aveva fatto la strada senza pensieri, o piuttosto
-con un solo pensiero, che era insieme un delirio: «ella mi ama!»
-
-Tutte le idee si confondevano in quest'una: dubbii, ansie, paure,
-affannose notti, più nulla, nebbia ogni cosa; egli aveva l'occhio ad un
-raggio di sole: «ella mi ama!»
-
-Pensava egli a quanto stava per fare, a ciò che stava per dire? Che
-importava? Si sentiva più grande degli avvenimenti, gigante quanto era
-il fascino di queste parole: «ella mi ama!»
-
-Serena si fe' molto aspettare.
-
-Quando apparve nel vano della porta, come una cara visione lungamente
-evocata, Maurizio mandò un piccolo grido e fece un passo incontro ad
-essa; ma la bella volse il capo a sbarazzare lo strascico della serica
-veste, che si era molto opportunamente impigliata nello stretto passo,
-e Maurizio si sentì inchiodato al suolo.
-
-Nel sorriso, nella fredda e cerimoniosa disinvoltura di Serena, non era
-proprio nulla della donna innamorata; invano, su quel pallido volto
-incantevolmente bello, Maurizio si adoperava a leggere una sillaba
-di ciò che aveva creduto di leggere nella preziosa lettera... proprio
-nulla!
-
-Serena fe' cenno al visitatore di sedere, e sedette ella stessa.
-Maurizio si lasciò cadere sopra uno dei seggioloni azzurri a frange
-d'oro, senza poter profferire parola e non distaccando gli occhi dalla
-bella indolente.
-
-— Vi ho scritto, fu la prima a dire Serena.
-
-— E per questo io sono qui, rispose Maurizio con voce commossa. Se
-quanto siete bella, voi siete generosa, dovete abbreviare la tortura
-che provo, promettermi d'esser schietta come sono io.
-
-— Non vi comprendo, rispose freddamente Serena.
-
-— Mi comprendete; lo leggo nel vostro cuore che mi comprendete;
-promettetemi di essere sincera.
-
-— Prometto, disse Serena con lieve atto dispettoso; non abuserete,
-immagino, della fiducia che ho riposto in voi e della volontaria
-parte di rea da me scelta, per farmi un interrogatorio. Volete essere
-mio giudice? Ve ne ho concesso il diritto, aspettate però che io sia
-lontana.
-
-— Voglio essere il mio giudice, riprese a dire Maurizio con un accento
-pacato e grave che dava solennità alle sue parole, e socchiudendo gli
-occhi profondi, come per nasconderne il lampo: voglio essere il mio
-giudice; mi sta dinanzi agli occhi un superbo fantasma, ho fatto un
-sogno audace; se vero è quel sogno, voi mi amate.
-
-Serena, sorrise in singolare maniera, e rispose scherzosamente:
-«Svegliatevi.»
-
-— Non ancora, soggiunse Maurizio trattenendo invano l'impeto della
-passione; non ancora. Non prima d'avervi detto che il vostro amore
-mi è necessario, che è il mio delirio, tutta la mia vita. Non prima
-d'avervi detto che le cento ambizioni meschine per cui è passato il mio
-cuore hanno ora fatto una grande ambizione: essere amato da voi; che
-l'amor vostro sarebbe ad un tempo una pietà, che nessuno potrete mai
-rendere tanto felice con una parola quanto me. Ora dite, ho io sognato
-scioccamente, od è vero che mi amate?
-
-«Svegliatevi» ripetè Serena collo stesso accento, collo stesso atto,
-collo stesso sorriso.
-
-E siccome Maurizio la guardava fisso in volto tentando di cogliere
-nelle sembianze di lei una mentita alle parole, soggiunse:
-
-— Vi ho dato la mia stima, vi ho dato la mia fiducia, e sono cose
-che vengono dal cuore; potrei darvi un effimero affetto, e sarebbe
-capriccio, dire d'amarvi e sarebbe menzogna. Uscite dal vostro inganno.
-Risalendo il mio passato non trovo per gran tratto di via una parola
-schietta come la vostra, un'offerta generosa come la vostra, un cuore
-più nobile del vostro — ecco perchè mi duole d'essere da voi creduta
-più trista di quello che sono — ed ecco perchè vi ho scritto. Mi
-sentivo disprezzata e volevo essere rammentata senza maggior disprezzo
-domani... Non credevo di rivedervi...
-
-— Sentite, interruppe Maurizio pigliando con audacia lontanissima dalla
-impertinenza la mano della bella, io ho gli anni in cui le passioni
-sono fatali, e nondimeno mi rimarrebbe tanta forza da soffocarle se
-le credessi ignobili: sentite, io non chieggo del vostro passato, io
-non voglio guardare in un tempo che non mi appartiene; qualunque sia
-la colpa da cui siete uscita così bella e così forte, io so già che è
-una sciagura. Ebbene, sappiatelo; ho anch'io una colpa, e la nascondo
-anch'io invano a me stesso; accettate di divenire mia moglie, farete
-una generosa azione, e mi aiuterete ad espiare e riparare il passato.
-Devo dire di più?
-
-— No, ve ne scongiuro.
-
-Serena non disse altro, pareva le mancassero le parole ad una folla
-d'idee e di sentimenti.
-
-Maurizio approfittò di quell'istante di debolezza e soggiunse:
-
-— Non sono ricco, lo sapete, pure mi rimane tanto da vivere in
-un'onesta oscurità; non mi dite che vi piace il lusso, che amate
-la pompa e gli agi d'una splendida esistenza; ho potuto crederlo un
-istante, ma oggi non la crederei.
-
-— Avreste torto, osservò Serena ritrovando un'uscita al suo imbarazzo.
-
-Maurizio non l'udì.
-
-— Andremo lungi da Milano, andremo dove vorrete, il mondo è vasto ed
-offre mille nascondigli alla vera felicità; ne cercheremo uno insieme.
-
-Dicendo queste parole, il volto severo di Maurizio brillava di una
-luce insolita, e la voce gli tremava come per affanno. Serena rimaneva
-impassibile; od almeno se ne dava l'aria.
-
-— È inutile, diss'ella, questa bella cornice non si adatta a me; vi
-pare che, se anche potessi accettare di divenir vostra, l'ombra mi
-accontenterebbe? Mi crediate o no, io amo la luce, tutti mi dicono che
-sono bella, ed a forza di sentirlo dire mi piace crederlo; finchè ciò
-dura bisogna metterlo in mostra; è la mia parte.
-
-— Cessate, interruppe Maurizio con dolcezza pietosa, cessate; io vi
-leggo in cuore che non sentite una parola di quanto dite per guarirmi.
-Non sono un ammalato che risani; finchè durerà la mia speranza sarò
-un audace sognatore, se risvegliandomi non sarò nelle vostre braccia,
-impazzirò.
-
-Serena si rizzò in piedi e guardò intorno a sè come sgomentata, poi si
-fece presso a Maurizio col volto in fiamme.
-
-— È vero, sì, è vero, io vi ho ingannato, io vi amo!
-
-E gettandogli senza ritegno le braccia al collo, ruppe in un singhiozzo
-le ultime parole.
-
-Quell'atto fu così repentino, che Maurizio rimase un istante
-trasognato. Uscendo dal suo torpore, sentendosi fra le braccia il
-bel corpo di Serena, e sul volto l'alito della sua bocca ed i ricci
-dei suoi capelli, e sul cuore il martellare affrettato di quel cuore
-rimasto fino allora un mistero, diè un grido.
-
-— Oh! ch'io non impazzisca ora per l'immensa gioia!
-
-— Tacete, per pietà; tacete! mormorò la bella, e chiuse colla mano
-tremante la bocca di Maurizio.
-
-In quell'atto, in quella sconfinata ebbrezza dei sensi, Maurizio non si
-sentiva più uomo; nascose il capo nell'onda dei ricci della bella, ne
-baciò le labbra, le guance, la fronte, e tacque. Quanta parte pigliava
-Serena a quella muta frenesia?
-
-A poco a poco l'ansia del suo petto si quetò, cessò l'affanno, e fu
-essa la prima a sciogliersi dolcemente da quell'amplesso.
-
-— Se voi mi amate, mormorò Maurizio prolungando quanto poteva la sua
-felicità, se voi mi amate siate mia.
-
-Serena non rispose, allontanò per l'ultima volta la mano che le cingeva
-il corpo e riuscì a sedersi sopra un seggiolone. Aveva ripreso tutto
-l'imperio di sè medesima, era ancora la bella indolente di prima.
-Quanto a Maurizio, nell'atto d'uno a cui sia stato tolto dalle mani un
-tesoro, la guardava con occhi sbigottiti, avendo l'aria di non credere
-alla sua felicità di poc'anzi.
-
-— Siate mia, insistette Maurizio facendosi più presso: ho guardato
-nel mio avvenire ed ho visto che non mi riserba altra felicità se non
-l'amarvi; siate voi dunque tutto il mio avvenire, siate mia.
-
-Maurizio nel dire queste parole aveva riguadagnato un po' della sua
-consueta fermezza; pregava, ma come un superbo.
-
-— Sono vostra, rispose Serena con semplicità; la parola che mi è uscita
-dal labbro mi fa vostra. Le donne mie pari quando hanno detto di amare
-sono fortezze smantellate; l'amore è la parola d'ordine. Sono vostra...
-
-Quelle parole trattennero Maurizio, il quale sulle prime aveva
-dato loro un altro significato. Ciò che ora comprendeva era tanto
-inverisimile, che stentava a darvi fede. Nulla rispose, ma l'atto
-quasi pauroso con cui si ritrasse, ed il fiero modo con cui sollevò la
-fronte, dissero chiaro il suo pensiero.
-
-Serena lo guardava senza sbigottimento.
-
-— Mi avete detto di stimarmi, prese poi a dire Maurizio con voce grave,
-mi avete ingannato. Io non sono venuto per farvi ingiuria; è un'altra
-maniera d'amore quella che vi chieggo.
-
-— Non ne ho altra, rispose Serena.
-
-Maurizio non udì.
-
-— Non parlo alla donna che ha l'incenso di tutti, parlo a quella che
-ha il mio cuore. Il passato qualunque sia non è cosa mia; non voglio
-di voi altro che voi sola! A me basta sapermi amato e sapervi moglie
-virtuosa. Non potete voi divenirlo?
-
-— Non posso, rispose Serena senza esitare, non posso. La colpa è la mia
-sorte, la porto meco, non mi abbandona, non può abbandonarmi mai... nè
-con voi, nè con altri...
-
-— Mi basta, mormorò Maurizio, mi basta.
-
-Ma non era vero; non gli poteva bastare; lottava dentro di sè tra la
-superbia e l'amore, e si guardava intorno con occhio smarrito.
-
-Serena vide quello sguardo e n'ebbe paura, e fu di nuovo in piedi d'un
-balzo, ma invece di farsi presso a Maurizio, rimase immobile, severa,
-quasi minacciosa, cogli occhi fissi all'uscio della sua camera.
-
-Maurizio si volse, e vide nella stessa cornice, dove poc'anzi gli era
-apparsa la soave figura di Serena, un uomo tozzo, una faccia spartita
-per metà dal sorriso d'una bocca enorme, due occhioni da coniglio sotto
-una piccola fronte, e tutto ciò in atto tra l'umile ed il beffardo.
-
-Allo sguardo di Serena il banchiere Redi si ripiegò sopra sè stesso e
-scomparve; e Maurizio, a cui l'ingrata apparizione apriva gli occhi,
-non seppe resistere al primo istinto della propria superbia, s'inchinò
-lievemente e fece atto di uscire.
-
-Non aveva mosso un passo, e già era pentito, e voleva rimanere;
-ma Serena non fe' cenno, non disse parola per trattenerlo, ed
-il disgraziato si trovò fuori dell'uscio senza avvedersi che gli
-sanguinava il cuore.
-
-Questa volta Serena non pianse, non uscì in singhiozzi, ma rimase in
-piedi immobile gran tratto dopo che Maurizio fu lontano.
-
-Quando si risovvenne del banchiere Redi, entrò nella propria camera che
-trovò deserta; il prudente milionario se n'era andato.
-
-Ma aveva lasciato di sè il profumo, un irresistibile olezzo di
-bergamotto che doveva guidare la fantasia più ritrosa dietro i suoi
-passi. Forse per resistere più coraggiosamente alla tentazione, Serena
-ritornò nel salotto e sedette dove sedeva poc'anzi, e fissò l'occhio
-dove poc'anzi era Maurizio, e così rimase a lungo.
-
-Fu tolta, o piuttosto non fu tolta, ai suoi pensieri, da un servitore
-che recava un bigliettino olezzante di mammola. Serena riconobbe
-l'essenza favorita del vago luogotenente delle guide, e si lasciò
-cadere di mano il pistolotto senza degnarlo d'uno sguardo.
-
-Così passava il tempo; già la luce invernale incominciava ad
-affievolirsi; a poco a poco si abbrunarono successivamente le quattro
-virtù delle pareti, i ninnoli di bronzo ed i mobili di palissandro,
-poi l'azzurro delle stoffe e le dorature, e da ultimo non rimasero di
-quell'allegra comitiva di colori, altro che i bianchi amorini di stucco
-appesi alla vôlta a ghirlande della propria natura.
-
-Serena fantasticava sempre, fissando la candida boccia d'una lampada;
-e solo quando l'ebbe perduta di vista, perchè l'ultimo tizzo si spense
-nel caminetto, solo allora si avvide dell'oscurità e del freddo.
-
-Chiamò; due minuti dopo tutti i colori, che si erano sottratti ad uno
-ad uno e come di nascosto, riapparvero in frotta a far festa al lame
-giocondo della lampada ed alle fiammate allegre del focolare.
-
-Ecco: le frange d'oro dei mobili e gli stipiti dorati si rimandano
-i riflessi, ogni spigolo sfoggia la sua pennellata di splendore,
-le quattro virtù sembrano sorridere agli amorini, e gli amorini
-ricominciano più allegramente che mai le loro tentazioni sul capo delle
-quattro virtù.
-
-È il buon momento.
-
-Il cugino Ferdinando, l'amabile luogotenente delle guide, domanda
-d'esser ricevuto.
-
-La bella pensosa rialza il capo e fa un cenno sbadato che si può
-tradurre: «venga.»
-
-E l'amabile luogotenente viene, colle gambe sparate, colla sciabola
-sotto il braccio, come un eroe che muove alla conquista. Deh! se la
-vittoria ha un minuzzolo di cervello non tardi a buttarglisi nelle
-braccia.
-
-
-
-
-XXII.
-
-IL LUOGOTENENTE DELLE GUIDE TORNA ALLA CARICA.
-
-
-Cuginetta, disse l'azzurro cavaliere, sono stato più volte al punto
-di credermi meno fortunato; dentro di me qualche cosa scommetteva che
-non mi avreste ricevuto. Il cuore ha vinto la posta; lasciate che vi
-ringrazi.
-
-— Di che? rispose Serena, volgendo appena il capo dalla parte del nuovo
-venuto, senza però staccare gli occhi da un punto fisso che non era
-nella sala.
-
-— Di aver aderito alla mia preghiera.
-
-— Quale preghiera?
-
-Il luogotenente parve sbigottito da quella ostinata distrazione.
-
-— Non avete ricevuta la mia lettera?
-
-— Mi pare di sì, ma non ho avuto tempo di leggerla.
-
-E si volse senza affettazione; in aria di sincero pentimento, ricercò
-e mostrò sulla tavola, ancora intatta, l'odorosa missiva del galante
-guerriero; l'aspetto del quale è intraducibile colla penna; quello
-stentato sorriso, quella violenta contrazione dei muscoli della faccia
-per non fare il broncio, e quel dimenarsi per non parere sgominato, gli
-davano un'aria burlesca di vittima niente affatto rassegnata.
-
-— Vi domando scusa, disse Serena ridendo forte, come se non potesse
-resistere all'impeto del suo umore giocondo; mi direte voi stesso che
-cosa contiene questa lettera, caro cugino.
-
-Il cugino Ferdinando aveva perduta la testa, ed infilò due spropositi
-uno in coda all'altro. Il primo sproposito fu di non far eco alla
-gaia risata della bella, il secondo di rispondere pregando la bella di
-leggere ora il suo biglietto.
-
-Il lettore avveduto non ha bisogno che gli si dica quanto magra figura
-faccia un innamorato, il quale assiste alla lettura della propria
-_dichiarazione d'amore_. Ma era proprio un innamorato, il luogotenente
-delle Guide? Questo non è certo, quanto è certo è che la sua lettera
-era una dichiarazione profumata, a bruciapelo.
-
-Serena si arrese all'invito con molta grazia, spiegò la lettera, ne
-fiutò il profumo con un atto di lieve beffa, e lesse a voce alta,
-facendo scherzosamente tutte le fermate delle virgole e dei punti.
-Quell'omaggio all'ortografia del luogotenente fu ricevuto male, perchè,
-invece di esserne lusingato, il guerriero continuò a dimenarsi sulla
-seggiola non sapendo come tenersi.
-
-Finita la lettura, la bella depose sbadatamente la missiva dove l'aveva
-presa e si rivolse al cugino:
-
-— Dunque voi mi amate? Ne siete sicuro?
-
-Il luogotenente, a sentire enunciato il suo tema, fece uno sforzo
-coraggioso per non darsi l'aria d'uno scolaretto, ed incominciò
-l'amplificazione così:
-
-— Credetelo, cugina, ve ne prego. So tutte le idee che possono venirvi
-in mente, so che il passato sta contro di me per quella volgare
-opinione che non si ama due volte la stessa persona; potrei dirvi che
-non ho mai cessato di amarvi, ma sarò schietto; è vero, io ho potuto
-cessare d'amarvi; non so come, non so perchè; ed ora vi amo più della
-prima volta. Ho ritrovato in voi tutta la vostra bellezza che mi
-accese, e per giunta un fascino nuovo che m'incatena.
-
-Il linguaggio del luogotenente era divenuto a poco a poco sicuro e
-determinato.
-
-Serena lo lasciò dire senza interromperlo.
-
-— Siete bella come non foste mai, tutti vi adorano, ed io sono geloso.
-Non voglio mascherare i miei sentimenti, attribuiteli voi a voi stessa,
-non a merito mio; ma se la schiettezza merita un premio, siate schietta
-anche voi con me, ditemi se vi pare proprio che non possiate amarmi
-mai.
-
-— Mi pare proprio, rispose Serena.
-
-Il cugino insisteva collo sguardo.
-
-— Vi comprendo, disse la bella, con un leggiadro sorriso; voi stesso
-vi fate illusione sui vostri sentimenti; non volete ingannarmi perchè
-siete schietto e generoso, ma vi ingannate, perchè nessun uomo è
-padrone d'essere schietto e generoso con sè stesso. Credete di amarmi
-per le mie nuove bellezze, per un mio fascino nuovo; se poteste leggere
-dentro di voi come io vi leggo, vedreste che in me non amate più la
-donna, ma la cortigiana in voga.
-
-— Cugina... disse l'uffiziale accostandosi.
-
-— Cugino... ribattè la bella, fredda, ma senza collera, il vostro amore
-è un'impertinenza.
-
-Il disgraziato amatore ammutolì.
-
-— Domani lascio Milano, proseguì Serena, ridiventando la creatura
-indolente di prima.
-
-— È dunque vero?
-
-— Lo sapete?
-
-— Si diceva al caffè; non ho voluto credere, e per questo vi ho scritto
-e sono venuto.
-
-— E si diceva dove mi recherò?
-
-— A Parigi.
-
-— Sono meglio informati di me, perchè io stessa non lo so ancora. Non
-si diceva altro?
-
-— Null'altro. Ebbene, vi scongiuro...
-
-— Cugino, ci rimettete uno scongiuro; è deciso che io parta.
-
-— Sola?
-
-— No.
-
-— E l'uomo che vi accompagna, lo amate?
-
-Serena si strinse nelle spalle e non rispose.
-
-— Sentite, riprese a dire il luogotenente dopo un breve ed affannoso
-silenzio; se una cosa vera è mai uscita dalle mie labbra, ve lo giuro
-sul mio onore, è questa, ch'io vi amo. Non vogliate vendicarvi di
-me, oppure vendicatevi meglio, ridatemi avaramente una bricciola del
-passato, ridatemi...
-
-— Io non mi do, interruppe Serena con tono indifferente, mi vendo.
-
-— E il vostro compratore? rispose incollerito il cugino.
-
-— Mi paga cara, e potrebbe comprare dieci mie pari; non vi fu detto il
-suo nome al caffè?
-
-— Non mi fu detto, ma ora l'indovino; il banchiere Redi.
-
-Serena non rispose.
-
-— Lo ucciderò, disse il guerriero, mettendo il pugno sull'elsa della
-sciabola.
-
-— Un milionario non si lascia uccidere; e poi, ucciso uno se ne trova
-un altro; non vorrete uccidere tutti i milionari, immagino. Cugino
-Ferdinando, ridiventate uomo di spirito, come siete sempre stato fino a
-questo momento.
-
-E la bella, senza muoversi dall'indolente positura, fece un cenno di
-commiato al galante guerriero e sonò un campanello.
-
-Un pezzo di servitore alto sei piedi apparve nel vano dell'uscio. Di
-mala voglia il luogotenente si rizzò, fece un lieve inchino, uscì.
-
-E la bella continuò a fissare lungamente un punto immobile, che non era
-nel suo salotto.
-
-Il domani Serena era partita. Appena la novella si sparse per la città,
-i frequentatori del caffè e del circolo tennero adunanza e discussero
-_a posteriori_ tutti i segni infallibili che avevano annunziato
-la catastrofe. E che fosse una catastrofe non fu posto menomamente
-in dubbio dagli adoratori, i quali spiegavano così la fortuna del
-banchiere a danno delle loro legittime speranze. Del resto tutti si
-consolavano e ricevevano consolazioni a vicenda, col riso e l'arguzia
-sulle labbra. Rimaneva un paio d'inconsolabili, i quali, ciascuno per
-proprio conto, si erano vantati che la bella ritrosa non avesse saputo
-resistere alle loro seduzioni; ma costoro non furono visti al circolo
-nè al caffè.
-
-In fondo la fuga (s'era finito coll'accettare questa espressione),
-la fuga di Serena col banchiere Redi fu una vera fortuna. Gli echi
-del caffè e del circolo non udirono mai tanti motteggi, e gli specchi
-dovettero credersi disoccupati, non avendo più a riflettere alcuno
-sbadiglio.
-
-Quanto a Maurizio la notizia gli venne solo a tardo mattino. Nella
-notte il disgraziato aveva fatto pazzi sogni ad occhi aperti. Per
-la prima volta, dacchè il cuore aveva preso la mano alla fantasia
-ambiziosa, il senso prese la mano al cuore. «Quella donna, quel
-miracolo di forme, poteva esser sua!»
-
-Quando spuntava l'alba egli diceva a sè stesso che gli bisognava
-ritornare da Serena prima che partisse, trattenerla o seguirla,
-stringersela al cuore, e dimenticare in quello spasimo dolce ogni altro
-spasimo.
-
-
-
-
-XXIII.
-
-SERENA A MAURIZIO.
-
-
-«Parto, reco altrove la mia vergogna, senza rammarico, senza dolore,
-senza gioia; non mi importa dove, purchè sia lontano.
-
-«Non ritornerò forse, non vi rivedrò forse mai più; queste parole sono
-il testamento che mi separa da tutto ciò che ho amato. Mi spinge a
-scrivervi non una vanitosa compiacenza od una fantasia melanconica di
-donna colpevole; ma un bisogno, un dovere. L'offerta che mi avete fatto
-vi dà ogni diritto sopra di me; ora che io non potrò più arrossire in
-faccia a voi, sappiate tutto il vero.
-
-«Non potevo esser vostra nè d'altri; nella terribile vedovanza che mi
-sono fatta intorno al cuore, mi rimane il primo vincolo, mio marito! Ho
-ucciso tatti i miei affetti, tutte le mie gioie, tutto il mio avvenire
-con una colpa sola, ma è sopravvissuta la colpa, implacabile, continua.
-Io non sono vedova.
-
-«È la sorte di molte, è la storia d'ogni giorno.
-
-«Se vi dicessi che l'uomo a cui fui sposa io lo amava, che egli mi
-amava e che un istante di dimenticanza mi tolse alla casa mia, all'uomo
-mio, agli affetti miei, per restituirmi più tardi al pubblico corrotto,
-non ancora corrotta io stessa al pari del pubblico; se vi dicessi che
-la _passione_ da cui venni tolta alla famiglia, divenuta sazietà, mi
-respinse colla fredda ingiuria e mi lasciò sola, vi direi la storia di
-mille.
-
-«Ad ogni sole che tramonta si offusca insieme la pace d'una famiglia;
-ogni alba nuova saluta il primo ghigno di una cortigiana.
-
-«Leggetemi in cuore. Vi hanno momenti della mia triste vita in cui
-rivedo una casicciuola in fondo ad una viuzza di Modena, ed in quella
-casa il cumulo dei miei sogni di fanciulla, ed i nuovi sogni di sposa,
-e la felicità di avere una famiglia mia, d'essere come il primo anello
-d'un mondo fatto per me, ed un sorriso sereno in premio della mia
-gioia, e la mia gaia e spensierata natura di donna riflessa in un
-maschio volto d'uomo occupato nei suoi studii, ma buono, affettuoso,
-pieno di fiducia, fatto cieco dalla sua stima; Quella casa serena io
-l'ho fuggita, quel volto sereno io l'ho oscurato per sempre, per me
-quell'anima mite maledice la esistenza, e quell'intelletto che viveva
-di due amori, della scienza e della famiglia, ora... E tutto ciò
-per una creatura fatua, insipida, volgare, che, coll'arditezza e con
-quattro freddure imparate a memoria, trionfò della mia virtù.
-
-«Rinsavita, più pel nuovo senno del mio innamorato che per proprio
-mio senno, mi rimaneva una sola via aperta — scendere ad uno ad uno i
-gradini che menano alla colpa.
-
-«Feci scrivere a colui che mi fu padre; mi fece rispondere «la mia
-dote restituitagli da mio marito essere a mia disposizione presso il
-banchiere Redi; vivessi di quella non ignominiosamente, _se mi era
-possibile_». Nulla più. _Non mi era possibile._ Rientrare nel mondo
-come una pentita, rinnovare la mia riputazione, non far parlare di me
-la gente maligna; tutto ciò era possibile; ridivenire onesta, no. La
-mia anima ebbe una singolare fierezza e non volle ricomprare con un
-facile pentimento l'impunità della mia colpa. Uscita dal santuario
-della mia casa, io doveva avvoltolarmi nel fango; era la sola
-riparazione possibile; — onesta moglie o cortigiana pubblica — non è
-via di mezzo per chi, oltre all'anima corrotta ed al corpo contaminato,
-non vuol mascherarsi coll'ipocrisia. Volli essere spregievole, poichè
-avevo cessato d'essere stimabile.
-
-«Le porte della mia casa erano chiuse dietro di me, e mio padre non mi
-chiamava più figlia; cento altre braccia si aprivano per accogliermi
-nella caduta.
-
-«Volli stordirmi; mi concessi il lusso, le feste, le adorazioni;
-accettai la mia parte quale io me l'era fatta; disprezzai me stessa per
-arrivare più presto e più forte allo sprezzo del mondo.
-
-« — Fa di venderti caro, mi ripeteva la mia nuova saggezza e sarai
-onorata. Gli uomini ingiuriano i piccoli mercati, applaudono ai grandi;
-inflessibile colla colpa coperta di cenci, si piegano in arco quando
-passa la colpa coperta di velluto. — Mi parai di gioielli falsi e di
-velluti e scesi al mercato. Ecco, ora ho i gioielli veri!
-
-«Disprezzatemi, siate più forte di chi mi ingiuria e si strugge dal
-desiderio o dall'invidia, abbiate in cuore ciò che i meschini hanno sul
-labbro — disprezzatemi.
-
-«È la mia pena e la invoco.
-
-«Ma non siate ingiusto; non mi fate carico di aver preferito
-all'affetto vostro le ricchezze d'un uomo che mi è odioso. Dite
-piuttosto a voi stesso che ho scelto la colpa che contamina la persona
-meglio di quella che fa battere il cuore, che volli rimaner cortigiana
-anzi che amante di un uomo amato; e che questo è il mio volontario
-supplizio. Ogni altra espiazione mi è negata; amarvi, essere vostra e
-felice del vostro amore, mi parve maggiore ingiuria all'uomo tradito.
-
-«Non dico di più; non gioverebbe a nulla. Disprezzatemi solo quanto io
-mi disprezzo e vi basterà a cancellare interamente dal petto il tristo
-amore d'una sciagurata.
-
- «SERENA».
-
-
-
-
-XXIV.
-
-CIÒ CHE RIMANE A MAURIZIO.
-
-
-Il suo amore! pensò Maurizio; ambizioso sentimentalismo di cortigiana,
-ipocrisia di un cuore di donna che batte fra le braccia di un
-compratore!»
-
-Stette lungamente immobile, come istupidito, cogli occhi fissi in quei
-caratteri che andava rileggendo a spizzico senza più comprenderne il
-significato.
-
-Gli passavano in mente, in folla disordinata, mille fantasie; vedeva
-quella donna in cento aspetti, se la immaginava in viaggio, entro la
-carrozza, all'albergo, al braccio del banchiere, ora con un triste
-sorriso sulle labbra, ora colla fronte annuvolata, carezzevole e
-dispettosa, innamorata e cortigiana, pensosa e beffarda. Questa folla
-pazza di fantasmi si avviava tutta per una strada, dietro la fuggitiva,
-e passava innanzi a lui lasciandolo solo nel mezzo del cammino, a
-ghignare in silenzio, senza nemmeno volgere il capo per accompagnarli
-un tratto di via. Quelle ombre passavano, si riflettevano un istante
-sopra di lui, che se ne stava immobile e non ne serbava alcuna
-traccia: pareva che tutti quei pensieri fossero gente frettolosa e
-gli domandassero la via per cui Serena era passata, e che il suo cuore
-dovesse rispondere: «per di qua» — ma la sua mente era altrove.
-
-Quella donna che fuggiva, quella bellezza di forme che si cancellava
-nello spazio, non era più se non una visione; il suo disgraziato amore
-una leggenda. Egli si sentiva la forza di strapparsi dal petto ogni
-sentimento estraneo; ritrovava sè stesso; il suo orgoglio medicava con
-sinistra pietà la sua ferita.
-
-E pensava... A che pensava egli?
-
-Tutte le belle fantasime giovanili gli riapparivano colla beffa sul
-labbro; le meditate opere del suo ingegno, le vergini collere e le
-ardenze dei primi anni avevano il ghigno della parodia: più oltre erano
-le sospirose miserie allietate da un inno e le gagliarde fami contente
-ad un pane e ad una strofa, e più oltre... Più oltre i vent'anni, la
-balda e ridente stagione della vita... E nondimeno egli ne rifuggiva,
-ritornava indietro, rifaceva il suo cammino fino ad arrivare
-all'amarezza dell'oggi; allora fissava l'occhio più intento, e lo
-spalancava vie più, e dallo sguardo immoto gli balenava una tetra luce.
-
-E pensava... A che pensava egli?
-
-Alla sua credulità beffata dallo esperimento degli uomini, all'intatta
-fede d'una volta ed allo scetticismo datogli dalla pratica del mondo.
-
-E forse, pigliando le parti del volgo — volgo oramai egli stesso —
-contro le proprie utopie generose, si diceva che tutte le sue ambizioni
-erano stolte, tutte le sue speranze sciocche, ridevole ogni sua
-chimera; e che l'aver voluto attendere dallo ingegno e dal cuore altra
-moneta da quella dell'elemosina era la massima ingenuità. E che in fin
-dei conti il mondo è un mercato, e che se ci vai con una moneta che
-nessuno conosce, dovrai spenderla per vilissima, e chiamarti fortunato
-se non ti si lasci morire di fame. L'ingegno! Tutti ne hanno!...
-Ma tu parli del tuo proprio che vale di più... E quanto vale? E chi
-ti dice se più valga lo appaiare due endecasillabi ed il mettere in
-prosa elegante ciò che ti frulla per il capo, ovvero la speculazione
-profetica che ha l'occhio al rialzo ed al ribasso, e la dotta fiducia
-che accetta allo sconto una cambiale? E che fan di buono le tue strofe
-e la tua prosa, quando non fanno del marcio? E poi, via, perchè questa
-sorta d'ingegno, letterario od artistico, pretende di andare innanzi
-all'altro? A condurre con garbo un negozio, a stringere i nodi della
-borsa quando è il momento buono, si richiede uno squisito acume
-d'intelletto; a fare che la lira, invece d'un soldo, ne renda due,
-occorre un'arte greca sopraffina. Tu te la intendi benissimo coi numeri
-del verso, ma io me la rifaccio coi numeri dell'abbaco; invertiamo le
-parti e ti farò ridere, e mi farai ridere; ma io riderò più forte ed
-il coro farà eco al mio buon umore. Non è così grand'uomo che non sia
-più piccolo del suo portinaio, a sentire il portinaio. «Egli fa libri,
-sapesse così fare i conti di casa sua!» «Codesti signori eruditi non
-capiscono nulla; hanno il capo nelle nuvole, fossi io nei suoi panni,
-questo vorrei fare! o questo! o questo!... un po' di buon senso come ce
-lo dà la madre natura vale meglio di tutti i genii dell'universo!»
-
-Conclusione: non è uomo più corto dell'uomo di genio. Invece se tu
-entri nel mondo col borsello ripieno, ti basterà mostrarlo perchè ti
-si apra ogni rupe; avrai servitori e clienti che ti faranno codazzo,
-attratti dalla musica dei tuoi scudi; se distribuisci le mancie,
-meglio, ma non occorre nemmeno; ti fuggiranno i parassiti, ma ti
-rimarrà la immensa maggioranza, la quale se ne sta contenta a sapere
-che, se tu volessi, potresti comprare tutte le loro virtù insieme;
-non vuoi, ma è tutt'uno, un milionario è come una cassa forte, e dà
-lo stesso religioso stupore: non importa che sia chiusa con mille
-congegni, e non ne esca uno spicciolo, e sia a prova di incendio e di
-lagrime.
-
-Accuserai tu il prossimo tuo perchè non ammira abbastanza il tuo
-ingegno, o la tua prodezza, o la tua virtù, quando il mondo è pieno di
-falsi prodi, di ipocriti e di cerretani? Sii schietto: la sola cosa
-schietta è il denaro; lo conti e sai il fatto tuo; hai mille lire in
-tasca e le mostri al tuo vicino; se il tuo vicino frugando in tutte le
-sue tasche non vi trova una lira, dirà nel segreto del suo cuore che tu
-vali novecentonovantanove volte più di lui.
-
-Questo pensava Maurizio. Due giorni dopo egli aveva speso il rimanente
-del suo patrimonio nell'acquistare azioni di una certa impresa
-umanitaria, che prometteva dividendi del trentacinque per cento.
-
-A calcoli fatti, rivendendo le azioni quando fossero raddoppiate di
-valore, comprandone altre alla pari in una nuova impresa, e così di
-seguito, un soffio di fortuna ed un paio d'annetti dovevano bastare a
-dare a Maurizio il fatato milioncino.
-
-
-
-
-XXV.
-
-DONNINA AD OGNISSANTI.
-
-
-«Vedi tu chi mi sta dietro le spalle minacciando di non andar via
-prima ch'io non abbia incominciato a scriverti? Gli ho pur detto che se
-rimane non ne faccio nulla, ma egli ride e non si muove.
-
-«Questa volta ride più forte e se ne va... se n'è andato — ottimo
-maestro Ciro, ottimo babbo!
-
-«Ti volevo scrivere ieri, appena letta la tua lettera, e mi pareva di
-non poter tanto affrettare da tener dietro all'immenso desiderio che
-avevo di consolarti. Ma ero io stessa così mesta, e le tue parole ed
-i casi tuoi mi avevano tanto conturbata, che sarei riuscita a fare il
-contrario del mio proposito ed a rattristarti peggio. Per quanto mi
-dovesse costare, meglio che mandarti il mio improvviso di lagrime, ho
-preferito dormirci su una notte e scriverti i pensieri del mattino, che
-sono i più sereni.
-
-«Ora sono lieta e soddisfatta di me; e penso che se avessi ceduto a
-quell'impeto melanconico, non solamente ti avrei afflitto, ma ingannato
-anche, e mi avresti creduta dolente mentre io non sono stata mai
-allegra e felice tanto. Perchè, vedi, a forza di pensare a tutte le
-improvvise melanconie che mi assalsero nel leggere le tue parole, non
-me n'è rimasta nemmeno una, e non è più uno sgomento, dei tanti d'ieri
-sera, di cui ora non mi senta in vena di sorridere.
-
-«Io so pure che ti parrò pazzerella, ma poichè tale pazzia non fa male
-e l'attingo in una sconfinata fiducia nel tuo avvenire, nel nostro,
-mi pare che non vi sia grave danno. Non ti venga in mente che io non
-comprenda quanto tu devi aver sofferto per tutti quegli schianti del
-cuore. Tutto io m'immagino: la tua generosa fierezza ribelle alla
-servilità fino a pigliar sembianze d'ingratitudine, e lo scrupolo del
-volermi bene così intenso da parerti per ogni nonnulla di meritare che
-io te ne volessi più; ho come costretto il mio cuore a picchiar qua
-dentro alla maniera del tuo, e so quanto devi aver patito. Ma so pure,
-se vero è che tu mi vuoi bene, ed è verissimo, che io ho il rimedio
-pronto; mi basterà dirti che la nostra sorte, qualunque essa sia, non
-potrà mutare il cuore di due poveretti che si chiamavano Ognissanti e
-Donnina, per ridonarti il tuo sorriso giocondo di allora.
-
-«Che tu sia un medico, un sapiente, non fa proprio nulla. Nel nostro
-patto era compreso l'avvenire, ed io sapeva già che saresti divenuto
-qualche cosa di grosso. Non fosti forse tu a trovar il trifoglio dalle
-quattro foglie? Lo vendesti a me, è vero, ma dovevo sapere che la
-fortuna non si vende.
-
-«Dunque se il tuo cuore non è mutato, nulla di te è mutato da quel che
-eri allora; e come io vorrei essere una principessa solo per rimaner
-sempre la tua Donnina, così tu sei l'Ognissanti mio. Se ti avessi
-scritto ieri, avrei scritto altrimenti — e ne sarei pentita. Il cuore
-è un gran ciarliero, e quando non ti grida un vero sacrosanto, ti
-bisbiglia cento innocenti bugiuzze... innocenti a patto di avere il
-cervello a casa.
-
-«Non ti pare che io ragioni bene? Quanto all'altro tuo affanno non
-ci vedo conforto, se non nella tua stessa coscienza; e poi è tale che
-quasi non lo comprendo, tanto mi pare che tutti ti dovrebbero amare. Un
-padre poi! uno che ti volle seco egli stesso, che ti diede l'educazione
-e l'avvenire! Dico anch'io con te: chi lo costringeva a chiamartisi
-padre se poi non te ne voleva dare l'affetto? Poi che ebbe la scelta
-della sua creatura dovrebbe volerti bene il doppio, mi pare, e ne ho un
-esempio in cuore: maestro Ciro!
-
-«Ma non so come avvenga, in mezzo a tutto ciò, io veggo sempre più
-limpida l'immagine dell'avvenire nostro. Stamane la mia testa è come
-un prisma allegro e tutti i barlumi che vi passano attraverso vi
-vestono i colori dell'iride. E non so come, invece di odiare quel tuo
-cattivo babbo per tutto il bene che non ti dimostra, gli voglio bene
-per quanto ha fatto per te. E penso che forse null'altro gli manca se
-non una voce, la quale gli scenda al cuore e lo costringa a guardarti
-nell'anima. Potesse essere la mia quella voce!
-
-«Com'è il tuo babbo? Come si chiama? Senti se assomiglia all'immagine
-che me ne son fatta.
-
-«È alto, smilzo, con due occhi grigi affondati nell'orbita, ha la
-fronte spaziosa ed un poco di rughe sopra il ciglio, una barba rara ed
-incanutita, e due labbra sottili che non ridono mai, cammina impettito
-ed abbottonato, porta gli occhiali...
-
-«Ti fa paura questo ritratto?
-
-«Ebbene, lo crederai se ti pare, a forza di guardarlo da ogni lato gli
-ho trovato il suo lato buono, ed in poche ore me l'ho addomesticato,
-per modo che, se l'originale corrisponde proprio alla mia copia
-fantastica, è un uomo nostro.
-
-«Io scherzo col tuo dolore, ma non so star seria perchè mi sento felice.
-
-«Conchiudo colla massima gravità: se la tua coscienza non ti rimprovera
-nulla, metti pure il cuore in pace.
-
-«È doloroso, lo comprendo, ma io ti vorrò bene anche la parte degli
-altri, e se proprio ti abbisogna un babbo che ti ami, ci ho il mio che
-sarà il tuo. Maestro Ciro ha un cuore tanto fatto, capace per farmi
-piacere di amare in una volta sola tutto l'universo.
-
-«Quanto a pagare il tuo debito di riconoscenza verso quell'uomo che ti
-ha aperto la via del mondo e dell'avvenire, ci voglio pensare io. Farò
-la tua parte io che non sono superba. E poi è così facile farsi amare!
-E quando uno è arrivato all'amore (bada quando vi è proprio arrivato),
-ricorda forse più dove s'era messo in cammino?
-
-«Sai? da otto giorni il cielo faceva il broncio alla campagna; nugoli
-fitti o nebbie fitte, ed al sole non riusciva di passare un raggio
-attraverso quel dispettoso mantello per fare una carezza al piano e
-distaccare i diacciuoli dai gelsi che ne devono essere stanchi; sono
-otto giorni che tace il concerto dei passeri, otto brutti giorni in cui
-si ebbe una vera carestia di luce; or eccoti un'allegra novella — il
-sole! E forse ora appunto tu guardi in alto e ti allieti allo stesso
-raggio che mi fa lieta, pensando a me, e vorresti sapere che faccio in
-questo momento, ed immagini tutt'altra cosa... come io ora di te forse.
-Ma non importa. Le cose sono come noi le vediamo, e quando non possiamo
-vederle, come ce le colora la fantasia, tal quali. E se anche taluno
-potesse dirmi di sicuro che in questo momento tu dormi stanco d'una
-studiosa veglia, io non gli crederei e mi ostinerei a vederti così: gli
-occhi a questo raggio di sole, il pensiero... a Donnina.
-
-«In sostanza questa credulità che si fida alle proprio fantasime vale
-più e meglio di certo scetticismo dubitoso anche di ciò che vede. Non è
-vero?
-
-«Te lo voglio dire; la tua lettera ci ha fatto piangere; il mesto
-racconto dei sei anni passati lontano e la tarda rivelazione di quanto
-già prima avevi patito al fianco di quel poveretto che fu il tuo primo
-padre, ci ha commossi. Me non solo, ma anche la mamma, la terribile
-mamma.
-
-«Ciò mi fa pensare che anch'io ti devo una confessione generale. Che
-cosa ho fatto durante la tua assenza?
-
-«Prima di tutto sono ingrandita sei buoni pollici, e poi sono diventata
-una donna, una vera donna, sebbene mi si continui a chiamare Donnina.
-Ho imparato a tenere in sesto le faccende di casa, ho rubato ogni
-giorno un po' della sconfinata autorità di mamma Teresa, e mi sono
-avvezzata poco alla volta a fare la massaia. Ti farò meravigliare colla
-mia dotta economia.
-
-«Ho anche compito la mia educazione tanto da potere, all'occasione,
-supplire il vecchio babbo nelle sue lezioni. So spiegare le regole
-dell'abbaco e guidar la mano ai miei allievi di calligrafia. Nelle
-ore perdute ho studiato il ricamo e la storia, ma pochino, pochino. E
-poi, devo dirlo? il più del mio tempo l'ho speso pensando a te. Ogni
-santo giorno ti mandavo il pensiero dietro, per la via di Milano, ma
-senza saper dove. E dicevo a me stessa: «egli, almeno, dovunque sia,
-può venirmi incontro colla mente, perchè sa dove trovarmi di sicuro;
-io no, non posso.» Ma non dubitavo di te, non ti faceva colpa del tuo
-silenzio; solo me ne affliggevo come d'una disgrazia.
-
-«Ogni sera pregavo per te, per noi, e quando (raramente), mi assaliva
-uno sgomento, non di noi, ma della sorte nostra, ricorrevo al mio
-amuleto e mi rasserenavo. Quell'amuleto tu lo sai, o l'indovini, è il
-trifoglio delle quattro foglie.
-
-«Ti ho solo detto il bene. Ma ti puoi immaginare che la fanciulla non
-è divenuta donna senza passare per le tentazioni del peccato; sono
-anch'io un po' vanerella, un po' capricciosa, un po' impertinente... al
-par di tante altre, ed anche un po' maligna, come vedi...
-
-«Infine, tal quale, sono tua.
-
-«Sono tua! Che piacere infinito a poterlo dire, a poterlo scrivere,
-e dopo di averlo detto e scritto non dovermi destare per accorgermi
-che sognavo, per chiudere un'altra volta gli occhi e cacciare la testa
-fra i guanciali invocando lo stesso sogno! Ma in virtù di quei sogni
-ora mi pare di non essere mai stata divisa da te... E poi anche il
-passato non è forse un sogno? Questi sei anni vissuti melanconicamente
-mi paiono dimenticati da un pezzo; si cancellano i contorni dei giorni
-melanconici numerati nella solitudine, e non rimane altra sembianza
-tranne la tua, che mi era sempre dinanzi. Non è vero che siano passati
-sei anni; fu un sogno, un brutto sogno, ed io voglio tenere gli occhi
-aperti per paura di addormentarmi ora che sono felice.
-
-«Ecco: il raggio del sole è arrivato a poco a poco fino al mio
-letticciuolo; la scolaresca arriva in frotta, ed il babbo incomincerà
-la sua lezione. Ho aperto la finestra; non fa freddo, i passeri
-cianciano saltellando sulle nude braccia dell'olmo; v'ha ancora per
-aria una nebbiuzza sottile, trasparente, che si dirada mano mano e
-scintilla ai raggi del sole come un polverìo luminoso. Tutto ciò mi
-farebbe pensare al cielo del tropico che ho visto solo nei libri, se
-non fossero la nudità degli alberi e la tinta gialliccia delle zolle.
-
-«Vuoi saperla la gran novità del nostro paese? Da otto giorni non si
-parla d'altro, ed io che l'ho tutto il santo dì innanzi agli occhi
-sarei pur disgraziata se non te ne dicessi nulla. Parlo della nuova
-insegna dell'_Osteria della Salute_. Rappresenta una figura umana
-rotonda e carnosa, molto rotonda e molto carnosa, la quale solleva
-ridendo un bicchiere colmo di vino e lo guarda con occhio di amore.
-
-«A dare il meglio possibile l'immagine della salute, il pittore ha
-prodigato il rosso sulle guance del suo ideale e gli ha disegnato
-tre curve parallele sotto la fossetta del mento. Così come è, pare il
-ritratto dell'apoplessia.
-
-«Dirai che t'intrattengo d'inezie, ma se avessi solo dovuto scriverti
-delle gran cose che accadono, avrei finito prima d'incominciare. Ora
-a me scrivendoti pare di esser teco e qualunque sciocchezza mi passi
-per il capo la voglio dire, purchè tu intanto legga quanto mi sta nel
-cuore: che ti voglio un gran bene, un gran bene, e che sono la tua
-
- «DONNINA.»
-
-
-
-
-XXVI.
-
-VIAGGIO DI SCOPERTA.
-
-
-I passeri lo hanno detto ai gelsi, alle acacie delle siepi ed ai bassi
-virgulti che levano le braccia nude dal letto di neve: il tempaccio è
-finito, la bruma è in rotta, i nugoli si disperdono come un esercito
-sgominato, ecco il sole.
-
-Ecco il sole! L'immenso piano di neve è tutto uno scintillìo,
-interrotto dalle lunghe ombre nere gettate da ogni stelo.
-Un'impalpabile nebbia nuota nell'aria, ma così lieve e così
-trasparente, che la diresti un polverìo di rose e d'oro; i colori
-fanno festa; il poco verde delle foglie pare più verde, la limpidezza
-del cielo, da tanto tempo vestito a bruno, sembra cosa nuova ed
-allegra oltre l'usato. Da ogni ramo gocciola la neve disciolta, e le
-mille pozzanghere improvvisate, in cui si specchia il mattino, hanno
-sembianza di pezzi di firmamento caduti sulla via maestra.
-
-A poco a poco l'aria si fa più trasparente, il cielo che pare d'argento
-e di porpora per i riflessi della neve e del sole nascente, si tinge
-d'un azzurro purissimo, e l'astro radioso si innalza nell'orizzonte.
-
-L'unica via di A... è inondata di luce; l'_Osteria della Salute_ è
-tutta tripudio, e non sentì mai così forte l'orgoglio di aver tutti i
-suoi vetri intatti; gran dire! la nuova insegna sembra più bella, ed il
-signore che vi è dipinto più rosso del solito.
-
-Un venticello lieve stacca dai rami degli alberi le ultime falde di
-neve; nè hanno tempo di giungere a terra che già sono squagliate;
-l'orizzonte ristretto dalle brume si è allargato sterminatamente, tanto
-che dalla finestra di Donnina si vedono splendere al sole le nevi delle
-montagne lecchesi.
-
-Ma Donnina ha l'occhio ad un altro cielo, ad un altro orizzonte. Il
-suo pensiero corre per la pianura verso Milano, si lascia indietro la
-guglia del Duomo e va oltre, e va oltre... poi rifà la via percorsa. Si
-ravvede e rilegge la lettera scritta poc'anzi, e le pare di non aver
-detto nulla di quanto voleva dire, fino a che il sole, baciandola in
-volto, la costringe a togliersi dalla finestra e dal suo Ognissanti per
-assettare la cameretta.
-
-Proprio allora che Donnina staccò l'occhio dalla via maestra apparve
-all'estremità una carrozza, la quale ebbe in pochi istanti percorso
-quel tratto di via e fu innanzi alla porta ospitale dell'_Osteria della
-salute_.
-
-Il saluberrimo proprietario del luogo mandò il suo più balsamico
-sorriso incontro ai nuovi arrivati, che erano due e salutò in uno di
-essi una vecchia conoscenza.
-
-— Ha buona memoria l'amico, disse il dottor Parenti accennando l'oste.
-
-Il signor Fulgenzio pareva sopra pensiero e non rispose.
-
-Poco stante i nuovi arrivati attraversavano il tratto di via che
-separa la locanda dalla scuola comunale, e si arrestavano innanzi alla
-nota porticina. Li seguiva furtivamente l'oste, ma solo cogli occhi
-che teneva appiccicati alle vetrate. Il signor Fulgenzio non voleva
-passare per il primo, ed il dottor Parenti si fece innanzi; usciva dal
-vano sottile dell'uscio socchiuso il dotto mugolìo che esala da ogni
-scientifico banchetto di fanciulli punto punto affamati di scienza.
-Il dottore picchiò tre volte colla nocca, e subito ogni rumore cessò;
-un istante dopo la testa canuta del signor maestro s'incorniciava nel
-vano innanzi ai due visitatori, e si ritraeva con un atto di meraviglia
-che ben valeva un saluto, e la porta si spalancava, e i due visitatori
-si trovavano innanzi alla scolaresca, la quale balzava in piedi
-rispettosamente con molto maggior rumore del necessario.
-
-Tutto ciò, ripeto, in un istante. Maestro Ciro, mal pratico dei
-cerimoniali, non domandò «a che cosa dovesse l'onore di quella visita,»
-ma era tutt'occhi per indovinarlo, e tutt'orecchi per non farselo dire
-due volte.
-
-Il dottore fu il primo a parlare.
-
-— Lei, se non isbaglio, è il signor maestro della scuola comunale di
-A...
-
-— Da sei anni sono io quello, per servirla.
-
-— Il signor Ciro Neri...?
-
-— Appunto...
-
-— Noi abbiamo bisogno di parlarle di cose che riguardano la sua
-famiglia...
-
-Ed aggiunse, additando prima il compagno, poi facendosi innanzi egli
-stesso: «Il signor Fulgenzio, il dottor Parenti.»
-
-Maestro Ciro s'inchinò profondamente, ed intanto colla coda dell'occhio
-guardava se mai gli venisse fatto di vedere due seggiole, le quali
-non ci erano mai state, e pensava che una cameretta decente, dietro la
-scuola, avrebbe servito tanto bene a ricevere i visitatori.
-
-Il dottor Parenti si avvide alla prima dell'imbarazzo del signor
-maestro, e gli disse col più amabile sorriso:
-
-— Se lei potesse lasciare i suoi allievi alcuni istanti e volesse
-seguirci a due passi, nell'osteria della Salute qui rimpetto... vi ha
-una stanzetta in cui si starebbe soli... Ed è sempre meglio... le pare?
-
-A maestro Ciro pare di sicuro; e poi quella visita inaspettata,
-la benevolenza del dottore e la contegnosa taciturnità del signor
-Fulgenzio gli hanno messo innanzi tanta folla di fantasia, che non sa
-più raccapezzarsi.
-
-Ed ecco, Donnina, la quale ha finito di dar sesto alla sua camera,
-scende appunto da basso; il vecchio babbo le va incontro, la chiama e
-se la fa venire dietro nella scuola. Stamane la fanciulla è così lieta,
-che pare le stia ancora sulla fronte il raggio di sole che la baciava
-poc'anzi; entra senza titubanza, vede i due sconosciuti e si arresta un
-tantino, mentre maestro Ciro le dice:
-
-— Ti affido i miei scolari; se Teresa domanda di me, io sono alla
-_Salute_ coi signori...
-
-E si volge per mettersi a disposizione _dei signori_, i quali non sanno
-staccar gli occhi di dosso alla giovinetta.
-
-— È Donnina, la mia creatura, balbetta allora.
-
-— È lei! aggiunge il dottore tentando il gomito del signor Fulgenzio.
-
-Ma Donnina s'è già accostata ad uno dei suoi allievi per avvertirlo
-che il sillabario non è propriamente fatto per lacerarne i margini e
-masticarli; intanto il dottor Parenti ha infilato l'uscio, e il signor
-Fulgenzio dietro, ed il signor maestro in coda, ruminando un sospetto
-nuovo ed un timore antico.
-
-«È Donnina... la mia creatura!...» aveva detto. Oh! perchè non aveva
-detto semplicemente «la mia figliuola!» Ohimè! E se l'altro, quel
-vecchio taciturno e severo, gli avesse risposto: «non è vero, non è
-tua, tu mi hai rubato un affetto che è cosa mia; son io suo padre!» Ah!
-qual gioia infinita e quale infinito dolore!
-
-Nei venti passi che separano la scuola dall'osteria, babbo Ciro non
-stacca un istante gli occhi di dosso al signor Fulgenzio, come per
-trovargli nel naso e nel mento le prove autentiche della paternità.
-
-Il dottor Parenti, persuaso che uno scherzo è la via più spiccia
-per arrivare alla domestichezza d'un colloquio intimo, dice: «quanta
-filosofia nella vita paesana! il nutrimento del corpo ed il nutrimento
-dello spirito a poche spanne; e le due cose si fanno dirimpetto, perchè
-nessuno ne dimentichi la necessità.»
-
-Il signor maestro tira il fiato lungo ed assicura che del nutrimento
-dello spirito i filosofi del luogo se ne dimenticano volontieri; ed
-avrebbe aggiunto, ma sta zitto, che dimenticherebbero, a lasciar fare,
-anche di nutrire il corpo del signor maestro.
-
-L'oste della _Salute_ non sa discendere dalle regioni iperboliche
-della sua meraviglia, vedendo babbo Ciro coi due ospiti, e quando gli
-si domanda un boccale del suo miglior vino bianco, ed egli lo reca e
-lo depone sopra una tavola nella cameretta solitaria, non sa come fare
-per non andarsene. Ma il dottor Parenti lo spinge fuor dell'uscio con
-un'amorevolezza tutta sua, e dice mettendosi a sedere:
-
-— Poveraccio! questo camerino sembra fatto a posta per mortificare la
-curiosità d'un oste.
-
-Bisogna fare una certa violenza a maestro Ciro per indurlo a sedere fra
-i due; quando la cosa è riuscita, e l'unanime consenso ha dichiarato
-il vinello bianco molto salutifero, il dottore, parendogli il momento
-buono, entra addirittura in materia senza ombra di preambolo.
-
-— Caro signor maestro, noi siamo qui per parlare della sua Donnina,
-della sua figliuola...
-
-Maestro Ciro si sente venire i sudori, e per rinfrancarsi vuota d'un
-sorso ciò che gli rimane nel bicchiere; il dottore si affretta a
-colmarglielo, non ostante la resistenza, poi prosegue:
-
-— Il signor Fulgenzio qui presente, ha bisogno di sapere qualche cosa
-su quel tesoro di giovinetta...
-
-— Lor signori sanno?... balbettò il vecchio.
-
-— Che Donnina non è propriamente sua figlia; non è un segreto, lo
-devono saper tutti in paese, posto che lo sa l'oste...
-
-Il povero padre ha un esercito di domande che gli sfilano nella mente,
-gli arrivano a fior di labbro e si inabissano in gola; fa cenno al
-dottore di proseguire e non dice nulla.
-
-Ma il signor Fulgenzio, a cui non è sfuggita la lotta che si combatte
-in quel petto, entra a dire:
-
-— Non le paia curiosità importuna la nostra; abbiamo gravi ragioni...
-si fa pel bene della sua figliuola...
-
-— Benedetti! risponde maestro Ciro, perchè vuole che mi paia curiosità?
-Un giorno o l'altro già io me l'aspettava... mi ci ero preparato. Lor
-signori conoscono dunque il padre?...
-
-Il maestro di scuola ha smozzicato l'ultima domanda con due colpi di
-tosse, che sono in realtà due singhiozzi belli e buoni. Fulgenzio e
-l'amico si guardano in viso, coll'aria di dire: «a questo non avevamo
-pensato.»
-
-— Ci è un equivoco, osserva il signor Fulgenzio; noi non veniamo per
-ciò che lei suppone. Una domanda ci farà intendere: Conosce Mario?
-
-— Mario! dice il maestro fra sè, e lo ripete due volte senza che gli
-venga in mente dove ha udito quel nome.
-
-— Conosce Ognissanti? interroga sorridendo il dottor Parenti.
-
-— Se conosco Ognissanti! se lo conosco!... è vero, lo chiamano anche
-Mario.
-
-— Mario è mio figlio, dice il signor Fulgenzio; e senza dar tempo
-al vecchio di riaversi dalla meraviglia, prosegue: Mario ama la sua
-Donnina, si è promesso a lei, io so tutto;
-
-— Quand'è così, la saprà che i due poveretti si erano promessi da
-bimbi, si può dire... e che...
-
-— E che Donnina ha un cuore d'angelo, e farà un'ottima moglie come ha
-fatto un'ottima figlia... aggiunge il signor Fulgenzio.
-
-I pomelli lucenti delle gote di maestro Ciro ricevono un insolito
-lustro da due grosse lagrime che è impossibile trattenere.
-
-— So tutto, prosegue a dire l'altro; e non domando di meglio che di
-fare la felicità di mio figlio, se lei non ci ha nulla in contrario.
-
-A questo punto la porta si spalanca con impeto, ed entra mamma Teresa.
-
-La terribile donna, dal fondo del suo enorme cappellino, guarda come
-inorridita lo spettacolo di quell'orgia e si arresta sulla soglia. Il
-dottor Parenti le va incontro cavallerescamente, le offre una seggiola
-e la invita a sedere; la vecchia non si fa pregare ed apre bocca per
-parlare, ma il signor maestro si mette un dito in croce sul labbro, ed
-il dottor Parenti dà all'oste, il quale ha creduto opportuno di venire
-a prendere gli ordini dei signori, il consiglio di recare un altro
-bicchiere.
-
-Intanto che l'oste va e torna, la vecchia, fiutando in aria lo
-_straordinario_, dice abbassando la voce, come per farsi scusare: «ero
-uscita a far la spesa, torno e non trovo più il mio vecchio; dov'è il
-mio vecchio? domando a Donnina; — alla _Salute_ con due signori che
-avevano bisogno di lui; se avevano bisogno di lui, dico io, avranno
-bisogno anche di me; maestro Ciro non ha mai fatto nulla senza di
-me, tranne la scuola; ci vado, e se non mi vorranno ritornerò... Devo
-andarmene?»
-
-Il dottor Parenti le sorride amorosamente, il signor Fulgenzio la
-guarda con curiosità, ed il marito mette un'altra volta l'indice sul
-labbro. Ritorna l'oste col bicchiere. «Grazie, amico mio, gli dice il
-dottore; ci farete un regalone, chiudendo l'uscio e badando che nessuno
-venga a disturbarci.
-
-L'oste fa un sorriso apocrifo e se ne va, ed il signor Fulgenzio
-ripiglia a dire, come se nulla lo avesse interrotto:
-
-— Dunque, se lei non ci ha nulla in contrario, Ognissanti sposerà la
-sua Donnina.
-
-— Ma le pare? risponde mamma Teresa, a cui di repente si è chiarita
-ogni cosa; la nostra Donnina vuol bene ad Ognissanti, e gli vogliamo
-bene anche noi; lo abbiamo conosciuto piccino piccino, alto così; era
-un amore, un vero amore, un po' birichino, un po' bisbetico, ma un
-amore; se la meritava proprio la fortuna che gli è toccata di trovare
-un padre come lei... Dicevamo dunque che non solo non abbiamo nulla
-in contrario, ma siamo felici, felicissimi... Via, parla anche tu,
-soggiunge, toccando col gomito il marito, devo sempre dirle io le cose?
-parla tu, che sai come si fa coi signori...
-
-Il signor maestro si frega le mani, come nelle grandi allegrezze, ed
-approva del capo ogni parola della vecchia.
-
-— Facciamo conto che abbia parlato io stesso.
-
-— Dunque, a quando le nozze? domanda mamma Teresa, avanzando il corpo
-per modo che il cappello le ricade sulle spalle ed il viso rugoso esce
-dal vano enorme.
-
-Il signor Fulgenzio non può trattenere un sorriso a quell'accento ed
-a quell'atto, ma il dottor Parenti accorre serio serio in aiuto della
-signora, e le riadatta in capo il cupolone, sebbene la vecchia dica che
-non occorre.
-
-— Presto, risponde il signor Fulgenzio, se non vi sono altre difficoltà.
-
-— E che difficoltà v'hanno a essere?
-
-— Donnina, che lei sappia, ha padre o madre viventi?
-
-Maestro Ciro, a cui è rivolta la domanda, guarda in faccia mamma
-Teresa, la quale ha gli occhi altrove e tende le orecchie per non
-perdere una sillaba.
-
-— Ecco, la mamma non ce l'ha più di sicuro, ma il padre, almeno credo,
-vive ancora, sebbene non si sia più visto. Anzi, da cinque anni ci
-giunge ogni tanto del denaro, che non sappiamo da chi venga, e poco
-tempo fa abbiamo ricevuto per la stessa via _mille lire_; quel denaro
-lo abbiamo messo alla Cassa di Risparmio di Milano per Donnina... Non è
-vero, Teresa?
-
-— Se è vero? lo sai pure che è vero! risponde la vecchia tentennando
-il capo per l'impazienza; ma a che serve tutto ciò? Contenta Donnina,
-contenti noi, e contenti noi contenti tutti! Quel padre doveva farsi
-vivo prima, e non lasciare la povera creatura in abbandono col rischio
-di mandarla all'altro mondo. Dico bene?
-
-— Dice benissimo, risponde il signor Fulgenzio, a cui è diretta la
-domanda, e per me...
-
-— Ah! interrompe la vecchia, meno male! Non siamo forse noi che
-l'abbiamo raccolta, allevata, chiamata figlia? Donnina è cosa nostra,
-tutta nostra, lo domandi a lei e sentirà. E se suo padre se n'è
-dimenticato, peggio per lui. Mi pare di ragionare, mi pare...
-
-— Lei ragiona benissimo; ma la legge...
-
-— Che legge, che legge! Io non so di legge, non so leggere io, non
-ne voglio sapere; e maestro Ciro se ne dimenticherà, se occorre, ma
-Donnina deve fare quello che vogliamo noi, e noi vogliamo che faccia
-quanto le pare e piace.
-
-Maestro Ciro, tra i monosillabi del signor Fulgenzio e le sfuriate
-della moglie, non capisce nulla di nulla, ed ha piuttosto l'aria di uno
-scolaro, che del signor maestro.
-
-— Vediamo, dice il dottor Parenti, non complichiamo le cose, lasciamo
-le querele da una parte; il codice mettiamolo da banda per ora, e
-poichè ci siamo intesi circa lo scopo del nostro colloquio, badiamo
-d'andare con ordine. Ora, per andare con ordine, si deve incominciare
-dal conoscere la storia di Donnina... Maestro Ciro, ci vuol dire lei
-quanto ne sa?
-
-— Dall'_a_ fino alla _zeta_, risponde mamma Teresa, lieta di poter fare
-quest'allusione al carattere scientifico del marito. E sentiranno loro
-se quello è un padre...
-
-Maestro Ciro, posto al cimento di una narrazione, sembra raccogliere
-le idee e pigliare in pugno le redini della grammatica; dopo di che,
-incomincia con un lieve tono cattedratico:
-
-«Sono quindici anni che Donnina è con noi; ora essa ne ha diciotto
-compiti, quasi diciannove, dunque, quando divenne nostra figlia, non
-ne aveva ancora quattro. Allora io era maestro di scuola ad S... un
-allegro paesello lungo la ferrovia; la scuola era poco frequentata,
-una ventina di allievi in tutto; ma l'onorario era proporzionato al
-numero degli scolari, non alla fatica nè ai bisogni. Perciò alla prima
-occasione, e si fece aspettar molto, mutai residenza.
-
-«Era nel paese una coppia di giovani sposi, Brigida e Tommaso; la
-moglie sfrondava i gelsi nella stagione, il marito era cantoniere sulla
-ferrovia; s'erano sposati perchè si volevano bene, ma erano tutti e
-due soli al mondo e non possedevano se non il loro affetto e le loro
-braccia. In paese erano amati molto, vivevano nella solitudine della
-campagna, nel piccolo casotto, con quattro spanne di orticello; erano
-felici di poco, ma felici davvero e molto.
-
-— Sicuro, interrompe mamma Teresa, e siccome i felici fanno ombra a
-quella razza d'invidiosi che manipola le cose di questo mondaccio...
-
-— Teresa...
-
-— Lasciami dire, tanto lo penso, ed è tutt'uno... e così un giorno il
-povero Tommaso cade e si fiacca uno stinco, e gli viene la cancrena, e
-se ne va all'altro mondo...
-
-Maestro Ciro, sentendosi incapace d'arrestare la moglie intanto che
-parla, continua ad approvare col capo ognuna delle sue parole, poi
-ripiglia:
-
-«La povera Brigida rimase sola col cuore gonfio dell'affanno, colla
-salute affranta dalle veglie e dagli stenti, e per di più madre. Venne
-al paese; visse o piuttosto non morì subito; ebbe una figlia, e la
-restituì al cielo pochi giorni dopo. Qualche pietoso le consigliò di
-recarsi a Milano e di offrirsi per nutrice. Così fece; andò a piedi,
-stette via un paio di giorni, al terzo ritornò dando il latte ad una
-bambina non sua, a Donnina. La povera creatura aveva perduto la madre
-nel venire al mondo; il padre non doveva essere agiato, perchè pagava
-un meschino compenso alla Brigida. Come si chiamava la fanciulla?
-Camilla. Come si chiamava il padre? Non sapeva dirlo. Sapeva solo che
-abitava in una via stretta, in stanze molto piccine, e poste in alto in
-alto.
-
-«Ci fu un po' di curiosità in paese per conoscere il padre di quella
-creaturina. Un giorno, dopo parecchi mesi, si vide venire a piedi un
-giovine tra i ventidue ed i venticinque; era lui; «aveva un'aria molto
-patita,» così almeno si diceva. Stette un paio d'ore, se ne andò come
-era venuto, a piedi; ritornò un'altra volta parecchi mesi dopo, ed
-un'altra; poi nessuno più lo vide. Donnina aveva quasi tre anni ed era
-graziosissima; veniva considerata come la figlia del Comune e non le
-mancavano i baci; ma le mancò la madre. La povera Brigida, non bastando
-al lavoro, ammalò; da qualche tempo non riceveva più ogni mese le
-poche lire dal padre di Camilla, e non sapeva a chi scrivere, perchè
-quell'uomo non le aveva mai detto il suo nome. Per farla corta, morì
-anch'essa; allora la mia Teresa ed io, vecchi e senza figliuoli, si
-pensò di far nostra la creaturina. Molti dissero che avevamo fatto una
-buona azione; qualcuno sospettò che il padre si fosse nascostamente
-rivolto a me, e m'avesse incaricato della sua figliuola, e sparse la
-voce essere Camilla la figlia d'un ricco signore, il quale non voleva
-farsi conoscere; nessuno indovinò il vero, cioè che noi, la mia vecchia
-ed io, ci eravamo tirati in casa la felicità.
-
-— E del padre di Donnina non ebbero più notizie? chiese il dottor
-Parenti.
-
-— Una volta sola e da altri, e senza sicurezza d'indizii, seppi che
-un giovine alto, _sotto la trentina_, era stato sul far dell'alba ad
-informarsi di Brigida, e saputala morta, ed inteso che Camilla era
-stata raccolta da noi, non aveva chiesto altro e se n'era andato.
-Sperai di ricevere qualche lettera che mi togliesse dall'incertezza;
-non ricevei mai nulla. Finalmente, cinque anni sono, mi pervenne da
-Milano, entro una busta da lettere, un _vaglia_ in mio nome.
-
-— E chi mandava quel vaglia?
-
-— La signora _Donnina Neri_... il nome che portava la fanciulla. Era lo
-stesso come dirmi che quel denaro veniva mandato per Donnina e che il
-padre non voleva farsi conoscere.
-
-— E qual prova che fosse il padre e non altri a mandare il denaro?
-chiese il signor Fulgenzio.
-
-— Veramente, nessuna... ma noti che Donnina era il nuovo nome venuto
-dall'uso alla piccina; e se colui lo sapeva era segno che aveva avuto
-informazioni della sua creatura e che non l'aveva dimenticata del
-tutto.
-
-— Dunque, secondo lei, il padre di Donnina vive?
-
-— Lo credo.
-
-— E non ha veruna prova che la sua Donnina sia nata fuori di matrimonio?
-
-— Nessuna.
-
-Il signor Fulgenzio stette un istante in meditazione sotto gli sguardi
-impazienti e curiosi dei due vecchi, poi riprese a dire crollando il
-capo:
-
-«Se il padre vive ed è padre legittimo, Donnina non può prender marito
-senza il suo consenso.»
-
-Mamma Teresa fece un balzo sulla seggiola ed appuntò le mani sulla
-tavola.
-
-— Donnina non può sposare Ognissanti?
-
-— Nè Ognissanti nè altri...
-
-— Senza il consenso di lui... di quella birba che non ha fatto altro
-se non metterla al mondo... E questa è la legge? Ma dove avevano il
-cervello quei signori che hanno fatto la legge? Dunque se a quello
-sciagurato venisse in mente di non farsi conoscere mai o di non volere
-mai, Donnina dovrebbe starsene ad ammuffire in casa in eterno?
-
-— Fino a che non avesse vent'un anno almeno.
-
-— La cosa è diversa, osserva maestro Ciro, il quale ha sempre avuto un
-gran rispetto alla legge.
-
-— Non è diversa niente affatto, ribatte mamma Teresa; fino a vent'un
-anno! e Donnina, tu lo sai, non ne ha ancora diciannove, e noi siamo
-vecchi e non abbiamo gran tempo da aspettare per vederla felice...
-
-— Noi forse, osserva il maestro di scuola, ma Donnina può aspettare un
-pezzo!
-
-— Non può, ti dico io che non può, e che questa è una birbonata
-della legge; già, l'ho sempre detto, la legge è fatta per favorire
-i furfanti, i quali o l'hanno per sè e se ne approfittano, o l'hanno
-contro e non ci badano.
-
-Sbollito l'impeto, mamma Teresa tace per non saper più che dire, e
-siccome nessuno parla, ella va girando gli occhi dall'uno all'altro dei
-tre, ed aspetta che da quel silenzio esca qualche cosa di buono.
-
-Il dottor Parenti è il primo a parlare e lo fa colla sua consueta
-sicurezza, togliendo se non altro il pensiero dalla contemplazione
-della propria impotenza.
-
-— Bisogna assolutamente trovare il padre di Donnina, e lo troveremo
-vivo o morto.
-
-— Meglio morto, osserva mamma Teresa, e se lei lo trova vivo, gli dica
-pure da parte di mamma Teresa che se ne muoia, che ci farà un regalone
-a tutti.
-
-— Lo troveremo, prosegue il dottore senza badare all'interruzione;
-non ci bisogna altro se non sapere in qual parrocchia è stata tenuta a
-battesimo Donnina.
-
-— Nemmeno questo non lo sappiamo, dice melanconicamente maestro Ciro.
-
-— Benissimo, nemmeno questo non si sa; benissimo, vediamo un po' che
-cosa si sa: l'anno in cui nata?
-
-— 185...
-
-Il dottor Parenti scrive il numero nel suo taccuino.
-
-— Il mese?
-
-— Maggio.
-
-— Il giorno?
-
-— La prima settimana, giorno più o meno.
-
-— Il paese?
-
-— Milano, ma non è certo.
-
-Il dottore legge forte:
-
-«L'anno 185... nella prima settimana del mese di maggio nacque a Milano
-e fu battezzata nella parrocchia di... una bambina a cui fa posto il
-nome di Camilla...»
-
-— Ecco fatto, prosegue a dire ricacciando in tasca il taccuino; mi
-basterà andare in giro per le ventisette parrocchie di Milano; non
-domando per questo più d'una settimana. Ed ora che il padre di Donnina
-è trovato, amico Fulgenzio, non so che cosa ti trattenga dal fare la
-tua domanda ufficiale: maestro Ciro, mamma Teresa, il signor Fulgenzio
-ed io abbiamo l'onore di chiedervi la mano di vostra figlia Donnina per
-il nostro figlio Mario, ovverosia Ognissanti...
-
-L'accento con cui è fatta questa domanda di nozze, ridona a tutti il
-buon umore.
-
-Maestro Ciro risponde colla voce rotta dalla tenerezza, e mamma Teresa
-spinge il suo entusiasmo fino a dire che quello è parlare a dovere, e
-ch'è un negozio fatto, e non se ne parli altro.
-
-Rimangono ancora quattro buone dita di vino bianco in fondo alla
-bottiglia, ed il dottor Parenti ha il pensiero di empire mezzo il
-bicchiere di mamma Teresa, e mezzo il proprio e quello di maestro
-Ciro. E siccome il signor Fulgenzio è stato dimenticato, egli avanza
-sorridendo il bicchiere e chiede la sua parte.
-
-— Alla salute di Donnina ed alla loro salute, dice a mezza voce il
-dottore.
-
-— E di Ognissanti, risponde maestro Ciro nello stesso tono.
-
-— E di lor signori, aggiunge la vecchia in un'ottava più alta.
-
-Poi si muovono ed escono.
-
-L'oste della _Salute_ è tutto sorrisi; ne regala un paio a mamma
-Teresa, uno a maestro Ciro, uno di prima qualità al signor Fulgenzio e
-sciorina i fondi di magazzino al dottore, rimasto ultimo per pagare il
-conto.
-
-— Grazie infinite, ed a ben vederla.
-
-— E presto, forse, rispose il dottore.
-
-— Ai suoi comandi (e qui un altro sorriso), tutta la _Salute_ è ai suoi
-comandi.
-
-— Vi ringrazio per i miei ammalati.
-
-— Vossignoria è medico? interroga l'oste, felice di apprendere qualche
-cosa.
-
-— Sono medico, ma non abbiate paura, le mie visite alla vostra osteria
-sono innocenti.
-
-L'oste comprende lo scherzo.
-
-— Già!... noi siamo sani sempre.
-
-— Tranne la vostra insegna; non mi piace dissanguare il mio prossimo,
-ma a quel signore ordinerei volontieri una cavata di sangue.
-
-L'oste ride da quell'uomo di eccellente umore che egli è, e rimane
-sull'uscio persuaso di non saperne più di prima.
-
-
-
-
-XXVII.
-
-IL POSCRITTO DELLA LETTERA DI DONNINA.
-
-
-Bizzarre cose aveva detto il cuore a Donnina. Al primo vedere i due
-sconosciuti che cercavano del babbo, ed il babbo che se n'andava con
-essi, ella aveva sentito come il segnale di uno scampanìo di festa,
-e rimasta sola per accudire ai piccoli scolari, non ci fu verso di
-mettersi sul serio a far la maestra. Le passavano in mente cento
-fantasie, sentiva in petto cento sussulti nuovi; era proprio la donna
-più disadatta in quel momento a tener in freno una brigata di monelli.
-Le bisognava la pace, e parevale di poterla trovare altrimenti che
-nelle cure della scolaresca. Dal canto suo la scolaresca metteva a
-profitto quegli istanti di ozio coll'entusiasmo di chi li immagina
-troppo brevi. Donnina salì sulla cattedra del babbo, e raccomandò il
-silenzio, accordando a questo patto dieci minuti di riposo: avvertì che
-se non sapessero tacere, farebbe dire a tutti la lezione; e se invece
-sapessero, ella ne avrebbe tanto piacere.
-
-Tutte queste considerazioni messe insieme dovevano avere un gran peso,
-perchè ognuno tacque o all'incirca, e nel primo quarto d'ora il sordo
-mormorìo che quegli studiosi spacciavano per silenzio non fa rotto se
-non da uno scapellotto che un piccolo signore diede al suo vicino di
-destra e che costui restituì scrupolosamente al suo vicino di sinistra.
-
-Donnina intanto aveva levato di tasca la lettera preparata per
-Ognissanti e vi aggiungeva in coda il seguente poscritto:
-
-«_P. S._ Riapro la lettera per dirti che il cuore mi batte forte, che
-io sono sola nella cattedra del babbo innanzi alla scolaresca, e che
-il babbo è all'osteria rimpetto con due signori venuti poco fa, e che
-mamma Teresa è uscita a fare alcune spesuccie e che io penso a te...
-ah! il cuore mi batte forte!
-
-«Non so perchè, o piuttosto lo so benissimo, ma ho timore d'ingannarmi;
-dei due signori uno l'ho già veduto vestiva altrimenti, ma mi è
-sembrato di riconoscerlo; il giorno in cui tu fosti da noi l'ultima
-volta, pochi minuti prima di veder te, avevo visto lui che entrava
-nell'osteria della _Salute_.
-
-«Oh! perchè allora non venne dal babbo ed ora ci viene?
-
-«L'altro è un uomo più maturo, ha la barba grigia, l'aspetto severo; e
-mi ha guardato fisso ed a lungo; io gli volgeva le spalle, ma ho visto
-tutto. Che diranno essi in questo momento?
-
-«Mi passa un gran pensiero in capo, e invano lo caccio, ed esso
-ritorna; ed ho riaperto la lettera per dirti l'animo mio a costo di
-dovermi pentire della mia credulità. È così ingannevole il desiderio!
-
-«Te lo voglio dire, a patto che tu ne rida poi se avrò errato; ho in
-mente...»
-
-Donnina ebbe appena tempo di nascondere la lettera, e mamma Teresa
-entrò; appena la vecchia seppe dove era il marito, via di galoppo...
-ma il filo era spezzato, la prima titubanza riprese vigore, e insieme
-colla titubanza il dubbio più forte. Donnina non aggiunse una sillaba
-al poscritto ed aspettò una buona mezz'ora. Ci fu un momento in cui
-era così pentita di aver dato fede ad un sogno, che voleva cancellare
-quanto aveva scritto e copiare tutta la pagina prima di mandarla.
-Per resistere alla tentazione esaminò i saggi calligrafici dei suoi
-allievi, e le parvero perfetti. Quanto tempo passò a quel modo? Un
-tempo lungo, penoso. Ma alla fine la porta di strada si aprì, mamma
-Teresa comparve la prima sulla soglia, e senza dir parola si buttò
-nelle braccia della fanciulla. La quale comprese, guardò maestro
-Ciro ed i due sconosciuti che le sorridevano, e infine spinta dalla
-terribile mamma si trovò quasi senza avvedersene fra le braccia del
-signor Fulgenzio.
-
-Un'ora dopo la scolaresca, tumultuando per l'allegrezza, usciva dallo
-stretto varco, e Donnina riattaccava il filo del suo poscritto così:
-
-«Ognissanti mio! Non è più sospetto, è certezza: quanto sono felice
-di essere la prima a darti questa notizia! erano proprio essi, come
-avevo pensato, il tuo babbo e l'amico tuo, il dottore! E sappi anche
-che il tuo babbo mi ha baciata in fronte per te e che non è vero che
-sia cattivo, nè superbo. Vorrei dirti un mondo di cose; ma le compendio
-tutte in un pensiero, Ognissanti mio!»
-
-
-
-
-XXVIII.
-
-SECONDA TAPPA DEL VIAGGIO DI SCOPERTA.
-
-
-Non è luogo più acconcio alla meditazione di una carrozza chiusa. Vi
-si entra col cervello vuoto, se ne esce iniziati alle dolcezze del
-mestiere di filosofo.
-
-Il signor Fulgenzio ed il dottor Parenti, seduti l'uno a fianco
-dell'altro, indifferenti alla bellezza della pianura nevosa che si
-stendeva dai due lati dietro gli sportelli, pensavano. Vi hanno cose
-che si pensano e non si dicono, ve n'ha che si direbbero, ma non si
-gridano: ciò che passava in capo ai due compagni di viaggio era di
-questa seconda natura, e le ruote del carrozzone facevano tanto rumore,
-da rendere impossibile l'intendersi senza gridare.
-
-Il signor Fulgenzio ed il dottore pensavano adunque ciascuno per
-proprio conto.
-
-Evidentemente col dire la scoperta del padre di Donnina una bazzecola,
-il dottor Parenti aveva detto troppo, e domandando, per condurre a
-buon fine l'impresa, una settimana, aveva domandato poco. Tutti gli
-ostacoli intravveduti appena e tolti di mezzo con un atto baldanzoso di
-buona volontà, riapparivano ora ad uno ad uno; e più il pensiero vi si
-accostava e più li vedeva grandeggiare e farsi irti di difficoltà non
-prima sospettate.
-
-Andare in traccia dell'atto di nascita di Donnina per le ventisette
-parrocchie di Milano, era bensì una bazzeccola per un uomo della
-fatta del dottore, a patto però che Donnina fosse veramente nata in
-quel tratto di tempo indicato ed in Milano. Vero è che le probabilità
-gli parevano favorevoli a queste due condizioni, ma di certezza non
-ne aveva l'ombra. Quanto al ritrovare il padre, ora non gli sembrava
-più una bagattella; poteva essere andato in paese straniero, in modo
-che se ne fossero smarrite le pedate, ed allora... Questi pensieri,
-avvicendati con altri mille, angustiavano visibilmente il dottore.
-Non tanto però che nello smontare dalla carrozza egli non avesse il
-suo magnifico sorriso per aiutare a discendere il vecchio amico. A
-costui si vedevano in volto più fitte le nebbie delle nere fantasie di
-viaggio.
-
-Non s'erano detti una parola, e non erano in vena di dirsene; il signor
-Fulgenzio si ritrasse meditabondo nel gabinetto, il dottore continuò il
-suo sorriso per non darsi una mentita ed andò a visitare gli ammalati.
-
-Ritornò poco dopo.
-
-— Non si è più padroni di muoversi, disse con un accento tra
-melanconico e scherzoso, senza che ce ne facciano qualcuna.
-
-— Che c'è di nuovo? domandò il direttore.
-
-— Quel fanciullone di Paoluccio, il quale approfitta proprio del
-momento ch'io non ci sono per ammalarsi...
-
-— Gravemente?
-
-— A quell'età ed in quello stato, ogni malanno è grave.
-
-Il signor Fulgenzio era in tale disposizione di spirito che ogni
-novella non lieta gli pareva un aggravio di più al proprio fardello;
-crollò il capo e non disse nulla.
-
-— Delira, dice qualche corbelleria più del solito; gli ho ordinato del
-ghiaccio, non sarà niente... non vi è pericolo...
-
-Il signor Fulgenzio si levò in piedi e passeggiò a gran passi.
-
-— Che pensi? gli chiese il dottore.
-
-— Lo sai pure...
-
-— Lo so... a Donnina ed a Mario, ci ho pensato anch'io; poveretti,
-bisognerà farli felici...
-
-— Lo speri tu?
-
-— Ne sono sicuro; in fine due anni non sono eterni quando si ha la loro
-età, ed amandosi _col permesso dei superiori_ possono parer brevi.
-
-— Dunque tu disperi di scoprire?
-
-— Al contrario... sono certo di scoprire ogni cosa, ma dico per dire...
-
-— Sei certo? Non hai pensato che Donnina potrebbe non essere nata a
-Milano?
-
-— Ci ho pensato, ma ho conchiuso che... dev'essere nata a Milano.
-
-— E che il padre potrebbe non essere qui, che i sussidii mandati a
-maestro Ciro potrebbero venire da altri...
-
-— E che il padre potrebbe essere andato agli antipodi... Ho pensato
-anche a questo; ma, grazie al modo con cui è ordinata la nostra
-polizia, grazie ai consolati, grazie alle navigazioni transoceaniche,
-alle vie ferrate, ai telegrafi ed alle poste, se pure quell'uomo, dopo
-aver messo al mondo una creaturina adorabile come Donnina, non se n'è
-andato nelle foreste della Papuasia o nelle terre incognite dell'Africa
-australe, in mezzo ai selvaggi, è facile scoprirlo e fargli pervenire
-una lettera e riceverne la risposta. Ma io preferisco che quell'uomo
-non si sia mosso dall'Italia e da Milano, e vedrai che sarà in Italia
-ed in Milano per farmi piacere... senza contare...
-
-Non pare che tutto il rimanente avesse molto rassicurato il signor
-Fulgenzio, perchè a questa reticenza dell'amico si affrettò a
-incoraggiarlo a proseguire.
-
-— Senza contare?...
-
-— Senza contare che da tutto il romanzetto di Donnina, argomento
-che ella non ha padre legittimo di cui le bisogni il consenso per il
-matrimonio. Se l'atto di nascita dirà che quel bottoncino di rose non
-è frutto di giuste nozze, non avremo più altro a fare, e lo dirà...
-spero.
-
-— Lo spero anch'io, disse il direttore, sebbene questa speranza mi paia
-una colpa.
-
-— Non entriamo in sottigliezze, interruppe il dottore; per non perder
-tempo, io corro da don Alfonso, il curato della parrocchia più vicina.
-Già... potrei incominciare dalla più lontana, e sarebbe meglio, perchè
-sono sicuro che non ritroverò il fatto mio prima di aver visto la sacra
-polvere dei registri di tutte le ventisette basiliche di Milano.
-
-Un po' dell'anima del dottore era passata nell'anima del signor
-Fulgenzio, il quale rise allegramente.
-
-Il dottore aggiunse serio serio:
-
-— Ma, se cominciassi dalla più lontana, allora la fede di nascita di
-Camilla X, figlia dei coniugi X, nata nel giorno X del mese di maggio
-dell'anno 185... si troverebbe nella parrocchia più vicina.
-
-E, senza attendere oltre, volse le spalle all'amico, infilò l'uscio e
-scomparve.
-
-Don Alfonso, don Michele, don Alessandro, e successivamente un altro
-paio di reverendi, avevano permesso al dottor Parenti di frugare colle
-sue mani profane nei registri dei nati del 185..., ed aiutato essi
-stesse le ricerche senza frutto alcuno. Il dottor Parenti gli aveva
-pagati largamente con cinque dei suoi sorrisi, ed aveva rimandato al
-giorno successivo la visita al sesto parroco.
-
-Al signor Fulgenzio, il quale lo aveva interrogato in proposito, aveva
-risposto che tutto andava a meraviglia, che, avvezzo a non fare fidanza
-colla fortuna, era certo di non poter risparmiare nè un passo nè una
-parrocchia, e che infine quello era un viaggio di nuovo genere, e
-voleva farlo in tutte le ventisette tappe...
-
-Il curato della parrocchia di San... (si tace il nome del santo, perchè
-l'ottimo reverendo non amerebbe di vedere la sua persona sacra in un
-libro profano) il curato della parrocchia di San... è uomo faceto, e
-sta volontieri allo scherzo. Vide alla prima il lato vulnerabile della
-singolare dimanda del dottore, e si offerì pronto «ai suoi comandi»
-con una lieve tinta d'ironia, pregandolo, intanto ch'egli finiva di far
-colazione, di aspettarlo in sacristia.
-
-Il dottor Parenti non aveva niente più di quello che si meritava; era
-venuto troppo di buon mattino, e non voleva mettersi sulla coscienza il
-digiuno d'un reverendo. Questo almeno pareva significare l'inchino con
-cui rispose alle parole del curato, e l'accento con cui lo scongiurò
-di fare i suoi comodi. Rientrò in sacristia e vi rimase un buon quarto
-d'ora che spese, poichè una simile occasione non gli si era mai offerta
-in vita, a studiare l'_Oratio dicenda a sacerdote cum lavat manus_.
-Quando il curato entrò, il dottore, il quale aveva acquistato un'aria
-liturgica tutta sua, lo salutò come uomo ben intenzionato, capace di
-fargli gli onori di sacristia.
-
-Il reverendo si piegò appena, quanto permetteva la delicata condizione
-d'uno che si levava allora da tavola, andò diritto ad un antico armadio
-di legno di noce lavorato ad intagli ed a bassorilievi, lo aprì e
-mostrò una schiera di enormi libri venerandi, coperti di carta pecora,
-coll'indicazione dell'anno scritta sul dorso.
-
-— La persona di cui lei fa ricerca è nata?... chiese il curato col suo
-risolino evangelico.
-
-— Nel 185...
-
-— Nel mese?
-
-— Di maggio.
-
-— E si chiama?
-
-— Camilla...
-
-Il reverendo intanto s'era messo dinanzi il registro del 185... e lo
-sfogliava senza interrompere il risolino incominciato...
-
-— Lei dice che si chiama?
-
-— Camilla..... rispose il dottore imperturbabile, null'altro che
-Camilla...
-
-— Capisco... capisco... ed è nata nel giorno...
-
-— Nella prima settimana del mese...
-
-— I genitori si chiamavano...
-
-Il dottore non rispose; la malizia del curato diveniva maligna.
-
-— Si chiamavano? insistè.
-
-Ma il dottore zitto.
-
-«N. 181... _è nato alle ore 3 antimeridiane del giorno 1_, incominciò
-a borbottare il curato leggendo nel registro, _un bambino maschio..._
-niente... N. 182... _alle ore 8 antimeridiane del giorno 1, e fu
-battezzata nello stesso giorno, Teresa Giovanna Maria..._ niente
-Camilla... N. 183... _alle ore 7 pomeridiane, e fu battezzata nello
-stesso giorno, Margherita Camilla..._ — Camilla! interruppe il dottore,
-e curvandosi sul registro proseguì: _Margherita Camilla legittima; da
-Maria Longhi e Giovanni Bergoni, cattolici, padrini Marianna S. e Luigi
-V..._ Se permette, trascrivo questi nomi, mi pare di aver trovato...
-
-E senza aspettare altra risposta, levò di tasca il taccuino e si
-accinse a copiare tutta la dicitura, intanto che il curato, facendo
-correre l'indice di colonna in colonna, seguitava a leggere come se
-nulla lo avesse interrotto:
-
-«N. 184... _alle ore 9 pom. del giorno 3, e fu battezzato al giorno 4
-un bambino..._
-
-«N. 185... _alle ore 5 ant. del giorno 5, e battezzata nello stesso
-giorno Camilla..._
-
-— Camilla! interruppe un'altra volta il dottore arrestandosi di botto
-nello scrivere.
-
-«_Camilla Maria Luigia, legittima, di Teresa Altani e di Giorgio Boli,
-cattolici..._
-
-Quelle due Camille gettavano un po' di scompiglio nella mente del
-dottore; nondimeno egli s'affrettò a trascrivere le indicazioni di
-entrambe, seguendo paurosamente cogli occhi ogni movimento delle labbra
-del reverendo, il quale continuava a leggere ed a sorridere, come se le
-due cose non facessero in realtà che una sola.
-
-Finalmente il curato tacque; era giunto al giorno 10, e di Camille non
-ne aveva trovato altre.
-
-Era un orizzonte nuovo per il dottore; gli venivano in bocca cento
-domande, ma comprese che il curato non avrebbe avuto risposta per
-nessuna, serrò il taccuino fra le mani, ringraziò caldamente, fece un
-saluto profondo, sorrise con una devozione esemplare, ed uscì fuor del
-sacrato per darsi dell'asino con l'entusiasmo di un vero credente.
-
-«Asino! Asino! E non avere pensato prima! Ma se in questa sola
-parrocchia di Camille ce n'ha due, quante non ne incontrerò io prima
-di essere arrivato all'ultima? Se dura la proporzione posso far conto
-sulla dozzina...»
-
-E s'avviava a passi affrettati, come per togliersi più presto dal campo
-della sua sconfitta. Poco dopo si fermò e disse:
-
-«A Milano, su per giù, nascono venti milanesi il giorno, il che in una
-settimana dà un totale di 140 milanesi. Così, o all'incirca, doveva
-accadere anche vent'anni sono. Di questi 140, la metà sono maschi; e
-di settanta tra Caroline, Clotildi, Amelie, Marie, ecc., quante possono
-essere le Camille?»
-
-La cosa pigliava un aspetto tutto differente; ora, tra la certezza di
-dover visitare ad una ad una le 27 parrocchie e l'impazienza d'aver
-finito di raccogliere tutte le Camille, per poi accingersi al difficile
-còmpito di sceverare la buona, il meglio era di balzare in una carrozza
-da nolo.
-
-E così fece, a dispetto della sua igienica abitudine di camminare a
-piedi.
-
-«A Sant'Alessandro! ordinò al cocchiere.»
-
-E via di galoppo.
-
-Quattro giorni dopo, quelle peregrinazioni erano finite, ed i
-risultati, stando all'opinione del dottore, non potevano essere più
-soddisfacenti, però che egli fosse andato in cerca d'una Camilla e ne
-avesse invece incontrato sette.
-
-Il signor Fulgenzio non prese la cosa ridendo come il dottore gliela
-aveva detta, ma tolse di mano all'amico il taccuino e ne lesse le
-annotazioni, tentando il mestiere dell'indovino. Se il cuore fosse la
-buona pasta di consigliere intimo che tanti vogliono che sia, fra le
-sette Camille avrebbe indicato Donnina con una martellata di quelle
-famose nel petto del vecchio; ma, o la regola è sbagliata, o il cuore
-del signor Fulgenzio faceva eccezione.
-
-— E come faremo?... parve dire costui restituendo il taccuino senza dir
-parola.
-
-— Tu non farai nulla, farò io, rispose il dottore alla stessa maniera,
-ed aggiunse forte: «tutte queste Camille sono legittime; tanto meglio,
-e tanto peggio; ma di queste sette io ne ho già messe da banda tre...
-_Camilla Margherita_, figlia di Maria Longhi e di Giovanni Bergoni,
-_Eugenia Maria Camilla_, figlia di Concetta Lavini e di Tommaso Gori;
-_Fortunata Camilla_, figlia d'Innocenza Baldi e di Rocco Sani, ed a
-queste non voglio nemmeno pensare o ci penserò in ultimo.»
-
-Il direttore seguiva attentamente il filo del sistema d'indagini che
-doveva guidare sulle tracce del padre di Donnina; al dottor Parenti
-splendeva in faccia il genio inquisitorio.
-
-— E lo ho escluse, proseguì egli a dire, perchè i signori Giovanni
-Bergoni, Tommaso Gori e Rocco Sani sono venuti in terra il primo per
-fare il cenciaiuolo, il secondo il fabbro ed il terzo il calderaio,
-tre mestieri onorati, che non mi paiono corrispondere alle indicazioni
-avute circa il padre di Donnina...
-
-— E quali indicazioni abbiamo che si possano dire certe e si
-riferiscano proprio al padre di Donnina?
-
-— D'indicazioni certe e che si riferiscano proprio al padre di Donnina,
-ne abbiamo una sola: Donnina, e mi pare che basti! Oh! vorresti credere
-quel capolavoro di fanciulla uscita dalle mani di un calderaio?
-
-L'argomento non aveva di stringente altro che la fede dell'oratore,
-ma doveva bastare ad un uditorio desideroso di credere come il signor
-Fulgenzio.
-
-— Rimangono le altre quattro: _Grazia Maria Camilla..._
-
-Due colpi frettolosi battuti all'uscio ruppero le parole in bocca al
-dottore, ed un infermiere entrò a dire che mastro Paolo era stato côlto
-da un nuovo accesso di febbre e di delirio.
-
-
-
-
-XXIX.
-
-UN ALTRO VIAGGIO ED ALTRI VIAGGIATORI.
-
-
-Sono trascorsi otto giorni da quello che negli annali del bel mondo
-segna la fuga di Serena e del banchiere Redi, ed in questo tempo sono
-avvenute incredibili cose sulla faccia del Creso seduttore. Salvo gli
-occhi, che si sono ostinati a non voler rientrare nel loro guscio, ed
-i capelli rimasti fedeli all'intonaco odoroso che li appiccica sulle
-tempie, tutto il resto pare mutato; l'enorme bocca sgangherata si è
-come ricomposta per tener stretto fra le labbra un sorriso ironico;
-gli sguardi cadono spesso di sotto le palpebre e di sbieco, come al
-domani di un trionfo; le gambe, sempre bonariamente frettolose, si
-muovono con una certa indolenza piena di mistero; tutta la persona dice
-cose sì nuove e bizzarre tanto, che le orecchie sembrano protendersi
-innanzi sul viso per ascoltare, ed il naso ha l'aria d'un punto
-d'interrogazione nel mezzo d'una superficie carnosa.
-
-È probabile che a tale metamorfosi del suo Plutone, la bella Proserpina
-non avrebbe neanche posto mente, dove l'accento e le maniere non ne
-l'avessero fatta accorta. Non era più in fede mia quell'ossequioso
-e riverente imbecille, che aveva quasi l'aria di offrire i suoi
-milioni come si stende la mano all'elemosina; era un uomo sicuro
-di sè, impertinente quanto era stato umile, sprezzante quanto era
-stato desideroso. Aveva modi da gentiluomo colla sua dama; ma da un
-piccolo gesto, da una lievissima sbadataggine, da un tono di voce più
-alto o più basso, la sua dama era avvertita che l'usar quei modi era
-degnazione o galanteria di abitudine.
-
-Sulle prime, come fu detto, Serena non si avvide; fatta accorta,
-continuò a mostrare di non avvedersi fino a tanto che le fu possibile
-senza ostentazione; e quando dovette deporre quello scudo ed uscir
-dalla sua indifferenza e guardare alle nuove sembianze con cui le
-si offriva l'avvenire, allora si armò di disprezzo e combattè a
-viso aperto. Fu una lotta muta, tenace, in cui il banchiere portava
-l'astuzia del non parere e Serena la schietta sicurezza di chi legge in
-cuore all'avversario.
-
-La posta era palese; il banchiere, avendo trionfato della cortigiana,
-voleva ora trionfare della donna e farla docile ai propri voleri; la
-donna, più convinta nel disprezzo, e sprezzante tanto da non curarsi di
-mantenere alcun imperio, si accontentava di resistere.
-
-Quella scherma di tutte l'ore senza frutto alcuno venne a noia al
-banchiere prima dell'ottavo giorno. Per uscirne egli fece un errore
-di tattica. Aveva detto fin dalla vigilia che avrebbe avuto bisogno
-di trovarsi a Rouen presto, altro non attendere se non un avviso per
-lasciare Parigi. In quel mattino ordinò venissero preparate le sue
-valige e «quelle della signora.»
-
-La _signora_ seduta in un canto non mostrò di aver udito e lasciò che
-il _signore_ uscisse senza nemmeno guardare dalla sua parte. Quando il
-banchiere tornò, le sue valigie erano pronte, non quelle della signora.
-
-— Avevo pur detto...! gridò incollerito alla cameriera.
-
-— La signora non ha voluto, rispose costei.
-
-Il banchiere ebbe il torto d'aspettare che Serena entrasse a dire
-qualche cosa, ma l'indolente non disse verbo. Era una mezza sconfitta,
-a cui non mancava nemmeno la ritirata, poichè il disgraziato sentì
-improvvisamente il bisogno di andare nelle sue stanze.
-
-Ritornò quasi subito, del tutto mutato nelle maniere. Serena non s'era
-mossa.
-
-Questa volta la _signora_ fu avvertita in bel modo della necessità
-della partenza.
-
-— Vi duole? aggiunse il banchiere, radunando in questa interrogazione
-tutto il fascino della sua galanteria.
-
-— Prepara le mie valige, disse Serena alla cameriera.
-
-Tre ore dopo partivano alla volta di Rouen.
-
-Per via il banchiere fu taciturno fuor dell'usato; chiudeva gli occhi
-fingendo di dormire e pensava. A che pensava? Evidentemente la partita
-era perduta od almeno non rimaneva speranza di vittoria; quella donna
-non sarebbe mai divenuta uno strumento nelle sue mani. Non era però tal
-cosa da doverlo rendere inquieto, come ad ora ad ora si mostrava. A che
-altro pensava egli dunque?
-
-Il domani, a Rouen, nel movimento incessante di quella città
-manifatturiera, il banchiere ritrovò la vena del suo prezioso buon
-umore.
-
-Erano i primi giorni di febbraio, ma splendeva un magnifico sole, che
-anticipava alla natura ancora arsiccia i gai colori della primavera.
-
-Non si vide mai un uomo tanto contento di sè quanto pareva il banchiere
-in quel giorno; era come uscito dal contegnoso torpore che gli
-irrigidiva le membra, e camminava ancora coi passi frettolosi e brevi
-con cui fino a pochi giorni innanzi s'era tirato dietro il carro della
-propria fortuna. Rideva forte e per ogni nonnulla, e si adoperava
-invano a comunicare un po' dell'anima propria al bel marmo di Paro
-che aveva pagato a peso d'oro. L'impassibilità di Serena faceva un
-singolare contrasto con quella specie di frenesia gioconda; deposte le
-armi della lotta, la bella rientrava nel castello merlato della propria
-indolenza, sdegnosa perfino della vittoria. Conveniamone: non si può
-avere una innamorata più noiosa.
-
-Il banchiere, non potendo far di meglio, ordinò uno splendido desinare
-in una sala appartata, una specie di festino a due, e se ne andò a
-spasso per «mettersi in appetito.» La qual cosa gli riuscì benissimo.
-
-A tavola Serena, cui il contegno insolito del suo compagno riusciva
-inesplicabile, ne interrogava il volto arrossato dalle libazioni,
-parendole di notare un po' di stento in quell'allegria balzana, e
-nella pompa di quel banchetto un proposito che non le veniva fatto
-d'indovinare. Il banchiere assaggiava di tutto e portava ad ogni tanto
-il bicchiere alla bocca, ma in realtà faceva più ciance che bocconi,
-e spesso non si avvedeva che il bicchiere era vuoto. Due o tre volte
-parve raccogliersi in pensiero ed uscì da quella breve meditazione
-con un diluvio di parole. Serena parlava poco ed il più sovente a
-monosillabi; ma i suoi sospetti erano divenuti certezza, ed alla
-frutte non esitò ad interrompere il verboso commensale per dirgli a
-bruciapelo:
-
-— Perchè tante parole? Voi avete qualche cosa da dirmi; dite.
-
-Il signor Redi fu lievemente sbigottito; pur non istette un pezzo in
-forse prima di prendere il suo partito, vuotò d'un fiato le poche
-goccie di vino che rimanevano in fondo al bicchiere, per darsi un
-contegno, spinse la sedia più presso al desco e fissando gli occhioni
-spiritati in volto alla sua donna, tentò un risolino ribelle.
-
-— Ho infatti qualche cosa da dirvi, una gran cosa, una cosa bizzarra.
-
-La curiosità di Serena non ebbe testimoni indiscreti nel sangue o nei
-nervi, poichè nulla ne parve fuori; il banchiere proseguì:
-
-— Non avete domandato mai a voi stessa, nell'atto di stringere il
-negozio che doveva farmi il più felice degli uomini... quanti milioni
-possedesse il vostro banchiere? No?... Ebbene, in questo momento a
-Milano non si pensa che ai miei milioni: solo invece di domandare
-quanti ne ho, si vuol sapere quanti sono quelli che mi mancano.
-
-Serena guardò in volto il banchiere, per questo solo atto accennando
-che ella prendeva interesse alle parole di lui.
-
-— Mi spiego. Stamane, alle undici in punto, la banca Redi ha annunziato
-la sospensione dei pagamenti, o in altri termini, ha fallito per tre
-milioni. Una bagattella, direte, mi avreste creduto più ricco; ma non
-ho saputo far di meglio.
-
-Il banchiere ebbe bisogno di attingere nuova disinvoltura e vide
-un'altra volta il fondo al bicchiere vuoto. Serena, riavutasi dallo
-stupore, non trovava parole.
-
-— Voi siete dunque rovinato? chiese poco dopo con freddo accento.
-
-— Se chiamate rovina il dover rinunziare ai milioni che non ho mai
-avuti, il trovarmi qui a tavola colla più bella donna dell'universo ed
-il poter dire che quella donna e il mondo mi hanno appartenuto...
-
-Serena lo interruppe ripetendo la domanda collo stesso tono di voce:
-
-— Voi siete dunque rovinato?
-
-— Press'a poco; mi rimangono solo cinquecento mila lire.
-
-— Che non sono vostre...
-
-— Che sono mie. Comprendo quanto vi passa in mente; ognuno ha la
-sua propria virtù e voi tenete a quella che chiamate la lealtà dei
-negozi; e anch'io ci tengo; solo, per giudicarne, non uso il criterio
-delle moltitudini, ma quello della mia coscienza. Dando ascolto a chi
-strilla si sostituirebbe il sentimentalismo all'onestà commerciale. Non
-sorridete, signora mia; vi spiego il mio pensiero.
-
-Prima di spiegare il suo pensiero, il banchiere Redi ebbe l'aria di
-raccogliere le idee.
-
-— Se vent'anni sono avessi chiesto al mondo qualche migliaio di
-lire per porre in atto un mio buon disegno economico, non avrei
-probabilmente ottenuto nulla. Supponete ch'io l'abbia fatto, ed abbia
-raccolto ciò che da simili credulità infantili si raccoglie, la beffa
-e la miseria, e che allora abbia detto: «bada, il mondo vuole essere
-ingannato, e mentre non saprebbe perdonarsi d'essersi lasciato gabbare
-dal sentimento e diffida della compassione che sente e di ciò in cui
-può veder chiaro, ti apre il cuore e la borsa e ti corre dietro per
-cacciarla nelle tue tasche sol che tu mostri di andartene per la via
-della fortuna; bada, tutti vogliono essere onesti, ma tutti credono
-nella sorte e nel danaro, nell'onestà non credono. Pensaci.» Supponete
-che io abbia detto tutto ciò in un momento di sfiducia. Questo buon
-senso, badate, è molto facile a parole, raro in pratica; ed io l'ho
-avuto, mi faccio giustizia da me. Divenni banchiere. Per quali vie,
-sarebbe lungo a dire ed inutile, nè mi comprendereste; in questo si
-compendiano tutte: il disprezzo del danaro, la fede nella fortuna. A
-molti manca o l'una o l'altra delle due cose: io seppi averle entrambe.
-In pochi anni la mia riputazione era fatta; cosa difficile nel mio
-genere di commercio più che in ogni altro; perchè se ad un fabbricante
-basta produrre merce migliore e darla più a buon mercato per trionfare
-della concorrenza, a me bisognava ispirare la fiducia col mio solo
-nome, cogli atti della mia vita, col mio contegno, colle mie parole.
-La Banca non dà che una derrata, la più difficile, la più soggetta ad
-avarie — la buona fede. È nulla ed è tutto. Vi tocca dar valore ad un
-pezzo di carta che non ne ha, fare che una firma diventi una moneta,
-e la parola una caparra. È difficile molto, ma non tanto come l'avere
-denaro a prestito da un amico per non morir di fame.
-
-«Non andò molto ed ebbi la soddisfazione di vedere la fiducia pubblica
-regolarsi dalle mie azioni; il termometro capriccioso della Borsa
-segnò i miei capricci; gente che non mi avrebbe dato uno spicciolo
-d'elemosina, per non far la fatica di snodare i cordoni della borsa,
-non pareva aver altra ambizione fuor quella di mettere al sicuro
-il suo oro nella mia cassa forte; mille piccole fortune timorose si
-attaccarono al carro della mia fortuna; fu un'apoteosi. Si commentava
-ogni mia parola, si almanaccava intorno ad un mio sorriso; alla Borsa,
-dove non hanno fede se non nella fortuna, mi credevano accorto; fuori
-mi dicevano sciocco perchè ne avevo un po' l'aria, mi dicevano furbo
-perchè non ne avevo l'aria. Ebbi anch'io i miei adoratori come voi,
-e come voi li pagai con un sorriso, con una stretta di mano, con
-una buona parola; voi colla pompa dei vostri vezzi, io col bagliore
-dei miei vasellami d'argento e dei miei scudi d'oro. Siamo schietti:
-guardandovi nello specchio, se pure non siete d'una modestia feroce,
-dovete confessare a voi stessa che siete bella; io, specchiandomi negli
-occhi cupidi della folla, finii col convincermi che qua dentro vi era
-qualche cosa di buono.
-
-Il banchiere appuntò l'indice nel mezzo della fronte e guardò in
-singolare maniera la sua compagna, la quale sembrava porgere ascolto
-sbadatamente.
-
-— Non crediate, ripigliò a dire il fallito, che tutto ciò mi costasse
-alcuna fatica; ebbi le mie brutte giornate, i miei pessimi quarti
-d'ora, provai gli spasimi d'un'idea che sfugge, d'un consiglio che
-non viene. Il mio fu lavoro assiduo, indefesso, senza riposo. Non so
-se voi comprendiate che cosa sia lo struggimento affannoso di chi è
-costretto a puntellare di continuo un edifizio che può cadere ad un
-soffio di mala fede; io so quanto valga e vi posso dire che non è
-lusso, compiacenza o potere che lo paghi. Un uomo d'ingegno, dopo aver
-faticato tanto, ha diritto, mi pare, agli ozii beati dell'età matura;
-ed io sono abbastanza maturo per oziare...
-
-A questo punto della sua argomentazione, il banchiere credette di poter
-spendere opportunamente una sonora risata; ma gli echi di quell'ilarità
-morirono nello stanzino senza percuotere una sola fibra della statua
-indifferente che il Don Giovanni in rovina aveva convitato alla sua
-mensa.
-
-— Ma io non intendo che vi sia capitale dove non fu prima l'economia;
-ora appunto i cinquecentomila franchi che mi avanzano, rappresentano i
-miei piccoli risparmi di ogni annata cogli interessi degli interessi,
-accumulati nel tempo felice. Cinquecentomila lire sono una miseria, ne
-convengo, ma chi ha saputo sparagnarle sulle spesucce di casa, deve
-saper vivere lautamente anche con meno. È il doppio benefizio della
-economia domestica, la quale, come tutte le umane virtù, non dà mai un
-beneficio solo.
-
-Serena non diceva nulla, ed il banchiere incominciava a sentire il
-bisogno di essere interrotto.
-
-— Persistete in credere che quei cinquecentomila franchi appartengano
-di diritto (lasciamo la legge da una parte, che non è sempre tutto uno)
-ai creditori del fallimento?
-
-Invece di rispondere direttamente, la bella disse, lasciando cadere ad
-una ad una le parole:
-
-— Il vostro è un fallimento doloso?
-
-L'interrogato esitò alquanto a rispondere.
-
-— Non conosco se non due maniere di fallimenti, disse poi; vi è chi
-fallisce bene e chi fallisce male; comprenderete che non si nasce col
-genio del banchiere per finire la vita in prigione, e che io ho fallito
-bene. Non dubitate, i cinquecentomila franchi che mi rimangono non
-mi saranno tolti, nè mi manderanno in carcere; i miei registri sono
-in regola. Io sono un galantuomo che ha scelto un mestiere costoso ed
-ha fatto male i suoi negozi, dopo di aver reso servigio all'umanità.
-Che sono i tre milioni consumati in confronto di quelli che passarono
-per le mie mani? E chi può fare la somma dei benefizi che il mondo ha
-ricavato dalla mia Banca? Domandatelo agli economisti.
-
-Gli occhioni del banchiere mandarono il lampo di due napoleoni nuovi
-di zecca e si aguzzarono per leggere in volto alla bella ciò che le
-passava in cuore.
-
-Vi fu un istante penosissimo di silenzio. Nessuna domanda diretta era
-stata fatta dal Creso rovinato, e pure era evidente ch'egli attendeva
-una risposta.
-
-Serena stette alcuni istanti in pensiero, poi disse con voce pacata:
-
-— Se tutto questo mira a liberarvi di me, è una cosa intesa.
-
-Come se la malìa da cui attingeva vigore si sciogliesse di repente
-al suono di uno scongiuro cabalistico, il banchiere Redi si scolorì
-in volto a quelle parole, e rispose con voce che aveva insieme del
-supplice e dello sfiduciato:
-
-— Ho voluto solo giustificarmi in faccia a voi...
-
-— Ed a qual fine? Mi avete ingannata; giungo tardi al banchetto dei
-vostri milioni. Che importa? Salvo gli otto giorni della mia vita che
-vi ho dato, domani, lontana da voi, sarò la stessa di prima, nè più
-stimabile, nè meno.
-
-— Volete lasciarmi?
-
-— Deve essere il nostro comune desiderio; io basto a me stessa, e le
-vostre cinquecentomila lire non possono quasi bastare a voi solo.
-
-Sul volto del banchiere passò una nube di mestizia. Aprì le labbra,
-protese le mani, nascose in esse il volto e chinò il capo sulla mensa.
-
-La beffa contraeva le labbra di Serena.
-
-Lo sfatato comensale parve lottare alcuni istanti dentro di sè, infine
-sollevò la testa lento lento, senza staccare le mani dal volto, appuntò
-i gomiti sulla tavola e disse penosamente:
-
-— Io vi amo, io vi ho sempre amata, io per voi ho affrettato la mia
-rovina; non mi lasciate; non vi domando amore, nè stima, rimanete
-mia; voi non sapete quanto mi costi ora il parlarvi così, e quanto mi
-costasse il mascherare la mia febbre sotto il capriccio d'un milionario
-per non farmi beffare; non mi guardate in viso, ma lasciatemi dire che
-vi amo.
-
-Il banchiere continuò a tener celato il volto. Serena lo guardava con
-disdegno e non rispondeva.
-
-— Mi amate, disse poco dopo, senza alcuna commozione nella voce, e che
-ne importa a me?
-
-— Tutto quanto mi rimane è vostro, insistè l'innamorato, rialzando il
-capo e fissando gli occhi desiderosi nel volto della bella.
-
-— Io ho la mia vergogna, e mi basta, rispose costei, non voglio farmi
-complice della vostra.
-
-La fronte del banchiere si curvò vie più e picchiò sulla mensa; Serena
-si levò e si ritrasse nella sua camera.
-
-Un'ora dopo il signor Redi la raggiunse, e le venne innanzi con un
-contegno insolitamente rude.
-
-— È inutile che affrettiate la vostra partenza, disse; poichè dobbiamo
-separarci, sarò io a lasciarvi libera!
-
-— Non prima che vi abbia restituito quanto ebbi da voi... rispose
-freddamente Serena.
-
-— Ciò che diedi, rispose ruvidamente il banchiere, è cosa vostra;
-a quel tempo non era fallito; lasciate gli scrupoli voi lo avete
-guadagnato quel denaro.
-
-— È vero, disse Serena, e volse il capo a guardare alteramente da
-un'altra parte.
-
-Il banchiere stette un istante sulla soglia, poi si allontanò in
-silenzio.
-
-La bella, rimasta sola, non si mosse, non battè palpebra, fin che il
-superbo sguardo non fu oscurato da una lagrima di vergogna.
-
-Poi giunse il tramonto melanconico, e la notte, la tetra notte.
-
-
-
-
-XXX.
-
-SOLA!
-
-
-Marta, la cameriera della signora, viene in punta di piedi fin sulla
-soglia, getta uno sguardo nella tenebra della camera, si ritrae e
-ritorna subito dopo con due candelabri accesi.
-
-Ecco la luce gioconda, i riflessi rossigni, le mobili ombre. — Serena
-non dice nulla; intorno al suo cuore è sempre la notte, la tetra notte.
-Fa un cenno, rimane sola.
-
-Sola no; un mondo di fantasmi le sta intorno; appariscono in silenzio
-dagli angoli oscuri della camera, si svolgono dalle ampie pieghe delle
-cortine da letto, od escono dal vano delle finestre, si fanno innanzi
-ad uno ad uno, le passano rasente, ne sfiorano le vesti e si curvano
-per mettere il loro volto dimenticato sotto gli occhi della bella;
-beffano, o lagrimano; si rialzano, girano intorno intorno senza far
-rumore e rientrano nel loro nascondiglio.
-
-Serena non si muove, non respira quasi, pensa.
-
-Una mano ignota le sfoglia innanzi agli occhi il libro della vita; qui
-era un trastullo infantile, la carezza mormorata da un labbro di donna,
-qui, dopo i sogni fatti dalla fronte serena di una madre, i primi
-sogni della vergine, e le prime armi civettuole della fanciulla, e più
-oltre il primo battito del cuore alla prima parola uscita da un labbro
-lusinghiero, e poi l'amore... l'amore colle sue care febbri, coi suoi
-spasimi dolci, fiducia intensa d'un'anima che si congiunge ad un'altra
-anima, d'un pensiero che corre dietro ad un altro pensiero — l'amore,
-che fantastica giocondo, che legge nell'avvenire, che assoggetta la
-sorte e placa la stessa sciagura, il sereno amore di sposa in cui
-sorride la futura madre...
-
-E poi una frenesia nuova, un turbamento insolito, un bugiardo bisogno,
-una bugiarda parola proferita nell'ansia tentatrice, ed una falsa
-riluttanza della fibra stanca, e il tradimento che invoca ed il
-tradimento che si arrende, e lo abbandono nelle braccia di un altro
-uomo quasi ignoto...
-
-E a poco a poco, nell'inconsapevole volto del tradito una accusa
-perenne, nella sua nota voce un'eco paurosa, nelle sue carezze uno
-strazio; ed a poco a poco, col rimorso che illumina, la doppia
-vista che legge in petto all'ospite nuovo del cuore e vi scopre
-l'indifferenza, la sazietà, il disgusto, quando non è più tempo,
-quando, in un ultimo impeto virtuoso, si ha volto le spalle alla casa
-profanata per non aggiungere alla bassezza della colpa la bassezza
-della ipocrisia.
-
-Ed allora, allora solo, il grido soffocato della vergogna che si copre
-il volto... Che fare? Oh! se la coscienza le balbettasse una scusa,
-se le potesse dire che tutta sua non fu la colpa, che potente era la
-seduzione e fragili troppo le forze per combatterla, che un dispetto o
-una collera l'aveva indotta alla prima arrendevolezza, ed un momento di
-febbre o di oblio all'ultima. Ma la coscienza morde la fibra del cuore,
-e tace od impreca. Perchè non è scusa alcuna a tal colpa; nemmeno
-la complicità, sollievo a tante colpe. No, nemmeno la complicità del
-seduttore; costui ti è venuto innanzi senza maschera, e ti ha offerto
-il disonore, e tu lo hai accettato; quali che siano le parole belle che
-ti ha bisbigliato all'orecchio, egli non poteva nascondere che quanto
-ti offriva era il disonore, e tu lo sapevi, e tu l'hai accettato! Non
-è via di scampo; guardati intorno, sei sola; non hai più casa, non hai
-più famiglia; la tua casa è il mondo, la tua famiglia il pubblico, la
-prostituzione incomincia.
-
-Ed ecco l'amore un'altra volta, ma l'amore merciaiuolo, colla faretra
-sdruscita, piena di dardi usati che han perduta la punta; ecco l'amore
-dalle ali spennate; ecco la folla innamorata!
-
-In cambio del sereno e robusto affetto che ti sei tolta dal cuore,
-hai mille galanterie leggiadre per riempirne il vuoto; scegli tra
-il vecchio libertino che paga e il giovine che ti offre un amore
-_disinteressato_ perchè tu lo faccia pagare da un altro. Ti si
-preparano cento trionfi; la tua vanità non fu convitata mai a così
-lauto banchetto; hai gemme, vesti strascicanti ed immodeste che prima
-non avevi; la tua bellezza si riflette in mille occhi desiderosi;
-i tuoi amici sono tutti maestri di belle parole, di belle maniere,
-ammirano il tuo spirito, ti prestano il loro; tu li torturi con un
-capriccio, li metti in croce con un'emicrania, li manderesti in capo
-al mondo con una parola; sono così bonini, così dotti di garbuzzi e di
-manieruzze gentili... bisogna credere: «li manderesti in capo al mondo
-con una parola!» Non potresti così con due levarteli dai piedi, ma non
-monta; hanno imparato la ginnastica per cui si cammina senza inciampare
-nello strascico d'una veste, sono affatto innocui, non ti fanno
-dimenticare la casa che non hai, non ti possono più nulla togliere di
-cui non ti rimanga abbastanza: e poi la solitudine è così paurosa ed il
-pensiero così indocile alla nuova vita!
-
-E ti amano! Da quanti l'hai sentita, impassibile, quella parola che un
-giorno ti ha fatto battere il cuore?
-
-Ecco, perfino l'amabile luogotenente ritorna, è geloso del mondo, gli è
-venuta una fantasia amorosa tardiva; aveva creduto spento l'incendio,
-ma gli era rimasta una scintilla; non ti scalderai tu con essa il
-gelido petto? E anche il banchiere Redi ha un cuore, tutti intorno a te
-hanno cuore, e te l'offrono con manierine leggiadre. Scegli dunque il
-tuo amore!
-
-E se mai da questa folla uscisse una parola schietta, un gagliardo
-affetto, lo respingi, perchè non è cosa tua; se ti sentissi riardere in
-una fibra sola, ti trattieni in tempo, è un ardore non tuo, fuor della
-folla prodiga non è che l'avarizia; ora tu ti doni al mondo e il mondo
-ti ridona a te stessa, se ti conservi ad un amore geloso non sarai più
-tua. E poi non l'hai tu detto a te stessa? Nella vergogna più scendi
-basso e meno contamini il cuore; se ti risolvi ad un affetto sincero ed
-unico sarai più sciagurata di prima; quell'uomo che tu hai abbandonato
-ha diritto alla tua vergogna, tu espii per esso, tu lo vendichi;
-sentirti in petto il cuore e non strappartelo sarebbe un'altra
-ingiuria, un tradimento nuovo; nulla più ti è concesso della donna;
-oltre la soglia della tua casa era il pubblico, e tu l'hai varcata!
-Da tutta questa folla indifferente che passa per le vie affaccendata,
-togli le donne ed i fanciulli e gli onesti che hanno una casa, il resto
-è tuo, qui ed a Milano e dovunque, e infin che il sole rischiari la tua
-bellezza.
-
-Ancora una volta, ecco i fantasmi che escono dal vano delle finestre,
-e si staccano dagli angoli in cui tremolano le ombre gettate dai
-candelabri, ecco il trastullo infantile, la carezzevole parola
-mormorata in un bacio di donna, la fronte pensosa d'un padre, ed i
-sogni sereni d'una madre, e le confidenze ingenue della vergine, e
-l'amore primo ed ultimo...
-
-Ohimè, tutto ciò è morto per sempre, ogni fantasma che hai visto è una
-tua menzogna; il tempo non rifà la via percorsa, e se giunta è sotterra
-alcuna notizia di te, colei che fu tua madre si è scavata una fossa più
-profonda.
-
-Guardati intorno: gli spettri non iscoperchiano le tombe; sei sola. Un
-unico fantasma ghigna tristamente in un canto, ma è il fantasma d'un
-vivo... Lo fissa in volto, lo riconosci...
-
-Serena uscì con un grido dalla sua melanconica inerzia. L'avveduta
-cameriera l'intese ed accorse.
-
-— Che fa il signore?
-
-— È uscito testè dall'albergo mandandosi innanzi le sue valige; non mi
-ha detto parola, gli ho chiesto i suoi ordini, e mi ha posto in mano
-due napoleoni d'oro.
-
-Siccome la padrona non gli dava più ascolto, tacque.
-
-— Domani partiremo all'alba; ora vattene a dormire, deve essere tardi.
-
-— Non vuole che l'aiuti a svestirsi?
-
-— Farò da me.
-
-L'alba trovò la leggiadra Serena addormentata sopra un divano, e i
-candelabri ancora accesi. In quella stanza e nel cuore di quella donna
-era ancora la notte, la tetra notte...
-
-
-E il banchiere Redi?
-
-Fallitogli il tentativo di legare alle ruote della sua fortuna la bella
-Serena, se ne andava solo da Rouen ad Havre.
-
-Il _Velox_ nave a tre alberi, mercantile, doveva far rotta il domani
-diretto a Nuova-York, ed al banchiere occorreva un nuovo mondo.
-
-Ah! egli sarebbe rimasto molto volontieri nel vecchio, solo che avesse
-avuto nel suo portafogli la metà della somma di cui si era vantato
-possessore in faccia a Serena; ma dire che gli rimanevano centomila
-lire era forse più ancora del vero, e qual'è l'intelletto audace che
-con simile bazzecola possa uscire incolume da un fallimento di tre
-milioni?
-
-Messo da parte ogni vantamento, il banchiere doveva convenirne — era
-stato meno furbo di sè stesso. E forse con quel viaggio somigliante
-molto ad una fuga, contava di far tacere una voce brontolona che gli
-ripeteva ogni tanto il fastidioso ritornello:
-
-— Hai tu _fallito bene_?
-
-
-
-
-XXXI.
-
-LO SCOPPIO DELLA BOMBA.
-
-
-La notizia del fallimento della banca Redi aveva fatto molto rumore.
-Novelle siffatte hanno le gambe lunghe; epperò alle due il cassiere
-annunziava la sospensione dei pagamenti, alle quattro mezza Milano avea
-ripetuto le parole del cassiere alle orecchie dell'altra metà. Quanto
-alla somma del fallimento, salvo leggiere oscillazioni di rialzo o
-di ribasso, aveva seguito una progressione decrescente; lo sgomento
-balbettò la prima parola, una bagatella, come sarebbe a dire una
-ventina di milioni e più; ma la cifra, passando mano mano allo sconto
-degli accorti o degli indifferenti, scese rapidamente fin presso alla
-vera somma, ed alle quattro anche questo era notorio, che la banca Redi
-falliva per tre milioni circa.
-
-Le meraviglie, i dolori, le gioie segrete che seguono ogni disastro
-finanziario, non entrano in questa narrazione. Alla Borsa nessuna
-meraviglia, chè lo stupore è degli inetti, ed il genio speculativo non
-ci dà tempo; un fallimento può essere una buona od una cattiva notizia
-per A o per B, alla Borsa non è che un _affare_.
-
-Nella stessa giornata abili calcolatori, tenendo conto di tutto,
-erano giunti alla convinzione che le rovine di quel magnifico edifizio
-che era stato la banca Redi, avrebbero appena potuto dare il due per
-cento ai creditori. E ci fu un nobile cuore, il quale, a risparmiare a
-tanta gente noie e brighe interminabili, offrì di comprare i crediti
-ad uno e novanta; più tardi si disse sottovoce che il banchiere Redi
-faceva forse un fallimento di speculazione e riscattava egli stesso
-di soppiatto i suoi debiti. Tale sospetto, tassato in Borsa, produsse
-un fenomeno curioso e frequente, voglio dire che chi poc'anzi aveva
-venduto ad uno e novanta ricomperò a due e dieci.
-
-E così le cose tornarono allo stato di prima, salvo che i creduli ed i
-timorosi aveano messo qualche spicciolo del loro borsello nelle tasche
-degli avveduti e degli arditi. In fondo le ruote delle banche non si
-muovono altrimenti.
-
-I mille nodi che fan capo e si annodano sotto i suggelli delle porte
-d'un fallito, formano un'epopea che attende ancora il suo Omero.
-
-Il colosso Redi, cadendo, aveva schiacciato parecchie dozzine di
-piccoli galantuomini che stavano sotto. Quei tre milioni rovinati
-pomposamente assorbivano il mille ed il cento del padre di famiglia,
-che aveva creduto di porre i suoi risparmi al sicuro.
-
-Due giorni appena dopo la catastrofe, incominciarono le notizie
-aspettate e temute; erano società disciolte, imprese andate a
-picco prima d'uscire di porto, e fallimenti in processione. Nuove
-lagrime, nuovi sgomenti, e negozi nuovi; la Borsa accoglieva tutte le
-notizie, le metteva in circolazione, ed il giuoco non interrotto mai,
-ricominciava ogni tanto colle stesse vicende. Una sola novella riuscì
-a scuotere l'olimpica indifferenza della speculazione, e fu il sapere
-che le splendide argenterie sequestrate in casa Redi, ultima reliquia
-preziosa della miniera bancaria, erano, come i vantati milioni...
-_cristophle_.
-
-La speculazione, che barattava sulla soglia del tempio, per la prima
-volta dacchè era cominciato l'_affare_, si arrestò senza parole.
-
-Il genio del banchiere Redi poteva vantare l'ultimo trionfo.
-
-
-
-
-XXXII.
-
-RITORNO.
-
-
-Rouen è una cara cittadina; conta una prefettura, una zecca, un
-museo, molte accademie, parecchie antichità, ha una magnifica torre
-ed una biblioteca di molte migliaia di volumi, bei dintorni, belle
-donne..., ma per una viaggiatrice della fatta di Serena doveva essere
-assolutamente un paese noioso. Questo pensava l'avveduta Marta intanto
-che la signora farneticava in silenzio nella propria camera. E quando
-fu ora di dichiarare se si rimanesse o no nell'albergo per quel giorno,
-la premurosa fanciulla venne arditamente ad informarsi, dispostissima a
-dare il suo buon consiglio solo che se ne porgesse l'opportunità.
-
-— La signora intende rimanere a Rouen?
-
-Serena fe' cenno di no.
-
-La cameriera aspettò qualche schiarimento, poi s'arrischiò a dire:
-
-— Devo preparare le valige della signora?
-
-Serena fe' cenno di sì.
-
-E l'altra pigliando animo:
-
-— La signora vuol recarsi?...
-
-— Dovunque!...
-
-— Vuoi ritornare a Milano?
-
-— No, rispose Serena con prontezza, ed aggiunse poco stante: dovunque,
-fuorchè a Milano.
-
-— Se mi permette di darle un consiglio, Parigi non è lontana, vi si
-stava assai bene; e poi lei non è in grado di fare un lungo viaggio.
-
-— Sta bene... Parigi, disse Serena, ed abbandonò il capo fra le
-palme. Marta uscì in punta di piedi, dicendo in cuore che la signora
-incominciava a divenirle insopportabile, e che, se durava a questo
-modo, la poteva far conto di _provvedersi_.
-
-Verso il mezzodì Serena volse le spalle alla via percorsa nella notte
-dal banchiere Redi e ritornò a Parigi.
-
-Durante il viaggio parve alla cameriera di scorgerle in volto i segni
-d'un pensiero importuno; poco prima di giungere alla gran città, Serena
-infatti ruppe il silenzio così:
-
-— Antonio è rimasto a Milano?
-
-La cameriera mandò un sospirone non all'indirizzo dell'atletico
-servitore, ma a Parigi da cui le pareva d'allontanarsi prima ancora
-d'esservi giunta.
-
-— Sì, signora.
-
-Questa volta era la padrona che desiderava gli schiarimenti e la
-cameriera che stentava a metter fuori le parole.
-
-— La mia casa è rimasta tal quale, come avevo dato ordine?
-
-— Sì, signora.
-
-Un altro sospiro.
-
-— Non furono toccati i mobili, nè i tappeti? Erano queste le mie
-istruzioni?...
-
-— Erano queste.
-
-Ahi! ogni domanda respingeva la fatata città un buon centinaio di
-chilometri.
-
-— Piglierai i biglietti per Milano, disse Serena.
-
-Erano allora alle porte di Parigi, ma la povera cameriera guardando
-innanzi a sè non seppe vedere se non la guglia del Duomo.
-
-Il domani, Serena rientrava nella sua deliziosa dimora, dove
-l'aspettavano i variopinti caladii a cui il bravo Antonio non aveva
-lasciato mancare nè una goccia d'acqua, nè un raggio di luce, nè un
-grado di calore.
-
-Era tornata in Milano con una singolare riluttanza, quasi di soppiatto,
-in una carrozza chiusa di cui aveva calato le cortine, e s'era guardata
-intorno nello smontare, non certo per paura che alcuno la vedesse, ma
-come obbedendo ad un istinto.
-
-La furba cameriera, per mettere in pace la propria curiosità, diceva a
-sè stessa che la padroncina era vergognosa d'essere andata all'estero
-con un fallito. La riputazione di una cortigiana ha le sue verginità
-che giova rispettare, e il parer vittima del fallimento del banchiere
-Redi ne avrebbe offuscato la bella aureola. Ma il ragionamento
-zoppicava; rendeva conto della timorosa inquietudine di Serena, non
-della sua determinazione di venire a Milano.
-
-E perchè a Milano appunto, dopo aver detto che sarebbe andata dovunque,
-a Milano eccettuato?
-
-La cameriera ricordava benissimo d'aver udito quel proposito sulle
-labbra della sua padrona un'altra volta, contraddetto poi dal fatto
-nella stessa maniera. E fu precisamente quando il luogotenente
-Ferdinando, lasciata in una villetta sulla riviera ligure l'amabile
-compagna, non s'era più visto. Anche allora l'abbandonata voleva andare
-in capo al mondo, tranne che a Milano, dove era poi andata per davvero.
-In tutto ciò doveva essere un segreto che la padroncina aveva avuto il
-torto di non confidare, come nei melodrammi e nelle commedie, alla sua
-Vespina. Quanto ad indovinarlo, la giovinetta, piena di buona volontà,
-vi si era pur provata, ma non era venuta a capo di nulla. Ah! se si
-avesse avuto bisogno dei suoi servigi un paio di anni o un paio di mesi
-prima, tanto che non le mancassero le fondamenta per un solido edifizio
-di congetture, voglio dire le nozioni indispensabili ad ogni cameriera,
-allora il segreto di Serena non sarebbe più un segreto, e da un pezzo
-Marta ne avrebbe detto qualche cosa a chi legge. Ma così costretta
-a congetturare sovra congetture, ad appoggiare ipotesi sovra altre
-ipotesi, la poveretta non ci ha colpa davvero se non ne sa nulla.
-
-Una cosa colpì Serena al primo entrare nella sua abitazione e fu
-l'apprendere che il giorno innanzi era stato a chiedere di lei...
-chi?... Maurizio. Maurizio il quale doveva saperla partita! Ed a qual
-fine? E che aveva detto? E che aspetto mostrava? Il colossale Antonio
-non sapeva rispondere a siffatte domande e ad altre tali che la signora
-aveva sulle labbra. Il signor Maurizio era venuto alla vigilia, intorno
-alle due, vestiva di nero e portava neri i guanti, aveva chiesto della
-signora colla massima naturalezza; inteso come fosse assente da Milano,
-aveva lasciato il suo biglietto di visita e promesso di ritornare
-il giorno di poi...; «oggi...» aggiunse il servitore in maniera di
-commento.
-
-«Oggi!» balbettò la bella tra sè e sè, pigliando il biglietto di visita
-che le veniva presentato.
-
-Il servitore stette alcuni istanti in aspettazione, poi vedendo che
-più non gli si badava si allontanò in silenzio; Serena rimase ritta
-nel mezzo del salotto, immobile e mutola, finchè lo scatto improvviso
-d'una molla la fece sobbalzare. Si volse e guardò l'orologio a pendolo
-intanto che sonava le due.
-
-Prima che fosse battuta la seconda squilla, Serena d'un balzo fu
-nella stanza da letto, dove la cameriera le preparava le vesti per
-l'acconciatura.
-
-— Non sono in casa per nessuno, disse a Marta, la quale non ebbe tempo
-di riaversi dallo stupore di quell'ordine precipitoso e di quelle
-singolari maniere perchè si udì il tintinnio del campanello alla porta
-d'ingresso.
-
-La cameriera si mosse vivamente per uscire, ma la mano di Serena le
-afferrò il braccio e la trattenne.
-
-Un istante, un brevissimo istante, che parve lungo alla curiosità della
-giovinetta, la signora stette dubbiosa; poi con quella variabilità
-che aggiunge un fascino di più a tutte le Serene della terra per
-la disperazione di tutte le Marte dell'universo mondo, prese un
-atteggiamento rigido e disse con voce ferma:
-
-— Se è il signor Maurizio, passi.
-
-
-
-
-XXXIII.
-
-TERZO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.
-
-
-Era il signor Maurizio.
-
-Serena non si dissimulava le conseguenze di quel colloquio; venire
-innanzi al severo amatore, udirne per la terza volta la calda e
-schietta parola, e resistere colla simulazione non le era più possibile
-dopo quanto era avvenuto. Anche volendo, le sarebbero mancate le
-armi alla lotta; chè da gran tempo essa aveva cessato d'essere una
-_donna_ ed in quel mentre non era ancora rientrata nella sua corazza
-di cortigiana. Nè solo di lottare, ma non si sentiva nemmeno la forza
-di volere; tacevano le voci della coscienza; guardando agli scrupoli
-che l'avevano trattenuta dal venire prima, amante ella stessa, nelle
-braccia di così caldo amatore, le parevano singolari e ridevoli, faceto
-capriccio del cuore. Pensava, se pure era pensiero la fuggevole schiera
-dei fantasmi, pensava che, volendosi concedere un sentimento generoso,
-aveva scelto una stravaganza. E poi amava essa Maurizio? In quel
-momento no, od almeno dell'amore non aveva la consapevolezza; altro non
-era se non una donna, la quale, pur d'uscire da sè stessa, sceglieva di
-buttarsi nelle braccia del primo venuto.
-
-Davvero Maurizio indovinava il buon momento.
-
-All'atto di porre il piede nel salotto, la bella chiuse un istante gli
-occhi, come per radunare le proprie forze, poi mosse diritta incontro
-al nuovo padrone.
-
-Costui se ne stava immobile nel mezzo della sala, gli occhi fissi
-in Serena, con una singolare espressione di meraviglia; non profferì
-parola.
-
-La bella gli fe' cenno di sedersi e sedette ella stessa; le batteva il
-cuore affrettato, ma aveva il pensiero lucido e ritrovò un po' di forza
-per non dar tempo all'imbarazzo di porsi di mezzo nel loro colloquio.
-
-— Signor Maurizio, diss'ella con accento fermo, io non immaginava di
-rivedervi così presto; voi però vi tenevate sicuro che sarei ritornata?
-
-Maurizio la guardava fisso; e quand'ella tacque, rispose solo con un
-cenno del capo. Serena proseguì con un singolare accento, tra il serio
-e lo scherzoso:
-
-— A me non è lecito adontarmi di ciò che vi ha d'offensivo in tale
-certezza; non voglio parer diversa da quella che sono; se avete creduto
-impossibile che io seguissi la sorte d'un fallito, non mi avete fatto
-ingiuria, e forse avreste pensato che, non volendo parer complice
-di quel fallimento, il mio _onore_ doveva ricondurmi a Milano. Avete
-pensato questo?
-
-Maurizio, senza staccare gli occhi dal volto leggiadro, rispose:
-
-— Non so che cosa ho pensato, non lo so proprio. Sono venuto ieri,
-e sarei venuto domani se oggi non vi avessi incontrata. Ero io certo
-che sareste tornata? Mi pare di sì. Mi avevate detto tante volte che
-facevate un negozio. Il banchiere era fallito, ed io sono venuto.
-
-La singolare maniera con cui Maurizio parlava, a periodi rapidi e
-concisi, facendo una pausa in fine di ciascuno, come per scegliere
-le parole, fermò l'attenzione di Serena, la quale si aspettava altri
-modi ed altro linguaggio. Non le stava innanzi un innamorato ardente
-ed impetuoso, nè un beffardo giudice, nè un volgare vezzeggiatore di
-cortigiane; le maniere di lui non erano nè timide, nè impertinenti,
-nè fredde, nè appassionate; la sola insistenza dello sguardo poteva
-sembrare indizio di un occulto sentimento. Quello sguardo era fisso e
-pareva scrutatore. Serena lo sentiva ardere sul volto e suo malgrado
-arrossiva.
-
-— E perchè siete venuto? chiese la bella per uscire dall'imbarazzo.
-
-E l'altro rispose collo stesso accento:
-
-— Sono venuto a prendere il posto vacante, perchè ora io sono ricco, e
-posso concedermi il lusso del vostro amore.
-
-Serena non battè palpebra; Maurizio soggiunse:
-
-— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io;
-ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io
-sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete
-di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.
-
-Sempre quello sguardo insistente, quel volto impassibile, quel
-linguaggio rotto, e quei brevi intervalli di silenzio misurati
-dall'affanno di Serena.
-
-Alla sciagurata donna venne meno la forza di resistere; le passarono
-in mente mille fantasie, mille sospetti, mille paure in un baleno;
-non le parole di lui l'offendevano, ma quelle sembianze impallidite,
-quell'accento monotono e freddo come un destino crudele. Si rizzò in
-piedi ed andò a sedersi altrove; Maurizio non mutò positura, non battè
-ciglio e continuò a tener l'occhio fisso sulla seggiola rimasta vuota.
-E dopo un istante di silenzio, durante il quale Serena, colta da un
-nuovo e terribile sospetto, guardava Maurizio paurosamente, la voce
-fredda, sommessa, uguale del visitatore ripetè come prima:
-
-— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere Redi gli ho io;
-ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito; io
-sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete
-di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.
-
-E da capo quel silenzio, quello sguardo fisso, quell'immobilità
-dell'atto. Serena, dopo breve interna lotta, fu d'un balzo presso a
-Maurizio, e pigliandogli le mani e mettendo la leggiadra fronte presso
-al volto di lui, mormorò con voce spenta e carezzevole:
-
-— Maurizio, Maurizio mio!
-
-E siccome non le veniva risposto, crollò il bel capo disperatamente, e
-le anella dei suoi neri capelli sferzarono il volto severo.
-
-A quel contatto Maurizio si scosse e passò lievemente una mano fra i
-morbidi ricci, ma senza distrarre l'occhio dalla seggiola vuota, senza
-mutar positura.
-
-E dopo un altro momento di silenzio, ripetè non variando un accento,
-colla stessa monotona lentezza:
-
-«Potete fare un buon negozio, i milioni del banchiere Redi li ho io...»
-
-Serena non lo lasciò finire, diede un piccolo grido, balzò in piedi
-col volto scolorato dal terrore, si guardò intorno stupidamente ed uscì
-dalla camera.
-
-Maurizio rimasto solo, continuò:
-
-«Ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui ha fallito, io
-sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie, voi mi appartenete
-di diritto. Ma non dubitate, farete un buon negozio.»
-
-Poi tacque, continuando a guardare fissamente nel vuoto.
-
-Antonio, il servitore alto sei piedi, era entrato cautamente nella
-camera e se ne stava in disparte, mentre la povera Marta, vittima dei
-doveri del suo ufficio, si teneva presso alla padroncina, la quale non
-voleva rimaner sola.
-
-Maurizio stette lungamente immobile e mutolo; alla fine volse in
-giro uno sguardo sbigottito, si levò ed uscì a passi lenti senza mai
-profferire parola. Antonio lo seguì sino al pianerottolo, poi venne
-a dire alla signora che colui se n'era andato.... E la disgraziata
-Marta, rimasta finalmente libera, corse alla finestra per veder passare
-_colui_...
-
-
-
-
-XXXIV.
-
-IL DOTTOR PARENTI AL SIGNOR MAURIZIO.
-
-
- «N. 24. Oggetto
- (Particolare)
-
- Milano.
-
- Si rende noto alla S. V. che Camilla *** figlia di Maurizio ***
- e di Camilla *** dimorante ad A... in casa del signor Ciro Neri,
- maestro di scuola, dovendo farsi moglie a Mario P., figlio adottivo
- del signor Fulgenzio P., ha bisogno del consenso de' suoi genitori
- legittimi, i quali lo devono dare a voce o per iscritto con atto di
- notaio.
-
- «Il sottoscritto si permette di aggiungere che Camilla *** vuole
- tanto bene a Mario, che Mario vuole tanto bene a Camilla, che
- entrambi si sono giurati di essere l'un dell'altro, e che sarebbe
- una crudeltà inutile il volerli tener divisi due anni ancora, fino
- all'età maggiore della fanciulla. Il sottoscritto a buon conto pone
- la propria persona ed il proprio domicilio a disposizione del padre
- di Camilla; e se sarà necessario, verrà a ricevere una risposta.
-
- «_Dottor_ PARENTI
-
- «Medico della Casa di Salute, in via *** N. ***.»
-
-
-
-
-XXXV.
-
-PAOLUCCIO LASCIA L'OSPIZIO.
-
-
-Prima di scegliere la forma epistolare, l'ottimo dottore aveva
-lungamente almanaccato se per avventura non gli convenisse trattare
-il negozio a quattr'occhi nell'intimità d'un colloquio, coll'eloquenza
-della parola e del gesto. E si sentiva in petto un paio di polmoni da
-oratore ed al bisogno una faccia tosta corrispondente. Certo sarebbe
-stato più spiccio e più sicuro, secondo egli diceva, ma diffidò della
-forma d'una domanda a bruciapelo, la quale non dà tempo a pensare, ed
-ebbe timore che la soggezione, od il dispetto, o qualunque altra delle
-tante meschinità del cuore pigliasse la mano al sentimento di padre a
-cui voleva fare appello. In fondo, a dar tempo al rimorso, era meglio
-scrivere.
-
-Quanto alla forma della lettera, da prima non ne vide che una:
-commovente _esordio_, concisa esposizione del fatto, lunghissima
-_mozione degli affetti_. Poi ne vide cento, e facendo l'inventario
-della propria rettorica, trovò ch'era meglio sopprimere l'esordio, e
-poi la perorazione, e si domandò se non fosse più conveniente scrivere
-pacato e grave, esponendo le condizioni legali della fanciulla;
-finalmente si attenne alla forma d'ufficio, scevra insieme da ogni
-affettazione e da ogni indiscretezza. Quando ebbe finito la sua lettera
-credette d'aver fatto un capolavoro.
-
-Rispetto al modo per cui era venuto a scoprire che Maurizio era il
-padre di Donnina, la cosa fu facile quanto era sembrata e quanto poteva
-essere difficile; appena ebbe intraprese le indagini, seppe che delle
-quattro Camille rimastegli, una era morta, un'altra era andata a nozze
-l'anno prima e la terza aspettava marito nel tetto paterno. La quarta
-era figlia di Maurizio — era Donnina.
-
-Se il dottore non isbagliava la prognosi, si preparavano tali cose, per
-cui era necessaria la presenza di Mario in Milano, e volendo lasciare
-in tutte le faccende del cuore la parte all'improvviso e non guastare
-gli effetti con importune riflessioni anticipate, senza fiatarne parola
-a Fulgenzio, scrisse nello stesso giorno a Mario, raccomandandogli di
-venire subito, perchè Paoluccio era forse in fin di vita.
-
-La cosa era vera, ma in altra occasione il dottore non si sarebbe fatto
-alcuno scrupolo di lasciar spegnere quel misero avanzo di vita, senza
-darne il triste spettacolo al giovane studente.
-
-Ed oh! il triste spettacolo!
-
-Quando Mario arrivò, corse difilato alla casa paterna, ma trovò il
-signor Fulgenzio assente; poco dopo gli venne innanzi il dottore,
-il quale contro il consueto non ebbe per salutarlo nè lo splendido
-sorriso, nè le replicate strette di mano; si mostrava invece frettoloso
-ed affannato.
-
-Mario, commosso da quanto gli pareva d'indovinare in quegli atti,
-appena osò domandare:
-
-— È morto?
-
-— Non ancora.
-
-Non ancora!...
-
-Il dottore si avviò frettoloso, e Mario dietro.
-
-Attraversarono il cortile, salirono le scale, e percorsero un lungo
-corridoio, in capo al quale era la camera del disgraziato Paoluccio;
-solo quando furono all'uscio, il dottore si arrestò, tese l'orecchio un
-istante, e ripetè, volgendosi al giovine:
-
-«Non ancora!»
-
-Mario fece per andare oltre, ma il dottore lo trattenne e stringendogli
-per la prima volta la mano, così gli parlò pacato:
-
-— Ha chiesto di te, voleva vederti, diceva d'aver gran cose a dirti.
-
-Il pensiero del giovane lesse nel desideroso pensiero del dottore.
-
-— E credete che prima di morire riacquisterà il senno? chiese Mario.
-
-— Questo avviene raramente; è il rimedio ultimo, e non è in mano degli
-alienisti...; lo spero per te.
-
-Il giovane tentennò il capo melanconicamente, ma senza amarezza, e
-disse, additando l'uscio socchiuso:
-
-— Se _egli_ sa qualche cosa del mio albero genealogico, meglio è che
-porti il mio segreto nella tomba.
-
-Il dottore spinse lievemente la porta socchiusa e passò oltre; Mario lo
-seguì.
-
-Ed oh! il triste spettacolo!
-
-Sopra un piccolo letto, inondato di luce, giaceva il moribondo, col
-volto, le mani ed il petto incadaveriti, cogli occhi spalancati e fissi
-nell'ampia finestra da cui si vedeva il cielo azzurro, colle labbra
-agitate come per mormorare una risposta a qualche domanda segreta.
-
-Gli occhi del giovine si arrestarono subito sul noto volto, in cui
-per tanti anni egli aveva letta l'impronta del dolore, e non videro il
-signor Fulgenzio, il quale se ne stava in un canto.
-
-Ad un cenno del dottore, Mario si fe' presso al capezzale, e si pose
-fra il letticciolo e la finestra per modo di arrestare lo sguardo del
-moribondo.
-
-Paoluccio tenne un istante gli occhi fissi sul giovane, poi li
-socchiuse e disse qualche parola al suo invisibile interlocutore.
-
-Mario si chinò sul capezzale, toccò la fronte del vecchio e cercò i
-polsi che misuravano gli ultimi istanti di quella miserabile vita.
-
-Un sorriso rianimò fugacemente il volto del moribondo, il quale guardò
-fisso il giovane e mostrò di riconoscerlo.
-
-— Ti aspettavo, disse finalmente ad alta voce con un accento fermo, che
-commosse i tre astanti.
-
-Ma lo sforzo fatto per parlare forte gli cagionò l'affanno; non potè
-soggiungere altro.
-
-— Sai? ripigliò a dire poco dopo con voce più sommessa ed
-interrompendosi ogni tanto; ho una buona notizia da darti... Non è vero
-che siano là sotto, ti ricordi?... là sotto... non è vero. Fu un brutto
-scherzo... invece sono là, non ne manca uno, mi aspettano.
-
-Tacque, e per brev'ora si udì solo il rantolo dell'agonia.
-
-Il dottore si accostò al letticciuolo, guardò il moribondo e poi Mario
-con un triste sguardo.
-
-Cessò il rantolo... un breve silenzio, poi un lungo sospiro. L'ultimo?
-No, tutto non è ancora finito. Improvvisamente il vecchio levò il
-braccio e sembrò fare un ultimo sforzo per cercare la mano di Mario,
-e quando l'ebbe nella sua la strinse forte, fe' un cenno del capo, e
-ripigliò a dire:
-
-— Sai?... fu un brutto scherzo...
-
-Ma non si udì altro, nè una voce, nè un soffio; il disgraziato aveva
-finito il delirio e la vita.
-
-Aveva gli occhi aperti, e la mano fredda stringeva ancora la mano del
-giovane.
-
-Il quale si svincolò della gelida stretta, chiuse gli occhi del morto
-e si ritrasse dal capezzale, senza una lagrima, col cuore impietrito
-dall'affanno.
-
-Allora gli venne fatto per la prima volta di scorgere il signor
-Fulgenzio, ma non l'ebbe per anco visto, che già il pover'uomo lo
-teneva stretto nelle braccia e lo baciava in volto, carezzevole, come
-non aveva mai fatto, come non aveva mai saputo fare, e lo chiamava col
-nome di «figlio.»
-
-— Padre, padre mio!
-
-Mario non seppe dir altro, ma la tenerezza aprì le vie che il
-dolore aveva chiuso; le lagrime bagnarono i due volti riavvicinati
-dall'affetto.
-
-Paoluccio, i cui occhi non avevano voluto rimaner chiusi, pareva
-guardare dal letto di morte e sorridere, intento che il dottor Parenti,
-col cuore grosso, cercava di spingere i suoi due amici fuori della
-melanconica cameretta.
-
-Il dottore non veniva mai meno alla sua accortezza naturale, e sapeva,
-checchè gliene costasse, mettere in disparte la propria persona quando
-era necessario. Comprese che tra padre e figlio, per la prima volta
-egli avrebbe fatto la parte dell'importuno, e trovò un pretesto per
-lasciarli soli, come due innamorati che si fossero fatti il broncio un
-pezzo ed avessero allora riannodato il filo.
-
-Il paragone non parrà capriccioso a chi abbia esperienza della vita;
-il cuore non batte in due maniere la corda dell'affetto, nè altro è
-l'amore se non affetto misto di desiderio.
-
-Non bastano le lagrime a quei due petti allacciati per la prima volta
-nei nodi d'un gagliardo sentimento; non bastano la parola mormorata
-ed il fremer delle fibre nella tenerezza del ravvedimento; hanno tutto
-detto e non basta, bisogna tornar da capo, rifare colla parola la via
-fatta col pensiero, rivedersi riluttanti, diffidenti l'un dell'altro,
-rievocare quei tristi giorni in cui erano insieme ed eran soli, in cui
-il loro affetto era uno strazio dissimulato, una simulata freddezza,
-mentre ora è una gioia così pura!
-
-E dire: «Ti ricordi? Ti ricordi? In quel giorno io ti parlai aspro, e
-ti amavo. Ti ricordi? Una volta ti vidi mesto e non ti venni incontro,
-e non ti chiesi che avessi, e non ebbi una parola per rasserenarti, e
-sognavo ad occhi aperti la felicità di poter fare tutto ciò, perchè ti
-amavo! Ti ricordi?...»
-
-Non fu mai confidenza così intera d'amico ad amico, nè tenerezza
-di innamorati così schietta, nè entusiasmo più bello di quel che
-s'incornicia nei grigi capelli del vecchio, nè così salda sicurezza di
-sè come nel baldo aspetto giovanile di Mario.
-
-Sono come due viaggiatori che già si abbiano vôlte le spalle, e dopo
-aver camminato sempre dritto, scostandosi sempre più, si incontrino ora
-faccia a faccia per rimpiangere la via non fatta insieme.
-
-Si riconoscono e si leggono in petto.
-
-E cianciano amorosamente senza riserve, senza diffidenze; tatto ciò
-che viene loro in mente è buono, perchè apre meglio la via del cuore,
-ogni sentimento che si mostra è una meraviglia nuova; così essi avevano
-sognato il loro affetto; e così era e così lo ritrovano!
-
-Una folla disordinata d'idee, di memorie, di speranze, di propositi,
-trabocca dalle loro parole, dai loro atti, dai loro sguardi
-intenti. Chiedete il nome della fata che gli ha guidati in quel caro
-labirinto... Donnina!
-
-La faterella ha fatto davvero il miracolo, le è bastato mostrarsi per
-farsi amare; udite la confessione del signor Fulgenzio: anch'esso è
-innamorato della sua futura nuora!
-
-Oh! come batte forte il cuore di Mario!
-
-
-Intanto la notizia della morte di Paoluccio si è sparsa per lo
-stabilimento. Costui che parla sottovoce col reverendo, è stato uno dei
-primi a saperla, in grazia del sistema di spionaggio in cui persiste
-da dieci anni per la difesa propria e de' suoi compagni; egli vuol
-persuadere il reverendo, il quale lo ascolta a bocca aperta, che se
-Paoluccio è morto, segno è che non poteva più durare in quella vita,
-e che bisognerà in avvenire raddoppiare la vigilanza. Altrove si
-vuol sapere di qual malattia è morto, e nessuno lo sa dire: gli uni
-escono nel cortile e levano il capo verso la finestra della stanza
-mortuaria, altri si accoccolano nel canto più oscuro, e babbo Jacopo
-passeggia su e giù senza badare a nissuno, ma col volto rincupito più
-del consueto e col passo malfermo. Il solo indifferente è il professore
-Rigoli, su cui pare che il dolore non possa assolutamente nulla. Se
-alcuna cosa lo tocca da vicino, è il vedere come un avvenimento tanto
-naturale, qual è, nell'ordine dei fatti, la morte d'un uomo decrepito,
-impressioni tanto quelle teste vacillanti. E siccome nessuno gli
-bada e gli cuoce il non veder la solita allegria, spinge le palle a
-carambolare sul biliardo, muove le pedine sullo scacchiere, mescola e
-taglia i tarocchi, legge forte i giornali e picchia sulla tastiera del
-pianoforte.
-
-
-E in quello stesso mentre, in una camera al primo piano i canarini
-ripetono una strofetta spensierata alle orecchie di un grosso micio,
-che socchiude ogni tanto gli occhi per non far villania ai concertisti,
-e una bionda creatura con un volto che pare un bocciolo di rosa, si
-stringe amorosamente al petto del dottor Parenti, il quale ha qualche
-cosa che non vuol dire.
-
-Ma tanto fa la fanciulla, che egli è costretto a dirla:
-
-«Paoluccio non è più pazzo!...»
-
-Due lagrime, che la piccola Olimpia aveva sul ciglio da un pezzo,
-sgorgano in silenzio e rigano il bel volto.
-
-
-Il giorno successivo si annunziò con uno splendido mattino. I rami
-degli alberelli nudi che crescevano nel cortile del manicomio, parevano
-levare in alto le loro gemme per scaldarle ai raggi di quel sole
-primaverile; le vetrate scintillavano, ed un magnifico cielo azzurro si
-incorniciava nelle quattro ale di muro. E nondimeno, quanta mestizia in
-quel luogo!
-
-Una cerimonia lugubre si era compiuta all'alba. Il povero Paoluccio era
-stato vestito coi suoi migliori panni, e gli si era presa la misura per
-la bara, che aveva dovuto essere molto lunga; il falegname, sapendo di
-aver da fare con un collega, s'era fatto scrupolo di servir a dovere
-il suo cliente ed aveva scelto assicelle di abete stagionate, e s'era
-vantato che il morto stesso non avrebbe fatto meglio; tutte queste
-cose, se non erano verissime, formavano l'argomento dei melanconici
-crocchi dei pazzi. Quella mattina passò tristamente; si aspettava la
-sera, e non si sapeva far altro.
-
-E la sera venne, e finalmente la triste curiosità fu paga: una lunga
-bara chiusa attraversò il cortile e fu deposta nella cappella; a quella
-vista taluno fuggì pauroso, altri rimase come istupidito a guardare,
-senza lagrime e senza parole, i più vennero dietro la bara.
-
-Si udì un lieve bisbiglio come ai preci; poi la bara ruppe un'altra
-volta la piccola folla e fu posta sopra un carro. Così Paoluccio lasciò
-l'ospizio.
-
-I suoi antichi amici si sbandarono allora e si raccolsero, in vari
-capannelli, ma non ritrovarono le liete ciancie; il solo professore
-protestava mani e piedi contro l'incomprensibile inerzia dei compagni.
-
-Mario aveva voluto accompagnare il povero vecchio fino al cimitero e
-lo vide calar nella fossa a ciglio asciutto, senza dolore, anzi con
-una specie di tenerezza profonda, con un sentimento quasi di gioia.
-Un istante pensò a rendersi conto di quanto avveniva dentro di sè, e
-parendogli colpa il non avere il cuore rotto dall'affanno, provò ad
-affliggersi. Ma la sua stessa pietà fu ribelle a quell'ipocrisia. E poi
-no, non era luogo a mestizie; guardando il fondo della fossa tranquilla
-ed il magnifico azzurro del cielo ampio come una promessa, e sentendo
-l'alito fresco del mattino, pensò che quel viaggiatore smarrito aveva
-cessato allora solo d'essere meritevole di lagrime.
-
-E poi, poteva egli impedire al cuore di battergli forte e giocondo?
-Non si era mai sentito tanta vita nè tanta felicità; ritrovava insieme
-l'affetto d'un padre, e nel padre un amico, e sè stesso e la fede dei
-primi anni smarrita nella ritrosia dell'amor proprio. E sopra tutto
-ciò l'amore per Donnina, l'amore di Donnina ed il carezzevole pensiero
-dell'avvenire, ampio tanto quando si hanno ventitre anni e si ama!
-
-Guardata dietro il prisma dei suoi affetti, anche la bara di Paoluccio
-gli sembrava sorridente, e quella sepoltura aveva quasi i colori di
-una festa. Ebbene, sì, una festa, ora che la terra ha cancellato le
-tracce del dolore, se le voci dell'anima non sono una menzogna, se quel
-cielo infinito non è un deserto, qualche cosa di colui che fu Paoluccio
-rimane ancora... e fa festa!
-
-
-
-
-XXXVI.
-
-POVERA OLIMPIA!
-
-
-Olimpia ha spiato dalle persiane socchiuse i passi di Mario, e non
-oggi solo, ma ieri, e ad ogni volta che egli è uscito di casa od ha
-attraversato il cortiletto. Ella sa tutto, la disgraziata fanciulla,
-sa tutto! Ed oh! se le rimanesse tempo e comodità di piangere, quante
-lagrime verserebbe sulla propria sorte! Ma sì! Non si ha mai finito di
-dar sesto alla casa, e poi ci è sempre quella Semplicetta che ha l'aria
-di aspettare la prima lacrima per versarne un torrente, oppure il
-babbo, il malizioso babbo, con quegli occhi fatti apposta per sgominare
-ogni proposito in petto alle figliuole melanconiose.
-
-Basta, è un gran dolore non essere padrona delle proprie lagrime, e
-non poterne versare nemmeno una quando vorrebbe versarle tutte per
-_fargli_ dispetto. Potesse almeno dirgli, poichè il cattivaccio ne ama
-un'altra e vuole sposarsela, che a lei non ne importa un bel niente,
-e che anch'essa ama un altro e se lo sposerà! Potesse _dirgli_ questo,
-via, sarebbe già una magnifica vendetta! Ma nemmeno, nemmeno! Non ci è
-_un cane_ che la guardi, la poverina! Se vuole sfogare il malumore non
-le rimane che Semplicetta; ma la matrona dei fornelli mette tanto buon
-volere a lasciarsi tormentare dai capricci della padroncina, che costei
-si pente prima ancora di stancarsi.
-
-Ditelo voi, non è vero che è una disgraziata creatura? Vi sono dei
-momenti in cui crede proprio che ne morrà, e si guarda nello specchio
-e si trova un'aria patita, e si prova a tossire per vedere se potrà
-buscarsi una bronchite! E immagina di vedersi morta, di veder _lui_
-lagrimoso dietro la bara, col petto straziato dai rimorsi. Anche questa
-sarebbe una magnifica vendetta!
-
-Oppure vivere eternamente zitella, per non lasciargli più pace e
-perchè egli fosse costretto a pensare a tutte le ore: «Quella poverina
-invecchia senz'amore, ed è colpa mia; sono io la causa della sua
-sventura, povera Olimpia!»
-
-Oh! sì, povera Olimpia! Ma il vedersi zitellona non finisce di
-piacerle; meglio morta di tisi, meglio sotterra come Paoluccio!
-
-Talvolta pensa anche alla sua rivale, a quella ladra che le ha rapito
-il cuore di Mario. Senza dubbio sarà bella, _più bella..._
-
-E specchia il volto da cherubino... oh! che colpa ne ha lei se è tanto
-brutta!... tanto brutta poi no, via, no davvero!
-
-Ah! le pare di sentirsi ribollire il sangue nelle vene al pensiero
-della sua rivale, si sente il cuore capace d'odio, non ne è sicura,
-ma incomincia ad odiar forte quella donna. Le vengono in mente tante
-terribili vendette consigliate dalla gelosia; ripensa mille torture;
-ah! se avesse la forza di far del male, se fosse buona d'essere
-cattiva!
-
-Ma bisogna reprimere tutte queste fantasie, giova farsi forza, e venire
-ad una determinazione seria, e fermarsi in quella. Un giorno o l'altro
-dovrà trovarsi in faccia alla sposa — _alla sposa!_ — dovrà parlarle
-come un'indifferente, sorriderle anche; ci vuol coraggio, bisogna
-preparare un contegno, e non lasciarsi cogliere alla sprovveduta per
-non farci una triste figura, poichè in fin dei conti è meglio che
-quella smorfiosetta non abbia a godere del trionfo. E immagina qual
-veste indosserà... oh! certo la veste color di rosa... peccato che
-non abbia lo strascico, anzi che le arrivi appena alla caviglia!...
-peccato! E le dirà... Che cosa le dirà? Ci pensa molto... è difficile!
-
-Ma a poco a poco si fa strada un altro pensiero; quella fanciulla,
-dicono, è poveretta, è orfana, è buona! Perchè armarsi contro di lei,
-invece di volerle bene? Ah! le pare che le vorrebbe tanto bene se non
-la odiasse!
-
-Odiarla! una tapina che non ebbe mai le carezze della mamma come lei, e
-che, di lei più disgraziata, non ha nemmeno il babbo... nè fratello...
-nè sorella... Oh! ma Mario basta a tutto. Proprio? A tutto? All'amore
-del babbo, per esempio, no: se scende in fondo al cuore, ella trova
-d'amar più il babbo che Mario, senza paragone!...
-
-Dopo lunga contesa, Olimpia ha formato il suo proposito. Ed il primo
-momento che si trova con Mario si fa forza e gli dice senza preamboli:
-
-— Signor Mario, come si chiama la sua fidanzata?
-
-Il giovane sorride e rispondo arrossendo un tantino:
-
-— Donnina!
-
-— Ebbene, soggiunge la fanciulla, dica a Donnina che io voglio esserle
-amica. Glielo dirà?
-
-— Glielo dirò.
-
-Ed Olimpia corre, senza ascoltar altro, nella propria camera col cuore
-che le batte forte, proprio come in petto ad un'eroina.
-
-
-
-
-XXXVII.
-
-UN GIORNO DI VACANZA IN CASA DEL MAESTRO DI SCUOLA.
-
-
-Come fuggì ratta quella domenica! Ognissanti era venuto in carrozza
-per far più presto, e fidandosi al desiderio aveva tanto anticipato
-il viaggio da giungere ad A... assai prima che non promettesse la sua
-lettera, e tuttavia non prima che Donnina si fosse affacciata dieci
-volte alla finestra ed avesse sentito martellare il cuore a dieci
-nugoli di polvere che aveva visto levarsi in fondo in fondo, sulla via
-maestra.
-
-Maestro Ciro se ne stava alle vedette da basso, sul limitare della
-scuola, nel piccolo vano della porta come in una cornice, e non
-usciva dalla sua immobilità se non per fregarsi le mani e sorridere
-benignamente ai passanti. L'oste della _Salute_ gli rimandava quel
-sorriso illeggiadrito dalla più prepotente smania di attaccar discorso
-che abbia travagliato il petto d'un oste, ma il maestro di scuola non
-ci badava nemmeno.
-
-Mamma Teresa andava e veniva dai fornelli alle spalle del marito, tanto
-più impaziente quanto più non voleva parere, e poneva nel mentre le
-fondamenta di uno splendido desinare, il calderino per lessare un pollo
-nato e domiciliato ad A..., cresciuto sotto gli occhi della scolaresca
-e morto la vigilia.
-
-Finalmente Ognissanti venne; anticipava di un'ora e ritardava d'un'ora.
-Maestro Ciro se lo strinse al petto per il primo, e non lo avrebbe
-lasciato se mamma Teresa non glielo avesse tolto di mano per ispingerlo
-contro Donnina.
-
-La cara fanciulla non ebbe parole; Ognissanti la baciò in fronte ed
-ella gli restituì quel bacio senza rossore. La gioia su quei volti
-ravvicinati aveva una serenità profonda, che contrastava colla febbrile
-ardenza di maestro Ciro. Costui intendeva l'allegria un po' alla
-maniera dei suoi scolari, e se il decoro magistrale e le gambe glielo
-avessero permesso, avrebbe fatto a saltare le panche di scuola anche
-sotto gli occhi della terribile mamma Teresa. Al contrario, Ognissanti
-aveva come una lieve nube di mestizia, e dagli occhi di Donnina spirava
-quella dolcezza pacata e tranquilla che pareva esserle compagna nelle
-maggiori commozioni.
-
-A spicciar le cose, mamma Teresa concesse al giovine un amplesso
-pieno di dignità, poi spinse in cucina i tre fanciulli, maestro Ciro
-compreso, e sbattacchiò l'uscio di scuola per impedirne l'ingresso
-a due sguardi curiosi, in cui si era concentrata tutta la vitalità
-dell'oste della _Salute_.
-
-Incominciò la festicciuola di ciance. Donnina ed Ognissanti avevan
-tante cose da dirsi, anche a non dirsi nulla che già non sapessero.
-E poi gran cose erano avvenute: la visita del signor Fulgenzio,
-il colloquio all'osteria, le indagini sul padre della giovinetta.
-Tutto ciò fornì al signor maestro occasione d'un lucido racconto che
-mamma Teresa ascoltò a bocca aperta all'ora del desinare, ben inteso
-protestando quello essere il momento di far bocconi e non chiacchiere.
-
-Anche Ognissanti aveva le sue novelle da dare, ed una melanconica,
-che non avrebbe fatto bella figura a tavola — la morte di Paoluccio.
-Questa, naturalmente, tenne per sè; e parlò del signor Fulgenzio, della
-vita universitaria, del tempo che ancora gli rimaneva per pigliar la
-laurea, e guardava Donnina, mentre maestro Ciro si fregava le mani
-ridendo del suo meglio per far capire alla moglie che la laurea e
-Donnina erano tutt'uno.
-
-La fanciulla ascoltava tenendo gli occhioni fissi nel volto
-d'Ognissanti; essa non aveva nessuna novella da dare, e l'avvenire le
-parlava sulle labbra del futuro sposo. Ma si sentiva felice quanto non
-era mai stata, perchè per la prima volta Ognissanti le appariva come lo
-aveva in cuore, senza quell'inquieta ansia dell'avvenire, senza quello
-sconforto di sè medesimo, non più in lotta tra i proprii sentimenti ed
-il proprio orgoglio. Poteva essere buono, poteva mostrarsi affettuoso,
-riconoscente, poteva svelare il tesoro della sua anima gentile; era
-come restituito a sè medesimo. Egli, di solito chiuso e taciturno,
-diveniva verboso, non per abbondanza di parole, ma per trabocchevole
-onda di sentimenti e di affetti; e non bastandogli la lingua, favellava
-cogli occhi, col sorriso. Pareva impaziente di apparire a Donnina
-come egli si sentiva di essere; ad ogni motto che svelava una riposta
-pagina del suo cuore, fissava l'occhio in Donnina per vedere come essa
-accogliesse la nuova rivelazione. E continuava a dire, ad interrompersi
-per dar luogo ad una improvvisa idea, ad un improvviso ricordo,
-rifacendosi indietro col pensiero nel cammino della vita, ripetendo il
-già detto, o tornandoci su per dargli valore con una considerazione
-fresca fresca, con un episodio nuovo. E quando finalmente gli parve
-d'aver mostrato di sè ogni aspetto, allora tacque, e ricompose il volto
-a quel dolce e melanconico entusiasmo d'innamorato che ha come paura
-della propria felicità.
-
-Quando il desinare fu al termine («un desinare luculliano» disse
-maestro Ciro, ammiccando degli occhi ai fidanzati perchè facessero lo
-stesso complimento alla cuoca), quando il desinare fu al termine, i
-commensali stettero ancora a tavola.
-
-Maestro Ciro non aveva mai finito d'interrogare, sebbene da un pezzetto
-Donnina ed Ognissanti si stringessero le man sotto la tovaglia e non
-parlassero altrimenti che cogli occhi; l'intervento della formidabile
-mamma era necessario.
-
-— Non vorrai finirla colle tue chiacchiere? Non vedi? essi hanno altro
-per il capo che badare a te; lasciali in pace e vattene a far due
-passi...
-
-Ed in così dire la vecchia si levò da tavola e si tirò dietro il
-marito, che non potè, tenersi dalle risa.
-
-I due giovani, rimasti soli, continuarono a guardarsi in volto senza
-dir nulla, prova evidente non già che non avessero nulla a dire, ma che
-quel muto linguaggio diceva abbastanza.
-
-— Fra tre mesi! disse finalmente Ognissanti, stringendo, più forte la
-mano della fanciulla.
-
-— Fra tre mesi, ripetè Donnina senza chinar gli occhi con falso pudore.
-
-— E saremo sempre felici? domandò il giovine quasi pauroso del
-contrario.
-
-— Sempre, rispose la fanciulla con accento fermo, come se ne fosse
-sicura.
-
-— Sempre, sempre, sempre! entrò a dire il signor maestro, che era
-sfuggito dalle mani della sua tiranna, ed aveva inteso ogni cosa, e si
-allontanò subito «per non dar soggezione.»
-
-Ognissanti si accostò vie più a Donnina, e, lisciandole con una mano i
-capelli, disse:
-
-— Saremo poveretti; io non voglio costar molto a mio padre; ha
-già troppo fatto per me, voglio vivere con quanto ora mi dà fino a
-che basti l'opera mia. Vorrei pure esser ricco per circondarti di
-agiatezze! Ma dì un po', mi ameresti egualmente s'io fossi ricco, e
-vorresti esser mia?
-
-— Ti amerei lo stesso, e vorrei esser tua egualmente; tua, non delle
-tue ricchezze. Non mi vorresti tu se io fossi ricca?
-
-Ognissanti non rispose, e portò alle labbra la mano della fanciulla.
-
-— Siamo entrambi poveretti, ripetè poco dopo; saremo poveretti.
-
-— Saremo ricchi, perchè avremo pochi bisogni; io so come si conduca
-una casa; chiederemo al cielo il necessario soltanto, e faremo che il
-necessario nostro sia il meno possibile; ci rimarrà sempre abbondanza
-d'amore, e sarà il nostro lusso. Alla città vi è tanta gente che vive
-di rendita, noi vivremo di risparmio.
-
-Come tenersi da faro un bacio su quella bocca tanto savia, e tanto
-leggiadra!
-
-Mamma Teresa, che giungeva allora, s'era, per buona sorte, voltata
-proprio in quella da un'altra parte, e maestro Ciro, il quale non
-aveva perduta una sillaba, si allontanava, contando con gli occhi le
-quattromila e seicento lire custodite _negli scrigni_ della Cassa di
-risparmio di Milano per conto di Donnina, della poveretta piena di
-giudizio... e di scudi!
-
-Fuggì ratta quella domenica!
-
-
-
-
-XXXVIII.
-
-IN CUI SI VEDE COME MARIO NON RITORNASSE A MILANO SOLO.
-
-
-Ed ora Mario se ne ritorna verso Milano a piedi non avendo alcuna
-fretta di arrivare, ed invece di pigliare la via maestra, infila, senza
-avvedersene, una scorciatoia, non già per far più presto, ma perchè da
-quella parte può, volgendosi, veder più lungamente la casicciola che
-biancheggia in mezzo al verde dei gelsi abbrunati dal crepuscolo.
-
-Cammina a passo lento, ma il suo cuore va di trotto serrato e la
-fantasia più che di galoppo.
-
-Passa per lo stretto sentieruolo costeggiato da prunai che gli
-afferrano le vesti per trattenerlo; quella muta campagna non ha
-una voce; ne avesse mille, non giungerebbero fino a lui, chè la sua
-fantasia lo precede o ritorna indietro, ed ora è a Milano, ora non ha
-lasciato il povero tetto del maestro di scuola; pensa all'avvenire a
-cui muove incontro, pensa a Donnina!
-
-Il sentiero si restringe tanto che appena vi può passare una persona;
-ed ecco, senza avvedersene e d'un subito, Mario si trova alle spalle
-d'un uomo che lo precede camminando assai più lento di lui. Il giovine,
-tolto bruscamente alle proprie fantasie, è costretto ad arrestarsi,
-aspettando che l'altro gli ceda il passo, ma colui nè si piega da un
-lato, nè affretta, e Mario finisce col toccargli lievemente la spalla.
-Lo sconosciuto si volge, e si pianta ritto in faccia al giovine.
-L'atto può sembrare arrogante, ma nel volto di quell'uomo è dipinta una
-sciagura che toglie le parole aspre di bocca a Mario. E lo sconosciuto,
-con un singolare accento misto di fierezza, di umiltà e di mistero,
-prende a dire:
-
-— Voi venite da A... non è vero? La conoscete voi, la mia figliuola?
-Un amorino, la più cara bambina di A... la conoscete?... Si chiama
-Camilla!
-
-E tende l'orecchio come timoroso di non afferrare subito la risposta, e
-fissa gli occhi spalancati in volto al giovane, o lo eccita, crollando
-il capo e sorridendo amorevolmente, a rispondere.
-
-Mario non sa credere ai propri sensi: quell'uomo che vede, quelle
-parole che sente, il pensiero melanconico che gli balena, ed insieme la
-grandiosa speranza che gli empie il cuore, gli paiono cose di sogno. Sa
-come Camilla sia il nome vero di Donnina, e come Donnina abbia un padre
-che non è babbo Ciro!
-
-Allora guarda il volto severo dello sconosciuto, interroga le
-vesti ch'egli indossa e tenta di indovinare quell'enigma. Maurizio
-(il lettore l'ha riconosciuto), continua a crollare il capo ed a
-sorridergli.
-
-— Conosco una fanciulla che si chiama Camilla, ma non so se sia la
-vostra figliuola...
-
-— È la mia, vi dico che è la mia...
-
-— Quella che io conosco ha un padre, il maestro di scuola...
-
-Le labbra di Maurizio incominciano un amaro sorriso, che subito si
-cancella.
-
-— Il maestro di scuola non è suo padre, ribatte con faticosa dolcezza;
-il padre di quell'amorino sono io: quella bambina cara mi appartiene,
-vi dico che mi appartiene, che è mia... e posso provarlo.
-
-La voce di Maurizio ha preso a poco a poco l'accento della collera;
-ma quella collera è così paurosa e quella paura così straziante, e
-quei modi così singolari, che Mario ne è commosso e si affretta ad
-interromperlo:
-
-— Non ne dubito, voi dovete saperlo...
-
-Maurizio sembra meditare su questa parola, e prima si rasserena, e poi
-si rattrista in volto, ed infine ripiglia a dire melanconicamente:
-
-— È vero, io devo saperlo... ma è passato tanto tempo... dite, credete
-voi che quell'uomo... quel maestro di scuola acconsentirà a privarsi
-della sua... della mia figliuola? E vorrà restituirmela?
-
-— Io credo di sì...
-
-— Non ne siete sicuro? E perchè non ne siete sicuro?
-
-— Ne sono sicuro.
-
-Ma la profonda nube che oscura il volto dello sciagurato padre non
-si dirada. Intanto Mario ha cercato di spingere oltre quell'uomo per
-uscir dal sentieruolo che poco più innanzi mette nella via maestra, ma
-Maurizio si è ribellato senza dir parola, e non si è mosso un pollice
-dal luogo in cui si trovava.
-
-— E se anche il maestro di scuola non me la rifiuta, essa, la
-poveretta, Camilluccia mia, vorrà venire? Non mi conosce! — aggiunge
-abbassando la voce — non mi conosce!
-
-Mario non sa che rispondere, ed il disgraziato insiste collo sguardo.
-
-— Quali sono le vostre intenzioni? chiede il giovine per uscire da quel
-silenzio penoso.
-
-Maurizio crolla il capo melanconicamente e balbetta:
-
-— Non so.
-
-— Perchè siete venuto qui?
-
-— Non so.
-
-— Volevate andare dal maestro di scuola, o presentarvi a Camilla?
-
-— Non so.
-
-E continua a crollare il capo. Poco stante soggiunge:
-
-— Sono venuto perchè avevo bisogno di sapermele vicino; anche ieri
-sono venuto; ho cercato di vederla, ho attraversato il paese... ma non
-ho visto nessuna bambina che rassomigli alla mia. Oggi sono tornato,
-tornerò domani.
-
-Tace un'altra volta, poi soggiunge abbassando la voce e guardandosi
-intorno: «Ah! se potessi farle sapere in qualche modo che io sono
-ricco, molto ricco, ricco a milioni, che venendo col babbo, ella
-avrebbe scudi lucenti per giocare, e se potessi offrire al maestro di
-scuola un bel gruzzolo per la vecchiaia!
-
-— Ebbene?
-
-— Ebbene! La bella dimanda! Così fatto è il mondo. La mia figliuola
-sarà come tutti gli altri, è come tutti gli altri; non l'ho da saper io
-che sono suo padre?
-
-Ah! il cuore del giovine non ribollisce per dispetto, ma si gonfia per
-l'affanno! Ha tutto compreso!
-
-Guarda intorno per la deserta pianura; non sa che risolvere, non sa che
-fare.
-
-Maurizio se ne sta mutolo, immobile, cogli occhi fissi alla casicciola
-che non apparisce più se non come uno sgorbio bianco confuso in mezzo
-al verde.
-
-La notte scende rapidamente.
-
-— Ecco, dice Mario, obbedendo come ad un istinto; è meglio che vi
-allontaniate di qui: mi piglio io il carico di parlare a maestro Ciro,
-di dire alla vostra figliuola che siete ricco...
-
-— Ricco a milioni...
-
-— A milioni, che ella avrà ogni ben di Dio.
-
-— E scudi lucenti.
-
-— Sicuro... le dirò che suo padre la vuole con sè, per farla felice,
-per volerle tanto bene... le dirò tutto.
-
-Ed in così dire Mario passa innanzi e prende per mano il povero padre,
-che non esita più a seguirlo. Giunti sulla via maestra, si arrestano un
-istante.
-
-Il giovine si guarda intorno per vedere se mai non giunga qualche
-carrozza vuota, ma per tutta la bianca linea della via maestra, che si
-stende lunga lunga alle sue spalle, non si vede nulla. Intanto Maurizio
-guarda curiosamente Mario e sembra incerto se o no seguirlo; ma il
-giovine medico, che si avvede di quella lotta e ne indovina la cagione,
-non gli dà tempo di pensarci, e si muove a passo rapido verso Milano
-senza dirgli nulla. E Maurizio gli vien dietro coma un automa.
-
-Fanno così gran tratto di via senza dir parola. Ma improvvisamente
-Maurizio accelera il passo e raggiunge il nuovo amico e gli dice:
-
-— Chi siete voi?
-
-— Sono un poveretto, risponde Mario senza arrestarsi, un poveretto che
-vuole il vostro bene ed il bene della vostra creatura.
-
-Maurizio sembra aver udito una sola parola e la ripete più volte fra sè
-e sè:
-
-«Poveretto! Poveretto!»
-
-— Ebbene, aggiunge poco dopo, raggiungendo un'altra volta il compagno
-che accelerava quanto più poteva il passo — ebbene, se siete poveretto,
-io sono ricco e basto a tutti; sarete ricco anche voi, purchè abbia la
-mia Camilla — voglio che siate tutti ricchi, anche quel dottore che mi
-ha scritto...
-
-— Il dottor Parenti?
-
-— Lo conoscete? Anche lui, anche lui... tutti!
-
-L'oscurità a poco a poco si è fatta profonda; gli alberi che
-costeggiano la via, a poca distanza sembrano fantasmi; il silenzio è
-alto nei campi circostanti, chè le zolle non hanno ancora i loro ospiti
-canori, e le prime foglie degli alberi attendono mute le nozze degli
-insetti.
-
-— Come vi chiamate? domandò Maurizio dopo un lungo intervallo di
-silenzio.
-
-— Mario.
-
-Il disgraziato ripete fra sè quel nome e non dice altro.
-
-Sono giunti alle porte di Milano, Maurizio si arresta di botto, piglia
-le mani di Mario, le stringe nelle sue, gli dice _addio_ e si allontana
-a passi rapidi, voltandosi indietro come timoroso d'esser seguito.
-
-Il giovine rimane alcuni istanti sbigottito da quella improvvisa
-diffidenza e non cerca di vincerla, al contrario finge d'andar da
-un'altra parte, poi si volge, e rasentando le muraglie per non esser
-visto, segue Maurizio a distanza fino alla sua abitazione. Allora
-ritorna indietro, ma non ha fatto dieci passi e si sente battere
-sull'omero da una mano larga e pesante. Si volge, e si trova faccia a
-faccia col dottor Parenti sempre lieto e giocondo.
-
-— Vi trovo a tempo, dice Mario, ho seguito finora uno che ha bisogno
-della vostra scienza.
-
-— Il signor Maurizio, il padre di Donnina.
-
-— Lo sapete? Ed è dunque vero?...
-
-— È verissimo.
-
-— Sapevate anche che era?...
-
-— Ne ebbi un sospetto; da tre giorni io tengo dietro alle fasi della
-vita di quest'uomo, e vedo che si compie in maniera molto irregolare.
-Oggi sono andato per parlargli di Donnina e di te: non l'ho trovato,
-era uscito alle nove del mattino e non s'era più visto; sono ritornato
-più tardi; non era rientrato; allora l'ho atteso. Te lo confesso,
-mi era venuta un'idea senza senso comune, cioè che, ricevuta la mia
-lettera, egli avesse preso la fuga. Sono contento di essermi ingannato;
-Donnina ritroverà ancora suo padre!
-
-— Ma quell'uomo è pazzo!
-
-— Può essere, ma meglio pazzo che briccone; qualche volta i pazzi
-guariscono; i bricconi sono incurabili.
-
-
-
-
-XXXIX.
-
-MAESTRO CIRO RIMANE SOLO.
-
-
-I due amici passarono la prima metà della notte a strologare insieme
-sul da fare, ed il signor Fulgenzio fu terzo nella consulta. Nella
-fitta tenebra che avvolgeva il passato di Maurizio, questo almeno
-sembrava farsi chiaro: che il cuore era buono. Il dottor Parenti ne
-era sicuro, e giungeva a tal sicurezza per una via di argomentazioni
-non forse molto stringenti, ma avvalorate dall'accento e dai modi
-dell'argomentatore. Quand'egli diceva: «quell'uomo ha il cuore buono»
-appuntava i gomiti al tavolino, corrugava le sopracciglia e fissava gli
-occhietti indagatori nello spazio vuoto in una certa maniera singolare,
-come se «quell'uomo» gli stesse dinanzi col petto scavato e col cuore
-allo scoperto. Del rimanente Mario e Fulgenzio non desideravano se non
-di credergli.
-
-Quanto al da far, si erano intesi senza molte parole. Al domani il
-giovine doveva recarsi in casa di Maurizio, fargli credere d'aver
-parlato alla figliuola ed indurlo a seguirlo, intanto che il dottore
-e Fulgenzio l'avrebbero preceduto ad A... per prevenire Donnina ed i
-due vecchi. Il dottor Parenti non solo affrettava quell'incontro per
-troncare una situazione penosa, ma ci contava come sopra una medicina
-eroica.
-
-— Il mio amico Maurizio non è veramente pazzo, diceva al suo amico
-Fulgenzio; ha un po' di confusione di idee nel capo, e guarirà...
-
-— Ma tu non l'hai visto, osservava l'altro.
-
-— Non importa: la sua condotta mi basta; le parole che egli ha
-proferito non sono da vero pazzo; e bada che la sua idea fissa non è
-nel falso, ma obbedisce ai suoi sentimenti ed ai suoi bisogni; questo
-è ottimo indizio; da due giorni si reca ad A... per vedere la figlia
-e non osa mostrarsele; ritornerà domani, e forse non oserebbe ancora
-senza la spinta di Mario; ci è dell'ordine nella sua pazzia, ci è
-uno scopo determinato, giusto, corrispondente ai moti del cuore; e la
-scelta dei mezzi è la più logica: vuol vedere la propria figlia, che è
-ad A..., e va ad A.... Un savio farebbe forse altrimenti?
-
-H signor Fulgenzio sorrideva di questa singolare maniera di fare la
-diagnosi, ma in fondo vi scorgeva qualche cosa di vero. Ed il dottore
-continuava:
-
-— Prova a farti ragione di tutti gli atti di quell'uomo e lo vedrai
-sempre logico; il suo ravvedimento lo riconduce alla figlia dimenticata
-da tanti anni; è un bisogno ed egli obbedisce: ma giunto ad A.... gli
-vengono meno le forze... perchè?
-
-— Perchè non è più padrone della sua volontà e non sa mantenere quel
-che propone.
-
-— Non per questo, ma perchè ragiona; un pazzo sbaglia strada, o si
-svia a metà cammino, o passa la meta, ma non vi si trattiene dinanzi
-a riflettere. Il mio amico Maurizio, quando si trova in faccia alla
-casicciuola dove sta Camilla, pensa a tutto il suo passato; numera gli
-anni dell'abbandono; si vede col pensiero in faccia alla figlia che
-forse non riconoscerà nemmeno, sconosciuto egli stesso, comprende di
-venir tardi a domandare un posto nel cuore della fanciulla che altri ha
-già occupato intero; teme di apparire in quella casa come una minaccia,
-e non ci va, e ritorna indietro, per rifar la stessa via al domani. Più
-ci penso e più mi persuado che quel pazzo è savio come noi, anzi che ha
-fior di criterio nel cervello.
-
-Il signor Fulgenzio non ribatteva sillaba, ed il dottore faceva da sè
-stesso e per sè stesso la tara alle proprie argomentazioni.
-
-Venne il domani.
-
-Il dottor Parenti, incontrando l'amico Fulgenzio, gli avea dato una
-mezza dozzina di buone notizie; prima di tutto splendeva un magnifico
-sole, e poi avrebbero avuto una buona carrozza ed un eccellente
-cavallo, e infine tutti i dozzinanti stavano benissimo, il che
-permetteva di rimanersene una mezza giornata assenti senza alcun danno;
-tutte cose che il signor Fulgenzio sapeva a memoria; ma il signor
-Fulgenzio non sapea che da quel cumulo di cose liete si doveva a rigor
-di logica dedurre, come pronostico infallibile, la buona riuscita dei
-disegni fatti la vigilia.
-
-Intorno alle dieci ore i due amici voltavano le spalle alla città, e
-Mario saliva le scale dell'abitazione di Maurizio.
-
-La via è breve e pare lunga all'impazienza del dottore.
-
-— Pensa, dice egli al suo compagno, pensa alla gioia di Donnina
-quando la piglierò in disparte per dirle: «Piccina mia, il tuo babbo
-è trovato, e ti cerca e verrà a momenti.» — Gran brava bestia! chi
-direbbe che è un animale da nolo? è lo Spartaco della sua razza; vedi
-come sopporta nobilmente la sua miseria!
-
-Queste ultime parole sono rivolte al cavallo, il quale veramente fa di
-tutto per meritarsi quegli elogi senza riuscire a togliere loro ogni
-carattere d'adulazione.
-
-Ma il dottore è in buona fede e mortifica così la propria impazienza.
-
-Fulgenzio non risponde; pensa al dolore profondo dei due vecchi,
-all'amarezza dei loro cuori dissimulata sotto un sorriso straziante,
-e intanto che il dottor Parenti mena la frusta sulle groppe dello
-Spartaco della razza cavallina, per poco non obbedisce all'istinto
-di appoggiarsi colla schiena ed appuntare le gambe e far forza per
-ritardare quella corsa niente affatto sfrenata.
-
-Ma il tempo corre più veloce del cavallo; tre quarti d'ora sono
-passati; ecco il noto filare di gelsi, ecco l'unica via di A..., ecco
-l'insegna della _Salute_, e la scuola comunale, e la scolaresca che
-esce chiassosa dalla lezione del mattino, ed il melanconico sorriso di
-maestro Ciro, il quale indovina tutto e s'ingegna di fare accoglienze
-festose ai nuovi arrivati.
-
-Il dottor Parenti premette, in forma di preambolo, che i preamboli sono
-inutili; si fa venire innanzi Donnina, le piglia le mani, e le domanda
-ridendo se sarebbe contenta di ritrovare il suo padre vero.
-
-Il padre falso, il quale non era molto lontano, nè molto occupato a
-sfogliare un libro, come voleva far credere, a questo punto si ricorda
-d'aver dimenticato qualche cosa e corre di sopra frettoloso. E mamma
-Teresa, che non lo ha perduto di vista un momento, dietro.
-
-Il povero maestro Ciro, giunto nella sua camera, si butta colle braccia
-protese sul letto matrimoniale, e nasconde la testa fra i guanciali,
-di modo che la faccia sparisce e la canizie si confonde con lieve
-disuguaglianza di tono nel candore delle lenzuola. Ma la formidabile
-mamma Teresa lo raggiunge, gli afferra un braccio, lo scrolla, una
-volta, due, finchè il poveretto è costretto a rialzarsi ed a mostrare
-la faccia rigata da due grosse lagrime.
-
-Mamma Teresa si prova due volte ad avventare la sua terribile collera,
-ma un importuno singhiozzo le toglie le parole — alla terza riesce.
-
-— Ti pare questa la maniera? Proprio questa? Venire qui solo?... perchè
-poi?... per piangere.... come un fanciullone?... Già tu credevi di
-farla franca... e che io non ti avessi a vedere? Che dirà Donnina?
-
-Ma mentre così parla, la sua voce è rotta dall'affanno, e quelle parole
-di rimbrotto le vengono fuori tenere e dolci come una carezza.
-
-— Hai ragione, dice il signor maestro, asciugando gli occhi e rizzando
-il corpo; hai ragione; che dirà Donnina? Io sono un egoista, un ingrato
-verso la Provvidenza, un cattivo amico della mia creatura; ho in petto
-un cuore feroce.... non dire di no.... ho in petto un cuore feroce,
-che invece di rallegrarsi del bene di Donnina se ne addolora... Tu
-non crederesti che io sono giunto fino a desiderare che quel babbo non
-s'avesse a ritrovare, ebbene, sì, io ho desiderato questo!
-
-La confessione, che dovrebbe far inorridire la vecchia, le fa solo
-crollare il capo melanconicamente.
-
-— Povero Ciro! mormora come parlando a sè stessa.
-
-Poco dopo, mutando tono e maniere, ripiglia a dire:
-
-— Bisogna essere uomini; bisogna farsi forti; io sono forte, io! e non
-lo sarai tu?
-
-Ma questo argomento, invece di rinfrancare il povero uomo, sembra
-togliergli un'altra volta ogni vigore.
-
-— Per te la cosa è diversa, dice lasciandosi cadere sopra una seggiola;
-tu sei sua madre ancora e sempre; Donnina non ritroverà le carezze
-d'un'altra madre; io solo non sarò più nulla per essa, io solo non avrò
-più figlia!
-
-— Padre! padre mio!
-
-È Donnina! Donnina, la quale, non vedendo i suoi vecchi amici, si è
-sciolta dal dottor Parenti, ed è corsa di sopra ed ha udito le ultime
-parole.
-
-Maestro Ciro se la stringe al cuore, poi la scosta lievemente da sè e
-la guarda in viso. La fanciulla non batte ciglio, ha la fronte serena,
-il labbro sorridente.
-
-— Non darmi retta, le dice il maestro di scuola, lisciandole i capelli
-colle mani tremanti, non darmi retta, non ti affliggere per me, bambina
-mia.
-
-E il disgraziato si prova a ridere.
-
-— Vedi, è passato, è stato un momento di debolezza; alla mia età non
-si ha la forza di resistere alle prime impressioni, che sono di solito
-bugiarde.... domandalo a Teresa; questo giorno l'ho tanto sospirato....
-non è vero?... l'ho sempre detto che tu dovevi essere figlia di un
-ricco sfondato, il quale avrebbe finito coll'accorgersi che il suo più
-bel tesoro era fuori di casa e sarebbe venuto a domandarmelo. Ho fatto
-il babbo come ho fatto il maestro di scuola; ora esco di carica; sarò
-un babbo a riposo.
-
-Maestro Ciro parlava guardando in volto ora Donnina ora mamma Teresa;
-ma l'accento scherzoso pigliava ogni tanto inflessioni tenere e cadenze
-lagrimose. Donnina, senza titubanza, getta le braccia al collo del
-vecchio, e gli ripete sottovoce:
-
-— Tu solo! tu solo!
-
-— Che dici mai? È tuo padre, bisogna amarlo, fanciulla mia, bisogna
-amarlo molto.
-
-La fanciulla sorride melanconicamente.
-
-— Mi proverò.
-
-— Non basta, mi devi promettere che l'amerai, e che lo amerai più di
-me; a lui devi la vita.
-
-— A te quella del cuore, risponde Donnina.
-
-Mamma Teresa non può dignitosamente stare testimonio di tante
-fanciullaggini, e se ne va da basso brontolando.
-
-Il dottor Parenti, rimasto solo col signor Fulgenzio, avea da prima
-provato a parlar di cose indifferenti, ma vedendo che il suo compagno
-se ne stava taciturno, diede un'occhiata alla scala di legno per cui
-erano spariti prima i due vecchi e poi Donnina, ed esclamò: «povera
-gente!» come per avvertire che si cacciava anch'egli nello stesso
-melanconico sentiero delle meditazioni.
-
-All'apparire di mamma Teresa, uscì però di botto dalla sue fantasie,
-per mostrare alla vecchia tutta la luminaria del suo volto sorridente.
-
-— Ecco, disse, tenuto conto del tempo che Mario deve avere impiegato
-prima di salire in carrozza, fra venti minuti al più dovrebbe esser
-qui, e siccome ho le mie ragioni per credere che oggi tutto debba
-andare senza inciampi, così vi annunzio che Mario e Maurizio saranno
-qui fra venti minuti.
-
-Ma aveva appena finito di dire queste parole, che si udì un rumore
-di ruote sul lastrico della via; una carrozza si arrestò dinanzi alla
-porticina della scuola comunale, ed apparve Mario, solo!
-
-Il giovine narrò come avesse trovato il signor Maurizio in peggior
-stato che non fosse alla vigilia; lo dipinse colla faccia stravolta,
-coi capelli arruffati e coll'occhio fisso, e disse come, introdotto
-da una vecchia donna nella camera dove l'infermo se ne stava soletto,
-dapprima non fosse stato riconosciuto, e come finalmente il povero
-delirante, venutogli incontro e guardatolo negli occhi, fosse stato
-a rimirarlo un pezzo curiosamente prima di sorridergli. Mario aveva
-nominato Camilla per dar contezza di sè, e non era bastato; quando
-finalmente ogni diffidenza era scomparsa dal volto del signor Maurizio,
-allora egli aveva ripetuto un'altra volta il nome di Camilla, ed
-il disgraziato padre s'era posto l'indice attraverso le labbra,
-raccomandando il silenzio.
-
-«Dorme!» gli aveva detto. Ed aveva soggiunto che la sua creatura era
-venuta nella notte a perdonargli tutto, e ch'egli aspettava fosse
-desta. Il giovine aveva pur cercato di toglierlo dal suo inganno e
-ricondurlo a poco a poco al vero, ma il povero demente s'era ostinato
-nella sua idea. Allora Mario s'era accomiatato, ed avea lasciato quella
-casa, raccomandando il pover'uomo alla vecchia governante, perchè, se
-fosse possibile, lo inducesse a mettersi a letto e gli facesse sapere
-che la sua Camilla sarebbe venuta a trovare il babbo.
-
-La vecchia levando al cielo due occhi pieni di lagrime aveva promesso
-di così fare, ed egli aveva sceso le scale a precipizio, era balzato
-in una carrozza da nolo ed aveva fatta la strada di galoppo, col cuore
-commosso, con un tumulto d'idee nel cervello, ed ora era lì a chiedere
-che cosa bisognasse fare... o piuttosto non dava più retta a nessuno,
-perchè in quella due volti amorosi apparvero sul limitare, e maestro
-Ciro aprì le braccia al giovine, ed il giovine si buttò nelle braccia
-di Donnina.
-
-A Mario riuscì finalmente di dire che non sapeva se avesse fatto
-bene o male promettendo che la fanciulla sarebbe andata in persona
-in casa del babbo; ma il dottor Parenti, dall'alto della cattedra in
-cui s'era accomodato, sentenziò che aveva fatto benissimo, ed aperta
-la discussione in proposito, prese la parola per conto proprio, parlò
-sempre lui senza lasciarsi interrompere e finì col dichiarare che
-l'assemblea aveva votato all'unanimità quanto segue:
-
-«Donnina doveva andare dal babbo accompagnata da mamma Teresa,
-mentre maestro Ciro sarebbe rimasto per non far perdere la lezione
-agli studiosi di A..., e, dovendo starsene solo, avrebbe alloggiato
-all'albergo della _Salute_; l'oste, suo buon amico, si sarebbe fatto
-premura di dargli la miglior camera dell'albergo e di servirlo di tutto
-il necessario.»
-
-Mamma Teresa si provò a ribattere, ma il medico protestò che non
-si poteva ritornare sulla votazione, ed aggiunse che la presenza di
-Donnina era necessaria per la guarigione del padre, che la compagnia di
-mamma Teresa era indispensabile a Donnina e che maestro Ciro avrebbe
-fatto per un paio di giorni la vita dello scapolo allegramente. La
-terribile mamma borbottò, per non perdere l'abitudine, e domandò almeno
-un giorno per i preparativi della partenza; il dottore volle fare il
-generoso ed accordò un quarto d'ora. E tutti a ridere, compresa la
-mamma, la quale mezz'ora dopo era in carrozza allato di Mario; costui,
-dovendo stare in mezzo per tenere le redini, aveva al fianco Donnina.
-
-Maestro Ciro, rimasto solo, accompagnò collo sguardo melanconico le due
-carrozze, ma invece di lagrime trovò un sorriso tutto paterno, ed un
-bacio niente affatto magistrale per salutare l'allievo che venne primo
-alla scuola.
-
-
-
-
-XL.
-
-IN CARROZZA.
-
-
-Ma Donnina non era più lieta; abbandonava la sua mano fiduciosa in
-quella di Mario, e pensava. Fino a tanto che le avevano parlato del
-padre suo come d'un incognito al quale era stato possibile vivere
-tanti anni lontano, arbitro tuttavia dell'avvenire di lei, d'uno che
-poteva riapparire domandandole il cuore per tanto tempo sprezzato e
-gli affetti da essa dati ad altrui; fino a tanto che quell'uomo non
-aveva in favor suo altro che il nome di padre, ella si era acconciata
-all'idea di rivederlo quando che sia con freddezza, e, se non con
-severità, colla dignitosa indulgenza del giudice. Si sentiva forte
-dei propri diritti, sicura dei moti del cuore, pronta ai doveri di
-figlia, riluttante agli affetti. E quando, alla domanda del dottore,
-se le piacerebbe ritrovare il suo padre vero, ella era scesa dentro
-di sè a domandarsi conto del perchè quella notizia la lasciasse
-fredda, non aveva potuto farsene una colpa. Ma ora sapeva che l'uomo
-a cui doveva la vita era infelice, solo nel mondo, senza affetti,
-vaneggiante per rimorsi, affranto forse dai patiti dolori, non di altro
-desideroso che della sua creatura, ultima larva d'un passato cancellato
-col pentimento. Se lo immaginava debole, pauroso, vacillante, e la
-compassione faceva ciò che non poteva fare l'istinto, ridestava il
-sentimento filiale, le faceva battere forte il cuore, le toglieva
-quella serenità di cui aveva fatto prova fino allora, e che prima le
-pareva giusta ed ora le sarebbe sembrata colpevole.
-
-Quante volte la sua mano tremò in quella di Mario, e tante il giovane
-si volse a guardare la fanciulla, la quale aprì la bocca per fare una
-dimanda e la trattenne, e di nuovo venutale sulle labbra, ancora la
-trattenne, e infine la fece cogli occhi inumiditi:
-
-— Com'è mio padre?
-
-
-
-
-XLI.
-
-IL SIGNOR MAURIZIO RICEVE.
-
-
-Maurizio s'era stancato d'aspettare che la sua ipotetica creatura si
-svegliasse, e dopo una serie di giri, a cui la governante aveva tenuto
-dietro paurosamente cogli occhi, senza però contarli e senza riuscirle
-di farsi dare ascolto, il poveretto era entrato nella camera contigua
-— e la governante dietro. Invece di dare in ismanie, come era da
-temere, Maurizio si era seduto in un canto ed era rimasto un gran pezzo
-immobile senza dir verbo; poi ritornato nel salotto, aveva ricominciato
-ad andar su e giù... ed ecco... si udiva appunto il rumore monotono dei
-passi lenti ed uguali.
-
-Tutto questo, con assai più parole, narrò la vecchia al dottor Parenti,
-il quale non ostante la verbosità della buona donna, quando ella ebbe
-finito e si tacque, parve non averne abbastanza, e stette ancora come
-in ascolto e si fece ripetere a spizzico, rovinandone l'effetto, la
-bella narrazione filata.
-
-Donnina guardava fisso il dottore; trepidava d'ansia, di timore,
-sbigottita per mille affetti nuovi, per mille idee non prima pensate.
-In ogni affetto che si palesa novello è alcuna parte paurosa, anche nei
-più dolci e nei più santi. È un nuovo padrone, forse un nuovo tiranno,
-e chi sa se farà buon viso agli amici vecchi del cuore!
-
-Per alcuni istanti tutti stettero in silenzio ad ascoltare quei passi,
-e più di tutti il dottore, il quale, gli si leggeva in volto, avrebbe
-preferito che il signor Maurizio si fosse dato a correre su e giù per
-la casa come un forsennato.
-
-Anche la terribile mamma Teresa stringeva le labbra per trattenere il
-respiro ed ascoltare meglio, ed intanto stringeva una mano di Donnina,
-ed aveva in faccia dieci volumi di scritto.
-
-Il dottor Parenti stette per poco ancora in meditazione, poi ne uscì di
-botto, e, per iscuotersi di dosso l'incertezza, disse alla vecchia:
-
-— Il signor Maurizio riceve?
-
-La buona donna sbarrò tanto d'occhi, e per poco non pensò che il medico
-non aveva il cervello più sano dell'ammalato.
-
-E l'altro soggiunse, sorridendo:
-
-— Andate ad annunziare al signor Maurizio la nostra visita.
-
-E mentre, per avvalorare la raccomandazione, spingeva gentilmente
-innanzi la governante, aggiunse, vôlto a Mario ed a Fulgenzio: «Non ci
-si perde nulla; egli non ci conosce ed è in casa sua; prima medicina di
-un pazzo è il non avvedersi della sua pazzia; sono sottili ragionatori
-i matti, e se si avvedono che li avete per tali, non si fidano,
-diventate un nemico.»
-
-Così dicendo, s'era fatto all'uscio socchiuso e si teneva alla portiera
-pronto a pigliare l'atteggiamento cerimonioso d'un visitatore.
-
-Il dottor Parenti non s'era ingannato; poco stante la faccia stravolta
-di Maurizio apparve nel vano.
-
-Donnina soffocò un piccolo grido, pose la mano sul cuore e si ritrasse
-indietro, come per acquistare nuove forze, ed intanto non istaccava gli
-occhi dalle sembianze paterne.
-
-E mamma Teresa, sentendo tremar nella propria la mano della fanciulla,
-pensò assai giudiziosamente che il signor maestro, il quale leggeva
-tanto spedito, aveva fatto bene a rimanere ad A... così non si trovava
-allora a leggere in cuore della figliuola!
-
-Il dottore fece un profondo inchino, e, senza aspettare di farselo
-dire, passò oltre; Mario veniva dietro, e presa la mano di Maurizio,
-gliela strinse forte; lo trasse dolcemente in un canto dell'ampia sala
-e gli disse:
-
-— È venuta!
-
-— Camilla? chiese il povero padre, e parve che un lampo di ragione
-balenasse in quell'impeto dell'affetto.
-
-— Camilla, rispose il giovine, ed eccola...
-
-— Non ancora, non ancora...
-
-In quel mentre la fanciulla entrava nella camera lagrimando; mamma
-Teresa sentiva ribollire il dispetto vedendo la propria creatura
-piangere, ma invece di parole di collera le venivano fuori lagrime.
-
-Il signor Fulgenzio seguiva le due donne, ed il dottor Parenti faceva
-gli onori di casa ed offriva a tutti da sedere.
-
-— Bisogna esser forti, disse alla giovinetta; vedete, io rido e non ne
-ho voglia, ve lo assicuro; non bisogna piangere...
-
-— Non piangerò più, sarò forte, rispose Donnina asciugandosi le
-lagrime; è passato... ma dite, soffre molto mio padre?...
-
-— Vi guarda, vi cerca coll'occhio, disse il dottore senza rivolgersi
-e senza rispondere direttamente alle domanda..., posso allontanarmi,
-siete sicura di voi?
-
-La fanciulla pose la mano in quella del medico e gli sorrise un sorriso
-melanconico, ma forte. L'altro si ritrasse e venne presso a Maurizio
-componendosi una faccia gioviale che faceva allegria a vederla.
-
-Gli occhi di Maurizio, allontanandosi da Donnina, avevano seguito
-amorosamente il dottore, come se una parte della cara fanciulla
-gli venisse incontro con lui, ed ora interrogavano tra impazienti e
-timorosi.
-
-Tutto questo armeggio s'era compiuto rapidamente, tanto che non erano
-corsi due minuti dal primo inchino del dottore al secondo.
-
-— Che cosa vi diceva? chiese Maurizio.
-
-— La cara fanciulla osservava che le sembrate pallido, abbattuto, e
-come uscito di fresco da malattia, e mi diceva di mandarvi a letto...
-
-In così dire il dottore aveva preso il polso di Maurizio e ne contava i
-battiti.
-
-— Com'è bella! disse il povero padre senza badare al medico; vorrei, ma
-mi manca il cuore; c'è qualcuno che mi trattiene... vorrei...
-
-Il dottore comprendeva benissimo, e rispose:
-
-— Sarete a tempo poi; avete commesso una imprudenza levandovi; avete
-la febbre; date retta a chi vi vuol bene; andate a letto; Camilla verrà
-poi..
-
-— Non se ne andrà?
-
-— È venuta per rimanere sempre col babbo...
-
-Bisognò far lieve forza per togliere Maurizio dalla sua estasi ed
-indurlo a mettersi a letto; e quando finalmente il povero padre sparve,
-accompagnato dalla governante, dal dottore: e da Mario, Donnina,
-rimasta fino allora sorridente, cancellò il sorriso con un'onda copiosa
-di lagrime e si abbandonò fra le braccia di mamma Teresa, la quale si
-fece da capo ad arrabbiarsi peggio ed a piangere più forte. Il signor
-Fulgenzio guardava intenerito, avrebbe voluto dire... e non sapeva che
-dire...
-
-Poco stante tornò il dottore, pigliò per mano Donnina e la condusse
-nella camera dell'infermo. Mamma Teresa e Fulgenzio le erano venuti
-dietro.
-
-Il povero padre teneva gli occhi chiusi, ma li riaprì più volte alla
-sfuggita e guardò il volto pietosamente bello della fanciulla che le
-stava a fianco; poi stette lungamente immobile.
-
-L'ansietà mozzava il respiro ad ognuno.
-
-Finalmente Maurizio si scosse, e volgendosi dall'altro fianco, chiamò a
-sè Mario, lo fece curvare e gli bisbigliò, non tanto sommessamente che
-non si udissero nel profondo silenzio, queste parole che agghiacciarono
-il cuore degli astanti:
-
-«Non è lei!»
-
-Mario fissò uno sguardo attonito in volto al dottore, il quale girò
-intorno al letticciuolo e venne accanto al giovine.
-
-— Non è lei, ripetè Maurizio crollando il capo melanconicamente, non è
-lei; la mia Camilla, soggiunse poi stendendo il braccio fuori del letto
-ed abbassando quanto più poteva la mano aperta, la mia Camilla era
-piccina così... vedete... così...
-
-Il singhiozzo di Donnina nessuno l'udì, perchè la poveretta nascondeva
-la faccia nel guanciale e tutti avevan l'occhio al dottore, il quale,
-senza sgominarsi, rispose:
-
-— È vero.
-
-— Non più di così, ecco, non più di così, continuava l'infermo
-crollando il capo.
-
-— Diciotto anni sono, disse il dottor Parenti.
-
-Maurizio levò gli occhi e li fissò nella faccia sorridente del dottore
-e parve meditare un istante; finalmente disse:
-
-— Siete in errore... sono sedici anni...
-
-Poi chiuse gli occhi e stette nella positura di prima.
-
-Un'ora dopo nella cameretta non rimaneva altri che Donnina e mamma
-Teresa, e l'infermo continuava a tenere gli occhi chiusi.
-
-E Mario e Fulgenzio lungo la via avevano preso in mezzo il dottore;
-quell'atto compendiava mille interrogazioni, alle quali il medico
-s'ingegnò di rispondere così:
-
-— Quell'uomo non è pazzo, ripeto, ha un po' di confusione nel cervello,
-cosa che può capitare ad ogni galantuomo che viaggi in questo basso
-mondo, ma vi dico io che è un viaggiatore metodico, e non tarderà a
-mettere in perfetto ordine le sue valigie.
-
-— Può essere, può essere!
-
-Sì, ma un pensiero importuno teneva Mario inquieto, e checchè egli
-facesse per non lasciarlo parere, non gli riusciva, e sebbene gli
-avvenimenti sembrassero dare una ragione a quell'inquietudine, il
-dottore si avvide che ve ne doveva essere un'altra. E però, appena potè
-trovarsi un istante solo col giovane, gli venne innanzi petto a petto e
-gli disse a bruciapelo:
-
-— Che hai?... Bisogna dirlo. Che ti manca ora? Nei tuoi panni (e
-coll'età tua) vorrei far salti da acrobata, e non mi terrebbe davvero
-la mia dignità di uomo fatto. Sei alla vigilia d'avere il lauro di
-dottore e qualche cosa che vale meglio assai nella botanica della vita,
-un bocciolo di rosa in moglie; per giunta la tua Donnina ritrova il
-padre, un padre un po' avariato, ma che m'incarico io di rimettere a
-nuovo; via, se ti lagni della sorte, sei incontentabile, e se non salti
-fino a dar le capate nel soffitto, va là che hai garretti di pasta
-frolla...
-
-Ma non ci era verso che Mario sorridesse. Ed il dottore tornava
-all'assalto.
-
-— Che hai?
-
-— Ho, disse finalmente il giovine tra il melanconico ed il dispettoso,
-che il padre di Donnina è ricco...
-
-— Tanto meglio...
-
-— Ed io sono povero, ed avrò l'aria di fare un buon negozio,
-sposandola; e poi chi sa se egli non si arrenderà di mala voglia alle
-nostre nozze...
-
-Il dottor Parenti lasciò penzolare le braccia lungo i fianchi e fece
-una smorfia così grottesca, che fu impossibile non ridere.
-
-— Lasciami stare, è atroce, è atroce; quando ad un galantuomo si dànno
-di questi colpi sullo stomaco, gli si dice almeno: «guardati.»
-
-Poi ridiventando serio, parlò colla massima gravità così:
-
-— Generose ubbie, ma in fondo sciocchezze; tu hai da sposar Donnina,
-non il babbo, e l'avresti sposata anche senza i milioni del babbo, e
-forse sarai ancora in tempo, perchè ai milioni dei pazzi io non credo
-finchè non gli ho contati — in fine tu non sei il primo venuto, sei
-medico, chirurgo, ostetrico, hai un pozzo di scienza, che nissuno sa
-quanto valga... meglio di noi. Pensiamo a guarire Maurizio, il resto
-verrà da sè...
-
-— E lo guariremo?
-
-— Cioè, lasceremo che guarisca; è una gran concessione in bocca nostra.
-Quell'uomo ha seco il suo medico e la sua medicina... Camilla!
-
-
-
-
-XLII.
-
-AL CAPEZZALE DELL'INFERMO.
-
-
-Il dottor Parenti si contraddiceva un pochino per desiderio che le cose
-andassero a meraviglia, ma aveva ragione di dire che Maurizio aveva
-seco il suo miglior medico e la sua sola medicina... Camilla!
-
-La buona giovinetta aveva preso l'ufficio d'infermiera con un
-entusiasmo tranquillo, punto punto parolaio, che le traluceva nello
-sguardo e nel sorriso, melanconico insieme e lieto, con cui s'ingegnava
-d'incoraggiare la terribile mamma Teresa al sacrifizio di lasciarle
-fare quel che voleva, vale a dire vegliare fino a tarda notte al letto
-del babbo, e non istaccarsi quasi mai dal fianco dell'infermo.
-
-Quanto a Maurizio, pareva essersi rassegnato all'idea di starsene a
-letto, e non cercava nemmeno più di alzarsi; solo, per non dire le
-matte stravaganze, sembrava aver fatto proposito di non fiatar parola,
-e di solito se ne stava lunghe ore cogli occhi socchiusi, salvo a
-riaprirli ogni volta che Donnina faceva atto d'uscire dalla camera o
-solo di muoversi.
-
-«In fondo una pazzia tirannica, la peggiore delle pazzie e delle
-tirannie,» avrebbe detto mamma Teresa se avesse osato manifestare tutto
-il suo pensiero. Per il dottore invece lo stare in silenzio, il tener
-gli occhi chiusi, il ricercare Donnina cogli sguardi erano tutti buoni
-indizii.
-
-Certo qualche gran cosa avveniva nell'animo di Maurizio. A Donnina,
-la quale lo spiava attenta, non era più accaduto di vedergli in volto
-quello smarrimento che l'aveva tanto sbigottita sulle prime; e nei
-fuggevoli momenti in cui l'infermo riapriva gli occhi e s'incontrava
-collo sguardo della sua creatura, egli pareva lottare un istante
-dentro di sè, poi si ricomponeva alle sembianze del sonno. Molte
-volte aveva l'aria di dormire davvero, e quando Donnina, fidandosi a
-quell'apparenza, si buttava vestita sul lettuccio in fondo alla camera
-e cedeva ella stessa al sonno, allora il povero infermo si rizzava
-trattenendo il respiro a mezzo il corpo, ed appuntando i gomiti al
-guanciale, figgeva l'occhio avido e timoroso nel caro viso dormente, e
-rimaneva così un gran pezzo, agitato da un lieve tremito, e finalmente
-usciva in un dirotto pianto senza singhiozzi.
-
-Pur non sapendo nulla di questo, e più per potenza fatidica del
-desiderio che per accortezza di medico, il dottor Parenti aveva
-sentenziato che Maurizio «faceva l'esame di coscienza ed era bell'e
-guarito.»
-
-Erano così passati tre giorni. Il quarto mattino, quando Donnina venne
-presso al letto del babbo e gli baciò la fronte senza dir parola,
-Maurizio aprì gli occhi e li tenne lungamente fissi nel leggiadro volto
-della sua creatura, e si guardò intorno, e parve lottare senza sapersi
-indurre ad una determinazione, finchè entrò sulla punta dei piedi mamma
-Teresa, a decidere l'esito della lotta; Maurizio richiuse gli occhi e
-non disse verbo.
-
-Passò quel giorno, e parve lento; venne la notte. A Donnina riuscì
-di mandare la mamma a letto più presto del solito per rimaner sola
-coll'infermo; e non appena fu sola la disse per la prima volta la soave
-parola, che le tremò nelle labbra come confessione d'innamorata:
-
-«Babbo!»
-
-Maurizio pose un braccio sull'omero della fanciulla, e le favellò sotto
-voce con un singolare accento carezzevole, come se parlasse ad una
-bambina:
-
-— Tu gli vuoi bene al babbo; io ti leggo in cuore; so che tu sei buona:
-tu gli vuoi bene al babbo!
-
-E siccome la fanciulla fece atto di portare la mano dell'infermo alle
-labbra, egli la trattenne, e le accennò di andare alla scrivania, e
-come vi fu, di aprire un cassetto. Donnina l'aprì e ne trasse alcuni
-fogli piegati che portò sul letto del padre. Il quale spiegò i fogli
-e li pose sotto gli occhi della fanciulla. In capo alla pagina erano
-queste parole scritte con mano tremante:
-
- «_A mia figlia_»
-
-Maurizio aveva chiuso un'altra volta gli occhi e stringeva nelle
-proprie una mano di Donnina.
-
-Era la notte alta, il silenzio profondo tutt'intorno, ed al lume della
-lampada notturna, la giovinetta lesse quei caratteri diletti che vedeva
-per la prima volta.
-
-Il cuore le batteva forte.
-
-
-
-
-XLIII.
-
-A MIA FIGLIA.
-
-
-«Sì, queste parole che io scrivo sono per la mia piccina, per te,
-Camilla mia, per te sola! Hai tu pensato mai al tuo babbo? E ti hanno
-insegnato a pregare per lui? E se hai chiesto perchè non venisse ad
-abbracciarti ed a portarti le chicche e la bambola, ti fu risposto che
-era un poveretto, e che solo la disgrazia lo teneva lontano dalla sua
-creatura? E ti hanno almeno detto che avevi un altro babbo, che non era
-il maestro di scuola?
-
-»Ebbene, se non lo sapesti mai, apprendilo ora che tu hai un
-babbo vero, un babbo che fu molto infelice se non potè averti al
-fianco, un babbo che ancor oggi ti scrive non osando mostrarsi a te
-all'improvviso, per paura d'apparirti come uno sconosciuto, o forse
-come un nemico dei tuoi affetti.
-
-»E pensa pure le mille colpe per fargliene carico, e poi le confronta
-con questa unica immagine d'un padre, il quale non osa mostrarsi alla
-sua figliuola, e teme di non ritrovare mai aperto l'ingresso del cuore
-di lei, e di' solo allora che egli non merita la beatitudine per tanti
-anni rifiutata.
-
-»Tu non sai che io venni ad A... per vederti, per udire la tua voce,
-per abbracciarti, e mi mancò il cuore; e che dopo avere sognato per
-via il tuo sorriso, la tua parola, le tue lagrime dolci, t'immaginai
-fredda, impassibile, muta, ed ebbi paura e fuggii. E che ritornai il
-dì di poi, e mi spinsi fino alla svolta del sentiero, e gettai uno
-sguardo sulla via sperando il caso te la facesse attraversare allora
-perchè io ti vedessi un istante, e che, nascosto dietro una acacia,
-da prima contai le acacie che mi separavano da te, ed eran cinque,
-e poi cercai cogli occhi la tua finestra, e dissi che doveva esser
-quella, quella o nessun altra, e vidi un vetro rotto, e pensai che il
-vento avrebbe potuto ammalarmiti; e che immaginai la felicità di poter
-attraversare quel breve tratto di via, entrare nella porticina della
-scuola, chiedere di te, e condurvi meco te, il maestro Ciro e la mamma,
-e spartire fra voi le mie ricchezze, conservandomi solo l'amor tuo — e
-intanto non mi moveva, e se qualcuno passava pel sentieruolo, mi davo
-l'aria d'un indifferente perchè non si comprendesse quest'orribile
-segreto di un padre che non osa mostrarsi alla sua creatura. E quando,
-stanco di un'inutile lotta, assalito da mille idee insieme, mi provavo
-a fuggire, dicendo a me stesso che il mio passato era un sogno, che non
-avevo figli, che non avevo affetti, che altro non mi rimaneva al mondo
-se non i miei cumuli d'oro, inutili ed odiosi, pareva che qualche cosa
-mi trattenesse, e rifacevo la via indietro, e ti venivo più presso,
-più presso, più presso ancora, e finalmente me ne andavo voltandomi
-ogni tanto per vedere se mai qualche segreta voce avendoti parlato del
-padre tuo, non fossi tu pure venuta a vedermi di nascosto attraverso la
-siepe.
-
-»Ma finchè durava il giorno, io era solo; alla notte no, chè allora
-tu mi seguivi davvero, e sentivo i tuoi piccoli passi frettolosi,
-e rallentavo l'andatura per stancarti meno; ma se mi fermavo ad
-aspettarti, e tu pure ti fermavi; e se mi volgevo, ti appiattavi dietro
-un gelso della via maestra, ed altro non mi lasciavi vedere se non
-i ricci de' tuoi capelli. Erano fantasmi, erano sogni, erano paure;
-all'ingresso della città, dov'io ti aveva dimenticato per tanto tempo,
-tu mi abbandonavi. Rientravo in casa solo!
-
-»Non oggi per la prima volta mi venne in mente di scriverti, ma
-oggi solo mi sento la forza di tornare indietro nella mia miserabile
-esistenza, ed il coraggio di guardare nel mio cuore. Anche ieri lo
-tentai, e feci prova di radunare le mie memorie, ma non mi parve
-di poter resistere alla lenta tortura dello scrivere; le idee mi si
-presentavano in folla, l'impazienza mi vinse, e ancora volli parlarti,
-ed ancora me ne venne meno la forza. Oggi sono tranquillo. Pure avrei
-già dovuto essere lontano, ed incomincio appena.
-
-»Sono molti anni, non so bene quanti; parlo di un tempo in cui io era
-un giovinetto baldo, e la tua mamma che ora dorme nel cimitero, una
-ingenua sognatrice, la quale nelle mie braccia vedeva ad occhi aperti
-un avvenire leggiadro per la sua creatura, per te.
-
-»Poveretti eravamo entrambi, ma ricchi di speranze e d'amore. Ci
-eravamo sposati a dispetto d'un mio zio, unico parente rimastomi,
-il quale mi dava una misera pensione pur vivevamo lieti in una
-cameretta, sotto il soffitto, non d'altro allegri che dei raggi del
-sole e dell'ampio spettacolo dei monti. Sopportavamo gli stenti senza
-avvedercene; io componeva strofe ed essa le cantava; aspettavamo
-l'avvenire, avevamo molto tempo dinanzi.
-
-»Portava il tuo nome — Camilla — e mi amava. Ella era tutto per me;
-la mia famiglia incominciava e finiva in lei. Il padre mi era morto
-da alcuni anni, e non mi avea lasciato in cuore la memoria delle
-sue carezze. Era uomo severo, taciturno; non mi dava dimestichezza,
-ed immaginava di essere il migliore dei padri, perchè ingegnoso in
-mille modi di provvedere al mio avvenire. La morte lo interruppe
-in quell'opera; mi lasciò povero d'oro e di conforti; non mi diede
-l'avvenire pensato nè la cara memoria del suo affetto. Lo zio aveva
-presa altra via; era rimasto scapolo e s'era arricchito col risparmio;
-ma aveva la stessa natura rigida, e voleva facessi non so che, e
-sposassi non so chi per fargli piacere. Ma io amava Camilla e la sposai
-essa mi fu madre, amica, sorella — fu tutta la mia vita. Facevamo
-insieme mille disegni, mille fanciullaggini; dall'alto del nostro
-nido guardavamo alla folla che passava sotto con una specie di pietà
-sincera; non ci pareva che il mondo avesse due più felici di noi.
-D'inverno mancava la legna al focolare, e la neve disciolta gocciolava
-nella camera; ma non perciò si soffriva; ci rimaneva il sole; e quando
-mancava anch'esso avevamo la giovanile baldanza, inesauribile, ed un
-altro cielo senza stagioni, ed un altro sole senza tramonti.
-
-»La mia Camilla era bella, era buona, e mi amava, e l'amavo — morì,
-dopo averti dato la vita. Ah! se io avessi potuto anticipare di una
-dozzina d'anni il nostro sogno, e darle gli agi che ella fantasticava
-meco per farmi piacere, ma senza desiderio; se avessi potuto condurla
-ad abitare in una camera molto calda, e farla curare da un medico
-non frettoloso, come i medici della povera gente, e nutrirla di cibi
-sani!... Ma io era povero, l'inverno rigidissimo — e la mia compagna
-mi lasciò solo. Da principio non mi parve vero; la morte le aveva
-lasciato la sua bellezza ed il suo sorriso; ma quando, allontanato ogni
-estraneo, feci prova di risvegliarla, e compresi che tutto era finito,
-mi buttai per terra smaniando, e, come vennero a portarmela via,
-lasciai fare sbigottito.
-
-»Si bisbigliava di me che ero pazzo, che mi si erano confuse le idee;
-io sapeva d'averne una chiara e mi andavo dicendo che la finestrella
-dell'abbaino era alta e metteva sul lastrico sottoposto, e che avrei
-potuto per quella via raggiungere la mia diletta.
-
-»A te non pensavo; ti avevo vista appena; quasi mi ero dimenticato
-d'esser padre; mi fu ricordato in buon punto un istante di compassione,
-non l'amore, mi fece accettar la vita. Ciò che io provava in vederti
-era un sentimento angoscioso, indefinibile; invece di rallegrarmi,
-davo in ismanie, e se tu, allattata da una vicina, piangevi, forse per
-iscarsità di cibo, mi pareva d'udire la voce prepotente d'un tiranno
-che avesse voluto venire al mondo camminando sulle rovine del mio
-cuore. In fondo era quasi un sentimento d'odio; ti accusavo di avermi
-ritolto tutto e di non potermi dare nulla in compenso. Non ti amavo,
-no; la paternità non è un sentimento istintivo quanto si dice, e tu non
-sapevi se non piangere, come se fossi nel tuo diritto.
-
-»Provando a rendermi ragione di ciò che mi passava in cuore, vi fu
-un istante in cui mi accusai d'ingiustizia, e per darmi pace colorai
-col pensiero un avvenire con te, una vita consacrata a te, e sorrisi
-lacrimando a quell'immagine, e dissi a me stesso che tutto di Camilla
-io non aveva perduto, se tu mi rimanevi, e te chiamai Camilla; ti vidi
-col pensiero cresciuta, carezzevole, somigliante alla mamma nel volto
-e nel cuore, cercai nelle tue sembianze infantili le traccie di quelle
-che mi stavano sempre innanzi agli occhi; mi accesi d'un improvviso
-entusiasmo e giurai di consacrare a te sola la mia vita; quando venne
-l'ora di doverti lasciare colla nutrice, credei di provare una vera
-pena, e rimasto solo mi chiusi in camera e piansi, e piansi... ma non
-te, colei soltanto che era scesa sotterra, e la terribile solitudine
-e l'assoluta vedovanza del cuore! Non ti amavo, no; e poteva io amarti
-allora? Sapevo la perduta immensità degli affetti e delle speranze; a
-te, piangente, senza lagrime sul cumulo di quelle rovine ed incapace di
-conforti, già più non pensavo.
-
-»In quei giorni lo zio, saputo della morte di Camilla, mi scrisse — una
-lettera fredda, pacata, in cui, senza dirlo, appariva la contentezza
-dell'uomo che vede la via aperta ai primi disegni; di te non parlava
-come se non esistessi; incollerito risposi che avrei continuato a
-vivere a modo mio, mi togliesse anche ogni suo piccolo soccorso, gli
-sarei grato se così potesse affrettarmi la morte; la mia ira santa era
-per la morta; di te non dissi parola.
-
-»Venni rare volte a vederti, a lunghi intervalli, e sempre mi trattenni
-poco; m'imponevo con giubilo mille sacrifizii per provvedere al tuo
-mantenimento; avessi io potuto vivere senza spendere uno spicciolo,
-tutto avrei speso per te, ma il mio cuore era uno scrigno vuoto — non
-ti amavo. Tu crescevi e ti facevi bella; la tua nutrice ti voleva bene
-come a creatura sua, e tu per lei sola trovavi il riso giocondo e le
-carezze; me non conoscevi e guardavi appena.
-
-»Fu una nuova ingiustizia la mia, te ne feci carico! il vedere
-un'estranea — io così chiamava la tua nutrice, l'unica persona al mondo
-che t'amasse — preferita a me, tuo padre, era una crudele ferita alla
-mia superbia.
-
-»Intanto le tribolazioni della mia vita crescevano; lo zio insisteva
-colle lettere e col silenzio perchè mi ponessi in altro ordine di studi
-da quelli che prediligevo, e quando vide ogni suo tentativo vano,
-ricorse all'estremo: mi tolse la mesata. Allora per la prima volta
-sentii nel cuore una forza nuova; accettai la miseria francamente,
-cullandomi d'ambiziosi sogni e vivendo fra indicibili stenti. A te non
-pensavo; e pure mi fu forza cessare per qualche tempo di mandare alla
-tua nutrice, povera anch'essa, il denaro pattuito.
-
-»Alcuni mesi di poi, venni al paesello con animo di rimediare a quella
-dimenticanza; avevo qualche centinaio di lire, mi pareva d'essere
-padrone della mia sorte; trovai la nota casicciuola abitata da altri
-e seppi che la tua nutrice era morta e che tu eri stata raccolta dal
-vecchio maestro di scuola del villaggio. Volli venire a vederti; ma
-erano passati tanti mesi, non osai mostrarmi a quella gente; volli
-trovare un pretesto per discolparmi, ma la mia fierezza si ribellò;
-lottai dentro di me, e finii col volgere le spalle al paesello senza
-averti visto.
-
-»Facevo proposito di scriverti e di venir più tardi, quando avessi
-prevenuto il maestro di scuola; ma appena fui a Milano pensai ai casi
-miei, mi chiesi che avrei fatto di te, inesperto ancora della vita,
-povero e solo; temei, svelandomi a maestro Ciro, che egli volesse
-ridonare al padre la sua creatura, e feci proposito di tenermi
-nascosto. Non si sapeva il mio nome; e mi sarebbe stato facile
-soccorrere i nuovi genitori senza svelarmi. Avrei aspettato che tu
-fossi cresciuta e ch'io avessi fatto fortuna, poi sarei venuto a
-riprenderti... E intanto?
-
-»Intanto io sapeva di vincolarmi a non vederti, a non avere tue
-novelle, e lasciarti crescere orfana, a permettere che il tuo cuore si
-aprisse a tutti gli affetti senza passare per quello di figlia! Ma di
-questo non mi doleva, perchè ti conosceva appena; nel mio cielo eri
-come un cirro che si dilegua al più lieve soffio di vento — e già mi
-soffiava in petto l'uragano.
-
-»Per questa serie di errori, io non sapeva però di perderti per
-sempre; non m'ero arrestato ad immaginare tutte le conseguenze della
-mia condotta, non avevo misurato le mie forze e non avevo tenuto
-conto degli ostacoli che mi avrebbero creato la mia fierezza e la
-tua fierezza, ed i tuoi nuovi affetti, e l'aridità del mio cuore, più
-tardi, quando fosse giunta l'ora di mettere in atto il bel sogno. Ma
-altro era il mio sogno. Fra i molti idoli che formano il trastullo
-della vita, me n'ero scelto uno che credevo di non dover infrangere
-capricciosamente mai — l'indipendenza. Più tardi fu l'ambizione, più
-tardi la ricchezza, e più tardi assai, riconosciuto stolto ogni culto
-in cui non abbia parte il cuore, mi arse la febbre di ricostrurre i
-vecchi altari colle loro rovine.
-
-»Divenuto ricco — e fu vicenda necessaria che avrei indovinato se
-avessi avuto in cuore l'affetto non ingannevole, invece delle bugiarde
-passioni — divenuto ricco, arrossii di me stesso, ebbi vergogna di
-mostrarmi nel mondo che mi aveva aperto le sue porte con una figlia
-apparsa all'improvviso, e t'immaginai indifferente al padre tuo,
-rimasto per te un estraneo, amantissima di coloro che ti avevano date
-le carezze, aperto il pensiero, ed educato il cuore — mi rassegnai a
-perderti.
-
-»Allora incominciò il rimorso, incominciò il dolore; e venne l'angoscia
-delle notti insonni, e vennero gli sgomenti dell'età, e le paure della
-solitudine; e una smania segreta, indefinibile, tormentosa d'uscir da
-me stesso, di soffocare nel piacere la coscienza; e poi la sazietà,
-il disgusto, il martello del pensiero e del cuore, e finalmente il
-supplizio della ragione che si ecclissa e ritorna a balzi a farmi
-accorto e pauroso di me stesso.
-
-»Questo fu lo sciagurato tuo padre; uscendo dalla ignara dimenticanza
-in cui ha vissuto lieta finora, per saper d'aver un padre, prima di
-respingerlo da te, ecco tu puoi almeno dire a te stessa: «questo fu il
-mio padre sciagurato!»
-
- . . . . . . .
-
-Non era qui tutto; seguivano due pagine di fitto carattere, che
-apparivano scritte più di recente; in esse il povero padre riepilogava
-a stento le proprie idee, e molte volte ripeteva il già detto; e molto
-parlava con insistenza delle proprie ricchezze, che pareva voler
-mettere in mostra come una tentazione. Quel caos d'idee sconnesse
-era rotto a mezzo con uno sgorbio. Era caduta la penna di mano allo
-scrittore, e da quel che pareva, insieme colla penna una lagrima...
-Ma per quell'una, Donnina ne verserà cento; la poveretta ha il cuore
-gonfio, le vengono alle labbra mille tenere parole; le si oscura
-la vista ed appoggia il viso, più leggiadro nell'espressione della
-tenerezza e del dolore, al volto del padre.
-
-Maurizio ha sentito fremere nella sua la mano di Donnina; il cuore gli
-batte...
-
-Ed anche ora che il volto della fanciulla si appoggia al suo volto, e
-che sente le lagrime di lei confondersi colle proprie lagrime, anche
-ora non osa guardare a viso aperto una felicità a cui non sa credere,
-e, come timoroso che il caro fantasma notturno si involi, continua
-a tener gli occhi chiusi ed a stringersi al cuore agitato la propria
-creatura.
-
-E finalmente apre gli occhi, guarda, sorride, e lagrima di nuovo senza
-dir nulla; e quando, passato un tempo lungo, che par brevissimo, in
-quella muta contemplazione, schiude le labbra per parlare, un bacio
-lungo, insistente, quasi autorevole, gli impone silenzio, ed una vocina
-sommessa e dolce come una musica gli mormora all'orecchio:
-
-— Dormi ora, è tardi, babbo mio.
-
-Babbo mio!
-
-Ma il poveretto non ode, ha bisogno di sentire un'altra volta quella
-voce e quella parola, e se la fa ripetere; e venuta l'ora dell'ultimo
-bacio e dell'ultima raccomandazione, finge di ubbidire, e quando la
-lunga veglia ha chiuso finalmente gli occhi della fanciulla, riapre i
-suoi clandestinamente, si rizza sui gomiti, come suol fare ogni notte,
-e guarda amoroso la propria figliuola e le domanda «perdono, perdono,
-perdono» a bassa voce, così che l'oda solo l'orecchio vigile della
-propria coscienza pentita.
-
-E più non piange.
-
-
-
-
-XLIV.
-
-I MILIONI DI MAURIZIO.
-
-
-È un buon spirito quello che ha indotto Mario a frenare l'impazienza
-fin presso al mezzodì, ed a recarsi prima di quell'ora in casa di
-Maurizio. Poco fa l'infermo dormiva, ed ora invece padre e figlia
-parlano appunto di lui.
-
-— Lo ami tanto?...
-
-— Tanto.
-
-— E t'ama?
-
-Vi rispondono il rossore della fanciulla ed un picciol grido di gioia,
-perchè eccolo, è lui — Mario.
-
-Mario, il quale sembra recar negli occhi due raggi del sole di mezzodì,
-ed ha nel sorriso, nella scioltezza delle maniere tutta l'aria di chi
-porta una buona notizia.
-
-— Mario, dice Maurizio porgendogli la destra, spero di non aver più
-bisogno di medico; non di meno toccami il polso; ho la febbre?
-
-— Nulla.
-
-— E pure me la sento in dosso, una febbre nuova, da cui spero di non
-guarire mai.
-
-Mario non sa ancora che credere; l'occhio di medico gli dice che
-quell'uomo è guarito; le sottigliezze degli alienisti gli pongono mille
-dubbi in capo; sente il bisogno di dar fede a quella gioia, ma ha lo
-scientifico dovere di dubitarne.
-
-— Tu ami la mia creatura, prosegue a dire Maurizio, ed ella t'ama: io
-sono l'unico ostacolo alla vostra felicità, non è vero?
-
-È verissimo, come è vero che non si può ragionare meglio di così, nè
-dire cosa più assennata. Assolutamente Maurizio non è pazzo!
-
-— Ebbene, soggiunge costui dopo breve silenzio, sarete felici; ma non
-quanto io vorrei...
-
-Si arresta, si turba, sembra pauroso di svelare un ultimo secreto.
-
-— Ho paura di avervi ingannato... anzi ne sono sicuro... Mario...
-Camilla... non pensate ai milioni che vi ho promesso; vostro padre è un
-poveretto.
-
-E il disgraziato nasconde la faccia fra le mani per disperazione.
-
-«Tanto meglio» dice una voce.
-
-Maurizio guarda Camilla e poi Mario e li vede sorridenti entrambi, nè
-punto sgomentati dalla terribile notizia.
-
-— Io lo sapeva, dice Mario senza nascondere la propria gioia.
-
-— E tu?
-
-Donnina sorride indovinando il pensiero di Mario, e risponde più
-semplicemente e con più efficacia:
-
-— Io non lo sapeva.
-
-«Tanto meglio» ripete la voce di prima.
-
-È la terribile mamma Teresa, la quale non così sentenzia per vana
-affettazione, ma perchè pensa alla gioia di maestro Ciro, quando saprà
-di poter fare la dote alla sposa colle quattromila e seicento lire che
-aspettano negli scrigni della Cassa di risparmio di Milano... e anche
-perchè, in fin dei conti, non vi è rimedio.
-
-E ripete una terza volta, più filosoficamente delle prime due:
-
-«Tanto meglio!»
-
-
-
-
-XLV.
-
-CASI DI COSCIENZA.
-
-
-Al domani un fattorino recava un pacco diretto alla signorina Camilla
-***. Donnina, tra per la novità del battesimo, e perchè a Milano
-non conosceva nessuno, e perchè il fattorino domandava la ricevuta
-dell'involto, stette alcuni istanti dubbiosa e si consigliò con mamma
-Teresa, la quale fu d'opinione che a ricevere un involto che non pesava
-nemmeno sei oncie ed a farne la ricevuta non vi era nulla di male.
-
-Avuto l'involto, fu ancora la terribile mamma ad insistere perchè
-Donnina lo aprisse, ed apertolo, fu sempre la vecchia a spalancar
-tanto d'occhi ed a scompaginare un mazzetto di fogli bianchi, mentre la
-fanciulla guardava senza nulla comprendere.
-
-— Ne ho visto una volta sola, dice tra sè mamma Teresa, ma il cielo mi
-danni se questi non sono biglietti da mille! — ed aggiunge volgendosi a
-Donnina: — Di' tu: che ci sta scritto qui sopra?
-
-— Mille lire!
-
-— Mille lire, e anche su questo, e su questo, e su tutti; so leggere
-anch'io, ora! Stelle del firmamento! e di queste mille lire ve ne sono
-trenta!
-
-La vecchia non usciva dal suo sbigottimento, se non infilzando l'uno
-in coda all'altro i modi ammirativi del proprio repertorio; e si
-affliggeva solo che maestro Ciro non fosse lì, per vederlo smaniare
-dall'allegrezza.
-
-Frattanto Donnina aveva preso un foglio di carta piegato, e vi leggeva
-e rileggeva queste parole, come se non riescisse ad intenderne bene il
-significato:
-
-«Questo denaro è una restituzione al padre vostro: chi la fa desidera
-rimanere incognito.»
-
-— È proprio come nei racconti delle fate! esclamò la vecchia; tale e
-quale; ma che bel racconto questo, acid... acid'erba, che bel racconto!
-
-E siccome Donnina continuava a tenere il foglio spiegato dinanzi, ed al
-denaro non badava, proseguì a dire:
-
-— Ma che almanacchi tanto! La è chiara come l'acqua di sorgente!
-Qualcuno a cui tuo padre ha prestato denaro! — To'!...
-
-Ma Donnina crollò il capo, e rispose:
-
-— Non si nasconderebbe...
-
-— Allora qualcuno che gliel'ha rubato; ma lascia un po' quel cencio,
-qui hai da leggere, fanciulla mia!
-
-Donnina si arrese, ma continuò a pensare senza averne l'aria. La
-vecchia però vide chiaro in cuore alla fanciulla, e d'improvviso le
-disse:
-
-— Che ti affanna ancora? dillo.
-
-— Ecco, perchè quest'incognito ha mandato il danaro a me invece del
-babbo?
-
-— Perchè... perchè... oh bella! perchè sapeva che il tuo babbo non
-aveva il cervello sano, mi pare!
-
-— Pare anche a me, ma sapeva anche che io sono sua figlia, dunque è
-molto bene informato...
-
-— Niente di male che chi è disposto a cavarsi di tasca un esercito di
-lire, s'informi e sappia quel che si fa...
-
-A conti fatti, la via più sicura di sincerar la cosa è di informarne
-Maurizio.
-
-— È la più spiccia, aggiunge mamma Teresa, facendo per avviarsi; ma
-Donnina la trattiene.
-
-— Più tardi, ora dorme.
-
-Mamma Teresa pensa che se non devono destare un galantuomo trentamila
-lire, non lo desterà nemmeno la tromba del giudizio.
-
-E se in quel pomeriggio Maurizio non avesse avuto il sonno greve, si
-sarebbe desto non una volta solo, ma dieci, a certi impeti di tosse
-che presero mamma Teresa nella vicina stanza: finalmente si desta —
-finalmente sa tutto!
-
-E prima egli osserva che non ha mai prestato danaro a chicchessia, e
-nemmeno non gliene fu mai rubato.
-
-A mamma Teresa non par vero, ma è proprio così. Poi anche Maurizio
-nota che se il danaro fu diretto a Donnina, e si sa che Donnina è
-sua figlia, l'incognito è informato appuntino, e che per essere così
-informato deve aver bazzicato in qualche modo per casa negli ultimi
-giorni.
-
-Non ci è male; per un cervello guasto, mamma Teresa conviene dentro
-di sè che non è mal ragionato; ma perchè tante smorfie per intascare
-trentamila lire che han da servire a Donnina? Ella no, non ha fatto
-così, quando riceveva quei bei _vaglia_ che parevano piovuti dal
-cielo... To', e se questi venissero dalla stessa sorgente? Questa poi
-vuol dirla e la dice «tanto per gettare un barlume nell'oscuro,» ma
-in verità per dare al cervello di Maurizio una buona idea. Il padre
-sorride melanconicamente e crolla il capo.
-
-— Quel denaro, buona mamma, avete fatto bene a riceverlo, perchè allora
-Donnina non sapevate di chi fosse figlia; ma ora il padre è noto, e chi
-manda il denaro non può essere che un estraneo.
-
-Si chiamò la governante, e fu sollecitata a dire se nei passati giorni
-non fosse mai venuto nessuno a domandare di Maurizio...
-
-— Sì, balbetta la buona donna, il dottor Parenti....
-
-— Ed altri?
-
-— Non so.... ecco.... non so se devo dirlo, perchè mi fu fatto
-promettere di tacere, ma se la cosa è grave... se bisogna proprio....
-
-— Bisogna proprio....
-
-— Quand'è così, sissignore, è venuto qualcun altro.
-
-— E chi mai?
-
-— Una signora.
-
-— Una signora?
-
-— Ed un servitore a nome di quella signora.... la quale era bella,
-bella come un amore, un po' patita, pallida, con due grandi occhi,
-vestita di nero, portava un velo sul viso; e mi domandava di lei, e
-saputo che era con lei una fanciulla, sua figlia, volle sapere quel che
-io sapeva e le dissi ogni cosa; non avrò fatto male, spero; mandò poi
-il servitore più volte per avere notizie...
-
-Maurizio fino dalle prime parole ha piegato il capo sul petto, e
-quando la buona donna tace e guarda ora Donnina ora mamma Teresa
-per comprendere qualche cosa, egli continua a rimaner pensieroso ed
-immobile. Finalmente si scuote, prendo Donnina per mano, la bacia in
-fronte, e si fa dare l'occorrente per iscrivere.
-
-E scrive:
-
- «_Signora_,
-
- «Voi avete avuto pietà della mia sventura, e vi siete consigliata
- col cuore solamente. Non vi faccio carico di quanto vi può essere
- di umiliante per me nella vostra generosità; sarebbe forse una
- giusta fierezza, ma crudele; mi preme solo di rimandarvi il vostro
- denaro e di farvi sapere, perchè non vi vinca una grande pietà
- delle cose mie, che ho ritrovato la mia vera ricchezza in mia
- figlia, e che essa avrà presto la sua ricchezza, uno sposo che
- l'ama e che ama il lavoro.
-
- «Se il vostro cuore ha bisogno di un'azione generosa, non vi sarà
- difficile fare un po' di bene con questa somma che vi rimando.
-
- «MAURIZIO.»
-
-Donnina che aveva seguito coll'occhio la penna, appena il babbo ebbe
-finito di scrivere il proprio nome, gli balzò al collo e gli ridonò il
-bacio ricevuto, e mamma Teresa, la quale non capiva altro se non che i
-trenta biglietti da mille avrebbero rifatto la via che avevano percorso
-per venire, tanto tanto si provò a dire: «meglio così,» e lo disse, ma
-alle parole mandò dietro un sospirone.
-
-Due ore dopo, veniva così risposto a Maurizio:
-
- _«Signore,_
-
- «Perdonate la mia cecità, ma non attribuitemi, vi prego, alcuna
- intenzione di offendervi. Il mio danaro è sospetto e non può fare
- il bene senza nascondersi; ma non per questo io mi celai; non un
- benefizio, nè un'azione generosa io contava di fare, ma veramente
- una specie di restituzione, poichè so che il vostro patrimonio fu
- ingoiato dal banchiere Redi. In fondo, avete ragione, la cosa non
- muta aspetto, e perciò vi prego nuovamente di perdonarmi. Siate
- felice come meritate.
-
- «SERENA.»
-
-
-
-
-XLVI.
-
-IL PROFESSORE RIGOLI RICEVE UNA VISITA.
-
-
-Alcuni giorni dopo gli avvenimenti narrati poco prima del mezzodì, il
-signor Fulgenzio era nel camerino intento ad interrogare un enorme
-registro, quando un inserviente venne a dirgli che una signora
-domandava di lui.
-
-La signora entrò: vestiva a bruno ed attraverso un velo nero che le
-scendeva fin sopra il mento, mostrava un viso giovane e bello: si
-lasciò cadere sulla seggiola offertale dal vecchio direttore, e si
-volse a guardare la porta d'onde era venuta, con visibile titubanza.
-Pure nel parlare, salvo un tremito quasi impercettibile, si mostrò
-franca.
-
-— Perdoni, diss'ella, il mio imbarazzo; è la prima volta che mi accade
-di entrare in un manicomio, e vengo a compiere una missione dilicata;
-non sono un'eroina, come vede.
-
-E lasciò indovinare un sorriso mesto, che non apparve attraverso il
-velo.
-
-Il signor Fulgenzio s'inchinò e prese quell'aspetto arrendevole di
-fanciullone che fa serene e paterne tante belle teste di vecchi.
-
-— Io ho un'amica, continuò a dire l'incognita rinfrancata, e
-quest'amica ha qui un parente... da qualche anno, di cui non ebbe mai
-notizie, e che non osa venire a vedere essa stessa...
-
-L'incognita s'interruppe per interrogare il volto benevolo del
-direttore, poi prosegui:
-
-— Ha pregato me, la disgraziata... e sono giunta...
-
-— Il parente della sua amica si chiama....?
-
-Prima di rispondere, la donna velata parve fare uno sforzo.
-
-— Il professore Guido Rigoli, disse, e fissò più intento lo sguardo
-come timorosa d'una cattiva notizia.
-
-— Il professore Guido Rigoli, prese a dire il direttore, è uno de' miei
-migliori amici e sta benissimo, salvo, s'intende, la sua pazzia, che è
-delle più innocue.
-
-La signora non perdeva sillaba, e quando il direttore tacque, col
-silenzio e coll'atteggiamento lo pregò di continuare.
-
-— Fra tanti disgraziati che passano la vita in questa casa di dolori e
-di malinconie, il professore è uno dei meno infelici...
-
-— Soffrono dunque molto i pazzi?
-
-— Non più dei savi, signora; qualche volta sono come dimentichi di sè
-stessi, ed allora paiono felici.
-
-Dal lieve sollevarsi ed abbassarsi del velo, il signor Fulgenzio
-comprese l'ansia dell'incognita, e come per rispondere a quel
-sentimento di commiserazione, soggiunse:
-
-— Il parente della sua amica ha indole mite e gentile, e non dà mai
-in ismanie; è passato da una breve melanconia ad una spensieratezza
-gioconda che dura ancora; gli piacciono i motteggi e non sembra pensoso
-del suo triste passato... che per me non è un mistero.
-
-Siccome la signora non rispose subito, impressionata forse dal sapere
-il segreto dell'amica svelato, o forse, per un'ultima diffidenza,
-timorosa di inganno, il direttore soggiunse:
-
-— Sempre che riceviamo un nuovo infermo, dobbiamo fare indagini sul
-suo passato; il conoscere le cause che hanno determinato la pazzia è
-condizione necessaria per il trattamento; e se non sapessi ogni cosa
-del professore Rigoli, la pregherei schiettamente di dirmi tutto quanto
-ne sa ella stessa... e dovrebbe dirmelo in coscienza.
-
-Certo l'incognita approvava col silenzio quelle parole ferme e dolci ad
-un tempo; poco stante disse:
-
-— Quand'è così non mi rimane altro che farle noto lo scopo della mia
-visita...
-
-Ma si arrestò ancora titubante, e come per dar tempo alla propria
-commozione, levò di tasca una pezzuola, l'appoggiò alle labbra e tossì.
-
-Il signor Fulgenzio pareva la creatura più ingenua che avesse mai
-esistito sulla terra.
-
-— La sciagurata donna, prese a dire la visitatrice con tremula voce,
-la sciagurata donna, cagione di tanta infelicità, è molto infelice
-ella stessa, e vorrebbe far qualche cosa... rimediare no, perchè non
-si rimedia mai alla colpa, ma uscire da un'apparente indifferenza che
-è continuazione di colpa... Che potrebbe fare... la mia amica per...
-colui che fu suo marito?
-
-— Nulla da lontano, rispose il direttore, parlando lentamente e con
-persuasiva dolcezza, tutto coll'affettuosa ed amorevole assiduità
-d'ogni giorno...
-
-— E dovrebbe?...
-
-— Ridonargli ciò che gli ha tolto, la sua casa; fargli ritrovare le sue
-vecchie abitudini... amarlo con affetto materno... consacrarsi tutta a
-quella sventura; questo potrebbe fare.
-
-L'incognita uscì dal silenzio affannoso con un'affannosa domanda.
-
-— E guarirebbe?
-
-— Forse...
-
-— E sarebbe felice?
-
-— Io credo di sì.
-
-— E perdonerebbe alla sciagurata?
-
-— Ne sono sicuro.
-
-— Ma lo stesso perdono farebbe più grande il rimorso della colpevole?
-
-— Sì.
-
-Questo monosillabo fu mormorato appena, come a temperarne la durezza.
-Nuovo silenzio.
-
-— Molti, prese a dire lentamente il direttore, molti infelici escono
-da queste mura risanati, perchè sanno di ritrovare una famiglia che
-li aspetta, una casa nota, una parola affettuosa, e cuori aperti alla
-nuova luce della loro intelligenza. Chi non ha una casa, una famiglia,
-lascia più raramente il manicomio, che è tutto per lui.
-
-— Se la sua amica venisse in questo triste luogo e si mostrasse a me,
-a me solo, che sono vecchio ed ho la paternità di tante sventure, e
-mi dicesse tutto il suo pensiero e mi chiedesse di vedere, non vista,
-l'uomo che le fu già compagno, quello spettacolo le darebbe la forza
-che le manca ad intraprendere l'opera della carità e del pentimento. E
-se lei ha ancora influenza sul cuore di quella infelice, la consigli a
-venire, e rassicuri che non reggerà, no, a tal vista, e si sentirà più
-grande della propria sciagura e saprà compiere l'ultimo sagrificio.
-
-L'incognita pareva profondamente commossa, ed aveva chinato la testa
-sul petto ansimante. Il signor Fulgenzio, non si accorgendo di nulla,
-proseguì:
-
-— Immagino lo sgomento di quell'anima affranta dal dolore, le sue
-paurose lotte, le sue febbri, le sue notti vegliate e lo struggimento
-d'essere stata causa di tanto male... ebbene, le dica che ad uscire
-da questo strazio, a muovere incontro alla pace del cuore, basta un
-passo solo; non sarà felicità spensierata ed intera, ma una serenità
-melanconica e confortata; e forse più tardi sorgeranno giorni più
-lieti, maturati dal pentimento. E poi, se veramente l'amica sua è
-desiderosa di bene...
-
-Un singhiozzo l'interruppe; l'incognita sollevò il velo, mostrò il bel
-volto in lagrime, prese le mani del vecchio e vi appoggiò le labbra
-arse.
-
-— L'ho ingannata, mormorò, perdoni; sono io, sono io stessa!...
-
-E le mancarono le parole a compiere la frase.
-
-Era dessa, il lettore lo ha indovinato, sì, era dessa — Serena!
-
-
-Il signor Fulgenzio non pronunciò accenti di falso stupore, e facendosi
-più presso alla sciagurata donna, perchè ella nascondesse meglio le
-lagrime, e carezzandole lievemente i capelli come avrebbe fatto con una
-propria creatura, le fe' intendere che aveva compreso ogni cosa e che
-ella poteva fidarsi interamente a lui, e che bisognava farlo, e che non
-v'era via aperta all'espiazione... fuor una...
-
-Nè disse parola. Serena neppure; piangeva liberamente, come da gran
-tempo non aveva potuto fare; aveva il petto pieno di singhiozzi, e
-le deboli sue fibre sussultavano con uno spasimo nuovo; se ne stava
-nell'atto di una bambina; pure era la prima volta che si sentiva la
-forza di misurare la propria colpa con altro occhio da quello pauroso
-con cui si misura un abisso.
-
-— Non avrò mai il coraggio, balbettò poco dopo, senza rialzare il capo,
-non l'avrò mai.
-
-Il signor Fulgenzio non rispose.
-
-— E poi, proseguì Serena, è certo lei che sia il modo migliore di
-espiazione? E vi ha una espiazione, oltre quella del rimorso della
-coscienza, concessa alla donna colpevole? Perchè non solo io l'ho
-abbandonato, lui buono ed affettuoso, ma mi sono imbrattata nel mio
-fango. Ritornare a lui è l'impunità dopo la colpa... bisognava farlo
-prima, ora è tardi.
-
-— Non è mai tardi per fare il bene; riapra le porte della sua casa
-abbandonata, è il dover suo; e non a lei nè alla colpa deve avere il
-pensiero, ma prima di tutto alla sventura di lui; il rimorso inoperoso
-è accasciamento, non espiazione; ed è pure un inganno della debolezza;
-perchè le pare che le manchi la forza del sagrifizio e il coraggio di
-vederselo innanzi ad ogni ora del giorno.... le pare, ma non è...
-
-Serena rialzò il capo e riasciugò le lagrime, respinse una ciocca di
-capelli con un atto febbrile, guardò in viso il signor Fulgenzio, parve
-adunare tutte le forze in uno sforzo estremo, e disse:
-
-— Voglio vederlo!
-
-Ma come se il pensiero divenisse atto al semplice suono di quelle
-parole, tutta la fittizia energia le venne meno, diè indietro quasi le
-stesse in faccia uno spettro temuto, si addossò alla spalliera della
-seggiola, e coprì ancora il volto colle mani.
-
-— Lo vedrà, disse il direttore dopo alcuni istanti di affannoso
-silenzio.
-
-— No, no, io non reggerò al suo sguardo.
-
-— Egli non vedrà lei, non deve vederla; la sua malattia non è di quelle
-a cui un'improvvisa commozione possa dare un felice avviamento; anzi
-potrebbe accadere il contrario; bisognerà prepararlo prima... ma lei
-sì, può vederlo e lo deve...
-
-Ed unendo l'atto alle parole, sonò il campanello.
-
-Serena lasciò fare, sbigottita, e volse il capo da un'altra parte per
-non farsi scorgere dall'inserviente accorso subito alla chiamata.
-Il direttore si levò, mosse incontro al nuovo venuto e gli parlò
-all'orecchio. Rimasero un'altra volta soli; Serena tremante da capo a
-piedi, collo sguardo fisso nella propria sciagura, il signor Fulgenzio
-ritto accanto a lei, commosso più che non lasciasse parere.
-
-Poco stante il direttore toccò lievemente la spalla della donna, la
-quale a quel contatto diè un sussulto e balbettò: «non ancora, non
-ancora.»
-
-Poi, volgendosi al vecchio, lo interrogò con uno sguardo pieno
-d'angoscia. Il signor Fulgenzio andò alla vicina finestra che metteva
-nel cortile, ne aprì le vetrate, lasciò socchiuse le persiane e guardò
-attraverso il vano; poi si volse e disse melanconicamente: «eccolo!»
-
-Serena rispose con un gemito, ma non si mosse; il direttore le venne
-presso stando in un silenzio discreto, quasi carezzevole.
-
-— Com'è? mi dica se sta bene, che fa, se sospetta nulla, se guarda da
-questa parte...
-
-E in così dire si sollevò dalla seggiola, ed abbrancandosi con una mano
-all'omero del vecchio fece due passi e si trovò innanzi alla finestra.
-
-Il professore Guido Rigoli se ne stava nel mezzo del cortile
-sull'estremo lembo della lunga ombra gettata da un'ala dell'edifizio,
-guardava con visibile compiacenza ai raggi del sole che dardeggiava
-sulle vetrate dirimpetto, e sorrideva a sè medesimo.
-
-Serena lo vide, e spalancando le imposte gridò con voce straziante:
-«Guido, Guido!»
-
-Sentendosi chiamare a nome e vedendo una signora in faccia a lui,
-il professore non venne meno alla propria educazione eletta ed alla
-naturale squisitezza delle sue maniere, e fece due o tre inchini
-profondi.
-
-Serena si rovesciò come istupidita nelle braccia del signor Fulgenzio.
-
-Alcuni istanti dopo la disgraziata donna, uscendo come da una lunga
-dimenticanza, si vide in una camera ignota, sopra un lettuccio, e vide
-chino sul suo un volto color di rosa, d'una bellezza quasi infantile,
-ed un sorriso pietoso più splendido dei capelli d'oro, il sorriso di
-solito tanto birichino d'Olimpia.
-
-
-
-
-XLVII.
-
-L'ULTIMO.
-
-
-Gli avvenimenti che rimangono sono in gran parte preveduti da chi ha
-seguito fin qui la narrazione: formano come un programma che attende
-la esecuzione dal tempo, dal tempo che non dimentica, dal tempo che non
-falla.
-
-E viene un giorno — un melanconico giorno — in cui il professore Rigoli
-deve lasciare i compagni e volgere le spalle al manicomio.
-
-Gli hanno domandato con mille giri di parole se ricorda il suo passato,
-ed ha risposto ridendo di sì; gli hanno domandato se amerebbe riveder
-la sua casa e ripigliar le sue abitudini di padre di famiglia ed
-assidersi a mensa ed andare a letto all'ora che gli accomodasse, ed ha
-risposto di sì; e finalmente gli hanno pronunciato il pauroso nome...
-_Serena!_ — e collo sguardo intento gli hanno chiesto se serbi rancore
-alla disgraziata donna e se le perdonerebbe, ed alle due domande egli
-ha risposto col più amabile sorriso di sì. E non l'ha detto, perchè
-ripugna alla sua benigna natura, ma tutto quell'interrogatorio lo ha
-fastidito, gli è parso inutile ed uggioso; e non ha pensato fuor che
-alla gioia di mutar domicilio, di esser libero, di vedere il sole da
-una finestra senza le inferriate, e di aver dei lumi alla notte.
-
-Ed è felice, e dice addio ai vecchi amici colla spensierata giocondità
-d'un giovinetto che lasci il collegio.
-
-È tutt'uno; quella scena è triste; alcuni dei poveretti, ai quali il
-professore stringe la mano coi modi d'un conquistatore, lo guardano
-sbigottiti senza comprendere, e vi è chi lo segue alcuni passi,
-scongiurandolo di condurlo seco, ed un altro che se ne sta in un canto
-a guardare colla faccia scura — babbo Jacopo.
-
-Perfino il dottor Parenti, il quale dà braccio al professore, non
-riesce a parer disinvolto quanto vorrebbe, ed Olimpia dalla finestrella
-guarda senza sorridere.
-
-Una cancellata gira sui cardini, un'altra, ed un'altra, l'ultima... si
-è all'aperto, si sale in carrozza... si parte.
-
-Al rumore delle ruote sul lastrico, il professore batte amichevolmente
-sulle ginocchia dell'amico dottore, e gli dice:
-
-— Temevo che voleste farmi uno scherzo... e dove andiamo?
-
-— In casa vostra... vostra moglie vi aspetta.
-
-— È un pezzo che aspetta! osserva il professore.
-
-— Sicuro.
-
-— Ho una casa io?
-
-Nessun pensiero del passato, nessuna inquietudine dell'avvenire.
-
-Si arriva; il signor Fulgenzio apre lo sportello; una donna è con lui,
-pallida, cogli occhi smarriti, ma senza lagrime.
-
-— Mia moglie... dice il professore ed ha quasi l'aria di fare una
-domanda.
-
-— Vostra moglie.
-
-Il professore si fa innanzi due passi, e saluta con un garbo tutto suo.
-
-— Come sta, signora? Bene? Ne ho tanto piacere... anch'io, grazie.
-
-Serena è forte, non piangerà, ha promesso di non far vedere le sue
-lagrime, che le ricadono ad una ad una sul cuore.
-
-
-Vengono giorni più lieti. Mario è diventato il dottor Mario e nulla
-più si oppone a diventar sposo di Donnina. «Gli manca la pratica,» dice
-lui. «Ma per fare il marito, risponde il dottor Parenti, la pratica non
-è necessaria, per fare il medico ti rimane tempo; e finchè te ne stai
-colla teorica avrai la coscienza netta; la teorica è innocentissima, te
-lo dice un uomo... che ha pratica.»
-
-E viene il giorno in cui i naturali di A*** leggono sull'albo
-municipale i nomi e le qualità di Camilla (Donnina), nubile, e di
-Mario (Ognissanti) celibe, dottore in medicina, appaiati col più bel
-_rotondo_ del segretario comunale, e finalmente gli sponsali e le
-nozze, due cose che fanno con giudizio un giorno solo.
-
-Donnina fin dalla vigilia ha provato la veste bianca di sposa, e s'è
-mostrata in quell'acconciatura al babbo, a maestro Ciro ed a mamma
-Teresa; ad Ognissanti no, chè non era ancora il momento. Ma la notte
-misurata da mille fantasie gioconde, sorride a tante impazienze e se ne
-va veloce; e giunge l'alba serena che schiude le porte dell'avvenire
-sognato... Eccoli nelle braccia l'un dell'altro, eccoli sposi, eccoli
-uniti per sempre. Per sempre. La cara minaccia!
-
-Quanto al contratto di nozze, la quistione dotale diede molto da fare
-al notaio, il quale prima di _sottoscriversi colle parti_, come di
-prammatica, ed apporre la impronta del suo tabellionato, non dovette
-numerare meno di 12 paragrafi da capo. Il signor Fulgenzio faceva
-donazione ai due sposi _in comunione di beni_ della somma di 30,000
-lire (dico _trentamila_) in cedole del Debito pubblico; Maurizio,
-radunando le reliquie delle proprie ricchezze, faceva alla figlia
-una dote di lire 16,000 (dico _sedicimila_) in titoli della Banca
-Nazionale, e maestro Ciro aumentava la dote aggiungendovi lire 4600
-(dico _quattromila e seicento_) in libretti della Cassa di Risparmio di
-Milano.
-
-Senza dire che Maurizio faceva conto di lavorare e di far vita comune
-coi figli, e che Mario intendeva, fatta la pratica, di bastare ai
-bisogni della sua nuova famiglia; in tutto una ricchezza da Cresi; più
-l'amore infinito e la stima profonda.
-
-Quello fu un bel giorno! Domandatelo a mamma Teresa se quello fu un
-bel giorno! ed a maestro Ciro, il quale per l'occasione straordinaria
-aveva messo un cappello nuovo a staio! Peccato che al mezzodì piovesse
-un momento, e che, cessata la pioggia, quando l'ottimo maestro Ciro
-ed il suo cappello si fidavano bonariamente, le gronde di Milano
-facessero il tiro di lasciar cadere goccioloni pesanti come tegole, e
-dove?... proprio sul cappello nuovo di maestro Ciro, quasi volessero
-sfondarlo!... Ma tanto tanto, provate a domandargli se quello fu un bel
-giorno!...
-
-E il tempo fugge a Camilla e Mario che si amano...
-
-Una notte giunge un triste messaggio dal paesello; la mamma Teresa sta
-male assai, vorrebbe abbracciare le sue creature. E come è l'alba, i
-due sposi partono.
-
-Maestro Ciro è sul limitare, ha udito il rumore delle ruote nella via
-maestra ed ha indovinato che erano essi, e li aspetta per avvertirli
-che mamma Teresa dirà molte stravaganze, non le pongano mente, non si
-affliggano invano; non è vero che ella stia per morire, egli lo sa, non
-è vero. Mamma Teresa si ostina a dir di sì, ma finirà col far di no,
-come ha sempre fatto.
-
-Ma così dicendo il povero maestro Ciro ha gli occhi gonfi di lacrime
-che non vogliono uscire, ed il petto travagliato da un singhiozzo
-represso.
-
-Mamma Teresa è nel lettuccio, un po' abbattuta, un po' più scarna e
-più ossea del consueto, ma conserva negli occhi una luce ribelle, e le
-rimane tanta forza da sorridere e tanto senno da allontanare il marito
-con un pretesto, per rimanere sola con Donnina e con Mario. Allora
-si rizza sul guanciale, bacia tremando per commozione le guance della
-fanciulla inumidite di lagrime, e dice carezzevole:
-
-— Non ti ho visto molte volte piangere; ebbene no, non bisogna
-piangere..., che ci è da piangere? avrei forse da vivere in eterno? E
-poi è tempo che qualcuno porti lassù le buone novelle, e vada a dire a
-tua madre, Donnina, ed anche alla tua, Mario, che voi vi amate e siete
-felici... andrò io... Solo mi affanna il lasciare quel fanciullone di
-maestro Ciro: così come lo vedete, è un fanciullone, ed ha bisogno
-d'essere curato molto, perchè egli non si cura niente affatto; a te
-tocca, Donnina, gli farai da mamma.... Eccolo che ritorna.... non gli
-dite che io morrò questa sera, non glielo dite; ci soffrirebbe troppo,
-e tu asciuga le lagrime e sorridi...»
-
-Maestro Ciro entra col passo leggiero e l'occhio fisso come un
-fantasma. Mamma Teresa lo guarda con un lungo sguardo che pare una
-carezza, poi chiude gli occhi e sembra dormire...
-
-«Non è vero, sapete, non è vero che ella debba morire...»
-
-Ma in quella, Mario, il quale non si era scostato dal lettuccio,
-appoggia la mano sulla fronte della vecchia, e poi sul cuore, e ne
-ricerca i polsi, ed infine si rialza pallido come il lenzuolo di quel
-letto di morte.
-
-Donnina ha compreso tutto, e trova la forza di non piangere per
-allontanare con dolce violenza il povero babbo Ciro, il quale continua
-a dire, guardando al letticciuolo:
-
-«Dorme tranquilla; non le credete... ha sempre fatto così... si ostina,
-si ostina, ma infine fa sempre a modo mio...»
-
-E se interrogassimo il tempo che non falla, il tempo che non dimentica,
-esso ci mostrerebbe forse in una bella cornice il banchiere Redi,
-reduce dal Nuovo Mondo con qualche annetto di più sulle spalle, ma
-sempre colla bocca sgangherata, coi capelli appiccicati sulla nuca,
-col sorriso da milionario; e lo vedremmo, per un felice rivolgimento
-della sua carriera, novellamente riverito ed ammirato ed invidiato, a
-capo d'una nuova casa bancaria, farsi promotore di cento imprese che
-tirano gli azionisti, dimentico del passato, ed incrollabile come prima
-nella sua massima sacrosanta di «arrischiare il denaro degli altri come
-cosa propria; e custodire il proprio denaro come un deposito sacro.»
-Questa postulato semplicissimo è il segreto della sua vecchia e della
-sua nuova fortuna e di tutte le fortune che assomigliano alla sua.
-Perchè, via, che altro è la Banca se non l'arte di collocare al più
-alto interesse i capitali altrui per farsene una rendita di moltissime
-migliaia di lire?
-
-Il banchiere Redi, il quale ne sa un dito più di me, scaverna il suo
-più grazioso sorriso per dirvi che non è altro.
-
-E vi ricordate del leggiadro luogotenente delle guide, dell'amabile
-cugino Ferdinando?
-
-Il tempo, che nulla dimentica, gli recherà la nomina di capitano, e più
-tardi, quando le rughe non gli consentano più di aver le mogli degli
-amici, gli darà una moglie propria, e farà trovare al marito capitano
-un luogotenente giovine e leggiadro... che gli sia molto amico.
-
-Ma non passiamo innanzi agli eventi; ritorniamo indietro, sono solo
-passati pochi mesi dal matrimonio di Mario e di Donnina, e tre mesi
-appena dalla morte di mamma Teresa... ed ecco l'alba d'un altro giorno
-sospirato — il Natale.
-
- . . . . . . .
-
-Ancora il Natale!
-
-Ancora il sorriso che illumina le rughe della vecchiaia, ancora i
-confetti ed i balocchi che empiono di tante fantasie gioconde lo
-testoline dell'infanzia; ed ecco il cortile ingombro dai mucchi di
-neve, ed i diacciuoli delle gronde che aspettano un raggio di sole
-dal cielo annuvolato; ed ecco, la voce dell'enorme orologio brontola
-il mezzodì, la processione dei pazzerelli attraversa il cortile e
-s'avvia alla sospirata mensa comune; ed ecco il saluto di Olimpia dalla
-finestrella. E poi l'immenso silenzio, la pace immensa.
-
-Entriamo nella casa del signor Fulgenzio, già così melanconica, ora
-tanto lieta... Laggiù, in fondo, come raccolta in sè stessa, perchè
-l'eco della festicciuola non esali di fuori, è una mensa imbandita ed
-un focolare in cui arde un fuoco patriarcale, ed intorno a quel fuoco
-le ciancie di quattro uomini e d'un patriarca vero — maestro Ciro. Sì,
-maestro Ciro, che è venuto a fare una casa sola cogli sposi novelli,
-con Maurizio e col signor Fulgenzio...
-
-Per quelle stanze paurose, già misurate dai passi solitarii del padre
-dei pazzerelli, ora è un continuo via vai che mette allegria.
-
-Negli angoli oscuri, ognuno dei quali aveva un brutto fantasma, se
-ne stanno rannicchiati sereni e vispi spiritelli, amici di casa, e
-le pieghe delle cortine non scendono più come lunghe rughe di faccio
-imbronciate; dov'era la tetra, uggiosa solitudine del cuore, ora è una
-brigatella di affetti che si raduna intorno agli sposi novelli.
-
-Oggi è Natale; ed a quella brigata si è aggiunto l'affetto sincero
-dell'amico, il cuore tanto fatto, il perenne sorriso e gli occhi
-dardeggianti del dottor Parenti. Fa freddo fuori di casa; ma, curvi
-dinanzi al focolare, quei cinque volti sereni, come lambiti dai rossi
-bagliori della fiamma, spiranti in vario modo le tepide esalazioni
-d'una stessa gioia, provano che fa caldo in cuore! E quando tace per
-poco la ciancia, ecco giunge all'orecchio l'allegra squilla di due
-voci che si avvicendano e di due risate che si confondono... Donnina
-ed Olimpia dànno mano a Semplicetta perchè affretti... perchè si ha
-appetito.
-
-«Ah! se mamma Teresa non si fosse ostinata! pensa maestro Ciro, o
-se almeno potesse tornare un istante, e rizzargli innanzi, là, in
-quel vano, quant'era lunga e formidabile, ed ancora una volta lo
-minacciasse, tenendo alta la mano che dava tanto spavento!...
-
-Ma no, non è ora di melanconie; a che giova piangere? Ella non se ne è
-già andata per sempre, è solo arrivata prima, aspetterà...
-
-E, pensando a questo, maestro Ciro si curva a guardare la bragia perchè
-nessuno veda la lagrima solitaria che gli scende nel solco d'una ruga
-profonda.
-
-Ma no, non ò ora di melanconie; ecco, il sole ha vinta la partita, si
-affaccia tra nugolo e nugolo e manda un raggio curioso nella stanza.
-
-Il dottor Parenti leva il capo, tocca col gomito il signor Fulgenzio e
-non dice nulla. Quel raggio scende per un vano della finestra e disegna
-una striscia dorata che si allunga sul pavimento, si arrampica per la
-tovaglia e si arresta ad accarezzare il collo di una bottiglia.
-
-I due amici si guardano, si sono intesi, si sono incontrati in una
-medesima idea: il professore Rigoli che avrebbe fatto tanta festa a
-quel raggio di sole. E lo vedono col pensiero nella sua casa modesta,
-sempre lieto ad un modo, immemore del passato, felice di avere una casa
-propria, un pezzo di giardino da coltivare ed un bel volto di donna
-che si prova a sorridergli, ed una mano industre ed operosa che lavora
-tuttodì e parte della notte a nascondergli la povertà. Poichè sì,
-il professore è povero, sebbene abbia una casetta propria e dei lumi
-alla notte, è povero e non ne sa nulla; Serena ha fatto dono di quanto
-potesse parere acquistato male ad un ospizio; più non le rimangono se
-non le reliquie della dote ed il lavoro delle proprie mani...
-
-— A quest'ora, dice il dottor Parenti, rompendo il fascino di quelle
-melanconie, a quest'ora i nostri commensali hanno avviato le loro
-ciancie, mi pare di sentirli, peccato che il professore non sia là
-meditando di nascosto il brindisi da improvvisare alle frutta!
-
-— Peccato! ripete sbadatamente il direttore.
-
-Ma siccome continua a stare meditabondo, il dottor Parenti non è
-contento e domanda a bruciapelo:
-
-— A che pensi?
-
-— Penso che il mondo ha l'aria di un manicomio, e che un po' pazzi lo
-siamo tutti.
-
-— Di' che lo siamo molto, interrompe il dottor Parenti, di' che siamo
-pazzi da legare; e che a far bene i conti i più savi sono i matti.
-Tutto il tuo mondo a cui pensi, se pure vale che ci si pensi, banchetta
-oggi in comune, nè più nè meno di quel che fanno i nostri malati.
-Domani li ritroverai pazzi come prima: pazzi ambiziosi che sognano
-onori e grandezze e camminano sui trampoli della boria; pazzi libertini
-che corrono dietro ai piaceri; pazzi fanatici che si arrovellano nella
-politica; e pazzi annoiati che si consumano nell'inerzia, — tutta
-gente che ha un'idea fissa e le corre dietro finchè non inciampa nella
-propria fossa.
-
-— Il tempo è il medico di queste pazzie, dice Maurizio.
-
-— Cattivo medico, ribattè il dottor Parenti, non lo dice per gelosia
-di mestiere; cattivo medico che viene sempre troppo tardi, quando il
-meglio della vita è passato, quando si comincia ad aver le rughe ed i
-capelli bianchi... Un buon medico è la fortuna, vi sto garante; quella
-che vi manda fra i piedi, nell'età in cui non avete ancora ubbie per
-il capo, un buon esempio, una parola buona, un consiglio sano, o vi fa
-incontrare a vent'anni in una fanciulla la quale vi ami davvero, e cura
-di sbarazzarvi la via da tutte le incantatrici del giardino fatato,
-in cui si entra a vent'anni e da cui si esce solo a cinquanta sonati.
-Questa fortuna tocca a moltissimi, ma spesso è rifiutata; i pochi che
-chiamano in casa la felicità, e ve la chiudono a chiave e le fanno la
-guardia dì e notte, sono i soli savi ed i soli felici... perchè, se
-l'ho da dire, non ho punto fede nella felicità dei pazzi.
-
-Si fa silenzio, si porge l'orecchio, si ha come bisogno di udire,
-e si ode ancora la voce scherzosa delle giovinette a cui fan capo
-tutti quegli affetti, a cui si annoda tanta felicità. Mario, che non
-ha mai aperto bocca, non resiste più, si leva, facendo lo sbadato,
-dal focolare, si accosta alla finestra, poi alla mensa, e finalmente
-sguscia fuor dalla camera e corre a baciare sulle due guance Donnina,
-senza un riguardo al mondo per la bionda Olimpia, la quale dà un grido
-e si copre il viso col grembiale per non veder quell'orrore!...
-
-«Non vi è un cane che le voglia bene alla poveretta!»
-
-Guardatela ora che non ha più il grembiale sul viso: due occhi del
-colore d'un limpido cielo, capelli che mandano i riflessi del sole,
-guance ridenti come una primavera, e il corpiccino snello ed elegante
-che non sta mai fermo; tutto ciò a sedici anni appena, con un ottimo
-cuore, ignaro d'altri affetti fuor quelli del babbo e della bambola.
-E dite ora se non si troverà presto chi l'adori come una faterella, o
-della faterella aspiri a fare una sposina magnifica?...
-
-Un istante dopo le due giovinette rientrano mandandosi innanzi una
-festa di sorrisi, seguite dall'enorme Semplicetta, la quale porta in
-trionfo la zuppiera fumante...
-
-Quando si è felici la terra ci fugge sotto i piedi — ecco, è il
-meriggio, è il tramonto, è la notte.
-
-Non la paurosa notte popolata da fantasime nere, non la notte dalle
-cieche angosce, dagli stolti terrori, ma la notte silenziosa, che
-ascolta i battiti dei cuori che amano.
-
-E quando tutti gli occhi sono chiusi dal sonno, quelli di chi misura la
-propria felicità, non ancora stanchi, resistono.
-
-E Donnina, la quale ha quasi voglia di piangere perchè è troppo felice,
-sente il bisogno di rivedere un prezioso amuleto, apre un cassettino
-riposto, e mostra ad Ognissanti il proprio tesoro.
-
-Ognissanti sorride, e dice per la centesima volta a Donnina che il
-tesoro di lei è il cuore buono, è l'anima gentile...
-
-Ma Donnina no, non vuole sentirlo, e per la centesima volta ribatte che
-il proprio tesoro è il trifoglio dalle quattro foglie.
-
-E lo richiude nel cassetto.
-
-
- FINE
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- I. Un giorno di Natale Pag. 5
- II. Molte cose in una chicchera di tè » 21
- III. La famiglia del Maestro di scuola » 33
- IV. Ciò che intendono le siepi » 46
- V. In cui si spegne il lume e ci si vede più
- chiaro » 52
- VI. Il romanzo di Donnina » 61
- VII. Entrano in iscena personaggi nuovi e cose
- nuove » 70
- VIII. La corte della sirena » 77
- IX. Il secondo cortigiano » 86
- X. Il terzo » 91
- XI. La signora Olimpia fa gli onori di casa » 98
- XII. In cui il dottor Parenti incomincia una
- cura » 102
- XIII. Ancora della cura incominciata » 111
- XIV. Quattromila e seicento lire alla cassa di
- Risparmio di Milano » 116
- XV. Il signor Maestro spiega la moltiplicazione » 123
- XVI. Ognissanti ed il signore dal cappello a
- larghe tese » 128
- XVII. Un esame di coscienza » 138
- XVIII. Paoluccio » 148
- XIX. Ognissanti a Donnina » 154
- XX. Chi fosse il signor Maurizio » 180
- XXI. Il secondo colloquio di Maurizio e Serena » 191
- XXII. Il luogotenente delle guide torna alla
- carica » 200
- XXIII. Serena a Maurizio » 206
- XXIV. Ciò che rimane a Maurizio » 210
- XXV. Donnina ad Ognissanti » 214
- XXVI. Viaggio di scoperta » 221
- XXVII. Il poscritto della lettera di Donnina » 238
- XXVIII. Seconda tappa del viaggio di scoperta » 241
- XXIX. Un altro viaggio ed altri viaggiatori » 251
- XXX. Sola! » 263
- XXXI. Lo scoppio della bomba » 269
- XXXII. Ritorno » 272
- XXXIII. Terzo colloquio di Maurizio e Serena » 277
- XXXIV. Il dottor Parenti al signor Maurizio » 282
- XXXV. Paoluccio lascia l'ospizio » 283
- XXXVI. Povera Olimpia » 293
- XXXVII. Un giorno di vacanza in casa del Maestro
- di scuola » 297
- XXXVIII. In cui si vede come Mario non ritornasse
- a Milano solo » 303
- XXXIX. Maestro Ciro rimane solo » 310
- XL. In carrozza » 320
- XLI. Il signor Maurizio riceve » 322
- XLII. Al capezzale dell'infermo » 330
- XLIII. A mia figlia » 333
- XLIV. I milioni di Maurizio » 343
- XLV. Casi di coscienza » 346
- XLVI. Il professore Rigoli riceve una visita » 352
- XLVII. L'ultimo » 360
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TESORO DI DONNINA ***
-
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-<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: Il tesoro di Donnina</div>
-<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Salvatore Farina</div>
-<div style='display:block;margin:1em 0'>Release Date: December 22, 2020 [eBook #64106]</div>
-<div style='display:block;margin:1em 0'>Language: Italian</div>
-<div style='display:block;margin:1em 0'>Character set encoding: UTF-8</div>
-<div style='display:block; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive)</div>
-<div style='margin-top:2em;margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TESORO DI DONNINA ***</div>
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-IL TESORO DI DONNINA
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-S. FARINA
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-<span class="x-small">IL</span><br />
-TESORO DI DONNINA
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<i>(Quarta edizione)</i>
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="large">MILANO</span><br />
-A. BRIGOLA &amp; C., EDITORI<br />
-<span class="small">Via Manzoni, 5</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA
-</p>
-
-<p>
-<i>Milano, 1884 — Stabilimento tipografico F. Pagnoni.</i>
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span></p>
-
-<h2 id="cap1">I.
-<span class="smaller">UN GIORNO DI NATALE.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Gran bella mattinata davvero! Chi direbbe che
-siamo in dicembre e quasi alle porte di gennaio,
-vedendo questo cielo azzurro e questo sole
-in gran pompa di raggi? È molto se l'aria frizzante fa pensare
-a novembre, e pure la neve è raccolta qua e là a monticelli
-nel cortile, ed i diacciuoli si appendono con civetteria
-alle grondaie e riflettono i colori dell'arcobaleno entro
-i nidi deserti delle rondini.
-</p>
-
-<p>
-Gran bella mattinata davvero, perchè annunzia un giorno
-ancora più bello — il Natale.
-</p>
-
-<p>
-Per le vie è un gran silenzio, ma un silenzio dolce, il
-silenzio della gioia, assai più profonda e più pura quando
-tace che quando schiammazza. Non uno strider di ruote,
-non uno scalpitar di cavalli, e nemmeno quel sordo mormorio
-lontano, che segnala il ridestarsi della vita cittadina.
-Gli è che la vita della città è oggi la vita del focolare; gli
-è che migliaia di uomini, i quali forse fino ad ieri non ebbero
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-se non buone o cattive passioni, si ricordano d'essere
-padri, mariti, fratelli, e di aver degli affetti: gli è che la
-società e la famiglia — due mondi che spesso roteano in
-un'orbita differente — si sono incontrate.
-</p>
-
-<p>
-Qui, nel cortile in cui ci siamo introdotti, la segreta vitalità
-del silenzio si indovina meglio; fra le alte mura che
-separano questo luogo dal resto del mondo, e gli danno
-aria d'un chiostro, lo spirito è un maliardo più attento,
-l'immaginazione un cavallo di battaglia più focoso.
-</p>
-
-<p>
-Noi ci sentiamo qui padroni del segreto di Asmodeo,
-e ci trastulliamo a scoperchiare le case per ritrovarvi i diversi
-aspetti d'una stessa gioia, per udirvi le stesse vocette
-infantili che confrontano i doni del Bambino che è venuto,
-e si anticipano le dolcezze di quelli dei Re Magi, che
-hanno ancora da venire, fantasticandone il reame di confetti
-e di cavallucci.
-</p>
-
-<p>
-È la stessa nota da per tutto: due labbruzzi che interrogano,
-un volto sereno di madre che guarda amorosamente,
-e mille domande, e mille risposte che si compendiano
-alla stessa maniera — un bacio sopra una guancia
-color di rosa.
-</p>
-
-<p>
-La reggia ed il tugurio sono pieni della stessa dolcezza:
-l'infanzia che schiamazza, la vecchiaia che sorride.
-</p>
-
-<p>
-Da per tutto è la festa del focolare; il tizzo che arde
-nel camino scoppietta allegramente per rispondere alle ciancie
-dei vecchi fanciulli che si scaldano al suo fuoco; però
-che oggi più di ieri ogni uomo si senta vicino all'infanzia — e
-non gli state a dire che egli non crede ai Re Magi,
-è facile che non vi dia ascolto.
-</p>
-
-<p>
-Accanto a queste gioie, vi è il dolore, vi è di peggio:
-la noia; — accanto ai felici che specchiano il loro sorriso
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-nelle papille attonite dei bambini, vi ha chi dorme fino a
-tardo mattino un sonno greve, agitato dalle nauseabonde
-immagini dell'orgia della vigilia, e nondimeno più dolce
-del ridestarsi che lo attende; vi è la casa che non ha teste
-ricciute e bionde; vi è il cuore vuoto d'affetti e sordo
-agli echi d'una gioia tranquilla.... Ma l'Asmodeo che ci
-ha confidato il suo segreto non ci ha dato la sua malignità,
-e noi vogliamo pure illuderci che alcuna miseria non oscuri
-il sole di questo giorno, se per ciò non occorre altro che
-chiudere bonariamente gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Ritorniamo al cortile ingombro di mucchi di neve.
-</p>
-
-<p>
-È più di un'ora che un uomo va su e giù, rasentando
-la muraglia col capo basso e le braccia penzoloni. Quante
-volte ha misurato la larghezza dello spazio? Forse egli lo
-sa, poi che a vedere con qual aria severa e con quanto
-scrupolo attende alla sua bisogna, senza affrettare il passo
-mai e senza voltare mai un pollice prima, si direbbe che
-egli abbia prefisso un numero inesorabile alle sue misteriose
-evoluzioni, e che dalla esattezza dipendano le sorti
-di un disegno occulto.
-</p>
-
-<p>
-Non vi ha viaggio che, coll'aiuto della Provvidenza, non
-abbia presto o tardi un termine; tutto sommato quello del
-nostro incognito è ancora dei più brevi, perchè ha durato
-un'ora, dieci minuti ed un certo numero di secondi
-di cui non terremo conto per non essere più scrupolosi
-dell'enorme orologio che ci sta in faccia, il quale ha
-due sole frecce, — una per le ore, l'altra per i minuti — nè
-per ciò si crede un orologio da poco.
-</p>
-
-<p>
-Quell'infaticabile camminatore s'arresta di botto colla
-precisione d'un automa, solleva il capo, gira lo sguardo
-intorno e muove difilato verso una porticina a vetri, senza
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-badare ai mucchi di neve nei quali inciampa ad ogni
-passo gettandosi innanzi un polverio luccicante; gira la
-gruccetta di ottone e sparisce chiudendosi l'uscio alle
-spalle — non però così presto da impedire il passaggio a
-chi avesse la buona volontà di tenergli dietro, come l'abbiamo
-noi.
-</p>
-
-<p>
-Appena il nostro sconosciuto ha posto il piede nella
-stanza, una voce cavernosa e tremante, ma raddolcita ed
-assottigliata ad arte, lo saluta per nome:
-</p>
-
-<p>
-— Buon giorno, babbo Jacopo.
-</p>
-
-<p>
-— Buon giorno, figliuolo mio.
-</p>
-
-<p>
-— Hai dormito bene, babbo?
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo, grazie.
-</p>
-
-<p>
-La voce infantile tace, ed il signor Jacopo passa oltre,
-tirandosi dietro la più bizzarra creatura che si possa immaginare.
-È un vecchio curvato, assottigliato, rimpicciolito
-dagli anni, ma tuttavia alto più del comune; ha capelli
-bianchi, cadenti in ciocche arruffate sulle spalle, e cammina
-a piccoli passi saltellanti, sforzandosi evidentemente di
-dare ai suoi modi un'apparenza bambinesca. Il viso scolorito
-e scarno ed il corpo mingherlino lo fanno somigliare
-ad una gigantesca pergamena. — Non domandate
-la storia di questa pergamena vivente. Non chiedete quali
-avvenimenti ha enumerato il cuore di questo uomo in
-settant'anni. E sono proprio settanta? Poi che egli se
-n'è dimenticato, poi che il suo cuore non invecchia, può
-essere che la canizie mentisca. Se i fanciulli sono prima
-di tutto creature ingenue ed innocenti, mastro Paolo è il
-miglior fanciullo che noi conosciamo; e nessuna volgare
-considerazione ci tratterrà dal chiamarlo Paoluccio, come
-egli vuol esser chiamato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Jacopo e Paoluccio formano un contrasto piuttosto
-bizzarro, come ognuno può immaginare, e nondimeno
-le molte persone radunate in quell'ampia sala non
-sembrano darsene alcun pensiero, e continuano a seguire
-con raccoglimento le fasi d'una partita di carambola, giocata
-con molto maggior gravità che di solito non se ne richiegga
-per simile occupazione, da due atleti fatti più formidabili
-dalla rivalità.
-</p>
-
-<p>
-Oltre il cerchio compatto che si stringe attorno al biliardo
-è uno spazio vuoto, con panche e tavolini lungo
-le pareti, e nel mezzo una stufa enorme. Qui ritroviamo
-alcuni volti curvi sopra i giornali della vigilia.
-</p>
-
-<p>
-— Badi, dice uno levando gli occhi furbi dal giornale,
-per guardare maliziosamente il signor Jacopo e Paoluccio,
-i quali si scaldano in silenzio accanto alla stufa, badi alla
-faccia di mastro Paolo; che cosa ci legge lei?
-</p>
-
-<p>
-— Nulla, risponde il vicino spalancando due occhietti
-grigi attraverso i vetri degli occhiali.
-</p>
-
-<p>
-— La natura le ha posto gli occhi in fronte per burla...
-si capisce... non fu che un pretesto per farle portare
-gli occhiali, anzi gli occhiali sono un pretesto trovato bene
-per far credere che gli occhi ce li ha.
-</p>
-
-<p>
-— Ce li ho, ribatte l'altro, levandosi gravemente gli occhiali
-e passando una mano sugli organi calunniati, come
-per accertare la cosa.
-</p>
-
-<p>
-Il calunniatore sorride in aria compassionevole, e si affretta
-a confortare il suo vicino assicurandogli che ha voluto
-fare una celia: poi ritorna alla prima indagine.
-</p>
-
-<p>
-— Crede lei che abbia messo fuori la scarpetta?
-</p>
-
-<p>
-L'interrogato si accontenta di ridere fra sè e sè, ma non
-risponde.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-</p>
-
-<p>
-E l'altro insiste:
-</p>
-
-<p>
-— Crede lei che ci abbia trovato qualche cosa?
-</p>
-
-<p>
-Ma l'interrogato sembra aver paura di arrischiare le sue
-credenze e s'inabissa in una riflessione molto profonda,
-che minaccia d'essere altrettanto lunga.
-</p>
-
-<p>
-— A che pensa, reverendo?
-</p>
-
-<p>
-A questo titolo che gli ricorda il suo carattere sacro,
-una mistica luce sembra animare il viso del pensatore, il
-quale immagina di rispondere direttamente alla domanda
-col primo versetto latino dell'orazione domenicale.
-</p>
-
-<p>
-Questa furberia liturgica non è però molto fortunata e
-fa una meschina figura in faccia al sorriso laicale dell'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Reverendo, dice costui, è furbo lei!
-</p>
-
-<p>
-— Le pare, professore?
-</p>
-
-<p>
-— Se mi pare! interrompe cattedraticamente il professore,
-se mi pare! Ma ci è ben altro che mi pare! E prima
-di tutto ci è che mastro Paolo ha messo fuori la scarpetta,
-un demonio di scarpetta, che se non fosse scarpetta potrebbe
-essere una barca...
-</p>
-
-<p>
-— Proprio?
-</p>
-
-<p>
-— Proprio.... e contenere una mezza dozzina di barcaiuoli,
-a due remi, in tutto dodici remi, senza contare il
-timoniere.
-</p>
-
-<p>
-— È curioso.
-</p>
-
-<p>
-— È vero.... In secondo luogo ci è che la scarpetta
-deve avergli fornito le pasticche di menta per tutto il mese,
-a masticazione continua; ed eccolo appunto che incomincia.
-</p>
-
-<p>
-— È vero.
-</p>
-
-<p>
-— È curioso.... questo sì, reverendo, è curioso; in
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-tutta la sua diocesi lei non incontrerà mai una creatura
-più curiosa di mastro Paolo. Quale stravaganza, con quel
-paio di carnovali sulla coscienza, essersi posto in capo di
-essere un bambino svezzato da poco!... Oh! perchè non
-addirittura da latte?
-</p>
-
-<p>
-Il reverendo sembra meditare sul quesito e trovarlo insolubile;
-il professore continua:
-</p>
-
-<p>
-— È proprio una pazzia bizzarra, non è vero? Ma io
-domando: è mai possibile essere pazzi a tal segno? Un
-gramma di pazzia tutti quanti ce l'abbiamo, dobbiamo
-averlo, questo è in natura, ma o che mastro Paolo ne ha
-invece una tonnellata, o che tutto il suo cervello non pesa
-più di un gramma. Che dico?... ma egli è tutto pazzo, dai
-capelli bianchi fino alla pianta dei piedi, anzi fino alle
-scarpette... ah! ah! ah!
-</p>
-
-<p>
-Messo di buon umore dalla sua arguzia, il professore
-batte amichevolmente sull'omero del reverendo, il quale
-s'ingegna d'associarsi a quell'ilarità per dimostrare la propria
-gratitudine.
-</p>
-
-<p>
-Quando anche avessi in animo di torturare la curiosità
-dei lettori e fare d'ogni capitolo un indovinello, le ciarle
-del professore Rigoli non mi permetterebbero di andare innanzi
-lungamente senza guastare il sistema; ora poichè
-non si deve farne un mistero, meglio è dire subito che ci
-siamo introdotti nella sala di ricreazione d'un manicomio
-di Milano, e che i personaggi che vi abbiamo incontrato
-hanno tutti, secondo il linguaggio del professore, il loro
-gramma di pazzia, quando non ne hanno una tonnellata.
-</p>
-
-<p>
-Il professore Rigoli per altro — ognuno se ne sarà accorto — è
-uomo ragionevolissimo, il che non toglie che
-egli ami la barzelletta e la forma caustica, quando si dimentica
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-d'essere professore. Parla con sussiego di molte cose,
-anche di quelle che non sa, ed in mancanza di meglio
-possiede un silenzio così scientifico, che non ha confronti
-se non nei geroglifici egiziani. Tutto questo suole nel mondo
-condurre a gran cose. Il nostro professore ebbe però la disgrazia
-di non aver saputo coltivare la scienza, senza trascurare
-la moglie, la quale, giovine e bella, incontrò alla
-prima cantonata un giovinotto, che si era fatto un dovere
-di trascurare la scienza per coltivare le mogli degli altri.
-Avvenne che la scienza rimase fedele al professore, ma la
-moglie no, ed il marito dopo varie peripezie finì coll'innamorarsi
-d'un sistema scientifico capace di mettere la botanica
-in rivoluzione, voglio dire il sistema di «seminare
-i raggi di sole.» Questa scoperta, che doveva spalancargli
-le porte della gloria, fu dai profani accolta con diffidenza
-e gli aprì tutti gli usci del manicomio.
-</p>
-
-<p>
-La partita di carambola è finita, ed il vincitore riceve
-modestamente le felicitazioni della <i>galleria</i>, mentre il perdente
-si conforta dandosi dell'asino colla convinzione di un
-carambolista ragionevole, il quale sa di non poter salvare
-il decoro di giocatore senza questo rimedio eroico.
-</p>
-
-<p>
-Quasi nello stesso tempo l'orologio del cortile brontola
-le undici ore. La voce nota non si fa mai udire senza che
-qualcuno dei personaggi raccolti nella sala sollevi il capo
-dal giornale od esca dalla sua meditazione per tendere l'orecchio
-e stare in ascolto molto tempo dopo che l'onda sonora
-si sia smarrita nello spazio; questa volta però non
-una di quelle fisionomie si conturba; sorridono anzi, e le
-ciancie, un istante interrotte, sono ripigliate con maggior
-ardore, ed i capannelli si ingrossano dei più melanconici,
-che se ne stavano in disparte, ed un'allegria meno sospettosa
-del consueto esala da quelle povere anime.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si capisce all'insolito pigiarsi l'uno contro l'altro, all'aria
-di affaccendarsi che tutti pongono nel far nulla, che i
-loro spiriti lavorano irrequieti alla prospettiva d'un avvenimento
-aspettato. Laggiù è uno, il quale sfoga la sua impazienza
-pestando con un certo garbo un valzer di Strauss
-sopra un pianoforte verticale; qui un altro che cammina a
-gran passi fregandosi le mani e sorridendo benignamente
-ai fantasmi del suo pensiero. In verità, il viso più
-tetro della comitiva è quello del guardiano del luogo, il
-quale, seduto in un canto, sembra meditare sulla idea melanconica
-d'aver conservato la ragione, ed ha l'aria di sentirsi
-umiliato perchè non riesce a darsi saviamente la metà
-dello spasso di quei cervelli malati.
-</p>
-
-<p>
-Fra i più impazienti ve n'ha uno a cui viene un'idea
-luminosa; egli esce all'aperto, dà un'occhiata d'intelligenza
-segreta all'orologio, poi rientra contentissimo della sua gherminella...
-Ecco... battono le undici e mezza...
-</p>
-
-<p>
-Ancora poche battute di valzer, ancora due ciancie animate,
-poi tutti escono dalla sala, dandosi un contegno
-grave più che forse non si richieda da gente piena d'appetito
-ed avviata alla mensa; ma l'ipocrisia, come tutte
-le altre scienze della vita, non può pretendere nei manicomi
-ai trionfi che l'accompagnano nel mondo ragionevole.
-</p>
-
-<p>
-Nell'attraversare il cortiletto i poveretti sollevano il capo
-e dirigono gli occhi verso uno stesso punto, e fanno un
-saluto della mano colla regolarità di chi obbedisce ad una
-abitudine, e, prima di sparire ad uno ad uno nell'uscio del
-refettorio, si voltano e spingono il capo indietro e sprigionano
-il più dolce sorriso come per prendere commiato. Da
-chi? Da un'adorabile figurina bionda, da un volto color di
-rosa, che si protende fuor del davanzale d'una finestra poco
-lontana, inviando per l'aria un saluto amichevole.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'avete udita la sua vocetta d'argento?
-</p>
-
-<p>
-— Buon appetito!
-</p>
-
-<p>
-Il cuore dei poveretti ha risposto «grazie.»
-</p>
-
-<p>
-Sono scomparsi tutti... anche gli occhi della curiosa personcina...
-Si dà in tavola.
-</p>
-
-<p>
-Il refettorio è trasformato; sono sparite le note mense,
-piccole e solitarie, disposte in giro per l'ampia sala, ed in
-loro vece pompeggia nel mezzo — proprio in quello spazio
-vuoto che tanti occhi sogliono guardare melanconicamente
-durante i pasti d'ogni giorno — una lunga tavola imbandita
-con una certa pompa appetitosa. Una mensa sola, una
-sola famiglia! Qual gioia! ciascuno prende posto con un
-impaccio non dissimulato, ma senza disordine; chi ha un
-amico con cui divide più intimamente le sue idee se gli fa
-accosto senza complimenti; ma in fondo non vi ha vero
-contrasto d'idee fra nessuno, e poi la gioia d'essere uniti e
-di sedere ad un banchetto, avvicina ogni antagonismo — l'appetito
-fa il resto.
-</p>
-
-<p>
-Paoluccio è in preda ad una giocondità nervosa, perchè
-ha notato alla prima che la sua posata si è, per l'occasione
-straordinaria, accresciuta di un coltello, un vero coltello a
-punta rotonda, pochissimo tagliente, ma col manico d'ebano
-e colla sua lama di ferro genuino lucente come specchio.
-Pensate che beatitudine per quella povera creatura, e che
-sorriso infantile fra le sue rughe!
-</p>
-
-<p>
-Egli non è però il solo a rallegrarsi, perchè ciascuno dei
-suoi colleghi ha il proprio coltello a punta arrotondata e
-col manico d'ebano, e tutti se ne sono accorti alla prima e
-ne fanno festa! E come non far festa ad una <i>infrazione
-del regolamento</i>?
-</p>
-
-<p>
-Però la vigilanza dei guardiani è raddoppiata: è avvenuto
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-molte volte che qualcuno degli ospiti del luogo si
-ostinasse a non trovare di suo genio questo mondo e a volersene
-andare all'altro — e provatevi a persuadere del contrario
-un matto che si ostina!... il minor rischio è di buscarvi
-del matto. I bravi guardiani hanno pensato che, con
-un po' di buona volontà, adoperando molto ingegnosamente,
-è possibile tagliarsi la gola anche con quei coltelli simbolici,
-ed hanno l'occhio a tutto, fuorchè al cuore dei poveretti,
-dove è scritto a caratteri maiuscoli che quest'ora è una
-delle più belle della loro vita.
-</p>
-
-<p>
-Oh! gli eloquenti silenzi delle prime mense! Oh! i sereni
-preludi d'ogni allegro concerto di piatti e di bicchieri!
-</p>
-
-<p>
-Quel raccoglimento solenne dura più che non sia costume
-fra gente che ha la testa sana; vi è chi figge gli occhi nel
-desco e non sa distaccarneli; i servitori attendono a mutare
-le stoviglie e le vivande con una specie di premura
-compassionevole; ogni tanto uno dei commensali china il
-capo sul petto, o muove gli occhi in giro lentamente, e dimentica
-la sua occupazione, e si oscura in volto — ma un
-servitore gli offre del burro fresco o dei sedani... eccolo che
-riattacca il filo e sorride.
-</p>
-
-<p>
-Tutta la buona volontà dei guardiani non può fare per
-altro che, cessato il primo impeto di gioia, il banchetto
-pigli un aspetto grave e taciturno.
-</p>
-
-<p>
-È permesso a Paoluccio di avere un'opinione sua e d'esporla?
-</p>
-
-<p>
-«Ecco... egli pensa che il fritto era eccellente, e che il
-brodo non teme confronti nella cronaca dei brodi dello stabilimento.»
-</p>
-
-<p>
-Bravissimo! tutti sono dello stesso parere; il professore
-Rigoli aggiunge anzi con enfasi che la zuppa fu scodellata
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-con soverchia parsimonia, e domanda scherzosamente il permesso
-di far replica; e l'ottimo reverendo, che gli sta al
-fianco, dopo essere stato il primo a trovare quell'idea piena
-di giudizio, si risolve a fare altrettanto.
-</p>
-
-<p>
-La conversazione è così posta sopra un terreno che non
-offre pericoli di male intelligenze; l'istintiva diffidenza dei
-commensali più ritrosi scompare, ed un bagliore d'entusiasmo
-brilla sulla fronte di ciascuno. Si esce dal silenzio
-ad un tratto per cadere nella verbosità; si ciancia molto,
-si scherza spesso e si balbetta qualche volta, intendendosi
-meno che è possibile. — I savi non sanno far meglio.
-</p>
-
-<p>
-Un vinello color di rosa circola con una dotta parsimonia,
-il tanto che basti a snodare la lingua ai melanconici,
-ad imbrogliarla ai parolai.
-</p>
-
-<p>
-Vi è uno che ha fatto allusione all'equilibrio europeo, un
-altro che ha rievocato le fasi contrastate della partita di
-carambola, un terzo il quale confida ad alta voce a chi vuol
-sentirlo il suo occulto disegno di bandire una riforma sociale,
-ed il professore, ghignando in disparte, con un fare
-tra l'olimpico e lo sdegnoso, resiste alla superba tentazione
-di confondere i suoi colleghi coll'esposizione particolareggiata
-del sistema di seminare i raggi di sole.
-</p>
-
-<p>
-Ma improvvisamente l'Europa, dimentica della statica,
-ripiglia col rimanente del globo le sue evoluzioni intorno
-al sole, la partita di carambola rientra nel passato, la riforma
-sociale nell'avvenire, ed il professore, tolto alla contemplazione
-del suo sistema, è il primo ad annunziare lo
-arrosto.
-</p>
-
-<p>
-Così, o all'incirca, è del resto degli uomini: mille che
-disegnano, mille che fantasticano, mille che rammentano,
-mille che sognano, poco d'accordo le unità, pochissimo le
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-decine e le centinaia, quasi mai le migliaia, ma un pensiero
-in cima agli altri, ed un sublime accordo in quell'immensa
-discordanza — l'arrosto!
-</p>
-
-<p>
-Il desinare volge al termine; il professore trova bella la
-vita e ne fa la confidenza al reverendo, il quale dà prova
-d'una rara perspicacia, aggiungendo che il pranzo era eccellente;
-Paoluccio si è empito le tasche di zuccherini, e
-babbo Jacopo ha smesso la sua aria melanconica, quando
-improvvisamente apparisce, senza che alcuno l'abbia visto
-venire, un uomo sulla sessantina, di statura alta e maestosa,
-ma benevolo e sorridente, seguito da un ometto rotondo,
-paffutello, biondo, specie di amorino a quarant'anni
-sonati, non buono, a giudicarne dall'aspetto, se non a sorridere
-perennemente. L'atto con cui ciascuno dei commensali
-risponde alla famigliarità di quei due, dice chiaro che essi
-hanno sopra i disgraziati una dolce autorità che ispira
-gratitudine. In fatti il più vecchio è il direttore, ed il più
-giovane il medico dello stabilimento. Voi non avete visto
-mai un direttore più alla mano, un medico più di buon
-umore.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio, sebbene non abbia ancor toccato la
-sessantina, usa chiamare <i>figliuoli</i> i suoi ospiti; i poveretti
-gliene sono grati, e Paoluccio più di tutti. Quanto al rubicondo
-dottore, è opinione incrollabile nel luogo che non
-vi sia un compagnone ed un amico più piacevole di lui. E
-bisogna vedere com'egli stringe la mano a tutti, e come dà
-del tu, e come ammica furbescamente ai più furbi, quasi a
-dire: «ne abbiamo fatte di belle, noi, eh! chi sa? ne faremo
-ancora!» Bisogna vederlo!
-</p>
-
-<p>
-Certo è che la sua dimestichezza gli ha guadagnato la
-fiducia d'ognuno. «Per il dottor Parenti non si hanno segreti;
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-innanzi al dottor Parenti non vi devono essere melanconie;
-questo bisogna farlo per il dottor Parenti, e quest'altro
-per il dottor Parenti.»
-</p>
-
-<p>
-Era stato naturalmente il dottor Parenti a mettere in
-corso questa specie di moneta spicciola di aforismi; e siccome
-egli stesso mostrava d'averli in conto di verità di fede,
-tutti li pigliavano per tali, ed il reverendo avrebbe giurato
-senza scrupoli sul nuovo evangelio.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio aveva accostato una sedia presso a
-babbo Jacopo, e gli parlava amorosamente; e gli altri lo
-guardavano colla coda dell'occhio, ma senza invidia, perchè
-babbo Jacopo, avendo intervalli di buon umore assai radi
-o melanconie assai lunghe, sebbene non si sapesse null'altro
-dei fatti suoi, passava per il più sventurato del luogo,
-e la preferenza del direttore era considerata saviamente
-quello che era — un triste privilegio della sventura.
-</p>
-
-<p>
-Da qualche tempo il professore Rigoli guarda il soffitto
-di nascosto; lasciatelo fare, non gli manca più che una rima.
-Eccolo che si alza con impeto, solleva il bicchiere come uno
-che non possa più resistere, e getta un altro sguardo al
-soffitto, dove si deve supporre che abiti la musa prepotente
-e tentatrice.
-</p>
-
-<p>
-Ma la maggior parte dei commensali hanno il bicchiere
-vuoto... incomincia... non incomincia... perde il rimario,
-perde il metro, gli si oscura la fronte... occorre un rimedio
-eroico, parlerà in prosa.
-</p>
-
-<p>
-«Io bevo, dice egli, alla salute del nostro eccellente ed
-amoroso padre, del nostro amico dilettissimo, ed auguro che
-per molti anni ancora, questo giorno ci trovi...»
-</p>
-
-<p>
-Al professore viene il sospetto che stia per dire una
-castroneria, ma la frase è incominciata, e perciò egli conchiude
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-con un paralogismo appena perdonabile ad uno
-scolaro:
-</p>
-
-<p>
-«Questo giorno ci trovi... col cuore pieno degli stessi
-sentimenti di affetto e di riconoscenza verso il nostro eccellente
-ed amoroso padre ed il nostro amico dilettissimo.»
-</p>
-
-<p>
-— Evviva! gridano i commensali — e l'altro prosegue:
-</p>
-
-<p>
-«Possa la memoria di questo giorno non cancellarsi mai,
-come non si cancellano i raggi del sole che tramonteranno
-nell'altro emisfero per ritornare domani splendidi come
-prima.»
-</p>
-
-<p>
-Il professore sorride non solo in qualità di poeta contento
-della similitudine, ma come scienziato, che con due
-paroline ha messo il suo prossimo alle porte di un edifizio
-scientifico, in cui egli fa da padrone.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti se ne accorge, indovina pure che il
-brindisi ha bisogno di essere interrotto, e corre a stringere
-la mano all'oratore colla sua maggior serietà.
-</p>
-
-<p>
-Il primo a ridere è il professore; non per nulla si ha
-dello spirito!
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Quando siamo felici, la terra ci fugge sotto i piedi; ecco,
-è il meriggio.... ecco, è il tramonto, è la notte.
-</p>
-
-<p>
-Svaniscono i giocondi fantasmi, il pensiero si abbruna,
-i commensali si guardano l'un l'altro freddamente... «È
-finito!»
-</p>
-
-<p>
-Non è finito — si apparecchia il focolare; entro un
-enorme camino che non si accende mai, si butta una gran
-catasta di legna secca, e tosto cento lingue di fuoco si fanno
-beffa della stufa enorme. Che splendida rivincita!
-</p>
-
-<p>
-Quanto dura il bagliore della prima fiammata, il cuore
-dei poveretti batte più forte, ma la seconda non ha la stessa
-virtù; l'abitudine è nemica d'ogni nuova gioia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-</p>
-
-<p>
-Alle ciance un istante riprese con ardore, succede un
-silenzio profondo; i più felici si addormentano, gli altri si
-rincantucciano o leggono i caratteri che si disegnano nelle
-brage, o tendono l'orecchio alle parole misteriose mormorate
-dalla fiamma.
-</p>
-
-<p>
-Quanta vita in quel silenzio, quanta melanconia in quei
-quattro tizzoni che si consumano splendidamente!
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco il silenzio e la melanconia si abbarbicano,
-diventano i padroni del luogo, la fiamma si ripiega sopra
-sè stessa, i tizzi rotolano, e la bragia si scolorisce sotto la
-cenere — ma chi vi pone mente? Ognuno ha l'occhio ad
-un proprio focolare, ne vede la fiamma viva, ricerca sotto
-le ceneri la bragia ardente, e interroga volti assenti che
-gli sorridono.
-</p>
-
-<p>
-È tardi... invano l'orologio ha fatto l'appello molte volte;
-non gli si dà ascolto; Paoluccio si è addormentato appoggiando
-la testa all'omero di babbo Jacopo, il quale guarda
-tristamente nel vuoto, ed il professore singhiozza in un
-canto.
-</p>
-
-<p>
-Tutta la vacua dimenticanza di quei cervelli è scomparsa,
-quella melanconia ha un significato: è un dolore, è una
-gioia, è una casa, è una famiglia che riappare nell'ombra;
-quel giorno di Natale ne ha fatto rivivere un altro, un altro,
-un altro...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p>
-
-<h2 id="cap2">II.
-<span class="smaller">MOLTE COSE IN UNA CHICCHERA DI TÈ.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Che casa allegra quella del dottor Parenti! Di
-giorno la luce vi fa galleria; il sole ci si tuffa
-entro dal primo mattino e non se ne va se non poche
-ore innanzi il tramonto, quasi a malincuore, e quando
-scompare dietro i tetti della casa dirimpetto, sembra che,
-rizzandosi sulle punte dei piedi, si tenga un istante appeso
-ai comignoli per darle un'ultima occhiata. Che casa
-allegra quella del dottor Parenti! Domandate a quei canarini
-perchè cinguettino con tanto gusto e perchè scuotano
-le testine con tanta spensieratezza entro i fili di ferro
-della gabbia. Ed a quel micio bianco che russa saporitamente
-sopra una seggiola, perchè ogni tanto socchiuda
-gli occhi ed ammicchi tra il furbesco e l'indolente ai suoi
-compagni ciarlieri. Osservate come tutto è in ordine, come
-ogni oggetto sa la sua parte a memoria, e che disciplina
-e che nettezza! A chi obbedisce tutto ciò? Qual è la fata
-che prepara l'incantesimo?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti no certo; egli fa le sue faccende, cura
-i suoi ammalati, e tutta la malìa si compie durante la sua
-assenza. Quando è di ritorno batte le mani e si stringe al
-seno la fata della sua casa, la qual fata è una faterella di
-quindici anni, bionda, con due grand'occhi color della pervinca,
-con un corpicino snello ed irrequieto, ed un visino
-incarnato e sorridente — un bocciuolo di rosa che si chiama
-Olimpia, amica dei pazzerelli, fedele all'amore della
-sua bambola.
-</p>
-
-<p>
-Che casa allegra quella del dottor Parenti! Quand'è la
-notte, non importa che sia la notte; d'estate ci è la terrazzina,
-in cui si annodano le ciance guardando le stelle;
-d'inverno il focolare, innanzi al quale si sta così bene in
-due. Le ombre che si allungano nella stanza, sono ombre
-note e non danno la melanconia, i canarini dormono, il
-micio si aggomitola accanto al fuoco, ed una bella lampada
-con un globo disegnato di figurine chinesi manda
-una certa luce gioconda che fa allegria. La neve che scende
-di fuori guarda curiosamente attraverso i vetri quella scena
-di pace e vuol la sua parte dei riflessi rossigni del focolare
-allegro.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto il signor Fulgenzio si guarda intorno,
-come timoroso che si abbia potuto leggergli nella mente,
-e rassicurato dalle apparenze, conchiude le sue fantasie con
-un lungo sospiro, che ha tutta l'aria di ripetere:
-</p>
-
-<p>
-«Che casa allegra quella del dottor Parenti!»
-</p>
-
-<p>
-Ma non per nulla il dottor Parenti porta in fronte due
-occhietti scintillanti; ci si vede chiaro con quei lampioncini;
-e se ti fidi al risolino da spensierato che gli socchiude
-le labbra o credi la felicità mal'accorta, metti il tuo cuore
-allo scoperto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio immagina di aver sospirato al sicuro,
-e che i due compagni, durante il breve monologo del
-suo pensiero, fossero così intenti ad amarsi da non badare
-più al prossimo; ma egli non ha ancora ripreso fiato coll'intenzione
-di ricominciare, quando sente due manine intorno
-al collo, e si vede un volto d'una bellezza quasi infantile
-dinanzi, così vicino, così vicino, che è impossibile
-resistere alla tentazione.... Un bacio, un bel bacio, uno
-di quelli che ricacciano indietro un reggimento di sospiri;
-il dottor Parenti accosta la sedia al focolare, Olimpia si
-curva dinanzi ai tizzoni e li ricompone, e ci soffia entro
-perchè mandino una bella fiammata, ed eccoli tutti e tre
-serrati l'un contro l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Ma non si dice verbo; chi sarà primo a rompere un silenzio,
-in cui hanno parte il cuore ed il cervello, con una
-frase vuota e menzognera?
-</p>
-
-<p>
-Olimpia non ha siffatti scrupoli.
-</p>
-
-<p>
-— Babbo, dice ella con una vocetta che pare il tintinnio
-d'un campanello, il Natale sta per passare, e per
-poco non ce ne avvediamo, manca un'ora alla mezzanotte;
-chi sa che cosa fanno in questo momento i miei pazzerelli?
-</p>
-
-<p>
-— I tuoi pazzerelli fanno come la tua bambola, dormono,
-risponde il dottor Parenti, e tu da un pezzo dovresti
-fare come i tuoi pazzerelli e come la tua bambola.
-</p>
-
-<p>
-Ma Olimpia crolla la testa con molta gravità e ripete
-che il Natale bisogna finirlo come si è incominciato, allegramente,
-e per aggiungere in qualche modo il fatto alle
-parole dà un balzo e tira il cordone del campanello, che fa
-udire da lontano la sua voce festosa. Subito dopo si sente
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-un passo strascicato, ed apparisce nel vano della porta una
-donna enorme portando un enorme vassoio con sopra quattro
-chicchere ed un enorme bricco di tè.
-</p>
-
-<p>
-Quel donnone si chiamava Simplicia, ma fa ribattezzato
-Semplicetta, e non si sa proprio perchè, essendo che di semplice
-non ha che il nome, ed incominciando dal suo corpo,
-in cui è la materia prima per due Semplicette, anche non
-semplicissime, fino alle rotondità carnose che le incorniciano
-il mento, essa ha tutto doppio.
-</p>
-
-<p>
-La maniera grave e composta con cui porta il vassoio
-e lo posa sulla tavola, fa uscire Olimpia in una risata, a
-cui fa eco il dottor Parenti e di rimbalzo la stessa Semplicetta,
-la quale non ha la debolezza di lasciarsi sgominare
-da checchessia.
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè quattro chicchere invece di tre?
-</p>
-
-<p>
-Per la bambola?
-</p>
-
-<p>
-Chi avesse fatto questa domanda ad Olimpia l'avrebbe
-posta evidentemente in imbarazzo: infatti ella scosta una
-chicchera, e cerca di nasconderla, senza riuscirvi così presto
-che il signor Fulgenzio non se ne avveda. Si capisce:
-in quattro si doveva tentare il prosciugamento di quell'oceano
-di tè. Ma che cosa trattiene l'assente?
-</p>
-
-<p>
-Nessuno ne fiata parola, ed il signor Fulgenzio, che
-ha nascosto un istante la fronte fra le mani, la rialza
-colle rughe non del tutto spianate per ricevere dall'amabile
-padrona di casa la sua chicchera. Niente di meglio
-d'una tazza di tè molto caldo per nascondere i moti dell'animo;
-il signor Fulgenzio ci soffia entro a pieni polmoni
-la sua commozione, ed il dottor Parenti fa altrettanto per
-non mostrare di avvedersene. La sola Olimpia nel mescere
-il latte caldo non sa trattenere un tremito delle mani, e
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-Semplicetta, che in fondo capisce le cose a volo, guarda
-la quarta chicchera rimasta vuota, come minacciando di
-schiacciarla con tutto il proprio peso.
-</p>
-
-<p>
-La cerimonia del tè, che doveva essere lietissima, riesce
-invece freddina; checchè facciano i tre amici non riescono
-a riattaccare il filo del buon umore, a dopo una
-mezz'ora misurata a monosillabi, Olimpia dà la buona
-notte all'amico, si butta nelle braccia del babbo e se ne va
-a letto.
-</p>
-
-<p>
-Non appena la bionda creatura ha passato l'uscio, il signor
-Fulgenzio balza dalla sedia e si dà a camminare a
-gran passi.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti sa il fatto suo e lascia che si ammorzi
-il primo impeto; si china intanto a frugare attentamente
-nella cenere senza sperare di trovarvi nulla di buono. Dopo
-aver fatto una mezza dozzina di giri per la stanza, l'altro
-infatti ricade sulla seggiola lasciata vuota poc'anzi, proprio
-nel momento in cui il dottore rialza il capo non cessando
-di brandire la paletta.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi dirai più che quello scapestrato in fondo ha
-del cuore!
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti veramente non aveva mai detto nulla,
-ma siccome egli sa che tutti sono eguali in faccia alla fisiologia,
-scapestrati e timorati di Dio, non esita a fare una
-crollatina di capo, come a dire che avrebbe intenzione di
-sostenerlo ancora.
-</p>
-
-<p>
-Ma il vecchio direttore non bada al gesto o non lo capisce,
-e fissa gli occhi tristamente nei carboni; il dottore
-tira più vicino la sua sedia, si gratta il rovescio della mano
-in forma di esordio, poi domanda, col tono di chi entra addirittura
-in materia:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ne è di tuo figlio?
-</p>
-
-<p>
-Questa parola sembra risonare duramente nel seno del
-vecchio, il quale tentenna il capo in atto di profonda amarezza
-e non risponde.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ne è di Mario? ripete dolcemente l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— E lo so io? Non sono forse l'ultimo a saperle io lo
-cose di <i>mio figlio</i>?
-</p>
-
-<p>
-Il dottore concede un minuto di silenzio al risentimento
-dell'amico, poi soggiunge lentamente e dando alla sua voce
-un'espressione quasi carezzevole:
-</p>
-
-<p>
-— Forse tu sei troppo severo con lui!
-</p>
-
-<p>
-— Severo! Non ha sempre fatto quello che ha voluto?
-ho io mai cercato di sostituire il mio volere al suo? e non
-si serve appunto della sconfinata libertà che gli ho dato
-per affannare la mia vecchiaia?
-</p>
-
-<p>
-E siccome il dottore non lo interrompe subito, egli aggiunge
-con accento più sereno:
-</p>
-
-<p>
-— Sai tu dirmi perchè, invece di passare la notte di Natale
-con noi, se n'è andato fuori di casa subito dopo il desinare
-e non si è più visto? È cuore questo? È affetto? È
-gratitudine, domando io, è gratitudine?
-</p>
-
-<p>
-E il povero padre tormenta colle molle i tizzoni che levano
-miriadi di scintille.
-</p>
-
-<p>
-— Mario non ha che ventidue anni...
-</p>
-
-<p>
-— Gli ho avuti anch'io ventidue anni e so come si ama
-a quell'età! Ma stolto chi ne ha sessanta sonati e non ha
-ancora imparato a conoscere gli uomini, o quando gli ha
-conosciuti una volta, non ha saputo odiarli, ed ha preferito
-starsene solo per continuare ad amarli. Che bisogno
-avevo io di conchiudere la mia vita da scapolo con qualche
-opera meritoria, come se il vivere in questo mondo di egoisti
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-non fosse già un'opera meritoria? Mi sono dato una
-famiglia di disgraziati; doveva bastarmi.... Ma mi venne
-lo sciocco appetito di far qualcuno felice, e pensai a darmi
-un figlio... Ho creduto che un estraneo non dovesse più rimanere
-tale in faccia al beneficio e che la riconoscenza potesse
-mutarsi in amore. Dovevo aspettarmelo: ho voluto
-domare l'egoismo d'un mio simile, e la belva mansuefatta,
-invece di pigliare le sembianze dell'ipocrisia, ha preso quelle
-dell'ingratitudine. Ciò fa più male, ma è più schietto; non
-è vero che è più schietto?
-</p>
-
-<p>
-L'insistenza della domanda è di quelle che non vogliono
-risposta; il dottore infatti se la cava cacciando tre o quattro
-volte la paletta nella cenere in modo da lasciarvi l'impronta.
-Il vecchio intende quel linguaggio a modo suo, ed
-aggiunge:
-</p>
-
-<p>
-— So che cosa mi vuoi dire, non proseguire.
-</p>
-
-<p>
-Nulla di più facile per il dottor Parenti, il quale presta
-l'orecchio attento e curioso.
-</p>
-
-<p>
-— So che la mia vita manca di logica; che dopo aver
-dubitato di tutto ero in obbligo di tirar dritto fino all'ultimo,
-e che, avendo rinunziato alla famiglia, dovevo andare
-incontro senza paure alla solitudine della vecchiaia; ho sbagliato;
-un barbone od un bracco, che avrei battezzato Melampo
-od Azor, era il fatto mio meglio di un animale della
-umana specie a cui ho dato il mio nome. Non è così?
-</p>
-
-<p>
-— È così. E se a quel tempo io fossi stato in età di dare
-consigli e tu me n'avessi chiesto uno, avrei dato il mio voto
-a Melampo, come alla sola creatura riconoscente che respiri
-sulla crosta del globo.
-</p>
-
-<p>
-L'enfasi che il dottore pone in queste parole, lascia evidentemente
-incredulo il suo compagno, il quale, dopo breve
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-titubanza, fa una professione di fede, che in fondo non è se
-non una domanda.
-</p>
-
-<p>
-— Il cielo mi guardi dallo sfrondare le illusioni di chicchessia;
-beato te se potessi credere alla riconoscenza degli
-uomini come vi ho creduto io alla tua età!
-</p>
-
-<p>
-— Io non vi ho mai creduto, risponde l'altro senza batter
-ciglio.
-</p>
-
-<p>
-E siccome il vecchio insiste collo sguardo, egli aggiunge
-collo stesso accento pacato: «La colpa non è però dei beneficati.»
-</p>
-
-<p>
-— No, ma del benefizio.
-</p>
-
-<p>
-— O dei benefattori...
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio non pare comprendere, e lascia dire.
-</p>
-
-<p>
-— Il beneficio, com'è inteso dai più, è il capitale che si
-vuole impiegare ad usura; nella massima parte dei casi il
-meccanismo di un'opera buona si spiega così: uno che
-spende parte del suo superfluo a comprare l'indipendenza
-d'uno che non ha il necessario. Tutti i quesiti possono ridursi
-a quest'unica formula.
-</p>
-
-<p>
-— E chi facesse il bene per la sola soddisfazione di
-farlo?
-</p>
-
-<p>
-— A costui basterebbe la sola soddisfazione d'averlo fatto;
-ma è un'eccezione. La regola è l'usura. Ora il beneficio
-strozzino fa la riconoscenza bancarottiera.
-</p>
-
-<p>
-— Spiegati meglio.
-</p>
-
-<p>
-— Mi spiego meglio. A rigor di logica la riconoscenza
-comprende averi, vita, pensieri, opere, parole, libertà e coscienza.
-Con pochi spiccioli in moneta di beneficio si vorrebbe
-assicurarsi un canone perpetuo in moneta di gratitudine.
-Il balzello è così grave ed uggioso, che la più spiccia
-è non pagarlo. E si fa bancarotta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio non dice parola. Quel silenzio sembra pesare
-sull'animo del dottore, il quale prosegue a dire, come pentito
-della sua franchezza:
-</p>
-
-<p>
-— Parlo della maggior parte dei benefattori, ma vi possono
-essere eccezioni.
-</p>
-
-<p>
-— Lascia le eccezioni, interrompe bruscamente il vecchio
-direttore, e conchiudi la tua regola, e di' pure, poi che lo
-pensi, che l'ingratitudine è l'assenza d'un vizio, anzi una
-virtù; che per aver cuore aperto alla riconoscenza conviene
-essere nati a servire, deboli e pieghevoli come il giunco;
-che le umane querce debbono ribellarsi alla schiavitù del
-benefizio e trovar la forza di mostrarsi liberamente ingrate.
-Via, di' tutto questo, poi che lo pensi.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore prosegue pacato:
-</p>
-
-<p>
-— Io penso che la riconoscenza non esiste, e non dico
-che sia bene o male: esistono solo i benefattori ed i beneficati;
-uomini che col benefizio credono di aver comprato
-un loro simile, ed uomini che hanno in conto di prestito
-il benefizio ricevuto. I cattivi debitori ti vedrebbero agonizzare
-e ti lascerebbero morire professandotisi eternamente
-<i>grati</i>; i buoni smaniano aspettando un'occasione che non
-viene, molto più beneficati se tu porgi loro maniera di saldare
-il primo debito, capitale ed interessi.
-</p>
-
-<p>
-— Costoro non sono riconoscenti meglio degli altri.
-</p>
-
-<p>
-— I poveretti credono d'esserlo.... e bisogna compatirli
-perchè sono in buona fede...
-</p>
-
-<p>
-— Io non vorrei altro che un po' d'affetto!
-</p>
-
-<p>
-— Una bagattella! Lo comprendo, ma la cosa è impossibile.
-Il beneficio si misura a soldi ed a centesimi e la riconoscenza
-pure: ma la moneta del cuore non ha prezzo.
-Di gente oppressa sotto il peso della gratitudine, pronta a
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-buttarsi nel fuoco per il benefattore pur di sottrarsi a quel
-fardello, ne ho conosciuta....
-</p>
-
-<p>
-Che sta per aggiungere il dottor Parenti?
-</p>
-
-<p>
-Fortunatamente il suo vecchio amico lo interrompe.
-</p>
-
-<p>
-— Mario forse?
-</p>
-
-<p>
-— Non parlo di Mario, io non lo conosco abbastanza.
-</p>
-
-<p>
-Perchè il signor Fulgenzio non risponde? E perchè abbandona
-ancora il capo fra le mani, e guarda attraverso
-le dita, attonito, i tizzoni fumiganti nel caminetto?
-</p>
-
-<p>
-Per un momento il silenzio non è rotto che dal respiro
-sommesso dei due amici. Alla fine il vecchio solleva il capo,
-fissa gli occhi in volto al compagno e dice con un filo di
-voce:
-</p>
-
-<p>
-— Lo conosco io meglio di te? Mi chiama suo padre, ma
-io sono rimasto per lui un estraneo. So io come pensa, come
-sente?
-</p>
-
-<p>
-— Forse non ti sei preso la briga d'indovinarlo, arrischia
-a dire il dottore.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho creduto dieci volte, e mi sono ingannato sempre;
-sapendo che egli non mi avrebbe aperto l'animo suo,
-ho cercato d'imparare a leggere in quel libro chiuso. Quante
-vie non ho tentato per arrivargli al cuore, senza che egli
-se ne avvedesse? Tutto inutile. Le sue abitudini all'Università
-di Pavia mi sono note. Non ci ho nulla a ridire.
-Ha studiato, studia, avrà presto finito il suo corso con
-onore; non ne so altro. L'ho visto dalla spensieratezza arrendevole
-dell'adolescenza passare un po' per volta alla calma,
-alla riflessione, alla melanconia, ed irrigidirsi, e farsi contegnoso
-e severo; da qualche tempo quella melanconia è
-divenuta tetraggine, e i suoi modi hanno preso una dolcezza
-di gelo che mi fa male al cuore. Il disgraziato è quasi
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-riuscito a convincermi ch'io ho commesso una cattiva azione
-e ch'egli è la mia vittima.
-</p>
-
-<p>
-L'affanno del vecchio è cresciuto man mano, e le ultime
-sue parole sono rotte dal singhiozzo.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti non sa più come tenersi, quando l'orologio
-batte le dodici ore.
-</p>
-
-<p>
-A quel suono il povero padre si pianta un istante ritto
-ed immobile, come a far prova della sua saldezza, porge la
-mano all'amico e se ne va augurando la buona notte.
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte, dice il dottore accompagnandolo fin sull'uscio;
-e finchè si ode il rumore dei passi che scendono la
-scalinata, egli non si muove dal pianerottolo, e ripete ancora
-una volta: «Buona notte.»
-</p>
-
-<p>
-Oh! i tristi pensieri che accompagnano il vecchio fra le
-vuote pareti della sua casa! giunto sulla soglia si guarda
-intorno stando in ascolto; un lumicino col lucignolo carbonizzato
-arde in un canto, il servitore russa sopra una seggiola!
-Oimè! a qual notte fitta fa pensare quella agonia di
-luce, di qual silenzio profondo è l'immagine quel sonno!
-</p>
-
-<p>
-Al rumore dei passi il servo si rizza ancora dormente
-sulla sedia.
-</p>
-
-<p>
-— Sono io, Tomaso.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, credevo che fosse il signor Mario.
-</p>
-
-<p>
-— Non è ancora rientrato mio figlio?
-</p>
-
-<p>
-— Nossignore... almeno... mi pare...
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio non dice parola, attraversa le stanze
-silenziose e deserte e muove dritto alla camera di suo figlio.
-Non vi è nessuno... Il vecchio sta un momento immobile
-a guardare le pareti, il tavolino, il letticciuolo, come se vegga
-tutto ciò per la prima volta, mentre Tomaso tiene alti i
-lumi lottando vigorosamente col sonno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Quando mio figlio ritornerà, gli dirai che dormo.
-</p>
-
-<p>
-— Non vuole che l'aiuti a spogliarsi?
-</p>
-
-<p>
-— Farò da me.
-</p>
-
-<p>
-Senza aggiungere parola, il povero padre prende un
-lume dalle mani del servo e se ne va nelle sue camere.
-</p>
-
-<p>
-Proprio in quel momento il dottor Parenti, dopo aver dato
-di catenaccio alle porte ed origliato all'uscio della camera
-della figliuola per udirne la respirazione tranquilla, passa
-col lume in mano dinanzi alla gabbia dei canarini; uno
-dei quali si sveglia, batte le alucce e dà un moto di altalena
-al cerchio in cui è accoccolato.
-</p>
-
-<p>
-— È Piccolino, pensa il dottore, e dice forte: «Addio,
-Piccolino.»
-</p>
-
-<p>
-Che casa allegra quella del dottor Parenti!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span></p>
-
-<h2 id="cap3">III.
-<span class="smaller">LA FAMIGLIA DEL MAESTRO DI SCUOLA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Mi si permetta di nascondere dietro la prima lettera
-dell'alfabeto il nome del paese in cui stiamo
-per recarci — si sa che un narratore può avere
-cento ottime ragioni per celare il <i>teatro</i> degli avvenimenti
-che narra. Per arrivarvi la via non è lunga; si esce da una
-porta, si infila una strada fiancheggiata di olmi, si fanno
-tre chilometri in linea retta, si volta a mancina, e poi a
-diritta, e poi di nuovo a mancina, altri due chilometri in
-tutto, e si è nel bel mezzo di A..., frazione di B..., mandamento
-di C..., provincia di Milano.
-</p>
-
-<p>
-La chiesuola e la casa comunale si guardano faccia a
-faccia, alle due estremità d'una larga piazza, tagliata in
-due dalla strada <i>maestra</i> ed unica, che incomincia con un
-filare di gelsi e finisce con un filare di gelsi. A cinquanta
-passi fuor dell'abitato dei vivi è l'abitato dei morti: un
-campicello quadrato, con un muricciuolo di cinta assai meglio
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-intonacato degli edifizi del paese; con una cancellata
-di ferro all'ingresso ed il suo <i>Memento</i> che i latinisti del
-luogo traducono in volgare di generazione in generazione.
-All'estremo punto del paese, in una casetta color di rosa,
-che pare voglia prendere la via dei campi, penzola un'insegna
-con un'altra scritta che non ha bisogno d'interpreti:
-<i>Vino buono</i>, e in faccia, sopra una porticina stretta, come
-ha fama d'esservene una in paradiso, un'altra scritta: <i>Scuola
-comunale</i>. Tutti gli edifizi si rassomigliano, e paiono rachitici
-e sciancati, posti in fila per una rassegna burlesca;
-sporgono il ventre, barcollano sulle gambe e si tengono in
-piedi raccomandandosi all'intercessione dei Santi del territorio.
-In sostanza il paese di A.... non ha aspetto molto
-leggiadro. Quando il sole entra nella via maestra vi passa
-solo un paio d'ore melanconiche, non vi trovando nulla
-che faccia festa ai suoi raggi. Le finestre non hanno vetri, e
-sono invece coperte di fogli di carta, che il più delle volte
-hanno già servito agli esercizi calligrafici dei <i>letterati</i> del
-paese. È impossibile trovare un metodo più economico per
-impedire alla luce di entrare; l'ospitalità è meglio intesa
-per gli altri elementi: il vento e la pioggia vi fanno da
-padroni; anzi, quando piove accompagnato da vento, i più
-accorti spalancano addirittura le finestre.
-</p>
-
-<p>
-La campagna circostante non è molto più allegra; sempre
-filari di gelsi, che nella bella stagione incorniciano
-campi di grano turco; qua e là un olmo che deve aver côlto
-un momento di distrazione del proprietario per nascere, e
-si è poi ingegnato di campare la vita contorcendosi e piegandosi
-per non levar troppo alto il capo ed avere il meglio
-possibile l'aria d'un gelso.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò non toglie che, quando alla domenica un merciaiuolo
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-della città giunge ad A.... colla sua famiglia, per
-domandare all'<i>Osteria della Salute</i> un po' di oblio delle
-noie della <i>capitale</i>, non trovi nel paese la beata semplicità
-rusticana che innamora, ed un certo aspetto di benessere
-bonario che fa bene al sangue. Per la semplicità
-rusticana ci sto anch'io, ma per il benessere dico che l'ottimo
-padre di famiglia confonde il paese di A... coll'<i>Osteria
-della Salute</i>, in cui veramente si trova del <i>vino
-buono</i> che fa bene al sangue.
-</p>
-
-<p>
-Nel momento in cui abbiamo posto il piede nel paesello
-il sole se n'è andato, e qualche finestra comincia ad illuminarsi.
-Non vi è persona sulla via, e la neve che imbianca
-i tetti, ricama gli alberi, si appende ai muri screpolati,
-e si ammucchia nel mezzo della via, lasciando solo
-ai due lati un picciol passo fangoso, cresce la tristezza di
-quest'ora melanconica.
-</p>
-
-<p>
-Pure anche qui è gente felice, vecchi che tentennano
-il capo e sorridono alle baldanze giovanili, fanciulli che
-schiamazzano, madri che fanno peggio per correggerli;
-e stamane dopo la messa avresti potuto vedere una dozzina
-di giovinette colle guance vermiglie farsi più vermiglie
-vedendosi adocchiate, e raccogliersi ridendo forte, e
-sparpagliarsi ridendo più forte; ed il sindaco far gli augurii
-al curato, ed il curato raccomandare a Dio il sindaco,
-ed il vecchio maestro di scuola salutato dai suoi piccoli
-allievi irriconoscibili colla vesticciuola delle feste, e l'oste
-della <i>Salute</i>, roseo come la sua osteria, con un sorriso cordiale
-appeso sulle labbra come un'insegna, su cui anche i
-più mal pratici leggevano: <i>Vino buono</i>. Tutti avevano
-un'allegria inconsueta sul volto, una patriarcale arrendevolezza
-di modi, e si separavano stringendosi la mano, e si
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-salutavano per nome incontrandosi, e gli augurî s'incrociavano:
-«Buon Natale!»
-</p>
-
-<p>
-Ora tutto tace, poichè la gioia, in campagna come in città,
-quanto è più schietta e meno schiamazza e più si nasconde;
-la via è deserta, l'orizzonte s'oscura, e ad una ad una le
-finestre aprono gli occhi a guardare nelle tenebre. Oh! chi
-sapesse leggere ora gli sgorbii calligrafici degli antenati che
-dormono nel cimitero!
-</p>
-
-<p>
-Ingegniamoci di passare attraverso la fessura, che serve
-d'ingresso alla <i>scuola comunale</i>.
-</p>
-
-<p>
-È un ampio rettangolo a terreno, con tre finestroni che
-mettono nella via, colle pareti tappezzate di lavagne e di
-carte geografiche, col soffitto a travicelli ed il pavimento di
-mattoni.
-</p>
-
-<p>
-In un capo del rettangolo è qualche cosa che, dovendo
-raffigurare una cattedra, ha il diritto di non assomigliare
-punto ad un tavolino, ma ne approfitta male, e dietro di
-essa una vecchia sedia a bracciuoli coperta di cuoio che fu
-verde in una età molto remota, ma che ora tira al nero. In
-faccia a quel simulacro di cattedra tre file di panche.
-</p>
-
-<p>
-Queste panche hanno una leggenda. Da tempo immemorabile
-i naturali di A.... vanno alla scuola per imparare a
-leggere, scrivere e far di conto; quando credono di essere
-abbastanza approfonditi nei tre rami dello scibile, incidono
-il loro nome sul <i>posto</i> che hanno occupato e non ci tornano
-più. A forza di incisioni di tal natura le tre file di
-panche hanno l'aria di reliquie, le quali non stiano al mondo
-se non per dichiarare quanto si può togliere di panca ad
-una panca, senza farle smarrire la sua natura. A lato delle
-panche l'ammattonato è roso per lo lungo dai passi del
-maestro, ed in fondo al rettangolo, di rimpetto al seggio magistrale,
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-sorge un ampio camino, la cui foggia patriarcale
-rammenta il primitivo ufficio del luogo. Non è raro
-che nell'inverno vi si veda al fuoco una pentola, ma è
-rarissimo vedervene due. Per compiere la descrizione della
-scuola comunale di A... conviene dire che le vetrate dei
-finestroni sono fatte di piccoli vetri genuini, limpidissimi,
-quasi tutti intatti, e che solo ogni tanto, per non dare
-agli studiosi una cattiva idea dell'amministrazione della
-cosa pubblica, quel lusso è opportunamente temperato a
-spese del Comune, da fogli di carta oleata che sostituiscono
-mano mano i vetri che vengono a mancare. Il signor
-maestro ha fatto il calcolo aritmetico che, durando
-la proporzione, occorrono ancora dieci anni perchè tutti i
-vetri di vetro diventino vetri di carta, e siccome egli ha
-già passato la settantina, si conforta e dice sospirando che
-non vedrà quel giorno.
-</p>
-
-<p>
-Il signor maestro si chiama propriamente Ciro Neri, ma
-non è chiamato in paese altrimenti che <i>signor maestro</i>.
-Eccolo là, nella sua scranna di cuoio, accanto al focolare,
-in cui scoppiettano alcuni tizzoni che non vogliono ardere,
-colla fronte serena, cogli occhietti scintillanti, coi pomelli
-delle gote arrossati dal calore — una bella testa espressiva
-lieta della sua bella cornice di capelli bianchi.
-</p>
-
-<p>
-— Maestro, dice una voce di donna che viene dall'ombra,
-ti sei accorto?
-</p>
-
-<p>
-L'interrogato esce con un sussulto dalla sua beata fantasticheria,
-e non sapendo che rispondere, si frega le mani.
-</p>
-
-<p>
-— Nessuno mi toglie dal capo, prosegue la voce, che essa
-ci nasconde qualche affanno. Non pare anche a te?
-</p>
-
-<p>
-— Qualche affanno! E quale affanno, Teresa mia?
-</p>
-
-<p>
-— Teresa mia! L'ho da saper io! L'ho da saper io che
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-non so nulla! Lo domando a te, a te che leggi nei libri,
-che da quella pancaccia parli come fa il curato dal pulpito.
-Via, dimmelo tu che cosa ha la nostra Donnina.
-</p>
-
-<p>
-— La nostra creatura ha qualche cosa, ed io non me ne
-sono accorto! esclama il povero vecchio sbigottito.
-</p>
-
-<p>
-— Se non te ne sei accorto, è perchè te ne vivi nelle
-nuvolo, coi tuoi <i>a</i>, e coi tuoi <i>b</i> e coi tuoi numeri. Tu pensi
-solo a quella frotta di biricchini che ti mettono a soqquadro
-la casa; e lasci che la tua vecchia compagna, finchè le rimane
-un occhio, lo consumi a vederci per due. La non può
-durare.
-</p>
-
-<p>
-La donna che così parla a poco a poco è uscita dall'ombra,
-ed a queste ultime parole si è rizzata in tutta la sua
-lunghezza, che non è gran cosa, ed è venuta dinanzi al
-focolare.
-</p>
-
-<p>
-— E che vuoi ch'io faccia! osserva dolcemente maestro
-Ciro.
-</p>
-
-<p>
-— Nulla... nulla, balbetta la vecchierella sconcertata da
-tanta arrendevolezza, non dico che tu debba occuparti della
-cucina e della dispensa... sono cose che non danno molto da
-fare neppure a me... e tu hai altro... hai di meglio, lo so,
-ti dico che lo so; ma mi stupisco che non ti sia accorto che
-Donnina tutto ieri e tutt'oggi è più mesta del solito.
-</p>
-
-<p>
-— Oggi non mi pare; mi è venuta incontro sorridendo,
-mi ha dato un bacio; piuttosto, mi ci fai pensare, ieri non
-volle che io facessi scuola ai piccoli, volle fare essa la mia
-parte e finì col dare <i>brevis letio</i>.
-</p>
-
-<p>
-— E gli ho sentiti, quei piccoli rompicolli, a dir «grazie!...»
-ma non diranno così i parenti, nè il sindaco...
-</p>
-
-<p>
-— L'ho pensato anch'io... noi siamo pagati per fare la
-scuola...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Siamo pagati! Bella paga davvero! Seicento lire ogni
-anno per insegnare tutti i tuoi <i>a</i> e b, e le aste, ed i numeri,
-e cento altre cose ad un paio di dozzine di mariuoli...
-</p>
-
-<p>
-Il signor maestro non può udire gli epiteti che la degna
-consorte regala ai suoi allievi senza sentirsi ferito nel vivo;
-la signora Teresa se ne avvede, e leva gli occhi al cielo.
-</p>
-
-<p>
-— Che cuore ha questo sant'uomo! Per me già non gli
-amo niente affatto quei... disgraziati che ti fan perdere il
-capo...
-</p>
-
-<p>
-— È il mio mestiere...
-</p>
-
-<p>
-— Mestiere! non posso sentirti a dire così. Si provino a
-trovarne un altro che sappia quello che sai tu, ed insegni
-ai loro figli tutto ciò che tu insegni; si provino se sono
-buoni!
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro pensa modestamente che <i>essi</i> ne troverebbero
-cento, ma si accontenta di dire:
-</p>
-
-<p>
-— Io sono vecchio; vi è chi crede che un giovine farebbe
-meglio la scuola.
-</p>
-
-<p>
-— E lo dica costui! Lo venga a dire a me! Un giovine!
-vuoi dire un fanciullone; non sei forse giovine tu? Non hai
-quattro buoni anni meno di me, e ti pare che sia tanto
-vecchia, io?
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo l'impetuosa signora Teresa drizza tutto il
-suo sistema osseo con un moto risoluto ed imprime ai muscoli
-delle braccia un movimento ondulatorio che le dà una
-bizzarra energia.
-</p>
-
-<p>
-— Tu dicevi che Donnina... interrompe il marito.
-</p>
-
-<p>
-— Donnina ha qualche cosa per la testa; ci scommetto;
-ma appena torna la piglio io in disparte e mi ha da confessare
-tutto; così non la può durare...
-</p>
-
-<p>
-— Non è che da ieri, tu dici...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ha già durato troppo... Mi deve sentire!... Eccola.
-</p>
-
-<p>
-Il signor maestro si frega le mani con nuovo ardore e
-sorride, o la irascibile signora Teresa sparisce nell'ombra
-senza aggiunger verbo.
-</p>
-
-<p>
-Eccola! Al passo leggiero, al fruscio dell'abito, a quel
-misterioso fascino che la precede, non si può ingannarsi;
-è dessa — l'angiolo della casa.
-</p>
-
-<p>
-È una giovinetta di diciotto anni, alta di statura, con un
-visino pallido e due grandi occhi profondi, serena la fronte,
-lo sguardo, il sorriso, il portamento — serena, ma mesta.
-Da tutta la sua persona spira qualche cosa di misteriosamente
-leggiadro; i lineamenti del suo volto sono pur belli,
-più bella è l'anima che vi si riflette limpidamente. Un'anima
-mite, ingenua, soave, pieghevole, ma non debole nè
-timida — serena. La stessa mestizia non pare conturbarla;
-approfondisce vieppiù il suo sguardo, cancella il suo sorriso,
-non le oscura la fronte. Quand'era bambina ed abitava
-il paese di S... vi fu chi le trovò una certa somiglianza
-con la madonna della parrocchia; non ci volle altro
-perchè il vicinato, accertata la cosa, desse alla fanciulla il
-nome di Madonnina; ma il curato lo seppe, parlò dal pulpito
-contro i sacrilegi, ed ottenne che Madonnina fosse
-troncato in Donnina. Siccome quest'ultimo battesimo aveva
-la tacita approvazione della persona incaricata di rappresentare
-ad S... il paradiso, non ci fu chi chiamasse altrimenti
-la fanciulla.
-</p>
-
-<p>
-Donnina del resto giustificava pienamente il nuovo nome.
-A soli sette anni, quando ritornava dalla messa con molta
-serietà, o quando, rimasta sola in casa a vigilare, non si
-arrendeva all'invito delle compagne che la volevano a giocare
-nel prato, quanti la incontravano le dicevano: «addio,
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-Donnina», e ripetevano fra sè e sè: «la par proprio
-una donnina!»
-</p>
-
-<p>
-Essa entra recando in mano un lume acceso che depone
-sopra la vecchia cattedra: le ombre fuggono in rotta dinanzi
-a lei, le lavagne appese alle pareti si accendono di
-un allegro riflesso, le reliquie di panche zoppicanti par che
-danzino allegramente, come quando arriva la scolaresca, il
-signor maestro si frega fervorosamente le mani e si china
-vie più sul focolare, guardando sottecchi la sua ossea compagna,
-la quale, ora che le vien tolta l'ombra dattorno, non
-sa come contenersi.
-</p>
-
-<p>
-— Mamma Teresa, dice la giovinetta, andando direttamente
-a lei, il letto è pronto.
-</p>
-
-<p>
-— Il letto è pronto! E chi ti ha detto di andare a prepararlo?
-Siamo alle solite! Ti paiono fatiche da far tu? Non
-ci sono io in questa casa? Non sono più buona da nulla io?
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa nel dire queste parole di rimprovero si
-ingegna di non guardare in viso la colpevole, ma tanto
-tanto non riesce ad afferrare il tono giusto. E il signor
-maestro continua a fregarsi le mani ed a chinarsi sul focolare.
-</p>
-
-<p>
-— Cascherai nel fuoco, dice la vecchia, rivolgendo la
-sua collera formidabile al marito; o che hai tanto freddo
-tu!...
-</p>
-
-<p>
-Ma Donnina le si è accostata, le ha sorriso, ha posto
-il visino soave così presso alle sue rughe, che non ci è
-più verso di tenere il broncio — e la pace è fatta, con un
-bacio.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! sospira allegramente il signor maestro rizzandosi
-sulla seggiola; ma uno sguardo severo della sua compagna
-lo ricompone.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Volevo andare in collera; non è possibile; hai una
-certa maniera di guardarmi, di sorridermi! Chi ti ha insegnato
-a guardare ed a sorridere a questo modo? Ma non
-credere d'averla passata liscia... oggi è Natale, ma domani
-mi sentirai.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè non oggi? Che cosa ho fatto?
-</p>
-
-<p>
-— Hai fatto... nulla, hai fatto! Hai fatto che da ieri sei
-più mesta del solito... Ecco, perchè vuoi che lo dica, l'ho
-detto...
-</p>
-
-<p>
-— Teresa, osserva con accento dolcissimo il signor Ciro,
-temendo che le parole della moglie abbiano turbato la sua
-creatura, Teresa teme...
-</p>
-
-<p>
-— Non temo, sono sicura. Ma già la signorina dirà che
-non è vero, e lo dirà con una maniera così schietta, che
-me lo farà credere...
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, sì, risponde Donnina dopo di aver meditato
-un momento, ieri ed oggi ho avuto ragione di essere più
-mesta, ma credevo di non essermi fatta scorgere.
-</p>
-
-<p>
-Il signor maestro non si frega più le mani, non si piega
-sul focolare, ma si drizza sulla seggiola di cuoio, la spinge
-dietro di sè con una mano e muove un passo verso la giovinetta
-senza più badare alla consorte, la quale, più lesta,
-ha preso le mani di Donnina nelle sue, se l'è tirata vicino
-e l'interroga con uno sguardo che non ha proprio nulla
-di severo.
-</p>
-
-<p>
-— Una fantasia, sapete, una sciocchezza, dice Donnina
-cercando di sorridere, mi è parso di vedere una persona che
-non ho più vista da molti anni...
-</p>
-
-<p>
-— In sogno?
-</p>
-
-<p>
-— No, ero desta, l'altro ieri notte, qui in questo stesso
-luogo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Qualcuno è entrato in casa? chiese trepidando la vecchia.
-</p>
-
-<p>
-— No, ma un volto si è affacciato ai vetri, là nella finestra
-di mezzo... un momento solo... ho gettato un grido ed
-è sparito.
-</p>
-
-<p>
-— Ed era?
-</p>
-
-<p>
-— Non so chi fosse, ma aveva una somiglianza singolare
-con Ognissanti; vi ricordate di Ognissanti?
-</p>
-
-<p>
-— Io me ne ricordo, dice il vecchio, era il mio miglior
-scolaro della scuola di S... un po' bisbetico, un po'
-caparbio...
-</p>
-
-<p>
-— Ma molto buono, osservò Donnina, a saperlo pigliare
-pel suo verso.
-</p>
-
-<p>
-— Per te che sapresti pigliare pel suo verso anche lo
-spirito maligno!... interrompe la vecchia; era un arnesaccio
-superbo e fantastico quel tuo Ognissanti; me ne ricordo
-anch'io; partì cinque anni sono...
-</p>
-
-<p>
-— Sei...
-</p>
-
-<p>
-— Saranno sei, già io non gli ho contati, partì sei anni
-sono da S... col babbo e non se n'ebbero più novelle; suppongo
-che sarà finito male. Ma come vuoi che egli sia venuto
-qua?...
-</p>
-
-<p>
-— Non lo so, non lo immagino. Ma mi è venuto in mente
-che fosse morto e che il suo fantasma...
-</p>
-
-<p>
-— Sciocchezze! Hai tu visto mai che i morti del nostro
-cimitero si piglino il gusto di andare a zonzo pel paese!
-E ti pare che dovrebbe apparire a te un fantasma, e non
-piuttosto a me che sono, si può dire, della loro famiglia...
-o almeno poco ci manca...?
-</p>
-
-<p>
-— Non dire questo, mamma.
-</p>
-
-<p>
-— Teresa! balbetta il signor maestro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Eh! lo so che non sono cose da dire, ma se le penso,
-mi pare!... La più vecchia di tutti... sono io! ed è naturale...
-</p>
-
-<p>
-— Teresa! ripetè il marito, cacciando una mano tremante
-nei capelli bianchi.
-</p>
-
-<p>
-— Via, non se ne parli, ma nemmeno tu hai da star
-mesta per simili cose. Ti pare, un fantasma! E qual fantasma!
-Il fantasma di un birichino che rideva sempre, ma
-a cui non si potevano dire due parole serie senza vederlo
-piangere.
-</p>
-
-<p>
-— Per troppo cuore...
-</p>
-
-<p>
-— No, per dispetto...
-</p>
-
-<p>
-A questo punto Donnina, che teneva gli occhi rivolti alla
-finestra, mandò un piccolo grido.
-</p>
-
-<p>
-— Che è stato?
-</p>
-
-<p>
-— Là... in quella finestra.
-</p>
-
-<p>
-La signora Teresa non sta ad udire, altro, corre alla
-porta, leva la stanghetta e guarda nella via... non vi è nessuno...
-Rientra, richiude e dice a Donnina:
-</p>
-
-<p>
-— Sei proprio sicura che fosse il fantasma di Ognissanti
-quello che hai visto?
-</p>
-
-<p>
-— Sicura, veramente no, anzi... ora non mi è sembrato
-più che gli somigliasse tanto...
-</p>
-
-<p>
-— Di' che non gli somiglia niente, e che è fantasma
-come te e me; lo so io chi è, è il nipote dell'oste della
-Salute qui rimpetto, quello scioccherello che non sa distaccare
-gli occhi da te, quando vai a messa... Ma è tardi, mi
-pare...
-</p>
-
-<p>
-— Sono le otto, dice il vecchio maestro, cavando dal taschino
-del panciotto un'enorme scodella che gli fa ufficio
-d'orologio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<p>
-— A quest'ora le altre notti russi saporitamente, risponde
-mamma Teresa.
-</p>
-
-<p>
-— Russo io!... non me ne sono mai accorto...
-</p>
-
-<p>
-— Lo credo... me ne accorgo ben io...
-</p>
-
-<p>
-— E tu svegliami.
-</p>
-
-<p>
-— Già, perchè poi tu mi venga ammalato! Credi che sia
-divenuta così delicata, che non ti possa più udire a russare
-dopo quarantacinque anni di matrimonio?
-</p>
-
-<p>
-— Quarantacinque anni! ripete il signor maestro; quarantacinque
-anni!
-</p>
-
-<p>
-— Già, quarantacinque anni! ripiglia a dire la vecchia,
-e per resistere al sentimento di tenerezza che la vince a
-questa riflessione, si butta al collo di Donnina.
-</p>
-
-<p>
-Il signor maestro si volta da una parte per asciugare
-una lagrima.
-</p>
-
-<p>
-— Sei pure il gran fanciullone! dice la vecchia.... il
-gran fanciullone, dotto come non so chi, ma sempre un
-gran fanciullone!
-</p>
-
-<p>
-E in così dire si è fatto passare innanzi il marito e lo
-spinge dolcemente su per le scale, proteggendolo come si
-fa ad un bambino.
-</p>
-
-<p>
-Donnina li precede facendo lume, e si volta indietro sorridendo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span></p>
-
-<h2 id="cap4">IV.
-<span class="smaller">CIÒ CHE INTENDONO LE SIEPI.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Al di fuori il cielo si è fatto più scuro e l'aria
-più rigida; nel fondo nero del firmamento le
-stelle splendono senza scintillio, e paiono punti
-di fuoco che si sprofondino nell'infinito quanto più li guardi.
-Alcune nuvole corrono pazzamente, si adunano, e proseguono
-la loro corsa, ed il vento gelido ruba alle siepi ed
-ai gelsi larghe falde di neve che sparpaglia in pioggia di
-brina.
-</p>
-
-<p>
-È un silenzio profondo; per l'unica strada di A... non si
-ode una pedata umana; qua e colà, nel nero spazio, brilla
-un lume ad una finestra; dalla porta socchiusa dell'osteria
-della Salute, insieme con un filo di luce che traccia una
-linea d'argento sulla neve, esce ad ora ad ora un confuso
-rumore di voci ebbre. Donnina ha aperto la finestra della
-sua cameretta che mette nell'orticello contiguo, e spinge lo
-sguardo sulla via maestra. La luce che le batte sul capo
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-sfiorando le sue guance, ne disegna nettamente i contorni.
-Invano il vento soffia sul lume per cancellare la cara visione;
-la fiamma si agita, si piega, resiste e sembra accarezzare
-coi mobili riflessi la leggiadra testina.
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè il cuore di Donnina batte così forte? Perchè le
-è sembrato di vedere un'ombra attraversare la via ed accostarsi
-alla siepe, e di udire — ma non sa se sia inganno
-della fantasia o beffa del vento — una voce, un soffio, che
-l'ha chiamata per nome:
-</p>
-
-<p>
-«Donnina!»
-</p>
-
-<p>
-Non risponde; non sa, nè l'oserebbe: qualcuno potrebbe
-udirla, bisogna lasciare la finestra, e chiuderla, e piangere
-perchè la gioia non la uccida. Ma la voce ripete un'altra
-volta il suo nome, e con un accento di preghiera così intenso,
-che ella si sente come incatenata e non sa staccarsi
-dal davanzale. Succede un istante di silenzio, un raggio di
-sole che risveglia un mondo di atomi nel buio.
-</p>
-
-<p>
-Le passano in capo mille idee in un punto.
-</p>
-
-<p>
-«È lui? è lui? E perchè fuggirlo, perchè nascondermi?
-Egli ritorna! Dunque mi ama! Che importa il tempo che
-è passato, se egli mi ama? Ma perchè a quest'ora? E perchè
-tale mistero? Non lo so, ma egli me lo dirà, perchè è
-ritornato, ed è ritornato perchè mi ama! E non l'amo io
-forse?
-</p>
-
-<p>
-Ah! il cuore le batte così forte!
-</p>
-
-<p>
-Non pensa, non ragiona, non fantastica più. La serenità
-della sua natura diventa una forza; può forse esitare un
-istante, e vedere pericoli, e temere minacce, chi ha la sicurezza
-dell'innocenza e la baldanza dell'amore? Si toglie
-alla finestra, apre l'usciolo della cameretta che gira sui
-cardini senza far rumore, passa il pianerottolo sulla punta
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-dei piedi, porge orecchio per accertarsi che nessuno possa
-udirla, e scende le scale all'oscuro... apre la porta che mette
-all'orticello, e stringendosi lo scialletto intorno al collo, è
-d'un balzo presso alla siepe.
-</p>
-
-<p>
-Udite come fremono flagellati dal vento i nudi virgulti.
-</p>
-
-<p>
-— Donnina! dice la nota voce, rotta dall'ansia, Donnina!
-Che tu sia benedetta per questa immensa felicità che
-mi dai! Parlami, ho bisogno di udire la tua voce, ho bisogno
-di sentirmi chiamare per nome come io ti chiamo:
-Donnina mia!
-</p>
-
-<p>
-— Mio Ognissanti! risponde la fanciulla commossa, mio
-Ognissanti!
-</p>
-
-<p>
-Ma non sa dir altro.
-</p>
-
-<p>
-— La riconosco! questa è la musica che io sognava, la
-tua dolce voce di fata. Non sapevo come fare per venirti
-innanzi e dirti: «Donnina, guardami in volto, sono il tuo
-fidanzato.» Oh! qual dolere se tu non mi avessi riconosciuto!
-</p>
-
-<p>
-Donnina non risponde; non le pare di aver nulla a dire
-che già non dica la sua presenza in quel luogo. Ma il suo
-silenzio è più eloquente d'ogni parola.
-</p>
-
-<p>
-— Ho avuto paura che tu diffidassi di me e del tempo
-passato, e che potessi credermi mutato ed attribuirmi intenzioni
-perverse.
-</p>
-
-<p>
-— Il passato è come un sogno lungo, e il ridestarsi lo
-cancella; questo momento compendia per me sei anni, Donnina
-tua è come l'hai lasciata.
-</p>
-
-<p>
-— E non hai paura di me?
-</p>
-
-<p>
-— Paura di te! E perchè dovrei aver paura di te? Ti
-ho aspettato e sei giunto; il mio cuore batte forte, ma non
-ho paura.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ah! non hai visto il mondo, tu!
-</p>
-
-<p>
-— E tu l'hai visto?
-</p>
-
-<p>
-— Ti parlerò di me un'altra volta; ora potremmo essere
-scoperti; avevo bisogno di sapere che tu vuoi essere mia,
-che tu sei rimasta mia, che non hai cessato un istante di
-pensare al nostro giuramento. Ripetimelo.
-</p>
-
-<p>
-— Non sarei qui se fosse altrimenti.
-</p>
-
-<p>
-— È vero, prosegue la voce affannosa. E avevo anche
-bisogno di dirti che t'amo, che t'ho sempre amata, che
-lontano da te, te sola ho posto in cima ai miei pensieri, e
-che in tutto il tempo passato non ho sospirato ardentemente
-altro giorno che questo. Lo credi?
-</p>
-
-<p>
-Donnina non risponde. L'altro ripiglia a dire soffocando
-un gemito:
-</p>
-
-<p>
-— Te lo giuro su ciò che gli uomini hanno di più caro,
-sopra la disgraziata che fu mia madre e ch'io non conobbi!
-</p>
-
-<p>
-Donnina manda un lieve grido.
-</p>
-
-<p>
-— Me lo credi ora? insiste Ognissanti.
-</p>
-
-<p>
-— Te lo credo.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! Ti dirò poi come non mi sia riuscito di rivederti
-prima d'oggi, di ritrovare le tue traccie smarrite,
-di riannodare il nostro amore reciso. Ti dirò come io ti
-abbia pianto perduta, non di te dubitando, ma del destino;
-ti dirò quello che la mia anima ha crudelmente sofferto
-fino ad oggi; ti dirò tutto; ora non interrogarmi, è tardi,
-e se qualcuno mi vedesse qui, in quest'ora, non risparmierebbe
-la tua innocenza. Io so come sono fatti gli uomini!
-</p>
-
-<p>
-— Tu non mi domandi di... mio padre, di mia madre...
-</p>
-
-<p>
-— Le ho viste con te alla messa, le buone creature!....
-So che ti amano e che tu le fai felici...
-</p>
-
-<p>
-— E tuo... padre?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-</p>
-
-<p>
-La voce del giovine non è ratta a rispondere; nè la siepe
-può soffocare così un gemito, che non giunga all'orecchio
-di Donnina. La povera fanciulla comprende.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei solo nel mondo?
-</p>
-
-<p>
-— Solo, risponde Ognissanti come a malincuore, solo
-fino ad oggi; ma in avvenire non più, perchè ti ho ritrovata,
-e sarai mia. Ora addio...
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta, dice Donnina obbedendo ad un impeto del
-cuore; non posso lasciarti partire così! Saperti solo forse,
-ramingo, infelice, e rimanermene qui, ignara del tuo destino...
-</p>
-
-<p>
-— Il mio destino è lieto, perchè è il tuo destino. Avrai
-mie notizie presto, saprai tutto, ora non chiedere altro,
-ti fida...
-</p>
-
-<p>
-— Oh! sì, mi fido, non ti domanderò nulla, ma voglio
-vederti in viso, e leggere negli occhi tuoi che non sei un
-infelice. Aspettami...
-</p>
-
-<p>
-E senza aggiungere parola, Donnina attraversa l'orticello,
-accende un lume, entra nella scuola ed apre senza
-far rumore l'uscio di strada.
-</p>
-
-<p>
-Chi le dà quel coraggio? Non lo sa, non lo domanda
-neppure, ella compie tutto ciò come chi si sente d'obbedire
-ud un dovere.
-</p>
-
-<p>
-Ognissanti ha appena avuto il tempo di scostarsi dalla
-siepe e ritrarsi nell'ombra, ed ecco vede la porticina socchiusa
-ed un volto angelico incorniciato nel vano. Il desiderio
-non è più ratto. — Ognissanti è presso alla fanciulla.
-Ma tutta la baldanza che spirava dal suo linguaggio è svanita;
-conviene che la mano di Donnina lo tragga come
-un fanciullo dalla soglia che egli non sa determinarsi a
-varcare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p>
-La debole luce del lumicino rischiara un'epopea: il pallore
-di due giovani volti, due sguardi che sfavillano, due
-mani che si stringono.
-</p>
-
-<p>
-Ognissanti non dice parola; un sorriso di Donnina, una
-stretta di mano più tenace lo avvertono che sta per isvegliarsi,
-che la visione sta per sparire — ed egli protende
-innanzi le braccia come per trattenerla ancora un istante.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, dice Donnina, addio; ora sono contenta.
-</p>
-
-<p>
-— Come sei bella! come sei bella! mormora il giovane,
-non sapendo risolversi ad abbandonare la manina della
-fanciulla.
-</p>
-
-<p>
-— Se hai un segreto, aspetterò che tu me lo confidi, e
-se mi toccherà aspettare molto... aspetterò... Addio.
-</p>
-
-<p>
-— Come sei bella! come sei bella!
-</p>
-
-<p>
-Quando la porta si richiude, ed il leggiadro fantasma
-svanisce, e ogni luce si spegne alla finestra, Ognissanti fissa
-ancora l'occhio nel buio e ripete: «come sei bella!»
-</p>
-
-<p>
-È un silenzio profondo; per l'unica strada di A.... non
-si ode una pedata umana; solo dalla porta socchiusa dell'osteria
-della <i>Salute</i> esce ad ora ad ora un rumore di
-voci avvinazzate, e l'orologio della chiesa batte nove ore.
-</p>
-
-<p>
-Cinque minuti dopo il giovinetto, ebbro della sua gioia,
-corre all'impazzata lungo la via maestra.
-</p>
-
-<p>
-Le nere nuvole lo inseguono, il vento gelido lo involge,
-rubando alle siepi ed ai gelsi larghe falde di neve che
-sparpaglia in pioggia di brina sopra il suo capo...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span></p>
-
-<h2 id="cap5">V.
-<span class="smaller">IN CUI SI SPEGNE IL LUME E CI SI VEDE PIÙ CHIARO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Donnina si fa leggiera come una piuma nel risalire
-le scale, e rivede la propria cameretta che
-non le è mai parsa così piccina come ora. Come
-farà a contenere la sua immensa felicità?
-</p>
-
-<p>
-Si guarda intorno; la finestra è ancora aperta, e fa un
-gran freddo; bisogna chiuderla; si accosta, si appoggia
-senza avvedersene al davanzale come poc'anzi, e spinge lo
-sguardo nel buio, poi chiude a malincuore e si guarda un'altra
-volta intorno. Com'è piccina la sua cameretta!... Ma
-perchè il lume si trova sul cassettone e non sul tavolino
-di mezzo? Ella si ricorda benissimo di averlo lasciato sul
-tavolino di mezzo! Si ricorda proprio benissimo?... Potrebbe
-averlo posto sul cassettone prima di scendere le scale, anzi
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-le pare.... no.... l'ha lasciato sul tavolino di mezzo.... no....
-l'ha posto sul cassettone... Ha perduto la testa, la poverina!
-Bisogna andare a letto, dormire, acquetare nel sonno
-quella ridda di fantasmi che le passa in mente! Ma che
-leggiadri fantasmi! Che piacere nell'abbandonarsi tutta alle
-memorie e risalire la facile corrente della vita! No, è tardi;
-ecco, battono le nove; e a quest'ora di solito ella sogna....
-Ma i cari sogni che si fanno ad occhi aperti!
-</p>
-
-<p>
-Non ci è verso; finchè non chiude l'usciolo, finchè non
-si caccia nel lettuccio, e non spegne il lume, non le riuscirà
-di serenarsi.
-</p>
-
-<p>
-Ecco fatto; il silenzio è profondo, la tenebra fitta — bisogna
-dormire.
-</p>
-
-<p>
-Per un momento tutte le belle fantasime si confondono,
-come ad un soffio gli atomi dell'aria; è il caos, ma a poco
-a poco apparisce un'immagine distinta, chiara e bella innanzi
-agli occhi, nè vale il chiuderli ed il tenerli stretti,
-chè tanto tanto la vede. Bisogna voltarsi sull'altro fianco;
-ma la bella immagine fa il giro del lettuccio ed apparisce
-tal quale.
-</p>
-
-<p>
-È l'immagine d'Ognissanti, è il suo pallido volto, è il
-suo dolce sorriso, la sua melanconica estasi, il suo sguardo
-innamorato. Come è bello!
-</p>
-
-<p>
-Per un istante Donnina dimentica la lotta, guarda quel
-fantasma e cerca di ricomporlo intero alla mente e di dargli
-la vita che gli manca; poi si avvede, e si volta ancora
-sul lettuccio — bisogna dormire.
-</p>
-
-<p>
-È inutile; ora non c'è più un solo Ognissanti; ne vede
-due, uno pazzerello e scherzoso che ha quindici anni, l'altro
-che ha il volto serio, la parola melanconica, lo sguardo
-profondo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il confronto le sfoglia innanzi il picciol libro delle sue
-memorie che ella ha letto tante volte. Quel picciol libro è
-assai voluminoso; perchè ogni parola ha cento significati;
-ci è un sasso su cui si è seduta ad aspettar <i>lui</i>, un rigagnolo
-in cui, un giorno d'estate, ella ha tuffato i piedi ridendo
-innanzi a <i>lui</i>, una svolta di via da cui <i>egli</i> soleva
-apparirle, e tutto un mondo di vecchi amici che la chiamano
-per nome: «Donnina!»
-</p>
-
-<p>
-Che giova il dormire? Ora il cuore non le batte più così
-celere, può pensare, può fissare lo sguardo su tante care
-fisionomie e riconoscerle — ecco: quest'è il paese di S...,
-quest'è la casicciuola del maestro, quest'è la scuola, ora
-giunge la scolaresca chiassosa; vedi il campanile del villaggio,
-ed il praticello dietro la chiesa, in cui per la prima
-volta udì ripetere da Ognissanti il giuramento di non vivere
-se non per essa!
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco l'ora melanconica di lasciarsi e l'ultimo addio...
-e poi più nulla, fuorchè il ritorno, il fantasma visto attraverso
-i vetri, la voce udita dietro la siepe, il volto sfavillante
-guardato innanzi al lume! Come è bello Ognissanti!
-</p>
-
-<p>
-Le vengono in mente molte cose a cui non aveva pensato
-prima — il modo di vestire di Ognissanti, la sua baldanza
-di fanciullo, il suo timido mistero d'uomo. Ha un segreto,
-ma non bisogna pensarci; ritornerà, dirà tutto, lo ha promesso!
-</p>
-
-<p>
-E chi sa come egli l'avrà trovata diversa da quello che
-era!
-</p>
-
-<p>
-Prima d'ora ella non aveva pensato mai a farsi una domanda — ora
-se la fa: «sono bella?» Ognissanti, ha già
-risposto per lei. Ha detto che è bella!
-</p>
-
-<p>
-E quanto è bello Ognissanti!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco le immagini si oscurano, si confondono — scende
-il sonno lungamente aspettato, il sonno che non è
-se non una nuova maniera di fantasticare.
-</p>
-
-<p>
-L'orologio della chiesa batte le due del mattino, per Donnina
-è corso veloce il tempo.
-</p>
-
-<p>
-Quando l'alba si affaccia alla finestra della cameretta non
-trova la fanciulla desta secondo l'usato — ed allora soltanto
-che il sole getta attraverso i vetri la sua festa di raggi,
-essa si rizza sul lettuccio, sbigottita della propria negligenza.
-</p>
-
-<p>
-Ai piedi del letto vi è una larga cuffia, candida come
-neve, che incornicia un volto pieno di rughe e di amore,
-due occhi che guardano maliziosi ed indulgenti, un corpo
-osseo e mingherlino che si curva sopra di lei, e vi è in
-aria una mano tremante che minaccia con vezzo bizzarro — vi
-è insomma la terribile mamma Teresa!
-</p>
-
-<p>
-Donnina si copre un istante la faccia colle mani, e guarda
-attraverso le dita allargate.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho fatta grossa! dice furbamente, l'ho fatta grossa!
-il sole è alto, deve essere tardi...
-</p>
-
-<p>
-— Sono le nove, dice dal pianerottolo la voce del maestro
-Ciro; hai dormito bene?
-</p>
-
-<p>
-— Taci tu, ribatte la vecchia voltandosi a minacciare col
-pugno la porta chiusa; se ha dormito è segno che aveva
-sonno, mi pare!
-</p>
-
-<p>
-— Così pare anche a me, risponde maestro Ciro; temevo
-solo che non istesse bene e volevo assicurarmi prima d'andare
-a far scuola.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie, babbo, risponde Donnina, sto benissimo, non
-sono mai stata così bene.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi un po' se ti riesce di far che quei monelli tacciano!
-aggiunge mamma Teresa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p>
-In fatti gli scolari radunati da basso pongono a profitto
-l'assenza del maestro per lanciarsi reciprocamente delle pallottole
-sul naso, e ciò con molto maggior rumore che non
-richieda questo esercizio clandestino.
-</p>
-
-<p>
-Si ode maestro Ciro che scende le scale, ed un istante
-dopo il silenzio è profondo. Frattanto Donnina si è vestita
-in furia, si ha tirato indietro i capelli, ha aperto la finestra
-perchè i raggi del sole possano entrare liberamente, e
-tutto ciò evitando di guardare in viso la terribile mamma
-Teresa, la quale continua a starsene immobile, collo stesso
-sorriso furbesco, colla medesima malizia negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-Donnina non sa dire perchè quello sguardo e quel riso
-le diano soggezione più del consueto.
-</p>
-
-<p>
-Non ci è verso; dopo di aver assestato tutto ciò che è
-possibile assestare voltando le spalle alla vecchia, bisogna
-pure che ella si determini a guardarla in faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Alla buon'ora, borbotta l'altra, alla buon'ora, credevo
-già che non ti voltassi più.
-</p>
-
-<p>
-— Tu hai qualche cosa meco, dice la fanciulla uscendo
-all'improvviso in lagrime senza saper perchè.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa è una creatura terribile, non vi è dubbio,
-ma ha il suo debole, ed alle lagrime di Donnina non
-ha mai saputo resistere. Bisogna vedere come lascia d'un
-balzo il suo atteggiamento da sfinge per farsi presso alla
-figliuola, e scostarle le mani dal viso, e premersi contro il
-petto la soave testina.
-</p>
-
-<p>
-— Che vuoi che abbia? Non ho nulla!
-</p>
-
-<p>
-— Mi hai fatto una paura...
-</p>
-
-<p>
-— Già, ti faccio paura, io! E ci è subito da piangere!
-Sicuro, la mamma Teresa è una tristaccia che fa paura e
-fa piangere!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non hai proprio nulla con me?
-</p>
-
-<p>
-— Non ho proprio nulla, cioè, sì, ho qualche cosa; ho
-che la signorina non ha confidenza nella sua vecchia mamma,
-ho che...
-</p>
-
-<p>
-La vecchia mamma è arrestata un'altra volta dall'espressione
-attonita del volto di Donnina...
-</p>
-
-<p>
-— Ma non starmi a piangere ancora, veh! Non ti si può
-dunque più parlare, a te? Ma già nessuno me la ricaccia
-in gola, quando l'ho da dire, la verità... tu non hai più
-confidenza in noi...
-</p>
-
-<p>
-— Che dici?
-</p>
-
-<p>
-Prima di rispondere, la vecchia piglia le sue precauzioni:
-accarezza colle mani scarne il volto della fanciulla, col
-pretesto di cacciarle sotto la reticella un ricciolino che
-sfugge, e la guarda bene in viso, evidentemente per farle
-paura, poi dice:
-</p>
-
-<p>
-— So tutto!
-</p>
-
-<p>
-Pronunziata con un po' di mistero, questa frase ha un
-effetto irresistibile, anche quando quegli a cui è diretta non
-sappia nulla. Pensate come ne rimanesse sbigottita la povera
-fanciulla, la quale correva col pensiero dietro al suo
-fantasma notturno.
-</p>
-
-<p>
-— E che cosa sai? chiese titubando.
-</p>
-
-<p>
-— So tutto, ti dico, so tutto; alla vecchia Teresa non la
-si dà ad intendere così facilmente; ti dico che so tutto...
-voglio dire quello che ho visto con questi occhi ed udito
-con queste orecchie, non ciò che la signorina ha nel cuore...
-perchè io non ho l'abitudine di origliare agli usci
-chiusi.
-</p>
-
-<p>
-Per Donnina fu un raggio di luce. Si ricordò benissimo
-che ella aveva lasciato dietro di sè tutti gli usci aperti, ma
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-non parve trovare la cosa molto differente, e mostrò nel
-viso il proprio pensiero.
-</p>
-
-<p>
-— Dilla pur forte la parolaccia che pensi; ti ho spiato,
-certo ti ho <i>spiato</i>; è la prima volta che l'insonnia mi
-serve a qualche cosa, perchè almeno ho potuto esserle vicina,
-e proteggerla senza che la signorina si avvedesse,
-mentre dava ascolto alle frasi di zucchero di quei bellimbusto.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta Donnina non sa più contenersi e si butta
-singhiozzando nelle braccia della mamma.
-</p>
-
-<p>
-— L'hai fatta grossa! l'hai detto tu stessa, prosegue la
-vecchia cercando di dissimulare il tremolio della voce commossa,
-l'hai fatta grossa; ma almeno sei ancora in tempo
-a riparare, a dimenticare, ed apprezzare per quello che valgono
-le scipitezze dei damerini della città.
-</p>
-
-<p>
-— Ognissanti non è un damerino, non è un bellimbusto,
-dice Donnina, sollevando il capo ed asciugando le lagrime
-per dare maggior valore alla sua protesta.
-</p>
-
-<p>
-— Non è, non sarà... che ne so io del tuo Ognissanti?
-Ma i suoi panni non m'ispirano fiducia; come fa egli, che
-non aveva la croce di un quattrinello in tasca, ora che gli
-è morto il babbo, come dice... vedi bene ch'io so tutto!
-come fa a vestire gli abiti smorfiosi della città? Già tu non
-ti sarai nemmeno accorta, tu!
-</p>
-
-<p>
-— Al contrario mi sono accorta benissimo.
-</p>
-
-<p>
-— E dici?
-</p>
-
-<p>
-— E dico che non ne so nulla, ma che Ognissanti mi
-vuol bene, che se è venuto a ripetermelo dopo sei anni, non
-può avere che buone intenzioni...
-</p>
-
-<p>
-— Ti ha forse detto qualche cosa di ciò che fa, di ciò che
-pensa di fare?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Nulla, ma mi ha detto che sarà mio.
-</p>
-
-<p>
-— E tu gli hai detto che sarai sua; vi ho sentiti!
-</p>
-
-<p>
-— E che male c'è? chiese Donnina; non poteva fare altrimenti;
-non era io la sua fidanzata?
-</p>
-
-<p>
-— La sua fidanzata! esclama la vecchia tirandosi indietro
-d'un passo, come per lasciar posto all'enormità del suo
-stupore.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo sapevi?
-</p>
-
-<p>
-— No... cioè sì, ti dico che so tutto; ma questa poi non
-me l'aspettavo, e da quando in qua?
-</p>
-
-<p>
-— Da sei anni.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa leva gli occhi al soffitto e congiunge le
-mani invocando la misericordia del cielo.
-</p>
-
-<p>
-Poi si lascia cadere sopra una vecchia seggiola a braccioli;
-Donnina accosta uno sgabello e si accoccola ai suoi
-piedi. Il sole sembra raccogliere tutti i suoi raggi sul fantastico
-quadro.
-</p>
-
-<p>
-— Mi prometti di non andare in collera? chiede la giovinetta,
-lisciando le mani nodose della vecchia.
-</p>
-
-<p>
-Poi, pigliando il silenzio per consenso, soggiunge:
-</p>
-
-<p>
-— E di lasciarmi dire fine alla fine? Sì?... Ebbene, ascoltami
-e ti dirò tutto.
-</p>
-
-<p>
-La fanciulla appoggia un istante la fronte alle ginocchia
-della mamma per scegliere il punto di partenza del suo
-racconto, e la signora Teresa la guarda di nascosto con
-un'espressione di amorevolezza indulgente, che è il massimo
-segreto della sua formidabile esistenza.
-</p>
-
-<p>
-In quel momento di silenzio profondo si ode dal basso
-la voce grave di maestro Ciro che dice:
-</p>
-
-<p>
-«Lei, signor Pastori, quante sono le operazioni fondamentali
-dell'aritmetica?...»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ed il signor Pastori che risponde in falsetto:
-</p>
-
-<p>
-«Le operazioni fondamentali dell'aritmetica sono...»
-</p>
-
-<p>
-Donnina solleva il capo sorridendo e domanda:
-</p>
-
-<p>
-— Incomincio?...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span></p>
-
-<h2 id="cap6">VI.
-<span class="smaller">IL ROMANZO DI DONNINA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-«Ti ricordi del campicello dietro la chiesa di S...,
-dove la domenica, quando era piccina piccina,
-andavo a giocare colle compagne di scuola? Te
-ne ricordi? Io lo vedo ancora il bel tappeto di trifoglio, sul
-quale scorrazzavamo e facevamo cento pazzie. Non ci volevo
-andare, ti ricordi? Ma tu mi ci mandavi e dicevi che
-bisognava giocare come giocavano le <i>altre</i> per non farsi
-voler male. Non è vero che mi dicevi così? Ubbidivo, e ci
-andavo, ed è là che conobbi Ognissanti. Come vedi, io non
-ci ho colpa.
-</p>
-
-<p>
-— Già, ce l'avrò io! interrompe la vecchia.
-</p>
-
-<p>
-«Lasciami dire, mi hai promesso di lasciarmi dire. Veramente
-io l'avevo visto prima Ognissanti, perchè veniva
-tutti i giorni a scuola dal babbo, ma fu là che lo conobbi
-e che diventammo amici. Egli volle che diventassimo amici,
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-avevo da dirgli di no? Ora ti conterò come avvenne. Io era
-china sul praticello, perchè giocavamo a trovare il trifoglio
-di quattro foglie. Tu sai che chi trova il trifoglio di quattro
-foglie trova la fortuna... Veramente non potevo immaginare
-quale altra fortuna mi potesse toccare; mi pareva di
-essere così felice colla mia vesticciola nuova (poichè era
-domenica), così felice!...
-</p>
-
-<p>
-«Basta, per fare come le altre, cercavo il trifoglio della
-buona fortuna. Ognissanti e due o tre fanciulli del vicinato,
-dopo averci guardato un pezzo, si diedero a cercare
-anch'essi. Lo crederesti? il trifoglio di quattro foglie fu
-trovato proprio vicino a me, e da chi? da Ognissanti. Un
-momento ancora e l'avrei colto io. Ma nossignore, lo aveva
-colto lui! Lo guardai in faccia, si mise a ridere e mi offrì
-il trifoglio in cambio d'un bacio. La fortuna per un bacio?
-Tutte le mie compagne si offrivano di baciarlo allo stesso
-prezzo. Ma Ognissanti voleva contrattare con me sola.
-Quando lo baciai le mie compagne risero forte, egli si fece
-rosso, ed io custodii il trifoglio. Il giorno dopo, quando
-Ognissanti venne a scuola, volli nascondermi per non vederlo;
-non so perchè, non avendo arrossito baciandolo, ora
-arrossivo d'averlo baciato. Ma invece di abusare della mia
-debolezza, egli, vedendomi, chinò gli occhi a terra. Pensai
-che non avesse studiato bene la lezione, e perciò fosse mortificato.
-Ma alla sera domandai al babbo, e seppi che Ognissanti
-la lezione l'aveva saputa e la sapeva sempre. Non
-puoi credere come ciò mi facesse piacere.
-</p>
-
-<p>
-«Due giorni dopo ero ancora andata a giocare nel praticello.
-Ognissanti ci venne pure, e ne fui contenta. Giocavamo
-a mosca cieca, si faceva un chiasso, un chiasso...
-tu immagini che chiasso! M'infastidii e sedei sull'erba.
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-Ognissanti mi venne vicino, e mi disse: «Vuoi che cerchiamo
-ancora il trifoglio?» e si curvò a terra. Ma io lo
-lasciai fare. Non trovò nulla. Gli dissi: «La fortuna non
-si incontra due volte, e chi l'ha avuta non l'ha più a cercare».
-«Facevo per darlo a te», mi rispose. «Ma io non
-saprei che farmene». «E nemmen io». «E allora perchè
-cercarlo?» «Perchè volevo un bacio». «E perchè volevi
-un bacio?» «Perchè ti voglio bene». Nessuno ci aveva
-uditi. Gliene avrei dati cento di baci, se non me li avesse
-chiesti con quell'aria; perchè infine che cosa è un bacio? — ma
-siccome egli mostrava di dargli molto valore, feci la
-preziosa e non l'ebbe proprio. Gli dissi che gli volevo bene
-anch'io; allora mi offrì d'essere amici, accettai; mi raccomandò
-di non dirlo alle mie compagne, e via di corsa.
-</p>
-
-<p>
-«Alla notte non potei levarmi dal capo le parole di
-Ognissanti: cercavo di comprenderne il senso arcano che
-doveva farmisi noto più tardi, e senza sapere perchè, era
-lieta e commossa dell'amicizia che avevo promesso. Io sapeva,
-tu lo dicevi con tutti, che per la mia età ero una
-donna fatta, che vi era nella mia testa tanto giudizio per
-il doppio dei miei anni: ma a comprendere quello che io
-provavo non ci arrivavo davvero. M'ero avvezzata a considerare
-Ognissanti come un fanciullo, sebbene avesse quattro
-anni più di me, solo perchè era tardo a crescere e se
-ne rimaneva piccino di statura; allora mi parve d'un tratto
-uomo, e pigliai molto sul serio le sue parole, e le commentai
-in cento modi, senza trovar mai il buono. Anche il suo
-volto, che non mi era mai sembrato diverso da quello degli
-altri scolari della età sua, cominciò a parermi simpatico.
-Del rimanente, siccome fino a quel giorno egli aveva avuto
-un modo così rumoroso di ridere, che non era l'eguale in
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-tutto il paese, converrai anche tu che averlo visto melanconico
-ed aver udito la sua voce mesta doveva darmi ragione
-di fantasticare. Anche il saperlo studioso e sempre il
-primo della scuola mi aveva fatto stupore; perchè io aveva
-immaginato il contrario vedendolo, fuor di scuola, tanto allegro
-e scherzoso tanto.
-</p>
-
-<p>
-«A poco a poco divenne con me quello che era sempre
-stato con tutti: piacevole e motteggiatore. Ci vedevamo molto
-spesso; prima e dopo la scuola, nel praticello, per la via,
-sulla porta di casa, nei campi; le occasioni non mancavano;
-facevamo mille castelli, cioè era lui l'architetto, io non
-aveva che gridar: «bello!» Tutto il suo vanto era di farmi
-ridere e ne trovava cento modi; a volte m'impuntavo a star
-seria, ed allora ci cascavo più presto. Bastava mi dicesse:
-«Scommetti che ti faccio ridere», ed io rispondevo: «Scommetto»,
-o non rispondevo nulla, ed egli diceva serio serio:
-«Ridi». Ed io rideva. Ne era così lieto lui! Una volta sola
-lo vidi piangere, e fu in cimitero. Vi eravamo andati sbadatamente,
-la vista delle croci mi fece scendere al cuore una
-mestizia profonda! quando levai gli occhi, vidi Ognissanti
-che piangeva. Oh! come mi commosse quella vista! «Che
-hai?» gli chiesi. Mi rispose stringendo forte la mia mano
-nelle sue, e trascinandomi di corsa. Quando fummo lontani,
-si volse a guardare il muricciuolo del camposanto e disse:
-«Tutti hanno colà dei parenti, noi soli non ne abbiamo,
-perchè non abbiamo parenti». «T'inganni, gli risposi, io
-ho babbo e mamma, e il babbo ce l'hai anche tu». «Tu
-sei una disgraziata come me e per questo ti voglio bene».
-Allora non mi disse altro, più tardi seppi che intendeva
-parlare d'un'altra mamma e d'un altro babbo di cui nè io
-nè lui avevamo avuto le carezze. Che dirgli? Che io non ero
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-infelice perchè amata ed accarezzata fin troppo. No, perchè
-avevo paura, dicendogli questo, che non mi avesse più a
-voler bene. E poi quel lampo di fierezza e quell'ora di mestizia
-furono presto scontati con cento ore gioconde. Non
-se ne parlò altro.»
-</p>
-
-<p>
-A questo punto Donnina si arresta, leva gli occhi in
-volto a mamma Teresa, e dice bonariamente:
-</p>
-
-<p>
-— Ti annoio?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, mi annoia il sentirti tanto parlare di quel... disgraziato.
-</p>
-
-<p>
-La fanciulla non sa quanto è costato alla signora Teresa
-lo scegliere un epiteto così benevolo, fra tanti che le sono
-venuti sulla punta della lingua!
-</p>
-
-<p>
-— Mi spiccio, dice Donnina con un sorriso malizioso:
-«Ognissanti amava molto molto Donnina, e Donnina amava
-molto Ognissanti.»
-</p>
-
-<p>
-— E la mamma non si accorgeva di nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Non si accorgeva di nulla...
-</p>
-
-<p>
-— E il babbo meno della mamma... immagino.
-</p>
-
-<p>
-Non immagina giusto, a giudicare dal silenzio della fanciulla,
-durante il quale maestro Ciro, come se si accorgesse
-che si tratta di lui, alza la voce per discolparsi pitagoricamente:
-«Cinque per cinque, venticinque; cinque per sei,
-trenta; cinque per sette...»
-</p>
-
-<p>
-— Gran buon uomo! mormora la vecchia tentennando il
-capo, e guardando fisso il pavimento in direzione della
-scuola, eccolo lì, dinanzi alla sua lavagna. E come me li
-tratta a bacchetta quei numeri! Che testa, sia detto ora che
-non ci sente, che testa!...
-</p>
-
-<p>
-«L'affetto di Ognissanti, prosegue a dire Donnina senza
-accorgersi dell'inopportunità dell'interruzione, l'affetto di
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-Ognissanti mi era divenuto necessario. Egli mi diceva sempre
-di voler studiare tanto da divenire un giorno... non sapeva
-bene che cosa, ma <i>qualche cosa</i> di sicuro.»
-</p>
-
-<p>
-— Oh! sicuro!
-</p>
-
-<p>
-— Non te ne beffare; era un poveretto, e se voleva aprirsi
-una via nel mondo ere per me sola. Domanda al babbo
-quante volte, nei giorni di festa, mentre egli si sedeva sull'atrio
-della chiesuola, gli è toccato di far scuola ad Ognissanti
-che veniva a fargli cento interrogazioni. E domanda
-al babbo se era contento di avere un allievo come Ognissanti,
-a cui poteva parlare di cose che gli altri scolari non comprendevano.
-</p>
-
-<p>
-— A me di tutto questo non si è mai detto nulla!
-</p>
-
-<p>
-— Se non ti si è detto, è perchè probabilmente ci avresti
-trovato mille malanni.
-</p>
-
-<p>
-— E sa Dio se ce n'erano; quel povero vecchio affaticato
-tanto a profitto di...
-</p>
-
-<p>
-— D'uno che, quando ci disse addio per andarsene non
-so dove, baciò piangendo la mano del vecchio maestro, il
-quale piangeva anch'esso...
-</p>
-
-<p>
-— Non ci mancava altro, farmelo piangere...
-</p>
-
-<p>
-— Fu un triste giorno, prosegue a dire Donnina; ma a
-me non è mai uscito di mente. Era venuto a dirci addio, e
-mi salutò sebbene mi avesse detto di trovarmi verso il tramonto
-nel praticello del trifoglio, per l'ultima volta. Mi
-volò un'ora con lui senza quasi parlare; i due anni che
-avevamo passati amandoci ci avevano congiunti come se ci
-fossimo sempre voluti bene; ne avevamo fatto di bei castelli,
-di bei propositi! Destarci così, dopo tanti sogni, ci
-pareva impossibile; non credevamo alla sorte; e pure era
-inesorabile: il domani all'alba egli doveva partire per lontani
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-paesi. Perchè? Nessuno poteva dirlo, Ognissanti nemmeno;
-il vecchio babbo, le cui faccende erano andate a male
-dal dì che aveva perduto la moglie e i figli, si era messo in
-capo che la fortuna fosse fuor del paese e che bisognasse
-andarle dietro, e non ci fu modo di trattenerlo. Così diceva
-Ognissanti. E piangeva. Poi mi accarezzava i capelli, stringeva
-la mia testa e mi domandava se sperassi nell'avvenire.
-Io sì, sperava; non sapevo dire perchè, ma avevo più
-forza di lui, piangevo, ma non disperavo. Mi fece giurare
-di volergli sempre bene, di pensare sempre a lui, di serbarmi
-per lui; giurai; egli giurò altrettanto, e quando fu
-l'ora di separarci io per la prima lo baciai in fronte stretto
-stretto; tornai a casa col cuore gonfio. Al mattino uscii
-sperando in una determinazione improvvisa, in un ostacolo
-impreveduto che avesse fatto differire la partenza; il cuore
-mi batteva così forte, che ero quasi sicura di non ingannarmi.
-M'ingannavo. Ognissanti aveva lasciato il paese. Fu
-allora che io compresi tutto lo strazio della separazione. Fu
-allora che, presami in disparte, tu mi chiedesti che cosa
-avessi, e ti dissi che ero molto infelice, e piansi tanto tanto
-sulle tue ginocchia! Il tempo ed il mio silenzio ti fecero
-più tardi credere che avessi dimenticato, ma non era vero.
-</p>
-
-<p>
-— Mi hai ingannata.
-</p>
-
-<p>
-— Te lo meritavi, perchè ti avevo sentito dire col babbo
-che era una fanciullaggine, e che mi sarebbe uscita subito
-dal capo. Il babbo no, non mi diceva così...
-</p>
-
-<p>
-— Il babbo, il babbo, sempre questo tuo benedetto babbo!
-Non conto più nulla io? Via? Hai finito ora?
-</p>
-
-<p>
-— Ho finito.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa non vuol parere, ma dentro di sè è scossa
-nelle sue opinioni; le pare che quell'Ognissanti qualche cosa
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-di buono ce l'abbia, che questo ritorno dopo sei anni, significhi,
-se non amore, almeno proposito onesto e virile. Le
-pare, ma non vuol dirlo, perchè ci sono in aria tanti ma
-da porre in fuga il più agguerrito esercito di belle speranze
-messo in armi da una testolina di diciotto anni.
-</p>
-
-<p>
-Che fa ora Ognissanti? di che vive? che spera per l'avvenire?
-che può offrire alla fanciulla? Senza contare che
-il pensiero di separarsi da Donnina sta in fondo a tutte le
-dolcezze per amareggiarle tutte venuto il buon momento; ma
-a questo egoismo la vecchia è disposta a dare temporanea
-sepoltura con un sospiro, certo che la morte ne scaverà una
-più profonda non molto dopo, lo dice lei...
-</p>
-
-<p>
-Si alza, passeggia per la camera, borbotta. Donnina lascia
-fare; alla fine, quando si accorge dell'espressione del
-viso della vecchia amica d'aver vinto la propria causa e
-quella di Ognissanti, le balza al collo, facendola barcollare
-tutta, la tira presso il canterano, apre un cassetto, ne cava
-un involto, e dice sorridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi vederlo?
-</p>
-
-<p>
-— Che ci hai là dentro?
-</p>
-
-<p>
-Donnina apre l'involto con religiosa cura, e mostra uno
-stelo a cui sono appese poche fogliuzze disseccate.
-</p>
-
-<p>
-— Che roba è questa?
-</p>
-
-<p>
-— Non lo conosci?... È il trifoglio di quattro foglie!
-</p>
-
-<p>
-— Quello che deve recarti fortuna?
-</p>
-
-<p>
-— Quello che mi ha fatto voler bene ad Ognissanti.
-</p>
-
-<p>
-— Eh! via, finiscila col tuo Ognissanti.
-</p>
-
-<p>
-Ma il tono di voce non è più aspro, il gesto non è brusco,
-gli occhi non sfavillano le terribili saette del vecchio
-arsenale di guerra... Assolutamente la causa è vinta.
-</p>
-
-<p>
-«Signor Nosedi, dica lei: per qual fine Dio ci ha creati?»
-interroga la voce di maestro Ciro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Nosedi tenta di rispondere colla sua voce di
-falsetto, ma non è persuaso di quanto deve dire, o non ha
-compreso la dimanda, come avviene a molti scolari quando
-non trovano subito la risposta... o più verosimilmente non
-ha studiato la lezione.
-</p>
-
-<p>
-Oh! se invece di chiedere al signor Nosedi, si avesse domandato
-a Donnina: «Per qual fine Dio ci ha creati?»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span></p>
-
-<h2 id="cap7">VII.
-<span class="smaller">ENTRANO IN ISCENA PERSONAGGI NUOVI E COSE NUOVE.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Idee picciolette, affetti mingherlini, volgari cure — i
-vostri personaggi sono tutti pazzi ad un
-modo; chi fa festa come Donnina ad un raggio
-di sole è molto vicino a volerlo seminare secondo il sistema
-del professore Rigoli: parlateci d'altro.
-</p>
-
-<p>
-Domandiamo scusa al savio che c'interrompe.
-</p>
-
-<p>
-Intorno a quel tempo i savi della città erano tutti alle
-loro grandi imprese; formicolavano per le vie molto affaccendati
-quando non avevano ancora raggiunto il supremo
-intento della vita, o camminavano pettoruti sfoggiando il
-lusso della loro vanagloria. I primi si sberrettavano incontrando
-i secondi, ed i secondi concedevano qualche volta un
-cenno di protezione e d'incoraggiamento ai primi. Un eccellente
-negozio da ambo le parti, però che l'umile credesse
-di comperare il superbo ed il superbo l'umile.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si usa ripetere volentieri essere il mondo passato per varie
-età; ci furono età patriarcali, età religiose, età artistiche,
-età mercantili, ed ora, si dice, è l'età bancaria. Ma dappoi
-che le banche hanno svelato il loro organismo, ai più increduli
-è chiarito come non ci fosse se non un'età, in ogni
-tempo, in ogni luogo — l'età bancaria appunto. Eterna come
-l'uomo è la banca. Le passioni avevano la loro borsa; gli
-affetti, i sentimenti, le opinioni e le opere si presentavano
-allo sconto al tempo dei patriarchi come nel tempo degli
-strozzini, allora ed oggi, domani e sempre.
-</p>
-
-<p>
-Milano conta molti pazzi, ma i savi sono in maggioranza,
-e di questi ve n'ha che sarebbero terribili ragionatori sol
-che volessero darsi la pena di ragionare. Costoro sanno benissimo
-il valore delle derrate umane; ci è l'uomo che costa
-dieci e quello che costa cento. L'adulazione ha la sua tariffa
-ed è pagata per parlare; la maldicenza e l'invidia hanno
-la loro tariffa e si fanno pagare per tacere; la vanità compra
-e l'egoismo vende. A Milano come altrove ci sono
-donne che fanno pagare a mille il desiderio d'un solo e passano
-per cortigiane... e son riverite. Allora è la vanità che
-vende e la lussuria che compra. Al sole, alle stelle e alla luna i
-suoi di Milano non pensano mai, ed hanno ragione; alla miseria
-che geme, al dolore che tace nemmeno, e non hanno torto.
-</p>
-
-<p>
-Hanno una classe di gente pagata per guardare il sole
-e le stelle, ed un'altra per nascondere la miseria ed il dolore
-a buon mercato.
-</p>
-
-<p>
-Hanno uomini, e li pagano (poco) per pensare, per scrivere
-la prosa od il verso; uomini e donne per tenerli allegri
-e non lasciarli pensare, e li pagano molto. Hanno
-servitori per tutto, per aprire lo sportello delle loro carrozze,
-per augurar loro il buon giorno ogni mattina, per
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-ricevere un buon desinare, per far la giustizia e per non lasciarla
-fare, per allestire la casa di città, la casa di campagna
-e la loro porzione di paradiso. L'appetito lavora,
-l'ozio e la sazietà vanno svogliamente al mercato — così a
-Milano, come altrove, ieri, oggi, sempre, da per tutto dove
-sono pazzi e savi.
-</p>
-
-<p>
-Di codesti savi ve n'ha che non fanno se non tre cose:
-la digestione, non potendo pagare chi la faccia per loro, la
-maldicenza per aiutare la digestione... e nulla. Quest'ultima
-è la più difficile e la più costosa; quante veglie, quante febbri,
-quante fatiche per riuscire! E non tutti riescono; vi è sempre
-qualche inetto che abbandona la partita.
-</p>
-
-<p>
-Intorno a quel tempo una comitiva delle teste meglio
-pettinate di Milano soleva radunarsi nelle sale di un caffè
-molto riputato per attendere alle sue occupazioni favorite.
-Colà, fra uno sbadiglio ed una boccata di fumo, si dicevano le
-migliori arguzie della giornata e si beveva l'assenzio sopraffino;
-si parlava di lettere, di arti, di scienze, di donne,
-di avventure avvenute e di avventure avvenire; chi non aveva
-nulla da raccontare e non era forte nell'invenzione, ascoltava
-e rideva o negava l'autenticità delle narrazioni degli
-altri — ma tutto ciò con un garbo squisito, con un'eleganza
-di maniere di cui nulla può dare l'immagine, colla
-scioltezza del <i>buon genere</i>, e coi polsini inamidati sporgenti
-quattro buone dita dalle maniche del farsetto.
-</p>
-
-<p>
-E siccome ogni testa ha i suoi argomenti favoriti e gli
-idoli suoi, anche le teste pettinate della nostra comitiva
-avevano idoli ed argomenti favoriti.
-</p>
-
-<p>
-Erano quattro o cinque in tutto negli ultimi tempi: la
-bionda Fanny, prima ballerina assoluta d'un teatro dell'opera,
-e la bruna Fanny, cavalla inglese di proprietà del
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-banchiere Redi; poi un capitolo inedito tolto al romanzo di
-una bella donna apparsa da poco tempo nel mondo colla
-fama di esser vedova e ricca, col nome di Serena e colle
-sembianze di una pallida sirena (il bisticcio è degli adoratori);
-e poi un paio di madrigaletti scritti dal signor
-Maurizio, un letterato d'ingegno, il quale faceva parlare
-molto dei fatti suoi, dacchè avendo avuto l'eredità d'uno
-zio supposto milionario, non aveva più scritto nulla e si
-era dato alla vita del <i>buon genere</i>.
-</p>
-
-<p>
-Fanny, la bruna ed inglese, e la vedova sirena portavano
-ogni tanto il discorso sul banchiere Redi, il quale possedeva
-la prima e mostrava un vivo desiderio di possedere la
-seconda.
-</p>
-
-<p>
-Si diceva di costui che era ricco come un Creso e splendido
-come un Cesare, che tutti i negozii gli andavano a
-meraviglia, che le operazioni <i>a fine mese</i> le imbroccava
-giuste lui solo: che quando il banchiere Redi comprava,
-i venditori facevano bancarotta, e quando vendeva, tristo
-il compratore!
-</p>
-
-<p>
-Chi era il banchiere Redi?
-</p>
-
-<p>
-Un bel giorno era apparso alla Borsa e vi si era segnalato
-con uno di quei colpi di fortuna che fanno vantaggiosamente
-le veci dei voli del genio; poco dopo il banchiere
-Redi aprì la banca Redi, rimasta un mito prima di quel
-tempo. La banca Redi fece lo sconto delle cambiali con tre
-firme, ricevette valori in deposito, aprì crediti in conto corrente
-con garanzia, fece anticipazioni e prestiti sopra depositi — in
-una parola tutto quanto fanno le altre banche
-per il bene dell'industria e dell'umanità. Il suo credito era
-saldo come la sua cassa forte, la sua fortuna era considerata
-alla Borsa siccome un valore effettivo, e molte volte più.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-</p>
-
-<p>
-Chi era il banchiere Redi?
-</p>
-
-<p>
-Alla Borsa una potenza, fuori un'incognita. Al caffè si
-parlava meno di lui che dei suoi cavalli e delle sue cene;
-chi aveva visto la sua enorme bocca ridere stupidamente
-entro la cornice dei favoriti biondi, od aveva scandagliato
-i suoi due occhioni attoniti che gli uscivano dal capo, lucenti
-come due scudi di zecca, ma senza maggior espressione,
-costui aveva, a dispetto dei quattrini e della fortuna,
-un lontano sospetto ch'egli fosse uno scimunito; ma i più,
-partendo dalla massima sacrosanta non poter essere scimunito
-chi abbia l'arte di ammucchiare i napoleoni d'oro
-o di spenderli, asserivano che quella sua aria inebetita era
-un sublime artifizio della natura, ed il riso fatuo e lo
-sguardo bonario, la quintessenza della furberia e dell'accortezza.
-«Il suo segreto, il segreto dei grandi della sua
-fatta, si diceva, è appunto questo: che tutti si fidano, ed
-a tutti vien voglia di gabbarlo, e tutti restano gabbati.»
-</p>
-
-<p>
-Una sola cosa non gli si perdonava nemmanco da chi
-divorava le sue cene, ed era l'aver pensato a fissare i
-due lucernarii che portava in fronte sopra il volto angelico
-della vedova ricca e bella, la quale faceva girare il
-cervello perfino a quanti godevano riputazione di non
-averne punto. Pensate un volto candido come l'alabastro,
-due occhi profondi e neri, una capigliatura copiosa e bruna
-che scendeva a ricci inanellati, con un vezzo infantile, ed
-una bocca tutta sorrisi, con un picciol neo sull'orlo del
-labbro superiore. Pensate un collo fatto al torno, un corpo
-modellato come quello d'una Venere, forse un po' piccino,
-ma svelto, agile, pieno di eleganza e di fascino, due manucce
-da fata, due piedini da adorare in ginocchio! Tutte
-queste leggiadre cose, ed altre più leggiadre, gliele avevano
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-dette cento volte i suoi adoratori, i quali, per quanto s'ingegnassero
-di variare il frasario, non vi riuscivano così
-che la furba non se ne avvedesse e non beffasse colla miglior
-grazia di questo mondo i diplomatici della sua corte.
-</p>
-
-<p>
-Gli aveva ridotti a tale, i disgraziati, che i più abbandonavano
-l'assedio per mancanza di munizioni da guerra.
-E dite voi quanto dovesse parer burlesca la fiamma d'un
-banchiere Redi, con due occhioni tondi, da spiritato, ed
-una bocca che si apriva come una voragine e si chiudeva
-non lasciando sulla faccia carnosa altro che una lunga cicatrice
-trasversale, con due favoriti di stoppa, e coi capelli
-spartiti sulla nuca ed appiccicati dietro le orecchie e
-sulle ossa parietali, come due larghi cerotti.
-</p>
-
-<p>
-Immaginate questa testa sopra due spalle tozze, sorrette
-da due gambe esili, e le gambe terminate da due piedi enormi...
-e dite se la signora Serena dovesse ridere di quell'ultimo
-trofeo delle proprie vittorie.
-</p>
-
-<p>
-Dapprima non si era voluto credere, ma bisognò poi arrendersi
-all'evidenza: il banchiere Redi metteva in opera
-tutte le seduzioni del suo sesso per arrivare al cuore della
-bella creatura dell'altro. Non fu mai visto un banchiere
-caracollare con tanta grazia, nè un uomo rotolare giù dalla
-cinquantina più a malincuore. I polsini della sua camicia
-presero proporzioni inusate, il taglio dei suoi abiti sfidò
-l'eleganza del figurino, ed i cerotti che portava in capo
-divennero il ritrovo di tutte le essenze più irresistibili. La
-sua vita divenne una continua cavalcata, e per farne il
-prossimo convinto non si lasciò più cogliere fuori di casa
-senza gli speroni, e non si permise più di gesticolare se
-non collo scudiscio. Alla Borsa quanti si erano attaccati al
-carro della sua fortuna, veneravano anche questo capriccio;
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-quelli che erano stati rovesciati dalla sua corsa trionfale,
-nella foga del maledirlo, non si avvedevano di nulla.
-Ma al caffè era ben altro; le teste fine del luogo, gli occhi
-non ce li hanno solo per portare l'occhialetto, e ci vedono
-chiaro, ed alla fregola del banchiere avevano dato il nome
-che si conveniva...
-</p>
-
-<p>
-Ma un dì si seppe che la sirena vedova sembrava accogliere,
-senza ridere, l'incenso del banchiere; fu argomento
-inesauribile. Il vecchio quesito dell'origine del Creso divenne
-nuovo; il suo abito silenzioso trovò interpreti benigni;
-il sorriso stupido commentatori più accorti, i quali
-ci videro di repente una scintilla nascosta. «Perchè, si diceva,
-come credere che una donna giovine, bella, ricca e
-piena di spirito pigli sul serio il culto d'uno sciocco... se
-fosse proprio uno sciocco?»
-</p>
-
-<p>
-«Non lo piglia sul serio» rispondeva uno.
-</p>
-
-<p>
-«Non è uno sciocco» ribatteva un altro.
-</p>
-
-<p>
-«Vedrete che se ne beffa» pronosticava un terzo.
-</p>
-
-<p>
-Tutte queste affermazioni e profezie si facevano in un
-caffè molto riputato, da un paio di dozzine delle teste meglio
-pettinate di Milano.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span></p>
-
-<h2 id="cap8">VIII.
-<span class="smaller">LA CORTE DELLA SIRENA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Fra tanti che ambiscono l'onore <i>d'essere presentati</i>
-alla Venere della giornata, io scelgo chi legge,
-sol ch'egli voglia darsi la pena di seguirmi.
-</p>
-
-<p>
-La leggiadra vedova abita in uno dei quartieri più eleganti
-della città, in una delle case meglio costrutte, al
-primo piano, un quartierino di cinque o sei stanze in
-tutto, un vero paradiso maomettano, dove si respira un'aria
-corretta e migliorata dai più squisiti profumi e si vede una
-luce vaporosa e fantastica che sfuma i contorni delle cose
-e dà alle persone una somiglianza di famiglia colle visioni
-de' sogni.
-</p>
-
-<p>
-Il salotto è un prodigio del genere; colle pareti tappezzate
-di seta azzurra e cogli stipiti dorati, in cui si riflette
-la luce di tutti i colori che passa attraverso i trasparenti,
-colla vôlta in cui è una processione di amorini di stucco
-che s'inseguono arrampicandosi a ghirlande di fiori pure di
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-stucco, ha l'aspetto d'un piccolo tempio preparato a riti
-misteriosi. Un ricco tappeto pseudo-orientale attutisce i passi
-del visitatore, e due enormi specchi, collocati uno rimpetto
-all'altro, ne moltiplicano all'infinito le sembianze. Tutto ciò
-si vede alla prima; quando vi siete seduti sopra i larghi
-seggioloni di velluto azzurro con borchie e frange d'oro, vi
-apparisce un mondo d'inezie a far nuova testimonianza del
-lusso, dell'eleganza e del buon gusto. Nel vano delle finestre,
-da piccole cestelle di giunco dorato, pendono i festoni
-verdi di certe crassulacee e dell'edera, e sopra appositi tripodi
-gran vasi di porcellana miniata alimentano splendidi
-caladii dei più vaghi colori. Sui tavolini è sparso un infinito
-numero di ninnoli, album da ritratti che, aprendosi,
-vi cantano una strofetta, vaschette di cristallo colle loro
-famiglie di pesciolini rossi, lampade, paralumi, libri, la cui
-rilegatura paga dieci volte il valore del contenuto. A tutto
-ciò gettano dalle pareti uno sguardo sbadato quattro tele
-raffiguranti le virtù cardinali. Sono quattro belle virtù, molto
-vezzose, molto espressive, molto tentatrici e molto ignude,
-le quali sembrano aver spogliato insieme cogli abiti ogni
-rigidità, ed essersi acconciate, per mortificazione, a rallegrare
-il rito d'una suprema virtù amorosa, che è l'abitatrice
-del luogo.
-</p>
-
-<p>
-Non certo per dar tempo a chi aspetta di vedere tutto
-ciò, la leggiadra vedova si fa sospirare, perocchè chi aspetta
-ha avuto tempo di ammirare due volte tutti gli oggetti
-ammirabili e di farne l'inventario con crescente stupore.
-Chi aspetta è uomo che di poco ha passato la trentina, bello
-del volto, della persona e più degli abiti. Immaginate la
-splendida uniforme di luogotenente del reggimento delle
-Guide, già per sè stessa seducentissima, fatta più seducente
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-e più elegante dalla suprema disinvoltura di chi la indossa
-e dalla bizzarra armonia dei colori delle pareti o dei mobili.
-Il giovane luogotenente si è seduto sopra un seggiolone
-e si è lasciato andare sulla spalliera senza complimenti,
-ha posto la sciabola fra le gambe ed è passato di
-meraviglia in meraviglia guardandosi intorno; ma siccome
-il tempo se ne va e nessuno viene, ed i suoi pensieri non
-bastano a quell'ozio, ha preso un <i>album</i> dal tavolino e ne
-ha sfogliato le pagine ad una ad una, intanto che il docile
-filarmonico nascosto fa eseguire dalla sua orchestrina una
-pastorale svizzera. Alle ultime note della pastorale si apre
-finalmente una portiera, ed apparisce qualche cosa di vaporoso
-somigliante meno ad una donna che ad una divinità
-evocata da quella musica. Il bel guerriero si rizza in
-piedi, depone l'<i>album</i>, afferra la sciabola con una mano; fa
-un saluto mezzo borghese mezzo militare coll'altra, e muove
-un passo verso l'apparizione.
-</p>
-
-<p>
-— Cuginetta, mi hai fatto fare trentatre minuti e dodici
-secondi di anticamera.
-</p>
-
-<p>
-Il tono di voce con cui l'amabile luogotenente pronuncia
-queste parole, il sorriso di compiacenza che gli sta sul labbro,
-e l'atto cavalleresco, ma compassato, dicono molte cose,
-e prima di tutto ch'egli è stupito di quanto vede, e poi che
-alla sua volta si aspetta legittimamente di cagionare alla
-bella un magnifico stupore. Ma la bella lo guarda senza
-commuoversi, gli porge la mano esaminando nello specchio
-la propria acconciatura, e dice con un'indolenza adorabile:
-</p>
-
-<p>
-— Sei venuto trentatre minuti e dodici secondi troppo
-presto.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco un bizzarro complimento in bocca d'una bella
-cugina che non si vede da un anno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non è un complimento; mi hai côlta allo specchio;
-il più che potessi fare per te era di farti aspettare. Non è
-forse vero?
-</p>
-
-<p>
-E dicendo così, la vedovella che non ha cessato di guardarsi
-alla sfuggita nello specchio, leva per la prima volta
-gli occhi in viso al cugino e lo fissa come sfidandolo ingenuamente
-a dir di no.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, certo, balbetta il cavaliere, sebbene veramente
-pensi tutt'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Anzi, soggiunge la vedova, poichè tu sei il primo a
-farmi visita, dimmi che ti pare della mia acconciatura...
-</p>
-
-<p>
-— È un miracolo di eleganza, risponde il luogotenente
-ridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Di che ridi?
-</p>
-
-<p>
-— Dell'accoglienza che mi fai; immaginavo di averti
-preparato un'improvvisata.
-</p>
-
-<p>
-— Sapevo dell'arrivo del tuo reggimento in Milano; ti
-aspettavo.
-</p>
-
-<p>
-— E se devo proprio dirti tutto, mi lusingavo di farti
-piacere...
-</p>
-
-<p>
-— E me ne fai, dice Serena porgendo la mano che l'altro
-stringe fra le sue; ti pare che questa camelia mi stia
-bene?
-</p>
-
-<p>
-— Tu stai sempre meglio senza fiori in capo, lasciando
-cadere i ricci come vogliono. Te l'ho sempre detto, ti ricordi?...
-</p>
-
-<p>
-— Può essere... è un'<i>alba ploena</i>... me le provvede il
-Ferrario. È bella, non è vero?...
-</p>
-
-<p>
-— Bellissima.
-</p>
-
-<p>
-La vezzosa vedova si determina finalmente a sedersi, e
-lo fa con una mollezza piena di fascino.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il luogotenente continua a lasciar vagare sotto i baffi
-biondi un risolino che fra i compagni d'armi gli ha dato
-riputazione d'uomo <i>superiore</i>, e guarda intento la cuginetta!
-</p>
-
-<p>
-È pur bella la cuginetta!
-</p>
-
-<p>
-Quella espressione languida del viso è corretta meravigliosamente
-dal lampo degli occhi; non è una creatura
-svenevole, come ce ne sono tante, è una bella indolente,
-un'annoiata del <i>gran genere</i>. Eccola che porta una manina
-alla bocca, e trattiene uno sbadiglio! È impagabile
-in quell'atto, un pittore ci perderebbe il capo... ma un luogotenente
-delle guide!
-</p>
-
-<p>
-— Scusami, sai, dice Serena, non appena vede sparire
-il riso che illuminava il volto del cavalleresco cugino; parlami
-di te, dove sei stato tutto l'anno?
-</p>
-
-<p>
-— A Firenze.
-</p>
-
-<p>
-— E che c'è di bello a Firenze?
-</p>
-
-<p>
-— Il palazzo Pitti, il giardino Boboli, il Palazzo Vecchio,
-il Lung'Arno...
-</p>
-
-<p>
-Ed il luogotenente allunga le gambe ed esce in una larga
-risata.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è di nuovo? chiede la cugina senza sgominarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Sai che ti trovo molto mutata?
-</p>
-
-<p>
-— Davvero?
-</p>
-
-<p>
-— Davvero.
-</p>
-
-<p>
-— È passato un anno.
-</p>
-
-<p>
-— È passato; anch'io sono molto diverso da quel tempo...
-</p>
-
-<p>
-S'interrompe per essere interrotto... ma siccome Serena
-pare molto attenta a districare i fili d'una larga frangia
-del suo abito che si sono arruffati, gli tocca ripigliare, e
-dice con un po' di malumore:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'acconciatura deve renderti molto feroce coi tuoi ammiratori...
-</p>
-
-<p>
-— Sei un ammiratore tu?
-</p>
-
-<p>
-— Sincero...
-</p>
-
-<p>
-— E dicevi?
-</p>
-
-<p>
-— Dicevo che è passato un anno e che sono molto mutato...
-</p>
-
-<p>
-— Davvero?
-</p>
-
-<p>
-— Non pare anche a te?
-</p>
-
-<p>
-— Mi sembri lo stesso; hai sempre i tuoi baffetti attorcigliati
-e la tua bella uniforme azzurra; sei forse un po'
-più calvo, ma tutt'insieme mi sembri lo stesso.
-</p>
-
-<p>
-— Al contrario tu ti sei fatta più bella...
-</p>
-
-<p>
-— Vuol dire che io ho imparato a farmi più bella. Se
-sapessi come è difficile! ma devi saperne qualche cosa....
-</p>
-
-<p>
-— Taci, profanatrice, interrompe il luogotenente con voce
-scherzosa; ti paiono cose queste che una bella donnina debba
-dire ad un luogotenente delle guide?
-</p>
-
-<p>
-— Oh! mio Dio! sì; dopo quello che è passato tra noi
-possiamo parlarci chiaro, mi pare.
-</p>
-
-<p>
-Questa risposta finisce di gettare lo scompiglio nella logica
-del luogotenente, il quale — bisogna sapere anche
-questo — era riuscito a mettersi in capo che il contegno
-della cuginetta adorabile fosse una parte studiata a memoria.
-</p>
-
-<p>
-— Il nostro passato, tu dici... Lo crederesti? ho avuto
-per un momento il pensiero che, invece di farti piacere,
-fossi capitato in mal punto e ti dolesse di rivedermi...
-</p>
-
-<p>
-— Perchè mi avrebbe a dolere?
-</p>
-
-<p>
-— È quello che dicevo io pure... perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Ci siamo separati come buoni amici...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Come i migliori amici.
-</p>
-
-<p>
-— Tu mi lasciasti per una modistina, bella fanciulla
-bionda meritevole della sua fortuna.
-</p>
-
-<p>
-— E tu per...
-</p>
-
-<p>
-— Ed io ti dissi che non me ne importava niente...
-</p>
-
-<p>
-— Tutto ciò è verissimo. Ed ora ti ritrovo in Milano,
-dove, appena giunto, odo parlare di te come della più leggiadra
-vedova che aspiri a passare a seconde nozze. Ti vedo
-per la via, ti riconosco, e mi propongo di farti visita, ed
-eccomi. Tuo marito, dunque, è morto?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Questo monosillabo contrae le labbra della leggiadra creatura;
-la cosa di un baleno, ed il sorriso riappare subito.
-</p>
-
-<p>
-— Ed ami? chiese il cugino dopo un momento di silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Sei molto indiscreto, risponde la bella; guardati intorno.
-</p>
-
-<p>
-— Hai un quartierino splendido e di molto buon gusto.
-</p>
-
-<p>
-— Di mio, non ci è che il buon gusto.
-</p>
-
-<p>
-— La qual cosa vuol dire che tu ami...
-</p>
-
-<p>
-— Molto.
-</p>
-
-<p>
-— Molto?...
-</p>
-
-<p>
-— O molti, è tutt'uno.
-</p>
-
-<p>
-Ella pronunzia queste parole coll'usata indolenza, senza
-commuoversi e guardando in faccia il suo interlocutore, il
-quale, parendogli finalmente di trovarsi a suo agio, si alza
-e va innanzi allo specchio.
-</p>
-
-<p>
-— Te ne vai già? dice allora Serena sollevandosi a mezzo
-e stendendo il braccio a tirare il cordone d'un campanello.
-</p>
-
-<p>
-Ma il luogotenente protesta di non aver punto questa intenzione
-e con un accento scherzoso scongiura la crudele
-cuginetta di non mandarlo via. La crudele cuginetta risponde
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-con uno sbadiglio che questa volta si degna appena
-di nascondere.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, tu non sei ricca, cugina Serena?
-</p>
-
-<p>
-— Non più di te, cugino Ferdinando.
-</p>
-
-<p>
-— Pur troppo! perchè saresti ancora mia; ho solo il mio
-grado!
-</p>
-
-<p>
-— Ed io il mio.
-</p>
-
-<p>
-— Il mondo però ti crede ricca...
-</p>
-
-<p>
-Serena non risponde; ricaduta nella fatuità indolente, che
-sembra formare il fondo della sua indole, segue con occhio
-sbadato le pieghe della splendida veste di seta color d'arancio.
-</p>
-
-<p>
-— In fede mia! dice il luogotenente, non mi so più tenere
-dal dirti una cosa che mi sta sulle labbra.
-</p>
-
-<p>
-— Dilla.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei magnificamente bella!
-</p>
-
-<p>
-— Ah!
-</p>
-
-<p>
-— Non ti ho mai vista così bella! E do ragione al mondo
-che impazzisce per te.
-</p>
-
-<p>
-Serena è in piedi d'un balzo, trasfigurata in volto, e si fa
-presso al guerriero galante.
-</p>
-
-<p>
-— C'è della gente che impazzisce per me, hai detto?...
-</p>
-
-<p>
-— Il mondo!
-</p>
-
-<p>
-— E che importa a me del tuo mondo di sciocchi?
-</p>
-
-<p>
-— Cuginetta, confessalo, tu sei in collera meco, hai un
-segreto rancore, non mi sai perdonare...
-</p>
-
-<p>
-La vedovella non si degna di rispondere, e si lascia ricadere
-mollemente sul seggiolone.
-</p>
-
-<p>
-— Tu ricevi?... chiede il luogotenente mutando tono di
-voce.
-</p>
-
-<p>
-— Il giovedì.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non farai per me un'eccezione?
-</p>
-
-<p>
-— Vieni quando vuoi, ti riceverò se ne avrò voglia.
-</p>
-
-<p>
-— Questo almeno è parlar schietto.
-</p>
-
-<p>
-E pensa:
-</p>
-
-<p>
-— Non vuol mostrarlo, ma in fondo è ancora innamorata
-di me.
-</p>
-
-<p>
-In questo punto un servitore viene ad annunciare il banchiere
-Redi.
-</p>
-
-<p>
-— Passi — risponde la bella, e rizzandosi dice al cugino: — È
-il mio banchiere.
-</p>
-
-<p>
-— Devo andarmene? chiede l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— È meglio.
-</p>
-
-<p>
-Il luogotenente serra le ànche, piega il corpo con un atto
-che sta tra la rigidità militare e la scioltezza del damerino,
-prende la manina della bella vedova, poi si volta con un
-moto risoluto ed esce.
-</p>
-
-<p>
-Sulla porta s'incontra cogli occhioni da spiritato, coi favoriti
-biondi, colla bocca madornale e coi cerotti lucenti
-che compongono il viso del banchiere Redi; fa un saluto
-poco percettibile e se ne va colla sciabola sotto il braccio,
-pensando che la cuginetta è molto bella e che il banchiere
-della cuginetta è molto brutto.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span></p>
-
-<h2 id="cap9">IX.
-<span class="smaller">IL SECONDO CORTIGIANO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il banchiere Redi mette il capo alla portiera del
-salotto, e sta un momento immobile sul limitare,
-intanto che l'incantatrice del luogo si è lasciata
-andare sopra una seggiola ed accarezza fra le mani un riccio
-dei propri capelli.
-</p>
-
-<p>
-— Se non disturbassi, dice alla fine il banchiere arrischiandosi
-a mettere tutto il corpo nel tempio, se non disturbassi
-dovrei dire alla signora Serena...
-</p>
-
-<p>
-Il sorriso grazioso con cui il banchiere accompagna le
-proprie parole, spalanca la più larga bocca del regno d'Italia,
-e mette in mostra due file di denti bianchissimi.
-</p>
-
-<p>
-— Dite, interrompe la signora Serena senza voltarsi.
-</p>
-
-<p>
-Il banchiere si fa innanzi, guardando con la coda dell'occhio
-la bella indolente, trae dal portafogli alcune carte,
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-e dopo averle osservate attentamente, ne fa un piccolo fascio
-che depone sul tavolino.
-</p>
-
-<p>
-— Sono le scadenze che lei sa... sol che volesse guardare
-se tutto è in regola...
-</p>
-
-<p>
-— Tutto è in regola, risponde fieramente la bella.
-</p>
-
-<p>
-— Mi lusingo anch'io...
-</p>
-
-<p>
-— Sono quindicimila lire, credo.
-</p>
-
-<p>
-— Diciasette.
-</p>
-
-<p>
-— Tutto è pagato?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto. Se lei volesse degnarsi di sottoscrivere questa
-carta...
-</p>
-
-<p>
-La vedova rizza il capo e guarda in faccia il banchiere,
-i cui occhi, attoniti, non sanno staccarsi dal viso leggiadro.
-</p>
-
-<p>
-— Una nuova obbligazione, una nuova ipocrisia. Quanto
-vi debbo a quest'ora?
-</p>
-
-<p>
-— Una bazzecola.
-</p>
-
-<p>
-— Che non potrò pagarvi mai.
-</p>
-
-<p>
-— La signora scherza...
-</p>
-
-<p>
-— Non ischerzo e lo sapete meglio di me; vi ringrazio
-della delicatezza, ma è inutile.
-</p>
-
-<p>
-— Lei sa...
-</p>
-
-<p>
-— Io so quel che mi volete dire; ci penso.
-</p>
-
-<p>
-— I miei voti...
-</p>
-
-<p>
-— Portate via quelle carte, non ho testa a badare a nulla...
-Lasciatemi.
-</p>
-
-<p>
-— E devo sperare?
-</p>
-
-<p>
-— Ritornate fra otto giorni.
-</p>
-
-<p>
-— È l'ultima dilazione?...
-</p>
-
-<p>
-— Non lo so.
-</p>
-
-<p>
-— La signora mi permette che le baci la mano?
-</p>
-
-<p>
-La vedova risponde stringendosi nelle spalle, e volta la
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-faccia da un altro lato; in un attimo il banchiere ha preso
-la morbida manina e se la porta avidamente alla bocca. No,
-signori, non si è mai vista una manina più appetitosa ed
-una bocca meglio capace di farne un boccone solo.
-</p>
-
-<p>
-Poi il Creso galante esce a ritroso, continuando a saettare
-con uno sguardo assassino la donna insensibile e leggiadra.
-</p>
-
-<p>
-Rimasta sola, la vaga creatura si leva in piedi repentinamente
-coll'atto di chi voglia divincolarsi dalle strette
-della noia e si invola nella stanza da letto, un vero tabernacolo
-color di rosa. Una bella donna che corre tanto ratta
-allo specchio e si siede innanzi al segreto complice dei propri
-trionfi con tanta impazienza, deve avere una gran paura
-che le caschi una treccia o se le sia scomposto un riccio.
-La signora Serena ha preso un foglio di carta aperto, ma
-non ne dubitate, non ne fa un cartoccio, non si guarda
-nemmeno nello specchio e legge colla curiosità d'un'annoiata:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-«<i>Signora</i>,
-</p>
-
-<p>
-»Per la quarta volta mi presento alla porta di vostra
-casa, e mi si risponde che non ricevete. Che v'ho fatto io?
-Sono sceso dentro di me ed ho interrogato il mio cuore — non
-so d'aver meritato la vostra collera. Solo se l'amarvi
-vi offende, avete diritto di castigarmi così, perchè io vi ho
-offesa molto.
-</p>
-
-<p>
-»Lasciate che lontano da voi io ponga su questa carta
-ciò che innanzi al vostro sguardo affascinante si rannicchia
-paurosamente nel cuore — io vi amo; sorridete pure,
-non può il vostro glaciale sorriso fare che io non vi ami...
-È un sentimento più forte della mia volontà, più forte del
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-mio stesso orgoglio che io depongo ai vostri piedi. Altri
-avrà per voi più lusinghevoli omaggi, ma nessuno potrà
-dirvi parola più sincera di questa: vi amo. Avvezza a vedere,
-nell'ammirazione di quanti vi circondano, lo specchio
-della vostra suprema bellezza, vi farà meraviglia che io non
-vi abbia detto mai che siete bella. A me non importa della
-vostra bellezza; v'hanno forse nel mondo altre creature più
-belle di voi a cui non darei il mio cuore. A voi l'ho dato.
-Non so perchè, non so quando, nè come incominciai ad
-amarvi, so che mi trovai incatenato senza avvedermi. Volli
-rompere il laccio, sdegnoso non di voi, ma della mia debolezza,
-e sfibrai invano i miei muscoli; divenni debole come
-un fanciullo per amarvi, ma non voglio rimanermi eternamente
-fanciullo. Ho bisogno di amarvi altrimenti.
-</p>
-
-<p>
-»Non so se parlandovi questo linguaggio sincero mi
-esporrò alle vostre beffe; so ch'esso merita altra fortuna.
-Nell'infinita turba dei vostri adoratori non ne troverete un
-solo, il quale vi dica tutto ciò che gli sta in cuore. Io lo
-dirò. Lasciate che venga a voi e vi sveli un sogno che ho
-fatto. Quanto ho da dirvi merita che mi ascoltiate; accordatemi
-un quarto d'ora, non lo spenderò a ripetervi il vacuo
-frasario che dovete sapere a memoria. A me abbisogna la
-suprema felicità o l'abbandono; deciderete voi la mia sorte;
-qualunque essa sia, mi sarà cara se mi toglierà dal viso la
-maschera volgare d'un insipido adoratore. Attribuite l'arditezza
-di questo linguaggio all'amore, e la sincerità alla
-mia stima grande quanto l'amore.
-</p>
-
-<p class="indr">
-»<span class="smcap">Maurizio.</span>»
-</p>
-</div>
-
-<p>
-La signora Serena si lascia cadere la lettera di mano e
-segue sbadatamente un raggio di sole che è penetrato attraverso
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-le tendine calate, ad illuminare un mondo di atomi
-color di rosa. All'improvviso si alza in piedi e sorride. Io
-non vorrei che il signor Maurizio vedesse il sorriso di
-trionfo di cui s'illumina quel volto; il raggio di sole si
-vergogna al confronto e si nasconde, e la leggiadra incantatrice
-va in giro per la camera a gran passi. Ma a poco
-a poco quella foga si allenta, il bel viso si oscura, e le due
-candide manine arrivano appena in tempo a soffocare un
-singhiozzo.
-</p>
-
-<p>
-Un vero singhiozzo? una bizzarria? un capriccio nuovo?...
-</p>
-
-<p>
-Quel raggio curioso di sole che si affaccia un'altra volta
-alla finestra, è pratico del luogo, e deve saperlo. Ve' come
-rianima allegramente la fantastica danza degli atomi color
-di rosa!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span></p>
-
-<h2 id="cap10">X.
-<span class="smaller">IL TERZO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il signor Maurizio! disse improvvisamente una voce
-dietro la portiera.
-</p>
-
-<p>
-Serena parve uscire da una lunga fantasticheria,
-sollevò il capo con un moto risoluto, e rispose senza
-voltarsi:
-</p>
-
-<p>
-— Passi!
-</p>
-
-<p>
-Poi si guardò nello specchio, chiamò sul labbro il più bel
-sorriso, e mosse incontro al nuovo visitatore.
-</p>
-
-<p>
-Costui è uomo che sta a cavallo della quarantina, alto
-della persona e piuttosto esile, ma di forme proporzionata
-e di aspetto dignitoso. Il volto pallido esce come da una
-cornice fuor della barba nera, che gli scende lungo l'orecchio
-e si riunisce sotto il mento. Due rughe trasversali
-gli solcano la fronte, e gli occhi nerissimi mandano
-baleni nel cavo delle orbite profonde. Veste con massima
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-eleganza e semplicità, ed ha il portamento d'uomo che,
-avvezzo a vivere fra gli uomini, sa di bastare a sè stesso.
-Nondimeno, mentr'egli se ne sta immobile sul limitare, un
-lieve tremito nervoso scorre per tutto il suo corpo irrigidito
-da uno sforzo di volontà, e quando il servitore ritorna
-e lo invita con un cenno ad andare innanzi, egli è costretto
-ad appoggiarsi al muro un brevissimo istante. Nel porre
-il piede nel salotto due occhi ammalianti lo trattengono
-un'altra volta: è l'ultima debolezza, ed egli s'inchina profondamente
-a nasconderla, poi muove verso la vezzosa padrona
-di casa, la quale si è rizzata a mezzo sulla poltroncina
-per porgergli la mano con adorabile languore.
-</p>
-
-<p>
-— Mi aspettavate? chiede Maurizio dopo aver stretto
-nelle sue mani quei ditini di fata.
-</p>
-
-<p>
-— Veramente no, risponde la bella, invitando il visitatore
-a sedere con un cenno.
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuto in mal punto?
-</p>
-
-<p>
-— Mi annoiavo.
-</p>
-
-<p>
-— Ciò che ho da dirvi vi divertirà, forse...
-</p>
-
-<p>
-— Tanto meglio...
-</p>
-
-<p>
-E vedendo che il volto del signor Maurizio si fa scuro,
-soggiunge sorridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Scusate, io non so che cosa m'abbiate a dire.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo indovinate?
-</p>
-
-<p>
-— No, davvero; se pure non volete ripetermi quanto mi
-avete scritto, che mi amate...
-</p>
-
-<p>
-— E non vi diverte questo?
-</p>
-
-<p>
-— Mi annoia, perchè me lo dicono tutti.
-</p>
-
-<p>
-Serena pronuncia queste ultime parole senza ombra di
-fatuità nè di collera, prolungando l'incantevole sorriso, agitando
-lievemente la mano in cadenza; poi fissa i grandi
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-occhi abbaglianti in volto al signor Maurizio, il quale ne
-regge per poco la luce e si dà vinto.
-</p>
-
-<p>
-— Voi siete schietta, ripiglia a dire il visitatore dopo
-una lieve titubanza; e ciò rende più facile il colloquio che
-vi ho chiesto.
-</p>
-
-<p>
-La bella vedova continua a guardare, a sorridere, a muovere
-la mano in cadenza senza mostrare curiosità di sorta.
-L'altro prosegue:
-</p>
-
-<p>
-— Non vi dirò che vi amo, nè quanto vi ami; non mi
-credereste, ed alla mia età non sta bene non essere creduti.
-</p>
-
-<p>
-— Alla vostra età!
-</p>
-
-<p>
-— Ho trentanove anni compiti.
-</p>
-
-<p>
-— Cioè quaranta non compiti... vi credevo più giovine.
-</p>
-
-<p>
-— Vi pare ch'io sia troppo vecchio?
-</p>
-
-<p>
-— Al contrario, che siete troppo giovine per gli anni che
-avete.
-</p>
-
-<p>
-— Gli anni però non si cancellano.
-</p>
-
-<p>
-— Qualche volta sì; io per esempio ne voglio avere ventidue
-soltanto e me ne cancello parecchi. Vi pare che io
-abbia più di ventidue anni?
-</p>
-
-<p>
-Maurizio getta alla sua volta un lungo sguardo nella
-tenebra di quell'incantevole enigma vivente.
-</p>
-
-<p>
-— Ho promesso d'esser breve, abbrevio, e vi scongiuro
-di rispondere schiettamente ad una domanda, per quanto
-vi possa parere indiscreta.
-</p>
-
-<p>
-— Dite.
-</p>
-
-<p>
-— Amate voi qualcuno?
-</p>
-
-<p>
-Serena sta alquanto dubbiosa.
-</p>
-
-<p>
-— Aspettate.... mi pare di no.... anzi ne sono sicura; lo
-credereste? non avevo mai fatta a me stessa la domanda
-che mi fate voi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E stimate qualcuno?
-</p>
-
-<p>
-— Pochi.
-</p>
-
-<p>
-— Io sono nel numero?
-</p>
-
-<p>
-— Certo.
-</p>
-
-<p>
-— Quand'è così, dice Maurizio protendendo le mani congiunte,
-come per darsi forza, io vi offro di divenire mia
-moglie.
-</p>
-
-<p>
-Oh! se egli avesse potuto cogliere il lampo che brillò
-nell'occhio di Serena! Ma, com'ebbe pronunziata la dimanda,
-non si sentì la forza di leggere subito la risposta nei
-volto della bella e chinò lo sguardo.
-</p>
-
-<p>
-— La vostra offerta mi onora, mi insuperbisce, dice Serena
-con gravità insolita.
-</p>
-
-<p>
-— Accettate dunque?...
-</p>
-
-<p>
-— La stima che mi dimostrate, prosegue Serena misurando
-le parole, merita la maggior schiettezza. Il mondo
-ha sul mio conto molte opinioni bizzarre...
-</p>
-
-<p>
-— Che importa a me del mondo?...
-</p>
-
-<p>
-— Una fra le altre più bizzarra di tutte, quella cioè che
-io sia ricca.
-</p>
-
-<p>
-Serena si arresta per guardare in volto Maurizio, il quale
-non batte palpebra.
-</p>
-
-<p>
-— Il mondo s'inganna, aggiunge la bella; io non sono
-ricca.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapevo, risponde l'altro, o almeno lo immaginavo;
-poichè voi stessa me lo dite, tanto meglio; non mi si perdonerà
-certo la mia felicità, ma almeno non si potrà dire
-che volli fare un buon negozio.
-</p>
-
-<p>
-— Siete fiero voi?
-</p>
-
-<p>
-— È la mia maggior ricchezza; me pure si crede molto
-ricco; sappiatelo, mi rimane solo il tanto che basti ad una
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-vita modesta; non avrete da arrossire accettando, sono povero
-anche io.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapevo.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapevate?... e dite?
-</p>
-
-<p>
-— Tanto peggio.
-</p>
-
-<p>
-Serena sembra fare uno sforzo sopra sè stessa per mantenersi
-grave, ma è inutile; il riso le sta sul labbro, gli
-occhi le sfavillano giocondi. E ripete:
-</p>
-
-<p>
-— Tanto peggio. Io sono avvezzata male; ho provato a
-vivere negli agi, nelle mollezze e mi ci trovo bene; mi piace
-avere un bell'appartamento.... non badate a questo, è una
-bicocca se lo confronto co' miei sogni... mi piacciono le veglie,
-i viaggi, le villeggiature, i bagni; mi ci annoio qualche
-volta, ma vi ha noia e noia; quella che voglio io è una
-bella noia; il mio desiderio più ardente è di avere una
-magnifica pariglia ed una splendida carrozza con due servitori;
-ma se anche dovessi rinunziare a questo bel fantasma,
-non saprei distaccarmi dai miei abiti di seta e di velluto,
-dai miei merletti, dai miei pizzi... e tutto ciò costa
-caro, orribilmente caro.
-</p>
-
-<p>
-La bella si arresta, getta uno sguardo fuggitivo a Maurizio,
-il quale ha rialzato il capo con superbo disprezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa potete darmi voi? continua Serena con crescente
-disinvoltura. Il vostro cuore, il vostro affetto; ciò
-potrebbe bastare ad un altro cuore, forse anche al mio, ma
-non basta alla mia fantasia, alle mie abitudini, ai miei
-bisogni. Dovrei vivere una vita modesta, accudire alle faccende
-domestiche, vestirmi sempre degli stessi abiti, di
-falsi pizzi e di falsi gioielli, rinunziare al mondo, alle
-feste, alle ville, ai palchetti in teatro, ai bagni, e tutto ciò a
-soli... ventidue anni! Voi stesso comprenderete che non
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-è possibile; siete fiero e sta bene; io no, non sono fiera;
-non vorreste che il mondo vi accusasse di aver fatto un
-buon negozio sposandomi; a me invece un buon negozio è
-indispensabile, ed io del mondo non mi curo. E poi, il
-mondo è galante con noi donne, e dirà ancora ch'io mi
-sono rovinata, che ho fatto male i miei conti...
-</p>
-
-<p>
-Maurizio si è alzato in piedi senza dir parola; la leggiadra
-vedova s'interrompe e gli porge la mano sorridendo.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapevo io che vi avrei posto in fuga; eccovi guarito,
-immagino. Mi avete voluto sincera e vi ho svelato tutta
-me stessa. Me ne terrete rancore?
-</p>
-
-<p>
-— Vi ringrazio, dice Maurizio, sfiorando appena la mano
-della bella.
-</p>
-
-<p>
-Ed esce senza più rivolgersi, con un amaro ghigno sulle
-labbra, col cuore in tumulto.
-</p>
-
-<p>
-Serena continua a sorridere finchè il visitatore sia scomparso,
-poi si getta sul divano e piange.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span></p>
-
-<h2 id="cap11">XI.
-<span class="smaller">LA SIGNORINA OLIMPIA FA GLI ONORI DI CASA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Queste cose ed altre molte, tutte savie e sapienti
-ad un modo, avvenivano nel mondo dei savi intorno
-alla vigilia del Natale. Ritorniamo ai nostri
-pazzerelli.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti che li cura ha forse bisogno egli stesso
-dei propri rimedii, poichè a frugar bene nella sua testa
-ci si trovano alcune idee fantastiche e bizzarre, le quali
-alla Borsa non hanno, fra i pubblici valori, un valore certo
-e definito; ad ogni modo egli è creduto un sottile ragionatore,
-dotato d'un'avvedutezza rara, e sempre intento ad
-aguzzare lo sguardo per farlo passare attraverso i corpi più
-duri. È opinione fra i suoi ammalati che nulla gli abbia
-mai saputo resistere (il granito da un pezzo gli ha svelato
-il suo segreto); e quando fissa gli occhietti scintillanti
-in faccia a qualcuno, state sicuri che gli scompagina il
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-cervello e gli sfibra il cuore — e il peggio è che non pare,
-perchè sorride come la più buona pasta d'uomo che esista
-sulla terra.
-</p>
-
-<p>
-Con un oculare di quella fatta — povero dottor Parenti! — ha
-dovuto vederne di brutte cose!
-</p>
-
-<p>
-Al domani del Natale passato melanconicamente al focolare
-in compagnia dell'amico Fulgenzio, egli si levò molto
-di buon umore, misurò tre o quattro volte la stanza da
-letto e finì fregandosi le mani, rialzando il capo, e piantandosi
-nel mezzo della camera. Allora terminò di vestirsi
-in fretta, diè il bacio del buon giorno ad Olimpia, sorbì
-prosaicamente la sua chicchera di caffè e latte, poi misurò
-di nuovo a gran passi la sala da pranzo e finì un'altra
-volta fregandosi le mani, rialzando il capo e piantandosi
-come un pilastro.
-</p>
-
-<p>
-Olimpia, che lo guardava aprendo tanto d'occhi, non ci
-capiva nulla e se ne rimaneva anch'essa immobile come una
-statua della curiosità.
-</p>
-
-<p>
-— Ma che bella statua! pensò il babbo volgendo finalmente
-lo sguardo alla sua creatura.
-</p>
-
-<p>
-Per carità paterna, avrebbe dovuto dirle qualche cosa, ma
-non le disse nulla, e sedette accanto al fuoco. Trasse il
-taccuino, ne staccò un foglietto e scrisse colla matita, poi
-chiamò un servo e gli ordinò di recare lo scritto al signor
-Mario.
-</p>
-
-<p>
-— È ammalato il signor Mario? chiese Olimpia, che non
-aveva tolto un istante gli occhi di dosso al padre.
-</p>
-
-<p>
-— E chi ti dice che sia ammalato?
-</p>
-
-<p>
-— Poichè gli mandi una ricetta.
-</p>
-
-<p>
-— E chi ti dice che sia una ricetta?
-</p>
-
-<p>
-— Fai sempre così a farle...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti rise allegramente dell'equivoco, ma non
-disse altro.
-</p>
-
-<p>
-Pochi minuti dopo ritornò il servo ed avvertì che il signor
-Mario s'era appena levato e che sarebbe venuto subito.
-</p>
-
-<p>
-Non andò molto che si udì il tintinnio del campanello
-alla porta d'ingresso.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti si rizzò come spinto da una molla e
-fece per uscire dalla stanza.
-</p>
-
-<p>
-— Te ne vai? chiese Olimpia.
-</p>
-
-<p>
-— Vado e vengo; trattienilo un momento tu...
-</p>
-
-<p>
-— Ma io...
-</p>
-
-<p>
-— Vengo subito, ti dico...
-</p>
-
-<p>
-E senza ascoltar altro, il dottore sparve chiudendosi l'uscio
-dietro le spalle, mentre la porta rimpetto si apriva
-lasciando il passo al signor Mario.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Mario è a rigore un bel giovinotto, ma ha una
-aria di Amleto precoce che mette in dosso la melanconia;
-porta l'abito abbottonato fin sotto al mento ed ha i lineamenti
-corrugati, come uomo che abbia fatto scommessa di
-non ridere.
-</p>
-
-<p>
-Olimpia vorrebbe muovergli incontro, tanto più che il
-nuovo venuto, vedendo sola la fanciulla, si è arrestato sulla
-soglia e sembra disposto a non se ne staccare, se la signorina
-non gli viene in aiuto. Ma come fare? È così difficile ricevere
-un giovinotto!
-</p>
-
-<p>
-— Signor Mario, dice la bella creatura, prendendo il proprio
-coraggio a due mani, si accomodi; il babbo viene subito,
-subito...
-</p>
-
-<p>
-E intanto guarda colla coda dell'occhio verso l'uscio.
-</p>
-
-<p>
-Dio sia lodato! il signor Mario apre la bocca per parlare!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Buon giorno, signorina.
-</p>
-
-<p>
-Non dice altro e s'inoltra un passo.
-</p>
-
-<p>
-— Segga qui, dice Olimpia a cui pare di sentirsi in petto
-un cuore di bronzo, vicino al fuoco; deve fare molto freddo,
-tutti i vetri erano arabescati di ghiaccio stamane.
-</p>
-
-<p>
-— È vero, deve fare molto freddo.
-</p>
-
-<p>
-— Non se n'è accorto lei?
-</p>
-
-<p>
-— Non sono ancora uscito di casa.
-</p>
-
-<p>
-Qui ha luogo un intervallo di silenzio che entrambi spendono
-a guardare molto curiosamente le vetrate.
-</p>
-
-<p>
-— È un pezzo che non la vediamo, dice Olimpia; non
-viene mai a trovarci? Perchè non viene mai?
-</p>
-
-<p>
-— È vero; ma in questi pochi giorni di vacanze, ho dovuto
-studiar molto...
-</p>
-
-<p>
-— Le farà male studiar tanto; lo dice il babbo che le
-farà male.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Mario si determina ad abbozzare colle labbra
-qualche cosa che rassomiglia lontanamente ad un sorriso.
-</p>
-
-<p>
-— Ieri l'abbiamo aspettato; credevamo che venisse a passar
-la sera con noi, aggiunge Olimpia, tutta sbigottita di
-essere un'eroina.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Mario risponde che fu trattenuto fuori dagli
-amici, gli duole di essersi fatto aspettare inutilmente.
-</p>
-
-<p>
-— L'abbiamo aspettato un pezzo; il babbo diceva sempre:
-verrà, verrà.
-</p>
-
-<p>
-Non era vero, ma di che parlare con uno studente di
-medicina così patologicamente taciturno?
-</p>
-
-<p>
-— Il dottor Parenti è troppo buono con me...
-</p>
-
-<p>
-— Le vuol bene...
-</p>
-
-<p>
-— Non lo merito...
-</p>
-
-<p>
-— Oh! sì sì che lo merita!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<p>
-La fanciulla si è lasciata scappare queste parole con tanto
-candore che ne arrossisce essa stessa. Il silenzio diviene
-un'altra volta profondo; il signor Mario guarda i carboni
-accesi, confronta il pomello d'ottone delle molle col pomello
-d'ottone della paletta e nota che fanno un paio di pomelli
-d'ottone assolutamente simili, poi leva gli occhi al soffitto,
-li figge sulle pareti, sul pavimento, da per tutto fuorchè sul
-volto imporporato della fanciulla, la quale guarda i vetri,
-la volta, il pavimento ed il focolare, tutto fuorchè la faccia
-scura del signor Mario. Ed i canarini svolazzano per la
-gabbia, e spendono i loro trilli senza riuscire a farsi intendere.
-</p>
-
-<p>
-Quella situazione diventa sempre più imbarazzante, perchè
-Olimpia non trova assolutamente più nulla da dire, ed
-il signor Mario non pare nemmeno si dia la pena di
-cercare. L'aiuto della Provvidenza è indispensabile e deve
-giungere dall'uscio dello studio del dottore.... Oh! perchè
-non giunge?
-</p>
-
-<p>
-Non si mormori contro la Provvidenza; ecco, l'usciolo
-si apre e ne esce frettoloso l'ottimo babbo.
-</p>
-
-<p>
-Olimpia fa un lieve inchino e se ne svolazza via, lasciando
-il sorriso del dottore alle prese col broncio del signor
-Mario.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span></p>
-
-<h2 id="cap12">XII.
-<span class="smaller">IN CUI IL DOTTOR PARENTI INCOMINCIA UNA CURA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il dottore entra in materia senza preamboli;
-prende nelle proprie le mani del signor Mario
-e lo guarda fissamente in volto.
-</p>
-
-<p>
-— Mi devi promettere di essere schietto con me.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Mario, non preparato al repentino scongiuro,
-non risponde nulla; quel silenzio può significare cento cose,
-ma il dottor Parenti non istà in forse e si attiene all'interpretazione
-che gli conviene meglio.
-</p>
-
-<p>
-— Così va bene, dice egli; tu sai se ti sono amico e se
-di me ti puoi fidare; quel che ho da dirti, da un pezzo mi
-sta in mente; se tu sei uomo, la schiettezza non deve offenderti,
-ed io ti voglio parlar schietto.
-</p>
-
-<p>
-Mario leva fieramente il capo e pronunzia una sola parola,
-ma con molta fermezza:
-</p>
-
-<p>
-«Parli.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Parlo, prosegue a dire il dottore, fregando le palme
-della mano contro le ginocchia e dondolando lievemente il
-corpo; e dico che tu sei un gran colpevole verso tutti coloro
-che ti vogliono bene, che la tua tetraggine è un affanno
-per tuo padre e la tua taciturnità un'ingiuria per me. Chi
-sono io? Non te lo ricordi più? Una volta il signorino
-sapeva venire dal dottor Parenti; era il suo vocabolario
-medico, il suo balocco, il suo passatempo. Ma sissignori che
-a poco a poco ella mi si imbroncia, mi si rincupisce, mi
-fugge! È questo che ti hanno insegnato all'Università? Non
-sei ancora medico, e già mi tratti corno un tuo collega,
-odiandomi cordialmente. E Dio sa a quanti hai detto che
-io sono un asino calzato e vestito, coll'intenzione di rubarmi
-la clientela!
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti ha incominciato molto seriamente ed ha
-finito con un accento così burlesco, che lo stesso Mario è
-costretto, a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Lei scherza!
-</p>
-
-<p>
-— Io scherzo, sicuro che scherzo, voglio scherzare fino...
-alla fine; tu no, non ischerzi! In fede mia, la tua clientela
-è fatta fin d'ora; hai in te stesso un ammalato che ha bisogno
-di tutta la tua dottrina, se ne hai... se ne hai, perchè
-lo so io forse se ne hai? Ti sei tu degnato più di interrogare
-il tuo antico maestro? Alle corte, ecco quello che
-ti devo dire: se ti rimane ancora un briciolo di amicizia
-per me, esigo che tu mi confidi tutto quanto hai nel cuore...
-</p>
-
-<p>
-— Non ho nulla io!
-</p>
-
-<p>
-— E se della mia amicizia non t'importa, allora serba i
-tuoi segreti a chi ne sia più degno, e vattene, ma che almeno
-sappia con chi ho da fare.
-</p>
-
-<p>
-Il giovane, a queste ultime parole, china il capo sul petto
-con uno scoraggiamento profondo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti prosegue con dolcezza:
-</p>
-
-<p>
-— Via, dimmi tutto; una buona confessione può sanare
-molti mali, anche quando è fatta ad un cattivo medico. E
-poi, chi sa che io non abbia proprio il rimedio che ti abbisogna;
-il tuo <i>caso</i> non è disperato.... al contrario.... e ti
-prometto che se il rimedio dipende in qualche modo da me,
-io non saprò negartelo.
-</p>
-
-<p>
-In queste parole, pronunziate con lentezza e quasi con
-finta sbadataggine, è nascosta un'intenzione che al signor
-Mario sfugge interamente, perchè non batte ciglio, nè muta
-positura. Il dottore sta alquanto in forse, poi aggiunge:
-</p>
-
-<p>
-— Devo aiutarti a farmi questa confessione? Sì?... Ebbene,
-tu sei innamorato!
-</p>
-
-<p>
-Il giovane leva il capo con un moto repentino che il
-dottore, per generosità, finge di non vedere.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei innamorato e disperi, come fanno tutti gli innamorati,
-di veder mai avverato il tuo bel sogno. Non è
-così?...
-</p>
-
-<p>
-«Come fanno tutti gli innamorati...» è evidentemente
-un pleonasmo, perchè Mario dà una risposta che rovescia
-la regola generale.
-</p>
-
-<p>
-— Non è così, dic'egli, non potrebbe essere così, io non
-amerei mai alcuna fanciulla senza esser certo di poterla
-far mia.
-</p>
-
-<p>
-— Al cuore non si comanda, giovinotto.
-</p>
-
-<p>
-— Il mio cuore mi ubbidisce, risponde semplicemente
-Mario.
-</p>
-
-<p>
-— E poi le difficoltà, i contrasti...
-</p>
-
-<p>
-— Non vi sono difficoltà per chi ama.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo, benissimo, benissimo, ripete il dottor Parenti,
-curvandosi sempre più sul focolare e fregando con
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-crescente fervore le palme delle mani sulle ginocchia. Rimane
-adunque perfettamente stabilito che tu non sei innamorato.
-</p>
-
-<p>
-Mario non risponde nulla; l'altro prosegue:
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, mi dispiace dirlo, ma quando è così il negozio
-diventa più grave e ti fa maggior torto. Se non sei un
-innamorato, sei qualche cosa di peggio, un cattivo amico...
-</p>
-
-<p>
-— Dica tutto il suo pensiero, un cattivo figlio.
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene sì, un cattivo figlio! Io non so per quali
-pretesti il tuo cuore, che è buono, si mantenga in questa
-selvatichezza che fa tanto male a tutti; so che vi è un
-vecchio, il quale sperava di avere un figlio in te, e che tu
-fai di tutto per parere a lei un estraneo; so che quel vecchio
-soffre, e che tu soffri, e so che, invece di confortare la sua
-vecchiaia e te stesso, tu gli sei cagione di dolore e di affanno.
-</p>
-
-<p>
-Il volto del dottore è serio come nei momenti solenni, e
-la sua parola amorevole ha una gravità insolita; il giovine
-sembra fare un gran sforzo per mantenersi indifferente, ma
-l'occhio indagatore del medico gli si appunta in viso e non
-lo lascia un istante, finchè, incapace di dissimulare più
-oltre, Mario dà in un singhiozzo soffocato.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti balza in piedi, prende la testa del giovane
-fra le mani e se la tira sul petto come avrebbe fatto
-ad un fanciullo viziato. Non dice nulla.
-</p>
-
-<p>
-Mario si toglie a poco a poco a quel laccio amorevole, e
-leva gli occhi in alto per mostrare che non piange più.
-</p>
-
-<p>
-— Preferirei che tu piangessi, dice il dottore comprendendo
-il significato di quello sguardo, che ti spogliassi del
-tuo orgoglio insensato.
-</p>
-
-<p>
-— E che mi rimarrebbe allora? chiede fieramente il giovine.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La tua famiglia, un padre.
-</p>
-
-<p>
-— Io non ho padre, prorompe Mario con voce sorda. Dica
-pure che io sono un ingrato, l'ingratitudine è la mia sola
-virtù. Mi hanno dato una casa, un nome, una professione;
-cose ottime che io non chiedeva, e che accettai con giubilo;
-ma si vorrebbe che io scontassi tutto ciò a caro prezzo;
-che portassi scritto sulla fronte il benefizio ricevuto e lo
-pagassi coll'umiliazione e colla vergogna. È troppo caro;
-se non posso estinguere il mio debito, voglio almeno mostrare
-che la mia anima non si vende — sono un miserabile,
-lo so, ma non sono un vigliacco; meglio ingrato che
-codardo.
-</p>
-
-<p>
-Mario ha parlato con impeto ed ammutolisce a un tratto;
-il dottore osserva con voce commossa:
-</p>
-
-<p>
-— Il cuore di tuo padre è buono.
-</p>
-
-<p>
-— Chi lo sa?
-</p>
-
-<p>
-— E non vuole che un po' d'affetto...
-</p>
-
-<p>
-— Me n'ha egli dato dell'affetto? Quando io me gli
-mostrai amorevole, credette egli forse che la riconoscenza
-avesse in me preso gli aspetti dell'amor filiale? Lo credette
-egli mai? E quando io, coll'anima piena di affettuosa
-gratitudine, provando il bisogno d'essere stimato e di trovare
-un po' di quell'affetto che nissuno più doveva darmi
-in terra, feci di tutto per giungere al suo cuore, credette
-egli forse alla mia sincerità? Io era fanciullo, ma gli leggevo
-dentro meglio che egli non leggesse in me perchè
-avevo la doppia vista della sventura. E vidi, lo sa lei che
-vidi? Vidi che egli mi teneva per un egoista e per un
-dappoco. Fu buono, arrendevole, non mi lasciò mancare
-nulla, tranne la sola cosa che io spiava inutilmente nei
-suoi occhi: un pensiero di stima sincera, un sentimento di
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-vero affetto. Si era imposto il dovere di far di me suo figlio,
-ma non fu mai, un solo istante, mio padre.
-</p>
-
-<p>
-E poichè il dottor Parenti fa atto d'interromperlo, tace,
-ma continua a tentennare il capo come per respingere, innanzi
-di udirli, tutti gli argomenti che gli si possono opporre.
-</p>
-
-<p>
-Ma il dottore non ha argomenti veri da opporre a quel
-grido partito dal cuore; e se interrompe il dire affannoso
-del giovine, lo fa da medico accorto, perchè egli non si
-sfibri nell'impeto e gli rimanga forza di proseguire più
-pacato.
-</p>
-
-<p>
-— Vi fu certo un equivoco, gli dice; tuo padre è mio
-amico, e lo conosco come ti conosco, e più, perchè mi si è
-dato a conoscere più presto. Egli ti vuol bene.
-</p>
-
-<p>
-— Non lo creda, ribatte Mario amaramente; l'amore
-non passa se non dove prima è passata la fede, ed il cuore
-di quell'uomo non crede in nulla. Ho poco studiato nei libri;
-ho molto studiato nel cuore di... mio padre; appena
-mi avvidi del suo contegno con me, volli darmene ragione,
-e come gli ebbi letto dentro ciò che doveva fare d'un figlio
-affettuoso un indifferente, non passò giorno senza che io
-meditassi il mio nuovo supplizio; ogni sua parola, ogni
-sua opinione divennero oggetto di una tormentosa e puntigliosa
-analisi, che mi lasciava sempre più ebbro di dolore
-e di orgoglio; ma il mio dolore era la mia debolezza; il
-mio orgoglio, la mia forza; divenni ingrato.
-</p>
-
-<p>
-— Mario, dice il dottor Parenti pigliando la mano del
-giovine, tu hai cuore e ne ha egli pure; voi dovrete amarvi.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! ch'egli non sappia mai, prosegue Mario senza
-mostrare di aver inteso quelle parole; oh! ch'egli non sappia
-mai, se è vero che ha cuore, con quale occhio d'invidia
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-io ho guardato i miei fratelli che camminano per le vie
-come un gregge, che portano un camiciotto grigio ed hanno
-una sola famiglia, l'ospizio! Coloro almeno sono in diritto
-di non arrossire della loro sventura; a me quel diritto non
-rimane più; mi fu pagato con un nome, con un'educazione;
-agli altri resta il potere di serbarsi liberi, onesti e
-forti; a me non è concesso se non di parere un docile parassita
-od uno schiavo ribelle. Per chi ha anima d'uomo
-in petto, la massima infelicità non è il non aver padre, nè
-nome; ma è il portare un nome imprestato, è l'avere un
-padre che non è padre.
-</p>
-
-<p>
-La voce di Mario è passata per tutte le gradazioni della
-commozione e finisce in un rantolo.
-</p>
-
-<p>
-— Il tuo orgoglio è generoso, dice il dottore tanto per
-rompere l'affanno del silenzio; io lo stimo quello che vale,
-e vale molto; ma tu gli dai certo maggior prezzo che non
-abbia. Se tu avessi preso ad amare l'uomo che ti ha dato
-il suo nome e la sua casa, non avresti patito tante torture.
-Questo di buono ha l'affetto, che basta al cuore e ne caccia
-o vi soffoca le altre passioni...
-</p>
-
-<p>
-— S'inganna, interrompe il giovane coll'accento di una
-convinzione profonda; s'inganna; l'affetto è una malattia
-del cuore che ne rende più sensibili e più delicate le fibre;
-corrisposto, è un balsamo; non corrisposto, è un veleno;
-e se non si può cessare di amare, si odia.
-</p>
-
-<p>
-— Tu non hai cessato d'amarlo, dunque?
-</p>
-
-<p>
-Mario non risponde, e si alza in piedi con un moto risoluto.
-</p>
-
-<p>
-— Ho già detto troppo, ho già troppo sofferto. Lasci che
-me ne vada e grazie, grazie della sua amicizia.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore si alza anch'egli, e pone le sue mani sugli
-omeri del giovine.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il tuo male è grave, gli dice, ma spero di guarirti,
-poichè il cuore è sano.
-</p>
-
-<p>
-Mario scuote il capo melanconicamente e si allontana
-senza aggiungere parola. E il dottore, rimasto solo, si afferra
-il mento colla mano manca, il gomito manco colla
-mano destra, e rimane in quell'atto, immobile, senza avvedersi
-che Olimpia, l'angelo biondo della sua casa, fa il
-broncio in un canto.
-</p>
-
-<p>
-— Tu qui! dice finalmente togliendosi alla meditazione.
-E come hai fatto a venire senza ch'io ti abbia udita?
-</p>
-
-<p>
-— E come hai fatto tu a non udirmi?
-</p>
-
-<p>
-— È vero; ma che hai?
-</p>
-
-<p>
-— Ho che so tutto....
-</p>
-
-<p>
-— Tutto?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto!...
-</p>
-
-<p>
-— Avresti per caso origliato all'uscio?
-</p>
-
-<p>
-— Non ne sono capace!... Ma so tutto...
-</p>
-
-<p>
-— Tutto?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto...
-</p>
-
-<p>
-— Fammene sapere qualche cosa anche a me.
-</p>
-
-<p>
-— Io so perchè hai fatto venire il signor Mario, e so
-perchè sei andato nel tuo studiolo e mi hai lasciata sola
-con lui.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio! dice il dottor Parenti spalancando tanto
-d'occhi, e pensa fra sè e sè: «mia figlia è mia figlia!»
-</p>
-
-<p>
-— Tu hai creduto ch'io volessi bene al signor Mario!
-</p>
-
-<p>
-— Che! esclama il padre; ed ho sbagliato, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, io non gli voglio bene niente, proprio niente...
-Che ne importa a me del signor Mario?
-</p>
-
-<p>
-— È quel che dicevo anch'io; Olimpia ha quindici anni,
-e vuol bene soltanto alla sua bambola! Che deve importare
-ad Olimpia del signor Mario?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Nossignore, tu non dicevi questo, perchè tu non lo
-sapevi.
-</p>
-
-<p>
-— Ed ora che lo so, ti dico che la tua avvedutezza ti ha
-ingannata, e che ho fatto venire il signor Mario per altro...
-</p>
-
-<p>
-— Anche per altro, questo lo so.
-</p>
-
-<p>
-— E come lo sai?
-</p>
-
-<p>
-— Lo immagino; avete parlato un pezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Ci ascoltavi?
-</p>
-
-<p>
-— Propriamente no; stavo zitta per veder d'udire senza
-ascoltare. Ma dall'altra stanza non si sente nulla, ci sono
-due usci; se fossi stata nello studiolo, forse...
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti si affretta a soggiungere:
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, poichè la signorina è curiosa, vuol sapere
-che cosa il suo babbo aveva sospettato? Che ella non volesse
-niente affatto bene al signor Mario, ma che il signor
-Mario ne volesse a lei.
-</p>
-
-<p>
-— E non è vero niente!
-</p>
-
-<p>
-— E non è vero niente...
-</p>
-
-<p>
-— Bastava che l'avessi chiesto a me, ti avrei subito
-detto che il signor Mario non mi vuol bene.
-</p>
-
-<p>
-— E tu lo sapevi, tu?
-</p>
-
-<p>
-— Oh! sì, sì che lo sapevo!
-</p>
-
-<p>
-La piccola Olimpia ha una gran voglia di piangere, e
-corre nella sua stanza a versare nel seno della bambola la
-piena dell'immenso dolore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span></p>
-
-<h2 id="cap13">XIII.
-<span class="smaller">ANCORA DELLA CURA INCOMINCIATA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il dottor Parenti, dopo aver accompagnato cogli
-occhi la propria creatura, esce dalla stanza tentennando
-il capo, scende le scale, muove difilato verso
-il gabinetto del direttore e viene innanzi all'amico Fulgenzio,
-col viso, contro il costume, oscurato dal pensiero.
-</p>
-
-<p>
-Fulgenzio, sebbene intento ad esaminare documenti che si
-riferiscono a qualche nuovo membro della sua numerosa
-famiglia, è colpito alla prima dalla singolarità del caso
-che si legge sulla faccia del suo giovine amico, e si rivolge
-a lui colla premura impaziente di chi si aspetta una
-disgrazia.
-</p>
-
-<p>
-— Buone nuove! dice il dottore per tranquillarlo.
-</p>
-
-<p>
-— Buone nuove? ripete l'altro sbigottito, e me le rechi
-con quella faccia?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Hai visto tuo figlio? domanda il dottore mutando accento
-e spianando le rughe della fronte.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi parlar di lui.
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuto a posta per parlarti di lui...
-</p>
-
-<p>
-Il povero padre non risponde; l'altro soggiunge:
-</p>
-
-<p>
-— E per dirti una millesima volta che Mario ha cuore,
-che Mario ti vuol bene.
-</p>
-
-<p>
-— T'inganni, non ti credo, non ti voglio credere.
-</p>
-
-<p>
-— Tanto è vero che non m'inganno, quanto è vero che
-tu mi credi e che vuoi credermi.
-</p>
-
-<p>
-E dopo un istante di silenzio, durante il quale il direttore
-ha appuntato i gomiti al tavolino e stringe la fronte
-fra le mani, prosegue a dire, pronunziando le parole ad una
-ad una:
-</p>
-
-<p>
-— Mario ti vuol bene, la sua tetraggine ha la stessa
-origine della tua; al pari di te egli non si crede amato e
-ti nasconde l'amore.
-</p>
-
-<p>
-Le buone nuove sono come certe medicine che non bisogna
-trangugiare tutte d'un fiato; quelle parole cadute a
-goccia a goccia sul cuore del vecchio devono essere un
-balsamo, se bisogna giudicare dall'espressione di gioia quasi
-paurosa che si dipinge sulle sue severe sembianze.
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi dire?...
-</p>
-
-<p>
-— Voglio dire che tra te e tuo figlio ci è di mezzo l'orgoglio
-d'entrambi, risponde il medico con accento un po'
-scherzoso; se Domeneddio avesse voluto fare il miracolo di
-darti un figlio autentico, non avrebbe potuto dartene uno
-che avesse meglio di questo il marchio di fabbrica; Mario
-ti assomiglia.
-</p>
-
-<p>
-— Senti, interrompe Fulgenzio con voce commossa, tu
-non m'inganni, non è vero? perchè tu sei il mio amico
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-migliore; io ti domando in nome della nostra amicizia: non
-ti parve mai che la mia testa vacillasse?
-</p>
-
-<p>
-— Quale idea!
-</p>
-
-<p>
-— Idea vecchia e tormentosa! I melanconici compagni
-della mia esistenza possono avermi attaccato il loro male;
-a volte penso che io stesso sono forse un pazzo senza avvedermene,
-e che tu mi curi di nascosto.
-</p>
-
-<p>
-— Quale idea!
-</p>
-
-<p>
-— Idea da pazzo!...
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, idea da pazzo, e da pazzo della peggior specie
-che io conosca.
-</p>
-
-<p>
-Ed il dottor Parenti sghignazzava così allegro, che è
-impossibile proseguire in quell'argomento.
-</p>
-
-<p>
-— Mario dunque?...
-</p>
-
-<p>
-— Mario si è accorto che tu non avresti stimato l'affetto
-che voleva darti se non come una moneta di basso
-conio, ed ha nascosto il suo borsello... E ti so dire che è
-un borsello gonfio, grosso così, e che ci è dentro un bel
-gruzzolo di napoleoni d'oro lampanti, e che potrebbe essere
-tutto tuo, solo che tu volessi. Non dico che Mario abbia
-tutta la ragione, ma ha certo il minor torto...
-</p>
-
-<p>
-— Il maggior torto...
-</p>
-
-<p>
-— L'hai tu; non stare a ribattere, l'hai tu. A te, esperimentato
-dagli anni, toccava leggere in quel libro aperto,
-che è il cuore della giovinezza, e fu lui il primo a leggere
-nel tuo libro chiuso. Se tu, invece di immaginare di aver
-tutto fatto col benefizio, ti fossi dato pensiero di studiare
-l'indole di tuo figlio, avresti saputo che egli è superbo, e gli
-avresti risparmiato il peso della gratitudine sollevandolo
-coll'amore. Dovevi mostrarti padre, e non sapesti essere
-che un benefattore. Le tue massime, tutto lo scetticismo
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-dell'educazione che è passato sulla tua anima, lasciandola
-miracolosamente buona, non facevano per Mario se non
-affermare la sua salda credenza che, ritrovando un padre,
-non aveva cessato d'esser orfano.
-</p>
-
-<p>
-— E come sai tutto ciò? chiede sospettoso il signor Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Me l'ha detto egli stesso; ho avuto con lui un colloquio
-or ora; piangeva...
-</p>
-
-<p>
-— Piangeva!... Ed ha detto che mi ama?
-</p>
-
-<p>
-— Ha detto che ti ama...
-</p>
-
-<p>
-Il dottore sa benissimo che ha invece detto di odiarlo;
-ma per lui è tutt'uno.
-</p>
-
-<p>
-Succede un lungo silenzio. Il vecchio preme più forte la
-fronte colle mani, ed il dottore lo guarda intento.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa mi consigli di fare? dice alla fine il direttore
-senza levare il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa ti consiglia di fare il tuo cuore?
-</p>
-
-<p>
-— Il mio cuore è impotente; io non so neppure se mi
-rimanga un cuore per altro che per soffrire; e il mio orgoglio
-si ribella. S'egli...
-</p>
-
-<p>
-Il dottore comprende e l'interrompe.
-</p>
-
-<p>
-— Non verrà... nè tu devi andare a lui; ma bisogna che
-v'incontriate sulla stessa via per caso; le parole non valgono;
-al punto in cui sono le cose, occorrono le opere: tu
-devi dargli una prova del tuo amore, senza che te la chieda
-e senza mostrar di volergliela dare.
-</p>
-
-<p>
-— E quale?
-</p>
-
-<p>
-— Non lo so; so per altro che Mario mi nasconde un
-segreto che mi bisogna scoprire. Stamane mi pareva di averci
-posto la mano sopra, ed ho sbagliato.
-</p>
-
-<p>
-— Spiegati.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Credevo che Mario si fosse innamorato di mia figlia,
-e che perciò fosse tetro e taciturno.
-</p>
-
-<p>
-— E non è vero, per buona sorte?
-</p>
-
-<p>
-— Per buona sorte! Ecco una parola che non è da
-padre.
-</p>
-
-<p>
-— Mario in faccia al mondo sarà sempre un orfano.
-</p>
-
-<p>
-— Lascia che questo lo pensi lui, come fa pur troppo,
-ma tu non lo dire. Se il mio sospetto si fosse avverato...
-</p>
-
-<p>
-— Avresti allontanato tua figlia...
-</p>
-
-<p>
-— L'avrei data in moglie a Mario.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio aveva una esclamazione ammirativa
-sulle labbra, ma la trattenne, vergognoso di parer più debole
-dell'amico.
-</p>
-
-<p>
-— Disgraziatamente avevo visto le cose alla rovescia.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero, ed è invece verissimo che Olimpia vuol
-bene a Mario.
-</p>
-
-<p>
-— Ti pare?
-</p>
-
-<p>
-— Ne sono sicuro; non tanto però quanto ne vuole alla
-sua bambola, e questo mi conforta. Torniamo a Mario; il
-poveretto ha dunque un altro segreto.
-</p>
-
-<p>
-— Quale?
-</p>
-
-<p>
-— Quando lo saprò non sarà più un segreto.
-</p>
-
-<p>
-Il disgraziato padre è venuto a poco a poco abbandonando
-il cuore alla gioia della nuova rivelazione, ed a queste parole,
-incapace di trattenersi, si alza commosso e si butta
-nelle braccia dell'amico.
-</p>
-
-<p>
-— E non ti pare che la mia testa vacilli, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Al contrario, mi pare; oh! se mi pare!
-</p>
-
-<p>
-L'avete udita la risata sonora che prorompe dal labbro
-del dottor Parenti?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span></p>
-
-<h2 id="cap14">XIV.
-<span class="smaller">QUATTRO MILA E SEICENTO LIRE
-ALLA CASSA DI RISPARMIO DI MILANO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Che fa Donnina? I passeri le hanno cantato una
-bella canzone per risvegliarla; e ne aveva bisogno,
-sebbene tenesse gli occhi aperti. È scesa
-da basso, lieta di non essere stata prevenuta, come la
-vigilia, da mamma Teresa, e vuole che la vecchia abbia a
-trovare ogni cosa in ordine quando si desterà. Vedete come
-corrono agili quelle manine gentili! In breve ora tutto è
-in sesto; «già non ci vuol molto!» direbbe mamma Teresa.
-</p>
-
-<p>
-Quando ha finito, siede accanto al focolare per invigilare
-il bricco dove riscalda l'acqua del caffè, e pensa.
-Pensa prima di tutto che mamma Teresa tarda più del solito
-a comparire, e che ci sarà tempo di prepararle un magnifico
-stupore, facendole trovare il caffè fatto.
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-Oh! il magnifico stupore!... E verrà poi oggi? Ne riceverà
-almeno notizie?... Chi?...
-</p>
-
-<p>
-Ripetano pure i passeri le loro più belle canzoni ed il
-focolare scoppietti allegramente, e il bricco del caffè incominci
-a canticchiare, e mamma Teresa tardi pure a discendere,
-tutto ciò non può fare che Donnina non pensi ad
-Ognissanti. E verrà poi oggi? E ne riceverà almeno notizie?...
-Non è più sola; i cari fantasmi le fanno compagnia.
-</p>
-
-<p>
-Possiamo lasciarla, e andare nella camera dei vecchi perchè
-assolutamente mamma Teresa tarda troppo a discendere.
-Dalla porta socchiusa si può vedere la vecchia, che passeggia
-per la camera a gran passi, continuando a dire di sì; e la
-testa di maestro Ciro, coperta ancora da un berretto da notte
-non meno bianco dei suoi capelli, che segue cogli occhi tutti
-i movimenti della terribile donna ed accenna quasi impercettibilmente
-di no.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, conchiude mamma Teresa, piantandosi improvvisamente
-in faccia al marito, che diviene immobile d'un
-tratto; sì, chi manda denaro di nascosto, ha cattive intenzioni.
-</p>
-
-<p>
-— Il beneficio che si nasconde, dice maestro Ciro coll'accento
-con cui enuncia le definizioni ai suoi allievi, il
-beneficio che si nasconde...
-</p>
-
-<p>
-Ma la terribile compagna non lo lascia finire.
-</p>
-
-<p>
-— Tutto ciò che si nasconde ha paura di essere veduto,
-ed io sostengo ancora che dopo quest'elemosina mi diventa
-più inesplicabile, e temo peggio pell'avvenire della nostra
-Donnina.
-</p>
-
-<p>
-Evidentemente si parla d'Ognissanti. «E chi altri mai,
-aveva detto la vecchia nel ricevere l'avviso postale che annunziava
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-l'arrivo di una somma, può mandarci mille lire? — <i>mille
-lire!</i> — al domani della sua apparizione?
-</p>
-
-<p>
-— E se non fosse lui? osservò un'altra volta il maestro
-di scuola.
-</p>
-
-<p>
-— E dalli, coi tuoi dubbi! dev'esser lui. Non ha avuto
-bisogno di comparire a Donnina di notte, come fanno i
-malfattori? E non le ha forse taciuto l'esser suo?
-</p>
-
-<p>
-— È vero, ma pensa che non è la prima volta che noi
-riceviamo del denaro senza sapere chi ce lo mandi. Sono
-oramai cinque anni.
-</p>
-
-<p>
-— Appunto. E sono sei anni che Ognissanti partì col
-padre a cercar la fortuna; l'avranno trovata subito, e chi
-sa in quali strade.
-</p>
-
-<p>
-— Teresa, il sospettare del prossimo...
-</p>
-
-<p>
-— Non sono sospetti, sono fatti; tu già colla tua placidezza
-finirai col farmi andare all'altro mondo più presto.
-</p>
-
-<p>
-— Teresa... mormora il vecchio con voce compassionevole.
-</p>
-
-<p>
-— Eh! via, ripiglia la vecchia, ti pare che io dica sul
-serio? ma se ti vedessi una volta andare in collera, credo
-che mi toglieresti dieci anni di dosso. Ti dico che quell'Ognissanti
-io l'ho visto co' miei occhi, e che se mi sono
-lasciata pigliare alle parole di Donnina, tanto tanto ho
-subito detto a me stessa: «quel giovine è una vecchia
-birba e vuol perdere la nostra creatura.» Le prime impressioni
-non si cancellano, ed ora mi pare di vedermelo
-lì dinanzi... come lo vedevo... ed il suo denaro glielo vo'
-buttare sul viso appena osi portarlo a tiro, e gli voglio
-dire... lo so io che cosa gli voglio dire.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro si tira le coltri fin sotto il mento e minaccia
-di sparire.
-</p>
-
-<p>
-— Mille lire! ripiglia la vecchia, mille lire! E sono là
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-a B... a nostra disposizione, e non ci rimane che andarle a
-prendere. Mille lire! Hai tu mai visto come sono fatti i
-biglietti da mille?»
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio sorride come farebbe un banchiere e non risponde.
-</p>
-
-<p>
-— E dire che noi credevamo di poterli spendere onestamente,
-aggiunge, quei denari che parevano piovuti dal cielo!
-Non erano mai tanti come questa volta; e pure quanto piacere
-ci davano!
-</p>
-
-<p>
-— Potrebbe essere....
-</p>
-
-<p>
-— Eccolo lì l'uomo del potrebbe o non potrebbe; non
-sei ancora ben sveglio dai tuoi sogni?
-</p>
-
-<p>
-— E mi sveglio mal volontieri, anzi non voglio svegliarmi
-punto. Se anche questi denari non vengono da un padre...
-</p>
-
-<p>
-— Se anche!...
-</p>
-
-<p>
-— Nissuno mi leva dal capo che Donnina è figlia di
-qualche principe o di qualche nobilone ricco a milioni, e
-che un giorno ritroverà la sua fortuna.
-</p>
-
-<p>
-— Bei nobili da milioni, che le lascerebbero patire anche
-la fame se non fosse...
-</p>
-
-<p>
-— E se invece quei denari sono, come abbiamo sempre
-creduto?...
-</p>
-
-<p>
-— Abbiamo sempre creduto ciò che non è; questi danari
-e gli altri vengono da Ognissanti, e sa Dio che origine
-hanno, e non bisogna tenerli proprio.
-</p>
-
-<p>
-— Mille lire! dice maestro Ciro ad alta voce, come parlando
-fra sè e sè, mille lire aggiunte alle altre farebbero
-quattromila e seicento lire... al sicuro... là negli scrigni
-della Cassa di Risparmio, a Milano, finchè Donnina avesse a
-prendere marito; allora si andrebbe a pigliarle tutte, e si direbbe
-a Donnina: «Questa è la dote, non te l'abbiamo fatta
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-noi, perchè siamo poveretti, ma i tuoi parenti, i quali devono
-essere qualche cosa di grosso...»
-</p>
-
-<p>
-— Non le si direbbe nulla di tutto ciò per non farla
-soffrire.
-</p>
-
-<p>
-— È vero... Ma!
-</p>
-
-<p>
-Questo <i>ma</i>, preceduto e seguito da un sospiro, significa
-che tutto ciò è un sogno, e che se si hanno a restituire le
-mille lire, bisognerà, a rigore, restituire anche le altre, così
-bene al sicuro negli scrigni della Cassa di risparmio di
-Milano...
-</p>
-
-<p>
-— Ma!... ripete con un altro sospiro mamma Teresa, la
-quale capisce le cose a volo... addio dote! addio avvenire!
-bisognerà dare Donnina ad un poveretto o lasciarla sola
-nel mondo a soffrire.
-</p>
-
-<p>
-Quest'idea è più forte dello scrupolo; la vecchia soggiunge:
-</p>
-
-<p>
-— Nossignore, non bisogna restituir nulla, questi denari
-sono stati mandati a te, non è vero che sono stati mandati
-a te? Ci è forse in paese un altro <i>Egregio signor Ciro
-Neri, maestro delle scuole comunali</i>?
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro protesta col capo che non ce n'è nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— E non sei tu l'<i>Egregio Signor Ciro Neri, maestro
-delle scuole comunali</i>?
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio sorride come por attestare la propria identità.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque questi denari sono tuoi, e farai bene a tenerli.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, e li terrò per far la dote a Donnina — fossero
-anche...
-</p>
-
-<p>
-— Fossero anche dell'inferno... Non gli hai mica chiesti
-a nessuno tu! nè rubati! Sono danari mandati a te, che
-tu riscuoti facendo la tua bella firma sul vaglia — sono
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-danari tuoi. Tu non stai a domandare chi li manda, e
-d'onde vengano, o perchè; sei uno spensierato tu, uno scimunito,
-uno che non sa far altro che la sua firma, e mettere
-in tasca il danaro...
-</p>
-
-<p>
-— Verissimo, grida giubilante il vecchio, io sono uno
-spensierato, uno scimunito, non so nulla io, e non voglio
-saper nulla. Ora mi alzo e vado subito a B... per riscuotere...
-</p>
-
-<p>
-— Già, credi che ti lasci andare solo fino a B... col freddo
-che fa?
-</p>
-
-<p>
-— Non ho freddo io...
-</p>
-
-<p>
-— E poi la scuola...
-</p>
-
-<p>
-— È vero, mi era uscita di mente anche la scuola.
-</p>
-
-<p>
-— Ci andrò io, tu scriverai il tuo nome sotto questo
-pezzo di carta..... mi conoscono a B..... Tutti sanno che da
-quarantacinque anni sono tua moglie....
-</p>
-
-<p>
-— Bravissima! e non si hanno a restituire a nessuno!
-</p>
-
-<p>
-— A nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— E domani stesso andremo a Milano a portarli alla
-Cassa di Risparmio...
-</p>
-
-<p>
-— Che felicità!
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio maestro di scuola, nel fervore della gioia, è
-uscito a mezzo il corpo dalle lenzuola, ma la sua formidabile
-compagna gli corre addosso e lo obbliga a rientrare
-nel guscio.
-</p>
-
-<p>
-— E bada bene a non levarti prima che io ti abbia
-scaldato i panni.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro vede in aria il dito minaccioso della sua
-piccola tiranna senza nemmeno spaventarsi. Eroico maestro
-Ciro! E quando è solo, egli osa levare le braccia al cielo
-in atto di ringraziamento, e ridere di quelle minacce, e
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-dire a voce alta: «Gran buona donna! Tutta fuoco! ha
-quindici anni quella creatura! ha quindici anni non ancora
-compiti! E finisce sempre col fare a modo degli altri!»
-</p>
-
-<p>
-Si frega le mani, il furbo, e sorride lungamente per conchiudere:
-«Gran buona donna! peccato che non sappia
-leggere!»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span></p>
-
-<h2 id="cap15">XV.
-<span class="smaller">IL SIGNOR MAESTRO SPIEGA LA MOLTIPLICAZIONE.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Chi non ha visto mamma Teresa colla sua veste
-di lana nera, tagliata alla moda di mezzo secolo
-fa, collo sciallo nero ricamato a gran fiorami in
-rilievo, e l'enorme cappellino, ultima reliquia d'una razza
-spenta di colossi, non ha visto mai nulla di bello. L'oste
-della <i>Salute</i>, da persona igienica che sa quanto bene al
-sangue faccia un grazioso spettacolo, e quanto i graziosi
-spettacoli sieno rari in paese, è venuto sull'uscio e sorride
-un sorriso che non ha prezzo. Due o tre donnicciole, dopo
-aver dato il buon giorno alla vecchierella, si voltano a
-guardarla, e maestro Ciro, ritto nel piccolo vano della porta
-della scuola, segue cogli occhi la compagna, finchè alla
-prima cantonata ella si volge a fargli un cenno d'addio che
-ad altri potrebbe parere una minaccia.
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio si frega le mani fervorosamente e spira dalla
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-faccia rubiconda una benevola felicità. Gli scolari che giungono
-in frotta, e se ne intendono, dicono a sè stessi che
-il signor maestro è di buon umore, ed il signor Nosedi,
-che non ha studiato la lezione, si confida col signor Pastori,
-il quale gli assicura che oggi la passerà liscia... se pure
-non si avrà <i>brevis letio</i>. <i>Brevis letio!</i> La magica parola
-corre per tutta la scolaresca, ed in breve le panche stesse
-sembrano far festa. L'aria è solcata in tutte le direzioni da
-pallottole di carta masticata che si attaccano alle pareti ed
-al soffitto; col pretesto di deporre sull'ampio camino il ceppo
-che ogni studioso di A... deve contribuire due volte la settimana,
-i più arditi monelli si armano delle molle o della
-paletta e fanno le evoluzioni militari, si mettono a sedere
-sul vecchio seggiolone di cuoio del signor maestro, e si somministrano
-vicendevolmente qualche pugno.
-</p>
-
-<p>
-E il signor maestro continua a starsene immobile nel vano
-dell'uscio, mostrando di non avvedersi di nulla, voltando
-ogni tanto il capo, ma col pensiero a mamma Teresa, a
-Milano, alla Cassa di Risparmio, a Donnina alla dote.
-</p>
-
-<p>
-E non si scuote finchè il chiasso diviene così assordante
-da sembrare una rivoluzione. Allora si volta e gira l'occhio
-intorno intorno. I piccoli monelli subito fanno a gara a chi
-guarda più attentamente il libro ed a chi mormora più a
-bassa voce la lezione, e il signor maestro conchiude la sua
-severa occhiata dicendo tra sè e sè: «Nessuno mi farà credere
-che Donnina non sia la figlia d'un principe o d'un
-duca, o almeno d'un milionario». Intanto, coll'occhio amorevole,
-guarda verso il focolare lontano, dove la figlia del
-principe, del duca o del milionario è circondata da cinque
-marmocchi, alti due spanne l'uno, a cui essa insegna a balbettare
-a bassa voce l'<i>abbici</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Pastori ed altri sei o sette signori sono uno
-alla volta pregati molto compitamente dal signor maestro
-di dire la lezione. Le campane del paese dovrebbero sonare
-a festa perchè tutta la generazione nuova di A.... ha detto
-i due paragrafi della dottrina cristiana ed ha coniugato un
-verbo senza sbagliare nemmeno una sillaba; perfino il signor
-Nosedi trova il modo di farsi dir bravo recitando ad
-occhi bassi. È sempre stato eccessivamente timido quel signor
-Nosedi! si ha da incoraggiarlo... «tenga la testa alta.»
-La rialzerà quando avrà finito, ma se ha da dire la lezione
-bisogna che abbassi gli occhi a guardare sotto la panca — è
-un vizio organico.
-</p>
-
-<p>
-Ha finito anch'egli, «Bravissimo!»
-</p>
-
-<p>
-Dal canto suo Donnina non ha mai trovato i suoi cinque
-allievi più intelligenti; sono un prodigio di talento, anzi
-cinque prodigi di talento e trattano le lettere dell'alfabeto
-proprio come vecchie conoscenze. Vedrete ora come scriveranno!
-Donnina piglia i loro cartolari, ed in certe pagine
-assai più nere che bianche fa la traccia, cinque belle aste
-colla coda, che di solito si moltiplicano sotto gli occhi della
-maestra.
-</p>
-
-<p>
-Quest'oggi però la maestra non sa star ferma, ha bisogno
-di muoversi, di andar nella sua camera, di trovarsi sola,
-perciò raccomanda ai suoi allievi di fare attenzione ed esce
-sulla punta dei piedi per non disturbare il babbo, il quale,
-tutto attento a fare sulla lavagna una magnifica sottrazione,
-la guarda colla coda dell'occhio, e ripete fra sè e sè: «nessuno
-mi toglie dal capo che quella figurina da nicchia diventerà
-una duchessa, una principessa, ricca a milioni.»
-</p>
-
-<p>
-E rivede col pensiero per la centesima volta l'ufficio postale
-di B..., mamma Teresa, e la Cassa di Risparmio, e le
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-4600 lire in biglietti di Banca. Dalla finestra della sua
-camera Donnina guarda il sole di quello splendido mattino,
-gli alberelli freddolosi e la pianura scintillante di neve,
-senza vedere in tutto ciò altro che Ognissanti.
-</p>
-
-<p>
-Passano ogni tanto carrettieri e contadine con cesti e
-sporte e cogli zoccoli che picchiano sordamente sul ghiaccio,
-passano carrozze affrettate. Tutta quella gente ha uno scopo,
-una meta, a cui si propone di arrivare... Ognissanti non
-arriva. Ma ecco un'altra carrozza; questa, invece di andar
-oltre, lasciandosi alle spalle il paese, entra di corsa nella
-via maestra. Il cuore di Donnina fa uno scampanio di
-festa... la carrozza si ferma innanzi all'osteria della <i>Salute</i>,
-qualcuno n'esce... è lui... non è lui... è un piccolo
-signore, che ha l'aria cittadinesca non ostante un ampio
-cappello di feltro a larghe tese; quell'uomo entra nell'osteria,
-e subito la carrozza si allontana senza voltare.
-</p>
-
-<p>
-Ah! Donnina ha mandato un grido di gioia. Questa volta
-non è più una carrozza, nè una contadina, nè un carrettiere;
-quello che essa vede in fondo alla strada è lui...
-proprio lui... Ognissanti!
-</p>
-
-<p>
-Nell'impeto della gioia non nota che l'uomo dall'aria
-cittadinesca e dal cappello di feltro, si è arrestato sulla soglia
-dell'osteria e la guarda curiosamente dietro i vetri.
-</p>
-
-<p>
-«Volendo moltiplicare un numero per dieci gli si aggiunge
-uno zero; pigliamo un numero qualunque: quattro
-mila e seicento, per esempio, se voglio moltiplicarlo per
-dieci, aggiungo uno zero ed avrò quarantasei mila; se voglio
-moltiplicarlo per cento, aggiungo due zeri ed avrò
-quattrocentosessantamila; ma io lo moltiplico per mille, ed
-aggiungo tre zeri ed avrò quattro milioni e seicentomila!
-Quattro milioni e seicentomila! E tutto ciò aggiungendo
-soli tre zeri».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-</p>
-
-<p>
-E maestro Ciro, nel suo entusiasmo moltiplicatorio, traccia
-una dozzina di zeri fino a formare un numero favoloso
-che le paia degno della sua Donnina.
-</p>
-
-<p>
-Gli scolari guardano sbigottiti al miracolo compiutosi
-sotto i loro occhi, senza capirne molto; ma in quella s'apre
-la porta che mette verso strada, e l'altra che mette in cucina;
-appariscono ad un tempo Donnina ed Ognissanti.
-</p>
-
-<p>
-Il signore dal cappello a larghe tese ha continuato a
-guardare dietro i vetri senza badare all'oste della <i>Salute</i>,
-il quale, per accoglierlo degnamente, ha in pronto il suo
-più bel sorriso della domenica.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span></p>
-
-<h2 id="cap16">XVI.
-<span class="smaller">OGNISSANTI ED IL SIGNORE DAL CAPPELLO
-A LARGHE TESE.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-All'apparire d'un uomo vestito meglio dell'oste,
-del sindaco e del farmacista, la scolaresca si è
-rizzata in piedi con un movimento concorde, che
-di solito riesce di molto effetto e solletica l'amor proprio del
-maestro. Questa volta però Donnina soltanto ne rimane
-impressionata; vedendosi dinanzi quella triplice schiera di
-monelli, a cui non aveva pensato nel discendere, non osa
-inoltrarsi, domanda scusa con un angelico sorriso, e ritorna
-indietro. Quanto a maestro Ciro, egli non capisce nulla, o
-piuttosto gli par di capire troppe cose in un punto — che
-è tutt'uno; ritto sulla cattedra, guarda verso il giovinotto
-come sbigottito.
-</p>
-
-<p>
-Il giovinotto, appena vede sparire la fanciulla, si accosta
-al vecchio con franchezza e gli dice: «Io sono Ognissanti!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il maestro di scuola gli prende le mani, lo scosta da sè,
-ed allontana il capo per vederlo meglio, fino a tanto che
-non lo vede più perchè le lagrime gli fanno velo agli occhi,
-ed esclama: «È proprio lui! è proprio lui!»
-</p>
-
-<p>
-Eccoli nelle braccia l'uno dell'altro. Per la scolaresca
-rimasta in piedi corrono occhiate che hanno un gran significato;
-i più ardimentosi nascondono il capo dietro le
-spalle del vicino e pronunziano la parola d'ordine: <i>brevis
-letio</i>, sperando di farne venire la buona idea al maestro;
-ma siccome costui non pare udirli, ed esce dalla cattedra,
-un altro la ripete più forte coll'accento di chi dà un buon
-consiglio del tutto disinteressato.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro sa però il fatto suo, e non vuole che gli
-scolari siano visti per le strade nell'ora della scuola. «Raccomando
-a lor signori di star buoni, io sono di là ed odo
-tutto» — ed esce tirandosi dietro Ognissanti.
-</p>
-
-<p>
-Non era andata molto lontano Donnina, perchè appena
-Ognissanti passa l'uscio, egli se la vede innanzi colla testa
-alta, cogli occhi illuminati da una espressione di profonda
-felicità. La fanciulla gli porge la mano con un atto schietta
-ed affettuoso, ed Ognissanti la prende timidamente fra le sue.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro li guarda entrambi, confronta la serenità
-robusta del corpicino di fata della sua creatura e l'atto
-quasi pauroso di quel magnifico pezzo di giovinotto vestito
-alla cittadinesca, e riesce, non so per qual labirinto di logica,
-a conchiudere che sono fatti l'uno per l'altra.
-</p>
-
-<p>
-La timidezza di Ognissanti svanisce presto; rialza il
-capo, e guardando il vecchio maestro, gli dice:
-</p>
-
-<p>
-— Vi ricordate di me?
-</p>
-
-<p>
-— Se me ne ricordo! tu eri, lascia che io ti parli così,
-tu eri il mio orgoglio, la mia consolazione, il mio amico;
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-quando ti insegnavo il poco che sapevo, dicevo a me stesso:
-«Ognissanti diventerà qualche cosa di grosso, perchè ha
-una testa...» non ho sbagliato, mi pare!
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo, guarda superbamente il giovine da capo a
-piedi, come per misurare la grandezza dell'opera sua. «Sei
-proprio il mio capolavoro, tu, sei proprio il mio capolavoro!»
-</p>
-
-<p>
-Ognissanti pare turbato da quelle parole, e soggiunge
-melanconicamente:
-</p>
-
-<p>
-— Io chieggo solo di non parere indegno del vostro affetto.
-</p>
-
-<p>
-— Indegno!
-</p>
-
-<p>
-— E perciò vi domando se vi ricordate di me, e se mi
-credete capace d'una bassezza o d'una menzogna.
-</p>
-
-<p>
-— D'una bassezza tu! Il cielo mi danni se me lo faranno
-credere mai.
-</p>
-
-<p>
-— E tu, Donnina?
-</p>
-
-<p>
-Donnina non trova parole; ma quali parole possono valere
-quel sorriso, quello sguardo sereno, quella stretta di
-mano tenace?
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, soggiunge Ognissanti, maestro Ciro, se me
-ne credete degno, io vi chiedo la mano di Donnina.
-</p>
-
-<p>
-— Ed io te l'accordo, la mia Teresa te l'accorda, tutti
-te l'accordano. Ma ci devi dire...
-</p>
-
-<p>
-— Che io amo Donnina, che farò la sua felicità, che essa
-farà la mia, che da quando l'ho lasciata non ho nemmeno
-con un pensiero fatto cosa che possa rendermi immeritevole
-del suo amore... tutto ciò lo giuro.
-</p>
-
-<p>
-— Non bisogna giurarlo, e nemmeno dirlo; ti si legge
-in volto... ma la mia Teresa... la miglior creatura della
-terra in fondo... ed una testa!... peccato che non sappia
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-leggere!... la mia Teresa per esempio vorrà sapere che ne è
-di tuo padre.
-</p>
-
-<p>
-— È morto.
-</p>
-
-<p>
-Il maestro di scuola ammutolisce un momento e si sente
-il cuore gonfio non così per la notizia, come per racconto
-lagrimevole con cui Ognissanti ha pronunziato la triste
-parola.
-</p>
-
-<p>
-— Perdona, se ti ho rammentato un dolore!... e poi
-vedi, la mia Teresa, ne sono sicuro, vorrà sapere che fu
-di te in questo tempo, e come e perchè non ci desti mai
-tue novelle, e poi...
-</p>
-
-<p>
-Lo sguardo del vecchio dice chiaro il suo pensiero. Ognissanti
-lo interrompe.
-</p>
-
-<p>
-— Non badate alle apparenze, io sono povero.
-</p>
-
-<p>
-— Povero!... proprio?... cioè, poichè lo dici, lo
-credo.
-</p>
-
-<p>
-Donnina non fa un atto, non dice parola a dimostrare
-che approvi o disapprovi le domande del vecchio padre.
-Per essa tutto è indifferente, fuorchè l'amore del suo Ognissanti,
-e l'amore è prima di tutto fede sterminata e senza
-condizioni.
-</p>
-
-<p>
-— Io sono povero, ripete Ognissanti, non ho null'altro
-che un avvenire, e l'offro a Donnina; essa è povera
-come me.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, Donnina è povera, dice maestro Ciro con un
-risolino impercettibile — e chiude gli occhi per vedere lo
-scrigno della Cassa di Risparmio di Milano, e si frega le
-mani per contenersi.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi chiedete altro, soggiunge Ognissanti; non è
-ancora il momento di dirvi tutto; è un povero segreto e
-ve lo nasconderò ancora per poco; se m'interrogate, per
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-non mentire, vi dirò tutto, ma non mi comprenderete e vi
-sembrerò diverso da quello che sono.
-</p>
-
-<p>
-— Io ho fede, dice Donnina, e non voglio saper altro.
-</p>
-
-<p>
-— Ed anch'io ho fede e non voglio saper altro; cioè,
-voglio sapere una sola cosa; tu sei povero, non ne dubito,
-ma ci è povero e povero... quanto sei povero tu?
-</p>
-
-<p>
-— Più che non crediate; questi abiti che porto in dosso
-non mi appartengono; io stesso non mi appartengo...
-</p>
-
-<p>
-— Che dici?
-</p>
-
-<p>
-— No, io mi appartengo, l'avvenire mi appartiene, soggiunge
-Ognissanti con forza, è la mia sola ricchezza, dopo
-Donnina.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto il sordo mormorio della scolaresca ha
-preso le proporzioni d'un vero tumulto. A star bene attenti,
-si può udire la voce ingrossata d'un monello, il quale
-si studia d'imitare il signor maestro, per imporre silenzio,
-ottenendo, perchè la satira sia più piacevole, che si gridi
-più forte.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro non può lasciar malmenare di tal guisa la
-sua dignità magistrale, e lascia un istante i due innamorati
-per portare il suo formidabile aspetto nelle file dei
-piccoli rivoltosi.
-</p>
-
-<p>
-Rimasti soli, Ognissanti guarda fissamente in volto Donnina,
-e dice:
-</p>
-
-<p>
-— Domani dovrò partire, andar lontano da te, e non
-più vederti per qualche mese; e forse quando sarò di ritorno
-non potrò ancora farti mia... non ti stancherai di aspettare,
-non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Ho aspettato sei anni, posso aspettare ancora.
-</p>
-
-<p>
-— Addio, dunque, per ora.
-</p>
-
-<p>
-La mano del giovine afferra tremante quella di Donnina.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Addio, risponde la fanciulla con accento fermo e tranquillo,
-ed avvicina ella stessa la fronte alle labbra di Ognissanti,
-che vi imprimono un bacio fuggitivo.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro, che rientrava in quella, si volge indietro
-e mette il capo fuor dell'uscio a raccomandare un'ultima
-volta il silenzio a suoi scolari.
-</p>
-
-<p>
-Quand'egli si determina finalmente ad entrare, Ognissanti
-ha il volto imporporato dal rossore, e Donnina gli sorride
-senza sgominarsi.
-</p>
-
-<p>
-«Essa è innocente ed egli è timido» pensa il maestro
-di scuola, e conchiude alla sua maniera, fregandosi fervorosamente
-le mani.
-</p>
-
-<p>
-Un quarto d'ora dopo il giovine dà un'ultima volta l'ultimo
-addio, bacia le rughe del vecchio, stringe la mano
-della sua fidanzata, e s'allontana, comprimendosi il cuore
-che vuole uscirgli dal petto, finchè, giunto alla svolta dello
-stradale, balza dentro una carrozza che l'aspetta, e via di
-corsa. Press'a poco nell'istesso momento, il signore dal
-largo cappello di feltro, attraversata l'unica via di A...,
-raggiunge la sua carrozza che l'aspetta, vi balza dentro, e
-via anch'egli di corsa.
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-— Mio caro Fulgenzio, guardami bene, perchè tu hai
-dinanzi un uomo soddisfatto di sè medesimo.
-</p>
-
-<p>
-Al direttore del manicomio, per una vecchia abitudine,
-passa per un istante in mente che gli stia invece innanzi
-un pazzo; ma il volto del dottor Parenti spira una giocondità
-così schietta, che non è possibile nemmeno l'ombra
-d'un dubbio.
-</p>
-
-<p>
-— Che cappello è questo che porti?
-</p>
-
-<p>
-— Il mio travestimento; non si può andare ad A...,
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-immagino, col nostro solito cappello a staio, che fra i selvaggi
-della campagna ci dà l'aria di spauracchi da passeri...
-</p>
-
-<p>
-— Tu sei andato ad A...?
-</p>
-
-<p>
-— Sono andato ad A...
-</p>
-
-<p>
-— Per che fare?
-</p>
-
-<p>
-— Colazione prima di tutto, poi la conoscenza dell'oste
-della <i>Salute</i>, uomo piacevole e copioso parlatore.
-</p>
-
-<p>
-— Null'altro?...
-</p>
-
-<p>
-— Ti par poco? Per via ho anche sciolto un indovinello,
-il segreto di Mario!
-</p>
-
-<p>
-— Che!
-</p>
-
-<p>
-— Una bagatella! Vuoi saperlo? Mario è innamorato!
-</p>
-
-<p>
-— Di tua figlia?
-</p>
-
-<p>
-— No, di una signorina molto bella, molto virtuosa e
-molto povera, che si chiama Donnina! Ed ora, se vuoi,
-Mario è in tue mani, ed in una settimana può divenire il
-figlio più affettuoso della terra...
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio è balzato in piedi ed ascolta sbigottito
-figgendo gli occhi negli occhi dell'amico.
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro è risalito sulla cattedra per far sentire tutti
-i rigori della disciplina al piccolo drappello irrequieto, e
-Donnina esamina i saggi calligrafici dei suoi cinque allievi.
-È impossibile, se non si è forniti di molta immaginazione,
-farsi un'idea di ciò che quei cinque hanno posto
-sui loro cartolari col pretesto di fare delle aste. Ma Donnina
-ha il cuore pieno d'indulgenza.
-</p>
-
-<p>
-Passano le ore lente; alla fine battono le undici. Che
-gioia immensa per tutti! In un baleno la strada risuona
-di voci squillanti; nella scuola non rimangono più che
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-Donnina e maestro Ciro, i quali irresistibilmente si sentono
-attratti nelle braccia l'un dell'altra.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto tarda mamma Teresa! Dice Donnina, e si affaccia
-all'uscio di strada.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco, spunta dalla cantonata il formidabile mortaio
-in forma di cappellino, in fondo al quale, pronto a partire
-come una bomba, è il volto irrequieto e vivace della vecchierella.
-</p>
-
-<p>
-— Gran novelle! le dice Donnina movendole incontro.
-</p>
-
-<p>
-— Gran novelle! ripete maestro Ciro, dando un'occhiata
-d'intelligenza alla moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Indovina chi è stato qui.
-</p>
-
-<p>
-— Chi è stato?
-</p>
-
-<p>
-— Ognissanti!
-</p>
-
-<p>
-La vecchia non pare molto allegrata dalla gran novella,
-e passa oltre senza chieder altro.
-</p>
-
-<p>
-— E sai che cosa è venuto a fare?
-</p>
-
-<p>
-— Me l'immagino...
-</p>
-
-<p>
-— Non te l'immagini... a chiedermi in isposa.
-</p>
-
-<p>
-— Già, ripete il vecchio, a chieder Donnina in isposa...
-</p>
-
-<p>
-— E ti ha detto che fa, come vive, se è un pitocco o se
-ha denari?
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, interrompe Donnina, ha detto che è povero e
-che mi vuol bene...
-</p>
-
-<p>
-— I poveri non dovrebbero pensare a prender moglie...
-sentenzia la vecchia, stringendo nelle tasche il biglietto da
-mille.
-</p>
-
-<p>
-— Che dici mamma?
-</p>
-
-<p>
-— Dico... dico...
-</p>
-
-<p>
-— Dice... dice... dice così per dire, interrompe il maestro
-Ciro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Tu taci; dico che dovrebbero prima di tutto pensare
-a far denari, che sono la prima arte della vita.... con piccoli
-cenci di carta i signori fanno le cose grandi e le gran
-novelle... la povera gente invece...
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa ne dirà di grosse, se non si tappa prudentemente
-la bocca.
-</p>
-
-<p>
-— La conclusione è?
-</p>
-
-<p>
-— È ch'io sono la fidanzata d'Ognissanti.
-</p>
-
-<p>
-— E tu hai permesso? dice la vecchia, scagliando un
-piccolo fulmine sul volto rubizzo del marito.
-</p>
-
-<p>
-— Ho permesso... gli avrei sposati subito io...
-</p>
-
-<p>
-Tenuto conto di tutto, la gran notizia non sembra impressionare
-gran fatto mamma Teresa.
-</p>
-
-<p>
-Ella si leva il cappellino e lo sciallo e consegna a Donnina
-le preziose reliquie perchè le riponga nella guardaroba.
-È un pretesto par rimaner sola col marito.
-</p>
-
-<p>
-— Ci sono! dice tirando fuori da un abisso che le sta
-appeso al fianco in forma di tasca, un mucchio di biglietti...
-eccole... mille lire, proprio mille, le ho contate quattro
-volte...
-</p>
-
-<p>
-— Le conterò anch'io!
-</p>
-
-<p>
-— Domani si hanno a portare a Milano, alla Cassa di
-Risparmio...
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro... si potrebbe sapere che siamo ricchi e venircele
-a rubare...
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa abbassa la voce e soggiunge:
-</p>
-
-<p>
-— Il <i>vaglia</i> era arrivato da otto giorni, ma all'uffizio
-postale di B... non c'era abbastanza in cassa... capisci...
-non c'era abbastanza in cassa! e si dovette aspettare che
-il danaro venisse da Milano... Comprendi tu che cosa ciò
-significa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-— Che quel danaro è arrivato prima che Ognissanti riapparisse;
-non vi è più dunque ragione di credere che sia
-stato Ognissanti a mandarceli..
-</p>
-
-<p>
-— Io sono sicuro che non è lui.
-</p>
-
-<p>
-— Ne sei sicuro?
-</p>
-
-<p>
-— Si perchè Ognissanti ha detto di essere povero.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! Ha detto di essere povero! Ed ha osato chiedere
-in isposa la nostra Donnina che è ricca?... E tu hai lasciato
-che facessero il piacer loro? Ed io non ci ho da entrare
-per nulla, io!...
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa si arresta, guarda il mucchio di biglietti
-che maestro Ciro conta senza badarle, e ripiglia con impeto
-nuovo:
-</p>
-
-<p>
-— Non finirai mai di contarli quei quattro cenci? La
-bella cosa! per poco non abbiamo calunniato i nostri vicini;
-è la prima volta che temiamo dei ladri... Bel guadagno
-ad aver i quattrini! si diffida del prossimo, si disprezzano
-i poveretti... io dico che non sta bene diffidare del
-prossimo e disprezzare i poveretti; quell'Ognissanti potrà
-essere un soggettaccio, io non lo so e non ti voglio sostenere
-il contrario, ma se è poveretto... non ce n'ha colpa, e
-in fin dei conti è meglio così! Vorresti dirmi il contrario
-tu?
-</p>
-
-<p>
-— Novecento... mille! dice maestro Ciro, proprio mille, e
-colle tremila e seicento che sono là (ed indica col dito il
-luogo preciso) fanno quattromila e seicento! E tutte per
-Donnina!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span></p>
-
-<h2 id="cap17">XVII.
-<span class="smaller">UN ESAME DI COSCIENZA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Al signor Fulgenzio l'insistenza del dottor Parenti
-fece in fondo un gran bene; a forza di sentirsi
-dire che Mario aveva un cuore buono, egli
-che non vi era arrivato mai, incominciò a temere d'aver sbagliato
-la via. La sua natura sdegnosa si ribellava non tanto
-all'idea di aver errato, quanto alla necessità che per farsi
-amare gli bisognasse adoperare le arti dell'innamorato.
-</p>
-
-<p>
-Infine chi era Mario? Un disgraziato a cui egli aveva
-dato nome, famiglia, casa, educazione, avvenire, chiedendogli
-solo in cambio un po' di affetto e di gratitudine.
-</p>
-
-<p>
-Vero è che l'affetto che egli domandava doveva essere
-palese, testimoniato a tutte le ore in mille modi con un
-continuo rendimento di grazie, e che se Mario si fosse acconciato
-a questa parte, egli forse avrebbe dato un altro
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-nome a quegli atti, a quell'affetto; ma questo non se l'era
-detto mai.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio era una di quelle nature tutte fuoco,
-che sono diventate fredde alla superficie a forza di riflessione,
-incapaci di male e desiderose di bene, ma fatalmente
-portate a credere tutti gli uomini incapaci di bene.
-</p>
-
-<p>
-Di queste anime deboli, che girano attorno al cinismo
-senza adagiarvisi, ghignando beffardamente, ce n'ha più
-che non si creda; l'educazione ed il contatto dei primi anni
-le fanno tali per tutta la vita. Osservate chi nei crocchi
-giovanili porta un po' di fede e di entusiasmo ed una natura
-pensierosa più che non si convenga all'età, costui, se
-pure non si imbatte in un ostacolo, ha la sua mala via
-tracciata: il disprezzo degli uomini.
-</p>
-
-<p>
-Così era stato di Fulgenzio; rimasto ricco e solo al mondo
-di buon'ora, col cuore pieno di sentimenti miti, colla mente
-invasa dalle indefinite aspirazioni dei suoi vent'anni, timido
-nelle maniere perchè fiero nel cuore, gentile cogli
-altri per istinto della sua stessa timidezza, trovò ai suoi
-passi la spensierata e sistematica beffa d'ogni sentimento,
-ed il precoce cinismo filosofico con cui si maschera il libertinaggio.
-</p>
-
-<p>
-Disprezzò i suoi compagni, ma gli imitò; non volendone
-accettare i modi e le scioperatezze, ne chiese ed ottenne
-scusa accettandone la filosofia. Ciò che per gli altri era
-verbiloquio a fior di labbro, balbettato come un pretesto ad
-orgie oscene, nella sua mente si aguzzò come una freccia
-e gli si piantò in cuore per sempre; quando la riflessione
-gli ebbe fatto vedere sè stesso e gli altri da tutti i lati,
-comprese il disprezzo, e fu la sua forza per non corrompere
-il cuore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-Triste forza! Nelle massime della sua fede filosofica vi
-era che l'amicizia è una chimera, che l'amore è un inganno
-del senso, e la fedeltà un rilassamento della fibra;
-non ebbe amici, passò tenebrosamente la gioventù senza
-amore, gli anni volsero per lui in arida solitudine. Una
-donna, una casa, una famiglia, la gioia d'esser padre gli
-avrebbero serenato il cuore e volto la mente ad altra e più
-profonda filosofia, quella dell'amore; non ebbe moglie, nè
-casa, nè famiglia.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno, guardandosi nello specchio, vide un capello
-bianco e se lo strappò sorridendo. Ma non sorrise gran
-tempo.
-</p>
-
-<p>
-Quel disprezzo infinito degli uomini non gli bastò più;
-sentì un gran vuoto, comprese come non si potesse vivere
-senza più serene idee, senza un affetto, e quanto dissimile
-avrebbe potuto essere la sua esistenza senza la sfiducia dei
-primi anni.
-</p>
-
-<p>
-Troppo tardi; lo specchio accusatore aveva ogni giorno
-nuove rivelazioni. La via della solitudine e dell'apatia che
-aveva percorso fino a quel punto gli si allungava innanzi
-agli occhi, inesorabile. Ma il bisogno di affetti, avvertito
-una volta, non gli lasciò più pace.
-</p>
-
-<p>
-Egli aveva svegliato un gigante che sonnecchiava nel
-suo cuore; la lotta incominciava allora, tremenda, continua,
-inutile.
-</p>
-
-<p>
-Quel disprezzo dell'umanità, che aveva bastato a tutta la
-sua vita, non si arrendeva alle strette del nuovo atleta — ma
-la sua forza d'un tempo divenne la sua debolezza.
-Il suo pensiero, vestito fino allora di cinismo, cedeva un'altra
-volta alle aspirazioni incomprese della prima giovinezza;
-l'indefinito di vent'anni prese contorni netti, le fantasie
-sognate divennero tesori perduti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quella lotta gli tolse a poco a poco la sicurezza, gli sfibrò
-la volontà, fece tentennare le sue convinzioni. Fu preso da
-una indomabile smania di riguadagnare il tempo perduto,
-di amare per quanto non aveva mai amato, di spendere la
-vita a far del bene, di farsi una casa, una famiglia, un
-amico. Avrebbe forse potuto trovare ancora ogni cosa — ma
-non ci credeva, diffidava di sè, degli altri, delle altrui
-miserie e delle proprie ricchezze, e nei suoi affetti temette
-si nascondessero tante male passioni tardive.
-</p>
-
-<p>
-Fare il bene! Non è facile per tutti; per lui, vissuto fra
-gli uomini solo quanto basta a disprezzarli, fu cosa difficilissima.
-Vi sono nel mondo poche nature ribelli, le quali
-confondono superbamente il beneficio coll'elemosina e lo
-sdegnano, ma i molti non arrossiscono di tendere le mani
-all'elemosina purchè non siano visti da chi passa.
-</p>
-
-<p>
-Ai benefici istinti di Fulgenzio si offersero solo di questi
-ultimi; egli volle fare il bene e non potè fare se non la
-carità; la sua casa fu assediata da tapini, i quali non possedevano
-al mondo altro che la loro umiliazione e la sfruttavano
-perennemente.
-</p>
-
-<p>
-Cercò amici ed ebbe parassiti adulatori, e come si seppe
-aver egli danaro, e volerne spendere, gli fu offerto in vendita
-amore, amicizia, onore. Ogni giorno più egli ebbe ragione
-di vedere il mondo sotto l'aspetto d'un osceno mercato,
-e di ripetere a sè stesso: «io ho il mio denaro, essi
-hanno la loro codardia — siamo pari.»
-</p>
-
-<p>
-Il disprezzo dei suoi simili crebbe più forte, gli si fece
-maggiore il vuoto nel seno, e la solitudine più grave, ed
-il bisogno di affetti più irresistibile.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno conobbe il dottor Parenti, il quale, giovanissimo,
-godeva riputazione di valente alienista; fu vinto dalla
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-schietta natura di lui e più dalla giovialità del suo umore,
-che era in così bizzarro contrasto col proprio. Ritroso da
-prima, finì col sentire un bisogno irresistibile di quell'uomo;
-senza avvedersene, e senza saper dire perchè, gli volle
-bene.
-</p>
-
-<p>
-La vista d'un manicomio lo impressionò vivamente; quivi
-nessun calcolo di codardia nei beneficati, nè alcuna arte di
-adulazione: «Nel vostro ospizio, disse un giorno al dottore,
-tace l'egoismo!»
-</p>
-
-<p>
-— O se non tace del tutto, rispose scherzosamente il
-dottore, sproposita, che torna quasi lo stesso.
-</p>
-
-<p>
-— E non è pericoloso?
-</p>
-
-<p>
-— Coll'aiuto dei guardiani, no.
-</p>
-
-<p>
-Pensandoci, un'idea balenatagli in mente, divenne intenzione,
-l'intenzione proposito, ed il proposito fu messo
-in atto coll'istituire una casa di ricovero pei pazzerelli, di
-cui egli stesso diveniva direttore, medico il dottore Parenti.
-</p>
-
-<p>
-Credette di aver trovato una famiglia, ed ebbe un amico;
-così Fulgenzio si riconciliò alquanto col mondo e con sè
-stesso.
-</p>
-
-<p>
-Ma il dottor Parenti aveva una creatura sua, un piccolo amorino
-biondo che gli balzava sulle ginocchia e gli diceva
-di volergli bene tanto col suo miglior senno, e lo baciava
-in volto e lo accarezzava colle sue manine, senza bisogno
-che il babbo aspettasse un momento di lucido intervallo. Il
-dottore confessava candidamente come in quell'angioletto
-fosse tutta la sua felicità, e diceva quello essere il segreto
-del suo cuore gioviale, ma lasciava capire che per guadagnarselo
-aveva dovuto amar molto profondamente una donna
-e piangerla molto amaramente, perduta, essere felicissimo
-prima ed infelicissimo poi, fino a tanto che il tempo non
-lo avesse guarito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-</p>
-
-<p>
-Fulgenzio ad ogni passo si accorgeva d'aver sbagliato
-cammino, ma non era più tempo di dare indietro. Per avere
-chi lo amasse e portasse il suo nome, una sola via gli era
-aperta.
-</p>
-
-<p>
-Il caso lo favorì mettendogli innanzi uno che rimaneva
-solo nel mondo, senza amore e senza nome — e così Ognissanti
-divenne Mario.
-</p>
-
-<p>
-Il resto è noto. Gli errori di cui aveva sparso la propria
-vita erano entrati a far parte della sua natura. Diffidente
-per vecchio abito, lo fu anche col figlio; sdegnoso dei suoi
-simili, non seppe arrendersi neppure con Mario; venne a
-poco a poco all'amore, ma ne vergognò quasi e non volle
-mai passare per l'amorevolezza.
-</p>
-
-<p>
-Parevagli d'aver fatto tutto, e che, seminato il beneficio,
-non gli rimanesse se non raccogliere la gratitudine e l'affetto.
-Gli toccò una più terribile disillusione: aveva sempre
-trovato la bassezza e s'era nauseato di adulazioni e di vergognose
-condiscendenze; trovò presto nel cuore del giovinetto
-l'ingratitudine, la ribellione muta, la fredda sterilità
-del cuore.
-</p>
-
-<p>
-Prima che il dottor Parenti gli parlasse aperto, non aveva
-pensato mai che potesse quella freddezza essere orgoglio, e
-quella ingratitudine fierezza d'animo, e quella muta ribellione,
-opera dell'affetto disprezzato.
-</p>
-
-<p>
-Ora una luce si faceva nel suo spirito, un balsamo nuovo
-gli scendeva in cuore.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava rompere al più presto l'impaccio dell'orgoglio,
-vincere la ritrosia, spogliare il vecchio abito della fierezza
-e riguadagnare la confidenza perduta. Non era difficile, bastava
-lasciar fare al cuore, tirarsi sul seno il figlio, cingere
-il giovinetto colle braccia, baciarlo in volto e piangere
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-con esso. Un istante di abbandono poteva pagare tutte le
-lotte lungamente tormentose; spesso una lagrima cancella
-il passato; bisognava piangere, bisognava amare, bisognava
-lasciarsi amare.
-</p>
-
-<p>
-Gran parte della notte che succedette alla rivelazione del
-dottore, passò per il vecchio nell'insonnia; i propositi buoni
-gli si affollavano al pensiero, il cuore gli batteva come a
-venti anni, gli ardeva le vene una febbre impaziente. Si
-rimproverava di non aver fatto prima tutto ciò, pensava
-che avrebbe potuto trascorrere felice, amato e benedetto,
-tanti lunghi anni passati invece a rodersi l'anima in una
-sterile sfiducia. Provava un benessere insolito, una novissima
-gioia; gli pareva d'uscire da una lunga malattia, e
-che le forze gli ritornassero d'un subito più gagliarde di
-prima. Non era illusione; il pentimento è la forza dei deboli.
-</p>
-
-<p>
-La notte era lenta a passare; Mario doveva partire al
-mattino.
-</p>
-
-<p>
-Egli se lo immaginava nella sua cameretta, addormentato,
-e pensava che due sole stanze ne lo separavano, e
-che poteva uscire sulla punta dei piedi, e picchiare all'uscio,
-e dire: «figlio, apri a tuo padre.» Avrebbe bastato
-questo; non ne dubitava, avrebbe bastato, poichè, pensandoci,
-si ricordava di non averlo più da gran tempo chiamato
-con quel nome. E che gioia, nel vederselo balzare
-incontro, e nel confondere palpito a palpito, lagrima con
-lagrima, e non dir parola, nemmeno una, ma baciarsi in
-volto e piangere, perdonati entrambi, rinati entrambi agli
-affetti, e quindi innanzi confidenti, l'uno coll'altro, proprio
-come i migliori amici che Dio ha posto sulla terra — il
-padre ed il figlio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per poco il signor Fulgenzio non pose in atto quella
-dolce fantasia; ma era notte calata, che avrebbe detto
-Mario?
-</p>
-
-<p>
-Cedendo finalmente al sonno, il vecchio continuò a veder
-suo figlio, a stringerlo nelle proprie braccia, a guardarlo
-fisso negli occhi ed a dirgli con fremito d'amore: «Guardami,
-sono proprio tuo padre.»
-</p>
-
-<p>
-L'alba lo trovò intento a dibattere il quesito se fosse
-meglio recarsi egli stesso nella camera del figlio e spiarne
-ai piedi del letto il ridestarsi, oppure aspettare ch'egli fosse
-levato e fargli dire che venisse.
-</p>
-
-<p>
-La paternità e la vecchiezza hanno i loro diritti e non
-era biasimevole orgoglio mantenerli.
-</p>
-
-<p>
-E, in sostanza, più giovava forse parlare aperto, senza
-lagrime, da uomo, da padre; dire: «noi ci siamo ingannati
-a vicenda, io so che tu mi ami e so d'amarti; smetti
-la tua fierezza, io butterò in un canto la mia; tu sei alla
-vigilia d'essere uomo, ed io alla vigilia d'essere più nulla;
-è tuo dovere farmi lieta la vecchiezza, perchè sei mio figlio;
-di amarmi perchè ti amo.» Oppure: «tu hai un segreto,
-ed io so qual è; non ti accuso di nulla, solo di avermelo
-celato; dovevi risparmiarmi la pena d'indovinarlo... ora che
-so tutto...»
-</p>
-
-<p>
-Ed ora che sapeva tutto... Chi era questa Donnina? doveva
-egli acconsentire ciecamente a tutte le fanciullesche
-pazzie di suo figlio, solo per ottenere che non gli facesse
-il broncio? Bisognava prima pensarci, interrogare, vedere.
-Infine Mario era suo figlio innanzi alla legge: egli lo aveva
-educato, gli aveva dato un nome, una famiglia, una professione...
-</p>
-
-<p>
-Tutte le argomentazioni del vecchio incominciavano e
-finivano collo stesso ritornello.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Non bisogna pensare a questo, non bisogna pensare a
-questo.»
-</p>
-
-<p>
-Verissimo; ma e se la ritrosia di Mario era indomabile?
-e se il dottor Parenti si era ingannato? Il primo passo
-incontro a Mario non era difficile, pur di essere sicuro che
-il figlio avrebbe fatto il secondo. Che dico il secondo? Ed
-il terzo, e superare d'un balzo tutta la distanza, e domandare
-perdono di non essere stato il primo ad arrendersi.
-Questo doveva fare, se vero è che aveva cuore di figlio!
-Ma se non era vero?
-</p>
-
-<p>
-La tortura incominciò più forte; poche ore ancora e Mario
-sarebbe partito... Che fare?
-</p>
-
-<p>
-Il mattino era alto quando il vecchio si lasciò andare
-scorato sopra un seggiolone.
-</p>
-
-<p>
-Proprio in quel punto il servitore picchiò all'uscio, e gli
-annunziò che Mario chiedeva di parlargli.
-</p>
-
-<p>
-Perchè non balza in piedi, e non corre incontro a suo
-figlio, e non pone in atto il bel sogno di quella notte insonne?
-</p>
-
-<p>
-«Desidera parlarmi e manda ad avvertire!» ripete amaramente
-in cuore, ma, aggiunge coll'accento rigido d'una
-abitudine implacabile: «venga.»
-</p>
-
-<p>
-Un istante dopo padre e figlio sono in faccia l'uno dell'altro.
-Il vecchio non si è mosso dal seggiolone, non volge
-la testa e non ha nè un gesto nè uno sguardo più benevolo
-del consueto.
-</p>
-
-<p>
-Mario, in piedi sul limitare, colla fronte levata, guarda
-superbamente e fisso innanzi a sè, ma non suo padre.
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuto a prendere i tuoi ordini, dice freddo
-freddo il giovane; fra due ore parto.
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio sembra lottare un istante dentro di sè.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poi, facendosi forte, leva gli occhi a guardare il figlio,
-che sostiene quello sguardo senza batter palpebra.
-</p>
-
-<p>
-— Fa il dover tuo, dice allora Fulgenzio con voce lenta,
-e levandosi in piedi, aggiunge: come hai sempre fatto. Non
-ho null'altro a dirti, addio.
-</p>
-
-<p>
-Mario tocca alla sfuggita la mano che gli viene porta
-con riluttanza, volge le spalle mormorando un addio, ed
-esce col cuore gonfio.
-</p>
-
-<p>
-Ed il povero padre ricade sulla seggiola.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span></p>
-
-<h2 id="cap18">XVIII.
-<span class="smaller">PAOLUCCIO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Mario, prima di partire, scende da basso e si fa
-aprire la porta ferrata che conduce al manicomio.
-Il mattino è freddo, ma limpido, ed il sole
-scintilla allegro sulle ultime reliquie di neve.
-</p>
-
-<p>
-Babbo Jacopo passeggia in silenzio; un altro, postosi
-nel mezzo del cortile, declama le proprie glorie e fa pompa
-di bizzarre decorazioni che si è messo sul petto; un altro
-se ne sta seduto sopra una panca di granito e la guarda
-fisso, pensando forse che il granito è molto duro, mentre
-un guardiano non lo abbandona dell'occhio per paura che
-gli venga in mente di assicurarsene col proprio cranio.
-</p>
-
-<p>
-Tutti costoro, coll'apparire di Mario, si fermano o levano
-gli occhi curiosi sopra di lui; solo il declamatore continua
-a gridar più forte ed a sfoggiare la propria vanagloria.
-</p>
-
-<p>
-Mario fa un cenno amichevole ad uno, un sorriso stentato
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-ad un altro che gli si fa accosto colle braccia legate
-a guardarlo con puerile curiosità, ed entra nella sala comune.
-Quivi si fa un chiasso assordante: i soliti atleti del
-biliardo si contendono gli onori della carambola e l'ammirazione
-della <i>galleria</i>; qualcuno legge i giornali della vigilia
-accanto al reverendo che medita il breviario; il professore
-Rigoli concentra tutta la sua scienza sopra una partita
-agli scacchi giocata con un suo nuovo allievo, ed il
-filarmonico della comitiva picchia sulla tastiera il suo Strauss.
-Quanto a Paoluccio, egli passeggia su e giù per l'ampia
-sala, col passo strascicato, come fanno i bambolucci dell'età
-sua quando non hanno forza di levar le gambe, guarda curiosamente
-di qua e di là, e parla fra sè e sè, colla bocca
-piena di zuccherini.
-</p>
-
-<p>
-Mario si è tirato in disparte e segue coll'occhio commosso
-i passi vacillanti di quell'uomo, il quale pare avvedersi di
-lui, perchè quando gli viene vicino si ferma un istante a
-guardarlo meravigliato, coll'indiscreta insistenza propria
-della prima età, poi tentenna il capo canuto e prosegue la
-singolare passeggiata.
-</p>
-
-<p>
-E si ode il rumore delle palle urtantisi sul biliardo, il
-bisbiglio del curato che legge il breviario, la cadenza ritmica
-dei suoni del pianoforte. Mario non ha occhi che per
-Paoluccio.
-</p>
-
-<p>
-L'armeggìo di costui dura alcuni minuti; ad ogni volta
-che viene innanzi al giovine egli si arresta più a lungo, e
-se ne va tentennando il capo più forte; finalmente gli si fa
-vicino e gli dice melanconicamente: «è inutile, sai? è inutile;
-datti pace, non ci sono più figli; vedi, il mondo è
-pieno di padri che cercano le loro creature; l'infanzia è
-spenta, rimango io solo...»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mario piglia la mano tremante del vecchio e la stringe
-fra le sue.
-</p>
-
-<p>
-«Non mi danno retta, prosegue il vecchio abbassando la
-voce, tutti piangono, piangono, non sanno far altro. E <i>lui</i>
-ride, <i>lui</i>!
-</p>
-
-<p>
-— Chi? balbetta Mario, vedendo che il vecchio s'interrompe.
-</p>
-
-<p>
-«<i>Lui!</i>» E per spiegare il proprio concetto leva gli occhi
-al soffitto; poi soggiunge: «sono stanco, mi annoio....
-Lo crederesti? mi annoio!.... Sono solo, non ho con chi
-giocare al cerchio, al cavallo; se mi nascondo non vi è un
-cane che venga a cercarmi; e se getto la palla, nessuno
-me la rimbalza... Non ne vogliono sapere... piangono, ed io
-solo rido per far la smorfia a <i>lui</i>!»
-</p>
-
-<p>
-Paoluccio si scioglie dalla stretta del giovine e ricomincia
-la passeggiata, Mario abbandona il suo posto colle lagrime
-agli occhi. Ed ecco il professore Rigoli si alza a
-mezzo il corpo sulla sedia, appunta il dito sullo scacchiere
-e dice trionfante all'avversario: <i>scacco matto!</i> Scacco matto!
-Il suono di queste parole sembra impressionarlo e fargli
-venire un'idea curiosa, perchè si lascia cadere sulla seggiola
-e ride.
-</p>
-
-<p>
-Un istante dopo giungono all'orecchio di Mario, già fuor
-dell'uscio, i battimani della <i>galleria</i> plaudente al vincitore
-della carambola.
-</p>
-
-<p>
-Il giovine non ha ancora attraversato il cortile, quando
-sente dietro di sè alcuni passi affrettati, una voce che lo
-chiama a nome ed una mano robusta che lo raggiunge e
-gli scende sull'omero — tutto ciò quasi prima di aver avuto
-il tempo di voltarsi; voltandosi, incontra gli occhietti scintillanti
-e la bocca ridente del dottore, e gli pare che i raggi
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-visuali, aguzzi più del consueto, si appuntino coll'intenzione
-di passar meglio attraverso, e che la bocca sorrida
-tra furbesca e benevola.
-</p>
-
-<p>
-— Te ne vai, lo so io che te ne vai; me l'ha detto il dito
-mignolo; di' un po' che te ne vai?
-</p>
-
-<p>
-— Fra un'ora, risponde Mario freddamente.
-</p>
-
-<p>
-— E di' un po' che te ne andavi senza nemmeno venirmi
-a salutare. Non è così?
-</p>
-
-<p>
-— Non è così; venivo diritto da voi.
-</p>
-
-<p>
-— Tanto meglio, giovinotto, tanto meglio; io so che tu
-hai un cuore, un cuore...
-</p>
-
-<p>
-E, come a sincerar la cosa, fissa lo sguardo sul panciotto
-di Mario, il quale, senza sapere bene perchè, si sente imbarazzato.
-</p>
-
-<p>
-— Hai visto tuo padre? gli domanda il dottore, passando
-amichevolmente il braccio in quello del giovine.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho visto.
-</p>
-
-<p>
-— E...?
-</p>
-
-<p>
-Un breve silenzio ed un sospirone lungo del dottore, il
-quale prosegue a dire: — Ho capito, ho capito; si fa il
-ritroso, ma tanto tanto dovete amarvi e vi amerete. Scommetto
-che vi amerete... fra otto giorni, o fra quindici, o fra
-un mese... non più tardi... Scommetti che fra un mese vi
-amerete...?
-</p>
-
-<p>
-La scommessa non è accettata, ma per il dottore è tutt'uno.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo... benissimo, siamo perfettamente intesi... ed
-il signorino, appena sia medico laureato, ci mostrerà che
-anche i medici vanno soggetti a malattie di cuore e ci farà
-la diagnosi d'un vecchio vizio cardiaco che a me pare di
-indovinare, solo guardando il suo panciotto a scacchi color
-caffè.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se Mario non avesse avuto una forza d'animo singolare,
-avrebbe ceduto al suo istinto, ed il suo istinto era di abbottonare
-il soprabito, tanto per nascondere il panciotto a
-scacchi color caffè.
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Nessuno immagina il garbo bizzarro di Semplicetta nell'aiutare
-a vestire la bambola della padroncina. Veramente,
-ella dice, che non ci ha garbo di sorta, che non ci è nata,
-ma non bisogna crederle, è tanto modesta! Olimpia ride,
-a volte, di gran gusto, ma ciò non vuol dire che non creda
-Semplicetta eccellente in quelle funzioni; anzi essa riconosce
-volentieri che la bambola non ha mai avuto da lamentarsi,
-e ride più forte.
-</p>
-
-<p>
-Bisogna sapere che la bambola di Olimpia è una bambola
-viziata, piena di capricci, di dispettuzzi, di collere, ma
-in fondo una gran buona pasta di bambola. E sì che ne
-potrebbe pretendere di attenzioni e di cure, perchè di pari
-sue non se ne incontrano da per tutto, neppure a Norimberga,
-sua patria. Venuta in Milano, aveva da prima voluto
-un amore sconfinato ed un'obbedienza senza condizioni;
-ma a poco a poco si era abituata a vedersi posta in un
-canto nell'ora delle faccende domestiche, ed oggi si accontenta
-di uscire una volta la settimana dall'armadio, di
-abbigliarsi sulla tavola e rientrare in casa col suo più bell'abito;
-è diventata taciturna e melanconica e si lascia ridere
-sotto il naso senza dolersene, contentandosi di essere
-amata un poco quando non ci è più nulla a fare. Le cose
-sono in questi termini tra Olimpia e la sua bambola, e
-benchè il dottor Parenti non sospetti di nulla, qualche volta
-si va fino a freddezze.
-</p>
-
-<p>
-Olimpia guardava attraverso i vetri nel cortile dei pazzerelli,
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-in quella appunto che il babbo correva dietro a Mario,
-e quando entrambi sono scomparsi, ella si è tolta alla
-finestra e si è accostata alla bambola con una certa intenzione
-di piangere. Ma la bella norimberghese è in gran gala
-e vedrebbe mal volontieri che le si gualcissero gli abiti, e
-Semplicetta, la quale non aspetta altro, affida alla padrona
-la piccola dama e se ne va alla finestra opposta borbottando.
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Mario, dice ella alcuni momenti dopo, ha in
-mano la valigia e si separa dal dottore...
-</p>
-
-<p>
-— Buon viaggio, buon viaggio, ripetè due volte Olimpia,
-una volta probabilmente per conto della bambola.
-</p>
-
-<p>
-— Non viene a vederlo partire?
-</p>
-
-<p>
-— Che ne importa a me di vederlo partire? Che ne importa
-a me di vederlo partire?
-</p>
-
-<p>
-Semplicetta sta zitta e continua a guardare dai vetri.
-Olimpia aggiusta il cappellino sulla testa pettinata della
-bambola.
-</p>
-
-<p>
-— È partito! dice finalmente Semplicetta lasciando la finestra.
-</p>
-
-<p>
-Ed Olimpia si stringe al petto la bella norimberghese, e
-le mormora sotto voce: «è partito! è partito!»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span></p>
-
-<h2 id="cap19">XIX.
-<span class="smaller">OGNISSANTI A DONNINA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-È giorno di vacanza.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro, uscito per andare a spasso alla
-campagna, è rientrato più presto che non sia suo
-costume e si è accostato furbescamente a Donnina, colle
-mani dietro la schiena, con un risolino piacevole sul labbro.
-Non le ha detto nulla, e la maliziosa ha compreso
-tutto, e gli è venuta dietro in un balzo, ed ha visto ciò che
-egli le nasconde, e gliel'ha preso di mano — una lettera
-di Ognissanti!
-</p>
-
-<p>
-La formidabile mamma Teresa se ne sta in un canto,
-immobile, solenne; non vi è pericolo che rivolga gli occhi
-dalla parte di Donnina e del marito, o faccia atto che accenni
-la sua intenzione di uscire dalle ostilità; oh! non vi
-è pericolo! Solo ogni tanto getta una sbirciatina di traverso,
-una sbirciatina curiosa se vogliamo, ma d'una curiosità
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-misurata, tutta dignitosa. Maestro Ciro è uscito a
-ridere sonoramente, e Donnina s'è fatta presso alla mamma
-e le ha gridato nell'orecchio: «è di lui!»
-</p>
-
-<p>
-L'impertinente! E quel maestro Ciro che continua a ridere
-ed a fregarsi le mani!
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa si è provata a resistere, a tener duro, ma
-ride, e quando Donnina le circonda il corpo colle braccia,
-le vien fuori senza volerlo uno sguardo di misericordia, e
-quando infine l'impaziente fanciulla ha rotto i suggelli e
-tratto fuor dalla busta, devotamente, una mezza dozzina di
-fogli bianchi tutti neri di scrittura, la terribile fortezza
-crolla, e mamma Teresa esce a parlamentare:
-</p>
-
-<p>
-— È lui che scrive? Ebbene, che me ne importa? Non
-scrive già a me, immagino; e poi io non saprei leggere
-tanto tanto; ti dirà le solite cose che si dicono.
-</p>
-
-<p>
-— La lettera è diretta a Donnina, osserva maestro Ciro,
-a Donnina, proprio a lei.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio a lei, proprio a lei! Come se io non sia più
-nulla, come se ciò che è diretto a Donnina non sia diretto
-a me?
-</p>
-
-<p>
-E siccome Donnina ha squadernato i fogli un paio di
-volte e si è seduta al fianco della mamma, senza badare ai
-pericoli della collera di lei, la vecchia, crollando il capo,
-strascica con suprema degnazione una parola:
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamo!
-</p>
-
-<p>
-E maestro Ciro fa eco:
-</p>
-
-<p>
-— Sentiamo!
-</p>
-
-<p>
-E Donnina, con un lieve tremito nella voce, incomincia:
-</p>
-
-<p>
-«Il luogo da cui ti scrivo e ciò che ti voglio scrivere
-saranno per te cagione di meraviglia e forse di affanno;
-ma è giunto il momento di dirti tutto. Temo che il segreto
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-del nostro amore non sia più un segreto per taluno a cui
-desideravo nasconderlo ancora, e non voglio che tu possa da
-altri nulla apprendere sul conto mio che io già non ti abbia
-detto. Confessarmi a te è il mio diritto ed il mio dovere;
-e poi chi sa se non ti ingannerebbero — io no, non
-ti potrei ingannare.»
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa, guardando al soffitto e dimenandosi, ha
-l'aria di dire che per conto suo non ci crede moltissimo;
-ma Donnina non pone mente al sospetto ingiurioso e tira
-innanzi.
-</p>
-
-<p>
-«Ti ricordi di quando eravamo entrambi ad S...? A me
-non fu data gioia più bella della sventura d'allora, perchè
-in premio dei dolori patiti fu là che ti conobbi e che mi
-amasti. Ma io ero sventurato, e tu lo ignorasti sempre, e
-nessuno lo seppe mai. Intorno a me si magnificava la mia
-fortuna, perchè, nato in un ospizio ed ivi cresciuto, m'era
-toccata la sorte di essere raccolto da un vecchio pieno di
-cuore, il quale mi avrebbe fatto da padre e data una professione.
-Tutto ciò era verissimo, e nei primi mesi che entrai
-a far parte della desolata famigliuola di mastro Paolo,
-mi parve di avervi portato come un barlume della immensa
-luce di gioia che si era fatta nel mio cuore e nel mio cervello
-nel momento di mettere il piede fuor dell'ospizio. Mi
-pareva d'incominciare allora ad essere me stesso, e che prima
-non fossi stato altro se non una cosa che si raccoglie
-nei trivii e si numera.... perchè non dia inciampo ai passanti.
-Ero lieto, ero felice, ero libero! Avevo dieci anni soli,
-ed il mondo mi apparteneva.
-</p>
-
-<p>
-«Mastro Paolo aveva ancora un figlio, l'ultimo di cinque;
-i primi quattro erano morti un dopo l'altro, alla stessa
-età, dello stesso indomabile malore, e la madre gli aveva
-preceduti tutti sotterra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Luigi, l'ultimo figlio, aveva diciott'anni, era scolorito
-in volto, esile, dolce nelle maniere e nell'accento; un'ottima
-creatura; mi prese ad amare appena mi vide, e mi chiamò
-<i>fratello</i>. Immagina tu quanto bene mi facesse quella parola!
-Mastro Paolo invece non mi chiamava mai <i>figlio</i>;
-non me ne dolsi, comprendendone la ripugnanza.
-</p>
-
-<p>
-«Un giorno lo vidi piangere in un canto, nell'ombra
-della camera; Luigi ci volgeva le spalle e se ne stava immobile,
-ritto nel vano dell'uscio a contemplare il tramonto.
-Il povero padre non sapea distaccar gli occhi da quel corpo
-che, per effetto dell'estrema luce sempre più indebolita, pareva
-disegnarsi sempre più lontanamente nell'infinito orizzonte.
-E piangeva premendo forte la mano alla bocca a soffocare
-i singhiozzi, per non farsi udire dal figlio. Io me gli
-accostai col cuore gonfio, egli circondò la mia testa con un
-braccio, se la strinse al cuore che gli batteva concitato e
-non mi disse nulla. Fu la sola volta che mi mostrasse affetto
-di padre.
-</p>
-
-<p>
-«Luigi pareva assottigliarsi sempre più; a me invece la
-nuova vita, la gioia d'esser libero e di appartenere ad una
-famiglia, davano forza, vigore ed apparenza di salute. Mastro
-Paolo, nel vedere il contrasto tra me e suo figlio, mi
-disse una volta, facendosi forza per sorridere: «si direbbe
-che quanto perde Luigi lo acquisti tu!» Io lo guardai in
-volto senza troppo comprendere; oh! come era amaro quel
-sorriso! Compresi... fu una rivelazione e me gli feci istintivamente
-presso perchè mi battesse. Egli dovea sentire un
-bisogno irresistibile di battermi per vendicarsi della sorte,
-ma era buono, si accontentò di respingermi con un cenno,
-e chinò la testa sul petto con uno scoramento profondo.
-</p>
-
-<p>
-«La vita che facevamo non era certo larga; il povero
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-vecchio, assiduo alla fatica del suo mestiere di falegname,
-guadagnava appena il tanto da vivere; la casicciuola gli
-apparteneva; un gramo campicello, e più il risparmio gli
-venivano in aiuto quando il lavoro mancava: ma delle sue
-condizioni economiche non lo udii mai lamentarsi, ed al figlio
-non voleva permettere il lavoro, a me permetteva appena
-di aiutarlo. Mi mandava a scuola, e non mostrava mai
-di volermi apprendere la sua professione.
-</p>
-
-<p>
-«Il giorno lungamente temuto venne: Luigi stava per
-entrare nel ventesimo anno ed aveva sembianza più di fantasma
-che d'uomo; parlava ansimante: non visto dal padre,
-se ne stava lunghe ore immobile, a fissare un punto
-dello spazio; per noi aveva sempre un sorriso. Un giorno
-si sentì più debole; voleva starsene a letto e non sapeva
-come fare per non affliggere il vecchio; si vestì, scese da
-basso, sedette sfinito in un canto. Mastro Paolo da qualche
-tempo aveva acquistato una forza d'animo insolita, la forza
-d'animo che proviene dall'imminenza d'una sciagura.
-</p>
-
-<p>
-«Appena vide il figlio, lesse la propria sorte, e non battè
-palpebra; gli chiese con amore come si sentisse; gli fece
-dolce rampogna perchè non fosse rimasto in letto, e volle
-ci si rimettesse subito, e lo aiutò a risalire le scale ed a
-svestirsi, non cessando di ripetere che doveva essersi costipato
-la vigilia stando all'aperto dopo l'imbrunire, e che sarebbe
-stata cosa da nulla.
-</p>
-
-<p>
-«Luigi rispondeva che così era senza dubbio. Inutile,
-pietoso e vicendevole inganno. Io fui mandato pel medico,
-il quale ordinò un calmante, ma non volle dir nulla. Il domani
-non avevo più chi mi chiamasse «fratello.»
-</p>
-
-<p>
-«Non credere, buona Donnina, che la lunga aspettazione
-d'una sventura la faccia parere meno amara quando sopraggiunge.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Io appresi allora come l'uomo non si arrenda mai al
-dolore, e come la stessa disperata rassegnazione altro non
-sia che un inganno della fibra. Il dolore, anche preveduto
-ed aspettato, giunge sempre improvviso, se pure il lungo
-affanno non fa più deboli e più sensibili, negando perfino
-quello sbigottimento che dà un repentino disastro.
-</p>
-
-<p>
-«Il vecchio padre non versò una lagrima, dacchè il figlio
-si fu posto a letto per l'ultima volta, ma non lo abbandonò
-più un istante, ne raccolse l'ultimo sguardo e l'ultima parola,
-e quando tutto era finito, se ne stette ancora lungamente
-immobile a contemplarlo a ciglio asciutto.
-</p>
-
-<p>
-«Io piangevo in un canto.
-</p>
-
-<p>
-« — Così lo vedo da quattro anni, diss'egli finalmente,
-coll'attonita immobilità e colla voce monotona di chi parla
-a sè stesso, lo vedi tu ora? così io lo vedo da quattro anni.
-Egli giocava, o mi sorrideva, od attendeva tranquillamente
-al melanconico lavoro, mi era dinanzi, od era assente, ed
-io lo vedeva sempre così come ora lo vedo.
-</p>
-
-<p>
-«Bisognò separarlo quasi a forza dalla <i>sua creatura</i>;
-i vicini spendevano vane parole a confortarlo; egli non
-ascoltava, e rispondeva invariabilmente a tutti: «così lo
-vedo da quattro anni.» E anche quando fu allontanato da
-casa sua, continuò a guardare fissamente nella stessa direzione
-ed a mormorare ogni tanto fra sè: «così lo vedo
-da quattro anni.»
-</p>
-
-<p>
-«Nel giorno seguente egli si sottrasse con violenza agli
-amici che lo trattenevano e volle ritornare a <i>vederlo</i>.
-</p>
-
-<p>
-« — Se si fosse svegliato! diceva.
-</p>
-
-<p>
-«Bisognò lasciarlo andare; io, dimenticato da tutti, e
-quasi dimentico di me stesso, gli tenni dietro; sentivo qualcuno
-che diceva: «il povero uomo perde la testa; ne impazzirà.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Quando mastro Paolo ebbe riveduto il cadavere di suo
-figlio, parve acquistare una forza singolare, scese da basso,
-andò in bottega e si pose al lavoro.
-</p>
-
-<p>
-«Si cercò di allontanarlo, e nessuno osò chiedergli che
-cosa volesse fare. Io stesso compresi inorridito.
-</p>
-
-<p>
-« — C'è forse in paese un altro che faccia le bare meglio
-di mastro Paolo? chiese agli astanti; si mostri se ci è!
-</p>
-
-<p>
-«E continuava a pigliare le misure, ed a segare le tavole
-con sinistra energia. Ma quando ebbe preparato i pezzi
-e le commessure e volle inchiodarli, il primo colpo di martello
-parve cadergli sul petto, gli vennero meno le forze, e
-si gettò bocconi sul pancaccio, piangendo.»
-</p>
-
-<p>
-A questo punto il tremito della voce di Donnina è cresciuto
-tanto che le bisogna troncare la lettura. Nessuno
-dice parola. Mamma Teresa non sa come tenersi per starsene
-in contegno, il signor maestro fa i suoi comodi ed
-asciuga una lagrima colla pezzuola. A poco a poco una
-mano della vecchia incontra, sull'omero di Donnina, una
-mano di babbo Ciro e non si ritrae... E Donnina prosegue:
-</p>
-
-<p>
-«Luigi fu sepolto la notte, accanto ai suoi fratelli, e
-il povero padre parve ritornare a poco a poco in sè.
-</p>
-
-<p>
-«Per tutto il tempo corso dalla morte alla sepoltura io
-mi era tenuto in disparte timoroso, comprendendo per istinto
-che la mia vista doveva fargli più male; mi sentivo una
-gran voglia di venirgli incontro e di dirgli: «vedi, tu hai
-ancora un figlio; io ti amerò qual padre.» Ma qual merito
-in me? Avevo forse io altri da amare? Temei d'essere accolto
-male, non dissi nulla a lui, ma sentii il bisogno di
-prometterlo a qualcuno, ed andai in cimitero e lo dissi
-piangendo a Luigi, sulla sua fossa.
-</p>
-
-<p>
-«Venne appunto allora mastro Paolo; pallido, severo, si
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-inginocchiò accanto a me senza mostrare di avermi visto,
-poi se ne andò fuggendo, come per sottrarsi ad un sinistro
-pensiero.
-</p>
-
-<p>
-«Ebbi paura. Mi passarono in mente mille disegni;
-volevo fuggire, andare a Milano, chiedere al mondo ciò che
-solo può dare: del lavoro ed un padrone, e non mendicare
-l'affetto dai padri di altri figli.
-</p>
-
-<p>
-«Avevo dodici anni, e mi sentivo forte, ma non ero abile
-a nulla, mi scorai, ed accettai la mia sorte. Contro quel
-che credevo, mastro Paolo quel giorno fu meco amorevole
-più del solito, e, venuta la sera, mi prese fra le sue ginocchia
-ed appoggiò la testa tremante sulla mia.
-</p>
-
-<p>
-Tu solo mi rimani!»
-</p>
-
-<p>
-«Egli diceva queste parole con un accento che mi strappava
-le lagrime: io solo! gli <i>altri</i> erano tutti morti! Gli
-altri... i suoi figli veri!
-</p>
-
-<p>
-«-È venuto il momento, mi disse poco dopo, ti ho
-preso meco apposta; io prevedevo questo giorno; era il solo
-libro in cui sapessi leggere spedito, la mia sciagura! Sapevo
-che sarei rimasto solo, che mi avrebbero ritolto ad
-una ad una le mie creature dopo avermele date per vederle
-agonizzare; lo sapevo. Ora sono solo, solo, solo!
-</p>
-
-<p>
-«E siccome io continuava a piangere, egli soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-« — Non bisogna piangere; provati a ridere, provati;
-quando i tuoi fratelli avevano la tua età, ridevano essi, e
-queste pareti risonavano di allegrie; e finchè la morte non
-ebbe imparato la strada che conduceva alla mia felicità,
-ridevo anche io perchè ero felice; provati a ridere; basto
-io solo a piangere.
-</p>
-
-<p>
-«Un altro giorno, appena desto, mi chiamò a sè e mi
-disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-</p>
-
-<p>
-« — Hai da essere tu il mio figlio; sono <i>essi</i> che lo vogliono;
-tu sei solo ed anch'io; non saremo più soli; porterai
-il mio nome; andremo dal sindaco, gli chiederemo
-che cosa bisogna fare per essere proprio padre e figlio.
-</p>
-
-<p>
-« — Volerci bene, gli risposi baciandolo sulla guancia.
-</p>
-
-<p>
-«Egli mi guardò come sbigottito, e mi chiese: «e potrai
-tu volermi bene?»
-</p>
-
-<p>
-« — Sì, tanto.
-</p>
-
-<p>
-«Il pensiero di adottarmi in faccia al mondo e di darmi
-il suo nome gli ritornò più volte ad intervalli lunghi, ma
-pareva non sapesse determinarsi a porlo in atto.
-</p>
-
-<p>
-« — Sai, ci sono tante seccature... una carta che dica
-quando sei nato, un'altra che dica quando son nato io,
-un'altra in cui si provi che tu sei orfano, e poi andare innanzi
-ai giudici, e dirlo là e far scritture lunghe... v'è da
-perdere la testa; e mi hanno anche detto che bisogna spendere
-del danaro, oppure farsi fare un'altra carta a provare
-che sono miserabile... Lo sanno tutti che io sono miserabile,
-lo domandino al becchino dove è il mio tesoro... nossignori,
-vogliono una carta scritta!...
-</p>
-
-<p>
-«Quand'egli così parlava, cedendo ad una lieve collera,
-io lo guardava in volto non potendo allontanare un sospetto
-pauroso; e mi venivano in mente quelle parole udite
-per via: «il poveruomo ne impazzirà.»
-</p>
-
-<p>
-«Erano passati parecchi mesi, ed il vecchio continuava
-a parlare di Luigi come se fosse morto il giorno innanzi:
-attendeva tutto il dì al lavoro facendosi aiutare da un apprendista,
-e voleva che io andassi alla scuola.
-</p>
-
-<p>
-«A me pungeva d'essergli di aggravio, e gli dissi più
-volte piacermi la professione di falegname, me la insegnasse.
-</p>
-
-<p>
-« — Non è vero, mi rispose un giorno, non è vero, a te
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-piace leggere e scrivere come a Luigi; a te piace divenire
-maestro di scuola, come a Luigi; tu devi imparare a leggere
-e scrivere e diverrai maestro di scuola; finchè mi rimane
-forza, basto io al lavoro; quando non ne avrò più,
-sarai maestro di scuola e soccorrerai tu il tuo vecchio. Luigi
-ti voleva bene... non puoi essere un ingrato.
-</p>
-
-<p>
-«Non diceva più <i>padre</i>, non mi chiamava più <i>figlio</i>!
-</p>
-
-<p>
-«A poco a poco sparve anche quella specie d'intimità
-che era fra noi; vedendo come nei giorni di vacanza, toccandomi
-di rimanere in casa, egli fosse collerico ed alcune
-volte ingiusto, mi venne in mente che mi mandasse alla
-scuola per non avermi sempre innanzi agli occhi.
-</p>
-
-<p>
-«Incominciò per me una più terribile solitudine di quella
-che prima avessi temuto — la solitudine dell'uomo respinto.
-Accorgendomi che la mia vista faceva male a mastro Paolo,
-nella bella stagione me ne andavo coi libri in campagna a
-studiare, molte volte a piangere. Esaurii in breve tutte le
-mie lagrime.
-</p>
-
-<p>
-«La mia natura gioconda riprese a poco a poco il sopravvento...
-</p>
-
-<p>
-«Provati a ridere» mi aveva detto mio padre; io mi
-stordiva ridendo.
-</p>
-
-<p>
-«Era una maschera, una livrea per riuscir meno ingrato
-ai miei compagni, e mi conveniva deporla alla porta
-di casa.
-</p>
-
-<p>
-«Non ero, no, felice. A dispetto degli sforzi che faceva
-per darmene le apparenze, mi pareva che tutto quel cumulo
-di sciagure ch'io doveva sanare pesasse sul mio capo
-come una condanna, e che in me si dovesse leggere solo il
-dolore, e che tutti mi fuggissero.
-</p>
-
-<p>
-«In quell'abbandono, in quella ridente desolazione dell'anima
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-mia, nella tenebra fitta del mio pensiero, penetrò
-un raggio di sole — l'amor tuo, Donnina. E bastò a tutto;
-ritrovai fede, avvenire, ritrovai il mio cuore; ebbi perfino
-l'ardimento di venire innanzi a mastro Paolo e di amarlo
-in palese; parevami che la mia felicità mi desse un gran
-diritto sugli uomini e che tutto quanto mi aveva respinto
-dovesse accogliermi a braccia aperte.
-</p>
-
-<p>
-«Non era illusione la mia; la felicità è una forza a cui
-non si sa resistere; abbandonato prima dai compagni, ritrovai
-allora qualche amico, e, migliore amico di tutti, il
-mio maestro, il tuo ottimo padre.
-</p>
-
-<p>
-«Trovai cento porte aperte, ma non quella della sventura;
-il cuore di colui che aveva promesso di essermi padre
-mi rimase chiuso.
-</p>
-
-<p>
-«Mi convenne dissimulare, ma nol seppi tanto che il
-vecchio non si avvedesse.
-</p>
-
-<p>
-«Un giorno mi minacciò col pugno udendomi canticchiare.
-Io canticchiava perchè mi passasse più presto l'ora
-che mi separava da te; fuggii, venni ad aspettarti, non ti
-dissi nulla.
-</p>
-
-<p>
-«Maestro Paolo la sera mi mosse incontro, mi guardò
-fisso in volto, e mi passò leggermente una mano sul capo — era
-pentito.
-</p>
-
-<p>
-«Ma non mai parola buona, non mai carezza: mi sfuggiva,
-gli ero divenuto odioso.
-</p>
-
-<p>
-«Una mattina non lo vidi scendere al lavoro, l'aspettai
-trepidante prima di andare alla scuola, allora salii nella
-sua camera e vidi che passeggiava seminudo colla finestra
-aperta; ed eravamo nel cuore dell'inverno!
-</p>
-
-<p>
-«Gli parlai, non mi rispose, e continuò a passeggiare
-ed a mormorare fra sè. Alla fine si arrestò, si vestì in silenzio,
-mi passò innanzi e scese da basso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<p>
-« — Domani partiremo, mi disse al ritorno dalla scuola;
-andremo a Milano; bisogna provare a fuggire, non sei tu
-del mio parere?
-</p>
-
-<p>
-«Io lo guardai temendo che fosse impazzito; anch'egli
-mi guardava fisso, ma con fermezza insolita. Non dissi parola — ed
-il domani, tu lo sai, partimmo. Sul far dell'alba,
-a piedi, con pochi panni annodati entro una pezzuola, io,
-col cuore gonfio, cogli occhi rossi di lagrime. Mi voltai più
-volte a guardare la casicciola che mastro Paolo aveva venduto
-ad un suo creditore, a guardare il noto campanile, e,
-nella direzione di quello, la scuola comunale ove erano i
-miei soli amici, dove eri tu, Donnina! I gelsi, che io mi
-lasciava indietro coi rami nudi imbiancati dalla brina, non
-mi erano mai sembrati così belli nemmeno nell'estate, quando
-gettavano la loro ombra circolare, e quando da ognuno di
-essi partiva la canzone degli sfogliatori.
-</p>
-
-<p>
-«In breve la casicciola sparì dietro la svolta della via,
-il campanile si perdette nella bruma, ed i nuovi gelsi nudi,
-muti, irrigiditi, continuarono a passarmi innanzi lentamente
-e mi parevano dirigersi ad S... che io lasciava a malincuore.
-</p>
-
-<p>
-«Mastro Paolo camminava spedito, guardando innanzi
-a sè, come ad una meta prefissa, senza arrestarsi od
-allentare il passo, senza volgersi mai, tentennando ad ora
-ad ora il capo in sinistra maniera. Io faticava a tenergli
-dietro.
-</p>
-
-<p>
-«Quel viaggio melanconico durò due ore; un immenso
-ed indefinito ronzìo si fece udire a poco a poco, — la voce
-della città — Milano! Mi ero preparato a resistere alle mie
-sensazioni, e seppi soffocare un singhiozzo.
-</p>
-
-<p>
-«Guardando attraverso la nebbia quelle file d'alberi di
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-forme così regolari, la punta estrema del Duomo, e tutto
-intorno quel viluppo immenso di tetti, di cupole, di terrazzine,
-di campanili, quel mondo ignoto in cui io avevo vissuto
-la prima età, mi sentivo invaso da una invincibile ripugnanza.
-Fissai coll'occhio un punto, e dissi a me stesso:
-«quello è l'ospizio in cui sono nato.» — Non vidi altro.
-</p>
-
-<p>
-«Passammo la porta in silenzio; vedendo tanta gente
-affrettata, tante carrozze incrociantisi, pensai che tutti dovevano
-avere uno scopo per affaccendarsi così, e noi...
-</p>
-
-<p>
-«Guardai mastro Paolo — egli continuava a camminar
-diritto, dello stesso passo.
-</p>
-
-<p>
-« — Dove andiamo? gli chiesi.
-</p>
-
-<p>
-« — Dove andiamo? ripetè a sè stesso, come se non comprendesse
-il significato della domanda. Poi soggiunse, parlandomi
-sotto voce ed in aria di volermi fare una confidenza:
-fra i vivi; qui di gente vivace n'ha, mi pare,
-laggiù erano tutti morti.
-</p>
-
-<p>
-«Lo sguardo fisso, il ghigno delle labbra e quell'accento
-sinistramente singolare, mi tolsero le ultime forze; uscii
-in dirotto pianto. Temevo di comprendere una sciagura immensa.
-</p>
-
-<p>
-«Il povero vecchio mi guardò meravigliato, mi prese per
-mano, mi condusse innanzi ad un sedile di pietra, e mi
-disse:
-</p>
-
-<p>
-« — Siedi, tu sei stanco.
-</p>
-
-<p>
-« Sedei, asciugando le lagrime, e facendomi forte per
-guardarlo in viso. Egli stette alcuni istanti sopra pensiero,
-e si assise accanto a me.
-</p>
-
-<p>
-« — Padre, mormorai.
-</p>
-
-<p>
-« — Padre, ripetè senza voltarsi; poi voltandosi d'un subito,
-mi disse con impeto: «non sono tuo padre, non sono
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-più padre, non ci sono padri. Tutti costoro che passano sono
-gente orfana come tu ed io. Padre! Lo conosci tu tuo
-padre? Gli ho io i miei figli? Ti dico che non ci sono più
-padri.»
-</p>
-
-<p>
-«Non mi rimase più dubbio, mi guardai intorno, cercando
-un soccorso, ma non piansi più; pensai che quel vecchio,
-fattosi mia guida, era in mie mani, che mi bisognava
-esser uomo.
-</p>
-
-<p>
-«Mastro Paolo s'adirò del mio silenzio e proseguì a dire:
-</p>
-
-<p>
-« — Padre! che ho io fatto per esser tuo padre? Ho forse
-pianto per te, ho preso la misura della tua bara? Muori
-anche tu, e sarò tuo padre. Vedi quel cielo azzurro; non
-pare, ma è un invidioso, un cattivo invidioso della terra;
-è colpa sua se noi siamo orfani. Ti sei riposato? Affrettiamo;
-tutta quella gente cerca i proprii figli; andiamo a dar
-loro la notizia, a dir loro che non ci siamo che noi due.
-</p>
-
-<p>
-« — Mastro Paolo, gli dissi pigliando le sue mani e
-stringendole forte nelle mie, mastro Paolo, voi non vi sentite
-bene.... provate a ragionare, a ricordarvi; guardatemi
-in volto, ditemi se mi riconoscete... Chi sono io?
-</p>
-
-<p>
-«Il vecchio, commosso un istante dalla veemenza delle
-mie parole, uscì a ridere, ma non rispose.
-</p>
-
-<p>
-« — Chi sono io, per pietà, dite, dite, chi sono io?...
-</p>
-
-<p>
-« — Chi sei tu? rispose il vecchio, balzando in piedi,
-vuoi proprio saperlo chi sei tu? Sei l'uomo che io odio, sei
-l'uomo per cui sono morti i miei figli, dei quali volevi occupare
-il posto nel mio cuore! Ecco chi sei tu! Ma hai
-fatto male i tuoi conti; guarda, qui dentro non ci è più
-cuore, l'ho seppellito con essi.
-</p>
-
-<p>
-«Così dicendo, il disgraziato vecchio schiudeva colle mani
-tremanti le vesti e la camicia, e mi mostrava il povero petto
-ignudo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-</p>
-
-<p>
-« — Ed ora che ti sei fatto dire chi sei, vattene, soggiunse,
-vattene a ridere di me altrove; credi forse che non
-ti abbia visto ridere delle mie miserie? Ebbene, vattene, e
-ridi.»
-</p>
-
-<p>
-«<i>Piangi?</i>»
-</p>
-
-<p>
-Quest'ultima dimanda non è nella lettera, ed avrebbe potuto
-esser rivolta a Donnina, che pure è stata la prima a
-farla a mamma Teresa. È un'indiscrezione, ed il signor
-maestro si affretta a rimediare a quell'imprudenza dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— È il fumo; sono due giorni che il camino manda fumo;
-ti pare che Teresa possa piangere?
-</p>
-
-<p>
-— E perchè no? interrompe l'intrattabile signora asciugandosi
-rapidamente gli occhi col rovescio della manica; e
-perchè no?
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro, che ha anch'egli gli occhi rossi dal fumo,
-non si prova a ribattere, ma urta del gomito nel gomito di
-Donnina ed esce a ridere senza paura al mondo, mentre la
-fanciulla ripiglia il filo.
-</p>
-
-<p>
-«Alcuni passanti si erano arrestati e ci guardavano senza
-accostarsi; io non aveva lagrime, non udivo più nemmeno
-le parole del vecchio, il cuore mi batteva forte e mi sentivo
-un vigore insolito, ma non sapevo che fare.
-</p>
-
-<p>
-« — Che ha quel vecchio? mi chiese una voce.
-</p>
-
-<p>
-«Mi volsi e vidi un signore dalla faccia benevola.
-</p>
-
-<p>
-« — Vaneggia, risposi, gli sono morti cinque figli, io
-solo gli rimango e non sono suo figlio; mi volle seco, ora
-mi respinge perchè vaneggia; ma il suo cuore è buono.
-</p>
-
-<p>
-« — Qua entro non ci è più cuore, aggiunse mastro Paolo
-facendosi innanzi
-</p>
-
-<p>
-« — È vero, gli rispose lo sconosciuto, fingendo di guardargli
-in petto, è vero; e che intendete di fare?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-</p>
-
-<p>
-« — Di fare? di andar per il mondo a dare la cattiva notizia...
-La sapete voi la cattiva notizia?
-</p>
-
-<p>
-« — No, rispose il signore, accompagnandosi col vecchio
-verso una carrozza che si accostava.
-</p>
-
-<p>
-« — Non ci sono più figli; siamo tutti orfani; quell'azzurro
-di cielo è un inganno, ed il cielo è un cattivo invidioso
-della terra.
-</p>
-
-<p>
-« — Possibile! allora bisogna far presto.
-</p>
-
-<p>
-«In così dire, lo sconosciuto spingeva il disgraziato vecchio
-entro la carrozza, vi saliva egli stesso e mi faceva cenno
-di seguirlo; un istante dopo la carrozza partiva di galoppo,
-rompendo la folla che s'era radunata intorno a noi.
-</p>
-
-<p>
-«Per via, mastro Paolo non disse più nulla, e continuò
-a guardare attraverso il vetro degli sportelli con una specie
-di stupore ingenuo; lo sconosciuto ne seguiva attento
-ogni gesto, ed io non distaccava gli occhi da quella sua
-faccia sbigottita, come timoroso di leggervi qualche nuova
-e più terribile sciagura.
-</p>
-
-<p>
-«Ahi! Donnina mia, nissuna sciagura più terribile di
-quella per me: mastro Paolo era impazzito; il benevolo che
-ci aveva raccolti era un medico, ed il luogo ove ci condusse,
-un ospizio di pazzi. Me ne avvidi all'aspetto melanconico
-del cortile in cui eravamo scesi di carrozza, ai cancelli ed
-alle grate di ferro e di legno che tenevano luogo di porte
-e finestre. Lo sconosciuto invitò mastro Paolo a seguirlo; a
-me fe' cenno di rimanermi un istante. Rimasi col cuore
-gonfio, col pensiero smarrito in una profonda dimenticanza;
-mi si cancellarono dalla mente i fantasmi del passato
-e dell'avvenire, per non vedere più se non quel momento,
-quel luogo melanconico, quelle grate, quella solitudine e
-quel cancello che si era chiuso dietro di me.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Ebbi un terribile pensiero: che io stesso fossi impazzito
-o fossi per impazzire, e mi premei il capo colle mani,
-e cercai di comporre dinanzi a me la tua soave immagine.
-</p>
-
-<p>
-«Quella penosa solitudine durò poco; lo sconosciuto ritornò
-alcuni istanti dopo con un vecchio dall'aspetto severo,
-il quale si raddolcì meco singolarmente.
-</p>
-
-<p>
-«Il più giovane mi prese per mano e mi condusse in
-una stanza tutta coperta di scaffali, ed il più vecchio mi
-passò innanzi, si pose a sedere ad una scrivania, aprì un
-gran registro ed incominciò ad interrogarmi.
-</p>
-
-<p>
-«Vollero che dicessi tutto quanto io sapeva di mastro
-Paolo, quali fossero i miei rapporti con lui, quali i suoi
-mezzi d'esistenza, quali le sue sventure; ripetei ad essi ciò
-che ho scritto a te, ma senza piangere, senza batter palpebra,
-con una specie di attonitaggine nuova.
-</p>
-
-<p>
-«Quand'ebbi finito di dire, ed essi d'interrogare, ed il
-vecchio di scrivere nel registro, il medico (ora lo chiamo
-così) si chinò e disse all'orecchio dell'altro una parola che
-io non compresi; ma tosto, seguendo il movimento della
-penna dello scrivente, lessi: <i>lipemania</i>.
-</p>
-
-<p>
-«Che voleva dire? io non aveva mai udito quella parola
-ma ne intesi subito il significato.
-</p>
-
-<p>
-« — Mastro Paolo è pazzo? ebbi la forza di chiedere.
-</p>
-
-<p>
-«Non mi risposero.
-</p>
-
-<p>
-« — Guarirà? insistei.
-</p>
-
-<p>
-« — Senza dubbio, figliuolo mio, mi disse il medico;
-senza dubbio.
-</p>
-
-<p>
-« — E lo guarirà lei, signore?
-</p>
-
-<p>
-« — Io stesso, figliuolo, coll'aiuto dell'arte, della natura
-e del tempo....
-</p>
-
-<p>
-« — E quanto tempo occorre perchè un pazzo guarisca?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-</p>
-
-<p>
-« — Un paio di settimane, qualche volta più.... qualche
-volta meno.
-</p>
-
-<p>
-«Il vecchio teneva il capo basso e non diceva parola.
-</p>
-
-<p>
-« — Ed io? balbettai... potrò venire a vederlo?
-</p>
-
-<p>
-« — Tu rimarrai qui finchè mastro Paolo sia guarito,
-disse il vecchio, che era il direttore del luogo... se ti piace.
-</p>
-
-<p>
-«Pensa se accettassi! La gratitudine mi diede le lagrime
-che mi aveva negato il dolore.
-</p>
-
-<p>
-«Mi fu dato uno stanzino in casa del vecchio; uno stanzino
-pulito, con bei mobili, con un bel lettuccio, in cui non
-potei chiuder occhio la prima notte, tanto si stava bene.
-</p>
-
-<p>
-«Pensavo: babbo Paolo avrà uno stanzino come questo
-ed un lettuccio come questo?
-</p>
-
-<p>
-«Al giorno successivo trovai panni nuovi e biancheria
-di bucato; non usciva già dalle mie valigie; non sapevo
-che dire; mi tornavano in mente i racconti delle fate, e
-Milano mi pareva una città di incantesimi.
-</p>
-
-<p>
-«Il signor Fulgenzio, così si chiamava la mia buona
-fata, mi parlava rare volte, ma amorevole. Non osavo chiedere
-di rivedere il babbo, per paura stesse peggio, e perchè
-temevo di far dispiacere ai buoni che mi avevano colmato
-di tanti benefizi; ma il vecchio direttore fu il primo
-a dirmi che potevo andare da mastro Paolo quando volessi.
-</p>
-
-<p>
-«Ci andai subito.
-</p>
-
-<p>
-«Ah! Donnina mia, quale spettacolo orribile! vedere
-tanta gente, tutta fatta come noi, che pare sana e robusta,
-e dire che non ragiona, che non sa pensare nè amare!
-Quella prima impressione come di sgomento cedette ad un
-dolore più profondo, perchè, appena mastro Paolo mi vide,
-diede in ismanie, e mi venne incontro coi pugni stretti,
-dicendomi che io gli aveva strappato il cuore, che io gli
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-aveva ucciso le sue creature. Appena fu acquetato mi volse
-le spalle e passeggiò per la sala senza più badare a me,
-finalmente sedette in un canto e prese a guardarmi curiosamente,
-come se mi vedesse per la prima volta.
-</p>
-
-<p>
-« — Babbo, gli dissi colla voce tremante, babbo...
-</p>
-
-<p>
-«Non mi rispose.
-</p>
-
-<p>
-« — Mastro Paolo, mastro Paolo! e muovevo un passo
-incontro a lui.
-</p>
-
-<p>
-«Ma egli si raggomitolò nel suo cantuccio e mostrò di
-aver paura di me, e mi scongiurò col gesto di non fargli
-male...
-</p>
-
-<p>
-«Mi arrestai, e mormorai ancora una volta: «babbo!»
-</p>
-
-<p>
-«Il disgraziato non mi conosceva più, e continuava a
-guardarmi con quel suo sguardo attonito e curioso.
-</p>
-
-<p>
-«Passarono otto giorni senza che osassi più venire innanzi
-al vecchio. Quando l'osai fui accolto alla stessa maniera;
-solamente non si adirò meco, ma la ripugnanza e la
-paura mi facevano più male della sua collera.
-</p>
-
-<p>
-«Un'altra volta, mentre io me ne stavo in un canto a
-guardarlo con tenerezza compassionevole, ed egli era là, immobile,
-fingendo di non vedermi, ma gettandomi ogni tanto
-uno sguardo fuggitivo, venne il dottore. Allora fui testimonio
-del singolare potere che aveva dato a quest'uomo la benevolenza
-schietta e quasi ruvida, perchè, appena egli fu
-entrato, mastro Paolo gli venne incontro trasfigurato in
-viso, e gli prese la mano colla gioia riconoscente d'un uomo
-scampato ad un pericolo.
-</p>
-
-<p>
-«Mi allontanai coll'anima in tumulto.
-</p>
-
-<p>
-«Il dottore mi raggiunse subito dopo, e mi pose confidenzialmente
-una mano sull'omero.
-</p>
-
-<p>
-« — È inutile ch'io rimanga qui, balbettai, l'orrore che
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-egli prova per me mi dice che non potrà amarmi mai;
-quando egli sarà guarito, io non avrò padre ugualmente — non
-ho più padre.
-</p>
-
-<p>
-« — Non hai più padre perchè quella è pazzia di cui
-non si guarisce in quell'età se non colla morte. Fa conto
-che sia morto.
-</p>
-
-<p>
-«La durezza di queste parole era temperata dall'accento — e
-me ne dolsi solo per l'uomo che fino allora avevo
-chiamato padre. A me non pensai.
-</p>
-
-<p>
-« — Ebbene, dissi, bisogna che io lasci questo luogo, e
-pensi a guadagnarmi la vita.
-</p>
-
-<p>
-« — Che sai fare tu?
-</p>
-
-<p>
-« — So leggere, scrivere e far di conto; sono andato
-alla scuola ed ho voglia di studiare.
-</p>
-
-<p>
-« — Non altro?
-</p>
-
-<p>
-« — No, ma imparerò.
-</p>
-
-<p>
-« — E intanto?...
-</p>
-
-<p>
-«Il dottore mi lasciò in pensiero. Il giorno successivo
-fui chiamato nella camera del mio vecchio ospite.
-</p>
-
-<p>
-« — Quanti anni hai? mi chiese.
-</p>
-
-<p>
-« — Sedici.
-</p>
-
-<p>
-« — Io ne ho cinquantaquattro; potrei quasi essere tuo
-nonno; vuoi esser mio figlio?»
-</p>
-
-<p>
-— Suo figlio! esclama mamma Teresa sollevandosi quattro
-buoni pollici sulla sedia e girando intorno uno sguardo
-pieno di dubitosa meraviglia.
-</p>
-
-<p>
-— Suo figlio! ripete più forte il signor maestro curvandosi
-a leggere egli stesso dietro le spalle della giovinetta,
-la quale non pare punto commossa, e risponde col sorriso
-sereno alla ingenua curiosità dei due vecchi.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa, trasfigurata in volto, cogli occhi immobilmente
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-fissi nelle labbra di Donnina, vi legge le parole
-prima che la fanciulla le proferisca.
-</p>
-
-<p>
-«Non risposi; quell'improvvisa proposta era così straordinaria,
-e le porte dischiusemi per essa mi lasciavano vedere
-un mondo così diverso da quello immaginato dianzi,
-che mi parve tutt'uno come se mi si proponesse un'altra
-vita, in un altro mondo, sotto un cielo di altro colore.
-</p>
-
-<p>
-« — Dice davvero! esclamai; suo figlio! e che ho da
-fare io per divenire suo figlio?
-</p>
-
-<p>
-« — Nulla.
-</p>
-
-<p>
-« — Ma allora lei mi vuol bene, se vuol essere mio padre!
-E che ho fatto io perchè lei mi voglia bene?
-</p>
-
-<p>
-« — Nulla; tu hai sedici anni, ed io non ho un figlio;
-vuoi tu essere quello?
-</p>
-
-<p>
-« — E mastro Paolo? mormorai, che dirà mastro Paolo?
-</p>
-
-<p>
-« — Non saprà nulla.
-</p>
-
-<p>
-«Mi passò in mente che io stessi per commettere una
-bassezza e che fosse dover mio rinunziare alle gioie finchè
-il vecchio babbo soffriva. Anche ora sono talvolta assalito
-da tali dubbi, ed oggi il tormento è più forte.
-</p>
-
-<p>
-«Ma potevo io gettarmi nel mondo, senza consiglio, senza
-mezzi, senza professione?
-</p>
-
-<p>
-«Pensai allo squallore che la sorte, oggi così lusinghiera,
-poteva minacciarmi domani, pensai che mi si offriva di scegliere
-tra la miseria e la pace, tra l'andar ramingo e l'avere
-una casa ed un nome, ricordai l'orrore intenso mostrato
-per me dal vecchio babbo, ed accettai l'offerta sciogliendo
-un inno puerile di grazie.
-</p>
-
-<p>
-«Pochi giorni dopo, il signor Fulgenzio compieva ciò
-che mastro Paolo aveva voluto fare, senza indurvisi mai:
-mi dava il suo nome, mi faceva suo figlio di adozione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Ecco il mio segreto, Donnina: io ho un padre che non
-è mastro Paolo, ed il disgraziato non è morto, come ti ha
-detto, ma agonizza fra le care larve dei suoi veri figli.
-</p>
-
-<p>
-«Io non mi nascondo come questa che pare la mia fortuna
-sia la mia colpa; dovevo accettare la miseria, l'abbandono,
-l'oscurità, le lotte della vita, ma non tradire
-quell'uomo che mi aveva primo chiamato a far parte della
-sua famiglia. Io l'ho lasciato solo nella sventura per far
-me lieto — accettai di vestire di gai colori la mia sciagura,
-volli entrare nella schiera degli eletti, io reietto da
-colei che fu mia madre! Che penserai tu di me? Potrai tu
-essere più benigna di me stesso? E con quali occhi vedrai
-la mia arrendevolezza alle prime carezze della sorte? Ho
-un nome, ho una famiglia, sto per avere una posizione
-onorata nel mondo; una sola cosa mi manca — la stima
-di me medesimo.
-</p>
-
-<p>
-«E quando tu saprai che l'uomo stesso da cui fui chiamato
-figlio, non ricava dal suo benefizio altro che l'ingratitudine?
-Tanta è la miseria, Donnina mia, che questa
-stessa ingratitudine è il solo mio orgoglio, la mia sola virtù.
-Sappilo, fra il vecchio ed il nuovo padre, il mio cuore è
-rimasto orfano, la mia sorte non si è mutata. Quest'uomo,
-di cui porto il nome, non mi ama, non mi ha amato mai;
-volle pagare alla virtù a cui non crede, alla società che
-disprezza, alla famiglia che offende collo scetticismo nella
-donna, il suo debito d'uomo, di cittadino, di figlio: volle
-fare un'opera buona ed un ingrato. Egli lo sapeva già prima,
-e mi disprezzava già prima che io cessassi d'amarlo.
-Perchè io l'ho amato come si può amare un vero padre, e
-forse lo amo ancora.
-</p>
-
-<p>
-«Quanto debole ed intristito ti parrà il mio cuore!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-</p>
-
-<p>
-«E non mi accuserai dentro di te di averti dimenticata
-sei anni per aver mutato fortuna? E non crederai Mario
-(quest'è la mia livrea d'oggi), vergognoso dei cenci di
-Ognissanti?
-</p>
-
-<p>
-«Tu sei buona e facile al perdono, lo so; ma le mie non
-sono colpe che si cancellino col pentimento, solo si espiano,
-ed io le ho duramente espiate.
-</p>
-
-<p>
-«Il giorno che dovei rinunziare al mio bel sogno di
-correre a te, di venirti a dire: «Donnina, io ho trovato
-un padre che mi ama e che amo, un padre che sarà il tuo,
-quando tu sarai mia; io studierò, la larva dei miei sonni
-si farà persona, diventerò uomo, avrò una professione e basterò
-col lavoro e coll'amore a farti felice!» oh! tu non
-immagini quant'io soffrissi quel giorno.
-</p>
-
-<p>
-«La mia colpa, ingigantita dalla freddezza che ogni
-giorno mi si faceva meglio palese nel cuore del mio nuovo
-padre, mi disse che io era indegno di te, che non dovevo
-più pensare a te, che coll'avere abbandonato la mia miseria
-io aveva perduto il diritto alla felicità che doveva andarle
-compagna. E poi con qual cuore rivederti per ingannarti,
-o per dirti la mia desolazione? E avresti tu compreso
-altro fuor che io aveva, volontariamente, posto una
-barriera tra te e me, che più non mi appartenevo, che la
-nostra felicità, dove pure tu me ne credessi ancora degno,
-dipendeva dalla volontà d'un altro uomo, il quale si faceva
-chiamare mio padre?
-</p>
-
-<p>
-«Pensai che fosse meglio uccidere in germe l'affetto deposto
-nel tuo cuore; volli venire a dirti: non ti amo più,
-amane un altro. — Un altro!... Non ne ebbi forza.
-</p>
-
-<p>
-«Poi mi venne un amaro pensiero.
-</p>
-
-<p>
-«Forse, dicevo a me stesso, Donnina mi dimenticherà
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-davvero: tra l'aspettare molti anni per esser mia ed il divenir
-sposa più presto, sceglierà d'amare un altro.
-</p>
-
-<p>
-«Frattanto il signor Fulgenzio mi dava maestri, dai
-quali appresi rapidamente, con una specie di febbre continua
-che mi rendeva meno amara la nuova condizione.
-Pensando di potere collo studio farmi un avvenire, e, padrone
-un giorno di me stesso, chiamar te a dividerlo, studiavo
-senza riposo; mi pareva come se ogni nuova cognizione
-mi avvicinasse a te, mi desse un nuovo diritto alla
-felicità pensata di nostro capo ad S... nel praticello dietro
-la chiesuola.
-</p>
-
-<p>
-«Presto fui in grado di presentarmi ad alcuni esami,
-ed un anno dopo a nuovi esami, e finalmente, a 19 anni
-compiti, nell'università per istudiare medicina — fra quattro
-mesi sarò dottore!
-</p>
-
-<p>
-«Ora che il mio lungo disegno sta per aver compimento
-e la mia ambizione è presso ad essere soddisfatta, ora che
-io so come il tuo cuore sia rimasto mio, forse la tua stima
-mi manca, la mia stima...
-</p>
-
-<p>
-«Volli indugiare per poterti dire: «io sono padrone di
-me stesso, ho uno stato, posso darti una onorata miseria
-per ora, l'agiatezza poi; eccoti la mia mano, cancelliamo il
-passato.»
-</p>
-
-<p>
-«Oggi non posso più tacere, sai tutto; ma sappi anche,
-qualunque sia la sentenza che uscirà dal tuo labbro,
-che io voglio rimanere per te sempre, come fui sempre
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Ognissanti.</span>»
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Donnina ha proferito le ultime parole della lettera lentamente,
-e si è arrestata a scandere le sillabe del nome del
-suo fidanzato come per separarsene più tardi... poi volge
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-uno sguardo alla vecchia. In quello sguardo è la sicurezza
-di sè, d'Ognissanti, dell'avvenire, ed è una tacita domanda
-a cui mamma Teresa è sollecita a rispondere:
-</p>
-
-<p>
-— È vero, dice ella accarezzando severamente, con un
-garbo tutto suo, la testa della fanciulla, è vero; comincio
-a credere anch'io che Ognissanti sia un bravo figliuolo,
-comincio a crederlo... e se non ti basta... lo credo... ne sono
-convinta... Non ti basta ancora? Vuoi che gli domandi
-scusa d'aver sospettato di lui? Te lo leggo in cuore il tuo
-trionfo; ma tu sbagli di grosso perchè il tuo trionfo è pure
-il mio; avrei dato un paio di dozzine di giorni, dei pochi
-che mi rimangono, per vedere smentiti i miei sospetti. Ma
-tu dirai che mamma Teresa sa solo brontolare e non ci
-vede chiaro. E se fosse anche?... Per chi non ci vede chiaro,
-il meno male è il non fidarsi mai alle apparenze. Dici
-di no tu?
-</p>
-
-<p>
-E siccome Donnina le bacia il volto rugoso senza rispondere,
-tutta la stizza della vecchia si rivolge al signor maestro.
-Ma costui, dacchè la moglie ha preso a parlare, s'è
-dato a fregare le mani sulle ginocchia, infervorandosi vie
-più e facendo festa ai fantasmi del pensiero.
-</p>
-
-<p>
-Poco stante la terribile mamma si abbandona anch'essa
-alle meditazioni, che le fanno fare, senza avvedersene, la
-smorfia d'un sorriso bonario...
-</p>
-
-<p>
-Quando dopo brev'ora escono entrambi ad un tempo da
-quel muto fantasticare, rompono insieme il silenzio con una
-parola:
-</p>
-
-<p>
-«E Donnina?»
-</p>
-
-<p>
-Donnina non è più nella stanza, se n'è andata di soppiatto,
-ha salito le scale e si è raccolta nella sua cameretta...
-A che fare?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io lo so che cosa è andata a fare! dice maestro Ciro.
-</p>
-
-<p>
-— E anch'io lo so! Bella cosa!
-</p>
-
-<p>
-Sappia chi nol sapesse che Donnina si è ritirata per rileggere
-la lettera del suo Ognissanti, e che il signor maestro
-aveva indovinato davvero. Quanto a mamma Teresa, la
-presuntuosa si vantava, e maestro Ciro lo sapeva benissimo.
-Forse che la cara dolcezza di rileggere in segreto una
-lettera, può essere compresa da chi, come la terribile mamma,
-non aveva voluto addimesticarsi mai coll'alfabeto?...
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro è pronto a giurare di no.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span></p>
-
-<h2 id="cap20">XX.
-<span class="smaller">CHI FOSSE IL SIGNOR MAURIZIO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Chi legge si compiaccia di fare più intima conoscenza
-col signor Maurizio, personaggio molto
-chiuso, molto taciturno, ma che ha anch'esso il
-suo romanzo intimo a dire, sol che se ne porga occasione.
-Così almeno assicurano i curiosi, razza di affamati, la quale
-ha questo innocentissimo privilegio di vedere un palazzo
-incantato quando non vede nulla, e divide sapientemente il
-prossimo in due bocconi: quelli che hanno un segreto da
-nascondere e quelli che non l'hanno più.
-</p>
-
-<p>
-Se è vero che il signor Maurizio lo abbia ancora, è un
-miracolo genuino, perchè fino a questo giorno furono poste
-in giro parecchie dozzine di segreti, e tutti sottratti, per
-quanto si diceva, allo scrigno del letterato.
-</p>
-
-<p>
-Codesto signore appartiene solo da quindici anni al suo
-prossimo: prima nessuno si occupava dei fatti suoi, nemmeno
-la portinaia (perchè abitava una casa che non si
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-poteva concedere questo lusso), nemmeno i vicini, creature
-occupatissime delle miserie della terra, sebbene paressero
-aver scelto di starsene vicino al cielo. Era allora un bel x,
-abbandonato intero alle proprie meditazioni; ma l'algebra
-della vita non gli pareva nè amara nè penosa, perciò solo
-che egli la condiva col rimario, con raggi economici di
-luna al davanzale della finestra, con civetterie di stelle, e,
-quando il cielo era a nugoli, con una buona e schietta
-imprecazione in versi sciolti, atta a sbarazzare il suo cielo
-di poeta ed a serenargli la coscienza. Certo più erano le
-volte che il vate convitava a lauto banchetto la musa, di
-quelle in cui l'uomo si trovasse ad un vero e proprio desinare;
-i suoi pranzi e le sue cene avevano quasi sempre
-l'aria di mutilati, i quali portassero melanconicamente il
-loro battesimo pomposo; ma se ad un disgraziato mancano
-due braccia e due gambe, al rimanente si dà tuttavia
-il nome di uomo; così era di quei pranzi o di quelle cene,
-le cui gambe e braccia Maurizio non aveva visto da tempo
-immemorabile.
-</p>
-
-<p>
-Per queste prove d'astinenza s'impoveriscono le vene,
-tranne la poetica, la quale invece si fa torrente.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò per dire come la lirica occupasse onoratamente
-la prima parte della vita di Maurizio. Che sarebbe
-stato di lui, se avesse tirato innanzi a passo di rimario,
-nessuno può dire, ma a tutti è lecito immaginare. Volle
-fortuna che la musa, in un momento di buon umore, lo
-consigliasse a scrivere in prosa; fu un'apostasia, non dico
-di no, ma un'apostasia magnificamente riuscita, rispetto
-alla gloria ed al ventricolo, perchè mentre parecchie migliaia
-di versi editi ed inediti non gli avevano dato nè
-un bricciolo di gloria, nè una bricciola di pane, un paio
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-di articoletti fatti coll'amarezza dell'apostata, il quale si vendica
-del proprio delitto, gli schiusero la porta del piano
-terreno d'uno dei più grandiosi e quotidiani edifizi di carta
-del suo tempo.
-</p>
-
-<p>
-Fu una specie di trionfo, e fornì l'argomento a mille
-dicerie; Maurizio diveniva di moda, si sentiva accarezzato,
-lodato, adulato, gli piovevano nuove amicizie ogni giorno,
-gli fioccavano le strette di mano, e non udiva se non ripetere:
-«ho letto il tuo ultimo articolo!» Questa frase, accompagnata
-da un punto d'esclamazione, compendiava tutta la
-sua vita, compresa fra due articoli. Una metà della settimana
-era spesa a raccogliere il frutto dell'<i>ultimo</i>, l'altra
-metà a preparare il <i>prossimo</i>. Ad un'anima della tempra
-di Maurizio non poteva bastare.
-</p>
-
-<p>
-Veramente non si è detto ancora di che tempra fosse
-l'animo di Maurizio. Giudichi il lettore da questo, divenuto
-notorio, che quando il giornalista era crisalide, cioè
-poeta, viveva negli stenti di una misera pensione pagatagli
-da uno zio milionario, il quale si era posto in capo di
-far del suo unico nipote un console od un senatore. La
-fedeltà alla musa costava dunque a Maurizio gli agi della
-vita, ed anche ora che la crisalide era divenuta farfalla,
-cioè giornalista, l'apostolato della critica gli costava forse
-ancora gli agi della vita, ed indubitabilmente un consolato.
-</p>
-
-<p>
-Quell'aureola di vittima aveva contribuito la sua buona
-parte al rumore che si era fatto intorno a Maurizio; ma,
-ripeto, l'anima di lui non se ne accontentava. Aver inseguito
-per tanti anni i fantasmi di una gloria poetico-letteraria,
-per starsene pago ad una fuggitiva nomea comprata
-a prezzo di un po' di spirito e di molta maldicenza,
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-gli pareva cosa bassa. Comprendeva benissimo essere il
-pubblico così fatto che, mentre fa buon viso alle inezie che
-punzecchiano, lascia dimenticato in un canto tutto ciò che
-approfondisce e pensa: ma, sazio del plauso della folla, volle
-il plauso degli eletti, invece di una gloriuzza volle una superba
-gloria tanto fatta.
-</p>
-
-<p>
-Affettò primo egli stesso di disprezzare le proprie chiacchiere
-settimanali, e non col falso disprezzo di chi vuol
-collocare i capitali ad interesse più alto, ma con un disprezzo
-vero e profondo. «Ho letto il tuo ultimo articolo.»
-«Sciocchezze! rispondeva, sto preparando un altro lavoro!»
-«Che lavoro?» «Uno studio sui filosofi della rivoluzione
-francese.» «Ah!»
-</p>
-
-<p>
-Non ci volle altro. È possibile leggere ancora, e trovar
-belle, le scritture d'uno che premediti uno studio sui filosofi
-della rivoluzione francese? Le teste meglio pettinate del
-caffè... furono le prime ad accorgersi come da qualche
-tempo la stella di Maurizio andasse declinando, ed il suo
-spirito si esaurisse, e perdesse egli i denti della satira. Ciò
-in parte era vero; sbollite le prime collere contro la società,
-Maurizio cedette alla propria natura e ridivenne benigno;
-e poi la sua fierezza si ribellava a questo scendere
-in piazza collo staffile, ed occuparsi delle persone col dispetto,
-colle ire e colle ironie che non devono ispirare se
-non le cose e le istituzioni; era troppo superbo per mordere
-dalla sua cuccia alle gambe degli inermi; non lasciò
-la cuccia perchè vi trovava un po' di pane, ma lasciò di
-mordere, raddolcì l'amaro della critica; dimenticò sè stesso
-nello scrivere, per ricordarsi solo delle cose di cui doveva
-parlare; non forzò gli argomenti ad atteggiarsi come piedestalli,
-per mettervisi in mostra, come aveva fatto per lo
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-innanzi; invece del getto continuo di spirito, di cui frodava
-i lettori, provò a dar loro idee vere e pensate. Fu come lo
-sfasciarsi d'un idolo.
-</p>
-
-<p>
-Rientrò nell'ombra, per escirne periodicamente visto da
-pochi; l'oscurità non lo sbigottì, se ne compiacque, e si
-adoperò a farsi più oscuro, sostituendo al proprio nome,
-a' piedi dei suoi articoli, due iniziali. Parevagli che il disdegno
-interno dovesse così apparire al di fuori; fu invece
-accusato di debolezza, e divenne l'esempio di un critico
-col cilicio e coll'amor del prossimo. A poco a poco nessuno
-ricordò che sotto le iniziali di Maurizio era Maurizio.
-Egli poteva dire, a confortarsi, che fuor delle mura, lontano,
-questo incognito era un benefizio; che il nascondere
-la persona dà maggior autorità alla parola, che gli dèi
-della commedia parlano dietro le quinte; ma nemmeno di
-questa commedia si dava pensiero, solo gli premeva lo studio
-sui filosofi che prepararono la rivoluzione francese. Gli
-bisognarono parecchi anni di vita oscura per compiere questo
-lavoro; quando lo diede alle stampe non ne ricavò un
-centesimo, nè una lode.
-</p>
-
-<p>
-Per tutti questi contrasti inselvatichì, divenne intrattabile;
-passava come uno spettro; quando s'imbatteva in uno
-degli antichi ammiratori, scantonava ad una svolta di via
-o fissava ostinatamente un punto dello spazio. Allora meditò
-una magnifica vendetta degli uomini che non lo comprendevano,
-intinse la penna nel fiele che gli aveva dato
-i primi allori, lanciò una mezza dozzina di saette, infine
-rovesciò la faretra ed uscì ringhioso per sempre dalla sua
-appendice. Fu un momentaneo sgomento, poi una generale
-risata. I curiosi, di quanto si passava nel cervello e nel
-cuore del vecchio idolo non sapevano nulla di nulla. Erano
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-stati d'accordo in dire che Maurizio aveva un segreto. Quale?
-ne bisbigliarono dieci; poi tacquero; ora finalmente vedevano
-chiaro; il segreto di Maurizio era che gli aveva dato
-volta il cervello!
-</p>
-
-<p>
-E non averci pensato prima! quando si dice!...
-</p>
-
-<p>
-Pochi mesi dopo questa catastrofe, lo zio milionario se
-n'andò <i>ab intestato</i> all'altro mondo, senza potersi tirar dietro
-i milioni che non aveva, e che toccarono, per eredità
-legittima, al nipote.
-</p>
-
-<p>
-Il disgraziato Maurizio, a forza di prefiggere a scopo
-della sua vita l'ambizione letteraria, era venuto a disprezzare
-sinceramente il denaro, che vedeva così di rado; trovatosi
-di botto quasi ricco, sulle prime fu sbigottito; poi
-si ricordò di aver pensato e scritto che il denaro fa le gran
-cose del mondo e gli parve il portinaio del tempio della
-gloria non aspettasse se non la prima manciata di scudi
-per spalancargli l'uscio a due battenti. Tutti gli antichi
-sogni ambiziosi risorsero; pensò il cerchio dei vecchi e dei
-nuovi ammiratori fatto più compatto intorno a sè, ed il
-proprio disprezzo superbo circondato dalla invidia, ed il
-suo nome portato lontano sulle ali della fama. Gli si forniva
-un'occasione di far chiaro ai nulli carichi d'oro il disprezzo,
-mostrando come del suo proprio oro egli facesse
-poco conto. Comparve nelle brigate, nei caffè, al <i>club</i>, nei
-teatri, nelle sale da biliardo. In pochi giorni ebbe amici,
-ammiratori, scimmie dei suoi modi, delle sue vesti, gente
-che s'informava del suo sarto e della sua stiratrice. Di lettere
-nessuno gli fiatava. Il mondo pensava che il meglio di
-Maurizio fosse il suo borsello.
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco prese l'abito elegante. Il suo quartierino
-da scapolo fu il ritrovo dei più leggiadri bellimbusti; vi si
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-dissero le più gaie maldicenze, vi si sturarono le migliori
-bottiglie di sciampagna, vi si fecero le cose più matte e più
-di buon gusto. Se la gloria gli rimaneva chiusa, la nomea
-gli ritornava incontro a tiro da quattro.
-</p>
-
-<p>
-I milioni di Maurizio divennero proverbiali.
-</p>
-
-<p>
-Ma la fama di milionario costa cara, specie se non si
-hanno i milioni.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio, sprezzante della sua nuova fortuna, non volle
-però lasciarsela ghermire dallo scialacquo. Egli non diceva
-più a sè stesso l'ingegno esser tutto nel mondo, nè tutto
-essere il denaro, ma che il meglio è il piacere, e che a prolungarlo
-gli bisognava porre un argine alle spese. Lo fece
-senza curarsi di quanto il mondo avesse a dire e con maggior
-fortuna che non pensasse; nessuno ne malignò; la
-sua riputazione di milionario si trovò essere così solidamente
-fabbricata, che i cenci stessi non l'avrebbero demolita;
-i suoi nuovi modi parvero frutto di balzano umore;
-la sua parsimonia sazietà. Vero è che questa parsimonia
-era ancora la lauta vita colle sue orgie e coi suoi bagliori,
-e che in fondo aveva solo mutato l'andatura, ma la meta
-era la stessa, la rovina. Di questo però non si dava pensiero;
-si proponeva d'arrestarsi in tempo; dove? quando?
-non sapeva. Era avido di piaceri; pareva volersi stordire
-da qualche secreto tarlo; anelava ad ebbrezze ogni volta
-nuove; sentiva, soddisfatti, riardere con altro fuoco gli
-stessi desiderii; in fondo era il vuoto ed un indefinito
-sgomento di sè. Lo sbigottiva la vacuità della sua vita,
-l'avvenire diverso tanto da quello che aveva sognato. In
-tutto il suo stato d'oggi, qual parte aveva la propria volontà,
-qual parte il proprio ingegno, a cui aveva tutto immolato?
-La sua stessa agiatezza gli era uggiosa; portava
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-sulla fronte il marchio del sacerdozio fallito; era un disertore
-che la fortuna aveva comprato co' suoi favori.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno si avvide che invecchiava, e che nel suo cuore
-era un posto vacante per un amor di donna. Qual donna
-amare? Non importa quale; gli bisognava una donna che
-non si potesse comprare, un affetto che non avesse origine
-dal suo denaro; qualche cosa di veramente suo, ad accarezzare
-il proprio egoismo e la propria superbia. Lasciò le
-orgie, dicendo agli amici essere stanco dei vezzi noleggiati
-dalle belle, ed alle belle esser sazio degli affetti imprestati
-dagli amici; — le belle e gli amici sentenziarono: «Maurizio
-è colpevole d'innamoramento.»
-</p>
-
-<p>
-Non era ancora vero. Alcuni mesi dopo, Serena fece la
-sua apparizione in Milano. Fu un avvenimento. Non
-parlò più se non della sua bellezza sovrumana, del suo lusso,
-del suo passato, delle sue ricchezze; le si diedero in prestito
-altri milioni, come a Maurizio; le si compose un romanzo
-molto intricato.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio cercò ed ottenne <i>la fortuna d'esserle presentato</i>,
-e tanto s'accostò alla fiamma di quei due occhioni,
-che vi ritrovò — miracolo nuovo — le proprie alucce di
-poeta, ed uscì in un madrigale che fece il giro del mondo
-elegante in ventiquatt'ore. Allora chi aveva accusato Maurizio
-di innamoramento, lo rimandò assolto, non so con
-quanta logica.
-</p>
-
-<p>
-I mille adoratori della nuova divinità, apparsa nell'Olimpo
-molto pagano della ricca borghesia, non badarono nemmeno
-all'autore del madrigale, il quale non dava ombra a chicchessia
-coll'insistenza simmetrica del suo culto e colle quotidiane
-intercessioni. Il segreto di Maurizio stette nell'ombra,
-immolato sull'altare del segreto di Serena.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-</p>
-
-<p>
-Costei non rimase lungamente come era apparsa; era
-vedova, sola, senza amanti conosciuti, circondata da vecchi
-e nuovi tentatori; chi era penetrato nel suo tempio, vi
-aveva visto gli arredi del culto proprio d'una divinità ricca
-e superba; tutto ciò è qualche cosa, poniamo anche sia
-molto; ma non è una <i>posizione</i> chiara e definita. Si discuteva,
-si almanaccava, ma in questo almeno si era d'accordo,
-che il mistero avviluppava tutta la bella figura di
-Serena, come il fondo nero d'un quadro, da cui esce più
-fascinatrice la superba bellezza d'una venere fiamminga. Con
-questa sola differenza, che la bella incognita aveva tutto
-delle veneri e nulla di fiammingo.
-</p>
-
-<p>
-Non si andò fino a darle il carattere di avventuriera,
-ma si aggiunsero colla fantasia i casi più bizzarri al suo
-romanzo ipotetico; taluno più accorto ritirò nello scrigno i
-milioni concessi al primo apparire di lei. Si sa che nel
-mondo vi ha della brava gente, avara fino allo scrupolo dei
-proprii milioni.
-</p>
-
-<p>
-A Maurizio non si pose mente gran fatto. Era suo desiderio
-vivere ignorato da tutti, noto a lei sola, ed alimentare
-nel proprio segreto la nuova fiamma, scaldarsi a quel
-fuoco insolito, rinascere alla nuova vita. Ambizione, gloria,
-ricchezze, piaceri — vecchio mondo in rovina, l'amore — ecco
-la vera vita, ecco l'avvenire, e gli sorrideva sulle labbra
-di Serena.
-</p>
-
-<p>
-Quest'ultima frase non vuol essere presa se non come
-una figura della rettorica innamorata di Maurizio; il vero
-è che Serena non fu con altri tanto severa quanto fu con
-Maurizio, il quale fra tutti era il solo devoto e sincero. Arti
-di bella capricciosa? Bisognò che Maurizio se lo dicesse
-almeno dieci volte il giorno per non impazzire. Per lui non
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-esisteva se non Serena, quel volto candido come l'alabastro,
-quegli occhioni di fuoco, quei capelli nerissimi; scopo della
-sua vita fu giungere al tesoro chiuso in quel magnifico
-scrigno di donna — al cuore.
-</p>
-
-<p>
-Quando ebbe la certezza che il magnifico scrigno era vuoto,
-ch'egli aveva affidato ad una vana sembianza tutti i suoi
-affetti, che quella suprema bellezza era da vendere al miglior
-offerente, che tutto quel lusso di forme apparteneva di diritto
-a chi lo avesse coperto con lusso maggiore di vesti e
-di gioielli, che il proprio amore era sprezzato, la nobiltà
-delle sue intenzioni quasi derisa, fu la fierezza dell'anima
-il medico della profonda ferita del cuore; si armò di disprezzo
-disposto ad entrare coraggiosamente in convalescenza.
-</p>
-
-<p>
-Ma il disprezzo, che talvolta è forza, si ritorce di frequente
-contro chi l'adopera; uno che disprezzasse sinceramente
-tutto quanto lo circonda, finirebbe, di necessità, col
-disprezzare sè stesso.
-</p>
-
-<p>
-Uscito dal primo impeto, Maurizio non potè tanto disprezzare
-Serena che non disprezzasse il mondo, nè tanto
-il mondo, da dimenticare come egli ne facesse parte.
-</p>
-
-<p>
-Per la prima volta vide nelle veglie tormentose delle sue
-ultime febbri tutto sè stesso, la povertà dei desiderii seminati
-e la miseria del raccolto. Amore, piaceri, ambizioni,
-ogni cosa fa fatta spregevole o vana, e disistimabile tutto
-e sè stesso nell'immensa disistima del mondo.
-</p>
-
-<p>
-Ad una di queste lunghe notti nevose era succeduta
-un'alba povera di luce, ed all'alba un mezzodì che pareva
-un tramonto, quando Maurizio, rizzandosi sui gomiti nel
-tormentoso letto, gettò alle proprie sembianze, riflesse da
-uno specchio, queste parole che gli venivano in mente per
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-la prima volta: «stupido! il denaro fa tutto; puoi tu darmi
-un milioncino?»
-</p>
-
-<p>
-L'altro non rispose, ed il servitore bussò colla nocca del
-dito alla porta.
-</p>
-
-<p>
-Recava una lettera.
-</p>
-
-<p>
-Quella lettera diceva così:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-«<i>Signore</i>,
-</p>
-
-<p>
-«Sul punto di lasciare Milano, per non tornarvi forse
-mai più, sento il dovere di rivolgervi una parola di ringraziamento
-e di addio. Non mi importa di ciò che dirà il
-mondo, ma di quanto potrete pensare voi sono gelosa. La
-proposta sincera che mi avete fatto vi dà il diritto di giudicarmi
-severamente. Fatelo; la mia colpa non trovi pietà
-nel vostro cuore, io lo merito. Ma sappiate almeno che sotto
-la maschera del cinismo e dell'indifferenza era il rossore
-della vergogna, e che il cumulo di menzogne, di cui feci
-pompa con voi, nascondeva un cuore. Non oso stringere la
-mano che mi avete offerto. Siate felice.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Serena</span>».
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span></p>
-
-<h2 id="cap21">XXI.
-<span class="smaller">IL SECONDO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Mezz'ora dopo Maurizio attendeva nel leggiadro
-salotto di Serena, col cuore agitato da una febbre
-più gagliarda di tutte le precedenti, colle
-mani contratte come per forzare la propria impazienza a
-contenersi.
-</p>
-
-<p>
-Era uscito da casa ed aveva fatto la strada senza pensieri,
-o piuttosto con un solo pensiero, che era insieme un
-delirio: «ella mi ama!»
-</p>
-
-<p>
-Tutte le idee si confondevano in quest'una: dubbii, ansie,
-paure, affannose notti, più nulla, nebbia ogni cosa; egli
-aveva l'occhio ad un raggio di sole: «ella mi ama!»
-</p>
-
-<p>
-Pensava egli a quanto stava per fare, a ciò che stava per
-dire? Che importava? Si sentiva più grande degli avvenimenti,
-gigante quanto era il fascino di queste parole: «ella
-mi ama!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-</p>
-
-<p>
-Serena si fe' molto aspettare.
-</p>
-
-<p>
-Quando apparve nel vano della porta, come una cara visione
-lungamente evocata, Maurizio mandò un piccolo grido
-e fece un passo incontro ad essa; ma la bella volse il capo
-a sbarazzare lo strascico della serica veste, che si era molto
-opportunamente impigliata nello stretto passo, e Maurizio
-si sentì inchiodato al suolo.
-</p>
-
-<p>
-Nel sorriso, nella fredda e cerimoniosa disinvoltura di
-Serena, non era proprio nulla della donna innamorata; invano,
-su quel pallido volto incantevolmente bello, Maurizio
-si adoperava a leggere una sillaba di ciò che aveva creduto
-di leggere nella preziosa lettera... proprio nulla!
-</p>
-
-<p>
-Serena fe' cenno al visitatore di sedere, e sedette ella
-stessa. Maurizio si lasciò cadere sopra uno dei seggioloni
-azzurri a frange d'oro, senza poter profferire parola e non
-distaccando gli occhi dalla bella indolente.
-</p>
-
-<p>
-— Vi ho scritto, fu la prima a dire Serena.
-</p>
-
-<p>
-— E per questo io sono qui, rispose Maurizio con voce
-commossa. Se quanto siete bella, voi siete generosa, dovete
-abbreviare la tortura che provo, promettermi d'esser schietta
-come sono io.
-</p>
-
-<p>
-— Non vi comprendo, rispose freddamente Serena.
-</p>
-
-<p>
-— Mi comprendete; lo leggo nel vostro cuore che mi
-comprendete; promettetemi di essere sincera.
-</p>
-
-<p>
-— Prometto, disse Serena con lieve atto dispettoso; non
-abuserete, immagino, della fiducia che ho riposto in voi e
-della volontaria parte di rea da me scelta, per farmi un interrogatorio.
-Volete essere mio giudice? Ve ne ho concesso
-il diritto, aspettate però che io sia lontana.
-</p>
-
-<p>
-— Voglio essere il mio giudice, riprese a dire Maurizio
-con un accento pacato e grave che dava solennità alle sue
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-parole, e socchiudendo gli occhi profondi, come per nasconderne
-il lampo: voglio essere il mio giudice; mi sta dinanzi
-agli occhi un superbo fantasma, ho fatto un sogno audace;
-se vero è quel sogno, voi mi amate.
-</p>
-
-<p>
-Serena, sorrise in singolare maniera, e rispose scherzosamente:
-«Svegliatevi.»
-</p>
-
-<p>
-— Non ancora, soggiunse Maurizio trattenendo invano
-l'impeto della passione; non ancora. Non prima d'avervi
-detto che il vostro amore mi è necessario, che è il mio delirio,
-tutta la mia vita. Non prima d'avervi detto che le
-cento ambizioni meschine per cui è passato il mio cuore
-hanno ora fatto una grande ambizione: essere amato da voi;
-che l'amor vostro sarebbe ad un tempo una pietà, che nessuno
-potrete mai rendere tanto felice con una parola quanto
-me. Ora dite, ho io sognato scioccamente, od è vero che mi
-amate?
-</p>
-
-<p>
-«Svegliatevi» ripetè Serena collo stesso accento, collo
-stesso atto, collo stesso sorriso.
-</p>
-
-<p>
-E siccome Maurizio la guardava fisso in volto tentando
-di cogliere nelle sembianze di lei una mentita alle parole,
-soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Vi ho dato la mia stima, vi ho dato la mia fiducia, e
-sono cose che vengono dal cuore; potrei darvi un effimero
-affetto, e sarebbe capriccio, dire d'amarvi e sarebbe menzogna.
-Uscite dal vostro inganno. Risalendo il mio passato
-non trovo per gran tratto di via una parola schietta come
-la vostra, un'offerta generosa come la vostra, un cuore più
-nobile del vostro — ecco perchè mi duole d'essere da voi
-creduta più trista di quello che sono — ed ecco perchè vi
-ho scritto. Mi sentivo disprezzata e volevo essere rammentata
-senza maggior disprezzo domani... Non credevo di rivedervi...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sentite, interruppe Maurizio pigliando con audacia
-lontanissima dalla impertinenza la mano della bella, io ho
-gli anni in cui le passioni sono fatali, e nondimeno mi
-rimarrebbe tanta forza da soffocarle se le credessi ignobili:
-sentite, io non chieggo del vostro passato, io non voglio
-guardare in un tempo che non mi appartiene; qualunque
-sia la colpa da cui siete uscita così bella e così forte, io so
-già che è una sciagura. Ebbene, sappiatelo; ho anch'io una
-colpa, e la nascondo anch'io invano a me stesso; accettate
-di divenire mia moglie, farete una generosa azione, e mi
-aiuterete ad espiare e riparare il passato. Devo dire di più?
-</p>
-
-<p>
-— No, ve ne scongiuro.
-</p>
-
-<p>
-Serena non disse altro, pareva le mancassero le parole
-ad una folla d'idee e di sentimenti.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio approfittò di quell'istante di debolezza e soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Non sono ricco, lo sapete, pure mi rimane tanto da
-vivere in un'onesta oscurità; non mi dite che vi piace il
-lusso, che amate la pompa e gli agi d'una splendida esistenza;
-ho potuto crederlo un istante, ma oggi non la crederei.
-</p>
-
-<p>
-— Avreste torto, osservò Serena ritrovando un'uscita al
-suo imbarazzo.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio non l'udì.
-</p>
-
-<p>
-— Andremo lungi da Milano, andremo dove vorrete, il
-mondo è vasto ed offre mille nascondigli alla vera felicità;
-ne cercheremo uno insieme.
-</p>
-
-<p>
-Dicendo queste parole, il volto severo di Maurizio brillava
-di una luce insolita, e la voce gli tremava come per
-affanno. Serena rimaneva impassibile; od almeno se ne dava
-l'aria.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È inutile, diss'ella, questa bella cornice non si adatta
-a me; vi pare che, se anche potessi accettare di divenir
-vostra, l'ombra mi accontenterebbe? Mi crediate o no, io
-amo la luce, tutti mi dicono che sono bella, ed a forza di
-sentirlo dire mi piace crederlo; finchè ciò dura bisogna
-metterlo in mostra; è la mia parte.
-</p>
-
-<p>
-— Cessate, interruppe Maurizio con dolcezza pietosa,
-cessate; io vi leggo in cuore che non sentite una parola di
-quanto dite per guarirmi. Non sono un ammalato che risani;
-finchè durerà la mia speranza sarò un audace sognatore,
-se risvegliandomi non sarò nelle vostre braccia, impazzirò.
-</p>
-
-<p>
-Serena si rizzò in piedi e guardò intorno a sè come sgomentata,
-poi si fece presso a Maurizio col volto in fiamme.
-</p>
-
-<p>
-— È vero, sì, è vero, io vi ho ingannato, io vi amo!
-</p>
-
-<p>
-E gettandogli senza ritegno le braccia al collo, ruppe in
-un singhiozzo le ultime parole.
-</p>
-
-<p>
-Quell'atto fu così repentino, che Maurizio rimase un
-istante trasognato. Uscendo dal suo torpore, sentendosi fra
-le braccia il bel corpo di Serena, e sul volto l'alito della
-sua bocca ed i ricci dei suoi capelli, e sul cuore il martellare
-affrettato di quel cuore rimasto fino allora un mistero,
-diè un grido.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! ch'io non impazzisca ora per l'immensa gioia!
-</p>
-
-<p>
-— Tacete, per pietà; tacete! mormorò la bella, e chiuse
-colla mano tremante la bocca di Maurizio.
-</p>
-
-<p>
-In quell'atto, in quella sconfinata ebbrezza dei sensi,
-Maurizio non si sentiva più uomo; nascose il capo nell'onda
-dei ricci della bella, ne baciò le labbra, le guance,
-la fronte, e tacque. Quanta parte pigliava Serena a quella
-muta frenesia?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco l'ansia del suo petto si quetò, cessò l'affanno,
-e fu essa la prima a sciogliersi dolcemente da quell'amplesso.
-</p>
-
-<p>
-— Se voi mi amate, mormorò Maurizio prolungando
-quanto poteva la sua felicità, se voi mi amate siate mia.
-</p>
-
-<p>
-Serena non rispose, allontanò per l'ultima volta la mano
-che le cingeva il corpo e riuscì a sedersi sopra un seggiolone.
-Aveva ripreso tutto l'imperio di sè medesima, era
-ancora la bella indolente di prima. Quanto a Maurizio,
-nell'atto d'uno a cui sia stato tolto dalle mani un tesoro,
-la guardava con occhi sbigottiti, avendo l'aria di non credere
-alla sua felicità di poc'anzi.
-</p>
-
-<p>
-— Siate mia, insistette Maurizio facendosi più presso:
-ho guardato nel mio avvenire ed ho visto che non mi riserba
-altra felicità se non l'amarvi; siate voi dunque tutto
-il mio avvenire, siate mia.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio nel dire queste parole aveva riguadagnato un
-po' della sua consueta fermezza; pregava, ma come un superbo.
-</p>
-
-<p>
-— Sono vostra, rispose Serena con semplicità; la parola
-che mi è uscita dal labbro mi fa vostra. Le donne mie pari
-quando hanno detto di amare sono fortezze smantellate;
-l'amore è la parola d'ordine. Sono vostra...
-</p>
-
-<p>
-Quelle parole trattennero Maurizio, il quale sulle prime
-aveva dato loro un altro significato. Ciò che ora comprendeva
-era tanto inverisimile, che stentava a darvi fede. Nulla
-rispose, ma l'atto quasi pauroso con cui si ritrasse, ed il
-fiero modo con cui sollevò la fronte, dissero chiaro il suo
-pensiero.
-</p>
-
-<p>
-Serena lo guardava senza sbigottimento.
-</p>
-
-<p>
-— Mi avete detto di stimarmi, prese poi a dire Maurizio
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-con voce grave, mi avete ingannato. Io non sono venuto
-per farvi ingiuria; è un'altra maniera d'amore quella che
-vi chieggo.
-</p>
-
-<p>
-— Non ne ho altra, rispose Serena.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio non udì.
-</p>
-
-<p>
-— Non parlo alla donna che ha l'incenso di tutti, parlo
-a quella che ha il mio cuore. Il passato qualunque sia non
-è cosa mia; non voglio di voi altro che voi sola! A me
-basta sapermi amato e sapervi moglie virtuosa. Non potete
-voi divenirlo?
-</p>
-
-<p>
-— Non posso, rispose Serena senza esitare, non posso. La
-colpa è la mia sorte, la porto meco, non mi abbandona,
-non può abbandonarmi mai... nè con voi, nè con altri...
-</p>
-
-<p>
-— Mi basta, mormorò Maurizio, mi basta.
-</p>
-
-<p>
-Ma non era vero; non gli poteva bastare; lottava dentro
-di sè tra la superbia e l'amore, e si guardava intorno con
-occhio smarrito.
-</p>
-
-<p>
-Serena vide quello sguardo e n'ebbe paura, e fu di nuovo
-in piedi d'un balzo, ma invece di farsi presso a Maurizio,
-rimase immobile, severa, quasi minacciosa, cogli occhi fissi
-all'uscio della sua camera.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio si volse, e vide nella stessa cornice, dove poc'anzi
-gli era apparsa la soave figura di Serena, un uomo tozzo,
-una faccia spartita per metà dal sorriso d'una bocca enorme,
-due occhioni da coniglio sotto una piccola fronte, e tutto
-ciò in atto tra l'umile ed il beffardo.
-</p>
-
-<p>
-Allo sguardo di Serena il banchiere Redi si ripiegò
-sopra sè stesso e scomparve; e Maurizio, a cui l'ingrata
-apparizione apriva gli occhi, non seppe resistere al primo
-istinto della propria superbia, s'inchinò lievemente e fece
-atto di uscire.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non aveva mosso un passo, e già era pentito, e voleva
-rimanere; ma Serena non fe' cenno, non disse parola per
-trattenerlo, ed il disgraziato si trovò fuori dell'uscio senza
-avvedersi che gli sanguinava il cuore.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta Serena non pianse, non uscì in singhiozzi,
-ma rimase in piedi immobile gran tratto dopo che Maurizio
-fu lontano.
-</p>
-
-<p>
-Quando si risovvenne del banchiere Redi, entrò nella
-propria camera che trovò deserta; il prudente milionario se
-n'era andato.
-</p>
-
-<p>
-Ma aveva lasciato di sè il profumo, un irresistibile olezzo
-di bergamotto che doveva guidare la fantasia più ritrosa
-dietro i suoi passi. Forse per resistere più coraggiosamente
-alla tentazione, Serena ritornò nel salotto e sedette dove sedeva
-poc'anzi, e fissò l'occhio dove poc'anzi era Maurizio, e
-così rimase a lungo.
-</p>
-
-<p>
-Fu tolta, o piuttosto non fu tolta, ai suoi pensieri,
-da un servitore che recava un bigliettino olezzante di
-mammola. Serena riconobbe l'essenza favorita del vago luogotenente
-delle guide, e si lasciò cadere di mano il pistolotto
-senza degnarlo d'uno sguardo.
-</p>
-
-<p>
-Così passava il tempo; già la luce invernale incominciava
-ad affievolirsi; a poco a poco si abbrunarono successivamente
-le quattro virtù delle pareti, i ninnoli di bronzo
-ed i mobili di palissandro, poi l'azzurro delle stoffe e le dorature,
-e da ultimo non rimasero di quell'allegra comitiva
-di colori, altro che i bianchi amorini di stucco appesi alla
-vôlta a ghirlande della propria natura.
-</p>
-
-<p>
-Serena fantasticava sempre, fissando la candida boccia
-d'una lampada; e solo quando l'ebbe perduta di vista, perchè
-l'ultimo tizzo si spense nel caminetto, solo allora si avvide
-dell'oscurità e del freddo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<p>
-Chiamò; due minuti dopo tutti i colori, che si erano sottratti
-ad uno ad uno e come di nascosto, riapparvero in
-frotta a far festa al lame giocondo della lampada ed alle
-fiammate allegre del focolare.
-</p>
-
-<p>
-Ecco: le frange d'oro dei mobili e gli stipiti dorati si
-rimandano i riflessi, ogni spigolo sfoggia la sua pennellata
-di splendore, le quattro virtù sembrano sorridere agli amorini,
-e gli amorini ricominciano più allegramente che mai
-le loro tentazioni sul capo delle quattro virtù.
-</p>
-
-<p>
-È il buon momento.
-</p>
-
-<p>
-Il cugino Ferdinando, l'amabile luogotenente delle guide,
-domanda d'esser ricevuto.
-</p>
-
-<p>
-La bella pensosa rialza il capo e fa un cenno sbadato che
-si può tradurre: «venga.»
-</p>
-
-<p>
-E l'amabile luogotenente viene, colle gambe sparate, colla
-sciabola sotto il braccio, come un eroe che muove alla conquista.
-Deh! se la vittoria ha un minuzzolo di cervello non
-tardi a buttarglisi nelle braccia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span></p>
-
-<h2 id="cap22">XXII.
-<span class="smaller">IL LUOGOTENENTE DELLE GUIDE TORNA ALLA CARICA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Cuginetta, disse l'azzurro cavaliere, sono stato
-più volte al punto di credermi meno fortunato;
-dentro di me qualche cosa scommetteva che non
-mi avreste ricevuto. Il cuore ha vinto la posta; lasciate che
-vi ringrazi.
-</p>
-
-<p>
-— Di che? rispose Serena, volgendo appena il capo dalla
-parte del nuovo venuto, senza però staccare gli occhi da un
-punto fisso che non era nella sala.
-</p>
-
-<p>
-— Di aver aderito alla mia preghiera.
-</p>
-
-<p>
-— Quale preghiera?
-</p>
-
-<p>
-Il luogotenente parve sbigottito da quella ostinata distrazione.
-</p>
-
-<p>
-— Non avete ricevuta la mia lettera?
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare di sì, ma non ho avuto tempo di leggerla.
-</p>
-
-<p>
-E si volse senza affettazione; in aria di sincero pentimento,
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-ricercò e mostrò sulla tavola, ancora intatta, l'odorosa
-missiva del galante guerriero; l'aspetto del quale è
-intraducibile colla penna; quello stentato sorriso, quella
-violenta contrazione dei muscoli della faccia per non fare
-il broncio, e quel dimenarsi per non parere sgominato,
-gli davano un'aria burlesca di vittima niente affatto rassegnata.
-</p>
-
-<p>
-— Vi domando scusa, disse Serena ridendo forte, come
-se non potesse resistere all'impeto del suo umore giocondo;
-mi direte voi stesso che cosa contiene questa lettera,
-caro cugino.
-</p>
-
-<p>
-Il cugino Ferdinando aveva perduta la testa, ed infilò due
-spropositi uno in coda all'altro. Il primo sproposito fu di
-non far eco alla gaia risata della bella, il secondo di rispondere
-pregando la bella di leggere ora il suo biglietto.
-</p>
-
-<p>
-Il lettore avveduto non ha bisogno che gli si dica quanto
-magra figura faccia un innamorato, il quale assiste alla lettura
-della propria <i>dichiarazione d'amore</i>. Ma era proprio
-un innamorato, il luogotenente delle Guide? Questo non è
-certo, quanto è certo è che la sua lettera era una dichiarazione
-profumata, a bruciapelo.
-</p>
-
-<p>
-Serena si arrese all'invito con molta grazia, spiegò la
-lettera, ne fiutò il profumo con un atto di lieve beffa, e
-lesse a voce alta, facendo scherzosamente tutte le fermate
-delle virgole e dei punti. Quell'omaggio all'ortografia del
-luogotenente fu ricevuto male, perchè, invece di esserne lusingato,
-il guerriero continuò a dimenarsi sulla seggiola
-non sapendo come tenersi.
-</p>
-
-<p>
-Finita la lettura, la bella depose sbadatamente la missiva
-dove l'aveva presa e si rivolse al cugino:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque voi mi amate? Ne siete sicuro?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il luogotenente, a sentire enunciato il suo tema, fece uno
-sforzo coraggioso per non darsi l'aria d'uno scolaretto, ed
-incominciò l'amplificazione così:
-</p>
-
-<p>
-— Credetelo, cugina, ve ne prego. So tutte le idee che
-possono venirvi in mente, so che il passato sta contro di
-me per quella volgare opinione che non si ama due volte
-la stessa persona; potrei dirvi che non ho mai cessato di
-amarvi, ma sarò schietto; è vero, io ho potuto cessare d'amarvi;
-non so come, non so perchè; ed ora vi amo più
-della prima volta. Ho ritrovato in voi tutta la vostra bellezza
-che mi accese, e per giunta un fascino nuovo che
-m'incatena.
-</p>
-
-<p>
-Il linguaggio del luogotenente era divenuto a poco a poco
-sicuro e determinato.
-</p>
-
-<p>
-Serena lo lasciò dire senza interromperlo.
-</p>
-
-<p>
-— Siete bella come non foste mai, tutti vi adorano, ed io
-sono geloso. Non voglio mascherare i miei sentimenti, attribuiteli
-voi a voi stessa, non a merito mio; ma se la
-schiettezza merita un premio, siate schietta anche voi
-con me, ditemi se vi pare proprio che non possiate
-amarmi mai.
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare proprio, rispose Serena.
-</p>
-
-<p>
-Il cugino insisteva collo sguardo.
-</p>
-
-<p>
-— Vi comprendo, disse la bella, con un leggiadro sorriso;
-voi stesso vi fate illusione sui vostri sentimenti; non
-volete ingannarmi perchè siete schietto e generoso, ma vi
-ingannate, perchè nessun uomo è padrone d'essere schietto
-e generoso con sè stesso. Credete di amarmi per le mie
-nuove bellezze, per un mio fascino nuovo; se poteste leggere
-dentro di voi come io vi leggo, vedreste che in me
-non amate più la donna, ma la cortigiana in voga.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Cugina... disse l'uffiziale accostandosi.
-</p>
-
-<p>
-— Cugino... ribattè la bella, fredda, ma senza collera, il
-vostro amore è un'impertinenza.
-</p>
-
-<p>
-Il disgraziato amatore ammutolì.
-</p>
-
-<p>
-— Domani lascio Milano, proseguì Serena, ridiventando
-la creatura indolente di prima.
-</p>
-
-<p>
-— È dunque vero?
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapete?
-</p>
-
-<p>
-— Si diceva al caffè; non ho voluto credere, e per questo
-vi ho scritto e sono venuto.
-</p>
-
-<p>
-— E si diceva dove mi recherò?
-</p>
-
-<p>
-— A Parigi.
-</p>
-
-<p>
-— Sono meglio informati di me, perchè io stessa non lo
-so ancora. Non si diceva altro?
-</p>
-
-<p>
-— Null'altro. Ebbene, vi scongiuro...
-</p>
-
-<p>
-— Cugino, ci rimettete uno scongiuro; è deciso che io
-parta.
-</p>
-
-<p>
-— Sola?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— E l'uomo che vi accompagna, lo amate?
-</p>
-
-<p>
-Serena si strinse nelle spalle e non rispose.
-</p>
-
-<p>
-— Sentite, riprese a dire il luogotenente dopo un breve
-ed affannoso silenzio; se una cosa vera è mai uscita dalle
-mie labbra, ve lo giuro sul mio onore, è questa, ch'io vi
-amo. Non vogliate vendicarvi di me, oppure vendicatevi
-meglio, ridatemi avaramente una bricciola del passato, ridatemi...
-</p>
-
-<p>
-— Io non mi do, interruppe Serena con tono indifferente,
-mi vendo.
-</p>
-
-<p>
-— E il vostro compratore? rispose incollerito il cugino.
-</p>
-
-<p>
-— Mi paga cara, e potrebbe comprare dieci mie pari;
-non vi fu detto il suo nome al caffè?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non mi fu detto, ma ora l'indovino; il banchiere Redi.
-</p>
-
-<p>
-Serena non rispose.
-</p>
-
-<p>
-— Lo ucciderò, disse il guerriero, mettendo il pugno sull'elsa
-della sciabola.
-</p>
-
-<p>
-— Un milionario non si lascia uccidere; e poi, ucciso uno
-se ne trova un altro; non vorrete uccidere tutti i milionari,
-immagino. Cugino Ferdinando, ridiventate uomo di spirito,
-come siete sempre stato fino a questo momento.
-</p>
-
-<p>
-E la bella, senza muoversi dall'indolente positura, fece
-un cenno di commiato al galante guerriero e sonò un campanello.
-</p>
-
-<p>
-Un pezzo di servitore alto sei piedi apparve nel vano dell'uscio.
-Di mala voglia il luogotenente si rizzò, fece un lieve
-inchino, uscì.
-</p>
-
-<p>
-E la bella continuò a fissare lungamente un punto immobile,
-che non era nel suo salotto.
-</p>
-
-<p>
-Il domani Serena era partita. Appena la novella si sparse
-per la città, i frequentatori del caffè e del circolo tennero
-adunanza e discussero <i>a posteriori</i> tutti i segni infallibili
-che avevano annunziato la catastrofe. E che fosse una catastrofe
-non fu posto menomamente in dubbio dagli adoratori,
-i quali spiegavano così la fortuna del banchiere a danno
-delle loro legittime speranze. Del resto tutti si consolavano e
-ricevevano consolazioni a vicenda, col riso e l'arguzia sulle
-labbra. Rimaneva un paio d'inconsolabili, i quali, ciascuno
-per proprio conto, si erano vantati che la bella ritrosa non
-avesse saputo resistere alle loro seduzioni; ma costoro non
-furono visti al circolo nè al caffè.
-</p>
-
-<p>
-In fondo la fuga (s'era finito coll'accettare questa espressione),
-la fuga di Serena col banchiere Redi fu una vera
-fortuna. Gli echi del caffè e del circolo non udirono mai
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-tanti motteggi, e gli specchi dovettero credersi disoccupati,
-non avendo più a riflettere alcuno sbadiglio.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a Maurizio la notizia gli venne solo a tardo mattino.
-Nella notte il disgraziato aveva fatto pazzi sogni ad
-occhi aperti. Per la prima volta, dacchè il cuore aveva preso
-la mano alla fantasia ambiziosa, il senso prese la mano al
-cuore. «Quella donna, quel miracolo di forme, poteva esser
-sua!»
-</p>
-
-<p>
-Quando spuntava l'alba egli diceva a sè stesso che gli
-bisognava ritornare da Serena prima che partisse, trattenerla
-o seguirla, stringersela al cuore, e dimenticare in
-quello spasimo dolce ogni altro spasimo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span></p>
-
-<h2 id="cap23">XXIII.
-<span class="smaller">SERENA A MAURIZIO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-«Parto, reco altrove la mia vergogna, senza rammarico,
-senza dolore, senza gioia; non mi importa
-dove, purchè sia lontano.
-</p>
-
-<p>
-«Non ritornerò forse, non vi rivedrò forse mai più; queste
-parole sono il testamento che mi separa da tutto ciò
-che ho amato. Mi spinge a scrivervi non una vanitosa compiacenza
-od una fantasia melanconica di donna colpevole;
-ma un bisogno, un dovere. L'offerta che mi avete fatto vi
-dà ogni diritto sopra di me; ora che io non potrò più arrossire
-in faccia a voi, sappiate tutto il vero.
-</p>
-
-<p>
-«Non potevo esser vostra nè d'altri; nella terribile vedovanza
-che mi sono fatta intorno al cuore, mi rimane il
-primo vincolo, mio marito! Ho ucciso tatti i miei affetti,
-tutte le mie gioie, tutto il mio avvenire con una colpa sola,
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-ma è sopravvissuta la colpa, implacabile, continua. Io non
-sono vedova.
-</p>
-
-<p>
-«È la sorte di molte, è la storia d'ogni giorno.
-</p>
-
-<p>
-«Se vi dicessi che l'uomo a cui fui sposa io lo amava,
-che egli mi amava e che un istante di dimenticanza mi
-tolse alla casa mia, all'uomo mio, agli affetti miei, per restituirmi
-più tardi al pubblico corrotto, non ancora corrotta
-io stessa al pari del pubblico; se vi dicessi che la
-<i>passione</i> da cui venni tolta alla famiglia, divenuta sazietà,
-mi respinse colla fredda ingiuria e mi lasciò sola, vi direi
-la storia di mille.
-</p>
-
-<p>
-«Ad ogni sole che tramonta si offusca insieme la pace
-d'una famiglia; ogni alba nuova saluta il primo ghigno di
-una cortigiana.
-</p>
-
-<p>
-«Leggetemi in cuore. Vi hanno momenti della mia triste
-vita in cui rivedo una casicciuola in fondo ad una viuzza
-di Modena, ed in quella casa il cumulo dei miei sogni di
-fanciulla, ed i nuovi sogni di sposa, e la felicità di avere
-una famiglia mia, d'essere come il primo anello d'un mondo
-fatto per me, ed un sorriso sereno in premio della mia
-gioia, e la mia gaia e spensierata natura di donna riflessa
-in un maschio volto d'uomo occupato nei suoi studii, ma
-buono, affettuoso, pieno di fiducia, fatto cieco dalla sua stima;
-Quella casa serena io l'ho fuggita, quel volto sereno io l'ho
-oscurato per sempre, per me quell'anima mite maledice la
-esistenza, e quell'intelletto che viveva di due amori, della
-scienza e della famiglia, ora... E tutto ciò per una creatura
-fatua, insipida, volgare, che, coll'arditezza e con quattro
-freddure imparate a memoria, trionfò della mia virtù.
-</p>
-
-<p>
-«Rinsavita, più pel nuovo senno del mio innamorato che
-per proprio mio senno, mi rimaneva una sola via aperta — scendere
-ad uno ad uno i gradini che menano alla colpa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Feci scrivere a colui che mi fu padre; mi fece rispondere
-«la mia dote restituitagli da mio marito essere a mia
-disposizione presso il banchiere Redi; vivessi di quella non
-ignominiosamente, <i>se mi era possibile</i>». Nulla più. <i>Non
-mi era possibile.</i> Rientrare nel mondo come una pentita,
-rinnovare la mia riputazione, non far parlare di me la gente
-maligna; tutto ciò era possibile; ridivenire onesta, no.
-La mia anima ebbe una singolare fierezza e non volle ricomprare
-con un facile pentimento l'impunità della mia
-colpa. Uscita dal santuario della mia casa, io doveva avvoltolarmi
-nel fango; era la sola riparazione possibile; — onesta
-moglie o cortigiana pubblica — non è via di mezzo
-per chi, oltre all'anima corrotta ed al corpo contaminato,
-non vuol mascherarsi coll'ipocrisia. Volli essere spregievole,
-poichè avevo cessato d'essere stimabile.
-</p>
-
-<p>
-«Le porte della mia casa erano chiuse dietro di me, e
-mio padre non mi chiamava più figlia; cento altre braccia
-si aprivano per accogliermi nella caduta.
-</p>
-
-<p>
-«Volli stordirmi; mi concessi il lusso, le feste, le adorazioni;
-accettai la mia parte quale io me l'era fatta; disprezzai
-me stessa per arrivare più presto e più forte allo
-sprezzo del mondo.
-</p>
-
-<p>
-« — Fa di venderti caro, mi ripeteva la mia nuova saggezza
-e sarai onorata. Gli uomini ingiuriano i piccoli mercati,
-applaudono ai grandi; inflessibile colla colpa coperta
-di cenci, si piegano in arco quando passa la colpa coperta
-di velluto. — Mi parai di gioielli falsi e di velluti e scesi
-al mercato. Ecco, ora ho i gioielli veri!
-</p>
-
-<p>
-«Disprezzatemi, siate più forte di chi mi ingiuria e si
-strugge dal desiderio o dall'invidia, abbiate in cuore ciò
-che i meschini hanno sul labbro — disprezzatemi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-</p>
-
-<p>
-«È la mia pena e la invoco.
-</p>
-
-<p>
-«Ma non siate ingiusto; non mi fate carico di aver preferito
-all'affetto vostro le ricchezze d'un uomo che mi è
-odioso. Dite piuttosto a voi stesso che ho scelto la colpa che
-contamina la persona meglio di quella che fa battere il
-cuore, che volli rimaner cortigiana anzi che amante di un
-uomo amato; e che questo è il mio volontario supplizio. Ogni
-altra espiazione mi è negata; amarvi, essere vostra e felice
-del vostro amore, mi parve maggiore ingiuria all'uomo tradito.
-</p>
-
-<p>
-«Non dico di più; non gioverebbe a nulla. Disprezzatemi
-solo quanto io mi disprezzo e vi basterà a cancellare
-interamente dal petto il tristo amore d'una sciagurata.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Serena</span>».
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span></p>
-
-<h2 id="cap24">XXIV.
-<span class="smaller">CIÒ CHE RIMANE A MAURIZIO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il suo amore! pensò Maurizio; ambizioso sentimentalismo
-di cortigiana, ipocrisia di un cuore
-di donna che batte fra le braccia di un compratore!»
-</p>
-
-<p>
-Stette lungamente immobile, come istupidito, cogli occhi
-fissi in quei caratteri che andava rileggendo a spizzico senza
-più comprenderne il significato.
-</p>
-
-<p>
-Gli passavano in mente, in folla disordinata, mille fantasie;
-vedeva quella donna in cento aspetti, se la immaginava
-in viaggio, entro la carrozza, all'albergo, al braccio
-del banchiere, ora con un triste sorriso sulle labbra, ora
-colla fronte annuvolata, carezzevole e dispettosa, innamorata
-e cortigiana, pensosa e beffarda. Questa folla pazza di fantasmi
-si avviava tutta per una strada, dietro la fuggitiva,
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-e passava innanzi a lui lasciandolo solo nel mezzo del cammino,
-a ghignare in silenzio, senza nemmeno volgere il
-capo per accompagnarli un tratto di via. Quelle ombre passavano,
-si riflettevano un istante sopra di lui, che se ne
-stava immobile e non ne serbava alcuna traccia: pareva che
-tutti quei pensieri fossero gente frettolosa e gli domandassero
-la via per cui Serena era passata, e che il suo cuore
-dovesse rispondere: «per di qua» — ma la sua mente era
-altrove.
-</p>
-
-<p>
-Quella donna che fuggiva, quella bellezza di forme che
-si cancellava nello spazio, non era più se non una visione;
-il suo disgraziato amore una leggenda. Egli si sentiva la
-forza di strapparsi dal petto ogni sentimento estraneo; ritrovava
-sè stesso; il suo orgoglio medicava con sinistra
-pietà la sua ferita.
-</p>
-
-<p>
-E pensava... A che pensava egli?
-</p>
-
-<p>
-Tutte le belle fantasime giovanili gli riapparivano colla
-beffa sul labbro; le meditate opere del suo ingegno, le vergini
-collere e le ardenze dei primi anni avevano il ghigno
-della parodia: più oltre erano le sospirose miserie allietate
-da un inno e le gagliarde fami contente ad un pane e ad
-una strofa, e più oltre... Più oltre i vent'anni, la balda e
-ridente stagione della vita... E nondimeno egli ne rifuggiva,
-ritornava indietro, rifaceva il suo cammino fino ad
-arrivare all'amarezza dell'oggi; allora fissava l'occhio più
-intento, e lo spalancava vie più, e dallo sguardo immoto
-gli balenava una tetra luce.
-</p>
-
-<p>
-E pensava... A che pensava egli?
-</p>
-
-<p>
-Alla sua credulità beffata dallo esperimento degli uomini,
-all'intatta fede d'una volta ed allo scetticismo datogli dalla
-pratica del mondo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-</p>
-
-<p>
-E forse, pigliando le parti del volgo — volgo oramai egli
-stesso — contro le proprie utopie generose, si diceva che
-tutte le sue ambizioni erano stolte, tutte le sue speranze
-sciocche, ridevole ogni sua chimera; e che l'aver voluto attendere
-dallo ingegno e dal cuore altra moneta da quella
-dell'elemosina era la massima ingenuità. E che in fin dei
-conti il mondo è un mercato, e che se ci vai con una moneta
-che nessuno conosce, dovrai spenderla per vilissima, e
-chiamarti fortunato se non ti si lasci morire di fame. L'ingegno!
-Tutti ne hanno!... Ma tu parli del tuo proprio che
-vale di più... E quanto vale? E chi ti dice se più valga lo
-appaiare due endecasillabi ed il mettere in prosa elegante
-ciò che ti frulla per il capo, ovvero la speculazione profetica
-che ha l'occhio al rialzo ed al ribasso, e la dotta fiducia
-che accetta allo sconto una cambiale? E che fan di buono
-le tue strofe e la tua prosa, quando non fanno del marcio?
-E poi, via, perchè questa sorta d'ingegno, letterario od artistico,
-pretende di andare innanzi all'altro? A condurre
-con garbo un negozio, a stringere i nodi della borsa quando
-è il momento buono, si richiede uno squisito acume d'intelletto;
-a fare che la lira, invece d'un soldo, ne renda due,
-occorre un'arte greca sopraffina. Tu te la intendi benissimo
-coi numeri del verso, ma io me la rifaccio coi numeri dell'abbaco;
-invertiamo le parti e ti farò ridere, e mi farai ridere;
-ma io riderò più forte ed il coro farà eco al mio buon
-umore. Non è così grand'uomo che non sia più piccolo del
-suo portinaio, a sentire il portinaio. «Egli fa libri, sapesse
-così fare i conti di casa sua!» «Codesti signori eruditi
-non capiscono nulla; hanno il capo nelle nuvole, fossi io
-nei suoi panni, questo vorrei fare! o questo! o questo!... un
-po' di buon senso come ce lo dà la madre natura vale meglio
-di tutti i genii dell'universo!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-Conclusione: non è uomo più corto dell'uomo di genio.
-Invece se tu entri nel mondo col borsello ripieno, ti basterà
-mostrarlo perchè ti si apra ogni rupe; avrai servitori
-e clienti che ti faranno codazzo, attratti dalla musica dei
-tuoi scudi; se distribuisci le mancie, meglio, ma non occorre
-nemmeno; ti fuggiranno i parassiti, ma ti rimarrà la
-immensa maggioranza, la quale se ne sta contenta a sapere
-che, se tu volessi, potresti comprare tutte le loro virtù insieme;
-non vuoi, ma è tutt'uno, un milionario è come una
-cassa forte, e dà lo stesso religioso stupore: non importa
-che sia chiusa con mille congegni, e non ne esca uno spicciolo,
-e sia a prova di incendio e di lagrime.
-</p>
-
-<p>
-Accuserai tu il prossimo tuo perchè non ammira abbastanza
-il tuo ingegno, o la tua prodezza, o la tua virtù,
-quando il mondo è pieno di falsi prodi, di ipocriti e di cerretani?
-Sii schietto: la sola cosa schietta è il denaro; lo
-conti e sai il fatto tuo; hai mille lire in tasca e le mostri
-al tuo vicino; se il tuo vicino frugando in tutte le sue tasche
-non vi trova una lira, dirà nel segreto del suo cuore
-che tu vali novecentonovantanove volte più di lui.
-</p>
-
-<p>
-Questo pensava Maurizio. Due giorni dopo egli aveva
-speso il rimanente del suo patrimonio nell'acquistare azioni
-di una certa impresa umanitaria, che prometteva dividendi
-del trentacinque per cento.
-</p>
-
-<p>
-A calcoli fatti, rivendendo le azioni quando fossero raddoppiate
-di valore, comprandone altre alla pari in una nuova
-impresa, e così di seguito, un soffio di fortuna ed un paio
-d'annetti dovevano bastare a dare a Maurizio il fatato milioncino.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span></p>
-
-<h2 id="cap25">XXV.
-<span class="smaller">DONNINA AD OGNISSANTI.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-«Vedi tu chi mi sta dietro le spalle minacciando
-di non andar via prima ch'io non abbia incominciato
-a scriverti? Gli ho pur detto che se rimane
-non ne faccio nulla, ma egli ride e non si muove.
-</p>
-
-<p>
-«Questa volta ride più forte e se ne va... se n'è andato — ottimo
-maestro Ciro, ottimo babbo!
-</p>
-
-<p>
-«Ti volevo scrivere ieri, appena letta la tua lettera, e mi
-pareva di non poter tanto affrettare da tener dietro all'immenso
-desiderio che avevo di consolarti. Ma ero io stessa
-così mesta, e le tue parole ed i casi tuoi mi avevano tanto
-conturbata, che sarei riuscita a fare il contrario del mio
-proposito ed a rattristarti peggio. Per quanto mi dovesse
-costare, meglio che mandarti il mio improvviso di lagrime,
-ho preferito dormirci su una notte e scriverti i pensieri del
-mattino, che sono i più sereni.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Ora sono lieta e soddisfatta di me; e penso che se avessi
-ceduto a quell'impeto melanconico, non solamente ti avrei
-afflitto, ma ingannato anche, e mi avresti creduta dolente
-mentre io non sono stata mai allegra e felice tanto. Perchè,
-vedi, a forza di pensare a tutte le improvvise melanconie
-che mi assalsero nel leggere le tue parole, non me
-n'è rimasta nemmeno una, e non è più uno sgomento, dei
-tanti d'ieri sera, di cui ora non mi senta in vena di sorridere.
-</p>
-
-<p>
-«Io so pure che ti parrò pazzerella, ma poichè tale pazzia
-non fa male e l'attingo in una sconfinata fiducia nel
-tuo avvenire, nel nostro, mi pare che non vi sia grave
-danno. Non ti venga in mente che io non comprenda quanto
-tu devi aver sofferto per tutti quegli schianti del cuore.
-Tutto io m'immagino: la tua generosa fierezza ribelle alla
-servilità fino a pigliar sembianze d'ingratitudine, e lo scrupolo
-del volermi bene così intenso da parerti per ogni nonnulla
-di meritare che io te ne volessi più; ho come costretto
-il mio cuore a picchiar qua dentro alla maniera del tuo, e
-so quanto devi aver patito. Ma so pure, se vero è che tu
-mi vuoi bene, ed è verissimo, che io ho il rimedio pronto;
-mi basterà dirti che la nostra sorte, qualunque essa sia, non
-potrà mutare il cuore di due poveretti che si chiamavano
-Ognissanti e Donnina, per ridonarti il tuo sorriso giocondo
-di allora.
-</p>
-
-<p>
-«Che tu sia un medico, un sapiente, non fa proprio nulla.
-Nel nostro patto era compreso l'avvenire, ed io sapeva già
-che saresti divenuto qualche cosa di grosso. Non fosti forse
-tu a trovar il trifoglio dalle quattro foglie? Lo vendesti a
-me, è vero, ma dovevo sapere che la fortuna non si
-vende.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Dunque se il tuo cuore non è mutato, nulla di te è
-mutato da quel che eri allora; e come io vorrei essere una
-principessa solo per rimaner sempre la tua Donnina, così
-tu sei l'Ognissanti mio. Se ti avessi scritto ieri, avrei scritto
-altrimenti — e ne sarei pentita. Il cuore è un gran ciarliero,
-e quando non ti grida un vero sacrosanto, ti bisbiglia
-cento innocenti bugiuzze... innocenti a patto di avere
-il cervello a casa.
-</p>
-
-<p>
-«Non ti pare che io ragioni bene? Quanto all'altro tuo
-affanno non ci vedo conforto, se non nella tua stessa coscienza;
-e poi è tale che quasi non lo comprendo, tanto mi
-pare che tutti ti dovrebbero amare. Un padre poi! uno che
-ti volle seco egli stesso, che ti diede l'educazione e l'avvenire!
-Dico anch'io con te: chi lo costringeva a chiamartisi
-padre se poi non te ne voleva dare l'affetto? Poi che ebbe
-la scelta della sua creatura dovrebbe volerti bene il doppio,
-mi pare, e ne ho un esempio in cuore: maestro Ciro!
-</p>
-
-<p>
-«Ma non so come avvenga, in mezzo a tutto ciò, io veggo
-sempre più limpida l'immagine dell'avvenire nostro. Stamane
-la mia testa è come un prisma allegro e tutti i barlumi
-che vi passano attraverso vi vestono i colori dell'iride.
-E non so come, invece di odiare quel tuo cattivo babbo per
-tutto il bene che non ti dimostra, gli voglio bene per quanto
-ha fatto per te. E penso che forse null'altro gli manca se
-non una voce, la quale gli scenda al cuore e lo costringa
-a guardarti nell'anima. Potesse essere la mia quella voce!
-</p>
-
-<p>
-«Com'è il tuo babbo? Come si chiama? Senti se assomiglia
-all'immagine che me ne son fatta.
-</p>
-
-<p>
-«È alto, smilzo, con due occhi grigi affondati nell'orbita,
-ha la fronte spaziosa ed un poco di rughe sopra il
-ciglio, una barba rara ed incanutita, e due labbra sottili
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-che non ridono mai, cammina impettito ed abbottonato,
-porta gli occhiali...
-</p>
-
-<p>
-«Ti fa paura questo ritratto?
-</p>
-
-<p>
-«Ebbene, lo crederai se ti pare, a forza di guardarlo da
-ogni lato gli ho trovato il suo lato buono, ed in poche ore
-me l'ho addomesticato, per modo che, se l'originale corrisponde
-proprio alla mia copia fantastica, è un uomo nostro.
-</p>
-
-<p>
-«Io scherzo col tuo dolore, ma non so star seria perchè
-mi sento felice.
-</p>
-
-<p>
-«Conchiudo colla massima gravità: se la tua coscienza
-non ti rimprovera nulla, metti pure il cuore in pace.
-</p>
-
-<p>
-«È doloroso, lo comprendo, ma io ti vorrò bene anche
-la parte degli altri, e se proprio ti abbisogna un babbo che
-ti ami, ci ho il mio che sarà il tuo. Maestro Ciro ha un
-cuore tanto fatto, capace per farmi piacere di amare in una
-volta sola tutto l'universo.
-</p>
-
-<p>
-«Quanto a pagare il tuo debito di riconoscenza verso
-quell'uomo che ti ha aperto la via del mondo e dell'avvenire,
-ci voglio pensare io. Farò la tua parte io che non sono
-superba. E poi è così facile farsi amare! E quando uno è arrivato
-all'amore (bada quando vi è proprio arrivato), ricorda
-forse più dove s'era messo in cammino?
-</p>
-
-<p>
-«Sai? da otto giorni il cielo faceva il broncio alla campagna;
-nugoli fitti o nebbie fitte, ed al sole non riusciva
-di passare un raggio attraverso quel dispettoso mantello
-per fare una carezza al piano e distaccare i diacciuoli dai
-gelsi che ne devono essere stanchi; sono otto giorni che
-tace il concerto dei passeri, otto brutti giorni in cui si ebbe
-una vera carestia di luce; or eccoti un'allegra novella — il
-sole! E forse ora appunto tu guardi in alto e ti allieti
-allo stesso raggio che mi fa lieta, pensando a me, e vorresti
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-sapere che faccio in questo momento, ed immagini tutt'altra
-cosa... come io ora di te forse. Ma non importa. Le
-cose sono come noi le vediamo, e quando non possiamo vederle,
-come ce le colora la fantasia, tal quali. E se anche
-taluno potesse dirmi di sicuro che in questo momento tu
-dormi stanco d'una studiosa veglia, io non gli crederei e mi
-ostinerei a vederti così: gli occhi a questo raggio di sole,
-il pensiero... a Donnina.
-</p>
-
-<p>
-«In sostanza questa credulità che si fida alle proprio
-fantasime vale più e meglio di certo scetticismo dubitoso
-anche di ciò che vede. Non è vero?
-</p>
-
-<p>
-«Te lo voglio dire; la tua lettera ci ha fatto piangere;
-il mesto racconto dei sei anni passati lontano e la tarda
-rivelazione di quanto già prima avevi patito al fianco di
-quel poveretto che fu il tuo primo padre, ci ha commossi.
-Me non solo, ma anche la mamma, la terribile mamma.
-</p>
-
-<p>
-«Ciò mi fa pensare che anch'io ti devo una confessione
-generale. Che cosa ho fatto durante la tua assenza?
-</p>
-
-<p>
-«Prima di tutto sono ingrandita sei buoni pollici, e poi
-sono diventata una donna, una vera donna, sebbene mi si
-continui a chiamare Donnina. Ho imparato a tenere in sesto
-le faccende di casa, ho rubato ogni giorno un po' della sconfinata
-autorità di mamma Teresa, e mi sono avvezzata poco
-alla volta a fare la massaia. Ti farò meravigliare colla mia
-dotta economia.
-</p>
-
-<p>
-«Ho anche compito la mia educazione tanto da potere,
-all'occasione, supplire il vecchio babbo nelle sue lezioni.
-So spiegare le regole dell'abbaco e guidar la mano
-ai miei allievi di calligrafia. Nelle ore perdute ho studiato
-il ricamo e la storia, ma pochino, pochino. E poi, devo
-dirlo? il più del mio tempo l'ho speso pensando a te. Ogni
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-santo giorno ti mandavo il pensiero dietro, per la via di
-Milano, ma senza saper dove. E dicevo a me stessa: «egli,
-almeno, dovunque sia, può venirmi incontro colla mente,
-perchè sa dove trovarmi di sicuro; io no, non posso.» Ma
-non dubitavo di te, non ti faceva colpa del tuo silenzio;
-solo me ne affliggevo come d'una disgrazia.
-</p>
-
-<p>
-«Ogni sera pregavo per te, per noi, e quando (raramente),
-mi assaliva uno sgomento, non di noi, ma della
-sorte nostra, ricorrevo al mio amuleto e mi rasserenavo.
-Quell'amuleto tu lo sai, o l'indovini, è il trifoglio delle
-quattro foglie.
-</p>
-
-<p>
-«Ti ho solo detto il bene. Ma ti puoi immaginare che
-la fanciulla non è divenuta donna senza passare per le
-tentazioni del peccato; sono anch'io un po' vanerella, un
-po' capricciosa, un po' impertinente... al par di tante altre,
-ed anche un po' maligna, come vedi...
-</p>
-
-<p>
-«Infine, tal quale, sono tua.
-</p>
-
-<p>
-«Sono tua! Che piacere infinito a poterlo dire, a poterlo
-scrivere, e dopo di averlo detto e scritto non dovermi
-destare per accorgermi che sognavo, per chiudere un'altra
-volta gli occhi e cacciare la testa fra i guanciali invocando
-lo stesso sogno! Ma in virtù di quei sogni ora mi pare di
-non essere mai stata divisa da te... E poi anche il passato
-non è forse un sogno? Questi sei anni vissuti melanconicamente
-mi paiono dimenticati da un pezzo; si cancellano
-i contorni dei giorni melanconici numerati nella solitudine,
-e non rimane altra sembianza tranne la tua, che mi era
-sempre dinanzi. Non è vero che siano passati sei anni; fu
-un sogno, un brutto sogno, ed io voglio tenere gli occhi
-aperti per paura di addormentarmi ora che sono felice.
-</p>
-
-<p>
-«Ecco: il raggio del sole è arrivato a poco a poco fino
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-al mio letticciuolo; la scolaresca arriva in frotta, ed il
-babbo incomincerà la sua lezione. Ho aperto la finestra;
-non fa freddo, i passeri cianciano saltellando sulle nude
-braccia dell'olmo; v'ha ancora per aria una nebbiuzza sottile,
-trasparente, che si dirada mano mano e scintilla ai
-raggi del sole come un polverìo luminoso. Tutto ciò mi farebbe
-pensare al cielo del tropico che ho visto solo nei libri,
-se non fossero la nudità degli alberi e la tinta gialliccia
-delle zolle.
-</p>
-
-<p>
-«Vuoi saperla la gran novità del nostro paese? Da
-otto giorni non si parla d'altro, ed io che l'ho tutto il santo
-dì innanzi agli occhi sarei pur disgraziata se non te ne dicessi
-nulla. Parlo della nuova insegna dell'<i>Osteria della
-Salute</i>. Rappresenta una figura umana rotonda e carnosa,
-molto rotonda e molto carnosa, la quale solleva ridendo un
-bicchiere colmo di vino e lo guarda con occhio di amore.
-</p>
-
-<p>
-«A dare il meglio possibile l'immagine della salute, il
-pittore ha prodigato il rosso sulle guance del suo ideale e
-gli ha disegnato tre curve parallele sotto la fossetta del
-mento. Così come è, pare il ritratto dell'apoplessia.
-</p>
-
-<p>
-«Dirai che t'intrattengo d'inezie, ma se avessi solo dovuto
-scriverti delle gran cose che accadono, avrei finito
-prima d'incominciare. Ora a me scrivendoti pare di esser
-teco e qualunque sciocchezza mi passi per il capo la voglio
-dire, purchè tu intanto legga quanto mi sta nel cuore: che
-ti voglio un gran bene, un gran bene, e che sono la tua
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Donnina.</span>»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span></p>
-
-<h2 id="cap26">XXVI.
-<span class="smaller">VIAGGIO DI SCOPERTA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-I passeri lo hanno detto ai gelsi, alle acacie delle
-siepi ed ai bassi virgulti che levano le braccia
-nude dal letto di neve: il tempaccio è finito, la
-bruma è in rotta, i nugoli si disperdono come un esercito
-sgominato, ecco il sole.
-</p>
-
-<p>
-Ecco il sole! L'immenso piano di neve è tutto uno scintillìo,
-interrotto dalle lunghe ombre nere gettate da ogni
-stelo. Un'impalpabile nebbia nuota nell'aria, ma così lieve
-e così trasparente, che la diresti un polverìo di rose e d'oro;
-i colori fanno festa; il poco verde delle foglie pare più verde,
-la limpidezza del cielo, da tanto tempo vestito a bruno, sembra
-cosa nuova ed allegra oltre l'usato. Da ogni ramo gocciola
-la neve disciolta, e le mille pozzanghere improvvisate,
-in cui si specchia il mattino, hanno sembianza di pezzi di
-firmamento caduti sulla via maestra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco l'aria si fa più trasparente, il cielo che
-pare d'argento e di porpora per i riflessi della neve e del
-sole nascente, si tinge d'un azzurro purissimo, e l'astro radioso
-si innalza nell'orizzonte.
-</p>
-
-<p>
-L'unica via di A... è inondata di luce; l'<i>Osteria della
-Salute</i> è tutta tripudio, e non sentì mai così forte l'orgoglio
-di aver tutti i suoi vetri intatti; gran dire! la nuova
-insegna sembra più bella, ed il signore che vi è dipinto più
-rosso del solito.
-</p>
-
-<p>
-Un venticello lieve stacca dai rami degli alberi le ultime
-falde di neve; nè hanno tempo di giungere a terra
-che già sono squagliate; l'orizzonte ristretto dalle brume si
-è allargato sterminatamente, tanto che dalla finestra di
-Donnina si vedono splendere al sole le nevi delle montagne
-lecchesi.
-</p>
-
-<p>
-Ma Donnina ha l'occhio ad un altro cielo, ad un altro
-orizzonte. Il suo pensiero corre per la pianura verso Milano,
-si lascia indietro la guglia del Duomo e va oltre, e
-va oltre... poi rifà la via percorsa. Si ravvede e rilegge la
-lettera scritta poc'anzi, e le pare di non aver detto nulla di
-quanto voleva dire, fino a che il sole, baciandola in volto,
-la costringe a togliersi dalla finestra e dal suo Ognissanti
-per assettare la cameretta.
-</p>
-
-<p>
-Proprio allora che Donnina staccò l'occhio dalla via maestra
-apparve all'estremità una carrozza, la quale ebbe in
-pochi istanti percorso quel tratto di via e fu innanzi alla
-porta ospitale dell'<i>Osteria della salute</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il saluberrimo proprietario del luogo mandò il suo più
-balsamico sorriso incontro ai nuovi arrivati, che erano due
-e salutò in uno di essi una vecchia conoscenza.
-</p>
-
-<p>
-— Ha buona memoria l'amico, disse il dottor Parenti
-accennando l'oste.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio pareva sopra pensiero e non rispose.
-</p>
-
-<p>
-Poco stante i nuovi arrivati attraversavano il tratto di
-via che separa la locanda dalla scuola comunale, e si arrestavano
-innanzi alla nota porticina. Li seguiva furtivamente
-l'oste, ma solo cogli occhi che teneva appiccicati alle vetrate.
-Il signor Fulgenzio non voleva passare per il primo,
-ed il dottor Parenti si fece innanzi; usciva dal vano sottile
-dell'uscio socchiuso il dotto mugolìo che esala da ogni
-scientifico banchetto di fanciulli punto punto affamati di
-scienza. Il dottore picchiò tre volte colla nocca, e subito
-ogni rumore cessò; un istante dopo la testa canuta del
-signor maestro s'incorniciava nel vano innanzi ai due visitatori,
-e si ritraeva con un atto di meraviglia che ben valeva
-un saluto, e la porta si spalancava, e i due visitatori
-si trovavano innanzi alla scolaresca, la quale balzava in
-piedi rispettosamente con molto maggior rumore del necessario.
-</p>
-
-<p>
-Tutto ciò, ripeto, in un istante. Maestro Ciro, mal pratico
-dei cerimoniali, non domandò «a che cosa dovesse l'onore
-di quella visita,» ma era tutt'occhi per indovinarlo, e
-tutt'orecchi per non farselo dire due volte.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore fu il primo a parlare.
-</p>
-
-<p>
-— Lei, se non isbaglio, è il signor maestro della scuola
-comunale di A...
-</p>
-
-<p>
-— Da sei anni sono io quello, per servirla.
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Ciro Neri...?
-</p>
-
-<p>
-— Appunto...
-</p>
-
-<p>
-— Noi abbiamo bisogno di parlarle di cose che riguardano
-la sua famiglia...
-</p>
-
-<p>
-Ed aggiunse, additando prima il compagno, poi facendosi
-innanzi egli stesso: «Il signor Fulgenzio, il dottor
-Parenti.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro s'inchinò profondamente, ed intanto colla
-coda dell'occhio guardava se mai gli venisse fatto di vedere
-due seggiole, le quali non ci erano mai state, e pensava
-che una cameretta decente, dietro la scuola, avrebbe servito
-tanto bene a ricevere i visitatori.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti si avvide alla prima dell'imbarazzo del
-signor maestro, e gli disse col più amabile sorriso:
-</p>
-
-<p>
-— Se lei potesse lasciare i suoi allievi alcuni istanti e
-volesse seguirci a due passi, nell'osteria della Salute qui
-rimpetto... vi ha una stanzetta in cui si starebbe soli...
-Ed è sempre meglio... le pare?
-</p>
-
-<p>
-A maestro Ciro pare di sicuro; e poi quella visita inaspettata,
-la benevolenza del dottore e la contegnosa taciturnità
-del signor Fulgenzio gli hanno messo innanzi tanta
-folla di fantasia, che non sa più raccapezzarsi.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco, Donnina, la quale ha finito di dar sesto alla
-sua camera, scende appunto da basso; il vecchio babbo le
-va incontro, la chiama e se la fa venire dietro nella scuola.
-Stamane la fanciulla è così lieta, che pare le stia ancora
-sulla fronte il raggio di sole che la baciava poc'anzi; entra
-senza titubanza, vede i due sconosciuti e si arresta un tantino,
-mentre maestro Ciro le dice:
-</p>
-
-<p>
-— Ti affido i miei scolari; se Teresa domanda di me,
-io sono alla <i>Salute</i> coi signori...
-</p>
-
-<p>
-E si volge per mettersi a disposizione <i>dei signori</i>, i quali
-non sanno staccar gli occhi di dosso alla giovinetta.
-</p>
-
-<p>
-— È Donnina, la mia creatura, balbetta allora.
-</p>
-
-<p>
-— È lei! aggiunge il dottore tentando il gomito del signor
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-Ma Donnina s'è già accostata ad uno dei suoi allievi
-per avvertirlo che il sillabario non è propriamente fatto per
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-lacerarne i margini e masticarli; intanto il dottor Parenti
-ha infilato l'uscio, e il signor Fulgenzio dietro, ed il signor
-maestro in coda, ruminando un sospetto nuovo ed un timore
-antico.
-</p>
-
-<p>
-«È Donnina... la mia creatura!...» aveva detto. Oh!
-perchè non aveva detto semplicemente «la mia figliuola!»
-Ohimè! E se l'altro, quel vecchio taciturno e severo, gli
-avesse risposto: «non è vero, non è tua, tu mi hai rubato
-un affetto che è cosa mia; son io suo padre!» Ah! qual
-gioia infinita e quale infinito dolore!
-</p>
-
-<p>
-Nei venti passi che separano la scuola dall'osteria, babbo
-Ciro non stacca un istante gli occhi di dosso al signor Fulgenzio,
-come per trovargli nel naso e nel mento le prove
-autentiche della paternità.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti, persuaso che uno scherzo è la via più
-spiccia per arrivare alla domestichezza d'un colloquio intimo,
-dice: «quanta filosofia nella vita paesana! il nutrimento
-del corpo ed il nutrimento dello spirito a poche spanne;
-e le due cose si fanno dirimpetto, perchè nessuno ne
-dimentichi la necessità.»
-</p>
-
-<p>
-Il signor maestro tira il fiato lungo ed assicura che del
-nutrimento dello spirito i filosofi del luogo se ne dimenticano
-volontieri; ed avrebbe aggiunto, ma sta zitto, che dimenticherebbero,
-a lasciar fare, anche di nutrire il corpo
-del signor maestro.
-</p>
-
-<p>
-L'oste della <i>Salute</i> non sa discendere dalle regioni iperboliche
-della sua meraviglia, vedendo babbo Ciro coi due
-ospiti, e quando gli si domanda un boccale del suo miglior
-vino bianco, ed egli lo reca e lo depone sopra una tavola
-nella cameretta solitaria, non sa come fare per non andarsene.
-Ma il dottor Parenti lo spinge fuor dell'uscio con un'amorevolezza
-tutta sua, e dice mettendosi a sedere:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Poveraccio! questo camerino sembra fatto a posta per
-mortificare la curiosità d'un oste.
-</p>
-
-<p>
-Bisogna fare una certa violenza a maestro Ciro per indurlo
-a sedere fra i due; quando la cosa è riuscita, e l'unanime
-consenso ha dichiarato il vinello bianco molto salutifero,
-il dottore, parendogli il momento buono, entra addirittura
-in materia senza ombra di preambolo.
-</p>
-
-<p>
-— Caro signor maestro, noi siamo qui per parlare della
-sua Donnina, della sua figliuola...
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro si sente venire i sudori, e per rinfrancarsi
-vuota d'un sorso ciò che gli rimane nel bicchiere; il dottore
-si affretta a colmarglielo, non ostante la resistenza,
-poi prosegue:
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Fulgenzio qui presente, ha bisogno di sapere
-qualche cosa su quel tesoro di giovinetta...
-</p>
-
-<p>
-— Lor signori sanno?... balbettò il vecchio.
-</p>
-
-<p>
-— Che Donnina non è propriamente sua figlia; non è
-un segreto, lo devono saper tutti in paese, posto che lo sa
-l'oste...
-</p>
-
-<p>
-Il povero padre ha un esercito di domande che gli sfilano
-nella mente, gli arrivano a fior di labbro e si inabissano
-in gola; fa cenno al dottore di proseguire e non dice
-nulla.
-</p>
-
-<p>
-Ma il signor Fulgenzio, a cui non è sfuggita la lotta
-che si combatte in quel petto, entra a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Non le paia curiosità importuna la nostra; abbiamo
-gravi ragioni... si fa pel bene della sua figliuola...
-</p>
-
-<p>
-— Benedetti! risponde maestro Ciro, perchè vuole che
-mi paia curiosità? Un giorno o l'altro già io me l'aspettava...
-mi ci ero preparato. Lor signori conoscono dunque
-il padre?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il maestro di scuola ha smozzicato l'ultima domanda con
-due colpi di tosse, che sono in realtà due singhiozzi belli
-e buoni. Fulgenzio e l'amico si guardano in viso, coll'aria
-di dire: «a questo non avevamo pensato.»
-</p>
-
-<p>
-— Ci è un equivoco, osserva il signor Fulgenzio; noi non
-veniamo per ciò che lei suppone. Una domanda ci farà intendere:
-Conosce Mario?
-</p>
-
-<p>
-— Mario! dice il maestro fra sè, e lo ripete due volte
-senza che gli venga in mente dove ha udito quel nome.
-</p>
-
-<p>
-— Conosce Ognissanti? interroga sorridendo il dottor
-Parenti.
-</p>
-
-<p>
-— Se conosco Ognissanti! se lo conosco!... è vero, lo chiamano
-anche Mario.
-</p>
-
-<p>
-— Mario è mio figlio, dice il signor Fulgenzio; e senza
-dar tempo al vecchio di riaversi dalla meraviglia, prosegue:
-Mario ama la sua Donnina, si è promesso a lei, io so tutto;
-</p>
-
-<p>
-— Quand'è così, la saprà che i due poveretti si erano
-promessi da bimbi, si può dire... e che...
-</p>
-
-<p>
-— E che Donnina ha un cuore d'angelo, e farà un'ottima
-moglie come ha fatto un'ottima figlia... aggiunge il signor
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-I pomelli lucenti delle gote di maestro Ciro ricevono un
-insolito lustro da due grosse lagrime che è impossibile trattenere.
-</p>
-
-<p>
-— So tutto, prosegue a dire l'altro; e non domando di
-meglio che di fare la felicità di mio figlio, se lei non ci ha
-nulla in contrario.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto la porta si spalanca con impeto, ed entra
-mamma Teresa.
-</p>
-
-<p>
-La terribile donna, dal fondo del suo enorme cappellino,
-guarda come inorridita lo spettacolo di quell'orgia e si arresta
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-sulla soglia. Il dottor Parenti le va incontro cavallerescamente,
-le offre una seggiola e la invita a sedere; la
-vecchia non si fa pregare ed apre bocca per parlare, ma il
-signor maestro si mette un dito in croce sul labbro, ed il
-dottor Parenti dà all'oste, il quale ha creduto opportuno di
-venire a prendere gli ordini dei signori, il consiglio di recare
-un altro bicchiere.
-</p>
-
-<p>
-Intanto che l'oste va e torna, la vecchia, fiutando in aria
-lo <i>straordinario</i>, dice abbassando la voce, come per farsi
-scusare: «ero uscita a far la spesa, torno e non trovo più
-il mio vecchio; dov'è il mio vecchio? domando a Donnina; — alla
-<i>Salute</i> con due signori che avevano bisogno di lui;
-se avevano bisogno di lui, dico io, avranno bisogno anche
-di me; maestro Ciro non ha mai fatto nulla senza di me,
-tranne la scuola; ci vado, e se non mi vorranno ritornerò...
-Devo andarmene?»
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti le sorride amorosamente, il signor Fulgenzio
-la guarda con curiosità, ed il marito mette un'altra
-volta l'indice sul labbro. Ritorna l'oste col bicchiere. «Grazie,
-amico mio, gli dice il dottore; ci farete un regalone,
-chiudendo l'uscio e badando che nessuno venga a disturbarci.
-</p>
-
-<p>
-L'oste fa un sorriso apocrifo e se ne va, ed il signor Fulgenzio
-ripiglia a dire, come se nulla lo avesse interrotto:
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, se lei non ci ha nulla in contrario, Ognissanti
-sposerà la sua Donnina.
-</p>
-
-<p>
-— Ma le pare? risponde mamma Teresa, a cui di repente
-si è chiarita ogni cosa; la nostra Donnina vuol bene ad
-Ognissanti, e gli vogliamo bene anche noi; lo abbiamo conosciuto
-piccino piccino, alto così; era un amore, un vero
-amore, un po' birichino, un po' bisbetico, ma un amore; se
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-la meritava proprio la fortuna che gli è toccata di trovare
-un padre come lei... Dicevamo dunque che non solo non abbiamo
-nulla in contrario, ma siamo felici, felicissimi... Via,
-parla anche tu, soggiunge, toccando col gomito il marito,
-devo sempre dirle io le cose? parla tu, che sai come si fa
-coi signori...
-</p>
-
-<p>
-Il signor maestro si frega le mani, come nelle grandi
-allegrezze, ed approva del capo ogni parola della vecchia.
-</p>
-
-<p>
-— Facciamo conto che abbia parlato io stesso.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, a quando le nozze? domanda mamma Teresa,
-avanzando il corpo per modo che il cappello le ricade sulle
-spalle ed il viso rugoso esce dal vano enorme.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio non può trattenere un sorriso a quell'accento
-ed a quell'atto, ma il dottor Parenti accorre serio
-serio in aiuto della signora, e le riadatta in capo il cupolone,
-sebbene la vecchia dica che non occorre.
-</p>
-
-<p>
-— Presto, risponde il signor Fulgenzio, se non vi sono
-altre difficoltà.
-</p>
-
-<p>
-— E che difficoltà v'hanno a essere?
-</p>
-
-<p>
-— Donnina, che lei sappia, ha padre o madre viventi?
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro, a cui è rivolta la domanda, guarda in faccia
-mamma Teresa, la quale ha gli occhi altrove e tende
-le orecchie per non perdere una sillaba.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, la mamma non ce l'ha più di sicuro, ma il padre,
-almeno credo, vive ancora, sebbene non si sia più visto.
-Anzi, da cinque anni ci giunge ogni tanto del denaro,
-che non sappiamo da chi venga, e poco tempo fa abbiamo
-ricevuto per la stessa via <i>mille lire</i>; quel denaro lo abbiamo
-messo alla Cassa di Risparmio di Milano per Donnina...
-Non è vero, Teresa?
-</p>
-
-<p>
-— Se è vero? lo sai pure che è vero! risponde la vecchia
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-tentennando il capo per l'impazienza; ma a che serve
-tutto ciò? Contenta Donnina, contenti noi, e contenti noi
-contenti tutti! Quel padre doveva farsi vivo prima, e non
-lasciare la povera creatura in abbandono col rischio di mandarla
-all'altro mondo. Dico bene?
-</p>
-
-<p>
-— Dice benissimo, risponde il signor Fulgenzio, a cui è
-diretta la domanda, e per me...
-</p>
-
-<p>
-— Ah! interrompe la vecchia, meno male! Non siamo
-forse noi che l'abbiamo raccolta, allevata, chiamata figlia?
-Donnina è cosa nostra, tutta nostra, lo domandi a lei e
-sentirà. E se suo padre se n'è dimenticato, peggio per lui.
-Mi pare di ragionare, mi pare...
-</p>
-
-<p>
-— Lei ragiona benissimo; ma la legge...
-</p>
-
-<p>
-— Che legge, che legge! Io non so di legge, non so leggere
-io, non ne voglio sapere; e maestro Ciro se ne dimenticherà,
-se occorre, ma Donnina deve fare quello che vogliamo
-noi, e noi vogliamo che faccia quanto le pare e
-piace.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro, tra i monosillabi del signor Fulgenzio e le
-sfuriate della moglie, non capisce nulla di nulla, ed ha piuttosto
-l'aria di uno scolaro, che del signor maestro.
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo, dice il dottor Parenti, non complichiamo le
-cose, lasciamo le querele da una parte; il codice mettiamolo
-da banda per ora, e poichè ci siamo intesi circa lo scopo
-del nostro colloquio, badiamo d'andare con ordine. Ora, per
-andare con ordine, si deve incominciare dal conoscere la
-storia di Donnina... Maestro Ciro, ci vuol dire lei quanto
-ne sa?
-</p>
-
-<p>
-— Dall'<i>a</i> fino alla <i>zeta</i>, risponde mamma Teresa, lieta
-di poter fare quest'allusione al carattere scientifico del marito.
-E sentiranno loro se quello è un padre...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro, posto al cimento di una narrazione, sembra
-raccogliere le idee e pigliare in pugno le redini della
-grammatica; dopo di che, incomincia con un lieve tono cattedratico:
-</p>
-
-<p>
-«Sono quindici anni che Donnina è con noi; ora essa
-ne ha diciotto compiti, quasi diciannove, dunque, quando
-divenne nostra figlia, non ne aveva ancora quattro. Allora
-io era maestro di scuola ad S... un allegro paesello lungo
-la ferrovia; la scuola era poco frequentata, una ventina di
-allievi in tutto; ma l'onorario era proporzionato al numero
-degli scolari, non alla fatica nè ai bisogni. Perciò alla
-prima occasione, e si fece aspettar molto, mutai residenza.
-</p>
-
-<p>
-«Era nel paese una coppia di giovani sposi, Brigida e
-Tommaso; la moglie sfrondava i gelsi nella stagione, il marito
-era cantoniere sulla ferrovia; s'erano sposati perchè si
-volevano bene, ma erano tutti e due soli al mondo e non
-possedevano se non il loro affetto e le loro braccia. In paese
-erano amati molto, vivevano nella solitudine della campagna,
-nel piccolo casotto, con quattro spanne di orticello;
-erano felici di poco, ma felici davvero e molto.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro, interrompe mamma Teresa, e siccome i felici
-fanno ombra a quella razza d'invidiosi che manipola le cose
-di questo mondaccio...
-</p>
-
-<p>
-— Teresa...
-</p>
-
-<p>
-— Lasciami dire, tanto lo penso, ed è tutt'uno... e così
-un giorno il povero Tommaso cade e si fiacca uno stinco,
-e gli viene la cancrena, e se ne va all'altro mondo...
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro, sentendosi incapace d'arrestare la moglie
-intanto che parla, continua ad approvare col capo ognuna
-delle sue parole, poi ripiglia:
-</p>
-
-<p>
-«La povera Brigida rimase sola col cuore gonfio dell'affanno,
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-colla salute affranta dalle veglie e dagli stenti, e per
-di più madre. Venne al paese; visse o piuttosto non morì
-subito; ebbe una figlia, e la restituì al cielo pochi giorni dopo.
-Qualche pietoso le consigliò di recarsi a Milano e di offrirsi
-per nutrice. Così fece; andò a piedi, stette via un paio di
-giorni, al terzo ritornò dando il latte ad una bambina non
-sua, a Donnina. La povera creatura aveva perduto la madre
-nel venire al mondo; il padre non doveva essere agiato,
-perchè pagava un meschino compenso alla Brigida. Come
-si chiamava la fanciulla? Camilla. Come si chiamava il
-padre? Non sapeva dirlo. Sapeva solo che abitava in una
-via stretta, in stanze molto piccine, e poste in alto in alto.
-</p>
-
-<p>
-«Ci fu un po' di curiosità in paese per conoscere il padre
-di quella creaturina. Un giorno, dopo parecchi mesi, si vide
-venire a piedi un giovine tra i ventidue ed i venticinque;
-era lui; «aveva un'aria molto patita,» così almeno si diceva.
-Stette un paio d'ore, se ne andò come era venuto, a
-piedi; ritornò un'altra volta parecchi mesi dopo, ed un'altra;
-poi nessuno più lo vide. Donnina aveva quasi tre anni
-ed era graziosissima; veniva considerata come la figlia del
-Comune e non le mancavano i baci; ma le mancò la madre.
-La povera Brigida, non bastando al lavoro, ammalò;
-da qualche tempo non riceveva più ogni mese le poche lire
-dal padre di Camilla, e non sapeva a chi scrivere, perchè
-quell'uomo non le aveva mai detto il suo nome. Per farla
-corta, morì anch'essa; allora la mia Teresa ed io, vecchi e
-senza figliuoli, si pensò di far nostra la creaturina. Molti
-dissero che avevamo fatto una buona azione; qualcuno sospettò
-che il padre si fosse nascostamente rivolto a me, e
-m'avesse incaricato della sua figliuola, e sparse la voce essere
-Camilla la figlia d'un ricco signore, il quale non voleva
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-farsi conoscere; nessuno indovinò il vero, cioè che noi,
-la mia vecchia ed io, ci eravamo tirati in casa la felicità.
-</p>
-
-<p>
-— E del padre di Donnina non ebbero più notizie? chiese
-il dottor Parenti.
-</p>
-
-<p>
-— Una volta sola e da altri, e senza sicurezza d'indizii,
-seppi che un giovine alto, <i>sotto la trentina</i>, era stato
-sul far dell'alba ad informarsi di Brigida, e saputala morta,
-ed inteso che Camilla era stata raccolta da noi, non aveva
-chiesto altro e se n'era andato. Sperai di ricevere qualche
-lettera che mi togliesse dall'incertezza; non ricevei mai
-nulla. Finalmente, cinque anni sono, mi pervenne da Milano,
-entro una busta da lettere, un <i>vaglia</i> in mio nome.
-</p>
-
-<p>
-— E chi mandava quel vaglia?
-</p>
-
-<p>
-— La signora <i>Donnina Neri</i>... il nome che portava la
-fanciulla. Era lo stesso come dirmi che quel denaro veniva
-mandato per Donnina e che il padre non voleva farsi conoscere.
-</p>
-
-<p>
-— E qual prova che fosse il padre e non altri a mandare
-il denaro? chiese il signor Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Veramente, nessuna... ma noti che Donnina era il
-nuovo nome venuto dall'uso alla piccina; e se colui lo sapeva
-era segno che aveva avuto informazioni della sua creatura
-e che non l'aveva dimenticata del tutto.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque, secondo lei, il padre di Donnina vive?
-</p>
-
-<p>
-— Lo credo.
-</p>
-
-<p>
-— E non ha veruna prova che la sua Donnina sia nata
-fuori di matrimonio?
-</p>
-
-<p>
-— Nessuna.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio stette un istante in meditazione sotto
-gli sguardi impazienti e curiosi dei due vecchi, poi riprese
-a dire crollando il capo:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Se il padre vive ed è padre legittimo, Donnina non può
-prender marito senza il suo consenso.»
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa fece un balzo sulla seggiola ed appuntò
-le mani sulla tavola.
-</p>
-
-<p>
-— Donnina non può sposare Ognissanti?
-</p>
-
-<p>
-— Nè Ognissanti nè altri...
-</p>
-
-<p>
-— Senza il consenso di lui... di quella birba che non ha
-fatto altro se non metterla al mondo... E questa è la legge?
-Ma dove avevano il cervello quei signori che hanno fatto la
-legge? Dunque se a quello sciagurato venisse in mente di
-non farsi conoscere mai o di non volere mai, Donnina dovrebbe
-starsene ad ammuffire in casa in eterno?
-</p>
-
-<p>
-— Fino a che non avesse vent'un anno almeno.
-</p>
-
-<p>
-— La cosa è diversa, osserva maestro Ciro, il quale ha
-sempre avuto un gran rispetto alla legge.
-</p>
-
-<p>
-— Non è diversa niente affatto, ribatte mamma Teresa;
-fino a vent'un anno! e Donnina, tu lo sai, non ne ha ancora
-diciannove, e noi siamo vecchi e non abbiamo gran
-tempo da aspettare per vederla felice...
-</p>
-
-<p>
-— Noi forse, osserva il maestro di scuola, ma Donnina
-può aspettare un pezzo!
-</p>
-
-<p>
-— Non può, ti dico io che non può, e che questa è una
-birbonata della legge; già, l'ho sempre detto, la legge è
-fatta per favorire i furfanti, i quali o l'hanno per sè e se
-ne approfittano, o l'hanno contro e non ci badano.
-</p>
-
-<p>
-Sbollito l'impeto, mamma Teresa tace per non saper più
-che dire, e siccome nessuno parla, ella va girando gli occhi
-dall'uno all'altro dei tre, ed aspetta che da quel silenzio
-esca qualche cosa di buono.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti è il primo a parlare e lo fa colla sua
-consueta sicurezza, togliendo se non altro il pensiero dalla
-contemplazione della propria impotenza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna assolutamente trovare il padre di Donnina,
-e lo troveremo vivo o morto.
-</p>
-
-<p>
-— Meglio morto, osserva mamma Teresa, e se lei lo trova
-vivo, gli dica pure da parte di mamma Teresa che se ne
-muoia, che ci farà un regalone a tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Lo troveremo, prosegue il dottore senza badare all'interruzione;
-non ci bisogna altro se non sapere in qual parrocchia
-è stata tenuta a battesimo Donnina.
-</p>
-
-<p>
-— Nemmeno questo non lo sappiamo, dice melanconicamente
-maestro Ciro.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo, nemmeno questo non si sa; benissimo, vediamo
-un po' che cosa si sa: l'anno in cui nata?
-</p>
-
-<p>
-— 185...
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti scrive il numero nel suo taccuino.
-</p>
-
-<p>
-— Il mese?
-</p>
-
-<p>
-— Maggio.
-</p>
-
-<p>
-— Il giorno?
-</p>
-
-<p>
-— La prima settimana, giorno più o meno.
-</p>
-
-<p>
-— Il paese?
-</p>
-
-<p>
-— Milano, ma non è certo.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore legge forte:
-</p>
-
-<p>
-«L'anno 185... nella prima settimana del mese di maggio
-nacque a Milano e fu battezzata nella parrocchia di... una
-bambina a cui fa posto il nome di Camilla...»
-</p>
-
-<p>
-— Ecco fatto, prosegue a dire ricacciando in tasca il taccuino;
-mi basterà andare in giro per le ventisette parrocchie
-di Milano; non domando per questo più d'una settimana.
-Ed ora che il padre di Donnina è trovato, amico
-Fulgenzio, non so che cosa ti trattenga dal fare la tua domanda
-ufficiale: maestro Ciro, mamma Teresa, il signor
-Fulgenzio ed io abbiamo l'onore di chiedervi la mano di
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-vostra figlia Donnina per il nostro figlio Mario, ovverosia
-Ognissanti...
-</p>
-
-<p>
-L'accento con cui è fatta questa domanda di nozze, ridona
-a tutti il buon umore.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro risponde colla voce rotta dalla tenerezza, e
-mamma Teresa spinge il suo entusiasmo fino a dire che
-quello è parlare a dovere, e ch'è un negozio fatto, e non
-se ne parli altro.
-</p>
-
-<p>
-Rimangono ancora quattro buone dita di vino bianco in
-fondo alla bottiglia, ed il dottor Parenti ha il pensiero di
-empire mezzo il bicchiere di mamma Teresa, e mezzo il proprio
-e quello di maestro Ciro. E siccome il signor Fulgenzio
-è stato dimenticato, egli avanza sorridendo il bicchiere
-e chiede la sua parte.
-</p>
-
-<p>
-— Alla salute di Donnina ed alla loro salute, dice a
-mezza voce il dottore.
-</p>
-
-<p>
-— E di Ognissanti, risponde maestro Ciro nello stesso
-tono.
-</p>
-
-<p>
-— E di lor signori, aggiunge la vecchia in un'ottava
-più alta.
-</p>
-
-<p>
-Poi si muovono ed escono.
-</p>
-
-<p>
-L'oste della <i>Salute</i> è tutto sorrisi; ne regala un paio a
-mamma Teresa, uno a maestro Ciro, uno di prima qualità
-al signor Fulgenzio e sciorina i fondi di magazzino al
-dottore, rimasto ultimo per pagare il conto.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie infinite, ed a ben vederla.
-</p>
-
-<p>
-— E presto, forse, rispose il dottore.
-</p>
-
-<p>
-— Ai suoi comandi (e qui un altro sorriso), tutta la <i>Salute</i>
-è ai suoi comandi.
-</p>
-
-<p>
-— Vi ringrazio per i miei ammalati.
-</p>
-
-<p>
-— Vossignoria è medico? interroga l'oste, felice di apprendere
-qualche cosa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sono medico, ma non abbiate paura, le mie visite alla
-vostra osteria sono innocenti.
-</p>
-
-<p>
-L'oste comprende lo scherzo.
-</p>
-
-<p>
-— Già!... noi siamo sani sempre.
-</p>
-
-<p>
-— Tranne la vostra insegna; non mi piace dissanguare
-il mio prossimo, ma a quel signore ordinerei volontieri una
-cavata di sangue.
-</p>
-
-<p>
-L'oste ride da quell'uomo di eccellente umore che egli è,
-e rimane sull'uscio persuaso di non saperne più di prima.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span></p>
-
-<h2 id="cap27">XXVII.
-<span class="smaller">IL POSCRITTO DELLA LETTERA DI DONNINA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Bizzarre cose aveva detto il cuore a Donnina.
-Al primo vedere i due sconosciuti che cercavano
-del babbo, ed il babbo che se n'andava con essi,
-ella aveva sentito come il segnale di uno scampanìo di festa,
-e rimasta sola per accudire ai piccoli scolari, non ci
-fu verso di mettersi sul serio a far la maestra. Le passavano
-in mente cento fantasie, sentiva in petto cento sussulti
-nuovi; era proprio la donna più disadatta in quel momento
-a tener in freno una brigata di monelli. Le bisognava
-la pace, e parevale di poterla trovare altrimenti che nelle
-cure della scolaresca. Dal canto suo la scolaresca metteva
-a profitto quegli istanti di ozio coll'entusiasmo di chi li
-immagina troppo brevi. Donnina salì sulla cattedra del
-babbo, e raccomandò il silenzio, accordando a questo patto
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-dieci minuti di riposo: avvertì che se non sapessero tacere,
-farebbe dire a tutti la lezione; e se invece sapessero, ella
-ne avrebbe tanto piacere.
-</p>
-
-<p>
-Tutte queste considerazioni messe insieme dovevano avere
-un gran peso, perchè ognuno tacque o all'incirca, e nel
-primo quarto d'ora il sordo mormorìo che quegli studiosi
-spacciavano per silenzio non fa rotto se non da uno scapellotto
-che un piccolo signore diede al suo vicino di destra
-e che costui restituì scrupolosamente al suo vicino di
-sinistra.
-</p>
-
-<p>
-Donnina intanto aveva levato di tasca la lettera preparata
-per Ognissanti e vi aggiungeva in coda il seguente
-poscritto:
-</p>
-
-<p>
-«<i>P. S.</i> Riapro la lettera per dirti che il cuore mi batte
-forte, che io sono sola nella cattedra del babbo innanzi
-alla scolaresca, e che il babbo è all'osteria rimpetto con
-due signori venuti poco fa, e che mamma Teresa è uscita
-a fare alcune spesuccie e che io penso a te... ah! il cuore
-mi batte forte!
-</p>
-
-<p>
-«Non so perchè, o piuttosto lo so benissimo, ma ho timore
-d'ingannarmi; dei due signori uno l'ho già veduto
-vestiva altrimenti, ma mi è sembrato di riconoscerlo; il
-giorno in cui tu fosti da noi l'ultima volta, pochi minuti
-prima di veder te, avevo visto lui che entrava nell'osteria
-della <i>Salute</i>.
-</p>
-
-<p>
-«Oh! perchè allora non venne dal babbo ed ora ci viene?
-</p>
-
-<p>
-«L'altro è un uomo più maturo, ha la barba grigia, l'aspetto
-severo; e mi ha guardato fisso ed a lungo; io gli
-volgeva le spalle, ma ho visto tutto. Che diranno essi in
-questo momento?
-</p>
-
-<p>
-«Mi passa un gran pensiero in capo, e invano lo caccio,
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-ed esso ritorna; ed ho riaperto la lettera per dirti l'animo
-mio a costo di dovermi pentire della mia credulità. È
-così ingannevole il desiderio!
-</p>
-
-<p>
-«Te lo voglio dire, a patto che tu ne rida poi se avrò
-errato; ho in mente...»
-</p>
-
-<p>
-Donnina ebbe appena tempo di nascondere la lettera, e
-mamma Teresa entrò; appena la vecchia seppe dove era il
-marito, via di galoppo... ma il filo era spezzato, la prima
-titubanza riprese vigore, e insieme colla titubanza il dubbio
-più forte. Donnina non aggiunse una sillaba al poscritto
-ed aspettò una buona mezz'ora. Ci fu un momento in cui
-era così pentita di aver dato fede ad un sogno, che voleva
-cancellare quanto aveva scritto e copiare tutta la pagina
-prima di mandarla. Per resistere alla tentazione esaminò i
-saggi calligrafici dei suoi allievi, e le parvero perfetti. Quanto
-tempo passò a quel modo? Un tempo lungo, penoso. Ma alla
-fine la porta di strada si aprì, mamma Teresa comparve la
-prima sulla soglia, e senza dir parola si buttò nelle braccia
-della fanciulla. La quale comprese, guardò maestro Ciro
-ed i due sconosciuti che le sorridevano, e infine spinta dalla
-terribile mamma si trovò quasi senza avvedersene fra le braccia
-del signor Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-Un'ora dopo la scolaresca, tumultuando per l'allegrezza,
-usciva dallo stretto varco, e Donnina riattaccava il filo del
-suo poscritto così:
-</p>
-
-<p>
-«Ognissanti mio! Non è più sospetto, è certezza: quanto
-sono felice di essere la prima a darti questa notizia! erano
-proprio essi, come avevo pensato, il tuo babbo e l'amico
-tuo, il dottore! E sappi anche che il tuo babbo mi ha baciata
-in fronte per te e che non è vero che sia cattivo, nè
-superbo. Vorrei dirti un mondo di cose; ma le compendio
-tutte in un pensiero, Ognissanti mio!»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span></p>
-
-<h2 id="cap28">XXVIII.
-<span class="smaller">SECONDA TAPPA DEL VIAGGIO DI SCOPERTA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Non è luogo più acconcio alla meditazione di una
-carrozza chiusa. Vi si entra col cervello vuoto, se
-ne esce iniziati alle dolcezze del mestiere di filosofo.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio ed il dottor Parenti, seduti l'uno a
-fianco dell'altro, indifferenti alla bellezza della pianura nevosa
-che si stendeva dai due lati dietro gli sportelli, pensavano.
-Vi hanno cose che si pensano e non si dicono, ve
-n'ha che si direbbero, ma non si gridano: ciò che passava
-in capo ai due compagni di viaggio era di questa seconda
-natura, e le ruote del carrozzone facevano tanto rumore,
-da rendere impossibile l'intendersi senza gridare.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio ed il dottore pensavano adunque ciascuno
-per proprio conto.
-</p>
-
-<p>
-Evidentemente col dire la scoperta del padre di Donnina
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-una bazzecola, il dottor Parenti aveva detto troppo, e domandando,
-per condurre a buon fine l'impresa, una settimana,
-aveva domandato poco. Tutti gli ostacoli intravveduti
-appena e tolti di mezzo con un atto baldanzoso di buona
-volontà, riapparivano ora ad uno ad uno; e più il pensiero
-vi si accostava e più li vedeva grandeggiare e farsi irti di
-difficoltà non prima sospettate.
-</p>
-
-<p>
-Andare in traccia dell'atto di nascita di Donnina per le
-ventisette parrocchie di Milano, era bensì una bazzeccola per
-un uomo della fatta del dottore, a patto però che Donnina
-fosse veramente nata in quel tratto di tempo indicato ed in
-Milano. Vero è che le probabilità gli parevano favorevoli a
-queste due condizioni, ma di certezza non ne aveva l'ombra.
-Quanto al ritrovare il padre, ora non gli sembrava più
-una bagattella; poteva essere andato in paese straniero, in
-modo che se ne fossero smarrite le pedate, ed allora... Questi
-pensieri, avvicendati con altri mille, angustiavano visibilmente
-il dottore. Non tanto però che nello smontare dalla
-carrozza egli non avesse il suo magnifico sorriso per aiutare
-a discendere il vecchio amico. A costui si vedevano in
-volto più fitte le nebbie delle nere fantasie di viaggio.
-</p>
-
-<p>
-Non s'erano detti una parola, e non erano in vena di dirsene;
-il signor Fulgenzio si ritrasse meditabondo nel gabinetto,
-il dottore continuò il suo sorriso per non darsi una
-mentita ed andò a visitare gli ammalati.
-</p>
-
-<p>
-Ritornò poco dopo.
-</p>
-
-<p>
-— Non si è più padroni di muoversi, disse con un accento
-tra melanconico e scherzoso, senza che ce ne facciano
-qualcuna.
-</p>
-
-<p>
-— Che c'è di nuovo? domandò il direttore.
-</p>
-
-<p>
-— Quel fanciullone di Paoluccio, il quale approfitta proprio
-del momento ch'io non ci sono per ammalarsi...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Gravemente?
-</p>
-
-<p>
-— A quell'età ed in quello stato, ogni malanno è grave.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio era in tale disposizione di spirito che
-ogni novella non lieta gli pareva un aggravio di più al
-proprio fardello; crollò il capo e non disse nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Delira, dice qualche corbelleria più del solito; gli ho
-ordinato del ghiaccio, non sarà niente... non vi è pericolo...
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio si levò in piedi e passeggiò a gran
-passi.
-</p>
-
-<p>
-— Che pensi? gli chiese il dottore.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sai pure...
-</p>
-
-<p>
-— Lo so... a Donnina ed a Mario, ci ho pensato anch'io;
-poveretti, bisognerà farli felici...
-</p>
-
-<p>
-— Lo speri tu?
-</p>
-
-<p>
-— Ne sono sicuro; in fine due anni non sono eterni
-quando si ha la loro età, ed amandosi <i>col permesso dei
-superiori</i> possono parer brevi.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque tu disperi di scoprire?
-</p>
-
-<p>
-— Al contrario... sono certo di scoprire ogni cosa, ma
-dico per dire...
-</p>
-
-<p>
-— Sei certo? Non hai pensato che Donnina potrebbe non
-essere nata a Milano?
-</p>
-
-<p>
-— Ci ho pensato, ma ho conchiuso che... dev'essere nata
-a Milano.
-</p>
-
-<p>
-— E che il padre potrebbe non essere qui, che i sussidii
-mandati a maestro Ciro potrebbero venire da altri...
-</p>
-
-<p>
-— E che il padre potrebbe essere andato agli antipodi...
-Ho pensato anche a questo; ma, grazie al modo con cui è
-ordinata la nostra polizia, grazie ai consolati, grazie alle
-navigazioni transoceaniche, alle vie ferrate, ai telegrafi ed
-alle poste, se pure quell'uomo, dopo aver messo al mondo
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-una creaturina adorabile come Donnina, non se n'è andato
-nelle foreste della Papuasia o nelle terre incognite dell'Africa
-australe, in mezzo ai selvaggi, è facile scoprirlo e fargli
-pervenire una lettera e riceverne la risposta. Ma io preferisco
-che quell'uomo non si sia mosso dall'Italia e da
-Milano, e vedrai che sarà in Italia ed in Milano per farmi
-piacere... senza contare...
-</p>
-
-<p>
-Non pare che tutto il rimanente avesse molto rassicurato
-il signor Fulgenzio, perchè a questa reticenza dell'amico si
-affrettò a incoraggiarlo a proseguire.
-</p>
-
-<p>
-— Senza contare?...
-</p>
-
-<p>
-— Senza contare che da tutto il romanzetto di Donnina,
-argomento che ella non ha padre legittimo di cui le bisogni
-il consenso per il matrimonio. Se l'atto di nascita dirà
-che quel bottoncino di rose non è frutto di giuste nozze,
-non avremo più altro a fare, e lo dirà... spero.
-</p>
-
-<p>
-— Lo spero anch'io, disse il direttore, sebbene questa
-speranza mi paia una colpa.
-</p>
-
-<p>
-— Non entriamo in sottigliezze, interruppe il dottore; per
-non perder tempo, io corro da don Alfonso, il curato della
-parrocchia più vicina. Già... potrei incominciare dalla più
-lontana, e sarebbe meglio, perchè sono sicuro che non ritroverò
-il fatto mio prima di aver visto la sacra polvere dei
-registri di tutte le ventisette basiliche di Milano.
-</p>
-
-<p>
-Un po' dell'anima del dottore era passata nell'anima del
-signor Fulgenzio, il quale rise allegramente.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore aggiunse serio serio:
-</p>
-
-<p>
-— Ma, se cominciassi dalla più lontana, allora la fede
-di nascita di Camilla X, figlia dei coniugi X, nata nel
-giorno X del mese di maggio dell'anno 185... si troverebbe
-nella parrocchia più vicina.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-</p>
-
-<p>
-E, senza attendere oltre, volse le spalle all'amico, infilò
-l'uscio e scomparve.
-</p>
-
-<p>
-Don Alfonso, don Michele, don Alessandro, e successivamente
-un altro paio di reverendi, avevano permesso al dottor
-Parenti di frugare colle sue mani profane nei registri dei
-nati del 185..., ed aiutato essi stesse le ricerche senza frutto
-alcuno. Il dottor Parenti gli aveva pagati largamente con
-cinque dei suoi sorrisi, ed aveva rimandato al giorno successivo
-la visita al sesto parroco.
-</p>
-
-<p>
-Al signor Fulgenzio, il quale lo aveva interrogato in proposito,
-aveva risposto che tutto andava a meraviglia, che,
-avvezzo a non fare fidanza colla fortuna, era certo di non
-poter risparmiare nè un passo nè una parrocchia, e che infine
-quello era un viaggio di nuovo genere, e voleva farlo
-in tutte le ventisette tappe...
-</p>
-
-<p>
-Il curato della parrocchia di San... (si tace il nome del
-santo, perchè l'ottimo reverendo non amerebbe di vedere la
-sua persona sacra in un libro profano) il curato della parrocchia
-di San... è uomo faceto, e sta volontieri allo scherzo.
-Vide alla prima il lato vulnerabile della singolare dimanda
-del dottore, e si offerì pronto «ai suoi comandi» con una
-lieve tinta d'ironia, pregandolo, intanto ch'egli finiva di far
-colazione, di aspettarlo in sacristia.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti non aveva niente più di quello che si
-meritava; era venuto troppo di buon mattino, e non voleva
-mettersi sulla coscienza il digiuno d'un reverendo. Questo
-almeno pareva significare l'inchino con cui rispose alle parole
-del curato, e l'accento con cui lo scongiurò di fare i
-suoi comodi. Rientrò in sacristia e vi rimase un buon quarto
-d'ora che spese, poichè una simile occasione non gli si era
-mai offerta in vita, a studiare l'<i>Oratio dicenda a sacerdote
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-cum lavat manus</i>. Quando il curato entrò, il dottore,
-il quale aveva acquistato un'aria liturgica tutta sua,
-lo salutò come uomo ben intenzionato, capace di fargli gli
-onori di sacristia.
-</p>
-
-<p>
-Il reverendo si piegò appena, quanto permetteva la delicata
-condizione d'uno che si levava allora da tavola, andò
-diritto ad un antico armadio di legno di noce lavorato ad
-intagli ed a bassorilievi, lo aprì e mostrò una schiera di
-enormi libri venerandi, coperti di carta pecora, coll'indicazione
-dell'anno scritta sul dorso.
-</p>
-
-<p>
-— La persona di cui lei fa ricerca è nata?... chiese il
-curato col suo risolino evangelico.
-</p>
-
-<p>
-— Nel 185...
-</p>
-
-<p>
-— Nel mese?
-</p>
-
-<p>
-— Di maggio.
-</p>
-
-<p>
-— E si chiama?
-</p>
-
-<p>
-— Camilla...
-</p>
-
-<p>
-Il reverendo intanto s'era messo dinanzi il registro del
-185... e lo sfogliava senza interrompere il risolino incominciato...
-</p>
-
-<p>
-— Lei dice che si chiama?
-</p>
-
-<p>
-— Camilla..... rispose il dottore imperturbabile, null'altro
-che Camilla...
-</p>
-
-<p>
-— Capisco... capisco... ed è nata nel giorno...
-</p>
-
-<p>
-— Nella prima settimana del mese...
-</p>
-
-<p>
-— I genitori si chiamavano...
-</p>
-
-<p>
-Il dottore non rispose; la malizia del curato diveniva
-maligna.
-</p>
-
-<p>
-— Si chiamavano? insistè.
-</p>
-
-<p>
-Ma il dottore zitto.
-</p>
-
-<p>
-«N. 181... <i>è nato alle ore 3 antimeridiane del giorno
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-1</i>, incominciò a borbottare il curato leggendo nel registro,
-<i>un bambino maschio...</i> niente... N. 182... <i>alle ore 8
-antimeridiane del giorno 1, e fu battezzata nello stesso
-giorno, Teresa Giovanna Maria...</i> niente Camilla...
-N. 183... <i>alle ore 7 pomeridiane, e fu battezzata nello
-stesso giorno, Margherita Camilla...</i> — Camilla! interruppe
-il dottore, e curvandosi sul registro proseguì: <i>Margherita
-Camilla legittima; da Maria Longhi e Giovanni
-Bergoni, cattolici, padrini Marianna S. e Luigi
-V...</i> Se permette, trascrivo questi nomi, mi pare di aver
-trovato...
-</p>
-
-<p>
-E senza aspettare altra risposta, levò di tasca il taccuino
-e si accinse a copiare tutta la dicitura, intanto che il curato,
-facendo correre l'indice di colonna in colonna, seguitava
-a leggere come se nulla lo avesse interrotto:
-</p>
-
-<p>
-«N. 184... <i>alle ore 9 pom. del giorno 3, e fu battezzato
-al giorno 4 un bambino...</i>
-</p>
-
-<p>
-«N. 185... <i>alle ore 5 ant. del giorno 5, e battezzata
-nello stesso giorno Camilla...</i>
-</p>
-
-<p>
-— Camilla! interruppe un'altra volta il dottore arrestandosi
-di botto nello scrivere.
-</p>
-
-<p>
-«<i>Camilla Maria Luigia, legittima, di Teresa Altani
-e di Giorgio Boli, cattolici...</i>
-</p>
-
-<p>
-Quelle due Camille gettavano un po' di scompiglio nella
-mente del dottore; nondimeno egli s'affrettò a trascrivere
-le indicazioni di entrambe, seguendo paurosamente cogli occhi
-ogni movimento delle labbra del reverendo, il quale continuava
-a leggere ed a sorridere, come se le due cose non
-facessero in realtà che una sola.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente il curato tacque; era giunto al giorno 10, e
-di Camille non ne aveva trovato altre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-</p>
-
-<p>
-Era un orizzonte nuovo per il dottore; gli venivano in
-bocca cento domande, ma comprese che il curato non avrebbe
-avuto risposta per nessuna, serrò il taccuino fra le mani,
-ringraziò caldamente, fece un saluto profondo, sorrise con
-una devozione esemplare, ed uscì fuor del sacrato per darsi
-dell'asino con l'entusiasmo di un vero credente.
-</p>
-
-<p>
-«Asino! Asino! E non avere pensato prima! Ma se in
-questa sola parrocchia di Camille ce n'ha due, quante non
-ne incontrerò io prima di essere arrivato all'ultima? Se
-dura la proporzione posso far conto sulla dozzina...»
-</p>
-
-<p>
-E s'avviava a passi affrettati, come per togliersi più presto
-dal campo della sua sconfitta. Poco dopo si fermò e
-disse:
-</p>
-
-<p>
-«A Milano, su per giù, nascono venti milanesi il giorno,
-il che in una settimana dà un totale di 140 milanesi.
-Così, o all'incirca, doveva accadere anche vent'anni sono.
-Di questi 140, la metà sono maschi; e di settanta tra Caroline,
-Clotildi, Amelie, Marie, ecc., quante possono essere
-le Camille?»
-</p>
-
-<p>
-La cosa pigliava un aspetto tutto differente; ora, tra la
-certezza di dover visitare ad una ad una le 27 parrocchie
-e l'impazienza d'aver finito di raccogliere tutte le Camille,
-per poi accingersi al difficile còmpito di sceverare la buona,
-il meglio era di balzare in una carrozza da nolo.
-</p>
-
-<p>
-E così fece, a dispetto della sua igienica abitudine di
-camminare a piedi.
-</p>
-
-<p>
-«A Sant'Alessandro! ordinò al cocchiere.»
-</p>
-
-<p>
-E via di galoppo.
-</p>
-
-<p>
-Quattro giorni dopo, quelle peregrinazioni erano finite,
-ed i risultati, stando all'opinione del dottore, non potevano
-essere più soddisfacenti, però che egli fosse andato in cerca
-d'una Camilla e ne avesse invece incontrato sette.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio non prese la cosa ridendo come il
-dottore gliela aveva detta, ma tolse di mano all'amico il
-taccuino e ne lesse le annotazioni, tentando il mestiere dell'indovino.
-Se il cuore fosse la buona pasta di consigliere
-intimo che tanti vogliono che sia, fra le sette Camille
-avrebbe indicato Donnina con una martellata di quelle famose
-nel petto del vecchio; ma, o la regola è sbagliata, o
-il cuore del signor Fulgenzio faceva eccezione.
-</p>
-
-<p>
-— E come faremo?... parve dire costui restituendo il taccuino
-senza dir parola.
-</p>
-
-<p>
-— Tu non farai nulla, farò io, rispose il dottore alla
-stessa maniera, ed aggiunse forte: «tutte queste Camille
-sono legittime; tanto meglio, e tanto peggio; ma di queste
-sette io ne ho già messe da banda tre... <i>Camilla Margherita</i>,
-figlia di Maria Longhi e di Giovanni Bergoni, <i>Eugenia
-Maria Camilla</i>, figlia di Concetta Lavini e di Tommaso
-Gori; <i>Fortunata Camilla</i>, figlia d'Innocenza Baldi
-e di Rocco Sani, ed a queste non voglio nemmeno pensare
-o ci penserò in ultimo.»
-</p>
-
-<p>
-Il direttore seguiva attentamente il filo del sistema d'indagini
-che doveva guidare sulle tracce del padre di Donnina;
-al dottor Parenti splendeva in faccia il genio inquisitorio.
-</p>
-
-<p>
-— E lo ho escluse, proseguì egli a dire, perchè i signori
-Giovanni Bergoni, Tommaso Gori e Rocco Sani sono venuti
-in terra il primo per fare il cenciaiuolo, il secondo il fabbro
-ed il terzo il calderaio, tre mestieri onorati, che non mi
-paiono corrispondere alle indicazioni avute circa il padre
-di Donnina...
-</p>
-
-<p>
-— E quali indicazioni abbiamo che si possano dire certe
-e si riferiscano proprio al padre di Donnina?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-</p>
-
-<p>
-— D'indicazioni certe e che si riferiscano proprio al padre
-di Donnina, ne abbiamo una sola: Donnina, e mi pare
-che basti! Oh! vorresti credere quel capolavoro di fanciulla
-uscita dalle mani di un calderaio?
-</p>
-
-<p>
-L'argomento non aveva di stringente altro che la fede
-dell'oratore, ma doveva bastare ad un uditorio desideroso
-di credere come il signor Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Rimangono le altre quattro: <i>Grazia Maria Camilla...</i>
-</p>
-
-<p>
-Due colpi frettolosi battuti all'uscio ruppero le parole in
-bocca al dottore, ed un infermiere entrò a dire che mastro
-Paolo era stato côlto da un nuovo accesso di febbre e di
-delirio.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span></p>
-
-<h2 id="cap29">XXIX.
-<span class="smaller">UN ALTRO VIAGGIO ED ALTRI VIAGGIATORI.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Sono trascorsi otto giorni da quello che negli
-annali del bel mondo segna la fuga di Serena
-e del banchiere Redi, ed in questo tempo sono
-avvenute incredibili cose sulla faccia del Creso seduttore.
-Salvo gli occhi, che si sono ostinati a non voler rientrare
-nel loro guscio, ed i capelli rimasti fedeli all'intonaco
-odoroso che li appiccica sulle tempie, tutto il resto
-pare mutato; l'enorme bocca sgangherata si è come
-ricomposta per tener stretto fra le labbra un sorriso ironico;
-gli sguardi cadono spesso di sotto le palpebre e
-di sbieco, come al domani di un trionfo; le gambe, sempre
-bonariamente frettolose, si muovono con una certa
-indolenza piena di mistero; tutta la persona dice cose sì
-nuove e bizzarre tanto, che le orecchie sembrano protendersi
-innanzi sul viso per ascoltare, ed il naso ha l'aria
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-d'un punto d'interrogazione nel mezzo d'una superficie
-carnosa.
-</p>
-
-<p>
-È probabile che a tale metamorfosi del suo Plutone, la
-bella Proserpina non avrebbe neanche posto mente, dove
-l'accento e le maniere non ne l'avessero fatta accorta.
-Non era più in fede mia quell'ossequioso e riverente imbecille,
-che aveva quasi l'aria di offrire i suoi milioni come
-si stende la mano all'elemosina; era un uomo sicuro di
-sè, impertinente quanto era stato umile, sprezzante quanto
-era stato desideroso. Aveva modi da gentiluomo colla sua
-dama; ma da un piccolo gesto, da una lievissima sbadataggine,
-da un tono di voce più alto o più basso, la sua
-dama era avvertita che l'usar quei modi era degnazione o
-galanteria di abitudine.
-</p>
-
-<p>
-Sulle prime, come fu detto, Serena non si avvide; fatta
-accorta, continuò a mostrare di non avvedersi fino a tanto
-che le fu possibile senza ostentazione; e quando dovette
-deporre quello scudo ed uscir dalla sua indifferenza e guardare
-alle nuove sembianze con cui le si offriva l'avvenire,
-allora si armò di disprezzo e combattè a viso aperto. Fu una
-lotta muta, tenace, in cui il banchiere portava l'astuzia del
-non parere e Serena la schietta sicurezza di chi legge in
-cuore all'avversario.
-</p>
-
-<p>
-La posta era palese; il banchiere, avendo trionfato della
-cortigiana, voleva ora trionfare della donna e farla docile
-ai propri voleri; la donna, più convinta nel disprezzo, e
-sprezzante tanto da non curarsi di mantenere alcun imperio,
-si accontentava di resistere.
-</p>
-
-<p>
-Quella scherma di tutte l'ore senza frutto alcuno venne
-a noia al banchiere prima dell'ottavo giorno. Per uscirne
-egli fece un errore di tattica. Aveva detto fin dalla vigilia
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-che avrebbe avuto bisogno di trovarsi a Rouen presto, altro
-non attendere se non un avviso per lasciare Parigi. In
-quel mattino ordinò venissero preparate le sue valige e
-«quelle della signora.»
-</p>
-
-<p>
-La <i>signora</i> seduta in un canto non mostrò di aver udito
-e lasciò che il <i>signore</i> uscisse senza nemmeno guardare
-dalla sua parte. Quando il banchiere tornò, le sue valigie
-erano pronte, non quelle della signora.
-</p>
-
-<p>
-— Avevo pur detto...! gridò incollerito alla cameriera.
-</p>
-
-<p>
-— La signora non ha voluto, rispose costei.
-</p>
-
-<p>
-Il banchiere ebbe il torto d'aspettare che Serena entrasse
-a dire qualche cosa, ma l'indolente non disse verbo. Era
-una mezza sconfitta, a cui non mancava nemmeno la ritirata,
-poichè il disgraziato sentì improvvisamente il bisogno
-di andare nelle sue stanze.
-</p>
-
-<p>
-Ritornò quasi subito, del tutto mutato nelle maniere. Serena
-non s'era mossa.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta la <i>signora</i> fu avvertita in bel modo della
-necessità della partenza.
-</p>
-
-<p>
-— Vi duole? aggiunse il banchiere, radunando in questa
-interrogazione tutto il fascino della sua galanteria.
-</p>
-
-<p>
-— Prepara le mie valige, disse Serena alla cameriera.
-</p>
-
-<p>
-Tre ore dopo partivano alla volta di Rouen.
-</p>
-
-<p>
-Per via il banchiere fu taciturno fuor dell'usato; chiudeva
-gli occhi fingendo di dormire e pensava. A che pensava?
-Evidentemente la partita era perduta od almeno non
-rimaneva speranza di vittoria; quella donna non sarebbe
-mai divenuta uno strumento nelle sue mani. Non era però
-tal cosa da doverlo rendere inquieto, come ad ora ad ora si
-mostrava. A che altro pensava egli dunque?
-</p>
-
-<p>
-Il domani, a Rouen, nel movimento incessante di quella
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-città manifatturiera, il banchiere ritrovò la vena del suo
-prezioso buon umore.
-</p>
-
-<p>
-Erano i primi giorni di febbraio, ma splendeva un magnifico
-sole, che anticipava alla natura ancora arsiccia i
-gai colori della primavera.
-</p>
-
-<p>
-Non si vide mai un uomo tanto contento di sè quanto
-pareva il banchiere in quel giorno; era come uscito dal contegnoso
-torpore che gli irrigidiva le membra, e camminava
-ancora coi passi frettolosi e brevi con cui fino a pochi
-giorni innanzi s'era tirato dietro il carro della propria fortuna.
-Rideva forte e per ogni nonnulla, e si adoperava invano
-a comunicare un po' dell'anima propria al bel marmo
-di Paro che aveva pagato a peso d'oro. L'impassibilità di
-Serena faceva un singolare contrasto con quella specie di
-frenesia gioconda; deposte le armi della lotta, la bella rientrava
-nel castello merlato della propria indolenza, sdegnosa
-perfino della vittoria. Conveniamone: non si può avere una
-innamorata più noiosa.
-</p>
-
-<p>
-Il banchiere, non potendo far di meglio, ordinò uno splendido
-desinare in una sala appartata, una specie di festino
-a due, e se ne andò a spasso per «mettersi in appetito.»
-La qual cosa gli riuscì benissimo.
-</p>
-
-<p>
-A tavola Serena, cui il contegno insolito del suo compagno
-riusciva inesplicabile, ne interrogava il volto arrossato
-dalle libazioni, parendole di notare un po' di stento
-in quell'allegria balzana, e nella pompa di quel banchetto
-un proposito che non le veniva fatto d'indovinare. Il banchiere
-assaggiava di tutto e portava ad ogni tanto il bicchiere
-alla bocca, ma in realtà faceva più ciance che bocconi,
-e spesso non si avvedeva che il bicchiere era vuoto.
-Due o tre volte parve raccogliersi in pensiero ed uscì da
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-quella breve meditazione con un diluvio di parole. Serena
-parlava poco ed il più sovente a monosillabi; ma i suoi
-sospetti erano divenuti certezza, ed alla frutte non esitò
-ad interrompere il verboso commensale per dirgli a bruciapelo:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè tante parole? Voi avete qualche cosa da dirmi;
-dite.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Redi fu lievemente sbigottito; pur non istette
-un pezzo in forse prima di prendere il suo partito, vuotò
-d'un fiato le poche goccie di vino che rimanevano in fondo
-al bicchiere, per darsi un contegno, spinse la sedia più
-presso al desco e fissando gli occhioni spiritati in volto alla
-sua donna, tentò un risolino ribelle.
-</p>
-
-<p>
-— Ho infatti qualche cosa da dirvi, una gran cosa, una
-cosa bizzarra.
-</p>
-
-<p>
-La curiosità di Serena non ebbe testimoni indiscreti nel
-sangue o nei nervi, poichè nulla ne parve fuori; il banchiere
-proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— Non avete domandato mai a voi stessa, nell'atto di
-stringere il negozio che doveva farmi il più felice degli
-uomini... quanti milioni possedesse il vostro banchiere?
-No?... Ebbene, in questo momento a Milano non si pensa
-che ai miei milioni: solo invece di domandare quanti ne
-ho, si vuol sapere quanti sono quelli che mi mancano.
-</p>
-
-<p>
-Serena guardò in volto il banchiere, per questo solo
-atto accennando che ella prendeva interesse alle parole
-di lui.
-</p>
-
-<p>
-— Mi spiego. Stamane, alle undici in punto, la banca
-Redi ha annunziato la sospensione dei pagamenti, o in
-altri termini, ha fallito per tre milioni. Una bagattella, direte,
-mi avreste creduto più ricco; ma non ho saputo far
-di meglio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il banchiere ebbe bisogno di attingere nuova disinvoltura
-e vide un'altra volta il fondo al bicchiere vuoto. Serena,
-riavutasi dallo stupore, non trovava parole.
-</p>
-
-<p>
-— Voi siete dunque rovinato? chiese poco dopo con freddo
-accento.
-</p>
-
-<p>
-— Se chiamate rovina il dover rinunziare ai milioni che
-non ho mai avuti, il trovarmi qui a tavola colla più bella
-donna dell'universo ed il poter dire che quella donna e il
-mondo mi hanno appartenuto...
-</p>
-
-<p>
-Serena lo interruppe ripetendo la domanda collo stesso
-tono di voce:
-</p>
-
-<p>
-— Voi siete dunque rovinato?
-</p>
-
-<p>
-— Press'a poco; mi rimangono solo cinquecento mila
-lire.
-</p>
-
-<p>
-— Che non sono vostre...
-</p>
-
-<p>
-— Che sono mie. Comprendo quanto vi passa in mente;
-ognuno ha la sua propria virtù e voi tenete a quella che
-chiamate la lealtà dei negozi; e anch'io ci tengo; solo, per
-giudicarne, non uso il criterio delle moltitudini, ma quello
-della mia coscienza. Dando ascolto a chi strilla si sostituirebbe
-il sentimentalismo all'onestà commerciale. Non sorridete,
-signora mia; vi spiego il mio pensiero.
-</p>
-
-<p>
-Prima di spiegare il suo pensiero, il banchiere Redi ebbe
-l'aria di raccogliere le idee.
-</p>
-
-<p>
-— Se vent'anni sono avessi chiesto al mondo qualche
-migliaio di lire per porre in atto un mio buon disegno economico,
-non avrei probabilmente ottenuto nulla. Supponete
-ch'io l'abbia fatto, ed abbia raccolto ciò che da simili
-credulità infantili si raccoglie, la beffa e la miseria, e che
-allora abbia detto: «bada, il mondo vuole essere ingannato,
-e mentre non saprebbe perdonarsi d'essersi lasciato
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-gabbare dal sentimento e diffida della compassione che sente
-e di ciò in cui può veder chiaro, ti apre il cuore e la borsa
-e ti corre dietro per cacciarla nelle tue tasche sol che tu
-mostri di andartene per la via della fortuna; bada, tutti
-vogliono essere onesti, ma tutti credono nella sorte e nel
-danaro, nell'onestà non credono. Pensaci.» Supponete che
-io abbia detto tutto ciò in un momento di sfiducia. Questo
-buon senso, badate, è molto facile a parole, raro in
-pratica; ed io l'ho avuto, mi faccio giustizia da me. Divenni
-banchiere. Per quali vie, sarebbe lungo a dire ed inutile,
-nè mi comprendereste; in questo si compendiano tutte:
-il disprezzo del danaro, la fede nella fortuna. A molti
-manca o l'una o l'altra delle due cose: io seppi averle entrambe.
-In pochi anni la mia riputazione era fatta; cosa
-difficile nel mio genere di commercio più che in ogni altro;
-perchè se ad un fabbricante basta produrre merce migliore
-e darla più a buon mercato per trionfare della concorrenza,
-a me bisognava ispirare la fiducia col mio solo nome, cogli
-atti della mia vita, col mio contegno, colle mie parole. La
-Banca non dà che una derrata, la più difficile, la più soggetta
-ad avarie — la buona fede. È nulla ed è tutto. Vi
-tocca dar valore ad un pezzo di carta che non ne ha, fare
-che una firma diventi una moneta, e la parola una caparra.
-È difficile molto, ma non tanto come l'avere denaro a prestito
-da un amico per non morir di fame.
-</p>
-
-<p>
-«Non andò molto ed ebbi la soddisfazione di vedere la
-fiducia pubblica regolarsi dalle mie azioni; il termometro capriccioso
-della Borsa segnò i miei capricci; gente che non
-mi avrebbe dato uno spicciolo d'elemosina, per non far la
-fatica di snodare i cordoni della borsa, non pareva aver
-altra ambizione fuor quella di mettere al sicuro il suo oro
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-nella mia cassa forte; mille piccole fortune timorose si attaccarono
-al carro della mia fortuna; fu un'apoteosi. Si
-commentava ogni mia parola, si almanaccava intorno ad un
-mio sorriso; alla Borsa, dove non hanno fede se non nella
-fortuna, mi credevano accorto; fuori mi dicevano sciocco perchè
-ne avevo un po' l'aria, mi dicevano furbo perchè non
-ne avevo l'aria. Ebbi anch'io i miei adoratori come voi, e
-come voi li pagai con un sorriso, con una stretta di mano,
-con una buona parola; voi colla pompa dei vostri vezzi, io
-col bagliore dei miei vasellami d'argento e dei miei scudi
-d'oro. Siamo schietti: guardandovi nello specchio, se pure
-non siete d'una modestia feroce, dovete confessare a voi
-stessa che siete bella; io, specchiandomi negli occhi cupidi
-della folla, finii col convincermi che qua dentro vi era qualche
-cosa di buono.
-</p>
-
-<p>
-Il banchiere appuntò l'indice nel mezzo della fronte e
-guardò in singolare maniera la sua compagna, la quale sembrava
-porgere ascolto sbadatamente.
-</p>
-
-<p>
-— Non crediate, ripigliò a dire il fallito, che tutto ciò
-mi costasse alcuna fatica; ebbi le mie brutte giornate, i
-miei pessimi quarti d'ora, provai gli spasimi d'un'idea che
-sfugge, d'un consiglio che non viene. Il mio fu lavoro assiduo,
-indefesso, senza riposo. Non so se voi comprendiate
-che cosa sia lo struggimento affannoso di chi è costretto a
-puntellare di continuo un edifizio che può cadere ad un
-soffio di mala fede; io so quanto valga e vi posso dire che
-non è lusso, compiacenza o potere che lo paghi. Un uomo
-d'ingegno, dopo aver faticato tanto, ha diritto, mi pare,
-agli ozii beati dell'età matura; ed io sono abbastanza maturo
-per oziare...
-</p>
-
-<p>
-A questo punto della sua argomentazione, il banchiere
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-credette di poter spendere opportunamente una sonora risata;
-ma gli echi di quell'ilarità morirono nello stanzino
-senza percuotere una sola fibra della statua indifferente
-che il Don Giovanni in rovina aveva convitato alla
-sua mensa.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io non intendo che vi sia capitale dove non fu
-prima l'economia; ora appunto i cinquecentomila franchi
-che mi avanzano, rappresentano i miei piccoli risparmi di
-ogni annata cogli interessi degli interessi, accumulati nel
-tempo felice. Cinquecentomila lire sono una miseria, ne
-convengo, ma chi ha saputo sparagnarle sulle spesucce di
-casa, deve saper vivere lautamente anche con meno. È il
-doppio benefizio della economia domestica, la quale, come
-tutte le umane virtù, non dà mai un beneficio solo.
-</p>
-
-<p>
-Serena non diceva nulla, ed il banchiere incominciava a
-sentire il bisogno di essere interrotto.
-</p>
-
-<p>
-— Persistete in credere che quei cinquecentomila franchi
-appartengano di diritto (lasciamo la legge da una
-parte, che non è sempre tutto uno) ai creditori del fallimento?
-</p>
-
-<p>
-Invece di rispondere direttamente, la bella disse, lasciando
-cadere ad una ad una le parole:
-</p>
-
-<p>
-— Il vostro è un fallimento doloso?
-</p>
-
-<p>
-L'interrogato esitò alquanto a rispondere.
-</p>
-
-<p>
-— Non conosco se non due maniere di fallimenti, disse
-poi; vi è chi fallisce bene e chi fallisce male; comprenderete
-che non si nasce col genio del banchiere per finire la
-vita in prigione, e che io ho fallito bene. Non dubitate, i
-cinquecentomila franchi che mi rimangono non mi saranno
-tolti, nè mi manderanno in carcere; i miei registri sono
-in regola. Io sono un galantuomo che ha scelto un mestiere
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-costoso ed ha fatto male i suoi negozi, dopo di aver
-reso servigio all'umanità. Che sono i tre milioni consumati
-in confronto di quelli che passarono per le mie mani?
-E chi può fare la somma dei benefizi che il mondo ha ricavato
-dalla mia Banca? Domandatelo agli economisti.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhioni del banchiere mandarono il lampo di due
-napoleoni nuovi di zecca e si aguzzarono per leggere in
-volto alla bella ciò che le passava in cuore.
-</p>
-
-<p>
-Vi fu un istante penosissimo di silenzio. Nessuna domanda
-diretta era stata fatta dal Creso rovinato, e pure era
-evidente ch'egli attendeva una risposta.
-</p>
-
-<p>
-Serena stette alcuni istanti in pensiero, poi disse con voce
-pacata:
-</p>
-
-<p>
-— Se tutto questo mira a liberarvi di me, è una cosa
-intesa.
-</p>
-
-<p>
-Come se la malìa da cui attingeva vigore si sciogliesse
-di repente al suono di uno scongiuro cabalistico, il banchiere
-Redi si scolorì in volto a quelle parole, e rispose con
-voce che aveva insieme del supplice e dello sfiduciato:
-</p>
-
-<p>
-— Ho voluto solo giustificarmi in faccia a voi...
-</p>
-
-<p>
-— Ed a qual fine? Mi avete ingannata; giungo tardi al
-banchetto dei vostri milioni. Che importa? Salvo gli otto
-giorni della mia vita che vi ho dato, domani, lontana da
-voi, sarò la stessa di prima, nè più stimabile, nè meno.
-</p>
-
-<p>
-— Volete lasciarmi?
-</p>
-
-<p>
-— Deve essere il nostro comune desiderio; io basto a me
-stessa, e le vostre cinquecentomila lire non possono quasi
-bastare a voi solo.
-</p>
-
-<p>
-Sul volto del banchiere passò una nube di mestizia. Aprì
-le labbra, protese le mani, nascose in esse il volto e chinò
-il capo sulla mensa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-</p>
-
-<p>
-La beffa contraeva le labbra di Serena.
-</p>
-
-<p>
-Lo sfatato comensale parve lottare alcuni istanti dentro
-di sè, infine sollevò la testa lento lento, senza staccare le
-mani dal volto, appuntò i gomiti sulla tavola e disse penosamente:
-</p>
-
-<p>
-— Io vi amo, io vi ho sempre amata, io per voi ho affrettato
-la mia rovina; non mi lasciate; non vi domando
-amore, nè stima, rimanete mia; voi non sapete quanto mi
-costi ora il parlarvi così, e quanto mi costasse il mascherare
-la mia febbre sotto il capriccio d'un milionario per non
-farmi beffare; non mi guardate in viso, ma lasciatemi dire
-che vi amo.
-</p>
-
-<p>
-Il banchiere continuò a tener celato il volto. Serena lo
-guardava con disdegno e non rispondeva.
-</p>
-
-<p>
-— Mi amate, disse poco dopo, senza alcuna commozione
-nella voce, e che ne importa a me?
-</p>
-
-<p>
-— Tutto quanto mi rimane è vostro, insistè l'innamorato,
-rialzando il capo e fissando gli occhi desiderosi nel
-volto della bella.
-</p>
-
-<p>
-— Io ho la mia vergogna, e mi basta, rispose costei, non
-voglio farmi complice della vostra.
-</p>
-
-<p>
-La fronte del banchiere si curvò vie più e picchiò sulla
-mensa; Serena si levò e si ritrasse nella sua camera.
-</p>
-
-<p>
-Un'ora dopo il signor Redi la raggiunse, e le venne innanzi
-con un contegno insolitamente rude.
-</p>
-
-<p>
-— È inutile che affrettiate la vostra partenza, disse; poichè
-dobbiamo separarci, sarò io a lasciarvi libera!
-</p>
-
-<p>
-— Non prima che vi abbia restituito quanto ebbi da voi...
-rispose freddamente Serena.
-</p>
-
-<p>
-— Ciò che diedi, rispose ruvidamente il banchiere, è cosa
-vostra; a quel tempo non era fallito; lasciate gli scrupoli
-voi lo avete guadagnato quel denaro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-</p>
-
-<p>
-— È vero, disse Serena, e volse il capo a guardare alteramente
-da un'altra parte.
-</p>
-
-<p>
-Il banchiere stette un istante sulla soglia, poi si allontanò
-in silenzio.
-</p>
-
-<p>
-La bella, rimasta sola, non si mosse, non battè palpebra,
-fin che il superbo sguardo non fu oscurato da una lagrima
-di vergogna.
-</p>
-
-<p>
-Poi giunse il tramonto melanconico, e la notte, la tetra
-notte.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span></p>
-
-<h2 id="cap30">XXX.
-<span class="smaller">SOLA!</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Marta, la cameriera della signora, viene in punta
-di piedi fin sulla soglia, getta uno sguardo nella
-tenebra della camera, si ritrae e ritorna subito
-dopo con due candelabri accesi.
-</p>
-
-<p>
-Ecco la luce gioconda, i riflessi rossigni, le mobili ombre. — Serena
-non dice nulla; intorno al suo cuore è sempre
-la notte, la tetra notte. Fa un cenno, rimane sola.
-</p>
-
-<p>
-Sola no; un mondo di fantasmi le sta intorno; appariscono
-in silenzio dagli angoli oscuri della camera, si svolgono
-dalle ampie pieghe delle cortine da letto, od escono
-dal vano delle finestre, si fanno innanzi ad uno ad uno, le
-passano rasente, ne sfiorano le vesti e si curvano per mettere
-il loro volto dimenticato sotto gli occhi della bella;
-beffano, o lagrimano; si rialzano, girano intorno intorno
-senza far rumore e rientrano nel loro nascondiglio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-</p>
-
-<p>
-Serena non si muove, non respira quasi, pensa.
-</p>
-
-<p>
-Una mano ignota le sfoglia innanzi agli occhi il libro
-della vita; qui era un trastullo infantile, la carezza mormorata
-da un labbro di donna, qui, dopo i sogni fatti dalla
-fronte serena di una madre, i primi sogni della vergine, e
-le prime armi civettuole della fanciulla, e più oltre il primo
-battito del cuore alla prima parola uscita da un labbro lusinghiero,
-e poi l'amore... l'amore colle sue care febbri, coi
-suoi spasimi dolci, fiducia intensa d'un'anima che si congiunge
-ad un'altra anima, d'un pensiero che corre dietro
-ad un altro pensiero — l'amore, che fantastica giocondo,
-che legge nell'avvenire, che assoggetta la sorte e placa la
-stessa sciagura, il sereno amore di sposa in cui sorride la
-futura madre...
-</p>
-
-<p>
-E poi una frenesia nuova, un turbamento insolito, un
-bugiardo bisogno, una bugiarda parola proferita nell'ansia
-tentatrice, ed una falsa riluttanza della fibra stanca, e il
-tradimento che invoca ed il tradimento che si arrende, e lo
-abbandono nelle braccia di un altro uomo quasi ignoto...
-</p>
-
-<p>
-E a poco a poco, nell'inconsapevole volto del tradito una
-accusa perenne, nella sua nota voce un'eco paurosa, nelle
-sue carezze uno strazio; ed a poco a poco, col rimorso che
-illumina, la doppia vista che legge in petto all'ospite nuovo
-del cuore e vi scopre l'indifferenza, la sazietà, il disgusto,
-quando non è più tempo, quando, in un ultimo impeto virtuoso,
-si ha volto le spalle alla casa profanata per non
-aggiungere alla bassezza della colpa la bassezza della ipocrisia.
-</p>
-
-<p>
-Ed allora, allora solo, il grido soffocato della vergogna
-che si copre il volto... Che fare? Oh! se la coscienza le balbettasse
-una scusa, se le potesse dire che tutta sua non fu
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-la colpa, che potente era la seduzione e fragili troppo le
-forze per combatterla, che un dispetto o una collera l'aveva
-indotta alla prima arrendevolezza, ed un momento di febbre
-o di oblio all'ultima. Ma la coscienza morde la fibra
-del cuore, e tace od impreca. Perchè non è scusa alcuna a
-tal colpa; nemmeno la complicità, sollievo a tante colpe.
-No, nemmeno la complicità del seduttore; costui ti è venuto
-innanzi senza maschera, e ti ha offerto il disonore, e tu lo
-hai accettato; quali che siano le parole belle che ti ha bisbigliato
-all'orecchio, egli non poteva nascondere che quanto
-ti offriva era il disonore, e tu lo sapevi, e tu l'hai accettato!
-Non è via di scampo; guardati intorno, sei sola; non
-hai più casa, non hai più famiglia; la tua casa è il mondo,
-la tua famiglia il pubblico, la prostituzione incomincia.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco l'amore un'altra volta, ma l'amore merciaiuolo,
-colla faretra sdruscita, piena di dardi usati che han perduta
-la punta; ecco l'amore dalle ali spennate; ecco la folla
-innamorata!
-</p>
-
-<p>
-In cambio del sereno e robusto affetto che ti sei tolta dal
-cuore, hai mille galanterie leggiadre per riempirne il vuoto;
-scegli tra il vecchio libertino che paga e il giovine che ti
-offre un amore <i>disinteressato</i> perchè tu lo faccia pagare
-da un altro. Ti si preparano cento trionfi; la tua vanità non
-fu convitata mai a così lauto banchetto; hai gemme, vesti
-strascicanti ed immodeste che prima non avevi; la tua bellezza
-si riflette in mille occhi desiderosi; i tuoi amici sono
-tutti maestri di belle parole, di belle maniere, ammirano il
-tuo spirito, ti prestano il loro; tu li torturi con un capriccio,
-li metti in croce con un'emicrania, li manderesti in capo
-al mondo con una parola; sono così bonini, così dotti di
-garbuzzi e di manieruzze gentili... bisogna credere: «li
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-manderesti in capo al mondo con una parola!» Non potresti
-così con due levarteli dai piedi, ma non monta; hanno
-imparato la ginnastica per cui si cammina senza inciampare
-nello strascico d'una veste, sono affatto innocui, non
-ti fanno dimenticare la casa che non hai, non ti possono
-più nulla togliere di cui non ti rimanga abbastanza: e poi
-la solitudine è così paurosa ed il pensiero così indocile alla
-nuova vita!
-</p>
-
-<p>
-E ti amano! Da quanti l'hai sentita, impassibile, quella
-parola che un giorno ti ha fatto battere il cuore?
-</p>
-
-<p>
-Ecco, perfino l'amabile luogotenente ritorna, è geloso del
-mondo, gli è venuta una fantasia amorosa tardiva; aveva
-creduto spento l'incendio, ma gli era rimasta una scintilla;
-non ti scalderai tu con essa il gelido petto? E anche il
-banchiere Redi ha un cuore, tutti intorno a te hanno cuore,
-e te l'offrono con manierine leggiadre. Scegli dunque il tuo
-amore!
-</p>
-
-<p>
-E se mai da questa folla uscisse una parola schietta, un
-gagliardo affetto, lo respingi, perchè non è cosa tua; se ti
-sentissi riardere in una fibra sola, ti trattieni in tempo, è
-un ardore non tuo, fuor della folla prodiga non è che l'avarizia;
-ora tu ti doni al mondo e il mondo ti ridona a te
-stessa, se ti conservi ad un amore geloso non sarai più tua.
-E poi non l'hai tu detto a te stessa? Nella vergogna più
-scendi basso e meno contamini il cuore; se ti risolvi ad un
-affetto sincero ed unico sarai più sciagurata di prima; quell'uomo
-che tu hai abbandonato ha diritto alla tua vergogna,
-tu espii per esso, tu lo vendichi; sentirti in petto il
-cuore e non strappartelo sarebbe un'altra ingiuria, un tradimento
-nuovo; nulla più ti è concesso della donna; oltre
-la soglia della tua casa era il pubblico, e tu l'hai varcata!
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-Da tutta questa folla indifferente che passa per le vie affaccendata,
-togli le donne ed i fanciulli e gli onesti che
-hanno una casa, il resto è tuo, qui ed a Milano e dovunque,
-e infin che il sole rischiari la tua bellezza.
-</p>
-
-<p>
-Ancora una volta, ecco i fantasmi che escono dal vano
-delle finestre, e si staccano dagli angoli in cui tremolano
-le ombre gettate dai candelabri, ecco il trastullo infantile,
-la carezzevole parola mormorata in un bacio di donna, la
-fronte pensosa d'un padre, ed i sogni sereni d'una madre,
-e le confidenze ingenue della vergine, e l'amore primo ed
-ultimo...
-</p>
-
-<p>
-Ohimè, tutto ciò è morto per sempre, ogni fantasma che
-hai visto è una tua menzogna; il tempo non rifà la via
-percorsa, e se giunta è sotterra alcuna notizia di te, colei
-che fu tua madre si è scavata una fossa più profonda.
-</p>
-
-<p>
-Guardati intorno: gli spettri non iscoperchiano le tombe;
-sei sola. Un unico fantasma ghigna tristamente in un canto,
-ma è il fantasma d'un vivo... Lo fissa in volto, lo riconosci...
-</p>
-
-<p>
-Serena uscì con un grido dalla sua melanconica inerzia.
-L'avveduta cameriera l'intese ed accorse.
-</p>
-
-<p>
-— Che fa il signore?
-</p>
-
-<p>
-— È uscito testè dall'albergo mandandosi innanzi le sue
-valige; non mi ha detto parola, gli ho chiesto i suoi ordini,
-e mi ha posto in mano due napoleoni d'oro.
-</p>
-
-<p>
-Siccome la padrona non gli dava più ascolto, tacque.
-</p>
-
-<p>
-— Domani partiremo all'alba; ora vattene a dormire, deve
-essere tardi.
-</p>
-
-<p>
-— Non vuole che l'aiuti a svestirsi?
-</p>
-
-<p>
-— Farò da me.
-</p>
-
-<p>
-L'alba trovò la leggiadra Serena addormentata sopra un
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-divano, e i candelabri ancora accesi. In quella stanza e nel
-cuore di quella donna era ancora la notte, la tetra notte...
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E il banchiere Redi?
-</p>
-
-<p>
-Fallitogli il tentativo di legare alle ruote della sua fortuna
-la bella Serena, se ne andava solo da Rouen ad Havre.
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Velox</i> nave a tre alberi, mercantile, doveva far rotta
-il domani diretto a Nuova-York, ed al banchiere occorreva
-un nuovo mondo.
-</p>
-
-<p>
-Ah! egli sarebbe rimasto molto volontieri nel vecchio,
-solo che avesse avuto nel suo portafogli la metà della somma
-di cui si era vantato possessore in faccia a Serena; ma dire
-che gli rimanevano centomila lire era forse più ancora del
-vero, e qual'è l'intelletto audace che con simile bazzecola
-possa uscire incolume da un fallimento di tre milioni?
-</p>
-
-<p>
-Messo da parte ogni vantamento, il banchiere doveva
-convenirne — era stato meno furbo di sè stesso. E forse
-con quel viaggio somigliante molto ad una fuga, contava
-di far tacere una voce brontolona che gli ripeteva ogni
-tanto il fastidioso ritornello:
-</p>
-
-<p>
-— Hai tu <i>fallito bene</i>?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span></p>
-
-<h2 id="cap31">XXXI.
-<span class="smaller">LO SCOPPIO DELLA BOMBA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-La notizia del fallimento della banca Redi aveva
-fatto molto rumore. Novelle siffatte hanno le
-gambe lunghe; epperò alle due il cassiere annunziava
-la sospensione dei pagamenti, alle quattro mezza
-Milano avea ripetuto le parole del cassiere alle orecchie
-dell'altra metà. Quanto alla somma del fallimento, salvo
-leggiere oscillazioni di rialzo o di ribasso, aveva seguito una
-progressione decrescente; lo sgomento balbettò la prima parola,
-una bagatella, come sarebbe a dire una ventina di
-milioni e più; ma la cifra, passando mano mano allo sconto
-degli accorti o degli indifferenti, scese rapidamente fin presso
-alla vera somma, ed alle quattro anche questo era notorio,
-che la banca Redi falliva per tre milioni circa.
-</p>
-
-<p>
-Le meraviglie, i dolori, le gioie segrete che seguono ogni
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-disastro finanziario, non entrano in questa narrazione. Alla
-Borsa nessuna meraviglia, chè lo stupore è degli inetti, ed
-il genio speculativo non ci dà tempo; un fallimento può
-essere una buona od una cattiva notizia per A o per B, alla
-Borsa non è che un <i>affare</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nella stessa giornata abili calcolatori, tenendo conto di
-tutto, erano giunti alla convinzione che le rovine di quel
-magnifico edifizio che era stato la banca Redi, avrebbero
-appena potuto dare il due per cento ai creditori. E ci fu
-un nobile cuore, il quale, a risparmiare a tanta gente noie
-e brighe interminabili, offrì di comprare i crediti ad uno
-e novanta; più tardi si disse sottovoce che il banchiere Redi
-faceva forse un fallimento di speculazione e riscattava egli
-stesso di soppiatto i suoi debiti. Tale sospetto, tassato in
-Borsa, produsse un fenomeno curioso e frequente, voglio
-dire che chi poc'anzi aveva venduto ad uno e novanta ricomperò
-a due e dieci.
-</p>
-
-<p>
-E così le cose tornarono allo stato di prima, salvo che i
-creduli ed i timorosi aveano messo qualche spicciolo del
-loro borsello nelle tasche degli avveduti e degli arditi. In
-fondo le ruote delle banche non si muovono altrimenti.
-</p>
-
-<p>
-I mille nodi che fan capo e si annodano sotto i suggelli
-delle porte d'un fallito, formano un'epopea che attende ancora
-il suo Omero.
-</p>
-
-<p>
-Il colosso Redi, cadendo, aveva schiacciato parecchie dozzine
-di piccoli galantuomini che stavano sotto. Quei tre
-milioni rovinati pomposamente assorbivano il mille ed il
-cento del padre di famiglia, che aveva creduto di porre i
-suoi risparmi al sicuro.
-</p>
-
-<p>
-Due giorni appena dopo la catastrofe, incominciarono le
-notizie aspettate e temute; erano società disciolte, imprese
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-andate a picco prima d'uscire di porto, e fallimenti in processione.
-Nuove lagrime, nuovi sgomenti, e negozi nuovi;
-la Borsa accoglieva tutte le notizie, le metteva in circolazione,
-ed il giuoco non interrotto mai, ricominciava ogni
-tanto colle stesse vicende. Una sola novella riuscì a scuotere
-l'olimpica indifferenza della speculazione, e fu il sapere
-che le splendide argenterie sequestrate in casa Redi, ultima
-reliquia preziosa della miniera bancaria, erano, come i vantati
-milioni... <i>cristophle</i>.
-</p>
-
-<p>
-La speculazione, che barattava sulla soglia del tempio,
-per la prima volta dacchè era cominciato l'<i>affare</i>, si arrestò
-senza parole.
-</p>
-
-<p>
-Il genio del banchiere Redi poteva vantare l'ultimo trionfo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span></p>
-
-<h2 id="cap32">XXXII.
-<span class="smaller">RITORNO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Rouen è una cara cittadina; conta una prefettura,
-una zecca, un museo, molte accademie, parecchie
-antichità, ha una magnifica torre ed una biblioteca
-di molte migliaia di volumi, bei dintorni, belle donne...,
-ma per una viaggiatrice della fatta di Serena doveva essere
-assolutamente un paese noioso. Questo pensava l'avveduta
-Marta intanto che la signora farneticava in silenzio nella propria
-camera. E quando fu ora di dichiarare se si rimanesse o
-no nell'albergo per quel giorno, la premurosa fanciulla venne
-arditamente ad informarsi, dispostissima a dare il suo buon
-consiglio solo che se ne porgesse l'opportunità.
-</p>
-
-<p>
-— La signora intende rimanere a Rouen?
-</p>
-
-<p>
-Serena fe' cenno di no.
-</p>
-
-<p>
-La cameriera aspettò qualche schiarimento, poi s'arrischiò
-a dire:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Devo preparare le valige della signora?
-</p>
-
-<p>
-Serena fe' cenno di sì.
-</p>
-
-<p>
-E l'altra pigliando animo:
-</p>
-
-<p>
-— La signora vuol recarsi?...
-</p>
-
-<p>
-— Dovunque!...
-</p>
-
-<p>
-— Vuoi ritornare a Milano?
-</p>
-
-<p>
-— No, rispose Serena con prontezza, ed aggiunse poco
-stante: dovunque, fuorchè a Milano.
-</p>
-
-<p>
-— Se mi permette di darle un consiglio, Parigi non è
-lontana, vi si stava assai bene; e poi lei non è in grado
-di fare un lungo viaggio.
-</p>
-
-<p>
-— Sta bene... Parigi, disse Serena, ed abbandonò il capo
-fra le palme. Marta uscì in punta di piedi, dicendo in cuore
-che la signora incominciava a divenirle insopportabile, e
-che, se durava a questo modo, la poteva far conto di <i>provvedersi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Verso il mezzodì Serena volse le spalle alla via percorsa
-nella notte dal banchiere Redi e ritornò a Parigi.
-</p>
-
-<p>
-Durante il viaggio parve alla cameriera di scorgerle in
-volto i segni d'un pensiero importuno; poco prima di giungere
-alla gran città, Serena infatti ruppe il silenzio così:
-</p>
-
-<p>
-— Antonio è rimasto a Milano?
-</p>
-
-<p>
-La cameriera mandò un sospirone non all'indirizzo dell'atletico
-servitore, ma a Parigi da cui le pareva d'allontanarsi
-prima ancora d'esservi giunta.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, signora.
-</p>
-
-<p>
-Questa volta era la padrona che desiderava gli schiarimenti
-e la cameriera che stentava a metter fuori le parole.
-</p>
-
-<p>
-— La mia casa è rimasta tal quale, come avevo dato ordine?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, signora.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un altro sospiro.
-</p>
-
-<p>
-— Non furono toccati i mobili, nè i tappeti? Erano queste
-le mie istruzioni?...
-</p>
-
-<p>
-— Erano queste.
-</p>
-
-<p>
-Ahi! ogni domanda respingeva la fatata città un buon
-centinaio di chilometri.
-</p>
-
-<p>
-— Piglierai i biglietti per Milano, disse Serena.
-</p>
-
-<p>
-Erano allora alle porte di Parigi, ma la povera cameriera
-guardando innanzi a sè non seppe vedere se non la guglia
-del Duomo.
-</p>
-
-<p>
-Il domani, Serena rientrava nella sua deliziosa dimora,
-dove l'aspettavano i variopinti caladii a cui il bravo Antonio
-non aveva lasciato mancare nè una goccia d'acqua, nè
-un raggio di luce, nè un grado di calore.
-</p>
-
-<p>
-Era tornata in Milano con una singolare riluttanza, quasi
-di soppiatto, in una carrozza chiusa di cui aveva calato le
-cortine, e s'era guardata intorno nello smontare, non certo
-per paura che alcuno la vedesse, ma come obbedendo ad un
-istinto.
-</p>
-
-<p>
-La furba cameriera, per mettere in pace la propria curiosità,
-diceva a sè stessa che la padroncina era vergognosa
-d'essere andata all'estero con un fallito. La riputazione
-di una cortigiana ha le sue verginità che giova rispettare,
-e il parer vittima del fallimento del banchiere Redi
-ne avrebbe offuscato la bella aureola. Ma il ragionamento
-zoppicava; rendeva conto della timorosa inquietudine di Serena,
-non della sua determinazione di venire a Milano.
-</p>
-
-<p>
-E perchè a Milano appunto, dopo aver detto che sarebbe
-andata dovunque, a Milano eccettuato?
-</p>
-
-<p>
-La cameriera ricordava benissimo d'aver udito quel proposito
-sulle labbra della sua padrona un'altra volta, contraddetto
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-poi dal fatto nella stessa maniera. E fu precisamente
-quando il luogotenente Ferdinando, lasciata in una
-villetta sulla riviera ligure l'amabile compagna, non s'era
-più visto. Anche allora l'abbandonata voleva andare in capo
-al mondo, tranne che a Milano, dove era poi andata per davvero.
-In tutto ciò doveva essere un segreto che la padroncina
-aveva avuto il torto di non confidare, come nei melodrammi
-e nelle commedie, alla sua Vespina. Quanto ad indovinarlo,
-la giovinetta, piena di buona volontà, vi si era
-pur provata, ma non era venuta a capo di nulla. Ah! se si
-avesse avuto bisogno dei suoi servigi un paio di anni o un
-paio di mesi prima, tanto che non le mancassero le fondamenta
-per un solido edifizio di congetture, voglio dire le
-nozioni indispensabili ad ogni cameriera, allora il segreto
-di Serena non sarebbe più un segreto, e da un pezzo Marta
-ne avrebbe detto qualche cosa a chi legge. Ma così costretta
-a congetturare sovra congetture, ad appoggiare ipotesi sovra
-altre ipotesi, la poveretta non ci ha colpa davvero se non
-ne sa nulla.
-</p>
-
-<p>
-Una cosa colpì Serena al primo entrare nella sua abitazione
-e fu l'apprendere che il giorno innanzi era stato
-a chiedere di lei... chi?... Maurizio. Maurizio il quale doveva
-saperla partita! Ed a qual fine? E che aveva detto?
-E che aspetto mostrava? Il colossale Antonio non sapeva
-rispondere a siffatte domande e ad altre tali che la signora
-aveva sulle labbra. Il signor Maurizio era venuto alla vigilia,
-intorno alle due, vestiva di nero e portava neri i
-guanti, aveva chiesto della signora colla massima naturalezza;
-inteso come fosse assente da Milano, aveva lasciato
-il suo biglietto di visita e promesso di ritornare il giorno
-di poi...; «oggi...» aggiunse il servitore in maniera di
-commento.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Oggi!» balbettò la bella tra sè e sè, pigliando il biglietto
-di visita che le veniva presentato.
-</p>
-
-<p>
-Il servitore stette alcuni istanti in aspettazione, poi vedendo
-che più non gli si badava si allontanò in silenzio;
-Serena rimase ritta nel mezzo del salotto, immobile e mutola,
-finchè lo scatto improvviso d'una molla la fece sobbalzare.
-Si volse e guardò l'orologio a pendolo intanto che
-sonava le due.
-</p>
-
-<p>
-Prima che fosse battuta la seconda squilla, Serena d'un
-balzo fu nella stanza da letto, dove la cameriera le preparava
-le vesti per l'acconciatura.
-</p>
-
-<p>
-— Non sono in casa per nessuno, disse a Marta, la quale
-non ebbe tempo di riaversi dallo stupore di quell'ordine
-precipitoso e di quelle singolari maniere perchè si udì il
-tintinnio del campanello alla porta d'ingresso.
-</p>
-
-<p>
-La cameriera si mosse vivamente per uscire, ma la mano
-di Serena le afferrò il braccio e la trattenne.
-</p>
-
-<p>
-Un istante, un brevissimo istante, che parve lungo alla
-curiosità della giovinetta, la signora stette dubbiosa; poi
-con quella variabilità che aggiunge un fascino di più a tutte
-le Serene della terra per la disperazione di tutte le Marte
-dell'universo mondo, prese un atteggiamento rigido e disse
-con voce ferma:
-</p>
-
-<p>
-— Se è il signor Maurizio, passi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span></p>
-
-<h2 id="cap33">XXXIII.
-<span class="smaller">TERZO COLLOQUIO DI MAURIZIO E SERENA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Era il signor Maurizio.
-</p>
-
-<p>
-Serena non si dissimulava le conseguenze di
-quel colloquio; venire innanzi al severo amatore,
-udirne per la terza volta la calda e schietta parola, e resistere
-colla simulazione non le era più possibile dopo quanto
-era avvenuto. Anche volendo, le sarebbero mancate le armi
-alla lotta; chè da gran tempo essa aveva cessato d'essere
-una <i>donna</i> ed in quel mentre non era ancora rientrata nella
-sua corazza di cortigiana. Nè solo di lottare, ma non si sentiva
-nemmeno la forza di volere; tacevano le voci della
-coscienza; guardando agli scrupoli che l'avevano trattenuta
-dal venire prima, amante ella stessa, nelle braccia di così
-caldo amatore, le parevano singolari e ridevoli, faceto capriccio
-del cuore. Pensava, se pure era pensiero la fuggevole
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-schiera dei fantasmi, pensava che, volendosi concedere
-un sentimento generoso, aveva scelto una stravaganza. E
-poi amava essa Maurizio? In quel momento no, od almeno
-dell'amore non aveva la consapevolezza; altro non era se
-non una donna, la quale, pur d'uscire da sè stessa, sceglieva
-di buttarsi nelle braccia del primo venuto.
-</p>
-
-<p>
-Davvero Maurizio indovinava il buon momento.
-</p>
-
-<p>
-All'atto di porre il piede nel salotto, la bella chiuse un
-istante gli occhi, come per radunare le proprie forze, poi
-mosse diritta incontro al nuovo padrone.
-</p>
-
-<p>
-Costui se ne stava immobile nel mezzo della sala, gli occhi
-fissi in Serena, con una singolare espressione di meraviglia;
-non profferì parola.
-</p>
-
-<p>
-La bella gli fe' cenno di sedersi e sedette ella stessa; le
-batteva il cuore affrettato, ma aveva il pensiero lucido e ritrovò
-un po' di forza per non dar tempo all'imbarazzo di
-porsi di mezzo nel loro colloquio.
-</p>
-
-<p>
-— Signor Maurizio, diss'ella con accento fermo, io non
-immaginava di rivedervi così presto; voi però vi tenevate
-sicuro che sarei ritornata?
-</p>
-
-<p>
-Maurizio la guardava fisso; e quand'ella tacque, rispose
-solo con un cenno del capo. Serena proseguì con un singolare
-accento, tra il serio e lo scherzoso:
-</p>
-
-<p>
-— A me non è lecito adontarmi di ciò che vi ha d'offensivo
-in tale certezza; non voglio parer diversa da quella
-che sono; se avete creduto impossibile che io seguissi la
-sorte d'un fallito, non mi avete fatto ingiuria, e forse avreste
-pensato che, non volendo parer complice di quel fallimento,
-il mio <i>onore</i> doveva ricondurmi a Milano. Avete
-pensato questo?
-</p>
-
-<p>
-Maurizio, senza staccare gli occhi dal volto leggiadro, rispose:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non so che cosa ho pensato, non lo so proprio. Sono
-venuto ieri, e sarei venuto domani se oggi non vi avessi
-incontrata. Ero io certo che sareste tornata? Mi pare di sì.
-Mi avevate detto tante volte che facevate un negozio. Il
-banchiere era fallito, ed io sono venuto.
-</p>
-
-<p>
-La singolare maniera con cui Maurizio parlava, a periodi
-rapidi e concisi, facendo una pausa in fine di ciascuno, come
-per scegliere le parole, fermò l'attenzione di Serena, la
-quale si aspettava altri modi ed altro linguaggio. Non le
-stava innanzi un innamorato ardente ed impetuoso, nè un
-beffardo giudice, nè un volgare vezzeggiatore di cortigiane;
-le maniere di lui non erano nè timide, nè impertinenti, nè
-fredde, nè appassionate; la sola insistenza dello sguardo
-poteva sembrare indizio di un occulto sentimento. Quello
-sguardo era fisso e pareva scrutatore. Serena lo sentiva ardere
-sul volto e suo malgrado arrossiva.
-</p>
-
-<p>
-— E perchè siete venuto? chiese la bella per uscire dall'imbarazzo.
-</p>
-
-<p>
-E l'altro rispose collo stesso accento:
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuto a prendere il posto vacante, perchè ora
-io sono ricco, e posso concedermi il lusso del vostro amore.
-</p>
-
-<p>
-Serena non battè palpebra; Maurizio soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere
-Redi gli ho io; ho giocato al ribasso contro la sua buona
-stella. Lui ha fallito; io sono ricco. Se nel mondo non vi
-sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non
-dubitate, farete un buon negozio.
-</p>
-
-<p>
-Sempre quello sguardo insistente, quel volto impassibile,
-quel linguaggio rotto, e quei brevi intervalli di silenzio misurati
-dall'affanno di Serena.
-</p>
-
-<p>
-Alla sciagurata donna venne meno la forza di resistere;
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-le passarono in mente mille fantasie, mille sospetti, mille
-paure in un baleno; non le parole di lui l'offendevano, ma
-quelle sembianze impallidite, quell'accento monotono e freddo
-come un destino crudele. Si rizzò in piedi ed andò a sedersi
-altrove; Maurizio non mutò positura, non battè ciglio
-e continuò a tener l'occhio fisso sulla seggiola rimasta vuota.
-E dopo un istante di silenzio, durante il quale Serena, colta
-da un nuovo e terribile sospetto, guardava Maurizio paurosamente,
-la voce fredda, sommessa, uguale del visitatore ripetè
-come prima:
-</p>
-
-<p>
-— Potete fare un buon negozio. I milioni del banchiere
-Redi gli ho io; ho giocato al ribasso contro la sua buona
-stella. Lui ha fallito; io sono ricco. Se nel mondo non vi
-sono due giustizie, voi mi appartenete di diritto. Ma non
-dubitate, farete un buon negozio.
-</p>
-
-<p>
-E da capo quel silenzio, quello sguardo fisso, quell'immobilità
-dell'atto. Serena, dopo breve interna lotta, fu d'un
-balzo presso a Maurizio, e pigliandogli le mani e mettendo
-la leggiadra fronte presso al volto di lui, mormorò con voce
-spenta e carezzevole:
-</p>
-
-<p>
-— Maurizio, Maurizio mio!
-</p>
-
-<p>
-E siccome non le veniva risposto, crollò il bel capo disperatamente,
-e le anella dei suoi neri capelli sferzarono il
-volto severo.
-</p>
-
-<p>
-A quel contatto Maurizio si scosse e passò lievemente una
-mano fra i morbidi ricci, ma senza distrarre l'occhio dalla
-seggiola vuota, senza mutar positura.
-</p>
-
-<p>
-E dopo un altro momento di silenzio, ripetè non variando
-un accento, colla stessa monotona lentezza:
-</p>
-
-<p>
-«Potete fare un buon negozio, i milioni del banchiere
-Redi li ho io...»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-</p>
-
-<p>
-Serena non lo lasciò finire, diede un piccolo grido, balzò
-in piedi col volto scolorato dal terrore, si guardò intorno
-stupidamente ed uscì dalla camera.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio rimasto solo, continuò:
-</p>
-
-<p>
-«Ho giocato al ribasso contro la sua buona stella. Lui
-ha fallito, io sono ricco. Se nel mondo non vi sono due giustizie,
-voi mi appartenete di diritto. Ma non dubitate, farete
-un buon negozio.»
-</p>
-
-<p>
-Poi tacque, continuando a guardare fissamente nel vuoto.
-</p>
-
-<p>
-Antonio, il servitore alto sei piedi, era entrato cautamente
-nella camera e se ne stava in disparte, mentre la povera
-Marta, vittima dei doveri del suo ufficio, si teneva presso
-alla padroncina, la quale non voleva rimaner sola.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio stette lungamente immobile e mutolo; alla fine
-volse in giro uno sguardo sbigottito, si levò ed uscì a passi
-lenti senza mai profferire parola. Antonio lo seguì sino al
-pianerottolo, poi venne a dire alla signora che colui se
-n'era andato.... E la disgraziata Marta, rimasta finalmente
-libera, corse alla finestra per veder passare <i>colui</i>...
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span></p>
-
-<h2 id="cap34">XXXIV.
-<span class="smaller">IL DOTTOR PARENTI AL SIGNOR MAURIZIO.</span></h2>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-«N. 24. Oggetto
-(Particolare)
-</p>
-
-<p class="indr">
-Milano.
-</p>
-
-<p>
-Si rende noto alla S. V. che Camilla *** figlia di
-Maurizio *** e di Camilla *** dimorante ad A... in
-casa del signor Ciro Neri, maestro di scuola, dovendo
-farsi moglie a Mario P., figlio adottivo del signor
-Fulgenzio P., ha bisogno del consenso de' suoi genitori legittimi,
-i quali lo devono dare a voce o per iscritto con atto
-di notaio.
-</p>
-
-<p>
-«Il sottoscritto si permette di aggiungere che Camilla ***
-vuole tanto bene a Mario, che Mario vuole tanto bene a
-Camilla, che entrambi si sono giurati di essere l'un dell'altro,
-e che sarebbe una crudeltà inutile il volerli tener divisi
-due anni ancora, fino all'età maggiore della fanciulla. Il
-sottoscritto a buon conto pone la propria persona ed il proprio
-domicilio a disposizione del padre di Camilla; e se sarà
-necessario, verrà a ricevere una risposta.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<i>Dottor</i> <span class="smcap">Parenti</span>
-</p>
-
-<p class="indr">
-«Medico della Casa di Salute, in via *** N. ***.»
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span></p>
-
-<h2 id="cap35">XXXV.
-<span class="smaller">PAOLUCCIO LASCIA L'OSPIZIO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Prima di scegliere la forma epistolare, l'ottimo dottore
-aveva lungamente almanaccato se per avventura
-non gli convenisse trattare il negozio a quattr'occhi
-nell'intimità d'un colloquio, coll'eloquenza della
-parola e del gesto. E si sentiva in petto un paio di polmoni
-da oratore ed al bisogno una faccia tosta corrispondente.
-Certo sarebbe stato più spiccio e più sicuro, secondo
-egli diceva, ma diffidò della forma d'una domanda a bruciapelo,
-la quale non dà tempo a pensare, ed ebbe timore
-che la soggezione, od il dispetto, o qualunque altra delle
-tante meschinità del cuore pigliasse la mano al sentimento
-di padre a cui voleva fare appello. In fondo, a dar tempo
-al rimorso, era meglio scrivere.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla forma della lettera, da prima non ne vide che
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-una: commovente <i>esordio</i>, concisa esposizione del fatto, lunghissima
-<i>mozione degli affetti</i>. Poi ne vide cento, e facendo
-l'inventario della propria rettorica, trovò ch'era meglio
-sopprimere l'esordio, e poi la perorazione, e si domandò
-se non fosse più conveniente scrivere pacato e grave, esponendo
-le condizioni legali della fanciulla; finalmente si attenne
-alla forma d'ufficio, scevra insieme da ogni affettazione
-e da ogni indiscretezza. Quando ebbe finito la sua
-lettera credette d'aver fatto un capolavoro.
-</p>
-
-<p>
-Rispetto al modo per cui era venuto a scoprire che Maurizio
-era il padre di Donnina, la cosa fu facile quanto era
-sembrata e quanto poteva essere difficile; appena ebbe intraprese
-le indagini, seppe che delle quattro Camille rimastegli,
-una era morta, un'altra era andata a nozze l'anno
-prima e la terza aspettava marito nel tetto paterno. La
-quarta era figlia di Maurizio — era Donnina.
-</p>
-
-<p>
-Se il dottore non isbagliava la prognosi, si preparavano
-tali cose, per cui era necessaria la presenza di Mario in
-Milano, e volendo lasciare in tutte le faccende del cuore la
-parte all'improvviso e non guastare gli effetti con importune
-riflessioni anticipate, senza fiatarne parola a Fulgenzio,
-scrisse nello stesso giorno a Mario, raccomandandogli di
-venire subito, perchè Paoluccio era forse in fin di vita.
-</p>
-
-<p>
-La cosa era vera, ma in altra occasione il dottore non si
-sarebbe fatto alcuno scrupolo di lasciar spegnere quel misero
-avanzo di vita, senza darne il triste spettacolo al giovane
-studente.
-</p>
-
-<p>
-Ed oh! il triste spettacolo!
-</p>
-
-<p>
-Quando Mario arrivò, corse difilato alla casa paterna, ma
-trovò il signor Fulgenzio assente; poco dopo gli venne innanzi
-il dottore, il quale contro il consueto non ebbe per
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-salutarlo nè lo splendido sorriso, nè le replicate strette di
-mano; si mostrava invece frettoloso ed affannato.
-</p>
-
-<p>
-Mario, commosso da quanto gli pareva d'indovinare in
-quegli atti, appena osò domandare:
-</p>
-
-<p>
-— È morto?
-</p>
-
-<p>
-— Non ancora.
-</p>
-
-<p>
-Non ancora!...
-</p>
-
-<p>
-Il dottore si avviò frettoloso, e Mario dietro.
-</p>
-
-<p>
-Attraversarono il cortile, salirono le scale, e percorsero
-un lungo corridoio, in capo al quale era la camera del disgraziato
-Paoluccio; solo quando furono all'uscio, il dottore
-si arrestò, tese l'orecchio un istante, e ripetè, volgendosi al
-giovine:
-</p>
-
-<p>
-«Non ancora!»
-</p>
-
-<p>
-Mario fece per andare oltre, ma il dottore lo trattenne e
-stringendogli per la prima volta la mano, così gli parlò
-pacato:
-</p>
-
-<p>
-— Ha chiesto di te, voleva vederti, diceva d'aver gran
-cose a dirti.
-</p>
-
-<p>
-Il pensiero del giovane lesse nel desideroso pensiero del
-dottore.
-</p>
-
-<p>
-— E credete che prima di morire riacquisterà il senno?
-chiese Mario.
-</p>
-
-<p>
-— Questo avviene raramente; è il rimedio ultimo, e non
-è in mano degli alienisti...; lo spero per te.
-</p>
-
-<p>
-Il giovane tentennò il capo melanconicamente, ma senza
-amarezza, e disse, additando l'uscio socchiuso:
-</p>
-
-<p>
-— Se <i>egli</i> sa qualche cosa del mio albero genealogico,
-meglio è che porti il mio segreto nella tomba.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore spinse lievemente la porta socchiusa e passò
-oltre; Mario lo seguì.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ed oh! il triste spettacolo!
-</p>
-
-<p>
-Sopra un piccolo letto, inondato di luce, giaceva il moribondo,
-col volto, le mani ed il petto incadaveriti, cogli occhi
-spalancati e fissi nell'ampia finestra da cui si vedeva
-il cielo azzurro, colle labbra agitate come per mormorare
-una risposta a qualche domanda segreta.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi del giovine si arrestarono subito sul noto volto,
-in cui per tanti anni egli aveva letta l'impronta del dolore,
-e non videro il signor Fulgenzio, il quale se ne stava
-in un canto.
-</p>
-
-<p>
-Ad un cenno del dottore, Mario si fe' presso al capezzale,
-e si pose fra il letticciolo e la finestra per modo di arrestare
-lo sguardo del moribondo.
-</p>
-
-<p>
-Paoluccio tenne un istante gli occhi fissi sul giovane, poi
-li socchiuse e disse qualche parola al suo invisibile interlocutore.
-</p>
-
-<p>
-Mario si chinò sul capezzale, toccò la fronte del vecchio
-e cercò i polsi che misuravano gli ultimi istanti di quella
-miserabile vita.
-</p>
-
-<p>
-Un sorriso rianimò fugacemente il volto del moribondo,
-il quale guardò fisso il giovane e mostrò di riconoscerlo.
-</p>
-
-<p>
-— Ti aspettavo, disse finalmente ad alta voce con un accento
-fermo, che commosse i tre astanti.
-</p>
-
-<p>
-Ma lo sforzo fatto per parlare forte gli cagionò l'affanno;
-non potè soggiungere altro.
-</p>
-
-<p>
-— Sai? ripigliò a dire poco dopo con voce più sommessa
-ed interrompendosi ogni tanto; ho una buona notizia da
-darti... Non è vero che siano là sotto, ti ricordi?... là sotto...
-non è vero. Fu un brutto scherzo... invece sono là, non ne
-manca uno, mi aspettano.
-</p>
-
-<p>
-Tacque, e per brev'ora si udì solo il rantolo dell'agonia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il dottore si accostò al letticciuolo, guardò il moribondo
-e poi Mario con un triste sguardo.
-</p>
-
-<p>
-Cessò il rantolo... un breve silenzio, poi un lungo sospiro.
-L'ultimo? No, tutto non è ancora finito. Improvvisamente
-il vecchio levò il braccio e sembrò fare un ultimo
-sforzo per cercare la mano di Mario, e quando l'ebbe nella
-sua la strinse forte, fe' un cenno del capo, e ripigliò a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Sai?... fu un brutto scherzo...
-</p>
-
-<p>
-Ma non si udì altro, nè una voce, nè un soffio; il disgraziato
-aveva finito il delirio e la vita.
-</p>
-
-<p>
-Aveva gli occhi aperti, e la mano fredda stringeva ancora
-la mano del giovane.
-</p>
-
-<p>
-Il quale si svincolò della gelida stretta, chiuse gli occhi
-del morto e si ritrasse dal capezzale, senza una lagrima,
-col cuore impietrito dall'affanno.
-</p>
-
-<p>
-Allora gli venne fatto per la prima volta di scorgere il
-signor Fulgenzio, ma non l'ebbe per anco visto, che già il
-pover'uomo lo teneva stretto nelle braccia e lo baciava in
-volto, carezzevole, come non aveva mai fatto, come non aveva
-mai saputo fare, e lo chiamava col nome di «figlio.»
-</p>
-
-<p>
-— Padre, padre mio!
-</p>
-
-<p>
-Mario non seppe dir altro, ma la tenerezza aprì le vie
-che il dolore aveva chiuso; le lagrime bagnarono i due volti
-riavvicinati dall'affetto.
-</p>
-
-<p>
-Paoluccio, i cui occhi non avevano voluto rimaner chiusi,
-pareva guardare dal letto di morte e sorridere, intento che
-il dottor Parenti, col cuore grosso, cercava di spingere i
-suoi due amici fuori della melanconica cameretta.
-</p>
-
-<p>
-Il dottore non veniva mai meno alla sua accortezza naturale,
-e sapeva, checchè gliene costasse, mettere in disparte
-la propria persona quando era necessario. Comprese che tra
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-padre e figlio, per la prima volta egli avrebbe fatto la parte
-dell'importuno, e trovò un pretesto per lasciarli soli, come
-due innamorati che si fossero fatti il broncio un pezzo ed
-avessero allora riannodato il filo.
-</p>
-
-<p>
-Il paragone non parrà capriccioso a chi abbia esperienza
-della vita; il cuore non batte in due maniere la corda dell'affetto,
-nè altro è l'amore se non affetto misto di desiderio.
-</p>
-
-<p>
-Non bastano le lagrime a quei due petti allacciati per
-la prima volta nei nodi d'un gagliardo sentimento; non
-bastano la parola mormorata ed il fremer delle fibre nella
-tenerezza del ravvedimento; hanno tutto detto e non basta,
-bisogna tornar da capo, rifare colla parola la via fatta col
-pensiero, rivedersi riluttanti, diffidenti l'un dell'altro, rievocare
-quei tristi giorni in cui erano insieme ed eran soli,
-in cui il loro affetto era uno strazio dissimulato, una simulata
-freddezza, mentre ora è una gioia così pura!
-</p>
-
-<p>
-E dire: «Ti ricordi? Ti ricordi? In quel giorno io ti
-parlai aspro, e ti amavo. Ti ricordi? Una volta ti vidi mesto
-e non ti venni incontro, e non ti chiesi che avessi, e
-non ebbi una parola per rasserenarti, e sognavo ad occhi
-aperti la felicità di poter fare tutto ciò, perchè ti amavo!
-Ti ricordi?...»
-</p>
-
-<p>
-Non fu mai confidenza così intera d'amico ad amico, nè
-tenerezza di innamorati così schietta, nè entusiasmo più
-bello di quel che s'incornicia nei grigi capelli del vecchio,
-nè così salda sicurezza di sè come nel baldo aspetto giovanile
-di Mario.
-</p>
-
-<p>
-Sono come due viaggiatori che già si abbiano vôlte le
-spalle, e dopo aver camminato sempre dritto, scostandosi
-sempre più, si incontrino ora faccia a faccia per rimpiangere
-la via non fatta insieme.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si riconoscono e si leggono in petto.
-</p>
-
-<p>
-E cianciano amorosamente senza riserve, senza diffidenze;
-tatto ciò che viene loro in mente è buono, perchè apre meglio
-la via del cuore, ogni sentimento che si mostra è una
-meraviglia nuova; così essi avevano sognato il loro affetto;
-e così era e così lo ritrovano!
-</p>
-
-<p>
-Una folla disordinata d'idee, di memorie, di speranze, di
-propositi, trabocca dalle loro parole, dai loro atti, dai loro
-sguardi intenti. Chiedete il nome della fata che gli ha guidati
-in quel caro labirinto... Donnina!
-</p>
-
-<p>
-La faterella ha fatto davvero il miracolo, le è bastato
-mostrarsi per farsi amare; udite la confessione del signor
-Fulgenzio: anch'esso è innamorato della sua futura
-nuora!
-</p>
-
-<p>
-Oh! come batte forte il cuore di Mario!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Intanto la notizia della morte di Paoluccio si è sparsa
-per lo stabilimento. Costui che parla sottovoce col reverendo,
-è stato uno dei primi a saperla, in grazia del sistema di
-spionaggio in cui persiste da dieci anni per la difesa propria
-e de' suoi compagni; egli vuol persuadere il reverendo,
-il quale lo ascolta a bocca aperta, che se Paoluccio è morto,
-segno è che non poteva più durare in quella vita, e che bisognerà
-in avvenire raddoppiare la vigilanza. Altrove si
-vuol sapere di qual malattia è morto, e nessuno lo sa dire:
-gli uni escono nel cortile e levano il capo verso la finestra
-della stanza mortuaria, altri si accoccolano nel canto più
-oscuro, e babbo Jacopo passeggia su e giù senza badare a
-nissuno, ma col volto rincupito più del consueto e col passo
-malfermo. Il solo indifferente è il professore Rigoli, su cui
-pare che il dolore non possa assolutamente nulla. Se alcuna
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-cosa lo tocca da vicino, è il vedere come un avvenimento
-tanto naturale, qual è, nell'ordine dei fatti, la morte d'un
-uomo decrepito, impressioni tanto quelle teste vacillanti. E
-siccome nessuno gli bada e gli cuoce il non veder la solita
-allegria, spinge le palle a carambolare sul biliardo, muove
-le pedine sullo scacchiere, mescola e taglia i tarocchi, legge
-forte i giornali e picchia sulla tastiera del pianoforte.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E in quello stesso mentre, in una camera al primo piano
-i canarini ripetono una strofetta spensierata alle orecchie
-di un grosso micio, che socchiude ogni tanto gli occhi per
-non far villania ai concertisti, e una bionda creatura con
-un volto che pare un bocciolo di rosa, si stringe amorosamente
-al petto del dottor Parenti, il quale ha qualche cosa
-che non vuol dire.
-</p>
-
-<p>
-Ma tanto fa la fanciulla, che egli è costretto a dirla:
-</p>
-
-<p>
-«Paoluccio non è più pazzo!...»
-</p>
-
-<p>
-Due lagrime, che la piccola Olimpia aveva sul ciglio da
-un pezzo, sgorgano in silenzio e rigano il bel volto.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il giorno successivo si annunziò con uno splendido mattino.
-I rami degli alberelli nudi che crescevano nel cortile
-del manicomio, parevano levare in alto le loro gemme per
-scaldarle ai raggi di quel sole primaverile; le vetrate scintillavano,
-ed un magnifico cielo azzurro si incorniciava
-nelle quattro ale di muro. E nondimeno, quanta mestizia
-in quel luogo!
-</p>
-
-<p>
-Una cerimonia lugubre si era compiuta all'alba. Il povero
-Paoluccio era stato vestito coi suoi migliori panni, e
-gli si era presa la misura per la bara, che aveva dovuto
-essere molto lunga; il falegname, sapendo di aver da fare
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-con un collega, s'era fatto scrupolo di servir a dovere il suo
-cliente ed aveva scelto assicelle di abete stagionate, e s'era
-vantato che il morto stesso non avrebbe fatto meglio; tutte
-queste cose, se non erano verissime, formavano l'argomento
-dei melanconici crocchi dei pazzi. Quella mattina passò
-tristamente; si aspettava la sera, e non si sapeva far altro.
-</p>
-
-<p>
-E la sera venne, e finalmente la triste curiosità fu paga:
-una lunga bara chiusa attraversò il cortile e fu deposta
-nella cappella; a quella vista taluno fuggì pauroso, altri
-rimase come istupidito a guardare, senza lagrime e senza
-parole, i più vennero dietro la bara.
-</p>
-
-<p>
-Si udì un lieve bisbiglio come ai preci; poi la bara ruppe
-un'altra volta la piccola folla e fu posta sopra un carro.
-Così Paoluccio lasciò l'ospizio.
-</p>
-
-<p>
-I suoi antichi amici si sbandarono allora e si raccolsero,
-in vari capannelli, ma non ritrovarono le liete ciancie; il
-solo professore protestava mani e piedi contro l'incomprensibile
-inerzia dei compagni.
-</p>
-
-<p>
-Mario aveva voluto accompagnare il povero vecchio fino
-al cimitero e lo vide calar nella fossa a ciglio asciutto,
-senza dolore, anzi con una specie di tenerezza profonda,
-con un sentimento quasi di gioia. Un istante pensò a rendersi
-conto di quanto avveniva dentro di sè, e parendogli
-colpa il non avere il cuore rotto dall'affanno, provò ad affliggersi.
-Ma la sua stessa pietà fu ribelle a quell'ipocrisia.
-E poi no, non era luogo a mestizie; guardando il fondo della
-fossa tranquilla ed il magnifico azzurro del cielo ampio
-come una promessa, e sentendo l'alito fresco del mattino,
-pensò che quel viaggiatore smarrito aveva cessato allora solo
-d'essere meritevole di lagrime.
-</p>
-
-<p>
-E poi, poteva egli impedire al cuore di battergli forte e
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-giocondo? Non si era mai sentito tanta vita nè tanta felicità;
-ritrovava insieme l'affetto d'un padre, e nel padre un
-amico, e sè stesso e la fede dei primi anni smarrita nella
-ritrosia dell'amor proprio. E sopra tutto ciò l'amore per
-Donnina, l'amore di Donnina ed il carezzevole pensiero dell'avvenire,
-ampio tanto quando si hanno ventitre anni e si
-ama!
-</p>
-
-<p>
-Guardata dietro il prisma dei suoi affetti, anche la bara
-di Paoluccio gli sembrava sorridente, e quella sepoltura
-aveva quasi i colori di una festa. Ebbene, sì, una festa, ora
-che la terra ha cancellato le tracce del dolore, se le voci
-dell'anima non sono una menzogna, se quel cielo infinito
-non è un deserto, qualche cosa di colui che fu Paoluccio
-rimane ancora... e fa festa!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span></p>
-
-<h2 id="cap36">XXXVI.
-<span class="smaller">POVERA OLIMPIA!</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Olimpia ha spiato dalle persiane socchiuse i passi
-di Mario, e non oggi solo, ma ieri, e ad ogni
-volta che egli è uscito di casa od ha attraversato
-il cortiletto. Ella sa tutto, la disgraziata fanciulla, sa tutto!
-Ed oh! se le rimanesse tempo e comodità di piangere, quante
-lagrime verserebbe sulla propria sorte! Ma sì! Non si ha
-mai finito di dar sesto alla casa, e poi ci è sempre quella
-Semplicetta che ha l'aria di aspettare la prima lacrima per
-versarne un torrente, oppure il babbo, il malizioso babbo,
-con quegli occhi fatti apposta per sgominare ogni proposito
-in petto alle figliuole melanconiose.
-</p>
-
-<p>
-Basta, è un gran dolore non essere padrona delle proprie
-lagrime, e non poterne versare nemmeno una quando vorrebbe
-versarle tutte per <i>fargli</i> dispetto. Potesse almeno dirgli,
-poichè il cattivaccio ne ama un'altra e vuole sposarsela,
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-che a lei non ne importa un bel niente, e che anch'essa
-ama un altro e se lo sposerà! Potesse <i>dirgli</i> questo, via,
-sarebbe già una magnifica vendetta! Ma nemmeno, nemmeno!
-Non ci è <i>un cane</i> che la guardi, la poverina! Se
-vuole sfogare il malumore non le rimane che Semplicetta;
-ma la matrona dei fornelli mette tanto buon volere a lasciarsi
-tormentare dai capricci della padroncina, che costei
-si pente prima ancora di stancarsi.
-</p>
-
-<p>
-Ditelo voi, non è vero che è una disgraziata creatura? Vi
-sono dei momenti in cui crede proprio che ne morrà, e si
-guarda nello specchio e si trova un'aria patita, e si prova
-a tossire per vedere se potrà buscarsi una bronchite! E immagina
-di vedersi morta, di veder <i>lui</i> lagrimoso dietro la
-bara, col petto straziato dai rimorsi. Anche questa sarebbe
-una magnifica vendetta!
-</p>
-
-<p>
-Oppure vivere eternamente zitella, per non lasciargli
-più pace e perchè egli fosse costretto a pensare a tutte le
-ore: «Quella poverina invecchia senz'amore, ed è colpa
-mia; sono io la causa della sua sventura, povera Olimpia!»
-</p>
-
-<p>
-Oh! sì, povera Olimpia! Ma il vedersi zitellona non finisce
-di piacerle; meglio morta di tisi, meglio sotterra come
-Paoluccio!
-</p>
-
-<p>
-Talvolta pensa anche alla sua rivale, a quella ladra che
-le ha rapito il cuore di Mario. Senza dubbio sarà bella, <i>più
-bella...</i>
-</p>
-
-<p>
-E specchia il volto da cherubino... oh! che colpa ne
-ha lei se è tanto brutta!... tanto brutta poi no, via, no
-davvero!
-</p>
-
-<p>
-Ah! le pare di sentirsi ribollire il sangue nelle vene al
-pensiero della sua rivale, si sente il cuore capace d'odio,
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-non ne è sicura, ma incomincia ad odiar forte quella donna.
-Le vengono in mente tante terribili vendette consigliate
-dalla gelosia; ripensa mille torture; ah! se avesse la forza
-di far del male, se fosse buona d'essere cattiva!
-</p>
-
-<p>
-Ma bisogna reprimere tutte queste fantasie, giova farsi
-forza, e venire ad una determinazione seria, e fermarsi in
-quella. Un giorno o l'altro dovrà trovarsi in faccia alla
-sposa — <i>alla sposa!</i> — dovrà parlarle come un'indifferente,
-sorriderle anche; ci vuol coraggio, bisogna preparare
-un contegno, e non lasciarsi cogliere alla sprovveduta
-per non farci una triste figura, poichè in fin dei conti è
-meglio che quella smorfiosetta non abbia a godere del
-trionfo. E immagina qual veste indosserà... oh! certo la
-veste color di rosa... peccato che non abbia lo strascico, anzi
-che le arrivi appena alla caviglia!... peccato! E le dirà...
-Che cosa le dirà? Ci pensa molto... è difficile!
-</p>
-
-<p>
-Ma a poco a poco si fa strada un altro pensiero; quella
-fanciulla, dicono, è poveretta, è orfana, è buona! Perchè
-armarsi contro di lei, invece di volerle bene? Ah! le pare
-che le vorrebbe tanto bene se non la odiasse!
-</p>
-
-<p>
-Odiarla! una tapina che non ebbe mai le carezze della
-mamma come lei, e che, di lei più disgraziata, non ha nemmeno
-il babbo... nè fratello... nè sorella... Oh! ma Mario
-basta a tutto. Proprio? A tutto? All'amore del babbo, per
-esempio, no: se scende in fondo al cuore, ella trova d'amar
-più il babbo che Mario, senza paragone!...
-</p>
-
-<p>
-Dopo lunga contesa, Olimpia ha formato il suo proposito.
-Ed il primo momento che si trova con Mario si fa forza e
-gli dice senza preamboli:
-</p>
-
-<p>
-— Signor Mario, come si chiama la sua fidanzata?
-</p>
-
-<p>
-Il giovane sorride e rispondo arrossendo un tantino:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Donnina!
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, soggiunge la fanciulla, dica a Donnina che
-io voglio esserle amica. Glielo dirà?
-</p>
-
-<p>
-— Glielo dirò.
-</p>
-
-<p>
-Ed Olimpia corre, senza ascoltar altro, nella propria camera
-col cuore che le batte forte, proprio come in petto ad
-un'eroina.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span></p>
-
-<h2 id="cap37">XXXVII.
-<span class="smaller">UN GIORNO DI VACANZA IN CASA DEL MAESTRO
-DI SCUOLA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Come fuggì ratta quella domenica! Ognissanti era
-venuto in carrozza per far più presto, e fidandosi
-al desiderio aveva tanto anticipato il viaggio da
-giungere ad A... assai prima che non promettesse la sua
-lettera, e tuttavia non prima che Donnina si fosse affacciata
-dieci volte alla finestra ed avesse sentito martellare il
-cuore a dieci nugoli di polvere che aveva visto levarsi in
-fondo in fondo, sulla via maestra.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro se ne stava alle vedette da basso, sul limitare
-della scuola, nel piccolo vano della porta come in una
-cornice, e non usciva dalla sua immobilità se non per fregarsi
-le mani e sorridere benignamente ai passanti. L'oste
-della <i>Salute</i> gli rimandava quel sorriso illeggiadrito dalla
-più prepotente smania di attaccar discorso che abbia travagliato
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-il petto d'un oste, ma il maestro di scuola non ci
-badava nemmeno.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa andava e veniva dai fornelli alle spalle
-del marito, tanto più impaziente quanto più non voleva parere,
-e poneva nel mentre le fondamenta di uno splendido
-desinare, il calderino per lessare un pollo nato e domiciliato
-ad A..., cresciuto sotto gli occhi della scolaresca e
-morto la vigilia.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente Ognissanti venne; anticipava di un'ora e ritardava
-d'un'ora. Maestro Ciro se lo strinse al petto per il
-primo, e non lo avrebbe lasciato se mamma Teresa non
-glielo avesse tolto di mano per ispingerlo contro Donnina.
-</p>
-
-<p>
-La cara fanciulla non ebbe parole; Ognissanti la baciò
-in fronte ed ella gli restituì quel bacio senza rossore. La
-gioia su quei volti ravvicinati aveva una serenità profonda,
-che contrastava colla febbrile ardenza di maestro Ciro.
-Costui intendeva l'allegria un po' alla maniera dei suoi scolari,
-e se il decoro magistrale e le gambe glielo avessero
-permesso, avrebbe fatto a saltare le panche di scuola anche
-sotto gli occhi della terribile mamma Teresa. Al contrario,
-Ognissanti aveva come una lieve nube di mestizia,
-e dagli occhi di Donnina spirava quella dolcezza pacata e
-tranquilla che pareva esserle compagna nelle maggiori commozioni.
-</p>
-
-<p>
-A spicciar le cose, mamma Teresa concesse al giovine un
-amplesso pieno di dignità, poi spinse in cucina i tre fanciulli,
-maestro Ciro compreso, e sbattacchiò l'uscio di scuola
-per impedirne l'ingresso a due sguardi curiosi, in cui si era
-concentrata tutta la vitalità dell'oste della <i>Salute</i>.
-</p>
-
-<p>
-Incominciò la festicciuola di ciance. Donnina ed Ognissanti
-avevan tante cose da dirsi, anche a non dirsi nulla
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-che già non sapessero. E poi gran cose erano avvenute: la
-visita del signor Fulgenzio, il colloquio all'osteria, le indagini
-sul padre della giovinetta. Tutto ciò fornì al signor
-maestro occasione d'un lucido racconto che mamma Teresa
-ascoltò a bocca aperta all'ora del desinare, ben inteso protestando
-quello essere il momento di far bocconi e non
-chiacchiere.
-</p>
-
-<p>
-Anche Ognissanti aveva le sue novelle da dare, ed una
-melanconica, che non avrebbe fatto bella figura a tavola — la
-morte di Paoluccio. Questa, naturalmente, tenne per sè;
-e parlò del signor Fulgenzio, della vita universitaria, del
-tempo che ancora gli rimaneva per pigliar la laurea, e guardava
-Donnina, mentre maestro Ciro si fregava le mani ridendo
-del suo meglio per far capire alla moglie che la laurea
-e Donnina erano tutt'uno.
-</p>
-
-<p>
-La fanciulla ascoltava tenendo gli occhioni fissi nel volto
-d'Ognissanti; essa non aveva nessuna novella da dare, e
-l'avvenire le parlava sulle labbra del futuro sposo. Ma si
-sentiva felice quanto non era mai stata, perchè per la prima
-volta Ognissanti le appariva come lo aveva in cuore, senza
-quell'inquieta ansia dell'avvenire, senza quello sconforto di
-sè medesimo, non più in lotta tra i proprii sentimenti ed
-il proprio orgoglio. Poteva essere buono, poteva mostrarsi
-affettuoso, riconoscente, poteva svelare il tesoro della sua
-anima gentile; era come restituito a sè medesimo. Egli, di
-solito chiuso e taciturno, diveniva verboso, non per abbondanza
-di parole, ma per trabocchevole onda di sentimenti
-e di affetti; e non bastandogli la lingua, favellava
-cogli occhi, col sorriso. Pareva impaziente di apparire a
-Donnina come egli si sentiva di essere; ad ogni motto che
-svelava una riposta pagina del suo cuore, fissava l'occhio
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-in Donnina per vedere come essa accogliesse la nuova rivelazione.
-E continuava a dire, ad interrompersi per dar
-luogo ad una improvvisa idea, ad un improvviso ricordo,
-rifacendosi indietro col pensiero nel cammino della vita, ripetendo
-il già detto, o tornandoci su per dargli valore con
-una considerazione fresca fresca, con un episodio nuovo. E
-quando finalmente gli parve d'aver mostrato di sè ogni
-aspetto, allora tacque, e ricompose il volto a quel dolce e
-melanconico entusiasmo d'innamorato che ha come paura
-della propria felicità.
-</p>
-
-<p>
-Quando il desinare fu al termine («un desinare luculliano»
-disse maestro Ciro, ammiccando degli occhi ai fidanzati
-perchè facessero lo stesso complimento alla cuoca),
-quando il desinare fu al termine, i commensali stettero ancora
-a tavola.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro non aveva mai finito d'interrogare, sebbene
-da un pezzetto Donnina ed Ognissanti si stringessero
-le man sotto la tovaglia e non parlassero altrimenti che
-cogli occhi; l'intervento della formidabile mamma era necessario.
-</p>
-
-<p>
-— Non vorrai finirla colle tue chiacchiere? Non vedi?
-essi hanno altro per il capo che badare a te; lasciali in
-pace e vattene a far due passi...
-</p>
-
-<p>
-Ed in così dire la vecchia si levò da tavola e si tirò dietro
-il marito, che non potè, tenersi dalle risa.
-</p>
-
-<p>
-I due giovani, rimasti soli, continuarono a guardarsi in
-volto senza dir nulla, prova evidente non già che non avessero
-nulla a dire, ma che quel muto linguaggio diceva abbastanza.
-</p>
-
-<p>
-— Fra tre mesi! disse finalmente Ognissanti, stringendo,
-più forte la mano della fanciulla.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Fra tre mesi, ripetè Donnina senza chinar gli occhi
-con falso pudore.
-</p>
-
-<p>
-— E saremo sempre felici? domandò il giovine quasi pauroso
-del contrario.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre, rispose la fanciulla con accento fermo, come
-se ne fosse sicura.
-</p>
-
-<p>
-— Sempre, sempre, sempre! entrò a dire il signor maestro,
-che era sfuggito dalle mani della sua tiranna, ed aveva
-inteso ogni cosa, e si allontanò subito «per non dar soggezione.»
-</p>
-
-<p>
-Ognissanti si accostò vie più a Donnina, e, lisciandole
-con una mano i capelli, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Saremo poveretti; io non voglio costar molto a mio
-padre; ha già troppo fatto per me, voglio vivere con quanto
-ora mi dà fino a che basti l'opera mia. Vorrei pure esser
-ricco per circondarti di agiatezze! Ma dì un po', mi ameresti
-egualmente s'io fossi ricco, e vorresti esser mia?
-</p>
-
-<p>
-— Ti amerei lo stesso, e vorrei esser tua egualmente;
-tua, non delle tue ricchezze. Non mi vorresti tu se io fossi
-ricca?
-</p>
-
-<p>
-Ognissanti non rispose, e portò alle labbra la mano della
-fanciulla.
-</p>
-
-<p>
-— Siamo entrambi poveretti, ripetè poco dopo; saremo
-poveretti.
-</p>
-
-<p>
-— Saremo ricchi, perchè avremo pochi bisogni; io so
-come si conduca una casa; chiederemo al cielo il necessario
-soltanto, e faremo che il necessario nostro sia il meno possibile;
-ci rimarrà sempre abbondanza d'amore, e sarà il
-nostro lusso. Alla città vi è tanta gente che vive di rendita,
-noi vivremo di risparmio.
-</p>
-
-<p>
-Come tenersi da faro un bacio su quella bocca tanto savia,
-e tanto leggiadra!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa, che giungeva allora, s'era, per buona
-sorte, voltata proprio in quella da un'altra parte, e maestro
-Ciro, il quale non aveva perduta una sillaba, si allontanava,
-contando con gli occhi le quattromila e seicento
-lire custodite <i>negli scrigni</i> della Cassa di risparmio di Milano
-per conto di Donnina, della poveretta piena di giudizio...
-e di scudi!
-</p>
-
-<p>
-Fuggì ratta quella domenica!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span></p>
-
-<h2 id="cap38">XXXVIII.
-<span class="smaller">IN CUI SI VEDE COME MARIO NON RITORNASSE
-A MILANO SOLO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Ed ora Mario se ne ritorna verso Milano a piedi
-non avendo alcuna fretta di arrivare, ed invece
-di pigliare la via maestra, infila, senza avvedersene,
-una scorciatoia, non già per far più presto, ma perchè
-da quella parte può, volgendosi, veder più lungamente
-la casicciola che biancheggia in mezzo al verde dei gelsi
-abbrunati dal crepuscolo.
-</p>
-
-<p>
-Cammina a passo lento, ma il suo cuore va di trotto serrato
-e la fantasia più che di galoppo.
-</p>
-
-<p>
-Passa per lo stretto sentieruolo costeggiato da prunai che
-gli afferrano le vesti per trattenerlo; quella muta campagna
-non ha una voce; ne avesse mille, non giungerebbero
-fino a lui, chè la sua fantasia lo precede o ritorna indietro,
-ed ora è a Milano, ora non ha lasciato il povero tetto
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-del maestro di scuola; pensa all'avvenire a cui muove incontro,
-pensa a Donnina!
-</p>
-
-<p>
-Il sentiero si restringe tanto che appena vi può passare
-una persona; ed ecco, senza avvedersene e d'un subito, Mario
-si trova alle spalle d'un uomo che lo precede camminando
-assai più lento di lui. Il giovine, tolto bruscamente
-alle proprie fantasie, è costretto ad arrestarsi, aspettando
-che l'altro gli ceda il passo, ma colui nè si piega da un
-lato, nè affretta, e Mario finisce col toccargli lievemente la
-spalla. Lo sconosciuto si volge, e si pianta ritto in faccia
-al giovine. L'atto può sembrare arrogante, ma nel volto di
-quell'uomo è dipinta una sciagura che toglie le parole aspre
-di bocca a Mario. E lo sconosciuto, con un singolare accento
-misto di fierezza, di umiltà e di mistero, prende a
-dire:
-</p>
-
-<p>
-— Voi venite da A... non è vero? La conoscete voi, la
-mia figliuola? Un amorino, la più cara bambina di A... la
-conoscete?... Si chiama Camilla!
-</p>
-
-<p>
-E tende l'orecchio come timoroso di non afferrare subito
-la risposta, e fissa gli occhi spalancati in volto al giovane,
-o lo eccita, crollando il capo e sorridendo amorevolmente, a
-rispondere.
-</p>
-
-<p>
-Mario non sa credere ai propri sensi: quell'uomo che vede,
-quelle parole che sente, il pensiero melanconico che gli balena,
-ed insieme la grandiosa speranza che gli empie il
-cuore, gli paiono cose di sogno. Sa come Camilla sia il nome
-vero di Donnina, e come Donnina abbia un padre che non
-è babbo Ciro!
-</p>
-
-<p>
-Allora guarda il volto severo dello sconosciuto, interroga
-le vesti ch'egli indossa e tenta di indovinare quell'enigma.
-Maurizio (il lettore l'ha riconosciuto), continua a crollare
-il capo ed a sorridergli.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Conosco una fanciulla che si chiama Camilla, ma non
-so se sia la vostra figliuola...
-</p>
-
-<p>
-— È la mia, vi dico che è la mia...
-</p>
-
-<p>
-— Quella che io conosco ha un padre, il maestro di
-scuola...
-</p>
-
-<p>
-Le labbra di Maurizio incominciano un amaro sorriso, che
-subito si cancella.
-</p>
-
-<p>
-— Il maestro di scuola non è suo padre, ribatte con faticosa
-dolcezza; il padre di quell'amorino sono io: quella
-bambina cara mi appartiene, vi dico che mi appartiene, che
-è mia... e posso provarlo.
-</p>
-
-<p>
-La voce di Maurizio ha preso a poco a poco l'accento
-della collera; ma quella collera è così paurosa e quella paura
-così straziante, e quei modi così singolari, che Mario ne è
-commosso e si affretta ad interromperlo:
-</p>
-
-<p>
-— Non ne dubito, voi dovete saperlo...
-</p>
-
-<p>
-Maurizio sembra meditare su questa parola, e prima si
-rasserena, e poi si rattrista in volto, ed infine ripiglia a
-dire melanconicamente:
-</p>
-
-<p>
-— È vero, io devo saperlo... ma è passato tanto tempo...
-dite, credete voi che quell'uomo... quel maestro di scuola acconsentirà
-a privarsi della sua... della mia figliuola? E vorrà
-restituirmela?
-</p>
-
-<p>
-— Io credo di sì...
-</p>
-
-<p>
-— Non ne siete sicuro? E perchè non ne siete sicuro?
-</p>
-
-<p>
-— Ne sono sicuro.
-</p>
-
-<p>
-Ma la profonda nube che oscura il volto dello sciagurato
-padre non si dirada. Intanto Mario ha cercato di spingere
-oltre quell'uomo per uscir dal sentieruolo che poco più innanzi
-mette nella via maestra, ma Maurizio si è ribellato
-senza dir parola, e non si è mosso un pollice dal luogo in
-cui si trovava.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-</p>
-
-<p>
-— E se anche il maestro di scuola non me la rifiuta,
-essa, la poveretta, Camilluccia mia, vorrà venire? Non mi
-conosce! — aggiunge abbassando la voce — non mi conosce!
-</p>
-
-<p>
-Mario non sa che rispondere, ed il disgraziato insiste
-collo sguardo.
-</p>
-
-<p>
-— Quali sono le vostre intenzioni? chiede il giovine per
-uscire da quel silenzio penoso.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio crolla il capo melanconicamente e balbetta:
-</p>
-
-<p>
-— Non so.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè siete venuto qui?
-</p>
-
-<p>
-— Non so.
-</p>
-
-<p>
-— Volevate andare dal maestro di scuola, o presentarvi
-a Camilla?
-</p>
-
-<p>
-— Non so.
-</p>
-
-<p>
-E continua a crollare il capo. Poco stante soggiunge:
-</p>
-
-<p>
-— Sono venuto perchè avevo bisogno di sapermele vicino;
-anche ieri sono venuto; ho cercato di vederla, ho attraversato
-il paese... ma non ho visto nessuna bambina che rassomigli
-alla mia. Oggi sono tornato, tornerò domani.
-</p>
-
-<p>
-Tace un'altra volta, poi soggiunge abbassando la voce e
-guardandosi intorno: «Ah! se potessi farle sapere in qualche
-modo che io sono ricco, molto ricco, ricco a milioni, che
-venendo col babbo, ella avrebbe scudi lucenti per giocare,
-e se potessi offrire al maestro di scuola un bel gruzzolo per
-la vecchiaia!
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene?
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene! La bella dimanda! Così fatto è il mondo. La
-mia figliuola sarà come tutti gli altri, è come tutti gli altri;
-non l'ho da saper io che sono suo padre?
-</p>
-
-<p>
-Ah! il cuore del giovine non ribollisce per dispetto, ma
-si gonfia per l'affanno! Ha tutto compreso!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-</p>
-
-<p>
-Guarda intorno per la deserta pianura; non sa che risolvere,
-non sa che fare.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio se ne sta mutolo, immobile, cogli occhi fissi alla
-casicciola che non apparisce più se non come uno sgorbio
-bianco confuso in mezzo al verde.
-</p>
-
-<p>
-La notte scende rapidamente.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, dice Mario, obbedendo come ad un istinto; è
-meglio che vi allontaniate di qui: mi piglio io il carico di
-parlare a maestro Ciro, di dire alla vostra figliuola che siete
-ricco...
-</p>
-
-<p>
-— Ricco a milioni...
-</p>
-
-<p>
-— A milioni, che ella avrà ogni ben di Dio.
-</p>
-
-<p>
-— E scudi lucenti.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro... le dirò che suo padre la vuole con sè, per
-farla felice, per volerle tanto bene... le dirò tutto.
-</p>
-
-<p>
-Ed in così dire Mario passa innanzi e prende per mano
-il povero padre, che non esita più a seguirlo. Giunti sulla
-via maestra, si arrestano un istante.
-</p>
-
-<p>
-Il giovine si guarda intorno per vedere se mai non giunga
-qualche carrozza vuota, ma per tutta la bianca linea della
-via maestra, che si stende lunga lunga alle sue spalle, non
-si vede nulla. Intanto Maurizio guarda curiosamente Mario
-e sembra incerto se o no seguirlo; ma il giovine medico,
-che si avvede di quella lotta e ne indovina la cagione, non
-gli dà tempo di pensarci, e si muove a passo rapido verso
-Milano senza dirgli nulla. E Maurizio gli vien dietro coma
-un automa.
-</p>
-
-<p>
-Fanno così gran tratto di via senza dir parola. Ma improvvisamente
-Maurizio accelera il passo e raggiunge il
-nuovo amico e gli dice:
-</p>
-
-<p>
-— Chi siete voi?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sono un poveretto, risponde Mario senza arrestarsi, un
-poveretto che vuole il vostro bene ed il bene della vostra
-creatura.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio sembra aver udito una sola parola e la ripete
-più volte fra sè e sè:
-</p>
-
-<p>
-«Poveretto! Poveretto!»
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, aggiunge poco dopo, raggiungendo un'altra
-volta il compagno che accelerava quanto più poteva il passo — ebbene,
-se siete poveretto, io sono ricco e basto a tutti;
-sarete ricco anche voi, purchè abbia la mia Camilla — voglio
-che siate tutti ricchi, anche quel dottore che mi ha
-scritto...
-</p>
-
-<p>
-— Il dottor Parenti?
-</p>
-
-<p>
-— Lo conoscete? Anche lui, anche lui... tutti!
-</p>
-
-<p>
-L'oscurità a poco a poco si è fatta profonda; gli alberi
-che costeggiano la via, a poca distanza sembrano fantasmi;
-il silenzio è alto nei campi circostanti, chè le zolle non
-hanno ancora i loro ospiti canori, e le prime foglie degli
-alberi attendono mute le nozze degli insetti.
-</p>
-
-<p>
-— Come vi chiamate? domandò Maurizio dopo un lungo
-intervallo di silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Mario.
-</p>
-
-<p>
-Il disgraziato ripete fra sè quel nome e non dice altro.
-</p>
-
-<p>
-Sono giunti alle porte di Milano, Maurizio si arresta di
-botto, piglia le mani di Mario, le stringe nelle sue, gli dice
-<i>addio</i> e si allontana a passi rapidi, voltandosi indietro come
-timoroso d'esser seguito.
-</p>
-
-<p>
-Il giovine rimane alcuni istanti sbigottito da quella improvvisa
-diffidenza e non cerca di vincerla, al contrario
-finge d'andar da un'altra parte, poi si volge, e rasentando
-le muraglie per non esser visto, segue Maurizio a distanza
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-fino alla sua abitazione. Allora ritorna indietro, ma non ha
-fatto dieci passi e si sente battere sull'omero da una mano
-larga e pesante. Si volge, e si trova faccia a faccia col dottor
-Parenti sempre lieto e giocondo.
-</p>
-
-<p>
-— Vi trovo a tempo, dice Mario, ho seguito finora uno
-che ha bisogno della vostra scienza.
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Maurizio, il padre di Donnina.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapete? Ed è dunque vero?...
-</p>
-
-<p>
-— È verissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Sapevate anche che era?...
-</p>
-
-<p>
-— Ne ebbi un sospetto; da tre giorni io tengo dietro alle
-fasi della vita di quest'uomo, e vedo che si compie in maniera
-molto irregolare. Oggi sono andato per parlargli di
-Donnina e di te: non l'ho trovato, era uscito alle nove del
-mattino e non s'era più visto; sono ritornato più tardi;
-non era rientrato; allora l'ho atteso. Te lo confesso, mi era
-venuta un'idea senza senso comune, cioè che, ricevuta la
-mia lettera, egli avesse preso la fuga. Sono contento di essermi
-ingannato; Donnina ritroverà ancora suo padre!
-</p>
-
-<p>
-— Ma quell'uomo è pazzo!
-</p>
-
-<p>
-— Può essere, ma meglio pazzo che briccone; qualche
-volta i pazzi guariscono; i bricconi sono incurabili.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span></p>
-
-<h2 id="cap39">XXXIX.
-<span class="smaller">MAESTRO CIRO RIMANE SOLO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-I due amici passarono la prima metà della notte
-a strologare insieme sul da fare, ed il signor
-Fulgenzio fu terzo nella consulta. Nella fitta tenebra
-che avvolgeva il passato di Maurizio, questo almeno
-sembrava farsi chiaro: che il cuore era buono. Il dottor
-Parenti ne era sicuro, e giungeva a tal sicurezza per una
-via di argomentazioni non forse molto stringenti, ma avvalorate
-dall'accento e dai modi dell'argomentatore. Quand'egli
-diceva: «quell'uomo ha il cuore buono» appuntava
-i gomiti al tavolino, corrugava le sopracciglia e fissava gli
-occhietti indagatori nello spazio vuoto in una certa maniera
-singolare, come se «quell'uomo» gli stesse dinanzi col
-petto scavato e col cuore allo scoperto. Del rimanente Mario
-e Fulgenzio non desideravano se non di credergli.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quanto al da far, si erano intesi senza molte parole. Al
-domani il giovine doveva recarsi in casa di Maurizio, fargli
-credere d'aver parlato alla figliuola ed indurlo a seguirlo,
-intanto che il dottore e Fulgenzio l'avrebbero preceduto
-ad A... per prevenire Donnina ed i due vecchi. Il
-dottor Parenti non solo affrettava quell'incontro per troncare
-una situazione penosa, ma ci contava come sopra una
-medicina eroica.
-</p>
-
-<p>
-— Il mio amico Maurizio non è veramente pazzo, diceva
-al suo amico Fulgenzio; ha un po' di confusione di idee nel
-capo, e guarirà...
-</p>
-
-<p>
-— Ma tu non l'hai visto, osservava l'altro.
-</p>
-
-<p>
-— Non importa: la sua condotta mi basta; le parole che
-egli ha proferito non sono da vero pazzo; e bada che la
-sua idea fissa non è nel falso, ma obbedisce ai suoi sentimenti
-ed ai suoi bisogni; questo è ottimo indizio; da due
-giorni si reca ad A... per vedere la figlia e non osa mostrarsele;
-ritornerà domani, e forse non oserebbe ancora
-senza la spinta di Mario; ci è dell'ordine nella sua pazzia,
-ci è uno scopo determinato, giusto, corrispondente ai moti
-del cuore; e la scelta dei mezzi è la più logica: vuol vedere
-la propria figlia, che è ad A..., e va ad A.... Un savio farebbe
-forse altrimenti?
-</p>
-
-<p>
-H signor Fulgenzio sorrideva di questa singolare maniera
-di fare la diagnosi, ma in fondo vi scorgeva qualche cosa
-di vero. Ed il dottore continuava:
-</p>
-
-<p>
-— Prova a farti ragione di tutti gli atti di quell'uomo
-e lo vedrai sempre logico; il suo ravvedimento lo riconduce
-alla figlia dimenticata da tanti anni; è un bisogno ed egli
-obbedisce: ma giunto ad A.... gli vengono meno le forze...
-perchè?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non è più padrone della sua volontà e non sa
-mantenere quel che propone.
-</p>
-
-<p>
-— Non per questo, ma perchè ragiona; un pazzo sbaglia
-strada, o si svia a metà cammino, o passa la meta, ma non
-vi si trattiene dinanzi a riflettere. Il mio amico Maurizio,
-quando si trova in faccia alla casicciuola dove sta Camilla,
-pensa a tutto il suo passato; numera gli anni dell'abbandono;
-si vede col pensiero in faccia alla figlia che forse
-non riconoscerà nemmeno, sconosciuto egli stesso, comprende
-di venir tardi a domandare un posto nel cuore della
-fanciulla che altri ha già occupato intero; teme di apparire
-in quella casa come una minaccia, e non ci va, e ritorna
-indietro, per rifar la stessa via al domani. Più ci penso e
-più mi persuado che quel pazzo è savio come noi, anzi che
-ha fior di criterio nel cervello.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio non ribatteva sillaba, ed il dottore
-faceva da sè stesso e per sè stesso la tara alle proprie argomentazioni.
-</p>
-
-<p>
-Venne il domani.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti, incontrando l'amico Fulgenzio, gli avea
-dato una mezza dozzina di buone notizie; prima di tutto
-splendeva un magnifico sole, e poi avrebbero avuto una
-buona carrozza ed un eccellente cavallo, e infine tutti i dozzinanti
-stavano benissimo, il che permetteva di rimanersene
-una mezza giornata assenti senza alcun danno; tutte
-cose che il signor Fulgenzio sapeva a memoria; ma il signor
-Fulgenzio non sapea che da quel cumulo di cose liete
-si doveva a rigor di logica dedurre, come pronostico infallibile,
-la buona riuscita dei disegni fatti la vigilia.
-</p>
-
-<p>
-Intorno alle dieci ore i due amici voltavano le spalle
-alla città, e Mario saliva le scale dell'abitazione di Maurizio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-</p>
-
-<p>
-La via è breve e pare lunga all'impazienza del dottore.
-</p>
-
-<p>
-— Pensa, dice egli al suo compagno, pensa alla gioia di
-Donnina quando la piglierò in disparte per dirle: «Piccina
-mia, il tuo babbo è trovato, e ti cerca e verrà a momenti.» — Gran
-brava bestia! chi direbbe che è un animale
-da nolo? è lo Spartaco della sua razza; vedi come
-sopporta nobilmente la sua miseria!
-</p>
-
-<p>
-Queste ultime parole sono rivolte al cavallo, il quale veramente
-fa di tutto per meritarsi quegli elogi senza riuscire
-a togliere loro ogni carattere d'adulazione.
-</p>
-
-<p>
-Ma il dottore è in buona fede e mortifica così la propria
-impazienza.
-</p>
-
-<p>
-Fulgenzio non risponde; pensa al dolore profondo dei due
-vecchi, all'amarezza dei loro cuori dissimulata sotto un sorriso
-straziante, e intanto che il dottor Parenti mena la frusta
-sulle groppe dello Spartaco della razza cavallina, per
-poco non obbedisce all'istinto di appoggiarsi colla schiena
-ed appuntare le gambe e far forza per ritardare quella corsa
-niente affatto sfrenata.
-</p>
-
-<p>
-Ma il tempo corre più veloce del cavallo; tre quarti d'ora
-sono passati; ecco il noto filare di gelsi, ecco l'unica via
-di A..., ecco l'insegna della <i>Salute</i>, e la scuola comunale,
-e la scolaresca che esce chiassosa dalla lezione del mattino,
-ed il melanconico sorriso di maestro Ciro, il quale indovina
-tutto e s'ingegna di fare accoglienze festose ai nuovi
-arrivati.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti premette, in forma di preambolo, che i
-preamboli sono inutili; si fa venire innanzi Donnina, le
-piglia le mani, e le domanda ridendo se sarebbe contenta
-di ritrovare il suo padre vero.
-</p>
-
-<p>
-Il padre falso, il quale non era molto lontano, nè molto
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-occupato a sfogliare un libro, come voleva far credere, a
-questo punto si ricorda d'aver dimenticato qualche cosa e
-corre di sopra frettoloso. E mamma Teresa, che non lo ha
-perduto di vista un momento, dietro.
-</p>
-
-<p>
-Il povero maestro Ciro, giunto nella sua camera, si butta
-colle braccia protese sul letto matrimoniale, e nasconde la
-testa fra i guanciali, di modo che la faccia sparisce e la
-canizie si confonde con lieve disuguaglianza di tono nel
-candore delle lenzuola. Ma la formidabile mamma Teresa
-lo raggiunge, gli afferra un braccio, lo scrolla, una volta,
-due, finchè il poveretto è costretto a rialzarsi ed a mostrare
-la faccia rigata da due grosse lagrime.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa si prova due volte ad avventare la sua
-terribile collera, ma un importuno singhiozzo le toglie le
-parole — alla terza riesce.
-</p>
-
-<p>
-— Ti pare questa la maniera? Proprio questa? Venire
-qui solo?... perchè poi?... per piangere.... come un fanciullone?...
-Già tu credevi di farla franca... e che io non ti
-avessi a vedere? Che dirà Donnina?
-</p>
-
-<p>
-Ma mentre così parla, la sua voce è rotta dall'affanno, e
-quelle parole di rimbrotto le vengono fuori tenere e dolci
-come una carezza.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione, dice il signor maestro, asciugando gli
-occhi e rizzando il corpo; hai ragione; che dirà Donnina?
-Io sono un egoista, un ingrato verso la Provvidenza, un
-cattivo amico della mia creatura; ho in petto un cuore feroce....
-non dire di no.... ho in petto un cuore feroce, che
-invece di rallegrarsi del bene di Donnina se ne addolora...
-Tu non crederesti che io sono giunto fino a desiderare che
-quel babbo non s'avesse a ritrovare, ebbene, sì, io ho desiderato
-questo!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-</p>
-
-<p>
-La confessione, che dovrebbe far inorridire la vecchia, le
-fa solo crollare il capo melanconicamente.
-</p>
-
-<p>
-— Povero Ciro! mormora come parlando a sè stessa.
-</p>
-
-<p>
-Poco dopo, mutando tono e maniere, ripiglia a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna essere uomini; bisogna farsi forti; io sono
-forte, io! e non lo sarai tu?
-</p>
-
-<p>
-Ma questo argomento, invece di rinfrancare il povero uomo,
-sembra togliergli un'altra volta ogni vigore.
-</p>
-
-<p>
-— Per te la cosa è diversa, dice lasciandosi cadere sopra
-una seggiola; tu sei sua madre ancora e sempre; Donnina
-non ritroverà le carezze d'un'altra madre; io solo non sarò
-più nulla per essa, io solo non avrò più figlia!
-</p>
-
-<p>
-— Padre! padre mio!
-</p>
-
-<p>
-È Donnina! Donnina, la quale, non vedendo i suoi vecchi
-amici, si è sciolta dal dottor Parenti, ed è corsa di sopra
-ed ha udito le ultime parole.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro se la stringe al cuore, poi la scosta lievemente
-da sè e la guarda in viso. La fanciulla non batte
-ciglio, ha la fronte serena, il labbro sorridente.
-</p>
-
-<p>
-— Non darmi retta, le dice il maestro di scuola, lisciandole
-i capelli colle mani tremanti, non darmi retta, non ti
-affliggere per me, bambina mia.
-</p>
-
-<p>
-E il disgraziato si prova a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Vedi, è passato, è stato un momento di debolezza;
-alla mia età non si ha la forza di resistere alle prime impressioni,
-che sono di solito bugiarde.... domandalo a Teresa;
-questo giorno l'ho tanto sospirato.... non è vero?...
-l'ho sempre detto che tu dovevi essere figlia di un ricco
-sfondato, il quale avrebbe finito coll'accorgersi che il suo
-più bel tesoro era fuori di casa e sarebbe venuto a domandarmelo.
-Ho fatto il babbo come ho fatto il maestro di
-scuola; ora esco di carica; sarò un babbo a riposo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro parlava guardando in volto ora Donnina
-ora mamma Teresa; ma l'accento scherzoso pigliava ogni
-tanto inflessioni tenere e cadenze lagrimose. Donnina, senza
-titubanza, getta le braccia al collo del vecchio, e gli ripete
-sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-— Tu solo! tu solo!
-</p>
-
-<p>
-— Che dici mai? È tuo padre, bisogna amarlo, fanciulla
-mia, bisogna amarlo molto.
-</p>
-
-<p>
-La fanciulla sorride melanconicamente.
-</p>
-
-<p>
-— Mi proverò.
-</p>
-
-<p>
-— Non basta, mi devi promettere che l'amerai, e che lo
-amerai più di me; a lui devi la vita.
-</p>
-
-<p>
-— A te quella del cuore, risponde Donnina.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa non può dignitosamente stare testimonio
-di tante fanciullaggini, e se ne va da basso brontolando.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti, rimasto solo col signor Fulgenzio, avea
-da prima provato a parlar di cose indifferenti, ma vedendo
-che il suo compagno se ne stava taciturno, diede un'occhiata
-alla scala di legno per cui erano spariti prima i due
-vecchi e poi Donnina, ed esclamò: «povera gente!» come
-per avvertire che si cacciava anch'egli nello stesso melanconico
-sentiero delle meditazioni.
-</p>
-
-<p>
-All'apparire di mamma Teresa, uscì però di botto dalla
-sue fantasie, per mostrare alla vecchia tutta la luminaria
-del suo volto sorridente.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, disse, tenuto conto del tempo che Mario deve
-avere impiegato prima di salire in carrozza, fra venti minuti
-al più dovrebbe esser qui, e siccome ho le mie ragioni
-per credere che oggi tutto debba andare senza inciampi,
-così vi annunzio che Mario e Maurizio saranno qui fra venti
-minuti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma aveva appena finito di dire queste parole, che si udì
-un rumore di ruote sul lastrico della via; una carrozza si
-arrestò dinanzi alla porticina della scuola comunale, ed apparve
-Mario, solo!
-</p>
-
-<p>
-Il giovine narrò come avesse trovato il signor Maurizio
-in peggior stato che non fosse alla vigilia; lo dipinse colla
-faccia stravolta, coi capelli arruffati e coll'occhio fisso, e
-disse come, introdotto da una vecchia donna nella camera
-dove l'infermo se ne stava soletto, dapprima non fosse stato
-riconosciuto, e come finalmente il povero delirante, venutogli
-incontro e guardatolo negli occhi, fosse stato a rimirarlo
-un pezzo curiosamente prima di sorridergli. Mario
-aveva nominato Camilla per dar contezza di sè, e non era
-bastato; quando finalmente ogni diffidenza era scomparsa
-dal volto del signor Maurizio, allora egli aveva ripetuto
-un'altra volta il nome di Camilla, ed il disgraziato padre
-s'era posto l'indice attraverso le labbra, raccomandando il
-silenzio.
-</p>
-
-<p>
-«Dorme!» gli aveva detto. Ed aveva soggiunto che la
-sua creatura era venuta nella notte a perdonargli tutto, e
-ch'egli aspettava fosse desta. Il giovine aveva pur cercato
-di toglierlo dal suo inganno e ricondurlo a poco a poco al
-vero, ma il povero demente s'era ostinato nella sua idea.
-Allora Mario s'era accomiatato, ed avea lasciato quella casa,
-raccomandando il pover'uomo alla vecchia governante, perchè,
-se fosse possibile, lo inducesse a mettersi a letto e gli
-facesse sapere che la sua Camilla sarebbe venuta a trovare
-il babbo.
-</p>
-
-<p>
-La vecchia levando al cielo due occhi pieni di lagrime
-aveva promesso di così fare, ed egli aveva sceso le scale a
-precipizio, era balzato in una carrozza da nolo ed aveva
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-fatta la strada di galoppo, col cuore commosso, con un tumulto
-d'idee nel cervello, ed ora era lì a chiedere che cosa
-bisognasse fare... o piuttosto non dava più retta a nessuno,
-perchè in quella due volti amorosi apparvero sul limitare,
-e maestro Ciro aprì le braccia al giovine, ed il giovine si
-buttò nelle braccia di Donnina.
-</p>
-
-<p>
-A Mario riuscì finalmente di dire che non sapeva se avesse
-fatto bene o male promettendo che la fanciulla sarebbe andata
-in persona in casa del babbo; ma il dottor Parenti,
-dall'alto della cattedra in cui s'era accomodato, sentenziò
-che aveva fatto benissimo, ed aperta la discussione in proposito,
-prese la parola per conto proprio, parlò sempre lui
-senza lasciarsi interrompere e finì col dichiarare che l'assemblea
-aveva votato all'unanimità quanto segue:
-</p>
-
-<p>
-«Donnina doveva andare dal babbo accompagnata da
-mamma Teresa, mentre maestro Ciro sarebbe rimasto per
-non far perdere la lezione agli studiosi di A..., e, dovendo
-starsene solo, avrebbe alloggiato all'albergo della <i>Salute</i>;
-l'oste, suo buon amico, si sarebbe fatto premura di dargli
-la miglior camera dell'albergo e di servirlo di tutto il necessario.»
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa si provò a ribattere, ma il medico protestò
-che non si poteva ritornare sulla votazione, ed aggiunse
-che la presenza di Donnina era necessaria per la guarigione
-del padre, che la compagnia di mamma Teresa era
-indispensabile a Donnina e che maestro Ciro avrebbe fatto
-per un paio di giorni la vita dello scapolo allegramente. La
-terribile mamma borbottò, per non perdere l'abitudine, e
-domandò almeno un giorno per i preparativi della partenza;
-il dottore volle fare il generoso ed accordò un quarto
-d'ora. E tutti a ridere, compresa la mamma, la quale mezz'ora
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-dopo era in carrozza allato di Mario; costui, dovendo
-stare in mezzo per tenere le redini, aveva al fianco Donnina.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro, rimasto solo, accompagnò collo sguardo melanconico
-le due carrozze, ma invece di lagrime trovò un
-sorriso tutto paterno, ed un bacio niente affatto magistrale
-per salutare l'allievo che venne primo alla scuola.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span></p>
-
-<h2 id="cap40">XL.
-<span class="smaller">IN CARROZZA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Ma Donnina non era più lieta; abbandonava la sua
-mano fiduciosa in quella di Mario, e pensava. Fino
-a tanto che le avevano parlato del padre suo come
-d'un incognito al quale era stato possibile vivere tanti anni
-lontano, arbitro tuttavia dell'avvenire di lei, d'uno che poteva
-riapparire domandandole il cuore per tanto tempo sprezzato
-e gli affetti da essa dati ad altrui; fino a tanto che
-quell'uomo non aveva in favor suo altro che il nome di padre,
-ella si era acconciata all'idea di rivederlo quando che
-sia con freddezza, e, se non con severità, colla dignitosa
-indulgenza del giudice. Si sentiva forte dei propri diritti,
-sicura dei moti del cuore, pronta ai doveri di figlia, riluttante
-agli affetti. E quando, alla domanda del dottore, se le
-piacerebbe ritrovare il suo padre vero, ella era scesa dentro
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-di sè a domandarsi conto del perchè quella notizia la lasciasse
-fredda, non aveva potuto farsene una colpa. Ma ora
-sapeva che l'uomo a cui doveva la vita era infelice, solo nel
-mondo, senza affetti, vaneggiante per rimorsi, affranto forse
-dai patiti dolori, non di altro desideroso che della sua creatura,
-ultima larva d'un passato cancellato col pentimento.
-Se lo immaginava debole, pauroso, vacillante, e la compassione
-faceva ciò che non poteva fare l'istinto, ridestava il
-sentimento filiale, le faceva battere forte il cuore, le toglieva
-quella serenità di cui aveva fatto prova fino allora, e che
-prima le pareva giusta ed ora le sarebbe sembrata colpevole.
-</p>
-
-<p>
-Quante volte la sua mano tremò in quella di Mario, e
-tante il giovane si volse a guardare la fanciulla, la quale
-aprì la bocca per fare una dimanda e la trattenne, e di
-nuovo venutale sulle labbra, ancora la trattenne, e infine
-la fece cogli occhi inumiditi:
-</p>
-
-<p>
-— Com'è mio padre?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span></p>
-
-<h2 id="cap41">XLI.
-<span class="smaller">IL SIGNOR MAURIZIO RICEVE.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Maurizio s'era stancato d'aspettare che la sua ipotetica
-creatura si svegliasse, e dopo una serie di
-giri, a cui la governante aveva tenuto dietro paurosamente
-cogli occhi, senza però contarli e senza riuscirle
-di farsi dare ascolto, il poveretto era entrato nella camera
-contigua — e la governante dietro. Invece di dare in ismanie,
-come era da temere, Maurizio si era seduto in un canto ed era
-rimasto un gran pezzo immobile senza dir verbo; poi ritornato
-nel salotto, aveva ricominciato ad andar su e giù...
-ed ecco... si udiva appunto il rumore monotono dei passi
-lenti ed uguali.
-</p>
-
-<p>
-Tutto questo, con assai più parole, narrò la vecchia al
-dottor Parenti, il quale non ostante la verbosità della buona
-donna, quando ella ebbe finito e si tacque, parve non
-averne abbastanza, e stette ancora come in ascolto e si fece
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-ripetere a spizzico, rovinandone l'effetto, la bella narrazione
-filata.
-</p>
-
-<p>
-Donnina guardava fisso il dottore; trepidava d'ansia, di
-timore, sbigottita per mille affetti nuovi, per mille idee non
-prima pensate. In ogni affetto che si palesa novello è alcuna
-parte paurosa, anche nei più dolci e nei più santi. È
-un nuovo padrone, forse un nuovo tiranno, e chi sa se farà
-buon viso agli amici vecchi del cuore!
-</p>
-
-<p>
-Per alcuni istanti tutti stettero in silenzio ad ascoltare
-quei passi, e più di tutti il dottore, il quale, gli si leggeva
-in volto, avrebbe preferito che il signor Maurizio si fosse
-dato a correre su e giù per la casa come un forsennato.
-</p>
-
-<p>
-Anche la terribile mamma Teresa stringeva le labbra per
-trattenere il respiro ed ascoltare meglio, ed intanto stringeva
-una mano di Donnina, ed aveva in faccia dieci volumi
-di scritto.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti stette per poco ancora in meditazione,
-poi ne uscì di botto, e, per iscuotersi di dosso l'incertezza,
-disse alla vecchia:
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Maurizio riceve?
-</p>
-
-<p>
-La buona donna sbarrò tanto d'occhi, e per poco non
-pensò che il medico non aveva il cervello più sano dell'ammalato.
-</p>
-
-<p>
-E l'altro soggiunse, sorridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Andate ad annunziare al signor Maurizio la nostra
-visita.
-</p>
-
-<p>
-E mentre, per avvalorare la raccomandazione, spingeva
-gentilmente innanzi la governante, aggiunse, vôlto a Mario
-ed a Fulgenzio: «Non ci si perde nulla; egli non ci conosce
-ed è in casa sua; prima medicina di un pazzo è il non avvedersi
-della sua pazzia; sono sottili ragionatori i matti, e se
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-si avvedono che li avete per tali, non si fidano, diventate
-un nemico.»
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo, s'era fatto all'uscio socchiuso e si teneva
-alla portiera pronto a pigliare l'atteggiamento cerimonioso
-d'un visitatore.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti non s'era ingannato; poco stante la faccia
-stravolta di Maurizio apparve nel vano.
-</p>
-
-<p>
-Donnina soffocò un piccolo grido, pose la mano sul
-cuore e si ritrasse indietro, come per acquistare nuove
-forze, ed intanto non istaccava gli occhi dalle sembianze
-paterne.
-</p>
-
-<p>
-E mamma Teresa, sentendo tremar nella propria la mano
-della fanciulla, pensò assai giudiziosamente che il signor
-maestro, il quale leggeva tanto spedito, aveva fatto bene a
-rimanere ad A... così non si trovava allora a leggere in
-cuore della figliuola!
-</p>
-
-<p>
-Il dottore fece un profondo inchino, e, senza aspettare di
-farselo dire, passò oltre; Mario veniva dietro, e presa la
-mano di Maurizio, gliela strinse forte; lo trasse dolcemente
-in un canto dell'ampia sala e gli disse:
-</p>
-
-<p>
-— È venuta!
-</p>
-
-<p>
-— Camilla? chiese il povero padre, e parve che un lampo
-di ragione balenasse in quell'impeto dell'affetto.
-</p>
-
-<p>
-— Camilla, rispose il giovine, ed eccola...
-</p>
-
-<p>
-— Non ancora, non ancora...
-</p>
-
-<p>
-In quel mentre la fanciulla entrava nella camera lagrimando;
-mamma Teresa sentiva ribollire il dispetto vedendo
-la propria creatura piangere, ma invece di parole di collera
-le venivano fuori lagrime.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio seguiva le due donne, ed il dottor
-Parenti faceva gli onori di casa ed offriva a tutti da sedere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna esser forti, disse alla giovinetta; vedete, io
-rido e non ne ho voglia, ve lo assicuro; non bisogna piangere...
-</p>
-
-<p>
-— Non piangerò più, sarò forte, rispose Donnina asciugandosi
-le lagrime; è passato... ma dite, soffre molto mio
-padre?...
-</p>
-
-<p>
-— Vi guarda, vi cerca coll'occhio, disse il dottore senza
-rivolgersi e senza rispondere direttamente alle domanda...,
-posso allontanarmi, siete sicura di voi?
-</p>
-
-<p>
-La fanciulla pose la mano in quella del medico e gli sorrise
-un sorriso melanconico, ma forte. L'altro si ritrasse e
-venne presso a Maurizio componendosi una faccia gioviale
-che faceva allegria a vederla.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi di Maurizio, allontanandosi da Donnina, avevano
-seguito amorosamente il dottore, come se una parte
-della cara fanciulla gli venisse incontro con lui, ed ora interrogavano
-tra impazienti e timorosi.
-</p>
-
-<p>
-Tutto questo armeggio s'era compiuto rapidamente, tanto
-che non erano corsi due minuti dal primo inchino del dottore
-al secondo.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa vi diceva? chiese Maurizio.
-</p>
-
-<p>
-— La cara fanciulla osservava che le sembrate pallido,
-abbattuto, e come uscito di fresco da malattia, e mi diceva
-di mandarvi a letto...
-</p>
-
-<p>
-In così dire il dottore aveva preso il polso di Maurizio e
-ne contava i battiti.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è bella! disse il povero padre senza badare al
-medico; vorrei, ma mi manca il cuore; c'è qualcuno che mi
-trattiene... vorrei...
-</p>
-
-<p>
-Il dottore comprendeva benissimo, e rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Sarete a tempo poi; avete commesso una imprudenza
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-levandovi; avete la febbre; date retta a chi vi vuol bene;
-andate a letto; Camilla verrà poi..
-</p>
-
-<p>
-— Non se ne andrà?
-</p>
-
-<p>
-— È venuta per rimanere sempre col babbo...
-</p>
-
-<p>
-Bisognò far lieve forza per togliere Maurizio dalla sua
-estasi ed indurlo a mettersi a letto; e quando finalmente il
-povero padre sparve, accompagnato dalla governante, dal
-dottore: e da Mario, Donnina, rimasta fino allora sorridente,
-cancellò il sorriso con un'onda copiosa di lagrime e si abbandonò
-fra le braccia di mamma Teresa, la quale si fece
-da capo ad arrabbiarsi peggio ed a piangere più forte. Il
-signor Fulgenzio guardava intenerito, avrebbe voluto dire...
-e non sapeva che dire...
-</p>
-
-<p>
-Poco stante tornò il dottore, pigliò per mano Donnina e
-la condusse nella camera dell'infermo. Mamma Teresa e
-Fulgenzio le erano venuti dietro.
-</p>
-
-<p>
-Il povero padre teneva gli occhi chiusi, ma li riaprì più
-volte alla sfuggita e guardò il volto pietosamente bello della
-fanciulla che le stava a fianco; poi stette lungamente immobile.
-</p>
-
-<p>
-L'ansietà mozzava il respiro ad ognuno.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente Maurizio si scosse, e volgendosi dall'altro
-fianco, chiamò a sè Mario, lo fece curvare e gli bisbigliò,
-non tanto sommessamente che non si udissero nel profondo
-silenzio, queste parole che agghiacciarono il cuore degli
-astanti:
-</p>
-
-<p>
-«Non è lei!»
-</p>
-
-<p>
-Mario fissò uno sguardo attonito in volto al dottore, il
-quale girò intorno al letticciuolo e venne accanto al giovine.
-</p>
-
-<p>
-— Non è lei, ripetè Maurizio crollando il capo melanconicamente,
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-non è lei; la mia Camilla, soggiunse poi stendendo
-il braccio fuori del letto ed abbassando quanto più
-poteva la mano aperta, la mia Camilla era piccina così...
-vedete... così...
-</p>
-
-<p>
-Il singhiozzo di Donnina nessuno l'udì, perchè la poveretta
-nascondeva la faccia nel guanciale e tutti avevan l'occhio
-al dottore, il quale, senza sgominarsi, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— È vero.
-</p>
-
-<p>
-— Non più di così, ecco, non più di così, continuava
-l'infermo crollando il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Diciotto anni sono, disse il dottor Parenti.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio levò gli occhi e li fissò nella faccia sorridente
-del dottore e parve meditare un istante; finalmente disse:
-</p>
-
-<p>
-— Siete in errore... sono sedici anni...
-</p>
-
-<p>
-Poi chiuse gli occhi e stette nella positura di prima.
-</p>
-
-<p>
-Un'ora dopo nella cameretta non rimaneva altri che Donnina
-e mamma Teresa, e l'infermo continuava a tenere gli
-occhi chiusi.
-</p>
-
-<p>
-E Mario e Fulgenzio lungo la via avevano preso in mezzo
-il dottore; quell'atto compendiava mille interrogazioni, alle
-quali il medico s'ingegnò di rispondere così:
-</p>
-
-<p>
-— Quell'uomo non è pazzo, ripeto, ha un po' di confusione
-nel cervello, cosa che può capitare ad ogni galantuomo
-che viaggi in questo basso mondo, ma vi dico io che è un
-viaggiatore metodico, e non tarderà a mettere in perfetto
-ordine le sue valigie.
-</p>
-
-<p>
-— Può essere, può essere!
-</p>
-
-<p>
-Sì, ma un pensiero importuno teneva Mario inquieto, e
-checchè egli facesse per non lasciarlo parere, non gli riusciva,
-e sebbene gli avvenimenti sembrassero dare una ragione
-a quell'inquietudine, il dottore si avvide che ve ne
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-doveva essere un'altra. E però, appena potè trovarsi un
-istante solo col giovane, gli venne innanzi petto a petto e
-gli disse a bruciapelo:
-</p>
-
-<p>
-— Che hai?... Bisogna dirlo. Che ti manca ora? Nei tuoi
-panni (e coll'età tua) vorrei far salti da acrobata, e non
-mi terrebbe davvero la mia dignità di uomo fatto. Sei alla
-vigilia d'avere il lauro di dottore e qualche cosa che vale
-meglio assai nella botanica della vita, un bocciolo di rosa
-in moglie; per giunta la tua Donnina ritrova il padre, un
-padre un po' avariato, ma che m'incarico io di rimettere a
-nuovo; via, se ti lagni della sorte, sei incontentabile, e se
-non salti fino a dar le capate nel soffitto, va là che hai
-garretti di pasta frolla...
-</p>
-
-<p>
-Ma non ci era verso che Mario sorridesse. Ed il dottore
-tornava all'assalto.
-</p>
-
-<p>
-— Che hai?
-</p>
-
-<p>
-— Ho, disse finalmente il giovine tra il melanconico ed
-il dispettoso, che il padre di Donnina è ricco...
-</p>
-
-<p>
-— Tanto meglio...
-</p>
-
-<p>
-— Ed io sono povero, ed avrò l'aria di fare un buon negozio,
-sposandola; e poi chi sa se egli non si arrenderà di
-mala voglia alle nostre nozze...
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti lasciò penzolare le braccia lungo i fianchi
-e fece una smorfia così grottesca, che fu impossibile non
-ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Lasciami stare, è atroce, è atroce; quando ad un galantuomo
-si dànno di questi colpi sullo stomaco, gli si dice
-almeno: «guardati.»
-</p>
-
-<p>
-Poi ridiventando serio, parlò colla massima gravità così:
-</p>
-
-<p>
-— Generose ubbie, ma in fondo sciocchezze; tu hai da
-sposar Donnina, non il babbo, e l'avresti sposata anche
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-senza i milioni del babbo, e forse sarai ancora in tempo,
-perchè ai milioni dei pazzi io non credo finchè non gli ho
-contati — in fine tu non sei il primo venuto, sei medico,
-chirurgo, ostetrico, hai un pozzo di scienza, che nissuno sa
-quanto valga... meglio di noi. Pensiamo a guarire Maurizio,
-il resto verrà da sè...
-</p>
-
-<p>
-— E lo guariremo?
-</p>
-
-<p>
-— Cioè, lasceremo che guarisca; è una gran concessione
-in bocca nostra. Quell'uomo ha seco il suo medico e la sua
-medicina... Camilla!
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span></p>
-
-<h2 id="cap42">XLII.
-<span class="smaller">AL CAPEZZALE DELL'INFERMO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il dottor Parenti si contraddiceva un pochino per
-desiderio che le cose andassero a meraviglia, ma
-aveva ragione di dire che Maurizio aveva seco il
-suo miglior medico e la sua sola medicina... Camilla!
-</p>
-
-<p>
-La buona giovinetta aveva preso l'ufficio d'infermiera con
-un entusiasmo tranquillo, punto punto parolaio, che le traluceva
-nello sguardo e nel sorriso, melanconico insieme e
-lieto, con cui s'ingegnava d'incoraggiare la terribile mamma
-Teresa al sacrifizio di lasciarle fare quel che voleva, vale
-a dire vegliare fino a tarda notte al letto del babbo, e non
-istaccarsi quasi mai dal fianco dell'infermo.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a Maurizio, pareva essersi rassegnato all'idea di
-starsene a letto, e non cercava nemmeno più di alzarsi;
-solo, per non dire le matte stravaganze, sembrava aver fatto
-proposito di non fiatar parola, e di solito se ne stava lunghe
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-ore cogli occhi socchiusi, salvo a riaprirli ogni volta
-che Donnina faceva atto d'uscire dalla camera o solo di
-muoversi.
-</p>
-
-<p>
-«In fondo una pazzia tirannica, la peggiore delle pazzie
-e delle tirannie,» avrebbe detto mamma Teresa se avesse
-osato manifestare tutto il suo pensiero. Per il dottore invece
-lo stare in silenzio, il tener gli occhi chiusi, il ricercare
-Donnina cogli sguardi erano tutti buoni indizii.
-</p>
-
-<p>
-Certo qualche gran cosa avveniva nell'animo di Maurizio.
-A Donnina, la quale lo spiava attenta, non era più accaduto
-di vedergli in volto quello smarrimento che l'aveva
-tanto sbigottita sulle prime; e nei fuggevoli momenti
-in cui l'infermo riapriva gli occhi e s'incontrava collo
-sguardo della sua creatura, egli pareva lottare un istante
-dentro di sè, poi si ricomponeva alle sembianze del sonno.
-Molte volte aveva l'aria di dormire davvero, e quando Donnina,
-fidandosi a quell'apparenza, si buttava vestita sul lettuccio
-in fondo alla camera e cedeva ella stessa al sonno,
-allora il povero infermo si rizzava trattenendo il respiro a
-mezzo il corpo, ed appuntando i gomiti al guanciale, figgeva
-l'occhio avido e timoroso nel caro viso dormente, e rimaneva
-così un gran pezzo, agitato da un lieve tremito, e
-finalmente usciva in un dirotto pianto senza singhiozzi.
-</p>
-
-<p>
-Pur non sapendo nulla di questo, e più per potenza fatidica
-del desiderio che per accortezza di medico, il dottor
-Parenti aveva sentenziato che Maurizio «faceva l'esame di
-coscienza ed era bell'e guarito.»
-</p>
-
-<p>
-Erano così passati tre giorni. Il quarto mattino, quando
-Donnina venne presso al letto del babbo e gli baciò la fronte
-senza dir parola, Maurizio aprì gli occhi e li tenne lungamente
-fissi nel leggiadro volto della sua creatura, e si guardò
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-intorno, e parve lottare senza sapersi indurre ad una determinazione,
-finchè entrò sulla punta dei piedi mamma
-Teresa, a decidere l'esito della lotta; Maurizio richiuse gli
-occhi e non disse verbo.
-</p>
-
-<p>
-Passò quel giorno, e parve lento; venne la notte. A Donnina
-riuscì di mandare la mamma a letto più presto del
-solito per rimaner sola coll'infermo; e non appena fu sola
-la disse per la prima volta la soave parola, che le tremò
-nelle labbra come confessione d'innamorata:
-</p>
-
-<p>
-«Babbo!»
-</p>
-
-<p>
-Maurizio pose un braccio sull'omero della fanciulla, e le
-favellò sotto voce con un singolare accento carezzevole, come
-se parlasse ad una bambina:
-</p>
-
-<p>
-— Tu gli vuoi bene al babbo; io ti leggo in cuore; so
-che tu sei buona: tu gli vuoi bene al babbo!
-</p>
-
-<p>
-E siccome la fanciulla fece atto di portare la mano dell'infermo
-alle labbra, egli la trattenne, e le accennò di andare
-alla scrivania, e come vi fu, di aprire un cassetto. Donnina
-l'aprì e ne trasse alcuni fogli piegati che portò sul
-letto del padre. Il quale spiegò i fogli e li pose sotto gli occhi
-della fanciulla. In capo alla pagina erano queste parole
-scritte con mano tremante:
-</p>
-
-<p class="center">
-«<i>A mia figlia</i>»
-</p>
-
-<p>
-Maurizio aveva chiuso un'altra volta gli occhi e stringeva
-nelle proprie una mano di Donnina.
-</p>
-
-<p>
-Era la notte alta, il silenzio profondo tutt'intorno, ed
-al lume della lampada notturna, la giovinetta lesse quei
-caratteri diletti che vedeva per la prima volta.
-</p>
-
-<p>
-Il cuore le batteva forte.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span></p>
-
-<h2 id="cap43">XLIII.
-<span class="smaller">A MIA FIGLIA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-«Sì, queste parole che io scrivo sono per la mia
-piccina, per te, Camilla mia, per te sola! Hai
-tu pensato mai al tuo babbo? E ti hanno insegnato
-a pregare per lui? E se hai chiesto perchè non venisse
-ad abbracciarti ed a portarti le chicche e la bambola,
-ti fu risposto che era un poveretto, e che solo la disgrazia
-lo teneva lontano dalla sua creatura? E ti hanno almeno
-detto che avevi un altro babbo, che non era il maestro di
-scuola?
-</p>
-
-<p>
-»Ebbene, se non lo sapesti mai, apprendilo ora che tu
-hai un babbo vero, un babbo che fu molto infelice se non
-potè averti al fianco, un babbo che ancor oggi ti scrive non
-osando mostrarsi a te all'improvviso, per paura d'apparirti
-come uno sconosciuto, o forse come un nemico dei tuoi affetti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-</p>
-
-<p>
-»E pensa pure le mille colpe per fargliene carico, e poi
-le confronta con questa unica immagine d'un padre, il
-quale non osa mostrarsi alla sua figliuola, e teme di non
-ritrovare mai aperto l'ingresso del cuore di lei, e di' solo
-allora che egli non merita la beatitudine per tanti anni rifiutata.
-</p>
-
-<p>
-»Tu non sai che io venni ad A... per vederti, per udire
-la tua voce, per abbracciarti, e mi mancò il cuore; e che
-dopo avere sognato per via il tuo sorriso, la tua parola, le
-tue lagrime dolci, t'immaginai fredda, impassibile, muta,
-ed ebbi paura e fuggii. E che ritornai il dì di poi, e mi
-spinsi fino alla svolta del sentiero, e gettai uno sguardo
-sulla via sperando il caso te la facesse attraversare allora
-perchè io ti vedessi un istante, e che, nascosto dietro una
-acacia, da prima contai le acacie che mi separavano da
-te, ed eran cinque, e poi cercai cogli occhi la tua finestra,
-e dissi che doveva esser quella, quella o nessun altra,
-e vidi un vetro rotto, e pensai che il vento avrebbe potuto
-ammalarmiti; e che immaginai la felicità di poter attraversare
-quel breve tratto di via, entrare nella porticina della
-scuola, chiedere di te, e condurvi meco te, il maestro Ciro
-e la mamma, e spartire fra voi le mie ricchezze, conservandomi
-solo l'amor tuo — e intanto non mi moveva, e se
-qualcuno passava pel sentieruolo, mi davo l'aria d'un indifferente
-perchè non si comprendesse quest'orribile segreto
-di un padre che non osa mostrarsi alla sua creatura. E
-quando, stanco di un'inutile lotta, assalito da mille idee
-insieme, mi provavo a fuggire, dicendo a me stesso che il
-mio passato era un sogno, che non avevo figli, che non
-avevo affetti, che altro non mi rimaneva al mondo se non
-i miei cumuli d'oro, inutili ed odiosi, pareva che qualche
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-cosa mi trattenesse, e rifacevo la via indietro, e ti venivo
-più presso, più presso, più presso ancora, e finalmente me
-ne andavo voltandomi ogni tanto per vedere se mai qualche
-segreta voce avendoti parlato del padre tuo, non fossi
-tu pure venuta a vedermi di nascosto attraverso la siepe.
-</p>
-
-<p>
-»Ma finchè durava il giorno, io era solo; alla notte no,
-chè allora tu mi seguivi davvero, e sentivo i tuoi piccoli
-passi frettolosi, e rallentavo l'andatura per stancarti meno;
-ma se mi fermavo ad aspettarti, e tu pure ti fermavi; e se
-mi volgevo, ti appiattavi dietro un gelso della via maestra,
-ed altro non mi lasciavi vedere se non i ricci de' tuoi capelli.
-Erano fantasmi, erano sogni, erano paure; all'ingresso
-della città, dov'io ti aveva dimenticato per tanto tempo,
-tu mi abbandonavi. Rientravo in casa solo!
-</p>
-
-<p>
-»Non oggi per la prima volta mi venne in mente di
-scriverti, ma oggi solo mi sento la forza di tornare indietro
-nella mia miserabile esistenza, ed il coraggio di guardare
-nel mio cuore. Anche ieri lo tentai, e feci prova di
-radunare le mie memorie, ma non mi parve di poter resistere
-alla lenta tortura dello scrivere; le idee mi si presentavano
-in folla, l'impazienza mi vinse, e ancora volli
-parlarti, ed ancora me ne venne meno la forza. Oggi sono
-tranquillo. Pure avrei già dovuto essere lontano, ed incomincio
-appena.
-</p>
-
-<p>
-»Sono molti anni, non so bene quanti; parlo di un tempo
-in cui io era un giovinetto baldo, e la tua mamma che ora
-dorme nel cimitero, una ingenua sognatrice, la quale nelle
-mie braccia vedeva ad occhi aperti un avvenire leggiadro
-per la sua creatura, per te.
-</p>
-
-<p>
-»Poveretti eravamo entrambi, ma ricchi di speranze e
-d'amore. Ci eravamo sposati a dispetto d'un mio zio, unico
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-parente rimastomi, il quale mi dava una misera pensione
-pur vivevamo lieti in una cameretta, sotto il soffitto, non
-d'altro allegri che dei raggi del sole e dell'ampio spettacolo
-dei monti. Sopportavamo gli stenti senza avvedercene;
-io componeva strofe ed essa le cantava; aspettavamo l'avvenire,
-avevamo molto tempo dinanzi.
-</p>
-
-<p>
-»Portava il tuo nome — Camilla — e mi amava. Ella
-era tutto per me; la mia famiglia incominciava e finiva in
-lei. Il padre mi era morto da alcuni anni, e non mi avea
-lasciato in cuore la memoria delle sue carezze. Era uomo
-severo, taciturno; non mi dava dimestichezza, ed immaginava
-di essere il migliore dei padri, perchè ingegnoso in
-mille modi di provvedere al mio avvenire. La morte lo interruppe
-in quell'opera; mi lasciò povero d'oro e di conforti;
-non mi diede l'avvenire pensato nè la cara memoria
-del suo affetto. Lo zio aveva presa altra via; era rimasto
-scapolo e s'era arricchito col risparmio; ma aveva la stessa
-natura rigida, e voleva facessi non so che, e sposassi non
-so chi per fargli piacere. Ma io amava Camilla e la sposai
-essa mi fu madre, amica, sorella — fu tutta la mia vita.
-Facevamo insieme mille disegni, mille fanciullaggini; dall'alto
-del nostro nido guardavamo alla folla che passava
-sotto con una specie di pietà sincera; non ci pareva che
-il mondo avesse due più felici di noi. D'inverno mancava
-la legna al focolare, e la neve disciolta gocciolava nella camera;
-ma non perciò si soffriva; ci rimaneva il sole; e
-quando mancava anch'esso avevamo la giovanile baldanza,
-inesauribile, ed un altro cielo senza stagioni, ed un altro
-sole senza tramonti.
-</p>
-
-<p>
-»La mia Camilla era bella, era buona, e mi amava,
-e l'amavo — morì, dopo averti dato la vita. Ah! se io
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-avessi potuto anticipare di una dozzina d'anni il nostro
-sogno, e darle gli agi che ella fantasticava meco per farmi
-piacere, ma senza desiderio; se avessi potuto condurla ad
-abitare in una camera molto calda, e farla curare da un
-medico non frettoloso, come i medici della povera gente, e
-nutrirla di cibi sani!... Ma io era povero, l'inverno rigidissimo — e
-la mia compagna mi lasciò solo. Da principio
-non mi parve vero; la morte le aveva lasciato la sua bellezza
-ed il suo sorriso; ma quando, allontanato ogni estraneo,
-feci prova di risvegliarla, e compresi che tutto era
-finito, mi buttai per terra smaniando, e, come vennero a
-portarmela via, lasciai fare sbigottito.
-</p>
-
-<p>
-»Si bisbigliava di me che ero pazzo, che mi si erano
-confuse le idee; io sapeva d'averne una chiara e mi andavo
-dicendo che la finestrella dell'abbaino era alta e metteva sul
-lastrico sottoposto, e che avrei potuto per quella via raggiungere
-la mia diletta.
-</p>
-
-<p>
-»A te non pensavo; ti avevo vista appena; quasi mi ero
-dimenticato d'esser padre; mi fu ricordato in buon punto
-un istante di compassione, non l'amore, mi fece accettar la
-vita. Ciò che io provava in vederti era un sentimento angoscioso,
-indefinibile; invece di rallegrarmi, davo in ismanie,
-e se tu, allattata da una vicina, piangevi, forse per
-iscarsità di cibo, mi pareva d'udire la voce prepotente d'un
-tiranno che avesse voluto venire al mondo camminando sulle
-rovine del mio cuore. In fondo era quasi un sentimento
-d'odio; ti accusavo di avermi ritolto tutto e di non potermi
-dare nulla in compenso. Non ti amavo, no; la paternità non
-è un sentimento istintivo quanto si dice, e tu non sapevi
-se non piangere, come se fossi nel tuo diritto.
-</p>
-
-<p>
-»Provando a rendermi ragione di ciò che mi passava
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-in cuore, vi fu un istante in cui mi accusai d'ingiustizia,
-e per darmi pace colorai col pensiero un avvenire con te,
-una vita consacrata a te, e sorrisi lacrimando a quell'immagine,
-e dissi a me stesso che tutto di Camilla io non
-aveva perduto, se tu mi rimanevi, e te chiamai Camilla; ti
-vidi col pensiero cresciuta, carezzevole, somigliante alla
-mamma nel volto e nel cuore, cercai nelle tue sembianze
-infantili le traccie di quelle che mi stavano sempre innanzi
-agli occhi; mi accesi d'un improvviso entusiasmo e giurai
-di consacrare a te sola la mia vita; quando venne l'ora di
-doverti lasciare colla nutrice, credei di provare una vera
-pena, e rimasto solo mi chiusi in camera e piansi, e piansi...
-ma non te, colei soltanto che era scesa sotterra, e la
-terribile solitudine e l'assoluta vedovanza del cuore! Non ti
-amavo, no; e poteva io amarti allora? Sapevo la perduta
-immensità degli affetti e delle speranze; a te, piangente,
-senza lagrime sul cumulo di quelle rovine ed incapace di
-conforti, già più non pensavo.
-</p>
-
-<p>
-»In quei giorni lo zio, saputo della morte di Camilla,
-mi scrisse — una lettera fredda, pacata, in cui, senza dirlo,
-appariva la contentezza dell'uomo che vede la via aperta ai
-primi disegni; di te non parlava come se non esistessi;
-incollerito risposi che avrei continuato a vivere a modo mio,
-mi togliesse anche ogni suo piccolo soccorso, gli sarei grato
-se così potesse affrettarmi la morte; la mia ira santa era
-per la morta; di te non dissi parola.
-</p>
-
-<p>
-»Venni rare volte a vederti, a lunghi intervalli, e sempre
-mi trattenni poco; m'imponevo con giubilo mille sacrifizii
-per provvedere al tuo mantenimento; avessi io potuto
-vivere senza spendere uno spicciolo, tutto avrei speso
-per te, ma il mio cuore era uno scrigno vuoto — non ti
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-amavo. Tu crescevi e ti facevi bella; la tua nutrice ti voleva
-bene come a creatura sua, e tu per lei sola trovavi il
-riso giocondo e le carezze; me non conoscevi e guardavi
-appena.
-</p>
-
-<p>
-»Fu una nuova ingiustizia la mia, te ne feci carico! il
-vedere un'estranea — io così chiamava la tua nutrice, l'unica
-persona al mondo che t'amasse — preferita a me, tuo
-padre, era una crudele ferita alla mia superbia.
-</p>
-
-<p>
-»Intanto le tribolazioni della mia vita crescevano; lo zio
-insisteva colle lettere e col silenzio perchè mi ponessi in
-altro ordine di studi da quelli che prediligevo, e quando
-vide ogni suo tentativo vano, ricorse all'estremo: mi tolse
-la mesata. Allora per la prima volta sentii nel cuore una
-forza nuova; accettai la miseria francamente, cullandomi
-d'ambiziosi sogni e vivendo fra indicibili stenti. A te non
-pensavo; e pure mi fu forza cessare per qualche tempo di
-mandare alla tua nutrice, povera anch'essa, il denaro pattuito.
-</p>
-
-<p>
-»Alcuni mesi di poi, venni al paesello con animo di rimediare
-a quella dimenticanza; avevo qualche centinaio di
-lire, mi pareva d'essere padrone della mia sorte; trovai la
-nota casicciuola abitata da altri e seppi che la tua nutrice
-era morta e che tu eri stata raccolta dal vecchio maestro
-di scuola del villaggio. Volli venire a vederti; ma erano
-passati tanti mesi, non osai mostrarmi a quella gente; volli
-trovare un pretesto per discolparmi, ma la mia fierezza si
-ribellò; lottai dentro di me, e finii col volgere le spalle al
-paesello senza averti visto.
-</p>
-
-<p>
-»Facevo proposito di scriverti e di venir più tardi, quando
-avessi prevenuto il maestro di scuola; ma appena fui a
-Milano pensai ai casi miei, mi chiesi che avrei fatto di te,
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-inesperto ancora della vita, povero e solo; temei, svelandomi
-a maestro Ciro, che egli volesse ridonare al padre la
-sua creatura, e feci proposito di tenermi nascosto. Non si
-sapeva il mio nome; e mi sarebbe stato facile soccorrere i
-nuovi genitori senza svelarmi. Avrei aspettato che tu fossi
-cresciuta e ch'io avessi fatto fortuna, poi sarei venuto a
-riprenderti... E intanto?
-</p>
-
-<p>
-»Intanto io sapeva di vincolarmi a non vederti, a non
-avere tue novelle, e lasciarti crescere orfana, a permettere
-che il tuo cuore si aprisse a tutti gli affetti senza passare
-per quello di figlia! Ma di questo non mi doleva, perchè ti
-conosceva appena; nel mio cielo eri come un cirro che si
-dilegua al più lieve soffio di vento — e già mi soffiava in
-petto l'uragano.
-</p>
-
-<p>
-»Per questa serie di errori, io non sapeva però di perderti
-per sempre; non m'ero arrestato ad immaginare tutte
-le conseguenze della mia condotta, non avevo misurato le
-mie forze e non avevo tenuto conto degli ostacoli che mi
-avrebbero creato la mia fierezza e la tua fierezza, ed i tuoi
-nuovi affetti, e l'aridità del mio cuore, più tardi, quando
-fosse giunta l'ora di mettere in atto il bel sogno. Ma altro
-era il mio sogno. Fra i molti idoli che formano il trastullo
-della vita, me n'ero scelto uno che credevo di non dover
-infrangere capricciosamente mai — l'indipendenza. Più
-tardi fu l'ambizione, più tardi la ricchezza, e più tardi assai,
-riconosciuto stolto ogni culto in cui non abbia parte il
-cuore, mi arse la febbre di ricostrurre i vecchi altari colle
-loro rovine.
-</p>
-
-<p>
-»Divenuto ricco — e fu vicenda necessaria che avrei indovinato
-se avessi avuto in cuore l'affetto non ingannevole,
-invece delle bugiarde passioni — divenuto ricco, arrossii
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-di me stesso, ebbi vergogna di mostrarmi nel mondo che
-mi aveva aperto le sue porte con una figlia apparsa all'improvviso,
-e t'immaginai indifferente al padre tuo, rimasto
-per te un estraneo, amantissima di coloro che ti avevano
-date le carezze, aperto il pensiero, ed educato il cuore — mi
-rassegnai a perderti.
-</p>
-
-<p>
-»Allora incominciò il rimorso, incominciò il dolore; e
-venne l'angoscia delle notti insonni, e vennero gli sgomenti
-dell'età, e le paure della solitudine; e una smania segreta,
-indefinibile, tormentosa d'uscir da me stesso, di soffocare nel
-piacere la coscienza; e poi la sazietà, il disgusto, il martello
-del pensiero e del cuore, e finalmente il supplizio della
-ragione che si ecclissa e ritorna a balzi a farmi accorto e
-pauroso di me stesso.
-</p>
-
-<p>
-»Questo fu lo sciagurato tuo padre; uscendo dalla ignara
-dimenticanza in cui ha vissuto lieta finora, per saper d'aver
-un padre, prima di respingerlo da te, ecco tu puoi almeno
-dire a te stessa: «questo fu il mio padre sciagurato!»
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Non era qui tutto; seguivano due pagine di fitto carattere,
-che apparivano scritte più di recente; in esse il povero
-padre riepilogava a stento le proprie idee, e molte volte
-ripeteva il già detto; e molto parlava con insistenza delle
-proprie ricchezze, che pareva voler mettere in mostra come
-una tentazione. Quel caos d'idee sconnesse era rotto a mezzo
-con uno sgorbio. Era caduta la penna di mano allo scrittore,
-e da quel che pareva, insieme colla penna una lagrima...
-Ma per quell'una, Donnina ne verserà cento; la poveretta
-ha il cuore gonfio, le vengono alle labbra mille tenere
-parole; le si oscura la vista ed appoggia il viso, più
-leggiadro nell'espressione della tenerezza e del dolore, al volto
-del padre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-</p>
-
-<p>
-Maurizio ha sentito fremere nella sua la mano di Donnina;
-il cuore gli batte...
-</p>
-
-<p>
-Ed anche ora che il volto della fanciulla si appoggia al
-suo volto, e che sente le lagrime di lei confondersi colle
-proprie lagrime, anche ora non osa guardare a viso aperto
-una felicità a cui non sa credere, e, come timoroso che il
-caro fantasma notturno si involi, continua a tener gli occhi
-chiusi ed a stringersi al cuore agitato la propria creatura.
-</p>
-
-<p>
-E finalmente apre gli occhi, guarda, sorride, e lagrima
-di nuovo senza dir nulla; e quando, passato un tempo lungo,
-che par brevissimo, in quella muta contemplazione, schiude
-le labbra per parlare, un bacio lungo, insistente, quasi
-autorevole, gli impone silenzio, ed una vocina sommessa e
-dolce come una musica gli mormora all'orecchio:
-</p>
-
-<p>
-— Dormi ora, è tardi, babbo mio.
-</p>
-
-<p>
-Babbo mio!
-</p>
-
-<p>
-Ma il poveretto non ode, ha bisogno di sentire un'altra
-volta quella voce e quella parola, e se la fa ripetere; e venuta
-l'ora dell'ultimo bacio e dell'ultima raccomandazione,
-finge di ubbidire, e quando la lunga veglia ha chiuso finalmente
-gli occhi della fanciulla, riapre i suoi clandestinamente,
-si rizza sui gomiti, come suol fare ogni notte, e
-guarda amoroso la propria figliuola e le domanda «perdono,
-perdono, perdono» a bassa voce, così che l'oda solo l'orecchio
-vigile della propria coscienza pentita.
-</p>
-
-<p>
-E più non piange.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span></p>
-
-<h2 id="cap44">XLIV.
-<span class="smaller">I MILIONI DI MAURIZIO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-È un buon spirito quello che ha indotto Mario a
-frenare l'impazienza fin presso al mezzodì, ed a
-recarsi prima di quell'ora in casa di Maurizio.
-Poco fa l'infermo dormiva, ed ora invece padre e figlia
-parlano appunto di lui.
-</p>
-
-<p>
-— Lo ami tanto?...
-</p>
-
-<p>
-— Tanto.
-</p>
-
-<p>
-— E t'ama?
-</p>
-
-<p>
-Vi rispondono il rossore della fanciulla ed un picciol grido
-di gioia, perchè eccolo, è lui — Mario.
-</p>
-
-<p>
-Mario, il quale sembra recar negli occhi due raggi del
-sole di mezzodì, ed ha nel sorriso, nella scioltezza delle maniere
-tutta l'aria di chi porta una buona notizia.
-</p>
-
-<p>
-— Mario, dice Maurizio porgendogli la destra, spero di
-non aver più bisogno di medico; non di meno toccami il
-polso; ho la febbre?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Nulla.
-</p>
-
-<p>
-— E pure me la sento in dosso, una febbre nuova, da
-cui spero di non guarire mai.
-</p>
-
-<p>
-Mario non sa ancora che credere; l'occhio di medico gli
-dice che quell'uomo è guarito; le sottigliezze degli alienisti
-gli pongono mille dubbi in capo; sente il bisogno di dar
-fede a quella gioia, ma ha lo scientifico dovere di dubitarne.
-</p>
-
-<p>
-— Tu ami la mia creatura, prosegue a dire Maurizio, ed
-ella t'ama: io sono l'unico ostacolo alla vostra felicità, non
-è vero?
-</p>
-
-<p>
-È verissimo, come è vero che non si può ragionare meglio
-di così, nè dire cosa più assennata. Assolutamente Maurizio
-non è pazzo!
-</p>
-
-<p>
-— Ebbene, soggiunge costui dopo breve silenzio, sarete
-felici; ma non quanto io vorrei...
-</p>
-
-<p>
-Si arresta, si turba, sembra pauroso di svelare un ultimo
-secreto.
-</p>
-
-<p>
-— Ho paura di avervi ingannato... anzi ne sono sicuro...
-Mario... Camilla... non pensate ai milioni che vi ho promesso;
-vostro padre è un poveretto.
-</p>
-
-<p>
-E il disgraziato nasconde la faccia fra le mani per disperazione.
-</p>
-
-<p>
-«Tanto meglio» dice una voce.
-</p>
-
-<p>
-Maurizio guarda Camilla e poi Mario e li vede sorridenti
-entrambi, nè punto sgomentati dalla terribile notizia.
-</p>
-
-<p>
-— Io lo sapeva, dice Mario senza nascondere la propria
-gioia.
-</p>
-
-<p>
-— E tu?
-</p>
-
-<p>
-Donnina sorride indovinando il pensiero di Mario, e risponde
-più semplicemente e con più efficacia:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io non lo sapeva.
-</p>
-
-<p>
-«Tanto meglio» ripete la voce di prima.
-</p>
-
-<p>
-È la terribile mamma Teresa, la quale non così sentenzia
-per vana affettazione, ma perchè pensa alla gioia di
-maestro Ciro, quando saprà di poter fare la dote alla sposa
-colle quattromila e seicento lire che aspettano negli scrigni
-della Cassa di risparmio di Milano... e anche perchè, in fin
-dei conti, non vi è rimedio.
-</p>
-
-<p>
-E ripete una terza volta, più filosoficamente delle prime
-due:
-</p>
-
-<p>
-«Tanto meglio!»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span></p>
-
-<h2 id="cap45">XLV.
-<span class="smaller">CASI DI COSCIENZA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Al domani un fattorino recava un pacco diretto
-alla signorina Camilla ***. Donnina, tra per la
-novità del battesimo, e perchè a Milano non conosceva
-nessuno, e perchè il fattorino domandava la ricevuta
-dell'involto, stette alcuni istanti dubbiosa e si consigliò
-con mamma Teresa, la quale fu d'opinione che a ricevere
-un involto che non pesava nemmeno sei oncie ed a
-farne la ricevuta non vi era nulla di male.
-</p>
-
-<p>
-Avuto l'involto, fu ancora la terribile mamma ad insistere
-perchè Donnina lo aprisse, ed apertolo, fu sempre la
-vecchia a spalancar tanto d'occhi ed a scompaginare un
-mazzetto di fogli bianchi, mentre la fanciulla guardava senza
-nulla comprendere.
-</p>
-
-<p>
-— Ne ho visto una volta sola, dice tra sè mamma
-Teresa, ma il cielo mi danni se questi non sono biglietti
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-da mille! — ed aggiunge volgendosi a Donnina: — Di' tu:
-che ci sta scritto qui sopra?
-</p>
-
-<p>
-— Mille lire!
-</p>
-
-<p>
-— Mille lire, e anche su questo, e su questo, e su tutti;
-so leggere anch'io, ora! Stelle del firmamento! e di queste
-mille lire ve ne sono trenta!
-</p>
-
-<p>
-La vecchia non usciva dal suo sbigottimento, se non infilzando
-l'uno in coda all'altro i modi ammirativi del proprio
-repertorio; e si affliggeva solo che maestro Ciro non
-fosse lì, per vederlo smaniare dall'allegrezza.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto Donnina aveva preso un foglio di carta piegato,
-e vi leggeva e rileggeva queste parole, come se non
-riescisse ad intenderne bene il significato:
-</p>
-
-<p>
-«Questo denaro è una restituzione al padre vostro: chi
-la fa desidera rimanere incognito.»
-</p>
-
-<p>
-— È proprio come nei racconti delle fate! esclamò la vecchia;
-tale e quale; ma che bel racconto questo, acid... acid'erba,
-che bel racconto!
-</p>
-
-<p>
-E siccome Donnina continuava a tenere il foglio spiegato
-dinanzi, ed al denaro non badava, proseguì a dire:
-</p>
-
-<p>
-— Ma che almanacchi tanto! La è chiara come l'acqua
-di sorgente! Qualcuno a cui tuo padre ha prestato denaro! — To'!...
-</p>
-
-<p>
-Ma Donnina crollò il capo, e rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Non si nasconderebbe...
-</p>
-
-<p>
-— Allora qualcuno che gliel'ha rubato; ma lascia un
-po' quel cencio, qui hai da leggere, fanciulla mia!
-</p>
-
-<p>
-Donnina si arrese, ma continuò a pensare senza averne
-l'aria. La vecchia però vide chiaro in cuore alla fanciulla,
-e d'improvviso le disse:
-</p>
-
-<p>
-— Che ti affanna ancora? dillo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, perchè quest'incognito ha mandato il danaro a
-me invece del babbo?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè... perchè... oh bella! perchè sapeva che il tuo
-babbo non aveva il cervello sano, mi pare!
-</p>
-
-<p>
-— Pare anche a me, ma sapeva anche che io sono sua
-figlia, dunque è molto bene informato...
-</p>
-
-<p>
-— Niente di male che chi è disposto a cavarsi di tasca
-un esercito di lire, s'informi e sappia quel che si fa...
-</p>
-
-<p>
-A conti fatti, la via più sicura di sincerar la cosa è di
-informarne Maurizio.
-</p>
-
-<p>
-— È la più spiccia, aggiunge mamma Teresa, facendo
-per avviarsi; ma Donnina la trattiene.
-</p>
-
-<p>
-— Più tardi, ora dorme.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa pensa che se non devono destare un galantuomo
-trentamila lire, non lo desterà nemmeno la tromba
-del giudizio.
-</p>
-
-<p>
-E se in quel pomeriggio Maurizio non avesse avuto il
-sonno greve, si sarebbe desto non una volta solo, ma dieci,
-a certi impeti di tosse che presero mamma Teresa nella vicina
-stanza: finalmente si desta — finalmente sa tutto!
-</p>
-
-<p>
-E prima egli osserva che non ha mai prestato danaro a
-chicchessia, e nemmeno non gliene fu mai rubato.
-</p>
-
-<p>
-A mamma Teresa non par vero, ma è proprio così. Poi
-anche Maurizio nota che se il danaro fu diretto a Donnina,
-e si sa che Donnina è sua figlia, l'incognito è informato
-appuntino, e che per essere così informato deve aver bazzicato
-in qualche modo per casa negli ultimi giorni.
-</p>
-
-<p>
-Non ci è male; per un cervello guasto, mamma Teresa
-conviene dentro di sè che non è mal ragionato; ma perchè
-tante smorfie per intascare trentamila lire che han da servire
-a Donnina? Ella no, non ha fatto così, quando riceveva
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-quei bei <i>vaglia</i> che parevano piovuti dal cielo... To',
-e se questi venissero dalla stessa sorgente? Questa poi vuol
-dirla e la dice «tanto per gettare un barlume nell'oscuro,»
-ma in verità per dare al cervello di Maurizio una buona
-idea. Il padre sorride melanconicamente e crolla il capo.
-</p>
-
-<p>
-— Quel denaro, buona mamma, avete fatto bene a riceverlo,
-perchè allora Donnina non sapevate di chi fosse figlia;
-ma ora il padre è noto, e chi manda il denaro non
-può essere che un estraneo.
-</p>
-
-<p>
-Si chiamò la governante, e fu sollecitata a dire se nei
-passati giorni non fosse mai venuto nessuno a domandare
-di Maurizio...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, balbetta la buona donna, il dottor Parenti....
-</p>
-
-<p>
-— Ed altri?
-</p>
-
-<p>
-— Non so.... ecco.... non so se devo dirlo, perchè mi fu
-fatto promettere di tacere, ma se la cosa è grave... se bisogna
-proprio....
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna proprio....
-</p>
-
-<p>
-— Quand'è così, sissignore, è venuto qualcun altro.
-</p>
-
-<p>
-— E chi mai?
-</p>
-
-<p>
-— Una signora.
-</p>
-
-<p>
-— Una signora?
-</p>
-
-<p>
-— Ed un servitore a nome di quella signora.... la quale
-era bella, bella come un amore, un po' patita, pallida, con
-due grandi occhi, vestita di nero, portava un velo sul viso;
-e mi domandava di lei, e saputo che era con lei una fanciulla,
-sua figlia, volle sapere quel che io sapeva e le dissi
-ogni cosa; non avrò fatto male, spero; mandò poi il servitore
-più volte per avere notizie...
-</p>
-
-<p>
-Maurizio fino dalle prime parole ha piegato il capo sul
-petto, e quando la buona donna tace e guarda ora Donnina
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-ora mamma Teresa per comprendere qualche cosa, egli continua
-a rimaner pensieroso ed immobile. Finalmente si
-scuote, prendo Donnina per mano, la bacia in fronte, e si
-fa dare l'occorrente per iscrivere.
-</p>
-
-<p>
-E scrive:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-«<i>Signora</i>,
-</p>
-
-<p>
-«Voi avete avuto pietà della mia sventura, e vi siete
-consigliata col cuore solamente. Non vi faccio carico di
-quanto vi può essere di umiliante per me nella vostra generosità;
-sarebbe forse una giusta fierezza, ma crudele; mi
-preme solo di rimandarvi il vostro denaro e di farvi sapere,
-perchè non vi vinca una grande pietà delle cose mie,
-che ho ritrovato la mia vera ricchezza in mia figlia, e che
-essa avrà presto la sua ricchezza, uno sposo che l'ama e
-che ama il lavoro.
-</p>
-
-<p>
-«Se il vostro cuore ha bisogno di un'azione generosa,
-non vi sarà difficile fare un po' di bene con questa somma
-che vi rimando.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Maurizio</span>.»
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Donnina che aveva seguito coll'occhio la penna, appena
-il babbo ebbe finito di scrivere il proprio nome, gli balzò
-al collo e gli ridonò il bacio ricevuto, e mamma Teresa, la
-quale non capiva altro se non che i trenta biglietti da mille
-avrebbero rifatto la via che avevano percorso per venire,
-tanto tanto si provò a dire: «meglio così,» e lo disse, ma
-alle parole mandò dietro un sospirone.
-</p>
-
-<p>
-Due ore dopo, veniva così risposto a Maurizio:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-<i>«Signore,</i>
-</p>
-
-<p>
-«Perdonate la mia cecità, ma non attribuitemi, vi prego,
-alcuna intenzione di offendervi. Il mio danaro è sospetto e
-non può fare il bene senza nascondersi; ma non per questo
-io mi celai; non un benefizio, nè un'azione generosa io
-contava di fare, ma veramente una specie di restituzione,
-poichè so che il vostro patrimonio fu ingoiato dal banchiere
-Redi. In fondo, avete ragione, la cosa non muta aspetto, e
-perciò vi prego nuovamente di perdonarmi. Siate felice come
-meritate.
-</p>
-
-<p class="indr">
-«<span class="smcap">Serena.</span>»
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span></p>
-
-<h2 id="cap46">XLVI.
-<span class="smaller">IL PROFESSORE RIGOLI RICEVE UNA VISITA.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Alcuni giorni dopo gli avvenimenti narrati poco
-prima del mezzodì, il signor Fulgenzio era nel
-camerino intento ad interrogare un enorme registro,
-quando un inserviente venne a dirgli che una signora
-domandava di lui.
-</p>
-
-<p>
-La signora entrò: vestiva a bruno ed attraverso un velo
-nero che le scendeva fin sopra il mento, mostrava un viso
-giovane e bello: si lasciò cadere sulla seggiola offertale dal
-vecchio direttore, e si volse a guardare la porta d'onde era
-venuta, con visibile titubanza. Pure nel parlare, salvo un
-tremito quasi impercettibile, si mostrò franca.
-</p>
-
-<p>
-— Perdoni, diss'ella, il mio imbarazzo; è la prima volta
-che mi accade di entrare in un manicomio, e vengo a compiere
-una missione dilicata; non sono un'eroina, come
-vede.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-</p>
-
-<p>
-E lasciò indovinare un sorriso mesto, che non apparve
-attraverso il velo.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio s'inchinò e prese quell'aspetto arrendevole
-di fanciullone che fa serene e paterne tante belle teste
-di vecchi.
-</p>
-
-<p>
-— Io ho un'amica, continuò a dire l'incognita rinfrancata,
-e quest'amica ha qui un parente... da qualche anno,
-di cui non ebbe mai notizie, e che non osa venire a vedere
-essa stessa...
-</p>
-
-<p>
-L'incognita s'interruppe per interrogare il volto benevolo
-del direttore, poi prosegui:
-</p>
-
-<p>
-— Ha pregato me, la disgraziata... e sono giunta...
-</p>
-
-<p>
-— Il parente della sua amica si chiama....?
-</p>
-
-<p>
-Prima di rispondere, la donna velata parve fare uno
-sforzo.
-</p>
-
-<p>
-— Il professore Guido Rigoli, disse, e fissò più intento
-lo sguardo come timorosa d'una cattiva notizia.
-</p>
-
-<p>
-— Il professore Guido Rigoli, prese a dire il direttore,
-è uno de' miei migliori amici e sta benissimo, salvo, s'intende,
-la sua pazzia, che è delle più innocue.
-</p>
-
-<p>
-La signora non perdeva sillaba, e quando il direttore
-tacque, col silenzio e coll'atteggiamento lo pregò di continuare.
-</p>
-
-<p>
-— Fra tanti disgraziati che passano la vita in questa
-casa di dolori e di malinconie, il professore è uno dei meno
-infelici...
-</p>
-
-<p>
-— Soffrono dunque molto i pazzi?
-</p>
-
-<p>
-— Non più dei savi, signora; qualche volta sono come
-dimentichi di sè stessi, ed allora paiono felici.
-</p>
-
-<p>
-Dal lieve sollevarsi ed abbassarsi del velo, il signor Fulgenzio
-comprese l'ansia dell'incognita, e come per rispondere
-a quel sentimento di commiserazione, soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Il parente della sua amica ha indole mite e gentile,
-e non dà mai in ismanie; è passato da una breve melanconia
-ad una spensieratezza gioconda che dura ancora; gli
-piacciono i motteggi e non sembra pensoso del suo triste
-passato... che per me non è un mistero.
-</p>
-
-<p>
-Siccome la signora non rispose subito, impressionata forse
-dal sapere il segreto dell'amica svelato, o forse, per un'ultima
-diffidenza, timorosa di inganno, il direttore soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Sempre che riceviamo un nuovo infermo, dobbiamo
-fare indagini sul suo passato; il conoscere le cause che
-hanno determinato la pazzia è condizione necessaria per il
-trattamento; e se non sapessi ogni cosa del professore Rigoli,
-la pregherei schiettamente di dirmi tutto quanto ne
-sa ella stessa... e dovrebbe dirmelo in coscienza.
-</p>
-
-<p>
-Certo l'incognita approvava col silenzio quelle parole ferme
-e dolci ad un tempo; poco stante disse:
-</p>
-
-<p>
-— Quand'è così non mi rimane altro che farle noto lo
-scopo della mia visita...
-</p>
-
-<p>
-Ma si arrestò ancora titubante, e come per dar tempo
-alla propria commozione, levò di tasca una pezzuola, l'appoggiò
-alle labbra e tossì.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio pareva la creatura più ingenua che
-avesse mai esistito sulla terra.
-</p>
-
-<p>
-— La sciagurata donna, prese a dire la visitatrice con
-tremula voce, la sciagurata donna, cagione di tanta infelicità,
-è molto infelice ella stessa, e vorrebbe far qualche cosa...
-rimediare no, perchè non si rimedia mai alla colpa,
-ma uscire da un'apparente indifferenza che è continuazione
-di colpa... Che potrebbe fare... la mia amica per... colui che
-fu suo marito?
-</p>
-
-<p>
-— Nulla da lontano, rispose il direttore, parlando lentamente
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-e con persuasiva dolcezza, tutto coll'affettuosa ed
-amorevole assiduità d'ogni giorno...
-</p>
-
-<p>
-— E dovrebbe?...
-</p>
-
-<p>
-— Ridonargli ciò che gli ha tolto, la sua casa; fargli
-ritrovare le sue vecchie abitudini... amarlo con affetto materno...
-consacrarsi tutta a quella sventura; questo potrebbe
-fare.
-</p>
-
-<p>
-L'incognita uscì dal silenzio affannoso con un'affannosa
-domanda.
-</p>
-
-<p>
-— E guarirebbe?
-</p>
-
-<p>
-— Forse...
-</p>
-
-<p>
-— E sarebbe felice?
-</p>
-
-<p>
-— Io credo di sì.
-</p>
-
-<p>
-— E perdonerebbe alla sciagurata?
-</p>
-
-<p>
-— Ne sono sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— Ma lo stesso perdono farebbe più grande il rimorso
-della colpevole?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Questo monosillabo fu mormorato appena, come a temperarne
-la durezza. Nuovo silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Molti, prese a dire lentamente il direttore, molti infelici
-escono da queste mura risanati, perchè sanno di ritrovare
-una famiglia che li aspetta, una casa nota, una
-parola affettuosa, e cuori aperti alla nuova luce della loro
-intelligenza. Chi non ha una casa, una famiglia, lascia più
-raramente il manicomio, che è tutto per lui.
-</p>
-
-<p>
-— Se la sua amica venisse in questo triste luogo e si
-mostrasse a me, a me solo, che sono vecchio ed ho la paternità
-di tante sventure, e mi dicesse tutto il suo pensiero
-e mi chiedesse di vedere, non vista, l'uomo che le fu
-già compagno, quello spettacolo le darebbe la forza che le
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-manca ad intraprendere l'opera della carità e del pentimento.
-E se lei ha ancora influenza sul cuore di quella infelice,
-la consigli a venire, e rassicuri che non reggerà, no, a tal
-vista, e si sentirà più grande della propria sciagura e saprà
-compiere l'ultimo sagrificio.
-</p>
-
-<p>
-L'incognita pareva profondamente commossa, ed aveva
-chinato la testa sul petto ansimante. Il signor Fulgenzio,
-non si accorgendo di nulla, proseguì:
-</p>
-
-<p>
-— Immagino lo sgomento di quell'anima affranta dal dolore,
-le sue paurose lotte, le sue febbri, le sue notti vegliate
-e lo struggimento d'essere stata causa di tanto male...
-ebbene, le dica che ad uscire da questo strazio, a muovere
-incontro alla pace del cuore, basta un passo solo; non
-sarà felicità spensierata ed intera, ma una serenità melanconica
-e confortata; e forse più tardi sorgeranno giorni più
-lieti, maturati dal pentimento. E poi, se veramente l'amica
-sua è desiderosa di bene...
-</p>
-
-<p>
-Un singhiozzo l'interruppe; l'incognita sollevò il velo,
-mostrò il bel volto in lagrime, prese le mani del vecchio e
-vi appoggiò le labbra arse.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho ingannata, mormorò, perdoni; sono io, sono io
-stessa!...
-</p>
-
-<p>
-E le mancarono le parole a compiere la frase.
-</p>
-
-<p>
-Era dessa, il lettore lo ha indovinato, sì, era dessa — Serena!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio non pronunciò accenti di falso stupore,
-e facendosi più presso alla sciagurata donna, perchè
-ella nascondesse meglio le lagrime, e carezzandole lievemente
-i capelli come avrebbe fatto con una propria creatura,
-le fe' intendere che aveva compreso ogni cosa e che
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-ella poteva fidarsi interamente a lui, e che bisognava farlo,
-e che non v'era via aperta all'espiazione... fuor una...
-</p>
-
-<p>
-Nè disse parola. Serena neppure; piangeva liberamente,
-come da gran tempo non aveva potuto fare; aveva il petto
-pieno di singhiozzi, e le deboli sue fibre sussultavano con uno
-spasimo nuovo; se ne stava nell'atto di una bambina; pure
-era la prima volta che si sentiva la forza di misurare la
-propria colpa con altro occhio da quello pauroso con cui
-si misura un abisso.
-</p>
-
-<p>
-— Non avrò mai il coraggio, balbettò poco dopo, senza
-rialzare il capo, non l'avrò mai.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Fulgenzio non rispose.
-</p>
-
-<p>
-— E poi, proseguì Serena, è certo lei che sia il modo
-migliore di espiazione? E vi ha una espiazione, oltre quella
-del rimorso della coscienza, concessa alla donna colpevole?
-Perchè non solo io l'ho abbandonato, lui buono ed affettuoso,
-ma mi sono imbrattata nel mio fango. Ritornare a
-lui è l'impunità dopo la colpa... bisognava farlo prima, ora
-è tardi.
-</p>
-
-<p>
-— Non è mai tardi per fare il bene; riapra le porte
-della sua casa abbandonata, è il dover suo; e non a lei nè
-alla colpa deve avere il pensiero, ma prima di tutto alla
-sventura di lui; il rimorso inoperoso è accasciamento, non
-espiazione; ed è pure un inganno della debolezza; perchè
-le pare che le manchi la forza del sagrifizio e il coraggio
-di vederselo innanzi ad ogni ora del giorno.... le pare, ma
-non è...
-</p>
-
-<p>
-Serena rialzò il capo e riasciugò le lagrime, respinse una
-ciocca di capelli con un atto febbrile, guardò in viso il signor
-Fulgenzio, parve adunare tutte le forze in uno sforzo
-estremo, e disse:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Voglio vederlo!
-</p>
-
-<p>
-Ma come se il pensiero divenisse atto al semplice suono
-di quelle parole, tutta la fittizia energia le venne meno, diè
-indietro quasi le stesse in faccia uno spettro temuto, si addossò
-alla spalliera della seggiola, e coprì ancora il volto
-colle mani.
-</p>
-
-<p>
-— Lo vedrà, disse il direttore dopo alcuni istanti di affannoso
-silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— No, no, io non reggerò al suo sguardo.
-</p>
-
-<p>
-— Egli non vedrà lei, non deve vederla; la sua malattia
-non è di quelle a cui un'improvvisa commozione possa dare
-un felice avviamento; anzi potrebbe accadere il contrario;
-bisognerà prepararlo prima... ma lei sì, può vederlo e lo
-deve...
-</p>
-
-<p>
-Ed unendo l'atto alle parole, sonò il campanello.
-</p>
-
-<p>
-Serena lasciò fare, sbigottita, e volse il capo da un'altra
-parte per non farsi scorgere dall'inserviente accorso subito
-alla chiamata. Il direttore si levò, mosse incontro al nuovo
-venuto e gli parlò all'orecchio. Rimasero un'altra volta soli;
-Serena tremante da capo a piedi, collo sguardo fisso nella
-propria sciagura, il signor Fulgenzio ritto accanto a lei,
-commosso più che non lasciasse parere.
-</p>
-
-<p>
-Poco stante il direttore toccò lievemente la spalla della
-donna, la quale a quel contatto diè un sussulto e balbettò:
-«non ancora, non ancora.»
-</p>
-
-<p>
-Poi, volgendosi al vecchio, lo interrogò con uno sguardo
-pieno d'angoscia. Il signor Fulgenzio andò alla vicina finestra
-che metteva nel cortile, ne aprì le vetrate, lasciò socchiuse
-le persiane e guardò attraverso il vano; poi si volse
-e disse melanconicamente: «eccolo!»
-</p>
-
-<p>
-Serena rispose con un gemito, ma non si mosse; il direttore
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-le venne presso stando in un silenzio discreto, quasi
-carezzevole.
-</p>
-
-<p>
-— Com'è? mi dica se sta bene, che fa, se sospetta nulla,
-se guarda da questa parte...
-</p>
-
-<p>
-E in così dire si sollevò dalla seggiola, ed abbrancandosi
-con una mano all'omero del vecchio fece due passi e si trovò
-innanzi alla finestra.
-</p>
-
-<p>
-Il professore Guido Rigoli se ne stava nel mezzo del cortile
-sull'estremo lembo della lunga ombra gettata da un'ala
-dell'edifizio, guardava con visibile compiacenza ai raggi del
-sole che dardeggiava sulle vetrate dirimpetto, e sorrideva a
-sè medesimo.
-</p>
-
-<p>
-Serena lo vide, e spalancando le imposte gridò con voce
-straziante: «Guido, Guido!»
-</p>
-
-<p>
-Sentendosi chiamare a nome e vedendo una signora in
-faccia a lui, il professore non venne meno alla propria educazione
-eletta ed alla naturale squisitezza delle sue maniere,
-e fece due o tre inchini profondi.
-</p>
-
-<p>
-Serena si rovesciò come istupidita nelle braccia del signor
-Fulgenzio.
-</p>
-
-<p>
-Alcuni istanti dopo la disgraziata donna, uscendo come
-da una lunga dimenticanza, si vide in una camera ignota,
-sopra un lettuccio, e vide chino sul suo un volto color di
-rosa, d'una bellezza quasi infantile, ed un sorriso pietoso
-più splendido dei capelli d'oro, il sorriso di solito tanto birichino
-d'Olimpia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span></p>
-
-<h2 id="cap47">XLVII.
-<span class="smaller">L'ULTIMO.</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Gli avvenimenti che rimangono sono in gran parte
-preveduti da chi ha seguito fin qui la narrazione:
-formano come un programma che attende la
-esecuzione dal tempo, dal tempo che non dimentica, dal
-tempo che non falla.
-</p>
-
-<p>
-E viene un giorno — un melanconico giorno — in cui
-il professore Rigoli deve lasciare i compagni e volgere le
-spalle al manicomio.
-</p>
-
-<p>
-Gli hanno domandato con mille giri di parole se ricorda
-il suo passato, ed ha risposto ridendo di sì; gli hanno domandato
-se amerebbe riveder la sua casa e ripigliar le sue
-abitudini di padre di famiglia ed assidersi a mensa ed andare
-a letto all'ora che gli accomodasse, ed ha risposto di
-sì; e finalmente gli hanno pronunciato il pauroso nome...
-<i>Serena!</i> — e collo sguardo intento gli hanno chiesto se
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-serbi rancore alla disgraziata donna e se le perdonerebbe,
-ed alle due domande egli ha risposto col più amabile sorriso
-di sì. E non l'ha detto, perchè ripugna alla sua benigna
-natura, ma tutto quell'interrogatorio lo ha fastidito,
-gli è parso inutile ed uggioso; e non ha pensato fuor che
-alla gioia di mutar domicilio, di esser libero, di vedere il
-sole da una finestra senza le inferriate, e di aver dei lumi
-alla notte.
-</p>
-
-<p>
-Ed è felice, e dice addio ai vecchi amici colla spensierata
-giocondità d'un giovinetto che lasci il collegio.
-</p>
-
-<p>
-È tutt'uno; quella scena è triste; alcuni dei poveretti, ai
-quali il professore stringe la mano coi modi d'un conquistatore,
-lo guardano sbigottiti senza comprendere, e vi è chi
-lo segue alcuni passi, scongiurandolo di condurlo seco, ed
-un altro che se ne sta in un canto a guardare colla faccia
-scura — babbo Jacopo.
-</p>
-
-<p>
-Perfino il dottor Parenti, il quale dà braccio al professore,
-non riesce a parer disinvolto quanto vorrebbe, ed Olimpia
-dalla finestrella guarda senza sorridere.
-</p>
-
-<p>
-Una cancellata gira sui cardini, un'altra, ed un'altra,
-l'ultima... si è all'aperto, si sale in carrozza... si parte.
-</p>
-
-<p>
-Al rumore delle ruote sul lastrico, il professore batte amichevolmente
-sulle ginocchia dell'amico dottore, e gli dice:
-</p>
-
-<p>
-— Temevo che voleste farmi uno scherzo... e dove andiamo?
-</p>
-
-<p>
-— In casa vostra... vostra moglie vi aspetta.
-</p>
-
-<p>
-— È un pezzo che aspetta! osserva il professore.
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro.
-</p>
-
-<p>
-— Ho una casa io?
-</p>
-
-<p>
-Nessun pensiero del passato, nessuna inquietudine dell'avvenire.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-</p>
-
-<p>
-Si arriva; il signor Fulgenzio apre lo sportello; una
-donna è con lui, pallida, cogli occhi smarriti, ma senza lagrime.
-</p>
-
-<p>
-— Mia moglie... dice il professore ed ha quasi l'aria di
-fare una domanda.
-</p>
-
-<p>
-— Vostra moglie.
-</p>
-
-<p>
-Il professore si fa innanzi due passi, e saluta con un
-garbo tutto suo.
-</p>
-
-<p>
-— Come sta, signora? Bene? Ne ho tanto piacere... anch'io,
-grazie.
-</p>
-
-<p>
-Serena è forte, non piangerà, ha promesso di non far
-vedere le sue lagrime, che le ricadono ad una ad una sul
-cuore.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Vengono giorni più lieti. Mario è diventato il dottor
-Mario e nulla più si oppone a diventar sposo di Donnina.
-«Gli manca la pratica,» dice lui. «Ma per fare il marito,
-risponde il dottor Parenti, la pratica non è necessaria, per
-fare il medico ti rimane tempo; e finchè te ne stai colla
-teorica avrai la coscienza netta; la teorica è innocentissima,
-te lo dice un uomo... che ha pratica.»
-</p>
-
-<p>
-E viene il giorno in cui i naturali di A*** leggono sull'albo
-municipale i nomi e le qualità di Camilla (Donnina),
-nubile, e di Mario (Ognissanti) celibe, dottore in medicina,
-appaiati col più bel <i>rotondo</i> del segretario comunale, e
-finalmente gli sponsali e le nozze, due cose che fanno con
-giudizio un giorno solo.
-</p>
-
-<p>
-Donnina fin dalla vigilia ha provato la veste bianca di
-sposa, e s'è mostrata in quell'acconciatura al babbo, a maestro
-Ciro ed a mamma Teresa; ad Ognissanti no, chè non
-era ancora il momento. Ma la notte misurata da mille fantasie
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-gioconde, sorride a tante impazienze e se ne va veloce;
-e giunge l'alba serena che schiude le porte dell'avvenire
-sognato... Eccoli nelle braccia l'un dell'altro, eccoli sposi,
-eccoli uniti per sempre. Per sempre. La cara minaccia!
-</p>
-
-<p>
-Quanto al contratto di nozze, la quistione dotale diede
-molto da fare al notaio, il quale prima di <i>sottoscriversi
-colle parti</i>, come di prammatica, ed apporre la impronta
-del suo tabellionato, non dovette numerare meno di 12 paragrafi
-da capo. Il signor Fulgenzio faceva donazione ai
-due sposi <i>in comunione di beni</i> della somma di 30,000
-lire (dico <i>trentamila</i>) in cedole del Debito pubblico; Maurizio,
-radunando le reliquie delle proprie ricchezze, faceva
-alla figlia una dote di lire 16,000 (dico <i>sedicimila</i>) in titoli
-della Banca Nazionale, e maestro Ciro aumentava la
-dote aggiungendovi lire 4600 (dico <i>quattromila e seicento</i>)
-in libretti della Cassa di Risparmio di Milano.
-</p>
-
-<p>
-Senza dire che Maurizio faceva conto di lavorare e di far
-vita comune coi figli, e che Mario intendeva, fatta la pratica,
-di bastare ai bisogni della sua nuova famiglia; in tutto
-una ricchezza da Cresi; più l'amore infinito e la stima profonda.
-</p>
-
-<p>
-Quello fu un bel giorno! Domandatelo a mamma Teresa
-se quello fu un bel giorno! ed a maestro Ciro, il quale per
-l'occasione straordinaria aveva messo un cappello nuovo a
-staio! Peccato che al mezzodì piovesse un momento, e che,
-cessata la pioggia, quando l'ottimo maestro Ciro ed il suo
-cappello si fidavano bonariamente, le gronde di Milano facessero
-il tiro di lasciar cadere goccioloni pesanti come tegole,
-e dove?... proprio sul cappello nuovo di maestro Ciro,
-quasi volessero sfondarlo!... Ma tanto tanto, provate a domandargli
-se quello fu un bel giorno!...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-</p>
-
-<p>
-E il tempo fugge a Camilla e Mario che si amano...
-</p>
-
-<p>
-Una notte giunge un triste messaggio dal paesello; la
-mamma Teresa sta male assai, vorrebbe abbracciare le sue
-creature. E come è l'alba, i due sposi partono.
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro è sul limitare, ha udito il rumore delle
-ruote nella via maestra ed ha indovinato che erano essi, e
-li aspetta per avvertirli che mamma Teresa dirà molte stravaganze,
-non le pongano mente, non si affliggano invano;
-non è vero che ella stia per morire, egli lo sa, non è vero.
-Mamma Teresa si ostina a dir di sì, ma finirà col far di
-no, come ha sempre fatto.
-</p>
-
-<p>
-Ma così dicendo il povero maestro Ciro ha gli occhi gonfi
-di lacrime che non vogliono uscire, ed il petto travagliato
-da un singhiozzo represso.
-</p>
-
-<p>
-Mamma Teresa è nel lettuccio, un po' abbattuta, un po'
-più scarna e più ossea del consueto, ma conserva negli occhi
-una luce ribelle, e le rimane tanta forza da sorridere e
-tanto senno da allontanare il marito con un pretesto, per
-rimanere sola con Donnina e con Mario. Allora si rizza sul
-guanciale, bacia tremando per commozione le guance della
-fanciulla inumidite di lagrime, e dice carezzevole:
-</p>
-
-<p>
-— Non ti ho visto molte volte piangere; ebbene no, non
-bisogna piangere..., che ci è da piangere? avrei forse da
-vivere in eterno? E poi è tempo che qualcuno porti lassù
-le buone novelle, e vada a dire a tua madre, Donnina, ed
-anche alla tua, Mario, che voi vi amate e siete felici... andrò
-io... Solo mi affanna il lasciare quel fanciullone di maestro
-Ciro: così come lo vedete, è un fanciullone, ed ha bisogno
-d'essere curato molto, perchè egli non si cura niente
-affatto; a te tocca, Donnina, gli farai da mamma....
-Eccolo che ritorna.... non gli dite che io morrò questa
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-sera, non glielo dite; ci soffrirebbe troppo, e tu asciuga
-le lagrime e sorridi...»
-</p>
-
-<p>
-Maestro Ciro entra col passo leggiero e l'occhio fisso come
-un fantasma. Mamma Teresa lo guarda con un lungo sguardo
-che pare una carezza, poi chiude gli occhi e sembra dormire...
-</p>
-
-<p>
-«Non è vero, sapete, non è vero che ella debba morire...»
-</p>
-
-<p>
-Ma in quella, Mario, il quale non si era scostato dal lettuccio,
-appoggia la mano sulla fronte della vecchia, e poi
-sul cuore, e ne ricerca i polsi, ed infine si rialza pallido
-come il lenzuolo di quel letto di morte.
-</p>
-
-<p>
-Donnina ha compreso tutto, e trova la forza di non piangere
-per allontanare con dolce violenza il povero babbo Ciro,
-il quale continua a dire, guardando al letticciuolo:
-</p>
-
-<p>
-«Dorme tranquilla; non le credete... ha sempre fatto così...
-si ostina, si ostina, ma infine fa sempre a modo mio...»
-</p>
-
-<p>
-E se interrogassimo il tempo che non falla, il tempo che
-non dimentica, esso ci mostrerebbe forse in una bella cornice
-il banchiere Redi, reduce dal Nuovo Mondo con qualche
-annetto di più sulle spalle, ma sempre colla bocca sgangherata,
-coi capelli appiccicati sulla nuca, col sorriso da
-milionario; e lo vedremmo, per un felice rivolgimento della
-sua carriera, novellamente riverito ed ammirato ed invidiato,
-a capo d'una nuova casa bancaria, farsi promotore di cento
-imprese che tirano gli azionisti, dimentico del passato, ed
-incrollabile come prima nella sua massima sacrosanta di
-«arrischiare il denaro degli altri come cosa propria; e custodire
-il proprio denaro come un deposito sacro.» Questa
-postulato semplicissimo è il segreto della sua vecchia e della
-sua nuova fortuna e di tutte le fortune che assomigliano
-alla sua. Perchè, via, che altro è la Banca se non l'arte di
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-collocare al più alto interesse i capitali altrui per farsene
-una rendita di moltissime migliaia di lire?
-</p>
-
-<p>
-Il banchiere Redi, il quale ne sa un dito più di me, scaverna
-il suo più grazioso sorriso per dirvi che non è altro.
-</p>
-
-<p>
-E vi ricordate del leggiadro luogotenente delle guide, dell'amabile
-cugino Ferdinando?
-</p>
-
-<p>
-Il tempo, che nulla dimentica, gli recherà la nomina di
-capitano, e più tardi, quando le rughe non gli consentano
-più di aver le mogli degli amici, gli darà una moglie propria,
-e farà trovare al marito capitano un luogotenente giovine
-e leggiadro... che gli sia molto amico.
-</p>
-
-<p>
-Ma non passiamo innanzi agli eventi; ritorniamo indietro,
-sono solo passati pochi mesi dal matrimonio di Mario
-e di Donnina, e tre mesi appena dalla morte di mamma Teresa...
-ed ecco l'alba d'un altro giorno sospirato — il Natale.
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p>
-Ancora il Natale!
-</p>
-
-<p>
-Ancora il sorriso che illumina le rughe della vecchiaia,
-ancora i confetti ed i balocchi che empiono di tante fantasie
-gioconde lo testoline dell'infanzia; ed ecco il cortile ingombro
-dai mucchi di neve, ed i diacciuoli delle gronde che
-aspettano un raggio di sole dal cielo annuvolato; ed ecco,
-la voce dell'enorme orologio brontola il mezzodì, la processione
-dei pazzerelli attraversa il cortile e s'avvia alla sospirata
-mensa comune; ed ecco il saluto di Olimpia dalla
-finestrella. E poi l'immenso silenzio, la pace immensa.
-</p>
-
-<p>
-Entriamo nella casa del signor Fulgenzio, già così melanconica,
-ora tanto lieta... Laggiù, in fondo, come raccolta
-in sè stessa, perchè l'eco della festicciuola non esali di
-fuori, è una mensa imbandita ed un focolare in cui arde
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-un fuoco patriarcale, ed intorno a quel fuoco le ciancie di
-quattro uomini e d'un patriarca vero — maestro Ciro. Sì,
-maestro Ciro, che è venuto a fare una casa sola cogli sposi
-novelli, con Maurizio e col signor Fulgenzio...
-</p>
-
-<p>
-Per quelle stanze paurose, già misurate dai passi solitarii
-del padre dei pazzerelli, ora è un continuo via vai che
-mette allegria.
-</p>
-
-<p>
-Negli angoli oscuri, ognuno dei quali aveva un brutto
-fantasma, se ne stanno rannicchiati sereni e vispi spiritelli,
-amici di casa, e le pieghe delle cortine non scendono
-più come lunghe rughe di faccio imbronciate; dov'era la
-tetra, uggiosa solitudine del cuore, ora è una brigatella di
-affetti che si raduna intorno agli sposi novelli.
-</p>
-
-<p>
-Oggi è Natale; ed a quella brigata si è aggiunto l'affetto
-sincero dell'amico, il cuore tanto fatto, il perenne sorriso e
-gli occhi dardeggianti del dottor Parenti. Fa freddo fuori
-di casa; ma, curvi dinanzi al focolare, quei cinque volti sereni,
-come lambiti dai rossi bagliori della fiamma, spiranti
-in vario modo le tepide esalazioni d'una stessa gioia, provano
-che fa caldo in cuore! E quando tace per poco la ciancia,
-ecco giunge all'orecchio l'allegra squilla di due voci
-che si avvicendano e di due risate che si confondono... Donnina
-ed Olimpia dànno mano a Semplicetta perchè affretti...
-perchè si ha appetito.
-</p>
-
-<p>
-«Ah! se mamma Teresa non si fosse ostinata! pensa
-maestro Ciro, o se almeno potesse tornare un istante, e rizzargli
-innanzi, là, in quel vano, quant'era lunga e formidabile,
-ed ancora una volta lo minacciasse, tenendo alta
-la mano che dava tanto spavento!...
-</p>
-
-<p>
-Ma no, non è ora di melanconie; a che giova piangere?
-Ella non se ne è già andata per sempre, è solo arrivata
-prima, aspetterà...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-</p>
-
-<p>
-E, pensando a questo, maestro Ciro si curva a guardare
-la bragia perchè nessuno veda la lagrima solitaria che gli
-scende nel solco d'una ruga profonda.
-</p>
-
-<p>
-Ma no, non ò ora di melanconie; ecco, il sole ha vinta
-la partita, si affaccia tra nugolo e nugolo e manda un raggio
-curioso nella stanza.
-</p>
-
-<p>
-Il dottor Parenti leva il capo, tocca col gomito il signor
-Fulgenzio e non dice nulla. Quel raggio scende per un vano
-della finestra e disegna una striscia dorata che si allunga
-sul pavimento, si arrampica per la tovaglia e si arresta ad
-accarezzare il collo di una bottiglia.
-</p>
-
-<p>
-I due amici si guardano, si sono intesi, si sono incontrati
-in una medesima idea: il professore Rigoli che avrebbe
-fatto tanta festa a quel raggio di sole. E lo vedono col pensiero
-nella sua casa modesta, sempre lieto ad un modo,
-immemore del passato, felice di avere una casa propria, un
-pezzo di giardino da coltivare ed un bel volto di donna
-che si prova a sorridergli, ed una mano industre ed operosa
-che lavora tuttodì e parte della notte a nascondergli
-la povertà. Poichè sì, il professore è povero, sebbene abbia
-una casetta propria e dei lumi alla notte, è povero e non
-ne sa nulla; Serena ha fatto dono di quanto potesse parere
-acquistato male ad un ospizio; più non le rimangono
-se non le reliquie della dote ed il lavoro delle proprie
-mani...
-</p>
-
-<p>
-— A quest'ora, dice il dottor Parenti, rompendo il fascino
-di quelle melanconie, a quest'ora i nostri commensali
-hanno avviato le loro ciancie, mi pare di sentirli, peccato
-che il professore non sia là meditando di nascosto il brindisi
-da improvvisare alle frutta!
-</p>
-
-<p>
-— Peccato! ripete sbadatamente il direttore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma siccome continua a stare meditabondo, il dottor Parenti
-non è contento e domanda a bruciapelo:
-</p>
-
-<p>
-— A che pensi?
-</p>
-
-<p>
-— Penso che il mondo ha l'aria di un manicomio, e che
-un po' pazzi lo siamo tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Di' che lo siamo molto, interrompe il dottor Parenti,
-di' che siamo pazzi da legare; e che a far bene i conti i
-più savi sono i matti. Tutto il tuo mondo a cui pensi, se
-pure vale che ci si pensi, banchetta oggi in comune, nè
-più nè meno di quel che fanno i nostri malati. Domani li
-ritroverai pazzi come prima: pazzi ambiziosi che sognano
-onori e grandezze e camminano sui trampoli della boria;
-pazzi libertini che corrono dietro ai piaceri; pazzi fanatici
-che si arrovellano nella politica; e pazzi annoiati che si
-consumano nell'inerzia, — tutta gente che ha un'idea fissa
-e le corre dietro finchè non inciampa nella propria fossa.
-</p>
-
-<p>
-— Il tempo è il medico di queste pazzie, dice Maurizio.
-</p>
-
-<p>
-— Cattivo medico, ribattè il dottor Parenti, non lo dice
-per gelosia di mestiere; cattivo medico che viene sempre
-troppo tardi, quando il meglio della vita è passato, quando
-si comincia ad aver le rughe ed i capelli bianchi... Un buon
-medico è la fortuna, vi sto garante; quella che vi manda
-fra i piedi, nell'età in cui non avete ancora ubbie per il
-capo, un buon esempio, una parola buona, un consiglio sano,
-o vi fa incontrare a vent'anni in una fanciulla la quale
-vi ami davvero, e cura di sbarazzarvi la via da tutte le
-incantatrici del giardino fatato, in cui si entra a vent'anni
-e da cui si esce solo a cinquanta sonati. Questa fortuna
-tocca a moltissimi, ma spesso è rifiutata; i pochi che chiamano
-in casa la felicità, e ve la chiudono a chiave e le
-fanno la guardia dì e notte, sono i soli savi ed i soli felici...
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-perchè, se l'ho da dire, non ho punto fede nella felicità
-dei pazzi.
-</p>
-
-<p>
-Si fa silenzio, si porge l'orecchio, si ha come bisogno di
-udire, e si ode ancora la voce scherzosa delle giovinette a
-cui fan capo tutti quegli affetti, a cui si annoda tanta felicità.
-Mario, che non ha mai aperto bocca, non resiste più,
-si leva, facendo lo sbadato, dal focolare, si accosta alla finestra,
-poi alla mensa, e finalmente sguscia fuor dalla camera
-e corre a baciare sulle due guance Donnina, senza
-un riguardo al mondo per la bionda Olimpia, la quale dà
-un grido e si copre il viso col grembiale per non veder
-quell'orrore!...
-</p>
-
-<p>
-«Non vi è un cane che le voglia bene alla poveretta!»
-</p>
-
-<p>
-Guardatela ora che non ha più il grembiale sul viso: due
-occhi del colore d'un limpido cielo, capelli che mandano i
-riflessi del sole, guance ridenti come una primavera, e il
-corpiccino snello ed elegante che non sta mai fermo; tutto
-ciò a sedici anni appena, con un ottimo cuore, ignaro d'altri
-affetti fuor quelli del babbo e della bambola. E dite ora
-se non si troverà presto chi l'adori come una faterella, o
-della faterella aspiri a fare una sposina magnifica?...
-</p>
-
-<p>
-Un istante dopo le due giovinette rientrano mandandosi
-innanzi una festa di sorrisi, seguite dall'enorme Semplicetta,
-la quale porta in trionfo la zuppiera fumante...
-</p>
-
-<p>
-Quando si è felici la terra ci fugge sotto i piedi — ecco,
-è il meriggio, è il tramonto, è la notte.
-</p>
-
-<p>
-Non la paurosa notte popolata da fantasime nere, non
-la notte dalle cieche angosce, dagli stolti terrori, ma la
-notte silenziosa, che ascolta i battiti dei cuori che amano.
-</p>
-
-<p>
-E quando tutti gli occhi sono chiusi dal sonno, quelli di
-chi misura la propria felicità, non ancora stanchi, resistono.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-</p>
-
-<p>
-E Donnina, la quale ha quasi voglia di piangere perchè
-è troppo felice, sente il bisogno di rivedere un prezioso amuleto,
-apre un cassettino riposto, e mostra ad Ognissanti il
-proprio tesoro.
-</p>
-
-<p>
-Ognissanti sorride, e dice per la centesima volta a Donnina
-che il tesoro di lei è il cuore buono, è l'anima gentile...
-</p>
-
-<p>
-Ma Donnina no, non vuole sentirlo, e per la centesima
-volta ribatte che il proprio tesoro è il trifoglio dalle quattro
-foglie.
-</p>
-
-<p>
-E lo richiude nel cassetto.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE
-</p>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td class="cap">I.</td> <td>Un giorno di Natale</td> <td class="pag"><a href="#cap1">Pag. 5</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">II.</td> <td>Molte cose in una chicchera di tè</td> <td class="pag"><a href="#cap2">21</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">III.</td> <td>La famiglia del Maestro di scuola</td> <td class="pag"><a href="#cap3">33</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">IV.</td> <td>Ciò che intendono le siepi</td> <td class="pag"><a href="#cap4">46</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">V.</td> <td>In cui si spegne il lume e ci si vede più chiaro</td> <td class="pag"><a href="#cap5">52</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">VI.</td> <td>Il romanzo di Donnina</td> <td class="pag"><a href="#cap6">61</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">VII.</td> <td>Entrano in iscena personaggi nuovi e cose nuove</td> <td class="pag"><a href="#cap7">70</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">VIII.</td> <td>La corte della sirena</td> <td class="pag"><a href="#cap8">77</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">IX.</td> <td>Il secondo cortigiano</td> <td class="pag"><a href="#cap9">86</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">X.</td> <td>Il terzo</td> <td class="pag"><a href="#cap10">91</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XI.</td> <td>La signora Olimpia fa gli onori di casa</td> <td class="pag"><a href="#cap11">98</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XII.</td> <td>In cui il dottor Parenti incomincia una cura</td> <td class="pag"><a href="#cap12">102</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XIII.</td> <td>Ancora della cura incominciata</td> <td class="pag"><a href="#cap13">111</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XIV.</td> <td>Quattromila e seicento lire alla cassa di Risparmio di Milano</td> <td class="pag"><a href="#cap14">116</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XV.</td> <td>Il signor Maestro spiega la moltiplicazione</td> <td class="pag"><a href="#cap15">123</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XVI.</td> <td>Ognissanti ed il signore dal cappello a larghe tese</td> <td class="pag"><a href="#cap16">128</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XVII.</td> <td>Un esame di coscienza</td> <td class="pag"><a href="#cap17">138</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XVIII.</td> <td>Paoluccio</td> <td class="pag"><a href="#cap18">148</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XIX.</td> <td>Ognissanti a Donnina</td> <td class="pag"><a href="#cap19">154</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XX.</td> <td>Chi fosse il signor Maurizio</td> <td class="pag"><a href="#cap20">180</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXI.</td> <td>Il secondo colloquio di Maurizio e Serena</td> <td class="pag"><a href="#cap21">191</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXII.</td> <td>Il luogotenente delle guide torna alla carica</td> <td class="pag"><a href="#cap22">200</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXIII.</td> <td>Serena a Maurizio</td> <td class="pag"><a href="#cap23">206</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXIV.</td> <td>Ciò che rimane a Maurizio</td> <td class="pag"><a href="#cap24">210</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXV.</td> <td>Donnina ad Ognissanti</td> <td class="pag"><a href="#cap25">214</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXVI.</td> <td>Viaggio di scoperta</td> <td class="pag"><a href="#cap26">221</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXVII.</td> <td>Il poscritto della lettera di Donnina</td> <td class="pag"><a href="#cap27">238</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXVIII.</td> <td>Seconda tappa del viaggio di scoperta</td> <td class="pag"><a href="#cap28">241</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXIX.</td> <td>Un altro viaggio ed altri viaggiatori</td> <td class="pag"><a href="#cap29">251</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXX.</td> <td>Sola!</td> <td class="pag"><a href="#cap30">263</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXI.</td> <td>Lo scoppio della bomba</td> <td class="pag"><a href="#cap31">269</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXII.</td> <td>Ritorno</td> <td class="pag"><a href="#cap32">272</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXIII.</td> <td>Terzo colloquio di Maurizio e Serena</td> <td class="pag"><a href="#cap33">277</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXIV.</td> <td>Il dottor Parenti al signor Maurizio</td> <td class="pag"><a href="#cap34">282</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXV.</td> <td>Paoluccio lascia l'ospizio</td> <td class="pag"><a href="#cap35">283</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXVI.</td> <td>Povera Olimpia</td> <td class="pag"><a href="#cap36">293</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXVII.</td> <td>Un giorno di vacanza in casa del Maestro di scuola</td> <td class="pag"><a href="#cap37">297</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXVIII.</td> <td>In cui si vede come Mario non ritornasse a Milano solo</td> <td class="pag"><a href="#cap38">303</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XXXIX.</td> <td>Maestro Ciro rimane solo</td> <td class="pag"><a href="#cap39">310</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XL.</td> <td>In carrozza</td> <td class="pag"><a href="#cap40">320</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLI.</td> <td>Il signor Maurizio riceve</td> <td class="pag"><a href="#cap41">322</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLII.</td> <td>Al capezzale dell'infermo</td> <td class="pag"><a href="#cap42">330</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLIII.</td> <td>A mia figlia</td> <td class="pag"><a href="#cap43">333</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLIV.</td> <td>I milioni di Maurizio</td> <td class="pag"><a href="#cap44">343</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLV.</td> <td>Casi di coscienza</td> <td class="pag"><a href="#cap45">346</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLVI.</td> <td>Il professore Rigoli riceve una visita</td> <td class="pag"><a href="#cap46">352</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="cap">XLVII.</td> <td>L'ultimo</td> <td class="pag"><a href="#cap47">360</a></td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-<div style='display:block;margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TESORO DI DONNINA ***</div>
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-<div style='display:block;font-size:1.1em;margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg&trade;
-</div>
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-Project Gutenberg&trade; is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
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-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
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-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg&trade;&rsquo;s
-goals and ensuring that the Project Gutenberg&trade; collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
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-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.
-</div>
-
-<div style='display:block;font-size:1.1em;margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation&rsquo;s EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state&rsquo;s laws.
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-The Foundation&rsquo;s principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
-mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
-date contact information can be found at the Foundation&rsquo;s web site and
-official page at www.gutenberg.org/contact
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-For additional contact information:
-</div>
-
-<div style='display:block;margin-top:1em;margin-bottom:1em; margin-left:2em;'>
-Dr. Gregory B. Newby<br />
-Chief Executive and Director<br />
-gbnewby@pglaf.org
-</div>
-
-<div style='display:block;font-size:1.1em;margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&trade; depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
-visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate">www.gutenberg.org/donate</a>.
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
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-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-</div>
-
-<div style='display:block;font-size:1.1em;margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 5. General Information About Project Gutenberg&trade; electronic works.
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg&trade; concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg&trade; eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&trade; eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
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-</div>
-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-Most people start at our Web site which has the main PG search
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-
-<div style='display:block;margin:1em 0'>
-This Web site includes information about Project Gutenberg&trade;,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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